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I Verdi tedeschi chiedono di puntare sui treni

Rendere i voli interni in Germania “superflui” entro il 2035 sviluppando la rete ferroviaria del paese con l’aumento degli investimenti pubblici al fine di combattere l’inquinamento. È quanto propongono in un documento gli eurodeputati dei Verdi tedeschi Daniela Wagner, Stefan Schmidt, Markus Tressel, Matthias Gastel e Oliver Krischer.

In particolare, i cinque affermano che, “in considerazione della crisi climatica, è giunto il momento di rendere superflui i voli a corto raggio. Entro il 2035, vogliamo rendere il treno un’alternativa più veloce, più comoda ed economica per quasi tutte le tratte interne in Germania e nei paesi vicini”.

A tal fine, “il governo federale deve investire di più nello sviluppo e nell’espansione della rete ferroviaria”, investendovi ogni anno tre miliardi di euro, circa il doppio degli attuali stanziamenti. Inoltre, per incentivare l’utilizzo del trasporto ferroviario, “deve essere gradualmente introdotta una tassa sul cherosene” per i voli interni in Germania. L’imposta dovrebbe partire da 33 centesimi al litro per venire adeguata in maniera progressiva all’aliquota sulla benzina, oggi a 65 centesimi al litro.

Al costo dei biglietti per voli interni in Germani dovrebbe, infine, essere applicata un’Iva del 19 per cento. L’Iva sui biglietti ferroviari a lunga percorrenza dovrebbe, invece, diminuire dal 19 al 7 per cento.

Veneto, per il lavoro femminile persiste il divario retributivo

In Veneto nel 2017 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 57,1 per cento. Ad  aumentare è stata inoltre la presenza femminile nei ruoli apicali e nelle posizioni quadro, rispettivamente del 3,7 per cento e del 10,6 per cento. Nonostante ciò, però, resta il divario retributivo tra i due generi: un uomo con incarico dirigenziale infatti guadagna in media il 50 per cento in più di una donna con la stessa qualifica. Questi alcuni dei dati messi in evidenza nella pubblicazione “L’occupazione maschile e femminile in Veneto”, il report sulla situazione del personale e le pari opportunità nelle 1.047 aziende con oltre 100 dipendenti presenti nella regione, curato dalla consigliera regionale di parità ed edito dalla Regione Veneto.

Il rapporto è stato presentato, analizzato e discusso il 22 luglio a Padova, al Bo, in occasione del pubblico confronto tra Università, Regione, Ispettorato interregionale del lavoro e rappresentanti del Ministero del lavoro. Il rapporto, che segue con cadenza biennale assunzioni, licenziamenti, passaggi di livello o di categoria, formazione e retribuzione nelle grandi aziende, dà la possibilità di definire un benchmark statistico per intervenire sule disparità di trattamento e per promuovere il principio delle pari opportunità.

Secondo il rapporto dell’International labour organization (Oil), la precedente crisi economica internazionale ha avuto pesanti ripercussioni su diverse categorie del mercato del lavoro e, tra esse quella delle donne. Negli anni sono infatti peggiorate le condizioni di parità di genere, con il conseguente aumento delle disparità in ambito lavorativo. La proporzione di lavoratrici con ruoli dirigenziali è poco cambiata negli ultimi 30 anni. Meno di un terzo dei dirigenti sono donne, nonostante esse tendano ad essere più istruite rispetto ai loro colleghi maschi.

Il report dell’Oil mostra, in generale, che l’istruzione non è la causa principale dei bassi tassi di occupazione e della bassa retribuzione delle donne, ma piuttosto che le donne non ricevono gli stessi vantaggi e benefici legali ai livelli d’istruzione degli uomini. Coloro che sono madri, ad esempio, sperimentano uno svantaggio salariale dovuto appunto al ruolo, alla condizione, una “penalità” che si ripercuote su tutta la vita lavorativa.

La società della pseudoscienza

Fake news, ovvero le bugie virali che non hanno affatto le gambe corte ma che, anzi, vengono progettate nei dettagli per influenzare le grandi masse, creando spesso vere e proprie psicosi di gruppo.

Dai No Vax all’estremismo su inceneritori e alta velocità, dalle terapie sperimentali sui tumori alla lotta contro l’olio di palma… Fenomeni diversi con un unico comun denominatore: un pericoloso cortocircuito nei rapporti tra nuovi media, società, politica e scienza.

Internet, e soprattutto i social network, hanno facilitato l’accesso a una grande quantità di informazioni senza mediazioni, generando l’illusione che questa porta d’ingresso conduca a conoscenze finora riservate agli esperti.

La rete però sta tradendo le aspettative di molti. La libertà d’opinione senza freni, in un mondo dove tutti possono interagire con tutti su qualunque argomento e alla pari, ha come esito una disinformazione diffusa e pericolosa.

Una sorta di “malattia sociale” del nostro tempo da cui è difficile proteggersi, poco conta avere un buon livello di istruzione. È “La società della Pseudoscienza” raccontata dal sociologo Giuseppe Tipaldo in un testo che offre uno sguardo lucido sui motivi che alimentano tali processi (dati alla mano) e che è, al tempo stesso, un’ottima guida per discernere tra buone e cattive spiegazioni.

Costruito come una serie TV (chi è molto curioso può leggere un efficace riassunto del plot nel capitolo Spoiler per chi va di fretta) il librodopo una prima parte di analisi sociologica del fenomeno, indagaepisodio dopo episodio, i più eclatanti casi di pseudoscienza: dal caso Bonifacio – il veterinario che negli anni Sessanta ideò un siero anticancro basato sugli escrementi di capra – al metodo Di Bella, a quello Stamina, e poi la Tav in Val di Susa e la Tap in Salento, passando per vaccini e olio di palma.

Come in un giallo ben costruito l’autore va alla ricerca di vittime e colpevoli, movente e arma del delitto per giungere ad una conclusione provvisoria, aperta a nuove stagioni, come nelle nostre amate serie tv.

Un finale che smaschera gli artifici retorici con cui la pseudoscienza si sta accreditando e che lancia nuovi interrogativi sulle sue possibili evoluzioni future.

 

Editore Il Mulino – Collana “La vie della Civiltà”

Pag. 312 – Anno di pubblicazione 2019

diagnosticare il Parkinson con un semplice prelievo di sangue

Un team di ricerca dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit), in collaborazione con Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) e Fondazione Santa Lucia (Fsl) Irccs di Roma, ha scoperto come una carenza di alcuni lipidi, prodotti dalla nostra flora intestinale, sia associata alla malattia di Parkinson.

Grazie a questa scoperta con un semplice prelievo di sangue si potrebbe diagnosticare la malattia, con un’efficacia pari al 90%. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista internazionale ‘Metabolomics’.

Chi vince?

La vecchia e antica abitudine dei politici italiani; vince il posto sulla sedia. La tradizione non viene smentita. Un fine profondo attraversa da Palermo a Trieste i politici nel loro insieme.

Che cosa si attendevano gli elettori dei 5Stelle?

Coerenza.

Oggi, vergognosamente smentita.

Non pensavo che Luigi Di Maio e congrega flettessero fino a questo punto. Né immaginavo che franasse in così breve tempo la loro coriacea ideologia. Si erano organizzati sull’asse no-Tav, intorno a quel mondo avevano costruito le loro fortune. Le altre politiche penta-stellate discendevano da quella magna guerra. Ricordiamo ancora l’atto incriminato che aveva compiuto Salvini in Val Susa. Era, più o meno tanto simbolico quanto l’ampolla dell’acqua sulla sorgente del Po – fonte battesimale leghista -.

Questo terremoto interiore ha il sapore di una violenta tragedia. Cosa faranno adesso, non possiamo che immaginarcelo. Per fare un parallelismo, vado con la mente alla ricorrenza di domani, del 1943: caduta di Benito Mussolini.

Non passerà come una piccola svolta il si alla Tav da parte del Governo e non saranno i 5Stelle al Parlamento, votando contro, a nascondere la voragine che hanno aperto sotto i loro piedi. Se fossero, come sempre hanno detto, legati alle conseguenze di un simile evento, dovrebbero rassegnare le dimissioni dal Governo Conte. Facessero questo, la tragedia si trasformerebbe in farsa, ma almeno salverebbero la logica della loro esistenza.

Maliziosità:
Potrebbe anche essere che questa mossa cedevole abbia di mira un’altra finalità. Quale? Quella di permettere oggi a Conte di esprimersi liberamente sulla vicenda relativa al dossier Russia-Lega e, in aggiunta, darsi la forza per bocciare il nucleo centrale della proposta leghista relativa all’autonomia differenziata.

Non posso esimermi dal pensare a queste due ipotesi, perché, altrimenti, sarei costretto a dare un giudizio irrimediabilmente impietoso nei riguardi dell’intelligenza politica penta-stellata, sapendo che il percorso da questi intrapreso è accidentato, una salita simile a quella che il tour di France affronterà sulle Alpi francesi. Ed è per questo che non posso pensare a una semplificazione immediata.

Sono pertanto costretto a immaginarmi delle subordinate che diano un senso alla sciagura interna orchestrata con il si-Tav governativo.

Non c’è niente da dire, da quando questi sono al Governo ci offrono delle puntate come nelle più classiche tradizioni delle serie televisive. Ad ogni fine puntata resta qualcosa di sospeso che induce a essere curiosi per la successiva. La puntata odierna ci troverà intrigati a cogliere come dipaneranno la momentanea matassa in Parlamento sul caso Putin-Salvini.

A domani per i prossimi affascinanti e tormentati eventi politici nazionali.

La “mission” di Rete Bianca.

L’assemblea Nazionale di Rete Bianca di Roma ha segnato una piccola, ma importante, svolta per la storia di questo movimento politico. Una svolta che si riassume efficacemente nel titolo dell’incontro: ‘oltre la testimonianza’. Perché di questo si tratta. Ora, sono almeno 3 le considerazioni che si possono e si debbono fare a margine dell’assemblea di Roma e che sono al centro della “mission” futura di Rete Bianca. 

In primo luogo si deve scegliere se l’area cattolico popolare e cattolico sociale – o almeno una parte significativa di questa – intende spendersi direttamente nell’azione politica e sul terreno politico oppure se intende, altrettanto legittimamente, resistere nel campo della prepolitica. Sono modi diversi, entrambi legittimi, di concepire la presenza nella società contemporanea. Ma dobbiamo essere chiari: se prevale il primo piano occorre misurarsi concretamente con le dinamiche della politica, le sue regole, le sue contraddizioni, le sue difficoltà. E anche con la sua organizzazione. Se, invece, prevale la seconda ipotesi il tutto si riduce alla riflessione, all’approfondimento, alla contemplazione e alla rinuncia all’organizzazione della politica. Mi pare che Rete Bianca, finalmente, ha scelto la prima strada, cioè quella dell’impegno politico diretto mettendosi in gioco. 

In secondo luogo è ormai acclarato che l’esperienza dei partiti identitari è tramontata. O meglio, è del tutto irrilevante ed ininfluente. Le recenti esperienze amministrative in varie regioni italiane e la stessa consultazione europea hanno confermato, in modo persin plateale, che la “ragione identitaria” in politica oggi non è più spendibile. Altra cosa, invece, è quella di far pesare un’area culturale ed ideale – come, appunto, l’area cattolico popolare e cattolico sociale – all’interno di un soggetto politico più ampio, plurale, riformista, democratico, di governo e autenticamente costituzionale. E’ questa la vera sfida politica, culturale, programmatica ed organizzativa su cui Rete Bianca è chiamata a misurarsi. E il documento finale approvato mi pare che colga questo elemento che non è affatto secondario ai fini della presenza politica e culturale dello stesso cattolicesimo sociale e popolare dopo molti anni di afonia e di sostanziale irrilevanza politica. 

In ultimo una considerazione sulla geografia politica italiana. Ovvero, è indubbio – e non lo dicono soltanto i sondaggisti e moltissimi commentatori e opinionisti – che oggi c’è uno spazio politico ed elettorale rilevante per una forza politica che non si riconosce nell’attuale offerta politica italiana. Ne’ nella sinistra – o presunta tale – di Zingaretti, il neo Pds; ne’ nella destra di Salvini e ne’, tantomeno, nel populismo e nella pratica antisistema dei 5 stelle. Uno spazio politico che sin quando non si traduce, però, in una concreta offerta politica ed elettorale costringe gli elettori a rifugiarsi nell’astensionismo o a votare stancamente i partiti esistenti. È giunto il momento, di conseguenza, di essere “attori” e non più solo “spettatori”. 

Infine, la decisione di dar vita ad una “associazione” che raccolga i sindaci e gli amministratori locali riconducibili all’area cattolico popolare è un segno tangibile che Rete Bianca non si limita alla sola azione politica ma intende ripartire dai territori, dalla periferia e dai governi locali a conferma che la valorizzazione delle autonomie locali resta una priorità per questa esperienza politica e culturale. Come ci insegna, del resto, l’intera tradizione sturziana e democratico cristiana. 

Ecco perché l’iniziativa di Rete Bianca è destinata ad assumere una importanza non secondaria nella galassia cattolico popolare e cattolico sociale e, soprattutto, nell’area cosiddetta “centrista” nel nostro paese. Un contributo politico e culturale non indifferente per la stessa area riformista e democratica italiana. 

I danni della “fuga dei cervelli” dall’Africa. Serve una cooperazione su base paritaria.

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Se si apre un qualsiasi dizionario, la voce “cooperazione” sottintende solitamente un rapporto con il quale più individui si uniscono per assicurarsi il diritto di godere dei servizi prodotti dall’accordo tra essi stipulato. Questa definizione esprime concettualmente la parità di rapporto per cui, tra i vari soggetti o attori che dir si voglia, vi sono interessi comuni e interdipendenti. Ne consegue che la cosiddetta cooperazione allo sviluppo, costituendo un “ponte tra i popoli”, dovrebbe essere recepita anche nella sua dimensione bilaterale di reciprocità, in quanto scambio tra le parti.

Sta di fatto che parlando di Africa, viene quasi istintivo un po’ a tutti immaginare la progettualità in termini univoci, quasi dovesse essere tutta rivolta sul campo, “in terra di missione”, laddove il moltiplicarsi delle emergenze umanitarie è sintomatico del malessere d’intere popolazioni. Eppure, questa visione non solo è riduttiva, ma mortifica l’immagine dell’Africa rendendola per lo più negativa e agglutinata. Ciò esige non solo una critica nei confronti del sistema massmediale che, riciclando i soliti stereotipi paternalistici all’insegna della carità pelosa, danneggia le società africane, ma anche l’impegno a promuovere una ricerca positiva sul patrimonio di verità di cui esse sono portatrici. 

In questa prospettiva, il tema della diaspora africana è centrale, sebbene solitamente venga trattato in Europa stigmatizzando gli aspetti negativi connessi all’emorragia di capitale umano. Sarebbe invece opportuno individuare le potenzialità che essa rappresenta in termini di crescita economica e di sviluppo per i paesi africani. Si tratta di uno straordinario deposito di intelligenza, costituito da intellettuali, professionisti e studenti universitari, che potrebbe essere proficuamente messo a disposizione per il progresso dell’intero continente e del mondo, anche in termini di risorse finanziarie e di trasformazione del capitale cognitivo in capitale economico. 

Secondo la Revised migration policy framework for Africa and plan of Action 2018 – 2027 dell’Unione africana (Ua), sono circa 70 mila i professionisti qualificati che lasciano l’Africa ogni anno. Stiamo parlando di un continente con circa 10-12 milioni di giovani che, ogni anno, si uniscono alla forza lavoro africana. Purtroppo il continente è in grado di creare annualmente solo 3 milioni di posti di lavoro. Nel 2016, il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (Fmi) ha segnalato un numero crescente di migranti africani nei paesi dell’Ocse. Stimato a 7 milioni nel 2013, il numero totale di migranti africani nei paesi Ocse potrebbe salire a 34 milioni entro il 2050. La migrazione contribuisce, comunque, alla crescita e allo sviluppo economico inclusivo e sostenibile sia nei paesi di origine che di destinazione. Nel 2017, i flussi di rimesse verso paesi a basso e medio reddito, molti dei quali africani, hanno raggiunto i 466 miliardi di dollari, oltre tre volte l’importo di Aps (Aiuti pubblici allo sviluppo) ricevuto nello stesso anno. Ciò non toglie che l’impatto della fuga dei cervelli manifesta i suoi effetti collaterali, ad esempio, nel settore sanitario. In molti paesi africani, la maggioranza dei medici autoctoni risulta residente all’estero. Ciò pone problemi non indifferenti nel garantire il diritto alla salute, considerando che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, la media africana (calcolata nel periodo 2012-2016 per 26 paesi per i quali i dati sono risultati disponibili) è di 0,45 medici per 1.000 persone. 

Ma per invertire la fuga di personale qualificato — meglio conosciuta con il nome di brain drain — attraverso l’emigrazione da un paese verso altri, potrebbe davvero essere strategico il ruolo delle politiche di cooperazione allo sviluppo dei Paesi industrializzati. S’impone in effetti l’esigenza di un salto di qualità nelle forme d’intervento solidaristico, investendo risorse nella prevenzione di ogni genere di calamità. Siamo un po’ tutti avvezzi ai laconici appelli, lanciati con scadenze stagionali, tre, quattro volte l’anno, per scongiurare le solite carestie di sempre: dal Sahel al Corno d’Africa, o ancor più a meridione, nel settore australe del continente. Gli aiuti di emergenza dovrebbero, in primo luogo, contribuire a liberare le popolazioni dalla loro dipendenza. 

A tal fine, non possono prescindere da progetti che mirino a premunire le popolazioni colpite da future penurie alimentari e altre pandemie. È per questo che sarebbe necessaria una maggiore valorizzazione dell’intelligentia africana, nella consapevolezza che Nord e Sud del mondo hanno un destino comune. Non a caso, l’antropologo Louis Dumont riteneva che la differenza fondamentale tra le società tradizionali e quella moderna consista proprio nel fatto che nelle prime i rapporti più importanti sono quelli tra esseri umani, mentre nella seconda tutto risieda nei rapporti tra uomini e cose. Il dialogo interculturale tra Africa e Occidente pertanto potrebbe aiutarci a comprendere il valore della reciprocità e cioè che loro hanno bisogno di noi, tanto quanto noi abbiamo bisogno di loro.

Spiagge sicure 2019, primo report

Spesi quasi 2 milioni di euro dei 4,2 messi a disposizione dal Viminale per i 100 comuni costieri beneficiari dell’operazione Spiagge sicure 2019.

E’ la fotografia scattata al 30 giugno dal primo report che evidenzia come la parte del leone l’hanno fatta le campagne informative contro le truffe e la contraffazione (1 milione di euro). A seguire, l’acquisto di mezzi (oltre 191) per quasi 440 mila euro e le spese relative al personale assunto a tempo determinato: ben 205 persone. Sono state 1.821 le ore di straordinario effettuate dalle polizie locali per rafforzare i servizi di controllo.

Sul fronte della prevenzione e del contrasto all’abusivismo commerciale sono stati sequestrati 34.500 oggetti per un valore di oltre 175mila euro, 336 gli illeciti amministrativi e penali contestati.

«Vicinanza ai sindaci e lotta all’illegalità: siamo soddisfatti dei primi risultati di Spiagge Sicure, iniziativa che abbiamo inaugurato l’anno scorso con risultati eccellenti» ha dichiarato il ministro Salvini. «Per la prima volta, il ministero dell’Interno ha dato dei finanziamenti diretti agli enti locali. Un aiuto concreto che contribuisce anche a difendere i commercianti e i piccoli imprenditori dalla concorrenza sleale».

I comuni costieri per l’edizione 2019 (27 dei quali al Nord, 26 al Centro e 47 al Sud e nelle Isole) sono stati individuati sulla base del dato fornito da Istat relativo alle presenze nel 2017 di turisti nelle strutture ricettive: sono rientrati i primi cento per numero di presenze, non capoluogo di provincia, con popolazione non superiore a 50mila abitanti e che non hanno già beneficiato di contributi del Viminale per iniziative analoghe.

Il progetto si chiuderà il prossimo 15 settembre.

Il progetto

Nel 2019 e nel 2020 una quota pari al 14% delle risorse del Fondo per la sicurezza urbana è stata destinata ai comuni litoranei per finanziare iniziative, nella stagione estiva, di prevenzione e contrasto all’abusivismo commerciale e alla vendita di prodotti contraffatti.

Nel 2019 il finanziamento è stato di 4,2 milioni di euro, da ripartire in 100 comuni.

Una circolare del capo di Gabinetto ha indicato gli enti potenzialmente destinatari della sovvenzione, tenendo conto delle presenze negli esercizi ricettivi secondo i dati Istat, rispettivamente nel 2017 e nel 2018. Non hanno avuto accesso alle risorse quei comuni che hanno già usufruito di contributi per iniziative analoghe promosse dal ministero dell’Interno o altre iniziative previste nello stesso decreto.

Il Fondo per la sicurezza urbana è stato istituito dall’art. 35-quater del decreto-legge 4 ottobre 2018, n.113, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° dicembre 2018, n.132. Gabinetto del Ministro 2 Modulario Interno – 5 Mod. 5 G. I criteri di ripartizione sono stabiliti dall’articolo 1, comma 1, lett. c del decreto del ministro dell’Interno, adottato di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze in data 18 dicembre 2018.

A Caserta due nuovi campi da calcio realizzati con vecchi pneumatici

Una scommessa vinta quella della realizzazione di campi in erba sintetica, uno da calcio e un altro da calcetto, creati riutilizzando pneumatici fuori uso a Caserta. A inaugurarli nella città campana, il titolare dell’Ambiente, Sergio Costa, che ha tagliato il nastro dei nuovi impianti nel quartiere Vanvitelli.

“Pneumatici che se non raccolti – ha detto il ministro – avremmo trovato in fiamme per strada. E’ questa l’economia circolare che ci piace”.

