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Nuova forma di democrazia, nuova forma di partito.

Nella rappresentazione teatrale di questa inaudita crisi di Governo, tutto può essere spacciato per vero e messo in scena.

Anche l’accusa all’ipotizzato (se nascerà) nuovo governo PD-M5S di essere il frutto di una banale intesa per le “poltrone”, costruita nelle stanze del Parlamento e non di fronte agli elettori.

Accusa prevedibile e scontata, ovviamente, resa ancor più facile dalla circostanza che i due partiti si sono dichiarati culturalmente e politicamente alternativi fino a pochi giorni fa.

Detto per inciso, anche per questa ragione, era preferibile che il PD e il centro sinistra provassero a dare vita ad un Governo di “tregua operosa”, espresso dal M5S quale partito di maggioranza relativa in Parlamento, assicurando un appoggio esterno condizionato ad alcuni pochi punti programmatici e alla presenza di ministri tecnici di garanzia nei posti chiave.

E tuttavia, con quale credibilità può lanciare questa accusa un partito come la Lega che – dopo le ultime elezioni del marzo 2018 – ha fatto esattamente ciò che oggi condanna, rompendo la coalizione di centro destra con la quale si era presentato agli elettori, per dare vita un governo con i Grillini (pomposamente chiamato “del cambiamento”) e camuffando la semplice compilazione di un elenco di obbiettivi tra loro incompatibili come “contratto di governo”?

Diciamo la verità: se vogliamo recuperare un qualche nesso tra voto degli elettori e assetto del potere occorre (tra l’altro) cambiare il sistema elettorale.
Dovrebbe essere questo uno degli obbiettivi del nuovo eventuale Governo.
Nella fase precedente si è pensato che la nostra democrazia potesse trovare nuova linfa nella dialettica tra coalizioni alternative.

Per questo si riteneva che – la vera competizione essendo “al centro” – destra e sinistra, per conquistare i consensi della prevalente parte centrale e mediana dell’elettorato, avessero la necessità di competere sul terreno della proposta “di governo”, cercando nel contempo di “tirarsi dietro” – da una parte e dall’altra, in ragione del primario obbiettivo di sconfiggere la coalizione avversaria – le posizioni più radicali ed estreme dei rispettivi campi.

Qualcuno ha tradotto tutto ciò nella suggestione del “bipartitismo”, altri nella logica delle coalizioni organiche pur se rispettose della pluralità dei partiti che le componevano.

La prima suggestione ha dimostrato tutti i suoi limiti.
La seconda logica (coalizionale) funziona in realtà solo dove esiste l’elezione diretta del vertice di governo accompagnata dal sistema proporzionale per l’elezione delle Assemblee (Comuni e Regioni).

Rispetto a questi ragionamenti, cosa ci dice la realtà attuale del Paese?
Due cose.

Primo: la competizione non è più “al centro” nel senso tradizionale del termine. La domanda sociale (o quanto meno quella che si esprime nelle urne) si è radicalizzata e molti elettori rifiutano di comporre le proprie singole aspettative in un disegno comune e mediato.

L’impoverimento del ceto medio, la crisi di carisma del sistema democratico rappresentativo e la predominanza dei nuovi strumenti di comunicazione producono una oggettiva rendita di posizione a favore delle proposte più eclatanti, demagogiche e populiste. Prevale una politica basata su offerte “a là carte” (illusorie, come si dimostra, ma efficaci nella conquista del consenso).

Secondo: in tutti i campi, conseguentemente, sono le posizioni radicali ed estreme che “si tirano dietro” quelle più equilibrate e responsabili, non il contrario.

Dobbiamo perciò prendere atto che la realtà esige un sistema elettorale più adatto per custodire i valori democratici, favorire quadri di governo stabili, dare forza alle posizioni più responsabili.

Del resto, i sistemi elettorali non sono “ideologie”, ma strumenti di regolazione della democrazia, rapportati alle condizioni date.

Nel secondo dopoguerra, il sistema proporzionale ha assicurato efficienza democratica e sviluppo, in forza delle contingenze storiche e della presenza di un sistema dei partiti strutturato, solido, inclusivo e di una compagine sociale aggregata attorno a forti interessi collettivi.

La politica suppliva ai potenziali limiti del sistema elettorale.

Nel periodo storico successivo, il proporzionale ha provocato instabilità e deficit di governo: la politica aveva cambiato consistenza e perduto una parte del suo ruolo.
Poi, dopo Tangentopoli, col maggioritario si è cercato di supplire alla crisi della politica e dei partiti. Con luci ed ombre, per un po’ ha funzionato.

Oggi siamo in una sorta di limbo indefinito.

La domanda politica è sempre più “individualizzata”; la risposta politica sempre più semplificata sul paradigma dei populismi; i riferimenti ideali e culturali sempre più flebili, se non confinati in una romantica nostalgia.

Chi dice che oggi “destra, sinistra, centro non contano più”, ha insieme ragione e torto.
Torto, perché le grandi discriminati ideali non possono non avere ancora un senso e non è vero che tutto è uguale.

Ragione, perché l’articolazione delle proposte è ormai molto più plurale di qualche anno fa e le vecchie culture politiche sono in gran parte spiazzate difronte ai nuovi scenari antropologici, culturali, tecnologici e sociali.

Una via di uscita da questo limbo è quella della “post democrazia”: meno libertà in cambio della promessa – da parte dell’uomo solo al comando – di ordine, sviluppo, sicurezza, rapidità delle decisioni ed efficienza.

Se si vuole contrastare questa deriva autoritaria, occorre lavorare per soluzioni alternative: lo stallo non aiuta.

Dobbiamo dunque considerare in primo luogo che, oggi, un sistema “proporzionale” per l’elezione del Parlamento sarebbe quello più consono, se vogliamo rigenerare la politica, la democrazia, la ricomposizione virtuosa del circuito “popolo-potere”.
Ogni cultura politica, veccia e nuova, ha bisogno di un “bagno salutare” che possa far ritrovare la bussola, stimolare nuove idee, riallacciare nuovi rapporti con la comunità delle persone e delle formazioni sociali.

Naturalmente ciò non basta.

Servono meccanismi adeguati per aiutare la stabilità dei governi e la trasparenza delle alleanze politiche in Parlamento, ad esempio con l’istituto della sfiducia costruttiva.
E, soprattutto, occorre che le aree culturali e politiche (vecchie e nuove) si rigenerino e si riorganizzino in base ai nuovi scenari anche con “forme partito” innovative e sperimentali.

Penso al rapporto tra “politica” e “società civile”: fino a quando potrà andare avanti una sorta di sostanziale separazione – anche, per esempio, nel mondo cattolico e popolare – tra chi si occupa di “comunità” e chi di “politica”?

Penso poi alla rappresentanza dei territori così diversi che compongono il nostro Paese. Vogliamo ancora riproporre un idea di partito nella quale il giusto “respiro” nazionale (ed europeo, auspico) tradisca in realtà una concezione omologante, verticistica e “romano centrica”?

Mi riferisco al territorio che conosco di più: il Nord. Volgiamo lasciare che dopo il fallimento della “via sovranista nazionalista” la Lega torni impunemente a diventare il “Partito del Nord”?

Oppure pensiamo che – per stare al nostro campo – le radici autonomistiche di matrice cattolico democratica e popolare possano ridiventare punto di riferimento per le aspirazioni di quel Nord operoso, solidale ed europeo che ancora, sotto sotto, resiste ma che richiede soluzioni nuove e coraggiose, magari rilanciando il concetto (molto nostro) di “Repubblica delle Autonomie” e di una Autonomia concepita come responsabilità?

Non è forse il caso di immaginare una nuova “forma partito” fortemente federativa, che ricomponga dal basso, tra l’altro, l’istanza “civica” con la necessità di una visione politica generale?

Lavoriamoci, almeno per quanto sta in noi, visto che siamo oggi fuori dalle stanze del Potere (anche se non rinunciamo al dovere della responsabilità) e, forse, possiamo parlare ed agire con maggiore libertà e sincerità.

Intervista a Paolo Pombeni: “Più contenuti, meno slogan”

Articolo già apparso il 31 Agosto sulle pagine di Città Nuova a firma di Carlo Cefaloni

Sulla crisi del governo Conte e la formazione di una nuova maggioranza tra M5S e PD, abbiamo chiesto il parere di alcuni esperti portatori di visione culturali diverse. Questa l’opinione del professor Paolo Pombeni, tra i maggiori politologi italiani
Cosa significa, a suo giudizio, il riferimento al nuovo umanesimo fatto da Conte nei suoi recenti interventi?
Il riferimento di Conte al “nuovo umanesimo” fa parte del suo tentativo di accreditare la sua figura come diversa da quella del politico di professione. Così recupera uno slogan che ha trovato autorevoli interpreti (papa Francesco, per esempio) per sottolineare che vorrebbe affrancarsi da una cultura che mescola contrapposizioni violente (per non dire odio) e scarso interesse per interventi che accrescano il patrimonio di umanità che una società deve avere.
Esiste una possibile visione comune tra Pd e M5S, oltre una convergenza di interessi, per un programma di legislatura?
La convergenza di M5S e PD su una visione comune è possibile solo se saranno capaci di riempire di contenuti condivisi quelli che sono per ora slogan generici su cui tutti in astratto possono concordare (tipico esempio: le politiche in difesa dell’ambiente). Il problema è che in politica le convergenze tra forze diverse non nascono dal convergere delle posizioni dei partiti, che per natura loro sono “settari”, ma dalla spinta che deve venire dalla società civile perché si vada in una certa direzione. Quella spinta è ovviamente un compito prevalentemente dei ceti dirigenti delle formazioni sociali e di chi promuove un autentico rinascimento culturale. Oggi queste sono risorse limitate e poco disponibili, così siamo nelle mani dei produttori di propaganda politica, per non dire di demagogia, che lavorano per i partiti.
Vede anche lei necessaria una riforma della legge elettorale per evitare meccanismi maggioritari in grado di consegnare troppo potere ad una forza politica?
L’approdo di una nuova ragionevole legge elettorale è prioritario, ma bisogna che non sia pensata come fu per le ultime nell’ottica di favorire un po’ di interessi dei partiti. Se può anche essere ragionevole rivedere il numero dei nostri parlamentari (ma sarebbe meglio essere in grado di differenziare composizione e compiti fra Camera e Senato), è altrettanto importante evitare per il momento sia meccanismi decisamente maggioritari che meccanismi sbracatamente proporzionalisti. Il maggioritario funziona se c’è una almeno discreta omogeneità di intendere l’interesse comune, altrimenti il rischio di favorire tirannie delle minoranze organizzate è troppo forte. Un proporzionalismo esasperato ci riporterebbe alla frammentazione politica senza limiti con la tentazione alla proliferazione di piccoli partiti che poi renderebbero difficile qualsiasi sintesi politica.

Che giudizio sente di dare sui 10 punti esposti dai 5 stelle? Quali scelte considera necessarie per affrontare la nuova crisi da molti annunciata?

I 10 punti, poi divenuti 20 annunciati dai 5 Stelle sono mantra pseudo-ideologici su cui è difficile costruire: alcuni sono vuota retorica (no agli inceneritori, ritorno delle autostrade allo Stato, ecc.), altri sono generici buoni propositi che non si dice come verranno declinati (lotta alla corruzione, tempi limitati per svolgere i processi, ecc.). E’ comprensibile che per raggiungere un accordo di coalizione che è necessario per evitare al Paese lo choc di elezioni combattute a suon di demagogia, alla fine si prendano per buone delle declinazione condivise di alcuni “titoli”, ma il lavoro da fare sarà dopo, quando si dovranno riempire di contenuti. Per questo molto più del programma conterà la squadra di governo che si riuscirà a formare: senza persone di competenza e di autorevolezza non si combinerà nulla di buono.

Come valuta i punti programmatici presentati dal PD?
I punti che ha presentato il PD sono anch’essi abbastanza generici. Sono espressi con più stile di quelli di M5S e alcuni toccano problemi importanti, ma non riescono ad andare oltre una ampia affermazione di principio. Prendiamo quello in difesa della democrazia rappresentativa e del rilancio della centralità parlamentare.Va benissimo in astratto, ma in concreto cosa si vuol dire? Democrazia rappresentativa e parlamentarismo sono in crisi in tutti i sistemi politici occidentali e non si dice come in concreto sia possibile rilanciarli e cosa faccia il PD per contribuire a raggiungere quell’obiettivo. Temo che non sia con queste “petizioni di principio” che si riattiva un contatto con la gente.

 

Bankitalia: partono i controlli sull’uso dei contanti

Partono, da oggi, i controlli sull’uso anomalo di contanti da parte della Uif, l’unità di informazione finanziaria incardinata presso la Banca d’Italia. La misura, prevista dalla riforma del 2017, prevede l’invio delle comunicazioni su prelievi e versamenti presso banche, Poste, istituti di pagamento. Si potrà sapere il nome di chi ritira o versa banconote per oltre 10mila euro complessivi in un mese. Non sarà una segnalazione automatica di operazione sospetta ma accenderà un faro da parte delle autorità.

La comunicazione dovrà essere inviata, ha chiarito la stessa Uif, anche se si supera il tetto dei 10mila euro attraverso più operazioni singolarmente pari o superiori a 1.000 euro. Il primo invio dovrà essere effettuato entro il 15 settembre 2019 e riguarderà i dati riferiti ai mesi di aprile, maggio, giugno e luglio.

La procedura è stata necessaria perché, i contanti in Italia restano ancora molto usati, rispetto agli altri paesi europei.

E come rilevava di recente uno studio della stessa Uif, sono usati maggiormente al Sud per una questione di arretratezza finanziaria e tecnologica ma gli usi anomali sono concentrati al Centro Nord, laddove guarda caso l’economia muove risorse maggiori.

Venezia76: il 5 settembre la presentazione del concorso di cortometraggi

Si svolgerà, giovedì 5 settembre, alle 16, in occasione della 76esima Mostra internazionale d’Arte cinematografica, la presentazione della terza edizione del concorso internazionale di cortometraggi “Corti di lunga vita” (www.cortidilungavita.it). A presentare il concorso, nello spazio della Fondazione Ente dello Spettacolo, in Sala Tropicana 1, all’Hotel Excelsior – Lungomare Guglielmo Marconi, Lido di Venezia, sarà l’Associazione 50&Più, in collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo.

L’iniziativa della 50&Più promuove la realizzazione di audiovisivi riguardanti l’anzianità nelle sue molteplici sfaccettature, sviluppando ogni anno un aspetto specifico. Il titolo dato all’edizione 2019 è “Tutta la vita”, un richiamo esplicito a uno dei brani di Lucio Dalla.

I corti dovranno essere inviati entro il 10 novembre, la premiazione si terrà invece nel mese di dicembre a Roma, alla presenza della giuria tecnica presieduta dal regista Paolo Virzì. Intanto, a moderare la presentazione del concorso a Venezia sarà Federico Pontiggia, critico cinematografico e giornalista per la Rivista del Cinematografo. Interverranno: Sebastiano Casu, vice presidente vicario 50&Più, don Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, Gabriele Sampaolo, segretario generale 50&Più, e Anna Maria Melloni, direttore del Centro Studi 50&Più.

Parto in ipnosi

Dal prossimo autunno arriva il parto in ipnosi presso l’Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Mauriziano di Torino. A conclusione di un percorso formativo aziendale presso la scuola Ipnomed, alcune ostetriche offriranno nell’ambito dei corsi di accompagnamento alla nascita la possibilità di apprendere la tecnica dell’autoipnosi per il controllo del dolore in travaglio di parto.

“Il parto in ipnosi – riferisce la Città della Salute- è salito all’onore delle cronache dopo i lieti eventi nella Casa reale inglese, perché pare che Kate e Meghan apprezzino molto l’approccio dolce al parto con ipnosi. Si tratta di una metodica basata su respiro e rilassamento, che dà autocontrollo e riduce il dolore in sala parto. Può essere un’alternativa all’epidurale. In ipnosi é addirittura possibile dimezzare la durata del travaglio rispetto alla media. Alcuni studi hanno rivelato che ne beneficia anche il nascituro, perché durante il rilassamento profondo dell’ipnosi sono maggiori l’afflusso di sangue alla placenta e l’ossigenazione fetale. Insomma una tecnica per aiutare la donna a gestire il parto ed il travaglio in serenità ed autonomia”.

Il Napoleone di Pomigliano

Nei palazzi istituzionali dove si lavora per trovare una soluzione alla crisi di governo si aggira un soggetto che ha improvvisamente iniziato a parlare con piglio da imperatore, dettando delle irrinunciabili condizioni di accordo, che poi modifica il giorno successivo o avvolte anche qualche ora dopo; l’unica condizione che non subisce modifiche è quella relativa al suo personale posizionamento all’interno del nuovo governo con almeno due postazioni di rilevante peso politico.

Il protagonismo di Di Maio preso da un’improvvisa “sindrome napoleone” sta trasformando la trattativa da politica a personalistica, mettendo in assoluto secondo piano i temi relativi alla svolta rispetto alla deriva estremistica che Salvini stava dando a tutta l’azione governativa. Ma Di Maio sbaglia perché così facendo sta stressando i rapporti all’interno del Movimento e rischia un progressivo isolamento personale. In questo senso è molto eloquente l’uscita di Beppe Grillo che si è detto stanco di assistere a trattative su posti di potere e punti programmatici che cambiano di giorno in giorno in modo strumentale; il messaggio ha ovviamente una valenza tutta interna al Movimento ed alle divisioni che lo attraversano.

Se Di Maio ha nostalgia del rapporto che vedeva lui e il M5S sottomessi alle quotidiane prevaricazioni leghiste lo dica con chiarezza. Sarebbe un gesto di trasparenza politica che dovrebbe però essere seguito dalla coerente decisione di tenersi fuori dal nuovo esecutivo, anche perché è difficile essere l’uomo dell’accordo sia con la destra che con la sinistra.
Ma questo momento di chiarezza non ci sarà perché ciò significherebbe per lui iniziare a fare dei ragionamenti politici, oltre che perdere il ruolo e la postazione di potere; non so quale tra le due circostanze lo preoccupi maggiormente, ma so che Di Maio questo gesto non lo farà.

Il revamping politico del centro

Se il Pd risponderà positivamente all’approccio seduttivo di Grillo, diretto a creare un nuovo sentimento popolare attorno all’ibridismo visionario di un mondo fatto d’innovazione e decrescita, il quadro politico andrà incontro fatalmente a un processo di riorganizzazione molto accentuato.

Con la sortita di ieri, avvenuta a sorpresa nella tarda serata, il fondatore del M5S ha sbrogliato la matassa delle trattative archiviando le pregiudiziali di Di Maio. Ora è spianata la via per la formazione del Conte bis. Nell’immediato guadagna punti perciò la stabilizzazione del quadro politico, ma sul medio periodo s’allunga l’ombra di un formidabile revamping della “macchina politica” dell’Italia.

Grillo mette in campo una nuova ipotesi di configurazione della sinistra, magari espungendo termini antichi ed archiviando formule consunte. Non è detto neppure che voglia parlare della sinistra in quanto tale, preferendo un linguaggio esoterico-rivoluzionario. Non a caso Zingaretti ha subito evocato l’esigenza del rispetto reciproco: con Grillo si sa come si comincia, ma non come si finisce.

Questo scenario sconta l’esistenza di una destra aggressiva, ancorata al mito del sovranismo e capace, anche per questo, di occupare uno spazio elettorale consistente. È perciò evidente che nel medesimo tempo debba riemergere, dopo averne decretato la scomparsa in omnia saecula secolorum, il continente sommerso dell’elettorato di centro. Quali saranno le sue caratteristiche, chi avrà la forza di animarlo, dove spingerà il suo progetto, non è ancora facilmente definibile.

Il problema è che il nuovo centro può nascere a condizione di trasfondere il suo amore per l’equilibrio e la responsabilità in un progetto di ardente passione democratica, per dare al cambiamento le basi della solidarietà e della libertà. C’è da lavorare molto, senza cadere nell’errore di prendere dal passato ciò che la storia ha riposto in archivio. Il rischio è che la post-politica – potremmo anche parlare di moralismo esigenziale – ottunda questo sforzo di ricostruzione. Tuttavia, pur con qualche ingenuità di troppo, l’impegno è partito e non sembra arrestarsi. Il centro ha bisogno di una cultura politica che ne assicuri, in ogni caso, la sintonia con le attese di rinnovamento, senza integralismi e senza tatticismi.

Risposta alla crisi della politica. Ripensare e rilanciare l’azione dei cattolici

Articolo già apparso ieri sulle pagine di Avvenire a firma di Nicola Graziani e Giancarlo Infante.

Caro direttore,

in poche settimane, molto è cambiato nello scenario politico italiano. Grandi novità sono emerse pure nel mondo cattolico interessato alla cosa pubblica. Parliamo di quello intenzionato a riproporre una specifica e originale partecipazione espressa sulla base del patrimonio popolare e democratico cristiano. Nel riferimento esclusivo al Pensiero sociale della Chiesa e alla Costituzione italiana vi sono le ragioni di una tradizione e di una forza che si ripropongono, nonostante la scomparsa dalla dialettica parlamentare.

Politica Insieme ha posto da qualche tempo la questione di dare vita a una presenza autonoma organizzata. Fatta di elaborazione politico-programmatica e di facce nuove. Due fondamentali questioni attorno cui la variegata presenza di politici che si dicono cattolici non è riuscita a segnare significative novità. L’attitudine alla cosiddetta ‘diaspora’ in altre formazioni politiche, infatti, sembra continuare a essere fissata nel Dna di una parte del nostro mondo. In realtà, nessuna forza politica ci rappresenta. Nessuna di essa affronta adeguatamente il problema dei mutamenti in atto. Essi vanno ben al di là di ciò che riguarda i ritardi e le disfunzioni delle istituzioni e della Giustizia, le difficoltà dell’economia reale, del lavoro e dell’occupazione, i conseguenti e crescenti divari geografici e il degrado della vita politica.

Non siamo di fronte a criticità di sola natura economica. È investita la qualità delle persone, delle famiglie, delle relazioni pubbliche e private; soprattutto, continuamente si propongono ‘questioni etiche’ che riguardano la collettività, oltre che i singoli e, quindi, capaci di assumere un forte rilievo sociale, di incidere sulla vita civile, sui costumi, le sensibilità e i rapporti interpersonali.

Ecco perché riteniamo che si debba puntare a una trasformazione radicale dell’Italia. Viviamo una situazione straordinaria e non si può pensare che il tradizionale ‘riformismo’, parola d’ordine d’obbligo degli ultimi decenni, sia in grado di contrastare e superare l’esteso degrado da cui l’Italia e gli italiani possano pensare di uscire limitandosi a un’assunzione di responsabilità ordinaria. Sono dunque le necessità del Paese a richiedere un’iniziativa da parte dei cattolici democratici e popolari. Persino dal mondo della cultura, della comunicazione e dell’economia – una parte del quale, un tempo, avremmo chiamato ‘laicista’ – viene una chiara e aperta sollecitazione in tal senso.

I movimenti e i politici d’ispirazione cristiana si sono sempre caratterizzati, infatti, per un ‘metodo’ fatto di mediazione, inclusione, coesione e convergenza. Doti che sembrano aver abbandonato una buona parte del mondo politico italiano. Queste doti dobbiamo far riemergere. L’obiettivo è quello di ricomporre il tessuto sociale; rivitalizzare le istituzioni; ridare alle amministrazioni locali quella ‘prossimità’ richiesta dai cittadini; ricongiungere attorno a una rinnovata politica industriale gli imprenditori, le Pmi e l’intero mondo del lavoro; restituire l’adeguato ruolo alle rappresentanze sociali; inserire il Paese nell’energia vitale dell’innovazione scientifica e tecnologica, che pone sì problemi, anche complessi e difficili per le conseguenze sulla persona e sulle sue relazioni, ma che l’Italia ha bisogno di fare pienamente propria per non finire ai margini dell’attuale fase del cammino umano.

