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Il delisting del centro dal mercato elettorale di giugno

Le ormai prossime elezioni europee dovevano essere caratterizzate da una rinnovata e qualificata presenza del centro. Un centro che è stato più volte sbandierato e richiamato – e giustamente – in questi ultimi tempi perchè, come dicono praticamente tutti i sondaggisti, cresce una domanda nella vasta e composita pubblica opinione italiana che però non trova ancora una adeguata e compiuta risposta politica. Certo, le ragioni di questa mancata e credibile offerta politica sono molteplici e non è il caso di affrontarle una ad una anche perchè sono sufficientemente note ed oggettive.

Ma è indubbio che questo spazio politico, che non può essere un punto di partenza ma, semmai, un punto di arrivo nella vita pubblica italiana, va riorganizzato e presidiato come si suol dire. E questo perché nel nostro paese si governa “dal centro” e “al centro”. Al di là dei proclami e delle promesse delle campagne elettorali, della radicalizzazione della lotta politica e dello stesso bipolarismo muscolare che da anni, purtroppo, caratterizza la concreta dialettica politica italiana.

Ora, è appena sufficiente osservare lo scenario politico che si presenta nel nostro paese in vista delle prossime elezioni europee per rendersi conto che un partito di centro, o una formazione di centro o una politica di centro continuano a scarseggiare.

Se il progetto della Bonino attraverso gli “Stati d’Uniti d’Europa” ripropone una bella suggestione politica ma con una forte caratterizzazione radicale e laicista, la formazione di Calenda – in solitaria – è finalizzata a ritagliarsi uno spazio vitale in vista del post voto europeo; e ciò con l’obiettivo di dar vita, almeno così dice, ad un progetto politico di un nuovo partito che dovrebbe essere in grado di ricomprendere le tradizionali culture centriste e riformiste del nostro paese. Vedremo…

Infine Forza Italia che, almeno stando alle ultime dichiarazioni del suo segretario nazionale Antonio Tajani, intende rimarcare con forza e determinazione le ragioni di un centro politico e di governo nel nostro paese, seppur in stretta alleanza con la destra di governo.

Insomma, abbiamo tre proposte politiche vagamente centriste in conflitto l’una con l’altra ma che, almeno sino ad oggi, non evidenziano ancora una vera e propria formazione di centro che sia in grado di ricomporre un’area ancora troppo frammentata per poter giocare un ruolo politico decisivo e qualificante per gli stessi equilibri politici.

E se c’è un compito a cui non si può rinunciare, e che può e deve già partire da questa campagna elettorale, è proprio quello di lavorare per ricomporre l’area centrista nel nostro paese. Che non può che essere culturalmente plurale senza egemonie di sorta. Di chicchessia. Né solo quella radical/laicista; né esclusivamente quella tecnocratica/repubblicana/liberale e neanche quella cattolico/popolare e sociale. Solo un impasto di tutte le varie e articolate sensibilità culturali centriste, democratiche e riformiste, può dar vita ad un progetto politico realmente di centro che sia in grado di stringere alleanze da un lato ma senza rinunciare a giocare il proprio ruolo dall’altro.

Per questi semplici ma essenziali motivi le elezioni europee rappresentano un passaggio importante ma non definitivo ai fini della costruzione di un progetto – ovvero il centro e una “politica di centro” – che può e deve rappresentare uno snodo fondamentale per il futuro della politica italiana. E anche europea.

Il sonno dei partiti genera (anche) il mostro dell’astensionismo

Anche chi trionfa in una elezione, quando l’asseneismo è molto elevato, risulta essere una minoranza dell’elettorato, ma si definisce maggioranza. In Abruzzo e in Sardegna metà degli aventi diritto non ha votato; e vedremo cosa accadrà ale elezioni europee. Perché? Purtroppo non mi sembra che i Partiti se ne preoccupino; dovrebbero perdere il sonno, se sono convinti che la democrazia vive solo col consenso e se questo interpreta i cittadini. Appartiene a loro la sovranità (art.1 Cost.) “un dovere irrinunciabile“ la definì un padre costituente, per cui si cede sovranità rinunciando ad esercitare il diritto di voto. Chi non vota attribuisce parte della sua sovranità ad altri, che possono affidarla a rappresentanti che hanno idee e condividono valori diversi. 

Di chi la colpa? Di chi non vota certamente, ma la responsabilità più grave ricade su chi ne è causa. Perché votare se non non si possono scegliere i propri rappresentanti sia ideali che territoriali? Le liste sono bloccate e confezionate dalle segreterie dei Partiti; i candidati e gli eletti rispondono non ai cittadini ma ai loro ‘capi’. Non bastasse, la riduzione del numero dei parlamentari ha causato una grave diseguaglianza fra i cittadini che, in alcuni collegi, non possono contare su nessun parlamentare eletto. Ridurre la democrazia per risparmiare?! I patrioti resistenti hanno offerto la loro vita per risparmiare sugli organi istituzionali? 

La norma costituzionale secondo cui i parlamentari non hanno vincolo di mandato non può garantire la presenza di eletti in territori molto estesi. C’è molta insicurezza riguardo al futuro e perfino le innovazioni che dovrebbe renderci orgogliosi per il genio umano di cui siamo titolari, ci spaventano. Abbiamo bisogno di politici competenti, diligenti, trasparenti, austeri che accompagnano i cittadini nella complessità della nostra società e dei problemi planetari (non pensiamo solo alle guerre). Serve perciò un personale nei partiti prima e nelle istituzioni poi, preparato e appassionato. Non basta scegliere un cittadino – quidam de populo – per assicurarsi i voti per eleggere un sindaco, un presidente di Regione o un parlamentare. Quando poi al governo ci sono tecnici appare palese la differenza nel gestire i programmi di Governo.

Spero che i partiti vogliano analizzare profondamente i dati elettorali degli ultimi due decenni per convincersi che il nostro Paese non è bipolare e che le coalizioni sono in grado di ‘tenere insieme’ la nazione e che il sistema proporzionale con preferenze realizza il collegamento reale fra elettori ed eletti. Se i partiti non manifestano una minima resipiscenza, sarebbe necessario un referendum che modifichi la legge attuale. Personalmente vi aderirei. Potremmo superare un dibattito vano, che qualche volta viene sollevato, circa il fatto che negli organi di partito e nei gruppi parlamentari mancano esponenti identificati come portatori di interessi di riferimento.

Per la parte che mi sta a cuore, non vorrei che venissero cooptati dei cattolici come specchietti per le allodole, salvo poi isolarli sui cosiddetti diritti civili. Lo spazio pubblico avrebbe un grande bisogno di voci etiche, di profeti coraggiosi, portatori di speranze che giovano a tutti. Perciò i cattolici dovrebbero piuttosto partecipare alla vita di partito – ed essere accettati- negli organi con confronti approfonditi, portando all’interno dibattiti veri. Del resto non sono le statistiche a fornire la forza della rappresentanza ma il consenso certificato dal voto degli elettori che hanno condiviso visione e programmi delle forze politiche. È la partecipazione l’unico strumento che rende la cittadinanza un diritto vissuto e la forza della democrazia.

Se la partecipazione è considerata e vissuta come ‘dovere inderogabile’ del cittadino deve essere anche incentivata, sollecitata, arricchita di occasioni che la fanno crescere.

Non mi sembra la strada giusta quella della ‘occupazioni’ degli spazi vitali, come per esempio nella formazione delle liste per le prossime elezioni europee, da parte dei leader che si candidano come capilista in tutte le circoscrizioni. Non è leale verso le istituzioni, ed è umiliante per i candidati che hanno bisogno di essere…trascinati. E quanto a ragionevolezza e rispetto mi chiedo come ci si permette di ‘inventare’ candidati senza una storia politica, sottratti alle loro professionalità per catapultarli in un gioco che rischia spesso di non premiarli nemmeno col risultato.

La politica è cosa seria e probabilmente sarebbe considerata con maggior rispetto se i partiti con i loro leader facessero di tutto per farla considerare tale.

Ricorrendo la festa nazionale del 25 aprile varrà ricordate che il diritto al suffragio universale e il sistema repubblicano democratico parlamentare sono stati conquistati col sangue di tanti patrioti, che hanno letteralmente dato la vita per tutti noi, per essere quello che siamo, tutti uguali, senza distinzioni. Con una Costituzione che garantisce per tutti dignità e libertà. “Non c’è amore più grande che dare la vita pergli amici” (Giov. 15, 13).

 

[Il testo è tratto dalla newsletter diffusa ieri dall’autrice]

Il lavoro e le donne, dialoghi su una rivoluzione silenziosa.

Una rivoluzione silenziosa: è questa l’immagine suggestiva a cui ha fatto ricorso l’economista Claudia Goldin nel 2006, in occasione di una lezione tenuta presso la prestigiosa American Economic Association, per descrivere come era cambiata la presenza delle donne nel mondo del lavoro nel corso degli ultimi due secoli negli Stati Uniti. 

Le ricerche della Goldin, che ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 2023 proprio per i suoi studi, mostrano l’andamento irregolare dell’occupazione femminile nel corso del tempo (in particolare il calo avvenuto all’epoca dell’industrializzazione), ma ne evidenziano anche i progressivi miglioramenti dovuti a vari fattori, tra cui spiccano i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e il volano cruciale rappresentato da un maggior accesso all’istruzione. 

Da qui la lettura suggerita dall’economista statunitense: siamo testimoni di una vera e propria rivoluzione, che sta avvenendo in modo lento e senza troppi clamori in tante parti del mondo ed è ancora ben lontana dall’essersi conclusa.

Affinché la rivoluzione evocata dalla Goldin possa continuare ad avanzare sono senz’altro fondamentali le scelte compiute sul piano delle normative e delle politiche del lavoro per rimuovere le cause, più o meno remote, all’origine degli importanti divari che sperimentano le donne rispetto agli uomini per quanto riguarda l’accesso al mercato del lavoro, la retribuzione percepita o le possibilità di avanzamento di carriera, in particolare di raggiungimento di posizioni apicali. 

Tuttavia c’è di più da rivoluzionare e riguarda la dimensione culturale. In tantissimi ambiti professionali, vi sono preconcetti radicati e prassi consolidate, più o meno riconosciute e tematizzate, che rinchiudono le donne in visioni stereotipate, associate ad alcune professioni e a un certo modo di fare, e richiedono alle donne uno “straordinario” rispetto all’“ordinario” sufficiente per gli uomini, «come se a loro fossero richiesti obblighi ulteriori e dovessero continuamente superare esami e giudizi più rigorosi», per riprendere le parole del presidente Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della Giornata internazionale della donna dell’8 marzo 2024.

La consapevolezza dell’importanza di questo tema per il nostro Paese, che occupa ancora posizioni di retrovia nelle statistiche europee al riguardo, ci ha suggerito di dedicare uno spazio per fare il punto sulla situazione, incrociando considerazioni tratte dallo scenario internazionale e riflessioni legate al nostro contesto nazionale, con le sue fragilità, talora ataviche, ma anche con le opportunità che fanno capolino e le iniziative positive che nel tempo sono state intraprese. 

 

[Il testo è la presentazione dei diversi contributi ed è tratto dal fascicolo di aprile di Aggiornamenti Sociali, il  mensile dei Gesuiti di Milano] 

 

Per saperne di più

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/donne-e-lavoro-una-rivoluzione-silenziosa/

Iran – Israele: urge una risposta globale da costruire

L’ultimo atto, in ordine di tempo, dell’ostilità che da quasi mezzo secolo intercorre tra lo stato d’Israele e la repubblica islamica dell’Iran, si è compiuto nella notte fra sabato e domenica scorsa con gli attacchi di centinaia missili e droni iraniani sul territorio israeliano.

Un inaccettabile atto di guerra condannato da tutto l’Occidente, dalla Nato, dall’Unione Europea e dal G7 nella call organizzata ieri dall’Italia, che ne esercita la presidenza  di turno.

Questa azione militare iraniana sembra ricordarci innanzitutto che vi sono questioni, regionali e globali, che si trascinano da troppo tempo ormai senza che gli stati coinvolti e l’intera comunità internazionale abbiano ancora raggiunto soluzioni accettabili.

Uno di questi teatri di instabilità è il Medio Oriente. L’attacco iraniano, coordinato con i proxy di Teheran nel suddetto quadrante mediorientale, rivela una clamorosa eterogenesi dei fini delle strategie di contenimento poste in essere in questo secolo verso il regime degli ayatollah. L’intervento militare in Iraq del 2003, in particolare, ha liquidato uno dei pochi governi laici di quell’area (insieme a quello della Siria), aprendo le porte al ritorno dell’influenza iraniana nel paese destabilizzato che si è saldata con quella già presente in Libano.

Proprio in precedenti di sovranità statali violate con invasioni, bombardamenti, uccisioni mirate, si colloca l’atto di guerra iraniano contro Israele. Il pretesto accampato per giustificare tale azione è l’attacco israeliano avvenuto alcune settimane fa contro una stazione consolare iraniana in Siria. L’Iran ha invocato l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite per la sua ritorsione, la legittima difesa, articolo che ormai è oggetto di interpretazioni molto elastiche da parte di tanti stati, non solo in Medio Oriente, al punto da comprendere atti di guerra con finalità “difensiva” in territorio di altri stati sovrani. Alimentando così la spirale delle vendette, prontamente già annunciata dal gabinetto di guerra israeliano. Una spirale che si può fermare solo con il richiamo, formulato ieri da Papa Francesco durante il Regina Caeli, che “nessuno deve minacciare l’esistenza altrui”.

In questo scenario già incandescente per la strage del 7 ottobre in Israele e per quella che continua a scapito dei civili nella Striscia di Gaza, si intravvede però qualche spiraglio di speranza che, paradossalmente, sembra potersi individuare proprio dal modo in cui è avvenuta la ritorsione contro Israele. Una azione ampiamente annunciata dall’Iran per amplificarne l’effetto mediatico (sull’Occidente, ma anche in competizione con la Turchia nella sfida a chi appare più paladino della causa palestinese nel mondo musulmano e nel mondo arabo), calcolata nei suoi effetti (non sembra aver prodotto vittime) e volta ad ottenere il massimo risultato politico con il minimo uso della forza. Tanto da esser stata definita da autorevoli commentatori una sorta di azione dimostrativa.

Aspetto che richiama un altro punto essenziale. Quello del cambiamento del contesto in cui si situa il conflitto fra Israele e l’Iran. Non si può più pensare a un Medio Oriente con Tel Aviv e Teheran in lotta per l’egemonia regionale. Perché nel frattempo alcuni importanti partners di Israele, come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, si sono riavvicinati pragmaticamente all’Iran sciita. E il suggello di questo processo è costituito dall’entrata dei suddetti stati arabi nel Coordinamento Brics. L’invito ad aderire al gruppo delle potenze emergenti ha richiesto all’Iran una assunzione di responsabilità adeguata al ruolo che questa nuova organizzazione ora riveste nel mondo. Se, dunque, nella retorica del regime iraniano, continuano a dominare i toni truculenti, la politica reale è ispirata a ben altri principi di realismo e di cooperazione, che sono cari alla Cina e agli altri 9 membri dei Brics, e non può contemplare nel modo più categorico la cancellazione di Israele dalle mappe geografiche.

Di riflesso gli Stati Uniti stanno puntando molto sulla valorizzazione di questo fondo di ragionevolezza che nonostante tutto traspare nel caos mediorientale, invitando Israele a non eccedere, a sua volta, nella contro-ritorsione verso l’Iran per non oltrepassare quella linea rossa oltre la quale il futuro non solo del Medio Oriente, ma quello globale si farebbe più incerto.

Perché, in ultima analisi, questa ennesima crisi fra Iran e Israele fa parte di un medesimo gioco globale. Come ha osservato l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente Sioi, essa fa parte di un discorso globale che parte da Kiev e arriva a Gerusalemme. E un conflitto globale “a pezzi” deve essere affrontato in modo globale e non a pezzettini, con la prospettiva ambiziosa, forse pure visionaria ma necessaria, di un ordine globale da ricostruire che comprenda il meglio di quello precedente integrandolo con le nuove istanze che si sono organizzate. Prospettiva che è al centro della conferenza internazionale, organizzata dalla Sioi, per i 75 anni della Nato, che si apre oggi a Roma con l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La politica di fronte alla Dichiarazione vaticana sulla dignità umana

Solo una visione trascendente della vita può osare l’infinito. E solo un’antropologia cristiana può concepire e qualificare come “infinita” la dignità umana. Infinita, non solo illimitata che è tutt’altra cosa.

La “Dignitas infinita” ci ricorda questa affermazione di Paolo VI: “Nessuna antropologia eguaglia quella della Chiesa sulla persona umana, anche singolarmente considerata, circa la sua originalità, la sua dignità, la intangibilità e la ricchezza dei suoi diritti fondamentali, la sua sacralità, la sua educabilità, la sua aspirazione ad uno sviluppo completo, !a sua immortalità”.

All’uomo appartiene una nobiltà che gli è connaturata ed intrinseca e, nel contempo, lo trascina al di là del contingente e lo proietta in una dimensione “altra”. Si può dire che sia quest’ultima la sua vera dimora? Non solo un futuribile che sia per i credenti la vita eterna oppure per chi non crede il pantheon della storia. Bensì quell’“andare oltre” l’immanenza che sta, qui ed ora, dentro le pieghe più riposte di ogni gesto quotidiano, anche se raramente ne mettiamo a tema la consapevolezza.

La Dichiarazione “Dignitas infinita” dello scorso 8 aprile può essere letta secondo due categorie interpretative che camminano affiancate ed infine convergono. Per un verso dà conto di una approfondita riflessione teologica e filosofica in ordine al valore intangibile dell’umano. Che la ragione di per sé attesta e la fede conferma in una circolarità di rapporti che innalzano la prima ed illuminano la seconda. E, sul presupposto di questa invulnerabilità, la “Dignitas infinita” rappresenta una sfida alla politica. La invita a riflettere su quale sia l’incomparabile valore di quel che è, ad un tempo, soggetto ed oggetto della sua azione. E, dunque, a recuperare la piena consapevolezza della vocazione alta che le compete. Come recita lo stesso art. 2 della Carta Costituzionale: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’ uomo…”.

Non li pone, ma li assume da altra fonte, implicitamente riconosciuta più alta del suo dettato e da qui l’impegno a garantire tali diritti. In altri termini, una dignità che non è concessa o sostenuta da una convenzione sociale, ma sostanziale, non soggetta ad altri fattori o ad essi riducile, ma originaria, in sé sussistente, come lo è la persona.

[…]

Gentile, quel ministro. Dialogo immaginario con il filosofo del Regime.

Ci si frequentava per quello che le convenzioni concedevano in tal senso. Lui, il Professore, sempre ben curato nell’aspetto e con i capelli fermi, così come ostinati erano i suoi pensieri. Un gran lavoratore, uno di quelli che non si fermano mai, non perché il tempo sia prezioso e pertanto non è bene se ne perda, quanto per il suo desiderio continuo di affermare il più delle volte possibile il valore delle sue idee.

Per due anni abbiamo avuto pressocché tutti i giorni un appuntamento fisso la mattina e la sera, al suo ingresso ed alla sua uscita dal Ministero della Pubblica Istruzione. Poche accurate deferenti parole da parte mia, pari alla ben stirata livrea di usciere a presidio della sua camera di Ministro. Io ero l’uomo di anticamera. Si doveva insomma per forza passare da me prima che si avesse accesso a lui!

La mattina gli dicevo di essere felice di rivederlo e la sera al commiato ci dicevamo soddisfatti del lavoro compiuto. Non era un fatto di ore straordinarie ben pagate. Mi piaceva tirare a tardi insieme a lui, fino a sera inoltrata, quando finalmente si era in solitudine, in una intimità senza parole, fatta solo di presenza. Ciascuno sapeva che al posto dell’altro c’era qualcuno su cui contare e questo ci era di consolazione e di amicizia.

Non divenni mai suo amico nel senso corrente del termine, tranne la sera prima che lincenziasse la sua Riforma in modo che diventasse legge. I conti non tornavano e qualcosa faceva a pugno con il suo cognome. Giovanni Gentile negli articoli della sua legge non ci andò di particolare cortesia con le donne.

Con la stessa risolutezza, fuori da quelle mura, c’era sempre chi volesse spiegarmi con chi avessi a che fare, ma non capivo un granché. C’è chi mi diceva che era un “neoidealista” e chi un “attualista”. Io sapevo soltanto che aveva un gran bella testa e che, per quanto si sforzasse, faticava a parlarmi in modo semplice, tornandogli scomoda ogni semplificazione.

Per leggere il testo integrale

Raccontateci i Beatles e accenderemo insieme la luce

Quanti partiti abbiamo “provato”? Quanti volenterosi abbiamo allontanato? Quante strategie sbagliate? Quanto tempo abbiamo ancora? Quattro domande che mi sono posto dopo aver letto, su questo blog, il prezioso articolo del sen. Marco Follini.

 

Di seguito il link: https://ildomaniditalia.eu/la-voce-del-popolo-lurgenza-di-riaprire-le-scuole-di-formazione/

 

Come sempre si tratta di una concreta e seria analisi politica di Follini, ma nel profondo del mio cuore spero che possa anche essere una “call to action” per tutti i saggi umili.

Dopo la cancellazione forzata dei partiti della prima repubblica, che purtroppo per questioni anagrafiche non ho vissuto, ci siamo tutti persi nelle facili soluzioni. Qualcuno ha pensato di risolvere il problema della disaffezione con la personalizzazione della politica, altri hanno pensato che i partiti non avevano più ragione d’esistere, trovando nei “club” la soluzione.

L’articolo sopracitato mi rincuora. La strada intrapresa da “Forum al Centro” e da tanti altri gruppi e associazioni, è la via da seguire: prima il pensiero e poi il contenitore.  Il pensiero politico si forma con pazienza e passione gratuita, in scuole di formazione politica con strumenti digitali attuali, che i giganti della prima repubblica non avevano.

Adesso è arrivato il tempo di accogliere l’invito di Follini:

“Occorrerebbe riaprire le scuole di politica, ancor prima dei partiti, e riconoscere il valore sociale dell’impegno. Sarebbe un primo passo per restituire un po’ di luce alle nostre anime spente”. Aiutiamoci a vicenda ad accendere questa luce.

Israele respinge l’attacco dell’Iran, Biden invita Tel Aviv a non replicare.

Nuvole nere si addensano sul Medio Oriente e minacciano un definitivo disastro che potrebbe coinvolgere non solo l’intera regione. Quello che si è sempre ritenuto improbabile, durante questi maledetti sei mesi seguiti alla mattanza del 7 ottobre, ovvero un attacco iraniano diretto contro Israele, si è materializzato questa notte.

La svolta è stata impressa dallo sconsiderato bombardamento deciso dal governo israeliano ad un edificio dell’ambasciata iraniana a Damasco con l’obiettivo, raggiunto, di eliminare un importante esponente delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammed Reza Zahedi. Un’ambasciata è territorio nazionale: dunque si è trattato di un attacco diretto alla Repubblica Islamica dell’Iran. Che inevitabilmente ha annunciato la vendetta, portandola a compimento in maniera fin troppo prevedibile.

La difesa israeliana, sostenuta da USA e Gb, ha dimostrato grande efficenza. Circa 200 droni e missili sono stati intercettati e abbattuti al 99% vanificando nella sostanza l’azione di rappresaglia di Teheran. “Un numero molto piccolo di missili – secondo le dichiarazioni del portavoce delle Forze armate israeliane, il controammiraglio Daniel Hagari – ha colpito il territorio israeliano, con danni minori a una base militare nel sud di Israele”.

Ora, la guerra di Israele a Gaza – quasi sei mesi di attacchi incessanti che hanno provocato oltre 33.000 morti per lo più civili e la distruzione di tutto il territorio e delle sue infrastrutture – è ormai giudicata eccessiva e sproporzionata anche da quanti, nella comunità internazionale, di Israele sono sempre stati amici e valutano con la massima severità l’orrendo pogrom orchestrato e attuato da Hamas. Ciò premesso occorre pure riconoscere che l’Iran degli ayatollah vuole la distruzione fisica di Israele e da anni sta utilizzando (finanziandoli e armandoli) i movimenti terroristici operanti nella regione allo scopo di indebolire Gerusalemme e di provocarla.

