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Musumeci, se ci sei batti un colpo

Musumeci è andato forse in vacanza? E se no, non ha nulla da dire e fare a seguito del parere favorevole (n. 735/2020) reso ieri sera, con la massima urgenza,   dalla prima sezione del Consiglio di Stato in ordine alla proposta del ministro dell’interno di annullare in via straordinaria l’ordinanza del sindaco di Messina che ha imposto a “chiunque intende fare ingresso in Sicilia attraverso il porto di Messina” l’obbligo di registrarsi almeno 48 ore prima della partenza  nella piattaforma on-line del comune? Non ritiene che sarebbe sua competenza e responsabilità intervenire prima che il presidente Conte ed il consiglio dei ministri assumano una deliberazione di annullamento della suddetta ordinanza per evitare che la Sicilia subisca un ulteriore vulnus alla sua autonomia ed anche che  il governo del Paese riceva un colpo alla sua credibilità?

Noi di questo silenzio siamo esterrefatti. Perché, com’è noto, soltanto un paio di giorni fa il presidente della Regione aveva rivendicato il potere  di ricorrere alle forze di polizia ed, ove occorrente, a quelle armate per fronteggiare la situazione di emergenza che anche in Sicilia si è creata a causa del Covid-19, commettendo però un duplice errore: di evocare a sproposito poteri speciali e di trascurare la sacrosanta rivendicazione di quelli in materia di ordine pubblico, riconosciuti in via ordinaria dall’art. 31 dello Statuto siciliano. 

Ora, invece, che si tratta di mettere in campo le proprie prerogative per difendere al meglio la comunità siciliana con  misure più adeguate ed efficaci di quanto possano essere quelle generali dello stato, il presidente della regione siciliana resta silente. Lascia fare al sindaco del comune di Messina e nel conflitto con il ministero dell’interno in cui De Luca si va a cacciare assiste allo spettacolo come se la quistione non lo riguardasse in prima persona o non si rendesse conto che l’azione di De Luca è sì a salvaguardia di Messina ma anche e soprattutto della Sicilia. La quale così -a differenza della Lombardia che, di fronte al fenomeno della pandemia che affligge tutta l’Italia, ha potuto dichiarare in autonomia (come sostenuto dal presidente del consiglio Conte in una delle serali conferenza-stampa) la chiusura assoluta (“zona rossa”) di parti del proprio territorio impedendone l’uscita e l’entrata di chiunque- è totalmente disarmata, priva della possibilità di qualsiasi intervento. E ciò non tanto perché lo stato ha effettuato un ulteriore scippo di competenze ma perché il responsabile del governo della Sicilia ha pilatescamente rinunciato ad emanare una propria ordinanza, dopo aver chiesto al sindaco De Luca di ritirare la propria, con la quale regolamentare gli accessi all’Isola anche attraverso il porto di Messina. E tutto questo anche a fronte dell’esercizio di analoghi poteri da parte di una regione a statuto ordinario.

Ma tant’è! Questa è la condizione politica della mia regione e fin quando non ci sarà un ribaltamento epocale c’è poco da fare. L’unica cosa che si può sperare è che, in questo contesto di necessità per il coronavirus, il governo -che agisce con poteri di emergenza  non riconducibili allo stato ma alla Repubblica e quindi non dovrebbe avere alcuna convenienza  a mortificare nessuna delle istituzioni di quest’ultima (stato compreso! oltre a regioni, città, province, comuni)- eviti di assumere una decisione, peraltro in contraddizione con la sua stessa linea politica, di annullamento dell’ordinanza della città di Messina e ricomponga nel superiore interesse della Repubblica il conflitto che si è determinato tra regione e stato.

 

Il “dopo” e la “nuova” politica.

Il “dopo” è ancora da scrivere. Come tutti sappiamo. Ma sul “dopo” i lineamenti si cominciano ad intravedere. Anche se necessariamente nebulosi. Almeno sul versante politico. Uno su tutti, però, è abbastanza chiaro. E cioè, le nuove categorie politiche avranno un’altra agenda e, come ovvio e quasi scontato, altre priorità. Probabilmente le parole d’ordine del passato, la dicotomia destra/ sinistra e lo stesso centro saranno destinati a subire profondi cambiamenti. Non nella gerarchia dei valori che ispirano storicamente quelle categorie culturali ma nella concreta azione e traduzione politica quotidiana. È inutile aggirare il tema. Questa drammatica emergenza sanitaria nazionale, ed internazionale, cambierà definitivamente ed irreversibilmente i nostri comportamenti e il nostro modo d’essere. Può la politica, cioè la scienza che governa i processi e i cambiamenti – e così deve rimanere, almeno a mio giudizio – esserne esente? O meglio, rimanere immune dopo questo tsunami? La risposta è persin troppo ovvia: no. Ma sarebbe un esercizio del tutto virtuale avanzare oggi un dibattito su questo tema, in un contesto nazionale – ed internazionale, appunto – ancora lastricato e segnato da una dura e persistente emergenza sanitaria. 

Ma un punto lo possiamo già richiamare. Ed è quello che dopo un periodo – che tutti ci auguriamo non vada oltre l’estate, almeno per quanto riguarda le restrizioni dei movimenti dei cittadini – di tristezza, di chiusura forzata e di oggettiva paura, la speranza della vita da un lato e la voglia di rimuovere e cancellare definitivamente “quel” passato dall’altro sarà fortissima. Senza limiti e anche prepotente. Seppur nel rispetto delle regole che di volta in volta saranno prescritte. Ma l’anelito alla voglia di vivere e con la speranza del ritorno della sola normalità saranno irrefrenabili. E allora, chi sarà in grado di interpretare quella domanda e quell’ansia mai sperimentati sin d’ora nel nostro paese da oltre cent’anni? E, soprattutto, quale sarà la classe dirigente in grado di farsi carico di quei sentimenti e di quella voglia di cambiamento, di rinnovamento e anche di rimozione? La demagogia e il populismo dei 5 stelle forti della parole d’ordine dell’inesperienza e dell’incompetenza al potere, della battaglia contro la casta e i vitalizi e della lotta contro il Parlamento e tutto ciò che è riconducibile al passato? Saranno le piroette quotidiane di Renzi? O le ripetute parole d’ordine, ormai anche un po’ logorate se non del tutto ingiallite, della Lega salviniana? Oppure la stanca riproposizione del vecchio armamentario della sinistra e dei suoi instancabili alfieri politici, giornalistici ed intellettuali della lotta contro la sempre e imminente “minaccia fascista” che, come quasi tutti sanno, è ormai uno slogan propagandistico o poco più? 

Ecco perché occorre attrezzarsi. Con i nostri valori di riferimento, come ovvio. Ma consapevoli che le categorie del passato saranno sempre di più alle nostre spalle. E non solo per responsabilità nostra o di altri.

Der Spiegel: il no della Germania agli eurobond è vigliacco e non solidale

l settimanale tedesco “Der Spiegel” ha pubblicato un editoriale a firma di Steffen Klusmann, in cui definisce “non solidale e vigliacco” il rifiuto degli eurobond.

In particolare, “Der Spiegel” afferma: “O il governo tedesco davvero non si rende conto di quello che sta rifiutando con tanta noncuranza, oppure si ostina a non capire”.

Secondo “Der Spiegel”, “invece di dire onestamente ai tedeschi che non esistono alternative agli eurobond in una crisi come questa” Angela Merkel “insinua che ci sia qualcosa di marcio” negli eurobond. Ossia, che “in fin dei conti sarebbero i laboriosi contribuenti tedeschi a dover pagare, in quanto gli italiani non sarebbero mai stati capaci di gestire il denaro”.

Secondo Der Spiegel per la Merkel: “ogni concessione a spagnoli e italiani potrebbe sembrare una sconfitta. E non avrebbe mai dovuto permettere che si arrivasse a questo, non fosse che per un sentimento di vicinanza e solidarietà”.

La violenza della pandemia “ha comportato una vera e propria tragedia umana e medica in Italia e in Spagna- anche perché ultimamente ambedue gli Stati avevano attuato una forte politica di austerità, come voluto dalla Commissione europea e sicuramente non perché vivessero al di là delle loro possibilità”.

L’Europa, sottolinea “Der Spiegel”, “sta affrontando una crisi esistenziale. Apparire come il guardiano della virtù finanziaria in una situazione del genere è gretto e meschino. (…) E se gli europei non danno immediatamente il segnale che stanno lavorando insieme per contrastare questa crisi, sarà una vera festa per i populisti, i nemici dell’Ue e gli hedge fund di Londra o New York”.

Cura Italia: il portale informativo per stranieri sull’emergenza covid 19 juma map si arricchisce di nuovi contenuti

Il portale informativo per stranieri sull’emergenza COVID-19, lanciato il 20 marzo scorso dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) insieme al partner ARCI, si arricchisce di nuovi contenuti: sono disponibili ora delle informazioni sulle misure contenute nel decreto ‘Cura Italia’ a sostegno del reddito in considerazione dell’impatto della pandemia sul lavoro.

Sulla piattaforma informativa Juma Map si trovano materiali informativi su come accedere al bonus da 600 euro, bonus baby-sitting e congedo straordinario COVID-19 messi a disposizione dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS), che sono disponibili anche per richiedenti asilo, rifugiati e titolari di altri permessi di soggiorno.

La piattaforma e i materiali sono disponibili 15 lingue: Italiano, inglese, francese, amarico, arabo, bengalese, cinese, spagnolo, punjabi, russo, albanese, somalo, urdu, wolof, tigrino.

Papa Francesco: “la Pasqua ci dice che tutto andrà bene”

Il Papa, nella catechesi dell’udienza di ieri, trasmessa in streaming dalla biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata alla Passione di Cristo, in tempi di coronavirus ci spiega che: “La Pasqua ci dice che Dio può volgere tutto in bene. Che con Lui possiamo davvero confidare che tutto andrà bene”.

“E questa non è un’illusione – ha precisato a braccio – perché la morte e la risurrezione di Gesù non è illusione, è stata una verità. Ecco perché il mattino di Pasqua ci viene detto: ‘Non abbiate paura!’. E le angoscianti domande sul male non svaniscono di colpo, ma trovano nel Risorto il fondamento solido che ci permette di non naufragare”.

“Che me ne faccio di un Dio così debole, che muore? Preferirei un dio forte e potente!”, la possibile obiezione. “Ma il potere di questo mondo passa, mentre l’amore resta”, la risposta: “Solo l’amore custodisce la vita che abbiamo, perché abbraccia le nostre fragilità e le trasforma. È l’amore di Dio che a Pasqua ha guarito il nostro peccato col suo perdono, che ha fatto della morte un passaggio di vita, che ha cambiato la nostra paura in fiducia, la nostra angoscia in speranza”.

“Apriamogli tutto il cuore nella preghiera”, l’invito finale: “Questa settimana, questi giorni, col Crocifisso e il Vangelo. non dimenticatevi, la liturgia domestica sarà quella. Lasciamo che il suo sguardo si posi su di noi. Capiremo che non siamo soli, ma amati, perché il Signore non ci abbandona, non si dimentica di noi, mai. E con questo pensiero vi auguro una Santa Settimana, e una Santa Pasqua”.

AgID: Come progettare un sito web alla portata di tutti?

Come progettare un sito web alla portata di tutti? L’Agenzia per l’Italia Digitale AgID ha lanciato una campagna social per sensibilizzare le PA sull’importanza di rendere pienamente fruibili le pagine e i servizi digitali, soprattutto in questa fase di emergenza sanitaria

Al via quindi “Accessibile è meglio! Consigli su come costruire un sito web alla portata di tutti” (hashtag #AccessibileÈMeglio).

Si tratta, spiega AgID in una nota, di un’iniziativa per sensibilizzare le pubbliche amministrazioni sull’importanza di progettare pagine web e servizi digitali in un’ottica inclusiva, senza discriminare le persone con disabilità o con difficoltà fisiche o psichiche.

Una necessità resa ancora più urgente dall’attuale situazione di emergenza legata al Coronavirus, in cui il digitale diventa il principale canale d’accesso ai servizi e alle informazioni.

La legge già prevede che siti i Internet e le applicazioni mobili realizzati dalle Pubbliche amministrazioni siano fruibili anche da parte di coloro che, a causa di disabilità, necessitano di tecnologie assistive o di configurazioni particolari.

Attraverso le pagine social dell’Agenzia (Twitter, Facebook e Linkedin) saranno forniti suggerimenti e consigli pratici su come rendere accessibili i siti delle PA a persone con disturbi visivi, uditivi e dislessia.

Al termine della campagna, che si concluderà a maggio, AgID renderà disponibile una breve guida dove verranno raccolti tutti i suggerimenti pubblicati.

Federfarma: “Su speculazioni mascherine non faremo sconti”

In merito alle possibili speculazioni sui prezzi delle mascherine “ci siamo mossi in maniera ferma, abbiamo chiesto a tutte le nostre associazioni regionali e provinciali di evidenziare se ci fossero fenomeni distorsivi del mercato.

Trovare le mascherine in farmacia “in questo momento non è automatico”, spiega Marco Cossolo, presidente di Federfarma. “L’approvvigionamento rimane ancora molto difficoltoso”, spiega Luca Degrassi, presidente di Federfarma Friuli Venezia Giulia. “Ora cominciano ad arrivare, ma in quantità insufficiente – racconta Cesare Quey, presidente di Federfarma Valle d’Aosta – fatto 100 il fabbisogno delle nostre 48 farmacie, manca ancora il 50%”. “si fa fatica a reperirle – spiega Alberto Fontanesi, presidente di Federfarma Veneto – la domanda è enorme e l’offerta è ridotta.

Le Ffp2 ormai sono merce rara, per le chirurgiche ci arrabattiamo, ma riusciamo a trovarne meno di quante ne servirebbero. Spesso, poi, ci vengono offerte e prezzi troppo alti e le rifiutiamo”. Il prezzo, è una vera e propria nota dolente: “Se uno vende una chirurgica tra gli 1,5 e i 2 euro non gli si può dir niente – riprende Cossolo – a noi le portano a costi molto più alti di quelli pre-Covid”.

Con realismo, ma insieme con fiducia: L’Europa può farcela

Sì respira un’aria di maggiore fiducia sulle prospettive d’accordo nell’Eurogruppo. Può darsi che alla fine si registri l’auspicata convergenza sulla misura più emblematica – bond europeo – della strategia per rilanciare l’economia dopo l’epidemia.

Intanto suonano stonate alcune critiche all’Olanda, non tanto per il merito ma per il criterio utilizzato. Infatti, se è legittimo contestare la resistenza opposta finora alle richieste dei Paese europei del Sud, profondamente errata si presenta l’irrisione che muova dall’idea che l’Olanda è una piccola nazione, dunque inadeguata ad ergersi a tutela dell’interesse generale della UE.

L’Olanda è degna di rispetto, anche quando assume posizioni in aperto contrasto con le nostre aspettative.
Vale la pena ricordare che l’Olanda è uno dei Paesi fondatori della Comunità europea. Dunque, serietà vuole che anche in queste ore si usi un linguaggio più sobrio e rispettoso, favorendo in tutti i modi, con il buon esempio che nasce dalla buona comunicazione, lo svolgimento ordinato e positivo del negoziato.

Intanto, a disdoro degli anti europeisti di maniera, invitiamo alla lettura di questa lunga e dettagliata nota sul contributo (decisivo) che l’Euopa ha già fornito (e continuerà a fornire) per dare ossigeno al programma di rinascita, con la speranza di una nuova primavera dell’Europa.

 

1. 1110 miliardi di liquidità dalla BCE

Nelle ultime settimane la BCE ha deciso un nuovo programma da 750 miliardi che si aggiunge al Quantitative Easing già in corso di 240 miliardi e a quello deciso il 12 marzo di 120 miliardi aggiuntivi.

Il nuovo programma non è più necessariamente legato ad acquisti pro quota, per cui la BCE può comprare in proporzione più titoli italiani.
In proposito è importante rilevare che nel mese di marzo la BCE ha comprato 12 miliardi di titoli italiani e 2 miliardi di titoli tedeschi non applicando la regola del “capital key”, (acquisti pro quota, proporzionati al capitale di ciascuno Stato UE nella Banca).

La BCE si è comunque impegnata ad acquistare fino a 220 miliardi di titoli italiani da qui alla fine dell’anno.
In particolare:
• acquisto di titoli di Stato;
• acquisto di crediti di imprese;
• liquidità alle banche.
La liquidità data dalla BCE alle banche avviene con tassi negativi dello 0.5%. Per cui, di fatto, le banche vengono pagate per prestare il denaro alle imprese.
Risultati per l’economia reale:
• anche uno Stato con alto indebitamento come il nostro può beneficiare della lo Stato italiano la sospensione del Patto di Stabilità può indebitarsi di più senza rischiare la bancarotta e pagando tassi d’interesse molto più bassi;
• le banche possono dare più liquidità alle imprese e sospendere i mutui;
• i creditori possono andare in banca e scontare le fatture non pagate.

2. Rilassamento della sorveglianza bancaria della BCE

La sorveglianza bancaria europea attuata dalla BCE prevede, tra l’altro, che per poter operare ed erogare prestiti le banche debbano rispettare una ratio di capitale minimo prevista da Basilea III e che non possono detenere quote eccessive di crediti deteriorati (crediti che non vengono rimborsati).
Questi criteri sono stati resi più flessibili dalla sorveglianza bancaria riguardo al capitale minimo necessario per erogare prestiti alle PMI, alla qualità dei crediti detenuti dalle banche e all’analisi che le banche devono fare sul rating delle imprese.
Ad esempio, la BCE ha previsto che, in caso sospensione dei mutui non ci sarà una classificazione negativa dell’impresa.
L’Autorità Bancaria Europea (EBA) ha, inoltre, confermato che la banca potrà valutare la situazione del cliente nel lungo periodo.
Risultati per l’economia reale:
Possibilità delle banche di erogare più credito e sospendere i mutui più facilmente.

3. Più prestiti con garanzie pubbliche europee: ruolo della BEI e di COSME

La Banca Europea d’Investimenti ha proposto una nuova linea di credito di 200 miliardi approvata dall’Eurogruppo possibile grazie a garanzie sui bilanci nazionali dei Paesi Ue. E’ un forma di mutualizzazione dei debiti e solidarietà europea.
Questo potrebbe aiutare lo Stato italiano a fornire garanzie pubbliche per prestiti ponte alle imprese a lunga scadenza in sinergia con la Cassa Depositi e Prestiti.
La Commissione metterà a disposizione, attraverso i programmi COSME e Innovfin, 1 miliardo dal bilancio dell’UE come garanzia per il Fondo europeo per gli investimenti in modo da facilitare la liquidità per PMI e imprese a media capitalizzazione, con conseguenti mobilitazione di 8 miliardi di finanziamento del capitale d’esercizio a sostegno di almeno 100000 imprese.

4. Sospensione del Patto di stabilità

Lo Stato e le regioni possono aiutare la sanità, i lavoratori, le impese, senza dover rispettare le regole di bilancio, ossia potendo indebitarsi e fare nuovo deficit.
Grazie a questa sospensione il Governo ha già stanziato finora 50 miliardi.
L’emissione di nuovo debito da parte dell’Italia può essere fatta a interessi tenuti sotto controllo dai massicci acquisti di titoli italiani garantiti dalla BCE.

5. Molta più flessibilità sulle regole di aiuti di Stato

L’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), del TFUE prevede che in situazioni economiche particolarmente gravi, le norme dell’UE sugli aiuti di Stato consentono agli Stati membri di concedere sostegno per porre rimedio a un grave turbamento della loro economia.
Su questa base, la Commissione è pronta a collaborare con l’Italia sulle ulteriori misure che potrebbero rendersi necessarie.
Conseguenze per l’economia reale:
Stato e regioni possono aiutare sanità, lavoratori e impese senza violare le regole di concorrenza Ue.

