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La DC di fronte alla legge sul divorzio: una lezione di cinquant’anni fa ancora valida oggi.

L’articolo appare come editoriale del bollettino dell’Associazione Democratici Cristiani

La battaglia per l’introduzione del divorzio aveva alle spalle una lunga storia. Già dopo l’Unità d’Italia, nel 1878, era stato presentato un disegno di legge ad hoc a firma di Salvatore Morelli, patriota e massone, sostenitore indefesso dell’emancipazione femminile. Sul punto, nella prima parte del Novecento, anche i socialisti avviarono iniziative, senza esito concreto. Invece, durante il regime fascista, della “questione divorzio” si perse ogni traccia.  Tempo dopo, il confronto riprese alla Costituente allorché si pose il tema delll’indissolubilità del matrimonio: la proposta non passò per una manciata di voti. Qualcuno sospetta che la Dc abbia rinunciato a fare le barricate allorché veniva comunque salvaguardato, nel testo costituzionale, il ruolo della famiglia nella vita civile e nell’ordinamento istituzionale. Mutato il clima culturale del Paese, nel 1965 iniziò il lungo confronto che doveva valicare i moti del Sessantotto ed entrare di prepotenza nella V legislatura, chiudendosi infine alla Camera dei Deputati con l’approvazione della legge Fortuna-Baslini, l’uno socialista e l’altro liberale, il 2 dicembre 1970.

Taluni sostengono che la legge sul divorzio sia stato il vero colpo di scure inferto alla Dc. Tesi verosimile ma alquanto discutibile, essendo mutevoli le date che ricorrono nelle descrizioni di lontane scaturigini della crisi e poi della scomparsa, sull’onda di Tangentopoli, del partito d’ispirazione cristiana. C’è chi fa risalire addirittura alle dimissioni di Dossetti, nel 1951, l’inizio di una spirale di decadenza, se non di rottura, così da configurare il prosieguo dell’esperienza democristiana per oltre 40 anni come un lento e inesorabile processo di consumazione dei motivi di legittimità ideale e programmatica, ovvero dell’ubi consistam del partito che De Gasperi fondò nel 1942 in continuità solo parziale con il precedente, sfortunato esperimento del Partito popolare di Sturzo.

Al varo della legge il mondo cattolico reagì con unanimi espressioni di condanna. Paolo VI, sfuggito in quei giorni a un attentato durante il suo viaggio nelle Filippine, intervenne con fermezza. Sullo sfondo si contestava l’esistenza di un vulnus allo spirito e alla lettera del Concordato. Il Card. Poma, presidente della CEI, fece eco alle parole del Papa. Seguirono le voci allarmate di numerosi prelati, ogni diocesi e parrocchia replicando e ampliando le note di doglianza. Tra i laici non mancò la dichiarazione di sconcerto e amarezza del Presidente dell’Azione Cattolica, Vittorio Bachelet, né quella di analoga portata di Giorgio La Pira e Maria Eletta Martini. Più scontata, ovviamente, la polemica del coriaceo Luigi Gedda, ancora a capo dei vecchi Comitati civici. Come si ricorderà, in quelle stesse ore fu lanciato un appello a firma di numerosi intellettuali – tra loro anche Augusto Del Noce e Sergio Cotta – per sottoporre a referendum popolare il testo approvato in Parlamento.

Quel referendum poi si fece, nel 1974, e vide la vittoria clamorosa del fronte divorzista. Nella circostanza prese corpo il dissenso dei “cattolici del No”, ostili a un rigurgito di clericalismo – così essi dicevano – che faceva arretrare la condotta dei cattolici a riguardo della laicità dello Stato e più in generale della politica. Solo la finezza intellettuale di Aldo Moro, volta anzitutto al recupero del dissenso cattolico, salvò la Dc dalla tempesta del dopo referendum. Da quel momento la “linea del confronto” prendeva le distanze dal cosiddetto integralismo fanfaniano. Con la segreteria Zaccagnini entrava nel vivo la stagione del rinnovamento che avrebbe assicurato alla Dc la centralità anche dopo le elezioni del 1976 e durante la breve ma intensa stagione dei governi di solidarietà nazionale, fino all’eccidio di Via Fani. Fu il miracolo politico dello statista pugliese, non a caso eliminato brutalmente attraverso l’operazione brigatista.

Sulla storia del divorzio permane l’errore, più volte ripetuto, di un’analisi molto schematica che fa di Amintore Fanfani l’artefice di una indebita politicizzazione della battaglia referendaria. Si dice nella sostanza che senza quella politicizzazione il risultato poteva essere diverso. Dunque i cattolici, non più soggetti all’opera di intermediazione del tradizionale e ingombrante partito di riferimento, avrebbero potuto finanche vincere. Sennonché, a scorno di questa capziosa supposizione di taglio antidemocristiano, sta l’esito del successivo referendum sull’aborto (1981), gestito dal mondo cattolico in chiave più autonoma, ma perso con margini ancora più consistenti. In verità, sulla spinta del Sessantotto la cosiddetta secolarizzazione, passando attraverso lo scontro sul divorzio, avrebbe conosciuto un’accelerazione formidabile, tanto da rendere irrimediabilmente obsoleto il modello tradizionale di una società naturaliter cristiana, compatta sui valori essenziali seppur divisa lungo l’asse dialettico tra democratici e comunisti.

Conviene oggi riprendere seriamente il discorso sulla genesi e lo sviluppo della post-cristianità, intanto per fare chiarezza sugli equivoci del passato e poi, di conseguenza, per dare un senso alla rivisitazione critica dell’esperienza politica dei cattolici. Stride con la realtà dei fatti l’accusa, ingiustamente rivolta alla classe dirigente democristiana, di consapevole o inconsapevole acquiescienza alle gigantesche trasformazioni che infine, passo dopo passo, hanno gettato nella instabilità un mondo ancora intriso formalmente di etica cristiana. Eppure anche la Chiesa, in forza delle novità del Concilio, aveva concorso al cambiamento della mentalità e dei costumi. Pertanto, non tutte le ragioni opposte dai cattolici al divorzio erano iscritte nel perimetro di un’angusta visione conservatrice. Piuttosto si metteva a verbale, scontando il passaggio a minoranza in Parlamento e nel Paese, il rifiuto dell’individualismo quale motore della società radicale. Indubbiamente, lungo mezzo secolo di progressi e di contraddizioni, la Dc fu interprete di un travagliato rapporto con l’avvento della società del benessere, a base fondamentalmente consumistica, mirando sempre a conciliare come suo punto d’onore la difesa di alcuni principi e insieme il rispetto delle libertà.

A rileggere l’intervento di Giulio Andreotti alla Camera, in quella sera del lontano 2 dicembre di cinquant’anni fa, si coglie tutta intera la visione di una forza politica responsabile, democraticamente eretta a cardine del sistema, comunque preoccupata di mantenere la barra dritta in una circostanza, densa di implicazioni simboliche, che la vede isolata dagli stessi alleati di governo. Certo, il senso della sconfitta pesa e si traduce anche nella consapevolezza di un disallineamento rispetto alle dinamiche prevalenti nella società del tempo, con le inquietudini libertarie di una recente e improvvisata borghesia. Ciò nondimeno la Dc, nelle parole del suo capogruppo, non si atteggia a supremo giudice delle istanze democratiche, né si permette di svilire la volontà del Parlamento. “Noi sentiamo – afferma Andreotti a chiusura del suo intervento – che questo è il nostro dovere. Potremo essere criticati per non aver saputo far meglio in questa vicenda, ma nessuno ci potrà mai criticare per non aver difeso o per avere attentato alla limpida funzionalità delle istituzioni parlamentari”.

Qui traspare, in effetti, il senso dello Stato. Qualcuno potrà dire che altro non era, invece, se non la conferma di un deteriore attaccamento alla prassi del potere. Eppure c’è uno stile e una misura in questa condotta sinceramente rispettosa degli imperativi e dei dilemmi della convivenza civile. Comunque si può vincere o si può perdere, ma lo scontro non deve comportare la pretesa di un oltraggio alla verità della democrazia. Essa è fragile e incomposta, non è una verità assoluta; ma nel suo criterio direttivo, funzionale all’esercizio di una responsabilità collettiva, è pur sempre un argine al disordine e alla prevaricazione. La Dc che perde in Parlamento la battaglia sul divorzio è la stessa Dc che ancora in Parlamento, e a maggior ragione, rilancia la riforma del diritto di famiglia. Quindi emerge all’orizzonte la volontà di tenere unito il Paese, poiché si sceglie di porsi su un altro piano rispetto a quanti individuano nel voto sul divorzio l’emblema di una nuova Porta Pia. Al contrario, bisogna abbattere l’ipotesi di nuovi steccati ideologici, pena l’immancabile degrado dei fattori di coagulo e coesione della società nel suo complesso.

Discutere di divorzio, mentre si staglia nel presente l’ombra di una secessione dall’istituto matrimoniale, suona come un paradosso. A chi può interessare questa discussione? In gioco non è la libertà di rescindere quando e come si voglia il legame coniugale, ma la presa di coscienza del perché si ha motivo tuttora di sposarsi. Vista la diffusione delle formule di convivenza, si potrebbe argomentare che la novità sia comunque un’altra. Nonostante tutto si continua infatti a celebrare nozze, non importa se in Chiesa o in municipio. Dopo mezzo secolo il confronto scavalca le antiche divisioni, non perché le annulli o le disconosca, secondo un astratto criterio storicistico, ma perché apre alla verifica di cosa proponga alle persone, ovvero alla loro intelligenza e ai loro sentimenti, una società che archivia anche il divorzio a ferrovecchio del regime familiare. Ora, che la Dc abbia intuito la validità di un discorso sempre aperto, per conservare all’Italia la fiducia nella funzione di amalgama della politica, costituisce un’evidenza interessante. Una funzione, per altro, che riguarda egualmente tanto le maggioranze quanto le minoranze, essendo imprescindibile per entrambe la finalizzazione della propria iniziativa pubblica. E dunque, in conclusione, per la politica odierna che appare dominata dal perenne disaccordo tra guelfi e ghibellini, tale espressione di equilibrio e lungimiranza non rappresenta un esempio da imitare?

 

 

#Camaldoli2021. per un centro partecipato

La proposta è stata fatta da Ettore Bonalberti, sul sito alefpopolaritaliani.eu, ripresa dall’on. Giorgio Merlo, sul ildomaniditalia.eu.

Noi di “Forum al Centro”, siamo da molti mesi impegnati nella rinascita culturale e (pre) politica del centro riformista, popolare, liberale e moderato e pertanto, vorremmo dare il nostro umile contributo all’idea denominata “Camaldoli 2021”, cioè di uno spazio di confronto costruttivo, partecipato e condiviso. Un evento nel quale si elabori un nuovo pensiero forte, ma con radici solide, nuove idee condivise, nuove politiche di centro concrete e realizzabili.

Vorremmo solo aggiungere due proposte, per la migliore riuscita dell’evento:

– dovremmo coinvolgere tutti i “centristi” italiani, chi non si riconosce nel bi-populismo, chi non vuole più scegliere il meno peggio tra destra e sinistra;
– dovremmo ideare un evento digitale, per permettere a tutti di partecipare, la convention centrista e il successivo percorso, saranno efficaci se partono dalla massima partecipazione e non solo dalla semplice addizione di classe dirigente.

Noi ci siamo, con passione, determinazione e umiltà.
Vi ringraziamo per l’attenzione.

 

Brexit: a rischio 3,4 mld di esportazioni Made in Italy

Senza accordo sono a rischio 3,4 miliardi di euro di esportazioni agroalimentare Made in Italy in Gran Bretagna che si classifica al quarto posto tra i partner commerciali del Belpaese per cibo e bevande dopo Germania, Francia e Stati Uniti. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti divulgata in riferimento allo stallo dei negoziati per la Brexit con l’incontro tra il primo ministro britannico, Boris Johnson, e il presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen.

Occorre evitare – sottolinea la Coldiretti – l’arrivo di dazi e ostacoli amministrativi e doganali alle esportazioni Made in Italy che nell’agroalimentare nei primi sei mesi del 2020 sono aumentate di quasi il 4% nonostante l’emergenza Covid. A preoccupare – continua Coldiretti – è anche la tutela giuridica dei prodotti a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp) che incidono per circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare Made in Italy e che, senza protezione europea, rischiano di subire la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione da Paesi extracomunitari.

Con l’uscita dall’Unione Europea si teme anche che si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane come ad esempio l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti, che si sta già diffondendo in gran parte dei supermercati inglesi e che – precisa la Coldiretti – boccia ingiustamente quasi l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop).

Dopo il vino, che complessivamente ha fatturato nel 2019 sul mercato inglese quasi 771 milioni di euro, spinto dal Prosecco Dop, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna ci sono – conclude la Coldiretti – i derivati del pomodoro, ma rilevante è anche il ruolo della pasta, dei formaggi e dell’olio d’oliva. Importante anche il flusso di Grana Padano e Parmigiano Reggiano per un valore attorno ai 85 milioni di euro.

“Volontari per l’Educazione”, la nuova community nazionale di studenti universitari per l’accompagnamento allo studio on-line di bambini e ragazzi.

Una risposta concreta, qualificata, gratuita e “su misura” per bambine, bambini e adolescenti tra i 9 e i 16 anni che in Italia necessitano di un sostegno immediato nell’accompagnamento allo studio. Va dritta al punto di una delle più gravi conseguenze della pandemia per il futuro delle nuove generazioni del nostro Paese la nuova community dei Volontari per l’Educazione annunciata oggi, alla vigilia della Giornata Mondiale del Volontariato da Save the Children, nell’ambito della campagna Riscriviamo il Futuro a sostegno delle bambine, dei bambini e degli adolescenti colpiti dalla crisi. L’iniziativa è sostenuta dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) e dalla Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS) promossa nell’ambito dell’ASVIS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

La nuova community è composta da studenti universitari volontari che credono fortemente nel valore dell’educazione, e vogliono essere al fianco dei bambini e adolescenti più colpiti dall’emergenza Covid-19 per la chiusura delle scuole e la difficoltà nel seguire la didattica a distanza che li ha esposti al rischio di una grave caduta nell’apprendimento. Il progetto Volontari per l’Educazione, realizzato in partnership con EasLab – associazione di promozione sociale con una pluriennale esperienza di interventi nell’ambito dell’educazione in collaborazione con scuole, famiglie e territorio -, appena avviato, sta rapidamente conquistando l’adesione di centinaia di studenti.

I primi trecento universitari che hanno aderito alla proposta di diventare volontari educativi, provengono da 70 città, hanno un’età media di 25 anni, sono in maggioranza donne (86%) e seguono i più vari indirizzi di studio, con un bagaglio di competenze che spazia dalle materie scientifiche a quelle linguistiche e umanistiche, ma comprende in molti casi anche le discipline artistiche e musicali. Da gennaio 2021, i Volontari per l’Educazione, dopo un percorso di formazione, si metteranno al servizio dei bambini e ragazzi che verranno seguiti settimanalmente in modalità on-line, individuale o a piccoli gruppi, ove possibile, sulla base delle esigenze di recupero specifiche, in stretta collaborazione con le scuole.

La collaborazione con le scuole è il punto cardine del progetto. I volontari opereranno in rete con le famiglie e le scuole, e il loro impegno nell’affiancamento allo studio sarà costantemente supervisionato da una équipe centrale di educatori professionali. I bambini e gli adolescenti che parteciperanno al progetto riceveranno, se ne sono sprovvisti, tablet e connessioni, non solo per “incontrare” on line il loro volontario di riferimento, ma per seguire la didattica a distanza che ancora oggi esclude moltissimi ragazzi.

Per diventare “Volontari per l’Educazione”, gli studenti universitari, dopo aver compilato un semplice modulo on line, accederanno ad una formazione di base sul significato del volontariato, la dispersione scolastica e l’apprendimento di qualità, e ad una formazione specifica sulla salvaguardia dei minori on line e sulle regole di condotta da mantenere nella attività di accompagnamento allo studio. Una seconda formazione avanzata, lungo il percorso di attività, riguarderà poi gli strumenti e i metodi didattici inclusivi e partecipativi, i giochi e le attività laboratoriali per favorire l’apprendimento, l’approccio psico-sociale per la gestione di vissuti e aspetti emotivi in questo periodo di precarietà. Vi sarà anche un approfondimento specifico sulla relazione educativa con minori e famiglie di origine straniera che non abbiano ancora padronanza della lingua italiana.

L’idea di lanciare un’ampia rete nazionale di studenti universitari volontari con l’obiettivo di contrastare la povertà educativa nasce a seguito della positiva esperienza avviata durante il periodo estivo in diverse città italiane dal progetto Arcipelago Educativo realizzato da Save the Children e dalla Fondazione Agnelli, con il contributo della Fondazione Bolton Hope Onlus. Un progetto che in quest’anno scolastico prosegue in 47 scuole di 5 città, grazie al sostegno di Exor. Nel corso del progetto si è vista l’efficacia della partecipazione qualificata di decine di studenti universitari volontari, che hanno svolto con successo attività specifiche per il recupero del deficit di apprendimento dei bambini più svantaggiati.

“Dai nostri centri sul territorio ci giungono segnalazioni di bambini e adolescenti che non stanno frequentando la scuola, in presenza e on line, con gravi cadute nell’apprendimento e nella stessa motivazione allo studio. Siamo al fianco di tanti docenti ed educatori che cercano di riallacciare i legami con le famiglie e i ragazzi che la crisi lascia più indietro. La nuova community dei Volontari per l’Educazione sarà una risorsa preziosa per rafforzare questo impegno. Nessun bambino deve pagare il prezzo della crisi rinunciando ad apprendere, far fiorire i propri talenti e costruire liberamente il futuro. Le scuole e le famiglie non possono essere lasciate da sole davanti ad una sfida educativa senza precedenti. L’adesione al progetto da parte della Conferenza dei Rettori e della Rete delle Università per lo sviluppo sostenibile testimonia come le Università possono essere parte attiva sul territorio per contrastare la povertà educativa. Speriamo che moltissimi studenti universitari accolgano questa chiamata all’impegno civico per il diritto all’educazione dei più piccoli”, ha dichiarato Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro.

“Questo progetto rappresenta un grande valore per il protagonismo, la partecipazione e la responsabilità civica delle nuove generazioni che sempre di più manifestano un interesse specifico per gli obiettivi di sviluppo sostenibile che riguardano il loro mondo del futuro, come l’educazione di qualità per tutti, in questo caso. Gli studenti universitari che danno vita a questa iniziativa si uniscono ai tantissimi Volontari di Save the Children in Italia che da anni sono impegnati con passione, entusiasmo, fantasia e creatività nel promuovere i diritti dell’infanzia e sostenere i progetti dell’Organizzazione nel nostro paese e nel mondo, con campagne, eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi, o con il loro coinvolgimento diretto nei progetti di intervento ove possibile,” ha dichiarato Filippo Ungaro, Direttore Comunicazione, Campagne e Volontari di Save the Children Italia.

Tutti gli studenti universitari posso candidarsi per far parte della community ed impegnarsi come volontari nel progetto consultando la pagina dedicata sul sito di Save the Children che è anche a disposizione di insegnanti, genitori, alunni o studenti per segnalare eventuali richieste di accesso al programma di accompagnamento allo studio previsto dal progetto.

 

Imu 2020, versamento del saldo il 16 dicembre

Il 2020 è il primo anno di applicazione della nuova IMU, disciplinata dall’articolo 1, co. da 738 a 783 della legge n.160 del 2019 (legge di bilancio 2020). Nel corso di quest’anno, diverse novità hanno inciso sulla disciplina e sui termini di approvazione delle aliquote della nuova IMU, ma, relativamente alle scadenze di versamento, i termini di cui al comma 762 non hanno mai subito modifiche e, salvo provvedimenti di proroga dell’acconto disposti localmente, restano fermi al 16 giugno per l’acconto e al 16 dicembre per il pagamento del saldo. In analogia con la disciplina degli scorsi anni, la nuova IMU prevede che la rata di acconto sia pari alla metà di quanto versato a titolo di Imu e Tasi per l’anno 2019, mentre per il saldo, la legge prevede un conguaglio sulla base delle aliquote che i Comuni sono tenuti a pubblicare sul portale del Mef. In proposito, sui termini di inserimento delle delibere di approvazione delle aliquote e dei regolamenti dell’IMU nel portale del Mef, va ricordato che la disciplina ordinaria (ora racchiusa nel co. 767, art.1, della legge di bilancio 2020) condiziona l’efficacia degli atti deliberativi alla loro pubblicazione entro il 28 ottobre, a cura del Mef, sul “Portale del federalismo fiscale” e, a questo fine, al fatto che gli atti stessi siano trasferiti al Mef da parte dei Comuni entro il 14 ottobre.

Nel corso del 2020, i termini ordinari di inserimento e di successiva pubblicazione delle delibere nel Portale del Mef hanno subito tuttavia delle modifiche, a seguito dei ripetuti rinvii dei termini di approvazione del bilancio di previsione, la cui ultima proroga è stata fissata al 31 ottobre dal DM Interno del 30 settembre 2020. Al nuovo termine del 31 ottobre, si ricorda, sono stati collegati anche i termini di deliberazione delle aliquote e dei regolamenti IMU, ad opera dell’art. 138 del dl 34/2020, rubricato “Allineamento termini approvazione delle tariffe e delle aliquote TARI e IMU con il termine di approvazione del bilancio di previsione 2020”. Nel frattempo, i termini d’invio e pubblicazione delle delibere al Mef erano già stati prorogati dall’articolo 107, comma 2, del decreto-legge n. 18 del 2020 (cd. Cura Italia), al 31 ottobre per l’inserimento delle delibere nel Portale del Mef e al 16 novembre per la loro pubblicazione a cura del Mef.

La coincidenza nel 31 ottobre del termine di approvazione delle nuove aliquote IMU con il termine di inserimento delle stesse nel Portale del Mef (31 ottobre), ha impedito il generalizzato rispetto di tale ultimo adempimento. Molti Comuni hanno inserito le delibere dopo il 31 ottobre, avendo approvato le delibere sulle aliquote a ridosso dell’ultima data disponibile. Si osserva, in proposito, che il sistema ha opportunamente consentito il caricamento delle delibere sul portale del Federalismo fiscale, anche oltre il termine formale di legge. Si è tuttavia determinata un’alea di incertezza circa l’efficacia dei provvedimenti contenenti le nuove aliquote IMU.A questa incertezza sopperisce ora il decreto-legge n. 125 del 2020, attualmente in fase di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, che riapre formalmente i termini d’inserimento, assicurando l’efficacia di tutte le delibere comunali. In particolare, l’articolo 1, comma 4-quinquies del dl 125, inserito nella fase di conversione, prevede i nuovi termini seguenti:

31 dicembre 2020 per l’inserimento delle delibere IMU da parte dei Comuni nel Portale del Mef;
31 gennaio 2021 per la loro pubblicazione, che dovrà avvenire a cura del Mef.
Inoltre, l’articolo 1, comma 4-sexies del dl 125 del 2020, conferma il termine per il versamento del saldo IMU al 16 dicembre, “da effettuare sulla base degli atti pubblicati nel sito internet del Dipartimento delle finanze del Ministero dell’economia e delle finanze”. Pertanto, la normativa conferma che il saldo deve essere effettuato sulla base degli atti pubblicati e disponibili per la consultazione sul Portale del Mef, prescindendo dall’osservanza del previgente termine.

La norma non indica una data di riferimento precisa in base alla quale valga l’obbligo di considerare i dati pubblicati sul sito Mef. Appare tuttavia ragionevole che ai fini del calcolo del saldo IMU 2020, valga l’obbligo per i contribuenti e gli intermediari fiscali di considerare i dati pubblicati sul Portale Mef alla data del 16 novembre (termine di riferimento previgente), ferma restando ovviamente la facoltà di tener conto delle misure pubblicate successivamente ma in tempo utile per il pagamento del saldo, ovvero acquisite direttamente dai siti comunali. Viene così assicurato un lasso di tempo adeguato per la conoscenza dei provvedimenti, mentre le deliberazioni comunicate e pubblicate dal Mef entro i termini prorogati dal dl 125 costituiranno il riferimento per l’eventuale conguaglio da regolare entro il 28 febbraio 2021, ovvero per la richiesta di rimborso. Il comma 4-septies, infatti, considera l’ipotesi in cui le delibere vengano pubblicate successivamente – e comunque entro il 31 gennaio 2021 – prevedendo che l’eventuale differenza d’imposta ancora dovuta sarà versata, senza sanzioni e interessi, entro il 28 febbraio 2021 e che, nel caso di una differenza negativa, il rimborso avverrà su richiesta del contribuente sulla base delle regole ordinarie (co. 724, della legge 147 del 2013).

Covid: “con l’influenza in arrivo a gennaio si rischia la strage”

Tutti gli inverni l’influenza affolla gli ospedali e a gennaio c’è il rischio di una strage se, invece di chiudere la seconda ondata di Covid, facciamo partire la terza. Per questo serve il massimo rigore durante le feste”. Ad affermarlo, in un’intervista a ‘La Stampa’, è Nino Cartabellotta, medico e presidente della Fondazione Gimbe.

Da cosa dipendono tanti decessi? “Purtroppo mancano dei dati per rispondere. Non sappiamo per esempio dove sono morti: reparti ordinari, terapia intensiva, Rsa o casa? Solo alcune Regioni lo comunicano e non esiste un aggregatore di queste informazioni. L’età media dei deceduti è 80 anni e si può ricavare che la gran parte arrivi dai reparti ordinari, perché l’età media dei morti in terapia intensiva è tra 50 e 70 anni”.

