28 C
Roma
venerdì, 4 Settembre, 2026
Home Blog Pagina 731

Gioco d’azzardo: i numeri dell’Agenzia dogane e monopoli

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha pubblicato tutti i dati relativi alla ripartizione del Giocato, dell’Erario e delle vincite per singola tipologia di gioco e canale di vendita per l’anno 2018.

I numeri, esposti in un imponente report di 2.500 pagine, consentono di mettere a fuoco le proporzioni del fenomeno, riscontrando capillarmente i dati relativi alle giocate di ciascun comune italiano o di ciascuna provincia.

Gli apparecchi da gioco più comuni sono le AWP (Amusement With Prizes, letteralmente “Divertimento con premi”) e le VLT (Video Lottery Terminal, letteralmente “Lotterie a video terminale”).

I campi di Giocato, Erario e Speso comprendono anche gli importi degli Apparecchi a Comma7 (in cui l’erogazione del premio consistente in piccola oggettistica di valore non superiore a venti volte il costo della partita: massimo 20 euro) e delle Lotterie Tradizionali che non hanno il corrispettivo in vincita.

QUI IL REPORT SCARICABILE

Nel nostro Paese il 40% della popolazione è in sovrappeso ed il 10% è obeso

In base ad un sondaggio realizzato dall’Università Popolare “Stefano Benemeglio” (www.upda.it), su un campione di 1.000 uomini e 1.000 donne di età compresa tra i 18 ed i 65 anni, il 32% è ingrassato proprio nei mesi delle vacanze estive.

«D’estate siamo tutti maggiormente esposti a prendere peso, lasciandoci andare ai piaceri della tavola, concedendoci molti sfizi e rinunciando perfino allo sport ed alle attività fisiche che invece pratichiamo abitualmente in altri periodi dell’anno» puntualizza la dottoressa Samuela Stano, presidente dell’Università Popolare.

È così che ci ritroviamo ad avere in Italia il 40% della popolazione in sovrappeso e il 10% di obesi (proiezione 2019 dell’Università Popolare “Stefano Benemeglio” delle Discipline Analogiche su dati dell’Istituto Superiore di Sanità).

A dichiarare poi di seguire una dieta durante tutto l’anno è appena il 9% del campione e durante le ferie, subito dopo la “prova costume”, c’è il maggior tasso di abbandono (65%).

Paradossalmente, ad ingrassare è anche chi ha dichiarato di non avere mangiato di più e perfino chi, nel campione intervistato dall’UPDA, ha sostenuto di continuare a fare attività fisica, non riuscendo a perdere peso nonostante l’impegno.

Come è possibile? Risponde lo psicologo Stefano Benemeglio

<<Quando non si riesce proprio a dimagrire  è all’inconscio che si deve guardare. L’obiettivo è quello di trovare la causa, che poi è un malessere che spesso ci portiamo dietro da anni a causa di eventi accaduti nella nostra vita, che ci inducono -tra l’altro- ad avere un comportamento alimentare sbagliato>>.

 

Renzi, il Pd e i Popolari: una riflessione sul futuro.

L’iniziativa di Renzi ha il valore di uno scisma, come la pubblica opinione ha imparato in questi giorni a classificare la scissione. Qualcuno sostiene che debba essere consensuale. Che cosa vuol dire? All’annuncio della fuoriuscita, le reazioni dalle parti del Nazareno trasudano insofferenza e livore. Comunque la si giri, questa vicenda sconvolge il piano di volo della dirigenza zingarettiana. Da oggi è più difficile parlare di un Pd inclusivo, capace di mettere a valore la pluralità delle sue voci, resistente a ogni traversia interna e punto di riferimento pressoché esclusivo per l’elettorato antipopulista e antisovranista.

Notoriamente, con lo scisma non sono in gioco i cardini teologici della Chiesa, ma i criteri di disciplina e organizzazione che tutelano il depositum fidei. Per analogia, la rottura di Renzi rispecchia il momento scismatico perché prescinde da fondamentali questioni ideali, essendo risucchiata nel vortice della tattica, senza il respiro della grande motivazione che accompagna solitamente il congedo da una militanza politica. Nel lessico caro a De Mita l’infondatezza del gesto è l’espressione dalla “mancanza di pensiero”, non avendo altro orizzonte che il pragmatismo del fare e disfare. Nell’immediato, nulla toglie e nulla aggiunge alla natura e alla composizione della nuova maggioranza di governo, limitandosi a un esercizio di ridistribuzione di pesi e misure.

Ancora nei mesi passati esisteva una ragione che rendeva plausibile la decisione assunta oggi da Renzi: parliamo del rifiuto – ecco la ragione – a stringere accordi con il M5S. È invece accaduto nel corso della crisi, destinata a risolversi con la formazione del Conte bis, che fosse Renzi ad aprire al Movimento grillino, trascinando per altro il riluttante Zingaretti. Quindi è saltata quella pregiudiziale politica che all’occorrenza avrebbe potuto legittimare il diritto alla secessione, esibendo il titolo della propria coerenza personale. Ora, viceversa, regge a fatica l’impianto di una polemica che ruota attorno alla inaccettabilità dello spostamento a sinistra del partito. A tale riguardo, vale la pena ricordare che l’ingresso nel Partito Socialista Europeo ė stato voluto da Renzi, benché apparisse equilibrata la sola adesione al gruppo parlamentare di Strasburgo.

Dunque, un grumo di artificiosità rende l’operazione un po’ avventata, anche se Renzi ne sostiene con forza l’utile funzione di riequilibrio nel largo perimetro della coalizione governativa. Liquidarla alla maniera di Sala (“c’ė chi entra e c’è chi esce”) è però una caduta di stile. Non bisogna irridere banalmente a un atto che destabilizza il centrosinistra, costringendo tutti a ripensare il profilo di una politica fortemente ambiziosa, legata cioè alla programmazione di un nuovo codice genetico del riformismo. Chi desse fiato al revanscismo anti-renziano, propiziando l’avvvento di un partito finalmente sciolto dalla novità di una missione oltrepassante le ideologie del Novecento, non farebbe altro che accentuare un mix pericoloso di arroganza e superficialità.

Nel 2007 i cattolici democratici sono stati i coprotagonisti della fondazione del Pd. Successivamente, all’epoca dell’infausta alleanza tra Bersani e Vendola, alcuni ne sono usciti in dissenso con l’involuzione tardo-socialista del gruppo dirigente. Nei giorni dell’onnipotenza di Renzi il distacco si è persino accentuato, specie in occasione del referendum sulla riforma della Costituzione. Il resto appartiene alla cronaca. È giunto adesso il dovere di un sereno esame di coscienza? L’esperienza di “Rete Bianca” permette di rintracciare la volontà di contribuire alla battaglia per un rilancio del popolarismo come lievito della democrazia italiana. Se il PPI di Castagnetti offrisse una sponda, operando in termini di consustanzialità e autonomia rispetto alla vicenda del Pd – esercizio difficile ma non impossibile -, potrebbe riattivarsi un circuito di dibattito e partecipazione. Molti vorrebbero dare una mano senza dover rinunciare al modesto diritto di sentirsi a casa propria.

Il PPI non è un partito defunto. Nel congresso di Roma del 2002 ne fu sospesa l’attività in vista della costituzione della Margherita. Poi l’atteggiamento dei vertici, esulando da una verifica collegiale circa il passaggio al “partito unico dei riformisti”, ha determinato la propensione a valorizzare le responsabilità dei singoli sulla scena pubblica. Sarebbe sciocco ignorare il ruolo assunto nelle istituzioni e nella società civile da personalità provenienti dal mondo popolare: al Colle ne abbiamo, fortunatamente per noi e soprattutto per il Paese, la massima espressione. Ciò nondimeno l’esame di coscienza si fa pressante e investe tutti, sapendo che la fine della condivisione di valori ed esperienze, nella catena di vecchie e nuove generazioni, può avvenire rapidamente non appena s’inceppa per motivi vari il meccanismo della politica. Una riflessione sul futuro si fa urgente.

Mario Draghi, il custode della moneta unica

Francoforte, giovedì 31 ottobre 2019. Ultimo giorno di mandato presidenziale alla Banca Centrale Europea. Nell’ufficio di Mario Draghi, situato all’ultimo piano del grattacielo Eurotower, gli scatoloni sono già pronti. L’indomani, venerdì 1 novembre (nonostante Ognissanti sia un giorno festivo anche nella Germania protestante) Christine Lagarde ha già dato precise disposizioni per il suo insediamento.

Mario Draghi sarà ricordato dagli storici come il vero, autentico custode della moneta unica: rispettato e temuto dai mercati e dall’establishment finanziario, inviso ai populisti, oggetto di tweet sarcastici (sempre più frequenti) da parte del Presidente Usa, Donald Trump, con risposte altrettanto serafiche: “Il tasso di cambio non è mai stato un target della Bce”. 19 nazioni europee adottano l’Euro: più di 300 milioni di cittadini. 

A cosa sta pensando il banchiere italiano, nel suo ultimo giorno a Francoforte? Forse al suo insediamento, il 1 novembre 2011, quando il predecessore, Jean Claude Trichet, gli lasciò in eredità la “patata bollente” della crisi finanziaria in atto. O forse ricorda il drammatico G20 di Cannes, quello delle risatine tra la Merkel e Sarkozy, che accelerarono la caduta del Governo Berlusconi (e il successivo varo, in 48 ore, dell’esecutivo guidato da Monti). L’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, già dall’estate 2011 stava lavorando concretamente a un “piano B” per l’Italia. In una recente intervista, Carlo De Benedetti ricorda di essere stato consultato al riguardo e di aver risposto: “Presidente, un governo operativo serve subito, prima che lo spread superi i 500 punti: a quel punto sarebbe tardi”. 

Ma forse l’ex allievo del liceo romano Massimo “dei Gesuiti” (classe 1947, compagni di banco Luca di Montezemolo, Luigi Abete e anche il nostro Direttore, Giuseppe Sangiorgi) sta pensando alla fine di luglio 2012, “il giorno più lungo da quando esiste l’Euro” (la definizione è del Financial Times). Durante una drammatica conferenza stampa, con lo spread pericolosamente sopra quota 500 punti, Draghi disse semplicemente (si fa per dire) “noi faremo qualsiasi cosa per difendere l’Euro”.  Quel Whatever it takes, pronunciato con aria quasi distratta, ha cambiato la storia recente e il destino dell’economia europea.

O forse, mentre sta raccogliendo i suoi effetti personali, l’economista cresciuto all’ombra di Franco Modigliani e Carlo Azeglio Ciampi, osserva un antico elmo prussiano appeso al muro, singolare dono di insediamento da parte del popolare magazine tedesco Bild. Forse un messaggio obliquo, per invitare il nuovo Presidente italiano a perseverare nelle politiche di rigore (oggi diremmo di austerity) del suo predecessore. Draghi accettò il dono di buon grado, forse facendo buon viso a cattivo gioco. Poi, negli otto anni successivi, dimenticò l’ammonimento facendo esattamente l’opposto: tagli sistematici dei tassi interesse, sostegni alle banche e massicce dosi di Quantitative Easing (2600 miliardi di liquidità iniettati a cadenza mensile nell’Eurosistema) che hanno tenuto i tassi a zero scatenando, a più riprese, l’ira funesta del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann e dei “falchi” dell’ortodossia monetaria europea. 

Secondo voci di corridoio, a un certo punto la Bild avrebbe addirittura chiesto la restituzione dell’elmo prussiano: evidentemente il messaggio recapitato non era andato a buon fine. Eppure è ancora lì, nell’ufficio Presidenziale, all’ultimo piano di Eurotower, Kaiserstrasse 29, Frankfurt am Main, Deutschland. Chissà se la nuova Presidente, Christine Lagarde, lo lascerà appeso al muro.

Caro Marattin, non si può partire dalla “tabula rasa”

Articolo già apparso sulle pagine di http://www.libertaeguale.it a firma di Claudio Petruccioli già parlamentare del Pci/Pds/Ds per cinque legislature. Presidente della Commissione di vigilanza Rai dal 2001 al 2005 e Presidente del consiglio d’amministrazione della Rai dal 2005 al 2009.

Esatto, caro Marattin, la sfida è quella da te descritta e la strategia dell’ACCOMPAGNAMENTO è quella giusta: va esposta e affermata con la massima chiarezza, va implementata con tutte le risorse disponibili.

Ma non c’è, nel tuo ragionamento, la dimostrazione che sia possibile fare tutto ciò solo con un nuovo partito.

Sono due, a mio avviso, gli argomenti politici con i quali tu e chi si accinge al passo dovreste affrontare.

Il primo è presente già in quel che scrivi: Se i due blocchi (il SOVRANISTA e il PROTEZIONISTA PASSIVO) sono quelli da te descritti come e con chi la posizione giusta che tu sostieni riuscirà a operare politicamente? o si deve confidare e aspettare che quella posizione diventi maggioranza?

Il giudizio sul Partito Democratico

Il secondo argomento è invece assente nella tua riflessione o è – almeno – molto implicito. Riguarda il giudizio sul Pd: no, il Pd non è tutto come Provenzano o come quelli che hanno cantato Bandiera rossa a Ravenna, e neppure tutto come Zingaretti o Bettini. Non lo è come non era tutto renziano quando Renzi ne era il leader. Il fatto che il Pd abbia nella scelta democratica del leader la sua caratteristica distintiva non vuol dire che si identifica e si esaurisce nel leader del momento.

E’ un errore ottico molto diffuso e anche comprensibile, ma è un errore serio che induce a comportamento politicamente illogici, come quelli di D’Alema e Bersani che sono usciti contro Renzi e adesso rientrano perché c’è Zingaretti. Pensa se tutti facessero così! Potrebbe capitare anche a voi: se domani un… Marattin si candidasse per la segreteria del Pd e vincesse le primarie chi oggi uscisse cosa farebbe? rientrerebbe?

Oltre all’analisi dei blocchi sarebbe il caso di formulare un giudizio preciso e non mutevole sul Pd: su quello che è -certamente – con tutti i suoi limiti e difetti, ma anche sul progetto per il quale è stato pensato che non è stato attuato; che anzi è, spesso, contestato e rifiutato ma non è stato affatto falsificato e mantiene tutta la sua vitalità, solo che si voglia perseguirlo. Intendo il progetto di raccogliere e omogeneizzare tutti i riformismi che derivano dalle diverse tradizioni italiane in una forza politica capace di sostenere e vincere la sfida per il governo del Paese e di contribuire in modo significativo al governo dell’Europa.

E’ chiaro che dentro un partito siffatto la competizione per l’egemonia è sempre viva e aperta; è esattamente questa la originalità del Pd. Cancella questa originalità, separa i riformismi e dalla competizione per l’egemonia si passerà alla concorrenza per il potere. Questo sì sarebbe scendere dove la sfida vera non viene neppure percepita.

Ricordiamo le vicende che hanno preparato la nascita del Pd

Un ultimo accenno, solo un accenno: la disinvoltura e la sostanziale indifferenza con cui si mette in gioco il Pd, il suo progetto, la sua funzione (a mia avviso l’aspetto più negativo e grave di tutta questa vicenda) sono a mio avviso dovute alla trascuratezza, all’oblio calato sulle vicende che hanno preceduto e preparato la nascita del partito democratico.

Mi limito ad elencare le più importanti e sofferte: quella che trent’anni fa, in coincidenza con la caduta del muro di Berlino fu definita “la svolta” (per cui quelli che provengono dal Pci che allora concluse la sua storia non possono essere catalogati in modo uniforme come ex-pci; in quella occasione, infatti, si divisero in modo motivato e sofferto e non solo fra Pds e Rifondazione comunista); quella che una ventina d’anni fa dette luogo alla esperienza dell’Ulivo che, per la prima volta nella storia d’Italia consentì alla sinistra di pensarsi e di agire come sinistra di governo (per cui coloro che, originando dalla Dc, sono oggi nel Pd non possono continuare ads essere etichettati come ex-dc).

Queste vicende, queste esperienze sono state accompagnate da dure lotte, le posizioni più innovatrici sono state contrastate e in più di un caso sconfitte; ma non sono passate senza lasciare traccia, hanno continuato a influire anche nell’ideazione, nel varo e nella vita del Pd. E influiscono ancora oggi. Potrei continuare con altri esempi, ma mi fermo qui; ci saranno altre occasioni per parlarne.

Non confondiamo il rinnovamento con la “tabula rasa”

Qui, i riferimenti che ho fatto mi servono solo per concludere con un invito: non confondiamo il rinnovamento con la “tabula rasa”. Il rinnovamento deve essere il più audace possibile, non deve essere limitato da nessun tabù, deve proporsi il massimo di discontinuità, senza paure e censure. Ma non lo si confonda con la “tabula rasa” perché anche il più radicale rinnovamento una volta pensato deve procedere, deve mettere i piedi sul terreno, e il terreno non è mai una “tabula rasa”. In ogni caso, auguri. Spero di vederti a Orvieto alla fine del mese.

Rapporto Ocse: poco Pil per la scuola italiana e molti ragazzi “neet”

E’ un’immagine depauperata quella della Scuola italiana dei prossimi anni che esce dal Rapporto OCSE “Education at a glance 2019” : colpisce il dato negativo quantitativo rispetto al numero di alunni e docenti attuali. Potremmo chiamarlo un ridimensionamento sistemico, peraltro in linea con tutti gli altri indicatori standard dello sviluppo o della stagnazione di un Paese. Da noi prevale il segno meno sotto diversi profili di considerazione, basti ricordare il precedente rapporto dello stesso Istituto parigino di analisi dei sistemi formativi e ricordare il trend negativo marcato sulla “fuga dei cervelli”all’estero. Un rapporto di tre mesi fa, non del decennio precedente, che potrebbe utilmente invitare alla rilettura della (altrettanto recente) Ricerca di Sgritta e Raitano della Sapienza su “Generazioni tra conflitto e sostenibilità”: una documentata,  rigorosa analisi sugli equilibri sociali possibili in futuro.  Per non parlare di PIL, nuove imprese, occupazione giovanile, mercato del lavoro, start-up, grandi opere, infrastrutture, ricerca pura e applicata: caleidoscopici frammenti di una realtà oggetto di studi e analisi condotte dall’Istat e dal CENSIS, senza che la politica nel suo complesso ne abbia avvertito la rilevanza e la potenziale utilità in chiave di programmazione economica e di modelli sociali da perseguire.

Per citare solo alcuni aspetti dell’attuale fase di stagnazione economica, in attesa che – dopo aver ascoltato tutti i soloni della crescita e dello sviluppo o quelli nostalgici della decrescita infelice – qualcuno prenda atto di una realtà che nessuno è stato in grado di focalizzare in tutta la sua incipiente criticità.  Ancora prima di esaminare profili di qualità del servizio reso all’utenza dal sistema scolastico del nostro Paese in un’ottica comparativa con gli altri modelli funzionanti nella galassia OCSE, il Rapporto pubblicato il 10 settembre 2019, evidenzia una deriva di saldo numerico negativo. Sul fronte dei docenti l’OCSE rileva un’età anagrafica più alta della media europea (il 59% degli insegnanti sono ultracinquantenni), e di converso la quota percentuale più bassa nella fascia 25/34 anni, mentre i salari sono tra i più bassi dell’area U.E.

I recenti provvedimenti sulle pensioni (leggasi quota 100 ) potrebbero accelerare l’uscita dal servizio dei docenti più anziani e favorire il turn over. Occorre richiamare tuttavia i dati allarmanti sul decremento demografico: l’Istat – nel suo ultimo Rapporto annuale – ha definito l’Italia un Paese con le culle vuote e tendente all’invecchiamento: A fronte di una popolazione totale di 60,4 milioni di abitanti nel 2019 si prevede una riduzione a 58,2 milioni nel 2050: impensabile sperare che il calo non riguardi anche il sistema scolastico. Sul fronte studenti cresce peraltro contemporaneamente la cosiddetta “area Neet” (dall’acronimo di Not Engaged in Education, Employment or Training) che assomma i giovani nella fascia 18/24 anni che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione: la media italiana è del 26% rispetto a quella OCSE del 14 %, con un indice di crescita fino al 37% per le ragazze fino ai 29 anni.

Anche sul fronte della popolazione laureata il confronto è perdente nell’ampiezza del target considerato: il 19% dei 24/64enni contro una media OCSE del 37%, questa concentrazione verso percentuali più basse favorisce remunerazioni più alte per i laureati rispetto ai diplomati, ma in un range sempre inferiore agli standard OCSE (37% contro un abbondante 57%). Questo spiega e richiama il citato precedente Rapporto OCSE sulla fuga dei cervelli perché questi dati favoriscono l’esodo all’estero dei laureati italiani che non è compensato da un eguale ingresso dei pari titolo stranieri né delle cd. “alte professioni”.

Ciò significa che in linea di tendenza esportiamo talenti ed importiamo manovalanza.