Siamo consapevoli che nessuna seria politica per la natalità, per il sostegno a quel nucleo vitale costituito dalla famiglia, per i giovani, per gli anziani ancora disponibili a spendersi, per l’immigrazione è mai stata neppure avviata nel corso degli ultimi anni. Molto è dovuto anche all’incapacità di politici di estrazione cristiana di convergere su proposte valide ed efficaci. Eppure, in molte occasioni delle possibilità ci furono, ma non vennero colte. Si è preferito accettare la logica del bipolarismo e far sì che quella del partito altrui di riferimento si imponesse nonostante tutto. Da qui la progressiva irrilevanza. Da qui l’indifferenza tradottasi nel rifluire di moltissimi elettori ispirati cristianamente nel partito del ‘non voto’.

L’anno in corso si è ovviamente aperto nel segno del ricordo del centenario della nascita del Partito popolare italiano e dell’appello a tutti i ‘liberi e forti’; non solo a quanti sceglievano di essere tali sulla base di un riferimento religioso. Non sembrano sopiti, in ogni caso, i dubbi, le reticenze e la contrarietà all’idea di dare vita a una presenza autonoma e libera, tutta dispiegata all’insegna della laicità e nel rispetto dei diversi piani in cui i cristiani, parte viva della Chiesa e della società, devono operare.

La successione del voto del 4 marzo 2018 e di quello europeo dello scorso maggio, secondo molti di noi, non lasciano invece dubbi sulla necessità che nella chiarezza, nella distinzione rispetto alle forze di sinistra, nell’opposizione a una destra sovranista ed egoista, sia necessario richiamarci a un nuovo senso di dedizione al prossimo.

Politica Insieme è nata per ricercare tutte le occasioni possibili di convergenza perché il mondo cattolico, con la massima apertura e collaborazione con quello dei laici altrettanto intenzionati a trasformare l’Italia, ritrovi un impeto di coinvolgimento e di responsabilità. Non si può pensare a un partito creato dall’alto. Bisogna che il tempo lavori affinché sempre più numerosi si giunga a convincimenti comuni. Intanto, però, cronaca e storia incalzano. Siamo consapevoli, in ogni caso, che la via maestra sia quella di impegnarsi soprattutto nelle realtà locali. Là è possibile riprendere ragionamenti interrotti, riannodare fili spezzati e, così facendo, stimolare la riemersione di talenti, capacità, professionalità disponibili a mettersi al servizio dei territori e della intera comunità nazionale.

Prossime elezioni interesseranno numerose e importanti regioni. Possono costituire la prima occasione importante per mettere insieme le tante esperienze che si diffondono spontaneamente da tempo nelle realtà locali. Già si sono manifestate attraverso la presentazione di liste autonome e indipendenti nei comuni, con la creazione di gruppi e circoli di gente appassionati dalla partecipazione alla vita pubblica. Dobbiamo partire dall’impegno civico sulla base di un progetto più ampio e assumere una responsabilità di carattere e prospettiva nazionale ed europea.

In questo modo crediamo di poter costruire davvero sul piano dell’impegno politico quella ‘rete’ di cui – a livello pre-politico – ha spesso parlato il cardinal Gualtiero Bassetti. Una rete che non si limiti a collegare il solo livello di vertice di gruppi e associazioni frutto dell’esistente. Bensì a dare corso a nuove passioni, da arricchire con contenuti programmatico-politici da affidare in particolar modo a quanti sapranno dimostrare di rappresentare un’autentica novità.

Chi vincerebbe le elezioni se si andasse a votare oggi

Fonte AGI

Dopo la crisi di Governo il 42,8% degli italiani sarebbe andato a elezioni subito, per il 30,4% si sarebbe dovuto fare un Governo per approvare la finanziaria, per poi andare al voto nel 2020, per il 20,6% si sarebbe dovuto fare un Governo di legislatura appoggiato da Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, mentre per il 6,2% si sarebbe dovuto fare un nuovo Governo sostenuto sempre da Lega e Movimento 5 Stelle.  Sono i risultati emersi dal sondaggio realizzato dall’istituto di ricerca Quorum/YouTrend per Sky TG24 diffuso dalla testata.

Secondo il 58,8% degli intervistati, qualora ci fosse una differenza radicale tra i rapporti di forza tra i partiti in Parlamento rispetto a quelli che ci sono nel Paese, sarebbe giusto andare a elezioni anticipate, al contrario il 41,2% ritiene che non si debba andare a elezioni anticipate.

Per questo il sondaggio ha rilevato anche le intenzioni di voto se domani ci fossero le Elezioni Politiche: Il 53,5% saprebbe chi votare mentre il 46,5% è indeciso o astenuto. Tra chi esprime una preferenza la Lega è il primo partito in Italia, con il 31,9% seguito dal Pd con il 22,3%. Il M5S si attesta nelle intenzioni di voto al 18,6%, poi Fratelli D’Italia, che secondo il sondaggio arriverebbe al 8,8%, e Forza Italia che al 6,8%. Seguono +Europa al 4,1% e La Sinistra al 2,9%. Il 4,6% degli intervistati si orienterebbe invece verso altri partiti.

Gli intervistati si sono espressi sull’operato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella gestione della crisi di Governo: il 72,7% giudica positivamente l’operato del Presidente, mentre il 23,7% dà un giudizio negativo.

La ricerca ha sondato anche la fiducia degli italiani verso i principali esponenti della politica italiana protagonisti della crisi di governo delle ultime settimane: il 66% esprime fiducia nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 53,4% si esprime positivamente sul Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il 31,9% esprime fiducia in Matteo Salvini, il 25,7% in Luigi Di Maio. Per quanto riguarda i politici del Partito Democratico il 24,4% degli intervistati si fida di Nicola Zingaretti e il 14,6% esprime fiducia in Matteo Renzi.

Inoltre il sondaggio ha chiesto se la  crisi di Governo ha migliorato o peggiorato l’opinione sugli esponenti politici: per il 53,5% la fiducia in Sergio Mattarella è rimasta invariata (per il 29,4% è migliorata e per il 17,1% è peggiorata), quella di Giuseppe Conte è invariata per il 43,9% (migliorata per il 32,8% e peggiorata per il 23,3%), mentre la crisi ha peggiorato l’opinione del 53,7% degli intervistati su Matteo Salvini (migliorata per il 9,9% e invariata per 36,3%), quella su Luigi Di Maio è invariata per il 48,9% (peggiorata per il 41,5% e migliorata per il 9,6%). Infine per il 52,1% l’opinione su Nicola Zingaretti è rimasta invariata (per il 33,1% è peggiorata e per 14,8% è migliorata) anche quella su Matteo Renzi è rimasta invariata per il 52,3% (peggiorata per il 40,5% e migliorata per il 7,3%)

Il sondaggio ha anche chiesto chi sono i leader politici sconfitti e vincitori in questa crisi politica: per il 31,3% il vincitore è Nicola Zingaretti, per il 28,2% Luigi Di Maio, per il 20,9% è Matteo Salvini e per il 19,6% Matteo Renzi. Al contrario per il 61,9% il vero sconfitto in questa crisi è Matteo Salvini, per il 26,3% è Luigi Di Maio, per il 2,7% Nicola Zingaretti, mentre il 9,1% considera sconfitto Matteo Renzi. Sempre sul gradimento dei politici il 41,3% degli intervistati ha dichiarato che preferisce la capacità di rappresentare la gente rispetto alla competenza, non è d’accordo, invece, il 35,7%.

Il 71,3% degli intervistati non è d’accordo con l’affermazione di Matteo Salvini secondo cui il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle avessero progettato da tempo di fare un ribaltone per andare al Governo assieme, mentre il 28,7% ritiene sia vero. Per il 51,5% degli Italiani il Movimento 5 Stelle è più vicino politicamente al Partito Democratico, mentre per il 16,3% è più affine alla Lega e per il 32,2% è equidistante da entrambi i partiti.

Per quanto riguarda il giudizio sull’operato del Governo uscente con Lega e Movimento 5 Stelle, Il 61,2% degli italiani dà un giudizio negativo contro il 38,8% che dà, invece, un parere positivo.

La rilevazione ha sondato anche quali sono i temi su cui il nuovo Governo dovrebbe intervenire: per il 51,8% è fondamentale il tema del lavoro, per il 19,6% le tasse, per il 15,3% scuola e università, per il 15,2% il taglio agli sprechidella politica, per il 15% la sanità, per il 13% la giustizia, per il 12,9% l’immigrazione, per il 12,5% l’ambiente, per il 10,5% la sicurezza e per il 9,4% le politiche per la famiglia e per l’infanzia.

Inoltre il 69,2% ritiene che il Governo debba prendere provvedimenti per ridurre le differenze nei livelli di reddito. Per il 43,1% l’immigrazione non ha avuto un impatto positivo sull’economia italiana, mentre il 30,9% considera abbia avuto un impatto positivo. Per quanto riguarda i rapporti con l’Unione Europea il 42,8% considera che l’appartenenza dell’Italia alla UE abbia portato più svantaggi che vantaggi, di opinione opposta il 39,3%.

Nota metodologica: Sondaggio svolto tra il 29 e il 30 agosto 2019 con metodologia mista CATI/CAMI/CAWI su un campione di 1000 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, indagata per quote di genere ed età, stratificate per area macroregionale di residenza e titolo di studio. L’errore campionario è pari a +/- 3,1%, con un intervallo di confidenza del 95%.

Crisi del governo, l’emergenza e l’uomo nuovo.

Facciamo finta di trovarci nell’Antica Roma, in un periodo di grande transizione politica. La sua ascesa inizia nell’80 a.C. L’ “uomo nuovo” si prepara alla propria scalata politica e militare: parlo di Marco Licinio Crasso, nato nel 114 a.C. Nel 72 fu pretore, dunque responsabile dell’alta sicurezza della Repubblica. La sua carica prevedeva non soltanto l’uso dell’actio (imperium), ma anche della iurisdictio; cosa molto gradita nell’antichità in cui le persone erano emotive e amavano fidarsi soltanto di persone che avessero pieni poteri nel loro ruolo istituzionale. Verrà reso celebre dalla sua appartenenza ad un triunvirato, ovvero un governo diviso da tre uomini eminenti, tra i quali lui aspirava ad emergere in qualunque modo.

Grande accumulatore di beni, anche grazie alla sua attività politica, Crasso vide che gli argomenti oratori erano inutili se il popolo romano poteva essere “manipolato” attraverso l’individuazione di un nemico ben riconoscibile. Per questo motivo approfittò della rivolta spartachista, che provocò un’emergenza senza precedenti nella Penisola. Gli schiavi immigrarono nel Meridione, superando Metaponto e minacciando di invadere tutta l’Italia. Per controllare il flusso della gente servile, che agognava a uno stile di vita libero e di certo migliore del precedente, il Senato aveva varato una serie di misure che tuttavia si erano rivelate insufficienti. Fu a quel punto che Crasso seguì la scia dell’odio contro i servi, alimentandola con discorsi inerenti il “ritorno alle origini religiose dell’Impero”, in particolare al culto degli antenati e al rispetto delle divinità nazionali, da lungo tempo dimenticate dai Romani, inclini alla distrazione e all’ozio. Oltre ogni previsione tutto questo funzionò: ma soltanto teoricamente. Nonostante Crasso e i suoi luogotenenti si prendessero il merito di alcune imprese contro gli schiavi che, in effetti, avevano smesso di compiere le loro scorribande, la ripresa economica di una Repubblica falcidiata dal deficit (in parte dovuto alle spese della politica) non arrivava.

Crasso si fece sempre più nemici; ma era protetto dal suo status, dal suo denaro e dalle sue guardie. Il partito di opposizione, composto dai Senatori meno conservatori, minava continuamente il suo operato. I senatori cercavano ogni pretesto buono per screditarlo agli occhi della plebe. I “partito della plebe” apparteneva alla vecchia classe egemone. Sebbene non fossero tutti figli di uomini ricchi, si erano arricchiti con l’attività politica, mascherandola sempre attraverso una farsesca vicinanza con il popolo. Per questo motivo la maggioranza dei Romani aveva preso col seguire le parole e le imprese di Crasso. Eppure, alla fine di un’estate del 70 a.C., Crasso fece qualcosa che destò la sorpresa di tutti: proprio mentre si preparava a concludere le sue imprese, con un pretesto banalissimo e improvviso (si pensa alla brutta figura che fece un suo parente, ufficiale dell’esercito) si dimise da ogni carica, ritirandosi a vita privata. In questo modo Crasso aveva revocato la sua fiducia nei confronti del Senato e, allo stesso tempo, in molti cedettero ad un atto di coraggiosa responsabilità.

Tutti in principio non compresero il suo gesto, tanto che, pensarono, fosse stato mal consigliato. Invece, come si vide soltanto in seguito, quello di Crasso fu uno stratagemma sopraffino. Il suo coraggio era quello del giocatore d’azzardo. Entro la fine dell’estate Crasso non fu più al governo. Nel mese di settembre-ottobre Roma dovette trovare miliardi di sesterzi che Crasso aveva lasciato nel buco che aveva creato per finanziare le sue imprese. In particolare: milioni di sesterzi per il finanziamento delle spese contro gli schiavi, milioni per finanziare la ripresa economica (la vita media dei romani era piuttosto alta e in molti auspicavano di ritirarsi a vita privata prima della vecchiaia), milioni destinati alle spese di cittadinanza, imposte dai suoi alleati più “moderati”, e milioni per coprire il buco causato dalla mancata crescita economica e per gli sgravi fiscali promessi. In tutta questa enormità di denaro da trovare, la Repubblica non centrava nulla e nemmeno il Senato, nemmeno gli schiavi ribelli: era stato tutto causato dal costo delle politiche del governo, che aveva in Crasso il suo miglior capitano.

Anche la questione degli schiavi era stata trattata con leggerezza, appositamente per far crescere l’emergenza: essi avevano smesso di creare disordini ma soltanto perché avevano costruito un grande centro di accoglienza, rivolto ai loro simili, anch’essi fuggiaschi, sulle coste Brindisine. Non erano certo scomparsi. Crasso lo sapeva. Sapeva che il Senato avrebbe dovuto coprire tali spese, chiedendo al tesoro un nuovo aumento della tasse, magari una patrimoniale. Il governo sarebbe caduto comunque. Che fare? Semplice, fare quello che fece: adducendo a ragioni d’onore fece in modo da levarsi di torno anzitempo, ma soltanto per tornare più forte di prima, forte di un nuovo e rinnovato consenso. Quando la Repubblica si trovò a constatare il buco economico e il problema della rivolta schiavista, fu il panico. Crasso e i suoi, non più membri attivi di governo, poterono dare la colpa di tutto a chi li aveva costretti al ritiro, alla rottura della governabilità, alla crisi politica che li aveva costretti a defilarsi anzitempo. I “poteri forti”, i politicanti, i buonisti, i falsi benefattori del popolo, avevano congiurato contro Crasso ed avevano vinto. Ma non tutto era perduto. Una volta all’opposizione, Crasso attese il momento giusto, la crisi nera, la rabbia generale. Fu a quel punto che fece finta di ingoiare il rospo, di dover “sacrificarsi” per la nazione e scendere di nuovo in campo, questa volta da numero uno.

Quando il Senato, in extremis, fece la patrimoniale sui conti dei cittadini romani, Crasso ebbe il pretesto per dire che lo avevano mandato via proprio per derubarli. Il bello fu che i Romani ci cedettero. Stettero dalla sua parte, inferociti, senza sapere che lo sfascio dei conti era stato causato dai suoi. Crasso, il banchiere di Roma, il capitano delle armate, venne “eletto” Primo Console della Repubblica, ovverosia dittatore. Sterminò Spartaco e la rivolta degli schiavi e la gente applaudì. Non applaudì più quando le sue guardie cominciarono a tagliare le mani a molti. Ma a quel punto  aveva pieni poteri e non gli si poteva dire più niente.

Monsignor Dario E. Viganò è stato nominato Vice Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze

Con la nomina del Papa monsignor Dario Eodardo Vigarò già Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, lascia il suo ultimo incarico come assessore dello stesso dicastero per divenire Vice Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, con specifica competenza per il settore della comunicazione.

Chi è Mosignor Dario Eodardo Vigarò?

Studia filosofia presso l’Università degli Studi di Milano. Durante i suoi studi di dottorato in Storia del cinema (pubblicati nel 1997 da Edizioni Castoro), lavora presso l’ufficio per le comunicazioni sociali dell’arcidiocesi di Milano, dove è responsabile delle sale della comunità. Consegue licenza e dottorato in Scienze della comunicazione presso l’Università Pontificia Salesiana.

Il 13 giugno 1987 è ordinato sacerdote dal cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, e inizia a collaborare con la Conferenza Episcopale Italiana. Dopo essere stato per un breve periodo coadiutore a Garbagnate Milanese e poi a Milano nella Parrocchia di San Pio V, diviene docente incaricato di etica e deontologia dei media presso l’Alta Scuola di Specializzazione in Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e docente di Semiotica del cinema e degli audiovisivi e Semiotica e comunicazione d’impresa presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell’università LUMSA (Libera Università Maria Santissima Assunta) di Roma.

È professore ordinario di Teologia della comunicazione e preside dell’Istituto pastorale Redemptor hominis presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, dove viene nominato, inoltre, direttore del Centro Interdisciplinare Lateranense.

È docente incaricato di Semiotica del cinema e degli audiovisivi, Linguaggi e mercati dell’audiovisivo e Teoria e tecniche del cinema presso la facoltà di Scienze Politiche della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali LUISS “Guido Carli” di Roma, dove nel 2008 è nominato membro del Comitato direttivo del centro di ricerca Centre for Media and Communication Studies (CMCS) “Massimo Baldini” (centro di ricerca diretto da Michele Sorice e dedicato alla memoria di Massimo Baldini) nonché membro del comitato scientifico della serie editoriale CMCS-LUISS Working Papers.

Nel 2011 è nominato “socio corrispondente” della Pontificia accademia di teologia.

 

 

Vacanze, 10,1 mln di italiani in partenza per settembre

Non solo rientri con il maltempo, sono 10,1 milioni gli italiani che hanno scelto di trascorrere almeno parte delle vacanze nel mese di settembre con una positiva tendenza all’allungamento della stagione turistica. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ divulgata in occasione dell’ultimo grande controesodo che segna il ritorno della maggioranza degli italiani al lavoro ma anche un inedito turnover nei luoghi di villeggiatura.

Per molti si tratta in realtà di un bis della vacanza con il mese di settembre che – sottolinea la Coldiretti – è particolarmente apprezzato da quanti cercano il relax e la tranquillità ma vogliono anche approfittare dei risparmi possibili con l’arrivo della bassa stagione. Si verifica infatti una riduzione dei listini che – precisa Coldiretti – puo’ superare il 30% per i viaggi, i soggiorni ed anche gli svaghi e che risulta particolarmente appetibile in un momento di difficoltà economica.

La ricerca del risparmio – continua Coldiretti – non è però la sola ragione poiché ad apprezzare il mese di settembre sono soprattutto coloro che vogliono cogliere l’ultimo scampolo dell’estate per riposarsi e tornare in forma alla routine quotidiana. Anche se il mare resta protagonista, a settembre si registra infatti un deciso aumento in percentuale – precisa la Coldiretti – del turismo legato alla natura in montagna, nei parchi e nelle campagne rispetto alle mete tradizionali.

Per settembre si stimano secondo Coldiretti quasi un milione di pernottamenti in agriturismo. Una vacanza a contatto con la natura con lunghe passeggiate nei boschi è l’ideale per tanti turisti e buongustai che possono oltretutto anche approfittare delle numerose sagre che proprio in questo mese abbondano per far scoprire tradizioni gastronomiche locali attraverso piatti tipici e specialità prima di arrendersi ai classici sandwich consumati in fretta nelle città durante la pausa pranzo, una volta tornati al lavoro. A far scegliere una delle 23mila strutture agrituristiche è certamente secondo www.campagnamica.it l’opportunità di conciliare la buona tavola con la possibilità di stare all’aria aperta avvalendosi anche delle comodità e dei servizi offerti. Nelle aziende agricole sono sempre più spesso offerti programmi ricreativi come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking ma non mancano – continua la Coldiretti – attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici ma anche corsi di cucina o di orticoltura.

Senza dimenticare – conclude la Coldiretti – la possibilità di assistere alle tradizionali attività di settembre come la raccolta della frutta o il rito della vendemmia o avventurarsi nei boschi alla ricerca alla ricerca dei porcini, finferli e trombette.

Il Lavoro intelligente

Lo smartworking come nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità ed autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati e della focalizzazione degli obbiettivi professionali, come definito dall’Osservatorio del Politecnico di Milano.

A parlarne il nuovo saggio “Il lavoro intelligente” di Ugo Serena, in uscita ai primi di settembre.

Saggio che è strutturato in tre parti.

La prima è dedicata ai vantaggi ambientali, economici e sociali che questa modalità di lavoro ci sta offrendo e di come essa consentirà di allocare al meglio le proprie risorse economiche e umane, abbattendo i costi e incrementando la produttività.

Ma poiché il benessere delle persone e dell’ambiente va di pari passo con l’efficienza delle aziende si illustrano i vantaggi dello smartworking per la nostra qualità della vita, come questo sia un’occasione per promuovere le pari opportunità in termini reali, consentire a uomini e donne di gestire meglio lavoro e famiglia, permettere a persone disabili di essere considerate alla pari degli altri, lavorare pragmaticamente in modo più efficace conciliando lavoro e vita.

Meritiamo di vivere dove vogliamo e di avere tempo per coltivare i nostri interessi, le nostre relazioni, la nostra creatività e metterli in relazione con il nostro lavoro.

La seconda parte del libro è dedicata al diverso modello di management necessario a promuovere questa visione.

Un modello fondato su parametri qualitativi anziché quantitativi, un modello in cui da un sistema fondato sulla gerarchia e le procedure standardizzate si passa a una struttura costruita sulla crescita delle competenze e delle responsabilità individuali.

Infine il libro si rivolge direttamente ai lavoratori fornendo suggerimenti pratici per sfruttare nel modo migliore questa opportunità, che richiede responsabilità, organizzazione, disciplina e impegno.

Particolare attenzione è rivolta ad un modello di comunicazione costruttivo e pragmatico volto a trovare convergenze e ad evitare conflitti, finalizzato alla realizzazione degli obiettivi professionali e del benessere personale.

 

Alla fine sarà un ghiacciolo

La stabilità sembra una vocazione in via di totale smarrimento. Molti ondeggiano come fosse l’esercizio più adatto per presentarsi in vestito di festa dentro questo mondo. Luigi Di Maio, ieri, ha rappresentato in un modo principesco la moda che furoreggia in questi strani tempi.

Non dovete fermarvi alle parole. Se leggete il resoconto da lui fatto all’uscita dell’incontro con il Presidente designato, non cogliereste la sostanza del fenomeno. Bisogna guardare le riprese televisive. Perché ciò che viene detto può essere capito solo se accompagnato dall’immagine offerta.

È proprio l’espressione del volto, quella tensione, gli sguardi secchi, ritmati da una nevrosi fuori posto. Totale mancanza di serenità. Questo è l’alveo in cui vanno collocate quelle parole.

Luigi Di Maio rappresenta l’equilibrio instabile di una volontà. Non può essere questo un capo politico. Vien da pensare che all’interno del Movimento 5Stelle stia capitando qualcosa di grosso. Un partito pluricefalo; parla Beppe Grillo; viene incoronato Giuseppe Conte; dietro le quinte c’è la macchina risolutrice, proprietà di Casaleggio e, in ultimo, la bandierina svolazzante di Luigi Di Maio. Quest’ultimo, fino a qualche giorno fa, era l’indiscusso capo politico, oggi, sta ruzzolando in una preoccupante instabilità.

