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Tennis, Berrettini al terzo turno a Miami

Roma, 21 mar. (askanews) – Matteo Berrettini brilla al Masters 1000 di Miami. Il romano è al terzo turno del torneo della Florida grazie alla vittoria su Alexander Bublik con un doppio 6-4 in un’ora e mezza di gioco. La seconda vittoria contro un top 15 negli ultimi 12 mesi per Berrettini, al miglior successo per classifica dalla sfida vinta con Zverev a Monte-Carlo lo scorso anno. L’azzurro ha sfoderato la migliore prestagione stagionale contro il kazako, n. 11 del mondo, regolato soprattutto grazie a un ottimo rendimento al servizio: 17 ace e 6 palle break su 6 annullate. A questi vanno poi aggiunti 29 colpi vincenti, oltre a una grande gestione dei punti a rete (vinti 9 su 11 “discese”). I due set sono stati dall’andamento simile, entrambi indirizzati con un break nelle fasi iniziali in favore di Berrettini che ha poi ben gestito il vantaggio. Matteo tornerà in campo domenica nel terzo turno contro il monegasco Valentin Vacherot, n. 24 del seeding. Tra i due non ci sono precedenti.

Sci, Paris vince per la quinta volta la discesa di Kvitfjell

Roma, 21 mar. (askanews) – Dominik Paris è ancora il re indiscusso dell’OlympiaBakken: il fuoriclasse azzurro domina per la quinta volta in carriera la discesa di Kvitfjell (Norvegia) che ha aperto le Finali di Coppa del Mondo. Per il trentaseienne della Val d’Ultimo si tratta del primo successo stagionale, il 25esimo complessivo della carriera, il ventesimo in discesa. E sette di questi, hanno preso forma proprio nella località sede dei Giochi Olimpici del 1994: cinque discese e due superG, tra il 2016 ed il 2026. perchè i dossi e le asperità del tracciato norvegese sanno esaltare il campione azzurro, pronto a sgretolare la gara con il tempo di 1’45″37, avvicinato solamente dal campione olimpico Franjo Von Allmen, secondo a 0″19.

Referendum sulla giustizia, il campo largo punta sul No e prepara lo sprint per le politiche

Roma, 21 mar. (askanews) – Il centrosinistra adesso ci crede, quel referendum sulla giustizia che solo pochi mesi fa sembrava perso in partenza adesso può diventare il trampolino che lancia la coalizione verso le politiche del prossimo anno. I sondaggi di questi mesi di campagna elettorale hanno galvanizzato i leader del ‘campo largo’, a cominciare da Elly Schlein e Giuseppe Conte che quasi ogni giorno si sono spesi in prima persona nei comizi in giro per l’Italia. Una vittoria del ‘no’ sarebbe uno sfregio doloroso per Giorgia Meloni, alla vigilia della maratona delle politiche, ma avrebbe anche ricadute interne al centrosinistra, rendendo non più rimandabile la discussione sulla leadership della coalizione.

La partita si gioca sulla capacità di mobilitare il proprio elettorato, vince chi motiva i suoi e non a caso tutti i leader dei partiti di centrosinistra, a partire proprio da Conte e Schlein, si sono ben guardati dal trasformare il voto in un referendum sulla Meloni, come invece accadde nel 2016 con Matteo Renzi. Un referendum visto come un ‘primo tempo’ delle politiche spingerebbe alle urne anche i sostenitori della premier, è il ragionamento, mentre per i leader del ‘campo largo’ tenere la discussione sull’attacco alla Costituzione e sul rischio di un ‘modello Trump’ dovrebbe motivare soprattutto gli elettori di centrosinistra.

Anche in questi giorni la leader Pd, per esempio, ha sempre accuratamente evitato di rispondere quando le è stato chiesto cosa accadrebbe al governo in caso di vittoria del ‘no’. “Noi non chiederemo le dimissioni – è il mantra ripetuto dalla Schlein – batteremo la desta alle urne”. E anche Conte ha sempre svicolato quando gli è stato chiesto delle sorti del governo in caso di sconfitta del ‘sì’: “A casa? Valuti lei”. Semmai “si faccia un esame di coscienza, dopo quattro anni cosa porta ai cittadini, un fallimento, una sconfitta ulteriore”.

Al tempo stesso, però, la vittoria non aiuterebbe a sciogliere il nodo della leadership della coalizione, proprio perché entrambi hanno scelto di guidare la campagna referendaria dei rispettivi partiti. La Schlein ha affiancato i comizi sulla giustizia alla “campagna di ascolto”, una prova generale della mobilitazione dei prossimi mesi per le politiche. Insieme all’allarme per il governo che “vuole scegliersi i giudici” la leader Pd ha ogni volta parlato di sanità pubblica, salario minimo, diritti, violenza sulle donne, congedo paritario.

E per Conte la contrapposizione dura e anche personale con Meloni è stata anche l’occasione per ribadire il profilo “progressista” ma “autonomo” del Movimento, come da mandato della fase costituente interna del 2024. Anche se qualche sondaggio, nelle scorse settimane, ha certificato la propensione favorevole alla riforma Nordio di un elettore M5S su cinque, la più alta nel campo progressista, il Movimento non ha fatto registrare scosse su questo tema al vertice o nei gruppi parlamentari.

L’ex premier ha spinto sulla caratterizzazione del Movimento come forza più fedele allo schieramento pro-magistratura. L’impegno del leader M5s sembra essere stato premiato con qualche apparente ritorno di immagine: l’ultimo sondaggio SWG-La7 dava il M5S in crescita di qualche decimale e se il centrodestra davvero andasse avanti sulla riforma elettorale a maggior ragione diventerebbe quasi ineludibile il tema delle primarie nel centrosinistra.

Nel Pd quasi tutti scommettono sul fatto che il leader 5 stelle chiederà di usare i ‘gazebo’, anche se Conte continuerà a ribadire che si deve partire dal “confronto sul programma”. La scelta delle primarie diventerebbe quasi inevitabile con l’indicazione del capo della coalizione previsto dalla proposta presentata dal centrodestra, a meno che non si arrivi ad un accordo a tavolino su cui al momento scommettono in pochi.

Ma le cose si complicherebbero persino di più con una sconfitta del ‘no’, perché troverebbero più spazio i tanti – soprattutto in casa Pd – che valutano ancora la figura di un nome ‘terzo’, un ‘federatore’ alla Romano Prodi, per guidare la coalizione. Tra i democratici praticamente nessuno ha contestato la scelta del ‘no’, soprattutto tra i parlamentari.

Solo Pina Picierno è ufficialmente schierata a favore della separazione delle carriere, oltre a figure come Enrico Morando e Stefano Ceccanti che animano la ‘Sinistra per il sì’, ma in direzione di fatto nessuno ha sollevato obiezioni sulla scelta di fare campagna contro la riforma Nordio. Uno scenario che più di un sostenitore della segretaria pensa di poter esorcizzare con l’anticipo del congresso, che a scadenza naturale sarebbe previsto per inizio 2027. Anche di questo si parlerà dalla prossima settimana, perché se si fanno le primarie di coalizione diventa complicato immaginare di convocare anche le assise Pd.

Referendum sulla giustizia, la scommessa di Meloni sul Sì: test (inevitabile) per il governo

Roma, 21 mar. (askanews) – Il messaggio, sin dall’inizio, non poteva essere più chiaro: le sorti del governo non sono legate all’esito del referendum sulla giustizia che si celebra domani e lunedì. Praticamente dal giorno uno, Giorgia Meloni ha spiegato e ripetuto che non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta del sì e ha rigettato così il paragone con il precedente – tirato in ballo continuamente dagli addetti ai lavori – della bocciatura della riforma costituzionale che portò alle dimissioni di Matteo Renzi.

Quasi dieci anni dopo, insomma, la presidente del Consiglio si è ben guardata dal ripetere quello schema, ossia dal trasformare la consultazione – come fece allora il suo predecessore – in un voto pro o contro di sé. Ma ci sono molte ragioni per cui, al di là della narrazione impostata da palazzo Chigi, il referendum rischia di essere inevitabilmente un test per il governo e, soprattutto, per chi lo guida. Con conseguenze sulla stabilità dei prossimi mesi di navigazione difficili da prevedere.

Tanto per cominciare, la riforma che viene sottoposta al giudizio degli italiani è stata approvata nella sua versione definitiva esattamente come uscita dal Consiglio dei ministri, ovvero senza mai subire una modifica o una correzione nei passaggi parlamentari previsti ed è quindi interamente ascrivibile all’esecutivo.

Se questo è il dato fattuale, c’è però un altro elemento molto più politico. Di tutte quelle che erano previste nel programma elettorale del centrodestra, quella della giustizia è con ogni probabilità l’unica riforma costituzionale che vedrà la luce nella legislatura. Partita in teoria come cavallo di battaglia di Forza Italia, anche nel nome di Silvio Berlusconi, alla fine è stata scelta dalla premier come ‘prediletta’. Da un parte, perché il malfunzionamento del settore è cosa che riguarda da vicino molti cittadini, dall’altra, difficilmente si può considerare la decisione come avulsa dagli scontri avuti con la magistratura in questi anni: un caso su tutti, il decreto Albania. In teoria, la riforma simbolo di Fratelli d’Italia avrebbe dovuto essere il premierato: arenato da quasi due anni alla Camera dopo il sì del Senato, si è già visto sorpassare appunto dalla riforma della giustizia e ora, quasi certamente, anche da una modifica della legge elettorale che dovrebbe provare a ‘replicarne’ gli effetti maggioritari ma per via ordinaria. Se il premierato dovesse mai riprendere il suo cammino parlamentare, insomma, sarebbe soltanto per far vedere che i meloniani non hanno ammainato una storica bandiera.

A tutto ciò, va aggiunto che questo è l’unico test elettorale dell’anno, se si escludono alcuni Comuni: quindi di fatto l’unica chiamata alle urne collettiva prima delle elezioni Politiche.

Nelle previsioni iniziali, la presidente del Consiglio avrebbe dovuto dedicarsi a questa campagna elettorale nelle ultime 2-3 settimane, quelle che – secondo i sondaggisti – servono davvero a formare o a consolidare le intenzioni di voto. Programmi che, in buona parte, sono stati sconvolti dal nuovo conflitto in Medio Oriente scaturito dall’attacco di Usa e Israele all’Iran. Proprio le preoccupazioni dei cittadini per le ripercussioni della guerra, e un conseguente disinteresse per la battaglia referendaria che diversamente sarebbe stata centrale in queste settimane, sono considerate nel centrodestra uno dei fattori che possono penalizzare il fronte del sì. Il ragionamento che viene fatto, statistiche alla mano, è che più è alta l’affluenza più vorrà dire che si è mobilitato l’elettorato favorevole alla riforma.

L’astensione, e il voto delle regioni del Sud, vengono infatti considerati nella maggioranza i due grandi fattori per capire dove potrebbe pendere la bilancia. Una larga partecipazione nel Meridione, si prevede, andrebbe tradotta come uno spostamento soprattutto a favore del fronte del no.

Proprio per smuovere quell’ago della bilancia, Giorgia Meloni si è lanciata in un rush finale di campagna elettorale. Una sola manifestazione, quella promossa dal suo partito a Milano, e per il resto molta tv e radio insieme alla ormai nota partecipazione, nei fatti poco ‘pulp’, del podcast con Fedez.

La presidente del Consiglio ha provato a impostare il messaggio nel modo più semplice e meno tecnico possibile, visto l’alto tasso di specializzazione della materia. Nella sostanza lo slogan alla fine è stato: Se votate no per mandare a casa me, sappiate che alla fine vi terrete sia me che un sistema giustizia che non funziona.

E, tuttavia, al di là della narrazione e della costruzione della campagna elettorale è impossibile immaginare che l’esito della consultazione non influenzerà, in un modo o nell’altro, l’ultimo miglio della legislatura. Una vittoria del sì, d’altra parte, non potrebbe che essere considerata anche una vittoria della stessa premier e un consolidamento della sua leadership dopo quattro anni di governo. Allo stesso tempo, un trionfo del no sarebbe la sua prima vera sconfitta da quando è alla guida di palazzo Chigi ed è facile prevedere che possa generare fibrillazioni nella stessa maggioranza: dal giorno dopo il referendum, d’altra parte, tutti i partiti – di destra e di sinistra – saranno già totalmente proiettati sulle elezioni Politiche cercando di portare acqua al proprio mulino. Mantenere la maggioranza “compatta”, insomma, non sarà così facile.

Guerra in Iran, la Commissione Ue invita gli Stati a ridurre gli obiettivi di stoccaggio del gas

Milano, 21 mar. (askanews) – La Commissione europea ha invitato gli Stati europei a ridurre gli obiettivi di stoccaggio del gas e a iniziare gradualmente il riempimento delle riserve nel tentativo di ridurre la domanda, dopo l’impennata dei prezzi dell’energia generata dal conflitto in Iran. A scriverlo è il Financial Times che cita una lettera della Commissione europea che dovrebbe essere stata inviata agli Stati membri dopo la chiusura dei mercati di venerdì.

In questa lettera, il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, invita i ministri dell’energia dell’Unione a non affrettarsi a ricostituire le riserve di gas esaurite dei loro Paesi e a ricorrere alla “flessibilità” per ridurre la domanda di famiglie e industria in un momento “in cui l’offerta è sotto pressione”. Per Jørgensen gli Stati membri dovrebbero abbassare l’obiettivo di riempimento dei propri impianti di stoccaggio del gas all’80% della capacità, 10 punti percentuali al di sotto degli obiettivi ufficiali dell’UE, “il prima possibile nella stagione di riempimento per fornire certezza e rassicurazione agli operatori di mercato”.

Stando a quanto scrive il quotidiano finanziario inglese, il Commissario ha suggerito ai Paesi di iniziare gradualmente a riempire le riserve per evitare una “corsa di fine estate” che metterebbe sotto pressione i mercati, rimandando, tuttavia, al primo dicembre il raggiungimento degli obiettivi di stoccaggio. Si tratta di un posticipo di un mese rispetto agli obiettivi introdotti dalla legislazione europea dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022.

L’appello della Commissione ai ministri europei, osserva il Ft, “evidenzia le preoccupazioni di Bruxelles che una spinta da parte degli Stati membri per raggiungere obiettivi di stoccaggio rigorosi possa esercitare ulteriore pressione sui prezzi del gas in Europa, che sono aumentati del 21,5% questa settimana a seguito degli attacchi alle infrastrutture energetiche critiche in Medio Oriente”.

Nella sua lettera, Jørgensen ha affermato che l’approvvigionamento energetico dell’UE “rimane relativamente protetto”, ma ha chiesto una “risposta collettiva” al conflitto, avvertendo che, dati “i recenti sviluppi, potrebbe volerci più tempo prima che la produzione qatariota di gas naturale liquefatto torni ai livelli precedenti alla crisi”.

