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Corea del Sud, è finito il boom dei cattolici? Il focus di AsiaNews.

 

I dati dell’annuario statistico diffuso dalla Conferenza episcopale registrano per il 2021 una crescita dei fedeli che non va oltre lo 0,2% contro il 3% di appena qualche anno fa. I cattolici sono oggi l’11,3% della popolazione, ma l’età media dei fedeli si fa più avanzata e diminuiscono le nuove vocazioni al sacerdozio. Resta però alto il contributo alla missione con 1115 missionari coreani che svolgono il loro ministero in 80 Paesi del mondo.

 

Asia News

 

 

 

La crescita impetuosa della comunità cattolica coreana sembra essersi praticamente arrestata. Frenata dal Covid-19 ma anche dal declino demografico e dalle trasformazioni sociali che le nuove generazioni stanno vivendo a Seoul. A rivelarlo sono i dati dell’annuario statistico della Conferenza episcopale della Corea del Sud, il rapporto che dal 1954 ogni anno fotografa i numeri delle comunità locali alla data del 31 dicembre dell’anno precedente. Tabelle diffuse in questi giorni da cui emerge anche la diminuzione delle ordinazioni sacerdotali; mentre in tutte le diocesi della penisola, ormai, si fa i conti con l’invecchiamento dell’età media dei fedeli.

 

Fino a qualche anno fa l’annuario statistico della Chiesa coreana era il documento che certificava l’avanzata del cattolicesimo di Seoul, con una crescita del numero dei fedeli che ancora all’inizio degli anni 2000 superava abbondantemente il 3% annuo. Già da qualche tempo, però, il numero dei nuovi battesimi aveva iniziato a rallentare e il fenomeno si è ulteriormente accentuato con la stagione del Covid-19. Secondo gli ultimi dati diffusi al 31 dicembre 2021 i cattolici coreani erano 5.938.045, vale a dire l’11,3% della popolazione del Paese. Rispetto ai dodici mesi precedenti il saldo è positivo di 14.745 unità (+0,2%). E visto che dal 2020 anche in Corea del Sud il crollo delle nascite sta portando a una diminuzione del numero complessivo degli abitanti, il numero dei battezzati è comunque aumentato di un decimale rispetto allo scorso anno. Ma si tratta di una crescita percentuale molto più piccola rispetto al +0,8% fatto registrare ancora nel 2019, l’anno precedente alla pandemia.

 

Il Covid-19 ha lasciato il segno in maniera molto forte anche sul tasso di partecipazione alla Messa domenicale, sceso all’8,8% dei fedeli contro il 18,3% del 2019. Un crollo che appare particolarmente evidente soprattutto nelle diocesi delle aree metropolitane, quelle maggiormente colpite dalla diffusione del contagio.

 

Ma il dato che in assoluto sta facendo maggiormente riflettere la comunità cattolica coreana è quello sull’età media dei propri fedeli: il 23% dei battezzati ha ormai più di 65 anni e non esiste più diocesi in cui questa fascia d’età non rappresenti almeno il 20% della comunità. Per contro nella fascia d’età tra i 20 e i 24 anni i giovani cattolici rappresentano il 9,2% della popolazione, cioè oltre due punti percentuali in meno rispetto al dato generale dell’11,3%.

 

Ad aumentare è anche l’età media del clero coreano: con sole 93 ordinazioni sacerdotali il 2021 per le diocesi della Corea del Sud è stato l’anno con meno preti novelli dell’ultimo decennio. Il 30% dei sacerdoti coreani ha ormai tra i 40 e i 50 anni. E anche il futuro prossimo non sembra promettere inversioni di tendenza: nel 2021, infatti, nei seminari diocesani risultavano esservi 883 studenti e altri 254 in quelli degli ordini religiosi. Un dato che – complessivamente – corrisponde a un -28,4% rispetto ai 1317 seminaristi che venivano registrati dall’annuario del 2011.

 

Su un dato, però, la Chiesa cattolica coreana non smette di mostrare tutta la sua vitalità: quello dell’apertura alla missione “ad gentes”. In un Paese che complessivamente conta in tutto appena 5.626 sacerdoti, i missionari coreani continuano a partire per il mondo intero. Attualmente sono 1.115 di cui 237 preti, 57 religiosi, 815 suore e 6 laici. Svolgono il loro ministero in 80 diversi Paesi e nell’ultimo anno hanno aperto nuove presenze missionarie in Liberia, Egitto, Venezuela e Pakistan.

 

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Corea-del-Sud,-è-finito-il-boom-dei-cattolici-55701.html

Il Sindacato nella vita del Paese. Il discorso di Pastore in occasione della fondazione della CISL settantadue anni fa.

Pubblichiamo, nella giornata in cui si celebra la Festa dei Lavoratori, il discorso tenuto da Giulio Pastore (uomo politico cattolico e fondatore della CISL – Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori) all’Assemblea Costitutiva della CISL il 30 aprile 1950 e ripreso sul numero 18 di “Conquiste del Lavoro” del 7 maggio 1950.

Il lavoro condotto per alcuni mesi, dai dirigenti centrali e periferici dei tre organismi che oggi si unificano non poteva trovare per la sua felice conclusione, giorno migliore del primo maggio, festa del lavoro.

Vi è in questa coincidenza di date un auspicio; se è vero, come è vero, che il primo maggio rappresenta l’annuale rassegna delle conquiste che la classe lavoratrice realizza, possiamo ben affermare che questa nostra Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori costituisce una vitale conquista. Dovrei parlarvi di un programma, ma voi avete già ascoltato dalla viva voce dei colleghi la sostanza di questo programma. È indubbio che la CISL nasce in un’ora perigliosa per il mondo. Affermare oggi in Italia che la classe lavoratrice si batte per il pane, non è certamente un modo di dire. Chi nei contrasti sociali mostra di resistere alle rivendicazioni dei lavoratori indicando come slogan questa diuturna affermazione dei sindacalisti, sa di errare o comunque sa di essere fuori della realtà. Anche se molto cammino è stato percorso nel nostro paese, sul piano della ripresa economica, e noi ne diamo volentieri atto, resta pur sempre come dolorosa realtà la crisi che investe oggi tutta la nostra economia.

Amici lavoratori, in questo momento vada il nostro pensiero solidale ai lavoratori disoccupati che sono al centro di questa crisi, alle centinaia di migliaia di pensionati il cui reddito risulta falcidiato dalla depressione economica e finanziaria che ha colpito il nostro paese. È sempre possibile parlare ai lavoratori che hanno la fortuna di avere una possibilità di lavoro; ma è indubbiamente difficile parlare a coloro che questa fortuna non hanno. Noi desideriamo, come primo atto della nostra Confederazione democratica, manifestare vivo il proposito di fraterna solidarietà verso i fratelli disoccupati e pensionati. 

La crisi permane non è uno slogan. Coloro che si occupano di economia e di lavoro conoscono l’infinita serie di contrazioni nelle possibilità di lavoro: riduzioni di orari, licenziamenti. Sindacalisti, nei vostri centri, piccoli o grandi non importa, voi siete testimoni del perdurare di tali eventi, per resistere ai quali siete giornalmente impegnati in una dura battaglia. Del resto per rilevare la pesantezza dell’economia italiana basta scorrere i giornali e le riviste, comprese quelle che non traggono alcuna ispirazione dai lavoratori, basta avere contatti con chi dirige oggi la vita economica del paese; è permanente la denuncia per un’economia che non sa rifarsi. Ecco perché la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori non esita a schierarsi con quella parte di pubblica opinione che afferma l’esigenza di una maggiore produttività. Siamo freschi di un dibattito in ordine agli indirizzi di politica economica del governo. Sono intervenuti elementi di margine in questo dibattito e non sono valsi a distogliere l’attenzione dell’intero popolo dalla realtà di questo problema. Finanche il governo ha dovuto soggiacere ad una crisi e se anche ad un certo momento sembra doversi dare ad essa una giustificazione di rapporti interni tra partiti componenti la compagine governativa, in verità è apparsa chiaramente come il risultato la pesantezza dell’economia nel nostro paese. In questo dibattito noi prendiamo decisamente la posizione dei produttivisti. 

Noi chiederemo e premeremo con tutte le nostre forze perché divenga una realtà la politica di investimenti privati e pubblici che da molte parti è stata richiesta. Lotteremo contro il troppo facile trasferimento di capitali all’estero; gli organi governativi che presiedono alla politica finanziaria del paese, sanno che gli evasori sono una realtà: è pertanto loro dovere dar luogo ad energici, a fermi e preventivi interventi contro coloro che puntano allontanare le loro possibilità economiche dagli investimenti nell’economia del nostro paese. Noi siamo contro i tesaurizzatori e gli esportatori del denaro. Noi non esitiamo a definire costoro come traditori della patria e degli interessi del paese. 

Dalla crisi governativa è venuto fuori un programma. Ebbene noi prendiamo atto di quel programma e soprattutto prendiamo atto che finalmente, svincolandosi da strumenti che fino ad oggi erano preposti all’impiego dei mezzi finanziari messi a disposizione del Mezzogiorno, si è dato luogo ad una iniziativa che consideriamo come strumento di progresso e di garanzia. V’è ora da sperare che il denaro che si spende per il Mezzogiorno non andrà più al servizio di particolari interessi, ma conseguirà scopi prettamente sociali, a favore di quei nostri lavoratori. Il governo deve vigilare: se è vero che un programma c’è, seppure minimo, se è vero che tale programma ha già acquisito la forma tecnica dei provvedimenti di legge, bisogna nulla tralasciare perché sia tradotto nella realtà dei fatti…

Lavoratori, l’ora è delicata anche sul piano internazionale; ci sono troppe frontiere politiche che si riscaldano. Abbiamo creduto per alcuni mesi, dinanzi allo spettacolo delle distruzioni della guerra ed ai lutti delle nostre case, di fronte allo sconquasso di questo nostro paese e dell’Europa, abbiamo creduto che  veramente la guerra potesse considerarsi bandita dal consesso civile. Amici, altra delusione. Ci sono frontiere che si riscaldano, frontiere economiche che resistono. L’ultima guerra ha almeno permesso che si riaccendesse nel cuore degli uomini il sentimento della solidarietà. Si è così avuto un movimento verso l’unità europea ed io credo che quest’assemblea possa proclamare la sua piena adesione a questo obiettivo. Noi siamo per l’unità europea perché i lavoratori hanno istintivamente una visione contraria a qualsiasi impostazione di sapore nazionalistico. E siamo anche per un abbassamento delle frontiere economiche, anche se non ci nascondiamo i rischi che possono derivare ai paesi poveri da una liberalizzazione degli scambi. Tuttavia non crediamo possibile frenare il naturale orientamento dell’Europa verso un allargamento dei commerci, anche perché abbiamo la convinzione che da ciò non potrà che derivarne vantaggio per il popolo che lavora…

Lavoratori, di fronte ai cavilli politici o giuridici che ritardano l’unità europea sul piano politico vale la pena di affermare che permettere ai lavoratori di liberamente circolare nel mondo, è il solo mezzo per determinare la necessaria reciproca comprensione tra paese e paese. Il lavoratore è sempre messaggero di fraternità, di solidarietà, di pace. Ecco adunque il nostro programma ed ecco i nostri obiettivi. In una parola noi vogliamo donare sicurezza ai lavoratori… 

Esistono questi fenomeni e li abbiamo più volte denunciati. Ma non v’è alcun dubbio che il maggiore problema resta sempre quello di vincere i mercati internazionali. Ecco perchè il comandamento di una più alta produttività deve essere anche nostro: è questa certamente una delle strade che portano a vincere la battaglia dei costi. Non dobbiamo perdere le poche possibilità di lavoro poiché, amici, non si tratta solo di trovare lavoro ai disoccupati, ma si tratta di difendere quel poco lavoro che ancora abbiamo. Dobbiamo dunque trovare ad ogni costo nuovi strumenti, nuove possibilità di lavoro ed è in questo senso che la nostra impostazione si differenzia dall’indirizzo sindacale comunista…

Cerchiamo di riassumerle queste caratteristiche della nuova Confederazione. Innanzi tutto unità nella indipendenza. Entri questo fondamentale principio nel cuore di ciascuno di voi. Un giornale di Roma ha scritto che in Italia non c’è alternativa in campo sindacale sostenendo che l’Italia si è soltanto il sindacalismo comunista. La fonte è tale che non fa onore ai sindacalisti comunisti. Con tale perentoria affermazione si vorrebbe accreditare l’insinuazione che i sindacati democratici sono privi di una loro linea e di un loro indirizzo e proprio perché andiamo proclamando la nostra indipendenza dalle ideologie e dalla politica. Ebbene è questa l’occasione propizia per riaffermare che essere noi fuori dalla politica dei partiti, non vuol significare che manchiamo di un nostro indirizzo che può anche essere chiamato politico purché si riferisca ad una politica del lavoro, cioè a dire ad una politica che unisce i lavoratori e non ad una politica che li divida. E qui lasciatemi rilevare che questa nostra proclamata Indipendenza ci costa non poco in quanto suscita diffidenza negli stessi Partiti democratici… 

La nostra forza non è frutto di coercizione politica: ma deriva da un accorrere spontaneo e volontario dei lavoratori che esattamente credono nella indipendenza… 

E qui è la seconda caratteristica della CISL che si afferma: mi riferisco al pieno diritto delle categorie all’autogoverno. Nessun vincolo porrà la CISL alle categorie; si chiameranno come vorranno e tratteranno i loro problemi come vorranno. Questo è il nostro metodo: le categorie deboli debbono saper fare da sole; alla Confederazione verranno soltanto quando avvertiranno il bisogno di un consiglio, oppure necessiteranno della solidarietà operante delle altre categorie…

Stamani abbiamo visto molte bandiere tricolori e soltanto bandiere tricolori. Abbiamo sentito gli inni nazionali: non è ostentazione. Nessuno pensi che si voglia fare del nazionalismo; nel tono della nostra manifestazione abbiamo voluto dimostrare che noi vogliamo recare nell’azione la nostra massima comprensione per gli interessi del paese. Del resto, amici, non è difficile innalzare questa bandiera in nome dei lavoratori: l’Italia è un paese proletario, identificare gli interessi di chi lavora con gli interessi del paese è tener fede al comandamento di ogni autentico sindacalista che vive per difendere gli interessi dei lavoratori…

Amici, nella mozione votata vi sono dei magnifici principi. Includeremo anche questa promessa affinché nella nuova Confederazione nulla ci divida; nel suo seno siamo tutti sullo stesso piano. E permettetemi ora di dire a me ed a voi di non essere superficiali. Si è creduto dopo la liberazione che fare il sindacalista fosse una cosa facile; l’esperienza ha dimostrato il contrario. Ricordiamoci che non si risolvono i problemi con una infarinatura di nozioni. Lo so, studiare costa, costa molto. Ma il fine per cui operiamo è così nobile che non ci deve far paura il sacrificio. 

Ed ora una parola per i troppi lavoratori assenti dal sindacato: ci sono gli sfiduciati, gli egoisti, i traditi, soprattutto i traditi illusi. Ebbene volgiamo il nostro occhio a loro: sviluppiamo una intensa opera di proselitismo, di conquista, di formazione. Deve finire la mortificazione di un proletariato che non vuol capire che soltanto il sindacato gli renderà giustizia. Parliamo ai lavoratori il linguaggio dell’amore. 

La Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori vuole inaugurare questa politica dell’amore, e verso tutti, anche verso coloro che una predicazione d’odio ha posti contro di noi. Soltanto così, lavoratori e sindacalisti, adempiremo a tutto il nostro dovere; soltanto così faremo un sindacato forte. E sarà il sindacato forte, libero e democratico che realizzerà per i lavoratori la giustizia, soltanto il sindacato forte presidierà la libertà, soltanto il sindacato libero forte e democratico, formerà la base di una sicura pace.

 

Un ringraziamento particolare a Francesco Marcorelli per il contributo dato alla riproposizione di questo discorso. Egli, del resto, può vantare una specifica conoscenza del tema essendo l’autore di Giulio Pastore e il Nuovo Osservatore. Storia di un uomo e di una rivista che hanno cambiato il cattolicesimo politico italiano, Emia edizioni. Il libro è presente sulle principali piattaforme digitali (Amazon, Ibs, ecc…)

 

“Centro”, cresce la domanda. Un dibattito interessante attorno all’analisi di Pregliasco.

Dopo il tramonto del populismo di matrice grillina, il “centro politico” si attesta attorno al 10% dell’elettorato italiano. Un dato che può crescere ulteriormente se subentrassero condizioni politiche favorevoli. Ad oggi un elettore su dieci si sente “di centro” e rispedisce al mittente il “bipolarismo selvaggio”.

In un affollato dibattito sulle “ragioni del centro” che si è svolto a Torino e a cui hanno partecipato esponenti di vari partiti, è emerso un in modo chiaro e netto un elemento suggerito attraverso l’analisi precisa e puntuale del sondaggista e politologo Lorenzo Pregliasco.

Due i punti centrali evidenziati da Pregliasco e che vedono concordi quasi tutti i sondaggisti e gli esperti del “mercato elettorale” sul centro.

Innanzitutto, e dopo il tramonto dell’illusione e della sub cultura populista di matrice grillina, il “centro politico” si attesta attorno al 10% dell’elettorato italiano. Un dato che può crescere ulteriormente se ci sono le condizioni politiche che possono favorire un incremento più significativo. Ma, ad oggi, comunque sia, un elettore su dieci si sente “di centro” e rispedisce al mittente il “bipolarismo selvaggio” che ormai da troppi anni caratterizza il sistema politico italiano. Un “centro”, come ovvio, nè statico e nè immobile ma, al contrario, innovativo e moderno capace di esprimere un progetto di governo e alimentato da una precisa “cultura politica”.

In secondo luogo un “centro politico” può realisticamente decollare in vista delle prossime elezioni politiche se, sempre secondo Pregliasco, riesce a riconoscersi in un leader credibile da un lato e ad esprimere, al contempo, una posizione politica ricca di contenuti e di scelte programmatiche nette e comprensibili. Un “centro”, cioè, che riesce ad interpretare quella domanda di buon governo e di competenza e preparazione che dopo anni di improvvisazione, di casualità e di “fantasia al potere” hanno squalificato la politica, fiaccato l’azione di governo, ridicolizzato le istituzioni democratiche ed indebolito la stessa qualità della democrazia italiana.

Due indicazioni, dunque, largamente condivisibili ed indispensabili se non si vuole ridurre il tutto ad una mera operazione nostalgica e geometrica o all’ennesimo tentativo testimoniale o dopolavoristico che abbiamo conosciuto a grappoli in questi ultimi lustri.

Ora, se è di tutta evidenza che l’unità delle forze di “centro” che non si riconoscono in questo “bipolarismo selvaggio” è un’operazione abbastanza facile da centrare perchè, come si suol dire, si farà “di necessità virtù” in vista delle prossime elezioni politiche, è altrettanto vero che non si potrà rinunciare a costruire anche una alleanza credibile che individui proprio nella forza di “centro” un protagonista decisivo. Soprattutto in una fase come questa. E non solo perché in Italia, per dirla con Martinazzoli, “la politica è sempre stata politica delle alleanze” ma anche per la ragione che sarà proprio la politica il discrimine decisivo per dare vita ad una alleanza politica credibile, seria e costruttiva. Nulla a che vedere, quindi, con alleanze/pallottoliere o con coalizioni unite solo e soltanto dall’odio nei confronti dei “nemici” da annientare e da combattere secondo una vulgata populista ed irresponsabile. Una concezione che, purtroppo, ha segnato la politica italiana con il risultato di ingrossare le fila dell’astensionismo allontanando sempre di più i cittadini dalla politica stessa.

Perché, in ultima analisi – com’emerso dal dibattito torinese e dalle stesse considerazioni del sondaggista Pregliasco – ci sono settori sociali, culturali e politici del nostro paese che chiedono adesso una nuova e diversa rappresentanza politica. Quella di “centro”, appunto. Toccherà a tutti coloro che si riconoscono in quest’area dare gambe organizzative e struttura politica e culturale a questa domanda. Che esiste e che non può più essere elusa o abbandonata. Pena diventare complici dei populisti nostrani – grillini e non solo – che puntano deliberatamente a rilanciare una nuova stagione anti politica, demagogica, qualunquista, giustizialista e manettara. Ovvero, l’esatta alternativa di un “centro” politico, democratico, riformista e liberale.

Spazzata via la Dc, è venuta avanti una presunta classe dirigente senza preparazione. È giunto il momento di fare chiarezza.

Vogliamo dirlo – si domanda l’autore –  a questi nuovi leader autoproclamatisi e formatisi al di fuori del confronto democratico? Una volta era questo che caratterizzava la vita e le dinamiche interne dei partiti.

Pietro Tamponi

Ci siamo lasciati intimidire da eventi che riguardavano la condotta di pochi esponenti del nostro partito e non abbiamo avuto il coraggio di fare un’autocritica che salvasse la vera essenza dell’esperienza democratico cristiana, senza stravolgerla e violentarla, come di fatto hanno imposto forze esterne non disinteressate. 

Alcuni di noi si sono lasciati coinvolgere in azioni autodistruttive e parricide che hanno condotto a “buttare il bambino con l’acqua sporca!”. Ora, guardiamo in faccia la realtà politica di oggi: sarebbe la stessa se la Dc non fosse stata spazzata via da un’ondata populista, massimalista e giustizialista, che ha voluto fare di ogn’erba un fascio, interrompendo di fatto anche un normale rinnovamento ed avvicendamento della classe dirigente, che comunque un partito come il nostro era capace di formare e promuovere? È bastato cambiare casacca e mettersi a disposizione di nuovi progetti politici, interpretati da movimenti o organizzazioni personalistiche, per continuare a difendere i valori per i quali ci eravamo impegnati e battuti per più di un secolo di impegno politico e sociale? 

È una domanda che pure dobbiamo porci.

Dopo trent’anni ci ritroviamo coinvolti, almeno nelle conseguenze, in una guerra assurda e disumana che la classe dirigente subentrata al governo del paese e dell’Europa non ha saputo prevedere ed impedire. Vogliamo dirlo a questi nuovi leader autoproclamatisi e formatisi al di fuori del confronto democratico? Una volta era questo che caratterizzava la vita e le dinamiche interne dei partiti. Non è altezzoso indicare perciò nella loro pochezza, nella loro impreparazione, nella loro mancanza di un reale ancoraggio ai valori e alle idee, che sempre devono essere alla base di ogni azione politica, il fatto di essere ripiombati in uno scenario di guerra?

È indispensabile considerare quanto sia importante avere una politica democratica che metta in primo piano gli interessi generali e gli obiettivi di crescita e arricchimento collettivo di una società e di una comunità piccola, come può essere quella di un comune minore, o grande, come può essere quella  nazionale od europea. Sì, quelli che come noi hanno maturato esperienze politiche in un periodo straordinario, dal dopoguerra agli anni novanta, devono riflettere e  tentare di far riflettere sulle azioni e sulle responsabilità della classe politica attuale. Mi riferisco a quella più recente e comunque, nel complesso, a quella nata da una falsa rivoluzione nata nel sistema politico italiano ed europeo agli inizi degli anni novanta.

*Pietro Tamponi, ex parlamentare.

Non scatta la retroattività delle norme a tutela dei lavoratori fragili. Qual è la ragione?

La questione dei lavoratori fragili si trascina tra indifferenza, pressapochismo, fake news. Un calvario che dura da due anni. Ora si è giunti alla conclusione…con la dimenticanza di rendere retroattive le tutele a decorrere dal 1 aprile u.s.

Il Parlamento ha approvato tutti gli emendamenti al DL 24/3/2022 n.°24, ivi compreso il ripristino delle tutele a favore dei lavoratori fragili rinnovellando i commi 2 e 2/bis dell’art. 26 del DL 17/3/2020 n.° 18. In questo senso si era anche pronunciato in sede di audizione della Commissione per la semplificazione lo stesso Ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, recependo l’esplicita richiesta avanzata dall’On.le Massimiliano De Toma, poi condivisa e sostenuta da tutti i gruppi politici.

In sede di commento della bozza riassuntiva del Governo avevamo espresso apprezzamento per la sensibilità e la lungimiranza del Ministro Brunetta che non aveva esitato a smontare l’ipotesi di un “onere finanziario” di tale provvedimento di ripristino delle tutele, inizialmente stimato dalla Ragioneria dello Stato in 60 milioni di euro. 

Un errore di valutazione a cui il Ministro Brunetta ha posto rimedio di propria iniziativa, con coraggio.

Avevamo apprezzato che il provvedimento predisposto quindi a nome del Governo – recependo l’emendamento De Toma e i sostegni successivi – prevedesse l’estensione delle tutele di cui ai commi 2 e 2/bis citati (lavoro agile ove possibile ed equiparazione della eventuale malattia al ricovero ospedaliero,  per evitare di attingere al cd. “periodo di comporto contrattuale”) fino al 30 giugno p.v.

Infatti le preesistenti, analoghe tutele sopra citate erano scadute con il termine dello stato di emergenza, vale a dire il 31 marzo 2022. Per questo motivo avevamo sollecitato che il provvedimento di ripristino e proroga delle tutele avesse decorrenza retroattiva, vale a dire dal 1° aprile u.s., proprio per dare continuità alle equivalenti, previgenti statuizioni normative.

Così purtroppo al momento non è stato.

Infatti il provvedimento approvato entrerà in vigore il giorno della pubblicazione sulla G.U. previa definitiva approvazione, il che potrebbe avvenire entro il 23 maggio p.v.  È di tutta evidenza che quella finora conseguita è una sorta di vittoria di Pirro, che rischia di tranciare di netto con una forte decurtazione rispetto ai termini temporali di vigenza la validità delle coperture garantite dalle tutele ora ripristinate.

Non era mai accaduto nei precedenti rinnovi di validità – pur se tardivi e lungamente, di volta in volta attesi,  dal popolo dei fragili in perenne stato ansiogeno sui provvedimenti da confermare e prorogare – che fosse stato eluso il principio di continuità della protezione legislativa: alcune volte la proroga era stata successiva alla precedente scadenza ma poi sempre con efficacia retroattiva, per una logica continuità.

Ci si chiede il perché di una tale scelta. Forse si tratta di una disattenzione o di una dimenticanza? 

Sarebbe forse, se mai, ancora più grave. Proprio nei giorni scorsi ad esempio – sentiti i sindacati –  il Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha rinnovato per quattro mesi il contratto dei cd. “navigator” in scadenza il 30 aprile. Possibile che ci si sia dimenticati che le previgente tutele dei lavoratori fragili – essendo scadute il 31 marzo u.s. andavano prorogate dal giorno successivo?

Ora, quali sono le conseguenze di questo vulnus al quale ci si augura venga posto rimedio? Nel periodo dal 1° aprile  e fino a quando entrerà in vigore la legge di conversione del DL 24/2022 (e abbiamo notato che ciò potrebbe avvenire a maggio inoltrato…) un lavoratore fragile che avesse dovuto o dovesse nel frattempo ricorrere all’assenza per malattia sarebbe costretto a farlo nell’ambito del periodo di comporto o – se esaurito (ad un chemioterapico, ad un cardiopatico o ad un immunodepresso può capitare….) –ricorrendo a giorni di permesso o di ferie.

Vorremmo ricordare ai Signori componenti del Governo e ai parlamentari tutti che il D.M. 4 febbraio 2022 del Ministro della salute, proprio al fine di render certo e stabilito con provvedimento normativo che facesse testo e riferimento, ad evitare dubbi interpretativi, aveva esplicitato l’elenco della patologie considerate caratterizzanti la condizione di fragilità. Una volta acclarata tale condizione ci si chiede come le tutele sanitarie conseguenti possano decorrere molto tempo dopo la scadenza dello stato di emergenza. In altri termini lo status di “fragilità” certificato dal Decreto Ministeriale è esso stesso motivo di tutela sanitaria: non è necessario avere il Covid ma fare tutto il possibile affinchè un soggetto fragile non ne sia facilmente contagiato.

Per questo motivo è logico e conseguenziale che non ci sia un periodo di sospensione delle tutele, come invece la mancata retroattività delle stesse al 1° aprile u.s. di fatto determina. Violando in tal senso una espressa previsione normativa che determina e certifica ex nunc (cioè dal 4/2/2022, data di emanazione del Decreto Speranza) uno stato di fragilità sopra il quale lo Stato deve aprire subito – senza differimenti di sorta-  il proprio ombrello protettivo, facendo decorrere il giorno successivo alla fine dell’emergenza le tutele ora rinnovate.

Inevitabilmente, necessariamente e normativamente con effetto retroattivo. Ci si chiede perché in ogni legge, decreto ecc. ci sia sempre qualcosa che rende imperfetto o carente tale atto: bisogna fare presto a porre rimedio per evitare sovraesposizioni per i fragili e contenziosi per le amministrazioni o gli enti di cui sono dipendenti.

 

Ucraina – Mentre la guerra continua, il clima politico fra Mosca, Washington e gli alleati si fa incandescente. 

La crisi ucraina si acuisce sempre più, assumendo le sembianze di uno scontro senza quartiere tra la Russia e l’Occidente guidato da Washington e Londra, il cui esito e conseguenze restano ancora pericolosamente incerte. 

Alla missione di pace effettuata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite a Mosca – tra la più assoluta indifferenza di tutte le parti in causa (!?) – ha fatto riscontro il proclama di guerra ad oltranza espresso dal Segretario di Stato americano Blinken e dal suo autorevole compagno di viaggio, Segretario alla Difesa, Austin, al vertice di Ramstein (Quartier Generale delle basi americane in Germania). Vi hanno partecipato i Ministri della Difesa dei Paesi NATO, Paesi Baltici, Giappone, Sud Corea, Australia, Nuova Zelanda, Israele, Giordania, Qatar, Kenya, Liberia, Marocco e Tunisia. Quarantatré paesi in tutto, apertamente schierati contro la Russia. Un ampio allineamento che prefigura agli occhi dell’opinione pubblica una significativa ed inquietante scelta di campo anche bellica… 

Infatti, mentre Guterres, nel chiedere a Putin di fermare l’invasione, contestandone la legalità in base al diritto internazionale ed alla Carta dell’Organizzazione, riceveva un sostanziale fermo rifiuto, nell’adunata convocata dal presidente americano Biden, si è parlato, senza mezzi termini, di sempre più consistenti forniture d’ armi all’Ucraina (sulla base di una “shopping list” presentata dalle competenti autorità ucraine) per arrestare l’offensiva russa e, in prospettiva, impedire a Putin di restaurare una supremazia in Europa orientale.

Quasi automaticamente, si è innescata una sequenza di azioni e reazioni, che ha portato ad altissimo livello la tensione fra Mosca, Washington e i suoi Alleati e lo spettro di una terza guerra mondiale e dell’impiego di armi nucleari è angosciosamente di nuovo tornato ad aleggiare. 

Per (improbabile?) coincidenza, nella Transnistria, la striscia di terra moldava confinante con l’Ucraina proclamatasi da tempo indipendente, dove la componente filorussa spadroneggia, si sono verificati degli insoliti attentati, fra cui l’attacco (senza vittime) al locale centro di emissione radio in lingua russa, ad opera di ignoti sabotatori. I fatti hanno riportato alla mente quanto affermato pochi giorni prima dal Vice Comandante delle forze armate russe ossia che l’operazione militare in corso prevederebbe l’occupazione dell’intera fascia costiera meridionale proprio fino alla Transnistria. Al riguardo, gli osservatori non escludono l’ipotesi di un tentativo (riconducibile ad uno dei due belligeranti) di creare disordini a livello locale per giustificare una estensione del conflitto in corso. 

Al termine della stessa giornata, il Vice Ministro della Difesa inglese dichiarava pubblicamente che gli armamenti forniti all’Ucraina avrebbero potuto essere utilizzati anche per colpire obiettivi sul territorio russo, ottenendo prontamente una risposta di pari tenore ossia che la Russia potrebbe decidere, in tal caso, di colpire analoghi obiettivi sul territorio dei paesi fornitori di quegli stessi armamenti. 

Nel continuo susseguirsi di eventi, Gazprom ha annunciato l’interruzione delle forniture di gas a Polonia e Bulgaria per la volontà da loro espressa di non pagare in rubli. Puntuale la risposta di Bruxelles attraverso la voce della von der Leyen, che, definendo inaccettabile questo ultimatum, confermava la volontà della Unione Europea, se necessario, di assistere in ogni modo possibile tutti i propri membri. Putin stesso, poco dopo, scendeva in campo per minacciare in maniera criptica gli Stati che interferissero nell’offensiva militare con l’immediato impiego contro di loro di armi di cui la Russia disporrebbe l’esclusiva (…).

È stata poi di nuovo la volta di Guterres (spostatosi a Kiev, come da programma) a dichiarare ai giornalisti, prima di vedere Zelensky, che Putin non aveva dimostrato con lui alcuna intenzione di arrestare l’offensiva. Dopo l’incontro, egli tracciava, in estrema sintesi, il quadro di una situazione estremamente deteriorata con prospettive di composizione pacifica della crisi ucraina molto poco incoraggianti. Poco dopo, due missili russi colpivano il centro urbano della capitale, quasi a ribadire minacciosamente l’attuale chiusura di Mosca ad ogni tipo di soluzione negoziata.

Nel frattempo, sul campo i bombardamenti russi sono continuati con sempre maggiore intensità, estendendosi in varie aree del territorio ucraino e prendendo di mira soprattutto le infra strutture ferroviarie nel tentativo di interrompere o comunque ostacolare il trasporto di armamenti forniti dall’Occidente. Gli osservatori segnalano una lenta, seppur continua, avanzata dell’esercito russo nell’area meridionale del paese, in attesa prevedibilmente dell’afflusso di forze fresche cui affidare il compito di abbattere una volta per tutte la resistenza locale e, tentativamente, spianare la strada almeno fino ad Odessa.

Dunque, la crisi ucraina si acuisce sempre più, assumendo le sembianze di uno scontro senza quartiere tra la Russia e l’Occidente guidato da Washington e Londra, il cui esito e conseguenze restano ancora pericolosamente incerte. 

Da più parti si sostiene che, fino ad oggi, sia stata data da tutte le parti in causa maggiore importanza all’impiego delle armi per porre fine al conflitto, trascurando troppo l’uso della diplomazia. Si ribatte che Putin abbia fin dall’inizio voluto utilizzare unilateralmente proprio la forza per raggiungere i suoi obiettivi e stia mostrando l’intenzione di continuare nello stesso modo, rifiutando un negoziato dal quale, anche nella migliore delle ipotesi, non riuscirebbe ad ottenere per intero quanto si era prefisso. 

Del resto, si rileva che anche l’intransigenza di Zelensky, molto esplicito nel rifiutare ogni eventuale amputazione territoriale a beneficio degli invasori, ostacoli notevolmente l’avvio di fruttuose conversazioni. 

Infine, anche l’Occidente (soprattutto Stati Uniti e Regno Unito), deciso a contrastare energicamente le intenzioni di Mosca ed impegnato in una complessa attività di sostegno militare all’Ucraina nonché di attuazione delle sanzioni economiche, non sembrerebbe incline all’avvio di una attività negoziale tra le parti belligeranti, poiché ritenuta al momento destinata a fallire.

In conclusione, mentre appare chiaro a molti qualificati analisti, “rebus sic stantibus”, il possibile punto di approdo di un eventuale negoziato ossia cessione alla Russia del Donbass (a seguito di consultazione referendaria) ed eventuale neutralità permanente dell’Ucraina, restano però ancora oscuri i tempi e le modalità per portare i belligeranti intorno a un  tavolo, anche per normalizzare la situazione in un territorio che due mesi di guerra hanno già letteralmente sconvolto sia nelle infrastrutture che, soprattutto, nello spirito della popolazione, causando enormi danni economici e materiali, migliaia di vittime e otto milioni di esuli. 

Trattasi di afflizioni superabili soltanto nell’arco di più generazioni e di cui la Russia (grazie a Putin) dovrà inevitabilmente, prima o poi, farsi carico. Comunque vadano le cose.  

 

*Giorgio Radicati, Ambasciatore

L’Italia, Paese delle mille proroghe più una: quella dei navigator.

