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IL PREAMBOLO CONTE

Il M5S è allo sfascio e l’avvocato del popolo appare un generale senza esercito, rappresentante a mala pena se stesso. Dove vuole arrivare Conte? Se Draghi dovesse capitolare per i navigator o il termovalorizzatore di Roma, ne seguirebbe un danno per l’Europa, indebolita rispetto a una Russia sempre più minacciosa.

Con il Movimento in stato confusivo e lacerato dalla scissione di Di Maio e dei transfughi di Insieme per il futuro, Conte cerca di far quadrato con le truppe rimaste e punta i piedi con il premier Draghi per ottenere un “forte segnale di discontinuità”. Due volte Primo Ministro, suo malgrado, di due Governi alternativi tra loro per programmi e alleanze, usa la lancia e lo scudo per piazzarsi al centro dell’agenda politica, sfidando il suo invocato interlocutore. Latore di nove punti condensati in alcune pagine di conditio-sine-qua-non, dimostra di non soffrire di complessi di inferiorità. Ma le pretese da penultimatum sono più simboliche che sostanziali: il movimento è allo sfascio, in ordine sparso, e l’avvocato del popolo è come un generale senza esercito, a mala pena rappresenta se stesso.

Il direttore de il Riformista Piero Sansonetti lo menziona come il nulla, qualcosa di cui si parla ma che non esiste. Sbattuti i pugni sul tavolo si affretta a rassicurare le istituzioni e la politica. Per ora restiamo, poi vedremo. Non si accorge che la strategia dell’attacco e del rinvio a lungo andare non regge: o dentro o fuori, il problema è che il contributo portato dai 5S è stato dispendioso, la trentina di miliardi impegnati per imporre e difendere all’arma bianca il reddito di cittadinanza sono uno scandalo che meriterebbe una commissione parlamentare d’inchiesta. Subentra a chiedere il rinnovo di disastri che Di Maio ha disconosciuto, convertendosi sulla via del centro ma senza cadere da cavallo. Il Memorandum della via della Seta è una spada di Damocle per l’Italia e per l’Europa ma nessuno per il quieto vivere ha mai detto che si trattava di un errore del 2019 che può diventare un cavallo di Troia nella geopolitica internazionale attuale, con Russia e Cina che non nascondono mire espansionistiche sui mercati mondiali. Eppure il tono delle rivendicazioni di Conte e il modo di presentarle al premier in carica dimostrano l’immaturità del movimento. 

È passato il tempo in cui giocando di rilancio e assemblando il voto di protesta, i Cinue Stelle (o quel che resta di loro) indossano un giorno il gilet giallo e l’altro la grisaglia. Stupisce tuttavia una certa protervia di fondo, l’arroganza di ergersi a paladini dei poveri e degli indifesi, all’opposizione su tutto ma lesti nel porre condizioni senza mediazioni al ribasso. Se in uno stato di emergenza, con un Governo composito, ciascuna forza politica imponesse veti senza mediazione cadrebbe tutto come un castello di carte. Macron è un’anatra zoppa, Boris Johnson estromesso, Scholz indeciso: se anche Draghi dovesse capitolare per i navigator o il termovalorizzatore di Roma, l’Europa mostrerebbe le terga ad una Russia sempre minacciosa.

Il preambolo Conte è un insieme di aut aut a matrice elettorale che trasuda demagogia e populismo, un lungo elenco di rivendicazioni in stile giacobino come nelle corde del grillismo deteriore. Mi viene in mente una frase storica di Rino Formica, vecchia volpe della prima repubblica: “La politica è sangue e merda”. C’è sempre qualcuno disposto a ricordarcelo.        

STILE DC E METODO CALENDA.

Ognuno è libero di comportarsi come vuole con chiunque. Incuriosisce però che un personaggio che ha già cambiato un numero considerevole di partiti, sia anche quello che dispensa patenti di moralità, di onestà, di affidabilità, di presentabilità e di capacità a destra e a manca. Altro stile, quello della classe dirigente democristiana.

E poi ci si lamenta se ad ogni difficoltà della politica contemporanea – e non c’è che l’imbarazzo della scelta – si fa sempre più persistente il richiamo del passato. Recente e meno recente. L’ultimo in ordine di tempo è il comportamento politico di Calenda. Un personaggio curioso e singolare della politica italiana – come del resto molti altri che affollano momentaneamente questa foresta – perchè si candida continuamente a “federatore” di una fantomatica “area liberal democratica, azionista, radicale e di governo” e, al contempo, trascorre buona parte della giornata a lanciare insulti e attacchi personali a leader – o presunti tali – e a esponenti politici che potenzialmente potrebbero far parte di quel campo.

Ora, ognuno – e come ovvio e scontato – è libero di comportarsi come vuole con chiunque. Ci mancherebbe altro. Ma incuriosisce che un personaggio che ha già cambiato un numero considerevole di partiti e che coltiva l’ambizione, del tutto legittima, di “federare” il campo politico liberal democratico, moderato e riformista del nostro paese, sia anche quello che dispensa patenti di moralità, di onestà, di affidabilità, di presentabilità e di capacità a destra e a manca. E quindi, e di conseguenza, anche al centro. Una sorta di “tribunale dell’ inquisizione” de noantri che, in virtù di una virtuale ed astratta superiorità morale di antica memoria, si permette il lusso di ergersi ad interprete esclusivo di tutto ciò che è riconducibile alla “buona politica”.

È del tutto evidente che di fronte ad un atteggiamento del genere le risposte sono soltanto due. E cioè, o si scende sul suo livello – e per qualche tempo è giusto e sacrosanto farlo – oppure lo si ignora e si procede a costruire un progetto politico senza il suo apporto e senza il suo partito. Anche perchè, detto fra di noi, si tratta di un partito, il suo – dove la consistenza elettorale è ancora tutta da verificare al di là di qualche sondaggio compiacente – più quel che resta dei radicali. Un po’ poco per pretendere di rappresentare l’intera galassia popolare, liberal democratica, moderata e centrista del nostro paese. Tra l’altro, in mezzo a molti insulti, tempo fa disse pure che il “centro mi fa schifo”. E quindi, e di conseguenza, schifa anche i cosiddetti “centristi”.

Insomma, parliamo di un personaggio che insulta gli avversari politici, che li attacca sul profilo personale in modo persin squallido – è persin inutile farne l’elenco perchè lo leggiamo tutti i giorni su alcuni organi di informazione -, che li delegittima sotto il profilo politico e, in ultimo, che li declassa a semplici comparse dell’universo politico italiano.

Ecco perchè, parlando proprio di Calenda, mi viene in mente la storia, l’esperienza e, soprattutto, lo “stile” e il “metodo” usato storicamente dalla Democrazia Cristiana e dai suoi leader nel costruire i processi politici, nel rapporto con gli avversari politici e nel confronto quotidiano con gli interlocutori. Chiunque essi fossero. Stima degli avversari, cultura inclusiva, dialogo e confronto, approfondimento ed elaborazione e, soprattutto rispetto di tutti. A prescindere chi fossero, appunto, gli interlocutori. Politici, sociali, culturali od imprenditoriali. Per questi motivi, molto concreti, l’approccio di Calenda, al di là delle chiacchiere e della propaganda, ricorda molto l’esperienza grillina fatta di attacchi personali, di insulti, di ogni sorta di contumelia e di delegittimazione politica e personale. Altrochè l’alternativa al populismo demagogico e anti politico di matrice grillina. Sul terreno politico concreto, il metodo scelto è praticamente lo stesso.

In ultimo, è bene, consigliabile nonchè auspicabile, che l’area di Centro che si va formando nel nostro paese in vista delle ormai prossime elezioni politiche generali, faccia a meno di dei Calenda di turno e dei suoi insulti. Sotto questo versante, è meglio scegliere il metodo inclusivo e rispettoso della Dc che non quello insultante e diffamatorio di questo singolare leader di un fantomatico mondo liberal democratico, radicale, riformista ed azionista.

DOPO ZINGARETTI, IL PD CERCA L’UNITÀ INTERNA. Un banco di prova per il gruppo dirigente romano.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo che l’autore, nostro lettore da sempre, ha chiesto di firmare con uno pseudonimo.  

La Direzione del PD di Roma, già convocata a metà giugno e poi rinviata a causa del violento incendio del Tmb di Malagrotta, si svolgerà in un clima sicuramente diverso e potrà avere un significato più importante e più incisivo sulla stato del partito della intera Regione. Nella precedente convocazione era stabilito che si sarebbe dovuto approvare la bozza di Regolamento congressuale, fissando le regole per il tesseramento 2022 e provvedendo, ai sensi dello Statuto, alla istituzione dell’apposita Commissione per il Congresso. Non c’è dubbio che nella prossima riunione, invece, si dovrà tener conto del dibattito apertosi negli ultimi giorni sulla scelta del candidato alla presidenza della Regione. Il nodo è costituito dalle primarie, non registrandosi una convergenza unitaria sulla opportunità di ricorrere a questo strumento di selezione della candidatura.

La storia delle precedenti elezioni del Lazio ci racconta che Il PD riesce ad affermarsi soltanto quando il numero di voti ottenuti nella Capitale supera di 180.000/200.00 unità i voti ottenuti dalla lista concorrente. Solo con un risultato simile il PD riuscirebbe a rimediare alla prevedibile sconfitta elettorale nel resto della Regione ed ottenere, di conseguenza, un risultato finale positivo, come avvenne nel 2018 anche in virtù del carisma e la forza personale dell’uscente Nicola Zingaretti, oggi non facilmente sostituibile.

A maggior ragione, nella prossima primavera tali difficoltà potrebbero assumere dimensioni di maggiore portata in forza dei risultati delle ultime amministrative che hanno visto primeggiare in tutti i capoluoghi di Provincia i candidati sindaco presentati alle forze politiche avversarie e della perdita a breve, con il ritorno alle urne, del Comune di Latina. Alla luce di queste considerazioni, appare in tutta la sua evidenza quanto pesi l’elettorato della Capitale e, di seguito, la funzione del PD di Roma, per altro non al massimo dello spolvero a motivo del suo sostanziale commissariamento da parte della Federazione regionale.

Qui emerge però una contraddizione. La presa di posizione del Segretario Enrico Letta ha notevolmente indebolito la segreteria regionale di Bruno Astorre. L’obiettivo da essa perseguito puntava ad imporre le Primarie come metodo di selezione, immaginano per questa via di ottenere l’affermazione di Daniele Leodori, attualmente Vice Presidente della Giunta Zingaretti, ma soprattutto vicino da sempre allo stesso Astorre. Zingaretti, Gualtieri, Mancini, Bettini…hanno tutti manifestato le loro perplessità rispetto alla linea della segreteria regionale. Anche gli esponenti di Base Riformista, corrente che a livello nazionale fa capo al Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, e guidata a Roma e nel Lazio da Giuseppe Fioroni e Patrizia Prestipino, ha messo verbale il suo dissenso.

Al momento queste forze, raccogliendo in pieno l’appello all’unità (formale e sostanziale) di Enrico Letta, stanno lavorando di comune accordo con l’obbiettivo di pervenire ad una intesa su un nome da presentare come candidato “unitario”, così da evitare il ricorso a Primarie fortemente divisive. Tale impostazione merita di essere condivisa anche dagli uomini e dalle donne che si dovranno impegnare nella ristrutturazione del PD di Roma, occasione fondamentale per restituire alla Capitale –  alla sua classe dirigente – il ruolo centrale che storicamente e politicamente le compete. Il PD che ha portato, con il massimo sforzo di unità, Roberto Gualtieri al Campidoglio è probabilmente l’unico strumento per conservare la Regione Lazio alle forze progressiste di centrosinistra. E la Festa dell’Unità, in programma a Caracalla dal 14 al 31 luglio, dovrà essere la rappresentazione più autentica di questa volontà.

MANESKIN. Una metafora sul presente e il futuro del cattolicesimo democratico. Lettera aperta a MARCO DAMILANO.

Si sono perse molte occasioni, nel passato più o meno recente, per affrontare i problemi legati al vasto processo di secolarizzazione. Invece di respirare aria fresca, ci si è rinchiusi nelle conventicole. Sono nate pretese improbabili e sono morte suggestioni valide, come la formazione di una nuova cultura a sostegno di una nuova politica. Serve un afflato ampio e una larga partecipazione, per far rivivere gli ideali che ci appartengono. 

Caro Marco, ti leggo sempre con piacere sin dai tempi di Segno 7. Grazie per il buon articolo pubblicato sul Domani. E grazie anche a Lucio D’Ubaldo che lo ha commentato e riproposto sul (suo) Il Domani d’Italia. Ecco, si batte il chiodo su questo domani sconosciuto con le sue sfide già iniziate. Su questo domani, con le “grandi metamorfosi” che ci attendono, come  Bergoglio definisce i cambiamenti epocali in atto. Sono sfide e cambiamenti rivolti anche a quel che rimane del cattolicesimo democratico e popolare su cui ti soffermi nell’articolo. Indirizzati anche a quella élite di  ultrasessantenni, se non settantenni, che sanno di cosa parli e conoscono questo particolare pensiero politico con i suoi principi e valori.  

Andiamo a noi. Perché chi ti scrive,caro Marco, ha da tempo maturato la bizzara idea che le categorie politiche della tradizione storica e democratica (sinistra, centro e destra), nella prospettiva di quel futuro dietro l’angolo e in larga parte già alle nostre spalle, devono essere messe da parte. O, se proprio uno ci tiene, devono essere usate con molta cautela. Indicano divisioni e differenze frutto della storia passata, e  non  esprimono bene tutta la  complessità della società dei nostri giorni. E sulla storia futura, tacciono. Ciò porta a trascurare il suggerimento di essere più uniti possibile, e di salire bergoglianamente  “…tutti sulla stessa e unica barca”, per uscire dalla tempesta storica in corso che tutti coinvolge, senza distinzioni. 

Una mezza utopia, capisco. Specie con il ritorno della guerra legata a tragici segnali imperialisti e con il ritorno della diade amico/nemico. Una mezza utopia che tuttavia si sostiene sull’altra diade più ragionevole e umana di Norberto Bobbio uguaglianza/diseguaglianza; e che non dimentica i radicali e rivoluzionari cambiamenti che dovremmo tutti insieme affrontare, senza essere diversi e distanti per comodità elettorali. Il pluralismo vero non è mai infatti fotocopia fra simili. 

La convinzione che il futuro ci deve trovare piu uniti e vicini, mi lascia dunque critico sulla necessità di distinguerci,e sull’opportunità di ricomporre necessariamente un’area politica cattolica – specie se di centro come ripetutamente si auspica – scommettendo solo su una legge proporzionale e sui non votanti; insistendo banalmente sulla china trasformistica e populistica dell’attuale momento politico;  e mettendo il tutto nelle mani dell’offerta che rimuove completamente la domanda assieme alla qualità della base sociale dei nostri giorni, in realtà fortemente secolarizzata.  E mi lascia molto più scettico sul fatto che al suo interno si possa riaggregare quel cattolicesimo democratico e popolare che giustamente citi nell’articolo, appoggiandoti a quel fior fiore di protagonisti e personaggi, oramai consegnati ai libri di storia politica…antica! 

Il cigno cantava da moltissimi anni, caro Marco. E il progressivo e lento declino del cattolicesimo democratico era ben visibile,  senza che nessuna anima viva abbia avuto la forza e il coraggio di sottoporlo a una terapia intensiva. Oggi siamo solo di fronte a una – benemerita intendiamoci – testimonianza frammentata che stenta a riconoscersi unita e unica. E per quanto riguarda il suo “specifico progressista” non basta difendere la Legge 194. Così come non bastano Mattarella – quel Mattarella che chiede di “…non respingere gli emigranti quando sono sulle barche” – Zuppi, Letta, Castagnetti,  e,  da ultimissimo Tommasi,  per illudersi che la specificità di questo virtuoso pensiero politico  sia  ancora vivo e vegeto. Rimane invece il fatto che tutte le proposte di riaggregazione e incontri dei tanti spezzoni isolati e dispersi che si riconoscono in questa nobile tradizione, sono in questi  lunghi anni  miseramente falliti. 

Era il 2002, a ridosso della nascita della Margherita. Un partito, per inciso, che il mio caro amico Pio Cerocchi non ha mai digerito sostenendo – forse, ammetto ora, con qualche buona ragione – che il Partito Popolare non doveva essere sciolto perché serviva se non altro ad alimentare e a individuare un punto e un luogo della cultura cattolico democratica e popolare. Quella cultura che ai nostri giorni non sappiamo dove abita di casa. O forse sappiamo che è dispersa in tanti monolocali. 

In quello  stesso anno, uno storico e sociologo del calibro di Giorgio Campanini – anche lui emiliano,  pensa un po’ – nel corso di un convegno dell’associazione “Agire Politicamente” di Lino Prenna, avendo fiutato l’aria di un inglorioso tramonto, lancia l’idea sulla urgente necessità di un Forum dei cattolici democratici italiani, in grado di riunire periodicamente e far incontrare e dialogare quanti tra associazioni, movimenti, gruppi e persone singole, si riconoscevano in questo pensiero e in questa tradizione politica, avendo alle spalle i valori del Concilio e della Costituzione italiana. Quel giorno, alla Domus Mariae, ero presente anch’io in veste di segretario e rappresentante  della mia associazione romana “Polis Duemila”, in quegli anni attiva. Era un’idea, quella di Campanini, rivolta ad alimentare la ricerca del bene comune, come dici tu. Non tanto per sostenere o rifare una realtà partitica, ma per aggregare i tanti pezzettini culturali sulla via di frantumarsi e disperdersi in singole e solitarie realtà di testimonianza.  

Non se ne fece mai nulla, nemmeno dal punto di vista della formazione permanente a causa della demonizzazione dei percorsi formativi prepolitici destinati a giovani disposti e sensibili ad impegnarsi. Accade così che oggi ci parliamo tra ultrasessantenni, se non oltre o  molto oltre. I giovani, infatti, non sanno chi è stato Sturzo, Dossetti, La Pira, e ignorano completamente il Vaticano II. E forse la stessa Costituzione. Nel mentre accanto alle Chiese vuote, ai parroci con due o tre chiese da gestire, ai Seminari senza studenti, e all’eclissi dei matrimoni religiosi,  la Fuci, l’AC, il Meic, ecc. sino alle stesse e benemerite Scuole Diocesane di Formazione all’impegno sociale e politico, nate sulla scia di quella voluta a Palermo da padre Sorge sotto le sferzate mai viste della secolarizzazione galoppante, sono in profonda crisi di presenze. 

Se tu a questo punto mi chiedi se la proposta di Giorgio Campanini è ancora valida, io ti rispondo subito di sì. Anche se pieno di dubbi sulle tante realtà oggi disperse e “sovrane”, chiuse nei propri recinti associativi parrocchiali e cittadini, che dicono di riconoscersi in questo pensiero e magari si dichiarano pronte a cedere parte della loro gelosa  autonomia, per un percorso da fare una volta riunite e vicine. Una volta un poco più solide, insomma, come si ripete ormai spesso di fronte a una società liquida, al voto fluido gassoso e umorale, e ai partiti personali. È dunque da anni che si avverte una forte silenzio sull’esigenza dell’incontro. E Zuppi, da solo, sul futuro del cattolicesimo democratico può fare ben poco. Ha altro da pensare. Con un Sinodo già avviato che richiede molta sapienza e pazienza, e col suo delicato ruolo di fronte a un clero in larga parte ancora ruiniano.  

Ma partito o non partito, coalizzati a sinistra o a destra, centro o non centro – un centro ormai ingolfato di liste, partitini, sigle e quant’altro in attesa di semafori rossi e  solennamente preteso anche da Berlusconi che con l’ultima sua uscita mediatica fa sapere, bontà sua, che il suo è un centro anche…cristiano – di incontri e dialoghi fra cattolici con posizioni diverse non ne vuole sapere! E viene da pensare che la distinzione fra cattolicesimo tradizionale e cattolicesimo progressista, fra passato e futuro, fra identità rocciose e conservatrici e identità in ascolto dei segni dei tempi, rappresenti qualcosa di veramente insanabile. 

Ora, se la situazione storica “…è grave”, come dice Castagnetti, non basta allora ricordare l’indimenticabile Sassoli e lanciare Zuppi nell’agone del cattolicesimo democratico. Perché, come tu giustamente affermi, il cattolicesimo democratico non è mai stato “…un apparato” bensì, certamente e prioritariamente, un pensatoio che nutre e assorbe incontri e dialoghi fra persone col Vangelo in tasca e le dinamiche sociali di fronte agli occhi. E con pensatori che hanno in testa – l’esperienza di un tempo ci deve ammaestrare – il bene comune prima del bene individuale. 

Per “ricostruire questa cultura”, come tu dici, non basta allora Zuppi, da solo. Anzi ti dirò che col ruolo che ricopre e con gli assalti quotidiani a Bergoglio di un “clero veronese” teocon, don Matteo deve essere molto cauto. La “…deriva illiberalec’è, su questo hai ragione. E non solo in USA,  con le scelte trumpiane sull’aborto e il possesso delle armi buttate nel dibattito per distogliere l’attenzione  dai problemi più seri e più gravi: il clima, il digitale, la disoccupazione e le nuove e inedite povertà, come quelle che incombono su milioni di sub sahariani con la valigia in mano e pronti ad emigrare.  

Concludo. Per “ricostruire questa cultura” – non solo  politica, caro Marco – occorre che si renda attuale l’idea di Giorgio Campanini. Perché questa cultura non va dispersa, ma va “…ricostruita (assieme) alla politica nel suo insieme,  come tu sottolinei. Per ritornare ad una “…presenza nella società” occorre che Ac, Msac, Fuci, Meic, Acli, Scout, nonché Parrocchie Diocesi e Istituti scolastici,  approfittando del Sinodo si risveglino dal torpore in cui si sono rifugiati e si misurino con i cambiamenti antropologici, culturali e sociali. Occorre ricomporre la dispersione, Occorre riunirsi e incontrarsi con le metodologie di un Sinodo laico che guardi al futuro. E occorre dialogare per leggere uniti i segni dei tempi. A riguardo, anche D’Ubaldo è stato chiaro nello scambio avuto con te: “(…) Il vero problema è capire come si ricompone questo mosaico di esperienze nuove – ognuna però con antecedenze e collegamenti esplicativi di una tradizione ancora viva – che oggi lo spontaneismo della testimonianza può anche isterilire…”. È bene che ne discutiamo ancora, intensamente, per immaginare che valga per il futuro del cattolicesimo democratico più l’atmosfera dei Maneskin al Circo Massimo, con tanta passione di massa, che non l’aria viziata degli atelier d’improbabili centrismi. 

 

P.S. Un pizzico di humor ogni tanto ci vuole. È chiaro che non pretendo di arruolare i Maneskin alla nostra causa, semmai propongo questa una metafora per rompere l’assedio del gruppuscolarismo. Comunque, caro Marco, accetta un saluto cordiale, assieme agli auguri per il tuo nuovo lavoro in RAI: sicuramente ti appartiene. 

GUIDO BODRATO “La DC? Un grande partito di popolo”. Intervista esclusiva.

Guido Bodrato classe 1933, piemontese, tre volte ministro, della Pubblica Istruzione, nei Governi Forlani e Spadolini 1 e 2, poi del Bilancio nel governo Fanfani e infine dell’Industria, nel governo Andreotti VII. Deputato per 7 legislature, parlamentare europeo, del PPE, direttore de “Il  Popolo” dal 1995 al 1999, a lungo consigliere comunale di Torino. 

L’ultima volta ci siamo visti a visti a Chieri, alla Sala della Conceria, per la presentazione del mio libro Pagine democristiane. Appena lo sento, è Bodrato che mi rivolge la prima domanda. 

Ti occupi ancora di qualcosa? 

Adesso sto ricostruendo la storia della DC attraverso la conoscenza di alcuni personaggi. Mi piaceva fare, anche con lei, una riflessione sui tempi lontani. 

Alla mia età, impegni che mi facciano uscire di casa non ne prendo più. Ho visto che negli ultimi due o tre anni faccio fatica. Gli anni che ho si vedono. Preferisco evitare di affrontare prove che, piccole o grandi, non sono più gestibili con la freschezza di un tempo. La seconda ragione è più oggettiva e serena: passo gran parte della giornata a leggere e scrivere. Continuo ad avere la malattia della politica. Ho i piedi nel novantesimo anno per cui vedo molti amici, anche più giovani di me, che se ne sono andati:  “Sono davanti a noi”, come dicono gli alpini. 

In occasione del novantesimo la associazione degli ex parlamentari conferisce la medaglia con una cerimonia. È un gesto simbolico, denso di significato. Quell’appuntamento si avvicina. 

Bene. Guardo però in faccia la realtà. Mi sembra che del passato sopravvivono solo delle malinconie poco più che individuali. La forza di una rinascita non la vedo; semmai noto piccole ambizioni, qualche volta giustificate se non effettivamente meritorie. Riguardano persone che conosco, e non è un caso, dato che avendo girato molto l’Italia di amici ne ho incontrati molti. 

Lo so bene! 

Ci sono altre iniziative invece che anziché guardare avanti, fissano gli occhi all’indietro. In un mondo come questo – un mondo che cambia continuamente e dove si invecchia senza fare niente – alcune iniziative corrispondono a velleità piuttosto che ad autentiche speranze. Dunque, sto alla finestra, ma non passivamente: a chi mi chiede un’opinione, volentieri la offro. 

Stavo rileggendo in questi giorni “Per l’Azione”, la rivista dei giovani dc. Mi sono imbattuto in un dibattito interessante e ho ritrovato un articolo, pregevole, a tua firma sul significato politico del convegno del MgDc di fine agosto del 1957 al Sestriere. 

Non ho mai negato il passato. Non solo, ma ero e sono uno tra quelli che il passato ha cercato sempre di interpretarlo e spiegarlo, per darne una ragione plausibile, non per farne oggetto di superficiali valutazioni che recano in seno il desiderio di una condanna preventiva. Ho partecipato tempo fa a un convegno organizzato dalla CGIL a Genova e a Roma, presente Pietro Ingrao, dove era in discussione la tormentata vicenda di Tambroni. Hanno pubblicato gli atti. Oserei dire che l’unico intervento in cui si può leggere una difesa di quel passaggio complicato nella storia della DC, è il mio. La verità è che non sono minimamente attratto dalla demonizzazione di quegli eventi che costituiscono ancora oggi il motivo di alimentazione della polemica anti DC. 

Quale è stata la molla che spinge il giovane Guido Bodrato ad entrare nel Movimento giovanile, in cui c’erano per altro Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Gianni Baget Bozzo, Franco Malfatti, Bartolo Ciccardini, Carlo Fuscagni, Celso Destefanis, Pietro Padula?  

Negli anni ‘50 sono stato segretario generale degli studenti universitari torinesi. L’Ateneo aveva 12 mila iscritti, non 40 mila come oggi. Andavano all’università solo quelli che provenivano dal liceo classico, gli altri potevano accedere al  Politecnico. Avevo in mano la maggioranza assoluta. Mi conoscevano per essere impegnato contemporaneamente nell’Azione Cattolica, nella Democrazia Cristiana e nel Movimento Federalista, allora molto forte: solo a Torino aveva più iscritti – circa mille – di quanti ne abbia attualmente sul piano nazionale. Oggi si registra un indebolimento generale delle esperienze associative e ciò rimanda, senza ombra di dubbio, a un deficit di motivazione culturale e politica. Ci si rifugia nei gruppi a base più ristretta, con finalità specifiche, senza orizzonti nazionali. 

Prima c’erano  gli ideali… 

Sì, appunto. Il problema non investe solo i partiti. Riconosco che la storia della democrazia, e non solo di un partito cardine qual era nella cosiddetta Prima Repubblica la Democrazia cristiana, è purtroppo fatta di tanti peccati di comportamento. 

Ricordo due o tre libri che avevo letto quando incominciai a far politica, tutti con il medesimo riferimento nel titolo: crisi della democrazia. Certo, si riferivano agli anni ‘30, ma le cose si possono ripetere, alcune volte in senso positivo e altre in senso negativo. Forse, con molti meno anni sulle spalle, probabilmente il mio giudizio sarebbe un altro. Il vissuto della politica è gran parte della politica: in fondo la politica la rappresenta chi si occupa concretamente di essa. Direi, semplicemente, chi la vive. Alla mia età, di politica posso parlare da lontano, ma non posso dire o pensare che ne sono artefice diretto.

Chi conosce Bodrato apprezzava ed apprezza tuttora la sua coerenza.  

L’impegno politico esige coerenza. Ho sempre detto quello che pensavo, anche se con l’avanzare dell’età si diventa più accondiscendenti alle forme e allo stile, perdendo certe asprezze giovanili. Come tutti, sono stato giovane una volta, mica dieci volte. Ho raggiunto traguardi importanti senza però venire meno alle mie convinzioni profonde. Sono stato ministro più volte e penso di aver difeso le idee, nelle istituzioni e nel partito, che trovano radici nel popolarismo. Per questo ho manifestato il mio dissenso quando si è cercato di agguantare con artifici e spregiudicatezze il consenso che sfuggiva, cercando di prendere al volo la prima liana disponibile. Il paradosso è che non mi sono mai sentito minoranza, ma sono stato quasi sempre minoranza. Anche adesso, lontano dalla battaglia diretta, vivo questa condizione psicologica che esige attenzione alla dinamica, spesso complicata, dell’innovazione in ambito politico. Mi auguro, al riguardo, che nei giovani sia sempre forte la capacità di rigenerare una sana ambizione creativa. D’altronde, guardo ai giovani con interesse e curiosità perché ho la fortuna di essere bisnonno. 

Rallegramenti! 

Beh…mi confronto con dodici nipoti, di diversa età, e so come affrontano i problemi. Purtroppo pensano in base a una tecnica di ragionamento che appare molto condizionata dal dispositivo logico del computer, avendo pause ridotte e intuizioni a breve. I giovani, magari senza esserne pienamente consapevoli, operano con più velocità, ma finiscono succubi di un pensiero contratto, senza la forza della elaborazione complessa. 

Faccio mia la considerazione che emerge da questo colloquio: non bisogna smettere di pensare il presente e il futuro alla luce di ciò che il passato ci consegna. Dunque, cosa insegna la storia? O meglio, la nostra storia? 

In questo momento sto davanti al computer alle prese con una ricerca della Fondazione Donat-Cattin sulla classe dirigente del primo Partito popolare, dal 1919 al 1926, in Piemonte. Cosa emerge? Il retroterra cattolico esprimeva una quantità di piccole formazioni nelle diverse diocesi e molti erano i nomi rappresentativi di quel mondo. Ora, sappiamo bene che senza un quadro di riferimento politico ogni descrizione di fatti e persone stenta a fornire gli elementi per individuare il nesso della vicenda esaminata. Sto cercando di dare alla ricerca questo riferimento politico, così da inquadrare in modo più corretto il contributo di alcuni protagonisti. Comunque, se ti guardi indietro non trovi solo cose belle e interessanti. Gli ambiziosi, i traditori, gli opportunisti, si mescolano e convivono con figure straordinarie di dirigenti e militanti politici, capaci di sacrificarsi per il partito.

Racconto ai miei nipoti questa complessa realtà ed essi mi dicono “nonno, non è cambiato niente”. In effetti, la politica al suo interno conosce e subisce tentazioni che continuamente la mettono alla prova. 

Torniamo alla ricerca. Il contesto storico è quello che ha costretto Sturzo, su consiglio della Segreteria di Stato Vaticana, ad andarsene all’estero, praticamente in esilio. Lui aveva fondato un partito aconfessionale, ma metà dei dirigenti di quel partito erano preti. Quando la Santa Sede ha detto “basta, non fate più politica”, in quel momento è come se avesse sciolto il Partito popolare. Questo incastro sfugge normalmente allo sguardo degli storici. Ora, analizzando la realtà concreta del Piemonte e della mia città, sembra di poter cogliere il fenomeno con più chiarezza. 

La ricostruzione effettuata mi pare abbastanza dettagliata e convincente, adesso vedrò cosa farne. L’intenzione non è riscrivere una storia, ma provare ad organizzare gli elementi che consentano una sua più adeguata interpretazione, riferendola a sentimenti che sono collegati alla realtà odierna. Questo, in definitiva, mi fa continuare a far politica anche se sconto una oggettiva condizione di solitudine. 

Meno male che ci sono Fondazioni che svolgono un lavoro meritorio, fanno emergere queste storie attraverso serie ricerche storiche.

Per 20 anni ho tenuto in piedi l’Associazione dei popolari,  potendo contare su circa 600 iscritti. Quella del Piemonte è stata la più robusta delle Associazioni nate sulla scia dello scioglimento della DC e la sospensione dell’attività politica da parte del Ppi. Poi lentamente si è disgregata. Un sodalizio rivolto soltanto all’elemento culturale, alla riflessione storica, alle idee e non alla azione, non interessava più a nessuno. Dicevano: facciamo una  corrente capace d’inserirsi a pieno titolo nel contesto politico del partito (prima la Margherita, poi il Pd) che rappresenta il punto di confluenza politica dopo la breve stagione del Ppi. Ma se le correnti non fanno politica, se esse stess sono fatte di nominati, muoiono mentre nascono. Oggi saranno una cinquantina di persone in tutto e purtroppo l’Associazione langue, essendo convinte ormai che lo strumento così indebolito non serva a produrre politica  

A proposito di nominati, ricordo la sua grande battaglia per la legge proporzionale. 

Se non vivi il rapporto quotidiano con la gente, non fai esperienza di ciò che costituisce il nucleo vitale della democrazia. La centralità del fare politica stava nel rapporto con l’elettorato e rappresentava una combinazione difficilissima. Oggi si parlerebbe, in modo più sofisticato, di una sorta di algoritmo della politica, con il quale organizzare concettualmente ciò che un tempo apparteneva alla naturale combinazione di pensiero e azione, dove magari si registrava più spontaneità e più passione. D’altronde, se si indebolisce uno si indebolisce anche l’altra: un pensiero vale in politica se determina un’azione e, viceversa, un’azione politica regge, significativamente, se incorpora un pensiero. Non c’è alternativa possibile a una tale connessione. 