Il lockdown parziale basta per fermare i contagi? “Le misure attuali sono più leggere della prima ondata, ma tutto dipende dal tipo di verifica. L’Rt scende, ma i contagi pur rallentando continuano a aumentare e i dati ospedalieri pure. Non conosciamo ancora l’effetto reale dei provvedimenti e l’Italia tutta gialla è un grande rischio dovuto più al desiderio politico che alla realtà epidemiologica”.

Il centro extraparlamentare è una formula suggestiva, ma non facile da maneggiare. Abbiamo alternative?

Questo contributo si presenta come lettera al Direttore. Lo pubblichiamo volentieri.

Caro D’Ubaldo, due cose per continuare il confronto aperto da lei con la sua provocazione ‘extraparlamentare’ (di cui precorritrice fu quella radicale reimpostazione disegnata da Dellai su “Il Domani d’Italia” del 23 Ottobre scorso).

Due cose che secondo me sono indicative di certa confusione che staziona quale nuvolaglia nella zona dei discussants del centro, de  ‘i’  cattolici, del partito sì partito no, eccetera eccetera.

Si ricorda quando in “Mary Poppins” l’Ammiraglio Boom avvisa Bert? “Un piccolo consiglio, giovanotto. Al numero 17 hanno alzato il segnale di burrasca. Si prepara un fortunale da quelle parti.”. Ecco, “quelle parti” sono le nostre cerchie dove la concentrazione è sulla formula, e neanche immaginati i cambusieri che dovrebbero poi preparare la minestra.

Sembra la nuvola di Fantozzi che si addensa sulla capa della cerchia degli ottimati che sono a carcare la ricetta della pietra filosofale che da dei sassi faccia apparire il ‘Centro’.

Giorgio Merlo all’inizio dice delle cose anche condivisibili, ma poi sembra non avere capito l”extraparlamentarismo’ dibattimentale e di reclutamento di cui parla lei. Afferma che nell’opinione pubblica cresce una domanda di “centro”. Sono i quasi 5 italiani su 10 favorevoli alla pena di morte del 54° Rapporto Censis di ieri? Poi parla di un ambiente politico come precondizione, e alla fine si arrende e spera che la sua novità, caro D’Ubaldo, funzioni (“la suggestione del “centro extraparlamentare” non va fatta assolutamente cadere…”; allora? decidiamoci).

Non so se ci si avvede (ma tra ex professionisti della politica che si piacciono mi sembra difficile) che non c’è un’altra strada. Glielo posso dire perché io non vengo da ‘le istituzioni’ del manuale ma dalla contestazione al conservatorismo e alle forme canoniche sclerotizzate che hanno tenuto ingessate le istituzioni. Gli spazi ‘extra’ – extra Azione Cattolica, extra curiali, extra politici, extra scolastici ecc. – li conosco bene, conosco le comunità di base poi legittimate dalla CEI nel 1981 (che peraltro nella stragrande maggioranza dei casi erano Gruppi spontanei parrocchiali che usavano il serio metodo della Revisione di vita sul Vangelo con un sacerdote). D’Alema, allora alla FGCI, strigliava i compagni dicendo che i preti radunavano ancora 400.000 giovani (1975), cominciando da “Mani Tese”, “Operazione Mato Grosso”, AGESCI, e via.

Lavorando nelle Associazioni/Organizzazioni di rappresentanza le posso dire, a mo’ di esempio, che i primi a non credere nella Camusso sono gli impiegati della CGIL. Il vertice (quattro gatti) ci crede, e gli altri mille no. Di cosa secondo lei, bisogna preoccuparsi? Delle ‘sfumature’ con cui un pasciuto top management e i cacìcchi locali discettano sulle possibilità di un nuovo sindacato (l’araba fenice) o di quei mille del ceto impiegatizio che non credono più nelle strutture in cui e per cui lavorano? Il primo è un problema ‘parlamentare’, il secondo un problema ‘extraparlamentare’. La questione vera, quella delineata da lei, è la seconda, ed è anche l’unica recita nuova possibile. Da cominciare ad allestire subito. Il resto sono films già visti; magari ritinteggiati a nuovo.

La seconda cosa che vorrei considerare è l’intervista di Provinciali a Bonanni. Bonanni risponde solo parzialmente alle articolate domande poste da quel competente preparato che è Provinciali, e preferisce intrattenersi sulla storia del Sindacato, sui meriti di questo, sul ripristino di certe forme ‘storiche’ di rappresentanza, eccetera eccetera. Poi, dovendo concludere sul nuovo, la butta sbrigativamente sul digitale e le nuove risorse energetiche, che secondo lui saranno la cifra del post Covid e della nuova coesione e benessere sociale di domani.

Tutto qui? Idee? Zero. Quelle due o tre cose finali lì, salvo il panegirico sul ‘suo’ Sindacato, le può dire un ufficio informatico o ambientale di terza fascia di qualsiasi Organizzazione. D’altronde Bonanni è quello che riuscì ad intestarsi la chiusura di “Todi Due” il 22 Ottobre del 2012, rilasciando solitario un’intervista come se il suo parere fosse quello di tutti gli altri attori che avevano prodotto le giornate di Todi.

Vale per lui e per gli specialisti degli sfruculiamenti ‘parlamentari’ la domanda del compianto Mons. Adriano Vincenzi proprio a Todi 2 la sera della prima giornata, prima d’andare a cena: “…Scusate,… ma dove le abbiamo le persone per fare tutto quello che abbiamo detto oggi???”.

Una domanda che già lì rimase inevasa e che non fu ripresa neanche l’indomani. Anzi: mai più. Tipico delle nostre discussioni: del ‘come’ non gliene frega niente a nessuno. E questo conferma l’irresistibile vocazione all’autoreferenzialità che ha qualsiasi ceto intellettuale in Italia, un Paese eternamente diviso tra l’idealismo del sapere e il ‘fai-da-te’ di tutti gli altri.

Per questo se non si allarga il lavoro agli infermieri delle astanterie ‘extraparlamentari’, con i soli medici dei reparti specialistici ‘parlamentari’ non ci si farà mai.

L’ho detto da tempo parafrasando Gimondi: noi dobbiamo valorizzare chi comunque pedala, non chi vince la corsa; questo lo vedremo dopo: ora bisogna ingaggiare più corridori possibile. E credo che i più siano nello spazio ‘extraparlamentare’ lanciato da lei.

Mi stia bene e buone cose.

Tornano i cattocomunisti?

Negli ultimi tempi non sono mancati attacchi virulenti da parte di certo laicismo e di certo mondo cattolico conservatore nei riguardi di Papa Francesco, soprattutto dopo l’Enciclica Fratelli Tutti e dopo il messaggio inviato ai giudici di Africa e America.

Si tratta dei soliti noti che, dentro e fuori la chiesa, per mantenere intatti i propri privilegi economici e sociali, tentano di ostacolare il cammino dell’umanità verso un mondo più giusto, basato sulla pace, sull’eguaglianza economico-sociale e su una nuova economia che sappia far propri i valori dell’ambiente e della sua salvaguardia.

La prima grande assurdità di questi attacchi è l’equazione, apparsa su alcuni social network, “Fratelli Tutti uguale Poveri Tutti”. Non bisogna avere certamente gli studi superiori per comprendere le parole del Papa in questa enciclica che sul piano religioso ci riporta ai principi di umiltà e di fraternita di San Francesco d’Assisi, mentre sul piano politico invita i cattolici a riprendere una iniziativa politica forte che sappia incarnare i valori dell’umanesimo sociale.

Il secondo attacco riguarda il messaggio che Francesco ha inviato ai giudici di Africa e America: “La proprietà privata non è un diritto inalienabile se non ha una funzione sociale e contribuisce a creare disuguaglianza.”

A ben guardare il Pontefice non fa altro che riprendere un giudizio sostenuto da Papa Paolo VI, alla fine degli anni Sessanta, nell’Enciclica Populorum Progressio. Ossia, la proprietà privata non è un diritto primario, ma secondario: essa è lecita se contribuisce a realizzare un benessere economico di tutti gli individui, ma quando degenera in accumulo di ricchezza da parte di una ristretta minoranza finisce con il realizzare povertà generale e mette in crisi la stessa convivenza pacifica delle comunità locali e degli equilibri mondiali.

Tornano i cattocomunisti? In altri tempi, nel secondo dopoguerra il termine cattocomunista era riferito non soltanto al Partito della Sinistra Cristiana di Franco Rodano e di Adriano Ossicini, ma anche a quel gruppo interno della Democrazia Cristiana che si era riunito intorno alla figura di Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Aldo Moro e Amintore Fanfani in opposizione alla linea politica di De Gasperi, ma soprattutto verso la linea politica economica del vecchio liberalismo.

Lo stesso termine venne rispolverato negli anni Settanta ad opera del filosofo cattolico Augusto Del Noce nei riguardi di Franco Rodano, reo di aver teorizzato la linea del compromesso storico tra democristiani e comunisti, e poi dal settimanale “Il Sabato” di Comunione e Liberazione (finanziato anche da un certo Silvio Berlusconi) che durante gli anni della solidarietà nazionale aveva lanciato lo slogan “più società e meno stato” per riportare in auge i principi del liberismo economico e del primato dell’economia sulla politica.

Oggi questi attacchi beceri ritornano di moda non solo verso questo Pontefice, ma anche in funzione di ostacolare una ripresa di iniziativa politica autonoma da parte dei cattolici democratici. Ma si tratta di sterili tentativi perché essi non solo sono destinati a cadere nel vuoto rispetto al progresso dell’umanità verso un mondo più giusto e più vivibile, ma anche perché rafforzano le coscienze del cattolicesimo democratico più limpido nel riprendere una seria iniziativa politica per dare risposte ai mali del mondo contemporaneo.

Il 54esimo rapporto Censis. Il sistema Italia: una ruota quadrata che non gira

Al termine di un anno monopolizzato dalla crisi pandemica che ha sconvolto il pianeta, il 54° Rapporto del Censis offre – come è tradizione dell’Istituto fondato da Giuseppe De Rita – alcune chiavi di lettura delle derive che hanno caratterizzato la società italiana e lo fa con l’abilità e la maestria alle quali ci ha abituato, avendo accompagnato lo sviluppo del Paese dal secondo dopoguerra ad oggi con fermo-immagini e scandagli interpretativi sempre originali e connotativi, come attraverso una lente di ingrandimento che ci aiuta a conoscere la realtà del presente, le sue scaturigini occasionali e motivazionali e le proiezioni di una dinamica evolutiva che conserva i tratti di una spontanea e tenace continuità pur nella discontinuità degli eventi che accompagnano la cronaca e la Storia.

Possiamo dire che era particolarmente atteso- questo 54° Rapporto- per comprendere, riassumere e possibilmente spiegare e ricomporre in una visione d’insieme un anno decisamente inatteso, drammaticamente sorprendente, tangibilmente devastante rispetto ai nostri contesti di vita: se l’incipit è stata la diffusione repentina e pervasiva di un virus malefico, le conseguente si sono riversate e declinate sul piano economico, del lavoro, delle famiglie, della scuola, del sistema sanitario, della fruizione culturale, del tempo libero, in poche parole di tutte le nostre abitudini di vita, che ne sono uscite profondamente alterate, con turbamenti emotivi e stati d’animo pervasi da profondo sconcerto, da angoscia e paura.

L’incipit delle considerazioni generali del Rapporto vale un’icona descrittiva: “L’avanzare della storia trova, a volte, curve drammatiche e inaspettate che mutano radicalmente ambienti e paesaggi del vivere, individuale e collettivo. Cambiamenti che provocano un sentimento di estraniazione dalla realtà, spossessano dalla responsabilità di stare dentro le cose e comprenderne dinamiche, effetti, strategie di reazione. La pandemia globale di quest’anno è uno di questi improvvisi e imprevisti cambiamenti. È arrivata silenziosa e subdola”. Anche nella cd. seconda fase in cui la società impreparata è stata sopraffatta dalla  “sorpresa della ripresa pandemica”. L’attesa si è trasformata in disorientamento, la semplificazione delle soluzioni in emergenza è diventata sottovalutazione dei problemi, il contagio della paura rischia di mutare in rabbia. Abbiamo guardato la realtà con “occhi di talpa”, disorientati nella gestione del presente, incapaci di una visione lungimirante, immaturi nell’affidarsi a priori all’evoluzione naturale e auspicabilmente positiva delle cose, pervasi dall’ansia anticipatoria e fiduciosi nell’esito risolutivo delle fasi critiche e apicali, figli di una concezione dello sviluppo necessariamente a buon fine, affidato nelle mani dello spontaneismo e del vitalismo piuttosto che in quelle rassicuranti della sagacia, della conoscenza, della competenza che guidano verso la capacità di gestire gli eventi con oculata programmazione.

Così, nell’anno della paura nera l’epidemia ha squarciato il velo che copre le nostre strutturali vulnerabilità.

Evocando l’assenza di un Churchill a far da guida, il Rapporto evidenza impietosamente come per carenza di senso civico e di macro-visione, sia stata la tendenza individualista la migliore alleata del virus.

La parcellizzazione, direi l’incedere insicuro e frammentato dei provvedimenti dei decisori politici, a colpi di DPCM ha come paralizzato la vita del Paese: incapaci di prevedere, impreparati a programmare, divisi tra centralismo decisionale e decentramento autarchico, inclini ad una pervicace burocratizzazione dei provvedimenti da assumere, essi hanno pensato di gestire gli effetti della crisi con una visione rapsodica e minimalista, persino minuziosamente parcellizzata: la logica delle provvidenze a pioggia non ha risolto i problemi strutturali di una società che si accontenta del “meglio sudditi che vittime”, versione 4.0 del vecchio adagio “o Franza o Spagna purchè se magna”. Scegliere di lasciare in latenza le scuole chiuse – il più grande vulnus ad effetto ritardato che il Paese abbia prodotto- affidandosi ad una DAD non strutturata e non strutturale, inserita in un sistema scolastico decentrato ma a traino culturale tendenzialmente tradizionalista, ha avuto la parvenza di un bubbone in un corpo estraneo. Sceglierlo occupandosi di riaprire le discoteche e lasciar affollare le spiagge, di chiudere un occhio sugli assembramenti e le movide serali ha avuto le sembianze di una leggerezza imperdonabile.

Per non parlare delle monografie sulle uscite e gli spostamenti affidate a norme severe ed applicate con autocertificazioni, soggette al vaglio sanzionatorio discrezionale dei controllori.

Tutto ostinatamente e dettagliatamene previsto e pur cangiante, alternando giorni ed ore come se il virus si diffondesse con i paradigmi della burocrazia. Emblematica la questione dell’anticipo della Messa di mezzanotte. In un quadro di incertezza emotiva e sistemica terrorizzante si è scelta inoltre  ancora una volta la via dei bonus senza controllo, senza una visione olistica e di medio-lungo termine. Contentini a tempo che si trasformano sempre in bocconi avvelenati, uno spendacciare senza produttività.

Poteva accadere diversamente? Alcuni sbandierano il modello Italia come un esempio da imitare, altri lo demonizzano come il peggiore dei mali. Il fatto è che questo clima di incertezza che diventa timore, poi paura, ingenerando rabbia e provocando diffidenze fino ad ipotizzare la delazione come strumento di controllo sociale, germina in un tessuto socio economico in forte crisi, dove il lavoro a poco a poco scompare mentre cresce il timore del domani, i corpi intermedi spariscono, cresce la povertà e ingloba nuovi target, il ceto medio si dissolve e si polarizzano i dissensi e il contenzioso centro-periferia. Un Paese a macchia di leopardo già descritto in passato dal Censis, che ora assume i colori delle aree a rischio e le sfumature intermedie come ulteriore elemento di divisione e frammentazione.

E poi la retorica della parola come ambiziosa speranza di rassicurazione emotiva della gente: ma sempre in termini ipotetico-deduttivi che generano sfiducia, disaffezione, rancore, logiche corporative.

Temi presenti da almeno 10 anni in qua nei Rapporti Censis precedenti. Quando la politica verticalizza i rapporti con i cittadini, in nome della sicurezza e delle tutele sanitarie senza un corrispettivo inquadramento socio-economico dei problemi si verifica uno sfaldamento nel tessuto della coesione sociale e una forte pulsione di soggettività ad esser lontane tra loro. E così il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni della mobilità personale,  il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, introducendo limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione, di organizzarsi, di iscriversi a sindacati e associazioni.

Il 77,1% degli italiani chiede pene severissime per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento,  il 76,9% è fermamente convinto che chi ha sbagliato nell’emergenza deve pagare per gli errori commessi,  il 56,6% vuole addirittura il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena e dell’isolamento, e così minacciano la salute degli altri,  il 31,2% non vuole che vengano curati (o vuole che vengano curati solo dopo, in coda agli altri) coloro che, a causa dei loro comportamenti irresponsabili o irregolari, hanno provocato la propria malattia mentre il 49,3% dei giovani vuole che gli anziani siano curati dopo di loro.

Quasi il 40% degli italiani (il 41,7% dei più giovani) oggi afferma che, dopo il Covid-19, avviare un’impresa, aprire un negozio o uno studio professionale è un azzardo, perché i rischi sono troppo alti, e solo il 13% lo considera ancora una opportunità. E mentre cresce il valore dei depositi bancari dal 32,9% nel giugno 2019 al 34,5% nel giugno 2020, il 75,4% degli italiani valuta come insufficienti o giunti in ritardo gli aiuti dello Stato. Un dato confermato dal Rapporto e rilevato “a pelle” nella realtà è che gli studenti – che immaginiamo solitamente immersi nel web e nell’uso delle nuove tecnologie – riscoprono il valore dello stare insieme ai compagni (65%) , ai professori (38,5%), per un ritorno alla didattica in presenza (45,7%). 

Un altro dato rilevato è l’attenuazione nella visione europeista delle soluzioni alla pandemia, nonostante le pesanti iniezioni di liquidità promesse dal Recovery Fund: Solo  il 28% degli italiani nutre fiducia nell’U.E , a fronte di una media europea del 43%: ciò non ha però intaccato la visione prospettica delle istituzioni comunitarie, positiva dal 31% (Ue 40%) e neutra dal 39% (Ue 40%). Seppure di misura, rimane ancora minoritaria la quota di chi ne ha una percezione negativa, arrestandosi al 29% (UE 19%).

Le gente mantiene consapevolezza circa la centralità della politica, pur esprimendo una sfiducia montante ma senza usare la forza di un atteggiamento di ribellione, facendo proprio il principio secondo cui le rivoluzioni si raccomandano agli uomini non per quello che hanno distrutto ma per quello che hanno conservato. Abituati al paradosso della quadratura del cerchio siamo indotti dal Censis a considerarne un correlato speculare: “il sistema-Italia è una ruota quadrata che non gira: avanza a fatica, suddividendo ogni rotazione in quattro unità, con un disumano sforzo per ogni quarto di giro compiuto, tra pesanti tonfi e tentennamenti”. E ciò riguarda- per usare un’espressione cara a De Rita – non solo il ‘corpaccione sociale’ ma sempre più le singole soggettività.

Cisl Lazio: firmato l’accordo sulla premialità Covid-19 per i medici

La Cisl Medici – dichiara Luciano Cifaldi, segretario regionale del Lazio – , insieme ad altri sindacati della dirigenza, ha siglato venerdì 4 dicembre con la Regione Lazio l’ACCORDO SU PREMIALITA’ COVID-19 – Dirigenza medica e sanitaria avendo condiviso la necessità di riconoscere ai lavoratori dell’Area delle Dirigenze del Servizio Sanitario Regionale impegnati nel contrasto alla pandemia COVID-19, utilizzando le risorse del D.L. 18/2020 e del D.L. 34/2020 destinate a tale personale, un riconoscimento anche di tipo economico legato alla presenza nella propria attività lavorativa in questa seconda fase particolarmente complessa.

Su questa base la Regione e le OO.SS. della dirigenza medica e sanitaria con la firma dell’accordo, hanno concordato di:

  1. ripartire i fondi in premessa sulla base di tutto il personale delle Aree della Dirigenza,dipendente sia a tempo indeterminato che a tempo determinato, alla data del 31 ottobre 2020, comprendendo tutto il personale dipendente pubblico assegnato al SSR;
  2. prevedere una indennità COVID-19 aggiuntiva per i mesi di novembre e dicembre 2020 legato allaeffettiva presenza in servizio e in orario ordinario tenendo conto del fattore di rischio, con i seguenti criteri:

Prima Fascia – 600,00 € mese se raggiunto il pieno debito orario

– Unità operative COVID

– Terapie e sub intensive COVID

– Pronto soccorso e OBI

– Sisp e territorio COVID

– Trasporto in emergenza ARES 118

– Laboratori e radiodiagnostica rete COVID

Secondo Fascia – 300,00 € mese se raggiunto il pieno debito orario

– tutti gli altri reparti e servizi sanitari

Qualora non si fosse coperto il previsto debito orario ordinario in presenza, il riconoscimento economico sarà proporzionalmente ridotto.

I giorni di assenza per positività da contagio COVID-19  e/o per isolamento fiduciario, dovuti a link epidemiologici interni, saranno conteggiati come presenze ai fini dell’applicazione del presente accordo.

La Regione, entro febbraio 2021, procederà alla verifica degli importi effettivamente erogati dalle aziende in applicazione del presente accordo.

Se, come richiesto dalle regioni, ci sarà il rifinanziamento con provvedimento nazionale della premialità COVID nel 2021 per il periodo dell’emergenza COVID le parti valuteranno la prosecuzione del presente accordo.

Un accordo in linea con quanto la Cisl Medici Lazio aveva proposto già molti mesi fa e poi riproposto il 14 novembre durante l’incontro via web con la cabina di regia. Ora c’è l’accordo che dovrà essere recepito integralmente dalle Asl e dalle Aziende ospedaliere evitando ogni interpretazione diversa da quanto sottoscritto. La Cisl Medici vigilerà sin da ora sulla corretta applicazione e invita l’Assessore alla Sanità, che ha creduto nella bontà della proposta di accordo, a dettare indicazioni univoche alle Asl – conclude il comunicato di Luciano Cifaldi segretario generale della Cisl Medici Lazio

I bambini al tempo del lockdown: il libro di UNICEF che racconta i sogni dei bambini durante la pandemia

Disegni, poesie e racconti nel nuovo libro “ Bambini al tempo del lockdown ” nato da un ‘ idea del Comitato Provinciale UNICEF di Bologna con la partecipazione degli alunni delle scuole della provincia e l ‘ introduzione a firma del Cardinale Matteo Maria Zuppi.
In questo tempo segnato dalla Pandemia i bambini e le bambine sono stati i grandi assenti del dibattito nazionale, riservato agli esperti e rappresentanti del mondo scientifico. I bambini comunque hanno portato avanti i loro pensieri, emersi a casa e a scuola, grazie al lavoro dei docenti che anche a distanza, li hanno accompagnati nel percorso didattico ed educativo.
“LUnicef ha ricevuto dalle scuole amiche molte testimonianze prodotte dagli alunni e dalle alunne sulla vita al tempo del covid-19” – dichiara Raffaele Pignone Presidente del Comitato Provinciale Unicef Bologna . “Leggendo le poesie e guardando i disegni sono rimasto affascinato dalla loro bellezza, sorpreso dal loro pensiero semplice e intenso, ma anche divertente. Confido nella generosità di tutti, con l‘ acquisto di questo libro continueremo a proteggere i bambini” conclude Pignone.
Un libro che va letto dagli adulti per conoscere più da vicino emozioni e sensazioni dei più piccoli in un momento storico che ha cambiato profondamente le nostre abitudini e inciso sulle prospettive.
Il libro fa parte del progetto Scuola Amica dell‘ UNICEF ed è realizzato con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna , del Comune di Bologna e dell’ Ufficio Scolastico Regionale Emilia-Romagna , con il contributo del Gruppo HERA SpA .
« È un testo che raccoglie le testimonianze dei bambini e dei ragazzi, ma non è un libro “da bambini” e “da ragazzi”, perché fa emergere ciò che vi è di più vero e profondo dell‘ animo umano e che gli adulti, forse, rischiano di dimenticare. » – si legge nell’ introduzione a firma del Cardinale Zuppi .
Ulteriori contributi al libro sono di: Francesco Samengo , Presidente del Comitato Italiano per l’ UNICEF; Stefano Versari , Direttore Generale del Ministero dell’ Istruzione Ufficio Scolastico regionale per l’ Emilia-Romagna; Clede Maria Garavini , Garante regionale per l’ infanzia e l’ adolescenza; Marilena Pillati , Commissione cultura, scuola e formazione della Regione Emilia-Romagna; Susanna Zaccaria , Assessore all’ Educazione, Scuola, Pari Opportunità e Differenze di genere del Comune di Bologna; Rolando Dondarini , Alma Mater Studiorum Università di Bologna.
“ I bambini al tempo del lockdown ” ( volume illustrato a colori, pagine 128 ) è disponibile presso il Comitato Provinciale UNICEF (via Galliera 2/a, Bologna) e si può acquistare online direttamente dal sito della casa editrice Pendragon.