L’iniziativa era compresa in un protocollo siglato nel giugno 2013 da Ecopneus, Consorzio responsabile della gestione dei Pfu (pneumatici fuori uso), con il Ministero dell’Ambiente, le Prefetture di Napoli e Caserta e l’incaricato del ministro dell’Interno per il contrasto del fenomeno dei roghi di rifiuti nella regione Campania; un protocollo che ha già permesso di realizzare impianti sportivi in aree degradate del napoletano, come a Scampia e al Parco Verde di Caivano.
“In totale – ha spiegato Costa – in decine di Comuni tra Napoli e Caserta ricadenti nella Terra dei Fuochi sono stati raccolte 22.000 tonnellate di pneumatici fuori uso, che abbiamo poi rimesso in circolo attraverso un uso sociale. Questa inaugurazione dimostra l’efficacia del protocollo, e che lo Stato può camminare insieme agli imprenditori nella lotta agli illeciti ambientali. Ci guadagniamo tutti – ha concluso il ministro – dalle istituzioni agli imprenditori onesti ai cittadini”.

Caldo, al via irrigazioni di soccorso “salva raccolti”

Con l’arrivo dell’ondata di caldo africano è emergenza, dalle città alle campagne, dove gli agricoltori sono costretti a ricorrere all’irrigazione di soccorso per salvare le coltivazioni in sofferenza per le alte temperature, dagli ortaggi al mais, dalla soia al pomodoro. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che con le temperature superiori ai 35 gradi anche le piante sono a rischio colpi di calore e stress idrico che compromettono la crescita dei frutti negli alberi, bruciano gli ortaggi e danneggiano i cereali.

L’ondata di calore in arrivo – sottolinea la Coldiretti – è la punta dell’iceberg delle anomalie di questa pazza estate con la prima metà di luglio segnata dal maltempo con 10 grandinate al giorno dopo un giugno che si è classificato al secondo posto dei più bollenti dal 1800 con una temperatura superiore di 3,3 gradi rispetto alla media, un maggio freddo e bagnato e i primi mesi dell’anno particolarmente siccitosi.

Si registra nel 2019 una evidente tendenza alla tropicalizzazione che – sottolinea la Coldiretti – si manifesta con una più elevata frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense e il rapido passaggio dal maltempo al caldo. Il ripetersi di eventi estremi – conclude la Coldiretti – sono costati all’agricoltura italiana oltre 14 miliardi di euro in un decennio tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

Fotoepilazione

La fotoepilazione è il processo che può portare ad una riduzione permanente, cioè prolungata nel tempo, dei peli; esponendoli ad impulsi di luce molto intensa. È diventata pratica comune sia per finalità estetiche sia per il trattamento dell’irsutismo.

La potenziale efficacia della fotoepilazione venne illustrata per la prima volta nel 1996 da un gruppo di ricercatori del Massachusetts General Hospital che hanno utilizzato impulsi luminosi generati da un laser a rubino. Nonostante i risultati parziali ed un meccanismo d’azione non ancora perfettamente compreso, l’efficacia relativa e la sicurezza della fotoepilazione è oggi generalmente riconosciuta e centinaia di ricerche sono state pubblicate sulla sua funzionalità oltre che sui rischi di reazioni avverse.

In una valutazione di queste ricerche compiuta dalla Cochrane Collaboration sono state rilevate diffuse carenze metodologiche e la difficoltà di definire l’entità e la durata della riduzione nella crescita o ricrescita dei peli. Per la Food and Drug Administration la riduzione dei peli si considera permanente se è stabile e di lungo periodo dopo un trattamento completo, quindi composto anche da molte sessioni sulla stessa area.

Non si tratta di rimozione ma di riduzione dei peli. Non si tratta di epilazione definitiva e neppure su tutti i peli dell’area trattata. Non tutte le apparecchiature per fotoepilazione sono autorizzate dalla Food and Drug Administration a dichiarare che ottengono risultati permanenti.

Oltre al possibile dolore o fastidio ed al rischio di arrecare gravi danni accidentalmente alla vista dell’operatore o della persona trattata, durante il trattamento sono riportate le seguenti possibili reazioni avverse:

  • eritema,
  • follicoliti,
  • edema,
  • scottature, fino alla formazione di vesciche, cicatrici,
  • discromie
  • peli bianchi

Queste eventuali reazioni avverse normalmente si risolvono da sole; le più gravi in pochi mesi. Sono anche possibili reazioni paradosse, dove i peli anziché ridursi aumentano.

 

Le scelte della comunità politica popolare

Pubblichiamo il documento finale che ieri, nella riunione del coordinamento nazionale di Rete Bianca, tenutosi a Roma nella Sala Marcora del Palazzo della Cooperazione, è stato approvato con voto unanime dei presenti.  In allegato, dopo il documento, è riportata la relazione introduttiva di Dante Monda.

Vogliamo andare oltre la semplice testimonianza. Per questo rivolgiamo l’invito a prendere sul serio l’impegno per un nuovo codice di appartenenza, iniziando ancora una volta dalle autonomie locali. Da oggi Rete Bianca declina la sua azione come stimolo alla nascita di un vasto e ramificato movimento politico.

Il divenire della storia impone ai “Liberi e Forti” di ogni epoca di guardare avanti, con piena coscienza dei “segni dei tempi”, ma con fiducia.

I “segni dei tempi” che cogliamo sono quelli di un passaggio difficile per la nostra democrazia.

La fiducia che vogliamo coltivare è in una società aperta, responsabile, solidale, sorretta da un umanesimo che si rinnova nella centralità della persona e del suo legame inscindibile con la comunità, secondo la lezione ancora viva di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier.

La nostra democrazia corre il serio rischio di uno svuotamento di significati e di valore, come accade sempre quando larga parte del popolo è indotta a cedere autonomia e libertà in cambio di presunta sicurezza e proclamata protezione.

La deriva autoritaria è l’inevitabile ricaduta del populismo demagogico.

Ogni risposta puramente “difensiva” dei principi sociali e liberali, ben incisi nella Carta costituzionale, risulterà tuttavia insufficiente, se non sarà accompagnata da un recupero credibile di carisma sociale della democrazia.

I “segni dei tempi” ci parlano di una crisi profonda del compromesso tra democrazia e mercato: le disuguaglianze crescono a dismisura, il ceto medio è impoverito, le opportunità di elevazione sociale diffusamente compromesse.

Le nuove frontiere digitali stanno cambiando le categorie di tempo e di spazio, fino al punto da evocare una dimensione “post umana”, senza che siano stati elaborati adeguati presìdi culturali ed etici.

Si afferma una inedita antropologia, che spiazza ogni giorno consolidati modi di vivere le relazioni tra persone.

Gli assetti mondiali scombinano vecchie centralità e alleanze; la crisi demografica del Nord del Mondo, i processi migratori ed il cambiamento climatico prefigurano scenari inesplorati e generano una diffusa paura del futuro.

È un passaggio storico di portata globale. Ma ha colto il nostro Paese particolarmente impreparato per la fragilità delle sue istituzioni pubbliche e dei suoi assetti politici; la debolezza della sua base sociale e produttiva; l’insufficiente investimento sulle risorse umane degli ultimi decenni. 

L’impressionante facilità con la quale, negli ultimi anni, il Paese ha dato credito alle forze politiche populiste e alla destra sovranista evidenzia una debolezza sociale e politica di sistema e disvela – tra l’altro – le gracili basi sulle quali si era costruito l’assetto politico e della rappresentanza nella stagione della cosiddetta Seconda Repubblica.

I Popolari, animati da una sensibilità cristiana laicamente vissuta, non possono tuttavia rinunciare alla fiducia e alla speranza, ben consapevoli che, in ogni passaggio storico, rischi di regressione e opportunità di nuovi talenti sociali si confondono assieme. Tocca alla cultura e alla politica discernere gli uni dagli altri e dare spazio ai secondi.

Noi abbiamo fiducia nella nostra società: nei suoi vecchi e nuovi corpi intermedi; nei giacimenti non ancora inariditi di cultura e di formazione; nella scienza e nella tecnologia eticamente e socialmente presidiate; nei valori radicati – benché oggi sotto stress – che costituiscono l’ossatura del vivere civile; nelle nuove generazioni.

Noi abbiamo fiducia in un Italia Europea e in una Europa capace di riconquistare il cuore e la mente dei propri cittadini, contro il ritorno degli incubi nazionalisti asserviti al disegno di chi, in Oriente o in Occidente, punta alla sua disgregazione.

Il Popolarismo non è una ideologia, ma un modo di essere della Comunità e di vivere ed interpretare la Democrazia, alla luce di un Umanesimo cristianamente ispirato che vive la storia con tutte le sue contraddizioni ed i suoi mutamenti.

Per questo il nostro orizzonte non è la nostalgia ma la rigenerazione di una visione di futuro che trova, oggi come ieri, il suo primo fondamento nel contrasto di ogni declino autoritario.

Il nostro progetto si fonda su una visione sociale e comunitaria della Democrazia.

Essa è – come scriveva Aldo Moro nel 1946 – “il divenire della società nella storia secondo il suo ideale di giustizia”.

Non esiste Democrazia senza spirito di apparenza comunitaria; condivisione di un destino collettivo; piena valorizzazione delle Autonomie Territoriali e delle formazioni attraverso le quali si esprime il ruolo protagonista della Comunità rispetto allo Stato e al Mercato.

Per questo, restano per noi fondamentali le conquiste di socialità e di partecipazione che hanno segnato il completamento dell’antica idea liberale ed hanno comportato, dal secondo dopoguerra in poi, una trasformazione radicale della società nel senso della giustizia e della piena fruizione dei diritti personali e sociali.

Richiamarsi a questa cultura politica significa opporsi senza ambiguità ad ogni progetto che punti a rispondere alla crisi della democrazia rappresentativa attraverso la tentazione del rapporto diretto tra Potere e Individuo: questa è infatti l’essenza della “post democrazia”.

Sta qui la radice della nostra irriducibile alternativitá al populismo e della nostra inconciliabilità valoriale, culturale e politica con la destra.

Serve una “Comunità Politica Popolare” autonoma, riconoscibile, organizzata: per questo facciamo appello ai movimenti locali e nazionali che in questi mesi si sono costituiti per provare a rispondere a questa esigenza. 

Troviamo subito, entro poche settimane, il terreno comune sul quale promuovere un unico Soggetto Politico, senza gelosie, primogeniture e tentazioni auto referenziali.

Lavoriamo poi assieme ad una nuova “forma partito”, adeguata alle mutate esigenze di una rappresentanza oggi priva di strumenti e di riferimenti e alla definizione delle condizioni e delle modalità attraverso le quali cooperare con altre culture politiche e sensibilità sociali compatibili con la nostra visione della Comunità e della Democrazia.

La relazione di Dante Monda

G7, un’intesa sulle sfide poste dall’economia digitale

Per l’analisi della concorrenza le autorità garanti dei Paesi del G7 hanno raggiunto un’intesa in merito alle sfide poste dall’economia digitale. Il documento è stato presentato al vertice tenutosi la scorsa settimana in Francia, a Chantilly. L’accordo comune mette in evidenza il ruolo dell’applicazione delle norme in materia di concorrenza per mantenere competitivi i mercati digitali a vantaggio dei consumatori e degli operatori del mercato.

La progressiva evoluzione delle tecnologie determina continui cambiamenti nel mercato, che sollevano quesiti in merito alle sfide che il digitale pone per il diritto della concorrenza: dall’accertamento dell’esistenza del potere di mercato alla definizione delle situazioni abusive, dalla necessità di promuovere l’innovazione digitale alla tutela del benessere dei consumatori.

Il diritto della concorrenza è stato ritenuto idoneo, ma le autorità garanti preposte hanno sottolineato l’esigenza di approfondire la conoscenza dell’impatto dei nuovi modelli di business digitali. In tal senso è stato chiesto ai Governi di garantire che le leggi e i regolamenti non ostacolino la concorrenza sui mercati digitali, convenendo di promuovere la cooperazione internazionale e la convergenza nell’applicazione delle norme.

Illiberisti (o illiberali)?

Articolo già apparso sulle pagine della  rivista Il Mulino a firma di Emanuele Felice

La terza pagina del “Foglio” del 18 luglio è un ampio articolo (I neoilliberisti, di Luciano Capone e Alberto Mingardi) scritto in risposta al mio ultimo editoriale su “Repubblica” (Putin e un progresso senza diritti, uscito l’8 luglio). Capone e Mingardi contestano la tesi che provo ad argomentare nel mio pezzo, sostenendo che “ciò che unisce Salvini e Putin non è la flat tax, bensì il culto dello Stato”. La loro analisi è peraltro piuttosto articolata, e in quanto tale meriterebbe un’ampia discussione. Fin da subito, tuttavia, mi preme segnalare quelli che a mio giudizio sono un paio di problemi piuttosto seri.

Il primo riguarda ciò che ho scritto nel citato articolo su “Repubblica” (vale a dire l’oggetto della disputa). Francamente non ho sostenuto che Salvini e Putin sono accomunati dal neo-liberismo, come Capone e Mingardi sostengono avrei fatto. Il discorso è un po’ più ampio. Quello che unisce Salvini e Putin è piuttosto l’idea che sia auspicabile un “capitalismo senza diritti”. Peraltro non mi riferivo solo a loro: ma anche a Trump, alla Cina, agli Emirati Arabi. Alcuni di questi Paesi hanno indirizzi più neo-liberisti di altri, o meglio liberisti in alcuni ambiti (la flat tax o qualcosa di simile in Trump, Putin, Salvini; il liberoscambismo in Cina; addirittura, a Dubai, il paradiso fiscale e la liberalizzazione estrema dei movimenti di capitale, l’apertura agli immigrati ma solo come forza lavoro, senza diritti), magari interventisti in altri (il protezionismo in Trump, l’impresa pubblica in Cina). Tutti accomunati dall’idea che il capitalismo debba fare a meno dei diritti umani. Il problema che io evidenziavo nel mio pezzo, un problema a mio giudizio di portata epocale (“il tema del nostro tempo”), è questo: la separazione fra capitalismo e diritti umani, cioè fra il capitalismo e la democrazia liberale, di cui Trump e Salvini sono i campioni in Occidente. Gli autori dell’articolo sul “Foglio” non l’hanno colto (colpa mia?), o forse non gli interessa; comunque non ne parlano.

Peraltro io non scrivo nemmeno, come pure mi attribuiscono Capone e Mingardi, che il capitalismo senza diritti caratterizza il “populismo contemporaneo”: ci sono forme di populismo anti-capitalista, ad esempio Chávez; e ci sono forme di populismo di sinistra che credono fermamente nei diritti, ad esempio Podemos. Io mi riferivo ai sovranisti, quelli di destra in particolare, e per l’Italia alla Lega in modo specifico. Capone e Mingardi, invece, nel loro pezzo mettono insieme i due fenomeni e, di conseguenza, per l’Italia mettono insieme il giudizio sulla Lega, che ha un’ideologia almeno in parte neo-liberale (Colin Crouch in suo recente articolo per “il Mulino”, L’Europa oltre il neoliberismo, la cataloga fra i “nazionalisti neoliberali”) con quello sul governo giallo-verde, che fa politiche che si possono definire neo-peroniste (sulla definizione io e Capone e Mingardi concordiamo: ma si riferisce a un’azione di governo che comprende anche i 5 Stelle). Questo se vogliamo è un punto minore, ma fa da trait d’union fra i due problemi più seri.

Il secondo problema serio riguarda infatti il merito della tesi di Capone e Mingardi. Scrivono gli autori che per Salvini e Putin “non conta la ricchezza, ma redistribuirla”. Questo però è (al limite) quello che vogliono far credere Salvini e Putin. Ma è un inganno! E noi dovremmo guardare alla sostanza delle cose, non alla propaganda. La Russia di Putin ha livelli di disuguaglianza ben più alti dell’Europa, così come anche Trump sostiene politiche che aumentano le disuguaglianze (tagliare le tasse a partire dai più ricchi, ridurre il Welfare e i servizi). Quanto alla Lega, la sua azione di governo è mediata dall’Unione europea e dall’alleanza con i 5 Stelle. Ma le sue proposte, quelle caratterizzanti, sono tutte per l’aumento delle disuguaglianze: fra i territori (autonomia differenziata, specie per come vorrebbe attuarla la Lega), fra le classi sociali (flat tax; persino nella versione attuale, che non è flat tax, secondo le analisi sulla pressione fiscale reale poiché vengono tolte le detrazioni in media ci guadagnerebbero i redditi medio-alti e ci perderebbero quelli più bassi); per certi aspetti anche fra le generazioni (Quota 100). La priorità di Salvini, di Putin, di Trump non è certo la distribuzione: questo è quello che il “capitalismo senza diritti” vuol far credere agli elettori, per prendere voti. Peraltro, e non è un caso, anche in Cina le disuguaglianze sono oggi molto più alte che in Europa.

Unicef: il campo profughi dei bambini dimenticati

Cercando riparo dal sole a picco nell’ombra di una tenda, Afraa, 14 anni, originaria dell’Iraq, aspetta che sia il turno dei suoi due fratellini per la visita medica.

«Ci sono voluti 9 giorni per arrivare qui da Baghouz…Non so cosa ne sarà di noi», ci dice.

Siamo nel campo profughi di Al-Hol, nel nord-est della Siria.

Qui vivono non meno di 70.000 persone. L’UNICEF stima che più del 90% di loro siano donne e bambini.

Tra i bambini, solo 20.000 sono siriani. Gli altri, ben 29.000, appartengono a ben 62 nazionalità diverse. Il gruppo più numeroso, circa 9.000, è rappresentanto da rifugiati dell’Iraq.

La maggior parte di loro ha meno di 12 anni. Sono bambini estremamente vulnerabili, sopravvissuti a terribili combattimenti e testimoni di atrocità inimmaginabili.

I bambini di Al-Hol vivono in una condizione umanitaria precaria, aggravata in molti casi dall’avere subito esperienze di abuso, dall’essere stati costretti a combattere o a compiere atti di estrema violenza.

Essi sono solo una parte di un ben più vasta popolazione di bambini e ragazzi che potrebbero essere stati coinvolti nelle ostilità.

Vivono in campi profughi come questo, ma anche in centri di detenzione o in orfanotrofi sparsi in tutta la Siria, soprattutto nel nord-est.

Questi bambini continuano ad essere esposti ad un elevato rischio a causa dell’acuirsi delle violenze.

Nella provincia di Idlib, nel nord-ovest del paese, circa un milione di bambini sono rimasti intrappolati per mesi e mesi nel mezzo di violenti combattimenti. Il loro destino è in bilico.

I bambini di Al-Hol hanno bisogno di cure, protezione e assistenza urgenti, soprattutto con le elevate temperature estive.

«Migliaia di ragazzi e ragazze nel campo di Al-Hol non hanno mai avuto la possibilità di essere semplicemente dei bambini» sottolinea Fran Equiza, Rappresentante dell’UNICEF in Siria, di ritorno da una missione ad Al-Hol.

«Eppure sono bambini, a tutti gli effetti! Meritano di ricevere cure, protezione, attenzione e servizi ai massimi livelli. Dopo anni di violenze, sono diventati soggetti indesiderati, stigmatizzati dalle loro comunità locali o ignorati dai loro governi.»

Nonostante le violenze in corso nell’area, e sebbene l’afflusso di sfollati che arrivano ad Al-Hol stia diminuendo, i bisogni umanitari, come l’accesso all’acqua potabile e l’assistenza sanitaria, restano a un livello critico.

«Stiamo lavorando con i nostri partner e donatori per garantire ai bambini assistenza sanitaria immediata» prosegue Equiza. «Ma è solo una goccia nell’oceano. Occorre fare molto di più per continuare a fornire ai bambini servizi di base e protezione, in vista del loro reintegro nelle comunità locali e un ritorno sicuro ai paesi di origine.»

Washington: arrestate le Sorelle della misericordia

Settanta persone fra le quali alcune Sorelle della misericordia, di cui una di 90 anni, sono state arrestate dalla polizia a Washington mentre manifestavano contro le politiche migratorie degli Stati Uniti.

I manifestanti avevano occupato una sala del Senato, il Russell Senate Office Building, in quella che hanno definito come “Giornata cattolica di azione per i bambini immigrati”.

Le condizioni dei migranti hanno spinto religiosi e attivisti a radunarsi all’interno di un edifico del Senato americano – il Russell Senate Office Building – per recitare il rosario e chiedere all’Amministrazione Usa di mettere fine alla detenzione minorile al confine.

Ma le suore, i frati, i sacerdoti e anche i laici sono stati portati via dalla polizia del Campidoglio e rilasciati solo in serata, dopo essere stati schedati e rinviati all’autorità giudiziaria con l’accusa di aver violato una legge intralciando uno spazio pubblico, ovvero il pavimento dell’ingresso del Senato, dove si erano sdraiati, formando una croce, per recitare il rosario.

Roma: a ottobre 200 studenti da tutto il mondo per “ZEROHackathon2019”

“ZEROHackathon2019” è un contest giovanile di idee incentrato sul ruolo dello sviluppo sostenibile per affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici nell’Artide, nell’Antartide e negli oceani. Si svolgerà a Roma dal 2 al 4 ottobre 2019, per iniziativa della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi) e del Movimento studentesco per l’organizzazione internazionale (Msoi-Unya Italy) in collaborazione con il ministero dell’Istruzione (Miur), le ambasciate Usa e del Regno di Norvegia in Italia.

“Zero è il punto da dove iniziamo per costruire questo innovativo concorso che porta idee e soluzioni creative a grandi problemi, prendendo in considerazione le proposte della nuova generazione”, spiegano gli organizzatori. Per questa terza edizione è stato identificato come centrale il “ruolo dello sviluppo sostenibile per affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici nell’Artico, nell’Antartico e negli oceani”.

Saranno 200 studenti provenienti da scuole superiori e università di tutto il mondo, chiamati a “sviluppare idee e progetti innovativi e di forte impatto” in grado di promuovere la cooperazione internazionale, aumentare la consapevolezza sulle questioni più urgenti relative a oceani e poli, rafforzare la resilienza dei cambiamenti a più livelli, affrontare il cambiamento climatico e le conseguenze dell’inquinamento. Le idee saranno vagliate da una giuria di esperi e le migliori premiate.

L’iniziativa (https://www.sioi.org/attivita/focus-on/romun/) è parte della iniziativa Miur #futuraItalia e ha il sostegno della Commissione europea.

Sport bonus, pubblicato l’elenco degli ammessi alla procedura del beneficio fiscale

E’ online l’elenco dei soggetti, identificati con il relativo numero, che ai sensi di quanto previsto dalla normativa, possono effettuare erogazioni liberali in denaro per interventi di manutenzione e restauro di impianti sportivi pubblici o per la realizzazione di nuove strutture sportive.

