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Più giovani nella Pa: dalla legge di Bilancio 100 borse di studio

Sarà un fondo ad hoc da 300mila euro per il 2021, istituito presso il Dipartimento della Funzione pubblica, a finanziare 100 borse di studio della durata di sei mesi per l’importo di tremila euro ciascuna. Le borse serviranno a sviluppare progetti di studio, di ricerca e formazione-lavoro di studenti universitari, di età non superiore a 25 anni, nelle aree giuridica, scientifico-tecnologica, economica e statistica. La misura è contenuta in un emendamento alla Legge di Bilancio. La selezione dei candidati avverrà sulla base di un avviso pubblico predisposto dal Dipartimento stesso, d’intesa con il Ministro dell’università e della ricerca, per individuare le modalità di presentazione delle domande, i requisiti di accesso e gli ambiti tematici di studio, ricerca e di formazione.

I progetti di ricerca e di training on the job saranno svolti presso le amministrazioni centrali che ne facciano richiesta, attraverso la stipula di protocolli con il Dipartimento della funzione pubblica, e si concluderanno con la presentazione di un elaborato. L’iniziativa concretizza la possibilità di avviare un’osmosi significativa tra le università e le pubbliche amministrazioni, al fine di promuovere la conoscenza delle attività delle stesse Pa e di orientare le scelte professionali dei giovani sulla base di un criterio collegato alle capacità individuali e al merito.

Vaccino Pfizer Italia: prime dosi il 26 dicembre

Arriveranno in Italia “il 26 dicembre”, a Santo Stefano, le prime 9.750 dosi di vaccino Pfizer-Biontech contro Covid-19, che ha incassato ieri l’autorizzazione all’immissione in commercio da Aifa. Il vaccino arriverà in tempo dunque per il V-day del 27 dicembre. Lo ha affermato Paivi Kerkola, Country Manager di Pfizer in Italia, nel corso di una conferenza stampa online. Saranno in tutto 27 milioni le dosi del vaccino Pfizer che arriveranno in Italia nel 2021, parte delle 200 milioni di dosi già acquistate dall’Ue.

“È incoraggiante vedere che il nostro vaccino a mRna è ora approvato anche in Italia. Il numero di paesi che hanno autorizzato l’uso del nostro vaccino è in costante aumento ed è importante per contribuire ad affrontare questa pandemia”, ha dichiarato Sean Marett, Chief Business Officer e Chief Commercial Officer di BioNTech. “Insieme al nostro partner Pfizer, non vediamo l’ora di spedire i vaccini in Italia”.

La decisione dell’Aifa si basa sull’esito della valutazione iniziata da Ema tramite una procedura di rolling submission e completata con la successiva presentazione della domanda di autorizzazione da parte di Pfizer e BioNTech. I dati presentati includono i risultati dello studio clinico di fase 3, che hanno dimostrato un tasso di efficacia del vaccino del 95% nei partecipanti senza precedente infezione da Sars-CoV-2.

Pd e 5 stelle, adesso chiarezza.

Però, forse, adesso è arrivato il momento per dire parole chiare su questa benedetta alleanza  politica tra il Pd e i 5 stelle. Ora, tutti sappiamo quali sono state le motivazioni reali per cui è nato  questo governo lo scorso anno. Al netto della deriva autoritaria, della destra illiberale, della  concentrazione dei poteri o del possibile ritorno della minaccia fascista – tutte tesi che, come  ovvio, non hanno alcuna rispondenza nella realtà italiana di tutti i giorni – gli unici due elementi che  sono stati decisivi per la formazione del governo erano, da un lato non scivolare nelle elezioni  anticipate per evitare una quasi certa vittoria del centro destra e, dall’altro, garantire lo stipendio  assicurato a chi ha trovato nelle elezioni politiche del 2018 una fortuna non replicabile. Dopodichè  il Governo è decollato e meno male che c’è e che continua ad operare, seppur tra mille difficoltà e  contraddizioni, come dimostrano concretamente gli avvenimenti di questi giorni. 

Ma, al di là di questa considerazione ormai nota e unanimemente conosciuta e che non è  certamente una notizia, adesso è il momento della scelta politica. E, soprattutto, della chiarezza.  Parlo della alleanza o della coalizione futura tra il Pd e il partito dei 5 stelle. E questo, a maggior  ragione, in vista delle ormai prossime consultazioni elettorali amministrative nelle maggiori città  italiane. Sotto questo versante, come capita spesso, l’unico esponente politico di rango ad essere  stato chiaro e trasparente sin dall’inizio è stato Dario Franceschini che ha sostenuto, con  coerenza e tempestività, che l’alleanza con i 5 stelle doveva essere strutturale ed organica.  Ovvero, un progetto politico a lunga scadenza senza più eccezioni o eventuali deroghe. Sul punto  specifico, invece, molti altri esponenti Dem sono stati altalenanti ed incerti. Costretti all’alleanza a  livello nazionale per le note motivazioni ma molto più perplessi a livello locale nell’estendere  questo modello. Anche perchè dove si è realizzata concretamente nei territori, questa alleanza si è  tradotta in una secca ed inappellabile sconfitta politica ed elettorale. L’Umbria e la Liguria sono  ancora lì a confermarlo. Per non parlare dei livelli locali dove, soprattutto da parte delle varie  dirigenze del Pd, l’alleanza con i 5 stelle viene vista ed interpretata come semplice fumo negli  occhi. L’esempio di Roma e di Torino, al riguardo, sono troppo emblematici per essere  ulteriormente analizzati.  

Ecco perchè, di fronte a questo quadro articolato e variegato, è sempre più necessario indicare  punti fermi e soprattutto chiari sia sul versante del progetto politico e sia, ancor più, su quello dei  contenuti e dei programmi. Ai 5 stelle è perfettamente inutile chiederlo perchè da quelle parti  l’unico dato che conta, adesso, è mantenere e consolidare posizioni di potere con relativi benefit.  Con qualsiasi alleato e con qualunque politica, come la concreta esperienza ha persin troppo  platealmente confermato. La chiarezza, ancora una volta, deve arrivare dal Pd che resta un partito  politico organizzato, radicato nel territorio e con una leadership, nazionale e locale, di tutto  rispetto. Ma questo nodo adesso va sciolto. E questo non solo per la qualità e la prospettiva  dell’ex centro sinistra ma anche, e soprattutto, per come si articolerà nel futuro, dopo questa  strana e singolare fase politica, una corretta alternanza tra il riformismo europeo e il sovranismo  conservatore.  

Il papa chiede alla curia umiltà e servizio ai poveri

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Il Natale di Gesù di Nazaret è il mistero di una nascita che ci ricorda che «gli uomini, non sono nati per morire, ma per ricominciare».
Lo ha detto il 21 dicembre Papa Francesco citando la filosofa ebrea Hannah Arendt, durante il discorso per gli auguri natalizi ai membri della Curia Romana e del Collegio Cardinalizio.
Secondo il Pontefice, davanti al Mistero dell’Incarnazione, accanto al Bambino adagiato in una mangiatoia, troviamo il posto giusto solo se siamo «disarmati, umili, essenziali».
A questo proposito Francesco ha ricordato il programma di vita suggerito da San Paolo: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo».
Il Papa ha invitato a rivestirsi di umiltà, imitando Gesù «mite e umile di cuore» per mettersi «all’ultimo posto» e diventare «servi di tutti».
«Questo Natale – ha rammentato il Pontefice – è il Natale della pandemia, della crisi sanitaria, della crisi economica, sociale e persino ecclesiale che ha colpito ciecamente il mondo intero».
«Questo flagello – ha esclamato – è un banco di prova non indifferente e, nello stesso tempo, una grande occasione per convertirci e recuperare autenticità».
Rispetto alle crisi che hanno scosso la Chiesa a causa degli scandali di ieri e di oggi, il Papa ha contrapposto il generoso contributo dei tanti che «nella Curia danno testimonianza con il lavoro umile, discreto, senza pettegolezzi, silenzioso, leale, professionale, onesto».
Secondo Francesco, siamo spaventati dalla crisi perché abbiamo dimenticato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi.
«Ma – ha aggiunto – se troviamo di nuovo il coraggio e l’umiltà di dire ad alta voce che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito, allora, anche davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente un’intima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio».
È necessario, però, «non confondere la crisi con il conflitto: sono due cose diverse». La crisi generalmente ha un esito positivo, mentre il conflitto crea sempre un contrasto, una competizione, un antagonismo apparentemente senza soluzione.
La logica del conflitto cerca sempre i “colpevoli” da stigmatizzare e disprezzare e i “giusti” da giustificare.
Ha spiegato il Papa che la Chiesa, letta con le categorie del conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti –, «frammenta, polarizza, perverte, tradisce la sua vera natura».
Se va in direzione del conflitto diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, così lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa.
Per illustrare la novità introdotta dalla crisi che germoglia dal vecchio e lo rende fecondo, il Papa ha ricordato la frase contenuta nel Vangelo di Giovanni: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
«L’atto di morire del seme – ha continuato – è un atto ambivalente, perché nello stesso tempo segna la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro».
Infatti «solo morendo a una certa mentalità riusciremo anche a fare spazio alla novità che lo Spirito suscita costantemente nel cuore della Chiesa. I Padri della Chiesa erano consapevoli di questo, che chiamavano “la metanoia”».
Ha ribadito Francesco: «Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento: è un passo avanti. Ma per andare avanti bisogna avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo; si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica. La riforma della Chiesa è un’altra cosa. Non si tratta di “rattoppare un abito”, perché la Chiesa non è un semplice “vestito” di Cristo, bensì è il suo corpo che abbraccia tutta la storia».
Il Pontefice ha ribadito che è fondamentale non interrompere il dialogo con Dio, anche se è faticoso: «Pregare non è facile», ha detto. «Non dobbiamo stancarci di pregare sempre. Non conosciamo alcun’altra soluzione ai problemi che stiamo vivendo, se non quella di pregare di più e, nello stesso tempo, fare tutto quanto ci è possibile con più fiducia. La preghiera ci permetterà di sperare contro ogni speranza».
Francesco si è poi rivolto ai presenti dicendo: «Permettetemi di chiedere espressamente a tutti voi, che siete insieme con me a servizio del Vangelo, il regalo di Natale: la vostra collaborazione generosa e appassionata nell’annuncio della Buona Novella soprattutto ai poveri».
Ricordando che i poveri sono al centro del Vangelo, il Papa ha concluso auspicando che «non vi sia nessuno che ostacoli volontariamente l’opera che il Signore sta compiendo in questo momento, e chiediamo il dono dell’umiltà del servizio affinché Lui cresca e noi diminuiamo».
Infine il Santo Padre ha impartito la benedizione natalizia.

Immaginare città

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Paolo Perulli

La grande fuga dalle città si è materializzata nel corso del 2020 in forme incerte, provvisorie, selettive. I quartieri ricchi di New York e di Milano si sono svuotati, con i residenti trasferiti nelle seconde case nel verde. I lavoratori in remoto sono rimasti a casa, spesso nell’hinterland o nelle città di residenza, prossime alla metropoli. La mobilità si è ridotta nelle città e tra le città, ma soprattutto la business community viaggiante sui treni ad alta velocità si è dissolta. Il trasporto aereo è crollato. Interi settori dell’economia sono stati congelati e come nel caso del turismo, della cultura e del divertimento, forse non torneranno più come prima, ponendo seri interrogativi all’economia creativa delle città che vive di contatti e di interazioni dirette e all’ampia sfera del consumo culturale di massa. Le imprese di punta si sono arrese, e poi velocemente riconvertite ai nuovi mercati della prossimità (AirBnB ha spostato la sua offerta verso le residenze suburbane), quelle del digitale e del delivery hanno moltiplicato addetti e utili (come Amazon, che ha aumentato gli addetti da 800.000 a 1.200.000 in pochi mesi). Il mondo urbano si è fermato, poi è ripartito molto lentamente e senza una precisa direzione.

Dove andranno a vivere le classi creative, gli analisti, i software developer, i ricercatori, i lavoratori intellettuali che sono il fulcro dell’economia dei Paesi avanzati? A Milano, Torino e Bologna le classi creative e le figure funzionali alle classi creative superano il 40% della popolazione residente. Si approfondirà la tendenza di una simile popolazione urbana a vivere online nei sobborghi o in zone remote, una specie di “villaggio globale” di McLuhan che ritorna di attualità? Nel 2021 il 100% del valore finanziario dell’economia degli Stati Uniti d’America sarà fatto di brevetti, algoritmi, software e proprietà intellettuale. Dove vivranno questi soggetti protagonisti del capitalismo immateriale?

Uno schema interpretativo della grande crisi pandemica in corso dovrebbe rispondere a queste domande. Un esempio è l’approccio, schematico seppur sofisticato, di geografi e urbanisti. Per chi come loro pensa la società come un campo di gioco di forze di attrazione e di agglomerazione, la pandemia è una delle tante evenienze cui le città ancora una volta sopravvivranno: e saranno come sempre le città globali – New York, Londra, Los Angeles, S. Francisco, Toronto a Occidente; Tokyo, Shanghai, Hong Kong, Singapore a Oriente – a guidare la rincorsa.

Queste interpretazioni ignorano il polo microsociale del comportamento umano, quello privilegiato dalla psicologia e dalla sociologia interazionista. Esse riguardano i comportamenti psichici soggettivi e la vita nervosa degli individui, quella che Simmel studiò per la metropoli di inizio Novecento. Il «distacco» del tipo blasé, il suo riserbo nei confronti della folla metropolitana assumono oggi un valore profetico, una tragica attualità. L’individuo della metropoli è oggi schiacciato dal sapere oggettivo incorporato nelle grandi strutture e infrastrutture che gli si rivolgono contro: le vetture claustrofobiche della metropolitana e gli shopping mall pieni di folla diventano la principale fonte di rischio.

Le scienze esatte della fisica, così come l’epidemiologia medica e la ricerca clinica, misurano curve e andamenti dell’epidemia in ciascuna città e regione, ma non colgono gli aspetti interpretativi, comportamentali, sociali che queste grandezze esprimono. Sarebbe necessario un modello circolare che sappia unire fattori economici-oggettivi ed extraeconomici-soggettivi.

Fattori oggettivi e soggettivi li ritroviamo uniti nella società del rischio globale. La moltiplicazione dei rischi, la Risikogesellschaft annunciata da Ulrich Beck oltre trent’anni fa, si è materializzata con un crescendo: nei catastrofici cambiamenti climatici planetari, nel rischio finanziario che coinvolge tutti, nella caduta in povertà di ampi strati di ceti medi e bassi, infine nella prima pandemia per sua natura globale. La radice di questi rischi è comune. È il capitalismo nella sua «fase estrema»: quella attuale, in cui i fenomeni globali rendono impossibile circoscrivere le fonti del rischio, come invece era possibile nelle società nazionali e locali del passato.

Questa nuova configurazione pone al centro la dimensione globale assunta dal rischio e la sua attuale «incalcolabilità». Siamo lontanissimi da quando il rischio era calcolabile da un agente economico, da un governo, da una famiglia. La finanziarizzazione globale e l’economia delle imprese globali – le due entità che hanno sostituito la sovranità degli Stati – hanno contribuito a globalizzare il rischio. Il debito che esplode in un punto qualunque del sistema si propaga a tutto il mondo, esattamente come avviene con la pandemia e con la crisi ecologica. Siamo sull’orlo di una completa trasformazione dell’economia: il cambiamento climatico obbliga gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna. Ciò significa che investire oggi in un’impresa o in un Paese comporta un rischio incalcolabile: non sappiamo cosa avverrà a causa del cambiamento climatico in quell’economia nazionale, quell’impresa, quella città. Saranno state inondate o distrutte dalla siccità, saranno state colpite da mutamenti irreversibili?

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Montini e il “Natale in piazza” degli operai

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giselda Adornato

Il 25 dicembre 1960, in piazza del Duomo a Milano, intorno al grande albero addobbato, si tiene la manifestazione nazionale del Natale in piazza: migliaia di metalmeccanici, i sindacati dicono centomila, in sciopero da mesi, convergono con le loro famiglie per una manifestazione organizzata dalla Cgil, con l’adesione della sola Uil perché la Cisl ha deciso di non partecipare per non urtare la sensibilità dei cattolici.

Quel Natale di sessant’anni fa chiude un anno problematico in Italia, e basterebbe citare la rivolta contro il governo Tambroni, le proteste a Genova, i morti di Reggio Emilia e tutti i contraccolpi e gli squilibri sociali del “miracolo” economico. In particolare, i lavoratori del settore elettromeccanico sono in lotta e inaugurano un decennio che si chiuderà solo con l’autunno caldo del 1969.