Ora, ben si comprende come l’impegno di molti amici si perda nella inanità dell’impresa. Anche quelli più attivi – li giustifico perché hanno 60 anni e mentre io ne ho 90 – si illudono di maneggiare qualcosa di gratificante. Sono disperatamente alla ricerca di un ruolo personale che non trovano, semplicemente perché non esiste al di fori di una precisa dimensione di partito. Forse sono cose banali, ma tutte le cose vere sono sempre banali: da soli si fa filosofia, non si fa politica. 

Purtroppo mancano i luoghi di aggregazione. Anche le riviste politiche, spesso organi delle correnti di partito, davano vita a processi fatti di incontri, solidarietà, riconoscimento reciproco . 

C’è una rincorsa infinita alla leadership, quale che sia la sua ragione effettiva, il suo riscontro con le dinamiche sociali, il suo intrecciarsi con le spinte democratiche di lungo periodo. Si opera con il cronometro in mano, tutto scorre veloce, senza che avvenga quella sedimentazione culturale che nutre da sempre l’azione politica. Tu hai conosciuto dall’interno la DC: quel circuito democratico che ne determinava la legittimazione pratica agli occhi degli iscritti e degli elettori, oggi dov’è? In quale partito riesci a scorgerne il tratto, per indovinare una qualche similitudine? Non è solo un problema di partito. 

Il mondo cattolico ha stentato ad aggregare i fedeli. Ce lo dice questo sant’uomo del Papa! Tutti vogliono la Chiesa trionfante, ma lui appartiene alla Chiesa di oggi, che non è per niente trionfante. 

In politica il leaderismo è un dato di corrosione democratica. Nessuno che dica sono disposto a fare il  quarto o il quinto. Tutti vogliono essere i primi – fenomeno, questo, che va oltre i confini nazionali – altrimenti fanno le valigie e provano a organizzare un nuovo partito. 

Guarda quanti segretari ha cambiato il Pd, ne puoi contare 6 o 7! Forse di più. Lo cambiano, virtualmente, già prima che sia  segretario! 

Nessuno è disposto a fare l’opposizione interna. Donat Cattin invece ha vissuto questa condizione a lungo, lo stesso è avvenuto, sia pur brevemente, con Moro. 

Anche in questo caso la storia – la nostra storia – può insegnarci molto. Nelle mie ricerche mi sono addentrato nella riflessione su cosa politicamente ha davvero rappresentato Sturzo. Gli si possono attribuire anche grossi errori. La rigidità di approccio, o se vogliamo un certo tipo d’integralismo, costituiscono il suo tallone d’Achille. Non ha saputo realizzare, quando pure appariva necessario, le alleanze che potevano garantire una tenuta migliore dell’iniziativa dei Popolari. E non promosso o acccettato alleanze perché pensava sempre che il rischio fosse quello di perdere l’identità di partito. Ha sempre detto: se resiste questo motivo d’identità ci sto, altrimenti faccio la minoranza. Ora, se ti guardi attorno, è proprio vero che più nessuno accetta l’idea di essere minoranza. Un partito di minoranza risulta un’offesa allo spirito del mondo, una lesione alla credibilità dei vari protagonisti politici. Ora, però, un partito che non metta nel conto il dovere di essere all’occorrenza minoranza, è un partito destinato a scomparire prima di quanto s’immagini. 

La DC ne era immune?  

Non lo so. Mi sono fatto la convinzione che se la DC avesse accettato unanimemente di andare in minoranza, dopo un periodo di lontananza dal potere sarebbe tornata ad essere una forza determinante. Non è andata in minoranza perché quando è iniziata la crisi i tre o quattro dirigenti da cui dipendeva il futuro si sono asserragliati nei fragili recinti della loro autodifesa. Ognuno di loro ha pensato di trasmigrare in una diversa maggioranza. È si è visto cosa è accaduto.

Si sono rinchiusi in un potere che assomigliava a un guscio vuoto…

Mi piace parlare con te perché sei una persona che ascolta. 

Eppure l’esperienza della DC offre ancora molti spunti di riflessione. Abbiamo di fronte il dramma della guerra russo-ucraina: la causa scatenante è stata la tensione mai sopita nella regione del Donbass. Ora,  l’accordo De Gasperi-Gruber, che dette vita al pacchetto Alto Adige, ci dice quanta lungimiranza ha guidato l’azione dello statista trentino.

Ricordati soltanto che per quasi undici anni sono continuati gli atti di terrorismo. Gli estremisti, da una parte e dall’altra, non si sono fermati. Il rivendicazionismo sudtirolese si scontrava con il nazionalismo della destra radicale italiana. Eppure, grazie all’accordo tra Roma e Vienna, quella crisi è stata largamente governata, per essere in ultimo assorbita del tutto.

Che giudizio possiamo dare di De Gasperi?

Su di lui ha scritto un bel libro Giuseppe Matulli. Il punto che mette in evidenza si collega a una riflessione già sviluppata da Gabriele De Rosa. De Gasperi, per la sua formazione in ambiente austro-ungarico, non ha l’intransigenza di Sturzo. Tra i due esiste una differenza importante: Sturzo concepisce la lotta democratica in termini di esaltazione dell’identità di partito, De Gasperi come ricerca dell’equilibrio e anche del compromesso, per non restringere indebitamente lo spazio di manovra dei cattolici popolari.  

De Gasperi fu deputato in un Parlamento, quello di Vienna, in cui la componente italiana era la quattordicesima minoranza e dove in Aula si parlavano sette o otto lingue diverse. La piccola minoranza italiana doveva fare politica con la consapevolezza che solo la capacità di dialogo poteva facilitare il raggiungimento dei suoi obiettivi  

L’attitudine di De Gasperi consisteva, almeno nel periodo iniziale dell’impegno pubblico, nel prendere sul serio il lavoro di avvicinamento delle posizioni più divaricate. Capire gli altri e farsi capire, cercando i margini possibili d’intesa, era un modo per difendere gli interessi dei suoi trentini.  

Se vogliamo valutare in modo corretto l’atteggiamento di De Gasperi all’avvento del fascismo, abbiamo il dovere di riconoscere la preoccupazione che sottostava alla sua condotta pubblica. Quando c’è stato lo scontro iniziale con il fascismo, De Gasperi cercava il compromesso per ottenere il meglio e, dunque, una via di uscita per evitare la guerra civile. Sturzo invece fu pronto a rispondere con fermezza, perché abituato a ragionare secondo un paradigma di chiarezza, non edulcorando i contrasti. 

De Gasperi non era meno antifascista di Sturzo, ma confidava più del prete siciliano in un’opera di contenimento dell’irruenza politica mussoliniana. Da qui la divaricazione tattica tra la segreteria e il gruppo parlamentare del Ppi. Indubbiamente Sturzo fu più lucido e anni dopo, riconquistate le libertà, De Gasperi lo riconobbe. Tuttavia il retaggio della sua lezione di prudenza, ancora valida oggi, permette di vagliare il pericolo che si nasconde in uno scontro permanente, anche sui principi e i valori fondamentali dell’ordinamento democratico. Gli esempi non mancano, anche fuori dall’Italia. Se prendiamo in esame il dissidio interno alla società americana, con il carico di odio tra le aperti avverse e le conseguenti esplosioni di violenza, non possiamo che raccogliere a posteriori l’invito di De Gasperi a limitare o mitigare lo scontro politico. In fondo, come gestì il duro braccio di ferro con Togliatti e l’opposizione frontista? Non oltrepassò mai i confini della convivenza civile e del rispetto democratico. Contrariamente alla Germania, l’Italia non mise fuori legge i comunisti. De Gasperi tenne fede alla ricerca dell’unità possibile, per il bene della collettività e la difesa delle istituzioni.     

Alcuni insegnamenti ritornano con il tempo. C’è sempre da imparare a rileggere il modo in cui i “grandi padri” della DC hanno esercitato la loro leadership. Ad ogni buon conto, De Gasperi usava il metodo democratico in tutti i passaggi interni al partito.

Non c’è dubbio, De Gasperi rientra in quella categoria che potremmo definire dei leader veri, autentici, a differenza di quelli costruiti da leggi elettorali e meccanismi selettivi ad hoc. 

Nella DC esisteva un meccanismo di controllo e verifica a carattere permanente. In questo modo si allargava la partecipazione. Giulio Pastore dette vita a una corrente parlamentare, poi trasformata in corrente di partito, per contrastare la presenza di un’altra corrente, schierata a destra, che aveva come obiettivo di condizionare continuamente De Gasperi. 

Nessuno ricorda, neppure gli storici, che De Gasperi nel 1953 perse le elezioni e fu sfiduciato in Parlamento, nonostante il sostegno del segretario del partito, Guido Gonella, e l’apertura ai monarchici: “Non ci conosciamo” – come dire votatemi – “poi ci conosceremo!”. Tornò alla guida della DC, ma il suo ciclo era concluso. 

La sua politica influì sugli sviluppi successivi per molti anni, dando un profilo marcato e stabile alla democrazia repubblicana. Tuttavia il suo periodo aureo è stato appena di sette o otto anni, poco più di una legislatura. 

Purtroppo le grandi testimonianze appassiscono nella nostra memoria. Adesso tutti lo ricordano perché era uomo di una correttezza assoluta, tanto nei rapporti personali quanto nei rapporti politici, in grado con la sua autorevolezza di contribuire notevolmente a formare la classe dirigente democristiana. Poi è avvenuto che questa correttezza “à la De Gasperi” sia andata lentamente consumandosi, fino ad arrivare alla sciatteria e al disordine che abbiamo constatato nel recente passato, di cui purtroppo non riusciamo a intravedere il dovuto superamento nello stile di molta parte dei politici attuali. 

In effetti, me ne rendo conto, sono drastico. Non mi piace arrotondare i giudizi per guadagnare consenso, dato che ormai non ho neppure necessità di inseguire obiettivi e riconoscimenti che in democrazia sono giustamente legati alla raccolta di solidarietà e convergenza. Mi posso permettere di essere franco fino in fondo. 

Che cosa ricorda di più della esperienza parlamentare? 

Non saprei scegliere. Ho avuto la fortuna di costruire con molti colleghi parlamentari, anche di altri partiti, una felice condivisione di sensibilità attorno soprattutto ai temi emergenti dalla crisi del primo centro-sinistra, partendo perciò dagli anni ‘70 per arrivare fino alla caduta della cosiddetta Prima Repubblica. Le difficoltà dello Stato sociale e l’avanzata del neo-liberismo costituivano argomenti che spesso offrivano spunti concreti di collaborazione, superando alcune barriere di partito.

Sono stato Ministro in tre governi diversi, negli anni ‘80, sempre con la preoccupazione di adempiere a un compito che prescindeva dalla mera gratificazione personale. Non ho fatto niente di straordinario. Mi ricordano in genere come una persona che aveva una sua linearità di atteggiamento politico; ciò nondimeno, quella linearità non era tutta e solo mia perché nei dicasteri dell’Istruzione, del Bilancio e dell’Industria mi sono avvalso in misura cospicua del consiglio e della esperienza di collaboratori, funzionari e amici di partito. Stavamo a contatto quotidiano e la sera andavamo a cena assieme, in una politica senza orario, come i negozi che sono aperti giorno e notte. 

Il cena e il dopo cena in attesa delle prime copie dei giornali… 

Sì, anche questo era un rito. Sono stato cinque anni direttore de “Il Popolo”, oltre che parlamentare nazionale ed europeo, nonché Ministro. Ruoli intercambiabili, tecnicamente diversi ma per me simili, sotto molti aspetti. Ho conosciuto da vicino il mestiere del commentatore e del cronista. Adesso vedo comparire in tv, come corrispondenti dall’Ucraina, diversi giornalisti che sono ben presenti alla mia memoria di direttore del quodidiano ufficiale del partito. Li vedo che sono cresciuti e apprezzo il fatto che abbiano mantenuto rigore e obiettività nel dare le notizie. Fortunatamente non c’è quel settarismo che spesso incontri nelle urlate dispute dei talk show. “Siamo minoranza, non diventiamo una setta”: così si espresse una volta, con spirito acuto, il card. Martini. Un pensiero illuminante! Quando invece la tendenza è quella di trasformare l’essere minoranza in pratica e condizione settaria, allora sì che si sprofonda nella palude dei falsi orgogli. Potremmo definirlo il suicidio delle ragioni professate con poca fiducia nello strumento del dialogo. A me preme, invece, stare su questo terreno e mettere a valore il confronto con gli altri. Non sono così bravo, così coerente e lineare, ma cerco di essere all’altezza dei propositi. 

Chi ricorda dei politici con più grande affetto? 

Una persona mi ha aiutato a crescere, Carlo Donat  Cattin, un’altra mi ha aiutato a “tramontare”,  Benigno Zaccagnini: due personalità straordinarie, assolutamente diverse, che considero decisive nella mia esperienza umana e politica. Poi, indubbiamente, c’è stato Aldo Moro. Dire che ho provato a somigliarli, non sarebbe appropriato. Semmai, nei momenti più difficili, il suo esempio l’ho considerato un criterio direttivo per l’azione. Credo sia facilmente comprensibile il motivo. 

Ce ne sono altre? 

Ho avuto un rapporto amichevole con Franco Salvi, uomo di ammirevole intelligenza, forse intransigente a tal punto da apparire duro e scostante. 

Se penso all’oggi, ci sono sette o otto parlamentari con i quali mi sento per gli auguri nelle circostanze più disparate. Tra noi vige una rapporto di amicizia e conoscenza tale da scavalcare qualsiasi fraintendimento. Non parliamo mai di politica in senso stretto, ma scambiandoci le impressioni su questo o quell’argomento ci troviamo subito d’accordo. 

Nessuno di loro è una bussola – questo è il paradosso – ma insieme sono l’orizzonte al quale rivolgo volentieri lo sguardo. Se a uno di loro chiedi ad esempio come va a Napoli, te lo dice con semplicità e precisione, sicché puoi capire in poche battute l’essenziale. 

Poi i ricordi sono fatti anche di ambientazioni, ovvero di contesti che spiegano la politica, ne illuminano il valore paradigmatico, incarnando qualcosa di attrattivo ed esemplare. Le “bianche” Brescia e Bergamo, come pure le “rosse” Modena e Reggio Emilia erano città che raccontavano la vivacità e la forza della politica. In entrambe operava una DC attenta e moderna. Qui trovavi il partito capace di governare bene o di fare bene l’opposizione, il modello di partito da mettere su un piedistallo, quello che la DC doveva essere ovunque. Perché invece dominavano o sembravano dominare, in troppe situazioni locali, logiche e costumi deprecabili? Il gioco delle tessere, le collusioni con realtà moralmente opache, casi di corruzione inaccettabili: ecco, dovevamo  fronteggiare nostro malgrado le accuse che derivavano dalla diffusione di tali fenomeni. 

Facciamo attenzione, i luoghi dell’eccellenza, se vogliamo chiamarli così, non erano politicamente amorfi, anzi. La democrazia locale era intessuta di lotte e competizioni, ma prevaleva una regola di amore per la comunità. Certo, dentro queste esperienze fai presto a individuare una tipologia di impegno politico. 

Recentemente, sulla DC di Bergamo mi ha raccontato molto bene Gilberto Bonalumi. 

Devo dire che Bonalumi è una persona che tutti noi abbiamo sottovalutato. Conosce la situazione concreta dell’America Latina, avendo tessuto rapporti di amicizia  con i democratici cristiani di quel continente. Credo che nessun altro nella DC abbia avuto la stessa ampiezza e consistenza di conoscenze e relazioni. Sapeva tutto di ogni nazione. Ti diceva il nome di questo o quel dirigente, e all’occorrenza sapeva come rintracciarlo. Il suo lavoro è stato straordinario, frutto di un apprendistato politico di alto livello che una città come Bergamo, con un partito robusto e qualificato,  poteva evidentemente garantire. 

Non abbiamo parlato della dialettica tra le due sinistre democristiane.

Nel rapporto tra Forze Nuove e Base, ovvero tra la corrente sociale e quella politica, c’è sempre stato un “odi et amo” nel dare compimento a una politica autenticamente popolare. Io sono cresciuto nella corrente di Forze Nuove. Con Luigi Granelli e Giovanni Galloni, esponenti della Base, andavo molto d’accordo. Erano quelli che incontravo più frequentemente. Abbiamo dato vita insieme a una quantità di iniziative editoriali. Sia i periodici della Base che quelli di Forze Nuove rappresentavano la sede di un intenso dibattito politico. Donat Cattin era straordinario, aveva l’animo del giornalista e questa sua inclinazione esaltava le sue doti di leadership. “Settegiorni”, un settimanale a larga diffusione, fu voluto e sostenuto da lui. Poi venne “Il Domani d’Italia” di Pratesi e Galloni, “Il Confronto” come strumento della cosiddetta Area Zac, quando le due sinistre si mescolarono e presero a concepirsi alla stregua di una sola corrente. Finché, ricorderai, alla fine Donat Cattin ruppe con la politica del confronto e lanciò, nel congresso del 1980, il Preambolo. A me toccò assumere allora la rappresentanza di quella parte della corrente – scegliemmo la denominazione di Nuove Forze – che non intendeva disperdere o peggio rinnegare il carattere unitario della stagione zaccagniniana. 

Sta di fatto che la storia della DC passa ampiamente per le pagine delle riviste delle sue correnti di sinistra. Noi ci tenevamo a precisare che eravamo sinistra della DC, non sinistra nella DC. Una distinzione importante, giacché significava che l’essere di sinistra andava a qualificare organicamente la battaglia per una DC più consapevole della sua natura popolare e democratica. La sinistra interna si connotava come avamposto di un partito socialmente aperto, con un programma avanzato, non come un gruppuscolo alieno che operava transitoriamente nell’involucro democristiano, ma in vista di una dissoluzione apportatrice di novità nella sinistra italiana nel suo complesso. 

Le correnti non erano di per sé un male, vero?

Le correnti, anche quelle moderate, sono state nei momenti migliori un fattore di ricchezza ideale. De Gasperi, sempre lui, usava dire: “Sono correnti dello stesso bar”. Tuttavia, se ci abbandonassimo all’astrazione, non capiremmo la complessità della DC. Le idee contano, ma alla fine conta di più la realtà; conta come vivi la politica dentro l’esperienza reale, nel contesto del tuo territorio, dentro la tua comunità. I problemi contano più della tua idea e dunque la tua idea, per affermarsi, deve farsi carico di quei problemi. 

Bisogna ascoltare, ci suggeriva Moro. Ognuno ti aiuta a collocare nel modo più utile le idee che maturano in un determinato frangente.

La grandezza di Moro, oltre che sul pacchetto Alto Adige, l’ho vista nella legge sulla ricostruzione del Friuli, con Zamberletti commissario straordinario.

Moro ebbe chiaro l’obiettivo di dotare gli amici friuliani di strumenti eccezionali per rimettere in piedi la regione devastata dal sisma. La scelta di Zamberletti a capo di quella che diventerà la Protezione civile fu una intuizione efficace. Evidentemente Moro apprezzava le qualità di Zamberletti. Quando eravamo nel Movimento giovanile, per due stagioni lui ed io siamo stati nello stesso alberghetto, dormivamo nella stessa stanza. Tutti lo riconoscevano capace di “mettere a terra”, secondo il lessico dei nostri giorni, le competenze derivanti da una coscienziosa militanza politica. Non ci siamo più ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda quando prese parte a “Europa 70”,anche insieme a Bartolo Ciccardini, un movimento (e una rivista) che privilegiava la consonanza con i temi gollisti, in pratica sostenendo l’introduzione del presidenzialismo e la costruzione di una democrazia più ordinata sulla nettezza della dialettica tra maggioranza e opposizione, quindi tendenzialmente bipolarista. 

Altri la pensavano come lui. O sbaglio?

Una componente a tendenza presidenzialista c’è sempre stata nella DC, anche tra noi della sinistra. Non ho mai condiviso questo tipo di proposta, scontando per questo un certo grado di solitudine nel partito. Penso però, a distanza di molto tempo, che avevo ragione. Anche quando alcuni settori del mondo cattolico (Azione Cattolica, Fuci, Acli, ecc…) puntavano a inizio degli anni ‘80 a cambiare ordinamento istituzionale per ottenere con un presidenzialismo più o meno adattato al caso italiano un di più di efficienza, mi sono dichiarato nettamente contrario. Ho ancora riscontri precisi di quegli incontri che ruotavano attorno alla trasformazione in senso presidenzialistico della nostra Costituzione. Sul punto ero in disaccordo con il prof. Pietro Scoppola, come pure lo fui sul passaggio da lui teorizzato dal Ppi all’Ulivo, poi alla Margherita e infine al Pd.

Cosa è accaduto con la fine della DC? La nascita della Margherita in fondo resta un mistero. 

Dovevano convincermi, ma…non ci sono riusciti. Ecco, non ho aderito alla Margherita, né successivamente al Pd, malgrado la vicinanza con amici carissimi per i quali nutrivo stima sincera. Ciò non toglie che il mio voto sia andato a queste formazioni politiche, non solo per questioni di amicizia. Pur vedendo oggi i limiti del Pd, mi domando: posso votare per altri? Mi guardo intorno e non trovo nulla – nulla di adeguato e convincente – quindi mi oriento nella direzione più omogenea con la mia storia e la mia sensibilità politica.  

La sensibilità di un moroteo irriducibile agli stereotipi di un moroteimo di comodo…

Quando il figlio di Moro, Giovanni, insieme a Giancarlo Quaranta mise in piedi l’associazione Febbraio 74, che poi si trasformò in Movimento Federativo Democratico, più vicino al PCI che non alla DC, fui invitato a un loro convegno. O meglio, fu Aldo Moro a chiamarmi e a dirmi di partecipare: “Perché non ci vai tu, i giovani li conosci meglio di me”. Questo per ricordare che intrattenevo con Moro un rapporto molto prossimo alla confidenza. Ero tra i pochi a dargli del tu, come facevo d’altronde con Fanfani. In famiglia, nei difficili anni ‘70, i figli sono stati per alcuni – pensa al dramma vissuto da Donat Cattin – un motivo di apprensione e sofferenza. Il conflitto generazionale attraversava le vicende di partito e Moro ne aveva una conoscenza diretta.

Perché attiro l’attenzione su questi aspetti? Perché sovente mi devo misurare con una immagine di Moro che non corrisponde alla realtà più vera del suo vissuto privato, con tutti i riflessi possibili sulla vita pubblica. Non amo gli stereotipi, come tu esattamente rilevi, perciò non amo lo schiacciamento della figura d Moro sulla prospettiva totalizzante del compromesso storico, quasi a stabilire per lui una funzione di accondiscendenza alla strategia del PCI di Berlinguer.

Moro merita più rispetto.

Chi ricorda con più affetto del movimento giovanile degli anni ‘50? 

Ho sempre avuto un rapporto personale piuttosto cordiale con Gianni Baget Bozzo. All’inizio lo consideravo un riferimento ancora più autorevole di Dossetti. Poi ho capito che non era così, che lui e Dossetti avevano talora punti di vista discordanti. Andando avanti, mi sono sentito più vicino a Dossetti. 

Comunque Baget Bozzo incuteva ammirazione per il suo indubbio talento. Ha scritto diversi libri, a tre di questi sono sono stato coinvolto negli incontri di presentazione. Aveva un nutrito pubblico di estimatori. Quando ho criticato qualcosa dei suoi scritti, mi sono arrivate lettere persino violente da parte dei suoi fedelissimi. L’accusa era sempre la stessa, non ero all’altezza di comprendere il suo pensiero. Invece ritengo di essere un buon conoscitore della “filosofia” che sorreggeva la sua visione politica.

Venne anche alle prime Feste dell’Amicizia. Sentiva attrazione per la DC,  ma avrebbe voluto comandarla lui. Poi divenne parlamentare europeo del Partito socialista e in quella veste ha difeso Berlusconi nella sua richiesta di adesione al PPE. Castagnetti ed io eravamo contrari, essendo quanto mai evidente che il fondatore di Forza Italia non aveva nulla a che fare con la cultura democratico cristiana. 

La discussione fu lunga e non sempre pacifica. “Ma vi rendete conto – dicevo ai colleghi Popolari europei – che la  domanda di adesione è caldeggiata da un membro del PSE? Dunque, un socialista ha la pretesa di sollecitare i democristiani a spalancare le porte a Berlusconi!”. Non se ne erano accorti.

Eravamo in contrasto, ma l’ho sempre rispettato. Cercava di conciliare una visione teocratica, ben accolta dal card. Siri, suo superiore a Genova, con quella che era l’ambizione politica. È andato dall’estrema destra all’estrema sinistra senza provare imbarazzo, come se le contraddizioni insiste in questa radicale oscillazione non lo riguardassero. Se operava una svolta, pretendeva di giustificarla in nome della sua credibilità personale.   

Anch’io ebbi modo, grazie a Malfatti, di inquadrare bene il personaggio. A proposito, di Malfatti cosa possiamo dire?

Franco è stato il primo del Movimento giovanile a diventare  parlamentare e Ministro. Quando si candidò la prima volta, Riccardo Misasi gli disse beffardamente: “Non puoi fare solo tu il Ministro, bisogna essere in due o in tre”. Allora Malfatti, uomo pronto alla battuta ma anche un po’ cinico, rispose: “Pensa che tristezza, per me, essere da solo in  Parlamento”. La sua ironia era tagliente. Se mi chiedi un giudizio, ti direi che è stato uno dei migliori Delegati nazionali del Movimento giovanile.

Lo abbiamo fatto questo discorso, il Movimento giovanile è stato un serbatoio di quadri politici. Molti li ho persi di vista, chissà se hanno continuato tutti a fare politica. 

Beh…no, in tanti sono tornati alla professione. Chissà quali altri percorsi hanno intrapreso. Come fare ad avere un pensiero per tutti? Eravamo un esercito, siamo entrati in massa in Parlamento. Nel 1968 c’è stato un ricambio forte nella DC, in chiave strettamente elettorale, perché dalle esperienze giovanili, specialmente nelle Università, il passo verso il partito fu breve. Su 265 eletti alla Camera, in quell’anno le matricole furono 79: un elenco lungo per un grande ringiovanimento di classe dirigente. Adesso ci tocca coltivare in solitudine questa raccolta di testimonianze di cui la politica odierna, in qualche modo, dovrebbe riuscire a conservare una traccia viva. Ne trarrebbe vantaggio, ne sono sicuro.

CONCLUSIONE

Qui finisce la nostra lunga conservazione. E un po’ come Bodrato anch’io mi rimetto a fare politica da solo, al computer, con i pensieri rivolti al passato, a quel convegno del Sestriere del 31 agosto 1957 con Malfatti, Donat Cattin e Rumor sui giovani in politica, al saggio di Augusto Del Noce su schemi ideologici e formule politiche o a quello di Riccardo Misasi su una classe politica per il sud (v. il numero di “Per L’Azione” che riportava le principali relazioni). Poi mentre scrivo mi arriva una lettera di un giovane del liceo Augusto che, appena quindicenne, partecipò a quel convegno del Sestriere!

L PARADOSSO DEL PROGETTO POLITICO 

Si aprono margini di azione insperati per tutti coloro che, al centro e non solo, sono consci della delicatezza del momento. Tutto si gioca sul filo del paradosso costituito dalla possibilità di rilanciare la politica, partendo proprio dalla disponibilità a confermare per la prossima legislatura Draghi a palazzo Chigi.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche riemerge l’importanza di un confronto fra progetti politici, che è la sostanza della democrazia. In sua mancanza l’ingegneria istituzionale e i diversi sistemi elettorali, pur essendo fattori rilevanti, non sono in grado da soli di colmare il crescente deficit di rappresentanza.

Se si osservano le dinamiche attraverso cui si formano i programmi e si definiscono i progetti politici dei partiti e delle coalizioni, almeno negli ultimi anni che hanno sancito la supremazia dei poteri economici sulla politica, si può constatare che sulle cose veramente importanti per la vita delle persone e per l’avvenire del Paese, non vi sono più effettive differenze.

I partiti ridotti a simulacri, sono costituiti per lo più da gente preoccupata di avere l’approvazione immediata dei media e il gradimento nei social mentre i contenuti delle scelte sono definiti da pochissimi centri di potere, di natura privata, strutturati a livello globale e in qualche caso più potenti sia degli stati che degli organismi internazionali.

In una tale situazione va riconosciuta, per rimanere all’Italia, la ragguardevole duttilità del Partito Democratico che ha saputo adattarsi al compito di identificare la propria visione con quella dettata dai poteri che ambiscono a gestire l’Occidente, e in prospettiva il mondo, secondo i loro esclusivi interessi e scopi. Non sottovalutando altresì il ruolo di Renzi, abilissimo a interpretare con rapidità anche le divisioni fra chi detta le priorità alla politica, come pure il ruolo di Forza Italia.

Al di fuori di ciò restano le terre del populismo e del sovranismo, rese desolate dalla prova del governo. Se questo modello di governance, di democrazia “leggera”, non fosse entrato in crisi, il Pd  potrebbe continuare ad essere per inerzia il cardine della politica italiana. Invece la nascita del governo Draghi ha prodotto una discontinuità che sta avendo forti ripercussioni sul sistema dei partiti.

E, a mio avviso, sta aprendo a tutti coloro che sono consci dell’elevata delicatezza di questa fase, margini di azione insperati, al centro, nel Pd, nel centrodestra, nella società civile, ovunque si trovino persone equilibrate e di buonsenso.

Il tutto si gioca sul filo del paradosso costituito dalla possibilità di rilanciare la politica, partendo proprio dalla disponibilità a confermare per la prossima legislatura Draghi a palazzo Chigi.

E l’originalità del progetto politico? Per come sembra messa la nostra, e altre democrazie occidentali, questa è una domanda ingenua. Lo spazio pubblico che conta, che forma l’opinione e la mentalità delle masse, appare saldamente occupato da una sola visione, sempre meno tollerante verso convinzioni, interessi, acquisizioni culturali e scientifiche, orientamenti ad essa in contrasto. L’unica dialettica che conta, fra posizioni diverse, talora alternative su questioni cruciali – come sulla guerra, sull’energia – avviene a livello di élite e quasi sempre in modo discreto e impercettibile ai più.

Dunque, non potendo più far valere il punto di vista popolare per manifesta disparità di forze, a livello di confronto di opinioni, si dovrà recitare, per incidere, l’unico mantra consentito ma con l’occhio rivolto ai fatti che non si piegano al potere incontrastato delle narrazioni. E proprio in questo modo si può liberare la forza di un progetto politico per il centro, e non solo, per le persone più attente a farsi interpellare dalla realtà, nei vari schieramenti.

Tale progetto politico in concreto consiste essenzialmente nel puntare a temperare, a disinnescare, a ridurre le conseguenze di scelte strategiche che, se attuate in modo integrale, con furore nei tempi e nell’applicazione, rischiano di compromettere la stabilità sociale ed economica del Paese e dell’Europa, e sul piano internazionale rischiano di allontanarci dall’80% dell’umanità non occidentale.

Il tutto nella speranza che il passaggio verso il mondo multipolare e del ritorno al primato dell’economia reale su quella virtuale, e della politica sull’economia e sulla tecnologia, avvenga nel modo meno traumatico e bellicoso possibile.

E mentre si puntella un sistema di governance sbagliato, anomalo per le democrazie occidentali, cercando di ridurre i danni, nel solo modo concretamente possibile, l’attenzione deve essere tutta sul mondo che sorgerà dall’attuale scontro fra Occidente e Resto del Mondo. La forza politica che riuscirà a veicolare un simile messaggio potrà non solo apparire interessante a chi vota ma anche contribuire a ridimensionare l’area purtroppo sempre più estesa del non voto.

PRIMARIE PD LAZIO Gregori, “non sono escluse ma prima costruiamo il programma e la coalizione”. 

La dichiarazione del Presidente dell’Assemblea regionale del PD, qui riproposta integralmente, rafforza l’approccio pragmatico alla questione delle primarie per la scelta del candidato alla successione di Zingaretti. Intanto sono pronti al confronto nei gazebo due esponenti di peso della Giunta regionale: Daniele Leodori, Vice Presidente, e Alessio D’Amato, Assessore alla sanità. Andranno fino in fondo? Il partito s’interroga sulla soluzione migliore. Soprattutto Base Riformista, la corrente di Gregori, invita a non irrigidire le posizioni. 

 

Abbiamo fatto un grande lavoro in questi anni come Partito Democratico del Lazio, puntando molto sull’ascolto e il confronto incentrato sulla condivisione delle scelte  con le Federazioni Provinciali, il mondo associativo, sociale e produttivo, che insieme al grande lavoro fatto dalla Giunta Zingaretti, ci darà la forza per costruire un grande progetto per il futuro. In questi giorni stiamo lavorando alla costruzione della coalizione per le elezioni regionali del 2023, strutturando le 10 idee per il Lazio del futuro. Una coalizione ampia che lavora di settimana in settimana per arrivare a metà luglio con le idee chiare su cosa proporre in condivisione. Solo dopo la costruzione di questa carta dei valori, si decideranno le modalità di scelta per la candidata o il candidato Presidente. 

 

Le primarie sono previste dal nostro statuto e sono uno strumento, anzi lo strumento democratico per eccellenza, che fa ed ha fatto sempre la differenza nel Partito Democratico. Abbiamo approvato un documento poche settimane fa in Direzione Regionale, all’unanimità, dove si dice che nel solco della costruzione della coalizione e per la scelta della candidata o candidato Presidente, non sono escluse le primarie. La sana competizione fa parte della democrazia e deve assolutamente essere vista come un valore aggiunto. Ma ripeto, prima la coalizione, la condivisione delle 10 idee per il Lazio del futuro e poi insieme decideremo la strada migliore da percorrere, in condivisione e con responsabilità.

 

Fonte: Agenzia DIRE – 7 luglio 2022.

L’ex primo ministro nipponico SHINZO ABE  è morto

L’ex primo ministro nipponico Shinzo Abe  è morto dopo essere stato ferito da colpi di arma da fuoco mentre stava tenendo un comizio a Nara.

Conservatore, Abe ha sempre cercato di stringere rapporti con gli Stati Uniti, appoggiando tutte le sanzioni delle Nazioni Unite nei confronti della Corea del Nord.

L’attentato nei confronti di Shinzo Abe ha suscitato reazioni di dolore e sconcerto in tutto il mondo. Il segretario generale della Nato Stoltenberg ha parlato di “attentato atroce”.

