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Il mondo digitale non è sostenibile

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Tascabile a firma di Alessio Giacometti

La foto è del 1994: un giovane e intrepido Bill Gates si cala con fune e imbragatura in un bosco di abeti. Nella mano sinistra tiene bene in vista un iridescente CD-ROM, la destra è poggiata su una pila di fogli di carta che pareggia in altezza il fusto degli alberi. Il messaggio del ragazzo che vuole portare un calcolatore elettronico su ogni scrivania d’America e del mondo non chiede spiegazioni: guardate quanta informazione ci sta in un disco compatto di memoria, quanta carta ci farà risparmiare l’archiviazione digitale dei dati informatici. Basta già poca immaginazione per intravedere un futuro sfavillante in cui l’informazione, ormai quasi del tutto smaterializzata, viaggerà dal centro pulsante di un microchip fino allo schermo luminoso di un computer che potremo tenere in tasca. Alleggeriremo così la nostra impronta sull’ambiente, muoveremo i dati e non le cose, ci faremo efficienti e sostenibili. È la promessa spregiudicata di una rivoluzione digitale ed ecologica assieme.

A distanza di quasi trent’anni da quello scatto divenuto nel frattempo celebre, il savio e visionario Gates ama ancora farsi passare per guru della sostenibilità digitale, eppure la sua profezia pare essersi realizzata soltanto per metà. La rivoluzione digitale si è in effetti compiuta, almeno in larga parte, mentre la crisi climatica è sempre lì che incombe, anzi: sempre più. Ridimensionato l’ottimismo acritico della prima ondata per l’innovazione digitale – già messo in discussione, su basi economiche e politiche, da autori come Evgeny Morozov – le cosiddette ICT (information and communications technologies) hanno alla fine deluso le aspettative più rosee di riduzione dell’impatto ambientale.

La moneta digitale non è altro che l’energia impiegata per produrla, e più ne viene estratta più calcoli (ed energia) sono necessari per generarne di ulteriore.
Negli anni, le tecnologie informatiche e digitali sono diventate, anzi, per certi versi, parte del problema. Qualche dato: per fabbricare un computer si utilizzano 1,7 tonnellate di materiali, compresi 240 chili di combustibili fossili. Internet da sola succhia il 10% dell’elettricità mondiale e rispetto a dieci anni fa inquina sei volte di più, con un monte emissioni che eguaglia oggi quello dell’intero traffico aereo internazionale. Due ricerche su Google rilasciano anidride carbonica al pari di una teiera d’acqua portata a ebollizione, Netflix consuma da sé l’energia di 40mila abitazioni statunitensi. Mezz’ora di streaming emette quanto dieci chilometri percorsi in automobile (secondo altre fonti, non più di un chilometro e mezzo ), mentre un solo ciclo di training linguistico di un algoritmo arriva invece a inquinare come cinque automobili termiche lungo il loro intero ciclo di vita. Complessivamente, i consumi energetici dell’intelligenza artificiale raddoppiano ogni 3,4 mesi, e per risolvere in pochi secondi il cubo di Rubik a un algoritmo serve l’elettricità prodotta in un’ora da tre centrali nucleari.

Ci sono poi i videogiochi: complici la pandemia di coronavirus e le conseguenti restrizioni, il 2020 è stato un anno da record per l’industria videoludica, che nei soli Stati Uniti assorbe il 2,4% dell’elettricità domestica, più di quanto facciano congelatori e lavatrici, generando tante emissioni quante quelle di 55 milioni di automobili a motore termico. Per ridurre consumi ed emissioni Sony e Microsoft hanno introdotto una modalità di utilizzo a risparmio energetico nella loro ultima generazione di console, rispettivamente, e tuttavia la sensazione è che l’intero settore stia rapidamente avanzando verso il più energivoro cloud gaming multipiattaforma.

 

Qui l’articolo completo 

Banche e Sostenibilità: la transizione verde

Il tema della sostenibilità è sempre più presente nell’agenda di investitori e policy maker. La transizione verde necessita di ingenti finanziamenti ed il settore bancario gioca un ruolo fondamentale in questo processo.

Uno studio dell’Università “La Sapienza” dal titolo Banks and Environmental, Social and Governance Drivers: Follow the Market or the Authorities?, mette in luce le principali motivazioni che inducono le banche ad attuare scelte in favore dell’ambiente e del sociale.

Mario La Torre, Ida Panetta e Sabrina Leo, hanno studiato un campione composto da 43 banche (quotate sullo STOXX Europe 600) rappresentative di 14 Paesi europei; i risultati  confermano come le iniziative avviate dagli intermediari bancari in tema di finanza sostenibile non siano correlate né a miglioramenti di performance, né a significativi apprezzamenti dal mercato; l’input delle autorità di vigilanza di puntare tutto sui rischi climatici ed ambientali sembra, al momento, essere la determinante più convincente per spingere le banche a sostenere la transizione green.

Nello studio dei tre ricercatori emerge uno spiraglio di ottimismo, valido anche per i banchieri più tradizionali: implementando convinte strategie di sostenibilità, la correlazione positiva tra i fattori ESG (environment, social and governance) e l’EVA spread (Economic Value Added) lascia intendere che i fattori ESG possano essere una importante leva di creazione di valore.

Il lavoro suggerisce tre livelli di azione future: 1) sul piano della ricerca, occorre produrre ulteriori evidenze, ed avanzare sul terreno dei modelli di contabilità integrata che leghino le variabili finanziarie ai fattori ESG; 2) sul piano della regolamentazione, occorre, tra l’altro, creare un quadro armonizzato di rating ESG ed incentivare business models impact-oriented; 3) sul piano del business, occorre migrare dal risk management a strategie e business model ESG-driven.

Lo studio è disponibile open source al link: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/csr.2132?af=R

Joe Biden e il problema Taiwan

Questa settimana, il presidente Joe Biden ha inviato a Taiwan un gruppo bipartisan di ex alti funzionari del governo come “segnale personale” del suo sostegno e impegno per l’isola che si autogoverna.

Taiwan è una società democratica di quasi 24 milioni di persone che si trova a sole 80 miglia dalla Cina continentale. Sebbene abbia un presidente eletto dal popolo e un ramo legislativo, il governo della Repubblica popolare cinese (RPC), però, considera Taiwan una provincia rinnegata. Pechino ha insistito affinché gli Stati Uniti osservassero la cosiddetta “One China “.

La One China Policy è il frutto di una lunga trattativa diplomatica avviata sin dall’inizio degli anni settanta, a seguito della rottura tra Pechino e Mosca. Il “Joint Communiqué degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Popolare Cinese” del 1972, stilato durante la storica visita presidenziale di Nixon in Cina, contiene tutti gli elementi che caratterizzeranno la politica nei confronti di Taiwan per i decenni successivi.

Con questo documento Pechino sottolineò come la questione taiwanese fosse cruciale nella normalizzazione delle relazioni sino-statunitensi mentre Washington riconobbe sia l’esistenza di una unica Cina sia l’appartenenza di Taiwan alla “entità unica cinese”.

La storia poi andò avanti per molti anni e potrebbe essere così riassunta:

  1. Gli Stati Uniti non hanno dichiarato esplicitamente lo stato sovrano di Taiwan nei tre comunicati congiunti USA-RPC del 1972, 1979 e 1982.
  2. Gli Stati Uniti “hanno riconosciuto” la posizione “Una Cina” di entrambi i lati dello Stretto di Taiwan.
  3. La politica statunitense non ha riconosciuto la sovranità della RPC su Taiwan;
  4. La politica statunitense non ha riconosciuto Taiwan come paese sovrano; 
  5. La politica statunitense ha considerato lo status di Taiwan instabile.

Tuttavia, ora, durante un periodo in cui il bipartitismo a Washington, DC, è stato praticamente inesistente, il sostegno a Taiwan è il raro problema che ha riunito repubblicani e democratici. In effetti, i membri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti e del Senato degli Stati Uniti si sono uniti nel 2020 per approvare all’unanimità il TAIPEI Act , che cerca di espandere il sostegno americano alla partecipazione di Taiwan alle organizzazioni internazionali.

Ora però bisognerà capire se Biden riuscirà a mantenere un forte sostegno americano a Taiwan mentre cercarà anche di ricucire le relazioni con la Cina.

 

PA: il nuovo protocollo sicurezza per i concorsi

Varato il nuovo  protocollo per lo svolgimento dei concorsi pubblici, validato dal Comitato tecnico-scientifico a fine marzo, è finalizzato a disciplinare le modalità di organizzazione e gestione delle prove selettive, per consentirne lo svolgimento in presenza in condizioni di massima sicurezza rispetto al contagio da Covid-19. Tra le novità introdotte, l’obbligo di presentazione per tutti i candidati e per il personale addetto alle selezioni, del referto negativo relativo a un tampone rapido o molecolare effettuato non oltre le 48 ore antecedenti lo svolgimento delle prove. Le amministrazioni forniranno ai candidati mascherine FFP2 che dovranno essere indossate obbligatoriamente durante le prove, pena l’esclusione dal concorso.

In ogni fase delle selezioni, inclusi i flussi di accesso e di uscita dai locali, gli organizzatori dovranno garantire il rispetto del criterio di distanza droplet di 2,25 metri tra i candidati e con il personale stesso. Le aule saranno dotate di postazioni operative (scrittoio e sedia) distanziate di almeno 2,25 metri l’una dall’altra, in modo da assicurare a ogni candidato un’area di 4,5 metri quadri. Ogni prova selettiva dovrà concludersi entro 60 minuti. Le prove orali e le prove pratiche potranno svolgersi anche in modalità telematica. Per quanto non esplicitamente indicato nel protocollo  bisognerà fare riferimento alle prescrizioni tecniche per le procedure concorsuali previste per l’accesso ai ruoli delle forze dell’ordine, polizia e vigili del fuoco. Il nuovo protocollo permette la ripresa delle selezioni concorsuali pubbliche in presenza dal 3 maggio 2021 ed è stato armonizzato alla luce del decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, articolo 10, contenente le nuove norme sui concorsi pubblici.

Covid, Draghi: “Dal 26 aprile torna la zona gialla”.

Al termine della cabina di regia a Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio ha illustrato quali saranno gli allentamenti alle misure restrittive anti Covid.

“Dal 26 aprile tornano le zone gialle e per quanto riguarda le riaperture precedenza sarà data a scuole e attività all’aperto, via libera anche agli spostamenti tra regioni in zona gialla e con un pass tra regioni di colori diversi”. “Si può guardare al futuro con prudente ottimismo e fiducia, ma bisogna mantenere comportamenti corretti”.

Quindi dal 26 aprile saranno nuovamente aperte le attività della scuola, ristoranti, teatri e cinema all’aperto e sarà consentita anche l’attività fisica all’esterno.

I ristoranti resteranno aperti la sera già a partire dalla stessa data, ma solo con i tavoli esterni e dunque il servizio all’aperto.

Al chiuso gli spettacoli potrebbero essere consentiti con i limiti di capienza fissati per le sale dai protocolli anti contagio

Un secondo step per le riaperture potrebbe essere fissato il 17 maggio, consentendo la mobilità fra le Regioni.

Sulle riaperture Draghi ha spiegato che il governo ha preso “un rischio ragionato, un rischio fondato sui dati che sono in miglioramento” con una probabilità “molto bassa che si debba tornare indietro”.

Alla domanda saranno definitive le riaperture? Draghi risponde: “Quando ho parlato di rischio ragionato è questa la risposta: se i comportamenti saranno osservati, non ho dubbi che sarà sempre meno la possibilità che si torni indietro”.

Anche se il ministro della Salute Roberto Speranza ha confermato che le limitazioni alle uscite serali dalle 22 in poi resteranno in vigore

 

Il bivio dei 5 stelle. Adesso, però, va capito da che parte si va.

Tutti sappiamo che viviamo in una stagione politica ancora dominata, purtroppo, dal populismo di  marca grillina. E, di conseguenza, da uno sfrenato trasformismo politico e parlamentare che  contempla al suo interno anche una massiccia dose di opportunismo. È appena sufficiente  scorrere le vicende politiche italiane che si sono consumate dal voto del 2018 in poi per  rendersene conto. E in modo persin plateale. E, per averne la conferma ancora più forte, è appena  sufficiente rileggersi le interviste di alcuni capi partito sul capitolo delle alleanze per non  esercitarsi in ulteriori commenti al riguardo. Le migliaia di dichiarazioni – come ovvio sempre  pubbliche e riscontrabili – di esponenti dei 5 stelle e dei vertici del Pd degli ultimi anni sono  esemplari. L’avverbio ripetutamente usato da questi politici, e cioè “mai” e poi ancora “mai”, con  quel partito e con quell’altro partito conferma l’alto tasso di trasformismo, e quindi di sostanziale  inaffidabilità politica, di chi ha pronunciato per mesi e mesi quelle frasi e quelle solenni pubbliche  dichiarazioni. Per non parlare di altri partiti come quello personale di Renzi dove non vale neanche  la pena di soffermarsi…. 

Ma tutto ciò appartiene ad un passato ormai a tutti noto. Forse non ancora a molti elettori dei  rispettivi partiti, ma tant’è. Ma, allora, il vero nodo politico che prima o poi andrà sciolto, è quello  di capire che cosa significa dar vita, oggi, ad una alleanza strategica e organica – per citare gli  slogan dei massimi dirigenti Dem – con il partito di Grillo. Detto in altri termini, che cos’è, oggi, il  partito di Grillo? È un partito antisistema, populista, demagogico, anti politico e antiparlamentare  come ci hanno spiegato per anni nelle varie piazze urlanti con insulti e demonizzazioni di ogni  genere contro tutto e tutti quelli che non si riconoscevano in quel partito? È il partito del “vaffa  day”, il dogma che ha orientato, condizionato, accompagnato e spiegato ogni scelta di quel  partito? È il partito che continua a rifiutare ogni alleanza con gli odiati partiti – se non per ragioni  trasformistiche di breve periodo – e che ha giurato una circolarità della classe dirigente a livello  locale e parlamentare per non oltre 2 mandati? È un partito che va oltre le classificazioni tra  destra, sinistra e centro perchè ha un impianto antisistema che lo porta ad essere estraneo a  queste tradizionali e vecchie, nonchè superate, categorie politiche ed ideologiche? E, infine, è  ancora il partito destinato a cambiare in profondità il sistema politico italiano all’insegna di una  predicazione che rade al suolo tutto ciò che è seppur lontanamente paragonabile e riconducibile  al passato?  

Domande molto semplici, ma credo legittime, che richiedono, credo, una risposta politica  altrettanto semplice da chi vuole costruire una alleanza “organica”, strutturale” e “duratura” con  questo partito. In altre parole, tutto quello che questo partito ha detto, costruito, urlato, scritto e  giurato per anni è tutto dietro alle spalle? E la penseranno così anche tutti i loro elettori, a  cominciare dalle ormai prossime elezioni amministrative nelle grandi città italiane? Detto ancora in  altri termini, si tratta di un partito che adesso, e misteriosamente, è diventato un partito “liberal  moderato” che stringe alleanze con gli odiati partiti, che non pratica più la democrazia diretta, che  ama talmente il Parlamento al punto da non volerne più uscire, che ha rinunciato alle storiche  battaglie contro l’altrettanto odiato “sistema”, che “uno non vale più uno” perché adesso conta  pure la “competenza” che dev’essere il frutto di una necessaria “preparazione” della classe  divertente, che è infine disposto a rinunciare a tutta la antica e recente predicazione a vantaggio  di una nuova, e al momento, misteriosa “mission” politica e culturale? 

Ecco, sarebbe interessante, al di là dei giochi a tavolino di Bettini e della sua nuova corrente,  saperne di più. Perchè la trasformazione radicale e quasi antropologica rispetto anche solo ad un  recente passato del partito dei 5 stelle, può interessare molta se non quasi tutta la politica italiana.  E non solo la coalizione di sinistra, come ovvio. 

Attenzione alla slavina sociale sotto la quale può rimanere schiacciato il ceto medio

La Caritas Ambrosiana ha lanciato un appello per la rinegoziazione dei mutui per chi sta perdendo la casa a causa della crisi, che si è concretizzato nella presentazione di un apposito emendamento al Decreto Sostegni. Iniziativa benemerita che merita il massimo appoggio, che però lascia intravvedere tutte le lacune dei cattolici in politica in questa fase. Va bene tappare i buchi, allestire ospedali da campo per chi opera nel sociale.

Ma poi o c’è una robusta azione politica e di progetto a sostegno della solidarietà, nella fattispecie la difesa della proprietà dell’abitazione, oppure il cattolicesimo politico popolare dimostra di non esserci, di esser subalterno a disegni altrui, o se c’è, di fare altro, non più politica. Per restare nell’ambito delle politiche abitative, trovo surreale il fatto che a fronte di una dichiarata volontà di grandi soggetti della politica internazionale (tra cui il Wef di Davos, l’Economist, l’Open Society…) di perseguire in tempi brevi, aiutati dalla provvidenziale, per loro, emergenza pandemica, la fine dell’abitazione di proprietà per la classe media in favore di un precariato abitativo di massa gestito da algoritmi a cui il cittadino comune, non miliardario, non si potrà sottrarre, non corrisponda una altrettanto netta e determinata iniziativa in favore della piccola proprietà immobiliare, iniziando a ripristinare la completa detassazione delle case e l’impignorabilità della prima casa. Occorre mettere in campo un progetto di società.

Perché quello degli avversari del ceto medio e popolare è chiarissimo e lo stanno portando avanti con raggelante e disinibita lucidità. Vogliono arrivare in tempi brevissimi col terrore (perché sin dal prossimo autunno contano di aumentare l’emergenza sanitaria, puntano sul fatto che i vaccini genici renderanno le persone giovani e sane, finora pressoché immuni, molto più vulnerabili ai coronavirus) all’esproprio generale degli immobili, in cambio del famigerato reddito di base universale, in modo da fare assegnare a un ente statale la sistemazione abitativa ritenuta dall’AI più congrua (molto peggio che nell’Urss e con tanti saluti alla vecchia cara famiglia che sarà sistematicamente smembrata). I pochi che potranno ancora permettersi di pagare un affitto a prezzo di mercato, lo verseranno agli stessi fondi posseduti da pochi miliardari globali, che diventeranno proprietari di gran parte del patrimonio immobiliare esistente.

Non è fantapolitica. In America sta già succedendo. Gran parte delle ex proprietà immobiliari della classe media sono ora di proprietà di grandi fondi speculativi o di fondi sovrani stranieri a cui i ceti lavoratori espropriati pagano l’affitto. Quindi, per essere incisivi politicamente e non ridursi a utili idioti di un piano aberrante, si deve trovare la lucidità e il coraggio di denunciare che ciò che viene vissuto da milioni di famiglie come un dramma, in realtà si tratta di un fenomeno voluto e provocato nei piani alti del potere globale per un preciso e dichiarato obiettivo politico che è quello della cancellazione della proprietà privata della casa per la classe media. L’indicazione su come dobbiamo agire c’è la offre addirittura lo stesso direttore della Caritas di Milano Gualzetti, se appena si leggono le sue dichiarazioni con la suddetta preoccupazione: «La slavina che spinge il centro medio sempre più verso il basso va fermata prima che la sofferenza esploda in rabbia. Per farlo servono norme nuove sui cui costruire un nuovo patto sociale».

È tutto lì, il nuovo patto sociale alla cui realizzazione i cattolici devono concorrere da protagonisti non potrà essere fondato sui cardini della società distopica, a misura dei miliardari globali, che sta venendo imposta dall’alto sull’onda dell’emergenza sanitaria. A ben vedere questa è la lezione di Sergio Paronetto per i nostri giorni: la lungimirante consapevolezza che di fronte a un regime (molto più possente di quello fascista) che appare nel pieno controllo di tutto, che ha il tempo contato – il suo crollo è inevitabile e imminente e sarà cruento, forse accompagnato da un nuovo conflitto mondiale – occorre definire i fondamenti della società che sorgerà dalle macerie di quella attuale, dove per nessun motivo si ammetteranno più progetti in violazione dei diritti umani naturali, della libertà, della sacralità della persona e nella politica, negli ideali e nei programmi torneranno ad avere spazio le visioni cristianamente ispirate e il politicamente corretto sarà bandito e considerato solo più il triste ricordo di un sistema totalitario tragicamente fallito.

I partiti antichi e quelli di oggi. Alla ricerca di nuove soluzioni.

