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La pandemia si è portata via Angelo Sferrazza e Beppe del Colle.

Due galantuomini; giornalisti e comunicatori, cattolici democratici per formazione e convinzione, che sono stati guida di molti di noi, e che ho avuto la fortuna di conoscere piuttosto bene.

Angelo era un giornalista, un dirigente Rai, che molto si spendeva con i giovani per spiegare la politica estera, di cui era esperto ed innamorato, in ambienti ed in tempi in cui le prime pagine (e quasi tutte le altre poi) erano imperniate sulla politica interna, le tattiche di questo o quel leader, il colore. Era molto ascoltato ma non incuteva timore reverenziale, anzi era alla mano e scherzoso come pochi. Uno impegnato da sempre nella sinistra Dc, che mi ha fatto capire molte cose e mi ha sempre sostenuto nelle mie battaglie anche quando gli sembravano un po’ estreme. Di carattere quasi opposto Beppe del Colle, e d’altronde per me lui era un emblema della piemontesità: un cattolicesimo democratico appassionato ma senza esteriorità, saldo nei principi.

Incuteva in me un certo timore quando ebbi la fortuna di collaborare con Famiglia Cristiana di cui fu “vicedirettore” (senza offesa faccio fatica a ricordare chi fosse il direttore responsabile in realtà) ed opinionista quando diffondeva oltre un milione di copia tra metà anni ottanta e novanta ed anche con il glorioso giornale settimanale “Il Nostro Tempo” che dirigeva, come una missione, anche per mantenere alta la bandiera di un giornale fondato dalla diocesi nel 1946 e che oggi si è fuso con la Voce del Popolo https://www.lavocedeltempo.com/, altro giornale diocesano torinese .

Angelo e Beppe sono stati dei Maestri per me, come Gianfranco Martini all’AICCRE (Associazione Italiana dei Consigli delle Comunità e delle Regioni d’Europa). Umili ma grandi. Che era una caratteristica di quella generazione di cattolici democratici che hanno sperato nel Concilio Vaticano secondo e lo hanno praticato nella loro vita.
Non so se la mia generazione saprà esserlo per chi viene. E questo pensiero e la loro assenza un po’ mi spaura…

Tramontato il nuovismo.

Dunque, il cosiddetto nuovismo politico pare sia definitivamente tramontato. Anche se, come  ormai è sempre più evidente, chi si professa nuovista o nuovo nell’arco di poco tempo si  trasforma nel più incallito conservatore e difensore dei propri privilegi. È la logica, del resto, che  ha ispirato e disciplinato il comportamento politico concreto del partito dei 5 stelle in questi anni.  Da partito rivoluzionario che sconquassava e rivoltava tutti i palazzi del potere a movimento che  coltiva un solo, grande ed esclusivo obiettivo: conservare il potere a tutti i costi. E, soprattutto,  costi quel che costi. Del resto, è appena sufficiente snocciolare gli ormai sempre più innumerevoli  “cedimenti” per arrivare alla semplice conclusione che tutti gli annunci “rivoluzionari, e per  l’appunto, nuovi, si sono lentamente ma inesorabilmente mutati in atti di difesa di tutto ciò che è  riconducibile alla tanto detestata “casta”. E ai relativi benefit. 

Ma, per andare oltre a ciò che resta dei 5 stelle, stanno ritornando tutti i tasselli che  campeggiavano durante l’altrettanto bistrattata prima repubblica. In sintesi, tutte le liturgie che  l’hanno accompagnata e segnata nel corso degli anni. Soprattutto nei momenti in cui si  cambiavano gli assetti dei governi. Dalla “verifica” al “rimpasto”, dal “caminetto” dei capi partito  al “tagliando” e via discorrendo. L’elenco potrebbe essere lunghissimo ma, del resto, è inutile  ricordarlo perché è sotto gli occhi di tutti. Almeno di quelli che lo vogliono vedere. 

C’è, però, una grande e significativa differenza rispetto a quella stagione. Ed è l’unica, e rapida,  riflessione che voglio fare. E cioè, la liturgia con tutti i suoi rituali si ripete come prima senza però  due tasselli fondamentali. Che sono e restano decisivi per la qualità della politica e la stessa  credibilità delle istituzioni. Ovvero, la sostanziale mancanza dei partiti sostituiti da cartelli elettorali  e movimenti personali e l’assenza di una credibile e qualificata classe dirigente. Due elementi, due  tasselli che non possono passare sotto silenzio quando si analizza lo scenario politico  contemporaneo. Perché anche la liturgia con le sue regole hanno un senso e una logica,  soprattutto in un contesto democratico. Purché siano accompagnati da quei dati costitutivi che,  nel passato, garantivano serietà alla politica e credibilità ai passaggi cruciali delle varie fasi  politiche. Elementi che, purtroppo, oggi si leggono solo più nelle cronache e nelle dispute del  passato.  

Altroché il nuovismo delle forze populiste, demagogiche, anti politiche e antiparlamentari….

Da Biden a noi

Per gentile concessione dell’autore, Guido Formigoni, pubblichiamo un ampio stralcio di questo articolo che è apparso nei giorni scorsi su www.c3dem.it, sito online del gruppo “Costituzione Concilio e Cittadinanza. Per una rete tra cattolici e democratici”.

C’era da aspettarselo. Dopo il faticoso ma fondamentale verdetto delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, alcuni protagonisti nostrani hanno lanciato un messaggio inequivoco sulle conseguenze di tali vicende per noi, progressisti europei e italiani: ci vuole un candidato moderato, si vince al centro, e quindi è addirittura il caso di rinverdire la «terza via» degli anni Novanta. Si è distinta in questa iniziale campagna (che ci accompagnerà per qualche tempo) la nuova versione di «Repubblica» made in Fiat, seguita a ruota da Renzi e da altri epigoni di quella vecchia vicenda. Credo fortemente che questi slogan siano frutto di un’incomprensione radicale di quanto avvenuto Oltreoceano; e inoltre di una sottovalutazione drammatica delle condizioni delle nostre democrazie in questo periodo di crisi (ideologica, economica e sanitaria).

Il primo tema. Si potrebbe semplicemente dire che sarebbe ridicolo attribuire (per differenza) la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 a un presunto estremismo. Ma soprattutto il punto è un altro: l’onesta, centrista, prudente, «normale» candidatura di Biden è stata sollevata fino alla vittoria da una mobilitazione complessa, che ha avuto bisogno di molteplici componenti e protagonisti, compresi soprattutto quelli più radicali. Il dato è evidente: possiamo dire con qualche certezza che i democratici non hanno strappato quasi nessun voto «moderato» ai repubblicani rispetto a quattro anni prima. In effetti a livello complessivo Trump non ha perso voti, ma li ha fortemente aumentati, passando da 63 a 74 milioni di voti. Nonostante il carattere tutt’altro che moderato della sua politica e l’approccio divisivo del suo personaggio. Biden è riuscito a vincere solo – a sua volta – con un enorme passo avanti: dai 65 milioni di Clinton agli attuali 81 milioni. L’affluenza è salita di un mostruoso +11%, in un paese dove le difficoltà a registrarsi, il farraginoso sistema (per cui negli Stati «sicuri» per uno dei due partiti, gli oppositori spesso nemmeno pensano di votare) e il disinteresse di molti hanno sempre tenuto basse le affluenze. È successo qualcosa di simile anche nei cruciali tre stati in cui la Clinton aveva lasciato la posta quattro anni fa (Wisconsin, Pennsylvania e Michigan), perdendoli per meno di centomila voti complessivi, nonostante il vantaggio nel collegio elettorale nazionale. Biden ha vinto il Wisconsin per 20.000 voti, ma con 500.000 elettori in più del 2016; in Michigan 150.000 voti in più per Biden, raccolti tra 700.000 nuovi elettori. E potremmo continuare in questo senso.

In breve: Biden ha vinto sull’onda di una mobilitazione straordinaria, in cui hanno contato molto anche i movimenti come Black Lives Matter, i giovani simpatizzanti del socialismo di Sanders, le pattuglie ecologiste, le comunità degli immigrati, che hanno fatto registrare e condotto a votare molte più persone. Quindi non ha vinto per la sua immagine moderata, ma per la capacità di tenere assieme un fronte ampio, capace di contrapporsi alla fortissima radicalizzazione dei repubblicani, incentivata da Trump, che appunto non è stata affatto negativa per il presidente uscente, anzi: non gli è bastata, ma è stata efficace in termini di consenso. Il paese è oggi drammaticamente diviso e polarizzato, certo, e questo è un problema che Biden ha mostrato di voler affrontare nei suoi primi discorsi post-elettorali. Ma è del tutto evidente che se le logiche ricompositive non dovranno mancare (anche per il mancato controllo democratico del Congresso), Biden non potrà cogliere i frutti della vittoria solo sul terreno di una prassi accomodante e bipartisan. Dovrà invece essere soprattutto capace di esprimere una guida saggia e articolata dell’arcobaleno di forze che l’ha sostenuto, per valorizzarne ogni elemento nel modo più efficace. Pena una débacle storica e la mancanza della capacità di costruire un nuovo ciclo politico.

Di qui il secondo aspetto. Se il tema delle sinistre «moderate» e riformiste poteva avere un senso quando negli anni ’90 si iniziava a fare i conti con la globalizzazione e si pensava ancora di poterne gestire riformisticamente gli effetti, oggi il quadro globale è totalmente diverso. La crisi del 2008 ha spazzato via la fiducia ingenua nei benefici complessivi del nuovo assetto globale. Si è chiaramente compreso che gli effetti del nuovo sistema internazionale sono stati ambivalenti: se c’è stata una straordinaria uscita della povertà di una parte del mondo sottosviluppato, il prezzo è stata la crescente diseguaglianza nei paesi ricchi, con l’impoverimento (reale, proporzionale o fosse anche solo simbolico) e la conseguente frustrazione del ceto medio e delle élites popolari rispetto a un piccolo manipolo di privilegiati favoriti dalla finanziarizzazione del sistema. Non a caso, proprio questi perdenti del nuovo ciclo storico sono stati negli ultimi anni il fulcro e il perno delle rivolte populiste e sovraniste, a partire dal trumpismo. Che le destre si siano radicalizzate anche in Italia e in Europa è sotto gli occhi di tutti (con le particolarità di ogni paese, certo), addirittura di coloro che (sbagliando) rivalutano ora il Berlusconi «statista moderato» rispetto alla sguaiatezza dei suoi successori. La crisi pandemica sta accelerando drammaticamente la china di queste vicende: ci sono vincitori e perdenti anche all’ombra dei lockdown e delle mascherine anti-covid.

Qui l’articolo completo 

 

L’ultimo valzer di Renzi

Fossimo rimasti al dicembre del 2016, più precisamente il giorno 5, potevamo scrivere sul nostro personale diario: “Renzi ha dichiarato che lascerà la politica”. Infatti, durante la campagna elettorale aveva dichiarato che se avesse perso il referendum Costituzionale, avrebbe lasciato definitivamente la politica.

Sono passati ormai quattro anni, e lo troviamo vispo e pimpante a dettar regole al Governo nazionale. C’è da sorprendersi? No. Semmai, da riderci. O, in altri casi, da essere tristi e preoccupati. Renzi fa ballar la samba a Conte. Fino a quando suonerà la sua band? Avrà l’ardire di portare a compimento il suo azzardo? Farà saltare in aria chi ha posto al comando? Perché, val la pena ricordare, che fu sempre Renzi nell’agosto del 2019 a spiazzare tutti, proponendo Giuseppe Conte a guidare il Governo che si stava formando, dopo la défaillance della mossa Salviniana.

Il Pd sembra sotto l’effetto della narcosi. Al più, pigola. Nella stragrande maggioranza del tempo, si assenta.

Siamo alla farsa. Che Renzi sia di nuovo al centro dell’attenzione, svela quanto sia in crisi il pensiero politico nel Paese. Sono convinto che, alla luce dei sondaggi di lunedì sera, quello di Rignano, si deciderà per una contromossa, al fine di ulteriormente stupirci.

Il Pd, seguiterà a pigolare.

I 5Stelle reggeranno le sorti del traballante Presidente del Consiglio dei Ministri. Non possono far altro. Lasciamo perdere la funzione della quarta gamba; è talmente ridotta che passa persino inosservata. Mi riferisco alla sinistra governativa.

Ciò che più stupisce, è che una fragilità ormai largamente vidimata – non c’è alcuno più che scommette un cent sul Toscano – sia ancora a decidere le danze della stabilità politica italiana.

Non so se averte visto un film degli anni ’70, il titolo era “L’ultimo valzer”, raccontava la vicenda della Band che accompagnava Bob Dylan nei concerti degli anni ’60. L’ultimo valzer, per dire che finiva quel sodalizio. Credo che quell’opera cinematografica, rappresenti quanto sta avvenendo in casa renziana. Le sue attuali mosse sembrano ricapitolare il senso del tema: l’ultimo valzer.

Covid: 4 mln di persone senza pranzo a Natale

Sono oltre 4 milioni i poveri in Italia che nelle feste di Natale sono costretti a chiedere aiuto per il cibo da mangiare nelle mense o con la distribuzione di pacchi alimentari a causa della crisi economica legata al Covid. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati della Fondazione Divulga diffusa in occasione della prima giornata della “Spesa sospesa del contadino”, l’iniziativa di solidarietà promossa dagli agricoltori nei mercati di Campagna Amica e negli agriturismi in tutta Italia per aiutare a combattere le nuove povertà e offrire ai più bisognosi delle festività più serene. La nuova ondata di contagi – sottolinea la Coldiretti – non limita solo la convivialità durante le feste di fine anno ma ha anche peggiorato la situazione di quanti si trovano in uno stato di precarietà.

A preoccupare è soprattutto la fascia di anziani over 65 soli in condizioni di povertà assoluta, ben 230mila secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat, che vedono aggravarsi la propria condizione di isolamento anche a causa delle misure contenute nell’ultimo Dpcm che  limitano gli spostamenti per Natale e Capodanno e alla possibilità di passare le feste in compagnia.

Ma fra i nuovi poveri nel Natale al tempo del Covid – sottolinea la Coldiretti – ci sono anche coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid. Persone e famiglie che mai prima d’ora – precisa la Coldiretti – avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche.

Non a caso – spiega Coldiretti – secondo l’ultima indagine di Eurobarometro nel quadro della pandemia di coronavirus quasi un italiano su quattro (39%) afferma che la propria condizione finanziaria è negativa contro il 28% della media europea, mentre il 37% definisce cattiva la sua situazione lavorativa (rispetto al 24% della Ue).
 
Le situazioni di difficoltà sono diffuse lungo tutta la Penisola ma le maggiori criticità – continua la Coldiretti – si registrano nel Mezzogiorno con il 20% degli indigenti che si trova in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia ma condizioni diffuse di bisogno alimentare si rilevano anche nel Lazio (10%) e nella Lombardia (9%) dove più duramente ha colpito l’emergenza sanitaria, stando agli ultimi dati Fead.

“C’è una larga parte della popolazione italiana che in questo momento vive grandi sofferenze a causa della crisi economica e sociale provocata dall’emergenza e dalla conseguente perdita di opportunità di lavoro” ha ricordato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, nel sottolineare che “è necessario subito accelerare gli acquisti di cibi e bevande Made in Italy di qualità previsti dalle misure per l’emergenza Covid fortemente sostenute dalla Coldiretti per soddisfare le richieste di aiuto dei nuovi poveri”.

Per un mondo libero dalle armi

“A World Free from Nuclear Weapons” è il webinar promosso il 16 dicembre dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale – in collaborazione con altri partner accademici – in occasione della presentazione del libro edito da Georgetown University Press sul tema. L’incontro si terrà alle 16 e potrà essere seguito sul canale YouTube di Vatican News.

Richiamando la “Fratelli tutti” e la “Populorum progressio”, il Dicastero ricorda in un comunicato che già nel 2017 il Papa aveva denunciato la deterrenza nucleare come “moralmente inaccettabile”, dando una svolta importante alla dottrina nucleare del Vaticano durante il simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per il disarmo integrale”, primo incontro globale sul tema dopo l’approvazione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari nel 2017. L’evento del 16 dicembre mira a continuare la discussione iniziata.

Tra i relatori confermati il card. Peter Turkson, prefetto del suddetto Dicastero; mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati; p. Drew Christiansen, professore di etica e sviluppo umano alla Georgetown’s School of Foreign Service e senior fellow presso il Berkley Center for Religion, Peace, and World Affairs; Beatrice Fihn, direttore esecutivo International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican).

ABC: morti in Italia da Covid: “Bilancio sconcertante”

Abc News, in un ampio servizio dedicato alla gestione della pandemia nel nostro Paese dichiara: “L’Italia potrebbe presto reclamare un record che nessuno vuole, il maggior numero di morti da coronavirus in Europa, dopo che il sistema sanitario ancora una volta non è riuscito a proteggere gli anziani e le autorità di governo hanno tardato nell’imporre nuove restrizioni”, afferma l’emittente Usa, non tenendo conto che, secondo i dati internazionali, l’Italia ha già superato, di poche unità, il bilancio delle vittime della Gran Bretagna.

“Non doveva accadere – prosegue il servizio – L’Italia è stata il primo Paese occidentale ad essere travolto dal Covid-19 e, dopo aver sofferto un’impennata di decessi in primavera, aveva portato l’infezione sotto controllo”.

“L’Italia aveva quindi il vantaggio del tempo e dell’esperienza nella ripresa autunnale, perché era dietro a Spagna, Francia e Germania nella registrazione di nuovi focolai di infezione. Eppure, il virus si è diffuso in fretta e ampiamente, e l’Italia ha contato quasi 29mila morti dal 1 settembre”.

Il posto di Roma nel mondo

Negli ultimi decenni le città hanno conosciuto uno sviluppo economico e demografico straordinario, divenendo – ai giorni nostri – attori globali sempre più rilevanti.

Mentre, tuttavia, centri come Los Angeles, Londra e Parigi hanno già una forte proiezione internazionale (Los Angeles stipula accordi bilaterali con il Messico, per intenderci) e anche un “marchio” globale identificabile e riconosciuto, Roma da questo punto di vista pare arrancare. La stessa Milano ha attualmente una proiezione internazionale più definita, il che è incredibile se si pensa alla storia dell’Urbe.

Ciò che interessa dunque approfondire, nel dibattito in programma mercoledì 16 dicembre, alle ore 17.00, sono le potenzialità di Roma sul piano internazionale: come sviluppare una sua azione maggiormente assertiva in ambito diplomatico (anche solo – molto prosaicamente – per attrarre maggiori investimenti sul territorio)? Che immagine globale dare al “marchio” di Roma all’estero?

Occorre in sostanza tener conto del potenziale racchiuso nella “straordinarietà” del contesto romano dalla presenza dello Stato Vaticano entro i confini dell’Urbe, al soft power che la città può dispiegare attraverso alta moda, Cinema e Cultura.

Si confronteranno sul tema, nella ormai consueta modalità online, studiosi e politici che hanno incrociato a vario titolo e conoscono nei risvolti meno noti  la complessa vicenda di Roma come grande capitale del mondo.

Sembra significativo, in ultimo, che l’evento sia organizzato da La Sapienza, attualmente il più grande ateneo d’Europa.

Introduce e modera
Augusto D’Angelo – Prof. di Storia contemporanea, Sapienza

Intervengono
sen. Lucio d’Ubaldo – Direttore del Centro di documentazione e Studi dei comuni italiani presso ANCI
on. Francesco Rutelli – Presidente di Anica, autore del libro Tutte le strade partono da Roma (Laterza)
Piero Schiavazzi – Prof. straordinario di Geopolitica Vaticana presso la Link Campus University
Lorenzo Innocenti – Sapienza, autore del libro City diplomacy Italia (Giapeto)

Saluti conclusivi
Luca Micheletta – Prof. di Storia delle relazioni internazionali Sapienza; Coordinatore Dottorato di Studi Politici

Le battaglie della Merlin: laicità e indissolubilità del matrimonio

Quando presero corpo in modo ideale e giuridico i dibattiti sulla pari dignità sociale e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (con l’aggiunta della locuzione “senza distinzione di sesso”), l’Italia stava per vivere ciò che nella memoria storica collettiva viene ricordato come boom economico. In realtà, tra i Costituenti e l’insigne intellettualismo politico riferiti al dopo 1945, periodo post-conflitto, c’era già chi aveva precorso i tempi e aveva dato luogo ex ante a tutta una serie di iniziative che sarebbero confluite in alcuni tra i provvedimenti di legge più epocali e discussi del secondo Novecento. Tra quei protagonisti va annoverata sicuramente Angelina Merlin, socialista, già senatrice e paladina a difesa dei diritti delle donne, la quale – suo malgrado – resta a tutt’oggi “inchiodata” allo stereotipo legato a colei che si rese artefice della chiusura delle case chiuse («Chi si prostituisce è sempre il soggetto debole»,             anno 1958) e dell’abolizione della dicitura “N.N” riportata nei dati anagrafici di chi aveva genitori non identificati («Restituire dignità a questi cittadini, ritenuti a torto figli illegittimi» , 1975). 