Che pensi a se stesso? Che rivolga la sua attenzione al suo destino?

Non è da escludere. Del resto, a trentun anni e mezzo, non possiamo pretendere che sia animato dalla saggezza di un Ciriaco De Mita (novantun anni), o di Sergio Mattarella che è la vera saggezza di questa nostra Repubblica.

Vi pare possibile che l’intero Paese registri la sua condizione sulla scorta di una volontà affidata a una persona come Luigi Di Mao?

Sembra quasi un libro paradossale. Ma è così.

Lo sottoporranno a intense docce scozzesi. Vedremo se almeno il freddo, gli darà un’ossatura che per adesso è del tutto mancante.

Zanda bacchetta Conte, l’antagonista più insidioso del Pd.

A caldo, dietro l‘impennata d‘orgoglio di Di Maio, s‘è voluto scorgere l‘animosità di un personaggio politico in caduta libera, noncurante persino dei riflessi che questa sua posizione arcigna e polemica, ai limiti della provocazione nei riguardi del Pd, può avere sull‘accorta navigazione del Presidente incaricato. Più che l’orgoglio peserebbe dunque la paura: nessuno è disponibile a scommettere sul futuro di Si Maio. Troppi segnali ne descrivono l‘isolamento in perfetta coincidenza con il ritorno in scena del fondatore del Movimento. Il vero leader, in barba alle ambizioni del giovane super-ministro, torna ad essere il comico genovese.

Da qui i commenti sull‘imbarazzo di Conte, chiamato a ricucire lo strappo dell‘avventuroso Di Maio e a ristabilire la fiducia nei rapporti tra i due partiti della nascente compagine di governo. Tutto farebbe pensare, insomma, che l‘oggetto nascosto del contendere sia la questione della vice-presidenza: Zingaretti ne rivendica la titolarità esclusiva per un esponente targato Pd. Nell’ottica del secondo partito della coalizione, la discontinuità si dovrebbe applicare anche al vertice politico dell‘esecutivo, dal momento che Conte non è più definibile “neutro” come nel 2018 si stabilì tra Salvini e Di Maio.

Stamane, intervistato da “Repubblica”, ne parla con schiettezza mista a irritazione Luigi Zanda. Il monito però non risparmia lo stesso Conte, forse interessato nascostamente a preservare un ruolo di terzietà. “La storia – dice il tesoriere del Nazareno – del rapporto del professor Conte con la politica lo indica come un rappresentante dei 5 Stelle: è stato eletto al Consiglio di Stato su indicazione e con i voti dei 5 Stelle e indicato dai grillini per il Conte 1 e ora per il Conte 2 e Casalino è un suo stretto collaboratore”. Ecco allora che la vice-presidenza unica, nel quadro così delineato, spetta di diritto al Partito democratico.

Sta di fatto, però, che Conte propende a ricercare per sé uno spazio di manovra meno angusto di quello garantito dai grillini, oggi disorientati e indeboliti. Per questo tende a sfuggire alla logica dell‘incasellamento che Zingaretti immagina di apparecchiare in conformità con le proprie abitudini di capo operaio della fabbrica di partito. Se rimanesse lo schema adottato dai gialloverdi, sebbene con il rafforzamento della funzione direttiva del capo di governo, la nomina di due vice-presidenti corrisponderebbe alle superiori aspirazioni di Conte. In realtà, egli vuole andare oltre il M5S per andare oltre il morente bipolarismo, scomponendo le attuali formazioni politiche e mobilitando un elettorato riottoso, avvinghiato da troppo tempo al filo d’erba dell’astensionismo.

È l’antagonista più insidioso del Partito democratico.

Spiritualità e politica

Si è concluso ieri, 30 agosto, al monastero di Camaldoli la Settimana teologica organizzata dal Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic) sul tema «Fede e politica. Un dialogo da ricominciare». Pubblichiamo l’intervento – tratto dall‘Osservatore Romano –  del priore di Bose intitolato «Spiritualità e politica».

Luciano Manicardi

Papa Francesco, nel discorso all’Azione cattolica italiana del 30 aprile 2017, ha rivolto un invito all’attivo impegno politico: «Mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola». Penso che una “grande politica” debba essere costruita e debba seriamente confrontarsi con la dimensione della spiritualità. Provo a indicare alcuni aspetti che, a mio parere, sono parte essenziale del rapporto tra spiritualità e politica, e contribuirebbero a ridare grandezza e nobiltà alla politica. Ovviamente la spiritualità di cui parlo ha un’accezione ampia, laica, che può certamente supporre una fede religiosa, ma che concerne ogni uomo in quanto tale, ogni uomo abitato dalla questione del senso. Spiritualità ha dunque a che fare, in questa accezione larga, con la ricerca e la costruzione del senso del vivere, responsabilità, questa, che concerne ogni individuo colto nella sua unicità e originalità ma anche la collettività che gli umani costruiscono e pertanto costituiscono.

Coltivare l’interiorità è il primo passo per la costruzione e per la partecipazione feconda alla vita della polis, perché è il luogo dove si forgia la libertà, dove si elabora e si radica la convinzione che conduce a scelte e decisioni, dove matura la forza di dire di no, dove si pensa l’oggi e si immagina e progetta il futuro. In questo senso, nutrire una vita interiore è anche virtù del cittadino, virtù politica. Chiamato a divenire se stesso, ogni uomo ha anche il compito di costruirsi in relazione con gli altri, di costruire dunque un “noi”, e ha la responsabilità di costruire non solo “con”, ma anche “per” gli altri la casa comune. La responsabilità per gli altri è direttamente la responsabilità per il futuro e per le generazioni future, per l’umanità a venire.

Secondo Hannah Arendt, la pluralità e la diversità degli uomini sono i due elementi da cui scaturisce la politica. Il “tra”, lo spazio “infra” è l’elemento da cui nasce la politica che si configura così come relazione. Questo spazio, per la Arendt, è l’agorà, lo spazio pubblico, ed è lo spazio vuoto, la distanza tra le persone. Governare pluralità e diversità delle persone garantendone la libertà è il compito della politica, mentre il totalitarismo è l’annientamento della pluralità e lo spegnimento della diversità, l’eliminazione dell’infra e ovviamente della libertà. Così connessa alla pluralità e alla diversità umana, come pure alla libertà, la politica mostra la sua grandezza nel proporsi come luogo di realizzazione dell’esistenza umana autentica.

Una spiritualità che incontri la politica non può che ispirare una politica dei volti, una politica attenta prioritariamente ai più deboli e indifesi tra i cittadini, una politica sensibile alla sofferenza, che ascolta il grido «perché mi viene fatto del male?», grido che spesso resta inespresso perché chi più subisce violenza è spesso chi meno è capace di esprimersi. Una politica in cui il “noi” della collettività vuole articolarsi con il massimo rispetto per l’“io” di ciascuno, con il volto e con il corpo di ciascuno. Ovvero con quella unicità della persona in cui consiste, per Simone Weil, la sacralità della persona stessa. Quel volto, quegli occhi, quel corpo che mi sta davanti: ecco il sacro di quella persona, il sacro che lui è. Questa sacralità ha la sua scaturigine nel bene e non sopporta che le venga fatto del male. Scrive Simone Weil: «Ogni qualvolta sorge dal fondo di un cuore umano il lamento infantile che il Cristo stesso non ha potuto trattenere, “Perché mi viene fatto del male?”, vi è certamente ingiustizia». La politica non può non essere interpellata da quel volto e da quel grido. Non sarebbe certamente una grande politica quella che provoca un tale grido. Anzi sarebbe ben meschina.

«La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritenesse sempre l’impossibile. Ma colui il quale può accingersi a quest’impresa deve essere un capo, non solo, ma anche — in un senso molto sobrio della parola — un eroe. E anche chi non sia né l’uno né l’altro deve foggiarsi quella tempra d’animo tale da poter reggere anche al crollo di tutte le speranze, e fin da ora, altrimenti non sarà nemmeno in grado di portare a compimento quel poco che oggi è possibile. Solo chi è sicuro di non venire meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: “Non importa, continuiamo”, solo un uomo siffatto ha la “vocazione” (beruf) per la politica». Le parole di Max Weber circa l’uomo che fa politica fanno emergere una sua dimensione nascosta, profonda, che si sottrae all’apparire, che rifugge l’esibizione, che abita la profondità e la solitudine, che detesta la superficialità. Parlare di spiritualità e politica richiede anche di parlare della qualità umana della persona che si dedica alla politica, che ha la vocazione alla politica o ne fa una professione (beruf). In questo professare la politica egli unifica mestiere e credenza, professione e professione di fede, unifica le due dimensioni della responsabilità e della convinzione. E di entrambe ha bisogno il politico, in quanto ogni causa a cui egli si consacri, questa esige una fede. In particolare, la politica, che porta l’uomo a gestire forza e potere, porta con sé pericolose tentazioni, conduce al confronto con il male, a sentire seduzioni potenti e perciò richiede discernimento e saldezza, conoscenza di sé e lotta interiore, capacità di dominio di sé e di autolimitazione, capacità di volere e di dire di no. Max Weber sottolinea la tentazione della vanità come particolarmente insidiosa per il politico. E noi possiamo sottolineare la virtù della coerenza come particolarmente apprezzabile e auspicabile nei responsabili della cosa pubblica.

Un ultimo aspetto necessario a una politica degna di questo nome è l’etica della parola. Il “tra” in cui si realizza la politica è abitato anzitutto dalla parola, da quella realtà umana costitutiva che è anche al cuore di ogni realizzazione spirituale. L’uomo è un essere politico in quanto è un essere dotato di parola. La democrazia vive di parole scambiate, di dialogo, di confronto, di concertazione, di parole che diventano norme e leggi, di parole che stringono alleanze. La parola democratica è lo strumento che elabora spazi sostitutivi della violenza rendendo possibile la convivenza civile e creando possibilità di pacificazione dei conflitti. Come dunque la responsabilità della cosa pubblica è anche responsabilità della parola, così la corruzione della parola è anche corruzione della democrazia. Quando nello spazio pubblico e da parte di chi ha responsabilità della cosa pubblica e poi dalla stampa e dai mezzi di comunicazione la parola è abusata, manipolata, distorta, usata come arma, resa volgare, allora viene destabilizzato il terreno di intesa democratica. Ogni volontà dittatoriale inizia con l’uccisione della parola. Si pone qui un compito urgente per una politica con la p maiuscola, per riprendere le parole di Papa Francesco: ridare dignità alla politica riscoprendo e vivendo un’etica della parola.

Silvestrini, un vero sacerdote e una grande guida spirituale

Ho molto apprezzato il ricordo del card. Achille Silvestrini, che Il Domani d’Italia ha ripreso dall’Osservatore Romano.

Mi ha sempre accolto con amicizia e simpatia fin dalla mia giovinezza. Ho a lungo giocato da ragazzo a Villa Nazareth fin dai tempi dell’allora mons. Tardini. Mi ha spesso incoraggiato nei miei primi passi nello studio della storia.

Amico strettissimo di don Emilio Gandolfo, mia guida spirituale, ho conosciuto direttamente l’impegno che metteva nell’esercizio della sua paternità nel seguire gli studi dei suoi giovani amici ospiti di Villa Nazareth.

Amico assai vicino all’amb. Luigi Vittorio Ferraris, morto lo scorso anno, accettò il mio invito ad un incontro di entrambi all’allora università “Pro Deo” sul problema della sicurezza in Europa. Venne su mio invito a testimoniare su talune sue esperienze spirituali e diplomatiche anche alla Lumsa.

Un vero sacerdote, frutto della grande fucina di vocazioni della sua Faenza. Amico di molti intellettuali e uomini politici italiani, fra i quali ricordo particolarmente Pietro Scoppola, Gabriele De Rosa, Gennaro Acquaviva, Mario Pomilio e il poeta Mario Luzi.

È stato un vero sacerdote, guida spirituale e culturale di generazioni di giovani. Il Padre lo accoglierà con gioia nella vera pace eterna.

Benedetta Dimenticanza

La coerenza ha ancora un posto nobile nel nostro tempo? C’è una certa autorevolezza all’interno delle sue fattezze? Sembra quasi che questo valore stia scricchiolando.

Immaginate che questo articolo io lo inizi in un modo e poi, senza alcuna spiegazione, lo concludessi affermando l’esatto opposto. Lo trovereste gradevole? Non avvertireste una sgradevole condizione mentale? Lo rifiutereste, senza alcun dubbio. La coerenza è il cemento del ragionamento. Direi anche del fare. Anzi sopratutto del fare. Da che mondo è mondo sembra che tutto si regga sulla coerenza. La firma di un contratto, qualsiasi esso sia, si affida alla coerenza; le Istituzioni non ne sono da meno; l’equilibrio umano corre su quella linea.

Eppure, non passa giorno che questa venga regolarmente sbeffeggiata. E badate, non da saltimbanchi e da fanciulli o da acrobati delle risate, e no, mi riferisco a soggetti piuttosto autorevoli: a chi ci governa!

Ditemi voi se nel corso di questi ultimi anni, non vi sia stata una carneficina di quella virtù. Vorrei citarvi una serie di personaggi, ma sono convinto che voi li avete già tutti immediatamente convocati nella vostra mente. Non serve, quindi, che li nomini. Li avete davanti a voi tutti in riga.

Ad infoltire questo numerosa schiera, si aggiunge, in questi giorni, anche il candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Diceva A qualche mese fa, dice B oggi; parlava del paradiso ieri, ci presenta l’infermo oggi. La coerenza fatta a fettine. Ma, a onor del vero, potrei far riferimento alla stragrande maggioranza degli attori in campo, ma nominato il più alto in grado, farebbe specie continuare con i caporali. Faccio solo una leggera deviazione, citando Nicola Zingaretti. È disponibile a tutti il suo ultimo scritto su twitter, dove il segretario del Pd fulmina la coerenza citando un’espressione riconducibile al più brillante Silvio Berlusconi; scrive le seguenti parole: “il Governo rimetterà i soldi in tasca agli italiani”.

Allora, ditemi voi, se questa affermazione non risulti un boccone al curaro nella bocca degli iscritti e dei votanti Pd. Eppure, lo dice il capo supremo di quel partito. Infischiandosi di qualsiasi coerenza ideale. Quell’espressione illustra un pensiero tipicamente di centro destra, mentre mi attendevo da Zingaretti un’affermazione del tipo: il governo riequilibrerà le macroscopiche sfasature economiche nel nostro Paese; darà di più a chi ha meno, chiederà uno sforzo maggiore a chi è più fortunato.

Ecco, ditemi voi se questi balli in maschera siano accettabili in tempi non carnevaleschi. E se è possibile continuare con queste strane musiche.

Ho il vago sospetto che si stia modificando il costume della società, perché se in massa non protestiamo contro tutti, ripeto tutti gli incoerenti, e ce ne sono in ogni parte politica, significa che si sta facendo largo l’idea che oggi si può dire una cosa e domani si può smentirla, come se fosse in atto una seria patologia in cui alla coerenza si preferisca un processo schizoide: una divisione tra il prima e il dopo senza che vi sia una giustificazione logica e una argomentazione coraggiosa che dica il fine di quel processo. Secondo alcuni, questo fenomeno, è il frutto di un indirizzo economico: ci si dimentica di aver comperato un paio di carpe e se ne compra uno successivo; ci si scorda che il frigo è pieno e si acquistano nuove riserve alimentari. In sostanza è, secondo questi pensatori, un nuovo, diabolico demone che anima il consumismo.

Ocse: entro il 2050 in Italia ci saranno più pensionati che lavoratori

Secondo uno studio Ocse sul mercato del lavoro, entro il 2050 in Italia ci saranno più pensionati che lavoratori. Sulla base degli attuali schemi pensionistici, la percentuale di over 50 inattivi o pensionati che dovranno essere sostenuti dai lavoratori potrebbe aumentare di circa il 40%, arrivando nell’aera Ocse a 58 su 100. Nel nostro Paese il rischio è di un rapporto uno a uno o addirittura di più over 50 fuori dal mondo del lavoro che lavoratori.

La relazione sottolinea che sono stati compiuti molti progressi per incoraggiare i lavoratori più anziani a continuare a lavorare fino all’età di 65 anni. Tuttavia, praticamente in tutti i Paesi Ocse, l’età effettiva in cui gli anziani escono dal mercato del lavoro è ancora più bassa oggi rispetto a 30 anni fa, nonostante un numero maggiore di anni rimanenti di vita. Ciò è spiegato da una combinazione di scarsi incentivi a continuare a lavorare in età avanzata, riluttanza dei datori di lavoro ad assumere e trattenere lavoratori più anziani e investimenti insufficienti nell’occupabilità per tutta la vita lavorativa.

Il rapporto giudica necessarie una maggiore flessibilità nell’orario di lavoro e migliori condizioni di lavoro in generale per promuovere una maggiore partecipazione a tutte le età. Ad esempio, un lungo orario di lavoro può dissuadere alcune persone anziane dal lavorare più a lungo e impedire ad alcune donne, che tornano dalle pause di educazione dei figli, di perseguire carriere lavorative più lunghe. Cattive condizioni di lavoro in giovane età possono portare a cattive condizioni di salute e al pensionamento anticipato in eta’ avanzata. E’ anche importante investire nelle competenze dei lavoratori più anziani. Molti mostrano infatti livelli più bassi di prontezza digitale rispetto ai loro figli e nipoti (l’Italia è agli ultimi posti) e partecipano molto meno alla formazione professionale rispetto ai lavoratori più giovani.

Dall’Unione monetaria agli Stati Uniti d’Europa

“Il federalismo in Europa e nel mondo. Dall’Unione monetaria agli Stati Uniti d’Europa”: è il titolo della 38ª edizione del seminario di formazione federalista, in programma dal 1° al 6 settembre, organizzato dall’Istituto di studi federalisti Altiero Spinelli, che ha ottenuto il patrocinio della Camera dei deputati. Domenica 1° settembre, alle 17, alla cerimonia di apertura dedicata a “Un’Italia europea in un’Europa federale”, interverranno Sandro Gozi (presidente Unione dei federalisti europei), Laura Garavini (presidente Intergruppo federalista al Senato della Repubblica), Sylvie Goulard (vice governatore Banca di Francia, indicata dal presidente Macron a rappresentare il Paese nella Commissione europea, nella foto), Mario Monti (presidente Università Bocconi e senatore a vita).

Le conclusioni saranno affidate a Romano Prodi, già premier e presidente della Commissione europea. Venerdì 6 settembre alle 9.30, la sessione conclusiva del seminario “Il ruolo del Parlamento europeo a 40 anni dalle prime elezioni europee”, ospiterà gli interventi dei parlamentari europei Brando Benifei, Salvatore De Meo, Domènec Devesa. La giornata si concluderà con l’assegnazione della nona edizione del premio giornalistico “Altiero Spinelli”, insignito della Medaglia del presidente della Repubblica, a Eva Giovannini, giornalista Rai.

“Per contrastare nazionalismi e populismi appare sempre più importante la formazione dei giovani agli alti ideali della cooperazione tramite il rafforzamento e la democratizzazione delle istituzioni sovranazionali”, afferma Federico Brunelli, direttore dell’Istituto Altiero Spinelli. Al seminario di Ventotene 150 giovani provenienti da tutto il continente e da altre regioni del mondo si ritrovano “per approfondire il pensiero federalista e confrontarsi su proposte operative per il lancio di una forte iniziativa politica per la Federazione europea e per un mondo governato”.

Programma del seminario su www.istitutospinelli.org.

Sindrome di Asperger

La sindrome di Asperger è un disturbo pervasivo dello sviluppo, annoverato fra i disturbi dello spettro autistico; non comportando ritardi nell’acquisizione delle capacità linguistiche né disabilità intellettive, è comunemente considerata un disturbo dello spettro autistico «ad alto funzionamento».

La locuzione fu coniata dalla psichiatra inglese Lorna Wing in una rivista medica del 1981 in onore di Hans Asperger, uno psichiatra e pediatra austriaco, il cui lavoro non fu riconosciuto fino agli anni novanta.

Gli individui portatori della sindrome di Asperger, la cui eziologia è ignota, presentano una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi ristretti. Diversamente dall’autismo, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo.

Alcuni sintomi di questa sindrome sono correlati ad altri disturbi, come ad esempio il disturbo non verbale dell’apprendimento (Nonverbal learning disorder), la fobia sociale, il disturbo schizoide di personalità. La sindrome di Asperger non è diagnosticata solo per le caratteristiche proprie, ma anche per una vasta gamma di condizioni (disturbi non dovuti alla sindrome in sé), come depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo.

Si presenta innanzitutto con una compromissione qualitativa dell’interazione sociale, modelli comportamentali stereotipati, attività e interessi limitati ma nessun ritardo clinicamente significativo nello sviluppo cognitivo o ritardo generale nel linguaggio. Verbosità unilaterale, prosodia ristretta e goffaggine fisica sono tipici della condizione, ma non sono elementi discriminanti per la diagnosi.

Essendo una condizione legata all’architettura dei circuiti neuronali, e non alla chimica sinaptica, non sono utili le terapie farmacologiche, se non finalizzate alla repressione delle comorbilità (depressione, ansia, OCD).

Mons. Gastone Simoni: due scommesse da vincere

Fonte Politica Insieme



Nota per gli amici impegnati per un partito “nuovo”

1. Sembra ormai vinta la scommessa di fare il partito di ispirazione cristiana? Sembra di sì, o almeno non dovremmo essere lontani. Così rispondo a quanti mi chiedono se arriva o no questo nuovo soggetto politico. Dopo anni di tentativi, mi parrebbe venuta l’ora per stringere i tempi e arrivare all’ evento fondativo non oltre i prossimi mesi del 2019, sebbene non si conoscono i passi concretissimi che dovranno essere compiuti perché l’evento diventi di pubblico dominio. Il che, tuttavia, mi sembra comunque un sogno dopo tanta attesa ed anche molto scetticismo e anzi avversione da parte di persone, più importanti o meno, del mondo laico e di quello cattolico.

Alcuni intellettuali cattolici restano fermi al dogma della diaspora, altri vorrebbero vederla superata ma soltanto attraverso la fondazione (come?) di una vasta area cattolica coesa e non invece da un vero e proprio partito di ispirazione cristiana. Opinioni legittime, dalle quali dissento. E mi spiego. Non senza, prima, tuttavia, rispondere a quanti, più o meno apertamente, non vedono bene un vescovo a interessarsi attivamente, pur con discrezione (mi pare), per un nuovo soggetto politico.

Perché mi occupo di una cosa del genere? A parte l’interesse che ho avuto fin da ragazzo e da giovanissimo seminarista per l’impegno storico-politico dei cattolici e per l’insegnamento sociale della Chiesa (cosa ovviamente non ignorabile da preti e vescovi), mi sto occupando anch’io – e non da ora – della nascita di un nuovo partito democratico di piena ispirazione cristiana non tanto perché oggi non esistano persone singole che, in un modo più o meno coerente ed efficace, si ispirano sul piano pubblico alla fede e al magistero sociale, quanto perché attualmente in Italia  è assente un soggetto politico che, come tale, sia impegnato a tradurre laicamente e democraticamente l’intera gamma dei valori personalistici e comunitari propri della visione antropologica-storica che Paolo VI sintetizzava, nella Populorum progressio (nn. 42-43), come “lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”. Integralismo? No. Questo tentativo rientra invece nella ricerca doverosa di contribuire a diminuire i mali gravi e immensi dell’umanità, le ingiustizie, le disuguaglianze, le prepotenze, le guerre, così contrarie alla “vita buona” dei popoli, e del tutto opposte al regno di Dio, alla sua volontà. Un’illusione? No: anzi un’obbligata prospettiva storica. Come insegna la Chiesa e come corrisponde alla dignità e alla speranza di ogni persona.