Per gentile concessione di Politica Insieme pubblichiamo questo articolo di Vincenzo Mannino 

Nel dibattito politico sussistono alcuni temi (o forse meglio alcuni termini) non ben definiti concettualmente e a volte inafferrabili praticamente. Questa circostanza condiziona, non di rado, il successo dei confronti che si svolgono, sviati dalle omonimie. Mi propongo di fare, di farmi, qualche domanda, non di più, sul centro, il sistema elettorale, la “forma partito” o più semplicemente l’organizzazione della attività politica.
Leggo o sento parlare di centro quando ci si riferisce a un centro elettorale, cioè a un bacino di elettori non stabilmente orientati, e “fidelizzati”, a sinistra o a destra o riconducibili a partiti così identificabili (è già significativo che si parli molto di centro-sinistra e di centro-destra). Al centro dunque vi sarebbe l’elettorato contendibile e dalla cui conquista dipende la vittoria.
C’è un centro politico, cioè il posizionamento di soggetti politici che coltivano attenzioni di equilibrio, e integrano esigenze legittime ma solitamente perseguite le une escludendo (o posponendo o relegando nell’ombra) le altre. (Non penso al barcamenarsi opportunistico, al tenersi le mani libere per il mestiere di ago della bilancio o di scegliere in tutto una via di mezzo).
Quando penso a un soggetto politico di centro mi viene in mente che nell’acqua non c’è uno spazio vuoto, che attende chi lo occupi. Solo la consistenza di una presenza organizza lo spazio in un contesto fluido. Uno studio dell’Istituto Cattaneo, datato a novembre 2020, quindi recente ma con le interviste sulle aspettative di voto precedenti al Governo Draghi, nel leggere i flussi di lungo periodo (dal 2013) conclude per la progressiva configurazione di un nuovo bipolarismo. Tratta così come “bolle”, difficilmente ripetibili, gli exploit di Renzi e poi del M5S. Da non specialista mi sembra piuttosto che siano le due bolle ciò che contraddistingue il periodo e che segnala la instabilità dell’assetto e la sua predisposizione a esiti imprevedibili. Che di bolle si tratti invece mi sembra confermato dalla velocità con cui si gonfiano e poi si dimezzano.
La rappresentazione che ci si forma del sistema politico si lega al sistema elettorale. Noi siamo abituati a vedere (come i più, vedo da resoconti giornalistici): situazioni come quella in USA, dove l’alternanza funziona (non senza fatica e con qualche rischio come constatato di recente) e dove l’attrito del sistema è nel rapporto con un parlamento a maggioranza diversa e in una poliarchia dove molte istanze giudiziarie possono bloccare o sbloccare quello e quell’altro.
Abbiamo poi l’immagine del bipolarismo tedesco, dove l’alternanza spesso non matura e lo sbocco è quello della grande coalizione, perché (a mio avviso correttamente) se l’elettorato non da una maggioranza autosufficiente a una parte, intende chiedere che più parti collaborino. Non è un fallimento delle elezioni, ma uno dei suoi esiti legittimi.
Abbiamo poi la geometria variabile degli schieramenti francesi, che ruota intorno alla competizione per l’Eliseo, con il connesso rischio della coabitazione. Apparentemente più definita è la situazione inglese. Va però ricordare che nei sistemi bipolari non sempre c’è un bipartitismo e normalmente operano un terzo o un quarto giocatore, a volte ininfluenti, a volte decisivi. Abbiamo poi situazioni che ci fanno venire in mente la Spagna degli ultimi anni o Israele, dove si continua a interrogare gli elettori affinché diano una risposta più gestibile, perché il sistema dei partiti non riesce a interpretare quella che ha già avuto.
Questi accenni così parziali e sommari bastano forse per constatare che un bipolarismo idealtipico esiste più nei libri che nella realtà, e che laddove esiste non è una pianta che si possa ambientare e spontaneizzare in climi e terreni diversi. Comunque, laddove sussistono due schieramenti stabilmente strutturati, e che si alternano nella lunga durata suscitando l’attesa che questo continuerà ad avvenire, è accettabile un sistema elettorale, che accompagni e assecondi il funzionamento, la vita, di questo sistema politico.
Laddove invece il sistema dei partiti è più largamente articolato (come da sempre in Italia) ed ha una spiccata fluidità come avviene attualmente (raddoppiare, dimezzare, scindere, accorpare, mutare partner, mutare casacca, cosa ben più rara un tempo) è un sistema proporzionale, puro o con limitatissime correzioni, quello che può accompagnare meglio l’evoluzione del sistema, rispettare gli elettori, non degenerare nella democrazia di Procuste.
Aggiungo che un sistema proporzionale è più aperto all’emergere di novità (anche in politica è necessaria l’innovazione). È anche indispensabile per consentire nuove iniziative che non debbano sacrificare la loro distintività in raggruppamenti compositi.
Qui una digressione: il diverso (così tanto diverso) regime delle firme da raccogliere per la presentazione, ritenuto legittimo anche dalla Corte costituzionale, mutuando un altro linguaggio comporta una barriera all’entrata fortemente protezionistica verso chi è già dentro e duramente anticoncorrenziale, cioè, tornando al linguaggio politico, antidemocratica.
Alla fine della Prima Repubblica una campagna contro la partitocrazia ebbe successo e portò paradossalmente a una più effettiva e impudica partitocrazia. L’abolizione delle preferenze, con ragioni e con pretesti, buttando via il bambino invece di sostituire l’acqua come si doveva fare, fu una concausa della disaffezione dalla politica (l’astensionismo) e della antipolitica.  Abbiamo privato la politica di alcune centinaia di eletti, un migliaio finora, e prima di un maggior numero di candidati, che investivano energia, tempo, competenze, esperienza, passione nel rapporto con i cittadini, nella partecipazione ad occasioni di confronto, nell’assumere, e poter trasferire nelle aule parlamentari, conoscenza diretta di territori e società locali.
Anche il tema di restituire all’elettore la scelta degli eletti, non entro qui nelle modalità, va dunque riaperto. Ma chi sono questi partiti così tanto richiamati finora? Siamo d’accordo che i partiti attuali dovrebbero essere riavvicinati al modello costituzionale, perché altrimenti talora usurpano le funzioni, che dovrebbero essere dei partiti a modello costituzionale? È arduo, ma non per questo diventa meno necessario. Intanto i partiti dovrebbero spontaneamente tendere verso quel modello. Farlo nella Prima Repubblica forse sarebbe stato più agevole, ma se ne avvertiva meno la necessità, perché quei partiti rispecchiavano già maggiormente i valori costituzionali.
Quasi non ci sorprende più la straordinaria volatilità del voto, che sarebbe stata inimmaginabile nella duratura stabilità della Prima Repubblica. La società è diventata liquida? Si. E dunque i partiti solidamente strutturati di una volta si sono pure liquefatti, o addirittura gassificati.
Che tipo di partito (grande o piccolo, antico o nuovo, o anche in fieri), con quale organizzazione, può instaurare e intrattenere con gli elettori un rapporto stabile che valorizzi le loro convinzioni, i loro interessi, e che lasci spazio alle emozioni fugaci, anzi le sappia interpretare, ma senza ridursi ad esse? Che tipo di partito può realizzare la stabilità possibile oggi? I partiti solidi disponevano di condizioni ora irripetibili.
Per fare una rete capillare di sezioni territoriali ci vorrebbero risorse finanziarie che oggi la politica non ha, e se poi queste sezioni ci fossero rimarrebbero per gran parte del tempo deserte, perché le dinamiche della nostra vita si sono modificate. Non risultano esperimenti di successo che abbiano risolto definitivamente il problema della presenza territoriale e ambientale dei partiti. Tutti i siti e portali dei partiti brillano per riservatezza su questo tema. Ma si può dire che né i circoli (territoriali, tematici, ambientali) del PD, che forse sono il tentativo più evoluto, né i “meetup” e gli “spazio5S”, né il meno che si sa degli altri, sono un sostituto delle sezioni.
Una risorsa ancora più importante erano gli iscritti, che sono anche una via di autofinanziamento. Gli iscritti sono una porzione stabile di elettorato, che della scelta fa identità e appartenenza, e che struttura il rapporto con il resto della società. È impressionante quanto poco dichiarino nei loro siti i partiti sugli iscritti. Ma una indagine di Adnkronos (5 aprile, PD “campione di tessere”, boom Fratelli d’Italia) mette in luce che gli iscritti complessivi ai partiti sembrano rimanere sotto un milione: più di 400000 il PD, meno di 200000 il M5S, intorno ai 100000 la Lega e forse Forza Italia, 130000 Fratelli d’Italia). Uno solo dei grandi partiti di un tempo superava di molto il totale dei partiti attuali (da un milione e mezzo in su per la DC e talora oltre i due milioni per il PCI).
Dunque avere maggiore dimestichezza con i social non risolve questo problema, che è un problema diverso.
Una volta poi c’erano i quotidiani come Unità, Popolo, Avanti. La loro funzione non era nelle grandi tirature, ma nell’assicurare un’informazione ai quadri territoriali (e nel tenerli in-formazione), affinché arrivassero messaggi non filtrati o distorti (o non arrivassero affatto). Come mezzo per orientare politicamente gli elettori la stampa quotidiana è scesa notevolmente. Le tirature del resto regrediscono. Andare sulle testate quotidiane serve soprattutto ad entrare nelle rassegne stampa, una volta circolanti tra le classi dirigenti e gli addetti ai lavori, ora progressivamente più diffuse. Sono più efficaci le reti televisive generaliste, la radio e Internet e i social.
Blog tematici e blog territoriali possono essere il successore delle sezioni? Si intende con una regolazione che impedisca a pochi di pervertirlo, come avviene in qualche caso noto. È giusto, ed è coerente, confidare nel rapporto con la società civile organizzata, ma la società civile si organizza per le proprie finalità e secondo le proprie logiche di autonomia. Un dialogo costante ed anche vissuto con procedure relativamente strutturate non risolve tuttavia il problema organizzativo di un soggetto politico. Un soggetto politico, tanto più se autonomo, di organizzazione deve avere la propria.
Resta il fatto che il cuore della politica è nelle scelte delle persone (nei valori, nelle passioni, nelle opinioni, negli interessi, nelle paure, nelle sofferenze, nei guai…). Il cuore della politica è ciò che sta a cuore alle persone, e organizzare la politica è sempre una questione di relazioni tra persone, cioè di reti di relazioni personali.
Attraverso quali canali, in quali occasioni queste relazioni si instaurano, e con quali mezzi e in quali circostanze vengono coltivate e nutrite di contenuti, di allenamento a tradurre il personale in bene comune, l’individuale in interesse generale, la paura in ciò che solidalmente si combatte, la speranza in ciò che si partecipa a costruire? Questo il criterio. I mezzi possibili sono tanti: altri hanno già scoperto che è possibile avere legami veri wi-fi (senza cavi, cioè senza luoghi fisici, strumenti di comunicazione materiali, riunioni in presenza se non eccezionalmente).
Il partito digitale, il partito Wi fi è la frontiera. Non un selvaggio West, ma un territorio nel quale si entra per viverci, per organizzarlo, per farvi regole, comunità e civiltà. Quindi non il cedimento al dinamismo dei social come sono, senza sceriffi o con sceriffi non legittimi, ma la capacità di volgere nuovi strumenti a finalità che li trascendono.

NextGenerationEU: la Commissione si prepara a reperire fino a 800 miliardi di € per finanziare la ripresa

La Commissione ha adottato misure per garantire che l’assunzione di prestiti nell’ambito dello strumento temporaneo per la ripresa NextGenerationEU sia finanziata alle condizioni più vantaggiose per gli Stati membri e i cittadini dell’UE. La Commissione utilizzerà una strategia di finanziamento diversificata per reperire fino a circa 800 miliardi di € a prezzi correnti fino al 2026. Questo approccio, che sarà in linea con le migliori pratiche degli emittenti sovrani, consentirà alla Commissione di reperire i volumi necessari in maniera agevole ed efficiente. Permetterà inoltre di attrarre gli investitori verso l’Europa e di rafforzare il ruolo internazionale dell’euro.

Johannes Hahn, Commissario per il Bilancio e l’amministrazione, ha dichiarato: “NextGenerationEU segna una svolta per i mercati europei dei capitali. Oggi presentiamo il motore che inietterà il carburante destinato ad alimentare NextGenerationEU. La strategia di finanziamento renderà operativo il meccanismo di prestiti di NextGenerationEU. Avremo così tutti gli strumenti necessari per rilanciare la ripresa sociale ed economica e promuovere la nostra crescita verde, digitale e resiliente. Il messaggio è chiaro: non appena la Commissione sarà stata giuridicamente autorizzata a contrarre prestiti, noi saremo pronti a partire!”

Contrarre prestiti per finanziare la ripresa

NextGenerationEU, elemento centrale della risposta dell’UE alla pandemia di coronavirus, sarà finanziato contraendo prestiti sul mercato dei capitali. Da oggi alla fine del 2026 saranno reperiti fino a 800 miliardi di € circa.

In concreto i prestiti ammonteranno, in media, a 150 miliardi di € circa all’anno, un volume che farà dell’UE uno dei maggiori emittenti in euro. Tutti i prestiti saranno rimborsati entro il 2058.

Benché la Commissione abbia contratto prestiti in altre occasioni, ad esempio per sostenere Stati membri dell’UE e paesi terzi, i volumi, la frequenza e la complessità delle operazioni di assunzione di prestiti nel quadro di NextGenerationEU hanno reso necessario un cambiamento radicale nell’approccio al mercato dei capitali.

A rispondere a questi nuovi bisogni di finanziamento sarà una strategia di finanziamento diversificata che consentirà alla Commissione di mobilitare tutti i fondi quando si renderanno necessari e alle condizioni più vantaggiose per gli Stati membri e i cittadini dell’UE.

Strategia di finanziamento diversificata: un breve sguardo d’insieme

Le strategie di finanziamento diversificate coniugano l’uso di diversi strumenti e tecniche di finanziamento con una comunicazione aperta e trasparente nei confronti degli operatori del mercato.

La strategia di finanziamento diversificata della Commissione si comporrà dei seguenti elementi:

  • una decisione annuale sui volumi dei prestiti e comunicazioni semestrali sui parametri chiave del piano di finanziamento, per offrire trasparenza e prevedibilità agli investitori e agli altri portatori di interessi;
  • relazioni strutturate e trasparenti con le banche che sostengono il programma di emissione (attraverso una rete di operatori principali);
  • strumenti di finanziamento multipli (obbligazioni a medio e lungo termine, alcune delle quali saranno emesse sotto forma di obbligazioni verdi NextGenerationEU, e “buoni dell’UE”) per mantenere la flessibilità in termini di accesso al mercato e gestire il fabbisogno di liquidità e il profilo di scadenza;
  • un mix di aste e sindacazioni per garantire un accesso ai finanziamenti necessari efficiente sotto il profilo dei costi e a condizioni vantaggiose.

Le operazioni di assunzione dei prestiti si inseriranno in un quadro di governance solido che ne garantirà un’esecuzione coerente e uniforme.

Nello svolgimento della sua attività, la Commissione continuerà a coordinarsi con altri emittenti, compresi gli Stati membri dell’UE e altre entità sovranazionali.

Il valore aggiunto di una strategia di finanziamento diversificata 

La strategia di finanziamento diversificata aiuterà la Commissione a raggiungere due obiettivi principali: rispondere alle forti esigenze di finanziamento di NextGenerationEU e conseguire il basso costo e il basso rischio di esecuzione auspicati, nell’interesse di tutti gli Stati membri e dei loro cittadini. In particolare:

  • utilizzando un’ampia gamma di scadenze e strumenti e conferendo maggiore prevedibilità alle operazioni di finanziamento, la Commissione garantirà una maggiore capacità di assorbimento del mercato. Le operazioni di finanziamento saranno ancora più efficienti grazie alla capacità di organizzare aste dei titoli di debito, utili per far fronte alle forti esigenze di finanziamento;
  • grazie a una certa flessibilità nel decidere quando eseguire le operazioni di finanziamento e secondo quali tecniche o strumenti di finanziamento, la Commissione otterrà il basso costo e il basso rischio di esecuzione auspicati, nell’interesse di tutti gli Stati membri.

Prossime tappe

A seguito del pacchetto odierno, la Commissione si mobiliterà per rendere operativa la strategia di finanziamento diversificata. Ciò richiederà varie misure, tra cui:

  • instituire una rete di operatori principali. In linea con le prassi adottate da emittenti ad essa comparabili, la Commissione istituirà una rete di operatori principali per facilitare l’esecuzione efficiente delle aste e delle operazioni sindacate, sostenere la liquidità nei mercati secondari e garantire il collocamento del debito presso una base di investitori la più vasta possibile. Il modulo di domanda e le condizioni generali di partecipazione saranno pubblicati a breve;
  • pubblicare la prima decisione annuale di assunzione di prestiti (e la relativa decisione di finanziamento) e il primo piano di finanziamento di NextGenerationEU. Per garantire una comunicazione trasparente con i mercati, la Commissione adotterà la sua prima decisione annuale di assunzione di prestiti e renderà note le informazioni relative al primo piano di finanziamento prima dell’inizio dell’assunzione di prestiti nel quadro di NextGenerationEU, previsto per la prossima estate (il calendario effettivo dipende dall’approvazione da parte di tutti gli Stati membri della decisione sulle risorse proprie, che conferirà alla Commissione il potere di contrarre prestiti per NextGenerationEU). Le operazioni di assunzione di prestiti potranno quindi iniziare non appena entrerà in vigore la decisione sulle risorse proprie. I piani di finanziamento saranno poi aggiornati su base semestrale.

Covid: apertura a cena vale 80% fatturato ristoranti

La possibilità di apertura serale a cena vale l’80% del fatturato di ristoranti, pizzerie ed agriturismi duramente provati dalla chiusure forzate che travolgono a valanga interi settori dell’agroalimentare Made in Italy con 1,1 milioni di tonnellate di vino e cibi invenduti. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sull’ipotesi di riaperture dei servizi di ristorazione delle Regioni che prevedono anche la distanza di 2 metri fra i tavoli al chiuso e di 1 metro all’aperto.

La possibilità di riaprire le attività di ristorazione a pranzo e a cena sfruttando gli spazi all’aperto salva moltissime realtà del settore tra le quali – sottolinea la Coldiretti – anche i 24mila agriturismi italiani che possono contare su ampie aree all’esterno Una misura attesa dopo che le chiusure a singhiozzo dall’inizio della pandemia hanno tagliato i redditi degli operatori.

Nell’attività di ristorazione – rileva la Coldiretti – sono coinvolti circa 360mila tra bar, mense, ristoranti e agriturismi nella Penisola ma le difficoltà si trasferiscono a cascata sulle 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro. Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che – conclude Coldiretti – vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale.

Consumi: Istat, a marzo 2021 ” lieve accelerazione dell’inflazione”

Nel mese di marzo, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registri un aumento dello 0,3% su base mensile e dello 0,8% su base annua (da +0,6% di febbraio), confermando la stima preliminare.

La lieve accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente all’inversione di tendenza dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (che passano da -3,6% a +1,7%) e, in misura minore, all’accelerazione di quelli dei servizi relativi ai trasporti (da +1,0% a +2,2%).

L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici rallentano lievemente portandosi entrambe a +0,8%, da +0,9% di febbraio.

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto prevalentemente alla crescita dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (+3,2%) e, in misura minore, dei servizi relativi ai trasporti (+1,3%).

L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a +0,9% per l’indice generale e a +0,5% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un’inversione di tendenza da +0,2% a -0,1%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto accelerano da +0,1% a +0,7%.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra un aumento su base mensile dell’1,8%, prevalentemente per effetto della fine dei saldi invernali dell’abbigliamento e calzature, di cui il NIC non tiene conto, e dello 0,6% su base annua (da +1,0% di febbraio), confermando la stima preliminare.

Il protrarsi, in alcuni casi, dei saldi stagionali (ascrivibile anche a loro avvio temporalmente diversificato tra le regioni) fa sì che l’aumento, rispetto a febbraio, dei prezzi di abbigliamento e calzature, sia pari a +23,0%, molto meno ampio, quindi, di quello di marzo 2020, quando fu pari a +31,1%. La differenza tra le due variazioni si riflette sulla dinamica su base annua sia dei prezzi di abbigliamento e calzature, che invertono la tendenza da +5,8% a -0,7%, sia dell’indice generale, la cui crescita, per l’IPCA, rallenta e risulta più contenuta del NIC.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% su base mensile e dello 0,7% su base annua.

La Commissione Europea punta tutto su Pfizer/BioNTech, Moderna e CureVac

La Commissione Europea punta tutto sui vaccini a Rna messaggero prodotti da Pfizer/BioNTech, Moderna e CureVac, e per il prossimo anno non rinnoverà i contratti con AstraZeneca e J&J, i cui preparati anti Covid utilizzano un vettore virale con una tecnologia più tradizionale. Ad annunciare la scelta strategica a Bruxelles è stata la presidente Ursula Von Der Leyen, all’indomani dell’annuncio della pausa anche in Europa nella distribuzione del vaccino di Janssen (J&J), dopo che Fda e Cdc negli Usa hanno deciso di mettere in stand by le somministrazioni.

Quindi il contratto, che l’esecutivo Ue intende finalizzare “presto”, prevedrà non solo la produzione nell’Ue dei vaccini, ma anche quella dei componenti di base. Un chiaro riconoscimento del carattere strategico della produzione di vaccini sul suolo europeo, dopo la lezione impartita all’Ue, che nella prima ondata della pandemia dovette scongiurare l’India di non lasciarla senza paracetamolo, dalla vicenda di AstraZeneca, la multinazionale anglosvedese che consegna vaccini al Regno Unito, ma continua a tagliare le dosi destinate all’Ue. Tanto da costringere la Commissione ad avviare formalmente il meccanismo di risoluzione delle controversie previsto dall’accordo di acquisto anticipato.

Elogio della gentilezza

Questa lunga pandemia ci sta cambiando: siamo spaesati, disorientati, afflitti, senza riferimenti emotivamente rassicuranti. Viviamo in una condizione esistenziale di “sospensione”, dagli esiti ancora incerti, tendenzialmente soli e timorosi nelle relazioni interpersonali.

La disintermediazione sociale – di non recente deriva – ha sottratto spazi di interlocuzione e di dialogo, di confronto e di rappresentanza: c’è lo Stato, ci sono le istituzioni , sempre più lontani e inarrivabili e poi ci siamo noi cittadini, ogni giorno costretti a misurarci con una realtà incerta e orfana di approdi.

Poi c’è tutto quello che si è sedimentato nei nostri comportamenti individuali da qualche decennio a questa parte: la frantumazione del corpo sociale, la crisi economica, le solitudini e le fragilità.

Tutto questo sovente alimenta reazioni emotive di isolamento, diffidenza, rancore.

Da tempo le relazioni sociali ci affliggono. La vita di condominio ci logora. Il traffico, gli orari, i turni di lavoro, le intemperanze dei colleghi, le code nei negozi e agli sportelli ci esasperano e ci rendono sistematicamente stressati.

Le coordinate di spazio e di tempo si fanno sempre più soffocanti ed opprimenti.

Non possiamo coltivare il desiderio di uscirne affidando i destini del nostro stato d’animo alla speranza di una vacanza, al mito dell’oasi lontana. 

Non ci serve reagire invocando sempre la speranza della fuga.

Queste consuetudini di vita appartengono al nostro stesso modo di essere.

Essere genitori, figli, vicini, parenti, colleghi, compagni di viaggio anche nel senso più ampio e metaforico del termine, di un viaggio fatto di giorni e lungo una vita.

Vorremmo cambiare ma aspettiamo che siano gli altri a fare il primo passo verso di noi senza renderci conto che la reciprocità del vivere alla fin fine ci rende sempre perdenti.

Se ci preme essere più sereni, ben disposti, tolleranti dobbiamo recuperare il senso del buon gesto, dell’iniziativa: essere gentili senza dover attendere di ricambiare una cortesia.

La vita, in fondo, è un’alternanza di abitudini: dovremmo forse collettivamente abituarci alla gentilezza come metodo per affrontare le relazioni  e le piccole difficoltà di ogni giorno.

Ci servirebbe anche per capire che sovente e più di quanto noi stessi crediamo, molte delle cose che ci riguardano dipendono dall’atteggiamento con cui ci accingiamo ad affrontare la vita e la realtà.

Possiamo esercitare già in famiglia questa “bontà dell’animo” che non è fatta solo di gesti esteriori ma di una disponibilità convinta a metterci empaticamente nei panni degli altri.

La famiglia infatti non va intesa solo come luogo di ricomposizione di conflitti o di sentimenti latenti ma come contesto di vita dove gli affetti si esprimono anche con comportamenti di generosa disponibilità.