Acqua, Villa (AVR Anima): contributo importante da industria

Roma, 21 mar. (askanews) – “La gestione sostenibile della risorsa idrica è una sfida concreta e una priorità sistemica che riguarda da vicino industria, agricoltura e salute pubblica. La partecipazione di Avr, associazione dei costruttori di valvole e rubinetti federata Anima Confindustria, a questo momento di confronto promosso da Fondazione Univerde, rappresenta l’occasione per portare un contributo responsabile e collaborativo su un tema che richiede soluzioni condivise e visione di lungo periodo. Crediamo che solo attraverso una partnership reale fra istituzioni, gestori e industria sia possibile rendere le infrastrutture più efficienti; in questo contesto, il comparto del valvolame e della rubinetteria italiana è pronto ad offrire il proprio contributo”.

Così Andrea Villa (Vice Presidente di AVR – ANIMA Confindustria) in occasione del convegno “Acqua, Agricoltura e Salute: innovazione e ricerca per la sicurezza, la qualità e la sostenibilità”, promosso da Fondazione UniVerde e Coldiretti, con il supporto di UNESCO WWAP, il patrocinio di Rai, la main partnership di Almaviva Group, la media partnership di Rai Italia e con event partner Acea Acqua.

Iran, le notizie più importanti del 21 marzo sulla guerra

Roma, 21 mar. (askanews) – Di seguito una selezione delle notizie più importanti di sabato 21 marzo sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran, un conflitto che coinvolge ormai tutti i Paesi del Golfo e il Libano, con gravi ripercussioni sull’economia globale.

-12:12 L’emittente israeliana Kan: l’attacco lanciato oggi contro l’impianto nucleare iraniano di Natanz è stato condotto dagli Stati uniti con bombe “bunker buster”.

-11:50 Un ufficiale del Servizio di intelligence nazionale iracheno (Inis) è rimasto ucciso nell’attacco con droni che questa mattina ha preso di mira il quartier generale dell’Inis a Baghdad.

Referendum sulla Giustizia, cosa prevede la riforma: separazione carriere, Alta Corte, due Csm

Roma, 21 mar. (askanews) – La riforma costituzionale della magistratura, – “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” – che ha come obiettivo di separare le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti, attraverso la modifica del Titolo IV della Costituzione, ha ottenuto il quarto e ultimo via libera parlamentare dal Senato il 30 ottobre scorso, con 112 voti a favore, 59 contrari e 9 astenuti. Rispetto al testo presentato in origine dal governo, che reca la firma della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il Parlamento non ha apportato alcuna modifica, neanche in occasione della prima lettura.

Il provvedimento prevede due distinti organi di autogoverno: il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente. La presidenza di entrambi gli organi è attribuita al presidente della Repubblica, mentre sono membri di diritto del Consiglio superiore della magistratura giudicante e del Consiglio superiore della magistratura requirente, rispettivamente, il primo presidente della Corte di Cassazione e il procuratore generale della Corte di Cassazione.

Gli altri componenti di ciascuno dei Consigli superiori sono estratti a sorte, per un terzo da un elenco di professori e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune e, per i restanti due terzi, rispettivamente, tra magistrati giudicanti e requirenti. Si prevede, inoltre, che i vicepresidenti di ciascuno degli organi siano eletti fra i componenti sorteggiati dall’elenco compilato dal Parlamento.

Un’altra novità è rappresentata dall’istituzione dell’Alta Corte disciplinare che sarà composta da 15 giudici: 3 nominati dal presidente della Repubblica; 3 estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune; 6 estratti a sorte tra i magistrati giudicanti e 3 estratti a sorte tra i requirenti entrambi in possesso di specifici requisiti.

Il No può rifarsi ad Elia? Olivetti apre la polemica, Balboni risponde

Elia, il cattolicesimo democratico e il referendum

 

di Marco Olivetti

Strumentalizzare il nome dei morti per sostenere una posizione politica che non ci si sente di appoggiare solo sulla propria autorevolezza o mediocrità è moralmente squallido. 

È quanto sta accadendo in questi giorni con una posizione di Leopoldo Elia durante i lavori della Bicamerale D’Alema a proposito di un emendamento sulla divisione del CSM in due sezioni. Una posizione che viene presa a base di un invito a votare No nel prossimo referendum, proprio in nome di Elia.

Io non so francamente come oggi avrebbe ragionato Leopoldo Elia sulla separazione delle carriere e sulla riforma del CSM. Non credo che nessuno possa saperlo. Il contesto di oggi è troppo diverso dal 1998: ad es. il gigantesco conflitto di interessi coagulato attorno a Berlusconi appartiene alla storia e non al presente e quel conflitto – che non era un dato transeunte, ma un fenomeno strutturale della politica italiana di quegli anni – spiega quella posizione. Certo questo non è un tema su cui è possibile rinvenire nel pensiero di Elia una indicazione stabile.

Ho collaborato per una decina d’anni col prof. Elia e fra le lezioni principali che mi ha trasmesso, oltre ad una grande sapienza e prudenza, vi era l’onestà intellettuale. Che manca del tutto a chi oggi strumentalizza un episodio  politico per manifestare un segno di vitalità culturale. Credo che questo proprio il professore non sarebbe riuscito ad apprezzarlo e penso anche che invocare il cattolicesimo democratico su questa vicenda sia solo un modo per sporcare una tradizione a suo tempo nobile e nella quale non pochi (fra cui Martinazzoli) avevano idee almeno in parte diverse.

Ma il punto sta qui: non possiamo non imparare dai maestri, ma non possiamo strumentalizzarli. Possiamo e dobbiamo usare solo la nostra piccola o grande credibilità per ragionare ed argomentare. Il di più viene dal maligno.

 

[Pubblicato ieri su Avvenire e postato sul orofilo Fb dell’autore]

 

*

 

Risposta di Enzo Balboni

Come promotore, insieme a Lucio D’Ubaldo, dell’Appello per il NO nel solco di Leopoldo Elia, cerco di rispondere pacatamente, e con argomenti, all’aperta e ingenerosa accusa di Marco Olivetti di voler strumentalizzare il pensiero di un maestro scomparso ai fini di una battaglia politica contingente  (confronta Avvenire e Facebook del 19 marzo).

Quanto al metodo, a me sembra che aver riportato tra virgolette una dichiarazione pubblica – agli atti di una Commissione bicamerale sulle riforme costituzionali della quale Elia era vicepresidente nel 1997 – non sia un procedimento manipolatorio, in una circostanza non simile ma uguale, che riguarda l’oggi.

Elia, che pesava ogni parola,  dichiara in una sede solenne, “…in coerenza con opinioni fortemente meditate”, di esprimere la sua “opinione contraria all’articolazione del CSM in due sezioni: una per i magistrati giudici e l’altra per i magistrati pubblici ministeri, ritenendo che questa disgiunzione rappresenti una fuga in avanti e non  garantisca quegli effetti positivi che da essa deriverebbero secondo i sostenitori di questa riforma”.

Mi pare un pensiero molto chiaro; ed equivale ad una  banalizzazione opinare, come fa il mio interlocutore, che il contesto odierno è troppo diverso da quello del 1998,  sul quale incombeva – si proclama, dicendo il vero – il gigantesco conflitto di interessi coagulato attorno a Berlusconi. 

Sarebbe, allora, il fantasma di Berlusconi a spiegare quella posizione? Dire questo significa, a mio avviso, sminuire anzi annichilire la capacità di ben pensare politicamente di Leopoldo Elia, che era al tempo stesso prudente ma coraggioso e sempre sapienziale.

Dunque, nessuna strumentalizzazione, ma solo un aggiornamento alle tematiche odierne. Sarei osceno, e stupido, se scrivessi che Elia vivo voterebbe No al referendum;  ma con gli amici del mondo del cattolicesimo democratico osiamo dire che, ponendoci nel solco del suo alto pensiero, ci opponiamo a questa manomissione della Costituzione.

Referendum, Guzzetta e D’Ubaldo a confronto su Conquiste del Lavoro

Il 22 e 23 marzo i cittadini italiani saranno chiamati a votare sul referendum costituzionale confermativo che riguarda la Giustizia. Trattandosi di un referendum confermativo, non è previsto alcun quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dal numero degli aventi diritto che si recherà alle urne. Sulle ragioni del Sì e del No abbiamo intervistato Giovanni Guzzetta, costituzionalista, sostenitore del Sì; e Lucio D’Ubaldo, direttore de Il Domani d’Italia, del Comitato società civile per il No. 

La riforma oggetto del referendum è un attacco alla Costituzione e indebolisce la democrazia?

D’Ubaldo. Certamente. È l’attacco su un punto decisivo ai principi e ai valori del testo uscito dall’Assemblea costituente e rimette in discussione la “forma” del Csm definita con la legge del 1958. In nome del processo giusto, come se finora sia stato praticato un sistema ingiusto, s’inventano soluzioni a dir poco problematiche. La trasformazione del Pm in “avvocato dell’accusa” rompe la cultura e la prassi della cosiddetta unitarietà della giurisdizione. In questo modo non si rafforzano le garanzie del cittadino: il Pm, con queste norme sottoposte a referendum, non è più garante della correttezza delle indagini, con l’obbligo di raccogliere anche le prove a discarico dell’imputato. È un cambio di prospettiva che esclude il dovere del Pm di “pensare” anche come giudice, non solo come accusatore.

Guzzetta. Dopo mesi di campagna elettorale sto ancora cercando di capire quali norme della riforma realizzerebbero l’attentato alla Costituzione. Mi sembra risibile pensare che gente che appartiene solidamente alla tradizione riformista e garantista della sinistra come Barbera, Ceccanti, Picierno, Salvi e tanti altri, si stiano rendendo complici di un complotto per realizzare una deriva autoritaria e anticostituzionale. Io sono convinto che questa riforma rafforza l’indipendenza di tutti i magistrati e la separazione dei poteri. Perché anche separare strutturalmente, come diceva Giovanni Falcone, chi ha il potere di accusare e chi ha il potere di giudicare è nella linea montesquieiana della separazione dei poteri. Per una riprova basterebbe leggere la relazione del Ministro fascista Dino Grandi alla riforma dell’ordinamento giudiziario del 1941 in cui si rafforzava l’unità tra Pubblico ministero e giudice. Grandi dice espressamente che la finalità è oltrepassare “l’ormai separata” (per lui) concezione della divisione dei poteri! Del resto proprio Falcone in una intervista a Repubblica del 3 ottobre 1991 segnalava che la sua posizione per la separazione veniva accusata di volere indebolire l’indipendenza e preludere alla sottoposizione del Pm all’esecutivo. 

Con questa riforma cosa cambia nel rapporto tra cittadini e giustizia? 

Guzzetta. Cambia moltissimo. Perché il cittadino sarà garantito che chi lo giudica sia veramente “terzo” e nelle sue decisioni non sia, nemmeno inconsapevolmente, influenza dal fatto che la sua carriera dipende da un organo, l’attuale Csm, in cui siedono e votano anche i rappresentanti dell’accusa, cioè i pubblici ministeri. Non è da Paese civile avere ogni 8 ore un cittadino sottoposto a ingiusta detenzione come accade oggi in Italia, anche a causa di un appiattimento dei giudici sulle richieste dei Pm. E di fronte all’argomento secondo cui questa riforma non garantirebbe maggiore efficienza, rispondo che anche la Santa Inquisizione era efficientissima, ma niente affatto giusta. 

D’Ubaldo. Il paradosso è che sull’efficienza del sistema questa riforma non incide. È tutto rinviato a un dopo indefinito. Tutto si concentra sulla questione del “protagonismo”, enfatizzato dai media, del magistrato inquirente. Il focus della riforma sta in questa sorta di rivincita della politica dopo gli eccessi di Mani Pulite. Invece di correggere le distorsioni intervenute sull’onda di demagogiche, in primis l’errata contrazione dell’immunità parlamentare, si ridefinisce l’impianto costituzionale che tutela l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Sicché la nuova visione della giustizia finisce per rispondere a una disordinato rimescolamento di carte che precipita nella frantumazione del Csm (tre invece di uno).

Separare giudici e pubblici ministeri è il coerente sviluppo del passaggio dal processo inquisitorio a quello accusatorio; o rompe l’unitarietà della magistratura?

D’Ubaldo. Si tratta di una semplificazione. Il rito accusatorio ha varie applicazioni. La presunta “coerenza”, con il passaggio al rito accusatorio sic et sempliciter, è suscettibile di forti obiezioni. In Francia, ad esempio, la separazione delle carriere opera nel quadro di un sistema misto (inquisitorio e accusatorio). Dunque, la necessità di “portare a termine” nella maniera voluta dal governo la riforma Vassalli (1989) lascia insoddisfatti e perplessi. Non è un dettaglio la rottura dell’unitarietà della giurisdizione che la cultura giuridica, in specie quella cattolica, ha considerato quasi un dogma. Non a caso Leopoldo Elia, uno dei giuristi più insigni della Dc, nella bicamerale D’Alema (1987) votò contro la separazione delle carriere e si astenne su un emendamento che istituiva due sezioni distinte del Csm (benché preservato nella sua unicità).

Guzzetta. La risposta sta già nella sua domanda. Una volta deciso di abbandonare il modello inquisitorie, sempre più recessivo in tutte le grandi democrazie contemporanee, la distinzione delle funzioni nel processo implica, per ragioni di buon senso e di civiltà giuridica, che si separino anche le carriere e il reciproco condizionamento tra chi accusa e chi giudica. Come dicevo prima, appartiene alla tradizione più sacra del costituzionalismo l’idea che si debbano evitare concentrazioni di potere non giustificate. E la cosiddetta unità della magistratura giudicante e requirente appartiene a queste tipologie. Separare le carriere non punta a indebolire, ma appunto a separare poteri che non debbono stare insieme. Probabilmente anche il sovrano assoluto con la Rivoluzione francese si sarà sentito “indebolito” e privato dell’”unità” del proprio potere. Ma quella fu una scelta sana, non una distorsione.

Il sorteggio elimina le degenerazioni delle correnti o sostituisce la responsabilità con il caso? 

Guzzetta. Il problema è proprio la responsabilità. Il paradosso è che la magistratura associata cerca in tutti i modi di sfuggire alla responsabilità, a cominciare da quella disciplinare, è poi rivendica la tutela della responsabilità nella rappresentanza. Ma il Csm non è un organo che deve realizzare la rappresentanza elettorale, perché non è un organo politico. Se c’è un ambito in cui non ha senso parlare di responsabilità è proprio la composizione del Csm. Vogliamo veramente che i magistrati “rispondano” alle correnti che li hanno fatti eleggere piuttosto che alla legge e all’interesse generale del buon funzionamento della magistratura?

D’Ubaldo. Il sorteggio è una bizzarria. Alla fine la recondita plausibilità dell’innovazione sta nella negazione del connotato del Csm come organo di autogoverno: poiché non è concepito come tale – ecco il salto logico! – ma solo come organo di alta amministrazione, allora diventa ammissibile l’elezione dei suoi membri attraverso la regola del sorteggio. Ciò contrasta apertamente con la volontà del legislatore costituente, fedelmente rispecchiata nella legge istitutiva del Csm.

Il terzo punto della riforma è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Quali sono i vantaggi e quali le controindicazioni? 