Perciò non vedo perché ci si deve meravigliare che un vescovo, per di più emerito – con la necessaria discrezione e non rubando la parte ai laici – aiuti i cristiani a vivere con coraggio e coerenza questo aspetto sicuro ed urgente della loro laicità. E’ un atto di carità pastorale e sociale e non un’invasione di campo questo servizio. A chi teme o sospetta in ogni modo che in questo progetto in fieri si celi, in una misura o in un’altra, l’illusione o la pretesa integralista, i promotori della nuova iniziativa cercano sì, di ispirarsi pienamente all’insegnamento antropologico e sociale del Cattolicesimo, ma non per questo si sognano di esaurirne l’immenso tesoro o di averne la privativa. Si sentono una parte, non il tutto. Altri potranno tentare altre sintesi storiche, e domani o altrove nel mondo potranno sorgere iniziative analoghe.

2. Qualcuno dirà, con qualche ragione (ma non con tutta la ragione): l’attuale secolarismo così diffuso non consente un partito di chiara ispirazione cristiana. Rispondo: intanto il progetto in questione non è all’insegna del clericalismo; non nasce dalla costola della destra né cattolica né evangelica americana (anche se ne riconosce alcune istanze) e neppure unicamente dal fondamentalismo di sinistra, che portò purtroppo anche alcuni giovani cattolici a confondersi con l’estremismo rosso, addirittura terrorista. Non intende neppure, questa iniziativa, riproporre la DC – finita male, purtroppo, per omicidio e suicidio insieme – ma della quale è doveroso rivendicare i grandi meriti storici e ricordarne gli esponenti migliori. Dar vita a un partito del genere, certo, è muoversi controcorrente al variegato conservatorismo e progressismo; ma questa è una scelta di coerenza doverosa al fine di contrastare, nella libertà, sia l’antropologia relativistica, sia il capitalismo selvaggio ancora troppo padrone nel mondo a causa di enormi ingiustizie e guerre, sia certi ritorni di venti fascisti.

Però si insiste a dire: oggi il partito cattolico è improponibile. Rispondo: non si vuol fare il partito cattolico, bensì un partito promosso certamente da cattolici ma aperto ad altri purché, è ovvio, non avversi ai fondamentali valori dell’“umanesimo integrale”. Un partito sostenitore e attore del confronto e del dialogo democratico, al quale, certo, ci si presenta con la propria identità di fondo (altrimenti si ingannano gli stessi interlocutori e cioè il popolarismo di ispirazione cristiana). La politica è l’arte (non tanto del “possibile” quanto piuttosto) dello sforzo rispettoso ma sincero indirizzato a incarnare nella società reale “la maggior misura possibile” di ideale vero. Perché, poi – mi chiedo – perché non riconoscere che, se l’impresa riuscirà anche se non perfettamente, essa sarà magari un fatto più o meno piccolo, minoritario, sì, ma non insignificante di testimonianza cristiana in questo universo di troppa emarginazione del pensiero e dello spirito cristiano.

Si dice ancora: oggi la gente è ampiamente su posizioni antipolitiche. Replico: questo nuovo soggetto intende proprio contestare una tale deriva assecondando la domanda di cose nuove presente in tante coscienze.

E’ vero, lo ammetto, che non sono abbondanti tra i cattolici due doti necessarie per dar vita e tenere in piedi un partito, ossia un po’ più di potere organizzativo soprattutto sul piano della comunicazione classica e informatica, e anche una sufficiente disponibilità finanziaria. Ma, intanto, non siamo all’anno zero; e credo che, se quanti si sono impegnati sapranno presentare bene l’idea e riusciranno davvero, da varie parti, a convergere nella più grande unità possibile, le risorse organizzative ed economiche miglioreranno. Non vorrei peccare, certo, di troppa fiducia: le difficoltà ci sono tutte. Ma bisogna avere coraggio. Che mi pare non manchi. Nonostante le difficoltà, tuttavia, constato con gioia che “coloro che fanno l’impresa!” sono cavalieri coraggiosi (al maschile e al femminile). Accettano la sfida.

Ai cattolici che preferiscono restare legati a questo o a quella forza politica attualmente sulla scena questi amici non lanciano scomuniche, ma augurano di domandarsi se, così, favoriscono o meno la presenza e l’influenza delle idee e degli ideali della dottrina sociale cattolica tutta intera. In ogni modo, viva il rispetto reciproco e la carità, viva la libertà! Mi permetto comunque di aggiungere che farà bene a tutti la memoria storica, la quale, ad esempio, ci ricorda le illusioni di folle cristiane verso Hitler e Mussolini e verso Stalin e – perché no? – una debolezza di pungoli critici nei confronti dei lunghi anni democristiani.

Difficile il discernimento storico-politico; meno difficile però se non si interrompe il dialogo tra cristiani. E’ importante, perciò, non dico imporre (come sarebbe possibile?) ma almeno perseguire e proporre, nella libertà, il massimo dell’unione fra coloro che hanno lo stesso progetto di fondo, la stessa bussola del magistero sociale e la medesima grave preoccupazione su come vanno l’Italia, l’Europa e il mondo.

In questo spirito ritengo molto positivo che i fautori del nuovo partito abbiano a cuore il deciso superamento di quella divisione tra i “cattolici della morale” (o dei valori cosiddetti non negoziabili) e i “cattolici del sociale”, secondo quanto più volte ha detto e richiesto il card. Bassetti. In politica, nell’ambito di una pluralità di idee e posizioni, non vedo come, a livello parlamentare, non si debba trattare con quanti non la pensano alla nostra maniera; ma si deve trattare battendosi “per l’intero”, impegnandosi per tutti i valori, a cominciare dai più fondamentali, si riesca o meno a vincere. Con la necessaria preoccupazione per l’insieme dei problemi politici del momento. E’ vero, per la “verità” si deve essere pronti a dare la vita, e in certi momenti drammatici si può anche scegliere di dare le dimissioni, se proprio non c’è altra scelta; ma in proposito non si può sentenziare e decidere alla leggera, senza una realistica e completa valutazione del “pro” e del “contro” di fronte alle soluzioni prospettate.

Stando così le cose, in un momento di così grande crisi spirituale e politica a livello locale e mondiale, credo che si debba essere contenti se nasce davvero, senza presunzione ma coraggiosamente, questa novità politica in Italia e in Europa. La quale rappresenta una nuova opportunità per l’impegno laicale e per tante persone che non sanno per chi votare nelle varie tornate elettorali.

3. Ora tuttavia, se la prima scommessa è vinta, o sta per essere vinta con la prospettiva ravvicinata di una tale novità, è necessario che sia vinta la seconda scommessa, quella più decisiva non tanto per far nascere ma soprattutto per far vivere e bene operare il nuovo soggetto. Questo però non dipende anzitutto dalle circostanze più o meno favorevoli ma da coloro stessi che, in tempi diversi e per strade diverse, si sono impegnati a “fare l’impresa” o entreranno appena possibile a farne parte. Voglio dire che, sia gli uni che gli altri non solo dovranno sottoscrivere la carta progettuale- programmatica e compiere democraticamente gli atti giuridici relativi, ma dovranno anzitutto riflettere bene, ciascuno nella propria coscienza, cosa significa e comporta scegliere un partito così qualificato. Riflettere bene, intanto, sulle grandi linee progettuali ed etiche contenute nella dottrina sociale cattolica e nelle ricche correnti di pensiero e di azione che ne sono derivate dal ‘900 ad oggi: il pensiero sociologico ed etico-economico di Toniolo all’insegna del solidarismo; il popolarismo e il municipalismo sturziano, da non separare dalla denuncia sturziana delle degenerazioni statalistiche; le “idee ricostruttive” di De Gasperi su cristianesimo, democrazia politica ed europeismo; il contributo dei cattolici alla Costituzione italiana, anche con l’aiuto del Codice di Camaldoli; “ l’etica fiscale” di Ezio Vanoni ( di cui è uscito recentemente un libro di PaoloDel Debbio); la visione e la passione lapiriana ( condivisa da Fanfani e dai dossettiani )per la liberazione della “povera gente” e la pace nell’area mediterranea e nel mondo globale; infine, l’aggiornata concezione della politica economica, che senza rinnegare il valore dell’economia sociale di mercato, prospetta un’economia a “tre soggetti” (stato, mercato, società civile). Nell’ambito di una completa riflessione non si può emarginare la più difficile e dolora decifrazione del significato, non solo politico, della tragedia di Moro e di Paolo VI. Da non dimenticare poi che le esperienze migliori della politica popolare e democristiana sono avvenute con protagonisti non scevri da difetti, ovviamente, ma di sicura fede cristiana e di altrettanto genuina laicità.

Sì, queste riflessioni sono assai opportune e, se non sono superficiali, non possono che accompagnarsi a un proposito, formulato con intima convinzione e responsabile libertà. Quale? Un triplice proposito: quello di restare fedeli non al proprio personale tornaconto o interesse, bensì all’idea progettuale, sempre tenuta presente e allo spirito che la anima; il proposito poi di pensare e dialogare – con viva attenzione ai movimenti culturali e sociali in corso – allo scopo di individuare e condividere le concrete modalità applicative a livello istituzionale, politico ed economico; e infine quello di impegnarsi non solo ad osservare le regole contro ogni tipo di deviazione, prepotenza e corruzione, ma anzitutto a farsi guidare nei rapporti interni ed esterni dalla legge suprema dell’amore insegnatoci da Gesù. La quale trascina con sé e facilita la pratica dell’onestà e della giustizia, che ogni coscienza percepisce ma spesso non ha la forza di osservare.

Sta qui, appunto, la seconda scommessa da vincere: che un gruppo coeso voglia applicare cioè – paradosso vincente! – l’assoluta rettitudine morale e l’ispirazione propria dell’amore evangelico nel dibattito politico spesso duro e nella dialettica democratica del potere, con le insidie morali che gli sono connesse. Via l’idea che il fine giustifica i mezzi. Nel mondo si contrastano aspirazioni profonde al bene e potenti tentazioni al male, santità ed empietà, senso di Dio e dimenticanza di Dio, provvidenza divina unita alla grazia redentrice e “mistero di iniquità” ( cfr. 2 Tess. 2,7). Grande è l’opera politica e il bene comune che è il suo compito, grande e giustamente appassionante , ma quanto seria questa “professione-vocazione”, come la chiamava Max Weber! Insieme alla competenza specifica che ciascuno deve farsi, la politica esige,  di per sé, virtù, che nei credenti si unisce alla preghiera non farisaicamente ostentata.

Un partito, allora, concepito come laica fraternità di matrice cristiana (anche se non chiamato cristiano )? Perché no se la matrice è davvero questa. Tale è l’orizzonte in cui muoversi. Il  quale, credo, non dispiacerà ai non credenti pensosi e rispettosi, o ai diversamente credenti, che volessero condividere questa avventura politica comunitaria.

In pratica, coloro che si offrono per dar vita o partecipare al nuovo soggetto – laico quanto si vuole ma d’ispirazione cristiana – se la sentono o no di impegnarsi per tenere fra di loro rapporti e atteggiamenti onesti e fraternamente sinceri, fuori da ipocrisie e lotte a colpi bassi, intransigenti contro ogni tipo di corruzione, ricordando che le cose giuste e le scelte ritenute migliori non possono essere servite da comportamenti scorretti e odiosi? Consiglio di andare a rileggere e ricordare bene le pagine “morali” di San Paolo (come, ad esempio, la Lettera a Tito 1, 1ss.). Insisto: ve la sentite o no, cari amici, anche nei dibattiti accesi con gli avversari politici che certamente avverranno nei vari consessi istituzionali e nella pubblica comunicazione, ve la sentite – neppure con chi si presentasse come acerrimo nemico – di non fare mai polemiche all’insegna della menzogna, dell’odio, della calunnia?  E quando, nei dibattiti sia interni che esterni, vi accorgerete di avere sbagliato e di essere stati vinti da questa o quell’altra debolezza umana, saprete rimediare quanto prima in modo da testimoniare specchiata onestà e spirito di pace? Ecco la sfida da vincere: che il potere, per quanto legittimo e utile, non ci faccia perdere l’anima! Che cosa grande – anche se il partito sarà piccolo – se esso avrà un personale cristiano non solo sul piano delle idee ma anche in quello dello stile morale (che è sostanza).

4. Giorni or sono ho letto il brano di Enzo Bianchi inviatoci via mail da Alessandro Diotallevi in data primo agosto. Una riflessione tra teologia e sociologia riguardo al passaggio, nella gestazione e nella crescita dei movimenti, tra la fase detta della “banda” e quella del “gruppo”. Confesso di avere qualche problema con questo linguaggio, ma penso di capirne lo spirito. Ebbene, anche nel processo che porta al nuovo partito, se c’è il fervore delle idee e della passione per il bene comune, è inevitabile che i protagonisti tendano non a riunirsi in una qualunque associazione più o meno passeggera, bensì in una vera comunità politica. Non credo di esagerare con questa affermazione. Tale “amicizia politica” certamente non è la Chiesa né un organismo ecclesiale, e certamente non sarà eterna… E’ un’opera “di questo mondo”, laica e temporale, di grande finalità umana e di capacità risolutrice meno grande, frutto di ragione e di libertà per quanto ambedue – la ragione e la libertà – sono messe in atto, in chi vive l’esperienza cristiana, in uno stato morale illuminato e fortificato dalla fede. E’ un’opera, insomma, costruita da persone che, fianco a fianco, usano gli strumenti del potere e della partecipazione democratica ma, in quanto credenti, sentono di doverli maneggiare non da maneggioni senza scrupoli ma da persone diritte e amiche, ispirandosi al comandamento fondamentale del Signore: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”  (Gv 15,12 ):  pensiamo alla forza di questo “come”! Chiedo troppo, forse? Rivolgendomi a dei cristiani, mi pare di no, anche se non bisogna meravigliarsi delle debolezze umane.

5. Vado verso la conclusione.

Fratelli cristiani, non ci vergogniamo mai di riferirci a questo ideale di vita. Anche in politica. E’ questa, ripeto ancora, la sfida principale che avete dinanzi. Cerchiamo di superare, fratelli, quel più o meno larvato rispetto umano o semilaicismo che, magari con la scusa o l’intento anche onesto di evitare l’integralismo, ci porta ad occultare la nostra (non secolaristica ma cristiana) laicità. Mi pare in atto da tempo una grave latitanza dalla testimonianza cristiana, contemporanea magari a ostentazioni sbagliate. Bisogna invertire la tendenza, certo con uno stile umile e con rispettosa discrezione – rispettosa della fede, della giusta laicità e degli altri. Non si può scimmiottare La Pira (una delle vette della testimonianza cristiana in abito laicale, politico vero ma fuori dall’ordinario, un immenso dono di Dio, che io ebbi la grazia con altri di assistere in morte). Ma almeno si guardi ancora a una figura come quella di De Gasperi (il card. Nicora diceva che è il “vero” santo della politica). Leggete qualche passo dell’epistolario e dei discorsi di questo politico e statista a tutto tondo, che suggellò la sua vita di laico cristiano spirando col nome di Gesù sulle labbra.

E voi, amici non credenti, non fate l’errore di considerare Gesù come un sovrappiù non necessario o una irraggiungibile e inimitabile stella lontana dal mondo. Se si pensa – anche prescindendo dalla fede – chi è stato Lui e continua ad essere nel suo Vangelo vivente e in chi veramente Lo ha seguito, come non prenderlo sul serio e non vedere in Lui il supremo Modello che attrae? In ogni modo, mai considerare l’ideale di vita che Egli richiede quasi fosse una pura chimera.

Procedendo avanti nella vita, sia privata che pubblica, magari sbagliando, magari cadendo “di caduta in caduta”, “di debolezza in debolezza”, sarà comunque possibile riprendersi ed evitare gravi omissioni ed errori distruttivi allorché si cerca di orientarsi sinceramente alla luce del più grande dei beni da Lui vissuti e proclamati, la carità, l’agàpe ( cfr. 1 Cor.13,13 ). L’aspirazione sincera alla carità – anzitutto invocata – ci spinge a rialzarci , ci scuote, ci fa accorgere di sbagliare, ci fa capire il valore di voler bene e di volerci bene e, se è amore vero,  “copre una moltitudine di peccati” ( cfr. 1 Pt. 4,8 ).Soprattutto quando partecipiamo all’ Eucarestia chiediamo la carità. Da vivere anche in politica. Immaginate, per un attimo solo, un dibattito politico – nelle istituzioni, nei partiti, sui media, sui social e fra la gente – animato non dall’indifferenza, non dall’odio, non dalla rabbia sfogata, non dalla stolta e peccaminosa superficialità, non dalle mezze verità o mezze menzogne, ma dalla ricerca della verità attraverso l’onestà del ragionare e la carità….. Quale vantaggio, quale valore! Di tale valore, è vero, ha bisogno la stessa comunità ecclesiale ai suoi vari livelli, non di rado così deludenti e mediocri: sicuramente.

Ma ecco, allora, che mi viene da concludere non pensando prima di tutto al nuovo partito – che anche se minoritario, purché di ispirazione cristiana autentica, potrà essere comunque un evento positivo – ma pensando principalmente all’ urgenza numero uno per noi cristiani, quella di pregare e operare perché si riattivi tra noi, in Europa, nel mondo la luce di Dio, la fede viva nel Signore Gesù attraverso le mille forme dei cenacoli cristiani. Mi interessa la crescita della fede più della politica, per il bene della stessa politica. Magari – giacché appunto di politica parliamo  – si imitasse un po’ la fede delle non poche esemplari figure che sono state protagoniste, più o meno importanti, delle vicende nazionali o locali  del XX secolo. E’ bello, in questa società dove prevale la scoraggiante atmosfera della lamentazione e del pessimismo, è bello prendere atto che la fede nel Signore Gesù ha educato – e ha prodotto con esse segni fruttuosi di vita nuova – non poche persone immerse nella storia più recente.

Questa non facile sintesi fra impegno politico ed esperienza cristiana va continuata, va aggiornata. E il fuoco spirituale che la alimenta, come alimenta di per sé ogni attività umana, va tenuto acceso nella Chiesa. La quale non solo insegna il Vangelo e le sue traduzioni dottrinali, ma è al tempo stesso matrice e scuola di santità, anche di santità eroica in ogni campo della vita. E’ questo che anzitutto ci sta a cuore.

+ Gastone Simoni, Vescovo emerito di Prato

La morte del cardinale Achille Silvestrini

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano

Il cardinale Achille Silvestrini, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese orientali, è morto giovedì 29 agosto. Nato a Brisighella, nella diocesi di Faenza-Modigliana, il 25 ottobre 1923, era divenuto sacerdote il 13 luglio 1946. Eletto alla Chiesa titolare di Novaliciana, col titolo personale di arcivescovo, il 4 maggio 1979 e nominato segretario del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il successivo 27 maggio. Nel Concistoro del 28 giugno 1988 era stato creato e pubblicato cardinale del titolo di San Benedetto fuori porta San Paolo, diaconia elevata pro hac vice a titolo presbiterale. Il 1° luglio 1988 era stato nominato prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica. E il 24 maggio 1991 prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, incarico svolto fino al 25 novembre 2000.

Il toccante incontro con Francesco durante la visita del Papa a Villa Nazareth (18 giugno 2016)

Secondo dei tre figli di Davide Silvestrini e di Maria Gambaretti, dopo aver frequentato il liceo classico nella sua Brisighella era entrato a diciannove anni nel seminario diocesano faentino — vivendo in prima persona anche i disagi dello sfollamento a causa della guerra — e nel 1946 era stato ordinato sacerdote, in cattedrale, dal suo vescovo Giuseppe Battaglia. Aveva celebrato la sua prima messa a Brisighella assistito dallo zio, don Ludovico. Iscritto nel contempo alla facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Bologna, vi aveva conseguito la laurea in lettere classiche con una tesi sullo Statuto fondamentale del Governo temporale degli Stati della Chiesa, promulgato da Pio IX nel 1948. Inviato dal suo vescovo a Roma nel 1948, si era iscritto al Pontificio seminario per gli Studi giuridici di Sant’Apollinare, frequentando la Pontificia università Lateranense, dove si era laureato in “utroque iure”. Nel 1952 era divenuto alunno della Pontificia accademia ecclesiastica e il 1° dicembre 1953 era entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede, nella Sezione per gli Affari ecclesiastici straordinari della Segreteria di Stato, occupandosi in particolare delle questioni riguardanti Vietnam, Cina, Indonesia e in genere il sud-est asiatico.

Dal 1958 al 1969 era stato tra i collaboratori dei segretari di Stato Domenico Tardini e Amleto Giovanni Cicognani. Rientrato al Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa, nuova denominazione assunta dalla Sezione per gli Affari ecclesiastici straordinari, si era occupato del settore Organizzazioni internazionali – Problemi della pace, disarmo e diritti dell’uomo.

Nel 1971 aveva accompagnato l’arcivescovo Agostino Casaroli nella visita a Mosca per depositarvi lo strumento di adesione della Santa Sede al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari. Nel 1972 era stato designato delegato-aggiunto alle consultazioni di Helsinki in preparazione alla Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, partecipando successivamente, a Helsinki e a Ginevra, a tutte le fasi della Conferenza. Nel 1977 era stato capo-delegazione aggiunto alla Riunione di Belgrado per la verifica e lo sviluppo dell’atto finale di Helsinki. Aveva guidato le delegazioni della Santa Sede alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dell’energia nucleare (Ginevra 1971) e alla Conferenza sull’attuazione del Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari (Ginevra 1975).

Nel luglio 1973 era stato nominato sotto-segretario del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa. Per alcuni anni aveva insegnato diritto diplomatico nella Pontificia accademia ecclesiastica. Nel maggio 1979 era stato nominato Segretario dello stesso Consiglio e promosso all’episcopato. L’ordinazione episcopale gli era stata conferita da Giovanni Paolo II nella basilica Vaticana, insieme con altri presuli. “Crux fidelis arbor una nobilis” il suo motto episcopale.

Nella nuova responsabilità aveva guidato dal 1979 la delegazione della Santa Sede per la revisione del Concordato lateranense e aveva condotto le trattative con le autorità italiane fino alla firma dell’Accordo del 18 febbraio 1984.

Innumerevoli sono state le missioni diplomatiche da lui compiute nel corso di quegli anni: è stato, tra l’altro, rappresentante della Santa Sede a Madrid alla riunione per la Sicurezza e la cooperazione in Europa 1980-83; inviato a Malta (1981); a Buenos Aires, per la crisi delle Malvine-Falklands (1982); in Nicaragua e in El Salvador (1983); in Polonia (maggio 1983); ad Haiti per la modifica del Concordato (1984); a Stoccolma, come capo della delegazione della Santa Sede alla sessione inaugurale della Conferenza sul disarmo in Europa (1984); ad Helsinki, per la celebrazione del X anniversario della firma dell’Atto finale della Conferenza per la Sicurezza e la cooperazione in Europa; ancora a Malta, per la definizione di un accordo sulle scuole della Chiesa (1985); in Libano e in Siria (1986); di nuovo a Malta per l’esame di materie riguardanti le relazioni tra la Chiesa e lo Stato (1986); ancora in Polonia (1987).

Divenuto cardinale nel Concistoro del giugno 1988, aveva iniziato poi il suo servizio come prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica. Quindi nel 1991 Giovanni Paolo II lo aveva nominato prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, incarico svolto fino al 2000. In quel periodo, dal 3 aprile 1993, era stato gran cancelliere del Pontificio istituto Orientale. E nel 1995 era stato anche presidente delegato all’assemblea speciale per il Libano del Sinodo dei vescovi, oltre ad aver preso parte a diverse assise sinodali. Più volte era stato inviato speciale del Papa in occasioni di particolari celebrazioni.