Le imprese, gli enti non commerciali che hanno già effettuato la donazione, dovranno poi, non oltre il 1° agosto, are comunicazione all’Ufficio per lo sport dell’avvenuto versamento in denaro, compilando l’apposito modulo e inviandolo a mezzo posta elettronica certificata all’indirizzo dedicato dell’Ufficio dello sport.

I medici svedesi hanno individuato un gruppo sanguigno meno vulnerabile al cancro

I ricercatori del Karolinska Institutet, Svezia, hanno portato a termine uno studio durato ben 35 anni, durante i quali hanno esaminato più di un milione di pazienti delle cliniche inglesi. L’analisi delle correlazione tra gruppo sanguigno e casi di cancro hanno dimostrato che le persone con il sangue di gruppo 0 sono colpiti dalla malattia più raramente degli altri.

Ma i medici hanno anche studiato il legame tra gruppo sanguigno e i diversi tipi di cancro e hanno scoperto che i portatori di sangue di gruppo A contraggono più spesso il cancro allo stomaco, mentre chi ha gruppo sanguigno B oppure AB è più portato ad ammalarsi di cancro al pancreas.

 

Egoismo imperante

Ma che cosa è in fondo l’anima che caratterizza l’autonomia differenziata? Qual è il vero motore di questa richiesta? Sarò prosaico, forse cinico, ma andando al cuore della vicenda sono costretto a rispondere che è il denaro. In fondo, tutto si traduce in una redistribuzione differenziata del denaro: dove si produce ricchezza, la ricchezza deve restare; l’idea solidaristica deve essere messa da parte e cancellata dalla memoria.

Il provvedimento legislativo non metterà immediatamente in luce questo principesco dispositivo, lo depositerà nelle sacche nascoste e nelle potenzialità che la legge avrà in serbo.

Del resto, da che mondo è mondo, l’egoismo ha sempre signoreggiato in chi più possiede. Se riandate con la memoria alle origini del movimento leghista, troverete quel principio sul frontespizio delle loro sedi di partito. Per riassumere quella sostanza, basti gettare un fascio di luce sull’affermazione: “Roma ladrona”.

Oggi, dopo più di trent’anni, quello slogan ritorna, in forma del tutto nascosta, prepotentemente alla ribalta.

Fontana e Zaia restano inchiodati a quella fonte e sostengono la tesi che il gettito erariale delle rispettive regioni deve, in larga parte, restare a Milano e a Venezia e non prendere il treno verso la Capitale. Tradotto in termini semplici, il denaro del nord non deve essere, se non in misera parte, distribuito a Catanzaro, Napoli, Palermo, etc..

Nulla da dire se l’Italia non fosse un Paese, nulla da obiettare se l’Italia non fosse uno Stato unitario, nulla in contrario se non avessimo una Costituzione, ma val la pena ricordare che ancor oggi, e nel mio cuore auspico che questo rimanga, la nostra è una realtà, per quanto composita, che dà luogo a un tessuto Statale unitario.

All’interno di questo concetto, non può non trovare soggiorno l’idea di solidarietà che la stessa Costituzione lo scrive a lettere cubitali.

Adesso, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Conte si trova tra le mani una patata bollente, ma non potrà non svolgere il compito che gli è assegnato, ossia stare all’interno di quei principi che ho ricordato. Proporrà un provvedimento dal quale saranno totalmente espunti i desiderata dei due Governatori leghisti.

Questo brano dovrà essere suonato in sordina, suonato perché bisogna affrontarlo, in sordina perché deve tacitare le richieste impercorribili dai fautori del disegno. Cosa farà mai Salvini? Un dilemma che terrà in tensione le curiosità di tutti noi. Già questa settimana potremmo saggiare le mosse future anche se dobbiamo attenderci imperscrutabili e fulminei colpi di teatro.

Siamo costretti a muoverci come dei funamboli su corde sempre più sottili.

Politici in gabbia

Se la politica dovesse inseguire in modo forsennato l’idea di un continuo braccio di ferro tra le forze che governano, alla fine si risolverà in uno scioglimento del legame.

È normale, invece, che la tensione rimanga sempre alta tra chi governa e chi si oppone al governo. In quest’ultimo caso il beneficio sarebbe offerto tanto a chi ha le redini del comando, quanto a chi detiene il compito di sferzare politicamente dall’opposizione. Patologico è invece l’atteggiamento di chi, nella stessa diligenza, frusta i cavalli in modo non armonico.

Da un anno a questa parte, i due soggetti che hanno dato vita al Governo Conte hanno anche in larga parte condiviso, pur con sorrisi d’obbligo, diversi provvedimenti. Ma, da qualche mese a questa parte, dapprima a causa delle eminenti elezioni europee e, successivamente, in ragione del voto espresso in quella circostanza, i due comprimari sembrano darsele di santa ragione.

Così non va. È di questi giorni il tema più consistente. A parte la flat-tax, il salario minimo e cose di questa natura, l’oggetto rovente che si trovano tra le dita è la questione delle autonomie regionali. Qui il gioco si fa pesante perché allungare la catena di tensioni che mette tutti i soggetti in uno stato di fibrillazione politica. Se, fino a oggi, i temi affrontati si consumavano all’interno delle dialettiche del governo centrale, oggi, con il tema delle autonomie, i soggetti interessati alla partita si moltiplicano.

Zaia e Fontana si sentono assediati dai leghisti delle rispettive Regioni, perché, in forza dei referendum proposti e da tempo ormai archiviati, intendono portare a casa il risultato di quelle consultazioni. I due Presidenti di Regione scaricano a loro volta il peso sul vice Presidente Matteo Salvini e, quest’ultimo, per una semplice traslazione fisica, fionda il gravame sulle spalle di Luigi Di Maio. Quest’ultimo, sapendo che cosa rispondere, ma vivendo una tragedia, è obbligato ad allungare le catene e a chiamare in campo il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte.

Tutto questo crea un terreno di scontro difficilmente risolvibile. Conte, in effetti, non potrà in alcun modo cedere su questo fronte. In sostanza, così come lo concepiscono i Governatori del nord, non potrà partorire la legge che costoro hanno in animo. Non serve che vi spieghi dettagliatamente i motivi. Riassumo il problema dicendo che, alla fine, le Regioni del sud verrebbero comunque penalizzate.

Traccheggiando come non mai, i due capi politici governativi, si stanno muovendo a ritmi altalenanti: un giorno si randellano, il giorno dopo di riappacificano. Ma, ormai, si comprende che il feeling politico è andato a farsi benedire. In questo periodo estivo è possibile che tutto questo accada senza che giunga un terremoto definitivo. Però, consumata la stagione calda, a fine settembre, i nodi verranno al pettine e lì, le pause, le ricreazioni e le astuzie verranno bandite e, al bussare della finanziaria, dovranno arrivare al dunque.

Quindi, si presenta una equazione a grado piuttosto elevato e risolverla sarà un grosso problema e, se le cose andranno come è prevedibile sia, il Presidente della Repubblica si troverà sotto gli occhi una matassa tra le più complesse che gli siano capitate.

Cosa accadrà nel campo della Lega solo Dio lo sa, perché a noi viene costantemente fornita l’immagine di un Matteo Salvini assolutamente troneggiante, ma se questo può essere nei confronti del Governatore Lombardo, non stento a pensare che le relazioni con il Governatore Veneto siano di tutt’altra impostazione. Quindi, dovremmo attenderci anche, nel caso in cui le autonomie non trovassero soluzione romana, un terreno di scontro all’interno della Lega tra chi ha competenze nazionali e chi, invece, viaggia sulle carrozze regionali del nord.

Oggi, è domenica, e la festa induce a guardare con occhi sereni il mondo festoso, ma domani è lunedì e chissà che cosa ci riserverà sul fronte che ho qui, solo cercato limitatamente di analizzare.

Assisi: una scuola di economia interuniversitaria

Al via le iscrizioni a “Percorsi Assisi”, la prima scuola di economia interuniversitaria. Il corso, che si terrà nella città di san Francesco dal 31 agosto all’8 settembre, vedrà la partecipazione, tra gli altri, del Premio Nobel per la Pace, Muhammad Yunus, dell’economista Carlo Cottarelli, e del presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Stefano Zamagni.

Una settimana full time tra lavori di gruppo e riflessioni per studenti e neolaureati provenienti da tutta Italia.

Il progetto, nato da un’idea dei frati della basilica di San Francesco d’Assisi, in collaborazione con la Luiss Guido Carli, l’Istituto Teologico di Assisi, l’Alma Mater di Bologna, il Politecnico di Milano e la Federico II di Napoli, si articolerà in lezioni di didattica frontale e modalità di apprendimento esperienziale tramite “learning by doing”, laboratori e seminari tecnici ed etici sui temi dell’economia integrale e circolare, tenuti dai professori delle Università coinvolte nel progetto e dalle istituzioni promotrici.

Clima, il 2019 è il secondo anno più caldo di sempre

Il 2019 si classifica fino ad ora come il secondo più caldo di sempre sul pianeta facendo registrare una temperatura media nel primo semestre sulla superficie della terra e degli oceani, addirittura superiore di 0,95 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo. È quanto emerge dalle elaborazioni Coldiretti sulla base degli ultimi dati del Noaa, il National Climatic Data Centre che rileva i dati dal 1880 dalla quale si evidenzia peraltro che in Europa il primo semestre è risultato essere il terzo piu’ caldo di sempre con un anomalia di 1,86 gradi superiore la media.

Una situazione determinata da un giugno mai così bollente che – sottolinea la Coldiretti – ha fatto saltare tutti i record in Europa dove la temperatura è stata di 2,93 gradi superiore la media e nel mondo dove la colonnina di mercurio è salita sulla superficie della terra e degli oceani di 0,95 gradi sopra la media, il massimo di sempre. Anche in Italia – precisa la Coldiretti – lo scorso mese di giugno è stato molto caldo con una temperatura superiore di 3,3 gradi rispetto alla media si classifica al secondo posto per temperatura elevata dal 1800, quando sono iniziate le rilevazioni secondo Isac Cnr.

E’ in atto una evidente tendenza al surriscaldamento giustamente denunciata dal movimento Fridays for future di Greta Thunberg che si manifesta anche in Italia. La classifica degli anni interi più caldi lungo la Penisola negli ultimi due secoli si concentra infatti – spiega la Coldiretti nell’ultimo periodo e comprende nell’ordine – precisa e la Coldiretti – anche nell’ordine il 2018, il 2015, il 2014 e il 2003.

Un processo che – sostiene la Coldiretti – ha cambiato nel tempo la distribuzione delle coltivazioni e le loro caratteristiche con l’ulivo, tipicamente mediterraneo, che in Italia si è spostato a ridosso delle Alpi mentre in Sicilia ed in Calabria sono arrivate le piante di banane, avocado e di altri frutti esotici Made in Italy, mai viste prima lungo la Penisola. E il vino italiano con il caldo – continua la Coldiretti – è aumentato di un grado negli ultimi 30 anni, ma si è verificato nel tempo un anticipo della vendemmia anche di un mese rispetto al tradizionale mese di settembre, smentendo quindi il proverbio “ad agosto riempi la cucina e a settembre la cantina”, ma anche quanto scritto in molti testi scolastici che andrebbero ora rivisti.

Il riscaldamento provoca anche – precisa la Coldiretti – il cambiamento delle condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, per l’affinamento dei formaggi o l’invecchiamento dei vini. Una situazione che di fatto – continua la Coldiretti – mette a rischio il patrimonio di prodotti tipici Made in Italy che devono le proprie specifiche caratteristiche essenzialmente o esclusivamente all’ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e proprio alla combinazione di fattori naturali e umani.

Si registra peraltro una evidente tendenza alla tropicalizzazione che – sottolinea la Coldiretti – si manifesta con una più elevata frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi. Il ripetersi di eventi estremi sono costati all’agricoltura italiana oltre 14 miliardi di euro in un decennio tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne. L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici ma è anche il settore più impegnato per contrastarli.

Rapporto Aifa 2018

Assorted pills

Come ogni anno, AIFA propone una versione aggiornata del Rapporto Nazionale sull’Uso
dei Farmaci in Italia, non solo nei numeri, ma anche nei contenuti, con ulteriori analisi in
grado di contribuire ad una descrizione sempre più esaustiva dell’assistenza farmaceutica.
Ad esempio, un’analisi completa dell’uso dei farmaci non può prescindere da una
valutazione approfondita dell’appropriatezza d’uso; in tale ottica, nell’edizione del
Rapporto 2018, attraverso i dati raccolti dal flusso della Tessera Sanitaria, provenienti da
tutte le Regioni italiane, vengono proposti indicatori di aderenza e persistenza terapeutica
per alcune categorie di farmaci per uso cronico e anche indicatori di potenziale interazione
farmacologica. Tali analisi suggeriscono la necessità di porre in essere azioni
d’informazione sia per i pazienti sia per gli operatori sanitari; gli approfondimenti su
aderenza e persistenza dell’uso dei farmaci permettono anche di valutare l’impatto
dell’inappropriatezza in termini di salute pubblica e di risorse economiche utilizzate dal
Servizio Sanitario Nazionale.

https://www.aifa.gov.it/documents/20142/0/Rapporto+OsMed+2018.pdf/a2faa214-629f-92b1-66bc-3eac5307a383

È possibile una teologia degli extraterrestri?

Fonte AGI

L’anniversario dello sbarco del primo uomo sulla Luna ha generato un gran numero di articoli che avevano per tema lo spazio. Tra essi figura l’intervista di Agi a Jessica Meir, la possibile futura prima donna sulla Luna, che ha dichiarato di credere nell’esistenza degli alieni.

In proposito, ho spesso colto da parte di non pochi cristiani, una posizione di chiusura. Una vita extraterrestre, statisticamente possibile, sarebbe per loro invece impossibile da un punto di vista teologico. Dio, così argomentano, si è incarnato in un uomo, Gesù, e quindi non potrebbe allo stesso modo ripetersi con altri essere dotati, come l’uomo, oltre che di intelligenza, volontà, cuore, sentimenti anche di corpo, magari verde, con antenne e tentacoli.

In verità il cristianesimo non ha alcuna preclusione rispetto ad una vita extraterrestre, e lo spiega con dovizia di particolare sul DISF, Giuseppe Tanzella Nitti: già ricercatore CNR presso l’Istituto di Radioastronomia di Bologna, poi Astronomo presso l’Osservatorio Astronomico di Torino, e attualmente Ordinario di Teologia.

In primo luogo va detto che non esistono negli insegnamenti del Magistero né in quelli della teologia cristiana, argomenti pregiudizialmente contrari all’ipotesi che esistano nell’universo altre vite simili a quella umana. Anzi, il fatto che Dio sia infinitamente creatore e libero rispetto al “valore vita” ovunque esso si manifesti, rende tale ipotesi plausibile: per un credente quella nuova vita creata sarebbe semplicemente un riflesso in più della vita divina.

In tal senso, la tradizione ebreo cristiana professa l’esistenza degli angeli, ovvero di altre creature distinte dagli uomini, e in ciò mostra come per il cristianesimo il senso della creazione non si giochi tutto ed esclusivamente sul rapporto fra l’uomo e Dio, ma resti aperto ad altre creature le quali, pur dipendendo da Dio, hanno una loro propria storia distinta da quella del genere umano.

Ciononostante, il cristiano convinto che quella umana sia l’unica forma di vita intelligente nel cosmo non è obbligato a ripensare alle proprie convinzioni. Lo sarebbe solo qualora fosse certa l’eventualità di una nuova vita. Ma attualmente la scienza non può sapere se la possibilità di altre vite nell’universo sia un evento certo o solo altamente probabile: una nuova teologia sulla vita extraterrestre sarà necessaria solo quando questa vita venisse constata con evidenza.

Il Dio cristiano non è geocentrico né antropocentrico e la sua onnipotenza creatrice è senza dubbio di ordine cosmico e “non locale”. Se venisse dimostrata l’esistenza di una vita extraterrestre, il cristiano non dovrebbe in alcun modo accantonare la propria immagine di Dio disponendosi ad una sorta di nuova “rivoluzione copernicana” ma dovrebbe solo manifestare rispetto, riconoscere un’origine comune e una nuova possibilità di comprendere meglio i rapporti di Dio con l’intero creato.

Un simile incontro, e un successivo dialogo, dovrebbe semplicemente sforzarsi di comporre tali nuove informazioni con le verità che già conosciamo e crediamo, operando una rilettura inclusiva dei nuovi dati: una rilettura cioè analoga a quella che si è applica all’ordinario dialogo interreligioso.

Cattolici e Politica. In un tempo di cambiamento epocale.

Fonte Servire L’Italia

Sono diverse le ragioni per esprimere gratitudine sincera a S. Ecc. Mons. Mario Toso per il saggio Cattolici e Politica, ormai giunto alla terza edizione. Innanzitutto, per l’atto di coraggio dimostrato. Il Nostro non ha temuto di intervenire, in questo nostro tempo, su un tema, scottante quanto pochi, quale è quello della presenza e dell’impegno dei cattolici italiani nella politica. In secondo luogo, per il taglio espositivo adottato: una prosa asciutta che nulla concede alla facile retorica e all’argomentazione pomposa. Ma non v’è dubbio che il pregio più rilevante di questo libro va rinvenuto nella tesi centrale che esso difende: esplicitare le cause profonde dell’irrilevanza dei cattolici nella politica italiana. È intorno a questa tesi che, in quel che segue, vado a sviluppare alcune considerazioni.

Una prima annotazione concerne la vexata quaestio della ratio dell’impegno politico dei Cattolici.

ovvio che in quanto cittadini, anche i cattolici, al pari di tutti gli altri, debbano partecipare alla cosa pubblica. Ma qui si vuole fare riferimento ad un coinvolgimento diretto e attivo alla vita democratica del paese. Ebbene, tre sono le opzioni che si danno alla considerazione e alla valutazione critica di chi intenda affrontare l’argomento.

La prima è quella che vede i cattolici dare vita ad un “partito di cattolici” – beninteso, non ad un partito cattolico. È stata questa la via battuta, nel recente passato, da Luigi Sturzo con il suo Partito Popolare e dopo la seconda guerra da Alcide De Gasperi e altri con la Democrazia Cristiana. Si tratta di un’opzione che ha avuto senso e che ha acquisito grandi meriti, ma che oggi, per una pluralità di ragioni, non è più proponibile, pur avendo costituito una necessità della storia. È dunque inutile parlarne. Meglio allora dirigere l’attenzione alle altre due opzioni. La seconda opzione sulla quale si sofferma Toso è bene resa dalla “teoria della diaspora”: i cattolici devono distribuirsi tra i vari schieramenti politici per contagiarli dall’interno. Ciò è quanto sancisce la metafora del lievito: al modo del lievito, i cattolici devono cercare di veicolare i valori e i principi di cui sono portatori nei programmi delle diverse piattaforme partitiche. Duplice la debolezza di una simile posizione. Per un verso, essa comporta che i cattolici si rassegnino ad essere minoranza ovunque essi si trovino inseriti e quindi accettino di scomparire politicamente, proprio come l’immagine del lievito lascia intendere. Col risultato che, poiché nei partiti democratici vige il principio di maggioranza, chi è minoranza mai potrà vedere accolte le proprie istanze, a meno di gesti compassionevoli o buonisti da parte della maggioranza. Bel paradosso, davvero! I cattolici entrano nei partiti per far avanzare un certo progetto politico che dice della loro identità, pur sapendo che mai riusciranno a far valere le loro ragioni.

Arrivo così alla terza opzione, quella che considero maggiormente funzionale rispetto alle pressanti esigenze del nostro paese nell’attuale momento storico. L’idea è quella dell’associazionismo politico: i cattolici italiani convergono su un ben definito progetto politico connotato da un insieme di punti qualificanti.

(1) Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

Ne cito alcuni: la vita della persona umana come bene intangibile; il superamento del modello binario Stato-Mercato a favore del modello ternario: Stato-Mercato-Società civile; l’affermazione della soggettività economica e sociale della famiglia fondata sul matrimonio; la tensione verso un’economia civile di mercato. Come noto, l’economia civile di mercato si differenzia sia dall’economia neoliberista di mercato, cara alle piattaforme di destra; sia dall’economia sociale di mercato, cara alle piattaforme di sinistra. L’economia civile di mercato è il nucleo duro della tradizione culturale cattolica in ambito socio-economico – come la recente Dottrina Sociale della Chiesa (=DSC) va riconoscendo – ma i cattolici italiani sono sempre andati a rimorchio o della tradizione liberale (cattolici-liberali) o della tradizione socialdemocratica (cattolici-democratici) . È così accaduto che per fare in modo che alcune loro richieste minimali venissero accolte, come la libertà di educazione, il principio di sussidiarietà circolare, il pluralismo delle forme di impresa, etc., i cattolici hanno dovuto accettare compromessi che hanno offuscato e annacquato la loro identità. Di qui la imperdonabile irrilevanza politica dei cattolici italiani nel corso dell’ultimo quarto di secolo. Ma è mai possibile – ci si deve chiedere – che il personalismo cristiano (di E. Mounier, J. Maritain e altri) non possa ambire ad essere riconosciuto nella sfera pubblica alla stessa stregua dell’individualismo e del comunitarismo? Quanto a dire, perché mai si continua a confondere laicità e laicismo?

Nessuna forza politica può imporsi a lungo se non è guidata da un pensiero pensante. Il solo pensiero calcolante non basta. Ricordiamo sempre il monito di J.M. Keynes: nel bene o nel male, sono le idee e non gli interessi a tracciare il corso della storia. In certe fasi storiche e per brevi periodi, la mancanza di pensiero pensante può essere surrogata dalla presenza di un leader carismatico che provvede alla bisogna. Ma a lungo andare, la leadership personale, per quanto autorevole, mai potrà sostituire la funzione svolta da una visione politica aperta al futuro. Mancando di quest’ultimo ed avendo abbandonato il pensiero forte del socialismo (nella versione sia libertaria sia marxista), la sinistra si trova oggi culturalmente acefala, priva di quelle strutture e categorie di pensiero che sole possono dare il senso dell’incedere, cioè la direzione di marcia. Si può infatti pensare di raccogliere le sfide poste dal dilagante fenomeno del riscaldamento planetario, dalle nuove migrazioni, dalla sicurezza cibernetica, dall’ampliamento delle disuguaglianze, dalla crisi della democrazia rappresentativa, dalla sempre più evidente deriva oligarchica dei mercato senza un coerente sistema di valori organizzati?