E gli insegnanti, che hanno a cuore le buone sorti delle giovani generazioni, ricordino che la scuola è sede di apprendimenti e di istruzione ma che l’educazione alla tolleranza, al rispetto, ai modi cortesi nel porci verso gli altri non è un nostalgico ricordo di buone prassi del passato ma un principio che vivifica ogni giorno l’autentica formazione di ogni persona. Dalla chiusura delle scuole abbiamo appreso che il rapporto umano non può essere sostituito dalla tecnologia che ci trasmette immagini a distanza ma non emozioni, che non stimola la motivazione, primo vero requisito per ricomporre conoscenza e socializzazione.

Tra le tante cose che la pandemia ci sta insegnando ci sono le lezioni dei comportamenti umani spontanei e gratuiti: l’accoglienza, un sorriso, una parola rassicurante, che ci giungono da chi si sta occupando di noi e della nostra salute. Questa bontà d’animo che cogliamo e spesso riceviamo con semplici gesti di umanità può essere moltiplicata all’infinito, fino a diventare forse l’unico modo per comprendere la vita degli altri, oltre la burocrazia opprimente che si frappone in modo spesso ostile e paralizzante.

 

Dall’accordo nucleare con l’Iran alla conversione degli arsenali atomici

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
«Nella ripresa dei colloqui a Vienna per l’Accordo Nucleare con l’Iran ci sono margini di trattativa che permetterebbero la riapertura del negoziato, in assenza del quale la situazione potrebbe degenerare. È di questi giorni la notizia dell’attentato, non rivendicato, ai danni dell’impianto di arricchimento iraniano del Centro nucleare di Natanz…».
Lo ha dichiarato a “Orbisphera” l’ingegnere nucleare Giuseppe Rotunno, fondatore e presidente del “Comitato per una Civiltà dell’Amore”.
Nel 1992 l’Ing. Rotunno, insieme a valenti ed importanti collaboratori, ha elaborato il primo “Studio di Fattibilità tecnico-economica per la conversione delle armi nucleari”.
Tale Studio, che illustra anche il conseguente dividendo economico da destinare ai Paesi poveri del mondo, è stato presentato in un Convegno Internazionale che si è svolto a Roma con la partecipazione di Papa Giovanni Paolo II.
Lo Studio e le analisi degli esperti sono stati successivamente avvalorati dagli accordi internazionali stipulati tra USA e Russia nel 1993 con il Piano ventennale “Megatons to Megawatts”, che stabiliva la conversione delle prime 20mila testate nucleari in energia di pace.
Il Programma è stato poi riproposto nel 1994 in un Convegno internazionale presso la FAO e ripreso nel 1998 ad Assisi. È stato infine presentato a Roma ai Premi Nobel per la Pace durante il Grande Giubileo dell’anno 2000.
Con il sostegno del Santo Padre e il patrocinio del Governo Italiano, nell’ottobre del 2002 si è svolto ad Assisi, nella Basilica di San Francesco, il Summit per la Pace “Economia, Ecologia, Pace”, dal quale è emerso il “Programma di conversione delle armi in progetti di sviluppo nel Sud del mondo – Megatons to Development”.
Tornando ai nostri giorni, Rotunno ha sottolineato che «è possibile cogliere l’occasione del ripristino dell’Accordo Nucleare con l’Iran per avviare il dialogo tra le potenze nucleari su una nuova fase del disarmo, così come sottoscritto nel Trattato di Non Proliferazione (TNT) Art. VI».
«Questo può avvenire – ha precisato – se uno Stato Membro della IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ne fa esplicita richiesta al Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Atomica a Vienna». Giova ricordare, a tale proposito, che di tale organizzazione fa parte anche la Santa Sede.
Secondo l’Ing. Rotunno è urgente avviare ora questa trattativa per dare un esempio al mondo circa la necessità di ridurre progressivamente e congiuntamente la consistenza degli arsenali nucleari, impegnandosi con serietà e fiducia.
«È necessario – ha ribadito Rotunno – che Stati Uniti ed Iran raggiungano al più presto l’intesa per concordare le modalità di rientro negli accordi previsti dal JPCoA (Joint Comprehensive Plan of Action) del 2015».
In base a tali accordi, l’Iran ha accettato di eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento, di tagliare del 98% le riserve di uranio a basso arricchimento, e di ridurre di due terzi le sue centrifughe a gas per tredici anni. Per i successivi quindici anni l’Iran potrà arricchire l’uranio solo al 3,67%.
L’Iran ha inoltre pattuito di non costruire, nello stesso periodo, alcun nuovo reattore nucleare ad acqua pesante. Le attività di arricchimento dell’uranio saranno limitate ad un singolo impianto, utilizzando centrifughe di prima generazione per dieci anni. Altri impianti saranno convertiti per evitare il rischio di proliferazione nucleare.
Per monitorare e verificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, l’AIEA avrà regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani.
«Per impedire il rischio di conflitto militare e rinnovare gli accordi di pace – ha suggerito Rotunno – sarebbe auspicabile che la Santa Sede, che è membro dell’AIEA, chieda con un’apposita dichiarazione rivolta al Consiglio dei Governatori di attivare un negoziato diplomatico per ripristinare l’operatività del JCPoA, a garanzia della pace nell’area».
«Questa soluzione – ha sostenuto – sarebbe un evento storico per avviare un progressivo disarmo in tutto il mondo, e costituirebbe un importante precedente di soluzione pacifica per trasformare le minacce nucleari in opportunità per tutta la comunità internazionale».
 «Il disarmo nucleare – ha concluso l’Ing. Rotunno – è possibile con la conversione degli arsenali in energia di pace e di sviluppo sostenibile nel mondo, come già sperimentato con il Piano Usa-Russia “Megatons to Megawatts” e come sollecitato dal “Comitato per una Civiltà dell’Amore” nel Convegno del 12 marzo scorso svoltosi nel Sacro Convento d’Assisi».
Per ogni approfondimento:
Nuclear for Peace

Sparta e Atene tra mito e realtà

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di  Sergio Valzania

La storia nasce bellicosa. I suoi padri riconosciuti, Erodoto e Tucidide, raccontano le guerre combattute dai greci contro i persiani e poi, conseguita la vittoria, tra di loro per la supremazia sull’Ellade. I conflitti esaltano le differenze, che sembrano capaci di dar ragione delle incomprensioni, delle divergenze e infine del ricorso alle armi. O almeno così pare a molti.

Erodoto descrive i maggiorenti persiani in splendide vesti che si umiliano lavorando nel fango davanti al re dei re, loro sovrano e perciò padrone assoluto, e confronta questo atteggiamento con quello dei liberi greci, che si pretendono tutti uguali per dignità, fino a chiamarsi a Sparta omoioi, i pari. Seguendo l’esempio del predecessore anche Tucidide sottolinea quelle che appaiono come grandi differenze tra spartani e ateniesi, capofila degli schieramenti contrapposti, nel tentativo di spiegare come mai l’intero mondo greco si sia lacerato per un trentennio, dal 431 al 404 avanti Cristo, in un durissimo conflitto fratricida, la guerra del Peloponneso, così chiamata dal nome della regione dove si trova Sparta.

Il titolo di un recente libro di Eva Cantarella, edito da Einaudi, Sparta e Atene, autoritarismo e democrazia (Torino, 2021, pagine 200, euro 15), sembra alludere proprio a queste differenze, riconoscendo le due città quali campioni di due forme di pensiero e di organizzazione sociale ben distanti l’una dall’altra e dunque verosimilmente all’origine dello scontro.

La tesi proposta da Cantarella è però diversa, a riprova del fatto che a volte i titoli sintetizzano in modo eccessivamente brusco il contenuto delle opere. Non sempre ci si combatte tra diversi, sostiene la studiosa, capita più spesso di quanto si creda che a contrapporsi siano realtà simili e che sia il conflitto stesso a indurle a proporsi come radicalmente distinte. Nella guerra del Peloponneso gli spartani si presentano come campioni della libertà, alla quale gli ateniesi contrappongono il valore dell’allargamento della partecipazione al potere politico a tutta la cittadinanza. Ciascuna di queste affermazioni contiene però un’elevata dose di propaganda.

Sparta e Atene, sostiene l’autrice, sono due polis, la traduzione come città-stato rende solo parzialmente la realtà politica e sociologica che caratterizzò la Grecia classica, e già questo le rende simili. Entrambe hanno un consiglio degli anziani, magistrati scelti tra i cittadini e una assemblea che li elegge, oltre a prendere le decisioni più importanti per la comunità. Solo i maschi adulti e liberi partecipano a essa e i criteri di appartenenza alla cittadinanza sono rigidi in tutte e due le póleis. Cantarella evita di affrontare temi propriamente bellici, ma si può aggiungere che l’identità dei cittadini si confonde per entrambe le città-stato con quella oplitica, i diritti politici sono collegati con l’appartenenza alla falange che rappresenta la polis in battaglia, con gli uomini armati nello stesso modo, disposti fianco a fianco, ciascuno protetto dallo scudo rotondo del compagno che gli sta vicino.

Cantarella sottolinea come addirittura la divinità principale delle due città sia la stessa, Atena, la cui statua scolpita da Fidia si trova sull’acropoli di Atene, con lo scudo dorato che riflette i raggi del sole con tale lucentezza da far scorge dal mare il lampeggìo. Alla stessa dea, che in città ha un santuario detto Chalkioikos per il bronzo che ne copre le mura, gli spartani celebrano sacrifici nel momento per loro più significativo, quando l’esercito parte per recarsi in guerra,

Certo le differenze non mancano, e si comprende bene come le necessità di sintesi alle quali un testo dichiaratamente divulgativo deve sottostare abbiano costretto l’autrice a condensare la riflessione, senza affrontare i pur profondi cambiamenti che avvengono nel tempo. Questo si nota in particolare nella valutazione del livello artistico delle produzioni laconiche, che tende a ridursi. Sparta e Atene del VI secolo, quando si combattono le guerre persiane nelle quali si trovano affiancate nella lotta, erano ben diverse da quelle del V , al momento del conflitto che le vede contrapposte.

Tra le differenze proposte dalla stessa tradizione spicca il ruolo delle donne, molto maggiore a Sparta che ad Atene. Aristotele stesso critica gli usi e le libertà propri delle spartane, uniche in Grecia a frequentare i ginnasi e a partecipare a competizioni agonistiche. A loro era addirittura concesso di godere diritti di proprietà immobiliari, pure se con una serie di limitazioni.

Lo spazio limitato e l’intento divulgativo impediscono alla Canterella anche di entrare nel vivo delle questioni poste della guerra, di fornire la propria interpretazione in relazione al confronto tra l’imperialismo ateniese e il sistema egemonico spartano.

Molto interessante l’ultimo capitolo del libro, dedicato all’«uso moderno dei modelli». Alla fin fine la questione è in buona parte quella, ciò che sappiano è quanto viene trasmesso da una tradizione non solo storiografica ma anche decisamente politica che in molte occasioni ha utilizzato l’epica della guerra del Peloponneso per presentare le proprie piattaforme programmatiche. Senza preoccuparsi troppo della concordanza di queste operazioni con le fonti disponibili. Fu il caso di Robespierre, innamorato di Sparta, mentre Voltaire, contro Rousseau, apprezzava Atene.

Negli anni della guerra fredda alcuni esponenti dell’intelligence statunitense riconobbero nell’Urss profonde analogie con Sparta, in seguito il politologo Graham Allison ha proposto l’opposizione del Usa-Sparta minacciato da Cina-Atene. La forza degli studi classici, unita alla capacità analitica e narrativa di Tucidide.

BCE: i risultati della consultazione pubblica su un euro digitale

La Banca centrale europea (BCE) ha pubblicato un’analisi esaustiva della propria consultazione pubblica su un euro digitale. L’analisi conferma perlopiù le prime osservazioni: ciò che cittadini e professionisti vorrebbero da una valuta digitale innanzitutto la tutela della privacy (43%), seguita dalla sicurezza (18%), dalla possibilità di utilizzarla in tutta l’area dell’euro (11%), senza costi aggiuntivi (9%) e offline (8%).

“Un euro digitale può avere successo soltanto se risponde alle esigenze dei cittadini europei” ha dichiarato Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della BCE. “Faremo del nostro meglio per assicurare che un euro digitale sia in linea con le aspettative dei cittadini che sono emerse dalla consultazione pubblica.”

La privacy è la caratteristica più importante di un euro digitale sia per i cittadini sia per i professionisti, specialmente per esercizi commerciali e altre imprese. Entrambi i gruppi vedono positivamente requisiti volti a prevenire attività illecite.

Oltre due terzi dei partecipanti alla consultazione riconoscono l’importanza di servizi innovativi, offerti da intermediari, in grado di consentire l’accesso a un euro digitale e indicano che questo dovrebbe essere integrato negli attuali sistemi bancari e di pagamento. Vorrebbero poter usufruire di servizi aggiuntivi oltre ai semplici pagamenti in euro digitali.

Circa un quarto dei partecipanti ritiene che un euro digitale debba rendere i pagamenti transfrontalieri più rapidi e meno costosi.

La BCE ha ricevuto molti suggerimenti di natura tecnica dai partecipanti. Secondo un quarto dei singoli partecipanti, per facilitare la realizzazione di caratteristiche simili a quelle del contante, sarebbero preferibili soluzioni con carta (o smartcard) o con un elemento sicuro nello smartphone per gli utenti finali. Quasi la metà dei partecipanti ha menzionato la necessità di stabilire limiti all’ammontare detenuto, una remunerazione a più livelli o una combinazione di questi due elementi per gestire la circolazione dell’euro digitale. Una quota analoga di professionisti condivide questa opinione.

Le risposte alla consultazione provengono perlopiù dalla Germania (47%), dall’Italia (15%) e dalla Francia (11%).

La tecnologia digitale come strumento per riportare il nostro Paese tra i leader europei.

Grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), l’Italia ha la possibilità di puntare ad essere ancora più ambiziosa, proponendo un traguardo a 5 anni. L’Italia del 2026 dovrà essere nel gruppo di testa in Europa, seguendo 5 obiettivi:

  1. Diffondere l’identità digitale, assicurando che venga utilizzata dal 70% della popolazione, più del doppio rispetto a oggi;
  2. Colmare il gap di competenze digitali, con almeno il 70% della popolazione che sia digitalmente abile;
  3. Portare circa il 75% delle PA italiane a utilizzare servizi in cloud;
  4. Raggiungere almeno l’80% dei servizi pubblici erogati online;
  5. Raggiungere, in collaborazione con il Mise, il 100% delle famiglie e delle imprese italiane con reti a banda ultra-larga.

Un principio fondamentale per perseguire questa strategia è la cooperazione. Una cooperazione di tutto l’apparato amministrativo, centrale e territoriale.

Occorrerà anche la cooperazione di tutte le forze produttive del Paese: le grandi aziende, la piccola e media impresa, gli artigiani, i commercianti, le organizzazioni di categoria e i liberi professionisti. Infine è necessaria una cooperazione su scala europea e atlantica, lavorando insieme nella direzione di una vera autonomia digitale.

Il tassello imprescindibile di qualsiasi trasformazione, e soprattutto quella digitale, sono le persone. Se veramente si vuole cambiare marcia dell’innovazione in Italia, bisognerà mobilitare gli investimenti, ma soprattutto investire sul valore creativo e innovativo che deriva da competenze individuali e conoscenze collettive.

Un nuovo accordo commerciale tra la Danimarca e Cuba

La Camera di commercio cubana e la Confederazione danese delle industrie hanno stretto un nuovo patto commerciale.

Patto che si concentrerà nei rami della chimica, dell’agricoltura e del ferro e dell’acciaio, con 15 pronte a lavorare sul cibo, l’energia.

La Danimarca ha sempre trovato l’offerta di prodotti cubani interessanti. Soprattutto nei settori dell’agroalimentare.

La Danimarca è tra i 10 paesi europei che esportano di più a Cuba, un elenco guidato dalla Spagna seguita da Italia, Germania, Svezia, Paesi Bassi, Francia, Polonia, Belgio e Portogallo.

Pfizer, Moderna e trombosi rare: “Nessun caso registrato finora”

Dopo lo stop precauzionale in Usa al vaccino Johnson & Johnson dopo 6 casi di trombosi rare seguite alla somministrazione del vaccino, l’Fda fa il punto anche sui vaccini Pfizer e Moderna.

E finora – quando “sono state somministrate oltre 180 milioni di dosi”, dei due vaccini anti Covid – “non abbiamo registrato casi” di trombosi rare “associate con trombocitopenia”, un fenomeno che si è registrato invece in alcune persone (nell’ordine di qualche unità per milione) vaccinate con Johnson & Johnson negli Usa e con AstraZeneca in Europa.

Lo spiega Peter Marks, direttore del centro per la ricerca e la valutazione biologica dell’Fda statunitense, in un briefing trasmesso on line dall’ente regolatorio americano per illustrare le ragioni che hanno portato le autorità Usa a sospendere temporaneamente la somministrazione del vaccino Janssen (J&J).

Mattarella: “E’ mio vivo auspicio che Washington e Roma possano costantemente rinsaldare la loro vicinanza”

Nell’anno in cui la Repubblica Italiana celebra il 160mo anniversario di vita dell’unità del Paese, ricorrono anche i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti d’America, avviate il 13 aprile del 1861.

Un lungo cammino abbiamo percorso insieme da allora. La nostra profonda amicizia si è progressivamente rafforzata negli ultimi settantacinque anni, radicandosi nella comune adesione ai valori di libertà, pace, democrazia.

I costanti e fecondi scambi sociali e culturali tra i nostri popoli la alimentano, così come il contributo fornito dalla ampia e operosa comunità di origine italiana negli Usa e dai cittadini statunitensi residenti nel nostro Paese.

Un legame che ci vede impegnati, in una prospettiva convintamente transatlantica, a sostenere e promuovere le libertà civili e i principi democratici, in un quadro di sicurezza e stabilità internazionale teso a promuovere lo sviluppo economico e il progresso sociale.

Sfide globali senza precedenti ci spingono, ancora una volta, a unire volontà ed energie a livello nazionale, internazionale e nei consessi multilaterali che hanno dimostrato, nei decenni, efficacia di azione.

E’ mio vivo auspicio che Washington e Roma, insieme anche nel rispondere alle sfide di questo momento, possano costantemente rinsaldare la loro vicinanza e sviluppare sempre più la loro collaborazione a sostegno dell’affermazione dei comuni valori.

Con questo spirito, sono lieto di rivolgere i miei più calorosi auguri per il futuro delle relazioni tra i nostri due popoli e il più vivo apprezzamento a quanti, con il loro impegno, contribuiscono a incrementare il legame tra Italia e Stati Uniti

La modernità di una nuova “sinistra sociale”.

Avendo appena ultimato un libro sul “magistero” politico, culturale ed istituzionale di Franco  Marini, si può dire tranquillamente che oggi, soprattutto dopo questa terribile e persistente  pandemia, si sente sempre di più la necessità e forse anche l’indispensabilità di riavere nel  panorama pubblico italiano la presenza di una “sinistra sociale”. Una sinistra sociale che non  dev’essere necessariamente d’ispirazione cattolica ma che quasi si impone per affrontare la  nuova emergenza che si profila di fronte a noi. Ovvero, per affrontare una nuova, drammatica ed  inedita “questione sociale”. Certo, la sinistra sociale di un tempo, almeno quella che abbiamo  conosciuto e sperimentato nella politica italiana, aveva una identità ed un profilo politico e  culturale definiti ed immediatamente percepibili. Accompagnato da una classe dirigente che  sprigionava qualità, autorevolezza e forte radicamento sociale e territoriale.

Ma, com’è altrettanto  ovvio ed è bene non dimenticare, c’era anche una cornice politica e di sistema dove era più facile  individuare i punti di riferimento che declinavano concretamente politiche socialmente avanzate.  Una stagione che, oggi, piaccia o non piaccia, non c’è più e che è ormai alle nostre spalle.  Tuttavia, anche all’interno degli attuali contenitori elettorali – o di quel che resta dei partiti  organizzati del passato – la presenza di un settore, o di un’area o di un filone che affronti di petto  una rinnovata “questione sociale” diventa sempre più urgente. Mi rendo conto che non è una  operazione facile, soprattutto nei partiti che risentono ancora, e fortemente, del vento populista e  antipolitico. Partiti che, in ossequio alla natura personale e leaderistica della loro organizzazione,  hanno smarrito progressivamente la loro stessa identità culturale ed ideale a vantaggio della legge  populista che impone quasi per decreto il superamento delle culture politiche a vantaggio di  parole d’ordine e del verbo del “capo”. Ma la “questione sociale” è destinata ad imporsi  comunque e a condizionare le scelte concrete di quei partiti che non vivono solo di populismo di  marca grillina e della demagogia a buon mercato. 

Ma tocca soprattutto a coloro che hanno vissuto da protagonisti, o anche solo da simpatizzanti,  l’esperienza della “sinistra sociale” del passato valorizzare quel patrimonio e adeguarlo alle nuove  emergenze della stagione che stiamo vivendo. Non è più possibile anteporre all’emergenza  sociale le parole d’ordine del populismo, che ormai conosciamo quasi a memoria. E cioè, la sola  propaganda, l’esaltazione del “capo” partito, la demagogia, le promesse da circo equestre, la  lotta sempre più ridicola e grottesca alla “casta” quando chi predica questa battaglia ipocrita è  diventato a tutti gli effetti protagonista e alfiere della nuova “casta” di potere e, in ultimo, come  distribuire il potere all’interno dei rispettivi partiti tra richiami alle quote e alle intramontabili parità  di genere. Quando tutto, come ovvio e scontato, risponde solo e soltanto ad una questione di  potere nel partito e nelle istituzioni.  

E il recupero di questo patrimonio culturale ed ideale è anche la modalità concreta per rinverdire e  riattualizzare il magistero di una classe dirigente, quella di un passato recente e meno recente,  che ha contribuito a qualificare il ruolo della politica e di una cultura politica – nello specifico  quella del cattolicesimo sociale e popolare – nella storia democratica del nostro paese. 

Il Museo racconta i progetti Cnr di agroalimentare e bio-economia

Il Museo nazionale scienza e tecnologia Leonardo da Vinci sta realizzando tre mini-documentari della durata di circa 20 minuti ciascuno, per raccontare gli studi svolti dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) nell’ambito dei progetti del Dipartimento di scienze bio-agroalimentari (Cnr-Disba): Nutrage: Nutrizione, alimentazione & invecchiamento attivo, coordinato dall’Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Cnr-Ispa), e Bio-Eco: Bioeconomia, coordinato dal Cnr-Disba. Il progetto è stato realizzato da Museo e Cnr, con il patrocinio del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.
Nei video, i protagonisti dei progetti saranno intervistati e raccontati dalla giornalista scientifica Barbara Gallavotti, autrice di Superquark e consigliere scientifico del Museo, pubblicamente impegnata nella divulgazione di temi di attualità.

