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Ai delitti del cuore provveda il parlamento

Giovanni Federico

C’è qualcosa di terribilmente beffardo in questa specie di raggiri che inducono, da principio, più al sorriso che alla condanna. Sono chiamate truffe sentimentali. Donne e uomini cadono vittime di bande specializzate che sfornano cinici corteggiatori che per web fanno innamorare lingenuo di turno. Le organizzazioni africane sembra siano abilissime in materia.

Anni fa anche le donne dellEst imbambolavano i nostri pensionati prosciugandogli le sostanze, ma almeno si rendevano visibili alle loro vittime con qualche minima moina. Ora la fatica di apparire è risparmiata. Sul web si ruba ad esempio lidentità a qualche ignaro, magari, come è accaduto, un militare di bellaspetto, e si concupisce la donna che in genere oscilla tra i 40 e i 60 anni. Dopo le prime attenzioni proprie del corteggiamento, lo chiamano bomb loving, si passa alla richiesta iniziale di soldi, giustificate da una improvvisa esigenza e si va avanti così per come si può. Anche gli uomini, comunque, non sono esenti da queste fregature.

Del resto alla gente piace essere gabbata. Insegnava Demostene che lessere umano crede vero tutto ciò che desidera. I venditori televisivi in qualche caso, con le loro pozioni miracolose, ne sanno qualcosa. Nel caso di questo genere di truffe si parla di ipnosi damore ed è spietato il giudice che è costretto a riportarti alla realtà. Ancora è nella memoria una canzone a titolo La compagniache nel refrain recitava: Felicità, ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già…”. Si è tutti drammaticamente in cerca di compagnia.

Dicono gli esperti che questo tipo di truffa registra la derisione del mondo, per chi è stato abbindolato, e la angoscia per le gravi conseguenze emotive che ne patiscono le vittime. Si cade in un pesante stato di prostrazione per aver fatto correre, senza saperlo, il cuore a tassametro. Più che di truffa secondo lart. 640 del codice penale vorremmo dire al legislatore di prevederne un altro che configuri un inganno sentimentale con tutte le sanzioni conseguenti. La questione non è solo di tasca ma di ferite dellanima.

Tecnicamente si chiama Scamla truffa, principalmente online, pianificata con metodi di ingegneria sociale e chi la subisce è definito uno skammato. Nella settimana santa, la tradizione napoletana racconta che era duso per alcuni monaci mangiare di magro, cibandosi fuori dalle loro camere. Erano per questo chiamati gli scammarati. Si distinguevano da quelli che, diversamente, per ragioni di salute, dovendo necessariamente nutrirsi di carne, nel chiuso delle loro celle, invece cammaravano. Da qui la creazione della frittata di scammaro, con pochi e poveri ingredienti per cucinarla, che sosteneva i religiosi che appunto si astenevano dal consumo di carne.

Il Romance Scam imperversa al tempo doggi e lascerà a bocca asciutta e ad amara dieta chissà ancora quanti innocenti. Non si tratta di un reato come gli altri che operano con lesercizio di una azione violenta o di destrezza materiale. Siamo nel campo del pathos ed il dolore che ne consegue non va confuso con quello di altri delitti. Se si tornasse ad essere comunità ed a fare rete, non si cadrebbe nella rete delle delusioni, ad essere crudelmente scambiati con linganno, abusati nelle emozioni. I cuori, non più a digiuno, non avrebbero più bisogno, forse, di gendarmi a vegliarne lincolumità.

Gli anziani sono la nostra storia

Mariapia Garavaglia

Siamo noi stessi – così almeno capita a me – giovani anziani o anziani, a sentirci fuori tempo in alcune situazioni. Ci si confronta coi giovani e ci vediamo lontani dai loro gusti e linguaggi. Probabilmente si ripeteva in forme diverse anche ai nostri tempi, quando eravamo giovani, rispetto agli anziani di allora.

Gli anziani di allora erano invecchiati… anzitempo! Ci accorgiamo benissimo che oggi un settantenne dimostra una età che allora forse individuava un cinquantenne o sessantenne. Noi baby boomers siamo stati fortunati. Siamo vissuti nel clima ottimistico della ripresa e solo, ormai adulti, abbiamo attraversato il periodo del terrorismo, di mani pulite e delle diverse crisi finanziarie ed energetiche, che cateterizzano questa nostra epoca di incertezze, acuite dalla recente esperienza della pandemia.

La statistica certifica che lItalia, come il Giappone, è la nazione con la maggiore incidenza dellinvecchiamento. Siamo il Paese più vecchio al mondo, ma si insiste a non assumere questo dato per orientate il futuro. Certo, perché il futuro, la speranza di futuro è un diritto anche e per tutta la durata della vita delle persone anziane. Hanno il diritto alla tutela della salute in ogni caso e non “tanto è un anziano”…In tali casi si parla di “ageismo”, termine utilizzato per la prima volta nel 1969 dal medico e psichiatra statunitense Robert Neil Butler e recentemente tornato alla ribalta in ordine alle conseguenze determinate dalla diffusione della pandemia legata al virus Covid-19.

Il fenomeno dell’ageismo, in realtà, è tristemente radicato ormai da diversi anni e, a differenza di altre forme discriminatorie, non riguarda solo una minoranza: l’età, infatti, è una condizione universale e dunque chiunque potrebbe essere potenzialmente vittima di ageismo. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale capace di assumere diverse forme nel corso della vita e, nonostante questa sua accezione generalizzata, si riscontra in modo particolarmente diffuso nei confronti degli anziani: le società contemporanee, infatti, perseguono e sono dominate dal mito della giovinezza e tendono a respingere con spregio lo stigma della vecchiaia, ed è per questo che l’ageismo finisce per coinvolgere in particolare coloro che sono più in là con gli anni.

Ancora, molto è dovuto alle modalità della comunicazione mediatica e da tutta una serie di diffuse pratiche sociali, linguistiche e lavorative. Si pensi alle maggiori difficoltà di trovare un’occupazione superata una certa età, ai maltrattamenti subiti dagli anziani nelle case di riposo, da alcuni slogan di uso comune utilizzati da esponenti delle istituzioni o delle forze politiche, dalle continue truffe e dagli abusi a cui vanno incontro persone in età avanzata. Oltre a danneggiare l’individuo e la società, avvalorando stereotipi e pregiudizi, l’ageismo crea danni anche in termini di salute e dignità. Da un lato, la società sembra dare agli anziani minore attenzione e cure: in ambito sanitario, ad esempio emerge un trattamento preferenziale della popolazione più giovane e l’età costituisce una delle variabili principali quanto all’accesso ai programmi di prevenzione.

Laltra faccia della medaglia è giovanilismo. Come tutti gli ismi anche questo maschera posizioni discriminanti. Sono stata coinvolta particolarmente su queste modalità ‘improprieper giudicare le età della vita. Si dice spesso anche che il nostro non è il Paese dei giovani, ma in realtà non lo è nemmeno delle culle.

Per lassistenza agli anziani il governo ha recentemente presentato una legge delega. Ancora una volta si usa lenfatico aggettivo epocale. Peccato che è in ritardo di 30 anni. Basta andare a vedere gli atti degli anni 90 col progetto obiettivo anziani e il Piano Sanitario Nazionale 1994/96 che indicavano precise attività e gli strumenti per metterle a terra(che brutta questa espressione di moda, derivata dal linguaggio militare). Sarà epocale veder attuate le misure del PNRR, col pensiero al fatto che la materia è di competenza regionale. In molte regioni – soprattutto nord e centro – ci sono le premesse, non nelle altre. Perciò la unità nazionale, per superare le diseguaglianze e le discriminazioni, è messa alla prova.

Dietro le storie degli anziani c’è una concezione della vita e del suo valore anche quando non è più produttiva. C’è una visone etica per cui la vita va sempre accudita senza discriminazioni soprattutto quando i bisogni sanitari sono impellenti e continuativi. Il PNRR mette a disposizione della Assistenza domiciliare (ADI) un finanziamento enorme, 2.7 miliardi. Lassistenza in casa è la miglior soluzione fino a quando è possibile, per il contorno dei familiari e personale assistenziale. Ci sono motivi, invece, per i quali gli anziani devono essere affidati a situazioni residenziali come le RSA. Guai a colpevolizzare i familiari che vi ricorro. Il miglior modo per superare queste difficoltà è rappresentato dalla iniziativa accurata delle istituzioni, perché i luoghi di ricovero e cura siano adeguati a rispettare tutti i diritti degli anziani e la loro intangibile dignità. Serve controllo delle strutture e personale non solo qualificato ma motivato.

I nipoti devono essere educati al rispetto dei nonni che, in molti casi, sono i loro preponderanti e affettuosi custodi. Del resto molte famiglie in tempo di crisi contano sul sostegno anche materiale dei nonni…Gli anziani sono la nostra storia, che ci prepara il nostro domani.

De Gasperi nella fede e spiritualità che ne animarono l’azione politica

Card. Giovanni Battista Re

Il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino, nacque Alcide De Gasperi.

Quando il piccolo Alcide stava per terminare le scuole elementari, suo padre fu trasferito a Civezzano, a 7 chilometri da Trento. Questo cambio di residenza di tutta la famiglia fu provvidenziale, perché permise ad Alcide di incontrare in parrocchia un sacerdote di grande spiritualità e particolarmente attento alle problematiche sociali, che molto influì sulla sua formazione, Don Vittorio Merler, che lo accompagnò negli anni della giovinezza.

In questo anniversario della sua nascita vogliamo ricordare De Gasperi con affetto e gratitudine, perché l’Italia ha un debito di speciale riconoscenza verso di lui. Dopo le tante distruzioni della guerra 1939-1945, il Presidente Alcide De Gasperi guidò con intelligente lungimiranza la ricostruzione dell’Italia, ottenne il ricupero della credibilità del Paese in campo internazionale e promosse il rilancio dell’economia, dando spazio a tutti coloro che erano disposti a dare il proprio contributo. Inoltre difese la libertà che da poco l’Italia aveva riconquistato, ma che in quel momento correva il rischio di sfuggire di mano. Molta parte della vita e della storia italiana è stata determinata dalle scelte che ebbero come protagonista De Gasperi.

Spiritualità e politica furono due dimensioni che convissero nell’animo di Alcide De Gasperi e ne caratterizzarono la personalità: due dimensioni profondamente radicate, che spiccavano per la loro straordinaria luminosità.

Se si vuole capire De Gasperi, bisogna approfondire non solo l’azione che svolse e le idee che lo mossero, ma anche la fede e la spiritualità che lo animarono, perché fu questa la radice della sua forza e dell’enorme servizio reso all’Italia.

Egli fu un vero credente, sempre coerente con la sua fede, e un vero statista; fu credente e politico, nella chiara distinzione dei ruoli, anche se nel suo cuore spiritualità e politica vissero intrecciate.

Fu un politico che mise sempre il bene del Paese al di sopra degli interessi personali o del partito; nelle decisioni di De Gasperi brilla sempre un alto senso dello Stato e un radicale convincimento che lo Stato è al servizio della persona umana. Fu un vero statista.

In pari tempo la sua religiosità fu trasparente in tutte le sue azioni. Non ostentava mai la sua fede, ma questa faceva parte della sua vita. Da questa dimensione spirituale nasce il suo spiccato senso di giustizia, libertà e dignità di ogni persona umana. La sua fede lo portò ad affrontare l’impegno civile con senso d responsabilità e sempre con grande umanità.

De Gasperi resta un esempio di uomo retto e onesto, illuminato dall’ideale cristiano e impegnato nel servizio al bene degli altri.

Ebbe sempre grande forza di carattere. Soleva spiegare che per forza di carattere intendeva la capacità di seguire i dettami della retta coscienza nell’ adempiere a qualunque prezzo il proprio dovere in conformità ai propri impegni e alle proprie funzioni.

Nel libero confronto delle idee, fu rispettoso verso tutti e, in pari tempo, coerente nella sua identità e chiaro nelle sue posizioni. Fu così che ebbe il consenso di molti, pur lontani dalle sue convinzioni, e poté lavorare con frutto per il bene dell’Italia.

La sua intelligenza superiore lo rese abile nel trovare argomentazioni convincenti a favore delle tesi sostenute, ma fu sempre attento anche alla verità contenuta nelle ragioni degli altri.

Nella sua vita, privata e pubblica, fu sempre coerente con la propria coscienza. Questo gli permise di non deprimersi nei duri momenti degli insuccessi e della persecuzione fascista e di non esaltarsi nei rilevanti traguardi conseguiti

Gli anni della sventura e di perseguitato politico non solo non lo abbatterono, ma lo fecero crescere umanamente e spiritualmente. Lo fecero anche maturare dal punto di vista politico e nella convinzione del dovere di aiutare gli uomini a diventare cittadini liberi, rispettosi delle idee diverse dalle proprie e, in pari tempo, fieri della propria identità e orgogliosi delle proprie tradizioni culturali e spirituali. Non perse mai la fiducia.

In un discorso pubblico si chiese: “Qual è il faro che illumina il sentiero sul quale dobbiamo muoverci?”. La risposta fu: “Nel momento decisivo è la coscienza che spinge l’uomo ad una decisione” (Discorsi politici 1923-1954, p. 343).

Per lui la coscienza era la voce di Dio, iscritta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, che ci indica la strada da seguire, cioé via della vita, la via del bene e della verità.

Tutta la sua vita fu in armonia con la sua coscienza di uomo, di cittadino, di cristiano.

In una delle ultime lettere scrisse a un collega di partito: “Quello che ci dobbiamo soprattutto trasmettere l’un l’altro è il senso del servizio del prossimo, come ce lo ha indicato il Signore, senza menar vanto all’ispirazione profonda che ci muove e in modo che la eloquenza dei fatti tradisca” la sorgente del nostro umanesimo e della nostra socialità“.

Alcide De Gasperi rimane un grande per le opere compiute a bene dell’Italia e dell’Europa, ma ancor più per l’alta ispirazione che lo mosse e la coerenza morale che lo distinse. Rimane un esempio e una luce. Se si vuol dare un colpo d’ala alla politica di oggi, è saggezza tornare a guardare a De Gasperi e allo spirito che lo mosse.

De Gasperi l’Europa la pace: Europa, principessa della Fenicia e figlia del re di Tiro.

Cecilia Lavatore

Di seguito il testo che lautrice ha proposto ieri in occasione del convegno di Tempi Nuovi-Piattaforma popolare su De Gasperi lEuropa la pace.

Tra gli alberi di cedro libanese e gli oleandri in fiore c’è una ragazza con la veste celeste piena di vento. Ha gli occhi verdi assolati, i piedi nudi posati piano sulla sabbia calma della macchia mediterranea, le mani piccole piccole come conchiglie: ossia ci puoi sentire dentro il dolore del mare, il lamento del tempo, la malinconia. Ci puoi sentire la sete del sale, le alghe stanche del male, il fondo del cuore, le lische del corpo, le branchie anche sul fondo, il respiro dei giusti. Il solco dell’onda, l’abisso dell’odio, l’idea ostinata di una destinazione.

Il suo nome è Europa, principessa della Fenicia, figlia di Agenore, re di Tiro, amata, ammirata e rispettata dal popolo tutto della sua terra bella che è d’oro e d’Oriente. Che è di riti e di miti, di reti e di rotte. Di rive, di vele e relitti.

Europa è una perfetta adolescente modello, raccoglie boccioli di panna e schiuma tra la battigia e le dune con le sue amiche adorate per le tavolate di sogni a venire, si nutre solo dei raggi che le spettano, siede composta e degna di grazia, conosce assai le regole degli dèi, le loro preghiere, le loro storie a memoria. Sa la strada di casa e non quella sbagliata, sa quando parlare o se sia meglio tacere. I gesti da fare, cosa guardare. Infila i pensieri nell’orizzonte come carta da lettere. Chiede dei figli sani, un marito fedele, un re suo soltanto, di crescere.

Ma tutto questo prima che Zeus se ne innamori.

Il dio degli dèi la trova così, incantevole, in un giorno di fine estate, con i tramonti a picco sul manto del mondo che bagnano i mortali di meraviglia senza serbare per loro alcuna pietà.

Zeus la nota e la sceglie  con la stessa leggerezza con cui indovinerebbe un frutto più buono tra i tanti fatti apposta dai rami.

Europa è ingenua, candida, vergine. E diversa.

Non sa di Olimpo, né di Grecia, sa della pelle morbida che abita, dell’odore di datteri e agrumi e di piogge di lidi lontani.

Per questo Zeus chiede a Ermes di spingere i buoi del re di Tiro, padre di Europa, vicino alla giovane. Poi si trasforma in uno di loro, diventa un toro bianco, un toro mansueto. Un toro tenero.

Europa affascinata dalla forza serena di quell’animale inizia ad accarezzarlo lentamente dalla testa alla schiena, lo accarezza e lo accarezza ancora, fino a che decide incautamente di salire sul suo dorso.

Si ritrova così pelle a pelle con il suo destino, in sella a una Metamorfosi ingannevole che la rapirà in un attimo tra lo stupore delle presenti per portarla a Cnosso, sull’isola di Creta.

Lì il dio Zeus le rivelerà la sua identità e proverà a usare violenza su Europa la quale coraggiosissima gli resisterà strenuamente.

Qualche tempo dopo, tuttavia, in un bosco di salici piangenti verrà aggredita di nuovo, stavolta Zeus scenderà a comandare nelle sembianze di un’aquila e avrà la meglio sulla fanciulla.

Europa, sola, terrorizzata ma resiliente ad ogni avversità, sposerà Asterio, il re di Creta, diventando la prima regina della Storia dell’isola e nel castello partorirà il figlio della violenza di Zeus, Minosse, capostipite della civiltà minoica, tra i padri del nostro Occidente.

Omero nell’Iliade ed Esiodo nella Teogonia raccontavano questa vicenda già nel lontano VIII sec a.C. Ripresa da Ovidio in epoca romana, dal Rinascimento in poi diventa il soggetto di molti splendidi dipinti.

Un pittore per tutti è l’olandese Rembrandt che nel 1662 realizza il Rapimento di Europa oggi custodito nel Nuovo Mondo, al Paul Getty Museum di Los Angeles.

Il mito della principessa fenicia è una lezione di rivalsa, di speranza e di forza di volontà, è una storia di trasformazione e di adattamento, di scoperta.

Quando racconto questa storia nelle mie classi penso che gli studenti in Europa hanno ancora bisogno di riconoscersi in un nome. E in un nome che significhi tanto.

Quando racconto questa storia nelle mie classi penso che fatta l’Europa dobbiamo fare ancora gli europei.

L’Europa va agita come una missione, va agita nelle scuole, nelle Università, nei teatri e nei cinema, nelle strade delle nostre capitali.

Dobbiamo fare capire ai giovani che l’Unione Europea è nata dalle ceneri delle guerre che l’hanno devastata e non va data per scontata.

L’Europa va ancora espressa e realizzata, come un desiderio e non come una fatalità.

Quando arrivo ai capitoli di educazione civica sull’ordinamento europeo e le nostre istituzioni racconto sempre ai miei studenti che ho imparato ad essere europea con i miei viaggi, con il mio lavoro nel turismo, con le amicizie che ho coltivato, con i romanzi che ho letto, i film che ho visto e la musica che ho ascoltato molto più che con i capitoli didattici di quei libri.

Non vogliamo provare a convincerli di nulla quando dedichiamo almeno 40 pagine del libro di GeoStoria alla formazione dell’Unione Europea, ma piuttosto stiamo provando a proporgli una versione più sicura di futuro, nata da grandi ideali e da sofferenze indicibili.

Il resto dovranno farlo loro.

Sull’Europa il nostro Papa ha detto: “La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dellaltro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa”.

Oggi con in grembo tanti figli ancora di quei tori del passato forieri di inganni, ricominciamo ogni giorno nell’Antico Continente a costruire la nostra casa sulle fondamenta del nostro inesauribile e indiscusso amore per la vita.

Capire Giuseppe Dossetti attraverso la lettura dell’ultimo libro di Giorgi

Paolo Frascatore

Gli avvenimenti quotidiani che si susseguono in questo tempo martoriato da crisi economico-sociali, guerre, fondamentalismi religiosi e mancanza di paradigmi ideali di riferimento, aiutano anche a fermarsi e riflettere. Un motivo alto e pungente di riflessione è stato lultimo lavoro editoriale di Luigi Giorgi dal titolo: Giuseppe Dossetti. La politica come missione (Carocci). Una lettura appassionata e realistica delluomo politico e religioso amato, ma anche avversato per le sue idee propugnate ad iniziare dalla metà del secolo scorso. Eppure, proprio quelle idee oggi rivivono e si riattualizzano proprio alla luce degli avvenimenti contemporanei dei quali siamo spesso vittime consapevoli od inconsapevoli, ma comunque colpevoli per lasciare ad altri il campo dellimpegno politico-sociale.

Ed allora, rispetto a questa guerra in atto tra Oriente ed Occidente e rispetto ai modelli politici costruiti e costituiti nelluno e nellaltro versante, le idee di Dossetti tornano prepotentemente alla ribalta ed hanno il valore della profezia. Giovanni Galloni nel 2010 pubblicava un saggio proprio dal titolo: Dossetti profeta del nostro tempo. A distanza di pochi anni il lavoro editoriale di Luigi Giorgi si inserisce in questa constatazione (più che riflessione) sulla validità delle idee dossettiane mai realizzate nella storia politica passata e recente.

Politica, religione, democrazia, libertà, ordinamento economico-sociale riportano in auge il politico e poi il monaco di Cavriago attraverso proprio lo scontro tra Oriente ed Occidente. Se in Russia il post comunismo fa propria una neo politica imperialista, in Occidente il nuovo corso guidato dagli Stati Uniti dAmerica sinserisce anchesso in una sorta di volontà di dominare il mondo attraverso luso delle armi e della forza. Dossetti ci insegna che entrambe le strade non possono che portare ad un semplice scontro militare di ampie proporzioni e mettere a rischio la stessa esistenza dellumanità.

Sullonda di queste riflessioni occorre scavare nel profondo, nelle vicende della storia per individuare errori che appartengono a tutti, ossia allOccidente opulento ma idealmente ibrido, così come a quellOriente che dopo la fine del falso comunismo insegue modelli economici capitalisti e antidemocratici tipici degli Stati più autoritari.Nel nostro Paese, invece, dopo la chiusura dellesperienza politica di ispirazione cristiana si stenta nellavere una classe dirigente degna di questo nome, nonché Partiti orientati a saper interpretare le nuove esigenze sociali.

Tutto è radicalizzato e le posizioni, a destra come a sinistra, si fossilizzano su quellaspetto granitico secondo il quale in politica si compete solo ed esclusivamente per la conquista e lesercizio del potere. Il tema dominante è che ormai la politica è esclusivamente laica (o laicista?) e che lafflato religioso non può più riguardare il terreno politico e la conseguente azione di governo di una comunità. Dossetti, invece, individua proprio nel cristianesimo il perno determinante di una democrazia sostanziale che è tuttaltra cosa dalla liberal-democrazia, perché deve riguardare necessariamente la democrazia economico-sociale e la democrazia politica.

In realtà, se si guarda alla realpolitik occidentale non può non notarsi come tutte le democrazie sono liberal-democrazie con tutte le deviazioni che hanno prodotto in senso propriamente economico e democratico. Da questo punto di vista esaltare lo stesso concetto di libertà come fine della comunità politica, significa operare per una ristretta cerchia di cittadini a danno di una moltitudine costretta a vivere in condizioni certamente non dignitose.Ecco perché la libertà non può che essere il mezzo e non il fine di una comunità politica autenticamente democratica. Il mezzo con il quale lo Stato realizza quello che Dossetti definisce il bonum humanum simpliciter (il bene umanamente pieno di tutti i componenti la comunità statale).

In altri termini, non si realizza lutilità collettiva attraverso lutilità privata; anzi la semplice utilità privata pone seri problemi rispetto alluguaglianza e alla stessa concezione democratica intesa come partecipazione di tutti alla vita dello Stato. In conclusione, Dossetti opera una rivoluzione bianca che andrebbe ripresa ed approfondita nei suoi aspetti ideali e valoriali. Per questo il volume di Luigi Giorgi rappresenta la bussola non soltanto per conoscere e capire lintensa personalità dossettiana, ma anche per riprendere con coraggio il cammino di una politica nuova che sappia riscoprire il gusto della gratuità.

Dibattito | Governo ombra per arginare il flop del Pnrr e il revisionismo storico

Luigi Rapisarda

Che non fosse facile il processo di dismissione di quellhabitus mentale ancorato ad un triste passato, per tanti italiani assai lacerante, non era difficile prevederlo. Eppure, allinizio di questa avventura governativa di FdI, in tanti avevamo preso per buone le rassicurazioni che discendevano dal giuramento di fedeltà e rispetto della nostra Carta Costituzionale, nata e forgiata dopo leroica lotta di liberazione dal fascismo. La convergente offensiva di questi giorni, tesa a riscrivere la storia del periodo più tragico che ha contato tante vittime ed eroi della resistenza antifascista, ci rende il segno di quanto sia ancora difficile, per la forza politica che guida il governo, fare i conti con il suo passato.

Così non poco è stato lo sconcerto che hanno suscitato le dichiarazioni, succedutisi nel giro d’una settimana, della premier Meloni e del presidente del Senato La Russa, sembrando quasi che facessero a gara nellintestarsi per primo la disinvolta riscrittura della nostra storia patria. È stata come una palese dissacrazione, nel bel mezzo di una commemorazione in ricordo delle fosse ardeatine, andare inopinatamente ad affermare che le vittime di quelleccidio pagarono perché italiani.

Un dato inaccettabile come è stato largamente contestato da media, opinione pubblica, ed associazioni partigiane, che rivela il tentativo di manipolare un peculiarità inconfutabile, dato che quella rappresaglia fu diretta con feroce determinazione contro ebrei e noti e presunti oppositori del regime fascista.

A distanza di una settimana, anche il presidente del Senato, La Russa, seconda carica dello Stato, non ha mancato di esibirsi in un altra delle sue tesi storiche, affermando, con nonchalance, che le vittime dellattentato di via Rasella erano una banda musicale di semi pensionati altoatesini, manipolando una ricostruzione storica, da tempo acclarata, che quei militi di via Rasella erano invece nazisti, di età media ben al di sotto delletà pensionabile, appartenenti alle forze di polizia della brigata Bozen( un coro unanime di critiche, lo ha indotto nel giro di qualche giorno a chiedere scusa).

Ad essi hanno fatto da corollario precedenti affermazioni del ministro della cultura Sangiuliano, secondo il quale Dante sarebbe stato il fondatore della cultura di destra. O la recente dellon Rampelli che si prefigge di bandire, dalluso quotidiano della nostra lingua, prevedendo multe salate, ogni ricorso a idiomi stranieri. Insomma tutto un fantasioso florilegio convergente nel tentativo di accreditare un revisionismo che non trova fondamento in nessuna delle ricostruzioni storiche degli eventi di quel tormentato periodo della resistenza i cui valori di libertà, di democrazia, di solidarietà e di convivenza pacifica, furono la base e il fondamento antifascista della nostra Carta costituzionale.

Quanto poi allattribuzione di simpatie politiche sussumibili a quella che oggi può caratterizzare una forza di destra, attribuite a Dante, lascia davvero sorridere. Viene allora da chiedersi quanto il capo del governo e il presidente del Senato, trovino utile proiettare nella dialettica politica, già colma di tanti problemi irrisolti, argomenti tendenziosi e divisivi, basati su falsificazioni inaccettabili. Così come ci chiediamo fino a che punto dobbiamo attenderci attacchi persino tanto maldestri ai tanti episodi dolorosi della nostra resistenza nel tentativo di demolire verità storiche inconfutabili? Ben altre dovrebbero essere le preoccupazioni del governo e di chi presiede il Senato.