Questa proroga suggerisce una serie di considerazioni sulla produttività, l’efficienza- efficacia del sistema, che include i percettori del reddito di cittadinanza e i navigator stessi come potenziali procacciatori di posti lavoro, di  concerto con i fatiscenti “Centri per l’impiego”. I risultati sembrano deludenti e comunque al di sotto delle aspettative attese, specie nel rapporto tra reddito di cittadinanza e occupazione lavorativa. Siamo nell’alveo tipico del modus operandi italiano: quello dei “bonus senza controllo”.

È stato raggiunto in sede di Ministero del Lavoro l’accordo per il rinnovo di 4 mesi (due più due) del contratto che riguarda 1900 navigator , quella categoria dei “procacciatori di impiego” per i percettori del reddito di cittadinanza voluti tenacemente dai 5S e da Di Maio e Conte in particolare.

Nati nel 2019 per supportare i Centri per l’impiego in relazione all’applicazione della normativa che prevede un supporto a favore dei beneficiari del RdC, i loro contratti a termine erano in scadenza il 30 aprile.

La progressiva stabilizzazione dei navigator attraverso la ristrutturazione e  il rafforzamento dei centri per l’impiego da parte delle Regioni, prevede a regime un organico complessivo di ulteriori 11600 unità.

Si registra il commento raccolto dalla stampa del segretario generale della UIL Pierpaolo Bombardieri: “C’è un primo risultato positivo. Il Ministro Orlando si è assunto l’impegno a ricontrattualizzare con Arpal i servizi per questi lavoratori con una proroga di due mesi più due mesi, per avere la possibilità in questi giorni di discutere come utilizzare questi professionisti rispetto ai tanti impegni delineati anche dal PNRR….il Ministro Orlando ci ha messo la faccia e si è impegnato personalmente. È una parziale vittoria”.

Al riguardo, premesso che occorrerebbe specificare a quale professionalità faccia riferimento il Segretario generale della UIL , visto che i navigator hanno finora “navigato” a vista e “motu proprio” (cioè dandosi da fare per orientarsi in un ginepraio di burocrazia, toccando con mano lentezze procedurali, labilità di posti di lavoro da reperire per i percettori del RdC) all’interno dell’inefficienza del Centri per l’impiego, noi che ci siamo occupati per due anni delle problematiche relative alle tutele dei lavoratori fragili, non abbiamo mai registrato tanta solerzia e soddisfazione ne’ da parte del Ministro del Lavoro né dei suoi colleghi della Salute e delle Disabilità, né da parte dei Sindacati sulla continua rincorsa (spesso con effetti retroattivi recuperati in extremis) per mettere al sicuro lavoratori chemioterapici, invalidi ed immunodepressi: forse ci sarà sfuggito ma non abbiamo letto su organi di stampa un commento, una rassicurazione, una presa di posizione, un sollecito, una proposta o una protesta.

Ciò premesso siamo ben lieti che dei navigator buttati allo sbaraglio del “fai da te” qualcuno cominci a pensarci seriamente: il problema del loro utilizzo è stato sempre accantonato o rinviato, così come il controllo che dovrebbe essere esercitato su chi beneficia del reddito di cittadinanza rifiutando opportunità di lavoro non gradite inoltre su come vengano assegnate e con quali criteri le quote di reddito.

In un Paese dove il decreto milleproroghe è ormai un elemento fisso a latere del DEF, un bacino di ripescaggio per oboli, concessioni, rinnovi di spesa pubblica infilando nel calderone degli emendamenti parlamentari provvedimenti in extremis e spesso prebende di tipo clientelare, un malcostume ormai consolidato, si crea l’immagine di una Italia dei “bonus senza controllo”. 

C’è un contentino, un bonus appunto, per ogni occasione. Sul RdC infatti è opportuno ricordare la Ricerca della Sapienza del 2020 su “Politiche e misure della povertà: il reddito di cittadinanza”. Il decreto che introduceva il RdC prevedeva infatti il “principio di condizionalità” cioè l’obbligo di accettare almeno una delle tre offerte di lavoro congruo proposto. Ciò si scontra con la realtà sociale del Paese, dove il lavoro è carente e non può essere inventato per giustificare l’erogazione del RdC, ciò che non scioglie i dubbi di identità su una politica attiva del lavoro e una misura assistenzialistica. In un sistema Paese in cui la ricerca di un lavoro segue per il 90% dei casi dei percorsi informali (conoscenze, famiglia, amicizie ecc), il RdC risulta una misura ambigua, peraltro supportata da Centri per l’impiego fatiscenti, da ricostruire poiché avulsi dal nesso che lega domanda e offerta. 

Ma non potrebbe esser stata scritta conclusione più eloquente e pertinente di quella usata dal compianto Prof. Sgritta, alla quale mi affido ancora oggi per ogni opportuna riflessione. “Che il Rdc sia finanziariamente sostenibile prima e dopo il 2021, stante la situazione economica e l’instabilità del quadro politico, è al momento imprevedibile; che possa contribuire a semplificare la giungla delle indennità, degli assegni, dei sussidi nazionali e locali, anche questo è, allo stato, improbabile. Ciò che certamente non potrà fare è abolire la povertà”. 

Nell’incipit della Ricerca ci si chiedeva peraltro come mai, anziché imbarcarsi in una nuova previsione normativa densa di incognite per la politica, l’amministrazione e gli stessi aspiranti beneficiari, non sia stato dato seguito ad un ampliamento migliorativo del REI (il reddito di inclusione) già esistente: soluzione più semplice e consequenziale rispetto a questa nuova via intrapresa che evidenzia d’impatto lacune di stima e procedurali in ordine alla visione istituzionale e alla realtà sociale del Paese.

Questa riflessione dovrebbe indurre ad un radicale ripensamento sul Reddito, i criteri di assegnazione, la correlazione tra dazione e opportunità di occupazione (nel discrimine tra assistenzialismo e offerta di lavoro), responsabilità, professionalità e competenze manifeste dei ‘navigator’, oltre ai criteri per il loro reclutamento, per l’indirizzo e  il controllo della loro attività da parte dei Centri per l’impiego affinchè non siano considerati ‘liberi professionisti a gettone’ per ogni lavoro procacciato ma dipendenti pubblici con diritti e doveri definiti.

Per come sono andate finora le cose non basta una semplice proroga: sarebbe opportuna una Commissione parlamentare ‘ad hoc’ di indagine, raccolta e analisi dei dati, comparazioni statistiche e valutazione dell’efficienza-efficacia di questo sistema affinchè non scivoli lentamente nel dimenticatoio delle consuetudini senza controllo, ad impinguare e ulteriormente rallentare una burocrazia già negativamente mastodontica, improduttiva ed eloquente di per sé.

Suprematisti xenofobi razzisti, la “rete nera” che minaccia il mondo. Il nuovo libro di Luca Mariani al vaglio di BeeMagazine.

Movimenti, personaggi, attentatori hanno i loro riferimenti politici e ideologici. Nel discorso c’entra anche Putin. Libro utile (Rete nera. Non ci sono lupi solitari) a tutti coloro che vogliono “sapere che” ma soprattutto a chi vuole “sapere perché”, secondo una celebre distinzione di Aristotele. A leggere il testo tra le pieghe delle tante suggestioni è il direttore di BeeMagazine (progetto culturale ed editoriale fondato da The Skill nel 2021). Di questa “lettura” riproponiamo, per gentile concessione dell’autore, un ampio stralcio.

Mario Nanni

“Nessun uomo è un’ isola e non ci sono lupi solitari. Chi lo sostiene mente o è complice. Da Utoya a Christochurch c’è un filo nero che ha insanguinato il pianeta, uccidendo innocenti nel silenzio generale. Una rete che si nutre sul web, odia il diverso, condivide ideologie suprematiste di estrema destra e gode di appoggi insospettabili”.

Questo brano, come un refrain, compare all’inizio di ognuno dei quattro densi capitoli del libro Rete nera – 293 pagine, Futura Editrice – con il quale Luca Mariani getta uno sguardo illuminate su una fenomenologia terroristica che sui media è tenuta (volutamente?) un po’ in ombra. Il ragionamento da cui l’autore, giornalista parlamentare dell’Agenzia Italia e autore di numerosi libri, di cui alcuni sono stati premiati, è questo: il terrorismo islamico e il terrorismo suprematista alimentano allo stesso modo lo scontro di civiltà teorizzato da Samuel P.Huntington. E allora perché i media e l’opinione pubblica danno un peso diverso alle due facce della stessa medaglia?

Inoltre il libro cita un brano tratto da un report delle Nazioni Unite del relatore speciale sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza correlata. Questo brano dice: “Un attacco ha maggiori probabilità di essere considerato un atto di terrorismo se eseguito da un musulmano. Al contrario, le minacce poste dalla violenza di destra sono spesso sottovalutate e non considerate terrorismo”.

Ecco, il libro di Luca Mariani è un grido contro questa sottovalutazione, e un meritorio tentativo, sicuramente ben riuscito, di invertire la tendenza nella percezione dei pericoli passati e in atto provenienti da forme esasperate di nazionalismo, sovranismo, che poi sono il brodo di coltura di organizzazioni estremiste ed eversive.

Con questo libro, ricco di dati, cifre, fatti, l’autore documenta i misfatti del terrorismo suprematista, tratteggia le figure e le idee di alcuni suoi capi e agitatori, fa una tragica contabilità delle stragi, delle violenze messe in atto, e squaderna sotto gli occhi del lettore una tale messe di informazioni da indurlo ad approfondire la conoscenza di fatti e fenomeni poco noti e soprattutto poco raccontati, e a fare le sue riflessioni. E lo aiuta anche con una bibliografia posta in appendice.

Il libro poi riporta i risultati di una iniziativa dello stesso autore. Quasi a prevenire obiezioni o dubbi su realtà peraltro documentate, Mariani presenta i risultati di una personale indagine fatta tra viaggiatori in partenza e in arrivo alla Stazione Termini di Roma. Un sondaggio allarmante per le risposte: da esse esce confermata quella che è poi la tesi, ampiamente documentata del libro, di una scarsa o nulla conoscenza dei fenomeni di violenza suprematista, xenofoba e razzista registrati in varie zone del mondo.

Alcune risposte ad esempio: le stragi di Utoya e quelle di Christcuhurch? Furono stragi dell’Isis (sic).

Riassume Mariani: i colloqui in una stazione non sono un sondaggio e non hanno alcuna pretesa statistica. Emerge comunque un dato certo: gli intervistati ricordano molto meglio gli attentati  del Bataclan e di Nizza del 2015 e del 2016 piuttosto che quelli del 2019 di Christchurch ed El Paso. Anche l’attentato islamista  al concerto della popstar Ariana  Grande è più vivo nelle menti degli intervistati rispetto alla strage di Utoya, dove vennero sterminati 69 ragazzi per estirpare alla radice le loro idee.

L’autore si domanda: ci sono responsabilità per tutto ciò? In Italia, due giorni dopo la strage di Utoya, quando tutti i fatti erano chiari e inoppugnabili, il quotidiano “Libero” intitolò: “Il killer non è di Al Qaeda, ma l’islam resta il problema”. Che sia  forse questo uno dei motivi per cui si sono persone che attribuiscono sempre all’Islam tutti gli attentati del globo?

Di domande Mariani se ne pone tante e il libro aiuta a trovare anche delle risposte. Un’altra domanda per esempio che si pone, ed è del resto in linea con il report già citato dell’Onu, è la seguente: perché per i brigatisti rossi e per il terrorismo di estrema sinistra si parlò giustamente del loro “brodo di coltura” (e di “album di famiglia”, aggiungiamo noi) e nessuno si pone la stessa domanda per i nazionalisti xenofobi? “Quali studi, quali frequentazioni, quali idee politiche, quali valori, quali canali di comunicazione condividono i killer razzisti, contrari al multilateralismo e al multiculturalismo?”.

E allora seguiamo alcune tragiche sequenze, enumerate nel libro, di un elenco non esaustivo, dato che gli attentati suprematisti sono decine e decine.

Oslo e Utoya: 22 luglio 2011. Il trentaduenne norvegese Anders Behring Breivik uccide con un’autobomba 8 persone nel palazzo del governo di Oslo e poi 69 giovani, perlopiù adolescenti, nell’isola di Utoya, dove si svolge il tradizionale raduno estivo dei socialisti e laburisti di tutta Europa. L’obiettivo dello stragista è quello di estirpare alla radice il marxismo/multiculturalismo, che favorisce l’invasione islamica dell’Europa. Gli immigrati vanno cacciati dal Vecchio Continente entro il 2083, quattro secoli dopo il fallito assedio degli Ottomani a Vienna.

Breivik ha stilato un suo “manifesto”, manco fosse Carlo Marx, si definisce  nazionalista e cavaliere templare, cita fra gli altri Timothy McWeigh (un signore che ritroveremo autore di un’altra strage), la Russia Unita di Putin, il Likud di Netanyahu, Le Pen, la Lega, il leader di Forza nuova Roberto Fiore e l’English Defence League.

Christchurch (Nuova Zelanda) 15 marzo 2019. Il ventottenne australiano Brenton Harrison Tarrant uccide con armi da fuoco 51 fedeli della moschea “Al Noon” e nel centro islamico di Linwood, tra cui un bambino di tre anni. Quale l’obiettivo del carnefice? Fermare The Great Replacement, La Grande sostituzione, che è peraltro il titolo del suo “manifesto” (anche lui ne ha uno). C’è a suo dire un piano per il genocidio dei bianchi tramite l’invasione degli immigrati.

Tarrant, che si definisce un “ecofascista”, afferma di aver preso ispirazione da Breivik e cita tra gli altri Luca Dylann Roof e Luca Traini, un personaggio che si rese protagonista di un attentato a Macerata a sfondo razzista: sparò e ferì sei immigrati neri, a un mese dalle elezioni del 2018.

El Paso (Texas) 3 agosto 2019. Il ventunenne americano Patrick Crusius uccide con armi da fuoco 23 persone, tra cui otto messicani e un quindicenne, nel centro commerciale Walmart di El Paso. L’obiettivo è fermare l’invasione ispanica del Texas. Crusius si definisce un sostenitore di Tarrant e cita il suo “manifesto”. Lo stragista di El Paso vuole incentivare il ritorno  degli ispanici nei loro Paesi d’origine.

Queste sono le stragi più recenti e cruente, ma negli anni ’90 c’è stato un fitto stillicidio di atti di violenza terroristica in Svezia, Germania, Austria, Cisgiordania, Georgia, e Alabama (Usa), Tel Aviv, Londra, e di nuovo in Svezia e Germania.

Una scia impressionante di sangue, che comprende  in primis Oklahoma City e la strage di 169 persone per un autobomba lanciata da un ventisettenne americano, Timothy McWeigh (che abbiamo trovato  tra i riferimenti di Breivik). L’obiettivo della strage è vendicare il massacro di Waco, avvenuto due anni prima, quando le forze dell’ordine avevano assediato la sede della setta dei davidiani (una setta religiosa avventista) e c’erano stati 76 morti. Mc Weigh legge vari scritti di estrema destra tra cui The Turner Diaries, di William Luther Pierce: un romanzo del 1978, considerato la bibbia della destra suprematista.

Gli attacchi dei killer suprematisti, nazionalisti e xenofobi, spesso lasciano un segno politico. A volte, per fortuna non sempre, influiscono sui destini di un intero Paese. Qualche esempio: le stragi di Utoya e di Oslo avvengono nel 2011 con il laburista Stoltenberg a capo del governo. Nelle elezioni due anni dopo va al governo il centrodestra, che ha in maggioranza anche il partito del progresso frequentato in gioventù da Breivik.

Il massacro di Christchurch è del marzo 2019 ma un anno e mezzo dopo alle elezioni neozelandesi il premier laburista  riesce nell’impresa di ottenere la maggioranza assoluta. Nella parte finale del libro c’è una intervista molto importante a don Giulio Albanese, sacerdote cattolico dal 1986, missionario in Uganda, Kenya, Sudan in molti altri Paesi africani.

L’intervista è lunga, va letta e meditata, ma segnaliamo almeno un paio di risposte significative alle domande che Mariani gli rivolge.

 

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https://beemagazine.it/suprematisti-xenofobi-razzisti-la-rete-nera-che-minaccia-il-mondo/

Un carisma laicale vissuto con radicalità evangelica. Oggi a Milano la beatificazione di Armida Barelli. 

“Il suo passaggio nelle diocesi – scrive l’autore -, la sua parola in un convegno, lasciavano una traccia. Vi è una stima che si fonda nel tratto umano della Barelli, nella sua capacità di entusiasmare con la parola, di coinvolgere, di sollecitare e disporre all’impegno, ma unanime è il riconoscimento di un carisma religioso-spirituale…”. Questo ritratto della Barelli è apparso sull’Osservatore Romano di ieri. Per gentile concessione, l’articolo viene qui riprodotto integralmente.  

 

Si può riconoscere in Armida Barelli un particolare carisma? Uno di quei doni straordinari, dati dallo Spirito, che rappresenta un elemento dinamico, capace di rinnovare il popolo di Dio.

Parlando al Forum internazionale di Azione cattolica (Fiac) Papa Francesco ha detto che il carisma dell’associazione «è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell’oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana che discerne in contemplazione e con sguardo attento la vita del suo popolo e cerca nuovi cammini di evangelizzazione e di missione a partire dalle diverse realtà parrocchiali». Il Pontefice ha citato in proposito quattro pilastri costanti: la preghiera, la formazione, il sacrificio e l’apostolato. Oggi l’apostolato missionario ha bisogno di preghiera, formazione e sacrificio. «C’è un dinamismo integratore nella missione», quindi ci sono dei doni, dei pilastri: tocca a ciascuno, nel momento storico, trafficarli, trovare le priorità.

 

La biografia della Barelli, la sua ricerca vocazionale la porta verso quello che può essere considerato il suo carisma: vivere nel mondo con radicalità evangelica spendendo la propria vita nell’annuncio missionario. È in qualche misura una novità che si affianca all’intuizione che era stata già della Gioventù cattolica maschile e che aveva costituito, a metà dell’Ottocento, il carisma fondativo dell’Azione cattolica visto da Mario Fani nella «carità verso i giovani» verso cui esercitare una missionarietà evangelizzatrice, sulla scia delle prime generazioni apostoliche, da cui prende vita un’azione formativa e organizzativa inedita per il laicato.

 

Santificarsi stando nel mondo


Armida vive la sua vocazione in una secolarità che percorre una strada non battuta, prendendo i voti, ma non facendo vita comune in un ordine religioso e di cui, in certa misura, è debitrice anche a un’intuizione di Agostino Gemelli il quale, il 10 agosto del 1910, le indica una strada nuova: «Si può rinunciare al mondo e consacrarsi a Dio, senza bisogno di entrare in convento», e di lì a poco, in un’ulteriore lettera le consiglia di entrare nel Terz’Ordine francescano: «Prenda come protettrice, oltre santa Elisabetta, la beata Rusconi, patrizia milanese del Terz’Ordine, che si è santificata stando nel mondo».

 

Ancora Gemelli in una lettera da Bonn del 1913, le ribadisce: «Il Signore l’assista e faccia di lei una santa laica nel vero senso della parola, non come “le suore in casa”, ma com’erano le prime vergini e martiri cristiane, che hanno ingigantito la missione della donna nel mondo. E chissà quale parte hanno avuta nella diffusione del cristianesimo. Così deve fare lei: laica, ma santa».

 

Il suo carisma matura quindi come risposta a una esigente ricerca vocazionale a partire da una chiamata che viene dalla Chiesa, ma anche da un “sentirsi chiamata” «a collaborare più immediatamente con l’apostolato della Gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore» (Lumen gentium, n. 33). Il modo radicale in cui lo vive apre la strada a tante vocazioni femminili e contribuisce a dare un nuovo volto all’associazionismo cattolico. In lei sono riconoscibili alcune caratteristiche frutto di un dono e che manifestano il suo carisma. In primo luogo la fede intesa come fiducia in Dio e perciò fiducia negli esseri umani e nel mondo. La passione per il mondo, per la storia, per le vicende umane, da cui trarre tutto il bene possibile; poi la fraternità-sororità vissuta in relazioni profonde di amicizia, nella Gioventù femminile, con grandi figure del suo tempo come padre Gemelli. 

 

Nel suo caso la testimonianza di vita cristiana, la pratica dei consigli evangelici rimanendo nel mondo, il sostegno alla dimensione missionaria della Chiesa, la partecipazione attiva, alla vita delle Chiese particolari, così come l’animazione cristiana della società sono altrettanti carismi laicali da lei vissuti nel servizio alla comunità ecclesiale. Sono quei doni particolari (1 Cor 12, 11), che lo Spirito Santo, «che già opera la santificazione del popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti, elargisce ai fedeli» perché mettendo «ciascuno a servizio degli altri il suo dono al fine per cui l’ha ricevuto, contribuiscano anch’essi, «come buoni dispensatori delle diverse grazie ricevute da Dio» (1 Pt 4, 10), all’edificazione di tutto il corpo nella carità (cfr. Ef 4, 16)» (Apostolica actuositatem, 3).

 

La chiamata dei laici all’apostolato


È un dono da lei vissuto radicalmente nella sua famiglia spirituale, che si estende poi, attraverso la Gioventù femminile fino a coinvolgere migliaia di donne.

 

Il legame che unisce Armida Barelli all’Azione cattolica, intesa — prima che come organizzazione — come vera e propria vocazione, come chiamata dei laici all’apostolato, è un punto essenziale della sua biografia. Ed è su questo punto, poco studiato, che il suo contributo alla più generale storia dell’associazione e dell’intero movimento cattolico, risulta innovativo e ricco di sviluppi.

 

Lei, estranea alle forme intransigenti proprie di fine Ottocento, si avvia verso un nuovo impegno, si identifica in questo ideale di vita, al punto da immergersi totalmente, in una dedizione vocazionale capace di motivare in profondità generazioni di giovani donne, di riunirle, di formarle, di guidarle. Intravede una nuova strada per un apostolato vissuto dalle donne in prima persona, con genialità e forme inedite. La collaborazione con la gerarchia ecclesiastica, pur rispettando le forme, vede nascere un protagonismo laicale nuovo, più ancora perché vissuto da donne. L’organizzazione è solo uno strumento che consente di diffondere e strutturare una esperienza centrata sulla nota religiosa che caratterizza l’Azione cattolica a partire dal suo sorgere.

 

La fondazione della Gioventù femminile cattolica e il lungo percorso che Barelli compie nell’associazione sono il punto centrale della sua esperienza cristiana. Delle varie opere in cui si concretizza il progetto Barelli, «la Gioventù femminile — dirà Lazzati — occupa senz’altro il primo posto, cronologicamente e quantitativamente. Essa offre infatti lo strumento più articolato per agire nel profondo della società italiana».

 

La Gioventù femminile segna in tal senso un passaggio rilevante nella vicenda dell’Azione cattolica contemporanea, nel chiarire la natura vocazionale del carisma dell’associazione, dando così un contributo determinante alla maturazione del laicato nella stagione che precede il Concilio.

 

Il Vaticano ii, richiamando l’insegnamento paolino, valorizzerà la dimensione carismatica dei laici: «Ogni laico, in virtù dei doni che gli sono stati fatti, è testimonio e insieme vivo strumento della stessa missione della Chiesa “secondo la misura del dono del Cristo” (Ef 4,7)» (Lumen gentium, 33).

 

«Vederla e sentirla ti cambiava la vita»


Il riconoscimento del suo carisma ha una conferma di cui si ha traccia nelle molte lettere inviate a lei nei primi anni della Gioventù femminile delle socie di tutt’Italia. (Cara Sorella maggiore… La nascita della Gioventù Femminile. Lettere ad Armida Barelli dalle diocesi italiane [1918-1921], Vita e Pensiero, 2022)

 

Il suo passaggio nelle diocesi, la sua parola in un convegno, lasciavano una traccia. Vi è una stima che si fonda nel tratto umano della Barelli, nella sua capacità di entusiasmare con la parola, di coinvolgere, di sollecitare e disporre all’impegno, ma unanime è il riconoscimento di un carisma religioso-spirituale che risveglia il desiderio di “farsi sante”.

 

Molte si rivolgono a lei per avere un consiglio nella ricerca vocazionale: «Cara Signorina, nostra buona sorella, ci aiuti a scoprire la via che dobbiamo percorrere!». Senza nulla togliere al ministero specifico del sacerdote, si diffonde una possibilità di consiglio e di cura spirituale anche a misura di laici all’interno dell’associazione.

 

Camilla Milesi scrive da Ancona: «Forse tutte le giovani d’oggi non possono capire e sentire cosa è stato il movimento al suo sorgere e quale forza di attrazione Dio avesse dato a quella creatura per toccare i cuori, per imprimere nelle volontà la forza di darsi all’ideale che Ida impersonava, per volontà di Dio. Vederla e sentirla era molte volte un’impressione che decideva dell’orientamento di tutta una vita».

 

[Fonte: L’Osservatore Romano, venerdì 29 aprile 2022]

 

Ernesto Preziosi ha scritto un’ampia biografia della Beata per conto della casa editrice San Paolo. Per saperne di più clicca qui https://www.sanpaolostore.it/armida-barelli-biografia-ernesto-preziosi-9788892228061.aspx

Università Europea e Fondazione De Gasperi mettono a fuoco la questione dell’impegno politico dei cattolici.

Riportiamo il breve comunicato di presentazione del convegno. Con l’occasione riteniamo utile riproporre il testo della cosiddetta “Boarding Card” di Viterbo attraverso il seguente link https://ildomaniditalia.eu/a-viterbo-a-chiusura-del-convegno-su-de-gasperi-e-stata-presentato-il-documento-definito-boarding-card-idee-ricostruttive-oggi/

L’Università Europea di Roma, in collaborazione con la Fondazione De Gasperi, propone per martedì 4 maggio p.v. l’incontro sul tema: “L’impegno dei cattolici in politica. Dalla costituente a mani pulite: gli ideali, la rappresentatività, gli orientamenti”. 

Si tratta di un convegno che vuole illustrare, specie a beneficio dei più giovani, il rilievo di una straordinaria esperienza politica, quella della Democrazia Cristiana, ad 80 anni dalla sua genesi.

Il mondo cattolico, pur nella dialettica delle sue componenti interne, fu in grado di esprimere una classe dirigente che, sebbene non priva di difetti ed involuzioni, appare di un livello molto alto, se confrontata a quella odierna.

All’incontro interverranno i professori Gerardo Bianco ed Ortensio Zecchino, già ministri DC della Pubblica Istruzione e dell’Università, nonché il prof. Tommaso Baris, studioso.

Abbiamo citato, nella presentazione di questa nota, la “Boarding Card” di Viterbo. Il testo integrale si può leggere cliccando sul link indicato sopra. Per esteso riportiamo le conclusioni del documento perché possono contribuire, con qualche originalità, a dare forza all’iniziativa dell’UniversitàEuropea e della Fondazione De Gasperi. 

[…] Non possiamo stare fermi, ma non dobbiamo cedere all’improvvisazione: per questo, invece di proporre una ennesima “carta dei valori” per l’ennesima rifondazione di partito, suggeriamo di adottare una sorta di “carta d’imbarco” in attesa di affrontare il “viaggio”, usando la bussola della coerenza, verso la meta di una politica democratica più corrispondente alle nostre attese e soprattutto, se ciò non suona eccessivamente ambizioso, alle attese del popolo italiano.

Alla ripresa della vita democratica, dopo la liberazione di Roma, De Gasperi si dichiarava in questo modo: «Io mi sento un cercatore, un uomo che va a scovare e cercare i filoni della verità della quale abbiamo bisogno come l’acqua sorgente e viva delle fonti. Non voglio essere altro». Anche noi viviamo oggi da “cercatori” l’impegno che serve a dare forma, con fedeltà creativa, a nuove “Idee ricostruttive”.

 

Per saperne di più

https://www.fondazionedegasperi.org/events/limpegno-dei-cattolici-in-politica/

Luigi Gui e la formazione di una generazione di leaders cattolici democratici. L’intervento di Renato Moro al convegno della Lumsa.

Un disguido, senza colpa di nessuno, ha portato alla pubblicazione non corretta del testo del prof. Renato Moro. La relazione che egli ha tenuto l’altro giorno (mercoledì 27 aprile) presso la Lumsa, è stata presentata in forma ridotta, con l’estrapolazione della sua prima parte. Ora, ritenendo questa soluzione non adatta alla lettura sul web, il prof. Moro ha chiesto di superare l’inconveniente attraverso la semplice sostituzione del testo: dunque, al posto dello stralcio viene qui riprodotta, sotto la responsabilità dell’autore, un’ampia sintesi della relazione. Si è altresì convenuto, in conclusione e comprensibilemte, di togliere dal sito la versione integrale della relazione.

Quello della formazione della generazione cattolica che entrò nella Dc al termine della seconda guerra mondiale e che sarebbe stata destinata a un ruolo di primo piano nella storia del paese rappresenta un problema affascinante al quale ho dedicato buona parte della mia attività di studioso.

In effetti, dopo il 1943, accanto agli ex-popolari, emerse, e fu decisiva (prima, nella fase costituente, poi all’interno del partito di governo e in una vasta serie d’istituzioni e associazioni), anche una élite realmente nuova. Luigi Gui fu uno di quei «giovani». Quello che sappiamo della sua formazione giovanile – lo vedremo immediatamente – corrisponde profondamente, direi quasi perfettamente, all’itinerario complessivo. Quali sono i caratteri di questa generazione?

Come tanti dei suoi giovani coetanei, Gui si forma essenzialmente all’interno del mondo cattolico, nelle sue associazioni e istituzioni, nella Gioventù Cattolica e nella FUCI, la Federazione universitaria cattolica. L’associazionismo giovanile cattolico degli anni del fascismo, dati gli spazi ristretti concessi dal regime, puntò necessariamente sulla formazione individuale dei giovani, sulla dimensione spirituale, sulla pratica caritativa. Parlare dunque dell’associazionismo cattolico degli anni trenta come di una realtà antifascista sarebbe assurdo. 

Certo, c’è nell’esperienza familiare di alcuni di questi giovani qualcosa che li riconnette al passato pre-fascista e introduce qualche riserva verso il regime. Per Gui conta molto il ricordo della «reazione psicologica familiare» – sono sue parole – per l’assalto quadrista alla tipografia dove lavorava suo padre, ex-popolare: «una mattina, – racconta Gui -, andando a scuola insieme con lui all’angolo di Via Dietro Duomo, vidi tutto il materiale della tipografia rovesciato dagli squadristi sul selciato». Molti di questi giovani (e anche Gui, come Moro) faranno la «dura» esperienza – così si esprime ancora Gui – dell’aggressività fascista verso l’Azione Cattolica nel corso della crisi del 1931. Tuttavia, per loro, ormai, è l’orizzonte fascista l’unico orizzonte conosciuto, tanto che sembra pressoché impensabile che si possa prescindere da esso. 

Un amico fraterno di Gui come Giuseppe Dossetti, un amico che, per ammissione di Gui stesso, avrà un’influenza politica su di lui e che ha posizioni profondamente critiche verso il fascismo, ha raccontato di aver, un volta, fatto «i baffi» a un ritratto di Don Sturzo trovato sulla copertina di un libro. Gui, nelle sue memorie, usa un tono più misurato ma riconosce anche lui che, ancora alla fine del 1944, non aveva letto Sturzo. I giovani, insomma, non riuscivano a comprendere come si potesse restare ancorati a quelle che sembravano, al più, generose illusioni di un passato seppellito e destinato a non ritornare. 

Detto tutto ciò, però, la questione di una qualche «incompatibilità di carattere» tra Azione Cattolica e fascismo, come la chiamò il conte Dalla Torre, direttore dell’«Osservatore Romano», rimane. È vero: la formazione che si riceveva in essa era, quasi esclusivamente, religiosa. Tuttavia, è evidente che questa formazione, tutta spirituale, poteva giocare anche come una diaframma differenziante dal regime totalitario. 

Se le cose stanno in questo modo, quali sono, allora, i momenti decisivi e i contenuti determinanti per il passaggio di questi giovani dall’appartenenza religiosa all’impegno politico? 

La nuova generazione era stata abituata a filtrare l’attualità politica e sociale attraverso la propria mentalità religiosa. L’unico elemento stabile della loro cultura, immutato dal 1936 al 1943, fu l’anti-nazismo. Anche Gui racconta di essere progressivamente divenuto «specialmente antinazista». Emblematicamente, questo elemento fondamentale non era frutto di una precisa cultura politica, ma era eminentemente pre-politico, nasceva cioè dall’applicazione immediata di una sensibilità religiosa che vedeva nei nazisti i protagonisti di un rigurgito neo-pagano e anti-cristiano. 

Fu dunque la guerra, la guerra di un’Italia alleata del nazismo, a mettere in discussione l’autosufficienza della formazione religiosa. Quando nel 1939 Gui partecipò ai Littoriali, lo fece «per sostenere che l’Italia non doveva entrare nella guerra già iniziata dalla Germania di Hitler». Contrari all’intervento (anche Moro scrisse in quella fase parole eloquenti per la pace e contro la guerra), questi giovani, una volta che il paese entrò nel conflitto, sentirono che la nuova drammatica realtà imponeva una presa di coscienza e una qualche assunzione di responsabilità. Molti di loro parteciparono personalmente alla guerra, e lo fecero con patriottismo. Fecero però anche diretta esperienza dell’impreparazione, della vuota retorica, del militarismo fascista. Ho lavorato intensamente negli ultimi anni nell’archivio personale di Aldo Moro. Esso conserva migliaia di lettere degli anni di guerra di questo giovani. 

Ebbene, il fascismo, Mussolini, il regime non vi hanno alcun posto. Anche coloro che sono in procinto di partire per il fronte e che si dichiarano pronti a sacrificarsi per i compagni e per la patria, chiedono semplicemente vicinanza umana e preghiera, esigono al posto del “cameratismo” attenzione personale e affetto, non parlano di vittoria, esprimono, invece che il mussoliniano «odio al nemico», condivisione per le sofferenze di tutti i popoli, e addirittura simpatia per tutti i ragazzi che combattono come loro anche dall’altra parte della barricata, si augurano una pace prossima. Questi ragazzi non fanno e non farebbero mai azione clandestina antifascista; riaffermano però la lontananza dei loro ideali (quelli di un mondo futuro più giusto e più libero) da quelli, come dicono per sfuggire alla censura, «della massa». È un po’ come se, tra il fascismo e l’anti-fascismo politico, questa generazione fosse “altrove”, portatrice di un rifiuto morale ed esistenziale, e, in un certo senso, proprio per questo, ancora più abissale, della prassi e dei valori fascisti.

Gui fu ufficiale degli Alpini, fu destinato tra fine ’42 e inizio ’43 sul fronte russo. Racconterà di aver sentito quale odio i contadini russi nutrissero insieme per i tedeschi invasori della loro terra e per il tirannico regime comunista. La guerra dell’Asse non aveva dunque alcun significato. Quando, la sera del 25 luglio 1943, i suoi alpini andarono da Gui «a gridare esultanti sotto le finestre: “Sior tenente, i gà butà zo ganassa!», lo fecero sapendo che la loro felicità era pienamente condivisa. 

Il patriottismo, l’antinazismo, la rottura con i valori del fascismo, ma (almeno in questa prima fase) l’assenza di un orientamento politico preciso, sono dunque caratteri largamente ricorrenti nella esperienza non solo di Gui ma di tutti gli esponenti della futura seconda generazione democristiana. Il ruolo della guerra nel favorire il passaggio verso l’impegno politico fu infatti essenzialmente negativo. Essa costruì una nuova sensibilità, ma solo in senso pre-politico. Gui partecipò, anche se sporadicamente, tra il 1942 e il 1943, all’iniziativa di riflessione che si tenne a Milano, a casa di uno dei suoi professori, Umberto Padovani, nella quale erano presenti i suoi amici Dossetti, Lazzati e La Pira. L’obiettivo era quello di riflettere sulla situazione italiana e «ristudiare il pensiero cattolico alla luce della dottrina tomista», senza però entrare direttamente in politica: si trattava solo di fornire un «servizio culturale per i cattolici italiani». 