A Milano dunque, dal palco allestito sotto un grande striscione appeso al colonnato della Galleria, parlano i responsabili nazionali del sindacato. Contemporaneamente, nella cattedrale, l’arcivescovo Giovanni Battista Montini celebra il pontificale di Natale; le grandi navate sono gremite. All’omelia, il cardinale esordisce: «Noi siamo soliti a considerare il Natale come una festa piena di soavità e di pace. E così è […]. Ma il Natale, con la sua stessa luce, svela a me una scena di tenebre, profonde e immense quanto il mondo. […] Così che il Natale ci fa pensare al dolore umano». E il presule continua, con parole profonde che scavano fino alla radice il «dramma» della scelta dell’uomo di fronte a Dio, l’allontanamento cosciente e voluto della creatura dal suo Creatore: il peccato, responsabile della sofferenza del mondo. Montini si esprime toto corde: «Sofferenza a causa dell’ingiustizia, dell’egoismo, della cattiveria, dell’ipocrisia, della corruzione, dell’oppressione, che rendono miserabile e triste la vita di chi è colpevole di questi delitti e infelice e grama quella di chi ne soffre le conseguenze». La sua voce vibra: «Sofferenza per la povertà, per l’insufficienza del pane, della casa, del lavoro, della sicurezza sociale, per la stridente sperequazione economica di cui ancora folle di umile gente patiscono. […] Non possiamo oggi essere insensibili alle pene di tanti uomini che Cristo ha reso nostri fratelli e non possiamo godere il Natale con l’anima in pace senza pensare a loro. […] Non si tratta di una semplice eccitazione sentimentale, ma piuttosto di urgenza di carità […]».

Ed ecco infine, nelle parole del cardinale, la sorpresa, quella che nessuno dei presenti si aspetta, e soprattutto nessuna delle migliaia di persone che, fuori dalle magnifiche porte bronzee della cattedrale, manifestano al freddo: «Oggi stesso, questa stessa celebrazione ci sollecita a osservare se per caso vicino a noi fossero fratelli in disagio, fratelli che soffrono. Sì, vi sono vicino a noi. Non possiamo trascurare questa circostanza, anche se importuna, fratelli che soffrono. Siamo tutti stati informati che proprio su la piazza del nostro Duomo è stata indetta a quest’ora stessa una grande manifestazione di lavoratori in sciopero da diverse settimane, non tenendo conto che quest’ora e questo luogo dovrebbero essere sacri alla preghiera e al pacifico concorso del popolo. Se ciò ci può dispiacere e se dobbiamo avere delle riserve su i motivi e su i modi che hanno provocato questa manifestazione, non possiamo tuttavia non compiangere cordialmente le migliaia di famiglie operaie che oggi si trovano nell’indigenza e nell’angustia con l’amarezza nei cuori e con l’ansietà per il loro pane e per il loro lavoro».

L’“arcivescovo dei lavoratori” non può tacere: «Avremmo tanto desiderato che questa festa giungesse a noi con pacifici e onorevoli accordi». E in questo accorato desiderio che alla festa del Natale si arrivasse nella concordia sociale bisogna leggere in filigrana tutta una serie di interventi concreti che Montini ha messo in atto in quegli anni, adoperandosi in decine di vertenze sul lavoro. Senza pubblicità e ostentazione, l’arcivescovo ha incontrato i sindacalisti cristiani e le Acli, ha coinvolto i parroci, ha risposto con rispettosa fermezza alla Confindustria, che è molto polemica con questi sacerdoti delle “cittadelle operaie” che prendono iniziative a favore dei lavoratori e soprattutto contro il loro licenziamento.

Montini è intervenuto nel corso delle vertenze contrattuali delle om , della Pirelli, della Breda, della Dalmine, della Borletti, della Siemens, della Gilera e di molte altre industrie. Lo ha sempre fatto mosso da un atteggiamento di difesa nei confronti dei fratelli che soffrono, con l’attenzione scrupolosa a non invadere competenze altrui e lo stimolo discreto alle due parti — attraverso lettere o udienze — perché non si stancassero di cercare la trattativa, il dialogo. E proprio in occasione della vertenza dei metalmeccanici, il cardinale ha cercato di favorire un arbitrato costruttivo attraverso l’Ufficio diocesano di pastorale sociale e l’Istituto sociale ambrosiano. Luigi Macario, della Segreteria nazionale della Federazione italiana metalmeccanici, lo ringrazia in una lettera. L’anno successivo, il 1961, si stringeranno centinaia di accordi aziendali, con aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro.

Quella mattina di Natale del 1960 l’arcivescovo così conclude i suoi pensieri per gli operai in lotta (ai quali «L’Unità» si riferirà in prima pagina): «Mandiamo a tutti questi lavoratori il nostro paterno saluto, tutti esortando imprenditori e operai ad affrettare per vie pacifiche e leali la conclusione della incresciosa vertenza, a tutti augurando che il sentimento cristiano e non già il calcolo esclusivo e prevalente dei beni materiali renda più facile la professione della giustizia e della pace. E conceda a noi Cristo questa fortuna».

Altre volte, nelle sue omelie natalizie, Montini mostra la sua attenzione all’attualità, soffermandosi in particolare sull’irrisolta «questione sociale» e la mancanza di giustizia e di pace vere e fondate, con richiami intensi e insieme concreti. Perché la carità è l’impegno alla testimonianza dei cristiani nella storia e quindi le parole diventano forti, epocali; e l’eloquenza supera le indicazioni morali e si manifesta nella sua altissima umanità e spiritualità. I lavoratori sono «figli» posti sotto una singolare protezione del Padre e per questo devono credere che ogni loro esigenza di giustizia può essere soddisfatta dall’insegnamento sociale della Chiesa, l’unico baluardo che li difende senza tradirli: «Il mondo del lavoro, in modo speciale, attende di vedere se la nostra azione sociale è una propaganda di maniera o di comodo, o se invece è uno sforzo reale verso una sua redenzione. Certamente lo sforzo è reale; deve diventare efficace. Efficace innanzi tutto nel dissipare l’enorme malinteso fra lavoro e religione».

Questo l’obiettivo finale, su una strada lunga e tutta in salita; e l’omelia del Natale 1960, che suscita ammirazione in tutta Italia, ne rappresenta un tassello significativo. Sì perché la via privilegiata affinché i lavoratori possano approdare alla fede è ancora la più antica e sosta davanti alla culla di Betlemme. Lì, come esclama Montini il 25 dicembre 1962, nel suo ultimo Natale a Milano, tutti gli uomini del nostro tempo possono trovare l’amore gratuito di Dio che si rivela nel Figlio: «Un amore che ci assedia, che ci assale, che ci tormenta, che ci inebria; un amore, in una parola, che ci vuole».

Istat, Eurozona: nel terzo trimestre si nota una crescita più sostenuta di quanto previsto.

Nel terzo trimestre, il Pil dell’area dell’euro, dopo la flessione senza precedenti della prima metà del 2020, ha registrato una crescita più sostenuta di quanto previsto. Da maggio, il graduale allentamento delle misure di chiusura delle attività ha favorito la ripresa dell’economica: in T3 il Pil è aumentato del 12,5% (-11,7% nel secondo trimestre) pur rimanendo del 4,4% inferiore ai livelli registrati in T4 2019.

Il recupero è stato caratterizzato da un aumento generalizzato che ha riguardato i consumi privati (+14,0%, -4,6% rispetto al quarto trimestre 2019), gli investimenti fissi lordi e le esportazioni (rispettivamente +13,4% e +17,1%).

Il rimbalzo dell’attività è stato più incisivo tra i paesi che avevano registrato le contrazioni più ampie nel primo semestre: in T3 il Pil ha segnato significativi aumenti in Francia, Italia e Spagna (rispettivamente +18,7%, +15,9% e +16,7%), e un rialzo più contenuto in Germania (+8,5%).

Gli andamenti trimestrali sintetizzano, e in parte attutiscono, le forti fluttuazioni che hanno caratterizzato la dinamica degli indicatori mensili. La produzione industriale ha registrato un crollo a marzo e aprile per poi segnare un deciso rimbalzo fino a luglio e aumenti più contenuti nei mesi successivi.

Mentre a novembre, la variazione annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è rimasta negativa (-0,3%) condizionata dalle diminuzioni dei prezzi dell’energia, nonché dalla riduzione temporanea delle aliquote IVA tedesche, entrata in vigore a luglio.

Anche l’attuale quadro previsivo è caratterizzato da “una forte incertezza, soprattutto considerando la ripresa dei contagi in quasi tutti i Paesi e dell’implementazione delle misure di lockdown. Ma l’avvio della campagna di vaccinazione su scala europea dovrebbe generare un significativo miglioramento delle aspettative e un progressivo ritorno alla normalità.

Al via la gara per la nuova arena del Colosseo, sarà un grande intervento tecnologico

“La ricostruzione dell’arena del Colosseo è una grande idea, che ha fatto il giro del mondo. Sarà un grande intervento tecnologico che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”.

Così il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, commenta la pubblicazione del bando da parte di Invitalia per l’affidamento dei servizi di progettazione definitiva, esecutiva e coordinamento della sicurezza in fase di progettazione dell’intervento di completamento, conservazione e consolidamento delle strutture ipogee e di realizzazione del nuovo piano dell’arena del Colosseo. L’idea di ricostruire l’arena del Colosseo era stata lanciata dall’archeologo  Daniele Manacorda nel 2014 e sostenuta dal ministro Franceschini che aveva inserito l’intervento nel ‘piano strategico Grandi progetti culturali nel 2015’ per un finanziamento complessivo di 18,5 milioni di euro.
L’intervento consentirà di ripristinare la lettura integrale del monumento e permetterà al pubblico di comprendere appieno l’uso e la funzione di questa icona del mondo antico, anche attraverso eventi culturali di altissimo livello. La nuova arena sarà fruibile grazie a soluzioni tecnologiche e integrate che guideranno il visitatore alla scoperta dei meccanismi che regolavano la complessa macchina organizzativa degli spettacoli e dei giochi che vi si svolgevano.

Un intervento fortemente voluto dal Mibact – Parco Archeologico del Colosseo – oggetto della procedura di gara per l’affidamento dei servizi di progettazione, pubblicato oggi da Invitalia, in qualità di Centrale di Committenza, con scadenza entro il prossimo 1 febbraio e l’obiettivo condiviso di avviare i lavori entro il 2021.
L’obiettivo è rendere nuovamente fruibile la superficie del piano dell’arena del Colosseo e individuare una soluzione tecnologica, compatibile e reversibile, per la copertura degli ambienti ipogei. Gli interventi dovranno essere progettati in modo da offrire contemporaneamente la percezione del piano dell’arena su cui avvenivano i giochi e la visione del complesso sistema di strutture e meccanismi sottostanti.
La nuova arena dovrà essere pensata come un piano unitario, ad alto contenuto tecnologico, costituito da dispositivi meccanizzati di apertura e chiusura, consentendo ai visitatori di comprendere la sinergia e la stretta relazione con i sotterranei, anche utilizzando sistemi che rimandino ai meccanismi degli ascensori e delle scene mobili antiche.

Il sistema mobile dovrà essere realizzato in modo da poter essere attivato in tempi rapidi e più volte nella stessa giornata, per proteggere le strutture archeologiche sia dalle precipitazioni atmosferiche, sia da una eccessiva insolazione, e allo stesso tempo consentire di svelare i segreti della complessa macchina organizzativa degli spettacoli.
La progettazione definitiva sarà sviluppata in continuo confronto con la Stazione appaltante a partire dall’idea progettuale vincitrice del bando. Approvato il progetto definitivo e ottenute tutte le necessarie autorizzazioni di legge, ancora più serrati i tempi per lo sviluppo del livello esecutivo.

Tutte le informazioni sono disponibili sulla piattaforma di gare e appalti di Invitalia  https://ingate.invitalia.it

Covid, Ricciardi: “40mila morti a febbraio se non limitiamo la mobilità”

“Se limitiamo la mobilità, stiamo a casa e riprendiamo il tracciamento questa curva la conteniamo”, ma “se continua di questo passo avremo 40mila morti a febbraio”. Così a ‘Buongiorno’ su SkyTg24 Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute per l’emergenza coronavirus, ha parlato del numero di vittime causate dalla seconda ondata di Covid-19, che potrebbe aumentare ancora molto se non rispetteremo le restrizioni natalizie. “Dipende da noi”, ha ammonito.

Per Ricciardi “le nuove misure sono adeguate nei principi, perché la cosa importante è limitare la mobilità. Con la variante inglese siamo esposti non soltanto al virus per come lo conosciamo, ma a un virus ancora più contagioso”, ha sottolineato. “Il problema è la tempistica: se si pensa di attenuare questa curva epidemica con dei giorni è un’illusione, se invece si pensa di attrezzarsi per resistere settimane si ha una possibilità di vincita”, ha precisato.

L’aumento del numero di casi di Covid-19 in Italia in questa seconda ondata epidemica potrebbe essere legato alla variante inglese di Sars-CoV-2? “E’ possibile, però non lo sappiamo ancora perché dobbiamo accertare se effettivamente è stato così”. Tuttavia “è molto probabile che da Londra, dal sud dell’Inghilterra, questa variante si sia già diffusa in Europa e probabilmente non solo in Europa. Io credo che già a novembre” possa essere arrivata in Italia, ha detto Ricciardi.

“E’ difficile dirlo – ha osservato – però da Londra” il mutante “si è diffuso in Kent, nel sud dell’Inghilterra, in Scozia. Probabilmente da Londra, che è uno dei più grandi aeroporti internazionali, si è diffuso in tutto il mondo”.

Internet casa: è la Campania la regione d’Italia in cui si naviga più veloce

Nonostante la penisola non sia coperta per intero dalla tecnologia in fibra ottica, negli ultimi quattro anni le prestazioni delle offerte internet casa sono schizzate alle stelle. Sono sempre più infatti le linee con velocità pari o superiore a 30 mega in download. L’ultimo studio SOStariffe.it ha posto a confronto la velocità media di connessione dell’ultimo anno rispetto al 2019, tracciando la classifica delle regioni italiane in termini di rapidità della rete domestica.

La velocità media in download per la rete internet domestica in Italia nel 2020 è pari a 48 Mbit/s, mentre lo scorso anno si assestava su 38 Mbit/s. Un aumento del 25% che tuttavia non riguarda tutto il territorio. Alcune regioni, infatti, hanno subito maggiori incrementi rispetto a tutte le altre. È il caso, ad esempio, del Lazio (+59%), della Campania (+50%) e del Trentino-Alto Adige (+43%). Stesso discorso vale per la Basilicata (+41%), l’Abruzzo (+39%) e la Liguria (+36%).

Alcune zone non fanno registrare variazioni nel corso del 2020: è il caso, ad esempio, del Piemonte. Qui la velocità della rete, nonostante il boom di accessi dovuto alla didattica a distanza e allo smart working, non ha subito alcuna variazione rispetto allo scorso anno. Purtroppo, le prestazioni hanno fatto un balzo indietro in alcuni territori. La velocità di connessione è peggiorata (lievemente) in Friuli-Venezia Giulia (è calata da 35 a 33 Mbit/s), in Valle d’Aosta (da 23 a 21 Mbit/s) e anche in Sardegna (dove è scesa da 42 a 39 Mbit/s).

La Carta Costituzionale rappresenta ancora la nostra àncora di salvezza

Sono lieto degli interventi di padre Sosa e di Pierluigi Moriconi che esaminano i problemi per quello che essi realmente sono e non seguono gli argomenti polemici e i pregiudizi. Ne traggo conforto per una lettura severa e serena della nostra difficile situazione socio-economica, ma soprattutto per la pericolosa condizione della nostra traballante democrazia.

La Carta Costituzionale rappresenta ancora la nostra àncora di salvezza. Sono 40 anni che traballiamo e non cadiamo solo perché ci appelliamo sempre allo stato di necessità. Questo è una ìmplicita sfiducia nella democrazia.

Coraggio! Le strade ancora sono percorribili. Non confondiamo le scelte tattiche di opportunità con quelle strategiche delle nostre istituzioni costituzionali. Altri Paesi della nostra civiltà euro-atlantica riescono bene a navigare anche nei tempi difficili della pandemia.

Non v’è opposizione tra la democrazia costituzionale italiana e la pandemia attuale. Vi sono difficoltà ma non opposizioni. Rispettiamo la prima senza ricorrere a scorciatoie antidemocratiche e anche la seconda troverà le sue idonee soluzioni

P. Arturo Sosa S.I.: “La democrazia può essere vittima della pandemia”

Pubblichiamo l’intervista, uscita il 15 dicembre sull’agenzia SIR a firma di Riccardo Benotti, al Preposito generale della Compagnia di Gesù.

