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La scomparsa di De Mita – Il ricordo di Gerardo Bianco

E’ morto stamani ad Avellino Ciriaco De Mita all’età di 94 anni. In ricordo dell’ex Presidente del Consiglio ed ex Segretario della Democrazia Cristiana, pubblichiamo un articolo di Gerardo Bianco, scritto per il “Quotidiano del Sud”. In questo testo di Bianco, i ricordi personali si mescolano alla ricostruzione del profilo politico e culturale di De Mita, uno dei più significativi ed influenti esponenti della vita democratica e repubblicana del dopoguerra.

De Mita e l’“intelligenza della politica”

«La politica è conoscere le vicende e dominarle con l’intelligenza», così De Mita apriva il suo discorso al XV Congresso della Democrazia Cristiana che lo elesse Segretario del Partito.

È stata questa la sua costante convinzione: la politica intesa, appunto, come ragionamento, “freddo e lucido” continuava a dire, per capire gli eventi e trovare le appropriate soluzioni.

Ciò significa creare “nuova statualità”, in grado di canalizzare armonicamente la tumultuosa contesa sociale attraverso un sistema di regole da tutti condivise.

La politica per De Mita, la grande passione della sua vita, è, quindi, soprattutto, cultura delle istituzioni.

Se dovessi indicare una data per l’origine, o comunque la “messa a punto” di questa visione della politica come progressiva costruzione e cura dello Stato democratico, risalirei agli anni della sua formazione universitaria nella Cattolica di Milano. Siamo nell’aureo quinquennio degasperiano, tra il 1949 e il 1953. De Mita approdava a Milano avendo già esperienza associativa e politica; conosceva Fiorentino Sullo, l’indiscusso e innovatore leader democristiano dell’Irpinia, era convinto per le sue letture, che bisognava superare lo Stato liberale, ma è nella vivace e raffinata facoltà giuridica della Cattolica, nell’insegnamento del suo maestro Domenico Barbero e dei dialoghi inesausti, anche notturni, con noi puntigliosi colleghi dell’Augustinianum, che egli andò precisando il suo pensiero politico come costruzione costante di regole ampiamente condivise, ma con grande attenzione alle trasformazioni in atto di una società “ribollente” come quella post-bellica, che andavano ben interpretate.

Siamo agli albori dei primi anni ’50 del secolo scorso e dei primi slanci vitali di una rinascita, appunto, dopo la distruzione fascista, che si manifestava a Milano in modo particolarmente vigorosa. Continue erano le scoperte e le innovazioni, dalle mostre pittoriche, ai grandi incontri culturali, ai concerti di leggendari pianisti, alla rinascita del teatro e del cinema che aveva in Mario Apollonio, l’italianista della Cattolica, uno dei più ascoltati ispiratori, mentre si avviava la grande ricostruzione edilizia, e robusta riprendeva la produzione industriale. La città si animava di nuovi negozi, cinema e mostre, a partire da Viale Manzoni, dove eleganti si aprivano al pubblico le vetrine di Motta e di Alemagna.

Dinanzi a tanto dinamismo era inevitabile che la politica cercasse di mantenere il passo, e numerosi erano i circoli e i dibattiti, anche pubblici, in Galleria e in Piazza Duomo. La tradizione del popolarismo e il rilancio della Democrazia Cristiana erano a Milano molto robusti. Ciò non poteva non avere un forte impatto nella “Cattolica” dove consistente era, con Giuseppe Lazzati, la presenza del dossettismo, ma anche di tendenze legate ai Comitati Civici di Gabrio Lombardi. E fu in occasione di una sua conferenza all’Università che De Mita organizzò una manifestazione di netto dissenso che metteva ben in luce la sua concezione anti-integralista della politica, l’ascendenza ideale alla lezione degasperiana, rivisitata da una coscienza più attenta verso le trasformazioni sociali necessarie, a partire dal Mezzogiorno d’Italia che fu un punto fermo della sua vita politica.

Nella logica di questo orientamento “naturale” fu l’incontro di De Mita con la corrente di Base, che proprio a Milano aveva origine, con Marcora e Granelli, e che si apriva a nuovi orizzonti di allargamento dell’area democratica, con un colloquio avviato con il socialismo meneghino nella città fortemente radicato. Nella Base De Mita divenne, per molti aspetti, il teorico della piattaforma politica e istituzionale.

Sulla sua lunga vicenda politica, che ha le radici nell’Irpinia dell’immediato dopoguerra, e nel fervido laboratorio intellettuale dell’Università Cattolica di Milano degli anni ’50, e sul concreto operato politico nelle diverse esperienze di governo e di partito, può addentrarsi solo un’avveduta ricerca storica, scevra da pregiudizi che valuti successi, sconfitte e anche contraddizioni. Ma ciò che si può già affermare è che egli ha sentito la politica come alta vocazione, che indubbia è la coerenza del suo pensiero che si condensò in una dottrina democratica nella quale le “istituzioni pensano e agiscono”, lanciando fortunate formule politiche come il “patto costituzionale” e “l’arco costituzionale”.

A testimoniare l’autentica passione politica v’è la sua biografia. Egli, infatti, non ha mai considerato gerarchie nei ruoli da svolgere, passando, appunto, dai vertici della Repubblica alla guida come Sindaco di un piccolo comune, Nusco, sia pure paese natio.

In un momento storico nel quale sempre più si manifesta la crisi della democrazia rappresentativa e, quindi, del Parlamento, e riemergono tentazioni decisioniste con le proposte presidenzialiste, la lezione politico-istituzionale di Ciriaco De Mita, risulta di grande attualità e ci ammonisce di quanto sia illusoria e pericolosa la soluzione del Governo affidata al leader di turno, favorendo, così, le spinte populiste, invece di costruire lo spirito pubblico e il consolidamento sociale di un popolo.

Questo ragionamento ascoltavo nei lontani anni della Cattolica, l’ho ritrovato, limpidamente esposto, nei suoi libri e l’ho sentito ribadito ancora di recente, nell’estate scorsa.

È un insegnamento che resiste nel tempo, perché solido e meditato e che rende De Mita un indiscusso protagonista della tormentata democrazia italiana.

Non sempre le decisioni, le scelte, la gestione del potere sono state da me condivise.

Agli anni della profonda intesa, nata negli ambulacri della Cattolica, proseguita nelle battaglie politiche avellinesi e nel cammino del primo, comune decennio parlamentare, sono seguiti periodi di dissenso, ma poi anche di robusto accordo per difendere la storia dei cattolici democratici, al momento della grande frattura buttiglioniana. Diversa ancora è stata la valutazione dello sbocco politico del popolarismo nell’afono movimento pidiessino, ma comune resta la difesa intransigente di una storia politica come quella democristiana che ha costruito la Repubblica democratica dell’Italia, in un quadro rigorosamente europeo.

In questo lungo tempo di alterni rapporti, non si è, comunque, mai spezzato il filo sottile dell’amicizia che ha continuato ad accomunarci, anche nella condivisa profonda amarezza per il tramonto della forza politica, la Democrazia cristiana, alla quale abbiamo dedicato la vita, ma che resta un prezioso serbatoio di dottrine e di metodo politico che può ancora indicare la strada di una nuova, seconda rinascita dell’Italia.

Lavoratori fragili: In arrivo un emendamento per sanare un buco di copertura temporale.

Siamo all’ultimo tentativo per evitare che i lavoratori fragili siano danneggiati e penalizzati dal pressapochismo di chi dovrebbe risolvere questi problemi, non complicarli e renderli in certi casi drammatici.
Una vergogna approvare leggi monche , che dimenticano passaggi essenziali come la retrodatazione dal giorno successivo al termine dello stato di emergenza (31/3/2022).
Questa storia della continua rincorsa a far valere e approvare sul piano normativo le tutele a favore dei lavoratori fragili è una storia tutta italiana, emblematica del dire e disdire, fare e disfare.
Tutto poteva essere molto più semplice, netto, chiaro, diretto e intellegibile.
Invece siamo ancora qui, oggi, ad esperire un ultimo tentativo per sanare un vulnus temporale che l’art.10 della legge 52/2022 di conversione del DL 24/2022 ha omesso, dimenticato, nonostante ad esempio i ripetuti appelli dell’On.le Massimiliano De Toma che aveva presentato un emendamento completo che prevedeva il ripristino del lavoro agile e l’equiparazione del periodo eventuale di malattia dei fragili al ricovero ospedaliero, con decorrenza dal 1° aprile u.s.. Un appello accorato e carico di umanità e senso di responsabilità rivolto a tutto il Parlamento senza distinzioni di gruppi, partiti o fedi politiche.
Ciò per evitare che un immunodepresso, un chemioterapico, un invalido ex legge 104/92 dovessero far ricorso al periodo di comporto contrattuale ove non addirittura alle ferie, nel periodo successivo alla fine dello stato di emergenza e fino al 30 giugno p.v. .
Forse solo chi è malato e fragile si rende conto del danno che l’approvazione della legge priva della retrodatazione poteva procurare.
Eppure siamo ancora qui a perorare questa causa.
Dimenticanza, errore materiale, indifferenza? Non importa : bisogna aggiungere il pezzo che manca a questa legge.
Come tutti sanno il 23 maggio è stata pubblicata in gazzetta ufficiale la legge 19 maggio 2022 n. 52 di conversione con modificazioni del decreto legge n. 24 del 24 marzo 2022.
Per quanto riguarda i lavoratori fragili, ma esclusivamente per i soggetti affetti dalle patologie
e condizioni  individuate  dal  decreto  del  Ministro  della  salute adottato ai sensi dell’articolo 17, comma  2,  del  decreto-legge  24 dicembre 2021, n. 221, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2022, n. 11, la disciplina di cui all’articolo 26, commi 2 e 7-bis, del decreto-legge  17  marzo  2020, n. 18, convertito,  con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, e’  prorogata  fino al 30 giugno 2022.
In tal modo resta indubbiamente un buco dal 1.4 al 24.5 perché, come tutti sanno sulla base dell’art. 15, comma 5 della legge 400/88, le modifiche al testo apportate dal Parlamento nel corso dell’esame per la conversione in legge, entrano in vigore dal giorno successivo a quello di pubblicazione della stessa. Pertanto la proroga di cui all’art. 10, comma 1-bis, introdotta con riformulazione del governo degli emendamenti che tutti i gruppi parlamentari hanno frettolosamente depositato “per esserci” e che equipara il periodo di assenza per malattia dei lavoratori fragili al ricovero ospedaliero, sino al 30 giugno 2022, non sana tuttavia la situazione di chi, per effetto della “dimenticanza originaria” da parte del governo (la 4 del governo dei migliori) di assicurate le tutele dal 1.4.22, per chi si è assentato dal lavoro mettendosi in malattia per evitare il rischio di contagio e che, magari, per effetto di tale fatto dovesse aver superato il periodo di comporto contrattuale.
A tal fine e per recuperare lo svarione del governo e di quei parlamentari che supinamente hanno accettato una riformulazione non completa , dovrebbe essere depositato oggi un emendamento che precisa come la proroga per i laboratori fragili è “dal 1 aprile 2022 al 30 giugno 2022” .
In tal modo il legislatore accorto è sensibile potrà recuperare all’errore.
Tuttavia ci si augura veramente che in futuro i tecnici che redigono i decreti legge o le norme in sede di conversione degli stessi, prestino più attenzione ai diritti dei lavoratori fragili e delle persone con disabilità che non possono, stare sempre a rincorrere gli errori altrui ed essere così penalizzati

De Mita a Mosca. Correva l’anno 1988 e il Muro di Berlino era ancora in piedi. L’Italia abbozzava un disegno strategico…

Ripubblichiamo Radicati e il testo della conferenza (in allegato) di De Mita.

Il Presidente del Consiglio si recava nella capitale sovietica, ricevuto calorosamente dal Segretario generale del Pcus, Michail Gorbačëv, per discutere sul futuro delle relazioni tra Est ed Ovest. Il 15 ottobre, presso l’Accademia delle Scienze, teneva un discorso di ampio respiro. Oggi, in piena guerra sulla frontiera orientale dell’Unione europea, questo straordinario discorso di Ciriaco De Mita – è noto che vi contribuì Ruggero Orfei, scomparso alcuni giorni fa – permette di cogliere amaramente la distanza tra le speranze di allora e la dura realtà del presente. Qui presentiamo un’analisi, ancora allo stato preliminare, dell’ambasciatore Radicati, all’epoca  Ministro-Consigliere all’ambasciata a Washington 

Ho letto con attenzione il discorso pronunciato da De Mita quasi 35 anni orsono (!) a Mosca. Il mondo attuale è ovviamente ben diverso, troppi ed estremamente importanti essendo stati i cambiamenti nel frattempo intervenuti. Di conseguenza, la descrizione che l’oratore fa della situazione ne risente e non poco.

Ciò detto, il concetto che mi ha colpito è stato laddove l’oratore sottolinea la grande forza di attrazione che la Comunità Europea stava esercitando, in particolare dal punto di vista economico, nei confronti degli altri Paesi europei; le conseguenti pressioni per nuovi allargamenti nonché la crescita dei rapporti della Comunità con Paesi a diverso sistema economico. Tutto questo avrebbe potuto portare ad un processo di integrazione e rafforzamento economico in grado di generare, se privo di disegno politico, ad uno squilibrio in materia di sicurezza.

È quanto, in un certo senso, è avvenuto: l’allargamento dell’Unione Europea ai paesi ex-socialisti ha via via provocato uno  squilibrio nei rapporti Est-Ovest sicuramente sgradito a Mosca (Putin). Interessante, anche il riferimento alle “oscillazioni” tra aspirazioni disarmiste e spinte riarmiste in grado di generare preoccupazioni circa il futuro dei rapporti Est-Ovest, con la necessità, pertanto, di elaborare una politica della sicurezza che le eviti e/o ne minimizzi l’impatto. Al riguardo, mi chiedo se ciò sia stato, realmente ed in forma continuativa, realizzato.

Infine, rimarchevole l’auspicio – rimasto, purtroppo, tale – di un piano di cooperazione tra Est ed Ovest (sulla falsariga del Piano Marshall), con i Paesi dell’Europa Orientale, se autori questi ultimi di una proposta “coerente e credibile” intesa a creare una maggiore cooperazione economica fra le due parti. In conclusione, il discorso di De Mita – ripeto – pur riflettendo la situazione di quell’epoca (dopo l’avvento di Gorbacev), presenta più di uno spunto meritevole di riflessione.

Occorre tornarci sopra.

Qui il discorso del Presidente De Mita

Le alleanze e la deriva autoritaria.

La tradizione democratico cristiana ha sempre individuato nelle alleanze il valore aggiunto e la cifra distintiva del sistema politico. Allora si deve recuperare, e più ancora inverare, la lezione che proviene da questa storia e dal magistero di statisti e leader che ne hanno interpretato i valori.

Diceva Mino Martinazzoli che in Italia “la politica è politica delle alleanze”. Apparentemente una banalità, ma non è così. Anzi. Perchè storicamente, e anche recentemente, la cosiddetta “cultura delle alleanze” è stata avversata, duramente avversata. Voglio ricordare, al riguardo, tre soli esempi.

Innanzitutto la cosiddetta “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria. Certo, il leader del Pd dell’epoca l’aveva disegnata senza doppi fini e senza alcuna malizia politica. Ma è indubbio che quella impostazione era allergica alla costruzione delle alleanze tradizionali perchè individuava nella centralità del partito l’elemento cardine per creare e consolidare la democrazia dell’ alternanza nel nostro paese. Ovvero, il partito come alternativa all’alleanza. Ma se questa era la motivazione nobile che giustificava la discesa in campo della “vocazione maggioritaria”, è altrettanto vero che si trattava di un progetto politico che affondava le sue radici ideali nella cultura gramsciana che, nella fattispecie, faceva proprio del partito il “nuovo principe” della società.

Come secondo esempio non possiamo non ricordare che il leader della destra italiana, seppur di questa anomala destra nostrana, Silvio Berlusconi, ha sempre sostenuto che il suo programma di governo lo “può realizzare solo il giorno che il suo partito ha la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento”. Una tesi alquanto ardita, al di là della propaganda che accompagna purtroppo in modo sistematico la politica contemporanea. Ma, al fondo, la concezione è sempre quella. E cioè, la coalizione o l’alleanza è vista ed interpretata come un inciampo e un fastidio più che non come una ricchezza e un valore aggiunto per il governo e la democrazia italiana.

Un terzo ed ultimo esempio è rappresentato dal populismo praticato dai 5 stelle. Cioè dal partito populista per eccellenza nel sistema politico italiano. Una strategia che non prevedeva alcuna alleanza perchè gli altri partiti erano sostanzialmente da radere al suolo e sostituiti dal verbo e dai dogmi del populismo. Una prassi che è stata urlata e decantata per anni da tutto il partito dei 5 stelle salvo poi rinunciarvi improvvisamente e collettivamente per motivazioni di puro potere. Ovvero, per dirla in termini ancora più semplici, per continuare a conservare il seggio parlamentare con relativi benefits e privilegi da un lato e i posti ancora meglio retribuiti come ministri e sottosegretari dall’altro. In una parola ancora più comprensibile, per continuare a stare al potere e non ritornare a lavorare. Anche perchè, per molti di loro, manca anche il posto di lavoro. Da qui la gestione trasformistica ed opportunistica della politica e della stessa prassi politica. Ossia, il peggio che la politica possa offrire. Ma anche in questo caso persiste una radicale e scientifica ostilità e diffidenza nei confronti delle alleanze e delle coalizioni.

Ecco perchè, in ultima analisi, se vogliamo recuperare anche in vista delle ormai prossime elezioni politiche il senso, la mission e il ruolo delle alleanze dobbiamo rifarsi organicamente alla cultura democratico cristiana e cattolico popolare. Una tradizione che ha sempre individuato nelle alleanze il valore aggiunto e la cifra distintiva della nostra democrazia e del nostro sistema politico. Una cultura che riconosce e valorizza il pluralismo politico e culturale – di norma rinnegato da chi individua nel proprio partito il salvatore della patria o il “nuovo principe” – e, di conseguenza, la centralità delle coalizioni e il valore delle alleanze politiche.

Insomma, anche su questo versante non si prendono lezioni da nessuno. Né dai populisti dei 5 stelle, nè dalla tradizione post comunista della sinistra italiana e tantomeno dalle varianti della destra italiana. Semplicemente si deve solo recuperare, ed inverare sempre di più nella politica italiana, la lezione del filone democratico cristiano e il magistero dei suoi statisti e leader. Ancora una volta, quindi, dal passato si traggono gli spunti decisivi per governare il presente e guidare il futuro.

Meravigliosa vittoria della Roma in Conference League. Mourinho diventail primo allenatore a vincere tutte le coppe europee.

La Roma batte 1-0 il Feyenoord nella finale di Tirana e conquista la prima edizione della Conference League, tornando ad alzare un trofeo dopo 14 anni digiuno. A decidere il match è una zampata di Zaniolo al 32′.

Prima dell’inizio della finale l’allenatore della Roma aveva dichiarato: La Conference League è la nostra Champions. Questo è il livello in cui siamo, la competizione in cui stiamo giocando. Il club non raggiunge una partita come questa da molto tempo”.

E alla fine il club e la città hanno raggiunto il risultato.

Il gol vittoria dei giallorossi è firmato da Zaniolo al 32′ del primo tempo, risultato tenuto dalla squadra di Mourinho con le unghie e con i denti fino al 95′.

E così, in europa, l’Italia torna a sollevare un trofeo europeo dopo 12 anni e Mourinho diventa il primo allenatore a vincere tutte le coppe europee.

“Ora festeggiamo, ce lo meritiamo. Ma una squadra vera festeggia, e poi riparte: dobbiamo fissare in testa questo momento e poi farlo ricapitare prima possibile”. Cosi’ dal campo di Tirana Lorenzo Pellegrini, capitano della Roma.

 

Il Putinismo o l’Autoriforma del capitalismo. Ovvero: la fine o il futuro delle Democrazie.

Mai come oggi si avverte la necessità di una dirigenza Politica che “guidi” il Popolo. Guidare non è né semplicemente comandare, né seguire gli umori. Ci servono “statisti”. Non commedianti. L’impegno dei cattolici democratici è essenziale.

Speriamo di non essere costretti a vergognarci per la “postura” del nostro Paese difronte alla sfida lanciata da Putin e a tutto ciò che essa comporta per le Democrazie e per l’Europa. Il Premier Draghi ed il Presidente Mattarella hanno tracciato da tempo una linea chiara, convincente, dignitosa e autorevole. Ma il “ventre molle” della maggioranza la mette in discussione ogni giorno.

Si può comprendere che una parte del popolo fatIchi a considerare la vera portata di ciò che sta accadendo in Ucraina e sia spaventato – comprensibilmente – dagli effetti che la guerra produce dentro le nostre comunità già provate dalle difficoltà di questi ultimi anni. Ma ciò non è ammesso da parte della classe dirigente politica. Meno che meno se sta al governo. Altrimenti è l’intero Paese che rischia di diventare un “ventre molle” in Europa e in Occidente.

E ciò sarebbe, in effetti, motivo di “vergogna”.

Mai come oggi si avverte la necessità di una dirigenza Politica che “guidi” il Popolo. Guidare non è né semplicemente comandare, né seguire gli umori. È prendere per mano il Popolo ed accompagnarlo sulla giusta via. È guardare “oltre”. Scrutare i segni lungo il sentiero avvolto nella nebbia. Ci servono “statisti”. Non commedianti.

La “Pace” è un valore che avverto come coessenziale alla mia formazione e alla mia coscienza di persona, di cristiano e di cattolico-democratico. Vedere questo valore supremo immiserito nel dibattito politico e parlamentare di questi giorni ed usato per coprire il vuoto di coraggio, di visione e di consapevolezza – quando non anche per mascherare una subdola ed interessata simpatia verso Putin, la sua strategia e la sua guerra – mi provoca, appunto, un sentimento di vergogna.

Evidentemente non erano fantasie campate in aria le notizie che da tempo circolavano a proposito di una sistematica infiltrazione del “putinismo” in molti ambienti politici europei ed italiani ed in particolare in quelli più impegnati nella delegittimazione della democrazia rappresentativa di ispirazione liberale. Questa infiltrazione – dobbiamo però esserne consapevoli – ha trovato terreno fertile per tre motivi.

Il primo. Si è rivolta ad ambienti politici ed a settori della pubblica opinione (tutto da analizzare, in tal senso, il legame con le pulsioni No Vax) che hanno smarrito – se mai lo avevano – ogni riferimento valoriale e culturale alle “radici della democrazia”, al loro “senso” comunitario, al dovere civile della responsabilità e della solidarietà. 

Il secondo. Si è accompagnata ad un momento di grande debolezza dell’Europa. Le misure eccezionali del PNNR, adottate dopo la Pandemia, non hanno superato gli effetti di anni ed anni di incertezza e di immobilismo nella costruzione di una Unione Europea sufficientemente solida, condivisa e coraggiosa.

Il terzo. È avvenuta in un momento di crisi strutturale dell’Occidente democratico, alle prese con gli inediti processi di disuguaglianza e di impoverimento dei ceti medi dovuta ad un “non governo” della globalizzazione.

La penetrazione putinista in Europa ha sfruttato la caduta del “carisma” della democrazia. Lo scambio “libertà” contro “sicurezza economica” (tutta da dimostrare) sta facendo proseliti presso una parte significativa del nostro popolo, che vede ogni giorno peggiorare le proprie condizioni di vita.

La ancora insufficiente capacità del sistema capitalistico di evolvere su rotte di autoriforma orientate a maggiore equità e sostenibilità – dentro i Paesi Occidentali e a livello globale – aiuta questa deriva. Se – accanto alla doverosa vicinanza politica, umanitaria e militare all’Ucraina – l’Europa e l’Occidente non fanno i conti con queste dinamiche, Putin potrà anche perdere forse – in larga parte – la sua guerra contro Kiev, ma vincerà – assieme agli altri regimi autocratici – quella della leadership globale ed avrà il consenso di una parte non secondaria della nostra stessa pubblica opinione.

La posta in gioco è il futuro della Democrazia.

A me pare questa la vera sfida politica di questo nostro tempo. Ed è attorno a questa sfida epocale che gli eredi del cattolicesimo democratico italiano possono e devono dare il loro contributo.

Divagazioni sulla dialettica amico/nemico.

C’è chi osserva la competizione democratica come una incessante e logorante lotta fra posizioni, idee e valori diversi senza nessuna possibilità di accordi e di accomodamenti. Non può essere questa la sostanza della democrazia. Moro ci ha lasciato in eredità qualcosa – la cultura del confronto e della mediazione – che nell’ottica del mondialismo e della “Fratelli Tutti”, acquista una incredibile attualità, oltre a rivestirsi di alto significato morale e politico. 

Circa cinquecento anni prima della venuta di Cristo, un intelligente commediografo dell’antica Atene di nome Aristofane si è concesso il lusso di avvertirci sugli esiti  positivi e sui nuovi saperi provocati dagli incontri fra diversi. E persino dallo stare insieme con i nostri nemici : “L’uomo saggio impara molte cose dai suoi nemici”. 

La contrapposizione, ritenuta insanabile fra amico e nemico, lasciamola allora ai filosofi della politica, anche se studiosi bravi e capaci. Lasciamola alle guerre ricomparse e che avevamo dimenticato. E abbandoniamola nella mente degli innamorati della polis come ininterrotto spettacolo di continue invettive tra opposti (e supposti) rivali. Di chi cioè osserva la competizione democratica come una incessante e logorante lotta fra posizioni, idee e valori diversi senza nessuna possibilità di accordi e di accomodamenti. 

Senza nessuna voglia di mediazioni. E senza nessuna possibilità di limature e avvicinamento di programmi e vedute, persino di quelli alternativi. Eliminando in questo modo la parola più odiosa del XX secolo inventata da chi però aveva fiducia negli accordi tra lontani, purché orientati alla ricerca del bene comune: il compromesso.

Mi domando allora, ormai da tempo, se non è proprio questa cattiva parola compromesso, che nella mente dei più viene spesso tradotta con trasformismo, a intaccare la nostra reputazione. E mi interrogo se nella prospettiva realistica dei cambiamenti già iniziati da tempo – radicali ed “epocali” come li chiama Bergoglio – può dare una qualche risposta a ciò che attende i nostri figli e nipoti, e che anche noi sperimentiamo ormai da tempo senza farci molto caso. 

Mi riferisco a quel futuro già alle spalle; alle rivoluzioni climatiche; allo sviluppo impensabile dell’informatica e alle sue ripercussioni a scuola, e sin sul lavoro e sul posto di lavoro; alle nuove povertà, ai progressivi e incessanti flussi di emigranti; alle diseguaglianze crescenti; all’enorme potere preso dall’ecomomia finanziaria nelle mani di quell’élite globale e di quell’1% di supericchi del mondo. Alla convivenza col Covid che, come afferma un virologo di fama mondiale, “…sarà lunga …cambierà le nostre abitudini e…ci farà vivere in un mondo nuovo”. 

E non per ultimo, come dicevo, alla ricomparsa della guerra che pensavamo consegnata definitivamente  al Novecento, e che – ahimé – fa riemergere pericolosamente e con una  ubriacatura neo-imperialista il nemico, l’odio e la distruzione.  Con sullo sfondo questi fatti – e non  opinioni – ormai condivisi dalla stragrande maggioranza di cittadini del mondo, e con i quali ci dobbiamo confrontare trovando soluzioni, mi chiedo allora dove stia scritto che se si fa un percorso insieme a qualcuno che non la pensa come noi, o che ci è addirittura ostile per opportunità elettorali o per l’insana voglia di leaders narcisisti, e se si cammina insieme inventando qualche accordo, il risultato del percorso e del dialogo alla fine della strada debba necessariamente essere negativo. Anche se la conclusione sarà sicuramente positiva per il bene di tutti. “…Imparare…anche dai nemici” non è allora un vogliamoci bene ideologico senza paraocchi, e non è un monito cristiano, ma una spinta a tenere nella debita considerazione anche chi la pensa diversamente da noi. 

Quello che allora ci ha lasciato in eredità questo pensatore innamorato del teatro dell’antica Grecia di nome Aristofane  – un paese il suo, dove peraltro è nata la democrazia politica – è un avvertimento fattosi ai nostri giorni incredibilmente attuale, specie se osservato, come dicevo, con gli occhi dei cambiamenti “epocali” sopraggiunti. Mi spingo a dire, sino a riflettersi persino sulle superate  categorie politiche otto/novecentesche che continuiamo ad adoperare con una disinvolta facilità dando per scontato il loro significato attuale: quelle di  Destra, Centro e Sinistra.

Categorie politiche che ai nostri giorni bisogna avere l’accortezza di pesare bene prima di lanciarle nei dibattiti e agoni politici, sui media e sulla propaganda partitica, come categorie indicative delle differenze tra diversi, tra amici e nemici. Come caratteristiche identitarie incrollabili.  Categorie, che sebbene ci invitano a tenere la barra sempre fissa verso l’eguaglianza e la giustizia sociale, come ci ha raccomandato Norberto Bobbio, hanno trasformato radicalmente il loro significato storico. 

Ecco, arrivati a questo punto e per inserirmi  in conclusione su un poco di attualità, devo banalizzare e semplificare il mio discorso, ricordando la voglia incomprensibile di alcuni amici di cercare – nell’anno del Signore 2022 – identità rocciose e immutabili nei partiti politici, accompagnata dall’ossessione verso l’alleanza tra Pd e M5S, per esempio. O tra FI e Lega, tra Salvini e Draghi. Tra Berlusconi e Meloni, ecc. E la loro  precipitosa confusione tra popolo, popolarismo e populismo; tra Stato e statalismo; mercato e mercatismo; giustizia e giustizialismo; locale e localismo…e via discorrendo.

Ma anche fra trasformazioni – di inevitabile natura storica, culturale e sociale – e trasformismo, inteso anche nelle linee e nei programmi dei partiti politici, e nelle loro classi dirigenti. Declinazioni ideologiche e “ismi” derivati da parole che invece hanno nella democrazia e nel vivere sociale e civile grande rilevanza, una volta presa coscienza che ci troviamo tutti “…sulla stessa barca” – per dirla ancora con Bergoglio. Secondo molti osservatori non ci sono ragioni culturali comuni per nuove alleanze e dialogo tra politicamente diversi. E non ci sono dunque buoni motivi per camminare insieme.

Allora, arrivati a questo punto, vorrei ricordare l’ultimo discorso di Aldo Moro a Benevento. In un periodo storico in cui le differenze tra partiti erano rilevanti, Moro ci ha lasciato in eredità qualcosa che nell’ottica del mondialismo e della “Fratelli Tutti”, acquista una incredibile attualità, oltre a rivestirsi di alto significato morale e politico.  Rivolgendosi ai suoi naturali “nemici” del tempo – i comunisti – e una volta palesati i suoi convincimenti sulle sintonie valoriali che univano Dc e Pci, specie sulla questione sociale, ha fatto presente senza reticenze, che un’alleanza sarebbe addirittura stata utile ad entrambi i partiti per farli crescere: “…quale che sia la posizione nella quale ci si confronta, qualche cosa rimane di noi negli altri, e degli altri in noi”, aggiungendo – sempre rivolto ai comunisti – “..quello che voi siete noi abbiamo contribuito a farvi essere”.

Si sarà capito che ho esportato l’utopia dell’enciclica di Bergoglio, che ci vede tutti amici e fratelli imbarcati sulla stessa barca, da una dimensione religiosa e prettamente cristiana, ad una dimensione specificamente politica. In attesa di una più larga Europa sempre più unita politicamente, arrivata, ahimé, solo sotto l’insegna della Nato e non sotto l’insegna del rispetto tra i popoli e della democrazia costituzionale, capisco perfettamente che la “Fratelli Tutti” rimane nella sua traduzione politica e partitica una utopia. Ma il futuro è già iniziato. Ed io resto nello stesso tempo persuaso che è con questa utopia che dobbiamo misurarci.

 

25 maggio, Giornata mondiale dei minori scomparsi.

Sempre più spesso, nel contesto antropologico contemporaneo, le nuove tecnologie compaiono sullo sfondo delle vicende riguardanti le sparizioni i minori. Il fenomeno ha un aspetto drammatico: ci sono Paesi dove la sovraesposizione alla criminalità organizzata è devastante, aree geografiche dove la ‘tratta’ assume le sembianze di una soccombenza inevitabile

Istituita dall’ONU nel 1983 la “Giornata mondiale dei minori scomparsi” rileva dati drammaticamente crescenti. In Italia (fonte Telefono azzurro) nel 2018 spariva un bambino ogni 48 ore: sono diventati 21 al giorno, quasi uno ogni ora, nel 2020, secondo la relazione della Commissaria di Governo Silvana Riccio. Due anni fa sono scomparsi nel nostro Paese 7.672 minori (9656 del 2021), dei quali 5.511 stranieri pari al 71,8% (6960 nel 2021). Quelli ritrovati sono stati 3.332, il 43,3%,  di cui il 75% italiani. Ma questi numeri si aggiungono agli scomparsi “storici”: al 31 dicembre 2020 (dal 1° gennaio 1974), si contano 136.884 denunce di scomparsa di minori di cui 43.655 di nazionalità italiana e 93.229 di nazionalità straniera. Di questi circa il 50% quelli mai ritrovati. I dati più preoccupanti riguardano i cd. “minori stranieri non accompagnati”, divenuti ormai un vero fenomeno sociale. Quanto all’età, la fascia più numerosa va dai 14 ai 17 anni ed è legata sovente ad allontanamenti volontari, a fallimenti scolastici, a dissoluzioni familiari, mentre preoccupa la scomparsa dei bambini, specie se associata a fenomeni migratori che occultano traffici illeciti, dall’acquisto del minore su commissione allo sfruttamento sessuale, fino al trapianto di organi. 

Sono situazioni estremamente variegate, in prevalenza gestite dalla criminalità, che occultano realtà agghiaccianti. Alcune sono rese note come fatti di cronaca (vendette familiari, commercio e tratta di minori, sequestri di persona) altre restano nascoste dal limbo grigio di una realtà spesso impenetrabile. Ci sono casi di scomparsa legati al mondo della rete, a situazioni di adescamento online o di estorsione e sfruttamento sessuale, tenuto conto del tempo sempre più lungo che ragazzi e bambini trascorrono davanti agli schermi di pc, tablet e smartphone.

Nel contesto antropologico contemporaneo peraltro le nuove tecnologie compaiono sempre più spesso sullo sfondo di queste vicende di sparizioni che riguardano i minori.

La scomparsa di un minore è sempre un fatto drammatico: ci sono Paesi dove la loro sovraesposizione alla criminalità organizzata è devastante, aree geografiche dove la ‘tratta’ assume le sembianze di una soccombenza inevitabile: in Afghanistan ad esempio si verifica il fenomeno delle bambine di 8/9 anni vendute per scopi sessuali e a 11/12 anni per matrimoni combinati. Una fonte di sopravvivenza per le famiglie in estrema povertà. La guerra in Ucraina ci ha posto di fronte alla drammatica realtà dei minori scomparsi nel nulla (oltre a quelli uccisi nel conflitto): quanti sono? Dove sono finiti? Quale sarà il loro futuro? La Chiesa Ortodossa di Kiev ha fornito dati tragici, fino a 200 mila minori esportati dal Paese con ignota destinazione. Non ci sono riscontri: in una situazione di continua belligeranza né le autorità locali, né la stampa, né le Onlus che si occupano di assistenza sono in grado di fornire dati certi. 

Ma anche se i numeri fossero più contenuti si tratterebbe di una vera falcidie generazionale. Questa guerra non fa dimenticare altri posti del pianeta dove i minori sono privi di qualsivoglia tutela, vittime dei più turpi commerci, predestinate alla soccombenza di una vita breve e drammatica. 