Tra le tante, molto allarme hanno suscitato le dichiarazioni di qualche giorno fa del ministro Fitto su l’impossibilità di poter raggiungere gli obiettivi che servono per poter ricevere tutte le tranche semestrali del Pnrr. Sarebbe non solo uno smacco alla credibilità del nostro paese se non si riuscissero a mantenere gli impegni, ma ancor più un danno incalcolabile mandare in fumo quellunica opportunità di contare sul poderoso piano di finanziamenti, denominato Next generation Ue, che ha riservato allItalia circa 208 miliardi di Euro, di cui a debito solo un terzo, portati a casa dal premier Conte, con lunica condizione del puntuale rispetto della tabella di adempimenti infrastrutturali e ordinamentali entro il 2026. E la stessa linea del governo mostra visibili ondeggiamenti e sempre minore capacità di sintonia, se mai ce ne fosse stata con le Istituzioni europee: eppure ogni volta che si reca ai summit dell’Ue dice di ritenersi soddisfatta, ma non sono pochi a non aver capito di cosa, dato che finora non si sono visti passi avanti, anzi siamo sotto il focus dei commissari per il forte ritardo rispetto agli adempimenti periodici del Pnrr.

Mentre appare sempre più marginale la disponibilità ad interloquire fattivamente con le Istituzioni territoriali e le rappresentanze del mondo produttivo: per questi ultimi tanto più cruciale è ritenuta lattuazione di quelle infrastrutture strategiche e di tutte le  riforme essenziali concordate nel Recovery plan – purtroppo buona parte di esse ancora incagliate tra burocrazie e inadeguatezza dei piani elaborati –  per la migliore competitività nei mercati. È in questo scenario che ci appare inevitabile, anche come naturale declinazione di un bipolarismo, se pure assai atipico, la formazione di unoShadow cabinet un governo ombra, nello stile del parlamento del Regno Unito.

Peraltro non sarebbe la prima volta. Ricordiamo leffimero governo ombra di Veltroni, dopo la formazione del IV governo Berlusconi. Struttura, ovviamente senza valenza giuridico-istituzionale (oltre alle normali tutele che una forza di opposizione può pretendere, secondo i regolamenti parlamentari) ma solo politica, che però favorirebbe finalmente la concentrazione delle forze di opposizione in una coalizione rappresentativa di un diverso ed alternativo progetto politico, con cui contrastare quotidianamente lazione dellesecutivo. Forse loccasione, unica, per superare, in una ritrovata unità di visione con un progetto comune, le non identiche posizioni in tanti aspetti di questa cruciale fase politica del paese, a cominciare dal Mes (propiziato dal Pd e da Renzi, ma non dai 5 Stelle),dal diverso atteggiamento nei confronti del ruolo e delle politiche dellUnione europea, ed in tanti altri versanti che attengono alle proposte messe in campo da ciascuno dei partiti della sinistra e dal cosiddetto terzo polo.

Insomma invece di disperdersi in iniziative autonome, sarebbe una grande opportunità per presentare un’alternativa programmatica comune, a tutto campo, sulle realtà socio economiche e sanitarie che stanno impegnando le politiche in questa fase di cruciale attuazione del Pnrr, sbilanciato da una imprevista e pesante congiuntura globale, con il vantaggio non solo di poter contrastare punto per punto, con dati e soluzioni concrete lazione di ciascun ministero e dellintero governo, ma anche, per loccasione, di affidare al paese un diverso e alternativo progetto politico per affrontare la lunga e impegnativa stagione di ricostruzione del suo tessuto economico sociale e civile ed offrirsi come credibile mediazione di istanze che potrebbero diversamente incanalarsi su derive di incontrollabile ribellismo sociale.

Oltre ad evitare alle forze di opposizione la sconveniente percezione, in un momento così difficile, di parlare a più voci, rendendo il contesto ancora più incomprensibile.Insomma persistere in divisioni autolesioniste non appare certo il miglior modo per dare incisività ed efficacia al delicatissimo ruolo che ha istituzionalmente lopposizione parlamentare, presidio di alternative politiche, tanto più serie e credibili, quanto più condotte in piena sintonia di visione. È quellItalia che guarda avanti verso orizzonti di sviluppo equo e sostenibile, accogliente e solidale, già piegata da una disastrosa e persistente calamitaepidemiologica, dagli effetti economici devastanti, e con in corso una pesante inflazione e una minacciosa recessione, esposta al dominio di una maggioranza rimasta incagliata più al passato che al presente, per questo incapace di costruire un futuro credibile nel pieno rispetto delle libertà e dei diritti, della solidarietà e dellequità e della giustizia sociale, che si attende un atto di responsabilità politica che porti a convergere verso unopposizione seriamente unitaria.

Un nuovo centro sulle tracce dell’azione e del pensiero di De Gasperi.

 

De Gasperi è un esempio per l’oggi, non per un passato che si vorrebbe morto. Uomo di eccezionale levatura politica, non si era piegato al fascismo e aveva ripreso subito a combattere, alla caduta del Regime, per la libertà e la democrazia, contro l’occupante nazista. Fu l’artefice della Ricostruzione, il padre con Schuman e Adenauer dell’europeismo, il fermo assertore dell’Alleanza atlantica come strumento di difesa e di pace. Non concepì il mandato ricevuto dagli elettori – la vittoria del 18 aprile andò anche oltre le più rosee aspettative  – in termini di mera gestione del potere. Fu criticato per il suo pragmatismo, ma si trattava di un approccio costruttivo e febbrile ai grandi problemi di un’Italia uscita a pezzi dalla seconda conflitto mondiale.

 

Oggi pomeriggio, a Santi Apostoli, lo ricorderemo nella ricorrenza della nascita: era venuto al mondo il 3 aprile del 1881, a Pieve Tesino, all’epoca territorio dell’Impero Austro-ungarico. Dieci anni dopo, il 15 maggio del 1891, Papa Leone XIII promulgherà la famosa Rerum novarum, l’enciclica destinata ad animare con lo spirito delle “cose nuove” l’ingresso dei cattolici nella politica dei tempi moderni. Una vera rivoluzione! Lo ricorderemo con l’intento di “mettere a verbale” che la lezione di cui si è fatto interprete nel tormentato dopoguerra ci riguarda e ci sollecita, oggi più che mai, perché ancora una volta il Paese è chiamato a fare i conti con se stesso, con le sue fragilità e inefficienze; ma certo anche con le sue indubbie potenzialità, anzitutto per non perdere l’occasione del Piano di rilancio economico approntato dalla Ue (Pnrr) e per contribuire, nel mezzo di una guerra che morde ai fianchi dell’Europa e spinge a ridisegnare gli equilibri internazionali, a rafforzare la coesione sovranazionale quale condizione più efficace a garantire la pace.

 

De Gasperi sentiva molto – lui europeista convinto – l’idea di patria e amava ricordare che la Resistenza rappresentava il secondo Risorgimento dell’Italia, specie per le masse cattoliche che dal processo risorgimentale, sfociante nella formazione dell’Unità nazionale, erano rimaste escluse. Ebbene, la sua spartana visione della politica lo motivava a ricercare una formula di concretezza. Ai partigiani della Federazione italiana volontari della libertà, a congresso nel 1950, faceva notare: “…abbiamo bisogno che le parole abusate di «patriottismo», di «Nazione», di «elevazione popolare», prendano un senso più adeguato alla situazione, prendano un senso più concreto e più giusto […]”. E aggiungeva più avanti, a coronamento del suo discorso, ciò che urgeva sotto quell’appello: “E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha, che oggi non abbiamo la possibilità di assicurare perché ancora ci sono quelli che assorbono una quota troppo grande del reddito nazionale. […] noi abbiamo il dovere di una perequazione più giusta e più sana”.

 

Sono parole che possiamo e dobbiamo fare nostre in questo frangente di vita economica e sociale, con problemi analoghi in tutto l’Occidente. Guardiamo all’Europa e miriamo alla pace: sono motivi ideali, questi, che appartengono al patrimonio del cattolicesimo politico. Ben sappiamo, tuttavia, come sia necessario in questo orizzonte preservare la forza della coerenza. Specie per la pace. Certo, c’è bisogno di ideali alti, ma strutturati sulla base di precise indicazioni, per aderire a un’istanza popolare di giustizia ed equità. E perciò il “centro che cammina verso sinistra”, secondo la felice sintesi degasperiana, ha un ancoraggio imprescindibile nel solidarismo e vive, aggiornando programmi e soluzioni, nella prospettiva di una crescita aderente sempre più al rispetto del “bene comune”. Questo centro lo dobbiamo reinventare.

La luna di miele del governo sta per finire

In carica dal 22 Ottobre 2022, alla vigilia quindi del sesto mese, per il governo Meloni la luna di miele sta per finire. Laccelerazione è data pure dalle uscite maldestre dei vari comprimari, a partire dal Presidente del Senato sul caso di Via Rasella. Confermate le scelte fondamentali della politica estera italiana, tanto sul versante atlantico che europeo, la leader romana deve fare i conti quasi quotidianamente con le simpatie putiniane diffuse nella Lega e in alcuni settori del partito del Cavaliere, mentre permangono forti criticità con lUnione europea sia per la politica immigratoria, che sul mancato ok allavvio del Mes, e, soprattutto, con i ritardi negli adempimenti collegati allattuazione del Pnrr. Su questultimo punto la strada scelta dalla Meloni e dai suoi ministri sembra quella di attribuire la responsabilità ai procedenti governi, ma con possibili esiti infelici, come hanno spiegato lOn. Tabacci in Aula, e il prof. Giavazzi con il suo articolo sul Corriere della Sera.

A me pare che lOn. Meloni, al di là delle preoccupazioni che si temevano allavvio del suo incarico, sia riuscita a tenere la barra dritta del governo, nel quale, semmai, suonano stonati molti degli interventi e degli atti di alcuni suoi ministri, anzitutto dellalleato concorrente Salvini che, da ministro dei Trasporti e delle Opere pubbliche, è lespressione coerente dellaforisma di Leo Longanesi (Italia Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni), vista la sua ben nota astensione dalla presenza al ministero, sostituita da una frequenza insolita a tutte le inaugurazioni e manifestazioni di propaganda politica, alla ricerca del consenso perduto. Ogni giorno che passa emerge netta la discrepanza tra le facili promesse elettorali e le decisioni concrete che il governo assume. Dagli annunciati blocchi navaliallimpotenza assoluta, sino alle forti contraddizioni e malcelate responsabilità come nella tragedia di Cutro; ai limiti delle proposte di riforma fiscale con locchiolino agli evasori, sino allimpotenza sin qui espressa per quanto riguarda, ad esempio, la legge sulla concorrenza, senza la quale le risorse finanziarie del Pnrr rischiano di diventare un miraggio.

Abbiamo concessioni balneari che rendono oltre 3 milioni allanno e per le quali alcuni privati pagano 10.000 euro, o luso esclusivo di spiagge in Sardegna da super Hotel, al costo di 520 euro. Per questo attendiamo le decisioni nel merito del governo italiano. Sono in attesa anche gli organi comunitari che, come noi, non comprendono tale assurda situazione.

Immigrazione, fisco e giustizia sono alcuni dei settori nei quali emerge con più nettezza lo scarto tra quanto si era promesso in campagna elettorale e ciò che concretamente si riesce a decidere sul piano del governo, tenendo conto delle concrete situazioni e condizionamenti interni e internazionali in cui si deve operare. Evidenziare tali criticità suscita una particolare reazione da ambienti e persone di area cattolica, già simpatizzanti se non addirittura votanti Dc, che avendo scelto di sostenere col proprio voto le liste della destra, si trovano spiazzati, diventando aggressivi come quei soggetti che avendo perseguito un obiettivo, si ritrovano a vederlo sempre più appannato e lontano, cadendo, in tal modo, in uninevitabile frustrazione che, lungi dal portarli al silenzio regressivo, alimenta in loro unaggressività, anche da parte di amici che consideravamo indenni a tali sentimenti.

Certo, se la denuncia dei limiti e delle difficoltà nellazione di governo rientra a pieno titolo nella disponibilità di un osservatore non partecipante, non può certo essere la cifra di unazione politica che intenda porsi in alternativa allattuale maggioranza di destra del  governo guidato dalpartito di Giorgia Meloni. Un compito che spetta innanzi tutto ai partiti della sinistra e del terzo polo, mentre per noi cattolici di area democratica, liberale e cristiano sociale, sostanzialmente ininfluenti e assenti dal Parlamento, compete quello primario di impegno per la nostra ricomposizione politica. Dovremmo partire da ciò che Papa Francesco ha ricordato ai giovani  del Progetto Policororicevuti in udienza nei giorni scorsi: Oggi c’è bisogno di buona politica, oggi la politica non gode di ottima fama. Soprattutto fra i giovani. Perché vedono gli scandali, tante cose che tutti conosciamo. Le cause sono molteplici. Macome non pensare alla corruzione, allinefficienza, alla distanza dalla vita della gente?. È come non riflettere sulle parole del card Zuppi, presidente della Cei, pronunciate allapertura del consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana: “È davvero per tutti tempo di scelte coraggiose e non di opportunismi. Perché siamo a un preludio di primavera, dopo l’“invernoche ha connotato gli anni passati. Parole che mi hanno fatto ricordare quelle che Luigi Sturzo espresse al congresso di Torino del Ppi nel 1923, rivolgendosi a Cavazzoni e Tovini, pronti allaccordo con il fascismo, da lui definiti foglie secchedi un albero che sarebbe rifiorito in una prossima primavera.

È laugurio che anche noi facciamo nostro, consapevoli che, in questa delicatissima fase della politica italiana ed europea, la nostra prima responsabilità sia quella di impegnarci a tutti i livelli, a Roma come nelle sedi territoriali di base, perché avanzi la ricomposizione politica della nostra area culturale e sociale, così da superare un forzato bipolarismo tra una destra a egemonia nazionalista e sovranista e una sinistra ridotta a partito radicale di massa.

La Russa chiede scusa su via Rasella: legga De Gasperi e s’inchini alla sua lezione di antifascismo

Appello rivolto in Campidoglio al Congresso della Federazione italiana volontari della libertà (FIVL) e a tutti i comandanti partigiani, autori del secondo Risorgimento e del riscatto politico e morale della nazione, per contribuire – memori della guerra civile – ad una politica di pacificazione nazionale e a diffondere, come ex volontari e combattenti, la necessità di narrare l’esercito per garantire un regime interno di democrazia e di libertà e l’indipendenza del paese da aggressioni straniere.

[De Gasperi]

Se questo Congresso fosse anche solo un atto commemorativo e celebrativo, il dovere del Governo nella persona del suo capo sarebbe di inchinarsi dinanzi ai morti e associarsi a celebrazione del sacrificio dei vivi, ma questo non è un Congresso che guarda semplicemente al passato. È rivolto, come abbiamo sentito dagli oratori precedenti che hanno esposto il programma, innanzitutto al presente e all’opera dell’avvenire. Ed ecco che il mio sostanziale dovere come Capo del Governo è di ringraziare gli oratori e voi che vi siete associati alle loro conclusioni per il rinnovamento dell’impegno che avete preso verso la Patria italiana, verso la Patria e il regime libero delle istituzioni democratiche. La Patria in questo momento ha bisogno di solidarietà, ha bisogno di una nuova resistenza: la resistenza contro le forze disgregatrici; ha bisogno di ardimento operoso contro l’antilibertà.

Ha detto bene il comandante Mauri: «Voi non vi siete battuti semplicemente per la cacciata dei tedeschi; voi vi siete battuti per creare un rinnovamento profondo nel Paese», quello – da lui definito – il secondo Risorgimento: «la libera comunità di italiani in una libera comunità delle Nazioni». Con questo ha formulato il suo, il vostro, il nostro ideale. La guerra vista dalla montagna, fa nascere e sorgere idee e prospettive secolari alle quali nella valle della vita quotidiana non siamo atti a guardare, e così avviene in tutte le crisi dei grandi avvenimenti storici. Ci sono dei momenti in cui tutto quello che è preoccupazione quotidiana e quanto sa di ordinaria amministrazione, si mette da parte e si vedono in prospettiva le grandi linee, i grandi principi, le grandi mete. Ed ecco perché anche voi, ritirati sulle montagne per la difesa, avete avuto il concetto del riscatto politico e morale del vostro Paese. La vostra parola comune è libertà. Una parola magica che vuol dire molte cose, che sottintende molte cose; libertà prima nel senso di indipendenza del Paese contro qualsiasi dominazione ed aggressione; libertà poi in regime politico, avvento delle forze popolari al Governo; libertà nella giustizia sociale, cioè ridistribuzione della proprietà, del reddito, della ricchezza; libertà consapevole dei valori spirituali eterni e religiosi.

Per taluni, pochi, che venivano dal mondo della cultura, fra i partigiani, la libertà sarà stata anche una dottrina filosofica, ma per tutti divenne e fu la conclusione pratica di un’esperienza storica. Una conclusione definitiva dopo venti anni di dittatura e sopratutto innanzi agli orrori della guerra civile, una conclusione ora si rinnova nel vostro impegno e ci sta di fronte come necessità della nostra opera. Allora, era più facile intendersi su questa parola in una sfera molto ampia; l’anti-libertà si chiamava Hitler e si traduceva un po’ adattando il significato della parola «Deutschland über alles».

Oggi c’è un «bolscevismo über alles». C’è un concetto generale di una dominazione che non conosce frontiere, anzi che spacca le frontiere; la dominazione di un regime, non parlo della dottrina, parlo di un regime, un regime il quale non conosce libertà e non conosce istituzioni rappresentative di carattere democratico. Veramente queste cose le sapevamo; veramente le abbiamo imparate un po’ alla volta dal 1945 in qua, però il caso della Corea è stato così impressionante che sarebbe grave errore non trarne ammaestramento. Ma vi siete accorti che con un automatismo rapidissimo, quanto è rapida la connessione telefonica o radiotelefonica nel mondo, anche l’Italia si è trovata spaccata in due parti, come se il parallelo 38° fosse passato metaforicamente a dividerla nel medesimo momento. Questa scissione automatica e istintiva ci ha spaventati tutti, anche coloro che sapevano che doveva finire così. Ma, dunque, ci siamo detti: la Russia, questo Stato che rappresenta il bolscevismo, aggredisca o non aggredisca, abbia torto o ragione; la Russia dunque deve essere obbedita, e le Patrie esistono solo subordinatamente a questo ideale supremo del bolscevismo?

Dunque la Costituzione italiana che dice sacra la difesa della Patria vale in quanto si accetti sempre ed in qualunque caso la subordinazione alla Russia. Da ciò i telegrammi a Stalin e la speranza fanatica di una «liberazione». Liberazione da che? Liberazione dall’Italia democratica che il popolo ha voluto, e ciò per imporci un regime dittatoriale, uno Stato-partito contro cui voi partigiani insorgeste. Ecco, amici volontari, che voi seguendo oggi un precetto della vostra coscienza vi trovate anche nella logica degli storici sviluppi del vostro movimento. E la vostra conquista che siete chiamati a difendere. Voi avete contribuito in forma eminente a ricostruire questa Italia, a darle una dignità. Oggi abbiamo bisogno di solidarietà nazionale e voi potete contribuirvi, alimentando nella vita quotidiana la fede nel patriottismo sincero, vigilando sui pericoli scuotendo gli incerti, incoraggiando i pavidi, sollevando la speranza e la fede nell’avvenire d’Italia.

Non si tratta di difendere un partito, ma i principi vitali della democrazia. Domani ci può essere un’altra maggioranza diversamente costituita, ma il principio non deve essere perduto: istituzioni libere e possibilità di trasmissione diretta della sovranità del popolo; questa è la libertà politica della volontà del popolo. E non cadiamo nel vecchio errore. Dir male delle istituzioni è facilissimo perché sono istituzioni umane, composte e impastate da passioni umane e da debolezze umane; dir male del Parlamento è la cosa più facile del mondo. Dire male di un congresso, discutere, denigrando o diminuendo il valore positivo delle cose, è quasi una tendenza tradizionale da noi e non solo da noi. Evidentemente è una debolezza umana generale ma è un difetto che in certi momenti può costituire degenerazione della democrazia e dobbiamo combatterlo. Ma per i difetti e per l’eventuale degenerazione, non possiamo tornare dalla Camera all’anti-Camera. Non dobbiamo tornare alla libertà oppressa, al regime dittatoriale dove, al più, è lecito mugugnare. Non lasciamoci ingannare dalle pur legittime critiche. Senza dubbio speriamo che i nostri figli si trovino innanzi ad un sistema rappresentativo più ideale, più sicuro, più degno; sarà la via dei progresso. Ma perché questo sogno si avveri, non dobbiamo rinnegare il punto di partenza. Perché io insisto su questa parola Parlamento? Perché anche molti dei nostri amici, anche buoni patrioti, credono che sia una cosa secondaria, e forse nel 1921-22 anche molti di noi lo abbiamo creduto, nonostante che avessimo dinanzi la storia della esperienza politica.

Ma il risultato positivo della esperienza fascista deve essere questo: mai più tornare indietro nello sviluppo parlamentare; correggerlo, rinnovarlo, tutto quello che volete, ma non abbandonare il sistema, perché abbandonato il Parlamento, le altre libertà non sono più sostenibili. Questo lo ripeto qui in mezzo a uomini avvezzi a ricorrere alla difesa con la spada, che hanno una certa concezione militare della vita e delle grandi virtù, che fanno parte di questa concezione militare. È necessario però aggiungere a queste doti anche l’accettazione volontaria dello spirito democratico che vuol dire veramente sottoporsi all’esperienza parlamentare perché fino ad ora si è dimostrato non esservi altra spada per migliorare le leggi della convivenza civile. Voi che rappresentate lo spirito di sacrificio, di disciplina, sopratutto di disciplina, potreste esigere anche dagli uomini rappresentativi della Nazione che dimostrino un senso maggiore di disciplina. Io lo predico da sempre, lo predico tutti i giorni, ne sento la necessità, ma in Italia a questo ci si arriva lentamente perché tutti gli italiani sono oratori, tutti hanno la fantasia facile; tutte attitudini le quali portano fatalmente alla discussione lunga e molteplice. Allora voi militari, voi che vedete la necessità della disciplina e dell’azione, perdonate un po’ questo vizio nazionale, e cercate di correggerlo; e noi parlamentari, noi uomini politici, riconosciamo che la Nazione è perduta se accanto a questa libertà di discussione non c’è il senso della disciplina, lo spirito di sacrificio di cui questi uomini che mi circondano sono stati i campioni. Io vi ringrazio dunque di questo vostro impegno, di questa promessa di collaborazione. Fra le proposte dell’amico Mattei mettete in prima linea l’Intervento attivo, accanto alle forze dell’ordine, in caso di emergenza e di pericolo. Avete offerto al Paese ragione di incoraggiamento, bisognava che voi lo diceste. Lo sapevamo che l’avreste fatto, ma era necessario dirlo perché c’è in giro tanta gente pavida, tanta gente intimidita.

Ma al di là di questo compito straordinario di emergenza, del compito di mobilitazione di tutte le forze, avete indicato il vostro compito della vita quotidiana, della vita ricostruttiva. Anche qui abbiamo bisogno che le parole abusate di «patriottismo», di «Nazione», di «elevazione popolare», prendano un senso più adeguato alla situazione, prendano un senso più concreto e più giusto. In questo voi potete aiutarci. Mauri ne ha parlato specificatamente; così avete pensato ai tempi del combattimento: questo era il vostro pensiero di allora, questo è il programma di oggi. Abbiamo bisogno che voi eleviate in Italia la fede del patriottismo; solleviate questo Paese disfatto dalla sconfitta e dalla guerra civile, solleviate la fede nella speranza e nell’avvenire d’Italia. E come se doveste portare lo spirito del volontarismo dalla montagna nella valle, nella valle della ricostruzione; nella valle dove l’aria è meno pura e il cammino più imbarazzato dai molti viandanti in varie direzioni; occorre portiate questo spirito dei vostro sacrificio, questo spirito concreto di ricostruzione, questo spirito di subordinazione delle persone all’ideale umano di una Patria di tutti; bisogna che lo portiate nella vita quotidiana e ci aiutiate a far capire a questo popolo che non ci sono sempre due estremi: o da una parte la subordinazione ad un ideale internazionale, o dall’altra l’accensione in un nazionalismo che conduce al disastro. No. C’è la via larga della tradizione italiana.

La situazione internazionale anche oggi e anche domani dovremo in parte subirla e vi prego di tenerlo sempre in mente. Quando incomincerete a criticare la attività di un Governo o di un rappresentante, ricordatevi che le situazioni non si risolvono con le parole. L’Italia è un Paese moralmente altissimo; la nostra forza sta nella nostra civiltà, nella nostra energia morale. I rapporti di forza materiale non ci sono spesso favorevoli. Allora bisogna girare gli ostacoli e adattarsi. Ma arriva un momento in cui si impone il dovere morale di difendere il carattere di una Nazione, la dignità di un popolo. Ed allora, diamo contenuto a questa parola di patriottismo, a questa parola di Nazione, diamo un contenuto che si inquadri nei nostri valori storici e sopratutto questa parola applichiamola al popolo. Non è più il momento di decidere delle questioni in piccola cerchia o rappresentanza di classe. È il popolo italiano l’attore principale, non dimentichiamolo. E un’altra cosa vi vorrei raccomandare: voi venite dall’esercito; la maggior parte di voi sono stati educati nell’esercito; vi sono stati degli errori, delle disgrazie, delle sconfitte. Forse, più che altro, degli errori. Ma oggi la Nazione si riarma. Bisogna che lo facciamo per la nostra difesa. Lo facciamo tenendo conto delle necessità popolari e delle riforme sociali. L’esercito deve essere attrezzato. Non possiamo esporci al rimprovero di aver parlato di milioni e milioni di baionette e poi lasciare inermi i nostri soldati. La democrazia parla meno di milioni di baionette, ma cerca di attrezzare modernamente i soldati che devono difenderci. Ma sopratutto c’è bisogno di curare e di elevare lo spirito dell’esercito ed ecco dove faccio appello a voi. Aiutateci, aiutateci, aiutateci, perché alla attrezzatura moderna si unisca l’antico spirito da cui voi siete venuti: difendete l’esercito dalle insidie. Ne ha parlato anche l’amico Mattei. L’esercito è veramente insidiato.

Sono certo, come tutti mi assicurano, che l’infezione non è entrata in cavità ma il tentativo c’è, e ripeto, è sistematico. So che voi amate l’esercito; aiutateci a difenderlo poiché è il baluardo della Patria e della libertà. Un’altra cosa aiutateci a fare: credo che anche voi, nella vostra esperienza di combattenti e di volontari, dopo una guerra spaventosa finita così male, dopo la guerra civile a cui avete dovuto prendere parte e dopo aver assistito all’amara esperienza dei trattati di pace e dei rapporti fra i vecchi e i nuovi alleati, credo che anche voi siate arrivati a quella conclusione che io ho spesso ripetuto: vogliamo mettere l’Italia in piedi innanzi a tutte le nazioni. Una volta data una parola dobbiamo mantenerla fino alla fine. Quindi, non mi state a parlare di neutralismo, di meditazione sulle possibili sortite…Lentamente, raschiando un po’ di pregiudizi che hanno avuto naturalmente un’origine da qualche fatto storico, bisogna che arriviamo ad imprimere nella mente dei nostri nemici e dei nostri amici, che siamo un popolo leale, che se facciamo un patto lo manteniamo e che anche noi siamo disposti alla nostra parte di sacrificio. Voi inoltre che avete vissuto gli orrori della guerra civile, aiutateci a superare lo spirito funesto delle discordie, Certo, vi può contribuire la misericordia che tanto si invoca. Si devono lasciare cadere i risentimenti e l’odio, si deve perdonare, come qualcuno di voi ha detto.

Ma la sincera pacificazione non è possibile, se non si smette il tentativo di avvelenare ancora la fantasia della gioventù italiana, con l’esaltazione di un disastroso passato e col far riapparire lo spettro della dittatura di partito, contro la quale voi siete insorti. Siamo pronti a tirare un frego su tutto il passato ad una condizione: che di qui innanzi non ci sia che una patria sola, un regime solo riconosciuto, una libertà sola. L’Italia ha bisogno di tutti i suoi figli in questo momento, di tutti i suoi figli in buona fede.