Il primo documentario verrà proposto in occasione della Giornata della ricerca italiana nel mondo, che il 15 aprile di ogni anno mira a portare l’attenzione sull’eccellenza del lavoro dei ricercatori italiani e che quest’anno è dedicata in particolare anche al legame tra ricerca-industria nei seguenti settori dell’agroalimentare, dell’ambiente e dell’economia circolare, dello spazio, delle tecnologie marine, delle tecnologie applicate alla medicina ed ai beni culturali.

Dal 15 aprile sul canale YouTube del Museo e su quello del Cnr
“Il sapore del futuro”
(in italiano con sottotitoli italiani e inglesi)
Condotto da Barbara Gallavotti
A partire da ricerche condotte sulle origini delle nostre preferenze alimentari – influenzate dalle nostre abitudini, dalle nostre tradizioni e dai nostri geni – questo documentario racconta di diversi studi condotti dal Cnr. Le varie ricerche contribuiscono a formare un complesso mosaico di risultati e interpretazioni che ci aiuta a comprendere come le diete possano e debbano evolvere, in un mondo che cambia e in cui vi è la sempre più impellente necessità di adeguare la nostra alimentazione per renderla più sana, ma anche più sostenibile.
Realizzato dal Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, grazie al progetto Nutrage, in partnership con il Consiglio nazionale delle ricerche e con il patrocinio del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Come il primo, anche gli altri due episodi sono pensati per il grande pubblico interessato alla ricerca di frontiera e, attraverso la interdisciplinarità degli studi del Cnr, mettono in luce l’eccellenza e l’internazionalità della ricerca italiana. Vi si affrontano in maniera chiara e accessibile temi vicini al vissuto quotidiano e all’immaginario di molti cittadini del mondo:
“Invecchiamento e lunga vita” – episodio in cui si parla di come le abitudini alimentari e di vita del Mediterraneo (ma non solo) hanno un effetto determinante sulla possibilità di vivere a lungo e in salute;
“Nuove tecnologie per un uso sostenibile del territorio” – episodio in cui si parla di produzione e uso sostenibile del territorio al fine di garantire una qualità della vita desiderabile per tutto il pianeta e per le generazioni future.

I mini-documentari sono realizzati nell’ambito della convenzione “Rinnova. Riconnettere i saperi, ispirare le persone, cambiare i paradigmi” firmata nel 2020 tra il Museo e il Cnr-Disba. Questo progetto mira a promuovere la diffusione della cultura tecnico-scientifica, sviluppando e rendendo accessibili nuove risorse culturali, anche attraverso il dialogo tra società civile e mondo della ricerca.
Il progetto nel suo complesso prevede lo studio e l’elaborazione di un programma integrato di risorse e attività culturali rivolte a pubblici diversi su temi scientifici, storico-economico-sociali e tecnologici in ambiti quali alimentazione e salute, economia green e circolare, sostenibilità, acqua.

Industria: Istat, a febbraio produzione in aumento dello 0,2% su base mensile

A febbraio 2021 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti dello 0,2% rispetto a gennaio. Nella media del trimestre dicembre-febbraio il livello della produzione cresce dello 0,6% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile cresce su base congiunturale per i beni di consumo (+2,6%); mentre diminuisce per l’energia (-2,0%), i beni strumentali (-1,7%) e i beni intermedi (-0,5%).

Corretto per gli effetti di calendario, a febbraio 2021 l’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali dello 0,6% (i giorni lavorativi di calendario sono stati 20, come a febbraio 2020). Si registra un incremento tendenziale solo per i beni intermedi (+2,1%). I restanti comparti, viceversa, mostrano flessioni, con un calo marcato per l’energia (-6,2%) e i beni strumentali (-4,3%) e meno accentuato per i beni di consumo (-1,9%).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di apparecchiature elettriche (+8,5%), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (+4,6%) e la fabbricazione di prodotti chimici (+3,5%). Viceversa, le flessioni maggiori si registrano nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-26,2%), nelle attività estrattive (-15,9%) e nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-13,7%).

Giustizia tributaria, al via la commissione interministeriale Giustizia-MEF

Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, e la Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, hanno firmato il decreto con cui viene istituita una commissione interministeriale sulla giustizia tributaria, con il compito di analizzare e formulare proposte di intervento, per far fronte al contenzioso arretrato e ridurre la durata dei processi. La giustizia tributaria rientra nelle competenze del Ministero dell’Economia e delle Finanze; il Ministero della Giustizia è coinvolto sul fronte del ricorso in Cassazione, dove il contenzioso tributario rappresenta una delle componenti principali dell’arretrato accumulato (50.000 i ricorsi pendenti stimati a fine 2020, con una percentuale di riforma delle decisioni di appello del 45%).

La commissione interministeriale sarà presieduta da Giacinto della Cananea, docente di diritto amministrativo presso l’Università Bocconi di Milano e componente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria. Vicepresidente, Fabrizia Lapecorella, Direttore generale delle Finanze presso il Mef. Sedici in totale i componenti (Massimo Guido Antonini, Pietro Bracco, Clelia Buccico, Margherita Cardona Albini, Gianni De Bellis, Andrea Giovanardi, Enrico Manzon, Sebastiano Maurizio Messina, Domenico Pellegrini, Ernesto Maria Ruffini, Livia Salvini, Maria Vittoria Serranò, Luca Varrone, Glauco Zaccardi).

La Commissione entro il 30 giugno 2021, presenterà ai Ministri una relazione sull’esito dei lavori svolti e le proposte di intervento formulate. Una riforma strutturale della giustizia tributaria rientra tra le priorità d’azione indicate dal Governo ed è coerente con le indicazioni dell’Unione europea.

Startup e PMI innovative: oltre 27 mln gli investimenti

Sono oltre 27 milioni di euro gli investimenti destinati a Startup e Pmi Innovative, finora agevolati attraverso il nuovo incentivo del Ministero dello sviluppo economico avviato lo scorso 1° marzo 2021.

Nel primo mese di operatività della misura sono state, infatti, ammesse circa 1.688 operazioni d’investimento per le quali sono state concesse agevolazioni per oltre 13 milioni di  euro.

La misura prevede la concessione di un credito d’imposta del 50% in favore delle persone fisiche che investono nel capitale di queste imprese, nei limiti delle soglie fissate dal regime de minimis. Gli investimenti presentati interessano prevalentemente imprese che operano nei settori dell’ICT, del manifatturiero e dei servizi di consulenza e ricerca e sviluppo. Le domande per richiedere l’agevolazione potranno continuare ad essere presentate al Ministero, attraverso la piattaforma online.

Scoperti 2 punti deboli tumore del colon

Due nuove scoperte sembrano aprire dei nuovi spiragli di cura per il tumore al colon.

Il primo, coordinato dal professor Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare dell’Irccs Candiolo, e condotto dal dottor Giovanni Germano, mostra la possibilità di estendere l’efficacia dell’immunoterapia anche a pazienti che oggi non rispondono alle cure, grazie alla terapia combinata di due farmaci immunoterapici ancora in fase sperimentale di laboratorio.

Il secondo, frutto di una collaborazione coordinata sempre da Bardelli e dalla dottoressa Sabrina Arena con il Wellcome Sanger Institute di Cambridge e con l’Istituto Tumori di Amsterdam, apre la via allo sviluppo di nuove cure per pazienti che ad oggi hanno ancora pochissime chance di guarigione, svelando un nuovo bersaglio farmacologico, l’enzima Werner o Wrn, una molecola deputata a ‘sciogliere’ la doppia elica del Dna delle cellule tumorali, che le aiuta a moltiplicarsi.

Massimo Franco: “Il vuoto di visione e di coraggio apre spazi immensi ai populismi”

Dott. Massimo Franco, le descrizioni che leggiamo nelle indagini e nei Rapporti degli Istituti di ricerca (ISTAT/CENSIS) ci riferiscono di una società delusa e sfiduciata, a volte rancorosa e cattiva, dove prevalgono atteggiamenti di indifferenza e di egoismo, di scarso senso civico. Eppure ci sono intorno a noi esempi e storie di solidarietà, altruismo, passione civile: basti pensare alle vicende di abnegazione nel periodo di crisi pandemica, a chi si prende cura del prossimo e lo fa gratuitamente, senza clamore mediatico. Il bene e il male sono dunque aspetti compresenti da sempre nella realtà: sono forse gli occhiali che inforchiamo che ci danno l’impressione di una prevalenza dell’uno o dell’altro? Oppure viviamo davvero una deriva di decadenza di valori e di “etica flessibile”? 

La sfiducia è inevitabile, e la sensazione che si sia arrivati a una sorta di spartiacque col passato la accentua. Nei periodi di crisi e di transizione accelerata, come l’attuale, emergono in modo più radicale le contraddizioni. E in qualche modo avviene un riassestamento dei valori, delle priorità, facendo emergere i comportamenti in modo radicalizzato. Quanto stiamo vivendo non capita all’improvviso.  Rimanda all’erosione progressiva della vita sociale avvenuta negli ultimi due decenni, almeno, con un’accentuazione di  quella che lei definisce decadenza e etica <flessibile>. L’impressione è che occorrerà tempo per riordinare i fondamenti della convivenza. Al momento non è facile fare previsioni. L’unica cosa certa è che una pandemia come quella che attraversiamo è un fattore di trasformazione rapida e traumatica, dalla quale la società risulterà cambiata; e, con la società, i rapporti umani e sociali, oltre che l’organizzazione del lavoro. Vincerà chi riuscirà a capire prima e meglio come sia opportuno rivedere le proprie certezze e prendere atto che le rendite di posizione del passato sono finite. Si tratta di una sfida impegnativa, che richiede una maggiore aderenza alla realtà e all’autenticità dei rapporti. Almeno in questo, può produrre effetti positivi.

Non ho mai creduto al teorema dell’anno zero: quello a partire dal quale nella politica, nelle istituzioni, nell’amministrazione della giustizia, della salute, dell’educazione come per magia ci sia qualcuno capace di materializzare la “città del sole” di Tommaso Campanella. Si vive una sorta di enfasi delle apparenze rispetto alla gestione della realtà. Abbiamo un nuovo Governo definito di alto profilo, che comprende volti nuovi e facce già viste. Viene anche denominato tecnico-politico: ma dove finisce un aspetto e comincia l’altro?

Su questo si fa molta confusione. In Italia i governi <tecnici> debbono comunque essere votati dal Parlamento, e dunque godere dell’appoggio di una maggioranza politica. Se poi ci si riferisce alla figura del premier e di alcuni ministri, anche qui è bene evitare la demagogia. E’ vero che Mario Draghi non è stato votato da nessuno. Ma anche il caso di Giuseppe Conte, da questo punto di vista, è eclatante. Non solo non era stato eletto dal Movimento 5 Stelle. Nel 2018 il M5S non l’aveva nemmeno candidato. E’ stato scelto sulla base di un patto di potere tra grillini e Lega nel 2018: due forze che si erano combattute escludendo di potersi alleare. E poi è stato riscelto nel settembre del 2019 per un patto altrettanto di potere tra M5S e Pd e Iv, anche loro in teoria incompatibili. Quanto alla composizione, mi pare che sia stata decisa con un compromesso tra partiti e premier. Ai dicasteri economici sono stati insediati ministri tecnici vicini a Draghi, per gestire al meglio i fondi europei per la ripresa; altrove, ministri espressi dalle forze politiche. Si tratta di una miscela in qualche modo inevitabile per garantire al governo quel consenso molto ampio che si è registrato; e che rappresenta un elemento di forza e insieme di debolezza. Credo che l’alto profilo sia garantito soprattutto dalla credibilità di cui Draghi gode nelle cancellerie europee e negli Stati uniti, come ex presidente della Banca Centrale europea: un ruolo che non si può definire solo tecnico. E’ questo ad avere spinto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, a chiedergli di guidare il governo come ultima sponda per un’Italia disorientata da due anni e mezzo di premierato populista.  

Abbiamo vissuto una lunga stagione in cui si sono puntate tutte le fiches sulla globalizzazione come soluzione ai problemi economici, di uguaglianza sociale, di comunicazione e di conoscenza. Tuttavia con  esiti non sempre convincenti. Forse parte di quello che sta succedendo a livello di pandemia è figlio della globalizzazione intesa come conquista e sottomissione del mondo. Che fine ha fatto il genius loci? Quell’orto di casa a cui Ermanno Olmi diceva di ritornare per trovare le radici della nostra vita e delle tradizioni che troppo presto abbiamo calpestato? Preoccupati dalla crescita e dal progresso abbiamo perduto le nostre identità? Lo chiedo a Lei che ha incontrato Bill Gates e ne ha fatto un libro di successo. Esiste un problema di sostenibilità generazionale anche nel suo aspetto speculare a quello solitamente considerato: ci sarà una fascia di persone anziane estromessa (o vessata) dalla digitalizzazione della vita?

Credo che il genius loci inteso come tentazione di ritrarsi nell’<orto di casa> sia molto forte e altrettanto velleitaria. Che lo vogliamo o no, siamo connessi con il mondo, e l’idea di tornare indietro implica seri problemi di regressione, di decrescita e di subalternità. Semmai, il problema è come si declina la globalizzazione; come può essere accompagnata e non subita, e quale apparato legislativo va pensato e organizzato per evitare che, oltre ai benefici, comporti uno sfruttamento del lavoro tipico del Terzo e Quarto Mondo, e una concorrenza che distrugge ricchezza invece di contribuire a costruirla. Il tema non dovrebbe essere quello di rifiutare la globalizzazione, ma di conciliarla con una protezione dei diritti individuali e collettivi che al momento appare, a dir poco, intermittente. Credo che le fasce più esposte  non siano solo gli anziani, per motivi oggettivi di alfabetizzazione digitale, ma anche in generale le famiglie più povere  e meno scolarizzate, per le quali la didattica a distanza o lo smart working sono concetti astratti, non possedendo nemmeno un computer. La grande sfida della globalizzazione riporta al tema dell’istruzione, della ricerca, del collegamento tra scuola e università, e mondo del lavoro; insieme a un’eguaglianza di opportunità per uomini e donne. Lei accennava a Bill Gates. Be’, ricordo che proprio un globalista come lui aveva previsto con anni di anticipo che le nuove minacce all’umanità sarebbero arrivate non da conflitti armati tradizionali, ma da pandemie. La globalizzazione è anche questo: un interscambio di informazioni che può consentire di prevedere le sfide del futuro e dunque organizzarsi per contrastarle nel modo più efficace: cosa che col Covid non è stata fatta.     

Durante il lockdown le scuole hanno sperimentato la cd. “didattica a distanza”. I risultati sono stati però deludenti. A parte la scarsa dotazione di risorse tecnologiche delle scuole, a parte che il 30 % degli alunni del sud non hanno in casa un pc per collegarsi con gli insegnanti, è emerso quanto in un rapporto educativo, in una relazione siano importanti l’aspetto umano e la dimensione empatica. Lo psichiatra Paolo Crepet ha adombrato il pericolo che una didattica basata solo sulle tecnologie produca forme di incomunicabilità se non di comportamenti anaffettivi. La cd. D.A.D potrebbe essere una scelta per il futuro o è solo un momentaneo, utile ripiego? La Finlandia ha abolito l’uso del corsivo nella letto-scrittura: gli studenti usano solo il tablet per imparare a scrivere. Considerate le nostre tradizioni culturali una simile scelta potrebbe ispirare anche la didattica della scuola italiana?

Sulla prima parte ho già risposto prima. Per quanto riguarda la Didattica a Distanza (DAD), c’è da augurarsi che sia solo una parentesi. L’educazione e la formazione, in una parola la crescita personale hanno bisogno di rapporti umani veri, diretti, continui. Già i videogiochi e i telefoni cellulari accentuano la solitudine e un distacco dalla realtà che può avere effetti collaterali pericolosi. Non credo che, sia per i professori che per gli alunni, la DAD possa essere un modello.

Cosa manca a questo Paese per cambiare rotta? Basta un Governo con mandato a termine?  O serve un radicale cambio di passo nella selezione di una nuova classe dirigente, la ‘conoscenza’ delle cose, l’etica pubblica, il senso civico di cui pare siamo carenti. Servirebbe qualcosa di diverso dai siparietti delle fiction cui siamo abituati, insieme agli innumerevoli tavoli di concertazione. Debito pubblico crescente, corruzione ‘resiliente’,  burocrazia opprimente, politica inconcludente…. L’Italia è il Paese dei bonus senza controllo: nascono come ‘una tantum’ e diventano ‘una semper’. I pentastellati stanno attraversando una crisi senza precedenti eppure hanno ottenuto la conferma degli Esteri, la promessa di una espansione del reddito di cittadinanza, il ministero della transizione ecologica. Dipende dall’esser il primo partito in Parlamento? Draghi è il top ma si parte già con un compromesso al ribasso?

Manca la consapevolezza che non esistono scorciatoie per riprendersi. E invece, in questi anni, a cominciare dalla fine della Guerra Fredda, l’Italia non ha mai ritrovato un baricentro e un’idea di  quello che vuole essere nel contesto europeo. Si è andati avanti con una <cultura della scorciatoia> con la quale si proponevano soluzioni mirabolanti quanto illusorie; e proposte <facili>, <popolari>, di fatto già allora <populiste>, per le quali l’opinione pubblica non avrebbe pagato un prezzo. Il risultato è che queste scorciatoie hanno fatto perdere tempo, produttività, punti di Pil, e aumentato il debito pubblico del Paese: fino ad arrivare al 2018, quando al potere è arrivato un populismo che di tutti questi difetti è la conseguenza e il risultato finale, anche se non la causa. Oggi abbiamo un Parlamento nel quale la maggioranza relativa dei voti è del M5S, sebbene non più nell’elettorato; e la maggioranza assoluta appartiene a forze dichiaratamente populiste o sovraniste. Il governo Draghi è il tentativo di riportare almeno una parte del parlamento al principio di realtà e, se possibile, di <costituzionalizzarlo> su posizioni che tengano conto non solo delle nostre alleanze internazionali, ma delle compatibilità interne. E’ un compito molto difficile, dopo lunghi intermezzi di demagogia istituzionale e governativa, dagli anni di Silvio Berlusconi a quelli di Matteo Renzi, per arrivare a Conte. 

Come mai ogni volta che si deve decidere qualcosa di importante  si ricorre spesso alle task force con nomine di tecnici ed esperti, anche monomandatari su temi delicati come la sanità o la futura gestione del Recovery plan: non dovrebbero bastare i Ministri come esponenti diretti del potere esecutivo previsto dalla Costituzione? Sono scelte costose che allontanano le decisioni e svuotano la politica di alcuni requisiti imprescindibili, ad es. la conoscenza, la competenza, la responsabilità, proprio come più volte invece indicato dal  Presidente Draghi. Ora che guida lui il Governo ciascun Ministro sarà chiamato a rispondere di responsabilità dirette?

Se non si seleziona una classe dirigente degna di questo nome, rivedendo i meccanismi con i quali si fanno le liste elettorali e ricostruendo un percorso all’interno delle forze politiche che privilegi la competenza, si passerà sempre più da governi e ministri senza storia a commissariamenti progressivi delle istituzioni, senza spezzare questo circolo perverso. La parabola di questi due anni e mezzo dice questo. Ma, di nuovo: quanto è accaduto nel 2018 è figlio dei fallimenti delle classi politiche precedenti. I grillini sono figli legittimi di quei fallimenti. Il fatto che a Roma, dopo cinque anni di immobilismo devastante, la sindaca Virginia Raggi possa ancora ricandidarsi senza che le altre forze politiche abbiano ancora tirato fuori il proprio candidato o la propria candidata, conferma un vuoto di visione e di coraggio che apre spazi immensi a vecchi e nuovi populismi.  

La gestione della pandemia – senza un piano pandemico – attuata attraverso DPCM complicati e gestiti in regime di continuo conflitto Stato-Regioni ha prodotto un effetto moltiplicatore, con ricadute paralizzanti a livello organizzativo e producendo ansia e confusione nei cittadini. Il Parlamento è stato quasi esautorato dal dibattito sul “da farsi”. I presidenti delle Giunte regionali si autodefiniscono “governatori” per agire come tali ma questa qualifica non è prevista dalla Costituzione e produce un’enfasi funzionale che esaspera i rapporti con lo Stato centrale: non Le pare che occorra intervenire per evitare personalizzazione, diaspore e conflitti? 

Credo che i rapporti tra Stato e Regioni siano stati gravemente sbilanciati nel periodo in cui alcune forze come la Lega hanno cercato di inserire elementi spuri di autonomia nella Costituzione. Questo ha creato conflitti di attribuzione e di competenze, dei quali paghiamo le conseguenze a livello nazionale, per la creazione di <mini-Stati> e <mini-premier> a Nord e a Sud, in molti casi incapaci di gestire l’emergenza; e tendenti a scaricare le responsabilità sul potere nazionale. Non è un fenomeno solo italiano. Avviene lo stesso in molte parti d’Europa, dalla Germania alla Spagna. Ma si pone un problema di riequilibrio e di revisione del potere in modo da arginare in futuro fenomeni come quelli che stiamo vivendo, a scapito della funzionalità e dell’efficacia delle norme e dell’equilibrio tra poteri.

Il dibattito sul MES – già espunto dai temi degli Stati Generali- ha configurato schieramenti non allineati all’interno nel precedente Governo Conte. Il Prof. Cottarelli mi aveva detto: dobbiamo decidere presto e  accettare questa soluzione, anche partendo da una situazione debitoria. Perché per tutto il 2020 ha prevalso invece  il partito trasversale del rinvio: Lei prevede che Draghi prenderà una posizione netta su questo tema?

Ha prevalso per ragioni ideologiche: il M5S, così come la Lega e FdI, hanno demonizzato il Mes al punto da trasformarlo in tabù. E le difficoltà interne al mondo grillino hanno impedito qualunque passo avanti. Il fatto che Draghi abbia rinviato la soluzione non significa che il Mes sia inutile, anzi: a mio avviso continua a convenire all’Italia. La differenza è che, mentre con Conte il <no> appariva un omaggio ai veti del <suo> Movimento e a un antieuropeismo ancora presente nel M5S e a destra, l’attuale premier offre su questo punto garanzie evidenti. E dunque il rinvio della decisione semina meno allarme e perplessità di prima. Di certo, Draghi ha dovuto tenere conto dell’ostilità dei Cinque Stelle al Mes, essendo formalmente ancora la forza parlamentare maggiore. Essendo ancora più lacerati e in crisi di prima, i grillini temono che un cedimento su questo punto moltiplichi le fughe dal Movimento.