Certamente ciò che sta succedendo in Ucraina è emblematico, se si considera che secondo Save The Children in due mesi di guerra sono nati 63 mila bambini. Quanti resteranno nel Paese, quanti spariranno altrove? Il dramma più rilevante resta ovunque la crescita costante dei minori scomparsi: archiviata la “giornata dedicata” il fenomeno continuerà ad aumentare in modo esponenziale senza che – all’atto pratico — esso possa essere fermato o arginato.

Perchè il vero scandalo è l’inarrestabile crudeltà umana: un oltraggio perpetrato in danno della vita nascente a cui pare impossibile porre rimedio.

Costantino Kavafis, Se per Itaca volgi il tuo viaggio. Σὰ βγεῖς στὸν πηγαιμὸ γιὰ τὴν Ἰθάκη (doppiozero.com).

Itaca è l’ultimo approdo – figura oltre la quale c’è il nulla – ma proprio da quella linea ultima e ignota piove la luce che illumina i sentieri dell’esistenza. Il sapere della morte è quel dono che libera il piacere dell’essere in viaggio, dell’essere in una peregrinazione che è l’essenza stessa del vivere. 

Antonio Prete

È il primo verso di una delle più note poesie di Costantino Kavafis (qui la riporto nella traduzione classica di Filippo Maria Pontani). Un verso allocutorio, rivolto al lettore: il tu della poesia è, come sempre in Kavafis, rappresentazione di un soggetto in ascolto, ma anche di un singolo lettore che comprende in sé, per così dire, l’universale umano. Ad apertura, Itaca: isola mitica dell’approdo di Ulisse, terra che è limite dell’estrema avventura, orizzonte che appare e scompare lungo l’arrischiato navigare che è la vita stessa. La pronuncia del nome di Itaca, sin dalla soglia del dire poetico, inaugura un procedimento particolare della poesia di Kavafis, per il quale l’ evocazione di figure proprie di un mondo perduto e di una grecità lontanissima e ancora eloquente si carica via via di un senso morale, si fa se non allegoria almeno segno visibile di una presenza: l’antico, la sua incantata e inattingibile e trepidante bellezza, osservato nell’incerto e ordinario tessuto di una contemporaneità priva di esemplari figurazioni. 

Quel che è perduto torna in un lampo che dischiude una scena allo stesso tempo venata di malinconia per la sua sparizione e visivamente molto mossa, spesso sospesa tra incantamento e amarezza. Ma ecco il primo movimento della poesia:

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa’ voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Tradurre Kavafis, per quanto elegante e prossimo all’originale possa essere l’esito, significa appianare una lingua composita, in cui il parlato delle comunità greche di Alessandria d’Egitto e di Costantinopoli si apre alle risonanze della classicità, e nel vivo del dire quotidiano si riflettono modi della lirica greca raccolta nell’Antologia Palatina. La lingua è insomma in dialogo stretto con l’universo figurale del poeta, con il suo lontano e un po’ estenuato mondo ellenistico còlto nella più alta temperie di contaminazioni tra culture e popoli, tra grecità morente e romanità anch’essa languente per i costumi cristiani in via di diffusione. Ma è proprio su questi confini di epoche e di culture, di credenze e di lingue, che il poeta dispone i suoi personaggi: seducenti corpi di efebi, regnanti e cortigiane, prefetti e dignitari vuoti di potere, divinità confuse nel tumulto della città, patrizi bizantini in esilio. 

E soprattutto, profili di lontani amori giovanili: testimoni di un eros che compendiava l’ardore della vita nella bellezza di un corpo. E ancora, fragranze di giardini orientali, fumide taverne di Alessandria e di Antiochia, bordelli e palazzi sontuosi in decadenza, vite brevi e ardenti consegnate alla pietra di un epitaffio, e su tutto la risonanza di antiche narrazioni, lacerti di mitologie greche e romane, in una sorta di struggente dissipazione della storia e della memoria.

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https://www.doppiozero.com/rubriche/4177/202205/costantino-kavafis-se-itaca-volgi-il-tuo-viaggio

 

Roma e l’invenzione del sindaco Nathan. La biografia proposta da Fabio Martini offre l’opportunità di nuove elaborazioni.

Giornalista affermato, con particolare sensibilità per le vicende politiche e amministrative di Roma, Fabio Martini ragala ai lettori una rappresentazione dell’epopea di Nathan onesta e rigorosa, forte di un pathos equilibrato, al riparo da ogni retorica.

E fu subito Nathan. L’Italia ne restò sedotta, tanto da vivere poi, anche a distanza di molti anni, nella fascinazione della sua figura mitizzata. Subito, appunto: conquistò la scena, diventò protagonista di una svolta politica, s’insediò alla guida del Campidoglio per incarnare, secondo l’opinione comune, tutte le virtù della buona amministrazione. Un colpo di scena che conserva a tutt’oggi un potere enorme di rifrazione emotiva sulla sinistra e il mondo progressista in generale. Ce lo racconta bene Fabio Martini nella biografia dedicata, appunto, al più onorato sindaco di Roma, uscito per incanto dal cono d’ombra di una esperienza di amministratore, nella stessa realtà capitolina, come assessore (1889) senza grandi meriti.  

 

In copertina campeggia un titolo che riassume il senso di questa epopea: “Nathan e l’invenzione di Roma”. Indubbiamente efficace, la formulazione voluta dalla casa editrice (Marsilio) potrebbe essere rovesciata in “Roma e l’invenzione di Nathan”. Addirittura sarebbe più stimolante e attrattiva, invogliando a capire chi fosse realmente questo fervente mazziniano, ebreo e Gran Maestro della Massoneria, londinese di nascita e romano di adozione, claudicante nell’uso della lingua italiana. Dietro la sua consacrazione a simbolo di quella Terza Roma che il Risorgimento aveva sì evocato ma non appieno realizzato, si profila nel 1907 la novità di un’alleanza tra liberali, radicali e socialisti. Era questa il vero motore e insieme il collante di un’impresa politica che aveva nella monarchia un riferimento indiretto ma non invisibile, essendo Vittorio Emanuele III un sovrano ben restio a lasciare campo libero a Giovanni Giolitti, abile capo di governo dalle infinite risorse di manovra a livello parlamentare.

 

In controluce, l’operazione Nathan fa intravedere un moto di parziale aggiramento e surrogazione del riformismo giolittiano, essendo l’esperimento romano votato allo sviluppo di un contenuto più incisivo nella politica di graduale modernizzazione del Paese. Alla monarchia veniva anche attribuito un certo anticlericalismo ambizioso, non più legato alla salvaguardia dei “fatti compiuti”, acquisiti nell’ormai lontano 1870 con l’ingresso dei bersaglieri di Cadorna a Porta Pia, bensì proteso a concepire un’evoluzione della società italiana in aperto contrasto con il “potere dei preti”.

 

Martini ricorda, con grande onestà, che se non fosse intervenuta la decisione dell’Unione Romana di non partecipare alle elezioni municipali dell’autunno del 1907 – a giugno le urne avevano consegnato allo stallo l’amministrazione (40 consiglieri liberal-popolari e 40 consiglieri clerico-moderati) provocando perciò il commissariava mento del Comune e il ricorso a una nuova tornata elettorale – l’investitura di Nathan non sarebbe stata trionfale o comunque non avrebbe operato con disinvolta libertà, mancando di un’opposizione. A giugno, su un totale di 40.895 iscritti avevano votato in 24.447, un record rispetto al 1905,mentre immediatamente dopo, a novembre, erano stati appena 17.277 i voti espressi (di cui al Blocco popolare di Nathan andarono 16.245 voti). Da ciò si evince che un terzo circa della rappresentanza consiliare era virtualmente nelle mani all’Unione Romana.

 

Solo un’altra volta, nel lontano 1889, sulla scia della protesta per l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, i cattolici avevano adottato un analogo comportamento astensionista, piegando in via eccezionale il Non expedit, che faceva divieto di partecipare alle elezioni legislative, anche al campo amministrativo locale. All’epoca Leone XIII aveva minacciato di lasciare la Città, pensando di ritirarsi in esilio fuori dall’Italia; talché, in questo clima arroventato, con la fosforescente apparizione di un anticlericalismo elevato a rinnovata baldanza, doveva sembrare opportuna la fuoriuscita dell’Unione Romana dalla competizione per il Campidoglio. Orbene, il muro contro muro si riproponeva nel 1907 e induceva a compiere un passo nella medesima direzione adottando la scelta dell’astensionismo (a cui si accodarono altre due liste, quella dell’Associazione costituzionale nazionale e quella degli interessi di Roma). “Raccogliere questa sfida – spiegava il manifesto dell’Unione Romana affisso alla vigilia del voto – sarebbe defezione dal nostro programma”,  ovvero dal tradizionale programma di pacifica operosità amministrativa, senza risvolti e implicazioni di natura strettamente politica.

 

D’altronde la stampa socialista, in risposta ai cattolici che  vedevano nel Blocco popolare di Nathan un insieme troppo variegato di forze, dove uomini di destra e di sinistra davano mostra di artificiosa concordia, rinveniva proprio nella lotta alla cosiddetta tracotanza vaticana l’elemento di coesione. 

 

Il conflitto sulla scuola era l’epicentro della battaglia politica. Il libro mette in evidenza l’impegno della nuova amministrazione capitolina su quello che appariva il punto cruciale, tanto più critico, in effetti, quanto più finalizzato alla emarginazione della Chiesa. La Civiltà Cattolica, puntando il dito sui programmi scolastici degli ultimi comuni conquistati dai socialisti, in particolare Varese Alessandria e Firenze, denunciava l’illegale cancellazione dello spazio riservato all’insegnamento religioso. Dunque, istruzione ed educazione civile rientravano, a giudizio della Chiesa di Pio X, in un disegno neo giacobino di laicizzazione integrale dello Stato. E nel suo discorso di insediamento Nathan, in linea con il pensiero moderno, accennava al “riverbero nelle cento città, nelle mille borgate della penisola” sicuramente generato dall’esempio della sua Roma laica.  

 

Inoltre la diffidenza nei riguardi di Nathan si nutriva di dubbi e ironie per la repentina conversione alla causa monarchica. Poco prima di lanciarsi nella battaglia per il Campidoglio, commemorando Mazzini in presenza del Re al Collegio romano, egli aveva fatto appello a questa revisione con un argomento alquanto originale: “Se il gran patriota fosse stato ancora vivente, al cospetto di un sovrano adorno delle virtù civili di Vittorio Emanuele III, non avrebbe insistito nel suo ideale repubblicano”. 

 

Insomma, alla reazione ideale e politica contro il disegno attribuito alla massoneria si univa l’insofferenza nei confronti di un sindaco che nulla faceva per attenuare le tensioni con la Santa Sede, anzi ne faceva la bandiera del suo programma politico incorrotto. In un tempo segnato dalla crisi del modernismo, un movimento giudicato ereticale, Nathan non esitò a intrattenere buoni rapporti con don Brizio Casciola, intimo con alcuni esponenti della presunta eresia, che nel 1910 sarebbe stato colpito da scomunica. Ciò non toglie però che neppure tra i modernisti vi fu quell’afflato di simpatia che l’azione irregolare di Nathan poteva suscitare in funzione della polemica sull’autoritarismo ecclesiastico, per il quale i modernisti pagavano un prezzo molto alto. Invano si cercherebbe in don Romolo Murri, inquieto alfiere della prima democrazia cristiana e poi capogruppo alla Camera del Partito radicale, una traccia di apertura; come pure la si troverebbe nel pro sindaco di Caltagirone, Luigi Sturzo, pur impegnato a Roma nel 1911 con tutti i sindaci d’Italia, e quindi anche con Nathan, nelle celebrazioni del cinquantenario dell’Unità d’Italia.    

 

Su Nathan tace, per tutto il Novecento o meglio fino ai nostri giorni, l’universo del cattolicesimo politico: una rimozione che nasconde disagio. Fa eccezione, sul finire della campagna elettorale del 1946 per il Campidoglio, la prima dopo la Liberazione, la dura polemica scatenata dalla Dc guidata da Pietro Mosconi sul rilancio del mito di Nathan – ad essere incriminato era un editoriale di Tullio Vecchietti sull’Avanti del 2 novembre – come rinnovata espressione dell’alleanza tra le forze di sinistra e la massoneria. Ciò nondimeno alcuni aspetti sorprendenti costringono, in sede storica, a correggere il tiro di alcuni giudizi pietrificati e senza appello. Martini non si esime dal riconoscere, ad esempio, che la nomina dell’ingenere sardo Edmondo Sanjust de Teulada a direttore dell’ufficio tecnico del comune rientra in un quadro di apparente incoerenza: autore del Piano regolatore del 1909 entrò in Parlamento e, costituito il Partito popolare, vi aderì. Osserva acutamente Martini: “E il Piano tra i tanti oppositori non annoverò quelli di ambiente strettamente cattolico” (211). Andiamo oltre. Neppure deve essere ignorato l’appoggio dell’Unione Romana al referendum (114), previsto obbligatoriamente dalla legge Giolitti sulla municipalizzazione dei servizi, con il quale Nathan ottenne un larghissimo consenso popolare (oltre il 98 per cento) sulla prevista costituzione delle aziende capitoline dell’elettricità e dei trasporti (le antenate dell’Acea e dell’Atac). In realtà, sulla questione dei servizi a diretta gestione comunale, i cattolici avevano maturato a cavallo del secolo una linea che coincideva perfettamente con quella dei socialisti e delle altre correnti riformiste. Non era il “sociale” a dividere da Nathan le schiere dell’intransigentismo dei vecchi clericali e men che meno dei giovani democratici cristiani: c’era di mezzo un dissidio ideale.

 

Giustamente l’analisi di Martini, mai incline alla semplificazione, si sofferma sul ricco catalogo di atti  amministrativi e scelte urbanistiche che fanno da corona alla esperienza del sindaco progressista per antonomasia. Nulla da eccepire, perché Nathan ha dato molto alla Città in termini soprattutto di nuove prestazioni pubbliche nell’ambito dei servizi alla comunità e al territorio. Qui però andrebbe rilevato che forse Roma non è sola in questo avanzamento, né con Nathan si colloca di per sé all’avanguardia dei processi, visto che segue e ripete in buona parte l’esempio di grandi municipi come Milano e Torino. E vale poi, e non solo per Roma, un discorso più largo e approfondito in ordine alla incidenza dell’azione riformatrice di Giolitti, pena la riduzione dell’intervento dello Stato, nel primo e secondo decennio del Novecento, a politiche verticali e di settore (istruzione, assistenza, igiene pubblica, ecc.), non includendo in questo scenario le trasformazioni indotte da una spinta legislativa per nuovi compiti amministrativi e nuovi investimenti locali di cui, nel loro insieme, dovevano avvantaggiarsi i comuni italiani.

 

La “Roma del popolo” doveva infine crollare non sotto i colpi dell’opposizione cattolica, bensì a causa delle fratture incomponibili all’interno della “coalizione Arlecchino” di Nathan. Martini ne riporta le dinamiche, con molto scrupolo, dando una lettura meno enfatica e meno eroica del declino irreversibile. Sul piano nazionale, oltre che romano, si appalesa la caduta di un modello: unire forze tanto diverse alla lunga era impossibile. Con Nathan cade soprattutto, allo sguardo partecipe dell’autore, il riformismo socialista che aveva il suo campione in Giovanni Montemartini, il vero artefice del passaggio alla municipalizzazione dei grandi servizi a rete. L’11 novembre 1913, a pochi giorni dalle elezioni che videro i cattolici impegnati con il famoso Patto Gentiloni, freddamente accolto da Sturzo, a dare supporto alla traballante alleanza liberal-giolittiana, Nathan rassegna le sue dimissioni da sindaco. Era cambiato il quadro politico, non poteva ulteriormente prolungarsi la stagione che aveva portato il Campidoglio al centro della scena pubblica.

 

Che dire, in conclusione? Martini regala ai lettori una rappresentazione rigorosa, forte di un pathos equilibrato, sostanzialmente priva di retorica. Il giornalista abbraccia lo storico, e viceversa, così da comporre un’argomentazione solida ed armonica. È un libro, il suo, che merita di essere ascritto ai migliori contributi della vasta letteratura sul “caso Nathan”. Certamente da questo lavoro potrà derivare l’auspicabile ricerca di nuove fonti di ricerca e nuove linee di confronto, per assumere criticamente il retaggio di una vicenda narrata con invidiabile eleganza di stile e pregnanza di contenuto.  

 

  1. Martini, Nathan e l’invenzione di Roma. Il sindaco che cambiò la Città eterna, Marsilio 2021, 18 euro.

Il riformismo cattolico: forza mite e nuove prospettive. L’editoriale di “Comunità di Connessioni”.

“La forza mite del riformismo” è il titolo di un volume fresco di stampa che raccoglie gli scritti di Giorgio Armillei e che ci permette di elaborare alcune riflessioni sul riformismo cattolico italiano.

Oggi il termine e il significato di riformismo sono noti a pochi. Eppure, non sono solo come l’energia per un sistema, necessaria per evolversi e per aggiornarsi, ma sono anche una tensione culturale capace di superare le situazioni di fatto per modificare la struttura o la sostanza del sistema giuridico e politico-economico e sincronizzare il tempo della società al tempo della storia.

Il riformismo cattolico che ha sempre affascinato gran parte della cultura laica è come il lievito nei processi sociali e si caratterizza da due elementi peculiari.

Il primo è quello politico-culturale: lo scopo finale tende sempre al bene comune e si ispira ai princìpi della Dottrina sociale; il metodo è basato sul dialogo incessante e pluralista; lo stile di chi tesse le riforme emerge dall’impegno concreto e libero che porta ad un magis, un più qualitativo nelle relazioni.

Il secondo elemento è di orizzonte: nella storia personale dei singoli (riformisti) si aggiunge un campo di azione, al quale si contribuisce e nello stesso tempo ci si definisce.

L’impegno riformista civile e politico si svolge anche nella dimensione ecclesiale, che include sconti e incontri, incomprensioni e tempi di maturazione diversi nei processi che si generano. L’esempio è il cammino sinodale che la Chiesa sta promuovendo in ogni angolo del mondo che deve tenere insieme tradizione e modernità, forma e sostanza, fedeltà e creatività.

Nel Novecento le ideologie sono state il freno del riformismo. Dall’immediato dopoguerra, la Democrazia Cristiana aveva rappresentato la modalità unitaria (ma dialettica) del riformismo cattolico. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, la Chiesa italiana e il sistema politico hanno affrontato diversi momenti di frattura.

Il primo è stato nella divisione tra la cultura della “mediazione” e quella della “presenza-identità” che sperimentavano il rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II. Su questa linea di faglia, si sono affermate nuove realtà ecclesiali come Comunione e Liberazione, Mcl e altre, mentre si è stabilizzata la tradizione dell’associazionismo cattolico a cui appartengono Fuci, Acli, Azione Cattolica e altre.

Il laicato cattolico si divide al di qua e al di là di questa prima frattura. È da qui che emerge la fisionomia cattolico democratica, come sintesi tra la lealtà alle istituzioni del cattolicesimo liberale e l’impegno per le politiche promosse dal cattolicesimo sociale.

Nel sistema politico e partitico, invece, la prima grande linea di faglia si genera con la leadership di Zaccagnini e di Aldo Moro nella Democrazia Cristiana.

Il secondo nodo è rappresentato dagli anni a cavallo del secolo quando l’esplosione del sistema politico italiano con la fine della DC e l’emergere di nuovi partiti, rimette in discussione la collocazione e il peso sociopolitico dell’associazionismo ecclesiale, che pur continua ad esercitare un forte ruolo formativo e culturale.

La Chiesa italiana si organizza in modo istituzionale interagendo direttamente con gli attori sociali sulle diverse questioni politiche tramite la CEI, in applicazione del Concordato. Il laicato si trova quindi smarrito tra due opzioni di fondo: seguire la direzione promossa dai vescovi organizzati, sbilanciati sulla ricostruzione dell’identità all’interno della società oppure elaborare una propria linea di impegno autonomo all’iniziativa della CEI verso l’autonomia dei “cattolici adulti”.

Tra questi poli rimane il «grande flusso» della cultura liberale e democratica del riformismo cattolico. Giorgio Armillei nei suoi scritti lo spiega bene quando ricompone le posizioni di Ruini e di Scoppola all’interno dello stesso quadro culturale, come due posizioni di gioco diverse ma nella stessa partita.

Cosa rimane di tutto questo oggi? Forse le cicatrici di ferite che si sono ricomposte e che non sanguinano più. Anzi, queste sono quasi invisibili per la generazione tra i 20 e i 40 anni. Rimane il ricordo di tempi in cui lo spazio e le energie dedicate al dibattito ecclesiale “interno” erano giustificati da una dimensione numerica e da una rilevanza sociale generale dei cattolici diversa da quella attuale.

Alla «prima generazione incredula» ne sono seguite altre di non credenti, agnostiche e atee. Il sistema politico si è più volte ricomposto senza mai rinnovarsi davvero anche dopo la crisi del bipolarismo imperfetto degli anni intorno al 2010. Segue la storia che conosciamo: la crisi economica prima, la pandemia poi e adesso la guerra in Europa che ci tocca da vicino. Con quale visione ne usciamo? In quali principi ci ritroviamo? Quale funzione ha oggi la cultura riformista? Sono alcune domande che ci si pone per rispondere alle esigenze pratiche delle giovani generazioni e a quelle generazioni che si sono lasciate guidare dalle ideologie del Novecento.

 

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/riformismo-cattolico-forza-mite-nuove-prospettive/

 

Le dimissioni di Boris Bondarev fanno tremare Putin.

‘Putin vuole solo restare al potere, mi chiameranno traditore’

Il consigliere presso la missione russa alle Nazioni Unite a Ginevra, Boris Bondarev, ha lasciato il suo incarico e la diplomazia, criticando le azioni di Mosca in Ucraina.

Boris Bondarev afferma che il presidente russo Vladimir Putin avrebbe potuto trascorrere gli ultimi due decenni “sviluppando il paese”, ma invece lo ha trasformato “in una sorta di orrore totale, una minaccia per il mondo” .

Bondarev conosce bene il presidente: ha trascorso la sua carriera a promuovere la politica estera di Putin.

Un diplomatico di medio livello presso la missione russa delle Nazioni Unite a Ginevra, che da ieri è diventato il più importante funzionario russo a dimettersi e a criticare pubblicamente la guerra in Ucraina dall’invasione del 24 febbraio.

Anche se è improbabile che il suo messaggio raggiunga la maggior parte dei russi, dato il dominio statale sui media, le sue dimissioni hanno mostrato che il malcontento si nasconde nella burocrazia russa nonostante la facciata di unità nazionale che il Cremlino ha lavorato per creare.

“Coloro che hanno concepito questa guerra vogliono solo una cosa: rimanere al potere per sempre, vivere in palazzi pomposi, navigare su yacht paragonabili per tonnellaggio e costi all’intera Marina russa, godendo di un potere illimitato e della completa impunità”, ha affermato Bondarev in un’e-mail ai colleghi . “Per raggiungere questo obiettivo sono disposti a sacrificare tutte le vite necessarie”.

“Non posso più condividere questa ignominia sanguinosa, insensata e assolutamente inutile”.

La guerra di Putin, secondo il funzionario, riguardava solo il presidente Putin e la sua voglia di rimanere al potere in un’economia stagnante.

Ma il suo non è soltanto un atto di accusa contro Putin ma si estende a tutta la diplomazia russa: “Mi spiace ammettere che in questi ultimi 20 anni il livello di bugie e di mancanza di professionalità nel lavoro del ministero degli Esteri è sempre cresciuto. Negli anni più recenti, però, questo e’ diventato semplicemente catastrofico”.

Invece per il suo futuro, il signor Bondarev, ha affermato di non avere ancora piani di carriera definitivi. Su LinkedIn, dopo aver pubblicato la sua dichiarazione di dimissioni, ha scritto: “Sono benvenute offerte di lavoro”.

 

 

Biden spalanca le porte a Hyundai per le auto elettriche (AsiaNews).

Nella tappa a Seul del viaggio in Asia firmati importanti accordi per investimenti del colosso automobilistico sudcoreano negli Stati Uniti. Prevista l’apertura entro il 2025 di un nuovo stabilimento in Georgia. Obiettivo dell’amministrazione Usa è arrivare al 40% di vendite di veicoli a zero emissioni entro il 2030.

Guido Alberto Casanova

La tappa coreana del viaggio in Asia del presidente statunitense Joe Biden – che prosegue in Giappone con al centro il confronto a distanza con Pechino – è stata l’occasione per l’incontro con il neoeletto presidente Yoon Suk-yeol. A Seoul l’agenda di Biden è stata fitta di appuntamenti, dalla conferenza stampa agli stabilimenti della Samsung, alla visita della base militare di Osan. Il presidente Usa ha enfatizzato il ruolo importantissimo della Corea del Sud nella produzione mondiale di semiconduttori, mentre sul fronte nordcoreano ha sostenuto l’espansione delle esercitazioni militari congiunte. Yoon, dal canto suo, ha annunciato di voler partecipare all’Indo-Pacific Economic Framework, la nuova iniziativa economica USA nel Pacifico il cui lancio è il principale appuntamento della tappa in Giappone del viaggio di Biden.

Un aspetto sottovalutato della visita tuttavia è stato quello della cooperazione aziendale. Sabato a Seul si è tenuta infatti una tavola rotonda tra la segratario del commercio Gina Raimondo, il ministro dell’industria e commercio Lee Chang-yang e diverse aziende dei due Paesi. “Mentre lo scenario economico globale sta cambiando, c’è un bisogno urgente di cooperazione e sforzi congiunti tra governo e aziende”, ha detto Lee.

Nel suo tentativo di rimodellare le catene di approvvigionamento globali, specialmente nel settore delle tecnologie emergenti, Biden ha aperto la porta alle aziende della Corea del Sud. Un momento particolarmente rilevante in quest’ottica è stato l’incontro tra il presidente statunitense e Chung Eui-sun, il presidente di Hyundai Motor Group. L’azienda automobilistica è tra le prime al mondo per veicoli venduti. L’anno scorso Hyundai si era impegnata a investire 7,4 miliardi di dollari nella mobilità smart degli Stati Uniti, e durante la visita gli impegni presi hanno ecceduto le promesse.

Al termine dell’incontro con Biden, durato circa 50 minuti contro i 10 programmati, Chung ha dichiarato che Hyundai investirà 5 miliardi di dollari in robotica, mobilità aereo urbana, veicoli autonomi e intelligenza artificiale. Chung ha anche sottolineato che Hyundai si impegnerà per aiutare l’amministrazione Biden a realizzare l’obiettivo di “raggiungere il 40-50% di auto elettriche a zero emissioni vendute negli USA entro il 2030”.

Venerdì, infatti, l’amministratore delegato dell’azienda sudcoreana ha firmato un accordo col governatore della Georgia per realizzare un investimento da 5,5 miliardi di dollari. Il progetto prevede che Hyundai metta in funzione entro il 2025 il suo primo stabilimento negli Stati Uniti completamente dedicato alla produzione di auto elettriche, accanto al quale sorgerà anche una fabbrica per la produzione di batterie. Hyundai possiede già uno stabilimento produttivo in Alabama, che produce auto a combustione ma che aprirà una linea di assemblaggio di auto elettriche verso fine anno.

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https://www.asianews.it/notizie-it/Biden-spalanca-le-porte-a-Hyundai-per-le-auto-elettriche-55868.html

Zingaretti, le piroette della non politica.

L’intervista rilasciata ieri alla Stampa è destinata a passare agli annali e di essere citata. Zingaretti, infatti, è arrivato a sostenere che prima di una opportunità politica, “l’alleanza con i Cinque Stelle è addirittura un dovere morale”. Riemerge negli ex PCI la vocazione a giudicare fatti e persone ergendosi a dispensatori di verità, finendo per cadere tuttavia nel vuoto di una fatale spregiudicatezza politica. 

Dunque, ricapitoliamo per chi non se lo ricorda. Tra le poche cose politiche che ricordiamo di Nicola Zingaretti, due svettano indubbiamente su tutte le altre. La prima, indiscutibilmente, sono state le dimissioni irrevocabili da segretario nazionale del Partito democratico perchè, diceva testualmente il nostro, “mi vergogno di un partito che è fatto solo da correnti e che hanno come unico obiettivo quello di spartirsi il potere”. Beh, una frase che non richiede ulteriori commenti ed approfondimenti vista la chiarezza espositiva. Salvo poi, e come da copione, averne anche lui una. Anche perchè nel Pd se non hai una corrente e non ti riconosci in una tribù definita e netta, semplicemente non esisti a livello politico. Una regola che vale anche e soprattutto per il simpatico Zingaretti. Vabbè, quella è ormai acqua passata sotto i ponti e non merita più di essere citata.Ma poi c’è il secondo straordinario episodio. O meglio, la seconda gag, perchè di questo si tratta. In una ormai celebre Assemblea Nazionale del partito, l’ineffabile Presidente della Regione Lazio si scaglia con una durezza inusitata e persin violenta – almeno a livello verbale tale da far saltare i timpani a chi non è abituato ai rumori da stadio – contro i 5 stelle giurando e giurando ancora che “io non farò mai e poi ancora mai alleanze con i 5 stelle”. E giù un elenco lunghissimo di motivazioni politiche, culturali, sociali, economiche, programmatiche, etico e morali che giustificavano quella scelta politicamente irreversibile e indiscutibile. E, sudatissimo di fronte ad una platea gaudente e catturata dalla coerenza e dalla lungimiranza del suo “capo”, finiva il suo intervento tra gli applausi meritati e convinti con abbracci, baci, pacche sulle spalle e un mare di complimenti e felicitazioni vivissime e sperticate.Come da copione, erano tutte balle. Di lì a pochissimo l’alleanza tra il Pd e i 5 stelle non solo è stata definita necessaria ed indispensabile, ma addirittura dipinta e spiegata come “storica” e “strutturale”. A dirlo era il consigliere per eccellenza del partito ex comunista romano, l’intramontabile Goffredo Bettini. Con tutta una serie di lusinghe e di esaltazioni di Giuseppe Conte, il leader politico indiscusso della corrente trasformista italiana su cui è meglio stendere un silenzio pensoso…Se questi sono stati, ad oggi, i due momenti decisivi e centrali che hanno accompagnato negli ultimi tempi il percorso politico funambolico e divertente dell’ex segretario nazionale del Partito Democratico, l’ultima intervista rilasciata alla Stampa di Torino di ieri è destinata a passare agli annali e di essere citata. Una chicca imperdibile. Il “nostro”, senza alcun pudore e senza minimamente pensare a tutto quello che ha detto, urlato, giurato e sbraitato in tutta Italia sui 5 stelle e sul pericolo che rappresentavano per la credibilità e per la serietà della politica italiana, è arrivato a sostenere che prima di una opportunità politica, “l’alleanza con i 5 stelle è addirittura un dovere morale”. Sì, lo voglio ripetere per chi non l’avesse compreso, è “un dovere morale”.Ora, che il trasformismo nella politica italiana – soprattutto dal 2018 in poi – sia diventato una regola e non più una eccezione non è una novità per il semplice motivo che non è più una notizia. Ma che di fronte ad un voltafaccia del genere – incommentabile e politicamente persin squallido se non addirittura immorale, questa volta sì – gli esponenti della filiera Pci/Pds/Ds/Pd pensino ancora di possedere e di interpretare in modo esclusivo quella “superiorità morale” e quella altezzosità etica che non finiscono mai di rinfacciare a tutti coloro che non provengono da quella storia, diventa francamente sempre più triste ed insopportabile. Che lo faccia Zingaretti o altri poco importa. Quello che, alla fine, mi interessa dire è che i democristiani di ieri e i non ex comunisti di oggi non hanno alcun titolo per essere ancora e continuamente sbertucciati da chi ha fatto del trasformismo e dell’opportunismo la loro ragion d’essere nella cittadella politica italiana.Su questo versante va dato atto a Zingaretti della sua coerenza politica contemporanea, salvo cambiamenti improvvisi e repentini nei prossimi mesi, sempre possibili e non affatto esclusi. E cioè, l’alleanza tra il Pd e il partito di Grillo e di Conte è oggi perfettamente compatibile e omogenea. Perchè tra populisti e trasformisti l’alleanza è, appunto come dice Zingaretti, “un dovere morale”.

Capovolgere l’Italia: la proposta ‘rivoluzionaria’ di Mezzogiorno Federato (MF).

Si è svolta a Roma, sabato 21 maggio 2022, la prima assemblea nazionale di Mezzogiorno Federato, il movimento meridionalista nato il 9 maggio 2021 a seguito della convergenza di associazioni autonomiste presenti in sette delle regioni del Sud del Paese.

A conclusione di una giornata di intenso dibattito e di confronto anche con esponenti delle istituzioni nazionali e regionali e delle parti sociali (sono intervenuti i ministri Mariastella Gelmini ed Andrea Orlando, la vice ministro Teresa Bellanova, il presidente della regione Calabria Roberto Occhiuto, il leader di Alleanza civica del Nord Franco D’Alfonso), il Movimento denominato Movimento Federato (MF),  in una mozione approvata all’unanimità, ha lanciato alle forze politiche, sociali ed economiche del Paese “la proposta di porre al centro del loro impegno la scelta di guardare al Mediterraneo come luogo strategico per la ripresa”. “In questo mare, luogo dove storicamente si sono incontrate e scontrate popolazioni diverse, oggi – si legge  nel documento – confluiscono e si incrociano interessi, tecnologie e culture di tutti i continenti ed è possibile ed utile confrontarsi come parte dell’Europa comunitaria, della sua civiltà e della sua economia. In questa prospettiva è necessario che il Mezzogiorno faccia ‘sistema’ candidandosi a divenire motore dello sviluppo dell’economia nazionale mentre lo stato dovrà muoversi operando la riunificazione sostanziale del territorio attraverso il riequilibrio delle infrastrutture e dei servizi, rendendo il nostro Sud moderno ed attrattivo”.

Lavorare politicamente, aveva detto introduttivamente nella sua relazione il presidente Claudio Signorile, per rendere l’Italia piattaforma dell’Europa nel Mediterraneo, capovolgendone il sistema dell’interscambio e mettendo al centro dello sviluppo il Mezzogiorno: “prima il Mezzogiorno, per rendere ancora una volta prima l’Italia”. All’interno di questo obbiettivo di fondo due i più importanti argomenti che hanno costituito il contenuto degli appassionati interventi che hanno animato il dibattito coordinato dall’on. Salvatore Grillo Morassutti: 1) il tema delle alleanze del Movimento e 2) il tema del regionalismo che il Movimento si propone di cambiare.

Per quanto riguarda la quistione politica dell’ambito entro cui il Movimento sta cercando i ‘compagni di viaggio’ indispensabili per costituire il nuovo soggetto popolare in grado di ‘rivoluzionare’ l’attuale sistema dei partiti politici e la logica stessa delle politiche pubbliche praticata nel nostro Paese, esso è stato individuato nei movimenti sociali espressivi del civismo e dell’ecologismo, oltre che dell’azionismo e del riformismo. Circa il primo di questi soggetti è stato, però, rilevato che, pur condividendosene la “politica sociale”, essa non può considerarsi esaustiva dell’impegno di Mezzogiorno Federato e, soprattutto, che questa non può essere in grado di sostituirne il meridionalismo. La riforma dei partiti politici è infatti necessaria ma non risolve l’attuale problema della crisi politica che prioritariamente attiene alla riconsiderazione dei valori e degli interessi di tutta la comunità che oggi richiede al centro dello sviluppo del Paese il Mezzogiorno. Cosa che per il civismo non è ancora scontata e, senza l’apporto di MF, è stato detto in alcuni interventi, difficilmente lo diventerebbe.