Così ho finito, amici miei. Con un pensiero vorrei concludere: la Nazione è anche una storia, una tradizione, un complesso di sentimenti, un complesso di idee, che continuamente rifioriscono, di generazione in generazione; ma la patria vivente in cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo difendere, è il popolo italiano. E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha, che oggi non abbiamo la possibilità di assicurare perché ancora ci sono quelli che assorbono una quota troppo grande del reddito nazionale. […] noi abbiamo il dovere di una perequazione più giusta e più sana. Anche qui, amico Mauri, io credo che saremo d’accordo, perché in un suo libretto ho trovato ricordata una canzone dei partigiani del Piemonte in cui si precisavano gli scopi della guerra di liberazione. Le strofe erano diverse, ma una mi ha colpito specialmente: Perché combattere? E la canzone partigiana rispondeva: «Perché questa antica parola Popolo suoni divina – al mio compagno signore – e a me stirpe contadina».

 

Discorso al Congresso dei comandanti partigiani AADG, FB, 28 ottobre 1950, XI, pp. 20140.20150; pubblicato su «Il Popolo». 31 ottobre 1950, p. I, con il titolo «Impegno di una nuova Resistenza sulla linea della difesa del paese», in De Gasperi 1956, 1, pp. 291-300 e in De Gasperi 1990 a, pp. 383-388, con il titolo Per la difesa delle libere istituzioni.
N.B. Questo testo è stato pubblicato con altro titolo su “Il Domani d’Italia” del 25 aprile 2020.

Domani incontro a Roma su “De Gasperi l’Europa e la pace”.

I

Giorgio Merlo 

Ricordare e rileggere il “magistero” politico e istituzionale di Alcide De Gasperi non significa limitarsi a compiere un’azione doverosa, burocratica e quasi di rito. Perchè dietro la “lezione” e la testimonianza concreta di uno statista – nel caso specifico di uno statista che è stato decisivo per gettare le fondamenta democratiche e liberali del nostro paese dopo il secondo conflitto mondiale – si intravede anche una cultura politica di riferimento a cui non si può e non si deve rinunciare. E non per un banale richiamo nostalgico o passatista ma per la semplice ragione che la cultura politica del popolarismo di ispirazione cristiana continua a dispiegare la sua bruciante attualità anche, e soprattutto, in un contesto politico, sociale e culturale profondamente diverso rispetto alla stagione costituente e post bellica.

E l’iniziativa promossa da “Tempi Nuovi, Piattaforma Popolare”, prevista per domani pomeriggio a Roma alla Sala dell’Immacolata (Basilica dei Santi Apostoli) risponde, appunto, a quell’esigenza. Certo, il 3 aprile è il giorno dell’anniversario della nascita dello statista trentino ed è una data, di conseguenza, che ci permette di rileggere – anche criticamente – la sua concreta azione politica e di governo in una stagione che era, per molti aspetti, cruciale per capire come si poteva conciliare una “cultura della pace” con la “fede nell’europeismo” a “difesa della libertà”. Il tutto anche in una fase storica, quella contemporanea, dominata da una crescente preoccupazione in ordine alla garanzia e al consolidamento della pace tra gli stati e negli stati. Una stagione contrassegnata da una guerra cruenta ai nostri confini nazionali e da una conflittualità tra le varie potenze mondiali che impone non solo un nuovo “ordine geopolitico” a livello internazionale, ma che richiede, di conseguenza, una rinnovata iniziativa politica e diplomatica. Certo, l’iniziativa in politica estera è seria, coerente ed efficace solo se è alimenta da una precisa e definita cultura politica. 

E proprio l’iniziativa politica di De Gasperi è stata improntata, da subito, a quella tradizione del cattolicesimo politico che nel nostro paese non è mai stata una cultura da archiviare perchè sconfitta dalla storia o dagli accadimenti concreti. Una cultura che storicamente è risultata vincente, soprattutto sul versante della politica estera e del ruolo dell’Italia nello scacchiere europeo ed internazionale, ma che per svariate ed inconfessabili motivazioni è stata giudicata dalla vulgata principale e dal “pensiero unico dominante” nel nostro paese inadeguata a reggere il confronto con le nuove dinamiche politiche. Al punto che la “criminalizzazione” politica esercitata prima dalle sinistre e dai suoi corifei giornalistici, mediatici, televisivi ed intellettuali, e poi dai populisti sul ruolo della Democrazia Cristiana nel nostro paese ha colpito nel segno riducendo l’esperienza dei cattolici impegnati in politica ad una sorta di peso da rimuovere al più presto.

Ora, dopo la profonda crisi della politica, dopo l’azzeramento delle tradizionali culture politiche e, soprattutto, dopo l’affermazione di partiti privi di veri autentici riferimenti culturali ed ideali, forse è giunto il momento per tornare alle “fondamenta” del nostro confronto pubblico per ridare dignità, autorevolezza e consapevolezza alla stessa azione politica. E, su questo versante, la tradizione e la cultura del cattolicesimo politico deve ritornare protagonista per la sua attualità e modernità e non per il mero richiamo della storia.

Ecco perchè, allora, riscoprire e rileggere il messaggiopolitico, culturale e di governo di Alcide De Gasperi è un atto importante per restituire dignità alla politica, da un lato,e fornire utili indicazioni per capire il ruolo dell’Italia e dell’intera Europa nello scacchiere mondiale contemporaneo, dall’altro.

E l’iniziativa promossa da “Tempi Nuovi, Piattaforma Popolare” risponde a quella esigenza e coglie quella domanda politica e culturale. Una domanda a cui i cattolici popolari e sociali, adesso, devono dare una risposta adeguata, intelligente e soprattutto coerente con la propria storia dove proprio il “magistero” di De Gasperi rappresenta ancora oggi un pietra miliare.

La Flat Tax è il ritorno allo Statuto Albertino del 1848

Giuseppe Aloise

Dopo giorni di dibattiti, di approfondimenti e di incontri con le parti sociali, il Consiglio dei Ministri ha approvato il Disegna di Legge Delega al Governo per la riforma fiscale. Il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi chiarisce testualmente che il disegno di legge individua, tra i principali obiettivi,limpulso alla crescita economica e alla natalità mediante la riduzione del carico fiscale. Al raggiungimento di tali obiettivi si perverrà con l’adozione di  particolari misure  che possono essere così sintetizzate:

– progressiva riduzione del numero degli scaglioni e introduzione della “flat tax”. Per il 2024 si prevede la riduzione da 4 a 3 scaglioni;

– copertura delle minori entrate con le cosiddette “tax expenditures”, ovvero con il  disboscamento di  esenzioni, riduzioni di aliquote, detrazioni e deduzioni che  caratterizzano il nostro sistema fiscale e che valgono oltre 100 miliardi;

– attuazione graduale della “equità orizzontale”.

Si è infine chiarito che dall’attuazione della delega non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica ed un incremento della pressione fiscale.

La misura più qualificante della riforma è senz’altro  l’introduzione della cosiddetta tassa piatta ovvero di un’imposta proporzionale unica per l’Irpef. Non v’è dubbio che la “flat tax”  mette in seria discussione il rispetto del principio costituzionale della progressività, anche se nella delega si afferma che l’eliminazione delle aliquote e degli scaglioni deve avvenire nel rispetto di questo fondamentale principio costituzionale. Affermazione poco credibile anche sulla base di quanto avvenuto a seguito dell’introduzione della flat tax per gli autonomi e professionisti.

Forse non è inopportuno – stante l’attualità della riforma fiscale, del suo profondo significato politico e della sua divisività – richiamare alla memoria il contributo offerto dai cattolici, che militavano nella Dc, per l’introduzione del principio della progressività e per la formulazione dell’art. 53 della Costituzione. Il dibattito che si registrò nella Costituente sui temi fiscali è di particolare interesse  perché, in questi giorni, si discute attorno alla possibilità che i cattolici democratici possano trovare spazio all’interno del nuovo Pd. Bonaccini ha tentato di dissipare in proposito ogni dubbio sottolineando un auspicio: “Facciamo sentire i cattolici a casa loro”, quasi che i cattolici siano degli ospiti – hospes stranieri –  che hanno diritto ad essere accolti ed ospitati!

Sul terreno della redistribuzione del reddito e della ricchezza furono proprio i cattolici della Dc ad essere i portatori di una profonda “radicalità”. “Radicalità” espressa da un partito popolare di massa sul terreno dei diritti sociali. La leva fiscale è infatti lo strumento principe per realizzare politiche solidaristiche e per eliminare le diseguaglianze.

Da poco è in edicola un volume dal titolo “La Guerra delle Tasse” di Vincenzo Visco e Giovanna Faggionato. L’ex Ministro delle Finanze ci ricorda che la Costituzione affronta la questione tributaria all’art. 53 che al primo comma richiama il concetto di capacità contributiva mentre al 2° comma sancisce che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Visco ci ricorda che la formulazione definitiva dell’articolo si deve all’impegno, quasi solitario, del deputato Dc Francesco Scoca cui poi si aggiunsero altri due Dc (Luigi Meda, esponente del mondo cattolico e della resistenza milanese, e Edgardo Castelli) e due deputati Pci.

Nella seduta dell’Assemblea del 23 maggio 1947, illustrando i suoi emendamenti Scoca tenne un discorso di grande attualità sul concetto di progressività e di “equità verticale”. Egli lamentò che il sistema tributario allora vigente era informato alla regola della proporzionalità dell’imposta, riveniente dall’art. 25 dello Statuto Albertino.Ed aggiunse con  lucida ed efficace  semplicità: “Non si può negare che una Costituzione, come la nostra, che si ispira a principi di democrazia e di solidarietà sociale, debba dare la preferenza al principio della progressività anzichè a quello della proporzionalità. le dispute dei dotti su questo tema mi hanno lasciato sempre perplesso: non così le osservazioni di ordine pratico. Ho sempre pensato che chi ha diecimila lire di reddito e ne paga mille allo stato con l’aliquota del 10%, si troverà con 9 mila lire da impiegare per i suoi bisogni privati; mentre chi ha centomila lire, dopo avere pagato un’imposta del 10% si troverà con una disponibilità di 90 mila lire. È ovvio che per pagare l’imposta il primo contribuente sopporta un sacrificio di gran lunga maggiore del secondo, e sarebbe equo alleggerire l’aggravio del primo e rendere un pò meno leggero il secondo. La progressività deve essere effettivamente operante. Si può discutere la misura della progressività. No sul principio.

Nel suo intervento, Scoca aveva ripreso alcune osservazioni in tema di fiscalità fatte nel 1862 da Quintino Sella, Ministro del Governo Rattazzi, in Parlamento: “Una tassa del 10 su tutti sembrerà affatto equa, perché domanda una lira a chi ne ha 10 e domanda 10 centesimi a chi possiede una lira; ma se lunica lira del povero è destinata a salvarlo dalla fame e la decima lira del ricco serve perché egli entri in teatro, ciò che in entrambi chiamasi lira non ha una eguale importanza e il contribuire con una medesima parte di aliquota corrisponde a sacrifizi radicalmente diversi.

In continuità con Quintino Sella, Marco Minghetti, esponente della Destra Storica che realizzò per primo il pareggio di bilancio, in un saggio del 1869 ammonì che, “ferma rimanendo la contingente preferenza per la proporzionalità, codesta proporzione dell’imposta se sì guarda nei suoi effetti, torna più grave a chi meno ha di quello che sia al più abbiente; onde per giustificare l’apparente eguaglianza uopo è che sia temperata dalla progressione.

Per contrastare il disegno della Premier Meloni sulla introduzione della flat tax non c’è bisogno di scomodare illustri professori di Scienze delle Finanze o di Diritto Tributario, basta solo richiamare Quintino Sella, Marco Minghetti e l’apporto di un democristiano come Scoca per l’introduzione in Costituzione del principio della Progressività.

Con l’attuale delega, è inutile negarlo, si ritorna all’art. 25 dello Statuto Albertino: Essi ( i regnicoli ) contribuiscono, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato.Quindi tutto su base proporzionale a prescindere dall’entità del reddito complessivo realizzato.

La Flat-tax è appunto una tassa piatta: una percentuale fissa applicata sul reddito delle persone o sulle “cose”.Introdurre una tassa fissa (del 15% ), come si è già fatto per gli autonomi, così da colpire i redditi delle persone fisiche abbandonando l’attuale sistema a scaglioni, provocherebbefra l’altro una perdita di gettito di molte decine di migliaia di miliardi di euro. Non si riesce a capire dove e come compensare queste minori entrate. Le “tax expenditures” produrrebbero maggiori entrate, ma insignificanti, sicchè il taglio della spesa sanitaria, della scuola e del welfare rimarrebbe una strada obbligata.

La programmata abolizione dell’Irap, nella prospettiva della riduzione della pressione fiscale, mi sembra un disegno sull’acqua se contestualmente non si individuano le fonti alternative per finanziare la sanità pubblica a meno che non si voglia smantellarla. Quanto al disboscamento – che allo stato sembra velleitario – delle tante esenzioni e agevolazioni esistenti nel nostro sistema tributario, prospettato dal Programma Meloni per compensare le minori entrate, non può essere dimenticato lo sforzo compiuto dallo stesso Scoca durante i lavori della Costituente. Il parlamentare avellinese sostenne infattil’intangibilità del principio della generalità dell’imposta e,per eliminare la possibilità di legiferare creando diversità di trattamento, esenzioni e privilegi di vario genere, propose una norma con la quale si stabiliva che “le disposizioni che costituiscono eccezioni al principio delluguaglianza tributaria possono essere stabilite solo per lattuazione di scopi di interesse pubblico.

Scoca accanto alla progressività difendeva anche il principio della “uguaglianza tributaria”. Questo emendamento aggiuntivo, purtroppo, venne poi accantonato. Se fosse passato non avremmo registrato tutta una serie di agevolazioni ed esenzioni che si sono succedute nel tempo creando l’aspettativa di bonus a ripetizione!

Ma c’è di più. In tema di fiscalità, come ci ricorda Vincenzo Visco, il programma elettorale della Dc per le elezioni del 1946 prevedeva “un’imposta progressiva sul reddito complessivo, un’imposta progressiva sul patrimonio, la tassazione sul reddito effettivo etc..”. La cosa per Visco  appare sorprendente perché negli anni 50 Bruno Visentini, già sottosegretario alle Finanze nel primo Governo De Gasperi, sostenne che la struttura economica dell’Italia era troppo arretrata per “potersi permettere” un sistema tributario moderno. 

Riletta alla luce del Programma fiscale del Governo Meloni, la proposta della  Dc di una imposta progressiva sul reddito complessivo appare “eversiva”. Se queste sono le radici, i cattolici democratici che aderiscono al Pd non devono sentirsi ospiti. Devono, forse, valutare criticamente il ruolo svolto da quanti hanno rappresentato questo filone culturale negli ultimi anni negli organismi del Partito e chiedersi se non abbiano contribuito, attraverso la loro metamoforfosi rispetto ai valori ispiratori, a realizzare la profonda rottura con l’elettorato che è sotto gli occhi di tutti.

Ucraina, guerra del grano e guerra dei morti.

Giovanni Federico

Tutto è ormai questione di mercato. Ovunque e comunque vale la legge della domanda e della offerta. C’è una merce in bella mostra con attaccato un prezzo che regge finché non scade il tempo della bellezza e d’improvviso va al macero, perché non è ammessa abbia un filo di rughe, quando pur avrebbe ancora da dire. 

Nella terra si coltivano ortaggi, cereali e quant’altro di più, ed anche vi si seppelliscono i morti. Per i primi c’è una stagione di rispetto, per i secondi ogni giorno è quello buono.

Tra non molto sarà il tempo della mietitura. Il grano ha bisogno di spazio per dare colore a distese di acri ed acre è il puzzo del banco vendita aperto no limits dalla guerra in corso in Ucraina. 

Nelle difficoltà bisogna scegliere per il meglio e dare respiro alle spighe perché non si intralcino. Alla malora altri ingombri! La guerra ribalta campi e posizioni. Ai morti, invece, per compenso, il privilegio di una novità. 

Ci sono immagini dal fronte che germogliano amarezza e abitudine negli occhi che le osservano. Prima si stropicciano increduli, poi si fanno avvezzi e null’altro.

Covoni di carne, stesi in un supermercato, chissà a godere del fresco dei banchi, hanno ai piedi un cartellino con sopra un numero. Non si tratta del costo alla cassa. Di casse non ve ne sono. Ora si è moderni: c’è risparmio di imballaggi. 

Occorre sbrigarsi. Potrebbero deperirsi, diventare irriconoscibili, inutili per le preghiere smarrite, alla ricerca di approdi confusi.  

Perdessero di valore, sarebbe un cattivo affare. Gran brutta cosa una morte senza profitti. Lì dove le lacrime non sanno dove cadere. 

C’è un guerra anche tra proverbi. «Qui seminat iniquitatem, metet mala», qualcosa di simile al nostro “chi semina vento raccoglie tempesta”. Prontamente si oppone il Salmo 125“Qui seminant in lacrymis, in exultatione metent”, Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.

Anni fa una canzone scriteriata recitava: ”Andiamo a mietere il grano…là troveremo l’amore…Tra poco sarà lavoro di mietitura e di vacanze. La guerra batterà la fiacca. O forse no.

Guerra, Via Crucis e un ricatto mancato.

Giovanni Federico

In Paradiso le parole ancora risuonano forti come pugni sui denti. “Giunsero a un podere chiamato Getsemani. Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. La tristezza in cielo è tutt’ora intollerabile. Non è scritto che Gesù fosse preoccupato e che parlasse con i discepoli per sfogarsi. Era triste.

C’è una nuova guerra. Ce ne sono sempre da qualche parte. Ogni guerra ha per legge quella di infrangere le regole, altrimenti non sarebbe una guerra. La regola della guerra è di tradire i codici di belle maniere. Inutile e stupido scandalizzarsi.

Sulla terra gli uomini al solito scambiano la tristezza con la paura. Sono reattivi. Si preoccupano, sono in apprensione. Parlano, discutono, si schierano. Desiderano solo tornare alla tranquillità.

Parlano ma non sono tristi. Non vogliono imparare la tristezza e a viverla. La tristezza spegnerebbe il mondo e tutti si accorgerebbero che è davvero ora di cambiare. Se si fosse tutti in silenzio, tristi, il male si arresterebbe in un baleno.

Gli uomini parlano e si dividono la terra come la veste di Cristo. Parlano e commentano. Ma non sono tristi. Potrebbero ricattare Dio facilmente, minacciandolo che lo assedieranno con la loro tristezza che Lui proprio non sopporta.

Se Dio vedesse gli uomini tristi, manderebbe lo Spirto Santo a cambiare il cuore dei cattivi in men che non si dica. Ma gli uomini non sono tristi. Parlano.

Solo Dio può strappare l’uomo all’uomo.

Rancori destino e nostalgia, i figli contesi nel dolore della separazione.

Francesco Provinciali

Il vero salto di qualità nei conflitti di coppia, in presenza di prole, consiste nel saper guardare oltre, nell’archiviare in breve tempo la logica dei chiarimenti e delle puntualizzazioni, delle puntigliose sottolineature e cercare davvero insieme di creare per il figlio un ambiente il più possibilmente depurato dai residui tossici di una relazione amorosa finita male. Quando entrambi sanno acquisire questa consapevolezza ed agiscono con l’abito mentale della rimozione e del dialogo costruttivo si creano in genere le condizioni per affrontare con maggiore serenità l’organizzazione della vita futura, propria e dei figli che comunque già ci sono e a cui occorre provvedere con avvertito senso di responsabilità e capacità pratica di concertazione. In altri casi –  e purtroppo in una percentuale in crescendo o comunque preponderante – occorre un aiuto, una supervisione, una mediazione, una regolamentazione: procedure cui si arriva con gradualità o che vengono guidate dall’esterno, a volte purtroppo con un intervento di tipo sanzionatorio e formale.

Non tutti sono in grado di gestire i vari aspetti (emotivi, organizzativi, relazionali) di una separazione, a maggior ragione se in presenza di uno o più figli. Nelle situazioni in cui sono gli stessi genitori che chiedono una decisione super partes che imponga per decreto una regolamentazione tutelante per il minore e sostenibile da entrambi, si evidenzia subito la necessità di una previsione normativa estesa a tutti i possibili ambiti di vita del figlio: casa, scuola, vacanze, relazioni parentali e amicali, organizzazione del tempo libero. Nelle aspettative dei richiedenti tutto deve essere previsto in modo minuzioso e dettagliato come se si potesse redigere un manuale del “perfetto genitore” che agisce, decide, si consulta, provvede solo sulla base di precetti, prescrizioni e divieti imposti o suggeriti dall’esterno.

Nonostante eventuali interventi di mediazione esterna il rapporto all’interno della coppia genitoriale resta a volte molto conflittuale, con toni di esasperazione, accuse rinnovate e coinvolgimento del bambino o del ragazzino nella diatriba. Ciascuno deve-vuole dimostrare di essere un genitore migliore dell’altro ma per poterlo fare finisce inevitabilmente per risucchiare il figlio nei meccanismi della contesa. Non mancano mai le osservazioni postume, le visitazioni retrospettive, gli amarcord acidi: “mi avevi detto”…“mi avevi fatto”…“non sei mai stato affidabile”…“sei sempre stata scortese”…“il tale giorno del tale mese del tale anno…”…“a ferragosto di quell’anno”…“ai compleanni del bambino…”…“hai forse dimenticato quel pomeriggio?”…“nelle vacanze di Natale”…“se ti ricordi mi avevi tenuto sulla porta”…“avevi rotto il giocattolo per dispetto”…“mi offendevi in continuazione”…“sei sempre stata provocatoria”…“avevo ritirato la denuncia ma ora non lo rifarei”…“ti meritavi questo e di peggio”.

Una rievocazione esasperata dei dettagli e dei particolari che offusca il senso del presente: essere lì, trovarsi insieme a parlare del futuro del proprio figlio, cercando di organizzarlo nel modo più indolore, oltre le scorie e i detriti della separazione. Invece si chiude a doppia mandata la porta di quel sentimento che un tempo si chiamava “amore” e si aprono cento finestre ai ri-sentimenti e al desiderio di rivincita. Anche se non fisicamente presente il figlio è lì, al centro della disputa, oggetto delle rivendicazioni reciproche. Ogni parola che si spende, ogni desiderio che si esprime è intenzionalmente finalizzato al suo bene. Ma se rimane il rancore del passato che si rinnova nell’incomprensione del presente difficilmente possono essere rimossi gli ostacoli alla realizzazione di un progetto di vita per lui. Una tara che pesa non poco, questa, perché la gestione dei figli è pur sempre l’aspetto più importante da definire in una crisi di coppia.

Partono dai rispettivi punti di vista, il padre e la madre,  e non potrebbero fare altrimenti, cercano di riscrivere il presente, dicono di guardare oltre, mirano lontano. Naturalmente sempre in vista del preminente – anzi di più – dell’esclusivo interesse del minore. Non è una cosa facile convincere e convincersi che mentre il tempo passa tra attacchi e difese, accuse e risposte, obblighi e divieti, intanto il figlio cresce come un fiore costretto a farsi largo tra cespugli di ortiche. I genitori-giardinieri invece che sradicare le male piante seminano gramigna e preparano il campo di battaglia. I genitori-generali danno ordini a quella parte di sé che è genitore-soldato: scavare una trincea, erigere una barricata, chiudere il fortilizio, alzare il tiro.

Intanto la vita passa e va, tra schioppettate inutili e dannose. Usare il buon senso, assecondare la natura, non esasperare le situazioni, lasciare sempre uno spazio alla speranza: potrebbero invece essere queste le buone e innocue armi da mettere in campo. Molto spesso è infatti il destino che compie la sua parte, oltre le rispettive presunzioni, che lo si voglia o no.

Ma la Cina pensa davvero di prepararsi a una guerra?

Enrico Farinone

Un documentato articolo pubblicato su Foreign Affairs è significativamente titolato “Xi Jinping dice di star preparando la Cina per la guerra”. Ma è il sottotitolo che inquieta ancor di più: “Il mondo dovrebbe prenderlo sul serio”. Gli autori del pezzo, John Pomfret e Matt Pottinger, riprendono e analizzano i quattro diversi discorsi che il capo supremo della Cina ha tenuto lo scorso mese, nei quali con nettezza ha posto in primo piano il tema di una possibile guerra della quale Pechino potrebbe essere parte attiva. A conferma di ciò, vengono ricordate le più recenti decisioni assunte dal Dragone: l’incremento del 7,2% del budget militare (di suo già duplicato nella scorsa decade); la costruzione di bunker di protezione da raid aerei nelle città prossime allo stretto di Taiwan; la creazione di uffici per la “mobilitazione di difesa nazionale” in ogni area geografica del grande Paese; l’emanazione di nuove leggi per il pronto impiego della forza militare. E’ facile immaginare – sostengono gli articolisti – cosa tutto ciò significhi: “se Xi si dice pronto per la guerra, sarebbe folle non prenderlo in parola”.

Ed in effetti vi sono altri segnali alquanto preoccupanti, quali ad esempio il preciso invito rivolto all’industria privata (e sappiamo cosa voglia dire la parola “invito” in una dittatura…) a servire l’interesse superiore della nazione, in questa fase rappresentato soprattutto dai suoi obiettivi militari e strategici: il primo di essi è la riunificazione di Taiwan con la madre patria. Un obiettivo ormai ritenuto fondamentale, addirittura associato con il “ringiovanimento” della nazione e che pertanto indurrebbe Xi a utilizzare la forza pur di conseguirlo.

Ora, è evidente che un simile ragionamento va in rotta di collisione con gli USA. Il warning di Foreign Affairs ha dunque un suo fondamento. Anche perché il rafforzamento dell’asse con Mosca, su uno scacchiere diverso, va nella medesima direzione, appunto lo scontro con Washington. Un asse per di più completamente sbilanciato a favore dell’Impero di Mezzo. La debolezza russa, paradossalmente accentuata da una guerra che al contrario avrebbe dovuto significare il ritorno della Russia al centro della geopolitica mondiale, è tale che il Cremlino ha accettato di divenire il primo paese esportatore di idrocarburi in Cina, ma a prezzi di saldo, pur di poter vendere una materia prima che le sanzioni occidentali non rendono più esportabile in Europa.

Quindi Xi mantiene una certa ambiguità sulla guerra ucraina, tradotta in un “piano di pace” che Putin non ha potuto respingere e che lo stesso Zelensky si è detto disponibile a prendere in considerazione (per meglio dire il Presidente ucraino ha invitato la Cina al dialogo, cercando così di trovare un interlocutore non alleato col quale provare ad esplorare qualche ipotesi di soluzione al conflitto). Ciò che pare di scorgere dietro la nebbia del tatticismo più o meno intessuto di diplomazia, e non è una buona notizia, è la volontà cinese di creare un fronte antiamericano assai ampio che trae oggi dallo scontro che si sta svolgendo in Ucraina linfa propagandistica contro un Occidente che pretenderebbe di governare il mondo ma che non ha né l’autorità morale, né la potenza economica (e in prospettiva neppure militare) per poterlo fare. Dove per Occidente, però, Pechino legge soprattutto Stati Uniti d’America, mentre Mosca intende associare in questa espressione effettivamente l’intero Occidente e dunque anche l’Unione Europea (che invece è per i cinesi il ricco mercato terminale della loro Belt & Road Initiative, la Nuova Via della Seta).

In un tale scenario, il preoccupato monito dell’autorevole rivista americana probabilmente andrebbe considerato con una qualche attenzione.

AsiaNews | Al confine tra Europa e Asia rispunta l’indipendentismo ceceno

Vladimir Rozanskij

Nel centro di Groznyj, capitale della repubblica russa della Cecenia nel Caucaso settentrionale, sul prospekt Kadyrov dedicato al “fondatore della patria” Akhmat, padre dell’attuale presidente Ramzan, sono apparsi striscioni e video-banner inusitati. Le scritte e i volti su sfondo rosso-scuro inneggiano ai rappresentanti della “intelligentsija Vajnakhskaja”, i sostenitori dell’indipendenza dell’Ičkeria, lo Stato ceceno-inguscio per cui si è consumata la lunga guerra civile del post-comunismo.

I Vainachi erano quelle tribù, stanziate nelle regioni del Caucaso, che hanno dato origine all’attuale popolo ceceno, al gruppo etnico degli ingusci e ad altri della regione, secondo una definizione apparsa tra gli etnografi all’inizio del XX secolo. Con questo termine si volevano indicare i portatori delle antiche lingue derivate da quella “nakhskaja”, in una rilettura delle radici piuttosto oscure dei popoli di questa area antica e multiforme, al confine tra Europa e Asia.