Hamas, che è un gruppo sunnita e non sciita (al contrario di Hezbollah e Houthi, effettivi ascari di Teheran) ha comunque lo stesso obiettivo di eliminazione dello stato di Israele e dunque i suoi attacchi periodici contro quest’ultimo, sino a quello del 7 ottobre, pianificato e attuato con brutalità assoluta, rientrano nella medesima logica iraniana ed infatti dal regime oscurantista di Teheran sono sempre stati difesi e sostenuti.

Non solo. Gli ayatollah perseguono un ulteriore obiettivo, di natura religiosa e politica al tempo stesso: allargare quanto più possibile nella regione la propria influenza culturale e ampliare l’area di adesione allo sciismo, competendo così con il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita. E siccome gli “Accordi di Abramo” (che nel 2020 sancirono la pace e il riconoscimento reciproco fra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco) ai quali pareva orientata, pur con tutte le cautele del caso, anche l’Arabia Saudita, minacciavano sia questo obiettivo sia quello primario (ovvero la già ricordata distruzione di Israele) l’azione terroristica di Hamas se non proprio pianificata a Teheran (e comunque sul punto non si hanno certezze, né in un senso né nell’altro) è risultata perfetta ai fini desiderati: l’impossibilità per tempi lunghissimi e forse per sempre di uno sviluppo di quegli Accordi data la prevedibile e voluta reazione israeliana (che naturalmente c’è stata ed è anche andata oltre il tollerabile). A pagare sono stati i poveri palestinesi e non certo gli iraniani.

Ora, l’invito di Biden a mantenere la risposta israeliana sul terreno diplomatico e la pronta convocazione del G7 sono gli elementi di speranza per evitare una ulteriore escalation militare. Il Gabinetto di guerra si terrà in mattinata, difficilmente Israele accoglierà l’invito a mantenere i nervi saldi. La guerra è destinata a inasprirsi.

La Margherita, il pianeta che oggi sfugge al telescopio della politica.

L’esperienza della Margherita all’inizio degli anni duemila ha rappresentato una straordinaria novità nel panorama politico del nostro paese. È stato il primo progetto politico autenticamente plurale; un partito con una leadership politica diffusa, seppur guidata da un leader come Francesco Rutelli, ma del tutto alternativo rispetto alla deriva dei cosiddetti “partiti personali” o “partiti del capo”; e, infine, è stato un partito che attraverso il metodo del dialogo e della tolleranza ha saputo declinare un progetto politico autenticamente democratico e di governo.

Insomma, una scommessa politica che ha sicuramente innovato la cittadella politica italiana e che, al contempo, ha innescato un processo di modernizzazione che ancora oggi viene giustamente citato come un tassello decisivo per ridare qualità e significato alla politica.

Ora, senza indugiare sugli elementi che hanno contribuito al superamento organizzativo di quella innovativa esperienza politica, è indubbio che la Margherita resta una pietra miliare per chi crede nella cultura riformista e in una vera cultura di governo. E, soprattutto, per chi resta distinto e distante da ogni sorta di deriva massimalista, estremista, sovranista e soprattutto populista. Per dirla in breve, per chi resta lontano dalla prassi della radicalizzazione della lotta politica e dalla tentazione di annientare e di criminalizzare l’avversario/nemico politico, individua in un partito come la vecchia Margherita l’approdo più coerente e più calzante per una vera e credibile “politica di centro”.

Ma, per tornare all’oggi, se la Margherita resta indubbiamente un progetto a cui guardare con attenzione – seppur in un contesto politico profondamente diverso rispetto a quello in cui il partito di Rutelli, Marini, Dini e molti altri leader centristi era protagonista – è altrettanto indubbio che dopo il voto europeo è indispensabile attivare una iniziativa politica che sia in grado di recuperare quel ‘metodo’, seppur aggiornato e rivisto, e tradurlo nella cittadella politica contemporanea.

Anche perché persiste una domanda politica – definiamola genericamente di centro – che richiede un’offerta altrettanto adeguata e pertinente. Un’offerta che oggi, per svariate motivazioni e a tutti ben note, non riesce ad intercettare con serietà, coerenza ed intelligenza quell’enorme bacino elettorale. Che, guarda caso, o si rifugia nell’astensionismo o vota stancamente, e con inerzia, altri partiti riconducibili genericamente ad una cultura e ad un impianto politico centrista.

Ecco perché, quando parliamo del progetto politico, del modello di partito e dello stesso metodo organizzativo della Margherita, dobbiamo sapere che proprio quella esperienza ci obbliga ad intraprendere una iniziativa politica da mettere in campo e che può riscuotere un consenso che sino ad oggi non hanno avuto partiti, gruppi, movimenti o liste che hanno voluto scimmiottare quella storica ed irripetibile stagione. Ed è anche per queste semplici, ma essenziali motivazioni, che l’area cattolico popolare e sociale è fortemente impegnata a ricostruire un soggetto politico di matrice centrista e che, al contempo, abbia nella cultura riformista e di governo la sua concreta bussola di orientamento.

Una nuova Camaldoli europea a fronte di laceranti derive etiche 

L’estate scorsa il Card. Zuppi lanciò l’idea di una “Camaldoli europea”, un modo per mobilitare i cristiani del Veccho Continente attorno a un progetto analogo a quello avviato nel 1943 dai giovani Laureati cattolici, da cui prese le mosse la futura classe dirigente dell’Italia democratica. Oggi un’Europa a rischio di declino avrebbe bisogno di una nuova mobilitazione ideale e programmatica, anche con il forte contributo della coscienza collettiva dei credenti. Se non va bene il modello tecnocratico, avente come motore la burocrazia di Bruxelles, nemmeno può andar bene la visione unidimensionale dell’europeismo, senza rispetto per la realtà plurale delle tradizioni e dei valori di riferimento.

Fa discutere da giorni la risoluzione, approvata a maggioranza nel Parlamento di Strasburgo, con la quale si impegnano i Paesi dell’Unione a riconoscere il diritto all’aborto sicuro e legale. Un’indicazione lacerante perché, al di là di quanto fatto dalla stessa Francia con la costituzionalizzazione della “libertà” per la donna di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, si eleva la scelta dell’aborto a diritto fondamentale da difendere e tutelare. A questo precetto, senza distinguo e mediazione, si dovrebbero adeguare i legislatori nazionali.

Va da sè che un tale approccio radicale, molto diverso dallo spirito che sorregge l’impianto della legge 194, adottata in Italia nel 1978, genera legittime perplessità. Un conto è depenalizzare e quindi consentire, a certe condizioni, l’applicazione di una libera volontà della donna; altro è trasferire la scelta dell’aborto al piano dei valori e dei diritti, facendone una bandiera di civiltà. È un di più che non convince, anzi che turba, oltre gli steccati ideologici, la sensibilità di quanti hanno a cuore il “retaggio umanistico” dell’Europa.

I politici – e penso anzitutto ad Emma Bonino – dovrebbero riflettere sulle conseguenze. Non si può negare il rischio di depauperamento spirituale e politico provocato da una risoluzione che reca in sé l’imperativo di un laicismo assoluto, addirittura soverchiante la stessa logica della secolarizzazione. È una deriva etica, è stato detto; una deriva che la “politica d’ispirazione cristiana” ha la responsabilità di contrastare, usando la forza della moderazione; una deriva, infine, che non deve ingenerare pessimismo e rassegnazione, ma fiducia nella risorsa del dialogo, della discussione senza pregiudizi, del confronto costruttivo. Questo è il contributo che i cristiani sono chiamati a tradurre, come ci direbbe Aldo Moro, in una politica più attenta ed esigente.

La morte senza perché nella centrale idroelettrica di Bargi

Mario, Pavel e Vincenzo, rispettivamente un pensionato, un immigrato e un giovane sposo sono morti a 40 metri sottoterra travolti dalla esplosione di una turbina che ha generato una micidiale miscela di acqua, di fuoco e di fango. Alla fine, è mancata anche loro l’aria e ora li piangiamo come vittime del lavoro. D’improvviso, gli è venuta meno la radice della terra, travolti dai sentimenti funesti dell’acqua, arsi dall’energia maligna del fuoco, privi dei pensieri che un’aria putrida non ha dato modo di liberare.

Si tratta della centrale idroelettrica di Bargi. I tre uomini erano di generazioni diverse: chi con la primizia del matrimonio da poco consumato, chi con l’esperienza dell’età, chi da un paese straniero. Tutti mischiati in un unico tragico destino, confusi, quasi a non voler dar traccia della causa certa dell’accaduto. Si sono ritrovati al nono piano sottoterra nel girone di una turbina traditrice che gli ha tolto la vita. Insiemi ad altri dispersi, per come si è compreso, li hanno cercati anche nella profondità dell’ottavo girone, frodati da un destino che non ha tenuto conto di un futuro che non andava soppresso. La sentenza conclusiva è di 6 uomini che non faranno più ritorno alle loro case.

Scontate le tavole rotonde televisive con le lamentele proprie di queste situazioni. In media sono 800 i morti che ogni anno il nostro bel paese deve piangere perché caduti sul lavoro. Eppure, questa volta sembra esserci un sussulto in più, sembrando più difficile recriminare contro le solite deficienze di questi accadimenti. Questa volta si è trattato di collaudare una turbina e per questo erano state chiamate imprese esperte del settore. Certo, di solito è possibile prendersela con i sub appalti a cascata che non garantiscono la qualità della fora lavoro. I tre uomini erano invece riconosciuti come professionisti di comprovata capacità.

Si dice, giustamente, che le imprese appaltatrici sono ormai soggetti in grado di aggiudicarsi contratti, ma senza più strutturarsi con la dimensione organizzativa e quindi di manodopera che occorre per far fronte agli impegni assunti.

Da qui il virtuoso meccanismo dei subappalti o delle attività esternalizzate che genera polemiche per la sostanziale dequalificazione del personale dell’impresa contraente.

A questo si lamenta la difficoltà e inadeguatezza dei controlli per il rispetto delle norme di sicurezza. Si aggiunga che il calo demografico comincia a presentare il conto, dovendosi ricorrere a usurate maestranze e vecchi professionisti da affiancare a giovani a digiuno di competenze. Puntualmente la si è pure buttata in politica: è scattato l’allarme perché le centrali energetiche andranno a finire sotto il cappello delle Regioni, con tutto il carico di inefficienza e di sperpero del denaro pubblico che non raramente caratterizza quell’ente territoriale.

Si potrebbe andare avanti così ancora per molto a fare l’elenco delle contestazioni e delle perplessità che suscita la materia del lavoro e delle sciagure che l’accompagnano.

Ciò malgrado, qualcosa sfugge stavolta alla nostra accettazione del disastro e ci lascia pertanto inquieti e ancor più spiazzati per il futuro.

Ora è in ballo il tema dello sconcerto e della angoscia che ha fatto capolino nell’animo di chiunque all’apprendere del tragico incidente dei lavoratori di Burgi. Non è morto un manovale, caduto da un ponteggio perché privo di apposita imbracatura, lì dove non si è dato corso ad una prevista procedura di prevenzione. Se fosse vero che dalle parti di Suviana tutte queste contestazioni sono fuori campo, non resterebbe che una sola gelida conclusione. La morte si rinnova anche attingendo drammaticamente dai luoghi positivi delle fonti rinnovabili e fa il suo corso dentro o fuori l’impresa primaria o secondaria che sia.

Occorre allora rivedere la grammatica e smettere di usare espressioni improprie e peggio ancora illusorie. È bene farla finita con l’idea che ci sia sempre una causa dovuta a chissà quale negligenze e trascuratezza. Sarà vero per la maggior parte dei casi ma non per tutte le combinazioni.  Ci si deve rassegnare al fatto che nel corso del nostro transito umano non si muore anche sul lavoro ma anche di lavoro.

La sicurezza assoluta non esiste, proprio come in nessuna altra attività. Lo ha dichiarato l’ad di Enel Green Power, Salvatore Bernabei, in conferenza stampa a Camugnano. “Ci sono tante possibili cause” che possono aver provocato questa strage. Si traduce nella ammissione che molte e costantemente in agguato sono le ipotesi di incidenti quando si va per certi mari. Ha aggiunto come tutte le centrali hanno un sistema di supervisione e controllo che si chiama Scada. Almeno ci sarebbe da augurarsi che non sia scaduto mancando al suo compito.

Ferma ogni attenzione per la vigilanza e controllo dell’osservanza delle misure volte contro ogni possibile infortunio, resta una ineluttabilità. Anche il lavoro è una occasione di morte, tanto più se comporta attività che implicano un qualche grado di rischio e pericolosità. In qualche occasione è una responsabilità dell’uomo, altre volte una tragica fatalità. La morte è ingovernabile e screanzata, si aggira ovunque, anche lì dove le è stata lasciato uno spazio minuscolo da microscopio. Resta solo una certezza: di lavoro si muore.

L’Osservatore Romano | L’Europa e l’aborto, una deriva etica.

Andrea Tornielli

Quella di ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) è stata una giornata triste per l’Europa e per le sue istituzioni. Sancire che l’aborto, cioè l’uccisione deliberata del più indifeso degli esseri umani — per favore nessuno lo chiami “appendice” o “pezzetto di carne” — si trasformi persino in un diritto fondamentale, dice molto della deriva etica in atto. Non più tardi di lunedì scorso, è stata pubblicata una dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede approvata da Papa Francesco, riguardante la “dignità infinita” di ogni essere umano e un elenco non esaustivo delle violazioni a cui questa dignità è sottoposta oggi. Tra queste violazioni c’è l’aborto.

«Occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità — si legge nel documento che riprende passi del recente magistero — e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno… l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita. I bambini nascituri sono così i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Si dovrà, pertanto, affermare con ogni forza e chiarezza, anche nel nostro tempo, che questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo».

È noto che la decisione del Parlamento, per entrare in vigore, necessita della ratifica unanime dei 27 Paesi che compongono l’Unione europea e l’unanimità in questo campo sarà difficilmente raggiungibile. Ma il segnale rimane: un’Europa silente, stanca, incapace di pensare con una sola voce iniziative diplomatiche per arginare la guerra in corso e il baratro verso cui il mondo si dirige a passo sempre più veloce; un’Europa incapace di farsi carico comunitariamente del dramma dei migranti e della necessità di soccorrerli evitando che il Mediterraneo continui ad essere un cimitero, ha mostrato di avere tra le sue priorità quella di consacrare come diritto europeo fondamentale una possibilità che peraltro la maggior parte dei Paesi membri dell’Ue già consente nelle rispettive legislazioni, e cioè l’uccisione di donne e uomini nella fase iniziale della loro esistenza.

[…]

 

Titolo originale: Una giornata triste.

Per leggere il testo integrale

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2024-04/quo-084/una-giornata-triste.html

L’intervento nel 1957 di Italo Calvino sul settimanale della Dc 

1 – In quale direzione può ritenersi incamminata la giovane narrativa sorta e affermatasi in questo dopoguerra?

Un dato comune a tutta o quasi la narrativa sorta nel dopoguerra è di essere partita come testimonianza. Il primo atto d’ogni nuovo scrittore, in questo dopoguerra, è stato di testimoniare: sulla sua esperienza in guerra, su una situazione sociale del suo paese, oppure anche sul costume della sua borghesia. Questa letteratura di testimonianza (e spesso di testimonianza amara, di denuncia), non accenna ad esaurirsi: si può ormai considerare una funzione permanente della letteratura, Spesso i suoi autori saranno autori di un solo libro: libro che pure può valere molto, come verità umana ed universale. Le figure di scrittori si precisano partendo di lì; chi ha una sua ricerca autonoma da svolgere, la svolgerà, ma quel primo bisogno di testimoniare su una realtà amara che lo ha mosso a scrivere continuerà a contare.

2 – Quale è stato l’influsso delle letterature straniere sui giovani scrittori? È esatto apparentare la narrativa americana a quella parte della nostra letteratura che va sotto il nome di «realismo»?

Per noi che ci siamo educati durante la guerra o immediatamente dopo, la letteratura americana ha contato come una scuola. Oggi, un clima realista circola dappertutto, come circolano dappertutto le più diverse esperienze letterarie. Del resto, in Italia lo scrittore è sempre stato culturalmente portato a considerare la narrativa su un piano mondiale: Manzoni guardava a Walter Scott, Verga a Zola.

3 – Ritiene che il periodo della Resistenza abbia rappresentato un punto a favore per la giovane narrativa? E perché?

Per quel che mi riguarda, la Resistenza mi ha messo al mondo, anche come scrittore. Tutto quel che scrivo e penso, parte da quell’esperienza. Solo le rivoluzioni, i grandi movimenti rinnovatori, mettono in moto la coscienza, dànno diritto a dire. E quando nello sviluppo di quei movimenti segue un ristagno, una restaurazione, si hanno le epoche leopardiane o stendhaliane, come forse quella che stiamo vivendo.

4 – Risponde a verità l’affermazione che una buona parte della nostra giovane narrativa è legata ancora a schemi e formule di un ormai sorpassato provincialismo?

 

 

C’è ancora una certa debolezza nel senso della complessità dei rapporti. Molti fanno della narrativa regionalistica meridionale: ma non si può parlare del Sud se non vedendo i suoi rapporti col Nord, col mondo industrializzato. Né di qualsiasi altro ambiente se non tenendo presente le sue relazioni e contraddizioni con tutti gli altri ambienti.

 

 

5 – Quali tra i giovani narratori di oggi le sembrano i più profondamente impegnati, sia per l’acquisizione nei loro libri delle nuove realtà umane e sociali, sia per la vigile strutturazione del linguaggio narrativo?

È troppo presto per dirlo. Si può tracciare un quadro ormai preciso degli scrittori che lavorano da venti, venticinque anni (i nati attorno al 1910). Anche del gruppetto dei nati intorno al 1915, che lavorano da prima della guerra. Di quelli solo da una dozzina d’anni sulla breccia, si potrà dire a poco a poco.

 

[L’intervento di Calvino usciva su “La Discussione” del 29 Dicembre 1957 (anno V, n. 210). Tutti i contributi furono poi raccolti in volume: AA.VV., Inchiesta sulla narrativa contemporanea, Edizioni Cinque Lune, 1958]

Dibattito | Calenda vs Cuffaro? Una tempesta in un bicchier d’acqua.

È davvero una querelle speciosa e deprimente quella montata da Calenda  nei confronti di Totò Cuffaro.

Essa non ha nessun fondamento, se non per incardinarsi come l’espressione di una ennesima presa di posizione per inutili invettive che da un po’ di tempo Calenda sparge a destra e a manca, nelle vesti di saggio dispensatore di integerrime regole da codice etico, politico e istituzionale.

Così il leader di azione, nella ghiotta apparenza di una titolazione, obiettivamente travisante, non ha atteso che pochi minuti per lanciare i suoi strali.

La vicenda desta ancora più stupore per il fatto che in realtà la “reprimenda” di Calenda si incentra su un termine che Totó Cuffaro non ha mai pronunciato nell’intervista dell’altro ieri su Il Riformista.

Quell’espressione – “Controllo 140 mila voti” – non è altro che il frutto di una titolazione infelice, se non vogliamo vederci qualche fine malizioso.

E proprio nella scelta di quel titolo – nella sua versione completa: “Controllo 140 mila voti, con Renzi solo se c’è simbolo Dc. Matteo sbaglia a non candidarsi, dialogo anche con Salvini” –  che Calenda ha incentrato tutto il suo incontenibile livore.

Senza la necessità di alcuna indagine filologica, una semplice fugace lettura del testo ci svela il travisamento lessicale, operato nella titolazione dell’intervista attorno alle letterali affermazioni, espresse del segretario nazionale, a proposito del processo di riavvicinamento che sta avvenendo attorno alla Democrazia Cristiana, a partire dalla Sicilia.

Nella risposta di Cuffaro non c’è alcuna supponenza, o esibizione di potere. C’è invece il segno di una legittima idea di politica che non lascia adito a dubbi. Così alla domanda: “Che cos’è la sua nuova DC?”, ha affermato:

“Non è altro che la continuazione storica e ideale della Democrazia Cristiana che è ripartita dalla Sicilia, così come era partita tanti anni fa, con Don Sturzo e il suo partito popolare. Abbiamo risvegliato un sentimento che era sopito ma non scomparso nel cuore e nella testa delle persone in Sicilia. E ha funzionato. Oggi siamo un partito a doppia cifra con oltre 400 consiglieri comunali in tutta la Sicilia”.

E all’ulteriore domanda: “Quanti sono gli elettori che può muovere con la Nuova Dc?, eccone testualmente la risposta nella sua autenticità lessicale: «Con l’ultima elezione regionale, due anni fa, abbiamo mosso 140 mila elettori. Adesso dopo due anni di lavoro, di sacrificio, di congressi fatti in tutti i Comuni abbiamo fatto il congresso nazionale: siamo anche nel più piccolo comune siciliano, il più sperduto di mille abitanti. Abbiamo rimesso in piedi non solo un’idea, ma anche un metodo: quello di riunire le persone, farle tesserare e portarle a votare. Pensiamo in Sicilia di muovere 250.000 voti”.

C’è da chiedersi allora come ha fatto Calenda, così rigorosamente attento a tutto ciò che gli sta intorno, a non accorgersi della palese fuorviante trasfigurazione terminologica, dando credito ad un termine – “controllare” – che non compare in nessuna parte dell’intervista, ove invece si coglie un uso cortese (qui si pone il problema di quanto un politico deve stare attento alle insidie di certo giornalismo schierato) dello stesso verbo espresso nella domanda: “muovere” voti, che Cuffaro ha ripetuto per alludere alla quota di consensi totalizzata nel corso delle diverse elezioni locali e regionali ottenute in Sicilia.

Tutt’altra cosa, insomma rispetto ad una invettiva costruita su una “disinformazione giornalistica”, tanto disinvolta, quanto infondata. Per converso la risposta di Cuffaro si iscrive in linea con il ruolo primario che deve esprimere l’azione politica di un partito che, in una democrazia, ha tra i primi obiettivi, nel corso di una campagna elettorale, con il proprio progetto politico, di attrarre consensi.

È questo, principalmente, il ruolo di un partito, ossia: “…concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” ed anche in forza dei trattati di adesione alla Ue, delle Istituzioni europee (di cui a breve ne ricorre il rinnovo) come sancito e tutelato dalla nostra Carta Costituzionale, art.11 e 49, nel rispetto delle procedure previste. Insomma si fa fatica a pensare che Calenda non abbia letto l’intervista. Forse gli è parso più plausibile soffermarsi (incolpevolmente?) e dare credito alla titolazione travisante che già spianava la strada, mediaticamente, alle intenzioni più ardite e malevoli rispetto a quanto detto nel contenuto dell’intervista.

In quell’interrogarsi sardonico, non certamente dai toni delicati, con il suo post su X, Calenda così stigmatizza: “Ma è possibile che Cuffaro, tornato alla ribalta dopo essere stato in carcere per favoreggiamento dei mafiosi, possa dichiarare impunemente di controllare 140.000 voti. Come li controlla? Per mezzo di chi o che cosa?”, ha finito per costruire una tempesta in un bicchier d’acqua, con una polemica, senza ragione e fondamento, denigratoria non solo per il segretario politico, ma anche per toccare inevitabilmente il sentimento di tanti elettori, traducendosi in una sorta di gratuito attacco alla reputazione del partito.

Peraltro l’onta appare essere ancora più inaccettabile per il fatto che, mentre non c’è nessuna prova o provvedimento della magistratura su illegalità e malaffare dell’azione politica della nuova Dc, emerge il chiaro segno di un radicato pregiudizio, su fatti passati e in relazione ai quali, all’esito di un iter carcerario, nel pieno rispetto delle statuizioni della magistratura, v’è stata una totale riabilitazione di Cuffaro, in attuazione dell’art.27 della Costituzione.