L’ambasciatore Usa a Tokyo Rahm Emanuel ha affermato di essere “rattristato e scioccato”

Il primo ministro Fumio Kishida, rientrato d’urgenza alla Kantei con il governo dopo aver sospeso con tutti i partiti di opposizione la campagna elettorale per il rinnovo della Camera Alta in programma domenica 10 luglio.

MARITAIN, TOMMASI E L’ABORTO

Il dibattito sui cristiani e la politica si è di colpo riacceso in queste settimane per due fatti, distanti e distinti: la sentenza statunitense sull’aborto e la candidatura di Damiano Tommasi a sindaco di Verona. L’autore, già Presidente delle ACLI, invita a pensare al futuro, non immaginando il ritorno a un partito di matrice cattolica, ma agli sviluppi di una cultura d’ispirazione cristiana, capace d’incidere sulla vita democratica del Parse. L’articolo è tratto, per gentile concessione, dall’ultimo numero de “La Voce del Popolo”, settimanale diocesiano di Brescia. Titolo originale: “SOCIETÀ. I temi etici e la politica”. 

 

Fine della cristianità: già lo sosteneva Jacques Maritain negli anni trenta, poi ripreso da destra come da sinistra. Il Medioevo poneva Dio al centro di tutto, la Modernità al centro di tutto pone invece l’individuo senza la sua dimensione transcendente, quella che conduce a Dio. Troppo verticale il Medioevo, troppo orizzontale la Modernità. Che fare, dunque? Maritain immagina una “nuova cristianità” attraverso un umanesimo integrale dove in politica si rinuncia ad una concezione sacrale del mondo a favore di una concezione cristianamente ispirata. Come a dire che possiamo fare politica solo con una cultura della politica che – nel nostro caso – sarà una cultura politica laica e cristianamente ispirata. Tra i valori astratti e le scelte concrete si colloca la “terra di mezzo” della politica responsabile.

Il Papa aggiorna questa cultura con l’idea dell’ecologia integrale: tutto è connesso, povertà e ambiente, politica e vita, salute e filosofia e tanto altro. Il Papa costruisce un nuovo immaginario che connette – che incrocia – il verticale con l’orizzontale. Meno attenzione alla singola cosa, più attenzione alle relazioni tra le cose. Dalla cosa alla connessione.

Il dibattito sui cristiani e la politica si è di colpo riacceso in queste settimane per due fatti, distanti e distinti: la sentenza statunitense sull’aborto e la candidatura di Damiano Tommasi a sindaco di Verona. L’aborto è un tema ad alto contenuto etico che scalda il dibattito americano (meno quello italiano). La vicenda di Tommasi ha sollecitato qualche critica perché il candidato non ha preso le distanze da iniziative di matrice culturale differente dalla cattolica, in particolare della cultura LGBT. Fare politica in un contesto complesso e poco cristianizzato è così. Ma – riprendendo l’idea delle connessioni – più che il singolo punto contano le connessioni, l’architettura complessiva della società che costruiamo. Noi sappiamo di dover costruire una città dove ogni persona possa vivere in libertà e giustizia, in verità e carità. Ci si arriverà attraverso conflitti e mediazioni, discernimento e tanta pazienza: in politica il tempo è decisivo. 

Dovremo abituarci a stare in politica con la pazienza e l’intelligenza degli eventi: quella che spesso dimostra il presidente Mattarella, appunto un cattolico impegnato in politica. Non servono partiti cattolici, quanto un pensiero cattolico, una cultura cattolica capace di misurarsi con la complessità di questo passaggio d’epoca, di essere ancora centro di gravità non di giudizio e sentenza. 

 

Fonte: La voce del Popolo

https://www.lavocedelpopolo.it/opinioni/maritain-tommasi-e-l-aborto

QUESTIONE SOCIALE Il CENTRO deve dotarsi di un progetto politico per affrontare l’emergenza

Ci si trova di fronte ad una situazione che richiede, per essere affrontata e possibilmente risolta, sensibilità sociale, intelligenza politica, cultura riformista e coraggio e determinazione per le scelte concrete che si intraprendono.

C’è un tema – lo potremmo addirittura definire un capitolo – che inesorabilmente è destinato a segnare la politica italiana nei prossimi mesi e nei prossimi anni. E questo tema si chiama semplicemente “questione sociale”. Certo, già in altre fasi storiche questo capitolo ha caratterizzato l’agenda politica dei partiti – almeno di quelli che non hanno una innata vocazione liberista o populista – e dettato le dinamiche delle politiche di governo. E oggi, nuovamente, siamo di fronte ad un tornante della storia che ci ripropone una diversa, seppur drammatica ed inedita, “questione sociale”. Certo, la risposta alla “questione sociale” non può esaurire l’azione politica di un partito e, di conseguenza, di una coalizione. È noto a tutti. Ed è persin inutile ricordarlo.

Però, per tornare al tema iniziale, è indubbio che le ricadute della guerra russo/ucraina da un lato e la persistente pandemia dall’altro, hanno riaperto una ferita che non nostro paese non si è mai del tutto chiusa. E la “questione sociale” contemporanea si nutre, purtroppo, di una serie di tasselli che sono noti da tempo alle cronache politiche, sociali, economiche e sociologiche: dalla crescita esponenziale della povertà all’incremento delle disuguaglianze sociali; dalla crisi sempre più grave del ceto medio alla difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro; dall’esplosione di molteplici crisi psicologiche alla crescente difficoltà relazionale nei nuclei famigliari e sociali investiti dalla crisi alla stessa tenuta dell’ordine pubblico.

Insomma, ci si trova di fronte ad una situazione che richiede, per essere affrontata e possibilmente risolta, sensibilità sociale, intelligenza politica, cultura riformista e coraggio e determinazione per le scelte concrete che si intraprendono. Probabilmente, e senza alcuna regressione nostalgica, vanno recuperati sino un fondo la lezione e l’azione di uomini come Carlo Donat-Cattin che dovettero affrontare, in altri tempi, una altrettanto ed esplosiva “questione sociale”. Ora, è evidente che le stagioni storiche scorrono rapidamente e le ricette di un tempo devono essere adeguate, riviste ed aggiornate. Ma un punto, tra i tanti che si possono apprendere dal passato, resta di una straordinaria attualità. E riguarda proprio quello che Donat-Cattin, appena approdato al Ministero del Lavoro alla fine degli anni ‘60, si impegnò concretamente a fare per innescare una forte discontinuità. Ovvero, diceva il leader della sinistra sociale della Dc in quel periodo, “il dato politico nuovo deve consistere nel dare alla politica sociale complessiva un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico/ amministrativa”. 

Insomma, per Donat-Cattin, proprio “l’istanza sociale” doveva “farsi Stato”. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. E questo perchè il suo radicamento nel sociale si saldava con le esigenze più mature e moderne dello Stato di diritto. In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin di porre la “questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni. Scelte che ebbero conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari italiane seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di braccia e di intelligenza pratica. La sua ambizione – e come dovrebbe essere oggi – era più grande: egli voleva che nell’architettura amministrativa dello Stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo.

Ecco, ho voluto ricordare, succintamente, un tassello – peraltro centrale – del magistero politico, culturale ed istituzionale di un leader politico come Carlo Donat-Cattin per arrivare ad una conclusione legata all’attualità. Ovvero, se il Centro – che comunque sarà presente alla prossima consultazione elettorale nazionale – vuole darsi anche un profilo politico, culturale e programmatico serio e credibile pur senza cedimenti classisti o fumisterie ideologiche, faccia anche e soprattutto della “questione sociale” un tema centrale della sua azione, del suo progetto e del suo profilo politico e culturale. Sarebbe una bella ed importante risposta alla cultura tecnocratica e al vuoto della politica che continua, purtroppo, a caratterizzare il dibattito pubblico nel nostro paese. Dopo la sbornia populista e demagogica dei 5 Stelle, sarebbe, questa, una bella e significativa risposta politica e di contenuto.

FIGLI CONTESI GENITORI CONFLITTUALI Sentimenti ed emozioni sono l’ultima frontiera delle LIBERTÀ personali

Quando finisce una relazione sentimentale, insorgono solitamente conflitti che penalizzano il soggetto o i soggetti con maggiore fragilità. È di evidenza solare che quando prevale la ricerca di una soluzione ragionevole ed equa e si usa la buona volontà per venirsi reciprocamente incontro si smussano le occasioni di attrito e si mette davvero il figlio al centro delle attenzioni e dell’impegno di entrambi

 

Quando i figli si trovano collocati al centro dei conflitti di coppia si materializzano situazioni emotivamente complesse, non di rado apertamente dolorose e insostenibili per tutti: per i due genitori a causa delle relazioni quasi sempre reciprocamente ostili e per i figli stessi che finiscono per essere inglobati e coinvolti nella contesa e condividono loro malgrado condizioni di malessere e sofferenza.

I dissidi originano prevalentemente dalla crisi del rapporto sentimentale tra marito e moglie, compagno e compagna ma sono molte le ragioni per cui una storia d’amore può finire e subentrano sentimenti nuovi: indifferenza, intolleranza, incomprensione a volte persino odio e rancore.

Sono stati scritti libri, romanzi, trattati, poesie, preghiere sul sentimento dell’amore e sui suoi opposti e contrari: non è nelle mie intenzioni aggiungere o togliere una parola, non è questo il senso di questo scritto.

Ogni storia è una storia a sé e io aggiungerei: “per fortuna è così”. Sentimenti ed emozioni sono l’ultima frontiera delle libertà personali, non c’è un inizio e una fine, un alto e un basso, un meglio e un peggio, forse nemmeno un ‘giusto’ e uno ‘sbagliato’, almeno in senso relativo. Appartengono ad ogni esistenza e insieme ad essa sono unici e irripetibili, fanno parte integrante del mestiere e della fatica di vivere: ognuno risponde ad una sua coscienza, qualche volta a capo chino e col cappello in mano. Molta parte di ciò che ci riguarda va per la sua strada e non è sempre quella che avremmo scelto noi.

Subentrano poi delle regole e delle convenzioni culturali e sociali che fanno sì che ogni vita e ogni storia possano inserirsi nel grande contenitore della narrazione universale, quella che racconta dell’umanità intera e ci permette di riconoscere e distinguere una vicenda a lieto fine da una andata male, il rispetto dalla prevaricazione, l’armonia dalla violenza, la generosità dall’egoismo. Sono quei valori condivisi che ci rendono reciprocamente civili. Se i vissuti affettivi riguardano solo i diretti interessati la soluzione del conflitto è una questione a due ma se ci sono uno o più figli la vicenda si fa subito più complessa perché questo tertium genus,

questo terzo polo crea una triangolazione di diritti e doveri, di bisogni e di ruoli che merita una più attenta considerazione.

Il soggetto più debole è sempre il minore e ogni ipotesi di accordo deve tener conto di questa priorità. Quando i genitori non ce la fanno da soli ad uscire dal pantano della crisi di coppia, specialmente  perché la presenza dei figli richiede un patto “super partes”, occorre un intervento esterno che esplichi la necessaria funzione di aiuto, sostegno, integrazione e verifica. Se bisogna ristabilire una ‘sostenibile situazione di non belligeranza’, il ruolo esercitato dai vari soggetti che possono contribuire a questo scopo consiste innanzitutto nel favorire con delicatezza il ripristino di un clima colloquiale nelle relazioni di coppia.

Ascolto e dialogo sono i due canali privilegiati per conseguire questo scopo, ricerca e pratica della umana comprensione. Prima di definire ogni successiva ipotesi di regolamentazione deve essere chiaro ad entrambi i genitori che la più importante azione di tutela va esercitata verso i loro figli, bambini o adolescenti. Spesso infatti i differenti punti di vista dei padri e delle madri sono viziati da un peccato d’origine: quello di ricostruire le vicende e di immaginare le soluzioni a partire dalle rispettive spiegazioni e verità, che finiscono così per essere proposte come misura di ogni valutazione ritenuta oggettiva.

Come in un duello, quasi mai cavalleresco, i due contendenti partono lancia in resta, armati e bardati di tutto punto per vincere la posta in palio: la gestione affettiva e organizzativa della vita di quello che un tempo era soprattutto il frutto del loro amore e il motivo della loro unione. Ciascuno dei due genitori rivive soggettivamente la storia di coppia e cerca di attingere in questa rivisitazione autobiografica la prevalenza e l’attualità delle proprie ragioni: si tratta degli argomenti che ciascuno dei due butta sul piatto di quella bilancia che regolerà la gestione della vita del figlio conteso, affinché penda dalla propria parte e soddisfi le esigenze e le aspettative ritenute più legittime, cercando il suo preminente interesse.

Peccato che a volte i buoni propositi non coincidano con le effettive realizzazioni né preludano spesso ad azioni ad essi coerenti: un conto sono infatti le motivazioni addotte per dimostrare la congruità del proprio ruolo genitoriale un conto le rivalse contro l’ex partner generalmente tese a dimostrare la sua inidoneità di padre o di madre. Il senso della sottolineatura è che in genere prevalgono le ragioni della diaspora e del contendere su quelle della ricomposizione, solitamente infatti i genitori cercano di accaparrarsi a tutti i costi una  eloquente vittoria piuttosto che accontentarsi di un onorevole pareggio.

E poi c’è pure da aggiungere che molti vivono con enfasi partecipativa un’eventuale successiva battaglia legale per dimostrare la legittimità e la congruità delle proprie richieste e confutare le argomentazioni “di controparte”: piace il colpo di teatro, la battuta ad effetto, il gioco delle parti, lo scambio delle accuse, la libera e liberatoria interpretazione retrospettiva. In genere non si disdegna, almeno a partire dalle schermaglie iniziali, di metabolizzare intensamente il momento del confronto-scontro, di norma infatti ciascuno dei due genitori ha interiorizzato una propria tesi che potrebbe rivelarsi vincente. Succede infatti che la fase di transizione del confronto e della mediazione in vista dell’accordo, di per sé preliminare ad una regolamentazione stabilizzante, venga invece vissuta come una estesa parentesi dove sostare e quasi indugiare a lungo, per chiarire fino in fondo e magari imporre i propri punti di vista rimestando il coltello nella piaga della sofferenza e del rancore.

Questa è una tendenza generalizzata che presenta le ovvie eccezioni rispetto a situazioni dove il padre e la madre si accordano in modo pacifico, nella reciprocità dei ruoli (chi ha il bambino con sé e chi invece lo vuole vedere e frequentare) su come, dove e quando il figlio può incontrarsi insieme o separatamente con loro. È di evidenza solare che quando prevale la ricerca di una soluzione ragionevole ed equa e si usa la buona volontà per venirsi reciprocamente incontro si smussano le occasioni di attrito e si mette davvero il figlio al centro delle attenzioni e dell’impegno di entrambi. La soluzione migliore per tutti è certamente quella che ricorre nei casi di accordo pacifico tra il padre e la madre: “normalmente sta con me ma lui/lei potrà vederlo e incontrarlo liberamente previe opportune intese di volta in volta”.

Non sempre, purtroppo, ricorrono i presupposti oggettivi per una soluzione così libera dai lacci e laccioli dei veti e dei vincoli, infatti il contenzioso si attiva nel momento in cui un genitore mette in discussione le competenze e l’affidabilità dell’altro.

SALA e DI MAIO S’incontrano in privato ma SINDACO e MINISTRO proiettano in pubblico la loro ricerca di spazio.

Riunione riservata, ieri mattina, in casa del sindaco di Milano. Alla fine dell’incontro nessuna dichiarazione. Il rischio è che tra il Primo cittadino e il Ministro degli esteri non venga fuori una proposta davvero attrattiva sul piano elettorale.

La notizia non è giunta inaspettata. Da giorni si parlava di questa possibile mossa, dopo che Sindaco e Ministro nulla avevano fatto per smentire l’esistenza di una crescente simpatia politica. A New York, circa un mese fa, l’approccio iniziale: entrambi in USA, per l’ONU, pare abbiano tratteggiato nell’occasione lo schema di questo dialogo impegnativo. Dovrebbe essere la piattaforma capace di aggregare altre disponibilità, dalla Gelmini alla Carfagna, per inventare un nuovo centro.

In verità, Sala non ha interesse – ripete in continuazione – a qualificarsi come artefice di tale operazione centrista. Non gli piace e non gli appartiene. Di fatto, confida sull’evenienza di un rimescolamento di carte, anche al centro, con l’obiettivo finale di rafforzare lo schieramento progressista. Non si sa con quali affidamenti 

Carlo Calenda (Azione) ha subito reagito con fastidio scrivendo su twitter: “Davvero mi sfugge come Beppe Sala possa anche solo pensare che un tandem con Di Maio porti qualche beneficio a lui o al Paese. Il centro come ricettacolo di ogni trasformismo – ha aggiunto – non è un progetto politico, ma un ufficio di collocamento. Di quelli gestiti dai navigator”. Sulla stessa lunghezza d’onda si è trovato Benedetto Della Vedova, per il quale, evidentemente, il centro alleato del PD non raccoglie grande entusiasmo. Perlomeno non lo raccoglie, nel pensiero degli ex radicali di +Europa, tra quanti sono propensi a una vera battaglia di modernizzazione del Paese.

Che impressione si ricava dall’iniziativa del tandem Sala-Di Maio? Certamente è un fatto che merita attenzione, se non altro perché stiamo parlando del Sindaco della città motore del Paese e del Ministro fuoriuscito dal M5S in chiave di ripudio del populismo. È però necessario un distinguo laddove fosse chiaro che l’unica ambizione concreta fosse quella di aggregare alla rinfusa, senza un progetto chiaro, i frammenti di un elettorato insoddisfatto. Alla fine, c’è anche il rischio che l’operazione imploda, lasciando detriti sul campo. 

Accade talvolta che una minoranza attiva, con personalità capaci di accarezzare il sentimento popolare, invece di conquistare il proscenio della politica si avviti nella logica della testimonianza a basso regime. Partire infatti con l’idea di essere minoranza, per poi diventare un gruppuscolo solitario e pretenzioso – non importa se di centro – è quanto di più deludente. D’altronde, non si capisce al momento quali siano le ragioni che giustifichino la formazione di un nuovo partito nel quadro del rinascente centrosinistra. Senza basi solide, idealmente forti, non si edifica nulla di attendibile e duraturo.   

OPPORTUNISMO E RESPONSABILITÀ La crisi del M5S nella fase di “messa a terra” del PNRR

Sarebbe grave nterrompere il lavoro che il governo sta facendo per contrastare le difficoltà economiche create dalla pandemia e dal conflitto russo-ucraino, il ritorno dell’inflazione, la crescita dei prezzi e l’impennata di contagi dovuti alle nuove varianti Covid, avviando nel contempo un proficuo impiego delle risorse PNRR.

 

Il risultato dell’ultima tornata amministrativa ha indubbiamente portato qualche buona notizia in casa del centrosinistra, ma guai a lasciarsi andare a trionfalismi che stonerebbero con la dimensione locale del test politico e con il preoccupante dato del crescente astensionismo che vede, ormai sistematicamente, rinunciare al voto circa la metà degli aventi diritto.

 

È peraltro realistico immaginare che in occasione delle prossime elezioni politiche la destra – facendo di necessità virtù – possa ritrovare quell’unità che è mancata fino ad oggi; la voglia di vincere, soprattutto a destra, è sempre stato un buon collante.

 

I recenti risultati elettorali hanno avuto un effetto devastante su quel che fu il Movimento Cinque Stelle, determinando di fatto l’uscita di Di Maio con un folto gruppo di parlamentari in cerca di fortuna; come spesso accade le elezioni amministrative hanno quindi delle ripercussioni sul quadro politico nazionale con possibili effetti destabilizzanti anche sull’esecutivo. Può sembrare perfino superfluo dirlo, ma in questo momento non si sente davvero la necessità di una crisi che interrompa il lavoro che il governo sta facendo per contrastare le serie difficoltà economiche create dalla pandemia e dal conflitto russo-ucraino, il ritorno dell’inflazione, la crescita dei prezzi e l’impennata di contagi dovuti alle nuove varianti Covid, avviando nel contempo un proficuo impiego delle risorse PNRR.

 

In casa pentastellata la rabbia per gli scarsi risultati elettorali rischia di trasformarsi in una condizione di disagio per la permanenza nel perimetro della maggioranza di governo; è forte il rimpianto nel M5S per i tempi in cui dall’opposizione si strillavano slogan e si esibivano soluzioni per risolvere più o meno tutti i problemi. Anche la Lega mostra una crescente sofferenza per l’azione di logoramento che subisce sul fronte destro ad opera della Meloni; e anche in questo caso analisi sbrigative e superficiali portano la Lega (e Salvini in particolare), almeno una volta al giorno, a pentirsi di essere nel Governo Draghi. 

 

Ma in entrambi i casi è ormai tardi per collocarsi all’opposizione, troppo tardi per non farle apparire come operazioni di mero opportunismo per tentare di recuperare qualche consenso. Sottrarsi all’impegno di governare il Paese nel momento più difficile della legislatura, darebbe infatti l’idea di una ingiustificabile fuga dalle responsabilità per giocare la carta di inutili e colpevoli tatticismi.

CULTURA D’IMPRESA L’industria deve saper comunicare se stessa. Il libro di Calabrò (Osservatore Romano)

Il mondo industriale italiano si sta interrogando su come rimettersi alla guida di un processo di sviluppo (sostenibile) del Paese. Del resto più che di una scelta si tratta di una necessità, se si vuole competere.

Proponiamo per gentile concessione la recensione, che L’Osservatore Romano pubblica nell’edizione odierna, del libro di Antonio Calabrò, L’avvenire della memoria. Raccontare l’impresa per stimolare l’innovazione, Edizioni Egea, Milano, 2022 .

 

Marco Bellizi

 

L’Italia del dopoguerra, come è noto, è cresciuta in maniera impetuosa grazie non solo agli aiuti arrivati da oltreoceano, ma grazie anche a quegli industriali che si sono fatti carico di ricostruire un intero Paese attraverso la propria laboriosità e il proprio ingegno. Ai nostri giorni non c’è economista, sociologo o politologo che non si volga con sguardo malinconico alla stagione in cui personaggi come Olivetti pensavano alla fabbrica come centro di una comunità, attorno alla quale crescevano case, scuole, una cultura della bellezza a tutto tondo. Una cultura del fare e del fare bene. Un’imprenditoria che sarebbe poi svanita nel fumo del conflitto di classe, lasciando spazio, dopo aver prevalso nel confronto anche cruento degli anni ‘70, a una classe dirigente di altro tipo, con altra cultura e altri obiettivi.

 

Era, quello del dopoguerra, un gruppo di “capitani d’industria” caratterizzato da una consistente componente etica, forgiato dal conflitto mondiale, ma aperto a un futuro che si pensava potesse essere radioso e progressivo. C’è oggi un movimento economico-culturale che si rivolge a quella esperienza, in un momento in cui ci si rende conto che il modello di sviluppo utilizzato dagli anni ’80 in poi del secolo scorso è in fase di esaurimento. Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli, presidente di Museimpresa, nel suo libro L’avvenire della memoria. Raccontare l’impresa per stimolare l’innovazione (Edizioni Egea, Milano, 2022, pagine 129, euro 16) aggiunge a questo “amarcord” l’appello a rimettere l’impresa al centro della vita culturale del Paese. Non un semplice auspicio, ma l’invito a tornare a comunicare quello che l’industria italiana sta già facendo adeguandosi alle nuove necessità, a un mondo che giustamente chiede di porre il benessere della persona come obiettivo produttivo invece che come mera leva dei consumi.

 

L’industria italiana, sostiene Calabrò, ha le carte in regola per una stagione simile a quella del dopoguerra. Deve però saper comunicare se stessa, così come avveniva un tempo attraverso le sue storiche pubblicazioni, la «Rivista Pirelli», il «Gatto selvatico» di Eni, la «Comunità» di Olivetti, la «Civiltà delle macchine» di Finmeccanica-Iri, periodici (house organ si direbbe forse oggi) che ospitavano dibattiti culturali, articoli degli intellettuali illustri dell’epoca, progetti e aspirazioni, veicolando l’idea di un mondo nuovo, ancora da creare.

 

L’operazione di cui si parla non è facile né scontata: «C’è il fatto — scrive Calabrò — che la figura stessa dell’imprenditore ha una sua carica di ambiguità» e il risentimento sociale è sempre un elemento di cui tenere conto. Tuttavia, ricorda Calabrò, che è anche vicepresidente dell’Unione industriali di Torino, «sono le imprese, oggi, a interpretare il ruolo principale di ascensore sociale, in un’Italia troppo a lungo ferma, stagnante, invecchiata, lenta a crescere, scarsamente incline alla mobilità»; l’industria italiana è molto più avanti di quanto non si pensi, «legata ai territori, attenta alle dimensioni della qualità e della bellezza, sta crescendo e incorporando i valori della sostenibilità ambientale e sociale tra le ragioni di fondo della competitività sui mercati globali». Bisogna fare di più, naturalmente. Per Calabrò bisogna prendere la strada di un rilancio dell’approccio keynesiano; lo Stato deve tornare a mettere le imprese in condizioni di operare nel senso sopra indicato, creare i presupposti di un “remade in Italy”. «Per la filiera produttiva — scrive l’autore — dovrà aprirsi un tempo in cui il territorio sia fonte di valore nella sua dimensione di bene comune da rigenerare>. 

 

Ci sono dei nuovi “capitani d’industria” animati dall’aspirazione di edificare un Paese e non solo dalla fame di accumulare profitti. Ed è positivo che il mondo industriale italiano si stia interrogando su come rimettersi alla guida di un processo di sviluppo (sostenibile) del Paese. Del resto più che di una scelta si tratta di una necessità, se si vuole competere. Ma con una avvertenza: in un’economia che aspira ad essere circolare (il “Rapporto Symbola” sulla green economy, citato nel libro, evidenzia come le imprese italiane siano leader europei sotto questo aspetto) va trovato spazio anche alla dimensione del conflitto, che per sua natura interrompe ogni circolarità. «La cultura d’impresa è estranea alla vuota retorica», osserva nel libro Calabrò, e dunque occorre non cadere nell’errore di un’autoreferenzialità sognante. La realtà è complessa e se è vero che ogni trasformazione crea, appunto, tensione il punto fondamentale è come porsi di fronte a quest’ultimo. Ma questa è un’altra storia.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 7 luglio 2022

Follini, ci vuole un patto tra i partiti più forti: celebrare vittorie effimere, come nelle amministrative, logora la democrazia.

È un’illusione pensare che una vittoria di parte, quale che sia, ponga rimedio a una crisi di grande portata. Così, l’unica strada che resta ora è quella di un patto sulle regole, almeno tra i partiti più forti. Non si può andare avanti in questo modo. L’articolo è tratto, per gentile concessione, dall’ultimo numero de “La Voce del Popolo”, settimanale diocesiano di Brescia. Titolo originale: “L’eccessiva enfasi nasconde i problemi”.

 

Si avverte un eccesso di enfasi nella celebrazione che il centrosinistra va facendo degli ultimi risultati amministrativi. Pari a quella che quindici giorni fa andava facendo il centro-destra dalla parte opposta. Gli uni festeggiano oggi l’espugnazione di Verona e Monza. Gli altri celebravano due settimane fa l’altrettanta espugnazione di Palermo e Genova. 

Ora, non si vorrebbe guastare la festa né agli uni né agli altri. Solo sottolineare che ogni vittoria di questi tempi pare piuttosto effimera, e ogni previsione fin troppo ottimistica. Il dato vero è semmai la sempre più massiccia diserzione dalle urne. Cosa che evoca, inevitabilmente, una crisi di sistema assai più profonda delle singole difficoltà che attanagliano di volta in volta l’una e l’altra metà. 

È un’illusione pensare che una vittoria di parte, quale che sia, ponga rimedio a una crisi di questa portata. Semmai servirebbe che le parti, tutte, si dedicassero a un’opera comune di tessitura istituzionale. Argomento che stride con le logiche elettorali, si sa. Ma stride un po’ meno con gli interessi vitali del paese. In questi anni di illusioni se ne sono consumate fin troppe. 

Che i partiti ritornassero quelli di una volta. Che i tecnocrati fossero capaci di operare miracoli anche politici. Che i populisti rigenerassero i nostri costumi. Non è accaduto nulla di tutto questo. Così, l’unica strada che resta ora è quella di un patto sulle regole, almeno tra i partiti più forti. Improbabile, si dirà. È vero. Ma è ancor più improbabile che si possa continuare così.

 

Per saperne di più

http://edicola.lavocedelpopolo.it/vocepopolo/newsstand

Alleanze, adesso si faccia nella chiarezza. E senza furbizie.

È inutile richiamare l’attenzione sul fatto che il “centro” che si va costruendo in vista delle elezioni – e che sarà presente nella consultazione della prossima primavera – opta per una prospettiva di centro sinistra senza alcuna deriva o condizionamento massimalista, populista o anti politico.

 

Dunque, le elezioni si avvicinano e la politica italiana cerca di uscire faticosamente dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare che l’ha contraddistinta in quest’ultima legislatura. Una delle stagioni più squallide e decadenti nella lunga storia democratica del nostro paese, caratterizzata da una profonda crisi politica, culturale e soprattutto etica.

 

Ora, di fronte a questo scenario, forse è arrivato anche il momento di sciogliere il nodo delle alleanze. O meglio, delle coalizioni da ricostruire dopo la sbornia populista, demagogica e anti populista scaturita dal voto del marzo 2018. Quella fase, fortunatamente, volge al termine e la bolla populista si sta sciogliendo, seppur lentamente, come neve al sole e non si può, di conseguenza, non aprire una nuova stagione.

 

Molto, però, dipende dalle scelte concette dei partiti. O almeno, dei principali partiti italiani. A cominciare, appunto, dalla scelta concreta che farà il Partito democratico. E da cosa decide il Pd dipende anche, seppur in parte, il futuro del partito di “centro” che si va configurando e consolidando, malgrado gli atteggiamenti grotteschi se non addirittura ridicoli di chi all’interno di quest’area politica e culturale continua a distribuire patenti di competenza, di onestà e di presentabilità a destra e a manca. E quindi anche al centro. Nello specifico penso, com’è evidente a tutti, a Calenda e al suo partito.

 

Ma, al di là di Calenda, nel merito si confrontano almeno tre prospettive politiche all’interno del Pd, al di là e al di fuori del sempre più misterioso “campo largo”.

 

C’è chi pensa di riproporre, con una versione aggiornata e rivista, l’antica e mai sopita “vocazione maggioritaria” del partito. Una sorta di revival gramsciano che vede il Pd al centro di tutte le operazioni politiche supportato da alcuni “satelliti” scelti dall’alto come semplice truppa di complemento da contrapporre alla destra.

 

C’è chi, invece, pensa ancora in modo forte e determinato a stringere un‘alleanza organica e duratura con il partito populista per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte, in nome e per conto della solita, e ormai un po’ noiosa, alleanza contro la destra illiberale, fascista, sovversiva, sovranista e chi più ne ha più ne metta. La solita solfa che viene recitata ormai a memoria da svariati decenni dalla sinistra post comunista alcuni mesi prima di celebrare le elezioni politiche nazionali. Un modo questo, però, per non battere e archiviare definitivamente la mapalapianta del populismo demagogico, anti politico, giustizialista e manettaro che continuerebbe, purtroppo, a circolare nel sottosuolo, e non solo, della società e della politica italiana.

 

E c’è chi, invece, con maggior realismo e coerenza politica, punta a ricostruire dalla fondamenta un vero e credibile centro sinistra di governo. Autenticamente riformista e democratico. Un progetto, questo, che non contempla affatto la deriva populista e che punta, semmai, ad archiviare definitivamente una stagione politica che sarà ricordata per i danni che ha provocato al paese e per la distruzione di alcuni caposaldi costitutivi della nostra democrazia rappresentativa e costituzionale.

 

Ecco perchè, adesso, si tratta di capire quale di queste strade sarà intrapresa. Con l’avvertenza che ognuna delle prospettive politiche richiamate, e ben presenti nel dibattito interno al Pd, avrà delle ricadute politiche altrettanto precise e definite all’interno della cittadella politica italiana. È inutile richiamare l’attenzione sul fatto che il “centro” che si va costruendo in vista delle elezioni – e che sarà presente nella consultazione della prossima primavera – opta per una prospettiva di centro sinistra senza alcuna deriva o condizionamento massimalista, populista o anti politico. Se così non fosse, credo, ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Come, del resto, capita sempre in politica per le scelte concrete che un partito fa e compie.

Tempo di convegni e di strategie elettorali.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo dell’amico Bonalberti precisando, per correttezza, che la redazione nutre dubbi sulla opportunità di una iniziativa di “ricomposizione al centro” che pare in sostanza destinata, una volta di più, a ricomporre lo schieramento di centrodestra, senza nessuna distinzione rispetto alla destra nazional-sovranista.

 

Si è aperta la stagione dei convegni e degli incontri politici estivi, tanto più interessanti alla vigilia delle elezioni sempre più vicine. Si incontrano le correnti del PD, come quella del ministro Franceschini a Cortona e si annunciano incontri, in presenza fisica o virtuale via web, all’interno e tra i partiti, movimenti e associazioni delle diverse aree politiche. Non è ancora chiaro con quale legge elettorale si andrà a votare, ma, sia che permanga il rosatellum maggioritario, o che, alla fine, si adotti una legge proporzionale con sbarramento, è opportuno utilizzare il periodo estivo-autunnale per mettere a punto le strategie e le tattiche in vista delle elezioni programmate per la primavera 2023.

 

Oggi, poi, è un momento particolarmente importante per l’area politica cattolico democratica e cristiano sociale, oggetto della riflessione svolta da Marco Damilano su il “Domani” (4 Luglio 2022), commentata in maniera approfondita  dal sen. D’Ubaldo, ieri , su “Il Domani d’Italia”. “Il ritorno dei cattolici in politica” da Zuppi a Tommasi, è il titolo dell’articolo di Damilano, che evidenzia molti argomenti su cui discutiamo da diverso tempo. Avendo vissuto in tutta la sua estenuante durata la stagione della diaspora democratico cristiana (1993-2022), alla vigilia delle prossime elezioni politiche è tempo di tentare la raccolta della semina sin qui compiuta. 