Gli ultimi anni di vita della politica veneta, classe 1887, a dire il vero furono contrassegnati da altrettanto impegno profuso in un contesto più ampio e variegato, da cui emerse la sua versatilità. L’intensa stagione di impegno sociale e morale iniziata nei primi anni ’60 coincise infatti con una serie di lotte dei lavoratori dell’industria e con la protesta giovanile, che sfociarono progressivamente nell’aperto dissenso contro il sistema e nella dura contestazione all’apparato partitico tradizionale. A partire dal ’68, momento caratterizzato anche dal riavvicinamento delle tre maggiori sigle sindacali, i movimenti riuscirono a “pilotare” suddetti impegni verso la realizzazione di obiettivi ritenuti di fondamentale importanza: la difesa dei diritti del lavoro e di quelli civili. Contemporaneamente, venivano portati a compimento nuovi impianti giuridici che rimarranno nella storia del paese come l’istituzione delle Regioni e – con l’appoggio dei partiti laici e delle sinistre – l’approvazione della legge Fortuna-Baslini che introdusse il Divorzio, alla quale la Dc si oppose sino a ottenere l’indizione del referendum nel 1974. 

Suddette disposizioni diedero il chiaro segno che la società stava cambiando di fronte alle pressanti richieste di rinnovamento dei cittadini e dell’universo giovanile, ma forse in modo precoce, almeno riguardo alle fasce più vulnerabili della popolazione. Proprio la perdurante condizione di fragilità delle donne indusse la Merlin, e insieme a lei altri personaggi illustri come Giorgio La Pira (“il sindaco santo”) e il fisico Enrico Medi, ad appellarsi per convocare il sopracitato referendum abrogativo. Questo punto resta uno dei più controversi circa le posizioni assunte da Merlin: da una parte c’è la consapevolezza che l’anziana senatrice riteneva le donne, in caso di divorzio, poco garantite poiché ancora discriminate nel lavoro e dunque non pronte economicamente ad affrontare la separazione legale; dall’altra, forte della sua lunga militanza socialista (e femminista), permane il dubbio che a suo parere la “mentalità divorzista” divenisse un baluardo della corrente di pensiero acquiescente nei confronti del maschio libertino e legittimato a intraprendere relazioni promiscue. 

Sia che prevalesse la volontà di preservare il mondo delle donne da contesti di insicurezza sociale sia che in lei fosse intima e predominante una disputa di genere, Lina Merlin ha pagato il prezzo di una persistente e scomoda notorietà; per questo è stata esposta, negli anni, a puntuali campagne denigratorie anche nel momento dell’assunzione (coraggiosa) di responsabilità nel condurre una lotta di ispirazione tipicamente cristiana.  Il dato è che il Parlamento, attuate poche riforme nel lontano 1958, non è stato più in grado di legiferare in materia non tanto sotto l’aspetto dei contenuti quanto nell’adattare i nostri codici alla mutata realtà, la quale, quando si parla di diritti civili, resta tutt’oggi alquanto complessa.

La Gran Bretagna rischia di diventare il porto franco del falso Made in Italy in Europa

Senza accordo sulle regole con l’Unione Europea, la Gran Bretagna rischia di diventare il porto franco del falso Made in Italy in Europa per la mancata tutela giuridica dei marchi dei prodotti italiani a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp), che rappresentano circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare tricolore. E’ quanto afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini in riferimento alle misure adottate nell’Ue e in Uk nel caso di No Deal sulla Brexit che si fa più probabile. La Gran Bretagna – sottolinea la Coldiretti – potrebbe infatti diventare un porto franco per l’arrivo di prodotti agroalimentari di imitazione del Made in Italy che nel mondo fatturano 100 miliardi e che vedono tra i maggiori contraffattori gli Usa, con i quali gli inglesi hanno stretto un accordo commerciale, ma anche il Canada e l’Australia che fanno parte del Commonwealth.

Si tratta purtroppo di un rischio reale come dimostrano – continua la Coldiretti – le vertenze Ue del passato nei confronti di Londra con i casi della vendita di falso Prosecco alla spina o in lattina fino ai kit per produrre in casa finti Barolo e Valpolicella o addirittura Parmigiano Reggiano. Ma è anche possibile che in Gran Bretagna senza le regole sanitarie dell’Unione Europea arrivino prodotti arrivino prodotti vietati nell’ Unione come il pollo al cloro o la carne agli ormoni permessi in Nordamerica. Il rischio è peraltro che – continua la Coldiretti – si affermi una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane come ad esempio l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti che si sta diffondendo in gran parte dei supermercati britannici e che boccia ingiustamente quasi l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop), compresi prodotti simbolo, dall’extravergine di oliva al prosciutto di Parma, dal Grana Padano al Parmigiano Reggiano.

Le esportazioni di prodotti alimentari tricolori sono state pari a 3,4 miliardi di euro nel 2019, dopo il vino che complessivamente ha fatturato sul mercato inglese quasi 771 milioni di euro, spinto dal Prosecco Dop, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna ci sono – sottolinea la Coldiretti – i derivati del pomodoro con circa 350 milioni di euro nel 2020, con un aumento del 14% in valore nei primi nove mesi del 2020 ma che rischiano di subire l’impatto dei nuovi standard imposti con l’uscita della Gran Bretagna dalle Ue.

Per questo nel primo contratto di filiera pluriennale del pomodoro da industria per il sud Italia tra Princes industrie alimentari e Coldiretti è stata introdotta per la prima volta in Italia la tecnologia blockchain in grado di fissare immutabilmente in un database pubblico tutti i dati relativi al “viaggio” del pomodoro dal campo allo stabilimento industriale. Nella blockchain sono stati raccolti – spiega la Coldiretti – tutti i dati relativi all’origine del prodotto (tutti gli appezzamenti di terreno coltivati), ai lavoratori assunti per la raccolta ed ai macchinari utilizzati nonché i dati relativi al trasporto ed alla trasformazione. Un progetto con la collaborazione della Casaleggio Associati – conclude la Coldiretti –  che ha coinvolto 300 aziende agricole, 19 cooperative e 9 Organizzazioni dei produttori per un totale di quasi 3 milioni di quintali di prodotto destinato all’estero dove le grandi catene chiedono il rispetto di precisi standard sanitari, ambientali e di tutela del lavoro contro il caporalato.

Gestione rifiuti ai tempi della pandemia

Dopo un 2019 di nuova crescita e consolidamento, la pandemia ha impattato duramente anche sul settore della gestione rifiuti che ha mostrato resilienza, evitando situazioni emergenziali, assorbendo le criticità e garantendo le diverse fasi di raccolta, trattamento e riciclo. Nel 2020 sono aumentate le raccolte differenziate domestiche degli imballaggi, mentre hanno registrato un brusco calo quelle presso le isole ecologiche (in particolare i rifiuti elettrici ed elettronici e alcuni imballaggi) e quelle legate alle attività industriali e commerciali. Per centrare gli obiettivi di Circular Economy fissati a livello europeo, serve semplificazione amministrativa e normativa e misure di sostegno al mercato dei prodotti riciclati, da attivare anche sfruttando i fondi che arriveranno nei prossimi mesi con il piano NEXT Generation EU.

Sono queste le principali evidenze emerse nel corso della presentazione dello studio annuale “L’Italia del Riciclo”, il Rapporto promosso e realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da FISE UNICIRCULAR (l’Unione Imprese Economia Circolare), tenutasi stamane nel corso di un evento digital.

 

La crescita delle filiere del riciclo nel 2019

Il Rapporto evidenzia le performance delle singole filiere nel 2019, l’anno prima della pandemia, con il riciclo degli imballaggi che ha mantenuto un buon andamento: 9,6 milioni di tonnellate avviate a recupero di materia (il 3% in più rispetto al 2018) e un complessivo tasso di riciclo che ha raggiunto il 70% sull’immesso al consumo.

I tassi di recupero dei rifiuti d’imballaggio si sono assestati ormai su livelli di avanguardia in Europa: carta (81%), vetro (77%), plastica (46%), legno (63%), alluminio (70%), acciaio (82%).

Persistono scenari con luci e ombre sulle altre filiere. Ancora non centrano gli obiettivi europei la raccolta dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) che ha raggiunto il 38% (in crescita del 10%), ma distante dall’obiettivo del 65% fissato per il 2019; stesso discorso vale per la raccolta delle pile (43%, 2 punti sotto il target), così come la percentuale di reimpiego e riciclo dei veicoli fuori uso, al di sotto della soglia dell’85% del peso del veicolo, decisamente lontana dal target del 95% di recupero complessivo previsto per il 2015.

Mostrano trend in crescita la filiera dei rifiuti tessili (+10% della raccolta differenziata), quella dei rifiuti da costruzione e demolizione (tasso di recupero arrivato al 77%), gli oli minerali (raccolta al 47%) e gli oli vegetali esausti (riciclo a +9% vs 2018). In crescita anche il recupero della frazione organica (+7,5%), la principale porzione in peso dei rifiuti urbani. Per quanto riguarda gli pneumatici fuori uso, la raccolta ha raggiunto l’obiettivo nazionale, avviando a recupero di materia 151.000 tonnellate e a recupero energetico 116.000 tonnellate.

L’impatto della pandemia: hanno tenuto le raccolte differenziate degli imballaggi domestici, in calo l’organico per il crollo della ristorazione e del turismo, in calo i rifiuti speciali di origine industriale, delle costruzioni e del commercio.

L’undicesima edizione de L’Italia del Riciclo fornisce una prima panoramica degli effetti sortiti dall’impatto della pandemia sul riciclo dei rifiuti urbani e speciali. L’indagine, condotta tra settembre e ottobre 2020, si è rivolta a un campione composto da imprese, consorzi di filiera, utility, associazioni di categoria e altri soggetti.

Tra marzo e maggio il 53% degli intervistati ha riscontrato riduzioni significative delle raccolte differenziate, superiori al 20% rispetto allo stesso periodo del 2019; tra giugno e agosto la quota che ha registrato un calo della raccolta differenziata è scesa sotto il 50% e la contrazione si è ridotta al 10-20% vs 2019. L’andamento delle raccolte delle singole filiere nel 2020 ha mostrato trend diversificati. Sommando i dati dei primi 4 mesi del 2020, compresi quindi circa due mesi di lockdown, si è registrato, rispetto allo stesso periodo del 2019, un incremento di otre il 7% della raccolta differenziata dei rifiuti d’imballaggio domestici anche per l’aumento del commercio on-line, con un aumento del 5-6% per quelli in vetro e in plastica e del 10% per quelli in carta e acciaio, mentre sono risultati stabili quelli in alluminio.

Riduzioni importanti (superiori al 10%) hanno subito, invece, tutte le filiere collegate ai conferimenti presso le isole ecologiche (RAEE e imballaggi in legno) e quelle legate alle attività industriali e commerciali che hanno dovuto interrompere la loro attività o visto una riduzione delle importazioni (solventi, oli minerali usati, pneumatici fuori uso, oli e grassi animali e vegetali esausti).

Durante il lockdown anche il rifiuto organico è diminuito di circa il 15%: l’aumento del rifiuto domestico è stato controbilanciato dalla diminuzione di quello da utenze collettive (mense, ristoranti, pubblici esercizi). Equilibrio che si è ristabilito a partire da maggio-giugno con la ripresa di tutte le attività produttive, commerciali, turistiche. Nel periodo giungo-agosto 2020 tutte le raccolte differenziate sono tornate a crescere grazie alla riapertura delle attività. Con l’arrivo della seconda ondata di Covid a settembre si sono prodotti effetti sulla gestione dei rifiuti che risulterebbero simili a quelli della prima ondata e che saranno misurati e valutati più precisamente all’inizio del nuovo anno.

Nei mesi della pandemia ripercussioni più pesanti si sono registrate su altri due fronti: la riduzione degli sbocchi esteri (chiusure e rallentamenti doganali) e di quelli nazionali per via del blocco/crisi di alcuni settori produttivi (ad esempio l’automotive e l’edilizia) ha determinato un crollo della richiesta di materie prime riciclate e una maggiore competizione da parte delle materie prime vergini per il crollo dei loro prezzi. Un altro effetto negativo innescato dall’epidemia è stato il rallentamento e i tagli degli investimenti programmati nel settore dei rifiuti: il 65% degli intervistati del settore ha dichiarato di prevedere una riduzione dei futuri investimenti

“È necessaria in particolare”, evidenzia Paolo Barberi, Presidente di FISE UNICIRCULAR, “la rapida definizione dei decreti nazionali per le diverse filiere End of Waste e la semplificazione delle procedure di controllo sulle autorizzazioni End of Waste, caso per caso. L’emergenza ha evidenziato inoltre alcune carenze di dotazione impiantistica (soprattutto per la frazione organica e la frazione residuale non riciclabile) e la necessità di nuove tecnologie di riciclo per alcune tipologie di rifiuti (plastiche miste e alcuni RAEE). Il sistema italiano del riciclo è in grado di affrontare i nuovi e più ambiziosi target europei per l’economia circolare purché si facciano ulteriori sforzi per migliorare la qualità delle raccolte e di conseguenza dei materiali da riciclo, venga promosso l’uso dei prodotti “circolari” e siano recuperati i ritardi e le carenze impiantistiche ancora presenti in alcune zone del Paese”.

Con l’aumento della quantità di rifiuti riciclati, occorrerà promuovere un impiego più consistente dei materiali generati dal riciclo dei rifiuti, rafforzando il ricorso a prodotti e beni riciclati negli acquisti pubblici verdi (GPP) e introducendo l’obbligo, per determinati prodotti e opere, di un contenuto minimo di riciclato, anticipando le azioni previste dal nuovo Piano europeo sull’economia circolare. Occorre, infine, che nel considerare i prezzi di acquisto dei beni circolari, si ponga particolare attenzione ai reali vantaggi e ai reali costi anche ambientali: quando ciò non avviene, occorre intervenire con il contributo ambientale, con la fiscalità, o con un uso opportunamente combinato dei due strumenti, per disincentivare gli impatti negativi sull’ambiente e sulle risorse e per riconoscere i benefici ambientali derivanti dall’uso di prodotti “circolari”.

Per sviluppare l’economia circolare, favorire innovazione e nuovi investimenti”, ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “sarebbe molto utile ridurre i tempi troppo lunghi , a volte di anni, per le autorizzazioni  di attività di riciclo di rifiuti che generano prodotti (End of waste) affidate, caso per caso, alle Regioni e oggi sottoposte ad un doppio regime di controllo a campione, non previsto dalle Direttive europee e non richiesto in nessun altro Paese europeo. Nell’uso delle risorse europee del Recovery fund è inoltre necessario finanziare la ricerca e l’innovazione delle tecniche di riciclo in settori critici che hanno importanti potenzialità ambientali e di sviluppo (per esempio il riciclo delle plastiche miste e di alcuni RAEE) nonché finanziare l’innovazione per migliorare la riciclabilità di alcuni prodotti e per aumentare l’impiego di materiale riciclato in sostituzione di materie prime vergini”.

Le reti colabrodo perdono il 42% dell’acqua

Un quadro drammatico dello stato dei corpi idrici del Belpaese è tracciato dal Censimento delle acque per uso civile 2018 che certifica l’aumento delle perdite in distribuzione: il 42,0% del volume immesso in rete. Seguono altri dati significativi. Nel 2018, operavano in Italia 2.552 gestori di servizi idrici, 305 in meno rispetto al 2015, ma la gestione risultava ancora fortemente frammentata. I prelievi di acqua per uso potabile erano in calo per la prima volta negli ultimi vent’anni (-2,7% rispetto al 2015). L’87% del volume movimentato nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile era gestito da enti specializzati, mentre risultava assente il servizio pubblico di fognatura in 40 Comuni, soprattutto nel Mezzogiorno. 215 i litri di acqua potabile erogati ogni giorno per usi autorizzati nelle reti comunali di distribuzione. Nel 2015 erano 220. 18.140 Gli impianti di depurazione delle acque reflue urbane, mentre 339 Comuni risultavano privi di servizio pubblico di depurazione interessando circa 1,6 milioni di residenti.

Indubbiamente, il Censimento delle acque per uso civile restituisce una fotografia dettagliata della gestione della filiera pubblica delle risorse idriche (dal prelievo di acqua per uso potabile alla depurazione delle acque reflue urbane) dei servizi idrici attivi sul territorio comunale e delle infrastrutture idriche presenti in Italia. Non a caso, le unità rispondenti al Censimento sono tutti gli enti gestori dei servizi idrici operativi nel 2018, ultimo anno di riferimento dei dati presentati nel report, dal cilindro del quale piovono dati e cifre senza soluzione di continuità. Ancora frammentata, ad esempio, la gestione del servizio idrico in alcune aree del Paese. I gestori che operavano in Italia nel campo dei servizi idrici per uso civile nel corso del 2018erano 2.552; nell’83,0% dei casi si tratta di gestori in economia (2.119), ovvero enti locali, e nel restante 17,0% di gestori specializzati (433). Rispetto al 2015, il numero dei gestori si è ridutto di 305 unità, confermando il trend in calo cui si assiste dal 1994, anno della riforma che ha dato l’avvio al servizio idrico integrato e che, nel periodo 2015-2018, ha interessato in particolar modo alcuni territori, tra cui le province di Varese, Imperia e Rieti. Sebbene il numero di gestori attivi nel settore si sia molto ridotto (7.826 nel 1999), persiste una spiccata parcellizzazione gestionale, localizzata in alcune aree del territorio dove la riforma non è ancora stata completamente attuata, come in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta e nelle province autonome di Bolzano e Trento. In particolare, l’approvvigionamento di acqua per uso potabile era gestito da 1.714 enti, l’80,2% dei quali opera in economia (1.374). Rispetto al 2015 il numero di gestori operativi in questo settore si è ridotto di 163 unità.

Nella maggior parte dei casi (96,1%) l’ente gestisce l’intero flusso delle acque potabili, dal prelievo alla distribuzione agli utenti finali. Ci sono inoltre enti che si occupano unicamente del prelievo di acqua che viene poi ceduta ai gestori della distribuzione: da un lato si tratta di grandi gestori di sovrambito e grossisti di acqua per uso potabile e, dall’altro, di piccoli consorzi, imprese e associazioni, attivi in alcune aree del territorio, soprattutto nella provincia autonoma di Bolzano e in Sicilia. Le reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile serano gestite da 2.088 enti. Nell’85,1% dei casi si tratta di gestori in economia (1.777) e nel restante 14,9% di gestori specializzati (311). Rispetto al 2015 c’è stata un’importante riduzione del numero degli enti (-218 unità) che ha riguardato quasi interamente le gestioni in economia. La fognatura comunale, gestita da 2.263 enti, è il servizio idrico con il più alto numero di gestori e in cui si ha la maggiore quota in economia (2.065, pari al 91,3%). Rispetto al 2015, si ha una riduzione degli enti di 287 unità. Al contrario, la depurazione delle acque reflue urbane è il servizio con il minor numero di enti gestori, 1.451 nel 2018, in diminuzione di 21 unità rispetto al 2015. Nell’83,0% dei casi sono gestori in economia (1.204) e nel restante 17,0% gestori specializzati (247).

Vaccino: “Si parte entro la Befana”

La Befana porterà l’atteso vaccino anti Covid anche in Italia. I leader europei accelerano e lavorano a un ‘V-Day già’ per i primi di gennaio. “Se come auspico si deciderà di partire tutti insieme noi siamo certamente pronti a farlo già per la prima settimana del nuovo anno”.

Lo afferma a ‘La Stampa’ il ministro della Salute, Roberto Speranza. Al quale fa eco il commissario Domenico Arcuri. “Se come da accordi sottoscritti con tutti i Paesi europei Pfizer consegnerà già ai primi dell’anno le dosi – assicurano gli uomini del suo staff – noi siamo pronti.

Abbiamo siringhe e diluenti, oltre che gli elenchi dei 570mila anziani e operatori delle Rsa che raggiungeremo con le unità mobili. Che a loro volta partiranno dai 277 ospedali di riferimento nei quali si vaccineranno anche un milione e 400mila sanitari”.