Lo schermo degli striscioni propagandistici espone le immagini dello scrittore degli anni ‘70 Abuzar Ajdamirov, autore dell’inno dell’Ičkeria, e dell’eroe della guerra civile Jusup Temirkhanov, condannato per l’assassinio del comandante russo Jurij Budanov, che aveva rapito e ucciso la 18enne cecena Elza Kungaeva. Compaiono anche il chirurgo Khasan Baiev, molto attivo durante il conflitto, e il cantore dell’indipendenza cecena, lo scrittore Abdurakhman Avtorkhanov.

Il primo a diffondere le immagini del video-banner sulla sua pagina Facebook è stato il noto imprenditore Juni Uspanov, da alcuni detto il “cuoco di Kadyrov”, ristoratore premiato nel 2011 come “eroe civile”. I suoi ristoranti, diffusi in tutto il Caucaso, sono rinomati non solo per i piatti prelibati, ma anche per le esposizioni che ne fanno dei veri musei della storia dei popoli caucasici, e anche gli interni sono sempre arredati in stile locale.

Il richiamo agli indipendentisti dell’Ičkeria risulta provocatorio nel contesto della guerra in Ucraina, di cui il presidente ceceno è uno dei principali sostenitori e animatori, in sintonia – ma anche in concorrenza – con l’altro famoso guerrafondaio, il “cuoco di Putin” Evgenij Prigožin. Se quest’ultimo sembra pronto a candidarsi come avversario di Putin alle elezioni presidenziali del 2024, Kadyrov da qualche tempo lascia intendere che se la Russia non gli darà il dovuto spazio politico, potrebbe virare di nuovo sulla separazione.

Avtorkhanov è stato il grande dissidente dell’epoca sovietica ai tempi della seconda guerra mondiale, quando per sostenere la causa dell’indipendenza dell’Ičkeria aveva deciso di appoggiare il regime nazista in Germania, con motivazioni simili all’eroe dell’indipendenza ucraina Stepan Bandera. La “denazificazione dell’Ucraina”, motivazione iniziale dell’invasione putiniana, si riferiva proprio a queste tendenze, che sembrano riprodursi sul versante caucasico.

Il chirurgo Baiev ha salvato la vita a uno dei capi della guerra cecena contro i russi, il comandante Šamil Basaev, amputandogli una gamba direttamente sul campo. È stato poi perseguitato sia dai combattenti ceceni sia dalle forze federali putiniane, e ancora oggi vive e lavora a Groznyj.

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-ritorno-dellIčkeria-nel-Caucaso-russo:-separatismo-ceceno-minaccia-Putin–58087.html

[Fonte: AsiaNews – 31 marzo 2023]

La Voce del Popolo | La monocrazia alla Berlusconi compiace anche la Schlein

La scelta dei nuovi capigruppo di Pd e Forza Italia ci ricorda che i partiti di oggi sono forze monocratiche. È il leader che sceglie in larga misura la classe dirigente e dirime a modo suo le controversie interne. Cosa che dalle parti di Berlusconi è sempre accaduta (fin troppo), e dalle altre parti (non solo quelle del Pd) comincia a capitare con crescente frequenza. 

I due casi non sono paragonabili, si dirà. Il Cav. è padre padrone del suo partito fin dalle origini. E se ora è calato il sipario sulla commedia di un finto ricambio della classe dirigente, si può quasi apprezzare la sincerità con cui si regolano i conti da quelle parti. Mentre nel Partito Demo- cratico Elly Schlein può almeno vantare a suo favore la partecipazione massiccia di migliaia e migliaia di militanti che hanno animato le primarie. 

Resta il fatto che una volta scelto il leader, il resto sembra discenderne in modo quasi inesorabile. E il ricordo di quando, nei lontani anni settanta del secolo scorso, Gerardo Bianco (nella foto) si fece alfiere dei “peones” democristiani riuscendo a farsi eleggere contro lo stato maggiore del suo partito si fa ancora più lontano e quasi inverosimile. 

Eppure un po’ di contesa nei partiti farebbe bene alla loro salute. Non il litigio quotidiano, s’intende. Ma almeno una sana competizione che dia voce anche a quei malumori, a quelle ambizioni, a quelle forme di indisciplina che fanno parte di storie democratiche mai troppo appagate dal conformismo. Tutte cose che non vanno più di moda, è risaputo. Sostituite però da un rito di ubbidienza che non convince fino in fondo.

Fonte: La Voce del Popolo – 30 marzo 2023

[Testo qui riproposto per gentile concessione della direzione del settimanale della Diocesi di Brescia. Titolo originale: “Un po’ di contesa farebbe bene ai partiti”]

Il futuro partito di Calenda accetti la sfida del pluralismo

In vista dell’avvio della fase costituente del cosiddetto “terzo polo” con l’obiettivo di dar vita ad un partito unico di quest’area centrista, riformista e di governo, c’è un nodo che ancora attende di essere sciolto e che rappresenta il vero salto di qualità a livello politico e culturale. E forse, e quasi sicuramente, anche sotto il versante del consenso. Ovvero, il futuro partito di centro sarà un soggetto politico autenticamente ed organicamente “plurale” al suo interno? Perchè proprio attorno a questa domanda si gioca un passaggio decisivo e cruciale per capire la stessa identità culturale e il profilo politico di quel partito. È persin inutile ricordare che un partito di centro – riformista e di governo – nella storia democratica del nostro paese non può ridursi ad essere una sorta di rinnovato partito repubblicano o liberale o tardo azionista. Ciò significherebbe relegare quell’esperienza politica a giocare un ruolo del tutto marginale e periferico nello scacchiere politico italiano. Come, e specularmente, nessuno pensa – salvo qualche simpaticone nostalgico e fuori tempo e fuori luogo – di dar vita ad un partito cattolico fortemente identitario e neo confessionale se non addirittura di stampo neo clericale. No, la vera scommessa e la vera sfida politica è quella di saper costruire un luogo politico autenticamente plurale dove la capacità di chi guiderà il partito è quella di saper elaborare un progetto che faccia sintesi dei vari filoni ideali democratici e riformisti che vi partecipano.

Sotto questo versante la fase costituente del partito è decisiva e cruciale. Almeno su due aspetti.

Innanzitutto quando si parla di fase costituente di un partito è necessario garantire e praticare una vera e non virtuale apertura a tutti quei mondi vitali e culturali che si riconoscono in una potenziale prospettiva centrista e riformista. Nessuna deriva autoreferenziale e nessun tentativo di escludere a priori, in virtù di strane e singolari pregiudiziali politiche o ideologiche, alcune tradizioni culturali ed ideali rispetto ad altre. Inoltre, la fase costituente di un partito è credibile nella misura in cui apre un vero dibattito nel paese senza alcuna preoccupazione di garantire e consolidare rendite di posizione o di salvare leadership che si sono affermate legittimamente nel frattempo. Un aspetto, questo, decisivo per valorizzare e salvaguardare quel pluralismo che era e resta la vera cifra distintiva di un partito autenticamente democratico, plurale, popolare e liberale.

In secondo luogo va garantita la cosiddetta contendibilità interna al partito. Ovvero, certificare la possibilità – attraverso norme statutarie certe, sottoscritte e condivise – che la leadership politica va conquistata sul campo attraverso un vero ed autentico percorso democratico e partecipativo. Nulla di nuovo, del resto, rispetto all’impianto democratico e trasparente dei partiti del passato che, almeno su questo versante, non possono essere visti ed interpretati come strumenti inservibili e da criminalizzare sotto il versante politico e culturale. E, inoltre, questa è l’unica strada concreta per battere alla radice qualsiasi tentazione di “partito personale” o di un banale cartello elettorale prolungamento delle volontà del “capo”. Elemento, questo, che era e resta il vero nemico da battere dopo una lunga stagione caratterizzata dal populismo grillino che ha distrutto i partiti, ridicolizzato le culture politiche, azzerato la militanza, cancellato il radicamento territoriale e indebolito la qualità e l’autorevolezza delle classi dirigenti politiche ed amministrative.

Ecco perchè la fase costituente di un partito – nel caso specifico di un partito di centro che vuole perseguire una vera e credibile “politica di centro” – non può e non dev’essere affrontata con leggerezza e con disinvoltura. Ogni cedimento sul terreno della partecipazione democratica, della collegialità decisionale, dell’apertura verso l’esterno e della piena valorizzazione del pluralismo culturale, rischia di mettere in discussione l’intero progetto politico. Insomma, si tratta di un “avviso ai naviganti” che non può essere nè sottovalutato e nè ridimensionato.

Prosciutto plastic free. Via le vaschette, nuova vita alla carta.

Il Parma è una delizia. Tant’è che non si spende neanche la parola prosciutto, basta dire Parma. E una delizia ha bisogno di liberarsi per arrivare al gusto di chi lo può apprezzare. Ma liberarsi da cosa? 

Adesso il Parma vuole liberarsi dalla plastica. Necessaria perché è il modo per arrivare a tutti (nel mondo si calcola che siano 90 milioni le confezioni di prosciutto in fette), ma nello stesso tempo sappiamo che è una nemica dichiarata dell’ambiente. E allora il Parma proverà ad arrivare ovunque avvolto nella carta anziché nelle vaschette di plastica. Sembra utopico, ma i produttori del consorzio traguardano questo obiettivo per i prossimi anni, seguendo quanto emerso da uno studio realizzato negli ultimi due anni e presentato a Cibus connecting.

“Noi contiamo in tempi relativamente brevi di cambiare dalla plastica alla carta – dice Paolo Tramelli, marketing manager del Consorzio del Prosciutto di Parma. Questo procedimento consente una conservazione addirittura migliore. Per passare poi a un materiale completamente compostabile (quindi anche recuperabile alla fine del ciclo. ndr). Per questo ci vorrà un po’ più di tempo perché lo studio su questi materiali è in corso. Un domani però si arriverà sia all’utilizzo di materiali completamente riciclati che compostabili”.

Pensiamo solo al contenitore o al contenuto? È possibile migliorare ancora un prodotto che è già un’eccellenza riconosciuta ovunque? “Certo che è possibile” dicono quelli del consorzio che hanno messo mano al rigoroso disciplinare introducendo importanti migliorie. “Si parte dalla genetica dei maiali fino ad arrivare alla stagionatura, che aumenterà, e alla riduzione del tenore del sale presente nel prosciutto – aggiunge Tramelli. Quindi un insieme di regole che ci aiuteranno a rendere la dop Prosciutto di Parma ancora più distintiva rispetto al prosciutto crudo generico e anche una maggiore trasparenza e rafforzamento dei controlli”.

[Fonte: Askanews – 30 marzo 2023. Titolo originale: “Prosciutto di Parma: elimineremo 90 milioni di vaschette plastica”.]

L’Osservatore Romano | Leggenda della fantasia moderna. Teologia e guerre stellari.

Quando nella seconda metà degli anni Settanta i primi film di George Lucas videro la luce, un nuovo mondo di fantasia si apriva per l’uomo moderno. Tutto il mondo dello spettacolo (che poi produsse sequel, prequel, fumetti e serie televisive) rimase incantato da queste nuove storie, che ancora oggi hanno successo senza perdere il loro fascino. Ed è così che Lucas cercò di «creare un racconto morale, divertente e molto identificabile», come scrive Benjamin D. Espinoza, curatore del volume Theology and the Star Wars Universe (Lanham, Lexington Books, 2022, pagine 250, dollari 35), una raccolta di saggi di diversi autori che tentano di avvicinarsi, attraverso le lenti di concetti offerti dalla teologia cristiana, al mondo di fantasia delle guerre stellari.

Quattro sono le parti che compongono l’opera. La prima comincia con la premessa, nonché spiegazione, del perché “teologizzare” quest’opera. La comparazione tra i cavalieri Jedi con i monaci risulta più che evidente, dato che «analizzare Star Wars attraverso le lenti della religione, la teologia o la spiritualità non ci sorprende, con temi come la speranza, la vendetta, la redenzione, la riconciliazione, il bene e il male, la liberazione, temi tutti questi profondamente radicati nella serie. Star Wars è pieno di analisi teologiche».

Nella seconda parte (Le teologie dei Jedi), invece, si affrontano temi cruciali come la forza, gli eroi e le loro gesta. Un’eco che risuona nella comparazione con gli “eroi” del capitolo 11 della lettera agli Ebrei, infatti: «Pensare in termini di eroismo attraversando queste due collezioni di storie ci aiuta a vedere realtà indiscutibili sulla vita umana e sulla diversità». Ci mostra anche — si legge nel saggio di Bethany Keeley-Jonker e Robert Keeley — «la promessa fatta attraverso la morte e risurrezione di Cristo». Un altro tema è l’ascetismo e la lotta tra la luce e la sua oscurità nella figura misteriosa e attrattiva dei “Sith”, come mostra Nathan García nel suo saggio. Si evidenzia la necessità di un maestro, come anche il bisogno di una relazione virtuosa tra maestro e discepolo, arrivando addirittura a compararlo con il cammino dell’ascensione spirituale. Questa sezione si chiude con una demistificazione tanto dei Jedi come del clero.

Teologie politiche è il titolo della terza parte nella quale si sottolinea l’accento tra «l’opposizione» o «modo di vedere» la vecchia religione così come il vecchio credo, mettendo a fuoco personaggi come Ahsoka, Tano e Luke che mettono in discussione la visione contraddittoria dell’ordine Jedi, arrivando addirittura a reinterpretarla. Visione questa che scatena una prospettiva di non-violenza difesa da un anziano Luke, che è in netta sintonia con la visione cristiana contraria alla violenza. In questo capitolo c’è anche un saggio dedicato al misticismo nella serie.

Chiudendo questo ciclo di saggi a più voci, l’ultimo capitolo si apre con un dialogo tra questa serie di fantascienza e i pensatori del passato. Ed è Jonathan Lyonhart che, approfittando della dualità che c’è tra luce e ombra tanto caratteristica nella serie, inizia un dialogo col manicheismo, rifiutato e combattuto da sant’Agostino. Shaun Brown, dal canto suo, mette alla prova il termine “speranza”, che il cristianesimo ha forgiato lungo i secoli, con il filo narrativo delle Guerre stellari che basa, a sua volta, l’unità della narrazione appunto su questo stesso termine. Ruan Duns invece si distanzia nel suo articolo dall’equiparare lo Spirito Santo con la Forza. E in una altrettanto interessante disquisizione, Russel Johnson, prendendo spunto da Albert Camus, critica «il valore degli eroi» presentando a sua volta la figura dell’antieroe. Prende come scenario il film L’ultimo Jedi, dove si vede Luke che chiede a Rei quale sia il ruolo che lei rappresenta in questa storia, dato che il suo sangue non unisce le grandi dinastie del mondo di Star Wars, essendo lei però potente nella Forza. È così che devierebbe «i pilastri della speranza della Resistenza» verso personaggi minori che sorprendono per l’unione con la Forza. Johnson mette in guardia: «A partire da questo film occorre rammentare ai cristiani di non mettere i santi sui piedistalli e ignorare i loro fallimenti. Fare questo non è solo falsificare le loro vite, ma privarci addirittura dalla testimonianza della fede ordinaria».

Uno degli aspetti più interessanti di questo volume curato da Espinoza, al di là degli approfondimenti dei diversi articoli e saggi ivi presentati, è senz’altro la varietà di temi affrontati. È evidente che non omnibus omnia e quindi, nella sua lettura, uno può consultare i capitoli o le tematiche che possano sembrare più interessanti al lettore. Ma d’altro canto è degno di menzione l’interesse nell’avvicinare e interpretare, sotto la luce di Guerre stellari, l’uomo di oggi e cristiano a uno dei più grandi «miti della modernità», a questa formidabile «leggenda della fantasia moderna», a questo mondo della Forza impastato di luce e ombra, di bene e male. Costituisce senza dubbio uno sforzo umano e un valore umanistico il voler parlare con l’uomo moderno con il linguaggio che non potrà mai morire: quello dell’immaginazione, dove simbolo, immagine, mito, si mescolano in una narrativa che in fin di conti è chiamata a trascendere l’anima umana e la stessa storia dell’uomo.

Bloccare i sistemi d’intelligenza artificiale? Almeno per sei mesi, dice Musk.

Il miliardario Elon Musk e una serie di esperti del settore tech hanno firmato un appello per chiedere una pausa nello sviluppo dei potenti sistemi di intelligenza artificiale (AI) per concedere il tempo necessario a elaborare regole per il suo controllo. La lettera aperta, firmata finora da più di 1.000 persone tra cui Musk appunto e il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, è stata sollecitata dal rilascio di GPT-4 dalla società OpenAI di San Francisco. L’azienda afferma che il suo ultimo modello è molto più potente della versione precedente, utilizzata per alimentare ChatGPT.

“Questi sistemi di intelligenza artificiale possono comportare gravi rischi per la società e l’umanità”, afferma la lettera aperta intitolata “Pause Giant AI Experiments”. “I potenti sistemi di intelligenza artificiale dovrebbero essere sviluppati solo quando saremo sicuri che i loro effetti saranno positivi e i loro rischi saranno gestibili”, ammoniscono i firmatari del testo. 

Musk è stato un investitore di OpenAI, ha trascorso anni nel suo consiglio di amministrazione e la sua azienda automobilistica Tesla sviluppa sistemi di intelligenza artificiale per aiutare a potenziare la sua tecnologia di guida autonoma, tra le altre applicazioni. La lettera, pubblicata dal Future of Life Institute finanziato da Musk, è stata firmata da importanti critici e concorrenti di OpenAI come il capo di Stability AI Emad Mostaque.

“Invitiamo tutti i laboratori di intelligenza artificiale a sospendere immediatamente per almeno 6 mesi lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale più potenti di GPT-4”, si legge nella lettera che chiede ai governi di intervenire e imporre una moratoria se le aziende non fossero d’accordo.

I sei mesi dovrebbero essere utilizzati per sviluppare protocolli di sicurezza, sistemi di governance dell’AI e riorientare la ricerca per garantire che i sistemi di intelligenza artificiale siano più accurati, sicuri, “affidabili e leali”.

Fonte: Agenzia Italia – 29 marzo 2023

Dibattito | Di centro, conservatore e liberale. Spunti per un…partito cattolico.

Davvero suona così scandalosa l’idea di un partito cattolico? Davvero la nascita di un soggetto politico identitario di matrice cattolica rappresenterebbe un vulnus alla laicità e, allo stesso tempo, un tradimento dei principi della dottrina sociale della Chiesa? Davvero il destino dei cattolici in politica dopo la stagione della Dc (che, è bene ricordarlo, non era un partito cattolico, tutt’al più d’ispirazione e con un lascito in tal senso a ampiamente fallimentare) e suoi epigoni, è quello della “diaspora”, che si scrive diaspora ma si legge irrilevanza? Credo si tratti di domande, e molte altre ne se ne potrebbero aggiungere, dalle quali tanto dopo l’esito delle elezioni del 25 settembre scorso quanto, e soprattutto, dopo la violenta (ma non inattesa, chi ha orecchie intenda) torsione in senso radicale e massimalista del Pd targato Schlein non è più possibile sottrarsi. Né può essere un caso se da un recente sondaggio di YouTrend per SkyTg24, di cui molto si è già parlato e che giustamente continua a far discutere, sia emerso che un italiano su quattro è favorevole alla nascita, appunto, di un partito cattolico. Si tratta anzi di un risultato che, anche al netto del fatto che i sondaggi vanno sempre maneggiati con molta cura, rappresenta un segnale importante perché dice non solo dell’esigenza, per altro già manifestatasi a più riprese negli ultimi anni, di un rinnovato impegno dei cattolici in politica; ma, ed è questo l’aspetto di novità, dell’esigenza di un rinnovato impegno unitario dei cattolici in politica. Il che già di per sé connota una precisa scelta di campo. 

Sulle ragioni che stanno o che starebbero dietro una simile presa di posizione si è già detto e scritto molto, ma si tratta in fin dei conti di una questione secondaria. Il tema vero è che c’è voglia, si sente il bisogno di un partito cattolico. Dalla fine della Dc la questione della presenza dei cattolici in politica ha visto l’affermazione – oltre a sacche residuali a vario titolo eredi o che come tali si proponevano dello scudo crociato – del modello, lo si accennava poc’anzi, della “diaspora” cristallizzatosi nella stagione del cosiddetto ruinismo. Si trattava in sostanza di una presenza non organizzata in un (unico) partito di riferimento, ma articolata in più formazioni (quando non articolata affatto) che a vario titolo si rifacevano (o come tali si proponevano) all’esperienza del popolarismo sturziano, e il cui obiettivo era quello di trovare di volta in volta una convergenza su temi e contenuti precisi innervando, per così dire, dal di dentro i vari schieramenti in campo. E se va dato atto del fatto che quella stagione un qualche risultato l’ha ottenuto, è altrettanto vero che – parallelamente al venir meno (anche se non direttamente collegato ad esso) del ruolo della chiesa italiana nella società e nella politica – soprattutto gli ultimi anni sono stati contrassegnati da una crescente e sostanziale irrilevanza delle istanze ultimamente riconducibili all’alveo della dottrina sociale della chiesa. 

Anche un resoconto approssimativo dei provvedimenti e delle leggi varate dagli ultimi governi fa emergere con straordinaria evidenza quanto quelle istanze siano state per nulla recepite se non calpestate, al punto che l’Italia non solo non è più un paese cattolico, se non nominalmente; ma non è più neanche un paese per cattolici. La qual cosa è apparentemente paradossale se solo si pensi che alla guida dei succitati governi vi erano esponenti sedicenti cattolici. Ora dal momento che non si scorgono all’orizzonte segnali di un sostanziale cambio di rotta, risulta essere oltremodo velleitario, oltre che scarsamente lungimirante, insistere con quel modello. Se a ciò si aggiunge che da più parti si invoca il superamento dell’attuale legge elettorale per un ritorno ad un sistema proporzionale – ciò che indubbiamente rappresenterebbe un framework più favorevole di quello attuale – ecco la prospettiva di una formazione politica unitaria e identitaria di matrice cattolica non può non essere presa seriamente in considerazione. Tanto più, anche questo va detto, in un frangente come quello attuale in cui la Chiesa italiana, o quanto meno ampi settori di essa, nonostante gli appelli affinché i cattolici siano più presenti nel dibattito politico, sembra non voler più opporre alcuna resistenza alla deriva secolarista e laicista che solo un cieco potrebbe non vedere (e di cui l’attuale corso del Pd è esempio lampante), essendo altre le urgenze, altri i problemi che sembrano stare in cima all’agenda ecclesiale.

Da questo punto di vista è anzi quanto mai urgente che soprattutto il laicato cattolico maturi al più presto una rinnovata coscienza sia della gravità delle sfide e della posta in gioco, in primis a livello antropologico, sia dell’importanza del proprio ruolo, riaffermato con forza dal Concilio Vaticano II e dal magistero successivo fino alla definitiva archiviazione della figura del vescovo-pilota. La nascita di una nuova formazione politica cattolica avrebbe anche un doppio valore di natura, per così dire, extra politica. Da un lato fungerebbe da cartina di tornasole sullo stato di crisi in cui versa il cattolicesimo in Italia, posto che c’è da scommettere che una simile operazione verrebbe criticata, se non osteggiata, primariamente in seno al cattolicesimo in quanto giudicata “divisiva” e, quindi, eterodossa rispetto allo zeitgeist contemporaneo; dall’altro, sarebbe anche l’occasione per affrontare (e auspicabilmente risolvere) quello che a tutti gli effetti è un limite delle moderne democrazie liberali.

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Quando finisce un amore…Padri e madri a confronto con i figli.

In genere i conflitti genitoriali riguardano figli minori molto o relativamente piccoli. A cominciare dalla prima fase dell’adolescenza, i ragazzini e le ragazzine compensano in parte il fatto di essere “contesi” da entrambi i genitori con occasioni di socializzazione extra domestiche, a partire dalla scuola e dalle frequentazioni dei coetanei. Non mancano le debite eccezioni che peraltro coincidono con i casi più dolorosi, quelli che presentano un elevato indice di coinvolgimento emotivo nelle vicende sentimentali del padre e della madre, sovente vissuti con sofferta partecipazione.

Questo accade in particolare quando uno dei due genitori, se non entrambi, chiedono più o meno esplicitamente al figlio o alla figlia di parteggiare, di schierarsi dalla loro parte forzando inevitabilmente i suoi spontanei sentimenti. Quando il conflitto si fa così aspro, costellato da episodi incongruenti o dannosi e comunque da situazioni ingarbugliate sotto il profilo emotivo, sono gli stessi genitori che allargano il fronte della contesa invocando reciprocamente e molto spesso anche per il figlio la necessità di valutazioni del profilo personologico e comportamentale, al fine di individuare ed evidenziare eventuali patologie da curare o rimuovere. 

Si rivolgono pertanto di loro iniziativa a “consulenti tecnici di parte”(CTP) o sollecitano perizie d’ufficio (CTU), per avere una descrizione analitica e particolareggiata del carattere e dei comportamenti del figlio e magari la chiedono anche a carico dell’altro genitore. Se non disposte motivatamente da chi ne ha la responsabilità, si tratta in genere di scelte ossessive che esasperano e acuiscono realtà già compromesse, vanno nella direzione della  problematizzazione dei vissuti e costringono sovente i figli  a estenuanti sedute terapeutiche, oggettivamente non necessarie. Eppure ci sono padri e madri che ritengono con lucida determinazione che questa scelta rientri nei propri doveri genitoriali, alla stregua di quelli che natura e buon senso solitamente attribuiscono loro: il mantenimento, l’affetto, le cure, la tutela.

Come dire: pane, amore e perizie a 360°. Che cosa mette vicendevolmente in competizione i padri e le madri nei confronti dei loro figli? Sicuramente – prima di ogni altra cosa- la paura di perderli. Non è solo il timore della privazione di un rapporto di ‘fisicità’, di frequentazione, c’è anche l’ansia, la preoccupazione che vengano espropriati i sentimenti, le relazioni, gli affetti. Sono le ragioni del cuore quelle che spingono i genitori a spendersi nella contesa: se mai ne esiste una è la metafora della ‘lancia’ e dello ‘scudo’ quella che più compiutamente ne spiega i comportamenti. Da un lato devono attrezzarsi per la difesa ad oltranza: rintuzzare gli attacchi dell’altro contendente, ritagliarsi uno spazio di gestione del figlio, una specie di fortino invalicabile, un presidio, uno zoccolo duro da cui partire per realizzare strategie di appropriazione e di conquista, spostando sempre più in là il confine dei propri diritti.

Dall’altro sono costretti generalmente ad attaccare per primi, cercando di evidenziare le carenze altrui, utilizzando in modo improprio il figlio conteso: una ‘testa d’ariete’ per sfondare il fronte avverso. Quando queste strategie riescono in genere producono risultati dannosi per sé e per i figli stessi. Ogni volta che ci sono relazioni sentimentali che si chiudono ciò non avviene solitamente in modo improvviso e repentino, si tratta in genere di un lento declino dei rapporti affettivi che sfocia in una decisione a volte unilaterale e altre volte condivisa: concludere, finire, voltare pagina, magari ricominciare altrove. Se c’è un figlio di mezzo bisogna considerare che ogni decisione che riguarda la vita di coppia dei suoi genitori ricade, nel bene o nel male, anche e soprattutto su di lui, che in genere – per età o inconsapevolezza rispetto ai loro vissuti – è estraneo alle ragioni del conflitto e ne subisce solo le ricadute.

La storia rimane “a tre” (pensando al caso tipico di due genitori e un figlio) e comunque “al plurale” ma va riscritta da capo. A volte i genitori ce la fanno da soli: prendono atto della fine del rapporto e civilmente e pacificamente si dividono responsabilità, presenze, diritti e doveri che riguardano la prole. Riescono a programmare anche una fase così delicata cercando di evitare al figlio il trauma della rottura, sfumano le presenze, attenuano i toni della separazione, mantengono un clima di cordiale coesistenza, creano un ambiente più ovattato magari coinvolgendo altre figure di sicuro riferimento affettivo nell’ambito del nucleo familiare più allargato (ad es. i nonni, gli zii).  