“La democrazia può essere vittima della pandemia se non siamo capaci di cogliere l’occasione per approfondire la coscienza civica, la ricerca collettiva e effettiva del Bene Comune, uscendo dagli interessi individuali di persone, gruppi, categorie sociali o nazioni per sintonizzarci sul maggior bene possibile per tutta l’umanità, ponendo i più deboli al primo posto nelle decisioni complesse che si devono prendere”. Padre Arturo Sosa Abascal è il 30° successore di sant’Ignazio di Loyola alla guida della Compagnia di Gesù e, dal 2018, il presidente dell’Unione superiori generali (Usg).

Lei ha più volte ripetuto che una delle vittime della pandemia potrebbe essere la democrazia.
La democrazia è stata fortemente minacciata negli ultimi anni dall’indebolimento della coscienza civica nelle società in cui c’era e dai pochi sforzi di promuoverla nelle altre. La proliferazione di populismi di segno diverso e i fondamentalismi rivestiti da ideologie o distorsioni “religiose” sono stati la causa di questo indebolimento.

La pandemia si è convertita in molte nazioni in occasione per accelerare le tendenze autoritarie di governo e sospendere i processi democratici nella presa di decisioni.

Come si pone rispetto all’accesso al vaccino di prossima distribuzione?
La distribuzione del vaccino sarà la cartina di tornasole dei desideri di una giustizia e una responsabilità sociale che si prendono veramente cura dei più deboli della società. Sarà una prova che fa fede dell’autentica volontà democratica degli Stati nazionali e delle strutture internazionali come l’Unione Europea. Le modalità di produzione e distribuzione del vaccino saranno un segno chiaro del mondo post-covid. Dominerà la logica del mercato e i suoi vantaggi oppure si aprirà lo spazio alla logica della giustizia sociale? Servirà per colmare un poco le fratture sociali o per ingrandirle? Sarà sfruttata come occasione per fare la “politica migliore” che propone Papa Francesco in Fratelli tutti, quella che ricerca effettivamente il Bene Comune?

Qui l’intervista completa

Renzi sembra diventato l’ultima spiaggia della politica e dei politicanti

Ecco, ora il quadro è completo. Una ennesima riflessione sul “centro” si trasforma in un attacco a Renzi. Renzi sembra diventato l’ultima spiaggia della politica e dei politicanti, degli “opinionisti” logorroici e della “informazione” che “raccoglie firme perché Conte sfidi Renzi”. Nemmeno, al contrario, c’è l’intenzione di “beatificarlo”. Però, liberi da pregiudizi, va detto, che è un politico con le idee ben chiare su cosa dovrebbe essere questo Paese e cosa dovrebbe fare per essere davvero un grande Paese. L’ultimo intervento in parlamento e la lettera inviata a Conte non possono non lasciare traccia ed infatti, sia il PD (vedi dichiarazioni di Violante), che altre forze politiche hanno applaudito. Di nuovo, tutto deve essere letto senza le lenti del pregiudizio o delle categorie di simpatico/antipatico, ma se vogliamo bene al nostro Paese e alle generazioni che si stanno affacciando alla vita civile e politica, lette con le lenti della politica più alta.

Se questo Paese continuerà a correre dietro ai pregiudizi o a chi vuole tenersi ben stretta la propria “seduta”, brindando alla vittoria di un referendum che poteva disegnare la modernità, non avrà nulla da offrire ai nostri nipoti. E, mentre “attorno al futuro del “centro” si deve continuare a parlare, a discutere e a confrontarsi. Senza interruzioni e senza reticenze.”, il Paese scivola nel baratro dell’incultura, del qualunquismo e della politica che guarda se stessa senza un moto d’orgoglio per riformarsi ma che lotta con tutti i mezzi per liberarsi da chi la sprona verso il meglio.

Viviamo un tempo di confine, da un lato il pericolo di lasciare ai nostri figli e nipoti un Paese in fallimento che distrugge i sogni e il futuro. Dall’altro la possibilità di porre rimedio a 40 anni della peggiore politica che ha attraversato questo paese.

C’è il coraggio, la responsabilità, il senso dello Stato per salvare questa mal ridotta Italia? C’è la consapevolezza delle grandi decisioni e di una politica da stato di emergenza non per i dpcm ma per la dignità di un governo capace di dare speranza e futuro?

Il virus mutante di Londra che preoccupa il mondo

La mutazione genetica del Covid 19 annunciata dalle autorità sanitarie inglesi e dallo stesso premier Boris Johnson ha le sembianze del mostro di Londra – lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde di R.L. Stevenson – o del perfido Fagin nel romanzo distopico Oliver Twist di Charles Dickens: il male avvolto nel mistero dei suoi volti cangianti.  Non è strano che questo fenomeno scientifico avvenga a margine della campagna di vaccinazione annunciata e iniziata da ‘Bojo’, che ha battuto sul tempo l’Europa ma ha dovuto ammettere che la capitale britannica va dolorosamente ma immediatamente chiusa in lockdown come zona rossa. Non ci sono complotti: la potenza di trasformazione del virus esprime la forza della natura.

La mutazione genetica del virus che di fatto potrebbe dar luogo ad una sorta di pandemia collaterale a quella finora conosciuta è stata presa sul serio dai governi dei Paesi dell’U.E. e del mondo. Il Ministro Speranza ha emesso un’ordinanza di blocco dei voli e degli accessi dalla Gran Bretagna , mentre in Italia sono stati isolati i primi casi del virus 2.0. di provenienza inglese.

Una sorta di legge del contrappasso nei cfr. del Regno Unito che votando la Brexit aveva preso le distanze dall’Europa. Ciò che appare strano in questa vicenda è la questione della “mutazione genetica” del coronavirus: fattispecie nota alla scienza e già rilevata “ad abundantiam” ma della quale finora si è parlato poco. Eppure in occasione di due interviste rilasciate a Il Domani d’Italia,  il Prof. Arnaldo Benini – Emerito di Neurologia e Neurochirurgia all’Università di Zurigo –  rispettivamente in data 30 marzo e 9 dicembre 2020 aveva esplicitamente richiamato l’attenzione sui pericoli della mutazione genetica del virus: ne riportiamo i link affinchè dalla lettura diretta di quanto esposto dal Professore si possa evincere con quale chiarezza e lungimiranza egli aveva anticipato i termini della questione. Nella prima metteva in guardia sull’ipotesi mutazione: https://ildomaniditalia.eu/pandemia-covid-19-lumanita-impreparata-intervista-ad-arnaldo-benini/.

Riporto testualmente: “L’immunologo milanese Albero Mantovani e molti altri specialisti in tutto il mondo ammoniscono che ogni previsione è prematura, cioè impossibile, perché non conosciamo ancora a sufficienza la biologia del nemico, del COVID-19. In gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità avvertì che la pericolosità del COVID-19 era dovuta principalmente alla frequenza delle sue mutazioni, circa 30 volte più frequenti degli altri coronavirus. Il 28  febbraio si sono trovate 350 diverse sequenze geno-miche, il 9 marzo altre 50. Studi più recenti sembrano dimostrare che le mutazioni non sarebbero marcate, ma resta il fatto che il virus cambia”……”Come si può pensare che si tratti dello stesso agente patogeno? È più verosimile che si tratti di agenti  che mutano spesso. A Bergamo e Brescia si è verosimilmente selezionato un virus aggressivo, altrove è, fino ad ora, più benigno, ma può cambiare da un momento all’altro. La spiegazione più logica è quella delle casuali mutazioni genomiche del virus, la prima in senso aggressivo e poi benigno.  Le mutazioni rendono la protezione degli anticorpi temporanea. Per lo stesso motivo difficile e delicato è l’allestimento del vaccino: come allestirlo se il nemico cambia così spesso? Si ammonisce ora che un vaccino che agisca su una forma benigna potrebbe avere effetti negativi. Ce la faremo, con tante vittime, contando anche su una mutazione virale benigna”.

Nella seconda intervista  https://ildomaniditalia.eu/intervista-al-prof-arnaldo-benini-vaccino-il-vulnus-potrebbe-essere-la-mutazione-genetica-del-virus/, il Prof. Benini evidenziava la possibile correlazione tra mutazione del virus ed efficacia dei vaccini, esponendo valutazioni inquietanti. Anche qui testualmente: 

“Perché non se ne parli o se ne parli tanto poco, non riesco a capirlo, quando il problema delle mutazioni dell’antigene è fondamentale.  Circa la garanzia dell’efficacia del vaccino,  il giornale Tages Anzeiger di Zurigo il 28 novembre e l’Agenzia Reuters qualche giorno prima hanno dato risalto ad un evento senza precedenti: le società che producono vaccini li vendono esclusivamente agli Stati che s’impegnano ad assumersi la responsabilità di effetti collaterali e complicazioni. Le società non assumono rischi. I rischi sono degli Stati, i guadagni delle società.  La cosa è particolarmente  urtante, ha scritto un esperto di economia sanitaria, per il fatto che le società che producono vaccini ricevono massicci sussidi dagli Stati.  Anche di questo  si tace.  Non si può dire con sufficiente certezza che cosa ci si può aspettare dai vaccini.”

Il mondo della scienza è dunque consapevole della delicatezza della questione ma – salvo rare eccezioni – il dibattito tra virologi e immunologi non sembra aver posto la centralità di questo tema.

Le opinioni esposte dal Prof. Benini non sono quelle di opinionisti generalisti che dibattono il tema virus-vaccini nei talk show televisivi da cui siamo quotidianamente informati.

Ma visto ciò che accade a Londra e potrebbe ripetersi altrove sarebbe utile, anzi necessario che la scienza – che merita piena fiducia – chiarisse i termini della questione, affinchè i cittadini ne siano informati e i politici possano assumere decisioni adeguate.      

L’ignaro e incompetente Trump

Mentre i leader democratici e repubblicani del Congresso la scorsa settimana hanno negoziato un pacchetto di aiuti per il coronavirus da $ 900 miliardi, il presidente Trump è rimasto in disparte.

La mancanza di interesse del presidente per il processo legislativo però, non è una novità, bensì una costante dei suoi quattro anni alla Casa Bianca.

Tranne quando, ovviamente, si doveva prendere il merito dei più grandi successi del Congresso.

Ricordiamo un pacchetto di tagli alle tasse voluto dai repubblicani e una revisione della giustizia penale scritta in gran parte dai democratici. Ha promesso accordi bipartisan su immigrazione, controllo delle armi, progetti infrastrutturali e altro, senza mai portarli a termine.

Il suo ruolo nel processo legislativo è stato il più delle volte disarmante. Le direttive il più delle volte erano trasmesse in tweet, spesso capovolgendo il già complicato processo decisionale a Capitol Hill.

All’inizio della sua presidenza, Trump ha dato il via libera allo sforzo di abrogare l’Obama care e poi ha complicato il processo.

Dopo aver organizzato una celebrazione, quando la Camera ha approvato il disegno di legge di abrogazione e averlo salutato come un “grande piano”, in privato ha suggerito, ad alcuni senatori, che la misura della Camera era “cattiva”. Il disegno di legge alla fine è fallito al Senato.

Questo a dimostrazione del fatto che la classe politica, a qualsiasi latitudine, non si può scegliere al di fuori di un cursus honorum che possa creare una classe dirigente capace.

Elaine Kamarck, senior fellow della Brookings Institution e veterana della Clinton White House, ha affermato che Trump “è stato il più disinteressato nella legislazione di qualsiasi presidente dei tempi moderni”.

Negli ultimi mesi, mentre il coronavirus ha continuato a devastare il paese, Trump ha esercitato poca pressione sul Congresso affinché approvasse una seconda misura di soccorso all’economia. Interessandosi solo di distribuire più pagamenti agli americani con fondi inutilizzati dal primo pacchetto di aiuti, ordinando al Dipartimento del Tesoro di stampare il suo nome sugli assegni da $ 1.200 che l’IRS inviava.

Questa incapacità e scarsa conoscenza dell’iter legislativo, in ultima analisi, sono state la sua rovina nella rielezione ed oggi lo si nota ancor di più nelle strampalate cause e idee, come quella di venerdì scorso nella stanza ovale, di ordinare la legge marziale per rimanere in carica.

 

Il Parlamento sotterraneo di Mario Nanni

Mario Nanni, una vita in Parlamento come cronista parlamentare  della Agenzia Ansa  ci ha deliziato con ricordi che in noi hanno suscitato altri ricordi. Attraverso i personaggi della Prima Repubblica Mario Nanni racconta il Parlamento che era e che non è più, così come i protagonisti coinvolti nella vita parlamentare e il mondo di allora. Lo fa attraverso aneddoti personali che diventano però momenti storici incancellabili. Ne viene fuori un senso di rammarico,  di disagio, di sofferenza  per la situazione attuale che ha finito per ferire, lacerare, indebolire la sede più alta della rappresentanza popolare. 

Cinquanta anni di vita parlamentare sono raccontati con scrittura agile da Mario Nanni che ha riversato  ricordi del suo cassetto della memoria.

C’è un invito, una esortazione ai giovani cronisti che si tuffano in questa professione a darsi un  metodo di lavoro ad un sacrificio ulteriore in difesa della “memoria” per non disperdere la conoscenza dei fatti che nella società liquida e nella velocità del progresso tecnologico rischiano di diventare una perdita irrecuperabile. Il passaggio dalla nota cartacea al post di fb non è senza conseguenze.

Oggi, attraverso le piattaforme tecnologiche di istituti di cultura o di Fondazioni,  noi ritroviamo le note stampa di Giulio Andreotti che aveva il metodo dell’archivio e del diario, consentendo di ricostruire il percorso dalla fase di elaborazione a quella della pubblicazione sui quotidiani del tempo. Oggi tutto  annega in un eccesso di comunicazione di difficile ricostruzione. Le note dei diversi leader politici erano poi più pensate, più accurate nella forma e nel linguaggio perché frutto di maggiore meditazione e di confronto. L’aspetto più preoccupante è il venire meno della figura centrale del cronista che in piena libertà elaborava la notizia dopo averla cercata e trovata dando spazio alle diverse opinioni,  consacrando una piena libertà di stampa che oggi appare compromessa da una verticalità che limita il confronto relegando la figura del cronista impossibilitato agli accertamenti doverosi dalla compressione dei movimenti interni al Palazzo. Nel periodo di Mario Nanni il cronista, con intelligenza e determinazione, poteva trovare la notizia. Oggi gli resta solo la condivisione. !

Mario Nanni affronta i  temi dell’antiparlamentarismo come fenomeno degenerativo più recente partendo dal qualunquismo di Giannini. Vengono ricordati i momenti del decisionismo craxiano che era sottostante alla idea di una grande riforma che portò alla abolizione del voto segreto per le leggi di spesa e a successivi processi di  delegificazione e semplificazione più di facciata che reali; così come la progressiva crisi nella selezione delle classi dirigenti, fino al ventennio del  giustizialismo.  Nanni riconosce la cristallina chiarezza e semplicità lessicale della Costituzione rispetto agli eccessi di tecnicismi, alle citazioni, ai rinvii come “catene di Sant’Antonio” che fanno perdere il filo al cittadino.

Lo fa attraverso episodi che riguardano grandi personaggi Craxi Spadolini Andreotti Berlinguer, De Mita, Cossiga, Violante, Leone, Togliatti, Tatarella, Almirante, Sciascia Pochetti,  Pecchioli,  Pertini,  Prodi,  Martelli,  Berlusconi,  Conte e tanti altri. Lo fa attraverso il Transatlantico il luogo politico per eccellenza, la Commissione di Inchiesta, perché le “vasche” consentono di farsi vedere, di dimostrare la tua amicizia il tuo interlocutore, l’argomento della conversazione che il cronista attento cercherà di sviluppare per trovare la “notizia”. Lo fa attraverso luoghi del potere come lo studio di Andreotti o lo studio di Moro in Via Savoia lontano dai Palazzi del Potere, la residenza di Craxi sia il Raphael che Hammamet. Lo fa attraverso episodi e vicende collegati ai delfini politici di De Martino, di Craxi, di Berlusconi,

Il libro di Nanni è una difesa del Parlamento nel suo decoro, nel suo linguaggio, nell’abbigliamento rispetto a quello d’oggi e dei nuovi  protagonisti. 

Le riflessioni di Nanni affrontano anche le fasi del passaggio dalla velina al retroscenismo e soprattutto un tema spinoso come la commistione tra comunicazione e informazione, due mondi che dovrebbero restante distinti e che invece rischiano di distorcere il sistema informativo, anche per i riflessi delle fonti di finanziamento dirette e indirette come i veicoli pubblicitari. La crisi della informazione è dimostrata dalle conferenze stampa senza domande, che sono la rappresentazione plastica della crisi e della progressiva disintermediazione informativa. 

La risposta di Nanni è di puntare ad una informazione di qualità. 