La crisi da Covid-19 ha scompaginato gli equilibri geopolitici e soprattutto geoeconomici. Le mire espansionistiche della Cina portano scompiglio negli assetti consolidati delle alleanze storiche, a cominciare dalla Nato. Si percepisce una svolta filo-cinese dell’Italia, a partire dal Memorandum sulla “via della seta del 2019”, le aperture fiduciarie durante la pandemia, gli accordi commerciali. Tuttavia va considerato che Joe Biden vuole riavvicinare gli USA all’Europa. Quali sono a Suo parere le prospettive dell’Italia nell’U.E.  e sul più vasto scacchiere internazionale? L’inazione – almeno in casa nostra – sembra prevalere, insieme alla logica del rinvio. Il passaggio dal Recovery Fund al RecoverY Plan è stato solo uno step nominalistico: in che misura possono ora incidere le priorità della “transizione ecologica” e della “digitalizzazione”?

La transizione ecologica è stato il contentino dato a Beppe Grillo, che doveva trovare una giustificazione all’appoggio al <banchiere Draghi>, demonizzato per anni dai suoi seguaci e da lui stesso.  Quel ministero è stato esaltato, sebbene al momento sia ancora quasi allo stato virtuale, per motivi squisitamente politici legati alla situazione dei Cinque Stelle. Quanto alla digitalizzazione, è un processo necessario ma che richiederà tempo. Le innovazioni tecnologiche non si fanno soltanto fornendo computer e possibilità di cliccare. Debbono entrare nella cultura e nella mente della gente, essere accettate e metabolizzate prima che usate. Ma sul piano internazionale non vedo inazione, anzi. Mi pare che il governo abbia dato una sterzata vistosa alla politica estera. Il raccordo con l’Unione europea e gli Stati uniti è esplicito, netto e rivendicato da Draghi. La lega ha dovuto attenuare i toni filorussi e schierarsi, seppure a malincuore, su posizioni atlantiste. E nel M5S certe tentazioni filocinesi sono rientrate rapidamente. Certo, non si può scommettere su una svolta così repentina da parte di alcune forze. Ma suggestioni pericolose come referendum per l’uscita dalla moneta unica, o addirittura minacce di un’uscita dell’Italia dall’Ue sono scomparse: comunque non si sentono più.    

All’apertura del Concilio Vaticano II papa Giovanni XXII mise in guardia dai “profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi sovrastanti la fine del mondo”.  Da allora nulla fu più come prima: da Paolo VI a Wojtyla a  Francesco (“Il mondo sta cambiando e anche noi dobbiamo cambiare”), come la Chiesa è sopravvissuta alla secolarizzazione e al relativismo fino a diventare guida e faro del cambiamento? Cosa è rimasto del secolare “secretum et archivium” e in che direzione guarda la Chiesa della post-modernità?

La Chiesa mi pare parte integrante della crisi. E’ immersa nella crisi di identità dell’Occidente. La riflette, come riflette alcune derive del populismo. Cerca di reagire, di denunciare quello che non va, ma al momento non ho l’impressione che riesca a offrire soluzioni credibili. Ed è uno degli aspetti più preoccupanti di questa fase. Il primato morale della Chiesa mi sembra estremamente controverso: per i casi di pedofilia, per gli scandali finanziari, per le divisioni teologiche e in generale per una mancanza di unità interna che prefigura rotture e rese dei conti nel futuro prossimo. Il pontificato che guarda in direzione dei poveri e degli emarginati è una risposta, ma lascia aperti e irrisolti molti altri problemi; e soprattutto, fatica a offrire una bussola all’Occidente. 

Idee per un rilancio della rappresentanza politica e della partecipazione popolare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’appello delle associazioni ForumalCentro, Onda Civica, Appello Lib-Dem, Forme & Riforme, Coordinamento per la DemocraziaCostituzionale – Piemonte, Rete per la Democrazia Liberale, Partito Liberale Europeo per una riforma istituzionale 

La formazione di una nuova maggioranza parlamentare, costituita da quasi tutte le principali forze politiche, segna un impegno comune, volto a fronteggiare la grave crisi sanitaria ed economica che affligge il Paese e a gestire efficacemente i finanziamenti europei.

Lo spirito di solidarietà politica espresso dalla formazione del nuovo Esecutivo offre anche una preziosa opportunità, forse meno visibile per molte persone, ma che non può essere sprecata: quella di realizzare le riforme istituzionali necessarie e improrogabili, soprattutto dopo l’approvazione della legge costituzionale 18 ottobre 2020, n. 1, che ha ridotto il numero dei parlamentari a partire dalla prossima legislatura.

1. È urgente, innanzitutto, una riforma della disciplina in materia elettorale.

Come è emerso durante la campagna referendaria sul taglio del numero dei parlamentari, anche per gli esponenti delle forze politiche che hanno sostenuto la riforma, quest’ultima ha determinato una consistente riduzione della rappresentatività delle Assemblee legislative nazionali e ha posto non trascurabili problemi alla funzionalità degli stessi organi parlamentari.

Il decreto legislativo 23 dicembre 2020, n. 177 permette di applicare la vigente normativa elettorale alla nuova composizione di Camera e Senato, ma ha introdotto collegi uninominali eccessivamente ampi e determina un’accentuata disparità tra le Regioni nel rapporto tra popolazione media e seggi da assegnare.

Le forze politiche della precedente maggioranza avevano trovato un accordo per adottare un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5 per cento: una scelta volta a garantire il pluralismo politico territoriale, la parità di genere e il rispetto dei principi riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte costituzionale in materia elettorale e di tutela delle minoranze linguistiche. Tale soluzione sembra ora di nuovo in discussione.

I sottoscrittori di questo documento sono convinti che il sistema proporzionale resti la soluzione più adeguata alla forma di governo e alla cultura politica del Paese.

Negli anni in cui sono state applicate leggi elettorali di ispirazione maggioritaria non può dirsi che la stabilità di governo sia aumentata e che la frammentazione politica si sia ridotta; al contrario, si è assistito alla nascita di un gran numero di nuove formazioni politiche e di coalizioni divise al proprio interno, che si sono sfaldate ripetutamente determinando diverse crisi di governo e radicalizzando l’insoddisfazione dei cittadini verso la politica, facendo crescere atteggiamenti di reazione ed, in maniera allarmante, l’astensionismo

Il sistema proporzionale, oltre a contribuire all’innalzamento del livello di rappresentatività delle Camere, agevolerebbe l’instaurazione di più solidi rapporti tra le forze politiche e il territorio e potrebbe anche servire a creare le condizioni per una rigenerazione dei partiti, necessaria ora come mai prima.

Nella stessa prospettiva, si auspica, se non si vuole adottare un proporzionale puro, almeno la previsione di soglie di sbarramento tali da non compromettere la rappresentatività cui il sistema dovrebbe tendere, senza trascurare le legittime esigenze di stabilità di governo.

2. Un altro elemento che dovrebbe caratterizzare il nuovo sistema elettorale è il meccanismo delle preferenze, indispensabile per restituire valore alla libera scelta elettorale dei cittadini.

Le critiche a tale metodo, secondo cui esso agevolerebbe la corruzione e comporterebbe un nuovo aumento dei costi della politica, non appaiono convincenti.

Certamente il voto di lista con preferenza non rende immune il sistema da fenomeni corruttivi, ma questi possono essere prevenuti e combattuti attraverso appositi correttivi, come la definizione di collegi piccoli e un più efficiente sistema di controlli. Quanto alle spese elettorali, si può introdurre un’adeguata disciplina che le regoli.

3. Se, infine, si andasse a votare con l’attuale disciplina e senza alcune nuove modifiche alla Costituzione, volte a innalzare i quorum attualmente previsti per l’elezione degli organi di garanzia e per il procedimento di revisione costituzionale, il rischio concreto è che una maggioranza sovrarappresentata da questa legge elettorale si potrebbe trovare nelle condizioni di fare tutto da sé. Potrebbe cambiare la Costituzione senza il concorso delle minoranze politiche (raggiungendo anche i due terzi dei voti, sufficienti a impedire lo svolgimento del referendum costituzionale) e potrebbe designare, sempre in solitudine, un rilevante numero di componenti degli organi di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, CSM., ecc.).

4. Non è meno urgente, poi, la riforma dei regolamenti parlamentari. Questi da tempo avevano bisogno di una riscrittura complessiva e accorta; oggi però un intervento è addirittura indispensabile, per consentire il funzionamento delle Assemblee legislative e degli organi parlamentari minori e per assicurare la rappresentanza delle minoranze nello svolgimento delle funzioni affidate alle Camere.

5. L’attuale fase politica costituisce, infine, un’occasione preziosa per promuovere la riscoperta del valore dei partiti, protagonisti della democrazia rappresentativa dei quali non è possibile fare a meno.

Coloro che firmano questo documento auspicano che si apra un’ampia e approfondita riflessione per arrivare ad attuare l’articolo 49 della Costituzione, con l’adozione di una disciplina che finalmente assicuri la democrazia interna dei partiti. È questa una condizione indispensabile per restituire ai partiti il loro fondamentale ruolo di strumenti di partecipazione e di mediazione e di soggetti idonei a formare e a selezionare una classe politica adeguata.

Chiediamo, pertanto, ai parlamentari di intervenire, riprendendo i lavori sulla riforma della disciplina elettorale nel senso auspicato e sulle proposte di revisione costituzionale utili a salvaguardare il sistema delle garanzie. Agire presto e in fretta per uscire dall’emergenza è una necessità, ma non è un buon motivo per trascurare problemi che, se non affrontati a dovere, rischiano di compromettere in modo irreparabile il funzionamento del sistema costituzionale.

Chiediamo, inoltre, agli organi d’informazione, alle associazioni espressioni e sostenitrici dei valori democratici della partecipazione popolare, ai protagonisti della vita culturale ed artistica del Paese, ed, in definitiva, ad ogni cittadino che voglia partecipare ad un processo di rivitalizzazione della politica, di sostenere in ogni forma e luogo questo appello ed i contenuti che propone.

ForumalCentro, Onda Civica, Appello Lib-Dem, Forme & Riforme, Coordinamento per la DemocraziaCostituzionale – Piemonte, Rete per la Democrazia Liberale, Partito Liberale Europeo

Non chiamatele aree interne: intervista a Giovanni Teneggi

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista ACRI

Giovanni Teneggi è direttore generale di Confcooperative Reggio Emilia. Da anni studia e racconta il fenomeno delle “cooperative di comunità”, un’originale forma di organizzazione sociale, che si sta diffondendo in tutta la Penisola.

Per cominciare, cosa sono le cooperative di comunità?

Le cooperative di comunità sono “imprese abitanti”: ovvero strumenti di riconciliazione fra la dimensione della cittadinanza e quella economica. Il reale e duraturo sviluppo di un territorio si realizza, infatti, solo coniugando questi due aspetti: una cittadinanza realmente protagonista e un’economia utile per il benessere della comunità. Difficile dire quindi se si tratta di esperienze sociali che sviluppano economie o di economie che producono relazioni e coesione sociale e a dire il vero poco ci importa. Il risultato è un’impresa sostenibile e competitiva in contesti di più difficile accessibilità alle risorse.

Spesso, parlando di cooperative di comunità, cita le “economie di luogo”, di cosa si tratta?

Sono economie che non possiamo riconoscere senza includere il luogo nelle quali si sviluppano, i suoi caratteri, la sua gente, la sua storia. Sono economie che intendono la capitalizzazione sociale, ambientale, culturale dei luoghi nelle quali operano come fattore essenziale di continuità e competitività. Sono economie generate da luoghi che tornano ad essere di destino per i propri abitanti nativi, ritornanti, adottivi o affettivi. Sono economie, infine, che vivono la partecipazione delle istituzioni sociali locali non come responsabilità o vincolo, ma come opportunità di un reciproco processo trasformativo, verso nuovi livelli di competitività sostenibile.

Cosa ci può insegnare l’esperienza di chi, nel mondo ultrarapido e liquido di oggi, sceglie di tornare a popolare i paesi delle aree interne italiane?

Chi torna a popolare paesi delle aree interne italiane ci indica l’urgenza di tornare a un luogo come carattere della propria esperienza di vita, sociale ed economica. Non necessariamente un luogo “sperduto”. Potrebbe essere anche un condominio, un quartiere metropolitano, una periferia, un centro rurale denso. La chiave è “fare luogo”, dove si decide o si ha l’occasione o la necessità di stare. Perché l’area interna non è geografica, ma sociale e umana: sugli Appennini come nelle metropoli c’è una grande e urgente necessità di recuperare luoghi in cui i membri delle comunità possano ritrovarsi e imparare nuovamente a vivere in una dimensione ecosistemica con ciò che li circonda.

Qui l’articolo completo

Cenni sul Servizio di Neuropsichiatria Infantile di Pavia

In qualità di responsabile del Servizio di Neuropsichiatria infantile (NPI), ora in pensione, posso delineare come già negli anni Ottanta gli operatori di servizi diversi avessero elaborato un sistema di lavoro che permetteva di confrontare continuamente e periodicamente i metodi di intervento. 

Nel 1978, dopo l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, gli operatori lavoravano direttamente sul territorio presso ambulatori, consultori di quartiere, strutture educative (nidi, materne, elementari, centri socio educativi) e anche presso il domicilio di soggetti gravi.

Si avevano contatti frequenti con:

  • medici scolastici e assistenti sanitarie che svolgevano attività di prevenzione segnalando eventuali problematiche emerse dal lavoro periodico nelle classi filtro
  • pediatri di base per screening attraverso le vaccinazioni.

Con l’avvento delle USSL e delle ASL il Servizio di NPI si organizzò nei reparti ospedalieri e nelle équipe sul territorio  (Pavia, Voghera, Vigevano) secondo quanto indicato nel Piano Regionale della Regione Lombardia. Le figure professionali di riferimento erano medici NPI, terapisti della neuropsicomotricità, fisioterapisti, logopedisti, psicologi, consulenti di arteterapia, musicoterapia, tecnici ortopedici; ci si avvaleva di consulenze esterne di teatroterapia, ippoterapia, terapia in acqua. Si facevano incontri di équipe per coordinare e discutere gli interventi. Fondamentale era l’integrazione tra i diversi tipi di professionalità che agivano nel confronto e dialogo reciproco.

In ciascuna sede operavano un responsabile medico NPI e altri colleghi medici NPI che si dedicavano alla cura di bambini con patologie diverse: disturbi della personalità della sfera autistica, disturbi neuromotori, difficoltà di apprendimento contestualizzate all’interno delle difficoltà del percorso evolutivo.

In seguito alla prima visita del NPI e discussione del caso in équipe, si procedeva alla osservazione e valutazione per una eventuale presa in carico riabilitativa con progetto terapeutico e verifiche periodiche.

La presa in carico globale del bambino, oltre al trattamento ambulatoriale, comprendeva anche consulenze presso le strutture educative e del tempo libero (oratori, palestre) incontri con genitori, nonni e fratelli.

L’aspetto assolutamente innovativo consisteva nel fatto che gli operatori sanitari erano collegati con gli altri servizi del territorio: medici scolastici, assistenti sociali e insegnanti.

Periodicamente si tenevano riunioni allargate anche con i rappresentanti dei quartieri.

Era prassi normale che gli insegnanti segnalassero al Servizio gli alunni con problemi ed invitassero le famiglie a portarli ai nostri ambulatori.

Il servizio era basato su incontri di rete che includevano la Scuola (gruppi con insegnanti), le Strutture operanti sul territorio (pediatri di base, Istituto Dosso Verde di Pavia, Clinica Mondino) e “Gruppi dei genitori” (incontri mensili finalizzati alla condivisione riflessiva delle proprie esperienze, delle difficoltà sperimentate e delle strategie trovate per la soluzione dei problemi).

Attraverso le proprie specificità funzionali, il gruppo consentiva la condivisione e l’elaborazione degli aspetti dolorosi, il riconoscimento delle parti buone ed efficaci del ruolo genitoriale, l’assunzione progressiva di una posizione più attiva e quindi anche un ruolo genitoriale con potenzalità terapeutiche.

Nel Piano Regionale della NPI della Lombardia veniva indicato quanto fossero necessari interventi precoci di tipo diagnostico, di tipo terapeutico riabilitativo ed educativo assistenziale specializzato, per evitare la cronicizzazione dei disturbi. Tale cronicizzazione avrebbe determinato un elevato tasso di disabilità con conseguente gravoso impegno economico per il Sistema Socio Sanitario. Era quindi necessario predisporre un intervento che prevedesse la presa in carico dei soggetti attraverso la diagnosi precoce, controlli clinici, supervisione ai terapisti dell’Azienda Ospedaliera, counseling ai genitori.

Il rivedere queste esperienze ha sottolineato come ora il Sistema si sia impoverito, manchi la visione territoriale della Sanità e le offerte di servizi pubblici siano diminuite, senza contare il problema della pandemia che mette ulteriormente a rischio la salute dei minori.

Noi abbiamo lavorato con professionalità e dedizione in un periodo di sanità pubblica con un obiettivo ben preciso: la salute del paziente.

Un’estate senza turisti americani costa 1,8 miliardi all’Italia

Un’estate senza turisti americani costa 1,8 miliardi all’Italia per le mancate spese nell’alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti in riferimento alle dichiarazioni del virologo Anthony Fauci, consigliere per le questioni sanitarie del presidente statunitense Joe Biden, che prevede la ripresa dei viaggi  “fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno” .

Una previsione di fronte alla situazione dei contagi che si sta verificando destinata pero’ – sottolinea la Coldiretti – ad incidere pesantemente dal punto di vista economico. Prima della pandemia nel 2019 ci sono stati oltre 1,4 milioni di cittadini statunitensi in viaggio in Italia durante i mesi di luglio, agosto e settembre che anche quest’anno, come lo scorso, rischiano di essere praticamente azzerati dall’emergenza covid, secondo l’analisi Coldiretti su dati Bankitalia.

La perdita dei turisti statunitensi – continua la Coldiretti – è particolarmente pesante perché hanno un budget elevato con una spesa estiva pari a quasi 1/3  del totale della spesa totale dei cittadini extracomunitari nella Penisola durante i mesi di luglio, agosto e settembre. Le mete privilegiate sono le città d’arte che risentiranno più notevolmente della loro mancanza ma – conclude la Coldiretti – gli americani prestano anche particolare attenzione alla qualità dell’alimentazione per la quale destinano una quota elevata della spesa durante la vacanza.

Mise: incentivi per le nuove imprese di giovani e donne

Il Ministero dello Sviluppo economico sostiene giovani e donne che intendano avviare nuove imprese su tutto il territorio nazionale, attraverso finanziamenti agevolati a tasso zero. Lo prevede la circolare del Mise che stabilisce i termini per l’avvio della presentazione delle domande a partire dal prossimo 19 maggio 2021.

Potranno fare richiesta per il contributo le micro e piccole imprese costituite da non più di 60 mesi alla data di presentazione della domanda di agevolazione e nelle quali la compagine societaria sia composta prevalentemente da soggetti di età compresa tra i 18 e i 35 anni, o da donne.

L’agevolazione potrà, inoltre, essere richiesta anche dalle nuove imprese in corso di costituzione. I programmi d’investimento delle nuove imprese, per le quali sarà possibile ottenere l’agevolazione, riguardano la produzione di beni nei settori industria, artigianato e trasformazione dei prodotti agricoli, fornitura di servizi alle imprese, commercio e turismo.

Forlani contro Moro. È lui ad assumere, nel congresso del 1959, il “centro che marcia verso sinistra” come bandiera della Dc.

A Firenze, nell’ottobre del 1959, fanfaniani e basisti attaccano da sinistra Aldo Moro, segretario del partito dal marzo precedente, che salva a fatica la sua maggioranza nell’ultima notte del congresso in virtù dell’accordo con Giulio Andreotti. 

A guidare l’attacco è proprio Amintore Fanfani, sacrificato pochi mesi prima dal gruppo di Antonio Segni  – inventore dei dorotei, nati per l’occasione con l’investitura di Moro nel famoso Consiglio nazionale della Domus Mariae, nonché leader di un governo spostato a destra – sull’altare della difesa ad oltranza del centrismo, contro perciò l’apertura ai socialisti.

Nel suo intervento, Arnaldo Forlani ripropone con forza quel “centro che muove a sinistra”, che Alcide De Gasperi aveva assunto a criterio della identità democratico cristiana. 

Lo stesso Luciano Radi, altro fanfaniano, concludeva il suo intervento con un richiamo altrettanto esplicito: “Il  congresso deve impedire – queste le parole del giovane deputato umbro – il prevalere dell’ala moderata e l’abbraccio della destra esterna: deve ridare al Paese la Democrazia Cristiana che il comunismo teme e che è la D.C. di centro che marcia verso sinistra”.

Comunque a Firenze si manifesta, su questo punto, una sottile ma decisa distinzione tra i due gruppi di opposizione: i fanfaniani declinano l’essere a sinistra come quintessenza di un anticomunismo dinamico, socialmente avanzato, mentre i basisti ne sostengono l’efficacia per l’aspetto consequenziale sul terreno delle alleanze, introducendo con più chiarezza la questione dei rapporti con il Partito socialista.

Un’ultima considerazione. Spesso a De Gasperi si attribuisce la formula del “partito di centro che guarda a sinistra”, ma in realtà l’espressione da lui preferita dava l’idea del movimento giacché suonava, appunto, come “centro che muove (o cammina) verso sinistra”.

Di seguito riportiamo il passaggio in cui Forlani esplicitava  la sua interpretazione del motto degasperiano, essenziale per il carattere della Dc come forza politica moderna e popolare.   [L. D.]

Dal discorso congressuale di Arnaldo Forlani

[…]

La Democrazia Cristiana è un partito di cattolici, ma questo non è un elemento esclusivo della sua unità in quanto essa è un partito moderno, democratico, interclassista, ispirato ai principi della dottrina sociale cristiana. Se il comunismo è stato fermato in Italia dai cattolici, può essere in seguito sconfitto dalla D.C., grande forza democratica popolare, capace di promuovere lo sviluppo della democrazia, realizzando i propri ideali.

A tal fine l’impegno del Partito, ammaestrato anche dalle dure esperienze del passato, deve essere diretto a salvaguardare le proprie genuine caratteristiche contenute nella formula prospettata da De Gasperi secondo cui la D.C. è un partito di centro che marcia verso sinistra. 