Altra nota dolente è il rapporto tra spese per l’istruzione (sistema scolastico e ricerca) e PIL: l’Italia impegna attualmente un 3,6% del suo PIL per l’istruzione, dalla primaria all’università, contro una media OCSE del 5%, peraltro – si noti bene – con un decremento del 9% sul totale nel periodo 2010/2016, nonostante le promesse contrarie dei governi succedutisi alla guida del Paese. Un Paese che non investe in istruzione e Ricerca è destinato ala soccombenza economica e culturale poiché questa deriva negativa sommata al decremento demografico colpisce le giovani generazioni sul fronte dello studio e del potenziale lavorativo.

Un gap ampiamente già rilevato e segnalato in passato senza che sia intervenuta una significativa inversione di rotta che avrebbe invece assecondato ed emancipato le potenzialità del sistema formativo italiano, per tradizione culturale consolidata ed equilibrio tra sapienza ricevuta, metodologie didattiche collaudate e tendenza ad una innovazione non assecondata per mancanza di fondi adeguati.

A cominciare dalla scuola dell’infanzia per la quale l’OCSE rileva un indice di iscrizioni del 94% sul target 3/5 anni, ben superiore alla media dei paesi analizzati dall’organizzazione e dalla scuola primaria che per qualità e programmi resta pur sempre una delle più avanzate al mondo.

L’indice di scolarizzazione è dunque inizialmente elevato ma cala crescendo nel curricolo degli studi: si tratta del fenomeno della dispersione scolastica che altri Paesi (si cita ad es. la Francia) hanno studiato scandagliando le aree geografiche e sociali  secondo i parametri del rischio educativo e del disagio scolastico. L’abbandono cresce con l’incedere dei gradi di istruzione e contribuisce infine ad incrementare l’area Neet già considerata.

Ciò nonostante il nostro Paese abbia prodotto una legislazione molto avanzata in tema di diritto allo studio.

Il problema restano le risorse destinate all’istruzione, il loro rapporto negativo con il PIL fino ad un saldo in decrescita anziché – come sarebbe necessario – in aumento e la considerazione radicata nell’immaginario politico e sociale di parte del Paese circa l’improduttività del sistema scolastico.

Una storia datata che ci trasciniamo da decenni e che influisce – all’analisi impietosa dei dati e delle percentuali – sulle valutazioni non del tutto lusinghiere che ci riserva l’OCSE e che in parte ci meritiamo.

Occorre una svolta significativa, forse epocale per evitare che il nostro sistema formativo non regga la competizione con i sistemi scolastici degli altri Paesi, in termini di esiti qualitativi e di risultati legati alla crescita generale. Più risorse, più fiducia nella scuola, più lungimiranza, da parte di una classe dirigente che ha finora in parte eluso le straordinarie potenzialità di cui istruzione formazione e ricerca sono portatrici.

Settimana europea per la mobilità

E’ partita la “Settimana europea per la mobilità”, un tempo dedicato a sensibilizzare i cittadini sul tema della salute pubblica e la qualità della vita promuovendo la mobilità pulita e il trasporto urbano sostenibile.

“Cammina con noi” è il tema di questa XVII edizione, che mette a fuoco i vantaggi dei “mezzi di trasporto attivo, come il camminare o l’andare in bici” perché costituiscono la possibilità di “integrare l’esercizio fisico nella nostra vita quotidiana”, sono un modo “per risparmiare denaro” oltre che utili per migliorare la qualità dell’aria delle nostre città, spiegano gli organizzatori.

Sono oltre 2.800 le città europee che hanno aderito e circa 2.200 le iniziative registrate sul sito della campagna. È disponibile anche una “Guida” alle best practices che racconta come alcune città europee si siano distinte nel 2018 per il loro sforzo di facilitare l’uso della bici e in generale il trasporto sostenibile: Lisbona, Gdynia in Polonia, Karditsa in Grecia sono alcuni dei casi riportati. Ci sono aziende, ong, associazioni che hanno lavorato per creare tra i propri dipendenti o soci una cultura alternativa per la mobilità.

Città metropolitana di Torino, varato il Piano industriale 2019 – 2021

Cdp e il Comune di Torino hanno siglato, il 13 settembre, un protocollo d’intesa per un reciproco impegno a sostegno del territorio metropolitano, al fine di potenziare lo sviluppo del sistema urbano e del tessuto produttivo. Nel campo delle infrastrutture, Cdp fornirà servizi di advisory per rafforzare il trasporto pubblico locale e altre opere strategiche. La collaborazione fra Gruppo Cdp e Comune di Torino in ambito immobiliare punta alla valorizzazione del patrimonio comunale e la rigenerazione urbana, con particolare attenzione al mantenimento dell’identità culturale della città.

Nel social housing, con il Fondo Investimenti per l’Abitare, Cassa depositi e prestiti ha già investito 200 milioni di euro complessivi, per la realizzazione di circa 1.200 alloggi sociali e 1.300 posti letto in residenze temporanee o universitarie. Questi interventi s’inseriscono all’interno di un piano di riqualificazione che Cdp sta supportando nel territorio torinese come, ad esempio, gli interventi nell’ex Villaggio Olimpico, nell’ex Caserma La Marmora e nell’area “Falchera”.

Il nuovo accordo prevede altresì l’apertura di una nuova sede del Gruppo Cdp nel capoluogo piemontese, a supporto degli enti della PA, delle imprese e degli altri stakeholder del territorio, per promuovere una relazione semplificata e diretta con i portatori di interesse e le comunità locali. Cassa depositi e prestiti insieme alle società del Gruppo s’impegnano, infine, a fornire sostegno finanziario e assicurativo alle imprese dell’area di Torino per i diversi fabbisogni di ricerca, sviluppo, innovazione e internazionalizzazione.

Al via la XXVI edizione del Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali

Dal 18 al 20 settembre 2019 nella consueta cornice di Ferrara Fiere torna il Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali, unico e imprescindibile appuntamento annuale nell’ambito dei beni culturali e ambientali, con una XXVI edizione ricca d’importanti novità. Il cambio di gestione affidato a Ferrara Fiere Congressi srl, gruppo Bologna Fiere, ha portato avanti una significativa strategia volta al rinnovamento della manifestazione che da quest’anno si svolgerà assieme a RemTech Expo, evento internazionale specializzato sulla sicurezza, manutenzione, riqualificazione, rigenerazione del territorio, sismica, cambiamenti climatici e chimica circolare.

Il cambio di data nel mese di settembre è dovuto e voluto per presentare al pubblico il significativo accordo con il MISE – Ministero dello Sviluppo Economico, in collaborazione con ICE – Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane e Assorestauro, che ha individuato in Ferrara Fiere e nel Salone del Restauro un ruolo centrale come hub internazionale del restauro. Questa nuova e prestigiosa partnership prevede lo sviluppo di un Progetto promozionale straordinario ad hoc, il “RESTAURO MADE IN ITALY”, orientato a incentivare la conoscenza e l’utilizzo del Restauro all’estero come prodotto dell’eccellenza italiana, che sarà articolato in differenti fasi progettuali in Italia e all’estero. Il nostro know-how italiano nell’ambito del restauro è da sempre stato utilizzato e richiesto in tutto il mondo grazie all’elevata specializzazione degli operatori nazionali nell’ambito delle risorse culturali e del restauro. Grazie a questo autorevole accordo la nuova edizione del Salone rappresenterà il punto di riferimento e d’incontro a livello mondiale per gli addetti al settore, per gli ordini professionali di comparto e per tutto il pubblico interessato, con momenti strutturati di matching tra domanda e offerta al fine di costruire un solido network internazionale.

Oltre 60 tipi tumori possono colpire i bambini

Le diagnosi di tumore i bimbi e ragazzi sotto i 18 anni sono circa 2.200 ogni anno in Italia, e negli ultimi decenni sono lentamente aumentate per stabilizzarsi negli ultimi 4 o 5 anni.

Esistono circa 60 tipi e sottotipi di tumori infantili: circa 15 tipi di leucemie suddivise nei due sottogruppi, linfatiche e mieloidi; ci sono poi 20 tipi, sottotipi e gradi di sarcoma, tra quelli dei tessuti molli, ossei e di Ewing; infine oltre una ventina di tipologie di tumori cerebrali come gliomi e medulloblastomi. E di nuovi ne vengono scoperti continuamente. Diversamente da quanto accade negli adulti, però, non contano i fattori di rischio legati agli stili di vita.

A pesare, nei tumori pediatrici, è la componente genetica: alcune mutazioni nel DNA che causano la neoplasia sono ereditate e altre si sviluppano ex novo durante la vita fetale.

Per questo è fondamentale che si sviluppino farmaci studiati espressamente per i più piccoli e non utilizzare su di essi medicine sviluppate per i grandi.

Pontida

Una folla baciata dal sole, sconfinata, piena di entusiasmo. Pontida non ha tradito le attese e ha sciorinato uno spettacolo da metà settembre festoso. Sembrava di assistere, per quel po’ che ho visto nei telegiornali, ad un raduno che anticipasse un evento di portata strabiliante. A guardarlo, decontestualizzato dal tempo politico che stiamo vivendo, faceva persino impressione.

Seconda lettura; calandolo nel momento attuale, assume però un profilo completamente diverso. Ci sono oceaniche folle che osannano le aurore, ma anche, se non più estese presenze, che testimoniano i crepuscoli. Ad esser cattivi, quella folla festante, poteva essere anche interpretata come un grande rimprovero rivolto al suo capo. Un rimprovero che, inconsciamente, suona nel seguente modo: “ma come hai fatto a gettare alle ortiche quel ben di Dio che avevi tra le mani?”.

Infatti, non si può disgiungere una lettura dall’altra. È questo che vi propongo. Vedere il lato brillante, ma non scordarsi l’ombrosità dello stesso. Ieri, a Pontida, paradossalmente, si sono incrociate queste due parti e la folla le ha rappresentate entrambe, la prima osannando, la seconda tenendosi in seno la sofferenza del dietrofront consumato in modo del tutto ingiustificato l’8 di agosto.

Matteo Salvini, proprio nel suo breve intervento – ha parlato meno di quanto ci si attendesse – ha preso su di sé, come un simbolo sacrificale, entrambe le dimensioni che salivano dalla sterminata piazza che gli riempiva lo sguardo.

Non è stato un incontro da sottovalutare, la lettura che vi propongo, per quanto sia arbitraria e sicuramente limitata e contenuta, può esser presa come uno spunto di riflessione per chi intendesse immaginare che destino serpeggi dentro il popolo leghista.

Questa breve nota ci permetterà, cosa che mi propongo di svolgere domani o dopo domani, di visitare anche quel magma in ebollizione che caratterizza uno dei partiti di governo.

 

Con i piedi piantati nel passato

Fonte Politica Insieme

C’è una caratteristica che accomuna il tentativo di Matteo Renzi di smarcarsi dal Pd – accusato di essere ormai sbilanciato a sinistra – ed il tentativo di ricostituire il disciolto Partito Popolare Italiano che fu all’inizio di Gerardo Bianco e alla fine di Marini e Castagnetti. In entrambi i casi si tratta di operazioni che vanno contro la logica dei tempi.

Hanno capito, sia Renzi sia i popolari di ritorno, che il proporzionale cambierà, qualora reintrodotto, i termini e gli schieramenti del confronto politico. Non ci vuole molto per intuirlo: a segnare il passaggio dai partiti dell’arco costituzionale al sistema politico successivo fu il cambiamento della legge elettorale in senso maggioritario.

Per un ceto politico abituato al cambio strumentale di casacche e denominazioni il gioco a questo punto parrebbe semplice. Renzi – qualora dovesse sul serio procedere con una scissione rischiosissima per sé e per gli altri – si sposterebbe ad occupare il centro dello schieramento, occhieggiando ai cattolici e ai moderati.

Che poi sia lui in tanta parte la causa della disaffezione degli uni e degli altri nei confronti delle urne pare non essere ai suoi occhi un problema rilevante.

Alla corsa verso il centro, comunque, paiono intenzionati a partecipare quanti anni fa dettero vita all’esperienza sfortunata della Margherita dopo aver mandato in soffitta il Ppi. Gli obiettivi sono gli stessi di Matteo Renzi, ed uguale la noncuranza nei confronti della propria scarsa credibilità agli occhi del potenziale elettorato di riferimento.

Il debole della manovra, comunque, non è solo questo. È il fatto che né l’uno, né gli altri possono e vogliono aspirare a svolgere il ruolo che il cattolicesimo democratico e popolare deve andare a coprire in questo frangente: costituire un momento di unità e riunificazione, chiudendo la diaspora e gettando le basi per un’autentica politica di mediazione e riconciliazione in un Paese stremato dalla contrapposizione perpetua ingenerata dal bipolarismo.

Perché del bipolarismo sono figli: lo hanno nel Dna. E quando una cosa la si ha nei cromosomi, hai voglia a cercare di toglierla: non ti si staccherà mai di dosso. Ed i tuoi piedi, in un caso come questo, sono destinati a restare bene incollati nel passato, impedendoti di intercettare i mutamenti della realtà.

(Preveniamo le osservazioni critiche dei puristi: abbiamo parlato di un Ppi disciolto. Lo sappiamo anche noi che teoricamente non è mai stato sciolto, ma solo congelato, e che i suoi beni sono finiti in una Fondazione dei Popolari che per vent’anni ha brillato per inattività. E allora parliamoci chiaro: non c’è nulla di più disciolto di ciò che è stato forzatamente congelato perché non disturbasse i trasformismi di chi era stato invece chiamato a valorizzare le proprie radici, e quelle degli altri).

La non risposta di Franceschini dinanzi allo scisma

Regionali, Di Maio: “Un patto civico per lʼUmbria”

“Un patto civico per l’Umbria”: è la proposta di Luigi Di Maio per le Regionali in Umbria. “Tutte le forze politiche – scrive in una lettera a La Nazione – facciano un passo indietro e lascino spazio a una giunta civica, che sosterremo solo con la presenza in consiglio regionale, senza pretese di assessorati. Ognuno correrà con il proprio simbolo in sostegno di un presidente civico, con un programma comune”.

Per il capo politico del MoVimento proprio con il voto in Umbria del 27 ottobre si potrebbe sperimentare “un nuovo modo di innovare la politica a partire dal locale, di un nuovo modo di fare imprenditoria coinvolgendo i giovani e il territorio”. Una proposta ben vista dal Partito democratico: “Anche in Umbria il confronto può andare avanti – scrive il segretario Nicola Zingaretti – Ci sono tutte le condizioni per un processo nuovo che valorizzi la qualità e metta al centro il lavoro, la sostenibilità e il bene dei cittadini umbri”.

Concorda il commissario umbro dei dem Walter Verini: “Mi pare che le parole di Luigi Di Maio rappresentino un fatto nuovo e significativo: un’intesa a livello regionale può essere praticata”.

Proposta che piace molto anche a Roberto Speranza, secondo cui da Di Maio arrivano parole di buon senso, che non devono essere lasciate cadere.

Vino: record storico per l’export di Prosecco, +50% in Francia

La prima vendemmia sulle colline riconosciute dall’Unesco festeggia l’aumento del 50% delle vendite in Francia che spinge l’export del Prosecco al record storico di sempre sui mercati mondiali, per un valore complessivo di ben 458 milioni nel primo semestre del 2019. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat presentata in occasione del distacco del primo grappolo di uva Glera dell’anno per il Prosecco nella Tenuta Astoria a Refrontolo (TV), dopo l’avvenuta iscrizione del sito veneto “Le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene” nella Lista dei Patrimoni Mondiali dell’Unesco.

Con un aumento del 17% delle esportazioni il Prosecco conquista nel 2019 il primato di vino italiano più consumato all’estero grazie all’alta qualità e capacità produttiva con le pregiate bollicine che – sottolinea la Coldiretti – sono protagoniste di un vero a proprio boom negli Usa. Gli Stati Uniti, con un aumento in valore del 41%, diventano il principale cliente davanti alla Gran Bretagna e alla Francia mentre al quarto posto si piazza la Germania dove l’aumento è più contenuto (+7%). Ma un incoraggiante aumento del 66% del valore delle vendite si registra anche in Cina dove però la domanda è ancora molto contenuta per la tradizionale preferenza accordata nel gigante asiatico ai vini rossi.

Il gradimento dei cugini d’Oltralpe è significativo del successo conquistato anche nei confronti della concorrenza dello champagne. A pesare sul successo mondiale del Prosecco – spiega la Coldiretti – è però il proliferare nei diversi continenti di falsi di ogni tipo con le imitazioni diffuse in tutti i Paesi, dal Meer-secco al Kressecco, dal Semisecco e al Consecco, ma è stata smascherata le vendita anche del Whitesecco e del Crisecco.

Occorre tutelare le esportazioni di vino Made in Italy di fronte ai numerosi tentativi di banalizzazione delle produzioni nazionali”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “oltre alla perdita economica, è soprattutto grave il danno di immagine che mette a rischio ulteriori e nuove opportunità di penetrazione dei mercati”.

Autostrade pubblica online la mappa sulla manutenzione di tutti i viadotti in Italia

Autostrade per l’Italia ha pubblicato online una mappatura degli interventi di manutenzione su ponti e viadotti. Dai dati forniti dalla società (aggiornati a giugno 2019) emerge che sono 73 le strutture interessate dai lavori. Sono poi “64 le opere che richiedono interventi entro 5 anni, 253 quelle da eseguire a medio lungo-termine, 705 con interventi a lungo termine”. Mentre sono 848 quelle che “non hanno bisogno” di lavori. Aspi ha fatto sapere anche che, “a fronte dei tempi massimi indicati, e pur in una situazione di regolarità della rete, la società intende accelerare tutti i programmi di intervento”.

Nei prossimi aggiornamenti dell’area “Sicurezza Viadotti”, sarà messa online anche la documentazione sulle barriere di sicurezza laterali. Nei piani di Autostrade, ora, c’è quello di adottare un principio di “trasparenza totale”: ogni documento aziendale sulla gestione dell’infrastruttura di rete – inclusi quelli sulle attività di progettazione, manutenzione, monitoraggio – potrà essere infatti consultato e consegnato ai cittadini che ne faranno richiesta. Nei prossimi giorni, inoltre, la società attiverà due “sportelli”, uno digitale sul sito www.autostrade.it, e uno fisico nella sede centrale di via Bergaminim a Roma. Con questi “sportelli”, chiunque abbia un legittimo interesse potrà presentare richiesta di accesso agli atti e ricevere la documentazione. La procedura per accedere alle informazioni sarà concordata da Aspi con le associazioni dei consumatori.

Parola d’ordine sostenibilità: ENEA e IEG insieme per le smart city

L’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie e Italian Exhibition Group (IEG) hanno firmato un accordo di collaborazione triennale per economia circolare, fonti rinnovabili, mobilità sostenibile. Da parte sua l’Enea fornirà supporto a IEG nella definizione di contenuti tecnici innovativi, nel trasferimento degli stessi, nella promozione dei temi sostenibili, nonchè nella formazione e nell’aggiornamento professionale per Pmi ed operatori nel campo della comunicazione.

L’Enea metterà a disposizione i propri Knowledge exchange officer, ricercatori specializzati nel trasferimento di soluzioni innovative alle imprese e illustrerà i servizi previsti dal Knowledge exchange program sviluppato in collaborazione con Cna, Confapi, Confartigianato, Confindustria e Unioncamere. Enea è l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Con oltre 2600 dipendenti, in massima parte ricercatori e tecnologi, è il maggior presidio nazionale in materia di energia e ambiente ed è anche leader della piattaforma nazionale per l’economia circolare, come pure unico membro italiano nel gruppo di coordinamento della piattaforma European circular economy stakeholder.

Italian Exhibition Group (IEG), quotata sul Mercato telematico azionario organizzato e gestito da Borsa Italiana Spa, è leader in Italia nell’organizzazione di eventi fieristici e tra i principali operatori del settore fieristico e dei congressi a livello europeo, con le strutture di Rimini e Vicenza. Il Gruppo si distingue nell’organizzazione di eventi in cinque categorie: Food and Beverage; Jewellery and Fashion; Tourism, Hospitality and Lifestyle; Wellness and Leisure; Green and Technology. Negli ultimi anni, IEG ha avviato un importante percorso di espansione all’estero, anche attraverso la conclusione di joint ventures con operatori locali (ad esempio negli Stati Uniti, Emirati Arabi e Cina).

“Questo accordo si inquadra nell’ambito della nostra mission di Agenzia nazionale – ha detto il presidente dell’Enea, Federico Testa – per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, a supporto del sistema produttivo nazionale, della pubblica amministrazione, dei territori per rafforzare la competitività e la crescita” “Come Enea – ha aggiunto Testa – possiamo dare un forte contributo con soluzioni, servizi, best practices e strategie per l’innovazione tecnologica, con particolare riferimento alla green and circular economy, la mobilità sostenibile, le fonti rinnovabili, in linea con la strategia europea di sviluppo economico sostenibile”.

“L’accordo – ha sottolineato il presidente di IEG, Lorenzo Cagnoni – rinnova e amplia la precedente intesa nell’ambito di Ecomondo – Key Energy, piattaforma di riferimento internazionale per imprese ed operatori dei settori ambiente, energia ed efficienza energetica. La collaborazione riguarderà, in particolare, la prossima edizione di Ecomondo, che si svolgerà dal 5 all’8 novembre al quartiere fieristico di Rimini. Ecomondo è il salone leader europeo per l’economia circolare, incubatore di innovazione per le imprese verso il nuovo modello di business. Sold out l’intero quartiere per l’edizione 2019: attesi 1.300 espositori da 30 Paesi, visitatori da 150 Paesi; in programma 150 seminari con 1.000 relatori. In contemporanea ad Ecomondo si svolgeranno Key Energy per il mondo delle energie rinnovabili e il triennale Sal.Ve, Salone del veicolo ecologico”.