Il libro di Mario Nanni, sulla scia del precedente come “il curioso giornalista”, è una lezione di giornalismo con una etica del dovere cioè quella di dare notizie vere, verificate.

Dalla strada al cortile, il Presepe di Nuova Gordiani a Roma!

La visione o il semplice pensiero del Presepe, che richiama dopo venti secoli l’evento della nascita di Gesù,  risveglia e suscita sentimenti, negli uomini e nelle donne, che spesso si considerano “assopiti” e dimenticati.  La nostra quotidianità sembra vivere solo al presente per le preoccupazioni, le difficoltà,  le incertezze e la precarietà, che si riscontrano in una fase ove la pandemia condiziona la vita dell’umanità. Quanto è accaduto nel 2020 con il covid-19 non ha risparmiato nessun continente della terra, con conseguenze in molti Paesi come quelli europei e gli Stati Uniti,  che hanno richiamato, anche se con numeri minori, le perdite umane della Seconda Guerra mondiale del secolo scorso (1939 – !945).

Non a caso un forte richiamo, a questa condizione di disagio diffuso, è stata fatta da Papa Francesco nel corso dell’ultima Udienza Generale dei giorni scorsi, e tra l’altro ha sottolineato di: “Esortare tutti ad  affrettare il passo verso il Natale, quello vero, cioè la nascita di Gesù Cristo. Quest’anno ci attendono restrizioni e disagi; ma pensiamo al Natale della Vergine Maria e San Giuseppe: non furono rose e fiori! Quante difficoltà hanno avuto! Quante preoccupazioni! Eppure la fede, la speranza, e l’amore li hanno guidati e sostenuti. Che sia così anche per noi! Ci aiuti anche – questa difficoltà – a purificare un po’ il modo di vivere il Natale, di festeggiare, di uscire dal consumismo: che sia più religioso, più autentico, più vero”. Un messaggio universale, questo del Santo Padre, rivolto a ciascuno di noi, che ci aiuta ad avere coraggio anche nei momenti difficili della nostra vita e della società.

La rappresentazione del Presepe introdotta da San Francesco d’Assisi, al ritorno da una visita a Betlemme nel 1220  è diffuso oggi in tutto il mondo cattolico: nelle chiese, nelle famiglie, in tanti luoghi di lavoro, in strutture sanitarie, nelle scuole e in tante altre realtà collettive, significativo a Roma, il Presepe  in Piazza di Spagna. Anche nella periferia romana vengono realizzati Presepi di strada, un esempio significativo è quello nel V° Municipio di Roma, nel marciapiede centrale di viale Partenope ai Gordiani , nel quartiere Prenestino, che rappresenta  una bella tradizione iniziata da oltre dieci anni. Un Presepe di strada realizzato dal Gruppo Scout di Roma 92, con il coinvolgimento delle famiglie, della Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia, diventato ormai una tradizione per il territorio,  come punto di riferimento non solo religioso ma sociale nel periodo natalizio.

Quest’anno – per i vincoli imposti dalle norme anti covid, tra cui il “distanziamento sociale” per evitare assembramenti, e il previsto lockdown (le misure di confinamento) – il Presepe è stato spostato e realizzato nel cortile della Parrocchia in via dei Gordiani. “E’ un presepe dedicato alla Luce.. e alla Speranza,,, intitolato “..e uscimmo a riveder le stelle” parafrasando le parole di Dante Alighieri (verso 138 del XXXIV Canto), di cui quest’anno ricorre il 750° anniversario dalla nascita, che rivede la luce dopo esser uscito dall’inferno… Dall’inferno del cuore si esce volgendo lo sguardo alle Stelle, che ci indicano la direzione del bene, la strada porta verso Gesù che nasce, che emana quella luce che riaccenda il nostro cuore,  lo faccia ardere di positività nella vita”. 

Il Presepe è costruito come sempre in legno e compensato, con i tradizionali soggetti protagonisti della Natività, accanto a un grande albero di ulivo nel cortile parrocchiale. Quest’ anno c’è un nuovo personaggio, a lato della rappresentazione: un grande Angelo vestito con la divisa di un operatore sanitario, con la mascherina chirurgica che tiene sul  petto un referto sanitario. Si possono dare diversi significati a questa immagine dell’Angelo, ma l’interpretazione ricorrente è quella di ringraziare tutti coloro che si sono spesi, nel settore sanitario e nel volontariato, in questi dieci mesi, spesso con il sacrificio della propria vita,  per curare e salvare tante vite umane.

Infine è giusto ricordare che nella sera della presentazione del Presepe nel cortile, gli Scout hanno “costruito una Stella Cometa con tanti lumicini nella notte, come i Re Magi proveranno a seguire la luce…perchè sono il futuro della Speranza, della voglia di ricostruire un mondo migliore.” Parole e propositi che sono di buon auspicio per il futuro, perché provengono da giovani e giovanissimi impegnati nell’associazionismo, che “hanno augurato un Buon Natale di Speranza a tutti”

I primi passi verso l’Intelligenza artificiale

E’  online la versione in italiano del corso sull’intelligenza artificiale “Elements of AI” del quale si può usufruire gratuitamente. E’ stata la Ministra per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano a volere che anche nel nostro Paese fosse possibile apprendere con queste lezioni come funziona una delle nuove tecnologie più destinate a cambiare nel nostro tempo modi di lavorare, di fornire e ricevere servizi e realizzare prodotti e altro ancora.

Raggiungibile tramite il link www.elementsofai.it, il programma formativo realizzato dall’Università di Helsinki e dalla società finlandese Reaktor si è avvalso della collaborazione della Commissione europea e in Italia del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, della Fondazione Cotec (Fondazione per l’Innovazione Tecnologica) e dell’Università degli Studi Roma Tre.

La Conferenza dei Rettori delle Università italiane (Crui) e il Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica (Cini) partecipano alla diffusione del progetto.

La gratuità del corso è dovuta alla volontà di incoraggiare il maggior numero possibile di cittadini ad acquisire gli elementi di base sull’intelligenza artificiale.

La Ministra Pisano ha affermato: “L’intelligenza artificiale è molto più vicina a noi di quanto si è portati a credere. E’ sotto i polpastrelli delle nostre dita quando battiamo i tasti di un computer e cerchiamo informazioni sui motori di ricerca. E’ nei semafori intelligenti. E’ negli assistenti vocali del nostro cellulare e nei suggerimenti di amicizia sui social network. Ma al di là di questo ci sono regole, dinamiche sui criteri di apprendimento e valutazione che compongono una branca delle nuove tecnologie con sistemi spesso non conosciuti da esperti di altre nuove tecnologie. Le istituzioni, le università e le scuole, i luoghi di apprendimento per la formazione e l’aggiornamento professionale di lavoratori e professionisti devono avere il compito, a mio avviso, di portare cittadini a conoscere che cosa c’è al di là di quelle facciate che in tanti non sanno nemmeno essere la parte visibile di contenitori di intelligenza artificiale. Un sincero ringraziamento all’Ambasciatrice finlandese in Italia Pia Rantala-Engberg, alla Fondazione Cotec, all’Università Roma Tre e al Dipartimento per la Trasformazione Digitale per la sfida che hanno deciso di porsi: portare la conoscenza dell’intelligenza artificiale oltre i confini dei circoli di addetti ai lavori”.

Alla presentazione del corso online sono intervenuti anche il presidente della Fondazione Cotec (Competizione tecnologica) Luigi Nicolais, il Rettore dell’Università degli Studi Roma Tre Luca Pietromarchi e l’Ambasciatrice finlandese in Italia Pia Rantala-Engberg. La successiva tavola rotonda ha invece visto la partecipazione del presidente della Pontificia Accademia per la Vita monsignor Vincenzo Paglia, del presidente della Fondazione Isi (Istituto per l’Interscambio Scientifico) Mario Rasetti, del professore della Pontificia Università Gregoriana Paolo Benanti, della responsabile della Digital Delivery Unit di Eni Alessandra Fidanzi, del professore dell’Università Roma Tre Carlo Colapietro.

Perché è importante l’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è tra le tecnologie digitali che possono trasformare radicalmente il nostro mondo. Una novità che combina e fa interagire dati e algoritmi e che negli ultimi anni ha avuto un progresso significativo.

Una crescente disponibilità di dati, con un forte potenziamento della potenza di calcolo, hanno infatti contribuito alla creazione di un ecosistema dell’intelligenza artificiale che fa ormai parte della nostra vita quotidiana, con un numero crescente di applicazioni pratiche.

Come avviene con le nuove tecnologie però, l’Intelligenza artificiale è poco conosciuta, non se ne comprende il funzionamento. Proprio per questo motivo, per sfruttare al meglio tutte le potenzialità e per garantire che se ne comprendano pienamente i vantaggi, è necessario accompagnare i cittadini al suo utilizzo.

Il Dipartimento per la trasformazione digitale crede fortemente nel bisogno di investire sulla formazione, per creare una base comune su cui fondare un cambiamento culturale che dovrà riguardare la Pubblica amministrazione, le imprese ma soprattutto i cittadini. Ed è per questo motivo che ha deciso di sostenere il progetto.

Come funziona “Elements of AI”

L’obiettivo del corso online è di contribuire a diffondere una cultura dell’informazione che promuova l’utilizzo di tecnologie informative come l’intelligenza artificiale. La piattaforma, creata dalla società finlandese Reaktor e dall’Università di Helsinki, spiega con termini semplici cos’è l’intelligenza artificiale, facendone comprendere le applicazioni.

Il corso combina la teoria con esercizi pratici e ognuno può completarlo seguendo il proprio ritmo. “Elements of AI” è composto da 6 capitoli:

  1. Che cos’è l’intelligenza artificiale;
  2. Risoluzione dei problemi di intelligenza artificiale;
  3. Intelligenza artificiale del mondo reale;
  4. Apprendimento automatico;
  5. Reti neurali;
  6. Implicazioni.

Ad oggi il corso è disponibile in 9 lingue e ha avuto oltre 500.000 utilizzatori da 170 nazioni.

Buona lezione

Dopo una semplice registrazione sulla piattaforma è possibile accedere alle diverse sezioni e partecipare al corso scegliendo la modalità più idonea alle proprie esigenze. Si può infatti decidere di seguire il percorso guidato di 6 settimane (circa 5 ore settimanali) oppure procedere in maniera autonoma.

Clicca qui per iniziare il corso, e buona lezione!

Epatite C. Via liberaallo screening gratuito nazionale

Via libera allo screening nazionale per l’epatite C.
Lo screening riguarderà i nati dal 1969 al 1989 e ha l’intento di rilevare le infezioni da virus dell’epatite C ancora non diagnosticate, migliorare la possibilità di una diagnosi precoce, avviare i pazienti al trattamento onde evitare le complicanze di una malattia epatica avanzata e delle manifestazioni extraepatiche, nonché interrompere la circolazione del virus impendendo nuove infezioni. Il costo è di 71,5 mln e le somme sono state ripartite con un’altra intesa ad hoc.

Lo screening è rivolto a:
– tutta la popolazione iscritta all’anagrafe sanitaria e nata dal 1969 al 1989:

– ai soggetti seguiti dai servizi pubblici per le Dipendenze (SerD), indipendentemente dalla coorte di nascita e dalla nazionalità;  ai soggetti detenuti in carcere, indipendentemente dalla coorte di nascita e dalla nazionalità

Sarà compito di ogni regione sensibilizzare i destinatari con una chiamata attiva da parte dei medici di medicina generale e/o dei servizi di prevenzione del territorio.

L’ultimo piano della torre di babele

Pur sapendo che nel resto d’Europa (per non andar lontano) le cose non vanno meglio, il Decreto Legge illustrato brevemente dal Presidente Conte ha le sembianze dell’ultimo piano della Torre di Babele: nel duplice, possibile significato etimologico: bab-el (porta di Dio) e balal (confusione).

L’iconografia rappresenta l’ambizione del re Nimrod di alzare la costruzione fino al cielo ma anche la punizione che Dio gli inflisse per tanta superbia, quella di far parlare le persone con lingue diverse: di qui la seconda allegoria della ‘Babilonia’, usata nel gergo comune come incomprensione che genera il caos.

Il ritardo con cui è stato presentato in tarda sera alla stampa fa capire che dietro le quinte del consiglio dei Ministri sono volati gli stracci e l’accordo raggiunto ha le sembianze di una sintesi non condivisa.

Senza contare il fatto che se non ricordo male un D.L. sta gerarchicamente sopra un DPCM ma deve prima o poi essere convertito in legge, un passaggio obbligato che potrebbe voler dire pollice verso e crisi di governo. Il provvedimento in questione supera tutti i precedenti per forza normativa e complessità di costrutto: è vera la massima di Plinio attribuita ad Apelle “nullo dies sine linea” (che estensivamente possiamo assumere come “nessun giorno senza una linea, una traccia, un segno”) ma mi pare francamente che la calendarizzazione dei giorni delle festività natalizie, tratteggiata per aree e colori, così minuziosa, dettagliata, parcellizzata nelle azioni di vita quotidiana, sia molto ambiziosa ma difficile da realizzare. 

I nostri politici hanno una visione superficiale ed eterodiretta delle cose: sono stati smentiti da movide, assembramenti e cazzeggi liberi.  Come al solito si ipotizza una casistica cui non corrispondono quasi mai le possibili azioni di controllo, si vuole prevedere tutto sfiorando il paradosso (es. gli spostamenti, il punto forse più controverso) ma si finisce per mandare in tilt appartati e istituzioni che faticano a reggere l’ordinaria amministrazione, figuriamoci lo stato di emergenza (dura sempre fino al 31 gennaio 2021?) oltre a generare confusione e paura nella testa della gente. L’eccesso di zelo, si sa, può essere persino più pernicioso dell’omessa previsione. L’alternanza di colori in un lasso temporale di 15 gg è la solita soluzione all’italiana: accontentare tutti senza scontentare nessuno ma sortisce effetti ansiogeni persino intollerabili.

Un giorno se metti il naso fuori dal portone puoi essere multato, un altro puoi fare sport individuale, un altro ancora puoi uscire dal Comune solo se ha meno di 5000 abitanti e nel raggio di 30 km ma non nei centri urbani,  ritorna l’asporto, i bar e i negozi aprono e chiudono come fisarmoniche, l’autocertificazione 

(il massimo della bufala in fatto di protezione) è soggetta al vaglio discrezionale di chi ti ferma. Ci sono situazioni gravi che non sono tutelate: un parente malato, un anziano solo, magari all’estero e qui si finisce come in tempo di guerra: altro che U.E. , ogni Paese legifera per sé. Si vuole prevedere tutto ma restano “crateri” incolmabili in situazioni oggettivamente singolari, affidate solo al buon senso di cui si è persa ogni traccia. Mai stati abbandonati come oggi: i corpi sociali intermedi si sono totalmente dissolti.

Parte il cash-back ma non puoi uscire a far la spesa se non in giorni prestabiliti: strade vuote e negozi chiusi che si alterneranno ad assembramenti, resse e code per gli approvigionamenti. Coprifuoco dalle 5 alle 22 anche nella notte di Capodanno ma nessun cenno al divieto di sparare petardi. Pranzo di Natale con due invitati, uscire coi figli piccoli al seguito delle prescrizioni che riguardano i genitori (ma se si lasciassero a casa potrebbe scattare il reato di abbandono di minori): mi aspetto le proteste degli animalisti, visto che non si fa cenno a cani e gatti, che la Cassazione ha equiparato ai componenti di una famiglia.

Bisogna imparare a memoria l’organigramma delle uscite, i daltonici avranno qualche difficoltà se il parametro sono i colori dei giorni. Potevamo aspettarci meglio? Non credo, viste le premesse.

Le scuole sono state chiuse per mesi e l’anno scolastico precedente si è concluso con esami burletta, qualche istituto ha attivato la DAD ma al sud una famiglia su tre non dispone di un tablet o di un pc. Il nuovo anno è ripartito senza fare i conti con il problema trasporti: rese asettiche le aule, mascherine dalla primaria in su, metro alla mano per misurare i distanziamenti. Nessuno ha pensato al “fuori”: i capannelli di alunni, le famiglie con i contagiati in casa, gli autobus affollati che vanificano le aule trasformate in ambulatori. A settembre si è ripartiti con l’educazione civica ma senza pulmini ad hoc. Ora il governo ha passato al setaccio 15 gg di vacanze natalizie ma che ne sarà il 7 gennaio degli istituti scolastici? Riapriranno o le lezioni saranno rinviate con DPCM nella calza della Befana? Nella sanità è andata peggio: medici e infermieri stremati nei reparti Covid e migliaia di neo laureati in attesa di assunzione. Partiranno i vaccini ma qualcuno ha ipotizzato un monitoraggio troppo breve e un campione troppo ristretto nella fase sperimentale: chi garantirà i pazienti, le case farmaceutiche o i singoli Stati?  Senza contare che nessuno ha ascoltato chi ha messo in guardia dalle mutazioni genetiche del virus, il vulnus più preoccupante ma taciuto.