La conseguenza di tale mancanza è sotto gli occhi di tutti. Abbandonata la sponda del sociale, della solidarietà intergenerazionale, la sinistra è passata ad abbracciare le ragioni dell’individualismo assiologico, per timore di essere tacciata di rigurgiti collettivistici. La difesa dei diritti individuali – civili e politici – è così diventata la nuova frontiera della politica, ignorando però – e questo è stato un grave errore teorico – che è il personalismo e non già l’individualismo ad assicurare la “migliore” e più efficace difesa dei diritti individuali. Se ne sono visti i risultati (e la gente l’ha ormai capito): non si riesce a difendere i diritti a partire da posizioni deboliste che negano l’irriducibile relazionalità della persona. E ciò per l’ovvia ragione che il primo dei diritti è quello alla socialità e al riconoscimento reciproco (nel senso di Honneth). Togliere a coloro che desiderano impegnarsi in politica, e soprattutto ai giovani, la possibilità o quanto meno la prospettiva di battersi per realizzare un disegno istituzionale mirato alla felicità pubblica è stato il grave limite della sinistra, oltre che della destra.

accaduto così che, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, si è andato affermando, nella prassi politica, il seguente dualismo: si applica il codice simbolico del bene totale quando ci si occupa di bioetica o di diritti individuali; si invoca invece il codice del bene comune quando si devono affrontare questioni come quella del lavoro o del nuovo welfare. Ma come si è potuto non capire che non si può essere seguaci di due logiche così diverse come sono quelle del bene totale (che è figlio dell’etica utilitarista) e del bene comune (che invece è figlio dell’etica delle virtù)? Non si può porre sullo stesso piano la ricerca dell’efficienza – che è certamente un valore – e la ricerca della giustizia e della libertà che sono valori di ordine superiore. Una efficienza non finalizzata alla giustizia e alla libertà diviene efficientismo e, alla lunga, degrada. Ecco perché, anche nel linguaggio corrente, si parla sempre di diritti civili e quasi mai di diritti sociali ed economici. I primi sono diritti negativi, che possono essere soddisfatti con la non interferenza; i secondi sono diritti positivi, che sempre implicano una qualche redistribuzione di risorse. Ci si può allora meravigliare se nel corso dell’ultimo trentennio la disuguaglianza di reddito e di ricchezza sono andate aumentando nel nostro paese?

Il messaggio forte che traluce dalla pagine del libro di Toso è che è giunto il tempo di piangere meno sui guasti di cui siamo quotidianamente testimoni e di pensare di più sui modi di ridisegnare quell’insieme di istituzioni economiche e finanziarie che sono le vere generatrici delle ingiustizie e delle tante forme di riduzione degli spazi di libertà della persona. Si pensi solo – non ho spazio per altri esempi importanti – al modo di funzionamento dell’apparato bancario-finanziario attuale: si finanziano i progetti di alcuni con i risparmi dei tanti, pur sapendo che non è moralmente accettabile che si trasferisca il rischio finanziario associato ai progetti dei pochi sulle spalle di quei soggetti che avevano affidato le loro risorse alle banche, con la convinzione che tale rischio fosse scongiurato. È perfettamente inutile che si argomenti che la creazione di istituti come le cartolarizzazioni – per finanziare progetti a lungo termine con risorse a breve termine – o che i vari tentativi, in gran parte riusciti, di trasformare gli stessi depositanti in investitori-speculatori, sulla base delle “garanzie” offerte dal mainstream economico, sono serviti ad accrescere l’efficienza generale del sistema. È inutile, perché il punto sollevato non è di natura tecnica – anche se parecchi sono stati gli errori tecnici commessi – ma di natura etica. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è eticamente lecito, a meno di accogliere la tesi nietzschiana del nihilismo morale. Ma allora bisogna avere il coraggio di dichiararlo nella sfera pubblica, il che non è mai accaduto.

Ho attribuito il nihilismo morale a Nietzsche, ma in verità esso va fatto risalire a Giuda. Gli evangelisti Marco, Matteo, Giovanni fanno derivare l’inizio del tradimento giudaico all’episodio dell’unzione di Gesù da parte di Maria nella casa di Lazzaro. Il preziosissimo olio profumato viene sparso sul corpo di Gesù, con il suo tacito consenso. I discepoli presenti sono così testimoni del fatto che Gesù è stato proclamato Messia di fronte a loro da una donna! (Messiah significa infatti unto). Tutti restano in qualche modo scandalizzati, ma solo Giuda ha il coraggio di prendere la parola. «Perché questo olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri»? (Gv 12,5). Ecco dove sta il vero pericolo della finanziarizzazione. Sollevando il «velo del denaro» di fronte ai discepoli, Giuda ottiene che questi «non vedano» più Gesù – che è la ricchezza reale – ma solo i trecento denari. E al pari di ogni intelligente speculatore finanziario – di ieri come di oggi – Giuda dichiara che il fine che lo muove è quello di aiutare i poveri. I quali – oltre che sfruttati – vengono anche strumentalizzati per coprire la perversità dei disegni dell’apostolo infedele.

L’avidità, la passione dell’avere ha questa capacità mimetica: spostare l’attenzione dalla vera ricchezza – la presenza di Gesù – alla illusoria prospettiva costituita dalle «altre alternative». È questo il nucleo duro del neo-machiavellismo, oggi.

I capitoli di questo breve, ma denso, saggio di Toso trattano da prospettive diverse, ma convergenti, quelle che sono le sfide che la DSC deve oggi saper raccogliere nei riguardi di quel nuovo modello di ordine sociale che è il capitalismo globale. Si tratta di contrastare l’avanzata della nuova legge di Gresham: l’etica cattiva scaccia dalle nostre società di mercato l’etica buona, perché i “cattivi”, pur non riuscendo a vincere sul lungo periodo, prosperano invece nel breve termine. Bisogna, allora, agire affinché durante la traversata dal breve al lungo periodo non accada che troppo alti siano i costi sociali che si vengono a determinare. Come? Intervenendo sul disegno delle istituzioni economiche e soprattutto finanziarie. Non basta affatto insistere – come taluno continua a credere, anche in ambito cattolico – sul comportamento virtuoso delle persone singole; oggi sappiamo, che occorre combattere contro le strutture di peccato, come le ha chiamate Giovanni Paolo II nella Sollicitudo Rei Socialis (1987). Si tratta, dunque, di operare perché questo avvenga, e in fretta. L’appello accorato che viene da queste pagine di Toso è come quella «voce» che costringe a sciogliere le cime e avventurarsi in mare aperto: solo così si può vincere la violenza conservatrice dell’esistente.

Ma per contribuire alla significatività e all’incidenza della presenza dei cattolici in politica bisogna prendere di petto due questioni: l’urgenza di elaborare una nuova cultura politica e una nuova progettualità.

Da qualche anno a questa parte il Magistero invita i cattolici a riprendere il cammino dell’impegno non solo nell’area del sociale, ma anche in quella della politica. Voglio portare alla vostra attenzione il discorso di papa Francesco sull’Osservatore Romano del 5 marzo 2019: «È necessaria una nuova presenza dei cattolici in politica». Il Papa, parlando ai giovani leader dell’America Latina, scrive «Essere cattolico nella politica non significa essere una recluta di qualche gruppo, organizzazione o partito». È una chiara presa di posizione contro la cosiddetta tesi della diaspora. È noto quello che è successo nel nostro paese con l’uscita di scena della DC. Fino a che c’era il partito dei cattolici si faceva cultura politica a livello sia centrale che locale. Da quell’estremo – partito unico dei cattolici

– si è passati all’estremo opposto, la diaspora: il suggerimento era che i cattolici dovessero inserirsi in più formazioni partitiche per vivificarle dall’interno. L’immagine – come già ricordato – fu quella del lievito che va a fermentare la massa di pasta. Oggi sappiamo che fu un errore oggettivo anche se soggettivamente venne fatto in piena buona fede. È evidente infatti che i cattolici possano anche dividersi in più formazioni politiche a patto che sia rispettata la condizione della massa critica, altrimenti è ovvio che saranno sempre ininfluenti. Il che è conseguenza del principio democratico di maggioranza.

E da quando è iniziata la diaspora, i cattolici hanno smesso di pensare, di generare cultura politica. Oggi ci troviamo con un vuoto di cultura politica preoccupante, mentre i vari partiti elaborano al loro interno le loro strategie, funzionali ai loro disegni di potere. Questo ci aiuta a capire l’insistenza da qualche anno a questa parte a riprendere un cammino.

Chiarisco. Parlo di cultura politica in senso proprio, non tanto di formazione politica (la formazione riguarda l’insegnamento o lo studio di quanto già esiste).

Cultura vuole dire produzione di pensiero. Se non siamo in grado di produrre un pensiero che, in linea con i principi fondativi della DSC, traduca in proposte concrete quello che quei principi dicono, la irrilevanza sarà garantita con le frustrazioni che interverranno e con le conseguenze pratiche di cui è dato conoscere. Mi piace ricordare una frase del domenicano Dominique Chenu (uno dei grandi padri conciliari): «Se il Vangelo non si fa politica, cessa di essere Vangelo». La religione cristiana è una religione incarnata nella storia. E la politica si occupa di ciò che accade nella storia.

Quando qualcuno fa discorsi del tipo «i cattolici devono stare fuori dalla politica» dimostra di non capire molto della specificità del Cristianesimo. Non si può dare forza all’errore, anche se l’errore è commesso in totale buona fede. L’ignoranza va combattuta. Dire che i cattolici non devono occuparsi di politica è un nonsenso, oltre che un errore. C’è un’altra frase molto importante del Card. John Henri Newman che mi piace citare. In un suo saggio di oltre un secolo fa scrive: «È venuto il tempo in cui i cattolici che vivono di fede, per essere tali, devono difendere la ragione. E proprio la ragione ci dice che è venuto il tempo in cui i cattolici, che vogliono vivere di più società, devono difendere la politica, però non la politica qualunque, ma quella della nostra convivenza civile».

Come darsi conto della irrilevanza dei cattolici in Italia sul fronte proprio della dimensione politica? Perché da un quarto di secolo a questa parte non si produce più una progettualità politica? Quale può essere un test? Basta andare in una biblioteca e confrontare la saggistica: quella fino alla metà degli anni 90 e quella posteriore, ed emergerà subito la sproporzione. I credenti cattolici oggi non si sentono più impegnati a produrre pensiero e ad avanzare progetti sul fronte politico. Certo abbiamo mantenuto le posizioni, anzi le abbiamo accresciute sul fronte del sociale, dalle Caritas alle Cooperative sociali, dal volontariato all’associazionismo di promozione sociale e dobbiamo continuare, però il sociale ha un senso soltanto se il contesto della politica è orientato in una certa direzione. Un esempio concreto? Per avere trascurato il livello della politica, cosa sta succedendo per quanto concerne l’attuazione della legge di riforma del Terzo Settore? L’attuale governo sta boicottando di fatto il Terzo Settore, minacciando un giorno dopo l’altro di ritirare questo o quel provvedimento e nel suo insieme il mondo cattolico è rimasto silente. Solo Avvenire, negli ultimi due mesi, ha aperto un efficace dibattito per denunciare il fatto.

Si pensi al tentativo di raddoppiare l’IRES, per fortuna rientrato. È rientrato perché con coraggio si sono messe in moto alcune persone. È mancata la protesta civile. La legge di riforma del Terzo settore è stata approvata il 2 agosto 2017. Sono passati quasi due anni e ancora non può dispiegare appieno i propri effetti perché una legge ha sempre bisogno dei decreti attuativi e l’attuale governo ne ritarda l’emanazione pur essendo già pronti e già scritti.

Come il pendolo di Foucault ci ha insegnato, sappiamo dalla storia che si tende a passare da un estremo all’altro. Tra il dire «tutti i cattolici nello stesso partito» e dire «i cattolici vadano dove vogliono», c’è una via intermedia. Perché non la si vuole perseguire? Nelle condizioni storiche attuali

inutile pensare di ritornare al partito unico dei cattolici, però da qui a dire che non ci può essere convergenza a livello di cultura e prassi politica tra le varie espressioni e anime del mondo cattolico italiano, ce ne corre.

Ebbene l’iniziativa di riprendere il cammino, tornare ad elaborare un pensiero pensante in ambito politico, trae ispirazione da questo fatto: creare una convergenza tra le diverse espressioni del mondo cattolico su un progetto politico trasformazionale. Quando si vivono tempi normali la strategia che si raccomanda è quella delle riforme; quando si vivono epoche straordinarie come quella attuale, le riforme servono molto a poco, perché quel che occorre fare è cambiare interi pezzi della macchina, e non già aggiustarla qua e là per tamponarne le falle.

Si tratta di cambiare quei blocchi che all’interno della società impediscono una evoluzione verso quella prospettiva che la DSC chiama del bene comune ovvero della prosperità inclusiva. Noi siamo sicuramente per la prosperità, ma per una prosperità che includa tutti e non solo alcuni come attualmente sta avvenendo.

Perché viviamo in una fase straordinaria? L’attuale fase richiama alla mente quella che si realizzò al tempo del passaggio dal feudalesimo all’umanesimo. Il XV secolo è quello che vede nascere la società moderna. Dovremmo andare a rileggere alcune pagine importanti di quel periodo. I cattolici di allora presero il coraggio a due mani e si misero a produrre cultura politica (e quale cultura politica!) con una profondità che è rimasta celebre. Si pensi al contributo del pensiero francescano e della prima e seconda Scolastica. Gli umanisti civili dell’epoca, di fronte alla trasformazione straordinaria (stava per nascere l’economia di mercato), mentre continuavano ad occuparsi del sociale, ad interessarsi degli ultimi (ospedali, scuole ecc.), capirono che era necessario trovare una strategia che indirizzasse la gente verso una prospettiva di sviluppo umano integrale.

Oggi dobbiamo fare un’operazione analoga, ovviamente in un contesto completamente diverso, quello del passaggio dalla modernità alla postmodernità, caratterizzata da fenomeni di portata epocale come la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia e soprattutto la quarta rivoluzione industriale iniziata nel 2001 con il progetto delle tecnologie convergenti, (quelle che risultano dalla combinazione sinergica delle nanotecnologie, biotecnologie, dell’intelligenza artificiale e delle neuro scienze, in acronimo NBIC). La globalizzazione di per sé è un fatto positivo. Perché allora ha creato problemi? Perché si è lasciato che la globalizzazione diventasse globalismo, cioè una ideologia e le ideologie in economia sono spesso più pericolose che in politica. Se non fosse intervenuto papa Francesco con documenti magisteriali come l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, l’Enciclica Laudato sì’, e altri ancora che hanno scandagliato le cause profonde del malessere da tutti avvertito, saremmo ancora a descrivere e a lamentarci degli effetti provocati da quelle cause. Mi piace ricordare che la proposta della strategia trasformazionale è stata lanciata proprio da papa Francesco fin all’inizio del suo pontificato.

C’è una seconda ragione strutturale che vale a farci comprendere le difficoltà dell’attuale momento storico nel mondo cattolico. Nel corso dell’ultimo Cinquantennio è iniziata la seconda secolarizzazione. La prima secolarizzazione fu quella che si impose dopo la rivoluzione francese. Max Weber, grande sociologo tedesco, ha scritto pagine indimenticabili sulla prima secolarizzazione, connotata dall’aforisma che dice: Etsi Deus non daretur. Il principio di laicità, formulato per primo da Gesù di Nazaret, venne stravolto nel principio di laicismo dalla rivoluzione francese: nella sfera pubblica bisogna comportarsi come se Dio non esistesse. Lo slogan della seconda secolarizzazione invece è: Etsi communitas non daretur (comportarsi come se la comunità non esistesse).

Questo ci aiuta a capire le difficoltà odierne. Comunità è sempre stata una delle parole più usate nel lessico del mondo cattolico ma oggi raramente si sente parlare di comunità. La seconda secolarizzazione ha spostato il fuoco dell’attenzione dall’individuo alla persona. Lo slogan odierno è voglio dunque sono. Volo, ergo sum. Cioè io sono ciò che voglio. In un contesto culturale di questo tipo andare a parlare di una prospettiva comunitaria (si pensi a E. Mounier e alla sua “Rivoluzione personalista e comunitaria”) è andare contro vento. Tutto questo è accaduto senza che il mondo cattolico abbia preso una qualche posizione di contrasto nei confronti dell’individualismo libertario che nasce in America negli anni 60. L’individualismo libertario è una filosofia di vita. Se non trova sul suo cammino una controproposta altrettanto forte è chiaro che dilaghi. Si badi, però, a non confondere il principio comunitario con il comunitarismo. Dobbiamo tornare a riconcettualizzare la nozione di comunità senza scadere nell’opposto estremismo che è quello del comunitarismo. Abbiamo alle spalle il ’68, una soluzione forse peggiore del male che quel movimento voleva estirpare, perché si muoveva nella direzione del comunitarismo. La comunità in senso proprio esiste se riesce a conciliare la libertà del singolo con il suo bisogno irrefrenabile di relazionarsi con gli altri. È su questo che il mondo cattolico in Italia è deficitario perché non parla quasi mai di queste cose.

La caduta di rilevanza dei corpi intermedi è la precisa conseguenza dell’individualismo libertario. Quando questo avviene la democrazia non è più tale. La democrazia non può fare a meno dei corpi intermedi, ma questi stanno assieme soltanto se c’è un cemento, soltanto se riconosco che tu sei essenziale per il mio io. Ecco perché emerge il populismo che è la posizione filosofico-politica che afferma che la verità è depositata dentro il popolo. Per il populismo il popolo non è una categoria sociologica o politologica, è una categoria morale. E se la verità è dentro il popolo chi la fa partorire
il leader, cioè il capo-popolo. Perché il populismo è pericoloso? Non ci sarebbe nulla di male nel dire «noi ascoltiamo il popolo», ma non è questa l’essenza del populismo, che invece afferma che il principio di verità risiede nel popolo, cosa non vera. Nel momento in cui io ragiono in questi termini preparo la via a forme di totalitarismo più o meno velate in cui è il leader che sa «estrarre» dal popolo la verità, e quindi è il leader cui bisogna dare tutti i poteri.

Sono dell’idea che, se vogliamo ottenere il consenso anche da parte di chi non è credente, dobbiamo avanzare un progetto di trasformazione della realtà esistente. Questo vuole dire accogliere la prospettiva del medio e lungo termine.

Quali potrebbero essere i pilastri di un possibile progetto di trasformazione come sopra suggerito? Ne indico alcuni, quelli che a me paiono i più urgenti e più qualificanti.

a) Bisogna essere chiari sul principio che la nostra concezione della politica è non demofobica, come invece accade di constatare nella politica corrente, che tende a sbarazzarsi dei corpi intermedi della società. Sia che si parli di democrazia diretta o di deregolamentazione dei corpi intermedi o di disintermediazione nei confronti del sindacato, alla base c’è soprattutto un elemento comune: la politica non ha bisogno dei corpi intermedi. Su questo dobbiamo avanzare una controproposta e mostrare che una politica demofobica è contraria al principio democratico autentico, come già Aristotele insegnava. Concretamente, ciò implica prendere posizione a favore del modello tripolare di ordine sociale basato su Stato, Mercato e Comunità. Il modello bipolare Stato-Mercato è ormai definitivamente obsoleto e non più all’altezza delle sfide in atto. Solo così si potranno dare ali robuste al principio di sussidiarietà.

b) Il secondo punto riguarda il cosiddetto modello di welfare. Bisogna prendere posizione al riguardo. Il welfare state è stato una grande conquista di civiltà. È nato in Inghilterra con il contributo di Keynes durante il tempo di guerra, e approvato a Londra nel 1942. Bisogna, però, fare attenzione a non confondere il welfare state come modello di ordine sociale, alternativo al welfare capitalism nato negli USA nel 1919, con singoli provvedimenti di welfare che già erano stati introdotti nell’800 in Germania e altrove. Occorre capire che oggi, a seguito di quel passaggio epocale di cui abbiamo parlato, il modello di welfare state non è in grado di conseguire gli scopi per cui è nato. Il mondo cattolico non ha niente da dire su questo, vedendo le aporie che genera? Come possiamo accontentarci di “mettere le pezze” su un welfare paternalistico-risarcitorio? Si può andare avanti così ad offendere la dignità delle persone elargendo loro elemosine variamente denominate? C’è una famosa frase dei francescani che circolava già nel 1300: «L’elemosina aiuta a sopravvivere ma non a vivere. Perché vivere è produrre e l’elemosina non aiuta a produrre». Ecco perché i francescani creano le prime banche (i Monti di Pietà), i Monti del Matrimonio, la contabilità d’azienda e così via. È chiaro che le emergenze vadano gestite ma non può essere questa la risposta. Noi dobbiamo proporre un modello di welfare universalistico di comunità, che risponda alle inadeguatezze e alle insufficienze del tradizionale modello di welfare state. Welfare state vuole dire che è lo stato che deve prendersi cura dei suoi cittadini dalla culla alla bara. Nel momento in cui si dice che è lo stato che si deve prendere cura dei cittadini, cosa resta da fare alla comunità? In positivo dobbiamo offrire un altro modello. Oggi il termine che viene usato è welfare di comunità, ossia un welfare generativo.

c) Il terzo punto riguarda la questione propriamente economica. Qual è il modello di economia di mercato che vogliamo proporre agli altri e su cui chiedere il consenso a tutti? Possiamo andare avanti con un modello di economia in cui tutto si riduce a scambio e non anche a reciprocità? Il principio di reciprocità è tipico del cristianesimo. Nessun’altra religione ha questo principio perché tra l’umano e il divino c’è un rapporto di reciprocità. Gesù ha fatto il dono di se stesso, non il regalo. La salvezza ci è offerta come dono, ma sta a noi accettarla o no. Cosa vuole dire accettare il dono? Che dobbiamo fare qualcosa, mentre il regalo ricevuto non mi chiede di fare nulla. E questo vale anche per l’economia.