Razzista 100%

Non si affitta ai meridionali. Lo slogan ritorna a intervalli regolari. Stavolta é toccato a una ragazza di Foggia subire il livore della discriminazione. Deborah Prencipe in quella casa da prendere in affitto a Milano con la sua compagna non ci entrerà mai.

L’ha tradita la carta d’identità. C’è scritto che è nata Foggia, anche se da otto anni vive in Brianza. E questo basta e avanza a giustificare il diniego della proprietaria a concederle l’appartamento in locazione. Deborah si è sentita apostrofare di essere incappata in una razzista al 100%; e che i meridionali, i neri e i rom sono tutti uguali nelle loro nefandezze. Amen.

L’ondata di solidarietà sul web alla 28enne foggiana lascia il tempo che trova. Anzi, suona anche un po’ beffarda in quest’Italia ancora troppo ipocrita e benpensante alle prese con il più pericoloso dei suoi demoni. Per sconfiggere il quale occorrerà molta lucidità e altrettanta determinazione.

Nel 2018 la spesa sanitaria arriva a 116 mld.

Nel 2018 la spesa sanitaria è arrivata a 116 miliardi di euro un dato che segnala una crescita di oltre 1,6 miliardi rispetto al 2017. Ma a crescere è anche il disavanzo delle Regioni (ante coperture, ovvero le risorse proprie che mettono gli enti locali per far quadrare i conti) che segna un -1,2 mld (nel 2017 era poco più di 1 mld). Sale anche la spesa sanitaria privata (1,8 mld in più) che arriva a 32,2 mld.

A contribuire all’aumento della spesa è principalmente la farmaceutica ospedaliera, e gli acquisti di beni e servizi. Ma è cresciuta anche la spesa per i redditi da lavoro, mentre prosegue il calo inesorabile della spesa per la farmaceutica convenzionata.  Sono questi alcuni dei numeri contenuti nell’ultimo rapporto della Ragioneria dello Stato sul Monitoraggio della spesa sanitaria 2018.

La spesa per l’assistenza medico-generica da convenzione è aumentata dal 2002 al 2018 di 2.049 milioni di euro, corrispondente a un tasso di crescita medio annuo del 2,3%. Nel 2018 la spesa è stata di 6,651 mld (+1,9 % rispetto al 2017).

La spesa per le altre prestazioni sociali in natura da privato accreditato è aumentata dal 2002 al 2018 di oltre 10.000 milioni di euro facendo registrare un tasso di crescita medio annuo del 3,5%. Nel 2018 si è giunti a quota 24,272 mld (+2,7% rispetto al 2017).

Il rapporto della Ragioneria contiene anche una rilevazione delle spese sanitarie sostenute dai cittadini (Medici e Strutture accreditate del SSN, ticket, strutture sanitarie e socio-sanitarie non accreditate, medicinali veterinari, farmacie, parafarmacie, ottici e diverse categorie professionali) ai fini della dichiarazione dei redditi precompilata.

In totale nel 2018 sono state trasmesse spese per un ammontare di 32,2 mld. Si osserva la prevalenza delle spese per visite specialistiche ed interventi sul totale della spesa (oltre il 44%) a carico dei privati (di cui il 32% per visite odontoiatriche), farmaci 15% e ticket 10,3%.

Cambia lo scenario politico. Quali condizioni e quali limiti alla rinascita del Partito Popolare?

La scissione di Renzi è ormai entrata nel circuito delle “aspettative di mercato”, come avviene per un titolo quotato in borsa. Alla stessa stregua, accade che le anticipazioni influiscano sulle preferenze del pubblico e stabilizzino, prima degli eventi, una misura di valore. Oggi, vero o non vero, nel Pd si ragione e si lavora nella convinzione che l’ex Segretario possa infine rompere e fondare un nuovo partito. Eppure non è così scontato, né così semplice.

Renzi dovrebbe lasciare il Pd, a freddo, garantendo in ogni caso il sostegno al governo. Si tratterebbe di un’operazione per palati fini, più che altro avvezzi a proposte fin troppo elaborate. È prevedibile invece che nonostante le rassicurazioni distribuite a piene mani, con la rottura ci sarebbero ripercussioni inevitabili sulla navigazione del governo, anche se la rotta non dovesse mutare. Di certo il Pd ne avrebbe solo danni, e non di piccola entità. Musil ricorreva all’ironia quando spiegava che l’Austria, dopo la caduta dell’Impero, era in fondo l’Austria-Ungheria senza più l’Ungheria. In realtà non era più l’Austria, non lo era almeno per come la storia dal ‘500 in poi ne aveva foggiato il ruolo e l’immagine. Senza Renzi, piaccia o non piaccia, non c’è più il Pd.

Il problema è che, qualsiasi sviluppo da oggi in avanti possa avere l’esperienza di governo tra M5S e Pd, il riequilibrio al centro del sistema appare un’esistenza ineludibile, specie nell’orizzonte di una maggioranza nata un po’per caso, e dunque a rischio di avvitamento nella confusione. Se fosse ancora in piedi il PPI – comunque l’Assemblea dei 58, organo eletto nel congresso del 2002 con poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, ha respinto a luglio l’ipotesi di scioglimento – avrebbe una funzione necessaria e insopprimibile, pur ammettendo la ridotta incidenza sull’elettorato. D’altronde, una certa nostalgia del cuore spinge anche a interrogarsi sul perché, in tutti questi anni, un partito di nobili tradizioni non avrebbe dovuto prima o poi riconquistare consensi, visto che la Lega ha dimostrato che si può, passando in effetti dal 4% a quasi il 35% dei voti. In questa fase di transizione, anche per saggiare il terreno e verificare la consistenza delle forze, il partito dovrebbe tornare – laddove opportuno – a presentarsi nelle elezioni amministrative.

La strada maestra, dunque, porta a intravedere l’obiettivo di un popolarismo, oltrepassante la figura storica del partito d’ispirazione cristiana, che si fa cerniera nell’opera di ricucitura tra elite e popolo. Bisogna rimettere con i piedi per terra il dibattito che serpeggia tra le fila dei cattolici. Un’astratta sollecitazione all’impegno pubblico, valida più come istanza etica che come formula politica, non permette di “riagganciare” la lezione (tra i tanti) di Sturzo, De Gasperi e Moro. All’atto pratico il Card. Ruini, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, ha surrogato con ecclesiastica disinvoltura la questione della coerenza, innanzi tutto culturale,relativamente alla tradizione del cattolicesimo democratico e popolare. Nel solco di questo distacco, alquanto refrattario a riconoscere l’autonomia dei laici nella sfera della profanità, l’evocazione della “identità cristiana” scivola ai giorni nostri sullo scalino dell’integralismo. Si pensa e si parla stando chiusi nella camera iperbarica dell’identitarismo. Una condizione, questa, che potrebbe degenerare per mancanza d’iniziativa di un “partito-movimento”, come il PPI avrebbe modo di configurarsi con il suo reingresso attento e misurato sulla scena politica.

In definitiva, poiché si tratta di organizzare una piattaforma anti-sovranista, l’alleanza delle diverse componenti democratiche richiederà, anzi già da ora richiede con solerzia, l’allestimento di nuove forme di presenza e organizzazione. In un primo tempo dovrà senz’altro prevalere l’unità, ad ampio raggio, solo dopo la competizione per l’alternativa. Per questo, dovendo immaginare una vasta convergenza di forze su basi di vicendevole rispetto, verrebbe naturale confermare il popolarismo nella condizione più idonea a garantire il suo essere orientato a sinistra, così come De Gasperi, parlando della Dc, ne ravvisava chiaramente la natura di “partito di centro che muove verso sinistra”. Se si perde l’asse di un ragionamento, pur con tutta la sua complessità, ogni ipotesi di ripresa dell’impegno politico dei cattolici scade fatalmente nella vuota discettazione attorno a sterili prospettive di mobilitazione unitaria.

Incontro con Giulia Mafai: Quel dettaglio di vita vera

Articolo già apparso sull’edizione del 14 Settembre dell’Osservatore Romano a firma di Francesca Romana de’ Angelis

Ha il viso tondo e il taglio degli occhi allungato della mamma Antonietta Raphaël, ma il sorriso e lo sguardo lanciato a cercare lontano sono quelli di suo padre Mario Mafai. Mi accoglie sempre con un abbraccio caldo nella casa vicina a Ponte Milvio che fu lo studio di sua madre. Un condominio che nacque come una cooperativa di artisti e dove, a partire dagli appartamenti che affacciano su grandi terrazze, tutto fu pensato perché ovunque arrivasse tanta luce. Qui vissero e lavorarono tra gli altri Mazzacurati, Leoncillo, Guerrini, Scordia e appunto Raphaël. Il tempo che scorre non le ha tolto vitalità né entusiasmo. Ti avvolge quando racconta i personaggi delle sue storie, che rievoca con la leggerezza affettuosa della familiarità, sono nomi che sembrano usciti da un manuale di storia dell’arte o di letteratura italiana. Parlando alterna aneddoti e riflessioni, modula la bella voce e cattura l’ascoltatore con il brillio degli occhi, che si fa più intenso quando le piace quello che ricorda. 

Il primo ricordo della tua vita?

Che bella domanda, come ti è venuta in mente?

Perché penso che per ciascuno di noi la vita cominci da lì, dal primo momento che resta: un volto, un oggetto, un luogo, una situazione. 

È vero, non ci avevo mai pensato. Dunque il mio primo ricordo è un casco di banane. Era la notte dell’Epifania e, come tanti romani, i miei genitori erano andati a Piazza Navona, cuore di questa grande festa popolare. A quel tempo abitavamo nell’albergo che la nonna paterna aveva a Piazza Indipendenza. Nonna Norina era una donna forte pragmatica per niente affettuosa, che non amava mia madre, colpevole tra l’altro di aver incoraggiato suo figlio sulla strada scivolosa della pittura. Noi bambine alloggiavamo in uno scantinato, un grande locale umido che era accanto alle cucine con tre brandine e delle finestre strette e alte che non lasciavano passare la luce. D’un tratto entrarono i miei genitori con quel dono: più che i frutti teneri e dolci, che pure mangiammo golosamente, ricordo quel giallo che all’improvviso illuminò la stanza. Momenti di pura felicità, di pura allegria. 

Come è stato essere figlia di due grandi artisti come Antonietta Raphaël e Mario Mafai?

Bello direi, ma subito dopo aggiungerei anche in qualche modo difficile. Eternamente innamorati ed eternamente litigiosi, ma una grande stima reciproca. Mia madre, lituana, era approdata a Roma dopo aver trascorso l’adolescenza a Londra. Bionda, riccissima era una donna forte, determinata, attiva, anticonformista. Uno spirito libero in un carattere che spesso sgomentava chi le era accanto perché trascorreva rapidamente da uno stato d’animo all’altro: dall’allegria alla tristezza, dal calore alla distanza. Come madre era severa, esigente. Lo stesso rigore che chiedeva a se stessa lo pretendeva da noi. Mio padre invece era l’opposto: timido, riservato, sognatore, ottimista, dolce di modi, per noi figlie più una presenza affettuosa che una figura genitoriale. Quello che più mi colpiva della mia casa era la sensazione di diversità. 

Diversità in che senso?

Il mestiere di mio padre per esempio. Quando mi chiedevano cosa facesse rispondevo “pittore” ma aggiungevo sempre “di quadri”. Perché a Roma pittore è l’imbianchino che dipinge i muri e non le tele. Mia madre poi era diversa da tutte le madri. Vestiva lunghe tuniche orientaleggianti, indossava i sandali con i piedi nudi anche d’inverno, non usava trucco eccetto una pennellata di rosso sulle labbra. E poi eravamo antifascisti e laici anche se la nostra cultura era quella ebraica. Pur non avendo provato la miseria eravamo poveri, ma nonostante questo la nostra casa era sempre piena degli amici dei miei genitori: Cagli, Mirko, Guttuso, Savinio, Maccari, Soffici, Ungaretti, de Libero, Montale, Sinisgalli, Penna solo per citarne alcuni. L’ospitalità era sacra, anche se mia madre non sapeva cucinare neanche un piatto di spaghetti. Quando arrivarono le leggi razziali la diversità non fu più una sensazione, ma divenne una condizione di vita. A quel punto però mia madre aveva già compiuto il miracolo facendoci intendere che diversità equivaleva a nobiltà, perché l’arte era l’espressione di cuori nobili, disinteressati. Da quel momento l’odore di trementina, i tubetti di colore spremuti fino all’ultima goccia di colore, le tele, i gessi, i marmi furono il segno di un’appartenenza che imparammo a portare con orgoglio. 

L’arte e l’esercizio dell’arte scandivano le giornate anche di voi figlie. 

Raphaël aveva lasciato la musica, che era stata la sua prima passione, per la pittura in modo quasi casuale. Un anno aveva donato a Mafai per il suo compleanno un mazzetto di mughetti invitandolo a dipingerli. «Dipingili tu» le rispose lui. Mia madre raccolse la sfida e quel quadro a sorpresa suscitò l’ammirazione di tutti. Più tardi avrebbe lasciato i pennelli e si sarebbe dedicata alla scultura per non entrare in competizione con il marito e salvaguardare il loro sodalizio artistico e sentimentale. Per mio padre il discorso è diverso. Dopo qualche esitazione iniziale — scanzonato com’era non credeva troppo nel suo talento, mentre sapeva fin troppo bene che l’arte era un lusso che non si sarebbe potuto permettere — la pittura coincise con la vita.

Nessuno ha dipinto Roma come Mafai. Poetica e struggente. Penso ai suoi tramonti con quel rosso che sulla tela si spegne dolcemente proprio come nel cielo di Roma. 

È vero. Per raccontare la bellezza di Roma ci vuole gioia e lui ha sempre dipinto con grande gioia. Ricordo che quando era al cavalletto non lo disturbavano i nostri giochi né le nostre parole e spesso cantava con la sua bella voce: Petrolini, vecchie canzoni napoletane o qualche successo del tempo. Mia madre al contrario esigeva il massimo silenzio, una forma di rispetto per il suo lavoro che veniva prima di tutto. Noi figlie questo lo abbiamo sempre saputo e in qualche modo serenamente accettato. 

E veniamo a te. Mentre le tue sorelle Miriam e Simona iniziavano la strada dell’impegno politico e più tardi Miriam quella del giornalismo tu diventasti costumista e scenografa.

Il costume di scena non è solo un abito e neanche l’espressione di un gusto, di una moda o della bellezza, ma è la ricreazione di un personaggio, di un carattere, di un ambiente, di un’epoca. Fu questo ad attrarmi oltre al fatto che tutto allora concorreva ad aiutarci: sarte bravissime e tessuti meravigliosi frutto di un artigianato di straordinaria qualità. A Palazzo Altieri un celebre negozio romano vendeva stoffe meravigliose ordinate nei diversi piani per colori. Guardarle era una gioia degli occhi. Per non parlare delle stoffe di San Leucio tessute su antichi telai che replicavano antichi disegni. Preziose e costose e quindi destinate più ai film americani che ai nostri. Nell’odierna democrazia dell’abbigliamento, il costume ha perso questo valore identificativo e i costumisti di oggi hanno una vita molto più dura della nostra. 

Hai lavorato con i registi che hanno scritto la storia del cinema in Italia. Che ricordo hai di loro?

L’incontro con alcuni registi è stato fondamentale per me e penso in particolare a De Sica, Monicelli, Damiani, Scaparro, Proietti, Camilleri ma ne potrei citare altri. Un costumista è il terzo occhio del regista, deve avere intuito ma soprattutto deve essere grande osservatore e disposto al dialogo. Ti faccio un esempio. Quando, prima delle riprese, presentavo un attore vestito a De Sica, regista sempre molto rispettoso del lavoro dei collaboratori, se tutto lo convinceva taceva, altrimenti iniziava una danza delle mani, come un direttore d’orchestra. Le alzava carezzando l’aria e voleva dire aggiungi — un pizzo, una collana, uno scialle e così via — le abbassava sempre inseguendo una sua musica segreta e significava togli, alleggerisci — gli orecchini, un volant dell’abito, la cravatta, il trucco — le ruotava allargate per dire pettinatura più spettinata, le ruotava strette e significava più onde, più ricci. Non parlava, si limitava silenziosamente a darmi qualche suggerimento o meglio mi accompagnava con grazia là dove voleva, lasciando che a dire fossi io. Sono i mediocri che si intromettono e si impongono; i grandi non temono di concedere ai giovani la libertà.

E il rapporto con gli attori?

Non particolarmente stretto, a parte alcuni che sono diventati amici: Elliot Gould, Jeanne Moreau, Valentina Cortese, Angela Molina, Harvey Keitel, Liza Minnelli, Valeria Moriconi. Su tutti Gigi Proietti. Per il legame di affetto che ci unisce e perché per me lui rappresenta la gioia del palcoscenico. Come Matisse che per me è la gioia dei colori. E poi Alberto Sordi e Marcello Mastroianni due romani che giocavano a fare i romani. Pigri, sornioni, distratti, indolenti. All’apparenza, perché poi erano dei professionisti di grandissimo rigore. Mi ricordavano tanto mio padre. Sembrava che non facesse niente e invece quando indugiava al tepore delle coperte o passeggiava per le strade di Roma o guardava incantato il cielo al tramonto già dipingeva con l’immaginazione.

C’è una bella espressione che usi spesso quando parli del tuo lavoro: «Non ho mai attraversato la strada». 

Sì è un’espressione che amo usare perché mi sembra che renda bene l’idea. Parlo della strada che da un’arte, quella dei costumi e delle scenografie che è stata la mia, conduce a un’altra arte, quella della pittura. Tante volte mi sono sentita rivolgere questa domanda: perché i bozzetti e non i quadri? Ho ereditato forse gusto pittorico, senso della bellezza, amore per i colori, per cui venne quasi naturale da ragazza la scelta del liceo artistico prima e poi della facoltà di architettura, ma non sono mai stata un’artista, almeno non come lo sono stati ad esempio i miei genitori. La mia creatività trovò nido nelle stoffe e nella cartapesta, anche perché ho avuto la fortuna di fare questo lavoro in un paese come l’Italia che ha insegnato a creare i costumi di scena al resto del mondo. Bastano due nomi: Piero Tosi e Danilo Donati. Colti, raffinati, genialmente creativi rivoluzionarono il modo di intendere i costumi. 

In che senso lo hanno rivoluzionato?

C’è un prima di loro, cioè i costumi di stile hollywoodiano, e un dopo di loro, il realismo italiano. Come a dire Sartorio e Degas, cioè da una parte costumi patinati, sontuosi ma finti che finivano con il rendere i personaggi tutti uguali, dall’altra la semplicità e a volte la povertà degli abiti quotidiani, addirittura gli stracci. Ti racconto un episodio. Stavamo girando La Ciociara e Sophia Loren non voleva indossare le “ciocie” quelle tipiche calzature laziali a forma di barchetta e legate da nastri che certo non donano, anzi rendono meno belle le gambe più belle. De Sica le disse: «Ma Sofì il film si chiama La Ciociara perché la protagonista indossa le ciocie» e paziente continuò a parlare finché non la convinse. La mattina dopo, approfittando di una pausa nelle riprese, andai al mercato di Fondi e mi accorsi che tutti indossavano quelle calzature. Di corsa tornai indietro e con la sarta riempimmo un grande lenzuolo con tutte le ciocie che la celebre ditta Pompei aveva preparato per noi. L’idea era quella di regalare un paio di ciocie nuove in cambio di un paio usate. Fu naturalmente un successo. Quelle calzature usate erano un dettaglio, ma un dettaglio che era vita vera. E il cinema, a differenza del teatro, vive di dettagli. Ricordo una battuta di Liza Minnelli. A uno studente del laboratorio di Gigi Proietti che le chiedeva quale era la prima cosa su cui rifletteva di un personaggio dopo aver letto il copione rispose: «A quali scarpe indosserà». Perché tacco 12, scarpe da tennis, infradito non sono solo calzature, ma mondi diversi. E un costume di scena ha bisogno del corpo di un attore per vivere, altrimenti è come una cornice senza quadro. Sophia vestita di stracci era sempre una regina.

Un grande amore per il tuo lavoro. Traspare dalle parole che dici ma anche dal fatto che ti illumini quando ne parli. È stato un amore ricambiato?