A gennaio 2020 era stato dichiarato lo stato di emergenza ma nessuno aveva mai verificato che ci fosse un piano pandemico: tra i silenzi dell’OMS , i focolai dei virus mutanti e  le reticenze della Cina la storia dell’incipit dell’epidemia è tutta da riscrivere. L’ho ripetuto più volte: ad aprile 2019 Cina e Italia avevano siglato un protocollo d’intesa sui controlli delle possibili esportazioni pandemiche: qualcuno l’ha tirato fuori dal cassetto? Non risulta. Nel frattempo siamo andati avanti con la politica dei bonus e del reddito di cittadinanza senza controlli.  Che ne è dei navigator? Monopattini, biciclette, docenti, neo-maggiorenni, vacanze: sempre in modo empirico, senza una programmazione, una visione, una lungimiranza. I rimborsi per le chiusure forzate sono arrivati col contagocce, così con i nuovi “ristori”: il lessico del politichese non ha limiti ma non arriva mai a colmare il gap con il paese reale e i suoi problemi: affitti, bollette, mangiare , lavorare, sopravvivere. L’Istat quantifica 1,8 milioni di famiglie – pari a 5 milioni di persone – in condizioni di povertà assoluta, ma la stima è destinata a subire un effetto moltiplicatore legato ai licenziamenti in vista, alle scadenze della CIG mentre sono in arrivo da gennaio milioni di cartelle esattoriali.

Negli USA, in Germania e nei Paesi civili lo Stato ha bonificato aiuti tangibili direttamente sui conti correnti, noi non riusciamo a scrollarci di dosso la burocrazia asfissiante dei moduli e degli apparati.

Procrastinamento e rinvio sono parametri inaffidabili e inaccettabili: si attende un segnale dal Colle.

Nel frattempo – tagliati i parlamentari- politica e istituzioni hanno deliberato aumenti per l’alta dirigenza.

Sono mesi che si parla di Recovery Fund: lo step compiuto è stato solo lessicale, ora si discetta di Recovery plan.  Ma senza un piano, appunto. Dei 209 miliardi messi a disposizione neanche un euro è entrato in Italia: l’UE vuole garanzie ma mentre ad es. la Francia ha predisposto un progetto particolareggiato di impiego settore per settore, noi vagoliamo ancora nel limbo dell’indeterminato. “Stiamo lavorando”, “stiamo valutando”, “stiamo progettando”: a quando un progetto messo nero su bianco? Il MES è stato osteggiato oltre ogni ragionevole dubbio: eppure ci servono quei 37 miliardi per rimettere in sesto la Sanità.

Il conflitto Stato-Regioni paralizza e rende effimera ogni decisione, nulla è certo, arriva l’ordine e poi il contrordine. I Governatori non sono definiti tali nella Costituzione: sono presidenti di Giunte regionali che con queste ambizioni di comando sono diventate moltiplicatori di conflitti.

Vanno di moda nel frattempo i tecnici e gli esperti: escono dai governi e rientrano nelle task force: ma quanto costano al Paese? Quali risultati producono? Non basta la biblioteca monografica a puntate dei DPCM cangianti? Perché la politica non si assume le proprie responsabilità? Non servirebbero dei Ministri acculturati, informati e competenti per reggere la partita delle decisioni amministrative e di guida del Paese? Perché paghiamo consulenti esterni che non possono costituzionalmente sostituire il potere esecutivo? “Potenza di fuoco”, “disponibilità finanziarie mai viste”: tutte parole dette con enfasi che sono rimaste “flatus vocis”. Non vediamo cambiamenti, non intuiamo strategie: il virus è malefico ma se si somma ai mali endemici del nostro Paese che ISTAT e CENSIS  continuano a rilevare ed evidenziare, non assisteremo mai a quello “scatto”, a quel cambio di rotta che sarebbe indispensabile, come recentemente evidenziato dall’ex Presidente della BCE Mario Draghi in una intervista concessa a Federico Fubini sul Corriere della Sera. 

Ricordo che quando chiesi al Presidente Andreotti se l’aforisma “il potere logora chi non ce l’ha” l’avesse mutuato da Talleyrand , lui mi rispose che l’aveva imparato dai contadini di Cassino, la zona più disastrata dai bombardamenti. 

Ora quell’aforisma ha ribaltato il suo senso e penso che presto qualcuno – più facilmente qualche politico scaltrito e diretto- faccia capire a Conte che, “mutatis mutandis”, il potere logora anche chi lo detiene.

 

Fondazione Ezio Tarantelli: “Partecipazione non è un concetto unico”

Il tema del rapporto tra proprietà e lavoratori caratterizza da secoli il dibattito globale sul piano etico-filosofico, politico ed economico. Molte sono state le teorie che hanno cercato di proporre una linea di condotta o un modello di riferimento in grado di superare o coniugare la relazione tra capitale e dipendenti subordinati. Con l’avvento della prima rivoluzione industriale e del capitalismo e con il successivo sviluppo delle teorie marxiste, la questione ha assunto una sua connotazione radicale, alzando il livello di caratterizzazione politica e sociale. Il modello partecipativo si inserisce proprio nel contesto di questa radicalizzazione del confronto, prendendo corpo all’interno del pragmatismo delle socialdemocrazie nordeuropee e delle linee guida del cattolicesimo democratico e sociale e delle proposte del riformismo internazionale, consolidandosi soprattutto nella ricostruzione economica postbellica degli anni ‘50.

La partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa sia a capitale pubblico che privato, nelle sue varie accezioni, è quella forma di governo di un’azienda che trova la sintesi tra le leggi dell’economia di mercato con la garanzia per la libertà di intrapresa ed il protagonismo dei lavoratori, superando così la concezione antagonista dei rapporti economico-sociali.  

Partecipazione pertanto non è un concetto unico, ma ne comprende diverse forme: dalla partecipazione organizzativa alla partecipazione strategica; dalla partecipazione finanziaria-azionaria a quella derivante dalla contrattazione. A questo potremmo aggiungere anche le forme di partecipazione indiretta dei lavoratori che da anni sono maturate nel mondo angloamericano e che si sono gradualmente affermate anche nei paesi dell’Europa continentale e mediterranea, attraverso la costituzione dei fondi complementari previdenziali.

Parliamo pertanto di esperienze differenti che partono dal coinvolgimento dei lavoratori nel funzionamento dell’organizzazione del lavoro e che si estendono ai diritti di informazione regolati dai contratti nazionali o aziendali sino all’ingresso dei rappresentanti negli organi di governo o nelle proprietà delle imprese attraverso varie forme (azionariato diffuso, imprese cooperative).

Nei perimetri precedentemente delineati ritroviamo le varie esperienze nazionali: la costituzione dei Consigli di Sorveglianza con la presenza dei rappresentanti dei lavoratori come in Germania (Mitbestimmung); l’elezione di uno o più consiglieri di amministrazione espressione dei lavoratori nelle aziende del mondo scandinavo. Anche in Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi ritroviamo esperienze similari alle precedenti. Molto diffusa nel Regno Unito e negli USA è la presenza nelle proprietà aziendali di quote appartenenti ai fondi previdenziali aziendali o di categoria. Nel nostro Paese, pur presente nell’art. 46 della Costituzione il riferimento preciso al modello di partecipazione, è prevalso il sistema di relazioni industriali contrattuale con all’interno i diritti di informazione o in generale una partecipazione legata al metodo negoziale/contrattuale. Negli anni di centralità del sistema delle Partecipazioni Statali, alcune aziende prevedevano la presenza nel CdA (ENI) espressione dei dipendenti del Gruppo. Oggi l’unica azienda di dimensione nazionale con questo assetto è la RAI, che con la riforma del 2015 vede il rappresentante dei lavoratori eletto nel Consiglio di Amministrazione. 

Questi temi hanno condizionato negli anni anche il dibattito e le posizioni nel movimento sindacale italiano. La CISL in particolare, sin dalla sua fondazione, ha posto l’obiettivo della partecipazione tra le assi portanti della sua proposta politica; da sottolineare il progetto del risparmio contrattuale dello 0.50% finalizzato alla creazione di un fondo che potesse intervenire nel capitale delle imprese, rilanciato negli anni ’80 dalla linea negoziale confederale. Una via originale che non ebbe il necessario sostegno delle altre organizzazioni sindacali, avendo trovato l’opposizione soprattutto della CGIL, in quel periodo ancora fortemente condizionata da un’impostazione conflittuale.  I recenti provvedimenti del Governo di rilancio dell’economia con l’immissione di miliardi di Euro nei capitali delle aziende italiane, ripropongono la questione da noi approfondita in questa pubblicazione.

Il testo completo è pubblicato sul sito della fondazione all’indirizzo  www.fondazionetarantelli.it

ANFOV e UNCEM: 5G tutte le domande e le risposte

Te ne accorgi sui social, al bar, tra amici, anche in Municipio o in piazza. Possediamo smartphone di ultima generazione, vogliamo alta velocità di navigazione internet per vedere un film o giocare on line, vogliamo le foto in cloud su tutti i devices. Vogliamo essere “al passo” con i nostri figli e i nostri nipoti. Vogliamo “capirne”. Ma in realtà sappiamo ben poco di tutto quello che è “innovazione”, “digitale”, “connesso”. Pochissimo.

Gli indici europei relativi alla digitalizzazione ci collocano, Italia, in fondo alla lista. Un problema di Paese e dei paesi, dove il digital divide è una vera emergenza. Che non smettiamo di identificare, segnalare, anche arrabbiandoci e alzando la voce. Ma anche di questo, al netto di qualche eccezione che conferma la regola, sappiamo poco sul piano tecnico e tecnologico. Purtroppo vale anche per Sindaci e Amministratori locali. Vale per tutti i livelli istituzionali. Non è un’accusa, anzi! Dobbiamo esserne pienamente consapevoli.

Abbiamo responsabilità pubbliche e proprio per questo dobbiamo formarci. Da tempo sui territori, Uncem e Anfov lavorano per far crescere nuova consapevolezza. Aumentare la forza e la determinazione del “capitale umano” che agisce sui territori. Ci stiamo lavorando intensamente. Non basta infatti ottenere infrastrutture. Dobbiamo lavorare per migliorare conoscenza e competenza. In tutti i campi. E in particolare in questa sfera complessa e avvincente che riguarda il digitale.  Il Futuro. Che passa – è bene saperlo – anche dal 5G. E cosa sappiamo del 5G? Facciamoci la domanda. Tra Sindaci, tra Consiglieri comunali. E non solo. Facciamola ai concittadini. Prendiamo dunque quello che sappiamo e proviamo ora a scoprirne di più.

Lo facciamo in un itinerario di 14 domande e risposte, in questo dossier da tenere sulla scrivania. Da studiare. Ci guida nel percorso uno dei massimi esperti in Italia e in Europa di reti, di 5G. È il prof. ing. Nicola Pasquino, docente all’Università di Napoli Federico II di misure elettriche ed elettroniche. Risposta dopo risposta, ci formiamo e mettiamo ordine, componiamo un mosaico di consapevolezza e di opportunità che riguardano tutti i territori, tutte le zone montane, le aree rurali, i borghi così come le città. Il 5G è una tecnologia dell’Italia che riparte. E proprio per questo dobbiamo, vogliamo conoscerla.

Le risposte sul 5g

Ambiente: parte in Italia la campagna di promozione di Race to Zero

Parte in Italia la campagna di promozione di Race to Zero, la corsa alle emissioni zero promossa dall’Ambasciata britannica in collaborazione con Italy for Climate, l’iniziativa italiana sul clima della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, sostenuta da un gruppo di imprese virtuose (Chiesi, Conou, Davines, e2i energie speciali, ERG, illy, ING Italia).

Race to Zero è la campagna ombrello delle Nazioni Unite che mobilita tutti gli attori non governativi, cioè le imprese, le città, le regioni e le università, che stanno mettendo in campo impegni mirati alla neutralità carbonica e che vogliono essere leader di una maggiore ambizione climatica in vista della COP26, che si terrà a Glasgow nel 2021.

Quello delle zero emissioni nette entro il 2050 è l’obiettivo climatico di riferimento diventato ormai imprescindibile. Sono sempre più numerosi i Paesi che negli ultimi mesi hanno raccolto questa sfida annunciando impegni di neutralità carbonica, come emerso anche nel corso del Climate Ambition Summit in occasione dell’anniversario dell’Accordo di Parigi, lo scorso12 dicembre. Tra gli altri, l’Unione europea che ha raggiunto l’accordo per l’ambizioso target al 2030 di riduzione del 55% delle emissioni, la Cina, il Giappone e la Corea del Sud, oltre al Regno Unito-(68% delle emissioni entro il 2030) che ospiterà la COP26 in partnership con l’Italia. I riflettori sono puntati anche sugli Stati Uniti che, con la nuova Presidenza Biden, potrebbero tornare protagonisti sul clima.

Race to Zero vuole riunire e promuovere tutti gli attori “non governativi” che, pur non avendo un ruolo diretto negli Accordi globali, hanno preso impegni “Net Zero” per decarbonizzare le loro attività prima del 2050. Oltre all’impegno di neutralità carbonica da raggiungere al più tardi entro il 2050, gli attori della campagna Race to Zero devono anche aver definito un obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030, aver individuato un piano di azione da mettere in campo fin da subito ed essere disponibili a rendere pubblici i loro progressi.

Come richiedere l’esenzione del canone RAI

Entro mercoledì 31 gennaio 2021 è possibile ottenere l’esenzione dal pagamento del canone televisivo (quello che viene comunemente chiamato canone RAI). Possono richiederlo le persone che non possiedono un televisore e quelle che hanno più di 75 anni e percepiscono un reddito inferiore a una certa soglia.

La dichiarazione, fatta all’Agenzia delle Entrate, vale solo per l’anno in cui viene presentata; le richieste fatte tra il 1 luglio 2020 e il 31 gennaio 2021 avranno effetto per tutto il 2021, mentre quelle che verranno fatte tra l’1 febbraio e il 30 giugno 2021 saranno valide per l’esenzione per il secondo semestre.

Può chiedere di essere esentato dal canone chi non possiede un televisore (proprio o di un componente della propria famiglia anagrafica) in nessuna delle abitazioni in cui ha un’utenza elettrica intestata. In questa categoria rientra anche chi possiede solo un computer privo di sintonizzatore TV. Se cioè si ha un computer che consente l’ascolto o la visione dei programmi radiotelevisivi via internet e non attraverso la ricezione del segnale digitale terrestre o satellitare, non si deve pagare il canone. In caso di falsa dichiarazione bisogna rispondere di responsabilità penale.

Il riformismo messianico nella sfida di Calenda

L’assoluzione di Virginia Raggi prosciuga metaforicamente lo stagno delle rane giallo-rosse. Fino all’ultimo il loro sommesso gracidio alludeva alla caduta per via giudiziaria dell’ostacolo residuo, ma nient’affatto trascurabile, che si frapponeva nella capitale al dialogo tra Pd e M5S in vista delle amministrative del 2021. La Corte d’Appello ha messo fine al gioco delle vacue profezie. La ricandidatura dell’attuale inquilina del Campidoglio non è più un’ipotesi pretestuosa ed azzardata, anzi si trasforma nella sfida urbi et orbi che rianima una delle figure più emblematiche e controverse del grillismo. Viene meno la speranza, a questo punto, di un accordo funzionale al radicamento sul territorio dell’alleanza nazionale di governo.

Ora è tutto più chiaro, in generale per la pubblica opinione, in particolare per Calenda. L’ex ministro ha rotto gli indugi e reitera da giorni un messaggio a tinte forti, senza sfumature: non è disponibile a fare passi indietro, nemmeno nel caso di una improbabile discesa in campo del segretario Dem, Nicola Zingaretti. Il filo si è spezzato. Di conseguenza le primarie, evocate a più riprese come ineludibile strumento di selezione del candidato alla massima carica cittadina, appaiono inadatte a ricomporre un quadro d’insieme, del resto immaginando di doverlo ricomporre tutto a sinistra, pur con qualche esangue concessione di cortesia al centro. Dunque un intero puzzle, fatto di equilibrismi e sfrontatezza, è andato in frantumi.  

Se fino a ieri a scandire il tempo era il Partito democratico, interessato a ritardare il chiarimento e di riflesso a logorare il “solitario” Calenda, da oggi si sono invertiti i ruoli e il rischio logoramento pesa più che mai sugli uomini del Nazareno. Non è Calenda a dover accelerare, visto che ormai è in piena campagna elettorale. Il suo problema è solo quello di correggere il profilo di algido modernizzatore, senza pathos sociale, che molti vorrebbero attribuirgli o che la personale indole anticonformista gli addossa fatalmente.