Covid: un nuovo farmaco potrebbe bloccare trasmissione in 24 ore

Un nuovo farmaco antivirale sembrerebbe in grado di bloccare la trasmissione del virus Sars-coV-2 in 24 ore. Ad alimentare nuove speranze nella lotta a Covid-19 è uno studio americano pubblicato su ‘Nature Microbiology’.

Si tratta della molecola molnupiravir (o Mk-4482/Eidd-2801) che, testata sugli animali dai ricercatori della Georgia State University guidati da Richard Plemper, ha mostrato buoni risultati non solo nella fase iniziale della Covid-19 ma anche contro altri virus a Rna.

Gli scienziati hanno condotto lo studio su alcuni furetti infettati con Sars-CoV-2 somministrando loro il farmaco orale due volte al giorno. “Abbiamo testato l’efficacia del molnupiravir a scopo terapeutico per attenuare l’infezione e bloccarne la trasmissione – spiega Robert Cox, co-autore dello studio – scegliendo questi animali perché trasmettono facilmente il virus ma hanno dei sintomi clinici minimi e ciò è molto simile a quanto accade nella propagazione del virus nell’uomo tra i giovani adulti”. I test hanno dimostrato che la molecola ha impedito un’evoluzione di Covid-19 verso una forma grave ed è stata in grado di bloccare la trasmissione del virus in 24 ore.

Un centro extraparlamentare? Solo se cambia tutto.

Lucio D’Ubaldo, come di consueto, ragiona politicamente. Almeno così si diceva un tempo, nel  novecento, quando si era abituati alla politica come una dimensione di riflessione, di  ragionamento, di approfondimento e di studio. Oltrechè di azione, come ovvio e scontato. Ma  l’azione seguiva la riflessione e non la anticipava. Nel contesto politico contemporaneo, purtroppo  ancora caratterizzato dal populismo – i 5 stelle al Governo ne sono una testimonianza quotidiana –  e dal trasformismo parlamentare, la riflessione politica è semplicemente bandita alla radice e  relegata ad una dimensione puramente testimoniale. E quindi del tutto marginale e periferica.  

Non stupisce, pertanto, che una recente riflessione di Lucio D’Ubaldo sul cosiddetto “centro  extraparlamentare” sia destinata a non incidere granché nelle attuali dinamiche politiche di potere.  Siano esse di maggioranza o di opposizione poco importa. Quello che, però, non può essere  sottovalutato è che, per entrare nel merito, una “politica di centro” oggi può attecchire  giustamente solo se decolla al di fuori del recinto parlamentare e della cinta daziaria dell’attuale  sistema dei partiti. O di ciò che resta di loro. Perché un fatto è indubbio. E cioè, cresce la  richiesta, e la domanda, di una vera “politica di centro” e di una “posizione di centro” nello  scenario pubblico italiano. Una domanda e una richiesta che vanno oltre alle suggestioni. E  questo non solo perché il populismo è meno forte di prima – anche se continua ancora a  caratterizzare, purtroppo, larghi settori della politica contemporanea tanto di maggioranza quanto  di opposizione – ma perché in un clima deliberatamente trasformistico, la radicalizzazione dello  scontro politico non è più tollerato. In altri termini, non è più credibile. Ecco perché cresce in  modo esponenziale, in larghi settori della pubblica opinione, una domanda di “centro”. Che non  va ancora confuso con un “partito di centro”, ma poco ci manca.  

Su questo versante D’Ubaldo non si è spinto oltre. Si è limitato ad intravederne le caratteristiche, i  lineamenti e il potenziale progetto politico. Appunto, si è fermato a registrare una domanda  “extraparlamentare”. Rispetto, cioè, alle attuali dinamiche politico e parlamentari. Ma l’esperienza  storica insegna che quando c’è una domanda, di norma, prima o poi arriva una risposta. Non solo  testimoniale e virtuale come è accaduto sino ad oggi, e anche recentemente, con bandierine  piantate quasi all’insaputa dei proponenti. Ma con un progetto serio, concreto e su cui è possibile  fare un investimento perchè richiesto da un settore specifico della società.  

Ma questo sarà possibile ad una sola condizione, ed è la mia riflessione conclusiva. E cioè solo se  l’attuale geografia politica italiana sarà profondamente rimescolata. Ovviamente tra le forze e nei  soggetti che respingono la deriva populista da un lato e la radicalizzazione dello scontro politico  dall’altro. All’interno di questo quadro il filone cattolico popolare e sociale potrà giocare, con altri,  un ruolo determinante per dar vita a questo soggetto politico riformista, democratico e  autenticamente competitivo. Il tempo della virtualità e dell’astrattezza, anche per quest’area  culturale, forse è giunto al capolinea. E la suggestione del “centro extraparlamentare” non va fatta  assolutamente cadere… 

Martedì d’avvento 2020: intervista a Renato Balduzzi

Articolo pubblicato sulle pagine del sito internet https://lavocealessandrina.it/ a firma di Andrea Antonuccio

Professor Balduzzi, che cosa succede ai nuovi Martedì d’Avvento?

«Succede che il primo Martedì, diversamente da quanto già annunciato, sarà… un giovedì! Questo perché lunedì 7 e martedì 8 dicembre ci saranno due ordinazione presbiterali (Santiago Ortiz e Domenico Dell’Omo, ndr), e noi ci spostiamo a giovedì 10. Ma solo per questa volta: il secondo Martedì rimarrà il 15 dicembre, come previsto. D’altronde, in un ciclo di incontri dedicati al “cambiamento”, anche un cambio di data ci sta (sorride). Ma il primo cambiamento è che gli incontri saranno in streaming, cioè su Internet (in fondo all’intervista troverete le modalità operative, ndr). E non in presenza all’Auditorium San Baudolino: adesso proprio non si può».

Parliamo del tema di questi Martedì: il cambiamento.

«È un po’ il “mantra” dall’inizio della pandemia. Credo che non si sia mai tanto parlato come in questo periodo di cambiamento di modello, di paradigma, di mentalità. Per la verità papa Francesco ci aveva da tempo esortato a renderci conto del vero e proprio cambiamento d’epoca intorno a noi. Questo lo hanno capito in molti, almeno a parole. Ma che cosa debba cambiare davvero, nel mondo e nella Chiesa, è il tema vero. E c’è una relazione tra i due cambiamenti: sarà difficile prendere sul serio il cambiamento d’epoca nel mondo se non vi sarà una corrispondente capacità di consapevolezza all’interno della Chiesa e nei singoli cristiani, che sono uno dei motori del cambiamento possibile».

Cominciamo allora dal primo incontro: giovedì 10 dicembre, alle ore 21, Ignazio Ingrao, giornalista Rai, interverrà su “Il cambiamento d’epoca e la Chiesa di papa Francesco”.

«Qualche volta siamo portati a pensare che lo “scossone” di papa Francesco finisca per farci perdere qualcosa della tradizione della Chiesa. Non riusciamo a comprendere che invece la vera tradizione cristiana è proprio il cambio di mentalità, la metànoia. Credo che Ignazio Ingrao, uno dei più attenti giovani osservatori della vita della Chiesa, possa essere la persona giusta per aiutarci a non avere timore del cambiamento».

Perché abbiamo così paura di cambiare?

«C’è una componente di comodità, o di interesse, nell’ambito di un proprio sistema di pensiero, anche cattolico. Ma forse c’è qualcosa di più profondo, e cioè l’idea che le nostre certezze consistano in un insieme di abitudini dottrinali, liturgiche e di comportamento. E, dunque, quando arriva qualcosa che modifica queste abitudini noi rischiamo di avvertire un’incertezza che mette a rischio le nostre convinzioni… ma questo non sembra corrispondere all’essenza del cristianesimo, che è la Croce: apparentemente un fallimento umano, che però dà la forza per avere speranza e per risorgere».

Qui l’articolo completo

Leopardi «personaggio»

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Francesca Romana de’Angelis

«È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva» La battuta pronunciata dal professor Keating nel celebre film L’attimo fuggente viene alla mente leggendo il più recente libro di Marco Dondero, Leopardi personaggio. Il poeta nei Canti e nella letteratura italiana contemporanea (Roma, Carocci editore, 2020, pagine 165, euro 18).

Docente di Letteratura italiana all’università di Macerata, studioso dalla grande familiarità con il poeta di Recanati, Dondero in questo volume ne propone una lettura da una prospettiva inusuale, quella di personaggio letterario.

In avvio di volume l’autore analizza alcuni frammenti degli otto canti, distribuiti in un ampio arco cronologico, dove Leopardi dà un ritratto di sé come letterato-poeta.

Si inizia da Il primo amore che risale al 1817, un canto costruito intorno a un sentimento di sorpresa, quando si accorge che la scoperta dell’amore coincide con l’allontanarsi da un altro amore, quello per la gloria, che gli era stato compagno fino a quel momento.

Passando attraverso i celebri canti pisano-recanatesi per giungere a quell’incanto poetico che è La ginestra, il ritratto si completa in versi chiamati a «marcare una progressiva separazione tra sé e i suoi contemporanei».

La seconda parte del volume è invece dedicata alla presenza di Leopardi come “personaggio di finzione” nella letteratura del Novecento e del Duemila. A una premessa di grande chiarezza Dondero affida la spiegazione dei criteri seguiti per selezionare i testi del vasto materiale a disposizione.

Nell’esclusione rientrano tutte le raffigurazioni dell’immagine leopardiana non letterarie, le “riscritture” moderne dei testi di Leopardi, il “leopardismo” a cui si ispira tanta produzione poetica otto-novecentesca, il “riuso” di testi e temi di origine leopardiana, le biografie romanzate dove Leopardi è comunque personaggio storico.

La scelta include nomi molto diversi tra i quali Giovanni Papini, Vitaliano Brancati, Primo Levi, Alberto Savinio, Umberto Saba, Achille Campanile, Antonio Tabucchi, Michele Mari, autori di romanzi, racconti, testi teatrali e storie per bambini dove Leopardi è presente come personaggio letterario.

Sommando inclusioni ed esclusioni grande appare la fortuna di Leopardi con una fioritura non solo nel nostro paese ma a «tutte le latitudini» e fino a quella che è una vera e propria consacrazione popolare, la sua presenza nel settimanale di fumetti Topolino. Una fortuna pari solo a quella di cui gode Dante. Da entrambi sprigiona un senso di universalità: Dante è l’autore di «un’opera magica» diceva Borges che rappresenta il mondo con il pensiero, Leopardi per la grandezza della sua poesia e l’infelicità della sua vita racconta il mondo con i sentimenti.

Del resto, è fenomeno consolidato il successo di libri che hanno per protagonisti figure storiche. Per chi legge spesso tornare indietro nel tempo è un modo di filtrare una difficile attualità, è trovare rifugio nel passato per allontanarsi da un presente che disorienta.

Per chi scrive, quando non è desiderio autentico di raccontare una figura amata, può rappresentare una scorciatoia: significa attrarre lettori attorno a un protagonista conosciuto, che ispira un senso di appartenenza. Catturata l’attenzione ci si può anche permettere di distrarsi, di sfumare l’intreccio e di ricostruire le vicende del passato in modo approssimativo.

Non a caso, e contrariamente a quanto si potrebbe pensare, spesso «l’invenzione — osserva Dondero — si pone esplicitamente in alternativa o in contraddizione con la realtà storica».

Queste pagine dedicate a Leopardi personaggio letterario colmano un vuoto e, percorrendo strade diverse dalle abituali, conducono comunque al cuore della sua esperienza umana e letteraria.

Con l’impegno dello studioso e insieme con la passione del lettore, Marco Dondero firma un libro che del saggio ha il rigore nella lettura dei testi analizzati e del racconto il fascino di una scrittura intensa ma assai scorrevole, capace di conquistare un pubblico ampio di lettori.

Commercio al dettaglio: Istat, “a ottobre le vendite complessive risultano maggiori del 2,9% rispetto a dodici mesi prima”

A ottobre 2020 si stima, per le vendite al dettaglio, un aumento rispetto a settembre dello 0,6% in valore e dello 0,2% in volume. In crescita le vendite dei beni alimentari, in valore e in volume (rispettivamente +0,8% e +0,6%); le vendite dei beni non alimentari mostrano un lieve aumento in valore (+0,3%) mentre sono stazionarie quelle in volume.

Nel trimestre agosto-ottobre 2020, le vendite al dettaglio registrano un aumento congiunturale del 7,6% in valore e del 9,0% in volume. Crescono le vendite dei beni alimentari (+1,1% in valore e +1,4% in volume) e, in modo decisamente più sostenuto, quelle dei beni non alimentari (+13,1% in valore e +15,3% in volume).

Su base tendenziale, a ottobre, le vendite aumentano del 2,9% in valore e del 2,5% in volume. In crescita sia le vendite dei beni alimentari (+5,2% in valore e +3,7% in volume) sia quelle dei beni non alimentari (+1,2% in valore e +1,5% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali molto eterogenee tra i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+26,0%) ed elettrodomestici, radio, tv e registratori (+18,6%). Le flessioni più marcate si evidenziano, invece, per calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-9,2%) e cartoleria, libri, giornali e riviste (-7,6%).

Rispetto a ottobre 2019, il valore delle vendite al dettaglio aumenta per la grande distribuzione (+5,2%) e diminuisce per le imprese operanti su piccole superfici (-2,1%). Le vendite al di fuori dei negozi calano del 9,2% mentre il commercio elettronico è in forte aumento (+54,6%).

Enit: l’Italia delinea i trend turistici futuri internazionali

Enit espone all’IBTM World Virtual, una tre giorni innovativa, in rappresentanza di 23 partecipanti e “gremisce” il mercato internazionale con “ventate visual d’Italia”. L’Agenzia Nazionale del Turismo esporta l’italianità prendendo parte al principale evento globale dell’industria Mice (Meetings, Incentives, Conferences and Exhibitions) che da oltre 30 anni ispira la comunità globale, le relazioni commerciali e fornisce l’aggiornamento e il confronto sui temi turistici internazionali.

Dall’8 al 10 dicembre 2020 Enit ha organizzato appuntamenti di networking, di confronto per promuovere l’Italia e incentivare l’incontro tra centinaia di aziende italiane con i buyers spagnoli e internazionali per una full immersion nel modo di vivere italiano in formato virtuale con 23 aziende assieme a 7 regioni: Alto Adige, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte, Puglia e Veneto. L’evento ha un’agenda online per ogni singolo operatore presente che potrà organizzare fino ad un massimo di 30 appuntamenti e punta a facilitare anche incontri individuali su misura tra fornitori e hosted buyer prequalificati. Prevista anche una sponsorship articolata e lunga un anno, fino a dicembre 2021 come headline partner con la Reed: azioni di comunicazione congiunte a tutto campo e cicli di webinar e un blog dedicato alla valorizzazione delle città d’arte, uno spotlight che coinvolge i capoluoghi nella produzione di contenuti bleisure, immaginando possibili itinerari futuri. Queste sono solo alcune delle innovate azioni di comunicazione Enit in sinergia con le città d’arte, una metodologia coinvolgente già collaudata da Enit con la fiera del lusso Iltm.

IBTM World diventato virtuale mantiene gli standard a cui ha abituato il settore, e continua a mettere in contatto con i decisori di alto livello di tutto il mondo. L’evento virtuale si svolgerà dalle ore 7 alle 22, per consentire l’accesso a fusi orari diversi in tutto il mondo. La percentuale di buyers presenti è così distribuita: 60% Europe, 17% North Americas, 13% Latin America, 8%, Asia e Pacifico, 2% ME. Le sessioni e i forum della conferenza dal vivo affronteranno alcune delle questioni urgenti dell’industria turistica come la tecnologia, la gestione delle crisi, la sostenibilità, le tendenze future e altro ancora. Nel 2019 ICCA (International Congress and Convention Association) conta un totale di 13.254 meeting internazionali nel mondo, con un aumento di 317 riunioni aggiuntive rispetto al numero registrato contemporaneamente nel 2018 (+2,4%).

L’Italia con 550 congressi ospitati resta al sesto (+5,4% sul 2018). Seguono Cina, Giappone, Paesi Bassi e Portogallo. Nel 2019, la spesa totale media per meeting è stata di quasi 11 miliardi di dollari, esclusi gli investimenti spin-off e lo sviluppo economico. In termini di entrate, la spesa complessiva dei viaggiatori dall’estero in Italia per motivi di lavoro di 5,8 miliardi di euro nel 2019, il 13,1% del totale, cresce del +5,0% rispetto al 2018. Nel dettaglio, i viaggi per congressi acquisiscono 874 milioni di euro (+7,2% sul 2018), il 15,1% sul totale speso dagli stranieri per motivi d’affari. La scienza medica (17%), la tecnologia (15%) e la scienza (13%) sono i tre temi di meeting internazionali internazionale più popolari e questo induce a soffermarsi sull’importanza delle nuove tecnologie e della modalità phygital, cioè l’uso delle tecnologie per creare un ponte tra mondo fisico e mondo virtuale.

“Siamo lieti di annunciare questa partnership strategica tra l’Italia e IBTM Events. Il mercato MICE è incredibilmente importante per la ripresa del turismo in Italia che è stato duramente colpito da COVID-19. Attendiamo con impazienza un evento produttivo questo mese e una partnership in corso fino al 2021.

In termini di entrate, la spesa complessiva dei viaggiatori dall’estero in Italia per motivi di lavoro è stata di 5,8 miliardi di euro nel 2019, in crescita del 5% rispetto al 2018. Scienze mediche (17%), tecnologia (15%) e scienze (13% ) sono i tre temi di incontro internazionali più apprezzati che ci portano a concentrarci sull’innovazione nel settore MICE per il 2021 ” commenta il Presidente Enit Giorgio Palmucci.

Michael Jones, Event Manager, IBTM Asia Pacific e IBTM Connect, dichiara: “La partnership con l’Ente Italiano per il Turismo, Enit, per l’intero ciclo di eventi del portfolio IBTM annuale consolida quello che è un eccellente rapporto di lavoro tra le due organizzazioni. Lavoriamo a stretto contatto con ENIT in tutto il nostro portafoglio e non vediamo l’ora di lavorare con loro per fornire alcuni contenuti accattivanti a valore aggiunto per aiutare gli organizzatori di eventi a pianificare di nuovo riunioni ed eventi in questa bellissima parte del mondo, quando è sicuro farlo “.

Quest’anno, le sessioni e i forum della conferenza dal vivo presso IBTM World Virtual affronteranno alcune delle questioni urgenti del settore dei viaggi come: ripresa dalla pandemia globale; tecnologia; gestione della crisi; sostenibilità; tendenze future; e altro ancora. Nonostante sia un evento virtuale, IBTM World Virtual manterrà gli standard esemplari a cui il settore si è abituato e continuerà a connettere i decisori di alto livello di tutto il mondo.

Covid, Censis: sì degli italiani alla linea dura

Il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni della mobilità personale.

Lo rileva il Censis, nel 54esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, nell’anno della pandemia di Covid-19.

Il 38,5%, prosegue il Censis, “è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, introducendo limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione, di organizzarsi, di iscriversi a sindacati e associazioni. La paura pervasiva dell’ignoto porta alla dicotomia ultimativa: ‘meglio sudditi che morti’. E porta a vite non sovrane, volontariamente sottomesse al buon Leviatano”. Ma non è tutto: il 77,1% degli italiani chiede anche pene severissime per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento. Cresce quindi “il livore della logica ‘o salute o forca’”.

A quanto emerge dal rapporto, “il 76,9% è fermamente convinto che chi ha sbagliato nell’emergenza, che siano politici, dirigenti della sanità o altri soggetti, deve pagare per gli errori commessi, che hanno provocato la diffusione del contagio negli ospedali e nelle case di riposo per gli anziani; il 56,6% vuole addirittura il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena e dell’isolamento, e così minacciano la salute degli altri; il 31,2% non vuole che vengano curati (o vuole che vengano curati solo dopo, in coda agli altri) coloro che, a causa dei loro comportamenti irresponsabili o irregolari, hanno provocato la propria malattia; e il 49,3% dei giovani vuole che gli anziani siano curati dopo di loro”.

Attività fisica e diabete

L’attività fisica è importante in quanto: a) contribuisce al calo di peso; b) fa consumare glucosio nei muscoli e, quindi, riduce la glicemia; c) aumenta la sensibilità insulinica, correggendo quindi una delle cause del diabete; d) aumenta il colesterolo HDL (“buono”) e riduce la pressione arteriosa, migliorando molti fattori di rischio delle complicanze croniche.

L’attività fisica deve essere regolare e adatta alle condizioni del paziente, tenendo conto di età, possibilità di spostamenti per raggiungere i luoghi dove viene svolta, disponibilità economiche, malattie concomitanti, eventuali complicanze del diabete.

Anche una semplice passeggiata quotidiana di 30-45 minuti, meglio se con passo un po’ spedito, si traduce in vantaggi notevoli dal punto di vista del diabete.

Per evitare di ingrassare o per perdere peso può essere utile conoscere quanta attività fisica è necessaria per “consumare” quello che viene assunto con l’alimentazione. Di seguito vengono fornite indicazioni di massima sui minuti di cammino, bicicletta o corsa necessari per consumare l’energia equivalente ad alcune porzioni di cibo di uso comune.

Un buona abitudine che ha portato la Società Italiana di Diabetologia (Sid) a mettere in evidenza queste raccomandazioni.

 

Raffaele Bonanni: “Energia nuova e rivoluzione digitale sono i due pilastri per riiniziare una fase di sviluppo e di prosperità”.

Prof. Bonanni, nella Sua biografia si legge che la sua carriera sindacale cominciò dal basso, dal lavoro come manovale in un cantiere edile, arrivando passo dopo passo ai vertici nazionali della CISL di cui fu Segretario Generale, succedendo a Savino Pezzotta.   Che cosa Le resta sotto il profilo delle competenze acquisite – compresa la laurea honoris causa in Economia – di questa lunga stagione di militanza sindacale “dentro” il mondo del lavoro? Oggi certe carriere politiche e sindacali sembrano più legate a fattori fortuiti, a circostanze empiriche: non è raro imbattersi in personaggi di entrambi i fronti che non hanno mai lavorato un solo giorno in vita loro.

La mia storia è molto simile alla esperienza di molte persone impegnate nel sociale e nel politico. Con tutte le difficoltà che potevano anche in quell’epoca avere le istituzioni, i partiti, le associazioni del lavoro, erano comunque in grado di essere buoni canali per rifornire la democrazia. Allora, al contrario di oggi, giovani che sentivano il bisogno di cose nuove, come capita anche alle generazioni odierne, avevano a disposizione molti strumenti per formarsi, per partecipare alla vita sociale e politica; insomma potevano contare su un sistema che consentiva loro di esprimersi, in qualche modo sostenuti dai partiti e dai sindacati che ritenevano naturale e necessaria una staffetta  di fatto tra anziani e giovani. In contesti come questi, anche giovani che provenivano da paesini sperduti nell’entroterra avevano possibilità di essere seguiti, formati, coinvolti nei sistemi partecipativi. Non è un caso che Pezzotta ed io, pur essendo lui Bergamasco ed io Abruzzese, provenivamo ambedue da piccolissimi borghi dell’entroterra e da ambienti operai. Voglio dire che oggi i giovani non hanno la possibilità di esprimersi e di essere incanalati in un processo concreto esperienziale che li responsabilizzi e che li fa essere a tutto tondo protagonisti della loro storia, perché i canali che fanno una democrazia viva, o sono occlusi o sono rotti.

Quanto è dunque importante, direi fondamentale che la nostra Costituzione esordisca affermando all’art.1 che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro e la sovranità appartiene al popolo. Questi due valori così espliciti sembrano essere stati messi in discussione – recentemente – dalle crisi economiche e dal decadimento della democrazia partecipata. Ci sono state involuzioni sotto il profilo etico, sociale, dei valori espressi come prevalenti. Che cosa vuol dire oggi “essere sindacato” ed “essere partito politico”? Oltre una sorta di collateralismo storico che funzionava quando le ideologie erano vive e pulsanti. Ma in un mondo di “opinioni” piuttosto che di ideali che cosa  distingue la politica dal sindacato, e viceversa?

 I padri costituenti contavano molto sul potere dei ceti popolari, per controbilanciare i poteri economici per dare un corpo solido alla Democrazia; ecco il loro sforzo nel partire dalla dalla identità del lavoro, che coinvolgeva grandissima parte degli italiani, quale garanzia necessaria alla vita della Repubblica. La loro volontà di dare strumenti costituzionali ai lavoratori attraverso sindacati  e partiti forti, manteneva si la collocazione ideale e politica nel mondo occidentale e capitalista, e tuttavia ricercando bilanciamenti di potere che non permettesse al potere economico di possedere anche quello politico. Vale la pena ricordare che i cattolici,  i socialisti, segnatamente, furono decisivi per far passare questa grande visione democratica. Secondo me, poi, la cosiddetta seconda repubblica e i loro fautori, ha fatto saltare ogni logica che appartenesse al pensiero costituzionale originario. Si è colpito subdolamente il sistema politico, e compiuto ciò, nei fatti si è messo all’angolo il Sindacato, privo di soggetti che lo riconosco al legame con le realtà del lavoro e dell’impresa. Insomma Sindacati e partiti non erano conniventi, ma facendo parte della stessa ‘costituency’ che diede vita alla Repubblica e che dunque erano il pilastro della Repubblica. Dunque soccombendo i partiti animati dallo spirito originario Costituzionale, si è tolto al Sindacato il suo spazio vitale. Va considerato che il Sindacato italiano storicamente non è stato corporativo come molti altri nel mondo: nei momenti decisivi per il paese, ha saputo sempre fare scelte difficili per sostenere gli interessi generali aldilà di una minoranza di estremisti di sinistra o populisti del sindacalismo cosiddetto autonomo. Ma c’è rimedio a tutto questo in questa epoca, mettendo in conto che il sistema politico o sarà ostile o indifferente, dunque è necessario cambiare: svecchiare la dirigenza che spesso non appartiene ne al tempo della epopea della costruzione del sindacato, ne alla cultura della modernità; ridiventare la coscienza critica nel paese al riparo dal populismo; ridefinire radicalmente il proprio sistema sussidiario e di servizi come enti bilaterali, patronato e servizi in generale, candidandosi con gli imprenditori ad allestirne altri come il collocamento al lavoro; modificare la contrattazione in senso produttivistico per salari più alti, un grande piano formativo per i lavoratori e quadri sindacali, come accadde nel dopoguerra. Il Sindacato, insomma, deve irrobustire struttura e quadri per garantirsi una nuova stagione di protagonismo procedendo verso la piena autosufficienza ed autonomia.