 

Viviamo ancora oggi una situazione di stallo, caratterizzata da diversi tentativi di ricomposizione, ahimè, quasi tutti inficiati dall’eterno vezzo italico per il quale tutti vorrebbero coordinare e nessuno vuol essere coordinato. Permane la distinzione propria della fase ruiniana tra teocon e teodem, che si traduce, in molti casi, nella divisione tra i sostenitori dell’alleanza a destra con quelli di un rapporto privilegiato a sinistra; ultimi colpi di coda di una dicotomia che ha origini ancor più antiche, alcune delle quali risalenti al tempo della scelta divisiva del “preambolo”, al congresso della DC del 1980. 

 

La grave situazione internazionale causata dalla guerra di invasione russa in Ucraina e lo sconvolgimento degli equilibri internazionali fissati a Yalta (Febbraio 1945), nella nuova realtà multipolare che si sta delineando nei rapporti tra le grandi potenze, assegnano alla politica estera un ruolo decisivo per qualsivoglia opzione strategica che si intenda perseguire in vista delle prossime elezioni politiche. Ritengo, infatti, che di là delle vecchie distinzioni tra centro destra e centro sinistra, il prossimo scontro elettorale sarà imperniato sul confronto scontro tra partiti schierati nettamente a sostegno della scelta euro atlantica e partiti sovranisti e nazionalisti, in Italia guidati dal duo Meloni-Salvini. Il grande travaglio presente nel mondo cattolico, che richiederà tempi di soluzione incompatibili con quelli più brevi imposti dalla politica italiana, ci costringerà a scegliere inevitabilmente sulla base dell’opzione decisiva in politica estera. 

 

Fu così per la DC di De Gasperi, all’indomani della seconda guerra mondiale e, seppur in una diversa situazione interna, lo sarà anche per noi il prossimo anno. Personalmente ho sempre sostenuto l’idea che compito dei DC e dei Popolari avrebbe dovuto essere, come credo ancora sia, quello di concorrere a costruire un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista e filo atlantico, alternativo alla  destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra tuttora in cerca della propria identità. Una sinistra nella quale permangono visioni etico morali antitetiche ai valori non negoziabili di noi cattolici, tanto da rendere concreta l’idea di Augusto Del Noce di una sinistra “partito radicale di massa” con cui, per molti dei nostri elettori, risulta difficile, se non impossibile, la collaborazione. 

 

E’ tempo però di assumere, tra quanti sostengono l’opzione euro-atlantica, una seria disponibilità a comprendere gli uni le ragioni degli altri, riconoscendosi unitariamente nei valori fondanti della nostra Costituzione. Con l’amico Carlo Giovanardi (Popolari Liberali) abbiamo deciso di ritrovarci in una riunione online, nel mese di Luglio, per una prima verifica con quanti sono interessati al progetto di ricomposizione politica della nostra area. Molti hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa; altri hanno confermato la loro partecipazione; qualcuno ha espresso riserve, nel timore di pregiudiziali sulle alleanze. Scelte queste ultime che, condivisa quella sulla politica internazionale dell’Italia, ritengo si debbano fare solo dopo che, anche sulla politica economica, finanziaria e sociale, ossia sul programma, si saranno trovati i necessari accordi. Anche dalla base si stanno muovendo positivamente con il medesimo obiettivo, stanchi delle incertezze e dei rinvii dei vertici nazionali. E’ il caso degli amici molisani del “Centro Leone XIII” di Rionero in Vulture e degli “Amici dei valori della DC”, con la loro pagina facebook; azioni che, partendo dai territori, tentano di coinvolgere il maggior numero di adesioni di movimenti, gruppi, associazioni, in preparazione di un’assemblea costituente per la ricomposizione politica dei DC e Popolari, assolutamente indispensabile qualunque possa essere, alla fine, la legge elettorale con cui si voterà nel 2023, anche per scegliere una rinnovata classe dirigente coerente con la nostra migliore tradizione.

 

I “nuovi cattolici” nell’analisi di Damilano: dove vanno politicamente? Basta il Pd o serve altro?

La ricognizione ad ampio raggio dell’ex direttore dell’Espresso mette in luce il rinnovato protagonismo dei cattolici nella società italiana. Questa spinta prima o poi esige uno sbocco politico.

Sul “Domani” è apparso ieri un lungo e ricco resoconto di ciò che agita e sostiene l’impegno dei cattolici in Italia. Lo ha scritto l’ex direttore dell’Espresso, Marco Damilano, che unisce la capacità di maneggiare la storia del cattolicesimo politico e cogliere le novità, con lo spirito del cronista e del saggista, per capire l’evoluzione della sinistra, in particolare di una sinistra che in altri tempi si sarebbe definita inquieta. Tutto ciò che si muove, increspa il mare delle idee, trasferisce energia dal pensiero all’azione, viene costantemente aggiornato e ricomposto nel caleidoscopio del giornalista concentrato sulle oscillazioni della politica.

Cosa viene fuori dall’incursione di Damilano nel mondo variegato del cattolicesimo democratico e sociale? Basta leggere le conclusioni per rintracciare il filo rosso della sua elaborazione analitica: “I cattolici si sono ritrovati, come tutti gli altri italiani, con una politica senza società e una società senza politica. Così è appassita la «bellezza della democrazia», come la chiama Zuppi, don Matteo”. Non deve ingannare l’apparente pessimismo giacché la lente dell’investigatore ha messo in evidenza la ripresa di un fermento che genera una iniziativa molecolare, diffusa, penetrante; un fermento, cioè, che il vecchio Maritain aveva intravisto e caldeggiato sulla scia del Concilio parlando, a proposito dei cristiani impegnati nella società, di “minoranze profetiche di choc”.

Il problema è capire come si ricompone questo mosaico di esperienze nuove – ognuna però con antecedenze e collegamenti esplicativi di una  tradizione ancora viva – che oggi lo spontaneismo della testimonianza può anche isterilire. Che opere buone di credenti siano ben accolte e rispettate, non appare in discussione; che alcune personalità lascino il segno – basti pensare a David Sassoli -, nemmeno questo viene messo in dubbio; ma che di per sé, in mancanza di una qualche tensione unitiva, le variegate forme di rinascita mantengano l’eterna fragilità e incompiutezza del cosiddetto cristianesimo sociale, anche questo o soprattuto questo non dovrebbe essere ignorato. 

Il discorso ha le sue increspature, non sempre facili da trattare, perché coinvolge subito la politica e quindi la “forma partito” che dovrebbe riconoscere e valorizzare l’apporto dei cattolici d’oggi, certamente con tutta la loro rinnovata sensibilità civica. Esiste già questo luogo di rappresentanza, grosso modo nel perimetro di un Pd fortemente comprensivo in origine degli idola specus del popolarismo, oppure se ne avverte l’assenza, quanto meno la debolezza intrinseca, da cui nasce l’insoddisfazione? Dentro l’astensionismo e la frammentazione politica c’è di tutto, a buon conto anche questa contagiosa sensazione di disagio. Ci sono segnali che vanno raccolti. D’altronde, la pura registrazione dei fenomeni a lungo andare è destinata a perdersi nel sociologismo. E in effetti, ogni manifestazione di effervescenza e creatività ha bisogno di una formula di ricomprensione che chiama in causa la politica, essendo  propria della politica la responsabilità del lavoro di sintesi generale. Hic Rhodus…

 

 

Il ritorno dei cattolici in politica 

Il mondo cambia, l’America è divisa, la democrazia  subisce l’erosione delle piattaforme digitali. Cosa può fare l’Europa?

Non c’è dubbio che, comunque la si pensi, stiamo assistendo a un momento epocale. I padroni delle piattaforme digitali, note anche come Over the top, si sono trasformati in centri di potere. Serve una reazione da parte della politica “vera”, quella realmente democratica, che metta sotto controllo questo sistema imponendo il rispetto di regole finora ignorate. L’Europa potrà giocare un ruolo decisivo (se lo vorrà) su questo fronte.

 

La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti a maggioranza “trumpiana”, che ha di fatto abrogato il diritto di aborto (rinviando la decisione ai tribunali dei singoli Stati) pone all’opinione pubblica una questione fondamentale: la democrazia americana, così come la conosciamo con il suo modello di contrappesi istituzionali (check and balances) è in declino?

 

Non c’è dubbio che, comunque la si pensi, stiamo assistendo a un momento epocale. Tutto sta cambiando rapidamente e nulla sarà più come prima: la società e i confitti (la terza guerra mondiale “a pezzetti”); l’economia che trasforma il lavoro (professioni che scompaiono, altre, mai immaginate, che nascono); il cambiamento climatico (in realtà più auspicato che realizzato) e il rispetto verso un ambiente sempre più al collasso, come si vede bene in questo periodo. Anche i sistemi politici e i modi di governare subiscono un mutamento radicale: le forme e i modelli che conosciamo si stanno modificando, diventando qualcosa di inedito e indefinibile.

 

Per fare un esempio, come è possibile che nel cuore del Paese democratico per eccellenza, gli Stati Uniti, un manipolo armato di pistole dia l’assalto al simbolo stesso della democrazia parlamentare (il Congresso) per giunta con evidenti responsabilità da parte dell’ex Presidente?Stiamo assistendo, insomma, a una modifica profonda di ciò che fino a ieri davamo per scontato. Come direbbe Gramsci, seppur in tutt’altro contesto: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. In gioco c’è il controllo del potere e la manipolazione delle masse e l’episodio dell’assalto al Congresso di Washington del gennaio 2021 rappresenta certamente un punto di svolta.

 

Coloro che hanno permesso, per un lungo periodo di tempo, di diffondere notizie false, offese e incitamenti all’odio senza muovere un dito (i padroni delle piattaforme digitali, note anche come Over the top) si sono trasformati  rapidamente in paladini dell’ultimo minuto. Ora, il tema non è se sia lecito che un imprenditore privato limiti l’accesso ai suoi prodotti ad alcuni clienti che hanno accettato le norme di comportamento, ma piuttosto sul grado di potere e di controllo che queste piattaforme digitali hanno su tutti noi. Un potere e un controllo costruiti nel tempo, offrendo accessi gratuiti e servizi in cambio di informazioni su dati e preferenze personali che diventano possibilità di influenzare le decisioni indicando chi è nel giusto o nell’errore, chi votare o non votare, chi premiare o sanzionare.

 

Forse è un segnale che il potere non è più soltanto nelle mani di governi democraticamente eletti dal popolo, ma in quelle di una stretta cerchia di amministratori delegati di società e piattaforme digitali (perlopiù esentasse, ma questo è un altro capitolo) che da tempo ormai controllano le masse, le condizionano, le dirigono sapientemente attraverso l’uso di dati e di informazioni che tutti noi offriamo gratuitamente collegandoci ogni giorno con i nostri account.

 

Come i lettori del Domani d’Italia sanno bene, non siamo dei complottisti e non stiamo certo immaginando una Spectre che si riunisce periodicamente per il controllo del mondo. Siamo però preoccupati perché le decisioni dei rappresentanti eletti hanno in realtà sempre meno influenza rispetto a quelle prese da un momento all’altro, spesso secondo il proprio umore, da Zuckerberg a Musk. Perché come ieri poteva essere il bando per Trump, domani potrebbe essere per chiunque altro. E a decidere saranno sempre le stesse persone.

 

È un tema vasto, che apre scenari inediti su molti fronti: dal commercio alle telecomunicazioni; dalla finanza alla filantropia; dai trasporti al diritto di opinione. È la nuova “classe dirigente” globale che avanza e che instaura un nuovo modello di sistema politico. È l’evoluzione di modelli di governance da sempre presenti nella Storia, che ha conosciuto imperi e monarchie, dittature e totalitarismi, nazionalismi e democrazie. Il futuro che si intravede è ora nelle mani di oligarchie sovranazionali, guidate da miliardari che badano soprattutto al proprio interesse.

A meno che non vi sia una reazione da parte della politica “vera”, quella realmente democratica, che metta sotto controllo questo sistema imponendo il rispetto di regole finora ignorate. L’Europa – ora che gli Stati Uniti con la presidenza Biden hanno enormi problemi anche sul fronte interno – potrà giocare un ruolo decisivo (se lo vorrà) su questo fronte. Fissando regole e leggi davvero in favore del “bene comune” e non di qualche manager aziendale. E al contempo ridando forza e dignità al sistema democratico. Come ha scritto di recente Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera “è indispensabile che venga spezzata la gabbia d’acciaio dei Trattati fondativi dell’Unione Europea i quali impongono l’unanimità per qualunque decisione di rilievo”. Questa è una decisione di assoluto rilievo. Sotto la guida di Mario Draghi, è auspicabile che l’Italia possa assumere un’iniziativa europea in tal senso.

Supersocietà, il futuro tra mondo distopico e libertà individuali e collettive.

Ci muoviamo nella direzione di una società distopica dove saranno determinanti i poteri forti che originano dalla prevalenza dell’economia, degli interessi espansivi e della pervasività tecnologica che esautora i valori dell’umanesimo in nome del pensiero che fa-di-conto, oppure riusciremo a conservare spazi di agibilità alle libertà individuali e collettive? 

La recensione del libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, Supersocietà. Ha ancora senso scommettere sulla libertà?, Edizioni Il Mulino, 2022.

Il nuovo secolo non può essere più descritto e interpretato con le metafore della complessità e della società liquida anche se nel continuum della storia esso ne è in qualche modo l’evoluzione e la conseguenza: abbiamo tuttavia bisogno di nuove spiegazioni per comprendere il tramonto della globalizzazione, uscendo da quel magma indistinto che ci ha costretto a vivere nel limbo dell’indeterminato e del possibile, in una condizione di latenza tra virtuale e reale, sostenibilità eco-sistemica e antropologica, conflitti generazionali e modelli di sviluppo a centrazione tecnologica. Un mondo lato ed esteso, senza una guida, per certi aspetti acefalo ed eterodiretto, nell’intersezione inestricabile di geopolitica e geoeconomia che ingloba la totalità della realtà, tra opposti e contrari. Pandemia, disastro ambientale e guerra sono fratture che rompono schemi narrativi e impongono distonie esistenziali e nuove chiavi di lettura, proprio nel momento in cui la transizione ecologica e la digitalizzazione si esplicitano come vettori nuovi e ineludibili di una direzione di marcia irreversibile. Procediamo cercando di conservare appartenenza e radici ma siamo potenzialmente soccombenti di fronte all’incedere ‘per shock’ dagli esiti imprevedibili. 

Quella che gli autori di questo libro – davvero informato ed esplicativo rispetto agli interrogativi del presente ed esplorativo, lungimirante e guardingo verso gli esiti di un futuro che avvertiamo a un tempo affascinante, inquieto, non rappresentabile – descrivono con una definizione sintetica ad alto contenuto connotativo è una “supersocietà” che prende corpo e incede in modo non lineare, attraverso derive di verticalizzazione, scenari di radicalizzazione delle disuguaglianze e incognite di nuovi conflitti verso la configurazione di un nuovo ordine mondiale sotto diversi profili di considerazione. Ci muoviamo nella direzione di una società distopica dove saranno determinanti i poteri forti che originano dalla prevalenza dell’economia, degli interessi espansivi e della pervasività tecnologica che esautora i valori dell’umanesimo in nome del pensiero che fa-di-conto, oppure riusciremo a conservare spazi di agibilità alle libertà individuali e collettive? 

Il pregio di questo lavoro ad alta densità di consapevolezza intorno all’esistente è quello di porre alcune questioni centrali senza dimenticare i corollari: valga per tutti il tema di una tecnocrazia fagocitante che si esprima solo attraverso gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, della ragione ridotta a calcolo e del ‘pensiero predeterminato’ applicato alla nostra vita senza difendere l’intelligenza pensante, l’immaginazione, fatta di errori e fallimenti ma anche di comprensione, aderenza alla concretezza dell’hic et nunc, creatività divergente, postulati etici che restituiscono libertà di scelta alla dimensione interiore e personale e a quella relazionale, per dirla con Tocqueville “l’interesse bene inteso”, ciò che noi chiamiamo più comunemente consapevolezza del bene comune.

L’antropologia del 900 ha gradatamente messo in evidenza la centralità dell’io con i suoi correlati identitari, il tema delle libertà individuali incrementato specularmente ai bisogni imposti dalla società dei consumi, l’utopia dei processi di crescita illimitata, l’ottimizzazione come modello di sviluppo applicabile in ogni campo dell’agire umano, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso è stata prevalente l’immagine dell’uomo ‘pulsionale’:  i limiti oggettivi posti dal contesto, i fallimenti individuali e collettivi, l’antropocene contestualizzato in un ambiente reattivo hanno determinato problemi adattivi di cui il concetto di sostenibilità è l’espressione che meglio descrive la necessità del principio di controllo a fronte di potenzialità illimitate in un pianeta limitato.

Quando queste tendenze espansive devono misurarsi con l’oggettività dei confini si pongono problemi di criticità e l’idea di controllo non è più vincolata ai condizionamenti delle libertà individuali e collettive ma diventa uno strumento di autoregolazione…”perché il mondo è cresciuto tanto velocemente che si sono determinati quegli squilibri a partire dai quali, dai primi anni 2000 in avanti, sono scaturiti degli shock che uno dopo l’altro stanno rimescolando le carte dell’ordine sociale mondiale”.

Gli autori portano gli esempi dell’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, della crisi finanziaria del 2007/2008, all’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia del 2020, fino al ‘brutale attacco’ all’Ucraina da parte della Russia a far data dal 24 febbraio 2022. Riflettendo sull’intensità ravvicinata e la virulenza di questi eventi (gli ultimi due ancora in corso) si deduce che nei periodi intermedi di apparente latenza l’umanità non è stata in grado di garantirsi ne’ una durevole stabilità ne’ un’evoluzione graduale e misurata sui piani del benessere e della sicurezza, “col paradosso che la difficoltà nel fronteggiare preventivamente le situazioni critiche non è dovuta tanto ad un’insufficienza di informazioni, quanto piuttosto alla loro ridondanza disordinata e quindi all’impossibilità di ricondurre la massa dei dati disponibili ad uno schema interpretativo condiviso e pertinente. Ciò rivela il difetto cognitivo di cui soffrono le società avanzate: viviamo in un mondo estremamente complesso, dove non riusciamo ad afferrare la catena delle interrelazioni”. In effetti lo scatenarsi planetario della pandemia era stato ampiamente previsto dagli studi sulla zoonosi di David Quammen in ‘Spillover’, come dall’analisi dei dati di biosostenibilità ambientale di Edward O. Wilson. Quanto all’invasione dell’Ucraina era un evento atteso dalla comunità internazionale, lo stesso Corriere della Sera lo aveva da tempo messo al primo posto degli shock mondiali attesi nel 2022.

Se pertanto la discontinuità è un modo di porsi del capitalismo, la sostenibilità e la digitalizzazione sono le due categorie che ne vanno ridefinendo l’attuale configurazione, recando con sé una serie di incognite rispetto al futuro: mentre la prima si pone come limite al fuori pista dell’umanità, pena la sua stessa sussistenza, sulla seconda si possono avanzare riserve rispetto all’essere un passaggio ineludibile e necessitato, quanto piuttosto una scommessa che potrà rivelare sorprese inimmaginabili.

Ciò che è in gioco – in questo modello di supersocietà verticalizzato è la possibilità di destrutturare e ristrutturare i modi del conoscere e del ricordare, la circolazione dei dati, la selezione nell’archiviarli, la loro gestione e il loro controllo sulla via di una grammatizzazione totalizzante e burocratica, che ci espone ad intrusioni  e manipolazioni poiché le connessioni digitali, delocalizzate e decontestualizzate, concentrate e rese disponibili possono diventare facili prede di interessi economici e commerciali. Se da un lato l’elusione dei dati può provocare situazioni drammatiche e imprevedibili, dall’altro il loro pervasivo e totalizzante controllo ci porta a pensare ad una società distopica dove le libertà individuali e sociali possono essere indirizzate, distorte, limitate, conculcate. La destrutturazione e la polverizzazione delle dinamiche conoscitive e dei flussi informativi sono uno degli aspetti che la cultura digitale sta introducendo nei meccanismi relazionali: ciò si riscontra osservando come le idee radicate nella storia e tramandate dalla tradizione siano state a poco a poco sostituite dalle opinioni soggettive. Partendo dal presupposto che gli storici sostengono che lo sviluppo della civiltà ha un importante impulso nel passaggio da forme di vita nomadica a quella stanziale, gli autori invitano a valorizzare il territorio allo scopo di renderlo un insieme di coerenze cognitive e simboliche, il centro di una nuova ecologia relazionale.

La direzione è quella di rendere il territorio locale uno spazio concreto di coindividuazione in cui sia possibile sviluppare pratiche trasduttive”…attraverso la compresenza dei due driver della sostenibilità e della digitalizzazione. Fin qui il libro, che consiglio, e la mia modesta recensione. Purtroppo nelle cadute altrettanto verticali della supersocietà che andiamo edificando, ci sono anche ritorni al passato di cui bisogna tener conto, e questa è la mia personale opinione: nuovi shock ci attendono. Dal medioevo – per certi eventi – siamo già ripassati, le invasioni barbariche di nuovi Attila si sono ripetute.

Vogliamo forse provare a ricominciare da capo tornando alla clava e all’età della pietra? Certamente no. Ma non credo neppure nella funzione salvifica della digitalizzazione e quei 45 miliardi di euro previsti nel Pnrr per permearne la nostra vita puzzano di bruciato e si riveleranno un investimento fallace. Perché un contesto istituzionale e comunitario in cui si nega ad un anziano la possibilità di commettere un errore nel consultare il cedolino della pensione in nome di pin, spid, algoritmi, codici alfanumerici e ‘app’ da scaricare, non è una “supersocietà” ma una congrega di soggetti disumani e spietati, incapaci di comunicare tra loro. Verrà il giorno in cui ciò che ora chiamiamo semplificazione sarà la tomba del pensiero e della parola.

Franceschini s’incarica di mostrare i muscoli per conto di Letta. Bisogna fare chiarezza con vecchi e nuovi alleati.

Apertura sulla riforma elettorale: meglio la proporzionale del maggioritario. La stabilità di governo è indispensabile, sicché i 5 Stelle non possono pensare di far cadere il governo e poi convergere, malgrado questo, nello schieramento a direzione Pd. Il via libera, infine, al ritorno di Speranza e Bersani (e D’Alema?).

Le conclusioni di Franceschini a Cortona spingono in direzione di un rapido chiarimento nel Pd sulla linea politica da assumere in vista delle elezioni del prossimo anno. Uno dei punti più controversi è dato dalla possibile riforma della legge elettorale. «Io penso che il tema del proporzionale e maggioritario – ha detto il Ministro della Cultura – non è solo di convenienze, ma di prospettive. Il maggioritario spinge a creare le barriere, blocca i processi evolutivi, mentre il proporzionale fa chiarezza, [prevedendo] alleanze meno omogenee ma che possono costruire programmi. Sarà difficile cambiare la legge elettorale ma dobbiamo provarci fino in fondo», costringendo «tutti a schierarsi, anche quelle forze che sono per il proporzionale, ma che non lo fanno per paura, come FI».   

Poi a stretto giro, fissando una regola di buon senso, è anche partito un monito preciso verso i 5 Stelle. Le parole del Ministro sono state lapidarie: «Da qui alle elezioni, per andare insieme al M5S dobbiamo stare dalla stessa parte, se ci sarà una rottura o una distinzione, perché un appoggio esterno è una rottura, per noi porterà alla fine del governo e all’impossibilità di andare insieme alle elezioni. E si brucerà chiaramente ogni residuo possibilità di andare al proporzionale». D’altronde Franceschini, avvertendo l’usura dell’accordo strategico fino a ieri tradotto coalizione giallorossa, sente la necessità di rimodulare il concetto stesso di alleanza così da guadagnare flessibilità nel rapporto con il partito di Grillo e Conte. «Le alleanze saranno per una legislatura, non per sempre».

Il discorso di Franceschini non è stato accolto bene all’interno del Movimento 5 stelle e ha aumentato il nervosismo. Ma i parlamentari M5S rivendicano di essere leali. “Non è facile stare al governo con alleati che ti offendono quotidianamente – dice per esempio l’ex capogruppo M5S al Senato Licheri su facebook -. E non è facile nemmeno dover dialogare con leader che in cuor loro cullano il sogno di banchettare sul tuo cadavere. Ma noi lo facciamo. Lo facciamo perché siamo fatti così. Chiamatelo amore verso il proprio paese o, se preferite, spirito di sacrificio. Ma siamo fatti così. Siamo merce rara in Italia». 

Tornando alle conclusioni di Cortona, vale anche la pena osservare che qualche sassolino il Ministro se l’è voluto togliere dalle scarpe. «AreaDem – ha fatto presente –  è nata nel 2009: abbiamo avuto sei segretari nazionali e abbiamo sempre garantito l’unità del partito attorno al segretario. Basta con la retorica delle correnti». Di qui la stoccata a Zingaretti: «Mi dispiace che un segretario se ne sia andato proprio dando la colpa alle correnti. In un grande partito ci deve essere il confronto». E un grande partito deve contemplare una politica di apertura. «È ora che Speranza e Bersani – ecco l’appello – tornino nel Partito democratico». Un partito che a quel punto, ricostruiti bene i rapporti a sinistra, può egualmente rivolgersi al centro, per allestire una politica di convergenza e solidarietà nell’ambito del nuovo Ulivo. 

Franceschini con questo intervento a Cortona ha avuto il merito di gettare le carte sul tavolo. Resta però l’impressione, a prescindere dall’esibizione di chiarezza e forza politica, che sulle future elezioni egli continui a nutrire un certo pessimismo (per altro condiviso con D’Alema). Ma in genere è il pessimismo a innescare i progetti migliori e a produrre le scelte più coraggiose. Sarà così anche stavolta?

Il dibattito nel Pd fatica a consolidare la scelta del “nuovo Ulivo”. Quale linea in vista delle elezioni del 2023?

Sono tre gli scenari che si delineano in vista delle elezioni del prossimo anno: il campo largo, ovvero l’asse (indebolito) Pd-M5S; il Pd a vocazione maggioritaria, puntando (come?) al 30 per cento; il nuovo Ulivo, con la ripresa di una politica delle alleanze inclusiva (forse) dell’area di centro. Tuttavia, in quest’ultimo caso, una vera e credibile “cultura delle alleanze” passa solo attraverso il pieno riconoscimento politico della pluralità che caratterizza una coalizione. 

Ieri su queste colonne Cristian Coriolano ha centrato, come sempre, il cuore del problema politico, culturale e programmatico del campo alternativo alla destra. E questo anche perchè Coriolano, almeno così pare leggendolo, trasuda una raffinata ed intelligente cultura “basista” di derivazione democristiana che fa della “cultura delle alleanze” il perno attorno alla quale si può dischiudere il pensiero e il progetto di un partito popolare, riformista, di governo e autenticamente democratico. Ma, al di là della biografia di Coriolano, e per restare al tema principale, è indubbio che il Partito democratico è alla ricerca di una nuova e convincente bussola politica in vista delle elezioni politiche nazionali. E le strade che si presentano di fronte sono sostanzialmente tre e sono tutte sul tappeto. Nessuna delle quali, ad oggi, è pregiudizialmente esclusa.

Innanzitutto ci sono i fautori dell’alleanza organica e strategica con i populisti dei 5 Stelle. O meglio, di ciò che resta di quel partito sempre più sgangherato e misterioso. Una alleanza, almeno così pare a molti di noi, che non farebbe altro che riproporre le contraddizioni – tuttora irrisolte – di come isolare e archiviare definitivamente ed irreversibilmente la malapianta del populismo demagogico, antipolitico, giustizialista e manettaro nel nostro paese. Una deriva che si può sconfiggere solo ed esclusivamente rinnegando alla radice qualsiasi alleanza con il populismo. Di nuovo o di vecchio conio poco importa. Per questo molti di noi hanno anche parlato della necessità di vergare, per questa stagione politica, un nuovo “preambolo antipopulista”.

In secondo luogo c’è chi pensa ancora alla riproposizione della singolare “vocazione maggioritaria” del Partito democratico. E sono tutti coloro che sognano un Pd che veleggia attorno al 30% e chi più ne ha più ne metta… Una strategia che, al di là di chi la propone, rischia di disegnare una prospettiva che consegna quel partito ad una nuova stagione di isolamento e di solitudine, forte della sua arroganza politica e poco propenso a valorizzare il pluralismo politico, sociale e culturale che anima e caratterizza la nostra società.

E poi c’è la terza strada, la più concreta e forse anche la più democratica. Ed è quella di praticare e di inverare nella politica contemporanea una vera e credibile “politica delle alleanze”. Alleanze che, però, non sono concepite secondo la cultura gramsciana che vede un “partito principe” e i vari satelliti che ruotano attorno, semprechè siano ancora tollerati dall’azionista di maggioranza. Semmai, si tratta di percorrere una strada semplicemente alternativa. Ovvero, riconoscere la personalità, la cultura e la storia di altre tradizioni ideali e, con loro, costruire un progetto politico e un programma di governo. All’interno di questo contesto si può ricostruire una vera coalizione di centro-sinistra senza tentazioni goffamente egemoniche dove un solo partito distribuisce le carte a tutti. Una vecchia tentazione nota e collaudata nel campo della sinistra post comunista.

Ecco perchè, in vista delle ormai prossime elezioni politiche – al di là di coloro che pur di percepire ancora qualche mese in più lo stipendio parlamentare le vorrebbero celebrare alla vigilia delle prossime festività natalizie… – si tratta, adesso, di sciogliere un nodo squisitamente politico. E, in questa prospettiva, si inserisce anche e soprattutto il ruolo di un “centro” politico, riformista e di governo. Altrochè pensare di sterilizzarlo attraverso marchingegni ed escamotage che si sono già rivelati fallimentari nel passato. Una vera e credibile “cultura delle alleanze” passa solo attraverso il pieno riconoscimento politico della pluralità che caratterizza una coalizione. L’alternativa è la solita minestra post comunista della “superiorità morale” della sinistra a cui tocca distribuire, per uno strano diritto divino, le pagelle di novità, di competenza e di onestà. Un dejà vu che non fa neanche più notizia.

Parlare in corsivo? Un gioco che scatena la cattiveria dei social.

Le ragazze che si propongono di parlare in corsivo lo fanno per giocare con le parole. Che c’è di male? Eppure le reazioni sono state feroci. Da tempo i social sono una caienna infame di insulti, improperi, male parole. Ora, se vi trovano spazio ‘innocenti evasioni’ ciò contribuisce a mitigare toni e argomenti.

Circola da alcuni giorni in rete la “querelle” suscitata da un paio di amiche che hanno inventato su Tik –Tok il cosiddetto “linguaggio parlato corsivo”. In sé un non-senso verbale, poiché il corsivo è denotativo del linguaggio scritto, non di quello parlato. A differenza di coloro che sui social si sono scatenati con insulti, improperi e le solite prediche sui giovani nullafacenti ho trovato persino simpatica e originale questa “invenzione” lessicale che sta facendo proseliti di follower.

Le ragazze che parlano in corsivo intendono giocare con le parole, dar loro una cadenza che definiscono simile a quella dei giovani della Milano da bere e da fumare, stiracchiata, semidialettale, moderna e svincolata dagli schemi dell’ortodossia grammaticale e narrativa. C’è qualcosa di male? Non credo, anche perché loro stesse ne parlano come di un gioco, di un modo di esprimersi fuori dagli schemi strettamente ortodossi. Eppure chi si è scagliato contro questa giovanile invenzione linguistica ha messo in campo tutto l’armamentario peggiore dei sentimenti umani: c’è chi è arrivato ad augurare la morte a queste adolescenti. Solo per un gioco linguistico che esprime l’intelligenza del pensiero divergente.

Qualche giorno fa conversando con lui di montagna,  Reinhold Messner ha definito i social “una rovina”. Se la piega che prendono certe scambi di battute al veleno è questa non si può dargli torto.  Da tempo i social sono una caienna infame di insulti, improperi, male parole. La fogna virtuale della vita reale. Se vi trovano spazio ‘innocenti evasioni’ ciò contribuisce a mitigare toni e argomenti.

Esce invece la parte peggiore di noi, ci si riversano le peggiori nefandezze, nel web si aggirano predatori sessuali e altre amene schifezze: se qualche giovane frequentatore lo usa per un divertimento linguistico goliardico mi pare ingiusto screditarne l’immagine. Tanto più se si tratta di una innocente divagazione verbale. Nell’uno vale uno dei social non c’è battaglia epica di ideali ma solo esternazioni e opinioni di pubblici ministeri diffusi tra la gente comune. Perché siamo un popolo di navigators, influencer e maleducati. E come scrisse Tolstoj “tutti pensano a cambiare l’umanità ma nessuno pensa a cambiare se stesso”.

Oltre il bipolarismo. La tavola rotonda organizzata da “Insieme”, con introduzione di Maurizio Cotta.

Dal sito politicainsieme.it riprendiamo la prima parte – e precisamente l’introduzione – della tavola rotonda. “Il bipolarismo è morto – ha detto il prof. Cotta – a tanta distanza dal momento in cui sembrò rappresentare un cambiamento utile e fece nascere molte aspettative. In realtà oggi registriamo che quelle aspettative non sono state rispettate”. 

Una parte importante del convegno organizzato da “Insieme” a Roma (2 luglio 2022) è stata dedicata alla tavola ritonda dal titolo “Oltre il bipolarismo”, organizzata e coordinata da Maurizio Cotta. Al dibattito hanno partecipato l’on. Ettore Rosato, Vice Presidente della Camera ed esponente di spicco di Italia Viva e i professori Ernesto Galli della Loggia, Mario Morcellini e Angelo Panebianco.

L’esordio di Cotta è stato netto: parliamo di seppellire un “morto che cammina”. Il bipolarismo è morto a tanta distanza dal momento in cui sembrò rappresentare un cambiamento utile e fece nascere molte aspettative. In realtà, ha detto Cotta, oggi registriamo che quelle aspettative non sono state rispettate. per questo basta riferirsi alla riforma della Giustizia, alla riduzione del divario tra centro e periferie, alla mancate modernizzazione dell’economia e della Pubblica amministrazione. È questo il frutto dell’esaurirsi di quel sistema politico in mere schermaglie ideologiche e personalistiche, nella demonizzazione dell’altra parte, nella mancanza di rispetto reciproco e della capacità, invece, di competere sui grandi temi e le problematiche del Paese.