Lo stesso discorso è stato fatto in sostanza per i movimenti ecologisti. Che, ponendo al centro della loro attività politica il rapporto dell’individuo e della società con l’ambiente, spesso anch’essi lo assolutizzano come valore esclusivo del loro impegno, rifiutando di considerarne le connessioni con i processi di crescita e di sviluppo. E così condannando le realtà che si trovano come il Sud in ritardo nella infrastrutturazione  materiale ed immateriale dei propri territori a subire una ulteriore penalizzazione ancorché, da ultimo, compensata da una ipotetica transizione ecologica. Mezzogiorno Federato, per il suo dna costitutivo, è stato detto, questa prospettiva non potrà mai accettarla e quindi il suo rapporto con le forze ambientaliste deve essere chiaro sin dall’inizio, in modo da evitare ‘balletti’, come ancora oggi si registrano nel dibattito pubblico intorno, ad esempio, alla quistione del ponte sullo Stretto di Messina.

E veniamo, ora, all’azionismo. Il movimento costituito da Carlo Calenda che, all’evocazione implicita del complesso di ideali, valori, scelte morali e civili riconducibili all’esperienza del Partito d’Azione, fa seguire un esplicito riferimento alle politiche del liberalismo sociale e del popolarismo sturziano. Si tratta di un movimento per il quale la politica non è astratta ideologia, strumentale evocazione di valori, mero dibattito parlamentare, vuoto chiacchiericcio mass-mediatico. Essa è essenzialmente government costruito su un piano d’azione, un programma, una progettazione di eventi rigida e condivisa dai propri aderenti che così, sono coinvolti in una partecipazione attiva. Cosa che implica certamente la guida di una leadership forte ed autorevole. Ma non certo personalistica ed individualistica. Pena lo scadimento in uno dei vizi più gravi dell’attuale degenerazione democratica. Circostanza questa – come è stato precisato a chiare lettere da più di un intervento- che ne provocherebbe inevitabilmente il rigetto da parte di MF, che per la sua natura federativa, è incompatibile con un soggetto così strutturato.

Come sarebbe difficile, infine, per Mezzogiorno Federato allacciare un rapporto sinergico con il riformismo se quest’ultimo alle enunciazioni di cambiamento del sistema politico non facesse seguire comportamenti fondati sulla serietà, la coerenza e la competenza. Senza questa base valoriale, è stato sottolineato, difficile sarebbe pensare di sconfiggere il populismo ed il sovranismo dilagante e quindi potere costruire una prospettiva riformista con MF.

Precisato questo in ordine al tema delle alleanze, arriviamo al secondo punto che riguarda la quistione istituzionale del regionalismo che è in crisi profonda e sta trascinando con sé l’intero Paese ridotto ad una realtà frantumata, costosa, inefficiente ed impotente. Oggi – come ho messo in evidenza io stesso nel mio intervento- le sue dimensioni, le sue funzioni, i suoi obbiettivi sono diventati asimmetrici rispetto ai problemi ed alle opportunità che il sistema Italia deve affrontare. Insomma, il dinamismo espansivo delle venti regioni dell’art. 131 della Costituzione si è esaurito. Ma non perché le regioni del Centro-Nord pretendano ex art. 116, terzo comma, Cost. “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” che danneggiano le altre regioni ed in specie quelle meridionali, che tanto hanno protestato contro l’ipotesi che venissero riconosciuti poteri differenziati a Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ma perché una nuova fase innovativa della vita della Repubblica non può essere assicurata che da macro-aree di funzioni che compongano la base della governance nazionale nelle sempre più difficili condizioni in cui devono essere assunte le decisioni sia domestiche che europee. Il che significa, in una battuta, che le vecchie regioni dovranno essere accorpate in entità più adeguate, secondo un piano determinato dalle funzioni che devono svolgere.

Ma come? A seguito di una riforma costituzionale dell’attuale art. 131 Cost. che istituisca delle “macro-regioni” come è stato già proposto nel tempo dalla Fondazione Agnelli, dalla Lega Nord di Gianfranco Miglio, dall’ex presidente della Campania Stefano Caldoro, dai deputati Roberto Morassut e Raffaele Ranucci ed altri ancora? O seguendo un’altra strada, innovativa, più facile per procedura ed autonomia di decisione?

Naturalmente, per un Movimento che alla propria radice si propone un patto federativo fra le regioni del Mezzogirono, l’opzione non può che indirizzarsi per quest’ultima soluzione. Che in concreto consiste – è stato spiegato – nell’imboccare, sulla base dell’art. 117 penultimo comma Cost., la strada delle intese tra più regioni “per il migliore esercizio delle proprie funzioni”, anche creando “organi comuni”. In sostanza, si tratterebbe di avviare in tutto il Paese quel processo di federalizzazioni che finora il Movimento aveva proposto al solo Mezzogiorno. E così, indirizzandosi verso questa prospettiva federalista, si aprirebbe la strada della rinascita del Paese ed il rilancio della stessa Europa.

Tutti i partecipanti all’assemblea di sabato scorso hanno mostrato di crederci convintamente e con quanti vorranno seriamente perseguire questi obbiettivi strategici hanno, alla fine, dichiarato di volersi presentare alle prossime elezioni politiche. “Non stiamo facendo un’operazione di immagine”, è stato conclusivamente detto. “Mezzogiorno Federato alle prossime elezioni vuole esserci perché ha già sviluppato un sistema di collegamenti che si fonda sul riformismo e sulla rinnovata coscienza dei popoli del Sud e questa potenzialità vuole metterla a servizio del Paese”.

Dispersione scolastica: un quindicenne su due non comprende ciò che legge.

Siamo di fronte a una lenta deriva di impoverimento del nostro sistema scolastico sul piano dell’offerta formativa e come agente di compensazione delle disuguaglianze sociali. L’articolo si sofferma in particolare sul fenomeno della cosiddetta “dispersione scolastica implicita”.

A margine del Convegno “Impossibile” promosso da ‘Save The Children’ sulle problematiche (ricorrenti) e sulle aspettative (inevase) che riguardano bambini e adolescenti, restano i dati impietosi sciorinati, nella quattro giorni di confronto e riflessione, dal Presidente Claudio Tesauro.

Ci sono tendenze e derive che si stanno consolidando, come la cd. “dispersione scolastica implicita”  che consiste nei deludenti risultati in termini di apprendimento e formazione che gli studenti conseguono nel corso del curricolo degli studi, già considerando le abilità di base. Se utilizzassimo come parametro di valutazione degli esiti di istruzione la tassonomia di Bloom (conoscenza-comprensione-applicazione-analisi-sintesi e valutazione) ci accorgeremmo che un quindicenne su due non è in grado di comprendere il significato di un testo scritto sottopostogli come lettura. Fermandosi forse ben prima dei livelli sopra richiamati: siamo lontanissimi dal conseguimento del ‘problem solving’, come capacità di coniugare intelligenza e intuizione, che presuppone il possesso di tutti i passaggi apprenditivi  “a salire” enunciati nella tassonomia stessa. L’OCSE da tempo evidenzia una sorta di inefficacia formativa del sistema scolastico italiano, mentre i test INVALSI (per quanto antipatici, ostici e parziali) confermano questa scìa negativa che si protrae e ingloba livelli e gradi del corso di studi: secondo i dati  del 2021 due quattordicenni su cinque (con punte tra il 50 e il 60 per cento al Sud) escono dalle medie con competenze da quinta elementare.  

Qualcuno ricorderà la Ricerca del compianto linguista e Ministro dell’Istruzione Prof. Tullio De Mauro, secondo cui il 70% degli italiani non è in grado di comprendere un testo scritto di media difficoltà. Fatte le debite proporzioni il saldo negativo viene confermato dai dati forniti da Tesauro e – se mai – anticipati. Sarebbe interessante approfondire le cause di questa ‘debolezza formativa’ che sta diventando strutturale nel nostro sistema scolastico. La lunga parentesi pandemica e il ricorso alla DaD hanno confermato un impoverimento formativo a cui l’uso delle tecnologie – in sostituzione della didattica in presenza- non ha offerto un adeguato ‘assist compensativo’.

Va considerato il processo di facilitazione dei corsi di studio e dei programmi: si pensi al declassamento che hanno avuto storia e geografia, non solo negli apprendimenti di base ma persino nei licei (con l’ibrido sostitutivo della geostoria), si pensi al graduale abbandono dell’uso del corsivo e della scrittura manuale a favore di tablet e PC, all’enfasi sui test al posto del testo scritto (metodo esportato dalla scuola a livello universitario e nei concorsi pubblici per l’accesso a carriere di alto profilo culturale) , alla lenta espunzione della poesia, della musica e della storia dell’arte, ai linguaggi corti e sincopati, sigle e acronimi che prendono il posto della scrittura fluente e narrativa, alla riduttiva importanza della lettura, specialmente dei classici, all’oblio della ‘memoria’ come metodo di allenamento della mente, alla scomparsa dei dettati, sostituiti da cartelloni, diagrammi con frecce di richiamo e collegamento a schema aperto, che sovente dicono tutto e il suo contrario e si leggono con interpretazioni improbabili, soggettive e soprattutto transeunti e non metabolizzabili.

Un tempo la scuola insegnava innanzitutto a leggere, scrivere e far di conto: quanto manchi il possesso di questa strumentalità di base lo si osserva negli scritti sempre più brevi e lessicalmente poveri, negli elaborati senza traccia né sequenza logica tra incipit, nucleo centrale e conclusioni, nell’uso di smartphone e tecnologie che prendono il posto del ragionamento e della riflessione perché offrono un “pensiero pensato” già confezionato ma spesso usato in modo acritico. Le conclusioni deludenti e potenzialmente gravi persino per il loro riverbero nella società adulta, cui competono decisioni e scelte di vita, dalla salute all’ambiente, dagli stili comportamentali agli scambi relazionali, fino all’impalcatura semantica, simbolica, grammaticale e sintattica che regge tutti gli apparati del mondo del lavoro e della pubblica amministrazione e secondo Tesauro alla stessa “tenuta democratica”, sono quelle rimarcate nella sua relazione. 

Un’immagine depauperata che non è di oggi: già nel giugno dello stesso anno, poco prima della pubblicazione del Rapporto OCSE “Education at a glance 2019”, una Ricerca della Sapienza condotta da Sgritta e Raitano – “Generazioni tra conflitto e sostenibilità” evidenziava come l’impoverimento formativo producesse un ridimensionamento sistemico, peraltro in linea con tutti gli altri indicatori standard dello sviluppo o della stagnazione del Paese, dentro un’analisi sugli equilibri/squilibri sociali possibili in futuro. Approfondendo tra l’altro il concetto di “giovani neet”(not in employment, education or training’,  cioè coloro che non studiano e non lavorano)  che Tesauro quantifica oggi in oltre due milioni di soggetti (il dato più alto d’Europa)  e che sono prevalenti (rispetto ai coetanei dai 15 ai 29 anni che seguono un corso di studi o hanno un’occupazione seppur precaria) ) in ben 6 regioni, mentre «in Sicilia, Campania, Calabria per 2 giovani occupati ce ne sono altri 3 che sono fuori dal lavoro, dalla formazione e dallo studio. Dati che fanno a pugni con la richiesta del mondo produttivo». Si può affermare che l’impoverimento riscontrato inizia con la disponibilità di asili nido frequentati solo dal 14.,7 % della prima infanzia in un range che va da Trento (2.481) alla Calabria (149) , ricorda gli 876 mila iscritti alla scuola dell’infanzia che hanno sofferto l’intermittenza delle aperture nella fase pandemica e prosegue con l’offerta del tempo pieno alla primaria di cui usufruisce il 45% dei bambini del centro-nord e il 17% del sud, per finire con l’abbandono precoce prima del compimento dell’obbligo scolastico (13,1%) e formativo che interessa il 16,3 % degli studenti.  

La distribuzione dei gap formativi non è solo territoriale ma abbraccia il target del ceto sociale di appartenenza, colpendo inesorabilmente le famiglie più povere. Per Tesauro in Italia si palesa “una crudele ingiustizia generazionale perché la crisi ha colpito proprio i bambini. Non solo 1,384mila bambini in povertà assoluta (dato più alto degli ultimi 15 anni) ma un bambino in Italia oggi ha il doppio delle probabilità di vivere in povertà assoluta rispetto ad un adulto, il triplo delle probabilità rispetto a chi ha più di 65 anni“. Analizzando conclusivamente i dati esposti da Tesauro si evidenziano due tendenze negative nel nostro sistema scolastico: l’impoverimento culturale di fondo dovuto alle teorie della facilitazione e della promozione automatica per tutti che vanificano qualsivoglia tentativo di offrire un supporto di orientamento verso il mondo del lavoro e il conseguente precipitato sociale che si  traduce nel venir meno  di una robusta istruzione con valenza compensativa per le classi meno agiate.

La scuola offre più di un tempo uguali opportunità di partenza ma, depauperando sul piano sostanziale (non formale)  i contenuti della propria offerta formativa, espungendo o ridimensionando materie, discipline, metodi di studio, non persegue di fatto il risultato di garantire uguali opportunità di arrivo. La classe Dirigente che governa la nostra scuola, mi riferisco al livello dei decisori politici, rispetto alle scelte e agli indirizzi da assumere, dovrebbe acquisire la metodica della “pedagogia comparativa”. 

Unione europea vuol dire anche confronto tra i sistemi scolastici e i piani di studio dei Paesi U.E. : un contesto dove un tempo avevamo più da insegnare che da imparare.

Occorre una svolta significativa, forse epocale per evitare che il nostro sistema formativo non regga la competizione con i sistemi scolastici degli altri Paesi, in termini di esiti qualitativi e di risultati legati alla crescita generale. Più risorse, più fiducia nella scuola, più lungimiranza, da parte di una governance che ha finora eluso le straordinarie potenzialità di cui istruzione formazione e ricerca sono portatrici. 

 

Unione Europea, dopo la Conferenza sul suo futuro s’impone il superamento del vincolo dell’unanimità. Ma come?

Una volta raggiunta l’auspicata tregua nel conflitto russo-ucraino, il problema che si troverà di fronte l’UE sarà di decidere se proseguire verso un’unione più stretta (e a questo punto davvero entrano in campo i pesi massimi, ovvero politica estera e di difesa) con le nazioni disponibili, lasciando alle altre l’unione economica, nonché la possibilità di aggregarsi in un secondo momento. 

La Conferenza sul futuro dell’Europa, aperta il 9 maggio 2021 dal compianto e indimenticabile David Sassoli, si è conclusa un anno dopo senza aver coinvolto attivamente la grande maggioranza dei cittadini europei (ma questo era inevitabile, realisticamente) e senza aver prodotto risultati altisonanti nell’immediato (e pure questo era prevedibile, data anche la sua organizzazione interna alquanto farraginosa e burocratica). Ha però egualmente lasciato alcune tracce che sono di notevole interesse e importanza. Quindi, non è stata inutile. Almeno, non lo sarà stata se qualcuna di queste tracce condurrà ad un percorso importante per il futuro, appunto, dell’Unione.

La principale traccia, comprensiva di tutte le altre, presenti nelle 49 “raccomandazioni” (suddivise in 400 “sottoraccomandazioni”) che la Conferenza ha presentato alle istituzioni comunitarie (Commissione, Consiglio, Parlamento), è quella che porta alla possibile Riforma dei Trattati. Ecco la vera novità: un evento ritenuto impossibile è oggi valutato quanto meno meritorio di dibattito non solo accademico. Non è davvero poca cosa, nel paludato ambiente bruxellese. Anche se, bisogna dirlo subito, di assai difficile e complicata realizzazione.

Il dato è eminentemente politico. E ruota intorno al “principio di unanimità” che governa la parte più rilevante e importante delle decisioni che vengono adottate dal Consiglio Europeo all’insegna, per lo più, della prevalenza degli interessi nazionali su quelli comunitari. Interessi che spesso sono divergenti. Gli esempi al riguardo sono numerosi e si ripropongono ad ogni crisi che la UE deve affrontare. 

Peraltro, la positiva esperienza dell’adozione del piano Next Generation UE (elaborato in seguito alla pandemia) e ora, a fronte dell’aggressione russa all’Ucraina, dell’unità espressa dai Ventisette nell’adozione di misure severe nei confronti di Mosca (sia attraverso le sanzioni economico-finanziarie, sia mediante l’aiuto in mezzi militari fornito a Kiev), ha generato un qual certo ottimismo circa la reale volontà europea di superare i blocchi interni che sino ad oggi hanno reso, di fatto, l’UE un nano politico pur essendo un gigante economico. Quell’ottimismo che ha guidato il Presidente del Consiglio italiano, ad esempio, nell’invito espresso nel suo discorso al Parlamento di Strasburgo “ad abbracciare la revisione dei Trattati con coraggio e con fiducia”.

Ma la netta chiusura dell’Ungheria, che da poco ha confermato l’ipersovranista Orban alla sua guida, rispetto all’ipotesi di bloccare completamente le importazioni di gas e petrolio dalla Russia si è immediatamente incaricata di mostrare a tutti quanto improbabile sia il superamento del vantaggioso principio dell’unanimità per chi intenda utilizzarlo in termini ricattatori ogni qualvolta lo ritenga utile per salvaguardare i propri interessi nazionalistici.

È evidente a chiunque che in questa maniera l’UE non raggiungerà mai lo status di grande e influente potenza mondiale. Anche in questa tragica guerra che si svolge sul suolo europeo, ai confini dell’Unione, a me pare che se mai un giorno si arriverà ad un accordo almeno per il cessate-il-fuoco la Russia intenda discuterlo con gli USA e non con la UE. Perché nella logica imperiale di Mosca è con gli altri “imperi” che si tratta e non con una sommatoria di piccole nazioni. Al fondo, e neanche tanto, è quello che pensa pure Pechino.

La verità è che, conclusa la Conferenza sul futuro, e – si spera, si prega – raggiunta una tregua nel conflitto russo-ucraino il problema che si troverà di fronte l’Unione sarà di decidere se proseguire verso un’unione più stretta (e a questo punto davvero entrano in campo i pesi massimi, ovvero politica estera e di difesa) con le nazioni disponibili, lasciando alle altre l’unione economica – da ricalibrare, però – nonché la possibilità di aggregarsi in un secondo momento. In caso contrario, temo che sarà ben difficile rivedere i Trattati e superare il principio dell’unanimità.

Sono troppi gli Stati – prevalentemente nell’est del continente – che nella UE vedono soprattutto se non esclusivamente un’opportunità economica senza alcuna fiducia, anzi alcun interesse nel suo possibile disegno politico. In taluni casi (come si è visto con Polonia e Ungheria) vi sono consistenti opposizioni ai principi-cardine dello stato di diritto e quindi qualsivoglia integrazione giuridica. Una constatazione, questa, che dovrebbe suggerire prudenza ai troppo emotivi sostegni ad un ingresso immediato dell’Ucraina nella UE. Oggi essa va doverosamente aiutata. Ma i problemi che generano immobilismo politico a Bruxelles devono ora essere affrontati con lucidità, non con superficialità. Orban è lì a ricordarcelo. 

L’esigenza primaria, ora, è liberare l’Unione dal cappio dell’unanimità. A quel punto, tutto sarà possibile.  Anche la nomina della Commissione col voto del Parlamento di Strasburgo, come è stato proposto da una delle raccomandazioni della Conferenza sul futuro della UE. Appunto, un futuro che non dovrà essere avvinghiato, come il passato, al vincolo castrante dell’unanimità.

Come costruire la pace? Giovagnoli propone una “nuova Helsinki” aperta anche a Pechino. Forse un’ipotesi eccessiva.

La vagheggiata presenza della Cina può rappresentare un ostacolo insormontabile. Un po’ di realismo consiglia allora di attenersi a un canone di maggiore prudenza, se non si vuol compromettere l’avvio dei negoziati di pace. 

Ieri su “Avvenire”, il quotidiano cattolico diretto da Marco Tarquinio, lo storico Agostino Giovagnoli ha posto l’attenzione sul problema della pace che, a dispetto delle perduranti condizioni critiche, esige l’impegno a costruire fin d’ora i presupposti per l’avvio dei negoziati. Lo si deve fare, con tenacia e lungimiranza, anche mentre si continua a combattere sul campo. Ora, lo sforzo che mira a portare al tavolo delle trattative le dirette forze belligeranti, Russia ed Ucraina, può avvalersi dell’esempio virtuoso della Conferenza di Helsinki del 1975. Non è la prima volta che si chiama in causa quell’evento così importante e significativo, certamente frutto di un intenso lavorìo politico e diplomatico. Un’indicazione è venuta qualche tempo fa dallo stesso Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, il quale allo “spirito di Helsinki” si è richiamato esplicitamente.

Dice Giovagnoli: “Ecco perché è importante ripartire da lì. Ma, naturalmente, una nuova Conferenza per la pace in Europa non potrà essere una ripetizione di Helsinki 1975. La situazione è troppo diversa”. E aggiunge: “Segnalo solo due elementi di novità. In primo luogo, non si potrà tenere nella capitale della Finlandia perché questa, chiedendo di entrare nella Nato, ha abbandonato la sua neutralità. (Perché – faccio un’ipotesi – non tenerla a Roma, in linea con un impegno più forte dell’Italia per la pace e in sintonia con la voce di papa Francesco contro la guerra?). L’altra novità riguarderà i partecipanti”.

Quest’ultimo aspetto sollecita in effetti una specifica attenzione. Precisa ancora Giovagnoli: “A Helsinki, nel 1975, ci furono anche Stati Uniti e Canada, due Paesi non europei ma essenziali per garantire la sicurezza in Europa. Oggi questa sicurezza sarebbe ulteriormente rafforzata dalla partecipazione di altri Paesi, in primo luogo la Cina”. La proposta è molto impegnativa e chi scrive se ne rende conto. “A qualcuno tale partecipazione non piacerà – riconosce in effetti Giovagnoli – e altri porranno la condizione di un impegno per far cessare il conflitto più forte di quello dispiegato finora da Pechino. Ma tale partecipazione sarebbe importante per fare della fine del conflitto tra Russia e Ucraina il primo passo per un nuovo ordine multilaterale a livello globale”.

Non c’è dubbio che la proposta abbia in sé un’ambizione suggestiva. Si tratta però di capire se non sia sproporzionata, ovvero troppo carica di aspettative, al punto di rendere inagibile la speranza di una “nuova Helsinki”. Roma sarebbe una sede adeguata, avrebbe tutto il fascino dell’universalità come fulgida aureola di colloqui tanto decisivi, destinati appunto ad avere, secondo le intenzioni, un impatto sugli assetti geopolitici globali. Tuttavia la vagheggiata presenza della Cina può rappresentare un ostacolo insormontabile. Un po’ di realismo consiglia allora di attenersi a un canone di maggiore prudenza, non prefigurando un’estensione così ampia dei partecipanti, pena la smentita di ogni ragionevole opportunità circa l’organizzazione di un tavolo di pace.

Popolarismo ed élites, un dialogo possibile con Draghi?

I partiti rischiano di esser percepiti più come un ostacolo che una risorsa al rilancio del Paese. Bisogna sapersi misurare con le novità di questa fase politica. Un partito “di” Draghi è impossibile. E una lista “per” Draghi non la si fa solo aggiungendo un “per”, senza che si percepisca in esso lo spirito che anima l’attuale Presidente del consiglio. 

L’altroieri il presidente del Consiglio Mario Draghi, parlando agli studenti in una scuola media di Sommacampagna (Vr), ha in un certo qual modo dato una lezione di diritto costituzionale, di Costituzione materiale, ribadendo di considerarsi premier non eletto, nominato per fare. Guardando a come agisce, si direbbe “per fare” in Italia e sul piano internazionale. Già questo rende impossibile ogni paragone con altri tecnici nominati premier che abbiamo avuto. Alla luce di questo nuovo equilibrio istituzionale, l’esperienza dei partiti, che rimangono il fulcro della democrazia, così come sono attualmente configurati rischia di giungere al capolinea. O sanno adeguarsi alla mutata situazione o rischiano seriamente di esser percepiti, nel loro insieme e al di là delle loro nette diversità ideologiche, più come un ostacolo che una risorsa al rilancio del Paese. Un partito “di” Draghi è impossibile. E una lista “per” Draghi non la si fa solo aggiungendo un “per”, senza che si percepisca in esso lo spirito che anima l’attuale presidente del consiglio e si segua lo schema di governo secondo cui opera, sul quale non sembra trovare interlocutori all’altezza in nessuna delle forze politiche. Più la situazione generale si complicherà – perché siamo nel tempo tragico, spietato e cruento, della resa dei conti tra poteri globali – e più questa divaricazione tra Draghi e i partiti rischia di divenire evidente, non senza importanti conseguenze sugli orientamenti dell’elettorato.

Quali indicazioni trarre? Non avendo più partiti in grado di rappresentare al tavolo delle élites le istanze popolari, come una volta si faceva, come sapevano fare politici come Donat Cattin, Vittorino Colombo e tanti altri in partiti e correnti strutturati per tale scopo, forse non resta che cercare di interloquire con la parte “realista” di quelle élites, quella che ancora si considera parte di un comune destino col genere umano e non supremo padrone di questo. E non c’è solo Draghi, pensiamo a Carlo Debenedetti, per rimanere in Italia. Alla fine un sistema dei partiti ai cui vertici siedono solo i cooptati da ambienti come il Forum di Davos, non serve neanche alla causa di chi li ha scelti, sono deboli, privi di reale consenso, incapaci di gestire le tensioni sociali causate dalle loro stesse politiche. Hanno bisogno di emergenze continue per far passare un modello società altrimenti inaccettabile.

Mentre sulle posizioni di Draghi forse si può imbastire un nuovo compromesso fra capitalismo di nuova generazione, 4.0, e democrazia. Iniziando dal valutare ciò che dicono i fatti, e non le dichiarazioni di circostanza, della esperienza di governo di Draghi. Ricordiamone alcuni fra i più significativi. Draghi ha gestito il ritorno alla normalità, disinnescando un serpeggiante potenziale eversivo di un uso dell’emergenza sanitaria come instrumentum regni. Ha incoraggiato l’adozione in Europa di politiche neokeynesiane che alla fine, con la crisi del mercantilismo, giovano pure alla Germania più di quanto lo ammetta. Ha rispettato alla lettera le sanzioni alla Russia nonostante si siano rivelate addirittura favorevoli alla bilancia commerciale di Mosca e nel contempo stiano mettendo molto in difficoltà la classe media europea, e nel contempo ha fatto ciò che non era vietato. Sulle orme di Enrico Mattei è andato a concludere affari energetici di importanza strategica in varie parti dell’Africa, diversi dei quali in esclusiva, cioè senza francesi, inglesi e americani, al massimo con importanti partners aziendali di Paesi BRICS. Ha suggerito al presidente degli Stati Uniti Biden, come lui stesso ha rivendicato con semplicità venerdì scorso davanti agli allievi della scuola veronese, di aprire forme di colloqui diretti fra Washington e Mosca, puntualmente iniziati dopo la visita del nostro premier alla Cassa Bianca, e ha propiziato la presentazione di una proposta di pace italiana, basata sul realismo, che punta a rassicurare l’Ucraina e a porre fine alla strategia di accerchiamento della Russia in funzione di un multipolarismo dal quale tutti – noi, l’Europa, gli Stati Uniti, il Medio Oriente… – tutti, hanno da guadagnare. E l’elenco potrebbe continuare.

Ora in tutti questi ed altri ambiti strategici c’è un solo caso in cui Draghi abbia dovuto rincorrere i partiti, o anche le forze sociali; in cui qualche forza politica sia stata in grado di tracciare un percorso utile al Paese per proporlo al governo, anziché ripetere, senza forse neanche capirli, messaggi confezionati altrove atti più a creare difficoltà alla ripresa economica e alla pace che a sostenerle? Dunque, ridefinire il senso dell’azione politica, le priorità in relazione alle sfide poste da Draghi può forse anche essere un modo utile ad attualizzare e rendere fecondo il patrimonio politico, ideale, culturale, storico del popolarismo. Il dibattito è aperto, non si risolve certo solo in sede politica senza un colossale lavoro culturale, educativo e formativo al quale, credo, non solo i partiti ma anche le forze sociali e le realtà associative, non si devono sottrarre.

La Firenze del secondo dopoguerra e il suo “sindaco santo” nell’ultimo libro del cardinale Bassetti. 

Riproponiamo, per gentile concessione, l’articolo apparso in origine sull’Osservatore Romano. L’autore recensisce il libro del Card. Gualtiero Bassetti incentrato sulla figura di Giorgio La Pira e la città di Firenze (“un laboratorio di civiltà” ai tempi del sindaco santo).

Massimo Borghesi

Si intitola Il pane e la grazia. La profezia di La Pira per la Chiesa e il mondo di oggi il volume che il cardinale Gualtiero Bassetti ha appena pubblicato con la Libreria Editrice Vaticana (pagine 146, euro 13). Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, è da sempre una figura cara al cardinale il quale con questo libro rende omaggio al grande politico e, al contempo, ci consegna, nel momento in cui lascia la presidenza della Cei e la sede episcopale di Perugia, pagine di grande intensità, frutto della sua fede personale.

«Ho vissuto abbastanza per vedere cambiare il mondo. Il dramma della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione dopo l’abisso, le speranze del concilio Vaticano II , la fine del bipolarismo Est-Ovest, la società odierna. A far da filo conduttore a queste grandi vicende della storia c’è la mia piccola esperienza di vita: iniziata in un minuscolo paesino dell’appenino tosco-romagnolo, Marradi, proseguita poi nella città di Dante Alighieri, Firenze — che mi ha formato e fatto diventare un uomo e un sacerdote — e infine continuata nelle diocesi in cui sono stato vescovo: Massa Marittima e Piombino, Arezzo, Perugia. A volte, ripenso con tenerezza a quando, da bambino, mi accompagnavano a vedere le macerie delle case distrutte dai bombardamenti della guerra e io portavo con me un ombrellino rosso che tenevo aperto per coprirmi il capo. Quell’ombrello rappresentava una forma di protezione dalle bombe che sarebbero potute piovere dal cielo. La guerra era finita, ma la memoria di quella devastazione covava nell’inconscio di un bimbo che aveva da poco iniziato il suo pellegrinaggio nella vita terrena».

Non è usuale che un vescovo parli di sé in questo modo, che parli in prima persona e rievochi il tempo in cui era bambino. Non si tratta di sentimentalismo ma della consapevolezza che non si può leggere la vita, e nemmeno la vita “cristiana”, se non la si rilegge nella sua interezza. Solo così risplende il mistero di Dio nell’esistenza di un uomo.

«Ho trascorso una vita felice, amando il prossimo e ricevendo amore dagli altri. Quell’ombrellino rosso non c’è più da tempo. La mia unica protezione è stata Cristo che mi ha guidato lungo il sentiero dell’esistenza come un pastore con il suo gregge. Tuttavia, nel momento in cui una persona si ferma a tirare il bilancio della propria vita, non può non partire da dove tutto è iniziato: dalla famiglia d’origine, dai primi maestri, dai luoghi in cui si è cresciuti. Persone e villaggi pressocché sconosciuti ai più, ma decisivi nella mia storia personale. Fantino, Popolano, Crespino, Marradi sono piccoli borghi abbarbicati sui monti e attraversati da un fiume, il Lamone, che era un amico con cui giocare e anche una sorta di maestro da cui imparare tante cose. I veri maestri, però, erano in carne e ossa: don Pietro Poggiolini e don Giovanni Cavini, due sacerdoti fondamentali per la mia fede e la scelta di vita consacrata».

Bassetti viene da quell’altro mondo, quello delle campagne italiane che conservavano fino agli anni Sessanta, fino alla «scomparsa delle lucciole» intravista da Pasolini, una dimensione umana fatta di religiosità, generosità, di fede cristiana schietta e solidale. «Il mondo in cui sono nato era totalmente diverso da quello attuale. Era, innanzitutto, il mondo delle campagne in cui la ritualità della vita si sovrapponeva totalmente, spesso fino a confondersi, con la liturgia religiosa. Era il mondo del noi e non certo quello dell’io. La condivisione era una realtà quotidiana e non solo un’aspirazione ideale. Nella comunità montanara in cui sono cresciuto, certi valori come la sacralità della vita, la centralità della famiglia e la solidarietà fra le persone erano accettati dalla maggioranza della popolazione. Eravamo poveri di cibo, ma affamati di Cristo. Il pane era senza dubbio la sintesi sublime della nostra fame: era il pane-alimento che veniva prodotto dopo un lungo, paziente e faticoso processo artigianale e che non mancava mai nella nostra mensa; ma era anche il pane eucaristico, segno della morte e risurrezione del Signore, che abbraccia tutto l’universo e stringe a sé tutti i problemi dell’umanità perché il corpo di Gesù è strettamente unito al corpo mistico che è tutta la Chiesa. Da questa esperienza di vita ho tratto due grandi insegnamenti: la fede cristiana si incarnava nella storia, nella nostra umanità, non rimaneva un progetto astratto, ma pretendeva che ogni membro di quella comunità diventasse una persona vera e piena. Il diritto al pane si intrecciava visceralmente con la fame di Dio».

Questo incontro tra il pane e la grazia costituisce, come mostra il titolo del volume, il cuore del cattolicesimo di Bassetti. Un cattolicesimo segnato dall’incontro con La Pira. «Quest’uomo minuto, di origini siciliane, che si era fatto povero tra i poveri, che scrutava il mondo con lo sguardo lungo del profeta, “aveva il senso dei fini”, come disse Paolo VI , e “sapeva dove andare”. Sapeva andare lontano perché conosceva bene le sue radici, riconosceva con umiltà che anche la sua vocazione era il frutto di una storia complessa che lo precedeva e lo sovrastava. “Don Facibeni e il cardinal Dalla Costa — scrisse nel 1964 — sono stati le componenti più determinanti della storia fiorentina degli ultimi trent’anni” (…) don Giulio Facibeni era solito definirsi come un “povero facchino della Provvidenza”, ma in realtà fu un vero e proprio gigante della carità e un apostolo per le giovani generazioni. Il cardinale Elia Dalla Costa, riconosciuto nel 2012 Giusto tra le nazioni» dal Yad Vashem di Gerusalemme, era invece il prototipo del vescovo-pastore: il rigore e la carità erano due facce della stessa medaglia. Il cattolicesimo fiorentino in cui sono cresciuto era dunque il frutto di questa grande tradizione religiosa che è ben rintracciabile, tra l’altro, in molti altri uomini di fede come David Turoldo e Lorenzo Milani, Divo Barsotti e Ajmo Petracchi, Ernesto Balducci e Giuliano Agresti. Vista da questo angolo visuale, la Firenze lapiriana è stata un laboratorio di civiltà che ha sviluppato una proposta cristiana rivolta, non solo all’Italia, ma all’umanità intera. In fondo, la città lapiriana non era altro che il frutto della consapevolezza che l’uomo vive di pane e di grazia. Non di solo pane e nemmeno soltanto di grazia, ma di pane e grazia».

Evangelizzazione e promozione umana, dirà Paolo VI nella Evangelii nuntiandi. Questo è il binomio della vita cristiana, l’antinomia indissolubile. «Contemplazione e azione — commenta il cardinale — ancora una volta, dunque, la dimensione spirituale e quella sociale non sono scindibili. E proprio per questo motivo, queste parole suonano, oggi, come un forte ammonimento per i cattolici del mondo contemporaneo che troppo spesso sembrano dividersi fra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”». Il cattolicesimo di Bassetti è sinfonico e polare, trascende le contrapposizioni tra destra e sinistra che affliggono il cattolicesimo odierno. Si nutre del pane e dell’Eucarestia, non ha nulla di spiritualistico, di elitario, borghese. È cattolico nella sua dimensione genuinamente popolare, popolare come le sue origini. Il corpo di Cristo è materiale e spirituale, mistico e civile. Da qui la grande simpatia e l’ammirazione per La Pira, per il sindaco de L’attesa della povera gente, il suo volume del 1950. Come ricordava La Pira: «Tante altre famiglie venivano a Palazzo Vecchio per esporre la drammaticità della loro situazione: povera gente sfrattata che cercava un tetto e un riparo. Cosa dovevo fare? Potrei uscirmene dicendo agli sfrattati: mi dispiace ma io non posso farvi nulla. Il mio ragionamento — se devo prendere sul serio i miei doveri sostanziali di sindaco — non può essere che un altro: non può essere che un “ragionamento” samaritano, di intervento: devo cioè cercare tutti i mezzi atti a sanare una situazione di pena che non comporta ritardo alcuno!».