Ricordo un interessante editoriale di Antonio Polito sul Corriere della Sera dove il noto giornalista, descrivendo alcuni tratti negativi del nostro consesso sociale e istituzionale, ne evidenziava tre, esponenziali ed eloquenti: la corruzione dilagante, la politica declinante e la giustizia debordante. Sono definizioni connotative di un quadro in via di deterioramento e ciascuna esprime una deriva che finisce per tratteggiare uno sfaldamento, se non una decomposizione del sistema. La storia del sindacato in Italia – accompagnando l’evoluzione del Paese – fino a che punto è rimasta estranea – nel fare o nel non fare – a queste dinamiche? 

Antonio Polito che è un osservatore acuto dei fenomeni sociali, sa che quando nella Comunità si perde il senso della corresponsabilità a causa della rimozione dei processi sociali sostenuti dalla partecipazione, ci sono gravi conseguenze. La corresponsabilità attraverso la partecipazione è l’unico antidoto alla perdita di senso della Democrazia. Si perdono questi requisiti e la società sbanda. Lo sbandamento però sovverte il sistema: si passa dalla democrazia alla ‘ademocrazia’, che significa che una comunità conserva le regole formali di essa, ma la pratica è un’altra cosa. In queste circostanze, come succede in Italia, il potere si sposta in capo a soggetti non responsabili democraticamente, e costoro che di solito dispongono dei 2 poteri: quelli economici assommati a quelli politici, fanno in modo che in politica ci siano sempre più persone meno competenti, più anonimi, più manovrabili. Il sindacato essendo di questo mondo, viene influenzato da questo mondo. A meno che da un nuovo senso alla sua esistenza al suo ruolo in contesti simili.

I rapporti dell’Istat evidenziano gli aspetti demografici dei mutamenti in atto, la crescita zero e le culle vuote, l’invecchiamento della popolazione,  la sostenibilità e i conflitti generazionali, una società improduttiva che vive di rendite acquisite, come ben descritto anche nel libro del sociologo Luca Ricolfi che parla di ‘società signorile di massa’. Le analisi del Censis si soffermano piuttosto sulle trasformazioni anche emotive della società italiana, ripiegata su se stessa e  incapace di ripartire, con l’ascensore sociale fermo al piano terra, oltre che involuta nei sentimenti tra cui prevalgono individualismo, egoismo, delazione, invidia, indifferenza, rancore, persino cattiveria. Poiché il Sindacato – per sua natura – non può collocarsi fuori da questi processi, come mero osservatore esterno di un certo declino, quali valuta debbano essere le iniziative che lo stesso Sindacato dovrebbe assumere per recuperare una sua specifica funzione che generi credibilità per  essere garante della giustizia sociale, forse il primo obiettivo che istituzionalmente gli compete?

L’analisi di Luca Ricolfi, lungi da criticare il desiderio degli italiani dall’ ottenere livelli alti di qualità della vita, sostiene giustamente che questa aspirazione deve essere almeno pari alla capacità della società Italiana di esprimere qualità ed eccellenza, nelle produzioni di beni e servizi, nella efficienza dei fattori necessari allo sviluppo, nella civiltà dei rapporti fra persone e nella custodia dei beni pubblici tramandati dai nostri antenati, nelle manutenzioni delle infrastrutture e delle nostre città, nella qualità del personale politico in generale, e così andando avanti. L’ascensore sociale va in azione quando si è in movimento. Illuminante è la esperienza del ‘boom economico’; per circa tre decenni ha influenzato un clima spinto ad essere proteso in avanti. Appena ci si ferma per le ragioni su descritte, si ferma l’ascensore sociale ed in conseguenza percependo paura, ci si rinchiude nell’individualismo che è la madre di tutte quelle espressioni negative che sottolineavi. Per questa ragione il Sindacato deve spingersi verso la ricerca della produttività per sfidare le imprese sul salario e sui livelli di partecipazione dei lavoratori alle scelte dell’impresa, come peraltro previsto dall’articolo 46 della Costituzione: unico articolo mai applicato. È il senso che si da alle azioni delle persone che danno la direzione collettiva in una nazione. Questo modo di vedere riguarda ancor più la vicenda demografica italiana, che ci pone nel mondo nella classifica dei popoli meno prolifici e più invecchiati. Oltre alle difficoltà che le giovani coppie incontrato per il costo della vita, per pochi aiuti ai nascituri, ai pochi servizi e strutture per l’infanzia, c’è anche come un macigno l’idea che si ha della propria vita. 

La consapevolezza del valore che supera ogni altro valore: tramandare la vita attraverso la procreazione dando continuità alla vita, ma anche realizzando la vocazione genitoriale, trasferendo l’amore e i propri valori e conoscenze alla persona a cui hai dato la vita, sono esperienze che fanno la persona completa. In una società dove non si da valore a questi pilastri dell’esistenza umana, tutto va in degrado. Insisto nello stesso concetto: la persona perde il senso della propria esistenza. Infatti la vita e il lavoro come conseguenza di progressiva liberazione nella propria esistenza, sono sotto attacco dalle correnti sub-culturali ventilate dai poteri forti mondiali. Ma senza custodire il principio fondante della prosecuzione del creato, che poggia sulla continuità della vita, ed attraverso questa, con il genio delle persone che si esprimono con il lavoro per la manutenzione del creato, ci si abbandona inevitabilmente all’auto distruzione. 

La politica viene accusata oggi di non avere una “visione lungimirante”, di procedere a spanne, senza la capacità di proporre modelli sociali di riferimento, come invece accadde nel secondo dopoguerra e in particolare negli anni del boom economico. Possiamo dire che questa tendenza ha investito anche il Sindacato? Una volta capace di riempire le piazze e di imporre una logica di concertazione, oggi a volte bypassato da un decisionismo che non lascia spazio all’interlocuzione, quasi convitato di pietra e soccombente rispetto alla politica bipolare preponderante e chiusa al confronto? Ove questo fosse vero non si correrebbe il rischio di confinare il Sindacato ad una visione settoriale e riduttiva : pubblico vs. privato, categoria per categoria, senza una prospettiva di insieme? Gli eventi delle chiusure/aperture nel periodo pandemico di imprese, esercizi, partite Iva, la soluzione dello smart working , le scuole, la sanità: tutto viene vissuto come un vulnus settoriale , dove i bonus cercano di saturare esigenze del tutto particolari , senza porre al centro la tenuta del Paese e la crescita del lavoro. E’ una valutazione errata, una mera impressione? Sempre partendo dall’osservatorio sindacale che dovrebbe essere estraneo alle beghe di palazzo e alle lotte per la primazia politica, come valuta il contenzioso Stato-Regioni che si è palesato in questo lungo anno di decisioni contrastate, di contraddizioni, di ritardi, di veti e divieti incrociati, di conflitti tendenti a polarizzare Stato e Regioni come luoghi di esercizio del potere piuttosto che artefici di erogazione di servizi? Ci sono state anche diatribe aspre, che sono andate oltre lo spirito Costituzionale dove il decentramento autarchico e l’autonomia non devono confliggere con l’unità nazionale o metterla in discussione con orientamenti divergenti. Non Le sembra che la lunga sfilza di DPCM, le rivendicazioni dei cd. “Governatori , i problemi contingenti dei Sindaci, ma anche gli stessi orientamenti del mondo della scienza abbiano favorito l’immagine di un frazionamento, di una divisione a volte non facilmente ricomponibile, quasi pregiudizialmente conflittuale?

Nel cinquantennio dalla costituzione degli enti  Regione, sono stati frequentissime le situazioni dialettiche tra i rappresentanti dei poteri statali con quelli delle regioni, e tuttavia già dopo gli anni novanta ha assunto connotati patologici dopo il varo del titolo V inserito in fretta e furia nel 2001 nella costituzione con una riforma ottenuta sull’onda della provocazione leghista che andava ben oltre l’acquisizione del principio sussidiario dell’esercizio dei poteri e del tentativo della sinistra di cavalcare quell’onda a proprio vantaggio. Insomma, la riforma si è attuata nell’Idea che ogni regione fosse un vero e proprio Stato; le stesse leggi elettorali per eleggere i Presidenti delle regioni direttamente hanno oltremodo affermato l’idea che fossero ‘governatori’ con pieni poteri.

Si pensi ad esempio ad alcune attribuzioni di potestà primaria come per i trasporti in capo alle regioni, per meglio comprendere l’equivoco che ci ha anche ridicolizzati nel mondo intero. In USA, Brasile, Canada, Australia, per parlare solo di paesi federali (e noi non lo siamo) che hanno una estensione media di territorio una quindicina di volte in più, le decisioni sui trasporti sono attribuite al potere centrale, per la ragione semplicissima che sui trasporti più è larga la visione e più si è efficaci. Questa vicenda,  e molte altre, come lo spettacolo di questi mesi sulla pandemia, dimostrano la grave patologia che è cresciuta progressivamente nel paese nell’ultimo quarto di secolo, che sta consumando come una candela le nostre istituzioni, e conseguentemente l’economia e la coesione sociale. Penso che a distanza di 50 anni del loro varo, si può affermare con certezza che il governo degli affari pubblici sia sensibilmente peggiorato, ed il costo di inefficienza e tasse pesano sui cittadini. Se ci fosse una classe dirigente autorevole, dovrebbe aprire una forte riflessione per progettare un grande cambiamento.

Il sistema sanitario- nonostante l’abnegazione dei suoi operatori, medici, infermieri, tecnici di laboratorio, ricercatori ecc.- è stato messo in difficoltà da carenze strutturali e di dotazioni organiche e di risorse strumentali che risalgono agli anni in cui la Sanità era stata decurtata da tagli di spesa e mancati investimenti. E’ vero che il nostro SSN è uno dei migliori al mondo ma perché questa pregiudiziale ostilità verso il MES offertoci dall’Europa che darebbe letteralmente ossigeno al mondo della sanità pubblica e ci aiuterebbe a colmare ‘gap’ contestualizzati nel funzionamento del sistema?

Il sistema sanitario italiano come idea di garanzia per tutti i cittadini è senz’altro tra i migliori del mondo, dispone di eccellenze e di professionisti qualificati, godendo di background di un paese che storicamente ha avuto una medicina non inferiore agli altri paesi sviluppati e di specialisti con notevoli conoscenze e tuttavia pur avendo dotazioni finanziarie cospicue nonostante i tagli dell’ultimo quindicennio, non sono utilizzate nella maggior parte dei casi come si dovrebbe. Il Covid ha messo a nudo tutte le nostre debolezze dovute a ritardi gravi di organizzazione, e a un sistema di cui è sempre difficile capire chi ne risponde, a partire dalla spesa. La medicina di territorio e di prevenzione ed ospedali specializzati d’eccellenza, in molti casi, sono ancora una meta lontana da raggiungere. Anche nelle situazioni più semplici ci si perde in un bicchier d’acqua. Prendiamo ad esempio i vaccini antinfluenzali! In costanza di pandemia, occorreva averne subito a disposizione per non far convergere le persone infettate con quelle influenzate per evitare il caos. Eppure in molti territori si sta ancora aspettando le dosi, pur essendo arrivato l’inverno. Poi la direzione politica, prevalentemente delle regioni, abbiamo già visto a sufficienza: molto capaci a scaricare il barile su altri. Ma anche altri aspetti che possono sembrare insignificanti, come la scarsità di personale medico nel territorio ed negli ospedali. Per questa ragione hanno richiamato in servizio medicina anziani andati in pensione (disponibilità esemplari, eroiche). Ma a nessuno è venuto in mente di rivedere la regola italiana, unica in Europa e nel mondo, di corsi universitari a numero chiuso. Le norme europee lo vietano, paghiamo anche multe, ma si continua come nulla fosse anche in costanza della spaventosa esperienza endemica che ha mostrato l’esigenza di molti più medici di quelli che riusciamo a formare. Penso insomma che il sistema della sanità italiana dovrà essere rivoltato come un calzino.

Anche la scuola ha vissuto lo scorso anno con forti criticità, in primis la sospensione delle lezioni, faticosamente riprese a settembre e poi convertite per le superiori nella DAD. E anche questo pubblico servizio lamenta carenze strutturali gravi: dotazioni di personale, nuove tecnologie da conciliare con la didattica tradizionale, edifici e aule fatiscenti o non a norma. Eppure io sostengo che i vaccini per le pandemie del domani saranno prodotte dagli studenti di adesso. Che il fiume carsico della vita futura scorre nelle aule di oggi. Quali sono le strategie del Sindacato, o quelle che non ha e invece dovrebbe avere, oltre le mere difese d’ufficio di logiche corporative o il ridurre tutti i problemi del sistema scolastico al precariato? La ricerca della qualità nella formazione e del suo controllo di efficienza-efficacia quale peso ha nelle logiche del Sindacato? E’ un tema che può essere affrontato con serietà e senza demagogia? Diritto allo studio per tutti, ma anche incentivi ai capaci e meritevoli, è d’accordo?

La scuola e la sanità per tutti fu nel dopoguerra la forza del nuovo cammino repubblicano; fu la cartina di tornasole dell’avvento della Democrazia. Ora, se non si cambia, possono diventare la cifra del suo fallimento. La scuola italiana che è giunta ai giorni d’oggi ha bisogno di rifondarsi coniugandosi con la vocazione produttiva e di ricerca di sviluppo del paese. Da decenni ormai progressivamente si è scollata dalle sue migliori tradizioni e dalla modernità. Studiando il sistema attuale tedesco, sono rimasto colpito dalla grande somiglianza con quello italiano, almeno fino agli anni sessanta: due strade, una umanistica, l’altra tecnica e professionale, che ha dato ottimi risultati. Fino agli anni 70 quando una azienda assumeva un giovane appena diplomato, già il primo giorno di lavoro riusciva normalmente a lavorare: passava dalle attrezzature utilizzate a scuola a quelle della azienda, passava dalla partita doppia del corso di ragioneria a scuola a quella in ufficio gestendo il libro mastro. Voglio dire che più la scuola ha perso l’ancoraggio con la realtà e più problemi abbiamo avuto con la competitività. Si continuano a fare concorsi, ma siamo sicuri che si selezionino le professionalità che ci servono? Il MIUR già prima della pandemia possedeva una piattaforma grandissima e costosissima, ma in questa primavera le lezioni on line non si sono fatte. Potevano persino farsi con programmi semplici e non costosi come zoom e altri sistemi similari, ma non abbiamo visto tanta efficienza. Si è vero che il Sindacato in qualche caso non è stato d’aiuto, ma almeno ha l’alibi di essersi confrontato da almeno trent’anni con molti ministri e governi che più che curare la scuola la strumentalizzavano nella confusione.

Infine il tema dell’ambiente che spesso finisce per confliggere con l’avanzamento del progresso e l’espansione del lavoro. Si pone un problema di compatibilità tra tutela della natura e sviluppo della produzione, dell’export, dei flussi commerciali. Si tenta una sintesi attraverso la teoria della riconversione verso un’economia 4.0, la cd. green economy o ‘ripartenza verde’. Salvare industria, tecnologia e ambiente. Quali prospettive attribuisce a questa ipotesi, specie per il nostro Paese, le piccole e grandi imprese? In gioco, lo scrive l’ONU, c’è il rischio di una graduale alterazione o estinzione della vita sul pianeta. Il mondo sindacale è presente con idee e progetti?

Il sindacato ha fatto molte buone battaglie al fine di contemperare la salvaguardia delle produzioni con la salute e la custodia dell’ambiente, ma non dobbiamo sottovalutare i grandi interessi che hanno condizionato il mondo e dunque anche l’Italia. Ad esempio il potere dei petrolieri è stato ed è davvero grande. Questo potere talvolta è sembrato essere impegnato, pur di mantenere lo status quo, anche a fare o a far fare capriole pericolosissime. Ricordiamo per esempio la grande avversione al nucleare ed il reclutamento di improbabili amanti della sicurezza, agitati come non lo si era in nessuna altra parte del mondo. Per fortuna ora siamo arrivati in una stagione importante con l’Europa che ha una linea molto chiara e lungimirante per l’energia. Come si sa il fiume di denaro che ci permetterà di utilizzare in modo decisivo riguarda proprio riconvertire tutto il sistema di approvvigionamento energetico dal fossile alle rinnovabili: dal fotovoltaico, eolico, geotermico, dal contenimento di energia attraverso il miglioramento della non dispersione termica nelle abitazioni. Abbiamo dunque una grande opportunità. Infatti energia nuova e rivoluzione digitale sono i due pilastri per riiniziare una fase di sviluppo e di prosperità. Su questi temi mi sono impegnato nelle mie ultime tre pubblicazioni: rappresentano per me possibilità di portata epocale. Ma è l’istruzione e formazione che ci permetterà la pacifica rivoluzione italiana che va combattuta con tutte le forze di ogni persona volenterosa che vuole dare qualcosa al futuro degli italiani.

La Cina conquista la luna e propone una collaborazione al mondo intero

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Un veicolo spaziale è atterrato sulla Luna. Si tratta di un lander robotizzato inviato nel contesto della missione spaziale cinese “Chang’e 5”.
La dea cinese della Luna si chiama, appunto, “Chang’e”.
Si tratta di un evento storico per la Cina. L’ultimo veicolo spaziale inviato sulla Luna, che aveva portato indietro rocce lunari, era di nazionalità russa e risale al 1976. Prima di quella data solo gli americani erano atterrati più volte sul suolo lunare.
La missione spaziale cinese ha avuto inizio nella base di Wenchang, nell’isola di Hainan, il 23 novembre scorso, quando il razzo “Lunga Marcia 5” ha portato in orbita la navicella con il lander “Chang’e 5”.
L’allunaggio è avvenuto nel pomeriggio del 2 dicembre. Il lander ha dispiegato i pannelli solari e le antenne ed ha avviato la sua missione.
Il suo compito è quello di scavare fino alla profondità di due metri per prelevare almeno due chilogrammi di suolo lunare.
Una volta ultimata la sua missione, il “Chang’e 5” lascerà il suolo lunare per riagganciarsi al modulo orbitale: il rientro sulla Terra è previsto entro il 17 dicembre.
Obiettivo del programma è quello di studiare frammenti di roccia che hanno 1,2 miliardi di anni e che possono fornire informazioni sull’evoluzione geologica della Luna e sulle attività solari.
L’analisi dei campioni lunari potrebbe offrire indicazioni su come ricavare acqua e ossigeno dal suolo lunare per alimentare una futura stazione spaziale. Gli scienziati cinesi sperano anche di trovare materiale utile per alimentare reattori a fusione nucleare.
I rappresentanti dell’Agenzia spaziale europea (ESA), dell’Agenzia spaziale russa (Roscomos) e di quella statunitense (NASA) si sono prontamente congratulati con l’Agenzia spaziale cinese (CNSA) per il successo della missione.
Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha ringraziato per le congratulazioni ed ha affermato che «questa missione rappresenta un momento storico per la Cina nell’esplorazione dello spazio e un’occasione per il mondo al fine di approfondire la cooperazione sui risultati delle missioni spaziali».
«La Cina – ha sottolineato Hua Chunying – si è impegnata in una cooperazione pacifica con il mondo sull’esplorazione dello spazio. Tenendo la mente aperta, condivideremo i nostri risultati con gli altri Paesi».
Queste dichiarazioni sono importanti perché confermano l’impegno della Cina di allargare e sviluppare la cooperazione economica, commerciale, civile, religiosa, culturale e sociale con il resto del mondo.
È vero che l’ultima amministrazione USA ha cercato di promuovere una nuova guerra fredda per isolare la Cina, ma è anche vero che, da gennaio, gli Stati Uniti saranno guidati da un nuovo presidente e che l’Europa, il Vaticano e gran parte dei Paesi asiatici, hanno fatto passi avanti per stabilire con la Cina accordi di collaborazione pacifica.
Il Governo cinese sta cercando di evitare il conflitto ideologico e commerciale proponendo una cooperazione sul piano tecnologico ed economico. Può esservi competizione a livello scientifico, ma finalizzata alla cooperazione e non al conflitto.
In questo contesto, si registrano sviluppi interessanti nelle relazioni tra l’Europa e la Cina.
Nonostante la pandemia da coronavirus e le conseguenti difficoltà economiche, le relazioni commerciali della Cina con la Germania e con l’Unione Europea sono cresciute considerevolmente.
Nel secondo trimestre del 2020 la Cina è diventata, per la prima volta, il più grande mercato di esportazione della Germania, avendo importato merci tedesche per un valore di quasi 23 miliardi di euro.
Nei primi sette mesi di quest’anno 245 aziende tedesche (tra cui la casa automobilistica BMW e il gigante chimico BASF) sono entrate nel mercato cinese effettuando investimenti crescenti.
Il “Berlin Pulse”, una pubblicazione di politica estera della Fondazione Körber, ha svolto un sondaggio dal quale è risultato che l’82% degli intervistati sarebbe favorevole a mantenere una posizione neutrale della Germania nel caso di una guerra fredda tra gli Stati Uniti e la Cina.
Inoltre, per la prima volta, la Cina è diventata anche il principale partner commerciale dell’Unione Europea. Nonostante i problemi provocati dal coronavirus, gli scambi commerciali sono cresciuti del 2,6% ed hanno raggiunto la cifra di 328,7 miliardi di euro.
Ancora più rilevante l’accordo “Regional Comprehensive Economic Partnership” (Rcep) che la Cina ha concluso con 15 Paesi dell’Area del Pacifico: Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam.
L’accordo ha come punto forte l’abbattimento dei dazi doganali che potrebbero ridursi del 92% e, in alcuni casi, potrebbero essere eliminati del tutto.
Si tratta di un’alleanza commerciale del valore di 26.200 miliardi che riguarda una popolazione di 2,2 miliardi di persone, cioè quasi un terzo della popolazione mondiale.

Canzoni scritte domani

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Giampaolo Mattei

«Con De André si prega. Anche molto bene». Così bene che il gesuita Jean-Paul Hernández ha messo su, qualche anno fa, in quel crocevia artistico che è piazza Santo Stefano a Bologna attraverso la Rete Loyola, una serie di concerti e di dialoghi per “vivere” De André. Con questa “avvertenza & modalità d’uso”: «Non si tratta di “battezzare” De André. Sarebbe un’invasione disonesta nel segreto della sua coscienza. Ma si tratta di chiedere a un artista come De André di aiutare noi credenti ad approfondire il mistero di Gesù e i paradossi della nostra fede. Si tratta di chiedere aiuto a credere a chi, forse, è non credente».

Perché «con De André si prega molto bene» ma ci si guarda anche dentro — con tanta solidarietà per noi stessi e per agli altri — e soprattutto le sue canzoni non hanno tempo: La Buona Novella compie esattamente cinquant’anni ma sembra scritta… domani.

Tra le immeritate opportunità di conversione che i miei quasi 35 anni di servizio a «L’Osservatore Romano» mi hanno offerto c’è proprio l’incontro con De André. Lo ricordo in una nuvola di fumo (accendeva e spengeva sigarette di continuo, senza quasi fumarle) suggerire: «Nessuno mi toglie dalla testa che Cristo avrebbe salvato tutti e due i ladroni che stavano sulla croce accanto a lui, sì, anche quello cattivo Ma forse il suo ufficio stampa, gli evangelisti, non hanno voluto, Ecco così ribadita l’attualità della mia vecchia canzone Il Testamento di Tito». Mi congedai da lui sorpreso per la sua attenzione alla persona di Gesù (chiaro che se ne era innamorato e ci aveva studiato tanto su). Portando con me non un autografo (mi vergognai a chiederlo) ma la convinzione, per dirla con la sua poesia, che “dal disagio può nascere qualcosa di bello” e con la voglia di “sfiorare quella Mano che accende le stelle”. Uno stato d’animo che ho rivissuto anche con Francesco Guccini e il suo modo umile di spiegarmi una sua canzone “battezzata” con un verso del profeta Isaia.