Nel complesso direi di no, ed è un no sereno il mio, senza sofferenza, anche perché in larga parte è dipeso da me. Ti spiego. Ho avuto il privilegio di lavorare con grandi registi e grandi attori, per il cinema e per il teatro e ho avuto anche la fortuna di lavorare per la televisione in una stagione che fu magica, perché la televisione era appena nata e per farla crescere e crescere bene furono chiamati a collaborare i migliori talenti del tempo. C’era qualità, c’era cultura, c’era voglia di dialogare con il paese in modo intelligente. Eppure, nonostante tanto lavoro, non sono mai stata protagonista, non sono mai diventata una maestra, piuttosto sono rimasta allieva tutta la vita. Gli apprezzamenti erano una felicità che accoglievo quasi con sorpresa, la chiamata di un regista un piccolo miracolo che si rinnovava. Insomma mi sono sempre sentita un fungo in un bosco di pini alti e forti. È che a vivere, come ho vissuto io, tra artisti grandissimi, a partire dai miei genitori, ogni presunzione cede il posto a tanta umiltà. E invece nel lavoro, soprattutto in quello creativo, la consapevolezza e il coraggio sono doti importanti. Ti spingono a fare di più, a fare meglio. Così, pur amandolo tanto, forse ho finito con il dare al mio lavoro meno di quanto avrei potuto. 

Non credo sia stato così. Ricordo tanti tuoi splendidi costumi e una grande invenzione, quella del Carnevale di Venezia. 

Con Maurizio Scaparro, allora direttore della Sezione Teatro della Biennale, fummo per così dire i genitori del nuovo Carnevale di Venezia. Buttammo in piazza — Maurizio amava raccontarla così la storia — tutti gli ingredienti che nei secoli avevano fatto teatro e carnevale, cioè il trucco, il travestimento, le maschere, la musica, il gesto, le parole e così facendo inventammo qualcosa di nuovo. Teatri sempre aperti, spazi non convenzionali destinati allo spettacolo, campi e calli pieni di attori e pubblico di giorno e di notte. E il mio magnifico Laboratorio di trucco e travestimento nella Chiesa di San Samuele dove potevo dedicarmi a una delle attività che nella vita ho amato di più e cioè insegnare. Perché ho sempre sentito come un dovere mettere al servizio dei giovani quello che sapevo. Come si fa con i figli. Il Carnevale di Venezia fu un tale successo che la maschera bianca divenne il segno di quella festa popolare e colta a un tempo, per poi in qualche modo diventare il segno di Venezia superando addirittura la mitica gondola. 

E l’altra tua passione? Sei stata e sei la custode della memoria dei tuoi genitori.

Una passione vissuta con tanto entusiasmo: allestire le loro mostre, curare i loro scritti, difendere le loro opere dal mercato dei falsi. Ricordarli non è solo mantenerli vivi, ma raccontare un mondo che non c’è più. Un mondo difficile intendiamoci. Le ombre dolorosissime del fascismo, le leggi razziali, la guerra, il lento ritorno alla vita del dopoguerra. E la povertà, quasi per tutti gli artisti. Pochi avevano casa e quindi si scriveva ai tavolini dei caffè o delle trattorie e le gallerie d’arte, le botteghe dei restauratori o dei corniciai, i negozi di tele e di colori sostituivano i salotti che non c’erano e dove gli artisti stavano insieme, mi piace dire, per farsi caldo. Eppure in quegli anni il cuore culturale di Roma, città allora cosmopolita, vivace, fantasiosa, batteva a un ritmo potente. 

Quali sono gli insegnamenti più importanti che ti hanno lasciato i tuoi genitori?

Mia madre l’impegno. «Fai quello che vuoi, ma fallo bene» era una delle sue massime preferite. L’onestà intellettuale mio padre. «Avrei potuto riempire le case degli italiani di fiori secchi, ma non l’ho fatto» diceva, convinto com’era che l’arte fosse un fatto etico prima che estetico. Ha sempre dipinto non per vendere, ma perché aveva qualcosa da dire. Tutti e due poi mi hanno insegnato la passione di fare.

Anche questa passione mi sembra che tu abbia ereditato. 

Direi di si. Ancora non mi sono stancata di fare! Il progetto più recente è la donazione di un’opera di mia madre che a settembre verrà installata nei giardini del Museo della comunità ebraica. È una statua del 1935 che raffigura noi bambine Mafai. Le mie sorelle e io abbiamo avuto la fortuna di aver salva la vita ed è un pensiero questo che a distanza di tanti anni continua sempre a commuovermi. Quella statua vuole essere un invito a non dimenticare le tante bambine e ragazze ebree che non hanno avuto futuro.

Papa: “Il populismo è un pericolo, vuole comandare e uniformare”

Queste le Parole del Papa rivolte ai vescovi orinatali.

Ringrazio il Cardinale Bagnasco per le parole che mi ha rivolto a nome vostro, e sono lieto di accogliervi al termine dei giorni che vi hanno visto radunati come ogni anno, questa volta a Roma. Il vostro incontro, organizzato sotto l’egida delle Conferenze Episcopali di Europa, ci mostra la ricchezza rituale della Chiesa cattolica nel continente, non limitata alla tradizione latina. Tra voi vedo molti rappresentanti di diverse Chiese di tradizione bizantina, tanti dalla cara Ucraina, ma anche presenze dal Medio Oriente, dall’India e da altre regioni, che hanno trovato accoglienza nei Paesi europei. Come afferma il Concilio Vaticano II, «la varietà non solo non nuoce all’unità della Chiesa, ma anzi la manifesta» (Orientalium Ecclesiarum, 2). L’unità cristiana, infatti, non è uniformità. L’uniformità è la distruzione dell’unità; e la verità cristiana non è monocorde, ma “sinfonica”, altrimenti non verrebbe dallo Spirito Santo.

Qualche mese fa, nel corso del mio Viaggio apostolico in Romania, ho presieduto la beatificazione di sette Vescovi martiri della Chiesa greco-cattolica romena. È stata un’occasione per manifestare quanto l’intera Chiesa cattolica e il Successore di Pietro vi siano grati per la testimonianza di fedeltà alla comunione col Vescovo di Roma più volte offerta nella storia, talora fino all’effusione del sangue. Questa fedeltà è una gemma preziosa del vostro patrimonio di fede, un segno distintivo indelebile, come ci ricorda uno dei martiri romeni che, davanti a chi gli chiedeva di abiurare la propria comunione cattolica, disse: «la mia fede è la mia vita». La comunione cattolica fa parte della vostra identità particolare ma non le toglie nulla, anzi contribuisce a realizzarla pienamente, ad esempio proteggendola dalla tentazione di chiudersi in sé stessa e di cadere in particolarismi nazionali o etnici escludenti. E questo è un pericolo di questo tempo della nostra civiltà: i particolarismi che diventano populismi e vogliono comandare e uniformare tutto.

Proprio l’intercessione dei beati e santi martiri, che sperimentano la perfetta comunione in Cielo, ci spinge a intraprendere un costante cammino di purificazione della memoria ecclesiale e ad aspirare a un’unità sempre maggiore con tutti i credenti in Cristo. Che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21): è l’ardente desiderio che Gesù, durante la sua passione, ha portato nel cuore, poi squarciato per tutti sulla croce. Anche il Concilio Ecumenico Vaticano II e il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali ci ricordano che siete depositari di una missione specifica nel cammino ecumenico. E in questi giorni avete riflettuto proprio sul significato della vostra missione ecumenica oggi.

Oggi, mentre troppe disuguaglianze e divisioni minacciano la pace, sentiamoci chiamati ad essere artigiani di dialogo, promotori di riconciliazione, pazienti costruttori di una civiltà dell’incontro, che preservi i nostri tempi dall’inciviltà dello scontro. Mentre tanti si fanno risucchiare dalla spirale della violenza, dal circolo vizioso delle rivendicazioni e delle continue accuse reciproche, il Signore ci vuole seminatori miti del Vangelo dell’amore. Nella famiglia cristiana siate coloro che, guardando al «Dio di ogni consolazione» (2Cor 1,3), s’impegnano a sanare le ferite del passato, a superare pregiudizi e divisioni, a dare speranza a tutti camminando fianco a fianco con i fratelli e le sorelle non cattolici. Con loro ho avuto la grazia di condividere diversi momenti forti: penso alla preghiera per la pace in Terra Santa nei Giardini Vaticani, all’incontro con i profughi nell’isola di Lesvos, al dialogo per la pace in Medio Oriente a Bari, preceduto dalla preghiera comune nel segno di San Nicola e della Santa Madre di Dio “che mostra la via”. Sento che la via che ci viene indicata dall’Alto è fatta di preghiera, umiltà e carità, non di rivendicazioni locali, neppure tradizionaliste, no. Il cammino è preghiera, umiltà e carità. Camminando insieme, facendo insieme qualcosa per gli altri e per la nostra casa comune, riscopriamo, al cuore della nostra cattolicità, il significato antico attribuito alla sede romana, chiamata a «presiedere alla carità di tutta la Chiesa» (S. Ignazio Ant., Lettera ai Romani, prologo) e al Vescovo di Roma come al servus servorum Dei.

Vivere fino in fondo le vostre tradizioni ecclesiali vi porta ad attingere alle stesse sorgenti di spiritualità, liturgia e teologia delle Chiese ortodosse. È bello essere insieme testimoni di ricchezze così grandi! Anche in campo accademico è possibile promuovere programmi comuni di studio e scambi culturali, coinvolgendo soprattutto i giovani sacerdoti perché si formino con una mentalità aperta. Soprattutto e in tutto, aiutiamoci a vivere la carità verso tutti. Essa non conosce territori canonici e giurisdizioni. A me fa male quando vedo, anche nei cattolici, una lotta per le giurisdizioni. Per favore… Essa, come ci ricorda l’Apostolo Paolo che in questa città ha dato la vita, ha sempre il primato e non avrà mai fine (cfr 1Cor 13). Quando ci chiniamo insieme sul fratello che soffre, quando diventiamo insieme prossimi di chi patisce solitudine e povertà, quando mettiamo al centro chi è emarginato, come i bambini che non vedono la luce, i giovani privati di speranza, le famiglie tentate di disgregarsi, gli ammalati o gli anziani scartati, già camminiamo insieme nella carità che sana le divisioni.

Allora ci prepariamo ad abitare insieme l’unico Cielo al quale siamo chiamati. Là il Signore non ci chiederà conto di quali e quanti territori sono rimasti sotto la nostra giurisdizione e nemmeno di come abbiamo contribuito allo sviluppo delle nostre identità nazionali. Ci chiederà quanto siamo stati capaci di amare il prossimo, ogni prossimo, e di annunciare il Vangelo di salvezza a chi abbiamo incontrato sulle strade della vita. Chiediamo la grazia di desiderare questo. Perché è solo amando che si trova la gioia e si diffonde la speranza. È amando che passano in secondo piano quelle realtà secondarie a cui siamo ancora attaccati – anche i soldi, che sono un veleno: il diavolo entra dalle tasche, non dimenticatevi! – e vengono in primo piano le uniche che restano per sempre: Dio e il prossimo. Coraggio, cari fratelli, avanti nello spirito della comunione! Vi assicuro il mio ricordo costante, siete nel mio cuore. E vi chiedo, per favore, di pregare per me, perché ne ho bisogno. Grazie!

David Sassoli: Acli, “Abbiamo bisogno di voi per cambiare tante cose in Europa”.

David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, nel salutare i partecipanti alla tavola rotonda “I cristiani e la città”, organizzata nell’ambito del 52° Incontro nazionale di studi delle Acli di Bologna dichiara che: “Abbiamo bisogno dei corpi intermedi per politiche che diano risposte alle grandi domande .

Abbiamo bisogno di voi per cambiare tante cose in Europa, tocca a noi mettere a posto le regole che possono riaprire il cantiere europeo che per troppo tempo si è fermato, abbiamo bisogno di concentrarci sulle politiche europee che faranno capire ai cittadini quanto è utile l’Europa”.

L’Europa – ha concluso Sassoli – “serve anche a un mondo che è senza regole e che vogliamo aiutare ad essere più umano come ci ricorda Papa Francesco”.

Sicurezza scuole: A Roma, il 26 settembre Cittadinanzattiva presenta il XVII Rapporto

Si terrà il prossimo 26 settembre a Roma, presso la Sala Igea della Treccani in Piazza dell’Enciclopedia italiana 4 (ore 9:30-13:30), la presentazione di “Impararesicuri – Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola”, il Rapporto di Cittadinanzattiva giunto alla sua diciassettesima edizione.

L’Osservatorio fornirà, come ogni anno, una fotografia dello stato dell’edilizia scolastica, attraverso l’elaborazione di dati ufficiali e di dati messi a disposizione dagli enti locali proprietari delle scuole; a completare la fotografia, il monitoraggio fatto da studenti in alcune scuole italiane attraverso la metodologia dell’audit civico. Un focus specifico sarà dedicato quest’anno alla sicurezza degli asili nido del nostro Paese.

All’incontro prenderà parte anche il neo ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Aprirà i lavori Anna Lisa Mandorino, vice segretaria generale di Cittadinanzattiva. Ad illustrare i dati dell’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola – Focus nidi saranno Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale scuola dell’associazione, e i ragazzi “monitori”. Seguirà un dibattito cui parteciperanno fra gli altri Eduardo Accetta, presidente Cda Soluxioni S.r.l., sviluppatore nuova piattaforma Anagrafe edilizia scolastica; Laura Galimberti, Commissione Istruzione, Politiche educative ed Edilizia scolastica dell’Anci; Agostino Goretti della Protezione civile, rappresentanti della Municipalità di Napoli e un comitato di genitori.

Cento borse di studio per stranieri con protezione internazionale

E’ stato stilato l’elenco definitivo per l’assegnazione di 100 borse di studio rivolte studenti con protezione internazionale per l’accesso a corsi di laurea e dottorati di ricerca nell’anno accademico 2019/2020. La graduatoria è disponibile online sul sito della Conferenza dei rettori delle Università italiane, con cui il Viminale, il 20 luglio 2016, ha siglato il protocollo d’intesa.

Le borse di studio sono state riservate a ragazzi e ragazze che si iscrivono per la prima volta ai corsi di laurea, laurea magistrale, laurea magistrale a ciclo unico e dottorato di ricerca presso le università italiane e a quelli che, vincitori dei precedenti bandi e regolarmente iscritti presso le università, hanno conseguito i crediti formativi richiesti per proseguire il percorso di studi precedentemente intrapreso.

Gli Atenei, che hanno aderito all’accordo, garantiranno agli studenti ritenuti meritevoli un esonero dalle tasse e dai contributi, nonchè l’accesso gratuito ai servizi universitari. Il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione concorrerà alle spese di vitto e alloggio. L’obiettivo è quello di potenziare il dialogo e l’integrazione attraverso il canale dell’istruzione e della cultura, asse portante della nostra società, determinante per la costruzione di una società multiculturale inclusiva.

In relazione alla particolare condizione, di protezione internazionale può essere riconosciuta al cittadino straniero che ne faccia richiesta. La differente tutela dello status di rifugiato o dello status di protezione sussidiaria  attiene ad una serie di parametri oggettivi e soggettivi che si riferiscono alla storia personale dei richiedenti, alle ragioni delle domande e ai Paesi di provenienza.

Nello specifico, il rifugiato è un cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione del suo stesso Paese. Può trattarsi anche di un apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e, per le stesse ragioni, non può o non vuole farvi ritorno.

E’ invece ammissibile alla protezione sussidiaria il cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno. Sono esclusi dalla protezione gli stranieri già assistiti da un organo o da un’agenzia delle Nazioni Unite diversi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria sono approvate in base all’esito dell’istruttoria effettuata dalle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.

 

E’ nata una bimba sana dopo 117 giorni in pancia della mamma morta

I medici dell’Ospedale dell’Università di Brno (Repubblica Ceca),  definiscono questo risultato come una probabile prima mondiale. Infatti si contano circa 20 nascite del genere descritte nel mondo, ma stavolta si tratta del ricovero più lungo e del maggior peso mai ottenuto per il bebè (oltre 2 kg).

La donna di 27 anni era alla sedicesima settimana di gravidanza quando è stata ritrovata incosciente in casa ed è stata trasportata in elicottero all’Unità di emergenza.

I soccorritori hanno mantenuto la sua attività respiratoria e dalla Tac è poi emerso un ictus. Il respiro spontaneo è scomparso alle 16 e un esame neurologico clinico ha confermato l’aflessia, cioè la morte cerebrale. Da questo momento, i medici della clinica di Anestesia, rianimazione e medicina intensiva dell’ospedale universitario di Brno e della Facoltà di Medicina dell’Università di Masaryk insieme ai ginecologi, hanno fatto del loro meglio per stabilizzare le funzioni vitali della paziente e proteggere così il feto nel corpo della madre.

In estate è stato rilevato che il feto cresceva: a fine giugno pesava 980 grammi, mentre a luglio era già di 1,5 kg. Il 15 agosto scorso è stato deciso di procedere con il parto cesareo, alla settimana 34+3 di gravidanza, e la neonata è venuta al mondo sana, con un peso di 2.130 grammi e una lunghezza di 42 centimetri

Rete Bianca, ora la scelta politica.

Un dato è indubbio: quando la prassi trasformistica fa irruzione nella dialettica politica, sono destinate a cambiare le stesse categorie della lotta politica. Per spiegarmi con parole più semplici, la categoria della “coerenza”, ad esempio, pur sempre opinabile, è destinata ad essere sacrificata sull’altare del cosiddetto realismo politico. E l’alleanza innaturale, per usare un termine nobile, tra il Pd e il partito di Grillo e Casaleggio rientra a pieno titolo nella cultura e nella prassi del trasformismo politico italiano. 

Ora, è altrettanto indubbio che uno scenario del genere genera riposizionamenti politici e, soprattutto, innesca processi di formazione di nuove soggettualità politiche. Cosa che, puntualmente, sta già avvenendo. Ed è proprio all’interno di questo filone che si inserisce anche il ruolo, la presenza, la funzione e la prospettiva di una realtà piccola, anche se importante, come il movimento nazionale dei cattolici democratici e popolari che va sotto il nome di Rete Bianca. 

Ci sono alcune costanti, seppur in un contesto profondamente trasformistico, che fungono comunque da paletti per capire la prospettiva di un movimento politico e culturale come Rete Bianca. Semprechè non ci si vuole ridurre a giocare un ruolo puramente testimoniale e, di conseguenza, politicamente e pubblicamente irrilevante. 

Innanzitutto coltivare una prospettiva puramente identitaria è, oggi, semplicemente una strada impraticabile e politicamente sterile. Potrei citare decine di tentativi elettorali a livello europeo, nazionale e regionale per arrivare alla semplice conclusione che si è trattato di una sequela di sconfitte brucianti e senza appello. Una strada, quindi, perdente e senza sbocchi. Piaccia o non piaccia. 

In secondo luogo dev’essere chiara l’opzione antisovranista. Senza, però, evocare ridicoli e grotteschi pericoli fascisti, dittatoriali, sudamericani e simili amenità. Forse è giunto anche il momento, seppur in un contesto marcatamente trasformistico, di separare la propaganda goffa e patetica dalla politica ragionata e consapevole. 

In terzo luogo un movimento come Rete Bianca non può essere estranea ed insensibile a chi, nel campo democratico e riformista, si pone il problema di dare voce e rappresentanza ad interessi sociali, mondi vitali, categorie professionali e settori crescenti della pubblica opinione che semplicemente oggi non si sentono rappresentati. Vogliamo chiamarli sbrigativamente di “centro”? Vogliamo definirli riformisti e non di sinistra? Vogliamo definirli come coloro che si oppongono ad una deriva trasformistica ed allegra della politica italiana? Pensiamo a milioni di persone che si limitano semplicemente a chiedere una politica seria, trasparente, credibile e culturalmente orientata e che persegua il buon governo? Le domande possono essere tante ma la risposta non può che essere una: e cioè, adesso forse arriva il momento della scelta politica. Anche per un movimento come Rete Bianca. Fuorchè, lo ripeto, non ci si rassegni a giocare un ruolo testimoniale, prepolitico,di mera formazione di coscienze e quindi insignificante. Ma questo non rientra, credo, nella tradizione, nella cultura e nella storia del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese.

Quale Adriatico?

Articolo già apparso sulla rivista “Il Mulino” a firma di Egidio Ivetic

In un affollato cocktail party serale ai primi di maggio, a Budua in Montenegro, tra imprenditori, politici, amministratori, vari stakeholders e qualche professore universitario, si poteva cogliere la trasformazione civile e transnazionale in atto nell’Adriatico. Che non è più quello che ancora in molti immaginano: il mare confine con l’“altro”.

Sono ormai vent’anni che l’Ue incoraggia la collaborazione fra le regioni adriatiche tramite progetti Interreg transfrontalieri (la Cooperazione territoriale europea), con da una parte l’Italia e dall’altra la Slovenia e la Croazia, a cui poi si sono aggiunte l’Albania, il Montenegro e la Bosnia ed Erzegovina. Progetti che hanno portato finanziamenti ed esperienze di lavoro tra vari enti pubblici e privati. È seguita, dal 2004, la procedura di costituzione della regione europea Adriatico. L’iniziativa di per sé era scaturita dal Consiglio d’Europa, dal Congresso delle autorità locali e regionali, su richiesta della contea croata dell’Istria e del Molise. L’euro-regione, che è un soggetto di diritto internazionale, è nata ufficialmente il 30 giugno 2006, con un’assemblea tenutasi a Pola. Ne hanno fatto parte 23 unità amministrative tra province, regioni e municipalità d’Italia, di Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Albania che si affacciano sull’Adriatico; un bacino che raggiunge 22 milioni di abitanti, pari a uno Stato europeo di media grandezza.