Invece il liberal-socialista, come ama egli stesso definirsi, può essere a Roma il costruttore di una politica al tempo stesso dell’innovazione e della solidarietà, aprendosi al contributo di “mondi vitali” che avvertono in qualche misura, anche sulla scia della parola evangelizzatrice di Papa Francesco, il valore del vivere per gli altri. Il valore, cioè, di una politica che rompa l’assedio degli egoismi e dell’indifferenza, sforzandosi semmai di rendere più umana la città, ovvero più accogliente e stimolante, più adeguata a un progetto democratico che miri a restaurare l’ambizione di una Roma universale.

Si tratta di sperimentare, specie sul terreno amministrativo, una nuova convergenza di tipo liberal-popolare, capace di attrarre consensi in una logica centripeta. Ci sono tutte le condizioni. D’altronde, andando a pescare nella storia del Novecento, non era forse il giovane liberale intransigente, Piero Gobetti, a menzionare con simpatia e ammirazione il popolarismo sturziano quale esempio di originale e interessante “riformismo messianico”? E Gobetti, come è noto, rappresenta per il leader di Azione un preciso riferimento ideale. Questa convergenza, più che auspicabile ai fini della riarticolazione del quadro politico nazionale, costituisce la vera scommessa sul tavolo del cambiamento che qualifica e determina la candidatura di Calenda. La sua forza, a ben vedere, sta proprio nella sua originalità: in sé possiede convenientemente i requisiti di autonomia e indipendenza.

Non è poco.

 

 

Centro, 4 condizioni per ripartire.

Si continua a parlare del “centro”. Politico, culturale, istituzionale, di governo. Persin religioso se  non addirittura etico. Si continua a sostenere la tesi che le elezioni si “vincono solo al centro” e, al  contempo, si nega alla radice qualsiasi possibilità di dar vita ad un “partito di centro”. Una  contraddizione in sè eppure il “centro” resta un elemento costitutivo nella dialettica politica  contemporanea.  

Ora, per uscire da questo strano tormentone, almeno su 4 elementi ci dovrebbe essere un  accordo di massima. O almeno di maggioranza. 

Innanzitutto a nulla servono le molteplici bandierine che periodicamente nascono con l’ambizione  di rappresentare il centro politico. Esperienze elettoralmente fallimentari che si rivelano del tutto  autoreferenziali nonchè politicamente inutili e sterili. Ne abbiamo conosciute in questi ultimi anni a  decine e, purtroppo, ne continuano a nascere a grappoli. Esperienze che sono nate e decollate  tanto sul versante conservatore quanto su quello riformista accomunate però dal filo rosso della  inconsistenza politica. 

In secondo luogo anche – anzi soprattutto – nel campo del “centro” è necessaria una elaborazione  culturale e politica. Ovvero, va ripristinata la categoria del “pensiero”, per dirla con un vocabolo  caro al presidente De Mita. Del resto chi arriva dall’esperienza del cattolicesimo democratico e  popolare sa bene che il “centro” non è mai stato una “posizione geometrica”, inerziale e  riconducibile ad una pura rendita di posizione, ma è sempre stato il frutto e la conseguenza di una  elaborazione politica, culturale e di governo. Dunque, un progetto politico. 

In terzo luogo il capitolo delle alleanze. Noi arriviamo da una tradizione dove la politica è sempre  stata sinonimo di “politica delle alleanze”. Ovvero, si può e si deve declinare una “politica di  centro” solo se se si incardina in una precisa e coerente coalizione. Cioè in una alleanza politica. Il  “centro” non può diventare il luogo del trasformismo politico e parlamentare come accadde oggi.  E quindi dev’essere un luogo che sceglie. Per capirci, l’esatto contrario di ciò che fa, per citare un  solo esempio, il partito personale di Renzi. Cioè un misto di spregiudicatezza, di avventurismo, di  radicale assenza di coerenza e di trasformismo politico e parlamentare. 

In ultimo la “passione”. Ovvero, non un richiamo teorico o retorico ma la “passione” come  precondizione per dispiegare una posizione politica e un progetto di governo che non siano solo  riconducibili a ragioni di convenienza tattica e momentanea. Senza il recupero della “passione”,  cioè della militanza e della profondità intellettuale ed umana, anche un progetto politico rischia di  essere arido e sterile.  

Ecco perchè attorno al futuro del “centro” si deve continuare a parlare, a discutere e a  confrontarsi. Senza interruzioni e senza reticenze. Per il bene della politica italiana, della qualità  della democrazia, della cultura di governo e della stessa credibilità delle istituzioni democratiche. 

Dallo stato liberale allo stato sociale

La crisi sanitaria ed economica in atto ormai a livello mondiale esige un’attenta ed accurata analisi sul destino di questo mondo e sulle sorti dell’umanità.

Una riflessione anche al fine di individuare le cause e, dunque, i possibili rimedi per tradurli in impegno politico.

La questione non può prescindere da considerazioni di ordine politico-economico, ivi compresa l’organizzazione umana più alta della società, ossia lo Stato.

In quest’ottica tornano alla mente alcune intuizioni e tesi sostenute da Giuseppe Dossetti negli anni del suo impegno politico attivo, in quanto di straordinaria attualità.

Se si considera lo svolgimento ed il percorso che man mano hanno assunto la politica e l’economia, non solo nelle democrazie occidentali, ma anche negli ex Stati collettivisti e non democratici, occorre rilevare la rincorsa al modello di organizzazione propria dello Stato liberale.

Ora, non volendo scomodare né Montesquieu né Rousseau, bisogna riconoscere che lo Stato liberale ha sovvertito il concetto finalistico proprio dello Stato medioevale. Quest’ultimo aveva come fine quello della felicità di tutti i cittadini, ossia il bonum humanum simpliciter.

Ma evidentemente se lo Stato aveva come fine la felicità di tutti i suoi componenti, ne derivava automaticamente anche la rimozione di tutti gli ostacoli che si frapponevano al raggiungimento di tale scopo, ivi compresi quelli di ordine economico e sociale (e su questo principio occorre rilevare come l’articolo 3 della nostra Costituzione, voluto da Dossetti e da Fanfani, si ispiri proprio a quest’ultimo concetto).

Tutto questo (non è difficile intuirlo) fungeva da freno nei riguardi di quei settori privati dell’economia che per raggiungere il massimo profitto individuale avevano bisogno di essere liberi e, conseguentemente, non legati a valori etici e sociali.

Lo Stato liberale nacque proprio per dare rilevanza all’aspetto economico attraverso la libertà, il libero arbitrio in economia e, come tale, doveva essere minimo nel senso di non ostacolare il singolo imprenditore e la sua iniziativa economica.

Nella realtà politica ed economica mondiale attuale non è difficile rilevare come il liberismo sia il modello seguito da tutti (quasi non se ne possa fare a meno) e questo fa sì che assistiamo allo sfruttamento in termini economici dell’ambiente, a povertà sociali sempre crescenti, all’uso speculativo del denaro, a stili di vita consumistici che non sono degni di una persona umana.

I cattolici democratici, soprattutto oggi, dovrebbero riflettere su queste storture di ordine etico, politico ed economico per ingaggiare una nuova battaglia ideale contro questo sistema liberale.

Non si tratta di battaglie ideologiche utopistiche e fuori da quella che è la realtà di fatti e situazioni, ma di una nuova cultura politica che sappia contrapporre al privilegio dei pochi la dignità e la felicità di tutti, ossia il bene umanamente pieno di tutti i componenti la comunità statuale.

Dallo Stato liberale allo Stato sociale: è l’imperativo a cui dovrebbero rispondere i cattolici democratici uscendo da un lungo letargo non più giustificabile.

Il gioco delle tre carte

Il più debole ha sempre la necessità di non chiudere la partita. La ragione è del tutto evidente. A fine pagina denuncerebbe la sua minorità. Per questo motivo è costretto a mantenere vivo il romanzo. Come se dovesse fuggire dalla sua manifesta condizione.

È ciò che sta facendo MATTEO RENZI. Sin dall’inizio la sua debolezza era manifesta. Ha iniziato le ultime danze sulla scorta di una fragilità a tutti nota. Da tempo i sondaggi lo relegano a valori oscillanti intorno al 3%: un moscerino politico.

Da una settimana a questa parte va suonando la gran cassa. Il pretesto l’ha trovato, l’ha esposto e lo ha trascinato in ogni luogo pubblico: televisioni, giornali, Parlamento.

Lo scopo non ha inteso di nascondersi. In sostanza Renzi desiderava ardentemente rimettersi sotto i riflettori e interpretare il ruolo di prim’attore. Ritornando sulle immagini del suo intervento al Senato, dalle ampie gestualità, alla frenesia verbale, riconosco una certa qual teatralità.

Spiazzato dalla mossa del premier il quale non ha inteso perder tempo intorno alla commedia, ha convocato, seduta stante, le riunioni di maggioranza. Con ciò, GIUSEPPE CONTE, desiderava metter fine al brano renziano. Insomma scrivere l’ultima pagina.

E qui, non è mancata al baldo toscano, una mossa del suo repertorio: prolungare, a tutti i costi, la sarabanda messa in atto qualche giorno prima. Cos’ha pensato? Tiro la corda, faccio una serie di richieste, intensifico la richiesta di quest’ultime e così, impedisco al timoniere di portare in fretta il vascello in porto, ottenendo in tal modo desta la scrittura del romanzo.

Adesso, dovremmo attendere l’inizio di scenario per vedere quale mossa avrà in serbo il capo di Italia Viva per procrastinare ulteriormente il severo giudizio che impietosamente, i sondaggi gli affidano, vale a dire quel misero consenso che ho ricordato all’inizio.

Nova Gorica-Gorizia Capitale europea cultura 2025

Gorizia e Nova Gorica si sono aggiudicate il titolo di Capitale europea della Cultura 2025. La notizia è stata accolta con un boato in piazza della Transalpina, dove si sono radunati gli abitanti delle due città di confine.

Erano rimaste in lizza anche Lubiana, Pirano e Ptuj. Oltre a Nova Gorica e Gorizia, appena designate dal Comitato sloveno, per il 2025 la scelta è caduta su Chemnitz, città tedesca situata quasi al confine con la Repubblica Ceca che ha subito gravissimi danni durante la Seconda guerra mondiale.

“L’Europa in  questo momento si attende tanto da noi -commenta a caldo il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna -. Oggi inizia un percorso  impegnativo, non solo per noi ma per tutta l’Europa. Non c’è una citta che vive l’Europa come Gorizia. Siamo la dimostrazione dell’Europa che va costruendosi come comunità, altri lo potranno fare dopo di noi”.

Al fianco di Ziberna per tutta la cerimonia il sindaco di Nova Gorica Klemen Miklavic: sono rimasti seduti vicini, davanti al maxi schermo da dove la commissione dell’Unione europea ha pronunciato il verdetto.

Capitale Europea della Cultura è un titolo onorifico conferito ogni anno a due città appartenenti a due diversi Stati membri dell’Unione Europea. L’obiettivo dell’iniziativa è tutelare la ricchezza e la diversità della cultura europea, valorizzare le caratteristiche comuni ai popoli e sviluppare un sistema che possa generare un importante indotto economico.

Italia prima al mondo per morti Covid ogni 100mila abitanti

L’Italia è il Paese al mondo con la più alta mortalità da Coronavirus ogni 100mila abitanti. E’ quanto rilevano i dati della Johns Hopkins University, che monitora costantemente l’andamento della pandemia. Con 111,23 decessi ogni 100mila abitanti, l’Italia nella classifica dei 20 Paesi più colpiti dal Covid-19 precede la Spagna (104,39), il Regno Unito (99,49) e gli Stati Uniti (94,97). Il nostro Paese è invece terzo nella classifica che tiene conto del rapporto tra casi confermati e decessi.

L’Italia ha un rapporto del 3,5%, alle spalle di Messico (9%) e Iran (4,7%) e davanti al Regno Unito (3,4%). In termini assoluti, con 67.894 decessi, secondo i dati della Jhu, l’Italia risulta il quinto Paese più colpito al mondo, alle spalle di Stati Uniti (311.529 decessi), Brasile (184.827), India (144.789) e Messico (116.487) e davanti al Regno Unito (66.639).

Intervista alla Prof.ssa Antonella Canini. La Città della Conoscenza e dell’Innovazione: una eccellenza italiana

Gentile Professoressa Canini, ricordo che il direttore di un noto quotidiano mi disse un giorno che le buone notizie non si trovano neanche al mercatino dell’usato. Se questa è una regola non scritta dei media si può dire che Lei costituisca una brillante eccezione: recentemente infatti Le è stato assegnato il prestigioso Premio nazionale ANGI (associazione italiana giovani innovatori) 2020 per il Progetto “Città della conoscenza e dell’innovazione”.  Vuole illustrare ai lettori il contenuto di tale Progetto e la sua importanza per la riqualificazione del territorio, a partire dalla ex “Città dello sport” a Roma?

Il Premio ANGI mi ha riempito di gioia e lo dedico a tutto il corposo gruppo che ha lavorato al progetto “Città della Conoscenza e dell’Innovazione”. Innanzitutto il progetto intende costituire un modello di integrazione e di sinergia collaborativa tra realtà diverse la cui somma genera un qualcosa di completamente nuovo, diverso, più ricco.  La Città della Conoscenza e dell’Innovazione è un brand in cui ogni termine è l’eco di una realtà complessa, articolata in cui la componente naturalistica/ambientale si intreccia ai concetti di ricerca scientifica ma anche all’entertainment con i temi della realtà virtuale: la tecnologia costituisce il collante il framework di riferimento, la piattaforma su cui le diverse discipline si incontrano e collaborano per realizzare un universo innovativo. E ciò è ancora più significativo se pensiamo al sistema in cui il progetto si inserisce: un quadrante della Città su cui sono presenti numerose realtà eccellenti in ambito scientifico che operano nello stesso territorio su cui insite l’Università di Roma Tor Vergata e nell’ambito del quale si inserirà la Città della Conoscenza e dell’Innovazione con l’obiettivo di esercitare una funzione di aggregazione e collaborazione, ricercando, sollecitando e proponendo iniziative di ricerca che valorizzino i diversi apporti al fine di realizzare innovazione. Ecco allora che la Città della Conoscenza e dell’Innovazione si presenta come un modello, un paradigma il cui valore e la cui importanza è data dalla forza di coesione e integrazione delle diverse componenti, dalla capacità che ciascuno degli elementi costitutivi avrà di interagire con gli altri fornendo stimoli, scambiando esperienze e risultati attraverso la costante interazione tra gli individui che ne costituiscono il capitale umano. Concretamente il progetto prevede il riuso della Vela ex Pallanuoto (Vela 1 – assemblata) in Città della Conoscenza. Qui si realizzerà una nuova Facoltà di scienze, riconvertendo gli spalti in aule didattiche, mentre la grande U che avvolge la Vela sarà sede di studi, stanze e laboratori didattico-scientifici della Facoltà. Inoltre nella Vela sarà realizzata una maestosa serra subtropicale, altamente tecnologica e d’impatto mondiale collegata al Kew Garden (Londra), al Parc de la Villette (Parigi), al Garden by the Bay (Singapore), serra che verrà utilizzata per le attività di ricerca e di didattica in ambito naturalistico/ambientale ma anche come attrazione per il grande pubblico, in termini di entertainment ed education. La proposta di riconversione è stata concordata e ha avuto il placet dell’Ing. Arch. Santiago Calatrava. La Città dell’Innovazione sarà ospitata nella Vela ex Palasport, adiacente alla precedente Vela: qui saranno allocate complesse e importanti attività tecnologiche all’avanguardia correlate al mondo della Realtà Aumentata, della Sicurezza, dell’Intelligenza Artificiale e dei videogiochi intesi come strumenti di ricerca e di didattica oltre che di intrattenimento. Costituirà un vero e proprio palasport polifunzionale con entertainement  e Sport.

Il grande regista Pupi Avati volle sottolineare – spiegando la sua vocazione cinematografica – la differenza che c’è tra passione e talento. Possiamo dire che per realizzare un Progetto qual è quello a cui si è dedicata, occorre possedere entrambe le doti? Il talento è un dono innato, una vocazione mentre la passione implica impegno, dedizione, tempo, studio, sacrificio: vuole dirci come ha pensato a questa idea che l’ha portata alla ribalta come eccellenza italiana della ricerca scientifica, dell’innovazione e dell’ingegno?