Questa urgenza, questo desiderio di condivisione dei bisogni dei poveri, non sorgeva da una ideologia, da una posizione puramente filantropica. Era l’esito di un incontro. La vocazione sociale di La Pira nasce dal suo essere parte di una piccola comunità toccata dalla testimonianza di don Bensi.

«Un giorno — nella primavera del 1934 — in casa di don Bensi si parlava di poveri: don Bensi disse: sarebbe tanto bello poter assistere materialmente e religiosamente le zone estreme della miseria: i poveri cui non giungono la carità delle Confraternite di san Vincenzo».

È l’origine della messa di san Procolo a Firenze. È, per La Pira, l’inizio della sua vocazione sociale, la medesima che lo porterà da sindaco di Firenze a lottare per impedire la chiusura della fabbrica Pignone che nel 1953 minacciava di chiudere lo stabilimento e di licenziare migliaia di dipendenti. Come un leone La Pira convinse il suo amico Enrico Mattei, presidente dell’Eni, a rilevare l’azienda, «il più deciso intervento in materia di lotta ai licenziamenti che mai un sindaco d’Italia abbia compiuto». È la medesima vocazione che lo porterà, dopo la Pacem in terris di Giovanni XXIII e la morte di John Kennedy nel dicembre 1963, a intraprendere la «strada di Isaia», il sentiero della pace tra le nazioni e tra i popoli del Mediterraneo. Nella visionaria intuizione del sindaco Firenze diviene la città della pace, il luogo di opposizione ai venti di guerra. Quest’uomo straordinario, poliedrico, attaccato su più fronti per una politica che sembrava utopica ed era essenzialmente realistica, ha lasciato un segno profondo nel cuore di molti. Tra questi v’è il cardinal Bassetti.

«La prima volta che ho avuto l’occasione di vederlo è stato nell’inverno del 1956. Ero entrato nel seminario minore a ottobre e lui venne a trovarci a dicembre. Conservo ancora una foto di questa visita in cui si vede La Pira vicino a una finestra mentre parla con il cardinale Elia Dalla Costa, monsignor Enrico Bartoletti — padre spirituale del seminario — e don Silvano Piovanelli. Il cardinale Dalla Costa era molto anziano, con gli occhi incavati e il suo sguardo austero ma paterno: in quella foto, ricca di umanità, La Pira lo guarda rivolto verso l’alto, con quel suo tenero sorriso da contemplativo. Ricordo sempre con grande commozione il modo con cui Dalla Costa parlava di La Pira: “quell’uomo è l’incarnazione del Vangelo”. Da sacerdote e, soprattutto, da rettore del seminario ho avuto modo di parlare molte volte con La Pira. Nelle sue conferenze ai seminaristi era un fiume in piena: una fonte inesauribile di sapienza, di citazioni erudite e di continui aneddoti della sua vita politica. Quando mi è capitato di accompagnarlo per strada a Firenze verso la sua dimora sembrava di assistere a una continua processione di fiorentini che lo fermavano a ogni angolo della città e vedevano in lui, non solo il sindaco, ma qualcosa di molto più profondo: scorgevano nella sua persona il testimone autentico di una cristianità che si faceva prossima ai cittadini. Non quindi un funzionario pubblico, ma un servitore sincero del popolo. Una volta una donna anziana, segnata nel corpo e nell’abbigliamento dalle piaghe della miseria, che partecipava alle messe di san Procolo, disse: “Il professore da molti non è capito, lo capiamo soltanto noi poveri”».

Alla scuola dei poveri si pone lo stesso Bassetti il quale indugia sulla figura di La Pira non con la nostalgia di chi rievoca una stagione da tempo tramontata ma con l’occhio rivolto al presente e al futuro. La politica, contrassegnata dal tramonto dei grandi ideali e dal prevalere del modello tecnocratico, ha bisogno di autentici idealisti attenti alla concretezza dei bisogni, non di tribuni della plebe o di attori o di tecnocrati. Di idealisti permeati dalla carne del popolo cristiano. In proposito Bassetti indica una triplice serie di condizioni, che valgono per la rinascita della Chiesa dopo la «rivoluzione antropologica» (Pasolini) e l’era della secolarizzazione dominante. Condizioni che La Pira ha incarnato magnificamente. La prima è una testimonianza cristiana, evangelica, autentica. La seconda è lo spirito di profezia in grado di vagliare attentamente i segni dei tempi, di comprendere il tempo di “crisi” alla luce del Vangelo e questo per tradurre l’azione cristiana nella storia. La terza è data da una rinnovata riflessione che aiuti il pensiero cattolico a misurarsi con il tempo.

Quest’ultima condizione è la meno ovvia. Come scrive Bassetti: «Quando Paolo VI invoca “gli uomini di riflessione e di pensiero” non lo fa perché vuole costruire una classe politico-ecclesiale per gestire il potere, ma perché il “mondo soffre per mancanza di pensiero”. Mai come oggi, accanto ai profeti, abbiamo bisogno di persone che sappiano pensare con serietà, umiltà e sobrietà il mondo presente. Non possiamo ridurre il dibattito intellettuale e quello politico a poche righe pubblicate su Facebook o a una battuta giornalistica».

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 21 maggio 2022. 

Titolo originale: Quell’ombrellino rosso che non proteggeva dalle bombe. La Firenze del secondo dopoguerra e il suo “sindaco santo” nell’ultimo libro del cardinale Bassetti.

Fa buon sangue. Il Tascabile della Treccani ospita una riflessione storica sul vino.

Da dove viene la convinzione che il vino possa essere usato come farmaco? Storia, leggende e controversie, da Ippocrate ai giorni nostri.

Alessandra Biondi Bardolini

La fascinazione per le bevande alcoliche, quelle fermentate e solo in tempi più recenti quelle distillate, accompagna le civiltà, antiche e moderne, da millenni. Il vino nei paesi Mediterranei e la birra in quelli del Nord Europa hanno radici culturali e antropologiche così profonde che spesso i risultati della ricerca sui rischi per la salute legati al consumo di alcol, e le conseguenti politiche di informazione e tutela della sanità pubblica, sono avvertiti come un attacco all’identità e alle tradizioni nazionali.

 

La storia del vino (ma un parallelo si potrebbe fare per altre bevande fermentate provenienti da molti paesi, non solo occidentali) si offre a una lettura stratificata. Il frutto della vite nel corso della storia è bevanda sacra che accompagna i riti (in alcuni dei quali è contemplata l’ebbrezza), legante delle relazioni sociali, piacere in grado di generare emozioni, ma anche alimento calorico e fortificante. Non ultimo, medicina. Uno dei motivi per cui non solo gli addetti ai lavori ma anche le persone comuni, consumatori e non, oppongono resistenza ad accettare il fatto che il consumo di alcolici comporti dei rischi, infatti, è che per millenni (e fino a tempi tanto recenti da poterne ancora conservare la memoria nelle generazioni più anziane), esso è entrato non solo nelle carte dei vini, ma anche nelle ricette e nelle prescrizioni degli speziali e dei medici di famiglia, per i quali il rapporto di fiducia era totale e incondizionato. 

 

Anziché trovare il suo giusto spazio in un ruolo edonistico ed emozionale di piacere per il palato e per il naso e confermarsi come elemento fortissimo di identità culturale e territoriale quale è, ancora oggi il consumo di vino cerca così talvolta nella medicina il ruolo superato che ha avuto nel passato. Un radicatissimo bias di conferma: dopotutto si dice che lo dica “anche il dottore”, e i proverbi e rimedi popolari confermano: “vino rosso fa buon sangue”.

 

La più igienica di tutte le bevande

I primi a inserire il vino e la birra nella preparazione dei loro medicamenti sono i Sumeri, seguiti dai Babilonesi e gli Egiziani, ma il loro utilizzo come rimedio per ferite e malattie non è un’esclusiva delle civiltà occidentali ed è conosciuto anche nell’antica Cina e nella medicina vedica in India. È in Grecia e successivamente nell’antica Roma che la salute cessa di dipendere soltanto dalla benevolenza degli dei e che il vino entra nella farmacopea occidentale, dove per secoli mantiene la sua posizione. Gli  artefici sono i padri della medicina, Ippocrate (nato intorno al 460 a.C. nell’isola di Coo e autore -reale o presunto – di un Corpus di quasi 70 opere) e, cinque secoli dopo, Galeno da Pergamo (circa 130 d.C. – 200 d.C.). È quest’ultimo, la cui carriera lo porta da medico dei gladiatori a curante dell’Imperatore, che codifica “scientificamente” un intero apparato nel quale tutti i vini conosciuti sono classificati e descritti per le loro caratteristiche e per i loro effetti.

 

Per Galeno, che riprende la teoria degli umori di Ippocrate, il vino è in grado di opporsi alla corruzione degli umori restituendo l’armonia e di intervenire nella formazione del sangue. I vini leggeri hanno azioni e proprietà specifiche diverse da quelli dolci e densi e di conseguenza ognuno, descritto per le sue caratteristiche e la sua provenienza, trova applicazioni e prescrizioni anch’esse diverse. I testi di Galeno basati su teorie e fondamenti anatomici e fisiologici che oggi sappiamo errati, continuano a essere tradotti e tramandati per secoli e le sue teorie e rimedi assumono nella medicina occidentale un carattere quasi dogmatico fino e oltre il 1500. 

 

Con dei distinguo per le diverse categorie di persone e per i vini di diversa provenienza, gli antichi attribuiscono al vino proprietà antisettiche, sedative, ipnotiche, anestetiche, tonificanti, antianemiche, digestive, purificanti, diuretiche, antidiarroiche, fortificanti e rinvigorenti (azione fondamentale quest’ultima, particolarmente raccomandata per bambini, convalescenti, anziani ed eroi). Le ragioni di alcune di queste applicazioni sono legate agli effetti psicotropici dell’alcol, ma anche al fatto che esso rappresenta una delle poche sostanze allora disponibili ad azione disinfettante e antibatterica, sfruttata negli unguenti per la medicazione delle ferite e nell’acqua come prevenzione degli inquinamenti da possibili patogeni.

 

L’uso igienico e la raccomandazione di bere alcolici puri o diluiti anziché acqua, rappresenta del resto in molti paesi e fino a secoli molto più recenti un’azione frequente per la prevenzione della diffusione delle epidemie da fonti inquinate. È a questo soprattutto che si riferiva Louis Pasteur, padre della microbiologia, quando definiva il vino “la più igienica di tutte le bevande”, coniando uno dei motti di maggior successo per l’intero settore.

 

Oltre alle proprietà curative o preventive che si attribuiscono al vino di per sé, esso veniva poi utilizzato come solvente per la preparazione dei medicamenti, essendo l’alcol in grado di estrarre le sostanze attive come ad esempio gli alcaloidi o gli antiossidanti dalle piante officinali. E se in alcuni casi come nell’uso della corteccia del salice, le proprietà dei principi hanno continuato ad avere un fondamento nelle scienze erboristiche e nella chimica farmaceutica più moderna, in altri non ce l’hanno affatto, come per la Teriaca, un miscuglio dalle molteplici proprietà, antidoto a tutti i veleni attribuito al Re Mitridate e contenente un enorme numero di ingredienti compresa la carne di vipera, che Galeno consigliava di accompagnare al miglior Falerno faustiniano.

 

I vini medicali sono ancora presenti nella Farmacopea Ufficiale del Regno d’Italia del 1892, la maggior parte sono a base di Marsala e tra essi troviamo anche un “Vino oppiato composto”. Gradualmente nei decenni successivi la medicina ufficiale abbandonerà il ricorso al vino e ai vini medicali come rimedio per questa o quella malattia, pur continuando ancora a lungo a sostenere le proprietà benefiche del consumo di vino nell’alimentazione. Usciti dalle farmacie questi prodotti restano però sulle nostre tavole, poiché si scopre che alcuni sono soprattutto molto buoni, così che la loro natura di elisir, liquori di erbe, vini chinati, vermouth, si trasforma nel tempo in altrettante bevande alcoliche tipiche.

 

Tra moderazione ed ebbrezza

 

Già ai tempi dei Greci e dei Romani il consumo di alcolici è controverso; il vino e la sua ebbrezza attraversano periodi di maggiore o minore permissivismo e se è vero come abbiamo detto che al vino si attribuiscono tutta una serie di proprietà curative e che dopo la fondazione di Roma nel periodo dei Re l’alcol non è ben visto, l’ubriachezza è invece contemplata (anche abbondantemente) all’interno dei riti e delle occasioni conviviali.

 

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Alessandra Biondi Bartolini livornese, è agronoma, blogger, giornalista e divulgatrice scientifica. Si occupa prevalentemente di ricerca applicata e di innovazione nel settore viticolo ed enologico e collabora con le principali riviste tecniche del settore.

 

Borrel: l’approvvigionamento alimentare mondiale è in pericolo. L’Alto rappresentante Ue per la Politica estera lancia l’allarme (AGI)

Le conseguenze della guerra russo-ucraina si annunciano particolarmente gravi per le popolazioni più fragili, specie nel continente africano. Ad una crisi di dimensioni planetaria occorre dare una risposta coordinata mettendo a fuoco una rapida e concreta iniziativa delle nazioni europee e occidentali.  Si rischia una catastrofe umanitaria.

L’approvvigionamento alimentare mondiale è in pericolo, principalmente a causa dell’invasione russa dell’Ucraina”. Lo ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, al termine della riunione dei ministri dello Sviluppo Ue. “I numeri parlano da soli: l’anno scorso, nel 2021, Russia e Ucraina erano tra i primi esportatori di cereali e semi di girasole – e olio con l’Ucraina – e questi rappresentavano circa il 50% del commercio mondiale di olio di girasole, solo per fare un esempio. Il 50% di olio di semi di girasole proveniva dall’Ucraina”, ha spiegato. 

“E la Russia sta occupando o bombardando parti della terra arabile ucraina e si stima che quasi la metà del frumento invernale, quasi il 40% della segale e più del 60% del mais, da raccogliere nell’estate 2022, si trovi in zone a rischio. Quindi, anche queste colture future saranno a rischio. Tra il 20% e il 30% delle superfici di produzione di cereali invernali, mais e semi di girasole in Ucraina rimarranno non raccolte o non saranno piantate questa primavera. Questo per dare un’idea di quanto la capacità agricola ucraina sarà danneggiata dalla guerra”, ha aggiunto il capo della diplomazia europea. 

“La conseguenza è che il cibo manca e mancherà. E dove non manca, è costoso, molto più costoso di quanto molte persone possano permettersi. Se spendono più risorse per il cibo, hanno meno per l’istruzione e la salute, questo aggraverà la povertà e le disuguaglianze. È chiaro che le prime vittime saranno le popolazioni vulnerabili in tutto il mondo, in particolare nei Paesi a basso reddito che dipendono dalle importazioni di cibo e fertilizzanti”, ha insistito Borrell. 

“La situazione era già molto grave prima della guerra in Ucraina. Si stima che 193 milioni di persone in 53 Paesi si trovassero ad affrontare una grave insicurezza alimentare. E se date un’occhiata alle cifre, specialmente nel Corno d’Africa dove le persone possono morire di fame – in Etiopia in particolare, e in tutto il Corno d’Africa, le cifre sono davvero terrificanti. Ma ora la guerra l’ha trasformata in una crisi totale e la necessità di una risposta globale da parte della comunità globale è stata discussa oggi [ieri per chi legge, ndr] con i ministri”, ha affermato il diplomatico spagnolo.

 

Fonte: Agenzia Giornalistica Italia

Indignazione di Alessi per le parole di Berlusconi. La pace non passa per l’abdicazione dei principi e della dignità.

“Bisogna arrivare al più presto a una pace […] io credo che l’Europa unita deve fare una proposta di pace, cercando di far accogliere agli ucraini le domande di Putin”. Queste le affermazioni del Cavaliere. Ad esse, in una nota asciutta e severa indirizzata ad amici di area ex democristiana, ha inteso replicare Alberto Alessi. Anche se a ruota è seguita – Berlusconi non ha paura di contraddirsi – una insistita rivendicazione di coerenza rispetto alle posizioni dell’Unione europea, della Nato, del Ppe, l’uscita è parsa in effetti l’ennesima dimostrazione della incoerenza e spregiudicatezza che contraddistingue da sempre il berlusconismo. Quello che sostiene Alessi è dunque assolutamente condivisibile, salvo laddove, in conclusione, al leader di Forza Italia si chiede di ritornare in se stesso, dal momento che nulla lascia supporre una diversità sostanziale, sul piano politico, dell’evocato “se stesso” di Berlusconi.

[ndr]

Alberto Alessi

Il Presidente Berlusconi dichiara che bisogna convincere gli Ucraini a cedere ai Russi ciò che chiedono.

È come affermare che bisogna cedere alla mafia, ai delinquenti, alla ndrangheta, ai criminali, e dire loro prendetevi tutto ciò che volete?! Ma il Presidente è fuori di testa? Dunque, un popolo sovrano viene massacrato, umiliato, torturato, e noi che cosa gli consigliamo? Arrendetevi e date ai vostri aguzzini ciò che vogliono.

Diciamo questo a coloro che hanno distrutto le vostre città, che hanno stuprato le donne e le bambine, assassinato civili innocenti, torturato e giustiziati ogni cittadino che hanno incontrato?!

Rimango basito, esterefatto. Presidente Berlusconi, i criminali sanguinari vanno combattuti ed eliminati, altro che parlare di pace e di cessioni. Le piacerebbe se Putin avesse distrutto tutte le Sue aziende, ucciso i suoi cari, assassinato i suoi dipendenti? E a chi Le consigliasse di mollare al criminale Putin, Lei che farebbe ? Bacerebbe le sue mani sante?

Per cortesia Presidente ritorni in se stesso.

 

 

La minoranza nella maggioranza, ovvero da Ferrero ai Cinque Stelle. Il problema politico è che non c’è mai un punto fermo.

Chi non ricorda quel simpaticone di Paolo Ferrero, un bonario rivoluzionario piemontese che dopo non avere mai centrato una elezione diventa misteriosamente ministro nel 2° Governo Prodi in quota Rifondazione comunista? Ma il meglio di sè Ferrero lo manifesta dopo poco tempo dall’ insediamento. Come Ministro, come ovvio e scontato, non è pervenuto. Ma come esponente di opposizione all’interno della maggioranza di cui faceva parte – lo so, è un ossimoro, ma questa era la realtà di quella fase politica – passò alla storia minore della politica italiana come un Ministro che partecipava alle manifestazioni di piazza contro il Governo di cui, come ovvio, ne faceva parte.

Ora, mi è tornato in mente il simpatico Ferrero ascoltando e registrando le posizioni, per la verità sempre più enigmatiche e difficili da decifrare, del capo dei 5 stelle, Giuseppe Conte. Dunque, se ho ben capito, questo signore da quando ha assunto le redini del partito di Grillo declina una politica che puntualmente finisce per attaccare il Governo di cui fa parte. Certo, si tratta di posizioni difficili da comprendere perchè, in assenza di una cultura politica di riferimento, l’unica bussola che orienta i singoli comportamenti politici continua ad essere il trasformismo politico e l’opportunismo parlamentare. 

Ma tant’è. L’ultimo elemento di questa gestione pendolare ed ondulatoria – siamo in maggioranza ma ci comportiamo come se fossimo all’opposizione – arriva dopo l’elezione dell’ottima Stefania Craxi alla Presidenza della Commissione Esteri del Senato al posto di un esponente dei 5 stelle. Un risultato non del tutto inatteso anche alla luce della strategia politica dei 5 stelle in materia di politica estera. Mentre Di Maio, altro fulgido esempio di coerenza politica e parlamentare, è saldamente al governo su posizioni decisamente filo atlantiste e occidentali, il vertice del partito – almeno così pare, seppur a giorni alterni – coltiva altri obiettivi e sposa altre posizioni decisamente diverse ed alternative. A cominciare, proprio e soprattutto, dai risvolti della guerra russo/ucraina.

Mi rendo conto che fare opposizione all’interno della maggioranza è sempre un esercizio difficile, complicato, articolato e complesso. E che, oltretutto, trasmette un messaggio di confusione e di caos che contribuisce ulteriormente ad allontanare i cittadini dalle istituzioni e, di conseguenza, anche dalla politica e dai partiti. Certo, il ruolo e la funzione dei 5 stelle è sempre in divenire, in continua evoluzione e cambiamento. Diventa francamente complicato capire quale possa essere il futuro e la prospettiva di un partito autenticamente e strutturalmente populista nella cittadella politica italiana. Anche perchè quando l’unico riferimento certo è la prassi trasformista, il cambiamento della strategia politica è continuo e quasi scientifico. Ovvero, non c’è mai un punto fermo, al di là della propaganda e delle chiacchiere funzionali ai pastoni dei vari notiziari televisivi.

Ho ricordato solo alcuni esempi per dire che fare la “minoranza all’interno della maggioranza” di cui si fa parte non è affatto una novità nella storia politica e democratica del nostro paese. Semmai, quello che va rilevato è che, purtroppo, persiste un malcostume difficilmente rimuovibile e che continua a caratterizzare pezzi del sistema politico del nostro paese. La speranza è che, prima o poi, ritorni un confronto fisiologico e naturale tra la maggioranza e l’opposizione. Ma, come tutti sappiamo, questo può tornare solo se ritorna anche la politica. Perchè sin quando prevalgono il populismo, il trasformismo e l’opportunismo, non ci può essere che “il nulla della politica”, come denunciava in tempi non sospetti l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

 

Tratta dei matrimoni in Cina: sempre più donne cambogiane le vittime.

Le conseguenze economiche del Covid-19 hanno fatto ulteriormente crescere il fenomeno, conseguenza della famigerata politica del figlio unico. Gli intermediari guadagnano tra i 20mila e i 40mila dollari a matrimonio. Le denunce di ragazze allettate con una promessa di lavoro e ritrovatesi spose in ambienti violenti o pericolosi.

Agenzia AsiaNews

Continua a crescere il numero di donne cambogiane vittime della tratta per essere date in sposa a uomini in Cina. A denunciarlo è un nuovo rapporto della Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC).

“Il numero di ragazze e donne che si spostano dalla Cambogia alla Cina per matrimoni forzati o combinati è aumentato dal 2016 e ha subito un’ulteriore impennata dall’inizio della pandemia da Covid-19 nel primo trimestre del 2020”. Pur essendo possibile che vi siamo situazioni in cui si tratta realmente di una scelta consensuale, il rapporto ha raccolto la testimonianza di un numero crescente di donne che hanno riferito di essersi trovate in ambienti violenti o pericolosi una volta in Cina.

Come in tutti i contesti di tratta, il traffico di spose verso la Cina è guidato dalla domanda, alimentata dalla famigerata politica del figlio unico rimasta in vigore in Cina fino al 2015: combinata con la pratica dell’aborto selettivo, ha creato uno squilibrio di genere in età oggi da matrimonio con una carenza di donne.

Il traffico di spose è in atto già dagli anni ’80, ma ha registrato un aumento significativo a partire dal 2000, quando la prima generazione nata sotto questa politica è diventata maggiorenne. Secondo il rapporto della GI-TOC i trafficanti di spose sul mercato cinese riescono a guadagnare tra i 20mila e i 40mila dollari per ogni matrimonio. “Alcune donne – si legge nella denuncia – vengono ingannate promettendo loro un lavoro in Cina; ad altre viene detto che hanno bisogno di un certificato di matrimonio per poter accedere a lavori ben retribuiti (cosa che non avviene); altre ancora vengono ingannate e vendute da familiari, parenti e conoscenti in cambio di una somma forfettaria o della promessa di un buon matrimonio e di una vita migliore in Cina”.

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https://www.asianews.it/notizie-it/Tratta-dei-matrimoni-in-Cina:-sempre-più-donne-cambogiane-le-vittime-55845.html

 

Libertà di pensiero e conoscenza, valori indispensabili per l’esistenza umana. L’Europa è la stella polare delle democrazie liberali.

Riportiamo un’ampia sintesi del discorso tenuto ieri a Padova dalla Presidente del Parlamento europeo, la maltese Roberta Metsola, in occasione della cerimonia, organizzata alla presenza di Sergio Mattarella, per celebrare gli 800 anni dell’ateneo patavino.  

L’università di Padova è una istituzione che ha attraversato il tempo. Il presidente Sergio Mattarella, non me ne vorrà se dico che questo non è solo una università italiana, ma è un pezzo importante della nostra cultura europea di cui sono orgogliosa e fiera come cittadina europea. Trovandomi oggi in questo magnifico palazzo non posso non pensare con emozione e gratitudine alle generazioni di studenti che ci sono succeduti su questi banchi in otto secoli, ma anche a quelli che verranno nei secoli futuri: Copernico, per citarne uno, non era certo padovano ma, come molti altri, è venuto qui da molto lontano per studiare, per imparare, per conoscere e per crescere e in quell’epoca non c’era ancora il programma Erasmus. Ma c’era la cultura europea. 

Siamo qui, oggi, per riaffermare con forza quanto libertà di pensiero e conoscenza siano indispensabili per l’esistenza umana. Oggi celebriamo 800 anni di libertà di pensiero. Il Parlamento europeo si è sempre battuto per difendere la libertà di pensiero nel mondo. Questo è ciò che rende il nostro continente la stella polare delle democrazie liberali.

 

Di fronte alla guerra in Ucraina l’Unione Europea deve fare scelte coraggiose come vietare il gas e il petrolio russo nell’Ue, perché non possiamo continuare a finanziare de facto le atrocità russe commesse contro i nostri concittadini europei. In definitiva, i nostri sacrifici di oggi sono un investimento per un futuro di democrazia e di pace e sappiamo che senza libertà c’è solo l’illusione della pace. Sebbene l’Unione Europea abbia dimostrato al mondo una determinazione, una solidarietà, e un’unità senza precedenti, non possiamo negare la polarizzazione che c’è in Europa nelle nostre società. Negli ultimi anni molte persone si sentono escluse: per contrastare questa situazione abbiamo bisogno di una voce forte e univoca in risposta all’insicurezza e ai timori che sono alimentati da una narrativa anti Unione europea e dalla disinformazione.  

La via da seguire è quella dell’istruzione, dell’educazione e può arginare la minaccia di una netta divisione nelle nostra società, tra coloro che credono nella difesa dei valori europei e coloro che hanno paura e cercano conforto in quei falsi profeti, profeti che predicano il nazionalismo, l’isolamento e vendono risposte facili a domande difficili.

I nostri sacrifici di oggi sono un investimento per un futuro di democrazia e di pace, e sappiamo che senza libertà c’è solo l’illusione della pace. Conosciamo il sacrificio che l’Ucraina sta facendo in nome della nostra libertà collettiva. Il popolo ucraino ora guarda all’Europa in cerca di sostegno. L’Ue e i suoi stati membri sono al fianco dell’Ucraina. Il popolo europeo e italiano sono al fianco dell’Ucraina, lo hanno dimostrato aprendo i loro cuori e le loro case a milioni di cittadini ucraini. La solidarietà deve continuare a essere una nostra priorità per il futuro, se ciò significa che dobbiamo fare scelte coraggiose come vietare gas e petrolio russo, perché non possiamo continuare a finanziare di fatto le atrocità russe commesse contro i nostri concittadini europei. 

Accattoli risponde ai quesiti di “Crux” riguardanti gli “enigmi” della posizione vaticana sull’Ucraina.

Sul suo blog, Accattoli ha pubblicato le risposte (con una nota finale) alle sei domande sulla posizione vaticana che John L. Allen Jr formulava ieri su Crux, il magazine online statunitense di cui è fondatore ed editor [le domande, per chi legge, sono riferite all’altro ieri].

Luigi Accattoli

 

Con le sei domande Allen dà corpo all’affermazione che a quasi tre mesi dall’inizio della guerra la posizione vaticana costituisce “una grande incognita”. E lancia una sfida: “Se qualcuno pensa di avere risposte definitive a queste domande, mi piacerebbe ascoltarle”. 

Accetto la sfida in nome dell’amicizia: conosco bene il collega, più volte ci siamo reciprocamente consultati e intervistati. Non ho risposte definitive e non ho indiscrezioni sulle quali scommettere: ma ho delle risposte che mi paiono chiare e che mi inducono ad affermare che la posizione vaticana non costituisce affatto un’incognita per chi non aspiri a ottenere dal Papa o dai suoi collaboratori una scelta di campo a favore dell’uno o dell’altro belligerante. 

Nei primi commenti riporto le sei domande e formulo le mie risposte.

 

Di chi è la colpa. 1. Il Vaticano a chi attribuisce la responsabilità del conflitto? Riconosce che alla sua base vi siano legittime preoccupazioni della Russia per la propria sicurezza o lo vede come una guerra di aggressione sostanzialmente immotivata?
Riconosce le “legittime aspirazioni” russe, sia quelle riguardanti la sicurezza sia quelle per le popolazioni di lingua russa che sono all’interno dell’Ucraina. Già il primo giorno dell’invasione, il 24 febbraio, il cardinale Parolin invitava le parti a soluzioni che “tutelino le legittime aspirazioni di ognuno”. Il richiamo all’attuazione degli accordi di Minsk fatto dal Papa nell’incontro con Putin del 10 giugno 2015 già segnalava quel duplice riconoscimento. Il Vaticano dunque riconosce l’aggressione e l’invasione operate dalla Russia – e più volte il Papa e i suoi hanno usato queste parole – ma ritiene che vi sia stata provocazione e non solo con l’abbaiare della NATO ma anche con il disattendere Minsk.


Sanzioni aggressive

  1. Il Vaticano sostiene le sanzioni economiche aggressive imposte dalla maggior parte degli stati occidentali alla Russia?
    No. Le ritiene legittime come strumento per sanzionare l’aggressione e l’invasione, cioè la delegittimazione del diritto internazionale venuta dalla Russia con l’atto dell’invasione. Legittime ma foriere di gravissime conseguenze bilaterali e mondiali, destinate a durare se a esse non si accompagna un’adeguata iniziativa di pace che possa essere accolta da ambedue le parti. Legittime dunque per stato di necessità, ma da superare al più presto.


    Quello che dice Kirill
  2. Il Vaticano è d’accordo con la tesi della Chiesa Ortodossa Russa secondo cui Putin è un difensore dei valori cristiani tradizionali, sia in patria che all’estero?
    No. E’ interessato a cogliere l’anima cristiana del popolo russo e come essa possa manifestarsi oggi nella politica interna e internazionale di uno stato moderno. Coglie in tali manifestazioni elementi positivi frammisti ad altri negativi, ma non più di quanti – positivi e negativi – non ne colga in altri movimenti politici o sistemi statuali a orientamento conservatore presenti oggi in paesi di tradizione cristiana.

 

Fornire armi a Kiev

  1. Il Vaticano sostiene gli sforzi per armare l’Ucraina come legittima espressione del diritto all’autodifesa, riconosciuto dalla dottrina sociale cattolica, o vede la fornitura delle armi all’Ucraina come una componente dell’escalation del conflitto?
    Non sostiene quegli sforzi. Ritiene obtorto collo legittima la scelta di fornire armi all’aggredito, stante lo stato di necessità che si diceva, ma non la condivide e la considera portatrice di escalation, quantomeno fino a quando non s’accompagni a un’iniziativa di pace pensata come accettabile dalle due parti e condotta con altrettanto impegno rispetto a quello con cui ora si forniscono armi. L’atteggiamento è di sostanziale disapprovazione come e più che per le sanzioni: queste uccidono sui tempi lunghi, specie con la crisi alimentare che inducono nei paesi poveri; le armi uccidono immediatamente, dunque sono ancora peggiori. Due iniziative – sanzioni e armi – legittimate dall’emergenza, ma che da sole – e al momento restano sole – non sono portatrici di pace. 

 

Rivedere i confini? 

  1. Il Vaticano sarebbe disposto a vedere l’Ucraina cedere il controllo del Donbass o di altre parti dell’Ucraina orientale con popolazioni di lingua russa come un modo per porre fine alla guerra, o lo vedrebbe come semplice preludio a un conflitto più ampio?
    Non tocca al Vaticano – come a nessun attore terzo – entrare nel merito delle soluzioni operative, che debbono essere cercate e vagliate dalle due parti. Ma in un accordo globale, quale è indispensabile per mettere fine al conflitto, potrebbe esservi spazio anche per una qualche revisione dei confini, magari legata alla garanzia – con supporto internazionale – che a essa non seguirà altra rivendicazione territoriale.

 

La Nato che abbaia

  1. Che cosa pensa il Vaticano dell’ampliamento della NATO, in particolare delle richieste di adesione immediata da parte della Finlandia e della Svezia?
    L’ampliamento della NATO intensifica ed estende quello che il Papa ha chiamato e deprecato come un provocatorio “abbaiare alla porta della Russia”. Ancora di più potrebbe risultare provocatoria la dislocazione in nuovi territori di basi della NATO. Il quadro di sicurezza da proporre alla Russia dovrebbe comprendere un accordo in tale materia: nuove nazioni potrebbero anche entrare nella NATO ma dovrebbe essere garantita alla Russia un’adeguata fascia di rispetto quanto alle installazioni militari.

 

Nota finale

Il Papa e i suoi collaboratori svolgono – di fronte al fuoco di questo conflitto – una predicazione di pace che esprime totale disapprovazione per l’iniziativa del ricorso alle armi presa dalla Russia, ma anche radicale insoddisfazione per risposte di sanzioni e di aiuti militari che magari sono necessitate dall’urgenza di porre un freno a quell’iniziativa ma che non possono in nessun modo portare alla pace. Vorrebbero dunque dalla comunità internazionale una proposta forte, di chiamata al tavolo negoziale, che implichi – poniamo – una conferenza sulla sicurezza in Europa che possa inquadrare la questione ucraina in una più vasta considerazione della salvaguardia della pace nel continente e sul pianeta.

 

Per saperne di più

http://www.luigiaccattoli.it/blog/rispondo-alle-sei-domande-di-crux-riguardanti-le-incognite-della-posizione-vaticana-sullucraina/

 

La tempesta perfetta. Il clima che cambia: “Daily News” dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale. 

I cambiamenti climatici, la guerra e la crisi economica affamano il mondo. L’Onu: “Basta scuse: i combustibili fossili sono un vicolo cieco”.

Istituto ISPI

Il cambiamento climatico è già qui. E fa paura. Eventi estremi, siccità, ondate di calore, desertificazione e alluvioni sono e saranno sempre più frequenti a tutte le latitudini. Bisogna invertire la rotta, puntare sulle energie rinnovabili e a basso impatto ambientale, senza perdere altro tempo: è questo, in estrema sintesi, il contenuto dell’ultima pubblicazione dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo/Omm), massima autorità delle Nazioni Unite per il clima. Nel suo “Stato del clima globale 2021” gli scienziati di oltre 190 paesi confermano che gli ultimi anni, in particolare dal 2015 al 2019, sono stati i più caldi di sempre, mentre quattro indicatori chiave del cambiamento climatico hanno battuto nuovi record nel 2021: concentrazioni di gas serra, innalzamento del livello dei mari, temperatura e acidificazione degli oceani. Quello che succede – spiega Petteri Taalas, capo dell’Omm – è che il clima sta cambiando davanti ai nostri occhi”. Secondo lo studio, tutti questi dati dimostrano ancora una volta la realtà dei cambiamenti causati dalle attività umane su scala planetaria, terrestre, oceanica e nell’atmosfera, cambiamenti che “hanno ripercussioni deleterie e durevoli sullo sviluppo sostenibile e degli ecosistemi”.