Ovviamente l’ingiustificata “filippica” di Calenda non poteva non suscitare la replica di Totó Cuffaro, che così si è espresso: “Calenda oltre ad essere insultatore è anche un bugiardo o non sa leggere”. “Nella mia intervista al Riformista dico che la Democrazia Cristiana per le regionali ha mosso 140 mila voti e che oggi ne vale almeno 250 mila. Le sue maldestre affermazioni, che mi fanno dichiarare che io controlli 140 mila voti e le sue subdole esortazioni a chiedere (a chi ?) come li controlli, sono ridicole, tendenziose e confermano la sua antipatia per la democrazia e la libera scelta per un voto ideale e di valori. Io al posto suo me ne vergognerei” (da Repubblica, sempre dell’altro ieri).

Qui davvero si pone il problema di quanto ormai il populismo abbia pervaso ed avvelenato il clima politico, in questa cosiddetta seconda o terza Repubblica, spingendo a spregiudicatezze inimmaginabili.

Così, non ci vuol molto a cogliere, in questo clamoroso scivolone di Calenda, se ancora non ce ne fosse bisogno, che non c’è più da parte di tanti leader di partito quella comune bussola nella quale si rifletteva tutta la tensione politica, non attraverso inventate demonizzazioni, ma su un confronto, anche aspro, ma leale, intessuto di analisi e di orizzonti, che comparava visioni di breve e lungo periodo che oltre ad animare il dibattito interno, portavano a delineare nuove progettualità programmatiche per assicurare avanzamento delle tutele e sviluppo al paese.

Con il risultato che a perdere ne è la vitalità politica dei partiti, sempre più effimera, tanto che si misura solamente secondo i canoni del qui ed ora, nell’assillante andirivieni dei sondaggi settimanali. Basta vedere le brevi parabole dei successi elettorali dei tanti partiti, in questi anni, da Berlusconi a Renzi, da Salvini ai 5 Stelle al Pd. Anche FdI sta volgendo in calo. Frutto perverso, tutto questo,  di un leaderismo sfrenato e di un bipolarismo sempre più polarizzato, mentre si è persa di vista la visione di lungo periodo che rendeva credibile anche la contingenza di talune scelte.

Quello stile e quella classe politica, riconducibile alla prima Repubblica era il collante che riusciva a muovere le tante sensibilità democratiche nella consapevolezza che ogni scelta si ancorava ai processi di elaborazione programmatica governati da equilibrio e credibilità progettuale e non da estemporaneità, improntitudine e avventurismo..

Quei partiti, tra cui principalmente la DC, erano il cuore pulsante di realtà identitarie che associavano, in concomitanza all’opera politica, la precipua formazione di una classe dirigente che sapesse mostrare competenza e lealtà istituzionale, in qualsiasi contingenza, sociale, economica e geopolitica della nostra Repubblica e del quadrante internazionale, guadagnandosi autorevolezza e rispetto.

Oggi, quella coerenza culturale ed identitaria, che ogni partito della prima Repubblica rappresentava, sembra essersi smarrita nei meandri di una consistenza valoriale sempre più liquida  finendo poi per essere facile preda del trasformismo identitario, che ha inficiato nella sua essenza valoriale ogni forza politica, oltre che nella sua espressione più speciosamente individualista da parte dei tanti  esponenti che se ne sono resi protagonisti.

Sebbene ci sia stata un’apparente assuefazione al fenomeno, il prezzo lo stiamo pagando sul versante di una partecipazione dei cittadini alla vita politica, sempre più esigua, mentre l’astensionismo ha investito quasi la metà degli aventi diritto al voto.

In questo quadro non appare una boutade affermare che, da qualche anno, i nostri governi non sono che l’espressione di una minoranza nel paese: altro che “tirannia della maggioranza” che, quasi come un paradosso, il Marchese de Tocqueville ne arrivava a definire l’intrinseca natura del potere che finiva per trovarsi ad esercitare il partito, o la coalizione, al governo, nelle moderne democrazie.

Cleopatra e il centurione innamorato

Gossip. Pettegolezzo. Quale impero ne è indenne? Nessuno. E così anche in quello di Cesare il pettegolezzo/notizia è arrivato. La sua Cleo è innamorata di un centurione che viene da una zona non molto distante dal centro dell’impero, ma è una zona ad alto valore storico essendo legata a Rea Silvia, la madre di Remo e Romolo, la latina che si ribellò al suo destino di vestale e generò con il dio Marte i due gemelli che fondarono Roma.

La gente di quei luoghi è fiera e guerriera, e questo non può che piacere a Cesare che è prima di tutto un uomo d’armi. E a quanto pare pure a Cleopatra che di guerre se ne intende, la gente che ha accolto Rea Silvia è degna di interesse. Tutti a commentare bisbigliando su come costui, un centurione all’apparenza come tanti al servizio di Cesare, abbia rapito il cuore della Regina Cleopatra/Meloni, e l’abbia a tal punto legata a sé – bisbiglio ancor più bisbigliato se possibile, che da lei aspetta un bimbo. Oh! Mentre il Senato e il popolo commentano, Cesare silenzioso ragiona.

Dunque il governo della sua amata Cleopatra/Meloni è costato un bel po’ di sesterzi e impegni con altre regioni dell’impero che non si sa come si potranno mantenere, una navigazione difficile per non dire travagliata, ma era stata annunciata come trionfante e di lunga durata. A bordo i due ufficiali e la ciurma mal assortita aveva fin da subito dato filo da torcere ma ora il malumore e le differenze con il capitano Meloni/Cleopatra sono evidenti anche al popolo tutto; il futuro non è proprio radioso ma incerto. Il popolo ha ancora fiducia ma è il capitano stesso che è stanco di mettere mano all’indisciplinata ciurma…e poi è innamorata e al cuore non si comanda è questo lo sa pure Cesare.

Cleopatra ha scelto il suo centurione e la centuria tutta ha fatto quadrato per proteggere l’amore così sbocciato e allietato dalla bella notizia. Cesare non se ne dispiace; prima di tutto, per orgoglio maschio, è uno dei suoi il prescelto e lui sa scegliere i suoi uomini, ne conosce il valore e i difetti, quindi è tranquillo; secondo, l’evento atteso impegnerà molto il capitano che pur essendo donna forte, quasi una piratessa tanto è volitiva, di certo dovrà rallentare necessariamente e poi scegliere un porto dove scendere e lasciare la nave di Cesare ad altro comando.

Ed ecco, la dea fortuna che protegge la mamma e il bimbo, mette sulla rotta il porto della Gallia Belgica che Cesare stesso conosce bene avendo descritto quelle genti nel suo De Bello Gallico, gente difficile ma fedele all’impero, con una potente guarnigione romana. Da lì, si può raggiungere in sicurezza Roma, quando si vuole. O Roma andare nella Gallia Belgica. È un’ipotesi per ora che gira nella mente di Cesare, ma potrebbe trovare il favore della regina Meloni/Cleopatra, che in un sol colpo si toglie dai piedi la ciurma riottosa e ingrata, si sfila dall’impegno preso con Cesare senza offenderlo e prende un prestigioso incarico nella Gallia Belgica che le consente di affrontare in serenità i primi mesi del pargolo in arrivo.

Cleopatra è madre, e lo ripete ad ogni occasione pubblica quando parla con il popolo, e dunque ora può mettere in pratica quanto detto per la seconda volta e in un modo diverso di come l’ha fatto con la prima figlia, per la quale si è molto rammaricata pubblicamente di aver sottratto tempo alla sua crescita, come tutte le madri che lavorano. Intanto incassa pure un primato nell’impero: prima donna a cui è affidato un governo, prima mamma in attesa. E il centurione innamorato che ha rapito il cuore della regina e anche il futuro radioso a cui il popolo ha creduto, è il vincitore dell’indomita regina.

La Voce del Popolo | L’urgenza di riaprire le scuole di formazione.

C’è anche un’eclissi che oscura il cielo della politica. Una caduta di passione civile da una parte. E dall’altra il venir meno di competenze e professionalità che forse a questo punto tornerebbero utili se non le avessimo trascurate e perfino dileggiate per anni e anni. La crisi del personale politico è figlia di quel dileggio.

La lunga predicazione populista ha lungamente descritto il sistema dei partiti come la sentina di tutti i vizi del nostro Paese. E quella descrizione ha finito per convincere un po’ tutti. Così, quei partiti che una volta erano luoghi affollati (fin troppo, a dire il vero) si sono progressivamente desertificati. E nel vuoto che s’è formato la politica è diventata spesso il rifugio delle persone più spregiudicate e meno competenti.  Una volta disonorato il mestiere, giocoforza ci si è affidati quasi solo a quelle persone che si trovavano più in sintonia con il sentimento antipolitico che andava – e va – per la maggiore.

Ora, nello scenario dei nostri giorni, che sia in prima o in ultima fila, c’è ancora una gran quantità di gente di valore, che nutre un’autentica passione civile. Ma se poi queste persone finiscono immerse in un racconto così sfi- duciato delle loro gesta e del loro mondo è fatale che non riescano più a interpretare un sentimento positivo. Così essi finiscono per farsi guerra a vicenda poichè solo l’evocazione del male altrui restituisce un minimo di valore al bene della propria causa.

Occorrerebbe riaprire le scuole di politica, ancor prima dei partiti, e riconoscere il valore sociale dell’impegno. Sarebbe un primo passo per restituire un po’ di luce alle nostre anime spente.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 11 aprile 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Carestia politica, il male oscuro dei partiti.

Puntuale come le stagioni meteorologiche è ripartito il dibattito sul ruolo delle correnti all’interno dei partiti democratici. Parlo dei partiti democratici – e in Italia ne sono rimasti davvero pochi – perché nei partiti personali e del capo, che sono la maggioranza nel nostro paese, il problema non esiste neanche a livello ontologico. Certo, il profondo malcostume politico che emerge da Bari e dalla Puglia, ma soprattutto da Torino e dal Piemonte, e che riguarda direttamente il comportamento concreto della struttura organizzativa del Partito democratico, non può che far ripartire il dibattito su questo benedetto rapporto tra le correnti interne e il partito nella sua complessità. E, altrettanto puntualmente, nasce il confronto con i partiti democratici del passato. Nello specifico, con il “partito italiano” per eccellenza, cioè la Democrazia Cristiana.

Ora, per evitare equivoci, fraintendimenti, falsità e anche ipocrisia varia, cerchiamo di essere d’accordo almeno su un punto – peraltro decisivo e fondamentale – che emerge in modo persin troppo palese confrontando i modelli dei due partiti, cioè della Dc e del Pd. E questo al di là e al di fuori di due modelli di società profondamente diversi tra di loro e del radicale cambiamento intervenuto a livello politico, sociale, culturale e anche etico. Perché sulle modalità concrete del far politica, almeno sotto il profilo del metodo, non ci sono differenze così rivoluzionarie tra ieri e oggi.

E allora diciamocela questa verità, al di fuori di qualsiasi presunzione. Nella Dc, che era un grande partito popolare, di massa, interclassista e anche plurale – per dirla con un termine contemporaneo – le correnti interne rappresentavano pezzi di società, erano espressione di una cultura politica definita dell’arcipelago cattolico del tempo, si facevano carico delle esigenze, delle ansie e delle domande di determinati ceti sociali e, infine, avevano un classe dirigente di riferimento ben individuata ed immediatamente percepita dagli elettori e dagli interlocutori politici.

Certo, anche in quella lunga stagione c’erano zone d’ombra e realtà discutibili, gruppi di potere e rappresentanze opache. Ma la struttura organizzativa del partito, a livello locale come a livello nazionale, si basava sulle grandi appartenenze correntizie. Dove, a volte, avevi anche l’impressione che si trattasse di ”partiti nel partito” talmente era rigida l’organizzazione, la proposta politica, il radicamento sociale e territoriale e autonoma l’elaborazione progettuale delle singole correnti. Sì, erano altri tempi e c’era un’altra società ma le correnti rappresentavano realmente pezzi di società e, di conseguenza, segmenti precisi dell’elettorato.

Mutatis mutandis, cosa sono oggi e soprattutto cosa rappresentano oggi le mille correnti del Pd? Per evitare di dare risposte singolari o scontate, sarebbe appena sufficiente commissionare un sondaggio – non pilotato o preconfezionato, come ovvio – tra gli elettori dem con una sola domanda: “voi conoscete le diversità politiche, culturali, sociali e programmatiche tra le crescenti ed innumerevoli correnti del Pd?”. Sarebbe curioso conoscerne la risposta…Ecco perché, e senza infierire ulteriormente su ciò che capita concretamente nella periferia del Pd – e non solo a Bari o a Torino – si impone una sola riflessione per ritornare al tema iniziale.

Nelle correnti del passato, e nello specifico nel partito democristiano, era quasi sempre la politica – e quindi i contenuti politici – a farla da padrone. Cioè era la proposta politica il motore decisivo della divisione tra le varie ed innumerevoli correnti dell’epoca. Sembra invece che il presente ci regali la carestia della politica. In particolare, nell’attuale Pd, a farla da padrone sono le aggregazioni clientelari e le cordate di potere che, non a caso, cambiano e si spostano così rapidamente che sfuggono addirittura all’attenzione degli stessi iscritti.

Per questi motivi è necessaria una iniziativa politica seria e senza sconti della segreteria nazionale del Pd. Per affrontare e risolvere una grande questione politica dove, a volte, recuperare il metodo del passato può ancora essere utile per sciogliere i nodi del presente.

Politica e televisione, la teoria dei vasi comunicanti.

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La legge di Stevin ci dice che due recipienti tra loro comunicanti, riempiti con uno stesso fluido e in presenza di gravità, vengono riempiti ad un medesimo livello, indipendentemente dalla loro forma.

La legge è un’equazione che, in idrostatica, deve il suo nome appunto al fisico fiammingo Simon Stevin, il quale la elaborò su base sperimentale nel 1568.

Come tutti i geni aveva compreso per tempo quello che avremmo noi compreso parecchi secoli dopo. Più rozzamente, ciascuno, al mondo d’oggi, può riversarsi da una parte all’altra portando un medesimo contributo.

Che politica e televisione siano complici è un dato scontato. Da quando è nato lo schermo, il suo “quinto potere” ha affascinato i protagonisti della politica che ne hanno progressivamente intuito il potere di gestione e di condizionamento delle masse.

Ad un certo punto, per un fenomeno di giustizia e di vendetta, i rapporti si sono invertiti. C’è stata una ribellione di una delle due parti rovesciando spietatamente i rapporti di forza. Lo schiavo ora ha in mano lo scettro di comando e il padrone supinamente gli obbedisce.

Anche i magistrati, più compostamente, non hanno disdegnato percorsi alternativi alla loro iniziale professione, così dirazzando tra letteratura e politica, senza restare, in ogni caso, incantati dalle sirene televisive. Sta di fatto che è interminabile la fila dei politici che ambiscono ad un passaggio televisivo. Solo davanti ad una telecamera sapranno di essere pienamente incoronati definitivamente tra quelli che contano.

L’obiettivo è inclemente. Ne riprende le qualità ma anche la pochezza, il buon proposito ma anche l’ipocrisia, il modo gentile di porgere parola e l’arroganza nel confronto, il look accurato od uno stile incerto. Se la politica facesse parlare solo per quello che produce, rinunciando più sobriamente ad ogni forma di immagine e di esposizione, forse ci guadagnerebbe.

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria e non d’antico. Le carriere politiche di questi tempi nascono e muoiono nel giro di un baleno, la fine delle ideologie ha tolto lo sgabello d’appoggio a tutti quelli che inventano partiti a rotta di collo, spesso con una fine ingloriosa. Cadono, di solito, rapidamente nel dimenticatoio e non sanno a che aggrapparsi per evitare il precipizio dell’oblio.

C’è una àncora di salvezza inaspettata a soccorso di imprese politiche dagli scarsi esiti. La televisione è una mamma accogliente che si prende cura dei suoi figli rimasti orfani di poltrone e di pubblico.

Basta invertire i vasi ed il gioco è fatto. Il volto del rappresentante del popolo si è magicamente trasformato in star televisiva. In tempi di ecologia e sostenibilità il riciclo è cosa buona e giusta. Ciò che più sorprende di questa flessibilità è la capacità di indossare inaspettatamente ruoli in qualche caso estranei alla precedente pagina della propria storia.

Si legge sul web che Vladimir Luxuria è una scrittrice, personaggio televisivo, opinionista, direttrice artistica, attrice, cantante, drammaturga ed ex politica italiana.  Eletta nella lista di Rifondazione Comunista, ha saputo rifondare se stessa più volte ed è ora alla conduzione del noto format “Isola dei Famosi”, una sorta di prova di sopravvivenza alla fame ed alla angustia della natura selvaggia. Delle sue passate altre attività non sembra ci sia traccia indelebile nella memoria del nostro paese.

Anche Nunzia Di Girolamo, da Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali nel Governo Letta, è caduta nella rete di nostra maestra televisione come intrattenitrice ed arrivando finalmente alla conduzione del talk “Avanti popolo” rapidamente chiuso per carenza di ascolti.

La grintosa Alessandra Mussolini, ha un suo inizio di carriera come attrice senza ancora statuette da mettere in archivio. Si è poi votata alla politica con movimentati cambi di sigle partitiche. Di lei si ricorda la sua zuffa in video con la Ministra Belillo assestandole, durante un aspro dibattito, un calcio ben piazzato, più altre risse che è inutile ribadire. A dicembre 2020, in un’intervista a Il Tempo, dichiara di voler lasciare la politica per tornare a dedicarsi al mondo dello spettacolo.

Per il bene dell’Italia si è smentita poco dopo. Infatti, a novembre 2022 torna a essere eurodeputata, subentrando ad Antonio Tajani, eletto al Parlamento italiano,  e aderendo al Gruppo del Partito popolare europeo. La Mussolini si è agitata quindi da un cantone all’altro con ottima disinvoltura.

Infine, una notizia che può essere un motivo di consolazione per tutti gli italiani che di questi tempi non se la passano bene. Valentina Vezzali, campionessa di scherma e plurimedagliata, ha annunciato la sua gloriosa partecipazione sempre all’Isola dei Famosi, che è diventata terra d’approdo da chi non sa ritirarsi in buon ordine dalla smania di fama, sfamando nel contempo l’appetito di notorietà che li divora.

La nostra campionessa di fioretto 16 marzo 2021 giura come sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel nuovo Governo Draghi, con delega allo sport.  Oggi, dopo aver mancato nel 2022 la rielezione alla Camera dei Deputati, con una stoccata ben assestata, ci fa sapere che si cimenterà nuovamente in una competizione della quale non si avverte, a dirla tutta, una particolare nostalgia.

Lo schermo è diventato il vaso irrinunciabile di raccolta di quelli che temono la pubblica invisibilità più della morte. Per fortuna ci è ancora possibile la scelta di un canale da cambiare al momento giusto.

A questi ostinati protagonisti della cronaca quotidiana si potrebbe suggerire la bella poesia di Montale – “La storia” – che ci dice come non sia “magistra di niente che ci riguardi…” e  non è testimone di fatti che siano da monito per il futuro.

Insegna poi come l’anonimato sia non una condizione di condanna ma di salvezza. Registrare il proprio nome in qualunque storia, anche solo quella televisiva, non arricchisce di nulla, forse solo la tasca ma non più.

La Storia non ha alcuna incidenza nell’uomo rimanendo ad esso costantemente estranea. In attesa venga accolto l’indicazione di quella lettura, non resta che dire con il cuore colmo di speranza: Avanti popolo!

Dibattito |  La Reunion Bianca è solo rinviata

Sprovvisti del coraggio e della giusta determinazione con i quali ci si sarebbe dovuti impegnare nella raccolta delle firme necessarie per la presentazione di una lista unitaria di dc e popolari alle elezioni europee, i diversi capi e capetti delle numerose e sparse casematte della nostra area politica hanno scelto la linea delle “liste di scopo”, perseguendo più che un disegno politico di medio lungo respiro, il risultato immediato di qualche ambizione personale.

Fermi nelle loro consolidate posizioni di destra quelli dell’Udc di Cesa con la Lega e di Rotondi con Fratelli d’Italia, la Dc di Cuffaro e Grassi hanno scelto, mi dicono più per necessità e di risulta, la lista con Renzi-Bonino, così come gli amici di Tempi Nuovi.

La conclusione per Cuffaro non è ancora scontata, visti i mal di pancia sorti tra i radicali e gli europeisti e la rottura intervenuta tra Renzi e Calenda, mentre per Tempi Nuovi è nota la scelta fatta da tempo a favore della linea macroniana e del raggruppamento di Renew Europe.

Da parte mia e di molti amici di Iniziativa Popolare abbiamo sempre sostenuto l’idea di appoggiare in Europa il Ppe, in continuità con la migliore tradizione democristiana italiana, considerato che, di quel partito, la Dc fu socio fondatore e tenuto conto del programma approvata dal recente congresso di Bucarest, che esprime molte delle posizioni coerenti con i nostri principi ispiratori cristiano sociali.

Speravamo che Taiani, sulla cresta dell’onda, cogliesse la disponibilità offerta dalla Dc di Cuffaro, ma il rifiuto di aprire la lista del partito, da molti anni inserito stabilmente nel Ppe al simbolo della Dc, ha impedito questa possibilità. Diversa la situazione intervenuta con l’accordo con i Moderati di Lupi che, non a caso, ho valutato positivamente, cogliendo in esso l’avvio di un progetto possibile di ricomposizione dell’area politica di un centro italiano da troppo tempo privo di rappresentanza.

Qualche amico mi ha rimproverato che in tal modo si favorirebbe una scelta a sostegno della destra di governo, critica comprensibile se rapportata al quadro politico nazionale, ma, come ho più volte scritto, a giugno prossimo si voterà per l’elezione di deputati al parlamento europeo e da parte mia e di molti amici, trovo assai più coerente schierarsi con coloro che intendono sostenere il Ppe in Europa piuttosto che con quelli che, alla fine, nella peggiore situazione, potrebbero semplicemente diventare portatore di voti gratuiti per il partito di Macron. Dubito che elettori di provenienza Dc e popolare possano votare una lista guidata dalla radicale Emma Bonino, semplicemente giustificandosi col voto di preferenza a qualche amico presente in quella lista – anche se, nel tempo del trasformismo dominante, tutto potrebbe accadere. Qualche amico mi informa che probabilmente la lista di Calenda sarebbe disponibile a offrire qualche candidatura ad amici autorevoli dell’area cattolica. Scelta positiva, anche se pure Calenda, in caso di elezione a Strasburgo e a Bruxelles, si schiererà con Renew Europe. Per giunta, i giudizi che solo pochi giorni fa ha espresso a riguardo di amici dc, come Clemente Mastella, sono la dimostrazione di un’idiosincrasia per la democrazia cristiana (di Cuffaro) già esibita al tempo del rinnovo del consiglio comunale di Roma.

Alla fine, alle elezioni europee andremo divisi: a sinistra i popolari ancora inseriti nel Pd contribuiranno a rafforzare il gruppo del Pse; invece gli amici che voteranno la lista Bonino-Renzi o quella di Calenda, faranno squadra con Renew Europe; infine quelli che, come il sottoscritto voteranno per la lista di Forza Italia, avranno la certezza di sostenere il gruppo del Ppe, e, se ci sarà, come auspico, qualche nostro candidato d’area, la possibile elezione al parlamento europeo di un nostro deputato dc e popolare.

Divisi alle europee, dunque, ma guai se questo ci impedisse di riprendere, subito dopo il voto europeo, il progetto della nostra ricomposizione politica per il quale ci battiamo da molti anni.

Dopo quel voto, infatti, dovremo impegnarci tutti a concorrere alla costruzione di un centro nuovo della politica italiana, in grado di intercettare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, nel quale trovino cittadinanze le culture politiche popolari, liberali, repubblicane e socialiste, che hanno fatto grande l’Italia, alternative a quelle della destra nazionalista e sovranista e della sinistra senza identità. Guai se perdessimo la speranza e abbandonassimo l’impegno per un obiettivo di grande valore per la realtà italiana.