Per troppo tempo i cattolici sono stati al carro degli statalisti. Un errore tragico fatto in buona fede. Dobbiamo trasformare il sistema fiscale perché esso colpisce soprattutto il lavoro, il salario e il profitto, mentre non colpisce adeguatamente la rendita. Invece un vero sistema fiscale deve colpire la rendita parassitaria, a cominciare da quella finanziaria. Del pari deve entrare nel sistema fiscale il quoziente familiare. L’errore fatto dalla DC è che non è stata capace in tanti anni di governo di introdurre nel sistema fiscale il quoziente familiare. La Francia laica lo ha introdotto nel 1945 e da allora non l’ha mai cambiato: oggi in Francia il tasso di natalità è 2.4, mentre noi abbiamo il tasso a 1.3. Bisogna avere il coraggio di ammettere che abbiamo sbagliato.

Occorre prendere posizione sul modello di sviluppo economico che vogliamo favorire, evitando sia il neoliberismo sia il neostatalismo. Il mondo cattolico non può scivolare ora sull’una ora sull’altra sponda. Possibile che non possiamo proporre una nostra convincente ricetta basata sul paradigma dell’economia civile? L’economia civile nasce entro l’alveo culturale cattolico nel 1753, ma poi si è andati a rimorchio del pensiero protestante calvinista. Riappropriarsi di queste radici è molto importante.

d) Un altro punto riguarda la scelta tra neoumanesimo e transumanesimo. La quarta rivoluzione industriale sta cambiando il modello culturale di fondo. In California è nata l’Università della Singolarità, dove viene portato avanti il progetto transumanista. Dicono che la macchina (intelligenza artificiale) sostituirà completamente l’umano, andando oltre l’umano. Non solo, ma sostengono anche che ormai l’intelligenza artificiale è acquisita e che il prossimo stadio sarà quello della coscienza artificiale. Ciò che ancora separa l’umano dalla macchina è la coscienza, perché sul piano delle cose da fare i robot di terza generazione sono già più bravi di noi. E pensano di arrivare a creare una macchina dotata di coscienza artificiale entro il 2050. In ogni caso il danno lo stanno già facendo. Perché vi sono tanti filosofi che stanno andando dietro al progetto transumanista, ponendo in discussione il concetto di natura umana e così facendo minano gli stessi fondamenti della nostra fede. La posizione opposta al transumanesimo è il neoumanesimo. Noi da che parte vogliamo stare? «Dalla parte del neoumanesimo»? Ma bisogna che cominciamo ad attrezzarci per la bisogna. Su questo piano siamo terribilmente in ritardo. Pensiamo al lavoro che teologi, sociologi, economisti, filosofi, giuristi sono chiamati a fare. Le applicazioni sono in diversi ambiti. Una posizione bisogna che la prendiamo. Ad es., con l’ingresso delle nuove tecnologie, quale sarà l’impatto sul lavoro? Questo ingresso creerà nuove forme di disoccupazione. Bisogna che ci poniamo il problema di come, pur non contestando l’avanzamento tecnologico, ci prendiamo cura delle conseguenze indesiderate. Se non lo facciamo noi, chi lo fa?

e) L’ultimo punto è quello che riguarda la geopolitica: possiamo andare avanti a stare a rimorchio dei nazionalisti o dei sovranisti? Possiamo andare avanti a buttare all’aria il concetto di nazione? Non possiamo abbandonare ai sovranisti la nazionalità, la patria;

non possiamo liberarcene perché la nazionalità dice dell’identità di un popolo, ma l’identità degenera quando scade nel nazionalismo. Come si sa, due sono le nozioni di identità: c’è l’identità intesa come processo e l’identità come patrimonio acquisito dal passato. In questo secondo caso l’identità è mera conservazione di quanto la tradizione ha trasmesso, e questo è sempre pericoloso. L’identità vera invece è un processo dialogico con il quale io rapportandomi con altri, con altre culture, con altre religioni vado a riscoprire la mia radice e la metto a confronto con quella degli altri senza però identificarmi con quella dell’altro, né demonizzare l’identità dell’altro. Abbiamo bisogno di affermare questa nozione di identità, perché diversamente il rischio, come peraltro sta avvenendo, è che l’identità intesa nell’altro senso si trasformi in sovranismo, la cui radice profonda sta nel dire “noi siamo noi” perché abbiamo la nostra storia alle spalle e dobbiamo proteggerci dall’invasione di altre culture, di altre religioni e così via.

Su questo fronte dobbiamo ammettere che siamo terribilmente indietro. Da una parte abbiamo sviluppato una politica dell’accoglienza di tutto rispetto, veramente notevole, dall’altra però non abbiamo ancora una strategia dell’integrazione. La gente confonde l’accoglienza con l’integrazione. Il punto è che per proporre un modello di integrazione bisogna decidersi e farlo con attenzione, perché oggi ad esempio il modello di integrazione del multiculturalismo è ampiamente superato così come è superato il modello assimilazionista. Cosa proponiamo in alternativa? Occorre elaborare il modello del dialogo interculturale basato sulla distinzione tra ciò che non è accettabile, ciò che può essere tollerato, ciò che può essere rispettato, ciò che può essere condiviso.

Nei confronti di richieste che vengono da portatori di altre culture, io che voglio mantenere la mia identità cristiana, devo sapere ciò che posso tollerare e ciò che non posso tollerare, ciò che posso rispettare e ciò che posso condividere. Se non ci adoperiamo per questo lavoro, la nostra gente e soprattutto le nostre associazioni, che fanno un mondo di bene, rimangono disorientate, perché finita la fase emergenziale dell’accoglienza non sono poi in grado di avviare progetti e realizzazioni pratiche per attuare un’autentica integrazione.

Il progetto politico dietro i tweet razzisti di Trump

Articolo già pubblicato sulla rivista Atlante della Treccani a firma di Mario Del Pero

Donald Trump ci ha da tempo abituati a un linguaggio fuori dall’usuale registro politico e istituzionale. Gli ultimi suoi tweet contro un gruppo di deputate democratiche rappresentano però un ulteriore salto di qualità. Il presidente ha preso di mira le quattro rappresentanti – Alexandria Ocasio-Cortez (New York), Ilhan Omar (Minnesota), Ayanna Pressley (Massachusetts) e Rashida Tlaib (Michigan) ‒ che nei giorni scorsi erano entrate in rotta di collisione con la speaker della Camera Nancy Pelosi e la leadership democratica. Uno scontro duro, quello interno al Partito democratico, motivato dalla decisione di Pelosi di accettare infine un compromesso con il Senato a maggioranza repubblicana e approvare uno stanziamento straordinario di 4,6 miliardi di dollari, destinati al rafforzamento della sicurezza al confine meridionale e al potenziamento delle strutture di accoglienza, in particolare quelle che accolgono i minori. L’unità democratica – così vitale in prospettiva 2020 – aveva finora tenuto, ma questi scricchiolii ne rivelano l’intrinseca fragilità e la perenne tensione tra la parte liberal centrista e la nuova sinistra radicale, emersa con forza dopo l’elezione di Trump.

Trump è entrato nella contesa con una serie di tweet sbalorditivi per toni, argomentazioni e rozzezza. «È interessante vedere queste ‘deputate progressiste democratiche’ che vengono da paesi i cui governi sono una totale catastrofe, i peggiori, più corrotti e inetti di tutto il mondo», ha tuonato il presidente, «che ora dicono con voce alta e feroce al popolo degli Stati Uniti, la più grande e potente nazione del mondo, come deve essere governato … perché non se ne tornano invece da dove sono venute e s’impegnano a sistemare quei luoghi devastati e infestati dal crimine».

Le quattro deputate appartengono tutte a delle minoranze: Ocasio-Cortez è di origine portoricana; Omar – una delle prime due donne musulmane, assieme a Tlaib, a essere eletta al Congresso nel 2018 ‒, figlia di rifugiati somali, giunta negli USA all’età di dieci anni è in seguito divenuta cittadina statunitense; Pressley è la prima afroamericana a rappresentare il Massachusetts al Congresso; Tlaib è figlia di una coppia palestinese emigrata prima in Nicaragua e poi a Detroit, dove la deputata è nata.

Ai tweet spesso scorretti e grossolani di Trump l’America e il mondo hanno fatto l’abitudine. L’impressione forte è che dietro questi tweet vi siano però una logica precisa e un disegno politico conseguente. Lo evidenzia il fatto che i tweet siano più lunghi, articolati e meglio scritti del solito; lo mostrano i successivi rilanci del presidente e lo sconcertante silenzio dei repubblicani.

Tre sono le spiegazioni che possono essere offerte di questa nuova offensiva presidenziale. La prima, banale ma indiscutibile, è il razzismo di Trump, che ha radici profonde, come ben evidenziato in tanti passaggi della sua storia imprenditoriale, e sul quale ha di fatto costruito le sue fortune politiche, il cui momento fondativo, a volte ancora lo si dimentica, non fu tanto la stagione elettorale del 2015-16 quanto la campagna sul presunto, falso certificato di nascita di Obama, che nel 2010-11 Trump sostenne e finanziò. Un’azione, questa, finalizzata a dimostrare come Obama fosse nato in Africa e non potesse quindi essere eletto presidente, e il cui sottotesto razzista era visibile e in alcuni casi finanche ostentato. Quella teoria cospirativa ha lasciato scorie radicate e visibili, che Trump è riuscito in seguito a cavalcare. Durante le primarie repubblicane del 2016, i due terzi degli elettori di Trump si dichiararono, ad esempio, convinti che Obama fosse segretamente musulmano; ancora nel dicembre 2017 una maggioranza degli elettori repubblicani riteneva che Obama fosse in realtà nato in Kenya: una percentuale, questa, che saliva addirittura al 57% per chi dichiarava di avere votato per Trump un anno prima.

È un razzismo, questo, che Trump ha alimentato e sfruttato nel 2016 e che spera di poter mobilitare nel voto dell’anno prossimo. Qui si ritrova la seconda spiegazione dei tweet. Se vi è un segmento elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca e dai cui dipendono le sue sorti politiche (e in una certa misura giudiziarie) questo è rappresentato dai maschi bianchi. Questi costituiscono, è bene ricordarlo, un terzo dell’elettorato complessivo e, secondo gli studi più recenti di cui disponiamo, nel 2016 votarono 62 a 32 per Trump. Tale voto va preservato, consolidato e se possibile espanso. E lo si può fare anche attraverso l’uso di questi codici e parole d’ordine, non ultimo perché particolarmente diffusa tra una parte della base elettorale maschile bianca è l’idea che nell’America d’oggi le minoranze, e quella afroamericana su tutte, godano di privilegi e tutele ingiuste, dai programmi antipovertà, all’affirmative action a una fiscalità redistributiva che trasferisce risorse dai redditi medi e medio-bassi a quelli bassi e bassissimi. È questo uno dei paradossi più marcati di un’epoca di diseguaglianze crescenti e monumentali iniquità a favore del famoso 0,1%, che detiene più del 20% della ricchezza nazionale, il triplo rispetto a quarant’anni fa: che il malcontento s’indirizzi cioè non verso l’alto ‒ quei redditi altissimi che sono i primi beneficiari dei tagli alle tasse come quelli di Trump ‒, ma verso un basso che può essere facilmente “alterizzato” in termini razziali o etnici, visto che il reddito medio di un nucleo familiare nero è circa del 40% inferiore a quello di un nucleo familiare bianco (40.000 dollari annui il primo; 68.000 il secondo).

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Con la Madonna sulle spalle

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Nicola Gori

Tutto ebbe inizio nel 1535 quando, dopo una violenta tempesta, alcuni pescatori recuperarono nel Tevere una statua raffigurante la Vergine Maria scolpita su legno di cedro. A motivo del luogo del rinvenimento cominciarono a chiamarla “Madonna Fiumarola” e la donarono ai frati carmelitani della chiesa di San Crisogono in Trastevere, che invece la venerarono da subito come Madonna del Carmine. Al di là dei nomi, l’immagine mariana divenne comunque ben presto la protettrice degli abitanti del tredicesimo rione romano. 

Da quel ritrovamento è entrata nel cuore dei trasteverini che la sentono come la loro mamma e la loro sorella maggiore. Non c’è donna o uomo dello storico quartiere che non passi dalla chiesa di Sant’Agata, dove è custodita, per rivolgersi a lei e chiedere aiuto e grazie. Essa ha infatti cambiato casa ben tre volte. La prima, quando i carmelitani di San Crisogono, grazie alla munificenza del cardinale Scipione Borghese, costruirono una cappella dove rimase fino al 1890. In quell’anno, la speciale cappella annessa alla chiesa venne però demolita per fare spazio al nuovo viale del Re, attuale viale di Trastevere e la venerata immagine fu trasferita nella chiesa di San Giovanni dei Genovesi e poi definitivamente in quella di Sant’Agata. 

Nel corso dei secoli, i fedeli l’hanno adornata con una corona, un abito azzurro, veli lunghi bianchi bordati di merletti e pizzi e con il tradizionale scapolare tra le mani. Per onorarla si mobilita l’intera popolazione per tutto il mese di luglio. Per una settimana l’immagine mariana viene portata fuori dalla chiesa e gira per le strade e i vicoli del rione. 

Tutto inizia il sabato immediatamente successivo alla ricorrenza liturgica della Madonna del Carmine, che si celebra il 16 del mese. È la celebre festa “de’ Noantri”. Dove per “Noantri” si intendono i trasteverini, quelli che abitano nel rione che è legato indissolubilmente al fiume di Roma. “Trans Tiberim” (al di là del Tevere), non era altro che l’antico nome della quattordicesima regione augustea, zona quasi al confine della città, considerando che l’agglomerato si espanse principalmente sulla sponda opposta. 

Gente semplice e al tempo stesso orgogliosa quella che viveva e vive nel quartiere. Noantri, com’è intuibile, è nato per differenziarsi da “voialtri”, tutti quelli che abitavano negli altri rioni. Sembra che il termine sia nato quando un trasteverino dette dello “straniero” a un romano, che stava infastidendo una bella ragazza del posto, proprio durante il giorno di festa della Madonna. Si narra che gli rivolse una frase sibillina: «Che ne diressivo voantri si noantri quando venissimo alle festa de voantri ce comportassimo come ve comportate voantri alla festa de noantri?».

A organizzare i festeggiamenti è la venerabile arciconfraternita del Santissimo Sacramento e Maria Santissima del Carmine in Trastevere che è nata proprio per onorare la “Madonna Fiumarola”. Si legge nello statuto che «ha sempre avuto, sin dalla sua origine, come scopo fondamentale la formazione spirituale e morale dei propri membri, la promozione di orientamenti di vita autenticamente cristiana, l’esercizio del culto pubblico e le devozione nei confronti del Santissimo Sacramento e della Vergine Santissima del Carmine, secondo il magistero della Chiesa cattolica». 

In pratica, i membri dell’arciconfraternita e il rettore della chiesa di Sant’Agata sono i custodi della statua. E nella settimana in cui essa viene portata in giro per il quartiere dai membri dell’arciconfraternita un miscuglio di sacro e profano, storia e tradizione, entusiasmo di popolo e devozione mariana danno vita alla celebre festa de’ Noantri. È preceduta da una novena in preparazione e prevede ben tre processioni: di cui una notturna, una sulle acque del Tevere, e una mattutina. 

Quest’anno, martedì 16 luglio, festa della Madonna del Carmine, la giornata è stata scandita dalla celebrazione di due messe: nella prima si è svolta l’investitura dei novizi dell’arciconfraternita. Nella seconda, presieduta dal vescovo Gianrico Ruzza, ausiliare per il settore Sud della diocesi di Roma, al termine si è esibita in onore della Madonna la fanfara della Polizia di stato a cavallo. Sabato 20 è invece il momento culminante della festa, con la tradizionale processione per le vie del rione. Nella basilica di San Crisogono, il vescovo Daniele Libanori, ausiliare per il settore centro, presiede la messa vespertina. Subito dopo, parte la tradizionale processione che, accompagnata dalla banda musicale della Polizia di Roma capitale, percorre via della Lungaretta, via Anicia, piazza San Cosimato e viale Trastevere, per ritornare nuovamente alla basilica di San Crisogono, dove la fanfara dei bersaglieri rende omaggio musicale alla Vergine. Lungo il percorso, oltre a sessanta membri dell’arciconfraternita del Carmine, si alternano singoli devoti che hanno fatto un voto alla Vergine o appartenenti ad altre confraternite romane e laziali. Quest’anno è previsto che tra i diciotto volontari impegnati a turno a portare a spalla per circa due ore e mezzo i sedici quintali (quasi novanta chilogrammi a testa) del gruppo statuario della Madonna si alternino i ragazzi del cinema America e i membri delle confraternite della Madonna degli Angeli di Canterano, della Madonna del Carmine della Traspontina e di quella di Capranica, di Sant’Antonio della chiesa di Santa Dorotea in Trastevere.

La sera successiva, domenica 21, alle ore 20, si svolge la “processione di rientro”, con la quale la “Madonna fiumarola” viene ricondotta da San Crisogono alla chiesa di Sant’Agata. Da lunedì 22 a sabato 27, nella stessa chiesa, è in programma il solenne ottavario per la Madonna del Carmine, durante il quale la messa delle 17 viene presieduta dai parroci delle varie comunità di Trastevere. Sempre sabato 27, nella basilica di San Crisogono, si celebra la messa in lingua corsa, alla quale partecipano le confraternite della diocesi di Ajaccio. Domenica 28, infine, giunge il momento più atteso dai trasteverini: quando viene ricordato il ritrovamento della statua lungo le rive del Tevere. Si tratta della cosiddetta “processione fiumarola”, guidata dal vescovo Ruzza. La statua, a bordo di un’imbarcazione parte dal Circolo canottieri Lazio e arriva fino alla calata degli Anguillara, a Ponte Garibaldi, verso le 20.30. La processione prosegue poi a piedi fino alla basilica di Santa Maria in Trastevere, dove la “Madonna Fiumarola” rimane fino a lunedì 29. Quando, alle 6.30, il parroco monsignor Marco Gnavi presiederà la messa, subito dopo la quale avrà luogo la processione “mattutina”, per riportare l’immagine mariana a Sant’Agata. A conclusione dei festeggiamenti, all’arrivo della statua in chiesa, viene celebrata la messa di ringraziamento, durante la quale, come da tradizione, vengono distribuite le rose benedette.

 

A volte non fare niente è uno dei più alti doveri dell’uomo

Fonte (edizione settimanale dell’Osservatore Romano)

Ogni ritmo è fatto di pause — Una delle cose di assoluta necessità per l’uomo è il ritmo, non soltanto un ritmo nella sua vita personale, ma anche in certa misura un ritmo nel mondo vivente che lo circonda. Dirò perfino, più che altro per il piacere di dar fastidio ai teorici della sociologia scientifica, che a proposito la maggiore verità concreta si trova nell’affermazione che Dio creò il mondo in sei giorni, e che il settimo riposò. In altre parole, all’origine delle cose vi è un ritmo, vi è ritmo nell’inizio e nella natura dell’universo, e vi dev’essere qualcosa di simile nelle manifestazioni del mondo, sociali e secolari. Gli uomini non sono felici se le cose mostrano sempre un aspetto identico; l’utilità di quello che si chiama un “cambiamento” è universalmente riconosciuta anche dalla scienza medica.

Filosofi sotto l’ombrellone — Il periodo delle nostre vacanze è l’unico in cui riusciamo davvero a volgere le nostre menti a questi enigmi solenni ed eterni che stanno dietro a ogni civiltà. Le vacanze sono l’unico periodo in cui non siamo trascinati via da ogni evento fortuito o sconcertati da ogni manifesto impressionante nelle strade. Le vacanze sono l’unico periodo in cui possiamo giudicare con tutta calma e sincerità, come i filosofi.

Verso l’infinito e oltre… — Questo aspetto solenne delle vacanze, ovviamente, è implicato proprio nel nome [holiday]: il giorno reso vacanza è un giorno reso sacro. E, nei fatti, si può generalmente constatare che le vacanze sono un’occasione per far emergere il lato più serio di un uomo. Per il resto dell’anno è stato tutto preso a baloccarsi con gingilli passeggeri — scrivere articoli o fare sondaggi sul sapone. Ecco un impiegato che passa tutto il resto del suo tempo nella cosa più nuova di pacca e più mutevole di tutte — i sobborghi. Che cosa fa per le vacanze? Corre via verso la cosa più antica e più immutabile: il mare.

Nulla di nulla — Di una cosa sono del tutto persuaso, e cioè che le vacanze più pigre sono in assoluto le migliori. Facendo i pigri ci si sta mescolando con la vita più intima del luogo in cui ci si trova; facendo nulla, si sta facendo tutto.

Facciamo un castello? — C’è una sola ragione per la quale i grandi non giocano coi giocattoli; ed è una ragione giusta. La ragione è che giocare coi giocattoli richiede tanto più tempo e incomodo di qualunque altra cosa. Giocare come bambini significa che giocare è la cosa più seria del mondo; e non appena ci capitano piccoli doveri o piccoli dolori siamo costretti ad abbandonare in qualche misura un progetto di vita così enorme e ambizioso.

Abbiamo abbastanza forza per la politica e il commercio e l’arte e la filosofia; non abbiamo forza abbastanza per giocare. Questa è una verità che chiunque riconoscerà se, da bambino, ha mai giocato con qualsivoglia cosa; chiunque abbia giocato con le costruzioni, chiunque abbia giocato con le bambole, chiunque abbia giocato coi soldatini di stagno. Il mio lavoro di giornalista, che incassa soldi, non è perseguito con la stessa terribile costanza impiegata in quel lavoro che non incassa niente. Per quanto io abbia lavorato assai più duramente al teatrino di quanto abbia mai lavorato a qualsivoglia racconto o articolo, non riesco a finirlo; l’opera sembra troppo pesante per me. Devo staccare e dedicarmi a impegni più leggeri; come le biografie di grandi uomini. Il dramma di «San Giorgio e il Drago» per cui ho fatto le ore piccole (bisogna colorare il tutto alla luce della lampada, perché è così che lo si vedrà), manca ancora con grandissima evidenza, ahimè!, di due ali del Palazzo del Sultano e anche di un qualche metodo comprensibile e funzionale di tirar su il sipario.

Tutto questo mi suscita un sentimento che sfiora il significato reale dell’immortalità. In questo mondo non siamo in grado di avere piacere puro. Questo in parte perché il piacere puro sarebbe pericoloso per noi e per il nostro prossimo. Ma in parte è perché il puro piacere è di gran lunga una fatica troppo grande. Se mai mi troverò in un altro e migliore mondo, spero che avrò tempo abbastanza da giocare coi teatrini e niente altro; e spero che avrò abbastanza energia divina e sovrumana da recitarci perlomeno un dramma senza interruzioni.