L’ex Città dello Sport è da diversi anni il simbolo delle opere incompiute italiane ma allo stesso tempo è un’opera bellissima e imponente, firmata dal prestigioso Architetto Calatrava, che si vede da tutte le parti di Roma ma che insiste sul Campus dell’Ateneo Tor Vergata. Una mattina nel lontano 2014, scendendo da Monte Porzio Catone, dove abito, ho avuto l’intuizione  di vederla come una risorsa per la nostra Università: il simbolo dell’aggregazione e della conoscenza per la ricerca, la didattica e la terza missione. Proposi questa idea all’allora Rettore Novelli che mi stimolò a realizzare una proposta progettuale: da allora è diventata la mia sfida intellettuale e accademica.

Una grande opera come quella da Lei progettata reca con sé oltre un valore intrinseco sul piano dell’immaginazione, di un disegno, di una rappresentazione mentale, di una idea…. anche una valenza sociale che mira al perseguimento di un bene comune. Come possiamo descrivere in termini di avanzamento e qualità un progetto pensato come opera architettonica che costituisce – uso le Sue parole “ una sinergia tra ricerca/rigenerazione urbana, nuove opportunità di collaborazione tra Accademia e Stakeholders”?

Ho sempre creduto che Ricerca e Sviluppo siano un binomio di valenza solo se l’Accademia, attraverso le sue attività di formazione e di ricerca riesce a dare un contributo reale allo sviluppo del Paese e questo può avvenire solo se il sistema produttivo a sua volta usufruisce dei progressi scientifici e culturali. Ecco in questi termini la Città della Conoscenza e dell’Innovazione si prospetta come una piattaforma che favorisce questo ponte tra ricerca e aziende. Inoltre tutti gli interventi, compreso la realizzazione di una ‘metrorail’  leggera, di ultima generazione, metterà in connessione la metro A con la metro C e quindi tutta l’area sud-Est con il cuore della Capitale; questa diventerebbe un’occasione unica per il recupero di una periferia di Roma Capitale degradata e socialmente difficile. 

Quale volano sarà innescato da quest’opera rispetto al futuro degli attuali studenti, laureati e dottorandi, anche in termini di occupazione e impiego? Conferma la previsione di creare circa 14 mila nuovi posti di lavoro? Come saranno diversificati, prevedibilmente?

Il progetto si caratterizza per complessità e ampiezza di impatto. Sebbene incida su un perimetro geograficamente delimitato le sue ricadute si riproducono su una dimensione nazionale e internazionale. Da tutte le attività scientifiche, didattiche, culturali, incubatori di innovazione, sviluppo di tecnologie informatiche, servizi di rete e aggregazione, ristoranti e caffè, commerci e supporti alle visite e alle esigenze dei fruitori: la realizzazione dell’Opera permette di generare a regime 14 mila nuovi posti di lavoro. Di questi almeno 2800 saranno direttamente collegati alle attività di ricerca e didattica e permetteranno di reclutare un’importante fetta del capitale umano che ogni anno le università italiane formano e che molto spesso è costretto a emigrare in altri Paesi dove riescono a mettere a frutto le loro conoscenze.

Un pregio assoluto di questo vero e proprio “premio Oscar dell’innovazione” consiste – per quanto è stato spiegato ed è dato intuire – dal fatto di creare un ambiente dove tecnologia, new green, biodiversità e sinergie con le imprese collocheranno  la  metodologia della ricerca-azione nell’ottica della “rete” di risorse umane e materiali. Può spiegare perché questo può creare un polo sperimentale affinché  “tecnologia 4.0, didattica, ricerca e ripartenza verde” possano generare un circuito sperimentale virtuoso,  fortemente innovativo e replicabile altrove?

Perché la competitività nella ricerca, nel trasferimento tecnologico e nei settori dello sviluppo sostenibile si svolge oggi, e a maggior ragione nel futuro, tra sistemi integrati, multidiscipliari e multipurpose, diffusi e cooperanti che assicurano sviluppo economico e benessere al sistema Paese.

In questo senso il modello da Lei immaginato oltre a costituire un’occasione di riqualificazione e rilancio di un’area territoriale afferente all’Orto botanico, all’Università di Tor Vergata , attraverso la totale riqualificazione della ex Città dello sport progettata da Santiago Calatrava, in quale misura può generare un effetto moltiplicatore per l’intero Paese?

Sono convinta che Roma attualmente non disponga di una struttura moderna e con una ricettività adeguata per accogliere grandi eventi internazionali come accade nella altre grandi capitali europee. La realizzazione di questa Opera permette strutturalmente di riqualificare l’area su cui insiste e, per come è pensata, produce start up innovative dove le migliori menti nazionali e internazionali generano conoscenza amplificando le potenzialità umanistiche, economiche, giuridiche, scientifiche, tecnologiche e mediche. La pluralità di applicazioni consentite, la varietà di funzioni per la fruizione, le modalità con cui i visitatori si rapporteranno e interagiranno con i contenuti e i servizi offerti determinerà il passaggio da un modello “classico” di innovazione a quello competitivo del futuro che avrà ricadute in termini occupazionali.

Quali ispirazioni ha tratto – per far rinascere un manufatto abbandonato al degrado – dal Parc de la Villette di Parigi e dal Gardens by the bay di Singapore, per ideare un’area in cui saranno compresenti musica, concerti, sport, tecnologie digitali e multimedialità? Poiché nulla può essere affidato al caso immagino un Progetto ad alta complessità realizzativa e a massima fruibilità per l’utenza. E’ una intesi che spiega il senso del Suo lavoro?

L’ispirazione è quella di ambienti culturali avanzati in cui la cultura viene fruita dalla società civile soprattutto nel tempo libero. Il nostro Paese ha bisogno di crescita culturale e di ambienti in cui le famiglie possono percepire innovazione in sicurezza e con stimoli in linea con i tempi. La nostra fortuna è di poter abbinare a una indiscussa opera architettonica contenuti moderni che diano opportunità di crescita ai cittadini e quindi al Paese.

I temi della biodiversità, della sua lenta estinzione, della sostenibilità ambientale, del degrado della natura provocato da interventi scelerati dell’uomo sono presenti nei più recenti Rapporti dell’ONU e  dell’OCSE, ma non ancora adeguatamente fatti propri da un politica ambientalista che a livello planetario sappia contemperare l’incremento demografico con i pericoli derivanti dalle alterazioni ecologiche. La pandemia da Covid 19 ha riportato prepotentemente alla ribalta questi temi. Gli scienziati a cui l’ONU ha affidato lo studio della stato di salute del pianeta hanno paventato la sesta estinzione della vita sulla Terra , per la prima volta per mano dell’uomo. Che cosa si può fare partendo induttivamente dall’Orto Botanico che Lei dirige, dal Dipartimento di Biologia, dagli Studi accademici, dalla Ricerca, per fronteggiare questi pericoli incombenti? Come esperta e scienziata sta dimostrando che iniziando “dall’hic et nunc “ le cose si possono migliorare. Ma quanto è determinante un’assunzione di responsabilità dei decisori politici dal livello locale e quello mondiale?

Il ruolo di un Orto Botanico è quello di rappresentare i temi da lei sollevati in particolare l’importanza della biodiversità, la capacità di resilienza che gli ecosistemi hanno in risposta ai cambiamenti nell’evoluzione e l’importanza delle biotecnologie nella ricerca scientifica. Il principale allarme che vedo in atto è il repentino cambiamento della temperatura che produrrà sempre più un disallineamento tra piante e insetti e questo produrrà effetti catastrofici con risvolti anche in ambito alimentare. Abbiamo visto che nella prima fase di lockdown il Pianeta ha mostrato di avere ancora una capacità di resilienza;  certo la pandemia è un fatto che ha costretto a casa miliardi di persone e quindi abbiamo potuto avere un decremento dell’emissione di anidride carbonica e di inquinanti. Per avere dei risultati incoraggianti bisognerebbe agire con coraggio e coordinatamente per consentire al Pianeta di “respirare”. Noi abbiamo la fortuna di avere un Orto Botanico di 82 ha e possiamo rappresentare praticamente le tematiche sia nell’ambito della ricerca sia in un’ottica di didattica rivolta a tutti gli studenti. Abbiamo impiantato un Arboreto con caratteristiche di bosco mesofilo e abbiamo misurato la quantità di anidride carbonica assorbita nel tempo e a regime riusciremo a neutralizzare la CO2 emessa dai veicoli che nell’arco di un anno circolano nel Campus. Uno degli ultimi traguardi è stato l’installazione di una serra acquaponica, completamente sostenuta da energie rinnovabili,  alimentata da un ciclo di acqua chiuso in un vero sistema di economia circolare, dove viene rappresentata l’importanza di coltivazione fuori dal suolo e di mantenimento della qualità dei prodotti cresciuti all’interno. In questi anni anche i decisori politici devono agire nell’ambito dello sviluppo sostenibile ma occorre un maggior coordinamento altrimenti si rischiano interventi a spot con valenza inferiore a quella che potrebbero avere.

Ho sempre pensato che per correggere le storture della globalizzazione e della concezione del mondo come ‘materia’ da consumare e sfruttare, occorra partire del “genius loci”: valorizzare ogni porzione del territorio ottimizzando la compresenza tra uomo e contesto di vita, recuperare le radici della tradizione e inserirle in un progetto innovativo che le conservi, progredendo. Pensa che si tratti di un’utopia o di una scelta perseguibile?

E’ la scelta contemplata nella Città della Conoscenza e dell’Innovazione!

Sei governatori del Sud scrivono a Conte: preoccupazione per l’uso delle risorse del Recovery

Articolo pubblicato sulle pagine del sito dell’Agenzia Italia

“Viva preoccupazione per lo stato del confronto sulla effettiva utilizzazione” delle risorse del Next generation Ue.

La esprimono in una lettere al premier Giuseppe Conte i sei presidenti di Regione del Sud che hanno partecipato alla riunione in teleconferenza voluta dal ‘governatore’ della Campania, Vincenzo De Luca. A firmarla, oltre De Luca, Vito Bardi (Basilicata), Michele Emiliano (Puglia), Marco Marsilio (Abruzzo), Nello Musumeci (Sicilia), e Donato Toma (Molise). Non hanno potuto partecipare al confronto, per concomitanti impegni istituzionali, i presidenti della Sardegna, Christian Solinas, e della Calabria, Nino Spirlì.

La bozza di programma circolata nei giorni scorsi prevedrebbe una ripartizione delle risorse in ambito nazionale sulla base di un mero criterio demografico fra Centro, Nord e Mezzogiorno.

Inoltre, una ripartizione per 6 missioni, in assenza di un preventivo confronto con le Regioni e con evidenti sottostime delle risorse necessarie in settori vitali, in particolare nel Mezzogiorno, quali, ad esempio, la sanità, il turismo, i servizi idrici.

Nella missiva viene espressa contrarietà sui criteri individuati per il riparto delle risorse e preoccupazione per lo stato del confronto sull’effettiva utilizzazione di queste risorse in ambito nazionale; quindi viene richiesto un incontro con il presidente del Consiglio.

“Nel dare atto dell’impegno profuso dal Governo italiano in sede Ue e dei conseguenti risultati ottenuti in favore di un importante programma d’investimenti da attuarsi con le risorse attribuite al nostro Paese – si legge nella lettera, inviata per conoscenza anche al presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini – gli scriventi esprimono viva preoccupazione per lo stato del confronto sull’effettiva utilizzazione di dette risorse in ambito nazionale”.

Qui l’articolo completo

Piano nazionale ripresa e resilienza (PNRR), uno schiaffo alla sanitò pubblica

Pubblichiamo l’appello lanciato da numerose organizzazioni, tra cui Cgil Cisl e Uil, in favore di un Piano nazionale per la riorganizzazione della sanità.

La proposta di PNRR presentata dal Governo riserva agli investimenti per la Salute 9 miliardi: appena il 4,6 % delle enormi risorse messe a disposizione con Next Generation UE (quasi 200 miliardi).

E’ una scelta che ha dell’incredibile. La pandemia ha mostrato quanto fragile, indebolito dai tagli e impreparato fosse il Servizio sanitario italiano e ancor più i servizi sociali. In questi mesi grazie al sacrificio e al senso etico e professionale di chi lavora nel sistema socio sanitario si è potuto rispondere a quello che sta succedendo. Lo abbiamo visto nel corso della prima micidiale ondata e ancor più ora con la marea della seconda fase.

  • Avevano detto che la pandemia sarebbe stata l’occasione per ripensare a fondo, e rinnovare, la struttura e l’organizzazione del nostro SSN e avevano detto: MAI PIU’ TAGLI.
  • Avevano detto che andava rafforzata la prima linea, quella della prevenzione, delle cure primarie, dell’integrazione tra sociale e sanitario: quella linea che si era subito sfaldata nella prima ondata e che non è stata rafforzata in vista della seconda.
  • Avevano detto che era prioritaria la ricerca finalizzata indipendente, e che la priorità era la risorsa umana, la formazione di una nuova generazione di personale infermieristico e di medici specialisti.

Avevano dichiarato che per fare tutto ciò ci sarebbero stati anche i 37 miliardi del MES. Poi hanno detto che i soldi del MES non servivano, perché c’erano quelli del Recovery Fund. E invece ai progetti per la Salute sono state riservate le briciole.

Ci troviamo di fronte a una scelta politica precisa, uno schiaffo alla sanità pubblica nazionale e ai servizi sociali: la rinuncia a rinnovare e potenziare il nostro SSN, per metterlo in grado di tutelare per davvero la salute della popolazione e ridurre le sempre più profonde diseguaglianze sociali. Una scelta destinata a trasformare un invidiato sistema di sanità pubblica in uno che sempre più favorirà la medicina privata.

La cifra non è definitiva, dicono. E allora ci aspettiamo che il Governo ascolti le richieste del Ministro della Salute al quale chiediamo di fare battaglia per un vero rilancio delle politiche e dei servizi socio sanitari.

L’APPELLO lanciato da una vasta coalizione di associazioni e da Cgil, Cisl, Uil rivendica almeno 30 miliardi per finanziare un Piano nazionale dedicato al potenziamento dell’assistenza sociale e sanitaria territoriale, presentando precise proposte.

Per questo ci ribelliamo di fronte a questo schiaffo al welfare pubblico e chiamiamo alla mobilitazione (primo appuntamento il 19 dicembre VEDI INFO A FINE PAGINA) tutti coloro che hanno a cuore il destino, il rilancio e l’innovazione del nostro sistema sociale e sanitario pilastro fondamentale per la tutela della Salute.