Recentemente, ha proseguito Cotta, il bipolarismo ha finito per affidare al capo dello Stato la formazione del Governo. Soprattutto ha contribuito alla nascita del populismo che, dopo il grande successo elettorale, fallisce la prova governativa,  come hanno dimostrato le esperienze dei 5 Stelle e della Lega a trazione Salvini che non hanno saputo trasformare le loro istanze in azione di governo. Secondo Cotta non viene risposta alla domanda, a sinistra, di cosa ci sia il cosiddetto “campo largo”, così come a destra non si capisce della dislocazione europea che trova tutte le sue componenti in posizioni diverse, e questo quando appare sempre più evidente quale sia il peso della dimensione internazionale dei problemi.

Intanto incalzano le grandi questioni: dalla transizione ambientale alla situazione di guerra che stiamo vivendo e, ancora all’inflazione e al rallentamento della crescita. È quindi necessario una visione nuova della società scoprendo il senso della solidarietà che non può essere concepita come erogazione di sussidi e, quindi è richiesto un cambio istituzionale. Siamo consapevoli, ha detto Cotta, che i sistemi elettorali diretti alla formazione di una maggioranza poi, in realtà, non concorrono a crearla. Quindi, volgiamo qualcosa di più rispettoso per le tante forze nuove che vogliono emergere. Anche perché il prossimo Parlamento dovrà affrontare alcune riforme basate sul consenso largo perché per essere efficaci non possono essere fatte da una sola parte contro l’altra.

 

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https://www.politicainsieme.com/oltre-il-bipolarismo-la-tavola-rotonda-organizzata-da-insieme-3/

Cos’è il nuovo Ulivo? Enrico Borghi lo riconnette a un Pd più “centrale” grazie al civismo. È un discorso interessante ma…

Al Nazareno si cambia passo per affrontare con alleanze non anguste la sfida elettorale del prossimo anno. L’asse strategico con il M5S non ha più mordente. Ciò implica una riconsiderazione del ruolo del Pd. Il segnale che lancia Borghi pare contraddire il pessimismo di chi, come D’Alema e Franceschini, considera inevitabile la sconfitta nel 2023. È però sufficiente, in alternativa, enfatizzare l’apporto del civismo? Occorre una nuova e più convincente politica delle alleanze. Attorno a Draghi.

L’intervista a Repubblica di Enrico Borghi, l’uomo che nella segreteria nazionale del Pd assolve alla funzione di collegamento tra Letta e Guerini, sposta con eleganza l’asse della proposta politica del Nazareno. In apparenza il discorso rimane nell’alveo dell’autocompiacimento che scaturisce dai risultati delle elezioni amministrative; invece nella sostanza, partendo sempre dalla soddisfazione per il voto locale, devia dal sonnambulismo dei fautori a tutti i costi dell’alleanza strategica con il M5S, uscendo dalla rappresentazione onirica del campo largo. Certo, rimane l’appello a un largo concorso di forze, per affrontare con alleanze non anguste la sfida elettorale del prossimo anno, ma ciò implica una incisiva riconsiderazione del ruolo del Pd. 

«Noi lavoriamo – ha spiegato ieri Borghi – per un Partito democratico forte che arrivi, da solo, al 30% e diventi il perno della coalizione europeista, riformista, progressista e ambientalista che intendiamo costruire per battere la destra nel 2023». Il concetto è illustrato con grande chiarezza:«Quando il Pd è unito si trasforma in un magnete capace non solo di fare scelte coesive e di innovazione, ma anche di guidare un processo di aggregazione più ampio, che va oltre il perimetro giallorosso. Il civismo, in sostanza, può essere il lievito che ai tempi dell’Ulivo permise di superare la sclerotizzazione dei partiti». Un progetto, così come descritto, che si carica visibilmente di un contenuto neo-democristiano:«In realtà il nostro modello – precisa il deputato ex Dc-Ppi-Margherita – è il Country party indicato da Andreatta. Il partito-Paese, del popolo, in antitesi al partito del potere che negli ultimi dieci anni, suo malgrado, il Pd ha dovuto interpretare per garantire la stabilità ed evitare degenerazioni del sistema». 

Borghi sembra dunque esplicitare una posizione che vede Letta impegnato nel progetto di nuovo Ulivo. Da ciò deriva la  trasformazione del modello di coalizione finora propagandato: meno grillismo e più civismo, ovvero più centralità del partito a vocazione popolare. Letta, per giunta, ha voluto lanciare a Cortona, di fronte ai maggiorenti di Areadem, un messaggio che sa di sfida verso i profeti della sconfitta inevitabile, e quindi bisognosa in qualche modo di essere  programmata. Un filo rosso unisce curiosamente D’Alema e Franceschini, entrambi pessimisti sul futuro esito delle elezioni (sicché, perso per perso, tanto vale che si rinsaldi l’asse giallorosso). 

Ora Borghi, dando anche respiro alle perplessità cripto-renziane di Base Riformista, riporta alla visione di un centro sinistra che mira ad amalgamare tutta l’area del riformismo democratico, senza cedere spazio a un “centro” ancora ipotetico. In questa cornice, però,  c’è il rischio non già di un ritorno al Country party di Andreatta – tutt’altro che un rischio, in verità -, ma al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, con tutto il bagaglio di ambizioni e solitudini sperimentate in passato. Bisogna fare ulteriori passi in avanti. Evocare il civismo, paragonato a uno scrigno di sovrabbondanti potenzialità politiche, non porta molto lontano. Il Pd, se vuole vincere, deve pensare a una nuova politica delle alleanze. Attorno a Draghi.

Le RSA: una possibilità di cura all’interno di una rete di servizi più ampia. Il punto di “Agire politicamente”.

Si è svolto ieri pomeriggio a Roma, presso il Teatro Rossini a Piazza Santa Chiara, un convegno sulla sanità nella cornice del grande tema della transizione antropologica. L’incontro è stato introdotto da due relazioni: una del coordinatore di “Agire politicamente” Lino Prenna (La transizione antropologica: dall’io al noi), l’altra di Suor Maria Grazia Caputo (Dalla pandemia alla guerra: una crisi umanitaria globale). Successivamente una tavola rotonda (Ripensare la sanità: per un umanesimo della cura) ,moderata da Massimo De Simoni, ha fatto il punto sugli aspetti più diretti e concreti della sanità (in particolare ne hanno parlato il consigliere regionale del Lazio Emiliano Minnucci e Lucio D’Ubaldo, direttore de “Il Domani d’Italia”). Nella circostanza è stato presentato un documento, elaborato a più mani e coordinato da Domenico Rogante, al quale si lega il testo (di seguito riportato) sullo specifico argomento delle RSA. 

 

Il discorso sulle RSA merita un capitolo a parte, in quanto, come abbiamo potuto constatare in questi mesi, la gestione della pandemia ha riportato alla luce vecchi e nuovi problemi, con la conseguenza di aver portato queste strutture ad essere protagoniste della cronaca quotidiana per i focolai multipli che sono scoppiati al loro interno. Le RSA, nel pieno della prima ondata, si sono ritrovate da sole ad affrontare i problemi legati all’infezione da Covid-19, con il SSN che nell’immediato non ha saputo dare il giusto supporto a queste realtà, sia nella fornitura di DPI ma anche nella gestione degli spazi per gli isolamenti e della regolamentazione delle visite esterne. Questa situazione emergenziale ha reso ancora più critica la già difficile situazione economica all’interno delle RSA: la riduzione della saturazione dei posti letto, il contingentamento degli ingressi, i posti letto per la quarantena, l’acquisto continuo dei DPI, la sostituzione degli operatori che si ammalano o finiscono in quarantena, ha messo a dura prova i bilanci, soprattutto di quelle strutture più piccole, vicino alle comunità e gestite dal no-profit.

 

Tuttavia, l’analisi su queste strutture non può essere circoscritta alla gestione della pandemia, in quanto le avvisaglie di carenze strutturali c’erano già da diversi anni. Il problema italiano è che gli anziani sono ricoverati nelle RSA ormai quasi a fine vita e in condizioni di fragilità estrema, ma i finanziamenti pubblici non sono sufficienti a garantire l’assistenza sanitaria necessaria. Il DPCM del 22/12/1989 definiva le caratteristiche strutturali, organizzative e gestionali delle RSA. Prevedeva la suddivisone degli spazi con nuclei di 20 posti (per un massimo di 60 ospiti) e i diversi servizi comuni. Sostanzialmente si trattava di una tipologia strutturale che metteva insieme l’impostazione del reparto ospedaliero con aspetti che ricordavano la casa (salotto, sala da pranzo ecc.). 

 

Negli anni questa impostazione è stata un po’ stravolta: si sono realizzate strutture più grandi, motivate da esigenze economico e gestionali di ottimizzare i costi sempre più crescenti. Tutto questo si è accentuato anche a seguito dell’ingresso nel settore di fondi d’investimento e soggetti multinazionali di assistenza che, a differenza del no-profit, si aspettano un ritorno remunerativo dell’investimento effettuato e quindi ampliano la capienza delle strutture. 

 

A questa organizzazione già di per sé precaria, si è aggiunta l’esigenza di dover far fronte alla presenza di ospiti con demenza che ha portato ad interventi di compartimentazione e chiusura che hanno dato a queste strutture un’organizzazione sempre più “sanitaria”, con un prevedibile peggioramento delle condizioni di vita all’interno e con pesanti ripercussioni sull’umore dei pazienti. 

 

Tutto ciò è stato accentuato dalla pandemia in corso, in quanto la soluzione “sanitaria” necessaria è stata quella di impedire ogni accesso per evitare l’ingresso dell’infezione. Ma se si riflette, anche in precedenza queste strutture risultavano essere isolate rispetto al mondo esterno, con le famiglie spesso poco coinvolte nel percorso di cura. 

In realtà, le famiglie sono attori del processo di cura e interlocutori fondamentali nella relazione con il paziente e questo richiede una riflessione che valorizzi il loro ruolo di alleati nel perseguire il benessere dell’anziano. 

 

Alla luce di queste valutazioni, riteniamo fondamentale che si offrano una serie di servizi utili per dare risposte graduate secondo l’evolversi del bisogno di assistenza che l’invecchiamento può determinare. 

 

In questo modo, le RSA diventerebbero una delle possibilità di cura, dedicate prevalentemente alle situazioni più gravi, dentro una rete di servizi più ampia, che veda come primo luogo di cura la casa, attraverso un’efficiente assistenza domiciliare

 

La tipologia di anziani che le RSA continueranno ad assistere sarà quella di anziani gravemente compromessi, pluripatologici e con disturbi cognitivi complessi, per i quali le cure sanitarie saranno indispensabili, ma non si potrà prescindere dalla necessità di questi pazienti di mantenere una vita di relazione, per quanto possa essere limitata dalle patologie acquisite.

 

Occorrerà inoltre che le RSA siano in rete con tutti i servizi territoriali: mmg, assistenza domiciliare, altre strutture residenziali leggere, ospedali, ambulatori specialistici, servizi sociali, associazioni di volontariato ecc., diventando a loro volta un centro di servizi per la comunità circostante.

 

Accanto alle RSA, sarà necessario potenziare anche la rete degli Hospice, centri destinati prevalentemente agli ammalati terminali, essenzialmente oncologici, che dovrebbero essere maggiormente diffusi nel territorio lì dove sono operanti le strutture ospedaliere, come rimedio all’accanimento terapeutico, per assicurare la migliore qualità di vita possibile attraverso la terapia antidolore.

 

La pandemia ha confermato quello che era noto già prima, ovvero che le strutture con più personale di assistenza hanno retto meglio all’impatto del COVID-19. Un adeguato rapporto tra personale di assistenza e ospiti delle strutture residenziali permette di garantire un’assistenza migliore. Per questo, occorre investire su una formazione più puntuale degli/delle ASA/OSS, operatori fondamentali dell’assistenza nelle RSA, che sia non solo focalizzata sulle tecniche assistenziali, ma completata con competenze relazionali fondamentali per l’assistenza agli anziani. La formazione è strettamente legata anche al riconoscimento professionale ed economico di tutti gli operatori che lavorano nel settore sociosanitario. Per questo, sarà necessario aprire una seria riflessione sulla proposta di equiparazione dei contratti per gli infermieri delle RSA a quelli della sanità ospedaliera, al fine di frenare la fuga di personale sanitario dalle strutture residenziali. 

 

Nota aggiunta

Il convegno è stato aperto dal saluto di Porfirio Grazioli, Presidente del centro romanesco “Trilussa” e allietato, a metà riunione, da una esecuzione musicale molto apprezzata della giovane violinista ucraina Mariana Khachaturian.

I 10 alimenti nella blacklist dei rincari stila dalla Coldiretti

Una classifica (su dati ISTAT) dei cibi più costosi a causa dei rincari dei costi energetici e di produzione alimentati dalla guerra in Ucraina

Dall’antipasto al dolce i rincari degli alimenti non risparmiano nessuna portata. Con gli ingredienti base come burro, olio di semi, farina e uova che hanno visto un’impennata dei prezzi dovuta all’incremento dei costi energetici e di produzione alimentati dalla guerra in Ucraina.  Ecco allora una black list degli aumenti sullo scaffale stilata da Coldiretti e basata sulle rilevazioni Istat sull’inflazione a giugno 2022, che ha raggiunto il record dal 1986 con i beni alimentari in aumento dell’8,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

 

In cima alla classifica dei rincari ci sono gli oli di semi (+68,6%) soprattutto quello di girasole che risente del conflitto in Ucraina che è uno dei principali produttori e ha dovuto interrompere le spedizioni a causa della guerra, mentre al secondo posto c’è il burro con un +27,7% e al terzo la farina, con i prezzi in salita del 20,5% trainati dagli aumenti del grano che interessano anche la pasta, in salita del 18,3%.

 

Quinta piazza per la margarina (+16,8%) e sesta per la carne di pollo (+15,1%), mentre alla settima c’è il riso, con diecimila ettari seminati in meno quest’anno per la siccità che sta tagliando anche i raccolti. 

Rincari a doppia cifra pure per le uova (+13,6%), seguite da patatine fritte (+13,5%) e gelati che costano il 13,4% in più rispetto allo scorso anno.

 

Il nuovo balzo dei prezzi aggrava una situazione che, secondo una stima Coldiretti, costerà nel 2022 alle famiglie italiane oltre 8,1 miliardi di euro soltanto per la spesa alimentare, a causa dell’effetto dell’inflazione scatenata dalla guerra in Ucraina, che colpisce soprattutto le categorie più deboli.

 

Se i prezzi per le famiglie corrono, l’aumento dei costi colpisce duramente l’intera filiera agroalimentare a partire dalle campagne dove più di 1 azienda agricola su 10 (11%) è in una situazione cosi’ critica da portare alla cessazione dell’attività ma ben circa 1/3 del totale nazionale (30%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dell’aumento dei costi di produzione, secondo il Crea.

In agricoltura si registrano infatti aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio. “Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali e alle speculazioni” afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, nel sottolineare che “nell’immediato bisogna intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con interventi immediati per salvare aziende e stalle e strutturali per programmare il futuro”.

In Cile si apre una nuova pagina: democristiani e socialisti recuperano le radici della loro intesa e collaborazione.

Pubblichiamo il comunicato finale – nostra traduzione, ndr – della riunione svoltasi il 22 giugno scorso tra le delegazioni della Democrazia cristiana e del Partito socialista cileni.

La Direzione nazionale della Democrazia Cristiana, con alla testa il presidente nazionale, il sindaco Felipe Delpin, si è incontrata con la neocostituita Direzione del Partito Socialista. Una visita protocollare nel corso del quale le rispettive dirigenze hanno condiviso i loro punti di vista sulle sfide imminenti del Paese, rammentando in particolare l’amicizia civica che unisce le due comunità.

“Ci fa piacere salutare – ha esordito Philip Delpin – la Presidente, Paulina Vodanovic, augurandole successo nel suo nuovo incarico e il Segretario Generale, Camilo Escalona, ​​che conosciamo da molti anni. Abbiamo discusso e attraversato insieme il passato, abbiamo di fronte a noi il presente e il futuro del Cile, dei partiti politici, di questo nostro Paese proiettato in avanti grazie a una nuova Costituzione, che speriamo venga approvata il 4 settembre. Ci auguriamo di continuare a dialogare, di continuare ad incontrarci sui vari temi che interessano le persone e la nostra comunità, principalmente i settori popolari, i lavoratori, tutti coloro che sono rimasti in attesa, generazione dopo generazione, per poter migliorare le proprie condizioni di vita, considerando che siamo assolutamente disponibili al dialogo, come già abbiamo dimostrato con l’avvio della concertazione e della nuova maggioranza”.  

Sulla stessa linea, la presidente del Partito socialista, Paulina Vodanovic, ha sottolineato l’importanza del legame politico tra i due partiti e ha aggiunto: “Questo colloquio ha grande rilievo in vista delle sfide prossime che il nostro Paese deve affrontare, non solo a riguardo del plebiscito, per il quale la Democrazia Cristiana è ancora determinante, ma anche su altri versanti significativi del dibattito politico.  Abbiamo avuto una conversazione davvero interessante”.

All’incontro hanno partecipato anche i vicepresidenti della Dc, la senatrice Yasna Provoste e Francisca Hernández, la segretaria nazionale della Dc, Cecilia Valdés, e il segretario generale del PS, Camilo Escalona.

“C’è una visione del paese – ha commentato Camilo Escalona – che condividiamo da molto tempo, da quando cioè abbiamo recuperato insieme democrazia e libertà per il Cile. Il nostro dialogo è iniziato in quella occasione”.

In ultimo Cecilia Valdes ha voluto così esprimersi: “Costante è l’apprezzamento della Dc per il ruolo che il Partito Socialista ha svolto nella storia del nostro Paese, quindi è molto significativo ciò che traspare dallo scambio di saluti e dal colloquio avuto. Siamo particolarmente felici e soddisfatti di questa conversazione. Molte cose ci uniscono al Partito Socialista, a partire ovviamente dal valore che attribuiamo alla democrazia. Abbiamo lottato insieme per recuperare la democrazia, siamo stati tante volte insieme al governo e crediamo che questa storia non sia minimamente da sacrificare. Dobbiamo sfruttare la tradizione che abbiamo alle spalle come PDC per affrontare insieme, attraverso il consolidamento di una maggioranza, le sfide legate ai cambiamenti democratici che il Cile richiede e la spinta sociale ha determinato”.

 

Per leggere il testo in lingua originale 

https://www.pdc.cl/2022/06/22/directiva-nacional-dc-se-reunio-con-nueva-directiva-del-partido-socialista/

L’elettorato è mobile. Pombeni su Mente Politica analizza il voto amministrativo.

La mobilità dell’elettorato non si è espressa in uno spostamento di consensi fra i partiti delle due coalizioni contrapposte, quanto piuttosto nel transito di molti votanti nell’area dell’astensione, ancora una volta in crescita. Le ideologie non muovono più il sentimento popolare, ma non lo muove più neppure il populismo. La gente vuole atteggiamenti costruttivi e quindi un ricambio che vada al di là del professionismo dei partiti e dei loro ceti.

L’elettorato non sarà mobile come suppone l’arietta d’opera delle donne (con tipico pregiudizio antifemminista), cioè come una piuma al vento, ma certamente continua a mostrarsi relativamente imprevedibile. Questo è ciò che è apparso a tutti con la recente tornata di amministrative in cui si dava per vincente il centrodestra, mentre invece il centrosinistra ha portato a casa un ottimo risultato. Si può cavarsela dicendo che è dipeso dagli errori di una destra molto meno unita di quel che si dava per scontato, ma non ci sembra una spiegazione sufficiente.

Pare a noi che una volta di più la mobilità dell’elettorato non si sia espressa prevalentemente in uno spostamento di consensi fra i partiti delle due coalizioni contrapposte, quanto piuttosto nel transito di molti votanti nell’area dell’astensione, ancora una volta in crescita e per di più in un contesto come quello “cittadino” dove si supponeva che i partiti avessero maggiori capacità di coinvolgimento dei cittadini. In realtà gli appelli più o meno convinti dei leader nazionali non sono stati capaci di mobilitare là dove i candidati non convincevano, né a destra né a sinistra. Lo si era già visto nelle amministrative a Roma dove la cosa era stata molto evidente, ma il fenomeno si può ritrovare in altri casi.

Le ideologie non muovono più il sentimento popolare e questo si sapeva da tempo, ma non lo muove più neppure il populismo, che in definitiva è il surrogato bastardo delle vecchie ideologie. La gente vuole atteggiamenti costruttivi e degli slogan comincia a non fidarsi più. Lo si è visto benissimo nel caso delle elezioni a Verona, dove Damiano Tommasi ha vinto senza far lui appello ai mantra della sinistra ideologica e sconfiggendo un avversario che al contrario aveva mobilitato tutti quelli della destra, sostenuto in ciò persino da un vescovo che deve aver perso il contatto col tempo presente.

L’elettorato tende ad uscire dai vecchi schemi, come dimostra Parma, dove un buon sindaco è stato in grado di passare la sua eredità. Peraltro questo non vale solo per la concentrazione di centrosinistra, perché a Genova per esempio ha giocato a favore di un bravo sindaco come Bucci. Ovviamente non tutto ripete lo stesso modello, ma ci sembra di individuare un trend di cambiamento interessante.

Detto questo ci parrebbe sbagliato trarre dall’andamento delle amministrative un oroscopo per la scadenza delle prossime elezioni nazionali. Non soltanto perché nei mesi che ci separano da esse possono accadere molte cose che incideranno sul sentire della pubblica opinione, ma perché inevitabilmente in quel caso peseranno di più gli orientamenti nazionali.

Con la legge elettorale vigente, che non sembra verrà cambiata, i collegi uninominali sono molto ampi e la possibilità di mettere in campo candidati che facciano perno sui rapporti di prossimità, sullo stesso civismo, ci sembrano molto ridotte. Tornerà dunque ad essere importante un poco di discorsi di prospettiva, temiamo anche un po’ (e forse anche non poca) demagogia, e soprattutto la mobilitazione fatta con i vari media sociali. Teniamo anche presente che la figura del candidato al parlamento conta meno nelle elezioni nazionali, perché la gente non vi vede, tranne casi limitati, una figura in grado di imporsi, come invece avviene per il candidato sindaco. Per queste e per altre ragioni mettiamo in guardia dal trarre facili pronostici da quel che si è registrato nelle amministrative.

 

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https://www.mentepolitica.it/articolo/lelettorato-mobile/2281#

Lavoratori fragili, finite le tutele iniziano i rischi veri. Anche per il governo?

Le tutele sanitarie sono scadute il 30 giugno ma non ancora rinnovate. Gli emendamenti per prorogarle sono stati respinti. Solo una Nota informale della Funzione Pubblica, richiama disposizioni ampiamente superate delle leggi successive. Basterebbe prorogare l’art. 10 come 1/bis e 1/ter della legge 52/2022…per avere la garanzia di un “ombrello giuridico e sanitario”. Incredibile davvero il silenzio dei Ministri competenti. Il Prof. Walter Ricciardi (Consulente di Speranza) ha previsto un autunno seriamente critico per anziani e fragili. Non ascoltarlo e non pensarci prima è da incoscienti.

Dal 1° luglio i lavoratori fragili sono privi di tutele sanitarie e il merito di questo vulnus se lo dividono Parlamento e Governo. Ieri, 30 giugno, sono infatti scadute quelle previgenti, rinnovate con legge 52 del 19/5/2022- art. 10 comma 1/bis e 1/ter che a sua volta confermava quelle sancite con il DL 17/3/2020 n.° 18 – art. 26, commi 2 e 2/bis. 

Sono riferimenti normativi che abbiamo ripetuto decine di volte per sollecitare gli organi legislativi ed esecutivi a por mano a due carenze: la mancata retrodatazione delle tutele a decorrere dal 1° aprile u.s. (e non dalla data successiva alla pubblicazione sulla GU della citata legge 52/2022, cioè dal 24/5 us.) e la necessità di proroga delle tutele medesime dopo la scadenza del 30 giugno.

Né una né l’altra delle due carenze sono state colmate, nel silenzio assordante dei Sindacati della triplice ad eccezione di Consal, questo nonostante gli emendamenti depositati a al Senato al DL 36/2022 e alla Camera con l’odg dell’On.le Massimiliano De Toma, che ne ha fatto una questione di civiltà giuridica e di assunzione di responsabilità ma che il Governo ha accolto, per mezzo del Sottosegretario Sasso (Lega) con il vergognoso “impegna a valutare l’opportunità di”, come se la tutela della salute dei più fragili fosse una questione su cui valutare l’opportunità di agire o meno. 

La risposta alle battaglie parlamentari portate avanti dai banchi dell’opposizione con De Toma (FDI) ma anche dalla maggioranza con Dall’Osso (FI) trovano risposta nella risibile nota pubblicata nel pomeriggio del 30 giugno dal Ministero della Funzione Pubblica (https://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/ministro/30-06-2022/sicurezza-anti-covid-e-lavoratori-fragili-i-chiarimenti-della-funzione) sulla quale esprimiamo appunto riserve più che giustificate. 

Con questa nota il Governo ci conferma, ma lo conferma alle migliaia di lavoratori fragili e alle loro famiglie che sono in sintesi Cittadini ed Elettori, che ha preso un granchio e – se la risposta agli appelli accorati giunti da più parti, anche a mezzo stampa – è questa, ne esce davvero male, l’immagine, non del singolo Ministro ma dell’intero Governo che sul punto è prossima ad un ponziopilatesco disinteresse. 

La questione dei lavoratori fragili – infatti – richiede una proroga legislativa, non un atto – per quanto autorevole – ma di mera, discrezionale interpretazione la cui applicazione resta nel limbo delle buone intenzioni. Fa specie che sia sfuggito all’Esecutivo che una legge in scadenza si rinnova solo con un’altra legge, o intanto con un D.L. da convertire in sede parlamentare.  (siamo all’ABC del diritto!)  In due anni di pandemia è sempre stato così, pur tra alti e bassi, dimenticanze, ritardi, retrodatazioni sancite e altre mancate. 

Fa specie inoltre che di fronte ad una materia così delicata – come la tutela della salute dei lavoratori fragili, in una situazione incrementale di diffusione del Covid che sta per diventare esplosiva, tanto da indurre il Prof. Walter Ricciardi a prevedere un autunno terribile di contagi e decessi tra le persone anziane e quelle fragili in quanto affette da patologie che le sovraespongono al rischio di contrarre il virus, il Governo non corra subito ai ripari. Il Prof Ricciardi è Consulente del Ministro della Salute Roberto Speranza: che lui parli dall’alto della Sua autorevolezza scientifica e non sia ascoltato dal Ministero a cui presta consulenza è un fatto anomalo, singolare e grave. Anzi gravissimo. 

L’agenda politica è infarcita di provvedimenti tampone, una serie crescente di bonus a perdere che non risolvono le povertà emergenti, impegnata a rinnovare il reddito di cittadinanza e il contratto dei navigator, soggetti pagati senza lavorare, oppure nei pettegolezzi sulle diatribe e le primazie dei vari leader o aspiranti e sedicenti tali.

In giorni e giorni di dibattito parlamentare sul tema dei lavoratori fragili non abbiamo ascoltato una parola di impegno da parte dei Ministri più interessati, tra tutte la Ministra per la Disabilità, Erika Stefani (Lega) il cui silenzio assordante sul tema è stato assoluto. 

Così alla scadenza della doppia tutela vigente fino a ieri per i lavoratori fragili (il lavoro agile e l’equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero, codice nosologico V07) nessuna voce del Governo si è alzata a tacitare le ansie legittime degli interessati ne’ tantomeno per impegnarsi a dare la garanzia di una reiterazione delle tutele medesime, in una situazione in cui Covid e Omicron nelle loro varianti ricominciano a correre, anzi galoppano con punte vicine al 30% di positività, noi , ma forse non solo noi, non riusciamo a capacitarci di tanto colpevole silenzio. E chiediamo al Parlamento di chiamare il Governo in Aula a riferire sull’accaduto.

La nota della Funzione Pubblica non basta, ma non solo: non può integrare una previsione legislativa scaduta richiamando precedenti circolari che peraltro rappresentano una mera indicazione che , tra l’altro, non supera il disposto del DM 8/10/2021 che stabilisce all’art. 1 comma 3 , lettera b), “l’amministrazione deve garantire un’adeguata  rotazione del personale che può prestare lavoro in modalità agile, dovendo essere prevalente, per ciascun lavoratore, l’esecuzione della prestazione in presenza”; tenuto conto poi che nel pubblico impiego lo smart working non può essere 5 giorni su 5, e che dunque la chiusura della nota (si ribadisce della NOTA!) ministeriale con quel “anche derogando, ancorché temporaneamente, al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza” appare fuorviante se non foriera di porre fuori legge l’operato di chi dovesse autorizzare lo smart working senza rientro in ufficio del lavoratore.  

In questo modo non si risolve nulla e si rinvia – ancora una volta – il problema. 

Eppure nel frattempo il Ministero della salute con DM del 4/2/2022 aveva stilato un elenco delle patologie riconosciute come “fragili”. A cosa serve questa tabella ministeriale delle condizioni di fragilità se non viene applicata?  Ora tace – lo stesso Ministero della Salute e con esso quelli del Lavoro e delle Disabilità – su come tutelare di fronte all’ondata montante dei contagi gli stessi lavoratori a cui le patologie e la condizione di fragilità sono state riconosciute a livello di Decreto Ministeriale e vengono certificate dagli organi sanitari preposti.

La risposta data con la nota della Funzione Pubblica elude poi, totalmente – proprio non ne fa menzione – la situazione di coloro che, in quanto lavoratori fragili, non potendo essere posti in smart working perdono, con la decorrenza del termine come prorogato al 30 giugno dall’art. 10 coma 1-bis del dl 24/2022, l’equiparazione del periodo di assenza dal lavoro al ricovero ospedaliero. Dovendo attingere così – per evitare il rischio di contagio – al cosiddetto “comporto contrattuale” o nella peggiore ipotesi alle ferie. 

Non sanno o non ricordano forse i Signori Ministri che un malato di tumore deve sottoporsi a cicli di chemioterapie? Che un immunodepresso assume farmaci salvavita che lo debilitano? Che costoro sono incommensurabilmente più esposti al rischio di contagio? Che ci sono mestieri e professioni che non sono convertibili nel lavoro agile? Inoltre pare assai poco etico per il Governo scaricare ogni decisione sulla dirigenza degli uffici pubblici, chiamata così ad assumersi grandi responsabilità con il conseguente rischio per il singolo dirigente, in caso di errore di valutazione circa la concessione o meno al proprio dipendente lavoratore fragile dello Smart Working, di vedersi poi chiamato in giudizio per il risarcimento del danno se il lavoratore fragile a cui non avesse riconosciuto lo smart working o questo dovesse essere negato dal medico chiamato ad esercitare la sorveglianza sanitaria valida sino al 31 luglio, dovesse ammalarsi o peggio.

Per contro il demansionamento o la destinazione ad altra funzione per poter giustificare la conversione dell’attività da “in presenza” a “in smart working”, al di là dei controlli sulla legittimità o meno di tale cambiamento, potrebbe avere “altri” risvolti sulla vita del lavoratore che poi potrebbe addebitarli al dirigente di turno. E come potrebbe mai un datore di lavoro di fronte ad un certificato che attesta la condizione di fragilità e inidoneità all’impiego di un suo dipendente fragile, assumersi la responsabilità di decidere? “Tu vai in lavoro agile”, “tu resta a casa ma prenditi malattia, attingendo dal congedo contrattuale” che ad un certo punto riduce, dimezza o annulla il trattamento stipendiale? 

Come è possibile che un Ministro della Funzione Pubblica attribuisca al dirigente/datore di lavoro competenze e responsabilità di valutazione, discernimento e decisione di tipo medico –sanitario? Troviamo scandaloso che il Governo non abbia preso in considerazione la data di scadenza di una legge dello Stato che tutela le persone fragili e che nulla abbia finora proposto, se non una mera nota che tuttavia, si ripete, resta una nota, non un atto avente valore di legge. Considerata la situazione come descritta riteniamo che l’unica soluzione ragionevole e di garanzia (anche in chiave di autotutela per la P.A.) sia quella di prorogare le due tutele richiamate in esordio di questo articolo, fino al 31 dicembre 2022, in modo da normare in via legislativa le fattispecie prevedibili.

Se l’autunno sarà difficile e pericoloso per il ritorno e il rialzo dei contagi non si può far finta di non sapere che ciò è stato previsto dalla scienza. Ogni dilazione o omissione di decisione sarebbe foriera di problemi e contenziosi, ma soprattutto esporrebbe i lavoratori fragili ad un rischio che va assolutamente evitato.

Su Tablet, settimanale cattolico inglese, il monito del card. Kasper: il cammino sinodale tedesco segue una traccia sbagliata. 

È essenziale ascoltare lo Spirito Santo su “quale direzione dobbiamo prendere e quali adeguamenti accogliere”.

 

Christa Pongratz-Lippitt

Il cardinale Walter Kasper, ex presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha affermato che il cammino sinodale tedesco sta ignorando gli ammonimenti del Papa e ha avvertito che se continua a prescindere da essi potrebbe “spezzare l’osso del collo” al progetto riformatore.

 

Sebbene necessaria, la riforma della Chiesa non può significare la sua riduzione “a un ammasso di pasta da modellare a piacimento così da essere lavorata e confezionata per adattarsi a qualsiasi situazione”, ha sottolineato il cardinale in occasione di una giornata di studio online di “Neuer Anfang” (“Nuovo inizio”), una iniziativa cattolica.  È stato certamente essenziale ascoltare lo Spirito Santo su “quale direzione dovremmo prendere e quali aggiustamenti dovremmo operare”, ma non è possibile risolvere i problemi posti da tali domande – ha osservato – con “risposte ideologicamente predefinite che poi passano a maggioranza”.