Ciò comporta, è opportuno interiorizzare questo concetto, che entrambi i genitori sappiano fare un passo indietro rispetto alla prevalenza delle proprie ragioni e un passo avanti verso il benessere emotivo ed esistenziale del proprio figlio. Ovvio che questo interesse “terzo” possa essere riconosciuto e rispettato solo a costo di rinunciare, dall’una e dall’altra parte, al desiderio di voler chiarire tutto, ma proprio tutto, di una vicenda che sarebbe più onesto accettare nell’evidenza della sua attualità. Prendere atto della fine di un rapporto di coppia non è una cosa facile da metabolizzare: ci sono sempre da rimarcare vicende, accuse, manchevolezze, episodi, fatti, circostanze che inevitabilmente riemergono nella narrazione dei rispettivi vissuti.

Visti dalla Francia, i nostri anni di piombo non meritano la giustizia.

“Era già tutto previsto”, cantava Cocciante che è, per parte di madre, di sangue francese e di certe cose ne intuiva in anticipo gli esiti.
In Francia si è deciso che i terroristi responsabili dei nostri anni di piombo non debbano conoscere le nostre patrie galere. Ormai si sono rifatti una vita e sarebbe un peccato sciupargliela.
In Italia ci sarebbe un sistema di giustizia da ultimo mondo, senza le necessarie garanzie per quelli riconosciuti responsabili di omicidi per lotta armata, niente insomma di speciale. Per questo non possono essere prese per buone le condanne a loro destinate.

Oltralpe ne hanno fatta, nuovamente, una di più di Carlo in Francia.
Appena un paio di giorni fa il Guardasigilli Dupond-Moretti ha dichiarato ormai passate le tensioni tra i due Stati cugini, rimarcando l’alleanza tra la grande democrazia italiana e quella francese; solo che, della prima, se ne è messa alla gogna invece, un attimo dopo, la giustizia.
Si apriranno a stento per qualche ora dibattiti su chi abbia storicamente ragione o torto, ma alla fine le parole non sposteranno di una virgola i fatti.
Forse, sul punto, l’Europa avrebbe dovere di dire qualcosa, chiamata alla sua responsabilità di disciplinare la vita dei suoi abitanti, oltre la sua attenzione in merito alla lunghezza accettabile delle zucchine da mettere sul mercato.

Se le dimensioni contano, dovrebbe suonar di scandalo anche il singolare disconoscimento di un sistema di giustizia vigente in uno Stato, messo alla berlina da parte di un altro che apparterrebbe, almeno in teoria, alla stessa comunità di persone.
Si potrebbe essere curiosi di leggere gli eventuali commenti della stampa estera, compresi quelli dei governi, riguardo allo schiaffo in faccia che abbiamo ricevuto. Più verosimilmente fuori dai nostri confini “non c’è emozione, non c’è tensione, nessun dolore”, quindi nessun grido di protesta si leverà né in alto né in basso.
Nel nostro recinto italico, almeno nelle prime ore, non è mancato, al contrario, il pronto grido di “Sinistra ecologista” che si è immediatamente compiaciuta dell’accaduto.
Per il resto, un silenzio assordante dei big della politica. Anche sui giornali il giorno dopo la notizia, tutto sembra messo già in archivio.
Appena un mese fa la Schlein ha dichiarato la necessità di lavorare insieme ai 5 Stelle ed a Sinistra Ecologista per organizzare una opposizione nel paese in Parlamento.

La stessa Sinistra Ecologista che invoca una giustizia sociale e la necessità di un cambiamento. Per la sensibilità, che quel partito di certo avrà per i fenomeni migratori, è possibile che i loro leaders diano il buon esempio e muovano verso la Francia, dove c’è vera aria di libertà e rispetto dei diritti. Ci rassegneremo alla circostanza.
La Schlein, loro compagna di cordata, non li lasci soli. Del resto, chi tace acconsente. Facciano insieme il viaggio verso terre nuove e accoglienti.

Quanto ai terroristi, sappiano che su di loro pende, ancor più di una sentenza, un destino incancellabile. Hanno sprecato proiettili e morti senza che siano riusciti a scalfire il sistema che odiavano.
Non sono soltanto degli sconfitti ma dei falliti, ora tutti rinchiusi in un’altra sopravvivenza, sperando solo di sfangarla per il giorno a seguire.
Si guardassero allo specchio, dovrebbero dirsi che sono i tristi protagonisti di una storia balorda ancor più che sbagliata e che il solo modo di ricominciare sarebbe stato quello di ammetterlo e pagarne le conseguenze.
Così la loro esistenza non è più vita ma solo un arrabattarsi, un andare avanti in uno spazio che gli si è ristretto addosso. Da pretesi eroi sono passati ad un anonimato, dove hanno scoperto peraltro di sguazzare assai bene, trovando finalmente ciò che erano. Ci riferiamo alla autentica dimensione del loro nulla, che ha prodotto però infinito dolore. Incapaci di darsi delle risposte perché incapaci di porsi delle domande, ciò che solo possono vantare è drammaticamente la loro assenza di senso, perduti nel grande secchio del vuoto di tutto, che abitano e compongono all’un tempo. Quando si ha a che fare con il sangue degli innocenti non c’è acqua che possa passare. E’ ferma a formare il ristagno indelebile delle loro coscienze.

Non hanno un’oncia della grandezza dei vinti, perché solo a quelli che hanno combattuto lealmente, spetta l’onore delle armi. A chi scappa va solo il dispregio che si deve ai vili. Al meglio, sono solo dei guappi di cartone.
Per la storia che si racconterà, le loro eventuali memorie del resto non interesserebbero a nessuno. Rintanati nel loro guscio, niente hanno da condividere con lo spirito del miserabile e magnifico Jean Valjean e del popolo buono, innocente e perseguitato di Victor Hugo.
La Schlein si faccia due conti: se avesse qualcosa da dire, parli adesso o taccia per sempre. Non si faccia scrupoli: in Francia c’è spazio anche per lei.

Ai Popolari il compito di dare linfa alla rinascita della politica

Forse ai giorni nostri, come e più che nel 1989, si avverte la sersazione di una accelerazione della storia di portata epocale. Allora veniva meno la divisione bipolare del mondo con la fine del centro del “socialismo reale”, l’Unione Sovietica. Un processo avvenuto prevalentemente in maniera incruenta, sebbene accompagnato dalle tremende guerre balcaniche e caucasiche.

Questa volta i cambiamenti di equilibri investono il mondo intero, l’Occidente collettivo col suo “miliardo d’oro”, i Brics che rappresentano oltre il 40 per cento della popolazione mondiale, e il resto del pianeta. In gioco vi è il sistema di governo del mondo con due visioni che sembrano inconciliabili, quella unipolare e quella multipolare. Il sistema unipolare, che ha cercato di imporsi dopo la fine del sistema bipolare Usa-Urss, più per opera di potenti circoli privati che per volontà del popolo americano, dopo aver prodotto un trentennio di guerre nell’area MENA,  tra Medio Oriente e Nord Africa, sembra esser giunto al capolinea. 

In questo secolo non pare più in grado di raccogliere il consenso degli altri blocchi economici e geopolitici. La tentazione di difenderlo con la guerra potrebbe avere un prezzo ben superiore a quello che stiamo già pagando per l’invasione russa dell’Ucraina. Non si può sapere che piega prenderanno gli avvenimenti, sperando che, parafrasando Churchill, la Storia non insista a provare tutte le vie sbagliate prima di imboccare quella giusta. Una cosa però sembra almeno da doversi metter in conto per il futuro: nei prossimi anni, al massimo entro un paio di decenni,  per via politica o, Dio non voglia, con altri mezzi, si assisterà all’esaurimento di un ciclo storico apertosi con la fine della seconda guerra mondiale e all’inizio di un nuovo ciclo storico caratterizzato dalla presenza di molteplici soggetti sulla scena mondiale.

In questa prospettiva appare straordinariamente lungimirante l’invito di Guido Bodrato, che l’altro ieri ha compiuto 90 anni e a cui rinnoviamo i nostri affettuosi auguri, di ripartire dalla cultura per affrontare questo nuovo ciclo storico nel quale, egli ci avverte, rinascerà la politica. Credo che più di altri i Popolari debbano riconoscersi in questo invito. L’Italia dove ormai la maggioranza dei cittadini diserta le urne, la Francia in clima prerivoluzionario, la Germania in forte declino economico, gli Stati Uniti e Israele scossi da profondissime divisioni interne, tutto l’Occidente anela alla rinascita della politica e del pluralismo al posto dell’attuale oligarchia degli ambienti di Davos, dei tecnocrati, di alcuni fra i giganti tecnologici, del pensiero unico imposto da una ristrettissima minoranza di potenti.

In Italia la sinistra con la Schlein sembra invece aver scelto di legare il proprio destino in tutto e per tutto a un universo destinato a scomparire negli anni a venire. Visti gli attuali trend internazionali, tra qualche decennio, o forse anche prima, potrebbe  rimanere ben poco di tutta la costruzione radicale, transumanista, gender, politically correct, unipolarista che spadroneggia in Occidente in modo sempre meno compatibile con il pluralismo, con la ragione e financo con il semplice buonsenso. Per i cattolici democratici e popolari in tali delicate fasi di cambio d’epoca la preoccupazione di stare dalla parte “giusta” della storia (come seppero fare negli anni venti e trenta del Novecento e poi con De Gasperi) non potrà che precedere e fare da cornice alle grandi scelte politiche e programmatiche.

I dubbi sul salario minimo

Ricordo quando Prodi riuscì a vincere la sfida del cambio contro il marco tedesco, proiettando l’Italia della moneta unica nell’Europa economica. La lira, vecchia gloria della nostra economia, non era più competitiva. Con tutti i dubbi della banca tedesca entrammo nell’euro. Ci si potrebbe chiedere cosa centri questo col salario minimo. Nelle settimane successive al cambio lira-euro non vennero istituite le commissioni provinciali per il controllo dei prezzi. Morale della favola, tutti si aggiustarono col cambio da soli, e le piccole e medie imprese commerciali arrotondarono il preziario, aumentando di fatto il costo di ogni prodotto. 

Ma gli stipendi degli italiani non raddoppiarono come il costo del caffè. I problemi derivati dall’euro, in Italia, non sono quindi da imputare unicamente al cambio internazionale, bensì a un problema interno. Temo che l’Italia del salario minimo possa trasformarsi nell’Italia del minimo salario, attraverso un processo similare. È ovvio che in un momento di grave crisi economica come il nostro, molti siano allettati dall’idea di un’imposizione governativa di una retribuzione minima ordinaria, da cui nessuna impresa potrà scendere quando assumerà. 

Chi ci assicura però che le parti datoriali non si sfileranno da quei contratti collettivi che hanno livelli più alti, per applicare solo il minimo di legge? E non si troveranno impoveriti quei lavoratori che per anzianità o qualifiche percepiscono o percepiranno una paga oraria superiore alle 9 euro lorde l’ora? Inoltre, quando l’inflazione continuerà a salire, e il prezzo dei beni e dei servizi salirà, come faremo, senza una contrattazione sindacale, a rivedere i salari? Chiederemo una legge per l’abolizione del salario minimo? 

Come lo è stato per l’euro, temo che il problema della gestione interna sarà cogente in un Paese come il nostro, in cui le zone d’ombra sono più vaste di quelle visibili alla luce.

Da lontano…per capire la ribellione al modello di liberismo autocratico.

Spesso è ai margini che nascono le idee migliori e rivoluzionarie. È dai confini, dove si intersecano direzioni diverse e le voci hanno bisogno di traduzione, che il futuro si può toccare con mano perché arriva prima. In questi luoghi la dimensione locale non è uno spazio angusto e recintato, ma è il globale stesso, nella sua forma piena, molto più che nelle metropoli.

Per ragioni di ricerca scientifica mi trovo in Brasile, ospitato dagli indigeni Tikmũ’ũn dello stato del Minas Gerais. I risultati delle elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia del 2-3 Aprile mi arriveranno quando sarò in mezzo a fazzoletti di foresta tropicale. In questo contesto, in cui il locale e il globale condividono la stessa forma, ho voluto riflettere sul voto che i miei concittadini dovranno esprimere e sul nuovo paradigma di fare politica espresso del Patto per l’Autonomia.

Era il 25 ottobre 1918 quando i deputati friulani Giuseppe Bugatto e Luigi Faidutti chiusero il loro ultimo discorso al parlamento austriaco col motto «che nissun disponi di nô, sensa di nô». Che nessuno disponga di noi, senza di noi. Più d’un secolo dopo, la richiesta di autonomia ed autodeterminazione dei due parlamentari friulani a Vienna potremmo declinarla in due modi. Da una parte, essa indica che è diritto delle comunità autorizzare o meno qualsivoglia progetto proposto da istituzioni o imprese esterne ai territori delle suddette comunità. Dall’altra parte, afferma che non ci può essere nessun futuro e nessuna giustizia sociale senza il riconoscimento ed il rispetto della storia e delle forme di vita di tali comunità.

L’idea dei due parlamentari friulani riproposta oggi rimanda ad un’idea diversa del noi, soprattutto in una Italia che troppo spesso scorda di aver rimosso le identità locali preesistenti al Risorgimento. Serve un noi che sia un’articolazione solidale, comunitaria e cosciente di tutte le identità, minoritarie e non, che costituiscono il passato, il presente ed il futuro della nostra terra.

L’esperienza tra gli indigeni Tikmũ’ũn mi obbliga ad un confronto incessante con l’identità friulana. Quasi imparagonabili, la nostra regione ed i villaggi indigeni possono comunicare tra loro e raccontare qualcosa l’uno dell’altro. I Tikmũ’ũn lottano da anni per il rispetto negato da secoli e per l’ottenimento di condizioni di vita dignitose. La distruzione della foresta atlantica ha compromesso la risorsa più importante per i popoli indigeni, l’acqua, pregiudicando le due attività principali per la loro sussistenza, la caccia e la raccolta. In questa depressione ecologica, la dipendenza dai prodotti alimentari degli allevamenti e dell’agricoltura intensivi e industriali continua a negare la libertà dei Tikmũ’ũn e di tutti i popoli indigeni.

In questo momento un’équipe di antropologi e funzionari statali brasiliani sta promuovendo un progetto di agro-foresta per i territori tikmũ’ũn. Durante la presentazione del progetto nei vari villaggi, l’équipe ha richiamato incessantemente l’attenzione sulla Convenzione 169 del 2011 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la quale indica che nessun progetto possa essere attuato su un territorio indigeno senza l’autorizzazione delle comunità autoctone. Il principio filosofico che anima la Convenzione è simile a quello del discorso viennese dei parlamentari Bugatto e Faidutti. Con le dovute differenze dal contesto brasiliano, bisogna ricordare che anche in Europa questo principio andrebbe riaffermato, ad esempio per l’ultimo popolo indigeno europeo, i Sami della Lapponia, o per le comunità montane, come in Val di Susa. Restando a noi, dovrebbe valere anche per tutte quelle comunità che necessitano della tutela dei loro diritti ambientali e alla salute, ad esempio quelle affacciate al Tagliamento o al lago dei Tre Comuni e Casteons di Paluzza. Serve quindi un noi diverso perché questo principio possa essere riaffermato. E per realizzarlo serve una rete solida fra le generazioni e le classi sociali.

Nel frattempo, il sentimento dei miei coetanei riguardo alle elezioni è la frustrazione. Voteranno, ma senza ottimismo, con la classica disperata rassegnazione dei nostri tempi. Nonostante i tempi non siano benevoli, credo tuttavia che sia necessario abbandonare il nostro disfattismo perché le sfide che ci attendono pretendono un’articolazione incessante delle nostre migliori energie.

Assistendo alla campagna elettorale brasiliana del 2022, per le strade delle città, nei villaggi indigeni o nelle comunità rurali dei quilombolas si percepiva un’atmosfera surreale. I sostenitori di Lula sembravano senza speranze, ma mai rassegnati, animati invece da una vivacità contagiosa. I bolsonaristi, violentissimi nelle intenzioni, nei gesti e nelle parole (come hanno dimostrato anche l’8 gennaio durante il tentativo di golpe), sembravano invincibili nella loro spavalderia. Ciò che li ha sconfitti è stata la costruzione di una rete trasversale che abbraccia indigeni, agricoltori poveri, operai, piccoli imprenditori, dipendenti pubblici o di grandi aziende, intellettuali, studenti, minoranze, etc. Si è costruito un ponte tra i popoli per superare quelle frontiere di incomunicabilità erette tra le classi medie e povere. Diritto alla sanità pubblica, all’autonomia alimentare, all’acqua pubblica, ad un salario giusto ed un lavoro stabile, alla giustizia sociale e climatica, al riconoscimento ed al rispetto delle svariate identità sono state presentate da Lula come battaglie di tutti e non di una classe specifica. Si può vincere le elezioni in molti modi, ma si può avere successo solo unendo la società.

Bisogna quindi ricomporre la società e non bastano gli esseri umani. I fiumi, i boschi, le montagne, il cielo, il mare, la pianura, le colline, gli animali e le piante che li abitano non sono meno persone di noi. Hanno un ruolo sociale che abbiamo dimenticato. Hanno da sempre dei rapporti con noi, che oggi abbiamo annichilito. È nostro dovere ricostruire questi legami, rivedere le nostre idee sulla relazione con le altre forme di vita. Solo un programma politico che mette al centro la società lato sensu può riordinare le nostre priorità fuori dalla logica del profitto e dell’individualismo egoistico.

Infine, gli avvenimenti francesi delle ultime settimane ci riportano a terra. La mobilitazione contro la riforma delle pensioni usa tale occasione come pretesto per esprimere un malcontento più ampio, verso quella modalità di fare politica che potremmo oggi definire «neo-liberismo autocratico». La composizione dei manifestanti è di una varietà sociale che da tempo si faticava a notare nei grandi scioperi europei. Si potrebbe dire, senza troppe illusioni ottimistiche, che in questo momento in Francia è in corso un «ri-assemblaggio» del Sociale, in risposta al governo ed alla presidenza che più hanno inasprito le differenze sociali tra le classi. In una Europa sempre più frammentata, la necessità più impellente è quella di rendere traducibili e comunicabili le voci di coloro che chiedono una società giusta ed egualitaria. A livello europeo, penso sia imprescindibile sviluppare la fraternità, il principio più disatteso ed incompiuto della Rivoluzione Francese, che avrebbe dovuto essere il collante tra la libertà e l’uguaglianza. Questo sentimento non deve essere inteso solo nel suo senso universalistico e vago, ma innanzitutto nel suo essere incarnato nelle pratiche che fondano le comunità e nella comunione delle differenze che animano le società.

Ed è ai confini dell’Impero che una alternativa reale è nata. Il Patto per l’Autonomia incarna non solo il motto di Bugatto e Faidutti, ma tutte le novità migliori per aggiornare i nostri processi democratici. La sfida è tra una politica che preferisce gli interessi finanziari di coloro che non abitano i luoghi in cui cercano di ricavare i profitti, e una politica che mette al centro la vita delle comunità radicate nei loro territori e che reclamano un modello di sviluppo sostenibile e finalmente dignitoso.

[Teófilo Otoni – Minas Gerais, Brasile]

Pensieri Politici |  La vedova di Luca Attanasio respinge la legge del taglione.

Estratto dal sito di Pensieri Politici

In tempi in cui la legge del taglione sembra tornare prepotentemente di moda, risuona profetica e controcorrente la voce di Zakia Sedikki, la vedova di Luca Attanasio, il console italiano nella Repubblica democratica del Congo, ucciso in circostanze ancora da chiarire nel febbraio 2021 insieme con il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustafa MIlambo.

Originaria del Marocco, Zakia, che ha sposato Luca nel 2015 e col quale ha generato tre bambine, ha lanciato una petizione sul sito della fondazione “Mama Sofia”, da lei presieduta, per chiedere alle autorità congolesi di non applicare la pena capitale contro gli imputati, nel processo in corso a Kishasa. Spiega così il suo gesto: «Luca era un uomo buono ed era assolutamente contro la pena di morte. Ne avevamo parlato spesso e desidero testimoniarlo ora». In una recente intervista alla “Stampa” ha poi aggiunto: «Alle mie figlie voglio trasmettere valori e ideali, non rancori. Io sono musulmana e Luca era cattolico. Pregavamo lo stesso Dio. Se fosse qui si opporrebbe alla pena capitale. La petizione per mandare in carcere e non al patibolo i responsabili dell’agguato è il messaggio con cui voglio celebrare e difendere la vita. Nessuno ha il diritto di spargere altro sangue, altrimenti lo Stato si mette sullo stesso piano di chi ha assassinato Luca». 

Alida e Salvatore Attanasio, genitori di Luca, condividono e appoggiano in pieno la posizione di Zakia. Pochi giorni fa ho intervistato papà Salvatore che mi ha ripetuto il medesimo concetto: «Sommare morte a morte non serve a niente. Non è quello che Luca avrebbe voluto, non è quello che gli abbiamo insegnato, in famiglia e qui a Limbiate. Vogliamo giustizia, non vendetta».

Per leggere il testo completo

http://pensieripolitici.it/giustizia-non-vendetta/

Cercasi leader politico che parli di doveri agli italiani

La politica è ormai diventata un gigantesco megafono di rivendicazioni, slogan e promesse: tutti devono avere tutto, tutti hanno ragione, tutti devono essere blanditi e accontentati. Non c’è ambito della umana convivenza dove non si celebri l’unilaterale, parossistica, preconcetta, totalizzante rivendicazione dei diritti. Si tratta di una deriva planetaria, forse eredità della globalizzazione, ma persino il suo contrario perché si assiste al trionfo annunciato della soggettività a sua volta figlia del relativismo etico e persino del localismo, basti pensare che dopo due secoli impegnati a configurare un faticoso equilibrio di stabilità centrato sulle identità nazionali ora si sta sfaldando in mille rivoli il concetto di appartenenza: prevale un ibrido indistinto di pulsioni, una narrazione policentrica, la sovrapposizione di insopprimibili urgenze vitali che si scavalcano facendo saltare come birilli le tassonomie dei valori. In un quadro internazionale caratterizzato dal perdurare dei conflitti e dal perseguimento di un nuovo ordine mondiale sull’asse Cina-Russia, queste differenziazioni potrebbero essere fatali per le democrazie occidentali. Se l’Ottocento era impegnato a cercare la “parola nuova”, la porta della modernità, il Novecento si è speso nella faticosa definizione del senso dell’identità e si è affidato alle protesi compensative e sostitutive della tecnica e della scienza: sembra ora che il nuovo millennio sia come pervaso da una frenesia dell’annullamento e del negazionismo, i “no” prevalgono sulle certezze, le opinioni sulle idee, i passaparola sui ragionamenti, le pulsioni improvvise e soggettive scalzano le certezze consolidate, i luoghi comuni dei linguaggi circolanti nei social occultano le radici della storia e della cultura che stiamo abbandonando come un inutile fardello di cui fare a meno. 

Si ascolta un urlo corale che proferisce un’unica parola: “diritti”. Di dissenso, di dissacrazione, di disgregazione, di solipsismo esistenziale: siamo ovunque, sappiamo tutto, siamo depositari di verità non negoziabili, di polarizzazioni inconciliabili. Ma anche di affrancamento da retaggi che ci hanno ingabbiati nel socialmente, politicamente, tradizionalmente corretto: c’è spazio per tutti, la differenza è un valore, l’identità una consapevolezza, ci stanno il corpo e l’anima, il cuore e la mente. È bene riflettere su questa esplosione di diritti: molti sono sacrosanti, poiché a lungo conculcati, altri esprimono forme di egoismo, di narcisismo individualista che confligge con le buone ragioni che sostanziano un’idea di democrazia dove davvero ci sia spazio per tutti. Uguaglianza, equità sociale, sostenibilità, rispetto per l’ambiente sono valori tendenzialmente aggreganti e altrettanto rivendicati e possono continuare a coesistere con questa incalzante stagione di crescita dei diritti individuali.

La democrazia dovrebbe costituire un approdo di garanzia per la tutela dei diritti. Quella occidentale è una democrazia delle minoranze, chiassose o silenti che siano. Ad esempio la pandemia ci ha trovati impreparati – come ammoniva David Quammen – ma non abbiamo ancora imparato che l’eziopatogenesi del virus nasce dal conflitto uomo-natura. Dovremmo esserne consapevoli anche quando la sovreccitazione che rivendica il situazionismo delle teorie sull’identità cangiante va oltre il desiderio delle unioni omosessuali: si tratta di scelte che vanno rispettate e tutelate dall’omofobia. Ben diversa cosa è la maternità surrogata, pretesa da chi professa l’emancipazione della donna, poi usa il suo corpo fatto strumento dell’egoismo altrui.

Si tratta di un mercimonio dei concepimenti che prelude a scenari inaccettabili. Quanto ai figli delle coppie omogenitoriali credo che molto dipenda dall’onestà di intenti e dalla nobiltà dei sentimenti: ricorda il tema delle adozioni per le quali è forse meglio lasciare abbandonati al loro destino questi figli di Dio o prendersene cura? Farli cresce in un orfanotrofio o sulla strada senza affetti, protezioni e sicurezze emotive, pregiudizialmente deprivati della pienezza rassicurante di una vita futura? Però non si può imporre un tema e farne oggetto di rivendicazione immediata: dal punto di vista di onesti aspiranti genitori è un desiderio che trova diritto di cittadinanza in un approfondimento serio e sereno tra istanze soggettive ed equilibri sociali e nella necessaria delicatezza di approccio.

Non è argomento da piazza, né da coreografie multicolori. Ma quanti possono a ragione e con competenza rappresentare ed esprimere i sentimenti dei minori? Parlano in loro nome ma partendo dalle proprie soggettive rivendicazioni. Nella mia esperienza di ascolto in sede giudiziaria posso dire con certezza morale che bambini e adolescenti hanno sempre espresso il desiderio di avere un padre e una madre ed esserne amati, di sapere cosa attendersi distintamente da loro, consapevoli della specificità dei ruoli genitoriali che esprimono una complementarietà difficilmente surrogabile in altre forme.

Soprattutto oggi, in una società che registra un vistoso declino della figura paterna. L’irrompere sulla scena politica di Elly Schlein ha imposto questo tema dei diritti individuali come priorità del Pd: quanto è lontano il richiamo di Berlinguer ai bisogni sociali delle masse lavoratrici? Quanto viene marginalizzato il contributo (pure fondativo) dei cattolici popolari negli argomenti, nei modi e nello stile comunicativo? Quanto il riformismo socialista? Bisogna pure aver consapevolezza della reciprocità tra diritti e doveri, la società prima o poi presenta il conto e non è necessario far ricorso alle analisi del Censis per capacitarsi di questa ineludibile corrispondenza.
Una leadership politica che promette diritti per tutti senza chieder conto dei doveri ricorda la deriva concessiva che ha reso in questi anni l’Italia il Paese dei bonus senza controllo. Come ha scritto Luca Ricolfi, il PD a guida Schlein assomiglia ad un partito radicale di massa (in una società signorile di massa) che postula diritti soggettivi senza aver chiaro un modello, una visione di società futura. “Non chiedete che cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese” (20 gennaio 1961, John Fitzgerald Kennedy). “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere (23 giugno 1976, Aldo Moro). Nell’area culturale e nell’esperienza storica dei Democratici troviamo richiami autorevoli che indicano con chiarezza che la postulazione di diritti individuali non può essere disgiunta dalla consapevolezza dei doveri che ci competono.

Il bene della democrazia e la ricerca del bene possibile

Pubblichiamo la relazione (“Lo stato delle democrazie costituzionali”) del prof. Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, tenuta ieri al convegno internazionale su “Democrazia per il bene comune. Quale mondo vogliamo costruire?” (Università Gregoriana, 27 marzo 2023).

Segue il testo.

1. La convergenza delle definizioni laica e conciliare. 

Si ha una ‘democrazia costituzionale’ dove sono rispettate le condizioni poste dall’articolo 16 della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, secondo la quale non c’è una vera Costituzione, ossia un’effettiva libertà, se non vi sono garanzia dei diritti e separazione dei poteri. 

