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Il Rapporto Eurispes, una bussola per tempi nuovi e straordinari.

L’annuale Rapporto Italia dell’Eurispes, giunto alla sua 36ª edizione, oltre a fotografare e spesso a offrire in anticipo delle chiavi di lettura sulle tendenze in atto nel Paese da molteplici punti di vista, si sta rivelando in questi anni di rapidissimo cambiamento, come un interessante strumento di orientamento per definire e affrontare sfide inedite. Il Rapporto 2024, presentato ieri a Roma, ruota attorno alla priorità di contribuire ad accendere un fuoco di interesse, come ha affermato Marco Ricceri, segretario generale dell’Eurispes, attorno ai cambiamenti epocali in corso al fine di aiutare l’Italia a svolgere un ruolo adeguato nel mutato contesto generale. Citando uno dei padri  dell’Europa, Konrad Adenauer, “viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo il medesimo orizzonte”, il prof. Ricceri ha evidenziato l’importanza di recuperare un orizzonte comune all’interno della società e nelle relazioni internazionali.

Un obiettivo, quello di inscrivere le strategia di ripresa del Paese all’interno  delle sfide globali, che fa da filo conduttore alle analisi tematiche di cui è costituito il corposo Rapporto e che Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, ha declinato oltre le nubi dell’incertezza e dell’instabilità che si addensano su questo periodo storico.

Serve un cambio di mentalità per esprimere un’idea di futuro adeguata al carattere straordinario di questo tempo. L’Italia, secondo l’Eurispes, si trova ad un bivio, quello della scelta fra adattamento e trasformazione.

L’Eurispes ci invita a considerare che siamo in una condizione simile,  più di quanto comunemente si creda, a quella che l’Italia già sperimentò nel secondo dopoguerra. Anche allora infatti i tempi richiesero non interventi di rattoppo dell’esistente ma una rigenerazione sistemica adeguata ai mutamenti degli equilibri internazionali che erano intercorsi. Promuovere una trasformazione sistemica dell’Italia significa adesso ancorarla a precisi valori di equità sociale diffusa, orientando ad essi anche le trasformazioni realizzate attraverso le nuove tecnologie. Il bivio per l’Italia, e per l’Europa , è, dunque, quello fra patto per la conservazione o patto per il futuro. La capacità di rispondere in modo adeguato alle nuove sfide non può allora che collocarsi  nell’iniziativa delle Nazioni Unite del Patto per il Futuro. Il Vertice del Futuro, rappresenta infatti, come ha ricordato  agli Stati Membri il segretario generale dell’Onu, Guterres, un’opportunità unica per contribuire “ad adeguare le Istituzioni e i quadri multilaterali obsoleti al mondo di oggi”. Ed è anche “un mezzo essenziale per ridurre i rischi e creare un mondo più sicuro e pacifico […] ma siamo chiari: il tempo non è dalla nostra parte”.

Il mondo attuale mostra di esser irreversibilmente interconnesso. E molti dei fenomeni che caratterizzano la società italiana sono influenzati da processi globali. Il Paese, osserva l’Eurispes, deve confrontarsi con una complessità multidimensionale generata dalla maturazione della globalizzazione moderna, che scatena tre forze con ricadute enormi che investono sia i gruppi dirigenti che i comuni cittadini: l’ampliamento, la varietà e la mutazione. La dimensione dell’ampliamento riguarda il numero dei soggetti (gruppi, stati, organizzazioni regionali…) che stanno divenendo rilevanti sulla scena internazionale in maniera non dissimile all’ampliamento dei soggetti sociali e politici che entrarono nella vita pubblica delle nazioni europee all’inizio del secolo scorso (di cui la storia del popolarismo di ispirazione cristiana è una delle espressioni).

La seconda dimensione della complessità riguarda la varietà delle problematiche che l’interazione fra i soggetti, vecchi e nuovi, del sistema genera. Un esempio è dato dall’impatto dei conflitti in corso anche in regioni lontane da quelle guerre. Infine la dimensione della complessità costituita dalla mutazione, che integra le due precedenti, comporta il cambiamento di natura di alcune problematiche. Un esempio è dato dalla possibilità, con l’intelligenza artificiale, di un uso non corretto della scienza e della tecnica.

Di fronte a queste sfide la proposta dell’Eurispes è quella di contribuire a innescare una riflessione, a livello di esperti e di popolo, trasversale e multidisciplinare, per costruire un Patto per il Futuro che veda protagonista del necessario percorso di trasformazione, la società nella sua interezza, cercando di ridurre in tal modo la perdurante disaffezione dei cittadini nei confronti della politica.

Rafah, la Corte Internazionale chiede il cessate il fuoco.

Israele deve fermare “immediatamente” le operazioni militari in corso contro Rafah: la Corte di Giustizia Internazionale ha compiuto un ulteriore passo legale emettendo oggi [ieri per chi legge, ndr] una sentenza legalmente vincolante ma che non ha gli strumenti per far rispettare.

Nella sentenza – adottata con tredici voti favorevoli e tre contrari – La Corte si è detta “non convinta” che lo sgombero di Rafah e le altre misure annunciate da Israele siano sufficienti per alleviare le sofferenze della popolazione civile.

La Corte ha inoltre ordinato a Israele di permettere l’accesso nella Striscia di Gaza agli inquirenti che dovranno indagare sulle accuse di genocidio, e di aprire il valico di Rafah per l’ingresso degli aiuti in vista di una situazione umanitaria definita “disastrosa”.

E tuttavia la sentenza – accolta con favore dal Sudafrica, il Paese che ha sollecitato il parere della Corte, dai Paesi arabi, dall’Anp e in parte anche da Hamas – contiene una certa ambiguità che dà luogo a due possibili interpretazioni.

Di fatto il tribunale ordina allo Stato ebraico di “fermare immediatamente la propria offensiva militare od ogni altra azione che possa infliggere alla popolazione condizioni di vita che possano portare alla distruzione fisica, totale o parziale”: l’interpretazione dei Paesi arabi è che si tratta di una cessazione di ogni attività.

Ma i giudici dissenzienti notano come in base alla formulazione delle operazioni limitate che non mettano a rischio la popolazione civile in modo grave siano consentite: in altre parole, finché Israele rimane entro i limiti della Convenzione sul Genocidio può continuare a combattere.

Non a caso, questa è l’interpretazione sposata dal Ministero degli Esteri israeliano, che cita testualmente la sentenza affermando che lo Stato ebraico “non ha condotto né condurrà operazioni militari nella zona di Rafah che creino le condizioni per la distruzione parziale o totale della popolazione palestinese” e che “dopo il terribile attacco terroristico del 7 ottobre Israele si è imbarcato in una guerra difensiva giusta per eliminare l’organizzazione terroristica di Hamas e per liberare i nostri ostaggi: lo ha fatto in accordo con il diritto di difendere il proprio territorio e i propri cittadini, nel rispetto dei propri valori morali e del diritto internazionale”. Insomma, lo Stato ebraico non ha alcuna intenzione di fermarsi e verosimilmente il premier Benjamin Netanyahu – che ha riunito il governo per consultazioni ribadirà il concetto dopo che il suo ministro Benny Gantz – al termine di un colloquio telefonico con il Segretario di Stato americano Antony Blinken – ha già avvertito che Israele ha il dovere di “continuare a combattere”.

La sentenza tuttavia potrebbe dare maggior peso alle insistenze della Casa Bianca perché le operazioni a Rafah assumano un carattere strettamente limitato, in un momento in cui Washington cerca di far rivivere i negoziati per un cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi; resta però da vedere se questo secondo rovescio giuridico – “antisemita”, nelle parole del ministro per la Sicurezza israeliano, l’esponente del’ultradestra Itamar ben Gvir – non finirà per indurire le posizioni di Netanyahu, sempre più prigioniero del sostegno della destra nazionalista e religiosa.

La Voce del Popolo | Elezioni europee: affiora il provincialismo.

C’è qualcosa di sconfortante in questa campagna per le elezioni europee. È l’affiorare di un provincialismo che tende a interpretare ogni cosa nella chiave più strettamente nazionale e concede poco o niente all’orizzonte globale che pure ci sta entrando così drammaticamente in casa. 

Si parla molto di Italia e poco, pochissimo di Europa, come è da sempre nelle nostre cattive abitudini. Ma soprattutto ci si sofferma, fin troppo, sul confine tra l’Unione e gli stati nazionali.Trascurando quasi del tutto il confine, ben più strategico, tra Bruxelles e il resto del mondo, laddove soffiano venti di tempesta che possono cambiare lo scenario in modo epocale. Come se il demone del provincialismo fosse ormai esportato su scala globale e tutte le chiacchiere sulla globalizzazione fossero, per l’appunto, solo chiacchiere. 

Ora, le prediche sono sempre stucchevoli, e chi sta a bordo campo, per giunta con un po’ di anni sulle spalle, dovrebbe avere sempre il buon gusto di astenersene. Ma si fa fatica a non vedere come tutti noi ci stiamo chiudendo in una nicchia sempre più piccola, mentre nel mondo, correndo a perdifiato, si vanno ridisegnando equilibri e attrezzando prove di forza che cambieranno radicalmente il nostro destino. 

L’illusione di tenerci al riparo da tutto questo, per proseguire indisturbata la coltivazione del nostro orticello, rischia di farci pagare prezzi assai onerosi. Nessun uomo è un’isola, declama il poeta. E non lo è neppure un paese, dovrebbero dire a loro volta gli uomini e le donne di Stato.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 23 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Giovanni Goria, 30 anni dopo.

C’era il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a ricordare Giovanni Goria a 30 anni dalla scomparsa nella “sua” Asti. Nel prestigioso Teatro Alfieri nel centro della città, c’era tutta la Asti che conta. Dal Vescovo al Sindaco, dal Presidente della Regione ai parlamentari del territorio, dal Ministro a tutti i sindaci della “provincia contadina” oltre a centinaia di astigiani assiepati nello storico Teatro. E, su tutti, i famigliari e i dirigenti della Fondazione Goria, nata 20 anni fa e guidata – come Direttore – dall’infaticabile Carlo Cerrato, già caporedattore della Tgr Rai Piemonte e dirigente politico della Democrazia Cristiana.

Ma, al di là dei partecipanti e dei numerosi e qualificati interventi che hanno ripercorso il cammino umano, politico ed istituzionale del Premier più giovane d’Italia prima di Renzi, quello che merita di essere evidenziato – rileggendo il curriculum di Goria – é il profilo che ha accompagnato lo statista piemontese per tutta la sua vita, che purtroppo si é interrotta prematuramente a soli 51 anni. E cioé, quando si cita Goria si parla di un tecnico che ha scoperto la politica e l’impegno pubblico partendo dalla sua professione come ricercatore presso la Camera di Commercio di Asti.

Lo potremmo definire quasi un politico anomalo all’interno della Dc anche se é approdato giovanissimo a Montecitorio all’età di 33 anni alle elezioni politiche del 1976. Non é mai stato un capo corrente né un notabile all’interno del partito. Eppure, sia per i prestigiosi incarichi istituzionali ricoperti e sia, soprattutto, per il vasto consenso popolare di cui godeva – quasi 650 mila preferenze alle europee del 1989 – Goria era un uomo di partito. Faceva parte della corrente di Base – quella di Marcora, De Mita e Misasi solo per citare i leader principali – ed era unanimemente riconosciuto come il tecnico che faceva politica. Cioé un leader che partiva sempre dall’analisi concreta della società per arrivare, però, ad individuare delle soluzioni altrettanto concrete e pragmatiche. Dicevo un politico anomalo perché, a differenza dei grandi leader democristiani – anche di quelli della sua corrente della Base – non si dilungava in lunghe ed articolate analisi politiche e culturali ma era dedito a ricercare con maggior elasticità e rapidità la ricetta da mettere in campo per sciogliere i principali nodi sul tappeto.

Certo, possiamo dire tranquillamente che Giovanni Goria é stato un vero uomo di governo. E, non a caso, la cultura di governo é stata la cifra per eccellenza che l’ha sempre caratterizzato e contraddistinto. E la suggestiva ed interessante iniziativa di Asti lo ha, ancora una volta, confermato.

Una sola nota finale. La rilettura, seppur breve anche se autorevole, del suo magistero politico, civile e di governo che si é fatta a 30 anni dalla sua scomparsa ad Asti, ci trasmette un impegno e una responsabilità a cui noi cattolici democratici, popolari e sociali non possiamo ritrarci. E cioé, tocca anche e soprattutto a noi rileggere e ricostruire il pensiero dei grandi democratici e cristiani.

E Giovanni Goria rientra a pieno titolo in questo filone. Cioé, nella miglior tradizione di un partito che, comunque sia, ha saputo dare un contributo fondamentale e decisivo per la crescita economica, lo sviluppo civile e il consolidamento democratico del nostro paese.

In Europa la Meloni non trova udienza, solo Von der Leyen l’accarezza.

L’elemento chiave che è emerso dal dibattito svoltosi oggi (ieri per chi legge, ndr) a Bruxelles e trasmesso in Eurovisione tra i “candidati guida” (“Spitzenkandidaten”), in vista delle elezioni di giugno per la nuova legislatura europea, è la profonda differenza riguardo alle possibili future alleanze tra i gruppi politici.

Da una parte, l’attuale presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si è detta pronta a un accordo con Giorgia Meloni, e quindi con gli europarlamentari espressi da Fratelli d’Italia, anche se non necessariamente con tutti gli esponenti del gruppo dei Conservatori (Ecr), a cui appartengono.

Dall’altra, tutti e quattro gli altri candidati guida, e con particolare forza quello dei Socialisti, Nicolas Schmit (attuale commissario Ue agli Affari sociali), ma anche quello del gruppo liberale Renew, l’italiano Sandro Gozi, hanno escluso qualsiasi collaborazione con la destra, inclusi il gruppo Ecr e la stessa Giorgia Meloni.

Von der Leyen ha riconosciuto in modo molto netto a Meloni la sua rispondenza ai tre principi discriminanti, in base ai quali chiederà il sostegno agli europarlamentari, se sarà designata dal Consiglio europeo come candidata alla presidenza della prossima Commissione: “Ho lavorato molto bene con Giorgia Meloni nel Consiglio europeo, come con tutti i capi di Stato e di governo. È il mio compito, come presidente della Commissione. Vedremo chi è pro europeo, e lei è chiaramente pro europea; chi è contro Putin, e lei è stata molto chiara su questo; e pro Stato di diritto. Se questo tiene, allora offriremo di lavorare insieme”.

All’intervistatrice che chiedeva se questo voglia dire che sia pronta a lavorare con tutto il gruppo Ecr, von der Leyen ha risposto: “Non è quello che ho detto, voglio essere molto chiara: non è quello che ho detto. Sto parlando di parlamentari europei, poi vedremo come si raggruppano e come lavoreremo con i gruppi. Vedremo quali sono pro Europa, pro Ucraina e contro Putin, e pro stato di diritto”.

Questo distinguo della presidente della Commissione sembra far riferimento, in particolare, alla possibilità che il partito del premier ungherese Viktor Orbán, Fidesz, entri nell’Ecr, secondo le intenzioni annunciate dallo stesso Orbán. E lo stesso vale per il partito di estrema destra francese “Reconquête!” di Eric Zemmour.

Tra i partiti giudicati non rispondenti ai criteri per le alleanze dopo le elezioni, Von der Leyen ha menzionato espressamente due importanti formazioni di estrema destra il francese, il “Rassemblement National” di Marine Le Pen, e il partito tedesco “Alternative für Deutschland” (Afd), nonché la “Konfederacja” polacca. “Se guardo a questi partiti, possono avere nomi e principi diversi, ma hanno una cosa in comune: sono amici di Putin e vogliono distruggere la nostra Europa. E noi non lasceremo che questo succeda”, ha sottolineato la presidente della Commissione.

Sandro Gozi, italiano che si presenta in Francia per “Renew”, la formazione del presidente Emmanuel Macron, ha affermato: “Io combatto Salvini, Meloni, Le Pen e Zemmour. No ad alleanze con l’Ecr e con Id”, ovvero Identità e Democrazia, il gruppo europeo a cui appartengono la Lega, il Rn di Le Pen e anche, fino a poche ore fa, l’Afd tedesca, espulsa oggi a causa delle dichiarazioni del suo capolista alle europee, Maximilian Krah, sulle SS naziste.

Proprio il gruppo Renew, tuttavia, ha un problema interno con le alleanze, visto che i liberali olandesi del Vvd, il partito dell’ex premier Mark Rutte, hanno concluso un accordo con il “Partito per la Libertà” di Geert Wilders, di estrema destra, per dare un governo ai Paesi Bassi a sei mesi dalle elezioni del 22 novembre. “È un errore maggiore, e starà al gruppo parlamentare di Renew a decidere se il Vvd potrà restarne parte”, ha osservato Gozi.

La “Spitzenkandidatin” dei Verdi, la tedesca Terry Reintke, da parte sua, ha sottolineato che “se vince la destra e il Ppe l’appoggia, l’intero Green Deal sarà rovesciato. Sarà un disastro per il clima, per la natura, per le generazioni future, per la stessa economia”.

Il più duro di tutti contro le alleanze a destra è stato comunque Schmit, in particolare riguardo alle aperture di von der Leyen verso Meloni, di cui ha ricordato il discorso alla conferenza delle destre europee organizzato recentemente a Madrid dal partito spagnolo Vox.

“Credo – ha detto candidato guida dei Socialisti europei – che l’Europa si fondi sulla democrazia, senza democrazia non c’è una vera Unione europea: e questa è la ragione per cui abbiamo bisogno di essere chiari sulla questione. Chiedo alla signora von der Leyen, per favore, di portare chiarezza. Ha parlato di tre linee rosse: la prima riguardava l’Europa, l’essere pro-Europa: che cosa significa pro-Europa per lei? Perché ho sentito Meloni, alla conferenza di Madrid, pronunciare il suo discorso e non posso immaginare che la sua idea di Europa sia la stessa che ha lei” ha detto Schmit rivolto a von der Leyen. “Abbiamo bisogno di chiarezza”.

Parlando alla stampa dopo il dibattito tra gli “Spitzenkanididaten”, Schmit ha rincarato la dose, escludendo in modo nettissimio la possibilità che possa esservi un’alleanza con il gruppo dei Conservatori europei Ecr, e in particolare con Giorgia Meloni, per “assicurare la governance dell’Europa” nella prossima legislatura.

“Non la faremo – ha detto lo “Spitzenkanididat” socialista – con coloro che mettono in questione i veri valori dell’Europa, ciò che è stato conseguito, i fondamenti dell’integrazione europea”.

“Io – ha sottolineato – non faccio differenze tra Vox”, il partito di estrema destra spagnolo “e Giorgia Meloni. Perché noto che ogni volta che Vox organizza una conferenza, Meloni è invitata. Dov’è la differenza? Ciò che Meloni dice può essere leggermente diverso da quello che dice nel Consiglio europeo, ma il fatto è che quello che dice là”, quando parla alle conferenze di Vox, “è probabilmente ciò che lei davvero crede”. “E per questo non c’è modo di aver nessun tipo di accordo, di alleanza o altro con l’estrema destra. Su questo noi siamo duri, chiari: non possiamo fare concessioni all’estrema destra. I valori prima del potere: questo è il nostro motto, questa è la meta verso cui dobbiamo andare”, ha concluso Schmit.

Una nota, infine, riguardo a uno dei punti più importanti in discussione, dove pure è emersa una differenza rilevante tra le posizioni di von der Leyen e quelle degli altri candidati guida, in particolare Gozi e Schmit: sulle possibili nuove modalità di finanziamento per l’industria della difesa europea. Laddove Gozi, in particolare, prospettava (rifacendosi a proposte recenti di Macron e della premier estone Kaja Kallas) un nuovo fondo da 100 miliardi di euro finanziato dall’emissione di eurobond, la presidente uscente della Commissione, pur riconoscendo la necessità di costruire uno “scudo di difesa antiaerea per tutta l’Ue” si è limitata a proporre l’introduzione di nuove “risorse proprie” del bilancio comunitario, o un aumento delle contribuzioni nazionali. Meglio non toccare un nervo scoperto dei tedeschi e degli altri Paesi “frugali”, quello dell’emissione di nuovo debito europeo.

La dirigentocrazia del ministro Zangrillo

Il Ministro Paolo Zangrillo ha recentemente esaltato il valore del merito come criterio dirimente delle assunzioni nella P.A. Tanto per cambiare un sostantivo che da qualche tempo va per la maggiore, un termine molto spesso usato per esprimere quel ‘valore aggiunto’ che dovrebbe caratterizzare studi e carriere, tanto che il Ministero dell’Istruzione ora è anche del “Merito”, un richiamo al senso del dovere, all’impegno e ai risultati dopo essere stato per decenni ispirato al soddisfacimento del diritto allo studio e dell’uguaglianza delle opportunità educative. Un tema peraltro archiviato troppo in fretta come se ingiustizie e discriminazioni fossero solo un inutile retaggio del passato.

C’è ancora molta strada da fare per consentire a tutti di entrare in quel famoso ascensore sociale che dovrebbe permettere ai capaci e meritevoli di salire ai piani superiori e realizzare aspirazioni in cui le gratificazioni personali coincidono con un interesse collettivo, quella che De Rita chiama autopropulsione sociale che altro non è che il raggiungimento del bene comune.

Ma il Ministro della Pubblica Amministrazione nello specifico si richiama alla valutazione di promozioni e carriere dei dipendenti pubblici: non basta più solo il concorso – afferma – ora serve anche un parere, una valutazione, un giudizio da parte del superiore dirigente.

A parte eventuali intrallazzi il concorso è sempre stato sinonimo di procedura adatta a scegliere i migliori. È proprio da quando lo si vuole accantonare che succedono torbidi, ingiustizie e garbugli. Un tempo le commissioni giudicanti dei pubblici concorsi erano composte da persone qualificate, in grado di discernere qualità e meriti dei candidati. Superare un concorso presupponeva nell’ordine di aver seriamente studiato, di essere preparati e di dimostrare attitudini, competenze e carisma.

C’erano una o più prove scritte, c’era un orale, c’erano titoli certificati da valutare, pubblicazioni da presentare per vagliare i candidati sotto diversi profili comparativi. Sull’onda sciagurata del riduzionismo culturale e della semplificazione delle procedure – lo stesso vento maligno che ha investito gli esami di maturità – le prove scritte sono state svalutate anche se erano un banco di prova per soppesare conoscenze e competenze grammaticali, sintattiche, semantiche, espositive: una porta aperta per chi sapeva esprimere solida preparazione e creatività, per chi riusciva a distinguersi per originalità e capacità espositiva. 