Nel ministero sacerdotale aveva sempre svolto, fino agli ultimi giorni della sua vita, un’azione di formazione tra i giovani a Villa Nazareth, istituzione ideata nel 1946 da monsignor Domenico Tardini, a quel tempo segretario della Sacra Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari e che nel 1958 da Giovanni XXIII sarebbe stato nominato segretario di Stato e creato cardinale.

Nella Roma del primissimo dopoguerra l’idea di Tardini — che venne realizzata con l’aiuto di un gruppo di amici statunitensi, laici e preti — fu quella di accogliere da ogni parte d’Italia bambini poveri per dare loro la possibilità di una formazione altrimenti impossibile. In questa intelligente opera di carità il prelato romano seppe coinvolgere moltissime persone, tra le quali non pochi colleghi della Curia romana, come appunto Achille Silvestrini, sin dal 1953, anno in cui il giovane prete romagnolo era entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede.

Alla morte del segretario di Stato, nel 1961, gli era succeduto alla guida di Villa Nazareth l’arcivescovo Antonio Samorè, che sarebbe stato creato cardinale da Paolo VI nel 1967. Nel frattempo, all’inizio del 1963, Giovanni XXIII per dare continuità all’opera del cardinale, l’aveva trasformata nella Fondazione Sacra Famiglia di Nazareth, della quale era stata sviluppata soprattutto la formazione universitaria.

La crisi del Sessantotto aveva interrotto però la residenza dei giovani e nel 1969 una cinquantina di loro, con l’aiuto di monsignor Silvestrini, si erano riuniti in residenze autogestite.

Con pazienza e tenacia la crisi era stata superata con la costituzione di una comunità dove, secondo un’idea di Tardini mai abbandonata, i più grandi aiutavano i più piccoli. Nel 1980 era stata costituita la Comunità Domenico Tardini e nel 1983 l’arcivescovo Silvestrini era divenuto presidente della Fondazione Villa Nazareth, aperta dal 1984 anche alle ragazze in residenze separate e che oggi coinvolge circa 250 giovani.

Con la ricchezza di questa storia, il cardinale Silvestrini aveva accolto Papa Francesco a Villa Nazareth il 18 giugno 2016, nel contesto del settantesimo anniversario di fondazione, presentandogli le coordinate di questa istituzione in un toccante discorso di ringraziamento nella cappella. «Qui s’impara che la forma ecclesiale fondamentale di chi segue Gesù è il servizio» — ebbe a dire al Papa — attraverso «la diaconia della cultura e dell’incontro».

Usciamo dal politainment

Articolo già apparso sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Nicola Pedrazzi


Giorni strani questi, per gli attori politici ma soprattutto per noi spettatori. L’avevano davanti, eppure la spettacolare crisi di governo che a un anno dal film “Diciotti” ha ipnotizzato i nostri devices in vacanza ci è sembrata andare oltre i confini del plausibile. In poche ore abbiamo assistito all’autogoal di un leader che si raccontava abilissimo, al ritorno di un leader che si raccontava finito, all’inversione a U di un movimento che si raccontava nato per prendere il 100%, e che invece ha scoperto il parlamentarismo e le competenze di un capo di Stato che aveva minacciato di “impeachment” (?) all’avvio della legislatura, non più tardi di 15 mesi fa.

Da appassionati di House of Cards, dopo il colpo di scena abbiamo riavvolto il nastro: per testare la sceneggiatura e capire quanto fosse credibile, per chiederci come mai non siamo stati in grado di prevederla. Ci siamo riletti lo sciacallaggio social di 5 Stelle e Lega (l’ordine di tempo conta) sul caso Bibbiano per tranquillizzarci sul fatto che un accordo con il Pd no, non era nell’aria; ci siamo riascoltati la relazione del presidente Conte sul “Rubligate” che ha coinvolto la Lega, senza che Matteo Salvini venisse obbligato a presenziare in aula; ci siamo re-inflitti la soddisfazione di Di Maio per la negata autorizzazione a procedere per il ministro degli Interni decisa dagli iscritti alla piattaforma Rousseau (2 febbraio 2019); alcuni di noi, per essere maggiormente certi di non essere proprio stupidi, si sono riascoltati il “no ai caminetti” di Renzi (5 marzo 2018), risalendo la corrente fino allo streaming tra Renzi e Grillo (19 febbraio 2014) e prima ancora a quello tra Bersani-Letta e Crimi-Lombardi (ne è passata di acqua sotto i ponti, dal “Siamo noi le parti sociali…”, era il 27 marzo 2013).

È giunto il momento di chiedersi se questo “storico del simultaneo” di cui infarciamo i nostri articoletti (l’ho appena fatto anche io) sia utile alla ricostruzione, alla comprensione e al racconto dello svolgersi del presente, e in particolare all’analisi dei fenomeni politici. La risposta ovvia è che non lo è, per la stessa ragione per cui un veterinario non migliora la sua conoscenza del comportamento animale andando tutti i giorni al circo (né un lettore la migliorerebbe, leggendo i suoi resoconti). Come ricordato da Mario Ricciardi nei giorni scorsi, il vizio in cui siamo incastrati è quello di commentare (e quindi moltiplicare) soltanto la dimensione spettacolare del fatto politico, consentendo e incentivando gli attori politici a non fornirci altro. Inseguire le parole di Grillo senza fargli domande sulla srl che gli scrive i post, confondere la popolarità del Bersani-Crozza con il consenso per il Bersani politico e riportare fedelmente le parole di un ministro degli Interni che legge un avviso di garanzia in diretta Fb bevendo Fanta nel suo ufficio senza riportare la notizia che un ministro degli Interni sta leggendo un avviso di garanzia in diretta Fb bevendo Fanta nel suo ufficio, sono solo tre errori random che mi vengono in mente quando penso alle recenti responsabilità del giornalismo italiano. Eppure, in questi giorni di politainment puro abbiamo appreso una lezione fondamentale: per capire le prospettive politiche del “Paese reale” avremmo fatto meglio a tralasciare il gentismo e a osservarlo con più attenzione nella dignità della sua rappresentazione istituzionale.

Nei mai finiti anni del tramonto berlusconiano – le culture profonde sopravvivono ai suoi interpreti –, la diffusione dei social network e il dilagare del sentimento “anti-casta” hanno spinto i politici di ogni ordine e grado a travestirsi da uomo della strada: gli strateghi del M5S hanno capito prima e capitalizzato meglio la congiuntura, ma il contagio non ha risparmiato nessuno, nemmeno Mario Monti con il suo cagnetto adottato. Attori e commentatori politici hanno speso gli ultimi quindici anni a rincorrere il presunto “Paese reale” sin nelle pieghe della volgarità e si sono dimenticati del fatto che non esiste una rappresentazione più nobile, plurale e in fin dei conti veritiera dell’Italia di quella restituita dalla metafora parlamentare. Se, nell’arco di 24 ore, Giuseppe Conte ci è quasi sembrato un presidente, Matteo Salvini un politico scadente e Matteo Renzi un leader decisivo è perché, per una volta dall’inizio di questa terribile legislatura, abbiamo misurato la loro performance politica all’interno delle istituzioni che rendono degne di nota le loro parole: in un’aula parlamentare in cui, al netto dei limiti di ciascuno, il presidente del Consiglio che fa il presidente del Consiglio ha senso, il ministro degli Interni che fa lo youtuber da spiaggia no. Un’aula in cui, piaccia o non piaccia, Matteo Renzi può parlare a nome del suo partito, e può utilizzare l’oggettività di questa forza per ribaltare il tavolo e disegnare uno scenario politico nuovo – poco importa che la maggioranza degli italiani lo ritenga una persona antipatica, ammesso che sia davvero così. Un’aula in cui gli esseri umani rimangono e a volte si palesano per quello che sono – talvolta a prescindere, purtroppo, dalle loro responsabilità di rappresentanti – ma un’aula che garantisce un diritto di parola che include il dovere dell’ascolto, che tutela la minoranza dal dileggio della maggioranza e viceversa (visto che in Parlamento tanto quanto nel Paese la Lega è minoranza); un luogo in cui, nonostante le cialtronerie che non ci facciamo mai mancare, è tutto sommato ancora preferibile andare preparati e pensare prima di aprire bocca, perché non puoi chiedere agli stenografi di cancellare il post e perché qualcuno potrebbe, chissà, risponderti dal vivo e nel merito. Accade così, per il peso e le regole di un contesto che nonostante la fine dei partiti come luoghi di cultura politica sta resistendo alle profanazioni della comunicazione, che sventolare il rosario diventi, banalmente, una boiata pazzesca, e non il colpo di genio di un web advisor senza scrupoli cui è stato dato mandato di rosicchiare consenso al Sud durante l’estate.

Qui l’articolo completo 

Governo: oltre 200 amministratori firmano il patto dei Sindaci

“Oltre duecento tra amministratori locali, sindaci, assessori,  consiglieri comunali e regionali da nord a sud del Paese in queste ore  stanno sottoscrivendo il Patto in dieci punti lanciato ieri da Italia in Comune in difesa degli Enti Locali”. Ad annunciarlo è Alessio Pascucci,
coordinatore nazionale di Italia in Comune.

“Sostenibilità ambientale, periferie, contrasto alle disuguaglianze  sociali, patto per il sud, scuola e cultura, abolizione dei due dl  sicurezza, una legge elettorale che ripristini le preferenze come  strumento di scelta dei propri rappresentanti: sono questi i punti che  abbiamo sottoposto alle forze in parlamento che in queste ore stanno vagliando la possibilità di costituire un governo di legislatura”, spiega Pascucci.

“L’obiettivo di Italia in Comune è restituire centralità ai territori e ai programmi per rilanciarli. Il nostro Patto non ha colori politici. Pretendiamo che si riparta dai contenuti, innanzitutto per promuovere l’accesso ai diritti essenziali per tutti i cittadini, diritti ancorati  all’interno della nostra Costituzione, sulla quale noi Sindaci giuriamo una volta eletti. Per questo continueremo a rilanciare l’appello a tutti i sindaci d’Italia per sottoscrivere la richiesta di un tavolo programmatico permanente in cui si mettano all’ordine del giorno dieci punti per ripartire dai contenuti e dalle istanze dei territori”, conclude il coordinatore di Italia in Comune.

Tra i primi firmatari:

Alessio Pascucci, Sindaco di Cerveteri e Coordinatore nazionale Italia
in Comune
Federico Pizzarotti, Sindaco di Parma e Presidente Italia in Comune
Serse Soverini, Deputato Italia in Comune
Michele Abbaticchio Sindaco di Bitonto e Vice Coordinatore nazionale
Italia in Comune
Damiano Coletta, Sindaco di Latina e Vice Presidente Italia in Comune
Francesco Battistini, Consigliere Regione Liguria
Patrizia Bartelle, Consigliera Regione Veneto
Virginio Brivio, Sindaco di Lecco
Rinaldo Melucci, Sindaco di Taranto
Luciano Andreotti, Sindaco di Grottaferrata
Stefania Proietti, Sindaco di Assisi
Nicola Marini, Sindaco di Albano Laziale e presidente ANCI Lazio
Pierluigi Sanna, Sindaco di Colleferro
Riccardo Varone, Sindaco di Monterotondo
Sebastian Cocco, ViceSindaco di Nuoro
Elisabetta Strada, Consigliera Regione Lombardia
Niccolò Carretta, Consigliere Regione Lombardia
Livio Sisto, Consigliere Comunale di Bari
Francesca Ghirra, Marco Benucci, Matteo Massa, Giulia Andreozzi,
Francesca Mulas, Anna Puddu, Consiglieri comunali di Cagliari

Istat: il fatturato dell’industria diminuisce

A giugno si stima che il fatturato dell’industria diminuisca in termini congiunturali dello 0,5%. Nel secondo trimestre l’indice complessivo è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.

Anche gli ordinativi registrano a giugno un calo congiunturale sia su base mensile (-0,9%) sia nel complesso del secondo trimestre (-0,4%).

La dinamica congiunturale del fatturato a giugno è sintesi di una flessione del mercato interno (-1,2%) e di un modesto aumento di quello estero (+0,5%). Per gli ordinativi il calo congiunturale riflette la contenuta crescita delle commesse provenienti dal mercato interno (+1,1%) e la marcata diminuzione di quelle provenienti dall’estero (-3,8%).

Il calo congiunturale del fatturato è diffuso con intensità diverse a tutti i raggruppamenti principali di industrie: -0,2% per i beni strumentali, -0,4% per i beni di consumo, -0,8% per i beni intermedi e -2,8% per l’energia.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di giugno 2018), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dello 0,8%, riflettendo cali su entrambi i mercati (-1,0% il mercato interno e -0,1% quello estero).

Con riferimento al comparto manifatturiero, le industrie tessili e quelle dei mezzi di trasporto registrano la crescita tendenziale del fatturato più rilevante (+4,1%), mentre l’industria farmaceutica mostra il calo maggiore (-12,6%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi cala del 4,8%, con diminuzioni su entrambi i mercati, ma di entità notevolmente diversa: -1,8% quello interno e -9,1% quello estero. La maggiore crescita tendenziale si registra nelle industrie dei mezzi di trasporto (+5,1%), mentre il peggior risultato si rileva nell’industria farmaceutica (-16,2%).

Diminuiscono le opere pubbliche incompiute

Secondo il MIT, che ha condotto una dettagliata ricognizione , con dati aggiornati al 31 dicembre 2018 e al 30 giugno 2019, diminuiscono le opere pubbliche incompiute.

L’indagine annuale ha visto impegnati operativamente il Ministero, le Regioni, le Province autonome e ITACA. Dalla rilevazione emerge una contrazione del numero delle opere incompiute rispetto all’anno scorso, che risultano essere 546 (- 15,6%) contro le 647 del 2018. Si conferma così la tendenza positiva, registrata negli ultimi due anni, di una ripresa dei lavori di completamento delle opere.

Scorrendo la relativa tabella, emerge che complessivamente le 546 opere incompiute sono costate finora 4.068.090.161,43. Per il loro completamento (ultimazione dei lavori) occorrerebbero 1.971.240.982,12. Le Amministrazioni più virtuose, secondo i dati della ricognizione, sono le Province autonome di Trento e Bolzano, con 0 opere incompiute, seguite da Valle d’Aosta (2), Friuli Venezia Giulia (3) e Liguria. La maglia nera va invece a Sicilia, con 154 opere incompiute, Sardegna (80) e Puglia (41).

Una dieta maggiormente vegeterania fa vivere di più

30Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Jama Internal Medicinecondotto in Giappone, che ha visto in chi ha una dieta sana sia un minor rischio generale di morte che di morte per cause cardiovascolari.
Durante lo studio sono morte più di 12mila persone, di cui circa 5mila per cancro e quasi altrettante per problemi cardiovascolari. Confrontate con le persone che consumavano la percentuale minore di proteine vegetali, quelli con il consumo maggiore hanno mostrato un rischio minore del 13% di morire durante lo studio e del 16% di farlo per cause cardiovascolari.

Dallo studio è emerso che sostituire appena il 4% delle proteine animali riduce del 50% il rischio di morte per cancro e del 46% quello generale.

Conte: “Intendo dar vita a un Governo pienamente concentrato sugli interessi dei cittadini”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ringrazio, mi ha conferito l’incarico di formare il governo, incarico che ho accettato con riserva.

Oggi stesso avvierò le consultazioni con tutti i gruppi parlamentari e, all’esito di questo confronto, mi dedicherò a elaborare un programma insieme alle forze politiche che hanno espresso il loro sostegno a favore di questo nuovo progetto politico e che desidero, sin d’ora, qui ringraziare.

È una fase molto delicata per il Paese: dobbiamo uscire al più presto dall’incertezza politica innescata dalla crisi di governo.

Stiamo attraversando una congiuntura economica che presenta alcune criticità: l’economia globale soprattutto in Europa sta rallentando, anche per effetto delle tensioni commerciali in atto, in particolare tra Stati Uniti e Cina.

Ci separano poche settimane dall’inizio della sessione di bilancio; dobbiamo metterci subito all’opera per definire una manovra economica che contrasti l’aumento dell’IVA, che tuteli i risparmiatori e che offra una solida prospettiva di crescita e sviluppo sociale.

Siamo agli albori di una nuova legislatura europea e dobbiamo recuperare il tempo sin qui perduto per consentire all’Italia – Paese fondatore dell’Europa – di svolgere un ruolo da protagonista, ruolo che merita.

Dobbiamo adoperarci per trasformare questo momento di crisi in opportunità e in occasione di rilancio.

Il Paese ha l’esigenza di procedere speditamente.

Con questa consapevolezza mi confronterò con le forze politiche che si sono dichiarati disponibili a sostenere il nuovo progetto. Preciso subito che non sarà un Governo CONTRO. Sarà un Governo PER il bene dei cittadini, PER modernizzare il Paese, PER rendere la nostra Nazione ancora più competitiva nel contesto internazionale, ma anche più giusta, più solidale, più inclusiva.

Realizzerò un Governo nel segno della NOVITÀ: è quello che mi chiedono le forze politiche che hanno annunciato la disponibilità a farne parte.

Questo è il momento di una NUOVA STAGIONE, un’ampia stagione RIFORMATRICE, di rilancio e di speranza, che offra al Paese risposte e anche certezze.

Mi ripropongo di creare una squadra di lavoro che si dedichi incessantemente e con tutte le proprie competenze ed energie a offrire ai nostri figli l’opportunità di vivere in un Paese migliore:

  • un Paese in cui l’istruzione sia di qualità e aperta a tutti,
  • un Paese all’avanguardia nella ricerca e nelle più sofisticate tecnologie,
  • che primeggi, a livello internazionale, nella tutela dell’ambiente, della protezione delle bio-diversità e dei mari,
  • che abbia infrastrutture sicure e reti efficienti, che si alimenti prevalentemente con le energie rinnovabili,
  • che valorizzi i beni comuni e il patrimonio artistico e culturale,
  • che integri stabilmente nella propria agenda politica il Benessere equo e sostenibile,
  • un Paese che rimuova le diseguaglianze di ogni tipo: sociali, territoriali, di genere;
  • che sia un modello di riferimento, a livello internazionale, nella protezione delle persone con disabilità;
  • che non lasci che le proprie energie giovanili si disperdano fuori dei confini nazionali, ma un Paese che sia anzi fortemente attraente per i giovani che risiedono all’estero;
  • che veda un Mezzogiorno finalmente rigoglioso di tutte le sue ricchezze umane, naturali, culturali;
  • un Paese nel quale la P.A. non sia permeabile alla corruzione e sia amica dei cittadini e delle imprese; con una giustizia più equa ed efficiente;
  • dove le tasse le paghino tutti, ma proprio tutti, ma le paghino meno.

Come sapete, ho vissuto già un’esperienza di governo.

Vi confesso che la prospettiva di avviare una nuova esperienza di governo, con una maggioranza diversa, mi ha sollevato più di un dubbio.

Ho superato queste perplessità nella consapevolezza di avere cercato di operare sempre nell’interesse di tutti i cittadini. Nessuno escluso.

Non sto dicendo che ci sono sempre riuscito.

So però di avere sempre cercato di servire e rappresentare il mio Paese, anche all’estero, guardando solo al bene comune, e non a interessi di parte o di singole forze politiche.

Questi principi e questi valori – che so essere stati apprezzati e condivisi da molti italiani – sono l’elemento di COERENZA con cui intendo dar vita a questa nuova stagione e guidare questo governo.

Più precisamente, COERENZA vorrò nella cultura delle regole e nella fedeltà ai valori che hanno sempre ispirato la mia azione. Sono principi non negoziabili, che non conoscono distinzione di colore politico.

Sono principi scritti nella nostra Costituzione. Ne cito alcuni: il primato della Persona, il lavoro come supremo valore sociale, l’uguaglianza nelle sue varie declinazioni, formale e sostanziale, il rispetto delle Istituzioni, che significa il rispetto di tutti i cittadini che queste rappresentano.

Il principio di laicità e, nel contempo, di libertà religiosa. E infine, complessivamente, la difesa degli interessi nazionali, nel quadro di un multilateralismo efficace, fondato sulla nostra collocazione euro-atlantica e sulla integrazione europea.

Intendo dar vita a un Governo pienamente concentrato sugli interessi dei cittadini, che porti in alto il nome dell’Italia, accrescendo il bagaglio di credibilità e prestigio di cui il nostro Paese già attualmente gode a livello internazionale.

Questo è il momento del coraggio, e della determinazione. Il coraggio di disegnare un Paese migliore. La determinazione di perseguire questo obiettivo, senza lasciarsi frenare dagli ostacoli.

Di mio aggiungerò tanta passione, che mi sgorga naturale nel servire il Paese che amo,

Molto spesso, negli interventi pubblici sin qui pronunciati, ho evocato la formula di un “nuovo umanesimo”. Non ho mai pensato che fosse lo slogan di un Governo. Ho sempre pensato che fosse l’orizzonte ideale per un intero Paese.

Nei prossimi giorni tornerò dal Presidente della Repubblica per sciogliere la riserva e, in caso di esito positivo, per sottoporgli le proposte relative alla nomina dei ministri.

Grazie a tutti per l’attenzione.

La crisi degli avversari di Papa Francesco

Tutti concordano sul fatto che il tweet di Trump, l’avallo al governo Conte-5ss-Pd, ha significato la liquidazione “americana”del Salvini filo-Putin. Pochi, però, hanno evidenziato la crisi degli avversari di Francesco. Da due anni a questa parte tutto il loro teorema si fonda sul Papa “obamiano” sconfitto dalla storia.

L’asse (vincente) Trump-Salvini-Orban, ecc segnerebbe la fine del papato. Ora però se Trump appoggia Conte, il quale si allea con il Pd ed è filo-Francesco, il teorema perde le gambe. Cosa potranno dire ora? Che Trump ha cambiato bandiera e si è alleato con Bergoglio? Una affermazione difficile da sostenere. Una cosa è certa, con la crisi del trumpismo la destra religiosa, in Italia, perde il punto di riferimento teologico-politico. Gli rimane solo Salvini.

Troppo poco per celebrare la fine del Papa “obamiano”. E’ l’ora dell’arrampicamento sugli specchi. Andranno avanti facendo finta che nulla è accaduto. Fanno sempre così. Mai una volta che le smentite della storia li inducano ad una revisione di tenaci pregiudizi.

Tratto dal suo profilo fb

Risposta di Galbiati a Tanzilli: “Sappiamo di dover essere una minoranza attiva”

Risposta di Galbiati a Tanzilli

Continua la confusione sul ” partito identitario” – di Domenico Galbiati In ordine all’eventuale “partito di ispirazione cristiana”, cioè relativamente all’avvio – non generico, ma organizzato – di una nuova fase dell’impegno politico dei cattolici popolari e democratici nel nostro Paese, occorre fare chiarezza o meglio che, pur dissentendo, se ne parli restando al punto, cioe’ rispettando il merito della questione cosi’ come viene posta da chi la propone. Altrimenti si parla d’altro ed allora non serve.

Ho letto il commento di Alberto Tanzilli su Il Domani d’Italia ( CLICCA QUI ) alla recente nota di Giancarlo Infante.
Per quel pò che mi pare di aver compreso frequentando il gruppo di amici che danno vita a “Politica Insieme”, vorrei, anzitutto, rassicurarlo circa l’ “illusione narcisistica ed ingenerosa” che teme di ravvisarvi. Non ho notato che vi siano rivalse da consumare; tanto meno frustrazioni da compensare. Si tratta di persone tutte in condizioni di buon equilibrio mentale. Posso assicurare Tanzilli che, nel merito, il mio e’ un parere anche clinico e professionale.

Lasci perdere il “narcisismo” ed anche la supposta convinzione del “valore assoluto” delle nostre opinioni.
Come ci ha insegnato Martinazzoli la religione e’ “universale”, la politica è “particolare” per cui sappiamo bene che si sviluppa solo sul piano di ciò che è opinabile.