Sostanzialmente coincidente con questa definizione laica è quella che ne dà la Gaudium et Spes affermando un’opzione preferenziale per la democrazia, superando la precedente indifferenza per quelle che la Chiesa chiama forme di governo e che in diritto costituzionale si definiscono forme di Stato:  “È poi da lodarsi il modo di agire di quelle nazioni nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe degli affari pubblici, in un’autentica libertà” (31 b). Si cerca in altri termini un governo efficiente e partecipativo della cosa pubblica, ma pur sempre un potere limitato, che rispetti quella “immunità dalla coercizione esterna” su cui si fonda la libertà religiosa e l’intero edificio delle libertà, secondo quel testo fortemente costituzionalistico che è la Dignitatis Humanae, in particolare al paragrafo 2 b.

2. Un trend importante, anche causato dal rinnovamento conciliare, ma non irreversibile.

Abbiamo vissuto dal 25 aprile del 1974, dalla Rivoluzione dei garofani in Portogallo, fino alle rivoluzioni del Centro e dell’Est Europa nel 1989 e alla fine delle dittature del Cono Sud, una fase importante di espansione delle democrazie, che ha fatto sperare molti in un trend irreversibile. Un trend in cui, come segnala Samuel Huntington nel suo volume dulla Terza Ondata, ha pesato in modo decisivo l’impulso del Concilio Vaticano II. I documenti conciliari vanno colti per un verso come punto di arrivo di alcune rilevanti esperienze storiche: quelle europee continentali delle democrazie cristiane e quelle anglosassoni dei credenti impegnati nel Labour Party e dei democratici americani con la Presidenza Kennedy; ma per altro verso anche come impulso decisivo ad abbattere i regimi autoritari di Portogallo e Spagna in precedenza sostenuti anche dalla Chiesa nonché le sedicenti democrazie popolari dell’Est Europa. Poggiano su De Gasperi, Schuman, Adenauer, Kennedy, e hanno contributo alla formazione di de Lourdes Pintasilgo, Ruiz-Gimenez, Mazowiecky, testimoni chiave delle transizioni.

Così, però, alla lunga, non è stato. Il trend sembra bloccato.

A oggi, facendo una fotografia, solo il 20% della popolazione mondiale vive in paesi stabilmente democratici, che rientrano cioè in quelle esigenti definizioni prima presentate.  Ma, soprattutto, al di là della fotografia quantitativa, sono apparse in molti luoghi rilevanti inversioni di tendenza, inversioni subdole. Nessuno ha riproposto le modalità tradizionali delle esperienze fallite dei cosiddetti stati autoritari o degli stati cosiddetti socialisti pre-1989, ma sono emerse altre scorciatoie.

3. Autocrazie elettorali e democrazie illiberali.

A parte il caso della Cina, che ha mantenuto il monopolio politico del Partito comunista e la repressione di minoranze e di confessioni religiose nonostante il tentativo di dialogo con la Santa Sede, coniugandolo con un’economia di mercato fortemente controllata dallo Stato, in vari altri paesi le transizioni hanno dato vita a regimi ibridi, con un minimo grado di pluralismo elettorale che però non intacca la logica autocratica. Si è pertanto parlato di autocrazie elettorali. Autocrazie che, peraltro, tendono poi a scaricare i conflitti verso l’esterno, anche col ritorno all’uso della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Mentre persiste e si espande un colonialismo economico, in particolare ai danni dell’Africa, e tutti fanno fatica a rendere effettivo il diritto all’ambiente nel contesto delle attuali sfide climatiche ed energetiche. 

Vi è il tema del preoccupante fascino ambiguo di Cina e Russia sui paesi emergenti, in particolare in Africa e Medio Oriente. Pechino e Mosca trovano porte aperte proprio perché non pongono problemi né di diritti umani né di democrazia, mentre USA e Ue, quando lo fanno, vengono accusati di ingerenza nella sovranità altrui o addirittura di colonialismo, di imposizione autoritaria di un modello che sarebbe solo occidentale e non universale, nonostante che esso sia fatto proprio dalla Dichiarazione Onu a cui collaborò in modo decisivo Jacques Maritain.

In altri casi, anche in Paesi non troppo distanti da noi, sono stati gli stessi governanti a rivendicare la definizione di democrazie illiberali, di paesi dove si vota, ma dove prima e dopo il voto è messa in discussione l’autonomia del potere giudiziario, l’indipendenza delle corti costituzionali, il pluralismo dei media, delle associazioni e l’autonomia delle amministrazioni locali. 

4. Quali obiettivi porsi nella distinzione dei ruoli per essere parte della soluzione e non del problema.

In alcuni casi anche uomini di Chiesa e personalità politiche cristiane non sembrano cogliere queste gravi contraddizioni rispetto all’opzione preferenziale per la democrazia sancita dal Vaticano II. Non c’è sostegno a valori o concessione verso le comunità religiose che valga la pena di scambiare col consenso a regimi che negano la dignità e la libertà delle persone.

In altri casi ancora vediamo con preoccupazione un susseguirsi di cadute di governanti per fenomeni di corruzione e un’instabilità costante. Di fronte a questi fenomeni quali obiettivi può proporsi? In primo luogo diffondere informazioni e denunciare le violazioni dei diritti. Purtroppo la disinformazione è un grave male di questa epoca ed occorre contribuire alla diffusione di un’informazione corretta e di una vera cultura democratica. In secondo luogo affrontare le cause politiche, economiche, sociali, ecclesiali, che portano consenso a queste linee regressive. Qui non si può nascondere che in molti casi siamo di fronte alle promesse non mantenute della democrazia, che creano sfiducia e scetticismo nei popoli di fronte al permanere di ingiustizie e diseguaglianze che le transizioni democratiche non sembrano aver ridotto, anzi, in molti casi hanno aumentato. L’enciclica di papa Francesco Laudato si’ ha colto pienamente le contraddizioni insite in democrazie che sembrano spesso essere strumenti di un capitalismo spietato. Soltanto se la democrazia sarà capace di essere anche portatrice di giustizia ed equità potrà essere difesa. Insistere sui principi della Laudato si’ può rappresentare un contributo prezioso. In terzo luogo fare proposte e stimolare impegni anche personali diretti per diffondere esperienze positive, conoscenze, nuove pratiche di partecipazione e di democrazia, a partire dalla rilettura dei documenti conciliari, in primis la costituzione Gaudium et spes e la dichiarazione Dignitatis humanae, e dei testi giuridici che ci hanno fatto progredire nella tutela dei diritti, dalla Dichiarazione Onu del 1948 alla Convenzione europea del 1950, fino alle Costituzioni delle democrazie stabilizzate.

In altri termini si tratta di capire se nella Chiesa, nella società civile e nelle istituzioni vogliamo essere parte del problema o parte della soluzione.  Da questo punto di vista credo non sia stata colta fin qui in tutta la sua importanza l’impostazione della lettera del cardinale Ladaria al Presidente della Conferenza episcopale nordamericana del 7 maggio 2021, che invita ad un uso corretto, non asimmetrico, non astorico, non ideologico del richiamo a principi e valori nelle democrazie pluralistiche. Un approccio ideologico, che ignorasse la necessità di mediazioni tra valori e realtà, di contemperare diversi principi in una medesima decisione e di tener conto anche dello strutturale pluralismo delle democrazie costituzionali, finirebbe col comportare una sorta di ‘non expedit’ generalizzato nella vita politica. Un approccio asimmetrico che selezionasse a priori valori negoziabili e non negoziabili porterebbe ad alleanze ambigue con forze spesso solo nominalmente rispettose del fatto religioso. “Sarebbe fuorviante” scrive il cardinale, allora in quanto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede “se si desse l’impressione che aborto e eutanasia da soli costituiscano le uniche gravi questioni della dottrina morale e sociale cattolica”.
Infine una preoccupazione, direi soprattutto italiana: non bisogna mai confondere le responsabilità istituzionali della Santa Sede e quelle peculiari dei cattolici impegnati in politica nelle democrazie costituzionali. La prima ha a che fare con un dovere di confronto e di mediazione con regimi di vario tipo, procurando preziose occasioni di pace anche laddove esse sembrino impossibili, oltre al dovere di tutelare con una necessaria prudenza gli spazi di libertà dei propri fedeli in regimi non democratici. I secondi hanno responsabilità diverse, di raccordo tra le democrazie costituzionali, che possono richiedere anche gravose decisioni di creazione di alleanze difensive, di risposte pronte e immediate ad aggressioni belliche con mezzi imperfetti anche di natura militare. Sarebbe non responsabile abdicare a tali responsabilità scegliendo forme di appeasement scambiando i livelli di impegno e di responsabilità. Nel 1949 Alcide de Gasperi e Giovanni Battista Montini, quest’ultimo figlio di un deputato antifascista, ritennero doverosa la scelta dell’adesione dell’Italia alla Nato, così come ritennero poi doverosa la scelta intrecciata del contributo alle istituzioni europee, in un mondo lacerato dalla frattura della Guerra Fredda. Altri autorevoli uomini di Chiesa e altri autorevoli politici cattolici erano di avviso diverso. La storia, però, diede chiaramente ragione a De Gasperi e Montini: sulle opzioni da loro difese si è raggiunta nei decenni una sostanziale unità delle forze politiche, anche di chi allora vi si era opposto. Di questo occorre tenere conto in tempi di conflitti internazionali perché non si parte mai dall’anno zero. Contro ricorrenti tentazioni di astratto neutralismo, che derivano da visioni di massimalismo etico, l’eredità degasperiana e montiniana, protesa alla ricerca del bene possibile, resta ancora del tutto feconda.

Adesso al Centro serve un leader di orientamento cattolico popolare

Dopo il ritorno della destra democratica e di governo, dopo il decollo di una sinistra libertaria, radicale e massimalista, dopo il consolidamento della prassi e della sub cultura populista e qualunquista dei 5 stelle, è del tutto naturale che nel nostro paese decolli anche un Centro politico, riformista, democratico e di governo. Ma questo non per una esigenza geografica o per una rendita di posizione ma, al contrario, per una ragione di ordine squisitamente politica e culturale.

Certo, il Centro non può che essere culturalmente plurale anche se politicamente è sempre più necessario che sia maggiormente caratterizzato. E, al riguardo, una leadership politica cattolico popolare a livello nazionale diventa un elemento quasi fisiologico. E questo non solo perchè nel nostro paese il Centro si è storicamente identificato con l’esperienza, la storia e la cultura del cattolicesimo popolare e sociale. Ma per la semplice ragione che questa cultura e questa sensibilità politica e sociale devono nuovamente essere presenti nella cittadella politica italiana perchè servono al paese e sono utili alla qualità della nostra democrazia. E il luogo e lo spazio politico naturale di questa cultura sono, appunto, il Centro. Un Centro che, com’è altrettanto ovvio, è plurale ma che sotto il profilo del suo progetto politico non può che risentire anche dell’apporto della cultura cattolico popolare e sociale.

Però, per poter caratterizzare con maggior forza l’impronta di questa cultura, la futura formazione politica di Centro deve anche avere una leadership nazionale di matrice cattolico popolare. Che sia donna o uomo non ha nessuna rilevanza. Purché l’elemento politicamente determinante è che questa cultura sia visibile e in grado di contribuire, con altri filoni ideali, a costruire un progetto politico democratico, riformista e di governo. Non è lontanamente pensabile che nel nostro paese, e non in un sistema politico astratto o virtuale, ci sia un Centro inteso come un semplice prolungamento della cultura liberale o repubblicana o tardo azionista. Ovvero, per dirla in altri termini, pensare al Centro solo come ad una sorta di “partito liberale o repubblicano di massa”. Di massa si fa per dire, come ovvio.

Per questi semplici motivi anche il cosiddetto “terzo polo” adesso deve porsi questa domanda. E cioè, non di un leader cattolico popolare alla guida del partito – i leader non si inventano a tavolino ma sono il frutto concreto della battaglia politica sul campo – ma, al contrario, quello di non ripetere esperienze e modelli di un recente passato che difficilmente possono incrociare consensi e adesioni popolari e di massa. È giunto il momento, cioè, di dare una sterzata decisiva al futuro e alla prospettiva di questa scommessa di Centro. L’unico dato che non si può replicare passivamente è quello di pensare che la riscoperta del Centro e la declinazione di una vera ed autentica ‘politica di centro’ possano decollare e consolidarsi proseguendo stancamente quello che è stato il terzo polo” sino ad oggi. È evidente a tutti, del resto, che anche in questo campo politico serve una discontinuità rispetto al passato anche solo recente. Quello che, comunemente, viene definito come un colpo d’ala. Ed è proprio su questo versante che si pone anche il tema di una leadership politica nazionale di un esponente dell’area cattolico popolare e sociale. Più che di una scommessa o di una avventura, si tratta di un investimento politico decisivo e qualificante per riavere un Centro credibile e affidabile nel nostro paese.

I dubbi sul richiamo ai cattolici democratici e popolari a stare nel Pd.

Ho trovato molto interessante l’intervista ad Alessandro Albergamo (componente della segreteria provinciale bolognese del Pd) apparsa ieri sull’edizione locale de “La  Repubblica”. In particolare alcuni elementi meritano attenzione.

Il principale è senza dubbio l’alquanto acrobatica e provocatoria associazione che l’esponente democratico avanza tra la radicalità evangelica e quella della segretaria Schlein. Si apprezza lo sforzo profuso nel cercare di rendere credibile tale affermazione, ma il dubbio che pervade chi scrive è che la “radicalità” della neo segretaria del Pd sia in effetti un po’ più vicina a una sorta di “profetismo tardo-prodiano” che a na sensibilità propriamente evangelica.

Una radicalità, quindi, molto più associabile, o comunque meglio combinabile, con quel liberal-liberismo in salsa italica tradizionalmente sì generoso sul piano dei diritti civili (utili “contentini” individuali che non disturbano più di tanto chi detiene il timone), ma storicamente molto meno propenso alla tutela e promozione dei diritti sociali e alla lotta alle disuguaglianze socioeconomiche.

Di un approccio fortemente radicale per le politiche sociali e di contrasto alle disuguaglianze c’è sicuramente bisogno, ma forse è il caso di ricercare paradigmi realmente nuovi e dirompenti. Ovunque essi si stiano presentando. Sta e starà a noi a decodificare la sostanza delle visioni e delle concrete azioni dei soggetti presenti oggi sulla scena politica nazionale e prendere posizione con il coraggio necessario.

Un ulteriore elemento, che emerge dalle posizioni espresse, riguarda l’agibilità politica nel Pd attuale per i cattolici democratici. In particolare si sostiene che sarebbe “anacronistica l’idea di essere cattolici dentro un partito”. Ora, con il massimo rispetto, mi pare che questa posizione riveli molto di ciò che, anche a livello di federazioni locali, sia destinato legittimamente (e anche auspicabilmente per la chiarezza di contesto) a diventare il Pd: un soggetto sicuramente progressista, di sinistra e attento prioritariamente ai diritti civili, ma dove ai cattolici L viene garantita solo una piccola riserva indiana ad alto grado di (pura) testimonianza e a sovranità ben limitata.

Va da sè che l’appetibilità, o meno, di questa comoda (ma “inoffensiva”) collocazione non può che dipendere dagli obiettivi che un politico cattolico si vuole porre. E però un siffatto Pd può essere (e dovrà essere) un importante alleato in un campo autenticamente progressista per una forza alternativa che accolga con piena e vera dignità al suo interno la cultura e la tradizione cattolico democratica e popolare.

Infine, meritano  un plauso le analisi (mea culpa compresi) e le proposte concrete che Albergamo avanza riguardo all’emergenza casa: vanno nella giusta direzione e sono dirette ai giusti interlocutori. Caratteristiche purtroppo non così frequenti nell’attuale contesto.

Guido Bodrato, maestro di rigore politico nel solco del cattolicesimo democratico.

Il Consiglio nazionale del Ppi, tenuto a Roma nel novembre del 1999, fu dedicato alla commemorazione di Benigno Zaccagnini a dieci anni dalla scomparsa. Furono poi  pubblicati gli atti, ricchi di ben tredici contributi. L’opuscolo, allegato a “Il Popolo” del 2 dicembre dello stesso anno, aveva per titolo “Zaccagnini, un cristiano in politica a causa della fede”. 

“Riproporre Zaccagnini oggi – scriveva nell’introduzione Pierluigi Castagnetti, segretario del Ppi – significa dunque parlare di un uomo sempre alle novità, sempre rivolto al futuro, sempre in ascolto e capace di assumersi la responsabilità più pesanti: non un uomo di nostalgie, ma di speranza, anche quando questa era «faticosa» da conquistarsi e da diffondere”.

La riflessione di Guido Bodrato, qui ripresa integralmente, fornisce un interessante affresco storico sulle vicende che hanno riguardato (in particolare) la Dc a cavallo della tormentata vicenda, conclusa con il martirio di Aldo Moro, della solidarietà nazionale. 

Gli anni di una “democrazia difficile”

(Guido Bodrato)

Le “storie” della Repubblica hanno riservato a Benigno Zaccagnini un posto importante tra i personaggi che hanno partecipato a vicende decisive per la vita del Paese, senza tuttavia considerarlo tra i protagonisti. E il revisionismo, che ha cercato di ridimensionare ulteriormente il significato della fase politica della solidarietà nazionale, ha finito col dimenticarlo. I Popolari debbono ricordarlo, poiché ha scritto una pagina importante della loro storia.

Non è estraneo alla censura dei revisionisti l’obiettivo di dare un significato di “svolta storica” alla fase post-consociativa e ad una polemica contro la “democrazia dei partiti” che in realtà si è dissolta in pochi anni. Quella che doveva essere una “rivoluzione democratica” si è esaurita infatti in un’ondata populista e la riforma istituzionale, che avrebbe dovuto garantire consenso elettorale e stabilità di governo, rischia di farci naufragare in un nuovo trasformismo.

Cresce così il bisogno di recuperare la memoria del passato e di tornare a riflettere sul significato di un’esperienza che ha segnato una generazione, anche se si sono indebolite le speranze che facevano riferimento a uomini come Zaccagnini. La storia della solidarietà nazionale è stata più tragica e più seria di quanto hanno scritto i teorici del “doppio stato”, che non a caso sono costretti a rifugiarsi nei “misteri” e nel teorema della “restaurazione”, per mettere in ombra il fallimento dell’uso politico della storia, cui sono spregiudicatamente ricorsi. La storia di quegli anni si è accompagnata a straordinari mutamenti della società italiana, che hanno riguardato anche i valori cui si è ispirata la Costituzione, ma che in qualche modo anticipavano le trasformazioni che ormai condizionano tutte le grandi democrazie.

L’evoluzione del Paese è stata tutt’altro che lineare: per comprenderlo è sufficiente ricordare gli anni delle stragi “nere” e del terrorismo “rosso”, sui quali è comunque prevalsa la strategia dei partiti democratici. Zaccagnini ha vissuto quel periodo con la consapevolezza delle contraddizioni che pesavano sulla realtà italiana e anche dei limiti della DC, ma con una straordinaria passione democratica. C’è un evidente rapporto tra la strategia dell’attenzione di cui parlava Moro (contrapponendola alla strategia della tensione), e la politica del confronto cui si sono riferite le scelte di Zaccagnini (che rifiutava la logica dello scontro), sia quando facciamo riferimento alla questione democristiana, sia alla vicenda nazionale.

Da un lato la secolarizzazione, dall’altro gli orientamenti post conciliari, avevano inciso in profondità sull’unità politica dei cattolici, che era stata per trent’anni punto di riferimento per la DC e per la vita democratica italiana. Anche l’opposizione comunista aveva tenuto presente questa “coordinata”, sin dalla stagione costituente.

I comunisti non potevano tuttavia ignorare la evoluzione della situazione italiana, come è dimostrato dagli anni della contestazione e poi dal referendum sul divorzio. Quel referendum, voluto dai radicali ma anche da una parte rilevante del mondo cattolico, ha sconvolto gli schieramenti tradizionali, assegnando al PCI una centralità che aveva a lungo, ma inutilmente, inseguito. Nella DC, Fanfani pensava di poter giocare una carte decisiva per il rilancio dell’unità politica dei cattolici sul tema dell’unità della famiglia. Moro cercò di evitare un conflitto che avrebbe minato l’alleanza tra cattolici e laici; tuttavia dopo un inutile rinvio, pensò che la cosa migliore fosse non logorare i rapporti con il mondo cattolico. Zaccagnini avrebbe voluto evitare la “politicizzazione” del referendum, lasciando questa scelta alla coscienza degli elettori; ma quando nella Direzione del Partito una minoranza fece propria la proposta elaborata della DC emiliano romagnola, fini con lo schierarsi con l’amico e maestro Aldo Moro, anche se non nascose le sue preoccupazioni.

La sconfitta referendaria, più pesante del previsto, ha preparato la sconfitta delle elezioni regionali del ’75, che per la prima volta fecero temere l’isolamento della DC. Il referendum ha messo in crisi la strategia degasperiana: i cattolici democratici si sono trovati in conflitto con i partiti laici, registrando una spaccatura dell’elettorato cattolico. E la sinistra ha conquistato il governo delle grandi città e la maggior parte delle regioni, restando tuttavia convinta di non poter rischiare uno scontro frontale con la DC per la conquista del governo nazionale. La riflessione berlingueriana sul “compromesso storico” aveva anticipato questa vicenda di qualche mese. Ora i revisionisti sostengono che Berlinguer ha commesso l’errore storico di non perseguire l’alternativa alla DC. Secondo i revisionisti lo avrebbe fatto per la debolezza della sua cultura istituzionale. Ma dimenticano che il PCI era ancora legato al socialismo reale, che i socialisti italiani pretendevano di guidare l’alternativa di governo, che quando entrerà in crisi il compromesso storico, la “base” e la “nomenclatura” del partito comunista solleciteranno una svolta anti-capitalistica, in contrasto con la strategia riformista. La rottura della “solidarietà” avverrà infatti contro l’adesione al sistema monetario europeo, e poco tempo dopo il partito comunista promuoverà il referendum contro il costo del lavoro. Sono considerazioni insignificanti?

Torniamo al referendum sul divorzio ed alle elezioni regio-nali.

Questa duplice sconfitta metteva i democristiani di fronte ad un bivio: la maggioranza moderata proponeva di consolidare in modo pragmatico i legami con l’area intermedia della società, anche se questa scelta comportava l’indebolimento dei rapporti con l’ispirazione cristiana e con la tradizione popolare del Partito; i cattolici democratici ritenevano invece necessario rinnovare il riferimento ai valori cristiani e stimolare un nuovo rapporto tra le correnti riformiste impegnate nella politica di centro-sinistra, per contrastare la deriva conservatrice cui avrebbe portato la strategia dei moderati. La linea dei cattolici democratici comportava un profondo rinnovamento della DC, che – come dichiarò Aldo Moro – doveva “‘essere opposizione di se stessa” e liberarsi dall’immagine di partito segnato dall’arroganza del potere. Eppure non era possibile abbassare la guardia nei confronti di un partito comunista che non aveva consumato lo strappo con Mosca e che sognava ancora una società socialista.

Come coniugare la continuità dell’ispirazione ed il rinnovamento dell’azione politica? Come arginare il declino eletto-rale, evidente soprattutto sulla sinistra, senza indebolire il ruolo storico di un partito che aveva evitato la radicalizzazione dello scontro sociale e aveva tenuto sul terreno democratico la polemica anticomunista, contrastando le tentazioni reazionarie che covavano nelle viscere del Paese? Oggi si calcolano i costi di quella “politica di mediazione”, e si mettono in evidenza i suoi limiti, ma si ignorano del tutto i risultati cui ha portato, sia in termini di democrazia che di diffusione del benessere. E poi, perché imputare tutti gli errori alla DC, anche quelli (per dirlo con parole di Berlinguer) che non potevano non essere commessi?

In quella situazione, straordinariamente difficile, tormentata dall’affiorare di una violenza che diventerà terrorismo, si delinea la candidatura di Zaccagnini alla guida della DC. Doveva essere una segreteria di “transizione”, verso il congresso del Partito; le circostanze costrinsero Zaccagnini a restare segretario per quattro anni. La “nuova DC”, che recupera tutti i voti persi alle regionali col voto politico del 76, ha il volto di Zac, dell’uomo che un anno prima, parlando come presidente del Consiglio Nazionale, aveva condannato con severità il degrado morale della vita politica. Su questo tema insisterà con decisione, invitando il Partito a ritornare di valori originari ed a comportamenti capaci di fare recuperare la fiducia degli elettori.

Anche la “politica del confronto” esprime un ritorno alle ori-gini, cioè ai valori della Resistenza e della Costituzione, a ciò che poteva unire gli italiani nella lotta contro ciò che cercava di dividerli. Eppure “il confronto” conteneva anche gli elementi essenziali della “sfida” impliciti nella “confrontation” anglosassone; non si trattava di un azzeramento delle differenze ideali e programmatiche, né di un patto fondato sulla debolezza della DC e del PCI. Non si può dimenticare che il voto del ’76, con due vincitori, aveva rafforzato la polarizzazione elettorale e che un nuovo voto avrebbe accentuato questa polarizzazione, e insieme il potere di condizionamento delle “estreme”. D’altra parte, la cronaca di quegli anni dimostra che non si è trattato di un compromesso di potere, ma di una scommessa politica di straordinario valore. Se in quegli anni si fosse inasprito lo scontro sociale e politico, potemmo oggi parlare di “Ulivo”? Lo sottolineo ricordando molto bene che lo svolgimento di quella fase politica fu condizionato dalla strage di via Fani e dall’assassinio di Moro e sapendo che c’è continuità tra una vicenda ormai lontana e la realtà da cui ha preso le mosse la stagione dell’Ulivo.

Per Zaccagnini, la politica del confronto (con la sinistra) è incomprensibile se non è considerata come l’altra faccia della politica del rinnovamento della DC. Ed il rinnovamento morale della politica, che nelle riflessioni di Zaccagnini ha radici nella intransigenza, non comportava affatto una chiusura settaria dei cattolici. Zaccagnini era consapevole della valenza reazionaria del clericalismo, e della subalternità del “gentilonismo” (cioè del trasformismo dei clerico-moderati) agli interessi economici di volta in volta dominanti. Zaccagnini apparteneva, come ha scritto Biagio Bonardi nel suo libro dedicato alla “vitalità interiore della sua fede”, ad una generazione che era giunta alla politica attraverso una severa formazione religiosa e la dura prova della lotta, ad una generazione consapevole della necessità di dare una misura umana alla politica. Zaccagnini aveva compreso che eravamo a un tornante decisivo della storia del cattolicesimo democratico, a un tornante che richiedeva grande coerenza ma altrettanta apertura al dialogo. Si trattava di “superare”, non di negare l’esperienza fatta dopo la Resistenza, nel corso della ricostruzione e poi del lungo cammino verso l’Europa.

Ma su quei temi, come abbiamo già accennato, si misuravano strategie diverse, anche tra i sostenitori della politica di soli-darietà: alcuni si proponevano la “riaggregazione dell’area cattolica”, anche se in una prospettiva che doveva fare i conti con la secolarizzazione; altri ritenevano ormai del tutto consumate le ragioni dell’unità e pensavano che i cattolici più aperti dovevano convergere sui partiti di sinistra, per favorirne l’evoluzione riformista. Dove avrebbe portato la “democrazia compiuta”? E cos’era il “partito diverso” cui pensava Berlinguer?

Molti sono i problemi rimasti. Tuttavia, chi continua a polemizzare contro le radici consociative della “politica del confronto e contro la stagione della solidarietà nazionale, poiché non poneva al primo posto la questione delle riforme istitu-zionali, in realtà ignora la drammaticità di un tempo che ha messo alla prova la stessa democrazia e riduce l’orizzonte della ricerca storica. Si può sostenere che Zaccagnini e Berlinguer sono stati sconfitti; la stessa osservazione è stata fatta per Moro, quando si è affermato che ha pagato con la vita i limiti della sua politica. Ma queste affermazioni non aiutano a delineare una alternativa alle scelte che hanno fatto, e non mettono in campo una politica più “alta” e più lungimirante di quella che ha caratterizzato l’esperienza di una “democrazia difficile”, ma vera e profondamente umana, che ha lasciato un’impronta nel nostro modo di pensare la politica. Quella politica aveva un’anima.