D’Ubaldo. Non saprei dire francamente quali siano i vantaggi. Oltretutto, dopo aver messo all’indice la vicinanza e l’intreccio nell’attuale Csm di giudici e pubblici ministeri, questa stessa condizione si ripropone nell’Alta corte: entrambi i rami della carriera giudiziaria tornano con la riforma ad amministrare insieme l’azione disciplinare. Non si comprende la ratio dell’innovazione.

Guzzetta. Il vantaggio è che si pone fine alla giustizia domestica, alla giustizia fatta in casa, che ha dato una pessima prova di sé. Si contano sulle dita di una mano i magistrati che rispondono veramente e con sanzioni effettive per gli illeciti compiuti nell’esercizio delle funzioni. 

Cosa è auspicabile avvenga dopo il 23 marzo, in caso di vittoria del Sì con la fase attuativa; e in caso di vittoria del No con miglioramenti comunque da apportare al sistema giudiziario?

Guzzetta. Sono convinto che dopo trent’anni di tentativi finalmente riusciti con la riforma, se vince il No ci vorranno altri trent’anni, se non di più, per riaprire il dossier. Se il voto confermasse, come io non credo, lo status quo, nessuno oserebbe intervenire di nuovo per molto tempo. Se vince il Sì ci sarebbe ovviamente la possibilità di aprire un dialogo interrotto da una campagna manichea e barbara. Con la garanzia che la Corte costituzionale vigilerebbe contro ogni ipotetico tentativo di tradire le scelte costituzionali.

D’Ubaldo. Credo sia auspicabile, innanzi tutto, che il referendum fallisca perché ciò costituirebbe il monito per qualsiasi ulteriore tentativo di modificare la Costituzione a colpi di maggioranza. In ogni caso, l’auspicio che vale per tutti rimanda alla necessità di operare con spirito di apertura e condivisione, fuori dallo schema di rigida contrapposizione tra governo e opposizione, dovendo riconoscere quanto sia inopportuno operare con spirito di parte sui delicati meccanismi che regolano la giustizia nello Stato di diritto costituzionale.

 

[A cura di Giampiero Guadagni]

Cambiare idea o cambiare bandiera? La misura della politica

Il trasformismo tra libertà e opportunismo

Con il referendum sulla giustizia ne stiamo vedendo di cotte e di crude, acrobazie all’ultimo stadio di revisioni di pensiero. Commentando il libro di Tommaso Cerno a titolo “Le ragioni di Giuda”, Luigi Bisignani richiama la risposta di John Maynard Keynes a chi lo accusava di incoerenza: “Quando i fatti cambiano, io cambio idea. E lei cosa fa?”. Il traditore sarebbe, a leggerla positivamente, colui che compie un atto di libertà rompendo un ordine costituito. Insomma, peggio ancora sarebbe l’atteggiamento di colui che non decide mai. Il ragionamento regge se si tratta di adeguare il proprio pensiero al mutare delle situazioni, un conformarsi al nuovo che avanza.

Potrebbe anche tradursi nell’arte della duttilità spogliandosi dalla gabbia dei propri primi pensieri. Il tutto ha ragione d’essere nella misura in cui non si sacrifica integralmente la propria identità, la causa per cui si è nati e che ti definisce, rendendoti riconoscibile rispetto al mondo. Se il motivo vero che induce ad aggiornare un pensiero ispirativo di origine è invece la propria sopravvivenza allora non c’è giustificazione che tenga. Ci sono quelli che obbediscono al motto del buon Ferrini “Non capisco ma mi adeguo”, aggiornandone la versione. “Capisco e mi adeguo” vale per restare sempre alla ribalta e null’altro. Un conto è adeguare, altra cosa è rinnegare.

Identità, coerenza e responsabilità

Ne discende che se, fino a stravolgerlo, si è orientato massicciamente il pensiero per vie opposte rispetto al punto di partenza, si dovrebbe avere l’onestà di dismettere il ruolo di testimone di un’idea che non c’è più. Ne conseguirebbe, per logica, l’umiltà di ritornare alle faccende domestiche, senza aggiungersi al pattuglione di quelli che un giorno si contestavano.

Giuda ha tradito per i denari ricevuti o perché eroso dal dubbio di tradire il Dio di Mosé dando bordone all’impostore Gesù? Il giudizio sul suo tradimento sarà diverso rispetto a ciò che lo ha intimamente mosso.

Pilato è oggi il popolo di chi si astiene dalla lotta, da quelli che a torto o ragione si chiamano fuori dall’interesse politico e ad ogni occasione si astengono o, peggio ancora, si abbandonano alla deriva del pervasivo corrente populismo. Anche Pilato volle chiamarsi fuori dalle diatribe religiose degli Ebrei e dalla loro sete di mantenimento del potere della casta sacerdotale e così se ne lavò le mani. Affidò ogni giudizio alla folla ed ai suoi tristi attizzatori. Si racconta che morì suicida in quel della Gallia e comunque non fece una bella fine. Non prendere posizione, evitando di posare il pensiero o da una parte o dall’altra alla lunga ti si ritorce contro.

Dal qualunquismo alla politica liquida

Nel dopo guerra un certo Guglielmo Giannini ne ha combinate di cotte e di crude, un brillante esempio forse per il nostro “Giuseppi” nazionale a fare altrettanto. Far fuori il limite dei due mandati elettivi significa aver cancellato ciò per cui si era venuti al mondo professando, da principio, l’odio per i professionisti della politica. Dopo la sua evoluzione, vuota di specificità, doppioni di altri partiti non sembrano estremamente necessari al benessere del paese. “Dateci un tratto distintivo e solleverò il mondo” potrebbe essere l’implorazione di un popolo orante che deserta le urne.

Il buon Giannini, con una inziale ispirazione liberale e liberista nel 1946 fondò il partito ”Fronte dell’Uomo Qualunque”, alleandosi subito dopo la sua nascita, in occasione della competizione amministrativa, con il Partito Nazionale Monarchico e in parte con il Partito Liberale Italiano.

Nelle successive elezioni nazionali divenne il quinto partito con ben 30 deputati. In breve, dopo un avvicinamento alla Democrazia Cristiana e al Movimento Sociale Italiano, si indirizzò verso il Partito Comunista Italiano pur avendo nomato in precedenza Togliatti come “verme, farabutto e falsario” per poi ritornare al Partito Liberale Italiano.

In seguito confluì nel Blocco Nazionale e poi, ormai dissolto il suo partito, si candidò a titolo personale prima nella Democrazia Cristiana e poi nel Partito Monarchico Popolare.

La misura come discrimine morale

Dunque si possono rivedere i propri convincimenti ma il funambolismo, a vantaggio solo di una poltrona da difendere, non lascia il cuore contenti. Che si tratti di voltare la gabbana o di una più piccola gabbanella, resta una disinvoltura da non applaudire. Tutto, come sempre, è questione di misura, parola che ha alla sua radice latina nel verbo “metiri”. Aggiungendo una semplice consonante si arriva a “mentire” e non ci sarebbe da sorridere.

Quando non si ha più nulla da “tradere”, da consegnare al prossimo, si può, cambiando semplicemente una vocale, “tradire” e andare avanti. Basta esserne consapevoli.

Il calcio italiano al bivio: meno alibi, più visione

Tra eliminazioni precoci e ritardi strutturali, il sistema calcio italiano sconta limiti organizzativi, culturali e formativi: senza riforme profonde, il divario con l’Europa rischia di diventare permanente.

Il verdetto europeo delle ultime settimane ha lasciato pochi dubbi. L’eliminazione di Inter e Juventus per mano di realtà come Bodo/Glimt e Galatasaray, seguita dalla disfatta dell’Atalanta contro il Bayern Monaco, ha riportato al centro una domanda che da tempo attraversa il nostro sport: dove sta andando il calcio italiano?

A rendere il quadro ancora più scoraggiante ha contribuito il fatto che sia il Bodo sia il Galatasaray siano usciti nel turno successivo. Un dettaglio che ridimensiona le nostre eliminazioni e rafforza la sensazione di un divario non solo tecnico, ma strutturale.

La dittatura dell’episodio e la cultura dell’alibi

Nel campionato italiano il racconto resta troppo spesso legato al dettaglio. La discussione si concentra sui singoli episodi, come se bastassero a spiegare sconfitte che nascono da problemi più profondi: organizzazione, intensità, qualità del gioco e carenza di veri talenti.

Nasce così una “cultura dell’alibi” che finisce per diventare il paracadute del sistema. L’episodio smette di essere parte del gioco e diventa la chiave di lettura dominante, utile a evitare analisi più scomode.

Il VAR, anziché spegnere le polemiche, ha finito per alimentarle: allenatori e dirigenti trovano nell’errore arbitrale un rifugio, mentre il dibattito si sposta dal campo al “processo”.

Anche il giornalismo sportivo, spesso, segue questa scia: più polemica che approfondimento, più rumore che analisi. Il risultato è una narrazione superficiale che ostacola ogni reale presa di coscienza.

Misurarsi con l’Europa: limiti e distanza

Il risultato è evidente quando le squadre italiane si confrontano con il calcio europeo: emergono, infatti, tutti i limiti che nel nostro campionato si vedono ogni settimana, continuando a sottovalutarli. La minore intensità, la difficoltà nell’adattamento tattico e una competitività interna non sempre all’altezza diventano fattori decisivi.

È un corto circuito che investe inevitabilmente anche la Nazionale, priva di interpreti abituati a recitare da protagonisti sui palcoscenici più esigenti.

Discutere degli episodi è legittimo, e in alcuni casi necessario. Ma quando diventa, troppo spesso, l’unico orizzonte del dibattito, si trasforma in un alibi collettivo. E finché il calcio italiano continuerà a raccontarsi così, il distacco dalle realtà europee più evolute resterà una distanza incolmabile.

Il silenzio dei cortili

Per colmare il divario europeo non basta intervenire sull’emergenza del momento. Serve una progettazione che riguardi l’intero sistema, a partire dai settori giovanili.

Il declino del talento “spontaneo” è evidente: la sparizione del “calcio di strada” – fatto di cortili pieni di voci, partite infinite e regole inventate al momento – ha tolto quell’imprevedibilità e quella creatività che storicamente ci appartenevano. Al suo posto è nato un sistema ultra-strutturato che garantisce ordine tattico ma spesso soffoca l’iniziativa individuale dei ragazzi.

 Il modello Atalanta resta l’esempio da seguire, capace di unire valorizzazione dei talenti e solidità gestionale, ma finché rimarrà un’eccezione e non la norma, in Italia si continuerà a faticare.

Oltre il campo: la riforma necessaria

La crisi del calcio italiano non si risolve solo in campo. Serve un intervento deciso a livello federale e istituzionale: senza riforme strutturali, ogni discorso sulla progettualità resta utopia. La modernizzazione degli impianti non è più rinviabile, altrimenti i club continueranno a essere privati di ricavi vitali per competere con i colossi stranieri.

Forse è arrivato anche il momento di ridiscutere il numero di squadre e i format, per aumentare la competitività.

È fondamentale investire non solo su chi gioca, ma su chi insegna: aggiornare le competenze dei tecnici dei vivai può riportare l’Italia a essere una fucina di campioni internazionali.

Il tempo dei pretesti è scaduto. Per tornare grandi serve il coraggio di guardare oltre il confine del nostro orizzonte domestico. Il calcio italiano non ha bisogno di un rigore in più, ma di una direzione chiara.

Fuori "Tutta Vita Live" di Stefano Bollani con la formazione All Stars

Milano, 21 mar. (askanews) – Un mosaico di musiche dal mondo. Un ponte fra epoche, generazioni, culture, geografie. L’istantanea di un’occasione unica, di un momento in cui le sole leggi in vigore sembrano essere la musica, la fraternità e l’amicizia fra grandi musicisti.

E’ uscito venerdì il 20 marzo, per Ponderosa Music Records, Tutta Vita Live di Stefano Bollani con la formazione All Stars, ovvero una schiera di fuoriclasse del jazz (e non solo) come Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto, insieme a tre giovani talenti: Frida Bollani Magoni, in arte Frida, Matteo Mancuso e Christian Mascetta.

Il disco è stato registrato dal vivo durante il memorabile concerto al Teatro Politeama Rossetti di Trieste il 17 febbraio 2025, momento culminante del film Tutta Vita di Valentina Cenni (Lucky Red) presentato all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma e che, dopo un’anteprima il 22 marzo al Bif&st – Bari International Film Festival, nella sezione Pomeriggi al Petruzzelli, arriva dal 1° aprile in numerose città italiane per un tour nelle sale.

Il nuovo album di Bollani è infatti un nuovo tassello per espandere ulteriormente l’esperienza di un progetto più articolato, che ha la sua genesi in una residenza artistica in cui questo straordinario ensemble si è riunito per una settimana, in una dimora storica di Gorizia, grazie all’idea di Valentina Cenni di raccontare attraverso la macchina da presa l’improvvisazione jazz come atto di vita, come spazio di relazione, di ascolto, di libertà creativa. Per celebrare – in questo tempo sospeso in una terra di confine, suonando quella musica che per sua stessa natura non ha confini: il jazz – la musica, l’incontro con l’altro la vita stessa. Questa esperienza di condivisione artistica e umana, dallo schermo si irradia verso lo spettatore, diventando così condivisione non soltanto fra gli artisti (e amici) ma soprattutto tra i musicisti e il pubblico, perché lo sguardo curioso ma discreto e rispettoso di Valentina Cenni mette a disposizione di chi guarda questa straordinaria quotidianità dell’ensemble – giorni e notti fatti di musica, di dialoghi, battute, giochi, prove e improvvisazioni – facendo cogliere allo spettatore il momento esatto in cui il processo creativo trova forma, la musica nasce e poi approda sul palco.

“L’improvvisazione è un modo di abitare il tempo: con presenza, ascolto, fiducia” racconta Valentina Cenni. “In Tutta Vita, abbiamo vissuto la creazione come spazio condiviso, dove l’incontro diventa musica e l’istante rivela, con dolcezza, il senso del cammino”.

Tutte le date e gli appuntamenti sono consultabili al link in continuo aggiornamento: https://tuttavitaalcinema.it/ L’album non è però la colonna sonora del film. Al contrario, il disco inizia dove finisce il racconto cinematografico.

Undici tracce che vanno dall’inedito brano iniziale, Tutta Vita, appositamente composto da Stefano Bollani per il progetto, a due celebri composizioni firmate da Enrico Rava – Certi angoli segreti e Theme for Jessica – e già eseguite in passato, in diverse occasioni, da Rava e Bollani. All’interno di questo perimetro, una tracklist che attinge da musiche provenienti da diverse parti del mondo e da varie epoche, scelte tanto dai vari repertori popolari e tradizionali, quanto dai percorsi di grandi autori della storia della musica. Tutte pensate, vissute e suonate come un volano, un punto di partenza per aprirsi verso molteplici direzioni, guidati dall’estatico piacere dell’improvvisazione, via maestra di ogni grande jazzista. L’approdo è una nuova vita, assolutamente unica e contemporanea, donata alle composizioni originali. Una nuova vita che trasuda energia, amore per la musica e per il suonare insieme.