La subentrante e pervasiva metodologia dei test e dei quiz ha introdotto una concezione riduttiva della cultura, senza contare che spesso vengono proposte domande irrilevanti, tendenziose, limitative ove non del tutto fuori luogo o esse stesse errate nel merito e nella presentazione. Ora che li si vuole introdurre per capacitarsi del raziocinio e dell’equilibrio psico-attitudinale dei candidati magistrati, si raggiunge il massimo della presunzione e del parossismo: come se la complessità della funzione inquirente o giudicante potesse essere misurata dalle risposte a domande magari sciocche e tendenziose. Il ruolo è delicato ma se il principio della valutazione psicologica preliminare dovesse ‘passare’ ecco che allora dovrebbe essere applicato a medici, infermieri, docenti di ogni ordine e grado ma probabilmente a tutti i contesti di lavoro dove si esplicita una pubblica funzione. Forse resterebbe fuori da questo setaccio solo la politica, dove a decidere sono i capi partito e sovente vengono candidati personaggi con precedenti non proprio edificanti sotto il profilo etico, esperienziale, delle competenze e persino della stessa fedina penale.

Ma introdurre il principio della “valutazione dirimente” (dentro o fuori) da parte della dirigenza sarebbe una scelta che solleverebbe più di una obiezione: la ragion d’essere delle prove concorsuali consiste proprio nella possibilità di “concorrere”, senza noticine di accompagnamento quali sarebbero i giudizi del superiore gerarchico. Un ritorno ad una concezione privatistica, discrezionale, feudale già ampiamente collaudata con lo spoil system che produrrebbe un effetto moltiplicatore di vulnus in quanto a sospetti, preferenze, simpatie, antipatie, appartenenze a enclave amicali o ideologiche, preclusioni preconcette, discriminazioni. Come se il singolo dirigente monocratico potesse sostituirsi con un giudizio del tutto personale e soggettivo alla collegialità di una commissione.

Perciò, caro Ministro Zangrillo, non lo faccia. Non passi questo Rubicone – dove il controllo pubblico viene ancora grazie a Dio esercitato – per passare nel limbo della pura discrezionalità senza verifiche di soggetti terzi. Sarebbe anche una responsabilità enorme il pronunciarsi e lo scegliere per il dirigente stesso, suscettibile di contenzioni e malumori. Sarebbe un errore gravissimo procedere in questa direzione, senza alcuna garanzia di oggettività nella valutazione, la negazione del concetto stesso di merito che diventerebbe aleatorio e insindacabile.

Capisco che un politico voglia lasciare un segno del proprio passaggio ma le ricordo quanto accaduto con la sua Direttiva del 29/12/2023 tendente a recuperare la disparità di trattamento tra lavoratori fragili privati e lavoratori fragili pubblici in materia di fruizione dello smart working. Un gesto generoso e onesto, il Suo, che si è arenato di fronte alle obiezioni della Ragioneria dello Stato: per la scuola è stato così.

Perciò – se accetta un consiglio – sarebbe forse meglio concentrarsi a rendere più trasparenti, serie e selettive le prove concorsuali, selezionando ad esempio le commissioni giudicatrici per qualità ed esperienza acquisite dai componenti. Merito implica qualità e la qualità è nulla senza controllo.

 

Giovanni Goria, il giovane leader tra Craxi e De Mita.

Goria iniziò la sua carriera politica iscrivendosi alla Democrazia Cristiana nel 1960 e operando a livello di politica locale. Venne eletto alla Camera dei Deputati nel 1976.
Fu sottosegretario al Bilancio dal 28 giugno 1981 al 23 agosto 1982 nel I Governo Spadolini, sostituito da Emilio Rubbi in seguito alle sue dimissioni con Dpr del 3 giugno 1982. Dal 1982 ebbe cariche ministeriali in quasi tutti i governi:
* Ministro del Tesoro dal 1 dicembre 1982 al 4 agosto 1983 con il V Governo Fanfani;
* Ministro del Tesoro dal 4 agosto 1983 al 1 agosto 1986 con il I Governo Craxi;
* Ministro del Tesoro dal 1 agosto 1986 al 17 aprile 1987 con il II Governo Craxi;
* Ministro del Tesoro e Ministro del Bilancio e programmazione economica, ad interim, dal 17 aprile 1987 al 28 luglio 1987 con il VI Governo Fanfani.

Divenne celebre per il suo stile informale e la sua adattabilità alle trasmissioni televisive. In seguito alle elezioni del 1987, Goria divenne Primo Ministro, grazie alla protezione del presidente del suo partito Ciriaco de Mita, in tale governo era anche Ministro, senza portafoglio, per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno. Fu costretto a dare le dimissioni nel 1988 in seguito alla bocciatura in Parlamento del suo bilancio. Goria venne eletto al Parlamento Europeo nel 1989. Si dimise nel 1991 per diventare Ministro dell’Agricoltura e Foreste nel VII Governo Andreotti dal 12 aprile 1991 al 24 aprile 1992.
Nel successivo Governo, I Governo Amato, 28 giugno 1992-28 aprile 1993, divenne Ministro delle Finanze.
Diede le dimissioni nel 1993 durante le indagini di Mani Pulite che portò alla dissoluzione del suo partito. Lo stesso Goria venne implicato nelle indagini giuridiche. Il suo processo iniziò nel 1994. Venne accusato di un capo d’imputazione, ma il suo processo era ancora in iter quando morì per cause naturali ad Asti.

Giovanni Goria ha percorso, ricoprendo importanti incarichi di governo, tutta la parabola che ha portato alla fine della c.d. “prima repubblica” ed alla dissoluzione delle forze politiche di governo che ne erano state le interpreti.
A Goria va riconosciuto un ruolo da protagonista di questa travagliata e drammatica fase della storia del paese, nonostante la sua figura si collochi in modo piuttosto peculiare nel panorama della classe dirigente di quell’epoca ed in particolare in quella democristiana. Non si tratta, si badi bene, solo di un fatto generazionale, ma di una serie di tratti e di elementi caratteristici del personaggio che risaltano nel confronto con il personale politico suo contemporaneo. Giovanni Goria aveva salde radici nella cultura e nella tradizione democristiana.

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AgenSIR | Ultimo e i giovani, risponde il parroco della Garbatella.

Alessandro Di Medio

Domenica 19 maggio, mentre la Chiesa celebrava la Pentecoste, il giovane cantante Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, ha rilasciato un’intervista al “Corriere della Sera” circa la situazione a suo modo di vedere critica della “generazione z”, quella nata con uno schermo touch tra le mani, con il rischio di guerre e pandemie sullo sfondo del quotidiano e una rassegnata certezza circa le proprie possibilità economiche future – i ragazzi di oggi, insomma.
Non possiamo non condividere il punto di partenza del giovane cantante: “Essere giovani oggi è tremendo. Perché sei senza punti di riferimento.” E poi prosegue: “Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare, e nessuno che vada in chiesa”.

Queste considerazioni sono interessanti, perché un giovane famoso, che senz’altro esprime un modo di sentire certamente condiviso da molti suoi coetanei o più giovani, sta dicendo pubblicamente che la contestazione di valori e idee “forti”, tanto osannata in passato dagli ormai impenitenti settantenni benestanti e lamentosi, non presenta alcun aspetto positivo per chi questo mondo l’ha dovuto ereditare, e dovrebbe portarlo avanti.

Nel corso dell’intervista, tuttavia, l’interesse di un lettore desideroso di capire e immedesimarsi nel punto di vista di un ragazzo che, secondo i parametri del mondo, “ce l’ha fatta” non può che scemare, e lasciare il posto a una certa delusione.
Perché è giusto deprecare gli adolescenti che passano dodici ore al giorno a “scrollare” sui social, ma c’è da chiedersi come farebbe Ultimo a raccoglierne quasi quattro milioni come follower su Instagram se questa deprecabile abitudine venisse meno… e se personaggi vistosi come lui non la incentivassero ad arte.
Va bene che il ragazzo si limiti a frasi fatte e osservazioni superficiali sulla politica, perché in fondo la sua premessa esplicita era stata che nessuno della sua generazione ne sa nulla, ma la soluzione a tutta la malvagità dei politici del mondo qual è? “Bere un buon vino con i miei amici. Guardare Shameless, una serie americana, con la mia fidanzata Jacqueline. Le canzoni. Non è scappare dal mondo, è guardarlo con gli occhi dell’altrove”. Cioè scappare dal mondo, per l’appunto, perché “altrove” rispetto al reale significa vivere di costanti rimozioni e negazioni, evasioni.

 

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https://www.agensir.it/italia/2024/05/22/questi-giovani-doggi-risposta-ad-ultimo/

 

[Don Alessandro Di Medio è parroco di San Francesco Saverio alla Garbatella]

Elena Beccalli designata alla massima carica dell’Università Cattolica

È iniziata la procedura per la nomina del nuovo Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per il prossimo quadriennio 2024-2028, succedendo al professor Franco Anelli, giunto alla scadenza del suo terzo mandato.

Nella giornata di ieri si sono riuniti i 12 consigli di Facoltà dell’Ateneo.

Le procedure per la nomina del Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – ricorda un comunicato – sono regolate dallo Statuto (art. 19) e dal Regolamento generale di Ateneo (artt. 1 e 2). Ciascuna Facoltà può indicare fino a tre nominativi. Nella votazione di oggi tutte le Facoltà hanno designato la professoressa Elena Beccalli, Preside della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative, con 636 preferenze su un totale di 685 votanti, corrispondenti a circa il 93 per cento dei voti.

Sarà il Senato accademico – convocato per lunedì 17 giugno – a comporre la rosa di cinque nominativi, fra tutti coloro che sono stati indicati dalle 12 Facoltà, da sottoporre al Consiglio di Amministrazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Nell’adunanza di mercoledì 24 luglio, il CdA procederà alla nomina del Rettore.

 

Chi è Elena Beccalli

Elena Beccalli è preside della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari nella stessa Facoltà.

È research associate presso il Centre for Analysis of risk and regulation della London School of Economics (Regno Unito), dove in precedenza ha ricoperto i ruoli di tutorial fellow, lecturer e visiting professor. È academic fellow del Centre for Responsible Banking & Finance della University of St Andrews (Regno Unito). È stata visiting professor al Singapore Institute of Management (Singapore) e al China Center for Economic Research dell’Università di Pechino (Cina).

È direttore del Centro di ricerca sul credito cooperativo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È membro del comitato scientifico del Laboratorio analisi monetaria nonché del comitato direttivo del Centro di ricerca sulla cooperazione e sul nonprofit, del Centro di ricerca per la formazione in campo finanziario, del Centro studi Economia Applicata. È membro del comitato direttivo del PhD in Economics and finance dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È anche nel comitato scientifico del Dottorato di interesse nazionale in Blockchain e Distributed Ledger Technology. È direttore del master di secondo livello in Credit risk management (CRERIM). 

È presidente della sezione italiana dell’Associazione Europea per il Diritto Bancario e Finanziario (AEDBF). È stata membro del consiglio direttivo dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale (AIDEA) e co-president della European Financial Management Association. È co-editor di Journal of financial management, markets and institutions.

È membro del Comitato scientifico della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice. Fa parte del gruppo di esperi su investimenti socialmente responsabili della Conferenza Episcopale Italiana. È stata coordinatrice del percorso sul Documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, promosso dall’Università Cattolica in collaborazione con l’Arcidiocesi di Milano. È stata ’senior expert del Villaggio Finance and Humanity nell’ambito di The Economy of Francesco. Si è anche occupata della stesura del documento Mensuram Bonam.

Le sue principali aree di interesse scientifico riguardano il settore bancario analizzato nella prospettiva dell’organizzazione industriale, con particolare attenzione ai temi della tecnologia, dell’efficienza, della cooperazione, della biodiversità finanziaria. Negli anni più recenti i suoi studi si sono concentrati su questioni di etica e inclusività, sostenibilità, intelligenza artificiale e leadership femminile.

 

[Il profilo sulla pagina dei “Docenti” della Cattolica]

Grave errore per gli USA il blocco dei fondi all’Autorità palestinese

Il Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha criticato l’annuncio di Israele di voler trattenere i fondi destinati all`Autorità nazionale palestinese (Anp) in risposta alla decisione di tre paesi europei di riconoscere lo Stato palestinese.

“Penso sia sbagliato. Penso sia sbagliato a livello strategico, perché trattenere i fondi destabilizza la Cisgiordania, mina la ricerca di sicurezza e prosperità per il popolo palestinese, che è nell’interesse di Israele. E penso che sia sbagliato trattenere i fondi che forniscono beni e servizi essenziali a persone innocenti”, ha detto Sullivan nel briefing con la stampa.

Oggi [ieri per chi legge, ndr] il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, esponente dell’estrema destra israeliana, ha annunciato la sospensione dei trasferimenti dopo la decisione annunciata da Spagna, Irlanda e Norvegia di riconoscere dello Stato palestinese.

Israele raccoglie le entrate fiscali per conto dei palestinesi e le trasferisce all`Autorità Palestinese, che le utilizza in parte per pagare i salari. Dopo l’attacco del 7 ottobre, Smotrich congelò i trasferimenti, ma in seguito Israele ha accettato di riprenderli con la mediazione della Norvegia. “La Norvegia è stata la prima a riconoscere unilateralmente uno Stato palestinese e non può essere un partner in tutto ciò che riguarda la Giudea e la Samaria. Intendo interrompere il trasferimento dei fondi”, ha scritto Smotrich su X, usando il nome biblico della Cisgiordania.

Nel briefing con la stampa Sullivan ha quindi aggiunto: “Dal nostro punto di vista questi fondi dovrebbero continuare a essere accompagnati da tutte le garanzie necessarie, ma dovrebbero continuare a fluire”.

Elezioni europee, a lungo andare gli slogan svuotano la politica.

Finora la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo presenta forme deprimenti di azione da parte di troppe formazioni politiche, se non tutte. Non si tratta di avere ragione o torto, ma di ciò che si dice e che dovrebbe determinare l’orientamento degli elettori o colpirne la fantasia e l’attenzione.

Si ha la sensazione che fino ad oggi dell’Europa non ci sia particolare traccia. È messa sul fondo di scontri tutti di carattere nazionale tirando in ballo temi generici senza alcuno sforzo per una decente e articolata riflessione. Di esempi potrebbero essercene a bizzeffe, c’è veramente l’imbarazzo della scelta. Sul fronte sinistro, la Schlein punta ossessivamente, per attrarre consensi, sui temi della sanità e dei diritti sociali, forse dimenticando che sono questioni da affrontare all’interno del confine nazionale, di una caratura senza passaporto.

Sulla barricata opposta si agita Salvini che sui manifesti si dice a difesa della casa e dell’auto. Qualcosa di troppo ridotto respiro a fronte dell’ampia prateria europea. Ce ne sarebbero di temi più scottanti e di sostanza su cui misurarsi. Una politica estera, una difesa e una tassazione comune a tutti i paesi europei sarebbero argomenti forse più centrati e pertinenti. Eppure, i partiti hanno scelto di adottare il vecchio motto del “parva sed apta mihi” per non sbilanciarsi a prendere impegni che in futuro potrebbero rinnegarsi, o semplicemente perché, peggio ancora, si è a corto di idee o più aulicamente di visione.

Leggendo la Treccani, il motto per esteso, posto da Ariosto all’ingresso della sua casa, recitava: “Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida: parta meo sed tamen aere domus” (Casa piccola, ma adatta a me, su cui nessuno può vantare diritti, decorosa e comprata con denaro mio). Sembra difficile che l’Italia di oggi possa vantare particolari check up, ma è sempre meglio non perdere la fiducia, malgrado l’ascensore sociale ci dice di un paese gravemente in panne e di giovani, non soli ricercatori, che muovono per l’estero puramente alla ricerca di un futuro.

A dirla tutta, sembrava poterci essere un po’ di possibile sana animazione, una scossa che rivitalizzasse la competizione per l’Europa. L’emozione tutta concentrata sul confronto diretto tra la Meloni e la Schlein e sulla stanca primizia di due donne l’un contro l’altra a dibattere. Questa dunque la grande occasione che è andata perduta ed ha gettato nello sconforto ed in uno stato di prostrazione l’intera società italiana, aggrappata ad una speranza venuta crudelmente meno.

Slogan è una espressione che serve a entrare nella guardia dell’ascoltatore in modo da impadronirsene e condizionarne le azioni. Parrebbe che la parola provenga dal gaelico scozzese sluagh-ghairm, pronunciato slogorm, quindi la sintesi di una moltitudine di spiriti e di urlo, insomma un grido di battaglia di quelle popolazioni. Gli slogan, da sempre, servono alla politica per vincere la loro guerra quotidiana. “Better dead than red” fu un diffuso ritornello anticomunista negli Stati Uniti, durante il tempo di McCarthy. Andrebbe anche detto che lo “Sloganeering” indica un giudizio dispregiativo verso tutto ciò che fa scadere un ragionamento, riducendolo appunto a mero slogan. È proprio quello che sta accadendo in questo tempo di votazioni.

Slog è una parola dai più significati. Ci dice quando si vuole colpire con forza qualcuno e nel contempo significa anche sgobbare o arrancare. La nostra politica appare in grado di fare una sintesi di tutto questo. Si vuole colpire l’avversario, si sgobba per rastrellare un voto in più degli altri, si arranca perché non si sa bene come fare o cos’altro fare. “Slog it out” si traduce con lo sfidarsi. “Mancò la fortuna, non il valore” dissero i nostri eroici Bersaglieri nella battaglia di El Alamein. Così i partiti sognano di potersi rincuorare ogni giorno fino ai giorni dell’8 e del 9 giugno per andare a mettere la propria scheda nelle urne.

Da slogan a sloggiare il passo è breve. C’è ancora modo per cambiare rotta e recuperare il nuovo che manca.

Capire la destra per votare contro di essa

Mancano tre settimane al voto di giugno per il Parlamento europeo e una cosa noi elettori l’abbiamo ben chiara dopo aver votato innumerevoli volete in questi ultimi 10 anni: non leggere i programmi elettorali. Non perché non siano una degna lettura, bensì perché sono la somma delle buone intenzioni che ciascuna forza politica vorrebbe fare ma che è certa di non poter portare avanti e che la realtà della gestione del potere sarà molto diversa. Però per legge bisogna presentarli e ciascun candidato di quella forza politica disegna il proprio programma secondo quella guida. 

Le elezioni europee non divergono da questo schema “virtuale” delle buone idee. Abbiamo imparato che conviene seguire le idee dei leader, quello che dicono nei comizi elettorali e farsi una idea propria, ma non  condivisa all’interno del gruppo appartenenza: in questa società “liquida” il potere non ama le aggregazioni, preferisce ed incoraggia sempre l’opinione del singolo elettore, facilmente controllabile. Proprio il contrario dell’identità sociale con cui sono costruiti i partiti. 

In queste elezioni la prima chiamata al voto è per l’elettorato di destra: per i conservatori moderati e per quelli ultra conservatori. È avviene nella convention di Madrid degli ultra conservatori – partito VOX – dove la leader italiana lancia la chiamata al voto delle destre tutte per costruire una “Europa migliore”. I distinguo sono subito arrivati dalla destra francese, non tanto per una possibile perdita di visibilità politica quanto per un modello di sviluppo economico e sociale differente. Il modello della destra ultra conservatrice è dal lato privato fortemente liberista: un “laissez faire” che  supera anche le più rose previsioni di Adam Smith (economista del XVIII sec.) e che ci proietterebbe in un far-West economico e sociale distruttivo. Bilancia questo principio la presenza dello Stato regolamentatore per i servizi essenziali (difesa, salute, economia pubblica, trasporti, istruzione, cultura, welfare, ecc) che controlla ma pure dirige l’economia e per mezzo di essa anche i suoi cittadini. 

In Francia lo Stato è ben presente nell’economia con il controllo pubblico sulle nazionalizzazioni e i settori csosiddetti strategici, ma il liberalismo non è così sfrenato anzi è regolamentato dallo Stato in un – senso come dire? – “ben temperato” tra l’interesse del singolo, il mercato e le esigenze pubbliche. Tuttavia l’Europa che vuole l’ultra destra è quella del concetto semplice della competizione del “vinca il migliore” in tutti i settori della vita sociale. Tradotto in pratica, chi ha più risorse prende il piatto più grande. E per gli altri ? Beh, pazienza! Per accettare un simile principio dovremo mettere mano al Trattato istitutivo, quello di Roma, dove all’art. 2 è previsto …uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita…

Nella destra che va la voto lo sviluppo armonioso diventa invece “Nazioni più ricche e Nazioni meno ricche” (status disomogeneo); l’espansione continua ed equilibrata è lasciata al liberalismo che come è noto determina diseguaglianze profonde (andamento ciclico/ espansione/recessione); la stabilità non si accresce ma è garantita dalle Nazioni più forti (dunque instabilità politica economica e sociale per le Nazioni deboli); da ultimo il miglioramento del tenore di vita è per qualcuno ma non per tutti, come da liberalismo applicato. 

Quanto alle Istituzioni europee, la destra una volta che si sia assicurata la maggioranza nel Parlamento, preparando leggi in senso fortemente liberale e liberista (meno potere, per iniziare, alle autorità di garanzia) si giocherà la partita delle nomine nella Commissione, ovvero nel governo dell’Europa per settori chiave: economia, difesa/sicurezza, welfare, esteri. 

Non si sa quale possibile adesione di massa possa avere questa chiamata al voto per le destre europee, se saranno numeri alti o sotto le attese; in ogni caso, per gli elettori in quanto tali, specie se non sono di destra, sarà bene comprendere quello che si lascia e quello che rimane in termini di diritti e di prospettive di sviluppo.

Dibattito | Aspettiamo il fallimento della Meloni o riapriamo il gioco delle riforme?

La Meloni con la sua ambizione non conosce confini, per questo rischia di andare a sbattere subito dopo l’europee. Ma il rischio, in verità, è soprattutto per il Paese che lei oggi rappresenta. Fino a ieri, infatti, appariva legata strettamente alle sorti di Ursula von der Lyein, la presidente della Commissione europea, di suo bisognosa di aiuto, specie ora che è contestata all’interno del suo stesso partito (la tedesca Cdu).