No alla GPA, salviamo l’uomo dal mercato dell’umano.

“Ma a chi assomiglia? Ha il naso della mamma ma gli occhi sono della nonna paterna, non vedi!”. Quando nasce una creatura i familiari stupiti cercano subito di cogliere le somiglianze fra i membri della famiglia di cui fa parte. È un bel momento che ripete la nostra genesi tra femminile e maschile. In seguito, crescendo, la creatura riconoscerà nei propri lineamenti e carattere l’eredità della propria identità. Un patrimonio che fonda il suo essere e su cui costruirà il suo futuro. È stato cosi per me, per chi mi pubblica e per chi legge. Una vita biologica e valoriale che conosciamo e che possiamo tramandare. È la storia delle genesi umana da Adamo ed Eva, passata dall’homo sapiens e per tanti antenati che non conosciamo per giungere sino a noi ove la memoria e le foto sbiadite ci aiutano a ricordare la concatenazione dei nostri legami. 

Questa trama è lo statuto della vita che anima la Costituzione. Il principio personalista che evidenzia la precedenza sostanziale della persona (intesa nella componente dei suoi valori, bisogni non solo materiali ma anche spirituali) rispetto allo Stato che è al suo servizio e non viceversa. La persona nella sua integralità. Siamo figli di leggi naturali, ma fino a poco tempo fa non avevamo capito questa stretta correlazione e cosi siamo divenuti dominatori del creato. Oggi che assistiamo agli impatti dello stravolgimento dell’ambiente pare che abbiamo compreso il disastro della concezione antropocentrica. 

Tutto si tiene, cosi dice la natura che non mente mai. Papa Francesco l’ha sintetizzato nel principio dell’ecologia umana integrale. Dovrebbe essere tutto logicamente chiaro e bello. E invece pare di no, oggi la genesi umana biologica viene messa in discussione da pratiche come la maternità surrogata in varie forme, tra cui la più estrema è la gestazione per conto d’altri o altrimenti detta utero in affitto che “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane” (Cassazione, sentenza 38162/2022). Pratiche che cambiano le logiche di concepimento arrivando a negare al nascituro tutta o una parte della sua identità. Oggettivamente una violazione del suo diritto sacrosanto di sapere da chi è stato generato, come e perché. Più volte Papa Francesco ha denunciato la pericolosità di queste pratiche figlie della cultura “gender” più estremista che nega il principio di genitorialità biologica sintetizzato nello slogan “love is love”, cioè genitori sono coloro che amano i figli e non coloro che li fanno. Una scissione dalla carne e sangue densa di gravi incognite sulla ripercussione che avrà sui bambini. Una estremizzazione del principio di autodeterminazione e soddisfacimento dei propri desideri che, utile dirlo con chiarezza, è anche spinta da potenti logiche economiche del capitalismo più bieco. Il mercato dell’umano causato dal liberismo procreativo è la nuova frontiera dell’avidità. 
Già nel 1883 Karl Marx preconizzava: “Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile, divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato”. Queste richieste caldeggiate da movimenti dalla sinistra libertaria dividono i progressisti, già nel 2014 la gauche francese di Delors, Jospin, Bové e tanti altri si oppose per analoghi motivi. Pare un controsenso battersi contro la manipolazione dell’ambiente per poi consentire quella dell’uomo. Se questa logica continuerà allora presto tutto sarà consentito, dall’eutanasia senza limiti alla selezione genetica. Ci sarà quindi una bella gara nel mercato a offrire servizi al miglior prezzo possibile.  Salvare l’umano nell’uomo, è la sfida del terzo millennio.

Ucraina, la guerra nucleare contro…la noia del fronte?

C’è in giro una certa aria dimessa, la guerra ha stancato. In Primavera il freddo andrà in letargo ed il sangue tornerà a scorrere nelle vene dei soldati. Se i protagonisti potessero parlare, la loro intima convinzione sul fatto di menare le mani appare però sempre più incline a farla finita. Putin ha fiutato l’aria: per riaccendere gli animi, non manca di alzare la voce per occupare i titoli dei giornali. Sull’altro fronte non si è da meno. A ottobre la Nato già dava l’allarme su possibili test nucleari russi ai confini dell’Ucraina. Per adesso non se ne è fatto nulla.

Per come stanno andando le cose, prima o poi finirà nel modo più banale possibile, un accordo che lascerà sul campo, contenti, scontenti ed un consistente numero di morti al quale non sarà possibile chiedere alcun parere. Poco da perdere, avrebbero tutti da dire la stessa cosa. Sembrerebbe inevitabile, contro l’incubo di uno scenario sempre uguale a se stesso, dare uno scossone che vivacizzi lo scenario per non far morire i sodati di noia, oltre che di pallottole. La morte spera in una novità che superi la ripetitività a cui da sempre è condannata. 

Al pari, anche i lettori di giornali che seguono gli aggiornamenti sempre più indifferentemente. C’è un pericolo sempre in agguato, una minaccia che è sempre lì, pronta a dire la sua. Un test nucleare per far girare un po’ di adrenalina in giro per il mondo.  Ci vorrebbe una bella testa per fare un test, così chiamato secoli fa in Francia un vaso usato dagli alchimisti per saggiare l’oro. Ora più ruvidamente si tratterebbe di far sentire al nemico una dose di legnate, di quelle buone a farlo piegare. 

Testis è in latino il testimone della strage che sarà. Per risolvere il contenzioso si deve avere il coraggio di andare nel cuore della faccenda senza timidezza, andare, intrepidi, dentro al nucleo dei fatti, assaggiare il sapore del gheriglio di sangue della guerra, aprire la noce, sventrarla per arrivarne al prezioso tesoro.

Testarda è l’idea di quelli che vogliono vincere a tutti i costi, disarmando le parole con il loro pericoloso potenziale. Testuggine è la formazione di fanteria che ancor oggi seduce la mente dei combattenti. Testicoli sono gli attributi richiesti per procedere nell’intento. L’incombenza di una bomba atomica è quel che ci vuole per scuotere gli animi dal torpore della abitudine. Poi ci si abituerà anche a questo, ma saranno in pochi a potersene lamentare se si passasse ai fatti. 

Già i Greci chiamavano atomo l’indivisibilità di una particella, senza sapere che gli uomini oggi, scomposti in popoli e in risse, hanno creduto di far saltare il banco con sopra i legami del cuore e della scienza. Atollo è un isolotto che ha fatto da prova. Ora si tratta di allargarsi per come conviene. Se la tattica è utile per ottenere un valido esito in una battaglia, la strategia è la macchinazione complessiva per vincere la guerra. Tatto, per la prima e per la seconda, ne è richiesto poco. Malgrado la noia sul tema, siamo in guerra.

AgenSIR | Giuseppe Contaldo eletto alla guida del Rinnovamento nello Spirito.

Giuseppe Contaldo è il nuovo presidente di Rinnovamento nello Spirito. È stato votato dall’Assemblea nazionale riunitosi a Sacrofano (Roma) dal 24 al 26 marzo per il rinnovo degli Organismi pastorali di servizio del livello nazionale secondo il nuovo Regolamento e lo Statuto, approvato definitivamente dal Consiglio permanente della Cei il 14 marzo 2002 e sottoposto a successive modifiche nel 2007 e poi nel 2019. Contaldo subentra a Salvatore Martinez, alla guida del Movimento dal 1997. 

Nato a Pagani (Sa) il 6 luglio 1970, nel 1986 Contaldo riceve la preghiera di effusione. È componente della Consulta delle Aggregazioni laicali e del Forum regionale delle Famiglie della Campania. Segretario della Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, nel 2021 è nominato notaio aggiunto del Tribunale per le cause dei Santi della stessa diocesi. È stato coordinatore diocesano della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno dal 2005 al 2010. Dal 2011 fino al 2014 è stato membro del Comitato regionale di Servizio della Campania e, dal 2015 a tutt’oggi, è coordinatore regionale della Campania. Dirigente di risorse umane presso aziende di rilievo nazionale con un elevato numero di dipendenti (300/500), ricoprendo diversi incarichi di responsabilità sociali all’interno delle stesse. Consulente abilitato iscritto presso l’Ordine dei consulenti del lavoro di Salerno. 

Come coordinatore nazionale, votato dal Consiglio nazionale, è stato eletto Rosario Sollazzo, già membro del Comitato nazionale di Servizio uscente per l’Area Carismatica-Ministeriale. 

“Cuore, mani e piedi: sono le tre dimensioni che in questo momento animano la mia chiamata all’incarico che mi attende. Cuore, ossia passione per Dio e per la Chiesa, e sacrificio nel servire i fratelli, come donazione di sé; mani, elevate al Cielo in segno di preghiera continua, di lode e vittoria del Signore; piedi, come passo missionario per annunciare il Vangelo. In tutto ciò – ha detto Contaldo -, nasce un dinamismo che crea il corpo, a rappresentare ciascuno di noi a servizio del Regno di Dio in una armonia comunionale e sinodale, così come più volte è stato richiamato dal Santo Padre, specialmente in questo tempo particolarmente straordinario del Sinodo universale”.

Fonte: AgenSIR – 26 marzo 2023

Il Papa in Congo ha esortato a combattere la battaglia dell’amore

Il Viaggio Apostolico di Francesco a Kinshasa è stato caratterizzato da un messaggio rivoluzionario, tanto da porre la questione di quanto saremo in grado noi fedeli di metterne in pratica le indicazioni più concrete e immediate. Chi avrà la forza di asssumere come propria direttiva di vita questo messaggio potrà osservare come il corso della storia, non solo del Congo o dell’Africa, ma del mondo intero, s’incammini nella direzione irreversibile della novità annunciata dal Salvatore. Papa Francesco ci ha ricordato che dipende da ciascuno di noi realizzare la pace, la comunione, la fraternità, l’amore, per rendere il mondo un cielo già su questa terra. È necessario diventare una comunità nuova, protagonista dell’impegno quotidiano per un mondo migliore.

Il Papa ha ricordato inoltre quanto sia urgente mettere fine alla “guerra mondiale a pezzi”, che da anni insanguina il mondo intero, dando a poche persone l’opportunità di un arricchimento vergognoso. Le parole sono scolpite sulla pietra: pace, riconciliazione, fraternità, comunione e  libertà, tutte indirizzate a un’autentica promessa di sviluppo e prosperità. In particolare, Francesco ha invitato i congolesi a lottare contro la violenza e l’odio, a difendere la propria dignità e integrità territoriale, a valorizzare le immense risorse del paese, rifiutando a testa alta la condizione dell’asservimento. Ha poi esortato a lavorare insieme, come fratelli e sorelle di un’unica famiglia, per un avvenire più degno. Egli ha proclamato poi il vivo apprezzamento per il coraggio di coloro che lottano contro la corruzione, pagando un prezzo elevato, fino addirittura al sacrificio della vita.

La grande sfida è condividere con i poveri e aprire il cuore agli altri, anziché chiuderlo a sé stessi. Fermarsi a guardare e ad ascoltare, questo è il fondamento dell’apertura agli altri, specialmente ai più poveri. Ed essere missionari di pace vuol dire portare pace anche a noi stessi. Ci viene chiesto perciò di fare spazio a tutti nel nostro cuore e di credere che le differenze etniche, geografiche, socio-culturali e religiose non sono ostacoli insormontabili. O meglio, non debbono esserlo. È nostro dovere, entro questo orizzonte, spezzare il cerchio della violenza e smontare le trame dell’odio. Come cristiani, siamo chiamati a essere coscienza di pace del mondo, testimoni di amore, fraternità, perdono: dobbiamo farci tutti  missionari del folle amore che Dio ha per ogni essere umano.

Costruire la pace e l’amore significa anche decidere come usare le nostre mani. Possiamo usarle per edificare o distruggere, donare o accaparrare, amare o odiare. La scelta è nostra. Il Papa ha voluto ancora suggerire quali siano gli “ingredienti per il futuro”, primo tra tutti la preghiera come viatico per radicarci nell’ascolto della Parola di Dio, crescendo nella fede. La preghiera è “l’acqua dell’anima” che ci aiuta a vincere le resistenze e le difficoltà, a maturare nella consapevolezza dei nostri mezzi e dei nostri limiti, per  alzare lo sguardo verso l’alto, ricordandoci che siamo fatti per il cielo. La preghiera ci permette di trasformare l’inquinamento dell’anima in ossigeno vitale, così da sperimentare il conforto della forza di pace, ovvero la forza dello Spirito Santo.

Infine, alle cinquemila persone consacrate, tra cui cardinali, vescovi, preti e religiosi, il Papa ha fatto memoria del servizio cui sono stati chiamati da Dio, per essere testimoni dell’amore e per dedicare l’intera esistenza al servizio dei poveri e dei bisognosi. Gesù deve essere al centro delle loro vite, per servire il popolo in quanto testimoni dell’amore di Dio ed evitare altresì la mediocrità spirituale, il comfort mondano e la superficialità. Occorre allora che sacerdoti e religiosi siano preparati, ma soprattutto appassionati del Vangelo. Riflettere sulla bellezza di una vita dedicata a Dio è la maniera più delicata e convincente per trasmettere il senso della propria fede, sapendo che la testimonianza vale più della sapienza, specialmente agli occhi dei più giovani.

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Centro più forte se una donna ne assumerà la leadership

Dunque, riepiloghiamo. La destra ha un leader politico (rosa) riconosciuto e legittimato dagli elettori. È Giorgia Meloni. La sinistra ha un nuovo leader (rosa), certificato dai gazebo delle primarie del suo partito – anche se non sapremo mai chi ha votato realmente a quella consultazione – ed è Elly Schlein. È evidente a tutti che se esiste un altro polo politico che vuole differenziarsi dalla destra e dalla sinistra – ovvero il centro – deve avere un altro leader, riconosciuto e certificato dagli elettori, competivo sotto molti aspetti. Certo, non c’è alcuna legge, o decreto, che dice che il leader dev’essere necessariamente di genere femminile. Ma è indubbio che la riflessione ha un suo carattere di suggestione non banale, che passa per un interrogativo: se fosse ancora una donna il nuovo leader di un centro democratico, riformista e di governo? Qualcuno potrebbe obiettare, da quelle parti, che un leader c’è già e si chiama Calenda. O, meglio ancora, Renzi. 

Ma, per restare al genere femminile, anche nel cosiddetto “terzo polo” – o futuro partito di centro –  non mancano donne affermate che in questi ultimi anni si sono ritagliate un ruolo politico e di governo. Faccio solo tre nomi che spiccano per il loro rilievo pubblico: Elena Bonetti, Maria Elena Boschi e Maria Stella Gelmini. Tuttavia, al di là dei nomi e dei cognomi, un fatto è abbastanza oggettivo: e cioè, anche il centro politico e di governo potrebbe sperimentare la scommessa di un leader al femminile. 

Dopodichè, anche l’ultimo cittadino/elettore sa benissimo che la leadership in politica si forma e matura sul campo e non è il frutto di una nomina dall’alto o la conseguenza di una designazione centralistica. E sia Giorgia Meloni su un versante che Elly Schlein sull’altro hanno confermato, in modo evidente e persin plateale, cha la leadership l’hanno conquistata sul campo pur essendo quei due partiti caratterizzati da un forte e marcato maschilismo. L’uno per la sua tradizione storica e culturale e l’altro per la struttura interna di partito caratterizzata da più correnti guidate e gestite rigorosamente da capi maschili. E, sotto questo versante, il futuro centro sarà messo alla prova. 

Vedremo se, al di là delle chiacchiere di rito e della propaganda sulla sacrosanta parità di genere, ci sarà un salto di qualità nella guida di questo futuro centro o se, invece, proseguirà la prassi della cooptazione delle donne da parte del tradizionale “cerchio magico” maschile. Come, del resto, è quasi sempre avvenuto.

Se ChatGPT sostituisce l’uomo…È un’ipotesi attendibile?

In questo momento storico l’IA sta mostrando un’accelerazione senza precedenti (vedasi ChatGPT). Sto usando regolarmente ChatGPT nel mio lavoro, lo considero un collega competente e disponibile. Talvolta è impreciso, ma accetta le mie osservazioni e si corregge senza innervosirsi (contrariamente a qualche collega umano). Recentemente mi ha aiutato a trovare una soluzione (un algoritmo) in una mezz’ora, senza di lui (?) avrebbe richiesto almeno mezza giornata.

Quindi nella mia esperienza ChatGPT riesce spesso a sostituire un collega umano al quale prima mi rivolgevo, spesso abusando della sua disponibilità, e distogliendolo dai suoi impegni.

Dunque ChatGPT può sostituire l’uomo? Ovviamente no, anche se per molte attività specifiche lo può fare. Ma soprattutto, siamo all’alba di una nuova genia di strumenti, che continueranno ad evolvere molto velocemente (si guardi il nuovo GPT-4), allargandone lo spazio di intervento e l’affidabilità.

Dunque ChatGPT è uno strumento che si sostituisce, e in meglio, all’uomo in molte funzioni. A prima vista è quanto successe con il telaio a vapore o la scavatrice meccanica. Sappiamo che sul termine medio-lungo la disoccupazione indotta dalla meccanizzazione del lavoro è stata riassorbita. Ma quante distorsioni ha causato a livello sociale? Quante lotte sono state necessarie per ribilanciare (in qualche misura) quelle storture? Forse due secoli, e siamo ancora lontani da una soluzione: un equilibrio equo tra capitale e lavoro.

Questa volta non dobbiamo farci trovare impreparati. Dobbiamo informarci, studiare questi nuovi strumenti avanzati di automazione del lavoro intellettuale (ma anche manuale, con i robot). Siamo di fronte a nuovi strumenti potentissimi di creazione di valore, che stanno già accelerando la polarizzazione della ricchezza, che verrà accumulata fa quanti hanno le competenze e i mezzi (Digital Lords), relegando le fasce deboli (anche, soprattutto, culturalmente) della società ai margini.

Dunque è importantissimo comprendere il fenomeno, appropriandosi delle competenze necessarie, che consentano di formare uno coscienza collettiva, attivando opportuni processi di indirizzo e regolazione di questi nuovi fenomeni. Prima che il nuovo tecno-capitalismo si consolidi al di là del punto in cui sarà molto difficile cambiare lo stato delle cose…

[Il testo è stato pubblicato su Fb]

Chi è l’autore
Michele Misha Missikoff, Ricercatore Associato Senior del CNR e docente di Innovazione Digitale presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università Uninettuno.

Vita e Pensiero | Le radici dell’Umanesimo europeo secondo Werner Jaeger

Dopo Paideia, il monumentale saggio sulla formazione dell’uomo greco, divenuto uno dei cardini della riflessione culturale della nostra epoca, Werner Jaeger ricerca, nella conferenza del 1943 che qui riproponiamo, le radici dell’Umanesimo europeo. E le trova aprendo una via diversa rispetto alla convinzione consolidata secondo cui l’Umanesimo nasce da una rottura rispetto al Medioevo ‘teologico’ e a favore di un ritorno alla classicità centrato su una nuova concezione della natura umana. 

È vero, come ricorda qui lo stesso Jaeger, che gli umanisti rinascimentali ammiravano e desideravano far rivivere l’antica cultura della Grecia e di Roma e ritenevano il Medioevo un periodo barbaro che aveva interrotto il progresso della civiltà classica, ma il loro rifiuto era indirizzato principalmente alla forma degenerata della tradizione scolastica, con il risultato di offuscare la grande portata ‘umanistica’ di autori medievali – primo fra tutti san Tommaso, ma anche Dante – che seppero arricchire di universalità il pensiero di Aristotele e di Platone

Il cristianesimo, fondato sull’Incarnazione, trae da essa la ragione profonda della dignitas hominis, riprendendo il lascito greco della virtù come ‘conversione’ dal mondo dell’illusione sensibile al mondo dell’essere vero e unico che è il bene assoluto e desiderabile. 

Lungi dal rappresentare una rottura, il Medioevo emerge dunque come il compimento dell’anelito a quell’«Umanesimo integrale» che, pochi anni prima della conferenza di Jaeger, Maritain aveva così formulato: «L’uomo è chiamato a un destino migliore che a una vita puramente umana». Una lezione di grande respiro, questa di Jaeger, che giunge «come una freccia acuminata» (per usare le parole di Carlo Ossola nella Presentazione) a illuminare i ‘secoli bui’ e far risplendere ancora oggi la loro eredità.

[Qui riproposta è la presentazione curata dall’editore. Per approfondire clicca qui https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/werner-jaeger/umanesimo-e-teologia-9788834351659-394773.html]

Biografia dell’autore

Werner Jaeger (1888-1961), filologo e storico del pensiero antico, è stato una delle voci culturali più alte del XX secolo. Professore in università prestigiose, come Berlino e poi Harvard, ove ha diretto anche l’Institute for Classical Studies, nelle sue ricerche ha sempre sottolineato il valore dello studio dell’antichità per la comprensione del presente. Così accade nella sua opera più nota, Paideia (3 voll., 1933-1945, tradotta in italiano nel 1936-1954), in cui, animato dall’ideale di un umanesimo moderno, delinea la storia del modello greco di cultura e di educazione. Tra i suoi altri innumerevoli lavori, ricordiamo Aristotele (1923, tradotto in italiano nel 1935) e La posizione di Platone nella costruzione della cultura greca (1928, tradotto in italiano nel 1942).

Sturzo sulle Fosse Ardeatine: un segno del sistema di terrorismo e vendetta nazi-fascista. Le parole scarne e ambigue della presidente Meloni.

Non c’è paese o villaggio occupato dai tedeschi che non ricorderà con orrore l’esecuzione di ostaggi innocenti, il massacro collettivo di popolazioni inermi, la distruzione completa di abitati. 

Lidice in Cecoslovacchia è nota in tutto il mondo; ma quante sono le Lidice in Italia e in tutta l’Europa? Roma ebbe le sue vittime dal 10 settembre 1943 al 4 giugno 1944. Su tutte si ricorda il massacro delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, per il complesso tragico dei fatti, il numero delle vittime riunite insieme, la stessa vicinanza di nomi e di luoghi con i martiri cristiani dei primi secoli. Queste vittime sono per gli italiani e anche per gli stranieri un simbolo storico perenne, che, insieme ai tanti ricordi storici di quasi tremila anni di esistenza, fa di Roma la città più significativa del mondo.

Il simbolo trascende il fatto e il luogo, prende e mantiene un suo carattere indelebile.

Mentre le Fosse Ardeatine sono per tutti il segno di un sistema di terrorismo e di vendetta, che ha caratterizzato in modo eccezionale il nazismo e il fascismo in pace e in guerra, per noi italiani significano l’ideale di libertà per il quale molti sono periti, non solo sui campi di battaglia e nella lotta partigiana, ma nella resistenza morale e civile, della quale fan testimonianza il resto di coloro che morirono in quelle Fosse. Risalta ancora di più il loro sacrificio in quanto essi furono presi come ostaggi, pur moralmente e legalmente innocenti, il cui eccidio fu voluto allo scopo di terrorizzare l’intera città. I tedeschi nel riattivare un sistema barbaro e anti-cristiano di rappresaglia, quale quello dell’uccisione di ostaggi civili, vi hanno aggiunto la loro freddezza di metodo e disprezzo per ogni sentimento di umanità.

La reazione morale – anche quando è impossibile la reazione materiale – ha i suoi effetti superiori all’uso della forza bruta, perché questi sono in rapporto alla ingiustizia commessa.

Il sistema di uccidere ostaggi per terrorizzare le popolazioni è tanto più ingiusto in quanto nessun ostaggio può rispondere della condotta dei suoi concittadini verso gli occupanti, non esistendo né potendo esistere in tale caso alla solidarietà politica e civile.

Quando ogni elementare senso di giustizia manca nei rapporti tra autorità occupanti e città occupata, quando una antitesi di ideali, interessi e posizioni, è fra di loro stabilita, la resistenza morale è una precondizione alla soluzione che si attende dalla forza materiale.

L’Italia ha dimostrato di possedere il senso di tale resistenza morale, e in maniera degna del suo Risorgimento, fin da prima dell’armistizio, da prima della caduta del regime fascista e del suo capo, da prima dello sbarco alleato in Sicilia. 

La storia italiana della resistenza al fascismo sarà fatta a suo tempo e dovrà essere fatta obiettivamente, serenamente.

Tale storia, ben documentata, dovrà portare come illustrazione il monumento che sarà eretto alle vittime delle Fosse Ardeatine, per il suo significato morale. Essa dovrà avere per ultima pagina la dichiarazione dell’Assemblea Costituente, la quale, come suo primo atto, dovrà ricordare le vittime del regime fascista, della guerra doppiamente distruggitrice, della occupazione tedesca e tutti quegli italiani che disseminati per il mondo soffrirono e morirono per l’Italia libera e democratica. 

Allo stesso tempo il nostro omaggio riconoscente dovrà essere indirizzato a quei soldati alleati che, combattendo sul nostro suolo la guerra di liberazione, vi hanno lasciato la vita, e a quanti hanno lealmente e generosamente cooperato al risorgimento del nostro Paese nel quadro di un’Europa pacificata e riunita.

La Voce del Popolo | Nelle coalizioni si litiga di più sui fondamentali.

Il nostro bipolarismo procede zoppicando un po’. Nel senso che le due coalizioni traballano tutte e due quando si parla di Ucraina. E diventano improvvisamente granitiche quando si parla di temi etici (e anche di temi frivoli, a volte). Sulle armi a Kiev le opposizioni votano in ordine sparso, e anche tra le forze di maggioranza si intuiscono differenze. Mentre sulle politiche per le famiglie e sui loro diversi diritti corre tra destra e sinistra una barriera etica che nessuno si sogna di attraversare.

Per non dire dei giudizi sulle trasmissioni televisive dove l’ordine di scuderia regna sovrano. Dovrebbe essere il contrario, secondo i manuali della buona politica. Le coalizioni dovrebbero avere una e una sola idea sulla politica estera, fondamento di ogni alleanza degna del nome.

E viceversa sarebbe più proficuo se si lasciasse un margine più ampio di libertà quando si affrontano temi sensibili che la coscienza delle persone può elaborare in molti modi. Invece, è sui fondamentali che si litiga di più all’interno dei blocchi. Mentre sui temi che un tempo sarebbero stati definiti “sovrastrutturali” si recupera quella coesione che viceversa sarebbe saggio allentare almeno un poco. 

Segno che le coalizioni si sono formate in modi piuttosto discutibili. Ma soprattutto che i partiti e i loro leader hanno la consapevolezza di non essere più decisivi come un tempo. E così pensano bene di utilizzare qualche argomento di bandiera per riempire il vuoto di una più ampia strategia di cui si sono perse un poco le tracce.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 marzo 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Sui diritti civili non siamo allo scontro tra guelfi e ghibellini.

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Il dibattito, come al solito acceso e persin violento che si è innescato dopo la manifestazione di Milano organizzata dalle “famiglie arcobaleno” sulla difesa di alcuni diritti, non ha affatto riproposto la storica contrapposizione tra i guelfi e i ghibellini come avevamo conosciuto nel passato recente e meno recente. Perché in discussione, adesso, c’è una visione differente della società frutto anche, e soprattutto, di un sistema valoriale, etico, culturale e politico diverso se non addirittura alternativo. Semmai, e al contrario, emergono in modo netto e tagliente le diversità culturali che non possono più essere sottaciute o, peggio ancora, sacrificate sull’altare di piccole convenienze personali o di corrente all’interno dei rispettivi partiti di riferimento.

A cominciare anche, e soprattutto, dalla cultura cattolico popolare. Un filone di pensiero che non può, soprattutto di fronte all’ennesima riproposizione della cultura radicale, libertaria e laicista, non far sentire laicamente e rispettosamente le sue radici. Del resto, non è una gran novità il carosello di appoggi mediatici, di supporto giornalistico e di condivisione di costume che arriva dagli alfieri del caravanserraglio del “politicamente corretto”. Soprattutto da molti protagonisti del piccolo schermo, storicamente contigui ai sostenitori di queste battaglie e acerrimi nemici di chi le contesta o le contrasta.