È la definizione esatta che indica da una parte il carattere costitutivo del Partito e dall’altra il suo compito storico riferito alla presente società e ai suoi problemi. La D.C. è un partito di centro, interclassista, che considera suo compito storico non la meccanica mediazione degli interessi di classe contrapposti, ma, nella presente società e in questa fase del suo sviluppo civile ed economico, considera suo compito la risoluzione dei problemi che, rimasti aperti in Italia, hanno portato parte delle classi lavoratrici contro la D.C. 

Coloro che interpretano il centrismo come mera mediazione di interessi diversi e contrapposti non accettano questa definizione degasperiana e la attribuiscono ad un suo momento di relativa e scarsa lucidità. Il centrismo di questi amici finisce per diventare, sia pure con le migliori intenzioni di questo mondo, una posizione tipicamente conservativa e di sterile tentativo di mediazione, una posizione che potrebbe essere attuale ed avere anche una sua permanente validità in una società bene equilibrata e interamente acquisita alla  democrazia. Ma questo non è il nostro caso.

Non è questa la situazione politica nella quale operiamo e ove vi fosse bisogno di qualche dimostrazione credo che dovrebbe bastare per tutti la relazione di questa mattina dell’on. Moro.

[…]

 

Sergio Paronetto, un “mito” del cattolicesimo sociale e democratico.

L’autore ripropone il testo da lui elaborato in occasione del convegno promosso da Gerardo Bianco e Bartolo Ciccardini il 24 luglio 2013 in occasione del settantesimo anniversario del Codice di Camaldoli.

Per quanti tra di noi che hanno vissuto solo la storia del dopoguerra attraversata dai diversi momenti della ricostruzione, dello sviluppo impetuoso, della crisi degli anni settanta, della spinta sfrenata del liberismo reaganiano e thatheriano fino alla attuale fase di declino, rileggere la storia del Codice di Camaldoli significa immergersi nella grandezza di quegli uomini, protagonisti del futuro del Paese. Non si può non restare ammirati dalla forza di quelle idee e soprattutto verso colui che cresciuto alla scuola laica, ma così naturaliter christiana fu il motore della fatica. Colui che analizzava le scelte di quella tela insieme moderata e radicata nella migliore tradizione sociologica “nostra” come scrisse Giulio Andreotti. Quell’uomo era Sergio Paronetto, scomparso nel 1945. La sua è stata una storia breve ma intensa, piena di significato.

I partecipanti al piccolo cenacolo di via Reno erano affascinati dalla rivendicazione del primato della persona umana e del diritto di famiglia in antitesi con lo stato onnipresente e soffocante; protesi verso la ricerca di un equilibrio tra validità economica degli schemi e tutela della dimensione di una società a misura d’uomo.

Forse è il momento di riproporre ai giovani quel modello.

Ma non abbiamo ancora un Montini in grado di costringere i cattolici a tessere la tela di Camaldoli che orienterà i costituenti.

Sergio Paronetto non è stato un costituente, ma è come se lo fosse stato, tanta è stata la forza della sua ispirazione e l’influenza esercitata nei camaldolesi e nei costituenti.

Il codice è il momento alto di un progetto di società coerente e funzionante. Dà coerenza ai motivi tecnocratici, sociali e anticapitalistici.

Abbiamo un debito verso gli estensori del codice e verso Paronetto in particolare perché hanno saputo fare le scelte giuste idonee a unire i drivers dello sviluppo, facendo uscire il Paese dalla miseria.

Quella è una pagina di storia di cui i democristiani devono essere orgogliosi.

E fanno bene Gerardo Bianco e Bartolo Ciccardini a dare il significato storico che la commemorazione merita, legandola coerentemente a una prospettiva di riaggregazione culturale e politica.

“Paronetto trovò l’equilibrio tra informato realismo e ispirazioni fondamentali aggiornando e razionalizzando Malines” scrisse Andreotti in De Gasperi visto da vicino.

Paronetto è stato capace di coniugare il nittismo antiburocratico, la sensibilità ai valori della solidarietà, la democrazia economica, l’antimonopolismo radicale.

Per Paronetto il mercato andava aiutato con i controlli, con le indagini con le restrizioni. Per l’economia reale i mercati vanno corretti, sostenuti rilanciati mentre i mercati finanziari vanno governati con regolamenti e tetti. V’era nel suo pensiero modernità nella dimensione della gestione economica dei beni pubblici. Era un economista di impresa e il sistema Paronetto mette insieme politica economica e Welfare, economia delle imprese e investimenti sociali, processo di accumulazione e dignità umana.

Era competente e preparato. “Continua a consigliarmi con la tua illuminazioni dalla realtà” è l’esortazione di De Gasperi in una lettera.

Abbiamo un debito verso un personaggio che ha coniugato modernità e internazionalizzazione dell’approdo alla economia, alla industria, alla finanza.

Aveva una visione progettuale che puntava alla economia produttiva una figura riservata che aveva affinità con Guido Carli.

Vorrei concludere con il ricordo di una lettera che scrive Menichella allora direttore generale dell’Iri, poi straordinario governatore della Banca di Italia a Vittorino Veronese il 24 marzo 1955 per ricordarne la figura a dieci anni dalla scomparsa. Dopo avere sottolineato la sua “capacità di giudizio sereno ed equilibrato che in Paronetto era il frutto di una continua, assillante, tormentosa azione di appello alla sua coscienza, profondamente religiosa e vigile in ogni momento della sua vita” Menichella ricorda un episodio che då il segno della modestia di Paronetto e la sua sinceritá.

“Alla chiusura dell’anno 1939, provvedendo a migliorare gli stipendi dei funzionari, apportai un aumento anche al Suo. Mi trattenni dal fare di più come Egli meritava, solo per timore di turbare la sua modestia, sicchè grande fu la mia meraviglia allorquando mi si presentò per indurimi a limitare l’aumento che Gli avevo concesso, minimizzando il suo lavoro e citando esempi di funzionari, estranei al nostro ambiente che, a suo dire, valevano più di Lui e avevano stipendi minori. Naturalmente non lo accontentai. Ne rimase male e me lo disse. Ne fu turbato. Lo scrisse nelle carte ritrovate dopo la morte”.

Riteneva folle la cifra fissata. Questa decisione gli faceva paura. Fino al punto di dire “non c’è un profondo e perverso errore in tutto ciò? Una ingiustizia, una complicitá nostra?”.

In questa lettera c’è una lezione di etica e di moralità, un insegnamento di modestia, rispetto alla deriva finanzaria “stockoptionista” e “shortermista” alla creazione di valore artificiale, alle fusioni e acquisizioni di breve periodo dei tempi nostri che hanno perdere di vista il ciclo lungo della economia sia rispetto agli investimenti che al lavoro.

Va anche ricordata l’intelligente mediazione di Paronetto che, attraverso opportune modifiche ai capitoli sulla educazione e sulla famiglia, permise di riguadagnare il consenso di Capograssi, che non si estese fino al punto di figurare tra i redattori dell’opera, ma solo come consulente e collaboratore, perchè non favorevole all’idea di un “distillato della sapienza catto-iitalianamente”.

E sul tema del lavoro elaborato dalla triade di Morbegno – Saraceno, Vanoni e Paronetto – la sua criticitá e prudenza verso la participazione operaia alla gestione dell’azienda, definendola “illusoria meta la cui conquista lascerá insoddisfatti e delusi i lavoratori per la sua inconsistenza economica e morale” e nella peggiore “espediente accettato o propugnato da taluni datori di lavoro o da loro più o meno consapevoli interpreti per eludere altre più vere e sostanziali rivendicazioni dei lavoratori o per assicurarsi con mezzi politici la posizione di privilegio” .

Una posizione diversa da quella di Fanfani, più articolata rispetto a Gonella, Ferrari Aggradi e Taviani o di Malvestiti.

V’era in sostanza una distinzione tra partecipazione agli utili e il tema più complesso della partecipazione intesa come democrazia partecipativa e del solidarismo partecipatativo nella economia, nell’artigianato, nelle pmi, nella cooperazione.

Certo oggi sono diversi i tempi, la storia, gli uomini, le culture, di quando di affermava quel sogno utopico. C’era però in quella “terza via” la indicazione per garantire giustizia sociale per tutti attraverso il ruolo regolatore e perequativo dello Stato.

È stato detto che punto di forza fu quello della autonomia del gruppo di Camaldoli dalla politica partitica, ma essi stessi furono guida!

È forse il momento di riscoprire l’insegnamento sturziano, di riprendere coraggio, a partire “dal programma politico che non si inventa, ma si vive e per viverlo si deve seguire nelle sue fasi evolutive, precorrere le attuazioni, determinare e soluzioni, nel complesso ritmo delle affermazioni, nella fermezza delle negazioni”.

Far rivivere il Codice di Camaldoli oggi è un sogno o piuttosto l’itinerario di un cammino da riprendere senza indugi?

Nasce con Paronetto, prima della caduta del fascismo. la futura classe dirigente Dc.

Nel 1938 un giovane esponente del laicato cattolico, Sergio Paronetto, che morirà prematuramente nel 1945 a soli 34 anni, si era messo in testa un’idea bizzarra: formare una nuova classe dirigente di governo. Lui era stato presidente nazionale della FUCI, molto legato a mons. Montini e a quel tempo lavorava all’IRI (assieme a Guido Rossi, Guido Carli, Pasquale Saraceno, e altri giovani di qualità) divenendo ben presto vice di Menichella (il mitico futuro presidente della Banca d’Italia dopo il fascismo).
Ebbene, una sera invitò a casa sua a Roma poco più di una decina di esponenti dei movimenti cattolici con interessi politici, e fece loro più o meno questo discorso: cari amici io penso che il fascismo ormai sia alla fine (per la verità non c’era ancora stata l’entrata in guerra), lo si vede dal logoramento interno, da varie scelte più o meno disperate che fatalmente gli si rivolteranno contro, come la politica coloniale, le leggi razziali e le stesse crescenti persecuzioni contro la chiesa e le attività dei suoi movimenti laicali. Dunque, bisogna preparare e prepararsi al dopo.
Ci sarà inevitabilmente una transizione difficile dura e dolorosa, anche se ancora non riusciamo a immaginarne i contorni. Ma poi un dopo democratico dovrà pur essere costruito. Chi guiderà quella fase? Penso che non potranno essere i liberali, perché hanno la responsabilità maggiore di averci portato il fascismo. Non potranno essere i comunisti, verso la cui ideologia voi sapete che pure io ho guardato per un certo periodo con un certo interesse, per la semplice ragione che non hanno risolto il loro rapporto con l’economia di mercato, indispensabile per accompagnare e sostenere un processo democratico. E, allora, io penso che sarà affidata ai cattolici – con il sostegno anche di altri, evidentemente- l’impresa di costruire un sistema democratico e un’economia di mercato con forti finalità di giustizia sociale.

Ma ai cattolici chi ha mai insegnato la democrazia, l’economia sociale di mercato, la cultura di governo?

Alcuni di voi certamente non hanno bisogno di impararle, per la personale formazione e l’esperienza democratica prima del fascismo. Ma qui c’è da costruire un intero ceto politico, possibilmente di incontestabile qualità. Probabilmente c’è da costruire un nuovo partito politico molto diverso dal PPI di Sturzo, perché occorre una inequivocabile vocazione governativa (lo stesso Paronetto sarà uno dei maggiori estensori poi del Codice di Camaldoli). Dunque c’è da mettersi al lavoro di gran lena. Se siete d’accordo ci troviamo qui a casa mia tutte le settimane e ci mettiamo a studiare duro insieme.

PS. Dimenticavo un dettaglio: tra quel gruppo di allievi c’erano De Gasperi,Spataro, Gonella, Giordani…, Andreotti.
(Dal profilo fb dell’autore)

Bentivogli (Base Italia) e Vito (Forza Italia) tratteggiano un percorso comune nel segno del riformismo

Con queste due lettere inviate all’Avanti!, giornale socialista diretto da Claudio Martelli, si è avviato un interessante dialogo sulle prospettive dei riformisti.

“L’APPELLO DI BENTIVOGLI VA ESTESO ANCHE A FORZA ITALIA”

di Elio Vito

“Il recente appello di Marco Bentivogli ad ‘Unire i Riformisti’ è rivolto al centrosinistra, per proporre una identità culturale e politica non massimalista, ormai superata dalla storia, ma ancora in parte presente ed influente nella sinistra italiana.
Eppure l’Appello di Bentivogli può ben interessare anche Forza Italia (e non dico solo suoi singoli esponenti, in una prospettiva scissionista e di abbandono, utile a guadagnare posizioni interne e simpatie esterne, che a me francamente non interessa).
Il tema, o meglio ancora la domanda, riguarda piuttosto la natura ed il futuro di Forza Italia, questo originale Movimento politico nato dalla formidabile intuizione del suo leader, un imprenditore di successo che ha saputo trasformare e modernizzare come pochi il costume, la società, la televisione, lo sport, la politica del nostro Paese.
Di natura ed indole liberale, soprattutto in campo economico e sociale, caratterizzatasi sui temi garantisti della giustizia e dei diritti civili (tema che ora rischia un po’ di sbiadirsi), Forza Italia si è saggiamente collocata in Europa nel Partito Popolare, rispettando la sua matrice cattolica.
Ma Forza Italia, e gli Amici dell’Avanti lo sanno bene, ha al suo interno, sin dalla nascita, istanze e personalità, oltre che liberali e cattoliche, anche socialiste, socialdemocratiche, radicali che hanno contribuito a rendere più vario il partito e più vasto il suo elettorato. Tali ultime istanze e personalità, per quanto ancora presenti, paiono, soprattutto per loro responsabilità, essere ora ai margini della identità e della politica di Forza Italia, come se avessero esaurito una spinta propulsiva che invece oggi è ancora più necessaria.
E non voglio qui dilungarmi sulle ragioni per le quali i partiti alleati (ma collocati in ben altre famiglie europee od in cerca di migliore collocazione), dopo essere stati portati al governo da Forza Italia l’hanno adesso superata elettoralmente.
Allora, in conclusione, anche per non abusare della ospitalità, credo che l’Appello di Bentivogli, debba trovare in qualche modo anche l’interlocuzione di Forza Italia, da sempre autentica forza riformatrice.
E forse il primo risultato comune di questa interlocuzione, necessario in questo momento storico, può essere, per tutti i riformisti ed i riformatori, l’abbandono di ogni ambiguità (anche se a volte ben celata) sulla salda e definitiva collocazione europeista ed atlantica dell’Italia.”

deputato di Forza Italia

“PER L’ UNITA’ DEI  RIFORMISTI NON CI SONO VETI ED ESCLUSIONI”

di Marco Bentivogli

Caro Elio Vito,
non sono tra coloro che considerano superate le distinzioni destra e sinistra. Non posso negare che ultimamente queste categorie, non inutili, della politica, siano diventati occasioni interessate di collocazione. Ho avuto modo di scrivere quanto la sinistra abbia devoluto valori, stili e orizzonti a semplici evocazioni sufficienti per auto-riconoscersi nel clan in geometrie utili solo alla ricerca del potere per il potere senza alcuna progettualità.
Condivido che dentro forza italia ci siano istanze e personalità non riducibili al berlusconismo che però a mio avviso, non da solo, ha contribuito alla consegna del paese ai populisti di destra e di sinistra.
“Unire i riformisti” è nato proprio, a differenza di altri appelli, senza partire dai veti all’adesione. Ma come giustamente Vito ricordava ci devono essere dei valori comuni che, proprio per uscire da ogni ambiguità, vanno abitati e non solo evocati nei cenacoli. Le culture socialiste, cattolico democratiche, radicali e liberali sono radici importanti del riformismo italiano ed europeo. Le alleanze, che in politica non sono un accessorio, hanno generato alberi storti. Essere europeisti, atlantisti, per la società aperta e solidale mette dall’altra parte ogni populismo gastro-mediatico, che ha il giustizialismo, l’individualismo, l’assistenzialismo e lo statalismo. Potrai non trascurare che alcune tv per inseguire la mitica “audience” invece di favorire la consapevolezza della complessità, banalizzano tutto quello che accade per intercettare persone urlanti e produrre il consenso emotivo dei vari impresari della paura. In una politica fatta da troppe comparse che vivono di applausi di un pubblico virtuale, serve discontinuità. Nel mentre questo paese attende ancora le riforme vere che nella mia esperienza non si faranno se non costruiamo ceto politico dotato di coraggio, pensieri lunghi e iniziativa popolare: questo per me sono i riformisti. Per questo bisognerebbe resettare e riconfigurare la politica italiana, prima che sia troppo tardi.

Che succede, Europa?

E’ un momento complicato, per l’Europa. Le cose non stanno andando come dovrebbero. E come l’imponente piano di aiuto economico varato lo scorso anno in risposta alla pandemia aveva lasciato sperare. Era quella, infatti, una concreta dimostrazione di quanto l’Unione fosse in grado di reagire alle avversità con una potenza collettiva e con una solidarietà fra le nazioni davvero significativa dando così maggior forza alle ragioni della federazione. Oggi, al contrario, prima ancora che il Next Generation UE venga avviato e inizi a dispiegare i suoi effetti, l’immagine icastica e l’imbarazzante scena svoltasi ad Ankara, una vera e propria umiliazione subìta dalla Commissione Europea nella persona della sua più alta rappresentante, conferma e amplifica le difficoltà della UE. Ma non è solo questo.

Il ritardo nella campagna vaccinale, il declino improvviso e inaspettato di Angela Merkel – ovvero dell’unico leader politico continentale – dovuto ad una seconda fase dell’epidemia devastante in Germania quanto la prima era stata sostanzialmente contenuta, i problemi già emersi con la nuova America di Biden, che pure sta offrendo alleanza politica non però senza contropartite, il riacutizzarsi delle tensioni con la Russia, palesemente mostratesi nell’offensivo trattamento riservato da Putin all’Alto Rappresentante Josep Borrell in occasione della sua visita a Mosca: tutti fattori che accrescono le difficoltà di una Unione che nel mentre avvia la Conferenza sul proprio futuro si trova a gestire un presente, come detto, assai complicato.

Io non so se ad Ankara il regista di un episodio che si presta a varie letture, incluse quelle ironiche, sia stato il presidente turco o addirittura quello del Consiglio Europeo, o se invece si sia trattato di un clamoroso errore (voluto?) del cerimoniale. So però che, oltre all’inaccettabile umiliazione sessista subìta da Ursula von der Leyen, si è svolto agli occhi del mondo un nuovo atto dello scontro – a volte sotterraneo, altre esplicito – fra le due istituzioni unioniste che rappresentano le due opposte visioni dell’Europa, quella comunitaria e quella nazionalista. Due visioni che convivono a fatica, ovviamente, e che hanno generato un compromesso che nei momenti di maggiore difficoltà mostra tutti i suoi limiti. 

La sedia che mancava ad Ankara è la plateale testimonianza di come un campione del nazionalismo, Erdogan nel caso, veda l’Europa, ovvero una somma di stati e non un’entità unica. Al pari di Trump, ieri, e di Putin, sia ieri sia oggi, egli preferisce parlare e trattare con i singoli stati nazionali che con l’UE. Nell’occasione, Charles Michel rappresentava proprio quella visione. La questione femminile è un elemento in più. Gravissimo, peraltro. Ma il punto politico è quell’altro. Ecco perché Michel avrebbe dovuto reagire e non facendolo si è mostrato inadeguato al ruolo che occupa. Però occorre riconoscere – e a questo tendono le interpretazioni più maliziose – che l’incidente non si sarebbe svolto (non, almeno, in questi termini) se la figura della presidenza del Consiglio Europeo non esistesse. Se la Commissione fosse il vero e unico governo europeo, rispondente al Parlamento di Strasburgo. Se le competenze federate fossero maggiori e ben delineate. Di questo dovrebbe discutere la Conferenza sul futuro della UE. Emergerebbe così, fra l’altro, la superiorità valoriale delle istituzioni europee a fronte di questi regimi autocratici ostili ai diritti umani, a quelli delle donne, a quelli delle minoranze. Magari qualche nostro sovranista avrebbe l’opportunità per fare una riflessione in più…

Ma quello che oggi interessa maggiormente l’opinione pubblica europea è naturalmente la pandemia. Come venirne fuori. La debolezza che la Commissione ha mostrato nella definizione contrattualistica dell’acquisto dei vaccini (“un po’ leggera” l’ha definita Draghi) sta assestando un colpo parecchio duro alla sua propria credibilità presso i cittadini europei, che infatti come al solito stanno guardando ai propri governi nazionali e non certo a Bruxelles per risolvere quella che oggi è la questione numero uno. E così quanto di buono è stato seminato nel 2020 rischia d’essere seppellito, prima ancora che fiorisca, nel 2021. Probabilmente non sarà una Conferenza nata dopo continui rinvii testimonianti difficoltà politiche più che organizzative a evitare questo pericolo. Ma resta il fatto che l’uscita dalla pandemia, quando sarà, imporrà all’Europa un cambio di passo. Necessiterà a tal fine di nuove leadership. Che stavolta una di queste sia italiana?

Il caso delle assunzioni alla Regione Lazio: non solo disinvoltura amministrativa, ma formula di controllo sulle istituzioni e sul partito.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. L’autore, che preferisce scrivere in anonimato, riporta i problemi attuali del Pd alle scelte compiute in passato dal gruppo dirigente dei Ds.

La vicenda dei concorsi che sta creando molto imbarazzo alla Regione Lazio è figlia di un pensiero degli anni ‘90, divenuto dominante in una parte della sinistra, ovvero che per governare Roma e il partito bisognava avere oltre che un progetto politico, due requisiti ulteriori: rapporti amicali e 200 stipendi a carico dell”amministrazione pubblica, numero sufficiente per garantire stabilità e sicurezza alla parte politica. 

Un concetto che poteva avere una sua validità se appunto accompagnato da un programma ma che, ai nostri tempi, ha portato soltanto all’assunzione di fedelissimi per concorso o chiamata diretta nelle varie aziende regionali e che poi hanno portato, di fatto, all’annullamento di qualsiasi posizione politica diversa o critica all’interno degli organismi di partito, dal momento che, anche se in maniera legittima in alcuni casi, i ruoli apicali del partito del Lazio sono direttamente coinvolti in questa vicenda.

Ricordiamo, che già nel 2002 la Corte dei conti condannò gli appartenenti alle giunte Rutelli, dal 1993 al 2001, al risarcimento di ben 4 miliardi di lire (circa due milioni di euro attuali) per aver assunto esterni alla pubblica amministrazione in ruoli apicali non sfruttando le risorse interne. Attenzione, noi riconosciamo e rivendichiamo il diritto della politica a scegliersi persone di fiducia, ma fino a quando si parla di ruoli politici e di gestione non della parte amministrativa. I concorsi possono anche essere legittimi ma noi parliamo di responsabilità etica e di opportunità quando piu persone, non solo occupano più ruoli all’interno degli enti in questione, ma, poi presiedono posti dove si decidono gli indirizzi politici. 