Nonostante il disinteresse della politica nazionale e dei grandi media, l’euro-regione Adriatico ha registrato decisi progressi. Dopo sei anni, nel gennaio del 2013, all’assemblea tenutasi a Termoli, si è deciso di ridefinire l’euro-regione estendendola allo Ionio. Nel 2014 di fatto è sorta la macroregione europea Adriatico-Ionio (comprensiva di Basilicata, Calabria, Sicilia, Grecia e Serbia) ed è stata promossa dall’Eusair (la European Union Strategy for the Adriatic and Ionian Region). L’Adriatico-Ionio affianca altre due macroregioni che si dispiegano attraverso la parte centrale dell’Unione europea, il Baltico e il Danubio.

I compiti di queste entità, euro-regione e strategia macroregionale, sono di raccordare le iniziative di tre fora, ossia i comuni, le camere di commercio e le università (iniziativa Uniadrion) e di perseguire strategie fissate attorno a quattro pilastri tematici: la cosiddetta crescita azzurra (Blue Growth), che concerne il settore marittimo; la connessione infra-regionale; la qualità ambientale; il turismo sostenibile. Per realizzare tutto questo, la macroregione si è definita una linea di governo e sono previste attività di coordinamento, nonché bandi per finanziare progetti specifici.

In questi anni, a fronte di accordi per quanto riguarda lo sfruttamento ittico tra Italia e Croazia, non sono mancati momenti di forte contrapposizione, per motivi di sovranità sul mare, tra Croazia e Slovenia. Ma, a parte l’annosa questione del golfo di Pirano, nell’insieme l’integrazione adriatica è un processo che continua a evolvere e un ruolo non secondario lo si deve all’allargamento della Nato in questo contesto. Accanto all’Italia, la Slovenia è membro dell’organizzazione dal 2004, la Croazia e l’Albania dal 2009, il Montenegro dal 2017. In questo processo, l’Adriatico si è stabilizzato in fatto di sicurezza e situazione militare; le forze navali sono ridotte al minimo (con l’Italia in netto predominio), se comparate con gli anni Settanta del Novecento. Sembra più che mai remota l’idea di un conflitto nell’Adriatico. Qualcosa di cui troviamo i precedenti solo ai tempi di Roma.

Insomma, sta emergendo un Adriatico a sé rispetto alle logiche politiche degli stati nazionali coinvolti. C’è molta retorica sul tema della cooperazione; si potrebbe discutere a lungo con quali esiti. C’è, di sicuro, una presa d’atto, tra le amministrazioni locali, che tutto questo conviene, c’è un diffuso pragmatismo. Dopo secoli di interscambio economico e sociale (migrazioni) tra le coste, dopo una condivisione culturale che ha connotato il Medioevo e oltre, fino al Settecento, dopo una marcata divisione per comparti statali-nazionali nel corso del Novecento, oggi sembrano maturi i tempi per immaginare l’Adriatico come qualcosa di unitario. Le iniziative sono magari circoscritte, ma sono tante, come tanti rivoli che portano verso un’unica meta. C’è volontà politica, c’è disponibilità, c’è un clima che fa ben sperare. Mai come oggi l’Adriatico risulta essere un contesto a sé, con una propria fisionomia anche amministrativa in mezzo agli Stati e alle regioni. Sotto questo aspetto, si tratta di un’area eccezionale nel Mediterraneo, dove, nonostante i proclami dal processo di Barcellona del 1995 fino all’Unione per il Mediterraneo del 2008, si sta approfondendo la faglia tra Europa e non Europa.

Qui l’articolo completo

Le strade di Elena Ferrante

Articolo già apparso sulla newsletter culturale di Studio “Studiocult” a firma di Cristiano de Majo

Nell’incipit del nuovo libro di Elena Ferrante, di cui qualche giorno fa la casa editrice E/O ha annunciato l’uscita (il 7 novembre), la prima strada che compare, già addirittura al terzo rigo, è San Giacomo dei Capri, un nome che non dirà molto a chi non conosce bene Napoli e, in particolare il Vomero (potrebbe benissimo darsi il caso che anche un napoletano non sappia cosa sia). Per me che in quella zona ci sono cresciuto, leggerlo è stato stranissimo: non esiste niente di meno letterario, oltre che di meno corrispondente alla tipica immagine ferrantiana di Napoli, di via San Giacomo dei Capri, una lunga e ripida salita costellata di comprensori condominiali, che dalle zone più centrali del Vomero porta verso il Rione Alto, densissimo agglomerato di edilizia residenziale, che fa pensare di essere in una città quasi normale: è la Napoli media e nient’affatto esotica. «Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo».

Proprio così, un febbraio gelido a San Giacomo dei Capri è quanto di più lontano dalle tracce della scrittrice che un giornalista del Guardian può cercare attraverso la città (vicoli, bassi, mercati, perlopiù). Ma per i gossippari letterari ai quali serenamente mi ascrivo c’è un indizio molto più interessante da considerare. Via San Giacomo dei Capri è piuttosto vicina a via Gemito, titolo del celebre romanzo Premio Strega di Domenico Starnone che, come tutti sanno, è anche, insieme alla moglie Anita Raja, il principale sospettato di essere Elena Ferrante. Da via Gemito a San Giacomo dei Capri si va sempre dritto, per un chilometro scarso, attraversando un paesaggio piuttosto insignificante di palazzi, semafori, smog, qualche negozio. Sembrerebbe quasi che gli Starnone-Raja stiano confermano l’esistenza di un vissuto (e di una memoria) intorno a quella zona. Ma sarebbe ancora più divertente, forse, se Elena Ferrante non fosse nessuno dei due e stesse invece giocando a esserlo.

Jean-Claude Juncker a tutto campo su migranti e brexit

Jean-Claude Juncker

Il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, in una intervista esclusiva rilasciata a Euronews, critica il nuovo presidente. “Non mi piace l’idea di uno stile di vita europeo da opporsi al fenomeno migratorio. Accettare chi viene da lontano fa parte dello stile di vita europeo”.

Il significato che la presidente eletta Ursula Von der Leyen attribuisce alla frase  “protezione dello stile di vita europeo” proprio non piace al presidente uscente.

Nell’articolo inoltre non risparmia critiche anche verso gli Inglesi.

Sulla Brexit: “Avevamo negoziato un accordo con Cameron su diversi punti. Questo accordo con Cameron non ha avuto alcun ruolo durante la campagna referendaria. Ai britannici è stato detto da più di 40 anni che sì facevano parte della Ue, ma non hanno mai voluto condividere tutte le politiche europee. Fin dall’inizio sono stati europei part-time, mentre abbiamo bisogno di europei a tempo pieno”.

Museo di Arte Contemporanea Roma: Nuvola Creativa Festival delle Arti

Torna la “Nuvola Creativa – Festival delle Arti”: la quarta edizione, dal 20 al 22 settembre, al MACRO di Roma

Il concetto di dominio si riferisce al rapporto sociale di superiorità di un soggetto su un altro, mentre Domino è un gioco a tessere. I visitatori si coinvolgono nella realizzazione dell’installazione e giocano: avanzano e retrocedono seguendo i messaggi veicolati dalle opere presenti

Il Festival, promosso dall’Associazione Neworld, Nwart con la direzione artistica a cura di Antonietta Campilongo verrà presentato nella conferenza stampa del giorno 20 settembre 2019 alle ore 11.00 presso l’Auditorio del MACRO di via Nizza. Interverranno: Antonietta Campilongo, Lara Ferrara, Cristiano Ferrari, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Eugenia Serafini.

Con la collaborazione degli artisti invitati a partecipare, per tre giorni, 20 – 21 e 22 settembre 2019, sarà affrontato il tema del dominio dal punto di vista: etico, sociale ed intellettuale, mutuata dalla rappresentazione artistica.

Aree multidisciplinari: Arti visive, special guest, performance, video, documentari, videoart. reading, dibattiti.

Anno dopo anno Nuvola Creativa si arricchisce di nuove tematiche, per contribuire a rendere sempre più viva e reattiva l’azione dell’Arte nella vita culturale di Roma.


ARTE – Per i tre giorni del Festival, nella Black Room ci saranno le installazioni di Ombretta Iardino, con specialdi guest di Pino de’ Notariis e Fabrizio Loiacono, mentre nel Cortile saranno presenti gli interventi di Marco Billeri, Adriana Pignataro, Eugenia Serafini. In mostra, tutti i giorni, nel Museo temporaneo delle arti, una super collettiva con trenta artisti per altrettante opere: Alessandro Angeletti, Liliana Avvantaggiato, Francesco Maria Bonifazi, Antonella Bosio, Juna Cappilli, Stefania Casadei, Antonella Catini, Antonio Ceccarelli, Federica Cecchi, Silvano Corno, Vincenza Costantini, Silvano Debernardi, Alexander Luigi Di Meglio, Simonetta Enei, Valentina Lo Faro, Marco Loddo, Luciano Lombardi, Maria Carla Mancinelli, Tina Milazzo, Sandro Perelli, Flaviana Pesce, Gerardo Rosato, Loredana Salzano, Eugenia Serafini, Stefania Scala, Giovanna Silvestri, Anna Tonelli, Jack Tuand, Valter Vari, Emre Yusufi.

CINEMA E VIDEO ARTE – Spazio anche al cinema e la video arte, nei giorni 20 e 21, con il documentario Tessere di Marco Billeri e History of Doing di Daniela de Paulis. Saranno proiettati anche i cortometraggi di Massimo Ivan Falsetta, Virgo I piedi freddi delle donne, di Maria Korporal, Reynard the Fox, e di Giusy Lauriola con Cambialamore. In programma anche tre cortometraggi di Marcantonio Lunardi, Aesthetics of pain, Worn out e Sanctuary, nonché quello di Loredana Raciti, Dominante il Sentimento.

PERFORMANCE, TRA DANZA, MUSICA E TEATRO – Nel cortile, durante la giornata di venerdì, si esibiranno gli Artisti Innocenti in Domino di quadri, mentre Eugenia Serafini proporrà i suoi Fossili di Petrolio nel Giardino InCantato. Interverranno i poeti: Anna Manna, Anna Avelli, Fabia Baldi, Iole Chessa Olivares, Antonella Pagano, Candida Camarca, Alessandra Carnovale. Durante la giornata di domenica, infine, nel Salone dei Forum, due performance speciali: quella di Mauro Tiberi, Traiettorie, con voce, musica e danza, e quella di Lara Ferrara e Paola Beatrice Frati, In Corpus Domini, con pole dance e video in simultanea. Nel foyer, invece, Letizia Girolami in Tamburo ri-generativo e Antonio Irre in Membrana II.

READING E LETTURE – La giornata di sabato sarà anche dedicata alla lettura, alla poesia e alla bellezza in versi. Eugenia Serafini proporrà la lettura scenica de Il Preside che camminava sui rami di pino e i Racconti della Luna, mentre Letizia Leone e Giorgio Linguaglossa declameranno il poemetto mitologico su Apollo e Marsia, Estasi della macellazione. Nella Sala delle Parole, infine, domenica arriveranno Federico D’angelo con Comando a catena e i già precedentemente annunciati “Fossili” di Eugenia Serafini.

AllʼItalia lʼIg Nobel 2019 per la Medicina

La pizza e l’Italia un legame che ora ottiene una certificazione, un riconoscimento vero e proprio. Il nostro Paese, infatti, ha vinto l’Ig Nobel 2019 per la Medicina per “aver fornito l’evidenza che la pizza può proteggere da malattie e morte”. A patto, però, che venga “fatta e mangiata in Italia”. E’ questa la motivazione del premio dedicato a ricerche che fanno “ridere ma anche riflettere”.

Sono tre gli articoli vincitori, pubblicati su riviste internazionali da epidemiologi di primo piano, rappresentati da Silvano Gallus, di Istituto Mario Negri di Milano e Università di Maastricht.

 

Nominati i sottosegretari: L’elenco completo

Sono 42 i nuovi sottosegretari e vice ministri varati in Consiglio dei ministri. Supremazia M5S, che porta a casa 21 sottosegretari e 6 vice, più di quelli di cui si era ipotizzato in questi giorni. Il Pd ne ottiene 18 più 4 vice, mentre Leu 2 e le Autonomie del Maie solo 1, senza vice ministri.

Presidenza consiglio dei ministri:
Mario Turco (programmazione economica e investimenti), Andrea Martella (editoria)

Rapporti con il parlamento:
Gianluca Castaldi
Simona Malpezzi

Affari Ue:
Laura Agea

Esteri:
Emanuela Del Re (viceministro)
Manlio Di Stefano
Marina Sereni (viceministro)
Ivan Scalfarotto
Riccardo Merlo

Interni:
Vito Crimi (viceministro)
Carlo Sibilia
Matteo Mauri (viceministro)
Achille Variati

Giustizia:
Vittorio Ferraresi
Andrea Giorgis

Difesa:
Angelo Tofalo
Giulio Calvisi

Economia:
Laura Castelli (viceministro)
Alessio Villarosa
Antonio Misiani (viceministro)
Pierpaolo Baretta
Cecilia Guerra

Mise:
Stefano Buffagni (viceministro)
Alessandra Todde
Mirella Liuzzi
Gianpaolo Manzella
Alessia Morani

Politiche agricole:
Giuseppe L’Abbate

Ambiente:
Roberto Morassut

Mit:
Giancarlo Cancelleri (viceministro)
Roberto Traversi
Salvatore Margiotta

Lavoro:
Stanislao Di Piazza
Francesca Puglisi

Istruzione:
Lucia Azzolina
Anna Ascani (viceministro)
Giuseppe De Cristofaro

Cultura:
Anna Laura Orrico
Lorenza Bonaccorsi

Salute:
Pierpaolo Sileri (viceministro)
Sandra Zampa

La coerenza nel privato e nel pubblico

L’amico Nino Labate ha sviluppato su Il Domani d’Italia un dotto ragionamento sulla coerenza e l’incoerenza sollecitato, mi pare di capire, dal recente intervento in materia di Giorgio Merlo. 

Bene ha fatto Labate a controllare su di un tema tanto delicato e controverso il Dizionario Etimologico di Giacomo Devoto che, assieme al vocabolario Devoto Oli, dovrebbe stare sul comodino di ciascuno di noi. Non si sa mai.

Il suo ragionamento è stimolante, soprattutto per quanti sono appassionati di politica e, quindi, costretti a seguire la propria e l’altrui coerenza sotto vari profili.

Questo problema esiste, infatti, nella dimensione individuale e personale, ma soprattutto in quella pubblica cui è indirizzata, inascoltata, una richiesta di consequenzialità sempre più pressante, anche se, spesso, solo rivolta a chi la pensa diversamente. 

Il riferimento a Agostino De Pretis e al tanto contestato “trasformismo” è esemplare. Quella pratica politica riuscì a rispondere, nel modo possibile in quel momento, ad un problema storico ancora tuttora irrisolto per noi italiani, frutto del modo in cui prese corpo l’Italia unitaria e il suo successivo articolarsi: quello che oggi chiamiamo “governabilità”.

Tanti i modi di fare e di dare corso all’azione politica cui assistiamo che portano ad interrogarci sulla “coerenza” tra le dichiarazioni e i fatti, su quanto è stato detto e operato ieri e viene confrontato con le asserzioni e le scelte dell’oggi. Domani e dopodomani, la questione si riproporrà se non interverrà una trasformazione radicale del sistema politico e di quello sociale e civile ad esso sottostanti. Il mondo e i comportamenti umani non cambieranno solo a seguito delle nostre considerazioni.

Il riferimento alle recenti vicende politiche fa ancora una volta interrogare sulle particolarità della storia parlamentare del nostro Paese e la conseguente considerazione che della politica hanno le nostre genti.

L’esperienza storica ci dice che re, principi, governanti moderni non blasonati, hanno spesso dovuto considerare il problema della coerenza in maniera dissociata tra il livello personale e quello istituzionale. 

Non sempre l’opportunismo individuale, o il suo opposto, ha coinciso con quello seguito nel pubblico, e viceversa . Numerosi i casi di incoerenze personali ed interiori, poi, sublimate e coincidenti con “grandiosità” di visione e di operatività politica.

Esiste lo “stato di grazia”, ma anche la “grazia di stato”, e, soprattutto in maniera  determinante, la forza delle necessità insite nelle condizioni concrete che concorrono a formare la sfera più ampia delle relazioni politiche, delle dinamiche sociali, dei processi economici e civili.

“Parigi val bene una messa”, precede di molto il “trasformismo” del dopo Unità d’Italia. Enrico IV, ugonotto, si converte al cattolicesimo per riunire e pacificare la Francia da lui conquistata militarmente. Finirà per essere chiamato “Il Grande”. 

Eppure, è evidente il tasso di strumentalità della sua personale conversione. Di essa non è rimasta traccia alcuna nei libri di storia, se non per la parte aneddotica. Non sappiamo quante siano state le effettive sue partecipazioni alla messa, dopo quella dell’incoronazione. E’ rimasta, invece, l’impronta di una politica servita a chiudere un lungo periodo di divisioni insanguinate tra i francesi di allora che si confrontarono, armati, per l’adesione a differenti visioni cristiane.

Tutti questi ragionamenti non sono astratti. Vanno al punto centrale di quello di Labate che, sul Domani scrive: “Tenendo conto del fatto che la coerenza, nelle questioni temporali,  è sempre figlia della storia dell’uomo, che serve sino a quando non si vuole riproporre con tutti i suoi pre-giudizi ed errori, dal momento che va sempre a braccetto con lo “spirito del tempo”.

Che poi significa aver assorbito l’espressione del Guicciardini secondo il quale è  “grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circostanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura: e queste distinzione e eccezione non si trovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione”.

Bene fa Labate a precisare di non avere alcuna “intenzione di elogiare l’in-coerenza e il relativismo” e a sostenere che “anche le identità ci aiutano infatti a capire chi siamo e dove andiamo”.

Il suo ragionamento convince. Sarebbe ancora più convincente se si riuscisse a precisare meglio il suo seguitare: “Succede però che una volta osservate come scatole chiuse a chiave con doppia mandata, in verità ci aiutano poco anche loro ( si riferisce, evidentemente, alle identità! nda). Anzi a volte ci ostacolano. Poiché si tratta di un ripetersi inutile. Di un ritorno inefficace. Spesso causa di grossi se non pericolosi equivoci”.

E’ meglio approfondire e trovare un qualcosa di dirimente nel dilemma della scelta tra coerenza e incoerenza, continuando il suo ragionamento tra identità o meno, perché il problema continua a permanere, anche per il forte influsso che esso ha nei diffusi convincimenti sociali e culturali. 

Il rifugio nell’astensionismo non è anche legato a questa questione? Il cosiddetto distacco tra paese legale e paese reale affonda pure nell’incoerenza addebitata ai politici che, sbagliando, sono visti tutti uguali e inaffidabili. 

Sul piano umano, il tasso di coerenza o d’incoerenza ( quest’ultima in pochi si è disposti a riconoscerla in noi stessi, se non sulla base di una imbarazzante, dimostrata e incontrovertibile smentita), non può che essere valutato nel profondo della coscienza, il giudice più freddo e spietato il cui intervento non sempre è mitigato, purtroppo, dalla naturale ed umana tendenza all’autoassoluzione.

Riferendosi all’impegno e all’operatività politica e istituzionale, quanti sono ancorati ad un credo religioso sono “ vittime” di ciò che può essere considerata la “ costrizione” di dover fare i conti con una coerenza indotta, persino imposta, resa stringente da un forte riferimento ideale. 

All’opposto, il vantaggio  è quello di avere un metro di paragone a portata di mano, destinato a rendere tutto più chiaro ed evidente: il riferimento al “bene comune”.

Quel “ bene comune” che pure nel Machiavelli, considerato dozzinalmente il padre dell’opportunismo politico e dell’idea che il “ Principe” non si deve sentire frenato dall’accusa di essere additato come incoerente, oltre che doppiogiochista e cattivo, vale in quanto fine ultimo del governare e del governante.

La ricerca del “ bene comune” a noi fornisce l’identità di cui tanto si parla e che tanti equivoci ha creato e crea nel mondo cattolico perché,  secondo alcuni, il riaffermare questa identità, parte integrante di una possibile, nuova e originale presenza laica in politica, può finire per assumere superate forme d’integralismo e di clericalismo.

E’ vero, ha ragione Labate, esiste il rischio che la “ coerenza”, certo una coerenza formale, burocratizzata o, persino, “militarizzata”, possa far addormentare la nostra intelligenza.

Ecco, perché, la definizione di una identità deve far parte di una rappresentazione più ampia di un progetto politico da offrire a tutto il Paese, non solo a quello spicchio più o meno ampio cui noi partecipiamo.

L’intelligenza e la coscienza si tengono sveglie con il “pensare politico”; con la quotidiana esercitazione del discernimento destinato ad essere messo in campo attorno ad  analisi, progetti e scelte politiche; con la continua capacità di tenere conto del concreto dispiegarsi di fatti che intercorrono nella politica e finiscono per modificare i punti di riferimento, altrui comportamenti, vicende epocali che interessano il mondo e in grado di influire in maniera eccezionale e nel condizionare le nostre scelte domestiche.