Le praterie e gli orticelli di plastica del centro

L’ottimo Coriolano, col suo ultimo pezzo sul domaniditalia, prende atto che l’apertura di credito concessa qualche giorno fa nei confronti dell’UDC (il titolo era:” La scelta dell’UCD merita l’apprezzamento di tutti i popolari”) era troppo generosa.

Del resto, non basta certo un singolo comunicato stampa per mutare il senso di una appartenenza “organica” alla destra.

È evidente – oltre ogni ragionevole dubbio – che la “ricomposizione” (direi, meglio, la rigenerazione su basi nuove) del mondo popolare non può avvenire partendo dagli spezzoni di partito oggi presenti in Parlamento.

Non si fa pane nuovo con farina vecchia.

La questione, ovviamente, non riguarda gli elettori, ma le classi politiche.
E riguarda però anche i “valori politici”.

Destra e sinistra saranno anche, in quanto tali, categorie superate – come molti sostengono – ma dietro di esse vi sono sensibilità e visioni che sono insite nelle mutevoli condizioni della storia, al di là delle terminologie, poiché attengono all’idea della società e della democrazia.

Guardiamo a ciò che sta fuori dai Palazzi e forse troveremo praterie molto più feconde rispetto agli orticelli di plastica in parola.
Non è in essi che troveremo le basi per ridare al Paese un “bari centro” europeista, capace di ritrovare la bussola smarrita.

L’opera di carità di mons. Eugenio Pacelli durante la I guerra mondiale

La figura del Ven. Pio XII è solitamente accostata alle tragiche vicende della II Guerra Mondiale, ma il suo slancio eroico di carità ebbe modo di manifestarsi già durante quella che fu definita “l’inutile strage” della Grande Guerra.
Per introdurre l’argomento, credo opportuno innanzitutto rammentare alcuni dati relativi alla biografia di Eugenio Pacelli.

Eugenio Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876 dall’Avvocato Filippo e da Virginia Graziosi.
Dopo gli studi liceali, condotti presso il Regio Liceo Ginnasio “Ennio Quirino Visconti”, manifestò la sua corrispondenza alla vocazione al sacerdozio, che da tempo coltivava, e nell’autunno del 1894 venne accolto al Collegio Capranica.
Per motivi di salute però non poté proseguire la vita in collegio, per cui continuò gli studi come chierico esterno, frequentando sia l’Ateneo Pontificio di Sant’Apollinare sia l’Università Statale.

Mi piace ricordare che anche Giacomo della Chiesa, dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita nel 1875 presso l’Università di Genova, era stato per 3 anni alunno presso il Collegio Capranica.
Il 5 febbraio 1899 fu ordinato diacono e il giorno di Pasqua dello stesso anno, il 2 aprile, sacerdote.

Oltre alla Laurea in teologia, conseguì la Laurea in utroque iure, mentre, ancora per problemi di salute, non completò gli studi presso l’Università statale.
Già prima di terminare gli studi comunque, nel 1901, venne assunto, per interessamento di Mons. Pietro Gasparri, presso la Segreteria di Stato, acquisendo rapidamente sempre maggiori responsabilità: nel 1903 fu nominato minutante presso la Sacra Congregazione degli Affari straordinari e, nel febbraio del 1914, fu nominato Segretario della stessa Congregazione, iniziando a interessarsi dell’argomento che era stato oggetto del suo dottorato in diritto canonico, ossia i concordati tra la Santa Sede e i governi nazionali.
In particolare all’epoca di dedicò a predisporre il Concordato tra la Santa Sede e la Serbia, firmato nel giugno del 1914.

Gli inizi del servizio di Mons. Pacelli presso la Curia Romana risalgono quindi al Pontificato di Leone XIII, per proseguire sotto S. Pio X, ma sarà sotto Benedetto XV, eletto il 3 settembre 1914, che riceverà gli incarichi più gravosi, anche perché quello che era stato il suo maestro, Pietro Gasparri, sarà chiamato dal nuovo Papa a ricoprire l’incarico di Segretario di Stato.

L’elezione di Benedetto XV coincise con l’inizio della Prima Guerra Mondiale.
Nella sua prima Enciclica, Papa Della Chiesa lamentava il terribile spettacolo offerto dal conflitto, “il più tetro e il più luttuoso nella storia dei tempi” e, di fronte ad esso, egli rivendicava un ruolo di “padre e amico di tutti”, invitando i governi alla pace.
Una delle prime imprese di Benedetto XV fu la creazione di un ente internazionale di soccorso per le vittime della guerra di tutti i paesi, la cui organizzazione fu affidata proprio a Mons. Pacelli.

Nel 1915 fu istituita in Vaticano l’Opera dei prigionieri per la ricerca delle persone scomparse, per l’aiuto e il rimpatrio dei prigionieri di guerra malati, e per lo scambio di corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie.
Non costa fatica pensare che queste prime esperienze di soccorso umanitario costituirono, per così dire, per Pacelli, la “palestra” in cui si esercitò per quando, in occasione del secondo e più terribile conflitto mondiale, sarebbe stato chiamato, in prima persona, a dar vita ad opere e strutture analoghe, come appunto l’Ufficio ricerche e prigionieri, o l’Opera di assistenza o l’Ente per la distribuzione dei soccorsi.
Segno della stima di Benedetto XV nei confronti di Mons. Pacelli fu l’incarico affidatogli nel gennaio del 1915 presso l’Imperatore austriaco Francesco Giuseppe, nel tentativo di tenere l’Italia fuori dalla Grande Guerra.

In estrema sintesi, il progetto, di cui Pacelli si faceva latore, prevedeva che l’Austria cedesse il Trentino al Vaticano, che l’avrebbe a sua volta offerto all’Italia ottenendone in cambio adeguate compensazioni in grado di chiudere il contenzioso aperto nel 1870 con la presa di Roma.
La Germania e l’Austria si sarebbero fatte garanti dell’autonomia e della libertà della Santa Sede.
Mons. Pacelli fu accolto dall’imperatore con ogni onore, ma non ottenne altro che l’assicurazione che la proposta sarebbe stata attentamente considerata.
Solo dopo diversi mesi l’Austria sarebbe giunta a più miti consigli, ma a quel punto le pretese del Governo di Roma erano aumentate, abbracciando non solo il Trentino, ma anche il Sud Tirolo.

In questi anni Eugenio Pacelli doveva sperimentare la grande difficoltà dell’opera diplomatica, e soprattutto la delicatezza della posizione della Santa Sede, spesso oggetto di incomprensione o di strumentalizzazione.
Ad esempio, allorquando Benedetto XV con una nota al Governo belga del gennaio del 1915 condannò la violazione tedesca della neutralità del Belgio, scoppiò in Germania una reazione violentissima, tanto che lo stesso Benedetto XV in una successiva allocuzione, ritenne prudente proclamare la condanna di ogni ingiustizia o atrocità, da qualunque parte fosse stata commessa.

Non posso soffermarmi sui molteplici tentativi diplomatici del Vaticano, a cui partecipò Mons. Pacelli, ad esempio la mediazione per una pace separata tra Germania e Francia.
Prima di arrivare alla nomina di Eugenio Pacelli alla Nunziatura di Monaco di Baviera, mi piace ricordare un episodio relativo al rapporto del futuro Papa Pio XII con gli Ebrei.
Pochi giorni prima della sua consacrazione episcopale, Mons. Pacelli fu intermediario di un colloquio tra Benedetto XV e l’Ing. Nahum Sokolow, dirigente del Movimento Sionistico che si batteva per la nascita dello Stato d’Israele in Palestina, colloquio la cui cordialità è attribuita dallo stesso Sokolow all’interessamento di Pacelli, come anche Benedetto XV ebbe a riconoscere.

Ciò non significa che Pacelli approvasse tutte le istanze sionistiche, ma indica un atteggiamento di attenzione, di cortesia, che è l’opposto di qualsiasi sentimento antisemita.
E arriviamo ora alla nomina di Eugenio Pacelli quale Nunzio a Monaco di Baviera.
La sede era, per così dire, strategica, anche perché dopo l’entrata in guerra dell’Italia, i rappresentanti diplomatici di Austria, Prussia e Baviera si erano trasferiti in Svizzera: tra la Santa Sede ed il Reich tedesco non c’era alcun rapporto diplomatico (solo nel 1920, e grazie all’attività diplomatica di Pacelli, si stabiliranno rapporti diplomatici tra la Santa Sede e Berlino).

La nomina di Pacelli inizialmente stentava in quanto il Card. Gasparri non voleva privarsi del suo più valente collaboratore, di quello che definiva il suo “braccio destro”, ad esempio nella questione dei lavori per il Codice di Diritto Canonico, che sarà promulgato il 27 maggio 1917.
D’altra parte, Benedetto XV temeva di “bruciare” Pacelli, la cui nomina avrebbe voluto riservare per la fine della guerra.

Ma la morte improvvisa di Mons. Giuseppe Aversa, nell’aprile del 1917, dopo soli tre mesi di servizio, renderà pressoché inevitabile, nonostante il dispiacere di Gasparri, la nomina di Eugenio Pacelli, nomina che ricevette rapidamente il gradimento del Re Ludovico III di Baviera e che venne formalizzata il 20 aprile.
Il 13 maggio 1917 Eugenio Pacelli venne consacrato Vescovo nella splendida cornice della Cappella Sistina personalmente dal Papa.
Pochi giorni dopo egli partiva per Monaco di Baviera.

Circa questo viaggio, si può citare un episodio che ha fatto discutere gli storici, ma che ora sembra definitivamente chiarito.
Parallelamente al salvacondotto personale sino alla frontiera svizzera, Pacelli ottenne la spedizione internazionale di un carro sigillato fino a Zurigo, contenente un gran numero di casse di viveri e di vettovaglie.

Ora, considerato lo stile di vita di Pacelli, e soprattutto la sua rigorosissima dieta, anche per motivi di salute, è logico pensare (e ora i documenti lo confermano) che tutti quei viveri e quelle vettovaglie non servissero a lui, ma ad altri, molto probabilmente anche alla Nunziatura a Vienna, che si trovava in grave difficoltà, o comunque a quanti potessero avere bisogno.
Alla fine di maggio Pacelli presentava le sue credenziali al Re Ludovico III e il suo primo discorso, pronunciato in buon tedesco, riscosse subito successo.

Anche se Pacelli è Nunzio presso il Regno di Baviera, la sua vera missione in quel momento è di rappresentare le istanze di Papa Benedetto presso il Kaiser Guglielmo II, con il quale, come si è detto, la Santa Sede non intratteneva rapporti diplomatici.
Il 26 giugno 1917 Pacelli viaggiava alla volta di Berlino per incontrare il Cancelliere Von Biethmann – Hollweg e due giorni dopo lo stesso Guglielmo II.

Va detto che già il 12 dicembre 1916 le potenze della Triplice Alleanza avevano formulato un appello per la pace, così anche nel gennaio 1917 il Presidente americano Wilson aveva esposto un programma per raggiungere l’obiettivo della pacificazione: si trattava, in entrambi i casi, di proposte molto generiche e vaghe, destinate al fallimento.
La proposta di cui Pacelli era latore era invece molto concreta: si chiedeva al Reich l’evacuazione del Belgio e la restituzione a quella nazione della totale sovranità.
Il colloquio con il Cancelliere fu positivo e manifestava una disponibilità della Germania, soprattutto per quanto riguarda la restituzione al Belgio della sua autonomia e la restituzione alla Francia di alcuni territori di Alsazia e Lorena.

Ben diverso purtroppo fu l’esito dell’incontro che avvenne con Guglielmo II: lo stesso Pacelli inviò una dettagliatissima relazione al Card. Gasparri, nella quale tra l’altro descrisse il suo interlocutore “come esaltato e non del tutto normale”.
D’altra parte Guglielmo II, alcuni anni dopo, ormai decaduto, nelle sue Memorie definì Pacelli come “un uomo distinto, simpatico, di alta intelligenza e di una perfetta cortesia”.
Lo stesso Guglielmo II volle poi accreditare l’immagine di un Pacelli che sarebbe rimasto impressionato dal suo eloquio e dai suoi argomenti, ma, come si è visto, nella relazione che egli mandò al Segretario di Stato, ben altro appare il giudizio che ne diede.
Non posso qui soffermarmi su tutti passaggi dell’azione diplomatica di Pacelli, che ebbe modo anche di incontrare Carlo I d’Asburgo, di passaggio a Monaco, così come di ricevere l’invito del nuovo Cancelliere a Berlino Michaelis, al quale presenterà il 24 luglio un promemoria relativo ai contenuti della proposta di pace di Benedetto XV.

Nonostante una certa disponibilità del Cancelliere, così come del Reichstag, continuava a sussistere la difficoltà rappresentata da Guglielmo II, il quale era sempre più dominato dagli ambienti militari, decisi alla guerra ad oltranza.
Non mi soffermo sulla celebre Nota di pace ai “Capi dei popoli belligeranti” datata 1 agosto 1917, ma inviata il 9 agosto e dall’esito, come sappiamo, purtroppo, non positivo.
Mi sono soffermato sull’attività diplomatica del Nunzio Pacelli, ma la sua missione abbracciava anche un altro aspetto, ossia quello umanitario.

Se sotto l’aspetto diplomatico, come si è visto, tanti furono gli insuccessi, dovuti a molteplici fattori, soprattutto all’egoismo di chi, di volta in volta, pensava di avere la vittoria in pugno, e perciò non esitava mandare a morte centinaia di migliaia di giovani, oppure al pregiudizio ideologico e politico, sotto quello umanitario si può dire che non siano mancati i risultati positivi.
Egli visitò innanzitutto i campi di prigionia, tra i quali quelli di Halle, Celle, Ellwagen, Munster, Ratisbona, cercando di portare conforto alle migliaia di prigionieri di guerra lontani dai loro paesi e dalle loro famiglie.
Nonostante i sentimenti anticlericali di molti ufficiali, ad esempio di quelli francesi, alla fine tutti rimanevano commossi dalle sue parole e dalla sua bontà.
Pacelli non si limitava alle parole, ma consegnava i pacchi appositamente inviati dal Vaticano, in nome di Papa Benedetto, pacchi contenenti viveri, ma anche maglieria di lana, medicinali e generi di conforto.

Tra le carte dell’archivio privato di Eugenio Pacelli sono conservate decine di fotografie riguardanti le visite del Nunzio ai campi di prigionia, immagini che ritraggono il giovane Arcivescovo mentre rivolge il suo saluto agli internati, e quando conversa singolarmente con alcuni di loro, assumendo le informazioni, prima o dopo aver distribuito i preziosi pacchi.
Al di là dell’opera di sostegno materiale e di conforto spirituale, il Nunzio si prodigava nella raccolta di notizie sui militari prigionieri da inviare alle famiglie, attività che, come si è accennato, costituirà il grande impegno dell’Ufficio informazioni durante la Seconda Guerra Mondiale.

Noi abbiamo il resoconto di un discorso pronunciato da Mons. Pacelli in occasione della visita al campo di prigionia di Ellwagen ai prigionieri italiani: ad essi, tra l’altro, diceva: “ci unisce il ricordo soave della diletta Patria lontana; ci unisce il cocente desiderio nostalgico della bella Italia, da cui vi separò non la viltà, che non alberga in cuore italiano, ma l’aspra vicenda della guerra”.
Il discorso di Pacelli sottintendeva l’accusa che da alcuni ambienti militari italiani veniva rivolta ai prigionieri, ossia di essersi vilmente arresi al nemico, soprattutto in occasione della ritirata di Caporetto.

Per questo i prigionieri non ricevevano aiuti dal nostro governo, in quanto considerati alla stregua di traditori: era quindi solo la Chiesa a confortarli materialmente ma soprattutto moralmente.
Un testimone, presente a quel discorso, ricorda che alle parole del Nunzio “scoppia un urlo che fa tremare la baracca. Tutti gli ufficiali, in piedi, si protendono verso l’austera figura del Nunzio. Viva l’Italia! si grida…..chi agita le braccia, chi piange, chi getta baci al Nunzio. Egli, eretto e fiero nella persona, calmo e sereno, volge lo sguardo pensoso, velato di malinconia, su quella folla di cui ha fatto vibrare le più intime fibre del cuore”.

Insomma, seppure a grandi linee, spero di aver illustrato come l’opera di Mons. Pacelli durante la Prima Guerra Mondiale, in perfetta aderenza alle indicazioni che gli venivano da Papa Benedetto XV, si sia svolta su un doppio binario: quello diplomatico e quello umanitario.

Sarà questo anche il doppio binario che egli seguirà come Pontefice nelle non meno difficili circostanze del Secondo Conflitto Mondiale, che affrontò con la più grave responsabilità di Pontefice, ma anche – ribadiamo – allenato dall’esperienza del primo.
A me piace definire Pio XII il Papa della carità, e in questo periodo dell’anno in cui ci prepariamo a celebrare il mistero d’amore del Dio Incarnato, ancor più ci è di conforto e di esempio l’opera di questo grande Pontefice.

Il popolarismo come antipopulismo

Il di battito politico più recente riprende ad interrogarsi sulla necessità di una posizione di centro, anche se travagliata dal dubbio ispirazione cristiana sì, ispirazione cristiana no.

Per la verità, non è la prima volta che tali tentativi vengono intrapresi per poi cadere inevitabilmente nel nulla della politica propriamente organizzata.

Si dirà (e sono in molti a sostenerlo) che l’organizzazione dei vecchi partiti politici oggi non regge più rispetto ad una società globalizzata, deideologizzata e secolarizzata, che spesso fa dell’antipolitica e del populismo il motore di quella che viene definita “nuova politica”.

Nuova politica? Se questa novità a cui ormai assistiamo da diversi anni significa il dover agitare in continuazione il popolo (per fini puramente elettoralistici) parlando alla pancia più che alla testa e al cuore; se questa novità significa, altresì, l’uso continuo di un linguaggio rozzo e per nulla educato, fatto di insulti anche personali nei riguardi dell’avversario politico di turno, allora una seria riflessione, anche se sintetica per ragioni di spazio, va fatta.

Non si tratta né di nostalgia, né di riproposizione di vecchi modelli politici, ma di uno sguardo acuto a questa realtà sempre più frastagliata, individualista, edonista, consumista e scristianizzata.

Si può essere favorevoli o contrari a questa globalizzazione del mondo. Favorevoli se per globalizzazione intendiamo ed operiamo per un mondo più giusto, più solidale basato sulla fraternità dei popoli secondi i continui richiami di Papa Francesco. Contrari se questa globalizzazione (purtroppo in atto) significa mercificazione della persona e del lavoro, arricchimento senza regole di pochi, commercio di armi, disconoscimento dei poveri e meno fortunati che bussano alle porte dell’opulenza per il diritto al pane quotidiano, primato dell’economia sulla politica.

Eppure, basta una riconsiderazione seria di alcune fonti storico-politiche inerenti le idee del Partito Popolare di don Luigi Sturzo per riprendere con nuovo entusiasmo un cammino politico bruscamente interrotto, ma valido anche in questi tempi post moderni e globalizzati.

Basti pensare al regionalismo come antifederalismo: Europa delle regioni dove ogni singolo Stato al proprio interno sappia valorizzare ogni potenzialità del territorio inteso come comunità di persone in funzione di tante microeconomie che solidarmente concorrono a creare ricchezza di beni e servizi per tutti.

Ed ancora, il popolarismo come antipopulismo: una nuova idea di proposta politica che dai valori etici e morali sappia arrivare non solo al cuore e alla testa, ma anche alla pancia di tutti i cittadini.

Occorre, come diceva Lazzati, impegnarsi per costruire la città dell’uomo a misura d’uomo.

Tre squilli nel nulla: i minori scomparsi

Articolo già pubblicato sulla rivista “DPU- DIRITTO PENALE e UOMO – Rivista internazionale di studi giuridici e antropologici

Sono trascorsi 10 anni dalla scomparsa di Yara Gambirasio, una vicenda umana che aveva coinvolto emotivamente tutti noi, dal doloroso epilogo.

Sono molti i “minori scomparsi”: pochi ritornano, di molti vengono restituite le spoglie, della maggior parte si perdono le tracce.

Vorrei dedicare a questi bambini e adolescenti questa riflessione, che segue la precedente sui “Minori senza pagina”, oserei dire… la completa.

Sono storie tristi e spesso violente del nostro tempo: da sempre infanzia e adolescenza soccombono in un mondo non a loro misura.

Nel contesto antropologico contemporaneo peraltro le nuove tecnologie compaiono sempre più spesso sullo sfondo di queste vicende che riguardano i minori.