È palese nel Lazio e a Roma la mancanza di qualsiasi dibattito in corso sulla vicenda concorsi quando invece nel passato, su vicende piu o meno gravi, si è presa una posizione. Purtroppo sarà la televisione e la stampa a rendere ancora di più pubbliche le questioni che si stanno tenendo nascoste e che alla fine, temo, investiranno tutto il partito democratico, con conseguenze che potranno influenzare le prossime campagne elettorali. Non è sufficiente la difesa di ufficio di avvocati di parte a spiegare la regolarità dei bandi se la parte politica non ha la forza ed il coraggio di affrontare la questione di petto dimostrando di non essere complice di scelte che danneggeranno tutti.

Alcune semplici considerazioni sulla sanità

Più volte è  accaduto in questo periodo così pieno di problemi inerenti la salute pubblica , di sentire evocata la legge 833/1978 che istituiva, ormai più di 40 anni fa, il cosiddetto Sistema Sanitario Nazionale ( SSN) e lo spirito che la permeava.

Da allora tanti cambiamenti si sono succeduti in quasi ogni aspetto della società e quindi anche in ambito socio sanitario, dove la gestione economica è diventata sempre più importante. Ora, se è vero che la spesa del SSN è progressivamente aumentata nel tempo, è altrettanto vero che risparmiare solo eliminando ( personale, investimenti, progetti )è forse la soluzione più semplice ma non è la soluzione più intelligente

Attualmente lo sconvolgimento legato all’arrivo del Covid ci offre un’occasione storica, che sarebbe meglio non lasciarsi sfuggire (anche se le premesse non sono buone).

Quindi, ben lontano dal fornire soluzioni, vorrei solo segnalare quello che ,in 43 anni di lavoro come medico ospedaliero presso la Fondazione Maugeri, non mi è piaciuto e desidererei cambiare.

I) sburocratizzare: troppa carta per il medico e l’infermiere. Per cui togliere tutto quello che si può ed affidare il resto a personale amministrativo. Questo vale anche per il paziente che spesso non sa a chi rivolgersi e come

II) creare sinergie fra medico di famiglia, reparti diagnosi e cura , reparti riabilitativi RSA , servizi sul territorio. Questo ora non avviene anche perché manca la consuetudine per creare la quale dovrebbero essere resi obbligatori periodici confronti con le figure sopra ricordate Io stesso, ai tempi in cui lavoravo, per avere un minimo di efficienza in questo campo, ho dovuto personalmente costruirmi una piccola rete di riferimento ( ormai perduta )prima di tutto con le famiglie, i medici di medicina generale, i servizi specialistici del territorio, i servizi sociali, i gruppi di auto mutuo aiuto, con impiego di tempo e di fatica.

III) profonda revisione del rapporto pubblico – privato. In effetti oggi la sanità privata non esiste, poiché sembra strano chiamare privata un’ azienda che ha un solo cliente ( il SSN). Quindi bisognerebbe unificare la normativa, inserire il privato in un unico piano sanitario con gli stessi diritti e doveri del pubblico, penalizzare pesantemente il profit, tenendo presente che la sanità è un diritto ( come la giustizia, la difesa, la scuola ecc.) e quindi va considerato privato solo quello che il cittadino si paga  interamente di tasca sua.

IV) quanto sopra riferito non esclude un contributo diretto del cittadino al pagamento del servizio, con una netta progressione a seconda del reddito.

V) potenziamento dei servizi territoriali. L’ospedale , come ogni tipo di istituzionalizzazione, è nocivo alle categorie più deboli ( anziani, bambini,disabili, psichiatrici)  quindi andrebbe utilizzato con molta cautela e solo quando appare l’unica via percorribile.

VI) prevenzione. Fondamentale ma pochissimo considerata ( forse perché costa poco ). Manca alla mia esperienza e quindi non aggiungo altro

Questo, in estrema sintesi, quanto da me identificato. Ho cercato di essere chiaro e rapido e spero di esservi riuscito. Mi auguro però che la brevità non venga scambiata per superficialità e che a poche parole segua tanto, tanto lavoro.

 

Commercio: ora gli italiani tagliano anche il cibo (-5,5%)

Per la prima volta dall’inizio della pandemia gli italiani sono costretti a tagliare anche la spesa alimentare che crolla del 5,5%. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti divulgata in occasione della diffusione dei dati Istat sul commercio al dettaglio a febbraio 2021. Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di una brusca inversione di tendenza dopo che l’alimentare era risultato il settore che aveva resistito meglio alla crisi con un aumento della vendite al dettaglio determinato anche dal maggior tempo trascorso a casa dagli italiani in lockdown.

Ora l’acuirsi della crisi – precisa la Coldiretti – colpisce direttamente i consumi essenziali della famiglie a partire dal cibo. A calare a febbraio rispetto allo scorso anno sono le vendite alimentari in tutte le tipologie commerciali, dalla grande distribuzione (-6,1%) ai piccoli negozi ((-2,9%) fino addirittura ai discount (-1,5%).

E’ il drammatico effetto della presenza in Italia di 5,6 milioni di persone in povertà assoluta, un milione in più rispetto allo scorso anno, con il record negativo dall’inizio del secolo secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat. Fra i nuovi poveri – sottolinea la Coldiretti – ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid.

UIL: In 5 anni, tra il 2016 ed il 2020, la Tassa sui Rifiuti (TARI) è aumentata mediamente del 2,4%

In 5 anni, tra il 2016 ed il 2020, la Tassa sui Rifiuti (TARI) è aumentata mediamente del 2,4%, mentre tra il 2019 e il 2020 l’aumento è dello 0,8% anche se in alcuni casi si sono registrate impennate fino al 35%. È quanto scaturisce dallo studio del Servizio Lavoro Coesione e Territorio della UIL che ha elaborato i costi in 105 città capoluogo di provincia.

In valori assoluti, spiega Ivana Veronese – segretaria confederale Uil – le famiglie italiane verseranno, nel 2020, nelle casse comunali, in media 307 euro, a fronte dei 304 del 2019 e dei 299 nel 2016.

Nel 2020 la Tari è aumentata in 3 città su 10, tra cui: Roma, Torino, Cagliari, Genova e Firenze. Da segnalare la città di Livorno dove l’importo della TARI aumenta, non per effetto della delibera comunale, ma per l’aumento del tributo provinciale ambientale (TEFA) deciso dalla provincia di Livorno. Rimane stabile in 62 città: Bologna, L’Aquila, Napoli, Palermo e Reggio Calabria. Le tasse sui rifiuti sono invece diminuite in 13 città tra cui: Milano, Bari, Venezia e Nuoro.

Nello specifico – segnala la segretaria confederale della Uil, Ivana Veronese – tra il 2019 e il 2020, a Crotone si registra un aumento pari al 35,1%; a Cremona del 12,6%; ad Ancona dell’11,2%; a Sondrio del 9,8% e a Campobasso del 9,2%. Chieti, tra il 2019 e il 2020, invece, si registra una diminuzione della tassa pari al 13,6%; a Venezia dell’11,3%; a Trapani del 10,2% e a Lecco del 9,9%. Nelle città metropolitane invece la TARI aumenta a Firenze del 6,1%; a Genova del 5,7%; a Messina e Roma del 2,9%; a Cagliari del 2,6% e a Torino dello 0,8%.

Mentre diminuisce dello 0,6% a Milano, del 6,5% a Bari e dell’11,3% a Venezia.

Quando Leo Valiani esaltava la figura di De Gasperi e la sua politica di apertura “verso sinistra”…

Nei giorni scorsi, in coincidenza con l’anniversario della nascita di Alcide De Gasperi, abbiamo ripubblicato l’intervista a Pietro Scoppola, apparsa sul numero speciale “Il Popolo”, il 3 aprile 1981, esattamente a 100 anni dall’evento (lo statista trentino nacque infatti a Pieve Tesino il 3 aprile 1881). Cogliamo ora l’occasione per ripresentare un’altra intervista, quella a Leo Valiani, intellettuale e politico di formazione azionista, all’epoca una delle personalità più in vista del Partito repubblicano. 

“La scelta politica della collaborazione con i partiti laici”: questo il titolo che aveva dato il quotidiano della DC, sintetizzando così il contenuto di una corposa e stimolante conversazione. Vale la pena riscoprirne il messaggio. Infatti, a distanza di 40 anni la testimonianza di Valiani invita ancora a riflettere sulla coerenza di De Gasperi, specie per quel che riguarda la difesa del carattere democratico, e perciò limpidamente antifascista, del nuovo Stato uscito dalla lotta di Liberazione. 

Una coerenza che restituisce pieno valore alla collocazione in ambito riformista di un partito, la DC, che egli propose e sostenne – negli anni cruciali della Ricostruzione – come “partito di centro che muove verso sinistra”. Non un partito, dunque, alla ricerca di un equilibrismo fasullo, come di un centro senza indirizzo e volontà, ovvero senza un preciso indirizzo politico. Dalle parole di Valiani ricaviamo un incoraggiamento. È indubbio che la scelta degasperiana, se rivisitata con spirito creativo nel contesto attuale, implichi uno sforzo di modernità in funzione, per dirla in breve di una nuova sintesi democratica e popolare. Di fatto, aperta a sinistra. [L. D.]

 

A colloquio con Leo Valiani

Il Senatore Leo Valiani, autorevole storico di formazione laico-democratica, è uno dei testimoni più prestigiosi della nostra storia repubblicana. Gli chiediamo di ricordare con noi la «elezione» politica di Alcide De Gasperi.

«De Gasperi l’ho conosciuto personalmente il 5 maggio dei ’45 – ci dice subito il sen. Valiani – quando la delegazione del Comitato di liberazione nazionale “Alta Italia” in cui rappresentavo il Partito d’Azione, si incontrò con il governo nel quale De Gasperi era ministro degli Esteri. Ma, di fama, Io conoscevo già dal periodo dell’Aventino, come uno dei più coraggiosi capi dell’opposizione antifascista. Del resto nel carteggio di Filippo Turati con Anna Kulischova si trova conferma del giudizio molto positivo che Turati dava del coraggio di De Gasperi in una situazione in cui non tutti, purtroppo, brillarono per questa virtù davanti alle minacce armate di squadristi fascisti. Voglio tornare all’incontro del ’45, non solo, ma anche ai due, successivi di una quindicina di giorni, nei quali lo statista democristiano espose il suo programma di governo e, anzi, pose la sua candidatura a capo del governo”». «Dopo quella riunione dissi a un amico del partito d’azione: “Questo governo governerà per cinque anni”. E lo ricordai nel libro che scrissi tre anni dopo sull’avvento di De Gasperi». 

Ci doveva essere. comunque. qualcosa di specifico che In De Gasperi la colpiva… 

“Sì. Il fatto che in quella situazione incandescente si pronunciasse per l’epurazione e le riforme, ma sottolineasse che tutto sarebbe fallito se non si ricostituiva in via preliminare l’autorità dello Stato: voleva uno Stato democratico, ma forte. Questo colpiva perché allora il concetto di Stato forte veniva associato, dopo venti anni di fascismo, alla dittatura. Si pensava che la democrazia non avesse bisogno di uno Stato forte, ma di uno Stato fondato su larghissimi diritti di libertà, di partecipazione delle masse. Lo pensava anche lui ma aggiungeva che doveva essere ugualmente forte, altrimenti si sarebbe finiti nel caos». «Non dimentichiamo che egli aveva vissuto, cosa che era capitata a pochi, in posizione politica eminente, la crisi del primo dopoguerra, quando la debolezza dello Stato aveva generato il fascismo. Molti lo avevano dimenticato e venti anni di uno Stato eccessivamente forte erano serviti a farsi un’idea falsa dello Stato stesso…Invece De Gasperi ricordava il periodo precedente quando lo Stato troppo arrendevole, troppo timoroso di affermare la propria autorità era caduto nell’impotenza davanti all’assalto del fascismo. Questo mi colpì e capii che aveva ragione». 

«Anche Parri aveva un’idea non molto dissimile, ma non aveva né dietro a sé un grosso partito, né aveva forse capito l’urgenza di affermare pubblicamente questo concetto. Lo voleva ottenere forse anche Parri, in modo più graduale, consensuale, invece per De Gasperi bisognava, all’occorrenza, anche imporlo perché il pericolo della disgregazione era troppo forte e credo che questo giocò notevolmente nella sua designazione a capo del governo». 

Non ricorda, Senatore, se allora, all’interno della Democrazia Cristiana, ci fosse chi osteggiava quella designazione? 

«Osteggiare credo proprio di no. C’era forse chi la temeva e fra quelli Don Sturzo per idee sue particolari che le spiego. Ricordo che in quell’occasione andai a trovare Don Sturzo che abitava in un sobborgo di New York. Egli vedeva le cose e le valutava un po’ a volo d’aquila. In pratica temeva che l’assunzione di De Gasperi alla presidenza del Consiglio nuocesse alla DC perché la metteva in posizione difficile nei rapporti con il Vaticano da un lato e dall’altro con i partiti laici che formavano la maggioranza del Cnl, sei partiti dei quali uno solo, la DC, non pregiudizialmente laico, quindi insisteva per la riconferma di Parri». 

«Secondo me in quel momento Don Sturzo non era aggiornato sulla situazione italiana, non sapeva cioè che la DC avanzava cosi impetuosamente che in qualche modo le difficoltà che indubbiamente esistevano nei suoi rapporti sia col Vaticano, sia coi partiti laici, venivano risolte per effetto della sua stessa crescita di massa». 

Una crescita come quella dell’immediato dopoguerra avrebbe potuto tentare, chi la poteva gestire, ad una politica molto meno democratica… 

«Con De Gasperi non poteva capitare, anzi la sua forza credo che fosse la sua capacità di contemperare la crescita di massa della DC – che era indubbiamente l’elemento che gli dava potere – e la riaffermazione dell’autorità dello Stato indipendente dai partiti. Infatti lui andò alla presidenza del Consiglio come candidato dei partiti. Però mentre il potere politico lo voleva interamente per i partiti, non voleva che lo Stato, cioè l’amministrazione, fosse sottoposto ai partiti e, quindi, voleva l’autorevolezza dello Stato indipendentemente dai partiti». «Questo ful il senso del suo governo e la misura in cui si può dire che governò bene». 

Tornando un attimo al problema dello Stato forte, se non ricordiamo male, il partito d’azione. proprio su una proposta, adottò, nel manifesto per il 2 giugno ’46, la richiesta dell’istituzione di una repubblica presidenziale sul modello di quella americana (all’assemblea costituente la sostenne Calamandrei). Non ha mai saputo che cosa ne pensasse De Gasperi? 

«Direttamente no. Però più tardi abbiamo saputo da Gonella che De Gasperi era preoccupato per la redigenda costituzione, che avrebbe pure lui voluto rafforzare l’esecutivo, non so se esattamente attraverso la repubblica presidenziale o attraverso una legge elettorale che non fosse proporzionale, ma maggioritaria. Certo per lui era difficile pronunciarsi perché la proporzionale era una vecchia rivendicazione del suo partito (il Partito popolare di Don Sturzo) fatta nel 1919 sotto il governo Nitti». 

«De Gasperi dovette comunque pensarci parecchio. Infatti, nel ’53 varò il disegno di legge a rappresentanza maggioritaria…». 

Che lei sicuramente giudica…

«…Un errore tattico. Con esagerazione venne chiamata “legge truffa”: era semplicemente una legge fatta nel momento sbagliato. Dalle prime elezioni De Gasperi aveva a disposizione alcuni anni per varare una riforma del genere. Lo ha fatto sotto le elezioni e ha sbagliato. Quella legge elettorale favoriva specificatamente í partiti di governo perché essi potevano apparentarsi e quindi aspirare alla maggioranza relativa…». 

Poteva farlo anche l’opposizione. 

«No. Perché il Partito socialista di Nenni aveva rinunciato a far lista comune con i comunisti. In effetti Nenni, anche in virtù della sconfitta subita nel ’48, aveva tenuto conto delle critiche degli altri partiti e si era sganciato dai comunisti, non interamente come farà dopo la rivolta d’Ungheria nel ’56. ancora non rompendo il patto d’unità d’azione, ma dichiarando che il Partito socialista alle elezioni avrebbe fatto lista autonoma. Comunque, gli stessi partiti di governo si accorsero che la legge sapeva molto di sopruso e aggiunsero la clausola che poi la fece sconfiggere, cioè che ci voleva la maggioranza assoluta degli elettori per convalidarla». 

«Debbo dire che ciò depone a favore della buona fede di De Gasperi. Infatti, se fosse stato un “maligno” avrebbe congelato tutto in modo da far scattare la legge».

De Gasperi comunque non è tutto qui, cioè la sua azione positiva non si limita soltanto al ripristino dell’autorevolezza dello Stato, all’efficienza relativa del governo, ma era anche uomo di visioni strategiche… 

«Sì. La sua visione strategica era quella di guadagnare i socialisti e in generale le forze democratiche di sinistra alla collaborazione con la DC. “Il partito di centro che cammina verso sinistra”: mi pare che questa definizione valga ancora. Ancora oggi è il traguardo che la DC ha avanti a se: non credo che la DC possa essere un partito di sinistra se non a prezzo di gravi perdite del suo elettorato. De Gasperi a questa visione tenne fede anche nei giorni di maggior difficoltà, perché questa “mezzadria’ — così la definì egli stesso — la offrì a Nenni in quelle riunioni dell’estate del ’45 di cui le dicevo all’inizio. Ripeteva l’offerta nel ’46 dopo l’avvento della Repubblica per governare assieme l’Italia. La cosa riuscì per qualche tempo. Poi la situazione internazionale, la guerra fredda, il fatto che Nenni solidarizzasse con il Pci che a sua volta solidarizzava con l’Unione Sovietica di Stalin, ricacciarono i socialisti all’opposizione. Si potrebbe, ora, discutere se allora non si poteva separare Nenni dai comunisti con qualche concessione. Mah…».

Però De Gasperi pensò subito a trovare un’alternativa e la vide in Saragat e nel partito repubblicano di Sforza, Pacciardi e La Malfa. 

E vorrei far notare che lo fece dopo le elezioni del 18 aprile in cui la DC ottenne la maggioranza assoluta. Coerentemente egli volle fare un governo con questi partiti, non solo, ma alla fine, dovendo scegliere, per dissensi su varie riforme, tra liberali e repubblicani, scelse repubblicani e social democratici ». 

E la politica estera di De Gasperi?


«In politica estera De Gasperi ha vissuto due drammi: il trattato di pace e la Comunità europea di difesa (la CED). Il trattato di pace. De Gasperi veniva anche lui da una regione che era vissuta sotto l’Austria e anche se il suo non era un partito irredentista, era, però italiano e difendeva i diritti dell’italianità. Nel ’18 fu quindi felice che il Trentino si ricongiunse all’Italia. Lascio immaginare cosa provò dopo la Seconda guerra mondiale nel dover ratificare con la sua firma un trattato di pace che toglieva all’Italia la Venezia Giulia non solo nelle sue parti slave. ma anche in quelle italiane. E tuttavia si rassegnò, ne vedeva l’inevitabilità ». 

«A questo sacrificio trovò il compenso dell’inclusione dell’Italia nel Patto atlantico. Anche quella non fu per lui un’operazione facile, perché la tradizione del mondo cattolico italiano era la neutralità e non l’alleanza militare: i cattolici erano per il pacifismo (“l’inutile strage!”). Però De Gasperi fu per l’adesione al Patto atlantico ed ebbe la soddisfazione di constatare che questo finiva per costituire un compenso – se così si può dire – per le dolorose perdite che l’Italia aveva subito col trattato di pace: l’Italia fu ammessa al “Patto” sul piede di parità con le nazioni vincitrici». 

«Il secondo dramma: la CED Egli era un europeista convinto, anzi l’Alleanza atlantica stessa l’aveva accettata perché vedeva in questa il veicolo per l’unità europea: se la tradizione cattolica democratica era quella della neutralità, era anche quella del superamento dei nazionalismi e quindi per l’unificazione europea. Quella unificazione che egli mise in moto, almeno sul piano economico, assieme ad altri democratici cristiani (Schuman in Francia e Adenauer in Germania) doveva avere un corollario politico che fu elaborato con il suo concorso: la CED. Questa avrebbe dato al Patto atlantico il suo carattere non di guerra fredda, ma di una forza europea anche militare, che significasse l’unificazione del vecchio continente e che permettesse all’Europa di svolgere un’azione anche moderatrice nei confronti dell’alleato più forte (USA) nei rapporti col rivale, nella minaccia potenziale costituita dell’Unione Sovietica». 

«Fu una reviviscenza del nazionalismo francese che fece naufragare la CED nel ’54, poco prima della morte di De Gasperi, che ne soffri moltissimo. Per due volte una politica estera giusta ma difficile, con le contraddizioni che sempre in essa esistono, gli aveva amareggiato l’esistenza». 

Cosa rende, infine, positivo li bilancio politico di De Gasperi? 

«Sì. Fu positivo per le linee che egli indicò. Ne cito due. La prima fu la scelta di Vanoni alla direzione della politica economica. Con essa indicò la linea della lotta alla disoccupazione. La seconda fu una decisione negativa ma altrettanto importante: il rifiuto dell’operazione Sturzo. La chiamano cosi anche se Sturzo di quell’operazione non ne avesse colpa alcuna. Figuriamoci, un antifascista di quella specie! Comunque egli si trovò nella dolorosa condizione di dover proporre per le elezioni comunali di Roma del ’52 una lista civica che includeva anche l’estrema destra. De Gasperi la rifiutò, mettendosi in urto col Pontefice di allora Pio XII che invece caldeggiava l’operazione». 

«Anche questa era un’indicazione per il futuro: la Repubblica doveva si difendersi da un’eventuale minaccia comunista, fosse o non fosse reale. ma non doveva mai dimenticare le proprie origini antifasciste. E credo che questo sia uno dei motivi, fra gli altri, per cui a tanta distanza di tempo, dobbiamo rendere omaggio a De Gasperi al di là delle critiche che allora gli muovevamo e dei dissensi che possiamo anche oggi stesso avere su certe decisioni o indecisioni da lui prese o non prese». 

 

[Intervista a cura di Alfredo Bettini]

Economia debole, misure sbagliate, povertà in crescita

Crescono i poveri, ma le attenzioni sono altre. Si susseguono dibattiti su dibattiti ed appelli su appelli sulla povertà incalzante in Italia, ed in verità la sua crescita è una triste realtà che si lega indissolubilmente alla regressione senza sosta della nostra economia, che dura da più di un ventennio.