Guardiamo a Moro per guardare avanti

La memoria di Moro è viva in mezzo a noi, anche in questo tempo di facili emozioni, presto consumate, e quindi di altrettanto facili distrazioni ed amnesie. È una memoria che segna il confine tra l’insoddisfazione per l’attuale dialettica impoverita dei partiti e la nostalgia – dunque, per i più giovani, il desiderio – di una politica vissuta all’insegna della complessità di parola e di pensiero. Moro è stato l’insuperabile maestro di una operosità riccamente motivata, per la quale le responsabilità dell’agire pubblico non possono essere assorbite nella spirale del puro pragmatismo. Più di altri ha saputo allegare all’impegno politico il rigore e la bellezza della creatività, per vincere la tendenza a trascurare le tensioni nascenti dall’esperienza democratica. Ha esercitato grandi ruoli ai vertici dello Stato, è stato in vario modo l’artefice e il difensore della centralità del suo partito, la Democrazia cristiana, ha pagato con la vita la determinazione con la quale immaginava di portare l’Italia al di là del Rubicone, rendendo compatibile e legittima nel quadro democratico l’alternanza di potere, fondamentalmente tra Dc e Pci.


Non era affatto il Kerenskji del compromesso storico, il cattolico disposto a dare le chiavi del potere a un partito – quello comunista – ancora vincolato all’ideologia marx-leninista ed esposto all’influenza dell’Unione Sovietica. Ambiva semmai a realizzare un disegno che avrebbe reso l’Italia un grande laboratorio politico, dando all’auspicato cambiamento del Pci, al riparo da qualsiasi ambiguità, il valore di una operazione finalizzata alla distensione internazionale e alla libertà nel mondo. Un disegno, insomma, di trasformazione a lungo termine, ma nel rispetto di regole e principi confacenti allo sviluppo di una società libera e solidale.

Ora, proprio nel compromesso storico Moro vedeva un rischio di svuotamento del pluralismo, prima nel tessuto civile e poi nell’ordinamento istituzionale, talché era alieno dal cedere sul punto: quella formula di compromesso, cara a Berlinguer, non entrò mai nel suo lessico politico. Il progresso esigeva la libertà ed essa, nell’orizzonte di un “umanesimo liberante” impresso nella lezione del cattolicesimo politico, costituiva la condizione imprescindibile del progresso. Moro incarnava, sotto questo aspetto, il motivo fondante della posizione democratica e cristiana: senza libertà non poteva esserci progresso.

D’altronde, la sua generazione aveva conosciuto la dittatura e la guerra, uscendo finalmente, dopo l’8 settembre, al sole della ritrovata libertà. Ecco cosa diceva ai giovani a mò di incoraggiamento dai microfoni di Radio Bari, l’emittente passata sotto il controllo degli antifascisti nei giorni successivi all’armistizio: “Oggi, nell’ora della rinascita della Patria, voi siete presenti ed attivi col vostro vero cuore in questa dolorosa primavera. Voi siete anzi, di questo tempo di riscossa, non solo gli artefici insostituibili, ma gli anticipatori […] C’è da riconquistare la nostra libertà. Il vostro sforzo […] ridarà all’Italia la sua libertà e le consentirà di sviluppare la sua vita nazionale nella linea della sua grande tradizione”.


E questo appello alla libertà, questa fiducia radicata nella coscienza dei veri democratici circa il fatto che per essa vive e si realizza la capacità degli uomini e delle donne di migliorare, avanzando verso mete di prosperità e di giustizia, resterà impresso in tutto il tempo a venire, passaggio dopo passaggio, specialmente quando le trame neofasciste e il rivoluzionarismo rosso avvieranno la stagione degli Anni di Piombo.

Bisogna riconoscere che l’antifascismo di Moro trovò espressione sempre più vigile ed allarmata dinanzi alle stragi che iniziarono a segnare la vita civile del Paese. Da quel momento, leggendo i discorsi dello statista pugliese, si nota come la libertà diventi per lui l’armatura a difesa delle istituzioni e a tutela degli interessi popolari. In occasione del suo ultimo governo, nel dicembre del 1974, non farà mancare il monito e la condanna per un fenomeno che non mostrava più il carattere del folclore nostalgico, ma s’incuneava minacciosamente nelle pieghe del tessuto democratico con l’obiettivo di arrestare o piegare il corso degli eventi, scardinando le basi costituzionali della nazione.

“È con profonda amarezza – diceva in quella circostanza – che si deve constatare come il fascismo rinasca dalle sue ceneri, dove lo avevano consumato la guerra esterna e la guerra civile, pur dopo trent’anni di normale vita democratica e di profonde innovazioni sociali e politiche”. E poi aggiungeva: “Per quanta efficacia possa esplicare il terribile gioco della violenza, per quanto ne risultino compromessa la sicurezza civile e minate le basi della convivenza, sia ben chiaro che non ci lasceremo sopraffare e che non sarà consentito ad un’infima minoranza di deviare il corso della storia e di annullare, con l’intimidazione ed addirittura l’uso della forza, il processo di riscatto civile e di elevazione sociale”. Moro, dunque, non ci parla di libertà in astratto e non ci offre un progresso senz’anima e valore.

Pur con un altro colore, “un’infima minoranza” ha comunque deviato il “corso della storia”, eliminando dalla scena, nel fatidico 1978, l’uomo più illustre dell’Italia democratica. L’eccidio di Via Fani è un tornante della storia. Un fiume lento ha cominciato a scorrere in altra direzione, con esiti a dir poco insoddisfacenti. Siamo giunti male, infatti, al superamento della democrazia bloccata; troppe ambiguità si sono riprodotte e mascherate, approfittando del naufragio dei grandi partiti popolari; tante fragilità, invece di essere sanate, hanno accompagnato il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica. Al posto del “progresso nella libertà” abbiamo sperimentato una “libertà senza progresso”: l’Italia s’è scoperta più debole ed oggi sembra avanzare senza bussola. Populismo e sovranismo hanno mangiato la polpa della nostra democrazia.

Che fare, dunque? Siamo in un tempo che ci obbliga a riflettere sulla necessità di un nuovo riscatto. Nonostante tutto, una speranza ci deve ancora guidare e, grazie alla lezione di Moro, può in effetti guidarci oltre le nebbie di una politica depotenziata e immiserita, senza futuro. Il nostro impegno sta in questa scommessa di rigenerazione e cambiamento, per restituire forza a un disegno di progresso e di giustizia, avendo cura di una libertà che torni ad essere, in spirito di concretezza, una leva di “liberazione”. Per dare all’Italia un nuova, grande speranza di futuro.

 

Francesca Leoncini

Consigliere dell’Assemblea di Roma Capitale

Draghi all’Europa: un ordine globale differente impone l’unità.

In occasione della consegna, avvenuta l’altro ieri di un nuovo, prestigioso riconoscimento internazionale, conferitogli dall’American Academy in Berlin a New York, Mario Draghi ha pronunciato poche ma incisive parole sulle sfide che attendono l’Europa, che non mancheranno di far discutere decisori europei, in particolare quelli tedeschi, e i piani alti del potere americano.

“Il numero e l’importanza dei cambiamenti che l’Europa deve intraprendere per preservare la sua prosperità e la sua indipendenza – ha detto l’ex presidente della Bce – sono senza precedenti nella storia dell’Unione”. Come senza precedenti, almeno negli ultimi cinque secoli, è il ruolo che l’Occidente dovrà esercitare in mondo ormai divenuto multilaterale, iniziando a pensarsi come uno dei protagonisti e non più l’unico egemone.

Ma per Draghi esiste una bussola sicura nell’affrontare una simile epocale svolta geopolitica: “Nonostante l’incertezza che avvolge i prossimi mesi noi europei non perderemo di vista che il nostro futuro è costruito sulla nostra unità e che nello scegliere gli amici di questo viaggio verso un ordine differente, c’è un’àncora stabile che sono i nostri valori e la nostra fede nella democrazia, nella libertà e nell’indipendenza”.

L’obiettivo per l’Europa, cercando di recuperare il tempo perduto, è innanzitutto quello di iniziare a pensarsi come uno dei vari centri a livello globale entro cui si articoleranno gli equilibri del nuovo mondo post-unipolare. Starne fuori, o rischiare di rimanere succubi di qualche altra potenza, avrebbe conseguenze indesiderabili. Da qui il richiamo all’indipendenza che si ottiene in concreto solo se l’Europa saprà dare prova di una maggiore unità.

Draghi ha quindi fatto un riepilogo delle condizioni che consentono all’Europa di essere all’altezza delle sfide. Innanzitutto una “politica estera che affronti le vulnerabilità con un’unica strategia, sia rimuovendo internamente le barriere che limitano il nostro potenziale sia garantendo esternamente le risorse a cui nessun Paese europeo può accedere da solo”. E in questa luce risalta il fatto che nel XXI secolo il rapporto con l’Africa, che vede ormai l’Italia capofila europea, è diventato indispensabile per l’Europa, mentre non lo è più il rapporto dell’Africa con l’Europa occidentale, avendo trovato l’Africa altri partner strategici nel mondo per il proprio sviluppo.

Con il “nuovo mondo” sempre più frammentato, ha ricordato l’ex premier, “l’Europa è divenuta strategicamente ed economicamente più vulnerabile. In un mondo in cui l’economia è sempre più usata come arma geopolitica, l’apertura dell’Europa è divenuta una vulnerabilità strategica. Ci troviamo ad affrontare minacce fisiche, che non abbiamo la capacità militare e la sicurezza per contrastare”. Per questo – ha osservato Draghi – l’Europa deve “aumentare la nostra capacità di difesa riducendo la costosa frammentazione della spesa europea”.

Si può dire quindi che Draghi ha usato l’occasione di parlare a influenti ambienti del potere americano “realista” (tra i fondatori dell’istituzione promotrice dell’evento per il suo 25° anniversario figura Henry Kissinger) e del potere tedesco, culturalmente restio all’unione di bilancio europea, ribadendo le priorità per un percorso che porti l’Europa a stare a galla e avanzare anziché affondare nell’irrilevanza, nel cambiamento dell’ordine mondiale in corso. L’autorevolezza delle sue opinioni rende Mario Draghi una riserva per l’Europa, una figura decisamente sui generis, capace di intercettare le preoccupazioni, diverse e talora confliggenti delle due sponde dell’Atlantico, e nel contempo di rassicurare le diverse posizioni presenti in Europa, soprattutto quelle fra il Nord e il Mediterraneo.

Nella prospettiva di un voto europeo che probabilmente non sarà in grado di dare un chiaro responso politico, la figura di Mario Draghi potrebbe divenire quella capace di registrare la maggiore convergenza dei governi dei 27 per il ruolo di presidente della Commissione Europea. Un’ipotesi che, a mio avviso, non va vista solo come un segnale di debolezza per la politica ma, data la situazione straordinaria del tempo attuale, come un’occasione per una nuova ripartenza dell’Europa con quel cambio di mentalità che è richiesto dal cambiamento d’epoca in corso.

Lavender è il Terminator di Israele

Sembra che se le dessero di santa ragione anche ai tempi dell’Homo Sapiens. Da allora ad oggi, c’è stato comunque un salto di tecnologia. Delle otto specie umane differenti dalla nostra, siamo sopravvissuti solo noi, i più feroci e pericolosi.

La pace deriva dalla radice indoeuropea “pax” che sta per pattuire, unire, saldare etc etc. Tutta questa è roba vecchia. La parola, di questi tempi, ha perduto ogni sua rilevanza, ha un peso specifico insignificante fuori da ogni scala di misura. È una pronuncia priva di suono, monca nella intenzione e nel fiato, nessuna traccia di un soffio che le dia vita.

Gli Israeliani hanno attivato purtroppo una risposta perfettamente proporzionata alla mattanza degli oltre 1200 civili sterminati gratuitamente dalla gentaglia di Hamas. A completamento, i prigionieri non più nelle mani degli assassini riferiscono di violenze e di stupri subiti. Non proprio una gita giornaliera al luna park.

Così il popolo eletto di Dio ha risposto con tutto il fuoco che ha avuto a disposizione, stanando per ogni dove ovunque ci fosse puzzo di banditi. Si sperava in una risposta “sproporzionata”, quindi di calibro minore, diverso dall’offesa subita. Così non è stato.

Si è poi fatto ricorso all’uso di “Lavender”, un programma di intelligenza artificiale che ti dice dove, come, quando e chi colpire. Il sistema ha messo nel mucchio appartenenti ad Hamas, relativi familiari e altri potenziali contatti, individuando oltre 37000 obiettivi.

Alla fine, qualche uomo con le stellette approva il da farsi in meno di una manciata di secondi, dando seguito all’azione che Lavender suggerisce per la giornata. Si gettano sugli obiettivi le “dumb bomb”, le bombe stupide che costano assai meno di quelle intelligenti. Centrano senza troppo riguardo i predestinati, insieme a tutti quelli che in quel momento hanno la sventura di ronzargli attorno.

C’è solo un piccolo particolare, una notizia passata ad un telegiornale nazionale, detta per amore di verità ma quasi tra i titoli di coda, sperando nella scarsa attenzione dei telespettatori, quasi biascicata perché non fosse del tutto intesa. Lavender sembra che proceda facendo ingoiare l’idea di un danno collaterale pari a 20 vittime, un ammissibile sacrificio, pur di far fuori un solo nemico.  In caso di uccisione di un alto rappresentante di Hamas i danni collaterali sopportabili sarebbero valutati fino a 100 vittime.

Se è vero che Lavender ha un margine del 10% di errore, è facile contare ad oggi oltre 3000 morti del tutto innocenti, a cui vanno aggiunti i morti collaterali di cui si è appena detto. Lavender non è solo ma affiancato anche dal programma “Gospel”, che individua le strutture da abbattere ancor prima delle persone. Per chiudere il cerchio, in campo è anche “Where’s Daddy?” che ha il compito invece, più intimo, di indicare se il terrorista è dentro la sua casa, nel raccoglimento familiare. Lì sarà più facile eliminarlo.

I nomi fanno sorridere. Si va dalla intensa musica gospel alla ricerca di un papà da trovare, sino ad arrivare al profumo di lavanda che in tempi antichi era usata come pianta per la purificazione del corpo.

La pianta era usata infatti per lavarsi. Oggi potrebbe tornare utile per lavarsi anche la coscienza, scaricando ogni responsabilità su un programma tecnologico dal quale è facile prendere, quando occorresse, le distanze.

Lavender richiama, ad orecchio, un po’ le cinque guerre di Vandea di qualche secolo fa, che sembra abbiano prodotto intorno ai 200.000 morti. Speriamo non costituisca una ulteriore fonte di ispirazione della nostra brava Intelligenza Artificiale.

Basterebbe forse ispirarsi ad una più semplice lavata di capo, se non dei piedi, e chiudere finalmente la partita. Il danno collaterale fa parte in pieno della partita. Non c’è da stupirsi. Possiamo solo sperare che non ci sia il proposito di proporzioni più ingenti. C’è solo un programma che gira a vuoto. Ha un nome sinistro, che stona all’orecchio degli attori della contesa: “Where’s the peace?”.

Il Pd s’affida a improbabili codici etici

I codici etici sono come gli ordini del giorno. Non si negano a nessuno. Anche perché, sia per gli uni che per gli altri, di norma vengono approvati quasi sempre all’unanimità e poi, altrettanto puntualmente, non approdano a nulla di concreto. Ora, di fronte al malcostume – l’ennesimo, per la verità – che ha sfregiato il Partito democratico a Bari, in Puglia e soprattutto a Torino e in Piemonte, decolla con rara tempestività la stesura di un rinnovato codice etico.

Non essendo più sufficiente nè un regolamento e, tantomeno, uno Statuto, ecco sfornare un novello codice etico per i prossimi candidati. A qualsiasi livello. Non è difficile prevedere il film. Discussione negli organismi di partito; accuse violente ed aggressive contro il sistema correntizio; interventi da parte di tutte le correnti contro il malcostume strisciante provocato dalle correnti di potere; approvazione all’unanimità del codice etico. Fine della discussione e convocazione immediata del tavolo delle correnti per la composizione degli organigrammi, la scelta delle candidature e la designazione delle nomine del momento.

Ora, per evitare questo epilogo simpatico ma anche un grottesco, e seppur senza alcuna deriva moralista ma anche senza l’ennesima ipocrisia, credo che la segretaria nazionale del Pd che era ed è radicalmente estranea ed esterna – per la sua formazione personale, per il suo stile e per la sua cultura – a qualsiasi concezione clientelare della politica o, peggio ancora, alla commistione tra affari e politica, ha la possibilità concreta di invertire la rotta che sin qui ha trionfato nel Partito democratico. Perché il malcostume di Torino e del Piemonte non è affatto una eccezione rispetto al quadro nazionale del partito ma, purtroppo, è un sistema che si può espandere rapidamente in un contesto dove l’assenza della politica e del dibattito politico sono stati semplicemente sostituiti da gruppi di potere e da camarille che vengono costruiti unicamente per la distribuzione del potere nel partito e poi, e di conseguenza, nelle istituzioni.

Si tratta, cioè, – anche se l’operazione non è affatto facile nè rapida – di far sì che gli organismi di partito non vengano più composti unicamente attraverso questi gruppi di potere ma siano l’espressione di culture politiche, di mondi vitali della società e della vivacità dell’elettorato di riferimento del Partito democratico. Del resto, anche perché non c’è nulla di particolarmente rivoluzionario da imparare, è appena sufficiente verificare cosa capitava in un altro grande partito popolare del passato – anche se il Pd è tutt’altra cosa dalla Dc – per arrivare alla conclusione che le correnti o le aree o le componenti hanno un senso all’interno di un partito solo se sono rappresentative di un pezzo della società, se sono espressione di una cultura e, infine, se hanno una classe dirigente di riferimento autorevole e qualificata. Elementi e tasselli che non hanno nulla a che fare con le regole, i regolamenti, gli statuti e soprattutto con i codici etici.

È la politica, al contrario, e giunti a questo stato di degrado, che deve trionfare e prevalere. Gli accorgimenti organizzativistici sono del tutto inutili. O meglio, non riescono né a condizionare e né a moralizzare la vita di un partito che resta scientificamente organizzato e plasmato attorno ad un modello ormai del tutto logorato ed improponibile.

Ma per centrare questi obiettivi sono necessari alcuni ingredienti di fondo. Dal coraggio alla coerenza, da una precisa determinazione alla volontà di ricreare un nuovo modello del partito. Frutto di un progetto politico da mettere in campo e non il prodotto dell’ennesimo maquillage di cavilli e di norme organizzativistiche. In discussione, infatti, non c’è solo il futuro del più grande partito della sinistra italiana ma anche, e soprattutto, il cambiamento e il rinnovamento della intera politica italiana.

Tra Tajani e Marina Berlusconi un gioco delle parti?

Ieri, riferisce Repubblica, Marina Berlusconi aveva voglia di parlare di politica. «Spero che alle Europee i partiti euroscettici vadano male». E poi, all’incalzare del giornalista, aggiungeva: «Credo che abbia molto senso e che sia giusto votare per Forza Italia che è un partito che nell’Europa crede per davvero e che ha l’Europa nel suo dna. Vista la situazione di tutto abbiamo bisogno meno che di un’Europa fragile […] Mi auguro che non facciano un buon risultato, che non crescano o crescano poco i partiti euroscettici». Naturalmente Salvini non deve averla presa bene.

Invece, come è ovvio, a prenderla bene è stato Tajani. «Ringrazio Marina Berlusconi – ha detto prontamente il segretario – per le parole di sostegno: dal primo giorno Marina e Piersilvio non hanno mai neanche per un minuto abbandonato il sostegno al movimento che hanno definito la più importante creatura del padre […] Le sue parole ci incoraggiano e ci fanno piacere: apprezziamo la sua discrezione. Ci sostiene sottolineando anche la differenza dei ruoli. Lei è una grande imprenditrice, col fratello segue le orme del papà».

Tajani indubbiamente si sente rinfrancato per un assist che rafforza la sua leadership sorniona e rassicurante. Qualche commentatore, nei giorni passati, lo ha persino paragonato a Forlani. Un’offesa, naturalmente alla memoria, per il flemmatico leader moderato della Dc. A Forlani si poteva addossare la colpa di una politica del rammendo, giocata all’ombra della mediazione, non di mancare di nerbo e di principi. Tajani è solo rammendo, per giunta senza grazia.

Cos’è Forza Italia sotto la sua guida? Dire che in Italia incarna la posizione del popolarismo europeo sembra un’ovvietà, essendo Tajani un vice presidente del Ppe, ma dietro l’ovvietà fa capolino il dubbio o peggio ancora lo sconcerto. Oggi il Ppe combatte i partiti euroscettici – quelli che la stessa primogenita di Berlusconi spera di vedere sconfitti alle elezioni – ma con essi in parlamento e nel governo gli Azzurri fanno squadra. Invece di combatterli, ne consolida il posizionamento e quindi l’abilità di manovra derivante dal potere.

Sembra dunque il gioco delle parti: la famiglia, impegnata ad estendere le sue Tv in Europa, si mostra contraria ai sovranisti; il partito, accomodato alla bell’e meglio sul carro meloniano, si attesta a difesa della unità del destra-centro. La logica degli affari obbliga a tener conto del potere oltre le Alpi, il calcolo della politica, come che sia, a sedere accanto ai nazionalisti e agli euroscettici. A quella destra, cioè, che i Popolari europei considerano un pericolo. Quousque tandem…?

Palestina, fermi i colloqui di pace. Biden pensa alla mediazione svizzera.

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

Hamas non ha ancora risposto all’offerta fattagli da Israele con la mediazione di Stati Uniti, Qatar ed Egitto durante l’ultimo ciclo di colloqui per il cessate-il-fuoco e la liberazione degli ostaggi che si è svolta al Cairo nel fine settimana. Lo ha dichiarato il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan.

“Ho parlato con il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed [bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani], questa mattina [ieri per chi legge, ndr.] Non ha ancora una risposta da Hamas. Gli ho fatto pressione per cercare di ottenere una risposta da loro il prima possibile”, ha detto Sullivan durante un briefing con la stampa.

Il direttore della Cia William Burns si è recato domenica al Cairo, in Egitto, per partecipare a una “maratona” che si è protratta fino a tarda notte. I rappresentanti di Stati Uniti, Israele, Qatar ed Egitto hanno partecipato all’incontro e gli ultimi due hanno comunicato con Hamas durante i colloqui, ha dichiarato Sullivan.

Secondo Sullivan, Israele ha fatto “alcuni passi in avanti” in termini di quello che il Paese ha messo sul tavolo per raggiungere un accordo con Hamas.

Negli ultimi mesi ci sono state diverse tornate di colloqui per il cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza, ma finora sono fallite. Al Thani ha affermato che l’opposizione di Israele al ritorno dei palestinesi nel nord della Striscia di Gaza sta ostacolando i progressi nei colloqui per la tregua, che si sono arenati sugli stessi punti discussi a Parigi a marzo.

Il 7 ottobre, il movimento integralista islamico palestinese Hamas ha lanciato un attacco missilistico su larga scala contro Israele e ha violato il confine, attaccando sia i quartieri civili sia le basi militari.

Intanto si apprende che il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, intende partecipare alla prossima conferenza di pace sull’Ucraina ospitata dalla Svizzera. Lo ha riferito il quotidiano svizzero Neue Zurcher Zeitung (Nzz), che cita persone informate sulla questione. Washington non ha ancora dato conferma, che probabilmente ci sarà poco prima dell’evento, soprattutto perché Svizzera e l’Ucraina non hanno ancora inviato gli inviti ai Paesi partecipanti. A inizio aprile, i media hanno riferito che la conferenza potrebbe svolgersi dal 16 al 17 giugno, con la partecipazione soprattutto dei Paesi del Sud globale. Il 15 gennaio, la presidente svizzera Viola Amherd ha dichiarato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiesto a Berna di ospitare un vertice di pace sull’Ucraina. Kiev vuole che la comunità internazionale approvi il piano di pace in 10 punti di Zelensky, spesso indicato come “formula”, ha dichiarato la presidenza ucraina.

Il ministro degli Esteri svizzero Ignazio Cassis ha poi affermato che la Russia deve partecipare a qualsiasi processo di pace relativo al conflitto ucraino. Il 23 gennaio, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov si è incontrato con Cassis e gli ha detto che Mosca ha preso in considerazione la decisione di Berna di allontanarsi dai suoi principi di neutralità e di sostenere pienamente Kiev. Il 3 febbraio, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha dichiarato che il potenziale della Svizzera come “onesto mediatore” nella risoluzione del conflitto si è esaurito, con Berna che “aderisce ciecamente” alle politiche di Stati Uniti e Unione Europea.