Una puntualizzazione merita il fatto che i cattolici-democratici avrebbero “imboccato” la via del divorzio e dell’aborto. Vorrei sommessamente ricordare che è esattamente vero il contrario: hanno affrontato, a viso aperto, due sfide referendarie, sapendo bene di remare controcorrente e che avrebbero pagato – come è puntualmente avvenuto – il prezzo e la sconfitta di queste battaglie sul piano della loro complessiva incidenza politica.

Eppure non si sono sottratti.Se mai l’hanno fato altri cattolici, di altra appartenenza politica. Peraltro, sarebbe addirittura risibile che qualcuno pensasse di ricorrere al secolare “braccio armato” della legge per rimettere in discussione divorzio ed aborto.

Promuovere il valore intangibile della vita, il rispetto integrale della persona, la centralità della famiglia a fondamento della struttura sociale richiede tutt’altra fatica, certo anche sul piano dell’azione politica e non solo in ordine alla formazione delle coscienze; due piani d’azione che reciprocamente si tengono.

Tanzilli ha, invece, ragione quando ritiene che una simile formazione politica avrebbe una consistenza elettorale numericamente ridotta. Infatti – per dirla banalmente – certo nessuno pensa che si possa “rifare la DC” che e’ stata una “singolarita’” – nel senso in cui tale termine si usa in fisica – della storia, cioè un evento unico ed irreperibile in quanto sorretta da una straordinaria contestualita’ di eventi impossibile da riprodurre ad arte. Per altro verso, se Don Sturzo avesse preteso di fare a priori il conto dei voti, il Partito Popolare non sarebbe mai nato.

Sappiamo di dover essere una “minoranza attiva”, cioè una modalità di presenza che – esclusa ovviamente ogni pretesa di una politica, come dire, “di potenza” – può avere un rilievo tutt’altro che indifferente proprio perché ci troviamo in una società “liquida”.

Quest’ultima, infatti, è necessariamente una sciagura? Siamo sicuri che, nella misura in cui annacqua, diluisce e decompone antiche, consolidate strutture, non possa, al contrario, rivelarsi un’ opportunità?
Possiamo cercare di introdurvi alcuni pur piccoli “cristalli” che fungano da coagulo attorno a cui addensare progressivamente i tralci ed nuclei di una possibile nuova impalcatura dotata finalmente di senso? Ed ha ancora ragione Tanzilli quando ci invita a diffidare di un’operazione identitaria.

Infatti – e lo sappiamo bene – la vera forza dell’identità di una forza politica sta nel suo essere perennemente una “incompiuta” che tende asintoticamente ad una verità che sempre la trascende. Nulla a che vedere con una esibizione stentorea di stendardi, labari e gagliardetti diretti a camuffare una presunta superiorità che non ci appartiene.

In altri termini, siccome sappiamo – questo sì – da dove veniamo, ci sembra di intuire, davanti a noi, una via possibile. Magari ci sbagliamo? Ad ogni modo, la nostra concezione, oggi, di una forza organizzata di ispirazione cristiana, è del tutto semplice e lineare; non ha bisogno di ricorrere ad elaborazioni concettuali troppi sofisticate.

Riteniamo, come credenti, di aver ricevuto, oltre il dono della vita, anche il dono della fede ed, in uno con questo, valori che, anziché trattenere gelosamente – appunto secondo una logica identitaria autoreferenziale – vanno declinati mostrandone, anche a chi il dono della fede non l’ha ricevuto, la straordinaria ricchezza umana e civile ad essi connaturata ed intrinseca, cosicché possono essere proposti come elementi strutturali di una possibile piattaforma comune, anche sul piano dell’ azione politica. Del resto, un dono per essere davvero tale chiede di essere a sua volta donato.

In quanto al PD….absit iniura verbis….basta il ritrattino che ne fa lo stesso Tanzilli.

Ad ogni modo, l’autonomia che rivendichiamo per noi, ovviamente la riconosciamo volentieri anche agli altri.
Non abbiamo nessuna intenzione di fare proselitismo o di “unire” più o meno forzosamente i cattolici.

Domenico Galbiati

Attraverso la crisi, per una rigenerazione delle idee.

Avevamo auspicato una soluzione parlamentare della crisi di Governo all’altezza della sfida “post democratica” lanciata dalla Lega di Salvini.

Attraverso un immediato ricorso alle urne, abilmente preparato da un anno e più di “campagna elettorale dal Governo”, si puntava a determinare una maggioranza sufficiente per codificare il cambiamento in senso illiberale della nostra democrazia.
Per definire questa auspicata soluzione parlamentare, nei nostri documenti avevamo usato i termini di “tregua operosa”.

Tregua, perché avvertivamo la necessità di una “ripartenza” del meccanismo politico capace di rimettere al centro i valori costruttivi di una dialettica politica ispirata al bene comune.
Operosa, perché le emergenze civili, sociali ed economiche del Paese non possono attendere.
Due elementi appaiono chiari nella nostra analisi.

Primo: l’urgenza di una “barriera a destra”. Non si può accettare senza reazione alcuna che l’Italia diventi il primo Paese “post democratico” tra le nazioni fondatrici dell’Europa.
Né si può favorire – con la rassegnazione – una concezione della politica fondata su principi di suprematismo nazionalista e foriera di pervasivi effetti di disgregazione della base civile e sociale del Paese e della sua struttura portante di valori e di cultura democratica.

Secondo: la necessità di un nuovo ciclo (“la vera svolta”) che richiede, però, un percorso non semplice e non banale di riorganizzazione della rappresentanza politica e dei meccanismi che presiedono la vita democratica. Nonché un nuovo “patto” tra cittadini e politica ispirato a nuove visioni e nuove idee, sopratutto di fronte ai nuovi paradigmi sociali, tecnologici ed ambientali.
Abbiamo condiviso la necessità di verificare in Parlamento i margini per la costituzione di un Governo capace di marcare il primo elemento e di accompagnare e favorire il secondo.

Si è scelta una strada diversa.
Ne prendiamo atto e speriamo comunque che il tentativo del Presidente Incaricato vada in porto: non è questo il tempo per distinguo distruttivi, semmai di responsabilità vigile e critica.
Il costituendo nuovo Governo pone certamente uno stop, per ora, alle strategie “sfasciste” della Lega: e ciò è un bene per il Paese.
Ma non sfugge la rischiosa fragilità culturale e politica delle basi su cui si fonda.

Aver preteso di formare un Governo “politico” a tutto tondo in questa fase (e con le confuse modalità di queste settimane) non è stata la scelta migliore.
Un Governo “politico di svolta” presuppone condivisioni e sintonie non riconducibili ad un accordo mediato in pochi giorni da forze così diverse e fino ad oggi alternative.

Meglio sarebbe stato – come molti avevano proposto – che il PD avesse negoziato il proprio appoggio esterno ad un Governo espresso politicamente dal M5S, formazione di larga maggioranza relativa in Parlamento, richiedendo la presenza di alcuni ministri tecnici (autorevoli e di garanzia) ed alcuni (pochi) punti programmatici.

Per queste ragioni, se avessimo una nostra rappresentanza parlamentare, l’atteggiamento più consono per noi sarebbe oggi quello di un appoggio esterno, leale ma libero e autonomo.
Resta un punto fondamentale.
La sfida della destra leghista – dietro alla quale vi sono ragioni strutturali di natura socio-economica ed istituzionale – può essere “stoppata” per il momento con la nascita del nuovo Governo, ma non può essere sconfitta se non attraverso una nuova stagione di presenza e di azione delle culture democratiche.

Si conferma ancor più urgente una rigenerazione di idee, programmi, metodi, classe dirigente, che liberi e valorizzi – chiamandole a raccolta con progetti credibili – tutte le energie positive della comunità nazionale.
Il mondo dei “Popolari” – al di fuori di ogni irragionevole tentazione di ritorni al “partito dei cattolici” – ha dunque ancor di più oggi il compito di elaborare e praticare un progetto politico all’altezza di questo scenario, tutto da costruire.

E deve farlo con sollecitudine, prima che il terreno venga compromesso da altre iniziative politiche in preparazione e delle quali – almeno ad oggi – sfuggono il profilo, l’origine, il senso e le intenzioni.

Lorenzo Dellai

L’attualità del municipalismo di Sturzo

Fonte Servire l’Italia a firma di Rocco Gumina

In un tempo di crisi politica come quello che il nostro Paese attraversa, rileggere – a cent’anni dalla fondazione del Partito Popolare e a sessant’anni dalla morte di don Luigi Sturzo – la proposta municipalista del prete di Caltagirone è opera oltre che saggia assai utile. È questo l’intento di Nicola Antonetti e di Massimo Naro curatori del volume da poco edito per i tipi de “Il Mulino” e intitolato Il municipalismo di Luigi Sturzo.

Alle origini delle autonomie. L’opera raccoglie diversi saggi scaturiti dalle relazioni pronunciate da vari studiosi il 16 novembre del 2018 a Caltanissetta in un convegno – sulla concezione sturziana delle autonomie locali – organizzato dall’Istituto “Luigi Sturzo” e dal Centro Studi sulla Cooperazione “Arcangelo Cammarata”. Proprio a Caltanissetta nel novembre del 1902, Luigi Sturzo chiamò a raccolta i consiglieri provinciali e comunali cattolici siciliani per intraprendere un percorso che a partire dall’attenzione verso le autonomie locali riuscì, nel giro di qualche anno, a divenire progetto politico nazionale tramite il Partito Popolare.

Nel volume, Agostino Giovagnoli delinea il contesto storico nel quale si situa l’idea di Sturzo sulle autonomie locali. Periodo caratterizzato da una fase nella quale sia da un punto di vista teologico sia da una prospettiva culturale, la comunità ecclesiale cominciava a muovere i primi passi per l’accettazione definitiva dello Stato unitario e verso un ripensamento della Chiesa nel seno del nuovo paradigma storico. In tale scenario, come afferma nell’introduzione lo storico Francesco Malgeri, fiorisce il pensiero sturziano orientato alla: «valorizzazione delle migliori energie locali e una più cosciente partecipazione dei cittadini alla vita pubblica» (p. 8).

La visione presentata dal sacerdote siciliano al convegno di Caltanissetta si fondava su di una concezione dello Stato che consentisse la libera crescita degli enti, delle associazioni e dei gruppi locali destinati a garantire vitalità tanto alla società quanto alle istituzioni le quali dovevano evitare le derive accentratrici e antisociali. Si trattava, per il prete calatino, di: «risanare l’ambiente amministrativo, migliorare i servizi pubblici, costituire il comune centro della vita sociale democratica della cittadinanza, sollevare le sorti delle classi lavoratrici, operaia e agricola» (p. 58).

Così l’ente comunale, libero dall’ossessivo controllo della macchina burocratica statale, poteva divenire incentivo alla crescita di una classe dirigente autonoma e impegnata tanto in politica quanto nelle imprese economiche e sociali. Classe dirigente da rinnovare tramite la partecipazione alla vita politica comunale che, specialmente in Sicilia, doveva liberarsi dai partiti personali, dagli affaristi e dalle consorterie varie.

Inoltre, come registra l’intervento di Alessandro Pajano, nel discorso che il prete calatino
pronunciò al convegno nisseno, emerge l’idea di municipio considerato come un ente concreto che assicura ai cittadini l’iniziale e tangibile presenza dello Stato: «L’autonomia è un carattere originario dell’ente locale, ed è quindi un valore in sé; essa è, tuttavia, un potente strumento per dare ingresso al protagonismo delle classi escluse […] Il comune si
presenta così, ad un tempo, come limite all’azione statale e come il migliore distributore delle energie dello Stato» (p. 29 e p. 31). Quindi, il pensiero di Sturzo non si poggiava su di un assoluto antistatalismo, bensì suggeriva una battaglia contro lo smisurato controllo
dello Stato sugli enti locali, sui singoli e sulle comunità al fine di generare dal basso un processo di cambiamento, di liberazione e di riscatto in particolar modo nel Mezzogiorno. In altri termini, per Nicola Antonetti, Sturzo contestava l’idea di uno Stato che: «per la sola esistenza, si definiva autosufficiente e legittimato ad agire senza la necessità di riferirsi alla sovranità del popolo e alle espressioni politiche di quest’ultima» (p. 46).

Oltre a fronteggiare le problematiche amministrative e politiche, l’opera di Sturzo era chiamata a considerare l’approccio del cattolicesimo italiano dell’epoca alle questioni sociali e politiche. Va precisato che con la Rerum novarum di Leone XIII del 1891 si era aperta una stagione di riflessione e di impegno nei territori che condusse la Chiesa ad un’apertura verso le questioni moderne legate al mondo dei lavoratori, del credito, delle imprese. In una situazione nella quale, per via del non expedit, i cattolici non potevano direttamente intervenire alle vicende politiche dello Stato unitario, don Sturzo – insieme a personaggi come Giuseppe Toniolo e Romolo Murri – preparò il terreno per la nascita di un soggetto politico cristianamente ispirato che prese il nome di Partito Popolare.

Quest’ultimo non fu fondato per rappresentare politicamente le istanze della Chiesa istituzionale, bensì per avanzare un programma basato su valori sinceramente democratici in grado di tradurre nella società, ormai plurale, le peculiarità sociali scaturite dal messaggio cristiano.

Nello studio, la fondamentale relazione tra fede e agire politico è presentata da Massimo Naro secondo il quale l’agire sturziano – tanto nella politica quanto nella Chiesa – prende le mosse da una sorta di “spiritualità integrale”. Questa, per Sturzo, contraddistingue il cristiano – non soltanto quello impegnato in politica e nel sociale – il quale non può separare l’azione dalla contemplazione. Così, nel credente, la spiritualità accresce una sensibilità in grado di includere l’essere più intimo e l’agire
pubblico. La spiritualità integrale lungi dall’utilizzare la religione per la riconquista della società, fu fermento vivo su cui si sviluppò il piano politico aconfessionale del Partito Popolare.

Diversi sono i pregi del volume sul municipalismo sturziano che presentiamo. Anzitutto, lo studio ha la capacità di rileggere – e dunque di presentare ad un vasto pubblico – una delle pagine fondamentali della storia politica italiana attenta alle autonomie locali. Proprio dal discorso di Luigi  Sturzo pronunciato a Caltanissetta nel 1902, sono state concepite le fondamenta di un’istituzione statale vicina alle identità specifiche delle amministrazioni comunali. Il progetto sturziano, fu un punto di riferimento per i costituenti chiamati a ridisegnare le strutture dello Stato all’indomani della dittatura fascista. Se molto è stato recepito da questa lezione sulle autonomie locali, ancora tanto bisogna fare per tradurre concretamente l’attenzione dell’istituzione statale verso gli enti territoriali.

Ciò è particolarmente urgente in un’epoca, come la nostra, nella quale occorrono politiche capaci di valorizzare le peculiarità locali nello scenario globale. Ma la lezione sturziana va oltre, poiché per il presbitero calatino ogni progetto di riforma delle istituzioni – e della stessa politica – abbisogna di uomini formati e orientati ad un senso di etica pubblica contraddistinto dalla ricerca della giustizia e della sana amministrazione. Uomini nuovi,
dunque, che – a partire dalla comprensione della politica come atto di amore verso la propria comunità – sappiano aprire orizzonti per uscire dalle secche culturali, sociali ed economiche che ogni periodo storico attraversa e nelle quali, in questi ultimi anni, è piombato il nostro Paese. La crisi del nostro sistema politico ci dice che oltre sul municipalismo, Sturzo avesse ragione anche sull’impellente bisogno di rinnovare la nostra classe politica.

Il 7° anniversario della morte di Carlo Maria Martini

Ricorre sabato prossimo il 7° anniversario della morte di Carlo Maria Martini (Gallarate, 31 agosto 2012). Come ogni anno, sono previste alcune celebrazioni in memoria del Cardinale gesuita.

Venerdì 30, alle ore 17.30, nel Duomo di Milano, mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, celebra una Messa solenne in ricordo dei suoi predecessori defunti, in particolare i cardinali Alfredo Ildefonso Schuster, Giovanni Colombo, Dionigi Tettamanzi e lo stesso Martini (maggiori info). Tra i concelebranti, i padri Carlo Casalone e Giacomo Costa, presidente e vicepresidente della Fondazione Martini, e padre Maurizio Teani, superiore della comunità dei gesuiti di San Fedele.

Sabato 31 agosto, alle 17, viene invece celebrata la Messa vigiliare nella chiesa dell’Aloisianum di Gallarate (via San Luigi Gonzaga 8), la comunità in cui Martini trascorse gli ultimi anni di vita. Presiede il Vicario generale della Diocesi, monsignor Franco Agnesi; concelebrano, tra gli altri, il prevosto di Gallarate, don Riccardo Festa, il superiore della comunità dell’Aloisianum, padre Aldo Genesio, e padre Carlo Casalone.

In occasione dell’anniversario, la Fondazione Carlo Maria Martini pubblica un video che raccoglie alcune testimonianze sulle ultime ore di vita del Cardinale, sul funerale in Duomo e in generale sul suo rapporto con la malattia. Sono stralci delle interviste realizzate a don Damiano Modena, segretario personale di Martini dal 2009 al 2012, Silvia Giacomoni, giornalista e amica del Cardinale, il card. Renato Corti, Vicario generale della Diocesi dal 1980 al 1991, mons. Gianni Zappa, portavoce dell’arcivescovo dal 1997 al 2003, mons. Gianfranco Bottoni, già responsabile dell’Ufficio ecumenismo e dialogo, Federica Radice Fossati, co-autrice dell’ultima intervista al Cardinale, mons. Giovanni Giudici, Vicario generale dal 1991 al 2004, don Franco Brovelli, responsabile della formazione permanente del clero dal 1995 al 2002.

Europa: Solo 2 Paesi sui 28 coltivano organismi geneticamente modificati

Sono rimasti solo 2 Paesi sui 28 che fanno parte dell’Unione a coltivare organismi geneticamente modificati in Europa dove si registra anche un ulteriore calo della superficie seminata dell’8%. E’ quanto rende noto la Coldiretti nel fare un bilancio della coltivazione Ogm in Europa sulla base dell’ultimo rapporto ISAAA l’International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications.

La superficie europea coltivata a transgenico in Europa – sottolinea la Coldiretti – è scesa ancora ad appena 120.990 ettari nel 2018 rispetto ai 131.535 dell’anno precedente. Nel 2018 infatti – prosegue la Coldiretti – le colture ogm sopravvivono nell’Unione Europea solo in Spagna (115,246) e Portogallo (5.733) dove tuttavia si registra una riduzione delle semine del mais MON810, l’unico coltivato. Le scelte degli agricoltori europei sono la dimostrazione concreta della mancanza di convenienza nella coltivazione Ogm nonostante le proprietà miracolistiche propagandate dalle multinazionali che ne detengono i diritti.

Si tratta dunque di tecnologie superate ed ora – continua la Coldiretti – la sfida è quella di fare al più presto chiarezza sul sempre più ampio mondo delle nuove tecniche di selezione vegetale (Nbt) per regolamentarne ambiti di applicazione e prospettive. Lo studio e l’impiego di ogni nuova tecnologia che aiuta ad esaltare la distintività del nostro modello agroalimentare, il Made in Italy e i suoi primati di biodiversità, meritano – conclude Coldiretti   – di essere approfonditi nel rispetto del principio di precauzione, della sostenibilità ambientale, del libero accesso al mercato, della reversibilità e della necessità di fornire una risposta alle attese dei consumatori.

Candida auris

La Candida auris è una specie di micete ascomycota lievitiforme. È stato descritto per la prima volta nel 2009 e gli è stato dato nome auris, dal latino: orecchio, per essere stato individuato nel canale auricolare di una paziente ricoverata in un ospedale geriatrico giapponese. È una delle poche specie del genere Candida che genera candidosi nell’uomo. La candidosi è una delle più frequenti infezioni acquisite in ambienti ospedalieri da soggetti indeboliti da altre malattie, sottoposti a interventi chirurgici o immunocompromessi.

Nella sua forma invasiva la candidosi può infettare il sangue, il sistema nervoso centrale, reni, fegato, ossa, muscoli, articolazioni, milza, occhi.

La Candida auris ha attirato una maggiore attenzione clinica e sollevato allarme a causa della sua resistenza agli antibiotici e ai più comuni antimicotici. Il trattamento delle candidosi da Candida auris è anche complicato dal fatto che non viene facilmente riconosciuta, confondendola in particolare con la Candida haemulonii, un’altra specie antibiotico resistente. Il CDC ha definito la Candida auris una “grave minaccia globale per la salute” e l’European Centre for Disease Prevention and Control ha dichiarato che la Candida auris “sembra essere unica nella sua propensione ad essere trasmessa tra i pazienti e causare epidemie nelle strutture sanitarie”.

Le più comuni infezioni da Candida auris sono nel sangue, nelle ferite e nell’orecchio. Le candidemie da Candida auris sono state frequentemente associate a cateterismo venoso o urinario, operazioni chirurgiche, recenti terapie antibiotiche o antimicotiche, più frequentemente in pazienti con diabete mellito, malattie renali croniche, HIV, tumori solidi ed ematici, altre candidosi.

La maggior parte delle infezioni da Candida auris sono trattabili con echinocandine. Tuttavia, alcune infezioni da Candida auris si sono rivelate resistenti a tutte e tre le principali classi di antimicotici (azoli, echinocandine, amfotericina B). Questo livello di resistenza non era mai stato notato in infezioni da altre specie di Candida ed è particolarmente preoccupante in quanto limita gravemente le opzioni di trattamento disponibili per i pazienti con infezioni invasive di Candida auris.

Sembra una barzelletta

È come entrare in un grande supermercato e trovarsi impigliati in infiniti desideri. Lo sguardo cambia repentinamente da prodotto a prodotto. La lucentezza dello scafale accanto sembra soffocare quella precedente.

Chi non fosse esperto, resterebbe dentro un incanto interminabile e, alla fine, uscirebbe senza aver riempito il carrello della spesa.

Questa immagine mi sembra adatta a quello che sta capitando tra i due possibili partner per la formazione del nuovo governo. Quasi fosse costantemente affaticato da un problema nuovo che si aggiunge a quelli precedenti e, quest’ultimo, soffoca la possibilità di risolvere quelli già aperti. Noi stiamo lì con il naso all’insù e con le orecchie aperte e ci sembra di consumare un rito tra i più disdicevoli che possono capitare: non c’è mai una soluzione che possa chiudere la pagina. Un appetito che non può soddisfarsi. Poi ci diciamo: “ma c’è un tempo finale? Il Presidente della Repubblica non ha fissato le colonne d’ercole?”. E così, rivolgendoci queste domande, un po’ quietiamo l’animo.

Arriverà mercoledì sera o giovedì mattina in cui il sipario si chiuderà.

Nel frattempo sta capitando quello che una divertentissima barzelletta mi ha fatto parecchio ridere.

Un fidanzato chiede alla fidanzata, prima di sposarsi, di poter ammirare il suo corpo. E quando quest’ultima lo soddisfa togliendosi i vestiti e mantenendo però gl’indumenti intimi, il fidanzato non si accontenta. E, pertanto, chiede, per giungere consapevolmente all’altare, di poter ammirare integralmente la nudità della futura sposa. La buona intenzione di quest’ultima non si fa attendere e si libera anche delle ultime leggere barriere. Alla fine, il fidanzato concluderà in questo modo: “cara mia, mi dispiace ma non posso sposarti” e l’altra risponde: “perché non ti piaccio?” E lui risponde: “sì, non mi piace il colore dei tuoi occhi”.

Per dire cosa? Per dire che a Di Maio non piace ciò che già sa del Pd, ma si può anche rovesciare la frittata. La stessa ragione vale per il Pd nei confronti dei 5Stelle.

Se questa è la condizione iniziale e voi tutti converrete con me che sono quanto meno almeno 10 anni che i due si insultano, non è adesso che in un luogo appartato, ormai è stato declassato il modello streaming, guardandosi le parti più nascoste, potranno cancellare ciò che il manifesto ha già abbondantemente gridato.