6. Utilizzo immediato dei Fondi strutturali Ue ancora disponibili

L’Ue, con il Corona virus response investment initiative (CRII), ha deciso di mobilitare le risorse ancora disponibili nel bilancio europeo per dare agli Stati membri tutto il sostegno di cui necessitano per la risposta immediata alla crisi del coronavirus e per il rilancio dell’economia.
L’iniziativa europea include l’anticipazione dei pagamenti e il riorientamento dei fondi di coesione e l’assistenza agli Stati membri nel convogliare i fondi dove sono più necessari il più rapidamente possibile.
In particolare, la Commissione propone di mobilitare le riserve di liquidità provenienti dai Fondi strutturali. Questo consente di dare liquidità immediata ai bilanci degli Stati membri.
Per l’Italia significa anticipare l’impiego dei 37 miliardi ancora disponibili nell’attuale bilancio 2014/2020 sul Fondo Europeo Sviluppo Regionale (FESR) e Fondo Sociale Europeo (FSE), che le regioni e alcuni ministeri dovranno spendere entro il 2023. Sono i finanziamenti del Programmi operativi regionali (Por) e nazionali (Pon).
Grazie alla regola conosciuta come N+3, che consente di utilizzare i fondi entro tre anni dall’impegno a bilancio, le spese potranno essere certificate alla Commissione europea entro la fine del 2023.
La Commissione consentirà l’ammissibilità di tutte le spese connesse alla crisi, applicando la massima flessibilità sulle norme. Questo significa che tutte le risorse potranno essere riassegnate per: sanità, sostegno alle PMI e mercato del lavoro, senza bisogno di confinanziamento nazionale e in qualsiasi parte del territorio italiano.
In particolare, la Commissione non chiederà all’Italia di rimborsare gli 8 miliardi di prefinanziamenti non spesi nell’ambito dei Fondi strutturali europei per il 2019. Dati i tassi medi di cofinanziamento dell’Italia, questi 8 miliardi saranno in grado, combinati con il cofinanziamento di 29 miliardi a carico del bilancio dell’UE, di mobilitare complessivamente un sostegno di bilancio dell’UE pari a 37 miliardi.
Ad esempio l’Italia può già adesso:
• usare il FESR e FES per acquisto di dispositivi sanitari e di protezione, prevenzione delle malattie, sanità elettronica, dispositivi medici (compresi respiratori, maschere e simili), sicurezza dell’ambiente di lavoro nel settore dell’assistenza sanitaria e garanzia dell’accesso all’assistenza sanitaria per i gruppi vulnerabili;
• ricorrere al FESR per aiutare le imprese a far fronte agli shock finanziari a breve termine, ad esempio garantire prestiti alle PMI;
• ricorrere al FES per sostenere temporaneamente regimi nazionali di lavoro a orario ridotto, per aiutare ad attenuare l’impatto dello shock;
La proposta della Commissione è stata resa possibile da una modifica legislativa già approvata dall’ultima sessione straordinaria del Parlamento europeo che si è tenuta il 26 marzo.

Grazie a questo riorientamento di fondi è stato possibile, ad esempio, stanziare 50 milioni per aziende italiane che dovevano riconvertire la loro produzione.
Sara anche possibile aiutare agricoltori e pescatori.
In concreto la Commissione propone di rendere più flessibile l’utilizzo dei fondi per la Politica Agricola Comune (PAC). Verranno proposte a breve una serie di misure per assicurare agli agricoltori ed agli altri beneficiari della Politica agricola comune il pieno supporto della PAC, per esempio concedendo più tempo per presentare le domande di accesso ai fondi e per consentire alle amministrazioni di elaborarle, aumentando gli anticipi per i pagamenti diretti e per i pagamenti dei fondi per lo sviluppo rurale, assicurando la semplificazione dei controlli e la riduzione del fardello amministrativo.
Secondo dati della Commissione europea, il 93% dei 100 miliardi del fondo europeo per lo sviluppo rurale 2014-20 sono già impegnati (83% a livello dei beneficiari), i restanti 7 miliardi possono essere usati per nuove misure. Per l’Italia i fondi Ue non impegnati dovrebbero attestarsi tra 1 e 1,5 miliardi, cui vanno aggiunti i contributi nazionali e regionali.
Il Fondo europeo per gli affari marittimi (PESC), consentirà all’Italia di fornire supporto:
• ai pescatori che hanno dovuto bloccare la loro attività;
• alle imprese di acquacultura che hanno visto una sospensione o riduzione della loro attività;
• alle organizzazioni di produttori per procedere al temporaneo stoccaggio di prodotti della pesca e dell’acquacultura.

7. SURE e le altre misure a sostegno del lavoro

Mercoledì 2 aprile la Commissione europea ha lanciato il programma SURE, un fondo europeo da 100 miliardi contro la disoccupazione (acronimo di Support to mitigate unemployment risks in emergency).
Il Fondo, attraverso 25 miliardi di garanzie volontarie degli Stati membri, proporzionate al loro PIL, permetterà di finanziare le “casse integrazioni” nazionali o schemi simili di protezione dei posti di lavoro.
Raccoglierà risorse sui mercati emettendo bond con tripla A, quindi a tassi bassissimi, che darà poi ai Paesi che ne hanno bisogno prestiti con scadenze a lungo termine. Questo è un grande vantaggio per l’Italia che potrà indebitarsi a tassi molto più bassi per aiutare i lavoratori e riceverà prestiti in proporzione molto più importanti rispetto alla garanzia fornita sul suo bilancio nazionale.
Anche qui, dunque, siamo in presenza di una mutualizzazione dei debiti e di una solidarietà nei confronti degli Stati più indebitati.
La durata delle obbligazioni dovrà essere decisa singolarmente per ogni Paese dal Consiglio, ma nel regolamento è già previsto che ogni anno non potrà essere rimborsato più del 10% del debito, il che “fa capire che potrebbe essere nell’area dei dieci anni” o più.

Oltre a SURE si potrà utilizzare il FES per il reinserimento nel mercato del lavoro di lavoratori dipendenti che perderanno il posto, e autonomi, anche in modo diretto.

8. Fondo di solidarietà europeo

Oltre ai fondi strutturali e agli strumenti di debito la Commissione propone di ampliare l’ambito di applicazione del Fondo di solidarietà dell’UE – lo strumento di sostegno ai paesi colpiti da calamità naturali – per aiutare gli Stati membri in questa circostanza eccezionale.
La misura odierna permetterà agli Stati membri colpiti più duramente di accedere a un sostegno supplementare per un importo che potrà toccare 800 milioni e che potrà essere ampliato.
Potrà essere utilizzato per imprese in difficoltà, per le emergenze pubbliche e le operazioni di recupero, come il ripristino delle infrastrutture, la pulizia di aree e le sistemazioni temporanee per le persone. Le norme verranno estese per includere l’assistenza alla popolazione in caso di crisi sanitarie e per coprire le misure di contenimento di malattie infettive.

9. Libera circolazione delle merci e delle persone e appalti comuni
La Commissione Ue sta evitando che si blocchi la libera circolazione di beni essenziali, a cominciare dal materiale medico come mascherine o ventilatori per gli ospedali.
Deve anche evitare che si formano code ingestibili (superiori ai 15 minuti) alle frontiere che possono creare problemi di approvvigionamento alimentare o di altri beni essenziali.
La Ue sta anche coordinando e finanziando il rientro degli europei ai loro rispettivi domicili.
La Commissione Ue ha lanciato appalti internazionali per l’acquisto in comune, a prezzi più convenienti di materiale medico, quali mascherine, ventilatori o guanti.
In parallelo la Commissione ha stimolato la produzione di mascherine, respiratori e altri dispositivi di protezione individuale e ha costituito una scorta strategica (come parte dello strumento rescEU) di attrezzature mediche, tra cui ventilatori e mascherine protettive, per aiutare i paesi dell’UE nel contesto della pandemia di COVID-19. Sono state bloccate le esportazioni di dispositivi medici al di fuori dell’UE.

10. Aiuti alla ricerca

L’Ue tramite il programma Orizzonte 2020 sta sostenendo network di centro di ricerca che sono in prima line per trovare il vaccino e cure efficaci contro il Covid 19.
Ecco alcuni esempi di iniziative già intraprese:
• sostegno fino a 80 milioni al lavoro della società CureVac, basata a Tubinga, impegnata nello sviluppo e nella produzione di vaccini anti-Coronavirus;

• 164 milioni per start up innovative che progettino idee innovative per rispondere all’emergenza Covid-19;

• 137,5 milioni nel quadro dell’invito di emergenza a manifestare interesse per la ricerca e l’innovazione urgenti sul coronavirus. Questi progetti consentono a 140 équipe di ricerca in tutta Europa di lavorare insieme per fronteggiare la pandemia di coronavirus;

• Altri 90 milioni sono stati stanziati per l’iniziativa di innovazione medica con l’industria farmaceutica

Infine, gli scienziati del Centro Comune di ricerca (JRC) hanno sviluppato un materiale di controllo positivo per facilitare il controllo di qualità della rilevazione del SARS-CoV-2 nei laboratori di analisi. Esso permette alle imprese che producono test e ai laboratori di analisi di verificare i loro kit diagnostici: se i loro test non rilevano il materiale di controllo, non rileveranno neppure il virus reale.

Conclusioni

Nessuno si salva da solo. Senza l’UE l’Italia non ce la farebbe.
È positivo che sia stato preso un impegno da parte dei vertici delle istituzioni Ue a fare tutto quanto necessario per fronteggiare questa emergenza.
Siamo a un bivio storico da cui l’Europa può uscire rafforzata o rischiare l’inizio di un processo di disgregazione che mettere in pericolo anche il mercato europeo. Tutti gli Stati Ue hanno molto da perdere da un venir meno del principio di solidarietà in un momento così delicato.

Serve più Europa nella protezione civile, nella tutale della salute, nel coordinamento delle politiche economiche, nel sostegno alla ripresa economica.
La sospensione del patto di Stabilità e delle regole sugli aiuti di Stato rendono anche importante la salvaguardia di un level plain field tra imprese che operano nello stesso mercato europeo e che devono poter beneficiare di aiuti e condizioni di accesso al credito analoghi. Per questo è fondamentale un grande fondo europeo che aiuti lavoratori e imprese in tutti i Paesi Ue indipendentemente dal loro indebitamento e dalle risorse nazionali disponibili.

Si sta lavorando a prestiti europei a lungo termine garantiti dai 410 miliardi disponibili del Meccanismo Europeo di Stabilità dati con condizioni minime, a maggiori prestiti BEI garantiti dal bilancio nazionali e a un bilancio Ue più robusto. Ma serve qualcosa in più.
Vedremo cosa decideranno i leader europei nei prossimi giorni anche sulla base della posizione dell’Eurogruppo del 7 aprile.

Il decreto scuola che mortifica il merito

L’altro ieri, il Consiglio dei Ministri, ha deciso come disciplinare la valutazione finale degli alunni e le modalità di svolgimento degli esami di Stato del primo e secondo ciclo. Insomma, la impossibilità di concludere l’anno scolastico a causa della pandemia, ha determinato la scelta di promuovere gli studenti per decreto, mortificando uno dei valori costituzionali: il merito.

Credo che la scelta non è stata sufficientemente ponderata, è stata una opzione pedagogicamente sbagliata nei confronti di ragazzi che oltre ad istruirsi hanno bisogno anche di essere educati alla idea che ogni passaggio della loro storia di ‘educazione’ deve essere una esperienza pienamente guadagnata. Si parli invece di ammissione necessitata con riserva degli alunni alla classe successiva. Ad esempio, a partire dal primo settembre 2020, data indicata dal decreto, si svolgano, invece, attività di consolidamento e recupero delle lezioni del secondo quadrimestre scolastico di quest’anno, e si evidenzino i debiti accumulati fino ad allora, di cui si dovrà tenere presente nella valutazione del prossimo anno scolastico.

Poi nel contempo, si riconoscano i crediti agli studenti che comunque si impegnano in questi mesi a studiare con profitto, in molti casi ovviando alle stesse negligenze del sistema scolastico, ricorrendo a modalità di studio e di ricerca. Per questi studenti occorre dunque riconoscere una accelerazione negli studi, premiando il loro talento e merito, indicando implicitamente che talento e merito sono leve fondamentali per lo sviluppo economico, civile, democratico del nostro Paese.

Poi, secondo me, la scelta fatta per gli esami di Stato è persino peggiore in considerazione che in Italia ha valore legale. Questi studenti, certamente non torneranno, passata l’estate, e dopo essere ammessi ed ottenuto il titolo di studi per le integrazioni. Perché dovrebbero poi tornare per recuperare la preparazione saltata? Voglio sperare che si possa essere ancora in tempo per correggere questi ‘segni’ negativi per i nostri giovani. Neanche nei mesi più tormentati della seconda guerra mondiale si adottarono criteri blandi di valutazione, nella impossibilità di fare gli esami.

Era l’inizio dell’estate 1943, ed a seguito dei bombardamenti a tappeto sulle Città, si saltarono gli esami di Stato. Per la promozione o no degli studenti, si tenne conto del profitto acquisito nel terzo trimestre. Credo che la scelta fu proprio quella di premiare il merito è di non dare esempi lassisti ai giovani di quell’epoca.

La memoria che si rinnova. Alcide De Gasperi.

Pubblichiamo su invito  dell’amico Luigi Bottazzi, autore di un libro interessante sulle omelie dedicate a De Gasperi, la recensione scritta da Ruggero Orfei. 

In realtà, la presenza di De Gasperi in noi non è solo memoria, ma anche una proposta politica storica e morale, ancora vitale  e costituisce anche un sostegno culturale.

Le riflessioni che si propongono adesso con l’occasione di una lettura e quindi di un commento di un libro, assumono l’aspetto di una accensione di luci su una figura che ancora oggi si propone nella realtà politica italiana e mondiale. Per non dire della realtà istituzionale in cui “partecipazione” cristiana è cosa forte e imponente.

L’occasione è il volume elaborato di Luigi Bottazzi La Memoria che si rinnova, raccolta di documenti e di omelie delle messe celebrate a Reggio Emilia in memoria di Alcide De Gasperi…” (ed. Bizzocchi, Reggio Emilia 2019), in cui i testi espongono aspetti sia di azione politica sia di vita spirituale del grande statista trentino. Di questi si può dire e ripetere, che la sua vita sembra inesauribile quale sorgente, di motivazioni, indicazioni, sofferenze e proposte per un tempo difficile e comunque pieno di speranza.

Osservo subito che nella comune opinione sembra tuttavia acquisita un’idea dominante dell’europeismo di De Gasperi come di una prospettiva tributaria della guerra fredda e del bipolarismo in cui sembra la si voglia incapsulare. Sono però formulazioni della propaganda e poco controllate dalla storiografia preoccupata soprattutto se non esclusivamente, del dato registrato e documentato e non anche dell’intima “verità” complessa che il personaggio ha espresso e che può esprimere ancora. 

Il fatto serio e forse grave è che nella prospettiva di una costruzione europea che oggi, improvvisamente, sembra tormentata, emergono traguardi di altissimo rilievo che giungono comunque a “interessare le tasche”, e insieme le ragioni di un impegno che hanno bisogno di una giustificazione più ampia. Una giustificazione che non è solo economica, anche se talora, erroneamente, sembra essere la sola a valere, ma culturale e politica su un fondale che ritorna a essere tecnicamente strategico, e quindi di prospettiva.

La condizioni politica del mondo, in questi decenni, seguendo le necessità di affermazione di potenza unitaria della comunità europea, ha accentuato purtroppo l’interesse per la materialità della possibile Unione. Si coglie, però, un malessere dovuto all’insufficiente capacità di persuasione di un disegno che impone sacrifici e scelte morali sulla convivenza tra popoli, etnie, diversità di ogni genere, cioè una “dedizione”. 

Il richiamo ai padri fondatori dell’Unione europea, e a De Gasperi in particolare, diventa adesso essenziale per coglierne le intime sollecitazioni che lo portarono a intendersi, in un disegno di solidarietà anche umana con Schuman e Adenauer. Per De Gasperi l’unità europea non trovava una base e una giustificazione nella guerra fredda e risaliva invero a una cultura politica e della pace che precedeva l’esplosione della prima guerra mondiale. In particolare già allora (1911) De Gasperi riteneva che una giustificazione dell’azione dei cattolici fosse la cooperazione internazionale, l’unione continentale e l’azione per la pace.

Se si trascura questo dato che si coniuga con le impostazioni del primo e del secondo dopoguerra, si corre il rischio d’accettare la “decadenza” anche per l’Europa di una necessità che pareva fondata sulla divisione del mondo (e dell’Europa) in blocchi militari contrapposti e ostili: il rischio è di coinvolgere nella crisi del post-comunismo, tipica di tante istituzioni della fase tramontata, anche l’Unione Europea. In realtà De Gasperi e con lui la Dc aveva pensato alla federazione europea prima che la guerra fredda assumesse i caratteri di divisione morale e psicologica (più che militare) che assunse negli anni fino alla crisi dell’Unione sovietica.

C’è una corrente di propaganda che collega l’azione di De Gasperi e del suo partito, e con essi dei governi che sono seguiti, esclusivamente all’atlantismo, ignorando tutti i problemi e le difficoltà che caratterizzarono la nostra partecipazione alla Nato. Questi aspetti restano essenziali anche nel poi. La verità è che l’Alleanza atlantica fu certamente indispensabile strumento anche per la politica di De Gasperi. Va aggiunto e chiarito però che proprio la divisione del mondo in blocchi e l’elaborazione – che crebbe nel tempo e non fu una costruzione bella e compiuta in un attimo – dell’atlantismo accentuava il valore costruttivo e positivo dell’europeismo di De Gasperi.

Lo statista trentino riteneva che nell’alleanza atlantica non ci dovesse essere solo la gamba americana a reggere il peso della difesa occidentale, ma anche quella europea. Non solo, ma l’Europa unita avrebbe dovuto dare un contributo originale alla cooperazione internazionale, non solo per evitare un conflitto, ma anche per rimuoverne le cause. 

La difficile linea di De Gasperi è rimasta alla base delle impostazioni successive dei democratici cristiani e dei governi da loro guidati. A molti appare ancora oggi una linea di doppiezza non l’essersi schierati in maniera ottusa a favore non di un’attenuazione dei conflitti, ma della loro esasperazione. Il dato essenziale è che De Gasperi e il suo insegnamento si collocano in un’area che si era formata prima della calata della cortina di ferro.

Oggi riprendere in mano l’insegnamento di De Gasperi proprio sulla questione della costruzione europea appare essenziale proprio per le difficoltà che si incontrano nella formulazione di un’architettura politica del nuovo edificio. L’enfasi posta sull’economia non è stata una deviazione in senso proprio rispetto alla linea dei tre fondatori dell’Unione, che cominciarono essi, proprio con la Ceca (carbone e acciaio), a dar vita a un’entità europea. Ma essi non pensarono mai che ci fosse un effetto di trascinamento meccanico e materiale da parte dell’economia rispetto all’edificazione politica e istituzionale. Occorre ribadire che esisteva per loro una contemporaneità delle scelte istituzionali ed economiche, e non si sarebbero mai acconciati a seguire il traino delle questioni monetarie. 

Oggi non siamo certo a un anno zero dell’europeismo, ma a un passaggio difficile, per il cui superamento un ricorso ai maestri non è affatto un lusso inutile, ma una necessità. Per capire e per farsi capire. Non è che oggi si proponga un giudizio su De Gasperi, ma la ricerca di una valorizzazione comprensibile per le presenti generazioni, di cittadini di varie collocazioni, attitudini e convinzioni. In questo senso le offerte tematiche che ci fa Luigi Bottazzi nel suo libro sono quanto mai opportune e attuali per la domanda di chiarimento che alla fine esigono.

Secondo una certa letteratura politica anche “degasperiana”, ma incardinata in una struttura logica solo “democristiana” più che democratica e cristiana, non sempre si coglie una peculiarità di una visione innovativa valida anche oggi. Non si afferra cioè il nucleo essenziale del ruolo e della presenza storica di un personaggio che confesso di aver sentito anche come mia appartenenza non soltanto politica, ma morale e culturale.

Si è legato l’uomo a un cliché di abilità di scelte politiche, di guida politica di un movimento, di capacità di distribuire i compiti secondo competenza. Si è trascurato l’elemento di fondo di una testimonianza e fedeltà a istanze popolari, di crescita umana non solo italiana e nazionale.

Un caso particolare è offerto di una posizione forse notoria ma non nota abbastanza nel suo significato. Si tratta del tema della collocazione della Democrazia cristiana in ordine al suo essere una entità di impegno storico e di rappresentanza sociale che lo metteva in una posizione originale soprattutto rispetto alla proposta comunista. De Gasperi rispondendo a una domanda da che parte sociale la Dc si sarebbe collocata, ebbe a dire: “Noi ci siamo definiti un partito di centro che si muove verso sinistra”. Lo disse in un discorso al Consiglio Nazionale della DC del 31 luglio 1945. Il concetto lo aveva ribadito anche più tardi alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile 1948. De Gasperi in questa seconda occasione, rispondendo a una domanda sulla differenza col Pci disse:”Mi riferisco a tutto il programma cristiano-sociale in materia ricordando  che siamo un partito di centro che cammina verso sinistra” (Intervista al “Messaggero” del 17 aprile 1948). La signora Maria Romana De Gasperi nella biografia del padre non dice cammina, ma “marcia”, con un peso anche più significativo. Sebbene i testi siano chiari anche si è continuato a ripetere che la Dc “guarda“ a sinistra.  

Si è trattato di una depurazione storica significativa, perché si è cercato di attenuare il “dato sociale” dell’impegno politico di De Gasperi che aveva un’idea della collocazione del partito nella società non di tenuta conservatrice.