Ebbene, rappresentando i conservatori europei, la Premier si era riservata un compito di supplenza, tollerando che Salvini approdasse all’estrema destra europea e però tenendolo al guinzaglio con la speranza che poi, dopo le elezioni, possano essere i suoi a farlo fuori. Non gli è bastata quest’ambiguità, per la quale l’Europa che conta già storce il naso, perché non desse a vedere di rincorrere da par suo l’estrema destra, contando sulla spaccatura del Partito Popolare Europeo e lanciando, al tempo stesso, un messaggio rassicurante a tutto il mondo conservatore. 

Non ha considerato che l’Europa ha un fattore unificante  che deriva dal pericolo di Putin, il quale punta a disarticolarla con le buone o le cattive, sicché tutte le forze sinceramente democratiche sono costrette a convergere ben oltre popolari, socialisti e liberali. Chiaramente la Meloni vuole fare il pieno di voti a tutti i costi, ma è già “osservata speciale” proprio per la formula del premierato elettivo, madre di tutte le sue battaglie. Sembra non accorgersi che proprio questa soluzione, percepita come il grimaldello di tutte le “democrature” alla Orbán, la qualifica negativamente per un che d’avventurismo politico e ideologico, in sé propriziatorio dell’uomo solo al comando. 

Qualcuno dirà, trincerandosi abusivamente dietro il prestigio di Mattarella, che è giunto o sta per giungere il momento del capitombolo, per cui appare inevitabile il ridimensionamento delle sue ambizioni, italiane ed europee. Certo, non è uno scenario da escludere; però resta sempre in piedi l’altra ipotesi, quella dell’auspicabile convergenza – non politica, ma istituzionale – su una riforma costruita bene, scegliendo tra i sistemi già sperimentati in Europa.  Ne esistono due in grado di soddisfare i criteri di stabilità ed efficenza dell’Esecutivo, e sono nell’ordine: il cancellierato alla tedesca, con la sfiducia costruttiva contro le imboscate parlamentari, o il modello francese delle due distinte autorità, tutt’e due con legittimazione popolare, che obbliga all’occorrenza il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio, ove i numeri non stabiliscano l’esistenza di una maggioranza chiara, alla cosiddetta “coabitazione” per evitare il rischio di paralisi dell’attività di governo.

Dopo il 9 giugno servirà pertanto una dose massiccia di buon senso, se non vogliamo che la lotta politica si consumi nella perversa dialettica delle pregiudiziali, minando in realtà la fiducia dei cittadini nella capacità dell’intera classe dirigente di guardare all’interesse generale del Paese.

“Marcello mio”, una figlia si confronta con il mito del padre.

(Italpress) Aria d’Italia sulla Croisette: nella giornata in cui il Concorso propone “Parthenope” di Paolo Sorrentino, a Cannes 77 si aggira anche il fantasma di un altro grande del cinema italiano, Marcello Mastroianni. In competizione viene infatti presentato “Marcello Mio”, il nuovo film di Christophe Honoré che è un omaggio al grande attore italiano, ma in realtà è un ancor più grande dono a sua figlia Chiara Mastroianni, alla quale offre l’occasione di fare i conti con un’eredità immensa, nel bene e nel male. Lo fa regalandole un’opera libera come un sogno, fantasmatica nella sua struttura narrativa e nella sua composizione espressiva, che si traduce in un faccia a faccia con un mito cinematografico, ma anche in un diario intimo di riappropriazione pubblica della propria immagine da parte di un’attrice coraggiosa e sincera.

L’idea del film è quella di chiamare a raccolta il cinema di famiglia di Chiara, ognuno impegnato a interpretare se stesso, in un gioco dei ruoli e delle parti che sta tra la realtà e l’immaginazione. Tutto nasce da una frase detta su un set: Chiara sta provando una scena con Fabrice Luchini e la regista, Nicole Garcia, le chiede di farla “un po’ meno Deneuve e un po’ più Mastroianni”… I due poli della storia familiare di Chiara messi a confronto, come spesso deve esserle accaduto nella realtà, facile gioco per chi ha un padre di nome Marcello Mastroianni e una madre di nome Catherine Deneuve… E allora Chiara prende di petto il dramma identitario e decide non di fare ma di essere Marcello: si presenta col suo nome, veste come lui, con i suoi occhiali, la sua giacca, il suo cappello e si spinge in un viaggio fisico e mentale che la porta a riconsiderare se stessa mentre dà corpo al fantasma del padre.

La madre Catherine è turbata, il marito Banjamin Biolay, cantante e attore, la asseconda con serenità, il suo primo amore Melvil Poupaud invece la prende molto male, Fabrice Luchini sta al gioco, accetta di riconoscerla come Marcello e la aiuta nella sua fuga in Italia, chiamata a fare un’apparizione in un programma tv dove c’è Stefania Sandrelli che deve riconoscerla come il vero Marcello tra altri sosia… La lotta estrema di Chiara per farsi accettare come Marcello diventa insomma un trip che sfida il rapporto di ognuno con il divo e rappresenta l’occasione per una figlia di fare pace con la propria identità riflessa nello specchio del padre.

E va detto che, anche al di là della simpatia e dell’intelligenza con cui Chiara rifa il padre, mimandone gesti, tic, situazioni e scene, “Marcello mio” è un film libero, lieve, fantasioso, che disegna una mappa identitaria forte e precisa e offre una bella riflessione sul potere di un attore di incarnare la realtà e di trasfigurare lo spirito delle cose. Coprodutione vfranco-italiana, il film di Christophe Honoré uscirà il 23 maggio sui nostri schermi distribuito da Lucky Red.

Iran, cosa prevede Farian Sabahi dopo la morte di Raisi.

M. Chiara Biagioni

(AgenSir) E ora si guarda al prossimo futuro. Da una parte, l’Iran che ha perso in un incidente di elicottero, il Presidente della Repubblica islamica Ebrahim Raisi e sta cercando ora di capire come dare continuità ai vertici del governo e dall’altra, il resto del mondo alle prese nella Regione con una delle crisi più gravi degli ultimi anni. E la tensione è altissima. L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha fatto sapere che i funerali del presidente Raisi si terranno domani, martedì 21 maggio, a Tabriz mentre il leader supremo dell’Iran Khamenei ha nominato il primo vicepresidente Mohammad Mokhber presidente ad interim. Khamenei ha anche annunciato cinque giorni di lutto. Ebrahim Raisi, 63 anni, aveva vinto le elezioni presidenziali in Iran nel 2021, con un voto che ha registrato l’affluenza più bassa nella storia della Repubblica islamica. Ultraconservatore e intransigente, era considerato un protetto della Guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, e alcuni analisti avevano addirittura ipotizzato che potesse essere candidato alla sua successione. Per capire quali scenari si aprono ora con la sua morte sia all’interno del Paese che nel più ampio scacchiere della Regione, il Sir ha raggiunto Farian Sabahi, giornalista e scrittrice di origine iraniana, nonché ricercatrice senior in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria.

Quali scenari si possono aprire ora all’interno del Paese?

La scomparsa di Raisi mette in difficoltà le autorità di Teheran perché, oltre a ricoprire la posizione di Presidente della Repubblica islamica, era anche il delfino dell’ayatollah Ali Khamenei, e quindi tra i favoriti alla sua successione.

Ora, di fatto, il favorito per la successione del leader supremo è il figlio di Khamenei, Mojtaba. Ma sia la leadership iraniana sia la popolazione non vedono di buon occhio una repubblica islamica ‘ereditaria’, che avrebbe una legittimità minore rispetto a un sistema politico con ai vertici uomini dotti in ambito teologico. Ormai i moderati sono stati messi al margine, tant’è che all’ex presidente moderato Hassan Rohani non è stato permesso di candidarsi alle elezioni di inizio marzo per l’assemblea degli esperti, ovvero per quell’organo che eleggerà il prossimo leader supremo.

 

Quindi, quali prospettive si intravedono?

La partita si gioca esclusivamente tra i ranghi dei conservatori e degli ultraconservatori. In ogni caso, per ora a decidere è sempre e soltanto il leader supremo Ali Khamenei: è lui che ha l’ultima parola su tutto, compresi la politica estera e il nucleare. Potrebbe aprirsi uno spiraglio per riprendere le proteste, ma la repressione di regime ha spaventato molte famiglie in Iran. L’arma migliore pare essere l’astensione dalle urne, come già fatto in passato. E non è detto che il leader supremo decida di portare il Paese al voto, tra 50 giorni come previsto dall’articolo 131 della Costituzione. Potrebbe infatti decidere, in nome dell’interesse nazionale, di fare altrimenti. E, per esempio, di tenere la carica di presidente e il ministro degli Esteri ad interim.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2024/05/20/morte-raisi-sabahi-sara-il-leader-supremo-khamenei-a-decidere-e-lui-che-ha-lultima-parola-su-tutto/

Statuto dei lavoratori, una data ancora storica.

Ci sono delle date che lasciano il segno nella storia democratica del nostro paese. Una di queste date è certamente quella del 20 maggio del 1970 quando venne approvato lo Statuto dei Lavoratori. Una pagina, forse la pagina, destinata a cambiare definitivamente il ruolo e la condizione dei lavoratori nel panorama sociale, economico e produttivo del nostro paese. Con un protagonista indiscusso e quasi unico: il Ministro del Lavoro dell’epoca – o meglio, come si definiva lui stesso nel momento in cui ha assunto quel delicato incarico istituzionale, il “Ministro dei lavoratori”- Carlo Donat-Cattin. C’è una frase che rimane scolpita nell’immaginario collettivo nel momento dell’approvazione di quell’atto legislativo e pronunciata dallo stesso Ministro nel dibattito alla Camera: “Abbiamo portato la Costituzione nelle fabbriche”. Uno Statuto, quello dei lavoratori, che passò con l’approvazione delle forze che componevano il governo di centro-sinistra con la strana e singolare astensione del Pci. Uno Statuto che resta, tuttora, una pietra miliare per l’impianto democratico del nostro paese e che, non a caso, non è più stato messo in discussione nei suoi principi costitutivi. Certo, è cambiato radicalmente il mondo del lavoro e, con esso, anche i luoghi concreti della produzione. Ma sul fronte dei diritti, e anche dei doveri dei lavoratori, quella pagina è entrata semplicemente nella storia sindacale e politica italiana.

Ora, c’è un aspetto che qualifica e che fa da sfondo a quella data e che si riassume anche nella concezione politica e culturale riconducibile al leader della ‘sinistra sociale’ democristiana e che in quel momento era alla guida del dicastero del Lavoro. In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin di porre “la questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni: scelte che ebbero conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari italiane seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di braccia e di intelligenza pratica. La sua ambizione, quella di Donat-Cattin, era più grande: egli voleva che nell’architettura amministrativa dello stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo. E quando pervenne alla guida del Ministero del Lavoro non tardò, infatti, a rendersi conto che – sono parole sue – “nell’organizzazione attuale del Governo non esiste un vero e proprio centro di politica sociale. Si è costituito nel tempo un Ministero del Lavoro perché con i sindacati bisognava trattare; vi si è aggiunta la competenza della previdenza sociale perché le lotte dei lavoratori avevano ottenuto alcune norme per la sicurezza della vita e così via. Ma è tutto strumentale da parte delle classi dirigenti verso il lavoro subordinato”.

Era, infatti, ferma intenzione di Donat-Cattin che il dato politico nuovo “doveva consistere nel dare alla politica sociale complessiva un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politica/amministrativa”. Insomma, per Donat-Cattin l’istanza sociale doveva “farsi Stato”. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. Il suo radicamento nel sociale si saldava così con le esigenze più mature e moderne dello Stato di diritto. E cioè, una saldatura che riscontriamo non solo nella battaglia per lo “Statuto dei lavoratori”, ma anche nella strenua difesa della legge elettorale proporzionale che, per Donat-Cattin come già per Luigi Sturzo, rappresentava l’unico strumento di emancipazione politica per i ceti popolari, cioè per consentire ad essi di avere, ad ogni livello elettivo e senza mediazioni gerarchiche, i loro “diretti rappresentanti”.

Ma, per fermarsi allo Statuto dei lavoratori, non possiamo – ancora una volta – non sottolineare che si tratta di un passaggio decisivo e qualificante per dare piena attuazione ai principi e ai valori costituzionali. Una pietra miliare, appunto, che costringe i democratici e i riformisti contemporanei a confrontarsi con un documento – e un atto legislativo – che non può essere rivisto o combattuto a suon di referendum o di picconate demagogiche e propagandistiche. E questo per la semplice ragione che lo Statuto dei lavoratori resta un faro che continua ad illuminare la democrazia e la libertà nel nostro paese. Partendo, appunto, dal ruolo professionale e dalle condizioni di vita dei lavoratori.

Le minacce all’Europa che gli elettori dovrebbero considerare

Se solo si ponesse reale attenzione alle minacce che avvolgono l’Unione Europea in questi tempi di guerre ad essa così vicine la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo sarebbe di estremo interesse e oggettiva drammaticità. E senz’altro coinvolgerebbe una larghissima parte della popolazione.

Ed invece prosegue su scala più vasta l’ininterrotto talk show su base tutta interna, tutta nazionale, tutta autoreferenziale, con i soliti attori protagonisti intenti a polemizzare fra di loro senza andare mai oltre generiche affermazioni, superficiali e spesso banali, dedicate alla necessità di avere “più” Europa, piuttosto che “meno” Europa.

Se gli elettori ponessero, a loro volta, testa e attenzione a quelle stesse minacce addensatesi sul vecchio continente imporrebbero ai partiti politici e ai loro leader una condotta e una capacità di analisi ben diverse. Ma, al contrario, la reazione negativa si sta dirigendo verso un astensionismo crescente, sintomo di una disaffezione certo almeno in parte comprensibile ma indubbiamente negativa per la tenuta della democrazia.

Ciò accade, forse, anche perché un po’ tutti diamo per scontate situazioni favorevoli che hanno accompagnato la nostra vita ma che ora non sono più così sicure. Il neo-imperialismo russo, condito da periodiche minacce nucleari; la condizione di perenne crisi dell’area mediterranea (oggi c’è la devastante guerra a Gaza, ma non possiamo dimenticare quella in Siria, così come le tensioni in Libano, o la precarietà dell’equilibrio libico); il paventato abbandono della NATO da parte degli americani in caso di una nuova presidenza Trump: minacce forse un po’ enfatizzate ma in qualche modo reali e mai così incombenti da molte decadi a questa parte.

Ci sarebbe materiale per affrontare nel merito e in profondità il tema del futuro geopolitico del continente e dunque della necessità di una sua unione politica capace di produrre una politica estera comune e, conseguentemente, una politica di difesa comune. Questioni di tale portata che necessariamente trascinerebbero con sé quelle di natura economico-sociale, parimenti importanti per la vita delle persone. Ed invece nulla di tutto questo.

E così il risultato elettorale verrà analizzato sulla base degli spostamenti percentuali (sul dato dei votanti, e non su quello degli aventi diritto al voto) all’interno della coalizione di destra-centro piuttosto che sul rapporto di forze fra Pd e M5S o sull’esito del derby fra Italia Viva e Azione. Per gli amanti del genere, una nuova mezza stagione di talk show televisivi sarà pertanto assicurata. Evviva! Intanto, là fuori, sta cambiando il mondo.

U ma’. Il mare di Genova Pra’…che non c’è più.

Le barche sulla spiaggia di Genova Prà – Olio su tela di Bruno Porcile - di proprietà dell’autore dell’articolo

Sono nato in riva al mare, una domenica mattina di ormai tanti anni fa. Chi ha la fortuna di venire al mondo e di crescere davanti al mare ne conserva l’immagine e il ricordo per il resto della sua vita: è come se avesse ricevuto il battesimo direttamente da una delle meraviglie del creato. Un tempo che non tornerà più – e non solo per me ma per tutti coloro che hanno visto lentamente e inesorabilmente mutare il volto e la fisionomia di quell’ambiente che ci era stato conservato e tramandato da millenni di storia – quella “maenn-a” (la spiaggia, la marina) davanti alle case, oltre la ferrovia, faceva profondamente parte della nostra esistenza, era una risorsa, una certezza e una speranza.

Una forza devastante, violenta che neanche i pirati turchi e saraceni che sbarcavano sulle nostre coste per depredare hanno avuto, si è come materializzata in pochi anni della contemporanea civiltà e ha distrutto l’ambiente nel quale fino ad allora, da generazioni e generazioni, molti avevano consumato intere esistenze. Non è vero che il mare è tutto uguale, non lo è neanche a se stesso: ora calmo e mite, ora minaccioso, piatto o mosso, burrascoso, si fa piccolo o gigantesco, increspato o flagellato dai venti, amico oppure ribelle, sta zitto, borbotta, urla, ti chiama e ti vuole sempre dire qualcosa di diverso.

Ma anche lungo l’intero litorale della mia Liguria non c’è un punto di costa che sia uguale agli altri. Ciascuno ha le sue preferenze e, in questo caso, mi riferisco solo a chi viene da fuori, per vacanza o per turismo, perchè chi invece è del posto il ‘suo’ mare lo riconosce a occhi chiusi, guardandolo, accarezzandolo o entrandoci per lasciarsi abbracciare da lui.

Non potrebbe averne o desiderarne un altro, sarebbe come un tradimento d’amore. Il mio amico Mario ’Puccin’ mi ripete da sempre che non c’è mare più bello di quello che ha davanti da tanti decenni: “meglio un pisciatoio a Voltri che una villa altrove”. Io lo provoco perché la sua risposta arricchisce anche me, mi conforta, mi rassicura la sua saggezza più dell’expertise’ di qualunque vuoto sapientone: “Mario – gli dico –  e se ti dessero in cambio una casa a Cortina oppure una a Montecarlo?”…”Niente da fare, io voglio stare qui”, mi risponde.

Puccin al mare gli parla, gli confida i suoi sentimenti, lo va a trovare come si fa con l’amico più caro: sono sicuro che in riva al mare ci ha pianto, ci ha riso e ci ha fatto l’amore. Penso che quando lui e Lolò, il Feipà, il Maneggia, il Picaggetta, U russu, il Bùru e gli altri pescatori del posto scrutavano la distesa d’acqua sapevano vedere ciò che invece restava invisibile ai nostri occhi: tra loro e il mare c’era più di un contatto fisico, c’era un’intesa, una confidenza, un sentimento, una passione.

Gente di una volta, cotta dal sole e impregnata di salino: facevano poche parole ma se ti stringevano la mano sentivi che era un gesto sincero, avvertivi la loro lealtà. Ricordo, bambino, le barche allineate dei pescatori di Prà e le loro reti – ‘tristi’ come quelle descritte da Troisi ne ‘Il postino’, perché fonte di dura fatica ma affettuosamente conservate e curate anche nel momento del loro riposo, cucite e riparate come un indumento, un capo da indossare.

Ancora adesso che abito a Pavia la prima cosa che vedo appena mi sveglio è un quadro che raffigura quelle barche: l’aveva dipinto un valente pittore genovese – il sig. Porcile – che esponeva le sue tele a Crocefieschi, un ridente paesino dell’entroterra ligure. Guardandolo intensamente ogni mattina si rinnova un’antica e tacita alleanza tra me e il mare. I gesti di un pescatore che stendeva la rete dalla barca erano sapienti e rituali, come se si ripetesse un’antica preghiera che chiede ogni volta indulgenza e fortuna: la barca partiva dalla riva e poi faceva un giro a semicerchio, lasciando cadere la rete. Poi da terra si tirava con forza sperando che il raccolto fosse clemente.

I pescatori sanno tutto del mare ma ne conservano molti segreti, come un buon montanaro fa con i suoi alberi. Tra il loro “ ma’ “ e quello dei bagnanti c’è come un abisso, due cose completamente diverse ma la differenza sta solo negli occhi e nel cuore di chi guarda perché un buon mare ti sa dare ciò che ha e sempre in rapporto a quello che gli chiedi.

Andavamo anche noi ragazzini a pescare con la canna in un tratto di spiaggia più riparato ma generalmente tiravamo su solo ‘baecche’ (pesci viscidi e grassi, pieni di spine). Nelle sere d’estate, anche con i nostri genitori, scendevamo a prendere i ‘muscoli’ (i mitili) che erano attaccati agli ’scoggi’ (gli scogli) e poi si mangiavano sulla spiaggia, tra i fuochi accesi, dopo aver fatto il bagno.

Il mio rapporto con il mare era cominciato molto presto, da quando ero piccolino. Mi hanno detto – io non posso ricordare – che mio padre mi portava a cavalluccio sulle spalle, attraversando la ferrovia dallo stretto sottopasso e io ogni volta gli dicevo: “tento tetta papà” (‘attento alla mia testa, papà), mentre lui camminava lì sotto e poi, una volta usciti:”pù tento tetta papà”(‘basta attento testa, papà). Quella cantilena mi è stata ripetuta per anni e a sentirla mi veniva quasi noia: vorrei che qualcuno me la raccontasse ancora oggi ma purtroppo non c’è più.

Poi ho conservato quel buon rapporto con la spiaggia e con il mare per il resto della mia vita, come un rituale magico e intimo che ogni volta si rinnovava. Anche recentemente, tornando dal mio quotidiano pendolarismo ligure-lombardo, non potevo fare a meno di passare a salutare quell’amico, specie in autunno quando la tramontana lo increspava in superficie e lo rendeva piatto e cangiante nei colori. Allora scendevo, a qualunque ora tornassi da Milano, ed entravo in acqua, mi lasciavo trasportare dalla brezza, restavo a pelo, come inebriato dalla solitudine e godevo di tutto quello spazio circondato solo da decine di gabbiani.

Quando ne avevo la forza mi facevo una lunga bracciata: settecento metri a dorso seguendo la linea della costa e il ritorno a stile libero. Ricordo che una volta il mio grande amico Luciano, esperto compagno di gite in bicicletta (le vendeva in un negozio che aveva il suo nome ed era stato pure un valente ciclista) aveva seguito dalla spiaggia quella mia salutare nuotata e una volta giunto a riva (ero uscito dal mare come un bronzo di Riace)  mi aveva detto:”ma eri tu che nuotavi?….che bestia!”, come a sottolineare il valore dell’impresa. Detto da lui, sportivo da sempre nonché padre di un campione olimpionico e mondiale di pallanuoto –  Lello –  era un complimento da incorniciare, da conservare nella galleria dei ricordi.