Siamo ad assistere a giravolte sconfortanti. Ho la netta sensazione che anche facessero un passo in avanti e. magari. Mattarella, questo tardo pomeriggio, conferirà l’incarico al Presidente Conte, che, all’ombra del voto dei grillini dopo questa titanica fatica, più per noi che per loro, rovesceranno totalmente il tavolo e ci troveremo d’incanto con un pugno di mosche.

Previsione verosimile?

Ditemi voi se di una votazione alla Casaleggio ci si può fidare. Sono pertanto persuaso che se la mente che governa la macchina guarderà con simpatia a questa nuova avventura, prevarrà il si, ma da quanto si Sto arrivando!, quel figlio prediletto, sembra storcere il naso nei riguardi di questa ipotesi di governo, ed è per questo che ritengo più probabile che il pollice sia verso.

Il dialogo fra le religioni in Africa fra guerra e politica. L’incoscienza della speranza

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Padre Giulio Albanesi

Mai come oggi occorre scongiurare, un po’ a tutte le latitudini, la strumentalizzazione del sentimento religioso per fini eversivi. Come ebbe a dire Papa Francesco nel corso della sua visita a Tirana nel settembre del 2014, nessuno può permettersi di prendere a pretesto la religione «per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti». Da questo punto di vista, la dichiarazione congiunta firmata da Papa Francesco e dal grande Imam Ahmed al-Tayyeb ad Abu Dhabi è fondamentale, recando un titolo che è tutto un programma all’insegna dell’agognato cambiamento: «Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune».

Il documento non solo condanna l’uso delle religioni per giustificare la violenza — «nessuno può uccidere nel nome di Dio» — ma dichiara solennemente che i cristiani non sono minoranze da tollerare ma cittadini a pieno titolo. Viene pertanto sconfessato l’estremismo jihadista che frantuma l’unità della famiglia umana. Un indirizzo, peraltro, in linea con la dichiarazione congiunta che proprio a fine marzo Papa Francesco e il re del Marocco, Mohammed vi, hanno sottoscritto sull’unità di Gerusalemme «avendo a cuore il suo significato spirituale e la sua peculiare vocazione di Città della Pace». Gli scettici, naturalmente, penseranno che si tratti di un’illusoria utopia, ma ogni bagliore di luce — e questi avvenimenti lo sono a tutti gli effetti — può illuminare il cammino della speranza. Non solo in riferimento alla percezione che noi occidentali abbiamo del mondo islamico, ma anche guardando all’impatto positivo di questo indirizzo in molti Paesi africani provati dal terrorismo: dal Burkina Faso alla Nigeria, dal Kenya alla Somalia, dalla Libia all’Egitto. A questo proposito, chi scrive avverte il bisogno, quasi istintivo, di condividere con i lettori di questo giornale un’esperienza vissuta, in Somalia, nella seconda metà degli anni Novanta. Allora, in circostanze particolari e inaspettate, mi venne offerta la possibilità di celebrare la santa messa in una cittadina non lontano dalla capitale Mogadiscio.

Oltre ai volontari e cooperanti di una nota organizzazione non governativa italiana, tra i presenti vi erano il presidente della corte islamica locale, assieme agli anziani del suo consiglio. A scopo cautelare, considerando che in Somalia sono ancora presenti formazioni estremiste, inquadrate nel cartello degli al Shabaab, è prudente omettere i nomi di persona. Lo scenario che allora avevo di fronte era quello di un paese che aveva assistito, a fronte di un crescente stato di caos e di grave carestia, al fallimento dell’operazione internazionale “Restore Hope” (letteralmente “riportare la pace”), col risultato che a dettare le regole del gioco erano i signori della guerra. Per chiarezza è opportuno ricordare che dalla caduta del regime di Siad Barre, nel lontano 1991, la Somalia versa ancora oggi in una condizione di permanente dissoluzione, ostaggio di numerose bande armate che seminano morte e distruzione. Nonostante vi siano state numerose iniziative diplomatiche e a Mogadiscio sia insediato un governo internazionalmente riconosciuto, nessuna autorità è riuscita a imporre il proprio controllo e dunque lo stato di diritto, su tutto il paese. Tornando, comunque, indietro con la moviola del tempo, ventitré anni fa, la parcellizzazione del territorio somalo era tale per cui le condizioni di sicurezza cambiavano a seconda delle regioni, dei clan e dei sotto clan.

La provvidenza volle che in quel frangente mi trovassi a visitare una cittadina dell’entroterra dove la locale corte islamica, con modalità, devo confessare, estremamente invasive (esecuzioni, amputazioni e quant’altro), assicurava una certa legalità. Fu proprio il presidente di quel tribunale islamico, fautore della shari’a (la legge islamica), ad accettare un inatteso dialogo nel corso di un’intervista che poi, alcune settimane dopo, pubblicai sul settimanale Epoca. Mi salutò cordialmente invitandomi a sedere in una stanza cupa e spoglia. Uno spiraglio di luce mi consentiva, a malapena, di prendere appunti sul mio taccuino. Ci separava una scrivania in legno intarsiato, retaggio dell’epoca coloniale italiana. A poca distanza, accovacciati su di una lunga panca, sedevano alcuni membri della corte. Devo confessare che mi risultava impossibile riuscire a riconciliare il messaggio di pace, di cui lo sceicco si ergeva paladino, con ciò che avevo appena visto all’ingresso dell’edificio in cui era insediata la corte. Uno spettacolo orribile e agghiacciante: due mani amputate, appese a una sbarra di metallo con una striscia di garza. Era stata la pena inflitta a due ladri di bestiame. Con una discreta carica di temerarietà, mista a incoscienza, mi permisi di contestare quelle pratiche disumane.

Il mio interlocutore, con una sorta di disarmante pacatezza, si difese affermando che quelle pene, per quanto cruente fossero, rappresentavano un deterrente contro la diffusa illegalità che minava la società somala. Quando il giorno dopo lo incontrai nuovamente, mi disse che aveva compreso quale fosse la mia vera identità: «tu non sei solo un giornalista, sei anche un prete». Ebbi paura d’essermi messo nei guai, ma lui sorrise, citandomi la quinta sura del Corano che testualmente recita: «In verità coloro che credono e i giudei, i sabei e i cristiani, tutti quelli che credono in Allah e compiono il bene, non avranno nulla da temere e non saranno afflitti». Gli chiesi, allora, se potessi celebrare la santa messa. Ancora oggi, sono in molti a rimproverarmi l’imprudenza di quella richiesta.

Me l’accordò all’istante e vi prese parte con grande rispetto. Da rilevare che da quelle parti vi era una chiesa, costruita da una congregazione missionaria italiana, che pochi mesi prima era stata rasa al suolo; restava in piedi solo il campanile, mezzo diroccato. Un’antica storia mediorientale racconta di un viandante che incontrò un mostro nel deserto. Inizialmente, il poveretto ebbe paura ma, riuscendo a scorgerlo più da vicino, s’accorse che era un uomo. Alla fine quando lo scorse negli occhi, riconobbe suo fratello. Questo vale per noi e per loro, nel reciproco rispetto della dignità della persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio.

Rete Bianca, tra “decantazione” e governabilità

Mentre scriviamo queste righe, ancora non sappiamo se la crisi di governo di mezza estate sarà risolta positivamente con la prospettiva di un esecutivo di legislatura oppure “elettorale”, destinato cioè a portare il Paese alle urne entro la prossima primavera. Il mese di agosto 2019, iniziato tra i canti e i balli del Papeete Beach di Milano Marittima, rischia di finire mestamente a Capalbio, intesa come la località balneare da sempre “buen retiro” di una certa intellighentsia di sinistra. 

Per queste ed altre ragioni, l’appello lanciato qualche giorno fa (sulle colonne di Repubblica) dal costituzionalista Michele Ainis, sulla possibilità di un governo di “decantazione”, avrebbe meritato una approfondita riflessione, che al di là di qualche talk show estivo, purtroppo non c’è stata. Michele Ainis si riferiva all’esperienza di governo (balneare) maturata in piena estate 1987, a seguito della mancata “staffetta” tra Bettino Craxi (alla guida di uno degli esecutivi più longevi fino a quel momento) e Ciriaco De Mita, che arriverà a Palazzo Chigi nella primavera 1988. Durante le consultazioni dell’estate 1987, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si rese conto della necessità di un Premier “terzo” rispetto ai tanti cavalli di razza allora in corsa nei principali partiti. La scelta cadde sul mite Giovanni Goria (già Ministro del Tesoro nei governi Fanfani e Craxi) considerato un esponente Dc di seconda fila, quasi un underdog come si direbbe nei tempi odierni.

Quel governo (che Ainis definisce, non a caso, di “decantazione”) ebbe il merito, in qualche modo, di “disintossicare” l’ambiente dall’aspra dialettica tra le varie forze politiche e a riportare il Paese sui binari delle questioni fondamentali. Si sapeva, già allora, che nel 1992 la nostra economia avrebbe dovuto adeguarsi ai nuovi parametri fiscali e di bilancio richiesti dalla Comunità Europea, in vista della firma del Trattato di Maastricht. In quegli anni, come sappiamo, nessuno faceva i “compiti a casa”. Sono ricordati come gli anni dell’esplosione del debito pubblico, a colpi di “baby pensioni”, sussidi garantiti (a famiglie e imprese) e “svalutazioni competitive”. Ricorda in una recente intervista Mario Monti (allora docente di economia politica all’Università Bocconi di Milano) che un suo collega ebbe a dire, sfogliando i giornali: “Insider trading? Ma perché, è possibile un diverso tipo di trading?”.

Questa era la Milano “da bere” dei favolosi anni ’80, dove tutti sapevano stare al loro posto, in un’Italia ancora per molti aspetti feudale e con regole ben precise, in cui il potere era concentrato nelle mani del “Salotto buono” della finanza a Milano (con la regia della Mediobanca di Enrico Cuccia) e del Pentapartito a Roma. Potenti “capitani di industria”, l’emergere dei grandi nomi della moda, della finanza e del design. Sembrava un’Italia sulla rampa di lancio del successo politico e del progresso economico, ma, come ben sappiamo, le cose sono andate diversamente. A partire dai primi anni Novanta il Paese si è fermato. Le crisi politiche sono spesso andate a braccetto con quelle economiche (Mani Pulite e l’attacco speculativo alla Lira, solo per citare il drammatico 1992). Non sappiamo ancora cosa ci riserverà il futuro. Come Rete Bianca, possiamo solo auspicare la più concreta governabilità. Se necessario, in una prospettiva di  “decantazione” nel senso indicato da Michele Ainis.

L’analisi di Infante implica l’illusione del ritorno al partito d’ispirazione cristiana.

Non ho il piacere di conoscere Giancarlo Infante, non so neppure quanti anni abbia. Quindi non sono in grado di sapere se, approssimativamente, era in età adulta ai tempi della approvazione della legge sul divorzio e di quella sull’aborto. Allora noi cattolici democratici occupavamo posizioni di governo rilevanti eppure comprendemmo che la coscienza popolare di questo Paese ci indicava una direzione per noi apparentemente ostica ed impervia. Malgrado ciò la imboccammo, sia pure con grandi difficoltà e tra palesi incretezze

Possiamo affermare ora, a distanza di decenni, di aver sbagliato? Possiamo credere, o illuderci, di poter tornare allo status quo ante? La società civile, nel suo complesso, comprenderebbe ed accetterebbe questa nostra posizione? Io penso di no, non sarebbero dalla nostra parte le generazioni, ormai non poche, che in questo sistema sono nate e cresciute, ma nemmeno quelle che negli anni si sono formate. I due provvedimenti e gli istituti conseguenti sono considerati genericamente, e quindi popolarmente, due conquiste irrinuncianìbili da parte della nostra comunità, anche se, specie l’aborto, vengono praticate con un atteggiamento che non è proprio quello temuto e previsto da quanti, cattolici ma anche no, erano legittimamente contrari.

Questo per quanto concerne alcuni principi etici molto sentiti dai cattolici e dei quali scrive Infante nel suo pezzo. Per quanto attiene il Pd, il mio pensiero è molto semplice. Il Pd non è stato un evento naturale, presentatosi nella forma che gli elementi costituenti, anch’essi naturali, gli hanno conferito quasi considerandola immutevole. Il Pd è stato, ed è ancora, una creazione umana, e come tale fallibile è modificabile. Al Lingotto si era avviata un fase dinamica dal percorso non del tutto definito, un work in progress faticoso e difficile, al quale, da prima e poi quasi da subito, molta parte del cattolicesimo democratico impegnato in politica si è sottratto,consegnandosiad una destra la cui parte mgliore,era costituita da uno straripante Silvio Berlusconi e da un apparentemente convertito al liberalismo Gianfranco Fini.Una scelta legittima,certo,ma infelice altrettanto sicuramente.

Il Pd non era un moloch espressione della sinistra post comunista,anche se alcuni continuano a ritenerei che forse lo sia ora, giacché recenti vicende, interne allo stesso Pd, sembrano inviare, a loro giudizio,segnali preoccupanti in tal senso.
Ed è forse per questo motivo che Renzi, affiancato da altri, sta insistendo da tempo nella difesa di un progetto – ancora possibile – mirato alla creazione in vitro di un soggetto politico “democratico, liberale, laico, popolare, riformista ed europeista”, capace di muoversi nel solco segnato dalle grandi culture sociali e politiche del ‘900 correttamente e modernamente intese.

In realtà il Pd non è stato nemmeno quello ipotizzato da Walter Veltroni al Lingotto, al quale Franco Marini ci convinse ad aderire in un memorabile incontro a Chianciano, e forse non lo sarà nel prossimo futuro, per errori marchiani e per miopia politica, prima da una parte e poi dall’altra. Ora la mancata approvazione del Referendum istituzionale e lo svolgersi di tutte le vicende che da questo fatto originano, fino alla presente crisi di Governo in fase di soluzione, lasciano credere che ci sia spazio per un’alternativa identitaria. Ho molti dubbi,al riguardo È immaginabile il ritorno sulla scena politica e parlamentare nazionale di una formazione di ispirazione dichiaratamente cattolica, e tuttavia di consistenza numerica ridotta, che possa costituire un momento realisticamente fondamentale per affrontare le condizioni che hanno portato il nostro Paese sull’orlo del baratro del populismo sovranistico e totalitaristico? O è l’illusione,in qualche caso narcisistica ed ingenerosa, di chi ha a cuore il valore assoluto della propria testimonianza a discapito del possibile bene del Paese?

Quale politica economica per il governo giallorosso. I consigli di Gustavo Piga

Articolo già apparso sulle pagine di Formiche.net a firma di Pino Pisicchio

Sempre che tutto vada in porto e che si arrivi, al termine delle consultazione, alla nascita di un governo giallorosso, è necessario interrogarsi su quale possa e debba essere la politica economica del neo governo.

Come avevamo previsto l’anno scorso all’interno della commissione presieduta dal professor Della Cananea, di cui ho fatto parte, era ben possibile immaginare sia una coalizione gialloverde sia una coalizione giallorossa. Il problema, su cui allora forse non avevamo ragionato neanche noi, è che bisognava capire se le misure di politica economica sarebbero riuscite a rimanere sostenibili, e questo vale sia per la coalizione gialloverde che è fallita, che per quella giallorossa, la quale parte con una buona dose di entusiasmo, come tutte le iniziative nel loro nascere.

Bisogna chiedersi, allora, cosa rende questa coalizione giallorossa potenzialmente sostenibile. Ovviamente ci sono le convenienze politiche, un collante che tiene insieme le due forze, su cui però sorvolerei, concentrandomi sulle sfide economiche che ha di fronte. Continuo a pensare che malgrado Salvini abbia fatto svariati errori tattico-strategici a livello politico, ci sia stato di fondo, nel suo atteggiamento così sorprendente per tanti analisti, una logica comprensibile, cioè quella di credere che a settembre, in autunno, la coalizione gialloverde non sarebbe stata capace di fare, dati tutti i vincoli europei e nazionali, una manovra di bilancio coerente con la propria visione economica. Nulla mi toglierà dalla testa che Salvini si è reso conto che tutti i suoi programmi economici non avrebbero retto all’interno del contesto italiano ed europeo, in termini soprattutto di rispetto del deficit pubblico, del Pil, dell’andamento del deficit pubblico sul Pil e quindi dell’impossibilità di attuare una serie di manovre, compresa la famosa flat tax e il non aumento dell’Iva.

A questo punto la domanda chiave diventa: qual è la manovra sostenibile che questa nuova coalizione può mettere in campo? Quando dico sostenibile intendo non solo per i due partiti, ma anche per il Paese e l’Europa, che molto dipende da quello che avviene in Italia. Se l’Italia fallisce, l’Europa fallisce, se l’Italia scoppia, l’Europa scoppia. E se l’Italia scoppia e l’Europa scoppia, scoppia anche a livello politico questa nuova coalizione. È ovvio, e Salvini starà alla finestra ad aspettare, che un fallimento economico nei prossimi due anni porterà Salvini ben sopra il 40% – è più facile fare opposizione quando le cose vanno male – ma porterà proprio alla conclusione di un progetto italo-europeo sostenibile di lungo periodo che un europeista come me desidera. Con questa consapevolezza, bisogna domandarsi cosa devono fare a livello economico Movimento 5 Stelle e Partito democratico.

La risposta, a mio parere, è che devono fare esattamente il contrario – e qui il grande pericolo e la grande sfida – di quello che è nel loro dna, perché si è rivelato in momenti diversi estremamente dannoso, estremamente sbagliato, estremamente funzionale alla crescita dei sovranismi in Italia e in Europa. Quando dico sbagliato non mi riferisco solo alle componenti gialle e rosse, ma anche al blu con le stelline gialle, ossia a livello europeo. Se queste tre punte del triangolo – i gialli, i rossi e l’Europa – non trovano la quadra della politica economica, rischiano di fare esplodere il progetto europeo.

Concretamente, significa che 1. il Pd deve abbandonare le sue politiche di austerità, e paradossalmente deve seguire quello che intuì la coalizione gialloverde, ossia abbandonare il fiscal compact. Non è pensabile sentire uno Zingaretti dire “abbasseremo le tasse, aumenteremo la spesa per gli investimenti” in un contesto dove l’Europa chiede una convergenza al bilancio in pareggio. O mente Zingaretti o ci prepariamo a due anni di ambiguità, di passi indietro, che ovviamente danneggiano le imprese, le quali non faranno investimenti in un clima di incertezza. Abbiamo bisogno di un programma non austero, di confermare un deficit attorno al 3% fisso fino a quando l’economia italiana non uscirà da questa crisi che ormai dura da più di 10 anni. Ma non basta.

Un tentativo simile, infatti, l’hanno fatto i gialloverdi, eppure l’economia non è ripartita. Il governo Conte – ricordiamolo – è il governo che ha scritto di suo pugno sul documento di economia e finanza “Cresceremo con le nostre politiche dello 0,8% nei prossimi 3 anni”, cioè ha autocertificato il suo fallimento. Nell’anno appena passato qualcosa di molto sbagliato è successo, ossia che le risorse liberate dal governo gialloverde – contro l’Europa, contro il fiscal compact, contro la convergenza del bilancio in pareggio – sono state spese nel modo peggiore possibile, sono state buttate in un reddito di cittadinanza che non genera alcuna crescita e con un aiuto alle fasce più povere che poteva benissimo venire da quella componente della spesa che si chiama investimenti pubblici, i quali non solo aiutano i più poveri dandogli un lavoro, ma si traducono anche in crescita del Paese.

Saranno i rossi capaci di rinunciare all’austerità, alla convergenza del bilancio in pareggio? Saranno i gialli capaci di rinunciare al reddito di cittadinanza per fare investimenti pubblici come non hanno mai fatto? Se non succede questo la mia impressione è che certamente avremo un Presidente della Repubblica eletto da questa coalizione, certamente avremo un Renzi che non si deve preoccupare di perdere i suoi parlamentari nei prossimi due anni, ma tra tre anni, quando arriverà il tempo delle elezioni, non ci sarà più scampo e saremo consegnati a un movimento sovranista perché non avremo avuto la forza, la capacità, l’intelligenza e la visione di fare le uniche politiche che servono alla gente per vivere serena, che sono quelle della crescita e dell’occupazione.

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Giuseppe Fanfani: “Caro Salvini, mio zio lavorava tanto..”

Articolo già apparso sulle pagine dell’Agenzia AdnKronos

Erano tempi seri, si affrontavano i problemi, si discuteva e si litigava. E poi le persone a cui si fa riferimento erano persone di grandissima cultura. Amintore Fanfani era un professore di Università di alto livello, De Mita è uomo di riconosciuta qualità”. Giuseppe Fanfani, nipote di Amintore, avvocato e politico, ex sindaco di Arezzo ed ex consigliere laico del Csm, commenta così all’Adnkronos il richiamo di Matteo Salvini ai due esponenti della Democrazia Cristiana a proposito delle trattative in corso per formare il nuovo governo tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, che a suo giudizio non discutono di programmi ma di poltrone.

Le persone chiamate in causa, fa poi notare Fanfani, “avevano lavorato tanto prima di fare politica, e non è irrilevante avere dimostrato nella vita di sapere fare cose egregie prima avere il desiderio di occuparsi di risolvere i problemi degli altri”.

L’invecchiamento: sfide e opportunità per la società di domani

“L’invecchiamento: sfide e opportunità per la società di domani” è il convegno nazionale, a partecipazione gratuita, in programma mercoledì 25 e giovedì 26 settembre, a Rimini.

Lo organizza Uneba, organizzazione di categoria del settore sociosanitario, educativo, assistenziale, con oltre 900 enti associati in tutta Italia, quasi tutti non profit di radici cristiane. L’impatto sociale, sanitario ed economico dell’invecchiamento in Italia è al centro delle relazioni della sessione plenaria di apertura del convegno, mercoledì 25, dalle 15, che prevede tra l’altro i saluti del vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, del presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, e l’intervento del geriatra Marco Trabucchi.

Nel corso del pomeriggio, si analizzeranno anche le evoluzioni possibili dei servizi agli anziani, tra tecnologia, esigenze di sostenibilità e prospettive demografiche. Senza dimenticare il ruolo fondamentale del fattore umano: professionisti e operatori ogni giorno al fianco degli anziani.

Cronicità, acuzie, demenze, autonomia e innovazione tecnologica sono tra i temi dei 6 workshop della mattina di giovedì 26, che comprenderanno anche la presentazione di “buone pratiche” di enti associati Uneba.

Chiusura in plenaria, nel pomeriggio di giovedì 26, con, tra gli altri, l’intervento di don Massimo Angelelli, direttore della Pastorale della salute della Cei. Saranno presentati progetti su benessere lavorativo e riduzione degli infortuni nelle strutture per anziani, in collaborazione con Inail, e si realizzerà un confronto quanti-qualitativo tra modelli residenziali di diverse Regioni.

La sifilide

La sifilide, conosciuta anche come lue o morbo gallico, è una malattia infettiva a prevalente trasmissione sessuale.

È causata da un batterio, il Treponema pallidum, dell’ordine delle spirochete, che si presenta al microscopio come un piccolo filamento a forma di spirale, identificato nel 1905 da Fritz Schaudinn e Erich Hoffmann. Oltre che per via sessuale, il contagio può estendersi al feto, nella donna gravida con infezione recente, attraverso la placenta (trasmissione transplacentare). In tal caso, il feto presenta un quadro di sifilide congenita con malformazioni che possono interessare la cute e le mucose, l’apparato scheletrico, l’occhio, il fegato, il rene e il sistema nervoso centrale.

Pertanto, questa malattia può essere contratta nella forma congenita in due modi: prima ancora della nascita, attraverso il sangue materno infetto; oppure alla nascita, durante la discesa nel canale del parto. Comunque, nella maggior parte dei casi, il contagio (possibile fin dalle primissime fasi della malattia) avviene attraverso i rapporti sessuali. I casi di acquisizione della malattia con le trasfusioni sono ormai rarissimi nel mondo, grazie ai controlli accurati che vengono effettuati prima che il sangue sia trasfuso.