 

Record di danni?

 

Secondo lo studio dell’Omm, nel 2021 le concentrazioni di anidride carbonica nell’aria hanno raggiunto 413,2 parti per milione (ppm) a livello globale, pari al 149% dei livelli preindustriali. Anche il livello medio dell’innalzamento dei mari ha raggiunto un nuovo record, aumentando in media di 4,5 millimetri all’anno dal 2013 al 2021. E gli oceani continuano a riscaldarsi sempre di più, con una reazione chimica che provoca la loro acidificazione, minacciando direttamente gli organismi e gli ecosistemi. Il tutto mentre il buco dell’ozono ha raggiunto un’estensione preoccupante: 24,8 milioni di chilometri quadrati, grande come l’Africa. E le prospettive per il futuro non sono incoraggianti: gli scienziati ritengono che ci sia una probabilità del 93% che almeno un anno, tra il 2022 e il 2026, diventi il più caldo mai registrato, scalzando il 2016 dalla prima posizione. Sale del 50%, inoltre, la probabilità che la temperatura media globale annuale aumenti temporaneamente (almeno per uno dei prossimi cinque anni) di 1,5 gradi centigradi al di sopra del livello preindustriale. Una linea rossa tra gli obiettivi tracciata dagli Accordi di Parigi del 2015 per ridurre le emissioni globali di gas serra.

 

Una vittima oggi 48 secondi

 

Come se non bastasse, il cambiamento climatico rischia di far precipitare milioni di persone nell’insicurezza alimentare. A causa del riscaldamento globale eventi meteorologici estremi come la siccità sono diventati più frequenti e intensi. L’Africa è in assoluto il continente più vulnerabile. In Somalia, Etiopia e Kenya il numero di persone che soffrono la fame è passato da 10 a 23 milioni in un anno e l’appello delle Nazioni Unite per una risposta umanitaria oggi è finanziato solo al 2%. Le politiche di contrasto all’insicurezza alimentare sono al centro della ‘COP15 desertificazione’, in corso fino a domani ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Invertire la tendenza non è mai stato così urgente, considerato che la desertificazione e la siccità provocano in Africa orientale – secondo un nuovo rapporto di Oxfam e Save the Childrenuna vittima ogni 48 secondi. L’attuale siccità nel Corno d’Africa, la peggiore degli ultimi 40 anni, ha bruciato le riserve economiche, decimato il bestiame, ridotto drasticamente la disponibilità di cibo per milioni di persone. Il tutto accade in paesi stritolati da un debito che è più che triplicato in meno di un decennio – passando da 20,7 miliardi di dollari nel 2012 a 65,3 miliardi di dollari nel 2020 – sottraendo risorse ai servizi pubblici e a misure di protezione sociale. Paradosso nel paradosso: la regione non ha ‘colpe’ per la desertificazione poiché non incide nella crisi climatica, essendo responsabile di appena lo 0,1% del totale delle emissioni globali di CO2.

 

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Il magistero sociale è teologico: per la “guerra giusta” come per la pena di morte. Pillole di teologia su “L’Osservatore Romano”.

Dio è amore e solo amore, come tale non può chiedere l’esercizio della violenza di un credente su un essere umano, in nessun senso e in nessun momento. D’altronde, come ha detto Benedetto XVI a Regensenburg, «agire con violenza è contro la natura dell’anima e di Dio».

Antonio Staglianò 

Se la Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II ha stabilito che la dottrina sociale della Chiesa appartiene al campo della teologia e della teologia morale (cfr. n. 41), allora anche il magistero sociale è teologico: e lo è davvero, quando Fratelli tutti chiede di eliminare la pena di morte, impegnando tutti i cattolici a promuovere iniziative ad ampio raggio, perché gli Stati la eliminino definitivamente, insieme all’ergastolo che è una forma di pena di morte prolungata nel tempo.

Si può capire la natura teologica di questo “gesto” del Papa, pensando al fatto che la pena di morte era stata già tolta dal Catechismo della Chiesa cattolica, in quanto — pur coerente con la dottrina sociale della Chiesa in extrema ratio — è assolutamente incompatibile con il Vangelo e la rivelazione cristiana. Perché? Semplice, perché Dio è amore e solo amore, per il Maestro di Nazareth. Come tale non può chiedere l’esercizio della violenza di un credente su un essere umano, in nessun senso e in nessun momento. Questo è cristianesimo “puro”, ineccepibile, svelamento del vero volto di Dio Padre del Figlio che dona lo Spirito.

E non è di questo che si occupa la teologia, in quanto scienza di Dio? Nel documento sulla fratellanza umana, firmato da Papa Francesco insieme al grande imam ad Abu Dhabi, emerge chiaro fin dove il cristiano si può spingere nel dialogo interreligioso su Dio. In quel documento c’è scritto: «Non ucciderai l’anima innocente». L’islam impone per dovere religioso di uccidere l’anima colpevole, perché «Allah lo vuole» e i musulmani sono sottomessi ad Allah, a questo preciso volto di Dio. Fratelli tutti invece è un documento tutto cristiano che firma solo il Papa: qui è evidente il compimento del volto di Dio solo amore che chiede di non uccidere nessuno, perché «agire con violenza è contro la natura dell’anima e di Dio» (Benedetto XVI a Regensburg).

Il concetto di “guerra giusta” va allora ricompreso, in questa direzione, alla luce del Vangelo, dalla teologia che serve la Chiesa e l’umano di tutta l’umanità.

Fonte: L’Osservatore Romano del 19 maggio 2021. L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del quotidiano ufficioso della Santa Sede.

 

***

“La cooperazione? Entra nel modello aziendale l’organizzazione democratica e solidaristica”. Intervista a Daniele Ravaglia. 

È necessario unirsi, non per stare uniti, ma per fare qualcosa insieme.
(Goethe)                                   

La genesi della cooperazione risale a Rochdale, anno 1844, per iniziativa di un piccolo gruppo di tessitori. Il modello cooperativo, che nella cittadina inglese prese forma, si diffuse presto in tutta Europa, in modi e in tempi diversi, ma proponendo i medesimi valori. L’epoca era quella della rivoluzione industriale e la cooperazione ebbe fortuna in quanto strumento per rimediare alle iniquità e agli squilibri che andavano producendosi. Il modello cooperativo mirava a dare lavoro a condizioni eque e dignitose, garantendo da forme di sfruttamento e permettendo ai ceti indigenti di migliorare gradualmente la propria condizione economica. Fin qui la storia. 

Oggi la domanda è: cosa resta di attuale dell’esperienza cooperativa? Per rispondere non basta fare appello alla grandezza della tradizione o a valori che si presumono “senza tempo”. È necessario indicare proposte concrete davanti alle sfide di oggi (digitalizzazione, transizione ecologica), che sono di certo foriere di nuove opportunità, ma rischiano di lasciare indietro molti e produrre nuove diseguaglianze. Come la cooperazione intende interpretare il proprio ruolo storico oggi e domani?

 

Presidente Daniele Ravaglia, che cosa c’è di attuale nella storia della cooperazione? E quali sono – alla luce della Sua personale esperienza – i valori della tradizione cooperativa da riscoprire oggi?

 

La storia della cooperazione è carica di significato. Fino a che non emersero le prime iniziative cooperative, l’attività imprenditoriale era condizionata alla disponibilità di capitali ingenti e alla capacità di chiedere ed ottenere credito. In una società rigidamente suddivisa in classi questa precondizione escludeva gran parte della società dall’iniziativa di impresa e relegava molti lavoratori in un vicolo cieco di occupazioni mal pagate e molto contese. Questo stato di cose permetteva a capitalisti senza troppe remore di impiegare il lavoro delle persone come qualunque altro mezzo produttivo: comprimendone il più possibile i costi e modificandone le quantità in base alle necessità del momento. 

La cooperazione ribalta tutti i valori: la remunerazione del capitale non è più il fine dell’agire di impresa, al suo posto si mette il lavoro e la persona. L’impresa cooperativa si preoccupa di retribuire equamente il lavoro, di avvantaggiare gli utenti e anche di produrre valore per la propria comunità. Questa prospettiva ci parla di responsabilità sociale d’impresa. Lo sviluppo sostenibile non è altro che l’estendersi di principi e metodi connaturati all’esperienza cooperativa. Con riferimento alla gestione di impresa, la cooperazione nasce dando valore alle singole persone: si decide che contano le teste della compagine sociale, non le quote possedute dai singoli soci. È la forma democratica che entra nel modello aziendale. A mio parere questa forma societaria resta attuale oggi più che mai, seppure qualche innovazione anche qui va portata. Lo spirito cooperativo ha dimostrato, specie in questi anni di pandemia, quanto sia basilare la valorizzazione del rapporto umano e del benessere sociale e non esclusivamente dell’imprenditore o dell’azionista. Addirittura oggi assistiamo a un fenomeno molto interessante: quello delle B-Corp (Benefit Corporation), società di capitali che in parte cercano di replicare il modello cooperativo quanto alle finalità cui tende l’impresa.

 

Considerando che Confcooperative proviene dall’associazionismo di matrice cattolica e dal movimento sociale che, facendo capo alla dottrina della Chiesa, ha preso forma a cavallo tra ‘800 e ‘900, Le chiedo che cosa rimane, in termini di ispirazione e di valori attuali – di questa eredità?

 

Non c’è una risposta univoca, dipende dalla sensibilità delle persone che gestiscono le cooperative. Sappiamo bene che oggi che il cristianesimo democratico e popolare non è più una parte politica, può però diventare un’eredità comune. Confcooperative è tra le organizzazioni che si fanno custodi e tentano di attualizzare questo patrimonio, richiamandosi espressamente nel proprio statuto ai principi della dottrina sociale della Chiesa. Credo che tra gli orizzonti di maggior attualità vi sia la valorizzazione della società civile e delle sue organizzazioni. Leone XIII scrive la Rerum Novarum – vero e proprio caposaldo moderno della dottrina sociale – in un periodo in cui ai cattolici era impedito l’impegno politico diretto. Si sentiva la necessità di essere presenti, di non estraniarsi: si rispose puntando sulle organizzazioni civili (cooperative, società di mutuo soccorso, iniziative editoriali e pedagogiche, etc). Si diede vita ad un movimento sociale di orientamento cattolico di cui la cooperazione è stata parte importante. 

Oggi i connotati identitari sono più sfumati, ma attualissima rimane la centralità della società civile. Si è resa evidente la necessità di superare il binomio Stato-mercato: in vista del bene comune serve un terzo polo che coinvolga la società nelle sue forme organizzate, dal volontariato alle cooperative, dagli enti filantropici alle associazioni di promozione sociale. La dottrina sociale della Chiesa indica questa via da tempi antichi, riproponendola alla modernità a partire dalla Rerum Novarum e dai suoi sviluppi.

 

Quali prospettive provenienti da questo passato possono dunque illuminare il presente? Mi riferisco al valore culturale, associativo, organizzativo e di supporto che il mondo cooperativo può offrire sul piano economico e sociale, secondo le sue peculiarità.

 

Domanda interessante. Le organizzazioni della società civile – cooperazione in primis – possono assumere un ruolo più ampio di quello giocato finora. A Bologna, ad esempio, le cooperative danno lavoro a 80mila persone, sviluppando un fatturato di alcuni miliardi di euro e in molti ambiti esprimendo aziende leader nell’innovazione. Serve un passo in più. Dove ve ne sono le condizioni, le cooperative dovranno farsi promotrici di un rinnovamento del dialogo con le istituzioni, assumendo una voce importante nella scelta delle politiche pubbliche. È il paradigma della sussidiarietà circolare, eredità della dottrina sociale: le organizzazioni della società civile e le istituzioni avviano un dialogo aperto e trasparente in vista di un disegno di società condiviso. Finora abbiamo vissuto due dimensioni della sussidiarietà: quella verticale, che riguarda i rapporti tra enti pubblici e cittadinanza; quella orizzontale, in cui il pubblico delega attività a enti espressione della società civile quando ritiene che essi possano dare risposte più vicine all’interesse generale. Oggi il codice del Terzo Settore dà strumenti giuridici per un cambio di passo verso la sussidiarietà circolare. Si prescrive infatti l’implementazione del paradigma della coprogrammazione e della coprogrettazione (art. 55). La prima parola indica la scelta condivisa delle priorità di azione, la seconda riguarda la messa a terra concordata di interventi concreti. In Emilia-Romagna abbiamo alcuni esempi virtuosi, a partire dal Patto per il lavoro e per il clima. Si tratta di sistematizzare questo approccio, che supera i rischi del dirigismo pubblico e dell’individualismo privatistico, valorizzando il pluralismo democratico, linfa vitale di ogni società. Bologna è il primo Comune in Italia ad essersi impegnato direttamente, con la costituzione di una “delega alla sussidiarietà circolare”. Ci aspettiamo molto.

 

Le organizzazioni di rappresentanza delle cooperative hanno eredità molto diverse: Legacoop viene dal socialismo, Agci dalla tradizione repubblicana. Come si presentano e si compongono oggi queste differenze in un mutato quadro economico e sociale?

 

L’economista Stefano Zamagni ricorda sempre che la cooperazione nasce tricolore (il verde repubblicano, il bianco cattolico, il rosso socialista) ed è per questo che rappresenta il Paese. Oggi che la stagione ideologica è superata, la differenza di provenienze e di sensibilità diviene ricchezza per tutti. 

Inoltre, ho una radicata convinzione: se andiamo a chiedere ai soci di una qualsiasi cooperativa a quale associazione vorrebbe che la sua azienda aderisse, la risposta sarebbe certamente “a quella che mi garantisce il lavoro e una vita dignitosa”. Nessuno farebbe una scelta ideologica. 

Va inoltre detto che le cooperative di differenti matrici collaborano bene, a Bologna lo vediamo ad esempio sul fronte della rigenerazione urbana. I progetti più ambiziosi spesso vedono questo tipo di collaborazione: le cooperative mettono insieme risorse finanziarie, competenze, relazioni, progettualità. I risultati parlano di ricadute positive per tutta la comunità. Non a caso, si è costituita l’Alleanza delle cooperative, organizzazione che nasce per rappresentare unitariamente Agci, Confcooperative e Legacoop. Non è così in tutti i territori, purtroppo, perché permangono divisioni estemporanee. A Bologna sperimentiamo l’efficacia della rappresentanza comune. Pensiamo ad esempio al Protocollo appalti con cui, insieme ai sindacati, abbiamo ottenuto dal Comune che i servizi nei quali la componente del lavoro è prevalente non possano venire appaltati al massimo ribasso. Nelle attività in cui il lavoro è la principale voce di costo – pensiamo alle mense, ai servizi di pulizia e sanificazione – gli appalti al massimo ribasso finiscono per schiacciare verso il basso le retribuzioni. Si tratta di una misura molto concreta a tutela del lavoro, a cui siamo stati in grado di giungere dialogando con le istituzioni con una voce sola.  

 

Siamo inclini solitamente a pensare che siano o debbano essere i sindacati farsi carico della centralità e della dignità del lavoro. Che rapporti sussistono tra l’associazionismo cooperativo e le i rappresentanze sindacali dei lavoratori? Con quali valori aggiunti reciproci?

 

La cooperazione e i sindacati nascono e si diffondono nello stesso periodo storico. Sono forme distinte di reazione alle iniquità che la rivoluzione industriale ha portato con sé. I sindacati intrapresero la via rivendicativa, chiedendo diritti all’interno dei contesti produttivi esistenti utilizzando varie forme di pressione, compreso lo sciopero. La cooperazione si diffuse costituendo un’alternativa pratica ai modelli che generavano sofferenze sociali e iniquità. 

Sono forme diverse di agire in vista di un fine che, almeno in parte, è comune e che condividiamo ancora oggi ad esempio nella lotta alle finte cooperative, che usano strumentalmente la forma cooperativa, contraddicendone i valori. A Bologna, la collaborazione ha portato alla nascita di un Osservatorio congiunto sul workers buyout, le imprese rigenerate dai lavoratori. Quando si manifestano fasi di crisi o la necessità di turn over, i lavoratori possono decidere di rilevare l’azienda e portarne avanti l’attività attraverso la forma cooperativa. Si garantisce così la continuità occupazionale, si conserva il capitale umano (attitudine al lavoro, competenze, relazioni) e si evitano gli ammortizzatori sociali, che pesano sui conti pubblici. L’Osservatorio ha il compito di monitorare le situazioni, valutando i rischi e accompagnando i lavoratori. 

 

La cooperazione fu strumento di riscatto e di giustizia sociale durante la rivoluzione industriale. Davanti alle grandi trasformazioni che viviamo – digitali, ecologiche, tecnologiche – che cosa può offrire la cooperazione, oggi?

 

Il compito più importante – il mandato storico della cooperazione – è continuare a garantire, pur nelle difficoltà delle transizioni, la centralità del lavoro e della persona nel lavoro. C’è necessità di aggiornarsi.  Sul fronte della sostenibilità molto spesso le cooperative sono un passo avanti. Non sempre manifestano la stessa capacità di innovazione tecnologica. Ciò anche in ragione del fatto che gran parte delle coop operano in settori tradizionali, dove i modi della produzione faticano ad aggiornarsi (dai trasporti all’agricoltura) anche per resistenze culturali. C’è un deficit di formazione e informazione a cui è necessario supplire. Spesso poi le cooperative incontrano alcune difficoltà nel reperimento di risorse finanziarie, che per imprese di certe dimensioni sono necessarie in quantità ingenti. Le società di capitali rispondono più facilmente ai requisiti previsti da normative europee (in particolare dalla BCE) sulla finanziabilità, se non altro per una più ampia capacità di patrimonializzarsi.

Ricordo che le cooperative possono aumentare il proprio patrimonio o attraverso le quote sociali o con gli utili utile, entrambe le soluzioni non permettono forti incrementi in poco tempo. 

Di qui, l’esigenza di prendere strade innovative ma sempre assolutamente nel solco valoriale della cooperazione: penso alle società di capitali controllate al 100% da cooperative. In questo caso, la società di capitali non è che un mezzo in mano alla cooperativa, non ne inficia la natura. Si accede ai capitali necessari all’innovazione e al contempo si salvaguarda lo spirito cooperativo.

 

Sono in molti a denunciare una scarsa aderenza delle grandi cooperative ai valori fondativi ed istituzionali enunciati. È così? C’è il rischio di uno snaturamento con l’aumentare delle dimensioni organizzative e della pluralità degli interessi?

 

Il rischio c’è. Nelle grandi cooperative il rischio di un’eccessiva centralità del management e la perdita di ruolo dei soci è evidente. Inizialmente, può sembrare quasi un’opportunità: si affida l’azienda a manager capaci di massimizzare i risultati economici e ci si leva il pensiero. Sul medio e lungo termine questa scelta si può rivelare una trappola: la cooperativa rischia di perdere equilibrio, la compagine sociale diviene marginale e si disgrega, si perde aderenza al territorio, alla missione originaria, si dissipano relazioni e reputazione. A questo punto, ci si ritrova con un’azienda senza identità e si rischia grosso anche in termini di tenuta. Bisogna non caderci. E qui la differenza la fa la governance della cooperativa: amministratori e dirigenti, che devono essere formati sia sotto l’aspetto professionale, sia sotto l’aspetto valoriale.

Credo non sia utile avere un dirigente “bocconiano”, molto qualificato, se poi si finisce per operare come una qualsiasi azienda commerciale. Non si può trascurare l’importanza dei soci: più la cooperativa si amplia e l’insieme di interessi da esprimere si fa complesso, più è necessario potenziare e rendere capillari le strutture di rappresentanza interne alla cooperativa. La banca cooperativa che dirigo – Emil Banca – conta 50mila soci e ha comitati che ne rappresentano le istanze a tutti i livelli: nei quartieri cittadini, nei piccoli comuni, addirittura a livello di frazioni e borgate, e questo tanto nelle zone di insediamento storico, quanto nelle aree dove siamo approdati da poco. La compagine sociale si sente rappresentata e contribuisce a dare indirizzo alla banca. Tante sono le cooperative che hanno applicato strategie simili per crescere senza snaturarsi.

 

Quali sono oggi le sfide più significative e condivise per il modello cooperativo in termini di aggiornamento e crescita culturale e sociale? Faccio riferimento al valore dell’intermediazione sociale, sempre richiamata dal CENSIS e – purtroppo – oggi caduta in disuso.

 

È vero, il capitalismo della disintermediazione ha fatto grandi danni. L’idea che si potesse risolvere tutto potenziando l’individuo e slegandolo dalle relazioni identitarie è stato un errore storico che ancora paghiamo. I corpi intermedi in Italia hanno retto meglio che in altri contesti, pensiamo ad esempio al Regno Unito. Ciò non toglie che la crisi di rappresentanza c’è ed è grave. Credo sia necessario agire su tre linee convergenti: in primis, i corpi intermedi devono proporre un nuovo patto di rappresentanza e meritarsi la fiducia dei soggetti di cui hanno il mandato. Saremo vagliati dall’opinione pubblica e dovremo risultare credibili. Il che significa ridefinire in modo chiaro priorità e obiettivi, aggiornare le competenze, agire e comunicare con trasparenza. Serve poi un passo avanti delle istituzioni, che sempre più dovranno considerare i corpi intermedi i propri alleati naturali per un’amministrazione di successo della cosa pubblica. La politica ha un ruolo importante nel legittimare le organizzazioni della società civile e viceversa. Infine, il mercato e i suoi operatori dovranno comprendere appieno il nuovo corso e fare spazio a logiche rinnovate, che comprendano finalità diverse e superiori dal mero profitto e includano dinamiche tese al bene comune (il paradigma della sostenibilità in tutte le sue dimensioni: sociale, ambientale di governance). Si tratta di processi già in corso, per questo – credo – possiamo concederci un cauto ottimismo.

 

Daniele Ravaglia

Presidente di Confcooperative Bologna e di Alleanza Cooperative Bologna (unione delle tre grandi realtà cooperative: Agci, Confcooperative e Legacoop), nonché Direttore Generale della “Emil Banca-Credito Cooperativo”.

 

Trovi qui il curriculum vitae curriculum vitae Presidente Confcooperative Bologna Dr. Daniele Ravaglia 2022

Pd e 5 stelle, alleanza populista? È giunto il momento di chiarire, al di là della legge elettorale, natura e identità dei singoli partiti.

Al Nazareno si continua ad individuare nel partito di Grillo e di Conte l’alleato politico più affidabile e solido. Eppure è francamente misterioso comprendere le ragioni politiche, culturali, programmatiche e anche storiche per le quali un partito di potere e governista come il Pd punta in modo deliberato e quasi fideistico ad allearsi con il partito populista per eccellenza.

Un vecchio adagio popolare recita “che chi si assomiglia si piglia”. Nel caso specifico si parlava di matrimonio e di famiglia. Un adagio, detto fra di noi, che affonda le sue radici nella saggezza popolare e che poco si discosta, di conseguenza, dalla realtà. Ho voluto citare questo antico detto dopo aver appreso che la segreteria nazionale del Pd, attraverso la sua Direzione, continua ad individuare nel partito di Grillo e di Conte l’alleato politico più affidabile e solido per dare una prospettiva democratica e riformista all’intero paese anche in vista delle ormai prossime elezioni politiche.

Ora, tutti sanno – ma proprio tutti – che il partito di Grillo e di Conte è il partito populista per eccellenza nella cittadella politica italiana. Un partito che, attraverso la predicazione del suo fondatore, ha dato un profilo politico e culturale – culturale si fa per dire – netto ed inequivocabile. Un mix di populismo, di demagogia, di anti politica, di giustizialismo manettaro, di anti istituzionalismo e di nuovismo che ha contribuito a consolidare una immagine del partito alquanto chiara. Il tutto condito, come noto, da un linguaggio triviale, violento ed aggressivo nei confronti di tutti quelli che non condividono quei dogmi e quelle parole d’ordine. 

Questo è stato il partito dei 5 stelle sino all’avvento di Conte dopo l’indiscussa leadership del suo guru/fondatore. Una leadership a tutt’oggi misteriosa e caratterizzata prevalentemente dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare. E, come sempre, senza una precisa cultura politica, senza un chiaro riferimento ideale e con un programma alquanto ballerino ed altalenante. Ma, al di là della cosiddetta identità del partito, quello su cui vale la pena richiamare l’attenzione è che la comunità dei 5 stelle è sempre quella. A livello nazionale come a livello locale. Certo, molti sono fuggiti – per cercare un potenziale riparo e una conseguente candidatura da un’altra parte, come ovvio – e lo stesso consenso si è più che dimezzato rispetto alle elezioni del 2018. E, quasi certamente, si ridimensionerà ancora seccamente in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Ecco perchè il cemento unificante, in mancanza d’altro, continua ad essere e a restare il populismo. Forse in una versione meno triviale e meno violenta del passato ma identico nella sua sostanza politica.

Ed è proprio all’interno di questa dimensione che si inserisce il capitolo delle alleanze in vista delle prossime elezioni. E diventa francamente misterioso comprendere le ragioni politiche, culturali, programmatiche e anche storiche per le quali un partito di potere e governista come il Pd punta in modo deliberato e quasi fideistico ad allearsi con il partito populista per eccellenza. Un mistero che, però, rischia di trasformare quella alleanza in una coalizione semplicemente populista. E di fronte ad un quadro del genere, è giocoforza chiedersi come si devono comportare le forze democratiche, riformiste e di chiara connotazione centrista – di radice cattolico popolare e sociale o di altro riferimento culturale poco importa – per la costruzione di una coalizione che escluda qualsiasi deriva populista, demagogica, giustizialista e manettara. 

Ma anche qui, e quasi sicuramente, “chi si assomiglia si piglia” e, di conseguenza, diventa quantomai difficile dar vita ad una coalizione che coinvolga forze politiche autenticamente riformiste, democratiche e distinte e distanti dal populismo grillino e dal trasformismo di Conte. Forse è giunto il momento, al di là del futuro sistema elettorale – che quasi sicuramente resterà quello attuale – per chiarire definitivamente il profilo, l’identità e la natura dei singoli partiti. E se l’alleanza con un partito populista diventa un elemento irrinunciabile e discriminante per il Pd e altre forze di sinistra, il compito dei partiti “centristi” e anti populisti non potrà che guardare altrove. Dove lo decideranno solo le condizioni politiche specifiche di quel particolare momento storico.

 

Mi connetto, dunque sono. Il rischio di vivere connessi. Salvino Leone, docente di teologia morale, interviene sul blog de “Il Regno”.

Se il mezzo è messaggio, come ci ha insegnato McLuhan, viene da chiedersi – scrive l’autore – quale possa essere il messaggio veicolato da un cellulare di ultima generazione o da una delle tante risorse social che lo affollano. 

Salvino Leone

 

Due episodi avvenuti negli ultimi giorni mi hanno colpito particolarmente. Il primo riguarda una ripresa video che mi era stata fatta nel corso di un briefing per metterla su Instagram. Ovviamente nessun problema da parte mia. Ma quando l’indomani sono andato a cercarla, non l’ho trovata. Mi hanno spiegato che era normale, perché questa tipologia di storia dura solo 24 ore, eph’emera come si direbbe in greco, in un’espressione che ha dato vita al nostro aggettivo «effimero» e a un ordine di insetti (Ephemeropterai) la cui vita dura, appunto, un solo giorno.

 

Il secondo episodio riguarda uno scenario ben noto a tutti i docenti scolastici che leggono queste righe. Mi avevano chiamato «da esterno» a parlare del suicidio assistito. Era un gruppo di ragazzi che svolgevano liberamente attività extrascolastiche, per cui non obbligati a stare in classe ad ascoltare un insegnante. Per circa un’ora sono stati tutti connessi al cellulare, e quei pochi in qualche modo interessati hanno posto domande banali, ripetitive di quanto ascoltato nei talk show televisivi.Tutto questo, ovviamente, fa riflettere.

 

In primo luogo sul consumismo della notizia. Mi è stato spigato, peraltro, che se non si rinnova il messaggio su alcuni social si perdono i follower (mi chiedo poi che male ci sia in questo, ma sarebbe una considerazione troppo giurassica). La notizia o il fatto va comunicato brevemente e in modo efficace, ma poi dimenticato senza i necessari tempi per la sua elaborazione o, come dicevano gli scolastici, per la sua ruminatio. Tutto questo rende estremamente difficile l’invito alla riflessione e le stesse modalità con cui questa si dovrebbe realizzare. 

 

D’altra parte la concentrazione che un ragazzo dovrebbe avere nell’ascolto, distolta com’è da questo continuo rimanere connessi, non ha più motivo di esistere. L’attività «cogitativa» è stata sostituita da quella «connettiva»: me connecto, ergo sum, potremmo dire in un improbabile maccheronismo.

 

Indubbiamente sul piano comunicativo abbiamo attraversato diverse fasi: quella delle antiche civiltà dell’ascolto (oggi impensabili, ma che ci hanno trasmesso i poemi omerici o le sacre Scritture). Poi quelle dell’immagine, che hanno valorizzato un ulteriore canale sensoriale, quello visivo, lasciando che questo imprimesse nuovi solchi nel nostro vinile cerebrale. Ma l’immagine era in qualche modo permanente; si poteva tornare rivederla come facciamo oggi con i vecchi film in bianco e nero di immutato interesse e bellezza.

 

È subentrata adesso una nuova cultura, mediatica, in cui suono e immagine arrivano, sganciano la bomba (tanto per usare una metafora di triste attualità) e vanno via lasciando il fruitore col bisogno di un nuovo approccio, di un nuovo consumo, una vera e propria dipendenza mediatica. Certamente si tratta di qualcosa di più nobile ed elegante rispetto alle altre consolidate dipendenza, ma proprio per questo non meno pericoloso. 

 

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https://ilregno.it/blog/mi-connetto-dunque-sono-il-rischio-di-vivere-connessi-salvino-leone

Siria: Mosca attiva la difesa aerea contro i caccia israeliani (AsiaNews)

Elena Regina Flickr Flight Code: IH870 Foto Di dominio pubblico

Usati per la prima volta missili S-300 in risposta a un attacco israeliano che ha causato cinque vittime e danni. Solo nel 2022 ve ne sono stati 12 da parte di Israele, decine negli anni passati. Una scelta che analisti ed esperti legano alle critiche israeliane alla guerra lanciata dal Cremlino in Ucraina. 

Agenzia AsiaNews 

Incidente sfiorato fra Russia e Israele nei cieli della Siria. Una vicenda che risale ai giorni scorsi, ma emersa solo in queste ore, che potrebbe indicare un cambio di rotta da parte di Mosca verso i caccia con la stella di David, “tollerati” in questi anni nelle loro operazioni a Damasco e in altre aree del Paese contro obiettivi di Hezbollah e filo-iraniani. Il Cremlino, infatti, non aveva mai risposto ai raid aerei israeliani; tuttavia le velate critiche israeliane – rispetto ai tentativi iniziali di mediazione – in merito all’operazione “speciale” [leggi invasione] russa in Ucraina potrebbero aver determinato un cambio di rotta e spinto i russi a rispondere sul campo. 

Il 14 maggio scorso le forze russe presenti sul terreno siriano hanno risposto con lancio di missili antiaerei avanzati S-300 a un attacco degli aerei Iaf (l’aviazione israeliana) nel nord-ovest della Siria. Una prima volta, ma che non può passare inosservata e per gli analisti potrebbe significare ben più di un avvertimento, quanto di un cambio di “atteggiamento” di Mosca verso Israele e che desta particolare preoccupazione. 

I caccia con la stella di David stavano bombardando una serie di obiettivi nei pressi di Masyaf. Nell’attacco – il 12mo dall’inizio dell’anno in territorio siriano – sono morte cinque persone, fra le quali un civile, e incendiato diverse coltivazioni dell’area. 

Stavolta le truppe russe ben presenti sul territorio [l’ingresso di Mosca a fianco del governo di Damasco e del presidente Bashar al-Assad si è rivelato decisivo per le sorti del conflitto siriano] hanno risposto all’attacco, lanciando missili terra-aria S-300. I razzi non avrebbero colpito, né danneggiato alcun mezzo militare israeliano, ma il valore simbolico del gesto resta elevato, anche perché non possono essere lanciati senza l’autorizzazione delle alte sfere russe. 

Alcune fonti militari, dietro anonimato perché non autorizzate a parlare con la stampa, hanno riferito che i missili sparati verso i caccia sono “una sorta di rappresaglia” da parte del Cremlino per il sostegno di Israele all’Ucraina. Una scelta che potrebbe complicare, e di molto, ulteriori operazioni dello Stato ebraico in Siria.

Lineamenti di un nuovo popolarismo. A proposito del libro di Prenna: riflessioni su “c3dem”, sito di cattolici democratici.

La proposta di Lino Prenna di porre una correlazione tra l’attitudine moderna del cattolicesimo democratico e l’antropologia teologica di papa Francesco, raccogliendo alcune istanze nel presente per un “nuovo popolarismo”, appare così una sfida importante nell’attale crisi della politica ed un cantiere aperto.

Alessandro Cortesi  

Lino Prenna indicando le finalità della sua opera così scrive “L’intento è di stabilire una correlazione tra l’attitudine moderna del cattolicesimo democratico e l’antropologia teologica  di papa Francesco, interprete critico ma cordiale della modernità: di rilevare la trama dottrinale sottesa a suo ministero sociale e proporne un’iniziale declinazione politica, verificando l’ipotesi che, come per il cattolicesimo democratico, la mediazione, così per Bergoglio la dialettica compositiva delle opposizioni polari, costituiscano la ‘ragione ermeneutica’ congiuntiva e risolutiva delle contraddizioni che abitano la ‘tensione politica’ del mondo. Sono anche le categorie del nuovo popolarismo che il libro propone come comprensione politica del cristianesimo popolare e tracciato di un nuovo umanesimo politico, ispirato alla Teologia del popolo di papa Francesco” (L. Prenna, Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco, Il Mulino Bologna, 2021, Introduzione p. 21).

Il testo può essere letto in un’articolazione che vede una strutturazione in tre grandi parti: i capp. I-VI sono dedicati a sondare nella condizione del presente le grandi questioni in gioco dal punto di vista politico: la questione della cittadinanza, i temi della democrazia, della solidarietà e di una politica in rapporto ad una visione antropologica che scorge la socialità non come aspetto opzionale e aggiuntivo alla condizione del singolo individuo ma quale dimensione strutturale di uomini e donne costituiti nella relazione e chiamati a costruire la città quale luogo di impegno politico.

Una seconda parte del libro può essere individuata tra i capitoli VII e XIII: in essa mi sembra venga sviluppata una declinazione dei tratti fondamentali del cattolicesimo democratico, non da intendersi come aggregazione di tipo partitico e confessionale ma nella sua qualità di orientamento culturale che trae ispirazione da istanze di fede cristiana e nel contempo si colloca in una scelta chiara di adesione alla democrazia dove la fede democratica non costituisce aggettivo ma sostantivo della fede religiosa e comporta distinzione di ambiti. È sottolineato il tratto di autonomia nel situarsi in una condizione che non prevede dipendenze siano esse dal trono siano esse dall’altare. La tradizione del cattolicesimo democratico si caratterizza anche per un modo di concepire la fede in rapporto alla storia e alla partecipazione alla vicenda umana secondo la cultura della mediazione. 

Mediazione significa tenere insieme orientamento etico a valori e principi e nel contempo responsabilità di traduzione nel bene possibile e concreto e nel dialogo. Mediazione implica la fiducia nel diritto che si oppone ad ogni logica di privilegio. La scelta di attuare una mediazione storica a fronte di situazioni e problemi che esigono un approccio di ragionevolezza e di condivisione nel pluralismo implica innanzitutto un orientamento chiaro verso la costruzione di una società solidale, equa e in cui siano riconosciuti i diritti fondamentali a partire dai più fragili. D’altra parte implica la fatica mai conclusa di discernere le vie possibili e concrete di attuazione nel contesto delle diversità che compongono il mondo attuale. Il criterio di riferimento fondamentale è la ricerca del bene comune indicato quale bene di tutti e di ciascuno con un primato da porre nell’attenzione alle singole persone nel quadro sociale.