Mai come nel presente molti minori sono collocati al centro della cronaca ma non sempre per  buone notizie. Le numerose vicende che riguardano storie di adolescenti vittime di violenza sono diffusamente vissute come penetranti eventi mediatici, suscitano sentimenti, emozioni, paure, angosce, speranze, disperazione e dolore. 

Spettacolarizzazione mediatica non scevra da curiosità morbose, alternate a passioni avvertite, pietà e attesa, condanna e assoluzione, indagini parallele, anticipazioni, notizie frettolose di vita e di morte, irruzioni intrusive nelle intimità personali e familiari, desiderio di riserbo, dignità, presenze che assumono improvvisamente le sembianze dei ricordi, minori svaniti nel nulla: li invochi e non rispondono, li chiami e non ci sono.

Una volta, i contesti dell’ infanzia erano forse più rassicuranti da vivere, anche le ombre erano amiche, i pericoli lontani, le notizie sempre altrove. 

Ora, invece, gli orizzonti della quotidianità si allargano e persino i cortili, la campagna, i dossi e gli alberi, assumono sembianze nuove e allora scopri che gli stradoni, i manufatti e il verde della periferia diventano luoghi misteriosi e saturi di angosce nuove.

Posti dove bambini e adolescenti, in giro da soli, possono esser preda di mani ignote e assassine.

Penso al brivido che prova un genitore quando – cercando il contatto attraverso il cellulare – ascolta solo squilli che cadono nel vuoto, quando il nulla di una mancata risposta non spiega niente ma può far pensare al peggio, quando il «si prega di riprovare più tardi» sposta e prolunga l’ansia e l’angoscia senza la certezza di un limite oltre il quale tutto torni come prima e – parlando e ascoltando – si possano fugare le ombre della paura e dell’assenza.

Nelle storie moderne – di vita e di morte – la dimensione tecnologica assume una presenza sempre più inquietante: una volta i bambini si perdevano nel bosco, ora sono inghiottiti nella “rete”.

Nell’epoca della comunicazione facilitata dalle nuove tecnologie, dove ci si può sentire, vedere, parlare accorciando le distanze, annullando le assenze, affidando le parole, i pensieri e le immagini ad una piccola scatoletta magica qual è il cellulare, per cercare la rassicurante immediatezza del contatto che è di per sé già messaggio, diventano ancor più agghiaccianti quegli squilli senza risposta, che cadono nel vuoto di un’attesa, che si fanno timore, ansia, angoscia, che anticipano sospetti e sgomento. 

Un silenzio, un vuoto, un nulla inaccettabili al cuore.

I minori scomparsi sono inghiottiti in un mondo ostile e crudele, che li aspetta al varco per divorare la loro innocenza, per impossessarsi della loro vita.

Crescono esponenzialmente di numero (In Italia nel 2019 le denunce di scomparsa di minori sono state 8.331,  di cui 5.376 stranieri e 2.955 italiani – Fonte “Telefono azzurro”) con destini diversi: come scritto in esordio pochi fanno ritorno, di molti vengono restituiti dalle indagini o dal destino i corpi, ma la maggior si perde nel nulla.

Alcune vicende riaffiorano a distanza di anni: per la tenacia degli investigatori o per l’irriducibile dolore dei parenti che non si danno per vinti e vorrebbero avere almeno la consolazione di un posto dove portare un fiore, recitare una preghiera, rivivere intensamente i ricordi, posare una foto sbiadita dal tempo. Ma il nulla avvolge la dissolvenza di storie brevi e imperscrutabili, lasciando la sensazione di assenze mai spiegate.

Come scriveva Attilio Bertolucci, in una delle più belle e struggenti poesie del 900: «Assenza, più acuta presenza. Vago pensier di te, vaghi ricordi turbano l’ora calma e il dolce sole. Dolente il petto ti porta come una pietra leggera».

La simbologia poetica tratteggia ciò che non si può altrimenti descrivere: sono vite troppo brevi per esprimere una loro pienezza esistenziale, la memoria le afferra e le riporta in modo labile ed effimero all’intensità del presente che resta per un legame di sangue, un affetto indicibile, una nostalgia inesprimibile che non possono essere fagocitati dall’oblio del fiume carsico della vita che scorre e sedimenta, come una pietra nascosta nel cuore, un dolore che non va via, una presenza che resta.

Opere pubbliche; 35 miliardi di dotazione finanziaria complessiva nel triennio 2021-2023

Ammontano a oltre 35 miliardi le risorse di competenza per la realizzazione di tutte le opere pubbliche in capo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e alle stazioni appaltanti nazionali, per il triennio 2021-2023.

Si tratta di una dotazione finanziaria imponente grazie a risorse stanziate negli anni precedenti, durante il 2020 e nella legge di bilancio 2021, e ovviamente in corso di stanziamento sul piano del Recovery. Al netto delle ulteriori risorse che saranno rese disponibili nei prossimi mesi dal fondo “Sviluppo e coesione” e dai fondi ordinari della programmazione europea.

Saranno quasi 10 miliardi le risorse aggiuntive solo nei primi 3 anni grazie agli interventi dell’Unione Europea, alle quali si aggiungono risorse ulteriori per tecnologie e mezzi di trasporto (autobus, treni e navi). Inoltre, una quota parte sarà finanziata con i mutui più vantaggiosi all’interno del Piano Recovery che determinerà un beneficio immediato per la finanza pubblica, ma garantirà comunque il rifinanziamento dal 2024.

Il fatto che le opere pubbliche oltre a contribuire al PIL possano migliorare anche la situazione generale del bilancio conferma la bontà delle scelte che il governo si appresta a definire.

Altro dato particolarmente rilevante, in un momento di crisi economica, è il cronoprogramma dell’utilizzo di queste risorse: infatti se la dotazione finanziaria complessiva è pari a 35 miliardi, i cronoprogramma attuativi che le stazioni appaltanti realizzeranno nei prossimi tre anni per le opere previste in Italia veloce, a carico della finanza statale, ammontano a oltre 27 miliardi. Si tratta della cifra che nella programmazione delle stazioni appaltanti diventerà stato di avanzamento lavori, con effetti diretti sul sistema economico.

Le principali opere avviate con il Recovery fund e che consentiranno la realizzazione entro il 2026 di lotti funzionali efficaci per la mobilità saranno completati entro il 2030 a valere sulle risorse nazionali.

Colesterolo: via libera a Inclisiran

La Commissione europea ha approvato inclisiran di Novartis per il trattamento di pazienti adulti con ipercolesterolemia o dislipidemia mista. Questa approvazione si basa sui risultati del programma di sviluppo clinico ORION, nel quale inclisiran ha dimostrato una riduzione efficace (fino al 52%) del colesterolo a bassa densità (LDL-C) in pazienti con livelli elevati di LDL-C, nonostante la terapia con statine alla dose massima tollerata. Con due somministrazioni all’anno, si prevede che inclisiran migliori l’aderenza a lungo termine.

Inclisiran è un siRNA,(small-interfering RNA) first-in-class che riduce in modo efficace e sostenuto il colesterolo a bassa densità (LDL-C) nei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD, Atherosclerotic Cardiovascular Disease), con equivalenti di rischio ASCVD e con ipercolesterolemia familiare eterozigote (HeFH, heterozygous familial hypercholesterolemia).

Mattarella: “Non arrendiamoci a danni della pandemia”

La XI edizione della cerimonia di conferimento del Premio Nazionale per l’Innovazione “Premio dei Premi” 2020, istituito presso Fondazione COTEC, si è svolta in videoconferenza con la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la partecipazione della Ministra per la Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, della Ministra per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, Paola Pisano e del Presidente della Fondazione Cotec, Luigi Nicolais.

Il Premio è conferito ad aziende, enti pubblici, e professioni del design, individuati tra i vincitori dei premi per l’innovazione assegnati annualmente a livello nazionale dalle principali Associazioni imprenditoriali e professionali nei settori dell’industria e del terziario (ABI, ADI, Confcommercio, Confindustria, PNICube), nonché da grandi gruppi industriali e dal Dipartimento della Funzione Pubblica.

Il “Premio dei Premi” ha l’obiettivo sia di sostenere la capacità d’innovazione, sia di incentivare gli attori dell’innovazione a proseguire nell’attività creativa affinché si sviluppi una cultura del cambiamento ai temi della ricerca e dell’innovazione.

Dov’è il decoro dei post dc che non rompono con il sovranismo?

Mentre può tirare un sospiro di sollievo per l’accordo raggiunto a Bruxelles sul Recovery Fund, a Roma il premier Giuseppe Conte è costretto a misurarsi faticosamente con le turbolenze della sua maggioranza. Lo spettro della crisi continua ad aggirarsi tra i Palazzi del potere. Sembra profilarsi un blocco di interessi che torna a premere sulle istituzioni – in primis sul Quirinale – per giungere alla sostituzione in tempi rapidi dell’attuale Presidente del Consiglio.

Vediamo i numeri. Una nota dell’Agenzia Italia, diffusa nella serata di ieri e riportata dal Domani d’Italia, analizza la media degli ultimi sondaggi da cui si evince il deterioramento dei consensi a favore del governo e dei partiti che lo sostengono. Il dato più evidente e significativo è quello riguardante la simmetria che si riscontra nell’osservare come i conflitti all’interno della maggioranza, ad esempio sulla gestione dei 209 miliardi del Piano europeo destinati a rimettere in piedi l’Italia, favoriscano direttamente la Lega e per estensione le forze di opposizione.

In questa fase, insomma, il sistema politico non conosce intercapedini di compensazione: l’elettore deluso non sceglie di rifugiarsi nell’astensione, ma passa armi e bagagli dall’altra parte della barricata. È la classica spia di un disagio che non incrocia forme e luoghi di ricomposizione politica. Salvini rilancia pertanto la sua iniziativa sfruttando le semovenze tattiche di Berlusconi.

L’aspetto curioso di questa destra anomala, fino a ieri apparentemente destinata a scomporsi tra europeisti e antieuropeisti, è che riesce nonostante la torsione sovranista imposta da Lega e FdI a fregiarsi di una improvvida copertura del cosiddetto centrismo post-democristiano. Infatti, sulla riforma del Mes si è dispiegata una sibillina esercitazione in ambito cattolico moderato attorno a distinguo di dubbia valenza politica – in sede parlamentare l’esempio più grave per ambiguità lo ha fornito il drappello dell’Udc – avendo a riferimento, in ogni caso, la coda sempre meno lumescente della cometa Berlusconi.

È sull’europeismo che va ricostruita la comunanza d’indirizzo tra spezzoni di mondo popolare. Nel nome di De Gasperi non si può fiancheggiare l’oltranzismo demagogico di chi osteggia la politica di equilibrio della stessa Angela Merkel. C’è un limite a tutto e oggi, se non si vuole disperdere l’ultimo granello di fedeltà alla tradizione democristiana, il limite consiste nel tenere a bada il demone del sovranismo. Offuscare questa necessità, per la quale s’impone un soprassalto di rigore, vuol dire soltanto che sulla strategia di fondo s’insedia il motivo della convenienza, senza più decoro.

 

Gli scricchiolii nella maggioranza registrati dai sondaggi politici

Mentre può tirare un sospiro di sollievo per l’accordo raggiunto a Bruxelles sul Recovery Fund, a Roma Conte si trova a fronteggiare le turbolenze della sua maggioranza. La nota dell’Agenzia Italia, diffusa nella serata di ieri, analizza la media degli ultimi sondaggi da cui si evince il deterioramento dei consensi al governo e ai partiti che lo sostengono. Il dato più evidente è quello della simmetria che si riscontra nell’osservare come i conflitti all’interno della maggioranza, ad esempio sulla gestione dei 209 miliardi destinati a rimettere in piedi l’Italia, favoriscano direttamente la Lega e per estensione le forze di opposizione. In questa fase, insomma, il sistema politico non conosce intercapedini di compensazione: l’elettore deluso non sceglie di rifugiarsi nell’astensione, ma passa armi e bagagli dall’altra parte della barricata. È la classica spia di un disagio che non incrocia forme e luoghi di ricomposizione politica.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Agenzia Giornalistica Italiana (AGI)

Vengono prima le fibrillazioni interne a una coalizione di governo oppure la crisi di consenso del governo stesso? A volte – come nel celebre dilemma dell’uovo e della gallina – non è così facile stabilirlo. E in effetti pare di essere in una di quelle situazioni. Soltanto una settimana fa abbiamo dato conto dei primi segnali di un (possibile) calo dei consensi verso la maggioranza giallo-rossa, a vantaggio dell’opposizione di centrodestra.

Nei giorni immediatamente successivi, ecco materializzarsi lo spettro di una crisi di governo, in occasione della votazione parlamentare sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes). Superato quello scoglio, con la “neutralizzazione” dei dissidenti del M5S e il voto favorevole incassato dal premier – prima alla Camera e poi, soprattutto, al Senato – ecco profilarsi un’altra fonte di instabilità: i forti contrasti, soprattutto interni alla maggioranza, sull’idea del Presidente del Consiglio di creare una “task force” autonoma per la gestione dei progetti (e soprattutto dei fondi) legati al programma Next Generation EU – più noto come Recovery Fund.

Oggi, puntuale, arriva la conferma delle avvisaglie della scorsa settimana: il consenso per i partiti di maggioranza scricchiola, mentre si rafforza l’opposizione. È questo che emerge dalla nostra Supermedia dei sondaggi, che vede oggi un forte aumento della Lega (+0,8% in due settimane), unico tra tutti i partiti a guadagnare consensi e che ritorna sopra quota 24%. Gli altri partiti inseguono, con il PD in leggera crescita al 20,6% (+0,2%) e il Movimento 5 Stelle che torna a calare sotto quota 15% (14,7 per la precisione), perdendo lo 0,4% e accusando esattamente un punto e mezzo di distacco da Fratelli d’Italia, stabile al terzo posto (16,2%).

Stabili tutti gli altri partiti, da Forza Italia in giù, con il “derby” tra i partiti minori che questa settimana vede prevalere di un soffio Azione di Calenda sulla sinistra di Speranza e Fratoianni e su Italia Viva di Matteo Renzi. Ma, come spesso accade, più che sulle singole liste conviene concentrarsi sulle aggregazioni, e in particolare sulle due principali aree di maggioranza e opposizione in Parlamento.

Più che a un ritrovato attivismo di Matteo Salvini, la crescita della Lega (e, di conseguenza, del centrodestra) si può interpretare in questo modo: e cioè col fatto che i consensi in uscita dai partiti di governo vanno a beneficio – direttamente o indirettamente – del principale partito di opposizione. A dire il vero, che il Governo Conte abbia perduto, almeno in parte, gli altissimi consensi di cui ha goduto durante la prima ondata del Covid-19, non è una novità. Già da alcune settimane diversi istituti demoscopici hanno registrato questo calo: secondo l’ultima rilevazione di Ipsos, a fine novembre, tanto il premier quanto l’esecutivo nel suo complesso hanno perso circa 10 punti rispetto al “picco” del 65% (registrato poco prima della pausa agostana).

Tuttavia, Conte rimane tuttora, secondo quasi tutte le rilevazioni, il leader politico con il maggior tasso di gradimento e fiducia – a eccezione di Mattarella. Ma si tratta di un consenso che è stato decisamente scalfito dall’arrivo della seconda ondata, e che è ormai molto “polarizzato” a seconda dell’orientamento politico. Lo conferma il sondaggio svolto da Quorum/YouTrend per Sky, secondo cui anche tra coloro (e sono tanti) che promuovono l’operato del Governo durante la prima ondata, sono moltissimi i critici della gestione della seconda.

Solo un italiano su 4, infatti, ritiene che l’esecutivo abbia gestito bene entrambe le ondate; soprattutto, il giudizio dipende moltissimo dall’orientamento politico di chi risponde, con gli elettori di PD e M5S molto più “generosi” e quelli di Lega e FDI decisamente più “severi”.

Nonostante i numeri visti fin qui, è probabilmente un azzardo affermare che nell’opinione pubblica siano maturi i tempi per una crisi di governo. Innanzitutto, perché il 56%, secondo il più recente sondaggio di EMG, ritiene che una crisi di governo oggi sarebbe “un errore”.

Qui l’articolo completo

Ernesto Preziosi “Cattolici e presenza politica”

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore questo scritto, già apparso su Dialoghi, n. 4/2020, che recensisce l’ultimo libro di Preziosi.

Un saggio interessante e stimolante, che – seppur scritto prima della pandemia – può essere una lettura utile e un punto di riferimento per riprendere il cammino di un impegno di presenza politica seria e responsabile dopo la prova difficile dell’emergenza epidemica, allorquando si dovrà por mano a scelte politiche in una nuova prospettiva di bene comune per far fronte agli squilibri e alle nuove diseguaglianze sociali. E sarà ancor più necessario ricostruire, nella dialettica democratica, un clima e orientamenti capaci di superare i rischi ricorrenti e deleteri di individualismi, populismi e sovranismi, con cui siamo da tempo alle prese, con esiti evidenti di fragilità e frammentazione delle stesse istituzioni.

Il volume di Preziosi è in certo modo lo sbocco e il frutto di un percorso personale sul versante della politica, intesa sia come impegno culturale, da laico cristiano, che come esperienza concreta di chi non si ritrae di fronte a concrete opportunità di azione sul campo. E in effetti il saggio si sviluppa con due tipi di riflessioni, che corrispondono a due distinte vocazioni dell’autore, da un lato attratto dalla ricostruzione storica dell’appello sturziano ai liberi e forti di cent’anni addietro, assunto come fatto emblematico e determinante di una presenza attiva di credenti nella vita politica del Paese, dall’altro ancor più motivato, nella ricerca di un filo conduttore per l’oggi, dalla verifica del se e del come quella esperienza risalente possa avere una qualche attualità nel contesto odierno e cosa ci possa suggerire.

Di qui l’analisi accurata, nelle prime due parti del lavoro, della realtà di allora e delle condizioni che resero possibile quell’esperienza significativa di ingresso attivo di credenti nella vita politica, peraltro in una prospettiva laica, sviluppatasi intorno all’idea guida del popolarismo, che avrebbe poi in vario modo influito sulla presenza politica organizzata dei cattolici nel secondo dopoguerra, fino alla rinascita – sia pure per un breve periodo –  del partito popolare nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, conclusasi con la diaspora nell’Ulivo e in altre forze politiche, conseguente in larga misura all’opzione per un sistema elettorale maggioritario.

La rilettura (documentata e non retorica) dell’esperienza sturziana e delle vicende successive che si possono in qualche modo collegare al popolarismo, arricchita da puntuali indicazioni bibliografiche, non è però la premessa per riproporre oggi quel modello, pur ricordando per certi versi la situazione odierna di involuzione delle dinamiche politiche i disorientamenti ed i conflitti di allora tra i partiti, con sintomi di crisi per la tenuta del sistema sociale e politico-istituzionale. E’ piuttosto una rilettura finalizzata ad un discernimento utile per la realtà contemporanea, soprattutto per capire se è possibile ricavare da quella storia una spinta morale per fare anche oggi la nostra parte, come credenti eredi – e non solo custodi – di quella tradizione di cattolici impegnati a perseguire il bene comune possibile.

Su questo piano si sviluppa tutta la terza parte del volume, dedicata anzitutto a ripercorrere alcuni momenti rilevanti del dibattito dell’ultimo decennio promosso da componenti attive e pensose del cattolicesimo politico democratico, intorno all’interrogativo “quale presenza politica dei cattolici”, a partire dal seminario di Todi del febbraio 2011. Qui emerge anche la ricchezza e il senso profondo dell’esperienza personale di Preziosi, sia come promotore indefesso e corresponsabile di iniziative di presenza e raccordo culturale e di progettazione politica (tra cui il Centro di ricerca e studi storici e sociali e  Argomenti 2000, con la Costituente delle idee), sia come protagonista di un mandato quinquennale di rappresentante politico in Parlamento: il doppio volto di un solido impegno politico, in certo modo naturale per chi sente davvero e vuole interpretare oggi il messaggio ai liberi e forti.

Di qui la sottolineatura del ruolo del volontariato intellettuale dei laici credenti per contribuire a rendere possibile ed animare (“con creatività”) la dialettica democratica al servizio del Paese, in modo da rendere il popolo, nella sua realtà concreta e plurale, protagonista consapevole della vita politica, al riparo da tentazioni di disimpegno. E al riparo pure, per altro verso, da certe scorciatoie pericolose di una partecipazione spesso solo apparente o narcisistica, in realtà di frequente succube di derive leaderistiche fondate su un uso disinvolto della comunicazione politica e di tecniche di manipolazione del consenso. In tal senso a Ernesto Preziosi sta a cuore approfondire, più che la discussione sull’opportunità  di una formazione politica autonoma di cattolici, soprattutto la capacità 

dei credenti di fornire un contributo e di interagire con donne e uomini di buona volontà per la realizzazione del bene comune, nel rispetto del pluralismo, evitando il latente declino della politica e le derive demagogiche e populiste.