In conclusione, mi sembra di poter ripetere che la coerenza richiesta ai cattolici democratici sia da collegare alla loro ricerca del “bene comune” e, in questo, siamo facilitati dal riferimento a due patrimoni determinanti e “non negoziabili”: il Pensiero sociale della Chiesa e la piena adesione alla Carta costituzionale. Il resto, segue di conseguenza.

Montagne Russe

Il titolare della più grande industria di macchine per parchi di divertimento ha informato che il mercato chiede, per esempio, ottovolanti sempre più arditi. Le cosiddette montagne russe devono togliere il respiro… proprio come è stato per gli Italiani, perché non c’è metafora più appropriata per descrivere lo spettacolo della politica offerto per quattordici mesi dagli alleati del Governo gialloverde. Per 18 mesi abbiamo sopportato una continua campagna elettorale, con annunci di decreti mai convertiti o approvati con voti di fiducia, nonostante l’ampia maggioranza in Parlamento. Ad ogni difficoltà o problema emergente veniva proposta la presentazione di una nuova legge. In realtà sono già troppe le leggi che rendono intollerabile la burocrazia. Sono sufficienti ad affrontare qualsiasi materia soprattutto in fatto di sicurezza; purtroppo mancano i controlli e le sanzioni, vere e ineluttabili, nonché tempestive. Sono state fatte anche promesse circa l’incremento delle forze dell’ordine e un contratto con significativi aumenti di stipendio.

Non è accaduto. Ci sono centinaia di uomini e donne sfruttati a servizio di scorte per personaggi che non ha di mira nessuno…sarebbero ben più utili e visibili in strada e nelle situazioni più emergenziali. E la moltiplicazione di punti di sorveglianza? Se c’è una garrita di Carabinieri, poco più in là se ne trova una della Polizia di Stato e anche, per non sfigurare, quella della Polizia Municipale (così a Roma, altrove non so) ma la loro integrazione moltiplicherebbe i servizi. Il ‘Cambiamento’ non c’è stato; si poteva fare, non con un contratto, ma proponendo una visione agli Italiani. Per governare ci vuole una visione generale, per concertare risposte complessive e organiche ai cambiamenti che il Paese si aspetta. Ora si è… svoltato, solo con la guida delle regole costituzionali, come era accaduto l’anno scorso quando in Parlamento fu raccattata la maggioranza per formare il governo gialloverde. L’attuale governo è sostenuto dai due partiti che avevano avuto il maggior numero di voti. Potrà dispiacere a chi conta i voti con le percentuali dei sondaggi ma alla Camera e al Senato ci sono gli eletti del 4 marzo scorso. Ed è inaccettabile che si continui una filastrocca – che accompagnerà la campagna elettorale anche per le regionali, invece che con temi specifici- che il governo Conte è stato fatto in Europa. In realtà se ci fosse stata più competenza politica avrebbero dovuto accettare che anche il primo governo Conte fosse europeo. Cassese sostiene che ”l’europeismo è un atto dovuto. L’Italia fa parte della civiltà europea (…) ormai più della metà dell’ordinamento è disegnata secondo modelli che abbiamo costruito insieme per cui allontanarsi è impossibile.” Basta pensare al caos procurato dalla Brexit.

Dopo il Trattato di Maastricht, l’Unione Europea è un ambito di politica interna; la maggior parte della legislazione nazionale è integrata, armonizzata o condizionata dalla normativa europea. La UE fa parte della vita interna del nostro Paese e l’Italia deve far parte della politica europea. Il Governo del cambiamento non poteva sradicare 70 anni di storia comune. Anzi, avrebbe dovuto partecipare attivamente per cambiare eventualmente la ‘governace’ che anche altri Governi ultimamente contestano. Ora chi vorrà competere nella prossima campagna elettorale sa cosa non dovrà promettere inutilmente e dire con chiarezza cosa fare. Al Pd un compito prometeico per il bene dell’Italia. Un errore da evitate è fare la campagna…all’interno, fra correnti. È perniciosa tradizione delle cosiddette sinistre: in USA i candidati democratici invece di attaccare Trump, contestano Biden (così Trump farà il secondo mandato). In Italia è talmente evidente che prima occorre pensare come recuperare il tempo perso per gli Italiani dal 4 marzo scorso. Un ‘ contratto ‘ ha eluso tutti i punti programmatici per un governo che mirasse al cambiamento. Di tutto si è interessato con proclami demagogici, bruciando risorse per investimenti sociali e strutturali, sciupandole con assistenzialismo inutile a far ripartire la domanda interna, perché non è partita l’occupazione.

E questa come può ripartire se il governo manda in pensione coorti di persone ancora indispensabili, mentre il Paese non innova percorsi per inserire i giovani in lavori nuovi? Ma mentre Macron ha istituito un ministero per l’Intelligenza Artificiale, in Italia il governo gialloverde istituiva quello per la democrazia diretta (!?). L’istruzione nel Paese registra i dati pietosi e preoccupanti registrati da INVALSI e OCSE. Questo è il pilastro per ogni progresso della Nazione.
Siamo in Europa il Paese con il maggior numero di anziani e con incremento demografico negativo e non si è dedicata riflessione e risorse necessarie e adeguate per un programma poderoso a favore delle famiglie. Tanta retorica dei family Day e zero …pensate: asili nido per tutti (pubblici, privati, di condominio) con rette accettabili per favorire occupazione delle donne. Non pannolini gratis ma controllo sui prezzi di pannolini, latte in polvere e su tutto ciò che riguarda i neonati ed anche – non ci si scandalizzi! – minori costi azienda per la maternità. Per la salute, altro pilastro per un Paese sereno, interventi strutturali per rendere sicura, garantita e uguale su tutto il territorio nazionale (art. 3 Cost.) la tutela della salute e la sua promozione. Accesso alle facoltà mediche secondo i bisogni (i dati epidemiologici sono noti e chiari).

Un Paese più istruito e sano sa far correre anche l’economia. Terzo pilastro per il futuro, Ecologia Integrale: Ministeri dell’Ambiente e della Ricerca, separato da quello della Istruzione, di concerto con quello della Salute per un programma che tenga insieme diritti fondamentali, salute, lavoro, e doveri per cui ogni cittadino ha il dovere di svolgere una attività che concorra al progresso della società. ILVA e TAV dimostrano quanto siamo in ritardo, senza una idea innovativa. Non possiamo rinunciare all’ acciaio perché siamo la seconda potenza manifatturiera in Europa, ma ai cittadini di Taranto in collaborazione con AccelorMittal – invece di minacciare soltanto sanzioni penali – urge offrire soluzioni di bonifica e garantire abitazioni in zone più salubri. Trasporti internazionali su ferro invece che su gomma è certamente una scelta coerentemente ambientalista; dati i tempi richiesti di attuazione (avendone perso troppo) sicurezze progettuali e fondi necessari e sufficienti per ogni integrazione: questo è governare, non inseguire gli eventi. Un grande italiano, Ezio Vanoni, rifletteva che i cittadini ‘incontravano’ lo Stato solo in due circostanze non piacevoli, la cartolina precetto e la cartella delle tasse.

Si impegnò per una forma (“perequazione tributaria”) che distribuisse i carichi più equamente. Dopo quasi 70 anni da quella riforma (gennaio 1951) le diseguaglianze, o meglio le ingiustizie fiscali, rendono appetibile ogni soggetto politico che prometta di ridurre le tasse. Credo che gli elettori si fiderebbero di più di chi le facesse pagare a tutti e, in questo modo, meno a tutti. Ciascuno di noi ha esperienza di scontrini fiscali non consegnati, ma c’è molto di più! C’ è bisogno di flessibilità e buon senso anche per tutelare i lavori più ‘strani’, stagionali, di aiuto a giovani e meno giovani: coi voucher era tutto in chiaro… Ahimè quanto costano incompetenza e mancata esperienza di lavoro e di amministrazione prima di diventare ministri!

Togliere tutte le detrazioni e le disparità di trattamento; per esempio, per le pensioni. Potremmo fare decine di esempi che rendono solo più intricata la giungla di lacci e laccioli che attribuiscono poteri discrezionali alla burocrazia. Se la politica non ha il compito di servire la dignità di ciascuna persona e ridurre le diseguaglianze come può meritarsi la fiducia e pretendere che i cittadini corrano a votare? Perciò dobbiamo suscitare passione civile per aiutare gli Italiani a immaginarsi in un futuro integrato in una più ampia patria, gli Stati Uniti di Europa, che ci aiutano a rimanere ancorati ai veloci cambiamenti della nostra epoca, che esigono ben altro di un Governo che si era autodefinito del cambiamento! Politica debole, popolo debole. Si è capito nell’ultimo anno anche per la collocazione dell’Italia in Europa e nel mondo. “Mai come oggi c’è un urgente bisogno di uomini e donne che sappiano usare un linguaggio di verità, senza nascondere le difficoltà, ma indicando una strada e una meta” (Card. Bassetti)

MISE: agevolazioni per 500 milioni di euro per i grandi progetti di ricerca e sviluppo

Sono in corso di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale i due decreti con cui vengono rilanciati gli interventi agevolativi in favore dei grandi progetti di R&S, con una dotazione finanziaria complessiva di oltre 500 milioni di euro.

Il primo decreto rifinanzia su tutto il territorio nazionale interventi agevolativi a favore delle imprese che investono in grandi progetti di ricerca e sviluppo nei settori “Agenda digitale” e “Industria sostenibile”. La misura è finanziata dalle risorse del FRI, il Fondo Rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti di Cassa depositi e prestiti, e del FCS, il Fondo per la crescita sostenibile del MiSE. Sono, inoltre, riservate agevolazioni per interventi riguardanti la riconversione dei processi produttivi nell’ambito dell’economia circolare.

Con il secondo decreto viene definita una nuova agevolazione a favore dei progetti di ricerca e sviluppo promossi nell’ambito delle aree tecnologiche Fabbrica intelligente, Agrifood e Scienze della vita. La misura si rivolge alle imprese che svolgono attività industriali, agroindustriali, artigiane, di servizi all’industria in tutto il territorio nazionale, con una riserva di 50 milioni dedicata alle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia. Sono inoltre previste agevolazioni nel settore del “Calcolo ad alte prestazioni” coerenti con la Strategia nazionale di specializzazione intelligente.

Le modalità e i termini per la presentazione delle domande per ottenere le agevolazioni saranno definite con provvedimenti ministeriali in corso di approvazione.

Aumentano nuovamente gli occupati

Nel secondo trimestre 2019 si registra un aumento dell’occupazione rispetto al trimestre precedente (+0,6%), in un contesto di calo della disoccupazione e dell’inattività. Con riferimento all’input di lavoro, nello stesso periodo, per le ore lavorate si osserva una lieve diminuzione su base congiunturale (-0,1%) e un rallentamento della crescita in termini tendenziali (+0,4%). Queste dinamiche del mercato del lavoro si inseriscono in una fase di sostanziale ristagno dell’attività economica confermata, nell’ultimo trimestre, da una variazione congiunturale nulla del Pil.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre del 2019 il numero di persone occupate cresce in termini congiunturali (+130 mila, +0,6%), a seguito dell’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia a termine, e con minore intensità degli indipendenti. Il tasso di occupazione sale al 59,1% (+0,3 punti). Nei dati mensili più recenti (luglio 2019), al netto della stagionalità, il tasso di occupazione e il numero di occupati mostrano un lieve calo rispetto al mese precedente.

Nell’andamento tendenziale prosegue a ritmi meno sostenuti la crescita del numero di occupati (+0,3%, +78 mila in un anno), dovuta ai dipendenti permanenti a fronte del calo di quelli a termine e degli indipendenti; l’incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti scende al 17,2% (-0,2 punti in un anno). Dopo il rallentamento nell’ultimo periodo, si arresta la crescita degli occupati a tempo pieno mentre prosegue l’aumento del tempo parziale; l’incidenza del part time involontario è stimata al 64,8% dei lavoratori a tempo parziale (+1,2 punti). Alla crescita dell’occupazione soprattutto nel Nord e più lievemente nel Centro (+0,7% e +0,1%, rispettivamente) si contrappone, per il terzo trimestre consecutivo, il calo nel Mezzogiorno (-0,3%).

Nel confronto tendenziale, per il nono trimestre consecutivo si riduce il numero di disoccupati (-260 mila in un anno, -9,3%), coinvolgendo entrambi i generi, le diverse aree territoriali e tutte le classi di età. Dopo due trimestri di calo, torna ad aumentare il numero di inattivi di 15-64 anni (+63 mila in un anno, +0,5%).

Il tasso di disoccupazione è in diminuzione sia rispetto al trimestre precedente sia in confronto a un anno prima; tale andamento si associa alla stabilità congiunturale e alla crescita tendenziale del tasso di inattività delle persone con 15-64 anni. Diversamente, nei dati mensili di luglio 2019 il tasso di disoccupazione è in lieve aumento e quello di inattività rimane invariato in confronto a giugno 2019.

Milano: Wildlife Photographer of the Year

Il Wildlife Photographer of the Year, la mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, va in scena anche quest’anno a Milano nei suggestivi spazi della Fondazione Luciana Matalon in Foro Buonaparte 67, dal 4 ottobre al 22 dicembre 2019.

Organizzato dall’Associazione culturale Radicediunopercento di Roberto Di Leo, con il patrocinio del Comune di Milano, l’evento è sempre attesissimo e presenta le 100 immagini premiate alla 54a edizione del concorso di fotografia indetto dal Natural History Museum di Londra.

Arrivati da 95 paesi, in competizione 45.000 scatti realizzati da fotografi professionisti e non, che sono stati selezionati, alla fine dello scorso anno, da una giuria internazionale di esperti, in base a creatività, valore artistico e complessità tecnica.

Da ammirare le foto finaliste e vincitrici delle 19 categorie del premio che ritraggono animali rari nel loro habitat, comportamenti insoliti e immagini di sorprendente introspezione psicologica; un’incredibile esperienza visiva, composizioni e colori che trafiggono gli occhi da un remoto angolo del deserto, dagli abissi del mare o dall’intricato verde della giungla.

Il fotografo olandese Marsel van Oosten ha vinto l’ambito titolo Wildlife Photographer of the Year 2018 per il suo straordinario scatto, The Golden Couple (categoria Animal Portraits), che raffigura due scimmie dal naso dorato nella foresta temperata delle montagne cinesi di Qinling, l’unico habitat per queste specie a rischio di estinzione. Il ritratto coglie la bellezza e la fragilità della vita sulla terra oltre che uno scorcio di alcuni degli straordinari esseri viventi con cui condividiamo il pianeta. Il sedicenne Skye Meaker ha ricevuto il premio Young Wildlife Photographer of the Year 2018 con il suo affascinante scatto Lounging Leopard, un leopardo che si sveglia dal sonno nella Mashatu Game Reserve, nel Botswana.

Sei i fotografi italiani premiati a partire dal lombardo Marco Colombo che ha conquistato la vittoria nella categoria Natura urbana con lo scatto Crossing Paths: protagonista è un orso marsicano avventuratosi nottetempo nelle strade di un paesino del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Menzioni speciali inoltre a Emanuele Biggi autore di Eye to Eye nella categoria Animali nel loro ambiente, Valter Bernardeschi con Mister Whiskers in Ritratti animali, Lorenzo Shoubridge con Sinuous Moves in Anfibi e Rettili, Stefano Baglioni con A Rock in a Hard Place in Piante e Funghi e Georg Kantioler con le due foto Dolomites by Moonlight e Ice-Cave Blues in Ambienti della terra.

Novità di questa edizione sono il premio Stella nascente, assegnato a un fotografo di età tra i 18 ei 26 anni per capacità e qualità costanti, vinto da Michel d’Oultremont, e il Lifetime Achievement Award assegnato al reporter Frans Lanting uno dei fotografi naturalisti più importanti di sempre, per il trentennale contributo alla conservazione della fauna selvatica. I suoi incarichi per la rivista National Geographic lo hanno portato a svolgere lavori pionieristici che hanno sollevato importanti questioni ambientali in Madagascar e Botswana, ispirando un senso di meraviglia e preoccupazione per il nostro pianeta. Nella sezione Proiezione spazio Cinema da vedere il video con una selezione di sue fotografie, oltre a una scelta di immagini votate extra dal pubblico, tra tutte quelle in gara.

L’Associazione culturale Radicediunopercento propone, come di consueto, serate di approfondimento e presentazione di libri con rinomati fotografi di natura che si terranno di sabato alla Casa della Cultura (h 21 via Borgogna 3). In programma: il 23 novembre Marco Urso (wildlife and travel photographer), con tema I felini africani – Differenze, curiosità di comportamento, pericoli per il futuro, il 30 novembre Marco Colombo (naturalista e fotografo), con Paesaggi bestiali, il 14 dicembre Lorenzo Shoubridge (fotografo naturalista) presenta il libro Apuane terre selvagge e il 21 dicembre Stefano Unterthiner (fotografo naturalista) racconta il libro On assignment – Una vita selvaggia.

Preparatissimo naturalista e pluripremiato del Wildlife Photographer of the Year, Marco Colombo sarà inoltre a disposizione per visite guidate alla mostra presso la Fondazione Matalon, ogni venerdì dalle 19.30 (su prenotazione).

Percorso espositivo

Oltre ai due massimi riconoscimenti Wildlife Photographer of the Year 2018 e Young Wildlife Photographer of the Year 2018, il percorso espositivo illustra tutte immagini vincitrici e finaliste divise in categorie: Anfibi e rettili, Uccelli, Invertebrati, Mammiferi, Animali nel loro ambiente, Piante e funghi, Ambienti della terra, Subacquee, Natura urbana, Ritratti animali, Bianco e nero, Visioni creative, Portfolio, Giovani (fotografi fino a 10 anni, da 11 a 14 anni e da 15 a 17 anni).

Altre sezioni importanti sono le categorie documentarie Wildlife Photojournalism Award: Single Image e Wildlife Photojournalist Award: Photo Story, che portano l’attenzione sull’impatto dell’uomo sulla natura e quanto può essere crudele, e la sezione Proiezione spazio Cinema.

Le didascalie e i testi raccontano sia i requisiti tecnici della fotografia sia la storia e le emozioni che hanno motivato l’autore nella realizzazione dello scatto, insieme a dati di carattere scientifico sulle specie fotografate.

A corredo della mostra, a grande richiesta, torna la possibilità di fare un’esperienza di “realtà virtuale immersiva, grazie ad un visore RV di ultima generazione che trasporta i visitatori in affascinanti ambienti naturalistici.

Paradontite

La parodontite, anche detta periodontite e parodontopatia, è un’infiammazione dei tessuti parodontali, che determina una perdita d’attacco dei denti rispetto all’alveolo, con conseguente formazione di tasche parodontali, mobilità dentale, sanguinamento gengivale, ascessi e suppurazioni, fino alla perdita di uno o più denti.

Tale processo risulta reversibile se viene diagnosticato nelle sue prime fasi e curato. Con il progredire della malattia, misurata principalmente come progressione della perdita di attacco parodontale, la possibilità di recupero diventa più difficile e richiede trattamenti più complessi come la terapia rigenerativa dell’osso. Il recupero in questi casi è generalmente parziale.

Nel linguaggio comune è talvolta ancora in uso il termine analogo di “piorrea”, da tempo abbandonato in ambito medico.

Va distinta dalla parodontite apicale, la cui origine è invece endodontica. Nella parodontite apicale l’infezione giunge al tessuto parodontale attraverso le strutture canalari interne del dente. Raramente le due forme possono combinarsi, causando le cosiddette lesioni endo-parodontali.

Il primo obiettivo terapeutico è sicuramente quello di ripristinare una corretta igiene orale grazie all’aiuto della figura dell’igienista dentale e dell’odontoiatra. Ciò comprende una o più sedute di igiene orale professionale, ablazione meccanica del tartaro, curettage gengivale, levigatura delle radici, motivazione all’igiene orale, comprensione ed esecuzione delle metodiche corrette di prevenzione.

La parodontite cronica, nei casi più gravi, può richiedere un intervento chirurgico volto a pulire i tessuti coinvolti più profondi, ed eventualmente a rigenerare l’osso riassorbito. Nella parodontite aggressiva le terapie parodontali, chirurgiche e no, richiedono il supporto di una terapia farmacologica, magari con combinazioni di antibiotici come amoxicillina e metronidazolo. Nella parodontite ulcero necrotizzante non si può ottenere una buona igiene dentale con lo spazzolamento, poiché arreca dolore; pertanto sciacqui con soluzioni di clorexidina a elevata concentrazione (0,2%) permettono di inibire, seppur parzialmente, la formazione di nuova placca batterica. Anche in questo caso risulta efficace il supporto farmacologico, con antibiotici come metronidazolo, penicillina o tetracicline. La chirurgia può essere resa necessaria anche per eliminare gli esiti cicatriziali delle papille aggredite, al fine di permettere un buon esito alle pratiche di igiene orale.

Lo schema Franceschini: Implicazioni e prospettive.