Rinascita Popolare | Cristianesimo democratico e liberalismo a confronto.

Esistono tre grandi correnti di pensiero politico che in Italia hanno trovato terreno fertile: quella d’ispirazione cristiana, quella liberale e il marxismo.

Le prime due non hanno un carattere organico. Il pensiero cristiano ha confluito nell’alveo della Dottrina sociale un numero ampio ed eterogeneo di affluenti, il liberalismo scaturisce da riflessioni di pensatori accomunati da ispirazioni simili ma anche molto diversi tra di loro, nonché da battaglie condotte ”in vivo” nel segno della libertà; il marxismo che pure privilegia la dualità di teoria e prassi è più sistematico e se è vero che non ne esiste una sola versione la dottrina presenta un’organicità sconosciuta alle altre due.

Del rapporto fra marxismo e cristianesimo si è detto e scritto molto, soprattutto qualche decennio fa (pensiamo all’opera di Maritain e agli esperimenti talora controversi della “teologia della liberazione”, la più politica certamente delle teologie). Meno esplorata è invece la relazione fra liberalismo e pensiero politico di ispirazione cristiana (uso questa formula per allargare il campo di indagine anche se il termine Dottrina sociale, seppur apparentemente focalizzato sulle questioni economiche sia già epistemologicamente significativo).

Chi volesse approfondire la conoscenza del liberalismo può avvalersi di intere librerie; io suggerirei un ottimo compendio di quella dottrina politica, Il Liberalismo in un mondo in trasformazione, di Nicola Matteucci (Il Mulino), dove si rimarca il fatto che un tratto caratterizzante del pensiero liberale è il realismo (“…il momento del potere e della forza è ineliminabile dalle società umane… dunque il potere può essere diviso o limitato… alla violenza si deve contrapporre un’autorità legittima e responsabile”, pag. 46). Ma il realismo non è anche appannaggio, quasi a livello genetico, del pensiero cristiano?

Sturzo poneva al centro dell’azione politica e dello Stato la persona considerata nella sua “finalità” naturale e insieme soprannaturale. Due dimensioni distinte ma, come annotava Giuseppe Lazzati (il “beato” rettore dell’Università cattolica) mai separate nell’ambito dell’unità della persona.

L’apertura al soprannaturale, che discende dall’“attualità” della redenzione, non significa certo che l’uomo sia simile a un angelo: non abbiamo raggiunto la perfezione, siamo “già” salvati ma prigionieri del “non ancora”. Con tutti i nostri limiti naturali, le nostre imperfezioni, il peso dei nostri peccati.

La dimensione spirituale è una specie di terminus ad quem: vivere coerentemente con la salvezza non può che tradursi in una ricerca incessante del miglioramento personale ma anche collettivo nella consapevolezza dei nostri limiti creaturali; la natura umana è costantemente messa in tensione con la promessa, soprannaturale, di redenzione, il cristiano vive ogni istante in questo dramma dialettico, in qualità di individuo o membro di una società. Come se Dio ci ripetesse: ti ho redento, ho abbattuto a prezzo del mio sangue la distanza esistenziale fra l’assoluto e il relativo, adesso spetta a te, creatura, il compito di vivere coerentemente con quest’orizzonte di senso che ho spalancato di fronte al tuo sguardo: nella dimensione individuale e collettiva.

È proprio all’interno dello spazio sociale che questa battaglia per superare il limite della natura trova il suo compimento più specifico: la famosa frase mille volte citata, “la politica è la forma più alta di carità”, appare la sintesi migliore di questa antropologia cristiana.

[…]

 

Per leggere il testo integrale

https://www.associazionepopolari.it/2024/04/09/pensiero-politico-di-ispirazione-cristiana-e-liberalismo/#post-

Titolo originale: Pensiero politico di ispirazione cristiana e liberalismo.

AgenSir | Aborto, Vescovi europei all’attacco: no alla risoluzione dell’Europarlamento.

P. M. Barrios Prieto, segretario generale Comece (Foto Comece)

M.Chiara Biagioni

[…] “L’Unione Europea non può imporre ad altri, dentro e fuori i suoi confini, posizioni ideologiche sulla persona umana, sulla sessualità e sul genere, sul matrimonio e sulla famiglia, ecc”. È “la Carta dei diritti fondamentali dell’UE” a garantire questo rispetto e “non può includere diritti che non sono riconosciuti da tutti e che creano divisione”.

“Non esiste – incalzano i vescovi – un diritto riconosciuto all’aborto nel diritto europeo o internazionale, e il modo in cui questa questione viene trattata nelle Costituzioni e nelle leggi degli Stati membri varia considerevolmente”. La Comece invita pertanto a tenere in considerazione il preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’UE laddove afferma che si deve rispettare “la diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli d’Europa”, così come anche “le tradizioni costituzionali e gli obblighi internazionali comuni agli Stati membri”.

Segno di un testo scritto a più voci, la Dichiarazione è firmata da mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina (Italia), presidente della Comece e dai vice presidenti mons. Antoine Hérouard, arcivescovo di Digione (Francia), mons. Nuno Brás da Silva Martins, vescovo di Funchal (Portogallo), mons. Czeslaw Kozon, vescovo di Copenaghen (Scandinavia) e mons. Rimantas Norvila, vescovo di Vilkaviškis (Lituania).

 

  1. M. Barrios Prieto, segretario generale Comece (Foto Comece)

 

“Dal punto di vista della Chiesa è inaccettabile”. Così padre Manuel Barrios Prieto, segretario generale della Comece, definisce la proposta di Risoluzione. “È inaccettabile per vari motivi”, spiega il sacerdote. “In primo luogo perché si confonde sempre la promozione della donna, dei diritti e delle libertà della donna, con la promozione dell’aborto. Sono due cose totalmente diverse e noi lavoriamo per una Europa, in cui essere madri non significhi un problema per la propria vita professionale, sociale, e personale. Non si possono confondere i due ambiti della promozione della donna e della promozione dell’aborto, come a volte si fa”.

“In secondo luogo – aggiunge don Prieto -, l’aborto non può essere visto come un diritto. Il diritto fondamentale è diritto alla vita. I vescovi fanno riferimento a questo nuovo a questa nuova Dichiarazione del Dicastero per la dottrina della fede sulla ‘dignità infinita’ dell’essere umano. Dal primo momento del concepimento fino alla sua fine naturale, questa dignità della persona umana è inviolabile e sacra”.

Ci sono anche altre argomentazioni che utilizzano i vescovi per mostrare “l’infondatezza” di questo voto come, per esempio, il fatto stesso che nel preambolo, la Carta dei diritti fondamentali richiama appunto “il dovere dell’Unione europea di rispettare le diverse tradizioni legali, costituzionali, le culture dei diversi paesi. Alcune parti dell’Unione europea non possono imporre su altre una certa ideologia, un certo modo di vedere l’essere umano e la sessualità. Non è una sorpresa il fatto che siano i Paesi dell’est, costretti nella storia ad un’imposizione ideologica, a reagire con forza di fronte ad un’altra imposizione ideologica che adesso arriva dai Paesi dell’ovest”.

Infine i vescovi chiedono che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea debba “includere dei diritti in cui siamo tutti d’accordo e non imporre diritti che ci dividono. Questo non ha nessun senso”.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.agensir.it/europa/2024/04/09/vescovi-ue-su-risoluzione-parlamento-europeo-laborto-non-potra-mai-essere-un-diritto-fondamentale/

Germania e Italia, un dialogo essenziale all’Europa.

Germania-Italia, un dialogo essenziale per il futuro dell’Europa, la complementarietà di culture e sistemi socioeconomici diversi per un destino comune e condiviso con tutti i partners europei. È ciò che è emerso nell’incontro, promosso dall’associazione “I Popolari” del Piemonte, lo scorso 6 aprile a Torino, con Markus Krienke, componente del Comitato scientifico della Fondazione Konrad Adenauer e docente di Etica e Politica all’Università della Svizzera Italiana a Lugano.

Il prof. Krienke ha ricordato l’influenza esercitata dalla cultura tedesca sui tre padri fondatori dell’Europa postbellica. Infatti, accanto al tedesco Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi, erano entrambi provenienti da zone di frontiera con il mondo mitteleuropeo e per parte della loro vita furono cittadini degli “imperi centrali”. I tre statisti condividevano una comune lingua e cultura, tanto da poter parlare, secondo il professore tedesco, di radici carolingie alla base dell’integrazione europea.

E proprio sul successivo percorso di costruzione europea che ha visto, nei primi due decenni di questo secolo, la Germania, in un rapporto privilegiato con la Francia,  esercitare un ruolo guida, si è snodata la discussione, toccando i temi spinosi delle politiche di austerità, del debito, delle asimmetrie palesate dalla moneta comune, per giungere infine all’attuale fase e alle prospettive future. Pandemia e soprattutto guerra hanno costituito un forte shock per la Germania, trasformandola da locomotiva d’Europa a malato numero uno. La via di uscita da questa crisi, per il prof. Krienke, è rappresentata dalla capacità di mantenere saldo il modello di sviluppo improntato all’economia sociale di mercato, adattandolo alle nuove sfide, in un quadro in cui le regole economiche rivestono un ruolo primario.

Insomma, la Germania, fedele alla sua tradizione idealista, sembra scommettere ancora, riguardo al proprio futuro e a quello dell’Europa, sul primato esercitato dalla norma sulla politica. Come a dire: il riferimento al dover essere kantiano rispetto al principio tomistico di adeguamento dell’intelletto alle cose, ovvero alla realtà dei fatti. Questa è una differenza irriducibile tra i due mondi, quello germanico mitteleuropeo e quello latino mediterraneo.

Ma forse esiste una chiave per una possibile sintesi fra le due visioni. Si tratta della volontà di ripartire dal riconoscimento dello stato di necessità in cui si trova ora l’Europa, sotto molteplici punti di vista, tra cui quello della sicurezza, quello dell’energia, quello delle catene di approvvigionamento. Questioni che, anche nell’incontro dei Popolari subalpini, hanno richiamato l’attenzione sul nome di Mario Draghi, che da dopo la conclusione della sua esperienza di governo a Palazzo Chigi, è ripetutamente intervenuto su tali temi, portandoli all’attenzione del dibattito comunitario. Un nome sul quale l’esponente della Fondazione Adenauer si è mostrato possibilista rispetto agli incarichi di vertice nell’Unione Europea, di cui si parla per il prossimo quinquennio per l’ex presidente della Bce.

L’Europa del futuro dovrà essere in grado di correggere i suoi squilibri interni, come ad esempio quelli che ancora sussistono tra l’Ovest e l’Est della Germania o quelli fra Stati membri. Anche se restano ancora irrisolti i nodi del debito comune, di un fisco europeo e di un esercito europeo. Mentre, come ha rilevato il prof. Krienke, rispetto alla difesa comune la posizione della Germania è tradizionalmente favorevole, vedendo in essa la possibilità di superare i limiti imposti al proprio riarmo; mentre sulle questioni di bilancio e fisco europei è probabilmente il resto d’Europa ad attendere soprattutto dalla Germania un via libera.

In definitiva, la transizione ambientale e la transizione geopolitica hanno inciso molto sulla situazione attuale della Germania e di riflesso dell’intera Europa. Anche su questi temi il dialogo tra Germania e Italia risulta proficuo e se riesce a mantenersi entro il circuito della reciproca fascinazione, potrà dare quella spinta necessaria all’Europa per entrare da protagonista nell’era del multilateralismo.

Le elezioni europee s’annunciano disastrose al centro e a sinistra

Diciamola così: ormai la campagna elettorale europea (al solito giocata solo sulla politica-politicante nazionale e non sui temi dell’Unione, nonostante sia evidente quanto essi siano ormai prioritari e decisivi a fronte della difficilissima situazione internazionale) è avviata in tutta la sua violenza propagandistica ed è pertanto impossibile – da qui a giugno – impostare un qualsiasi ragionamento politico serio e orientato al futuro.

Parlando del centro-sinistra, che è il settore che mi interessa, gli errori clamorosi commessi da tutti i suoi possibili interpreti hanno reso impossibile un accordo che sapesse delineare una prospettiva capace di alimentare politicamente e culturalmente la costruzione di una alternativa reale e credibile all’attuale maggioranza di governo.

E dunque si tratta di attendere pazientemente il trascorrere del tempo senza farsi intontire dalle risse parolaie che i talk show televisivi ci propineranno nelle prossime settimane. Anzi, al contrario, lavorando di cervello per avviare la nuova fase, che inevitabilmente dovrà aprirsi dopo le elezioni europee.

Ciò detto, la base di partenza del ragionamento è chiara da tempo, ma in questi giorni è divenuta visibile anche a quanti si sono illusi immaginandosi scenari politici fallaci e intrinsecamente sbagliati.

Il Pd ha radicalizzato la propria immagine, prima ancora che la propria politica, perdendo così in buona misura credibilità presso una larga fascia di cittadini che pure avevano dato credito alla sua promessa riformatrice. Ha creduto di poter competere con la Destra ipotizzando una mera sommatoria elettorale con un movimento populista che il suo nuovo capo sta trasformando in un partito personale – secondo il costume dell’epoca – guidato dal suo obiettivo personale (che, come è noto, è uno solo: Palazzo Chigi), senza comprendere che un partito con la sua radice politica e matrice culturale non può associarsi a chi quella radice e quella matrice ha da sempre irriso e ancor oggi disprezza, intriso com’è di populismo opportunista (e qui si potrebbe allegare il lungo elenco delle scelte anche parlamentari fatte nel tempo dal M5S, anche recentemente).

I presunti alfieri del Centro, per parte loro, dopo aver ideato un Terzo Polo che avrebbe potuto sviluppare un potenziale interessante anche dal punto di vista elettorale e non solo contenutistico-programmatico lo hanno prontamente sfasciato in ossequio a logiche individualistiche incompatibili con una progettualità politica di respiro e prospettiva. Col risultato di essersi visti costretti a ricercare qualche “alleanza di scopo” (con un’unica motivazione: superare lo sbarramento del 4%) che immiserisce la politica e i valori che dovrebbero animarla e così, assai probabilmente, facendo aumentare ancora la schiera sempre più numerosa di italiani che non sentendosi rappresentati da un bipolarismo per essi costringente non si recheranno alle urne in quanto non certo stimolati da liste plurime inserite in un unico cerchio sulla scheda elettorale col solo obiettivo di raggiungere una percentuale anziché di costruire una politica capace di spezzare quel bipolarismo forzato.

E dunque? Dunque, come detto, da metà giugno qualcuno dovrà sparigliare per costruire una proposta nuova, che ponga i gruppi dirigenti di cui qui abbiamo parlato innanzi alle loro responsabilità e che sappia oltrepassarli. Oltrepassarli, non sostituirli. Perché bisognerà andare oltre uno schema ormai superato.

Alligna il malcostume delle correnti e nessuno se ne accorge…

Nel Pd, da sempre, aleggia una strana sensazione. Perché tra i molti misteri che allignano in quel partito ve n’è uno che merita di essere citato ed approfondito. Si tratta del ruolo delle correnti o dei gruppi o meglio delle bande organizzate che scorrazzano e che dominano nel partito sin dalle sue origini.

Dunque, il film è più o meno sempre lo stesso. Dalle Alpi agli Appennini, dal Trentino alla Sicilia. I gruppi interni organizzati – nulla a che vedere, come ovvio, con le storiche e qualificate correnti della Democrazia Cristiana – sono i veri padroni del partito. A tutti i livelli e in qualsiasi territorio. Non a caso prima ti riconosci in una banda o corrente interna e poi ti iscrivi al partito. Un format che non fa neanche più notizia talmente è nota la questione. E questi gruppi, come da copione e come tutti, ma proprio tutti, sanno, decidono candidature, organigrammi e nomine varie.

Ed è proprio in questo momento che subentra l’equivoco. Perché ogni segretario nazionale, di qualsiasi provenienza culturale sia e al di là di qualunque percorso politico abbia avuto nel passato, la prima solenne battaglia che annuncia è spietata ed irremovibile: lotta senza quartiere alle correnti, a questi grigi ed incolori centri di potere, alle loro ramificazioni clientelari ed affaristiche e a tutto ciò che anche solo lontanamente viene equiparato al correntismo esasperato.

Perché, e giustamente, tutto ciò non rientra nei canoni di una politica pensata, trasparente, credibile, elaborata e alta. E quando il segretario nazionale di turno assume questo solenne impegno nei vari consessi di partito, ogni corrente – per bocca del suo capo locale o nazionale – si associa in modo fervido se non addirittura aggressivo a questo impegno minacciando tutti che “si deve svoltare”, che d’ora in poi ci sarà “un nuovo inizio”, che la “discontinuità” è oramai alle porte e “che mai più si verificheranno comportamenti dettati ed ispirati al più bieco correntismo”.

Dopodiché, a riunione ultimata, il tavolo delle correnti e delle varie cordate si riunisce per procedere alla spartizione di turno e via discorrendo.

Ora, per evitare di continuare a descrivere una narrazione divertente ma alquanto triste e anche un po’ ipocrita, credo sia giunto il momento per invitare il più grande partito della sinistra italiana, cioè il Partito democratico, a sciogliere definitivamente il nodo. Ovvero, o il vertice nazionale ha la forza per azzerare definitivamente ed irreversibilmente il malcostume di un correntismo radicalmente estraneo alla politica, al suo radicamento sociale e territoriale e alla sua capacità di saper rappresentare pezzi di società, oppure si prenda atto – ma senza ulteriori ipocrisie – che il sistema Torino, tanto per citare l’ultimo degli esempi che è balzato all’onore delle cronache, non è un corpo estraneo nella vita quotidiana del partito ma, purtroppo, ne rappresenta quasi la regola.

Anche perché fanno sempre un po’ tenerezza i segretari locali di turno nel sottolineare che “il partito è del tutto estraneo a simili comportamenti” quando tutti sanno, o sapevano, che proprio quei comportamenti hanno purtroppo caratterizzato e accompagnato il partito per molto tempo.

Ecco perchè il tema delle correnti nel Pd non ha un risvolto solo organizzativistico ma assume, adesso più che mai, una valenza decisamente politica. Per non dire anche etica. Ma più che i solenni pronunciamenti, tutti formali e privi di qualsiasi conseguenza concreta, adesso devono parlare solo i fatti. Il resto è solo ipocrisia e presa in giro.

Una nuova fratellanza. In Piemonte documento interconfessionale per la pace.

Nell’ultima riunione del Comitato Diritti Umani e Civili della Regione Piemonte, svoltasi il 6 aprile a Palazzo Lascaris, s’è tirato un ideale bilancio finale delle attività portate avanti dal 2021 fino a oggi. “Abbiamo svolto un grandissimo lavoro in questi anni, con numerosi eventi che hanno spaziato su molti argomenti. Il Piemonte è l’unica regione ad aver istituito questo organismo e possiamo dire di aver vinto questa scommessa perché i risultati ci confortano. Ci siamo impegnati con passione e dedizione per difendere i principi fondamentali di giustizia, uguaglianza e dignità per tutte le persone, spesso vittime di regimi illiberali o realtà in stato di guerra”, ha spiegato il presidente del Consiglio regionale e presidente del Comitato Stefano Allasia, che ha anche ringraziato tutte le realtà che compongono l’organismo.
L’incontro è stata l’occasione per approvare un documento proposto unitariamente dal Coordinamento interconfessionale del Piemonte, come ha spiegato il vicepresidente del Comitato Giampiero Leo: “Adottiamo all’unanimità la richiesta di rilascio incondizionato degli ostaggi in mano ad Hamas e la cessazione dei bombardamenti israeliani in seguito agli attacchi del 7 ottobre. Non possiamo accettare, inoltre, che si boicottino i rapporti fra istituzioni culturali quali le università, che sono invece campi aperti alla conoscenza e allo scambio dei saperi. Con l’ovvia eccezione che si tratti di accordi che prevedono ricerche con finalità militari”.
Durante la seduta sono intervenuti due rappresentanti di Defend Kurdistan, iniziativa in difesa della libertà in quelle zone per un popolo – sostiene l’organizzazione – che da secoli subisce un genocidio e sta provando a mettere in atto un esperimento di democrazia in un luogo dove i diritti sono pesantemente attaccati da più parti, in particolare da Turchia e Isis. Dall’organismo regionale l’impegno a continuare la collaborazione su questi temi.
Lo stesso impegno è stato assunto nei confronti dell’associazione Aglietta e altre che hanno richiamto l’attenzione sulla già tragica situazione della popolazione ucraina, ulteriormente aggravata dagli ultimi feroci attacchi sui civili da parte russa.
Il Comitato ha infine espresso solidarietà per le popolazioni colpite dal terremoto a Taiwan.

 


Il documento del Coordinamento interconfessionale “Noi siamo con voi”

Come coordinamento fra fedi religiose differenti non possiamo non avere una concezione della Pace come una qualità dello Spirito ma i tempi che viviamo ci sembrano mostrare segnali di grave dimenticanza di questa qualità. L’oscuramento della ragione e la propaganda profana, privano i credenti di una chiarezza d’intenzione, essi non sono più capaci di porsi al servizio del bene comune, mentre si esasperano le animosità e le contrapposizioni.

Come religiosi siamo chiamati a reagire a questa morte dell’intelligenza e a preparare insieme le basi di una nuova fratellanza e alleanza basata sulla virtù della fede. Temiamo che non ci possa essere una pace autentica in nessun luogo del mondo se non si ferma questa involuzione diffusa della mentalità e se non si fa prevalere una prospettiva di conoscenza spirituale, ripartendo dalle letture delle nostre benedette fonti dottrinali.

La storia ci insegna che anche nei momenti più bui delle guerre l’incontro fra persone di elevata caratura spirituale come per esempio quello tra San Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil Muhammad Ayubi possono produrre miracoli e determinare una conversione dei cuori e un nuovo ciclo di rapporti tra popoli e credenti. Non ci resta che pregare, ciascuno a proprio modo, lo stesso Principio, alla base di ogni religione autentica, di essere parte di questo cambiamento spirituale.

Per scendere nelle contingenze non possiamo non chiedere il rilascio incondizionato degli ostaggi in mano ad Hamas e la cessazione dei bombardamenti israeliani, non possiamo non pregare per la fine delle soffenzenze cominciate il 7 ottobre 2023.

E non possiamo accettare che si boicottino i rapporti fra istituzioni culturali quali le università; l’ambito della istruzione dovrebbe essere un campo aperto alla conoscenza e allo scambio dei saperi, invece di boicottaggi uniamo i nostri sforzi perché le università siano effettivamente ciò per cui sono nate e non arene per dibattiti politici faziosi.

Il democristiano Junker denuncia il pericolo della destra in Europa

È passata purtroppo inosservata l’intervista concessa il 24 marzo scorso al quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 Ore, dal lussemburghese Jean-Claude Juncker, già presidente della Commissione europea. L’intervistatore, Beda Romano, lo definisce un «democristiano del nord»: sebbene non stia più alla ribalta, esercita ancora un ruolo influente nell’ambito del Ppe.

Le sue affermazioni sulla crescita della destra, in Germania e altrove, dovrebbero far riflettere. «In realtà il fenomeno – dice a Romano – non è solo nazionale o tedesco ma riguarda più o meno tutti i Paesi membri. Ciò accade perché la situazione politica è confusa e perché i partiti politici tradizionali resistono male alla tentazione di affermare in altro modo ciò che già dicono i partiti di estrema destra. Non si combatte l’estrema destra ripetendo le sue parole, molto spesso inaccettabili, ma affermando il loro contrario. Altrimenti corriamo alla rovina».

Ma perché avanza questa corrente estremista? «I motivi del successo dei partiti estremisti – spiega – non dipendono dall’assetto incompiuto dell’Unione. In realtà, i problemi affrontati dalle nostre società sono crescenti, il mondo non è mai stato così complicato, le vecchie certezze cadono una dopo l’altra». E continua: «Per fermare il discorso dell’estrema destra bisognerebbe che i governanti dicessero ai governati la cosa seguente: se l’estrema destra dovesse governare ovunque, con i concetti che le sono propri, quale sarebbe l’Europa nella quale vivremmo? Non sarebbe l’armonia europea, ma la discordia dichiarata, perché se coloro che promuovono il rigetto dell’altro guidassero tutti i Paesi europei sarebbe il caos».