Infatti tutti i fattori segnalano malessere economico, come la diminuzione della nostra capacità competitiva nei mercati internazionali, con la conseguente perdita di importanti spazi di commesse, che ha costituito la motivazione di fondo insieme all’indebitamento progressivo pubblico, dell’aumento della povertà. Dovrebbe essere banale sottolineare che quando si restringono le possibilità di vendere le produzioni dentro e fuori i confini nazionali, immediatamente si hanno contraccolpi sulla base occupazionale e sul volume degli introiti pubblici che ricadono pesantemente sul sistema di protezione sociale.

Non esiste nel mondo un solo paese che peggiorando la sua economia ha potuto fare fronte elle emergenze sociali. Anzi dovunque si sono innescate situazioni critiche senza ritorno e le conseguenze a cascata sono state subite su più ambiti, anche sulla democrazia.

Eppure queste considerazioni scontate non sembrano essere in cima ai pensieri della gran parte della classe dirigente, al punto tale da spendere le proprie attenzioni su questioni diametralmente opposte alle nostre necessità. È indicativo che dall’aprile del 2019 in Italia si sono spesi ben 13 miliardi di Euro per redditi di cittadinanza, pensioni di cittadinanza e reddito di emergenza senza un analisi appropriata sulla povertà e scavalcandola con misure elettoralistiche e pedagogicamente errate.

La platea coinvolta di beneficiati è di ben 4,4 milioni di persone e di circa 2 milioni di nuclei familiari. Con la messa a disposizione di questa montagna di denaro, la povertà reale non è stata neanche scalfita con i 600 mila di poveri in più dall’aprile 2019 ed una risibile riduzione della povertà assoluta di appena l’1,6% nel 2020.

Tutto ciò significa che si sono dati aiuti anche a chi poteva comunque procurarsi da vivere lavorando come i giovani, che i poveri veri non hanno beneficiato di alcuna provvidenza, che non si sono fatte politiche attive del lavoro e che la spesa pubblica è stata ancora una volta clamorosamente orientata a politiche pro-cicliche (spesa contro lo sviluppo), e non finalizzate alle urgenze sociali più gravi. Ma la beffa, come si sa dalle cronache, che molti fruitori di questi redditi non sempre erano in possesso dei requisiti previsti per legge. Stante così la situazione, in occasione delle ultime decisioni governative non si è ritenuto più utile e trasparente rimuovere le decisioni sbagliate di due anni fa ed utilizzare le stesse somme per la povertà e le politiche attive del lavoro. La stabilità della maggioranza di governo ha prevalso su ogni altro ragionevole intento.

Dunque alla fine del discorso alla più parte della classe dirigente odierna, dei poveri interessa molto marginalmente. Ed ancora una volta i soldi pubblici vengono spesi, anche in situazioni drammatiche, come specchietti per allodole utili alla perenne competizione tra le forze politiche.

L’Ulivo di ieri e di oggi.

Dunque, si riparla dell’Ulivo. E sicuramente è una bella notizia perchè significa, almeno solo a  livello simbolico ed emotivo, ricordare una bella stagione della politica italiana. Una stagione  caratterizzata da un vero progetto politico, anche se poi miseramente fallito, e dal protagonismo  di culture politiche che avevano contribuito a costruire e a consolidare la democrazia italiana. Un  progetto politico che concise anche con il “ritorno” della politica dopo una fase difficile e  complessa che aveva raso al suolo tutti i partiti che avevano governato il nostro paese per quasi  50 anni. A cominciare dalla vicenda che aveva coinvolto e caratterizzato la Democrazia Cristiana,  e cioè il partito italiano che aveva contribuito, con la sua presenza, con la sua cultura di governo,  con la sua cultura politica e soprattutto con la sua classe dirigente, a definire e a permeare il  sistema politico italiano. 

E quindi, l’Ulivo era sinonimo di culture politiche riformiste, di alleanza politica imperniata attorno  ad un progetto di governo e con partiti che incarnavano una autentica storia politica e una  tradizione ideale. 

Ora, pare che si voglia rilanciare il progetto dell’Ulivo nell’agone politico contemporaneo, seppur  con partiti profondamente diversi e con un progetto politico ancora tutto da definire e da  costruire. 

Ma, al di là del progetto politico che sarà riproposto, è indubbio che le costanti che l’avevano  caratterizzato a metà degli anni ‘90 non avranno più cittadinanza alcuna nella stagione  contemporanea. E questo almeno p tre elementi. Innanzitutto le culture politiche. Il progetto,  almeno così pare di capire, poggerebbe sull’apporto decisivo e determinante del partito  antisistema, anti politico, demagogico e populista per eccellenza, cioè il partito di Grillo. Anche se  con l’ultima torsione, dopo il lungo pellegrinaggio trasformista, lo dipinge addirittura come un  movimento “liberal moderato” anche se sempre interprete di un “populismo dolce”. Uno scenario  impensabile nella concreta esperienza del primo Ulivo. In secondo luogo la classe dirigente. Su  questo versante è superfluo ogni commento rispetto alla esperienza del passato talmente è  profonda la differenza di qualità. In ultimo il progetto di governo. Se nel 1996 il filo rosso che  giustificava la scommessa politica era prevalentemente quello di disegnare un progetto di  governo certamente alternativo al centro destra ma fortemente propositivo e capace di dispiegare  una autentica cultura riformista, oggi si tratta prevalentemente di mettere in piedi una coalizione  “contro” qualcuno. Nel caso specifico contro Salvini e la Lega. E quindi un progetto politico e di  governo che si caratterizza per l’avversità implacabile contro l’avversario di turno e per giustificare  la vocazione “governista” della sinistra. 

Ecco perchè, forse, è arrivato anche il momento – almeno per chi continua a credere nel progetto  ulivista – di rileggere, seppur criticamente, l’esperienza dell’Ulivo del passato per costruire, oggi,  una coalizione vera e politicamente credibile che non si riduca ad essere solo un pallottoliere  contro il nemico giurato e accusato di ogni nefandezza. 

Infermieri tra ospedale e territorio: tutto torna

Per la prima volta, nel nostro Paese, la figura infermieristica ha avuto una vasta eco legata all’emergenza sanitaria del 2020 che ha dato visibilità e riconoscimento alla professione infermieristica e soprattutto all’importanza di avere l’Infermiere i vari contesti sanitari, socio sanitari, istituzionali (scuole  per esempio) sino a valorizzare una figura emergente rappresentata dall’Infermiere di Famiglia e di Comunità.

In un sistema sanità orientato e aperto sempre di più al territorio e alla comunità sociale, è essenziale per il cittadino e per le altre professioni sanitarie e sociali aver presente chi è l’Infermiere, partendo da una delle pietre miliari della professione infermieristica, il DM 739/1994  che sancisce l’entrata ufficiale dell’Infermiere nel mondo delle professioni sanitarie e individua il potenziale operativo dell’assistenza infermieristica affermando che “l’assistenza infermieristica preventiva, curativa, palliativa e riabilitativa, è di natura tecnica, relazionale, educativa. Le principali funzioni sono la prevenzione delle malattie, l’assistenza dei malati e dei disabili di tutte le età e l’educazione sanitaria”.

Nel 1889, Florence Nightingale, infermiera britannica visionaria e pioniera dell’assistenza infermieristica moderna, scriveva che la missione delle cure infermieristiche in definitiva è quella di curare il malato a casa sua… per cui intravedendo la sparizione di tutti gli ospedali e di tutti gli ospizi, concludeva che non serviva parlare in quel momento dell’anno 2000. 

Nel 2020, circa a un secolo e mezzo di distanza, il neo eletto Premier, Mario Draghi, afferma che la “casa” deve essere il principale luogo di cura. La nostra Federazione Nazionale dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche (FNOPI) ha risposto che GLI INFERMIERI SONO A DISPOSIZIONE ed io aggiungo: sin dal 1889.

Lo scenario vede l’emergere di nuovi bisogni di salute, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie cronico-degenerative e la risposta assistenziale è ancora molto parziale perché riguarda la dimensione fisica del problema e non l’INTEREZZA BIO PSICO SOCIALE E SPIRITUALE della persona assistita. 

E non possiamo trascurare la crescita di sofferenza psicosociale  e la mia personale lunga esperienza nell’ambito psichiatrico è testimone di una continua, inarrestabile crescita di fragilità psichica. 

Va preso atto del fatto che Il sistema della salute mentale italiano, uno dei pochi, veri sistemi di cura di comunità nel mondo, faticosamente costruito in questi ultimi 40 anni, rischia in pochi anni di collassare, sotto il peso di un carico sempre più gravoso e in assenza di un’adeguata attenzione al depauperamento delle risorse umane e materiali di cui invece ne ha una gran necessità per rispondere in modo efficace, efficiente e appropriato ai bisogni di salute mentale della popolazione

Dopo un anno di PANDEMIA, una psico-pandemia si sta abbattendo proprio sui servizi di Salute Mentale che vedono il moltiplicarsi esponenziale del disagio psichico per le diverse ripercussioni sul piano emotivo, economico, sociale, culturale. Un servizio pubblico non può non rispondere a questo stato di emergenza/urgenza, per cui è altrettanto URGENTE rinforzare i servizi per migliorare l’assistenza e le cure ai pazienti e non dover sempre e ancora affidarsi al “fai da te” e alla coscienza degli operatori.

Gli Infermieri ci sono per un nuovo inizio e ci sono sempre stati, la pandemia ne è la DURA PROVA VIVENTE, laddove si sono spesi (alcuni si sono “spenti” per sempre in itinere) per fronteggiare una emergenza senza precedenti. 

Se l’obiettivo è quello di rafforzare e ri-disegnare una Sanità Territoriale, l’Infermiere è un punto di riferimento importante e figura “centrale” non soltanto nell’ospedale ma soprattutto sul territorio in sinergia con le altre figure professionali, in primis i medici, per un concreto cambiamento di prospettiva della Sanità in Italia.   

 

La disuguaglianza, gli ultra ricchi, Capitol Hill

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Alberto Parmigiani

A seguito dell’assalto al Congresso del 6 gennaio, è sorto un vivace dibattito, originariamente su Twitter, legato al tema delle disuguaglianze. Se dimostrare il collegamento diretto tra le disuguaglianze e le rivolte di Capitol Hill è chiaramente problematico, nel senso che identificare relazioni causa-effetto nelle scienze sociali è intrinsicamente difficile, argomentare contro l’importanza cruciale della disuguaglianza nei processi politici legati all’elezione di Trump e alla polarizzazione del suo elettorato fino agli eventi del 6 gennaio è semplicemente irrealistico. O per lo meno fuori dalla realtà della discussione accademica di questi temi.

Per dare un’idea dell’evoluzione della disuguaglianza economica, vorrei partire da questo grafico (fonte: elaborazione dell’autore, su dati US Census Bureau). 

Mostra due variabili, il reddito mediano reale delle famiglie (scala a sinistra) in blu e la disuguaglianza economica (indice di Gini, scala a destra) in rosso, in Michigan, lo Stato più colpito dalla crisi del 2008. Dal grafico si vede che nel 2019 non si è ancora raggiunto il livello di reddito del 1969, nonostante la ripresa degli ultimi cinque anni. Non si può fare a meno di chiosare, senza voler dimostrare nulla, che a Lansing, capitale del Michigan, si è verificato un precedente dell’assalto al Congresso il 30 aprile del 2020, quando milizie armate sono entrate nel campidoglio statale per protestare contro le misure di lockdown.

Adesso dal caso estremo del Michigan allarghiamo il quadro: nella grande maggioranza degli Stati americani, trenta su cinquanta per cui i dati sono disponibili, il reddito reale delle famiglie nel 2019 era minore di quello del 1999, nonostante la ripresa degli ultimi anni dopo la crisi del 2008. Negli stessi due decenni, la disuguaglianza è aumentata in tutti e cinquanta gli Stati, tra l’altro partendo da valori già alti rispetto ad altri Paesi occidentali. Stati come New York, Florida e California, dove il reddito reale ha avuto un buon tasso di crescita, in controtendenza rispetto alla maggioranza degli altri Stati, hanno un livello di disuguaglianza tra i più alti degli Stati Uniti, e l’indice è cresciuto anche nei primi due decenni degli anni Duemila. Questo significa che anche dove la ripresa c’è stata, questa è stata in gran parte appannaggio della parte più ricca della popolazione. Nella maggioranza degli Stati, il reddito reale mediano è diminuito e la disuguaglianza è cresciuta, doppia statistica che dice molto sui motivi della rabbia dei ceti medi e bassi della popolazione.

I sondaggi a caldo hanno mostrato che quasi metà degli elettori repubblicani, e circa un quinto dell’elettorato totale, erano favorevoli all’assalto al Campidoglio. Una grande maggioranza di elettori repubblicani (tra il 60 e il 75%) e circa un terzo dell’elettorato pensa anche dopo mesi di distanza che le elezioni di novembre siano state truccate. La polarizzazione estrema dell’elettorato americano, e segnatamente lo spostamento a destra del Partito repubblicano, sono fenomeni che vengono da lontano. Dalla fine degli anni Settanta c’è stata negli Stati Uniti un’offensiva politica che ha perseguito un cambiamento del paradigma economico dei Trenta Gloriosi, da una parte creando un network culturale di fondazioni e think tank per influenzare l’opinione pubblica e dall’altra accrescendo il loro potere di influenza politica, in primo luogo tramite le contribuzioni finanziarie. Voglio in questo spazio concentrarmi su questi due aspetti della questione, partendo dal presupposto, dimostrato empiricamente, che gli ultra ricchi hanno preferenze politiche differenti dal resto della popolazione (più a favore del mercato, meno a favore di ogni intervento dello Stato nell’economia).

 

Qui l’articolo completo

Cina: Maxi multa per Alibaba

Le autorità cinesi hanno sanzionato il gigante dell’e-commerce Alibaba con una maxi-multa da 18,2 miliardi di yuan (pari a 2,78 miliardi di dollari) per abuso di posizione dominante. . La multa fa seguito all’inchiesta avviata nei confronti dell’azienda a dicembre.

Alibaba, leader dell’e-commerce cinese fondato da Jack Ma e una delle aziende più ricche al mondo, ha affermato di aver accettato la sanzione e si è impegnata a delineare già da lunedì dei piani per rendere le sue operazioni conformi.

L’indagine che ha portato alla multa si è concentrata sulla pratica di Alibaba di vietare ai commercianti di offrire i loro prodotti simultaneamente su siti di e-commerce rivali.

Il precedente record per una multa imposta da SAMR era di 6,1 miliardi di Yuan (800 milioni di Euro) ai danni del produttore di chip Qualcomm.

Da lunedì 19 aprile saranno disponibili i BTP Futura per la ripresa economica

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) comunica la pubblicazione della Scheda Informativa e della Nota Tecnica relative alla terza emissione del BTP Futura, il titolo di Stato dedicato esclusivamente al risparmiatore retail, che verrà collocato da lunedì 19 aprile a venerdì 23 aprile 2021 (fino alle ore 13.00), salvo chiusura anticipata.

I proventi del collocamento saranno destinati a finanziare le misure per la ripresa economica dal Covid-19 e le spese statali destinate a fronteggiare la pandemia, comprese quelle relative alla campagna vaccinale.

Il titolo avrà una scadenza di 16 anni e sarà previsto un doppio premio fedeltà: alla fine dei primi otto anni di vita del titolo l’investitore che avrà detenuto il BTP Futura sin dall’emissione avrà diritto a un premio intermedio pari al 40% della media del tasso di crescita del PIL nominale registrato nei primi otto anni di vita del titolo, con un minimo dello 0,4% del capitale investito, fino ad un massimo dell’1,2%, Alla scadenza finale (dopo i successivi otto anni), agli investitori che avranno continuato a detenere il titolo senza soluzione di continuità dall’emissione fino alla scadenza, verrà corrisposto un premio finale che includerà due componenti: la prima pari al restante 60% della media del tasso di crescita del PIL registrato nei primi otto anni del titolo, con un minimo dello 0,6% fino ad un massimo dell’1,8%; la seconda pari al 100% della media del tasso di crescita del PIL registrato dal nono al sedicesimo anno, con un minimo dell’1% ed un massimo del 3% del capitale investito.

Il BTP Futura presenta cedole nominali semestrali calcolate sulla base di tassi prefissati e crescenti nel tempo (il cosiddetto meccanismo step-up). Le cedole verranno calcolate in base ad un dato tasso cedolare fisso per i primi 4 anni, che aumenta una prima volta per i successivi 4 anni, una seconda per i successivi 4 anni ed infine una terza volta per i restanti 4 anni di vita del titolo prima della scadenza. La serie dei tassi cedolari minimi garantiti di questa prima emissione del BTP Futura sarà comunicata al pubblico il giorno venerdì 16 aprile 2021, mentre i tassi cedolari definitivi saranno annunciati alla chiusura del collocamento, il giorno 23 aprile, e non potranno comunque essere inferiori ai tassi cedolari minimi garantiti comunicati all’avvio del collocamento. Inoltre, il tasso cedolare dei primi 4 anni resterà invariato, mentre in base alle condizioni di mercato potranno essere rivisti a rialzo solo i tassi successivi al primo.

Il titolo sarà collocato alla pari (prezzo 100) sul mercato attraverso la piattaforma elettronica MOT di Borsa Italiana per il tramite di due banche dealers: Intesa Sanpaolo S.p.A. e Unicredit S.p.A. Il collocamento non prevede eventuali riparti, né sarà applicato alcun tetto massimo assicurando la completa soddisfazione degli ordini, salvo facoltà da parte del Ministero di chiudere anticipatamente l’emissione. L’eventuale chiusura anticipata non potrà comunque avvenire prima di mercoledì 21 aprile, garantendo dunque al risparmiatore almeno tre intere giornate di collocamento. Nel caso la chiusura anticipata avvenisse alle 17.30 del terzo o del quarto giorno di collocamento, i tassi cedolari definitivi verranno fissati nella mattina del giorno successivo a quello di chiusura del collocamento e potranno essere soltanto confermati o rivisti rialzo, in base alle condizioni di mercato.

Al sottoscrittore non verranno applicate commissioni per acquisti nei giorni di collocamento, mentre sul rendimento del titolo si continuerà ad applicare l’usuale tassazione agevolata sui titoli di Stato pari al 12,5% e l’esenzione dalle imposte di successione come per gli altri Buoni del Tesoro Pluriennali.

La Scheda Informativa e la Nota Tecnica per gli intermediari sono consultabili su sito del Debito Pubblico, ove verranno pubblicate anche le FAQ, per fornire ai risparmiatori e agli operatori di mercato tutti gli elementi informativi utili per prendere parte all’imminente collocamento.

Torna il Green Road Award, alla ricerca della migliore ciclovia italiana

Si aprono le candidature per Italian Green Road Award 2021, sesta edizione dell’Oscar italiano del cicloturismo che viene assegnato alle “vie verdi” italiane che si sono distinte nell’attenzione al turismo “lento” e che hanno saputo valorizzare i percorsi ciclabili completandoli con servizi idonei allo sviluppo del turismo slow.

Il premio si svolge in un momento d’oro per la bicicletta, sia in termini di vendite (2.010.000 bici vendute nel 2020, + 17% rispetto al 2019, dati ANCMA), sia per l’andamento in crescita del cicloturismo (circa 5 milioni di italiani hanno utilizzato la bicicletta nel corso delle vacanze estive 2020, con una spesa di circa 4 miliardi di Euro sui 23 totali, Rapporto sul Cicloturismo Isnart-Unioncamere e Legambiente).

Nei prossimi giorni, il comitato organizzativo di Italian Green Road Award invierà alle amministrazioni regionali le domande di partecipazione, ogni Regione o territorio può candidare al massimo 2 vie verdi, e le candidature dovranno pervenire entro il 31 maggio. Per “green road”, si intende una strada riservata esclusivamente a mezzi non motorizzati, oppure una strada bianca con poco traffico o una strada secondaria a bassa percorrenza. Il premio prende in considerazione percorsi identificati con nome e segnaletica, studiati per consentire ai ciclisti di percorrerli in sicurezza. Grande impulso alle green road è arrivato dalle ferrovie dismesse così come dagli argini dei fiumi e dei corsi d’acqua, inclusi i canali di irrigazione, oggi riconvertiti in strade ciclabili. Le green road offrono la possibilità di visitare una regione contribuendo a conservare e valorizzare il patrimonio locale, consentono la crescita del pendolarismo non motorizzato, riducono gli effetti di inquinamento e contribuiscono al miglioramento della qualità della vita incidendo sulla conservazione del suolo pubblico e sullo sviluppo economico, sociale e turistico dei territori.

Per i territori e, in particolare, i piccoli borghi, quello in bicicletta è un turista ad alto valore aggiunto e a impatto zero: rispetta l’ambiente, si sposta frequentemente non concentrando la spesa su un’unica area, usufruisce dei servizi turistici, visita musei, acquista tour tematici, prodotti enogastronomici. Lungo le direttrici ciclabili possono svilupparsi nuove forme imprenditoriali e nascere nuove opportunità di lavoro: guide cicloturistiche, servizi che spaziano dalla ciclofficina al bike cafè, strutture bike friendly, agribike.

I finalisti del premio verranno resi noti all’inizio di giugno e la cerimonia di premiazione si terrà sabato 19 giugno a Pescara, in Abruzzo, Oscar del Cicloturismo 2020 con la ciclovia Bike to Coast.

Giustizia e solidarietà, i vettori di un Pd a vocazione popolare.

Davanti all’articolo dell’amico Alessandro Risso⁩, di cui condivido punto per punto la critica al Pd e al maggioritario, mi viene da rispondere a lui e agli amici di Insieme, ricordando l’episodio del Vangelo del giovane ricco, e pio, che chiese a Nostro Signore come fare per essere perfetto.

Trovo che Insieme è in una situazione simile: ha già tutto sul piano programmatico e ideale per essere un partito di popolo, gli manca, a mio avviso, di fare il passettino finale, ma decisivo: affrancarsi dal “politicamente corretto”.

Quando maturerà la consapevolezza che tra gli obiettivi che intende perseguire e l’agenda globale che avanza, non discussa nè votata da alcuno, vi è una strutturale inconciliabilità o addirittura antiteticità, allora potrebbe divenire un partito significativo per quella parte di classe media e di mondo cattolico più sensibile ai temi della giustizia e della solidarietà.

Ma fare ciò significa mettere in conto di avere tutti i media e gran parte dell’intellighenzia contro. Insomma, una battaglia da fare, nel solco del popolarismo.