Di qui quella che viene qualificata una “nuova chiamata”, ma per avviare processi, più che per occupare spazi, mirando in realtà soprattutto a un nuovo partito. Processi in grado di mobilitare le coscienze con stimoli forti, sviluppando una effettiva sensibilità per l’impegno politico, alimentato da principi e riferimenti che il magistero senz’altro può offrire a chi abbia passione civile e si proponga di concretare il bene comune possibile. In una prospettiva anzitutto di sussidiarietà e   solidarietà, due caposaldi sia della dottrina sociale che della Costituzione, che vanno costantemente tenuti presenti e declinati con coerenza e pervicacia. Ma ovviamente tenendo in massimo conto anche quanto da ultimo ci è stato offerto dalla <Laudato sì> sul piano di un’antropologia in sintonia con le esigenze di un’ecologia integrale nei rapporti tra persona e ambiente.

In tal senso l’appello sturziano mantiene una sua sostanziale attualità, oltre che come spinta morale, come richiamo di metodo a comunicare e argomentare senza ricorrere a forme di propaganda furbesca e strumentale, ma facendo crescere la capacità di discernimento e di dialogo non in funzione di astratti riferimenti identitari, ma accettando il pluralismo e il conflitto, consci dell’autonomia della politica da ogni ipoteca confessionale. Sul piano del metodo emerge, d’altra parte, specie nelle pagine conclusive, un ulteriore elemento che per Preziosi è sicuramente decisivo per dare respiro e prospettiva al lavoro di elaborazione e partecipazione politica. Ossia la necessità di puntare a percorsi unitari di orientamenti e propositi, cercando con fiducia e pazienza luoghi e punti di incontro e di coordinamento (“reti”)  tra i mondi vitali del cattolicesimo politico, lasciando comunque alla responsabilità e alla fatica di chi si impegna nel servizio politico il compito della mediazione con la storia, con i suoi conflitti e lacerazioni, alla ricerca del bene comune possibile.

Di qui peraltro l’esigenza imprescindibile di coscienze educate alla partecipazione democratica, nelle varie sedi e livelli in cui si articola il sistema istituzionale e la rappresentanza politica. Di qui un ineludibile compito formativo, anche in ambito ecclesiale, all’impegno socio-politico, ovviamente in una prospettiva prepartitica, per dare basi culturali salde ad una presenza politica dei cattolici, laica ma cristianamente ispirata. Un compito formativo – si potrebbe aggiungere – che dovrebbe concorrere e integrarsi con quell’educazione alla cittadinanza, che sempre più è percepita come un compito essenziale della formazione scolastica, dove da quest’anno è diventato obbligatorio l’insegnamento di educazione civica, al fine di fornire ai giovani le chiavi per la convivenza civile e il dialogo democratico, nel rispetto delle libertà e dei valori costituzionali.

Croce rossa di Roma: Vivi un Natale solidale”

#ViviunNataleSolidale. Questo periodo tradizionalmente di Feste, quest’anno sarà diverso per tutti. Ma c’è un modo per poterlo vivere con maggiore calore e condivisione, continuare ad aiutare chi è più fragile, anche a causa di questa emergenza. Per questo la Croce rossa di Roma torna a fare appello ai cittadini romani a sostenere i volontari nell’aiutare le famiglie in difficoltà.

La presidente della Croce Rossa di Roma Debora Diodati parlando dell’iniziativa ha dichiarato: “La nostra raccolta di generi alimentari continua ormai da mesi e anche la distribuzione dei pacchi per chi ci chiede un sostegno per la spesa attraverso il numero verde della Croce rossa italiana 800.065510. In questi giorni che ci avvicinano alle festività, sebbene saranno diverse dal solito per tutti, c’è chi rischia di viverle in modo ancora più isolato e difficile. Per questo vogliamo rilanciare il nostro invito a donare affinché anche il Natale possa essere migliore per coloro che stanno vivendo un momento particolarmente difficile di crisi economica e sociale”. Molti comitati della Croce rossa a Roma stanno incrementando la raccolta della spesa solidale nei vari quartieri nei supermercati e nelle sedi Cri. Il comitato di Roma area metropolitana continua ogni giovedì ad aprire le porte della sede centrale di Via Ramazzini 37 dalle 10 alle 16 per tutti coloro che vogliono portare generi alimentari a lunga conservazione. Prima di Natale l’appuntamento sarà, invece, per martedì 22 dicembre.

Istat: le esportazioni delle regioni italiane

Nel terzo trimestre 2020, si stima una forte crescita congiunturale delle esportazioni per tutte le ripartizioni territoriali: +34,3% per il Centro, +33,4% per il Nord-est, +30,3% per il Nord-ovest e +27,0% per il Sud.

Nel periodo gennaio-settembre 2020, l’export registra una diminuzione su base annua marcata e diffusa a livello territoriale: rispetto alla media nazionale, è più ampia per le Isole (-28,2%) e, in misura minore, per il Nord-ovest (-14,0%), più contenuta per il Centro (-11,8%), il Nord-est (-10,4%) e il Sud (-10,1%).

Nei primi nove mesi dell’anno, la flessione tendenziale dell’export interessa quasi tutte le regioni ed è più accentuata per Sardegna (-39,9%), Valle d’Aosta (-24,5%), Sicilia (-21,4%) e Basilicata (-21,3%). Le performance negative di quattro regioni – Piemonte (-17,6%), Lombardia (-13,4%), Veneto (-11,0%) ed Emilia-Romagna (-10,6%) – spiegano oltre i due terzi del calo su base annua dell’export nazionale. Solo Molise (+31,4%) e Liguria (+1,1%) registrano, nel confronto con i primi nove mesi del 2019, un aumento delle esportazioni.

Nello stesso periodo, la riduzione delle vendite di macchinari e apparecchi da Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte, di metalli di base e prodotti in metallo dalla Lombardia e di articoli in pelle, escluso abbigliamento e simili, dalla Toscana contribuisce per 3 punti percentuali al calo tendenziale dell’export nazionale. Per contro, l’aumento delle esportazioni di metalli di base e prodotti in metallo da Toscana e Lazio e di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici da Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Marche contrasta per 1,4 punti la flessione dell’export.

Nei primi nove mesi del 2020, i contributi maggiori alla diminuzione su base annua delle esportazioni nazionali derivano dal calo delle vendite di Piemonte (-16,2%) e Lombardia (-14,3%) verso la Germania, di Piemonte (-17,8%), Lombardia (-15,3%) ed Emilia-Romagna (-12,5%) verso la Francia e di Lazio (-34,0%), Piemonte (-22,6%) ed Emilia-Romagna (-13,5%) verso gli Stati Uniti.

L’analisi provinciale dell’export mostra performance negative per la maggior parte delle province italiane: le peggiori interessano Milano, Torino, Firenze, Bergamo, Brescia, Cagliari e Vicenza. Tra le performance positive, le migliori si registrano per Arezzo, Gorizia e Rovigo.

Si comunica che i dati del 2019 del commercio con l’estero sono stati resi definitivi e che quelli dei primi cinque mesi del 2020 sono stati revisionati, utilizzando le dichiarazioni Intrastat che si sono rese disponibili dopo il 30 giugno 2020, al termine della sospensione dell’obbligo di trasmissione, prevista tra le misure a sostegno delle imprese dal Decreto “Cura Italia” nella prima fase dell’emergenza Covid-19.

Le misure per la scuola dell’ultimo Dpcm

L’ultimo Dpcm, che contiene le nuove misure per il contenimento della diffusione del COVID-19, include diverse disposizioni riguardanti le scuole e l’attività didattica. Di seguito, la sintesi delle misure previste per questo importante settore.

Misure valide su tutto il territorio nazionale

Nelle scuole secondarie di secondo grado, il 100% delle attività continuerà a svolgersi per tutti gli studenti, fino alla pausa natalizia, tramite didattica digitale integrata. Dal 7 gennaio 2021, il 75% della popolazione studentesca dovrà tornare alla didattica in presenza. Resta garantita la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o per garantire l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità o con bisogni educativi speciali.
Nei servizi educativi per l’infanzia, nelle scuole dell’infanzia e nel primo ciclo di istruzione (scuole primarie e secondarie di I grado) la didattica continua a svolgersi integralmente in presenza. È obbligatorio l’uso di dispositivi di protezione delle vie respiratorie, fatta eccezione per i bambini di età inferiore ai 6 anni e per i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso della mascherina.
Presso ciascuna Prefettura sarà istituito un Tavolo di coordinamento, presieduto dal Prefetto, che avrà l’obiettivo di definire il più idoneo raccordo tra gli orari di inizio e termine delle attività didattiche e gli orari dei servizi di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano. Al Tavolo parteciperanno il Presidente della Provincia o il Sindaco della Città Metropolitana, gli altri Sindaci eventualmente interessati, i dirigenti degli Ambiti Territoriali del Ministero dell’Istruzione, i rappresentanti del Ministero dei Trasporti, delle Regioni, delle Province autonome di Trento e Bolzano e delle aziende di trasporto locali. All’esito del tavolo ogni Prefetto redigerà un documento operativo sulla base del quale le amministrazioni coinvolte adotteranno le misure di loro competenza.
Le riunioni degli organi collegiali continueranno a svolgersi con modalità a distanza. Il loro rinnovo, qualora non completato, avverrà anch’esso a distanza, nel rispetto dei principi di segretezza e libertà nella partecipazione alle elezioni.
Restano sospesi i viaggi di istruzione, le iniziative di scambio o gemellaggio, le visite guidate e le uscite didattiche, fatte salve le attività inerenti i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO).
Il Dpcm conferma la sospensione per “lo svolgimento delle prove preselettive e scritte delle procedure concorsuali pubbliche e private”. Rimangono quindi sospese le prove del concorso straordinario per la scuola secondaria di primo grado e secondo grado che saranno comunque ricalendarizzate. Il Ministero sta dotando le commissioni degli strumenti per procedere con la correzione da remoto delle procedure già effettuate.

Misure per i territori con scenari di maggiore gravità

Nelle aree caratterizzate da uno scenario di “massima gravità e da un livello di rischio alto”, cosiddette zone rosse, restano in presenza i servizi educativi per l’infanzia, la scuola dell’infanzia, la primaria e il primo anno della scuola secondaria di primo grado. Le attività didattiche in tutti gli altri casi si svolgeranno esclusivamente con modalità a distanza. Resta comunque salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l’uso di laboratori o per garantire l’effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e in generale con bisogni educativi speciali. Le disposizioni del Dpcm si applicano dalla data del 4 dicembre 2020, in sostituzione del Dpcm del 3 novembre 2020, e sono efficaci fino al 15 gennaio 2021.

Covid: terza ondata dietro l’angolo

“C’è tanto virus in giro e per questo la terza ondata è dietro l’angolo”. Lo afferma all’Adnkronos Salute Giorgio Sestili, fisico e ideatore della pagina Facebook ‘Coronavirus – Dati e analisi scientifiche’, da oggi anche sul web con un proprio sito www.giorgiosestili.it. “Il numero dei contagi scende, ma non velocemente come è accaduto nella prima fase. Ma allora – spiega Sestili – si è deciso per un lockdown totale che ha permesso di tagliare i contagi in maniera efficace.

Oggi è molto più difficile arrivare a quel risultato, le Regioni sono in zona gialla e le persone circolano e prendono i mezzi pubblici. Sarà dura far scendere la curva a poche centinaia di casi al giorno come in estate e la paura è che basti poco per riaccendere l’incremento. C’è tanto virus in giro e per questo la terza ondata è dietro l’angolo. Dobbiamo stare molto attenti”.

“A gennaio-febbraio ci sarà la probabile e pericolosa sovrapposizione tra Sars-CoV-2 e influenza – avverte – Ecco perché non capisco il calo nei numero dei tamponi, siamo scesi rispetto ai 250mila di novembre. Mentre dovremmo continuare a scovare i positivi, fare screening e andare a stanare gli asintomatici. La terza ondata Covid-19 potrebbe riportarci indietro e causare seri problemi agli ospedali. Non ‘sediamoci’ troppo vedendo un lieve calo dei contagi giornalieri”.

David Sassoli: “Crisi di Governo? Paese potrebbe pagarla davvero cara, da evitare”

Il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli (Pd), rispondendo, a margine di una conferenza stampa a Bruxelles, in merito alle continue voci di stampa su un possibile cambio di esecutivo. dichiara: “Crisi di Governo? Paese potrebbe pagarla davvero cara, da evitare” “Aggiungere al lockdown sanitario un lockdown politico penso che sia la cosa per cui un Paese possa pagarla davvero cara. Potrebbe essere marginalizzato e certamente azzoppato nella sua capacità di ripresa. Penso che questo sia da evitare”.

Invece l’accordo che consentirà di procedere con il Recovery Plan e con il bilancio pluriennale dell’Ue per il 2021-27, insieme al meccanismo che proteggerà l’attuazione del bilancio Ue dalle violazioni dello Stato di diritto, se confermato dal Consiglio Europeo costituirà “un buon risultato” per l’Ue.

A tal riguardo affrontando, nella giornata odierna i temi europei, aveva dichiarato: “Le decisioni che siamo chiamati ad assumere sul Recovery Plan saranno il veicolo per la trasformazione verde, per il Green Deal europeo, come per la trasformazione digitale e per la riduzione delle disuguaglianze e la lotta alla povertà”.

“Gli investimenti dell’Ue saranno fondamentali in tal senso in quanto i cittadini, le città e le imprese dell’Unione contano su di noi per un intervento urgente volto a contrastare gli effetti della pandemia, a generare un nuovo benessere basato sulla solidarietà e a creare posti di lavoro sicuri”.

Io e Paolo Rossi a Santa Lucia di Prato

Sono nato e cresciuto a un paio di chilometri dalla casa di Paolo Rossi, a Santa Lucia di Prato (gli amici Fabrizio Tomada e Mons. Simoni conoscono Prato centimetro centimetro e possono dire dove lì si apre la Vallata del Fiume Bisenzio e dell’industria laniera, e dove Rossi spiccò il volo).

La sera del Mondiale dell’82 eravamo proprio lì dove vivevano i genitori, e sembrava il 4 Novembre. Il ponticino sul Bisenzio a Santa Lucia? Il Ponte di Bassano.
Martellini che grida “Campioni del mondo”, e Pertini sull’aereo – “E no Bearzot, lo faceva lui il sette!” – che sgrida il Mister nella partita a scopone, rimarranno nelle steli come il comunicato di Diaz.

Ciao Paolo, spero ci reincontremo. Ci salutiamo con un pezzo di Bennato-Giannini, arrivato dopo ma che avrebbe dovuto essere scritto per quel 1982: “Quel sogno che comincia da bambino. E che ti porta sempre più lontano. Non è una favola, e dagli spogliatoi
Escono i ragazzi e siamo noi”. Quel “siamo noi” in quelle ‘notti magiche’ si respirava come se d’incanto qualcuno o qualcosa ci avesse rifondato.

La non coalizione e il Governo.

Per chi arriva dalla tradizione politica e culturale del cattolicesimo democratico e sociale, le  coalizioni – o meglio, la “cultura delle alleanze” – sono sempre state centrali nella strategia del  partito di riferimento. Sia sul versante democratico/riformista sia su quello conservatore/liberale.  Del resto, Mino Martinazzoli lo ricordava sempre con una felice espressione. Ovvero, “In Italia la  politica è sinonimo di politica delle alleanze”. Appunto, la “nostra” tradizione culturale e politica è  sempre stata allergica rispetto alla concezione egemonica di un solo partito – la vulgata centrale e  costitutiva del pensiero della sinistra italiana – nè ha mai individuato nelle alleanze la scorciatoia  trasformistica e consociativa per poter governare. Certo, nella lunga storia democratica del nostro  paese non sono mancati alti e bassi con l’invenzione di mille formule, anche le più innovative e  singolari, che hanno accompagnato la formazione di molti governi nelle diverse fasi storiche. Ma  questo capitava con il sistema proporzionale. Ma, anche con il sistema maggioritario della  cosiddetta seconda repubblica, le cose non sono cambiate granchè. Anche perchè, come  ricordava con efficacia Pietro Scoppola, “In Italia si è riusciti anche a proporzionalizzare il  maggioritario”. 

Ora, però, di fronte a ciò che capita concretamente nella politica italiana diventa francamente  difficile capire quali sono gli elementi costitutivi che reggono e giustificano la strana alleanza di  governo. Che resta, tuttavia, senza reali alternative politiche. Almeno per ora. Elementi che poco  hanno a che fare con “la cultura delle alleanze” e, soprattutto, con una strategia che guardi oltre  alla settimana o al mese di riferimento.  

Innanzitutto siamo in una fase dominata dal trasformismo politico e parlamentare. Per cui è, di  fatto, inutile parlare di alleanze e di coalizioni perchè tutto può cambiare nell’arco di pochi giorni o  al massimo di poche settimane. Appunto, dominate dalla logica trasformistica che non tollera nel  suo statuto alcuna coerenza e alcuna strategia politica e di governo di lungo respiro se non quella  della pura sopravvivenza del ceto politico e parlamentare.  

In secondo luogo siamo di fronte ad un partito, quello dei 5 stelle, che coltiva un solo e grande  obiettivo: la permanenza in Parlamento. Per motivi facilmente e umanamente comprensibili…Un  elemento, questo, che ormai tutti sanno e che tutti conoscono e su cui non vale neanche la pena  di soffermarsi un minuto in più. Su questo versante è inutile insistere. Ogni giorno ce lo ricordano i  fatti concreti. E non a caso, la deriva trasformistica non può che essere il naturale approdo di  questa impostazione. Ciò che è puntualmente avvenuto dal voto del 2018 ad oggi.  

In terzo luogo il ruolo di uno strano partito personale. Quello di Renzi denominato Italia Viva. Un  movimento nato nel palazzo – e sonoramente battuto nella società e nelle elezioni appena si è  presentato qua e là nel recente appuntamento regionale – che ha un solo ed esclusivo obiettivo:  garantire la carriera personale del suo fondatore. Appunto, Renzi. E quindi riflette  quotidianamente il carattere e il profilo del suo fondatore. Ormai conosciuto da quasi tutti, se non  addirittura da tutti. Cioè, distruggere, rottamare, annientare e rimescolare continuamente le carte.  L’esatto opposto di ciò che caratterizza “la cultura delle alleanze” e la “centralità delle coalizione”. 

Infine Leu. E qui è perfettamente inutile soffermarsi su un partito che ha visto profilarsi  all’orizzonte un miracolo laico: andare al Governo senza sapere il perchè. Resta il Pd che, frutto  delle tradizioni della sinistra democratica e del cattolicesimo democratico, individua nella  coalizione un postulato essenziale anche nella politica contemporanea. Ma è francamente difficile  percorrere e declinare questo disegno con gli attuali compagni di viaggio. Ma questo è un altro  discorso che meriterebbe altre riflessioni. 

In conclusione, non resta che una sola considerazione. Nel sistema politico italiano, prima o poi,  va ricreata dalle fondamenta la “cultura delle alleanze”. Semprechè ci si creda. Perchè, altrimenti,  non resta che una alternativa. Ovvero, aderire alla logica trasformisticica, consociativa e di puro  potere. Ma poi non lamentiamoci se ad avvantaggiarsi di tutto ciò saranno, ancora una volta, le  forze populiste, demagogiche, anti politiche e forse anche autoritarie. 

Addio Pablito

Per tutti noi era Pablito, l’eroe del Mundial ’82. Paolo Rossi è morto a 64 anni, era affetto da un male incurabile. L’annuncio è stato dato dalla moglie, Federica Cappelletti, con un post su Instagram.

Con i suoi gol trascinò gli Azzurri di Enzo Bearzot a vincere i campionati del Mondo in Spagna. Tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania in finale. Il trionfo, il titolo di capocannoniere, il pallone d’oro. E un posto indelebile nella storia sportiva del Paese.

Ha chiuso la carriera nel Milan (1985-86) e poi nel Verona la stagione successiva. In tutto ha giocato 340 partite, segnando 134 gol, mentre in azzurro vanta 48 gettoni e 20 reti (compreso un titolo di capocannoniere mondiale) in dieci anni di Nazionale.