Ogni tanto ci penso ancora oggi, che invece ho la pancia e non ho più il tempo e la forza di ripetere quell’esercizio, peraltro più salutare di qualunque dotto culturismo da manuale. Più bravi di me erano i coraggiosi che si buttavano – e lo fanno tuttora – nell’acqua gelida di gennaio, per il cosiddetto ’cimento invernale’: vinceva e vince sempre chi resta a bagno più a lungo. Dopo una nuotata una bella ‘tarcia’ di fugassa (‘un pezzo di focaccia’) o addirittura un piatto di ‘anciue pinn-e’ (di acciughe ripiene) mi riconciliavano con le fatiche della giornata e con le parole della gente.

Il mare fa parte di me, mi è entrato nell’anima, mi pervade i sentimenti, mi dà respiro: camminare sulla spiaggia sassosa, anche in pieno inverno, mi rilassa e mi ritempra anche se è un lusso che mi concedo poche volte, dato che adesso abito tra le – pur sempre affascinanti – brume della pianura. Ma davanti alla casa dove sono nato il mare di una volta non c’è più, come se fosse passato di lì un folletto maligno che recava un sortilegio. Ancora oggi, anzi proprio adesso mentre scrivo, mi capita di guardare il volto deturpato della natura di un tempo, la trasmutazione dell’ambiente: è come se il passato fosse stato sottoposto ad un intervento chirurgico che ne avesse cambiato la stessa identità.                  

Ciò che Dio aveva creato e l’uomo aveva conservato quasi inalterato, con una presenza mite e amica della natura non esiste più, sostituito dal riempimento del mare e da colate di cemento, gigantesche gru, strade, ferrovie, containers.

Solo chi ha visto ciò che esisteva prima può ricordare e cullare nella memoria e nella nostalgia quella parte dell’esistenza che ci riempiva lo sguardo di cose semplici e importanti a cui non abbiamo forse saputo attribuire il giusto valore.

Giubileo di Roma tra frangette e pubblico decoro

Giubileo sta per gioia, gaudio e contentezza. Nel libro del Levitico è detto che, al termine di sette Shabbat di anni, cioè dopo un tempo di quarantanove anni, giunti al decimo giorno del settimo mese dalla fine, si farà squillare una tromba che annuncerà il giorno dell’Espiazione. Quindi si santificherà il cinquantesimo anno e verrà proclamata la libertà nel paese per tutti i suoi abitanti. La tromba altro non era che uno strumento ricavato dal corno di un capro, nella lingua del tempo chiamato appunto “Yobel”. Evidentemente, aumentando il numero dei peccati, si è pensato di indire un giubileo ogni venticinque anni. Se fosse rimasto alla originaria previsione, il male da cancellare sarebbe stato di una mole impossibile anche per il perdono divino. Per i cattolici ci pensò Papa Bonifacio VIII che dispensò una preziosa indulgenza plenaria dopo opportuno pellegrinaggio.

Fatto sta che Roma deve farsi bella e con essa anche i suoi rappresentanti. Il Corpo della Polizia Locale della Capitale con una recente circolare, che richiama anche contenuti di precedenti disposizioni, ha specificato il look al quale i nostri “vigili” dovranno uniformarsi.  Si è sceso nei dettagli, mettendosi forse coraggiosamente in un mare di guai. È possibile ci sia prossimamente molto lavoro per i giudici che dovranno stabilire il contenuto esatto di alcuni termini. La sensazione è che si possa entrare in un pantano simile a quando si voglia stabilire cosa sia “normale” a proposito di sessualità, genere e compagnia cantando.

La Circolare distingue regole diverse per le rappresentanti femminili e quelli maschili. Per il terzo genere, ed eventuali ulteriori distinguo, ancora non si è specificato. Sul punto naturalmente non sono mancate polemiche da parte di chi è particolarmente sensibile alla questione. La circolare della Polizia Locale prescrive che i maschietti non debbano portare orecchini, piercing e oggetti similari. Già qui si potrebbe dibattere, a voler essere speciosi, in cosa sia similare un oggetto rispetto ad un altro. Quanto ai capelli dovranno essere puliti, ordinati, curati e, se tinti, di colore naturale. Si potrebbero aprire contenziosi infiniti su quale sia il grado di pulizia minima da osservare ed in merito al concetto di ordine e di cura. 

Andando ancor più a fondo nella Circolare si legge che “Il taglio deve seguire la naturale attaccatura del cuoio capelluto evitando qualsiasi forma di eccentricità”. Se Roma è caput mundi, al centro del mondo, nulla può andare fuori margine, oltre il centro, ex centro di una regola di buon senso, a sua volta da dover mettere però pericolosamente a fuoco. Inoltre “la parte del viso non interessata da barba e baffi deve comunque essere ben rasata”. Chi potrà stabilire quale sia una buona rasatura o meno è tutto di nuovo da accertare. Sarà dispensato il vigile che in virtù di un arrossamento della pelle avrà omesso di radersi per un giorno per far riposare la pelle? Sembra possa subirsi l’agguato per mano del solito ginepraio della casistica dalla quale è arduo, se non impossibile, uscirne.

Per le donne le cose non sembrano andare meglio. Per i capelli, oltre alle raccomandazioni indirizzate ai maschietti, si aggiunge anche che posteriormente la lunghezza della chioma  “non deve superare il limite delle spalle e, qualora ciò accada, i capelli dovranno essere legati e raccolti; anteriormente la fronte deve essere scoperta…”. Sembrerebbe di capire, quindi niente ciuffetto per le donne, mentre per i maschietti non parrebbero esserci osservazioni al riguardo. 

Forse la concessione di questa maggiore libertà fonda sull’outfit di Don Patriciello, il noto Parroco di Caivano recentemente criticato dal Governatore De Luca per la sua frangetta. Se la Chiesa lo consente, allora non ci sarà da eccepire neanche per i capaci uomini della Polizia Locale.

Dal Comando del Corpo si fa sapere che occorre attenersi al decoro dell’uniforme indossata. Nulla di più giusto e sensato. Resta sempre in agguato qualche birichino che potrebbe eccepire che – viva la libertà – il proprio senso del decoro sia dissimile da quello inteso dai vertici della Polizia Locale. Avere rispetto per la divisa che si indossa ed osservare un criterio di decenza è cosa importante da non prendersi sotto gamba. La linea del decoro, qualunque essa sia, non va mai superata, le istituzioni per prime non devono mai uscire dal coro delle regole che sono di riferimento per i cittadini.

Potrebbe scatenarsi un effetto contagioso. Il richiamo ad un codice di condotta potrebbe sollecitare la stessa iniziativa anche nelle altre forze dell’ordine che potrebbero adeguarsi a recuperare ciò che eventualmente si è, per consuetudine, perso. C’è sempre chi obietterà, perdendo di vista l’obiettivo primario della faccenda che è essere il biglietto da visita della città al mondo. Nella circostanza, il Corpo dei pizzardoni ha mostrato, oltre al fisico, anche testa e determinazione, pur rischiando di impantanarsi nei rilievi delle sfumature di principio degli immancabili “Io non sono d’accordo”. Non mancheranno le critiche e quelli che vorrebbero giubilare l’iniziativa con scherni di ogni tipo. Roma, con la sua storia, saprà restarne indifferente.

Debito pubblico USA schizza in alto: Wall Street e Fed tremano.

Cresce la preoccupazione a Wall Street e a Washington per il debito pubblico statunitense, cresciuto di quasi il 50% dai primi giorni della pandemia di Covid. L’indebitamento federale è ora pari a 34,5 trilioni di dollari, ovvero circa 11 trilioni di dollari in più rispetto al livello di marzo 2020 con un rapporto debito/Pil che ora è superiore al 120%.

“Stiamo registrando grandi deficit strutturali, e prima o poi dovremo affrontarli, e prima è molto più attraente che poi”, ha detto martedì scorso il presidente della Federal Reserve Jerome Powell davanti a un pubblico di banchieri ad Amsterdam. Pur avendo evitato assiduamente di commentare tali questioni, Powell ha incoraggiato il pubblico a leggere i recenti rapporti del Congressional Budget Office (Cbo) sulla condizione dei conti pubblici della nazione. “Tutti dovrebbero leggere ciò che stanno pubblicando sul deficit di bilancio degli Stati Uniti e dovrebbero essere molto preoccupati del fatto che questo è qualcosa di cui gli eletti hanno bisogno di farsi carico prima piuttosto che dopo”, ha aggiunto.

In effetti – commenta la Cnbc – i numeri del CBO sono inquietanti, poiché delineano il probabile percorso del debito e del deficit. L`agenzia di controllo stima che il debito detenuto dal pubblico, che attualmente ammonta a 27,4 trilioni di dollari ed esclude gli obblighi intragovernativi, aumenterà dall`attuale 99% del PIL al 116% nel prossimo decennio. Si tratterebbe di “un importo maggiore rispetto a qualsiasi altro momento della storia della nazione”, ha affermato il CBO nel suo aggiornamento più recente.

L`aumento dei deficit di bilancio ha alimentato il debito e il CBO si aspetta solo che la situazione peggiori. L`agenzia prevede un deficit di 1,6 trilioni di dollari nell`anno fiscale 2024 – già pari a 855 miliardi di dollari nei primi sette mesi – che aumenterà fino a 2,6 trilioni di dollari entro il 2034. In percentuale del PIL, il deficit crescerà dal 5,6% nell`anno in corso a 6,1% in 10 anni. “Dalla Grande Depressione, i deficit hanno superato quel livello solo durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, la crisi finanziaria del 2007-2009 e la pandemia di coronavirus”, afferma il rapporto.

Le potenziali conseguenze a lungo termine del debito sono state l`argomento di un`intervista rilasciata mercoledì dal CEO di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, alla rete televisiva britannica Sky News. “L`America dovrebbe essere ben consapevole che dobbiamo concentrarci un po` di più sulle questioni relative al deficit pubblico, e questo è importante per il mondo”, ha detto il capo della più grande banca statunitense per asset. “Ad un certo punto causerà un problema e perché dovremmo aspettare?” – aggiunse Dimon. “Il problema sarà causato dal mercato e poi saremo costretti ad affrontarlo, e probabilmente in un modo molto più scomodo che se lo avessimo affrontato fin dall`inizio”.

Allo stesso modo, il fondatore di Bridgewater Associates Ray Dalio ha dichiarato al Financial Times qualche giorno fa di essere preoccupato che l`impennata dei livelli di debito degli Stati Uniti renderà i titoli del Tesoro meno attraenti “in particolare da parte degli acquirenti internazionali preoccupati per il quadro del debito statunitense e per le possibili sanzioni”.

I giovani smarriti secondo la versione di Ultimo

Le parole di Ultimo sulla disillusione e l’apatia dei giovani toccano una corda sensibile. Nella sua intervista sul “Corriere della Sera” di ieri, il cantautore romano ha manifestato tutte le sue preoccupazioni. È innegabile che una parte consistente delle nuove generazioni sembra aver perso interesse per la politica, la religione e, in generale, per le grandi narrazioni che hanno dato forma alla società per secoli. 

In effetti, quella che potremmo definire l’ideologia dell’immediato, alimentata dai social media e dalla cultura consumistica, ha creato una società votata all’effimero, dove la soddisfazione momentanea e il piacere superficiale regnano sovrani. In questo contesto, l’impegno politico, la riflessione religiosa e la ricerca di valori profondi appaiono come attività obsolete, prive di attrattiva per chi è abituato a ricevere gratificazioni rapide e costanti.

Tuttavia, sarebbe riduttivo attribuire la disillusione giovanile unicamente all’egemonia dell’immediato. L’incertezza del futuro, segnato da crisi economiche, instabilità politica e minacce ambientali, contribuisce a generare un senso di smarrimento e apatia. I giovani si sentono spesso privi di punti di riferimento e di concrete possibilità di incidere sul proprio futuro, alimentando un circolo vizioso di disimpegno e rassegnazione.

Inoltre, non bisogna sottovalutare la crisi di valori che attanaglia la società odierna. I modelli tradizionali, sia religiosi che laici, sono stati messi in discussione, lasciando un vuoto che le nuove generazioni faticano a colmare. La ricerca di senso e di appartenenza diventa così un’impresa ardua, spesso senza sbocchi.

Di fronte a questa situazione complessa, è necessario un impegno collettivo per invertire la rotta. Serve un’opera di rieducazione che insegni ai giovani l’importanza del pensiero critico, della partecipazione attiva e della ricerca di valori autentici. La scuola, la famiglia e le istituzioni devono fare la loro parte, creando un ambiente che favorisca il confronto, il dibattito e la crescita personale.

Allo stesso tempo, è fondamentale ridare speranza ai giovani, offrendo loro concrete opportunità di realizzazione e di partecipazione alla vita sociale. Investire nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura significa costruire un futuro migliore non solo per le nuove generazioni, ma per l’intera società.

In conclusione, la disillusione e l’apatia dei giovani sono un campanello d’allarme che non può essere ignorato. È necessario un profondo lavoro di riflessione e di impegno per superare l’ideologia dell’immediato e rilanciare la ricerca di senso e di valori autentici. Solo così potremo costruire un futuro più giusto, sostenibile e ricco di significato per le generazioni a venire.

 

 

Luigi Santucci e il ricordo di Apollonio, grande storico del teatro.

[…] La singolarità di Apollonio, il suo fondamentale arcanismo e le apparenti contraddizioni che anche noi abbiamo percorso, lasciano la sua figura, a quindici anni dalla scomparsa, inquietamente aperta, invocante ripensamenti e investigazione: per ciò stesso lontana dalla morte, in quotidiana crescita entro la comune nostalgia.

Se è vero che in lui l’amicizia fu tanto viva da squarciare la solitudine, tocca agli amici partire insieme alla ricerca del suo estremo retaggio, d’una crepuscolare « confidenza » tra il tempo e l’eterno.

C’è un «vello d’oro» di Apollonio, da conquistare oltre tutte le parole i giudizi i ricordi e gli aneddoti. Lo dico qui a me stesso, e a quanti altri con me custodiscono, assai più del suo ricordo, quella mitica impronta su cui ho insistito, sul filo d’una corale fedeltà. 

Argonauti, più che alunni (giacché scuola Apollonio non intese fondare e non lasciò, irripetibile e alieno da metodologie e didattiche come fu, anche se nello scherzo — che salvò sempre dal plagio il nostro rapporto con lui — lo chiamavamo «il divin maestro»). Argonauti ancora meglio che amici (proprio per quella inafferrabilità ultima con cui Apollonio si sottrasse anche a noi, pur nei giorni del più affettuoso sodalizio). Uomini intendo dire da lui stimolati, come i seguaci di Giasone, al mito quale strumento della ricerca non solo letteraria, ma d’ogni conoscenza immedesimante: mezzo di trasfigurazione dall’apparente al reale. Tautologia di quel mito oggi è lui stesso; e alla conquista di Apollonio è bello far vela. 

Sono passati tre lustri, ma ancora tutti i giorni batte in noi l’emozione d’essergli stati vicini, l’orgoglio che abbia scelto noi per trasformarci paradossalmente solo in noi stessi. E ogni giorno di più, dalla sua morte, il nostro cuore è ferito dallo scandalo di ciò che accade, nel mondo delle parole e dei fatti. In certe ore, nel grande urlo ipocrita che ci frastorna, Apollonio è davvero l’uomo che insopportabilmente ci manca. Allora l’insipienza codarda del discepolo è portata a dire: se ci fosse lui ritroverei coraggio e ironia, fede e sdegno contro la Bestia trionfante. 

In un triste e ingenuo schematismo sembra infatti che il suo uscir di scena abbia segnato l’irrompere di un’astuta barbarie, d’un confusionario cinismo che lui da qualche anno andava preconizzando, non senza ira e sarcasmo e in cui ravvisava la «femmina balba» di dantesca immagine. Ma sappiamo che lui prima di chiunque ci vieterebbe la resa, spazzerebbe via questa sentimentale suggestione di rifiutare la nostra storia, da quando lui non abita fra noi se non in quel gorgo d’aria e di musica che scende dalla sua costellazione. Il suo appuntamento a noi e agli uomini che non lo conoscono è ancora quel perpetuo, non ammainabile «8 settembre».

Luigi Santucci

Luigi Santucci è stato uno scrittore, poeta e commediografo italiano. È ritenuto dalla critica il principale narratore milanese della seconda metà del Novecento.

 

Per leggere il testo integrale

https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-apollonio-uomo-e-maestro-nellamore-della-memoria-6497.html

Israele, Gantz pone un ultimatum a Netanyahu.

Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha lanciato un ultimatum al Primo Ministro Benjamin Netanyahu: se entro l’8 giugno non verrà approvato un piano per il governo postbellico di Gaza, il suo partito, Unità Nazionale, uscirà dalla coalizione di governo.

Gantz ha definito la situazione “inaccettabile”, affermando che “considerazioni personali e politiche stanno iniziando a influenzare gli aspetti più sacri della difesa di Israele”.

Ha quindi delineato sei obiettivi strategici che il piano deve perseguire:

  1. Il ritorno degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas a Gaza.
  2. Il rovesciamento del governo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia.
  3. La creazione di un’amministrazione congiunta da parte di Stati Uniti, Unione Europea, Paesi arabi e Autorità Palestinese per gestire gli affari civili di Gaza, gettando le basi per un futuro governo alternativo.
  4. Il rimpatrio dei residenti israeliani del nord evacuati dalle loro case durante il conflitto, con la contestuale riabilitazione delle comunità di confine di Gaza.
  5. La promozione della normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita.
  6. L’adozione di un piano per il servizio militare obbligatorio per tutti i cittadini israeliani.

“Primo Ministro Netanyahu”, ha incalzato Gantz, “la scelta è nelle tue mani. Il Netanyahu di dieci anni fa avrebbe fatto la cosa giusta. Sei disposto a fare la cosa giusta e patriottica oggi? Il popolo di Israele ti osserva. Devi scegliere tra sionismo e cinismo, tra unità e divisione, tra responsabilità e illegalità, tra vittoria e disastro”.

Da parte sua, Netanyahu ha replicato duramente alle parole di Gantz, accusandolo di presentare “eufemismi che nascondono un significato chiaro: la fine della guerra, la sconfitta di Israele e l’abbandono della maggior parte degli ostaggi, lasciando Hamas al potere e fondando uno Stato palestinese.”

La tensione tra i due leader israeliani è salita alle stelle, alimentando l’incertezza sul futuro del governo e sul piano per il dopoguerra a Gaza. L’8 giugno rappresenta la scadenza entro cui trovare un accordo, altrimenti il governo rischia di crollare.

Centro, ora parte la sfida ma senza gli errori del passato.

In attesa del voto europeo ricomincia il valzer sulla futura presenza politica del Centro. Una suggestiva, nonchè interessante, analisi di Francesco Verderami sul Corriere della Sera evidenzia i futuri e potenziali protagonisti di questo campo politico. Che sono sostanzialmente tre: Forza Italia con la svolta centrista e riformista inaugurata dopo Berlusconi; gli ex radicali con Renzi nel progetto, un po’ enigmatico e sempre più misterioso, degli ‘Stati Uniti d’Europa’ e il partito di Calenda. Tre realtà che, però, al loro interno contengono limiti e forti contraddizioni. Per fare un solo esempio, è abbastanza surreale parlare di una “nuova Margherita’ partendo dal partito personale di Renzi allargato ad una realtà, come quella degli ex radicali della Bonino, che sono semplicemente esterni ed estranei al progetto che ha ispirato e caratterizzato il partito di Rutelli e di Marini. Come, del resto, anche il partito personale di Azione dovrà invertire radicalmente la rotta se vuole intraprendere un percorso di ricostruzione di un centro democratico, riformista e plurale.

Ma, al di là delle contraddizioni che segnano il cammino, ancora tortuoso e problematico, del Centro, è indubbio che Verderami ha ragione quando sostiene che questo campo sarà ancora una volta decisivo ai fini della vittoria elettorale alle prossime elezioni politiche che saranno dominate dal sistema maggioritario. Ma la credibilità e lo stesso consenso elettorale di questo progetto centrista, e riformista, saranno il frutto e la conseguenza delle scelte concrete che verranno intraprese. È indubbio, al riguardo, che lo spettacolo offerto sino ad oggi dai due partiti personali di Renzi e di Calenda non sono il viatico migliore per rafforzare e qualificare questo campo politico. Un progetto che non passa attraverso i litigi permanenti, le scomuniche personali e le delegittimazioni delle rispettive proposte politiche. Una modalità, questa, che non può che

contribuire a far fallire lo stesso progetto. Come è puntualmente capitato dopo le ultime elezioni politiche. Perché saranno proprio le proposte, e il metodo con cui saranno avanzate nella cittadella politica italiana, a dirci quale sarà la ricetta migliore per qualificare il Centro e una ‘politica di centro’ nel nostro paese. Un Centro che non potrà che essere profondamente plurale nella sua articolazione interna ma squisitamente politico nella sua caratterizzazione. E cioè, l’esatta alternativa rispetto ad una semplice equidistanza o, peggio ancora, ad una mera e passiva rendita di posizione.

Con una postilla finale. Che piaccia o meno alle varie sigle e ai vari protagonisti di oggi. Questo Centro, che sarà decisivo per le prossime elezioni politiche come giustamente dice Verderami, dovrà avere l’apporto determinante della cultura, del pensiero e della presenza del cattolicesimo popolare e sociale. Senza questa cultura politica ci dovremo limitare a registrare la presenza di un Centro monco o, peggio ancora, ad una semplice riproposizione di un cartello elettorale o dell’ennesimo partitino personale come abbiamo puntualmente potuto registrare in questi ultimi tempi.

VP Plus 162 | Riflessioni sulle campagne elettorali negli Stati Uniti.

Mattia Diletti

Della stagione elettorale americana il pubblico europeo percepisce in primo luogo il confronto fra personalità. I due candidati che si sfidano per competere alla carica politica più importante del mondo – o almeno così viene descritta dal luogo comune giornalistico, che andrebbe demistificato per dare conto di quanti limiti il sistema liberal-democratico americano ha posto attorno al suo Presidente – sono la notizia che il nostro pubblico percepisce. Negli ultimi anni però, soprattutto a partire dal 2016, l’anno della vittoria elettorale di Donald Trump, anche la nostra narrazione giornalistica si è concentrata di più sul tema delle “due Americhe”, ovvero della polarizzazione politica e culturale che attraversa la società degli Stati Uniti. L’estremismo politico di matrice populista di Donald Trump ha riportato il tema del rapporto fra società e politica al centro dell’attenzione: che cosa motiva decine di milioni di americani a votare un candidato apparentemente anti-establishment? Perché è più popolare nel voto anziano, fra gli uomini, nei piccoli centri, fra gli evangelici, fra i bianchi con meno scolarizzazione…e quale società vota e si mobilita nel campo avverso, quello del Partito democratico?