Padre Hernández ha raccolto i pensieri su questa mistica “atea”, condivisi tra gli universitari, in piazza a Bologna, partendo dalla considerazione che dalla sua prima canzone su Gesù (Si chiamava Gesù), nel 1967 (stesso anno di Via del Campo e Bocca di Rosa), De André pone in opposizione l’umanità e la divinità di Gesù: «Non intendo invocare la grazia e il perdono di chi penso non fu altri che un uomo». E se denuncia una salvezza apparentemente inesistente — “[Penso] non sia servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto” — davanti alla croce, nella stessa canzone, ascoltiamo: «Ma inumano è pur sempre l’amore di chi rantola senza rancore perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce». C’è dunque per De André qualcosa di “inumano” nel come è morto Gesù. La croce è per lui l’unica porta di accesso a ciò che altrove chiama Dio. Insomma, l’infinita gratuità, la libertà assoluta, questo si può chiamare “Dio”. Ma come far coincidere questo con l’intera vita di un uomo? Padre Hernández fa notare che De André inizia, in quegli anni, a “rivisitare Gesù” a partire dai Vangeli apocrifi e decide di usarli per cantare la bellezza dell’umanità di Gesù nell’album La Buona Novella. Farlo nel vortice del Sessantotto è rivoluzionario a due titoli. Anzitutto perché raccontare la poesia di Maria e di un bambino in piena rivoluzione sessantottina è al quanto controcorrente e suscita subito risate e disprezzo (come ricordò egli stesso). Secondo, perché De André si pone come colui che vuole raccontare alla Chiesa la bellezza dell’uomo Gesù. A una Chiesa che sottolinea il vero Dio, De André oppone il vero uomo. Fa da profeta laico e così aiuta il credente a sentire profondamente quanto sia “impossibile” la fede. Proprio per quello è fede. Credere è credere nell’impossibile. L’impossibile di nome Gesù. Rivivendo la Passione attraverso La Buona Novella, davanti alla croce il cuore di De André va a tutti i crocifissi della storia. Alle morti innocenti. Anzi, davanti alla croce si radicalizza l’impossibilità di mettere insieme Dio e uomo. Per De André l’uomo della croce è interessante a patto che rimanga solo uomo. Altrimenti è una “falsa sofferenza” perché sa già della risurrezione.

Per De André gli straccioni e i poveri sono l’unica vera “croce”. Con questa provocazione radicale De André pone la domanda sulle “false immagini di Dio”. Più tardi nella canzone Creuza de Mâ canterà: «E a munta l’ase gh’è restou Diu / u Diàu l’è in çe e u s’è gh’è faetu u niu» (“E a montare l’asino c’è rimasto Dio / il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido”). Mostrando la piena umanità di un Cristo che soffre solo se uomo fino in fondo, De André riconosce la vera divinità. Questo capovolgimento è molto vicino allo stile stesso dei Vangeli (canonici, questa volta) rileva padre Hernández.

E non a caso per secoli il cristianesimo ha evitato di rappresentare la croce. Un Dio morto in croce non è un Dio “come dio comanda”. La massima sofferenza umana coincide con la fine di ogni dio. Si potrebbe dire che De André è a-teo nello stesso senso in cui anche i primi cristiani erano accusati di ateismo proprio perché rifiutavano tutte le immagini “divine” di Dio.

Padre Hernández ha altri due punti da scavare, in modo più personale. De André presenta un Gesù puramente umano, anzi sembra quasi che Gesù mostri quanto un semplice uomo sa essere superiore a Dio: «Con un gesto puramente fraterno, una nuova indulgenza insegnò al Padre eterno». Vale a dire: Dio dovrebbe imparare dall’uomo a essere Dio. E qui esce fuori ancor più l’animo del gesuita, rammentando che la spiritualità ignaziana insegna a dare un nome ai sentimenti e a leggere nei movimenti dell’interiorità umana il misterioso linguaggio di Dio. Ma ci aiuta prima di tutto la comunità cristiana: è solo in un contesto di profonda condivisione che s’impara a essere uomo, come Dio ha imparato.

Infine, suggerisce ancora padre Hernández, De André è sempre fine, profondissimo sulla persona di Gesù. C’è invece un attacco frontale a ciò che nella religione è “la legge”. Il Testamento di Tito è la dichiarazione di guerra alla religione come morale: «Io nel vedere quest’uomo che muore,… madre, ho imparato l’amore». È una parafrasi del finale della Passione di Marco, in cui il centurione pagano vedendo Gesù morire dice “quest’uomo veramente era figlio di Dio”. Ogni strofa del Testamento di Tito potrebbe essere preceduta dalle parole «anch’io che… [ho rubato, ucciso, bestemmiato,…]» e potrebbe concludersi con «… ho scoperto l’amore». E forse qua De André ci sta provocando nel modo più profetico. La fede non sono “i sani principi”. Non si tratta di doveri o di “fare i bravi” o “essere coerenti”. Se la fede è ridotta a una morale abbiamo distrutto la fede. Si tratta invece “solo” di dare la vita. Perciò questo, conclude padre Hernández, è un canto vocazionale per eccellenza. Davanti a colui che ha dato la vita per te, tu impari a dare tutto: la vita.

Nuove norme UE: la digitalizzazione aiuterà l’accesso alla giustizia

Il Parlamento europeo ha adottato due proposte, che hanno lo scopo di rimodernare il sistema giudiziario nell’UE. Queste aiuteranno a ridurre i ritardi e ad avere maggiore certezza giuridica e un accesso alla giustizia più economico e più semplice per gli utenti.

Le nuove norme svilupperanno diverse soluzioni digitali sull’assunzione delle prove e per la comunicazione degli atti oltreconfine, grazie a una cooperazione più efficiente tra i tribunali nazionali dei diversi stati membri dell’UE.

Il sostegno alle tecnologie di comunicazione a distanza agevolerà infatti un’assunzione più veloce delle prove con un costo minore. In caso di un processo oltreconfine, per esempio, non sarà più necessaria la presenza fisica dei testimoni, che potranno essere ascoltati in videoconferenza.

Verrà creato un sistema informatico decentralizzato per riunire i diversi sistemi nazionali: i documenti e gli atti potranno quindi essere scambiati elettronicamente in modo immediato e più sicuro. Le nuove norme includono anche delle disposizioni supplementari per proteggere i dati personali e la privacy degli utenti durante la trasmissione della documentazione richiesta e durante l’assunzione delle prove.

Semplificando le procedure e offrendo maggiore certezza giuridica a cittadini e imprese, le nuove norme stimoleranno i singoli e le aziende a impegnarsi in transazioni oltreconfine e di conseguenza contribuiranno a rafforzare non solo la democrazia ma anche il mercato unico.

Povertà educativa: 15 milioni di euro con l’avviso “Educare in comune”

ll Dipartimento per le Politiche della Famiglia ha pubblicato oggi l’Avviso “EDUCARE IN COMUNE”. Quindici milioni di euro per promuovere l’attuazione di interventi progettuali, anche sperimentali, per il contrasto della povertà educativa e il sostegno delle opportunità culturali, formative ed educative dei minori.

“L’Avviso – spiega la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti – nasce con l’obiettivo di contrastare la povertà educativa e l’esclusione sociale dei bambini e dei ragazzi del nostro Paese, in un momento in cui l’emergenza sanitaria da COVID-19 ha acuito le disuguaglianze e messo a nudo le fragilità e i divari socioeconomici preesistenti. Sostenere e accompagnare la crescita delle nuove generazioni, ancor di più in questo tempo inedito, è e deve essere obiettivo condiviso: si tratta di promuovere modelli e servizi di welfare di comunità, consolidando le esperienze già presenti nei nostri territori e sostenendo il lavoro dei comuni italiani. Lavorare in sinergia e in rete è l’arma che abbiamo per contrastare un fenomeno di isolamento e di esclusione sociale che la pandemia rischia di aggravare”.

I comuni, in qualità di unici beneficiari del finanziamento, potranno partecipare singolarmente o in forma associata, nelle modalità individuate dal D.lgs. n. 267/2000 “TUEL – Testo unico degli enti locali”, anche in collaborazione con enti pubblici e privati.

Le proposte progettuali, promosse dai Comuni, dovranno valorizzare lo sviluppo delle potenzialità fisiche, cognitive, emotive e sociali dei bambini e degli adolescenti, e prevedere interventi e azioni in linea con gli obiettivi della Child Guarantee.

Tre le aree tematiche oggetto di finanziamento:

  1. Famiglia come risorsa;
  2. Relazione e inclusione;
  3. Cultura, arte e ambiente.

La scadenza dei termini di presentazione delle proposte progettuali è fissata al 1 marzo 2021. Ciascuna proposta progettuale potrà beneficiare di un finanziamento minimo di euro 50.000 o massimo di euro 350.000. I progetti ammessi a finanziamento dovranno avere una durata di 12 mesi.

Il vaccino biotech Moderna efficace per oltre 1 anno

Andrea Carfì, il chimico italiano a capo del team di ricercatori dell’azienda biotech Moderna, sul prodotto-scudo anti Covid-19 sviluppato dalla società americanaha dichiarato: “Non abbiamo ancora tutti i dati sulla durata della copertura, ma gli anticorpi presenti nei volontari lasciano pensare che la copertura del vaccino durerà per più di un anno”.

“A metà dicembre arriverà l’autorizzazione per l’uso del vaccino negli Usa, in Europa a gennaio”

Intanto dieci milioni di dosi sono già state prodotte.

Quanto all’approvazione Gb per il vaccino anti-Covid di Pfizer/Biontech, “la Gran Bretagna ha un’Agenzia regolatoria diversa e autonoma rispetto all’Ema” europea, quindi “quello che è accaduto è normale. E comunque ha anticipato di poco i tempi: negli Stati Uniti l’approvazione” del vaccino “Pfizer ci sarà tra una settimana”.

Valéry Giscard d’Estaing: “Dobbiamo conoscere il parere e ascoltare i suggerimenti dei protagonisti dell’Europa del 2020”.

In ricordo della figura di  V. Giscard D’Estaing presidente della convenzione europea, pubblichiamo un estratto del discorso tenuto alla sessione inaugurale della convenzione dei giovani (Bruxelles, 10 luglio 2002)

Perché questa Convenzione dei giovani?

Siamo stati incaricati di proporre la struttura dell’Europa del futuro. Siamo consapevoli del fatto che la costruiamo principalmente  per voi.

 Voi siete il futuro dell’Europa !

Pertanto, riteniamo fondamentale conoscere il parere e ascoltare i suggerimenti dei protagonisti dell’Europa del 2020.

Essa vi apparterrà. Sarete voi ad abitarla, a lavorarvi, a farla vivere e sicuramente farla evolvere ancora di più.

Sarà un’Europa diversa da quella che noi abbiamo conosciuto e immaginato inizialmente.

Essa si inserirà nella continuità del progetto iniziale, audace e coraggioso se si pensa alle circostanze in cui è stato lanciato, ma dovrà adattarsi a nuovi elementi.

Il progetto degli anni Cinquanta era quello di offrire la pace e la riconciliazione al nostro continente. Era anche quello di creare un mercato comune, abbattendo le barriere commerciali che esistevano ovunque, mercato che avrebbe costituito una tappa verso una progressiva unione dell’Europa.

Sono tempi ormai lontani. Eppure, potete ancora scorgere a breve distanza da voi – una o due generazioni – stupefatti di vedervi riuniti qui, i membri della vostra famiglia che hanno conosciuto i momenti critici della vecchia Europa. Ne sono stati i testimoni e, spesso, le vittime. 

Il cammino percorso in cinquant’anni è straordinario!

L’idea di una guerra tra paesi europei, che riempisse i libri di storia e i cimiteri, è stata scacciata dagli animi, eliminata, sradicata.

In Europa regnano la pace e la riconciliazione. Ne siete i testimoni, meritano il vostro applauso !

L’Europa si è dotata di un Parlamento eletto a suffragio universale, che oggi vi accoglie; di una Commissione il cui ruolo è quello di esprimere il bene comune dell’Europa, di un Consiglio che riunisce, a scadenze fisse, i Capi di Stato e di governo per definire i grandi orientamenti politici.

 Infine,  la  maggioranza   dei   cittadini   europei   dispone,   dal 1º gennaio, di una moneta unica, che avete in tasca, in quantità troppo modica, mi direte forse!

Tutto bene, a quanto pare. Allora, perché spingersi oltre? Perché l’Europa è cambiata.

E perché anche il mondo è cambiato.

L’Europa si è allargata.

Siamo partiti da un piccolo gruppo di Stati fondatori, situati nell’Europa occidentale, rappresentati da membri della Convenzione dei giovani in questo emiciclo.

Questo nucleo si è ampliato per tappe, passando da sei a quindici Stati.

Successivamente, dal 1990 il crollo dell’impero sovietico ci ha fatti entrare in una nuova epoca: quella dell’unificazione, divenuta infine possibile, del continente europeo!

La nostra Convenzione riunisce i rappresentanti di tutti gli Stati membri e di tutti i paesi candidati.

È la sola istituzione dell’Unione europea dove essi lavorano fianco a fianco. 

Noi li accogliamo a braccia aperte: vi chiedo di applaudirli!

Quest’Unione europea allargata, di circa 500 milioni di abitanti, costituirà il terzo agglomerato umano del pianeta, dopo la Cina e l’India.

Sarà anche un agglomerato molto diversificato, con i suoi numerosi idiomi, le sue culture, i suoi stili di vita, le sue legislazioni e, perlomeno nella fase iniziale, i suoi differenti livelli di sviluppo economico.

Nessuno deve sottovalutare le difficoltà della sfida posta dall’organizzazione, sostenibile e democratica – e senza precedenti nella storia! – di un’Unione di più di 25 Stati, ciascuno caratterizzato da una propria identità storica.

Le istituzioni e gli strumenti d’azione di questo grande agglomerato, che subiscono in pieno “l’effetto numero”, hanno bisogno di essere adattati per divenire più comprensibili, più efficaci e  più democratici. 

È il primo compito della nostra Convenzione.

Ma il mondo è anch’esso cambiato!

La globalizzazione, prodotta dall’istantaneità delle comunicazioni, dalla rapidità degli spostamenti e dall’intensificazione degli scambi, esercita una forte pressione sul nostro stile di vita, sulla localizzazione delle nostre attività, sulla nostra cultura e sui nostri sistemi sociali. Essa ci impone un regime gravoso di pensiero unico. Facendo crollare le frontiere, ci fa visualizzare al tempo stesso opportunità e rischi.

Citerò due esempi:

Un esempio di opportunità: nel marzo scorso mi sono recato a Shanghai con un volo regolare senza scalo su un aeromobile di fabbricazione europea – il risultato sarebbe stato impensabile trenta anni fa, visto che nessun paese europeo, neanche il più grande, avrebbe potuto realizzarlo da solo.

Un esempio di rischio: assistiamo quotidianamente  alla criminalità transnazionale e alla tratta mafiosa di donne, bambini e immigrati clandestini, ai quali si propone di comprare il proprio paradiso. La lotta a questi traffici è impossibile se le azioni giudiziarie si bloccano alle frontiere.

In questo mondo in cui l’organizzazione diviene continentale, come può l’Europa far sentire la sua voce, esprimere il suo messaggio e difendere i suoi interessi?

Sicuramente non agendo in ordine sparso.

Se l’Europa ha un messaggio da comunicare, un’esperienza di libertà e di tolleranza da diffondere e una solidarietà da condividere, non può farlo che esprimendosi all’unisono sulla scena internazionale.

Pertanto, come organizzare la presenza dell’Europa nel mondo?

È il secondo compito della nostra Convenzione.

Ecco qual è la posta in gioco della Convenzione europea ed ecco perché abbiamo bisogno di voi. 

Siete qui per illuminarci.

Ci serve la vostra fantasia e la vostra libertà di pensiero.

“Il vero tesoro dell’uomo è la verde gioventù”, ha scritto il poeta Ronsard.

Potrete condurre i vostri lavori come meglio credete.

Le uniche regole sono la tolleranza e la libertà d’espressione.

I membri della Convenzione che vi hanno designati vi  hanno voluti diversi: per origine nazionale, per lingua e anche per esperienza professionale.

Molti di voi sono studenti, ma altri sono impegnati nella vita attiva come artigiani, impiegati o educatori.

Perché il vostro messaggio sia autentico, siamo venuti a cercarvi nel tessuto vivo della società. Abbiamo fissato un limite di età, dai 18 ai 25 anni, per porre ciascuno di voi su un piano di parità.

Fra i giovani, le donne sono un po’ più numerose degli uomini, e questo mi sembra ottimo.

 Quel che ci aspettiamo da voi è che esprimiate con forza la vostra convinzione personale, quella che avete in testa o che nutrite nel cuore, e non la ripetizione di vuoti slogan.

 Che cosa vi aspettate dall’Europa?

Come immaginate che sia organizzata? Che ruolo deve avere l’Unione? E gli Stati membri? E le collettività locali?

Quali sono i difetti che l’Europa deve correggere e quelli che deve evitare?

Quale deve essere il suo posto nel mondo?

Deve darsi gli strumenti per assicurare la propria difesa?

Diteci quel che vi aspettate dai nostri lavori e consigliateci su come far progredire la nostra Convenzione.

Quando aprii i lavori di questa Convenzione, invitai i suoi membri a sognare e a far sognare l’Europa.

L’espressione può far sorridere, ma il messaggio è stato compreso. È quel che chiedo anche a voi oggi!

Il dono del sogno, questa forza meravigliosa che trasforma in un istante il mondo, è un privilegio della gioventù. 

Se sessant’anni fa si fossero riuniti giovani britannici, tedeschi, francesi o olandesi, il loro sogno sarebbe stato la pace. Oggi questo sogno è una realtà.

Se vent’anni fa si fosse chiesto ai giovani cechi, ungheresi, lettoni o polacchi che cosa sognavano, avrebbero risposto la libertà,

l’indipendenza dei loro paesi e la fine della divisione dell’Europa. Anche tutto questo oggi è diventato una realtà.

Diteci qual è il vostro sogno per i prossimi vent’anni !

Sapete che dobbiamo preparare un documento per il futuro, una Costituzione o, se si preferisce, un Trattato Costituzionale per l’Europa.

Aiutateci a trovare lo slancio necessario per scriverlo! Diventate al  nostro fianco costruttori del sogno!

Siete voi i cittadini dell’Europa del futuro.

E  allora  cominciate  adesso,  qui,  a  esercitare  i  vostri  diritti  e doveri.

È con gioia che vi cedo la parola.

 

Diamo contenuto e respiro alla suggestione del centro extraparlamentare

Ho trovato molto lucido l’articolo di Lucio D’Ubaldo sul “centro extra parlamentare” e stimolanti gli interventi che lo hanno ripreso sul Domani d’Italia.

Del resto, sono tanti i “valori della politica” che oggi vivono – o cercano di vivere – in una dimensione “altra” rispetto al Parlamento ed alla sfera ufficiale della rappresentanza politico-istituzionale.

La crisi della rappresentanza (e della democrazia) sta in gran parte proprio qui.

Personalmente ritengo che ciò abbia avuto inizio nella drammatica interruzione del tentativo di riforma della politica e delle istituzioni a cavallo degli anni settanta e ottanta del secolo scorso.

Aldo Moro e Roberto Ruffilli ne sono i principali martiri. Ciriaco De Mita e Bettino Craxi (con visioni assai diverse e contrastanti: purtroppo, oso affermare) hanno cercato invano di trovare poi un pertugio difronte alla galoppante crisi di sistema.
È in quel tragico periodo che nasce il crescente scarto tra sistema politico e società italiana.
Da lì in poi si è cercato certo di trovare sbocchi innovativi.
Ma gli sforzi, anche nobili, sono stati tutti pensati più sul piano delle regole elettorali ed istituzionali che non su quello decisivo della riforma della politica e della sua intrinseca capacità di rappresentanza.

Gli effetti della globalizzazione, la crisi finanziaria del 2008/2010, le innovazioni della tecnologia digitale con il loro effetto demolitorio delle antiche categorie di spazio e di tempo; la crescita delle disuguaglianze dovuta alla crisi del compromesso europeo tra mercato e democrazia e, da ultimo, la Pandemia (che non sarà l’ultima) hanno solo accelerato e fatto esplodere una fragilità strutturale che, appunto, viene da un tempo remoto. Non è frutto della sola desolante inconsistenza della politica attuale.
Ha ragione Lucio: non è lontano il tempo del “rimescolamento delle carte”. Così il sistema non può reggere a lungo.

Ma tale rimescolamento delle carte non necessariamente sarà all’insegna di una svolta positiva.

Tra le molte cose che stanno oggi in una dimensione “extra parlamentare” vi è anche un carico sempre più consistente di rabbia, delusione, sfiducia, spaesamento, egoismo, voglia di tutto e subito, rifiuto dei vincoli della solidarietà e delle regole.

Così come “il sonno della ragione genera mostri”, il sonno della “Politica” genera alla lunga inimicizia sociale, pregiudizio, sclerosi dello spirito di comunità.

Non è detto che questo rimescolamento delle carte non travolga i nanetti di oggi in favore di “uomini forti”, ai quali affidare una insana speranza: quella di chi è disposto a barattare libertà con presunta sicurezza.

Ricostruire un “baricentro” democratico nella politica italiana è l’unico antidoto contro questo rischio mortale e al tempo stesso contro il declino economico e finanziario del Paese.
Ma, appunto, ciò deve avvenire con un percorso di “Base”. (Non cito questo termine a caso: il movimento messo in atto da Marco Bentivogli mi pare un contributo di grande interesse.)
Ma penso anche alle tante realtà spesso poco conosciute e valorizzate che nelle diverse comunità (civili, sociali ed anche economiche) e nei territori reagiscono al vento che tira e coltivano spazi di condivisione, di impegno, di formazione e di vera “politica”.
Lo stesso invito, con Andrea Olivero, l’abbiamo più volte espresso agli amici di Insieme.
I territori sono “produttori”, non solo “consumatori” di politica. Non più.
Lasciamo che i morti seppelliscano i morti. E pensiamo invece ai vivi.

I popolari di ispirazione cristiana devono sentire l’imperativo morale e politico di dare il proprio irripetibile contributo a questa ricostruzione del “centro/bari-centro”.

Sapendo che non sono più proponibili bandierine auto referenziali; servono linguaggi e strumenti nuovi; la nostalgia è fuori dal tempo presente; si impone un coraggioso investimento su classi dirigenti giovani e su nuovi paradigmi, tanto “rivoluzionari” nei contenuti e nei metodi, quanto “moderati” nella compostezza del rispetto istituzionale e ispirati a “mitezza” intesa come senso del limite della politica.

E sapendo che, da soli, non possono essere all’altezza dei propri doveri: il loro seme deve essere piantato in un campo plurale capace di far germogliare assieme i semi di altre culture vicine alla loro e anche quelli di sensibilità inedite, come la tensione al vero “umanesimo” ecologista al quale esorta Francesco.

Partiamo dalla felice espressione di Lucio sul “centro extra parlamentare”. Assumiamolo non come notizia di marginalità, ma come cifra di potenziale vitalità.

La politica nasce e si rigenera nella società, non nelle Istituzioni: in esse, porta il frutto di una “simbiosi col popolo” che nessuna congettura di Palazzo e nessuna alchimia tattica possono sostituire. O c’è o non c’è.

Per questa ragione torno sul punto. Serve un “soggetto politico-comunitario” che dia forza e visibilità ai “popolari di ispirazione cristiana” e serve un “soggetto politico-elettorale” plurale e condiviso con chi ha la nostra stessa lettura delle cose, che dia forza e novità ad un “baricentro” capace di smascherare il devastante nulla dei populismi; di disinnescare la spinta alla “post democrazia” che la destra sta coltivando da tempo; di costruire una vera “nuova coalizione” per trasformare il Paese senza rinunciare ai valori della condivisione, dell’Europa e della democrazia comunitaria.

Il procuratore generale William Barr affonda la campagna denigratoria di Trump

Il procuratore generale William Barr ha inferto il colpo più temibile alla campagna di disinformazione orchestrata da Trump dopo le elezioni.

Parlando non più come avvocato personale del presidente, ma come arbitro neutrale della giustizia, ha dichiarato che il suo Dipartimento ha cercato frodi elettorali significative, ma non ne ha trovate.

Trump ha subito ripetute e imbarazzanti sconfitte in tribunale . E i governatori repubblicani e i segretari di stato hanno certificato risultati che dimostrano la chiara sconfitta.

L’esposizione in prima persona di Barr rappresenta, così, il fallimento finale del tentativo spesso riuscito di Trump di armare il Dipartimento di Giustizia come un’arma politica personale e potente.
Brutta notizia che arriva in un momento chiave per l’ex presidenza.

Infatti ormai è  diventato chiaro che l’uscita del presidente dalla Casa Bianca sarà accompagnata dalle stesse nuvole di scandali, imbrogli costituzionali e mosse legali politicizzate che hanno plasmato la presidenza più dirompente dei tempi moderni.

Un effetto a catena immediato dopo le osservazioni del procuratore generale sarà quello di far sembrare ancora più falsi i senatori repubblicani, incluso il leader della maggioranza Mitch McConnell, che si rifiuta di riferirsi a Joe Biden come presidente eletto.

Cisl Medici Lazio: vicini allo Spallanzani e al prof. Giuseppe Ippolito

La Cisl Medici Lazio e il suo segretario generale Luciano Cifald hanno espresso  il proprio apprezzamento al  direttore scientifico dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito, che ha chiesto ai media “di far parlare meno di Covid-19, perché continuano a parlare persone che lo fanno senza avere cervello sufficiente o perché sono prezzolati. C’è gente infatti che si fa pagare per andare in televisione così come c’è chi si raccomanda ai giornalisti pur di andarci”. Ed ha aggiunto che  “continuiamo a dare tanto spazio a notizie non sempre univoche. La gente non sa cosa deve fare. Ci vuole rispetto e responsabilità”.