Dopo l’8 settembre, la scelta della Resistenza si collocherà essenzialmente sulla scia di queste premesse. All’inizio, la maggioranza di questi giovani (da Dossetti, a Moro, a La Pira, a Fanfani) avrebbe voluto continuare a dedicarsi all’impegno religioso e agli studi. Gui stesso ricorda «allora era fortemente attratto da un serio impegno spirituale nell’Azione Cattolica». Si convinsero poi all’impegno politico, con l’argomento della necessità di una testimonianza dei cattolici nell’opposizione al nazifascismo, dell’«esigenza pressante» – come ricorda Gui –  che l’Italia potesse risorgere «dai disastri di Mussolini e Hitler». Difficoltà con la politica di partito, insomma, permanevano, ma fu proprio il contesto resistenziale a fungere da acceleratore e a spingere definitivamente verso la politica e verso la DC, pur con una autonomia nettissima. 

Gui entrò dunque nella Resistenza. L’opuscolo che scrisse nel dicembre 1944, La politica del buon senso, costituisce una vera piattaforma delle posizioni della giovane generazione cattolica.

Cominciava programmaticamente con una riaffermazione del valore dello stato. Gui rifiutava nettamente la visione fascista di uno stato che si faceva «tutto» o rivendicava a sé l’individuazione della legge morale, ma ribadiva che lo stato era «indispensabile per il bene dell’individuo». Secondo punto era la riflessione sul «regime democratico-liberale», considerato, senza messi termini, «benefico», ma allo stesso tempo, caratterizzato da imperfezioni profonde, sia sul piano della mancanza di eguaglianza reale sia sul piano dell’autorità di governo minacciata dal prepotere dei partiti. Gui esaminava quindi le grandi alternative ideologico-politiche sul tappeto, riconosceva i loro valori innegabili, ma metteva in evidenza i loro precisi limiti: il liberalismo aveva sganciato la libertà dalla giustizia «trasformandola in licenza sfrenata» e aveva reso lo stato «superfluo e indifferente di fronte ai problemi che agitano la società»; la democrazia cercava l’uguaglianza ma mancava di dare al popolo una vera coscienza dei suoi doveri; il socialismo voleva la giustizia ma finiva per trasformare il cittadino in «uno schiavo, un numero, una semplice rotella dell’immensa macchina». 

Il fascismo si era proposto di «rafforzare l’autorità dello Stato e la solidità del governo» ma aveva finito per sopprimere e opprimere la libertà e negare i principi di uguaglianza. Non si poteva però tornare semplicemente indietro. L’esigenza posta malamente dalle dittature autoritarie di rafforzare lo stato era giusta: occorreva dunque rafforzare il potere esecutivo, assicurandogli una sufficiente indipendenza dal potere legislativo e dai partiti, come avveniva nella democrazia presidenziale americana. Gui suggeriva quindi – e la cosa non stupirà, se si è compresa la prospettiva di questa generazione – di guardare agli unici due partiti “nuovi” emersi sulla scena: la Democrazia Cristiana e il Partito d’Azione.

Partendo dallo scritto di Gui è facile comprendere perché una vera e propria querelle generazionale divise «giovani» e «anziani» (come li chiamava lo stesso Programma della Democrazia cristiana del 1943). Gli ex-popolari pensavano al cattolicesimo politico come ad un quid unitario, mentre i giovani sentivano come naturale la pluralità delle opzioni politiche. I primi pensavano al primato della politica, mentre i secondi preferivano il lavoro culturale e avevano una concezione della democrazia stessa in cui si insisteva sulla sua natura educatrice più che sulle regole del gioco ed il pluralismo (e proprio Gui, assieme ad Aldo Moro, sarà tra i più convinti e impegnati sostenitori della funzione centrale della scuola in questo senso). 

I primi proponevano come un dovere l’agitazione antifascista, mentre i secondi sentivano ancora un vincolo patriottico che impediva loro di sottrarsi al destino comune del paese. I primi guardavano al fascismo come a una parentesi, mentre i secondi ritenevano che il fascismo avesse dato risposte sbagliate a problemi nuovi e veri, ragion per cui non si poteva semplicemente «tornare indietro». I primi avevano come bussola la libertà politica, mentre i secondi insistevano sulla necessità di evitare il modello liberale in favore di una libertà “ordinata”. I primi volevano un sostanziale ritorno alla democrazia parlamentate, mentre i secondi consideravano quest’ultima responsabile della stessa vittoria dei fascismi, criticavano la «democrazia della scheda» e dei partiti, e preferivano forme nuove, «organiche», «economiche» di democrazia basate sulla rappresentanza professionale o tecnica, dai contorni – bisogna dirlo – piuttosto confusi. I primi insistevano sulla necessità di riportare lo stato super partes, i secondi insistevano sul grande valore di promozione, di mediazione, di iniziativa, di potenziamento e di completamento delle possibilità individuali fornito da uno «Stato nuovo» che risolvesse il problema cardine della politica del Novecento, quello del rapporto con le masse, trascurato dagli ex-popolari. I primi rivendicavano il primato dell’antifascismo nel suo complesso, mentre i secondi, pur non essendo nati antifascisti ma essendolo divenuti con la guerra e la Resistenza, insistevano sulla natura antifascista del partito cattolico, e sulla necessità di una dichiarazione antifascista di principio nella costituzione. I primi avevano un programma di restaurazione democratica, mentre i secondi aspiravano a dare un carattere “rivoluzionario” alla loro visione, anche con venature anticapitalistiche, e insistevano su un’idea della DC come partito “programmatico”. I primi si confrontavano con le sinistre nei termini politici dello scontro, del confronto o dell’alleanza, mentre i secondi provavano un’ansia di assimilazione dei valori del socialcomunismo e sentivano che la vera lotta non era sul terreno della repressione ma era essenzialmente battaglia sociale in mezzo alla classe lavoratrice. 

I «giovani» si collocarono non a caso pressoché tutti, come Gui, a sinistra nell’articolazione del panorama democristiano. Guido Formigoni, delineando il quadro politico dell’Italia della Guerra Fredda, ha delineato due grandi tendenze: il “partito dell’immobilismo”, che intendeva innanzitutto garantire lo status quo, e il “partito dell’evoluzione”, che pensava che, pur nelle condizioni difficili del paese, fosse possibile una strategia di riforme che allargassero gli spazi della democrazia. Luigi Gui, con il suo amico Aldo Moro, è stato certamente uno dei protagonisti di questo “partito dell’evoluzione”. Credo che questo non piccolo significato storico gli vada pienamente riconosciuto.

Tutele dei lavoratori fragili: il Governo si sta impegnando per un loro ripristino?

In effetti il Ministro Brunetta si muove in sintonia con l’originaria proposta di emendamento che a suo tempo, su queste pagine, è stata ben illustrata. Ricordiamo che il suddetto emendamento, presentato inizialmente dall’On.le De Toma come relatore (e poi sottoscritto da tutti i gruppi parlamentari),  prevede le due tutele di cui ai commi 2 e 2/bis dell’art. 26 del DL 17 marzo 2022 n.° 18.

Dopo l’impegno – in sede di audizione presso la Commissione parlamentare sulla semplificazione-  ad occuparsi del tema scottante dei lavoratori fragili (ai quali la fine dello stato di emergenza ha procurato la decadenza delle tutele preesistenti) il ministro Renato Brunetta  sta predisponendo un emendamento governativo volto a sanare il vulnus e a recepire altri emendamenti sostenuti da tutti i gruppi parlamentari per risolvere questa sorta di vacatio legis. In ciò mantenendo quanto promesso nella fattispecie e a mettere al primo posto il tema delle disabilità nel più ampio piano di governance del PNRR  che riguarda la gestione del capitale umano, la semplificazione e la digitalizzazione.

Leggendo la bozza dell’emendamento governativo dovrebbero essere recepite le due richieste condivise dai gruppi parlamentari, sulle quali l’On.le De Toma aveva chiesto lumi al Ministro proprio in sede  di Commissione: il ripristino delle tutele ex comma 2 e 2/bis dell’art. 26 del DL 17/3/2020 n.° 18, in un primo tempo estromesse dal DL del 24/3/2022.

Vale a dire la proroga dello smart working e dell’equiparazione dello stato di malattia degli immunodepressi e di coloro che sono stati individuati come portatori di fragilità dal Decreto Ministeriale predisposto dal Ministero della salute in data 4 febbraio 2022 (“Individuazione delle patologie croniche con scarso compenso clinico e con particolare connotazione di gravità ”)

Esaminando la bozza in lavorazione ho avuto modo di apprezzare la puntualità e la pertinenza delle motivazioni argomentate dal Ministro Brunetta che recepisce nel merito le richieste provenienti dal mondo dei lavoratori fragili e l’originaria proposta di emendamento preparata da Francesco Comellini e dal sottoscritto. Importante che il rinnovo delle tutele venga esteso- come scritto nel testo – al 30 giugno 2022: si auspica naturalmente una decorrenza retroattiva a partire dal 1° aprile u.s. poiché le tutele preesistenti avevano cessato il loro effetto con il  31 marzo 2022.

Importante questo passaggio in particolare per il mondo della scuola poiché consente di chiudere l’anno scolastico con una ‘copertura normativa’ sui due versanti considerati: la proroga del lavoro agile (con modalità operative che saranno specificate) e quella dell’equiparazione della malattia dei fragili al ricovero ospedaliero.

A mio parere tale malattia è supportata dalla condizione di fragilità descritta del D.M 4 febbraio 2022  del Ministro della salute: in altra parole non pare proprio necessario essere affetti da Covid poiché la ratio della tutela intende prevenirlo, proteggendo le condizioni di fragilità e di patologia certificata, in tal modo sottratte ad una facile sovraesposizione al contagio.

Che fare? Il fiume carsico del cattolicesimo democratico e sociale cerca faticosamente un sbocco possibile. 

“Siamo tutti convinti – dice l’autore – che la premessa per un processo di ricomposizione politica della nostra area sia costituita dall’approvazione di una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e introduzione del sistema delle preferenze e dell’istituto della sfiducia costruttiva”. Bisogna lavorare a un nuovo programma.

Parafrasando il celebre saggio di Lenin, con cui il leader sovietico delineò l’organizzazione e la strategia rivoluzionaria del suo partito, credo sia giunto il tempo di tentare di delineare come potremmo e/o dovremmo procedere chi, come molti di noi, si sentono di appartenere a quel vasto e articolato fiume carsico dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale. 

Sono oltre vent’anni che ci proviamo, un tempo nel quale sono prevalsi sin qui le ambizioni e i tentativi di sopravvivenza di molti amici combattenti e reduci della “Prima Repubblica”, i quali, finita politicamente l’esperienza della Dc, scelsero di appartenere “al nuovo che avrebbe dovuto avanzare”: chi a destra e chi a sinistra e quanti, come il sottoscritto, hanno tentato di dare attuazione pratica e politica alla sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010, secondo cui la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta.

Tentativo avviato nel 2011, concretizzato nel 2012 col XIX congresso nazionale convocato dal consiglio nazionale del partito, autoconvocatosi a norma di statuto, nel quale congresso venne eletto alla segreteria del partito Gianni Fontana, così come nel XX Congresso nazionale dell’ottobre 2018, eleggemmo Renato Grassi come (attuale) segretario.

Dobbiamo riconoscere onestamente che non siamo stati capaci di raggiungere l’obiettivo originario, nonostante il coraggioso ultimo tentativo della Federazione Popolare Dc  promosso dall’amico Gargani, tenendo presente il permanere della questione dello storico simbolo scudocrociato, utilizzato come sicura rendita di posizione personale dagli eredi di Casini e Follini dell’Udc, finiti dal Pdl al PD, con Cesa, vittima del predominio del padovano De Poli, al ruolo di reggicoda della destra veneta di Galan prima e della Lega salviniana attuale. 

Una posizione che, con quella di Rotondi, sempre organico al Cavaliere, ha di fatto reso impraticabile il disegno di Gargani e di altri amici ( Tassone, Eufemi, Gemelli…) della Federazione Popolare. Sono stati dieci anni (2012-2022) nei quali, rispetto alla ricomposizione, ha continuato a perpetuarsi la diaspora che tuttora persiste, accentuata dai velleitari tentativi di altri personaggi minori, capaci solo di amplificare la confusione di un’eterna “Demodissea” Dc. 

Tutto ciò in un Paese caratterizzato dal prevalere di una condizione etica, culturale, sociale ed economica di anomia (assenza di regole, discrepanza tra mezzi e fini, venir meno del ruolo dei gruppi sociali intermedi), vittima di una crisi di sistema che si esprime nel forte astensionismo elettorale (quasi il 50%) e con molta parte delle diverse componenti del sistema sociale, in primis quelle del terzo stato produttivo e delle classi popolari, alla ricerca di un centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista, ai diversi populismi e a una sinistra tuttora alla ricerca di una propria identità nell’età della globalizzazione. 

Trattasi della  ricerca di un nuovo equilibrio politico, tanto più necessario in questo tempo caratterizzato dalla tragica guerra russo ucraina, destinata a mettere a soqquadro gli equilibri che avevano retto l’Europa e il mondo da Yalta (4-11 Febbraio1945) e dalla nascita dell’OCSE, dopo la conferenza di Helsinki del 1975.

Credo che, a qualunque partito, gruppo o movimento si appartenga, siamo tutti convinti che la premessa per un processo di ricomposizione politica della nostra area sia costituita dall’approvazione di una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e introduzione del sistema delle preferenze e dell’istituto della sfiducia costruttiva.

In secondo luogo, si fa sempre più condivisa l’opinione che, prima di dividersi sul tema delle alleanze, sia indispensabile concordare una piattaforma programmatica che, come nei tempi migliori della storia politica dei cattolici (Idee ricostruttive di De Gasperi e Codice di Camaldoli) sia in grado di intercettare i bisogni emergenti soprattutto dalle classi popolari e dai ceti medi produttivi, dalla saldatura degli interessi e dei valori dei quali, dipende la tenuta stessa del sistema sociale, politico e istituzionale del Paese.

Quanto al tema del programma, tenterò in un prossimo articolo di proporre alcune idee, anticipando che, con un gruppo di esperti dell’Università di Padova, stiamo redigendo un questionario con il quale ci proponiamo di raccogliere con metodo bottom up le richieste prevalenti esistenti tra i nostri potenziale elettori nelle diverse realtà italiane. 

Concordata la proposta di programma, si potranno definire le regole per la convocazione di un’assemblea nazionale costituente del nuovo centro democratico, popolare, liberale e riformista, nel quale potrà riconoscersi la maggioranza del popolo italiano. Solo allora, dalla volontà della base, sarà decisa la nuova classe dirigente da proporre alla guida del partito e al giudizio degli elettori.

 

Quale sistema elettorale? Sembra un interrogativo vecchio, ma incide fortemente sulle prospettive del Paese.

Con le leggi elettorali nascono e muoiono partiti, emergono e cadono leader politici e, soprattutto, si costruiscono o meno coalizioni compatte e credibili. Ma, al di là del sistema elettorale, quello che conta ai fini della composizione del Parlamento è come si votano e come si scelgono i parlamentari.

Il tema è vecchio ma, purtroppo, sempre attuale. Anche perché da quando è tramontata la tanta biasimata prima repubblica, c’è il persistente vizio di cambiare la legge elettorale alla fine di ogni legislatura. L’obiettivo è sempre lo stesso: come punire gli avversari dell’opposizone e come premiare chi sta momentaneamente al governo. Certo, adesso c’è una difficoltà in più. Con l’arrivo dei tecnocrati la politica è stata di fatto sospesa ed è sempre più difficile tracciare la divisione tra la maggioranza e l’opposizione. E questo fatto, di conseguenza, comporta la crescente difficoltà a modificare la legge e a cambiare i rapporti di forza. E quindi la sostanziale impossibilità di “punire” gli avversari e di “favorire” gli amici.  

Ora, tutti noi sappiamo che la legge elettorale è in grado di modificare in profondità il sistema politico. Perché con le leggi elettorali nascono e muoiono partiti, emergono e cadono leader politici e, soprattutto, si costruiscono o meno coalizioni compatte e credibili. Perché, per fare un solo esempio, se con il maggioritario secco o prevalente le coalizioni si formano prima del voto e somigliano sempre più in Italia a pallottolieri o cartelli elettorali, con il proporzionale le alleanze si formano dopo il dopo e, di norma, non ci sono regole ferree e definite nel costruirle.

Ma, al di là del sistema elettorale – che, come diceva Carlo Donat-Cattin “è la madre di tutte le riforme” – quello che conta ai fini della composizione del Parlamento è come si votano e come si scelgono i parlamentari. Tema non indifferente perchè attiene anche e soprattutto alla qualità della democrazia e allo stesso rapporto tra i cittadini e la politica.

Al riguardo, sono sostanzialmente quattro i modelli a cui si può fare riferimento. I parlamentari si possono scegliere con la preferenza unica – indubbiamente il sistema peggiore per i costi che comporta e per le divisioni che provoca all’interno dei partiti e delle coalizioni -, con le preferenze multiple, con i collegi uninominali o attraverso le cosiddette “liste bloccate”. A seconda di queste quattro modalità tecniche si capisce anche come si costruisce il rapporto con i cittadini che si recano ai seggi.

Se il sistema delle preferenze apparentemente appare il migliore perchè permette al cittadino di scegliersi il suo rappresentante, è indubbio che oggi dietro quella patina di democrazia si nascondono alcune trappole. Innanzitutto il costo della campagna elettorale perché se con le preferenze multiple – come avveniva ai tempi della prima repubblica che è durata quasi 50 anni – è possibile costruire delle alleanze e delle collaborazioni politiche concrete all’interno dei singoli partiti, con il sistema della preferenza singola i costi della campagna elettorale lievitano sempre di più con il rischio, abbastanza concreto, di esporsi anche ad episodi di corruzione e di malcostume politico. In molte aree del paese e non solo in quelle più tradizionalmente vulnerabili sotto questo profilo.

Il metodo delle cosiddette “liste bloccate” è persin troppo noto per essere descritto. E cioè, le liste vengono stilate dalle segreterie centrali dei partiti e, di conseguenza, c’è un controllo scientifico e ferreo dei futuri eletti. Un meccanismo che in questi ultimi anni ha avuto il sopravvento per un motivo molto semplice: ovvero, scomparendo di fatto i partiti organizzati sostituiti dai partiti personali e dai cartelli elettorali, la selezione della classe dirigente si è ridotta al criterio della “fedeltà” e della sottomissione nei confronti del “capo” politico di turno. Un meccanismo, quindi, che non si espone al rischio della corruzione e del malcostume ma che, al contempo, priva il cittadino della reale scelta dei suoi rappresentanti.

In ultimo resta la modalità forse più funzionale e sicuramente più efficace. Ovvero, il metodo del collegio uninominale. Sia che prevalga il sistema maggioritario e sia che si scelga quello proporzionale. Nel primo caso il ricordo va al cosiddetto “mattarellum” che ha fatto il suo esordio nel nostro paese con le elezioni del 1994 ed è scomparso con l’introduzione del “porcellum” e delle liste bloccate in occasione delle elezioni del 2006. Nel secondo caso il sistema sarebbe quello delle vecchie Provincie dove la competizione era all’interno del partito di appartenenza ma non attraverso il sistema delle preferenze o della preferenza unica ma con quello dei collegi uninominali.

Ecco perchè il capitolo della legge elettorale, anche se resta un tema per addetti ai lavori, non può non essere nuovamente affrontato. Con serietà e con senso di responsabilità. E questo perché, è inutile negarlo, il tema della legge elettorale si trascina dietro il nodo decisivo e qualificante di quanto pesa il cittadino/elettore nella scelta della futura classe dirigente. In fondo, delle due l’una: o conta il cittadino o decide il capo partito. Una terza strada è sostanzialmente impossibile. Per questo motivo è bene continuare a parlarne.

Gubert, «sono entrato da “esterno” in politica. La Dc ha rappresentato molto per l’Italia. De Gasperi? Un faro anche per l’oggi».

Renzo Gubert sociologo, agricoltore e politico. Nato a Primiero, provincia di Trento, l’11 agosto 1944, primo di dieci figli e, a sua volta, padre di nove figli. Si laurea in sociologia nel 1969 con il prof. Franco Demarchi riportando il massimo dei voti e la lode. Si divide tra Tonadico, dove vive e fa agricoltore part-time con la collaborazione di moglie e figli, producendo per i consumi della famiglia, e Trento, dove si immerge nei suoi studi di sociologia. Il nostro dialogo si tiene dopo un pomeriggio dedicato alla coltura della vite. 

Gubert ha operato una scelta educativa forte per la famiglia: quella di fare a meno della Tv come modello divulgativo e consumistico.  Il suo percorso professionale lo vede, dopo i perfezionamenti in Sociologia all’Università Cattolica di Milano e a New York, nell’insegnamento di Sociologia alla Cattolica di Milano dal 1973; nel 1980 diventa professore ordinario e nel 1991 succede a Franco Demarchi nella cattedra di Sociologia II; per quasi dieci anni è Direttore di uno dei due Dipartimenti di ricerca sociale dell’Università di Trento.

Compie numerosi studi e ricerche di rilievo nazionale sui temi delle relazioni etniche, dei valori in Italia e in Europa, dei giovani, dello sviluppo nelle aree marginali di montagna, del rapporto tra valori e sviluppo nelle diverse aree del pianeta. Con Gubert rivisitiamo alcuni passaggi della sua storia politica. 

Caro Renzo, tanto per cominciare: come ha avuto inizio  il tuo coinvolgimento nella Dc? 

Con l’Assemblea degli Esterni, voluta dalla segretaria Piccoli per aprire e rigenerare il partito, nel novembre del 1981. Mi avevano nominato appunto come “esterno” in quanto professore. Non ero iscritto. Mi hanno cooptato nel Comitato regionale. In precedenza avevo militato nell’Azione Cattolica e sono stato anche presidente diocesano della FUCI. Direi l’ultima FUCI, poi è morta. In quel momento esplodeva il ‘68 e, per parte mia, sono rimasto nel gruppo dei giovani Cattolici universitari a fare attività. Avevamo una cooperativa e organizzavamo le vacanze e gli esercizi spirituali con gli universitari a San Martino di Castrozza. 

Ero uno dei capi dei studenti contro i contestatori a Trento, poi nel 1969 sono andato alla Cattolica di Milano. Ho visto da vicino il movimento di Capanna, poi la reazione di Cl. Ho vissuto le turbolenze nella Cattolica dove sono andato con il prof. Franco Demarchi che insegnava sociologia urbano- rurale a Trento e sociologia generale a Milano e a Trieste. Poi nel ‘74 ho iniziato a insegnare a Trento. 

Dunque, negli anni ‘70 hai vissuto la contestazione, il periodo delle violenze… Accennavi alla risposta che seppe organizzare CL (Comunione e Liberazione) agli estremisti di sinistra, rischiando molto. 

Sì, ho vissuto tutta quella fase e anche quella antecedente. Mi sono battuto per la difesa della democrazia e del diritto allo studio, contrastando ideologia e pratiche del Movimento Studentesco degli anni ‘67-‘69. 

Come li vedevi i leader della Dc di Trento, Piccoli e Kessler? 

Il primo rapporto è stato con Flaminio Piccoli che mi ha coinvolto – come dicevo all’inizio – nell’Assemblea degli Esterni. Indubbiamente era lui il capo della Dc, il vero riferimento per molta parte dei trentini. C’era anche Bruno Kessler, ma non lo frequentavo stando nel partito…sull’altro versante. Devo dire però che non sono mai stato doroteo. In realtà a Trento ho fondato insieme ad altri il Movimento popolare, che ha finito per appoggiare Piccoli e i dorotei. In sostanza, il mio rapporto con loro passava attraverso il Movimento Popolare di Formigoni, molto forte a Trento avendo una quota rilevante di iscritti al partito e con ciò garantendo ai dorotei una larga maggioranza interna. Non era molto forte in sè, il Movimento popolare, ma lo era abbastanza per suscitare l’interesse di altre correnti democristiane. 

Dopo l’Assemblea degli Esterni sono stato cooptato nella direzione regionale. Poi mi hanno chiesto di candidarmi alle Regionali, nel 1983, ed ho ottenuto un buon risultato: primo dei non eletti. Ero un “esterno”, tutti i voti che presi venivano dal mondo cattolico. Per me fu un notevole successo personale. 

Mi sono trovato allora a intensificare il mio impegno nel Movimento popolare: ho fatto il sindacato delle famiglie, portando avanti tematiche sociali, mi sono occupato di scuola… 

Hai avuto esperienze sul territorio, nelle istituzioni e ancora nel partito? 

Ho ricoperto vari incarichi di amministratore locale: prima consigliere comunale a Tonadico e a Fiera di Primiero, poi capogruppo Dc al Comprensorio di Primiero, infine Assessore comprensoriale all’Urbanistica.

Anche nel partito sono stato chiamato a ruoli di una certa responsabilità. Nel 1992 sono stato eletto direttamente segretario provinciale della Dc. Serpeggiava il disagio nella base del partito a causa di Tangentopoli, soprattutto il disagio attraversava i dorotei, non a caso i più decisi sulla strada del rinnovamento. Puntavano ad eleggere al ballottaggio un segretario “nuovo”. 

Successivamente, nel 1994, mi sono candidato con il Ppi di Martinazzoli, risultando eletto nel proporzionale. 

Purtroppo è seguita la scissione. La storia la sai, la conosci bene. Nel 1994 era stato Buttiglione a caldeggiare la mia candidatura, nonostante avessi manifestato il desiderio di non abbandonare l’insegnamento universitario. Quindi sono stato rieletto nel 1996 e nel 2001 nelle liste del Popolo delle Libertà, facendo campagna elettorale nel collegio che fu di Alcide De Gasperi. Devo riconoscere, a scanso di equivoci, che Buttiglione mi è stato sempre vicino in tutte le vicende appena descritte. 

Ecco, a proposito, nei giorni scorsi lo abbiamo ricordato: che rapporto ideale hai avuto con De Gasperi? 

La memoria di De Gasperi ha guidato la mia azione. Da noi lo si ricorda anche per gli accordi sull’Alto Adige. Ogni volta, ad agosto, le tradizionali commemorazioni che cadono in coincidenza con la scomparsa, illuminano di luce nuova la sua sua opera. Nell’occasione mi è stato anche possibile conoscere i familiari dello statista.

Per noi trentini De Gasperi rappresenta un simbolo dell’autonomia di questa terra. In fondo, perché era contrario alla guerra nel 1914? L’interventismo, sostenuto da Cesare Battisti, trascurava fatalmente la primaria esigenza del Trentino: quella, cioè, dell’autonomia. Invece per De Gasperi, a fronte della retorica bellicista, contava anzitutto la difesa dell’autonomia.

Alla luce della guerra in Ucraina che ne pensi? 

Nel secondo dopoguerra le grandi scelte dell’Italia hanno tutte il timbro di De Gasperi. Guardiamo alla Nato e pensiamo a lui, alla determinazione che mise nel sostenere l’ingresso dell’Italia: la sua fu preveggenza. Anche i Paesi che stanno fuori ora vogliono entrare nell’Alleanza! 

Come sono i rapporti politici con la Südtiroler  Volkspartei? 

Buoni. In Alto Adige era forte la destra nazionalista. Ebbene, la Dc è sempre stata vicina alle minoranze. L’idea del “Pacchetto” per garantirne le tutele è nata in ambito Dc. Tra i protagonisti di quella soluzione ci fu anche Aldo Moro. Occorre riconoscere che nella comunità degli italiani dell’Alto Adige si manifestò un certo disappunto, ma il consenso adesso è largamente consolidato.  

Torniamo al partito. Dossetti come lo vedevi?

Ero troppo giovane per avere contatti con Dossetti politico, all’epoca della sua battaglia all’interno della Dc in nome della “rivoluzione cristiana”. Da adulto ho potuto intrattenere rapporti di collaborazione e amicizia con Achille Ardigò, sociologo e soprattutto antico sodale di Dossetti. Mi capitò, nel 1974, di recarmi insieme Demarchi a Gerusalemme e li ho conosciuto di persona Dossetti: non il politico, ma…il monaco. 

Che impressioni ti ha fatto quella volta? 

Certamente la mia simpatia era per De Gasperi. Devo dire però che in quell’incontro Dossetti mi fece una bella impressione: mostrava chiaramente di essere un uomo di profonda fede. Non imbastì nessun discorso politico, mai. Il dialogo si svolse sul piano della riflessione religiosa. Demarchi voleva capire da Dossetti come si atteggiava rispetto al cristianesimo il mondo arabo. Ne scaturì una discussione ricca di spunti. Dossetti era molto interessato a fare da ponte tra mondo cristiano e mondo musulmano, avendo particolarmente a cuore il dialogo interreligioso. 

Hai alle spalle una bella esperienza politica. Puoi darne un giudizio sintetico? 

La politica è passione e sacrifico. Spesso ti porta a “vivere fuori” e a trascurare qualche impegno familiare. A queste carenze ha supplito mia moglie, che riconosco essere stata molto brava. Ciò è valso anche nell’educazione dei figli, nel senso che non hanno avuto un atteggiamento di distacco. Penso, in definitiva, di non aver rubato nulla al contesto familiare e forse ho anche dato qualcosa. Il rapporto in casa è stato sempre molto intenso. 

Invece cosa pensi dei politici di adesso? 

Sono degli improvvisati, se non degli incapaci. Seguono i sondaggi, prendono posizione a seconda dell’umore prevalente nella pubblica opinione, danno spazio al peggio del peggio. 

Se dovessi fare un bilancio, che diresti del tuo impegno nella vita politica? 

Positivo. Ho solo un rammarico, quello che ancora pesa per l’avvenuta scomparsa della Dc. Ritengo infatti che sia utile per l’Italia un partito di ispirazione cristiana. Abbiamo una tradizione molto lunga di storie e personaggi. Il fatto che sia svanito tutto e si faccia fatica a ricostruire, costituisce davvero un motivo di rammarico! Mi sono messo a piangere quando c’è stata la scissione del 1994 del Ppi, con una parte di qua e una di là. È stato come affrontare la morte, vivere un lutto… 

A cosa è imputabile la fine, così repentina e rovinosa, della Dc?

Ancora oggi considero un errore il cedimento a sinistra. Ognuno aveva la sue ragioni, ma nella scelta ulivista ho visto il distacco dai nostri valori.

Non credi, con il senno di poi, che la scissione sia stata comunque una decisione sbagliata? Non si poteva combattere da dentro?

Si sono sommate due reazioni, senza che qualcuno abbozzasse una seria mediazione. La prima affondava le radici nella decadenza di un partito che non mostrava più un vero attaccamento agli ideali; la seconda, più legata alla contingenza del momento, prendeva corpo in ragione di atteggiamenti ostili nei confronti di quella che all’epoca rappresentava una minoranza. La posizione di Rosy Bindi, soprannominata finanche benevolmente la “pasionaria”, ha spezzato la trama dell’esperienza democristiana e ha colpevolizzato senza giustificazioni valida un’intera classe dirigente.

Chi erano i tuoi riferimenti nella Dc?

Ho stimato Piccoli, ma avevo pure grande considerazione per Donat Cattin. Nella sinistra sociale ritrovavo una forte connotazione di autonomia politica, con legami e sentimenti popolari, come pure con valori propriamente “nostri”. Non è accettabile che siano le alleanze a innervare e qualificare i programmi di un partito. La Dc aveva un suo bagaglio di idee ed esperienze, aveva per così dire una storia…Noi dovevamo difenderla.

E l’esperienza dell’Udc come l’hai vissuta? 

In realtà non l’ho vissuta appieno. Sono rimasto nel Centro Popolare, un partito che intendeva conservare la propria autonomia, in Trentino, rispetto all’Udc. Ed è stata l’Udc a rifiutare la formula del patto federativo. Ciò nondimeno, a livello parlamentare, ho fatto parte del gruppo Udc. Insomma, la distinzione ha riguardato un aspetto particolare, l’appartenenza cioè all’Udc in quanto partito, essendo vincolante per me l’esperienza autonoma del Centro Popolare.

Renzo Gubert è questo, un signore della politica, uno studioso, un cattolico impegnato. Ha completato da poco un’ultima ricerca sociologica sul Brasile e l’Argentina. Questa conversazione è avvenuta in un assolato pomeriggio trentino, mentre uno sguardo restava comunque rivolto al frutteto, alla vigna e agli animali domestici. Traspare nel suo habitat contadino l’amore per le tradizioni della terra, che si ravviva anche grazie alla passione della moglie, Maria Silvia, per le scienze naturali. Ciò nondimeno, il “contadino” non rinuncia mai a tuffarsi nelle sue letture e nelle sue riflessioni, quindi nel lavoro di ricerca, per mettere a fuoco i fenomeni sociologici emergenti, anche a livello globale.

Francia, lavori in corso in vista di legislative. Un esame dettagliato dell’Agenzia Italia (AGI)

Al centro, a sinistra e a destra, in Francia tutte le forze politiche sono impegnate in serrate trattative per le legislative di giugno, da molti considerate il “terzo turno delle presidenziali”.  

 

Agenzia Italia


Il presidente Emmanuel Macron ha avviato consultazioni con personalità di spicco della sua maggioranza, ma ai primi confronti non sono stati convocati l’ex premier Edouard Philippe, fondatore del partito Horizons, né François Bayrou (MoDem), alimentando speculazioni sui media. Oggi ha invece visto la luce un nuovo partito pro Macron, Refondation républicaine, che ha nominato come suo presidente l’ex ministro Jean-Pierre Chevènement. Volto storico della politica francese, Chevènement, sovranista di sinistra, ha parlato di “mosaico macronista” al posto di “maggioranza presidenziale”, desideroso di “unire i repubblicani delle due sponde” per dare a Macron “la possibilità di proseguire la sua impresa di rilancio della Francia”. Refondation républicaine diventa così la nona formazione politica dalla parte del presidente riconfermato e alle legislative del 12 e 19 giugno intende presentare una decina di candidati.  


A sinistra le trattative sono capitanate da La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon, giunto al terzo posto alle presidenziali con 22% dei consensi. Al termine di un primo incontro di tre ore con una delegazione del Partito socialista (PS), il capo negoziatore socialista Pierre Jouvet ha dichiarato che “la discussione è stata costruttiva, non esistono ostacoli insuperabili” per arrivare ad un accordo con la sinistra radicale.

Già di per sé l’incontro è stato definito “storico”: da quando Mélenchon uscì dal PS 14 anni fa, tra le due forze politiche non c’erano più stati contatti ufficiali. Soddisfatto anche il capo negoziatore di LFI, Manuel Bompard, secondo cui “non abbiamo avuto l’impressione di parlare con lo stesso PS di 3 anni fa”, complimentandosi con i socialisti per un cambio di linea politica rispetto a quando furono al potere con François Hollande (2012-2017).

Un prossimo appuntamento è stato fissato durante il fine settimana per portare avanti il confronto in merito a punti di convergenza per un programma comune e sul tipo di alleanza. Tra i socialisti, l’idea di un’unione con il partito di Mélenchon viene ostacolata da alcuni, ma il segretario generale Olivier Faure tira dritto. “Se pensate che il PS è morto, che non c’è più nulla da fare, che non appartenete più alla sinistra, allora andatevene” ha detto il capofila del PS, invitando chi fosse contrario al negoziato con LFI a lasciare il partito, a raggiungere En Marche, “altrimenti se rimanete dovete lottare con noi, questo potrà cambiarci”. Un’alleanza con Mélenchon rappresenterebbe una svolta maggiore per i socialisti, di cui buona parte è consapevole che, con solo 1,7% ottenuto alle presidenziali dalla candidata Anne Hidalgo, lo storico partito rischia di scomparire dallo scacchiere politico francese. Uno dei nodi delle trattative, sia con i socialisti che con gli ambientalisti di EELV, riguarda l’assegnazione delle circoscrizioni elettorali a ciascun candidato. La grande forza dei socialisti risiede in una presenza più sedimentata e capillare a livello territoriale: nell’Assemblea uscente ha 28 seggi contro 17 per LFI, su un totale di 577 deputati. 