Ma non è stato solo un ottimo calciatore. Rossi, dopo aver concluso l’attività calcistica, ha contribuito molto all’impegno sociale. Nel 2007, insieme ai ciclisti Matteo Tosatto e Filippo Pozzato, all’avvocato Claudio Pasqualin e a Don Backy, ha preso parte alle registrazioni del disco Voci dal cuore, il cui ricavato è stato devoluto al Progetto Conca d’oro ONLUS di Bassano e all’Associazione bambini cardiopatici del mondo; l’ex attaccante ha cantato la canzone La leva calcistica della classe ’68. Nel 2009 è stato testimonial italiano della FAO per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere fondi in favore della lotta globale contro la fame nel mondo.

Nel 2012 è stato testimonial della seconda edizione della manifestazione “Un mese per l’affido”, organizzata allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica ad accogliere temporaneamente nelle loro case bambini e ragazzi in serie difficoltà. Il 16 maggio 2014 ha preso parte al torneo di calcio benefico “Bambini senza confini”, organizzato da don Paolo De Grandi e giocato allo stadio Città di Arezzo, per raccogliere fondi da destinare ai bambini palestinesi.

Può rinascere il campo di calcio di Villa Gordiani a Roma? Appello a Francesco Totti e le responsabilità del V° Municipio

Dall’inizio della terza decade di novembre è tornato di grande attualità l’impianto sportivo di Villa Gordiani, dismesso lo scorso anno per decisione del V° Municipio. Questo interesse grazie a un filmato di 22 secondi, presente nel film – documentario;  “Mi chiamo Francesco Totti” di Alex Infascelli, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2020 e successivamente,  in visione in diverse modalità, per il grande pubblico. In un breve spezzone del film, si vede un giovanissimo Totti,  all’epoca era della Lodigiani, (forse 1988), che “ segnava un goal su calcio di rigore, nel campo  di Villa Gordiani, e poi la corsa gioiosa verso il centro campo”.

Un gruppo di giovani della squadra di calcio di Villa Gordiani, dopo aver visto il film, inviano attraverso un post sui  social  un accorato appello a Totti, chiedendo di aiutarli a far restituire  ai ragazzi nel territorio dei Gordiani lo storico campo di calcio.  Gli autori dell’appello, scrivono: “Noi non ci abbiamo messo un secondo a riconoscere quel campo di terra battuta. Il nostro campo. Forse non lo sai Francè, ma oggi quella porta non c’è più! Per noi, che siamo una realtà formata da ragazzi in questo quartiere, quel campo oggi è l’unica possibilità per provare a rendere veramente accessibile il diritto allo sport in un quartiere popolare come il nostro. Oggi quel campo non c’è più, resta solo una porta, l’altra rispetto a quella dove tu segnasti. Su quel campo c’è un enorme vuoto e un mare di ricordi.” Uno spazio sportivo conosciuto e praticato non solo dagli attuali giovani e ragazzi, ma dai loro padri e dai loro nonni. Una bella storia vera,  di oltre 60 anni, ma che oggi è diventata purtroppo triste, in nome della presunta “ trasparenza, legalità e  partecipazione.”

Ma come nasce il campo di calcio di Villa Gordiani? Quando alla metà degli anni ‘50, si costruiva il “Nuovo quartiere urbano di Villa Gordiani”, un enorme cartellone del Comune di Roma, posizionato sulla via Prenestina, allora a una corsia (così era da Largo Preneste/Acqua Bullicante, davanti allo stabilimento Snia, verso Quarticciolo), indicava le caratteristiche del nuovo insediamento. Un quartiere che comprendeva: “la costruzione di 110 fabbricati con 2.000 appartamenti per 10.000 vani, due edifici per scuole popolari con 90 aule, laboratori, refettori e palestre, mercato coperto e negozi, parco pubblico archeologico con campo sportivo”, era una zona urbana autosufficiente, fra la Prenestina e la linea delle F.S. per Pascara, nel quadrante Est della città.

Erano tempi in cui lo sviluppo e la crescita della popolazione nella Città Eterna era di 70/80 mila cittadini all’anno e le esigenze abitative e sociali erano particolarmente urgenti, specialmente per le zone di periferia con forte espansione, ove esistevano anche i drammatici problemi di precarietà  dei baraccati. In questo contesto “ il campo di calcio di Villa Gordiani”, nell’omonimo parco archeologico, grande polmone verde della zona, ha rappresentato, per oltre mezzo secolo, non solo per i ragazzi del quartiere Prenestino, un centro di aggregazione sportivo e sociale, un ritrovo per le famiglie per vedere partite e allenamenti, una sede riconosciuta dal Coni, di incontri di calcio amichevoli e di campionati della FIGC (federazione Italiana Gioco Calcio) delle serie minori, un servizio che dava prestigio alla periferia e al territorio, prima circoscrizionale e poi municipale.

Nel 2019 la Giunta del V° Municipio di Roma decide di dismettere il campo di calcio, in nome di una presunta tutela ambientale:  rimuovere alcuni manufatti di servizio, considerati abusivi, su terreno comunale, e una presenza di amianto. Un fatto discutibile, dal punto di vista del buon senso. Sarebbe stato meglio per l’interesse dei cittadini, quello di promuovere invece una bonifica e una riqualificazione dei manufatti dell’impianto sportivo. Una decisione incomprensibile,  priva di alcun fondamento logico e di buona amministrazione, che viene energicamente contestata dai cittadini del quartiere, anche con prese di posizione sulla stampa, nei social e dalle opposizioni nel Consiglio del V° Municipio.                                                                    

La riprova dell’impopolarità e della “ideologica decisione”,  di dismettere il campo di calcio di Villa Gordiani, è stata verificata soprattutto dalla contrarietà dei cittadini il 24 giugno 2019, in occasione della riunione del Consiglio del V° Municipio, convocato per discutere di questo argomento. “Surreale il clima, davanti e dentro la struttura utilizzata per il dibattito, presso il Centro Sociale Anziani di Villa Gordiani; decine di Agenti della Polizia Roma Capitale, Polizia di Stato, Autoblindo della Celere, Polizia Forestale e Volontari delle Guardie Ambientali. La gente intervenuta è stata davvero tanta, e questo nonostante l’ingresso nella Sala sia stato governato per la prima volta dalla nascita delle Circoscrizioni prima, e dei Municipi poi, dalle Forze di Polizia. Un segno più che evidente, di una ingiustificata paura da parte dei Pentastellati, che governano il Municipio. Tutto invece è filato liscio, come del resto doveva essere.”

Ci sono stati interventi, da un lato chi, come i componenti della Giunta Boccuzzi, che sostenevano la bontà dell’operazione, con la demolizione del polo sportivo, a causa dalla presenza di amianto   e la   tutela archeologica,  dall’ altro, esponenti dell’opposizione, associazioni e cittadini, sostenitori della struttura sportiva perchè  nata con il quartiere,  parte integrante del complesso urbano, e per questo da tutelare con le necessarie  bonifiche,  per rilanciare sport e associazionismo. Per quanto riguarda i vincoli archeologici la collocazione del sito sportivo è irrilevante rispetto al parco e ai resti della Villa Patrizia, non a caso a Roma esistono altri impianti nel cuore della città come lo Stadio delle Terme , per l’atletica leggera, a Caracalla dal 1939, e nessuno si sogna  di sostenere che le antichità non sono tutelate.

La decisione del V° Municipio, approvata a maggioranza dal Consiglio, è stata immediatamente resa esecutiva, e nel luglio 2019, malgrado tante proteste, con l’intervento di ruspe e operai, hanno raso al suolo lo storico campo di calcio, per una spesa di circa 100.000 euro. Poi all’inizio di agosto 2019, una Commissione Sport e Cultura del Consiglio Comunale di Roma, di fatto ha coperto il discutibile e contestato operato del Municipio. Sono rimasti dubbi, tanta amarezza e molta delusione su questa brutta vicenda, perché riflettendo si può affermare che la decisioni prese dal V° Municipio, possano aver avuto un eccesso di potere, non essendo vincolanti, senza il consenso del Campidoglio. Questo si rileva dall’interpretazione del Regolamento del decentramento. L’Assessorato allo Sport non ha tutelato gli interessi dei cittadini del quartiere perché poteva proporre soluzioni di riqualificazione con una gestione partecipata, anziché far mortificare e creare danni sociali a una periferia del quadrante est, con la più alta densità abitativa della città.

Ecco perché l’appello dei giovani di Villa Gordiani, dopo oltre un anno dalla distruzione dello storico campo, a Francesco Totti, ha trovato spazio e ospitalità su tanti mezzi d’informazione nazionali e locali. E’ stata rimessa al centro una esigenza, un bisogno e una speranza di futuro che riaccende l’interesse per una struttura d riconquistare per i giovani e  i cittadini, in un periodo difficile, ove la pandemia ha ridimensionato, se non annullato, la vita sociale e sportiva.

Rinascerà il campo di calcio? Forse, le strade sono due, difficili ma non impossibili! Una, la Giunta Boccuzzi, che governa il V° Municipio, riesamini le sue decisioni insieme all’Amministrazione Capitolina, perché parlare per anni dello Stadio di Tor di Valle, e cancellare lo sport dalla periferia è uno scandalo. L’altra, con le elezioni per il rinnovo di Comune e Municipi del prossimo anno, nessuna coalizione politica, che vincerà le elezioni, si potrà sottrarre  dall’ affrontare e risolvere questa vicenda sportiva e sociale, conosciuta non solo a Villa Gordiani, ma in tutta la città !

 

Chi è Pete Buttigieg (forse) il prossimo ambasciatore statunitense in Cina

Il 38enne Pete Buttigieg, ex sindaco della cittadina di South Bend, nell’Indiana, potrebbe essere nominato da Joe Biden prossimo ambasciatore statunitense in Cina.

Ad anticipare in esclusiva la possibile nomina è stato il sito d’informazione “Axios”.

Ma chi  è Pete Buttigieg?

Ex sindaco di South Bend, cittadina di 100 mila abitanti nell’Indiana, Buttigieg è considerato dai media statunitensi come uno tra i volti più promettenti dell’establishment progressista.

Laureatosi all’Università di Harvard e ottenuto un Master al Pembroke College dell’Università di Oxford, Buttigieg ha lavorato dal 2004 al 2005 presso la società di consulenza strategica dell’ex segretario della difesa William Cohen[6], impegnandosi anche per la campagna presidenziale di John Kerry per le elezioni del 2004.

Nel marzo 2014 il Washington Post ha definito Buttigieg “il sindaco più interessante di cui non si è mai sentito parlare”, discutendo sulla sua età, la sua istruzione e il suo trascorso militare.

Nel 2016, il New York Times ha pubblicato un editoriale elogiando il lavoro di Buttigieg come sindaco e chiedendosi nel titolo se potesse alla fine essere eletto come “il primo presidente gay”.

Il 3 novembre 2015 è stato rieletto sindaco di South Bend con oltre l’80% dei voti. Nel dicembre 2018, Buttigieg ha annunciato che non avrebbe corso per un terzo mandato da sindaco.

Buttigieg ha debuttato sul palcoscenico della politica nazionale statunitense alla fine dello scorso anno con la sua candidatura alle primarie presidenziali del Partito democratico. Durante le prime fasi delle primarie, all’inizio di quest’anno, ha conquistato la maggior parte dei delegati dell’Iowa, prima di ritirarsi dalla contesa e sostenere la candidatura di Biden.

All’inizio il suo nome era stato associato alla carica di direttore del dipartimento per gli Affari dei veterani.

Istat: Il censimento permanente delle Istituzioni Pubbliche: Forze di polizia, Forze armate

Il personale in divisa nel suo complesso occupa, nel 2017, 476.566 lavoratori dipendenti, di cui 300.425 nel comparto Sicurezza, 165.387 nel comparto Difesa e 10.754 nelle Capitanerie di porto.

In relazione al tipo di contratto, i dipendenti a tempo indeterminato sono quasi 444mila (il 93,1% del totale), mentre ammontano a 32.868 i dipendenti a tempo determinato (il 6,9%) (Prospetto 1).
Nel biennio 2015-2017 si registra una flessione complessiva del personale dipendente pari al 2,9% (circa 14mila unità in meno). Più nel dettaglio, nei comparti Difesa e Sicurezza il calo è rispettivamente del 2,3% e del 3,4%, mentre le Capitanerie di Porto mostrano un aumento del 2,6%.

Il personale dipendente di genere femminile rappresenta una quota contenuta del personale dipendente totale, pari al 7,6% nel 2017, in lieve aumento rispetto al 2015 (7%). Osservando in dettaglio la distribuzione delle lavoratrici dipendenti per area geografica, nel 2017 la quota maggiore si rileva al Centro (34,6%) e al Sud (20,8%); seguono nell’ordine Nord-ovest (18,2%), Nord-est (17,2%) e Isole (9,1%).

Per ciò che concerne il comparto Difesa, le regioni del Nord che presentano un numero maggiore di dipendenti sono il Veneto (10.024) e il Friuli Venezia Giulia (9.928); al Centro, oltre al Lazio (43.279) la regione con il maggior numero di dipendenti è la Toscana (10.488); mentre tra le regioni del Mezzogiorno emergono Puglia (23.259), Campania (12.519) e Sicilia (10.537).

Per il comparto Sicurezza, le regioni del Nord con più dipendenti sono la Lombardia (29.935), il Piemonte (17.513) e l’Emilia Romagna (16.421); al Centro spiccano il Lazio (56.034) e la Toscana (19.101) e nel Mezzogiorno la Sicilia (28.025) e la Campania (27.104). Per le Capitanerie di Porto, le regioni con la quota maggiore di dipendenti sono la Sicilia (2.120), il Lazio (1.454) e la Puglia (1.162)

La Polonia e l’Ungheria hanno concordato un compromesso con la Germania per sbloccare il Recovery Fund e il budget dell’Unione europea.

La situazione era in fase di stallo dopo il rifiuto di Budapest e Varsavia di legare i finanziamenti europei al rispetto dello stato di diritto.

Il vicepremier polacco Jaroslaw Gowin dice che l’accordo sarà presentato al resto del blocco e potrebbe essere finalizzato entro venerdì.

“Per ora abbiamo un accordo tra Varsavia, Budapest e Berlino”, ha detto Gowin ai giornalisti a Varsavia, “Credo che questo accordo includerà anche le 24 capitali europee rimanenti”.

Gowin, che è stato il più grande sostenitore dell’abbandono della minaccia di veto da parte della Polonia, ha rifiutato di entrare nei dettagli dell’accordo, dicendo solo che mantiene “la Polonia sovrana e l’Ue unita”.

 

Covid: Italia fra i 5 Paesi con più casi

L’Italia resta ancora fra i 5 Paesi con i numeri più alti in termini di contagi settimanali da coronavirus mentre l’incidenza globale di nuovi casi nel mondo nell’ultima settimana è rimasta molto simile alla precedente: poco meno di 4 milioni di nuovi contagi segnalati, con i nuovi decessi a livello globale aumentati leggermente superando quota 73mila in 7 giorni. In questo quadro, nonostante le riduzioni osservate, l’Europa continua ad avere a livello globale la seconda maggiore quota di nuovi contagi, 37%, e morti, 48%.

In Italia quindi ancora numeri alti, nonostante registri un calo del 21% e nonostante davanti alla Penisola e ai suoi oltre 145mila nuovi casi registrati in 7 giorni si trovino Stati Uniti (oltre 1,2 milioni di casi, in aumento del 9% rispetto alla settimana precedente), Brasile (oltre 295mila nuovi casi, in aumento del 35%), India (oltre 251mila casi, -15%) e Russia (oltre 191mila nuovi casi, +6%). E’ il quadro tracciato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel suo bollettino settimanale.

Il numero di nuovi casi nella regione europea rimane elevato con oltre 1,4 milioni di contagi segnalati la scorsa settimana. Tuttavia, il dato continua a calare, in linea con le ultime 4 settimane: si registra un -10% rispetto agli ultimi 7 giorni. Anche le morti sono diminuite nell’ultima settimana ma ne sono state segnalate comunque quasi 35.200. Sul fronte europeo i numeri più alti si rilevavano la scorsa settimana, oltre che in Russia e in Italia (dove i casi sono stati 2.406 per 1 milione di abitanti), anche in Germania (128.622 nuovi casi, 1.535 per milione) e Regno Unito (100.799 nuovi casi, 1.485 per milione).

Qual è la sinistra di D’Alema? In realtà tutte le culture politiche sono chiamate a un cambio di paradigma.

Giorgio Merlo, giustamente, commenta il recente incontro sul “futuro della sinistra” promosso dalla Fondazione ItalianiEuropei con parole di stima e di considerazione della capacità politica di Massimo D’Alema.

Rispetto alla statura di molti dei leader attuali, appare effettivamente su un pianeta diverso.

Ma questa considerazione non attenua per nulla la portata di due domande che sorgono spontanee.

Primo: la “sinistra” di cui si parla che cosa è? Un partito? Una riforma evolutiva o una ripartenza del PD? Una coalizione? Una via di mezzo, tipo “Ulivo”? Un movimento “pre politico”?

Secondo: al netto della condivisibile constatazione che destra e sinistra non sono la stessa cosa (per i popolari “veri” non è una novità), attorno a quale visione di società si intende riorganizzare questo nuovo ciclo della “sinistra”?

Le due linee emerse negli ultimi decenni scontano pesanti fallimenti.

La sinistra della “terza via” ha sposato senza alcuna forma di “tenuta valoriale” la globalizzazione economica ed ha perso molta della sua capacità di rappresentanza dei ceti popolari e dei territori non metropolitani.

La sinistra della “conservazione” ha dimostrato di non cogliere i segni dei tempi ed ha pensato che i valori del novecento fossero difendibili con le ricette del “tempo che fu”.
Due fallimenti speculari che hanno creato le basi per il successo della destra populista.

Forse, allora, più che di un “cantiere della sinistra” abbiano bisogno di nuovi paradigmi del pensiero democratico e sociale.

Dentro i quali ogni cultura politica deve riprogettarsi e rigenerarsi, senza nessuna presunzione di auto sufficienza ma anche senza nessuna paura di “esistere”.

Intervista al prof Arnaldo Benini. Vaccino: il vulnus potrebbe essere la mutazione genetica del virus.

Caro Professore, una notizia diffusa dal canale TV tedesco Zdf  e ripresa dal quotidiano italiano Il Giornale riporta la teoria sviluppata dal virologo Alexander Kekulé, direttore dell’Istituto di microbiologia medica dell’Universitätsklinikum di Halle, secondo cui il 99,5% dei casi mondiali di Covid-19 risalirebbe a un ceppo di coronavirus più virulento nato nel Nord Italia. “Il virus diffuso in tutto il mondo in questo momento non è il virus di Wuhan.  È una variante comparsa solo nel nord Italia“, spiegando la presenza di più ceppi di coronavirus. “La quasi totalità dei casi della variante del virus attualmente in circolazione può essere fatta risalire a una particolare mutazione dell’agente patogeno avvenuta in Italia. Il ceppo Italiano è stato chiamato “mutante G “e sarebbe più contagioso della variante cinese. Aggiungendo che “Nei primi giorni del 2020 è esplosa un’epidemia non rilevata del virus originale per diverse settimane. Fino a quando non è stato scoperto a febbraio, il virus ha avuto abbastanza tempo per cambiare geneticamente. Ora è più contagioso della variante originale di Wuhan“. Questo spiegherebbe secondo Lei che l’Italia è ancora adesso uno dei Paesi con più alto tasso di contagio?

Il Prof. Alexander Kekulé. medico di valore,  non ha detto quel che gli ha messo in bocca il giornale italiano, e cioè che il virus diffuso in tutto il mondo sarebbe nato in Norditalia, nel nord della Lombardia: ha detto invece che in quella regione c’è stata una mutazione del virus, arrivato dalla Cina, particolarmente aggressiva,. Il virus era più virulento di quello di Wuhan,  e si è diffuso in tutto il mondo.  Essa è insorta, come sempre, casualmente, e i lombardi ne sono stati e ne sono  le vittime. Ancora oggi circa un terzo dei molti casi mortali in Italia è in Lombardia, a conferma che lì imperversa  una mutazione virale particolarmente aggressiva. Kekulé ha rimproverato non solo gli italiani, ma tutti gli europei di non aver capito per tempo la pericolosità del virus. Possiamo aggiungere che nessuno ha preso sul serio l’ammonimento che l’OMS aveva diffuso alla fine di gennaio, secondo il quale la pericolosità del virus era particolarmente alta a causa della frequenza delle sue mutazioni, cioè dell’imprevedibilità della sua virulenza.  Nei giornali, che hanno diffuso montagne di insensatezze, qualche volte si è parlato delle mutazioni del virus come rarità senza pericolo. È vero per la maggioranza delle mutazioni, tant’è che l’80 per cento delle persone infettate non ha disturbi, ma non è vero in assoluto. Ogni mutazione può essere insignificante, aggressiva o molto aggressiva, e non si può  né prevederla né prevenirla.  Gli esami non ci dicono se la mutazione è o sarà virulenta o innocua, ciò si vede solo da quel che succede nella popolazione.  Il genoma virale non è il solo responsabile di quel che succede:  anche il genoma della popolazione, l’età, malattie pregresse, l’inquinamento dell’aria, giocano un ruolo importante. Ma per ciò che è successo nel Nord Italia in primavera , Kekulé ha ragione: il  maggior responsabile è stato il genoma virale mutato.