Dibattito. Giustizia e referendum: il merito oltre le bandiere

Specialmente negli ultimi giorni che ci dividono dal referendum sulla riforma della giustizia, ho cercato di farmi un’idea ascoltando dibattiti, leggendo interventi, seguendo confronti televisivi e approfondimenti.

Una scelta maturata tra incertezze e approfondimenti 

Non è stato semplice. Per chi, fortunatamente, non ha mai avuto problemi diretti con la giustizia, questo è un tema ostico, poco popolare, spesso tecnico fino all’incomprensibile. Eppure proprio per questo sarebbe servito un confronto serio, pacato, il più possibile sganciato dalle appartenenze politiche. Alla fine, però, una convinzione me la sono fatta: voterò Sì.

Non perché ritenga questa riforma perfetta. Non lo è. Alcuni aspetti potevano certamente essere scritti meglio, e personalmente resto molto perplesso su soluzioni come il sorteggio, che difficilmente rappresenta il punto più alto di una democrazia matura. Ma perché, dentro una riforma non impeccabile, vedo almeno un punto qualificante che considero giusto: la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice.

Il nodo centrale: accusa e giudizio devono distinguersi davvero

È questo il nodo vero. In un sistema che si definisce pienamente accusatorio, è difficile spiegare ai cittadini perché chi accusa e chi giudica debbano appartenere allo stesso ordine, essere valutati nello stesso circuito, crescere nella medesima cultura professionale e, fino a oggi, avere come riferimento il medesimo Consiglio superiore della magistratura.

La distinzione delle funzioni esiste già, certo, ma qui si discute di qualcosa di più profondo: della credibilità dell’equilibrio tra accusa e giudizio.

Da cittadino, prima ancora che da elettore, faccio fatica a non vedere il problema. Se una persona finisce sotto inchiesta, ha diritto non solo a un giudice imparziale, ma anche a percepire quella imparzialità come effettiva, netta, visibile. E invece il dubbio che resta, almeno nell’opinione pubblica, è che tra pubblico ministero e giudice esista una contiguità culturale e professionale che può pesare, soprattutto nei casi più esposti mediaticamente.

Dopo titoli di giornale, talk show, ricostruzioni accusatorie presentate quasi come verità già accertate, non è irragionevole domandarsi se il giudice si trovi sempre nelle condizioni migliori per esercitare fino in fondo la sua terzietà.

Per questo considero la separazione delle carriere l’aspetto più serio e più convincente della riforma. Non è una vendetta contro la magistratura, non è un attacco alla sua autonomia, non è la “fine dello Stato di diritto”, come da più parti si continua a ripetere con toni che trovo eccessivi. È, più semplicemente, il tentativo di rendere più chiari i ruoli e più credibile il processo.

Le contraddizioni della politica e il riflesso delle appartenenze

Ciò che invece trovo francamente deludente è l’atteggiamento di una parte del centrosinistra. Non entro nella legittimità del dissenso: in democrazia è normale avere posizioni diverse. Ma qui colpisce soprattutto la contraddizione politica.

Per anni la separazione delle carriere è stata discussa, ipotizzata, in alcuni casi perfino accettata come possibile approdo riformatore. Oggi, improvvisamente, diventa una minaccia per la democrazia solo perché a proporla è il governo Meloni. È difficile non vedere, in questo rovesciamento, il prevalere della convenienza politica sul merito.

Ed è proprio questo il punto più amaro. Su una materia tanto delicata, che tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la vita concreta dei cittadini, ci si sarebbe aspettati una discussione meno ideologica e più onesta.

Invece ancora una volta sembra contare soltanto la logica dello schieramento: se una proposta la fa l’avversario, allora va respinta a prescindere. Anche quando, almeno in parte, riprende idee che fino a ieri non si consideravano scandalose.

I limiti della riforma e una conclusione senza illusioni

Aggiungo una riflessione ulteriore. In questi anni il vero sbilanciamento a favore della politica si è visto altrove, e in modo ben più pesante, ad esempio nel funzionamento della pubblica amministrazione locale, dove spesso i contrappesi si sono indeboliti e le catene di dipendenza gerarchica hanno finito per rendere molto più fragile l’autonomia dei ruoli tecnici e di garanzia.

Lì si è intervenuti profondamente, e non ricordo la stessa indignazione che oggi accompagna questa riforma. Anche per questo fatico a prendere sul serio certe improvvise conversioni garantiste o costituzionali a geometria variabile.

Quanto al sorteggio e agli altri meccanismi previsti, non nascondo le mie riserve. Le correnti, probabilmente, non spariranno per decreto. Anzi, tenteranno come sempre di riorganizzarsi e di sopravvivere. Sappiamo bene quanto il potere sia abile nel trovare nuove forme per riprodursi.

Ma proprio per questo non credo che il limite di alcune parti della riforma debba cancellarne il punto centrale e più condivisibile.

In conclusione, voterò Sì non per entusiasmo ideologico, ma per convinzione ragionata. Perché questa riforma, pur imperfetta, compie un passo che considero corretto: separare davvero chi accusa da chi giudica.

Ed è sconfortante constatare che una questione così seria, su cui sarebbe stato possibile un confronto più ampio e persino trasversale, sia stata invece risucchiata nella solita battaglia politica.

È questo che lascia l’amaro in bocca più della riforma stessa: l’incapacità della politica italiana di discutere nel merito, senza tifoserie, senza pregiudizi, senza l’ossessione di stare comunque e sempre contro qualcuno.

 

Ditonellapiaga annuncia i primi appuntamenti live estivi

Milano, 20 mar. (askanews) – Sulla scia del successo di Che fastidio! (BMG/Dischi Belli), al vertice della classifica EarOne Airplay come brano più trasmesso e ascoltato in radio e in tv che ha raggiunto il record per la maggiore audience in sole tre settimane dalla sua release con 391.588.331 ascolti, Ditonellapiaga annuncia oggi i primi appuntamenti estivi che da giugno a settembre la vedranno calcare i palchi dei principali festival italiani.

I primi appuntamenti, prodotti da Magellano Concerti, vedranno la cantautrice esibirsi il 26 maggio al Cooltura Fest a L’Aquila, 4 giugno ad AteneiKa a Cagliari, il 18 giugno a Sguardi Live di Rivoli, il 28 giugno a L’Umbria che spacca di Perugia, il 2 luglio al Tanta Robba Festival di Cremona, il 3 luglio all’NXT di Bergamo, il 15 luglio a Suoni di Marca di Treviso, il 16 luglio al Men/Go Music Fest di Arezzo, il 31 luglio al Mind Festival di Montecorsaro, il 1° agosto all’Effetto Venezia di Livorno, il 3 agosto al Rotonda by La Mobiliare di Locarno, il 9 agosto al Festival dell’Aspide di Roccadaspide, l’11 agosto al Mish Mash Festival di Milazzo, il 4 settembre al Trento Live Fest di Trento e il 12 settembre al Pride Village di Padova. Seguirà un aggiornamento del calendario.

I biglietti per le nuove date sono disponibili a partire da oggi, venerdì 20 marzo, sui circuiti di vendita e prevendita abituali. Maggiori informazioni su https://magellanoconcerti.it/tour/210/ditonellapiaga-live-2026.

Ad anticipare il ritorno live per l’estate 2026, il nuovo progetto discografico Miss Italia fuori per BMG/Dischi Belli da venerdì 10 aprile e da ora disponibile in preorder. Dopo un momento di smarrimento identitario musicale, Miss Italia nasce come reazione alla necessità di fermarsi e rimettere tutto in discussione per ritrovarsi, indagando il rapporto con i canoni, con la percezione degli altri e con l’idea di essere “giusti”. Interamente scritto e composto dalla stessa Margherita -insieme ad Alessandro Casagni che ne ha anche curato la produzione- nel nuovo album entra in gioco l’ironia pungente e dissacrante di Ditonellapiaga che ritrova la sua voce sbarazzina e volutamente fuori dal coro, proprio come il suo nome. Su sonorità elettroniche e sfumature pop-dance, la cantautrice esplora le crepe dello star system, punzecchia i suoi miti e le sue maschere, trasformando le contraddizioni di questo mondo in una parodia lucida, ironica e intelligente.

Ditonellapiaga tornerà live nei club in autunno con due speciali appuntamenti: il 27 novembre 2026 all’Atlantico di Roma e il 30 novembre 2026 al Fabrique di Milano. I biglietti dei live di Roma e Milano sono già disponibili su TicketOne e nei circuiti di vendita e prevendita abituali.

Miss Italia -disponibile in preorder- sarà su tutte le piattaforme digitali e acquistabile in due formati fisici: CD e vinile colorato rosa trasparente Collector’s Edition in edizione limitata.

Geely auto talks: connected mobility in Italia vale 3,36 miliardi

Napoli, 20 mar. (askanews) – La sfida principale della Connected Mobility per il futuro riguarda competenze e formazione: il 75% delle aziende fatica a trovare specialisti in elettrificazione, AI, guida autonoma e sostenibilità, i cosiddetti “talenti del domani”. È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano, con un contributo scientifico dell’Università di Napoli Federico II, presentata durante la prima tappa del roadshow Geely Auto Talks powered by Jameel Motors a Napoli. Il mercato italiano della mobilità connessa è cresciuto del 16% a fine 2024, raggiungendo un valore di 3,36 miliardi di euro, ma resta un gap tra innovazione tecnologica e nuove professioni. Il settore automotive cambia paradigma: non bastano più motori eccellenti, servono competenze trasversali per un ecosistema di mobilità integrato.

Per Marco Santucci, Managing Director di Jameel Motors Italia per Geely e Zeekr:”Questo è il punto più importante, l’allineamento. Quando io parlo di ecosistema parlo appunto di riuscire ad allineare quelli che sono tre pilastri fondamentali che io definisco il triangolo magico del sistema Italia. Da un lato le istituzioni che ovviamente danno un po’ la direzione che se allineati con l’industria riescano a dare una direzione dove il sistema Italia può crescere e può progredire essendo più competitivo con quello che è il mondo nel quale stiamo lavorando anzi vivendo e crescendo. Se unito a questa direzione univoca tra industria e istituzioni c’è anche la formazione, quindi il mondo universitario, si riesca a far crescere quelle competenze che piano piano entreranno al mondo del lavoro”. L’evento ha mostrato che AI, guida autonoma e infrastrutture smart stanno già rivoluzionando la mobilità urbana, con nuove figure chiave come coordinatori di trasporto e supervisori di Control Room. La presenza del Ministero dell’Università e della Ricerca ha sottolineato l’importanza di sviluppare nuovi talenti e opportunità lavorative.

Francesca Mandato, funzionario del Ministero dell’Università e della Ricerca: “Dal DM 226 del 2021 sono stati previsti dei dottorati industriali, cioè le università possono aprire collaborazioni con le imprese, coinvolgendole già nell’offerta formativa e nella gestione dei dottorati stessi. L’università si è aperta al mondo del lavoro dal 2021, e ora questi dottorati industriali possono essere istituiti pienamente”. Lo studio evidenzia anche un preoccupante gap professionale: una posizione su quattro nel settore IT e Data Management resta scoperta, spingendo le aziende a formare internamente i talenti per sopperire alla carenza di specialisti esterni. Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility, Politecnico di Milano, spiega: “Oggi la mobilità sta vivendo una trasformazione epocale, più sostenibile, sicura e intelligente. Servono competenze adeguate, perché tre aziende su quattro lamentano carenze. Inoltre, nei grandi eventi come le Olimpiadi, le tecnologie forniscono dati cruciali per prendere decisioni in tempo reale”.

Dopo l’evento di Napoli, il tour nazionale di Geely Auto e Jameel Motors prosegue in Italia per promuovere le competenze della mobilità del futuro, unendo la visione industriale del gruppo cinese con l’eccellenza italiana. Un impegno concreto che vedrà anche il finanziamento di dottorati di ricerca e borse di studio in collaborazione con il MUR.

Lupi: Bossi punto di riferimento in politica oltre che un amico

Milano, 20 mar. (askanews) – “Per tutti noi Umberto Bossi è stato, oltre che un amico per tanti anni, anche un punto di riferimento di come intendeva la politica, quella forte, vigorosa, rivoluzionario ma anche amante delle istituzioni. Insieme Bossi e Berlusconi hanno fondato poi il centrodestra quello che vediamo oggi, capace finalmente di tornare ad una politica che rappresentasse pezzi di popoli vivi, con il suo linguaggio che tante volte, almeno all’inizio, non condividevo”. Così Maurizio Lupi, presidente di Noi moderati, a Milano, a margine della maratona oratoria a favore del Sì al Referendum del centrodestra che è stata anche l’occasione per ricordare Umberto Bossi, morto giovedì sera a Varese all’età di 84 anni.

“Era un collega parlamentare e io credo che Bossi sia stato un punto di riferimento e lo è sempre stato. Le volte che arrivava in Parlamento nonostante la sua malattia era circondato da tutti noi, gli chiedevamo dei pareri, discutevamo di Milano, esprimeva i suoi giudizi nel modo con cui ovviamente era capace lui di esprimerlo”, ha aggiunto. “Non si dimentica nessuno quando uno costruisce un pezzo di storia e Umberto oggettivamente piaccia o non piaccia, con tutte le sue contraddizioni, almeno all’inizio, per chi come me è entrato nel 1993 in consiglio comunale” ha concluso Lupi “è stato ed è e continua ad essere un punto di riferimento per tutti”.

Balboni: “Il nostro è il No di Elia: difendiamo la Costituzione”

APPELLO – Nel solco di Leopoldo Elia: cattolici democratici per il No 

 

Nell’ottobre 1997, durante i lavori della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, il giurista Leopoldo Elia – allora vicepresidente della Commissione – intervenne con grande fermezza nel dibattito sulla riforma del Consiglio Superiore della Magistratura.

Quando venne presentato un emendamento che proponeva una diversa composizione del CSM, con la separazione tra magistratura giudicante e magistratura requirente, Elia prese la parola controcorrente. Disse in quella circostanza:

“Signor presidente, colleghi, ho avuto più volte l’occasione di esprimere la mia opinione contraria all’articolazione del CSM in due sezioni: una per i magistrati giudici e l’altra per i magistrati pubblici ministeri. Ho ritenuto che questa disgiunzione rappresenti una fuga in avanti e non garantisca quegli effetti positivi che da essa deriverebbero secondo i sostenitori di questa riforma. Pertanto, in coerenza con opinioni fortemente maturate, voterò contro l’emendamento alternativo Fontan C. 122.122 (costituzione di due CSM), mentre mi asterrò nella votazione dell’emendamento Follieri S. 122.216, che prevede le due sezioni”.

Facendo tesoro del suo alto e meditato insegnamento, rivolgiamo oggi questo appello ai cattolici democratici — ma non solo a loro — affinché si esprimano con un NO nel referendum costituzionale del 22-23 marzo.

La riforma proposta utilizza infatti la separazione delle carriere e l’istituzione di CSM separati – addirittura tre –  come leva per intervenire profondamente sull’ordinamento della magistratura, mettendo in discussione l’equilibrio costituzionale che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura nello Stato di diritto costituzionale.