L’idea di Bottazzi di mettere insieme oggi le omelie e le commemorazioni su De Gasperi risulta molto opportuna, perché i vescovi e i sacerdoti che hanno contribuito ciascuno per suo conto a far luce sulla personalità del leader trentino hanno forti coincidenze tematiche che nella brevità dei singoli interventi, danno un quadro complessivo, ma abbastanza unitario, di una figura che alla fine è del tutto eccezionale. 

In realtà l’insieme degli interventi, delinea un quadro biografico complesso, ma esatto, che dagli inizi della carriera pubblica del leader democratico cristiano, giunge alla sua, a dir poco, clamorosa morte. Clamorosa perché è l’insieme che porta a farci vedere una passione politica che non è di partito e neppure di movimento ideologico, di grande prospettiva. Una prospettiva legata alla creazione di un vero Stato europeo repubblicano, ancorato a una tradizione storica solida, con una vera passione per la libertà che De Gasperi vedeva ancora in pericolo. 

Il suo pianto, tuttavia, per la bocciatura della Comunità europea di difesa significa molto di più di una nota quasi solo letteraria.  La CED fu un progetto politico che rimase nella mente dello statista morente un’idea ferma, radicata e amata quanto sofferta e alla fine persino sconfitta. 

De Gasperi risulta il politico che da cristiano non propone una forma nuova di apostolato innervato nell’Azione cattolica storicamente ben definita, ma come missione di un personaggio che si sente investito senza dubbio di un “istinto missionario”, cogliendo tuttavia  nella elaborazione di strutture temporali molto più di una politica legata a un programma nazionale cattolico. In De Gasperi il superamento dei vecchi “steccati” (come egli stesso definì certi rimpianti confessionali) tra clericali e anticlericali rimase un impegno anche programmatico. Comunque la passione di De Gasperi non è quella di elaborare percorsi religiosi nell’azione politica, anche se la religiosità resta il motivo di fondo di una missione.

In questo senso anche i discorsi di De Gasperi mettono sempre in luce un non senso di certe divisioni. A voler fare confronti dovremmo mettere in evidenza che De Gasperi prefigura il discorso di Giovanni Battista Montini, (ancora vescovo) nel suo famoso, ma non abbastanza noto discorso in Campidoglio. 

La fine del temporalismo può essere oggetto di ricerca storica ma non la base per una prospettiva nuova, su una “base storica” creata dalla terribile guerra che pure pare un punto di partenza inedito per andare oltre ogni lacerazioni religiosa, politica e morale. La democrazia predicata da De Gasperi appare ancorata all’insegnamento di Tommaso d’Aquino, la stessa che era stata espressa nella elaborazione di Maritain che pare essergli presente, dovuta anche a conoscenze e approfondimenti della sua attività professionale nella Biblioteca apostolica Vaticana.

L’utilità del libro di Bottazzi serve per una riflessione non nuova, ma rivissuta al presente, di un messaggio che conserva la freschezza di una”invenzione“ politica – quella di Alcide De Gasperi –  di cui non si è ancora verificata la profonda ed estesa ricchezza teorico-pratica.

                                                                  

Quale ripresa dopo l’emergenza?

Nel Paese qualcuno parla sottovoce di “fase due”, e cioè di avvio di ripresa. Ancor più timidamente qualcuno esprime sommesse critiche alla gestione della crisi interamente affidata ai virologi, senza coinvolgere anche medici igienisti, specialisti della medicina degli ambienti di lavoro, della vita collettiva, della scuola. Ancor più sommessamente si fanno analisi statistiche, per distinguere, ad esempio, tra il tasso di letalità (morti per numero di malati specifici) e il tasso di mortalità (morti sul totale della popolazione), o per valutare il numero dei contagiati nella popolazione, o altro. E ancor meno si ragiona sul serio fra le diverse strategie operative di due Regioni contigue – la Lombardia e il Veneto – dove la seconda con una più tempestiva azione di analisi dei territori e degli ambienti ha di fatto arginato e limitato drasticamente la contagiosità e la diffusione della pandemia. Forse perché sono due Regioni a guida leghista e nessuno vuole dire che anche importanti amministratori leghisti possono sbagliare in modo rilevante?
Questa assenza di confronto civile e politico dovrebbe far comprendere la gravità della nostra situazione e spingere le istituzioni, tutte le istituzioni ad un impegno più intenso, avvalendosi anche di competenze tecniche, ma certo non delegando a queste le risposte che i cittadini attendono.

Dopo quasi 12 anni di crescita debolissima il nostro Paese ha avuto un colpo che potrebbe rivelarsi davvero pericoloso per la nostra società e la nostra economia. Tra le macerie materiali e sociali De Gasperi ebbe la precisa idea politica di appellarsi anzitutto ai cittadini, al loro spirito di iniziativa, alla loro speranza individuale, per suscitare quell’indispensabile moto di speranza e di iniziativa collettiva che fu il vero motore della ricostruzione. Non si trattava di un appello retorico, ma di un investimento di fiducia nel Paese stesso, nelle sue energie vitali e nella sua genialità. Dunque molta, molta meno burocrazia, più fiducia nella capacità dei singoli di risollevarsi, più sostegni dello Stato all’iniziativa dei singoli (intesi come imprese e come comunità di persone). Aldo Moro spesso ammoniva sul fatto che lo sviluppo economico non si potesse favorire con i soli strumenti dell’economia.

Bisogna dunque credere fortemente nella tenuta e nella crescita democratica del paese e delle sue istituzioni democratiche. Per questo il Parlamento, come la assemblee regionali e comunali, dovrebbero subito riaccendersi e prendere la responsabilità di confrontarsi, di convergere e di indicare le diverse rotte da seguire, a livello generale e nei singoli territori. Guai a pensare di delegare ai tecnici quelle che devono invece essere risposte e obiettivi politici.
Non serve solo un elenco di cose da fare, ma precisi progetti, priorità e capacità di attuarli. Per definire questo occorre una forte convergenza politica, una fase di collaborazione intensa nella quale le forze politiche dovrebbero mettere da parte ogni animosità e propaganda, per esprimere invece il meglio di se stesse.

Credo però che si debba anche avere, come De Gasperi e Moro, una chiara visione della società nel suo insieme, della sua capacità di riprendersi soprattutto con il risveglio delle proprie intime energie. Occorrono oggi molte energie, anche nuove energie motivate per rianimare rapidamente un Paese notevolmente invecchiato e provato. E dove reperirle se non richiamando in Italia dall’estero – con un vero appello nazionale e imponenti misure di agevolazione al rientro – migliaia e migliaia di ex giovani italiani, per impegnarli non solo nella ricerca, ma anche nella piccola e grande impresa, nelle pubbliche amministrazioni, nella vita professionale e civile. Chi è stato 10-15 anni fuori porta esperienza e competenza concreta. Ha idee ed energie per cambiare subito, per dare attuazione a molte nostre riforme sociali rimaste inerti nelle loro parti più innovative. Sarebbe anche una potente iniezione di fiducia e di coesione sociale. Fattori assai più importanti di nuove altre leggi e/o regole.

Analogamente sarebbe finalmente urgente una forte politica per la vitalità familiare, ma anche una rinascita di molte comunità locali e villaggi attraverso una intelligente gestione dei flussi di immigrazione. Senza energie fresche è davvero difficile rianimare un corpo anchilosato, impaurito e provato.
Dobbiamo sempre ancorarci alla nostre forte e incisiva Costituzione, per proseguire nel cammino democratico di una sua piena attuazione. Il ruolo dei cittadini e delle loro formazioni sociali sono le fondamenta più solide e radicate della nostra originale democrazia, del nostro assetto pluralista di autonomie sociali e locali.

In questo quadro si potrebbe anche valorizzare l’impegno del Cnel sulla scia di quanto preannunciato nei giorni scorsi dal suo Presidente, Tiziano Treu. Non si tratta certo di fare elenchi di proposte, o di riunire gruppi di studio. Negli ultimi 25 anni di difficoltà politiche nel nostro Paese è stato già detto e proposto tutto. La sfida vera perciò non è quella di pensare al Cnel come ad un centro studi, ad un laboratorio di esperti solo più rilevante perché espressi dalle categorie economiche e sociali. Tutto questo serve, ma ciò che serve ancor di più è rilanciare un ampio processo politico e istituzionale, all’interno del quale il Cnel possa esprimere la sua capacità di accompagnare, implementare, affinare, monitorare, verificare i processi di riforma e di cambiamento concreto. Occorrerebbe che le forze politiche condividessero rapidamente – e con metodo democratico – alcune priorità, le confrontassero con le forze sociali organizzate, e poi affidassero al Cnel il compito di aiutare la comprensione, la declinazione di queste misure nei diversi territori, nelle diverse pieghe della società, riportando costantemente al Governo e al Parlamento i suggerimenti e le proposte per migliorane e accelerarne l’efficacia.

Già negli anni novanta il Cnel si era mobilitato in queste reti di relazioni con i diversi territori, con tanti ambiti e gruppi sociali ai margini perché esclusi dalla rappresentanza organizzata. Aveva dimostrato una tale efficacia da spingere una politica allora, ancora molto ideologizzata, a progettare di cancellare il Cnel stesso perché in fondo svolgeva funzioni istituzionali che la stessa politica indebolita e impoverita non riusciva più ad assicurare dopo la morte dei partiti.

Il Cnel è parte della governance democratica pensata e voluta dai costituenti. Se ne può però richiamare una efficace funzionalità solo in una quadro complessivo di rilancio della iniziativa di tutte le Istituzioni della Repubblica. Per fare questo occorre davvero un nuovo e intenso spirito unitario di ripartenza e di speranza, per una nuova stagione di crescita sociale e civile.

Il “salva imprese” un buon provvedimento a cui servono miglioramenti

Il Decreto Legge varato in questi giorni dal Consiglio dei Ministri, il cosiddetto salva imprese, è senza dubbio una buona iniziativa che contribuirà al rilancio delle attività produttive del Paese. Con questa decisione si è dimostrato come sia possibile, anche con la collaborazione di tutti, comprese le forze dell’opposizione e le associazioni di categoria, conseguire risultati positivi.

Però, questo provvedimento potrà conseguire gli obiettivi che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato e cioè di dare rapidamente liquidità alle imprese, solo se le procedure in capo al mondo bancario che istruirà le richieste di finanziamento e alla Sace per il rilascio delle relative garanzie, unicamente se saranno nella condizione di operare con la efficacia e velocità per dare immediata liquidità alle imprese.

Ma il DL prima di essere definitivo, dovrebbe essere modificato nella parte riguardante la durata del finanziamento portandolo da 6 a 10 anni per consentire maggior respiro finanziario alle aziende interessate.

E, specialmente, dare migliori indicazioni sulle modalità di istruttoria da parte degli istituti bancari per evitare equivoci interpretativi che non andrebbero nel verso della velocità di accreditamento delle risorse al mondo produttivo.

Diversamente le finalità del provvedimento legislativo verrebbero profondamente vanificate, procurando ulteriori difficoltà di struttura finanzia alle diverse aziende produttive. Specialmente nei confronti della attività turistiche che ancora non sanno quando e come potranno ripartire con la stagione estiva. Quindi miglioramenti al DL che diano fiducia e prospettive di sviluppo alle aziende del nostro Paese.

La Pasqua ai tempi del Coronavirus

In una nota trasmissione televisiva Massimo Cacciari auspicava la riapertura, nel rispetto del distanziamento sociale e dei dettami governativi, delle librerie, definite dal filosofo “luogo terapeutico per la nostra anima”. In realtà la dimensione culturale sembra essere una chiave di rinascita e di riscatto del Paese più importante di quella spirituale. Il processo di secolarizzazione ha ormai sostanzialmente depennato l’argomento religioso dal dibattito pubblico, relegandolo a un sentimento privato. Invece la religione è sempre stato un collante di tenuta del corpo sociale.

Come ha ricordato Antonio Polito sul “Corriere della Sera”, il fondatore della sociologia Emile Durkheim definiva la religione “una cosa eminentemente sociale”, il modo con cui la comunità costruiva la propria rappresentazione collettiva. Gli uomini sono sempre stati alla ricerca di elementi simbolici e di senso per la propria vita e la religione è sempre stato uno di essi. Durante la settimana Santa, sorge spontanea una domanda. Al netto delle limitazioni e dei disagi imposti dal Coronavirus, si può delegare il senso (profondo e simbolico) del mistero Pasquale ad una diretta streaming? 

Come sappiamo, la Messa è una celebrazione a cui si partecipa, ha bisogno di uno spazio fisico e della presenza fisica del celebrante e dei fedeli. Certo, le nuove piattaforme ci vengono in soccorso in queste settimane di lockdown per poter svolgere una serie di attività a distanza, dalla frequenza scolastica a quella lavorativa, dai contatti con amici e familiari ai tutorial sui temi più disparati. Ma si può credere seriamente che la messa in remoto abbia lo stesso valore “spirituale” di quella in loco? 

Bene hanno fatto il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti e l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, a stigmatizzare le dichiarazioni di Salvini (sulla Pasqua a chiese aperte). E’ evidente come la tutela della salute pubblica sia un interesse primario rispetto alla partecipazione ecclesiale. Allo stesso tempo, appare necessario aggiornare un po’ il repertorio, oltre ai generici appelli sulla bontà dello “stare a casa” e sulla rivalutazione della preghiera personale, che si potrebbe fare “anche in bagno o in cucina”, come suggerito da Rosario Fiorello.

Economia: Istat, per l’emergenza Covid-19 “shock generalizzato, senza precedenti”.

Lo scenario internazionale è dominato dall’emergenza sanitaria. Le necessarie misure di contenimento del COVID-19 stanno causando uno shock generalizzato, senza precedenti storici, che coinvolge sia l’offerta sia la domanda.

La rapida evoluzione della pandemia rende difficile rilevare l’intensità degli effetti sull’economia reale con gli indicatori congiunturali la cui diffusione avviene con un ritardo fisiologico rispetto al mese di riferimento.

Le prime indicazioni disponibili sull’impatto economico in Italia provengono dal clima di fiducia di famiglie e imprese, che a marzo ha segnato una forte e diffusa flessione, e dai dati riferiti a febbraio sul commercio estero extra Ue e le vendite al dettaglio.

Il commercio extra Ue è stato fortemente influenzato dal calo delle esportazioni verso la Cina, mentre le vendite al dettaglio hanno mostrato un deciso aumento trainato dagli acquisti di beni alimentari.

L’inflazione si è approssimata allo zero per i ribassi delle quotazioni dei beni energetici collegati al crollo di quelle del petrolio. La crescita dei prezzi al consumo nell’area euro si è confermata più elevata di quella italiana, ma anch’essa in decisa attenuazione.

Coronavirus: a rischio crack 4 cantine su 10

Brusco crollo del fatturato in quasi 4 cantine italiane su 10 (39%) con l’allarme liquidità che mette a rischio il futuro del vino italiano dal quale nascono opportunità di occupazione per 1,3 milioni di persone per un giro d’affari di 11 miliardi. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti che ha elaborato un piano salva vigneti per far fronte alle gravi difficoltà generate dall’emergenza coronavirus.

A pesare sulla mancata vendita dei vini di qualità secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ è stata la chiusura forzata di alberghi, agriturismi, bar, e ristoranti avvenuto in Italia e all’estero con un forte calo delle esportazioni, aggravato anche dalle difficoltà logistiche e della disinformazione in un settore in cui le spedizioni fuori dal confine nazionale hanno raggiunto nel 2019 i 6,4 miliardi di euro, il massimo di sempre, pari al 58% del fatturato totale.

Senza vendite – precisa la Coldiretti – le aziende non riescono a far fronte ai pagamenti e a finanziare il ciclo produttivo che, dalla campagna alla cantina, non si puo’ fermare. Le misure messe in campo con il blocco delle rate di mutui, prestiti, tasse, contributi sono certamente utili ma non bastano ed è indispensabile – chiede Coldiretti – mettere a disposizione delle aziende vitivinicole liquidità sotto forma di prestiti a lunga scadenza a tasso zero e garantiti dallo Stato, pari ad una percentuale del fatturato dell’anno precedente, da erogare attraverso una semplice richiesta alle banche. Un intervento veloce e semplice che dovrebbe essere garantito indipendentemente dalla dimensione aziendale al quale va aggiunta – precisa la Coldiretti – anche una compensazione a fondo perduto sulle perdite subite sotto forma di “risarcimento del danno”. Ed è necessario – continua Coldiretti – che una misura similare sia garantita a bar, ristoranti, alberghi agriturismi per evitare il blocco dei pagamenti delle forniture a cui si sta assistendo e per fare in modo che non chiudano.

A livello nazionale la Coldiretti è impegnata nella campagna #iobevoitaliano per promuovere gli acquisti ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni italiano finanziando un piano straordinario di comunicazione sul vino che – sostiene la Coldiretti – rappresenta da sempre all’estero un elemento di traino per l’intero Made in Italy, alimentare e non. Le risorse dovranno arrivare anche dall’Unione Europea con misura OCM promozione che dovrà consentire alle cantine di utilizzare i fondi anche per attività di informazione e promozione sul mercato interno e Europeo. Bisogna semplificare e rendere più flessibile la gestione di tutte le misure del Programma Nazionale di Sostegno finanziato con i fondi di settore Ue – OCM vino con i primi passi importanti già stati previsti nel recente decreto Ministero delle Politiche Agricole del 31 marzo che tuttavia ancora non bastano.

Infine occorre trovare risorse aggiuntive comunitarie e nazionali per finanziare ogni utile strumento per la riduzione delle giacenze e per il contenimento della produzione di vino proveniente dalla prossima vendemmia. La Coldiretti ha presentato al Governo il piano salva vigneti con il quale, attraverso la distillazione volontaria, si prevede di togliere dal mercato almeno 3 milioni di ettolitri di vini generici da trasformare in alcol disinfettante per usi sanitari. La misura avrebbe inoltre l’importante effetto di favorire l’acquisto di alcol italiano che sugli scaffali è stato il prodotto che ha registrato il maggior incremento di vendite secondo Iri, ma anche di ridurre le eventuali eccedenze produttive. Il piano della Coldiretti prevede anche la vendemmia verde su almeno 30.000 ettari per una riduzione di almeno altri 3 milioni di ettolitri della produzione sui vini di qualità in modo da evitare un eccesso di offerta, considerate le conseguenze della pandemia sui consumi internazionali

Con il sangue dei guariti miglioramenti in 3 giorni

Lo studio, pubblicato su ‘Pnas’ e condotto dai ricercatori della Shanghai Jiao Tong University School of Medicine, segnala dei miglioramenti in un piccolo gruppo di pazienti già dopo 3 giorni dalla somministrazione della terapia a base di plasma.

Il team di Zhu Chen, Xinxin Zhang, Xiaoming Yang e colleghi ha esplorato la fattibilità di questo approccio su 10 pazienti con forme gravi di Covid-19, tra i 34 e 78 anni. I pazienti hanno ricevuto la trasfusione di una dose di 200 ml di plasma convalescente derivato da donatori guariti da poco da Covid-19 e contenente “alti livelli di anticorpi neutralizzanti”.

Entro 3 giorni dalla trasfusione i sintomi clinici, come febbre, tosse, respiro corto e dolore toracico “sono notevolmente migliorati e i pazienti hanno mostrato un aumento della conta dei linfociti, un miglioramento della funzionalità epatica e polmonare e una riduzione dell’infiammazione”, fanno sapere i ricercatori. Inoltre i livelli di anticorpi neutralizzanti sono aumentati o rimasti elevati dopo la trasfusione.

1.400 miliardi di liquidità? Non esiste: è già tutta impiegata

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo dell’amico Giovanni Palladino apparso sulle pagine della newsletter Servire l’Italia

Intervistato ieri sera da Massimo Giletti su La7, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha detto: “La Germania non deve preoccuparsi: l’Italia ha sempre pagato i suoi debiti”. Rispondeva al dubbio di Giletti sull’effettiva volontà della Germania nel dare la “luce verde” all’emissione dei “corona- bonds”. Tuttavia è dall’ inizio degli anni ’50 che l’Italia non riesce a rimborsare tutti i suoi creditori, come lo dimostra chiaramente il puntuale aumento annuale del nostro debito pubblico. Il “rimborso” dei titoli in scadenza avviene con l’emissione di altri titoli di Stato, oltre ai nuovi da emettere per le maggiori spese prive di copertura “regolare”. Purtroppo la verità è questa.

Ma c’è un’altra verità, che dovrebbe essere altrettanto evidente: i 1.400 miliardi di liquidità (è l’importo dei depositi bancari e postali dei nostri risparmiatori) non sono disponibili, neppure in minima parte, per fronteggiare i costi economici e sociali del Covid-19, perché sono già tutti impiegati dai debitori (le banche e la posta) nella loro normale attività istituzionale: dare prestiti alle imprese, alle famiglie e allo Stato. In effetti non esiste denaro “ozioso”. Può esserlo per quei risparmiatori, che non vogliono investirlo direttamente in azioni, in obbligazioni o in loro attività produttive.