Per questo, a suo giudizio, non bisogna abbassare la guardia. «L’estrema destra agli occhi di alcuni ingenui appare come un pericolo minore perché altre forze politiche fanno da contrappeso. E se l’estrema destra dovesse vincere su tutta la linea quale sarebbe l’identità dell’Europa, e quale sarebbe l’immagine che l’Europa darebbe sulla scena internazionale? E su questo punto che dobbiamo attaccare l’estrema destra. Supponiamo che abbia ragione e che vincesse ovunque, in che situazione saremmo? Una situazione che ricorderebbe molto rapidamente le nefaste esperienze del passato».

In ultimo, il dialogo si ferma sul perché l’euroscetticismo abbia messo radici anche in Italia. La risposta mette freddamente a nudo il fatto che si nascondono «le debolezze autobiografiche del Paese, e con questo termine intendo dire nazionali, con degli attacchi incessanti contro l’Unione».

Fin qui Junker, lucido testimone del’europeismo di antica matrice cristiano sociale. E invece, cosa dire dei sedicenti «popolari» nostrani, indifferenti ai rischi di contaminazione con quelle forze che Junker giudica pericolose? Come valutare cioè l’alleanza organica di Forza Italia con la destra di Salvini e Meloni, per giunta in posizione subordinata? Quale coerenza può sussistere tra l’adesione al Ppe, impegnato a difendere una linea di resistenza nei riguardi del sovranismo, e l’abbraccio in Italia con i partiti, in specie la Lega, che del sovranismo menano vanto? Si fa presto a dire che il problema non esiste perché a vigilare sull’ortodossia europeista – ma quale? – ci pensa il ministro Tajani e l’area moderata della coalizione governativa.

I conti non tornano, se di conti possiamo parlare quando è in ballo la credibilità di una linea politica.

 

P.S. E sull’accordo tra Cesa e Salvini, meglio stendere un velo pietoso.

Dibattito | Macroregioni come contrappeso al forte governo centrale.

Lo scontro avvenuto nei giorni scorsi tra Luca Zaia e l’On. De Luca jr sul progetto di autonomia differenziata ripropone anche a noi dc e Popolari un tema che, specie nel Veneto, ha rappresentato per molti anni un fattore di seria riflessione, sfociato nella proposta della macroregione del nordest, che come Popolari del Veneto formulammo nel 2015.

Eravamo e siamo infatti convinti che esista, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli-Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale. Una soluzione a costo “zero” per lo Stato. E come? Attraverso l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ossia promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto).

In tal caso si determinerebbe la convocazione di un referendum che, se avesse esito positivo, obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto. Fondere due regioni speciali e una ordinaria avrebbe comportato necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarebbe stata una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’intero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo al Trentino Alto Adige  e al Friuli Venezia Giulia. Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appariva a tutti noi uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio.

La proposta avrebbe potuto nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria. Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum.

La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, decisero diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo per la cui indizione si è ebbe via libera dalla Corte costituzionale. Comprensibili le opposizioni di chi considerava quella consultazione senza effetti concreti sul piano istituzionale; tuttavia, dopo che altre due richieste avanzate negli ultimi vent’anni erano state ignorate, noi Popolari veneti ritenevamo che non ci si dovesse far sfuggire l’occasione per gridare alto e forte la nostra volontà di acquisire una più ampia autonomia del tutto simile a quelle di cui godono i nostri fratelli del triveneto: friulani, trentini e alto-atesini.

Alla fine, perciò, anche noi popolari veneti partecipammo convintamente al voto referendario del 22 Ottobre 2017 a sostegno di quell’autonomia regionale che è parte essenziale della nostra migliore tradizione e cultura politica. Una forte partecipazione fu ottenuta in quel voto, così come fu plebiscitario il sostegno a una maggiore autonomia della nostra Regione, costituendo, come di fatto è avvenuto, la precondizione politica per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. Ritenevamo, ora come allora, che 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti siano una cifra enorme non più sostenibile. Non intendevamo e non intendiamo sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma riteniamo che non possano più essere accettati gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana e di altre realtà meridionali o lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia.

Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.

Il tema è ancor più attuale oggi con la volontà espressa dal governo Meloni di procedere verso un premierato che si potrebbe accettare solo se bilanciato da una struttura istituzionale di tipo federale sul modello tedesco, ossia, con la presenza di un sistema organizzato su cinque o sei macroregioni in grado di superare l’attuale frammentazione non più compatibile con la realtà italiana nel contesto europeo e internazionale. Saremmo di fronte a una profonda modifica dell’assetto costituzionale perseguibile non con il ricorso a referendum a cascata sulle principali modifiche istituzionali, ma solo con l’indizione di una nuova assemblea costituente con noi dc e Popolari disponibili a sostenere un cancellierato sul modello tedesco, espresso da una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e sfiducia costruttiva e con un bilanciamento istituzionale garantito tra cancellierato e macroregioni.

Auguriamoci che i due progetti di riforma presenti in parlamento – premierato e autonomia differenziata – non siano solo motivo di scambio politico tra Fratelli d’Italia e Lega, e quindi di un governo espressione di un parlamento eletto da una minoranza del corpo elettorale, ma l’occasione per un dibattito serio istituzionalmente risolvibile solo attraverso un’assemblea costituente non più rinviabile.

Rocca la spunta con Moody’s, ma dov’è il suo modello Lazio?

La notizia è di qualche giorno fa. L’agenzia Moody’s ha promosso il rating della Regione Lazio, portandolo da Ba1 a Baa3. Un risultato che premia indubbiamente il lavoro svolto in un anno dalla giunta Rocca.

Bisogna sottolineare, alla luce di quanto rilevato dagli analisti di Moody’s, come la Regione sia passata da un livello “non-investiment/speculative” a “lower medium”, diventando più attrattiva per gli investitori. Moody’s ha apprezzato il processo che ha portato al rafforzamento delle buone pratiche di governance, fino a centrare l’obiettivo dell’azzeramento del deficit corrente.

Certo, non è tutto oro quel che luccica. Voci critiche hanno ricordato il peso del debito, per il quale, a lungo andare, la sostenibilità degli oneri finanziari tornerebbe precaria. Si è parlato addirittura di regalo da parte di Moody’s, anche se in precedenza altre agenzie avevano rivisto il giudizio sulla Regione, alzando egualmente il rating. Tutto dipende, allora, dalla capacità di stabilizzare il trend che segna effettivamente un’inversione di tendenza. Se la prudenza è d’obbligo, non lo è il pessimismo forzato e perciò strumentale.

Rocca è stato più volte attaccato per i suoi trascorsi nelle file dell’estremismo di destra. Una volta eletto, ha però dimostrato di essere lontano anni luce da quel cliché giovanile, mostrando indubbie doti di equilibrio e buon senso. Anche i suoi rapporti con Gualtieri, specialmente sui vari dossier relativi alla gestione del Pnrr e del Giubileo, hanno messo in risalto la propensione a un uso finanche garbato di poteri e competenze a lui attribuiti. Sarebbe pertanto ingiusto disconoscere la misura con la quale ha garantito una sana cooperazione nell’interesse di Roma.

Rocca adesso è a un bivio. Avendo portato a casa la promozione sul bilancio, deve compiere un salto di qualità nella direzione politica della Regione. Gli serve uno scatto di fantasia, qualcosa che lo riscatti dall’immagine grigia di onesto penitente per “colpe” passate, un piglio capace di aggredire una logica di sviluppo del Lazio. La sua coalizione appare piuttosto un cappio, invece di essere una risorsa. È solo, a dire il vero, forse più di quanto egli stesso non sia diposto a riconoscere. Insomma, ancora non si vede un Modello Rocca.

Succede Oggi | Una mostra a Perugia sul pittore che inventò San Francesco.

Era un umbro o un forestiero? Un laico o un frate? Chi fosse e che nome avesse non lo sa nessuno, e proprio per questo la mostra della Galleria Nazionale dell’Umbria ha come titolo, “L’Enigma del Maestro di San Francesco”. E di interrogativi ce ne sono altri: quale era la sua formazione? A quale titolo venne scelto per costruire l’identità del Poverello, l’essenza del suo messaggio?

Nell’ottavo centenario delle stimmate, che apre gli anniversari francescani e che verrà seguito da quello del Cantico delle Creature e da quello finale della morte, non si poteva non partire da chi creò l’immagine del santo. L’ipotesi più suggestiva è che anche lui fosse un frate francescano. L’operazione religiosa e culturale che realizzarono i suoi dipinti è quella dell’alter Christus, rappresentato con le stimmate e la piaga del costato, che appare per la prima volta nella tavola della Porziuncola. È stato l’anonimo pittore, secondo nel duecento solo a Cimabue, il principale protagonista di una vera e propria campagna di canonizzazione dell’iconografia che vuole Francesco come Cristo. Che stabilisce il parallelismo fra la vita del santo e la Passione.

Il maestro venne scelto per affrescare la Basilica inferiore per due motivi: Il primo è certamente lo straordinario talento e la raffinatezza tecnica, ma probabilmente c’è di più. C’è la sua sintonia con la lettura che della vita e delle opere del Poverello dette, con il pieno favore papale, san Bonaventura. Alessandro IV certificò con una bolla l’esistenza della piaga nel costato di San Francesco. Un segno questo che lo legava indissolubilmente al Cristo.

La Chiesa in quel periodo stava vivendo un momento di crisi, il Duecento fu un secolo di grandi cambiamenti sociali, economici, culturali. Assisi e l’Umbria furono fra i luoghi d’Italia e d’Europa dove venne meglio compreso lo spirito del tempo. E Francesco realizzò una rivoluzione nel sistema, senza rompere con la Chiesa, inginocchiandosi anzi davanti al Papa.

Innocenzo IV, di ritorno da Lione, si fermò due anni a Perugia e sei mesi ad Assisi. Durante il suo soggiorno intuì la forza dirompente del messaggio francescano. La capacità di rifondazione del Cristianesimo che possedeva in nome della imitatio Christi. L’immagine del sogno del Pontefice che vedeva Francesco sostenere la Chiesa, dipinta nella Basilica superiore, la dice lunga su quale fosse la narrazione che si voleva trasmettere. L’anonimo maestro duecentesco fu il media grazie al quale diventò universale il significato profondo della rivoluzione senza strappi.

 

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https://www.succedeoggi.it/2024/03/invenzione-di-francesco/

Titolo originale: L’invenzione di Francesco

 

 

Politica Insieme | Innaturale l’alleanza in Europa tra Popolari e Conservatori

A destra come a sinistra c’è non solo la legittima competizione elettorale tra forze che, per quanto siano alleate sul piano nazionale, concorrono al voto europeo singolarmente. C’è un evidente disallineamento in quanto ai contenuti delle rispettive proposte politiche tra Fratelli d’ Italia e Lega da una parte, Pd e Movimento 5 Stelle dall’altra. Ne consegue una sovrapposizione sghemba in virtù della quale, il livello nazionale del confronto interferisce con quello europeo e ne confonde i termini.

La stessa cosa succede rovesciando le parti: le posizioni che si assumeranno a livello del Parlamento Europeo – soprattutto quando si tratterà di eleggere la Commissione – difficilmente potranno essere ricomprese e ricomposte pacificamente nel quadro nazionale. Tutto ciò – ma è presto per dirlo e per comprendere come si porrà la questione – in qualche misura, fin d’ora, proietta i risultati della consultazione del prossimo mese di giugno, addirittura sull’ incipit del cammino che, sia pure ancora remoto, ci condurrà, nel nostro Paese, al prossimo rinnovo del Parlamento nazionale.

In un contesto del genere, è soprattutto Forza Italia – di fatto l’unico partito a rappresentare il PPE in Italia e, dunque, l’unica via d’ accesso, per l’ elettorato italiano, alla forza politica che in Europa custodisce i valori della tradizione cristiano-sociale e cattolico-democratica – a ritrovarsi in una posizione per un verso difficile e problematica, per altro verso interessante e potenzialmente creativa, se così si può dire. Non è difficile ipotizzare che, dopo le europee, qualunque ne sia l’ esito, si andrà incontro ad un rimescolamento non solo delle relazioni tra gruppi parlamentari europei, ma anche all’ interno dei singoli gruppi e, quindi, dei rispettivi partiti.

Forse soprattutto il Partito Popolare Europeo dovrà affrontare un confronto interno che, nell’attuale frangente storico, potrebbe rivelarsi decisivo sia per le sorti dell’ Europa che per la fisionomia e l’identità dei “popolari europei”. Identità che sarebbe fatalmente compromessa ove prevalessero, nel PPE, posizioni che dimenticassero la lezione di De Gasperi, Adenauer, Schuman. Grandi statisti, grandi democratici-cristiani che hanno immaginato l’Europa come progetto di pace. E prospettiva di quel possibile nuovo ordine delle relazioni internazionale che diventa oggi di attualità stringente. Soprattutto, progetto sostenuto dalla denuncia e dal ripudio morale della violenza imposta dalla barbarie bellica del nazi-fascismo.

Insomma, un’alleanza del PPE con le destre – men che meno con l’accoppiata Salvini-Le Pen, ma neppure con le pose apparentemente più suadenti, auspice la sempre garrula e sorridente Ursula, dei Conservatori di Giorgia Meloni – non ci sta con la storia e con l’ambizione di una forza politica, che, se mai avesse dei dubbi o l’avesse scordato, deve decidere cosa intende essere. Se vuole o meno continuare ad esprimere una visione dell’Europa orientata da una forte e coerente ispirazione ai valori del cristianesimo ed alla loro declinazione sul piano politico e civile.

Resta da dire che questa sovrapposizione di piani, quello europeo e quello nazionale, non può restare impregiudicata. Va risolta, riconoscendo che è quello europeo che, almeno così dovrebbe essere “comanda” l’altro. Sia pure a condizione di dover riportare l’ orientamento della politica nazionale nell’ alveo degli indirizzi e delle alleanze europee.

 

Per leggere il testo completo

https://www.politicainsieme.com/i-popolari-a-roma-e-a-strasburgo-di-domenico-galbiati/

Cosa resta della diversità morale della sinistra?

Come sappiamo da sempre, e come da copione, ritorna – seppur periodicamente – la cosiddetta “questione morale” nella concreta dialettica politica italiana. Un malcostume che accompagna la politica italiana e che, purtroppo, resta una costante nella vita dei partiti. O meglio, in ciò che resta

dei partiti dopo l’uragano tangentopoli. Ma l’aspetto che non si può non cogliere in queste vicende – dallo scandalo di Bari e della Puglia a quello di Torino – non è solo il plateale coinvolgimento nelle pratiche del malcostume anche di esponenti del Partito democratico o vicini al Partito democratico. Semmai, si tratta di prendere atto, e definitivamente – anche se quasi tutti lo sanno ma ipocritamente continuano a nasconderlo – che non c’è nessuno, ma proprio nessuno, che sulla questione morale può vantare una esclusiva, una primogenitura o una verginità. E men che meno la sinistra ex e post comunista italiana.

Certo, tutti sappiamo – almeno quelli che non fingono – che storicamente è stata la sinistra, nelle sue multiformi espressioni e declinazioni, a rivendicare l’esclusiva della titolarità dell’onestà nella politica. Locale e nazionale. Non è neanche il caso di ricordare i vari passaggi politici e storici talmente sono noti e palesi. Basti ricordare gli attacchi ripetuti, insistenti e addirittura ossessivi contro l’intera esperienza della Democrazia Cristiana per rendersene conto. Attacchi che sono poi platealmente culminati con la proposta, dopo il preambolo di Donat-Cattin del 1980, di un

“governo di alternativa morale al sistema di potere della Democrazia Cristiana”. Una proposta che ha segnato anche il punto più basso della intera esperienza politica, culturale e storica del Partito Comunista Italiano. Un filo rosso che poi, e puntualmente, è proseguito con i partiti che sono succeduti al Pci, malgrado la presenza all’interno di questi nuovi soggetti politici di alcune culture e filoni di pensiero distinti e distanti dalla sinistra.

Penso, ad esempio, alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo democratico e popolare nella prima fase del Partito democratico. Eppure, al di là dei partiti plurali e dell’archiviazione della prima repubblica, il vizio della “superiorità morale” della sinistra post comunista e di tutto il carrozzone mediatico, televisivo e giornalistico che continua a sostenerla, non si è mai discostato da questo caposaldo.

E cioè, la sinistra è “diversa” rispetto a tutti gli altri attori politici perchè è semplicemente più onesta e moralmente superiore. Un refrain che persiste tuttora e che continua, purtroppo, ad essere periodicamente e puntualmente smentito. E ciò che sta emergendo da Bari, dalla Puglia e da Torino – solo per fermarsi alle ultimissime vicende giudiziarie dove sono coinvolti esponenti del Pd, almeno così emerge dalle indagini in corso – non è che la conferma che non esiste alcuna “superiorità morale” da sbandierare, non esiste alcuna “diversità morale” rispetto agli altri partiti, a tutti gli altri partiti e, soprattutto, non esiste alcuna esclusiva nel campo della correttezza e della trasparenza dell’attività politica ed amministrativa.

Al riguardo, sarebbe opportuno che ne prendesse atto anche la nuova dirigenza del Pd che, almeno su questo versante, appare distaccata e del tutto estranea ad una modalità del far politica fatta di intrecci clientelari e di zone d’ombra. Serve, cioè, uno scatto d’orgoglio e una iniziativa politica da parte del principale partito della sinistra italiana che metta un punto a capo definitivo sulla antica e ormai sempre più grottesca “diversità morale”. Seppur con il dovuto rispetto per la storia politica, culturale ed ideologica della sinistra italiana ma con la certezza che nel rapporto – sempre difficile e articolato – tra etica e politica nessuno, ma proprio nessuno, può e deve rivendicare una verginità esclusiva e totalizzante.

Ricerca Censis, il soggettivismo indifferente è il male di cui occuparsi.

Di seguito i comunicato stampa del Censis

 

Ripartire da «I mali di Roma» cinquant’anni dopo. Ci troviamo oggi di fronte a un paradosso: siamo una società fortemente soggettivista, ma con soggetti deboli; molto individualista, ma con una scarsa forza di affermazione individuale; parecchio egoista, ma fatta di ego fragili. In un mondo in cui alla sovrabbondanza dei mezzi corrisponde un deficit di fini, è diffusa una forte dose di indifferenza, per cui vince l’attitudine al tralasciare: una sorta di peccato di omissione. A cinquant’anni dal convegno diocesano su «I mali di Roma» del febbraio ’74, è il soggettivismo indifferente il male di cui occuparsi oggi.

L’assenza di comunità. Secondo una ricerca del Censis realizzata a cinquant’anni dal convegno su «I mali di Roma» del febbraio ’74, al 66% degli italiani non piace la società in cui vivono (e la percentuale sale drammaticamente al 72% tra i giovani). Solo il 15% degli italiani sente di appartenere pienamente a una comunità (al di là della propria famiglia).

Più della metà dei giovani non si sente parte di una comunità e di questi 3 su 4 non ne sentono neanche la mancanza. La percentuale di chi si riconosce pienamente in una comunità sale solo al 37% anche tra i cattolici praticanti. Lo scarso senso di appartenenza a una comunità si sposa con la sensazione di contare poco nell’ambiente in cui si vive: vale per il 48% degli italiani (il 60% dei giovani).

Alla ricerca di un senso profondo della vita: la dimensione spirituale. Complessivamente, però, per il 72% degli italiani la sfera spirituale è «molto» o «abbastanza» importante. Il 56% si sente parte del cammino dell’umanità, il 55% si interroga sul senso profondo della vita, il 54% avverte la mancanza di qualcosa che i beni materiali non possono dare. Tuttavia, il 53% ritiene che il cammino interiore sia una esperienza soggettiva, da vivere individualmente, non in modo condiviso. E solo per il 19% una vita degna di essere vissuta è quella in cui si fa del bene agli altri. Resta però un 28% di persone che coltivano la loro spiritualità partecipando ai riti religiosi secondo la propria confessione.

Poco altruismo, molti rammarichi. Solo il 18% degli italiani ritiene di non avere nulla da rimproverarsi. Il 64% pensa invece di non avere messo a frutto adeguatamente i propri talenti (percentuale che sale al 70% nell’età di mezzo, tra i 45 e i 65 anni). Appena il 18% si rammarica di non avere fatto di più per gli altri. La parabola dei talenti fa riflettere più della parabola del buon samaritano. Poi però il 64% prova sensi di colpa, soprattutto a causa del proprio egoismo.
«Dietro ogni momento di indifferenza tralasciante c’è una dinamica psichica che rinvia agli atteggiamenti soggettivi qui richiamati. Riprendere oggi il filo del ’74 significa approfondire non più i mali di Roma, ma il cruciale male del soggettivismo indifferente», ha detto Giuseppe De Rita, presidente del Censis, commentando i dati della ricerca.

 

 

Per leggere il testto della ricerca

Vita e Pensiero | La scienza prova l’esistenza di Dio?

Giuseppe Tanzella-Nitti

 

Da alcuni mesi un libro pubblicato in Francia nel 2021, tradotto poi in spagnolo e in italiano, sta facendo parlare di sé. Il fenomeno mediatico e commerciale c’è tutto. Oltre 300.000 copie vendute, ai primi posti delle classifiche di Amazon e di altri internet bookshop con un “indice di gradimento” degli utenti Google vicino al 90%. Le grandi testate giornalistiche hanno reagito prima con prudenza ed esitazione, poi alcune di esse hanno preso decisamente posizione, a favore o contro. La rivista francese La Croix ha dedicato non meno di 6 articoli, con cadenza quasi settimanale, a criticarne violentemente il contenuto, come ha fatto Le Figaro. Altri organi di stampa lo hanno lodato, altri ancora vi si sono riferiti in modo indiretto, ospitando dibattiti. Quale la ragione di queste variopinte reazioni e, soprattutto, qual è la ragione del suo successo commerciale? Stiamo parlando di Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione, firmato da Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies, un ingegnere imprenditore e uno studioso con diplomi in discipline tecniche e in teologia. Proverò anch’io a rispondere a queste domande, partendo dal suo titolo. Non è mia intenzione commentare o recensire il contenuto del libro, ma soffermarmi sul fenomeno. Lo farò sviluppando brevemente due considerazioni: a) perché un libro che desidera provare Dio attraverso la scienza riscuote tanto successo; b) perché il tema affrontato provoca reazioni accese e fortemente dialettiche, almeno a giudicare dai titoli delle recensioni pubblicate.

La prima considerazione è immediata: il tema di Dio interessa, e interessa ancora di più quando a “Dio” si accosta la “scienza”, ritenuta dall’opinione pubblica uno dei principali fattori di non credenza, a ragione o a torto. I sociologi della religione collocano questo fattore al primo posto fra i laureati con meno di 40 anni, mentre è il problema del male ad essere il principale ostacolo per credere in Dio fra le persone di maggiore età. Gli autori del libro mostrano che, quando si lasciano parlare i suoi protagonisti, la scienza suscita grandi domande, si interroga, cerca di capire se c’è qualcosa o qualcuno che regga il mondo. In fondo tali domande la scienza le ha sempre suscitate, ma forse lo avevamo dimenticato. Il grande pubblico apprezza che qualcuno gli parli di Dio, anche per capire se possiamo crederci ancora o se siamo diventati troppo adulti per farlo. Il tema di Dio non sembra più trovare spazio dove eravamo abituati a incontrarlo. Se di Dio non parlano i filosofi, i romanzieri, gli artisti e – chiedo venia – i sacerdoti, allora ce ne parlano gli scienziati.

Non pochi libri hanno intercettato, consapevolmente o inconsapevolmente, tale richiesta. Lo mostrano i successi editoriali del “nuovo ateismo” (Dawkins, Dennett, Harris) che prende spunto anche dalla scienza; non pochi best sellers di divulgazione scientifica (Hawking, Davies, Barrow); ma anche quegli autori che scrivono sul “disegno intelligente”, criticano l’evoluzione biologica, o producono film sulla rivincita di Dio a scuola o all’università. Tutti queste opere, in genere, hanno successo.