COBUL, al via il piano per le aree grigie e voucher per la connettività

Nella sede del Ministero dello Sviluppo economico si è svolto l’incontro del Comitato Banda Ultra Larga (CoBUL) nella sua nuova composizione, presieduta dal ministro per il Sud Barbara Lezzi, su delega del vice premier Luigi Di Maio.

Nel corso della riunione, il Comitato ha approvato il lancio della seconda fase del Piano Banda Ultra Larga (BUL) per intervenire nelle aree grigie del Paese e sostenere la domanda di servizi ultraveloci attraverso i voucher per la connettività. Nei prossimi giorni sarà un tavolo tecnico a spiegare i diversi interventi in vista del confronto sul tema con la Commissione europea.

Delle aree grigie fanno parte svariati distretti industriali. Secondo i dati di Ernst & Young contenuti nel “Libro bianco sul digital divide”, proprio nelle aree grigie si troverebbe il 65% delle imprese del Belpaese.

In riferimento allo stato di avanzamento del piano per le aree bianche, avviato nel 2017, è stata poi fornita una puntuale informativa nella quale sono stati evidenziati alcuni rallentamenti nella realizzazione delle opere.

Il CoBUL ha, infine, ha affrontato le questioni relative al completamento degli interventi nelle aree bianche per la Regione Basilicata e il ricorso del Governo in merito alla decisione della Ue di non riconoscere l’Iva nelle aree bianche.

Secondo il Rapporto DESI 2019, presentato il mese scorso dalla Commissione europea, il nostro Paese è tra gli ultimi (24esimo su 28) rispetto ai cinque parametri registrati dall’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Digital Economy and Society Index), ossia connettività capitale umano, uso dei sevizi internet, integrazione delle tecnologia digitali nelle imprese, sevizi pubblici digitali.

Le azioni del Comitato Banda Ultra Larga guardano ora ad una nuova emancipazione con un articolato programma per la competitività digitale di tutto il Paese.

“È necessario accelerare la digitalizzazione del Paese, attraverso la realizzazione di una infrastruttura di rete veloce, efficiente e soprattutto accessibile su tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud. Con il lancio della seconda fase della Strategia nazionale per la Banda Ultralarga, vogliamo ribadire l’importanza di uno sviluppo tecnologico che si rende necessario per creare finalmente quelle autostrade digitali di cui il Paese ha bisogno ” – ha dichiarato il Ministro per il Sud Barbara Lezzi.

“Nella riunione del COBUL di oggi viene avviato, su impulso del Ministro Di Maio, un percorso sfidante. L’obiettivo è far risalire l’Italia nell’indice Desi, che rileva i progressi compiuti dagli Stati UE, in termini di digitalizzazione, non solo sul fronte delle infrastrutture ma anche in relazione ai servizi digitali per cittadini e imprese, con uno sforzo corale del Paese a tutti i livelli istituzionali”, ha dichiarato Marco Bellezza, Consigliere giuridico del Ministro Di Maio per le comunicazioni e l’innovazione digitale.

Caldo record in America

Sono quasi 200 milioni le persone interessate dall’ondata di caldo eccezionale che ha messo in allarme gli Stati Uniti, dal Midwest alla costa orientale, e una parte del Canada.

Sono previste temperature di quasi 40 gradi, ma quelle percepite saranno superiori a causa della forte umidità.

New York ha dichiarato l’emergenza locale, ma la minaccia incombe su tutte le principali città del nordest americano: Boston, Philadelphia, Baltimore, Washington.

La città di New York ha annullato una serie di eventi a causa dell’eccezionale ondata di caldo. Non si terranno l’OZY Fest, un festival all’aperto in programma per oggi  a Central Park e una commemorazione a Times Square per i 50 anni dall’atterraggio sulla luna.

All’inizio settimana. però. lo scenario cambierà drammaticamente, con un brusco calo delle temperature.

Cos’è la Dieta mima digiuno

La dieta mima digiuno è il regime alimentare che promette grandi risultati in termini di rallentamento del processo d’invecchiamento, prevenendo l’obesità e altre malattie croniche come il morbo di Alzheimer.Non è una dieta per perdere peso: per quanto possa avere effetti su persone particolarmente grasse, ha come obiettivo quello di ridurre i fattori di rischio di malattie cardiovascolari e oncologiche.

A metterla a punto è stato Valter Longo, professore dell’istituto di oncologia molecolare FIRC di Milano e della University of Southern California School of Gerontology di Los Angeles, inserito dalla rivista americana Time nell’elenco delle 50 personalità più influenti nell’ambito della salute.

Si caratterizza per un regime ipocalorico (800-1100 calorie al giorno con una precisa selezione dei cibi), con pochi zuccheri e proteine, ma ricca di grassi insaturi che può avere effetti anti-aging, allontanando quindi malattie legate all’invecchiamento. Questa dieta sposterebbe il metabolismo del corpo e aumenterebbe il potere delle cellule per proteggere da malattie croniche come il diabete di tipo 2 e le malattie cardiovascolari.

La dieta mima digiuno comunque può, essere pericolosa per persone fragili o anziane (l’età consigliata per seguirla va dai 20 ai 70 anni), per i diabetici insulino-dipendenti e le persone anoressiche o sottopeso. Ma può essere dannosa un po’ per tutti se non si seguono le giuste indicazioni.
Quindi, se si vuole iniziare la dieta, sarebbe sempre meglio consultare il proprio medico.

Un patto nazionale per bilanciare il regionalismo differenziato

“Un progetto dal significato schiettamente separatista”: così Ernesto Galli della Loggia in un ‘fondo’ di prima pagina sul Corriere della Sera di martedì scorso, 16 luglio 2019, illustrando il progetto di “autonomia rafforzata” portato avanti da alcune regioni del Centro-Nord e, segnatamente, da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

Data l’autorevolezza dell’Autore dell’articolo e della sede di pubblicazione di quest’ultimo, non è necessario dilungarsi in spiegazioni particolareggiate per segnalare quale sia il pericolo dell’attuazione del regionalismo differenziato non solo per le regioni del Sud ma per l’intero Paese. Giustamente, però, faceva notare sempre Galli della Loggia che la divisione dell’Italia non è solo un pericolo che si profila a causa del regionalismo differenziato ma addirittura un dato di fatto che già connota la realtà che costituisce l’Italia: il Nord (con Milano), sempre più lanciato verso traguardi di sviluppo da poter competere con i territori più avanzati del Continente se non del Pianeta, ed il Sud (con Roma risucchiata nel suo ambito), sopraffatto dalla sua inefficienza, dall’evidente degrado ambientale, dal diffuso strapotere della delinquenza, dalla generalizzata incapacità delle amministrazioni locali ed, infine, dalla mancanza di serie prospettive. In altri termini, la condizione socio-economica che connota il nostro Paese è la riprova più esplicita della distanza sempre maggiore che ormai separa Nord e Sud e quindi la prova indiscutibile della sua divisione.

Come, peraltro, conferma il drammatico divario emerso in questi giorni in materia di istruzione: con riferimento alla quale alla sostanziale tenuta del Centro-Nord fa riscontro il continuo avanzare dell’analfabetismo e dell’ignoranza nel Mezzogiorno.
Ora, di fronte ad una simile crisi dell’unità del Paese ed al suo continuo approfondirsi, ciò che fa veramente paura è la mancanza di ogni sua consapevolezza, il disconoscimento delle conseguenze della sua possibile ulteriore degenerazione e, soprattutto, l’assenza di un qualche tentativo tra le forze politiche con il baricentro rivolto a meridione di assumere una iniziativa di rilievo per cercare di porvi rimedio. Manca, insomma, una qualsiasi prospettiva. Non c’è alcun progetto generale che si proponga di affrontare la quistione. Al massimo si conducono battaglie difensive per limitare le perdite sempre più incalzanti e per preservare ambiti di potere sempre più insignificanti se non per chi lo esercita. Stante questa situazione, è inevitabile che il progetto “separatista” delle Regioni dello Nord vada avanti, non contrastato veramente da nessuna idea alternativa, e presto trasformi da situazione “di fatto” in situazione “di diritto” il gap che separa il Sud dal Nord, relegando il Mezzogiorno ad appendice periferica del Paese, utile ad un’unica funzione: quella di farsi depredare.
Naturalmente, detto questo, sarebbe necessario vedere quali siano le cause principali di questo declino. Se, come sostenuto in un recentissimo libro di Antonio Accetturo e Guido de Blasio [Morire di aiuti.

I fallimenti delle politiche per il Sud (e come evitarli), IBL Libri], non tanto l’abbandono delle aree meridionali da parte dello Stato quanto piuttosto l’erroneo sostegno che ha favorito solo gli interessi di una classe dirigente parassitaria di basso livello che ha gestito i trasferimenti “in modo indecente”. Oppure, il cambio di indirizzo politico registratosi dopo l’uccisione di Piersanti Mattarella che ricacciò le regioni del Sud nella loro condizione di frammentarietà che la politica della Cassa per il Mezzogiorno, in qualche modo, e la strategia macroregionale del presidente siciliano ucciso, vieppiù, avevano cominciato a superare, ottenendo risultati indiscutibilmente positivi, riscontrabili proprio in ordine alla diminuzione del divario Sud-Nord. O, ancora, se l’istituzione tout court delle regioni a statuto ordinario che spostarono l’asse della politica in direzione Centro-Nord. Non è questa, però, la sede per un approfondimento di queste cruciali quistioni.
Piuttosto, a me pare che nel contesto del ragionamento che si accennava il principale problema da affrontare sia un altro. E, cioè, che di fronte al disastro documentato dai numeri che si possono trovare nelle statistiche di qualunque parte politica (tanto che una legge dello Stato, la n. 18 del 2017, ha dovuto sancire -restando naturalmente lettera morta- che gli investimenti delle amministrazioni statali debbano corrispondere alla percentuale degli abitanti del Sud, vale a dire il 34%) al Mezzogiorno oggi manca ogni visione nazionale ed europea dei processi di ‘modernizzazione’ che sicuramente non possono prescindere dalla considerazione degli scenari globali. Come, invece, avvenne al tempo della Cassa per il Mezzogiorno quando l’intervento straordinario fu il risultato di un programma condiviso tra Stati Uniti, Italia e Sud del Paese che seppe coinvolgere organismi internazionali come la Banca mondiale.

Dunque, è di una vision, di una visione di quale sia il corso della storia, ciò di cui dovremmo dotarci per affrontare i problemi ed i pericoli di una regionalizzazione sempre più autocentrata che pensa di risolvere le quistioni del proprio futuro aggrappandosi allo status particolare di ogni singola regione ed aggregandosi tra regioni più forti e ricche, dimentica di ogni ragione di solidarietà e di coesione territoriale.
Ma se così è, il primo obbiettivo di quello che potrebbe essere il progetto di carattere generale da lanciare da parte del Sud è l’idea di un patto nazionale, che coinvolga tutto il mondo delle autonomie, per dare unitarietà alla politica del Paese e far capire che quest’ultimo può competere a livello europeo e globale solo se si rafforza come sistema unitario, nel suo complesso. Non certo se spezzoni di esso pensino di rafforzarsi individualmente. Se questa idea di un patto nazionale per bilanciare il regionalismo differenziato -sempre più tendente verso una sostanziale secessione- dovesse poi alla fine essere accolta, allora sì che potrebbero immaginarsi alcuni provvedimenti immediati e, forse, anche una grande proposta.

Cominciando dai primi, si potrebbe innanzi tutto cercare di ricomporre la frammentazione oggi esistente tra politiche per il Mezzogiorno e politiche per la coesione avviando un’opera di coordinamento degli interventi che qualcuno propone di realizzare intorno a Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa collegata con la Banca del Mezzogiorno. In secondo luogo si potrebbe cercare di ottenere dall’Unione Europea l’istituzione di una agenzia per lo sviluppo euro-mediterraneo che coinvolga quanto più possibile gli stati della costa africana ed aiuti tutti i Paesi del bacino a proiettarsi verso le opportunità create dal raddoppio del canale di Suez e dall’apertura della nuova via della seta. Un altro provvedimento dovrebbe poi riguardare i diritti garantiti costituzionalmente sul territorio nazionale -mi riferisco in particolare a sanità ed istruzione- che devono essere assicurati con lo stesso livello minimo di servizi. Infine, un altro punto irrinunciabile di questo patto nazionale dovrebbe essere la permanenza in capo allo stato del governo di alcune politiche nazionali come quelle della cultura e dei trasporti.
Ma la proposta più qualificante di questo patto dovrebbe essere costituita da una ferma volontà di dar vita ad una macroregione del Mediterraneo occidentale fra tutte le regioni del bacino del Mediterraneo per realizzare, finalmente, una politica di coesione sociale, economica e territoriale, che oggi costituisce la piattaforma indispensabile per lanciare le terre di mezzo (il Mediterraneo) nella competizione globale.

Non sarà facile. Perché si ha la sensazione che delle strategie macroregionali dell’Unione Europea la politica meridionale non sappia nulla ed ancora peggio non le interessi alcunché. Ma se così è, è inutile stracciarsi le vesti per il regionalismo differenziato di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna in quanto queste regioni è vero che si battono per allargare i margini della loro autonomia in base all’art.116, comma 3, Cost. ma il loro vero disegno politico-istituzionale è il rafforzamento della loro presenza in seno alle macroregioni (Alpina e Adriatico-Ionica) alle quali rispettivamente aderiscono e che certo non possono essere osteggiate da miopi politiche localistiche di gruppi potere ormai sconfitti dalla storia.

Il primo uomo sulla luna : che cosa ci ricorda o che sappiamo ? La ricerca scientifica è la base della conquista spaziale

Il VI Congresso Confederale della CISL, tenutosi a Roma, si concluse nella notte fra il 20 e il 21 luglio 1969, con la rielezione di Bruno Storti a Segretario Generale. Una strana coincidenza con quanto stava accadendo sulla Terra e nell’Universo di quel giorno storico per l’umanità. Era stato il Congresso che sancì l’incompatibilità tra cariche politiche e cariche sindacali, il sindacato non aveva più rappresentanza parlamentare, ma erano gli anni delle grandi lotte dei lavoratori, insieme a quelle studentesche, ma erano anche gli anni dell’inizio del terrorismo brigatista e neofascista, e il sindacato si impegnò in modo attivo nella difesa delle libertà democratiche.

In quella serata del 20 luglio 1969, il giorno in cui il primo uomo camminò sulla Luna, il mondo seguì con il fiato sospeso l’impresa di Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins, nell’ambito della missione spaziale Apollo 11, nella Sala dei Congressi dell’EUR si parlava solo dell’impresa spaziale. Diventava realtà quanto scritto nel romanzo di fantascienza, nel 1865, da Jules Verne dal titolo “Dalla Terra alla Luna”, un libro letto da generazioni di giovani di tutto il mondo.

“Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un passo gigantesco per l’umanità.”

Con queste parole Armstrong, il primo uomo in assoluto a mettere piede sulla Luna, coronava un lungo sogno, fatto proprio da John Kennedy, che il 25 maggio 1961 aveva dichiarato :”Credo che questo Paese debba impegnarsi a realizzare l’obiettivo di far arrivare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Non c’è stato mai stato nessun progetto spaziale così impressionante per l’umanità..”

Sono trascorsi 50 anni da quell’evento, che non ha riscontro nella storia dell’uomo, forse non sappiamo molto, perché di quella eccezionale ed unica impresa, fino a quel periodo. I ricordi sono vaghi, la conoscenza labile e oggi si rimuove tutto in fretta, perché il presente vede solo l’arida quotidianità, e non offre spesso memoria storica, il futuro è difficile da immaginare.

Erano gli anni della guerra fredda e il mondo era sostanzialmente diviso in due blocchi, era l’eredità della Seconda Guerra mondiale : da un lato i sovietici e dall’altro gli americani.

Nel 1957, l’URSS aveva mandato in orbita un satellite – lo Sputnik – e in rapida successione la cagnetta Laika, il primo uomo Gagarin, la prima donna Valentina Tereshkowa. E poi s’era impantanata in una serie di tonfi nella corsa verso la Luna.

Nel famoso discorso del 1961, il Presidente Kennedy sostenne che :” Non sarà un uomo solo ad andare sulla Luna, sarà un’intera nazione”, questo anche per far comprendere l’onerosità dell’impresa agli americani.

Otto anni dopo, Kennedy non c’era più, ma la sua America aveva mantenuto la promessa fatta, un atto di fede nei valori della ricerca scientifica.

E non c’era solo l’America con Neil Armstrong, tutto il mondo era lì, il 20 luglio 1969, quando l’astronauta disse:”Houston, qui è la base del Mare della Tranquillità. L’Aquila ( il Lem Eagle) ha atterrato.” Doveroso è ricordare che Michael Collins, che era il pilota del modulo di comando dell’Apollo 11, era nato a Roma, il 31 ottobre 1930, in via Tevere, 16, perché il padre lavorava presso l’Ambasciata Statunitense in Italia. Oggi, all’ingresso di quel palazzo c’è una lapide di marmo che ricorda Collins.

In Italia, due famosi giornalisti : Tito Stagno e Ruggero Orlando, inviato a Houston, raccontarono in televisione “Lo speciale Luna,” in una diretta, che durò più di 24 ore.

Alle 22,17 avvenne l’allunaggio, e Stagno urlò :” Ha toccato il suolo lunare” più volte, sembrava un impazzimento di gioia collettiva, in quella calda notte d’estate che venne considerata storica.

Dubbi e critiche non sporcarono l’euforia di quel momento.

Le peggiori aberrazioni del ventesimo secolo erano alle spalle e l’ultima frontiera era lì, a portata di Lem.

La sfida con l’apparato militar-industriale del Cremlino sembrava vinta per sempre, “non servivano

i giganteschi razzi sovietici, ma congegni elettronici sempre più miniaturizzati nelle capsule, anche con vettori meno potenti,” spiegarono i tecnici Usa con un sorriso.

Erano giovani e freschi, come le loro menti. L’età media degli ingegneri impegnati nel lavoro di calcolo per i voli lunari era di 23 anni, l’ufficiale che guidò dalla base di controllo di Houston la drammatica fase di allunaggio, Steve Bales, ne aveva 26.

La ricerca scientifica consenti innovazioni sui motori e sui materiali, sui computer e sulle comunicazioni radio. Si costruì lo scudo termico della navicella con un foglio che sembrava una stagnola da forno. Si inventarono delle nuove plastiche leggerissime e resistentissime. Con i transistor e i nuovissimi circuiti integrati stava iniziando la civiltà digitale basata sul silicio. Su tutto ciò si fece una scommessa azzardata che si rivelò vincente.

Discendono da quell’ardimento le moderne telecomunicazioni : computer, cellulari, iPod, Internet. Così come vengono dall’impresa della conquista dalla Luna i tanti nuovi materiali utilizzati, che hanno rivoluzionato le auto, l’aviazione, lo sport, gli ospedali, gli impianti per l’energia.

Era la generazione che poi ha fatto nascere Silicon Valley e istruito i vari “ genietti informatici” del ventunesimo secolo a costruire circuiti integrati sempre più piccoli. Il futuro, cioè l’oggi.

Il mondo dopo lo sbarco sulla Luna è diventato veramente un “grande villaggio globale” così come lo aveva intuito, immaginato e profetizzato il canadese Mc Luhan, in una meravigliosa metafora degli anni ’60.

La conquista della Luna di colpo è diventato un passatempo costoso, l’entusiasmo si è sciolto rapido come neve al sole, c’erano altre priorità nel mondo e le risorse quasi esaurite, e nessun altro essere umano ha camminato sulla Luna; in totale gli uomini che hanno allunato sono stati 12, tutti americani.

Lo Spazio è rimasto terra di conquista per satelliti e sonde, incaricati di osservare e gestire soprattutto la Terra, la sua evoluzione meteorologica, il frenetico scambio di parole, suoni e immagini dei suoi abitanti. In questo senso astronauti ( come sono chiamati dagli americani) e cosmonauti ( cosi definiti dai russi), interessano sempre meno, anche se senza di loro l’esplorazione spaziale non avrebbe avuto i risultati e i successi che oggi ricordiamo.

A 50 anni da quella storica e universale impresa, questo è quello che ricordiamo o sapevamo? Speriamo di no! Gli uomini di domani: europei (italiani compresi), indiani, cinesi, russi o americani, che siano, avranno più tecnologia, tute più leggere, comunicazioni impeccabili, intelligenza artificiale, sistemi robotizzati e si scriverà, certamente, un’altra storia dell’umanità, nella conquista dello spazio al di là della Luna, verso Marte e oltre! La sfida è nuovamente ripartita, anche perché non si è mai fermata. E oggi tutti celebrano, dalle Televisioni ai giornali, dai social ai mezzi di comunicazione, il mezzo secolo di quel giorno meraviglioso!

Ursula von der Leyen: “è necessario riformare il regolamento di Dublino”

La presidente designata della Commissione europea, Ursula von der Leyen intende modificare il regolamento di Dublino sulla gestione dell’immigrazione. In particolare, von der Leyen ha dichiarato: “Non ho mai veramente capito perché il regolamento di Dublino contenga questa semplice equazione: un migrante deve rimanere nel primo Stato membro dell’Ue dove arriva”.

La presidente della futura Commissione europea ha aggiunto che l’Ue avrà “un solido confine esterno se forniremo aiuto sufficiente agli Stati membri più esposti” ai flussi migratori. A tal fine, per von der Leyen “è necessario riformare il regolamento di Dublino per ottenere maggiore equità e condivisione”

Produzione costruzioni: Istat, a maggio in lieve calo ma cresce del 2% su base annua

A maggio 2019, rispetto al mese precedente, si stima una lieve flessione (-0,1%) per l’indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni.

Nella media del trimestre marzo-maggio 2019, la produzione nelle costruzioni aumenta dello 0,1% rispetto al trimestre precedente.

Su base annua, l’indice corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22, come a maggio 2018) cresce del 2,0%. L’indice grezzo della produzione nelle costruzioni registra lo stesso aumento (+2,0%) rispetto a maggio 2018.