L’autorevolezza di Ippolito è ben nota. Rarissime le sue esternazioni, e completamente assente l’autoreferenzialità nei suoi interventi pubblici.

La Cisl, inoltre, spera che il porf. Ippolito dia una mano ai cittadini a capire ciò che si muove sul pianeta “vaccino anti covid” perché è forte la confusione nei cittadini dopo averne sentite di tutto e di più sugli enormi interessi economici in ballo.

Il Covid spinge le imprese giovani in agricoltura (+14%)

In controtendenza rispetto all’andamento generale nel 2020, con la crisi provocata dall’emergenza Covid si registra uno storico balzo del 14% del numero di giovani imprenditori in agricoltura, rispetto a cinque anni fa. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle iscrizioni al registro delle Imprese di Unioncamere relative al settembre 2020 che evidenziano una vera corsa alla terra degli under 35 che abbandonano invece le altre attività produttive, dall’industria al commercio, come sottolineato da Confcommercio.

Con oltre 55mila under 35 alla guida di imprese agricole e allevamenti, l’Italia – spiega la Coldiretti –  è leader europeo nel numero di imprese condotto da giovani. E’ in atto un cambiamento epocale che non accadeva dalla rivoluzione industriale con il mestiere della terra che non è più considerato l’ultima spiaggia di chi non ha un’istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è invece – precisa la Coldiretti – la nuova strada del futuro per le giovani generazioni istruite.

Il risultato è che oggi in Italia 1 impresa su 10 condotta da giovani – continua la Coldiretti – svolge una attività rivolta all’agricoltura e allevamento per garantire la disponibilità di alimenti sani e di qualità alle famiglie italiane in un momento drammatico per l’economia e l’occupazione.

La presenza dei giovani – riferisce la Coldiretti – ha di fatto rivoluzionato il lavoro della terra dove sette imprese under 35 su dieci operano in attività che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili.

La rinnovata attrattività della campagna per i giovani – continua Coldiretti – si riflette nella convinzione comune che l’agricoltura sia diventata un settore capace di offrire e creare opportunità occupazionali e di crescita professionale, peraltro destinate ad aumentare nel tempo. Non è dunque un caso che oltre otto italiani su dieci (82%) sarebbero contenti se il proprio figlio lavorasse in agricoltura secondo l’indagine Coldiretti/Ixè.

La capacità di innovazione e di crescita multifunzionale – continua la Coldiretti – porta le aziende agricole dei giovani ad avere una superficie superiore di oltre il 54 per cento alla media, un fatturato più elevato del 75 per cento della media e il 50 per cento di occupati per azienda in più. E se tra i giovani imprenditori agricoli c’è chi ha scelto di raccogliere il testimone dai genitori, la vera novità rispetto al passato – continua la Coldiretti – sono gli under 35 arrivati da altri settori o da diverse esperienze familiari che hanno deciso di scommettere sulla campagna con estro, passione, innovazione e professionalità, i cosiddetti agricoltori di prima generazione.

“E’ necessario investire sull’agricoltura che è un settore strategico per far ripartire l’Italia grazie anche a un esercito di giovani attenti all’innovazione e alla sostenibilità” conclude la leader dei giovani della Coldiretti Veronica Barbati nel sottolineare che “occorre sostenere il sogno imprenditoriale di una parte importante della nostra generazione che mai come adesso vuole investire il proprio futuro nelle campagne e per questo va liberata dal peso della burocrazia che impedisce anche il pieno utilizzo delle risorse comunitarie”.

Nasce ‘Firenze Digitale’ e la culla del Rinascimento diventa smart

Formazione di base e qualificata, tutorial, divulgazione e promozione dell’uso degli strumenti digitali e di una matura cultura digitale con un palinsesto web e social dedicato. È l’obiettivo della nuova piattaforma ‘Firenze Digitale’, primo portale in Italia dedicato alle competenze digitali promosso da un comune: Firenze, con capofila l’Amministrazione comunale, diventa così la prima città italiana a organizzare e mettere in campo un programma di attività per imparare, informarsi, accedere ai servizi, promuovere cultura e competenze, mai come oggi fondamentali per cittadini, imprese, pubbliche amministrazioni.

Sul portale www.firenzedigitale.it è possibile trovare video, tutorial, notizie, appuntamenti di formazione e scambio, oltre a un quiz per scoprire il proprio livello di conoscenza digitale ed essere indirizzato ai contenuti più idonei.

Il portale nasce dallo sviluppo del piano Firenze Digitale partito nel 2016 con promotore il Comune di Firenze e portato avanti grazie al lavoro congiunto di Regione Toscana, Camera di Commercio di Firenze, Confservizi Cispel Toscana e delle aziende partecipate Alia, Publiacqua, Firenze Parcheggi, Sas, Toscana Energia, Ataf, Silfi, Casa spa, Farmacie Fiorentine: le attività portate avanti fino ad oggi in forma di governance collaborativa hanno contribuito all’integrazione delle banche dati cittadine e alla creazione di servizi più efficienti.

Oggi, grazie a un incremento dei finanziamenti promosso nel 2020 dal Comune di Firenze e coadiuvato dai partner, Firenze digitale si rilancia e punta sulle competenze digitali con formazione di base e qualificata, tutorial per i cittadini, le scuole, gli anziani, le categorie e le associazioni, presentazioni e seminari, notizie su innovazione digitale e Smart city, attività di engagement con associazioni di cittadini e di divulgazione e promozione dell’uso degli strumenti digitali e di una matura cultura digitale.

Una programmazione web e social per far conoscere opportunità e nuove professioni del digitale, mettere al centro i servizi per i cittadini e le imprese, le nuove possibilità per il settore pubblico, tematiche innovative come la comunicazione e informazione pubblica digitale, i linguaggi corretti, le opportunità a disposizione della comunità. E’ solo l’inizio di un’attività che mira a essere un punto di riferimento per il territorio fiorentino e non solo e sarà aggiornata costantemente nei prossimi mesi per permettere a tutti di testare e migliorare il proprio livello di competenze digitali.

All’interno del portale è disponibile anche il quiz “Quanto sei digitale?” per misurarsi ed essere indirizzati ai contenuti più utili per l’aggiornamento. Un test provato anche dal Maestro Giorgio Vasari, protagonista del video di lancio dell’iniziativa. Firenze Digitale è stato inserito anche su Repubblica Digitale, l’iniziativa strategica nazionale promossa dal dipartimento per la Trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Alle attività e ai contenuti del portale hanno collaborato, oltre agli enti promotori: Cisco Italia; master in “Digital Transformation. Progettare e gestire l’innovazione: analisi, linguaggio e strumenti della rivoluzione digitale” dell’Università degli Studi di Firenze; Unione italiana ciechi.

Covid: La Gran Bretagna approva l’uso del vaccino Pfizer/BioNTech

La Gran Bretagna ha approvato, come primo Paese al mondo, l’uso del vaccino contro il coronavirus messo a punto da Pfizer/BioNTech. Lo rende noto la Bbc, spiegando che l’ok è arrivato dall’agenzia britannica Mhra, secondo il quale il vaccino, efficace al 95 per cento, sarà distribuito dalla prossima settimana. Entro pochi giorni, quindi, saranno vaccinate le persone considerate maggiormente a rischio e che quindi hanno la priorità.

La Gran Bretagna ha già ordinato 40 milioni di dosi, sufficienti per vaccinare 20 milioni di persone, dato che sono necessarie due iniezioni ciascuna. ”L’aiuto sta arrivando. Il sistema sanitario nazionale è pronto per iniziare le vaccinazioni all’inizio della prossima settimana”, ha scritto su Twitter il ministro alla Salute britannico Matt Hancock.

Il 2 dicembre 1970 passa la legge sul divorzio: Giulio Andreotti, argomentando le ragioni del no, rivendica alla Dc il pieno rispetto per la democrazia parlamentare.

Sono passati cinquant’anni da quel primo dicembre 1970 quando il Parlamento diede il via libera alla disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (legge 898). Per la ricorrenza riportiamo la parte conclusiva dell’intervento di Giulio Andreotti, all’epoca capogruppo della DC alla Camera. Stralcio dal quale si evince la posizione ferma e compatta della Democrazia Cristiana, che pur avendo combattuto per il no al divorzio, si schiera a difesa di uno dei pilastri della nostra convivenza civile: il Parlamento con tutte le sue prerogative e responsabilità..

Noi non facciamo il conto dei voti. Non prenderemo come nostra una frase che disse un deputato caro a tutti noi, l’onorevole Targetti quando nel 1950 si discuteva la legge che il guardasigilli, il liberale onorevole Grassi, aveva presentato alle Camere per porre fine a quella che veniva chiamata «la mecca dei divorzisti», cioè la delibazione facile presso la corte d’appello di Torino.

L’onorevole Targetti, commentando un voto del Senato, con il quale il non passaggio agli articoli era stato bocciato con 145 voti contro 121, disse: «Colleghi, ben 121 voti hanno espresso questo atteggiamento, pensateci!». Lo scarto che si è avuto al Senato ed anche qui alla Camera comparativamente non è certo maggiore.

Dovremmo dire: pensateci! Modificare leggi cosi fondamentali per il nostro paese con un colpo di maggioranza è giuridicamente lecito, e noi lo rispettiamo; noi difenderemo le decisioni del Parlamento come nostro obbligo. Guai se fosse diversamente. E abbiamo sempre protestato quando abbiamo sentito parlare da qualcuno dell’opposizione — rivolto a noi — di «vostro Governo» o di «vostre leggi».

Le leggi che escono da quest’aula sono le leggi del Parlamento italiano e noi le difenderemo, salvo a far ricorso a ciò che, nelle vie che il nostro ordinamento giuridico e la nostra Costituzione prevedono, può essere fatto per rivederle, o salvo le istanze costituzionali cui mi sono prima riferito.

Noi le difenderemo perché difendendo il meccanismo parlamentare difendiamo uno dei fondamenti della nostra convivenza civile. Non potrei però chiudere questo mio discorso, in parte frammentario e non molto ordinato, data anche l’ora, senza dire, onorevole Ballardin, che noi già ieri l’altro eravamo rimasti alquanto amareggiati per la enunciazione, contenuta nella dichiarazione di voto dell’onorevole Bertoldi, di un tipo di valorizzazione dell’autonomia del Parlamento che non può essere paradigmatamente preso come ideale.

No! Il Governo, legittimamente, per far approvare non un qualcosa che interessasse la Democrazia Cristiana, ma per far sì che fosse approvato il decreto-legge economico-finanziario ritenuto necessario per la nostra economia e per l’avvio delle nostre riforme, è dovuto venire qui, al momento giusto, quando questo era pacificamente sentito non come alterazione dei nostri equilibri ma come una necessità, oserei dire, tecnica (qui dentro quasi mai si tratta di problemi soltanto tecnici) con le sue artiglierie del voto di fiducia.

Oggi noi vediamo la <<pattuglietta>> temporanea di un Governo che si deve rimettere all’Assemblea; <<ma questa deve essere una eccezione>>. Quello che noi vogliamo come vitalità del Parlamento, come dialogo, come partecipazione di tutti noi alla formazione delle leggi e delle decisioni non esclude il Governo: noi vogliamo che possa essere arricchita, da questo lavoro dell’Assemblea, l’esperienza e la posizione del Governo.

Siamo stati anche spiacevolmente colpiti da alcune altre frasi che sono state dette, ma — me lo consenta, onorevole Ballardin (non voglio assolutamente più polemizzare con l’onorevole Bertoldi) — ella ha detto cose che a me sembrano molto gravi e che noi non accettiamo. Ella ci ha detto che la Democrazia Cristiana è capace solo di guidare, di seguire — lo ha detto anche come un augurio — la crescita del popolo italiano.

Ebbene, noi non accettiamo questa valutazione che è stata data del ruolo della nostra parte politica. Voi oggi legittimamente, dal vostro punto dl vista, innalzate la bandiera di una vittoria cui date il nome di «riforma», una vittoria che porta Il vostro sigillo.

Ma lasciate che vi diciamo che siamo stati più orgogliosi di fare senza di voi nel 1950 — In attesa di poter fare con voi e con gli altri partiti governativi altre serie riforme — quella riforma agraria che non otteneva, come ottiene questa vostra riforma di oggi, gli applausi  di un certo tipo di alta borghesia che sta aspettando, forse senza molta preoccupazione dell’ora, perché non deve andare a lavorare questa mattina, l’epilogo di questa nostra discussione.

La mia conclusione è questa. Vi è stata una alterazione di posizioni. Se è vero, come è vero, che un anno fa l’onorevole Fortuna, commentando (ovviamente, lieto) l’approvazione data dalla Camera al suo progetto di legge, diceva: «Non si tratta di un progetto di legge sul divorzio, è solo un modo di regolare alcuni casi», è vero anche che nella discussione successiva non soltanto non si è più parlato di «regolare alcuni casi», ma si è esaltata l’introduzione del divorzio nel nostro ordinamento, come una conquista che porrebbe il nostro paese sullo stesso piano delle altre nazioni civili; si è parlato — con una retorica che veramente credevamo superata — addirittura dl una seconda breccia di Porta Pia. Tutto questo durerà (possiamo ben dirlo) lo spazio di un mattino.

Quello che conta è che i dati positivi che sono emersi da questa discussione, ed in parte anche da quella che l’ha preceduta, non vengano dispersi, onorevoli colleghi, perché il nostro compito non è quello di ricercare ciò che ci divide, ma è quello di ricercare ciò che, su linee chiare di una politica democratica, ci possa unire.

Noi sentiamo che questo è il nostro dovere. Potremo essere criticati per non aver saputo far meglio in questa vicenda, ma nessuno ci potrà mal criticare per non aver difeso o per avere attentato alla limpida funzionalità delle istituzioni parlamentari.

Una Camaldoli per tutti i cattolici popolari? Ottima proposta.

Ettore Bonalberti, un sincero e caro amico dai tempi della sinistra sociale Dc di Donat-Cattin, ha  fatto di recente una proposta semplice ma al tempo stesso impegnativa e concreta. E cioè,  perchè non organizziamo una “Camaldoli 2021” per ritessere le fila del cattolicesimo politico  italiano e tentare di superare quella frantumazione particolaristica e molecolare che, detto fra di  noi, resta la vera ragione della crisi e della impotenza di questo mondo nella società  contemporanea? Una proposta feconda che certamente va discussa, affinata e approfondita ma  che può dare un contributo significativo per un’area che si riconosce in un preciso patrimonio  culturale, politico, valoriale e forse anche spirituale. E questo perchè la” coriandolizzazione” della  presenza politica dei cattolici, per dirla con il sociologo De Rita, è diventata francamente  imbarazzante.

Come è possibile che, di fronte alle difficoltà che oggettivamente segnano questo  mondo culturale, continuare ad assistere alla nascita di molteplici partiti di riferimento? Che  oltretutto, come quasi tutti sanno, sono perlopiù virtuali e di pura testimonianza. Come se piantare  bandierine a ripetizione sia la miglior risposta per dare una voce autorevole e qualificata a questa  articolata, complessa e variegata area cattolica democratica, popolare e sociale. Nessuno, come  ovvio, mette in discussione – o giudica la buona fede e la grande passionalità – la sincerità e il  disinteresse di moltissimi amici che vogliono riproporre nella concreta situazione politica le  esperienze del passato. In modo più o meno aggiornato e rivisto. Esperienze che, puntualmente,  naufragano contro gli scogli della competizione politica e che, di conseguenza, condannano una  moltitudine di amici, e di rispettivi mondi ed associazioni di riferimento, a ritirarsi mestamente per  poi riproporre nuovamente una ennesima avventura e via discorrendo. Forse è arrivato il momento  per una riflessione sì culturale, politica e programmatica ma anche organizzativa. Con tutti, però.  Senza distinzioni pregiudiziali e, soprattutto, senza il retro pensiero di arrivare immediatamente  alla formazione del partito. Che resta, come ovvio e scontato, il vero nodo da sciogliere ma senza  riproporre le solite liturgie della parcellizzazione cronica e strutturale.  

Ecco perchè la proposta dell’amico Ettore può e deve avere un grande significato in questa fase  storica della vita politica italiana. Anche alla luce delle recenti encicliche di Francesco, in  particolare di “Fratelli tutti” quando ridisegna, nel V capitolo, una nuova funzione e un nuovo ruolo  della politica. Ma anche per riprendere le riflessioni che si stanno moltiplicando a livello territoriale  attorno alla rilettura del magistero di uomini e donne che hanno segnato e accompagnato il  cammino del cattolicesimo politico e sociale nel nostro paese: da Carlo Donat-Cattin a Mino  Martinazzoli, da Tina Anselmi ad Aldo Moro, da Pietro Scoppola a Don Dossetti. Segnali di diversa  natura che però confermano una domanda, consapevole e moderna, sulla necessità di rilanciare  una presenza politicamente e culturalmente motivata e rinnovata dei cattolici italiani. E progettare  una “nuova Camaldoli”, appunto, può rappresentare un contributo di rara qualità e di grande  importanza. 

Ocse: “In Italia la ripresa sarà lenta e disuguale”

Nel rapporto sulle “Prospettive economiche”, l’Ocse ha avvertito l’Italia che “la ripresa sarà lenta e disuguale”. L’organismo internazionale ha sottolineato che le restrizioni legate al Covid-19 e l’incertezza peseranno su attività economica, investimenti e occupazione “fino al raggiungimento dell’immunità generale che stimolerà il consumo e faciliterà il risparmio”.

La crescita dei consumi dovrebbe ripartire, ma la propensione delle famiglie al risparmio “resterà elevato”. Gli investimenti dovrebbero trovare nuova linfa nel 2022, “poiché gli investimenti pubblici aumenteranno e le imprese in settori più resilienti” inizieranno a intraprendere “investimenti sostitutivi”.

Al contrario, avverte l’Ocse, il settore dei servizi “si riprenderà più lentamente poiché la domanda interna e il turismo rimarranno deboli fino a quando un vaccino efficace non sarà ampiamente diffuso. Questo – sottolinea l’organismo – aggraverà il mercato del lavoro e le disuguaglianze regionali”.

Il Panettone sospeso di AISM e Sant’Egidio

Quest’anno il Natale sarà diverso, meno gridato ed essenziale per tutti, ma per qualcuno potrebbe essere ancora più difficile a causa della pandemia che gli ha portato via tutto. AISM e Sant’Egidio, hanno creato un sodalizio per offrire il calore e la gioia di una festa condivisa in famiglia anche a chi consanguineo non è e per essere più forti, insieme, contro la pandemia da coronavirus. Due grandi realtà storiche del terzo settore italiano, unite per moltiplicare il valore del proprio operato a favore dei più deboli ed essere più forti, insieme, contro la crisi.

Nasce, così, tra queste due importanti e storiche realtà non profit, in occasione del Natale, l’iniziativa del Panettone Sospeso. L’idea riprende la storica tradizione napoletana del caffè sospeso. In questo modo sarà possibile fare bene due volte: alla ricerca e alle famiglie fragili sostenute dalla Comunità di Sant’Egidio.

Con un gesto semplice e concreto chiunque può moltiplicare la propria bontà e donare due volte, mantenendo intatto, per quel che è possibile, lo spirito del Natale.

Ma come funziona l’iniziativa?

Fino al 6 dicembre sul sito www.aism.it/panettonesospeso con una semplice donazione di 10 euro ciascuno di noi potrà fare una doppia azione: sostenere la ricerca scientifica sulla sclerosi multipla e donare il panettone a Sant’Egidio per il Natale che la Comunità organizza per famiglie povere, anziani e persone senza dimora sul territorio nazionale.

 

 

 

L’Italia si apre alla sperimentazione

L’Italia compie un passo in avanti nel rendere possibile sperimentare novità tecnologiche frutto di inventiva e scoperte. A rimuovere freni esistenti in precedenza è l’articolo 36 del Decreto-legge 16 luglio 2020 n. 76 che contiene “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale”. Il provvedimento è stato convertito in legge, con modificazioni, dall’articolo 1 della Legge 11 settembre 2020, numero 120. La novità può essere rappresentata con le parole “Sperimentazione Italia”.

Il nostro Paese investe nell’innovazione meno di altri Stati dell’Unione Europea (European Commission – Country Report Italy 2020). Esistono tuttavia in Italia e all’estero potenzialità di sviluppo della creatività e dell’innovazione che devono essere messe a frutto più di quanto si sia fatto finora. L’Italia può avere un ruolo di laboratorio d’innovazione di livello internazionale per permettere la nascita e lo sviluppo di tecnologie in grado di determinare benefici economici per il Paese e miglioramenti nella qualità della vita dei suoi cittadini.

“Sperimentazione Italia” rientra tra le azioni di Italia 2025, la strategia per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione del Paese. La sperimentazione d’iniziative innovative è spesso impedita o ritardata da norme desuete, regolamentazioni particolarmente complesse, divieti e processi burocratici non sempre adeguati al nostro tempo. “Sperimentazione Italia” ha l’obiettivo di favorire l’apertura di un percorso più semplice e rapido per sottoporre a verifiche e ad esami progetti che hanno pochi o nessun precedente. La misura riconosce a imprese, università, enti di ricerca, start up e spin off universitari, di qualunque settore, la possibilità di testare progetti pilota in ambito di digitalizzazione e innovazione tecnologica, in deroga a vincoli normativi.

Informazioni per la partecipazione

In presenza dei necessari requisiti di sicurezza e della dovuta documentazione, i soggetti che chiedono di essere autorizzati a sperimentare strumenti, prodotti e servizi innovativi hanno la possibilità di accedere ad un iter semplificato al fine di ottenere il via libera. Per dare avvio a questa procedura sarà sufficiente presentare domanda al Dipartimento per la Trasformazione digitale e al Ministero dello Sviluppo economico che, a seguito di un’analisi approfondita sulla richiesta, possono autorizzare la sperimentazione definendone le caratteristiche e le modalità nelle quali andrebbe eseguita. Qui di seguito un riassunto dei passi necessari per partecipare all’iniziativa e i successivi passaggi procedurali e autorizzativi:

  1. Richiesta sperimentazione in deroga
    La domanda di temporanea derogaalle norme dello Stato bloccanti la sperimentazione deve:

    • essere inviata a mezzo posta elettronica certificata (Pec) al Dipartimento per la Trasformazione digitale e al Ministero dello Sviluppo economico (maggiori informazioni a fondo pagina);
    • precisare quali siano le norme vigenti che bloccherebbero la sperimentazione;
    • indicare le caratteristiche della sperimentazione in esame (per esempio durata, finalità, benefici attesi, misure di mitigazione di eventuali rischi, eccetera) allegando alla richiesta tramite posta elettronica certificata (Pec) l’allegato tecnicocompilato in tutti i suoi campi (maggiori informazioni a fondo pagina).
  2. Valutazione della domanda
    Il Ministero dello Sviluppo economico, sentito il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti per gli eventuali aspetti relativi alla sicurezza della circolazione, esamina la domanda e redige entro 30 giorni una relazione istruttoria. Questa contiene la proposta di autorizzazione con il via libera oppure il preavviso di diniego da indirizzare al Dipartimento per la Trasformazione digitale. Il Ministero dello Sviluppo economico può domandare al richiedente chiarimenti o integrazioni alla domanda e, in questo caso, la richiesta interrompe il termine dei 30 giorni, che inizia a decorrere nuovamente dalla ricezione degli elementi richiesti o dalla scadenza del termine assegnato per la risposta. Se le integrazioni richieste non vengono trasmesse entro il termine previsto, la domanda si intende respinta.
  3. Autorizzazione della sperimentazione
    Per tutti i progetti che presentano concreti ed effettivi profili di innovazione tecnologica, i cui risultati comportano effetti positivi sulla qualità dell’ambiente o della vita, e concrete probabilità di successo, il Dipartimento per la Trasformazione digitale, in accordo con il Ministero dello Sviluppo economico, autorizza la sperimentazione per la durata non superiore a un anno e prorogabile una sola volta. L’autorizzazione definisce anche le modalità di svolgimento e le prescrizioni ritenute necessarie per limitare i rischi ad essa connessi. L’autorizzazione sostituisce ad ogni effetto tutti gli atti di assenso, i permessi, le autorizzazioni, i nulla osta di competenza di altre amministrazioni statali.
  4. Vigilanza sulla sperimentazione e relazione finale
    Il Dipartimento per la Trasformazione digitale, in accordo con il Ministero dello Sviluppo economico, monitora e verifica la sperimentazione, analizza l’avanzamento delle iniziative, i risultati conseguiti e gli impatti sulla qualità dell’ambiente e della vita. Al termine della sperimentazione, il soggetto richiedente trasmette al Dipartimento per la Trasformazione digitale e al Ministero dello Sviluppo economico una relazione con la quale illustra i risultati del monitoraggio e della sperimentazione, nonché i benefici economici e sociali conseguiti.
    Il Dipartimento per la Trasformazione digitale attesta se l’iniziativa promossa dall’impresa richiedente si è conclusa positivamente ed esprime al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro competente per materia un parere sulla eventuale opportunità di modifica delle disposizioni di legge o di regolamento in vigore che disciplinano l’attività oggetto di sperimentazione.
  5. Iniziative normative e regolamentari
    Entro 90 giorni dalla data dell’attestazione positiva della relazione sulla sperimentazione, il Presidente del Consiglio dei ministri, o il Ministro delegato, di concerto con il Ministro competente per materia, promuove le iniziative normative e regolamentari necessarie per consentire lo svolgimento a regime dell’attività oggetto di sperimentazione.