Balboni Enzo
(Promotore dell’appello)

De Siervo Ugo
(Presidente emerito della Corte costituzionale)

Pajno Alessandro
(Presidente emerito del Consiglio di Stato)

 

Allegretti Umberto

Bigon Anna Maria

Buzzacchi Camilla

Cabiddu Maria Agostina

Cacioli Enzo

Caimi Luciano

Canalis Monica

Cariola Agatino

Carli Massimo

Castagnetti Pierluigi

Chieffi Lorenzo

Corradini Luciano

Costa Silvia

Cosulich Matteo

D’Andrea Antonio

D’Andrea Giampaolo

D’Andrea Luigi

Dau Michele

Delrio Graziano

De Martin Gian Candido

De Toni Felice Alberto

Di Gaspare Giuseppe

Di Giovan Paolo Roberto

D’Ubaldo Lucio

Fasoli Maria Grazia

Galbiati Domenico

Garavaglia Mariapia

Ganino Mario

Giovagnoli Agostino

Grassi Stefano

Guerini Lorenzo

Lanzinger Gianni

Magrin Valentina

Miraglia Anna Maria

Morese Raffaele

Novelli Cecilia

Paterniti Giuseppina

Pizzolato Filippo

Politi Fabrizio

Rossi Emanuele

Sangiorgi Giuseppe

Tabacci Bruno

Tavazza Maria Paola

Toia Patrizia

 

Maratona referendum centrodestra diventa momento di ricordo per Bossi

Milano, 20 mar. (askanews) – In piazza San Carlo, in pieno centro a Milano, l’iniziativa referendaria del centrodestra, intitolata “Insieme per il sì – Maratona oratoria”, è diventata anche un momento per ricordare il fondatore della Lega, con il gazebo che ha ospitato una foto del “senatùr” e un libro per le condoglianze sul quale molti si sono fermati a scrivere un pensiero o a lasciare una firma per rendere omaggio al fondatore della Lega morto a 84 anni giovedì sera a Varese.

Padel, Parma: ai quarti derby azzurro tra Orsi e Parmigiani-Stellato

Roma, 20 mar. (askanews) – Sarà derby azzurro nei quarti di finale femminili del Fip Silver Mediolanum Padel Cup in corso al Pro Parma Sport Center. Da una parte – si legge in una nota – Carolina Orsi, in coppia con la spagnola Letizia Manquillo, dall’altra Martina Parmigiani ed Emily Stellato, compagne di Nazionale e protagoniste di tanti successi con l’Italpadel. Orsi e Manquillo hanno superato il primo turno battendo le spagnole Vazquez/Vera, mentre Parmigiani e Stellato si sono imposte con un netto 6-1, 6-0 su Pattacini/Scrinzi. Le tre azzurre condividono un percorso importante in Nazionale, con l’argento agli Europei 2024, il bronzo ai Mondiali dello stesso anno e un ulteriore bronzo europeo conquistato nel 2025.

Nel tabellone maschile prosegue il cammino di Riccardo Sinicropi e Matteo Platania, che hanno centrato l’accesso ai quarti di finale al termine di una sfida equilibrata, vinta contro gli argentini Mauricio A. Rivero e Francisco Britos con il punteggio di 6-3, 6-7, 7-6. Per la coppia azzurra, formata dall’esperienza di Sinicropi e dal talento del 19enne Platania, si tratta di uno dei migliori risultati nel circuito FIP Silver. Nei quarti affronteranno il paraguaiano Facundo Dehnike e l’argentino Dylan Cuello.

Intanto, nei dati della Federazione Internazionale Padel, l’Emilia-Romagna si conferma tra le aree più dinamiche del Paese, con 685 campi e 255 club, numeri che la collocano al quinto posto in Italia per diffusione del padel. A livello provinciale, Bologna guida la classifica con 144 campi, seguita da Modena (140), mentre Parma si attesta al terzo posto con 72 impianti, alla pari con Rimini e davanti a Forlì-Cesena (57), Reggio Emilia (55) e Ravenna (51). Un dato particolarmente significativo riguarda proprio Parma, che registra la media più alta tra numero di campi e club (3,6).

Bossi, Gelmini: un guerriero, ha rappresentato la buona politica

Roma, 20 mar. (askanews) – “È stato un guerriero, ha amato profondamente la politica, ha vissuto per la politica, riusciva a parlare con le persone più semplici, dagli operai agli imprenditori, ha saputo interpretare le sensibilità profonde del Nord. Ci mancherà, voglio esprimere le mie condoglianze alla famiglia e alla comunità della Lega”.

Così Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati, parlando a Milano a margine di quello che doveva essere un evento per il Sì al Referendum, diventato un ricordo di Umberto Bossi.

“Funerali di Stato? Non compete a me ma saranno moltissimi i militanti e i cittadini che lo ricorderanno con affetto e stima perché Umberto Bossi rappresenta la buona politica” ha aggiunto Gelmini.

Delmastro, Conte a Meloni: la "manina" si chiama stampa libera

Roma, 20 mar. (askanews) – “Poco fa la presidente Meloni se l’è presa con una manina, la solita manina che quando c’è la chiamata degli italiani al voto tira fuori il caso Delmastro. E ha detto che il comportamento di Delmastro è stato ‘un po’ leggero’. Io dico che il presidente del Consiglio dovrebbe preoccuparsi non della manina che ha tirato fuori la notizia: in un ordine democratico si chiama stampa libera e indipendente, che deve controllare il potere”. Lo ha detto il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, concludendo a Roma la manifestazione di chiusura della campagna del M5S per il No al referendum costituzionale.

“Invece – ha aggiunto rivolgendosi alla premier – dovresti preoccuparti della manina di chi a dicembre 2024 a Biella, erano quattro del tuo partito dal notaio, compreso il sottosegretario Delmastro, e hanno firmato la costituzione di una società con una ragazza diciottenne e l’hanno nominata amministratrice, per fare affari con il noto prestanome del clan Senese. E ti devi preoccupare anche dalla manina di chi ha firmato per chiedere all’Inps i soldi della cassa Covid, una truffa (allusione al procedimento che riguarda la ministra del Turismo Daniela Santanchè, ndr). Sono manine di tua competenza!”, ha concluso Conte.

La Russa: Bossi amico sincero, mi pento di non essere andato a trovarlo

Milano, 20 mar. (askanews) – “Abbiamo voluto trasformare questo incontro, che il coordinamento del centrodestra aveva organizzato per il referendum, per ricordare Umberto Bossi. Ricordare Umberto Bossi significa ricordare una persona che ha veramente cambiato la politica in Italia. Ho perso un amico, un amico sincero. L’avevo sentito meno di due mesi fa, gli avevo promesso che sarei andato a trovarlo ma non ce l’ho fatta e me ne rammarico”. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha ricordato Umberto Bossi, scomparso giovedì sera a Varese all’età di 84 anni.

Arrivando in piazza San Carlo, in pieno centro a Milano, dove una iniziativa referendaria del centrodestra è diventata anche un momento per ricordare il fondatore della Lega, La Russa ha detto: “Rimane forte la memoria politica di chi, partendo da posizioni politiche che non erano le mie, all’inizio parlava di secessione, ma poi seppe trovare la strada per contribuire a costruire un centrodestra molto forte senza rinunciare a nulla delle sue idee di tutela e difesa della milanesità, del Nord più in generale, della Lombardia”.

“Il dato più importante è la sua disponibilità anche a rinunciare a qualcosa della sua postura pur di dare alle sue idee un ruolo importante a livello nazionale – ha aggiunto – A Roma, con la destra e con Berlusconi. Quando ricordiamo la nascita del centrodestra un ruolo importante spetta a Umberto Bossi”.

Il presidente del Senato, infine, ha ricordato che “due mesi fa mi aveva chiamato lui, alla fine gli ho detto ‘voglio venire a trovarti’, lui mi ha detto che mi aspettava. Mi pento di non essere riuscito a trovare il tempo ed è un cruccio che mi porto dietro”.

Oggi saluto in "famiglia" a Bossi. Salvini in dubbio, poi arriva

Gemonio (Va), 20 mar. (askanews) – Il portoncino di villa Bossi a Gemonio si apre solo quattro volte, in tutta la giornata. Per far entrare – è mattina presto – Marco Reguzzoni e poco dopo Giancarlo Giorgetti. Nel primo pomeriggio arriva Attilio Fontana. Alle 18 arriva anche Matteo Salvini. Solo a loro la famiglia concede di venire a rendere l’ultimo omaggio al fondatore della Lega Nord.

Insieme al ministro dell’Economia e all’ex capogruppo alla Camera, la moglie Manuela e i figli Roberto, Renzo ed Eridanio decidono per i funerali in forma pubblica, nella città simbolo del Carroccio, Pontida. Il segretario della Lega Matteo Salvini lo apprende dalle agenzie, in diretta radiofonica. Eppure il vice premier aveva annullato tutti gli impegni, aveva annunciato che sarebbe rientrato su Milano “con il primo volo” e fatto cenno – durante la diretta con Radio Libertà – ad un “ritorno a Varese”, oggi. Che arriva solo nel tardo pomeriggio. Per tutto il giorno aleggia l’incertezza sulla possibilità che al segretario venga data la possibilità di presentarsi a Gemonio: in radio Salvini non dice se andrà o meno: “Mi fermo alla riservatezza e lavoriamo per accompagnare e celebrare degnamente Umberto”, dice Salvini mentre a casa Bossi ci sono appunto Reguzzoni e Giorgetti. A collegamento in corso, il suo ufficio stampa ribadisce il rispetto di “tempi e scelte della famiglia Bossi” e che “appena possibile daremo informazioni” ma negli stessi minuti le agenzie battono la notizia, fatta filtrare dalla famiglia, che i funerali saranno domenica a Pontida. Il segretario non può che adeguarsi: “Chi è in Lega ha due famiglie, quella d’origine e la Lega. Non siamo un partito ma una comunità. Quando qualcuno lascia una comunità, è l’intera comunità che lo vuole salutare. Se sarà a Pontida domenica vorrà dire che la famiglia si troverà domenica lì”.

Poi alle 18 l’auto blu di Salvini arriva a sorpresa davanti al cancello. Il segretario entra senza parlare, uscirà un’ora e mezza dopo, e anche in questa occasione non parlerà con i giornalisti. Diffonderà una noto poco dopo: “È stato un incontro molto emozionante, caratterizzato da toccanti riflessioni umane e politiche. Domenica saremo in tanti ad abbracciare Umberto nella sua Pontida”, dice Salvini.

Una comunità che però a Gemonio non si fa vedere. In tutta la giornata sono non più di una ventina le persone che passano a casa Bossi. Qualche amico di lunga data, qualche militante duro e puro che contesta l’attuale segreteria: “Salvini ha ammazzato il sogno della Padania libera”. Qualche mazzo di fiori, una bandiera con Alberto da Giussano, lo striscione di chi si proclama “giovane padano per sempre”. Anche a Gemonio la tensione tra la vecchia Lega Nord e la Lega Salvini premier emerge, così come nel filo diretto a Radio Libertà, con tanti che chiamano per contestare la Lega nazionale. Ma la visita di Salvini forse aiuterà a stemperare il clima in vista dei funerali.

Intanto il segretario mantiene la sua linea: “Un conto sono le battaglie del 1995, anche io allora ero sul Po. Nel 2026 un movimento autonomista, federalista, identitario non può che essere sovranista a difesa della stessa identità in Europa. Altrimenti mentre combattiamo per l’autonomia di comuni e regioni, a Bruxelles ti fregano i quattrini”, dice Salvini. “Voglio una Lega gagliarda, diceva Bossi. E penso l’abbia costruita bene e la ritrovi bene questa Lega gagliarda, in forma, determinata, in crescita, ancora oggi spesso sola contro tutti: siamo nati così, cresciuti così, probabilmente ci ha anche irrobustiti nella mente e nel fisico”.

Ditonellapiaga tra i super ospiti del Pride Village 2026 a Padova

Roma, 20 mar. (askanews) – Il Pride Village annuncia i primi super ospiti della sua diciannovesima edizione: Ditonellapiaga, Boss Doms, Samuele Sartini, Albertino, Alexia e Cristina D’Avena. L’evento, organizzato da Heddy Media, si svolgerà dal 5 giugno al 12 settembre 2026 alla Fiera di Padova.

È Ditonellapiaga il primo nome di punta annunciato per Pride Village 2026. Reduce dal successo di Sanremo, il 12 settembre il Village ospiterà una delle date del suo tour estivo, che farà tappa nei principali festival italiani da giugno a settembre.

Insieme a Ditonellapiaga, il Pride Village 2026 ha svelato i primi nomi di un cartellone come sempre molto ricco. Sul palco di Padova arriverà Boss Doms, produttore e musicista di Achille Lauro, protagonista del tour nei palazzetti sold out in tutta Italia. Atteso anche Samuele Sartini, uno dei producer italiani più affermati sulla scena internazionale: con Seek Bromance — fenomeno globale da oltre 180 milioni di visualizzazioni su YouTube — e la recente Seek Love con Alok, ha confermato la sua capacità di conquistare i dancefloor di tutto il mondo.

Tra i protagonisti delle serate anche Albertino, direttore artistico di Radio m2o e tra i principali artefici del fenomeno soft clubbing milanese con il format m2o Morning Club.

Sarà poi il momento di Alexia, icona della dance italiana con oltre 6 milioni di album venduti nel mondo, attesa il prossimo 26 marzo al Fabrique di Milano con il concerto-evento The Party – Back to the Dancefloor. Ci sarà al Village anche Cristina D’Avena, regina indiscussa delle sigle dei cartoni animati.

I biglietti per Pride Village 2026 sono disponibili dal 20 marzo 2026 su Ticketmaster e sui principali circuiti di prevendita. Maggiori informazioni su www.pridevillage.it

Delmastro, Meloni: se caso più ampio, giustizia farà suo corso

Roma, 20 mar. (askanews) – La questione Delmastro “non c’entra niente” con il referendum, e comunque “se fosse invece più ampia, perché io, ripeto, parlo degli elementi che conosco”, “se ci fossero altri problemi, chiaramente la magistratura farà il suo corso. Perché, guardi un po’, anche se vince il sì, i magistrati faranno il loro lavoro, anzi lo faranno molto meglio”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervistata durante lo speciale referendum del Tg La7 in onda stasera.

La Russa: Delmastro? Per una foto non si è mai dimesso nessuno…

Milano, 20 mar. (askanews) – “Per una foto non si è mai dimesso nesssuno”. Così Ignazio La Russa, presidente del Senato, a margine di una iniziativa in ricordo di Umberto Bossi a Milano in piazza San Carlo, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, dovesse dimettersi.

Inizialmente La Russa si era limitato a dire: “Non lo so, non conosco la situazione, se ha dei procedimenti…”. Poi incalzato dai cronisti che gli chiedevano se avesse visto la foto di Delmastro con Mauro Caroccia, condannato definitivamente con l’aggravante mafiosa, ha detto: “Non so se è un condannato non conosco questa vicenda sicuramente uno si dimette se ha commesso degli atti gravi se ci sono condanne. Per una foto non si è mai dimesso nessuno”.