Ma appena il loro risparmio entra in banca o alla posta, deve per forza diventare “non ozioso”. Quindi è quasi tutto impiegato nell’economia privata e pubblica. E non è sempre di veloce liquidabilità. Questa si ha con il puntuale rimborso dei prestiti e – nel caso dei titoli di Stato posseduti dalle banche – con l’intervento di altri investitori disposti ad acquistarli, perchè lo Stato non li rimborsa (almeno sino ad oggi e chissà sino a quando…).
Si è detto che tra banche e Cassa Depositi e Prestiti si potrebbero “creare” 240 miliardi di prestiti per fronteggiare in parte i problemi nati con il Covid-19. Ma non si dovrebbe parlare di “creazione”, bensì di “sostituzione” di attività finanziarie. Ad esempio, le banche e la Cassa Depositi e Prestiti potrebbero vendere 240 miliardi di loro titoli di Stato per ricavare le risorse con cui effettuare questo necessario aiuto. Per farlo devono prima trovare gli investitori disposti ad acquistare i loro titoli. E con questi chiari di luna non è un’impresa facile.

Oggi l’unica soluzione è la ripresa del “quantitative easing” (QE) da parte della BCE, che purtroppo non sta più soccorrendo le nostre banche con questi riacquisti, come ai tempi di Draghi. Trump si è già assicurato per le banche USA ben $3.000 miliardi da parte della FED, la cui esposizione nei confronti delle banche sta per toccare $6.000 miliardi! Era di soltanto $870 miliardi alla vigilia della crisi del 2008. L’esposizione della BCE verso le banche dell’UE è pari al 45% di quella della FED. C’è quindi margine per un più generoso intervento di QE. E il problema non è chi scegliere – tra lo Stato e la SACE – il garante di tali prestiti Covid-19, perché la SACE è pur sempre di proprietà dello Stato. Il vero problema è che non esiste la liquidità. Solo la BCE può darla alle nostre banche con un semplice click, sperando che questa liquidità aggiuntiva sia capace di contribuire alla creazione di un grande surplus economico per compensare almeno in parte l’enorme deficit che verrà causato dal Covid-19. È una speranza che ha bisogno di nuove idee e di nuovi leaders. E ovviamente di tanta competenza.

Manovra economica: per la DC la più grande rivalutazione della storia. 

Ieri il governo Conte ha approvato, con molta enfasi, dopo non poche tensioni nella stessa maggioranza, il decreto liquidità Italia. Si tratta di una cifra imponente: ben 400 miliardi di euro, pari al 25 per cento del Pil.
Viene fatto riferimento a due Istituti e strumenti: i Confidi e la Sace.
Fanno parte dell’armamentario economico costruito dalla Dc durante le varie fasi del governo del  Paese, per favorire le esportazioni e il credito alle PMI e la crescita del Paese. Entrambi questi strumenti furono inventati negli anni sessanta e settanta, poi affinati nei decenni successivi.
Del resto analogo apprezzamento pubblico è venuto ieri sera in tv dal filosofo Massimo Cacciari che riconosceva esplicitamente il valore degli uomini della Prima Repubblica rispetto allo scenario sotto i nostri occhi.
Quale è il pericolo che abbiamo di fronte? La preoccupazione è che quello che è successo all’INPS con il sito paralizzato dall’enormità dei collegamenti informatici, possa riprodursi nella applicazione del decreto liquidità, quindi sul versante bancario, che procedure farraginose possano creare disagio e poi malessere sociale, che molte aspettative possano andare deluse. Le banche però non sono  istituti di beneficenza. Devono tutelare i risparmi dei depositanti. Devono rispettare i vincoli di bilancio, che non possono essere elusi.
Il nodo del merito del credito resta seppure per una percentuale bassa, ma comporterà conseguenze sulle istruttorie che non avranno percorsi agevoli. Dunque evitiamo facili illusioni.
C’è bisogno di procedure snelle e rapide se si vuole raggiungere l’obiettivo di assicurare la liquidità alle imprese, dietro le quali ci sono i lavoratori, gli occupati e le loro famiglie,  nonchè la tenuta del tessuto economico e sociale del Paese.
Quanto alla dimensione dello stock finanziario messo sul tavolo si tratta di debito che si aggiunge ad altro debito, in attesa che l‘UE decida come intervenire e come affrontare la crisi epidemica che colpisce tutti.
In ogni caso il decreto liquidità dovrà passare al vaglio del Parlamento e in virtù dello sforamento del Bilancio richiederà una maggioranza qualificata. Li si vedrà se il testo sarà rispondente alle attese dei cittadini che dei rappresentanti delle forze sia della maggioranza che delle opposizioni, perché sulle prospettive della tenuta del Paese non si può giocare!

Ripensare e rilanciare il Servizio Civile Universale

Pubblichiamo la lettera-appello inviata ad Avvenire che indica l’obiettivo preciso e pienamente condivisibile di un ripensamento e un rilancio del nostro Servizio civile universale.

Caro direttore,

ci piace rivolgerci attraverso di lei e il suo autorevole giornale al presidente del Consiglio, professor Giuseppe Conte, e al ministro per le Politiche giovanili e lo Sport, onorevole Vincenzo Spadafora. La pandemia che stiamo attraversando ha dimostrato che esiste una grande necessità di competenze al servizio del bene pubblico. Riteniamo pertanto che questo sia un momento quanto mai opportuno per ripensare e rilanciare il Servizio Civile Universale, affidando a una forza nazionale giovanile la missione di aiutare le fasce più deboli della cittadinanza, a fianco della Protezione Civile e altre organizzazioni già attive. Insieme al personale della Sanità, i giovani motivati da un forte senso civico costituiscono oggi la nostra risorsa più preziosa.

Con un adeguato sostegno economico, il Servizio civile universale può inoltre rappresentare una preziosa opportunità formativa. Il periodo di formazione dovrebbe coinvolgere sia i settori pubblico e privato sia il Terzo settore, su tutto il territorio nazionale, e avere la durata temporale necessaria a permettere ai giovani di acquisire competenze e professionalità specifiche. In futuro altre emergenze – ambientali, sanitarie, economiche, sociali – saranno inevitabili. La difficoltà di prevederle e predisporre gli interventi necessari suggerisce di approntare strumenti organizzativi duttili, volti a far fronte a esigenze diverse a seconda delle circostanze, ma sempre disponibili a sostenere i concittadini con generosità. I giovani già addestrati potranno essere richiamati in caso di necessità. Le emergenze richiedono l’impiego di tecnologie avanzate e i giovani, che sono sicuramente facilitati ad apprenderle, possono assistere le generazioni più mature che con esse hanno minor dimestichezza.

Sarà opportuno attivare canali di istruzione fin qui non sperimentati e al tempo stesso permettere a giovani diversi per capacità, provenienza, competenze e attitudi- ni di operare fianco a fianco, incoraggiandoli a impegnarsi in un reciproco insegnamento e sostegno, da pari a pari. Non solo saranno in qualche misura alleviate le sofferenze delle persone colpite dalle avversità, ma si porranno obiettivi concreti allo spirito di solidarietà dei giovani e si daranno loro strumenti utili al raggiungimento dei loro obiettivi personali.

Il Servizio rappresenterà un’occasione di formazione che potrà anche favorire il loro inserimento lavorativo e professionale in tempi normali, nei più svariati settori, sempre rendendo conto del proprio operato secondo un principio di massima trasparenza. In questo momento difficile per tutti, rilanciare il Servizio civile potrebbe costituire una straordinaria occasione di accrescimento del senso civico, della responsabilità sociale, della cittadinanza attiva. Sin da ora siamo pronti a dare una mano e siamo certi che molti altri saranno disposti a farlo.

Gian Vittorio Caprara, Marco Santambrogio, Raffaella Ida Rumiati, Vincenzo Ziparo, Simona Colarizi, Giuseppe Ciccarone, Alessandro Treves, Mauro Bussani, Michele Salvati, Donata Francescato, Luigi (Gino) Pizzamiglio, Carlo Ratti, Bianca Beccalli, Gilberto Corbellini, Laura Borgogni, Fabio Lucidi, Antonella Recchia, Sergio Roncato, Stefano Zamagni, Concetta Pastorelli, Gianfranco Tarsitani, Gianbattista Sgritta, Silvia Castorina, Guido Pescosolido, Tomaso Quattrin, Giuseppe Usuelli, Milka Pogliani, Giuseppe (Pino) Cogliolo, Gabriella Pravettoni, Augusto Blasi, Vittorio Mazzotti, Massimo Rivosecchi, Luigino Bruni, Andrea Ranieri, Ferdinando Chiaromonte, William (Bill) Mebane, Salvatore Maria Aglioti, Grazia Francescato, Fiorenzo Laghi, Emma Baungartner, Ada Fonzi, Gianluca Vago, Donatella Spinelli, Luca Ricolfi, Santo Di Nuovo, Simonetta Magari, Nino Dazzi, Giuliano Cerulli, Antonio Lapenta, Marisa Malagoli Togliatti, Paolo Valerio, Roberto Ball, Lorenzo Strik Lievers

Qui potete leggere la risposta di Marco Tarquinio direttore dell’Avvenire

 

La “sfida” religiosa della Lega.

Il leader e capo della Lega Matteo Salvini continua la sua crociata, peraltro legittima e del tutto comprensibile, sui temi religiosi. Al di là della scelta di ognuno di esternare pubblicamente il suo credo religioso, seppur con modalità opinabili, resta il tema di fondo della opportunità di strumentalizzare simboli e concetti religiosi per finalità dichiaratamente politiche. 

Ora, conosciamo le motivazioni che giustificano questi atteggiamenti – perchè li leggiamo tutti i giorni su alcuni organi di informazione – soprattutto quando vengono confrontati con l’esperienza di un altro grande partito del passato, la Dc, che aveva addirittura nel suo simbolo – così dicono gli adulatori del leader della Lega – il simbolo religioso per eccellenza come la croce. Ecco, su questo versante è sufficiente ricordare che l’ispirazione cristiana di quel partito e la comune cultura di riferimento di larga parte del suo gruppo dirigente erano il frutto di un rigoroso rispetto della laicità dell’azione politica e di una severa e rigorosa distinzione tra la sfera temporale e quella spirituale. Certo, poi anche nella lunga esperienza democristiana non mancavano sacche di di clericalismo accompagnati da una marginale deriva confessionale. Ma erano pozioni e voci largamente minoritarie rispetto all’universo e alla complessità di quel partito. 

Nella situazione contemporanea, e nel caso specifico della Lega salviniana, mancano questi due tasselli fondamentali. E cioè, l’ispirazione cristiana di quel partito e la comune cultura di riferimento del suo gruppo dirigente. Che non sono due aspetti marginali nella costruzione della identità di un partito. Al contempo, però, campeggiano i simboli religiosi continuamente esternati da un lato, e il richiamo a quei simboli come elementi divisivi e caratterizzanti dall’altro. Due elementi che sono anche e soprattutto riconducibili all’impianto sovranista che ispira e disciplina il progetto politico ed ideologico della Lega salviniana. 

Non c’è da stupirsi, quindi, se l’approccio della esternazione dei simboli religiosi continua imperterrita in tutti i luoghi. In Tv come nelle piazze, sulla rete come nei comunicati stampa. Semmai, e qui consiste la vera sfida politica e culturale, si tratta di verificare se la tradizione e la grammatica del cattolicesimo politico italiano ha la forza per offrire un’alternativa. Che non è, come ovvio, una crociata contro l’impostazione e la prassi sovranista della Lega. Ma, al contrario, il coraggio di saper tradurre nella società contemporanea i valori, la prassi e la cultura di una tradizione che ha fatto dei cattolici non una riserva di caccia da strumentalizzare ma un mondo da cui trarre insegnamento e ispirazione per la concreta azione politica. Sono due approcci, due culture e due modalità che si confrontano apertamente. Alternative l’una rispetto all’altra. Ma per contrastarla, democraticamente e laicamente, semplicemente occorre esserci. Questa è la sfida. 

L’errore di grammatica del Presidente della Regione siciliana

Dopo aver sollevato non una pandemia sanitaria ma un pandemonio politico con la sua richiesta di riconoscimento di “poteri speciali” ex art. 31 dello Statuto siciliano per potere disporre delle forze di polizia e, ove necessario, di quelle armate, il presidente della Regione, on. Nello Musumeci, in una video-dichiarazione ha sostenuto di non aver invocato alcun potere speciale e che si sta facendo appositamente una gran confusione perché la gente possa distrarsi dai gravissimi problemi che il governo nazionale crea invece di risolvere quelli esistenti.

Continuando su questa linea, l’on. Musumeci ha quindi sottolineato di aver chiesto semplicemente alla commissione paritetica (stato-regione) di occuparsi dell’attuazione dell’art. 31 dello Statuto regionale che è una norma che consente al presidente della regione, “in casi particolari e in contesti di emergenza” come quelli che stiamo vivendo in queste settimane, di assumere la guida e avvalersi delle forze di polizia. “Noi abbiamo deliberato perché la commissione paritetica e quindi lo stato ci faccia sapere se questo art. 31 può essere o meno applicato. Non c’è alcuna richiesta di poteri speciali. Non ne abbiamo mai chiesti. E non ne chiederemo. Il potere è già nello Statuto. Lo stato deve soltanto dirci se vuole negare questa norma così come ha fatto con tante altre o se possiamo metterci intorno a un tavolo e discutere”. E concludendo, ha poi con prudenza affermato: “ma possiamo parlarne dopo essere usciti da questa triste avventura”.

Ora, come si possa fare a chiedere l’applicazione di una norma, quale che sia, motivandola con la necessità che impone una situazione di emergenza della massima gravità e poi concludere il ragionamento a supporto con una dichiarazione di disponibilità a parlarne quando si sia usciti dall’emergenza evocata per chiederla è veramente cosa difficile da capire. Almeno che non si usi un’altra logica altrettanto sconosciuta di quella del covid 19. Ma non è questo il punto che ci appassiona.

La questione che più ci interessa mettere in rilievo è invece di merito. Come si possa fare a scambiare fischi per fiaschi. E cioè come si possa leggere una norma capovolgendone completamente il significato. Perché di questo si tratta. Musumeci e con lui i suoi consiglieri hanno commesso un gravissimo errore da paragonare a quelli di grammatica che alle elementari ci venivano fatti rilevare con un segnaccio blu.

Hanno infatti trasformato in un potere eventuale e straordinario, da riconoscere da parte dello Stato al presidente della regione “in casi particolari e in contesti di emergenza”, quella che il primo comma dell’art. 31 dello Statuto definisce come una prerogativa certa e ordinaria del presidente e del governo siciliano (“Al mantenimento dell’ordine pubblico provvede il Presidente della Regione a mezzo della polizia di Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal Governo regionale”). Abdicando così, sotto un profilo qualificante ed irrinunciabile come l’ordine pubblico, alla identità della Sicilia quale istituzione regionale autonoma e paritaria (ex art. 114 Cost.) di fronte allo Stato.

Quanto, poi, all’altra questione della possibilità del presidente della regione di chiedere l’impiego delle forze armate dello stato è evidente che si tratta di altro problema, questo sì da affrontare volta per volta quando le circostanze dovessero richiederlo. Sovrapporlo o confonderlo con il primo è errore gravissimo. Conduce all’isolamento politico ed istituzionale. E pregiudica pure la sacrosanta battaglia per l’attuazione dei poteri regionali in materia di ordine pubblico. Se Musumeci fosse stato più attento questo rischio lo avrebbe evitato. E, così, non si sarebbe e non ci avrebbe coperto di ridicolo.

Roma-Milano, il viaggio della solidarietà.

Roma Milano non è una canzone dei “The Giornalisti”, tanto meno una famosa trasmissione televisiva di qualche anno fa. Roma Milano è, oggi, il viaggio di un volontario della Croce Rossa Militare, Roberto Barbavara, a supporto della componente civile di Croce Rossa e del corpo volontario delle Infermiere di Croce Rossa. Da Roma, dove la quarantena, a volte, è vista come costrizione, a Milano, dove il coronavirus ha generato distruzione e morte; dove, appena si supera Porta Romana, si entra in una dimensione di paura e timore per l’ansia di andare incontro alla catastrofe che ha abbracciato la Lombardia e il nord tutto. Ma tutto questo stato emotivo è superato dalla forte voglia, presente in ogni volontario partito dalla Capitale, di dare quel sostegno necessario a tutti coloro che sono stremati nella prima linea di combattimento del virus dalla morte invisibile.

Giusto, Roberto? Che Milano ha trovato? Quale umanità si è trovato di fronte a lei?

“È difficile descrivere la sensazione provata. Siamo addestrati e preparati, attraverso i vari corsi come “i care e supporto psicologico nelle emergenze”, a gestire le emozioni di fronte a catastrofi e traumi sociali. Eppure, ogni volta si rimane meravigliati a vedere cosa può la forza della natura. Terremoti, alluvioni, frane ed ora, ahinoi, il virus. È stato sconcertante immettersi nel tragitto da Roma a Milano, in quelle strade solitamente gremite di pendolari e lavoratori, di turisti e di viaggiatori; e che ora incrociano il vuoto assoluto, fatta eccezione per i camionisti e i trasportatori che non hanno i vincoli del PDCM Per non parlare degli autogrill, vu

oti e senza vita. Sembra di vivere in un film di fantascienza. E che dire di Milano? La città di Milano, quella del successo dell’Expo 2015, è totalmente svuotata, esigue le persone che si vedono circolare; quei pochi sono a piedi con il cane o con un carrello della spesa, un silenzio spettrale che è interrotto, solamente, dalle sirene dei soccorsi che si susseguono in continuazione. In una modalità che è difficile anche a raccontarla!”

Cosa spinge un volontario ad abbracciare, senza se e senza ma, un servizio di solidarietà umana come sta facendo lei?

“Non si pensa, si fa e basta, si è scelto di essere volontario e si fa quello per cui ci hanno preparati, collaborando con colleghi e persone del proprio gruppo, e di tutti i gruppi volontari di ogni corpo e natura.”

A volte viene da pensare che lo spirito del #iorestoacasa sia solo di facciata, che manchi quel senso di responsabilità, di quel senso civico, spesso sbandierato senza una ratio, che viceversa hanno tante persone, come voi volontari. Le viene qualche dubbio quando incontra la superficialità presente in molti strati della nostra popolazione?

“Noi, CRI militare e civile, abbiamo sposato i sette principi fondamentali che tengo a ricordare in questa occasione ” Umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unità, universalità”. Per tanto, io non ho dubbi o giudizi sulla popolazione. Stiamo vivendo un periodo difficilissimo ed alcune persone ancora stentano a rendersene conto. Gli organi preposti hanno messo in atto misure restrittive per le persone scettiche. Penso, e spero, che queste soluzioni che possono sembrare pesanti e limitative relativamente il distanziamento forzato stiano raggiungendo l’obiettivo scientifico desiderato.”

L’orrore di morte raccontato dai lombardi, e più volte visto da tutta la popolazione italiana in televisione, lei lo ha percepito nitidamente? O la realtà supera l’immaginazione?

“Al momento

c’è una percezione spettrale sembra un Paese congelato, immobile, speriamo si possa riprendere presto un pochino di normalità e serenità.”

Come ci cambierà il domani dopo questa dolorosa esperienza del Coronavirus?

“Spero che ci renda più consapevoli delle priorità, che ognuno riesca ad apprezzare quello che ha e non quello che potrebbe avere.”

Impareremo a donare di più al prossimo?

“Dobbiamo imparare a donare di più, perché molti di noi dopo il covid19 saranno il prossimo da aiutare… Saranno tempi durissimi che solo la solidarietà potrà aiutarci a superare.

 

Usa: un quarto dell’economia è bloccata a causa del coronavirus

Le chiusure degli Stati Usa per frenare la propagazione del coronavirus  hanno causato l’arresto di almeno un quarto dell’economia statunitense. Lo scrive il “Wall Street Journal”. Secondo l’analisi l’improvvisa battuta d’arresto del commercio negli Usa non ha precedenti per portata nel paese.

41 Stati Usa su 50 hanno ordinato la chiusura almeno parziale delle attività economiche e il prodotto interno lordo giornaliero degli Usa è crollato di circa il 29 per cento rispetto alla prima settimana di marzo.

Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analitics, ritiene come il presidente Usa, Donald Trump, che la situazione attuale non sia sostenibile: senza una ripresa almeno graduale entro i prossimi due mesi, infatti, il prodotto interno lordo Usa crollerebbe del 75 per cento annuo nel secondo trimestre.

WhatsApp, arriva il numero per restare informati sul Covid-19

L’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia anche il Italia il suo bot su WhatsApp che risponde alle domande sul Covid-19. Già nelle settimane precedenti era stato presentato un servizio analogo, ma solo in inglese, ora l’OMS ha lanciato anche quello esclusivo per l’Italia.