Con gli ambientalisti del candidato sconfitto alle presidenziali, Yannick Jadot, ci sono una serie di divergenze sul programma, ma i negoziati continuano per riuscire a formare una coalizione, a patto di poter aver candidati in 15-20% delle circoscrizioni. Messi tutti insieme, i voti delle forze di sinistra alle presidenziali raggiungono oltre il 30% dei consensi, dando alla ‘gauche’ buone speranze di avere un certo peso nel prossimo parlamento. Ne è consapevole il presidente Macron che per conquistare voti e simpatie a sinistra ha annunciato che il suo prossimo primo ministro dovrà essere “legato a temi sociali e all’ambiente”.      

A destra c’è una grande frammentazione con i gollisti  Républicains (LR) reduci del peggior risultato della loro storia – 4,78% per Valérie Pécresse – e divisi tra quanti puntano a riconfermarsi come principale partito di opposizione in Parlamento – in quello uscente aveva un centinaio di seggi – e quelli propensi ad allearsi con Macron, come dichiarato apertamente dall’influente ex presidente Nicolas Sarkozy. C’è il rischio di una spaccatura interna a LR e di uscita dal partito della destra tradizionalista degli esponenti più conservatori. Il presidente dei Republicains, Christian Jacob, dopo una riunione dei vertici del partito ha dichiarato ai media locali che nella sua famiglia politica “non c’è doppia appartenenza e non ce ne sarà mai, non si può essere repubblicani e membri della Republique en Marche, così come non si può essere repubblicani e membri di Reconquete”. 

 

Jacob ha voluto quindi chiudere sin da subito la strada a una collaborazione con Macron in vista delle legislative – avvertendo che chiunque entri nel governo sarà espulso – sia a un accordo con l’estrema destra di Marine Le Pen e Eric Zemmour, sottolineando che i candidati della destra gollista “costituiranno in Parlamento in un gruppo indipendente, stando all’opposizione”, ma che voteranno le riforme “se andranno nella giusta direzione”.I Republicains cominceranno la campagna elettorale per le legislative sabato 7 maggio con un raduno del Consiglio nazionale, a cui saranno presenti gli alleati centristi e i candidati. Sul versante dell’estrema destra, Zemmour di Reconquete ha annunciato che il suo partito non presenterà candidati nelle stesse circoscrizioni di quelli di Le Pen, Eric Ciotti e Nicolas Dupont-Aignan. Il polemista, che ha ottenuto 7,07% dei voti al primo turno delle presidenziali, è tornato a rilanciare il suo appello all’unione nazionale con il Rassemblement national (RN) di Le Pen, Debout la France (DLR) di Dupont-Aignan e i Republicains patrioti, le cui linee politiche sono “compatibili” con il progetto di Reconquete.

Finora l’appello di Zemmour non è stato accolto dallo storico partito di estrema destra. Secondo un sondaggio, il 93% degli elettori di Reconquete sarebbe favorevole ad un’alleanza alle legislative e lo sarebbe anche il 70% di quelli RN. I dirigenti del partito di Le Pen rimproverano a Zemmour le critiche nei confronti della candidata al ballottaggio e per giunta, storicamente, si oppone agli “accordi tra partiti”. Una posizione criticata da Marion Maréchal, nipote di Marine Le Pen, vice presidente di Reconquete, che ha accusato la sua ex famiglia politica di cercare un “pretesto” per non allearsi.

[Fonte: Agenzia Italia]

Università Lumsa, convegno su “Luigi Gui (1914-2010). La Dc, il Centro-sinistra e le riforme della scuola”.

Il convegno, in programma stamane, riporta l’attenzione sull’uomo politico democristiano che esercitò al fianco di Moro una funzione importante nel partito e nelle istituzioni. Per opportuna documentazione riportiamo l’omelia che nel 2010 pronunciò in occasione delle esequie Mons. Mattiazzo.

“Luigi Gui (1914-2010). La Dc, il Centro-sinistra e le riforme della scuola”. Questo il tema del convegno in programma oggi, mercoledì 27 aprile, all’Università Lumsa di Roma. Sarà l’occasione per ricordare la figura e l’azione politica di Luigi Gui, padovano, uno dei protagonisti della Democrazia cristiana. Attivo nella Resistenza e membro della Assemblea costituente, fu più volte ministro. 

Gui ha legato il suo nome al decennio degli anni Sessanta del secolo scorso, l’epoca del Centro-sinistra, un momento decisivo nella storia politica repubblicana. Ministro della Pubblica istruzione nei governi Moro, fu protagonista della riforma della scuola media unica nel 1962-63 e della istituzione della scuola statale dell’infanzia nel 1968. Al convegno, che si terrà dalle 11 in sala Pia, sarà possibile partecipare anche online su Google Meet. “La mattinata, dedicata a un uomo di grande sensibilità democratica, vedrà riuniti testimoni ed esperti di storia politica e di storia della scuola anche in occasione della uscita, a cura della Camera dei deputati, dei volumi che raccolgono tutti gli interventi della sua lunga carriera di parlamentare”, spiega una nota della Lumsa. 

I lavori saranno aperti dai saluti di Francesco Bonini, rettore dell’Università Lumsa, e saranno presieduti e conclusi da Giuseppe Tognon. Tra gli interventi in programma quelli di Francesco Gui (La Sapienza Università di Roma), Renato Moro (Università Roma Tre) e Daria Gabusi (Università Giustino Fortunato di Benevento). Porteranno la propria testimonianza Gerardo Bianco e Daniele Gui.

Di seguito l’omelia integrale di Mons. Antonio Mattiazzo alla celebrazione funebre (venerdì 30 aprile 2010) per l’ex ministro democristiano.

Lunedì 26 aprile Luigi Gui ha chiuso per sempre gli occhi alla luce di questo mondo che tramonta per aprirli a contemplare e godere quella Luce che non conosce tramonto.

Aveva raggiunto la veneranda età di 95 anni.

Vorrei presentare le più vive condoglianze ai figli Benedetto, Francesco e Daniele, ai familiari e parenti tutti, agli amici che gli sono stati vicini specialmente negli ultimi anni, senza dimenticare la signora Ludomila per la premurosa assistenza che gli ha prestato quando le sue forze erano declinanti.

Noi siamo qui riuniti come comunità cristiana, per celebrare l’Eucaristia di commiato, di ringraziamento e di suffragio.

Al centro della Liturgia di esequie vi è il Cristo vivo, il Figlio di Dio fatto carne che ha assunto la nostra natura umana mortale, che ha voluto sperimentare l’abisso della morte, ma che è risorto da morte con la potenza divina e ha fatto risplendere per noi la risurrezione e la vita immortale.

Il segno che indica il Cristo è il cero pasquale. Ci richiama le parole di Cristo: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11, 25); «Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12).

La fede in Cristo morto e risorto è il fondamento della più alta speranza, l’unico sicuro fondamento della speranza di fronte alla morte. Nello stesso tempo, la fede cristiana pone in vivida luce il senso, il valore, la responsabilità della vita terrena. La vita è dono ed è missione da compiere, davanti a Dio, davanti agli uomini e alla storia. E alla fine, il vero Giudice del nostro operato sarà Dio stesso. Guardando alla vita, alle opere e ai giorni di Luigi Gui, per quanto è possibile alla nostra comprensione umana, sempre incerta e limitata, possiamo dire che ha vissuto esemplarmente la sua vita come uomo e come cristiano, assolvendo con profondo senso di responsabilità ai suoi molteplici doveri

Ricordiamo sinteticamente alcuni dati della sua biografia.

Luigi Gui ha ricoperto cariche parlamentari e politiche del più alto grado sulla scena nazionale. Ma non è questo il luogo per trattare e tanto meno esprimere una valutazione storica sull’argomento.

Ritengo invece importante evocare alcuni aspetti significativi ed esemplari della sua ricca personalità. Per il futuro della persona è fondamentale la radice familiare e la prima educazione. Sotto questo profilo è da rilevare il ruolo che per lui hanno svolto, come scuola di vita, la famiglia e poi le associazioni di Azione Cattolica, gli Scouts e la FUCI, di cui ha fatto parte finché il regime fascista l’ha consentito. Egli conservò un ottimo ricordo dei sacerdoti assistenti, degli animatori, delle attività.

Scrive nella sua autobiografia: «Fin dall’inizio della mia vita sociale, le condizioni modeste e le qualità eccellenti dei miei genitori, le realtà formative ed educative nelle quali fui immesso, la forte e affettuosa personalità di mia madre, Angela Pinzan, il lavoro non comune di mio padre Corinto, operaio linotipista presso la Tipografia Vescovile di Padova (del settimanale ‘Difesa del Popolo’ e per qualche tempo del quotidiano del Partito Popolare Italiano ‘Il Popolo Veneto’), gli ambienti che ho frequentato fin da molto giovane, mi hanno spinto, gradualmente a un crescente impegno in vari campi e aiutato a coltivare un forte interesse culturale e religioso, da singolo e da associato[…]. Mentre quindi attendevo a una preparazione culturale seria, cresceva in me l’attenzione alla situazione politica. […]. Fu naturale che quell’ambiente favorisse il formarsi in me di una sensibilità viva per la politica di ispirazione cristiana, democratica». Questo elemento attinente alla educazione e agli ambienti educativi è di notevole importanza per noi oggi che ci troviamo ad affrontare una grave crisi educativa che affonda le sue radici nella crisi della famiglia e del ruolo educativo della scuola e dell’associazionismo.

Altro elemento di notevole valore per la sua formazione intellettuale, culturale e il delinearsi di una visione della vita e della storia fu la frequentazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove studiò dal 1933 al 1937, grazie ad una borsa di studio. In questo ambiente conobbe personalità di rilievo come Dossetti e Lazzati e si formò in lui una sensibilità e apertura per l’impegno politico, per il bene comune di ispirazione cristiana e di orientamento democratico, «molto aperta – egli annota – ai problemi dei lavoratori e delle classi popolari» (dall’Autobiografia, cinquant’anni da ripensare).

Arruolato nell’esercito nella II Guerra Mondiale, fece parte degli alpini inviati sul fronte russo. Rientrato in Italia, prese parte alla Resistenza. È di questo periodo una delle prime pubblicazioni sulla democrazia, diffusa clandestinamente col titolo “La politica del buon senso”.

Dopo la liberazione partecipò alla organizzazione del Centro di accoglienza presso il Collegio Barbarigo degli ex internati che tornavano dai campi di concentramento in Germania.

Comincia allora la sua partecipazione attiva alla vita politica nazionale. Eletto deputato all’Assemblea Costituente, negli anni ’60 diviene Ministro della Pubblica Istruzione, Ministro della Difesa e, nel 1974, Ministro della Sanità.

Ha assolto queste alte responsabilità con uno spiccato senso del dovere, un comportamento morale integro, con generosa dedizione di tempo e di energie, alieno dalla vita mondana di salotti e feste. Per lui l’esercizio dell’autorità consisteva nel servizio al bene comune, fondato sulla giustizia, la verità, la solidarietà.

Aveva un carattere forte, deciso, che andava alla sostanza delle cose, senza indulgere a sentimentalismi o ad un superficiale cameratismo.

Ritiratosi per l’età dalla vita politica attiva, e rimasto vedovo, trascorse gli ultimi anni a Padova nel silenzio, nel raccoglimento e nella preghiera. Sostenuto dalla fede e dalla speranza cristiana, ha accettato con serenità il declino fisico, amorevolmente assistito dai figli e dalla signora Ludomila, come anch’io ho potuto constatare in una visita che gli feci. A volte, uscendo dall’episcopio lo vedevo incamminarsi a passi lenti o uscire dalla Cattedrale, dove, finché le forze lo permisero, partecipava alla S. Messa.

Manifestava così una fede viva e profonda nella parola di Cristo che abbiamo ascoltato dal S. Vangelo: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo […] chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò all’ultimo giorno» (Gv 6, 51.54).

La nostra vocazione suprema è la vita eterna, vita di perfezione assoluta e di felicità piena e duratura nella festosa comunione della Gerusalemme del cielo, nei nuovi cieli e nella nuova terra che Dio ha preparato per coloro che l’hanno adorato, amato e servito, in questa vita terrena. Alla risurrezione finale partecipa anche il corpo, parte integrante della persona, per cui anche «il corpo corruttibile sarà vestito di incorruttibilità» (cf 1Cor 15, 54). Per questo il celebrante benedirà e incenserà il corpo di Luigi Gui.

Teniamo presente che questo compimento immortale e felice della vita terrena è possibile in virtù della fede e della comunione di vita con Cristo.

 questa S. Messa, come comunità cristiana presentiamo al Signore della vita il nostro fratello Luigi, supplicandolo di purificarlo dai suoi peccati con il suo sangue prezioso e di ammetterlo alla pienezza di vita e di gioia nella pace del suo Regno.

Fanfani, l’impazienza della Dc. L’uomo fu un importante modernizzatore animato da una fede profonda.

Il ritratto del leader aretino, pubblicato sull’Osservatore Romano, mette in evidenza le sue notevoli capacità realizzative. Seppe conquistare grandi consensi e suscitare asperrime polemiche. “Il suo attivismo – scrive Follini –  gli valse un’infinità di volte le diffidenze dei più pigri e l’ironia dei più cinici”.

Fanfani fu l’impazienza della Dc. E cioè l’impazienza di un partito che alla pazienza doveva la sua identità e parte delle sue fortune. Non suoni troppo paradossale. Quella attitudine fanfaniana a fare, a fare tanto (troppo, qualche volta), a fare in fretta, a disfare e a rifare di continuo è stata anch’essa una parte della virtù politica democristiana. Che come ogni umana virtù conteneva il risvolto di qualche vizio e di molte imperfezioni.

Andando a ritroso nel tempo la storia a volte consente di illuminare le cose che l’attualità rende spesso piuttosto oscure. E dunque, si può dire che nella Dc di quel tempo ci fu chi si incaricò di pensare, chi si dedicò alla strategia, chi ebbe cura del consenso, chi si limitò alla gestione, chi provvide a tenere insieme uomini e forze. E chi, come Fanfani appunto, si fece punto d’onore di tradurre la fatica di governare nella moneta sonante delle cose concrete.

Il piano casa, innanzitutto. La prima grande riforma che De Gasperi affidò alle cure fanfaniane e che finì per essere il passo iniziale, decisivo del percorso di ricostruzione che prese forma all’indomani della guerra (e nel pieno della guerra fredda). Di lì in poi Fanfani si dedicò alle opere. L’agricoltura. L’industria pubblica. L’autostrada del Sole. La Rai. Tutte cose a cui diedero mano tante altre figure politiche di quel tempo, ovviamente. Ma nelle quali la capacità realizzativa di Fanfani fu tale molte volte da fare la differenza.

Anche il partito, nella visione fanfaniana, era fatto di “cose”. Cose strettamente legate a “persone”, ovviamente. Progetti da elaborare. Congressi da celebrare. Sezioni da aprire. Campagne da vivificare. Tessere da accumulare. E poi, lì vicino, a pochi passi, terreni da bonificare, fabbriche da costruire, strade da asfaltare, impianti da realizzare, cantieri da aprire, progetti da mettere in pratica. Una infinità di realizzazioni che dovevano, tutte insieme, modernizzare il paese e migliorare il destino dei cittadini.

Partito e governo, secondo il magistero fanfaniano, erano strettamente connessi. E quando nel ‘59 si trovò ad assommarli nella sua persona, e ad essere per qualche settimana a capo dell’uno e dell’altro, egli non pensava di violare le regole della collegialità. Semmai riteneva proprio così di poter far meglio il suo lavoro, costruendo quelle sinergie operative che nel lessico dei suoi colleghi implicavano un eccesso di spirito accentratore, mentre nel suo sottintendevano solo un di più di spirito pratico.

Fanfani passò quasi spavaldo (ma non indenne) nel bel mezzo delle tempeste ideologiche di quegli anni. Fu accusato prima di essere troppo di sinistra, poi di essere troppo di destra, non essendo mai fino in fondo né l’una né l’altra cosa. Fu considerato un accentratore, con tratti quasi autoritari, ritratto come una sorta di De Gaulle italiano, quando ancora la quinta repubblica francese era oggetto di molte diffidenze dalle nostre parti. Il suo carattere e un certo suo peculiare gusto della controversia fecero il resto.

In realtà egli fu piuttosto uno straordinario modernizzatore del nostro sistema paese. E un custode tutt’altro che irenico della sua sovranità in un mondo attraversato dalle molte dispute del dopoguerra. Fu europeista senza troppa retorica e atlantista senza troppa acquiescenza. Ma convinto al fondo che la “sua” Italia non dovesse mai rinunciare a una certa vocazione, quasi nazionalistica, a far le cose a modo suo. Senza timidezze e senza velleitarismi, viene da dire. Ma con una certa intraprendenza nello sperimentare nuovi percorsi e far sentire la propria voce. Insomma, fu un guerriero che combatté di malavoglia nelle trincee della guerra fredda, pur senza mai venir meno agli obblighi geopolitici che comportava.

Di lui si può dire senza tema di sbagliare che restò fino all’ultimo dei suoi giorni un uomo ispirato da una fede profonda, più forte di ogni controversia e di ogni delusione. Il suo attivismo gli valse un’infinità di volte le diffidenze dei più pigri e l’ironia dei più cinici. Tutte cose di cui forse si sarebbe compiaciuto e contro cui però avrebbe sempre combattuto strenuamente.

E forse proprio quel suo carattere, così “ingombrante”, e quella sua frenesia, e perfino una certa impetuosità, servirono ad accendere all’epoca le luci dello sviluppo del nostro paese.

 

[Fonte: L’Osservatore Romano – 27 aprile 2022]

Il primato della politica e la gestione del primo centro-sinistra. Nei diari di Bernabei. La recensione sull’Osservatore Romano.

I diari ripercorrono tutto il percorso politico (ma anche giornalistico e manageriale) di Ettore Bernabei. Il “potere” da lui raccontato è strutturalmente diverso dall’attuale: la politica del dopoguerra non presentava l’articolazione di poteri diffusi come oggi, e soprattutto l’economia rimaneva in un ruolo subordinato e di sostegno all’azione politica “pura”. 

Roberto Cetera

Tempi migliori? Tempi diversi. Scorrendo le intense pagine dei diari di Ettore Bernabei curate da Piero Meucci per i tipi di Marsilio—Specchi (Ettore Bernabei il primato della politica. La storia segreta della Dc nei diari di un protagonista) si riaffaccia un mondo che, seppur cronologicamente vicino, è ormai lontano anni luce dalle dimensioni attuali della società italiana e della sua politica. Un intrigante flavour di quegli anni, e del ruolo di “protagonista nascosto” di Bernabei era stato già dato dall’ottimo libro—intervista di Giorgio dell’Arti L’uomo di fiducia del 1999.

 

I diari ripercorrono tutto il percorso politico (ma anche giornalistico e manageriale) di Ettore Bernabei. Dagli anni giovanili a Firenze in vicinanza a La Pira, alla direzione —a soli 26 anni— del Popolo, ai 13 anni trascorsi al vertice della Rai, alla fondazione della casa di produzione cinematografica LUX, ma soprattutto nella lunga militanza nella Dc e al sodalizio forte con Amintore Fanfani.

 

A differenza del libro di Dell’Arti, questi diari offrono ovviamente un racconto in presa diretta, che sgombrano il campo dalle mediazioni narrative proprie dell’intervista in vita. Alcuni ambiti costituiscono, non solo materiale interessante per gli storici, ma spunti di riflessione utili per l’oggi. Il primo — come pure recita il titolo del libro — è quello del primato della politica. Il “potere” raccontato da Bernabei è strutturalmente diverso dall’attuale: la politica del dopoguerra non presentava l’articolazione di poteri diffusi come oggi, e soprattutto l’economia rimaneva in un ruolo subordinato e di sostegno all’azione politica “pura”. 

 

Vi sono alcuni ambiti delle relazioni descritte nel libro, e che hanno visto Bernabei protagonista, che costituiscono materiale sicuramente interessante per l’indagine storica di quegli anni. La gestazione, non lineare, del primo centro-sinistra. E con esso, il formarsi di una possente impresa pubblica, peculiare nella storia economica del dopoguerra europeo. Il rapporto tra pubblico e privato, nell’oscillazione mai compiutamente definita tra liberalismo e solidarismo. La concezione “educativa” della televisione pubblica, principale agente della formazione di una vera identità culturale nazionale. Le tensioni interne indotte dalla guerra fredda, e il “dietro le quinte” della vicenda della crisi dei missili russi a Cuba. Fino al dramma di Aldo Moro, e poi al precipizio istituzionale dei primi ’90.

 

Particolarmente interessante risulta poi, nello specifico del punto di osservazione del nostro giornale, la ricostruzione delle relazioni tra la politica italiana e la Segreteria di stato vaticana, allora fortemente presente nell’orientare l’azione dei cattolici in politica. Relazioni spesso improntate ad una dialettica anche vivace, e che non ha mai visto la Dc impegnata ad un “collateralismo” acritico. Il tutto sovrastato da azzeccate (e molto toscane) pennellate sugli innumerevoli personaggi che hanno incrociato la vita di Ettore Bernabei: politici italiani, statisti internazionali, presuli vaticani, imprenditori pubblici e privati e giornalisti. Nella confidenzialità della scrittura diaristica, le annotazioni di Bernabei evidenziano profili umani a volte inaspettati. Nell’insieme un libro che, ulteriormente all’interesse evidente che può suscitare agli storici, costituisce un’interessante lettura per chi — pur non avendo vissuto quei tempi — voglia comprendere da dove venga questo mondo attuale, così diverso. Non peggiore forse, ma neanche migliore.

 

[Fonte: L’Osservatore Romano – 27 aprile 2022]

Macron salva l’Europa. Ma i problemi restano tutti.

Anche il sistema francese mostra i suoi limiti. Ora alle legislative di giugno sia Le Pen sia Mélenchon chiederanno un voto per “ingabbiare” il Presidente, che ha un dominio pressoché assoluto sulla politica estera ma non così su quella interna. Pertanto l’esecutivo non è automaticamente così forte come spesso si vorrebbe far credere. Questo per dire che ogni sistema ha, inevitabilmente, i suoi limiti, con i problemi connessi.

Come già cinque anni fa Emmanuel Macron salva l’Europa. E’ chiaro a chiunque, infatti, che se le elezioni presidenziali francesi le avesse vinte Marine Le Pen il futuro dell’Unione sarebbe stato assai cupo. E’ inimmaginabile una UE senza la Francia o anche solo con una Francia in perenne posizione critica verso Bruxelles. Ci sono state nel tempo crisi ripetute fra Parigi e la Commissione UE (celebre è rimasta quella della “sedia vuota” del generale De Gaulle) ma mai, nemmeno per un giorno, si è pensata possibile una UE senza la Francia. Nella storia dell’Unione infatti Parigi non è Londra e se l’abbandono di quest’ultima – ancorché doloroso – ha potuto essere assorbito, un’eventuale dissociazione della prima non potrebbe essere sopportato dalle istituzioni comunitarie. Bene così, dunque. Anche perché il Presidente francese è di sicuro il più europeista della storia, pur senza mancare di toni anche nazionalistici come è tradizione nella patria della Marsigliese.

Sarebbe però un grave errore sottovalutare sia il risultato elettorale ottenuto dalla candidata sconfitta al ballottaggio sia l’elevato livello raggiunto dall’astensionismo, un fenomeno che si sta espandendo un po’ in tutti i Paesi. Cominciamo proprio da quest’ultimo dato.

Quasi il 30% di non votanti al ballottaggio presidenziale è una percentuale assai alta, mai raggiunta negli ultimi 50 anni. Sintomo di un disagio evidente, anche se ormai dobbiamo cominciare a considerare come un dato di partenza nelle democrazie occidentali un tasso di astensionismo fisiologico prossimo ad un quarto degli aventi diritto al voto. Persone che in larga misura non meriterebbero, per il loro menefreghismo, di godere dei benefici della democrazia ottenuti grazie al sacrificio di molti martiri della libertà. (Questo articolo è scritto i a ridosso del 25 aprile, e quindi questa affermazione ha un suo evidente perché).

Ci sono però, indubbiamente, anche le astensioni “politiche” derivanti dalla mancata fiducia nei confronti dei partiti in lizza o, come in questo caso, dei candidati al ballottaggio. E dunque pure il sistema elettorale della V^ Repubblica pare presentare qualche crepa. Il Presidente eletto, alla fine, ha ottenuto al primo turno una percentuale inferiore a un terzo degli elettori e al ballottaggio ha superato, bene, la metà dei medesimi ma su una base elettorale ridotta da un così elevato fenomeno astensionista.

Quindi molti cittadini che al primo turno hanno votato per la loro opzione favorita non si sono recati alle urne per il secondo turno. Non solo. Molti che hanno votato al ballottaggio per Macron lo hanno fatto solo per sbarrare la strada a Le Pen e non per fiducia nei confronti del Presidente. Un voto contro, insomma.

Certo, il vantaggio del sistema, dal punto di vista dell’esecutivo, è che il Presidente al di là di tutte queste considerazioni è da subito operativo a tutti gli effetti e dotato di un ampio potere così come definito costituzionalmente. Mentre un eventuale sistema proporzionale, di cui legittimamente si discute in Italia, trasferisce poi la trattativa fra i partiti in Parlamento, col rischio di comporre governi deboli e sottoposti al perenne ricatto del voto parlamentare su questa o quella decisione da adottare o legge da approvare.

Resta però il fatto che anche il sistema francese mostra i suoi limiti. Ora alle legislative di giugno, ad esempio, sia Le Pen sia Mélenchon chiederanno un voto per “ingabbiare” il Presidente, che ha un dominio pressoché assoluto sulla politica estera ma non così su quella interna, come è giusto che sia nel gioco democratico dei pesi e dei contrappesi istituzionali. Pertanto l’esecutivo non è automaticamente così forte come spesso si vorrebbe far credere. Questo per dire che ogni sistema ha, inevitabilmente, i suoi limiti, con i problemi connessi.

La seconda questione è più strettamente politica. Il 41% di Le Pen è un risultato importante. Che va considerato congiuntamente a quello manifestatosi al primo turno, quando la somma dei voti ottenuti dai tre principali candidati dalla radicale o quanto meno forte contestazione al sistema (Zemmour e Le Pen a destra, Mélenchon a sinistra) ha sostanzialmente raggiunto il 50% dei consensi. Un segno inequivocabile di sfiducia nella tradizionale tessitura della politica transalpina testimoniata per di più dal crollo dei protagonisti di oltre 50 anni di V^ Repubblica, i socialisti e i gollisti. 

Il disagio prodotto nel tempo dalla crisi economico-finanziaria iniziata ormai 15 anni fa ma non del tutto superata ancor oggi; dalla crisi determinata da due anni di pandemia (una crisi anche sociale e psicologica individuale, non solo economica) pure questa non definitivamente superata; e ora una possibile crisi recessiva indotta dalla terribile guerra russa all’Ucraina e dalle conseguenti azioni europee a sostegno di Kiev: ebbene quel disagio si è ampliato producendo sfiducia nelle istituzioni rappresentative, rabbia sociale anche violenta (proprio in Francia lo si è visto col movimento dei Gilet Gialli), volontà di alternatività assoluta al sistema (con prevalente matrice di destra autoritaria, ma non solo), sottovalutazione quando non addirittura interesse o sostegno per gli autocrati incuranti dei principi liberali e democratici.

Insomma, un ulteriore aspetto di una possibile (o incipiente?) crisi delle democrazie occidentali delle quali più volte abbiamo parlato su queste pagine. È anche su questo che ha scommesso Vladimir Putin.

Chi era Moro? Una trama leggera di pensieri ed emozioni. Follini ricorre alla fantasia per spiegare la realtà.

Il libro di Marco Follini (Via Savoia. Il labirinto di Moro, La Nave di Teseo) gira attorno alla postura classica dell’eroe scespiriano – in questo caso il leader dc – solo di fronte alle decisioni e solo anche di fronte alle avversità. Follini smonta e rimonta in continuazione la quinta teatrale che fa da cornice a questa solitudine problematica. Si tratta di un lavoro eccellente, forte di una sua elegante originalità, sicuramente godibile.

Maneggiare la storia richiede un certo distacco critico per individuare, oltre gli eventi e i personaggi, oltre la stessa storia casualmente ordinata, il filo rosso delle vicende. È un esercizio senza sicurezze dal momento che può anche non approdare a conclusioni incontrovertibili. La fantasia spesso è chiamata a riempire i vuoti.

Perché questa premessa? C’è un motivo semplice, legato in particolare al duplice sentimento di ammirazione e stupore per il coraggio di Follini nel dare alla figura di Aldo Moro quel tipo di profondità che solo l’ambiente del romanzo può rivelare. E solo la fantasia ci regala. Spetta ai critici letterari stabilire se poi di romanzo – e quale – nella fattispecie si debba parlare. In ogni caso “Via Savoia” (La Nave di Teseo) è scritto bene, con sapiente dosaggio di finzione e realtà, in uno stile levigato che illude sulla spontaneità di un linguaggio ben altrimenti elaborato e complesso, frutto di vigilanza sulla propria attitudine alla scrittura.

L’ammirazione riguarda l’elegante impianto stilistico, specie se correlata all’autenticità dello sforzo letterario. Di questi tempi non ci si meraviglia più se dietro la firma dell’autore di un testo si cela l’opera di un scrittore anonimo. Invece, stavolta come in altre significative prove saggistiche, l’autore del libro è proprio lui, Marco Follini, raffinato costruttore di una trama che abbraccia e contempla la politica, effettivamente intrisa di bene e di male, e con il cuore della scena occupato dal martire per eccellenza della democrazia italiana, quale fu il leader della Dc assassinato dalle Brigate rosse.

Poi, in aggiunta, ecco lo stupore: non è un azzardo assoggettare alla descrizione romanzata l’identità di Moro, assegnando alla fantasia il compito di illuminare i contrasti interiori, le speranze e le delusioni, i timori nascosti? Follini si assume la responsabilità di questa più intima rappresentazione e ci invita a prendere confidenza, pagina dopo pagina, con i pensieri e i sentimenti del politico meno incline a toni e maniere confidenziali che l’Italia democristiana abbia mai conosciuto. Moro si svela lucido contraente di un impegno persino involontario, vista l’inclinazione giovanile a coltivare un’aspettativa di carriera universitaria, per andare incontro ben presto, come chiosa Follini, a una vita fatta di “emozione e razionalità”: la vita della politica.

Il racconto gira attorno alla postura classica dell’eroe scespiriano, solo di fronte alle decisioni e solo anche di fronte alle avversità. Follini smonta e rimonta in continuazione la quinta teatrale che fa da cornice a questa solitudine problematica. Ad ogni passaggio vi è un tormento, una percezione dell’insufficienza e della instabilità, un “andare oltre” il contingente; al tempo stesso vi è la rivendicazione di un ruolo e di una responsabilità che l’essere cristiani allega ai compiti della politica; e infine, laboriosamente articolata, vi è un’etica che limita la forza della sicurezza e della convinzione, per un difetto di fiducia sulle umane risorse di bontà. 

E qui spunta il dilemma che ruota attorno alla vicinanza o al distacco rispetto al potere: quali misure e contromisure Moro giustappone ad esso? Quale regola adotta per renderlo agibile moralmente? Nel Consiglio nazionale del partito, il 18 gennaio 1969, le sue parole caddero come macigni su un uditorio a dir poco sorpreso, visto che colpivano al cuore il sistema doroteo: “Ci deve pur essere, più in fondo – disse – una ragione, un motivo ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere ed il potere si esercita”. 

Orbene, a un giornalista che chiedeva se per caso i maligni non sbagliavano a definire Moro un uomo di potere, Corrado Guerzoni, suo stretto collaboratore, rispondeva con un’iperbole: Moro è il potere. In effetti la biografia, anche quella romanzata di Follini, ne rende facile testimonianza. Non si sta al governo del partito e del paese per tanto tempo senza avere dimestichezza con gli ingranaggi dell’amministrazione e tutto ciò che ne deriva in termini di pratiche correnti. A dispetto dei ritratti oleografici, Moro non riduceva la politica a predicazione, ma nemmeno la dequalificava a strumento di comando. Mediazione, equilibrio, prudenza rimbalzano nel racconto di Follini come vocaboli evocativi di un modus operandi di Moro; sono i cardini della sua politica non ideologica e quindi del suo lucido realismo; vocaboli in sostanza che incarnano un dovere che non deprime ma innerva, piuttosto, una strategia di avanzamento democratico.

Il libro traccia un profilo che convince largamente, pur con qualche dubbio secondario. È innegabile che l’uomo si spese, non senza audacia, per ampliare le basi democratiche dello Stato. Questa fu sempre la bussola della sua politica di rinnovamento. Poi lo si può anche definire un conservatore, ma a patto di riconoscere giustamente che in un mondo in cui la conservazione mancava di intelligenza, egli appariva finanche avventuroso. Tanto avventuroso da sentirsi spaesato e avvertire l’impossibilità, per dirla con l’autore, di “dimettersi da se stesso”. E probabilmente, come ancora rileva Follini, si sarà trovato a disagio nell’essere ritenuto un teorico del consociativismo, quando al contrario, dinanzi all’espressione massima del consociativismo rappresentata dal compromesso storico, fu decisamente maldisposto. 

Lascia invece un po’ disorientati il rinvio a quel “troncare e sopire” del Conte Zio, perché serpeggia nella nota locuzione manzoniana un istinto opportunistico alla mitigazione dei contrasti, quale ne sia la ragione e la finalità, laddove nulla di simile o di paragonabile rinviene effettivamente nell’affresco biografico di “Via Savoia”. Moro non era un Conte Zio democristiano. Cauto certamente sì, ma per discernimento e strategia, ovvero per andare avanti e non per sopravvivere nell’immobilismo. Per questo ha pagato un prezzo molto alto.

In ultimo, vale la pena chiedersi se l’immaginazione di Follini non avesse l’obbligo di spingersi più in là rispetto alla consolidata rappresentazione del “caso Moro”. Noi, in verità, non sappiamo a tutt’oggi quale sia stata la mano che ha diretto il colpo di Stato di Via Fani. Ora, un uomo così cauto ed avveduto fino all’estenuazione della manovra politica e minacciato, oltre tutto, dai suoi interlocutori internazionali, al punto di far trapelare la volontà di abbandonare la scena pubblica; come mai quest’uomo accorto cambia la linea di condotta, dismette ogni prudenza e lancia la sfida della cooptazione dei comunisti nell’area della maggioranza di governo? È un buco nero nella nostra conoscenza. E come mai, dopo cinquantacinque giorni di prigionia, pur essendo ormai politicamente morto, lo si vuole morto anche fisicamente, senza pietà? L’accanimento polemico è sulla trattativa mancata o fallita, ma non sul perché sia stato comunque dato dal vertice brigatista l’ordine di eliminazione del prigioniero.

Follini rinuncia a porsi queste domande e spende più volentieri il suo talento nell’illuminare il labirinto degli ultimi pensieri di Moro. Al lettore giunge pertanto il soffio leggero della compartecipazione a uno stato d’animo che solo la scrittura aiuta a penetrare nella spirale di dolore e abbandono. “In quei giorni, in quelle ore, la sua fine dovette sembrargli la fine del mondo. O forse era il segno che quel mondo non era mai davvero cominciato”.

O forse, più semplicemente, che non potesse cominciare a causa del disvolere di occulti decisori.

I giochi di Erdogan tra Mosca e Kiev (AsiaNews) 

I giochi di Erdogan tra Mosca e Kiev (AsiaNews) 

Secondo il politologo russo Ivan Preobraženskij, “Erdogan cerca di trarre il massimo profitto da questa guerra, che si svolge su un territorio molto legato nel passato alla Turchia, che potrebbe perfino rivendicarne alcune parti”.

Vladimir Rozanskij

Con l’eccezione della Turchia i Paesi Nato, insieme a Giappone e Australia, hanno condannato fermamente l’invasione russa dell’Ucraina. Il resto del mondo si mantiene invece su posizioni neutrali, a partire da Cina, India e monarchie del Golfo Persico.