Ambiti non ammessi

La norma esclude possibilità di deroga per una serie di fattispecie. Non può essere disposta in alcun caso la deroga a disposizioni a tutela della salute, dell’ambiente, dei beni culturali e paesaggistici. Lo stesso vale per disposizioni penali o del codice delle leggi antimafia, come indicato nel Decreto legislativo 6 settembre 2011, numero 159, né possono essere violati o elusi vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea o da obblighi internazionali. Inoltre, non è possibile sperimentare nelle attività in materia di:

  • tecno-finanza (FinTech) ex articolo 36 del decreto-legge 30 aprile 2019, numero 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 giugno 2019, numero 58;
  • raccolta del risparmio, credito, finanza, moneta, moneta elettronica, sistema dei pagamenti, assicurazioni e di ogni altro servizio finanziario oggetto di autorizzazione;
  • sicurezza nazionale;
  • anagrafica, di stato civile, di carta d’identità elettronica;
  • elettorale e referendaria;
  • procedimenti di competenza delle autorità provinciali di pubblica sicurezza relativi a pubbliche manifestazioni, misure di prevenzione personali e patrimoniali, autorizzazioni e altri provvedimenti a contenuto abilitativo, soggiorno, espulsione e allontanamento dal territorio nazionale degli stranieri e dei cittadini dell’Unione Europea, o comunque di ogni altro procedimento a carattere preventivo in materia di pubblica sicurezza.

Presentazione domanda

Le domande possono essere inviate a mezzo posta elettronica certificata (Pec) rispettivamente al Dipartimento della Trasformazione digitale e al Ministero dello Sviluppo economico ai seguenti indirizzi di posta elettronica certificata (Pec):

dtd.sperimentazioneitalia@pec.governo.itdgpiipmi.

Covid: quali sono le cure che si possono fare a domicilio.

Assorted pills

Covid e cure a domicilio, arrivano le indicazioni del ministero della Salute sui farmaci da usare (o meno) i casa.

Il documento ricorda in una tabella le “raccomandazioni e decisioni Aifa sui farmaci Covid-19”. In base alle disposizioni dell’Agenzia italiana del farmaco, dunque, possono essere utilizzati antinfiammatori come paracetamolo o Fans in terapia sintomatica, nonché costicosteroidi ed eparine che vanno impiegati “solo in specifiche condizioni di malattia”.

Invece antibiotici, clorochina o idrossiclorochina, e combinazioni antivirali lopinavir/ritonavir, darunavir/ritonavir o cobicistat sono tra i “farmaci non raccomandati per il trattamento di Covid-19”

La riforma del Mes è un grande passo in avanti

Articolo già pubblicato dall’Agenzia Ansa.

Dopo un anno di attesa dovuto allo scoppio della crisi Covid, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) diventa realtà.

I ministri dell’economia della zona euro hanno dato l’ok definitivo alla modifica del trattato che ridisegna gli aiuti tradizionali del Mes (non la linea dedicata alla pandemia nata a marzo), con l’obiettivo di prevenire le crisi invece che curarle, una volta scoppiate, con i dolorosi programmi di aggiustamento che sono costati al Mes la sua fama.

L’intento della riforma, avviata oltre due anni fa, è rafforzare e semplificare l’uso degli strumenti a disposizione del Mes prima del salvataggio di un Paese, ovvero le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati.

La riforma elimina il contestatissimo Memorandum – quello passato alla storia per aver imposto condizioni rigidissime alla Grecia – sostituendolo con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. La riforma affida al Mes anche un altro compito, a tutela dei contribuenti: fornirà un paracadute finanziario (backstop) al fondo salva-banche Srf (il fondo unico di risoluzione europeo alimentato dalle banche stesse), qualora, in casi estremi, dovesse finire le risorse a disposizione per completare i ‘fallimenti ordinati’ delle banche in difficoltà.

È uno dei tasselli mancanti dell’Unione bancaria che l’Italia aveva fortemente voluto. Grazie alla decisione di oggi entrerà in vigore prima del previsto, cioè nel 2022 invece del 2024. Per il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz si tratta di una riforma che “rafforza l’euro e tutto il settore bancario europeo, perché lo rendiamo più robusto contro gli attacchi degli speculatori, e rendiamo il settore bancario più resistente alle crisi e quindi in grado di sostenere l’economia reale”.

Scholz sottolinea anche che si continuerà a “ridurre i rischi sui bilanci delle banche”. Ma l’ok all’anticipo del backstop dimostra che per i ministri c’è stata già una significativa riduzione dei rischi bancari, un buon punto di partenza anche per la discussione sull’ultimo pilastro dell’Unione bancaria, cioè lo schema di assicurazione comune sui depositi (Edis). La riforma del Mes dovrà ora essere firmata formalmente da tutti gli Stati aderenti al trattato, cioè quelli della zona euro, e potranno poi partire i procedimenti nazionali di ratifica.

Il dibattito sul centro deve essere coraggioso: ora i diversi spunti vanno raccolti e sviluppati con intelligenza.

Caro D’Ubaldo, su “Il Domani d’Italia” di ieri, Festa di Sant’Andrea di quest’annus horribilis 2020, c’è un Suo redazionale secondo me più esplosivo di quel che penso ai più – dormienti – non appaia, ovvero “Centro e sua natura extraparlamentare”.

Nella memoria collettiva quest’ultima parola era iper utilizzata negli Anni ’70, e si riferiva al movimentismo e ad ogni cosa che nasceva o si sviluppava non solo fuori dalla rappresentanza istituzionale canonica, ma che anche si poneva in alternativa al parlamentarismo o comunque ad una politica che avesse solo le vie dei Partiti per essere legittima. (E io vengo da “Dio è morto” di Guccini, quindi lo so.)

Poiché i Suoi scritti, oltre al rigore documentale (cosa a cui personalmente tengo molto perché oggi si va avanti a prese di posizione personali ad oltranza), sono sempre denotati da un ‘creativo’ anticonformismo senza timori reverenziali, penso che lo ‘spazio extraparlamentare’ per ri-discutere di ‘centro’ rispetto non alla destra o alla sinistra bensì rispetto alla COMPLESSITÀ del nostro tempo possa essere davvero una novità.

Secondo me (ne parlavo tempo fa con Mons. Simoni) la concezione da ‘laboratorio avanzato a cielo aperto’ con cui Lei tratteggia questo lavoro ‘extraparlamentare’ costituisce una vera novità e una concreta possibilità di scavare con molta libertà, e senza brónci da ‘c’eravamo tanto amati’,  PER qualcosa di Nuovo. Per ‘Nuovo’ intendo che si distacca e diversifica, pur traendone origini, dai genitori di un tempo.

Trovo qualche altro coraggio nell’articolo di Provinciali quando non ha paura a ritirare fuori e riconoscere un lignaggio valoriale alle ideologie (usa proprio questa parola; parola che è stata ridotta in trent’anni a sole accezioni negative [e così il mercato ha potuto imperversare come l’antidoto che ce ne avrebbe liberati]).

Trovo inoltre corrispondenza in questo suo scritto/proposta con un bell’articolo – anche questo non ripreso da nessuno (tutto tace!…) – del 23 Ottobre u.s. di Lorenzo Dellai, “Non parliamo di partito dei cattolici: a noi interessa la scelta del nuovo popolarismo”. Lì c’è una sorta di diagramma di flusso del processo da apparecchiare prima di andare a rompersi la testa, ed a prenderci per i capelli tra di noi, su ‘partito sì-partito no” per quel soggetto fantascientifico che sono ‘i-cattolici-con-l’articolo’ (come li chiamo io), e che sono come l’araba fenice: che ci sia ognun lo dice, cosa sia nessun lo sa.

Se ci fosse a giro meno appestamento di pomposa retorica, moralismo saccente, vanagloria e mentalità da combattenti e reduci, forse potremmo meglio apprezzare la Sua notevole dritta di ieri con lo spazio ‘extraparlamentare’ per un ampio e non coartato brain storrming, in vista di una rifondazione comunitaria dell’istituzionalità condivisa, e il laboratorio prepolitico di Dellai. Che serve anche ad ingaggiare tanta volontà di impegno di molti giovani, che in un partito non entrerebbero, ma in un pre-politico di centro sì.

Fuori da questo coraggio sperimentale – ci si illude – le truppe non ci sono (Zamagni o non Zamagni).

 

La Fondazione Giovanni Goria e la Fondazione Carlo Donat-Cattin promuovono l’incontro: “La politica, la competenza e la classe dirigente”.

La Fondazione Giovanni Goria e la Fondazione Carlo Donat-Cattin promuovono l’incontro:  “La politica, la competenza e la classe dirigente”. Un confronto sull’ultimo saggio di Giorgio Merlo edito da Marcianum che reca proprio questo titolo e che muove una severa critica alla politica del presente. Le tre parole presenti nel titolo sono strettamente intrecciate tra di loro e sono, di fatto, indissolubili.

Se la politica e i politici, e quindi anche i partiti, oggi vogliono recuperare credibilità tra i cittadini e autorevolezza nella pubblica opinione, non possono non porsi il tema della qualità della classe dirigente e, nello specifico, anche della sua competenza. Una richiesta che è divampata dopo l’emergenza sanitaria che ci ha colpiti ma che richiede, al contempo, risposte chiare e non più evasive, e cioè la capacità di saper indicare una prospettiva e perseguire un progetto politico senza appaltare il tutto all’improvvisazione, alla casualità e all’inesperienza indicati come elementi di netta discontinuità e di rottura rispetto al passato.

All’evento che si terrà Mercoledì 2 dicembre 2020 alle ore 17  in diretta sulla piattaforma Fb della Fondazione Giovanni Goria

Intervengono:

David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo

Sergio Chiamparino, Consigliere Reg. Pd già sindaco di Torino e presidente della Regione Piemonte

Riccardo Molinari, Presidente del gruppo parlamentare della Lega alla Camera

Gianna Martinengo, Imprenditrice e docente – Panel Stoa Parlamento Europeo

Padre Francesco Occhetta, gesuita e politologo

Modera: 

Giuseppe Novero, giornalista

Saluti:

Marco Goria, Presidente della Fondazione Giovanni Goria

Carlo Cerrato, Segretario generale della Fondazione Giovanni Goria
Gianfranco Morgando, direttore della Fondazione Carlo Donat-Cattin 

Artemisia Gentileschi: la forza della vita.

Per la prima volta nel Regno Unito è reso omaggio ad Artemisia Gentileschi, pittrice italiana nata a Roma nel 1593 e morta a Napoli nel 1656 c.

“Questa mostra –  ha affermato il direttore della National Gallery, Gabriele Finaldi – sarà una rivelazione per molti visitatori, che potranno scoprire i potenti dipinti di Artemisia e conoscere la sua arte e anche la sua storia, grazie a documenti biografici che sono esposti per la prima volta. Artemisia è stata un personaggio eccezionale e la prima donna accolta come membro dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze”. 

L’esposizione, allestita (già da ottobre) alla National Gallery fino al 24 gennaio di anno prossimo (riapre al pubblico domani), è parte di un progetto espositivo – condiviso tra Intesa Sanpaolo ed il prestigioso museo londinese – che prevede nel 2022 una rassegna dedicata alla celebre artista anche alle Gallerie d’Italia di Napoli. L’antologica londinese, curata da Letizia Treves, riunisce trentacinque opere provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, tra cui: “Autoritratto come Santa Caterina d’Alessandria” (recentemente acquisita all’asta dalla National Gallery per 3,6 milioni di sterline), “Giuditta e la sua serva”, “Cleopatra”“Danae”, “Autoritratto come suonatrice di liuto”.

Logico e doveroso è ricordare che pochi giorni fa si è celebrata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Statistiche e studi dimostrano che durante il primo “lockdown” gli abusi sono aumentati, con situazioni “casalinghe” sempre più a rischio.  Anche ora la situazione non è migliorata: ad esempio, 25% di violenza in più in Argentina, il 30% in Francia e a Cipro, il 33% a Singapore. In Italia le chiamate di aiuto al numero verde 1522 sono raddoppiate tra marzo e giugno. In Brasile 648 donne sono state uccise nei primi sei mesi dell’anno, in aumento rispetto allo stesso periodo del 2019. 

Come noto, nel Seicento vari “ruoli” tradizionali erano riservati a gran parte delle donne, come accudire la casa (mogli e madri), entrare in convento, coltivare i campi o servire. Alcune, eccezionalmente, nell’ambito delle classi più elevate, si dedicarono anche a studi scientifici… ma artiste proprio no. Non era visto di buon occhio. È in questo clima che vive Artemisia Gentileschi, da sempre un “riferimento artistico” di reazione alla violenza, simbolo di lotta femminile per la propria integrità fisica e libertà intellettuale. Infatti, la pittrice aveva subito uno stupro (nel 1611) da parte dell’artista Agostino Tassi. Certo è che ella affrontò un processo, voluto in particolar modo dal padre, quel famoso Orazio che accompagnò l’apprendistato della figlia e poi, anni dopo a seguito di varie vicende che li allontanarono, si riunì con lei per lavorare nel 1639 proprio a Londra, alla corte di Carlo I d’Inghilterra, diventando artista di corte. Ed è sempre il padre che, dopo la conclusione del processo, combinò per Artemisia un matrimonio che servì a restituirle uno status di onorabilità. Orazio, causa indiretta dell’accaduto (aveva chiesto al Tassi di insegnare alla giovane talentuosa), amava ed apprezzava moltissimo la figlia e non si diede mai pace. La considerazione di Artemisia come pittrice la si può riscontrare in alcune lettere ritrovate, come quella (una delle prime) scritta alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena il 6 luglio 1612: “… Questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere”

Sulla vicenda della violenza subita, in mostra si può leggere la trascrizione originale del processo (famose le parole pronunciate dalla Gentileschi durante l’arringa: “È vero, è vero, è vero”) del 1612, proveniente dall’Archivio di Stato di Roma. Inoltre, da essere consultate anche interessanti lettere personali recentemente scoperte nell’archivio Frescobaldi a Firenze.

Artemisia, simbolo del femminismo internazionale “ante litteram”, sa che “il nome di donna fa stare in dubbio finché non si è vista l’opera” e lavora, senza sosta e con passione, guardando alla luce caravaggesca. Si narra che conobbe personalmente Caravaggio, il quale era solito prendere in prestito strumenti dalla bottega del padre Orazio. In quel primo periodo romano l’autrice “respira” l’aria creativa del momento. Sono anni in cui Caravaggio lavora nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi. Guido Reni e Domenichino gestiscono il cantiere a San Gregorio Magno. I Carracci terminano gli affreschi della Galleria Farnese.

La Gentileschi sperimenta, prova a “riprender dal vero” il paesaggio, studia con passione la prospettiva, inserisce nei suoi lavori l’anima dell’impulso emotivo, gestito con maestria ed elaborato dalla visione del particolare e dell’insieme. Organizza sempre con molta cura lo studio e promuove le Arti, costituendo anche, soprattutto nel periodo fiorentino, un salotto culturale, a dispetto di tutte le difficoltà e pregiudizi incontrati nella vita.

La fragilità emotiva, col tempo trasformata in autentica forza espressiva, si riscontra in moltissimi suoi lavori. L’energia dei colori intensi, le pennellate quasi “gettate” con rabbia, i molteplici autoritratti “non dichiarati”, in cui si immedesima nella protagonista ritratta. Si veda, tra tutti, “Giuditta che decapita Oloferne” (1614-1620). Un soggetto trattato anche precedentemente da diversi artisti. Come non ricordare, tra tutti, quello dipinto da Caravaggio tra il 1598 ed il 1599. In Artemisia troviamo maggiore realismo, in particolar modo in quel sangue realistico, più vissuto e meno narrato di quello dipinto da Caravaggio, quasi inverosimile. Ed anche il nero dello sfondo nell’artista romana diviene più inglobante. La luce coinvolge la scena, quasi rapita con lo sguardo di nascosto, nella penombra, senza fiatare perché è in atto un omicidio. Nel grande autore barocco il nero (pieno di tutta l’angoscia e la tematica della morte caravaggesca) condivide lo spazio con un tendaggio rosso cupo, che crea un movimento visivo, con effetto teatrale. La luce è fotografica, filmica, mentre l’azione in atto viene bloccata da una zoomata di scena.

Si può ammirare anche “Maria Maddalena in estasi” (1620-25). La figura della santa era oggetto di studio da parte di diversi autori. Guido Reni, ad esempio, la dipinse più volte arrivando, sulla tela del 1640, ad una profonda inclinazione spirituale ed interiore. Artemisia sceglie il momento dell’estasi, e relaziona sacralità e carnalità con rispetto dell’iconografia religiosa mantenendo, comunque, una osservazione terrena e una interazione psicologica. Non ci sono rossi o luci dirette, ma un gioco di tonalità e cromatismi netti mai eccesivi. Stessa modularità del colore, seppur con variazioni di tinte, in “Cleopatra” del 1633-35 circa. Anche in quest’opera si evidenzia la sapiente conoscenza del corpo femminile. Del resto, fin da ragazza aveva studiato il disegno e l’anatomia per rappresentare il corpo umano, iniziando dal proprio, con un’attenta e delicata analisi delle sue forme. La figura femminile, seppur di una regina, è naturale e dolce, dal vago sapore di una rappresentazione tipica del barocco, che, ma senza indulgere in eccessi, mantiene una propria costante: la forza della vita.

 

Territori civili, il report di Caritas e Legambiente per un ‘ecologia integrale’

Per leggere il mondo e la pandemia, la chiave è l’ecologia integrale. Ne sono convinte Caritas Italiana e Legambiente, che hanno presentato oggi online Territori CiviliIndicatori, mappe e buone pratiche verso l’ecologia integrale, un rapporto nato per contribuire alla definizione di una visione del futuro da costruire insieme, alla luce delle forti connessioni tra dimensione ambientale, economica e sociale. Vengono utilizzati 70 indicatori, basati non solo sui principali dati statistici disponibili ma anche sulle attività di ricerca svolte da Caritas italiana grazie ai suoi centri di ascolto e da Legambiente, con i suoi rapporti, da quello sull’ecomafia ai comuni ricicloni; mentre dall’analisi condotta in 12 Comuni emergono 36 nuove progettualità in cui i valori sociali e ambientali s’intrecciano, generando nuova economia, circolare e civile.

Alla presentazione, introdotta da don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana e Stefano Ciafani, presidente di Legambiente e curata da Federica De Lauso e Walter Nanni di Caritas Italiana ed Enrico Fontana di Legambiente, sono intervenuti anche il ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare Sergio Costa e Stanislao Di Piazza, sottosegretario di Stato per il Lavoro e le Politiche Sociali.

Il rapporto Territori Civili intende cogliere e raccontare la dimensione sociale e quella ambientale in modo integrato, mettendo in luce, al contempo, anche le esperienze innovative nate sul territorio in grado di rispondere e coniugare i due ambiti. Un tema, quello dell’interconnessione tra degrado dell’ecosistema e degrado sociale, già nitidamente sottolineato da Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato Si’, pubblicata cinque anni fa. “Non esistono due crisi separate, sociale e ambientale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale, per rispondere alla quale serve un approccio integrale, al fine di combattere la povertà e al tempo stesso prendersi cura della natura” (n.139) scriveva Papa Francesco. Parole che fecero indubbiamente da spartiacque nella consapevolezza delle forti relazioni che esistono tra povertà e questioni ambientali. Secondo l’approccio dell’ecologia integrale, che percepisce come fortemente interconnessi società, economia e ambiente (condividendo in tal senso molti punti con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite) “l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa, che genera un determinato modo di relazionarsi con gli altri e con l’ambiente” (n.141).

Proprio a partire da questi assunti teorici, prende forma lo studio realizzato dalla sinergia tra Caritas Italiana e Legambiente, l’approccio culturale e metodologico della loro ricerca comune. Le situazioni di rischio ambientale, la riduzione della biodiversità, il cambiamento climatico e l’attuale pandemia ci mostrano che siamo tutti nella stessa barca, ma anche che nessuno può salvarsi da solo.

Il volume Territori Civili si divide in due parti. La prima, di taglio quantitativo, approfondisce connessioni e sovrapposizioni tra la dimensione sociale e quella ambientale, analizzando per ciascuna, fragilità e risorse presenti in ogni regione italiana, grazie a 40 indicatori sociali e 30 parametri ambientali. La seconda presenta un’indagine qualitativa realizzata su 12 comuni d’Italia e racconta 36 esperienze, che combinano l’ambito ambientale e quello sociale, valutate in base a 22 parametri. Un patrimonio importante, che racconta, in maniera significativa, la spinta culturale e la visione strategica che attraversa l’Italia da Nord a Sud.

«Un elemento comune delle esperienze contenute nella ricerca – osserva don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana – è certamente l’attenzione alle problematiche in una visuale unica. C’è infatti bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché- come sottolinea papa Francesco nella Laudato si’ – “ la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti”. Dal racconto di tali esperienze emerge forte proprio la necessità di far convivere negli stessi tavoli di lavoro e di coordinamento attori e idee un tempo lontani, coinvolgendo in modo sempre più massiccio la comunità locale, a diversi livelli: associazioni, comitati di quartiere, chiese locali, singoli cittadini, uniti nello sforzo di rendere la nostra casa comune più accogliente e abitabile per tutti».

«Il titolo di questo lavoro, Territori Civili – ha dichiarato il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – evoca già una direzione possibile verso cui orientare il cambiamento che molti auspicano: un nuovo modello di società e di economia, finalmente civile perché capace di generare benefici ambientali e sociali, invece di distruggere risorse naturali, moltiplicando povertà e disuguaglianze. Come dimostrano i risultati del lavoro di ricerca svolto nei 12 territori in cui è stata approfondita l’analisi, da Torino a Palermo, di questi ‘territori civili’ esistono già esempi concreti, frutto di progetti, attività, iniziative in cui la separatezza tra le risposte ai bisogni sociali e alle criticità ambientali viene superata».

La prima parte del volume vuole fornire tracce utili per contribuire alla costruzione di possibili risposte nel solco dell’ecologia integrale, con la messa a fuoco delle risorse e del potenziale di ciascun territorio, nella consapevolezza di alcune evidenti vulnerabilità. In quali regioni si intrecciano maggiormente condizioni di fragilità ambientale, di degrado e povertà? E quali sono quelle in cui emerge in modo più chiaro questa correlazione anche sul fronte delle risorse? La lettura integrata delle fragilità sociali e ambientali delle regioni italiane da un lato conferma alcune note criticità, che vedono il Mezzogiorno fortemente penalizzato nella misurazione di fenomeni di degrado e delle fragilità da superare. Non mancano tuttavia delle sorprese; tre regioni del Nord compaiono infatti nelle prime dieci posizioni della classifica relativa alle criticità, sommando quelle sociali e ambientali: Emilia Romagna, Liguria e Lombardia, rispettivamente all’ottavo, nono e decimo posto. Meno sorprese riserva invece l’analisi della lettura incrociata delle risorse sociali e ambientali che vede alle prime posizioni le regioni che costituiscono il “motore” economico del nostro Paese: Lombardia, Emilia Romagna, Trentino, Veneto e Piemonte. La lettura combinata delle fragilità e delle risorse ambientali e sociali restituisce, in sintesi, una fotografia di un’Italia spaccata in due con quasi tutte le regioni del Nord collocate nel saldo positivo, con le sole eccezioni di Liguria e Valle d’Aosta. Tutte le regioni del Mezzogiorno, invece, pur potendo contare su significative risorse, in particolare di carattere ambientale (da sostenere e valorizzare maggiormente), presentano un grave deficit complessivo, soprattutto a causa delle rilevanti fragilità sociali che incidono enormemente sulla qualità della vita della popolazione residente.

Nella seconda parte del volume, Cagliari, Campi Bisenzio (Firenze), Lecco, Lucca, Marcianise (Caserta), Padova, Palermo, Pontecagnano (Salerno), Reggio Calabria, Taranto, Terni sono i 12 comuni di cui viene presentata l’indagine qualitativa. Grandi metropoli, città capoluogo di provincia e Comuni di medio-piccole dimensioni, individuati congiuntamente da Caritas Italiana e Legambiente, tra le tante opzioni possibili, partendo da esperienze maturate o in corso, grazie all’impegno delle stesse Caritas diocesane e dei circoli di Legambiente, ma anche tenendo conto di loro alcune peculiari fragilità sociali e ambientali. L’indagine è stata condotta sul campo, attraverso interviste grazie alle quali sono stati messi a fuoco punti di forza e di debolezza socio-ambientali delle dodici città casi-studio e, al tempo stesso, messi in risalto i percorsi progettuali attivi o in via di definizione con cui raccontare il percorso di innovazione sociale e ambientale del territorio osservato.

Sono 36 le esperienze raccontate, che rappresentano solo alcune delle tante progettualità intercettate nei dodici casi-studio. Tra queste, ad esempio: “WOWNature” di Padova, i-Rexfo di Terni, “DACCAPO centro del riuso” di Lucca, “Impresa sociale Lavoro insieme s.r.l.” di Cagliari, “CRAMS” e l’Ostello “Parco Monte Barro” a Lecco, i progetti di reinserimento socio-lavorativo di Taranto, la “Green station” di Pontecagnano, i “Cantieri Culturali della Zisa” e il progetto “ECCO” – Economie Circolari di comunità a Palermo, il progetto “Con-tatto” della Caritas Diocesana di Caserta, le numerose iniziative nate nell’ambito del Distretto dell’Economia civile di Campi Bisenzio.