Delmastro, Schlein: già ieri Meloni doveva chiedere dimissioni

Roma, 20 mar. (askanews) – Giorgia Meloni avrebbe già dovuto chiedere le dimissioni di Andrea Delmastro. Lo ha detto la segretaria Pd Elly Schlein durante la registrazione dello ‘Speciale sì o no’ dedicato al referendum, che andrà in onda questa sera su La7.

“Ieri Giorgia Meloni avrebbe dovuto pretendere le dimissioni di Delmastro e invece, rivolgendosi a me, ha detto ‘io l’ho appreso dai giornali’. E ha aggiunto: ‘Questo dovrebbe farci riflettere su un certo modo di fare giornalismo’. Io credo che questo debba far riflettere piuttosto sul suo modo di scegliere i sottosegretari alla giustizia”, ha spiegato.

“Delmastro – ha sottolineato la Schlein – era già stato condannato per aver rivelato delle informazioni segrete per usarle contro di noi in aula e ha mentito su questa vicenda. Pare che, anche dopo la condanna in appello di questo signore condannato per essere prestanome del clan Senese, abbia continuato a frequentare quel locale”.

Ha concluso la leader Pd: “Lui ha fondato una società con la figlia diciottenne di un uomo che era già stato indagato per mafia e che poi è stato condannato per mafia. È possibile che un sottosegretario alla giustizia fondi delle società senza sapere con chi le sta fondando?”.

Delmastro, Meloni: è stato leggero leggero. Manina? Messo in conto

Roma, 20 mar. (askanews) – “Ovviamente parlerò con Delmastro, con il quale non sono riuscita a parlare perché lei sa che sono tornata praticamente stanotte dal Consiglio europeo, dopodiché però io guardo i fatti che conosciamo ora e che io conosco dalla stampa, non so da chi li conosca la stampa”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervistata durante lo speciale referendum del Tg La7 in onda stasera.

Pensa a una manina? “Non lo so, non mi interessa, sono cose che a volte accadono, ma insomma anche qui eventualmente l’ho messo in conto. Se ci fosse una manina vorrebbe dire che questa è la cosa peggiore che si ha sul governo della Repubblica italiana? Questo fatto? Beh è interessante, perché il fatto di Delmastro che cosa dice? Dice che c’è un sottosegretario di Stato che acquista le quote di un ristorante con dei soci incensurati. E che quando scopre che non uno dei soci, ma il padre di uno dei soci ha problemi con la giustizia, vende quelle quote. Attenzione, non vende quelle quote quando la notizia esce sul giornale, vende le quote quando lo scopre. Questa è la cosa peggiore che si ha contro il governo italiano? Certo, abbiamo dei sottosegretari leggeri, Delmastro è stato leggero. Da qui a dire che Delmastro è connivente con la criminalità organizzata quando è uno che sta sotto scorta per il lavoro che fa contro la criminalità organizzata e segnatamente sul carcere duro, secondo me ce ne passa. Ma se ci fosse stata una manina che dice ‘oh gli ultimi giorni di campagna elettorale tiriamo fuori la cosa peggiore che abbiamo col governo’, gli italiani valuteranno”.

Lei accetterebbe che fosse questa? “Sì io accetterei che fosse questa”, ha aggiunto

52 Ludlow nella project room di Fondazione ICA Milano

Milano, 20 mar. (askanews) – Fondazione ICA Milano espone nella project room per la prima volta in assoluto tre opere tratte dalla serie 52 Ludlow realizzate da Giovanni Stefano Ghidini, parte di un ampio progetto sviluppato dall’artista nell’arco di venticinque anni. A partire dal 1997, sul tetto di un edificio al 52 Ludlow Street nel Lower East Side di New York, Ghidini ha coltivato girasoli cresciuti fino a due metri di altezza, trasformandoli in presenze monumentali e antropomorfe. In questi anni l’artista ha costruito un vasto archivio di negativi. Nel 2022 Ghidini ha iniziato a realizzare stampe al platino in collaborazione con un maestro stampatore.

Gianni Ghidini è un fotografo il cui lavoro, per decenni, è stato silenzioso e privato. I girasoli diventano i suoi autoritratti. L’artista ha raccontato ad askanews: “Sono Giovanni Stefano Ghidini, vivo a New York e questo è quello che faccio. Sono venticinque anni di lavoro che ho fatto sopra un tetto di Chinatown a New York: per 25 anni ho piantato dal seme e poi ho scolpito la pianta fino ad arrivare quasi alla morte della pianta e alla fine l’ho fotografata. È un percorso che ogni anno dura tipo nove mesi. È stata dura ma insomma ce l’abbiamo fatta. Richiede molto tempo, il tempo in questo caso è un tempo che è completamente diverso dal tempo reale. Ci vuole molta pazienza, grande pazienza e poi non puoi andare da nessuna parte, devi stare lì tutti i giorni perché la pianta magari la devi girare leggermente per dargli le forme. Ora arriva la parte della stampa, perché per venticinque anni non ho mai stampato nulla, ho raccolto tutti i negativi e ora c’è il lavoro di editing e il lavoro di editing probabilmente mi porterà via altri cinque sei, sette o dieci anni. Per cui è un lavoro che alla fine durerà probabilmente quasi tutta la vita. La stampa è al platino ed è molto complicata da fare, molto anche costosa. Una persona che arriva a New York in cima un palazzo a Chinatown, in un posto isolato dove non conosce nessuno. È la vita di un emigrante italiano. Tutto abbastanza autobiografico quello che racconto. I momenti della mia vita da emigrante negli Stati Uniti. Questo è il senso del lavoro”.

Le tre opere di 52 Ludlow selezionate da Giovanni Stefano Ghidini con la curatela di Alberto Salvadori restano visibili nella project room di Fondazione ICA fino al 23 maggio 2026.

Fondazione ICA Milano ringrazia Banca Intesa Sanpaolo, sponsor ufficiale della Fondazione, Valsoia ed Enel per il supporto alla programmazione e alle attività istituzionali.

Energia, i risultati del vertice Ue e cosa ha ottenuto l’Italia

Bruxelles, 20 mar. (askanews) – La Commissione europea comincerà a consultare da lunedì prossimo le autorità italiane sulle soluzioni a breve termine che sono state proposte dal governo nel suo ‘Decreto bollette’ per affrontare il caro energia, con riferimento alle specificità della situazione nazionale, e proporrà successivamente, con la revisione del sistema Ets di compravendita dei permessi di emissione di CO2, anche delle soluzioni di medio termine. Tra queste, in particolare, la continuazione ‘oltre il 2035’ della concessione di quote di emissioni gratuite all’industria ad alto consumo energetico (invece dello stop finora previsto al 2034), e misure contro la volatilità dei prezzi dell’Ets, che hanno impatto sul prezzo dell’energia elettrica.

E’, in sintesi, quanto ha indicato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, rispondendo ai giornalisti durante la conferenza stampa al termine del Consiglio europeo, la notte scorsa a Bruxelles.    

‘A causa del mix energetico molto diverso nei vari Stati membri, non è possibile adottare un approccio valido per tutti. L’approccio – ha spiegato von der Leyen – deve essere molto mirato, adattato alla situazione dei singoli Stati membri e temporaneo’. In questo contesto, ha detto, ‘ci impegniamo a collaborare strettamente con il governo sul decreto italiano, seguendo le linee guida delle conclusioni del Consiglio europeo’ che fanno riferimento a misure mirate in materia di energia per affrontare l’aumento dei costi in bolletta conseguenti ai rincari delle fonti fossili causati dalla crisi in Medio Oriente. ‘Da lunedì – ha annunciato – inizieranno le consultazioni e siamo fiduciosi di poter fare progressi per affrontare i problemi specifici dell’Italia, nel breve termine’.

‘Nel medio termine – ha continuato von der Leyen -, credo anche che la prossima revisione dell’Ets (prevista a luglio, ndr)  affronterà altre questioni specifiche importanti per l’Italia, come la proroga per le quote gratuite per le industrie ad alta intensità energetica o la volatilità dei prezzi dell’Ets’.    

Per quanto riguarda il breve termine, altre indicazioni sulla posizione della Commissione riguardo al ‘Decreto bollette’ e alle decisioni prese da altri Stati membri per contrastare l’emergenza rincari le ha date oggi la portavoce per l’Energia e il Clima dell’Esecutivo comunitario, Anna-Kaisa Itkonen: ‘Valuteremo, caso per caso, l’impatto dei meccanismi nazionali di emergenza per limitare gli effetti degli alti prezzi del gas sull’elettricità’, ha riferito la portavoce. Per la Commissione, ha spiegato, è importante verificare il modo in cui questi provvedimenti sono stati progettati (il ‘design’), per ‘evitare distorsioni del mercato interno, preservare i segnali di investimento a favore delle energie pulite, evitare un aumento della domanda di gas’. Gli Stati membri, ha ricordato infine Itkonen, ‘possono già utilizzare la compensazione dei costi indiretti dell’Ets per neutralizzare fino all’80% dell’impatto delle quote di emissione sull’elettricità per le industrie ad alta intensità energetica’.

Le misure del decreto italiano, dunque, saranno esaminate alla luce della loro conformità con la legislazione in vigore. Le condizioni indicate dalla portavoce sembrano escludere, ad esempio, la possibilità di ‘sterilizzare’ gli effetti dell’Ets sulle centrali termoelettriche alimentate a gas, perché questo sarebbe chiaramente un segnale di investimento contro le energie pulite, invece che in loro favore, e promuoverebbe un aumento della domanda di gas, invece di evitarlo.  

Per le misure di medio termine, la Commissione intende innanzitutto riesaminare i criteri di riferimento (‘benchmark’) in termini di efficienza energetica e di emissioni, in base ai quali si decide quali impianti, in ogni comparto industriale ad alta intensità energetica, possono ricevere i permessi di emissione gratuiti. Gli impianti che hanno prestazioni inferiori a quelle del valore di riferimento stabilito per il loro specifico comparto devono acquistare i permessi di emissione, quelli che lo superano possono avere le quote gratuite. Abbassando o elevando il valore di riferimento, la Commissione può determinare un aumento o una riduzione (anche fino all’eliminazione totale, che in effetti finora era prevista per il 2034) dei permessi di emissione gratuiti. Questo, quindi, è lo strumento che con tutta probabilità la Commissione userà per mantenere più a lungo i permessi di emissione gratuiti oggi esistenti. Ma sarà necessario rivedere anche il regolamento sui ‘dazi climatici’ Cbam (‘Carbon Border Adjustment Mechanism’), che prevede l’eliminazione progressiva delle quote gratuite.  

La seconda questione di medio termine, quella della volatilità dei prezzi dell’Ets, sarà affrontata invece attraverso l’uso della ‘riserva di stabilità’, ovvero una numero importante di permessi di emissione che la Commissione tiene in riserva e che, in caso di rincari eccessivi delle quote di CO2, può immettere massicciamente sul ‘mercato del carbonio’, aumentandone la liquidità con un incremento dell’offerta.  

Il governo italiano appare molto soddisfatto dei risultati del Consiglio europeo e degli annunci di von der Leyen. Secondo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, si tratta di ‘una svolta storica’, che  indica che ‘finalmente l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia: una strada condivisa da un sempre crescente e più ampio fronte di Stati membri’.

Secondo Urso, ‘è di grande rilevanza il riconoscimento che la prossima revisione dell’Ets affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo delle quote Ets, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro governo proprio su quanto previsto dal decreto bollette, ‘per affrontare – come riconosciuto dalla stessa von der Leyen – le specificità italiane”.

In realtà, va notato che, se la proroga per le quote di CO2 gratuite era effettivamente una delle richieste dell’Italia, e di diversi altri paesi, non c’è invece alcuna traccia, nelle conclusioni del Consiglio europeo, come nelle posizioni espresse dalla Commissione, dell’ipotesi di ‘sospendere’ l’Ets, rivendicata dal governo italiano. E anche l’intervento annunciato da von der Leyen contro la volatilità dei prezzi dell’Ets, attraverso l’attivazione della ‘riserva di stabilità’, è molto diverso da quanto chiedeva l’Italia, ovvero l’introduzione di un ‘cap’ (un tetto di prezzo massimo) per le quote di emissione, o un meccanismo (che appare molto complicato da realizzare) per escludere la componente Ets dal prezzo dell’elettricità prodotta con le rinnovabili.  

Durante la conferenza stampa della notte scorsa, Von der Leyen è stata chiarissima nella difesa dell’Ets. ‘Oggi devo dire, – ha osservato – che la giornata della riunione del Consiglio europeo è stata molto positiva per il sistema di scambio delle emissioni. Perché, sullo sfondo della crisi, è apparso chiaro che siamo vulnerabili perché dipendiamo dalla volatilità dei prezzi globali dei combustibili fossili. E ciò che importiamo come combustibili fossili fa aumentare i prezzi perché abbiamo il ‘merit order’ nel sistema del mercato energetico’. Il ‘merit order’ è il meccanismo marginale di formazione del prezzo che, soprattutto in Italia, fa quasi sempre pagare l’elettricità al prezzo della fonte più cara, il gas.  

‘Il sistema di compravendita delle emissioni, in vigore da circa 20 anni – ha ricordato la presidente della Commissione -, ha ridotto le emissioni mentre l’economia è cresciuta. Ma soprattutto, ha rappresentato un forte incentivo agli investimenti nelle tecnologie pulite. E le tecnologie pulite sono le fonti di energia a basse emissioni di carbonio, come il nucleare e le energie rinnovabili. Come si può vedere sulla mappa dei diversi Stati membri con i loro diversi mix energetici, maggiore è la quota di energie rinnovabili e nucleare, più bassi sono i prezzi, perché queste fonti energetiche sono prodotte localmente e non sono volatili. Vale anche il contrario: maggiore è la quota di gas come fonte energetica, più alti sono i prezzi e maggiore è la volatilità’.   La necessità di mantenere l’Ets pienamente in funzione è poi sottolineata anche nelle conclusioni del vertice Ue. Nel testo c’è un esplicito riferimento al fatto che devono essere preservati ‘i segnali di investimento a lungo termine’ e sostenuta ‘l’accelerazione della produzione di energia rinnovabile e a basse emissioni di carbonio’. Inoltre, si invita la Commissione a presentare, ‘entro luglio 2026 al più tardi’, una revisione del sistema Ets ‘al fine di ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e mitigarne l’impatto sui prezzi dell’elettricità’, ma ‘preservando al contempo il ruolo essenziale dell’Ets nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l’innovazione’.

Libano, p. Montes: qui manca tutto, la guerra porta solo distruzione

Roma, 20 mar. (askanews) – “Manca tutto, l’elettricità, l’acqua, la casa è un disastro. Abbiamo i materassi per terra per ospitare i rifugiati che vengono dal sud. Ma siamo in guerra. E questa è la situazione”: a parlare ad askanews è padre Luis Montes, religioso del Verbo Incarnato, da trent’anni in Medio Oriente e ora in Libano, a quattro chilometri da Harissa, poco più a nord della capitale Beirut.