Solo nel 2017 sono stati confermati 33.189 casi di sifilide in 28 paesi.

L’ECDC ha notato sorprendenti variazioni tra i paesi, con Germania, Gran Bretagna, Islanda, Irlanda e Malta che hanno assistito a un numero più che raddoppiato di casi negli ultimi dieci anni. Estonia e Romania, invece hanno registrato un calo del 50% o più nello stesso periodo.

 

Verso il governo 5 Stelle Pd. Non cambia il nostro progetto politico

Articolo già apparso sulle pagine di https://www.politicainsieme.com

Alla fine sembra che ci siamo. Nasce il governo 5 Stelle Pd. Che a Zingaretti dovessero cedere alcuni dei “ paletti” piantati nei giorni scorsi è sempre apparso evidente. Il rischio era quello, infatti, di andare alle elezioni anticipate all’insegna dell’avventura e della quasi certa rottura con l’Europa e i nostri tradizionali alleati.

E’ bene, in ogni caso, essere prudenti e attendere la fine del nuovo giro di consultazioni da parte del Presidente della Repubblica.

La nascita di un esecutivo non significa di per sé il completo superamento di quelle ostilità che hanno sempre segnato i rapporti tra il movimento formato da Beppe Grillo e il partito del centro sinistra. Salvini docet! Bisognerà pure vedere in Parlamento quale sarà la reale consistenza numerica della nuova maggioranza e a quanti voti di fiducia saremo costretti ad assistere.

Cosa cambia? Potenzialmente molto per il quadro generale del Paese, cui noi teniamo sopra ogni cosa.

Si allontana il rischio di un passaggio elettorale dalla carica fortemente divisiva. La spinta sovranista, già sconfitta in Europa, segna una importante battuta d’arresto. In ogni caso, Matteo Salvini cercherà di riscattarsi con le prossime elezioni in Umbria e in Emilia. I fortilizi del Pd non sono più certi e saldi e l’effetto negativo per Salvini e la Lega, responsabili di una crisi avventurosa, avranno bisogno del loro tempo per far sentire i propri effetti più profondi.

Il capo dei leghisti, o chi potrebbe sostituirlo in tempi più o meno lunghi, soffierà in tutti i modi sul fuoco delle polemiche probabilmente destinate a scatenarsi con la legge finanziaria e la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva. Certo, il riallineamento del quadro politico italiano con quello europeo potrebbe aiutare a trovare più flessibilità e compiacenza da parte di Bruxelles, ma i conti dovranno pur essere messi in ordine. La coperta è troppo corta per coprire sia la testa, sia i piedi.

A noi interessa che il nuovo esecutivo sia capace davvero di essere quel governo di tregua morale e civile che Politica Insieme, con Costruire insieme e Rete bianca, ha auspicato ( CLICCA QUI ). La cosa non potrà che fare del bene all’Italia che ha bisogno di abbassare il tasso di rissosità e ricercare un’alternativa all’odio sociale, religioso ed etnico seminato a piene mani finora. Se questo avverrà non potrà che essere apprezzato.

Leonardo Beccheti ( CLICCA QUI ) indica degli elementi concreti attorno cui la nuova compagine governativa può segnare una novità utile al Paese, quando afferma: “ possono creare una piattaforma perché su ambiente, sociale e lavoro e lotta all’evasione le posizioni possono essere molto vicine. Quello su cui bisognerebbe trovare una quadra è la materia degli investimenti e delle infrastrutture. Su cui però Di Maio, in un discorso a Confindustria, ha già fatto una parziale marcia indietro capendo che Industry 4.0 era un pezzo molto importante della politica economica del Paese”.

In ogni caso, questo governo, che noi ci auguriamo possa davvero aprire una nuova stagione, in particolare per quanto riguarda le relazioni internazionali, non cambia il nostro progetto di dare vita ad una presenza autonoma e libera da parte del mondo cattolico democratico e popolare, letteralmente estromesso dalla dialettica politica e parlamentare.

Non cambiano i nostri giudizi su taluni contenuti e forme attraverso cui si dispiega la presenza politica dei 5 Stelle. Non crediamo nell’idea della “ decrescita felice” la quale presenta aspetti fortemente non popolari. Non siamo d’accordo con il convincimento che i problemi del paese si risolvano con un programma che mette al primo posto il taglio del numero dei parlamentari. Molto altro ci vuole per quella trasformazione radicale che dev’essere avviata.

Taluni punti dei 10 illustrati da Luigi Di Maio sono da condividere, ma a noi interessa anche “ altro”. Un “ altro” che manca e che ignora completamente quegli aspetti etici della vita pubblica e privata diventati parte della crisi più generale che stiamo vivendo.

Al Pd facciamo da tempo una critica serrata, che non può cambiare solo perché adesso è riuscito a riprendere un po’ di vento nelle vele.

Intanto, questa crisi ha confermato che nessuno sa cosa sia questo Pd, in quante parti sia suddiviso e se vi sia la capacità persino di restare unito e sopravvivere. Resta un punto interrogativo sul futuro di questa organizzazione politica.

Del resto, come non vedere i diversi e contrastanti giudizi sulla nascita di questo Governo, i modi in cui ha trionfato l’idea della sua costituzione, la direzione bicefala cui assistiamo, con Renzi in grado di condizionare i gruppi parlamentari e Zingaretti l’ossatura del partito. Infine: i cambi di posizione i mutamenti repentini del giudizio sui nuovi alleati di governo e le riserve forti, che ancora permangono, verso i seguaci di Grillo in ampie aree del Pd.

Non è da escludere neppure che proprio questa nuova esperienza governativa possa rivelarsi l’innesco di una resa dei conti interna, nel caso l’esecutivo venisse meno alle attese e ci si dovesse trovare in una situazione analoga a quella vissuta dai 5 Stelle con Matteo Salvini. Molto dipenderà dagli effetti della nuova fase di recessione che sembra in arrivo.

Il Pd si è sempre dimostrato sordo alle istanze avanzate dal mondo cattolico, nonostante la presenza tra le sue fila di parlamentari d’estrazione e formazione cristiana. Non si tratta solo della legge cosiddetta Cirinnà o dell’adozione da parte di coppie dello stesso sesso.

Parliamo della latitanza nei confronti dei problemi della famiglia, della disattenzione nei confronti della natalità e della diversa visione, rispetto a noi, della vita che riteniamo debba essere considerata tale, e per questo rispettata, dal concepimento alla sua fine naturale, dell’uso di talune tecniche di procreazione assistita.

Il nuovo Governo è formato da due partiti con i quali è stato più difficile interloquire in materia di fine vita. Il 24 settembre scadranno i termini fissati dalla Corte costituzionale per giungere ad una modifica della legge. Ecco, vediamo come i due partiti vorranno operare su questo tema. E’ pressoché impossibile intervenire in termini così stretti. Ma potrebbero, con altre forze politiche, lanciare un invito perché la Corte, rendendosi conto della complessa situazione politico parlamentare, conceda altro tempo per trovare una soluzione adeguata, così come suggerisce anche l’amico Domenico Galbiati ( CLICCA QUI).

Vorremmo superare la logica degli schieramenti. E invitiamo anche gli altri amici del mondo cattolico interessati alla politica a superarla. Andiamo al cuore dei problemi e valutiamo le soluzioni proposte dal Governo e dei partiti che ne fanno parte per giungere alla maturazione di un giudizio. In ogni caso, anche questa crisi dimostra che non dobbiamo farci distogliere dal nostro progetto di dare vita ad una presenza organizzata dei cattolici democratici e popolari in politica.

Truffelli (Azione Cattolica), La linfa vitale di una fede incarnata.

Per i credenti la politica non può essere considerata estranea alla missione del popolo di Dio nel mondo: è quanto sostiene Matteo Truffelli in un articolo chiesto alla luce del recente incontro nazionale dei soci di Ac impegnati nella vita politica e amministrativa a livello locale e pubblicato da «Vita Pastorale» (n.8-Ago/Set), il mensile per la Chiesa italiana diretto da Antonio Sciortino. Per il Presidente nazionale dell’Azione cattolica è fondamentale l’impegno concreto dei cattolici per una convivenza più umana, più giusta, più libera e più fraterna, nella pluralità di scelte e posizioni. Essi non possono sottrarsi al dovere di un serio confronto sulle principali questioni del nostro tempo.

Di seguito il testo dell’articolo:

Per ragionare sul rapporto tra comunità cristiana e politica nella difficile stagione in cui ci troviamo immersi, è bene innanzitutto tornare al passo dell’Octogesima adveniens, non a caso richiamato anche da Francesco in Evangeliigaudium, in cui Paolo VI affermava che «spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili dell’evangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa, quale è stato elaborato nel corso della storia […]. Spetta alle comunità cristiane individuare, con l’assistenza dello Spirito Santo – in comunione coi vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà -, le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi» (Octogesima adveniens4).

È questa la prima responsabilità che la comunità cristiana, nel suo insieme, deve assumersi. Interpellata dal proprio tempo, essa è chiamata a leggere in maniera condivisa la realtà per coglierne i connotati fondamentali, individuare le urgenze e le sfide principali che essa pone e discernere, insieme, come contribuire a indirizzarne gli sviluppi. Un compito che non può essere semplicemente delegato a qualcuno, a “un’autorità superiore”, religiosa, intellettuale o politica che sia, perché è di tutti i credenti, di ognuno e di tutti insieme. Una responsabilità che per poter essere esercitata implica la necessità di mettere a punto strumenti, spazi e occasioni appropriate. Chiede di educare la comunità alla fatica del discernimento: discutere senza lacerarsi, giudicare senza semplificare, scegliere senza assolutizzare. E ancora più a monte chiede di formare ciascun credente, a ogni età e in ogni condizione, al valore e al significato del Bene Comune, alle sue implicazioni, al coinvolgimento che esso postula.

La politica, dunque, non può essere considerata estranea alla missione del Popolo di Dio nel mondo. Se occorre tenere sempre ben chiara la distinzione dei diversi piani in cui ci è chiesto di agire – quello sul quale ci muoviamo, appunto, come comunità cristiana, e quello sul quale ciascuno è chiamato a mettere in gioco, individualmente o collettivamente, la propria responsabilità personale, la propria coscienza formata (cf Gaudium et spes 76) – occorre anche ricordare che non possiamo sottrarci al dovere di un serio confronto circa le principali questioni che il nostro tempo ci propone. Sapendo esprimere valutazioni equilibrate e coerenti e tentando, soprattutto, di indicare soluzioni possibili e strade attraverso cui realizzarle. Sapendo giudicare ciò che avviene sulla scena pubblica senza pregiudizi di parte, ma anche senza dare retta a chi vorrebbe che relegassimo «la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini». (Evangelii gaudium 183).

Al tempo stesso, non possiamo perdere di vista la consapevolezza che sempre, e inevitabilmente, confrontarci con le concrete contingenze della storia ci chiede di misurarci con la «legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali» che i credenti possono assumere nel tentativo di avvicinarsi alla realizzazione del maggior bene storicamente possibile (cf Gaudium et spes 75). Non possiamo dare per scontato che questa convinzione rappresenti una mentalità pacificamente acquisita dentro la comunità cristiana. Al contrario, dobbiamo crescere molto su questa strada. Dobbiamo ancora metabolizzare il fatto che la pluralità delle scelte e delle posizioni politiche interne al mondo ecclesiale possa rappresentare una ricchezza, e non solamente una difficoltà.

Solo così potremo sottrarci alla tentazione, sempre incombente, di “tirare il Vangelo per la giacca”, ascrivendolo con troppa leggerezza alle nostre convinzioni o alla nostra parte politica e squalificando coloro che dentro la comunità ecclesiale non la pensano come noi additandoli come credenti incoerenti, o peggio, a seconda dei casi, come traditori dei valori fondamentali della fede, perché svenduti alle seduzioni della mondanità, o come interpreti inadeguati della sua forza umanizzante, perché incapaci di trovare un punto di incontro tra le affermazioni di principio e le concrete scelte possibili. E solo così potremo depotenziare il rischio che qualcuno pensi di poter fare della fede – o più precisamente della religione – uno stendardo di cui appropriarsi per poterlo sbandierare, in maniera più o meno insincera e strumentale, per scopi di parte.

È a queste condizioni, mi pare, che la comunità cristiana potrà continuare a nutrire la vita politica del nostro tempo con la linfa di una fede incarnata, capace di offrire alla società di oggi il lievito di una visione dell’uomo e della società, un senso del bene e della giustizia e un impegno concreto per la realizzazione di una convivenza umana più giusta, più libera, più fraterna.

Matteo Truffelli
Presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana

Il punto sull’Amazzonia che brucia

Fonte Associazione Popolari a firma di Giorgio Vacchiano

Cosa sta succedendo in Amazzonia? 
Dieci punti spiegati (bene) dal “Guardian” e da un esperto. Giorgio Vacchiano – ricercatore della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale – fra gli 11 migliori ricercatori forestali nel mondo premiati dalla rivista scientifica “Nature”. Anche su questa emergenza ecologica si sono dette e lette tante inesattezze ed esagerazioni. Può essere utile fotografare con realismo la situazione.

In estrema sintesi: anche se l’Amazzonia non è il “polmone” della Terra, anche se è grande come l’unione europea e anche se non sta bruciando tutta, la situazione è grave, e dobbiamo preoccuparci e agire. Ecco come e perché.

1) Ogni anno nella stagione secca (luglio-ottobre) i satelliti rilevano molti incendi nel bacino amazzonico. Secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas da Amazôna, il 99% sono accesi dall’uomo, sia su terreni già senza alberi (fuochi agricoli legali) che per aprire all’uso agricolo aree ancora boscate ( spesso illegalmente). Questi fuochi non riguardano tanto la giungla tropicale come la immaginiamo, ma più le aree di margine più rade e aride. L’Amazzonia è fatta anche di questi ecosistemi (come il “cerrado”), ugualmente preziosi e delicati. Eppure, un problema c’è.

2) Vari satelliti hanno individuato nel 2019 oltre 80000 “punti fuoco”, cioè quasi il doppio rispetto all’anno scorso e il 40% in più rispetto alla media dal 2013 (update: quasi 140 000 secondo i dati del satellite MODIS della NASA). L’Amazzonia (con i suoi vari ecosistemi) è grande quasi 6 milioni di km quadrati, poco più dell’Unione Europea (!) Secondo il “Guardian”, da gennaio a luglio 2019 ne sono bruciati 18600 km quadrati, cioè lo 0.3%. All’inizio di agosto questa superficie era il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma siamo lontani dal record e in media con il periodo 2000-2018. Tuttavia, il fenomeno deve preoccuparci (anche se ne parliamo solo quest’anno).

3) L’Amazzonia non è il polmone del mondo. Tra il 50 e il 70% dell’ossigeno sulla Terra è prodotto dalla fotosintesi delle alghe negli oceani. Il resto dalle praterie, dai campi coltivati (sì, anche loro) e dalle foreste che crescono velocemente, accumulando carbonio e rilasciando ossigeno. L’Amazzonia non produce il 20% dell’ossigeno nel mondo (un dato errato che rimbalza anche sulle testate più prestigiose). Al massimo il 6%, ma più probabilmente ZERO, perché la foresta tropicale non ha una crescita netta positiva (tanti alberi crescono quanti ne muoiono e si decompongono per cause naturali). Anzi, da qualche anno ormai (a causa della deforestazione e della siccità ) l’Amazzonia CONSUMA ossigeno e emette anidride carbonica. Ma anche se producesse ossigeno, non è questa la ragione per cui preoccuparsi: nell’atmosfera c’è il 21% di ossigeno e il 0.0415% di anidride carbonica. Ma è proprio la anidride carbonica a essere pericolosa per l’effetto serra, e poiché in proporzione ce n’è poca, aggiungerne o toglierne un poco fa molto più effetto che aggiungere o togliere un poco di ossigeno. Secondo il servizio europeo Copernicus, gli incendi di quest’anno in Amazzonia hanno già prodotto 230 milioni di tonnellate di CO2 (più di quelli siberiani), proveniente soprattutto dal suolo, povero di sostanze nutritive ma ricco di carbonio (quindi anche gli incendi in terreni agricoli contribuiscono a questo problema).

4) Aumentare la CO2 significa aggravare il riscaldamento climatico, che rende probabili altri incendi, e così via in un circolo vizioso. Inoltre, l’Amazzonia è così grande che produce tramite l’evaporazione dagli alberi la “proprie” nuvole e la “propria” pioggia. Se incendi e deforestazione arriveranno a riguardare il 25%-40% della foresta (per ora siamo intorno al 15%), l’ecosistema non sarà più in grado di regolare il proprio clima e potrebbe trasformarsi in una savana (come era già 55 milioni di anni fa), rilasciando enormi quantità di CO2 nell’atmosfera e mettendo a rischio milioni di specie animali e vegetali, la gran parte sconosciute, tra cui il 25% delle piante medicinali che l’umanità utilizza per la fabbricazione di farmaci di ogni tipo.

5) Nelle stagioni secche (El Nino) gli incendi sono normalmente di più perché è più probabile che si propaghino in modo incontrollato. Ma quest’anno la pioggia è stata solo poco sotto la media, quindi la siccità non è stata il fattore scatenante.
6) Fino al 2017, la deforestazione in Amazzonia, che è causata soprattutto dalla conversione in terreni per la coltura della soia (per alimentazione animale) e per pascolo estensivo (non intensivo!) era considerevolmente diminuita. Il 2018 e 2019 hanno visto un aumento velocissimo di area disboscata (cioè trasformata permanentemente in non-foresta). Secondo L’agenzia spaziale brasiliana (il cui direttore è stato licenziato da Jair Bolsonaro) quest’anno potremmo raggiungere per la prima volta in un decennio i 10.000 km quadrati disboscati. Gli incendi sono legati alla deforestazione, essendone uno degli strumenti principali.

7) Il presidente Bolsonaro durante il suo mandato ha incoraggiato nelle parole e con i fatti l’eliminazione della foresta a scopi produttivi, tolto fondi al monitoraggio e alla protezione ambientale e allentato i controlli sulle illegalità. Tuttavia, la deforestazione e gli incendi procedono rapidi anche nell’Amazzonia boliviana (soprattutto a causa delle estrazioni minerarie), dove il presidente Evo Morales non può certo essere definito un capitalista di destra. Pertanto, il problema non è solo di chi guida lo Stato, ma di un sistema di mercato internazionale legato alle esportazioni di soia, carne, e minerali verso Europa e USA.

8) La carne è uno dei principali prodotti di esportazione dal Brasile, e l’Italia è uno dei principali importatori (30.000 tonnellate/anno – soprattutto per carni lavorate di bassa qualità). L’accordo commerciale UE-Mercosur firmato la scorsa settimana facilita l’importazione di altre 100.000 t di carne bovina all’anno dal Sudamerica all’Europa ed è oggetto di una interrogazione al Parlamento Europeo di Coldiretti, che teme la concorrenza sleale nei confronti delle carni italiane (che non causano deforestazione). Uno studio ha dimostrato che l’EU è stata indirettamente responsabile di 9 milioni di ettari di deforestazione nel mondo nel periodo 1990-2008 mediante il consumo di prodotti ottenuti grazie a disboscamento (soia, carne, olio di palma).

9) Cosa fare? Le azioni più efficaci sono quelle collettive e politiche. Occorre organizzarsi e fare pressione per modificare le abitudini alimentari, i meccanismi di importazione, e allineare la spesa pubblica al reale valore delle cose: quanto viene destinato alla cooperazione ambientale? Quanto invece a sostenere i consumi domestici di prodotti responsabili di deforestazione? Il primo passo (necessario non sufficiente) è a livello personale – accettare la sfida della complessità e cercare di capire da dove proviene e che conseguenze ha ciò che consumiamo.

10) Utile leggere la fonte originale dal “Guardian” (qui il link).

Istat: Sono 1.786 le donne vittime di violenza che hanno trovato ospitalità in casa rifugio

L’Istat ha svolto per la prima volta l’indagine sui servizi offerti dalle case rifugio alle donne vittime di violenza, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità (Dpo) presso la Presidenza del Consiglio, le regioni e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr – Irrps). L’indagine è stata effettuata nei mesi di novembre 2018 – marzo 2019 e sono state contattate 232 case rifugio che rispondono ai requisiti dell’Intesa del 2014. Tra queste, 211 sono quelle che hanno completato il questionario e delle quali si rilasciano i primi dati.

Sono 1.786 le donne che hanno trovato ospitalità in casa rifugio nel corso del 2017, l’86,7% delle donne ospitate proviene dalla regione dove è situata la casa rifugio. Per oltre un terzo (34,0%) delle donne i servizi sociali territoriali costituiscono il canale di segnalazione verso la casa rifugio, il 24,2% accede attraverso i centri antiviolenza.

Tra i servizi offerti ve ne sono alcuni che vengono erogati prevalentemente in forma diretta dalle case rifugio, oltre alla protezione ed ospitalità in urgenza: servizi educativi e di sostegno scolastico ai minori, orientamento all’autonomia abitativa e sostegno alla genitorialità. Altri servizi vengono invece erogati in collaborazione con i centri antiviolenza e con altri servizi del territorio.

Il lavoro delle case rifugio si basa, principalmente, sull’apporto di personale retribuito (65% del totale del personale). Le figure professionali maggiormente presenti, oltre alle coordinatrici/responsabili e al personale amministrativo, sono le operatrici di accoglienza, le educatrici e le psicologhe.

Al via la raccolta delle olive in Italia

Al via la raccolta delle olive in Italia con la prima spremitura dell’anno che è fissata per oggi, a partire dalle ore 9,30, in Salento a Gagliano del Capo in Via Panoramica 2 con l’opportunità unica di gustare per la prima volta l’olio nuovo appena uscito dal frantoio e di assistere dal vivo al miracolo della trasformazione delle olive in extravergine.

Le prime olive giunte a maturazione sono quelle raccolte dalle piante infettate da Xylella, e poi innestate con varietà di ulivo resistenti che oggi dopo tre anni sono tornate a produrre, un segnale di speranza per territorio completamente devastato. Nell’ambito dell’azienda agricola sarà possibile visitare una serra di semenzali spontanei e varietà resistenti alla Xylella

Saranno presenti agricoltori, frantoiani, consumatori e rappresentanti del mondo della ricerca per discutere delle prospettive del settore sulla base delle analisi presentate dalla Coldiretti.

Le proprietà dell’erba cipollina

L’erba cipollina, botanicamente nota come Allium schoenoprasum, è una pianta aromatica che fa parte della famiglia delle Liliaceae, la stessa di cipolla, aglio, porro e scalogno.

E’ un alimento ricco di proprietà. Spiccano al suo interno la presenza di vitamine, soprattutto C e gruppo B, oltre che sali minerali tra cui calcio, magnesio, ferro e fibre utili al benessere dell’intestino.

Questa erba ha inoltre doti lassative naturali ed è considerata utile a mantenere in buona salute i reni, viste le sue proprietà depurative e diuretiche. Benefica anche per il cuore, l’erba cipollina ha proprietà cardiotoniche, stimola l’irrorazione sanguigna.

Tra i suoi principi attivi vi è anche l’acido glicolico, flavonoidi e altre sostanze dal potere antiossidante.

L’erba cipollina contiene carboidrati, proteine e fibre. I grassi sono in misura molto minore e il colesterolo è pari a 0. Per quanto riguarda i sali minerali invece 100 grammi di questa pianta contengono:

Potassio 296 mg
Calcio 92 mg
Magnesio 42 mg
Ferro 1,6 mg
Sodio 3 mg
Vitamina C 58,1 mg
Vitamina A 4.353 IU