Per restare in contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità su WhatsApp basta salvare il numero di telefono +41 22 501 78 34 nella propria rubrica e inviargli un semplice messaggio: “Ciao“. Il bot risponde immediatamente mostrando i diversi servizi disponibili: si può restare informati sugli ultimi numeri dei contagi o ricevendo le istruzioni per proteggersi dal contagio.

Sullo schermo apparirà il messaggio di benvenuto dell’OMS in cui spiega il funzionamento del bot di WhatsApp.

” Benvenuto nella chat ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su WhatsApp.

Qui troverai informazioni e consigli riguardo alla situazione attuale e la diffusione del coronavirus (COVID-19).

Cosa vorresti sapere sul coronavirus?

Rispondi con un numero (o emoji) in qualsiasi momento per ottenere le informazioni più recenti sull’argomento:

1. Ultimi casi 🔢
2. Proteggiti 👍
3. Maschere 😷
4. Miti: vero o falso? 🛑
5. Viaggiare 🗺️
6. Ultime Notizie 📰
7. Condividi & Invita ⏩
8. Dona ora 🥰
9. Lingue 🌐”

Dopo questo messaggio, basterà rispondere con un numero (ad esempio 1 per conoscere tutti gli ultimi casi a livello mondiale e regionale) per ricevere una risposta immediata. Per conoscere il corretto utilizzo della mascherina basta inviare un messaggio con scritto “3” e si riceve una risposta dall’OMS su come si deve usare. Inviando il numero “4”, invece, si ricevono delle informazioni molto utili sui miti nati in queste settimane sul Covid-19: smentire le fake news è fondamentale per non creare panico ingiustificato.

Apparecchiature, il punto sulla produzione e distribuzione

“Le attività di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale e delle apparecchiature necessarie a contrastare l’emergenza proseguono e crescono senza soluzione di continuità: i posti letto in terapia intensiva, che erano 5.179 all’inizio dell’emergenza, sono diventati 9.284. Ovvero il 79% in più. Quelli nei reparti di malattia infettiva e pneumologia, che erano 6.198, sono adesso 34.320. Oltre quattro volte di più. Credetemi: è stato fatto uno sforzo gigantesco”.

Così Domenico Arcuri ha dichiarato. Continuando ha affermato: “abbiamo complessivamente distribuito 72,3 milioni di apparecchiature e dispositivi… “Abbiamo consegnato ed installato nelle varie Regioni 1.679 ventilatori per la terapia intensiva e sub-intensiva. La dimensione degli approvvigionamenti e l’efficienza della distribuzione ci ha permesso di equilibrare meglio la ripartizione territoriale di queste fondamentali apparecchiature. Adesso anche le regioni del Sud sono progressivamente dotate degli strumenti necessari per il contrasto all’epidemia in una dimensione rilevante”.

Inoltre, sull’incentivo #CuraItalia gestito da Invitalia ha dichiarato: “In 9 giorni sono state presentate ad Invitalia 447 proposte di investimento per riconvertire o avviare impianti di produzione di dispositivi di protezione individuali. Di queste 217 sono state rigettate per motivi ostativi; 200 sono in valutazione; 30 sono state approvate. Di questi 30 progetti, 16 sono riconversioni e 14 ampliamenti; verranno effettuati in 10 regioni; produrranno un investimento complessivo di 13,6 milioni.”.

Il Commissario ha anche fatto riferimento all’accordo firmato il 3 aprile con Confindustria per la produttività industriale, che serve a garantire senza soluzione di continuità gli approvvigionamenti delle imprese italiane e fornire al Commissario una quantità di questi dispositivi in modo da dare un contributo alla distribuzione per i cittadini e il sistema sanitario.

“Infine – ha concluso Arcuri – volevo dirvi del progetto per la produzione industriale di mascherine protettive realizzato in partnership fra il Commissario straordinario di governo per l’emergenza Covid-19 e il Ministro della Giustizia Bonafede e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: otto impianti automatizzati che arriveranno nell’arco dei prossimi 15 giorni consentiranno di produrre 400.000 mascherine al giorno che potranno poi progressivamente aumentare. Di questi 3 stabilimenti saranno ubicati presso gli istituti di Milano Bollate, Salerno e nel Polo di Roma Rebibbia. Il ciclo produttivo comprenderà anche la ricezione e preparazione del tessuto non tessuto, nonché lo stoccaggio e la sanificazione delle mascherine. Sapere che anche dalle carceri si possa dare un contributo a questa guerra ci dà davvero la forza per andare avanti cercando di vincerla. Giorno e notte”.

La nostalgia di Polito e la pretesa di Salvini: come vivere la Pasqua? Bisogna comunque reagire al sovranismo religioso.

Ad Antonio Polito, autorevole penna del Corriere, dispiace in fin dei conti che rimanga in questa Settimana Santa il suono delle campane e nulla più.

A lui dispiace cioè che a Pasqua non si abbia il segno visibile della comunità, dal momento che le Parrocchie non avranno modo di celebrare messa. Vede in questa quarantena che si estende alla dimensione della fede una perdita nient’affatto riducibile alla “nazione Cattolica”, ma all’Italia tutta intera. Una perdita, perciò, che riguarda anche le donne e gli uomini che non hanno il dono della fede.

Nell’articolo, oggi in prima del Corriere, si legge dunque il senso della nostalgia e dello smarrimento, benché il tono sia misurato e il tratto elegante, senza accenti impetuosi. Sì può convenire o dissentire, come sempre, ma le parole di Polito richiamano il valore della vita associata, anche e soprattutto quando l’associazione consiste nel ritrovarsi attorno alla mensa eucaristica del Signore.

Certo, un po’ colpisce questo invito nascosto alla Chiesa a preservare della Pasqua non solo lo “spirito”, ma la sua stessa “fisicità”. E tuttavia, in questa perorazione garbata, in punta di piedi, si coglie il bisogno di essere avvertiti del fatto che la vita oltre la reclusione domestica è anche afflato religioso, forse potremmo dire che è la vita in senso pieno.
Tutto questo non si trasforma in impeto anti papale, come traspare nettamente dall’invito di Salvini a riaprire le chiese, visto che ancora non si può riaprire l’Italia. Papa Francesco ha preso una decisione sofferta, allineando la comunità cristiana allo sforzo della nazione contro i pericoli della pandemia. La Chiesa è nel mondo senza essere del mondo: cosa diremmo oggi se non ci fosse tale scrupolo umano e civile nella maniera di servire l’umanità della Chiesa? Se prevalesse, in altri termini, l’idea che la Pasqua debba viversi a prescindere dalle contingenti restrizioni sanitarie?

La pretesa di sostituirsi alla gerarchia, sfidando persino l’autorità del Papa, fa di Salvini un pericolo della Chiesa. Finora, in effetti, lo era del Paese senza che ciò turbasse la coscienza dei tradizionalisti e dei cosiddetti moderati, in gran parte cattolici. Ora questa viscerale condivisione, per cui il leghismo si protende in territorio ostico alla modernità fino a declinarsi in sanfedismo, si rivela davvero perniciosa.

La Pasqua non può rientrare, pena l’obnubilazione dell’intelligenza, nelle scomposte dinamiche del sovranismo.

Giulio Giorello: “La tecnica e’ espressione di umanità”

Professor Giorello, una delle caratteristiche più salienti del dibattito filosofico contemporaneo mi pare riguardi i rapporti tra scienza e pensiero.

All’atto pratico la produzione e l’applicazione scientifica – sempre più estensiva ed esponenzialmente crescente – ha modificato radicalmente stili di vita, abitudini, comportamenti, mezzi e fini dell’agire individuale e sociale.

Alcuni suoi colleghi hanno avanzato l’ipotesi che gli stessi elementi costitutivi del mondo globalizzato che si disputano il dominio sul futuro dell’umanità (il capitalismo, la democrazia, quel che resta delle ideologie, le stesse religioni, l’economia di mercato) siano destinati a soccombere al cospetto della tecnica, proprio nel momento in cui intendono utilizzarla per realizzare i propri scopi.

Come spiega il filosofo della scienza questo ribaltamento concettuale che fa sì che  lo strumento utilizzato per far prevalere una logica dominante diventi esso stesso padrone e artefice di un sovvertimento: non più tecnica-mezzo ma tecnica-scopo?

L’impresa scientifica e tecnica ha rappresentato una delle grandi componenti della emancipazione umana, perché scienza e tecnica unite insieme permettono di controllare i ‘rischi ambientali’e in qualche modo rispondono ad alcuni bisogni primari, dal cibo alla sicurezza. Non dobbiamo dimenticare – sotto questo profilo – che la scienza è ‘comprensione del mondo’ ma è anche ‘intervento sul mondo’, attraverso la tecnologia, in quanto tecnica pianificata alla luce delle migliori teorie scientifiche di cui noi disponiamo.

Ora, molti miei colleghi – filosofi soprattutto – temono che la tecnica abbia avuto una tale crescita, negli ultimi duecento anni, tale da non diventare più un mezzo per vivere meglio ma uno scopo a sé, al quale verrebbero sacrificate non soltanto le nostre emozioni, le nostre intenzioni della vita quotidiana.

Addirittura la tecnica ‘divorerebbe’ quegli stessi sistemi a cui in realtà dovrebbe servire: ad esempio le religioni, la politica, il capitalismo, l’economia.

In realtà la componente che io chiamo “tecnica”, è una componente molto antica: se io osservo il processo con cui è emerso Homo sapiens, mi viene spontaneo far mia una battuta del biologo Christian de Duve (Come evolve la vita – Raffaello Cortina Editore) che dice che “gli ingegneri hanno preceduto i filosofi”, nel senso che prima ancora che ci ponessimo le domande fondamentali su chi siamo noi stessi, già eravamo in grado di creare strumenti – persino di creare strumenti per formarne degli altri. In un libro che ho scritto con il mio collega biologo Edoardo Boncinelli, abbiamo appunto rintracciato l’emergenza dell’umanità, in questa componente di una tecnologia applicata alla tecnica  stessa, cioè di una tecnica di secondo livello. Questo mi pare un elemento di particolare rilevanza: durante il nostro dialogo, trasposto in un libro, abbiamo fatto nostra una battuta del grande poeta Raymond Queneau (grande poeta-matematico, amico tra l’altro anche di Piergiorgio Odifreddi) nel suo poemetto Piccola cosmogonia portatile ed. Einaudi- canto VI – versi 43/44, che dice “un martel martella, e vedi già la logica mostrare il suo uso”. Ha ragione allora De Duve quando dice che i tecnici precedono i filosofi, ma è pure vero che la logica è incarnata nello strumento, nella macchina.

Secondo me la tecnica è espressione di umanità: è difficile pensare ad una tecnica disumana in sé. In molti casi c’è abuso della tecnica ma io non credo che l’umanità ne diventerà schiava: io penso invece che sia un grande strumento che ci apre possibilità inedite – certo, anche possibilità distruttive.

E’ dunque la preponderanza della tecnica il vero discrimine della post-modernità? 

Ogni altra ipotesi interpretativa sui destini del mondo e sulle direttrici di marcia da assumere per guidarne il cammino sembra in effetti debole, parziale, incapace di dare risposte adeguate e convincenti.

Nella società magmatica e liquida descritta da Z. Bauman in molti avvertono il senso di disorientamento e spaesamento prodotto dal relativismo, da una progettualità dal fiato corto e senza meta, dall’inadeguatezza delle risposte convenzionali: la guida della politica, il benessere economico, l’ordine sociale.

Altrettanti invocano un timone senza indicare il timoniere…

Mi domando tuttavia come la tecnica possa costituire l’elemento risolutivo e salvifico, considerato che proprio il suo uso indiscriminato sta consumando il pianeta, restringendo gli spazi di libera determinazione nelle azioni umane oltre quelle volute da un pensiero eminentemente ‘calcolante’, sottraendoci la possibilità di scelte alternative oggettivamente sostenibili.

Non trova che questa via obbligata di comportamenti totalmente condizionati dall’apparato tecnico finisca per sottrarci definitivamente gli spazi della libertà, della gratuità, dell’autodeterminazione? Che il pensiero pensante soccomba al pensiero pensato, precostituito, esterno?

Dalla domanda si capisce che lei pensa ad una ipotesi di sviluppo della scienza tale da poter  diventare mostruoso, perché sfugge agli elementi di controllo umano che hanno caratterizzato il progetto moderno e che questa alienazione profonda scandirebbe il trapasso dal moderno al post-moderno. In effetti questo è un rischio e Zygmunt Bauman ha dedicato a questo tema delle pagine bellissime.

Però attenzione: che il pensiero-pensante soccomba di fronte al pensiero-pensato vale non solo per l’impresa tecnico-scientifica ma ovunque si produca un fenomeno che io chiamerei “l’abbandono dello spirito critico”. Tale fenomeno si rivela anche ad esempio anche nelle religioni, quando gli elementi dogmatici prevalgono sull’uso della ragione, quando si dimentica che un uso maturo del proprio cervello, come diceva Kant, è il contrassegno dell’essere umano libero, quando si preferisce pensare non con la propria testa ma con quella di qualcun altro: cosa molto comoda ma anche molto pericolosa. Si tratta di forme di involuzione – in quello che lei chiama l’omaggio al pensiero-pensato che si impone su quello pensante – che purtroppo investono molti settori, compresa la stessa politica.

Ciò che caratterizza invece le fasi migliori della modernità è l’uso della ragione critica nello smantellare forme ingombranti di “pensiero-pensato” e questo si chiama illuminismo.

Su questo bisogna essere estremamente chiari: alcuni ritengono che l’illuminismo sia finito, che sia un’anticaglia, che abbia prodotto un dogmatismo della ragione. Io invece ritengo che lo spirito illuminista sia oggi più vivo che mai perché, a differenza di quello settecentesco, può calarsi proprio nelle conquiste migliori dell’impresa tecnico-scientifica. Sotto questo profilo la partita è tutt’altro che chiusa: basta dare un’occhiata alle grandi conquiste scientifiche, dalla fisica, alla biologia, all’ingegneria per rendersi conto che non sono elementi di conformismo quelli che prevalgono.

Se c’è un dibattito oggi ricco e interessante è quello sulla cosmologia e sull’unificazione delle forze fondamentali in fisica, per non dire dei nuovi orizzonti che ci stanno rivelando la biologia e le conquiste della neurofisiologia. Non è stata forse una grande esperienza di libertà anche la “rete”?

Ecco, io francamente non condivido le visioni catastrofiche e il pessimismo apocalittico di chi sostiene che noi oggi vivremmo nel “tramonto dell’occidente”.

Se così fosse, vorrebbe dire che l’occidente è da un po’ che tramonta, da qualche millennio: ma è ancora “qui”.

Il sociologo Acquaviva aveva denunciato ad esempio l’inadeguatezza della politica, capace solo di gestire l’ovvio, e invocava la straordinaria potenzialità critica della religione come fenomeno contrario alla globalizzazione e insieme coscienza critica della società consumistica, dopo il tramonto del  marxismo. In effetti se consideriamo alla lettera il dettato esplicito del Vangelo (“gli ultimi saranno i primi…beati i miti di cuore perché di essi è il regno dei cieli”) avvertiamo la potenzialità straordinaria di una rivoluzione possibile. Possibile anche – o ancora – sul piano esistenziale, cioè mondano…cioè di questo mondo?

 

Le religioni sono grandi e complicate forme espressive, la cui evoluzione è affidata a coloro che vi si riconoscono: esse, non dobbiamo dimenticarlo, ci parlano di Dio ma sono fatte da esseri umani.

E difficile stabilirne a priori il destino, essendo inserite nella dialettica dello sviluppo storico.

Sicuramente in molte religioni c’è un grande elemento di potenzialità e di emancipazione: c’è nel Cristianesimo, c’è nell’Islam, c’era già nell’Ebraismo (basti pensare alle componenti libertarie profonde presenti nel libro dell’esodo…).

Io indicherei tre bei contributi recenti, che hanno puntualizzato l’elemento liberante della religione:

per quanto riguarda l’ebraismo il bel libro di Amos Luzzatto per l’Einaudi (Il posto degli ebrei), per il Cristianesimo- nella stessa collezione editoriale “Le vele”- un paio di bei libri di Enzo Bianchi –priore di Bose (La differenza cristiana e Per un’etica condivisa) – mentre per l’islamismo suggerirei il testo Islam e libertà di Tarik Ramadan. Sono contributi eleganti che mettono in luce le potenzialità libertarie delle religioni, che peraltro hanno anche conosciuto periodi di involuzione, profondamente autoritari, spesso dando origine a esperimenti sociali intolleranti. I tre autori citati hanno avuto il coraggio – nelle loro analisi – di evidenziare luci ed ombre.

Mi affascina approfondire con Lei alcune conseguenze di questa deriva pervasiva della tecnica rispetto ai destini del mondo. Quanto è concettualmente lontano dalla nostra epoca il dualismo tra “esprit de geometrie” ed “esprit de finesse”? Come si conciliano con il carattere ordinativo della scienza le altre espressioni della cultura e dell’ingegno: la musica, l’arte, il teatro, la poesia…?

Ricordo il saggio di W. Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte nell’epoca contemporanea: uno spartiacque sul concetto di autenticità e di fruizione dell’arte… In effetti sembra che negli ultimi cinquant’anni il genio umano abbia espresso più potenzialità, inventiva e produzione nel campo scientifico che in quello artistico. E’così?

Il dualismo che lei cita fu inaugurato e codificato da quel  grande pensatore cristiano che fu Blaise Pascal, il quale fu peraltro anche un “grand geometre” e un matematico.

Una cosa che mi ha sempre colpito è che nella matematica creativa esprit de geometrie ed esprit de finesse vanno sempre insieme: se lei prende i grandi matematici del passato, gli inventori del calcolo infinitesimale, ma anche Newton e Leibniz, o figure più recenti – io cito sempre il mio grande maestro Renè Thom ( Parabole e catastrofi ed. Il Saggiatore) – vediamo che la matematica più feconda va avanti geometrizzando e spazializzando i concetti ma nello stesso tempo utilizzando un atteggiamento critico che permette di scavare dentro le pieghe della matematica. Questo altro non è che un esprit de finesse interno alla matematica; ma poichè la matematica è una struttura chiave per la scienze più varie, dalla fisica all’economia, ecco che questo esprit de finesse si ritrova anche nelle scienze empiriche. Quindi non è vero che da una parte c’è l’esattezza geometrica e basta e dall’altra la finezza, da una parte il mondo della verità scientifica e dall’altra il mondo del senso.

La ricerca della verità scientifica e quella di senso vanno insieme e – forse – questa è la lezione che noi traiamo almeno da Galilei in poi.

Circa la produzione recentemente prevalente, anche guardando alle scienze e alle strutture matematiche, trovo che essa non abbia impedito l’esprimersi dell’esprit de finesse, in campo letterario, artistico o musicale. Potremmo liquidare rapidamente Mahler e Schonberg? Oppure pensiamo che sia superata La montagna incantata di Thomas Mann? O non troviamo un grande esprit de finesse in L’urlo e il furore di William Faulkner o in Ulysses di James Joyce? O ancora in un pittore come Francis Bacon? Perciò non sarei così drastico rispetto al quadro artistico-musical-letterario. L’altro giorno, per esempio, ho letto con enorme piacere splendide poesie del grande poeta caraibico – e premio Nobel – Derek Walcott…. e non le butto certo via.

C’è un altro aspetto che vorrei considerare con il Suo aiuto: il rapporto tra sofferenza e dolore da un lato, come  aspetti costitutivi della stessa dimensione esistenziale, e la ricerca continua della felicità. La felicità è utopia, speranza o immaginazione?

Non so cosa sia la felicità: so che noi abbiamo bisogni e desideri che cerchiamo di soddisfare nel miglior modo possibile ma per fortuna non ci fermiamo qui, altrimenti la nostra vita sarebbe piatta e banale. Siamo un tipo di animale che si pone di continuo nuovi obiettivi. Ha ragione Martin Heidegger: siamo proiettati nel futuro, la dimensione del ’progetto’ è anche la dimensione della nostra temporalità. Avrei pochissimo da dire in più rispetto a quella sua bellissima conferenza del 1924 dedicata al concetto di tempo. Da questo punto di vista io credo che avessero capito bene la questione i legislatori degli Stati Uniti, all’indomani della rivoluzione con cui 13 colonie del Nord America erano riuscite a buttare fuori l’invadente madrepatria britannica e a costituire il primo vero esempio di democrazia moderna. 

Loro parlavano di “ricerca della felicità” – non di felicità tout court – e della libertà che ognuno deve cercare in una dimensione libertaria.

La felicità secondo me non è utopia, né immaginazione, né speranza: è semplicemente una componente della nostra libertà, è la sua soddisfazione, quella che ci dà la libertà maggiore.