La vittoria di Trump ha reso più evidenti le fratture sociali, culturali ed economiche che attraversano gli Stati Uniti. Gli specialisti se ne sono sempre occupati, ossessionati dagli incroci fra variabili – istruzione, razza, reddito, confessione, età… – e dalla mole di dati statistici e di rilevazioni di opinione che gli Stati Uniti hanno sempre prodotto; la conflittualità dell’ultimo decennio ha reso il tema di dominio pubblico, ed è quindi tornato di grande interesse il rapporto fra politica e società. Non solo la società genericamente intesa, ma la società organizzata che si attrezza per sostenere un candidato o l’altro. Se è vero che il voto è una scelta individuale e che il risultato elettorale è dato dalla sommatoria di milioni di scelte individuali, il campo da gioco – i temi che emergono, le identità che irrompono sulla scena elettorale e che aiutano a disciplinare i comportamenti di voto – sono un mix di strategia dall’alto (“l’offerta” del candidato) e strategia dal “basso”, o quantomeno esterna all’arena della rappresentanza politica.

Negli Stati Uniti il rapporto fra società organizzata ed eletti è un rapporto di tipo pattizio. Pensate, per esempio, al sostegno pubblico che il Presidente Biden ha dato nel 2023 – come mai era accaduto prima – ai sindacati del settore automobilistico in sciopero contro le grandi aziende del settore. Un sostegno che i sindacati non dimenticheranno (anche perché hanno vinto), trasformandosi in elettori, finanziatori e attivisti della campagna elettorale di Biden nei mesi di settembre e ottobre del 2024. Un endorsement pubblico ma soprattutto pratico/organizzativo. I partiti sono “candidate centered”, cioè centrati sull’autonomia del candidato – che si deve conquistare il proprio posto al sole nella competizione del collegio uninominale, per di più trovando i fondi per la propria elezione da solo – ma queste “ditte individuali” della rappresentanza politica devono trovare degli azionisti di riferimento.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-gli-stati-uniti-una-democrazia-pattizia-6496.html

Un ponte nel nome di Agostinelli tra Magliano Sabina e Manchester

Magliano Sabina (Rieti) e Manchester (Connecticut) si “abbracciano” nel nome e nel ricordo di Nathan Agostinelli. Figlio di emigranti maglianesi, Nate (come lo chiamavano tutti) ha ricoperto ruoli pubblici importanti. È morto qualche mese fa. Ieri sera, in occasione della festa di San Liberatore, patrono di Magliano Sabina, i due sindaci (Giulio Falcetta e Jay Moran) si sono collegati in video conferenza. Grande cordialità e simpatia da ambo le parti: l’iniziativa rientra nel programma del “Turismo delle radici” e ha goduto, per l’occasione, della sapiente regia di Letizia Sinisi (ItalyRooting Consulting). A dare sostegno agli organizzatori è stato fin dall’inizio l’ambasciatore Giorgio Radicati, il quale ebbe modo di conoscere direttamente, quando era Console generale di New York, la comunità italiana della cittadina del Connecticut.


Agostinelli, dopo aver studiato a Manchester e frequentato l’Hillyer College di Hartford ha prestato servizio nell’esercito degli Stati Uniti durante la guerra di Corea per raggiungere poi successivamente il grado di generale di brigata nella Connecticut Army National Guard. Ha contribuito allo sviluppo di Manchester diventando l’unico residente della città a essere eletto a cariche statali. Dopo la brillante carriera militare, Nate si era dedicato alla politica arrivando nel 1966 alla più alta carica municipale. Durante il suo mandato di sindaco, ha dato prova di grande dedizione al servizio pubblico, operando con capacità e onestà riconosciute. Manchester gli ha reso onore procedendo a tempo di record alla ridenominazione del locale Munro Park in “Nate Agostinelli Veterans Memorial Park”.

In ogni caso, Nate non ha mai dimenticato le sue radici italiane mantenendo sempre un forte legame con Magliano Sabina, il paese dei suoi genitori. In definitiva, l’eredità di Agostinelli giova alla riflessione su come l’emigrazione italiana abbia arricchito non solo le comunità di destinazione, ma anche quelle di origine. La memoria che ne facciamo aiuta a coltivare le nostre radici e a costruire ponti di comprensione e collaborazione tra culture diverse.

CdC | Passione e ascolto per fare un’Europa più forte.

[…] i cittadini sembrano avere chiare le priorità su quelli che dovrebbero essere i temi da discutere in queste settimane all’interno di una vera agenda europea. È il sondaggio dell’Eurobarometro che indica tra le priorità sentite dai cittadini la lotta alla povertà e all’esclusione, la salute pubblica, il sostegno all’economia e la creazione di nuovi posti di lavoro, la difesa e la sicurezza dell’Ue.

Scelte segnate dai recenti drammi della pandemia e delle guerre in Ucraina e nel vicino oriente i cui ricordi hanno lasciato e lasciano tracce nella memoria collettiva. Ma ancora, seconda i cittadini intervistati si dovrebbe parlare di lotta al cambiamento climatico, di rispetto della democrazia e stato di diritto, di gestione della migrazione e diritto di asilo, nonché politica agricola comune. A questo si potrebbe aggiungere una discussione sulla creazione di “beni pubblici europei”, capaci di attrarre capitali e investimenti per infrastrutture e maggiore spesa comune per progetti di cui beneficerebbe l’intera Unione europea e che perciò ha senso finanziare assieme.

Nel silenzio a cui assistiamo si è levata qualche giorno fa la voce di Mario Draghi, che anticipando il contenuto del suo “Report sulla competitività” ha avvertito della necessità di un cambio radicale in Europa. Il Report di Draghi segnala le grandi sfide quali la crescita economica oltre lo zero virgola, l’autonomia strategica del continente, in cui rientrano la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, le materie prime necessarie per la transizione verde e digitale, la necessità di difendere la dimensione industriale europea così come la sicurezza e la difesa, con coraggio apre al futuro offrendo soluzioni. 

Si tratta di soluzioni che rompono con lo status quo e che partono da una presa di coscienza importante: di fronte alle sfide del secolo nessuno si salverà da solo e c’è margine per essere molto più ambiziosi. Occorrerà però un processo politico per accompagnare questa svolta affinché visioni illuminate di pochi diventino le strade per molti.

In conclusione, cosa fare in questi ultimi giorni che ci separano dal voto? Appassionare e ascoltare. Appassionare i cittadini sulle materie europee la cui complessità a volte può allontanare. Ascoltare le istanze e necessità delle persone che sono le priorità da cui far ripartire il dibattito su una agenda europea.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.comunitadiconnessioni.org/editoriale/verso-le-europee-con-unagenda-europea/

Il visionario Coppola: Megalopolis e la paura di una nuova Roma.

A 85 anni Francis Ford Coppola non intende fermarsi. Il regista ha presentato a Cannes il suo “Megalopolis” in prima mondiale, progetto epico a cui ha lavorato per 40 anni e ha rivelato di star già scrivendo il prossimo film.

In “Megalopolis” Adam Driver è un architetto ambizioso e determinato a ricostruire una città in decadenza a qualsiasi costo. Il film ha diviso i critici che lo hanno definito ambizioso e sperimentale. Tra i temi principali affronta l’incapacità degli uomini più potenti e visionari di fermare lo scorrere del tempo, ossessione del protagonista. “La mia sensazione – ha detto Coppola – era quella di fare un’epopea romana ambientata nell’America moderna. Ma non avevo idea che la politica di oggi l’avrebbe resa così attuale. Perché quello che sta succedendo in America, nella nostra repubblica, nella nostra democrazia, è esattamente come Roma perse la sua repubblica migliaia di anni fa. Si vede negli articoli di giornale e nel Saturday Night Live il parallelo tra l’America moderna e Roma.

Quindi la nostra politica ci ha portato al punto in cui potremmo perdere la nostra repubblica”.

“Uomini come Donald Trump – ha aggiunto – non sono al momento al comando. Ma c’è una tendenza che si sta verificando nel mondo, una tendenza verso una nuova destra, persino fascista, che è spaventosa. Chiunque sia stato vivo durante la Seconda Guerra Mondiale ha visto gli orrori che si sono verificati e non vogliamo che si ripetano. Quindi, ancora una volta, penso che il ruolo dell’artista cinematografico sia quello di far luce su ciò che sta accadendo nel mondo”.

Infine non si è detto affatto preoccupato dal tempo che passa: “Alla fine, tante persone, quando muoiono, dicono: ‘Vorrei aver fatto questo, vorrei aver fatto quello’. Ma quando morirò, io dirò: ‘Ho fatto questo e ho visto mia figlia vincere un Oscar. E ho potuto fare il vino, e ho potuto fare tutti i film che volevo fare. E sarò così impegnato a pensare a tutte le cose che devo fare che quando morirò non me ne accorgerò”.

 

Ecco il Video

https://stream24.ilsole24ore.com/video/cultura/cannes-coppola-megalopolis-attuale-c-e-spaventosa-deriva-destra/AFzPnZ3D

AsiaNews | Cina, i costi umani della rivitalizzazione delle campagne.

Silvia Torriti

[…] Considerata il fiore all’occhiello della “strategia di rivitalizzazione delle campagne” (xiangcun zhenxing zhanlüe), essa prevede la distruzione di interi villaggi rurali e il conseguente dislocamento degli abitanti in moderne e più grandi “comunità” (shequ), costruite ai margini di città medio-grandi. Questi nuovi insediamenti, composti da blocchi di appartamenti o agglomerati di abitazioni indipendenti, dovrebbero comprendere tutti i servizi necessari, come ospedali, scuole, ospizi, stazioni di polizia e zone di raccolta dei rifiuti. Lo scopo annunciato della “fusione dei villaggi” è infatti quello di accelerare il naturale processo di urbanizzazione, promuovere la modernizzazione delle aree rurali e l’economia locale, migliorare il tenore di vita dei contadini.

È con queste intenzioni che nell’ottobre 2019 le autorità dello Shandong avevano lanciano un ambizioso piano che prevede l’accorpamento di un quinto dei 70mila villaggi amministrativi tradizionali presenti nel suo territorio, da completarsi entro la fine dell’anno successivo.

Durante la sua attuazione, tuttavia, sono stati commessi numerosi errori ed eccessi a danno della popolazione rurale, coraggiosamente denunciati da alcuni ricercatori e docenti universitari cinesi. Tra questi, He Xuefeng, noto sociologo dell’Università di Wuhan, nel descrivere le sofferenze arrecate da questa misura ai contadini, giunge perfino a definirla “il Grande balzo in avanti dei tempi moderni”. In effetti, la pratica della “fusione dei villaggi” ricorda la politica maoista sotto vari aspetti, a partire dalle modalità con cui è condotta. 

Le testimonianze raccolte dagli studiosi cinesi hanno rivelato infatti gravi casi di violenza e abuso di potere da parte dei quadri locali che, spinti anche dal tornaconto personale, costringono i residenti a firmare i contratti di demolizione delle proprie abitazioni. Le famiglie che si rifiutano di farlo, sono etichettate come “sabotatrici” (dingzihu) e sottoposte a terribili ritorsioni, come essere private delle utenze domestiche, subire atti vandalici alle case o ai raccolti. Alcuni oppositori sono stati perfino picchiati o arrestati, mentre altri sono stati licenziati o costretti a interrompere la propria attività lavorativa a causa delle pressioni subite.

Spesso l’avviso di demolizione giunge in maniera così inaspettata da non lasciare alle famiglie neppure il tempo di prelevare dalle case i propri beni, che restano sepolti sotto le macerie. Un’altra pratica diffusa è quella del “prima distruggere, poi costruire” (xian chai hou jian), per cui le abitazioni dei residenti rurali sono abbattute prima che ne siano state predisposte di nuove, lasciando loro poche opzioni: appoggiarsi presso amici o parenti, cercare un appartamento in affitto o arrangiarsi in alloggi di fortuna, come semplici capanne di paglia e fango o tende allestite ai margini degli appezzamenti di terra.

Seppur fatiscenti, talvolta tali sistemazioni sono comunque preferibili a quelle nelle moderne comunità rurali. Una volta trasferitisi nei nuovi appartamenti, infatti, le famiglie devono provvedere personalmente all’acquisto dei mobili, degli arredi, degli elettrodomestici e al pagamento delle varie utenze, dal momento che i governi locali dello Shandong non sono in grado di provvedere al pagamento dei sussidi previsti. A tal proposito un contadino originario di Juancheng (prefettura di Heze) ha ammesso: “Non mi piace la nuova casa […] Dobbiamo spendere soldi da quando apriamo gli occhi al mattino. Nel villaggio eravamo soliti attingere l’acqua da un pozzo e cuocere il riso con la legna da ardere che raccoglievamo. Ora dobbiamo pagare per l’acqua anche quando tiriamo lo sciacquone, o per l’energia elettrica quando cuociamo […]. È così insolito […] e poi non abbiamo soldi. È facile sopravvivere nel villaggio senza troppi soldi”.

Allontanarsi dal villaggio d’origine significa poi dover rinunciare alla propria attività lavorativa, in quanto la distanza non permette più ai residenti di occuparsi come prima della produzione agricola. Per questo motivo, in molti sono costretti a cedere i diritti d’uso degli appezzamenti coltivati, divenendo a tutti gli effetti dei “contadini senza terra” (shidi nongmin). Tale decisione comporta una rinuncia a quella che è considerata la loro principale fonte di guadagno e, sebbene ottengano un compenso dalla cessione dei diritti d’uso, questo non sarà sufficiente ad assicurare a lungo il loro sostentamento. Per di più, non hanno la garanzia di trovare subito un’occupazione nella località dove andranno ad abitare o nelle sue immediate vicinanze.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Shandong,-il-ritorno-dello-spettro-delle-demolizioni-forzate-nei-villaggi-rurali-60751.html

Il Mulino | Spagna, Sanchez si rafforza, il Partido Popular si consolida.

Alfonso Botti

Domenica 12 maggio si è votato per il rinnovo delle Cortes catalane. 135 i seggi in palio. Il risultato non ha lasciato margini per interpretazioni arzigogolate. Hanno vinto i socialisti di Salvador Illa con 42 seggi (+9), ha perso Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), crollata a 20 seggi (-13). Bene sono andati Junts, dell’ex presidente Carles Puigdemont, che ha conquistato 35 seggi (+3), e il Partito popolare, che ne ha ottenuti 15 (+12). Vox ha confermato i suoi 12, Comuns Sumar ne ha ottenuti 6 (-2), Candidatura de Unidad Popular 4 (-5) e 2 la nuova formazione di estrema destra indipendentista, Aliança Catalana, mentre Ciudadans non ha ottenuto seggi. Se si pensa che nel 2017 era stata la formazione più votata con 1,1 milioni di voti, pari al 25,3% e 36 seggi, si ha contezza della fragilità della sua proposta politica e, di conseguenza, della volatilità del suo elettorato.

Il principale dato politico del voto di domenica è stato la decisa flessione delle forze indipendentiste che, a non tener conto del clivage destra/sinistra, messe assieme superano appena il 43% dei consensi e, con 61 seggi, restano al di sotto della maggioranza necessaria di 68 voti. Unanime il giudizio sulla fine di una fase del procés, ma di qui a pensare che l’indipendentismo sia al tramonto, ce ne corre. Il nazionalismo ha radici profonde nella cultura e nella società catalane e dovessero ripetersi maldestri atteggiamenti da parte del governo di Madrid (Rajoy docet), impiegherebbe un attimo a rianimarsi.

L’inequivocità del risultato lascia tuttavia incerto il futuro per quanto riguarda la formazione di una maggioranza a sostegno del governo. Erc è l’ago della bilancia, ma è uscita dal voto fortemente ridimensionata; il suo leader e presidente uscente della Generalitat, Pere Aragonès, ha rinunciato al seggio; è divisa al proprio interno e da mesi in rotta di collisione con Junts. Una frattura che difficilmente potrà ricomporsi, nonostante gli appelli accorati di Carles Puigdemont per la formazione di un governo indipendentista, sia pure di minoranza. Potrebbe riuscire nell’intento soltanto se i socialisti catalani sacrificassero il proprio successo sull’altare del governo di Madrid, per mantenere in piedi il quale conta la benevolenza di Junts. Ma Pedro Sánchez ha già fatto sapere che il governo catalano si decide in Catalogna. Sulla carta avrebbe i numeri una maggioranza progressista tra socialisti, Comuns Sumar ed Erc, se non fosse che quest’ultima si è detta indisponibile a un governo tripartito. Per quanto resti questa la soluzione più probabile, i giochi restano aperti.

Il principale dato politico del voto in Catalogna è stato la decisa flessione delle forze indipendentiste che, messe assieme, superano appena il 43% dei consensi

Il voto catalano è stato il terzo dall’inizio del 2024 per il rinnovo dei Parlamenti delle Comunità autonome. Il 18 febbraio si è votato in Galizia, tradizionale feudo del Partito popolare, che ha confermato il proprio primato con il 47,39% dei voti e 40 seggi (-2) e visto la forte affermazione del Bloque Nacional Gallego con il 31,34% dei consensi e 25 seggi (+6). Male sono andati i socialisti che, con il 14,07% dei voti, hanno ottenuto 9 seggi (-5). Né l’estrema destra di Vox, con il 2,27%, né la coalizione di sinistra Sumar, con l’1,93%, sono entrati nel Parlamento di Santiago de Compostela. Obiettivo centrato, invece, dal partito su base provinciale Democracia Ourensana che ha eletto un proprio rappresentante. Un buon risultato, dunque, per Núñez Feijóo e il Partito popolare che, confermando la maggioranza assoluta delle precedenti legislature, presiede ora la Xunta de Galicia con Alfonso Rueda.

Il 21 aprile, poi, si è votato nei Paesi Baschi, dove si è confermato al primo posto il Partito Nacionalista Vasco (Pnv) con il 35,22% dei voti e 27 seggi (-4), seguito a una spanna dalla coalizione indipendentista di sinistra Eh Bildu con il 32,48% e lo stesso numero di seggi (+6). Discreto il risultato dei socialisti che, con il 14,22%, hanno ottenuto 12 seggi (+2) e dei popolari che, con il 9,23%, ne hanno conquistati 7 (+2), mentre sia Vox sia Sumar hanno conquistato entrambi un seggio. Probabile la conferma del governo della precedente legislatura tra Pnv e socialisti, anche se i negoziati sono tuttora in corso e la stretta si avrà solo dopo le europee del 9 giugno.

Le tre Comunità autonome in cui si è votato sono anche quelle che godono di peculiari caratteristiche, essendo costituzionalmente riconosciute come “nazionalità storiche”. Conoscono dinamiche elettorali difformi sia da quelle legislative sia da quelle delle altre Comunità. In particolare, i Paesi Baschi e la Catalogna sono fortemente sensibili agli orientamenti dei governi di Madrid in materia di rapporti tra centro e periferia. Il governo socialista presieduto da Pedro Sánchez, dando prova di duttilità, ha avuto un atteggiamento negoziale con i nazionalismi basco e catalano, riuscendo almeno per ora a stemperare l’ondata indipendentista catalana dell’ultimo decennio. Certo, dalle elezioni del 23 luglio 2023, popolari e Vox, non sempre differenziandosi nella violenza dei termini e dei toni, non hanno smesso di rinfacciare ai socialisti di aver venduto l’unità della Spagna in cambio dell’investitura di Sánchez alla guida del governo. Principale polo della discordia la legge di amnistia per i reati compiuti dai dirigenti dei partiti indipendentisti durante il procés. Una legge approvata dal Congresso dei deputati e ora in discussione al Senato, della quale uno dei punti più controversi è stato la tipificazione del reato di terrorismo a carico di alcuni imputati. Punto sul quale le destre si sono accanite e che, visto dall’esterno, sorprende se solo si pensa al vero terrorismo, quello dell’Eta, che il Paese iberico ha conosciuto e sofferto fino al 2009.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/dopo-il-voto-catalano-aspettando-le-europee

La Voce del Popolo | L’accentramento del potere e i rischi connessi.

Le cronache liguri di questi giorni, così poco edificanti (usiamo un dolce eufemismo) dovrebbero indurre la classe dirigente a riflettere seriamente sui rischi connessi all’accentramento del potere. 

Senza voler emettere sentenze, che sarebbero del tutto improprie, si comprende però che a volte è proprio il carattere monocratico della leadership politica che induce a sopravvalutare se stessi e a sottovalutare gli altri. O meglio, a sottovalutare tutte quelle cautele, prudenze, circospezioni che si addicono a una politica capace di non farsi inebriare dal gusto che a volte ricava dalla propria investitura. 

Il Parlamento sta discutendo su due grandi riforme – il premierato e l’autonomia differenziata – che sembrano fatte apposta per andare ancora più oltre verso quelle forme di accentramento. Si vuole affidare al primo ministro poteri an-

cora più estesi a tutto danno di quel che resta della sovranità parlamentare. E si vogliono sotterrare le regioni a un vincolo di solidarietà nazionale in nome di una sorta di nobile egoismo localistico. 

Tutte cose, s’intende, che non vogliono certo aprire la strada a fenomeni corruttivi, se di questi si tratta. Ma che pure evocano l’idea di un potere sottratto a molte di quelle regole di controllo e di collegialità che hanno sempre evitato guasti maggiori. Staremo a vedere gli sviluppi dell’inchiesta, è ovvio. Ma la politica non deve emettere sentenze. Deve ragionare sulle condizioni del suo operato. E magari considerare che tutte quelle regole che ne imbrigliano la discrezionalità, a volte ne possono invece tutelare meglio l’onorabilità.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 16 maggio 2024.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Sempre più eccentrico il rimpianto della Dc e dei democristiani

Lo possiamo dire senza polemica e senza alcun secondo fine? Diventa sempre più stucchevole e singolare la continua e persistente esaltazione della classe dirigente democristiana da parte di giornalisti, intellettuali, politici, moralisti e predicatori vari che hanno trascorso la loro vita, e sono diventati famosi, anche per la contestazione e delegittimazione politica, culturale, morale e personale della Dc e dei suoi principali leader e statisti. Ovviamente parliamo di esponenti e di mondi che sono riconducibili genericamente alla sinistra, seppur nelle sue multiformi e variegate espressioni. Personaggi e mondi politici e culturali che si sono nel tempo specializzati nella ridicolizzazione della intera esperienza democristiana e dei suoi leader che adesso, misteriosamente, ne sottolineano la statura, la qualità, l’autorevolezza e lo spessore politico e culturale.