Una terza parte del libro contiene una proposta con sguardo al presente e al futuro. Il cattolicesimo democratico ha una storia e una tradizione che proviene dal passato e ha visto momenti salienti nell’orientamento iniziale dato da Luigi Sturzo ad una scelta chiara della democrazia da parte di cristiani chiamati a scoprire la propria responsabilità nella città dell’uomo. Momento di particolare fecondità dell’orientamento dei cattolici democratici in Italia è stata l’elaborazione della Carta costituzionale e l’impegno che ha condotto alle maturazioni ecclesiologiche del Concilio Vaticano II. Dal Concilio hanno preso avvio nuovi cammini di responsabilità laicale e di impegno nella storia. Nel momento in cui stiamo vivendo Prenna propone di riprendere alcune linee del pensiero di Bergoglio per orientare un rinnovato impegno politico di fronte alle sfide di questo tempo.

In particolare richiama i sentieri proposti per “gerarchizzare la politica come valore nel cuore dell’uomo e come orizzonte di sintesi e di unità in una comunità” e le indicazioni espresse in Evangelii Gaudium.

Del pensiero di Bergoglio è evidenziato il suo riferimento alle opposizioni polari che risalgono ai suoi studi su Romano Guardini. Prenna evidenzia innanzitutto il tratto di spiritualità della tensione che caratterizza la proposta di Bergoglio particolarmente feconda in un tempo segnato dalla pluralità e dai conflitti.

La politica ha il compito di affrontare e non evitare la condizione di opposizione e conflittualità e in tale ambito deve svolgere il compito di una mediazione in vista di un bene possibile e con i tratti di un bene di tutti e di ciascuno, in particolare dei meno garantiti e difesi: i tratti di un bene comune che riconosca il primato dell’attenzione ai diritti della persona.

I quattro principi presentati in Evangelii Gaudium in rapporto alle tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale sono richiamati quali orientamenti per una azione politica nel presente.

Rilevanza particolare è data al principio che il tutto è superiore alla parte per affrontare il binomio individuo-comunità e l’opposizione tra beni particolari e bene comune.

Il principio secondo cui l’unità è superiore al conflitto apre a cammini di costruzione dell’amicizia sociale, quale sfida di essere popolo e costituire una pluriforme unità nella convivenza civile.

Il primato della realtà sull’idea è indicazione di un metodo e di un orientamento a rifuggire dalla pretesa di applicazione alla realtà di costruzioni ideali che divengono vuota retorica o forzatura e imposizione.

Infine la priorità del tempo sullo spazio è principio che introduce la considerazione dell’importanza di avviare processi come movimento alternativo a quello di occupare spazi.

 

Alessandro Cortesi Op

 

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https://www.c3dem.it/lineamenti-di-un-nuovo-popolarismo/

Cassese stronca la riforma di Roma Capitale. Meglio soprassedere. A che giova certo “riformismo romantico”?

Il progetto, come evidenziato in un nostro precedente articolo (https://ildomaniditalia.eu/roma-capitale-la-riforma-e-un-mostriciattolo/), non rappresenta una risposta concreta alle esigenze della capitale, bensì un esercizio di ingegneria istituzionale destinato a produrre confusione.

Finalmente s’è rotto il silenzio su Roma Capitale. È stato il prof. Sabino Cassese, ieri, con un editoriale ad ampio raggio sul Corriere della Sera (“La Camera e il Senato possono fare molto di più”) a suonare la squilla, individuando il risvolto negativo di questa specifica proposta di riforma. Ora, all’approccio superficiale di chi plaude solitamente a una novità purchessia, quale ne sia cioè il valore effettivo e l’impatto reale, si contrappone il commento del giurista abituato “a stare sul pezzo” dell’azione legislativa. Se non è una stroncatura, poco ci manca: le buone intenzioni, a una verifica oggettiva, spesso non trovano riscontro nei risultati.

Il progetto, in sostanza, non rappresenta una risposta concreta alle esigenze della capitale, bensì un esercizio di ingegneria istituzionale destinato a produrre confusione. La modifica dell’articolo 114 della Costituzione, secondo l’articolato che la commissione affari costituzionali della Camera dei deputati ha varato recentemente, suscita molte perplessità. Il testo, attualmente all’esame dell’Aula, attribuisce al Comune di Roma potestà legislativa (nell’ambito della cosiddetta legislazione concorrente, con esclusione della sanità), trasformandolo in una regione di rango inferiore. In pratica si tenta la strada dell’accomodamento – il classico compromesso abborracciato – rispetto alla tesi radicale della elevazione del Campidoglio al rango di regione tour court sul modello della città-stato presente nell’ordinamento tedesco (quindi…Roma come Berlino). 

In realtà, come insegna l’esperienza, ogni tentativo di trasposizione di un determinato modello istituzionale da un contesto a un altro porta in sé numerose possibili controindicazioni, non solo di carattere giuridico-formale. Incidono i fattori più disparati, dalla storia alle tradizioni locali ai retaggi politico-culturali, sicché diventa difficile se non impossibile conformarsi ad un’asciutta formula di trascrizione di sistemi e criteri normativi che pure, in ambienti istituzionali diversi, risultano validi e convincenti.     

Qual è, nel dettaglio, la critica di Cassese? “Nel corso del dibattito parlamentare – scrive – non si è valutato che Roma non soffre di un deficit di potestà normativa, ma di un deficit di capacità amministrativa; che le leggi non eviteranno ai romani di trovarsi i cinghiali sotto casa; che creare una mini regione romana ridurrà la regione Lazio a una ciambella o a un guscio vuoto, innescando una tensione permanente tra Città e regione; che l’aumento dei legislatori in Italia accresce lo sbriciolamento normativo di cui già soffriamo; che i problemi  di Roma derivano dall’essere la capitale, e che quindi vanno affrontati rafforzando i raccordi con lo Stato centrale”. E di seguito conclude, lapidariamente: “Insomma, a Roma non serve di poter dettare leggi, ma di connettersi meglio con le esigenze della capitale, cioè con la nazione, e di essere amministrata, non abbandonata a sé stessa, com’è oggi”.

C’à da augurarsi, a questo punto, che il Parlamento freni l’ansia pre-elettorale di fare comunque qualcosa, non importa se improduttiva o persino dannosa. Anche da ciò si vede la crisi dei partiti, dato che proprio i partiti dovrebbero assolvere alla funzione di controllo e valutazione delle scelte che vanno ad impattare sull’ordinamento dei pubblici poteri. Un certo “riformismo romantico”, incapace di selezionare ciò che serve veramente, rappresenta un motivo generale di indebolimento della proposta e dell’iniziativa delle forze che più si richiamano ai valori della politica democratica e riformatrice, dando di esse un’immagine deformata. 

La democrazia dei partiti è nei partiti.  “Forum al centro” vuole esaltare l’idea di partecipazione. #ScelgoIO

“Il nuovo padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra di noi!”. Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, 1840.

Come può esserci democrazia (governo del popolo) senza partiti capaci di rappresentare i valori, le idee, i bisogni e le aspirazioni dei cittadini? Come può definirsi compiuta una democrazia liberale e una repubblica parlamentare, se non ha partiti democratici e contendibili? I nostri padri costituenti risposero a questi quesiti dando vita all’articolo 49 della nostra costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Se tutto viene deciso dai “capi”, degli attuali pseudo-partiti, vuol dire che non stiamo attuando l’articolo citato. Ci sono “partiti” che non fanno tesseramento, non svolgono congressi locali e nazionali, non discutono la linea politica nelle direzioni, tutto viene deciso dai capi e dai loro amici fedeli. Perché partecipare attivamente alla vita politica? Se come semplice cittadino, so già che le mie idee non incideranno mai sulla linea politica del “partito”, perché dovrei “perdere” il mio “prezioso” tempo libero?

Ancora più grave è la mancata attuazione dell’articolo 48 della Costituzione: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Se il mio voto vale “meno”, perché non “eguale” ai voti espressi per le finte coalizioni, come può essere “libero”? Se non posso esprimere la mia “preferenza” per un candidato, come può essere “libero”? Come può essere “libero” se il “capo” ha deciso le liste bloccate o i collegi uninominali? Come posso esercitare il mio diritto di voto che l’articolo citato definisce “dovere civico”?

Per riformare la Politica dovremmo avere tre primi obiettivi: proporzionale, preferenze e legge sulla democrazia nei partiti. Come “Forum al Centro”, in collaborazione con altri gruppi e associazioni, siamo impegnati da tre anni nel chiedere che questi tre obiettivi vengano attuati e continueremo a farlo finché il parlamento non approverà tali leggi.

Senza veri partiti democratici e contendibili non può esserci partecipazione attiva, senza partecipazione non può esserci vera democrazia.

Per veri partiti, non intendo una fedele copia delle strutture organizzative del ‘900, ma penso a strutture agili, che grazie al digitale possano rendere fattibili gli articoli della costituzione che ho citato. Nella mia precedente e modesta esperienza partitica, ho compreso bene cosa vuol dire essere un ventenne di provincia, lontano da Roma. Il digitale può accorciare tali distanze, se non ha il retropensiero della manipolazione populista. Può essere la leva della vera partecipazione popolare, non per la democrazia diretta, ma per contribuire attivamente alle scelte democratiche.

Vorrei scegliere io il partito, la classe dirigente e il parlamentare, perché non sono e mai sarò “lo straniero tra voi”.

 

Documento appello per la Costituente dei democratici cristiani e popolari italiani. Bonalberti e Tucciariello lanciano la proposta.

Facciamo buona politica – dicono i promotori dell’appello qui riportato integralmente – e diamo finalmente una casa al nostro popolo. E sarà la casa nella quale ci riconosciamo tutti, matrice immagine identità speranza e forza.

Alla vigilia delle prossime elezioni politiche facciamo appello alle donne e agli uomini,  ai giovani e agli anziani che ritengono doveroso e necessario impegnarsi in questo momento di grave crisi  sociale ed economica che interessa il nostro Paese nel quale l’integrazione europea è diventata parte della nostra vita quotidiana; una crisi aggravata dal permanere di un conflitto insensato determinato dalla guerra prodotta dall’aggressione russa all’Ucraina; crediamo nei  valori e nelle  tradizioni che hanno permesso all’Italia di trasformarsi da “terra povera” e di “dolorosa emigrazione” in un’area tra le più industrializzate del pianeta; valori e tradizioni che si basano sul primato della persona e della famiglia e sulle realtà associative che, operando in ambito sociale, economico, culturale e politico, intendono continuare la nostra tradizionale “voglia di fare insieme” anche ricorrendo agli strumenti più avanzati delle moderne tecnologie.

Siamo impegnati per la costruzione di un’Europa dei valori, unita, aperta, diversa e più umana, che tragga linfa vitale dalle sue radici cristiane e delle libertà civili, all’interno della quale le peculiarità e le particolarità regionali e locali possano lavorare assieme per promuovere il benessere di tutti, superando i limiti dell’attuale organizzazione burocratica senza un riferimento costituzionale condiviso.

Crediamo in  un libero mercato ed una libera concorrenza che sono alla base di un “welfare” che sappia coniugare in modo equilibrato libertà individuale, responsabilità personale, sviluppo economico e solidarietà sociale.

Riconosciamo il primato della politica come momento di sintesi ideale e come luogo di rappresentanza reale di valori e di bisogni diversi e diffusi; per una politica che rifugga le inutili conflittualità personalistiche e di parte e che riassuma i valori del popolarismo inteso come diretta partecipazione dell’Uomo – Cittadino alla costituzione del futuro suo e dei suoi Figli.

Siamo convinti assertori di un sistema elettorale proporzionale e bipolare nel quale il premio di maggioranza con sbarramento favorisca l’aggregazione fra i partiti e scoraggi la frammentazione dell’elettorato: ma intendiamo impegnarci con urgenza per modificare la legge elettorale in vigore che, con l’abolizione delle preferenze, ha di fatto eliminato ogni forma di legittimazione popolare alle classi dirigenti parlamentari. Diciamo NO a un sistema elettorale che senza garantire stabilità di governo ha favorito solo il più indegno trasformismo parlamentare.

Siamo convinti che le cose nuove non partano dai vertici ma dall’ascolto della base; partono dal popolo che si sottrae al populismo e al leaderismo. Le cose nuove partono dalla base sconfitta ed umiliata rimasta senza partito negli ultimi trent’anni. Ecco perché facciamo appello ai nostri concittadini affinché  si pongano come entità libere, pronti ad autodeterminarsi, ad autorappresentarsi sulla base di un consenso che derivi da un dibattito, anzi da un dialogo in fermento e dunque fertile, una entità attiva, estesa, partecipata, forma di “cultura dell’incontro in una pluriforme armonia”, come papa Francesco chiede. 

Facciamo buona politica e diamo finalmente una casa al nostro popolo. E sarà la casa nella quale ci riconosciamo tutti, matrice immagine identità speranza e forza.

Crediamo che la politica non debba essere esclusivamente strumento per vincere le competizioni elettorali, ma debba agire per salvaguardare e costruire anche gli interessi delle generazioni future, alle quali dobbiamo saper garantire quel lungo periodo di pace, di libertà e di benessere che i nostri padri hanno assicurato a noi.

Sosteniamo con forza l’idea di uno Stato Federale che sappia essere popolare e che nelle sue articolazioni territoriali riconosca le funzioni costituzionalmente garantite dei Comuni, delle Province, e delle Regioni.

Viviamo l’autonomia locale come forma di massima libertà, esaltando la partecipazione responsabile nel rispetto del principio di sussidiarietà in quella prospettiva europea che oggi ci appartiene. Una sussidiarietà tuttavia che deve riguardare non solo le istituzioni, ma anche il rapporto tra istituzioni e società civile; ciò che può fare meglio il cittadino, singolo o associato, non deve essere fatto dalle istituzioni pubbliche.

Abbiamo vissuto la lunga stagione della diaspora che dal 1993 ha frantumato la presenza politica organizzata dei cattolici italiani e intendiamo  dar vita a un’iniziativa che, partendo dal basso, sappia organizzare l’assemblea costituente e di ricomposizione politica  dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Diamo vita, dunque, ad un modello di valori e di democrazia che sappia coinvolgere tutti coloro che fanno riferimento agli ideali e ai programmi del Partito Popolare Europeo, tutti coloro che con entusiasmo e motivazione ideale intendono mettere a disposizione le propria intelligenza, capacità e professionalità per il bene comune.

È comune la volontà di concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana, inserita a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori DC e popolari: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Massima disponibilità a collaborare con chi assuma come programma la difesa e la completa attuazione della carta costituzionale, compresi quanti di area liberale e riformista si riconoscono crocianamente nei valori dell’umanesimo cristiano.

Chiediamo a quanti si riconoscono in questi valori e in questa proposta di sottoscrivere il documento e di partecipare attivamente alla prossima assemblea costituente nazionale di ricomposizione politica dell’area democratico cristiana e popolare che insieme convocheremo con procedure democratiche condivise dai territori in sede locale sino all’assemblea dei delegati che deciderà su nome, simbolo, programma e classe dirigente del nuovo partito.

Ettore Bonalberti — Veneto

Pasquale Tucciariello — Basilicata

 

 

 

Il valore dei congressi nella storia della Cisl. Una eredità proiettata al futuro.

La Fondazione Ezio Tarantelli presenterà il prossimo 17 maggio, in un webinar che si svolgerà dalle 15.00 alle 18.30, il suo ultimo “working paper”, stavolta dedicato alla storia dei congressi della Cisl. Di seguito riportiamo il testo introduttivo del Vice Direttore, il quale ricorda con un filo di tristezza e commozione che il XIX congresso confederale si svolgerà in assenza di due grandi leader della Cisl, scomparsi negli ultimi anni: Pierre Carniti e Franco Marini. 

Se ci fosse un’agenda dedicata al consolidamento e allo sviluppo delle prassi di democrazia nel nostro Paese, il cammino organizzativo e politico che terminerà con il Congresso Nazionale della CISL dal 25 al 28 maggio prossimi, sarebbe da inserire tra i principali appuntamenti.

Migliaia di assemblee sui posti di lavoro, congressi di categoria e confederali nei territori e nelle regioni, congressi nazionali di categoria, che hanno messo al centro del dibattito il lavoro, le difficoltà sociali, i processi riorganizzativi delle imprese private, della Pubblica Amministrazione e della scuola, la formazione e la partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali, i temi della sostenibilità, dell’ambiente, dell’innovazione digitale e della sicurezza sui posti di lavoro,  sono un esercizio democratico di cui la nostra società, il mondo del lavoro e della produzione hanno bisogno. Tutto ciò inserito in particolare in un contesto, come quello attuale, fortemente caratterizzato dai riflessi che la pandemia ha determinato non soltanto sul piano economico e dalle “macerie” di una guerra, causata dall’aggressione della Federazione Russa ai danni dell’Ucraina e alle porte dell’Unione Europea e del mondo libero.

Condividere la vita democratica di un’organizzazione, poter confrontarsi direttamente e sulle dinamiche associative e sui processi globali di trasformazione di un mondo in continua evoluzione, è la riproposizione costante della partecipazione quale strumento di protagonismo dei lavoratori iscritti alla CISL e alternativa a forme di confronto virtuale  e strillato, che purtroppo contraddistinguono troppo spesso il dibattito politico mediatico, come sottolinea nella sua comunicazione Massimo Mascini, direttore de Il Diario del Lavoro.

Tornare poi ad incontrare in presenza le persone che lavorano, dopo questi due anni di distanziamento dovuti alle misure di prevenzione dal Covid19 e non avendo comunque mai fatto mancare l’assistenza e la responsabilità della rappresentanza, assume anche un valore simbolico per un sindacato come la CISL, che è sempre entrata nel merito delle questioni sociali ed economiche aperte nel Paese, discutendo con i propri associati.

È la storia di una concezione che inizia con la fondazione stessa dell’Organizzazione nel 1950 e che incarna valori fondativi basati su autonomia, senso di appartenenza e identità del lavoratore in quanto tale e come soggetto attivo e protagonista nella società, così come riporta con la chiarezza dello studioso il Prof. Giuseppe Acocella nel suo articolo “..La «rivoluzione» innestata dalla Cisl nel sistema italiano era dunque riferibile anche alla individuazione dello Statuto non come atto di una sovranità limitata e derivata (dalla politica, come nella tradizione sindacale euro[]pea), ma originario e derivante dal libero associarsi dei lavoratori in una organizzazione autonoma ..”. Un lascito che il padre fondatore della CISL, Giulio Pastore, ribadisce nel progettare i contenuti dei primi congressi di Napoli (1951) e Roma (1955) ed evidenziato dal Prof. Andrea Ciampani “Proprio nel congiungere strettamente libertà associative (personale e collettiva) e natura confederale (responsabile e partecipativa), Pastore individuò la principale forza del sindacato, chiamato a farsi strada attraversando temperie politiche, fraintendimenti culturali, opposizioni ideologiche.

Un percorso di qualità accompagnato dall’attenzione alla formazione, quale elemento distintivo della CISL nel ribadire  la costruzione di un gruppo dirigente saldamente ancorato a questi elementi identitari, descritto bene dal Direttore del Centro Studi Francesco Scrima “La formazione dei dirigenti e dei quadri fu la chiave per affrontare la costruzione dell’identità del nuovo sindacato”.

La CISL ha pertanto assunto un ruolo di primo piano nelle dinamiche della società italiana ed è sempre stata ed è protagonista nei momenti decisivi della storia del Paese. Nelle interviste che pubblichiamo del Presidente del CENSIS De Rita, di Bruno Manghi, di Sergio D’Antoni e Giorgio Benvenuto, del Direttore dell’Ufficio Nazionale della CEI per i problemi sociali e del lavoro, Don Bruno Bignami, ritroviamo scanditi gli accadimenti e le coraggiose scelte sindacali e politiche (anche controcorrente) decise e percorse dai gruppi dirigenti dell’Organizzazione ai vari livelli, tra i lavoratori e nelle difficoltà del Paese.

Troviamo l’impronta caratteristica cislina nell’impostazione della cultura riformista italiana con chiare indicazioni programmatiche nella ricostruzione del Paese, nell’affermazione del primato della contrattazione e dello sviluppo del secondo livello negoziale, nell’attenta salvaguardia del mondo agricolo, nelle lotte per le rivendicazioni operaie di fine anni ’60 e inizio anni ’70, nel contrasto  all’inflazione con l’avvio del metodo concertativo negli anni ’80 e primi anni ’90, nelle riforme del Pubblico Impiego e della Sanità, nelle proposte sulle riduzioni dell’orario di lavoro, nella realizzazione della complementarità  in campo previdenziale e dell’assistenza sanitaria, nella gestione delle tutele dei lavoratori coinvolti nei processi di riorganizzazione e riassetto produttivo dell’industria, del terziario e dei servizi.

Un particolare riferimento va poi messo in evidenza al valore mostrato dalle donne e dagli uomini della CISL durante gli anni della “Notte della Repubblica” (cit Sergio Zavoli) con il presidio delle Istituzioni democratiche  nel periodo della “strategia della tensione” (strage di Piazza Fontana, il cosiddetto Golpe Borghese, gli attentati all’Italicus e la strage di Bologna) e nella lotta al terrorismo nella società e sui posti di lavoro (a partire dalla strage di Via Fani, dal rapimento e uccisione del Presidente Aldo Moro e del delegato Cgil Guido Rossa), pagando con il sacrificio di vite umane e con diversi episodi di intimidazione nei confronti di sindacalisti e studiosi vicini al Sindacato. Ricordiamo in particolare il sacrificio di Ezio Tarantelli, prestigioso economista sceso in campo con la CISL per innovare la proposta sindacale nel contrasto all’inflazione e per la crescita dell’occupazione, e poi quello di Massimo D’Antona e di Marco Biagi; intellettuali accomunati dall’idea di poter cambiare il mondo del lavoro attraverso provvedimenti innovativi.

Si celebrerà pertanto il XIX Congresso confederale nel solco di quanto seminato nella storia dell’Organizzazione e lo si farà affrontando i temi all’ordine del giorno del dibattito nazionale e globale. Saranno al centro delle attenzioni le tre transizioni centrali nel mondo in cambiamento: ecologico-ambientale, digitale e demografica. Tre macro argomenti che comportano e comporteranno riflessi determinanti nel mondo del lavoro, della produzione e nei rapporti sociali (nuove organizzazioni del lavoro, riconversioni produttive e professionali, un nuovo mercato del lavoro, nuovi modelli educativi e di istruzione, ruolo essenziale del primo e del secondo welfare) in un contesto sempre più interconnesso. La vocazione europeista e una visione complessiva del lavoro e dei cambiamenti della società favoriranno l’elaborazione delle strategie dell’organizzazione per i prossimi anni. Partire proprio dalla costruzione di un’Europa unita e maggiormente efficace sul piano sociale, così come mostrato in questi anni di lotta alla pandemia e con gli investimenti previsti dal programma NGEU e dagli altri profili di finanziamento, sarà per il sindacato un obiettivo fondamentale per affermare un nuovo protagonismo dei lavoratori; come afferma Emilio Gabaglio (ex segretario generale CES) “Nel corso del tempo i risultati ottenuti con il dialogo sociale non sempre sono stati all’altezza delle aspettative del movimento sindacale dipendendo dalle alterne vicende del processo d’integrazione europea ed anche dai rapporti di forza. È giusto tuttavia riconoscere che in nessun altro contesto internazionale il movimento sindacale gode di capacità di influenza e iniziativa comparabili e, ancora, che l’obiettivo   di rendere i lavoratori organizzati protagonisti della costruzione europea perseguito dalla CISL fin dagli inizi del suo impegno “europeista” dispone oggi attraverso il ruolo  della CES delle condizioni e degli strumenti per essere raggiunto”.

Su queste basi dovrà continuare anche il rapporto e il lavoro di aggregazione con le giovani generazioni, sulle quali la CISL dovrà concentrare le proprie attenzioni cercando di coglierne le istanze, cercando di offrire riposte, investendo in idee e risorse intellettuali. Molto opportuno quanto descritto da Nicoletta Merlo nel suo articolo, a proposito della relazione tra giovani e il sindacato  “Il tema del futuro è strettamente collegato alla gestione del cambiamento che, per essere realmente efficace, deve essere convincente ed inclusivo agli occhi dei giovani: se vogliamo un domani migliore è necessario creare una comunità aperta a nuovi soggetti e a nuove idee, occorre consentire alle giovani generazioni di poter emergere, di potersi mettere alla prova e di poter dare un contributo fattivo nella costruzione di quel futuro che proprio loro saranno chiamati ad abitare.”

Nelle tesi confederali in discussione per questo congresso, sono sottolineati due contenuti che saranno dirimenti nel “governo” delle transizioni sopraindicate: formazione e partecipazione. Saranno punti centrali all’ordine del giorno del confronto con le controparti e con le Istituzioni: nella gestione della “giusta transizione” non si potrà non garantire adeguati percorsi di riconversione professionale per generazioni di lavoratori, che rischierebbero di essere espulsi dai processi produttivi, come del resto non si potrà non tenere in considerazione il cambiamento sostanziale dei programmi scolastici in un mondo orientato alla sostenibilità e al graduale cambiamento del modello di sviluppo. Ettore Innocenti, giovane ricercatore e formatore della Fondazione Tarantelli e del Centro Studi CISL, nel suo contributo al Working Paper coglie bene l’essenza della posizione dell’organizzazione “Tra i temi di discussione del XIX Congresso della Cisl, desta interesse la concezione della formazione professionale continua non soltanto come investimento teso ad innalzare la produttività, ma anche come volano imprescindibile per aumentare il livello d’occupabilità all’interno dei mercati transizionali del lavoro.

Infine la CISL, nelle parole del Segretario generale Luigi Sbarra, ha ribadito più volte che non potrà essere più rinviabile una decisa partenza del confronto sull’applicazione dell’art. 46 della Costituzione, per avviare processi di coinvolgimento effettivo dei lavoratori nella gestione delle imprese. Il cambiamento presuppone anche queste scelte definitive; dovranno essere le controparti e le Istituzioni di governo e i dubbiosi nel movimento sindacale ad essere pronti a condividere un percorso, che dalla sua fondazione la nostra Organizzazione ha posto all’attenzione dell’agenda politica e delle relazioni sindacali. La CISL sarà ancora all’altezza di queste sfide, come la sua storia insegna e il Congresso dimostrerà di nuovo questa capacità elaborativa.

Chiudiamo con un ricordo; celebreremo il XIX Congresso confederale senza la presenza di due fra i più grandi protagonisti della storia della CISL, del movimento sindacale e della politica italiana: Pierre Carniti e Franco Marini. Un filo di tristezza accompagnerà i lavori dell’assemblea congressuale, ma siamo certi che saranno comunque idealmente presenti nei pensieri e nella quotidianità della proposte dell’Organizzazione.

 

Antonello Assogna

Coordinatore Redazione Working Paper – Fondazione Ezio Tarantelli

 

Se l’amore salverà il mondo…Il dovere di un esame di coscienza.

C’è da riflettere, fino in fondo, sulle trasformazioni economiche e politiche degli ultimi anni. Non ci sono alibi e salvacondotti per nessuno: l’esame di coscienza deve interessare anche gli eredi di una storia interpretata e vissuta, sebbene faticosamente, all’insegna dei principi cristiani. Se l’amore salverà il mondo, allora è necessario un atto di amore, vero, sincero, disinteressato di chi ritiene di rappresentare ancora la cultura e i valori del cattolicesimo democratico.

Non meravigliano certe passerelle di presentazione di libri che riflettono soltanto un ritorno all’ovile di quella politica sterile, dorotea, capace soltanto di sopravvivere con la semplice gestione del potere e con la ricerca quasi spasmodica di posti e di candidature importanti. In effetti, la situazione reale richiede altri tipi di considerazione, altri atteggiamenti nell’approccio ad un rinnovato impegno politico. Evitiamo in ogni caso – solo perché il tema è abbastanza inflazionato e ormai fa parte del patrimonio comune della quasi totalità delle menti pensanti –  i risvolti dell’attuale situazione drammatica che sta attraversando l’Ucraina, anche se occorrerebbe una valutazione più obiettiva e meno settaria. Sta di fatto che il fulcro della questione è rappresentato dalla necessità di ripartire in termini di sviluppo e non solo economico.

L’economicismo non può rappresentare il punto di partenza di una politica che vuole essere vicina al cittadino comune (con tutte le problematiche, certamente anche economiche, che lo riguardano) o, più consapevolmente, i mezzi usati sinora vanno riconsiderati alla luce del nuovo che è emerso nel Terzo Millennio. Achille Ardigò diceva che “ogni conquista che non sia interiore non tiene” e quindi occorre saper interpretare l’animo umano al di là delle tecniche economiche fini a sé stesse, perché occorre riconsiderare tutte le strutture economiche che sinora hanno retto il sistema a livello mondiale. Per cui, occorre anche dire che nel rinnovamento delle strutture economiche è superfluo, ma soprattutto perdente pensare di operare un cambio di rotta usando gli stessi metodi e gli stessi mezzi della vecchia politica liberista.

Ma perché questo cambio di rotta? Al di là delle nuove esigenze che son venute alla ribalta con la nuova visione del mondo, vi è al fondo la constatazione che il sistema economico nel corso degli anni si è progressivamente distaccato dai principi della morale e dell’etica; anzi, possiamo dire che il sistema economico liberale o capitalista rifiuta esplicitamente di agire secondo i valori della morale. Lo Stato, o il sistema liberale, non ha altro fine se non quello di lasciare libero gioco al potere economico, disinteressandosi di tutto ciò che avviene nel sociale, ossia tra la stragrande maggioranza dei cittadini.

Se guardiamo la situazione politica attuale nel nostro Paese (ma non solo), constatiamo che ormai quella funzione sociale della sinistra storica, sull’onda della propria ideologia marxista che, comunque, si legava al destino degli sfruttati e dei poveri, ormai è sparita quasi completamente nell’attuale sistema partitico. Dall’altro, la stessa cultura dei cattolici democratici (legata soprattutto alle posizioni più avanzate delle sinistre democristiane) oggi sconta sia l’evanescenza ideale di una classe dirigente confluita nel Pd, ma soprattutto l’abbraccio mortale con la cultura liberista che tanti danni sta producendo a livello sociale ed economico. Né appaiono credibili iniziative e nuovi partitini sull’onda dell’emozione personale, ossia di quel culto dell’individualismo che non appartiene alla cultura vera e migliore del cattolicesimo democratico.

Più che soffermarsi sul liberismo degli anni Ottanta a livello mondiale, occorrerebbe anche guardare alla situazione italiana di quel periodo nel quale una parte maggioritaria della sinistra democristiana (osannata ancora oggi da taluni) non ha rappresentato altro che uno strumento di potere e di pressione dando il via alla fine del pensiero politico dei cristiani. Se l’amore salverà il mondo, allora è necessario un atto di amore, vero, sincero, disinteressato di chi ritiene di rappresentare ancora la cultura e i valori del cattolicesimo democratico, ma che in realtà altro non è che un uso personalistico del potere lontano e distante dalla realtà e dai problemi quotidiani del popolo italiano.

I russi bombardano l’Ucraina e l’oro si impenna.

Muta il rapporto tra la ricchezza finanziaria, in primis azioni e altri titoli di borsa, e le riserve auree. I cittadini comuni e le piccole imprese, se non falliscono, vendono, anzi, svendono, i loro beni a chi può comprarli. E fra questi “beni” c’è l’oro.

Da dove arrivano i soldi protetti in Svizzera? Da dove arriva la sua riserva d’oro? La domanda non è peregrina ma potrebbe essere proposta per qualsiasi nazione occidentale. Al tempo della guerra Russia/Ucraina, calano le borse, mentre salgono i prezzi delle materie prime. Torna in auge il bene rifugio per eccellenza: l’oro. I contemporanei Goldfinger (ricordando il personaggio di un film della serie “Agente 007”, del 1964), si sfregano le mani. L’effetto Ucraina gonfia il prezzo dell’oro, e più il conflitto dura, più il prezzo del metallo nobile sale alle stelle. Infatti, in queste ore, il prezzo dell’oro 18 carati è salito sopra ai 40,00 euro al grammo. Quello dell’oro 24 carati invece oltre i 54,00 euro al grammo.

Le azioni, strumenti finanziari prediletti, hanno sofferto dello stress geopolitico, acuito dalla pandemia prima, e dalla guerra ora. Ma non è stato sempre così. Infatti, il sistema aureo (gold standard), in cui il valore della moneta è dato da una quantità di oro fissata per legge, è stato il principale sistema monetario dal 1870 al 1914. Voluto dall’Inghilterra, ed adottato in seguito dalle principali economie occidentali, tale sistema consentiva la stabilità economica interna e quella commerciale tra le nazioni, consentendo alla moneta di essere facilmente convertita in oro, e viceversa. Essendo certo il valore in oro assegnato da un Paese alla propria moneta, gli scambi internazionali erano sicuri ed agili: la lira, ad esempio, aveva un controvalore in oro pari a 0,29 grammi. Quello della sterlina era di 7,32 grammi. Dunque occorrevano 25,24 lire per una sterlina.

I prezzi a quel tempo erano stabili, essendo ridotto il rischio di inflazione dovuto al costo della materia prima. Tuttavia, questo sistema di cambi fissi tra le monete nazionali non consentiva una facile gestione dei deficit commerciali tra le suddette nazioni. Per questo motivo, quando un Paese si trovava nella necessità di mantenere inalterato, costante nel tempo, il valore della sua moneta, doveva ridurre la moneta in circolazione: logica conseguenza era la riduzione dei salari e la diminuzione dei prezzi: la deflazione.

La spesa pubblica era limitata dall’obbligo di non “sperperare”, di non spendere oltre la riserva in oro che ogni Paese aveva deciso di destinare per coprire la moneta in circolazione. Un sistema efficace fin quando il mondo non cominciò ad accelerare, così come le sue crisi. Nel 1914 i cittadini tedeschi, per paura della guerra imminente, esercitarono il loro diritto di convertire i loro risparmi in oro. La banca centrale tedesca registrò in poche settimane un calo della propria riserva aurea. Decise quindi di sospendere la conversione della moneta in oro. Era il 13 luglio del 1914. Gli altri Paesi occidentali, in breve tempo, la seguirono. La Prima guerra mondiale portò all’interruzione degli scambi commerciali tra nazioni nemiche. Ciò condusse a una decisione obbligata, quella del “corso forzoso” della moneta, che la disgiunse dal controvalore in oro. La fine della parità aurea. Il corso forzoso funzionò, soprattutto per i vincitori della guerra; ma la fine della Grande Guerra pose tutti davanti la necessità di ricostruire il commercio internazionale.

Nel 1920 la nascita del “Gold Exchange Standard” non obbligava la moneta di una nazione alle proprie riserve, garantendo invece la convertibilità in una moneta ancorata all’oro, come il dollaro statunitense o la sterlina, che adottò il “Gold Bullion Standard”. Il nuovo sistema sembrò funzionare, fino alla svalutazione della sterlina, nel 1931, e del dollaro, nel 1933. Tali svalutazioni decretarono la fine di quel sistema e la ratificazione degli accordi di Bretton Woods del 1944. A loro volta, quest’ultimi, vennero infranti dalla decisione del Presidente Nixon di porre fine nel 1971 alla convertibilità del dollaro in oro.