Gli analisti di Radio Svoboda si chiedono se siano gli interessi economici o una naturale affinità tra il sultano e lo zar a mantenere Ankara in questa condizione di neutralità. I turchi hanno condannato a parole l’azione militare di Putin, ma poi si sono ben guardati dall’applicare le sanzioni decise dai suoi stessi alleati, proponendosi continuamente come mediatori tra Mosca e Kiev.

Ancora in questi giorni il presidente turco Recep Tayyp Erdogan e il suo ministro degli Esteri, Mevlüt Çavuşoğlu, hanno ribadito la loro convinzione sulla possibilità di risolvere la crisi per via diplomatica.

Secondo Çavuşoğlu, “alcuni Paesi della Nato non vogliono la pace, ma soltanto indebolire la Russia, e non si interessano veramente dell’Ucraina, altrimenti accompagnerebbero il ritiro delle truppe russe con l’alleggerimento del regime delle sanzioni”. Egli ha anche aggiunto che la Turchia ha evacuato dal territorio ucraino 17mila cittadini turchi dall’inizio della guerra, per sottolineare quanto effettivo sia il coinvolgimento di Ankara nella regione.

Il portavoce del presidente, Ibrahim Kalin, ha spiegato che “stiamo in entrando in una nuova fase della guerra fredda, e dobbiamo prepararci a tutte le conseguenze negli ambiti della produzione, dell’energia, della sicurezza informatica e in molte altre questioni”.

L’economia turca era già in crisi prima della guerra russa, anche per via del coronavirus, e oggi sente ancor di più le conseguenze del conflitto; è il periodo peggiore del lungo regno del sultano Erdogan. Il Paese è scosso da tensioni politico-sociali, l’inflazione ha raggiunto i massimi dell’ultimo ventennio, la disoccupazione è tra il 15 e il 20%, i prezzi di beni e servizi sono saliti tra il 30 e il 50%, e l’anno prossimo si terranno le elezioni parlamentari, in cui il partito al potere rischia di perdere molti consensi.

Mosca e Ankara hanno stretto molti affari di ampia prospettiva negli ultimi anni, tra cui la costruzione della centrale nucleare Akkuyu con la partecipazione di Rosatom, che garantirà il 10% del consumo energetico della Turchia. È un progetto da 20 miliardi di dollari, che Erdogan ha detto di voler realizzare in ogni modo. Per non parlare del turismo russo, che ora si riverserà sempre più sulle coste turche; solo l’anno scorso erano arrivati 4 milioni e mezzo di turisti, per i quali esistono compagnie aeree dedicate per i voli dalla Russia.

Anche l’Ucraina, del resto, è un partner importante della Turchia, con investimenti da 4,5 miliardi di dollari lo scorso anno; l’ultimo incontro tra Erdogan e Zelenskyj risale al 3 febbraio, poco prima dell’invasione russa, per firmare accordi commerciali da 10 miliardi. Ankara è da anni uno dei principali fornitori di armi a Kiev, e in questa guerra si sono particolarmente distinti i droni turchi Bayraktar TB2.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/I-giochi-di-Erdogan-tra-Mosca-e-Kiev-55656.html

 

Monda, “Se perdiamo le lacrime”. L’editoriale del direttore dell’Osservatore Romano.

La “desertificazione” dell’emozioni – scrive Monda – ha prodotto un uomo squilibrato, armato solo della fredda razionalità, ma che ha perso il cuore dell’umanità. Riportiamo per gentile concessione l’editoriale che appare nell’edizione del 25 aprile del giornale ufficioso della Santa Sede. 

«Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere», è la famosa frase di Baruch Spinoza, anche facile da tradurre: «Non ridere, non piangere né detestare ma (cerca solo di) capire». Il grande filosofo olandese si riferiva alle “cose umane” che dovevano essere oggetto di comprensione, di intelligenza appunto, a condizione di asciugare però prima l’emotività. Parole molto sagge, ovviamente. Quando sono state pronunciate forse erano anche un grido rivolto ai contemporanei al fine di farli fermare dalla follia dell’incessante guerra che in quei secoli insanguinava l’Europa. Quel grido è diventato una specie di profezia rovesciata nel senso che si è, purtroppo, avverato. L’uomo contemporaneo ha asciugato l’emotività a favore del raziocinio, in questo senso Spinoza appare “padre” dell’Illuminismo, ma in modo così radicale da aver prodotto un deserto. Non sappiamo più ridere né piangere ma abbiamo tutti la pretesa di capire. È il momento storico degli “esperti” e tutto è lasciato alle loro fredde analisi. Le lacrime, di gioia o di dolore, sembrano le grandi assenti.

Sulla crisi del senso dell’umorismo su questo giornale si è già parlato più volte, proprio perché l’umorismo è in realtà una virtù che i cattolici non possono trascurare. Un pensatore come Jacques Maritain avvertiva che «una civiltà che ha perso il senso dell’umorismo si prepara al suo funerale» e tutti gli ultimi pontefici, e Papa Francesco in particolare, hanno spesso parlato della fondamentale importanza per il cristiano del coltivare il buon umore, del saper ridere. «Si conosce un uomo dal modo in cui ride», osservava Dostoevskij ma questo è forse ancora più vero rispetto al pianto: sono proprio le lacrime a rivelare se in un uomo è rimasto qualcosa dell’essere umano. Al contrario del luogo comune, bisogna affermare che un vero uomo piange.

Oggi, dal punto di vista della guerra, la situazione non è molto diversa dal ’600 di Spinoza: il sangue ancora scorre nel cuore dell’Europa. Mancano però le lacrime. Così ha detto il Papa sabato ricevendo in udienza la comunità pastorale del Santuario della Madonna delle Lacrime di Treviglio: «La nostra civiltà, i nostri tempi, hanno perso il senso del pianto». Anche per Francesco, grande lettore del romanziere russo, è il “modo” a essere molto importante: «Io credo che noi, il nostro tempo — parlo in genere —, abbiamo perso l’abitudine di piangere “bene”. Forse piangiamo quando succede qualcosa che ci tocca o quando tagliamo la cipolla. Ma il pianto che viene dal cuore, il pianto vero come quello di Pietro quando si pentì, come quello della Madonna». Maria piange e in genere le donne sanno piangere più degli uomini, hanno il dono delle lacrime. Perché il pianto è un dono, una grazia dice il Papa: «noi dobbiamo chiedere la grazia di piangere davanti alle cose che vediamo, davanti all’uso che si fa dell’umanità, non solo le guerre — ne ho parlato — ma lo scarto, i vecchi scartati, i bambini scartati anche prima di nascere… Tanti drammi di scarto: quel povero che non ha da vivere è scartato; le piazze, le strade piene di persone senza fissa dimora… Le miserie del nostro tempo dovrebbero farci piangere e noi abbiamo bisogno di piangere».

Lugere è ancora necessario. Al “profeta” olandese dell’Illuminismo rispondeva indirettamente lo scrittore inglese Chesterton ribaltando un altro luogo comune: «il pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto tranne la ragione». La “desertificazione” dell’emozioni ha prodotto un uomo squilibrato, armato solo della fredda razionalità, ma che ha perso il cuore dell’umanità. Sempre Chesterton afferma che «sono le fate a custodire la ragione», se si perde l’immaginazione e il sentimento l’uomo, quest’essere così ricco e complesso, rimane come “sfigurato”, e paradossalmente anche incapace di “intelligere”. Durante la conversazione tra il cardinale Tolentino de Mendonca e l’allenatore di calcio Josè Mourinho quest’ultimo ha ricordato una battuta del filosofo portoghese Manuel Sergio: «chi sa tutto di calcio ma solo di calcio, non sa niente di calcio». Soffriamo per eccesso di “esperti” e insieme per difetto di “esperienza”, quella condizione che permette all’uomo di cambiare, di essere (com)mosso, possibilmente fino alle lacrime. 

È possibile l’eutanasia cristiana? L’editore Gabrielli manda in libreria un volume destinato a far discutere.

L’eutanasia/buonamorte nel senso antico indica essenzialmente il modo umano, non estraneo e indifferente di morire. Di questo modo umano oggi l’uomo contemporaneo sente la mancanza…L’approccio del libro “non è tanto quello medico e giuridico, quanto soprattutto quello etico e religioso, o in generale quello dei quattro aspetti messi insieme. Un modo per fare i conti con la complessità della vita degli esseri umani leggendola nella dimensione duplice, tra terra e cielo, come ricerca del valore di una laicità condivisa da credenti e non credenti“.

Il volume La morte buona di Giuseppe Deiana, con la Prefazione di Vittorio Bellavite (Movimento Noi Siamo Chiesa), si propone di dare al cittadino comune una comprensione basilare del problema dell’eutanasia volontaria e di ciò che ad essa è connesso, nella convinzione che di fronte alla buona morte nessuno può restare indifferente. Perché c’è di mezzo il senso della condizione umana, fondato sul principio di responsabilità che, in condizioni di sofferenza estrema, consente di sostenere la legittimità morale dell’eutanasia responsabile, su cui possono convergere credenti, non credenti e diversamente credenti, sulla base del denominatore comune di una laicità condivisa come valore.

«Il libro di Deiana è un libro coraggioso perché non si tira indietro nel confrontarsi con franchezza con la linea dei vescovi e del Vaticano sul problema del fine vita e perché contrasta, con delicatezza, la timidezza psicologica (non altro) di ognuno di noi di fronte a qualcosa che abbiamo vissuto e viviamo come una specie di tabù, quello dell’eutanasia. […] Quello dell’eutanasia era una specie di confine non superabile. E invece il confine si può superare. Nella ricerca di Deiana, insieme all’orientamento di fondo, c’è una documentazione a tutto campo sulle diverse posizioni esistenti ed un ragionare pacato che conduce ad indicazioni che possono essere utili e convincenti anche per chi non si dice cristiano.» (dalla Prefazione di Vittorio Bellavite)

Hans Küng

«Quando arriva il momento, ho il diritto, qualora ne sia ancora in grado, di scegliere con la mia responsabilità quando e come morire […]. Vorrei offrire a un pubblico ampio – e, date le attuali discussioni nei parlamenti, nelle associazioni di categoria, nei tribunali e nelle chiese, soprattutto a politici, medici, giuristi e consulenti spirituali – un po’ di materiali per una serie di riflessioni critiche e autocritiche.  Tutto ciò con la speranza di alimentare un dibattito attento e, allo stesso tempo, indulgente.» (Hans Küng 2015)

DAL LIBRO LA MORTE BUONA

«L’argomentazione qui proposta verte su alcuni punti di riferimento del mondo cristiano, più precisamente su tre posizioni di punta: prima di tutto, la lunga e complessa elaborazione del teologo cattolico Hans Küng, che all’argomento della possibilità dell’eutanasia cristiana ha dedicato, in un quarto di secolo, due importanti libri di rottura sul tema; in secondo luogo, la sintesi teorico-pratica condensata in alcuni documenti ufficiali: quelli della Commissione bioetica delle Chiese Battiste, Metodiste e Valdesi in Italia del 1998 e del 2017; inoltre, i documenti della sezione italiana del movimento internazionale di base Noi Siamo Chiesa (NSC), del 2019 e 2021, motivati e orientati a perseguire la riforma della Chiesa cattolica. Quindi, mondo cattolico e mondo protestante a confronto, uniti dal riconoscimento del valore di un principio comune, l’etica della responsabilità, che fa da filo rosso e legame.» (La morte buona, Premessa “La ricerca di un percorso condiviso sulla sofferenza inutile”, p. 15).

                 

Attualità del 25 aprile

Attualità del 25 aprile

Il segretario della DC, ex partigiano, scriveva su “Il Popolo” nel giorno della Festa della Liberazione questo editoriale (qui riproposto) che conserva ancora aspetti interessanti e suggestivi. L’Italia attraversava una crisi grave, originata anni prima dalla fine della convertibilità del dollaro e dalla impennata dei prezzi del petrolio a causa delle tensioni in Medio Oriente. Premeva, in quel momento, anche la minaccia crescente della violenza, tanto sul versante dello stragismo nero che del terrorismo brigatista. Zaccagnini invocava una disponibilità a concorrere a uno sforzo collettivo, invitando di fatto il PCI a prendere sul serio la politica della “solidarietà nazionale”. Quella politica che dopo le elezioni, nel giugno dello stesso anno, avrebbe preso iniziale forma con il governo Andreotti della “non sfiducia”.

Questo 25 aprile – che celebriamo ormai da trent’anni – non è soltanto una ricorrenza civile tra tante altre: e non è nemmeno soltanto memoria e simbolo di un giorno indimenticabile per tutto il popolo italiano. Il tempo non ha affievolito il ricordo e l’emozione di quella grande vicenda popolare che fu la Resistenza. Essa riacquista, anzi, con gli anni, contorni sempre più precisi e marcati, come il principale momento creativo della democrazia repubblicana, che nasce dall’incontro di forze politiche e culturali diverse tra loro, ma unite da una medesima ansia di rinnovamento e di libertà.

Questo è – secondo noi – il significato più profondo del 25 aprile, che di anno in anno invita tutti a rimeditare sul cammino percorso, a confrontare la realtà di oggi con le speranze e gli ideali di allora, a verificare anche con spirito critico la rispondenza tra la generosa immagine di un’Italia che tutti volevano libera, prospera e giusta, e l’Italia che si dibatte oggi in una delle crisi più gravi di questo dopoguerra.

Siamo convinti che anche di fronte alle difficoltà attuali, gli ideali della Resistenza – pur rivissuti nella singolarità e nella originalità delle sue varie componenti politiche e popolari – rappresentino un punto di riferimento necessario e inevitabile.

Vi sono valori – la pace, l’indipendenza nazionale, una più concreta e autentica giustizia sociale – che non possono non essere condivisi da tutti come obiettivi generali di una politica democratica. E la stessa situazione di oggi preme nel senso di una più attiva presa di coscienza che vi sono dei momenti nella vita di un popolo, vi sono circostanze e obiettivi particolari, per i quali è indispensabile la collaborazione di tutti, pur senza confusione di ruoli e senza rinunce alle proprie convinzioni profonde.

La Liberazione fu uno di questi momenti; la Ricostruzione nasce anch’essa come incontro creativo di tutte le forze sociali del Paese. Oggi, proprio la più grave crisi che l’Italia si sia mai trovata a dover affrontare impone a tutti un nuovo senso di solidarietà che deriva da una interdipendenza di massa di fronte ai grandi fenomeni politici, sociali ed economici del nostro tempo. Abbiamo insieme progredito, talvolta forse disordinatamente, con ritardi e lacune purtroppo innegabili; insieme dobbiamo affrontare il riflusso di una crisi che parte da lontano e che impegna duramente anche talune strutture del sistema.

Questo è oggi più che mai il prezzo della comune salvezza: e questo è il senso dell’iniziativa che la Democrazia cristiana ha voluto assumere in questi giorni, nella convinzione che non vi sono alternative reali a questo rinnovato spirito di solidarietà nazionale. In ciò la DC non guarda ai suoi interessi di parte: siamo certi – qualcunque sia l’esito finale di questo nuovo sforzo – che esso rimarrà come indicazione di una via che resta obbligata e come testimonianza di buona volontà.

Ciò che sta avvenendo oggi nel nostro Paese potrebbe anche rappresentare un’occasione valida, se il senso comune del pericolo – che investe le stesse istituzioni – ci porterà a ripristinare il circuito di un vitale ed effettivo solidarismo, che sollecita revisioni e correzioni dello stesso modello di sviluppo. Proprio questa crisi deve indurci a rimeditare insieme sul tipo di società che noi vogliamo e che è in qualche tratto abbastanza diversa da quella che è venuta talora tumultuosamente crescendo in questi trent’anni. Proprio lo sforzo comune per superare le difficoltà di questo frangente nazionale, grave per tutti, può offrirci la chiave per porre le premesse di una società più progredita, più equilibrata e più giusta.

Queste sono alcune delle considerazioni che ci suggerisce questo 25 aprile 1976. Il ricordo di che cosa fu e rappresentò allora, nell’ormai lontano 1945, ci incoraggia ad avere ancora fiducia nelle capacità di sacrificio, di lotta e di ripresa del popolo italiano, di fronte al quale la DC non è sola o isolata, e rappresenta anzi ancor oggi l’espressione più articolata e sensibile di una realtà nazionale travagliata, ma che ha ancora in sé forze sociali ed energie morali sane e decise ad operare per la comune rinascita.

 

(Fonte: Il Popolo, 25 aprile 1976)

La guerra compromette il dialogo ecumenico. Un altro Muro si alza, quello tra la Chiesa di Roma e il Patriarcato di Mosca. 

Il Patriarca Kirill ha chiesto ai fedeli russi di “unirsi e combattere i nemici interni ed esterni di Mosca”. Non potevano esserci parole più lontane ed ostili rispetto non solo alla cultura democratica europea ed ai suoi principi di laicità, ma anche e sopratutto agli accorati appelli alla Pace di Papa Francesco.

La Guerra di invasione di Putin contro l’Ucraina non produce solo effetti devastanti sul piano umanitario, economico e politico. Ha effetti terribili anche nei rapporti tra le Chiese cristiane. Il dialogo tra cattolici ed ortodossi era una grande speranza per una Europa alla ricerca di un proprio profilo di valori e di umanesimo. Da tale rapporto ci si attendeva un contributo importante al recupero di un “senso” anche spirituale della vita civile, in questo tempo di crisi dei consolidati paradigmi antropologici e culturali.

Kirill invece, brucia ogni ponte possibile e ogni forma di dialogo. I vertici della Chiesa Ortodossa Russa (diversamente da molti preti di base sopratutto di Mosca e di San Pietroburgo: non a caso delle città, non delle grandi aree interne più controllate dal regime) hanno scelto la strada opposta. Il patriarca ha lanciato un appello per “unirsi e combattere i nemici interni ed esterni di Mosca”. Ed ha aggiunto: “In questo periodo difficile per la nostra patria, possa il Signore aiutare ognuno di noi a unirci, anche attorno al potere. È così che emergerà la vera solidarietà nel nostro popolo, così come la capacità di respingere i nemici esterni e interni e di costruire una vita con più bene, verità e amore”.

Non potevano esserci parole più lontane ed ostili rispetto non solo alla cultura democratica europea ed ai suoi principi di laicità, ma anche e sopratutto agli accorati appelli alla Pace di Papa Francesco. Nel giorno della Pasqua Ortodossa, invano evocato da più parti come occasione di tregua, sono apparse sconcertanti le immagini dei bombardamenti russi e quelle del Patriarca di Mosca che benedice lo Zar, con la sua candelina accesa. Il nazionalismo armato del dittatore di Mosca si nutre da tempo di questa blasfema sinergia tra “trono e altare”, fondata sulla ricerca di un fondamento “spirituale” del proprio potere autocratico interno e della visione imperialista e antagonista ai valori delle democrazie europee.

Questo atteggiamento di totale adesione al potere del Cremlino, anche in questa guerra criminale, radicalizza lo scontro con il Patriarcato Ortodosso di Costantinopoli e rende molto arduo il cammino ecumenico con la Chiesa di Roma. Non a caso è stato “sospeso” il previsto incontro a Gerusalemme tra Kirill e Francesco. Un altro “Muro” si va costruendo in Europa. Non meno devastante di quello politico-economico-militare. Un Muro che corrode principi e valori che sono stati “costituivi” della cultura europea.

 

I cattolici e la pace. Si avverte un rischio di dissociazione: da una parte i principi, dall’altra i comportamenti.

Cresce la sensazione che ormai i cattolici impegnati in politica vanno in una direzione e il magistero della Chiesa in un’altra. Una dissociazione che non può non preoccupare chi crede ancora nella tradizione del cattolicesimo politico.

La guerra russo-ucraina ha sconvolto il mondo. Certo, molti sanno che ci sono molti conflitti in altri paesi che vengono sistematicamente censurati dai grandi organi di informazione. E, sotto questo versante, è inutile fingere che non esistono e concentrare l’attenzione solo e soltanto su alcune guerre. Ovvero, quelle che riscuotono maggior scandalo mediatico e su cui si vuole richiamare maggiormente l’attenzione. Una contraddizione che non può non farci riflettere…

Ora, però, al di là delle motivazioni – misteriose sino ad un certo punto, come tutti sappiamo… – sulle guerre che vengono descritte ed analizzate a fondo e in tutti i dettagli e quelle che vengono sistematicamente taciute, è indubbio che uno dei temi che merita di essere approfondito lungo questo versante è il rapporto che intercorre tra la guerra e i cattolici. O meglio, come i cattolici, seppur nella loro multiforme e pluralistica espressione e composizione, pensano, vivono e affrontano il capitolo drammatico e complesso dello scontro bellico. Un rapporto difficile perchè, purtroppo, continuiamo ad assistere ad una radicale dissociazione tra ciò che predicano il Papa, i vescovi, i sacerdoti, la stampa cattolica, i movimenti ecclesiali e religiosi e ciò che, invece, concretamente pensano e decidono i cattolici impegnati nelle istituzioni. Locali come nazionali.

Certo, nella politica come nelle istituzioni democratiche esiste l’assunzione di responsabilità personale dei cattolici impegnati nel pubblico. Frutto di una concezione che affonda le sue radici nella laicità dell’azione politica, nel rispetto delle istituzioni democratiche e nelle decisioni autonome che prescindono dal condizionamento – diretto o indiretto – delle autorità ecclesiastiche. E questo perchè il clericalismo e il confessionalismo sono due derive che restano estranee ed esterne alla lezione conciliare e allo stesso insegnamento della Chiesa Cattolica.

Detto questo, comunque sia, non possiamo non rilevare che esiste ormai una divaricazione politica crescente e profonda tra ciò che sta predicando oggi la Chiesa – in particolare gli interventi ripetuti di Francesco e di molti alti prelati – e ciò che decidono concretamente i cattolici impegnati in politica. Sia quelli che sono impegnati nei partiti governisti e di potere come il Partito democratico e sia quelli che, storicamente, si collocano all’opposizione e si riconoscono più in una prospettiva politica populista o sovranista. Una dissociazione, però, che non può non fare riflettere. Anche perchè se questa divaricazione tra ciò che si professa e poi come si agisce concretamente e laicamente cresce progressivamente e addirittura si consolida attorno ad un tema peraltro decisivo per la comune convivenza e per lo stesso ordine nazionale, europeo ed internazionale come la guerra o i rapporti tra i popoli, è di tutta evidenza che si corre il rischio che una politica di ispirazione cristiana si inaridisca sempre di più e forse anche definitivamente. 

Un rischio, cioè, che mette in discussione la stessa specificità della presenza politica e culturale dei cattolici. In questo caso dei cattolici italiani. Certo, anche nel passato non mancavano questa dicotomia e questa difficoltà di relazione. Se non addirittura di sostanziale incomunicabilità. Ma il contesto storico era molto diverso e meno conflittuale. Oggi, invece, si è preso tranquillamente atto che tutto ciò che arriva dal magistero della Chiesa si rispetta ma, al contempo, si può farne tranquillamente a meno. Ovvero, una sorta di grande rispetto per un insegnamento che, però, non può che essere un mero richiamo testimoniale. E poco più.

Per questi motivi, proprio partendo dalla guerra russo-ucraina e tutto ciò che comporta e determina questo conflitto nell’economia regionale ed internazionale e anche e soprattutto nel futuro assetto politico mondiale, è indubbio che il rapporto tra i cattolici e l’impegno politico si fa sempre più difficile e complesso. Nello specifico, cresce la sensazione che ormai i cattolici impegnati in politica vanno in una direzione e il magistero della Chiesa in un’altra. Una dissociazione che non può non preoccupare chi crede ancora nella tradizione del cattolicesimo politico, democratico e sociale e che ha contribuito in modo decisivo a fare crescere e consolidare la democrazia nel nostro paese. E che non può, al contempo, non suggerire una domanda profonda e di merito. Sul versante della coerenza, dei contenuti e della lettura della società.

Sondaggi e social alimentano il negazionismo: le evidenze soccombono alle fake news.

La distorsione dell’informazione e della comunicazione, l’incertezza dell’autenticità delle fonti, la distribuzione massiva di notizie senza controllo sono un residuo negativo della globalizzazione. Geopolitica e geoeconomia usano i media per interessi di parte. La formazione della consapevolezza individuale e della coscienza collettiva dipende oggi in larga parte dall’uso strumentale della parole da parte di affabulatori, influencer e sedicenti esperti, che creano un immaginario privo di qualsivoglia ancoraggio con la realtà. Significativo e pedagogico il passaggio conclusivo dedotto dall’opera ‘Aut-Aut’ di Soren Kierkegaard, sulla confusione tra credenze e miscredenze, illusione e verità.

La globalizzazione non ha esaurito i suoi effetti nefasti e raccoglie proseliti nel mondo della comunicazione e dell’informazione. In rete circola di tutto e di più, l’uno vale uno smentisce le fonti ufficiali e presta credito alle notizie create ad arte per disorientare la gente e portare i cervelli all’ammasso.

Studiare le cause di questo fenomeno impegnerebbe molte discipline, certamente interessa la dimensione psicologica, quella sociologica, politica, economica e tutti i relativi cascami specialistici.

La compresenza simultanea della totalità della realtà dentro una dimensione spaziale ubiquitaria in tempo reale genera fenomeni distorsivi, poiché può essere vero tutto e il suo contrario, in genere non c’è un uso fisiologico del confronto come pure del necessario controllo. I network si rendono garanti della velocità e quantità di diffusione delle informazioni ma non della loro corrispondenza al reale, non ci sono soggetti terzi deputati al riscontro, qualunque filtro farebbe gridare allo scandalo i paladini della trasparenza.

La dimensione etica viene espunta dalla comunicazione come un orpello fastidioso e inutile: contano molto gli effetti speciali.  Il concetto stesso di democrazia si sostanzia di un principio (stigmatizzato come astratto e pericoloso dallo stesso Max Weber che degli studi sulla democrazia moderna fu uno dei padri) in base al quale le opinioni che circolano saturano il concetto di uguaglianza: ognuno ha la sua e vale tanto quanto un’ altra.

Si fa presto a passare dal mondo reale alla fogna virtuale, la cultura dei fatti letti attraverso l’uso del pensiero critico cede il passo a rappresentazioni effimere e artefatte della cronaca e della storia, basta seguire le narrazioni dei media o consultare il proprio smartphone.

Ideologie-ideali-idee: una sequenza circolare che non funziona più, ogni epoca si sa ha le proprie peculiarità, quella attuale sembra dominata da opinioni che si susseguono ad un ritmo frenetico, il soggettivismo autoreferenziale ci rende depositari di convincimenti e verità che sovente radicano nel nulla e sono pregiudizialmente preclusi ad approfondimenti e riscontri, i dettagli prevalgono sulla lettura oggettiva dei fatti, ci mettiamo molto della nostra diffidenza nell’osservare, conoscere il mondo intorno a noi, l’asse verticale del passaggio generazionale, del tramandare, dell’esperienza maturata cede il passo all’azzeramento determinato da una sorta di eterno presente prevaricante: il mondo gira vorticosamente aggrappato ad una sola dimensione temporale.

La globalizzazione della comunicazione e dell’informazione produce uno stato di sospensione senza ancoraggi: i concetti di vero, normale, reale sono deprivati del loro valore oggettivo, prevale invece un atteggiamento diffuso che va dall’indifferenza, al sospetto, alla miscredenza, al nichilismo, al negazionismo. Il dubbio – che tutto pervade e che rende incerto e labile il presente, inutile il passato e impensabile il futuro – non è cartesiano ne’ popperiano: la diffidenza e la dietrologia finiscono proprio per negare la riflessione e il pensiero critico come fonte di conoscenza, per smentire pregiudizialmente la scienza, per leggere la realtà non per quello che è ma per come soggettivamente e per motivi imponderabili appare a ciascuno che diventa così depositario di una verità indimostrabile e aprioristicamente preclusa ad ogni riscontro. In un tempo contratto ma pervasivo abbiamo vissuto la pandemia come sortilegio e menzogna da confutare, la scienza come costrutto liberticida, ora stiamo toccando con mano una guerra devastante generata da un’aggressione unilaterale eppure vittime e carnefici diventano soggetti intercambiabili, pare che un italiano su quattro metta in dubbio ciò che sta accadendo, i torti e le ragioni, le immagini di un orrore evidente. 

I dibattiti televisivi replicano con accanimento i toni del conflitto, tutto viene messo in discussione, la carneficina dei militari e dei civili non placa gli animi, li aizza. Come si si vivesse da lontano la trama quotidiana di una fiction, un teatro dell’assurdo che non ci rende consapevoli di quanto vicino e imminente, esteso e planetario sia il pericolo di un improvviso cupio dissolvi. C’è persino chi enfatizza i sondaggi d’opinione e quelli politici: chi avanza e chi perde, chi manovra dietro le quinte, chi sulla tragedia umanitaria costruisce teoremi e quasi si sofferma nell’immaginare vincitori e vinti, come pedine sulla scacchiera in cerca di primazie, ricadute elettorali, alleanze. Dubitare di tutto ci rende spettatori increduli che qualcosa di ciò che sta accadendo possa riguardare anche noi. Il gioco delle parole cala le sue carte.

Nella produzione, distribuzione e fruizione massiva di informazione e comunicazione non contano le gerarchie valoriali, la certificazione delle fonti, l’uso della ragione, la cultura consolidata: è cambiato il concetto di esperienza e di esperto, il merito è soggettivo ed autocertificato, la memoria si accorcia e l’oblio avvolge il passato, la diffidenza è un atteggiamento che prende corpo e si diffonde, possiamo anche contare su una congerie infinita di affabulatori, influencer, opinionisti, comici e buffoni che usano l’ironia, l’ilarità e la miscredenza come strumento di persuasione occulta.

Sono questi gli apostoli del nuovo, mettendo tutto in discussione rafforzano l’autostima che deriva dai propri soggettivi convincimenti, fatto salvo un tardivo ravvedimento. “In teatro scoppiò un incendio dietro le quinte. Un clown uscì sul palcoscenico e avvisò il pubblico. Gli spettatori pensarono che si trattasse di uno scherzo e applaudirono. Il clown ripetè l’annuncio. Con sempre maggior divertimento dei presenti. È così, immagino, che il mondo finirà distrutto: tra l’ilarità generale dei buontemponi, convinti che sia tutto un gioco” (SФren Kierkegaard 1813-1855 – “Aut-aut, 1843).

 

Ucraina, dopo due mesi di guerra si fa strada l’ipotesi di un prolungamento indefinito del conflitto.

Il massiccio dispiegamento di forze russo non è riuscito ad infrangere il legittimo e comprensibile orgoglio nazionale di Zelensky e della sua gente. Quanto all’Occidente, il sostegno militare continuerà ad essere determinante per la durata del conflitto. Non è dato però sapere fino a quando l’opinione pubblica europea continuerà ad approvarlo, temendo l’insorgenza di conflitti senza fine tra paesi che la globalizzazione ha reso sempre più interdipendenti.

A due mesi dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, un primo bilancio del conflitto mostra, da un lato, un Occidente (più o meno) compatto nel contrastare con i mezzi a disposizione (militari ed economici) l’intenzione di Putin di sottomettere con la forza quel Paese e, dall’altro, il leader russo apparentemente sempre più determinato nel portare avanti il suo piano, riveduto e corretto “in itinere” alla luce delle sottovalutate difficoltà incontrate sul piano militare. Nel frattempo, il Ministro degli Esteri, Lavrov, ha laconicamente annunciato l’avvio della seconda fase dell’“operazione militare speciale” per consolidare la presenza russa nella zona meridionale del Paese (partendo dalla conquista di Mariupol), mentre, in parallelo, il suo portavoce ha comunicato che una proposta di accordo era già stata consegnata al governo di Kiev, subito smentito dallo stesso Zelensky. Tra Mosca e Washington sale la tensione attraverso reciproche neanche troppo velate minacce, mentre il Segretario Generale dell’ONU dovrebbe a breve incontrare Putin per uno scambio di idee sulla situazione.

In realtà, nulla sembra far sperare in una rapida conclusione del conflitto, seppur sotto forma di un “cessate il fuoco” interlocutorio. Né la perdurante intensità dei bombardamenti russi (volti anche a fiaccare il morale e la capacità di resistere di militari e civili asserragliati nelle aree urbane), che non risparmiano nemmeno il nord del paese, dove Kiev e Leopoli restano gli obiettivi prioritari. Né l’accanita resistenza delle forze armate ucraine, sostenute da sempre più potenti e sofisticati armamenti forniti dall’Occidente, che costituiscono per l’esercito russo, giorno dopo giorno, un baluardo difficile da abbattere.

In tali condizioni, Zelensky, che rifiuta a priori la cessione di porzioni di territorio all’invasore, resta disperatamente attaccato al carro degli Stati Uniti, della NATO e dell’Unione Europea, cui sollecita con insistenza una sempre maggiore e più qualificata assistenza militare per tenere viva la speranza di riuscire ad allontanare la prospettiva di una resa e, comunque, limitare al massimo le dimensioni di una possibile sconfitta. Quanto alla popolazione, essa continua martoriata nell’animo e nel corpo, alla completa mercé della soldataglia russa che la insegue, la bombarda, la sevizia, la saccheggia e le nega qualunque forma di pietosa indulgenza, obbligandola, nella migliore delle ipotesi, a fuggire, lasciandosi alle spalle averi ed affetti, per trovare rifugio ad occidente, oltre confine. Al riguardo, la speciale commissione delle N.U. avrebbe già accertato l’esecuzione di almeno cinquanta civili a Bucha ad opera delle truppe russe.

È un quadro sconfortante che fa già presumere, indipendentemente dagli esiti del conflitto, i contorni di un futuro, prossimo e remoto, caratterizzato da grande incertezza, nel quale si passa da un ipotetico scenario con al centro la divisione dell’Ucraina in due parti, una fortemente dipendente da Mosca (l’intero territorio meridionale) e l’altra ancorata all’Occidente, con un confine sul quale potrebbe calare la “cortina di ferro” (ossia la rivisitazione di un dramma già vissuto dalle generazioni in età più avanzata) ad un altro opposto, un vero incubo, marcato dai tragici postumi di  una guerra nucleare scatenata da una inarrestabile follia omicida collettiva ovvero da una accidentale manovra bellica all’origine di micidiali reazioni a catena.

Fra i due estremi, vari scenari intermedi (fra cui: demilitarizzazione o neutralità permanente dell’Ucraina, sua rinuncia all’ingresso nella NATO, presenza sul territorio di truppe di paesi garanti ecc. ecc.) all’interno dei quali, però, tutte le parti in causa risulterebbero alla fine più o meno sconfitte per non essere sostanzialmente, nessuna tra loro (seppur in misura diversa), stata in grado di far prevalere un sano buon senso sulla prevaricatrice volontà di piegare l’avversario o non farsi piegare.

Per il momento, il massiccio dispiegamento di forze russo e la terribile potenza di fuoco espressa non sono (almeno fino ad oggi) riusciti ad infrangere il legittimo e comprensibile orgoglio nazionale di Zelensky e della sua gente. Per cui Putin sembra deciso a continuare la guerra ad oltranza, senza nemmeno tentare di trovare un onorevole compromesso al tavolo del negoziato per far cessare l’abominevole sterminio di vite umane e la distruzione di fiorenti città depositarie di antica cultura. Forse, nella furia di aggredire che lo pervade, non ha ancora nemmeno del tutto perso la speranza di rovesciare Zelensky e controllare quel paese sulla falsariga di quanto avvenuto in Bielorussia.

In altri termini, se Zelensky teme (forse giustamente, dal suo punto di vista) che una capitolazione possa significare, per un verso o per l’altro, la cancellazione del suo paese dalla storia, Putin sembra ossessionato dal rischio che una mancata vittoria possa costargli perdita di potere e prestigio, a livello nazionale ed internazionale, avendoli ambedue messi pubblicamente in gioco nel prendere la decisione di invadere.