Ora, per fugare qualsiasi equivoco, non c’è nessuno che pensa di bloccare diritti alle persone e, men che meno, ai diritti sacrosanti dei bambini, in virtù di una concezione culturale e politica confessionale, clericale o peggio ancora reazionaria. Chi fa accuse del genere, com’è ovvio e scontato, fa solo propaganda politica e bassa speculazione giornalistica e culturale. Semmai, e al contrario, si tratta di avere il coraggio e la coerenza di riaffermare laicamente la propria visione culturale, e di società, senza per questo negare diritti altrui o non riconoscere la dignità di tutte le persone e di tutte le esperienze di relazione affettiva che sono presenti nella nostra società sempre più articolata e pluralistica.

E quella dei cattolici popolari, soprattutto dopo un lento ma irreversibile ritorno delle culture politiche e delle stesse identità politiche, non può che ritornare protagonista. Un protagonismo che prescinde da prove di forza o da riaffermazioni integralistiche della propria visione, ma che semmai si basa sulla necessità di non rinunciarci pregiudizialmente per ragioni di puro organigramma interno ai rispettivi partiti di appartenenza. E questo per la semplice ragione che le culture politiche, nello specifico quelle democratiche, riformiste e costituzionali, continuano ad essere punto di riferimento e bussola di orientamento delle persone nella misura in cui non rinunciano alla propria specificità ed originalità.

Del resto, i grandi leader del passato del cattolicesimo popolare e sociale hanno sempre avuto il coraggio, la coerenza e la dignità di non rinunciare alle proprie idee e alle proprie convinzioni. Erano sì leader e statisti politici ma erano anche, e soprattutto, nella loro comunità di riferimento degli educatori e dei modelli a cui guardare con rispetto ed ammirazione. Perchè il “politicamente corretto” che esisteva anche nel passato, benché fosse meno virulento ed ossessivo, non li ha mai sfiorati nè condizionati. Perchè era “la forza delle idee” che li guidava e non solo le ragioni del realismo politico.

Sussidiarietà, la risposta al fallimento di sovranismo e globalismo.

Questo mese di marzo sia per le cose che accadono che per gli anniversari che ricorrono, ci può dire molto sulla prospettiva da seguire, e innanzitutto da discutere, per fare in modo che il 2023 non finisca per assomigliare al 1939 ma sia piuttosto simile al 1989 dell’Occidente, nel senso di un inizio incruento, al netto dei conflitti ancor in corso, del passaggio dall’unilateralismo al multilateralismo.

La Cina, ormai a tutti gli effetti superpotenza globale, si prepara a prendere le redini del “secolo cinese” senza aver dovuto sparare un solo colpo. Il suo piano di pace sull’Ucraina, in un primo momento respinto dall’Occidente, sta ora attirando un tiepido e crescente interesse nelle cancellerie occidentali e s’infittisce l’agenda degli incontri internazionali nella capitale cinese. Un piano che ha il sapore dei punti irrinunciabili per un nuovo ordine mondiale multipolare, presupposto indispensabile seppur se non sufficiente, anche per una soluzione diplomatica al conflitto in Ucraina.

Nel loro recente incontro a Mosca Xi Jinping e Putin non hanno certo usato giri di parole per dire cosa ritengono irrinunciabile: la fine dell’unilateralismo. La rinuncia da parte dell’Occidente a ritenersi superiore al resto del mondo, e al doppiopesismo che ne deriva. E la parola fine a ogni progetto di governo mondiale da parte di una minoranza, sia essa, si potrebbe osservare, il governo degli Stati Uniti, o peggio ancora, come purtroppo in realtà accade, costituita da ristrettissimi circoli privati che si infiltrano e usurpano il potere nei Paesi occidentali, dettandone la rovinosa agenda che si è vista in questo secolo. In una parola Cina e Russia, all’unisono e insieme agli altri Brics e a altri importantissimi Paesi emergenti, chiedono il loro riconoscimento come co-protagonisti della politica mondiale. Nessuno può più decidere per tutti a livello mondo, dobbiamo renderci conto che non è più accettato questo, ma a tutti deve esser riconosciuto titolo a concorrere agli accordi sulle decisioni di portata globale.

Come se non bastasse questo ulteriore avvicinamento tra Cina e Russia, si devono registrare, anche su loro impulso, rapidi riposizionamenti in Medio Oriente, dove ex nemici  riprendono a parlarsi, con Arabia Saudita e Iran che riallacciano relazioni diplomatiche e con la storica vista del presidente siriano Bashar al-Assad negli Emirati Arabi. Così pure in Africa, in Asia meridionale e America Latina.

Alla luce di questi avvenimenti credo si possa vedere meglio come sia stata tragicamente miope e fallimentare la strategia imposta agli Stati Uniti da piccoli ma potentissimi circoli, come quelli costituito dai neocons, di imposizione armata dell’ordine unilaterale in Europa e in Medio Oriente. Gli anniversari che cadono in questo mese della guerra su Belgrado come quello della del tutto pretestuosa invasione dell’Iraq stanno lì a ricordarcelo.

Al delirio di questi circoli, responsabili anche nel far precipitare le cose in Ucraina, si è aggiunto il delirio dei circoli di Davos e di certi colossi tecnologici che danno l’impressione di considerare a portata di mano un governo mondiale, di cui si ergono in concreto a regolatori.

Ebbene, gli eventi in corso ci dicono che il mondo non sta andando né nella direzione sostenuta dai sovranisti (senza alleanze internazionali neanche gli Stati Uniti e la Cina avrebbero il peso che hanno) e neppure nella direzione sostenuta dai globalisti, di un governo mondiale in pratica nelle mani dei miliardari occidentali.

Ecco perché mai come ora la pace dipende dall’Occidente. Il resto del mondo lo ha espresso in un modo inequivocabile cosa vuole. Tocca all’Occidente, e in primo luogo agli Stati Uniti, indicare una posizione saggia. Che a ben vedere deriva dall’applicazione del principio di sussidiarietà, che è uno dei principi ispiratori del popolarismo, sin dalle sue origini. Anche la politica globale deve ispirarsi al suddetto principio, non nel senso di costituire un governo mondiale che, inevitabilmente porterebbe i gruppi più potenti a prevaricare sugli altri, bensì trovando dei criteri che consentano alle potenze di questo secolo di affrontare e di risolvere insieme, in amicizia e autonomia, e con reciproco riconoscimento, i problemi di portata globale.

“O bailan todos o no baila nadie”. I cacicchi…malgrado Schlein.

Dopo essere stata eletta Segretaria, nel corso dell’Assemblea Nazionale del PD, Elly Shlein ha testualmente affermato: “Abbiamo dei mali da estirpare, non vogliamo più vedere capibastone e cacicchi vari”.

Capobastone è un termine molto diffuso. Secondo la terminologia “ndranghetistica”,  il capobastone è il capo di una “ndrina locale” ovvero di una cosca malavitosa con una competenza territoriale ben definita. Se invece al capobastone si assimila, in politica, un  Capo corrente, la sua competenza non è sempre limitata ma addirittura può essere riferita al Partito nella sua interezza territoriale. Inizialmente i capibastone erano una prerogativa del Mezzogiorno ma, come profetizzò Leonardo Sciascia, la linea della Palma è salita verso il nord sicché il fenomeno è di portata nazionale. Non potendo colpire solo il Partito del Sud il termine negli ultimi tempi è un po’ desueto.

Cacicchio, invece, è un termine più originale e meno diffuso. È stato D’Alema ad utilizzarlo per primo per identificare i vari capi locali. Era il tempo in cui si vagheggiava “il Partito dei Sindaci” tanto da indurre Giuliano Amato a definire l’improbabile partito come il partito delle “cento padelle”. Come cambia il clima … ora si invoca un  Partito capace di  puntare sui Sindaci  per uscire dalla crisi di rappresentanza e di consensi!

I “Cacicchi” evocano, per certi aspetti, anche una particolare suggestione. In America Meridionale, in particolare in Uruguay negli anni 60/70, si diffusero i “tupamaros”, oppositori di un regime dispotico. I tupamaros derivarono il loro nome da Tupac Amaru, ultimo imperatore Inca che ebbe un lontano discendente che prese il nome di Tupac Amaru II, leggendario capo della rivolta per l’indipendenza del Perù. Ereditò poi dal fratello maggiore il titolo di “cacique”.

Cacicco indicava il capo di alcune comunità tribali nell’America Latina, mentre in Spagna il controllo della vita politica locale da parte di alcuni grossi proprietari terrieri venne definito “cacicchismo”. Forse è interessante richiamare lo slogan della guerriglia dei tupamaros: “O bailan todos o no baila nadie”. Che significa “O ballano tutti o non balla nessuno”. I cacicchi, nella versione più suggestiva, sono legati a questo slogan.

Elly Schlein nel corso dell’Assemblea Nazionale ha lanciato uno slogan carico di seduzione : “Pd – La forza della comunità’”. Ma per sentirsi tutti dentro la comunità-partito forse non sarebbe inopportuno richiamare lo slogan dei “cacicchi” versione tupamaros: O bailan todos o no baila nadie! È pura illusione se qualcuno/a ritenesse di poter ballare da solo/sola. Come direbbe Martinazzoli, sarebbe prigioniero/a di una finzione!

Laicità e umanesimo: via l’attributo “cattolico” dal dizionario della politica.

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Di fronte alla devastazione culturale e politica alla quale da anni stiamo assistendo senza mai aver trovato modo di reagire con qualche efficacia, domando agli scrittori e ai lettori riuniti attorno al blog de “Il Domani d’Italia”, perché ci ostiniamo a usare l’espressione “cattolici democratici” come se questa indichi ancora una identità precisa e riconoscibile.

Si preferisce dire “cattolici democratici” per non dirsi più semplicemente “democratici cristiani”, che poi è un perfetto sinonimo, solo che riesumando il primo dagli archivi del Novecento s’intende di fatto attutire lo scomodo ricordo della Democrazia Cristiana. Anche se già nella prima metà degli anni ’70 nei tentativi di ripresa dell’attività politico-partitica nell’università (di Roma), gli attivisti del Pci preferivano chiamarci “cattolici democratici” e non “democristiani”. Una pretesa ancora attuale, anche un po’ arrogante, di una sinistra generica alla quale corrisponde una certa accondiscendente e minimalista debolezza dei nostri amici e tante volte di noi stessi.

Ma il punto vero sul quale aprire una riflessione è un altro e cioè: cosa significa dirsi “cattolico” nella società e in politica? 

La domanda è una sola, ma le risposte sono una costellazione intera. Provo ad elencarne qualcuna anche se a qualcuno sembrerà banale: cattolici sono quelli che vanno a messa la domenica e nelle feste comandate? Sono quelli che si confessano almeno una volta all’anno e si comunicano almeno a Pasqua? Cattolici sono quelli che ubbidiscono al Papa e ai vescovi? Cattolici sono quelli attivi in Parrocchia e nelle articolazioni associative ecclesiali? Cattolici sono quelli che si dedicano al volontariato? Cattolici sono quelli che educano cristianamente i propri figli e che li seguono nel percorso catechistico? Cattolici sono quelli che rispettano i precetti della Chiesa anche nelle opere dirette di carità? Cattolici sono quelli che non temono di dichiararsi tali anche quando la loro testimonianza di fede potrebbe nuocergli sul lavoro, o nella pubblica reputazione? Cattolico è chi si informa sulla Dottrina Sociale Cristiana? L’elenco potrebbe continuare con tanti altri esempi, ma già questi sono sufficienti per capire che dirsi cattolici, purtroppo, non basta più a definire una persona; tanto più in politica.

Insomma l’attributo cattolico, a meno di un uso opportunistico, esige risposte coerenti e chiare. Ma – ahinoi! – raramente troviamo risposte univoche e unificanti. Nella maggior parte dei casi invece le risposte sempre diverse (e spesso divaricanti) ci raccontano l’immagine e la storia di un popolo “disperso” nella burrasca non finita del cambiamento epocale che stiamo vivendo. Una società frantumata (“liquida” secondo la felice definizione di Bauman) nella quale anche la più semplice ricomposizione appare problematica e non realizzabile. Neppure – per restare agli esempi – tra coloro che sono presenti ad una stessa cerimonia eucaristica.

Su queste basi è impossibile costruire qualsiasi credibile ipotesi di organizzazione politica. L’attributo “cattolico” va espunto dal dizionario della politica a meno che non si vogliano creare ulteriori lacerazioni oltre alle numerose che già tormentano la cristianità attuale. Da questo primo indice di problemi sull’uso dei termini “cattolico” e “cristiani” in politica possono scaturire alcune prime piste di impegno. La prima può essere quella di estrarre dall’esperienza ecclesiale delle parrocchie, associative e di comunità gli elementi fondamentali per una proposta culturale dialogante e ad ampio spettro nella quale i credenti e i simpatizzanti con la dimensione cristiana possano conoscersi e riconoscersi nella figura di un umanesimo globale. Obbiettivo non impossibile considerando l’enorme massa critica (università, accademie, editrici, studiosi e ricercatori) attiva e variamente impegnata nei confini globali della Chiesa.

Sotto forma di “umanesimo nuovo” anche gli aspetti dottrinali e regolamentari della Chiesa potranno essere colti da tutti con animo più disponibile e, quindi, senza integralismi, fondamentalismi e settarismi vari. Un umanesimo fondato sull’idea della sostanziale libertà dell’uomo e quindi sulla realtà di una opinione pubblica nella Chiesa che sostituisca le dinamiche di autoritarismi gerarchici del tutto anacronistici. Insomma sentirsi più liberi e sollevati dai troppi vincoli dell’obbedienza. Operazione attraente, ma non facile se ricordiamo in quale modo è finito quel “progetto culturale” della Chiesa italiana naufragato purtroppo nel nulla.

Concludendo i cattolici, al pari degli altri uomini, staranno in politica (ove sia loro richiesto) come singoli, “uti singuli” e “boni viri” con fede nella libertà e nella grande elaborazione culturale (studi ed esperienze) vissuta e proposta nella cristianità. I “cattolici democratici” così non saranno formazione politica o partito, ma singole persone impegnate per il bene comune. Solo così si potrà ripartire.

E per il o un partito? Sì, un’idea ce l’ho: l’Unione Popolare.

AGI | I sindacati ritrovano lo spirito unitario e scelgono di mobilitarsi.

Cgil, Cisl e Uil avviano un percorso di mobilitazione unitaria. È quanto hanno deciso i segretari generali, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri, che ieri si sono riuniti presso la sede della Cgil in un incontro durato circa due ore. Tempi e modalità della protesta saranno comunicati a breve: “Ci prendiamo qualche giorno – ha riferito Sbarra – per fare un’opportuna verifica nei nostri organismi; la prossima settimana saremo nelle condizioni di fornire ogni utile informazione su modalità, articolazione e intensità delle iniziative che pensiamo di mettere in campo”.

“Inizia una fase di mobilitazione che coinvolgerà le lavoratrici e i lavoratori a partire dalle piattaforme e dalle proposte che abbiamo avanzato, perché vogliamo cambiare le decisioni che ha preso finora il Governo”, ha detto Landini. “La prossima settimana saremo nelle condizioni di dire quello che vogliamo fare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”.

“Vogliamo parlare con le persone e spiegare le nostre ragioni e le nostre rivendicazioni”, ha spiegato il leader Uil. “Abbiamo deciso di avviare unitariamente un percorso di mobilitazione per confrontarci con i lavoratori sui temi delle nostre piattaforme, per ascoltare i lavoratori e capire le sofferenze che stanno attraversando in questo momento e per ribadire la necessità di dare ascolto alle nostre richieste”, ha aggiunto Bombardieri. “Gli aspetti organizzativi e le modalità – ha concluso – li decideremo nei prossimi giorni dopo aver consultato ognuno i propri organismi. La notizia è che la mobilitazione è unitaria: mi pare già una bella notizia”.
Fonte: Agenzia Italia (AGI)

La Voce del Popolo | Da Draghi a Meloni, sostegno confermato alle famiglie.

L’assegno unico e universale familiare (AUUF), nato col governo di centrosinistra, è stato conservato dal governo di centrodestra. Una buona notizia, dunque, perché nelle politiche sociali la continuità è fondamentale. Anzi, il Governo ha addirittura apportato dei miglioramenti e ha di- chiarato di volerlo implementare. Basterebbe poco: più soldi. I dati 2022 dicono che oltre 6 milioni di famiglie hanno presentato la domanda per ottenere l’assegno unico per oltre 9 milioni di figli, con netta prevalenza di Lombardia, Campania e Lazio. Alla fine i beneficiari sono oltre 5 milioni per 8,5 milioni di figli, con un importo medio mensile per figlio pari a 146 euro. Ai genitori vanno dai 129 euro medi mensili per le famiglie con 1 figlio fino ai 1.585 per famiglie con oltre 6 figli. 

È ormai un dato di fatto che l’assegno unico e universale familiare abbia dato un forte contributo a contrastare la povertà. In realtà, come è certificato anche dai dati dell’Istat, la povertà si è ridotta soprattutto grazie al Reddito di cittadinanza, ma questo provvedimento – invece – non sarà conservato. Peraltro se c’era un difetto da sempre rilevato nel RDC, questo era proprio il fatto che non andava incontro alle famiglie numerose, favorendo invece i singoli. Comunque al posto del RDC arriverà la MIA – la Misura per l’Inclusione attiva — e tra le cose da verificare ci sarà proprio il come si in terfaccerà con l’AUFF.

Scusate tutte queste sigle. Se l’AUFF disponesse di maggiori risorse, si potrebbe allora ridurre o eliminare l’incidenza della prima casa nel calcolo dell’Isee e garantire

a tutti le clausole di salvaguardia rispetto al precedente regime. Inoltre c’è anche chi ricorda come sia importante prevedere una commissione per riconoscere i casi particolari a cui concedere l’AUFF anche senza i requisiti previsti, come ad esempio le donne in gravidanza, povere e straniere, anche quando irregolari. 

La questione della famiglia è importante sotto molti aspetti. Ricordiamo, e non incidentalmente, che il sostegno alla famiglia è importante anche sul piano economico e lavorativo. I tassi di occupazione femminile sono notevolmente più alti nei Paesi dove le misure a sostegno della famiglia sono sostanziose. In Italia lavora il 49,4% delle donne, in Francia le donne occupate sono il 64,5% e in Germania – dove c’è un assegno familiare molto sostanzioso e indipendente dal reddito – lavora il 72,2% delle donne. Si deve smettere di pensare al sostegno del reddito come ad una spesa, perché in realtà è un investimento.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 marzo 2023

[Articolo – titolo originale “Famiglia: investimento “ – qui riprodottoper gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia.

Dibattito | Il centro, adesso è necessario tenere fermi i principi e i contenuti.

Giorgio Merlo con la sua ultima nota su questo blog (Il centro e le alleanze. Tema non aggirabilehttps://ildomaniditalia.eu/il-centro-e-le-alleanze-tema-non-aggirabile/), pone una questione cruciale, quale quella delle alleanze. Una questione che, tuttavia, posta in questa fase di ristrutturazione delle forze politiche e alla ricerca della nostra ricomposizione politica, rischia di creare più polemiche e divisioni che unità.

Esiste una parte rilevante dell’area cattolica democratica, liberale e cristiano sociale, espressione di quella parte importante di amici che potremmo definire “cristiani della morale”. Essa non accetterà mai una collaborazione con “un partito radicale di massa”, come il profilo del Pd disvela con la nuova segreteria di Elly Schlein. Eppure questa parte di amici ed elettori di area ex Dc e popolare è essenziale, se vogliamo ricomporre la nostra unità politica. Un’unità che non può che derivare dalla convivenza necessaria tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”, come sempre è stato nella lunga stagione politica a guida democristiana.

Credo che premessa indispensabile per un rapporto non equivoco con questi amici, sia assumere come riferimento ideale e culturale l’idea che Alcide De Gasperi aveva del partito; la Dc come “partito di centro che guarda a sinistra”, formulata in un momento storico, dove il Pci di Togliatti era forma e sostanza assai diversa da quella del Pd attuale della Schlein.

Nell’attuale situazione politica, continuo a ritenere che compito dei dc e dei Popolari sia quello di concorrere alla formazione di un centro politico nuovo, ampio e plurale. Molti gli aggettivi che lo qualificano: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista. Parliamo quindi di un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista, ma pure distinto e distante dalla sinistra, ora in affannosa ricerva della propria identità a seguito di tanti sbandamenti subiti con la scomparsa  del Pci.

Le alleanze per noi possibili, caro Merlo, non potranno che essere fatte con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, partendo dal rispetto dei principi fondamentali in essa contenuti. La Carta è l’espressione del migliore compromesso etico, politico e culturale compiuto dai nostri padri costituenti come De Gasperi, Fanfani, La Pira, Dossetti, Lazzati, Gonella e Aldo Moro, con i partiti che assieme a loromposero le basi del nostro assetto costituzionale. Essenziale sarà trovare un accordo sulla legge elettorale, che per noi non potrà che essere di tipo proporzionale, con sbarramento e preferenza unica, e su un progetto di politica economica e finanziaria in grado di rispettare il principio del primato della politica sulla finanza e l’economia. Quel NOMA (Non Overlapping Magisteriae) che richiede, in primis, il ritorno alla legge bancaria del 1936, sempre difesa dalla Dc con Guido Carli alla guida di Banca d’Italia. Legge che garantiva la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, il superamento della quale è all’origine di tutti i problemi di subordinazione dell’economia reale alla finanza, della politica ai poteri dominanti, e delle gravi crisi finanziarie che, con frequenza settennale, si ripetono dal 2008 in poi.

Credo che su queste due premesse fondamentali sia opportuno e necessario, non solo favorire il nostro progetto di ricomposizione politica, su basi non equivoche, ma anche di individuare le alleanze più opportune e indispensabili per assumere un ruolo non di mera testimonianza politica, ma di concreta azione di governo. Pensare che tutto ciò possa nascere dall’alto, con metodo top down, per semplice accomodamento e compromesso di alcuni vertici, credo sarebbe miope ed errato, alla luce di ciò che abbiamo già sperimentato nel merito, nei lunghi anni della diaspora democristiana. Serve, certamente, una forte iniziativa dei responsabili nazionali dei diversi partiti e movimenti d’area che deve, però, esser sostenuta dal basso, con procedimento bottom up, come quello che, con i comitati civico popolari di partecipazione democratica, luoghi di incontro e di dialogo tra tutte le componenti ex Dc e popolari presenti nei territori, sapremo favorire e  organizzare.

Dov’è finita l’educazione civica? Fatta bene, aiuterebbe a radicare un’idea d’appartenenza.

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Correva l’estate del 2019 e l’educazione civica sarebbe dovuta rientrare con pieno titolo tra le materie scolastiche nelle scuole di ogni ordine e grado con l’inizio dell’anno scolastico 2019/20, con 33 ore all’anno di insegnamento ad hoc. Poi era successo il pasticcio della tardiva pubblicazione della legge istitutiva sulla G.U. del 20 anziché del 16 agosto, a cui aveva tentato di rimediare lo stesso Ministro pro-tempore Bussetti  con un decreto ministeriale in data 27 agosto che introduceva la materia come “sperimentazione nazionale obbligatoria”, a sua volta definitivamente cassato dal Consiglio nazionale della P.I. che aveva ritenuto inopportuno un così tardivo provvedimento a tre giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico.

Tutto era stato dunque rimandato all’ a.s. 2020/21: in ritardo ma con grande enfasi l’educazione civica tornava ad essere materia curricolare, dalla scuola dell’infanzia alle superiori, dopo una lunga latitanza dovuta ad una lenta espunzione di questa pedagogia dei diritti e dei doveri individuali e sociali nella scuola e nella vita 

Poi le cose si erano complicate con la pandemia, gli alunni a casa, le famiglie in enorme difficoltà, la sperimentazione della didattica a distanza, i salti mortali doppi, tripli e carpiati degli insegnanti che avevano cercato di mantenere un contatto didattico e visivo, persino telefonico con i loro scolari, gli esami di licenza media e di maturità riveduti, corretti e semplificati a motivo dell’insorta emergenza pandemica.

Un lungo periodo di latenza del sistema formativo che ha provocato complicazioni didattiche e turbamenti emotivi: le scuole chiuse sono state una necessità sanitaria e – a un tempo- una sventura pedagogica, poiché la formazione e l’istruzione sono elementi costitutivi della crescita umana, sociale ed economica di un Paese. Un disagio profondo vissuto da docenti, famiglie, alunni che resterà nella memoria collettiva come un incubo degno di un periodo bellico, all’atto pratico una sorta di catastrofe sociale irripetibile. Ecco allora che il ritorno dell’educazione civica nelle scuole era stato salutato non come un grattacapo aggiuntivo da gestire ma una risorsa da utilizzare, una sorta di fulcro tematico e pedagogico, uno snodo per stimolare in tutti, anche negli alunni e nelle loro famiglie, sentimenti di condivisione, partecipazione, solidarietà.

L’educazione civica – se valorizzata con buoni insegnamenti – sarebbe uno strumento formativo per radicare un’idea di appartenenza, per sentirsi parte di una comunità solidale affinchè ciascuno sia responsabilmente consapevole di portare, secondo le sue potenzialità, un piccolo mattone alla costruzione del bene comune. Tuttavia ascoltando gli echi di cronaca ricorrenti si ritrovano tutti gli ingredienti negativi del suo opposto: indifferenza verso gli altri, vita sociale come contenitore di episodi di violenza, sopraffazione, bullismo, intolleranza, femminicidi, con fatti gravi che esprimono il totale disprezzo verso la vita. Si assiste con preoccupazione ad una adultizzazione precoce dell’adolescenza e ora persino dell’infanzia (c’è chi propone di abbassare l’età della responsabilità penale dagli attuali 14 ai 12 anni, ma pare un azzardo), nei suoi aspetti più deteriori: dall’uso disinvolto di droghe di ogni tipo, dalla facilità con cui circolano le armi, dalle aggressioni di compagni e persino insegnanti a scuola, dalla derisione fino ai pestaggi dei disabili o degli emarginati, dall’utilizzo persecutorio delle tecnologie, per commettere reati dal cyberbullismo al revenge porn. 

Sembra saltata ogni regola che conferiva al vivere sociale una tollerabile sostenibilità e questa tendenza cresce di giorno in giorno nei comportamenti sociali ricorrenti, quasi con emulazione.

La violazione delle regole è anzi la prevalente pedagogia sociale che si diffonde in ogni target sociale e si estende ad ogni età, mentre violenza fisica e simbolica sono le facce di una deriva che secondo Vittorino Andreoli va oltre e porta verso la distruzione come forma di ribellione totale e dilagante.

Mentre l’impunità diffusa e la convinzione di farla franca prevalgono sulla certezza del diritto e sul rispetto della dignità umana, si spegne la coscienza come sede della consapevolezza emotiva e razionale, la giustizia spesso è arrendevole o pervasa da burocrazia e laccioli paralizzanti, tuttavia si avverte la necessità di ripartire dalla famiglia e dalla scuola, messe in crisi da un avvertito senso di impotenza. Osservazione, ascolto, dialogo, soprattutto buoni esempi: bisogna riprendere l’antica usanza di queste metodologie educative affinchè il destino dei bambini e dei ragazzi non sfugga di mano ma sia orientato verso il bene.

Educazione sentimentale ed educazione civica sono la ‘didattica’ più efficace perchè ciò si realizzi.

Le famiglie devono esserne consapevoli: certe forme di difesa d’ufficio dei figli sono deleterie. Ma intanto ci si chiede che fine abbia fatto l’educazione civica a scuola: consiste forse in qualche corso accelerato di bon ton, o nell’abc dell’educazione stradale, ambientale o nell’uso dello smartphone? Di solito questi progetti educativi sono effimeri e producono l’effetto contrario. 

Messi in appendice alle materie scolastiche sono escrescenze didattiche posticce: diciamo subito che 33 ore all’anno sono veramente poche, persino per capacitarsi di un’idea, di un’utilità dell’educazione civica che andrebbe invece implementata e distribuita su tutti gli insegnamenti, direi quotidianamente, partendo dai vissuti, dai fatti di cronaca, dalle buone regole da condividere nella vita scolastica. Scomparsa dai radar educativi e relegata ad una quantificazione oraria marginale e ininfluente, l’educazione civica andrebbe riconsiderata a fondo, fino a diventare un codice di comportamento da metabolizzare ed esportare fuori dalla scuola, nella vita di tutti i giorni.