“I giovani stanno perdendo fiducia nel futuro – dice -l’ingiustizia porta odio. Ho visto tante guerre. In Iraq dicevano che c’erano le armi di distruzione di massa, poi hanno distrutto la Siria, la Libia, lo Yemen. Per noi è molto doloroso vedere i potenti del mondo che portano morte e distruzione”.

Per il religioso, questa guerra non ha motivo di esistere. “C’erano i negoziati, li hanno fermati nel pieno delle trattative. Alcuni dicono che l’Iran non si fermerà perché gli Stati Uniti e Israele hanno ammazzato per due volte i negoziati. E’ un disastro – ribadisce padre Luis – sono guerre decise dal di fuori che si potevano evitare. È un circolo letale: Hezbollah attacca Israele perché Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. È la legge dell”occhio per occhio, dente per dente’. Alla fine rimarremo tutti ciechi”.

“Ogni giorno vediamo i missili che vanno a Beirut, vediamo il fumo che sale, si sentono le esplosioni. Ma qui siamo al sicuro. Il Libano – osserva ancora il religioso – vive una forte crisi economica, da molti anni, la gente è impoverita, la guerra porta povertà, dolore, odio e distruzione”.

Padre Luis racconta il loro lavoro a fianco di chi non ha nulla. “Abbiamo un’opera di misericordia per disabili, anziani, bambini, rifugiati, gli abbandonati, gli ultimi. E in questo periodo di guerra accogliamo rifugiati che arrivano dal sud del Libano, scappano dai bombardamenti. Fra alcune settimane dovremo lasciare questa casa che resterà solo per i rifugiati. Noi continueremo a fare accoglienza più a nord del paese”. Da qui l’appello ad un aiuto. “Abbiamo bisogno di fondi, per questo chiediamo aiuto a tutti. Potete donare su https://gofund.me/d72ea21ac”, conclude il religioso.

Meloni: sinistra buttato in caciara, da noi qualche fallo reazione

Roma, 20 mar. (askanews) – “Sicuramente non è stata una bella campagna elettorale anche perché c’è stato questo tentativo di buttarla in caciara, come si dice a Roma, di individuare il nemico” ed è questo “che mi ha convinto a buttarmi su questo tema, consapevole che ci sarebbe stata l’accusa di politicizzazione” perché volevo spiegare nel merito, i toni sono stati negativi soprattutto da parte della sinistra, “c’è stato qualche fallo di reazione anche nella nostra metà campo e quindi complessivamente non è stata una bella campagna elettorale”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervistata durante lo speciale referendum del Tg La7 in onda stasera.

Alta tensione sui titoli di Stato, spread Btp-Bund chiude a 92 punti

Milano, 20 mar. (askanews) – Titoli di Stato sotto pressione sui timori di una fiammata dell’inflazione, spinta dai prezzi energetici a causa della guerra in Iran, e quindi di una stretta monetaria. Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in netto rialzo a 91 punti dagli 82 di ieri, con il rendimento del decennale italiano che è schizzato al 3,94% (+17 pb), un balzo superiore a quelli del resto dell’obbligazionario pubblico dell’eurozona, a livelli che non vedeva da luglio 2024, e il tasso sul Bund a 10 anni salito al 3,03%.

In aumento di 10 punti base i titoli decennali francesi (3,74%) e spagnoli (3,56%). Il rendimento dei titoli di Stato britannici (Gilt) a 10 anni è balzato sopra la soglia del 5%, il livello più alto dalla crisi finanziaria del 2008.

Oggi Joachim Nagel, membro del Consiglio direttivo della Bce e presidente della Bundesbank, ha lasciato intendere che Francoforte potrebbe aumentare i tassi di interesse già nella riunione di fine aprile se l’inflazione dovesse continuare a peggiorare. “Allo stato attuale, è plausibile che le prospettive di inflazione a medio termine possano deteriorarsi e che le aspettative di inflazione possano aumentare in modo sostenuto, il che significherebbe che probabilmente sarebbe necessario un orientamento più restrittivo della politica monetaria”, ha affermato.

Bossi, Fontana a Gemonio: Lega perde chi l’ha inventata, io un amico

Gemonio (Va), 20 mar. (askanews) – “Oggi la Lega perde chi l’ha inventata e io perdo un amico”. Così il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, arrivando a Gemonio per rendere omaggio a Umberto Bossi. “L’avevo sentito l’ultima volta la settimana prima delle Olimpiadi”, racconta Fontana prima di entrare nella villa del fondatore della Lega, accolto dal figlio Renzo Bossi.

Calcio, Spalletti: "Totale disponibilità al rinnovo"

Roma, 20 mar. (askanews) – Vigilia di campionato per la Juventus, attesa dalla sfida contro il Sassuolo con in palio punti pesanti nella corsa Champions. L’allenatore bianconero Luciano Spalletti mantiene il focus sul campo e dribbla le domande sul mercato: “Mi sentirei un idiota a rispondere ora. Non conviene parlarne pubblicamente”.

Il tecnico apre invece alla possibilità di prolungare il rapporto con il club: “Durante la sosta ci sarà meno stress e più tempo. Da parte mia c’è totale disponibilità a sentire cosa la società vorrà dirmi”. Un incontro è atteso nei prossimi giorni per discutere il rinnovo.

Sulla sfida imminente, Spalletti sottolinea il peso della qualificazione europea: “Entrare in Champions cambia tutto per un giocatore, ma questa pressione è un privilegio. Dobbiamo viverla con entusiasmo, pur sapendo che comporta dei rischi”.

Massima attenzione al Sassuolo, squadra che il tecnico considera tra le più organizzate del campionato: “Per idee di calcio è una delle migliori, sa costruire dal basso e ribaltare l’azione. Bisognerà essere pronti e aggressivi”. E un riconoscimento all’allenatore neroverde Fabio Grosso: “È molto bravo, guardo sempre il lavoro degli allenatori che affrontiamo”.

Capitolo formazione: restano dubbi in attacco, dove Dušan Vlahovic è ancora in bilico dopo un nuovo fastidio accusato in rifinitura. “Abbiamo un paio di giocatori con qualche problema, decideremo all’ultimo momento”, spiega Spalletti, lasciando aperta l’ipotesi di confermare un reparto offensivo più leggero.

Ballottaggio anche tra i pali, con Mattia Perin e Michele Di Gregorio in competizione: “Entrambi sono al top. Questo periodo senza giocare ha fatto bene a Di Gregorio, l’ho visto molto determinato. Sceglierò in extremis”.

Infine, un messaggio alla squadra in vista del rush finale: “Mancano nove partite, 810 minuti. Non si può essere sempre migliori degli avversari, ma bisogna saper riconoscere i momenti e fare le scelte giuste. La scelta viene prima del gesto tecnico”.

MotoGp, Acosta il più veloce nelle prime libere in Brasile

Roma, 20 mar. (askanews) – Pedro Acosta si prende la prima sessione della storia della MotoGP a Goiania per il Gp del Brasile di MotoGp, secondo appuntamento del Motomondiale. Sessione disputata su pista bagnata ma in progressivo miglioramento: il pilota Ktm ha preceduto Miller (unico competitivo con le gomme slick) e Bezzecchi (Aprilia). 4° Marc Marquez, per larghi tratti in testa alla classifica, nono Pecco Bagnaia. Programma posticipato di 1 ora: alle 20, le Pre-qualifiche con in palio i primi 10 pass per il Q2 del sabato.

Difesa, americana Nuburu punta di nuovo su Tekne: accordo per il 70%

Milano, 20 mar. (askanews) – Nuburu società americana quotata a Wall Street attiva nel settore Difesa ha siglato un accordo con Tekne per acquisire il 70% della società subordinatamente all’autorizzazione prevista dalla normativa italiana sul Golden Power. Nuburu che ha già ricevuto uno stop dal governo all’acquisizione di Tekne la scorsa estate fa segnare un rialzo del 22,1% a 0,21 dollari.

Tekne, con sede operativa a Ortona (Chieti), è un operatore specializzato in ingegneria della difesa e nella progettazione, produzione e allestimento di veicoli industriali, speciali e militari. Grazie all’intervento di Nurburu, la società prevede di generare circa 50 milioni di euro di ricavi nel 2026 e 100 milioni nel 2027, riflettendo una forte crescita trainata da veicoli speciali dual use e programmi di guerra elettronica.

L’accordo tra Nuburu e Tekne fa seguito a un piano di cooperazione strategica progressiva avviato nel 2025, frutto del confronto con gli stakeholder istituzionali, e finalizzato a strutturare un quadro coerente con le priorità strategiche della difesa italiana. Una volta completata, l’operazione consentirà a Nuburu di consolidare le attività di Tekne

L’intesa prevede l’ottenimento da parte Nuburu, che detiene attualmente il 2,9% del capitale Tekne, di una quota complessiva del 70%, subordinatamente all’autorizzazione prevista dalla normativa italiana sul Golden Power, la cui notifica da parte delle società è prevista nel mese di aprile.

Nel dettaglio, oltre a circa 3,5 milioni di euro in linee di finanziamento collegate al magazzino, Nuburu ha già fornito a Tekne 13 milioni di euro a titolo di finanziamento soci che sarà convertito in capitale di Tekne. Inoltre, alla firma del nuovo accordo e con l’obiettivo di dare continuità alla produzione di Tekne e garantire i livelli occupazionali esistenti, Nuburu ha fornito ulteriori 3,7 milioni di euro.

L’accordo prevede che, all’ottenimento dell’autorizzazione di legge, i finanziamenti siano convertiti in capitale di Tekne sulla base di una valutazione della società di 52 milioni di euro e Nuburu sottoscriva un ulteriore aumento di capitale di 13 milioni di euro, alla medesima valutazione della società, venendo così a detenere una partecipazione pari al 57,1% del capitale sociale (fully diluted) oltre al 2,9% già detenuto. È previsto infine che Nuburu acquisirà un ulteriore 10% di Tekne dagli attuali azionisti.

“Nell’ultimo anno abbiamo lavorato intensamente con consulenti specializzati per sviluppare un quadro industriale allineato agli interessi nazionali italiani, consentendo al contempo a Nuburu di costruire una solida piattaforma tecnologica per la difesa radicata nel Paese”, ha dichiarato Alessandro Zamboni, presidente e Co-Ceo di Nuburu.

Un nuovo orizzonte nella cura dell’emofilia A e B

Milano, 20 mar. (askanews) – In Italia arriva una nuova opzione terapeutica per l’emofilia. È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la rimborsabilità di un trattamento innovativo per l’emofilia A e B severa senza inibitori, nasce Marstacimab, sviluppato da Pfizer che apre nuove prospettive nella gestione della malattia. Nel nostro Paese sono circa 5.000 le persone che convivono con questa patologia rara, che, nel tempo, può compromettere articolazioni, autonomia e qualità della vita. La nuova opzione terapeutica ha un approccio diverso rispetto alle terapie tradizionali, perché non sostituisce i fattori della coagulazione ma agisce riequilibrando il sistema emostatico, contribuendo a ridurre i sanguinamenti. Abbiamo parlato con Maria Elisa Mancuso, Referente Centro Malattie Emorragiche presso IRCCS Humanitas Research Hospital e Professoressa a Contratto presso Humanitas University:

“Marstacimab sicuramente favorisce una aderenza migliore al trattamento di profilassi, che è lo standard di cura nell’emofilia per prevenire gli episodi emorragici, perché è somministrabile per via sottocutanea, con infusioni solo una volta a settimana. Storicamente nell’emofilia questa è una grossa rivoluzione, perché da sempre siamo stati abituati a somministrazioni endovenose ogni 2-3 giorni, quindi chiaramente c’è un bel passo avanti. È un farmaco efficace e sicuro, quindi la prevenzione dei sanguinamenti restituisce alle persone con emofilia una qualità di vita normale e anche uno stile di vita normale”.

L’impegno di Pfizer nelle malattie rare e, in particolare, nell’emofilia prosegue da oltre quarant’anni e lo sviluppo di Marstacimab rappresenta i continui progressi ottenuti. È poi intervenuta Barbara Capaccetti, Direttore Medico di Pfizer in Italia:

“L’impegno di Pfizer nelle malattie rare, in particolare nell’emofilia, prosegue da oltre 40 anni con l’introduzione dei fattori ricombinanti, che hanno cambiato la storia naturale di questa patologia. L’impegno però in ricerca e sviluppo non si è affermato. Volevamo comunque andare oltre e cercare anche di migliorare quello che è il carico della terapia su questi pazienti. E quindi oggi ci siamo riusciti a farlo, oggi abbiamo la possibilità di offrire una nuova opzione di trattamento, un anticorpo monoclonale per pazienti adolescenti e adulti con diagnosi di emofilia severa o bisensi inibitori”.

Accanto agli aspetti clinici, resta fondamentale l’attenzione alla qualità della vita, all’autonomia e al supporto psicologico. È poi intervenuto Andrea Buzzi, Presidente di Fondazione Paracelso:

“Oggi l’emofilia può essere ben compensata, ben curata, ben affrontata sul piano clinico, però noi abbiamo visto rispetto all’enorme evoluzione che c’è stata nel corso dei decenni sulla strategia terapeutica di questa malattia, abbiamo visto che i livelli di ansia e di preoccupazione, in particolare bisogna dire delle mamme e dei papà, questa malattia viene gestita per procura dei genitori. Noi dobbiamo aiutare i genitori a trasmetterla, a inquadrarla, a collocarla nella giusta posizione dentro la propria vita”.

Un’innovazione che punta a semplificare la gestione della malattia e a migliorare l’aderenza alle terapie. Perché oggi l’obiettivo non è solo controllare i sanguinamenti, ma permettere alle persone con emofilia di vivere con maggiore libertà.

Delmastro, Conte: dimissioni, Meloni prigioniera del sottosegretario?

Roma, 20 mar. (askanews) – “Delmastro si deve dimettere stasera, non può più entrare al ministero (della Giustizia, ndr) un personaggio del genere. Meloni deve azzerare anche il gruppo dirigente del Piemonte perché in società c’erano altri tre alti dirigenti di Fratelli d’Italia piemontesi”. Così il presidente del Movimento cinque stelle, Giuseppe Conte, intervistato a Tagadà, su La7, a proposito del sottosegretario alla Giustizia.

Meloni “è prigioniera di Delmastro, di Santanchè, dei suoi compagni di partito che in giunta siciliana sono accusati di corruzione, sono accusati di malversazione. Meloni è prigioniera perché hanno condiviso insieme una storia, battaglie e dei segreti evidentemente”, ha detto ancora.

Reguzzoni: funerali Bossi a Pontida una scelta simbolo

Gemonio, 20 mar. (askanews) – “Appuntamento per tutti a Pontida, gli amici che hanno voluto bene a Umberto sanno che questa è una scelta assolutamente simbolo, con chi gli ha voluto bene ci vediamo all’Abbazia di Pontida”. Lo ha detto Marco Reguzzoni, ex capogruppo della Lega alla Camera, lasciando la casa di Umberto Bossi a Gemonio e ricordando i funerali di domenica dell’ex leader leghista morto a 84 anni.