I migranti in Italia. I dati del Viminale.

Sono finora 32.542 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Nello stesso periodo, lo scorso anno furono 10.867 mentre nel 2018 furono 23.011.

Negli ultimi cinque giorni non sono state registrate persone sbarcate per cui è fermo a 5.339 il totale delle persone arrivate via mare nel nostro Paese da inizio mese. L’anno scorso, in tutto novembre, furono 1.232, mentre nel 2018 furono 980.

Degli oltre 32.500 migranti sbarcati in Italia nel 2020, 12.490 sono di nazionalità tunisina (38%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (4.132, 13%), Costa d’Avorio (1.737, 5%), Algeria (1.379, 4%), Pakistan (1.358, 4%), Egitto (1.155, 4%), Sudan (1.043, 3%), Marocco (995, 3%), Afghanistan (949, 3%), Somalia (809, 3%) a cui si aggiungono 6.495 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 80.906 persone su tutto il territorio nazionale di cui 899 negli hot spot di Sicilia e Puglia, 54.956 nei centri di accoglienza e 25.051 nei centri Siproimi. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (13%, in totale 10.498 persone), seguita da Emilia Romagna (11%), Lazio e Piemonte (9%), Sicilia (8%), Campania (7%), Toscana e Veneto (6%).

Bari: Apre l’Emporio della salute

Assorted pills

Nasce a Bari l’Emporio della salute per la raccolta e la distribuzione dei farmaci ancora validi non più utilizzati, da destinare a fini sociali. L’iniziativa è frutto di un accordo tra Comune di Bari, Caritas diocesana, Ordine dei Farmacisti, Federfarma, Banco farmaceutico e associazione di solidarietà “Rogazionisti – Cristo Re onlus”.

Il progetto in fase sperimentale, della durata di un anno, ha come obiettivo il recupero dei farmaci non più usati e correttamente conservati nelle farmacie cittadine o donati da privati. Il loro riutilizzo ha finalità umanitarie e di assistenza sanitaria in favore degli utenti dei servizi sociali e degli enti caritativi che vivono in una grave situazione di disagio economico-sociale.

Il ritiro dei medicinali presso le farmacie sarà organizzato dall’associazione “Ideando” individuata dalla Caritas diocesana in collaborazione con l’Ordine dei Farmacisti, la Federfarma e la Fondazione Banco farmaceutico Onlus.

Centro e sua natura extraparlamentare

Oggi s’involve nella metafora del vuoto. Appare come un movimento o meglio un sommovimento di natura extraparlamentare. Pertanto, sforzarsi d’inserire il centro nell’attuale intelaiatura della rappresentanza è un’impresa vana. Non esiste sul piano politico. Si estende e si contrae sulla scia di un moto elettorale che gli s’impone inesorabilmente. Truppe di occupazione provenienti da opposte schiere se ne contendono lo spazio con messaggi interessati, dando ai buoni propositi un mantello di camaleontismo e saltimbancheria. Si vince al centro, come si dice, ma non si concede autonomia, né si attribuisce effettiva dignità, alla posizione politica di centro. Dunque, nel linguaggio comune prevale il retropensiero di una censura che dai cieli della semantica plana velocemente sulle piste della prassi quotidiana. 

In effetti, la seconda repubblica muoveva dal presupposto che la polarizzazione della democrazia avrebbe innescato un guadagno di efficienza e mobilità grazie all’avvento dell’alternanza nei ruoli di potere. Dunque, nessuna rendita di posizione e più competizione virtuosa. Non è andata esattamente così, stando ai risutati: le coalizioni si sono fronteggiate senza più il vincolo della “conventio ad excludendum”, ma senza neppure riuscire, una volta conquistata la vittoria, a superare i limiti della loro originaria composizione. Quel che è transitato nella mentalità comune e nel modus operandi dei partiti andrebbe riletto come adeguamento post-moderno all’atavica e ricorrente opposizione tra guelfi e ghibellini. Da ciò non poteva che derivare un’altra “conventio ad excludendum”, quella che appunto ha riguardato il centro come vettore dell’ingegno ricompositivo della politica, nonché scenario di sempre nuovi equilibri democratici. 

La sensibilità cattolica ne ha risentito fortemente. Alle prese con lo spirito del maggioritario, non ha dato il meglio di sé nel vivere una sfida senza precedenti. La Dc è parsa un ingombro, la sua storia un fardello o semmai un catalogo di controstorie liberamente selezionate, a seconda delle convenienze, per aggettivare e modellare un dispositivo di pratica subalternità. Ci sono stati alcuni tentativi di muoversi in controtendenza, resistendo in via di principio a questa omologazione verso il basso – l’intramontabile basso della politica. La più nitida resistenza, messa in atto dai Popolari reinventati da Martinazzoli, andò incontro a un destino di lacerazioni e impoverimento, fino alla discussa abdicazione. Bisognava avere coraggio e tenere duro, anche in contrasto evidentemente con le parole d’ordine imposte dal pensiero comune.

Adesso urge una riflessione nuova. Nella società viene avanti questo bisogno di ricomposizione attorno a un’idea di politica ragionata, giustamente flessibile, in sintonia con le aspettative popolari, al netto però di cedimenti all’oltraggio del vaniloquio e dell’incompetenza. Curiosamente, la discussione attorno alla esistenza del centro rimanda al paradosso del gatto di Schrödinger, vivo e morto nel medesimo tempo. Il centro è vivo perché Biden, ad esempio, dimostra che si vince soltanto se la proposta politica rientra nel perimetro delle attese di un elettorato intermedio, popolato di soggetti non inclini alla radicalizzazione della politica; ma è morto, viceversa, perché il centro non assume nei fatti una propria concretezza, specifica e distinta, essendo piuttosto un’astrazione logica – ecco il punto – a sigillo di spostamenti e oscillazioni nella rigida cornice dell’alternativa tra destra e sinistra. 

L’astrazione tuttavia rimbalza e si trasforma nel diniego degli elettori che tendono a respingere, anzitutto con l’arma dell’astensionismo, la configurazione della lotta democratica secondo parametri di ostracismo, atti a nascondere limiti e incongruenze delle parti. Per questo diniego, ora più diffuso nella società, è lecito parlare dell’esistenza di un “centro extraparlamentare”. Ciò che opera nella società, latita nella sfera politica. Ecco allora la domanda: fino a quando il centro potrà rimanere tale, in questo stato cioè di alienazione e impotenza? È difficile stabilirlo. Tuttavia, non è lontano il tempo di un decisivo rimescolamento delle carte, visto che l’attuale crisi, in primis sanitaria e poi finanziaria, determina la consapevolezza di un travaglio che già ora appare foriero di grandi novità.

 

Il rimpasto e il trasformismo.

Il capo virtuale del Pd, Goffredo Bettini, l’ha giurata di fronte a tutti, cioè su alcuni organi di  informazione: il rimpasto s’ha da fare. E quindi, com’è noto, si farà. E questo per un semplice e  persin banale motivo. Tutto ciò che è successo sino ad ora durante la segreteria Zingaretti è stato  preceduto/annunciato da Bettini. E quindi anche questa volta, accompagnata dalla solita smentita  che conferma l’assunto, il rimpasto di governo ci sarà. Come sempre capita da svariati lustri nella  politica italiana, il tutto viene riassunto e affrontato nel cosiddetto “totonomine” che ormai  campeggia su quasi tutti gli organi di informazione. Conosciamo già le ambizioni sfrenate dei vari  pretendenti che si faranno sempre più stringenti di settimana in settimana e i potenziali, e  conseguenti, “trombati” a cui verrà dato un momentaneo benservito. Insomma, tutto secondo  copione.  

Ma, al di là delle ambizioni sfrenate e della voglia di potere di tanti, quello che mi preme  sottolineare è che il tutto avviene in una cornice trasformistica degna di nota. Quello che sta  avvenendo attorno a Berlusconi, per fare un solo esempio, in questi ultimi giorni è francamente  singolare se non addirittura comico. E cioè, le tonnellate di insulti, di attacchi personali, di  diffamazioni e di contumelie rovesciati per almeno 25 anni addosso al leader di Forza Italia non  solo sono stati sospesi in questi ultimi tempi ma, addirittura, si sono trasformati rapidissimamente  in elogi sperticati se non quasi in una sorta di pre “santificazione” politica e pubblica. Per il  momento non ancora privata, ma arriverà pure quella… Ora, come possa essere possibile, e  credibile, un rimpasto di governo in un contesto del genere lo lascio ai lettori del Domani d’Italia.  Perchè, per citare il mio “maestro” politico Carlo Donat-Cattin, francamente questi “sono capaci,  capacissimi, capaci di tutto”. E se fosse proprio il simpatico Di Maio a proporre un esecutivo  allargato all’apporto responsabile e decisivo – i due termini li invento io – di personaggi  riconducibili o indicati dal capo di Forza Italia? Il Pd il nodo lo ha già sciolto. La beatificazione  politica è già stata sdoganata da Bettini. Per la sinistra di Bersani l’unica cosa che conta è restare  al potere, e quindi il problema non viene neanche discusso. Restano, appunto, i 5 stelle. Ma se  questo tema viene affrontato, e risolto, come altri argomenti il dado è tratto. Ne ricordiamo solo  alcuni, i più simpatici. “Mai alleanze con i partiti”, “mai l’abolizione del secondo mandato”, “mai  trasformarsi in partito”, “mai l’alleanza con il Pd”, “mai con quelli della casta” e via discorrendo. Ci  fermiamo qui perchè per completare l’elenco ci vorrebbe un pamphlet.  

Ecco perchè, senza farla tanto lunga, il prossimo sarà un rimpasto di governo non solo divertente  per i nomi – su questo versante è sempre tutto uguale perchè viene riproposto sempre lo stesso  copione – ma per le piroette e per le capriole politiche che ci saranno. Con una unica conclusione  certa e granitica: la coerenza politica e i comportamenti politici trasparenti saranno un semplice  optional. Appunto, “capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

I confini della politica

Non posso dimenticare queste parole pronunciate da Sandro Pertini: “più degli uomini – che sbagliano, tradiscono e cadono volutamente nell’errore – sono importanti le idee, perché si codificano nei valori che restano immutabili nel tempo e sono di monito e di esempio alle azioni umane fino a diventare motivo e senso dell’esistenza”. Ascoltando certi siparietti televisivi, le invettive che i politici 4.0 e i commentatori tuttologi si scambiano usando perentorie affermazioni infarcite di luoghi comuni e la generica, ripetitiva e riduttiva banalità di taluni peones istruiti dai rispettivi capi, mi rendo conto che da quando idee e ideali sono stati sostituiti dalle opinioni è come se vivessimo in una nebulosa imperscrutabile, senza radici, senza orizzonti e senza meta, una sorta di limbo dell’indeterminato in cui  si affievoliscono le identità sociali, si radicalizzano le individualità e si frammentano l’autorità, il merito certificato e i livelli decisionali.

Sono confetti avvelenati di superficialità, incompetenza ed arroganza che intossicano la vita sociale ed educano al tutti contro tutti, cioè al peggio. Non so se ciò sia complementare a quella “liquidità” che Zygmunt Bauman aveva magistralmente letto nel corpo sociale della post-modernità e che ritroviamo ancor più rarefatta dentro ciascuno di noi. Il relativismo etico ha preso il sopravvento, come i diritti sui doveri.

L’abbandono all’oblio, assecondando la teoria del cominciamento e dell’anno zero, ha cancellato persino la memoria dei fatti della Storia: ma la ruota gira impietosa e corsi e ricorsi bussano alla porta della vita senza annunciarsi, come direbbe Dostoevskij, “all’improvviso”. O presentano il conto di scelte sbagliate e dell’indifferenza perché siamo orfani di una visione diacronica delle cose e della loro evoluzione. L’assenza del principio di motivazione e di un sentimento di senso civico condiviso, di cui ci riferiscono De Rita e il Censis, ci rendono monadi isolate che si riaggregano in una sorta di poltiglia sociale: privacy e trasparenza idolatrate come i paradigmi della correttezza del nostro agire, finiscono con il mettere le manette ai polsi delle relazioni interpersonali, supportate da una burocrazia paralizzante che oggi può ben essere definita come la forma di violenza simbolica più pervasiva, rarefatta e paralizzante. 

A cosa serve, a chi, la politica, se essa è diventata il luogo della retorica autoreferenziale?

Potremmo meglio dire: quale politica, quali partiti? Quelli diventati comitati d’affari? Senza andare troppo lontano nel tempo, il secondo dopoguerra fu caratterizzato da una penetrazione palpitante delle ideologie: si celebravano i congressi e anche nel conflitto ideologico veniva legittimata una partecipazione fatta di convincimenti e di immedesimazione, la crescita del Paese era legata a proposte di modelli di società, a scelte da fare, a progetti per il futuro.

L’idea di “Europa” come patria comune, coagulo di nazioni oltre i nazionalismi era nata da menti che vedevano oltre: De Gasperi, Adenauer, Monnet, Schumann, Spinelli. Anche la politica vuole i suoi “genii”.

Era una visione prospettica lungimirante, l’economia le era ancillare. Oggi la geoeconomia anche a livello planetario sta lentamente schiodando le pareti delle case costruite con le alleanze della geopolitica e riaffiorano progetti espansivi che mirano all’egemonia e ai rapporti di primazia mercantile mentre l’ONU e la NATO perdono capacità di catalizzare consensi e di esercitare azioni negoziali e di controllo.

Ripensando poi alla Storia più remota viene da pensare al fervore di Mazzini, di Gioberti,  e Cattaneo: dopo secoli di sottomissioni e di frazionamenti la ricomposizione dell’unità nazionale sotto una sola bandiera fu un fatto storico e politico, ma anche culturale, ideologico e istituzionale di enorme portata. Ci si chiede oggi che cosa resti di quella identità faticosamente assemblata. Esemplare la vicenda lunga quanto la pandemia del conflitto Stato-Regioni in materia di provvedimenti e restrizioni via via assunte. 

I Governatori non esistono nella Costituzione, si sono autopromossi tali sul campo.

La personalizzazione della politica ha pervaso le istituzioni, la frammentazione inibisce lo spirito unitario.

Dopo le guerre mondiali, il ventennio fascista e la lotta di liberazione nazionale, la Costituzione Repubblicana rappresentò la legittimazione formale della tutela delle libertà individuali e sociali, dei principi di uguaglianza,  democrazia, della primazia del lavoro, della sovranità popolare, nel convincimento che il decentramento autarchico costituisse uno strumento di partecipazione allargata ed estesa alle periferie, senza che fosse mai messo in discussione il principio di quella unità nazionale faticosamente raggiunta. Se chiudiamo gli occhi e pensiamo agli avvenimenti della Storia accaduti sotto lo stesso cielo negli ultimi due secoli viene spontaneo pensare agli aspetti irrazionali della politica incapace di darsi limiti e confini. La globalizzazione ha illuso chi la pensava come agente di compensazione delle ricchezze nell’ottica di un equilibrio mondiale riscritto secondo i paradigmi dei consumi per tutti e delle uguaglianze distributive.

Il suo panta rei ha generato polarizzazioni e miraggi, producendo enormi sacche sociali di nuove povertà, il declassamento della borghesia, il default delle imprese e dei posti di lavoro e il risiko bancario. 

Per questo è arduo oggi condividere progetti a livello di alleanze strategiche, lo vediamo in Europa quanto sia difficile negoziare accordi stabili (la storia del Recovery Fund ha palesato la consapevolezza che occorreva decidere qualcosa per non soccombere ma tutto è per ora solo sulla carta: la nostra legge di Bilancio non tiene ancora conto di queste provvidenze finanziarie), figuriamoci a livello mondiale: mi viene in mente il profetico aforisma di Henry Kissinger,  riferito da Sergio Romano sul Corriere della Sera: “Gli Stati non hanno ne’ amici permanenti ne’ nemici permanenti: hanno solo interessi”. Questo è il nuovo paradigma nell’era orfana delle ideologie: dovremmo capirlo anche dalle nostre parti, quando, unici o quasi in Europa, sottoscriviamo Memorandum e intese che ci sovraespongono a livello di equilibri politici ed economici internazionali alle mire espansionistiche di chi è più forte di noi. Sul fronte della politica estera e di quella interna si appalesa una involuzione che trasuda incertezze, ritardi, contraddizioni, dietrologie non solo percepibili da palati fini.

Troppi errori, troppi dietro-front, troppe incertezze, troppi ‘gerundi composti’ nel linguaggio corrente: stiamo lavorando, stiamo progettando, stiamo rivedendo, stiamo decidendo.

La vicenda della chiusura e riapertura delle scuole è emblematica, le tribolazioni del sistema sanitario, dei suoi operatori e delle sue strutture fa ripensare in continuazione alle divisioni sul MES, il ricorso sistematico e incalzante ai DPCM (estremamente farraginosi e complicati) rispetto ai compiti della funzione  legislativa del Parlamento (in Germania è bastata una seduta del Bundestag per legiferare in un’unica soluzione le misure della fase-2 del lockdown), i bisticci politici e scientifici sulle misure da intraprendere e poi correggere e infine magari emendare ricordano i dubbi del manzoniano Don Ferrante sulla peste: se si trattasse di ‘accidente’ o di ‘sostanza’ salvo poi morirne comunque.

Le misure frammentarie a scadenza dei bonus no limit, le incerte politiche fiscali, le agevolazioni compensative assoggettate ad una burocrazia bizantina e omicidiaria: sono segni di debolezza sistemica e di incertezze procedurali. Brilla – come detto – il dissidio Stato-Regioni su ogni aspetto della gestione delle misure, con contrasti violenti ove non tristemente folcloristici e mediatici al punto da far dire a Gustavo Zagrebelsky e a Marco Bentivogli (ex segretario della FLM- CISL) se non sia il caso di pensare di abolire le Regioni, gli enti pubblici più costosi di tutta la P.A., senza contare la lenta espunzione dei corpi di intermediazione sociale necessari per stemperare i conflitti e consentire ai cittadini di contare su riferimenti raggiungibili, in un contesto di policentrismo decisionale e gestionale. 

Una politica che confonde il livello esecutivo con quello legislativo e deborda nelle prerogative della magistratura contando su ‘assist’ da restituire, che si avvale degli scienziati salvo disattenderli, che è incapace di assumere decisioni di medio-lungo periodo fa torto a Montesquieu.

Ma una politica che procede a spanne, senza un progetto condiviso, con una classe dirigente spesso incompetente e lontana dai bisogni della gente, legittima il gap tra paese legale e paese reale, lasciandoci tristemente soli, preda di ansie e timori, privi di certezze e assunzioni di responsabilità emotivamente rassicuranti. La politica per sua natura non crea valori: ha senso se è capace di garantire l’esistenza e il rispetto dei valori che crea l’uomo. Se il prossimo step è il pranzo di Natale e poi il Veglione di Capodanno e già si mette in moto tutto il caravanserraglio dei favorevoli, dei contrari, dei dogmatici e dei negazionisti vuol dire che le lezioni dell’anno in corso non sono servite. Il confine più difficile da superare, oltre le difficoltà oggettive, è la metabolizzazione di un senso civico condiviso, di una coscienza soggettivamente avvertita. Ma se la proiezione del pensiero si ferma qui e non va oltre, salvo la concessione di qualche altro bonus di circostanza, vuol dire che siamo fuori da ogni riferimento culturale del concetto di politica dove responsabilità e competenza sono ininfluenti convitati di pietra.

Attendiamo con ansia i vaccini: dobbiamo affidarci alla scienza, lasciando alla politica il compito di applicarla alle evidenze. Per illuminare il futuro non possiamo affidarci ad una torcia dalla luce fioca che non va oltre le poche spanne che ci separano dal bollettino serale delle statistiche sanitarie.

Enit promuove il turismo 4.0

Enit promuove il programma EU Eco-Tandem cofinanziato dall’Unione Europea attraverso il programma COSME a sostegno delle PMI, per promuovere lo sviluppo del turismo sostenibile attraverso la cooperazione transnazionale e il networking del know how degli imprenditori che operano nel comparto viaggi. Si incoraggiano le Pmi (piccole e media imprese) del turismo tradizionale ad entrare in contatto con le startup e gli innovatori del settore con i pionieri di altri comparti, per una società di “mutuo beneficio” da cui deriva il nome “Tandem”. L’obiettivo è trovare soluzioni innovative per aiutare le PMI tradizionali ad adottare un approccio più eco-sostenibile nel settore del turismo.

Se si è titolari o si lavora in una PMI turistica tradizionale o se si è un imprenditore del settore turistico è possibile partecipare al progetto EU Eco-Tandem. La partecipazione al progetto consente di: potenziare le proprie competenze e il know-how sulla gestione del turismo sostenibile e sull’economia circolare; imparare come avviare la transizione ecologica della tua azienda; collabora e impara da start-up deep-tech; aumenta la tua competitività nel mercato del turismo; accedere al finanziamento del progetto pilota eco-innovativo; entrare a far parte di una rete europea di PMI e organizzazioni attive nel settore del turismo sostenibile: ottenere visibilità attraverso i canali di diffusione del progetto.

Le contingenze spingono ad un restyling dell’offerta turistica stravolta a partire dal 18 maggio 2020 e a stabilire nuovi equilibri. Gli ultimi dati dell’Unwto (Organizzazione mondiale del turismo) hanno un saldo mondiale ad agosto 2020 del -70% degli arrivi internazionali nel mondo (si prevede -75% settembre), cioè da 850 milioni a 1,1 miliardi di turisti internazionali. Una perdita da 910 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari in entrate da esportazioni dal turismo e 100-120 milioni di posti di lavoro a rischio. In questo scenario l’Europa segna il passo con il -69% degli arrivi stranieri.  I trend di crescita registrati fino al 2019 in tutto il mondo, ed in particolare nelle principali destinazioni europee, grazie all’incidenza con crescita a doppia cifra dei mercati asiatico e statunitense, sono stati sovvertiti.

Grazie al progetto EU Eco-Tandem si punta a nuovi approcci e metodologie più sostenibili e responsabili per dare ancora più valore alla filiera del turismo: più viaggiatori attenti alla sostenibilità, che desiderano vacanze esclusive e che cercano di essere immersi nel territorio e nelle loro culture, nl loro modo di vivere e esplorare ambienti incontaminati. Ciò pone la sfida di come i professionisti del turismo siano in grado di far fronte a competenze, abilità e innovazione tecnologica e a processi virtuosi. La sfida, tuttavia, è che persone e aziende di discipline diverse non iniziano naturalmente a collaborare tra loro: sebbene le aziende turistiche siano spesso molto aperte alla collaborazione, mancano delle risorse e delle competenze interdisciplinari necessarie per organizzare tali collaborazioni. Con il programma l’industria del turismo cambia volto. Ecco i link del progetto

Cashback: come ottenere i rimborsi

Pubblicato in GU del 28.11.2020 n. 296 il Decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 28.11.2020 n.156 che disciplina le condizioni, i casi, i criteri e le modalità attuative per l’attribuzione del rimborso in denaro c.d. Cashback, a favore dei soggetti che, fuori dall’esercizio di attività d’impresa, arte o professione, effettuano acquisti da esercenti, con strumenti di pagamento elettronici (carta di credito o il bancomat).

Rimborso cashback nel periodo sperimentale

Ricordiamo che nel periodo sperimentale, il cui avvio sarà l’8 dicembre :

  • potranno accedere al rimborso esclusivamente gli aderenti consumatori che abbiano effettuato un numero minimo di 10 transazioni regolate con strumenti di pagamento elettronici.
  • Il rimborso sarà pari al 10% dell’importo di ogni transazione, tenendo conto delle transazioni fino ad un valore massimo di 150,00 euro per singola transazione, quelle di importo superiore a 150,00 euro concorreranno fino all’importo di 150,00 euro.
  • La quantificazione del rimborso è determinata su un valore complessivo delle transazioni effettuate in ogni caso non superiore a 1.500,00 euro.
  • Il rimborso sarà erogato nel mese di febbraio 2021.

Rimborso cashback a regime

Ai soggetti aderenti che effettueranno pagamenti con la carta di credito o bancomat verrà attribuito un rimborso in misura percentuale per ogni transazione regolata con i suddetti strumenti di pagamento elettronici.

La misura del rimborso è determinata con riferimento ai seguenti periodi:

  • 1° gennaio 2021 – 30 giugno 2021;
  • 1° luglio 2021 – 31 dicembre 2021;
  • 1° gennaio 2022 – 30 giugno 2022.

Per ciascuno dei periodi, accedono al rimborso esclusivamente gli aderenti che abbiano effettuato un numero minimo di 50 transazioni regolate con strumenti di pagamento elettronici, l’importo del rimborso sarà pari:

  • al 10 per cento dell’importo di ogni transazione tenendo conto delle transazioni fino ad un valore massimo di 150,00 euro per singola transazione. Le transazioni di importo superiore a 150 euro concorrono fino all’importo di 150 euro.

Anche qui la quantificazione del rimborso viene determinata su un valore complessivo delle transazioni effettuate in ogni caso non superiore a 1.500,00 euro in ciascun periodo.

I rimborsi saranno erogati entro 60 giorni dal termine di ciascun periodo di riferimento.

Fondamentale per accedere ai rimborsi è la registrazione sull’app Io e aver associato uno più strumenti di pagamento, anche virtuali, alternativi al contante.