Con la crisi finanziaria del 2007-2008 le nazioni europee hanno attinto ai propri “gioielli di famiglia” per riempire le casse dello Stato. In piccolo, anche le famiglie lo hanno fatto. Chi in casa aveva un poco di oro lo ha venduto, desideroso di liquidità. Nel 2000 l’oro costava 7,00 euro al grammo. Nel 2011 costava 35,00 euro al grammo. Oggi è salito a 55,00 euro al grammo. Ma chi ha saputo arricchirsi di più è colui che si è tenuto il proprio oro, magari comprandosene dell’altro in sovrappiù.

Se consideriamo gli Stati, ad oggi gli Usa sembrano possedere il primato di riserve auree: oltre ottomila tonnellate in lingotti. Segue la Germania, con tremila tonnellate d’oro. Gli oligarchi che posseggono ingenti quantità di oro si guardano bene da rendere pubbliche le loro finanze, lasciando gestire il proprio portafoglio aurifero a società per azioni. Grandi miniere d’oro estraggono ancora il prezioso minerale dalle viscere della terra. La più grande miniera è in Sudafrica, a Johannesburg. La seconda in Nevada, negli Stati Uniti. In Sudafrica i magnati delle miniere si guardano bene di lasciare il posto, sebbene Ivan Glasenber sia stato “costretto” al pensionamento di recente, da amministratore delegato di Glencore, multinazionale con sede in Svizzera e impegnata nel commercio delle materie prime che, con la pandemia prima e la guerra in Ucraina adesso, stanno aumentando il loro costo.

I cittadini comuni e le piccole imprese, se non falliscono, vendono, anzi, svendono, i loro beni a chi può comprarli. E fra questi “beni” c’è l’oro. È proprio il caso di citare il titolo di quel celebre film del 1974, con Alberto Sordi: “Finché c’è guerra c’è speranza”.

Quel gesuita euclideo missionario di amicizia. In «Centro di gravità permanente» la storia di Matteo Ricci

A un anno dalla morte, L’Osservatore Romano dedica ampio spazio al ricordo di Franco Battiato. Di seguito proponiamo, per gentile concessione, il testo che il giornale ufficioso della Santa Sede ha pubblicato nell’edizione di ieri 16 maggio. “Il verso di Battiato dedicato ai gesuiti euclidei – scrive l’autore dell’articolo – ci ha permesso di gettare un podi luce su uno degli episodi interculturali significativi della storia dellumanità: lincontro, nel segno del dialogo, della scienza, dellamicizia e della fede tra lumanesimo rinascimentale europeo e la straordinaria dinastia cinese dei Ming”.

Gianni Criveller

«Gesuiti euclidei / Vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori / Della dinastia dei Ming». È uno dei versi più famosi e intriganti di Franco Battiato, scomparso il 18 maggio 2021. Appartiene alla canzone Centro di gravità permanente, uscita nel settembre 1981, inclusa nell’album La voce del padrone. Ebbe un successo enorme e vendette più di un milione di copie. Citando i gesuiti euclidei, Battiato mostra la vastità della sua cultura e la molteplicità delle sue ispirazioni. Il riferimento è ovviamente a Matteo Ricci, gesuita, umanista, scienziato e soprattutto missionario, nato a Macerata nel 1552. Tra il 1583 e il 1610, fondò cinque comunità cristiane in importanti città della Cina. È il padre del cattolicesimo cinese, e molto si è scritto su di lui; ma quando Battiato compose la sua canzone, Ricci e la sua impresa erano assai meno conosciuti di adesso.

Matteo Ricci arrivò a Macao nel 1582 e l’anno seguente, con Michele Ruggieri, fondò la prima presenza gesuitica in Cina continentale. Si stabilirono a Zhaoqing, lungo il fiume delle Perle, non lontano da Guangzhou (Canton). Per essere accettati dal Governatore provinciale Wang Pan, e su indicazione del loro superiore, il “Visitatore” Alessandro Valignano, i due missionari si rasero barba e capelli e si vestirono come dei monaci buddhisti (ovvero bonzi), indossando la lunga veste arancione. Abitarono presso una pagoda, e si fecero chiamare «monaci dall’ovest», una definizione dalla forte connotazione buddhista (una religione che, per i cinesi, proveniva dall’ovest, ovvero dall’India). Questa strategia missionaria passerà alla storia come «metodo dell’accomodamento».

Ricci, Ruggieri e i pochi compagni che via via li raggiungevano, riuscirono a convertire alcune persone, ma la gran parte del popolo pensava che quegli stranieri fossero davvero buddhisti. Ricci se ne rese conto, e non ne era affatto contento. Ruggieri, a cui questa strategia invece andava bene, tornò in Italia per organizzare un’ambasceria a Pechino, che non poté essere realizzata. Con il consenso del Visitatore Valignano, Ricci cambiò strategia missionaria. Nel 1595, dopo anni di accomodamento buddhista, Ricci si lasciò crescere barba e cappelli e decise di vestirsi con la lunga tonaca del letterato confuciano e adottando il loro tipico copricapo. E così è ritratto nel famoso dipinto che si conserva presso la chiesa del Gesù a Roma. Nei suoi anni in Cina, Ricci aveva assorbito la cultura e studiato i testi confuciani (che tradusse in latino), e dunque si era guadagnato il diritto di essere considerato un letterato. Ricci riteneva che la filosofia confuciana fosse propedeutica al cristianesimo e con esso compatibile. Nello stesso 1595 Ricci pubblicò Dell’amicizia, il suo primo scritto in lingua cinese. L’amicizia fu dunque il manifesto missionario e lo stile di vita di Ricci tra il popolo cinese.

Entriamo nello specifico del verso di Battiato: l’episodio a cui si riferisce accadde tra il 25 e 27 gennaio 1601. Matteo Ricci, dopo difficili disavventure che non possiamo qui raccontare, fu finalmente ammesso alla Città proibita, ovvero la corte imperiale a Pechino. L’imperatore della dinastia dei Ming si chiamava Wanli. Ricci era in compagnia del missionario spagnolo Diego De Pantoja e di due coadiutori gesuiti di origine cinese Zhong Mingren e You Wenhui (conosciuti nelle fonti occidentali con nomi portoghesi Sebastião Fernandez e Manuel Pereira). È chiaro dunque che, a differenza di quanto si afferma nella canzone, Ricci e compagni non erano vestiti da bonzi ma da letterati confuciani.

I missionari si inchinarono davanti al trono… vuoto, in quanto l’imperatore non riceveva di persona nessuno, neanche i suoi ministri. Da perfetto taoista, Wanli governava attraverso l’assenza e il non-governo. La filosofia taoista insegna infatti che, grazie al non-agire, tutto funziona meglio, perché ogni cosa segue la propria energia interiore.

Le fonti gesuitiche ci dicono però che Wanli era curioso di vedere per la prima volta degli stranieri in vita sua. Si nascose dietro una tendina e da lì li sbirciava. I gesuiti portarono all’imperatore sedici doni, tra cui la mappa del mondo di Ortelius e due orologi, uno grande e uno piccolo, che per funzionare richiedevano manutenzione. Un piccolo stratagemma con il quale speravano di poter tornare a corte e stabilire contatti permanenti e un’influenza in quell’ambiente. E visto che parliamo di musica e canzoni, in quell’occasione Ricci donò all’imperatore anche un clavicordio, strumento musicale a corde dotato di tastiera. Il missionario fu richiesto di insegnare a suonarlo agli eunuchi di corte. Per questo motivo compose le Otto canzoni che gli permisero tornare regolarmente alla Città proibita.

La missione di Ricci può essere interpretata come un viaggio, ovvero un’ascesa a Pechino, sede dell’imperatore. Raggiungere il centro dell’impero era il suo obiettivo. Voleva ottenere dall’imperatore il riconoscimento della libertà d’evangelizzazione e, dal centro dell’impero, avviare un’opera missionaria diffusa su tutta la nazione. Pechino era intesa dai gesuiti come una nuova Roma, da cui poteva partire una grande opera missionaria. La conversione dell’imperatore era, a quel tempo, un obiettivo fuori portata, ma lo diverrà in seguito. La Cina del tempo era governata dalla dinastia Ming (1368-1644), l’ultima di nazionalità cinese. La dinastia precedente, i Yuan, era dei mongoli (iniziata da Gengis Khan). Quella seguente, i Qing, conclusasi nel 1911, era dei mancesi.

Matteo Ricci, oltre che missionario e umanista, era uno scienziato di grande valore: astronomo, geografo, musicista e matematico “euclideo”, esattamente come riferisce Battiato. Nel 1607 pubblicò a Pechino la traduzione cinese dei primi sei libri di Euclide, contenuti nel testo di Cristoforo Clavio, I 15 libri degli elementi di Euclide. La traduzione di Euclide è stato il testo fondamentale per l’introduzione della matematica occidentale in Cina. Ricci si avvalse della collaborazione del suo migliore discepolo ed amico, lo scienziato (e poi politico) Xu Guangqi, noto nelle fonti gesuitiche come il “dottor Paolo”. Paolo Xu e altri tre alti funzionari convertitosi alla fede cristiana, furono chiamati le «colonne della cristianità cinese». Il confuciano cristiano e “euclideo” Paolo Xu divenne un ministro molto importante e fu tra gli uomini più vicini a Chongzhen, l’ultimo imperatore della dinastia dei Ming.

Il verso di Battiato dedicato ai gesuiti euclidei ci ha permesso di gettare un po’ di luce su uno degli episodi interculturali significativi della storia dell’umanità: l’incontro, nel segno del dialogo, della scienza, dell’amicizia e della fede tra l’umanesimo rinascimentale europeo e la straordinaria dinastia cinese dei Ming. Matteo Ricci, missionario dell’amicizia, ha portato in Cina la fede e i doni che la fede suscita: l’amicizia, la scienza, la cultura e l’arte. E dagli amici cinesi ha ricevuto altrettanto: scienza, cultura, lingua, filosofia e arte cinese, che il grande missionario gesuita trasmise all’Europa, dando vita a uno straordinario scambio culturale.

 

 

 

Cattolicesimo liberale e dossettismo. A proposito de “La forza mite del riformismo” di Giorgio Armillei. La recensione su “santalessandro.org”

 

Gli scritti di Armillei, scomparso prematuramente l’anno scorso, ruotano attorno alla esplicitazione del confronto (storico) tra visione liberale e visione integralistica – per usare un aggettivo d’altri tempi ma tuttora adatto a descrivere la tendenza – del cattolicesimo politico. Il dossettismo, in questa rappresentazione, è  la palla al piede del riformismo democratico, non la sua variante più impegnativa e rigorosa. Il volume, edito da Il Mulino, uscirà in libreria giovedì 19 maggio.

 

Giovanni Cominelli

 

Il cattolicesimo politico ha ancora qualcosa da dire alla società e alla politica o è ormai ridotto a conati politico-culturali individuali dispersi sull’intero arcobaleno politico? Una risposta proviene dalla raccolta di scritti di Giorgio Armillei, morto prematuramente quasi un anno fa.

Circoscritti ai primi vent’anni del Terzo millennio e organizzati da Stefano Ceccanti e Isabella Nespoli, si muovono attorno a tre nuclei tematici: la critica quotidiana della ragion politica contingente, l’europeismo, le vicende del cattolicesimo politico in Italia.

Il titolo dell’antologia è “La forza mite del riformismo”, edita da Il Mulino 2022. Le categorie generali del liberalismo cattolico sono qui messe alla prova nella critica dello stato di cose presente e, in particolare, della sinistra, che l’Autore descrive come tuttora “impigliata in quel Novecento nel quale naviga ancora quella parte del Pd, che si ispira alla filiera Gramsci, Berlinguer, solidarismo cattolico, socialismo liberale, femminismo, ambientalismo, azionismo”.

 

Il cattolicesimo politico liberale, cui attinge creativamente Armillei, è quello che proviene da don Sturzo, che è poi confluito nella DC,  progettata, tra il 17 e il 23 luglio 1943, a Camaldoli da Mons. Montini, da Mons. Bernareggi e da De Gasperi, fiorita per oltre quarant’anni e poi dissoltasi… liberalismo cattolico, che ha continuato con Pietro Scoppola e i suoi discepoli fucini, oggi dispersi produttivamente tra accademia,  politica e istituzioni.

 

Che cosa significhi concretamente “liberale” emerge dall’analisi “geopolitica” del Pd, condotta con un affilato rasoio di Occam. Seconda questa analisi, il PD consta di tre aree: un centro doroteo, che, più o meno, gioca sul patronato delle cariche; una sinistra zingarettiana e corbyniana, che in linea di massima la pensa come il M5S; un pezzo liberale, che ancora si deve riprendere dalla sconfitta del 4 dicembre 2016. E che, però, si limita alla politics.

 

Il PD è descritto come prigioniero dentro un “il quadrilatero della conservazione”.

 

Il primo bastione è quello del “neointransigentismo costituzionale”, in forza del quale la “Costituzione più bella del mondo” è immodificabile. Questo approccio impedisce di cambiare anche la seconda parte, quella che riguarda le istituzioni. Il conservatorismo istituzionale rinvia al cambiamento dei partiti e eventualmente della politica, mediante nuova legge elettorale, ciò che solo nuove istituzioni potrebbero realizzare: una nuova riconnessione tra cittadini, società civile, Stato. Che dalla faglia in allargamento tra società civile e Stato possano uscire i miasmi del populismo diviene a questo punto inevitabile. Il motore del cambiamento politico e partitico, secondo Armillei, è l’Institution Building. Così propone “una limpida e ben congegnata riforma semipresidenzialista, che ponga le condizioni istituzionali per partiti coesi, semmai divisi dalla ricerca di una migliore logica governativa, con leader effettivi e responsabili verso la base elettorale”. Cominciare dal vertice o dalla base? La risposta: “occorre cominciare da ciò che condiziona piuttosto che da ciò che é condizionato, se si vuole realmente riformare il nostro sistema politico, le nostre istituzioni di governo e il nostro sistema dei partiti, restituendogli il profilo costituzionale di «soggetti della democrazia»”.

 

Il secondo bastione è quello del giustizialismo, dal quale tutt’oggi il PD fa fatica a congedarsi.

 

Il terzo è “lo statalismo azionista”.  Secondo questa filosofia politica, il Bene comune non viene definito nella libera dialettica civile e politica, ma dallo Stato, che è, in quanto tale, sovraordinato alla società civile e alle stesse istituzioni repubblicane. Viceversa, nella concezione poliarchica – ispiratore R. A. Dahl – della “statless society” “la politica è un pezzo di società accanto ad altri,  con una sua funzione specializzata e suoi precisi confini”. “E non c’é nulla di anomalo nel fatto che economia, cultura, religione la condizionino e – per certi aspetti – la regolino”. Si tratta di una concezione sussidiaria, non perfettista dei rapporti tra società e stato. Ma lo statalismo ha sempre avuto forti radicamenti nel mondo cattolico, non solo in quello degli anni ’30, ostile e comunque diffidente nei confronti delle democrazie anglosassoni e… protestanti.

 

Del resto, Mons. Olgiati, tra i fondatori dell’Università Cattolica, scriveva negli anni ’20 a Padre Gemelli: “Lo stato è il divino nel mondo”. Giuseppe Dossetti nel famoso discorso sullo Stato del 1951 teorizzò che è lo stato che “fa la società, traendo il corpo sociale dall’informe”. Lo Stato ha una funzione di “reformatio” del corpo sociale. Concezioni per niente affatto distanti dal comunismo e dalla socialdemocrazia, al netto dell’ateismo, che, certo, nel ’51 manteneva una distanza. Lo schema dossettiano è rimasto come dogma profondo, ha contribuito ad una radicalizzazione della sinistra e, da ultimo, del Pd, e “rappresenta forse la tendenza intellettuale più influente del cattolicesimo politico italiano”. Ed è perciò l’avversario più prossimo del cattolicesimo liberale.

 

Secondo Armillei, il “dossettismo conservatore” è entrato a far parte di quello che viene definito “il triangolo di ferro della tradizione riformista e comunista italiana”. I suoi tre lati: il legame tra forma di governo parlamentare e partiti burocratici di massa; la concezione della legge elettorale come una sovrastruttura della dinamica politica; il sospetto nei confronti del governo del leader – con o senza partito – fulcro della democrazia del pubblico. Così che “qualcuno potrebbe maliziosamente tentare di rintracciare nascosti fili rossi tra dossettismo, sinistrismo azionista e grillismo”, uniti nella difesa dello stato istituzionale di cose presente.

 

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https://www.santalessandro.org/2022/05/14/cattolicesimo-liberale-e-dossettismo-a-proposito-de-la-forza-mite-del-riformismo-di-giorgio-armillei/

Nuove tecnologie. L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla struttura e l’organizzazione del lavoro.

 

Riproponiamo, per gentile concessione dell’autore, la parte finale dell’articolo in origine pubblicato su Harvard Business Review Italia (maggio 2022) con il titolo “Come l’intelligenza artificiale sta ridisegnando il lavoro”.

 

Marco Bentivogli

 

Nell’ultimo secolo, la tecnologia ha creato più posti di lavoro di quanti ne abbia rimpiazzati. La tecnologia e l’innovazione stanno cambiando la natura del lavoro, portando alla domanda di abilità cognitive avanzate e una maggiore adattabilità tra i lavoratori. I dati di numerose ricerche sull’Europa ci indicano che mentre la tecnologia sostituisce alcune mansioni, in generale aumenta anche la domanda di lavoro. Complessivamente, si stima che proprio la tecnologia che sostituisce il lavoro di routine abbia creato oltre 23 milioni di posti di lavoro in tutta Europa dal 1999 al 2016 (Gregory 2016). Il digitale “scongela” lo spazio (i suoi luoghi) e il tempo (gli orari) del lavoro. Mette in discussione l’autostrada bicolore lavoro dipendente/autonomo. Cresce la terza corsia, non solo per i lavori collegati alle piattaforme, ma per tutto il lavoro. Le resistenze culturali e ideologiche al riconoscimento del nuovo lavoro lo consegnano al vuoto di nuove normative e di nuovi contenitori giuridici e contrattuali. Le modalità e le condizioni con cui le persone lavorano richiederebbero un urgente ripensamento dei sistemi di protezione sociale che, specie in Italia, non tutelano i contratti non-standard, come le partite Iva.

 

Non solo, per valutarne la sostituibilità, ricordiamo sempre che l’IA non sa fare tutto e che anche le persone hanno abilità molto diversificate: secondo l’indagine Ocse del 2017 “Computers and the Future of Skill Demand”, solo l’11% degli adulti è attualmente al di sopra del livello di abilità che l’IA è vicina a riprodurre. La gran parte è molto al di sotto. Tema che chiama in causa un ambito poco efficace nel nostro Paese, la formazione e la riqualificazione professionale (reskilling) degli adulti. In uno degli studi più interessanti realizzato in Italia si compie un’analisi attraverso lo Standard Internazionale Isco 2008, incrociandolo con la classificazione Cp 2011 e si comparano i risultati della potenziale esposizione all’IA delle 800 professioni rilevate in Italia da Istat. Il digitale e l’IA secondo la ricerca, consentono il distanziamento sociale, tutelando il lavoro. In realtà consentono anche di immaginare sistemi di organizzazione del lavoro che limitino la prossimità non solo con le persone, ma anche con le macchine e i luoghi di lavoro.

 

I nostri sistemi di protezione sociale e le tutele contrattuali si basano su sistema su un’occupazione a salario stabile, definizioni chiare del datore di lavoro, delle sue responsabilità e del rapporto di lavoro e una previsione di data di pensionamento. Questo approccio, tuttavia, riguarda un numero sempre più ridotto di persone e ne lascia fuori un numero crescente, poiché la natura mutevole del lavoro sconvolge proprio la capacità regolatoria delle normative tradizionali. La tecnologia sposta la domanda di benefici per i lavoratori da parte dei datori di lavoro verso prestazioni che tutelino le discontinuità occupazionali e di reddito e, soprattutto, il diritto soggettivo alla formazione, di qualità e lungo tutta la vita lavorativa. L’orizzonte full time, a tempo indeterminato, non solo è una promessa tradita ma lascia fuori da ogni diritto tutti gli altri.

 

L’IA determina profondi mutamenti sul lavoro, ma apre, al contempo, molti spazi per rafforzare la persona dentro questi mutamenti. Tra essi, ci aiuta nel superare il sempre meno efficace “fordismo” dei nostri sistemi di istruzione e formazione. Programmi e metodi di apprendimento uguali per tutti e sempre più inutili. Eppure, il nostro Paese aveva iniziato da precursore col piede giusto. Un esempio agli albori della rivoluzione digitale, mai sufficientemente narrato, fu l’introduzione dell’italianissima “Perrottina”, la “programma 101” realizzata da Piergiorgio Perotto. Oltre ad essere il primo personal computer, fu la prima sperimentazione di formazio­ne computer based (CBT), il cui cuore non era cedere le capa­cità di calcolo alle macchine ma apprendere il pensiero logico alla base del loro funzionamento.

 

Oggi l’IA aiuta a rendere più adattivo l’apprendimento (adaptive learning) dei lavoratori con formazione meno fordi­sta e più sartoriale. Come sostiene Franco Amicucci, l’IA ha una grande potenzialità nell’aumentare la personalizzazione della formazione. Alcune applicazioni di recommendation system riguardano la possibilità di generare tutor intelligenti che assistano i processi di apprendimento, aiutare l’anali­si semantica per la classificazione e il tagging di contenuti formativi e consigliare percorsi di formazione personalizzati. Per consentire alle persone di stare dentro il gorgo dell’inno­vazione saranno necessari, a livello aziendale e territoriale, ambienti digitali di apprendimento di upskilling e re-skilling capaci, in prospettiva, di costruire il predictive learning, ossia anticipare, in un contesto di rapida obsolescenza di professio­ni e competenze, l’apprendimento delle competenze neces­sarie nel futuro prossimo. Il centro di queste piattaforme non può che essere la persona.

La guerra come discontinuità di una politica discontinua. Una attenta lettura su “Vita e Pensiero”.

 

Il caos in cui viviamo rende difficile capire che cosa succede. La guerra in Ucraina risulta difficile da capire se non teniamo conto che dal senso si è passati al puro funzionamento”.

 

Miguel Benasayag

 

In questo mese e mezzo abbiamo giustamente sentito parlare molto dellinvasione russa in Ucraina e il mondo, per lo meno una parte, sembra essere sconvolto. Cerchiamo di approcciare l’argomento tratteggiando qualche puntino di contestualizzazione del mondo in cui abitiamo e del caos che viviamo, provando a vedere se può emergere una logica e qualche elemento di comprensibilità.

Per quanto riguarda la situazione ucraina in sé, bisogna ricordare in primis che sono oramai otto anni che va avanti un conflitto soprattutto nel Donbass, una delle principali regioni contese nel conflitto e che la Russia vorrebbe occupare. Dopo otto anni di un conflitto conosciuto da tutti senza che causasse una sola lacrima, Putin decide, di fronte alla possibilità che l’Ucraina entri a far parte dell’alleanza militare NATO, di attuare un’invasione e un’aggressione terribili. L’Ucraina, malgrado tutto, prova a resistere, forte delle armi inviate da alcuni Paesi dell’alleanza atlantica e contro le aspettative.

Un altro elemento di contestualizzazione: la guerra che stiamo vivendo non è ovviamente il primo conflitto scoppiato in questi anni né il primo cui partecipa, seppur indirettamente, la NATO (né, tra l’altro, la prima invasione russa degli ultimi decenni). La guerra in Siria, per prendere un esempio celebre, non è finita (nonostante i giornali ne parlino meno). Numerosi sono i conflitti, a partire dallo Yemen, in corso nel continente africano, per non parlare della tragica situazione libica. La guerra in Ucraina non costituisce nemmeno il primo evento tragico causante numerose morti che avviene “vicino a noi”, non più in terre lontane: come poter affermare una tale assurdità, quando a pochi chilometri dalle nostre coste, europee ma italiane in particolare, abbiamo assistito durante gli anni – non senza colpe – alla tragedia di circa trentamila morti innocenti che cercavano di scappare da una realtà ingiusta per provare a sperare in qualcosa di meglio?

Si tratta ovviamente di una lista” ristretta, semplificatoria, che non pretende fornire un quadro dettagliato del caos guerrigliero e mortifero in cui siamo immersi.

Nonostante tutto, per di più, nessun elemento qui menzionato costituisce la minaccia più imponente e preoccupante, rappresentata invece dalla devastazione degli ecosistemi e dal riscaldamento climatico. È appena uscito l’ultimo rapporto del GIEC, secondo il quale rimangono soltanto tre anni (entro il 2025) per raggiungere il picco di emissioni e limitare il riscaldamento climatico a 1,5°. La dipendenza da carbone e gas, l’estrattivismo dilagante, la riduzione drastica della biodiversità (tanto da poter parlare di una terza estinzione di massa), i sette milioni di morti all’anno a causa dell’aria inquinata sono soltanto alcuni degli elementi di una situazione tragica che nessuno, tra i governanti, sembra affrontare seriamente.

LA COMPLESSITÀ DEL CONTEMPORANEO
Perch
é citare tutti questi elementi? Si tratta di mettere in luce e provare a descrivere il caos che stiamo vivendo e che corrisponde al cambiamento di un’epoca (la Modernità, nata più o meno durante il Rinascimento e che ha attraversato una lunga crisi tra la fine del XIX secolo e tutto il XX) e all’incontro con la complessità (chiamiamo così, in mancanza di altri termini, l’epoca attuale).

Lemergenza del caos che viviamo, in particolare legato alle questioni climatiche e ambientali, è il sintomo del fatto che il modo di agire, di produrre, di abitare il mondo proprio della Modernità occidentale non è sostenibile né vivibile. Sono ovviamente le drammatiche conseguenze sulla possibilità stessa per la vita di continuare ad esistere su questo pianeta i testimoni più affidabili. Il problema è che nell’epoca complessa in cui viviamo si presentano a noi molto chiaramente i disastri e la distruzione causati dall’agire umano (e occidentale in particolare) per secoli, molto meno chiaramente, invece, le nuove forme di costruzione e di creazione di qualcosa di altro, di un agire e un pensare all’altezza dell’epoca della complessità.

È unepoca caratterizzata dalla discontinuità, dallimpossibilità di restare dentro lo schema moderno di una causalità lineare, che ci obbliga a un agire non più teleologico e transitivo che assuma le sfide della situazione e i rischi che ogni impegno comporta, senza garanzie di successo. All’interno di questa confusione, grande è il rischio di assistere ad attitudini paternaliste e autoritarie da parte di chi governa e dovrebbe quindi “gestire” le nostre società: che sia in pandemia o in guerra – e al di là delle considerazioni di merito sul contenuto – è evidente il modo di comportarsi da parte del potere che segnala ciò che si deve pensare, ciò che è importante pensare e ciò che è superfluo o ciò che non si deve pensare.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-la-guerra-come-discontinuita-di-una-politica-discontinua-5853.html

Il ruscismo, l’ideologia del terzo millennio. La nota di “Mondo Russo”.

 

Ruscismo è il nuovo ideale di conquista del mondo post-globale, in cui al posto dellomologazione di tutti i popoli, ognuno cerca di vincere una guerra totale. Impone nuovamente lattualità delle armi che sembrava superata da quasi un secolo. Come alla fine della Belle Époque ottocentesca, quando linvenzione dellilluminazione elettrica, della radio e dellautomobile sembrava aver definitivamente tratto lumanità fuori dalle caverne.

Stefano Caprio

 

 

Ci sono tanti modi per cercare di spiegare l’ideologia del Mondo Russo, il Russkij Mir, per affermare il quale Putin ha scelto la via della guerra con il mondo intero, dichiarata con l’invasione dell’Ucraina. Si rievoca la missione medievale della “Terza Roma”, impersonata dal patriarca Kirill che tuona dalle chiese con in testa il klobuk, la mitra “a pentola” dei gerarchi bizantini. La figura di Putin viene accostata a diversi zar del passato, da Ivan il Grande “riunificatore delle terre” a Nicola I “gendarme d’Europa”, che definiva il proprio potere come narodnost, il “popolarismo” da contrapporre al populismo dei rivoluzionari. C’è ovviamente la suggestione staliniana del “comunismo universale in un solo Paese”, la correzione all’internazionalismo marxista in salsa slavofila. Il filosofo Dugin, uno dei consiglieri attuali del Cremlino, parla di “eurasismo” come “quarta ideologia”, dopo il liberalismo, il fascismo e il comunismo, basata sulla tradizione ortodossa e autocratica delle tante Russie del passato.

 

Proprio la tesi duginista sembra riassumere le caratteristiche principali di questa nuova sintesi, che parte dal “fascio-comunismo” di cui lo stesso filosofo fu protagonista attivo negli anni ’90, aderendo al partito rosso-bruno di un altro visionario, Eduard Limonov. Essa si basa sulla proclamazione della “fine del liberalismo” e della democrazia di tipo occidentale, ritenuta un inganno dei veri potenti per illudere il popolo, che pensa di essere la fonte del potere costituito. È una visione che richiama l’espressione divertita di Pietro il Grande, che nel 1698 osservò da spettatore una riunione del primo parlamento della storia, la camera dei Lord di Guglielmo III a Londra: “è buffo vedere il popolo che dice la verità al sovrano”, quando in realtà la verità rimane sempre e solo quella decisa dal sovrano.

 

Il Mondo Russo è un mondo autoritario e decisionista, discriminatorio e aggressivo: una nuova forma di totalitarismo, che tra il “potere del popolo” e la “dittatura del proletariato” pretende di affermare la “superiorità morale” di una parte sull’altra, di una nazione sulle altre, di una persona sopra ogni sistema. È un nuovo fascismo e razzismo insieme, non eugenetico, ma “spirituale” e teocratico. Gli ucraini, giocando sui suoni delle parole, hanno coniato per questa ideologia un nuovo termine, il rašizm, “russismo”, razzismo e fascismo allo stesso tempo, che in italiano viene ripreso da alcuni come “rascismo”, oppure come “ruscismo”.

 

A partire ovviamente dal termine fašizm, fascismo in slavo, gli ucraini giocano sulla fonetica inglese, per cui “Russia” si pronuncia “Rascia”, da cui appunto “rascizm”, il nuovo fascismo russo, simile a rasizm, il razzismo. In italiano la pronuncia inglese non suona immediata, e “ruscismo” rende meglio la crasi tra russismo e fascismo, anche se perde un po’ la connotazione razzista, componente non secondaria del “complesso di superiorità” dei russi putiniani. Ruscismo è il nuovo ideale di conquista del mondo post-globale, in cui al posto dell’omologazione di tutti i popoli, ognuno cerca di vincere una guerra totale. Non solo il sovranismo sciovinista del “prima i nostri”, ma ci si difende dalle “invasioni” (degli immigrati, delle pandemie, dell’immoralità, dell’Oriente e dell’Occidente) andando per primi all’assalto.

 

In una conferenza-stampa di aprile da una stazione del metrò di Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj affermò che “nei futuri manuali di storia e nelle pagine di Wikipedia si parlerà di rašizm, paragonandolo al nazismo”. Era la risposta all’accusa russa di “nazificazione” dell’Ucraina, intesa come l’invasione dei valori e degli interessi dell’Occidente nel mondo russo, prima ancora che la definizione di un regime autoritario, che di per sé non fa certo scandalo a Mosca. Diversi politici ucraini hanno ripreso la definizione di Zelenskyj: l’ex-vice-premier Aleksandr Syč ha invitato la comunità internazionale a condannare “l’ideologia e la pratica dello Z-rascismo russo”, mentre l’ex-deputato della Rada Borislav Bereza insisteva da tempo che bisognava usare il termine rašizm, già prima dello stesso presidente, e l’11 marzo, due settimane dopo l’inizio dell’invasione, il segretario del Consiglio di sicurezza Aleksej Danilov aveva proposto il termine ai giornalisti della stampa internazionale, che finora però non l’hanno molto utilizzato, essendo poco comprensibile per i non slavi.

 

In realtà molte pagine di Wikipedia hanno cominciato a proporlo in varie lingue, tra cui inglese, spagnolo, turco, arabo – non in italiano, e ovviamente non in russo – riproducendo l’originale ucraino. Questo era in realtà apparso già nel 2014 dopo l’annessione della Crimea, ma non era stato ripreso fino all’attuale “operazione militare speciale” putiniana. Secondo alcuni, il termine era stato coniato ancora prima, come minimo nel 2008 durante la guerra della Russia in Georgia per le repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, anticipo della futura guerra ucraina. Un giornalista ucraino, Ostap Kryvdyk, rivendica la primogenitura dell’uso di rašizm in un suo articolo del 2010, per definire “l’ideologia e la pratica del regime vigente nella Federazione Russa”, che diede origine alla pagina di Wikipedia, il tribunale universale delle definizioni ufficiali del mondo di oggi.

 

Volendo risalire ancora più indietro, alcuni ricordano l’uso della parola “russismo” nel 1995 da parte del leader separatista ceceno Džokhar Dudaev, che la definiva una “malattia russa molto grave, cronica e pericolosa”. Il terrorista ceceno Šamil Basaev, che organizzava attentati in tutta la Russia, scrisse nel 2001 una lettera a Putin (nominato presidente nel 2000 per “fare fuori i terroristi”) in cui accusava “la vostra illusione grande-russa, che voi sognate mentre state con il fango fino al collo, che ci farà sprofondare tutti nella stessa melma, e questo è il russismo”. Un altro leader ceceno, Aslan Maskhadov, nel 2004 sosteneva che “il russismo esiste da 200 anni, ben di più del fascismo italo-tedesco, ma ora deve morire, dopo aver fatto tanto soffrire la terra cecena, e noi gli faremo torcere il collo”. Proprio a partire dalla Cecenia, in realtà, Putin ha costruito la sua “verticale del potere”, soffocando tutte le aspirazioni di autonomia locale non solo nel Caucaso, ma nell’intera Federazione, e proprio l’erede dei capi ceceni, Ramzan Kadyrov, è oggi uno dei più fanatici esponenti del ruscismo.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-ruscismo,-lideologia-del-terzo-millennio-55748.html

 

 

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Biden aumenta l’aiuto militare, l’Europa punta al negoziato, la Russia continua l’offensiva sul terreno. Dialogo tra sordi?

 

La crisi russo-ucraina desta preoccupazione in tutte le principali cancellerie e l’auspicata soluzione sembra affidata più al decorso della situazione militare sul campo piuttosto che ai negoziati

 

Giorgio Radicati

 

I festeggiamenti del 9 maggio a Mosca hanno, per certi versi, deluso le aspettative di coloro che immaginavano un Putin intenzionato a scoprire le carte, a manifestare cioè apertamente le sue vere intenzioni in un momento in cui, da un lato, l’atteggiamento degli americani e dei vertici della NATO è sempre più determinato a sostenere Zelensky e, dall’altro, alcuni paesi europei (la Francia in testa) sembrano voler prendere le distanze dalla strategia militarista di Biden, mostrando (alcuni per convenienza economica, altri su pressione di movimenti pacifisti) di privilegiare genericamente la via negoziale, senza cioè precisarne tempi e modalità, ignorando la perdurante indisponibilità a trattare  del Cremlino.

 

Sembra di assistere ad un dialogo fra sordi…

 

In occasione dell’imponente manifestazione, organizzata, come al solito, da una impeccabile regia, il neo Zar ha evitato di soffermarsi troppo sugli eventi militari in Ucraina, omologando l’intervento armato come ineluttabile poiché causato dalle minacce della NATO, una decisione cioè adottata per tutelare la sicurezza nazionale. Insomma, una sorta di autodifesa. Nulla di straordinario (“business as usual…”) e men che meno una guerra. Una “operazione militare speciale”, di cui non ha approfondito dinamica e conseguenze né tanto meno ventilato la durata. Straordinario egli ha definito soltanto il comportamento del popolo russo che settanta anni prima aveva strenuamente e vittoriosamente combattuto il nazismo, pagando un pesante prezzo in vite umane, con un significativo (ma sicuramente ardito) parallelismo con il confronto armato che si sta verificando oltre confine, sul territorio ucraino. Infatti, ieri come oggi – egli ha sostanzialmente affermato – la Russia è pronta a respingere le minacce e a battersi per la propria sicurezza, sovranità e indipendenza. Al tempo stesso, il governo rende i dovuti onori ai caduti e sosterrà in tutti i modi le loro famiglie. Infine, un messaggio incoraggiante: nessuna ipotesi di guerra totale né minacce nucleari.