Questo nostro universo ha avuto un’origine? Qualcuno lo ha creato? C’è un’intelligenza che lo regge e ha voluto la comparsa della vita? Possiamo riconoscervi un finalismo? Sono domande supreme che non possiamo ignorare. Eppure, se affrontate solo nell’ambito delle scienze o addirittura servendosi del metodo scientifico, manifestano delle palesi ambiguità. E se dietro il mondo ci fosse solo un grande Computer? E se noi fossimo parte di un grande organismo vivente? E se fosse uscito proprio il nostro numero alla roulette cosmica, pur riconoscendo l’apparizione della vita e dell’intelligenza una giocata altamente improbabile?

Se restiamo solo sul piano dell’analisi empirica, una certa ambiguità non potremo mai evitarla. È allora alla filosofia e all’astrazione meta-empirica – ed è questo un punto della massima importanza – che occorre dirigersi. Una buona filosofia, infatti, ci avvertirebbe dei diversi significati che possono assumere i termini “Dio”, “prove”, “scienza”; ci aiuterebbe a capire perché il panteismo non soddisfa il problema della contingenza; ci istruirebbe su cosa sia il metodo scientifico e come esso sia trasceso dalle dimensioni personaliste ed esistenziali degli scienziati; ci chiarirebbe, ancora, quali sono i diversi livelli di finalismo che riscontriamo in natura, cosa sia l’intenzionalità, quale sia la differenza fra origine e inizio… Ma la filosofia, a mio modo di vedere, sembra proprio la grande assente. Tranne rare eccezioni (fra queste in Italia dovremmo riconoscere le opere di Roberto Timossi) nel dibattito fra Dio e la scienza la filosofia non compare: questo dibattito resta sui giornali, sulle opere di divulgazione (alta o bassa che sia), nella trama di film controversi, più spesso sui pamphlet. O talvolta, come negli Stati Uniti a proposito dell’insegnamento scolastico della teoria dell’evoluzione o del disegno intelligente, il dibattito finisce nelle aule dei tribunali. Può entrare nella pubblicità degli autobus di Londra promossa dai “nuovi atei” (Dio quasi certamente non esiste, ce lo dice la scienza: goditi la vita), ma non nelle aule universitarie. Perché? Questa è la prima considerazione che desideravo proporre.

Veniamo alla seconda. Pur nella loro bellezza e profondità, questi temi sembrano destinati ad assumere quasi sempre un carattere controversista. Non sfugge a questa regola neanche il volume di Bolloré e Bonnassies. Ciò può essere un vantaggio dal punto di vista mediatico e delle regole di mercato (pensiamo ai talk show e ai titoli dei rotocalchi). Mi chiedo, però, se ciò sia un vantaggio anche per la serena analisi di temi così importanti. Non sempre le regole per attrarre l’attenzione del grande pubblico sono anche le stesse per educarlo a ragionare. Spesso vengo invitato a tenere delle tavole rotonde su fede e non credenza a partire dalla scienza. Quasi mai vi partecipo, specie se vengo collocato dalla parte della fede. Perché deve essere un sacerdote a parlare di fede e un ricercatore scientifico a parlare di non credenza? Ricevo sempre la stessa risposta: “perché così il pubblico capisce meglio le due posizioni”. Dunque, le posizioni sono già fissate in anticipo, dall’immaginario popolare, preconcette, e si cercano personaggi da collocarvi dentro.

[…]

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-dio-provare-per-credere-6464.html

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Mattarella, il Ghana è un esempio di democrazia per l’intera Africa.

[…] L’Italia considera il Ghana come un esempio virtuoso di democrazia. Un modello che trasmette anche ad altri Paesi l’importanza della democrazia. È tanto più significativo questo modello in una fase storica in cui, in alcuni Paesi dell’Africa occidentale, il sistema democratico sembra davvero vacillare.

Il Ghana, con la sua opera di radicamento territoriale, dei valori democratici, dello stato di diritto, del pluralismo politico e sociale, offre – ripeto – un modello importante di grande valore per tutta la regione e per l’intero continente africano.

È anche grazie alle riforme intraprese, che il Ghana sta superando con successo la crisi eco-finanziaria che l’ha messa alla prova nel periodo passato. E questo consente una tranquillità, una stabilità ancora ripristinata, con solidità.

Il Ghana e l’Italia sono legati da una amicizia molto forte, alimentata dalla comune aspirazione, l’aspirazione ad un sistema di valori, ad un sistema di rapporti internazionali, che si ispiri ai medesimi valori che coltiviamo insieme Ghana e Italia. E cioè il multilateralismo, il dialogo fra tutti i Paesi, la pace, la convinzione che la strada intrapresa in alcune parti del mondo – in Europa, in Africa e in Medio Oriente – per la sopraffazione e la guerra è quella sbagliata.

Ribadiamo l’importanza di un dialogo internazionale collaborativo fra tutti. E questo richiede naturalmente il rafforzamento delle Nazioni Unite.

Ringrazio il Presidente per il riferimento alla riforma necessaria per il Consiglio di sicurezza, per l’efficacia e l’efficienza di funzionamento dell’ONU.

Perché questo richiamo alla collaborazione internazionale? Perché le sfide che abbiamo di fronte come umanità – anzitutto quella del clima, che il Presidente Akufo-Addo ha poc’anzi evocato –  richiedono una grande collaborazione internazionale, impossibile in un clima che sia di contrapposizione.

Sono lietissimo che in questi ultimi anni i rapporti di collaborazione fra Ghana e Italia si siano intensificati.

Era nostra intenzione proseguire su questa strada e il nostro interscambio è cresciuto molto dall’ultimo anno. Vogliamo edificare un partenariato articolato e approfondito in tanti settori di collaborazione.

Sul piano economico, la collaborazione di molte nostre aziende con quelle ghanesi è molto intensa e le nostre imprese guardano con grande interesse al Ghana e all’Africa occidentale.

In questo contesto, è importante anche aver ripristinato il collegamento aereo diretto tra Accra e Roma. Questo consentirà una facilità di rapporti accresciuta.

Abbiamo anche una tradizionale grande collaborazione sul versante energetico, un aspetto importante del nostro partenariato.

L’ENI è presente nel Paese da tanto tempo e continuerà ad esserlo, certamente superando le difficoltà che si sono create, ma una è collaborazione che si manterrà e si svilupperà.

Anche sul piano culturale vorremmo accrescere la nostra collaborazione, soprattutto quella universitaria, per uno scambio di ricercatori, per conoscenza reciproca e scambio di studenti. Perché questo consente di avvicinare le giovani generazioni come intensificazione della nostra amicizia.

Anche perché l’Italia ospita una numerosa e apprezzata comunità ghanese che è molto ben integrata nel mio Paese. Apprezzata – ripeto  – e che contribuisce all’economia italiana e rappresenta un legame di amicizia tra Ghana e Italia.

Così come ha ricordato cortesemente il Presidente Akufo-Addo, vi sono tanti italiani che da tempo vivono e operano in Ghana.

Tutto questo ci fa pensare, naturalmente, pensando alla presenza ghanese in Italia, così ben inserita, integrata e apprezzata, all’esigenza di affrontare insieme, globalmente, il fenomeno migratorio, che è un fenomeno crescente, di grandi dimensioni e va convertito, da un fenomeno disordinato nelle mani crudeli dei trafficanti di esseri umani, in un fenomeno regolato da accessi legali, da ingressi regolari, autorizzati, concordemente definiti.

È un obiettivo importante per dare spazio alle nostre giovani generazioni e alla collaborazione.

Domani visiterò il Centro di formazione di Mark Eshun, dove, con un progetto promosso da industriali italiani, dalla Confindustria, dalla loro associazione, giovani ghanesi ricevono una formazione professionale per poi essere inseriti in aziende italiane nel nostro Paese.

È un modo positivo di definire e indicare come va affrontato il tema migratorio.

Nel corso dei colloqui abbiamo sottolineato – da parte mia con molto vigore – come il Ghana rappresenti per l’Italia un partner fondamentale nell’ambito del partenariato tra Africa ed Europa. Un partenariato che intendiamo fondato sul reciproco rispetto, sul rapporto paritario di collaborazione che giova a entrambe le parti, perché il futuro di Africa ed Europa è, a mio avviso, necessariamente comune.

Il vertice che si è svolto lo scorso gennaio, cui il Presidente Akufo-Addo ha cortesemente partecipato – e lo ringrazio ancora per questa sua presenza – ha confermato l’intenzione dell’Italia di promuovere un’azione congiunta, concorde, secondo le indicazioni dei Paesi africani, per la concreta collaborazione tra l’Africa e l’Europa.

Il piano Mattei, che il Governo italiano ha lanciato evocando – come ricordavamo insieme al Presidente Akufo-Addo – un protagonista dell’amicizia tra Africa ed Europa e un protagonista dell’amicizia per l’indipendenza allora conseguita dai Paesi africani, evoca appunto la volontà di collaborare sul piano paritario, secondo le esigenze e le indicazioni ai Paesi africani, cercando di coinvolgere in questo l’intera Europa.

[…]

 

Per leggere il testo completo

https://www.quirinale.it/elementi/109535

Premierato, senza riforma del Parlamento la democrazia è  in pericolo.

L’impressione che si ha e che induce senz’altro a stigmatizzare i termini  del dibattito politico-culturale, ma anche il contenuto della discussione che si svolge in sede di commissione affari costituzionali del senato circa la riforma per l’introduzione nel nostro ordinamento del premierato è che si continui ad affrontare un tema della massima importanza per le sorti future del Paese secondo una cifra operativa contrassegnata da superficialità istituzionale e strumentalità politica. Più che cercare la costruzione di nuovi equilibri del sistema costituzionale con l’introduzione di un cambiamento come l’elezione diretta popolare del presidente del consiglio la sensazione che si ha, infatti, è che l’intento del governo e della sua maggioranza proponente sia piuttosto quello di stabilizzare e bilanciare i rapporti di forza all’interno della compagine governativa.

Se così non fosse non si spiegherebbero il continuo armeggiare intorno alla norma introduttiva del cosiddetto “secondo premier” o l’introduzione della possibilità per il premier di chiedere ed ottenere lo scioglimento delle camere solo in caso di dimissioni “volontarie” e non anche a seguito di rigetto della mozione di fiducia posta dal governo, che implica necessariamente le dimissioni di quest’ultimo; o, ancora, il recente accordo nella maggioranza per la introduzione di un emendamento teso a trasformare la fiducia al solo premier in un atto di legittimazione rivolto all’intero governo. Ma, soprattutto, non si capirebbe la completa dimenticanza delle sorti del parlamento in una riforma che ha, come proprio oggetto, la modifica del sistema di governo parlamentare e quindi dell’organo centrale di rappresentanza della Repubblica. In ordine a quest’ultimo, invece, nessun cenno diretto né al suo ruolo ed alle sue funzioni né alla sua struttura. Come se il parlamento dovesse essere cancellato per l’emergere di una sola dimensione della istituzionalità repubblicana: quella della governabilità propria di una “democrazia decidente”.

Ora, non è certo questa la sede nella quale si può affrontare adeguatamente l’idea di democrazia che emerge da questo approccio aparlamentare che sembra derivare dalla convinzione che le camere altro non siano che il luogo dei “compromessi”, degli “inciuci” e, in ultima analisi, delle “perdite di tempo”. E nemmeno si intende qui dare particolare consistenza al sospetto serpeggiante nel dibattito che il progetto del governo intenda marcare una profonda discontinuità nel modo di concepire la democrazia delineato dalla Costituzione repubblicana e fondato sui partiti politici e la partecipazione popolare. Al più, con questa sottolineatura della intenzione seppure solo sospettata di un cambio di democrazia, ciò che si vuol evidenziare è la possibilità di una certa deriva personalistica e populistica che investirebbe le nostre istituzioni repubblicane facendole scivolare verso un modo autoritario di concepire ed organizzare la governabilità. Per il resto, poi, il punto della “riforma Meloni” che si vuole pur brevemente illustrare è quello inerente il ruolo e la funzione del parlamento in un sistema di premierato che certo non può consistere solo nella elezione diretta del presidente del consiglio e nel rafforzamento dei suoi poteri di nomina e di determinazione dell’indirizzo politico con il parlamento “messo all’angolo”.

E quindi veniamo subito al dunque, cominciando dall’incredibile scelta di lasciare immodificato l’art. 94, 1° comma, della Cost. secondo cui “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Immediatamente, tale opzione sembrerebbe dettata dalla volontà di mantenere il rapporto tra governo e parlamento nello status quo ante per non mettere in discussione l’equilibrio istituzionale  proprio della forma di governo parlamentare e così dare la sensazione che l’elezione diretta a suffragio universale del presidente del consiglio innovi esclusivamente sul versante del rapporto delle istituzioni con gli elettori (che conquisterebbero così il potere di essere loro a scegliere il governo) e non delle istituzioni fra di loro. In modo tale, cioè, che non si possa dire, come fa una parte dell’opposizione, che la riforma indebolisca il parlamento spostando il baricentro (della determinazione dell’indirizzo) politico sul versante del governo.

Ma nulla è più sbagliato di ciò! Perché la necessità di dover da parte del governo godere della fiducia delle due camere implica che la maggioranza di queste ultime sia omogenea a quella che ha eletto il premier e quindi che venga (eventualmente) integrata fino al raggiungimento di un quorum (l’originario del ddl uscito dal consiglio dei ministri prevedeva il 55%) per evitare che il governo possa essere sfiduciato, addirittura, prima di entrare nella pienezza delle sue funzioni. Il che, chiaramente, significa che le liste ed i candidati collegati al presidente del consiglio godranno di un premio non nel rispetto del principio di rappresentatività ma nell’intento di rafforzare quello di governabilità. Quindi non per rispettare la centralità del ruolo delle due camere ma per subordinarlo a quello del premier. Che, diventando così l’unico vero global player del sistema istituzionale, finisce con l’assumere una posizione dominante in grado di influenzare tutte le scelte strategiche del Paese imponendole alla sua maggioranza parlamentare. Con l’aggravante, poi, che si pensa di potere dare poteri così ampi ad una sola persona senza che questa venga eletta ottenendo il suffragio della maggioranza e cioè del 50% più uno dei votanti.

Ora, per ottenere quest’ultimo risultato, si può scegliere la formula che si vuole ma da un’investitura maggioritaria non si può prescindere! Tranne a voler mettere ancora più a rischio la democrazia. Che non può essere, certo, assicurata contrapponendo a questo rilievo che già nel nostro ordinamento si danno casi di elezione di presidenti di regione e di sindaci con quorum minoritari. E ciò perché, in questi casi riguardanti istituzioni locali circoscritte, la legittimazione della loro elezione è comunque garantita, per riflesso, dal sistema nazionale sicuramente democratico.

Ma non è solo questa l’anomalìa del modello premierale che si vorrebbe introdurre nel nostro sistema repubblicano. Anzi, ancora più grave risulta l’idea di volere modificare il ruolo del governo senza contemporaneamente pensare di dover mettere mano alla funzione legislativa del parlamento, palesemente non più in grado di reggere il tempo e lo spazio della odierna società nazionale. Qui, come è facile intuire, il discorso dovrebbe innanzi tutto riguardare un punto cruciale degli attuali ordinamenti: il ruolo della legge e la sua crisi irreversibile, con la contemporanea emersione della antica ma finora residuale funzione di controllo delle assemblee parlamentari.

In questa sede, però, è sufficiente sottolineare che questa ‘riemersione’ della funzione di controllo potrebbe  costituire la nuova sfera baricentrica dell’odierno sistema politico rappresentativo. A patto, però, che nella nuova forma di governo premierale il rapporto tra governo e parlamento non si basi più sulla continuità, seppure capovolta, della funzione esecutiva e di quella legislativa (che implica, a monte, poi una necessaria relazione fiduciaria) ma si fondi piuttosto sulla diversità della funzione di governo da quella di controllo che incontrandosi in una relazione funzionale  con la prima instauri fra i due organi un rapporto di integrazione che ne valorizzi i ruoli di responsabilità e rappresentanza politica.

Insomma, il rapporto governo-parlamento con l’introduzione del premierato non può consistere più nell’attuazione di un legame per la esecuzione della funzione legislativa da parte del primo (il governo) ma deve trasformarsi in un rapporto di controllo del secondo (il parlamento) sull’attività del governo. Circostanza che, come già alcuni studiosi hanno evidenziato, favorirebbe senz’altro la creazione di un nuovo ambito istituzionale idoneo ad esercitare una nuova e più efficace forma di democrazia rappresentativa.

Democrazia ancora più incisiva, se a questa trasformazione funzionale si aggiungesse, poi, contestualmente (come prevede un emendamento presentato da Italia Viva) la riforma strutturale dell’attuale bicameralismo paritario con la introduzione del senato delle autonomie. In  modo tale da inserire accanto alla rappresentanza politica nazionale della camera dei deputati quella territoriale delle comunità locali e regionali così rafforzando in maniera decisiva il ruolo del parlamento a fronte di quello del nuovo presidente del consiglio eletto direttamente solo dal corpo elettorale nazionale. Non è una quistione di secondaria importanza né, peggio ancora, da ritenere estranea alla tematica che ci occupa. Perché un senato che dia visibilità e voce alle comunità locali ed ai territori non solo consente alle istituzioni che li organizzano e li impersonano di contare di più nelle sedi nelle quali si decide per gran parte il loro destino ma apporta al parlamento ed al suo ruolo di rappresentanza una forza capace di moltiplicarne la cifra politica e quindi di rilanciarne la capacità di incidenza negli equilibri costituzionali ben al di là del potere di accordare o revocare la fiducia al governo. Che, è bene sottolineare, anche se legittimato dal voto popolare diretto del suo premier, non sarebbe comunque sottratto -in virtù della funzione di controllo che il parlamento esercita su di esso- ad un sindacato politico in grado di arrivare fino alla sua rimozione qualora si spingesse a violare norme e principi che incidono sull’indirizzo politico-costituzionale.

Capisco che il discorso è alquanto complesso e meriterebbe ben altro livello di esplicazione. In questa sede, però, è sufficiente sottolineare che non è conseguenza ineluttabile dell’ elezione diretta-popolare del capo del governo la subordinazione del parlamento a quest’ultimo. E né meno la messa in pericolo della democrazia rappresentativa. Ciò che preoccupa, piuttosto, è la ‘leggerezza’ con la quale la maggioranza pensa di affrontare una riforma che mette in discussione la forma di governo voluta dai nostri Padri costituenti senza preoccuparsi minimamente della ricostruzione degli equilibri costituzionali che inevitabilmente si devono infrangere.

Con la consapevolezza che, se diversamente, non c’è che dare credito ad un’intenzionale iniziativa del governo per cambiare il paradigma democratico in direzione di un potere sempre più personalistico e plebiscitario!

La Voce del Popolo | A 50 anni dalla strage di Brescia.

2024: cinquant’anni sono passati ma quello che successe in Piazza della Loggia martedì 28 maggio resta indelebile negli occhi, nella mente e nel cuore di quelli che allora c’erano, ma anche di quei giovani che, pur non avendo vissuto quei momenti, hanno sentito i racconti, studiato le vicende del prima e del dopo, inquadrato e valutato quella strage che fece morti e feriti.

In Loggia nei giorni scorsi Filippo Ferrari, consigliere della Provincia, Laura Castelletti sindaca di Brescia, Marco Fenaroli assessore del Comune di Brescia e Manlio Milani della Casa della Memoria hanno presentato alcuni dei tanti eventi e delle molte manifestazioni che animeranno la ricorrenza: appuntamenti che nelle prossime settimane permetteranno ai cittadini e al mondo sociale e politico di rivivere, riordinare e incasellare quei terribili e nefasti momenti, inevitabilmente passati alla Storia con innegabili riflessi nella Giustizia e nella Politica di quegli anni e dei successivi decenni.

Nel corso della conferenza stampa è stato presentato il nuovo sito (stragedipiazzaloggia.it) che raccoglierà documenti, testimonianze, racconti, raccolte multimediali e resoconti non solo della strage di Brescia ma di quelle di Bologna e Milano. “Questa è la nostra seconda conferenza stampa di presentazione di questo anniversario – ha affermato, Manlio Milani presidente della Casa della Memoria – e prima del 25 aprile verranno presentate tutte le iniziative indicando anche i nomi dei nostri partner (personalità della società civile, uomini politici, sindacalisti, cittadini, storici) ricordando che per il giorno del 50° anniversario nella nostra città interverrà il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella”.

La sindaca di Brescia Laura Castelletti ha sottolineato come il 28 maggio rappresenti “per tutti un momento importante per dimostrare la forza della democrazia e il simbolo dell’unità della nostra città. È questa una memoria da preservare e da condividere con le nostre nuove generazioni e il presidente Sergio Mattarella ci aiuterà in questo nostro sforzo”.

Il 4 aprile ha preso avvio la serie di incontri dal titolo “La Strage di Piazza della Loggia e la reazione della comunità bresciana – tra storia e memoria” che si concluderà il 16 maggio ed è stata pensata per leggere la strage e quello che ha rappresentato per la città da diversi punti di vista: quello dei sindacati, della giustizia, del mondo cattolico e la magistratura.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 aprile 2024

Titolo originale: Nuovo sito e cinque incontri per ricordare il 50° della strage.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

AsiaNews | Giappone, più immigrati per combattere gli effetti della crisi demografica.

Angeline Tan

 

Un nuovo tentativo per provare a contrastare la crisi demografica che in Giappone si protrae da decenni. È quello messo in atto dall’esecutivo nipponico il 29 marzo: durante una riunione del Gabinetto è stato deciso di allargare lo status di “specifico lavoratore qualificato” a ulteriori quattro aree del mondo, permettendo così a 820.000 lavoratori stranieri di partecipare al programma di collocamento fino all’anno fiscale 2028. In conseguenza del declino delle nascite, si registra infatti una carenza di manodopera che sta mettendo alla prova diversi settori.

Il 2023 è stato l’anno che ha registrato il minimo storico dei nuovi nati, 758.631, con una decrescita del 5,1 per cento. Questa tendenza è accompagnata dall’incremento record del numero di lavoratori stranieri: lo scorso anno l’aumento è stato del 12,4% rispetto al 2022, raggiungendo i 2,04 milioni di impiegati, secondo i dati del Ministero del Lavoro diffusi il corrente anno. Un numero che è destinato ad aumentate in quanto il Giappone ha estremo bisogno di lavoratori da impiegare nelle catene di montaggio, nei cantieri edili, nell’assistenza per anziani e in agricoltura (raccolta della verdura).

Junji Ikeda, presidente di Saikaikyo, agenzia con sede a Hiroshima che si occupa di reperire e supervisionare i lavoratori stranieri, ha affermato che “il Giappone sta entrando in un’era di immigrazione straniera di massa”. Affermando che alcune misure addottate finora come le azioni di “adattamento incrementale”, non sono sufficienti. Quest’ultima mossa del governo segue ulteriori tentativi che vanno nella direzione di contrastare il calo demografico, come la concessione nel 2032 dello status di rifugiato a 303 persone; con un incremento di circa il 50 per cento rispetto all’anno precedente, ovvero di 101 persone.

La maggioranza di questo gruppo è composto da 237 persone rifugiate che provengono dall’Afghanistan, legate alla Japan International Cooperation Agency, l’agenzia governativa che si occupa di coordinare gli aiuti pubblici nel campo dello sviluppo. Ma sono state accolte anche 27 persone provenienti dal Myanmar, Paese che sta vivendo una precaria stabilità a causa del regime militare. A queste si aggiungono 6 persone di origine etiope. Le richieste di status di rifugiato sono salite nel frattempo a 13.823, il secondo numero più alto mai registrato, dopo l’anno di picco del 2017, quando le richieste di asilo erano state 19.629. Lo Sri Lanka è stato il gruppo dominante tra i richiedenti, con 3.778 persone, ma un numero significativo è arrivato anche dalla Turchia e dal Pakistan.