 

Per Kasper, in effetti, il cammino sinodale tedesco aveva l’obiettivo di adeguare al Vangelo i punti di vista degli uomini d’oggi. Tuttavia, a giudizio del prelato, alcune delle dichiarazioni di questo cammino sinodale non risultano ad oggi compatibili con il messaggio evangelico. Egli, in particolare, ha sollevato forti obiezioni a riguardo del tentativo di riformare l’ufficio episcopale, che finora ha rappresentato la “colonna fondamentale della Chiesa”. Ed ha poi aggiunto: “Chiunque vede spezzata questa colonna intende spezzare il collo della Chiesa”.

 

Dunque il “peccato originale” dell’intero progetto tedesco è stato quello di aver ignorato fin dall’inizio la lettera del Papa (“Lettera al popolo di Dio itinerante in Germania” del giugno 2019) in cui Francesco aveva suggerito di procedere dai Vangeli e dalla missione fondamentale dell’evangelizzazione. Invece, ha sottolineato Kasper, il processo avviato in Germania “in qualche modo ha eluso la lettera del papa e ha seguito un suo percorso, assumendo in parte criteri propri”.

 

Anche le conferenze episcopali scandinava e statunitense, a pari del cardinale austriaco Christoph Schönborn, hanno  apertamente criticato il cammino sinodale tedesco. A ciò si aggiunga il duro rilievo del cardinale Reinhard Marx di Monaco circa il proposito di mettere in discussione se la Chiesa abbia bisogno di sacerdoti. Questa “proposta assolutamente rovinosa”, ha dato l’impressione che una larga maggioranza di riformatori sia contraria ai sacerdoti, quando in realtà, ha detto Marx, “senza sacerdoti non esiste Chiesa cattolica”.

 

Testo tradotto dalla redazione. Per leggere l’originale cliccare su questo link

https://www.thetablet.co.uk/news/15632/kasper-warns-german-synodal-path-on-wrong-track

Si aprono le danze nel Pd. AreaDem, la corrente di Franceschini, torna riunirsi a Cortona. Tanti invitati, manca Di Maio.

 

Tre giorni di interventi in cui si alterneranno parlamentari e rappresentanti della società civile. Domenica le conclusioni di Dario Franceschini, Ministro della Cultura.

Cristian Coriolano

 

A leggere la bozza del programma di Cortona, pare facile riconoscere il timbro mai dismesso della corrente più stabile e determinata del Pd, quella che il suo leader ha concepito come permanente baricentro della vita interna di partito. La corrente che elegge i segretari, li sostiene per il tempo necessario e li accompagna ai box quando vanno fuori pista o non hanno più risorse per la gara. L’ambizione è fungere da cartilagine dello scheletro politico e organizzativo dei Democratici, sapendo bene che solo per questa funzione connettiva passa la scommessa di una ‘moral suasion’ elaboratrice di consenso, e quindi di potere.

 

A sinistra cresce l’idea che la stagione di Draghi volga all’epilogo. Nelle prossime elezioni, per altro, sarà difficile arginare l’onda di piena della destra. Si tratta allora di preparare una sorta di resistenza al fine di limitare i danni. Franceschini è convinto che il ‘campo largo’ non abbia alternative e che pertanto non ce l’abbia neppure l’alleanza con i 5 Stelle. Infatti, l’incontro più importante inserito nella tre giorni vedrà impegnati esclusivamente i tre segretari che sono chiamati a guidare questa faticosa ma necessaria alleanza elettorale. L’assenza di Di Maio non equivale, in realtà, a quella dei segretari dei partiti cosiddetti centristi (Renzi e Calenda), rappresentando semmai una censura implicita della scissione che ha investito il Movimento grillino.

 

Può darsi che il programma, essendo ancora aperto, possa arricchirsi di altre opportunità e rimediare all’esclusione del Ministro degli Esteri. Sta di fatto che oggi un lettore minimamente accorto avrebbe motivo di cogliere in filigrana lo schema della futura coalizione. La quale, come diceva Bravehart rivolto ai suoi connazionali in guerra con gli Inglesi, deve ‘combattere’ e non necessariamente ‘battere’ lo schieramento avverso. Alla fine traspare un certo pessimismo: Franceschini, infatti, non vede altra soluzione se non quella ‘unità a sinistra’ sempre più evocata in termini di ‘spes contra spem’.

 

Riportiamo di seguito la nota introduttiva predisposta da AreaDem.

 

Sarà il ricordo di David Sassoli di padre Occhetta ad aprire la tre giorni di Areadem, l’area politico-culturale del PD nata dall’esperienza delle primarie del 2009 e che fa riferimento al ministro della Cultura, Dario Franceschini e al presidente della commissione Esteri della Camera, Piero Fassino.

 

Il filo conduttore scelto per la tre giorni è quello della transizione, declinata sotto il profilo ambientale, economico, sociale e istituzionale.

 

Un intenso programma di incontri e dibattiti che, come ogni anno, vede presenti diverse personalità del partito democratico e del mondo dell’associazionismo.

 

Venerdì sera (ore 20, Centro Convegni Sant’Agostino), Lucia Annunziata intervisterà Enrico Letta, Giuseppe Conte e Roberto Speranza.

 

Da venerdì a domenica, oltre a Franceschini e Fassino, sono previste le presenze del Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini; del Ministro del Lavoro, Andrea Orlando; della Capogruppo democratica alla Camera, Deborah Serracchiani; del Capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo, Brando Benifei; di Graziano Delrio e di Paola De Micheli.

 

Interverranno Pierluigi Stefanini (portavoce di ASVIS); Roberto Rossini (Alleanza contro la povertà); Patrizia Luongo (Forum diseguaglianze); Giovanni Ferri (coordinatore master su pnrr LUMSA); Francesca Santilli (ABI esperta riciclaggio internazionale), Federico Cafiero de Raho che, nelle diverse sessioni, dialogheranno con: Teresa Armato, Bruno Astorre, Anthony Barbagallo, Pierpaolo Baretta, Mimmo Bevacqua, Chiara Braga, Alessandro Bratti, Arianna Censi, Beatrice Lorenzin, Alberto Losacco, Peppino Lupo, Fabio Melilli, Franco Mirabelli, Alberto Pandolfo, Teresa Piccione, Pina Picierno, Roberta Pinotti, Marina Sereni, Patrizia Toia, Luigi Zanda.

 

Per leggere il programma, ancora provvisorio, dell’iniziativa di Areadem fai clic sul link sottostante.

http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=46352

Il mondo diventa multipolare. L’Italia ha tutto da guadagnare. Con quale politica? Il centro deve proporsi come zattera.

 

Il centro non deve proporsi come una corazzata in grado di offrire qualunque risposta. Sarebbe ridicolo e finirebbe solo col rafforzare la tendenza all’astensionismo. Bensì come una zattera, forse anche improvvisata ma che bada all’essenziale, per attraversare insieme una tempesta che speriamo breve.

 

Giuseppe Davicino

 

Il preambolo sta bene, il centro pure, Draghi ancor di più, ora e nella prossima legislatura. Ma poi i conti si faranno con guerra e iperinflazione (la banconota da 1000€ esibita da Grillo è tutt’altro che una buffonata) e non si può sapere in quale contesto avverranno le prossime politiche. Per questo credo che occorra lasciar fare a Draghi il suo arduo lavoro. Tutti sanno – lo si vede anche da Marte – che il futuro è dei Brics.

 

E l’avvenire di Stati Uniti ed Europa passa da un ricambio non tanto della classe politica, abbastanza ininfluente, ma dell’élite che in concreto comanda. Un cambiamento che non può che avvenire dall’alto: passare dai fautori del modello unipolare, diretto dai poteri finanziari occidentali, a quella parte di élite “realista”, che capisce che i mutati rapporti di forza permettono all’Occidente ormai solo più di partecipare a una governance mondiale multipolare. Sarà questo un processo doloroso e tumultuoso ma appare inevitabile, bisogna solo sperare che il suo prezzo non sia troppo alto nei confronti della stabilità mondiale.

 

Nel frattempo l’Italia non ha scelta: deve stare con la parte del mondo minoritaria e perdente. Mentre si può imputare a Mussolini, tra le sue tante responsabilità, l’errore (madornale per noi, ma negli anni Trenta la Germania era un po’ la Cina dell’epoca) di aver scelto l’alleanza sbagliata, o quantomeno di non esser rimasto neutrale, non si può, e ritengo non si potrà dire in sede storica altrettanto per l’Italia di oggi.

 

A differenza di allora l’Italia non può scegliere. Siamo legati mani e piedi, come suol dirsi, agli Stati Uniti, dai quali abbiamo anche ricevuto tanto. Per cui, se il presidente del Consiglio fa bene a, e deve, essere, almeno a parole, più papista del papa sui vari dossiers internazionali, credo che questo non sia l’atteggiamento giusto da assumere da parte delle forze politiche che lo sostengono. Almeno il centro, credo, se non vuole scimmiottare i toni non proprio concilianti di Letta e dalla Meloni, dovrebbe cercare di distinguersi.

 

Anche perché il sentire comune percepisce, al di là della pur poderosa propaganda dell’informazione, che non vi è alcun scontro di civiltà, ma solo scontro di interessi tra una ristrettissima cerchia di poteri e la Russia, e che l’Italia, nel nuovo mondo multipolare avrà da guadagnare più di ogni altro in Europa.

 

Dunque, se non si vuole fare rientrare dalla finestra il populismo a cui si chiude giustamente la porta d’ingresso, bisogna trovare il modo giusto per accompagnare l’elettorato, la classe media in particolare, attraverso le difficoltà che si prospettano, non illudendola ma aiutandosi insieme. reciprocamente, a capire l’ampiezza delle cause e dei possibili esiti dello storico cambio di epoca in corso.

 

In questa prospettiva credo che il centro non debba proporsi come una corazzata in grado di offrire qualunque risposta. Sarebbe ridicolo e finirebbe solo col rafforzare la tendenza all’astensionismo. Bensì come una zattera, forse anche improvvisata ma che bada all’essenziale, per attraversare insieme una tempesta che speriamo breve, mantenendo la barra dritta verso ciò che verrà dopo questi anni turbolenti.

Manca l’acqua ma non le liti.

 

Prima di arrivare alla primavera del 2023 ci sono ancora 8/9 mesi che ci separano dal confronto elettorale. Se vogliamo rendere ancora più ostile la condizione economica che grava sul nostro Paese, lasciate sciolte le briglie ai capi politici attuali.

 

Gianfranco Moretton

 

Finita la pagina elettorale, ancora dentro la guerra Russia Ucraina, tra i piedi ritorna una fastidiosa presenza del covid, la politica non intende essere da meno.

 

Sferzati da un insopportabile caldo, con l’incombenza di una siccità quasi biblica, qualcuno ancora si diletta a creare condizioni ostili nel panorama politico nazionale.

 

Un buon regista vedrebbe più soggetti all’opera. Non c’è una unica fonte. Qui tutti sembrano punti dalla tarantola. Il caldo tra l’altro, giustifica la metafora. Azzardo; Draghi fa le sue; il pd propone oggetti indigesti ad alcuni partner della maggioranza; i 5Stelle non si sa se sono proiettati ad invadere Marte o precipitare nel nulla; la Meloni striglia a più non posso i suoi alleati; il centro sembra più un incontro tra singolo soggetti, in cerca di casa, che un movimento serio di opinione.

 

La borsa è ai minimi. Segnala questo guazzabuglio politico. Certo, a determinare questi “scuri di luna “ ci sono anche le magagne internazionali. Quest’oggi credo che quella cattiva ebollizione sia più da addebitare alle insane scaramucce tra i soggetti elencati in precedenza.

 

C’è poco da ridere. Prima di arrivare alla primavera del 2023 ci sono ancora 8/9 mesi che ci separano dal confronto elettorale. Se vogliamo rendere ancora più ostile la condizione economica che grava sul nostro Paese, lasciate sciolte le briglie ai capi politici attuali. C’è da augurarsi che qualcuno tolga a costoro il vizio di stare costantemente sopra le righe.

 

Non c’è più pazienza!

Presentato il logo del Giubileo 2025. “Perché il mondo sperimenti la speranza”. Le parole del card. Pietro Parolin.

 

Le vicende che stiamo vivendo, ha fatto presente il cardinale Parolin, «soprattutto in questi mesi recenti, sembrano obbligare la Chiesa a tenere fisso lo sguardo sulla virtù della speranza che, non a caso, è definita una virtù teologale, perché è posta a fondamento stesso della vita cristiana insieme alle altre due virtù della fede e della carità».

 

L’Osservatore romano

 

Pellegrini di speranza, il motto del Giubileo del 2025 scelto dal Papa, «possa diventare davvero per il mondo intero un autentico contenuto da sperimentare». È l’auspicio espresso dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, nella conferenza stampa riguardo le prime iniziative per il Giubileo e, specificatamente, per la presentazione del logo ufficiale dell’Anno santo. L’incontro — coordinato dall’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo — si è svolto nel pomeriggio di martedì 28 giugno, nello splendido scenario della Sala Regia del Palazzo apostolico.

 

Le vicende che stiamo vivendo, ha fatto presente il cardinale Parolin, «soprattutto in questi mesi recenti, sembrano obbligare la Chiesa a tenere fisso lo sguardo sulla virtù della speranza che, non a caso, è definita una virtù teologale, perché è posta a fondamento stesso della vita cristiana insieme alle altre due virtù della fede e della carità». E «la speranza ci richiama tutti a essere responsabili costruttori di un mondo migliore, come ha scritto Papa Francesco in vista dell’Anno giubilare: “Dobbiamo fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto”».

 

Ringraziando coloro che sono più direttamente coinvolti nella responsabilità organizzativa del Giubileo «per la collaborazione che in forme diverse è stata offerta» in questa fase preparatoria, il cardinale Parolin ha rilanciato l’importanza della «complementarietà necessaria e feconda per il bene» dei pellegrini che verranno a Roma «per attraversare la porta santa, secondo l’antica tradizione giubilare».

 

L’Anno santo 2025, ha concluso il segretario di Stato, «è una bella opportunità che è offerta in modo speciale a Roma e all’Italia, come momento qualificante per accogliere i milioni turisti che giungeranno per vivere certamente un evento di fede, ma nello stesso tempo di cultura e di ammirazione per questi splendidi luoghi».

 

L’arcivescovo Fisichella ha quindi presentato il logo del Giubileo, disegnato da Giacomo Travisani e scelto personalmente da Papa Francesco, l’11 giugno scorso, tra le tre proposte indicate da una commissione internazionale che le ha selezionate tra le 294 presentate da persone, tra i 6 e gli 83 anni, di 213 città e 48 Paesi.

 

«Il logo rappresenta quattro figure stilizzate per indicare l’umanità proveniente dai quattro angoli della terra» ha spiegato nei dettagli l’arcivescovo. «Sono una abbracciata all’altra, per indicare la solidarietà e fratellanza che deve accomunare i popoli. Si noterà che l’apri-fila è aggrappato alla croce. È il segno non solo della fede che abbraccia, ma della speranza che non può mai essere abbandonata perché ne abbiamo bisogno sempre e soprattutto nei momenti di maggiore necessità».

 

«È utile osservare le onde che sono sottostanti e che sono mosse per indicare che il pellegrinaggio della vita non sempre si muove in acque tranquille» ha fatto notare. «Spesso le vicende personali e gli eventi del mondo impongono con maggiore intensità il richiamo alla speranza. È per questo che si dovrà sottolineare la parte inferiore della croce che si prolunga trasformandosi in un’ancora, che si impone sul moto ondoso. Come si sa — ha aggiunto — l’ancora è stata spesso utilizzata come metafora della speranza. L’ancora di speranza, infatti, è il nome che in gergo marinaresco viene dato all’ancora di riserva, usata dalle imbarcazioni per compiere manovre di emergenza per stabilizzare la nave durante le tempeste».

 

«Non si trascuri il fatto che l’immagine mostra quanto il cammino del pellegrino — ha detto l’arcivescovo Fisichella — non sia un fatto individuale, ma comunitario con l’impronta di un dinamismo crescente che tende sempre più verso la croce. La croce non è affatto statica, ma anch’essa dinamica, si curva verso l’umanità come per andarle incontro e non lasciarla sola, ma offrendo la certezza della presenza e la sicurezza della speranza. È ben visibile, infine, con il colore verde, il motto del Giubileo 2025: Peregrinantes in Spem».

 

Il logo è stato scelto, dunque, nell’ambito di un concorso internazionale «al quale hanno partecipato studenti, studi grafici, istituti religiosi, professionisti e studiosi di arte che si sono confrontati con il tema del pellegrinaggio e della speranza». La commissione «ha valutato i lavori presentati secondo tre criteri: pastorale, perché il messaggio del Giubileo fosse facilmente intuibile; tecnico-grafico, che garantisse una buona fattura grafica per la riproducibilità; estetico, perché il disegno fosse ben fatto e accattivante».

 

Eloquente la testimonianza di Giacomo Travisani, autore del logo: «Ho immaginato gente di ogni “colore”, nazionalità e cultura, spingersi dai quattro angoli della terra e muoversi in rotta verso il futuro, gli altri, il mondo, come vele di una grande nave comune, spiegate grazie al vento della speranza che è la croce di Cristo. La speranza, mi sono detto, è nella croce, con il Papa alla guida del popolo di Dio verso la meta comune. Abbracciando la croce che diviene un’ancora, saldo riferimento per l’umanità».

 

L’arcivescovo Fisichella ha inoltre fatto presente l’indicazione di Papa Francesco di focalizzare i prossimi due anni precedenti al Giubileo su due tematiche particolari. Il 2023 sarà così dedicato alla rivisitazione dei temi fondamentali delle quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II , di cui il prossimo 11 ottobre si celebrerà il 60° anniversario di apertura, «perché la Chiesa possa respirare di nuovo» quel «profondo e attuale insegnamento». Sono in preparazione una serie di sussidi agili, «scritti con un linguaggio accattivante».

 

Il 2024, invece, sarà un anno dedicato alla preghiera, per «creare un contesto favorevole al Giubileo e permettere che i pellegrini possano prepararsi a questo evento, che è anzitutto spirituale, in modo coerente ed efficace».

 

«Dopo l’estate sarà disponibile il sito ufficiale del Giubileo con la relativa app» ha annunciato l’arcivescovo, mettendo in risalto lo spirito di collaborazione e di responsabilità in questo tempo di preparazione e ringraziando, di queste, le autorità italiane. Sito e app «rappresenteranno uno strumento per aiutare i pellegrini a vivere al meglio gli eventi proposti, facilitando l’esperienza spirituale e culturale della città di Roma. Il portale del Giubileo conterrà infatti, oltre all’importante “Carta del pellegrino”, notizie, cenni storici, informazioni pratiche, servizi e strumenti multimediali, in dieci lingue e con un alto livello di accessibilità per le persone disabili». Entro l’anno, ha concluso, sarà pronto il calendario dell’Anno santo 2025 con gli eventi particolari.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 30 giugno 2022.

Draghi ha le idee chiare sulle prospettive di governo, per questo i suoi avversari lavorano (inutilmente) alla sua destituzione.

 

Il Premiere non si lascia intimidire. Ha detto nel passato di non volersi candidare, ma le circostanze lo obbligano ad assumere la postura di un leader di partito. Anche se il partito di Draghi non c’è e (forse) non ci sarà. Chi confida in lui, non solo in Italia, non riesce ad immaginare, infatti, un suo destino da Cincinnato. Quale sarebbe l’alternativa?

 

Cristian Coriolano

 

La cronaca rivela nell’altalena di rivelazioni e di smentite che la paventata crisi di governo non smette di accendere la fantasia dei cultori di un certo ritorno alla politica, configurabile con il chiaro tentativo di licenziamento del Premier. Come se Draghi, invece di prospettare negli ultimi tempi un più stringente impegno di governo, carico perciò di volontà e strategia politica, stesse barcollando sotto i colpi della sua ubriachezza da potere. In realtà, fatto il richiamo alla necessità di porre un argine al populismo, l’ex banchiere lavora alla definizione di un profilo più coerente della maggioranza, anche in vista delle elezioni del prossimo anno. Questo esige un chiarimento, passo dopo passo, per identificare una formula che consenta di presentarsi al giudizio dell’elettorato con la forza di un progetto valido per il Paese.

 

Ieri la tensione si è acuita a seguito delle reazioni in casa M5S per uno scoop del Fatto Quotidiano. Ecco, dunque, un’ora di colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il leader M5s Giuseppe Conte dopo una giornata in cui ha tenuto banco la notizia che Mario Draghi avrebbe chiesto a Beppe Grillo di esonerare Giuseppe Conte. E sarebbe stato proprio questo – secondo l’Agenzia Italia – l’argomento sul quale Conte avrebbe riferito a Mattarella, confermando che le interferenze esterne in un partito o movimento politico sono gravi. In ogni caso, non si sarebbe parlato di alcuna ipotesi di uscita dal governo.

 

In precedenza, Draghi e Conte hanno avuto modo di sentirsi al telefono senza riuscire tuttavia a rimuovere i sospetti. “Nel tardo pomeriggio fonti di palazzo Chigi hanno smentito che Draghi abbia mai chiesto al garante del Movimento di rimuovere l’Avvocato del popolo dai vertici del Movimento stesso. Dal Quirinale non trapelano ovviamente dettagli del colloquio, ma solitamente al Colle – chiosa sempre l’agenzia di stampa – non si sale per annunciare crisi di governo ma per affrontare temi concreti a maggior ragione se tra le forze di maggioranza e palazzo Chigi si sono verificate frizioni”. Viene fatto notare, per giunta, che l’incontro era stato concordato già da alcuni giorni in concomitanza con i malumori e i contrasti susseguenti alla scissione di Di Maio.

 

Draghi in sostanza non si lascia intimidire. Ha detto nel passato di non volersi candidare, ma le circostanze lo obbligano ad assumere la postura di un leader di partito. Anche se il partito di Draghi non c’è e (forse) non ci sarà. Chi confida in lui, non solo in Italia, non riesce ad immaginare, infatti, un suo destino da Cincinnato. I giochi sono aperti. Nel Pd, addirittura, sono apertissimi, visto che Letta tutto può fare meno che lasciar cadere nel vuoto – l’esempio deplorevole è quello di Bersani con Monti –  la collaborazione che lo lega alla cosiddetta Agenda Draghi. Una mossa sbagliata e lo stesso Letta finirebbe per screditarsi agli occhi di una pubblica opinione sempre più severa. Non c’è all’orizzonte un’alternativa a Draghi. E dunque, potrebbe mai concepirsi un “nuovo Ulivo” che nascesse con la mascherata intenzione di liquidare il più prestigioso e autorevole civil servant della nazione?

Lo scarpone ritrovato di mio fratello Günther mi restituisce la verità. Conversazione con Reinhold Messner.

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Nostra intervista in esclusiva al più grande scalatore di sempre. “Non sono le montagne – questo il suo messaggio – che si adattano a noi, siamo noi che dobbiamo compararci con prudenza con le montagne”.

 

Francesco Provinciali

 

Buongiorno Sig. Messner, sono lieto di ritrovarLa per una seconda intervista, parlare con Lei è sempre un piacere ma anche fonte di apprendimenti di vita. Come tutti mi sono emozionato alla notizia del ritrovamento dello scarpone di suo fratello Günther, deceduto in montagna il 29 giugno del 1970 dopo aver raggiunto la vetta del Nanga Parbat percorrendo una nuova via lungo il versante Rupal, mentre stavate scendendo insieme dal versante Diamir. Sono trascorsi 52 anni durante i quali in molti hanno dubitato del suo racconto, su come andarono i fatti. Personalmente sono rimasto stupito dalla cattiveria umana che spesso non ha limiti. Qualcuno era arrivato a sostenere che Lei avesse abbandonato suo fratello per assumere su di sé il trionfo di quell’impresa. È incredibile come le peggiori e più maligne illazioni abbiano potuto trovare credito in questi anni. L’animo umano può raggiungere vette eccelse ma anche sprofondare nelle miserie più indegne.

 

Queste accuse maligne sono state inventate e non finiscono certamente qui: si tratta di versione tutte fantasiose per screditare la mia persona, non ne capisco il motivo. Già nel 2005 c’erano stati dei ritrovamenti, erano stati rinvenuti dei reperti del corpo di mio fratello e la prima scarpa che dimostrava al 100%  che si era trattato di una disgrazia accidentale accaduta in quel punto, come può accadere in alta quota a quelle altitudini. Era successo che il ghiacciaio – che è fluido e scorre verso il fondo valle – aveva portato lentamente in basso Günther per  3 o 5 km. Inizialmente lo scarpone non era stato trovato, forse era nascosto sotto un sasso, non si sa, perché a quelle altezze il ghiaccio è coperto da pietre, da ghiaia, da tutto quello che lentamente si era accumulato dentro il ghiacciaio nel corso di migliaia di anni e anche il corpo era stato portato a valle. Lo scarpone trovato adesso è stato recuperato più in basso rispetto a dove era stato trovato il primo e ora non c’è davvero alcuna possibilità che sia la scarpa di un altro.

Qualcuno tuttavia si è già fatto vivo per affermare che si tratta della scarpa di un altro: ma si vede benissimo in foto che è uguale a quella recuperata nel 2055. Attualmente non è ancora nelle mie mani, si trova in Pakistan. Andrò a prenderla ma non sono più disposto ad arrabbiarmi ancora per queste illazioni, ora il ritrovamento mi ha restituito la verità dei fatti. Tuttavia penso che ci sia molta cattiveria e anche queste teorie sono imputabili a qualche persona probabilmente malata di mente.

 

Ho letto di un medico bavarese (deceduto nel 1991) un certo Karl Maria Herrligkofferche è stato per anni uno dei suoi principali accusatori, avendo teorizzato che lei avesse abbandonato suo fratello…

 

Questo medico era il capo spedizione, lui non era un alpinista. Avevano abbandonato la spedizione tornando a casa a da lì lui aveva accusato me di aver abbandonato e poi lasciato mio fratello dall’altra parte della montagna, una cosa del tutto impossibile. Chi raggiunge la cima del Nanga Parbat dopo aver salito la parete più alta del mondo – e sottolineo che si tratta veramente di una parete –  non vede l’ora di tornare a valle per condividere con orgoglio questo successo, per meritare la fama dell’impresa. Non rischia il successo con una cosa di questo genere che getta ombre e discredito sul risultato raggiunto.

 

 

Mi ha colpito, ripeto, la fantasiosa e pervicace cattiveria, forse l’invidia della gente: come si fa a pensare che uno lascia morire lungo la discesa il proprio fratello, di due anni più giovane, per essere l’unico trionfatore? Trovo che sia una congettura pazzesca, neanche da dire…

 

Anche Bonatti aveva vissuto una situazione simile negli anni ‘30, era stato aggredito gravemente dai compagni. Sono storie che si ripetono.

Gli alpinisti sono persone del tutto normali: c’è chi è più bravo e chi lo è di meno.

Ma dobbiamo sfatare la diceria che gli alpinisti siano esseri diversi dal genere umano, eticamente diversi sotto il profilo dei valori di cui sono portatori.

 

 

 

Io sono sempre rimasto colpito dai suoi richiami etici. Lei mi disse nella precedente intervista una frase che non posso dimenticare: “le dimensioni umane nascoste sono più importanti di quelle trionfalistiche”.

Ecco che credo allora che quanto emerso a distanza di 52 anni le restituisca la soddisfazione di aver sempre detto il vero: è una cosa paragonabile forse alla gioia di raggiungere la vetta, di scalare la montagna più alta del mondo, di averla discesa insieme a suo fratello, sangue del suo sangue, con l’intenzione di tornare insieme. Non si può raccontare la storia di Caino e Abele, per questo dico che la cattiveria è sempre perfida e gratuita, considerato che le menzogne che hanno raccontato su questa vicenda l’hanno fatta soffrire a lungo….

 

Parlare di me e di Günther come fratelli è la cosa più importante. Quando avevamo trovato i resti di mio fratello c’era tutta la famiglia, ad eccezione dei nostri genitori che erano già morti. Tutti i miei parenti erano venuti con me sotto al Nanga Parbat eravamo più di venti, e insieme abbiamo trovato il posto dove era accaduta la tragedia. I miei fratelli e le mie sorelle – che avevano sofferto con me di queste accuse – avevano potuto portare il saluto al fratello Günther e si erano capacitati della verità. Mi spiace che non ci fossero i nostri genitori.

 

Fino al 1986 Lei ha scalato tutte le 14 vette sopra gli ottomila metri, quindi è depositario di un’esperienza unica.

 

Altri sono venuti dopo di me. Ma l’alpinismo oggi è diventato una forma di turismo, tutto è preparato. Mentre noi andavamo nell’incognita totale. Ho imparato che – come ha detto lei di me – bisogna cercare di essere sereni, vivere la propria vita senza far del male a nessuno, usare sempre il rispetto nei confronti degli altri e della natura. Ho imparato a stare zitti: oggi internet sta rovinando la nostra vita.

I social sono terribili.

 

Certo, specie per i giovani oggi l’uso disinvolto delle tecnologie crea dei problemi di non ritorno all’idea di normalità. Mi consenta un’ultima domanda: quale rapporto dobbiamo avere con la montagna? Lei ha ripetuto le sue lezioni e raccomandazioni molte volte. Quale consiglio vuole dare a chi questa estate va in vacanza in montagna? Ci sono già stati molti incidenti mortali e siamo solo all’inizio della stagione.

 

Ce se saranno anche questa estate, purtroppo. Oggi molta gente sale e scende le montagne, ma non vuole accettare l’idea che la montagna sia di per sé pericolosa.

Bisogna muoversi con lentezza e rispettare il contesto. Non sono le montagne che si adattano a noi, siamo noi che dobbiamo compararci con prudenza con le montagne.

E’ necessario avvicinarsi con grande rispetto e a piccoli passi, chi va con passi lunghi e veloce come in città o nei contesti di vita abituali, sbaglia, non va lontano.

Montagna significa silenzio, riduzione della velocità, riduzione dell’aggressività.

Andare in montagna significa cercare l’equilibrio tra se stessi e la natura.

Elettorato stanco, politica personalizzata: bisogna riscoprire, contro la decadenza della democrazia, la funzione dei partiti.

 

La volubilità dellelettorato parte anche dalla incapacità di individuare con chiarezza le linee di demarcazione fra ideali e proposte concrete. La personalizzazione dei partiti è il virus della democrazia. Riscopriamo, allora, l’«interesse beninteso» secondo la felice espressione di Tocqueville.

 

Mariapia Garavaglia

 

Le recenti tornate elettorali amministrative e referendarie hanno segnalato la stanchezza di un elettorato che assiste a continue contorsioni delle forze politiche circa le maggioranze future invece di proporre – adesso! – soluzioni per superare le difficoltà che il Paese attraversa.

 

L’assenteismo oramai non è più solo un sintomo ma malattia, che si insinua nel sistema e che va aggredita subito perché non diventi purulenta. Un qualche rimedio si trova analizzando la vittoria dei sindaci di centro sinistra. Ricordo che a Verona, cui mi sono dedicata, Parma, Piacenza, Catanzaro e Monza, abbiamo incontrato candidati che hanno saputo unire, che sono stati lontani da polemiche volgari, che hanno parlato agli elettori presentando la città del loro sogno e, infine, hanno fatto squadra. Si sono realizzate ipotesi di “campo largo” ma non senza confini: un profilo che distingua, non una accozzaglia. Gli alleati sono stati coinvolti sulle sfide e non per le percentuali che avrebbero potuto far confluire.

 

Per Letta ci sono indicazioni da tenere in considerazione anche per la scelta dei candidati futuri. Non sono state le primarie a indicare i possibili vincenti. Con le primarie si fanno i giochi in casa e si favoriscono ‘correntine’ interne in base alle percentuali, anche zero virgola… Piuttosto i partiti devono riconquistare la visibilità con la organizzazione, il senso di appartenenza, la disciplina interna. I partiti sono le fondamenta della casa democratica e infatti la Costituzione assegna loro un preciso ruolo, dichiarando che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49). Articolo per altro non attuato con una legge ordinaria organica per il loro funzionamento.

 

I partiti devono intestarsi la selezione dei candidati ai diversi livelli elettivi e devono crearela classe dirigente attraverso gli strumenti democratici previsti dai loro statuti. La volubilità dell’elettorato parte anche dalla incapacità di individuare con chiarezza le linee di demarcazione fra ideali e le proposte nonché i programmi dei partiti. La personalizzazione dei partiti è il virus della democrazia. In questa legislatura è apparsa con grande evidenza la malattia: oltre 300 cambi di casacca. Il gruppo parlamentare più numeroso è quello misto! Quale rapporto di fidelizzazione fra gli eletti e gli elettori, qual senso di appartenenza a una squadra che dovrebbe giocare per far prosperare la democrazia, per affermare l’idea di “interesse beninteso”, secondo la bella espressione di Tocqueville?

 

Invece l’interesse narcisistico del leader e del gruppo stanca alla lunga e non attrae partecipazione perché lo si vede ondivago secondo l’opportunità del momento. Così sta accadendo in questa legislatura: secondo la geometria dei tre governi, abbiamo assistito a più o meno populismo, sovranismo, europeismo…

Un “preambolo” anti populista per rilanciare la politica.

 

Tradotto in termini concreti ed immediatamente percepibili, il “preambolo” significa porre uno stop ad alleanze con i partiti e i movimenti che non rinnegano alla radice qualsiasi deriva populista, demagogica, anti politica, qualunquista e giustizialista. Ecco perchè la stessa proposta di Letta di un nuovo Ulivo” al posto di un misterioso campo largo” – per fermarsi allultima proposta politica sul tappeto – può avere un seguito credibile e realisticamente percorribile se le premesse sono chiare ed inequivoche.

 

Giorgio Merlo

 

Di preamboli ne abbiamo conosciuti parecchi nella storia politica del nostro paese. È indubbio che il più celebre è stato quello vergato da Carlo Donat-Cattin nel febbraio del 1980 durante un importante congresso democristiano che segnò, “allo stato dei fatti” – per citare le parole precise scritte proprio da Donat-Cattin – “l’impossibilità di stringere accordi politici e programmatici con il Partito comunista italiano”. Tutti sappiamo quali sono state le conseguenze di quel decisivo atto politico. Finì la politica di “solidarietà nazionale” e ripartì la stagione dell’alleanza tra la Democrazia Cristiana e i partiti di democrazia laica e socialista. Vabbè, altri tempi, altri partiti e, soprattutto, altri leader e statisti politici.