Ma c’è di più. Per l’Europa e gli Stati Uniti, una netta sconfitta ucraina obbligherebbe ad un più forte impegno per contrastare l’aggressiva volontà di espansione di Mosca, a cominciare dalla riorganizzazione dell’architettura di sicurezza europea da erigere sulla frontiera orientale, senza contare il peggioramento delle già visibili negative ripercussioni sull’economia prodotte dalle sanzioni, che costringerebbero, almeno per alcuni anni, le popolazioni occidentali a ridurre il proprio livello di vita.

In conclusione, tutte le parti in causa temono di perdere non poco in questa tragica vicenda bellica. Ecco perché un negoziato, già di per sé, si presenta ostico, essendone andamento ed esito strettamente collegati con la situazione bellica del momento. Di conseguenza, Putin continuerà presumibilmente a tergiversare almeno fino a quando non avrà acquisito la consapevolezza di non poter militarmente ottenere di più in termini territoriali.

Per Zelensky il limite massimo di resistenza dipenderà da vari fattori quali la volontà e possibilità di combattere del suo esercito, le dimensioni dell’assistenza militare occidentale, le forze e i mezzi bellici russi in campo, le vicissitudini del conflitto, il sacrificio imposto alla popolazione civile e molto altro.

Quanto all’Occidente, il sostegno militare continuerà ad essere determinante per la durata del conflitto. Non è dato però sapere fino a quando l’opinione pubblica europea, solitamente mutevole nella nostra società democratica, continuerà ad approvarlo, anche perché si nota nella società un allargamento del dibattito circa la possibilità di pacifica convivenza di democrazie liberali con regimi illiberali, pena l’insorgenza di conflitti senza fine tra paesi che la globalizzazione ha reso sempre più interdipendenti.

La possibile trasformazione dell’attuale conflitto in uno stato di belligeranza continua a bassa intensità rischierebbe di interrompere gradatamente l’appoggio a Zelensky di governi europei già incalzati, del resto, da una opinione pubblica contagiata da aneliti pacifisti e tendenzialmente incline a respingere sacrifici prolungati nel tempo.

È, molto probabilmente, quanto Putin spera possa, prima o poi, accadere…

 

Giorgio Radicati – Ambasciatore

La guerra colpisce la leadership europea della Germania

Costringere la Germania, in modo così drastico, a rinunciare al suo modello economico, che pure nel recente passato aveva dato più di un problema alla stessa Europa, rischia di generare contraccolpi sociali al suo interno, di cui risentirà l’intera Europa.

Da parte anglo-americana serve moderazione verso la Germania la quale in questa fase ha interessi, da potenza manifatturiera, pressoché coincidenti con la quelli dell’Italia.

Vi è un effetto essenziale ma che appare sottovalutato, della guerra in Ucraina: essa sta distruggendo la leadership tedesca sull’Europa. Cosa che in tempi normali sarebbe stata anche una buona notizia, invece ora, nel momento in cui gli interessi tedeschi si trovano in una rara congiunzione con quelli italiani, diviene una brutta notizia, per l’Italia e per l’Europa.

La settimana prossima, dopo l’attesa, dai sondaggi, vittoria di Macron, partirà l’assedio al cancelliere Scholz, che per ora ha resistito alla linea tutt’altro che pacifista della sua ministra degli esteri, la verde Annalena Baerbock, per l’embargo su petrolio e gas russi e per l’invio di armi tedesche all’Ucraina. Un passaggio cruciale: la capitolazione della Germania (probabile per la sua strutturale incapacità ad assumersi responsabilità politiche nei momenti cruciali) significherebbe il completamento di una manovra a tenaglia che sta stritolando il suo modello economico. Da una parte la fine repentina dell’energia a basso costo, dall’altra la fine del mercantilismo, con la Cina che con la politica dello “zero Covid” che tutto è tranne che una misura sanitaria, sta riducendo le esportazioni tedesche. Costringendo la Germania, in modo così drastico, a rinunciare al suo modello economico, che pure nel recente passato aveva dato più di un problema alla stessa Europa, si rischia di sottovalutare i contraccolpi sociali nel Paese chiave dell’Europa. Eppure la storia dovrebbe insegnarci qualcosa.

Quando i competitori o i nemici dell’Impero Centrale non si accontentano di vincere, ma vogliono stravincere, in quella parte d’Europa poi possono innescarsi meccanismi destabilizzanti per l’intero continente.

Inoltre, lo sbando dei battaglioni neonazisti nel Sud Est dell’Ucraina costituisce un’altra pessima notizia. Infatti l’Occidente appare diviso nei suoi vertici fra gli effettivi interessi dei popoli americano ed europei, rappresentati dalle istituzioni, e talune élites che detengono il potere economico, le quali sembrano, e non da oggi, puntare a stroncare ogni possibilità di soluzione diplomatica. A costoro la guerra alla Russia, a un assetto del mondo di tipo multipolare, appare una condizione irrinunciabile sia per mantenere gli attuali equilibri di potere in Occidente, sia per proseguire il loro piano di un governo mondiale degli ultra-ricchi. 

Per tale ragione forse la chiave per la pacificazione dell’Ucraina, e per evitare lo scivolamento in un conflitto mondiale, va cercata più a Ovest che a Est. Perché siamo noi, non il resto del mondo, che dobbiamo convincerci della necessità, senza passare da un nuovo conflitto mondiale, di ridisegnare un nuovo equilibrio del potere globale basato sul multipolarismo, sulla pari dignità di tutti i vari blocchi regionali di potenze. Un progetto dal quale la Germania, e con essa l’Unione Europea, non può essere esclusa, senza rischiare di aggravare i problemi anziché risolverli.

Per una democrazia sociale. Non è tempo di aggredire il nodo della redistribuzione?

Osserva acutamente Colin Crouch, che siamo in una fase postdemocratica e che, pertanto, proprio questa post democrazia dovrebbe essere l’avversario politico da combattere. Parlare di crescita, come avviene in questa fase, è inutile se le prospettive di ampie fasce della popolazione non migliorano o addirittura peggiorano. È necessario affrontare, dunque, il discorso sullo stato sociale e sulle condizioni reali di vita degli italiani.

Ѐ una fase politica anomala quella che stiamo attraversando. Se è pur vero che la pandemia ha messo in crisi stili di vita e di comportamento, dall’altro si registra una sorta di arretramento della democrazia a livello mondiale. La democrazia segna il passo, la politica è diventata quasi una lobby per pochi che a rimorchio dell’economia sono ormai incapaci di ridisegnare il futuro dei popoli e degli Stati. Si dirà che tutto questo è l’effetto della globalizzazione dei mercati e del liberismo che ormai hanno una influenza determinante anche sulla politica e quindi sulle linee dei governanti.

In questo quadro fosco, dal sapore molto antico, anche la democrazia sembra essere ormai un optional. Non c’è bisogno di scomodare i pensatori classici delle dottrine politiche o quelli più moderni per scoprire, come osserva acutamente Colin Crouch, che siamo in una fase postdemocratica e che, pertanto, proprio questa post democrazia dovrebbe essere l’avversario politico da combattere. La democrazia, colpa anche delle nuove tecnologie e dei social, non è più partecipazione al governo della cosa pubblica, ma sempre più oligarchia che si rinnova di elezione in elezione attraverso messaggi pubblicitari interessati e poco veritieri che incidono sulle scelte di un elettorato che ormai non arriva più neanche al quaranta per cento degli aventi diritto al voto.

Un sistema per il quale, al di là di alcuni giudizi positivi, si muove (soprattutto per quel che ci riguarda) in una continua cessione di diritti all’Unione Europea con la conseguente incapacità di ogni Stato membro nel poter disegnare il processo di sviluppo del proprio popolo. Ѐ una situazione sicuramente imbarazzante e poco democratica, ma soprattutto anche iniqua se guardiamo all’interno della realtà politico-sociale italiana. Il verbo di questo ultimo anno di governo è rappresentato dal termine “crescita”, “sviluppo economico” senza, però, guardare alla situazione sociale ed in particolare a quel vocabolo che si chiama redistribuzione.

La domanda che andrebbe fatta all’attuale classe politica di Governo (che abbraccia ormai la quasi totalità delle forze politiche presenti in Parlamento) può essere coniata così: cosa se ne fa il popolo della crescita economica se il caro energia e l’inflazione dilapidano la maggior parte dei salari? Una situazione che ci porta a considerare come questo tecnicismo politico è molto distante dalla vita reale delle persone e che solo la politica (quella vera) ed una classe politica degna di questo nome possono incidere positivamente sul futuro della stragrande maggioranza delle famiglie italiane. 

Una situazione per la quale si impone una riflessione su quella che possiamo definire democrazia sociale e che andrebbe attentamente valutata non con l’occhio macroeconomico, ma con quello microeconomico. Forse nessuno sa che  l’Italia è l’unica nazione dove negli ultimi trenta anni i salari sono diminuiti e che a fronte di 540 mila di nuovi posti di lavoro creati lo scorso 2021, ben 434 mila sono a tempo determinato. Ed allora, più che di Governi tecnici, di unità nazionale, di arcobaleno di colori, è necessario affrontare il discorso sullo stato sociale e sulle condizioni reali di vita degli italiani.

Le donne stanno cambiando l’Africa. In Kenya, tra gli imprenditori, sono loro a prevalere. Un libro di Vita e Pensiero.

Dall’ultimo numero della rivista «Vita e Pensiero» pubblichiamo uno stralcio da «La leadership femminile nell’Africa del XXI secolo» (traduzione di Mario Porro) di Josée Ngalula, teologa, religiosa della Congregation Saint-André e prima donna africana a entrare nella Commissione Teologica Internazionale.

Josée Ngalula 

Il dinamismo impressionante delle donne africane in materia economica fin dall’Africa tradizionale si è rafforzato con l’avvento della colonizzazione, e poi delle indipendenze africane. La scolarizzazione delle donne ha fatto nascere il salariato femminile: maestre, addette alle pulizie, segretarie, hostess, cassiere.

Ma in rapporto alla leadership femminile nell’ambito economico, l’epoca contemporanea ha soprattutto dato alle donne alfabetizzate una maggiore autonomia, specialmente a quelle che sono emigrate in città: alcune nubili vi hanno sviluppato attività commerciali di ampia portata, rivaleggiando talvolta con i grandi commercianti europei, per l’approvvigionamento regolare e su vasta scala dei mercati, delle mense, dei ristoranti.

Ve ne sono alcune che ogni mattina inviano nella strada varie decine, talora centinaia di commercianti ambulanti che esse pagano come lavoratori giornalieri, al fine di smerciare acqua in sacchetti, ciambelle, biscotti, caglio, abiti per bambini, che altre decine o centinaia di lavoratori a giornata hanno fabbricato. Alcune gestiscono anche circuiti di distribuzione che toccano varie città dell’Africa, senza spostarsi dalla loro poltrona.

Altre ancora si sono specializzate nei viaggi da un centro urbano all’altro per comprare e rivendere merci all’ingrosso. Alcune di queste commercianti sono diventate quel che il linguaggio popolare africano chiamerà le «nana benz» (potremmo tradurre «signore in Mercedes», NdT) presenti in tutte le grandi città dell’Africa: si tratta di donne proprietarie di piccole o medie imprese (pubbliche o clandestine) ed estremamente ricche. Sulle loro spalle vive il mondo degli artisti, dei musicisti, dei politici e dei piccoli commercianti. E tuttavia, dalla seconda metà del XX secolo, sta emergendo un nuovo volto dell’imprenditorialità femminile.

Infatti, un’indagine della Banca mondiale pubblicata nel 2010 ha rivelato l’avanzare di una nuova generazione di donne con un livello elevato di istruzione, iniziate alle tecniche di management, che hanno deciso di volare con le proprie ali come imprenditrici.

Se nel periodo dell’Africa tradizionale le donne avviavano attività per necessità di sopravvivenza delle loro famiglie, in questo XXI secolo sono sempre più numerose nuove figure di imprenditrici che si lanciano per voglia e per determinazione, al fine di imporre la loro leadership in un contesto nazionale e internazionale competitivo. Esse rifiutano di rinchiudersi nel mondo del microcredito tradizionalmente proposto alle donne commercianti dell’Africa in crisi economica, o nelle cooperative classiche degli ambienti commerciali femminili africani. Gestiscono il loro capitale, maneggiando milioni, addirittura miliardi nella loro moneta nazionale, sforzandosi di piegarsi alle esigenze di competitività e di produttività imposte dalla globalizzazione dei mercati.

Nel corso del Vertice economico delle donne d’affari africane, tenutosi a Nairobi il 19 e 20 marzo 2010 sul tema Investire in modo differente sulle donne, era presente un centinaio di donne africane dirigenti d’azienda in agrobusiness, cosmetica, didattica innovativa, bancarie, esperte finanziarie, ministre dell’economia e governatrici di banche centrali.

Si è scoperto durante il Vertice, ad esempio, che in Kenya il numero di imprenditrici donne supera quello degli uomini. E si è appreso con gioia che una donna africana era stata selezionata fra sette imprenditori a livello internazionale per un programma dell’Onu: si tratta di Bouthayna Iraqui Houssain, madre di tre bambini e dirigente di Locamed, una società di distribuzione di materiale medico e ortopedico. Anna Mokgokong, presidente esecutivo di Community Investment Holdings in Sudafrica, è stata segnalata come una delle donne d’affari più influenti del continente africano. La tanzaniana Ugwem Eneyo si è messa in luce per progetti di depurazione dell’acqua, l’ivoriana Touré Diabaté nel mondo dell’industria, Magatte Wade nell’agroalimentare e nella cosmetica. Altre donne africane sono alla testa di fondi d’investimento molto attivi sul continente: Souad Benbachir in Marocco, o ancora Tsega Gebreyes, in Etiopia.
(Fonte: L’Osservatore Romano – 22 aprile 2022)

Le opinioni, mine vaganti a ridosso della realtà. Parole a vuoto, su tutto, mentre…il vero potere dirige nell’ombra.

Terrapiattismo, nichilismo, relativismo, miscredenze, negazione della scienza, alterazioni lessicali, semantiche e simboliche del linguaggio, dietrologia, luoghi comuni intercambiabili hanno alimentato una deriva di messa in discussione di qualsiasi cosa: il presente domina tutto e tutto rende instabile e insicuro.

“Ormai non ci sono verità che non possano essere messe in dubbio: domina il primato del parere personale. Ma non è dato sapere tale dinamica dove ci porterà”, Questo è l’incipit di un recente articolo di Giuseppe De Rita ospitato dal Corriere della sera, che ci propone un tema su cui sembra valga la pena di riflettere.

Spesso orfani di memoria, ci siamo lentamente affrancati dal giogo dalle ideologie ma anche dalla storia: come possiamo ogni giorno verificare entrambe riaffiorano nel presente dominante, storpiate da una visione soggettiva delle cose. Il miscuglio di opposti e di contrari in cui siamo quotidianamente immersi ci lascia senza approdi emotivamente rassicuranti: è forse un residuo paradossale della globalizzazione che voleva un mondo interconnesso e ubiquitario ma ci fa vivere in una torre di Babele dove comunicazione e informazione si confondono, fino ad alterare il nostro modo di pensare, relativo, precario, intercambiabile e interconnesso. Nuove tecnologie e digitalizzazione dilagante penetrano i meandri più reconditi della nostra vita ma non sempre semplificano le relazioni umane e la comprensione della realtà.

Da quando le radici, i valori tramandati, gli ideali su cui poggiava una identità malferma e in perenne evoluzione sono stati sostituiti dalle opinioni personali diventa vero tutto ma pure il suo contrario.

Come ricorda De Rita, ad esempio, i nostri vecchi ci avevano insegnato che la matematica non è un’opinione: ma se uno dice che due più due fa quattro può spuntare qualcuno che obietta: “me lo dimostri”. Terrapiattismo, nichilismo, relativismo, miscredenze, negazione della scienza, alterazioni lessicali, semantiche e simboliche del linguaggio, dietrologia, luoghi comuni intercambiabili hanno alimentato una deriva di messa in discussione di tutto ciò che finora era una base anche emotivamente rassicurante su cui costruire una parvenza di futuro a corto raggio: il presente domina tutto e tutto rende instabile e insicuro.

Siamo tendenzialmente portati ad attribuire una valenza oggettiva agli aspetti anche più apparentemente banali della nostra esistenza: perché cerchiamo stabilità e certezze, perché desideriamo una realtà che ci protegga e ci contenga, cerchiamo spiegazioni, tracce, percorsi, approdi. Ma non c’è mai un orizzonte rassicurante davanti a noi, il disagio esistenziale dipende più spesso di quanto crediamo dalla soggettività delle valutazioni e dei punti di vista.

Un laccio che avvinghia anche la politica, ricordo un’interessante osservazione di Federico Fubini in un talk show televisivo: sovente molte diatribe, polemiche, pulsioni critiche che scompaginano la stabilità delle stesse istituzioni andrebbero analizzate sul lettino dello psicanalista. In questo drammatico periodo in cui l’ondata pandemica continua a dilagare con le sue cangianti mutazioni, si aggiunge lo sconvolgimento di una guerra che gli analisti politici si affannano a spiegare secondo criteri di valutazione geopolitica e geoeconomica ma la cui genesi forse risiede nell’instabilità emotiva, nel delirio di onnipotenza, nella visione distopica e solipsistica di una sola persona. Questo dimostra quanto sia carica di forza dirompente la soggettività di valutazione e di comportamenti che domina il latente delirio dell’uomo solo al comando, quanto ne siano condizionati gli effetti che si riverberano sulla quotidianità imperscrutabile di ciascuno.

Trovo che manchi la capacità di autocontrollo al pensiero che circola vorticosamente, alle parole che si dicono, alle decisioni che si prendono, alle onde lunghe di opinioni che si formano partendo da un input banale, effimero, a volte stupido e stucchevole, alla logica del “grande fratello” che ci avvolge dove siamo tutti prigionieri – anche per un attimo – di luoghi comuni e di fake create ad arte per conculcare e spegnere l’uso della ragione e l’etica delle azioni. Le opinioni diventano un vortice assorbente e confusivo, se uno vale uno tutto può essere affermato, tutto può essere negato. Sono mine vaganti e imponderabili che stimolano una deprecabile pedagogia sociale alimentata dalla sua vorticosa velocità diffusiva.

Ritengo importante che il Presidente del Censis, il più autorevole istituto di analisi e ricerca sociale del Paese, stigmatizzi questa tendenza che sposta in modo ondivago e non radicato nella realtà movimenti di opinioni disparate, che oscillano tra l’improbabile e il pericoloso: non è un fenomeno solo italiano ma planetario. Stranamente alla pseudo-democrazia del pensiero circolante corrisponde una visione globale confusa e contradditoria della realtà: mentre il pianeta si alimenta di parole, chat, tweet, post e ciascuno dice la sua (perché bisogna intervenire sempre, presenziare, creare un profilo personale, esserci, partecipare, provocare, alimentare la vorace curiosità di sapere tutto e di esprimersi fino a immaginare di essere l’ombelico dell’universo) si crea un’oligarchia mixata di poteri forti confliggenti che con mani sapienti pilotano dibattiti estenuanti sul nulla per essere liberi di organizzare un nuovo ordine mondiale.

Un corridoio digitale Europa-Asia via Azerbaigian firmato Sparkle. A spiegarlo provvede Formiche Pop Tech.

Intesa tra la società italiana del Gruppo Tim e AzerTelecom, principale operatore del Paese asiatico nell’ambito del progetto Digital Silk Way. L’ad Romano: “Aggiungiamo diversificazione alle rotte esistenti, rispondendo alle crescenti esigenze di resilienza e sicurezza nelle comunicazioni digitali globali”.

Gabriele Carrer

Gas, container e ora anche telecomunicazioni. L’Azerbaigian si conferma crocevia tra l’Europa e l’Asia con la firma di un protocollo d’intesa tra Sparkle, primo operatore di servizi internazionali in Italia e fra i primi nel mondo (Gruppo Tim), e AzerTelecom, principale operatore wholesale del Paese asiatico, per stabilire una collaborazione nell’ambito di Digital Silk Way.

Si tratta di uno uno dei cinque migliori progetti infrastrutturali strategici in Asia al Global Strategic Infrastructure Leadership Forum nel 2020, avviato da Neqsol Holding e implementato da AzerTelecom (che è parte di Neqsol Holding) per sviluppare le tecnologie informatiche e l’ecosistema digitale in Azerbaigian e trasformare il Paese in un hub digitale per la regione. L’obiettivo dell’intesa siglata oggi (giovedì 21 aprile 2022, ndr) a margine dell’evento globale sulle telecomunicazioni Capacity Middle East 2022 è creare un corridoio di telecomunicazioni digitale tra l’Europa e l’Asia attraverso l’Azerbaigian.

L’accordo prevede anche che le parti valutino nuove opportunità commerciali e di studiare la fattibilità di stabilire e gestire congiuntamente un nuovo corridoio di capacità trasmissiva end-to-end tra l’Asia centrale ed Europa, sfruttando anche l’infrastruttura esistente di Sparkle che si estende dalla Turchia all’Italia fino a tutti i principali hub europei.

 

Di fiducia le parole di Fuad Allahverdiyev, presidente del consiglio di amministrazione di AzerTelecom, secondo cui la collaborazione con Sparkle, “che mostra un grande interesse per un nuovo percorso, sarà vantaggiosa per le nostre aziende e contribuirà ad accelerare la digitalizzazione nella regione”.

 

Il progetto, ha spiegato Elisabetta Romano, amministratore delegato di Sparkle, “aggiunge diversificazione – migliorando le prestazioni – alle rotte esistenti, rispondendo alle crescenti esigenze di resilienza e sicurezza nelle comunicazioni digitali globali”. A novembre, la stessa manager aveva dichiarato che Sparkle sta investendo “qualche centinaia di milioni di euro” in diversi progetti infrastrutturali su larga scala per fornire connettività avanzata tra Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa e nell’apertura di nuovi punti di presenza per aumentare la capillarità della sua rete africana. Il progetto più importante rimane senza dubbio quello che ha annunciato a luglio, un altro collegamento tra Europa e Oriente: una collaborazione con Google e altri operatori per costruire Blue & Raman Submarine Cable Systems, una nuova infrastruttura intercontinentale che dall’Italia si estende fino in India.

 

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https://formiche.net/2022/04/accordo-sparkle-azerbaigian/

 

Belin, ed è subito Genova. Lo scavo linguistico della Treccani.

“Oggi nell’italiano parlato in Liguria, scrive Toso, «la forma originaria bellin viene usata come intercalare o segnale discorsivo, smarrendo completamente… la connotazione volgare: in tal senso, può costituire una pausa (‘è entrato lui, e bellin, non ha più parlato nessuno’), introdurre frasi interrogative (‘bellin, non verrà mica anche lui?’) ed esclamative (‘bellin se è buono!’), connotare enfaticamente l’azione (‘non so più cosa fare, bellin’), sostituire un’affermazione (‘bellin se ci andrei!’)”.

Marco Brando

Anche chi non è mai stato in Liguria di solito associa l’identità locale ad almeno due stereotipi: la presunta tirchieria e il ricorso assai ricorrente alla parola belin (dal punto di vista etimologico la grafia corretta è bellin, con la pronuncia be ́liŋ). Quest’ultimo termine, che è anche il nome dato all’organo sessuale maschile, viene usato come intercalare dai liguri doc: sia quando si esprimono in lingua genovese – nelle sue varianti da Ponente a Levante – sia quando parlano italiano. Come spiega la linguista Sabina Canobbio (già professoressa ordinaria all’Università di Torino) nell’Enciclopedia dell’italiano di Treccani, gli intercalari sono «sequenze… che il parlante inserisce qua e là nel discorso, come personali forme di routine e, in modo per lo più irriflesso, per punteggiare espressivamente il discorso stesso… Possono ricorrere più volte in una stessa enunciazione come veri e propri tic».

Un tic o un dio dei Celti?

Ai genovesi/liguri è meglio non dire che l’uso della parola belin è un tic. Potrebbero offendersi (in effetti, un terzo stereotipo attribuisce loro una certa irascibilità). In ogni caso, è un’espressione usata con talmente tante sfumature da riuscire a rappresentare vari stati d’animo e punti di vista; inoltre ha generato una serie di varianti e aggettivi, buoni per diverse occasioni. La linguista cita proprio il termine belìn come «una delle interiezioni “costituite da parole oscene o comunque colpite da un tabu linguistico, più o meno eufemizzate e desemantizzate, spesso marcate regionalmente», tanto da segnalare «la provenienza geografica”» (come pota nel caso dei bergamaschi).

La domanda che molti si pongono è questa: come è nata la parola belìn? Il fatto che in Liguria si usi in maniera così sistematica induce tutti – inclusi gli stessi liguri, perlomeno quelli non-addetti-ai-lavori della linguistica – a ritenere che sia tipica della zona dalla notte dei tempi. Basti pensare che, secondo una delle ipotesi “etimologiche” più pittoresche, deriverebbe dai nomi di due divinità “falliche”: Baal o Belo, di origine semitica/fenicia, o Belenos, caro ai Celti. Spiega GenovaToday: “Questo dio veniva adorato anche dagli antichi Liguri, entrati a contatto con le popolazioni celtiche”. Insomma, in Liguria, secondo questa teoria, si direbbe belin da almeno tremila anni. Per altri, invece, il termine è legato a “budello” o “budellino”, la parte dell’intestino crasso di alcuni animali usata per i salumi insaccati.

Dice il dialettologo

In realtà, il linguista genovese Fiorenzo Toso, specialista dell’area ligure, professore ordinario all’Università di Sassari, ha dovuto deludere i fan dei Celti e pure i salumieri. Lo ha fatto già nel 2015, esaminando la questione nel suo Piccolo dizionario etimologico ligure e, più dettagliatamente, nel volume Parole e viaggio. Itinerari nel lessico italiano tra etimologia e storia. L’intera questione va rivista alla luce della cronologia. In estrema sintesi, la parola bellin – a dispetto della sua popolarità – ha cominciato a “colonizzare” Genova soltanto nell’Ottocento. Il professore cita un anno preciso: il 1894, quando viene attestata per la prima volta. Mentre la variante savonese abbellinou – cioè ‘ingenuo, credulone’ – era comparsa 52 anni prima.

Paròlle do gatto

«Bellin non è attestato in genovese», scrive Toso, «prima di Carlo Randaccio» (Genova 1827 – Roma 1909), che proprio nel 1894 lo tenne a battesimo nel suo volume Dell’idioma e della letteratura genovese. Anche se il derivato abbellinòu, ‘minchione’, «compare nel 1842 a Savona, intuibile per la rima, essendo sostituito (a parte la lettera iniziale e quella finale), da puntini di sospensione: “Tutte cöse che se fan / con pöchìscimi dinæ… / ma se semmo a……æ!» (‘tutte cose che si potrebbero fare / con pochissimi soldi… / ma se siamo scemi!’)”». I punti di sospensione si spiegano col fatto che durante l’Ottocento in Liguria nei confronti dell’intera famiglia lessicale dei termini considerati volgari (le cosiddette parolacce) c’è stato un ostracismo nell’uso letterario. Sono le espressioni definite simpaticamente in genovese pòule o paròlle do gatto. Il professore spiega: sono «quelle che per diffusa convenzione sarebbe bene non pronunciare pubblicamente, da… dare metaforicamente in pasto alla bestiola di casa», come si fa con gli avanzi.

Con Bacigalupo

L’ostracismo durò «almeno fino alla pubblicazione nel 1895 di un’opera che segna per certi aspetti una piccola ‘rivoluzione’ nell’uso scritto del genovese». Succede con la pubblicazione della «parodia dell’Eneide (scritta, appunto, nella lingua locale, ndr) di Niccolò Bacigalupo» (Genova 1837-1904): «Ai toni e ai temi ‘alti’ della tradizione locale comincia a subentrare, come presa d’atto del ruolo ormai debole del genovese come strumento identitario e comunicativo, la piena accettazione della dialettalità, in quanto manifestazione letteraria aperta anche all’utilizzo di voci triviali. In tal modo, la popolarità di una parola come bellin irrompe pienamente nell’uso scritto in tutta la sua complessità semantica». Per esempio, Bacigalupo scrive: «A-o bellin dove semmo? e che manëa / a l’é questa, perdïe, de voei trattâ?» (“Caspita, dove siamo? E che maniera / è questa, perdio, di trattare?”). «Nel poemetto sono anche attestati i principali derivati, alcuni dei quali destinati… ad affermarsi» nel linguaggio usato dai liguri.

 

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https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Belin.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Fronte anti-Pechino: cresce il sostegno di Tokyo a Taipei (AsiaNews).

Il Governo nipponico appoggia la richiesta dei taiwanesi per partecipare all’Assemblea annuale dell’Oms. I cinesi boicottano la presenza di Taiwan nei forum internazionali. Ex premier giapponese: aumentare la spesa militare per rispondere alle minacce della Cina.

Agenzia AsiaNews

Cresce il sostegno del Giappone a Taiwan, sempre nel mirino della Cina che ne rivendica la sovranità. Nel “Libro blu” sulla propria diplomazia, presentato oggi, il governo nipponico appoggia in modo aperto la campagna di Taipei per partecipare all’Assemblea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che si terrà dal 22 al 28 maggio.

Da sempre la Cina si oppone alla partecipazione dell’isola all’incontro annuale dell’organismo Oms, come a ogni altro ente o forum internazionale. Per le autorità comuniste, l’isola è una “provincia ribelle” da riconquistare anche con la forza. Taipei è stata espulsa dall’Oms nel 1972, dopo che la Repubblica popolare cinese ha ottenuto il suo seggio alle Nazioni Unite. Da allora i taiwanesi hanno potuto partecipare ai lavori dell’Assemblea solo dal 2009 al 2016 in qualità di osservatori: il periodo coincide con la presidenza del nazionalista filo-Pechino Ma Ying-jeou.

Nel Libro blu i diplomatici giapponesi avvertono che l’equilibrio militare nello Stretto di Taiwan si sta spostando sempre più a favore di Pechino. Lo prova l’intensificarsi delle operazioni aeree e navali nei pressi dell’isola.

Al riguardo l’ex premier nipponico Shinzo Abe ha invocato un aumento del budget nazionale per la difesa. Parlando ieri a un evento organizzato dal Japan Forum for Strategic Studies, il sempre influente Abe ha detto che il Giappone deve accrescere la spesa militare fino al 2% del Pil per dissuadere la Cina dall’usare la forza contro Taiwan.

L’ex primo ministro nipponico ha aggiunto che gli Usa dovrebbero rivedere la propria “ambiguità strategica” verso Taiwan e chiarire il proprio impegno per la difesa dell’isola. Con il Taiwan Relations Act, gli Stati Uniti hanno promesso di difendere Taiwan, soprattutto con forniture militari. Adottato nel 1979 dopo il formale riconoscimento diplomatico della Cina comunista, il provvedimento non specifica in modo chiaro se Washington risponderà a un’aggressione cinese nei confronti di Taipei.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Fronte-anti-Pechino:-cresce-il-sostegno-di-Tokyo-a-Taipei-55644.html

 

Le due (tre) culture. De Rita, intervistato da BeeMagazine, punta il dito contro l’imperversare dell’opinione.

Per gentile concessione di BeeMagazine riproponiamo l’intervista a Giuseppe De Rita, pubblicata lo scorso 21 aprile. Per sapere di più sul progetto editoriale del magazine si può fare clic sul seguente link https://beemagazine.it/chi-siamo/

Mario Nanni

Nel dibattito sulle “due (tre) culture” che BeeMagazine ha avviato da tempo tra eminenti personalità della cultura italiana, abbiamo invitato a esprimere il proprio punto di vista il professor Giuseppe De Rita, presidente del Censis, e autore di memorabili Rapporti annuali sulla società italiana, studiata e scandagliata con gli occhi del sociologo, dell’antropologo culturale e anche del futurologo. Al Professor De Rita avevamo chiesto, come a tanti professori universitari, di scrivere un articolo, ma egli ha preferito la forma dell’intervista vis à vis. È stata l’occasione, peraltro, di affrontare anche altre questioni in qualche modo connesse con il tema principale.

Beemagazine ha avviato un dibattito, raccogliendo contributi e interventi, sul tema delle due culture, umanistica e scientifica. Cominciamo con una domanda, professor De Rita: intanto due o tre culture? 

Banalmente, risponderei: oltre alle due culture ce n’è una terza, la cultura socio-politica. Quest’ultima è destinata a farsi sintesi, altrimenti avrebbe ragione Luigi Morandi, quando sosteneva che le intese sono difficili. La cultura sociopolitica è necessaria per una interpretazione dei fenomeni.

Diceva, una risposta banale. E parlandone più in profondità?

Noi oggi abbiamo una terza cultura che ha distrutto le prime due…

E quale sarebbe?

La cultura dell’opinione. Siamo tutti opinionisti. Basta vedere la tv. Sui virus sparano opinioni Cacciari, Burioni e tanti altri. Invece di una dialettica che si sviluppi all’interno della cultura abbiamo tante scuole di opinione.

Il risultato qual è?

Siamo in una crisi grave; mentre dovremmo parlare di una terza cultura, invece imperversa la cultura dell’opinione, tengono la scena dieci scienziati che hanno detto tutto e il suo contrario.

Un’altra domanda per avviare il discorso: quale rapporto ci può essere tra le due, le tre culture? Di sinergia, di conflitto, di contaminazione, per usare un termine un tempo di moda?

Si può trovare una intesa se la terza cultura riesce a fare mediazione e sintesi, se la cultura socio-politica sarà all’altezza. Se restano isolate, chiuse nella loro autosufficienza, non solo le intese saranno difficili, come diceva Luigi Morandi,  ma queste culture non si parleranno mai.

Andiamo un po’ indietro, Professore. Tra un anno sarà un secolo dalla riforma della scuola di Giovanni Gentile. Ha svolto una funzione storica, non c’è dubbio, ma il germe della scissione tra le due culture, della separatezza tra scienze fisiche e scienze umane non è partito da lì? Dall’idealismo che svalutava la scienza e, vediamo per esempio Croce, la riduceva a pseudo concetto?

Non sono d’accordo. L’idealismo di Croce e Gentile era un idealismo che esaltava la formazione umanistica della cultura. E secondo me quella impostazione è ancora valida. Diciamocelo: è la dimensione umana, culturale e sociale che cambia il mondo, non le macchine in quanto tali. Roberto Calasso diceva: la storia è storia della letteratura, da Omero a Musil. Non una storia delle date, delle guerre, ma una storia della letteratura. Forse era l’esagerazione di un editore, di un uomo innamorato dei libri, ma è una suggestione che fa riflettere.

Le racconterò un particolare: a una mostra sulle conquiste fenicie che alla fine riguardarono la Sardegna, c’era un cartellone in cui si mostrava questa scena: i fenici mandavano a morte coloro che avevano superato i 50 anni. La scena mostrava che questi condannati a morte  andavano a morire con un sorriso di scherno, beffardo, sul viso. Da qui riso sardonico. Ebbene, il colpo di scena è stato che questo particolare storico lo si trova già in Omero!

La crisi della scuola di oggi dunque non c’entra con la riforma di Gentile?

La crisi vera della scuola bisogna cercarla altrove. La crisi si annida nella convinzione durata anni che la scuola basti a se stessa, che basti una frequenza pluriennale; la crisi è in questa visione quantitativa della frequenza scolastica sganciata dal mondo del lavoro. La colpa è della strategia della scolarizzazione estremizzata che risale agli anni Settanta: la proliferazione delle classi, degli insegnanti, per fare grandi numeri. Era una politica scolastica dove le esigenze dei sindacati si sono saldate con calcoli politici clientelari. E così la scuola si è avvitata su se stessa, si è chiusa in se stessa.  Mentre già da allora si doveva pensare a una scuola finalizzata al lavoro.

La famosa frase di Terenzio “Nihil humani a me alienum puto” può dare un’idea della concezione integrale della cultura e dell’unione dei saperi, perché in fondo tutti si riconducono all’uomo?

Mi viene di dire che Terenzio viene usato per giustificare l’autonomia e il valore dell’opinione. E viene citato spesso a sproposito.