Per citare uno solo di questi grandi leader e statisti storici, che ho potuto frequentare e conoscere come si suol dire “da vicino”, e cioè Carlo Donat-Cattin: ecco, tonnellate di odio, di insulti e di ogni sorta di contumelie gli caddero addosso in quegli anni, essendo lui il leader indiscusso della ‘sinistra sociale’ democristiana, da parte del Pci e del circo mediatico che gli ruotava attorno. Per non parlare di Andreotti, Cossiga, Rumor, Emilio Colombo, Piccoli, De Mita e moltissimi altri statisti democratici e cristiani. 

Ora, alla luce di questa rivisitazione storica e ricostruzione politica del “più grande partito italiano”, è indubbio che si tratta di affermazioni alquanto opinabili e discutibili. E questo per la semplice ragione che la Dc non può essere esaltata e valorizzata solo perchè c’è la quasi certezza scientifica che non esisterà mai più nel nostro paese un partito popolare, di massa, interclassista e ad ispirazione cristiana. Come, al contempo, non è affatto credibile la cosiddetta “riabilitazione” dei leader Dc perchè si ha la sistematica e granitica certezza che il profilo e la statura di quei leader e di quegli statisti non sono più riproponibili nella cittadella politica italiana.

In entrambe le situazioni si tratta di una operazione strumentale, ridicola, non credibile e anche ipocrita. E questo per la semplice ragione che questo popolo di predicatori e di moralisti – che oggi sono diventati “martiri” e “vittime” della libertà di informazione e che scorrazzano quotidianamente in quasi tutti i talk televisivi e in molte redazioni giornalistiche con contratti a sei zeri – non modificano affatto il giudizio politico e storico sulla straordinaria esperienza della Democrazia cristiana, né tantomeno sui leader principali che ne guidarono le scelte. Molto più semplicemente prendono atto, ipocritamente, che quella classe dirigente non tornerà mai più e quel partito è stato storicizzato e allora tanto vale esaltarne, adesso, le virtù e i pregi a costo zero.

La solita operazione propagandistica, salottiera ed aristocratica di un gruppo di potere che continua a confondere le proprie ambizioni, la propria visione ideologica e la propria arroganza culturale con le genuine aspirazioni delle classi popolari. Forse è opportuno dire a tutti questi “martiri” e “vittime” milionari del “regime dispotico, illiberale e tirannico” che il giudizio sulla Dc e il magistero civile e pubblico dei suoi leader è meglio lasciarlo a tutti coloro che quel partito lo hanno stimato, rispettato, considerato ed apprezzato. E non solo linciato, malmenato e profondamente insultato negli anni da una profonda convinzione politica.

Georgia, speriamo non sia una nuova Ucraina.

Fa una certa impressione vedere le immagini degli scontri fra polizia e manifestanti avvolti nella bandiera europea, a Tbilisi, Georgia. Anche perché vien naturale andare con la memoria a Euro Maidan, Kijv, Ucraina, dieci anni e mezzo fa. Situazioni diverse ma medesima ambizione popolare: andare in occidente e lasciarsi alle spalle i cupi ricordi del dominio sovietico. Che i giovani georgiani temono possano riproporsi nella realtà, vista la nuova aggressività dell’orso russo, che hanno ai confini del proprio paese e che già ha dimostrato 15 anni orsono anche nella stessa Georgia – così come oggi in Ucraina – quanto possa far male. Allorquando la Russia invase e occupò un quinto del territorio georgiano (le regioni autoproclamatesi indipendenti dell’Akhbazia e dell’Ossezia del Sud). Occupazione che dura tuttora.

C’è questa paura del futuro dietro le vigorose proteste di piazza che stanno infiammando la Georgia da un mese in qua. Prima rivolte contro la presentazione del disegno di legge e dopo contro la sua approvazione in Parlamento che gli oppositori hanno da subito qualificato come “legge russa”, per le similitudini con la normativa che agli albori del suo impero Putin fece votare dalla Duma: una legge che mise in gravi difficoltà i suoi avversari e ostacolò la libera stampa, primo passo per l’eliminazione di entrambi, cosa poi realizzatasi effettivamente.

In breve, la nuova legge sulla “influenza straniera” ostracizza le organizzazioni non governative che ricevono dall’estero almeno il 20% dei loro finanziamenti: queste ultime vengono così collocate in una lista speciale attenzionata dall’autorità politica, cioè del governo, e colpevolizzate in quanto portatrici di “interessi di una o più potenze straniere”.

È di tutta evidenza come essa si ponga in totale contrasto con la richiesta di adesione alla UE e al conseguente status di nazione candidata ottenuto da pochi mesi, dallo scorso dicembre. Del resto come la pensi Putin in argomento è noto, e dunque il partito di maggioranza filo russo, Sogno Georgiano, si muove in una direzione contraria a Bruxelles (anche se non con le dichiarazioni formali, che rimangono orientate in senso europeista) e questa legge lo testimonia. E apre la campagna elettorale (si voterà per le legislative il prossimo autunno: sì, ma in quale clima? A questo punto è lecito chiederselo) che il Primo Ministro Irakli Kobakhidze vuole vincere, anche se i sondaggi rivelano che oltre l’80% della popolazione vuole che la Georgia entri quanto prima nell’Unione Europea.

Per il Cremlino le proteste sono indotte e guidate dagli occidentali. La stessa accusa che venne rivolta ai manifestanti ucraini di Euro Maidan. E questo inquieta i georgiani, Comprensibilmente.

Corrispondenza Romana | Come è stato accolto il libro su Merry del Val.

Il cardinale Rafael Merry del Val (1865-1930) è una grande figura di uomo di Chiesa di cui si è tornato a parlare dopo la biografia che gli ha dedicato il prof. Roberto de Mattei. Pubblicata ai primi di marzo dall’editore Sugarco, con il titolo Merry del Val. Il cardinale che servì quattro Papi,  l’opera ha ottenuto, nello spazio di due mesi, numerose e importanti recensioni. La prima è apparsa il 2 marzo 2024, sul “Corriere della Sera”. ad opera di Paolo Mieli, che ha dedicato due pagine al libro, con il titolo “I modernisti nel mirino”. «Merry del Val – ricorda Mieli – ebbe un ruolo decisivo nella condanna di Alfred Loisy e George Tyrrell. Restava in campo Ernesto Buonaiuti che, secondo la documentazione prodotta da de Mattei, commise l’errore di considerare il pontificato di Benedetto XV, successore di Pio X, come “l’antitesi perfetta” del precedente. Buonaiuti si espose e Merry del Val, dal Sant’Uffizio, lo infilzò, nel gennaio 1921, con un decreto di scomunica».

Il ruolo di Merry del Val nella condanna del modernismo è stato sottolineato anche su “Il Domani” del 28 aprile, dal prof. Gian Maria Vian, ex-direttore dell’“Osservatore Romano” che, recensendo il libro su un’intera pagina, scrive: «Merry del Val attraversa un quarantennio ai più alti livelli della curia romana, dove si succedono riforme decisive ma anche la repressione che fa terra bruciata del modernismo, in un contesto mondiale segnato da trasformazioni violente. Poco prima della morte l’antico segretario di stato di Pio X incontra il cardinale Segura, arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, e con amaro realismo gli parla degli aspetti divino e umano nella chiesa: darei la vita per il primo – confida all’amico – “ma quanto al suo lato umano, mio caro Pedro, com’è miserabile”».

La lotta del cardinale Merry del Val contro il modernismo è stata solo un aspetto della sua multiforme attività diplomatica, intellettuale e spirituale. Corrado Ocone, su “Libero” dell’8 aprile, ha osservato che «la dotta biografia che Roberto de Matteigli dedica ora è perciò quanto mai opportuna, sia perché le precedenti non erano sorrette dallo stesso rigore scientifico di quest’ultima sia perché era necessario rimettere al centro dell’attenzione una personalità che parla al nostro oggi più di quanto si possa immaginare».

Il prof. Francesco Perfetti, presidente degli Storici italiani, in una ampia pagina dedicata al libro su “Il Giornale” del 12 aprile rileva: «Il saggio di Roberto de Mattei, equilibrato, approfondito e rigoroso, si fonda su una attenta consultazione di archivi pubblici e privati: è il primo lavoro scientifico e di ampio respiro dedicato a Merry del Val, uomo di Chiesa, politico e diplomatico di primo piano. Un lavoro importante e obiettivo che non esita a trattare, pur con la dovuta delicatezza, temi spinosi come gli scandali in Vaticano e lo stesso “mistero” della improvvisa morte del cardinale. Un lavoro, insomma, che alla serietà della ricerca unisce il pregio di una gradevole leggibilità».

 

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https://www.corrispondenzaromana.it/ampie-ripercussioni-del-libro-di-roberto-de-mattei-sul-cardinale-rafael-merry-del-val/

La risposta all’attentato allo slovacco Fico è un’Europa più forte

L’unanime condanna espressa in Europa e nel mondo per l’attentato al primo ministro della Slovacchia Robert Fico non attenua le preoccupazioni inerenti la delicatezza della fase attuale. Mentre si riaffaccia alle cronache la figura dell’ “attentatore solitario” nei tentativi di uccisione di presidenti e sovrani, si protrae l’incertezza dovuta al perdurare di una mancanza di accordo tra l’Occidente e il Resto del Mondo su un nuovo modello di governance globale. Siamo nel bel mezzo della transizione dall’ordine unipolare a un nuovo ordine multicentrico che aspira a farsi multilaterale nel quadro sempre valido delle Nazioni Unite. Ma all’interno dei diversi blocchi agiscono forze contrarie al dialogo, che alimentano scenari di guerra, che coinvolgono anche e soprattutto l’Europa. In un tale fragile contesto riappaiono gli spettri della strategia della tensione, che, a ben vedere, hanno condizionato l’Occidente nel post guerra fredda, trascinandolo in una serie di errori strategici di cui avvertiamo sempre più le conseguenze, sia in Europa che in Israele e Palestina.

Una certa narrativa più incline a trovare nemici dell’Occidente che a costruire legami su nuove basi fra vecchi e nuovi centri decisionali nel mondo, aveva da tempo inserito il premier slovacco, insieme a quello ungherese Orbán, nella lista nera dei leaders europei tiepidi verso la questione ucraina e più sensibili alle sirene di relazioni più vantaggiose con la Cina. Un giudizio ribadito, tra gli altri, con sfortunata coincidenza proprio nella giornata di ieri, da Danilo Taino sul Corriere della Sera commentando la recente visita di Xi Jinping in Europa: “Il primo ministro slovacco Robert Fico ha pronte le valigie per una visita ufficiale a Pechino in giugno”.

In effetti la visita del presidente cinese in Francia, Serbia e Ungheria è stata la cartina di tornasole che ha mostrato quanto il doppio standard di giudizio sia ancora radicato non solo nel mondo anglosassone, ma anche nelle opinioni pubbliche europee. In base a questo criterio, dal Dragone l’Occidente si aspettava un ruolo di mediazione nel conflitto ucraino dopo aver spinto la Russia tra le braccia della stessa Cina con una politica muscolare verso Mosca, diretta dai neoconservatori americani, che un decennio or sono ha infranto l’equilibrio che permetteva all’Ucraina di stare in pace, con la sua neutralità. E esponendosi alla sferzante risposta di Pechino: tocca a chi ha messo il sonaglio al collo della tigre il compito di levarglielo.

Per scongiurare il rischio che la strategia della tensione cerchi di condizionare gli eventi in Europa con i propri collaudati metodi, occorre riflettere sia sulle nuove coordinate demografiche, economiche e geopolitiche che disegnano un mondo con diversi altri protagonisti alla pari con Stati Uniti e Unione Europea (a loro volta legati da una amicizia più equilibrata e foriera di reciproca indipendenza), sia sugli errori che l’Occidente non dovrebbe più compiere. Come ha invitato a fare l’ambasciatore Francesco Bascone sulla rivista Il Mulino analizzando le cause del “disastro ucraino”, e consigliando all’Occidente di “preparare il terreno a una stabilizzazione dei rapporti piuttosto che una esasperazione dei rancori”. Riconoscere gli errori nel non aver creduto abbastanza nella soluzione diplomatica della questione ucraina, ed invece nel contempo nell’aver sopravvalutato l’effetto delle sanzioni (che si stanno rivelando un boomerang) e sottovalutato la forza economica e diplomatica della Russia, non solo non isolata ma attuale presidente di turno dei Brics e riferimento per il Sud Globale, non attenua in alcun modo la condanna sull’invasione russa dell’Ucraina (definita da Bascone “una scandalosa violazione del diritto internazionale”), ma ci porta a valutare i fatti con un medesimo criterio di giudizio e a riavvicinarci alle reali dinamiche in corso che stanno plasmando un mondo nuovo, anche se non coincidente con quanto atteso da certe élites occidentali. Ribadendo fermamente che ad attentati o stragi, anche in una fase incandescente come l’attuale, non sarà permesso di cambiare il corso della storia in Europa soprattutto se essa saprà intraprendere una propria forte e autonoma iniziativa politica nei termini prefigurati da Mario Draghi.

Aggiornamenti Sociali | Sul pluralismo religioso, intervista a Mons. Luca Bressan.

Paolo Foglizzo

 

…[negli] incontri con comunità islamiche avete parlato anche del caso della scuola di Pioltello? Come hanno reagito alle prese di posizione della Chiesa ambrosiana?

Ne sono rimasti tutti colpiti, anche perché si trovavano sommersi dal polverone mediatico suscitato intorno a quella vicenda. Paradossalmente, alla fine è stato anche un bene, perché ci ha permesso di approfondire e di spiegare il senso di uno stare insieme restando diversi e rispettando le singolarità di ciascuno. Da questo punto di vista, il gesto di condividere il cibo ha una valenza simbolica molto profonda per le tre religioni abramitiche: significa creare legami di comunione. Per essere vera e profonda, questa comunione non può nascondere le differenze, ma ha bisogno di spazi di dialogo, in cui ciascuno può rivendicare la propria identità. In tutti questi incontri è emersa la preoccupazione condivisa di aiutare le giovani generazioni a percepire la differenza in modo positivo. In queste occasioni, così come in quelle in cui i riti di rottura del digiuno sono stati ospitati presso strutture della Chiesa cattolica, quando le comunità musulmane non dispongono di spazi adeguati, abbiamo constatato – ed è motivo di speranza – che i bambini hanno una naturalezza nello stare insieme e confrontarsi che ci lascia sperare che affronteranno queste sfide in modo diverso da noi adulti.

 

Al di fuori dei rapporti con le comunità islamiche, quali altre reazioni hanno suscitato le prese di posizione della Diocesi?

Le reazioni hanno confermato una sensazione di scarsa preparazione a vivere nel quotidiano, a livello locale, il confronto con un mondo come quello islamico, che ormai è tra noi ed è arrivato non per una spinta di proselitismo o di conquista religiosa, ma per motivi sostanzialmente economici: la gente, venuta qui alla ricerca di lavoro e di una vita più dignitosa, si è portata dietro la propria cultura e anche la propria fede. Ci ha stupito vedere la fatica e il disorientamento che questo provoca, innanzi tutto tra noi cattolici. Serve una maturazione che ci permetta di renderci conto che continuiamo a essere chiamati ad affermare la verità della nostra fede e l’universalità della salvezza che annunciamo in un contesto che però è diventato plurale. Universalità non coincide più con univocità, come poteva essere fino agli anni ’70 del secolo scorso.

 

E tra i cattolici? L’atteggiamento ufficiale assunto dalla Diocesi è stato condiviso?

Mi sembra di aver notato tre atteggiamenti diversi. Il primo, tutto sommato minoritario, è la condivisione piena e ragionata della posizione della Diocesi, accogliendone anche la profondità della prospettiva di fede da cui nasce e la ricchezza del lavoro compiuto dalla teologia delle religioni. Un secondo atteggiamento, ancor più minoritario del precedente, è il dissenso aperto, motivato dalla paura di uno smarrimento dell’identità cristiana che conduce a leggere il confronto nella chiave dello scontro. In realtà questa posizione non si accorge che la perdita dell’identità cristiana non è legata alla presenza di altre religioni. A qualcuno che mi diceva che quelli che vengono a vivere qui dovrebbero assumere i nostri valori mi è capitato di chiedere: «Ma lei a Pasqua è stato a Messa?». Mi ha stupito sentirmi rispondere, con fastidio: «Che cosa c’entra?». Ecco, la perdita dell’identità cristiana e dei suoi valori dipende dal fatto che non li custodiamo e non li coltiviamo, non dal fatto che gli immigrati musulmani non partecipano alla Messa o che ci impegniamo nel dialogo con loro. Il terzo atteggiamento, certamente il più diffuso, è quello di un silenzio pieno di apprensione verso la prospettiva del dialogo e del confronto. Per questo abbiamo bisogno di strumenti con cui rendere ragione di quanto facciamo come credenti. Non si può più vivere una fede di comodo, accontentandosi di rimanere nel solco di quello che ci è stato tramandato, senza una rielaborazione che sia all’altezza dei tempi che stiamo vivendo e quindi della sfida del pluralismo con cui siamo chiamati a confrontarci.

 

 

Per leggere il testo integrale dell’intervista

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/ci-piace-il-pluralismo-delle-presenze-religiose/

Dibattito | Quando la tattica (dei popolari) prevale sulla strategia.

Nella situazione attuale di trasformismo politico dominante sono frequenti i percorsi politici che assomigliano a quell’andar di bolina, puntando a manca per andare a dritta o viceversa, accanto ai tradizionali cambiamenti di rotta propri di chi da un partito decide di passare a un altro.

Naviga di bolina Matteo Renzi, il quale, come avvenuto l’altro ieri con il voto a sostegno del governo della Meloni ne ha impedito la sua sconfitta parlamentare, dopo che Forza Italia aveva deciso di non votare il decreto del super bonus indicato dal ministro Giorgetti. Il capitano di lungo corso di Rignano sull’Arno continua nella sua azione di bolina: puntare a sinistra per andare a destra.

Non diversa la posizione dell’on Fioroni che, nel suo appello per il voto alle europee, si richiama alle posizioni dei padri fondatori dc dell’Unione europea, sostenendo, però, il partito Renew di Macron, lontano mille miglia dai principi che ispirarono l’azione politica di Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Anche Fioroni, navigando di bolina: dal Pd alla destra macroniana. Difficile mettere insieme interessi e valori dei popolari italiani ed europei ispirati dalla dottrina sociale cristiana con un partito che in Francia ha deciso di mettere il diritto all’aborto in Costituzione, continuando la tradizionale impostazione laicista radicale della Francia post illuminista. 

La tattica prevale sul progetto, che pur si intende perseguire, della ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Una linea tanto più incoerente se adottata – v. Piattaforma Popolare – a favore di un personaggio, Carlo Calenda, dalle strambate politiche ricorrenti (alle ultime elezioni europee era candidato col Pd), che ha assunto i caratteri di una sorta di “azionista de noantri”, spinto da un’intima e nemmeno nascosta idiosincrasia per la Democrazia Cristiana, come è avvenuto in occasione delle ultime elezioni comunali di Roma.

Non v’è dubbio che, esaminati i diversi programmi dei partiti europei, noi democratici cristiani e popolari italiani ci dovremmo ritrovare uniti sulle proposte del Partito popolare europeo (PPE), l’unico che fa riferimento ai principi di sussidiarietà e solidarietà propri della dottrina sociale cristiana, e a quelli dell’economia sociale di mercato della grande tradizione tedesca.

Avremmo dovuto trovare maggiore disponibilità nel partito italiano che, grazie a Berlusconi, consigliato dai compianti Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, da molti anni è quello facente parte di diritto e di fatto del PPE. È prevalsa, invece, una chiusura netta di Tajani e soci, non solo verso il partito della Dc guidato da Totò Cuffaro, ma anche all’apertura delle loro liste nelle diverse circoscrizioni a qualche candidato di area Dc e popolare. Ecco perché abbiamo convintamente sostenuto che, nella condizione di orfani di una nostra lista, saremo liberi di scegliere tra i candidati e le candidate dei diversi partiti più vicini alle nostre idee e ai nostri valori. La stessa indicazione che alla fine anche gli amici di Tempi Nuovi hanno suggerito. Nasce di qui la speranza che, al di là delle diverse scelte tattiche elettorali, dopo il voto, si possa riprendere il progetto della nostra ricomposizione che dovrà coinvolgere la realtà più ampia e complessa del cattolicesimo culturale, sociale e politico italiano.

 

Nota della redazione de “Il Domani d’Italia”

L’amico Bonalberti è critico sull’adesione di Tempi Nuovi al Partito democratico europeo (a sua volta appartenente al gruppo di Renew Europe). Come si fa, chiede Bonalberti, a stare con Macron, leader di Renew Europe? In Francia ha imposto l’inserimento della libertà di aborto in Costituzione. Orbene anche i post-gollisti, aderenti al Partito Popolare Europeo, hanno votato a favore della nuova norma. Il problema, dunque, è un po’ più complesso.  

 

 

La democrazia tra diritti e doveri

[…] Il sistema politico è una risposta all’esigenza di governare la società e si basa sul consenso ma anche sul mantenimento delle libertà individuali, nell’esercizio della giustizia, giacchè il consenso può essere anche un esigenza di governo “forte”. Ogni forma di governo liberale deve basarsi sul concetto che il governo in sé rappresenta una necessaria risposta alle esigenze di chi “offre” il consenso, ossia dei “governati”. 

Spesso si commette l’errore di accettare il concetto di sovranità come generalizzazione dell’ordine costituito, determinando in tal modo stati di emergenza dalle normali condizioni politiche. La concezione della “sovranità” è un riflesso del sorgere della forma comune o moderna di governo: lo stato. Esso rappresenta anche l’emergere di una somma di ordini caratterizzati dall’azione stessa del governare e quindi dobbiamo negare che: “quando studiamo una precisa organizzazione politica dobbiamo prendere in considerazione il problema del mantenimento dell’ordine sociale in un determinato ambito territoriale, mediante l’esercizio di una autorità coercitiva che richiede l’uso e la possibilità dell’uso della forza fisica”. 