Esodo, 4 italiani su 10 sfidano code e bollini neri

Più di 4 italiani su 10 (42%) sui 39 milioni in viaggio per le vacanze 2019 sfidano le previsioni sul traffico e non si fanno spaventare da bollini neri o rossi. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixè sull’estate 2019 diffusa in occasione della presentazione del piano di Viabilità Italia per l’esodo estivo al Ministero dell’Interno, con il capo della Polizia Franco Gabrielli, il direttore Centrale delle Specialità della Polizia di Stato Prefetto Armando Forgione e i vertici di Anas, Aiscat e Autostrade per l’Italia. Le strade delle vacanze quest’anno saranno contrassegnate – sottolinea Coldiretti – con ‘bollino nero’ la mattina di sabato 3 agosto e di sabato 10 agosto, mentre sarà bollino rosso nell’ultimo fine settimana di luglio e negli altri weekend del mese di agosto.

A motivare la scelta di chi – spiega Coldiretti – decide di partire comunque nonostante i rischi di lunghe code, soprattutto sulle autostrade, c’è spesso il fatto di poter godere solo di periodi limitati e prestabiliti di ferie, che costringono a sfruttare al massimo i giorni a disposizione.

L’86% dei vacanzieri si metterà in viaggio – sottolinea Coldiretti – verso una località del Belpaese. Sarà il mare a fare la parte del leone per 7 italiani su 10 (70%), la maggior parte dei quali si riverserà sulle autostrade della linea Adriatica e Tirrenica. Subito a seguire la montagna ma l’estate 2019 vedrà anche – precisa la Coldiretti – la ricerca di alternative meno affollate con la campagna che è scelta dall’8% dei turisti.

La spesa media destinata dagli italiani alle vacanze estive è di 779 euro per persona in aumento del 5% rispetto allo scorso anno. Un terzo degli italiani (33%) – sottolinea la Coldiretti – resterà comunque al di sotto dei 500 euro di spesa, il 42% tra i 500 ed i 1000 euro, il 18 % tra i 1000 ed i 2000 euro mentre percentuali più ridotte supereranno questo limite.

Oltre la metà degli italiani o – continua la Coldiretti – ha scelto di alloggiare in case di proprietà, di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche alberghi, bed and breakfast, villaggi turistici e gli agriturismi che nelle 23mila strutture fanno segnare un aumento del 3% rispetto allo scorso anno grazie alla qualificazione e diversificazione dell’offerta, ma anche all’ottimo rapporto tra prezzi/qualità.

Bookolica, il festival dei lettori creativi

Bookolica, il festival dei lettori creativi torna quest’anno in una versione più ampia dal 22 luglio al 4 agosto 2019 nei Comuni di Tempio Pausania, Bortigiadas, Orani e Torralba per una seconda edizione tutta da scoprire, alla presenza di ospiti di portata nazionale e internazionale.

Il tema che animerà il ricco calendario di eventi del festival, con la direzione artistica di Fulvio Accogli, sarà il dialogo tra la letteratura e le arti visive e performative, accentuando la centralità del lettore e della comunità locale nel proprio contesto ambientale e promuovendo l’importanza della lettura in tutte le sue molteplici sfaccettature.

Fra gli eventi di spicco di questa edizione la retrospettiva dedicata allo scrittore di culto Antonio Moresco, nel programma della tre giorni diversi appuntamenti, infatti, andranno ad approfondire la poetica dell’autore, e il tanto atteso incontro con il leggendario illustratore, fumettista e regista Lorenzo Mattotti che incontrerà il pubblico per parlare delle nuove edizioni Logos dei suoi libri L’uomo alla finestra e Lettere da un tempo lontano.

Per il programma nel dettaglio: http://www.bookolica.it

Altri Comuni nella Riserva della Biosfera dell’Appennino Tosco Emiliano

E’ stato appena presentato il dossier di candidatura per l’ampliamento della Riserva della Biosfera dell’Appennino Tosco Emiliano (MaB Unesco). Dopo gli atti deliberativi da parte dei Comuni interessati, è stato redatto il documento di allargamento, inviato al Ministero dell’Ambiente avviando così un nuovo processo che dovrà svilupparsi nei prossimi mesi con la costituzione del Comitato di sostegno alla candidatura. La Riserva Mab dell’Appennino Tosco Emiliano è nata nel 2015 ed oggi è un’area di 223.000 ettari, in una zona che comprende 34 Comuni tra le province di Reggio Emilia, Parma e Massa Carrara, riconosciuta dall’Unesco come un territorio in cui le comunità sono in sviluppo armonico con la biodiversità.

Il territorio della Riserva è molto vario in quanto comprende la Lunigiana, che si trova a circa 100 metri di altitudine, ma anche vette come il Monte Cusna, 2.120 metri ed è coperto principalmente da boschi (faggete, querceti e castagneti), coltivazioni (foraggere, uliveti, vigneti, cerealicole) e pascoli, con numerosi allevamenti zootecnici. Nel territorio vengono prodotti alcuni alimenti di alta qualità tra i quali, per citare quelli conosciuti a livello internazionale, il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma.

Nella Riserva è presente oltre il 70% della biodiversità italiana, con alcune emergenze quali la primula appenninica, il lupo, l’aquila reale. Sono presenti oltre 2.000 specie, di cui 122, tra uccelli, anfibi, rettili, mammiferi, pesci ed invertebrati, di interesse conservazionistico. La Riserva si estende nel territorio di 34 comuni dell’Appennino tra Emilia Romagna e Toscana, dove vivono complessivamente oltre 100.000 abitanti, e contiene fortezze ed edifici storici, pievi, siti geologici, vie storiche, laghi glaciali, la vallata del Secchia nei Gessi Triassici, la Pania di Corfino. Luoghi d’incanto.

Cirrosi epatica. Che cos’è?

La cirrosi epatica è una patologia epatica cronica e progressiva, caratterizzata dal sovvertimento diffuso e irreversibile della struttura del fegato, conseguente a danni di varia natura (infettiva, alcolica, tossica, autoimmune) accumulatisi per un lungo periodo. La cirrosi epatica rappresenta quindi il quadro terminale della compromissione anatomo-funzionale dell’organo.

Il sovvertimento strutturale della cirrosi epatica è il risultato della necrosi del parenchima epatico, causata dal danno protratto, e dei conseguenti processi riparativi, ovvero la rigenerazione nodulare per iperplasia (proliferazione cellulare) e la formazione di ponti fibrosi cicatriziali che sostituiscono il parenchima necrotico e si dispongono sia all’interno che tra i lobuli, le unità elementari che costituiscono il fegato. Questo disordine architetturale conduce non solo a un malfunzionamento del fegato dal punto di vista metabolico (catabolico e sintetico), ma anche a gravi ripercussioni sulla circolazione portale (ipertensione portale). Il termine cirrosi è talvolta utilizzato per estensione anche per descrivere processi patologici fortemente sclerotici a carico di organi diversi dal fegato, quali lo stomaco, i reni e i polmoni, quando questi vanno incontro a degenerazione con necrosi cellulare seguita da fibrosi.

Durante gli esordi della malattia, spesso non si presentano sintomi, ma con il progredire della condizione il paziente può accusare, insieme a sintomi aspecifici (stanchezza, dispepsia), prurito, edema agli arti inferiori, colorito giallo delle sclere (subittero) o della cute (ittero), raccolta di liquido nella cavità peritoneale (ascite) o sviluppare un angioma stellare (delle “macchie” rossastre simili a ragnatele) sulla cute.

Le principali complicanze includono encefalopatia epatica, sanguinamento dalle varici esofagee e tumore del fegato. L’encefalopatia epatica provoca confusione mentale e può portare a perdita di coscienza. L’accumulo di liquidi nell’addome può diventare spontaneamente infetto.

La cirrosi è più comunemente causata da un abuso di alcol, dall’epatite B, dall’epatite C e dalla steatosi epatica non alcolica.

In genere, per la cirrosi alcolica occorre assumere più di due o tre bevande alcoliche al giorno per alcuni anni.

La steatosi epatica non alcolica conta una serie di cause, tra cui il sovrappeso, il diabete, alti livelli di grassi nel sangue e ipertensione.

Alcune cause meno frequenti della cirrosi possono essere l’epatite autoimmune, la colangite biliare primitiva, l’emocromatosi, l’assunzione di alcuni farmaci e la presenza di calcoli biliari.

La diagnosi si basa sull’esame obiettivo, sulle analisi del sangue, sulle tecniche di imaging biomedico e sulla biopsia epatica.

Non esiste una cura per la cirrosi, ma è possibile trattare sintomi e complicanze, rallentando così la sua progressione. La terapia si basa sull’allontanamento dei fattori di rischio e degli agenti eziologici (astensione dall’alcol, terapia anti-virale per i virus B e C) e in una dieta equilibrata che aiuti la rigenerazione del fegato e prevenga la malnutrizione, in particolar modo il deficit di zinco, vitamina B1 (in caso di consumo cronico di alcol) e vitamine liposolubili A, D, E e K, mentre le proteine vanno limitate.

È prevista una dieta giornaliera contenente 35-40 kcal e 1,2-1,5 g di proteine per Kg di peso corporeo. Gli esperti consigliano uno spuntino ricco di proteine in tarda serata per evitare un effetto catabolico sulla muscolatura e una conseguente sarcopenia.

Occorre anche una terapia farmacologica che riduca il rischio di complicanze. In casi particolarmente gravi e selezionati è necessario procedere con un trapianto di fegato

Crisi di Governo? Esiste sui Giornali, non alla Camera.

Alla fine Salvini ce l’ha fatta: le prime pagine dei giornali di oggi parlano di una crisi di Governo che almeno in questa fase non c’è per niente, invece di parlare dell’imbarazzo sulla Russia, che invece c’è.

Avrebbe potuto non farcela?

Sì, se buona parte dell’informazione avesse considerato l’angolo visuale della sala del Mappamondo, al quarto piano della Camera, dove in Commissione è stato fatto di tutto da lunedì fino a ieri per far passare integralmente la pupilla degli occhi di Salvini, il decreto sicurezza-bis, che va in aula da lunedì e che va convertito nei prossimi quindi giorni. Con una crisi decadrebbe.

Ora è vero che per spiegare la politica non basta l’angolo visuale della Sala del Mappamondo e che bisogna cercare di capire dappertutto, però esso non può essere né ignorato né rimosso per ché se lì tra i più importanti parlamentari leghisti e grillini si muovono passando coi carri armati sui diritti dei gruppi di opposizione, con insulti e provocazioni al fine di votare prima possibile il decreto, vorrà dire qualcosa o no? Contra factum non valet argumentum.

E invece per buona parte dell’informazione i fatti non contano: siccome si ritiene (non a torto) che il Governo debba cadere, allora si interpretano forzatamente le cose in quel senso, sperando che scrivendo così si possa davvero determinare il fatto desiderato.

La stessa scorciatoia di quella parte del mondo politico che anziché discutere laicamente i pro e i contro degli strumenti da adottare in questa fase (come la mozione di sfiducia) su cui ci possono essere valutazioni diverse, legge tutto in chiave di complotto: presentare la mozione sarebbe fatto apposta per evitare una crisi altrimenti scontata.
Il problema è che vista dalla Sala del Mappamondo non solo la crisi non era scontata, ma semplicemente non esisteva. Se avete ignorato quell’angolatura, quanto meno per problematizzare le chiavi di lettura, avete ideologia, non informazione  e neanche politica efficace.

Da lunedì, svanite le illusioni della crisi, appuntamento in aula con la realtà, il decreto sicurezza-bis.

(Dal profilo FB dell’autore)

Il Pd e le alleanze intercambiabili.

Dunque, il segretario del Pd Zingaretti punta esplicitamente all’alleanza tra il suo partito e il movimento di Grillo e di Casaleggio. Ovviamente senza dirlo pubblicamente. E quindi, secondo un antico copione troppo conosciuto e collaudato per essere ulteriormente descritto. Il tutto, pare di capire, per estromettere definitivamente dal Governo la Lega di Salvini, che resta il nemico da abbattere e da liquidare definitivamente. E sin qui, nulla di nuovo sotto il sole.

Al contempo, prosegue l’avventura tortuosa e sempre più complicata di un governo giallo verde che sistematicamente litiga tutti i giorni su tutta l’agenda politica. Una navigazione misteriosa che rende sempre più difficile comprendere quale sia la bussola politica che realmente orienta l’esecutivo. Ma, per fermarsi al Pd e al suo capo, forse è arrivato il momento per capire realmente qual’e’ la prospettiva politica che persegue e, con lui, la fantomatica alleanza di centro sinistra che si vorrebbe ricostruire dalle fondamenta. Ora, forse, e’ arrivato il momento per sciogliere un nodo politico decisivo: e cioè, o si ricostruisce il “campo del centro sinistra” oppure, al contrario, si punta direttamente a perseguire un’altra strada.

Quella, cioè, che punta direttamente ad una alleanza con i 5 stelle con un solo obiettivo: cercare di distruggere il nemico comune, ovvero quella destra che si ritiene un pericolo mortale per la nostra democrazia. E’ inutile continuare nell’equivoco. Se si ripete, come si dice nei giorni pari, di volere ricostruire il cosiddetto “campo largo” centro sinistra allora si deve lavorare per quella prospettiva che richiede, però, coerenza, lungimiranza e politiche funzionali a quell’obiettivo. Senza, come ovvio, costruire la coalizione a tavolino secondo l’ormai famoso “lodo Calenda” che prevede l’autorizzazione e il permesso del segretario del Pd per poter scendere in campo ed organizzarsi politicamente. Al netto di questa curiosa prassi che prevede solo la presenza di partiti satelliti che accompagnano l’avventura del Pd, se si vuol ricostruire una alleanza credibile di centro sinistra ci si deve concentrare solo su questo obiettivo.

Se, invece, la ragione sociale del nuovo corso del Pd/Pds di Zingaretti e’ quello di stabilizzare un rapporto politico con il movimento di Casaleggio per ragioni di potere e di convenienza momentanea, si tratta di un disegno politico altrettanto legittimo che va però spiegato con chiarezza e trasparenza. Senza equivoci e contorcimenti verbali. Ecco, quindi, il bivio di fronte al quale il Partito democratico deve dare adesso una risposta politica chiara e convincente. E questo per una semplice ragione: ora più che mai e’ necessario mettere in campo un progetto politico riformista, democratico e di governo.

Un progetto che non può non coincidere con una coalizione di centro sinistra capace di unire in una sintesi politica efficace e feconda le migliori culture costituzionali del nostro paese. Senza autorizzazioni di sorta e senza permessi da rilasciare da parte dell’azionista di maggioranza della coalizione. Su questo versante, adesso, il Pd di Zingaretti deve essere estremamente chiaro e netto di fronte all’opinione pubblica. Per il bene del futuro centro sinistra e, forse, della stessa qualità della democrazia italiana.

La Ragione indaga se stessa

Val la pena soffermarsi su queste ultime vicende relative al dossier Russia-Lega, al fine di capire qualcosa che magari sulla prime potrebbe anche sfuggire alla nostra attenzione.

Non che io intenda fare un’analisi dettagliatissima o persino teorica di questi ultimi eventi, però indugiare un po’ di più su qualcosa che è balzato in prima pagina come un fatto squisitamente ordinario, ecco, su questo, val la pena rifletterci sopra.

Mi riferisco alla presa di posizione del Ministro degli Interni Matteo Salvini su quanto sta accadendo e sulla dichiarazione illustrata in modo fulmineo che tutti ricordano: “Io non rispondo alle cose che non esistono, non ho preso alcun rublo, né dollari, né euro, io mi occupa di cose concrete, reali quali il problema della flat-tax, dell’autonomia e di cosi simili”.

A questo, fa seguire la sua netta e risoluta posizione di non rispondere, se non per qualche minuto al question time, alla discussione in aula del Senato o della Camera.

Questa presa di posizione che sembra a tutta prima dettata da una incontrovertibile premessa, vale a dire sono tutte fantasie, si basa su un presupposto del tutto rinviabile a un giudizio personale. E la conclusione ne viene conseguentemente condizionata, sembrando persino ovvia. In tutta questa argomentazione vi sono, però, alcuni aspetti che andrebbero de-costruiti e, quindi, esaminati con massima attenzione.

Prima osservazione, è del tutto legittimo che Matteo Salvini dica che sono tutte cose che non esistono. Personalmente può pensare quello che vuole. A tutti è dato il sacrosanto diritto di avere dei giudizi individuali e di farsene la ragione che più essi credano.

Ma, è il Ministro degli Interni che non può fermarsi al giudizio individuale, è questo il vero punto. Un Ministro, come qualsiasi altra figura pubblica, è tenuto a superare il proprio gusto individuale e rispondere a un “tribunale” più ampio, vale a dire all’opinione pubblica e, in questo caso, al Parlamento italiano.

In ragione di ciò, la conclusione del Ministro Salvini è del tutto inconferente alla sua funzione di Ministro della Repubblica italiana. È indispensabile che un Ministro sia trasparente da capo a coda e che debba rispondere, per le funzioni pubbliche, alla richiesta del Parlamento italiano che tra le sue prerogative registra il compito del controllo politico.

L’Europa degli ultimi due secoli e mezzo, si è costruita su un asse moderno e democratico proprio perché ha assunto come un suo indispensabile principio che la Ragione stessa sia sottoposta al vaglio e al giudizio di se stessa: vale a dire ogni autorità, perché non cada in un inconcepibile autoritarismo, deve farsi trasparente a se stessa e agli occhi di chicchessia.

La democrazia si regge su questo grande principio. Non si può derogare da ciò, altrimenti si precipiterebbe dentro le fosche strutture di stampo autoritario presenti in tutta Europa prima che s’illuminasse il principio che ho testa ricordato.

Se le opposizioni chiedono un confronto parlamentare, qualsiasi Ministro, ha il dovere di soddisfare quella richiesta.

Non può essere che il Presidente del consiglio dei ministri Conte, che pur ha saggiamente ricordato tutto questo – senza esplicitarlo nei modi che invece sto proponendo io – risolva con il suo nobile gesto il problema che invece è tutto ascrivibile al Ministro degli Interni.

Come sempre, nel caso in cui avessi proposto una lettura non chiara o, ancor peggio, con errori, invito gli attenti lettori a correggermi. Sarei grato e del resto è questa la mia funzione a chi volesse illustrarmi eventuali mie imprecisioni.

Straparlando di futuro

Articolo già pubblicato sulle pagine di Italia Informa

Sono passati più di dieci anni dalla crisi mondiale del 2008. Il “casus belli” è stato di natura finanziaria ed è dovuto – l’analisi è ormai consolidata – all’incepparsi, nel mercato globale, del mercato finanziario “aperto” (senza regole, senza controllo e senza supervisione) che ha dominato, negli ultimi decenni, le politiche economiche dei principali paesi.
Non si può, a questo proposito, non condividere la convinzione dell’ economista Paul Samuelson  che  i sistemi di mercato non regolamentati finiscano per distruggere se stessi. Questo fenomeno viene ampliato dalla globalizzazione, che estende all’intero globo fenomeni  che avrebbero mantenuto, altrimenti, una dimensione locale. La loro internazionalizzazione porta inevitabilmente ad incidere sulle economie reali: cioè sul sistema delle imprese che non viene finanziato a dovere, creando un circuito vizioso che ha fatto mandare in tilt il sistema. Di qui l’urgenza di ripensare l’attuale paradigma dello sviluppo, per avere una nuova idea di futuro.

Il futuro, per le nuove generazioni, vuol dire grande fiducia  nella tecnologia. Ma l’etica di una società può fondarsi solo su splendide piattaforme tecnologiche? Temo sia ingenuo pensare di delegare all’intelligenza artificiale la creazione di un nuovo “homo sapiens”, che ricrei l’armonia dei mercati, per superare un presente che fa paura alle nuove generazioni, non allenate ad affrontare gli squilibri sociali che fanno del momento attuale una realtà dura, complessa e difficile.

Vengono, così, formulati scenari negativi per la “felicità” umana: un esempio allarmante, e non solo per i giovani, è la guerra dei dazi di Donald Trump. Il Presidente statunitense si contrappone con pericolosa forza al suo principale antagonista mondiale, la Cina, stimolandone le reazioni altrettanto bellicose. Come sempre è accaduto nella storia dei popoli, questi scontri determinano convergenze tra forze politiche e sociali diverse tra loro, che però vengono prontamente intercettate dagli egoismi sovranisti nazionali tradizionalmente poco interessati a un’idea di futuro fatta di pace e solidarietà.
In questo contesto di conflitto, la globalizzazione liberista pare avere esaurito le sue potenzialità di sviluppo solidale. Anche in Europa la concorrenza internazionale è durissima, e crea tensioni sociali che possono diventare croniche, se non si concretizza l’utopia di nuove regole che distribuiscano equamente i benefici della crescita.  Sia nel presente che nel recente passato abbiamo assistito a una ossessiva e pervasiva politica di apertura al libero mercato, senza  freni in tutte le aree dell’economia, con risultati poco esaltanti. Infatti l’Italia, e non solo, sta vivendo una lunga crisi, che indebolisce alle radici il consenso sociale alle istituzioni democratiche.