Ai fini di una integrazione dei saperi, non dovrebbe essere ripensato il sistema dei programmi scolastici? Per fare un esempio: chi studia al liceo classico sa di Omero ma ignora nozioni fondamentali di economia. È normale?

Non vedo questa urgenza di anticipare lo studio di certe materie. Che cosa è il pil o lo spread lo studente liceale ha tanti modi per saperlo.

La parcellizzazione delle discipline, non solo nel campo scientifico ma anche nel campo umanistico, quanto ha inciso nell’accentuarsi della dicotomia tra scienze della natura e scienze dello spirito, per citare la formula di Dilthey?

Ha inciso. E molto.  Se lei fosse andato a vedere l’annuario dell’Università italiana di dieci anni fa avrebbe trovato 20 pagine di “storie”, voglio dire di insegnamenti tipo: storia di questo, storia di quello. Gli storici hanno occupato tutto. Ora a fare la parte del leone è il management: ma il meccanismo, mutatis mutandis, è lo stesso: prima gli storici, ora il management variamente combinato con le discipline.

Medici come Bulgakov, Cechov e Celine, ingegneri come Musil e Gadda, scienziati della politica come Machiavelli si sono dati alla letteratura, e cioè a materie umanistiche: che cosa le suggeriscono questi esempi?

Sono persone che hanno avvertito la settorialità del loro sapere e hanno sentito l’esigenza di avere un campo più largo. Si saranno detti: ho fatto una cosa, e in fondo che cosa ho fatto? E si sono dati alla letteratura. Prendiamo, uno per tutti, Machiavelli: ha scritto cose sbalorditive di scienza politica. Ma poi, la sera, dopo aver giocato a tric trac nell’osteria con i suoi villani, si chiudeva nello studio…

Come racconta nella celebre lettera a Francesco Vettori…

Già. Indossava i panni curiali per parlare con i Grandi del passato e per nutrirsi, come scrisse, “del cibo che solum è mio e vivo per lui”. Noti questo particolare: per parlare con i Grandi sentiva il dovere di indossare panni curiali, cioè solenni. Come si fa a una festa. E quel dialogo con i grandi era appunto una festa dell’intelligenza e della culttura.

Si sente ogni tanto parlare di Nuovo Umanesimo, scritto con la maiuscola e la minuscola: in una ideale “carta del nuovo umanesimo” Lei professore quali valori fondamentali inscriverebbe?

Il vecchio Umanesimo, diciamo pure l’Umanesimo storico, coltivava e guardava al passato. Ma l’Umanesimo storico ci ha poi portato il Rinascimento che guardava al futuro e costruiva l’avvenire. Se ci deve essere un nuovo umanesimo, questo deve continuare a guardare avanti. Le culture che sono andate avanti sono quelle che hanno espresso il valore della relazione, il valore dell’uomo per l’altro uomo. “Il volto di Dio comincia dal volto dell’altro”, ha detto Levinas.

E oggi è praticato questo principio?

Il grande nemico sa qual è? Le farò un esempio: il “vaffa” è la rottura della relazione. Con questa rottura la società italiana è andata indietro di mille anni.

Addirittura, professore…

Ma certo, e Le spiego perché: il “vaffa” è una lacerazione, una interruzione, una distruzione, del dialogo. Significa dire all’altro: di quello che dici, di quello che pensi, di quello che senti non m’importa niente. E così torniamo alla barbarie dell’uomo insulare, dell’uomo che non si relaziona. Ecco perché uno dei problemi più urgenti del nostro tempo, se non “il” problema, è cercare di recuperare il senso, la necessità, il bisogno della relazione. Solo su questo si può costruire.

Per concludere come abbiamo cominciato: quali sono le condizioni perché ci possa essere un rapporto virtuoso e fruttuoso tra le due culture, tra le tre culture?

Una condizione sola: che non pensino solo a se stesse. Oggi gli scienziati pensano solo a se stessi, i virologi pensano solo alla loro scienza. La prima cosa da abbandonare è l’autosufficienza, l’autoreferenzialità, che isola, non aggrega.

Una domanda che potrebbe sembrare eccentrica rispetto al tema di questa intervista, ma in realtà non lo è: la nostra Costituzione a quale tipo di cultura rinvia?

Alla cultura classica, ai valori umanistici del lavoro, della famiglia, della persona, della solidarietà sociale, dello studio meritevole anche se privo di mezzi. Basta ricordare i protagonisti di quel laboratorio istituzionale, politico e culturale che fu l’Assemblea costituente: Moro, La Pira, Concetto Marchesi, Togliatti, Croce, Calamandrei e tanti altri che non sto qui a nominare, l’elenco sarebbe lungo.

Che idea si è fatto del fenomeno che va sotto il nome di “cancel culture”?

È figlio della vittoria dell’opinionismo.

Lei che è un eminente sociologo e come un rabdomante ha scandagliato i movimenti sotterranei della società italiana, producendo ogni anno un Rapporto (ne sono stati presentati 50), ci può dire come viene percepita e rappresentata questa disputa ricorrente, e che rischia di apparire oziosa ma non lo è, tra le due, tre culture?

Come uno spettacolo, prodotto dal meccanismo dell’opinionismo. Un esempio recentissimo. C’è una guerra. Le guerre sono una cosa tragicamente seria. Ebbene, non c’è discussione sulla guerra, sulle stragi ma sul dilemma se Putin è buono o cattivo, se Zelensky è serio o è rimasto un comico. Questo è il livello. E poi: la pandemia è in calo, ma anche in questi dibattiti sulla guerra il virologo c’è sempre. Boh!

Professore, sta lavorando alla sua autobiografia? Avrebbe tanto da raccontare: i suoi maestri, le sue letture, i Rapporti Censis di cui è più orgoglioso…

Non ci sarà un’autobiografia. È un atto di narcisismo. Ho raccontato alcuni momenti della mia vita in qualche libro, ma non penso di scrivere un libro sul lavoro di una vita intera. Le farò dono di un libriccino che ho dedicato a Cecrope Barilli, “ricordo di un grande formatore”…

Professore, ho capito bene, Cecrope?

Sono sicuro che non molti avranno conosciuto un uomo chiamato Cecrope, nome peraltro arcaico e nobile essendo appartenuto al primo re di Atene.

Professore lo leggerò, ma intanto mi può dare un’idea del suo maestro?

Posso dire questo: la sua fu una vita dedita al civismo collettivo, all’educazione civica, all’etica della responsabilità pubblica. Resto convinto di aver notato decine di volte la sua silenziosa soddisfazione di quanto era potente il suo lavoro formativo nell’aver cambiato a tanti di noi la dinamica del cervello (e quella del corpo). Capivo dai suoi occhi sorridenti e ironici quando pensava: “adesso non sarete più come prima”.

Forse è questo l’effetto che il magistero formativo produce nel discepolo…

Formare è cambiare il giro dei pensieri di chi ti segue.

 

Mario Nanni è il Direttore editoriale di BeeMagazine. Per leggere l’intervista in originale cliccare su questo link

https://beemagazine.it/le-due-tre-culture-intervista-al-professor-giuseppe-de-rita/

“Centro”, un fermo no alla deriva populista e sovranista.

Sempre più nel nostro paese cresce l’attenzione nei riguardi del centro. I cattolici democratici lo intendono, da De Gasperi in poi, come orientato a sinistra. Ma cosa significa oggi costruire un progetto politico di “centro che guarda a sinistra”? Ebbene, occorre essere molto esigenti sul piano dei valori da difendere e delle alleanze da costruire. se vogliamo declinare correttamente la formula di un passato glorioso.

Quando parliamo del “centro”, noi cattolici democratici e popolari di norma pensiamo immediatamente all’ormai famoso e decantato “centro che guarda a sinistra” di degasperiana memoria. Parole che hanno orientato e condizionato la scelta di molti cattolici democratici, popolari e sociali in questi ultimi decenni della storia democratica del nostro paese. Ma, al di là di questa tradizione politica e culturale, è indubbio che la “domanda di centro” cresce sempre di più nel nostro paese. Certo, tutti ben conosciamo le motivazioni politiche che stanno alla base di questa domanda. Dopo la stagione della contrapposizione frontale tra due coalizioni che sono sempre più sfilacciate; dopo la fase populista che ha contribuito a dequalificare la politica, i partiti, le culture politiche e soprattutto l’azione di governo; dopo la caduta verticale di credibilità e di autorevolezza della stessa classe dirigente politica; e, soprattutto, dopo la relativa sospensione della politica che ha provocato, come da copione, l’arrivo dei “tecnocrati” e degli intramontabili “esperti”, è di tutta evidenza che si deve aprire una nuova stagione politica. E forse anche di governo.

Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce la necessità, ormai non più prorogabile, di un “centro” che sappia declinare, al contempo, una autentica e credibile “politica di centro”. Una politica, e una prassi, che sappiano recuperare alcuni “fondamentali” che hanno caratterizzato una delle migliori stagioni politiche del nostro paese. E quindi, cultura di governo, cultura della mediazione, disponibilità all’ascolto e al confronto, rifiuto della radicalizzazione della lotta politica, rispetto delle istituzioni democratiche, preparazione e qualità della classe dirigente, riconoscimento del pluralismo, capacità di fare sintesi, rispetto dei corpi intermedi e, non ultimo, una cultura autenticamente riformista e democratica.

Ora, però, per ritornare ad un “centro che guarda verso sinistra”, non possiamo non fare una riflessione politica legata alla contemporaneità. Detta in termini molto chiari, cosa significa oggi costruire un progetto politico di “centro che guarda a sinistra”? Sul versante del centro sinistra, questo significherebbe allearci, come dice il segretario del Pd, in modo organico e strategico con il partito populista per eccellenza, ovvero i 5 stelle di Grillo e Conte? Sarebbe quello il modello politico che, oggi, invera la lezione e il magistero degasperiano? Al contempo, ed è d’obbligo chiederselo, se l’alleanza con gli artefici del populismo e dell’antipolitica è antropologicamente esterno ed estraneo a tutto ciò che è riconducibile alla tradizione culturale e politico del cattolicesimo politico, liberale e sociale, è pur vero che un eventuale “centro” organicamente legato a ciò che resta del sovranismo – per la verità ben poco dopo il conflitto russo/ucraino – è altrettanto lontano dalle radici di quella tradizione ideale e politica.

Ecco perchè, al di là del passato glorioso e storico del magistero degasperiano e dell’intera storia e del percorso del cattolicesimo politico italiano, è indubbio che proprio oggi è indispensabile e necessaria una attenta valutazione su ciò che significa “un centro che guarda a sinistra”. Perchè delle due l’una. O l’alleanza con la sinistra è un dogma e una pregiudiziale e allora tutto è possibile a prescindere dal profilo e dalla natura di quella concreta coalizione, oppure un rinnovato protagonismo del “centro” non può non affrontare il quadro che si va configurando dopo la stagione segnata dal populismo e dal sovranismo. Senza pregiudiziali, senza approcci dogmatici e senza preclusioni di ogni sorta. Per questi motivi va aperta una serena ma laica discussione anche tra di noi. Per il nostro futuro e non per contemplare solo il nostro passato.

Presidenziali in Francia. Il Daily Focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Dal carovita al clima, fino alla guerra in Ucraina: nel dibattito tv tra Macron e Le Pen si scontrano due visioni opposte della Francia e del mondo. L’Europa guarda con apprensione al voto di domenica, cruciale per l’intera Unione.

Istituto ISPI

A quattro giorni dal ballottaggio per le presidenziali, 14 milioni di francesi hanno distolto l’attenzione per qualche ora dal conflitto in Ucraina per concentrarsi sull’unico dibattito tra i due candidati in corsa al secondo turno: il presidente uscente Emmanuel Macron, leader di En Marche!, e la sfidante del partito di estrema destra Rassemblement National (RN), Marine Le Pen. Un confronto serrato, durato quasi tre ore e trasmesso da TF1 e France 2 in cui i due partecipanti si sono scontrati su argomenti diversi, dal conflitto in corso ai rapporti con Mosca, i cambiamenti climatici, l’inflazione e le sfide per l’Unione Europea, di cui la Francia è attualmente presidente di turno. Alla fine, secondo i sondaggisti, a uscirne vincitore è stato Macron, che ha convinto il 59% dei francesi, contro Le Pen ferma a 39%. A cinque anni dall’ultimo faccia a faccia, la capofila del sovranismo francese “è sempre non all’altezza”, titola oggi impietosamente il quotidiano Libération. Secondo gran parte della stampa transalpina la sfidante è stata approssimativa e poco convincente mentre Macron ha avuto spesso atteggiamenti arroganti, ma non ha mai mollato l’avversaria e, nel complesso, ha dominato il dibattito. L’Europa tira un sospiro di sollievo mentre vede allontanarsi la prospettiva dell’elezione di una leader euroscettica, populista e xenofoba. Ma aspetta il responso delle urne come un test da superare, il cui esito sarà cruciale per l’intera Ue.

Se ad accendere il dibattito è stata la questione del potere d’acquisto, prima preoccupazione dei francesi per via del carovita, anche sul clima i due contendenti hanno fatto scintille: il presidente ha rivendicato l’obiettivo di rendere la Francia “più indipendente e più forte” e “una grande potenza ecologica del XXI secolo”. La sfidante ha definito il libero scambio “responsabile delle emissioni di gas a effetto serra”. Le Pen ha proposto una produzione “sul posto” e un consumo “il più vicino possibile”, anche per evitare “la sofferenza degli animali”. Macron ha poi accusato Le Pen di essere “climato-scettica”. Un fendente a cui la leader del Rassemblement ha risposto bollandolo con il termine “climato-ipocrita” e accusandolo di portare avanti “il peggio dell’ecologia punitiva”. Botta e risposta finalizzati ad uno stesso obiettivo: convincere i francesi indecisi, o tentati dall’astensionismo, soprattutto tra i giovani. A cominciare dai 7 milioni e mezzo che al primo turno avevano votato per il “tribuno rosso” Jean-Luc Mélenchon. All’indomani del primo turno le università francesi sono state tappezzate dallo striscione che sintetizza la posizione dell’elettorato più giovane: “Né con Macron, né con Le Pen” reputati una il volto di una deriva estremista da arginare e l’altro il paladino dello status quo e di una classe politica sorda alle richieste delle nuove generazioni.

La guerra in Ucraina e i rapporti con Mosca non potevano non irrompere nel confronto in prima serata tra i due candidati in corsa: la politica estera è stato l’argomento che ha messo più in difficoltà la leader di RN e che l’ha costretta ad una posizione difensiva che – è opinione comune oggi sulla stampa – ha poi mantenuto per l’intero dibattito. 

L’affondo di Macron è partito quando Le Pen si è congratulata per i passi compiuti per aiutare il popolo ucraino “in nome della Francia”, ma ha messo in dubbio le sanzioni alla Russia che, secondo lei, “faranno un enorme danno al popolo francese”. Il presidente le ha quindi rinfacciato il suo sostegno all’annessione russa della Crimea nel 2014 e il fatto che il suo partito abbia contratto prestiti da banche russe. Quando parla con la Russia, ha proseguito Macron, “lei parla col suo banchiere” e non con dirigenti di un altro paese. “Forse è per questo – ha rincarato – che quando bisogna assumere scelte coraggiose né lei né i suoi rappresentanti siete presenti all’appuntamento”. Sull’Europa, Macron ha accusato Le Pen di voler ancora lasciare l’Ue, “ma adesso semplicemente non lo dici più”. Ne è seguito un battibecco acceso: “Non esiste una sovranità europea perché non esiste un popolo europeo: ho capito che volete rimpiazzare la sovranità francese con quella europea”, ha detto Le Pen. Gran parte del suo programma, secondo Macron, violerebbe le leggi e i principi dell’Ue: “Non puoi cambiare le regole di un club di 27 membri da sola, solo perché sei Marine Le Pen. Il tuo è un progetto che rimpicciolirebbe la Francia”.

 

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Cronaca di una Breccia annunciata. Una raccolta di studi sulla “operazione Porta Pia”. L’intervento del Card. Parolin.

Riproponiamo lo stralcio, pubblicato ieri sull’Osservatore Romano, della prolusione del cardinale Segretario di Stato al libro La Breccia di Porta Pia. Raccolta di Studi nel 150° anniversario (1870-2020), a cura di Francesco Anghelone, Pierantonio Piatti ed Emilio Tirone (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2022, pagine 544, euro 30) presentato il 20 aprile scorso nell’aula Benedetto XVI del Pontificio Collegio Teutonico.  All’incontro hanno partecipato, tra gli altri, Bernard Ardura, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, il generale Fulvio Poli (Stato Maggiore dell’Esercito italiano), Paolo De Nardis (presidente dell’Istituto Studi Politici San Pio v), Francesco Bonini (rettore della Lumsa), Massimo De Leonardis (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Alberto Melloni (Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni xxiii, Bologna). A poco più di novant’anni dalla firma dei Patti Lateranensi,  il volume illustra i diversi aspetti di un evento che mutò definitivamente il rapporto tra il Papa e il mondo: come mai prima, la figura del Romano Pontefice divenne quella del Padre universale, libero da ogni interesse particolare legato a un suo Stato, e proteso verso l’umanità tutta. La Chiesa nutriva la coscienza irrinunciabile di essere un soggetto giuridico internazionale; una concezione di sé non basata sull’idea di potere temporale, ma sulla natura stessa della Chiesa, sulla sua autorità spirituale sovrana, confermata dal consenso internazionale. 

Pietro Parolin

Un secolo e mezzo ci separa ormai dal 20 settembre 1870, che segnò la fine dello Stato Pontificio, iniziato con l’accordo di Quierzy, sottoscritto il 14 aprile 754 da Pipino il Breve, re dei Franchi, e Papa Stefano II .

Lo scopo della sovranità temporale del Papa era di assicurare la sua indipendenza da ogni potere politico, nonché la sua sicurezza in periodi della storia spessissimo segnati da lotte armate. Per questo motivo, l’episodio di Porta Pia non fu mai considerato dalla Santa Sede come un evento essenzialmente militare, ma fu piuttosto valutato per decenni come il simbolo di una lotta contro la Chiesa da parte di uomini ispirati da ideologie illuministiche antireligiose.

L’episodio di Porta Pia fu la conclusione di un processo sviluppatosi nei decenni precedenti e quindi non fu un evento capitato a sorpresa. Già il 27 maggio 1861, Cavour aveva esplicitamente dichiarato nel suo discorso al Parlamento che Roma doveva essere posta a capitale del nuovo Regno d’Italia, ma già alla metà del secolo numerosi tentativi di sovversione dell’ordine pubblico erano stati incoraggiati, favoriti, anzi promossi da elementi esterni allo Stato Pontificio.

Nel contesto del tempo, segnato da un anticlericalismo virulento, le affermazioni secondo le quali si protestava di voler garantire la libertà della Chiesa e l’indipendenza del pontefice da ogni potere civile, non sembravano affatto rassicuranti.

La frattura fra il neonato Stato e la Santa Sede culminò negli anni 1866-1867 con l’emanazione delle cosiddette leggi eversive, con cui sostanzialmente fu disposta la soppressione di ordini, corporazioni e congregazioni religiose regolari e secolari, con conseguente spoliazione dei beni. Ora, sia Pio IX , sia il cardinale Giacomo Antonelli, suo segretario di Stato, erano pienamente consapevoli della loro responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi alla Storia: accettare che il Papa fosse materialmente soggetto al Regno d’Italia avrebbe significato infliggere un vulnus considerevole alla Chiesa e alla sua libertà, sarebbe stato offrire un buon motivo per sospettare il papa di agire per compiacere il Regno d’Italia e non per servire il bene comune della Chiesa universale e dell’umanità intera.

In questo senso, si deve leggere la risposta di Pio IX a re Vittorio Emanuele II , datata 9 settembre 1870, in cui il Papa scrisse: «Io non posso ammettere le domande espresse nella Sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua».

Alle ore 17.30 del 20 settembre, il comandante delle truppe pontificie Hermann Kanzler e il capo di Stato maggiore Fortunato Rivolta firmarono la capitolazione alla presenza del generale Cadorna.

È su richiesta di Pio IX che, il 21 settembre, il comandante italiano entrò nella Città Leonina allo scopo di prevenire possibili disordini. Il 27 settembre, l’esercito italiano prese possesso di Castel Sant’Angelo e da quel momento, il Papa non uscì più dal Vaticano.

Il primo novembre 1870, Pio IX inviò a tutti i vescovi del mondo l’enciclica Respicientes ea, nella quale denunciava i numerosi attentati alla sicurezza dello Stato e affermava di nuovo il suo rifiuto di accettare la spogliazione imposta con la forza delle armi.

Riferendosi all’esempio di Pio VII minacciato da Napoleone Bonaparte, Pio IX scriveva: «Noi riterremmo che non Ci fosse assolutamente lecito abbandonare un’eredità tanto sacra e tanto antica (…) né accettare con il silenzio che qualcuno s’impadronisse della principale città del mondo cattolico (…) introdurvi un codice contrario e ripugnante non solo ai sacri canoni ma agli stessi precetti evangelici; insomma, trasferirvi, come è d’abitudine, un nuovo ordine delle cose che tende palesemente ad uniformare e a confondere la Chiesa Cattolica con tutte le sette e superstizioni (…). Potevamo non rivendicare la libertà della Sede Apostolica, strettamente legata alla libertà ed alla utilità della Chiesa universale?».

Pio IX prosegue, manifestando la sua compassione per il popolo romano spaventato dalle violenze subite, ed esprime la sua indignazione di fronte agli insulti lanciati contro il Papa, alle ingiurie contro i soldati del Pontificio Esercito, di fronte agli attacchi contro la religione, allo scopo di corrompere le menti.

Deplora, il Papa, le violenze perpetrate contro cardinali e religiosi.

Ovviamente, queste violenze contro la religione rivelavano il vero scopo dell’invasione dello Stato Pontificio. Non si trattava soltanto di fare di Roma la capitale del Regno d’Italia, ma di combattere la religione cattolica.

Così il Papa, difensore dei diritti della Chiesa, giustifica il suo rifiuto di accettare la violenza subita, «al fine di non essere rimproverati di aver taciuto davanti a Dio e alla Chiesa e col silenzio Nostro aver prestato l’assenso a sì iniqua perturbazione di cose».

In una parola, il Papa denuncia ogni forma di usurpazione e dichiara: «Noi siamo in tale cattività da non potere affatto esercitare con sicurezza, speditezza e libertà la Nostra suprema autorità pastorale».

Nel ricercare una soluzione alla situazione ormai nota come Questione romana, il Parlamento del Regno d’Italia approvò, il 13 maggio 1871, la legge numero 214, detta «Legge delle Guarentigie», destinata a disciplinare i rapporti fra lo Stato italiano e la Santa Sede.

Nella sua prima parte, la legge tentava di garantire una certa indipendenza del Papa, della sua attività e degli organismi della Curia romana, mentre nella seconda parte venivano rimossi alcuni ostacoli, in particolare per quanto concerneva la nomina dei vescovi italiani.

La risposta di Pio IX non si fece aspettare: il 15 maggio seguente, il papa promulgava l’enciclica Ubi nos.

In sostanza, Pio IX scrive che non può accettare «alcuna conciliazione forzata che in qualche modo annulli o limiti i Nostri diritti, che sono diritti di Dio e della Sede Apostolica». Infatti, il Pontefice denunciava l’instabilità di queste guarentigie, fissate da una legge del Parlamento, che il potere politico aveva sempre la possibilità di modificare o di sopprimere unilateralmente, senza neppure consultarsi con la Santa Sede.

La posizione stessa del Papa rimaneva ambigua: godendo di personale immunità, egli rimaneva cittadino italiano e quindi suddito del re.

Pio IX evoca il caso di guerra e considera il Papa come soggetto al potere di un altro Principe, denuncia l’impossibilità per il Papa di «sottrarsi all’arbitrio del principe dominante, il quale potrebbe anche diventare eretico o persecutore della Chiesa, o trovarsi in guerra o in stato di guerra contro altri principi».

Pertanto, conclude Pio IX , invitando pastori e fedeli del mondo intero a pregare e operare «affinché siano restituiti a questa Santa Sede i suoi diritti e con essi la piena libertà al Capo Visibile della Chiesa e la desiderata pace al consorzio civile».

Ucraina: appello di Caritas-Spes, “le persone rischiano di morire di fame. Si aprano corridoi umanitari” (AgenSIR).

I team della “Caritas-Spes” stanno facendo del loro meglio per raggiungere i villaggi più remoti e fornire assistenza. Le città liberate dalla occupazione russa sono completamente distrutte. Ogni giorno nel centro logistico di Leopoli, arrivano 5-6 camion di aiuti provenienti dall’Europa. L’appello si rivolge a tutti chiedendo di “salvare anche in tempo di guerra la nostra umanità”.

  1. Chiara Biagioni

“Ogni guerra deve mantenere un volto di umanità. Quando le persone non hanno nulla da mangiare e rischiano di morire di fame, la guerra rivela di sé la sua parte più disumana. Dobbiamo allora aprire non soltanto i nostri cuori ma chiedere ai leader politici e a tutti coloro che hanno il potere di fare qualcosa, di consentire l’apertura di corridoi umanitari sicuri e l’accesso agli aiuti umanitari”. È l’appello che il direttore di Caritas-Spes Ucraina, don Vyacheslav Grynevych, affida al Sir al ritorno da una missione ieri nei villaggi di Slobodka e Lukashivka, vicino a Chernihiv. I team della “Caritas-Spes” stanno facendo del loro meglio per raggiungere i villaggi più remoti e fornire assistenza. Ci sono villaggi che sono così piccoli da non essere contrassegnati su tutte le mappe. I residenti sono rimasti senza elettricità per un mese. I bombardamenti hanno distrutto infrastrutture e case.

“Le città che sono state liberate dalla occupazione russa – racconta don Grynevych – sono completamente distrutte. Hanno rubato le macchine. Hanno saccheggiato le case. In questi villaggi vivono famiglie povere. Non si sono fermati neanche di fronte alla loro povertà, lasciando le persone, anziani e bambini, in condizioni estremamente critiche. In questi villaggi hanno anche colpito e completamene raso al suolo la chiesa ortodossa. È la dimostrazione che la guerra non riesce a fermarsi neanche di fronte ai luoghi sacri”, osserva il sacerdote.

Ogni giorno nel centro logistico di Leopoli, arrivano 5-6 camion di aiuti provenienti dall’Europa. Un team lavora qui quasi senza sosta per garantire che le cose più importanti arrivino alle persone che ne hanno davvero bisogno. Il direttore della Caritas-Spes esprime però grande preoccupazione per le zone sotto occupazione russa. In queste parti del Paese che don Grynevych preferisce non citare esplicitamente per motivi di sicurezza, sono operativi direttori e collaboratori di Caritas-Spes. Il problema è che l’organizzazione caritativa non riesce a far arrivare in queste regioni gli aiuti. I russi impediscono l’arrivo degli aiuti umanitari dall’Ucraina. Le scorte, che si erano accumulate prima del loro arrivo, cominciano a finire. Le risorse scarseggiano ma la Caritas-Spes non ha più accesso né la garanzia di sicurezza necessaria per entrare.

“Le nostre Caritas – dice il direttore – stanno andando avanti con gli aiuti arrivati prima dell’occupazione. Dopo, sarà un problema. Siamo anche preoccupati per la sicurezza del nostro staff”, confida don Grynevych, “perché i russi entrano, fanno domande, chiedono come funzionano l’arrivo e la distribuzione degli aiuti, soprattutto da dove arrivano. E chiedono ai nostri operatori di collaborare con i soldati russi. Le persone del nostro staff si trovano quindi in una situazione molto difficile e di forte pressione psicologica. Hanno paura. Non sanno cosa fare”. 

 

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https://www.agensir.it/quotidiano/2022/4/20/ucraina-appello-di-caritas-spes-ogni-guerra-mantenga-un-volto-di-umanita-persone-non-hanno-nulla-da-mangiare-rischiano-di-morire-di-fame-si-aprano-corridoi-umanitari/

Keynesiani vs neoliberisti: l’ultima lezione di Federico Caffè. Brera, finanziere e scrittore, va alla ricerca del futuro. 

La globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta a partire dagli anni Novanta, andrà profondamente ripensata. La riscoperta delle teorie Keynesiane, secondo l’autore, “potrà offrire una via di uscita alle disuguaglianze provocate da quarant’anni di deregulation economico-finanziaria”. Guido Maria Brera disegna lo scenario della “grande guerra” tra Scuole di pensiero che ha attraversato gli ultimi quattro decenni e ci proietta nel mezzo di una battaglia decisiva, con parole di riscatto e di speranza.

 

“Dimmi cosa vedi tu da lì” non è solo il verso di una nota canzone di Francesco De Gregori ma ora anche un libro, pubblicato da Solferino Editore. È la cronaca di un viaggio nell’anima, alla riscoperta di sé stesso, quello realizzato dall’autore, il broker romano di nascita (e londinese d’adozione) Guido Maria Brera. Un viaggio a ritroso nel tempo che ripercorre oltre quarant’anni di vita vissuta: da quando il giovane Guido si aggirava – da studente alle prime armi – tra le aule della Facoltà di Economia della Sapienza di Roma, sino ad arrivare alle cronache dei giorni nostri, segnate dalla pandemia. Un viaggio che è anche la fotografia di un’Italia “piccola e in difficoltà”, con i suoi momenti di terrore, le sue debolezze politiche ed economiche; ma anche i ricordi personali toccanti come quello del capitano della Roma “scudettata” degli anni Ottanta, l’indimenticato Agostino Di Bartolomei.

Il libro è anche una lucida analisi socio-economica dei danni provocati dall’abbraccio, da parte della maggioranza dei Paesi occidentali, delle teorie iper liberiste ancorate a una visione conservatrice dell’economia che affonda le sue radici nella “Scuola di Chicago” di Milton Friedman. Il Presidente degli Stati Uniti di allora, Ronald Reagan e il Primo ministro del Regno Unito, Margaret Thatcher (ma non solo loro) hanno saputo tradurre politicamente – in modo redditizio nel breve periodo – i principi teorici del neoliberismo economico.

Un’importante occasione di riflessione è offerta dalle conseguenze che la pandemia ha prodotto a livello planetario. La globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta a partire dagli anni Novanta, andrà profondamente ripensata. Quale prospettiva si affaccia, dunque, sullo scenario globale per rivedere la luce? La riscoperta delle teorie Keynesiane, secondo l’autore, “potrà offrire una via di uscita alle disuguaglianze provocate da quarant’anni di deregulation economico-finanziaria”.

È così che Guido Maria Brera inizia il suo personale viaggio alla ricerca del fantasma di Federico Caffè, la cui scomparsa – avvenuta all’alba del 16 aprile 1987 – è ancora oggi avvolta dal mistero. Keynesiano rigoroso, Caffè era stato consigliere economico di Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini, al Ministero della Ricostruzione economica e dei Lavori pubblici. Poi i lunghi anni di attività al Servizio studi della Banca d’Italia a cui affiancava la docenza di Politica economica all’Università “La Sapienza” di Roma. Gli anni ’80 furono particolarmente difficili per Caffè: l’ultima lezione in Facoltà, a pochi mesi di distanza dall’assassinio del “delfino” Ezio Tarantelli per mano delle Brigate Rosse (marzo 1985), dalla morte del suo assistente Franco Franciosi (maggio 1986) e dalla scomparsa – per un incidente stradale – di un altro prezioso collaboratore accademico, Fausto Vicarelli (novembre 1986).

Federico Caffè decide la sua personale uscita di scena nell’aprile 1987, in un momento molto particolare: dopo la sconfitta della “sua” scuola e il trionfo del nuovo corso neo-liberista. Di lì a pochi mesi uscirà il film Wall Street con il protagonista, il broker Gordon Gekko (interpretato da Michael Douglas), che è anche un manifesto all’avidità e all’edonismo rampante.

In un viaggio spazio-temporale, dalla Facoltà di Economia della “Sapienza” di Roma, ai grattacieli del distretto finanziario di Canary Wharf a Londra, dai miraggi della lotta armata alle illusioni degli anni Novanta, prende corpo la storia rimossa dell’origine di un paradigma economico e di come ci siamo spinti negli anni fin sull’orlo del baratro economico. Intrecciando il racconto personale al saggio divulgativo, Guido Maria Brera disegna lo scenario della “grande guerra” tra Scuole di pensiero che ha attraversato gli ultimi quattro decenni e ci proietta nel mezzo di una battaglia decisiva, con parole di riscatto e di speranza. 

Così come Virgilio è la guida di Dante nel suo viaggio nell’oltretomba, armato della lezione degli antichi, è il fantasma di Federico Caffè ad accompagnare l’Autore in questo viaggio alla ricerca delle possibili risposte alle domande del presente: “Un nuovo inizio ha bisogno di nuove teorie e di nuovi strumenti, che riconfigurino quelli vecchi comprendendo che i mezzi di produzione sono cambiati, il lavoro è cambiato e il suo rapporto con il capitale non risponde più alle esigenze di una società sana. Un nuovo inizio verrà dalla messa a punto di un nuovo sistema immunitario universale, in grado di proteggere l’umanità e il pianeta nella loro interezza, e che subordini la ragione economica a qualcosa di ben più importante. Perché, come l’estinzione, la salvezza non può che essere collettiva.”

E se nell’assedio che oggi ci minaccia, fosse proprio la voce dell’economista Federico Caffè a suonare le trombe di Gerico?

 

Gualtieri decide di fare il sindaco e lancia la sfida sui rifiuti. Alla fatwa contro Cerroni – perché? – dovrebbero seguire i fatti.

Realizzare il termovalorizzatore, da qui al 2025, non sarà una cosa semplice. Da anni la capitale si interroga su dove localizzare una discarica di servizio: senza esito. Per altro, l’attuale piano regionale dei rifiuti chiede alla città di dotarsi delle strutture adeguate al fabbisogno, ma non parla di nuovi termovalorizzatori. Di seguito riportiamo l’ultima parte delle comunicazioni del sindaco in Aula Giulio Cesare, ieri mattina.  

Dopo un’attenta e approfondita valutazione degli sviluppi tecnologici più avanzati disponibili e un loro esame non solo in termini di costi ma anche di emissioni e di consumo di suolo, abbiamo deciso di dotarci di un nuovo impianto per la valorizzazione energetica dei rifiuti, che produca calore ed energia e che ci consenta di raggiungere l’obiettivo ambizioso ma possibile di zero discariche. Un termovalorizzatore a controllo pubblico da attuare con le migliori tecnologie disponibili.

Vorrei sottolineare che alle già robuste ragioni che ci hanno indotto a definire questo scenario, si è nel frattempo aggiunta la necessità di ridurre la dipendenza energetica dell’Italia, rafforzata dalla drammatica aggressione russa ai danni dell’Ucraina, e di contribuire alla riduzione dei costi dell’energia ormai divenuti insostenibili per le famiglie e per le imprese.

Il nuovo termovalorizzatore da 600mila tonellate, che intendiamo realizzare in tempi molto rapidi, ci permetterà inoltre di chiudere il TMB di Rocca Cencia, come chiedono da tempo i cittadini di quel territorio, e di abbattere del 90% l’attuale fabbisogno di discariche rendendo necessaria non più una discarica del tipo di quelle attualmente presenti sul territorio della città metropolitana, ma una piccola discarica di servizio per il conferimento di residui inerti che potrà limitarsi a sole 60.000 tonnellate l’anno, e che non solo per le dimensioni ridotte ma per il tipo di materiale conferito, ceneri inerti, avrà un impatto ambientale sostanzialmente nullo (ricordo poi che le ceneri pesanti sono recuperabili fino al 90% e quelle leggere si riducono al 4/5% della massa iniziale).

Con questo impianto, Roma potrà finalmente chiudere il ciclo dei rifiuti e mettersi al pari con le grandi capitali del Nord Europa e con i più importanti capoluoghi del Centro-Nord Italia. E non solo. L’obiettivo che ci prefiggiamo non è soltanto di emulare queste capitali, ma di avvalerci delle tecnologie di nuovissima generazione che consentono un pieno abbattimento delle emissioni, con risultati persino migliori dell’ormai celeberrimo impianto di Copenaghen, che costituisce meta per gli sciatori e i turisti di tutta Europa.