In questo io seguo il mio filosofo preferito, che è Benedetto Spinoza.

Sono ogni giorno sorpreso e a un tempo confermato rispetto a due evidenze che riscontro in alcune derive sociali in atto: da un lato il prevalere della incomunicabilità sul piano relazionale; dall’altro un’attenzione quasi morbosa verso gli aspetti negativi della condizione umana.

In un suo recente libro Lei coglie invece alcuni aspetti positivi nella ricerca del piacere materiale come fonte di conoscenza. La vita non è allora solo proibizione o castigo?

Lei probabilmente allude al mio libretto sulla lussuria, che rientra in una collezione sui cosiddetti ‘peccati capitali’, in un progetto coordinato dall’amico Carlo Galli.

Una delle ragioni per cui ho aderito a questo progetto editoriale è stata la direzione di Galli: una garanzia che questa trattazione dei “vizi” o “peccati” fosse molto attenta non solo agli aspetti psicologici ma anche a quelli ‘politici’ dei vizi stessi.

Ogni grande vizio ha un suo  cotè  politico: la lussuria è legata al senso della potenza.

I vizi e i peccati sono costitutivi del nostro vivere sociale, non possiamo pensare ad un mondo senza peccati: il peggior vizio consiste nel tentare con metodi drastici di stroncare tutti i vizi.

Questo non vuol dire che tutto sia lecito e che certi vizi possano essere accettati: in materia di lussuria io attribuisco un grado zero alla violenza sulle persone più deboli, ad esempio i minori, una cosa di per sé ripugnante.

Dobbiamo recuperare il senso del piacere e il gusto dell’eccesso: se non fossimo esseri eccessivi non avremmo Mozart, Joyce, non avremmo avuto ne’ la Torre di Babele ne’ la Tour Eiffel.

Ci sono coloro cui dà fastidio l’eccessività degli altri e allora tirano giù le torri: ebbene, le torri poi si ricostruiscono.

Prof. Giorello, vorrei concludere chiedendoLe, come ho fatto con altri illustri intervistati, quale declinazione esistenziale, quale vantaggio, possa avere la ricerca e la fruizione del silenzio in un mondo così chiassoso e invadente, di fronte a comportamenti collettivi che si ispirano al consumo vorace e rumoroso delle cose e del mondo stesso e ad una concezione riempitiva e utilitaristica del proprio essere in mezzo agli altri.

Io attribuisco un grande valore al silenzio, alla possibilità di estraniarsi e di racchiudersi in se stessi, non esser turbato da chiacchiere, godersi un’alba o un tramonto, in natura, in montagna, al mare ma anche in una grande città – le città , non dimentichiamolo-  hanno un grande fascino con le loro luci e le loro ombre…

Però non ne voglio parlarne troppo. Se c’è una cosa da evitare è proprio quella di fare l’elogio del silenzio.

Coronavirus: tra le polemiche Boris Johnson viene ricoverato per esami

Il premier britannico Boris Johnson è stato ricoverato in ospedale per una serie di esami.

Una portavoce di Downing Street ha reso noto che “il primo ministro, su consiglio del suo medico, è stato ricoverato in ospedale per esami. E’ un passo precauzionale, visto che il primo ministro continua a mostrare sintomi persistenti del coronavirus da 10 giorni dopo essere risultato positivo”.

Intanto non accennano a placarsi nel Regno Unito le polemiche sugli scarsi risultati finora ottenuti dal governo nella lotta contro la pandemia di coronavirus, in particolare in materia di test diagnostici.

Per il quotidiano “The Telegraph”, nel Regno Unito sono stati “messi a nudo i sistematici fallimenti della strategia del governo contro la pandemia”. A sua volta, il ministro della Salute, Matt Hancock, ha dovuto ammettere che il governo “avrebbe potuto fare meglio” prima di promettere di arrivare ad effettuare 100 mila test al giorno.

Il governo conta ora di “arruolare” tutti i laboratori privati, quelli delle università e pure gli ambulatori veterinari. Tuttavia, secondo gli esperti, anche con questo apporto le forze in campo non saranno adeguate. Infine, fanno notare i commentatori, in questo modo si rischia una tale frammentazione delle iniziative da far perdere alle autorità il polso della effettiva situazione sanitaria del Regno Unito.

Coronavirus: la Svezia pronta a cambiare rotta?

In Svezia l’epidemia di coronavirus cresce più rapidamente che altrove in Scandinavia e sul governo ci sono pressioni affinché abbandoni la linea morbida: scuole, ristoranti e bar aperti e semplici raccomandazioni a limitare i contatti, affidandosi alla responsabilità dei singoli.

Per ora solo gli assembramenti con più di 50 persone sono stati vietati, il campionato di calcio e le manifestazioni sportive sono stati rinviati, e scuole e università sono passati alle lezioni a distanza.

Il bilancio della pandemia al momento segna 6.443 pazienti infetti, di cui 520 in terapia intensiva, e 373 morti, con una media di 12 mila tamponi a settimana.

E anche se il Premier non vuole abbandonare la linea adottata finora, su indicazioni del principale epidemiologo del paese, Anders Tegnell che vuole far  progredire naturalmente l’epidemia, chiedendo ai malati di restare a casa per non sovraccaricare i servizi sanitari, nella convinzione che l’isolamento forzato non avrebbe funzionato a lungo termine, non tutti  sono d’accordo.

Marcus Carlsson, matematico della Lund University, è arrivato al punto di accusare la Svezia di giocare alla “roulette russa con la popolazione svedese” in un video pubblicato su YouTube e citato dal Guardian.

E uno studio pubblicato la scorsa settimana dalla rivista medica The Lancet, intitolato “Covid-19: Learning from Experience”, ha affermato che “la risposta lenta iniziale in Paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e la Svezia appare ora sempre meno assennata”.

 

Covid-19: Cei, in oltre 106 strutture più di 2.300 posti per medici, senza dimora e persone in quarantena

Prosegue l’impegno delle diocesi italiane nel far fronte all’emergenza Covid-19 mettendo a disposizione strutture edilizie, proprie o altrui, destinate principalmente a tre categorie di soggetti: medici e/o infermieri, persone in quarantena, senza dimora. Per loro, finora, le diocesi italiane hanno garantito in oltre 106 strutture più di 2.300 posti.

Una scelta solidale incoraggiata e sostenuta dalla Presidenza della Cei. Ad oggi sono 33 – ma l’elenco è in continuo aggiornamento – le diocesi (in 13 Regioni ecclesiastiche) ad aver comunicato di aver messo a disposizione della Protezione civile e del Sistema sanitario nazionale 46 strutture per oltre 1.200 posti. Sono poi 23 le diocesi (in 9 Regioni ecclesiastiche) ad aver fatto sapere di aver impegnato oltre 28 strutture per più di 500 posti nell’accoglienza di persone in quarantena e/o dimesse dagli ospedali. Infine, 27 diocesi (in 12 Regioni ecclesiastiche) hanno informato di aver messo a disposizione più di 32 strutture per oltre 600 posti per l’accoglienza aggiuntiva di persone senza dimora, oltre all’ospitalità residenziale ordinaria che tiene conto delle misure di sicurezza indicate dai decreti del Governo.

“Questa varietà d’interventi, iniziative e strutture messe in campo dalla Chiesa che è in Italia in questa emergenza – dichiara don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana -, oltre a essere segno visibile di quella ‘fantasia della carità’ a cui Papa Francesco c’invita continuamente, è testimonianza tangibile di un servizio alle persone, ai più poveri in particolare e a chi è in prima linea nella cura dei malati, e quindi al Paese intero”.

Lo sbiancamento della barriera corallina australiana

Il più grande nemico della barriera corallina australiana è tornato. La grande formazione che si trova di fronte alle coste nord orientali del continente ha subito il terzo massiccio sbiancamento in cinque anni, dopo quelli del 2016 e del 2017.

Lo sbiancamento, spiega l’Agenzia, è stato osservato dai ricercatori del Centro di eccellenza per gli studi della barriera corallina della James Cook University, che stanno conducendo dei sorvoli su tutta l’area per valutare il fenomeno.

Lo studio, che verrà portato a termine nelle prossime settimane, ha già evidenziato che si è verificato un esteso sbiancamento sia nelle aree più vicine alla costa della Barriera al nord, che al sud. Quest’ultima zona era rimasta incolume dai precedenti episodi di sbiancamento. La causa di questo fenomeno, spiega il GBRMPA, è dovuto alle temperature elevate che si sono registrate nel continente nel mese di febbraio, che hanno inevitabilmente avuto un effetto anche sulle acque marine.

Il fenomeno dello sbiancamento si verifica quando, per effetto delle acque più calde, i coralli espellono le alghe che vivono nei loro tessuti e donano loro il caratteristico colore (zooxanthellae). Questo evento rende le formazioni estremamente fragili.

Nel 2016, il 93% dei coralli della grande barriera corallina è stato soggetto a sbiancamento, e il 22% è poi morto. Alcune aree sono state colpite in modo severo dallo sbiancamento e hanno visto la morte di gran parte dei coralli presenti, con numeri che si aggirano tra il 50 e il 90% a seconda della zona.

I gatti i più esposti al contagio

Alcuni gatti sono stati infettati dal coronavirus a Wuhan: è quanto si legge in un rapporto dei ricercatori dell’Università agraria di Huazhong e dell’Istituto di virologia di Wuhan, di cui dà notizia il Global Times. Secondo lo studio, 15 dei campioni sierologici prelevati da 102 gatti della città epicentro della pandemia sono risultati positivi al coronavirus. Dal rapporto è emerso anche che tre dei campioni prelevati da gatti i cui proprietari sono risultati positivi hanno mostrato alti livelli di anticorpi neutralizzanti, il che indica che i gatti potrebbero essere stati infettati da stretti contatti con i loro proprietari.

Il lavoro dei ricercatori a cui fa riferimento il Global Times arriva a poche ore dalla pubblicazione di un altro studio sul portale BioRxiv. Gli scienziati dell’Istituto di ricerca veterinaria di Harbin, che fa parte dell’Accademia delle scienze agricole, hanno pubblicato uno studio che deve essere sottoposto a peer review. Secondo le conclusioni, i gatti sono più esposti al contagio rispetto a cani, maiali, polli e anatre.

Sanità e salute.

Carissimi, oggi è la domenica delle Palme e non vorrei distrarvi con pensieri troppo lontani da questo momento di concentrazione sulla nostra fede.

Spero soltanto non vi facciate impressionare da chi pretende di sostituirsi alla Chiesa, strattonando persino il Papa, nella missione che le appartiene per superiore volontà di Dio.
Non vorrei che questa emergenza sanitaria ci spingesse a tutelare l’igiene e a trascurare la pazzia. In giro vedo segni inquietanti di squilibrio, un uso dissennato della parola, una ricerca dell’esibizione a tutti i costi.

Tutto ciò accade mentre il “popolo” – quello che viene sempre osannato dai nostri demagoghi – avrebbe desiderio di misura e compostezza.
Non vinciamo la sfida se non alziamo le barriere immunologiche rispetto a questo virus incontrollato, nascostamente parallelo al covid-19, che si chiama esagerazione. Un’esagerazione che si riscontra tanto nei discorsi, quanto nei gesti.

Ora, devo dire francamente, questo sciavero di saggezza non è farina del mio sacco; non è neppure un sovrappiù d’istintiva preoccupazione: è qualcosa che nasce piuttosto dalla lettura mattutina di un vecchio articolo di G. K. Chesterton, oggi riproposto dal nostro benemerito “Avvenire”.

Chesterton invita a non confondere il racconto evangelico con il racconto fiabesco. Vale la pena leggere con attenzione questo breve testo. A un certo punto, verso la fine, ci s’imbatte nel passaggio che sembra inquadrare molto bene l’attuale tendenza a sbracare nell’autoesaltazione: “…molti fanatici dell’igiene dei giorni nostri sembrano preoccuparsi più della sanità che della salute. Chi si concentra troppo sulla potenza cade inevitabilmente in un eccesso di orgoglio”.

Intuire, effettivamente, la sotterranea collisione tra sanità e salute non è che la riprova di quanta luce possa diffondere la scintilla del genio. O non è così?
Buona domenica.

La democrazia illiberale non esiste, né può esistere un partito cattolico. La lezione di Dossetti.

Prendo spunto dal bell’ articolo di Castagnetti apparso su Avvenire del 4 aprile, sulla democrazia illiberale di Orban per svolgere alcune riflessioni.

Parlare di democrazia illiberale è più che un ossimoro. È un non senso, è una contraddizione in termini. Perché la democrazia è necessariamente pluralista nel senso che è intrinsecamente fondata sulla originaria e inviolabile libertà delle persone/individui che sanamente si confrontano/confliggono nella pubblica arena delle opinioni/interessi. 

La democrazia è sostanza e forma, a partire da una modalità di reggimento degli uomini attraverso la libera, e dunque non cruenta, scelta dei governanti. Nella nostra contemporaneità si parla di regime repubblicano, il cui duplice fondamento è: la garanzia dei diritti e la divisione dei poteri. Da ciò deriva che nessuna declinazione del termine/concetto “democrazia” può prescindere, oggi, dall’essere a sostegno di un ordinamento liberale et costituzionale: per il fatto che alla sua base – e al tempo stesso per la tutela delle persone/individui e delle formazioni sociali – è stato posto un documento giuridico, solennemente adottato e vincolante per tutti, denominato Costituzione.

Asserire poi che la democrazia cristiana è illiberale è un’apostrofe indebita e truffaldina: un malsano mescolamento di parole spacciate per concetti. Il che obbliga ad alcune distinzioni e a chiarimenti, non solo lessicali e terminologici.

In tempo storico: aveva ragione Sturzo a non voler chiamare “cristiano” (o cattolico) il partito da lui fondato nel 1919. Aveva, invece, compiuto un passo incauto (un mix di candore/generosità e furbizia elettoralistica) De Gasperi quando battezzò in quel modo il partito che risorgeva nel dopoguerra. Nei fatti, però, la DC è stata un partito popolare, con due declinazioni che si sono alternate alla sua guida: cattolico-liberale e cattolico-sociale, senza che mai una di queste tendenze annullasse l’altra.

Ragioniamo, sia pure in modo sintetico. L’autodefinizione di “seguace di Cristo” è oggettivamente troppo alta per un movimento politico, intriso e percosso dalla terraneità. Sempre ti potrà essere rinfacciato dagli avversari che i tuoi atti e comportamenti, come singolo e come aggregato, sono incompatibili con i precetti evangelici, già a partire dallo stile di vita e dal linguaggio usato. “Beati senza dubbio coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Luca, 27-28).

Qui cade acconcia una prima chiarificazione. Premesso che tutte le scelte politiche sono contingenti, revocabili e opportunistiche (nel senso che si sforzano di cogliere, a proprio vantaggio, un’opportunità che l’ora presenta) e che è vano misurarle sull’unum necessarium: la salvezza dell’anima) le opzioni di Orban – e del suo sodale italiano Salvini – confliggono apertamente con una lettura piana e semplice, alla portata di tutti, del messaggio evangelico. Nessuna interpretazione difforme è, a tale proposito, lecita con riguardo alle politiche anti-immigrazioni o a quelle contrarie al confronto libero delle opinioni (libertà di stampa ecc.) per fermarci ai due fatti più vistosi che opportunamente Castagnetti mette in luce.

Sull’ampiezza, o meglio, sulla profondità dell’accettazione della “libertà” quale requisito indispensabile alla visione politica di un partito “di ispirazione cristiana” si svolse nel novembre 1951, in sede di III Convegno dei giuristi cattolici, un memorabile scontro di opinioni tra Dossetti e Mortati, da una parte e Carnelutti e Capograssi (non presente di persona) dall’altra. Ciò che, sinteticamente, i primi rimproveravano ai secondi era l’assolutizzazione della libertà, che in Carnelutti portava dritto ad un liberalismo senza freni a vantaggio dell’iniziativa economica privata, mentre Capograssi era geloso di difendere la “verticale delle libertà” che, da quella personale di proprietà di sé (e dei beni essenziali), attraverso la libertà di coscienza saliva fino alla libertà di attingere direttamente Dio. Questo era il tipo di libertà che un’anima pura e coltivata come Capograssi, giustamente, pretendeva che venisse garantita dall’organizzazione politica denominata Stato.

Dossetti e Mortati certamente non si opponevano a ciò. Facevano soltanto osservare che, nell’impostazione liberale, l’interesse delle istituzioni si concentrava con grande anzi esclusiva prevalenza sulla difesa ad oltranza della proprietà privata dei mezzi di produzione; disinteressandosi viceversa dell’ultimo tratto della verticale delle libertà, cui poteva essere, benevolmente, consentito di interloquire con la divinità. Tanto ciò non disturbava un determinato assetto dell’organizzazione sociale, che restava fissata dalla gabbia d’acciaio della condizione economica circa la produzione e lo scambio: profitti, salari, situazione dei lavoratori ecc.

Questo è detto per porre qualche elementare distinguo alle categorizzazioni davvero rozze di Orban (e del suo emulo e protettore Salvini: altro che l’ostentazione televisiva del rosario!).

Concludendo: far propaganda di e per una democrazia cristiana illiberale è operazione tanto rozza intellettualmente quando pericolosa socialmente, nella misura in cui il messaggio che si vuole propalare è il seguente. La libertà è una fatica inutile e – di questi tempi – non ce la possiamo/vogliamo permettere. Sostituiamola con un blando totalitarismo che anteponga l’esercizio autoritario del potere ai diritti e alle libertà delle persone. Che un regime di tal fatta abbia la spudoratezza di richiamarsi ad una democrazia cristiana ci dice molto dei tempi sventurati che stiamo vivendo.

PPE. Lasciamo che i morti seppelliscano i morti e pensiamo ai vivi.

Come spesso accade nella storia, le emergenze mettono a nudo ed accelerano processi già in atto nella società. Per esempio, la tendenza a barattare “libertà” con “(presunta) sicurezza”. Non è, appunto, una tendenza nuova. Molte grandi tragedie democratiche della storia sono accadute sulla base di questo baratto socialmente accettato.
Basti pensare, per quanto riguarda l’Europa, a ciò che è avvenuto tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Segnali di questo insano baratto (figlio di una crisi della Politica in termini di autorevolezza, carisma, competenza e di una caduta generale di “senso civico” e di cultura comunitaria) li avevamo visti molto prima del Coronavirus, anche nel nostro Paese.
Gran parte (non tutta) del consenso alla Lega ha avuto questa radice e questa motivazione.
Il caso di Orbán in Ungheria è l’emblema di questo baratto, coniugato pericolosamente con la cifra nazionalistica tipica di quel Paese.

Condivido pienamente quanto scritto da Umberto Laurenti e da altri. Non può esistere che la famiglia europea dei Popolari di Degasperi e degli altri leader fondatori abbia al proprio interno simili personaggi e simili partiti. O meglio, può esistere solo perché ormai il PPE sta perdendo (non da oggi: per il nostro Paese certamente da quando è stata accettata l’adesione di Forza Italia) la sua anima e la sua “ragione sociale”.

Non a caso, le culture politiche di matrice cristiano sociale sono oggi minoranza nel PPE.
Non aver mantenuto come base del PPE la cultura politica Cristiano Sociale, con il suo storico “confine a destra”, è stato un errore micidiale.

Questa posizione di tolleranza verso Orbán rende per noi ancor più “impotabile” la adesione a questa area politica europea, così come oggi configurata.
Ma, forse, questa crisi che travolge tante cose, travolge anche gli assetti politici consolidati.
Tanto più che il PPE non è un “partito europeo”, ma una federazione di partiti nazionali.
Un nuovo assetto politico europeo potrà nascere solo dopo che l’Unione Europea avrà deciso cosa essere da grande o – al contrario – come morire.

Nel primo (ovviamente auspicabile) caso, lo spirito europeista e democratico non potrà che essere uno degli elementi di aggregazione delle culture politiche popolari e cristiano sociali.
Pur in questa fase drammatica e inquietante, in tutti i paesi europei (anche ad est) è destinata a crescere la domanda di qualcosa di nuovo.

Il Magistero di Papa Francesco incoraggia e stimola. Nove sensibilità ecologiste (molto diverse dal ben noto ambientalismo salottiero) si diffondono. Concezioni solidali e sociali della democrazia covano sotto sotto, come braci nascoste. Senso di responsabilità e cultura del limite si fanno spazio anche nel mondo dell’economia e della finanza. Le tecnologie della rete si dimostrano non solo strumento di condizionamento, di potere e di diffusione organizzata di fake news, ma anche occasione di  conoscenza diffusa e di mobilitazione collettiva oltre ogni confine.

Sopratutto è destinata a farsi nuovamente strada la nostra cultura della “Comunità”.
E dunque di una democrazia ispirata al “personalismo comunitario”, garante non solo dei diritti individuali, ma anche di quelli sociali.
Una democrazia che vive di pluralismo e si traduce in una concezione di “Stato Nazionale” che “condivide” la sua sovranità con le autonomie territoriali e comunitarie da un lato e con le istanze europee e internazionali dall’altro.