 

Ma quello che conta, oggi, rilevare è che dopo i risultati di questo importante turno amministrativo, dopo la scissione pesante e significativa all’interno del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, e dopo la proposta del segretario del Pd di aprire “una nuova stagione dell’Ulivo” per dire basta ai populismi, può decollare veramente un’altra fase politica nel nostro paese. Una fase che non può non essere contrassegnata dalla rimozione definitiva ed irreversibile della malapianta del populismo dall’orizzonte della politica italiana. Pur sapendo che questa deriva anti democratica e anti politica continua a correre nel sottosuolo della società italiana ed è pronta a riemergere come un fiume carsico ogni qualvolta la politica si indebolisce, le istituzioni entrano in crisi, la classe dirigente si impoverisce e l’azione di governo non è più efficace. Come è puntualmente accaduto con la vittoria massiccia dei 5 stelle, cioè del partito che aveva l’obiettivo di radere al suolo i canoni tradizionali che hanno storicamente contrassegnato la democrazia italiana nel suo percorso travagliato e complesso. E cioè, dai partiti democratici e organizzati alle culture politiche, dalla competenza della classe dirigente alla valorizzazione del pluralismo sociale e culturale, dalla centralità del Parlamento all’importanza della democrazia rappresentativa, dalla cultura della mediazione alla ricetta riformista, dalla cultura delle alleanze al ruolo dei corpi intermedi. Insomma, tasselli di un mosaico che, adesso, devono essere recuperati, rilanciati e valorizzati.

 

E per centrare questi obiettivi è oltremodo necessario ed indispensabile, prima di orchestrare e pianificare nuove alleanze, porre uno stop definitivo al populismo. E questo non per ragioni riconducibili a pregiudizi di natura politica e men che meno a pregiudiziali di natura personale. Ma per una ragione squisitamente e laicamente politica. Come, del resto, fece in altra epoca Carlo Donat-Cattin in quel celebre congresso democristiano.

 

Per questo motivo è utile stendere adesso un “preambolo” anti populista. Che, tradotto in termini concreti ed immediatamente percepibili, significa porre uno stop ad alleanze con i partiti e i movimenti che non rinnegano alla radice qualsiasi deriva populista, demagogica, anti politica, qualunquista e giustizialista. Tutti elementi che hanno contribuito a squalificare la politica nel nostro paese che ha dovuto, per l’ennesima volta, – e per fortuna per la salute del “sistema Italia” – far ricorso ai tecnocrati per dare stabilità e sicurezza all’azione di governo. Ma un “preambolo” anti populista è la base essenziale per costruire alleanze credibili e politicamente coerenti e stabili. Anche perchè la sub cultura populista di un partito o di un movimento che l’ha inscritto nella sua carta di identità, difficilmente ci rinuncia se non per motivazioni puramente contingenti e di convenienza per poi riproporlo appena possibile.

 

Ecco perchè la stessa proposta di Letta di un “nuovo Ulivo” al posto di un misterioso “campo largo” – per fermarsi all’ultima proposta politica sul tappeto – può avere un seguito credibile e realisticamente percorribile se le premesse sono chiare ed inequivoche. E, al riguardo, la stesura di un semplice ma chiaro “preambolo” può nuovamente condizionare il futuro e la prospettiva del nostro sistema democratico e anche costituzionale.

Vertice G7 di Elmau, Conferenza stampa conclusiva del Presidente Draghi.

 

Il Presidente del Consiglio ha partecipato alla terza giornata del Vertice G7 che si è concluso ieri a Elmau, in Germania.
Al termine dei lavori ha tenuto una conferenza stampa. In mattinata, a margine del Summit, ha partecipato a una riunione con il Presidente degli Stati Uniti Biden, il Presidente francese Macron, il Cancelliere tedesco Scholz e il Primo ministro britannico Johnson.
Ha avuto anche un incontro bilaterale con il Primo Ministro del Canada, Justin Trudeau.

Di seguito pubblichiamo l’introduzione di Draghi e, attraverso il link a fondo pagina, il successivo confronto con i giornalisti.

 

Redazione

 

Prima di tutto vorrei ringraziare il Cancelliere Olaf Scholz e la Presidenza tedesca per l’organizzazione del G7 e per l’eccellente accoglienza. Vorrei anche ringraziare lo Stato della Baviera per questa organizzazione a cui ha partecipato.

Questo G7 è stato veramente un successo. I nostri Paesi hanno riaffermato piena e grande coesione, grande unità di vedute, in particolare per quanto riguarda la guerra in Ucraina e le sue conseguenze a livello umanitario, economico, sociale.

Durante la sessione di ieri mattina abbiamo avuto modo di ascoltare il Presidente Zelensky, che ci ha descritto quale è la situazione sul campo e ci ha chiesto aiuto per quanto riguarda il conflitto e la ricostruzione futura. Ci ha detto che dall’inizio del conflitto la Russia ha lanciato 3.800 missili sull’Ucraina, i massacri dei civili continuano, e Zelensky è stato molto esplicito sul fatto che c’è bisogno di proteggere la popolazione, che l’economia ucraina non riprende se non c’è protezione. Ha raccontato anche della situazione economica, parlava di 5 miliardi al mese di deficit.

Il G7 ha risposto dicendo di essere pronto a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario.

Abbiamo anche riaffermato il nostro impegno sul fronte delle sanzioni, che è essenziale per portare la Russia al tavolo dei negoziati. La pace dovrà essere quella che vorrà l’Ucraina. Allo stesso tempo, come ha detto anche il Presidente Biden, dobbiamo essere pronti a cogliere gli spazi negoziali, se dovessero presentarsi.

Abbiamo avuto, a seguire, una sessione allargata a vari presidenti e primi ministri di Paesi non inclusi nel G7 e Paesi in via di sviluppo (Argentina, India, Indonesia, Senegal e Sud Africa).

È stata una discussione molto interessante. Da parte soprattutto del Presidente dell’Unione africana si è ritornati sulla questione climatica e sulle conclusioni che si sono raggiunte. Ci ha ricordato che in Africa vive il 30% della popolazione mondiale e che contribuisce solo per il 3% alle emissioni totali. Ci ha anche detto che se l’Africa usasse tutti i combustibili di origine fossile che ci sono, queste emissioni arriverebbero al 3,4%.

Queste sono stime, si capisce che il peso di questi provvedimenti per salvare il clima ricade in maniera sproporzionata sull’Africa e sui Paesi più poveri in generale.
In quella stessa sessione abbiamo avuto anche l’occasione di ascoltare il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ci ha descritto lo stato dei negoziati per sbloccare le esportazioni di grano e di fertilizzanti. A Kiev avevo auspicato che una iniziativa sotto l’egida delle Nazioni Unite fosse probabilmente l’unica alternativa possibile, ci erano stati gli sforzi indipendenti della Turchia. Ora in un certo senso le due cose si sono unite e hanno prodotto un piano di cui dopo vi parlerò.

Il Presidente del Senegal, Macky Sall, Presidente di turno dell’Unione Africana, ci ha poi detto che i fertilizzanti sono importanti quanto il grano, perché 4/5 dei cereali consumati in Africa sono prodotti da loro. Quindi è necessario avere i fertilizzanti per poterli produrre.

Il Segretario Generale, a proposito del piano e della possibilità di successo, ha detto che siamo ormai vicini al momento della verità, per capire se l’Ucraina e soprattutto la Russia vorranno sottoscrivere l’accordo che permetterà al grano di uscire dai porti. La situazione deve essere sbloccata in tempi rapidi, perché occorre immagazzinare il nuovo raccolto.

Il G7 ha inoltre appoggiato delle misure importanti per limitare i costi dell’energia. Tutti i leader concordano sulla necessità di limitare i nostri finanziamenti alla Russia di Putin, ma allo stesso tempo occorre rimuovere la causa principale di questa inflazione. Abbiamo dato ai nostri ministri il mandato di lavorare “con urgenza” su come applicare un tetto al prezzo del gas e del petrolio, ma la Commissione Europea ha detto anche che accelererà il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas, una decisione che l’Italia accoglie con favore.

 

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https://www.governo.it/it/articolo/vertice-g7-di-elmau-conferenza-stampa-conclusiva-del-presidente-draghi/20157

“Il cattolicesimo di domani sarà diasporico o non sarà”. Intervista su “Le Monde” alla sociologa Danièle Hervieu-Léger. Hervieu-Léger.

 

Da cinquantanni Danièle Hervieu-Léger, direttrice di studi (Preside di Facoltà”) alla Ècole des hautes études en sciences sociales (EHESS), scruta levoluzione del cattolicesimo, soprattutto occidentale. In un momento in cui il cattolicesimo francese sta vivendo unattualità irrequieta (consultazione dei fedeli in vista del sinodo sulla sinodalità, sospensione delle ordinazioni nel Var, ecc.), la sociologa presenta una diagnosi senza concessioni sullo stato della Chiesa.

L’intervista è stata pubblicata suLe Monde” del 28 giugno 2022. Qui viene riproposta nella traduzione apparsa su www.finesettimana.org.

 

Cyprien Mycinski

 

Secondo la sociologa Danièle Hervieu-Léger, per sopravvivere la Chiesa deve uscire dal suo sistema di autorità centralizzatrice e rimettere in discussione la sacralità del prete. “Senza dubbio la Chiesa cattolica non sfuggirà a questa lezione della Riforma protestante”, assicura la sociologa nell’intervista.

 

Da cinquant’anni Danièle Hervieu-Léger scruta l’evoluzione del cattolicesimo, soprattutto occidentale. Direttrice di studi (“Preside di Facoltà”) alla Ècole des hautes études en sciences sociales (EHESS), pubblica con il sociologo Jean-Louis Schlegel Vers l’implosion? Entretiens sur le présent et l’avenir du catholicisme (ed. Seuil – Verso limplosione? – Colloqui sul presente e sul futuro del cattolicesimo”) e un libro più personale sul suo percorso, Religion, utopie et mémoire (ed. de l’EHESS – Religione, utopia e memoria) sotto la forma di un’intervista con lo storico Pierre-Antoine Fabre. In un momento in cui il cattolicesimo francese sta vivendo un’attualità irrequieta (consultazione dei fedeli in vista del sinodo sulla sinodalità, sospensione delle ordinazioni nel Var, ecc.), la sociologa presenta una diagnosi senza concessioni sullo stato della Chiesa.

 

Alcuni mesi fa, il rapporto della commissione Sauvé ha rivelato lampiezza delle aggressioni sessuali nella Chiesa cattolica francese. Secondo lei, che cosa significa questa crisi?

Questa crisi è gravissima per la Chiesa. Non testimonia l’esistenza di problemi temporanei che si potrebbero risolvere; rivela un fallimento generale del sistema romano. La specificità di questa crisi infatti è che essa mette in luce la deriva di un sistema di potere nella Chiesa. Per questo è stato sottolineato il carattere “sistemico” degli abusi, che non possono essere ridotti agli errori di alcuni individui.

La Chiesa cattolica, almeno dal Concilio di Trento (1354-1563) si è costruita sulla sacralizzazione della figura del prete. Il prete ha uno status distinto dai fedeli, appartiene ad uno stato superiore. Questa separazione dai battezzati comuni coinvolge il corpo del prete, attraverso il celibato, a cui è tenuto a partire dalla riforma gregoriana (1073-1085) e che fa di lui un essere “a parte”.

La funzione sacerdotale, nella Chiesa cattolica, non è quindi fondata innanzitutto sulla capacità di un uomo a rispondere ai bisogni spirituali di una comunità di credenti. Manifesta l’elezione divina del prete, il che lo pone al di sopra della comunità e gli dà un potere gigantesco. Il prete è il mediatore privilegiato, se non unico, della relazione dei fedeli cattolici con il divino: Cristo è presente nei gesti sacramentali posti dal prete.

Bisogna comprendere che la sacralizzazione del prete limita considerevolmente la possibilità di opporsi ad un abuso che lui commette. Come ci si può ribellare ad un tale atto, come ci si può percepire come vittima quando l’aggressore rivendica un rapporto con il potere divino? Gli abusi sessuali, in questo contesto, sono quindi sempre anche abusi spirituali e abusi di potere.

A ciò si aggiunge la “cultura del segreto”, molto presente nella Chiesa cattolica. L’istituzione ha l’abitudine di lavare i panni sporchi in famiglia e vuole regolare tutto al suo interno: il problema è che lo fa quando si trova di fronte agli errori commessi dai suoi membri, ma anche quando questi ultimi si rendono colpevoli di reati… La crisi è quindi di un’estrema profondità. Di fronte a questo, il riconoscimento delle aggressioni e la loro riparazione sono fondamentali, e la Chiesa vi si è impegnata. Tuttavia non sarà sufficiente: secondo me, questa crisi necessita di andare molto oltre. La Chiesa cattolica deve accettare di trasformarsi radicalmente.

 

Secondo lei, come deve cambiare la Chiesa?

 

Depurando la relazione tra il fedele e il prete della sua dimensione sacrale. I fedeli hanno certo bisogno di responsabili capaci di organizzare le comunità, ma nessun carattere sacro dovrebbe essere associato alla persona del ministro del culto. Da questo punto di vista, ordinare uomini sposati o dare alle donne accesso al presbiterato non sarebbe solo un progesso: cessare di fare del presbiterato uno stato a parte significherebbe una ridefinizione completa della concezione stessa della responsabilità ministeriale.

 

Non sarebbe una forma di protestantizzazione” del cattolicesimo?

Sì, ma la Chiesa cattolica non sfuggirà certo a questa lezione della Riforma protestante. Quest’ultima, tra le altre cose, ha escluso ogni separazione sacrale dei ministri del culto. Non ha mai fatto del pastore un essere superiore ai fedeli ordinari. La sua autorità gli viene dalla sua competenza teologica e dalla fiducia che gli riservano i fedeli.

Se la Chiesa romana dà un contenuto concreto al suo riconoscimento della piena uguaglianza di tutti i battezzati, come all’uguaglianza dei sessi, essa dovrà in un modo o in un altro evolvere in questo senso. È la condizione perché la definizione di Chiesa come popolo dei battezzati prenda realmente corpo e abbia senso in società democratiche in cui la parità è diventata un’esigenza collettiva.

 

Sarebbe una trasformazione radicale… Le sembra immaginabile in un futuro prossimo?

La sociologia non si muove nell’ambito delle previsioni e non mi azzardo a fare pronostici. Per valutare le evoluzioni possibili, bisogna prima considerare i rapporti di forza interni alla Chiesa cattolica. È evidente che delle correnti molto potenti all’interno della Chiesa non auspicano tale trasformazione. Coloro che vengono chiamati “tradì”, cioè tradizionalisti, sembra che spingano per pesare attivamente a favore del rafforzamento del sistema esistente. La loro convinzione è che l’organizzazione e il funzionamento dell’istituzione manifestano di per se stessi la continuità del “cristianesimo di sempre”, incarnato dalla Chiesa romana immaginata immutabile. È un’illusione evidentemente, dato che la Chiesa, come ogni istituzione storica, è continuamente cambiata nel corso dei secoli.

La forma attuale, organizzata con il Concilio di Trento, si è strutturata nel XIX secolo dando un’enfasi straordinaria alla figura del prete. Viviamo in un mondo instabile e mutevole e, di fronte alle incertezze, desideriamo aggrapparci a cose che non cambiano. I tradizionalisti ritengono che la immaginata immutabilità del sistema romano rifletta l’eternità della Chiesa. È certamente rassicurante, ma è falso.

Nella Chiesa di oggi, questa corrente ha una base solida e un’ala militante e organizzata per la quale la difesa dell’ordine cattolico è una questione politica.

Ha saputo rendersi molto visibile, ed è quella che sostiene nella maniera più attiva l’opposizione ai tentativi di riforma avviati da papa Francesco. Comunque, anche se i tradizionalisti sono una forza molto presente nella Chiesa, non bisogna pensare che siano la sola corrente presente al suo interno. Molti cattolici auspicano che la Chiesa evolva in profondità.

 

La mancanza di preti nei paesi europei è oggi molto evidente… Come pensano di affrontare questo problema i tradizionalisti?

Effettivamente in Europa ci sono sempre meno preti e la speranza di un rinnovamento massiccio delle vocazioni è frutto di immaginazione. Questa carenza potrebbe costituire un principio di realtà che obblighi l’istituzione a fare dei cambiamenti. Se non ci sono più candidati al presbiterato, alla lunga non rimane più gran che, né della figura sacra del prete, né della forma parrocchiale di socialità cattolica che lui presiede. Le istituzioni di formazione di preti (Comunità Saint-Martin o Buon Pastore, ecc.), di cui si evidenziano i metodi di reclutamento e di formazione, seducono i cattolici conservatori, ma sono ben lungi dal rispondere alla penuria che si aggrava.

Di fronte alla mancanza di preti, i cattolici sono un po’ persi e vivono una situazione tanto più fragile in quanto l’auto-organizzazione comunitaria non è per loro spontanea. Dato che tutto spetta al prete in materia di celebrazione, i fedeli non hanno imparato ad organizzarsi da soli a livello

 

locale, né a scegliersi dei responsabili di comunità. Vista l’evoluzione della demografia clericale, bisognerà però che comincino ad abituarsi a farlo molto in fretta…

Da questo punto di vista, si nota che, durante la pandemia di Covid 19, la sospensione obbligata della vita culturale in parrocchia ha potuto avere un ruolo acceleratore di questa auto-organizzazione. Si sono formate piccole fraternità che riuniscono alcuni individui o alcune famiglie, su scala molto locale, per condividere la loro fede in maniera autonoma. È una forma di socialità cattolica di nuovo genere che potrebbe svilupparsi nei prossimi anni.

 

Lei ha parlato regolarmente di correnti dagli orientamenti molto diversi nella Chiesa cattolica: le sembra possibile farle coesistere allinterno di uno stesso insieme?

In effetti esiste una grande diversità nella Chiesa: per prendere in considerazione il caso francese e opponendo in maniera un po’ grossolana gli “identitari” ai “cattolici aperti”, diciamo che chi appartiene all’Opus Dei non ha probabilmente nulla da dire a chi fa parte della Conférence catholique des baptisé.e.s francophones… Per il momento, tutti fanno riferimento più o meno formalmente a Roma, il che preserva l’unità. Ma questo non potrebbe durare. Per evitare l’esplosione incontrollata dell’insieme, bisognerebbe che emergessero modi di regolazione che preservino l’autonomia delle comunità.

Guardiamo la situazione dei protestanti francesi: ci sono differenze e anche forti contraddizioni tra luterani, riformati ed evangelicali. Eppure, pur abitando la loro religione in maniera molto diversa, queste correnti si riconoscono reciprocamente all’interno di una organizzazione federativa che assicura una comunione senza impedire la diversità.

Il sistema romano fa sì che la Chiesa misuri la sua unità sulla base della sua uniformità dottrinale e organizzativa. Per molto tempo questa visione dell’unità si è incarnata in una civiltà parrocchiale almeno formalmente omogenea. Come sappiamo, quest’ultima sta scomparendo. La socialità cattolica si sposta oggi dal lato dei raggruppamenti affinitari e mobili, sempre più estranei all’inquadramento territoriale della parrocchia. Il cattolicesimo di domani, secondo me, sarà un cattolicesimo “diasporico” o non sarà.

 

Lei ha parlato dei tentativi di riforma di papa Francesco. Le sembra che lui sia in grado di far evolvere la Chiesa?

Papa Francesco è un vecchio signore di 85 anni che non può far muovere la Chiesa universale da solo. Si vedono in ogni caso i limiti della sua azione. Procede spesso parlando di evoluzioni che suscitano delle ostilità, il che lo obbliga a far marcia indietro o almeno a non cambiare nulla. È stato molto chiaro al momento del sinodo sull’Amazzonia del 2020. La grave mancanza di preti in quella regione ha portato i vescovi a proporre la possibilità di ordinare degli uomini sposati, e Francesco sembrava aperto a quell’idea. Ma, alla fine, non c’è stato nessun passo avanti.

 

Come spiega che si sia mostrato così timoroso?

La paura dello scisma ossessiona la Chiesa cattolica. Dalla grande rottura della Riforma, questo timore domina l’azione dei pontefici romani, e lo scismo lefebvriano al momento del Vaticano II lo ha notevolmente riattivato. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno attivamente cercato, con una politica di compromesso, di riassorbire la dissidenza integrista. Ma anche se Francesco sembra deciso a non lasciare che i tradizionalisti mettano in discussione l’eredità del Vaticano II, anche se è persuaso dell’urgenza di far evolvere la Chiesa e di abbattere il sistema clericale che è diventato il suo principale veleno, tuttavia continua ad essere paralizzato all’idea di spaccare la Chiesa cattolica in due. Allo stesso tempo sembra che stia ripiegando su una strategia dei piccoli passi.

Questo è molto evidente a proposito del posto delle donne nella Chiesa. Apre loro l’accesso a responsabilità istituzionali elevate in Curia, ma sa perfettamente che, se desse loro accesso al pieno esercizio di funzioni sacramentali, la Chiesa esploderebbe. Si limita quindi a piccole riforme, ufficializzando per esempio il fatto che possano partecipare alla celebrazione del culto come lettrici o come accolite, o insistendo sul fatto che anche le bambine possano essere chierichette come i maschi. Visto da lontano, questo può sembrare qualcosa di estremamente modesto. In realtà, è più importante di quanto sembri. Significa infatti che le donne possono entrare nel presbiterio, cioè nel luogo più sacro della Chiesa, il luogo della celebrazione eucaristica. Significa quindi che il corpo delle donne non è inadatto al sacro.

In una società come la nostra, si potrebbe dire che è una ovvietà, ma alcuni vi vedono una minaccia e vi si oppongono più che possono.Il gesto di Francesco, per quanto limitato, apre una breccia. Il cammino che resta per una uguaglianza effettiva tra uomini e donne nella Chiesa sarà lungo.

 

Francesco difende anche regolarmente il Concilio Vaticano II di fronte a dei conservatori che non lhanno mai completamente accettato. Non è anche questo un modo per far evolvere la Chiesa?

È molto importante, ma, al contempo, la difesa dell’eredità del Vaticano II (1962-1965) non può bastare, oggi, per assicurare la riforma radicale del sistema romano. Perché il Vaticano II è, da un certo punto di vista, arrivato troppo tardi. L’aggiornamento della Chiesa romana è avvenuto proprio nel momento della rivoluzione culturale degli anni ‘60 del 900. Il Vaticano II è stato immediatamente percosso dalla grande svolta culturale che le società moderne hanno vissuto in quello stesso periodo.

La risposta della Chiesa alla formidabile rivoluzione introdotta dall’accesso delle donne alla possibilità di gestione della loro fecondità è stata la riproposizione del discorso del proibito e della norma: l’enciclica Humanae Vitae (1968), che proibisce la contraccezione, ha avuto conseguenze drammatiche per la credibilità dell’istituzione.

 

Il secondo grande limite del Vaticano II riguarda le sue ambiguità fondamentali che non sono mai state superate, sempre per paura dello scisma. Prendiamo lesempio della nozione di Chiesa come popolo di Dio”. Che cosa significa?

Per alcuni, implica l’apertura ad una concezione più “democratica” del governare l’insieme dei battezzati. Per altri, i fedeli devono sempre essere pilotati da preti. Le conclusioni del Vaticano II, su molti punti, restano quindi molto vaghe. Nella Chiesa, alcuni vogliono interpretarle a minima, altri vogliono al contrario andare fino in fondo alla dinamica di adattamento alla modernità iniziata dal concilio. Ma non è stato definito nulla. Resta il fatto che è una acquisizione del Concilio Vaticano II, rivitalizzata da papa Francesco, e che potrebbe permettere di smuovere la Chiesa: la pratica sinodale.

 

Perché il sinodo potrebbe contribuire a far evolvere la Chiesa cattolica?

Il sinodo – o diciamo per maggiore chiarezza il principio di una organizzazione sinodale della Chiesa – consiste nel dare ai fedeli il diritto di esprimersi sul suo funzionamento, o anche di partecipare al goveno della Chiesa. Francesco ha rilanciato questo processo nel 2021. Nel corso di questi ultimi mesi, i cattolici di tutto il mondo si sono riuniti in piccoli gruppi per riflettere insieme e trasmettere le loro aspirazioni sulle evoluzioni della Chiesa. Tra loro, molti chiedono trasformazioni profonde, sullo status dei preti, sul posto delle donne, ecc.

Delle sintesi sono già state fatte su scala diocesana, poi su scala nazionale. La prossima tappa avrà luogo a Roma, dove il papa prenderà conoscenza del contenuto di queste sintesi provenienti da tutto il mondo. Ormai, la questione è sapere ciò che si farà di tutte quelle lamentele e di tutte quelle proposte. Forse saranno subito sotterrate per tornare al business as usual come se nulla fosse. Ma forse si prenderanno in considerazioni le attese dei fedeli. In questo caso, il sinodo potrebbe indurre una forma di democratizzazione della Chiesa cattolica. Sarebbe tutt’altro che banale!

Beppe Fenoglio. Montagna. Il commento di “doppiozero.it”.

 

Le montagne partigiane di Fenoglio sono sempre in movimento e il più delle volte percorse in salita. E se pur ci capita di imbatterci in personaggi che scendono” le montagne, questo moto è iniziale, punto di partenza al quale segue poi una risalita.

 

Angela Boscolo Berto

“Quando ci andrò mi dirigerò sulle Langhe. Non so, ma la mia linea paterna viene di là”. Queste le parole che, nel terzo capitolo del Partigiano Johnny, il protagonista eponimo, alter ego di Fenoglio, rivolge al professor Chiodi. In un gioco di perfetta coincidenza con il suo autore, dopo lo sbandamento dell’8 settembre, Johnny lascia Alba per unirsi alle formazioni partigiane situate, appunto, nelle Langhe. Da lì porta avanti la lotta di liberazione contro il nazi-fascismo che ha occupato la sua città natale, sostenendo con la propria esperienza l’idea che la Resistenza si combatte pro aris et focis, cioè a difesa della geografia locale, prima ancora che per l’interezza del territorio nazionale.

 

Lo spazio della montagna, in particolare, assume in tutta la narrativa fenogliana (sia quella dei racconti langhiani che quella della guerra civile) una centralità assoluta. Ciò coglie il lettore inizialmente di sorpresa, così come succede ai personaggi stessi di Fenoglio (“Le aveva sempre pensate, le colline, come il naturale teatro del suo amore, e gli era toccato di farci l’ultima cosa immaginabile, la guerra” – pensa Milton, altro affascinante doppio del suo autore);  ma a ben vedere l’aver posto al centro del racconto il paesaggio storico reale in cui la Resistenza si svolse è tratto tipico di tutta la narrativa resistenziale, che trova il proprio emblema naturale e antropologico nella montagna.

Nei testi di Fenoglio la montagna è spesso descritta e vissuta dai personaggi stessi in netta contrapposizione alla città. Questo appare evidente nei Ventitré giorni della città di Alba, un testo che restituisce perfettamente la trasformazione delle città durante la guerra civile e il senso di estraniamento che ne provano i partigiani prima loro abitanti. Alba è diventata una trappola asfissiante di morte, dove il pericolo, dice Fenoglio:

 

[…] era nell’aria e stranamente deformava le case e le vie, appesantiva i rumori, rendeva la città a momenti irriconoscibile a chi c’era nato e cresciuto. E i partigiani, che in collina riuscivano a dormire seduti al piede d’un castagno, sulle brande della caserma non chiusero occhio. Pensavano, e in quel pensare che a tratti dava nell’incubo, Alba gli pareva una grande trappola colle porte già abbassate.

 

Alba è avvertita come spazio estraneo e spaventoso; come Torino, Milano, Roma, come tutte le città prese dai nazi-fascisti, ha alterato il suo volto e la sua stessa identità, avvolta in un’atmosfera surreale, di pericolo e paura. La guerra, insomma, rovescia le consuete certezze del tradizionale paesaggio nazionale: in città gli uomini vivevano “come topi,” si sentivano fragili e imprigionati (“La città era inabitabile, la città era un’anticamera della scampata Germania […], assolutamente inabitabile, per un soldato sbandato e pur soggetto al bando di Graziani”) e solo nelle montagne affermano di aver riacquistato appieno la loro libertà. Secondo Johnny gli uomini si sentivano soffocare per le strade di Alba (anche dopo la sua temporanea liberazione dai nazi-fascisti), ed erano contenti di lasciarsela alle spalle per partire in ricognizione verso le rive di un fiume; l’odio e il sospetto continuo verso gli altri e verso lo spazio alienato della città costituivano “l’annotazione principale sul comportamento medio partigiano in città”.

 

In questo contesto, la salita ai colli delle Langhe non implica un rischio di isolamento, ma ribadisce invece l’urgenza del conflitto. La narrativa fenogliana situa sempre la figura del partigiano “in alto” a contrastare il mondo “di sotto,” quello corrotto dei nemici fino a far diventare le Langhe una sineddoche della Resistenza tutta. È interessante sottolineare che in tutte le opere di Fenoglio le colline vengono descritte come “colossali”, “enormi”, “piramidali”, o addirittura “somme colline”, “arcangelico regno”, anche se la realtà geografica delle Langhe è costituita da altezze alquanto modeste se confrontate con le vette alpine dove pure la Resistenza si svolse e lasciò un segno profondo nel territorio. Nei testi di Fenoglio quest’elevazione è dunque sempre descritta con un sottofondo di ostentazione, volta a rinforzare e avvalorare la distanza assoluta tra il mondo alto dei partigiani e quello basso dei cittadini conniventi con i nemici.

 

Le montagne partigiane di Fenoglio sono sempre in movimento e il più delle volte percorse in salita. E se pur ci capita di imbatterci in personaggi che “scendono” le montagne, questo moto è iniziale, punto di partenza al quale segue poi una risalita. È così nel romanzo breve La malora, che si apre con la notazione della morte del padre del protagonista (“Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra”) e ci mostra Agostino che scende dalla collina verso il Pavaglione; qui solo in apparenza il movimento è quello di discesa perché l’immagine di chiusura del romanzo vede la collina protagonista, un vero e proprio anelito verso la montagna, il moto di salita alle “alte colline”, ora illuminate dal sole.

 

Analogamente, nella prima scena del racconto Il gorgo, il padre, che non riesce più a sopportare le sventure che si abbattono sulla sua famiglia, alzandosi da tavola dice: “Scendo fino a Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia”, un espediente per andarsene, per essere libero di suicidarsi. Il figlio più piccolo, l’unico che ha capito, lo segue per impedirglielo. Anche questa volta il suicidio non avviene e il racconto termina con una risalita: “Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio per non perdermi d’un passo”. Nella sconfitta più totale, vissuta con compostezza e toccante dignità, i personaggi di Fenoglio trovano sempre una chance per riscattarsi, l’occasione di una salvezza, che non è redenzione o lo è solo nella misura in cui accetta contestualmente anche il male e lo comprende.

 

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https://www.doppiozero.com/beppe-fenoglio-montagna

La Belt and Road del G7 cambia nome, ma i suoi limiti rimangono (AsiaNews).

 

Ribattezzata Partnership for Global Infrastructure and Investment, dovrebbe raccogliere 600 miliardi in cinque anni. Soldi da investire in progetti infrastrutturali sostenibili” per i Paesi in via di sviluppo. Con crisi pandemia, inflazione e guerra in Ucraina sarà difficile mobilitare le risorse. I potenziali clienti preferiscono trattare con Pechino, che impone poche condizioni.

 

Emanuele Scimia

 

Un anno fa si chiamava Build Back Better World, il 26 giugno al loro summit annuale i leader del G7 l’hanno ribattezzata Partnership for Global Infrastructure and Investment: un cambio di etichetta, ma per poter diventare una vera alternativa alla Belt and Road Initiative della Cina ai problemi del Covid-19 si è aggiunta l’invasione russa dell’Ucraina.

 

Con il loro “nuovo” partenariato le sette economie più avanzate del mondo puntano a raccogliere 600 miliardi di dollari in cinque anni per finanziare progetti infrastrutturali nei Paesi in via di sviluppo. L’amministrazione Biden parla di uno sforzo coordinato per andare incontro alle esigenze delle nazioni più svantaggiate, ma in modo “trasparente” e nel rispetto di elevati standard finanziari, ambientali, lavorativi e di sicurezza. La spesa dovrà servire a combattere il cambiamento climatico, migliorare la sanità a livello globale, favorire la parità di genere e rafforzare l’economia digitale.

 

In una ottica di competizione (confronto) con la Cina, la Partnership for Global Infrastructure and Investment arriva al momento opportuno. Come sottolineato anche da osservatori cinesi, negli ultimi quattro anni la Belt and Road ha avuto un drastico calo degli investimenti. Secondo il China Global Investment Tracker, l’iniziativa lanciata nel 2013 da Xi Jinping per accrescere il peso mondiale della Cina grazie agli investimenti infrastrutturali ha visto finora stanziamenti per 838 miliardi di dollari: dal picco di 130 miliardi del 2015 si è passati però ai 63,5 miliardi del 2021.

Il rallentamento dell’economia in Cina, aggravato dalle draconiane regole per il contenimento del Covid-19 e dagli effetti della guerra russo-ucraina, potrebbe prosciugare ancor di più gli investimenti cinesi nei 140 Paesi partner della Belt and Road.

 

Quello delle risorse finanziarie è il primo ostacolo che si trovano ad affrontare anche i Paesi del G7. Per la Partnership for Global Infrastructure and Investment, gli Usa hanno promesso finanziamenti pubblici e privati per 200 milioni di dollari: una alternativa a chi offre schemi che a parere di Washington sono in realtà “trappole del debito”.  L’Unione europea vuole mettere in campo 316,7 miliardi di dollari, così da costruire una alternativa “sostenibile” alla Belt and Road. Tra piani di ripresa dalla pandemia, lotta all’inflazione e sostegno all’Ucraina, rimane da vedere quanto potranno stanziare Washington e i suoi alleati; senza contare che non sarà semplice coinvolgere gli investitori privati.

 

La Belt and Road è finita sotto accusa per finanziare strutture inquinanti come le centrali di carbone,  per le sue gare d’appalto opache, che favoriscono le compagnie cinesi, e il trasferimento forzato di popolazioni per fare spazio alle nuove infrastrutture. L’accusa più dura è però quella di rendere i Paesi debitori sempre più dipendenti dal creditore cinese.