A questo proposito è bene sottolineare che rispetto al ciclo attuale dei rifiuti, il nuovo impianto e l’insieme del nostro piano determineranno una riduzione delle emissioni di ben il 44%, con un -15% per le emissioni su attività di trasporto, -18% sull’impiantistica e -99% sulle emissioni da discarica.

Inoltre, sarà possibile produrre il fabbisogno di energia elettrica di 150.000 famiglie l’anno e risparmiare il gas utilizzato da 60.000 famiglie l’anno, con un contributo molto significativo anche per politiche di contrasto della povertà energetica e al raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni e di maggiore autonomia dell’Italia.

La completa chiusura e autonomia del ciclo dei rifiuti consentirà inoltre un vero e proprio abbattimento dei costi del trattamento, che ci consentirà di ridurre la Tari di almeno il 20% e di potenziare in misura significativa le attività di raccolta e di pulizia della città.

Dopo troppi anni di irresponsabile inerzia, Roma si dota quindi di un piano organico e ambizioso di impianti che ci consentirà di risolvere in modo strutturale l’emergenza rifiuti e di avere una città pulita e ambientalmente sostenibile, che non solo recupererà il tempo perduto ma si metterà all’avanguardia sulla nuova frontiera europea del superamento delle discariche, dell’economia circolare, dell’abbattimento delle emissioni e dell’autonomia energetica.

Confido che su un obiettivo così ambizioso possa realizzarsi anche in quest’Aula una convergenza larga.

È tempo di chiudere una saga che dura da troppo tempo. Io voglio essere l’ultimo sindaco che dovrà trascorrere una parte significativa del suo tempo a trovare sbocchi costosi, precari, inefficienti e inquinanti in giro per l’Italia e per l’Europa, sottraendo risorse preziose alle tasche dei romani e alla qualità della pulizia. Roma non merita tutto questo. È tempo di voltare pagina e come Sindaco sento il dovere anche morale di perseguire questo obiettivo con la massima determinazione.

 

Per leggere il testo integrale dell’intervento del Sindaco di Roma clicca qui

https://www.comune.roma.it/web/it/notizia.page?contentId=NWS916451

 

“La cura di sé”: il programma della Settimana teologica 2022 del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC).

Si terrà dal 22 al 26 agosto 2022 la prossima edizione della Settimana teologica del Meic, come di consueto al Monastero di Camaldoli. “Prendersi cura” sarà il nucleo tematico scelto che legherà le Settimane teologiche del trienni, e la “cura di sé (corpo e spirito)” è il primo focus, scelto per quest’anno.

“Perché partire dalla cura di corpo e spirito?”, si chiede la Presidenza nella nota di presentazione del programma. “Per cercare, aiutati anche dagli apporti della riflessione filosofica e scientifica oltre che teologica, di fondare con chiarezza su questa unità il nostro vivere da credenti, a conferma di quanto Tertulliano aveva intuito con il suo caro salutis cardo, cioè di come la carne sia il cardine della salvezza.

Perché la fede ha una valenza anche corporea, e l’unità armoniosa di corpo e spirito è qualcosa che solo con la nostra collaborazione può avvenire. E se le modalità per costruirla sono molteplici la fonte da cui partire e a cui continuamente attingere è quella Parola, che ci è donata ma che da noi e solo da noi può essere resa vera, essere resa vita”.

Si può negare che ciascun essere abbia necessità di cura? Dall’ovvia risposta si desume quel che è un fondamentale dato ontologico e come lo scambio di cura sia ciò che rende possibile la vita. E, inoltre, come l’essenza della sapienza stia nel saper avere cura, proprio perché è il continuo scambio di cura a rendere possibile la vita.

Si potrebbe anche dire che la cura cerchi la continua co- struzione del miglior essere possibile.

D’altra parte la pratica di cura “si concretizza in azioni che nutrono la vita e la conservano, fanno fiorire il possibile dell’essere, riparano le ferite nel corpo e nell’anima, quelle che vengono dal mondo biofisico e quelle che vengono dalle relazioni con gli altri, e costruisce comunità ispirate al princi- pio di cura” (L. Mortari).

Su questo fondamentale nucleo tematico il Meic intende riflettere durante le prossime settimane teologiche di Camaldoli, secondo una scansione triennale che si prefigge di focalizzare: – la cura di sé (corpo e spirito), – la cura degli altri, – la cura del creato.

Perché partire dalla cura di corpo e spirito?

Per cercare, aiutati anche dagli apporti della riflessione fi- losofica e scientifica oltre che teologica, di fondare con chiarezza su questa unità il nostro vivere da credenti, a conferma di quanto Tertulliano aveva intuito con il suo caro salutis cardo, cioè di come la carne sia il cardine della salvezza.

Perché la fede ha una valenza anche corporea, e l’unità ar- moniosa di corpo e spirito è qualcosa che solo con la nostra collaborazione può avvenire. E se le modalità per costruirla sono molteplici la fonte da cui partire e a cui continuamente attingere è quella Parola, che ci è donata ma che da noi e solo da noi può essere resa vera, essere resa vita.

(Fonte: Sito del Meic. Presentazione del convegno).

Per saperne di più (programma)

https://meic.net/wp-content/uploads/2022/04/Meic-settimana-teologica-2022.pdf

 

L’Ucraina propone negoziati con la Russia a Mariupol

L’Ucraina ha offerto a Mosca una “sessione speciale di negoziati” a Mariupol, la città portuale sul Mar d’Azov assediata dai russi.

Lo ha affermato Mykhailo Podolyak, consigliere della presidenza ucraina e uno dei negoziatori con la Russia. L’incontro per “salvare i nostri ragazzi, il battaglione Azov, i soldati, i civili, i bambini, i vivi e i feriti. Tutti”, ha scritto sul suo account Twitter.

Intanto, Zelensky ha dichiarato che: “Siamo grati all’Ue per i cinque pacchetti di sanzioni già approvati ma secondo noi non sono abbastanza per firmare il finanziamento della guerra di Vladimir Putin”.

 

Roma Capitale, la riforma è un mostriciattolo

Il testo uscito dalla Commissione Affari costituzionali suscita più di una perplessità. Pare una riforma-schermo che permette solo, nelle battute ultime della legislatura, di piantare una bandierina. Quanto più Roma perde il suo carattere di “Primo Comune” d’Italia, tanto più si deteriora la sua immagine e funzione.

Grazie all’intesa raggiunta ieri in Commissione Affari costituzionale della Camera si muove un primo passo  verso la riforma dei poteri della Capitale. Un passo giusto? Ci sono molti dubbi. L’idea di trasformare Roma in una simil-Regione non appare convincente: pare un compromesso francamente abborracciato. L’unico risultato certo è che l’eventuale approvazione della norma porterà il Campidoglio a perdere il carattere di “Primo Comune” d’Italia, simbolo e pilastro della Repubblica dell’autonomie. Alcuni tratti erronei sono visibili a colpo d’occhio. Si nullifica il valore dello Statuto, neppure citato dal testo di riforma, si complica il rapporto tra la Capitale e l’insieme delle comunità territoriali, ovvero degli altri Comuni del Lazio, si determina un effetto ottico rinvenibile nella prospettiva di un’intesa – nel passato più volte ricercata e mai definita – tra la Pisana e il Campidoglio in virtù della “forzatura” costituzionale. 

Finora, a seguire attentamente il confronto tra gli esperti e i decisori nell’arco di molto tempo, la questione dei poteri legislativi andava a titillare il meccanismo di selezione e gestione delle politiche urbanistiche. In altri termini, è venuta emergendo la tesi che vorrebbe ridurre “ad unum” la procedura che in primo luogo riguarda e interessa il Piano regolatore, con tutto quello che consegue. In pratica, invece di distinguere tra il momento dell’adozione (in capo al Comune) e quello dell’approvazione (in capo alla Regione) dello strumento principe di regolazione del territorio, il PGR appunto, si presume conveniente assegnare a Roma un potere anomalo, non attribuito in esclusiva e in forma totalitaria a nessun Comune e a nessuna Regione d’Italia. Il resto è conseguenza di tale premessa logica, lasciando intravedere, ovviamente, un processo di semplificazione dai risvolti problematici.

In questo modo, contrariamente a una storia che vuole Roma in permanente relazione con la “sua” regione, si prospetta l’istituzione di un Ente in più – a proposito, che fine farebbe la Città metropolitana? Come entrerebbe in questa operazione di riordino? Cosa s’intende, in breve, per Roma Capitale? – che illumina un destino di chiusura della Città entro il perimetro di nuove Mura Aureliane. Naturalmente, anche in questa ottica, ogni ragionamento ha la sua smentita: sulla gestione dei rifiuti, infatti, si fatica a rintracciare chi pretenda la sovranità, con gli esiti infelici di cui i romani sono da anni vittime (più o meno incolpevoli).

I rilievi non finiscono qui. Sussistono problematicità in altri ambiti, in particolare nei trasporti (più integrati o meno integrati a livello regionale?). Emergono poi stranezze, come nella regolazione per legge del decentramento urbano, non si sa per quale ragione. Da ciò dovrebbe derivare, forse, un riconoscimento più alto dei Municipi. Ma per andare dove? Con quale intenzione o quale strategia? Per adesso siamo nella nebbia.

La strada appare impervia. Insomma, piuttosto che ampliare il concetto di Roma come “centro di relazioni”, in tutti i sensi, si addiviene al suo più malandato ripiegamento nella logica del sovrapotere, chissà come regolato e armonizzato dal momento che la proclamata riforma si configura, allo stato, né più né meno come norma di rinvio. Qualche economista in vena di buoni ricordi ci potrebbe aiutare nella classificazione di tale approccio istituzionale e costituzionale nei termini, da sempre deprecati, dell’autoconsumo. Non è così, per analogia, la formula che si vorrebbe adottare per Roma Capitale? E questo al di là delle buone intenzioni di cui sappiamo essere lastricate le vie dell’inferno.

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Di seguito riportiamo la Proposta di nuovo testo della proposta di legge C. 1854 da adottare come testo base (13 aprile 2022)

Art. 1
1. Il secondo periodo del terzo comma dell’articolo 114 della Costituzione è sostituito dai seguenti:
“Roma Capitale dispone di poteri legislativi definiti nelle materie di cui all’articolo 117, terzo e quarto comma, esclusa la tutela della salute e le altre materie stabilite d’intesa con la Regione Lazio e lo Stato, secondo legge dello Stato approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti. Roma Capitale può conferire con legge le proprie funzioni amministrative a municipi. La legge dello Stato, sentiti gli enti interessati, stabilisce forme di coordinamento tra la Regione Lazio e Roma Capitale.”
2. In sede di prima attuazione della presente legge costituzionale, a Roma Capitale si applicano le leggi della Regione Lazio vigenti prima della data di entrata in vigore della medesima legge costituzionale.

Art. 2
1. La presente legge costituzionale entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, successiva alla promulgazione.
2. Il trasferimento dei poteri legislativi di cui al terzo comma dell’articolo 114 della Costituzione, così come modificato dall’articolo 1, decorre dopo due anni dall’entrata in vigore della presente legge costituzionale.

La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Ecco perché l’Europa è nel mirino di Putin. Lo spiega Sabella in un paper.

L’analisi e l’interpretazione che l’economista Giuseppe Sabella riassume in trenta pagine dense di dati e proiezioni ha il pregio della aderenza ai processi di sviluppo in atto ed è sostenuta da rigore scientifico. Letto con occhi disincantati dalle retoriche geopolitiche e dai revanscismi ideologici, il suo lavoro di studio e ricerca ha qualcosa di straordinario.

Quello che l’economista Giuseppe Sabella ha consegnato all’editore Rubbettino (che lo sta diffondendo con grande successo a 1,99 euro e proventi per l’Ucraina) è qualcosa di più di un saggio breve, un paper come si dice in gergo: è un’originale ed approfondita analisi delle motivazioni prodromiche che hanno scatenato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e delle varie concause che l’hanno determinata e sostenuta. Abituati agli estenuanti e spesso stucchevoli dibattiti televisivi dove i tuttologi esprimono congetture, interpretazioni, punti di vista, opinioni sovente non suffragate da analisi competenti, forse più preoccupati di prendere posizione o di esporre suggestioni quasi mai aderenti alla realtà, si resta sorpresi nel leggere questa trentina di pagine dove Sabella espone in modo chiaro alcune riflessioni più che plausibili. 

Egli scrosta le apparenze e le suggestioni che coprono la  realtà (come una sorta di “cappa” direbbe Veneziani)  e riporta ogni approfondimento sul piano dell’approccio geopolitico ma soprattutto geoeconomico: è da tempo convinto assertore della matrice e della genesi  economica, tecnica e scientifica di ciò che sta accadendo a livello planetario. Allievo di un grande filosofo della Scienza, il compianto Prof. Giulio Giorello (ho avuto l’onore di conoscere e intervistare entrambi e di coltivare una consonanza di interessi culturali con l’amico Giuseppe, apprezzandone il rigore metodologico nell’approccio ai grandi temi del nostro tempo) l’autore di questo saggio- dosato in misura da essere fruibile al grande pubblico- non tradisce la sua solida formazione: l’impianto è scientifico senza disdegnare quelle dimensioni soggettive che si esprimono sul piano sociologico, demografico, politologico nella loro poliedrica dimensione di approccio. Non corollari ma aspetti complementari ancora riconducibili ai cascami deleteri della globalizzazione poichè – come esprime l’aforisma di Giulio Tremonti che apre il saggio — “Non è la guerra che pone fine alla globalizzazione ma è la fine della globalizzazione che porta alla guerra”: e non si tratta di un rovesciamento tautologico, di un gioco di parole, ma dell’incipit che spiega l’impianto concettuale dell’analisi di Sabella.

L’Ucraina da almeno cent’anni è sempre stata la zona più ricca dell’ex blocco sovietico: i kulaki ucraini (specie nel Donbas) erano gli imprenditori più solidi e intraprendenti. D’altra parte l’Ucraina ha una storia millenaria: quando a Kyiv fioriva la cultura, si erigevano chiese e si aprivano cenacoli culturali, nel resto della Russia c’era la foresta, la lingua degli intellettuali e dei colti era l’ucraino, il russo il vulgo popolare. 

Ma Sabella esordisce subito con le vicende attuali, dall’invasione ordinata da Putin il 24 febbraio 2022, e confuta l’ipotesi di un accerchiamento della NATO nei cfr. della Russia e l’intenzione dell’Ucraina di aderire al Patto Atlantico, idea avanzata da G. Bush nel 2008 e respinta dall’Europa, né  mai rinnovata da Zelensky che persegue invece l’obiettivo di entrare nell’U.E. Ciò premesso l’autore descrive il mutato quadro geopolitico in Europa (con l’uscita di scena della Merkel) e nei rapporti tra USA e Cina che hanno sempre più catalizzato i timori americani sul versante del Pacifico: l’America first di Trump apriva a Putin con il G8 e ciò non era gradito ai cinesi, mentre le tensioni tra Russia e Paesi europei erano iniziate ben prima dell’invasione armata ordita da Putin. “La crisi di microchip, gas e materie prime è ciò che segue a questa instabilità” e al mutato quadro geopolitico. In particolare la Cina ha fatto incetta di materie prime nel mondo mentre la Russia ha giocato la carta della dipendenza europea dalla sua fornitura di gas: una tenaglia per ridimensionare il progetto dell’indipendenza europea. 

Cina e Russia che imboccano la strada dell’espansionismo economico approfittando della debolezza degli USA, fortemente divisi al loro interno, mentre l’Europa che rendendosi conto del gap produttivo rispetto alle grandi potenze, lancia il Green Deal che diventa poi Next generation EU, come investimento nelle filiere produttive, tentando un riavvicinamento (penso non altrettanto ricambiato) con gli USA. In questo scenario (Cina e Russia emergenti, America impegnata a misurarsi nella doppia partita ed Europa velleitaria ma isolata) prende corpo il progetto di Putin di riprendersi l’Ucraina con motivazioni diverse (il revanscismo – “l’Ucraina è parte della storia Russa- e i timori dell’accerchiamento NATO)  da quella che Sabella ritiene essere la vera causa scatenante del conflitto: ciò che lui definisce lo “scudo ucraino”. 

Il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino prende corpo, la Cina come prima industria manifatturiera del mondo e la Russia come fonte di materie prime (gas e petrolio). Solo in Europa nel 2021 la Russia ha provveduto al 45% del fabbisogno di gas e al 25.7 % di petrolio del vecchio continente.” Tuttavia, Mosca non è solo gas e petrolio: secondo i dati dell’Osservatorio economico del Ministero degli Esteri, la Russia dispone di vaste riserve di ferro (seconde solo a quelle australiane), di PGM (Metalli del gruppo del platino), oltre che di oro, nickel e alluminio. La vastità  del territorio, infine, la pone al primo posto al mondo anche per riserve di legname (sul territorio russo e presente oltre il 20% delle foreste al mondo”. L’obiettivo di Putin è quello di diventare il primo fornitore di materie prime della Cina: da un lato il Paese più esteso del mondo (con 150 milioni di abitanti) dall’altro la prima industria manifatturiera con un potenziale esplosivo di esportazioni. 

Da qui deriva, oltre il dato politico che riguarda due dittature, l’interesse reciproco di collaborazione e l’alleanza geoeconomica. Per questo l’Ucraina (seconda riserva europea di gas naturale) serve alla Russia anche se l’obiettivo vero di Putin è quello che i geologi chiamano “scudo ucraino”: si tratta di quella Terra di mezzo compresa tra i fiumi Nistro e Bug che si estende fino alle rive del Mar d’Azov, nel sud del Donbas. L’area totale della sua superficie e di circa 250 mila chilometri quadrati. In termini di potenziale di risorse minerarie generali, lo scudo ucraino non ha praticamente parità in Europa e nel mondo”… senza contare le grandi riserve di minerale di ferro, di uranio e di zirconio, oltre che pietre preziose e semipreziose, materiali da costruzione (tipo granito estratto di alta qualità).

Nello scudo ucraino si estraggono anche uranio (tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese). Inoltre nel suo territorio si trovano giacimenti di litio, chiamato “oro bianco”, fondamentale per la produzione di batterie. Il pensiero corre subito alle mire della Cina su Taiwan, primo produttore al mondo di batterie e microchip: sarebbe davvero utile per Xi Jinping poter incrementare le importazioni di “oro bianco” se la Russia si riprendesse l’Ucraina-  invitata contemporaneamente a far parte della strategia dell’U.E. per la transizione ecologica ed energetica – che detiene un altro primato: possiede le cd. “Terre rare”, un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica (scandio, ittrio e i lantanoidi) che sono il motore delle nuove tecnologie digitali…. Le Terre Rare in questo momento più ambite sono quelle del gruppo dei “supermagneti”, ovvero il neodimio, il lantanio, il praseodimio, etc. Sono importantissimi per la produzione  dei nuovi motori dell’auto elettrica, cosi come per smartphone e televisori, ma anche per tutta la filiera eolica, per la fibra ottica e per quella della diagnostica medica. Sono elementi in grado di cambiare e di potenziare le proprietà delle leghe che li contengono. Come si comprende, sono il cuore dell’innovazione tecnologica e digitale, motore a sua volta – insieme alle fonti energetiche rinnovabili – dello sviluppo sostenibile”. 

Il Green Deal impone scelte drastiche: ce lo ricorda Sabella quando afferma “la strada è tracciata”, ed è “la transizione che ci conduce dal carbone alle energie rinnovabili passando per il gas”. Sabella traccia una mappa del nuovo ordine mondiale che si svilupperà su tre direttrici, tenuto conto di fattori imprevedibili (ad es l’economia cinese non può crescere ad una media del 7% l’anno) : 1) Cina e Stati Uniti cercheranno sempre più  di chiudere i loro mercati alla penetrazione esterna e cercheranno di invadere il solo altro grande mercato che esiste fuori di esse: l’Europa. 2) Il mondo va configurandosi verso tre grandi piattaforme produttive: USA, Cina ed Europa. Ma Europa, in senso industriale, significa soprattutto Germania. Per la Germania il principale mercato di sbocco non sarà più il mondo, come e stato finora, ma essenzialmente l’Europa. E dunque interesse vitale per l’industria tedesca che il mercato europeo cresca e si consolidi. 3) In ragione di questa grande riconfigurazione politica ed economica, le catene globali del valore cambieranno morfologia: i processi di decoupling e di back reshoring si velocizzeranno.

L’analisi e l’interpretazione che Sabella riassume in trenta pagine dense di dati e proiezioni ha il pregio della aderenza ai processi di sviluppo in atto ed è sostenuta da rigore scientifico: essa si appalesa come qualcosa di più della semplice disamina plausibile. Letto con occhi disincantati dalle retoriche geopolitiche e dai revanscismi ideologici il suo lavoro di studio e ricerca ha qualcosa di utile, di unico e di straordinario.

Anche perché non gli sono estranei i drammatici risvolti  e i disastri umanitari che il delirio di onnipotenza e lo spregio per l’autodeterminazione dei popoli e le libertà individuali, ma direi la vita stessa, hanno drammaticamente provocato.

Chiudo con le sue parole che sono il fermo immagine del presente. “Al principio di una nuova fase della storia del mondo, Putin sta disperatamente cercando di impossessarsi della miniera ucraina perché consapevole di quella ricchezza e delle difficolta dell’economia russa. Dentro il processo di regionalizzazione dell’economia e di decoupling delle catene del valore, si contrapporranno l’economia occidentale e quella asiatica, ovvero il blocco delle democrazie liberali e quello delle autocrazie. La speranza è che la Russia non istituzionalizzi il metodo belligerante per avvantaggiarsi. E che la Cina non assecondi il metodo di Putin. Da questo punto di vista, la crisi ucraina è molto preoccupante”. 

A cominciare dall’Europa, aggiungerei.

 

 

Giuseppe Sabella è direttore di Oikonova, think tank specializzato in economia e lavoro. Collabora e ha collaborato con diverse testate tra cui Tgcom24, Sole 24Ore, RaiNews e Il Sussidiario. Per Rubbettino ha pubblicato “Ripartenza Verde. Industria e globalizzazione ai tempi del covid” (2020) e, insieme a Giuliano Cazzola, “L’altra storia del sindacato. Dal secondo dopoguerra agli anni di Industry 4.0” (2018). E allievo di Giulio Giorello, col quale ha scritto “Societa aperta e lavoro” (2019).

25 Aprile. Ricordare per educare: le considerazioni di Mariapia Garavaglia, Presidente dei Partigiani Cristiani (ANPC).

Il 25 aprile 1945 gli Italiani sono stati liberati dalle truppe nazifasciste: è la Festa della Liberazione. Chiamiamola col suo nome e diventa una giornata importante per tutti. Non devono esistere strumentalizzazioni.

Ricordare il 25 aprile considero essere un dovere civico e una responsabilità educativa. Ogni anni provo un sottile disagio nel registrare che ci dono fazioni politico culturali che tenacemente insistono nello sminuire  e relegare una data fondativa della Nazione a puro fatto storico da archiviare.

Il fatto è che non è conosciuta la nostra storia, nemmeno la più recente. I più non hanno nemmeno riminiscenze dei movimenti studenteschi del 1968, della crisi economica dei primi anni settanta, che viene richiamata in questi giorni a causa della necessaria riduzione delle risorse energetiche, a causa della guerra in Ucraina.

La pandemia, che non ci abbandona ancora, e la crudele guerra nel cuore della Europa, dimostrano agli scettici sul fenomeno della globalizzazione, quanto siamo tutti interdipendenti.

Per questo urge che la scuola riprenda con vigore i programmi di storia e geografia perché sarebbe difficile perfino capire i telegiornali  senza nozioni geografiche per capire la geopolitica. Il 25 aprile 1945 gli Italiani sono stati liberati dalle truppe nazifasciste: è la Festa della Liberazione. Chiamiamola col suo nome e diventa una giornata importante per tutti. Non devono esistere strumentalizzazioni, vanno ricordati e onorati tutti coloro che non hanno temuto di sacrificare la vita. Accanto ai Partigiani Italiani hanno combattuto alleati provenienti da ogni angolo del pianeta: Americani, Canadesi, Francesi, Polacchi, una brigata di ebrei. 

Combatterono uomini, donne  e addirittura ragazzini. Se per anni si è consentito che si appropriasse della Festa   qualche parte politica è tempo di riconoscere la Resistenza per quella  che fu, una lotta di popolo che ha conquistato la libertà per tutti. Grande apporto fu quello delle forze cattoliche tra le cui fila si annoverano sacerdoti martiri per i quali sono in corso processi di beatificazione: “Ribelli per amore” della libertà, contro l’odio. La lotta di  Liberazione è il fondamento della nostra Costituzione, che garantisce per tutti la democrazia e l’unità del Paese.  

Questa è la verità e non riconoscerla indebolisce la forza della stessa nostra Carta. Per la libertà e l’ dipendenza di un popolo la scelta della Resistenza è essenziale, altrimenti c’è la resa. In questi tragici giorni in cui constatiamo la tenacia, il coraggio e lo sprezzo del pericolo da parte degli Ucraini, possiamo meglio comprendere e rivalutare la Resistenza italiana. Addolorati e ammirati per la fierezza degli Ucraini abbiamo il dovere morale di sostenerli, con tutti gli aiuti possibili e anche con le armi. Al contrario la domanda è: la Russia deve distruggere, soggiogare e annettere l’Ucraina? Contemporaneamente  occorre trovare il modo per intessere un dialogo con Putin: chi lo fa?

Temo la stanchezza nel vedere le immagini televisive; temo la chiusura in noi stessi per le eventuali restrizioni e austerità che la guerra potrà richiederci. Pace e giustizia dipendono dalle azioni di tutti e di ciascuno. Gli Ucraini stanno resistendo anche per noi.

 

Mariapia Garavaglia, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani (ANPC).

Oggi non allineati, domani uniti contro l’Occidente?

Le capitali dell’Occidente dovrebbero comprendere che la sfida di Putin non è limitata a Kiev. È la proposizione di un “ordine multipolare” nel quale gli occidentali dovranno recitare una parte secondaria, certamente diversa e inferiore a quella giocata sinora.

Quando finalmente questa guerra terminerà quali saranno i suoi effetti a livello globale dal punto di vista delle alleanze geopolitiche? La domanda è di grande interesse perché se (come ha titolato la rivista Limes) “la Russia cambia il mondo” non è di secondario interesse comprendere “come” questo mondo muterà. 

Qualche interrogativo in effetti merita porselo alla luce dei numerosi Paesi che si sono astenuti (ben 58) nelle votazioni all’ONU sulla sospensione della Russia dal Consiglio per i Diritti Umani, oltre ai 24 che si sono espressi con un “No” (per la cronaca, i “Sì” sono stati 93). Rammento al lettore che gli astenuti erano stati 35 (solo 5 i contrari) nella votazione del 2 marzo di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina.

La convinzione ormai consolidata di Putin è nota: l’ordine mondiale a guida unipolare statunitense sorto con la morte dell’URSS è finito, in seguito all’emersione di nuove potenze planetarie (la Cina) e alla riemersione della Russia, una Russia storica e neo-imperiale che riprende leadership in tutto lo spazio ex sovietico e viene riconosciuta per questo anche dagli occidentali. Non solo. Una Russia in grado di costruire nuove alleanze internazionali. Con la Cina, certamente (con la quale si è aperta un’éra di “amicizia senza limiti”, sottovalutando il rischio di divenirne col tempo un mero vassallo, vista la differenza di forza economica sottostante); ma pure con nazioni ancora oggi inquadrabili nella rete di alleanze americane.

Paradigmatico, e preoccupante, è il caso dell’India, la nazione che si avvia a divenire la più popolosa del globo. New Delhi insieme a Canberra, Tokyo e Washington ha dato vita alla strategica QUAD, l’alleanza nell’indo-pacifico che mira a contenere l’allargamento dell’influenza cinese nell’area. Interesse vitale per l’India, evidentemente. Ciò nondimeno il recente incontro del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, con il suo collega indiano ha consentito al primo di affermare, con una certa soddisfazione, di poter avviare una proficua collaborazione fra i due Paesi. L’India quindi nella vicenda ucraina non si schiera. Ma ciò equivale, a fronte dell’enormità di quanto sta avvenendo su quel territorio, se non ad un sostegno certo ad una non condanna delle scelte aggressive di Mosca. 

Segnale di grande preoccupazione per l’Occidente, che quest’ultimo dovrebbe analizzare con grande attenzione.

Un’altra potenza regionale, per di più nucleare, che ha deciso di non schierarsi è il Pakistan. Luogo di transito anche jihadista, come noto. E così pure, sempre in Asia, l’altro grande Paese musulmano, l’Indonesia. La retorica anti-occidentale di Putin evidentemente qualche ascolto lo conquista. L’Occidente dovrebbe domandarsi perché. Gli americani in primis. Giungendo a rilevare come la gestione vaccinale anti-Covid 19, ad esempio, non sia stata particolarmente apprezzata da quelle parti. Troppo incentrata sui ricchi Paesi del nord del mondo, poco generosa nei confronti di quelli più poveri. O finalmente riconoscendo che l’invasione dell’Iraq fu un errore i cui effetti arrivano sino ad oggi, con le “perplessità” (eufemismo) asiatiche verso gli occidentali, americani e britannici in testa, ovviamente.

Ma pure nel medio-oriente l’astensionismo testimonia la serietà del problema per Washington e i suoi alleati. E se l’astensione dell’Egitto del generale al-Sisi, sempre più legato a Mosca nella gestione del problema libico (a conferma della crescente presenza russa nel Mediterraneo, altra questione di non poco conto) poteva essere immaginata, quella di Arabia Saudita ed Emirati Arabi e pure del Qatar fotografa un potenziale pericolo che la Casa Bianca non potrà sottovalutare. Certo, si tratta di regimi illiberali impossibili da associare a qualsivoglia concetto democratico. Ma gli occidentali, interessati alle risorse energetiche da questi possedute, hanno sempre sorvolato sul punto. 

Ora invece qualcosa sta accadendo. Pare quasi che autocrazie, dittature, dispotismi vari stiano, progressivamente e senza un piano prestabilito o un ordine in qualche modo pianificato, convergendo verso un “risentimento” per ora generico nei confronti dell’Occidente, da taluni visto come “decadente”, da altri come “egoista”, da altri ancora come portatore di una visione e di una realtà effettuale “materialista” e insensibile alle ragioni dell’Assoluto e dello spirito, e più o meno da tutti come un predatore delle ricchezze del pianeta senza averne titolo, non foss’altro per la sua esiguità demografica, in costante declino. 

Un Occidente che oggi accoglie generosamente gli ucraini dopo aver respinto anche erigendo muri i disperati provenienti dall’Afghanistan piuttosto che dalle coste meridionali del Mediterraneo (con l’unica eccezione per i siriani accolti dai tedeschi) con quali facilità può ottenere il consenso di iracheni, libanesi, giordani? Ma anche dei messicani, a conferma che il tema migratorio sarà uno dei principali di questo secolo, soprattutto se le fosche previsioni sul cambiamento climatico verranno confermate tramutandosi in realtà. 

Insomma, l’Occidente mostra crepe interne con l’astensione del Brasile, che se dovesse confermare alla presidenza Jair Bolsonaro sarebbe tragicamente incamminato verso una forma di autocrazia antiambientalista dannosissima per l’intero pianeta; con la complicata alleanza militare di cui è parte la Turchia di Erdogan, sempre più autoritaria ed assertiva; con l’insidia interna alla stessa UE cresciuta a Budapest e Varsavia, in entrambe le capitali sul rispetto dello stato di diritto e nella prima anche su quello delle relazioni con Mosca.

La democrazia sta retrocedendo nel pianeta. E il modello autocratico ha addirittura osato lambire il centro del “mondo libero”, con la non accettazione da parte di Donald Trump del risultato elettorale del novembre 2020 e l’assalto del 6 gennaio seguente al Campidoglio.

E allora, se così stanno le cose, le capitali dell’Occidente dovrebbero comprendere che la sfida di Putin non è limitata a Kiev. È la proposizione di un “ordine multipolare” nel quale gli occidentali dovranno recitare una parte secondaria, certamente diversa e inferiore a quella giocata sinora. Sembra che siano in molti, là fuori, ben poco interessati alla “democrazia” di matrice occidentale e a ritenere invece che l’uomo del Cremlino abbia più d’una ragione. In qualsiasi modo si concluderà la guerra in Ucraina, è un tema che si proporrà. Meglio saperlo per tempo.

 

Attraversare l’incertezza, l’editoriale di “Dialoghi”, trimestrale di attualità, fede e cultura promosso dall’Azione Cattolica Italiana.

L’incertezza che viviamo, in maniera sempre più diffusa, può provocare sbandamento, angoscia, instabilità. Ma può essere anche occasione generativa di consapevolezza e di crescita individuale e collettiva, se la si sa attraversare facendone esperienza. L’editoriale appare sul n. 85 della rivista (gennaio-marzo 2022 – anno XXII).

Gabriele Gabbrielli

Il tempo che viviamo ha diverse sfaccettature, dipende dalle prospettive e dalle sensibilità con le quali lo si guarda. Ce n’è una, forse, più prepotente delle altre: è quella che guarda al tempo come dimensione nella quale tutto ci sfugge di mano, non riuscendo a star dietro alla velocità dei cambiamenti che ci propone. Ogni cosa ci appare fragile e al tempo stesso sproporzionata rispetto alle nostre capacità. Tutta la società così diventa accelerata, popolata da donne e uomini che corrono, si incrociano senza toccarsi, procedono con lo sguardo rivolto a terra.


Non c’è tempo per alzarlo, si teme lo sguardo dell’altro e si tira dritto. Ciascuno per sé. Connessi ma isolati. È il tempo in cui le relazioni diventano altro: si digitalizzano, perdono sostanza preferendo una leggerezza senza responsabilità, sfumano ed evaporano come acqua al sole. La pandemia ci ha fatto toccare con mano il distanziamento sociale e le sue implicazioni. Un contesto nel quale la solitudine irrompe, senza fare distinzioni, nella vita rumorosa dei più giovani e in quella silenziosa e ritirata degli anziani.

 

Nel cuore delle persone, allora, pulsano con forza domande come queste: dove sto correndo? Che senso ha questo vivere affaticato e triste? Come stanno i miei figli e cosa pensano? Sono felici? E gli altri dove sono finiti? Quando li ho persi di vista? Tutto, così, pren- de il colore dell’incertezza con le sue variegate tonalità: paura, ansia, solitudine, pessimismo, apatia, immobilismo, chiusura, depressione. Solo per richiamarne alcune. Nel lavoro poi il senso di incertezza eccessivo e diffuso, causato da molteplici fattori come riorganizzazioni repentine, modelli di leadership che tengono costantemente sotto pressione le persone, ruoli che frantumano i contenuti del lavoro rendendoli elementi da ricomporre flessibilmente, diventa fonte di disadattamento, terreno nel quale crescono burn-out e stress profes- sionale. Le implicazioni sulla salute sono numerose.

 

L’incertezza, evidentemente, è categoria complessa e multidimensionale. Quando la viviamo percepiamo un senso di sbandamento perché tutto si muove, si alimenta un senso di instabilità che crea quel profondo disagio che si prova quando tutto sembra fuori controllo e dalla nostra portata. La vita allora sembra sfuggirci di mano generando uno stato d’animo terribile. Si fa avanti una tentazione: quella di dire che non possiamo fare nulla perché non abbiamo risorse e appigli a cui aggrapparci per rimanere sal- di nell’incertezza, non riusciamo a trovare un riparo sicuro per attraversare quest’epoca terremotata. L’incertezza, così, compie l’ultimo atto della sua parabola discendente: inscrive un’ipoteca sulla vita e sul futuro. Diventa oltremodo insidiosa quando non è governata, ci strattona violentemente inducendo a pensare che non possiamo fare niente. Da questa prospettiva l’incertezza e le credenze che genera abbassano le nostre difese immunitarie fino a farle precipitare a livelli insostenibili.

 

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https://www.rivistadialoghi.it/sites/default/files/Dialoghi%201_2022_Editoriale.pdf