Ogni governo democratico deve impedire il regresso dei cittadini verso forme di prevaricazione, in quanto la politica rappresenta la più elevata attività tendente alla partecipazione al potere, inteso come onesta e coerente gestione dei comuni destini, sforzandosi di concorrere alla negazione dell’idea di uno stato che si arroga arbitrariamente l’uso della coercizione spirituale e della violenza. 

La forma di governo ottimale è quella per la quale l’affermazione della verità sul proprio funzionamento e sulla propria efficacia pratica, non ne comprometta l’esistenza stessa. In definitiva, senza dilungarci troppo su tematiche che possono portarci fuori dallo spirito e dal fine dell’argomento, dobbiamo fortemente sottolineare che la presenza di un interesse politico all’interno di una società, è di per sé stesso sintomo di libertà, che è in stretta dipendenza della politica, così come questa lo è dalle forme di governo praticate. L’attività politica si definisce come una pubblica relazione tra individui che hanno conquistato lo “status” di uomini liberi, soggetti di diritto. La libertà è, perciò, una derivazione di un sistema politico-culturale presente nella società ed il successo dell’attività di un governo è strettamente connesso con la possibilità di determinare la volontà dei cittadini, messi in condizione di esprimere le proprie idee. 

I principi giuridici per essere fondati si devono riferire ad un superiore criterio di giustizia e devono essere conformi alla ragione, perché la coscienza giuridica non è creatrice del diritto, ma indicazione nel tempo di ciò che deve essere. I diritti umani sono preesistenti ai giuristi, ai filosofi ed anche ai legislatori, perché “non auctoritas facit legem, sed veritas”. La scienza politica non costruisce gli uomini ma li prende come li ha fatti la natura e deve utilizzarli come sono. Quindi non possiamo definire “politica” quella che non rispetta i diritti umani secondo natura e né il fine al quale l’uomo è stato ordinato da Dio. L’autorità politica deve sempre sentirsi limitata dalla libertà “naturale” dei cittadini. 

Pio XII sosteneva che: “è erroneo quel principio per il quale l’autorità dello stato (e quindi del legislatore) è illimitata, perché vi è una legge superiore moralmente obbligante”(7). Si ricava da ciò la moderna concezione dello stato come “momento unitario di consapevolezza giuridica all’azione”, che deve avere una funzione di coordinamento, di iniziativa, ma sempre subordinate rispetto al primato della persona e dei suoi diritti. 

Il dovere del legislatore è di garantire la difesa morale e giuridica con i caratteri di “potere”, “diritto”, “forza”: si tratta del cosiddetto principio di “sussidiarietà della società rispetto alla persona, legiferando ai fini del bene comune e “sussidiarietà” vuol dire “responsabilità partecipata”, o per meglio dire, “autorità partecipata”. Così si qualifica la “democrazia della partecipazione”, fondata sulla dottrina del personalismo sociale tomistico per il quale il cittadino come “fine in sé” preordina ogni finalità sociale. Il legislatore deve tenere conto che la società è endogena alla persona, non in senso immanentistico-idealistico, ma nel senso che la persona contiene già in sé la sua vocazione sociale. 

Libertà ed autorità quindi non sono inconciliabili nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, che poi sono i diritti naturali dell’uomo. Il legislatore, tenendo conto della volontà dei cittadini, opera affinché la libertà incondizionata si trasformi in libertà come consenso allo stato che, per questo motivo abbiamo definito come “creatività partecipata”. In tal modo il cittadino avverte la coscienza della sua partecipata”. In tal modo il cittadino avverte la coscienza della sua personalità, dei suoi diritti ed anche dei suoi doveri.

 

Giulio Alfano è docente alla Università Lateranense. Sopra è lo stralcio della parte conclusiva di un testo più ampio. Per la versione completa digitare il seguente link DEI DIRITTI E DEI DOVERI

Tempi Nuovi invita a sostenere i candidati vicini alla cultura popolare   

L’Europa non può affrontare nuovi impegni, come richiesto dalle pressanti sfide del momento, a partire dalla difesa comune, senza la spinta delle nazioni e dei popoli che ne fanno l’unico esperimento di unità sovranazionale realizzato con successo dopo la sciagura della seconda guerra mondiale. La partecipazione elettorale è perciò indispensabile, se non vogliamo che l’ideale dell’europeismo ristagni nell’indifferenza o peggio nell’insofferenza.

Oggi il pericolo è che si rafforzino, proprio a causa dell’astensionismo, i partiti che amano mescolare nella retorica etno-patriottarda i veleni dell’autarchismo e della xenofobia, mettendo a rischio il disegno di un’Europa capace di rendersi protagonista sulla scena del mondo.

Si adombra la possibilità di rompere a Strasburgo e a Bruxelles l’intesa tra Popolari, Socialisti e Liberal-democratici: se ciò avvenisse, avremmo un’Europa in balia di forze irresponsabili. Sarebbe troppo forte il condizionamento dei sovranisti, quando è, semmai, la loro emarginazione a garantire lo sviluppo di una sana politica dell’integrazione.

Ci siamo battuti invano per una lista autonoma dei cattolici popolari e democratici. Evidentemente le condizioni non erano mature. Alla fine dobbiamo constatare, più in generale, che l’area intermedia dell’elettorato non ha trovato il coagulo politico auspicabile. Eppure, quanto più saranno incisive le posizioni dei democratici che non confondono la laicità con il laicismo, tanto meno peseranno i ralicalismi distruttivi di un’etica umanista.

Ora noi guardiamo alle prossime elezioni con la consapevolezza di dover difendere e riproporre gli ideali dei Padri Fondatori dell’Europa – ideali splendidatamente incarnati da statisti democratici cristiani come De Gasperi, Schuman, Adenauer e Spaak – non avendo altra via se non quella di affiancare e sostenere quanti nella battaglia per l’Europarlamento mostrino di condividere i nostri stessi valori. Sapranno gli amici sul territorio muovere i loro passi nella direzione più corretta, con la dovuta coerenza e senza costrizioni.

Anche in assenza di una nostra lista, alla cui realizzazione dedicheremo comunque noi stessi in vista di future scadenze elettorali, non faremo mancare il contributo largo e generoso a sostegno di un’Europa più avanzata, con uomini e donne in grado di guidarne il cambiamento in forza di un’istanza di “umanesimo civile”.

 

Liste europee, adesso contano competenza e autorevolezza dei candidati.

Si avvicinano le elezioni europee e, malgrado un sistema elettorale proporzionale, non sempre si può essere soddisfatti delle varie presenze politiche. È il caso, nello specifico, della tradizione, del pensiero, della cultura e della presenza dei cattolici democratici, popolari e sociali. Per dirla con un ragionamento secco ma oggettivo, purtroppo non c’è una lista politica di riferimento. Non lo è certamente la lista dei radicali più Renzi – cioè la lista denominata ‘Stati Uniti d’Europa’ -, non lo è oggettivamente la lista di Calenda e non lo è neanche la lista di Forza Italia. Per fermarsi alle tre liste in qualche modo ‘centriste’ che si presenteranno alle urne il prossimo 8 e 9 giugno.

Delle altre liste è inutile parlarne perchè si tratta, al di là delle singole e legittime scelte politiche, di presenze politiche radicalmente estranee alla cultura e al patrimonio ideale del cattolicesimo politico e sociale italiano. Per bocca dei suoi leader nazionali, come ovvio, e non per una civetteria moralistica o meramente propagandistica da parte nostra.

Ora, per evitare di limitarsi a denunciare ciò che c’è – frutto anche, e purtroppo, della nostra incapacità di organizzare una coerente e coraggiosa presenza politica coerente e lineare con la nostra ispirazione originaria – si tratta adesso di scendere in campo, per dirla in termini calcistici, attraverso una iniziativa che sappia scegliere i migliori candidati.

Infatti, mai come in questa tornata elettorale la scelta della competenza specifica, della capacità ed autorevolezza politica, della coerenza culturale e del coraggio personale, sono gli ingredienti indispensabili e decisivi per ridare voce e speranza al futuro dell’Europa. E quelle liste hanno al proprio interno delle personalità che rispondono appieno a quei tasselli che sono, e restano, decisivi per rilanciare la scommessa e il ruolo dell’Europa di fronte alle nuove e drammatiche sfide. Partendo anche e soprattutto dai singoli paesi europei. E cioè, per un’Europa realmente politica, federale, comunitaria e competitiva con le altre grandi potenze mondiali. Chiara sul terreno delle alleanze internazionali, della sua vocazione unitaria e della sua capacità di superare qualsiasi deriva nazionalista, sovranista e populista per riaffermare semmai, e al contrario, le ragioni fondanti che sono e restano saldamente ancorate alla cultura e al patrimonio democratico cristiano e cattolico popolare. E di tutte le culture politiche realmente riformiste e dichiaratamente europeiste.

Scelte di candidati – donne e uomini – che non possono solo essere dettate da ragioni di equilibrio e di convenienza momentanea ma che, al contrario, sappiano rispondere ai criteri di fondo che caratterizzano storicamente la presenza dei democratici e cristiani nella società europea. Con l’impegno, che non può essere solo avveniristico o fumoso, di attrezzarsi sempre di più per riorganizzare una presenza politica laica e maggiormente rispondente al nostro patrimonio culturale, ideale e storico. Senza nostalgie e senza alcuna deriva passatista ma con la consapevolezza che, a volte, si è più credibili quando si è presenti da protagonisti nell’agone politico.

Documenti | Il  programma di Azione per le europee.

1 La lista Siamo Europei ha come obiettivo prioritario che l’UE continui a sostenere l’Ucraina e assicuri a Kiev i mezzi per contrastare l’aggressione russa e riconquistare le parti del suo territorio ancora sotto il controllo di Putin. I partecipanti alla lista, se eletti, si impegnano a votare coerentemente con quanto espresso sopra. La difesa dell’Ucraina deve essere il primo passo verso una politica estera europea più strutturata ed efficace al fine di favorire processi di sviluppo, cooperazione e stabilità nelle diverse aree di crisi, in particolare nei Balcani, in Medio Oriente e nel continente africano. In questo contesto, il contrasto all’integralismo islamico e l’isolamento internazionale degli Stati che ne sono promotori e fiancheggiatori, deve essere una fondamentale linea di politica estera dell’Unione Europea.

  1. Siamo favorevoli all’istituzione di un’unione della difesa e di forze armate europee capace di contenere la minaccia russa e dare consistenza alla politica estera dell’ Riteniamo che questa iniziativa rappresenti il primo concreto passo verso gli Stati Uniti d’Europa. In particolare, riteniamo che occorra dar vita ad una Forza europea di reazione rapida con consistenti capacità “multidominio” e sotto diretto comando della Commissione Ue. Consideriamo conseguentemente necessaria l’istituzione di un Commissario alla Difesa che, oltre a gestire i relativi fondi e programmi europei, presenti e futuri, abbia anche l’obiettivo di indirizzare le spese dei Paesi membri (ottimizzando gli investimenti sui sistemi d’arma) e finanziare, attraverso emissione di eurobond, progetti di difesa comune (es. Iron Dome europeo). Il perseguimento di una maggiore autonomia strategica europea dovrà essere in ogni caso coerente con la missione e l’operatività della NATO, che rimane un perno fondamentale della difesa europea e del partenariato atlantico.
  2. Riteniamo urgente e necessario che, in linea con quanto auspicato dal Parlamento Europeo, sia eliminato il voto all’unanimità nell’ambito del Consiglio. Tale voto è oggi utilizzato come mezzo di ricatto dei singoli Stati membri anche sui temi più delicati e urgenti, come ad esempio il sostegno all’Ucraina, producendo insoddisfacenti compromessi al ribasso. Allo stesso tempo vogliamo che il Parlamento Europeo sia dotato di poteri di iniziativa legislativa, oggi monopolio della Commissione. Infine, siamo per lo spostamento dei poteri di emergenza, in caso di crisi, dal Consiglio alla Commissione.
  3. Siamo per la “tolleranza zero” rispetto a ogni violazione dello Stato di diritto. Siamo perciò favorevoli all’introduzione di un limite temporale di sei mesi, entro i quali il Consiglio deve verificare la possibile violazione dello Stato di diritto da parte di uno Stato membro e adottare le misure conseguenti previste dai Trattati. In questo contesto una priorità deve essere il contrasto alle indebite ingerenze nei processi decisionali europei delle dittature straniere attraverso finanziamenti diretti e indiretti a partiti e singoli rappresentanti politici. La lotta alle mafie, sempre più internazionalizzate, deve essere centralizzata per ciò che concerne il riciclaggio di denaro e l’infiltrazione nel sistema bancario.
  4. L’impegno per la transizione ambientale è non solo necessario per salvare il pianeta, ma rappresenta anche un’opportunità per cittadini e imprese. Pensiamo che vada riformato tutto l’impianto del “Green deal”. Sappiamo che molti obiettivi in esso contenuti non sono materialmente raggiungibili e alcune delle normative approvate (es. Case Green) risultano insostenibili finanziariamente. Riteniamo che ogni misura debba essere rivista alla luce di una serie di analisi di impatto tecnologicamente neutrali, corredate da una chiara indicazione delle fonti di finanziamento. Per ciò che riguarda la produzione elettrica, va garantito pari sostegno normativo e finanziario a tutte le tecnologie a bassa emissione, incluso il nucleare della migliore tecnologia oggi disponibile.
  5. Riteniamo fondamentale che nasca finalmente una politica industriale comune, sostitutiva degli strumenti nazionali. Questi, la cui ampiezza è aumentata dopo il Covid anche per effetto della ridefinizione dei limiti degli aiuti di Stato, stanno danneggiando irreparabilmente il mercato unico. La politica industriale comune dovrà avere un capitolo relativo alla sicurezza degli approvvigionamenti e prendere atto dell’instabilità delle catene globali del valore, dovuta all’aumento della complessità del quadro geopolitico. In questo contesto dobbiamo necessariamente armonizzare le aliquote fiscali e le basi imponibili per ciò che riguarda la tassazione degli utili e delle imprese, anche per evitare la nascita di paradisi fiscali interni all’ Come ha recentemente spiegato Mario Draghi al Parlamento Europeo, l’Europa ha bisogno di un massiccio piano di investimenti. Riteniamo che questo piano straordinario per gli investimenti e le competenze vada gestito direttamente dalla Commissione Europea.
  6. Va ripreso il percorso per un accordo commerciale con gli USA. Il negoziato per il Transatlantic Trade and Investment Partnership va rilanciato. Con la riduzione delle opzioni di mercato derivanti dal mutato quadro geopolitico, l’apertura reciproca dei mercati agli investimenti e al commercio, eliminando le barriere tariffarie e non tariffarie, diventa un’assoluta priorità per Stati Uniti e UE. L’EU-US Trade Technology Council va rafforzato e reso permanente.
  7. Riteniamo urgente il completamento del lavoro in sede europea per regolare operativamente l’età di accesso ai social e ai siti vietati, in ottemperanza al Digital Services Act, e la responsabilità delle piattaforme sui contenuti pericolosi o falsi pubblicati.
  8. Il pilastro sociale dell’Unione Europea va rilanciato con una particolare attenzione ai temi della sanità, dell’istruzione, della demografia e della parità di genere. È interesse prioritario dell’Italia che venga riaperta la linea di finanziamento del MES relativa al potenziamento dei Sistemi Sanitari Nazionali. Analogo meccanismo va studiato per finanziare le politiche demografiche e l’accesso delle donne al mercato del lavoro. Occorre un PNRR dedicato ai diritti sociali. Al centro dei piani per una nuova Europa va messo un “New Deal” per l’uomo nell’era digitale. Non esiste un’equa distribuzione della ricchezza senza un’equa distribuzione della conoscenza. Va quindi combattuto senza quartiere l’analfabetismo funzionale che sta minando le democrazie persino più delle diseguaglianze economiche, destinando una quota più rilevante dei fondi strutturali all’istruzione, alla formazione e alla cultura. La gestione delle conseguenze sociali della globalizzazione, dell’innovazione e della transizione ambientale non può essere più lasciata interamente al mercato. Dovranno poi essere finanziati a livello europeo strumenti per la formazione permanente dei lavoratori. È urgente e indispensabile la fondazione di un nuovo sistema di welfare 4.0 che comprenda anche il sussidio di disoccupazione europeo e un “Erasmus plus” accessibile a tutti gli studenti europei. Laddove esistono alti tassi di cultura e un welfare efficace il populismo non attecchisce.
  9. L’UE deve concentrare i fondi della cooperazione sull’Africa secondo il modello previsto dalla proposta italiana del “Migration compact”. Riteniamo che si debbano incrementare gli aiuti per lo sviluppo infrastrutturale ed economico, la sanità e l’istruzione dei nostri partner africani, condizionandoli a una cooperazione efficace per la protezione delle frontiere interne ed esterne. Siamo per il superamento dell’accordo di Dublino con l’introduzione di una redistribuzione obbligatoria, preventiva e permanente dei richiedenti asilo tra gli Stati membri, senza possibilità di esoneri attraverso il versamento di contributi finanziari. Vanno però sostenute politiche concentrate non solo sull’accoglienza e sulla redistribuzione, che mirino anche alla formazione e al conseguente inserimento lavorativo. L’UE è un continente in progressivo innalzamento dell’età media che ha bisogno di strutturare vie legali di accesso per le migrazioni selettive e mirate. Riteniamo poi le responsabilità sul controllo delle frontiere esterne dell’UE, sulla gestione dei centri di prima accoglienza dei flussi di migranti in arrivo vada accentrata su Frontex e, insieme alla gestione degli accordi di rimpatrio con i Paesi terzi, debbano essere di competenza della Commissione europea.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.azione.it/wp-content/uploads/2024/05/Programma-Europee-DEF.pdf

PoliticaInsieme | Livido rancore, ecco la nota dominante della politica oggi.

[…] Pur in un contesto di guerra fredda che vedeva l’Italia per un verso pericolosamente esposta sul confine della “cortina di ferro” e, su un altro fronte, proiettata in un Mediterraneo carico di tensioni e di aperti conflitti, questa strategia di inclusione e di incessante costruzione di coesione civile e sociale è stata perseguita incessantemente.
Erano gli anni della presunta “conventio ad excludendum” e di uno scontro spesso feroce in ordine a quei “fondamentali”, a cominciare dalla scelta europea ed occidentale, di cui vive tuttora il nostro Paese.

Eppure, per quanto declinato in termini spesso addirittura antitetici, il sentimento che l’ interesse generale dell’Italia e degli italiani – diciamo pure il “bene comune” – fosse per tutti e per ciascuna forza la stella polare del proprio orientamento, non è mai venuto meno. La Democrazia Cristiana, per quanto non abbia saputo essere alternativa a sé stessa come suggeriva Aldo Moro, esattamente grazie a Moro, anzitutto, ha saputo andare oltre sé stessa ed anziché arroccarsi in una cocciuta, ossessiva, pregiudiziale difesa del potere, ha adottato, in un certo senso, il proprio storico avversario, accompagnandone la legittimazione, anche sul piano dell’ affidabilità internazionale, pur di creare le condizioni di una possibile alternanza e superare le strettoie della “democrazia difficile”.

Il “popolo italiano”, pur articolato secondo orientamenti e culture politiche differenti, al di là delle ombre e delle cadute che vi sono pur state, ha esercitato in quei lunghi anni di rinascita morale, civile e politica del nostro Paese, quella sua vera e sostanziale sovranità che la Costituzione gli attribuisce. Oggi, al contrario, pare che forze politiche – addirittura incapaci prima che irresponsabili – vogliano espressamente, dall’una e dall’altra parte, letteralmente lacerare l’Italia. Come se, sapessero raccogliere il consenso degli elettori solo a brandelli, esasperando quel clima livido di rancore, di reciproca ostilità, perfino di odio sociale che sta avvelenando il nostro Paese.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/litalia-lacerata-di-domenico-galbiati/

De Luca contro don Patricello: chi di frangetta ferisce…

Era un po’ che De Luca non segnasse la scena con la vis comica che gli è propria avendo il pregio di dire, spesso e spassosamente, soltanto la cruda verità. Così facendo strappa il sorriso e consensi al prossimo. Questa volta, forse troppo compiaciuto dal suo modo espressivo, è andato fuori margine. Se l’è presa con il Parroco di Caivano, Don Maurizio Patriciello, che da anni è fermo nel continuare la sua battaglia contro la camorra. Il prete ha chiesto l’aiuto dello Stato per un presidio maggiore da parte delle forze dell’ordine ma anche una attenzione per iniziative concrete contro il degrado sociale di quella terra. Il Governo Meloni ha risposto alla chiamata e Don Patriciello ne ha riconosciuto il merito ringraziando il Governo per quanto fatto.

Le sue parole non hanno voluto essere un avallo ad un partito di questa o quella sponda ma un dovuto riconoscimento alle istituzioni, che suona anche come incoraggiamento a persistere in questa direzione. De Luca ha sentito aria di partigianeria pro Meloni ed ha sparato contro il sacerdote, evidenziandone anche il look della capigliatura a frangetta. ed una presenza alla Pippo Baudo. Il motivo di stizza e averlo visto ad una manifestazione dove la premier promuoveva il suo progetto di premierato. Il Governatore ci è andato giù in modo risoluto, per molti infrangendo il galateo, ricorrendo ad espressioni scomposte che suscitano perplessità.

Per tutta risposta il sacerdote di Caivano lo ha chiamato fratello, si è detto addolorato e pugnalato a tradimento, pronto ad abbracciare il suo detrattore, aggiungendovi benedizioni. Per buona replica, De Luca ha sottolineato come Don Patriciello non abbia l’esclusiva della lotta alla camorra: sono in tanti ad opporsi alla criminalità organizzata e non godono di alcuna scorta e protezione. Infine, alla Meloni, che sulla vicenda ha preso le difese di Don Patriciello, ha mandato a dire di occuparsi di cose concrete oltre che delle fanfaluche. Queste ultime, secondo vocabolario, sono delle sciocchezze, delle ciance senza rilievo che singolarmente si intrecciano con un altro termine simile, il francese “franfeluche”, che sta per fronzolo, cioè una digressione inutile e ampollosa. Giorgia parlerebbe di tutto ma non della sostanza dei veri problemi del paese.