Ed un “mercato” che non è solo “regolato”, ma anche intrinsecamente partecipe di una missione di servizio al bene comune e protagonista della lotta alle disuguaglianze.
Per questo, mi verrebbe da dire, lasciamo che i morti seppelliscano i morti. E pensiamo ai vivi.

Un’idea per niente stravagante

“il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere”:  conclude così il suo articolo l’amico Giorgio Merlo su: “ Conte, la DC e i cattolici”, denunciando “  la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della DC ”.

Osservazione intelligente che proviene da un membro di “ Rete  bianca” che, da quanto ho potuto capire sino ad oggi, firmando il Manifesto Zamagni, è anch’essa un’associazione/movimento alla ricerca di un nuovo soggetto politico, in grado di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana.

Se non ho mal compreso, gli amici di “Rete bianca”, rifuggono da ogni tentativo, come quello che abbiamo portato avanti e su cui ancora stiamo impegnandoci, noi che partecipiamo alla Federazione popolare dei DC, spinti dalla volontà di concorrere alla ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale del Paese, partecipante al progetto di costruzione del nuovo soggetto politico.

Continuare, però, ad attribuire a noi della Federazione l’idea anacronistica di “voler rifare la DC” non è solo un errore, ma anche un insulto alla nostra intelligenza, essendo tutti noi ben consapevoli dell’impossibilità di far tornare in vita ciò che storicamente e politicamente si è concluso, nonostante le modalità di quella chiusura, tuttora sottoposte alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

Fa poi specie che queste obiezioni siano portate avanti da chi ha già sperimentato altre casematte dei partiti, da cui non molto tempo fa ha deciso di uscire, stanco della confusione imperante in un soggetto politico come il PD, nato da una miscela rivelatasi impossibile di culture politiche, trasformatosi in un ircocervo privo di un’identità definita e riconoscibile.

Siamo tutti d’accordo che un nuovo soggetto politico, come scrive Merlo, debba avere  “come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. “ Quanto al pensiero e alla cultura, abbiamo più volte evidenziato che vale per tutti noi, non solo quanto abbiamo conservato della migliore tradizione popolare e della DC, ma, soprattutto, quanto ci è indicato dalla dottrina sociale cristiana, con le ultime encicliche pontificie, che sono una delle letture più approfondite di quest’età della globalizzazione e del dominio del turbo capitalismo finanziario.

Per il progetto, se assumessimo, come più volte scritto, la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione, ritengo che ogni altra residua polemica  sul “guardare a sinistra”, come partito di centro, dovrebbe essere razionalmente superata, assunta  l’alternatività alla deriva nazionalista e populista alla base tanto del Manifesto Zamagni che del patto della Federazione Popolare dei DC.

A quel punto sorge il problema della classe dirigente. Sono sempre contrariato ogni volta che vecchi arnesi della politica della Prima Repubblica, come molti o quasi tutti di noi siamo, si ergono a giudici implacabili di amici che in quella stagione, furono esponenti di rilievo spesso alla pari di coloro che oggi assumono il ruolo di giustizieri. La verità è che quasi nessuno della nostra generazione, la quarta della DC, ha più i titoli e l’attendibilità di porsi come espressioni credibili di leadership di un nuovo soggetto politico, per il quale serve una nuova classe dirigente.

Concordato il programma, spetterà all’assemblea costituente del nuovo soggetto politico decidere il gruppo dirigente che, ci auguriamo sia composto soprattutto da una nuova generazione di leader politici.

Credo, tuttavia, che non sia blasfemo ritenere che in un nuovo soggetto politico di centro: laico, democratico, popolare, riformista, europeista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE, da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo alla deriva nazionalista e populista, e alla sinistra senza identità,  una persona come Giuseppe Conte, possa svolgere un ruolo positivo, come sembra emergere anche dal giudizio che molti cittadini ed elettori stanno esprimendo nei confronti di questo giovane avvocato fiorentino, catapultato in politica e costretto ad affrontare problemi mai affrontati prima d’ora da alcun leader della Repubblica, dal tempo di De Gasperi. Un capo di governo, che, nella “debolezza” complessiva,  tranne qualche eccezione, dei componenti del governo, appare ogni giorno di più come “ il miglior fico del bigoncio”.

Nessuno vuole iscriverlo alla storia gloriosa e/o sic et simpliciter alla tradizione della DC, operazione illogica e impossibile, ma ritenerlo adeguato a concorrere con tutti noi nella costruzione di un nuovo soggetto politico del tipo di quello connotato, a me sembra un’idea per niente stravagante, anzi da coltivare con attenzione.

Solitudine

Non è mia intenzione fare cose di cui non ho né titoli, né esperienze di argomenti relativi a cosa significhi vivere obbligatoriamente in una straordinaria condizione di solitudine.

Non per questo, però, qualche riflessione me la concedo, se non altro perché, come tutti quanti voi, la subisco. Per chi mi conosce sa quanto io sia avvezzo a starmene costantemente con altri, a parlare, a discutere a confrontarmi e in sostanza sono un uomo profondamente sociale.

Da un mese a questa parte, e voi assieme a me lo testimoniate, sono precipitato in un insopportabile cono di solitudine. È vero ho il telefono, ho il computer, ho la televisione, ma sono tutti mezzi che, pur offrendomi un contatto con il mondo, nel contempo lo distanziano.

Non basta quindi parlare o vedersi tramite un video, l’uomo ha necessità di condividere lo stesso spazio e avere contatti diretti e non mediati da altro. La solitudine apre due varchi: il primo che permette a ciascuno di noi di esplorare maggiormente la propria dimensione interiore; il secondo di metterci in una fredda condizione in cui si sente quanto quella ricchezza interiore sia sempre drammaticamente insufficiente.

Ed è per questo che il periodo di quarantena – è altamente probabile che il termine quaranta sia del tutto insufficiente – ci mostri questi due versanti esistenziali.

Possiamo pertanto così dilungarci nelle parti che abbiamo largamente trascurato, nel nostro intimo: ripensare alle scelte fatte, alle cause che le hanno prodotte, a cosa potevamo aspirare, alle sconfitte, agli slanci, alla povertà in certi momenti del proprio pensiero, alla bellezza del potenziare i tratti migliori di noi stessi; e, diciamolo, tutto questo ha l’indubbio vantaggio di estendere a dismisura le nostre parti recintate e custodite nella memoria.

Ci troveremo comunque a fare anche i conti, come ho riferito sopra, al limite che ciascuno di noi costituisce in quanto singolarità. Questo reclamerà il bisogno urgente di uscire da noi stessi, perché solo incontrando gli altri, stando con questi, litigando e riallacciando piacevoli armonie, daremo senso a quanto siamo.

Se l’isolamento dovesse prolungarsi oltre un certo limite, e vi confesso che per me sembra ormai raggiunto, quel secondo aspetto potrebbe rovesciarsi in timori, paure o eccessive preoccupazioni. Questa, se troppo intenso, rappresenterebbe davvero una vera malattia dell’anima.

Anche per questi aspetti, che sommariamente ho descritto, c’è da augurarsi una veloce sconfitta di questo malefico virus. Voi capite che non mi sono soffermato su guai ben più profondi, quali la salute del corpo, l’economia, il lavoro, perché ne abbiamo già parlato e purtroppo saremo ancora qui a parlarne. Ho inteso solo spendere qualche riflessione su aspetti magari più marginali, ma non per questo meno significativi del nostro vivere questa triste pagina quotidiana.

96mila kg di spesa sospesa per i più poveri

Novantaseimila chili di cibo 100% italiano, di qualità e a chilometri zero sono stati donati in una sola settimana a 22mila famiglie più bisognose direttamente dagli agricoltori di Campagna Amica nell’ambito dell’iniziativa la “spesa sospesa” operativa lungo tutta la Penisola. E’ il bilancio tracciato dalla Coldiretti sulla avvenuta consegna gratuita di frutta, verdura, formaggi, salumi, pasta, conserve di pomodoro, farina, olio, vino per aiutare a superare l’emergenza economica e sociale provocata dalla diffusione del coronavirus e dalle necessarie misure di contenimento.

Si tratta di un risultato – sottolinea la Coldiretti – ottenuto grazie alla generosità degli agricoltori e dei frequentatori e sostenitori delle fattorie e dei mercati di Campagna Amica che continuano dove possibile a lavorare, anche con consegne a domicilio, per non far mancare cibi di qualità sulle tavole degli italiani. Un impegno per la raccolta e la distribuzione che ha coinvolto 250 realtà sul territorio nazionale attive  per fare in modo che macchina della solidarietà sia capillare anche con la collaborazione tra gli altri di  Parrocchie, Caritas Diocesane, Banco Alimentare e Amministrazioni comunali.

L’iniziativa la spesa sospesa di Campagna Amica è sul modello dell’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo. In questo caso i cittadini che acquistano nei mercati e le fattorie di Campagna Amica o ricevono la spesa a domicilio possono decidere di donare prodotti alimentari alle famiglie più bisognose che potranno portare in tavola frutta, verdura, farina, formaggi, salumi o altri generi alimentare Made in Italy, di qualità e a km zero che gli agricoltori di Campagna Amica, in accordo con i Comuni, consegnano gratuitamente entro Pasqua.

E in vista della Pasqua, in aiuto delle famiglie più bisognose– continua Coldiretti – arrivano anche i cuochi contadini di Terranostra che consegnano direttamente a domicilio dei menu tipici della tradizione delle realtà locali tramandati da generazioni nelle campagne, con la possibilità per chi li acquista di offrirli ai più bisognosi grazie proprio all’iniziativa la spesa sospesa.

La Volkswagen invierà forniture mediche agli ospedali di New York

La Volkswagen, insieme al proprio fornitore di tessuti Faurecia, ha annunciato in un comunicato stampa di aver realizzato di 75.000 tute da spedire agli ospedali di New York City area prima della fine della settimana. “La spedizione di 75.000 unità è programmata per giungere questa settimana ed essere distribuita negli ospedali della zona, tra cui il Javits Center di New York City, recentemente trasformato dal Corpo degli ingegneri dell’esercito americano in un ospedale temporaneo con personale della Fema e personale medico dell’esercito”

Faurecia ha convertito le macchine in una fabbrica in Messico per fabbricare l’attrezzatura e ora ha la capacità di produrre circa 250.000 mascherine e 50.000 abiti ogni settimana

Programma Anziani e Infanzia: accorciare i tempi per le procedure di rimborso dei servizi

Una circolare inviata dall’autorità di gestione del Programma nazionale Servizi di cura all’infanzia e agli anziani non autosufficienti (Pnscia) ai sindaci dei comuni destinatari dei fondi erogati dal Programma sensibilizza gli amministratori locali sulla necessità di poter assicurare il pagamento tempestivo dei servizi.

La platea dei destinatari è formata da oltre 200 i sindaci dei comuni capofila degli Ambiti/Distretti socio-assistenziali delle quattro regioni dell’Obiettivo convergenza ( Campania,Puglia,Calabria e Sicilia), interessate dagli interventi.

L’obiettivo finale è garantire liquidità ai lavoratori. Le attività e i servizi legati ai due settori interessati dal Programma stanno infatti subendo in questo periodo rallentamenti e sospensioni dovuti alle misure di emergenza per contrastare l’epidemia da Coronavirus.

Ai sindaci è richiesto di fare in modo che vengano implementati nel più breve tempo possibile i dati finanziari nei sistemi informativi del Pnscia, per poi inviare la rendicontazione delle spese sostenute agli uffici regionali per il controllo di primo livello.

Questi ultimi, insieme con gli uffici dell’autorità di gestione e i program manager presso le prefetture capoluogo di regione, forniranno il loro supporto agli enti locali per rendere più rapide le attività di rendicontazione e accorciare quindi i tempi di rimborso da parte del Programma.

Gli Ambiti/Distretti, ottenute le risorse, potranno così pagare tempestivamente i servizi sui territori.

Coronavirus, dall’Aifa via libera ad un nuovo studio sul tocilizumab

Assorted pills

Via libera dell’Aifa a un nuovo trial sull’anti-artrite reumatoide tocilizumab nei malati di coronavirus.

L’Agenzia italiana del farmaco comunica che, “nell’ambito delle sperimentazioni cliniche sui farmaci per il trattamento della malattia Covid-19, è stato autorizzato uno studio di fase III (lo step di sperimentazione clinica più avanzato, ndr), multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, per valutare la sicurezza e l’efficacia di tocilizumab (anticorpo contro il recettore dell’IL-6) rispetto a placebo, entrambi in combinazione con lo standard di cura. Lo studio è promosso dalla ditta F. Hoffmann-La Roche Ltd”.

Scelba oggi voterebbe l’espulsione di Orbán

Sta circolando in queste ore un bel documento sottoscritto da numerose personalità italiane e tedesche, intitolato “Solidarietà europea adesso” in cui si rivolge un appello affinché tutte le Istituzioni Europee, ognuna nell’ambito del proprio mandato, come pure gli Stati membri, debbano compiere uno sforzo convergente per azioni indispensabili in campo sanitario ed economico, per combattere la pandemia in atto ed approntare le misure necessarie per tornare ad un normale funzionamento delle nostre società e delle nostre economie.

Se sono ancora in tempo, vorrei suggerire agli estensori dell’appello, che pure condivido in pieno, di aggiungere la necessità di tornare alla prassi ordinaria delle nostre Istituzioni democratiche. Perché quello che non emerge dal dibattito h24 su tutti i media è la incredibile narcolessia che dall’inizio della epidemia da coronavirus ha colpito gran parte delle assemblee rappresentative ad ogni livello, partiti e sindacati, e fino a qualche giorno fa anche associazioni e volontariato. Per fortuna in una società, quella italiana, che ha largamente assorbito gli anticorpi di protezione contro le derive autoritarie, ed anche al tanto deprecato web che insieme a giornali, radio-tv ed alle edicole fortunatamente non rientrate nella quarantena, hanno permesso di tenere acceso il dibattito e la partecipazione dei cittadini, pur nel rispetto del divieto di assembramento.

In altri Paesi dell’Unione Europea che ha dimenticato la sua vocazione all’unità politica ed istituzionale, accontentandosi di rafforzare alla meno peggio la propria esclusiva funzione di grande mercato di libero scambio, gli anticorpi e le garanzie di rispetto dei diritti fondamentali, sono evidentemente molto più deboli, ma proprio per questo, noi cittadini europei ed europeisti abbiamo concesso alle nostre Istituzioni Europee ampi poteri regolatori della nostra vita socio-economica, accogliendo entro il recinto comunitario anche Nazioni con democrazia più debole, convinti di tenerle comunque in sicurezza.

La incredibile ferita ai principi di democrazia rappresentativa operata dal leader ungherese Victor Orbán, con l’introduzione di leggi liberticide che gli assegnano poteri assoluti e senza limiti di tempo, conferma una tendenza assolutista già evidente nei comportamenti dello stesso Orbán nei mesi passati, che ha trovato nell’emergenza della pandemia il varco per dilagare senza freni. Era prevedibile, occorre dirlo.

Ciò che non era prevedibile, è l’atteggiamento di sorniona benevolenza verso Orbán ed il suo partito da parte di componenti consistenti del Partito Popolare Europeo, tra cui quella italiana di Forza Italia e tedesca della CDU, che pur in presenza di una chiara presa di posizione delle rappresentanze Belga, Ceca, Greca, Olandese nonché di tutti i Paesi nordici per l’espulsione degli ungheresi, osteggiano tale decisione.

E’ bene che si sappia che tutto ciò non può passare inosservato e non subire severa censura, perché tutti siamo impegnati a combattere il virus, né può essere sottaciuto che questo tentativo di salvare Orbán senza emettere una chiara sanzione politica espellendolo, è contro i princìpi ispiratori e lo Statuto del Partito Popolare Europeo. Ho partecipato personalmente a tutti i passaggi decisionali che hanno contrassegnato la nascita del PPE, compreso il suo primo Congresso del 1978, essendo stato dal 1976 al 1981 presidente europeo dei giovani del PPE, e mai è stata messa in discussione la necessità del rispetto dei diritti fondamentali e delle garanzie democratiche da parte di tutti gli Stati membri ed a maggior ragione dei partiti componenti una aggregazione politica che fa parte delle fondamenta dell’edificio comunitario.

Mi basta richiamare la dichiarazione solenne del Parlamento Europeo del 10 febbraio 1997, esplicitata dall’allora capo gruppo democristiano Mario Scelba: “Misure illiberali, all’interno degli Stati membri, determinerebbero una posizione di disparità fra i cittadini comunitari e, al limite, metterebbero in causa la stessa compattezza della Comunità, la sua vita…Il presupposto dell’eguaglianza dei cittadini comunitari in tema dei diritti civili e politici è uno dei cardini dei Trattati…Non si avrà un’Europa dei cittadini se essi non godranno degli stessi diritti civili e politici fondamentali…Il cliché di una Comunità europea mercantile e tecnocratica non corrisponde né ai motivi ispiratori della politica di integrazione europea, né alle finalità della Comunità…Porre al centro delle preoccupazioni del Parlamento Europeo il tema dell’eguaglianza dei cittadini comunitari e della protezione dei diritti civili e politici significa dare alla politica di integrazione europea il senso della nobiltà della sua ispirazione e un volto più umano alla Comunità europea”.

Tutti princìpi irrinunciabili e ben chiari, se in una intervista al giornale giovanile TUTTI, nel marzo 1979 dicevo: “ Un anno fa, nel Congresso di fondazione del PPE, abbiamo approvato un Programma estremamente importante in quanto riflette e sviluppa le nostre concezioni dell’uomo e della società, le nostre proposte in materia sociale, come pure in altri settori come quello monetario, dell’energia, dell’ambiente…Ci batteremo per un’Europa della libertà e della solidarietà, nella volontà di costruire per tutte le persone, di qualsiasi ceto sociale, una comunità che ognuno possa considerare come la propria Patria e della quale ognuno si senta partecipe. Un’Europa delle responsabilità quindi, un’Europa democratica e aperta verso il mondo esterno…”.

Oggi, pur preoccupati per la pandemia e per le gravi conseguenze economico-sociali sicuramente di non breve durata, siamo impegnati ad immaginare come ricostruire la nostra partecipazione politica, il nostro vivere sociale ed economico, con modalità e criteri che la svolta epocale che stiamo vivendo esigerà, ma che non potranno mettere in discussione i diritti fondamentali del nostro vivere da cittadini di una Europa che sa fare anche a meno di un Orbán se si tratta di difendere i princìpi. I tanto criticati Mercati l’hanno ben capito, se subito dopo la svolta autoritaria hanno affossato il valore del fiorino ungherese. Speriamo lo capiscano anche quei politici che si trovano a far parte di un Partito che ha gettato le fondamenta di un’Europa più moderna e giusta, anche se il disegno generoso e lungimirante non si è ancora realizzato.

Lo shock petrolifero del 1973

La guerra del Kippur tra arabi e israeliani determinò lo shock petrolifero del 1973 con pesanti conseguenze sulle economie mondiali. Viene ricordata come il periodo delle domeniche a piedi degli italiani.  Fu molto di più. 

I prezzi dei prodotti petroliferi aumentarono di cinque volte con uno sconvolgimento che si era unito alla cancellazione nell’agosto del 1971 degli accordi di Bretton Wood contagiando l’economia mondiale. Giá  nel dicembre del 1972 Siro Lombardini nel grande convegno economico della Dc, partito di maggioranza relativa, a Perugia, aveva posto l’esigenza di una politica di programmazione che avesse al centro la politica industriale, ponendo attenzione su nuove linee di sviluppo. 

La crisi energetica maturata dai nuovi rapporti tra produttori e consumatori determinava:  il rincaro dei prezzi di tutte le materie prime; la crisi dell’assetto monetario internazionale con i nuovi rapporti di scambio e grave deterioramento per il nostro Paese; una nuova divisione internazionale del lavoro. Lo sviluppo impetuoso degli anni cinquanta e sessanta veniva messo in discussione da variabili esogene, fuori dal nostro controllo. Il saggio di sviluppo dei paesi Ocse sarebbe passato negli anni sessanta dal 5 per cento al 3,3 degli anni settanta, mentre per l’Italia sarebbe  passato dal 5,7 al 3,1 per cento; una inflazione da costi si abbatteva sul sistema industriale italiano che veniva colpito al cuore, anche da una crisi della domanda. La chimica che aveva puntato sul credito agevolato ne fu travolta. Così come l’industria siderurgica a più alta intensità di energia subì colpi pesantissimi. Mentre era forte il dibattito tra congiunturalisti e strutturalisti che cercavano di piegare il dibattito alla strategia delle alleanze, così come quello tra restrizionisti, preoccupati dalla realtà dei vincoli esterni ed interni ed espansionisti, tra chi voleva incidere sull bilancia dei pagamenti riducendo importazioni e tra chi voleva bilanciare la tassa sul petrolio con maggiore spesa pubblica. Il culmine si raggiunse in occasione della lettera d’intenti al Fondo Monetario Internazione nel 1974. Prevalse la linea di rigore della Banca di Italia. Furono approntate misure per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti attraverso tagli sulla domanda, deposito obbligatorio sulle importazioni e politica fiscale restrittiva, nonché  controllo del credito totale interno. Il fabbisogno del tesoro che veniva superato rispetto all’ammontare programmato costringeva la Banca d’Italia a finanziarlo con la creazione di ampia base monetaria. 