La proposta di Franceschini, esplicitata oggi nell’intervista a ‘Repubblica’, riporta al centro la questione delle alleanze. Indubbiamente è un invito coraggioso a prendere il largo, pena l’immiserimento dell’esperienza incardinata sul Conte bis. In generale conta il programma, ma non meno importante è il quadro delle forze impegnate a realizzarlo. Alla lunga una varietà di condotta, disgiunta da un qualche vincolo politico, degenera nel trasformismo. Ciò finisce, quanto prima s’immagini, per debilitare la democrazia. Il rischio esiste, tanto da suscitare  allarme negli osservatori più inquieti e dubbiosi in ordine alla ‘rivoluzione parlamentare’ consumatasi nelle ultime settimane.

Ora, estendere l’intesa di governo agli enti locali vuol dire superare la logica che ha dominato la lunga stagione del bipolarismo tra centrosinistra e centrodestra, sempre con l’ossessione (giustificata) del berlusconismo. Sembra perciò che dalla politologia si passi alla sostanza della politica: urge evidentemente creare le basi di una nuova ‘struttura’ della vita democratica italiana. Si tratta di una scommessa obbligata e, secondo una regola non scritta, la sperimentazione prende forma a livello di comunità locali. Non è detto, però, che si debba tradurre nei termini angusti di un accordo di potere, sebbene abbia in sé una certa fascinazione che attrae le pericolanti classi dirigenti locali.

Il bipolarismo della seconda repubblica aveva dalla sua il puntello del sistema elettorale maggioritario. Che fare adesso? Che lo stesso sistema possa sorreggere una fase di transizione, dentro cui s’inscrive la possibile collaborazione nei comuni e nelle regioni dei due partiti di governo, è un’ipotesi poco persuasiva. Ciò nondimeno Prodi e Veltroni restano convinti che senza il maggioritario l’Italia cada nel baratro della ingovernabilità. Di fatto, questa sorta di pregiudiziale dei ‘vecchi’ leader dell’Ulivo si scontra con la tesi del Ministro dei Beni Culturali. Far finta che le opzioni siano equivalenti corrisponde a un esercizio di banale funambolismo.

Con il maggioritario si punta a ripristinare la dialettica dei tradizionali ‘poli’ di destra e di sinistra, assottigliando al minimino la funzione ancillare dell’area di centro; invece con il proporzionale si apre una competizione, anche se non dichiarata, tra chi riesca prima e meglio a occupare lo spazio politico in cui si riconosce tendenzialmente l’elettorato di centro, oggi in gran parte astensionista. In questa ottica, il ritorno al proporzionale muta anche la dinamica delle relazioni interne al Pd, poiché Franceschini ha bisogno di Renzi e questi, a sua volta, di Franceschini (ed entrambi di un ritrovato ascendente del popolarismo). In effetti, la ridefinizione delle alleanze per i governi locali indica uno scenario che ingloba la necessità di un ampio rimescolamento di carte in seno al Pd, ma soprattutto una profonda revisione della natura e della funzione di questo partito, originariamente pensato alla stregua di un’inedita ‘piattaforma unitaria’ delle culture riformiste nazionali.

D’altronde, se un modello dovrà valere per la collaborazione con il M5S, non solo a livello di governo centrale, esso non potrà che consistere nella formula del reciproco e leale riconoscimento, rinunciando alla logica della mescolanza evocata da Grillo. Resta sullo sfondo l’esigenza di coinvolgere a un agglomerato ancora informe, destinato tuttavia ad emergere dal magma liberal-popolare della società, fungendo da motore propulsivo di un sano riformismo democratico. Altrimenti, ignorata questa esigenza, non avrebbe senso riflettere sulla lontana crisi dei governo Bonomi e Facta, da cui negli anni ‘20 del secolo scorso venne fuori, come ricorda appunto Franceschini, la soluzione autoritaria del fascismo. Solo la ragionevole concordia di più protagonisti – all’epoca socialisti, popolari e liberali – avrebbe potuto evitare la sciagura. In qualche modo la storia piega ai nostri giorni piega nella medesima direzione, imponendo la convergenza delle forze genuinamente democratiche e riformatrici. Con la loro identità.

Ora avanti con il nuovo centro della politica italiana

Con la fiducia del Parlamento al governo Conte 2 attendiamo di vedere all’opera il nuovo esecutivo, che si giocherà tutta la credibilità sui temi del lavoro, delle tasse, della sicurezza e della politica sull’immigrazione. Solo così si potrà evitare che la sconfitta di Salvini nella recente battaglia non si tramuti, più avanti, nella sua vittoria della guerra.

Siamo delusi dalle dichiarazioni programmatiche del presidente Conte, atteso che, come dalla bozza di programma, sono scomparsi i riferimenti al controllo pubblico di Banca d’Italia e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Così come siamo delusi dal balbettio utilizzato dal premier in risposta all’intervento della senatrice Binetti sul tema dell’eutanasia. Guai se il riferimento al “nuovo umanesimo” si collegasse, come qualche amico sostiene, alle teorie relativistiche di Edgar Morin; in tal caso il cattolicesimo di Conte, la sua formazione cattolico romana al Villaggio Nazareth, la devozione a San padre Pio, sarebbero irrilevanti rispetto a quanto sta accadendo, tenendo presente che il 24 settembre la Corte costituzionale potrebbe sostituirsi tout court al parlamento e legalizzare in Italia il suicidio assistito, in sostanza l’eutanasia.

Siamo, peraltro contenti della nascita del governo, dato che, la fiducia acquisita, segna lo stop alla deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana e la riapertura del dialogo con l’Unione europea, dove il ruolo assunto da Paolo Gentiloni, neo commissario agli affari economici, ci auguriamo possa facilitare il superamento delle regole illegittime del fiscal compact e sappia riproporre i temi del controllo pubblico della BCE e della separazione tra banche di prestito e banche di speculazioni finanziaria in tutta l’Unione europea.

L’impegno annunciato dal governo della riduzione dei parlamentari e le conseguenti modifiche costituzionali che tale scelta comporta, ci auguriamo che possa favorire l’accordo su una legge elettorale proporzionale di tipo tedesco, con sbarramento al 4% e introduzione della sfiducia costruttiva. Una proposta che, noi vecchi “ DC non pentiti” avanzammo, minoranza inascoltata, sin dallo sciagurato referendum Segni.

La presenza di tre schieramenti quali il M5S, il PD e il centro destra a dominanza salviniana, con l’attuale legge elettorale del rosatellum modificato, all’interno del nostro sistema di democrazia parlamentare costituzionalmente garantito, favorisce il trasformismo politico parlamentare da cui sono sorti tanto il governo giallo verde che il Conte 2.

Tra la destra-destra del duo Salvini-Meloni, quella delle urla in Parlamento e dell’appello alla piazza infarcita da nostalgici col saluto fascista, e “le tre sinistre”, come sbrigativamente ha denunciato Forza Italia, serve costruire un nuovo centro democratico, popolare, liberale e riformista, europeista, trans nazionale, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra che si ricomporrà tra il PD e quanto gravita al suo esterno.

Serve la ricostruzione di una sinistra espressione della migliore tradizione di quella cultura politica, così come serve dar vita a un nuovo centro in cui possano ritrovarsi le tradizioni dei popolari, dei liberali e riformisti, sin qui inseriti negli schieramenti provvisori usciti dalla seconda repubblica, quella del permanente scontro tra berlusconismo e anti berlusconismo.

L’uscita di Richetti dal PD è un primo segnale di un processo in atto che avrà inevitabili sviluppi, e l’apporto di Renzi potrebbe essere decisivo. Anche a destra, Forza Italia non potrà vivere la contraddizione di un partito inserito in Europa nel PPE, costretto a saltabeccare nel centro destra a dominanza salviniana, antieuropeista, per garantirsi, da un lato, il governo a livello locale e, dall’altro, la pelosa accettazione dei partners in sede nazionale. Proprio in quella sede dove assistiamo ai repentini tradimenti della Lega, come quello perpetrato dopo il 18 Marzo 2018, o con la reiterata volontà di Salvini e della Meloni di procedere in un duo solitario senza il Cavaliere e i suoi amici .

E’ evidente che a questo nuovo schieramento centrista servirà l’apporto di tutte le energie provenienti dalla vasta galassia frammentata dell’area cattolica, popolare e già democratico cristiana dispersa in quasi tutti gli attuali schieramenti , per offrire la cultura migliore ispirata dalla dottrina sociale cristiana che, tanto in materia antropologica, che ambientale e sociale, può giovarsi degli insegnamenti straordinari del pontificato di Papa Francesco.

In attesa dell’azione operativa del governo Conte 2, della legge elettorale proporzionale inevitabilmente collegata alla scelta di riduzione dei parlamentari, credo sia indispensabile avviare da subito e con chi è disponibile il progetto di formazione del nuovo centro, di cui il sistema politico italiano ha assoluta necessità.

Il “rimpianto” della classe dirigente.

Ad ogni composizione del governo, e anche puntualmente dopo la formazione dell’ultimo esecutivo, cresce altrettanto puntualmente il “rimpianto” per la classe dirigente politica del passato. Quando dico il passato cito esplicitamente la cosiddetta, e tanto biasimata, “prima repubblica”. Certo, si tratta di una fase storica che è stata quasi criminalizzata sotto il profilo politico da tutti coloro che erano all’opposizione e sicuramente fortemente bistrattata e ridicolizzata. In particolare da quasi tutta la storiografia della sinistra politica, culturale ed intellettuale del nostro paese riconducibile al Pci e ai suoi numerosi addentellati. Ma un fatto e’ comunque indubbio: e cioè, quella classe dirigente era fatta da statisti, da autorevoli e qualificati dirigenti di partito o da personaggi che si erano particolarmente distinti nell’esercizio quotidiano della loro professione. Insomma, era una classe dirigente riconosciuta nel paese. Ovvio, pur senza santificare disinvoltamente e allegramente tutta quella stagione. Ma quando si ricordano molti di quei ministri e quegli esponenti politici cresce lo scoramento e la disillusione. 

Ora, senza dilungarsi in questa analisi sufficientemente oggettiva per essere approfondita, credo che sia però anche sbagliato continuare a fare confronti tra quella stagione e la realtà con cui dobbiamo fare i conti oggi. Altroché tracciare confronti impropri tra ieri, o l’altro ieri, e l’oggi. E quindi tra la Dc vera e quella che qualcuno vorrebbe scimmiottare. E’ quasi inutile, al riguardo, fare nomi e cognomi. Che senso ha, ad esempio, confrontare il magistero politico e di governo di due esponenti politici – mi limito ai miei maestri politici, Carlo Donat-Cattin e Guido Bodrato – con quelli che ricoprono adesso quegli incarichi e quei ruoli? Sarebbe una operazione irrispettosa e politicamente scorretta. E questo per due semplici ragioni di fondo che non possiamo dimenticare quando ascoltiamo in modo sempre più frequente il “rimpianto” per quella classe dirigente, per la sua statura culturale ed intellettuale, per la capacità politica e soprattutto per quel “profilo” che era la cifra distintiva di una classe dirigente. 

In primo luogo la classe dirigente era il frutto di un lungo e riconosciuto percorso politico, culturale, sociale. Si trattava di un personale formato e consapevole del ruolo che era chiamato a svolgere. L’improvvisazione e la superficialità non erano di casa e, tantomeno, l’ostentazione della estraneità alla politica e alle sue regole di fondo. Oggi, semplicemente, tutto ciò non esiste più. Per cui ti trovi ministri che nell’arco di pochi mesi possono tranquillamente scomparire dallo scenario politico senza lasciare alcuna traccia. 

In secondo luogo c’erano i partiti politici. Oggi esistono le aggregazioni elettorali e i cartelli elettorali. L’unico elemento che è rimasto del passato e’ la presenza delle correnti, o meglio delle bande organizzate, all’interno dei questi cartelli elettorali. Correnti che, come ovvio, prescindono da qualsiasi specificità politica se non quella di partecipare attivamente alla spartizione del potere e alla distribuzione degli incarichi. 

Ecco perché non ha alcun senso politico, culturale e storico confrontare la qualità e il profilo di quella classe dirigente e di governo con quella che viene espressa oggi. Sarebbe offensivo per i protagonisti di quella stagione e sarebbe anche ingiusto per quella contemporanea. 

A proposito dell’incoerenza

Diciamo la verità. Franceschini aveva da tempo capito tutto. Il Pd poteva stare assieme al M5s poiché c’erano  una base sociale e alcuni valori comuni. Tra l’altro un 20-25% di elettorato Pd, aveva votato alle politiche per il M5s che, da ultimo, aveva dichiarato la sua fede europeista. Camminando insieme, si potevano dunque stemperare alcune punte di populismo grillino. Quello che ci riserva il domani non lo sappiamo. Sappiamo solo che il Conte Due è già partito. Franceschini  in questo suo convincimento ricordava forse l’ultimo discorso politico di Aldo Moro tenuto a Benevento. Era il 18 novembre del 1977 e nel corso del suo intervento , Moro ha ancora una volta palesato i suoi convincimenti sulle sintonie politiche che univano  Dc e Pci. Specie sulla questione sociale. Pensava, addirittura, che una alleanza sarebbe stata utile ad entrambi i partiti ”…quale che sia la posizione nella quale ci si confronta , qualche cosa rimane di noi negli altri, e degli altri da noi”, aggiungendo – rivolto ai comunisti: “…quello che voi siete noi abbiamo contribuito a farvi essere “ . Mica male per due partiti, feroci nemici per 30 anni.  Aldo Moro però non ha mai avuto paura di essere tacciato di incoerenza e di trasformismo. Altri tempi, altri partiti  e altri personaggi, si dirà. Giusto. Ma dopo il dibattito di questi giorni alle Camere sulla fiducia al Governo Conte Due , durante il quale il sostantivo coerenza è stato adoperato in senso spregiativo ed offensivo  decine di volte, mi sono interrogato sul suo significato politico. Anche per chiarire alcune cose con l’amico Giorgio Merlo che con i suoi  occhi rivolti al suo “ Centro Moderato e Popolare Cattolico-Democratico” , ha recentemente pubblicato un articolo su questo quotidiano dal titolo “ Coerenza in Politica “.

Identità e coerenza.                                                                                                       Sono andato a spulciare , perché ignoro la linguistica e la glottologia. Nel  suo Dizionario Etimologico, Giacomo Devoto chiarisce che il sostantivo coerenza  deriva dal latino cohaerentia , che vuol dire attaccato. Mentre Ottorino Pianigiani , altro emerito studioso,  spiega che l’aggettivo coerente riguarda una persona “ … che è unita a qualche idea ;  anzi che …è unita tenacemente con altra cosa e con altre parti simili “. Tenacemente  ? Sì . Usa proprio l’avverbio  tenacemente. E aggiunge che in senso figurato una persona coerente è “…colui che non disdice o  contraddice sia con i fatti né con parole , a ciò che prima ha affermato o pensato”.  Bene. Sin qui ci siamo. Succede però che nel corso del dibattito alle Camere sulla fiducia, oltre alla coerenza sono risuonati decine di volte anche altri due sostantivi : riformismo e riforma. Dal punto di vista politico più interessanti e stimolanti. Ma che fanno a pugni con la coerenza in quanto, se proprio vogliamo,  sottintendono l’in-coerenza. Il dare cioè una nuova forma, il formare di nuovo, il correggere qualcosa che era sbagliata, il contraddirsi, ecc. Non ho nessuna intenzione di elogiare l’in-coerenza e il relativismo. Sto tentando solo di fare una valutazione storico-politica della coerenza. Tenendo conto del fatto che la coerenza, nelle questioni temporali,  è sempre figlia della storia dell’uomo, che serve sino a quando non si vuole riproporre con tutti i suoi pre-giudizi ed errori, dal momento che va sempre a braccetto con lo “spirito del tempo”. Questo è uno dei motivi per cui siamo costantemente immersi nella crisi di quelle identità rocciose stabilite una volta per tutte e depositate nel congelatore, con cui una supposta in-coerenza trova sempre i suoi terminali polemici.  Anche le identità ci aiutano infatti a capire chi siamo e dove andiamo. Succede però che una volta osservate come scatole chiuse a chiave con doppia mandata, in verità ci aiutano poco anche loro. Anzi a volte ci ostacolano. Poiché si tratta di un ripetersi inutile. Di un ritorno inefficace. Spesso causa di grossi se non pericolosi equivoci. Sono tra i tanti che non credono al ritorno del fascismo “…Eterno” . Specie di quello storico depositato sui libri di storia.  Quel fascismo se ne andato per sempre. Ma rimango preoccupato quando si tira  fuori dalla cantina, il nazionalismo sotto veste di molecolare e autarchico sovranismo. Quando un uomo politico come Salvini con tutto il consenso dei sondaggi che si ritrova, si sente autorizzato a parlare a nome di tutti gli italiani,  chiedere pieni poteri, baciare il Rosario, e promette di chiudere a chiave i parlamentari. Sto in pensiero quando si fanno manifestazioni di piazza a Montecitorio contro il Governo in carica, con saluti fascisti e svastiche. E quando quel Parlamento che fu di De Gasperi, Togliatti e Almirante, si trasforma in una curva sud volgare e aggressiva. E’ la coerenza che “addormenta la nostra intelligenza”. Che non  ci fa pensare. Che ci tranquillizza. Nel momento in cui risulta chiaro che insistere nel difendere una causa , una idea, una opinione, una precedente scelta, è una scelta sbagliata, nessuna persona ragionevole può accusare di in-coerenza chi abbandona la causa, l’idea, l’opinione e la scelta. Cosa ci può suggerire la coerenza in un mondo del lavoro 4.0 ? E cosa i cambiamenti del mondo globalizzato, connesso e interattivo?  Cosa sulle migrazioni ? Sull’ambiente e l’innovazione ? Il cambiare opinioni e idee è dunque per il pensiero unico monolitico, un vero peccato di in-coerenza, verso cui la mistica “cattocomunista” Simone Weil scagliò i suoi strali impolitici invocando discontinuità, pluralismo di opinioni. E auspicando addirittura la soppressione dei partiti politici in quanto li vedeva poco liberi, chiusi e dogmatici. Senza dialettica interna. In una parola : perennemente  coerenti.   

Trasformismo e incoerenza                                                                                            Alla in-coerenza  politica interpretata come machiavellico tornaconto individuale e opportunistico, in linguaggio salviniano come  attaccamento alle poltrone, è strettamente legato il trasformismo. Dalla sinistra di De Petris in poi. Un termine  con connotazioni negative. Fino ai nostri giorni. Ma sempre inteso come mutazione radicale per interessi e non come conversione per una migliore ricerca del bene di tutti . Come mercato  dei voti, e non come “feconda trasformazione” ( De Pretis !).  Tra le altre cose riferito sempre alla classe politica e all’ establishment, e mai adoperato per spiegare sino in fondo  i cambiamenti repentini e la flessibilità nel voto da parte dell’elettorato e della pubblica opinione.                                                                             E’ a questo punto che sorge il dubbio che quando si difendono la Costituzione , le libertà, la giustizia e l’eguaglianza, il trasformismo si potrebbe paradossalmente vestire di autentica democrazia perdendo il suo amaro sapore machiavellico. E che la persona , il partito politico …coerenti,  quando rivolgono lo sguardo al loro passato, non adoperano bene le risorse che hanno per immaginare e creare futuro. E’ stato Oscar Wilde a ricordarci che al coerente spesso manca la creatività e la fantasia, manca il pensiero e la ragione : “ La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione “ .   Che nell’anno del Signore 2019 occorra immaginazione , tanta, non è il caso di dirlo. Mi si lasci allora nella convinzione che quando scompare la coerenza dalla  politica , non è vero niente che scompare la politica. Anzi mi viene da pensare che la politica scompare solo quando si è in perenne e costante coerenza e quando si rimane muti e inerti rispetto alla lettura di nuovi segni dei tempi. Che scompare quella  politica intesa come continua mediazione dialettica orientata al bene comune E’ compito delle nuove generazioni eliminare definitivamente pregiudizi… coerenti, arroccati alle categorie amico/nemico , che tanti tragici danni hanno recato allorquando hanno semplificato la realtà  che per Aldo Moro non era nient’altro che complessità. Da decifrare con coerenza morale, ma , se mi è permesso, con incoerenza storico-politica sino al punto di fargli immaginare un dialogo, e preparare “terze fasi” per incontrare e dialogare con quei comunisti, “nemici” di sempre. L’Europa unita , a cui noi tutti speriamo che sia unita politicamente, è nata solo quando è comparsa l’incoerenza rispetto al passato identitario dei popoli, delle culture e dei costumi Un passato  fatto di guerre e di odi nazionali. Di milioni di morti. Oggi ignorato da incolti e incoscienti sovranisti.  

S.Paolo e  “l’in-coerenza”                                                                                             Se non ci rendiamo consapevoli del fatto che col passare del tempo  i nostri pensieri e le stesse nostre idee possono cambiare, la coerenza diventa una gabbia di acciaio dentro la quale ci ritroviamo sempre bambini . E’ Paolo di Tarso a ricordarcelo  nel suo inno alla Carità ( Lettera ai Corinti): “  Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino,; ma quando sono diventato uomo , ho smesso le cose da bambino (….)”.