C’è del rimprovero amaro nelle parole di De Luca che non ha affatto il sapore del “Franfellico”, così chiamato a Napoli un dolcino di zucchero sempre presente sulle bancarelle in ogni festa patronale. La frangetta, oltre che un tipo di capigliatura, può essere intesa come una balza, un ornamento ed anche un orpello che non richiama l’essenziale. È un adorno che, interpretando il De Luca pensiero, nasconderebbe piuttosto una mancanza di sostanza.

Le iniziative del Governo suonerebbero insomma come quelle di ingiustificate frange minoritarie che andrebbero raccontate senza abbellimenti e, appunto, senza frange. Neanche ad un frate si addice la frangetta, direbbe il De Luca indispettito.

Sul fondo della scena, con il suo stile e la sua signorilità, c’è poi il silenzio di Pippo Baudo che forse potrebbe risentirsi per essere stato chiamato in causa senza colpa alcuna, richiamato come esempio di una presenza eccessiva o fuori posto. Il nostro Pippo nazionale continua a darci lezione. Del resto, lui non si occupa di acconciature.

L’astensionismo non è la risposta alle insufficienze dell’Unione europea

La nazione italiana unificata, democratica, deve il suo sviluppo alla appartenenza a quella Europa che dal 1957, con tappe non sempre lineari e coerenti a causa delle politiche interne dei vari Stati, ha consentito la pace e la ricostruzione materiale, politica e sociale dopo due disastrose tragiche guerre. Purtroppo dopo 80 anni di pace ci sono guerre che lambiscono i nostri confini, sia terrestri che morali. L’invasione della Ucraina ci chiede di sostenere la Resistenza del popolo ucraino contro l’esercito russo. Più dolorosa, semmai si potessero fare distinzioni fra le sofferenze umane, la crisi mediorientale che dobbiamo continuare a chiedere che si risolva – chissà quando- nell’unico modo rispettoso della dignità dei popoli: due Stati e sicuri, per ebrei e palestinesi.

Queste crisi, insieme a molteplici altre, hanno suscitato ripensamenti sulla necessità di una politica estera e di difesa comune europea. Era il sogno di De Gasperi la CED (Comunità Europea di Difesa) fatta fallire dai francesi e ora – un bel contrappasso – è il Presidente Macron a sollecitarla.

Gli Stati Uniti di Europa devono essere un sogno condiviso, che non cancella le nostre patrie e ci rende cittadini di una patria più grande, di oltre 400 milioni di cittadini. “Prima l’Italia” per confrontarsi con chi? Il mercato italiano di fronte a Cina, Giappone, Corea, USA, ecc.

Durante la pandemia è risultato evidente, anche ai dubbiosi, di quale è la potenza in ricerca e quale la capacità di organizzare acquisti e distribuzione dei vaccini. I doc, igc, dop, ecc. non avrebbero valorizzato i nostri prodotti agricoli: le quote e i prezzi ci hanno protetti dalla penetrazione di prodotti di altre aree extraeuropee. L’agricoltura è stata la madre di politiche di sviluppo, modernizzazione e esportazione che da soli non avremmo potuto sviluppare…tuttavia contano non i singoli settori ma la ‘potenza’ culturale, sociale, democratica, che è rappresentata dalla UE. Per Pil e welfare è tra i primi Stati del mondo. Col PNNR ci è stato accordato un ‘tesoro’ di 200 miliardi di euro, più che ad ogni altro Stato europeo: un piano chiamato non a caso Next generation EU. Non è detto che li stiamo utilizzando propriamente.

Per continuare il cammino verso una federazione (come tra i cinquanta Stati USA) deve diventare forte una coscienza condivisa. Incominciamo a sentirci cittadini andando a votare. La recente celebrazione del 25 aprile ci ha richiamato il prezioso dono conquistatoci dalla Resistenza, il sistema democratico che rende sovrani i cittadini quando si esprimono attraverso il voto. A fronte di chi ha dato la vita per la patria a noi è chiesta una responsabilità pacifica e ‘facile’, semplice:partecipare al voto. Chi si astiene e accampa tante banali giustificazioni come “la politica è tutta un pantano, è corruzione”, ecc. consente a chi è minoranza di rappresentare l’intera nazione, erodendo la vitalità della democrazia!

Abbiamo molti motivi per partecipare, innanzitutto per sentirci comunità. È grave opportunismo affidare la rappresentanza dei propri interessi ad altri, salvo screditarli, approfittando comunque di quanto viene deciso da altri senza la propria responsabilità. L’Europa unita sarà il destino di tutti i popoli europei per lo sviluppo sia economico che di pace. L’Europa è il destino dei figli e nipoti, è una grande responsabilità partecipare alla sua completa unificazione. Bisogna votare e far votare!

 

[Il testo è uno stralcio dell’ultima newsletter di maggio  curata da Mariapia Garavaglia]

Tajani non lancia l’ola per Ursula: Forza Italia pensa a Metsola?

Un gioco di specchi tra agenda ufficiale e ufficiosa: quanto basta per provare a far passare l’idea che no, la presenza di Ursula von der Leyen all’evento di apertura della campagna elettorale per le Europee di Forza Italia non era mai stata prevista. Lo riferisce a un certo punto della giornata (di ieri, ndr) lo staff che segue la presidente della commissione Ue nel tour elettorale romano come ‘spitzekandidat’ del Ppe per un secondo mandato, lo dice in chiaro anche Antonio Tajani ai giornalisti. Eppure, la notizia era circolata e ricircolata nei giorni scorsi, alimentata, e di certo non smentita, dagli stessi dirigenti azzurri, magari nella speranza di far crescere l’attesa sull’evento.

Alla fine invece di Ursula von der Leyen al salone delle Fontane non si vede nemmeno l’ombra, anzi Tajani non la nomina mai nell’intervento dal palco. Di questa giornata con Forza Italia resta il pranzo con i ministri e i capigruppo al circolo Esteri e poi l’incontro con i giovani azzurri alla Fondazione De Gasperi presieduta da Angelino Alfano. Tutto rigorosamente lontano dai riflettori.

Se la linea ufficiale è quella, appunto, di sostenere che la sua presenza all’Eur non è saltata semplicemente perché non è mai stata in agenda, ufficiosamente c’è chi ammette che si è preferito evitare di avere come sponsor un personaggio che in questo momento ha perso parte della sua forza.

Von der Leyen sulla carta resta il candidato di Forza Italia alla presidenza della commissione europea, così come votato e deciso (non senza qualche malumore già all’epoca) dal congresso di Bucarest del Ppe che si è tenuto a inizio marzo. Lo ricorda lo stesso Tajani che, tuttavia, appare meno strenuo del solito nella difesa del fortino. “Il risultato elettorale dimostrerà ancora una volta che il Ppe è la prima forza e il Ppe proporrà al Consiglio il nome di Ursula von der Leyen. Poi toccherà al Consiglio decidere, quello è un suggerimento, perché il trattato non prevede altro”, si limita a dire.

Ma nel partito c’è chi mette in fila una serie di dubbi, senza giri di parole. La senatrice Licia Ronzulli aveva già manifestato le sue perplessità, ma adesso arriva a parlare della presidente della Commissione europea come di “un’anatra zoppa”. “Mi sono limitata – spiega – a fare una fotografia di quello che vedo e ascolto, la Francia non la vuole, la Germania non la vuole, quindi la vedo un po’ in salita”…”faccio fatica a vedere un Consiglio europeo unito sul nome della von der Leyen”. Una opinione che sembra condivisa anche da Giorgio Mulè. C’è – dice – la “necessità di riflettere se sia il candidato che mette d’accordo tutti”. Parole rispetto alla quali, interpellato, Antonio Tajani dice solo: “Chiedete a loro”.

Il nome alternativo potrebbe essere quello dell’attuale presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Ma sarebbe una carta da giocare solo in un secondo momento. D’altra parte, anche cinque anni fa il candidato ufficiale era Manfred Weber ma alla fine ad essere eletta fu Ursula von der Leyen.

Aggiornamenti Sociali | Finanza “buona”, la Chiesa deve dare l’esempio.

Jean-Baptiste De Franssu e Antoine De Salinis

 

Finanza sostenibile o verde, investimenti socialmente responsabili, prodotti finanziari ESG: queste parole sono divenute un ritornello dei consulenti finanziari. Riflettono l’idea che la finanza possa produrre benefici sociali e ambientali, il che può suscitare dei dubbi se si considera la storia recente.

A questo riguardo, il mondo cattolico ha una responsabilità particolare a livello tanto di pensiero quanto di pratiche. L’ammontare dei “capitali cattolici”, ossia le attività finanziarie di proprietà della Chiesa, delle istituzioni a essa collegate, delle congregazioni religiose e dei fedeli, è significativo. Secondo alcune stime, in Europa e negli Stati Uniti si aggirerebbe attorno a 1.600 miliardi di euro, costituendo il secondo mercato finanziario legato a una religione dopo quello islamico, stimato in 4.000 miliardi di euro (cfr Nicholls, Peterson e Sukumaran 2022).

La posta in gioco non è modesta. Per questo è importante che proseguano le iniziative di riforma della gestione delle attività finanziarie della Chiesa, di formazione e condivisione di esperienze, per contribuire a rafforzare una finanza effettivamente più sostenibile a livello mondiale.

Qualcosa ha cominciato a muoversi, permettendo di recuperare un certo ritardo, soprattutto rispetto alle Chiese protestanti e al mondo laico. In Vaticano e in numerose diocesi i responsabili finanziari sono incoraggiati a strutturare con rigore la gestione delle attività, ad aggiornare la propria cultura privilegiando sempre la trasparenza, a impegnarsi in modo attivo e propositivo nella realizzazione di una politica degli investimenti coerente con la fede e in linea con gli insegnamenti della Chiesa.

 

Per saperne di più

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/per-una-finanza-al-servizio-del-bene-comune-riflessioni-e-pratiche-nella-chiesa-cattolica/

Guerra di Ucraina, i soldati e un onore perduto.

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

C’è qualcosa di immondo in questo mondo e non conviene per nulla averne una capacità di adattamento. C’è qualcosa di sporco e che non va affatto via facilmente. Questa non è la seleção dei migliori di una parte contro i migliori dall’altra per vedere chi prevarrà nelle virtù. Siamo invece in presenza della esibizione compiaciuta di un fatto ignobile, che non ha nulla a che fare con la impossibilità di comprendere per intero la grandezza e la bellezza della creazione.

Siamo all’opposto. È di smarrimento e resta ignota la capacità della nefandezza di una scelta di un certo tipo.   Due eserciti sono in affanno, devono rimpinguare le fila sfoltite da troppi morti per causa nemica e così reclutano forze, grattando sul fondo del barile. Qui non vale l’amor di patria e neppure la prospettiva di un riscatto morale dei protagonisti. Qui c’è solo un’aria turpe e null’altro. Le truppe di Putin hanno ingaggiato gratuitamente due detenuti che non sembra fino ad oggi abbiano maturato sentimenti di pentimento per i delitti commessi in precedenza.

Piuttosto, è proprio questo il punto di forza. Avessero conosciuto un ravvedimento per i delitti commessi, non sarebbero stati di alcun interesse. L’aberrazione è ciò che è loro richiesto, il saper andare fuori dal tracciato non avendo scrupoli di sorta. In battaglia occorre non avere cuore. Non a caso, uno dei due banditi di fresco ingresso nelle truppe russe aveva ucciso un uomo. Estirpandone il cuore, lo aveva poi fritto e mangiato. L’altro invece, meno ghiotto di frattaglie umane, si è limitato ad uccidere due donne e poi con una mannaia ha fatto a pezzi i corpi ma, delicatamente, non ne ha assaggiato neanche un grammo.

A queste due punte di eccellenza dell’esercito russo è stata promessa la libertà dopo la guerra. Sul fronte ucraino serve la loro barbara risolutezza per avere ragione degli avversari.

Conquistato un villaggio nemico, possiamo immaginare come potranno liberamente sbizzarrirsi sulla popolazione locale.

Non giungono voci di rifiuto da parte degli alti gradi dei generali di Putin, che vedono infangata la dignità e l’onore militare a motivo della militanza di queste spietate leve nelle loro schiere. Negli anfiteatri romani i gladiatori combattevano tra di loro per il premio di libertà. Servivano al buon successo dei giochi ma non erano scatenati contro altri popoli.La legione straniera francese, che si è storicamente distinta per atti di valore militare, è composta da volontari, anche senza documenti, che vogliano però rifarsi una vita.

Sono ammessi quelli che abbiano avuto problemi con la giustizia ma che non abbiano in ogni caso ucciso, stuprato o abbiano fatto parte di membri di organizzazioni criminali. Esclusi anche spacciatori, trafficanti di droga, pedofili, tossicodipendenti, alcolisti e disertori. Si legge nel loro motto – “Legionari per un giorno, legionari per sempre” – attaccamento e fedeltà alla patria. Gli stessi sentimenti che muovono, a quanto pare, le nuove fila russe.

Anche l’Ucraina, a corto di uomini ha promulgato una legge che consenta di attingere ai detenuti nelle carceri per rinfoltire i ranghi delle milizie. Sulle orme della legione straniera, lascia però in carcere gli omicidi, stupratori, spacciatori e traditori. Chi ha sbagliato nella società degli uomini può avere un legittimo desiderio di riscatto, liberandosi dal disonore che lo affligge, dando del suo a compensazione del male fatto. L’impressione che mettere in campo chi non abbia di questi crucci sia il punto più basso di questa guerra.

Soldato proverrebbe dal latino Solidarius, chi agisce dietro ricompensa di denaro. Essere al soldo insomma di un potere. Sold out è quello che si scrive quando uno spazio è esaurito in ogni posto, quando si è al culmine dello schifo e non se ne può aggiungere altro. Anche “solidarietà” ha la stessa radice latina, il solidum è infatti una moneta. In solidum obligari è l’obbligazione in solido del diritto romano.

Solidarietà è anche intesa come comunanza, aiuto e sostegno verso chi è in una condizione di difficoltà e disagio. Non sembra essere propriamente questo l’animus dei recenti ingressi nelle forze russe. I detenuti, di cui si dice, hanno in comune con i celebri Ghurka nepalesi la ferocia in combattimento, aggiungendovi, del loro, anche la spietatezza, l’indifferenza ed il gusto nel procurare la morte. Al termine della guerra torneranno in patria acclamati e liberi anche di ripetersi, coerenti all’istinto che li muove.

Il contrario dell’infamia è la fama, la dea alata provvista di più occhi per vedere e più orecchie per ascoltare. Era munita anche di numerose bocche per diffondere più voci in lingue diverse. Alla fama, questa volta, hanno mozzato le ali e striscia sul campo di guerra dando solo eco allo schifo per belve senza guinzaglio a tenerle a bada. L’arte militare è andata in frantumi. Ancora una volta, la guerra, priva di reticenza e di pudore, ha svelato il suo volto.

Martiri dell’informazione…Ma quando finisce questa recita grottesca?

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Si può ancora dirlo senza essere tacciati di essere autoritari, semi fascisti, illiberali e antidemocratici? Ovvero, ma quando finisce la triste e noiosa litania recitata dai cosiddetti “martiri” e “vittime” della libera informazione nel nostro paese? Una noia che cresce in modo esponenziale per un solo motivo, e di fondo. E cioè, stiamo parlando di professionisti con contratti milionari che trascorrono le loro giornate negli studi televisivi o nelle redazioni giornalistiche a denunciare il clima illiberale, dispotico, anti costituzionale, semi dittatoriale e pseudo fascista che caratterizza il sistema dell’informazione nel nostro paese. E, quotidianamente, la ripetizione monotona e senza pudore sulla riduzione della libertà di espressione, la negazione della libertà di parola, il ritorno inesorabile ed irreversibile della censura e in un crescendo di denunce e di allarmi la descrizione di un orizzonte dove la democrazia, di fatto, è ridotta a poco più di un richiamo puramente formale, retorico e burocratico. Il tutto, lo ripeto, con contratti milionari e con una presenza mediatica, e quindi politica, quotidiana in quasi tutte le trasmissioni televisive del nostro paese e su quasi tutti gli organi di informazione.

Ora, al di là della propaganda e di ogni sorta di ipocrisia, o c’è il coraggio per smascherare definitivamente questa narrazione del tutto virtuale e addirittura grottesca oppure, e al contrario, rischiamo di essere complici di una lettura della realtà politica italiana che prescinde da qualsiasi elemento razionale se non di puro e semplice buon senso.

Ma com’è possibile, di grazia, che illustri milionari presenti tutti i giorni nei vari talk televisivi continuino imperterriti a denunciare un permanente attentato alla libertà di espressione e di parola e, di conseguenza, ad una violazione permanente e sistematica dei principi e dei valori costituzionali senza che nessuno abbia il coraggio e la volontà di interrompere questa squallida e ridicola recita? Come si può continuare a dare quasi per scontato che ci troviamo di fronte a “martiri” e a “vittime” della libera informazione dove viene addirittura invocata una mobilitazione di piazza a loro difesa per evitare un ipotetico e del tutto virtuale scempio democratico? Ma com’è possibile che accada tutto ciò senza che questa recita – questa sì ipocrita e grottesca – venga definitivamente smascherata e ridicolizzata?

Perché se è un dato sufficientemente oggettivo e noto che l’egemonia culturale della sinistra, seppur nelle sue multiformi espressioni, continua da decenni nel settore televisivo, audiovisivo, giornalistico, artistico, accademico ed universitario, è altresì vero che di fronte ad una sistemica

alterazione della realtà prima o poi occorrerà pur reagire. E questo per la semplice ragione che la realtà è semplicemente opposta ed alternativa rispetto a ciò che dicono, predicano e scrivono i sacerdoti del “politicamente corretto” e quelli del “pensiero unico”. Ed è proprio su questo versante che si misura la capacità di competere a livello culturale, politico ed intellettuale nel nostro paese. E non, invece, nella semplice e banale occupazione dei posti come pare voglia continuare a fare, e anche in modo un po’ grossolano, la destra italiana.

Sangiorgi scrive del padre e racconta una storia grande

La storia di un uomo, che si intreccia con quella dell’Italia del Novecento e di alcuni fra i suoi maggiori protagonisti, da Alcide De Gasperi a papa Montini, a tanti altri, dando vita a un originale formato editoriale, insieme racconto, documento storiografico e saggio politico. La storia di un uomo, che diventa in tale modo biografia personale e romanzo di una generazione, sullo sfondo di una Roma occupata dai nazisti della quale si ricostruiscono passaggi assolutamente inediti.

L’uomo si chiama Giovanni Sangiorgi. È stato molte cose nella sua lunga vita: militante-cattolico dai tempi eroici della Azione Cattolica e della Fuci del primo Novecento, giornalista dell’«Osservatore Romano», tra i fondatori della Democrazia Cristiana, antifascista, spiato dalla polizia di Mussolini, partigiano, confidente di De Gasperi e di Montini, tramite riservato fra di loro, artefice del “Popolo” clandestino durante l’occupazione di Roma tra il 1943 e il 1944.

Nel dopoguerra, è stato dirigente nazionale delle attività artistiche della Democrazia Cristiana, fondatore e segretario generale di un ente, i «Premi Roma» a palazzo Barberini, dando vita per quaranta anni a molte fra le maggiori iniziative culturali della Capitale e alla scoperta di molti fra i maggiori pittori e scultori della seconda metà del secolo scorso. Il volume è frutto di una ricerca durata alcuni anni, che apre uno spaccato inedito sulla storia del Paese e sulla attualità, ancora oggi, di esperienze, ideali e passioni che sembrava appartenessero ormai soltanto al passato.

 

[Il testo è la sinossi del volume da pochi giorni in libreria: Giuseppe Sangiorgi, Babbo Sangiorgi. Il romanzo di una generazione,Rubettino, 2024]

 

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AgenSIR | “L’AI non diventi un oracolo”. Intervista a Don Pasqualetti.

Riccardo Benotti

“L’utilizzo dell’intelligenza artificiale è inevitabile, andiamo verso una società che sarà sempre più integrata da sistemi di IA. Ma che idea di relazione sociale avremo? Quali saranno i concetti di libertà e di democrazia?”. Don Fabio Pasqualetti, decano della Facoltà di Scienze della comunicazione sociale dell’Università pontificia salesiana e consultore del Dicastero per la Comunicazione, riflette sul messaggio di Papa Francesco per la 58ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sul tema “Intelligenza artificiale e sapienza del cuore: per una comunicazione pienamente umana”.

 

L’intelligenza artificiale sta modificando le basi della convivenza civile?
I cambiamenti sono in atto. Già con la prima ondata di IA, abbiamo sperimentato le contraddizioni dei social: produzione di fake news, polarizzazione, eco chamber, radicalizzazione del pensiero. La seconda generazione amplifica gli effetti. Pensiamo a ChatGPT e a come abbia hackerato il linguaggio umano: ci troviamo davanti a una macchina di calcolo che interagisce attraverso la lingua. Che conseguenze avrà sulle persone, in particolar modo su quelle più sprovvedute che già tendono ad empatizzare con gli oggetti? Il rischio è che diventi un oracolo.

 

Il Papa invita a partire dalla “sapienza del cuore” in un’epoca “ricca di tecnica e povera di umanità”…
La sapienza del cuore è la capacità di ricollocarci al posto giusto. Il vertiginoso progresso che abbiamo vissuto come umanità in campo tecnologico, non ha avuto una crescita parallela dal punto di vista umano. Se guardiamo un prato di fiori, quanta diversità vediamo? E quella diversità è la bellezza.

Noi, invece, siamo ancora qui a parlare di razze, di nazioni, di confini. Non riusciamo a comprendere che facciamo parte di un immenso organismo che è il cosmo, di cui noi esseri umani siamo una componente. Dovremmo fare di tutto per collaborare e unirci per un mondo migliore, invece siamo soltanto capaci di fare la guerra.

La sapienza vede il dettaglio ma sa collocarlo nell’insieme, riconosce le contraddizioni ma apprezza le differenze. La sapienza non è esclusiva di qualche religione, è sapienza del cuore dove avviene l’incontro con Dio. E rende consapevoli dei limiti.

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2024/01/24/intelligenza-artificiale-don-pasqualetti-ups-serve-trasparenza-dei-sistemi-di-ia-no-alla-disintermediazione-e-si-al-buon-giornalismo/