Questa ricostruzione richiama alla mente la Sua intervista pubblicata il 30 marzo 2020  da Il Domani d’Italia, talmente anticipatoria, intuitiva ed esplicativa che vale la pena richiamarla all’attenzione dei lettori riproponendone il link integrale   (https://ildomaniditalia.eu/pandemia-covid-19-lumanita-impreparata-intervista-ad-arnaldo-benini/) insieme al nostro editoriale che ne aveva ripreso i temi fondamentali  (https://ildomaniditalia.eu/il-nome-della-cosa/) . In tale occasione Lei aveva evidenziato come la “mutazione genetica” del virus Covid 19 rendesse difficoltosa la battaglia che la scienza stava e sta combattendo per neutralizzarlo e sconfiggerlo. Lei aveva descritto  le caratteristiche particolarmente aggressive e atipiche del virus che stava colpendo le popolazioni delle province di Bergamo e Brescia, affermando “: “Si pensi alla varietà del quadro clinico: l’80per cento delle persone infettate non ha disturbi o solo lievi, il 15-18 per cento disturbi rilevanti, e l’1 o 2 per cento una polmonite incurabile che porta a morte in pochi giorni anche persone giovani e sane. Come si può pensare che si tratti dello stesso agente patogeno? È più verosimile che si tratti di agenti  che mutano spesso” E’ dunque la mutazione genetica del coronavirus a renderlo atipico e difficile da combattere e sconfiggere?

La ringrazio per la citazione. Non sono virologo, mi sono fidato e mi fido di quel che hanno scritto e comunicano riviste di cui son noti da decenni  rigore e serietà.  Una cosa ancor oggi, a pochi giorni o settimane dalla distribuzione del  o dei vaccini , non si sa: con quali criteri sono stati sviluppati. Ci auguriamo che i vaccini siano efficaci, ma perché le società che li producono, e li reclamizzano prima del tempo, non comunicano come possano agire?  Il vaccino non è una medicina. Esso sollecita il sistema immunitario a reagire senza indugi alla presenza dell’aggressore, in questo caso il virus, producendo il medicamento, che è un anticorpo altamente specifico contro l’antigene, cioè l’aggressore. I vaccini sono una delle maggiori scoperte della medicina,  senza i quali l’umanità dovrebbe ancora combattere contro flagelli come il morbillo, la difterite o la poliomielite.  Ma se l’antigene cambia, e nel caso del COVID 19 ciò sembra succedere più spesso che con altri virus, che effetto ha un anticorpo selezionato per un antigene diverso?  Di questo  problema non si parla. 

Le Sue valutazioni dell’aprile scorso avevano una valenza quasi profetica. “Si prevede una malattia influenzale da virus-RNA (come quella attuale), facilitata dai collegamenti fra regioni lontane e dalle città mostruosamente popolate. I virus potrebbero essere nuovi per mutazione oppure esser vissuti in altri animali e attaccare l’uomo per la prima volta, privo di difesa in ambienti sfavorevoli per eccesso d’abitanti. Anche se questa previsione non dovesse avverarsi pienamente, per miliardi d’esseri umani la vita potrebbe diventare un inferno”.

Ripeto: a quest’aspetto della pandemia da COVID 19 avevano richiamato l’attenzione istituti e virologi , non è stata la mia intuizione. Ho  pensato che avessero ragione.

Siamo abituati a dibattiti televisivi ripetitivi e stucchevoli, dove opinionisti ed influencer (cioè soggetti privi alcuna cognizione scientifica) si cimentano in diatribe inconcludenti e prive di alcuna spiegazione logica. Non mi risulta sia stato mi affrontato – ad esempio- il tema dell’incremento demografico che aveva indotto il biologo Edward O. Wilson ad affermare che la sovrappopolazione genera una sorta di conflitto di sostenibilità ambientale. E gli studi ONU sulla estinzione della biodiversità, la ribellione della natura di fronte allo sfacelo provocato dalla mano dell’uomo. Lei aveva evocato questo scenario come il contesto più favorevole ad un attacco virale del genoma umano, anche per zoogenesi: anziché approfondire il tema ci si è soffermati più sulle conseguenze che sulle cause, molte del tutto trascurate. Ce le vuole ricordare?

Credo che sia opportuno riportare ciò che scrive Noam Chomsky nel suo libro appena uscito:  è  stupefacente che la popolazione, di fronte ai danni già oggi immensi della crisi climatica dovuta alle follie dell’homo sapiens sia “disposta a guardare dall’altra parte quando la posta in gioco è la sopravvivenza della società umana.”  Chomsky  sottolinea che   “problemi spaventosi” , per risolvere i quali il tempo sta per scadere,  alimentano il dubbio più che fondato che la società umana non sia “in grado di sopravvivere.”  L’indifferenza circa i problemi fondamentali si manifesta a tutti i livelli, non solo per quel che riguarda il clima: la società più ricca del mondo, gli Stati Uniti,  ha un sistema sanitario che “è un’autentica vergogna internazionale, con costi pari a circa il doppio di quelli di paesi  comparabili”, complice, fra l’altro, “la ricerca del profitto…in gran parte privatizzato.”  Se la crisi climatica continuerà, fra pochi decenni tutta l’Africa subsahariana, prevede Chomsky,  diventerà inabitabile, e ciò non per precipua colpa degli africani, ma soprattutto per l’uso crescente di combustibili fossili da parte delle società industrializzate. L’impegno, preso da diversi stati, di ridurlo a zero entro il 2050,  è una tragica burla. 

Ci si chiede – e Le chiedo- come si possano avanzare teorie riduttive o negazioniste ( “si tratta di una forma simile all’influenza”…. “il virus è un’invenzione della politica per limitare le libertà individuali e imporre il terrore”….”le mascherine, il distanziamento e la prevenzione non servono a nulla… abbracciatevi e baciatevi” …) anche in ambiti vicini al mondo scientifico o farne motivo di conflitto politico. Lei aveva parlato nella precedente intervista di una “umanità impreparata”: conferma questo assioma?

Molto di quel che si è detto e scritto sulla pandemia ha superato i limiti non solo della ragionevolezza, ma anche della decenza, fino al punto di sostenere,  nel Parlamento italiano, che si chiudevano mostre e gallerie solo perché “la sinistra odia la bellezza”.  Se è comprensibile che  nelle prime settimane si potesse credere ad una comune influenza, il crederlo dopo è la manifestazione più evidente del livello culturale della classe dirigente, non solo in Italia.

Nella Sua citata intervista dell’aprile scorso Lei affermava: “Nel 2017 uno dei maggiori virologi,     l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che    la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture      mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente. Inoltre era    indispensabile rafforzare la ricerca per capire i virus. Parole al vento. Si sono ridotti, anche    drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica”.  Perché – ad esempio- l’Italia ha rinunciato finora  ad avvalersi delle provvidenze finanziarie del MES     per adeguar le proprie strutture sanitarie? Le evidenze non sono abbastanza eloquenti?  

La rinuncia alle provvidenze del MES ad uso sanitario in una situazione come quella attuale in italia è la conferma della stoltezza  di una classe politica fanatica e scandalosamente impreparata.  

Saranno le case farmaceutiche a garantire l’efficacia del vaccino o interverranno autorità sanitarie    pubbliche?.  Il Prof. Andrea Crisanti docente di microbiologia all’Università di Padova ha sollevato     questo problema delle “garanzie di efficienza-efficacia” . Rischiamo di avere vaccini inefficaci per    una sorta di insofferenza ed ansia anticipatoria collettiva?  La mutazione genica è un problema affrontabile? Ma perché non se ne parla abbastanza nelle sedi opportune?

Perché non se ne parli o se ne parli tanto poco, non riesco a capirlo, quando il problema delle mutazioni dell’antigene è fondamentale.  Circa la garanzia dell’efficacia del vaccino,  il giornale Tages Anzeiger di Zurigo il 28 novembre e l’Agenzia Reuters qualche giorno prima hanno dato risalto ad un evento senza precedenti: le società che producono vaccini li vendono esclusivamente agli Stati che s’impegnano ad assumersi la responsabilità di effetti collaterali e complicazioni. Le società non assumono rischi. I rischi sono degli Stati, i guadagni delle società.  La cosa è particolarmente  urtante, ha scritto un esperto di economia sanitaria, per il fatto che le società che producono vaccini ricevono massicci sussidi dagli Stati.  Anche di questo  si tace.  Non si può dire con sufficiente certezza che cosa ci si può aspettare dai vaccini.

La preponderanza e la diffusione pervasiva del coronavirus ha messo alle corde i Governi e i sistemi sanitari di tutti Paesi del mondo. Qualcuno adombra ipotesi di selezione della specie: sono discorsi orribili ma Lei stesso lo ricordava la volta scorsa:   Se il numero dei colpiti gravi intaserà le sale di rianimazione, i medici, il cui lavoro è veramente eroico e molto rischioso, saranno posti di fronte ad un problema etico senza precedenti: dover scegliere chi curare e chi lasciare al suo destino per ragioni di posto. Già ora Accademie mediche diffondono raccomandazioni e linee di condotta. Sento l’atrocità d’un tale dilemma, al quale, in quaranta e più anni di professione, non sono mai stato obbligato”. Sperare di farcela è un dovere morale ma ci sono alcuni punti irrinunciabili che dobbiamo imparare e non dimenticare mai più?

I punti sono tanti, tantissimi, perché la cattiva gestione della sanità, non solo in Italia, ma in molti paesi, ha superato da anni i limiti della decenza. Sugli Stati Uniti abbiamo riportato il giudizio di Chomsky. In Italia la spesa sanitaria è ad uno degli ultimi posti in Europa. Negli ultimi anni sono stati licenziati migliaia di  medici e di personale sanitario, ed ora si va alla caccia di medici in pensione. Molti di loro sono andati in pensione anzitempo grazie alla famigerata legge “quota cento”, la maggior parte dei quali per lavorare nelle cliniche private. In Italia sono morti oltre 200 medici al fronte della battaglia contro il virus, in pronti soccorsi ed ospedali. In Svizzera e in Germania nemmeno uno. Sarebbe utile capire le ragioni di tale differenza. È ora di finirla di lodare il sistema sanitario italiano come il migliore o fra i migliori del mondo: lo si vada a dire a chi deve aspettare mesi per una esame, anche se urgente, se lo paga la mutua. Tutte le volte che chiedevo al telefono una data per un esame radiologico per un paziente italiano, la prima domanda non era, come dovrebbe essere, ‘quanto l’esame era urgente’, ma ‘chi lo pagava’. Se è la mutua, non si riceve nessuna data. Il paziente allora entrava in una lista d’attesa che poteva essere infinitamente lunga. Una prassi, diffusa in tutta Italia, infame.   

Già un’infamia del genere è la prova che il sistema sanitario italiano dovrebbe essere riformato dalle fondamenta, dalla medicina di base a quella specializzata.

Il “Natale digitale” di Fabrizio Plessi: luce e speranza.

Era il 1985 quando Fabrizio Plessi – artista antesignano di ambientazioni multimediali – presentò la sua prima grande antologica italiana “Plessi – Video going” alla Rotonda della Besana di Milano. Infatti, erano gli anni in cui si stavano diffondendo installazioni basate sull’uso di apparecchiature elettriche, software e hardware. L’esposizione (in cui si captava l’ambiguità propria del monitor ed una equilibrata tensione visiva) poteva, a giusto titolo, essere considerata la prima mostra in Italia sul tema. Già precedentemente l’artista emiliano aveva partecipato ad importanti rassegne nazionali ed internazionali che, con scadenza periodica, richiedevano la sua presenza estremamente significativa nell’ambito dell’arte contemporanea. Da allora, egli ha continuato, con maestria e perseveranza, ad esplorare l’uso di sempre nuove tecnologie ed a porre particolare attenzione ai quattro elementi fondamentali (aria, terra, acqua e fuoco). 

Oggi lo troviamo a Venezia (città nella quale ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti ed è stato titolare della cattedra di Pittura) dove ha realizzato l’albero del suo Natale digitale a Piazza San Marco (visibile fino al 6 gennaio 2021). L’installazione fa parte del progetto “Natale di Luce 2020” che prevede anche un intervento luminoso alle Procuratie Vecchie e Nuove e lungo Calle XXII Marzo sino a campo Santa Maria del Giglio nonché l’opera “L’Età dell’oro” (un gigantesco mosaico dorato simbolo della rinascita della città dopo la pandemia) sulla facciata dell’Ala Napoleonica del Museo Correr.

 “L’idea per questa installazione – afferma Plessi – è scaturita dal mio grande amore per Venezia: ho immaginato un gigantesco mosaico dorato, che richiama l’oro della Basilica, in cui ogni tassello vive di vita propria. Per la prima volta nel mio lavoro ho fatto sì che il flusso luminoso di ciascun elemento vada in direzioni diverse, andando a creare un intreccio di contaminazioni quale metafora, da un lato, della dinamica delle relazioni interpersonali e, dall’altro, per valorizzare la memoria storica di questa città, luogo di incontro e di scambio tra culture diverse per eccellenza…  Una scultura evocativa che sta a dimostrare come, ancora una volta, sarà la luce dell’arte ad indicare la strada per superare insieme questi tempi bui”. 

L’artista nella sua vasta progettazione ed attuazione ha usato i materiali più diversi: marmo, televisori, videotapes, ecc. Anche questa volta, realtà e virtualità coesistono in un flusso di continuità dell’immagine, mai scontata, sempre differente seppur ripetuta in una modularità tipica del rapporto spazio e tempo, in un gioco di complessa composizione. 

L’opera plessiana è di natura traslata, un flusso di energie simboliche che coinvolgono la quotidianità, una grande zona-immagine che avvolge l’area in cui è stata posizionata, nella classica ambientazione in situ. Un omaggio alla luce ed un messaggio di rinascita. Un ‘faro’ luminoso, composto da oltre ottanta moduli di 1 metro per 50 centimetri che, prendendo la forma di un albero della vita che unisce simbolicamente terra, acqua e cielo, interpreta il senso più profondo del Natale.

L’elemento luminoso, formale e metaforico, propone riflessioni sul presente e, con rimando concettuale, la storia dell’arte del passato. Come non ricordare i grandi Maestri della pittura tonale del Cinquecento; la mescolanza di luce e colore; il rapporto tra Natura ed uomo in opere di artisti come Giorgione; la sperimentazione di tinte tizianesche; il riflesso dell’acqua nel cielo e viceversa, che i pittori di quel periodo hanno cercato di catturare nella ricerca della manifestazione della vita e della bellezza fondata sull’esperienza del reale?

Anche Plessi ricerca la bellezza e, giocando con abilità tra aspetto scenografico, set cinematografico e fulcro d’informazione, rende il luogo espositivo un centro vitale in cui il progetto e l’effimero si animano a vicenda, superando magnificenze barocche e trasvolando su ricordi minimalisti. La trasmissione e la ricezione del fruitore, la composizione del lavoro e l’interpretazione, interagiscono in una dialettica dell’immagine e del messaggio, mentre le forme diventano aspetti molteplici della società, momenti di esistenza, capitoli dell’evoluzione umana su cui fondare il futuro. Una visione poetica e suggestiva in cui cultura e natura, persone e città si incontrano per armonizzare un concetto comune di universalità.

L’ “abete natalizio” crea un mitico rapporto tra mondo e creazione. Una struttura materica che relaziona spazio e tempo con “entità” ricolme di luce, che si diffondono verso l’infinito. Di notte, lo spettatore è coinvolto da bagliori, che escono dai video e penetrano il buio, occupandolo per intero. La luminosità scaturisce da una sorta di “tavolette digitali” (in una metafora, come le tavole di Mosè pronte per essere donate all’umanità) che vivono una sull’altra, rendendo relativa la loro posizione e, conseguentemente, la visione del tutto. Una dinamica fluttuante di vibrazioni dorate. Dagli schermi si sprigiona un’energia radiosa di fasci che si proiettano sullo “schermo” del cielo, mentre astratti ed impalpabili riflessi di pensieri, fluidi di anime e sensori di sensibilità si diramano oltre i rami di un albero, emblematicamente, ancora più vero di quello reale.

“L’uso del digitale – come sottolinea l’autore – in questo contesto diventa emozione spirituale che si esprime nell’unico linguaggio possibile oggi, permettendoci di raggiungere gli altri pur nella distanza fisica.” Ed è proprio così. Poi, con l’immaginazione, si possono creano relazioni mentali e vivere una soggettiva esperienza sensoriale. Anche questa installazione di Fabrizio Plessi è dunque un racconto, una storia che va oltre la visione pura. L’artista, ancora una volta, ha magistralmente reso proprio uno spazio artistico e ideologico, una sublime materialità in cui poterci immergere e far crescere la nostra personale poesia.

 

Natale: in 3,5 mln di case si accende l’albero vero

L’albero naturale di Natale resiste quest’anno nelle case di 3,5 milioni di famiglie ma tende a rimpicciolirsi non solo per questioni economiche ma anche per la facilità di trasporto e dal minor spazio disponibile nelle abitazioni. E’ quanto emerge dall’indagine sul sito www.coldiretti.it in occasione della Festa dell’Immacolata tradizionalmente dedicata dagli italiani alla cura e all’addobbo dell’albero che viene più apprezzato quest’anno con il maggior tempo trascorso a casa per l’emergenza covid. Negli ultimi quindici anni – sottolinea la Coldiretti – la dimensione l’albero di Natale si è accorciato in media di quasi mezzo metro ed oggi la maggioranza degli abeti acquistati dagli italiani hanno una altezza inferiore al metro e mezzo ma in molti casi non superano neanche il metro.

Oltre che per l’altezza i prezzi variano a seconda delle varietà ma complessivamente, comunque, – precisa la Coldiretti – gli abeti più piccoli che non superano il metro e mezzo sono venduti a prezzi variabili tra i 10 e i 60 euro a seconda della misura, della presenza delle radici ed eventualmente del vaso, mentre per le piante di taglia oltre i due metri il prezzo sale anche a 200 euro per varietà particolari.

Niente a vedere con le piante di plastica che – sostiene Coldiretti – arrivano molto spesso dalla Cina e non solo consumano petrolio e liberano gas ad effetto serra per la loro realizzazione e il trasporto, ma impiegano oltre 200 anni prima di degradarsi nell’ambiente.

Per quanto riguarda la gestione del pino tra le mura domestiche l’albero vero va sistemato – continua la Coldiretti – in un luogo luminoso, fresco, lontano da fonti di calore, come stufe e termosifoni e al riparo da correnti d’aria o folate di vento, per la vicinanza a porte e finestre. Vanno inoltre evitati gli addobbi pesanti per non spezzare i rami ed è bene non spruzzare neve sintetica e spray colorati perché l’albero e vivo e respira.

La terra nel vaso va mantenuta umida, ma non eccessivamente bagnata, con l’utilizzo di un nebulizzatore, che potrebbe essere applicato anche ai rami in assenza di fili elettrici. Al termine delle festività, se non ci sono le condizioni per piantare l’albero in giardino, è bene informarsi – conclude la Coldiretti – se ci sono presso il rivenditore, il Comune o il Corpo forestale dello Stato centri di recupero che quando è possibile provvedono ripiantarli in ambienti adatti.

Joe Biden sceglie il primo afroamericano come capo del Pentagono

Il presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden ha scelto il generale in pensione Lloyd Austin, 67 anni, congedatosi nel 2016 come generale a quattro stelle dopo 41 anni di servizio attivo. Lo riportano i media Usa, tra cui Politico e la Cnn.

Austin ha comandato per tre anni lo Us Central Command, dal quale dipendono le operazioni nei principali teatri di guerra che coinvolgono gli Stati Uniti, Afghanistan, Yemen, Iraq, Siria, ed è stato vice-capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Usa.

L’annuncio è atteso in settimana.

Biden ha scelto Austin al posto della candidata di lunga data, Michele Flournoy, ex alta funzionaria del Pentagono e sostenitrice di Biden che sarebbe stata la prima donna a servire come segretario alla difesa.