Il quadro di governo in quegli anni è rappresentato dalla azione del quarto e del quinto governo Rumor. Nel 1975 intervenne anche l’accordo Lama -Agnelli su punto unico di  contingenza che permetteva ai lavoratori di recuperare la dinamica inflazionistica a due cifre. Moro espresse preoccupazioni perché “ più delicati problemi e rischi più attuali per la stabilità della economia pone invece l’andamento della dinamica salariale. Il governo non può, davanti a questi grandi round contrattuali, rimanere estraneo, poiché il loro risultato tocca piuttosto il livello generale dei prezzi e dei cambi che la distribuzione del prodotto fra profitti e salari”. 

Ai governi Rumor  segui il governo della piccola coalizione Moro – La Malfa, il bicolore DC- PRI  che gettò le basi della ristrutturazione industriale che si concretizzò con la legge 675 del 1977. Dopo la recessione profonda, nel quinquennio 1975-1980 si è registrato uno sviluppo degli investimenti con dimensioni consistenti in parte destinati all’ampliamento della capacità produttiva e una larga parte destinata alla razionalizzazione dei processi produttivi. Si misero in campo misure per fronteggiare la crisi delle grandi imprese anche per la forza del sindacato, mentre  il saggio di mortalità delle aziende piccole e piccolissime fu elevato. Nello stesso periodo gli interventi della Cassa Integrazione guadagni aumentarono di sei volte.  

Si privilegiarono misure di stabilizzazione senza quelle incisive  politiche strutturali che andassero verso la riduzione della bolletta petrolifera, nella ristrutturazione dell’apparato produttivo che l’aumento del prezzo del petrolio aveva bombardato nelle strutture alterando il prezzo dei fattori, e il rafforzamento della produttività, per aziende costrette alla competizione nonostante l’aumento dei costi. 

La crisi sanitaria del 2020 che stiamo vivendo, diventerà crisi economica e sociale. Alcuni settori come quello turistico, alberghiero,  ristorazione e quello dei trasporti di massa saranno pesantemente colpiti nelle attività economiche. Rispetto agli anni settanta non vi sará la distinzione tra garantiti e non garantiti perché i riflessi negativi saranno per tutti indistintamente.   Quello che sapientemente fece in quegli anni la Banca d’Italia, dovrebbe essere nella responsabilità della Banca Centrale Europea superando incertezze ed egoismi. Si imporrà un nuovo modello di sviluppo. Da questa crisi potrà ritrovarsi una nuova idea di Europa comunitaria, non sarà facile, ma é l’unica strada percorribile. Nessun Paese può resistere da solo  ad una paralisi così prolungata. Sarebbe profondamente sbagliato pensare di affrontare la crisi economica solo con misure assistenzialistiche senza gettare le basi per una ripartenza che segnerà una svolta per la interdipendenza tra le aree economiche del mondo. 

“Conteranno soprattutto –  per usare le parole di Moro propio all’atto di nascita del suo governo – “ lo scatto di volontà, il vigore e la fantasia con cui noi tutti sapremo affrontare la sfida di adattare l’economia ai nuovi equilibri internazionali, di inventare nuove e più vere relazioni tra dirigenti e lavoratori, di mobilitare all’estremo la capacità di lavoro delle pubbliche amministrazioni”. 

Conte, la Dc e i cattolici.

Tra le cose laterali che caratterizzano la situazione drammatica ed inedita con cui ormai dobbiamo fare i conti, a volte emergono aspetti curiosi e simpatici che non meriterebbero neanche un commento, se non per evitare che, a volte, la confusione e il pressappochismo prendano il sopravvento. Certo, sappiamo tutti molto bene che viviamo in un momento drammatico dove la politica è semplicemente sospesa. Come è sospesa l’attività dei partiti, di tutti i partiti. Ed è, questa, una considerazione che ci porta anche a ritenere del tutto inattendibile qualunque sondaggio inerente il peso degli attuali partiti e anche la popolarità dei rispettivi capi. Diciamo così, non è proprio il momento per misurare la credibilità della politica e dei suoi principali esponenti… 

Ora, tra le considerazioni curiose, si fa per dire, che emergono da questa situazione anomala c’è la simpatica iscrizione d’ufficio, da parte di alcuni commentatori ed opinionisti, del premier Conte alla tradizione della Dc. E, addirittura, allarga l’iscrizione ai 5 stelle. Insomma, nel vuoto che caratterizza il panorama pubblico nel nostro paese in questo momento e in attesa che, dopo la tempesta, riparta la dialettica politica – che sarà, comunque sia, profondamente diversa da quella che l’ha preceduta – con nuovi equilibri politici e forse anche con nuovi partiti e una rinnovata classe dirigente, prendiamo atto che la tanto detestata Democrazia Cristiana continua ad essere scimmiottata e miracolosamente rimpianta senza sapere bene di che cosa si parla. Adesso la nuova vulgata pare essere questa: chi si presenta ben vestito, ben pettinato, non bestemmia, non alza la voce e dice poco o nulla in pubblico è iscritto, de facto, alla Dc del ventunesimo secolo. Nulla, come ovvio, di argomenti che riguardano la Dc, la sua storia, il suo progetto, la sua classe dirigente fatta di leader e statisti – soprattutto di leader e statisti – a livello locale e nazionale e, soprattutto, la sua cultura di riferimento. E quindi, ogni confronto e paragone con quella esperienza avviene a prescindere dalla esperienza politica, culturale ed organizzativa della Democrazia Cristiana. 

È sufficiente questa semplice e quasi scontata osservazione per arrivare ad una altrettanto semplice e scontata conclusione. E cioè, il confronto con il passato avviene lungo le strade dell’estetica e dell’abbigliamento. Ma, come ben sappiamo, sono due caratteristiche radicalmente estranee alla politica. Almeno a quella politica che ha come ingredienti costitutivi il pensiero, la cultura, il progetto e il programma. Oltre ad una classe dirigente. Che non è, com’è ormai evidente a quasi tutti, la politica che purtroppo oggi continua a spadroneggiare in lungo e in largo. Ma il domani è ancora tutto da costruire e da scrivere. 

La Cina è vicina. Forse troppo

Sono arrivate le mascherine.

Ho potuto acquistarle nella farmacia sotto casa ed anche il negozio di ferramenta sull’altro marciapiede della strada ha tolto della vetrine il cartello “mascherine esaurite”.

Eppure  sconti e polemiche sull’argomento si ripropongono ogni giorno sui quotidiani ed ogni sera nei mille programmi tv dedicati alla pandemia da covid19.

Tutti, dai medici ai politici, dai farmacisti ai soccorritori del 118, fino ai cittadini comuni,non c’è nessuno che ancora  non ne lamenti la indisponibilità, ne conclami la mancanza al momento opportuno o ne parli semplicemente come uno dei tanti scandalosi disservizi alla italiana.

Soltanto un virologo, il prof. Walter Ricciardi, ieri mattina, alla tv, ha detto quella che dovrebbe essere una parola definitiva sulla questione con una riflessione tanto banale quanto inquietante per il momento e per la prospettiva.

Le mascherine non c’erano allo scoppio della epidemia e non ci sono state nei momenti topici seguenti per un motivo semplicissimo: le mascherine non venivano più prodotte da tempo in Europa e nel resto dell’Occidente.

La produzione delle mascherine, ma anche degli altri presidi sanitari quali tute di protezione, maschere, occhiali, guanti e così via, sono stati appaltati alla Cina o ad altri paresi dell’Estremo Oriente dagli apparati produttivi avanzati del Mondo Occidentale.

Un vero e proprio monopolio procurato dal sistema economico ed industriale dei paesi “sviluppati” che , con miopia e tracotanza, si sono consegnati mano e piedi,in questo caso dovremmo dire polmoni, ad un regime autoritario connotato da caratteri decisamente imperialisti sul piano industriale, economico e finanziario e  sicuramente arretrato, pressoché a livelli ottocenteschi, per quanto concerne le remunerazione, le condizioni ed i diritti del lavoro e dei lavoratori.

Ormai il re è nudo ,e questa volta a gridarlo non è il bambino della favola di Andersen, ma è il Covid19 che fa sì che si accenda un riflettore su alcune contraddizioni del neo capitalismo globale che probabilmente dovrà ripensare attentamente i suoi parametri produttivi ed organizzativi.

Per averne una piccola e non scientifica conferma è sufficiente entrare in uno dei tanti esercizi commerciali dei “cinesi”presenti nelle città  e nei più piccoli paesi d’Italia,nei quali non è reperibile un prodotto a basso costo che non porti stampigliato il marchio “made in PRC” o similari.

Il fenomeno della mancanza di mascherine,unitamente alle considerazioni conseguenti, dovrà costituire il volano su una serie riflessione collettiva,  che veda protagonisti tutti i soggetti interessati (governanti,politici,industriali,commercianti,sindacati e lavoratori)sulla struttura complessiva del sistema produttivo italiano in particolare ed occidentale in generale.

Se il dopo pandemia,sarà il nuovo nei diversi ambiti politici, social economici, e finanziari, come gran  parte degli osservatori prevede, sarà opportuno farci trovare preparati.

Cittadini, eletti, istituzioni, imprese,sindacati e partiti vecchi e nuovi.

Perché la Cina, è un immenso territorio ed un singolare  fenomeno politico che, con le sue asimmetrie rispetto al resto del mondo, forse non rappresenta più  soltanto “una opportunità”, come affermava in altri momenti storici Romano Prodi.

La Germania si unisce alla proposta Usa per un governo di transizione in Venezuela

Il governo tedesco ha espresso sostegno alla nuova proposta avanzata dagli Stati Uniti per una “transizione democratica” in Venezuela.

Il piano Usa è quello di affidare a un Consiglio di stato eletto da tutti i partiti le funzioni di governo transitorio utile a convocare nuove elezioni “libere ed eque” entro 6-12 mesi.

Un percorso da avviare dopo aver ottenuto “un passo indietro” tanto da Maduro quanto da Guaidò, e che porterebbe a un rinnovo delle principali istituzioni dello stato, a partire dal Consiglio elettorale nazionale e dalla Corte suprema.

Oltre alla Germania consensi sono arrivati anche da governi di altri singoli paesi europei. Austria e Portogallo tra i primi. La Spana, invece, ha fatto sapere di avere “esaminato con interesse” la nuova proposta avanzata dagli Stati Uniti per una “transizione democratica” in Venezuela, ma ha ribadito il suo sostegno a una soluzione “negoziata, guidata in primo luogo dai venezuelani”.

L’offerta approvata da Guaidò è stata però presto respinta dal governo venezuelano. In una nota, Caracas ha fatto sapere che “non accetta e non accetterà mai” imposizioni di un qualsiasi governo straniero, e meno ancora di quello degli Stati Uniti”

 

Coronavirus: garantire a tutti una tavola di Pasqua

Con la Pasqua blindata gli italiani cercano di trovare comunque soddisfazione nel cibo, in cucina e a tavola dove verranno investiti 1,1 miliardi per prodotti tipici, vino e gli ingredienti delle ricette tradizionali. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixe’.

L’emergenza coronavirus che ha costretto gli italiani a casa ha cambiato solo in parte le abitudini degli italiani che non vogliono rinunciare ai piaceri del palato anche se si fa pesantemente sentire – sottolinea la Coldiretti – la chiusura forzata al pubblico di ristoranti, trattorie e agriturismi con un taglio del 27% della spesa complessiva per il pranzo di Pasqua degli italiani.

In aiuto delle famiglie quest’anno – continua Coldiretti – arrivano i cuochi contadini con la consegna direttamente a domicilio dei menu tipici della tradizione delle realtà locali, tramandati da generazioni nelle campagne. Gli agriturismi di Campagna Amica Terranostra si impegnano infatti a consegnare iI pranzo pasquale direttamente nelle case degli italiani lungo tutta la Penisola con la possibilità di offrirlo ai più bisognosi grazie all’iniziativa la spesa sospesa in una situazione in cui si stima siano 3,2 milioni gli italiani che durante le feste non hanno cibo sufficiente.

L’obiettivo della Coldiretti è garantire a tutti una tavola di Pasqua “apparecchiata” a casa direttamente dai contadini con prodotti freschi e di qualità nell’ambito della campagna #MangiaItaliano a difesa del Made in Italy, del territorio, dell’economia e del lavoro.

Qual’è la foto che ha scattato Hubble il giorno del tuo compleanno?

Chi desidera partecipare all’iniziativa non deve fare altro che accedere al sito della Nasa e inserire il proprio mese e giorno di nascita (l’anno viene scelto dal sistema in base alle immagini presenti in archivio). L’immagine che si ottiene dopo aver inserito i dati è accompagnata da una breve descrizione: chi è interessato può ricevere più informazioni cliccando sul link “More info”. Selezionando “See Full Image”, invece, è possibile visualizzare l’immagine ottenuta in tutto il suo splendore e, volendo, scaricarla per mostrarla ai propri amici. Infatti, grazie alla bellezza delle foto scattate da Hubble, l’iniziativa sta ottenendo un buon successo sui social.

Attualmente, il telescopio spaziale Hubble è ancora pienamente operativo e, secondo le stime degli esperti, resterà attivo fino al 2030-2040. Il lancio del suo successore, il James Webb Space Telescope (JWST), è previsto per marzo 2021. Realizzato grazie a una stretta collaborazione tra le agenzie spaziali di Stati Uniti, Europa e Canada, lo strumento verrà portato in orbita tramite il razzo “Ariane 5”, che dovrebbe essere lanciato dalla base di Kourou, nella Guyana francese.

COVID-19: clorochina e idrossiclorochina devono essere utilizzati solo negli studi clinici

Assorted pills

Clorochina e idrossiclorochina, due medicinali attualmente autorizzati per il trattamento della malaria e di alcune malattie autoimmuni, sono oggetto di studio in tutto il mondo in quanto potenzialmente in grado di curare la malattia da coronavirus (COVID-19). Tuttavia, l’efficacia nel trattamento del COVID19 non è ancora stata dimostrata negli studi.

È molto importante che i pazienti e gli operatori sanitari ricorrano a clorochina e idrossiclorochina solo per gli usi autorizzati o nell’ambito di studi clinici o di programmi nazionali di utilizzo in emergenza per il trattamento del COVID-19.
Sia clorochina che idrossiclorochina possono avere effetti indesiderati gravi, soprattutto a dosi elevate o in associazione ad altri farmaci. Non devono essere utilizzati senza prescrizione medica e senza la supervisione di un medico; le prescrizioni devono riferirsi solo agli usi autorizzati, salvo in caso disperimentazioni cliniche o di protocolli concordati a livello nazionale.

Sono in corso grandi studi clinici finalizzati a generare dati robusti che permettano di stabilire l’efficacia e la sicurezza di clorochina e idrossiclorochina nel trattamento del COVID-19. L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) accoglie con favore questi studi, che consentiranno alle autorità di fornire agli operatori sanitari e ai pazienti indicazioni affidabili basate su solide evidenze.

Viste l’urgenza e la pressione che i sistemi sanitari devono affrontare per salvare vite umane durante la pandemia da COVID-19, alcuni paesi, tra cui gli Stati Uniti e la Francia, hanno messo in atto rigidi protocolli per consentire l’uso sperimentale di questi due farmaci, ad esempio, in pazienti con forme gravi di COVID-19.

Clorochina e idrossiclorochina sono farmaci di vitale importanza per i pazienti con patologie
autoimmuni, come il lupus. È fondamentale che essi abbiano ancora la possibilità di ottenere questi medicinali e non debbano affrontare carenze dovute all’accumulo di scorte o all’uso al di fuori delle indicazioni autorizzate. In alcuni paesi la prescrizione dei medicinali è stata limitata per ridurre il rischio di carenze.

Chiarezza contro i liberali “eterni pasticcioni”. L’anti moderatismo di De Gasperi.

In occasione dell’anniversario della nascita di Alcide De Gasperi (Pieve Tesino, 3 aprile 1881) ripubblichiamo questo articolo, apparso esattamente un secolo fa su “Il nuovo Trentino” (18 marzo 1920) con il titolo “Chiarezza”, a firma dell’allora segretario del Partito  Popolare Trentino, non ancora deputato del Regno. Emerge in questa nota la polemica sul rimpasto del ministero Nitti e sull’atteggiamento dei liberali, infastiditi per la chiarezza programmatica del Partito popolare. Del resto, sosteneva De Gasperi, l’appoggio dei popolari al governo non poteva essere incondizionato, ma anzi doveva aprire una nuova fase politica. Alla fine il partito decise di votare il secondo Ministero Nitti, ma senza designare suoi rappresentanti in seno alla compagine governativa. 

A chi legge in questi giorni i giornali liberali appare più che mai manifesto quale infimo grado di coltura e di maturità politica essi suppongano ancora in Italia. Quello che in tutti i paesi civili del mondo si ritiene come la cosa più naturale, cioè che un partito, invitato a prendere parte al governo, fissi e pubblichi i suoi postulati programmatici, nel nostro paese, dove i ministeri si sono fatti sino ad oggi in base a consorterie e a giuochi di equilibrio, sembra una audacia inaudita. Specialmente i liberali, eterni pasticcioni, sono desolati di questa minaccia di chiarezza, che spunta sull’orizzonte della vita pubblica e stilano sui loro organi le più buffe geremiadi e le più ridicole sentenze.

Nulla di più piccino che i loro commenti sulla condotta tenuta dal Partito popolare in occasione della crisi e del rimpasto. Lasciata cadere, per la evidente assurdità, l’accusa di aver opposto un rifiuto all’invito dell’on. Nitti per non essere stati appagati nella fame smodata di portafogli, resta nei detti giornali la sorpresa del vedere i popolari formulare una serie di postulati programmatici e porli come condizione indispensabile alla collaborazione indiretta o eventualmente diretta al governo. Continua così l’equivoco che si era venuto formando nei giorni scorsi, prima ancora che l’on. Nitti, tornando da Roma, iniziasse le trattative per il rimpasto.

Si è cioè pensato che i popolari potessero prescindere completamente da questioni di programma; si è forse creduto che nella discussione sul tema della collaborazione quelli i quali tendevano a concludere per la collaborazione intendessero questa nel modo stesso nel quale fu intesa durante la guerra, quando si formavano i cosiddetti «ministeri nazionali». E avviene così che oggi, al sentir dire che i popolari hanno fissato i loro «punti», e cioè che essi pongono delle condizioni, si grida allo scandalo. Ora, tutto ciò è veramente strano. Non uno, a cominciare senza dubbio dall’onorevole Meda, tra coloro che propugnarono la tesi della necessaria collaborazione (tesi accolta in linea di principio, nelle riunioni degli organi del partito) aveva in mente una collaborazione senza garanzie programmatiche, offerta quasi per fare piacere ai liberali. A guerra finita e con cento deputati alla Camera non si poteva pretendere che il problema della partecipazione al governo fosse considerato dal nuovo Partito popolare al modo stesso nel quale lo si era valutato per l’entrata dell’on. Meda nel gabinetto Boselli. Non si capisce davvero, dopo ciò, come si possa cader dalle nuvole o anche mostrarsi scandalizzati perché i popolari han detto che la loro entrata in un ministero o anche soltanto il loro appoggio al nuovo governo sono subordinati alla accettazione di alcune condizioni.

Chi, tra i popolari, sosteneva la collaborazione, ammetteva che alle necessità del momento fosse da sacrificare molto di ciò che è nel programma del partito; ma non pensava davvero che tutto fosse da sacrificare, che nessuna, sia pure parziale, garanzia fosse da chiedere. Un partito affermatosi così vigorosamente nella vita politica nazionale, non può, se non a patto di suicidarsi, pensare a salire al potere come una qualunque pattuglietta parlamentare, senza avere la possibilità di svolgervi un’azione efficace e visibile. E se alla formulazione di quel programma minimo fu aggiunto il proposito che si avesse a trattare non di un semplice rimpasto, ma di una crisi generale, ciò fu appunto perché sulla base di quel programma, e nel confronto di quello che gli altri gruppi avessero voluto opporre, si potesse trattare per la formazione di un governo che avesse detta una parola nuova al paese, che avesse dato affidamenti nuovi per la soluzione dei gravi problemi della vita nazionale.