 

Malgrado uno studio di AidData abbia rivelato che 40 dei 50 maggiori prestiti stanziati da creditori statali cinesi abbiano ricevuto garanzie “collaterali” dai governi clienti, i Paesi in via di sviluppo non sembrano voler rinunciare ai soldi di Pechino. Con ogni probabilità, il problema maggiore per i governi del G7 è quello di scardinare un rapporto che si è strutturato nel tempo tra la Cina e i suoi debitori.

 

Anche se pagano interessi più alti di quelli offerti da governi e istituzioni occidentali, molti Paesi in via di sviluppo privilegiano finanziamenti e progetti cinesi perché Pechino non impone loro condizioni fiscali e finanziarie, vincoli ambientali e umanitari o complessi controlli di gestione e trasparenza: in sostanza i punti su cui si basa la Partnership for Global Infrastructure and Investment.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/La-Belt-and-Road-del-G7-cambia-nome,-ma-i-suoi-limiti-rimangono-56138.html

Comunali. Una misura di sintesi e flussi sui ballottaggi. A cura dell’Istituto Cattaneo.

In questa analisi il Cattaneo presenta una riaggregazione dei risultati di lista del primo turno che consente di valutare se e in che misura le comunali 2022 abbiano registrato un cambiamento nellequilibrio elettorale tra centrodestra e centrosinistra allargato” rispetto alle Europee del 2019. Sono presentati inoltre i flussi di voto in 4 città da cui si evince la dinamica sottostante alle vittorie più evidenti” del centrosinistra. 

 

Salvatore Vassallo – Rinaldo Vignati

 

Come di consueto, i risultati delle elezioni amministrative sono oggetto di interpretazioni stiracchiate, da una parte e dall’altra, per derivarne misure di successi e sconfitte che si presume indichino una tendenza trasponibile al livello nazionale, in vista di competizioni politiche generali. Come in altre occasioni, dobbiamo sottolineare che simili inferenze sono molto problematiche se non, spesso, destituite di fondamento empirico.

 

Innanzitutto, perché la struttura delle competizioni in ambito locale è variegata e in vari casi non assimilabile a quella delle competizioni politiche generali: ci sono coalizioni con diversi formati, sono presenti molte liste civiche, le caratteristiche dei candidati a sindaco influenzano il risultato in una misura non replicabile in elezioni politiche generali.

 

Ma anche perché è impossibile esaminare in questa chiave i dati dei comuni con meno di 15.000 abitanti. Inoltre, come è già accaduto nell’ottobre 2020, per varie ragioni, tecni- che e comunicative, ci si concentra sui comuni capoluogo più grandi, nei quali si registra una propensione più accentuata dell’elettorato, rispetto ai comuni più periferici e di di- mensioni minori, a votare per partiti di centrosinistra.

 

Per attenuare questi diversi elementi, potenzialmente fuorvianti, abbiamo ricalcolato i risultati del primo turno delle comunali aggregando da un lato i voti ottenuti da tutte liste collegate a candidati/coalizioni ascrivibili al centrodestra, dall’altro i voti ottenuti da tutte liste collegate a candidati/coalizioni ascrivibili al “campo largo” di centrosinistra (PD + altre liste di centrosinistra + M5S). Lo abbiamo fatto anche nei casi in cui le due aree si sono presentate divise, sostenendo candidati a sindaco tra loro concorrenti. Ab- biamo potuto fare questo calcolo solo per 95 dei 142 comuni con più di 15.000 abitanti chiamati al voto, perché i dati elettorali dei comuni siciliani così come quelli del F-VG non sono gestiti e non sono stati forniti dal ministero dell’Interno e perché in altri comuni non è stato possibile identificare neppure una coalizione chiaramente ascrivibile al cen- trodestra o al “centrosinistra allargato ai Cinque Stelle”. Abbiamo quindi considerato solo comuni nei quali sia stato possibile identificare almeno un candidato a sindaco (e quindi una coalizione di liste) espressione di ciascuna area.

 

La tabella che segue riporta questi valori aggregati distintamente per i comuni del Nord e del Sud. Riporta anche, per consentire un confronto, il numero totale dei voti ricevuti nel complesso dalle liste ascrivibili a una o all’altra area politica in occasione delle ele- zioni Europee del 2019, quando le due macroaree politiche ottennero al livello nazionale una quota pressocché simile i consensi.

 

Ebbene, se si considera questo metro, l’equilibrio tra centrodestra e “campo largo” (com- plessivamente intesi) non sembra cambiato di molto, come del resto segnalano i son- daggi relativi alle intenzioni di voto per elezioni politiche generali. La ragione per la quale si ritiene che il centrodestra abbia più chance di vincere le elezioni politiche è che si pre- sume possa trovare più facilmente un accordo al suo interno e convergere su candidati comuni nei collegi uninominali rispetto al “campo largo” costituito dai molti rivoli in cui si sono divisi l’area di centrosinistra e il Movimento 5 stelle.

 

La performance del “campo largo” in queste amministrative appare (nella comunica- zione pubblica) sovradimensionata a causa della consueta maggiore attenzione dedicata ai centri urbani maggiori. Tali successi (più evidenti) del centrosinistra sembrano deter- minati dalla circostanza che in diverse città di dimensioni medio-grandi le diverse com- ponenti di quell’area sono riuscite a convergere su candidati capaci, a loro volta, di rac- cogliere consensi trasversali, mentre il centrodestra si è diviso, focalizzandosi in alcuni casi su candidati troppo “identitari” (come a Verona) in altri privi di una chiara identità politica (come a Catanzaro). Le quattro città su cui abbiamo potuto svolgere l’analisi dei flussi tra primo e secondo turno, tendono a confermare questa interpretazione. Pur- troppo il comune di Verona non ha reso disponibili i risultati per sezione elettorale, ne- cessari per applicare il modello statistico attraverso cui stimiamo i flussi.

 

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https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2022/06/2022-06-27_II_Turno.pdf

Dante Monda presenta oggi il suo libro: Papa Francesco e il “popolo”. Prefazione di P. Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica.

 

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore il testo pressoché integrale della prefazione al libro di Dante Monda – Papa Francesco e il “popolo”. Una sfida per la Chiesa e la democrazia, Morcelliana editrice – che viene presentato questo pomeriggio alle ore18 nella Sala Zuccari (Palazzo Giustiniani). Interverranno in dialogo con l’autore Marco Follini, Emma Fattorini, Mons. Vincenzo Paglia.

 

Antonio Spadaro S.I.

 

La riflessione di Dante Monda sul pensiero di Jorge Mario Bergoglio nasce dalle aule universitarie e dal confronto con i suoi docenti e di studiosi che hanno cominciato a studiare il pensiero del Pontefice. Il volume che presento però varca la soglia del perimetro accademico e si presenta come un’opera agile che, proprio per questo, aggira luoghi comuni e schematismi. Dante Monda pensa quelle categorie teologiche e politiche che incrocia nel suo studio e nell’incontro con l’attuale pontefice con l’agilità dell’equilibrista in bilico sull’orlo di grandezze che lo superano, in cammino con ritmo inquieto e fiero, sospeso su una tensione dinamica.

 

Direbbe Francesco che si tratta di un «pensiero incompleto», aperto. Sembra che sia questo stile di pensiero che colpisce il giovane ricercatore Monda. Un pensiero che non è né forte né debole, ma umile e in cammino. Il pensiero di Francesco, letto dalla ricerca di Monda, trova la “messa a fuoco”, il discernimento e il chiarimento proprio nella tensione aperta e drammatica, e dunque nella trama della Storia, delle storie e dei racconti che vi sono comprese. Il racconto scelto in questo libro è quello del popolo, un mito antico e forse dimenticato: la trama di quella storia si è sfibrata, soprattutto in Occidente. Nel volume però non si propone una toppa, un «rammendo», come direbbe il Papa, ma si intravede e si racconta una nuova tessitura, una nuova trama: si prosegue il racconto, si abita la Storia.

 

Si ha la sensazione in questo senso che nel libro avvenga una sorta di passaggio di testimone che attraversa l’inquietudine del giovane ricercatore nell’incontro con le parole del Santo Padre. Insomma, c’è un patto biografico che si sviluppa nelle pagine che seguono. Un patto tra un uomo la cui formazione intellettuale, teologica e filosofica – attenta al concreto e aperta alla trascendenza considerati come elementi polarmente opposti ma non contraddittori – fonda il suo pensiero politico; e un giovane che è appassionato del discorso politico e vive la sua riflessione a contatto con alunni più giovani di lui (è docente di Filosofia e Storia alle superiori).

 

È possibile rintracciare alcuni elementi di fascinazione che è stimolo al pensiero. Monda è colpito dal fatto di scoprire alla base del pensiero politico di Bergoglio la considerazione realistica che la vita dell’uomo si colloca sempre in un ambiente, una geografia, un paesaggio, culturalmente connotati. La cultura del popolo situa l’uomo.

 

In questa dimensione geo-culturale si trova la tensione tra identità e diversità, che Bergoglio declina secondo il principio «l’unità è superiore al conflitto», altro punto che sollecita Monda e lo spinge a riflessioni di grande attualità, capaci di muovere all’impegno politico.

 

Monda scrive che se l’identità di un soggetto è la sua verità, e per Bergoglio «la verità è un incontro», allora la vera identità del soggetto risulta «personale “in quanto” condivisa». Cioè essa nasce dall’incontro di diversi che si identificano all’interno della relazione e a partire da essa. Ecco il punto, dunque: l’identità geo-culturale di un popolo è il contrario dell’identitarismo, del sovranismo, del nazionalismo esasperato, che sono invece l’ipostatizzazione ideologica di una identità predefinita all’interno di rigidi confini, oggi quelli dello Stato-nazione.

 

C’è dunque una visione della vita sociale e politica che colpisce Monda: in Bergoglio egli nota che l’identità si costruisce concretamente e quotidianamente nel quartiere, sul territorio, nell’incontro e nell’«amicizia tra vicini». Dunque, scrive, la cultura di un popolo, situandosi in uno spazio, vive innanzitutto la prossimità come concreta convivenza e dunque come apertura all’altro, diverso per definizione, nel quale, paradossalmente, riconoscersi.

 

Bergoglio ci aiuta a capire come vivere l’impegno politico proprio grazie alla sua distanza sia dall’individualismo liberale, che rende inconsistenti e rarefatte le attuali democrazie, sia dall’identitarismo populista escludente e violento.

 

 

Antonio Spadaro S.I. – Direttore de La Civiltà Cattolica

Nasce l’Osservatore Romano “di strada”, per e dei poveri.

 

Esordio il 29 giugno, festa dei santi Pietro e  Paolo. Poi uscirà la prima domenica di ogni mese. Una copertina, dodici pagine, un tema particolare. S’intrecceranno esperienze, richieste e denunce di chi vive, suo malgrado, esistenze randagie e firme famose. Previste un’edizione cartacea e una online.

 

(Famiglia Cristiana)

 

Vuol essere un giornale (nella versione cartacea e in quella online) pensato e realizzato per dare voce a chi solitamente non viene ascoltato: ai poveri, alle persone ferite dalla vita, a chi viene messo ai margini della società e considerato “uno scarto”. Nasce l’Osservatore di strada il mensile dell’Osservatore romano concepito con e per gli ultimi. L’esordio ufficiale è previsto il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo. Poi, uscirà la prima domenica di ogni mese.

 

La diffusione delle copie cartacee del mensile averrà in realtà ogni domenica nei pressi di piazza San Pietro, in occasione dell’Angelus del Papa. Se ne faranno carico alcuni ospiti di Palazzo Migliori, la struttura affidata dal Dicastero per la Carità alla Comunità di Sant’Egidio per dare un tetto a chi non ne ha, con l’aiuto di volontari. I poveri potranno trattenere per loro le offerte che riceveranno dal lavoro di diffusione (il giornale sarà distribuito infatti a offerta libera),

 

Il giornale sarà composto da dodici pagine. In copertina, un editoriale di strada” introdurrà il tema del mese che sarà poi sviluppato nell’articolo “a quattro mani e a due cuori” che occuperà le pagine 2 e 3. Per il primo numero, dedicato al tema della “strada”, l’articolo porta le firme di Mimmo, una persona senza fissa dimora del centro storico di Roma, e dello scrittore Daniele Mencarelli. Un particolare spazio (pagina 4) sarà dato ogni mese alla voce dei migranti, che potranno raccontare la loro storia e le loro speranze. Un particolare spazio (pagina 4) sarà dato ogni mese alla voce dei migranti, che potranno raccontare la loro storia e le loro speranze. Anche L’Osservatore di Strada vuole partecipare alla missione delle altre edizioni del giornale vaticano e degli altri organi d’informazione che fanno capo al Dicastero per la comunicazione.

 

Per questo, nelle pagine centrali, la riflessione sul tema del numero sarà guidata da papa Francesco, attraverso un’ampia antologia delle sue parole e dei suoi gesti. A seguire una pagina dedicata al volontariato, con storie che raccontano la relazione tra il buon samaritano e il moribondo sulla strada di Gerico. Due intere pagine saranno poi dedicate ai “canti dalle periferie”, una raccolta di racconti, riflessioni, poesie, disegni realizzati da persone assistite da associazioni e gruppi ecclesiali o semplicemente incontrate per strada. A chiudere queste pagine, un articolo presenterà l’esperienza di altri giornali di strada pubblicati in Italia e nel mondo. Infine, “l’altra copertina”, con due letture, una in chiave spirituale e l’altra umoristica, del tema del numero. Per la prima uscita gli autori sono il cardinale Enrico Feroci e lo street artist romano Maupal (Mauro Pallotta).

 

Fonte: https://www.famigliacristiana.it/articolo/nasce-l-osservatore-romano-di-strada-per-e-dei-poveri.aspx

Lavoratori fragili: finiscono le tutele mentre salgono i contagi.

 

La lunga vicenda dei lavoratori fragili tocca il traguardo di una nuova tappa: oggi è il 28 giugno e il 30 giugno scadono le tutele rinnovellate con legge 52 del 19 maggio u.s.

Restano due questionida chiarire: la prima, se è possibile retrodatsre al 1 aprile la decorrenza in scadenza il 30/6; la seconda, se non sia opportuno prorogare al 31 dicembre p.v. il prossimo rinnovo, considerato che Omicron riprende a correre in modo esponenziale e crescente tanto che si prevede un autunno di contagi e di quarta dose di vaccino.

 

Francesco Provinciali – Francesco Alberto Comellini

 

Sono due anni e sei mesi che scriviamo sulla necessità che esecutivo e Parlamento prendano a cuore la situazione dei lavoratori fragili.  Tra alti e bassi ne abbiamo viste di tutti i colori. Cominciamo a dubitare che ci sia  qualche problema di competenza e senso  di responsabilità. Specularmente di indifferenza e pressappochismo. Mettiamoci pure il silenzio dei sindacati, eppure di tratta di provvidenze normative a favore di persone malate e immunodepresse, chemioterapiche, invalide che assumono farmaci pesanti.

 

Chiusa la premessa, facciamola breve.  Siamo al 28 giugno, il 30 giugno scadono le tutele previste dalla legge 52 del 19 maggio u.s. che prevede il ripristino delle due possibilità di cui all’art 26 comma 2 e 2/bis del DL 17 marzo 2020 n.18.  Esattamente: lavoro agile per chi può ed equiparazione al ricovero ospedaliero dei periodi di malattia, per non attingere al comporto contrattuale per le patologie  croniche ora validate dal DM 4 febbraio 2022 del ministero della salute.

 

Punto 1: se le tutele che scadono il 30 giugno non sono rinnovate per tempo i lavoratori fragili restano scoperti. Se qualcuno di loro dovesse contrarre il Covid rientrando al lavoro si profilerebbero responsabilità omissive per il mancato rinnovo. Chi si ammalasse potrebbe a sua volta correre dei rischi gravi. È pertanto necessario provvedere per tempo a rinnovare le due forme di tutela  e – visto che i dati dei contagi sono incrementali e in modo esponenziale e ci aspetta un autunno a rischio di ulteriore ondata di Omicron – sarebbe bene che il rinnovo fosse esteso fino al 31 dicembre 2022 per evitare rincorse all’ultimo minuto o a tempo scaduto per rinnovo a singhiozzo.

 

Qui non di tratta di furbetti del quartierino ma di persone che potrebbero rispondere ad eventuali obiezioni: “Non mi concedi le tutele? Prenditi in cambio il mio tumore”.

 

Punto 2: il rinnovo in scadenza decorre dal giorno successivo alla pubblicazione sulla GU serie di Generale n. 119 del 23 maggio 2022, pertanto dal 24 maggio e finiranno tra tre giorni, il 30 giugno. Vale la pena di puntualizzare che quelle precedentemente in vigore erano scadute il 31 marzo 2022 in concomitanza con la fine dello stato di emergenza. Pertanto dovevano essere rinnovate a partire dal 1 aprile successivo: se non sono state prorogate senza soluzione di continuità è dovuto solo ed esclusivamente alla lentezza devastante con cui vengono approvate o convertite le leggi.

 

Inoltre dalle dimenticanze del Governo. Dal 1 aprile al 24 maggio quindi niente tutele e scopertura totale  per i fragili. Nell’ambito del provvedimento di proroga dopo il 30 giugno  potrebbe essere sanato anche questo vulnus retrodatando la precedente decorrenza al 1 aprile anziché al 23 maggio. In questo modo sarebbero sanati eventuali contenziosi nel frattempo intercorsi e si eviterebbe ai lavoratori fragili, ammalati in questo periodo, di attingere al periodo di comporto contrattuale se non alle ferie. Forse non tutti sanno che un immunodepresso o un chemioterapico contraggono più facilmente il Covid o devono ricorrere a terapie continuative, dolorose, defatiganti. Si ammalano più spesso degli altri, sono definiti per questo “fragili” ma non è per colpa loro.

 

Ne farebbero a meno, questo è sicuro. Ove ciò comportasse anche oneri va rimarcato che la legislazione di tutela è di competenza del parlamento e la Ragioneria generale dello Stato non può interporre veti a decisioni che spettano alla politica, come da perorazione del sen. Andrea Cangini rivolta alla Presidente del Senato. la quale a sua volta ha scritto pochi giorni fa al Presidente Mario Draghi rivendicando il ruolo che la Costituzione assegna al Parlamento e non alla Ragioneria generale dello Stato o ai suoi burocrati. Va dato atto all’on. De Toma  (che segue ab initio questa penosa vicenda) di aver presentato un odg al decreto sul Pnrr in esame in queste ore alla Camera dei deputati, in tal senso evidenziando assai bene quali sono le competenze e le responsabilità della politica. Così come va riconosciuto al Ministro Brunetta di aver preso a cuore il problema manifestando l’intenzione di assumere in capo al Consiglio dei Ministri e quindi al Governo l’onere morale, deontologico e politico in quanto ‘organo esecutivo’, di farsi carico della decisione di inglobare, nell’emendamento complessivo alla legge 52/ 2022,  quello  sostenuto dalle sen Binetti e Gallone con emendamento 20.0.16.

 

Rissumendo: le tutele sono  in scadenza ma le patologie croniche no. Se si rinnovano meglio prevedere una scadenza fino a fine anno per evitare che il problema si riproponga in coincidenza con il previsto rialzo dei contagi. E per dare effettiva continuità alla vigenza delle tutele appare più che opportuno – anche a titolo di sanatoria  – che quelle vigenti e in scadenza ormai imminente vengano retrodatate al 1 aprile 2022.

 

Certe decisioni delicate per argomento e target dei destinatari vanno prese con piena consapevolezza della gravità della fattispecie considerata e delle conseguenze che dilazioni ed omissioni potrebbero provocare. Il Covid riprende la sua corsa: occorre un atto di prevenzione a favore della categoria dei lavoratori fragili. Ogni deputato e ogni ministro è chiamato ad un gesto di consapevolezza e responsabilità.

Letta agguanta una vittoria superiore alle attese, complice l’astensionismo e lo sfarinamento del centrodestra.

 

L’analisi del voto esclude facili trionfalismi, ma sta di fatto che il Pd esce corroborato dalla prova elettorale. Altro è il discorso sul futuro: anche nel ‘93-‘94 la sinistra sembrava inarrestabile e poi, malgrado la “gioiosa macchina da guerra” di Occetto, andò incontro a una sonora sconfitta. Bisogna considerare l’esistenza di un elettorato sensibile – definiamolo per comodità di centro – che in assenza di Draghi può chiudersi a riccio e mettere a repentaglio le aspettative del centrosinistra.

 

Cristian Coriolano

 

Il ballottaggio incorona il Pd come forza politica centrale. Vince a Parma e Catanzaro, ma soprattutto a Verona, approfittando qui e altrove delle divisioni del centrodestra. Si tratta di un risultato che irrobustisce le speranze del Nazareno circa la possibilità di trasformare il “campo largo” in un polo attrattivo di consensi. Una speranza che sconta, in ogni caso, la disarticolazione dell’asse privilegiato con il M5S (ora vieppiù indebolito dalla scissione) e riapre il confronto sulle alleanze, con una maggiore attenzione sul territorio ai nuovi fermenti che annunciano in vario modo un desiderio di cambiamento politico. Anche l’astensionismo sempre più alto, con il suo carico d’insofferenza dell’elettorato senza partito, da cui deriva per altro una implicita svalutazione dei risultati finali, segnala un’attesa di novità o quanto meno di rivitalizzazione dell’offerta amministrativa e politica.

 

Letta può essere soddisfatto di come sono andate le cose, ma la sua accortezza dovrebbe spingersi a cogliere gli aspetti più critici del dato elettorale. Il partito non gode di buona salute, se è vero che molti successi locali sono caratterizzati dalla ipertrofica presenza di liste civiche, fortuitamente capaci di nascondere agli occhi di una pubblica opinione distratta la debolezza politica e organizzativa dei Democratici. In alcune regioni questa difficoltà è ancora più accentuata dal momento che neppure si avvantaggia dell’apporto garantito dal cosiddetto mondo civico. Nel Lazio, ad esempio, il centrosinistra perde in tutti i capoluoghi di Provincia interessati al rinnovo (Viterbo, Rieti e Frosinone), nonché in  realtà significative per dimensione demografica o qualificazione simbolica (Guidonia, Sabaudia, Gaeta). A Viterbo, addirittura, l’affondamento del Pd (sostenuto da Calenda) non reca il timbro del centrodestra, ma di un agglomerato di gruppi e forze sociali che al primo turno si sono imposte anche sulla lista di Forza Italia e Lega, da un lato, e Fratelli d’Italia dall’altro.

 

Quando si vince in un contesto che vede crescere la disaffezione degli elettori e il disorientamento degli avversari, non è consigliabile nutrire fiducia sulla stabilità della prestazione realizzata. Il test amministrativo rivela  un’insidiosa labilità del voto: da qui alle politiche del prossimo anno tutto può cambiare, come già si dovette registrare nel tumultuoso biennio di transizione del ‘93-‘94. In quel passaggio avvenne addirittura a Torino che due candidati di sinistra, Castellani e Novelli, sbaragliassero il campo dei partiti tradizionali e dessero vita a un confronto finale tra due proposte, una più moderata e l’altra più radicale, riconducibili a un medesimo indirizzo politico. Sull’entusiasmo del momento Occhetto inventò la sua “gioiosa macchina da guerra” e andò felicemente incontro alla débâcle delle politiche. Oggi è tutto diverso, si dirà, ma non tanto da escludere però un analogo processo di selezione dell’offerta politica, specie se fosse strappato il tessuto della rappresentanza di quel centro politico-elettorale che fatica a ritrovarsi al di là di Draghi. Proprio l’incertezza sulla futura leadership, una volta decretata l’uscita di scena del Presidente del Consiglio, può destabilizzare o persino mortificare le aspettative del centrosinistra.

 

 

P.S. Fa piacere registrare che a Verona i due candidati alla carica di sindaco, Tommasi e Sboarina, abbiano usato toni rispettosi e garbati nei loro commenti a caldo, con un fair play davvero invidiabile. Sta forse emergendo un “dolce stil novo” nelle dinamiche, pur sempre appassionate, della politica locale?

Tempi oscuri innanzi a noi.

 

Le democrazie occidentali sono in decadenza. Non solo. Sono minoritarie nel mondo e sempre più lo saranno, stante la loro profonda crisi demografica. Questo è quello che pensa Putin. La guerra in Ucraina assume così un profilo assai più esteso e preoccupante. Anche perché l’America, nazione-guida dell’Occidente, sta vivendo una crisi interna molto inquietante, divisa da una cortina d’odio fra schieramenti opposti su tutto.

 

Enrico Farinone

 

La virulenza antioccidentale e antieuropea delle parole dell’ex presidente Medvedev e del Ministro degli Esteri Lavrov ci dicono quanto la guerra in Ucraina stia scavando un fossato tra la Russia e la parte del mondo della quale noi siamo parte. Toni talmente grevi che non si ricordavano dai tempi della guerra fredda e che a quel periodo ci stanno facendo tornare.

 

Ma vi sono molte differenze rispetto ad allora, e alcune forse possono aiutarci a comprendere i perché – o almeno alcuni perché – Putin e i suoi immediati sottoposti abbiano deciso di adottare un vocabolario così poco diplomatico, così aspro nei confronti delle nazioni occidentali.

 

Vi è chi legge in quelle parole segnali di frustrazione e debolezza. Per non essere riusciti a conquistare rapidamente l’Ucraina. Per essere divenuti dei paria agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Per aver compreso d’essere nei guai, in mezzo al guado. Con forti difficoltà nell’avanzamento, perfino nel Donbass, e al tempo stesso nella impossibilità di ritirarsi, perché ciò significherebbe non solo una sconfitta, ma la sicura perdita del potere a Mosca. Può essere. Ma esiste anche un’altra chiave di lettura. Assai meno consolatoria per l’Occidente.

 

Putin lo ha detto più volte, nel tempo. I valori democratici occidentali sono in decadenza. Le democrazie occidentali sono in decadenza. Non solo. Sono minoritarie nel mondo e sempre più lo saranno, stante la loro profonda crisi demografica. Non hanno quindi il diritto di indicare agli altri la via, di ritenersi migliori, di governare il pianeta. E di ciò è plastica dimostrazione la conferenza tenuta via Skype dei BRICS. Forse l’acronimo era stato dimenticato dai più, dopo il colpo inferto al commercio globalizzato dalla pandemia da COVID-19. Due anni di blocco. E invece Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica rappresentano ancora (almeno così hanno inteso proporsi, con questa Conferenza virtuale) la punta di diamante di uno sviluppo economico che non è solo occidentale e non è solo del Nord del mondo.

 

Ognuno di questi Stati ha la sua linea di condotta nei confronti della Russia: dal sostegno cinese, per quanto prudente; alla neutralità brasiliana; all’ambigua non presa di posizione indiana. E ognuno, forse con la parziale esclusione del Sudafrica, ha una guida governativa dittatoriale, come la Cina, o autocratica, come la Russia, o tendente all’autocrazia, come il Brasile di questi anni con Bolsonaro presidente o come l’India, dove il premier Modi ha nel tempo assunto posture sempre meno democratiche e tolleranti. Nessuno di questi paesi ha condannato apertamente la guerra putiniana e in ogni caso ben si è guardato dall’interrompere le relazioni politiche e soprattutto commerciali col Cremlino.

 

C’è un dato numerico, banale e però decisivo: Cina e India da sole rappresentano quasi il 40% della popolazione mondiale. Ora, approfittando della guerra in Ucraina e della necessità russa di ricavare profitti dalla vendita di petrolio e gas per salvare il bilancio pubblico appesantito dalle spese militari e dalle sanzioni occidentali, e quindi della conseguente riduzione del prezzo loro offerto, entrambi i Paesi hanno incrementato l’acquisto energetico, consentendo così a Mosca di aumentare di 170.000 barili al giorno la propria esportazione di greggio facendola risalire sino a 6,4 milioni di barili/giorno. Putin dimostra così che, volendo, potrà anche consentirsi di chiudere del tutto i rubinetti energetici posizionati a ovest.

 

La guerra in Ucraina assume così un profilo assai più esteso e preoccupante. Anche perché la nazione-guida dell’Occidente sta vivendo una crisi interna molto inquietante, divisa da una cortina d’odio fra schieramenti opposti su tutto. Pure questo ha osservato negli anni Putin. Che non considera, non ha mai considerato l’Unione Europea un contraltare politico, bensì solo un interessante cliente economico. Il contraltare sta a Washington ed è, a suo modo di vedere, molto meno forte di quanto voglia far credere, proprio a causa della sua crisi valoriale interiore. Lo stesso pensiero di Xi.

 

Tempi oscuri innanzi a noi.

Tiremm innanz…da “Liberi e Forti”.

 

Non va liquidata con eccessiva sufficienza quanto sta accadendo nellarea centrale. Innanzi tutto la netta presa di posizione di Bruno Tabacci per la legge elettorale e il suo sostegno allazione di scomposizione avviata da Di Maio, che prefigura la formazione di un blocco sociale e politico euro atlantico attorno alla leadership politica di Mario Draghi. Un progetto centrale che corrisponde ad alcuni dei fondamentali della politica estera sostenuti storicamente dalla DC.

 

Ettore Boanalberti

 

Ho partecipato da remoto alla riunione dell’ufficio politico della DC il 24 Giugno scorso, apprezzando la relazione introduttiva del segretario nazionale, Renato Grassi che ho approvato. Con Renato abbiamo vissuto larga parte della nostra vita politica nel Movimento Giovanile DC prima, nel partito storico della DC poi, e nella travagliata stagione della diaspora (1992-2022). Sono stato tra i più convinti sostenitori della sua elezione al congresso nazionale dell’ottobre 2018, che considero tutt’ora l’unico atto legittimo di continuità storico politica del partito dopo la sentenza della Cassazione del 2010. Della relazione Grassi ho apprezzato il richiamo alla nostra scelta preferenziale per la legge elettorale proporzionale con le preferenze, che, a mio parere, è la precondizione indispensabile se vogliamo perseguire la ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale.

 

Ho anche apprezzato la scelta definitiva di rifiuto nei confronti dell’UDC di Cesa, le cui offerte pre elettorali si sono rivelate sempre inaffidabili.

 

Grassi su questo punto è stato netto, così come quando ha affermato, coerentemente con la mozione congressuale votata per la sua elezione alla segreteria, quanto segue: Proprio la stagione elettorale può invece favorire un ampio processo di aggregazione che consenta di creare i presupposti di una ampia rappresentanza unitaria a livello istituzionale premessa questa si per la formalizzazione di un nuova  formazione politica con una forte caratterizzazione identitaria. E questa a mio giudizio, realisticamente la strada da seguire con la speranza che ci venga in  aiuto una nuova legge  elettorale proporzionale. Le prossime scadenze elettorali in Sicilia, Lazio e Lombardia possono essere il banco di prova per rafforzare la nostra presenza istituzionale e la capacità di interlocuzione con le componenti centriste”.

 

Va da sé che il nostro congresso slitterà presumibilmente nel gennaio 2023, dopo il voto delle elezioni regionali citate. Credo che se governo e Parlamento decideranno di adottare la legge elettorale di tipo proporzionale, ogni tesi sostenitrice della nostra pur necessaria autonomia sarà insostenibile, dato che uno sbarramento al 4 o 5% renderà inevitabile prima di tutto la nostra ricomposizione d’area. Non ci si illuda che, il pur prezioso risultato elettorale siciliano, sia sufficiente per garantirci una nostra partecipazione solitaria alle prossime elezioni politiche nazionali.

 

Ho ricordato nel mio intervento all’ufficio politico che, impossibilitati a utilizzare lo scudo crociato, rendita di posizione gratuita e illegittima dell’UDC, non sarà col simbolo usato dalla DC di Cuffaro in Sicilia che ci si potrà presentare alle elezioni nazionali. Semmai si potrebbe utilizzare il simbolo che insieme abbiamo condiviso della Federazione Popolare DC, già depositato dall’amico Gargani nelle sedi istituzionali competenti. Non liquiderei, come sta sostenendo qualche amico con eccessiva sufficienza, quanto sta accadendo nell’area centrale così ben analizzato da Grassi nella sua relazione. Innanzi tutto la netta presa di posizione di Bruno Tabacci per la legge elettorale e il suo sostegno all’azione di scomposizione avviata da Di Maio, che prefigura la formazione di un blocco sociale e politico euro atlantico attorno alla leadership politica di Mario Draghi. Un progetto centrale che corrisponde ad alcuni dei fondamentali della politica estera sostenuti storicamente dalla DC e che, tuttora, noi condividiamo.

 

Certo non siamo disponibili a partecipare come cani sciolti a tale disegno; semmai, intendiamo concorrere da democratici cristiani a questo progetto. E, prima ancora, intendiamo favorire la ricomposizione politica della nostra area. In una riunione dell’Ufficio direttivo della Federazione popolare DC, promossa da Peppino Gargani, con Tassone e Rotondi e dopo aver ricevuto l’adesione di Carlo Giovanardi ( Popolari liberali), di Gemelli ed Eufemi, avremmo concordato di incontrarci entro Luglio per definire la nostra idea di programma per l’Italia, premessa indispensabile per convocare a Settembre una grande assemblea costituente di ricomposizione politica della nostra area. Agli incerti e nostalgici del tempo antico, come agli appassionati catecumeni neo DC, vorrei ricordare una parabola indiana citata da Amarthya Sen nel suo: Globalizzazione e Libertà. Dai testi indiani sanscriti antichi: una ranocchia vive tutta la vita rinchiusa in un pozzo sospettosa di tutto ciò che accade fuori. Dal 500 a.C. quattro testi sanscriti (Ganapatha – Hitopadesà- Prasamaraghava – Battikavya) esortano tutti a non comportarsi allo stesso modo della kupamandika.

 

La ranocchia aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto  una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità. Ecco, cerchiamo di guardare al di là dei nostri confini, non per perdere i nostri connotati storici di democratici cristiani, ma per aprirci alle novità e a ciò che la concreta realtà politica effettuale ci offre. Dalla relazione di Grassi, approvata all’unanimità, ripartiamo con l’entusiasmo e la determinazione dimostrata dal 2012 a oggi. Sì, cari amici: tiremm innanz, come sempre da Liberi e Forti.