Finalmente le Pari Opportunità tornano in capo ad un Ministero

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro)

Durante questa estate rovente, oltre al solito triste spettacolo degli incendi a tutto campo, abbiamo assistito all’improvvisa crisi di governo a cui si è corso ai ripari dando vita ad un nuovo Esecutivo a guida PD, M5S e LEU, presieduto dal riconfermato Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Incassato il via libera del Parlamento, la nuova squadra di governo si appresta a realizzare il programma su cui le forze politiche in campo hanno trovato la quadra e si sono impegnati a portare avanti per tutta la durata del mandato.
Intanto, come donne, ci preme sottolineare il fatto che, nella fase dei lavori preparatori, abbiamo assistito al solito copione che ci restituisce ancora una volta, purtroppo, l’immagine di una politica che “predica bene e razzola male”, nel senso che, da sempre, specie quando c’è da proporre, discutere e programmare, la parola e le decisioni continuano ad essere lasciate solo ed esclusivamente agli uomini, come avvenuto anche di recente – episodio forse tra i più emblematici – al G7 di Chantilly in Francia dove i ministri delle finanze, i governatori delle banche centrali e i rappresentanti di organismi internazionali come Fmi e Ocse erano tutti uomini e, ironia della sorte, avevano al centro dell’agenda proprio il tema delle disuguaglianze di genere.

Se passiamo invece alle nomine di ministri e ministre le cose sono andate un po’ diversamente. Gli schieramenti, pur tenendosi come di prassi all’interno della quota del 30% circa, 7 ministre donne su 23 totali, questa volta hanno compiuto un salto di qualità, sostenendo la qualificata presenza femminile in dicasteri chiave. Si pensi, ad esempio, al Ministero dell’Interno e a quello del Lavoro, presenza che auspichiamo comporti anche, ciascuna nel proprio ambito di delega, una maggiore capacità di operare secondo una ormai sempre più necessaria visione di genere in ogni ambito.

Noi del Coordinamento nazionale donne abbiamo ripreso già da qualche settimana le nostre attività quotidiane e stiamo cercando di fare le nostre valutazioni sul programma del nuovo Esecutivo per capire le possibili strategie da mettere in atto rispetto alle problematiche femminili da affrontare. Nel programma di Governo non mancano i buoni propositi, anche se il tema delle donne va affrontato in maniera più esaustiva e in tutte le sue articolazioni. Tra le righe si legge che “occorre introdurre una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni, recepire le direttive europee sul congedo di paternità obbligatoria e sulla conciliazione tra lavoro e vita privata” e “promuovere una più efficace protezione dei diritti della persona e rimuovere tutte le forme di diseguaglianze (sociali, territoriali, di genere), che impediscono il pieno sviluppo della persona e il suo partecipe coinvolgimento nella vita politica, sociale, economica e culturale del Paese”.

Non c’è alcun riferimento, invece, ad esempio, sull’annosa questione della violenza, che continua ad occupare le prime pagine di cronaca e che ha portato negli ultimi giorni alla messa in discussione dell’efficacia della recente legge sul cosiddetto “codice rosso”, un provvedimento che come Coordinamento avevamo considerato complessivamente positivo, in particolare per l’introduzione di nuovi e specifici reati, tra cui il “revenge porn” e le lesioni permanenti al viso, ma comunque pervaso da una concezione solamente repressiva dei reati e poco attento agli aspetti culturali, per noi fondamentali al fine di prevenire e contrastare più efficacemente il fenomeno. Apprezziamo lo sforzo di elevare nuovamente le Pari Opportunità a dignità ministeriale, ciò che chiedevamo da tempo, e affidarle ad una Ministra, un segnale importante per dare alle tematiche femminili autonomia d’azione e interlocuzione diretta.

Approfittiamo per fare gli auguri di buon lavoro alla nuova Ministra, ribadendo la nostra disponibilità a collaborare per portare a termine sia le attività già in essere, a partire dal Piano operativo contro la violenza degli uomini sulle donne, e discutere insieme su altre importanti questioni, previste tra l’altro, come accennavamo innanzi, anche nel programma di Governo, quali lo sviluppo della conciliazione lavoro-vita privata e l’approvazione di una legge per la parità retributiva tra lavoratori e lavoratrici su cui esiste già una proposta CNEL depositata in Parlamento. Seguiremo, pertanto, con la massima attenzione di sempre, le azioni che in questo senso il Governo metterà in campo, con l’obiettivo di sollecitare quelle riforme di cui non solo le donne ma tutto il Paese hanno veramente bisogno.

Le crisi ricorrenti diventano sistemiche

Ciò che siamo soliti definire con l’espressione crisi politica e che ci ha accompagnato in modo continuativo dal dopoguerra ad oggi, potrebbe in realtà essere meglio connotata come “lisi”, cioè come processo di lenta disgregazione del sistema fino alla sua dissoluzione.
Talmente ricorrente è il fenomeno al punto da computare in meno di un anno e mezzo la durata media di un governo: non si tratta allora più di una febbriciattola ricorrente ma di una vera e propria patologia endemica e caratterizzante la fenomenologia politica del nostro Paese.

Il concetto di normalità, inteso come stabilità, capacità di visione e lungimiranza, coerenza agli ideali fondativi, continuità, senso di responsabilità e primazia del bene comune sugli interessi di parte non sembra appartenere al continuum storico della nostra tipizzazione socio-politica-economica: è come se ogni volta ci fosse l’ambizione di ricominciare da capo, con mirabolanti progetti e promesse di terapie risolutive che si rivelano inefficaci e si avviluppano in una sorta di disfacimento autoreferenziale innescato dagli stessi anticorpi che dovrebbero debellare la malattia.
Vista dall’esterno (Europa- comunità internazionale) o rimuginata al suo interno (partiti, sindacati, Istituzioni) la cancrena è come caratterizzata da una ineludibile ripetitività che diventa prassi.

Alla prova dei fatti non c’è coalizione o forza politica capace di garantire identità e continuità, di proporre un modello sociale sostenibile, di padroneggiare il presente avendo un’idea chiara e praticabile di futuro.
Anche le coalizioni apparentemente fondate sull’autosufficienza dei numeri in Parlamento si sono lentamente corrose per defezioni, cambi di casacca, frantumazioni interne ai gruppi che le sostenevano, fino a restare aggrappate al filo di una manciata di voti contanti sulle dita di una mano.
Se la crisi si fa ricorrente al punto di diventare cronologicamente succedanea ad ogni effimero tentativo di continuità, qualcosa non funziona nel sistema ma anche nella testa dei suoi protagonisti: le ambizioni vanno allora commisurate al principio di realtà. Sarà colpa del sistema elettorale, della preponderanza dei partiti nella vita pubblica, dell’assenza di un’etica fondata sui principi di competenza e responsabilità.

Si è a lungo demonizzata la Prima Repubblica ma quella attuale, la seconda o terza che sia, ne è solo una pallida fotocopia, si è discusso sulla democrazia bloccata al centro ma ne’ il bipartitismo, ne’ il tripartitismo hanno saputo uscire dalle secche delle affabulazioni inconcludenti, delle lunghe fasi preparatorie , delle concertazioni senza risultati. Non esistono allo stato attuale alleanze di governo ma contratti: la differenza tra l’una e l’altra formula è profonda poichè un’alleanza si basa su un patto di lealtà e un programma condiviso mentre il mero contratto rende i contraenti meno vincolati alla reciproca fedeltà e più propensi a realizzare il proprio tornaconto.
L’etica esce definitivamente dalle stanze della politica poiché tutto è negoziabile e poi smentibile, il legame che unisce forze politiche a matrice significativamente diversa e con orientamenti alla prova dei fatti inconciliabili si basa sul principio della mera, reciproca ma non speculare, sovrapponibile convenienza.

Le maggioranze non integrano analogie programmatiche perché sono principalmente basate sui numeri: di qui al passo successivo, quello dei veti e dei ricatti il passo è breve.
Così è stato per il governo gialloverde: una sorta di unione di fatto senza legami sentimentali, fondata sul do ut des e sullo scambio delle reciproche concessioni: da un lato il TAV, la gestione dell’immigrazione, il decreto sicurezza, quota 100, dall’altra il reddito di cittadinanza, il condono , lo svincolo dal concetto tradizionale di famiglia. Così è e sarà per il neonato governo giallorosso (non me ne vogliano i tifosi della Roma): durerà fino a quando un interesse di parte verrà smentito e combattuto sul fronte opposto.
Anche nei preliminari della costituita coalizione il tema dominante è stato – nonostante grillini e PD giurassero il contrario- tutto l’armamentario delle cariche e delle poltrone, i veti sui nomi, i pesi e contrappesi dei ministeri e del sottogoverno.
E come sottolineato dal Presidente Emerito della Consulta Giovanni Maria Flick nell’accordo ha influito non poco tutta la faccenda della piattaforma Rousseau e della consultazione on line: “Si è delegittimato uno dei momenti più significativi della vita democratica attraverso una procedura di tipo privatistico”.

Di programmi, modelli sociali da realizzare, riforme, problemi impellenti come l’idea di Europa, il mercato del lavoro, la recessione in atto, la disoccupazione giovanile, la fuga dei cervelli, il drammatico show down ambientale, neanche l’ombra di un progetto, un impegno sottoscritto da sottoporre alle rispettive basi elettorali. Mancano le idee (o meglio si tengono malcelate nel timore di veti incrociati preventivi che mandino tutto a carte e quarantotto) e mancano parole condivise e comprensibili che le sappiano esprimere. Si assiste impietosamente ad un impoverimento di progettualità politica accompagnato da un altrettanto significativo depauperamento lessicale: si usano linguaggi sincopati, si affidano a smartphone e tablet i tweet e i selfie, le battute al vetriolo, un uso smodato del detto e poi smentito che genera insicurezza emotiva e non depone certo a favore della lucidità e lungimiranza dei contenuti che soccombono di fronte ai siparietti dei giochini a cristalli liquidi, come se – per usare una metafora di Vittorino Andreoli- il pensiero pensante diventasse pensiero pensato e immesso nel cortocircuito delle battute ad effetto, affidando alla canea urlante dei social un progetto di Paese che oggi viene tessuto e domani disfatto alla stregua della tela di Penelope.
La discussione è stata sostituita da algoritmi, piattaforme, post, linguaggi asfittici, miseri e sincopati, taluni non sono nemmeno in grado di pronunciare discorsi a senso compiuto e sintatticamente corretti.
Pochi giorni fa, esattamente il 18 agosto, si è svolto a Pieve Tesino il sedicesimo convegno promosso dalla Fondazione Degasperi, presieduta dal Prof. Tognon: il tema di quest’anno era “L’autobiografia di una nazione nelle lettere di Degasperi”: potremmo oggi assegnare lo stesso argomento ad un qualunque uomo politico del nostro tempo? C’è forse in giro qualcuno che sappia scrivere la biografia dell’Italia partendo dalla propria esperienza politica o , viceversa, che possegga doti personali, competenze politico-istituzionali, coerenza morale, capacità e attitudine alla guida del proprio popolo, visione di un modello di società e di Stato che vada oltre le effimere quisquilie del presente? Non se ne vede l’ombra.

Un tempo e proprio per impulso di uomini come De Gasperi, i partiti politici esprimevano la propria identità al presente e in divenire, si facevano portavoce di una progettualità mirata, usavano un linguaggio che favoriva l’interlocuzione, magari anche lo scontro duro e oppositivo ma sempre basato su argomentazioni scaturite da tesi congressuali, da un dibattito assembleare il quale metteva in risalto personalità di rilievo che sapevano proporre riferimenti e indirizzi fondati sulla conoscenza, lo studio, la fatica dell’impegno, la cultura.

Erano docenti universitari, persone che scrivevano libri, formulavano ipotesi, sapevano comunicare emozioni e conquistare adesioni fondate sul merito, gente di statura internazionale che seppe poi transitare il Paese dalle secche del dopoguerra ad un modello di sviluppo dalla forte e connotativa caratterizzazione, assumendosi le proprie responsabilità. Una classe dirigente che aveva un’idea di Europa, poi scemata nel tempo in una sorta di rassemblement senza identità e – direbbe Musil- senza qualità, priva di afflato comunitario e tenuta insieme da veti incrociati, da ricatti e vincoli economico-finanziari, in perenne conflitto di rapporti interni, priva di una visione realmente unitaria e super partes, direi persino impresentabile e raffazzonata.

Dopo quel periodo di fervore e confronto ideologico siamo lentamente scivolati in una diaspora di lunga deriva e di basso profilo: bramosia del potere, interessi personali, ambizioni smodate e poi corruzione come prassi per pilotare consensi, vassallaggi padronali, mediocrità culturale e cinismo morale.
E’ come se la politica e gli uomini che la esprimono avessero abdicato all’omologazione e alla compressione verso il basso dei loro comportamenti pubblici e privati, incapace di pensare e scrivere per poi proporre ad alta voce un progetto nobile , un modello di Stato e di società civile.
Un tempo ci si scontrava duramente su basi ideologiche, oggi si fa peggio per motivazioni di interesse e convenienza, con repentini cambi di direzione e valutazioni di opportunismo.

Esiste un rapporto speculare tra rappresentanti e rappresentati, tra istituzioni e società: potremmo avere dei modelli esemplari dall’una o dall’altra parte se viene a mancare la consuetudine all’uso del pensiero critico, alla coerenza e nettezza di intenti, alla cultura intesa come studio, fatica, impegno, tradizione, elaborazione, innovazione fondata su solide basi e non – come accade – su luoghi comuni, siparietti, fiction, fake news, invettive, offese, minacce, ripicche, ricatti?

C’è una politica che esprime un senso di mediocrità disarmante e si fa rappresentare da personaggi ai quali non affideremmo la gestione del nostro condominio, essendo in gran parte privi di una cultura consolidata, di una capacità di interlocuzione alta e rispettosa, di pregresse esperienze professionali a garanzia di un costrutto di competenza e di responsabilità (che- non dimentichiamolo- sono e resteranno sempre i pilastri che qualificano un personaggio pubblico e sorreggono le istituzioni) che si pongono davanti alla res publica (in tutta la sua nobiltà etica) e al Paese (in tutte le sue drammatiche aspettative) come un giocatore d’azzardo che si piazza ‘bel bello’ di fronte ad una slot machine.

Acli Caserta: “Autonomia differenziata delle Regioni”, pareri a confronto

Lunedì 23 settembre alle ore 16:30 in Via Cesare Battisti 48, si terrà il seminario sul tema del regionalismo differenziato promosso da ACLI Caserta e Forum del Terzo Settore.
Un’occasione di confronto e dibattito sull’Autonomia differenziata delle regioni, argomento di grande rilevanza molto discusso e che vede contrapposte idee molto diverse sul futuro del nostro del Paese.

Apriranno i lavori l’avvocato Sergio Carozza, membro della presidenza provinciale delle ACLI, e Antonio de Blasio, Presidente delle ACLI Caserta.

Punto di partenza della riflessione sarà il libro “Italia, divisa e diseguale – Regionalismo differenziato o secessione occulta?”, scritto da Massimo Villone, costituzionalista, il quale spiegherà cos’è l’autonomia differenziata, quali regioni vogliono aderire e quali effetti comporta.

Il seminario, coordinato dal Professore Michele Zannini per la Presidenza provinciale delle ACLI e per il Forum del Terzo settore di Caserta, proseguirà con le osservazioni e il contributo di Giuseppe Acocella, Professore di Filosofia del Diritto.

Spagna, elezioni anticipate sempre più vicine

E’ ormai certo che fra Psoe e Unidas Podemos si sia consumata una rottura definitiva anche se, ieri, Pablo Iglesias, ha usato l’esempio dell’Italia, per difendere un accordo tra PSOE e Podemos: “Una coalizione è sempre preferibile a nuove elezioni”.

Lo scrive il quotidiano “El Pais”, spiegando che le due formazioni, anche dopo la nuova riunione di 4 ore celebrata il 10 settembre, non sono riuscite a trovare un accordo per sbloccare l’investitura di Pedro Sanchez e dare così il via al nuovo governo dopo le legislative dello scorso 28 aprile.

Secondo quanto si apprende, infatti, i socialisti avrebbero confermato il loro rifiuto di accettare un esecutivo di coalizione mentre Podemos avrebbe respinto il piano del Psoe di un governo monocolore con un accordo programmatico.

Al termine del confronto, inoltre, i socialisti avrebbero avvertito di non essere più disposti a nuovi incontri se la formazione di Pablo Iglesias non desisterà dalla sua pretesa di entrare a far parte del Consiglio dei ministri.

 

 

Contro la droga nelle scuole arrivano le Giornate informative

La Direzione centrale dei servizi antidroga comunica agli istituti scolastici di Roma e a quelli dei Comuni limitrofi, l’attivazione di corsi di formazione per far conoscere agli studenti e agli insegnanti i pericoli connessi all’utilizzo di droghe. Agli studenti, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, viene proposto un percorso logico-formativo in tema di stupefacenti con lo scopo di sviluppare una propria capacità critica sulle conseguenze del consumo di sostanze. A dialogare con loro ci sarà personale qualificato della Direzione centrale dei servizi antidroga.

La Direzione, la cui organizzazione è disciplinata dal decreto interministeriale 15 giugno 1991, è composta da personale interforze, con paritetica rappresentanza della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, come pure da personale appartenente all’Amministrazione civile del Ministero dell’Interno. Diretta, secondo un criterio di rotazione triennale, da un dirigente apicale proveniente da ciascuna delle tre forze di polizia, coordina, in particolare, le attività info-operative delle Forze di Polizia volte al contrasto del narcotraffico nazionale e internazionale, promuove nuove strategie e intese con i collaterali Organismi stranieri, mediante gli Esperti per la Sicurezza della D.C.S.A. presenti nelle aree sensibili, e l’offerta formativa nei Paesi produttori e di transito di stupefacenti.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di offrire agli studenti e ai loro insegnanti un’informazione corretta ed autorevole sulla pericolosità delle sostanze stupefacenti e sulle conseguenze riconducibili al loro utilizzo. Negli ultimi anni si sta registrando un sempre più marcato spostamento dell’offerta di commercializzazione delle sostanze illecite attraverso Internet. A questo proposito, il Sistema di allerta nazionale ha già individuato una serie di nuove sostanze presenti anche sul territorio italiano estremamente pericolose. In particolare, sono stati individuati alcuni cannabinoidi sintetici e altre sostanze quali il mefedrone, e il fentanyl ovvero l’oppioide anch’esso sintetico di nuova tragica tendenza con effetti spesso letali.

Roma: la giunta approva il protocollo d’intesa per i progetti di pubblica utilità dei detenuti

Approvato in Giunta Capitolina lo schema di Protocollo d’Intesa fra Roma Capitale e Ministero della Giustizia Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per il reinserimento socio lavorativo dei soggetti in espiazione di pena, attraverso la partecipazione a progetti di pubblica utilità nel territorio di Roma Capitale.

Tramite tale delibera si autorizza l’Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con il Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale, Daniele Frongia, a sottoscrivere tale Protocollo di Intesa con il Ministero della Giustizia, rappresentato dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dott. Francesco Basentini.

I progetti attuati finora si sono ampiamente dimostrati come dei validi mezzi per coniugare le esigenze dell’Amministrazione di cura del territorio con la promozione della funzione rieducativa della pena e reinserimento sociale dei detenuti.

Grazie al nuovo Protocollo di Intesa, quindi, si rinnova l’accordo fra le parti concordando di demandare i dettagli dei singoli progetti a degli specifici Protocolli Operativi, per lo stesso si stabilisce la durata di 12 mesi, tacitamente rinnovabile salvo esplicita volontà di ciascuna parte firmataria di porre termine notificata con un anticipo di almeno 60 giorni.

Con il Protocollo, inoltre, si delinea la possibilità di integrare interventi nelle aziende agricole di proprietà di Roma Capitale quali Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere e si istituisce, infine, una Cabina di Regia da riunire con cadenza periodica e almeno una volta ogni due mesi per condividere ogni eventuale criticità relativa alle attività avviate.

Il check-up del cuore anche in farmacia

I dati diffusi da HTN Virtual Hospital, società che ha realizzato il progetto insieme a Federfarma dimostrano che per eseguire un chek-up della salute del cuore non è necessario andare in ospedale: sono oggi oltre 4.300, in Italia, le farmacie che utilizzano la telemedicina per esami come l’elettrocardiogramma e la misurazione della pressione o dell’attività cardiaca nell’arco delle 24 ore. Il numero delle prestazioni effettuate ha visto un boom nell’ultimo anno, con una crescita del 46%.

Questo ha permesso di salvare molte persone con infarti del miocardio in atto”. Partito come progetto pilota, il servizio si sta ora diffondendo. Nel secondo trimestre 2019 sono state erogate quasi 29.000 prestazioni diagnostiche, con un incremento, rispetto allo stesso periodo del 2018, di circa 10.000 (+46%).

Considerando tutto il primo semestre 2019, gli esami sono stati oltre 62.600, +44% rispetto allo stesso periodo del 2018 (43.400). E’ cresciuto anche del 5% rispetto al secondo trimestre del 2018 il numero di farmacie che si avvale di questi servizi, oggi 4.382 su circa 19.000.