Usa, cresce l’allerta sicurezza per i Mondiali di calcio 2026: timori su possibili attacchi

Roma, 20 mar. (askanews) – Cresce l’allerta sicurezza per i Mondiali di calcio 2026, in programma a giugno e luglio tra Stati Uniti, Canada e Messico, in un contesto internazionale segnato dall’aumento del rischio di attentati legati alla guerra con l’Iran e a possibili azioni di ritorsione.

Secondo briefing d’intelligence esaminati da Reuters, estremisti e criminali potrebbero prendere di mira la competizione in questione. Tra i possibili scenari indicati figurano attacchi alle infrastrutture di trasporto, disordini civili e azioni di singoli individui radicalizzati. A tal proposito, le forze dell’ordine americane hanno innalzato il livello di vigilanza dall’inizio del conflitto con Teheran, temendo reazioni dirette o indirette sul territorio.

Le valutazioni arrivano da documenti redatti da funzionari federali e statali statunitensi insieme alla FIFA, la federazione internazionale che governa gli sport del calcio. Ed emergono mentre il regime iraniano lancia avvertimenti minacciosi: “Da ora in poi i centri turistici e ricreativi nel mondo saranno insicuri per i nemici”, ha dichiarato oggi il portavoce dell’esercito Sardar Shekarchi.

A complicare i preparativi per gli imminenti Mondiali di calcio, vi è il ritardo nell’erogazione di un pacchetto da 625 milioni di dollari di fondi federali destinati alla sicurezza, previsti da un disegno di legge di spesa approvato nel luglio 2025. La Federal Emergency Management Agency (FEMA) aveva indicato fine gennaio come termine per la distribuzione; ma i fondi sono stati assegnati solo questa settimana, dopo le pressioni di autorità locali e organizzatori.

Tale ritardo rappresenta un peso considerevole su una macchina organizzativa già sotto pressione. Stati e città ospitanti sono difatti nelle fasi finali della pianificazione dell’evento, con il tempo per acquistare tecnologie e attrezzature che è ormai più che limitato. “Sarà estremamente difficile rispettare i tempi”, ha avvertito Mike Sena, presidente della National Fusion Center Association.

In un contesto di questo tipo, va considerato anche il rischio di possibili minacce interne. Un rapporto di intelligence del dicembre 2025 del New Jersey, Stato che ospiterà la finale del torneo, cita recenti attacchi domestici, complotti sventati e una crescente propaganda estremista. Viene inoltre indicato il rischio di assembramenti spontanei legati a tensioni tra Paesi partecipanti.

Un ulteriore rapporto del 2025 menziona un post online che incoraggerebbe azioni contro la rete ferroviaria durante il torneo, con riferimento alle partite sulla costa occidentale di Stati Uniti e Canada.

Sul piano interno, il clima politico statunitense ha un peso specifico. Le misure restrittive sull’immigrazione volute dall’amministrazione Trump alimentano in tal senso i timori di proteste e tensioni. Secondo analisti della FIFA, l’attivismo anti-ICE potrebbe abbassare la soglia “per azioni ostili da parte di estremisti o lupi solitari”.

Restano inoltre incognite legate ai divieti di viaggio imposti a decine di Paesi. Tra questi l’Iran, la cui partecipazione al Mondiale continua a essere incerta, che sta discutendo con la FIFA lo spostamento delle proprie partite in Messico, a causa del conflitto in corso con gli Stati Uniti. Restrizioni riguardano anche tifosi di Haiti, Costa d’Avorio e Senegal, tutte qualificate al torneo.

Ogni partita, avvertono i responsabili locali, avrà un impatto comparabile a quello di un Super Bowl. “Le amministrazioni locali e le forze dell’ordine avranno il loro bel da fare”, ha dichiarato la deputata del New Jersey Nellie Pou, la quale ha aggiunto che, per garantire un’organizzazione adeguata, e un piano di sicurezza stabile, “servono tutte le risorse disponibili, subito”.

(di Gabriele De Angelis)

Gas, Pichetto: difficile fare stime su prezzi, sono ministro non mago

Milano, 20 mar. (askanews) – “Faccio il ministro, non il mago. Quando siamo passati dai 28-30 euro, il dato di riferimento quando ho fatto il decreto tre settimane fa, ai 72 euro di ieri mattina, le stime diventano molto difficili da fare”. Così il ministro dell’ Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a margine dei 70 anni di Cesi.

Riguardo le imprese “stanno certamente soffrendo. Settori fortemente gasivori come ceramica ed elettronica soffrono enormemente”, ha aggiunto. “Con 102.000 imprese a media tensione, superare i 150 euro sul Pun (Prezzo Unico Nazionale) significa che chi non ha contratti a prezzo fisso predeterminato ne soffre tantissimo. Dipende dal margine dell’impresa e dal peso dell’energia sui costi”, ha concluso Pichetto.

Oro calato del 4,5% in un mese, pesano Fed e dollaro forte

Roma, 20 mar. (askanews) – I prezzi dell’oro sono scesi ancora, avviandosi alla terza chiusura settimanale negativa consecutiva a causa del rafforzamento del dollaro e dell’atteggiamento prudente della Federal Reserve sui tassi. Il lingotto ha perso circa il 4.5% del suo valore nell’ultimo mese. Gli investitori restano cauti in attesa di segnali più chiari sull’inflazione USA, che finora hanno spinto il biglietto verde ai massimi, rendendo il lingotto meno appetibile.

Al momento, l’oro spot è scambiato a 4.556,94 dollari l’oncia, in deciso calo di 91,28 dollari (-1,96%). I futures sull’oro con scadenza ad aprile 2026 si attestano a 4.579,60 dollari l’oncia, in flessione di 26,10 dollari (-0,57%).

Gas, Pichetto: fiducioso che da metà aprile si partirà con stoccaggi

Roma, 20 mar. (askanews) – “Credo che possiamo partire con gli stoccaggi nell’ottica 2026-2027 verso metà aprile”. Lo ha affermato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a margine dei 70 anni del Cesi.

“La valutazione va fatta rispetto alla capacità delle pompe, alla portata a quanto si riesce a iniettare. È una questione di tempi”, ha detto.

“Non si può mai essere pronti per un conflitto. Dobbiamo essere pronti a ricostituire gli stoccaggi entro fine anno. L’Italia parte da una condizione migliore rispetto al resto d’Europa, con molte fonti alternative di approvvigionamento. Sono abbastanza fiducioso che da metà aprile si possano ricostituire gli stoccaggi in modo adeguato”.

Ue, Urso: su Ets "svolta storica, riconosciute le ragioni dell’Italia"

Roma, 20 mar. (askanews) – “Le posizioni espresse dalla presidente Von der Leyen e le successive decisioni assunte stanotte dal Consiglio europeo indicano che finalmente l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia: una strada condivisa da un sempre crescente e più ampio fronte di Stati membri”. Lo dichiara con un comunicato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, definendo la posizione espressa una “una svolta storica”.

“È di grande rilevanza – continua Urso – il riconoscimento che la prossima revisione dell’ETS affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro Paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo degli ETS, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro Governo proprio su quanto previsto dal decreto bollette ‘per affrontare – come riconosciuto dalla stessa von der Leyen – le specificità italiane'”.

“Ancora una volta il Presidente Meloni è riuscito, quando pochi lo ritenevano possibile, a far breccia indicando con responsabilità la strada giusta all’Europa e tutelando al meglio gli interessi della nostra Nazione, delle nostre imprese, del nostro sistema sociale e produttivo”, ha concluso il ministro.

Carburanti, Pichetto: durata taglio accise dipende da stop Hormuz

Milano, 20 mar. (askanews) – Sulla durata del decreto per il blocco delle accise sui carburanti al momento in vigore per 20 giorni “vediamo man mano, perché non sappiamo quale sarà il quadro fra 20 giorni”. Così il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, a margine dei 70 anni di Cesi a Milano.

“Se i sei Paesi che hanno firmato l’impegno per liberare lo Stretto di Hormuz, riuscissero a liberarlo – ha detto – questo avrebbe immediatamente un effetto sul prezzo e automaticamente potrebbe far venir meno le condizioni che ci hanno portato a intervenire”.

Usa, allarme sicurezza Mondiali: timori per possibili attacchi

Roma, 20 mar. (askanews) – Cresce l’allerta sicurezza per i Mondiali di calcio 2026, in programma a giugno e luglio tra Stati Uniti, Canada e Messico, in un contesto internazionale segnato dall’aumento del rischio di attentati legati alla guerra con l’Iran e a possibili azioni di ritorsione.

Secondo briefing d’intelligence esaminati da Reuters, estremisti e criminali potrebbero prendere di mira la competizione in questione. Tra i possibili scenari indicati figurano attacchi alle infrastrutture di trasporto, disordini civili e azioni di singoli individui radicalizzati. A tal proposito, le forze dell’ordine americane hanno innalzato il livello di vigilanza dall’inizio del conflitto con Teheran, temendo reazioni dirette o indirette sul territorio.

Le valutazioni arrivano da documenti redatti da funzionari federali e statali statunitensi insieme alla FIFA, la federazione internazionale che governa gli sport del calcio. Ed emergono mentre il regime iraniano lancia avvertimenti minacciosi: “da ora in poi i centri turistici e ricreativi nel mondo saranno insicuri per i nemici”, ha dichiarato oggi il portavoce dell’esercito Sardar Shekarchi.

A complicare i preparativi per gli imminenti Mondiali di calcio, vi è il ritardo nell’erogazione di un pacchetto da 625 milioni di dollari di fondi federali destinati alla sicurezza, previsti da un disegno di legge di spesa approvato nel luglio 2025. La Federal Emergency Management Agency (FEMA) aveva indicato fine gennaio come termine per la distribuzione; ma i fondi sono stati assegnati solo questa settimana, dopo le pressioni di autorità locali e organizzatori.

Tale ritardo rappresenta un peso considerevole su una macchina organizzativa già sotto pressione. Stati e città ospitanti sono difatti nelle fasi finali della pianificazione dell’evento, con il tempo per acquistare tecnologie e attrezzature che è ormai più che limitato. “Sarà estremamente difficile rispettare i tempi”, ha avvertito Mike Sena, presidente della National Fusion Center Association.

In un contesto di questo tipo, va considerato anche il rischio di possibili minacce interne. Un rapporto di intelligence del dicembre 2025 del New Jersey, Stato che ospiterà la finale del torneo, cita recenti attacchi domestici, complotti sventati e una crescente propaganda estremista. Viene inoltre indicato il rischio di assembramenti spontanei legati a tensioni tra Paesi partecipanti.

Un’ulteriore rapporto del 2025 menziona un post online che incoraggerebbe azioni contro la rete ferroviaria durante il torneo, con riferimento alle partite sulla costa occidentale di Stati Uniti e Canada.

Sul piano interno, il clima politico statunitense ha un peso specifico. Le misure restrittive sull’immigrazione volute dall’amministrazione Trump alimentano in tal senso i timori di proteste e tensioni. Secondo analisti della FIFA, l’attivismo anti-ICE potrebbe abbassare la soglia “per azioni ostili da parte di estremisti o lupi solitari”.

Restano inoltre incognite legate ai divieti di viaggio imposti a decine di Paesi. Tra questi l’Iran, la cui partecipazione al Mondiale continua a essere incerta, che sta discutendo con la FIFA lo spostamento delle proprie partite in Messico, a causa del conflitto in corso con gli Stati Uniti. Restrizioni riguardano anche tifosi di Haiti, Costa d’Avorio e Senegal, tutte qualificate al torneo.

Ogni partita, avvertono i responsabili locali, avrà un impatto comparabile a quello di un Super Bowl. “Le amministrazioni locali e le forze dell’ordine avranno il loro bel da fare”, ha dichiarato la deputata del New Jersey Nellie Pou, la quale ha aggiunto che, per garantire un’organizzazione adeguata, e un piano di sicurezza stabile, “servono tutte le risorse disponibili, subito”. (di Gabriele De Angelis)

La strana storia del blogger russo ex filo-Putin finito in clinica psichiatrica

Roma, 20 mar. (askanews) – Un blogger russo, storicamente schierato su posizioni filo-Cremlino , è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo aver pubblicato dichiarazioni critiche nei confronti del presidente Vladimir Putin e dell’offensiva russa in Ucraina. Lo ha confermato l’agenzia di stampa France Presse citando fonti dell’ospedale di San Pietroburgo dove si trova ora Ilia Remeslo, giurista e blogger noto in particolare per aver scritto e testimoniato contro l’oppositore Alexei Navalny, morto in una prigione russa due anni fa.

Remeslo ha pubblicato martedì su Telegram “cinque ragioni” per cui ha “smesso di sostenere Vladimir Putin”. “Vladimir Putin non è un presidente legittimo, Vladimir Putin deve dimettersi ed essere giudicato come criminale di guerra e ladro”, ha accusato sul suo canale seguito da oltre 100mila persone. Il blogger, 42 anni, ha anche denunciato l’offensiva in Ucraina come “un vicolo cieco” che ha causato “uno o due milioni di vittime” ed è condotta “unicamente a causa dei complessi di Putin”.

Ilia Remeslo ha inoltre criticato “l’assenza” di opposizione, “la repressione della libertà di internet e dei media” nel Paese e “un mandato senza fine” di Putin, aggiungendo che i russi hanno “bisogno di un nuovo presidente moderno”.

Queste dichiarazioni hanno scioccato la comunità dei blogger sostenitori dell’offensiva russa in Ucraina, entrata nel suo quinto anno. Alcuni hanno persino ipotizzato che il suo account Telegram fosse stato hackerato. L’interessato ha quindi registrato un video confermando di essere l’autore dei messaggi, aggiungendo anche “una sesta ragione” per non sostenere Putin: “Una folle attrazione per il lusso”, accusando il presidente russo di possedere “una ventina di residenze-castelli”.

Remeslo ha pubblicato un ultimo messaggio online mercoledì sera. Giovedì, il blog di informazione filo-Cremlino Baza ha annunciato che era stato internato. Contattato oggi dall’Afp, l’ospedale psichiatrico numero 3 di San Pietroburgo ha confermato che “Ilia Borisovic Remeslo” vi è stato ricoverato giovedì e che la sua famiglia, inclusa la moglie, è stata informata. L’ospedale si è rifiutato di fornire dettagli sul suo stato di salute.

Questo ospedale, fondato nel 1870 e intitolato a Ivan Skvortsov-Stepanov, uno dei creatori della censura politica nell’Urss, è noto per essere stato un luogo di internamento di dissidenti politici repressi in epoca sovietica. Dall’inizio dell’offensiva contro l’Ucraina nel 2022, il Cremlino ha intensificato la repressione contro l’opposizione.

Iran, Trump: senza di noi, la Nato è una "tigre di carta"

Roma, 20 mar. (askanews) – “Senza gli Stati Uniti, la Nato è una tigre di carta!”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul proprio profilo Truth.

“Ora quella lotta è militarmente vinta, con pochissimo pericolo per loro, si lamentano dei prezzi elevati del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione dei prezzi alti del petrolio”, ha proseguito Trump, minacciando che “così facile da fare per loro, con così poco rischio. codardi, e ce ne ricorderemo”.