Lo status di rifugiato da concedere ai cittadini birmani di etnia Rohingya è un tema molto discusso. A gennaio, ad esempio, l’Alta Corte di Nagoya ha ordinato al governo giapponese di riconoscerlo a un richiedente asilo. Prima di questo fatto un tribunale di grado inferiore aveva stabilito che il 44enne Khin Maung Soe era un Rohingya, ma che la sua etnia era una base inadeguata per considerarlo un rifugiato. L’Alta Corte si è espressa riconoscendo che l’esercito del Myanmar “ha commesso una pulizia etnica contro i Rohingya”, a partire dal colpo di stato del 2021, e che quindi “esiste un fatto oggettivo per provare timore di persecuzione”, riconoscendo di fatto il diritto allo status di rifugiato.

A causa di questi fenomeni di immigrazione sostenuti anche dalle recenti politiche governative, il numero di residenti stranieri in Giappone è salito a 3.410.992 (il Paese conta una popolazione di circa 125 milioni), con un aumento del 10,9% rispetto al 2023. Si tratta di una cifra record registrata per il secondo anno consecutivo, secondo quanto riportato dall’Agenzia per i servizi di immigrazione. Questo quadro suggerisce la composizione di una società più multiculturale; ma ciò si scontra con gli ostacoli sociali, tra cui iniziative di integrazione poco sviluppate.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Tokyo-apre-a-820mila-nuovi-lavoratori-stranieri-contro-il-calo-demografico-60484.html

La Voce del Popolo | Il Pd ha bisogno di identità.

Non suoni troppo paradossale: un partito può essere molto diviso solo se è molto unito. Questione che riguarda, ovviamente, tutti i partiti in questi tempi di ideologie svanite e di discipline allentate. Ma che forse dice qualcosa di più riguardo al partito democratico. Laddove in queste ore sembrano svolgersi le dispute più acuminate in vista della formazione delle liste delle candidature per le europee.

Il fatto è che lo spettro coperto dalle opinioni che si misurano all’interno di quel partito appare più ampio di quello occupato dalle altre forze politiche. Un po’ perché non esiste, al Nazareno, una leadership troppo imperiosa. E un po’ perché da quelle parti le troppe correnti si danno un gran daffare. E se la prima cosa si può valutare benevolmente, la seconda appare invece molto più con- troversa.

Così, mentre negli altri partiti la formazione delle liste riflette o un’antica consuetudine o (più spesso) il primato del capo, nel Pd la scelta dei candidati rivela una densità di opinioni e posizioni che si fa fatica ad amalgamare. Tanto più che negli ultimi tempi quella densità comincia a riguardare sempre più da vicino le grandi opzioni della politica internazionale. E cioè quell’argomento che in ogni partito dovrebbe essere condiviso senza tema di smentita.

Non è detto che l’ordine sparso delle correnti debba scompaginare più di tanto il Pd. A condizione però che il partito sia capace di dotarsi di una identità ben riconoscibile. Se invece il dubbio identitario si mescola con la eccessiva pluralità delle opinioni si rischia di smarrire la propria anima molto prima della propria disciplina.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 aprile 2024.

Titolo originale: Il Pd e una densità di posizioni da amalgamare.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dibattito | Una proposta alternativa alla democrazia d’investitura.

Qualcosa si muove sul fronte delle opposizioni a proposito della riforma costituzionale? Pare di capire che stia crescendo, anzitutto dalle parti del Nazareno, la consapevolezza circa la necessità di fornire alla pubblica opinione un’alternativa al premierato della Meloni. Intanto prende forma un certo consenso attorno al modello del cancellierato alla tedesca. L’importante è che, nel definire i rapporti con il Capo dello Stato, non lo si renda succube di una legge elettorale destinata a farne un re travicello. Oppure, seguendo le peripezie della Premier che ne accetterebbe ad abundantiam l’investitura diretta, come ha spiegato ieri sera a “Porta a Porta”, non lo si voglia assoggettare alla durezza della competizione politica, rendendolo un uomo di parte. Diciamolo pure, è confusione su confusione.

A questo punto viene da chiedersi se aderiranno tutti, anche i vari centristi, a un disegno che può mettere la Meloni con le spalle al muro, facendo piena luce sui rischi del suo premierato elettivo. Bisogna scongiurare che vada in soccorso quella “zona grigia” della politica che sottovaluta la l’incombenza di un sofisticato e tuttavia egualmente pernicioso ricorso alla seduzione dell’uomo (o donna) forte come unico orizzonte di un potere pubblico più efficiente.

Ebbene, come convincere i distratti – chiamiamoli così a prescindere dalla loro collocazione parlamentare – a dire no al mostro meloniano, senza indulgere a una logica di puro difensivismo? Va pure considerata l’alternativa del modello francese. Tra i sistemi vigenti in Europa, questo è comunque il più rassicurante perchè prevede due fonti di legittimazione popolare, una riguardante il Presidente della Repubblica e l’altra il Parlamento, tanto da prevedere in casi estremi la cosiddetta coabitazione. In fondo avviene la stessa cosa negli Stati Uniti nell’ipotesi, spesso ricorrente, in cui il Presidente non ha la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Anche questa è una forma di equilibrio, utile più di quel che si pensa alla vitalità della democrazia.

Se vogliamo rendere allora appetibile ai centristi il modello francese, occore assicurare un potenziale spazio di presenza mercè una legge elettorale a doppio turno, con la garanzia che possano accedere al secondo turno le forze, da sole o in coalizione, in grado di raccogliere il 10% o anche solo l’8% dei voti. Con tale aggiustamento, avremmo una riforma ancora più garantista e comunque efficace.  Oggi infatti dobbiamo fare i conti con un sistema politico frammentato nel quale l’introduzione della sfiducia costruttiva, allegata al cancellierato, porterebbe con troppa facilità ad incrementare il mercato dei cambi di casacca.

In conclusione, la strada di un confronto schietto e costruttivo può impedire alle opposizioni di scivolare nella palude della mera contrapposizione ideologica, accettando così di lasciare ad altri la carta decisiva dell’innovazione. Parliamone, almeno una volta alla settimana.

Lo stile in politica non s’inventa, men che meno lo stile dc.

Lo stile conta in politica? Sì, eccome se conta. Perché lo stile non è solo forma ma è anche, e soprattutto, sostanza. Certo, se confrontiamo lo stile dei populisti con tutti quelli che sono estranei ed esterni a qualsiasi deriva populista e anti politica, non è necessario neanche un supplemento di riflessione per coglierne la differenza strutturale. La realtà evidenzia, in modo persin plastico, la diversità quasi antropologica tra i due campi.

Ora, per non rifugiarsi nel genericismo, è abbastanza evidente che c’è uno stile che caratterizza la buona politica. O meglio, una politica che non ama gli attacchi personali, la criminalizzazione politica degli avversari/nemici, la delegittimazione morale, gli insulti e ogni sorta di contumelie nei confronti di chi non la pensa come te. Uno stile che, come ovvio a tutti, non appartiene a coloro che praticano quotidianamente la radicalizzazione della lotta politica da un lato e la scientifica demolizione personale e morale degli avversari/nemici dall’altro.

Al riguardo, c’è una categoria di persone – come cifra politica e culturale – che erano e restano alternativi e sostanzialmente estranei a quello stile. Ed è lo stile che comunemente viene definito come “democristiano”. Che dagli storici detrattori della sinistra ex e post comunista e da tutto il circo mediatico e giornalistico che storicamente li sostiene, viene interpretato come un comportamento alla ricerca della sola mediazione al ribasso, un po’ tartufesco e un po’ ipocrita, nonchè viscido.

Insomma, secondo questi incalliti e strutturali detrattori, lo stile democristiano non è altro che una versione macchiettistica o vagamente goliardica da rispettare, oggi che non c’è più la Dc, ma nulla più. Eppure, al di là di questa categoria ideologica e moralistica, cresce la domanda trasversale nella pubblica opinione di chi vuole una classe dirigente politica che si caratterizzi anche attraverso lo stile. Che non va confuso, come ovvio, con un tratto moralistico o perbenista ma, semmai, con un modo d’essere che restituisce serietà, credibilità e trasparenza alla politica, anche attraverso quella che un tempo un grande storico cattolico, Pietro Scoppola, definiva come “cultura del comportamento”.

Penso, per fare due soli esempi concreti e al di là anche delle riflessioni che di volta in volta vengono avanzate, allo stile di Dario Franceschini e di Pier Ferdinando Casini. Due esponenti politici che, ieri come oggi, sono stimati e rispettati – per citarne solo due, come ovvio – per come espongono le loro argomentazioni, per il comportamento concreto con cui declinano il confronto con gli altri interlocutori politici amici e avversari e, in ultimo, per una concezione della politica che non è mai ispirata e caratterizzata da massimalismi, radicalismi, radicalizzazione, giudizi morali e men che meno attacchi personali.

Insomma, quando si parla della rimpianta e sempre più evocata classe dirigente del passato – soprattutto e specificatamente quella democristiana – non c’è solo il ricordo di una cultura politica ma anche, e soprattutto, di un modo d’essere in politica che è destinato a restare sempre attuale contro ogni forma di maldestra e presunta modernità. Perché, appunto, lo stile non è mai solo forma ma è sempre vera e propria sostanza. Politica e culturale.

ISPI | Elezioni USA, l’unico brivido è che Trump possa vincere.

Anche se di fatto non sono ancora concluse, le primarie in vista delle elezioni presidenziali di novembre non regalano più alcun brivido. Non che ne avessero regalati finora: Joe Biden, presidente in carica, non ha dovuto affrontare alcuna ‘vera’ concorrenza per la nomination democratica, mentre il suo predecessore, Donald Trump, ha facilmente sbaragliato gli sfidanti di un affollato campo repubblicano, con il risultato che più o meno tutti avevano previsto: nella corsa per la Casa Bianca, quest’anno, i due frontrunners saranno gli stessi del 2020.

A regalare qualche brivido però è proprio questo: il fatto che a novembre Donald Trump possa vincere le elezioni e tornare alla Casa Bianca. Uno scenario tutt’altro che scontato, beninteso, ma che neppure si può scartare. Soprattutto alla luce degli ultimi sondaggi secondo cui l’ex presidente è in leggero vantaggio su Biden in sei stati sui sette tra quelli ‘cruciali’ (Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin), considerati cioè ancora politicamente competitivi in un contesto sempre più polarizzato, in cui il risultato delle elezioni non è determinato dal voto popolare nazionale ma da poche decine di migliaia di elettori in una manciata di stati indecisi.

I sondaggi mettono un freno alle speranze democratiche che Biden fosse pronto a risalire nei sondaggi dopo un energico discorso sullo stato dell’Unione che ha finalmente riportato in secondo piano le preoccupazioni sull’età del presidente e la sua capacità di ricoprire l’incarico. Nonostante le decine di milioni di dollari spesi dai democratici in pubblicità e un vigoroso programma elettorale negli stati chiave, le rilevazioni indicano infatti che gli elettori hanno un’impressione negativa del suo rendimento lavorativo, della sua resistenza mentale e fisica e – nonostante la crescita dell’occupazione, una spesa pubblica sostenibile e un aumento del PIL migliore del previsto – della sua gestione dell’economia. E il calo dei consensi nei confronti del presidente è particolarmente evidente tra gli elettori neri, ispanici e giovani.

 

Per leggere il testo completo

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa2024-rien-ne-va-plus-168798

Titolo originale: Rien ne va plus.

Le idee guida della politica di Alcide De Gasperi

Non c’è dubbio che ad Alcide De Gasperi ci leghi ancora oggi un inesauribile debito di riconoscenza.

Primo esponente cattolico chiamato ad assumere la guida del Paese, è stato la personalità che è riuscita a garantire, nel momento più difficile della storia del nostro Paese, la continuità dello Stato, una continuità fatta non soltanto da strutture amministrative, ma soprattutto dalla sostanza umana e spirituale della patria, che egli fu chiamato a riedificare sulle macerie del fascismo.

De Gasperi ha guidato con prudente lungimiranza la ricostruzione postbellica, tracciando la trasformazione del Paese, prima in un’economia industrializzata e poi in una potenza economica mondiale; ha difeso la libertà e la democrazia, perseguendo con coraggio l’avvio e il proseguimento di un fecondo processo costituente; ha rilanciato in ambito internazionale l’immagine dell’Italia scegliendo di legare la sua posizione ai saldi ancoraggi dell’europeismo e dell’atlantismo.

Ma se si vuole comprendere a pieno il contributo di questo grande statista occorre non limitarsi a registrare i risultati politici da lui conseguiti.

Occorre tener conto anche di quanto la dimensione spirituale abbia avuto un ruolo di grande rilevanza nella sua formazione e rappresenti un doveroso punto di partenza per ogni riflessione sulla sua personalità. De Gasperi ha infatti sempre attinto a una profonda sensibilità religiosa e una fede autentica che costantemente ne hanno animato il pensiero e l’azione.

In lui, spiritualità e politica si integrarono così bene che – come ha giustamente sottolineato sua figlia Maria Romana – non furono mai due aspetti divergenti ma piuttosto “due angoli visuali diversi e complementari”.

La fede era vissuta come un’intima sorgente di forza, la politica come una missione laica: l’una ispirava l’altra con sollecitazioni continue, ma sempre senza intromissioni improprie.

Fin dagli anni della formazione De Gasperi riconosce nella dottrina sociale della Chiesa e nelle sue formulazioni solidaristiche una possibile mediazione tra la purezza della fede cristiana e l’impegno dell’azione sociale.

È infatti certo che, dietro l’immagine di politico pragmatico e antiretorico che il discorso pubblico e la storiografia ci hanno tramandato, è possibile riconoscere i contorni di un agitatore di idee, sensibile all’evoluzione dei paradigmi culturali del proprio tempo e dei mutamenti sociali in atto.

Del resto i primi passi nella vita pubblica De Gasperi li ha mossi proprio come giovane attivista politico, convinto che la riconquista cattolica della cultura e il riavvicinamento dei cattolici alla vita moderna dovesse passare attraverso una rinnovata attenzione alla questione sociale che affliggeva la classe operaia e la popolazione contadina.

La riflessione intorno alle possibilità di una profonda riforma sociale, che partisse dal recupero della dottrina sociale della Chiesa e dall’esperienza politica del cattolicesimo europeo, va fatta risalire proprio al lungo tirocinio nelle attività civili e religiose locali esercitato dallo statista trentino negli anni decisivi della sua formazione politica.

Con l’ingresso nella vita politica italiana De Gasperi si ritrovò a vivere su scala nazionale un’esperienza simile a quella fatta in ambito locale nel Trentino asburgico, ovvero la costruzione di un partito politico di ispirazione cattolica.

Ciò non significava abbandonare una concezione pienamente laica delle istituzioni e rimettere alle gerarchie ecclesiastiche la scelta degli indirizzi politici del partito democristiano.

Per De Gasperi agire “cristianamente” non significava confondere il piano religioso con quello politico; il partito, pur espressione del messaggio cristiano, doveva infatti conservare un approccio non confessionale, frutto di una concezione maturata attraverso le esperienze del cattolicesimo politico europeo.

Nella Vienna asburgica il Partito Cristiano Sociale aveva rappresentato per De Gasperi un significativo esempio di partito orientato ad un’azione politico-sociale ispirata alle basi etiche del cristianesimo, capace di contribuire alla riscossa del pensiero cristiano sulle ideologie concorrenti, in particolare liberalismo e socialismo, ma nel pieno rispetto della divisione tra sfera religiosa e orizzonte politico. Così come il partito cattolico tedesco Zentrum con cui il cattolicesimo aveva mostrato di potersi aprire all’esperienza costituzionale moderna e alla difesa della laicità delle istituzioni senza per questo rinnegare la propria ispirazione religiosa.

Ecco perché l’orizzonte ideale entro cui De Gasperi proiettava lo schema programmatico della futura Democrazia Cristiana, all’indomani della caduta del fascismo e dell’apertura di una nuova stagione di confronto politico in Italia nell’estate del 1943, era un orizzonte in cui, per lo sviluppo democratico del Paese, il “lievito cristiano” avrebbe dovuto fermentare “in tutta la vita sociale” gettando le basi ideali di un progetto politico che si sarebbe definito nel tempo.

L’azione degasperiana del secondo dopoguerra si è sempre mossa dunque tra questi due poli: condurre il mondo cattolico alla piena accettazione del principio democratico, evidenziando che i princìpi fondamentali della Chiesa sono conciliabili con le regole di uno Stato moderno e costituzionale ispirato a giustizia e libertà, e preservare il partito da ingerenze troppo marcate da parte della gerarchia ecclesiastica.

In questo egli fu sempre risoluto, anche a costo di scontrarsi duramente con altre anime della Dc e con il Vaticano stesso, specie nel 1952, quando con la cosiddetta “operazione Sturzo” il Papa incoraggiò un patto politico dei cattolici intorno a un programma per difendere la Roma cristiana e De Gasperi si oppose in nome di un partito laico e aconfessionale.

Molti degli scritti dello statista trentino testimoniano la rilevanza che l’orizzonte religioso e la centralità della fede hanno sempre avuto nella maturazione della sua personalità e della sua proposta politica. Documenti che risalgono a momenti molto diversi della sua vita e che dimostrano quanto integro e radicato fosse quel patrimonio di idee e sentimenti. Non a caso, nell’ultimo periodo della sua esistenza, seppur così restio nella considerazione di sé, disse con orgoglio alle figlie “cercate tra le mie carte, non troverete nulla di incoerente e di cambiato“.

Alla fine degli anni Venti, quando ormai il fascismo era diventato un regime dittatoriale che aveva compresso ogni libertà, De Gasperi estromesso dalla vita pubblica, lontano dal proprio nucleo familiare e dai compagni di un tempo scrisse una lettera all’amico trentino Giovanni Ciccolini in cui affermava con vigore che, nonostante tutto, “la libertà e la giustizia sono figlie di Dio e che il cristianesimo applicato alla vita pubblica vuol dire lealtà, franchezza, coraggio, sacrificio”.

In seguito, quando tra gli anni Trenta e Quaranta tentò di svolgere un ruolo di cerniera tra la cultura delle vecchie generazioni – formatesi sulle istanze solidaristiche del cattolicesimo politico del primo Novecento ed estromesse dalla vita politica dall’avvento del regime – e i giovani intellettuali cresciuti con riferimenti culturali che guardavano a una rinnovata concezione della fede cristiana come stimolo della società sulla spinta delle teorie personaliste di Maritain e Mounier. L’obiettivo – scriveva De Gasperi – era “costruire un ponte fra due generazioni tra le quali il fascismo aveva tentato di scavare un abisso” e il metodo andava rintracciato proprio nel recupero delle matrici ideali del cattolicesimo liberale.

Questa intima dimensione spirituale e questa fiducia nella militanza religiosa come strumento di costruzione saranno una costante della sua vita, presenti e visibili nei momenti privati così come in quelli pubblici più importanti. De Gasperi testimonierà la sua fede sempre senza tentennamenti e con grande umiltà, senza mai farsene vanto, senza strumentalizzazione dei simboli religiosi come amuleti identitari, senza mai servirsi della Chiesa per fini politici e, soprattutto, senza mai scendere a compromessi con la propria coscienza.

Tanto che, al tramonto della sua vita terrena, poco prima di spegnersi tra l’affetto della famiglia, poté dire: “Ho fatto tutto ciò che era in mio potere, la mia coscienza è in pace“, dopo aver sussurrato alcune volte il nome di Gesù.

 

Discorso pronunciato ieri, 3 aprile 2024, al convegno su “De Gasperi, politico cristiano” (Roma, Biblioteca Vallicelliana, Piazza della Chiesa Nuova 18).

AgenSIR | Diocesi di Milano: “Ridestare il sogno europeo”.

“Noi cristiani vorremmo essere cittadini di un’Europa protagonista nell’opera di pace e di sviluppo dei popoli, vorremmo coltivare e tenere vivo il sogno dei padri fondatori, per evitare che la cultura europea sia impostata sul mero individualismo, sugli imperativi del mercato, sugli egoismi nazionali. Perciò sentiamo il dovere di vivere anche l’appuntamento elettorale di giugno con responsabile partecipazione”. Lo afferma mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, presentando alla diocesi il documento sulle prossime elezioni europee elaborato dal Consiglio pastorale diocesano.
Il Consiglio pastorale diocesano è un organismo che resta in carica 5 anni e che nella sua composizione attuale conta su 143 membri, per la maggior parte laici e laiche. Si tratta di fedeli attivi nelle parrocchie e di rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali, con una distribuzione equilibrata per sesso, età e provenienza dalle varie zone della diocesi. A loro si aggiungono alcuni presbiteri, religiosi e religiose.
“Per questi motivi – dichiara Delpini – ho accolto con favore l’idea del Consiglio pastorale diocesano di elaborare, nel corso dell’ultima sessione svoltasi a febbraio, il breve testo/appello rivolto a tutte le comunità cristiane”.
Il documento è stato approvato all’unanimità.
“Ora è compito di tutti contribuire alla circolazione di tale documento e alla promozione di occasioni per approfondirne e svilupparne ulteriormente i contenuti: nelle parrocchie e nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali, e – perché no? – anche in contesti non ecclesiali ma in cui i cristiani sono attivamente presenti. Qualunque documento, seppure ben redatto, per arrivare allo scopo non deve rimanere un foglio stampato, ma ha necessità di avere le gambe che lo fanno circolare e la faccia di qualcuno che ci crede in prima persona”.

 

Per leggere il documento del Consiglio pastorale diocesano

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/il-consiglio-pastorale-diocesano-in-giugno-un-voto-decisivo-per-ridestare-il-sogno-europeo-2799270.html

Aggiornamenti Sociali | Un approccio critico alla questione della meritocrazia.

Il riferimento al merito presuppone l’individuazione di criteri che permettano di definirlo e valutarlo. Interrogarsi sui criteri impiegati è allora parte integrante di qualsiasi ragionamento al riguardo. Chi stabilisce che cosa è meritorio e in che modo valutarlo? Chi è il soggetto a cui compete riconoscere il merito e con quali criteri? Queste domande dischiudono la necessità di legare la riflessione sul merito a quella più ampia del senso del vivere in società e alla visione antropologica sottostante. In effetti, il giudizio positivo nei riguardi di certi percorsi o del possedere determinate competenze è soggetto all’evoluzione dei tempi: ciò che è riconosciuto come meritevole è variabile.

Oggi la comprensione largamente prevalente del merito è debitrice della cultura individualista e di quello che l’enciclica Laudato si’ chiama «paradigma tecnocratico», che frammenta la società e si focalizza sulle potenzialità della tecnica senza curarsi appieno dei risvolti etici. Le narrazioni che riscuotono maggiori consensi, nei media ma anche nel discorso politico, accendono i riflettori sull’individuo che emerge a dispetto di tutto e di tutti, come un eroe o un’eroina in solitaria, capace di sovvertire il fato avverso. Per dare più forza a queste storie esemplari si finisce per porre in secondo piano l’apporto ricevuto da altri, come le istituzioni, la società civile, le reti di cui si fa parte, che invece costituiscono una trama vitale per qualunque percorso di crescita personale.

Proprio come è riduttivo leggere il successo di un singolo come frutto esclusivo del suo merito, ignorando il ruolo giocato dalla società nel suo insieme, così sono profondamente ingiuste quelle narrazioni che attribuiscono la responsabilità dei “fallimenti”, personali o di interi territori, unicamente a quanti vi sono direttamente coinvolti. In questo modo assolvono dalle proprie responsabilità coloro che, secondo il dettato costituzionale, avrebbero il compito di promuovere il bene comune, che comprende l’accesso a pari opportunità per tutti i cittadini. Richiamare che “non si riesce da soli”, ma che c’è uno stretto legame tra l’itinerario personale e il contesto in cui si vive, può essere un antidoto sia contro una comprensione riduttiva ed escludente del merito, sia contro un atteggiamento di resa politica e sociale di fronte a quelle disuguaglianze che la nostra Repubblica, secondo il dettato costituzionale, ha il compito di rimuovere per favorire «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, c. 2 Cost.).

 

Per leggere il testo integrale

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/il-merito-in-questione-oltre-una-visione-individualista/