è ormai indispensabile ripensare a un nuovo paradigma tra tecnologia, sviluppo e investimenti pubblici  per una politica di impiego sociale che punti alla crescita produttiva e non gravi sull’indebitamento pubblico, come accade attualmente nel nostro paese. Da qui, un ragionamento sui meccanismi di crescita. Nell’idea di un futuro attraente, ci può essere spazio per una nuova vigorosa economia? Potrà lo Stato, come già in passato, essere nuovamente protagonista di sviluppo? Oggi lo Stato ha a disposizione meno strumenti per recuperare sul gap con le altre economie. Nell’immediato futuro, le variabili del nostro modello di sviluppo vanno cambiate dall’azione delle forze sociali, cominciando dai salari che sono nettamente inferiori a quelli degli altri sistemi  produttivi, a partire da quello tedesco. Anche gli imprenditori dovranno fare un salto di qualità nella loro visione dell’impresa. Vanno adottate strategie a medio termine sull’innovazione e sulla concorrenza. Occorre, al tempo stesso, saper attuare una politica di investimenti nel sociale per una rinnovata legittimazione dei processi di accumulazione.
Inoltre, è strategico, per la formulazione di unidea di futuro, il ruolo della Pubblica Amministrazione. I vincoli europei e internazionali, infatti, richiedono un radicale cambiamento o meglio, come scrive Linda Lanzillotta  (“Il Paese delle mezze riforme“) di una  “palingetica  discontinuità” rispetto al passato. è necessario un elevato investimento in formazione e in tecniche organizzative: in altri termini, si dovranno realizzare sia un lavoro profondo sulle persone  che un  serio investimento negli strumenti metodologici e tecnologici dell’organizzazione amministrativa pubblica. è indispensabile cioè un nuovo DNA nel futuro della Pubblica Amministrazione, la cui attuale e acclarata inefficienza è un indubbio fattore di arretratezza che paralizza qualsiasi prospettiva solida di benessere sociale.
Ragionando di futuro, e di nuovi scenari, va ricordato come, alle origini dell’Unione Europea, vi sia stato un progetto di pace: mettendo in comune risorse strategiche come il carbone e l’acciaio si è evitato il rischio, con questa comunione di beni, di un ipotetico terzo conflitto mondiale nel clima avvelenato e rancoroso del dopo guerra. Questo dato di fatto ci consente di ripensare all’idea di futuro di un’Europa che ha saputo rinunciare ad una parte della propria sovranità nel nome della pace, evitando che i forti interessi nazionali postbellici sortissero effetti disastrosi.

L’Unione Europea dunque, nata da un’idea di pace, è stata anche finora, e alla faccia dei suoi detrattori, motore di sviluppo economico, contribuendo significativamente al benessere dei cittadini europei. Malgrado ciò, davanti  a un’idea di futuro il cittadino europeo appare svuotato di contenuti  vitali, timoroso di un domani  che prevede “nuvoloso e con poco sole” (J. Claude Hollerich, “Civiltà Cattolica” del 20/04/2019). Lo Stato-comunità, ovvero la Comunità di Stati, sembra arretrare rispetto ai nuovi egoismi statali.
La paura di un degrado sociale è molto diffusa, in Europa come in Italia. L’economia e la finanza sono orientate alla produzione di profitto senza obiettivi di creazione di posti di lavoro e quindi di benessere diffuso. Aumentano le disuguaglianze sociali: i giovani temono per il loro futuro in un ambiente sociale che si va degradando, e giustamente scendono in piazza per manifestare a favore di nuove politiche ambientali, denunciando una generazione di adulti che appare ai più egoisticamente materialista e consumista.
Una rara nota di ottimismo sul futuro ci viene dal recente  libro di Ferruccio de Bortoli (“Ci salveremo” Ed.Garzanti) che rileva come in Italia ci sia un notevole capitale sociale di alta qualità formato da tante associazioni impegnate nel sociale, che potranno costituire la base popolare per un movimento vivace di rinnovamento, che aspiri a una società più giusta, più unita, in grado di curare i bisogni sociali e di supplire ad una burocrazia inefficiente. Proprio il cosiddetto terzo settore, con il suo volontariato e le sue associazioni, potrebbe già nell’immediato materializzarsi in un corpo intermedio che favorisca i cittadini  che vogliano attivarsi sul tema della solidarietà, anche contro un  governo  propenso a penalizzarli, magari con un raddoppio dell’imposizione fiscale.

Da questo punto di vista il quadro politico attuale appare incapace di azioni incisive, al di là della facile propaganda elettorale, per risolvere  seriamente le problematiche di povertà e disoccupazione, che non dipendono (come qualcuno vorrebbe farci credere) principalmente dall’Unione Europea, ma piuttosto dalla mancanza di regole del libero mercato e dalla inevitabile diffusione su scala globale della cosiddetta  “intelligenza artificiale” che sta  rivoluzionando il mondo del lavoro.
Anche in Italia il timore di perdere l’attuale benessere accresce un diffuso malessere popolare, che si manifesta in forme diverse e trasversali, contagiando varie categorie di cittadini. Tuttavia, la storia  passata e le recenti vicende umane ci hanno insegnato che senza speranze, anche utopistiche, non si va molto lontano.
Il futuro non ce lo può garantire nessuno: dobbiamo meritarcelo, reinventandolo (sicuramente sarà diverso da come lo pensavamo fino a poco tempo fa) e conquistandolo con la forza delle nostre capacità e della nostra  intelligenza. Umana.
L’ultima votazione europea sembrerebbe indicare che una parte consistente dell’elettorato italiano propenda per un governo di destra. E’ un risultato che è in contraddizione con la recente storia politica e sociale dell’Italia Repubblicana; soprattutto alla luce del primo  provvedimento invocato dal vincitore delle elezioni, l’On. Salvini, cioè l’applicazione della cosiddetta “flat tax”, un’imposta  decisamente a favore dei ceti sociali più ricchi.
La politica della “flat tax” viene proposta contro la generale domanda di giustizia fiscale, che ha attraversato nel tempo le forze sociali italiane. Le stesse che si sono sempre dichiarate a favore di una significativa redistribuzione del reddito.

Gli stessi elettori di destra richiedono al Governo una politica di crescita economica. Ciò non è ottenibile con una politica all’insegna della “flat tax“, che nell’attuale contesto di mutamenti strutturali dell’economia non produrrebbe effetti moltiplicativi sull’economia reale, essendo portatrice essenzialmente di liquidità alla finanza speculativa.
Già dalle prime mosse del “Governo Salvini” si può rilevare che il voto  europeo è stato una scelta di un programma in contraddizione con gli interessi di una buona parte degli stessi elettori che hanno votato Salvini; cioè, un programma che a breve farà sentire il proprio peso sociale negativo. Infatti, la “flat tax“ è il primo passo di un percorso che accentua le disuguaglianze sociali, mettendo in pericolo la stessa democrazia.
è, invece, auspicabile che i ceti medi e popolari ritrovino se stessi  e la propria coscienza repubblicana nella solidarietà, nel dialogo sociale e nella difesa dei più deboli.

Perché Stato e mercato siano inclusivi

Fonte Servire l’Italia di di Vittorio Emanuele Parsi docente di Relazione internazionali alla facoltà di Scienze politiche e sociali direttore dell’Alta Scuola Economia e Relazioni internazionali

C’è una profonda attualità nell’appello lanciato cento anni fa ai “liberi e forti” da don Sturzo, che evidentemente non sta nella tentazione antistorica e intempestiva della creazione di un nuovo “partito dei cattolici italiani”. Alla conclusione di un sanguinoso conflitto, che chiudeva definitivamente un’epoca senza riuscire compiutamente a inaugurarne un’altra, Luigi Sturzo poneva una questione che oggi ritorna a chiedere di essere affrontata: come far convivere la sovranità delle nazioni in un sistema che fondasse una “pace giusta e durevole”? Ovvero, ancora nelle sue parole, come “trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società”? 

È la sfida alla quale il progetto dell’ordine liberale internazionale ha cercato di offrire una risposta nel corso della seconda parte del Novecento, a partire dall’intuizione wilsoniana e poi nell’evoluzione concepita da F.D. Roosevelt durante la II guerra mondiale e costruito dopo il 1945. Si è trattato di un ordine parziale e limitato, che però coglieva l’urgenza di limitare contemporaneamente gli “errori” della sovranità statale e quelli del mercato, incanalandone le rispettive energie in eccesso in un fitto reticolo di istituzioni internazionali, che rendessero la cooperazione tra gli Stati possibile e vantaggiosa.

Era un progetto consapevole della necessità che tanto lo Stato quanto il mercato dovessero diventare “inclusivi”, offrire opportunità concrete di rappresentanza, sviluppo e crescita alle classi subalterne, rendendo “popolari” l’uno e l’altro attraverso la creazione di un solido e diffuso ceto medio. 

Guardiamoci intorno e osserviamo come la trasformazione del mercato in una “istituzione totale” abbia progressivamente rotto quell’equilibrio evocato da Sturzo e contenuto nel progetto di Wilson. In questo senso, l’appello ai liberi e forti torna attuale. Oggi occorre ricostituire un ordine internazionale che non si illuda di poter trovare scorciatoie verso il bene comune immaginando il superamento della sovranità dello Stato o confidando nella capacità autoregolativa del mercato. È necessario invece riaffermare con forza che tanto la politica quanto l’economia sono strumentali rispetto alla ricerca della felicità e della centralità umana, intese nel loro senso più completo e profondo. Ancora una volta bisogna chiarire che il popolo è un corpo costituzionale e non un soggetto politico, di cui nessun partito e nessun leader può intitolarsi l’esclusività della rappresentanza o il monopolio dell’interpretazione. È infine decisivo, oggi come cento anni fa, ribadire con sereno coraggio che le culture politiche non sono tutte equivalenti le une rispetto alle altre e che sviluppo, pace e libertà e democrazia non possono essere garantiti attraverso ideologie che alimentino l’odio, la paura, la chiusura e la discriminazione. 

Incentivare la natalità, un investimento sul futuro

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro)

Far fronte al continuo calo demografico rappresenta oggi una delle priorità più urgenti da inserire nell’agenda politica del Paese. Ma su questo versante, purtroppo, dobbiamo registrare ancora un nulla di fatto e questo ci preoccupa non poco sia come donne che come sindacaliste. Un tema quello della denatalità di cui si è tornato a parlare nei giorni scorsi dopo la pubblicazione del Bilancio demografico nazionale dell’Istat e del libro “Italiani poca gente” scritto da Antonio Golini, docente Luiss, e Marco Valerio Lo Prete, giornalista Rai, con la prefazione di Piero Angela.

L’Istat conferma che dal 2015 la popolazione residente è in continua diminuzione, “configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Al 31 dicembre 2018 la popolazione ammonta a 60.359.546 residenti, oltre 124 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%) e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani (residenti in Italia) è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila). Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità. Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano”.

Insomma, il continuo peggioramento di una situazione drammatica che tratteggia un futuro non molto lontano in cui il ricambio generazionale sarà messo a dura prova. Il dato positivo è che siamo ancora in tempo per intervenire ed invertire questa discesa senza freni. Stessa situazione se scorriamo le pagine del volume di Golini e Lo Prete: “oggi in Italia abbiamo il più basso indice di fertilità e natalità in Europa. In Europa la media è molto più alta e si è visto che nei Paesi in cui la donna lavora, la coppia ha due redditi, si hanno più figli, a condizione di avere uno stato sociale che aiuta con asili nido, detassazioni. In Italia siamo a poco più di uno; è una situazione patologica che a medio-lungo termine comporterà rivolgimenti che i giovani dovranno affrontare forse anche in modo drammatico”. Noi del Coordinamento donne sono anni che cerchiamo di far capire che non è tenendole a casa che le donne fanno più figli ma aiutandole a lavorare e soprattutto a conservare il posto di lavoro, specie dopo la nascita di un figlio.

Oggi le donne che lavorano sono solo il 48,9% rispetto ad una media europea del 62,4%, per non parlare del Mezzogiorno dove si toccano finanche livelli del 30%. Ha ragione Piero Angela quando dice che “ci si occupa poco di demografia, perché è qualcosa di prospettiva, non la vediamo davanti. La mente umana reagisce quando vede un problema davanti a sé, ma non quando deve immaginarlo”. Bisogna, dunque, superare anche questo tipo di scoglio comunicativo per aumentare la consapevolezza su una questione che tra qualche decennio potrebbe trovarci impreparati. Occorrono politiche a sostegno della natalità e della famiglia che ad oggi non si riescono ad intravedere, non si va oltre le solite dichiarazioni che ormai non producono alcun effetto sulle speranze degli italiani, sempre più increduli senza risultati concreti. La Cisl già lo scorso anno aveva condiviso le preoccupazioni del Forum delle Associazioni familiari e aveva chiesto un Patto per la famiglia e la natalità sottolineando l’importanza di politiche che supportino concretamente le famiglie e agevolino la libera scelta di maternità, perché questa non rappresenta solo un importante evento confinato nel privato, ma un fattore fondamentale per la crescita sociale e per lo sviluppo economico del Paese. Aiutare e favorire la maternità, dunque, non è un costo ma un investimento, che non devono perciò sostenere solo le famiglie.

I dati elencati sono un richiamo forte per la politica affinché metta in campo un impegno straordinario con misure coordinate, mirate e strutturali sia di carattere fiscale sia attraverso incentivi ai servizi per l’infanzia e l’adolescenza, nonché alla contrattazione collettiva per un maggiore sviluppo di misure in favore della conciliazione famiglia/lavoro.
La Cisl ritiene urgente aprire anche su questi temi un tavolo di confronto con istituzioni e forze sociali per ridare quella dignità e quel valore sociale alla maternità che oggi sembrano perduti. Non c’è più tempo per pensare, bisogna agire subito per dare un colpo d’ala al futuro dell’Italia.

Mattarella: “la ricostruzione deve procedere parallelamente, con la stessa velocità, in tutti i suoi versanti”

Desidero rivolgere a tutti i presenti un saluto cordiale: alle autorità, particolarmente ai protagonisti di questa giornata, ai ragazzi e ai bambini che ringrazio per la compostezza con cui stanno seguendo la cerimonia.

Sono molto lieto di condividere con voi questo momento, che sottolinea il traguardo conseguito con questa scuola, dovuto all’intervento congiunto di tante realtà, ma soprattutto all’impegno generoso e ampio della Fondazione Ferrari. Sono lieto che il Presidente John Elkann sia presente questa mattina e anch’io desidero rivolgere un pensiero di riconoscenza a Sergio Marchionne, la cui figura va ricordata nel nostro Paese con riconoscenza e ammirazione per tutta la sua attività e il suo impegno.

Vorrei sottolineare – ragazzi – che siete voi i protagonisti di questa mattina.

Questa cerimonia può essere vista in tanti modi; ma le scuole vengono inaugurate dagli studenti quando vi entrano e cominciano a frequentarle, insieme ai docenti.

Questo è un momento che consacra l’inserimento della scuola nel tessuto sociale, e questa scuola così bella, così accogliente e funzionale, è un grande traguardo e un grande risultato. Dimostra che ad Amatrice, con il concorso delle risorse, delle energie, dei protagonismi, delle attività che abbiamo ricordato questa mattina, la pista della scuola si è realizzata, è andata avanti, si è compiuta in maniera importante. Continua ancora ad avere esigenze, ma ha raggiunto un grande traguardo.

Sono qui questa mattina con voi soprattutto per due ragioni.

La prima è quella di ringraziare il mondo della scuola di Amatrice, perché anche nei giorni immediatamente successivi al terremoto la scuola non si è interrotta. In quel settembre, la scuola ha ripreso a funzionare. E di questo vorrei ringraziare i docenti e la Preside di allora, la professoressa Pitoni.

Vi stata una grande e generosa attività di impegno dei docenti in quei giorni che ha consentito di non interrompere la continuità del servizio scolastico. Questo è un motivo di riconoscenza importante che voglio esprimere.

L’altro motivo è la ricostruzione.

Abbiamo ascoltato le considerazioni importanti del Sindaco, del Presidente della Regione, del Commissario.

Vorrei fare mie le parole della studentessa Silvia Guerrini, così ben espresse: il sogno della realtà concreta della ricostruzione non si esaurisce nella scuola, deve procedere parallelamente, con la stessa velocità, in tutti i suoi versanti: la pista dell’ospedale, quella delle abitazioni private che richiede un concorso di responsabilità delle istituzioni e dei soggetti privati; la pista dei beni culturali e di culto; la pista delle strutture produttive. Sono tutte piste di ricostruzione indispensabili, per restituire vitalità piena al territorio, a questa città, per realizzare e rendere concreto il sogno di cui Silvia ha parlato, per rimuovere definitivamente il senso di precarietà che il terremoto ha introdotto in queste zone.

Questo vale naturalmente per tutte le zone colpite dal terremoto, per tutti i comuni interessati, nel Lazio, in Umbria, in Abruzzo, nelle Marche.

Proprio per quest’ampiezza, per questa grande fascia che attraversa l’Italia, per i Comuni colpiti dal terremoto e danneggiati nella loro vita e dinamicità, occorre un grande impegno perché proprio in questo impegno si gioca anche il futuro dell’Italia nel suo complesso.

È un impegno che va non soltanto riconfermato, ma sempre più – con tanti sforzi che si cerca di fare – tradotto in pratica concreta, reale, effettiva, con traguardi raggiunti, uno dopo l’altro, ma necessariamente con velocità.

È un elemento importante per la vita complessiva del nostro Paese, anche perché si tratta delle nostre aree interne che sono non soltanto preziose, ma essenziali al nostro Paese, alla sua vita sociale, economica, storica e culturale.

Le aree interne, non meno delle zone urbane e delle aree metropolitane, sono protagoniste della vita del nostro Paese e vanno tutelate e rassicurate con opportunità pari a quelle delle grandi città.

E naturalmente, in questa fascia così ampia colpita dai terremoti, va garantita la ricostruzione perché le aree interne riprendano piena vitalità e dinamicità.

È l’augurio – ma anche l’impegno – che vorrei esprimere, soprattutto davanti a voi, ragazzi, facendovi gli auguri per i vostri studi, per la frequenza che avete già compiuto in questa scuola nei mesi passati e per quella che vi svolgerete in futuro.

Auguri, ragazzi! È una bella giornata. Ed è tutta vostra.

Rifiuti speciali: “in Italia nel 2017 gestiti 147,1 milioni di tonnellate”.

“Nel 2017 i rifiuti speciali, complessivamente gestiti in Italia, sono pari a 147,1 milioni di tonnellate, di cui 137,6 milioni di tonnellate (93,5% del totale gestito) sono non pericolosi e i restanti 9,5 milioni di tonnellate (6,5% del totale gestito) sono pericolosi. Il totale gestito è comprensivo dei rifiuti rimasti in stoccaggio presso gli impianti e presso i produttori al 31/12/2017, pari a 16,6 milioni di tonnellate”. Lo si legge nel Rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) “Rifiuti speciali 2019”, presentato oggi a Roma, nella sala capitolare presso il chiostro di Santa Maria sopra Minerva del Senato.
Rispetto al 2016, “si assiste ad un aumento, del 4,1%, del quantitativo complessivamente gestito; in particolare le quantità avviate a operazioni di recupero aumentano del 7,7%, mentre quelle avviate a smaltimento diminuiscono dell’8,4%.” Nel 2017 “il recupero di materia è la forma di gestione predominante, con il 67,4% (99,1 milioni di tonnellate), seguono con il 10,9% (16 milioni di tonnellate) le altre operazioni di smaltimento e con l’8,2% (12 milioni di tonnellate) lo smaltimento in discarica. Appaiono residuali, con rispettivamente l’1,4% e lo 0,9%, le quantità avviate al coincenerimento (2 milioni di tonnellate) e all’incenerimento (1,2 milioni di tonnellate)”.

In linea generale “si registra un aumento di quasi tutte le operazioni di recupero di materia”: i rifiuti recuperati attraverso le operazioni di “riciclo/recupero di metalli e dei composti metallici” e il “riciclo/recupero di altre sostanze inorganiche” aumentano rispettivamente di 3,2 milioni di tonnellate e 1,7 milioni di tonnellate; seguono lo “scambio di rifiuti”, con 1,5 milioni di tonnellate in più, lo “spandimento sul suolo a beneficio dell’agricoltura o dell’ecologia” e il “riciclo/recupero di altre sostanze organiche” con un aumento di 479mila tonnellate e 309mila tonnellate. L’analisi relativa ai dati sulle operazioni di smaltimento mostra che, anche nel 2017, il ricorso alla discarica e al trattamento chimico-fisico rimangono le forme di smaltimento più utilizzate, rappresentando, rispettivamente, 40,1% ed il 29,6% del totale smaltito. Rispetto al 2016, i rifiuti sottoposti al trattamento biologico e chimico fisico diminuiscono entrambi di 1,3 milioni di tonnellate; i rifiuti smaltiti in discarica si riducono di 63mila tonnellate. Aumenta, invece, il quantitativo di rifiuti sottoposti a incenerimento di 55mila tonnellate.

Riparte il progetto Neom

L’Arabia Saudita non è soltanto sinonimo di oro nero. La strada è già tracciata e si chiama “Neom”, la smart city più grande del mondo. Sorgerà nella provincia di Tabuk,  tra il Mar Rosso e il Golfo di Aqaba in luoghi pressoché desertici, dai panorami mozzafiato e scarsamente abitati, che ora aspirano a popolarsi di nuove tecnologie. Il costo della smart city è stimato in circa 500 miliardi di dollari.

Neom punta a divenire la prima città al mondo completamente high tech e anche la più estesa. Le prime tre lettere del nome rimandano al prefisso greco nέο, che significa “nuovo”. La quarta lettera è l’abbreviazione di Mostaqbal, parola araba che sta per “futuro”. Il progetto della rivoluzionaria dimensione urbana che il regno vuole costruire si fonda su 16 settori innovativi:

energia; acqua; mobilità; biotech; cibo; manifattura; media; entertainment, cultura e moda; scienze tecnologiche e digitali; turismo; sport; design e costruzioni; servizi; salute e benessere; educazione; vivibilità. La città sarà, pertanto, alimentata interamente da fonti rinnovabili, la connessione Internet sarà libera e ultra veloce in tutti i quartieri, mentre i trasporti utilizzeranno la tecnologia driverless con mezzi a guida autonoma. Di conseguenza, Neom scommetterà sulla smart mobility, sulla connettività, sui droni, sul rispetto dell’ambiente. Utilizzerà, pertanto, big data, intelligenza artificiale e riconoscimento facciale. Il tutto in un’area 33 volte più grande di New York. Il fiore all’occhiello, tuttavia, sarà proprio la smart mobility. L’ambizione è diventare un “hub internazionale di connettività per terra, aria e mare”, ospitando all’interno dei propri confini “sistemi di trasporto innovativi, automatizzati e 100% verdi che procederanno in modo scorrevole e sicuro” con un notevole impatto anche sul panorama. E nuovi collegamenti fuori dai confini verranno creati per collegare più celermente Asia e Africa.

In Germania obbligatorio il vaccino contro il morbillo

In Germania diventa obbligatorio il vaccino contro il morbillo.

Da marzo 2020 per far ammettere i propri figli in un asilo nido, materna o scuola i genitori dovranno dimostrare l’avvenuta vaccinazione.

L’obbligo di vaccinazione contro la malattia esantematica si applicherà in particolare negli asili e nelle scuole, ma anche nei campi profughi. In caso di violazione della legge, multe fino a 2500 euro.