Si era preso in considerazione anche il nome Jeh Johnson, un ex consigliere generale del Pentagono ed ex segretario alla difesa della patria.

App: l’Ue vuole modificare le norme che regolano la concorrenza online

Presto l’Unione europea, tramite un aggiornamento del Digital Services Act, potrebbe introdurre delle nuove regole per modificare il modo in cui i colossi della tecnologia promuovono le proprie applicazioni sulle piattaforme che controllano. Le norme che verranno implementate dovrebbero garantire una competizione più equa tra i vari concorrenti e offrire agli utenti una maggiore libertà di scelta.

I cambiamenti riguarderanno anche le modalità in cui i colossi del settore potranno dare risalto alle app proprietarie. Per Apple, a esempio, ciò potrebbe tradursi nell’impossibilità di promuovere attivamente Apple Music a discapito di altre app che offrono un servizio simile, come Spotify o Deezer.

 

Covid. Cresce il progetto Origin del Mario Negri su possibili origini genetiche del virus.

Il progetto Origin, promosso dall’Istituto Mario Negri, allarga i suoi confini e approda anche nella città di Bergamo. Finora sono state più di 4.300 le adesioni ottenute. Questo il numero dei cittadini dei 18 comuni della bassa e media Val Seriana e Val Gandino che hanno compilato il questionario, disponibile online – collegandosi al sito origin.marionegri.it – o in forma cartacea presso il Municipio o le biblioteche comunali, utile a raccogliere le informazioni sulla propria esperienza COVID-19.

Il questionario – spiega Marina Noris, Capo Laboratorio di Immunologia e Genetica – costituisce il primo passo del Progetto ORIGIN, lo studio che intende indagare se esista una relazione tra fattori genetici e malattia da COVID-19. L’ipotesi alla base del Progetto è che le variazioni dell’assetto genetico di un individuo possano avere un’influenza sulla gravità della malattia COVID-19 e possano spiegare le diverse risposte all’infezione”.

 

La scelta dell’Udc merita l’apprezzamento di tutti i popolari

La presa di posizione dell’Udc merita il plauso di quanto hanno a cuore l’idea di un’Italia più forte e credibile in Europa. È un segno di speranza sulla capacità del sistema politico di auto proteggersi dal virus del populismo e del sovranismo. Riporta in asse con la visione di un autentico popolarismo l’iniziativa dei centristi vicini a Berlusconi.

In fondo la lettera dei senatori Udc ha come riferimento diretto Forza Italia. Il partito di Cesa sollecita gli azzurri a votare la riforma del Mes. Tuttavia, al di là del Mes, il proposito è lanciare un messaggio di fiducia prendendo le distanze dall’atteggiamento oltranzista di Salvini. In effetti, un passaggio della lettera suona come un richiamo alle ragioni costitutive dell’europeismo democratico Cristiano: “In una delle più tragiche pagine della nostra storia dalla nascita della Repubblica – si legge nella lettera di Antonio Saccone e Antonio De Poli – riteniamo che sia il momento di riaffermare chi siamo, da dove veniamo e dove intendiamo andare. Siamo i figli e i nipoti di chi, dopo le macerie della Seconda guerra mondiale, ha avuto la capacità di saper mettere da parte la diffidenza ed il rancore per costruire una comunità di popoli europei, facendo leva sulla cortesia personale degli altri leaders mondiali, come ebbe a dire Alcide De Gasperi”.

Non è un favore a Conte o a Zingaretti il sostegno offerto in vista del voto di domani. Qualcosa di nuovo si muove, anche nel centro destra, proprio perché è in gioco il futuro del Paese. Non il futuro di un partito o di una coalizione. Altri, ad esempio Quagliariello, si muovono sulla stessa lunghezza d’onda, ma con motivazioni meno limpide per effetto di un inutile sfoggio di realismo a 24 carati, consacrato comunque a riaffermare la posizione strategica antigovernativa.

Qui interessa piuttosto cogliere il segnale di ritorno alla responsabilità di una componente del cattolicesimo politico, consapevole finalmente dell’urgenza di uno scatto di orgoglio e indipendenza. Se son rose fioriranno, quand’anche si debba ponderare il carattere momentaneo, scevro di implicazioni ad ampio raggio, di un gesto parlamentare finanche doveroso nelle attuali condizioni del Paese. Alla crisi non si risponde con le armi del “tanto peggio, tanto meglio”: la cultura che erige De Gasperi a nume tutelare di una sana politica democratica reclama in fin dei conti la scelta della responsabilità.

Dopo si vedrà.

D’Alema e il nuovo progetto politico.

Siamo ancora alle prime battute ma un dato è già chiaro. E cioè, dove c’è D’Alema, c’è la politica,  c’è la riflessione politica e c’è l’elaborazione culturale. Certo, l’ironia è persin troppo facile al  riguardo come, del resto, si sono esercitati alcuni organi di informazione. Ovvero, la sinistra  periodicamente si inventa puntualmente un “cantiere” delle idee per rinnovare e rilanciare un  progetto politico adeguato alle esigenze della società contemporanea. È un classico,  diciamocelo….Un copione persin troppo noto per essere descritto. 

Ma un fatto è altrettanto indubbio. D’Alema nel suo lungo e articolato cammino politico, culturale  ed istituzionale, seppur tra alti e bassi, ha sempre richiamato l’attenzione attorno ad alcuni aspetti  costitutivi e, per quanto mi riguarda, condivisibili.  

Innanzitutto il ruolo dei partiti. Anche se non sono così popolari nella considerazione di larghi  settori della pubblica opinione ancora fortemente condizionata dell’ondata populista, demagogica  e anti politica dei 5 stelle, non c’è una alternativa democratica ai partiti politici. L’unica alternativa,  per dirla con una felice espressione di Donat- Cattin alla fine degli anni ‘80, è la “democrazia delle  persone”. Che poi, con straordinaria intuizione profetica del leader piemontese, non è nient’altro  che la riproposizione della funesta e squallida esperienza dei “partiti personali”, o “del capo”, o  del “guru” che conosciamo tutti ormai da tempo dopo il tramonto della cosiddetta democrazia dei  partiti. Che hanno, purtroppo, trovato un forte e puntuale riscontro sia nella sinistra che nella  destra della politica italiana. La presenza, il ruolo e la funzione dei partiti continuano ad essere un  faro che illumina non solo la democrazia dei partiti ma la stessa democrazia italiana. 

In secondo luogo D’Alema ha sempre evidenziato l’importanza del ruolo della sinistra – e ci  mancherebbe…- ma senza mai sminuire o ridimensionare il ruolo e la funzione del “centro  democratico e riformista”. Perchè, come sanno tutti coloro che si oppongono alla deriva populista  della politica italiana, non esiste un “anno zero” che cancella sempre e comunque tutto ciò che ti  ha preceduto. E cioè, il famoso “anno zero” che coincise con la “discesa in campo” del primo  Berlusconi; con la “rottamazione” violenta delle persone e delle loro biografie condotta con  spregiudicatezza ed arroganza da Renzi e con l’ormai celebre “vaffa day” di Grillo, il capo  indiscusso dei 5 stelle. Ecco, chi ha memoria storica, senza regressioni nostalgiche, sa benissimo  che il centro e la sinistra sono e restano due categorie essenziali della geografia politica italiana  da cui non si può prescindere. Checchè ne dicano o ne pensino i vari populisti nostrani. 

In ultimo il ruolo decisivo, sotto il profilo politico, dell’esperienza politica, culturale, di governo e  valoriale rappresentati dal cattolicesimo democratico e sociale nel nostro paese. E non solo in  chiave tardo togliattiana o di radice gramsciana dove si è importanti nella misura in cui si è  sempre e solo subalterni alla sinistra. Come pensa, peraltro, in termini seppur rinnovati e moderni  il consigliere per eccellenza del segretario del Pd, Bettini. No, nella impostazione dalemiana la  cultura e il ruolo dei cattolici sono sempre stati decisivi per elaborare un progetto politico  autenticamente democratico e riformista. 

Ora, e detto questo, resta la novità di questa ultima e recente proposta sulla ristrutturazione e sul  rilancio della sinistra italiana. Certo, è ancora un “cantiere” di idee e di analisi politica. Si tratta di  vedere, e di capire, se quelle 3 caratteristiche storiche che hanno accompagnato il pensiero e  l’azione di D’Alema nel corso degli anni sono ancora ben presenti nell’attuale momento storico o  se, invece, prevarranno altri obiettivi e altre finalità. Come, ad esempio, quella di rilanciare e  rinnovare il pensiero, la cultura, la storia e la tradizione della sinistra. Se fosse così, come pensano  alcuni dei partecipanti al recente incontro indetto dalla Fondazione Italianieuropei, il tutto sarebbe  molto meno interessante…. Ma non credo sia questo il progetto di D’Alema. In ogni caso, staremo  a vedere. Perchè ogniqualvolta c’è la politica, o il ritorno della politica, non si può che essere  contenti ed ottimisti. Soprattutto dopo anni di ubriacatura populista, qualunquista, demagogica,  antiparlamentare e anti politica. 

Il 7 dicembre 1970 e quel golpe (piccolo) borghese

La notte del 7 dicembre 1970 si consumò una delle vicende più inquietanti e oscure dell’Italia repubblicana, che nell’immaginario collettivo e storico-storiografico assunse il lemma di “Golpe Borghese” (dal nome del presunto “regista” del complotto, il principe Junio Valerio Scipione Ghezzo Marcantonio Borghese, ex ufficiale della Regia Marina italiana e poi a capo della 10°ma Flottiglia Mas operante nel Mediterraneo). Ad allarmare non fu tanto il fallito (o tentato) golpe, conclusosi con uno strampalato flop, quanto tutto ciò che emerse e stava emergendo a margine delle notizie che si rincorsero durante e dopo l’implosione del piano.

Anni di indagini e ricostruzioni, non ultime quelle della magistratura, non sono riuscite di fatto a sbrogliare la matassa di quell’episodio giunto nel pieno di una serie di stagioni caratterizzate dalla radicalizzazione ideologica e dallo scontro sociale, di cui furono protagonisti gli studenti e più in generale, i giovani. Cresciuti questi all’ombra dell’autoritarismo accademico e della partitocrazia popolare e conformista post-conflitto, i movimenti assunsero posizioni sempre più ostili nei confronti del sistema capitalistico e della società borghese; un’ostilità che si tramutò nel rifiuto violento verso la prassi politica tradizionale. Se per un verso ebbe quindi luogo l’adesione alla democrazia di base e all’ugualitarismo – che trovarono come riferimento la classe operaia, i sindacati e i movimenti studenteschi – per l’altro giungeva al suo apice il risentimento verso una classe dirigente debole e incerta, rispetto alla quale brulicarono i gruppi extraparlamentari e le cellule eversive, a cui diedero supporto menti “esperte e deviate” (il 12 dicembre 1969, in pieno “autunno caldo”, era scoppiata la bomba di Piazza Fontana a Milano). Questo era il clima. 

Le inchieste, i processi e i verbali hanno stabilito, nei decenni, un connubio di ruoli ad continuum distribuiti tra uomini dei servizi, massoni, quadri militari, ‘ndranghetisti e mafiosi i quali – «con l’appoggio di un imprecisato numero di soggetti civili sparsi in tutta Italia » – sarebbero stati pronti a marciare su Roma per mettere in atto un Colpo di Stato dal nome in codice “Operazione Tora Tora”. La congiura avrebbe dovuto concludersi con l’instaurazione di un Governo Militare e il rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Il proclama della cospirazione, scritto in calce dallo stesso Borghese, fu sequestrato presso lo studio omonimo nel marzo 1971. Ma a fare più scalpore furono le notizie che vennero alla luce postume, e cioè che a largo di Malta sarebbero state pronte 4 unità della Flotta Nato ad avvicinarsi per dare man forte ai golpisti e che i vertici dei servizi fossero da mesi a conoscenza della trama. Il tutto mentre erano in procinto di essere occupati il Ministero della Difesa, quello dell’Interno e gli studi della Rai. Una macchinazione mastodontica nei presupposti ma sminuita clamorosamente nei fatti anche da chi, come alcuni testimoni, hanno sostenuto che si sarebbe trattato solo di un’azione dimostrativa. I verbali dicono che la sospensione della congiura 

avvenne a seguito dell’intervento di Borghese, che in tempo reale intimò alla rete cospirativa di interrompere l’iniziativa. Le cause ? Mai chiarite, né dallo stesso Borghese (nel frattempo fuggito in Spagna) tanto meno mediante i processi che si sono susseguiti negli anni (1971, 1974, 1977 e 1984), nel corso dei quali vennero emanate tutta una serie di assoluzioni in nome dell’assioma “era solo uno scherzo”. Gli studiosi del tema, comprensivamente ai magistrati, dopo anni di analisi dei documenti e dei fatti, evinsero che il golpe fallì per la manifesta incapacità dell’ex ufficiale militare nel portare a compimento una simile impresa, architettata solo da “vecchi nostalgici e giovani esaltati”. Almeno ufficiosamente.

Mezzo secolo dopo, è opportuno sottolinearlo, della vicenda rimane una sensazione che suona come una convinzione: quello della notte dell’Immacolata Concezione del ’70 fu solo il tentativo di mettere a segno un golpe piccolo borghese. Non nell’accezione dei termini e men che meno richiamando al doppio senso, quanto allo stato dei fatti. Nonostante le scioccanti trame tessute nell’ombra.

John Lennon: autore beat, maestro di comunicazione

Ho sempre pensato che John Lennon abbia avuto un certo coraggio a scrivere una canzone come Imagine, una sorta di preghiera laica che invoca l’utopia cristiana. Certo, no heaven e no hell, ma a ben vedere si invoca un mondo di fratellanza, di solidarietà e di pace non lontano da quello del rabbi di duemila anni fa. E del resto, oggi, anche i cristiani, oltre a non credere più all’inferno, non hanno le idee chiare sul paradiso, se non come la realizzazione, almeno sul piano spirituale, proprio di ciò che invoca l’ex Beatle. In sintesi, una sorta di pienezza dell’amore.

Ma perché un cantante e un compositore come lui è passato da banalissime canzonette di sentimenti banalissimi a prove d’autore di un certo spessore? Sicuramente perché è figlio degli anni sessanta e di tutto ciò che quel decennio ha trasmesso a una intera generazione; sicuramente perché é influenzato dalla cultura beat, allora molto diffusa, e da Bob Dylan in particolare (Shows the way disse di lui); sicuramente dalla voglia di primeggiare tra tutti i cantanti inglesi con le sue stesse idee.

Sicuramente, va aggiunto, perché é determinante il rapporto con una donna creativa come Yoko Ono, la sua compagna ma soprattutto la sua musa. Molti della mia generazione l’hanno detestata perché ritenuta responsabile dello scioglimento del quartetto, ma anche se ciò fosse in parte vero, a lei si deve la rinascita di un autore altrimenti non eccelso (nei testi intendo). 

Se non altro si è dimostrata maestra di comunicazione. Ciò che poteva apparire insignificante, disperso nella marea delle innumerevoli espressioni contro la guerra e per un mondo più libero e più solidale, diviene con il tandem Lennon-Ono rilevante agli occhi di milioni di giovani di tutto il mondo. E questo è un capolavoro.

John a questo punto non è condizionato e coercizzato dalla musa-arpia (come in molti pensammo allora), ma si è davvero liberato e non ha remore nell’esprimere una creatività fino ad allora inespressa in modo totale. Certo il rischio di rasentare il facile e orecchiabile ritornello, quasi infantile, non abbandona mai le sue nuove canzoni, ma proprio questo le rende universali, accessibili a tutti. 

Il messaggio è semplice e immediato: Give peace a chance, Power to the people, Woman, Happy Xmas, Working class hero, God, Mother, Mind games sono tutti brani con un messaggio chiaro e immediato. Sia il pacifismo, sia il “populismo”, sia il femminismo, sia il laburismo, sia l’ateismo, sia la psicanalisi sono semplificati nella loro essenza, ma esaltati nel nocciolo della loro verità. E’ il linguaggio di un’epoca forse ingenua, ma esaltante, che oggi non c’è più, annientata dal disincanto diffuso, dalla morte, più che delle ideologie, degli ideali.

Ecco, John Lennon resta a ricordarci che l’essenza umana aspira a qualcosa di superiore e anche quando ciò resta confinato nel mondo del visibile e del conosciuto, inevitabilmente si proietta verso un empireo ultraterreno, dove il sogno ha la stessa rilevanza della realtà, dove il desiderio di amore non ha confini. I hope some day you’ll join us and the world will be as one. Ecco Lennon proietta l’ideologia verso l’utopia. Oggi ne abbiamo bisogno e lui ce lo rammenta con dolci ballate.

Novembre è stato il mese più caldo della storia nel mondo

Secondo un rapporto di Copernicus Climate Change Service, il programma di osservazione della Terra dell’Unione europea, novembre è stato il mese più caldo della storia a livello mondiale, mentre l’Europa ha registrato quest’anno il suo autunno più caldo. A livello globale il mese di novembre è stato più caldo rispetto alla media del 1981-2010 di quasi 0,8 gradi centigradi e di 0,1 gradi rispetto al novembre del 2019.

– Le temperature hanno segnato i rialzi maggiori in vaste aree dell’Europa settentrionale, della Siberia e dell’Oceano Artico. Anche gli Stati Uniti, il Sudamerica, l’Africa meridionale, l’Altopiano tibetano, l’Antartica orientale e gran parte dell’Australia hanno però registrato temperature ben superiori alla media.

A un solo mese dalla fine dell’anno, i dati C3S per l’anno in corso mostrano che il 2020 è attualmente alla pari con il 2016, l’anno solare più caldo mai registrato, seguito da vicino dal 2019. Basato sui dati di diversi set di dati globali e inclusi i dati aggiornati fino a ottobre, l’ OMM ha annunciato la scorsa settimana che il 2020 diventerà uno dei tre anni più caldi mai registrati .

Carlo Buontempo, Direttore del Copernicus Climate Change Service presso ECMWF, commenta: “A livello globale, novembre è stato un mese eccezionalmente caldo rispetto ad altri nove mesi, e le temperature nell’Artico e nella Siberia settentrionale sono rimaste costantemente alte. Questa tendenza è preoccupante e sottolinea l’importanza di un monitoraggio completo dell’Artico, poiché si sta riscaldando più velocemente del resto del mondo “. 

 

Ora ci vuole un vero smart working

C’è voluto il Covid, per far arrivare anche in Italia l’idea di smart working. All’inizio sono state parecchie le perplessità tuttavia, dopo averlo sperimentato in modo forzato durante l’emergenza, solo il 6% delle imprese dichiara di voler tornare alle condizioni preesistenti senza smart working.

I dati parlano chiaro. Il 60% delle imprese indica nello smart working l’iniziativa più urgente su cui investire per quanto riguarda la gestione delle risorse umane e il 67% mette la digitalizzazione in cima alla lista delle priorità .

Ma per arrivare ad un vero smart working occorre proseguire sulla strada della digitalizzazione.

Quanto alle criticità dello smart working, l’aspetto su cui ancora oggi ci si confronta è quello del rischio di una diminuzione non tanto delle performance, quanto del senso di appartenenza dei collaboratori, anche se durante questa pandemia è stato dimostrato l’aumento di motivazione e senso di responsabilità dei collaboratori.

Associazione Giuseppe Dosetti: Diagnosi e gestione clinica della Sepsi nella pandemia Covid 19

Il Webinar di Martedì, 15 dicembre 2020 15.30 – 19.00 vuole fare il punto, con Esperti nazionali e internazionali del settore, per sensibilizzare operatori sanitari ed Istituzioni nell’individuare e proporre azioni concrete e misure adeguate per contrastare il pericolo SEPSI.

Questo perchè La SEPSI: tra le concause di morte di 49mila persone l’anno in Italia: il 30 per cento di tutte le morti per Sepsi tra i 27 Paesi Ue, una vera strage.

La SEPSI: riconosciuta dall’Oms come emergenza sanitaria globale, è la principale causa di morte per infezione e pesa sul Ssn con costi di ospedalizzazione elevato per ogni paziente

I NUMERI: durante la degenza da Covid 19 il 60% dei pazienti ha sviluppato una sepsi, il 20% uno shock settico.

PERICOLO SEPSI: diagnosi preventiva e gestione delle infezioni sono oggi più che mai necessarie per evitare altre morti inutili.

L’evento si svolgerà su piattaforma Zoom e in diretta sulla pagina Facebook “Associazione Dossetti – I Valori”.