 

Per alcuni è sembrata un’apertura al negoziato, per molti altri, invece, una nota rassicurante dedicata alla popolazione, costretta a subire una guerra fonte di gravi lutti al fronte, ristrettezze economiche per i ceti medio-bassi e timori nell’intero paese per un incerto futuro. I giorni seguenti, Lavrov non ha, comunque, mancato di confermare che nulla sta cambiando nella strategia russa ossia che l’offensiva militare continuerà fino a quando gli obiettivi prefissati (quali?) saranno conseguiti.

 

Insomma, da Mosca nessuna nuova novella. Del resto, i combattimenti sul campo sono sempre molto intensi, facendo registrare una perdurante lenta avanzata russa nel sud ed un significativo contrattacco ucraino nella parte centro orientale, mentre in Moldavia la tensione fra filorussi della Transnistria ed il governo di Chisinau non si è allentata, anzi ha fatto registrare un seppur leggero aumento, confermato dalle improvvise visite di Michel, prima, e Guterres, subito dopo, destinate a infondere coraggio alle locali autorità, che continuano a temere l’invasione russa.

 

Contemporaneamente, Biden firmava disposizioni attuative per la consegna immediata di nuove forniture militari all’Ucraina, per l’ammontare di alcune decine di miliardi di dollari (deliberazioni simili a quelle decise nel 1941 contro la Germania nazista…), mentre la Commissione Europea ha intensificato i negoziati al suo interno per varare il sesto pacchetto di sanzioni che comprendono il petrolio, cercando di superare le resistenze di alcuni Stati membri (l’Ungheria soprattutto) che si ritengono più danneggiati di altri da tali penalità per la loro fortissima dipendenza energetica dalla Russia.

 

Al termine del semestre di presidenza, Macron ha inviato un messaggio al Parlamento europeo, auspicando la creazione di una comunità politica da affiancare all’Unione Europea per rendere il continente ancora più forte ed omogeneo, slegandolo dalla pastoia dei farraginosi regolamenti comunitari, che spesso la rendono invisa. È stato un modo come un altro per distinguersi, cercare nuovi sentieri per allargare l’alleanza e, al tempo stesso, tracciare un più rapido percorso per l’Ucraina in vista della integrazione in Europa, senza entrare nella già piena rituale lista d’attesa per poi adeguarsi ai rigidi parametri selettivi dell’Unione, che ne rendono complicato l’ingresso. Niente di più.

 

Il premier francese ha poi voluto ribadire il concetto che dopo lo scontro tra Occidente e Russia occorrerà evitare in tutti i modi possibili di umiliare Putin, leader di una grande potenza nucleare. Argomentazioni riprese da Draghi in un altro contesto, nel corso del suo incontro a Washington con Biden, seppur costretto a muoversi in un equilibrio instabile lungo il ripido crinale delimitato, da una parte, dall’intransigenza americana nel condannare Putin, dalla ferma intenzione di privilegiare l’opzione armata nonché dalla ferma determinazione ad approfittare della crisi ucraina per limitarne il potere e, dall’altra, dall’atteggiamento dell’opinione pubblica italiana e di alcuni partiti politici presenti nel governo sempre più orientati a frenare l’invio di armi all’Ucraina nonché a premere per una sempre più insistente volontà di stabilire una tregua e aprire un tavolo negoziale.

 

In Italia questa flagrante divaricazione non sembra ancora in grado di registrare comportamenti fattuali diversi, concretizzandosi soltanto in sterili dichiarazioni formali. Fino a quando il governo continuerà a fornire armamenti e aiuti di vario genere a Kiev, la volontà espressa di privilegiare un negoziato (puntualmente rifiutato da Mosca) servirà soltanto a puntellare la maggioranza di governo e difendersi dalle crescenti critiche di pacifisti incalliti, le cui file sembrano aumentare giorno dopo giorno. È lecito, peraltro, chiedersi fino a quando questa ambiguità di fondo è destinata a perdurare, tenuto conto che le elezioni politiche non sono poi così lontane.

 

“Last but not least”, si deve registrare l’intenzione delle autorità finlandesi di chiedere a breve l’ingresso nella NATO, temendo una possibile futura invasione russa, nonché un analogo passo in corso di valutazione a Stoccolma.  Mentre Mosca ha prontamente definito questi orientamenti come una manifesta provocazione, riservandosi di adottare le necessarie contromisure, Erdogan ha espresso qualche perplessità in relazione all’ospitalità che i paesi scandinavi sarebbero usi dare a varie organizzazioni terroristiche come il PKK.

 

Da ultimo, ha suscitato sorpresa la notizia della telefonata del Segretario alla Difesa americano Austin al suo omologo russo Shoigun, durante la quale sarebbe stato sollecitato un “cessate il fuoco”, apparentemente senza alcun seguito. Ciò nonostante, tale gesto (dovuto probabilmente, almeno in certa misura, alle recenti esortazioni in tal senso di Draghi e Macron) deve considerarsi positivamente, poiché se non altro rappresenta la ripresa di un dialogo che era interrotto da quasi tre mesi.

 

In conclusione, la crisi russo-ucraina continua a destare preoccupazione in tutte le principali cancellerie e l’auspicata soluzione sembra essere affidata più al decorso della situazione militare sul campo piuttosto che ai negoziati tra Putin e Zelensky, vanamente fino ad oggi auspicati, con sempre maggiore insistenza, dai maggiori leader europei.

In memoria di Valerio Onida. Giurista insigne, merita l’appellativo di “viva vox constitutionis”.

 

“La parola venutami alla mente – dice l’amico e il sodale Balduzzi – è disponibilità, ma essa include tanti suoi sinonimi, alcuni dei quali molto cari all’antico presidente della Fuci di Milano: servizio, attenzione, fraternità”.

 

Renato Balduzzi

 

 

 

Non è facile ricordare un amico, un maestro nella conoscenza scientifica del diritto costituzionale, un fratello maggiore, un sodale di tante battaglie, accomunati da un percorso culturale e spirituale assai simile. Per me il professore Valerio Onida è tutte queste cose. Ed è ancora più difficile ricordare una personalità così luminosa e poliedrica come la sua, tale da rendere ogni ritratto inadeguato per difetto.

 

Allora mi limito a trasmettervi la prima parola che mi viene in mente pensando a Valerio: disponibilità.

 

La disponibilità anzitutto verso i più giovani, anche non suoi allievi. Conobbi Valerio appena acerbo laureato, in una delle riunioni a Genova che Federico Sorrentino aveva promosso per impostare una grossa ricerca su strumenti tecnici e indirizzi politici nella giurisprudenza della Corte costituzionale, e che vedeva tra i cinque coordinatori nazionali anche Sergio Bartole, Lorenza Carlassare e Gustavo Zagrebelsky. Iniziò lì una frequentazione mai più interrotta, e la conferma della sua generosità. Non ricordo un’occasione in cui Valerio si sia sottratto ad una richiesta di presiedere un convegno, di fare una relazione di sintesi, di intervenire ad una tavola rotonda, come molti alessandrini ricordano bene: anch’egli è stato una viva vox constitutionis.

 

La disponibilità a camminare su sentieri anche impervi, ma che fossero impregnati di tensione ideale e di solidarietà con coloro i cui diritti costituzionali vengono offesi: mi limito a segnalare la partecipazione di Valerio, già affaticato dalla malattia, al percorso di riflessione che ha condotto alle “10 Tesi per il contrasto ai caporalati”, promosse dall’Associazione Vittorio Bachelet, che saranno presentate proprio lunedì 16 maggio alla Camera dei deputati.

 

Una disponibilità poi, non venuta meno neppure negli ultimi mesi della malattia che lo affaticava ogni giorno di più. A febbraio, all’indomani dell’approvazione della revisione costituzionale in tema di ambiente e One Health, mi permetto di chiedergli un commento a caldo per la rivista Corti supreme e salute: in pochi giorni arriva, puntuale e preciso, quello che forse è il suo ultimo scritto scientifico.

 

Una disponibilità, ancora, ad accogliere suggerimenti relativi alla malattia che l’aveva colpito e che ancora non ha una risposta terapeutica adeguata – anche se le frontiere dell’immunoterapia lasciano sperare -, unita all’affettuosa riconoscenza per averlo messo in contatto con una specialista in mesotelioma pleurico maligno dell’ospedale di Alessandria, la dottoressa Federica Grosso, in grado non solo di confermare che il protocollo di cura cui era stato sottoposto fosse quello più avanzato e appropriato, ma di aiutarlo a gestire la malattia nella vita quotidiana (e che, appresa in queste ore la notizia della morte del professore, mi ha scritto “grazie per avermelo fatto conoscere”).

 

Infine, quasi naturalmente, una disponibilità e una curiosità intellettuale sconfinata, che lasciava sempre affascinati i suoi interlocutori: tra i tanti ricordi, un seminario franco-italo-ispanico a porte chiuse a Parigi, promosso dal Conseil constitutionnel francese a Palais Royal, dov’eravamo tre francesi, tre italiani e tre spagnoli, e dove tutti fummo incantati dal suo spaziare, a braccio, nell’universo della giustizia costituzionale dei diversi continenti.

 

La parola venutami alla mente è disponibilità, ma essa include tanti suoi sinonimi, alcuni dei quali molto cari all’antico presidente della Fuci di Milano: servizio, attenzione, fraternità. E bene ha fatto Luigi Ferrarella a sottolineare l’attenzione del professor Onida verso i più deboli, i fragili, i ristretti.

 

Alla famiglia tutta, e in particolare al figlio Francesco, prezioso tramite in questi mesi, il ringraziamento affettuoso per averci consentito di non perdere, sinché possibile, il contatto con la dolcezza, mite e insieme determinata, di papà Valerio.

Pasetto, uomo sensibile e concreto. Chi ha conosciuto il suo impegno sul territorio, ne testimonia il valore politico.

 

Si sono svolti ieri, ad Anzio, il funerali dell’ex parlamentare. Oltre al Presidente della Regione Zingaretti e al Sindaco di Roma Gualtieri, ha espresso il suo cordoglio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La testimonianza di Di Pietrantonio porta alla luce l’impegno di Pasetto sul territorio, nel collegio elettorale di Prenestino-Centocelle.

 

Luciano Di Pietrantonio

 

Quando un amico come Giorgio Pasetto all’improvviso ci lascia, si provano sentimenti spesso contraddittori: di grande tristezza per la scomparsa di una persona con la quale hai condiviso un tratto della sua vita nell’impegno politico, ma anche di riconoscenza per ciò che ha rappresentato, cercando sempre di fare il proprio dovere di eletto dai cittadini con spirito di servizio, con dedizione, con professionalità e con umiltà.

 

Crediamo che la sua militanza prima nella Gioventù di Azione Cattolica, poi nella Democrazia Cristiana e, successivamente a tutta la diaspora democristiana, con i Popolari, L’Ulivo, La Margherita e il Partito Democratico, ha reso Giorgio Pasetto uno dei cattolici democratici più rappresentativi e riconoscibili nello scenario politico. Gli incarichi che ha ricoperto a livello di partito, e quelli Istituzionali come Sindaco di Anzio, consigliere provinciale e regionale (con due anni di Presidenza della Regione Lazio), deputato nel Collegio Prenestino-Centocelle, per due legislature, e poi senatore, hanno contribuito a rendere Pasetto un grande “esperto  istituzionale”.

 

Tornano alla mente, nel tempo del suo mandato di deputato nel quadrante Est di Roma, i tanti momenti significativi di un impegno politico, svolto a Centocelle nella sede di via delle Acacie, dove si parlava di questioni contingenti, ma anche di progetti per il futuro e delle amarezze per i ritardi nell’avviare le scelte di trasformazione del territorio. Quando cioè si metteva alla prova, in una parola, la politica come rappresentanza delle aspirazioni dei cittadini. Quindi una politica come veicolo di partecipazione alle decisioni per la comunità, ma anche di approfondimento e conoscenza di norme tecniche e giuridiche: per Pasetto la preparazione culturale dei cittadini impegnati nel sociale era fondamentale, perché la conoscenza di chi si occupa del bene comune deve essere sempre aggiornata.

 

Spesso le riunioni si trasformavano in discussioni che avevano più la caratteristica pedagogica che non quella della rivendicazione politica.

 

Ecco perché Giorgio ha rappresentato per oltre dieci anni (era il deputato del territorio) questo tipo di approccio  fra eletto ed elettori. E così si creò la realtà di via delle Acacie, fatta appunto di politica e formazione, nonché di occasioni di gioia e si potrebbe dire di “agape amicale”. In quel contesto sono cresciute persone che poi sono state elette nel Consiglio Municipale e in Campidoglio. Quindi, non possiamo che ricordare, in particolare, la quotidianità di un impegno nel quale non è mai venuto meno l’essere un cattolico democratico, in una fase di trasformazioni con l’avvio della costruzione della Metro C (la cui caratteristica fondamentale rimane l’assenza del conducente), la via Prenestina Bis, la valorizzazione della tenuta di Mistica, e le tante opere minori che hanno in parte migliorato le condizioni di vita del territorio.

 

Bisogna far memoria di tutto questo. Giorgio si è spento giovedì 12 maggio a Roma, avrebbe compiuto 81 anni il prossimo 4 luglio. Ieri pomeriggio ad Anzio, nella Chiesa parrocchiale dei Santi Pio e Antonio, si sono svolti i funerali. Hanno partecipato alla cerimonia religiosa, insieme ai famigliari, uomini e donne che nel tempo hanno conosciuto e apprezzato il suo impegno pubblico, le autorità comunali e tante persone che hanno portato l’estremo saluto al loro ex-Sindaco. La Chiesa era affollata.

 

Durante la cerimonia, sentita e partecipata, il Parroco ne ha tratteggiato la figura, ricordando episodi inediti e sottolineando i pregi dell’uomo. Un’amica personale di Giorgio, con una toccante testimonianza, ha richiamato alcuni aspetti di vita quotidiana. Infine il figlio Francesco ha letto il telegramma che il Presidente della Repubblica ha inviato alla famiglia. Mattarella, nel formulare le proprie condoglianze, ha messo in risalto la sensibilità e concretezza di Giorgio, suo collega per anni in Parlamento, ma prima ancora amico.

 

Cosa possiamo aggiungere? Poche parole, ma sentite. Ti salutiamo, caro Giorgio, con le nostre preghiere, esprimendo tutta la nostra vicinanza ai tuoi cari, in modo particolare a Tua moglie e a tuo figlio Francesco.

Ifad: c’è spazio di azione per salvare i Paesi più poveri dalla crisi. Intervista di Radio Vaticana a Federica Cerulli.

 

Di fronte alle conseguenze economiche sul piano mondiale della guerra in Ucraina, il Fondo delle Nazioni Unite lancia un’iniziativa concreta per proteggere i mezzi di sussistenza e i mercati più vulnerabili. Sono almeno 22 i Paesi più colpiti, a partire dalla Somalia. Lo spiega Federica Cerulli, esperta Ifad, denunciando un paradosso: più sono poveri e indebitati e più è difficile intervenire.

 

Fausta Speranza

 

 

 

In uno scenario in cui la guerra in Ucraina sta facendo salire i prezzi di alimentari, carburante e fertilizzanti a livelli record mettendo a rischio la sicurezza alimentare in molti dei Paesi più poveri del mondo, il Fondo Internazionale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) ha lanciato in questi giorni l’Iniziativa di risposta alla crisi (Crisis Response Initiative) per far sì che i piccoli agricoltori nei Paesi ad alto rischio possano produrre nei prossimi mesi cibo per nutrire le loro famiglie e comunità, riducendo al contempo le minacce verso i raccolti futuri.

 

Ne abbiamo parlato con Federica Cerulli, esperta dell’Ifad per la mobilitazione delle risorse finanziarie.

 

Lo sconvolgimento dei mercati globali sta scuotendo i sistemi alimentari nel profondo, avverte Cerulli sostenendo che è particolarmente allarmante per i Paesi già colpiti dall’impatto del cambiamento climatico e da quello del COVID-19, dove un maggior numero di persone è alle prese con povertà e fame. La nuova iniziativa dell’IFAD – spiega – aiuterà a proteggere i mezzi di sussistenza e i mercati in modo che le persone più vulnerabili possano continuare a nutrire le loro famiglie e comunità.

 

Un’azione concreta e immediata

 

Il ruolo dell’IFAD è fondamentale per mitigare qualsiasi shock ai sistemi alimentari e, così facendo, proteggere il progresso dello sviluppo a lungo termine. Lo ricorda Cerulli affermando che la comunità internazionale deve essere pronta ad affrontare le conseguenze profonde e destabilizzanti di questo conflitto in Europa. L’iniziativa dell’Ifad è concreta: il Fondo Onu chiede agli Stati membri di contribuire alle ingenti risorse necessarie per coprire tutti i 22 Paesi elencati nell’Iniziativa come prioritari in base al bisogno. E – mette in luce  Cerulli –  in particolare per i primi tre, tra cui la Somalia, chiede un impegno immediato.

 

Le aree più colpite

 

Le ripercussioni della guerra – ricorda l’esperta – si fanno sentire in maniera più forte in alcune parti dell’Africa, del Vicino Oriente e dell’Asia centrale, ma anche altri Paesi e regioni vengono colpiti di giorno in giorno. Molti Paesi sono vulnerabili agli shock dei prezzi a causa della loro forte dipendenza dalle importazioni di cibo ed energia dalla Russia e dall’Ucraina. Altri Paesi  specialmente in Asia centrale  – chiarisce –  stanno sperimentando un deterioramento del commercio insieme ad una significativa riduzione dell’afflusso di rimesse. L’elenco completo comprende: Somalia, Afghanistan, Yemen, Mozambico, Haiti, Etiopia, Burundi, Eritrea, Madagascar, Repubblica Centrafricana, Malawi, Ciad, Niger, Mali, Uganda, Liberia, Guinea-Bissau, Gambia, Comore, Sri Lanka, Bhutan, Benin.

 

Risorse essenziali per l’agricoltura

 

Le popolazioni rurali vulnerabili sono colpite duramente dall’aumento dei prezzi dei fattori di produzione agricoli essenziali, soprattutto ora che inizia una nuova stagione di semina. I piccoli agricoltori – è il primo esempio di Cerulli – stanno lottando per pagare il carburante per i macchinari, i costi dei fertilizzanti e dei trasporti per raggiungere i mercati, e la maggior parte non ha la capacità di assorbire gli aumenti dei prezzi.

 

Cerulli spiega che, basandosi sulla recente esperienza dell’IFAD nella risposta al COVID-19, l’Iniziativa è orientata a garantire ai piccoli agricoltori l’accesso ai principali fattori produttivi agricoli, al carburante, ai fertilizzanti, ai finanziamenti per le necessità immediate e all’accesso ai mercati e alle informazioni relative al mercato. L’iniziativa contribuirà anche a ridurre le perdite post-raccolto investendo in infrastrutture su piccola scala.

 

Il caso Somalia

 

In Somalia, uno dei Paesi prioritari per la Crisis Response Initiative, i costi dell’elettricità e dei trasporti sono saliti alle stelle – denuncia Cerulli – da quando è iniziato il conflitto in Ucraina. I piccoli agricoltori che fanno affidamento sull’irrigazione alimentata da piccoli motori diesel ne sono stati colpiti. Questo shock aggrava le preoccupanti prospettive di carestia in un Paese già nel mezzo di una grave siccità. La maggior parte degli agricoltori locali non è in grado di comprare il carburante e di conseguenza ha subito delle perdite. Si sente l’effetto a spirale sul costo dei trasporti, del cibo e di tutti gli altri beni essenziali. Il punto è che la spirale dei prezzi del cibo e dell’energia potrebbe alla fine portare a disordini sociali e destabilizzare i Paesi, in particolare gli Stati fragili. È in gioco la stabilità a lungo termine.

 

Il paradosso del debito

 

Con la crisi del COVID-19, l’indebitamento è naturalmente aumentato in modo marcato in ogni regione del mondo, per le economie africane ha significato l’aumento dei timori circa la sostenibilità del debito o in alcuni casi ha segnato la resa in questo senso. C’è poi il caso della Somalia che risulta aver fallito l’obiettivo di rientrare nei parametri. E purtroppo – è il fattore che vuole denunciare Cerulli – nella crisi attuale tutto questo comporta un’impasse: non si possono assicurare fondi di aiuti a questi Paesi non in regola con il debito. L’Ifad che risulta essere uno degli enti finanziari creditori e dunque non può erogare altri fondi o inserire Mogadiscio in alcuni programmi. Tutto quello che si può – spiega Cerulli – è lavorare con partner che assicurano aiuti sul territorio. L’Ifad è impegnata per assicurare in varie modalità che arrivi in ogni caso sostegno agli agricoltori in questo difficilissimo contesto, ma spiega che l’Ifad è impegnato intanto attivamente a sostenere la causa della cancellazione del debito.

 

 

Per saperne di più

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-05/guerra-ucraina-crisi-alimentare-energia-agricoltori-ifad-debito.html

“La forza del noi al servizio del Paese e dell’Europa”. L’intervento di Ciani al primo congresso nazionale di Demos.

 

Il congresso si tiene a Roma e riunisce l’area di centro-sinistra le cui “radici, dice il manifesto del partito, “affondano nel cattolicesimo democatico e progressista e nella cultura laica, civica, solidale e anti-fascista”. Di seguito riportiamo il discorso, in versione pressoché integrale, che ha pronunciato ieri il coordinatore nazionale (candidato ad assumere il ruolo di Segretario).

 

Paolo Ciani

 

Nell’ottobre del 2018 in una bella assemblea lanciammo la proposta di un nuovo soggetto politico: qualcosa che partisse “dal basso”; che vivesse la sfida di incontrare e coinvolgere chi era disamorato, stanco, lontano, “respinto” dalla politica. Abbiamo vissuto la “fatica” di farlo in epoca di pandemia, ma anche questo ci ha convinto di quanto fosse giusta l’intuizione di fondo: ricreare reti umane sui territori. Noi infatti crediamo nelle persone, e vogliamo un partito fatto di persone.

 

[…]

 

Per questo ci siamo messi a costruire un Partito che vogliamo inclusivo, empatico e organizzato. Ci siamo impegnati perché crediamo nel valore della politica e della democrazia. Ci ha preoccupato che si sia svilito il ruolo della politica, insultata, ridicolizzata, banalizzata. Certo, con indubbie responsabilità di alcuni attori in gioco, ma anche con l’incoscienza di credere che della politica si potesse fare a meno e, assieme ad essa, si potesse fare a meno delle regole comuni della convivenza, delle leggi ed in ultima analisi della democrazia stessa, descritta troppo spesso come un fastidioso orpello che appesantisce il decisionismo, il risolvere, il fare. Ma mai dobbiamo dimenticare cosa è la democrazia, conquistata e difesa a caro prezzo in altre epoche storiche, i cui principi e valori vanno riscoperti, raccontati e mai, mai messi in dubbio! Lo diciamo con maggior convinzione oggi, mentre assistiamo a una pericolosa rimessa in dubbio della democrazia, in tanti paesi – pensiamo al rifiorire di colpi di Stato in Africa – ma anche ad alcune realtà in Europa. La democrazia porta con sé sempre un po’ di disordine e di confusione, ma qs non deve spaventarci: è l’unico sistema che garantisca libertà e diritti a tutti. Ma il modello autoritario cresce e affascina: dobbiamo difendere e riaffermare lo spazio comune che è quello della democrazia. Come una piazza delle nostre belle città italiane, in cui tutti possono andare, parlare e incontrarsi, dove nessuno è escluso.

 

Non crediamo nella politica leaderistica, ma in una comunità di persone che facciano da ponte tra istituzioni e popolo. Abbiamo lanciato e creduto in un’idea: “la forza del noi”.

 

Jonathan Sacks ha affermato: “Quando ci spostiamo dalla politica dell’IO a quella del NOI, riscopriamo quelle verità contro-intuitive che trasformano la vita: che un Paese è forte quando si prende cura dei deboli, che diventa ricco quando si occupa dei poveri, che diviene invulnerabile quando si occupa dei vulnerabili”. Quanta verità in queste parole.

 

[…]

 

L’irruzione della guerra in Europa, il coinvolgimento diretto di una potenza atomica, il riemergere di nazionalismi violenti, chiamano ognuno di noi ad un supplemento di responsabilità. Chiariamo subito un punto: in Ucraina c’è un Paese aggredito e un Paese aggressore il cui Presidente ha scatenato una invasione feroce e violenta. Sappiamo distinguere tra vittime e carnefici, ma siamo preoccupati dalla rapida superficialità con cui in troppi hanno iniziato a parlare di guerra.

 

Siamo preoccupati da una narrazione bellicista, dalla corsa al riarmo, dall’esaltazione e dalla “normalizzazione” della guerra e delle armi; La guerra sta cambiando natura: come è stato detto noi rispettiamo un popolo che resiste ma guardiamo già al dopo. Ciò che definisce le democrazie è il dopo: come sarà la pace? Non ci interessa la vittoria ma la pace. Anche perché l’unica vittoria non può che essere la Pace! Mentre ragionavamo su come ripartire dopo la pandemia, come costruire un mondo nuovo, siamo stati catapultati nel peggiore degli orrori: la guerra

 

Credo che proprio il momento storico che stiamo vivendo ci ricordi l’importanza dell’unità e ci chiami ad essere responsabili costruttori. Ma cosa vogliamo costruire? E’ una domanda semplice, ma troppo spesso ignorata. È stata ignorata quando si è deciso di edificare cementificando ettari ed ettari di terreno, ignorando le conseguenze di un consumo sconsiderato del suolo. È stata ignorata nelle relazioni internazionali, quando si è pensato che fosse sufficiente costruire relazioni mercatiste più che comprendere con chi stessimo intrattenendo quei rapporti.  È stata ignorata quando invece della collaborazione multilaterale in Europa e nel mondo abbiamo scommesso su una logica soltanto competitiva e aggressiva, pensando che ciò non ci avrebbe travolti… È stata ignorata – giorno dopo giorno – pensando di “rimanere sani in un mondo malato” e credendo che il dolore e la disperazione di tanti non fosse un problema nostro. Pensiamo al tema della “3 guerra mondiale a pezzi”: chi ci credeva? Chi lo prendeva sul serio? Chi conosce le vicende della Siria, del Sud Sudan, dell’Afghanistan, del Mozambico, della Libia, dello Yemen? Noi non vogliamo dimenticare, non vogliamo girarci dall’altra parte!

 

Quando è arrivata la pandemia, sono emerse tutte le nostre fragilità. Abbiamo ascoltato Papa Francesco dirci: “Ci troviamo tutti sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”. In tanti hanno detto di essere d’accordo, di condividere. Ma è durato poco.

 

La pandemia ha messo a nudo tanti aspetti della nostra società: enormi disuguaglianze, economia sommersa, ambiguo ruolo dei social, infragilimento della sanità di territorio, emarginazione degli anziani e poi il dramma della mancata socialità con tutte le conseguenze soprattutto sui più giovani.

 

Nell’assemblea del Seraficum Andrea Riccardi ha richiamato la nostra attenzione sulla fine di un rapporto fecondo tra politica e cultura: questo rimane un grave vulnus in un tempo in cui il presentismo e la superficialità la fanno da padroni.

 

Ringraziamento ad Andrea Riccardi, non solo per l’amicizia personale e per come Demos abbiamo deciso di impegnarci con un faro: guardare le città, l’intero Paese, la società, il mondo, dalle periferie e con gli occhi dei più fragili. Perché la realtà si capisce meglio dalle periferie, quelle geografiche ed umane, quelle urbane e quelle globali. E perché siamo convinti che una società a misura di fragili è a misura di tutti. Dalla periferia si capisce bene che un sostegno economico di base è necessario per tanti; e che tanti vorrebbero lavorare.

 

Ma si capisce anche che tanti imprenditori – nell’edilizia, nella ristorazione, nell’agricoltura – cercano lavoratori: e allora è necessario guardare questo fenomeno con occhi nuovi e inventare nuove modalità di incontro di domanda e offerta. Il reddito di cittadinanza è stata una salvezza per molti. Con i dovuti correttivi e miglioramenti, lo difendiamo, come sostenemmo il reddito di inclusione arrivato finalmente dopo anni di proposte e  denunce dell’alleanza contro la povertà. La società civile lo aveva visto prima della politica… Ma manca ancora il vero strumento di incontro tra domanda e offerta.

 

Il mercato va aiutato ma non può fare tutto: l’idea di un mercato onnipotente che risolve tutti i problemi non ci appartiene. Lo sviluppo economico non può essere fine a se stesso, o a beneficio di pochi, ma deve essere funzionale alla crescita del benessere sociale, attraverso il lavoro dignitoso e entro il paradigma della sostenibilità ambientale, sociale e economico/finanziaria.

 

Vediamo l’ingiustizia della disuguaglianza crescente: e siamo convinti che sia cresciuta a dismisura ormai anche all’interno delle singole città dove nascere in un quartiere o in un altro rappresenta un discrimine. La cifra della politica di Demos –sui territori come a livello nazionale- è quella della lotta contro le diseguaglianze: deve essere una tensione permanente della politica puntando a rialzare tutti. La difesa del ceto medio avviene così: con un’attenzione a quando si divarica la società, si spezza socialmente, rende impossibile la mobilità sociale.

 

Così come siamo convinti che chi in un tempo così difficili ha realizzato grandi profitti, e ancor più chi ne realizzerà nell’”economia di guerra” debba essere tassato in maniera diversa e più consistente degli altri. Vogliamo guardare la società con gli occhi delle donne, che al di là di tanti proclami – spesso finti – troppo spesso ancora devono scegliere tra lavoro e maternità, sono sottorappresentate, sottopagate, e ancora troppo vittime di violenza! Basta! E in questo sono fiero che molte delle prime elette e amministratrici di Demos siano donne: grazie a loro!

 

Ci preoccupa lo stato di salute del pianeta: stava nascendo e rafforzandosi una nuova, faticosa consapevolezza. Il contributo di pensiero della La laudato sì, i vertici internazionali, il protagonismo e la volontà dei giovani in ambito ecologico, le implicazioni ambientali della pandemia. Ci siamo impegnati con Demos anche per questo: vogliamo uno sviluppo sostenibile, convinti che “l’ingiustizia che fa piangere la terra e i poveri non è invincibile”. Qualcosa si stava – certo lentamente – iniziando a muovere. Poi questa situazione sciagurata ci ha rigettato indietro e sentiamo parlare di ritorno al carbone… una sciagura.

 

Vorrei dire una parola sull’Europa: per troppo tempo considerata matrigna, dileggiata e minacciata da nazionalismi e sovranismi; certo, probabilmente troppo chiusa nei “palazzi” e troppo eurocratizzata; poco empatica e poco “umana”… ma quanto necessaria! Dobbiamo ripensare e rilanciare l’idea e il bisogno di Europa; l’Europa come protezione: pensiamo al next generation EU; l’Europa deve essere di più una nostra passione, non qualcosa a cui ricorrere in momenti difficili (e menomale che c’è). Il premier Draghi a Strasburgo recentemente ha rilanciato le conferenze intergovernative per riprendere il cammino dell’integrazione. Abbiamo bisogno di qs unità politica: magari si faccia solo con chi ci sta: ma si faccia. Quello che è necessario è un’Europa davvero sociale: con la pandemia ha dato il meglio di sé ed è questo il vero metodo contro ogni demagogia e populismo senza prospettive.

 

Vogliamo combattere la cultura dello scarto. La nostra società è divenuta più attenta (almeno formalmente) ad alcuni diritti individuali, ma sembra aver smarrito lo slancio di passioni e di ideali che hanno portato a grandi conquiste sociali per i lavoratori, le donne, ampi strati della società: penso ad esempio alla chiusura dei manicomi o degli orfanotrofi; e allora oggi noi vogliamo dire che la vita degli anziani e dei disabili non è una vita inutile, non è una vita di scarto e vogliamo lanciare una nuova grande battaglia culturale, umana e politica: la deistituzionalizzazione di anziani e disabili.

 

Diceva saggiamente don Benzi: “Dio ha creato la famiglia, l’uomo ha creato gli istituti”. Liberiamo tanti nostri concittadini dalla solitudine spersonalizzante degli istituti. Il dramma del Covid ha dimostrato drammaticamente l’inefficacia di questi luoghi come luoghi di protezione. E la recente clamorosa inchiesta sulle Rsa in Francia sintetizzata nel libro inchiesta ”Les Fossoyeurs” (i becchini) che ha scatenato stampa, parlamento, governo e giudici, ha mostrato come questi istituti oltre ad essere spesso luoghi disumani, siano sopratuutto macchine per fare soldi. La sola soluzione a questo scandaloso sistema è una “riconversione industriale”: puntare sulla domiciliarità in tutte le sue forme e sull’assistenza domiciliare. In questo potranno aiutarci i fondi del Pnnr e le novità sulla sanità di territorio, che ci auguriamo possa essere il grande momento di svolta per l’integrazione socio sanitaria.

 

Dobbiamo ricominciare a riflettere insieme sull’integrazione euro-mediterranea e su un nuovo modello di gestione dei flussi migratori che non può prescindere dai corridoi umanitari. Nel 2022 non possiamo accettare che si muoia in mare cercando una vita migliore e non si può accettare di finanziare i lager per migranti in Libia.

 

Venendo al dibattitto attuale, c’è la legge elettorale: proporzionale, maggioritaria? Siamo aperti a questo dibattito: ciò che a mio avviso è importante, è lasciare uno spazio nel nuovo parlamento ad espressioni politico sociali diverse. In un Paese dove aumenta l’astensionismo e la distanza dalla politica, il problema è allargare rappresentanza e partecipazione… Noi siamo per una coalizione elettorale larga, inclusiva e non spocchiosa ed escludente. Il dire “se ci stanno loro, non ci stiamo noi” non ci piace… Noi siamo convinti che la principale passione da suscitare sia quella per il bene comune: occorre impegnarsi assieme, con un patto per il futuro comune.

 

[…]

 

Noi con il Poeta brasiliano Vinicius de Moraes crediamo che la vita sia “l’arte dell’incontro”: un’arte troppo spesso dimenticata, talvolta vituperata, sicuramente troppo poco praticata. Noi siamo stanchi di scontri, insulti, rapporti esacerbati da continue contrapposizioni… sembra esserci un gusto inquietante nel metterci gli uni contro gli altri… noi dobbiamo pensare al bene comune, è il caso di stare insieme bene, in maniera intelligente…

 

Ecco cari amici perché siamo qui, ecco perché ci siamo impegnati e perché vi chiedo oggi di impegnarci ancora e di più! Talvolta ci è sembrato duro, difficile, la politica avvolte ci è sembrata rispondere a logiche e modalità che non amiamo. Ma possiamo cambiarle! Soprattutto vogliamo cambiare la nostra società e questo mondo! E crediamo nella forza della democrazia e della partecipazione. Non vogliamo solo lamentarci di ciò che non funziona o non ci piace, vogliamo e possiamo dare il nostro contributo. Vogliamo vivere in maniera responsabile in questo nostro tempo, senza nostalgie o vittimismi!

 

Come disse Martin Luther King: “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla”.

 

Ecco, forse non siamo responsabili di tante cose che non vanno o non condividiamo della nostra società, ma faremo di tutto per cambiarle!

 

Per leggere il Manifesto del partito

https://www.democraziasolidale.it/il-manifesto-di-democrazia-solidale/