Salute Diritto Fondamentale; SOS Sanità; saluteinternazionale.info; CoPerSaMM (Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo F. Basaglia); Lisbon Institute of Global Mental Health con l’adesione (al 16.12.2020) di: CGIL, CISL, UIL, “Salute. Prima la comunità”, Libera, CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), Gruppo Abele, Cittadinanzattiva, Fondazione Franca e Franco Basaglia, Siep Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, Unasam, La Società della Ragione, SPI CGIL, FP CGIL, FP CGIL Medici e Dirigenti Ssn, FP CISL UILP, UIL FPL, Fondazione Zancan, Federconsumatori, Forum Droghe, Fuoriluogo, A Buon Diritto, ass. Antigone, club SPDC No Restraint, Campagna PHC Primary Health Care now or never, Psichiatria Democratica, Grusol Marche, Osservatorio molisano per il diritto alla salute, Casa della Carità Milano, Omceo Torino, Movimento pugliese per la salute mentale Rompiamo il silenzio, Cipes Piemonte, coop. Ortolani Coraggiosi Fucecchio (FI),  Confederazione Associazioni Regionali di Distretto Card Lazio,  ass. Infermieri di famiglia e di Comunita, ass. A porte aperte per la salute mentale Romagna (RA), Conoscere per Migliorare Torino, ass. 180Amici Puglia,  ass. Idea Comune Figline Valdarno (FI), Gruppo AMA Ascolto Venaria Reale TO, ass. Insieme a Noi Modena, Laboratorio salute popolare Bologna, Forum Salute Mentale Lecco, ass. Sostenibilità Equità Solidarietà, Auser La Spezia, Libertà e Giustizia Firenze, ass. “VeRSo” Veneto Ricerca Sociale, ass. Umanitaria “Jimuel internet Medics for Life”,

Hanno aderito tra gli altri: Silvio Garattini, Rosy Bindi, don Luigi Ciotti, Luigi Manconi, Livia Turco, Giovanni Bissoni, Rossana Dettori, Domenico Proietti, Margherita Miotto, Emmanuele Pavolini, don Virginio Colmegna, Franco Rotelli, Benedetto Saraceno, Fabrizio Starace, Gianni Tognoni, Grazia Zuffa, Tiziano Vecchiato, Nerina Dirindin, Stefano Cecconi, Antonio Gaudioso, Francesca Moccia, Riccardo De Facci, Gavino Maciocco, Marco Geddes, Giovanna Del Giudice, Francesco Maisto, Maria Grazia Giannichedda, Franco Corleone, Gisella Trincas, Patrizio Gonnella, Stefano Vecchio, Leonardo Fiorentini, Antonello D’Elia, Tiziano Carradori, Enrico Desideri, Guido Giustetto, Claudio Maffei, Nicoletta Dentico, Francesco Magni, Anna Banchero, Gianni Giorgi, Maura Cossutta, Michele Vannini, Andrea Filippi, Maurizio Petruccioli, Carmelo Barbagallo, Giusy Gabriele, Laura Seidita, Alessandro Beux, Paolo Pagani, Lucia Centillo, Paola Trivella, Barbara Usai, Claudio Lucii, Fabio Ragaini, Carlo Minervini, Emilia De Biasi, Giovanna Vicarelli, Valentina Calderone, Eluisa Lo Presti, Franco Merletti, Fabrizio Faggiano, Paolo Vineis, Paolo Barcucci, Franco Prandi, Bruno Palmas, Antonio Brambilla, Ferdinando Laghi, Giulia Rodano, Giorgio Simon, Ginetto Menarello, Rosario Mete, Giovanni Rossi, Carlo Saitto, Giovanni Capuzzi, Tonino D’Angelo, Mafalda Esposito, Franco Pesaresi, Pietro Pellegrini, Giorgio Cerquetani, Elena Rubatto, Antonello Murgia, Enzo Morgagni, Giuseppe Notaro, Elena De Rocco, Cosimo Venerito, Palma Sergio, Patrizia Millazzotto, Mariuccia Bordonali, Giorgio Forti, Pier Claudio Brasesco, Giuseppe Pontrelli, Piera Pizzocaro, Francesco Anselmi, Rosa Vitale, Carlo Panzera, Marino Manzi, Giuseppe Gatti, Danila Monteverdi, Giulia Marini, Luisa Castellazzo, Rosaria La Rosa, Bruno Ferrari, Maria Obesalini, Gabriele Milzani, Maurizio Galli, Giuseppe Olivari, Piera Bonetti, Nino Bertelè, Davide Sigurtà, Serenella Papa, Maria Luisa Terzariol, Leonardo Fiorentini, Maurizio Di Cosmo, Luca Finazzi, Francesco Racchetti,  Massimo Cozza, Guglielmo Festa, Vanni Pecchioli, Enrico Gregorini, Ilaria Buontempo, Gaetano Sateriale, Ugo Ascoli,  Donatella La Cava, Laura Caravino, Giovanna Martelli, Umberto Lorini,  Nadia Facchini, Rosalia Saleri, Nicoletta Pizzocaro, Licia Porteri, Luciano Bono, Giancarlo Menegato, Emer Negrini, Patrizia Balottelli, Maripiera Balottelli, Davide Sigurtà, Luisa Castellazzo, Ezio Tecchia, Paolo Pelizzari, Natale Azzini, Pina Fiorentino, Angelo D’Errico, Giuseppe Olivari, Alessandro Ferrari, Santo Mafessoni, Viviana Seccamani, Davide Piantoni, Rosangela Pancheri, Claudio Reboldi, Giuseppe Massarotti, Gianluca Borghi, Ilaria Faino, Clotilde Arcaleni, Paola Agnello Modica, Pino Fiorentino, Roberto Rovertini, Anna Renzetti, Silvana Dameri, Valentina Solfrini, Adriano Sincovich, Roberta Lisi, Giovanni Cabrini, Maria Pia Mazzasette, Ugo Mattei, Ilaria Campione,  Maria Antonietta Binetti, Michele Catiniello, Delia Da Mosto, Guerrino Donegà, Barbara Caccia, Maurizio Franca, Natalina Brussino, Mina Pagani, Patrizia Gaido, Paolo D’Elia, Maria Andreotti, Davide Piapi, Maria Giovanna Nevoli, Rita Fenaroli, Pierluigi Venturelli, Lodovica Salvani, M. Patrizia Favali, Donatella Aralda, Simonetta Ghezzani, Antonella Boni, Giorgio Garofalo, Franco Toniolo, Eva Banchelli, Rosalia Giammetta, Estela Robledo, Marilena Bertini, Isidoro Napoli, Nicoletta Bosco, Monica Toraldo di Francia, Simonetta Danesi, Ester Pace, Antonio Angelo Domenico Capano, Luca Formenton Macola,  Matteo Morandi, Mara Mabilia, Rodolfo Ugolini, Paola Binetti, Lodovica Salvagni, Nicoletta Grieco, Valeria Tranchina,  Mauro Zacco, Antonio Gabbani, Liliana Frascati,

Per aderire scrivi a

info@sossanita.it, 

salutedirittofondamentale@gmail.com, 

copersamm@gmail.com, 

redazione@saluteinternazionale.info,

Da Ispra il Rapporto rifiuti urbani 2020

L’Edizione 2020 del Rapporto Ispra fornisce i dati, aggiornati all’anno 2019, sulla produzione, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, compreso l’import/export, a livello nazionale, regionale e provinciale. Riporta, inoltre, le informazioni sul monitoraggio dell’ISPRA sui costi dei servizi di igiene urbana e sull’applicazione del sistema tariffario. Infine, presenta una ricognizione dello stato di attuazione della pianificazione territoriale aggiornata all’anno 2020.

I rifiuti urbani prodotti in Italia nel 2019 sono circa 30 milioni di tonnellate, dato in lieve calo rispetto al 2018 dello 0,3% (-80 mila tonnellate). Incremento solo nel nord Italia, con quasi 14,4 milioni di tonnellate di rifiuti, dello 0,5% rispetto al 2018, mentre è in calo al Centro (-0,2%) con circa 6,6 milioni di tonnellate evidenzia e al Sud (-1,5%) con 9,1 milioni di tonnellate. Ogni cittadino italiano, in un anno, ha prodotto circa 500 chilogrammi di rifiuti. Aumenta ancora la raccolta differenziata nel 2019: +3,1 punti rispetto al 2018, raggiungendo il  61,3% della produzione nazionale; dal 2008 la percentuale risulta raddoppiata. La raccolta passa da circa 9,9 milioni di tonnellate a 18,5 milioni di tonnellate. Nel 2019, il 50% dei rifiuti prodotti e raccolti in maniera differenziata viene inviato ad impianti di recupero di materia; il riciclaggio totale, comprensivo delle frazioni in uscita dagli impianti di trattamento meccanico e meccanico biologico, si attesta al 53,3% e riguarda le seguenti frazioni: organico, carta e cartone, vetro, metallo, plastica e legno.

Enit: Firmata l’intesa valore paese Italia

Il Ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini insieme al Direttore dell’Agenzia del Demanio, Antonio Agostini, al Presidente di Enit – Agenzia Nazionale del Turismo, Giorgio Palmucci, e all’Amministratore Delegato di Difesa Servizi Spa, Fausto Recchia, hanno sottoscritto l’intesa istituzionale che suggella una forte collaborazione e indica la tabella di marcia per sviluppare, sotto il brand Valore Paese ITALIA, un programma comune di nuove iniziative a rete sugli immobili pubblici, per accrescere l’offerta turistico-culturale del Paese tramite l’ideazione e la realizzazione di circuiti nazionali che possano anche avvalersi di nuovi modelli gestionali e nuove forme di partenariato pubblico-privato, individuando anche strumenti di affidamento e valorizzazione innovativi.

VALORE PAESE ITALIA, l’iniziativa dedicata alla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico coniugando turismo, cultura, arte, ambiente e paesaggio, mobilità dolce e identità territoriale, dopo essere stata presentata lo scorso 7 ottobre, continua il suo percorso di crescita e consolidamento. Il progetto punta infatti alla strutturazione di un network sempre più solido e allargato che possa promuovere e sostenere operazioni di rigenerazione e sviluppo, mettendo a sistema il lavoro congiunto e la sinergia tra partner pubblici e privati. Tra i tanti in collegamento sono intervenuti al workshop sia i partner istituzionali del progetto, come MIT, MATTM, ANAS e Anci, che i rappresentati del mondo finanziario come l’ICS, Istituto per il credito sportivo, Invitalia, Impact Intesa San Paolo, AiCA, Federalberghi, e Ance, e il mondo dell’associazionismo come il Touring Club Italiano, UNPLI e Symbola, e i referenti delle iniziative legate ai pellegrinaggi religiosi e al turismo lento come l’associazione AMODO.

È emersa una condivisione molto sentita e partecipata sull’importanza strategica di un’iniziativa che si configura sempre più come progetto nazionale che, attraverso vari filoni tematici, mette i beni pubblici, quindi i beni comuni, al centro di un nuovo modello economico e di fruizione del territorio.

Il Sars-CoV-2 ha una mortalità quasi 3 volte più alta rispetto all’influenza. Ora vi sono le prove.

Uno studio francese pubblicato su “The Lancet Respiratory Medicine” mette in evidenza come il coronavirus Sars-CoV-2 causa una malattia più grave dell’influenza stagionale e, tra i pazienti che finiscono in ospedale, ha un tasso di mortalità quasi 3 volte più alto.

Gli scienziati autori del lavoro sono arrivati a queste conclusioni confrontando i dati di oltre 130mila pazienti ospedalizzati per entrambe le cause: 89.530 con Covid-19, ricoverati tra l’1 marzo e il 30 aprile 2020, e 45.819 ricoverati con influenza stagionale tra l’1 dicembre 2018 e il 28 febbraio 2019.

Il tasso di mortalità tra i malati Covid esaminati era del 16,9%, contro il 5,8% osservato fra i pazienti colpiti da influenza. Il 16,3% dei casi Covid ha avuto bisogno di cure intensive contro il 10,8% dei casi d’influenza, e la permanenza in terapia intensiva è stata quasi il doppio con Covid (15 giorni contro 8).

Ben diverso il quadro per i più piccoli: meno bambini e ragazzi di età inferiore a 18 anni sono stati ospedalizzati con Covid-19 rispetto all’influenza stagionale (1,4% contro il 19,5%), anche se una percentuale maggiore di quelli di età inferiore a 5 anni ha richiesto cure intensive per Covid-19 (2,3% contro 0,9%). Il tasso di mortalità nei bambini sotto i 5 anni era simile per entrambi i gruppi ed era molto basso (0,5% per Covid e 0,2% per influenza).

In quelli tra 11 e 17 anni, invece, questo dato sembrava essere 10 volte più alto fra i ricoverati Covid (1,1% contro 0,1%), tuttavia al riguardo gli autori avvertono che i numeri sono troppo piccoli per trarre conclusioni significative.

Come il cattolico Biden pensa di ricostruire l’America migliore

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Il 14 dicembre il Collegio elettorale ha confermato ufficialmente la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali americane che si sono svolte a novembre.

In un incontro con i volontari della campagna elettorale, il Presidente Biden ha ribadito il suo programma finalizzato a riportare l’America ad essere un Paese dove libertà, accoglienza, speranza e prosperità siano garantite a tutti.

Biden ha ringraziato il popolo americano per aver salvato la democrazia, minacciata da politiche divisive e abusi di potere.

Ha sostenuto che le sfide che si dovranno affrontare sono epocali, ma che lui è fiducioso di risolverle grazie al sostegno e all’unità del popolo americano.

Il neo presidente conta di fermare il virus, promuovere la prosperità, garantire la sanità a tutti, superare le discriminazioni razziali, assicurare la giustizia sociale e salvaguardare l’ambiente riducendo l’inquinamento generato dai combustibili fossili. In una parola: curare l’anima dell’America per unire la nazione in un grande progetto comune.

La forza di Biden non sta solo nella sua mitezza, semplicità e chiarezza di intenti, ma poggia anche sulla sua fede semplice.

Nel corso del suo primo discorso subito dopo la conferma del Collegio elettorale, Joe Biden ha richiamato la preghiera per la pace attribuita a San Francesco, citando il passaggio: “Dove è il dubbio, ch’io porti la Fede; dove sono le tenebre, ch’io porti la Luce”.

Nonostante la precedente amministrazione americana abbia diviso i cattolici, al punto che ancora oggi un certo numero di credenti, negli Usa e nel mondo, mostrano un atteggiamento ostile verso Biden (arrivando a chiedere ai Vescovi di negargli la comunione), il neo presidente ha conquistato la maggioranza del voto cattolico.

Nella storia degli Stati Uniti mai tanti cattolici erano andati a votare e mai avevano, in così gran numero, votato il candidato democratico.

Risulta interessante un raffronto storico. L’unico candidato di fede cattolica a vincere le elezioni americane è stato John Kennedy nel 1960. Quell’anno Kennedy vinse con oltre 34 milioni di consensi superando Richard Nixon con uno scarto di 112.847 voti. Mentre, alle elezioni di novembre 2020, Joe Biden ha raccolto il numero record di oltre 81 milioni di elettori, superando lo sfidante di circa 7 milioni di voti.

Un’indagine conoscitiva effettuata sul voto dei credenti ha rivelato che anche molti cattolici repubblicani hanno votato per Biden.

Dalle testimonianze riportate dalla rivista della Compagnia di Gesù “America”, emerge l’auspicio che i cattolici con visioni politiche e ideologiche diverse possano e debbano unirsi in uno sforzo comune per superare l’indigenza che colpisce una larga fascia dei cittadini americani.

Nonostante l’utilizzo ideologico e strumentale della religione cristiana praticato dalla passata amministrazione, molti cattolici hanno deciso di sostenere Biden per l’atteggiamento mite ed empatico, per la sua difesa dei poveri e degli immigrati, per l’opposizione alla pena di morte, per il suo impegno a superare la pandemia e per la realizzazione di un mondo più giusto e pacifico.

Nell’orientamento del voto cattolico ha avuto un ruolo significativo anche la fedeltà di Biden a Papa Francesco e la sua condivisione del programma pastorale e sociale del Pontefice romano.

La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti sembra ancora divisa, anche se da più parti vengono lanciati appelli all’unità per sostenere le politiche e i programmi del Presidente cattolico, cercando una collaborazione con i credenti delle altre religioni al fine di garantire la pace e il bene comune.

In Italia l’eccezionalità di un Presidente americano di fede cattolica sembra non essere stata ancora del tutto percepita. È singolare che i cristiani che si oppongono a Biden siano, in gran parte, gli stessi che si oppongono a Papa Francesco.

Le ideologie politiche rendono miopi e induriscono i cuori al punto da non comprendere la grande opportunità, per l’Italia e per il mondo, di un Presidente americano cattolico, impegnato a realizzare programmi di giustizia sociale, pace e prosperità a partire dai più bisognosi.

Bruxelles lancia un piano per proteggersi dalla minaccia di attacchi informatici

Bruxelles ha lanciato un pacchetto di misure per creare uno scudo contro le incursioni informatiche. La Commissione europea propone di creare una rete di centri di sorveglianza e includere ospedali o centri di ricerca tra i settori chiave che devono essere protetti in modo speciale. “L’Europa è l’obiettivo principale [degli attacchi informatici]”, ha avvertito il vicepresidente della Commissione Margaritis Schinas .

L’ospedale universitario di Dusseldorf (Germania) è stato attaccato da hacker lo scorso settembre . Durante il blackout, una donna è morta. La procura tedesca non è stata in grado di stabilire se il collasso del sistema informatico fosse una causa determinante di morte, ma l’UE è stata in grado di verificare che anche gli attacchi informatici possono causare decessi. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Josep Borrell , ha ricordato che nel 2019 si sono verificati 450 incidenti contro le principali infrastrutture europee. “La minaccia è reale e in continua evoluzione”, ha detto.

La nuova strategia europea per la sicurezza informatica, arriva solo una settimana dopo l’attacco all’Agenzia europea per i medicinali (EMA) , che è immersa nel processo di valutazione del vaccino per covid- 19. La roadmap ruota attorno alla creazione di una sede generale accompagnata da una sorta di rete di torri di guardia che fungono da scudo.

In particolare, Bruxelles vuole implementare una rete di centri operativi e di sicurezza in tutta l’UE composta da unità di analisi e scambio di informazioni. Questa rete avviserà le autorità nazionali e la sede, la cosiddetta Unità cibernetica congiunta. Questo organismo sarebbe il luogo in cui le agenzie nazionali lavorerebbero insieme e dove lo scambio di informazioni avverrebbe a livello comunitario.

L’UE richiede anche un livello più elevato di protezione per le sue enclave strategiche. Se le precedenti direttive si sono concentrate sull’energia e sulle infrastrutture di trasporto, l’UE propone ora di mettere la lente d’ingrandimento anche sul settore finanziario, gli ospedali, il settore della ricerca e sviluppo e l’intero settore digitale.

Il Natale diventa giorno festivo in tutto l’Iraq

Il Parlamento iracheno ha istituito il Natale (25 dicembre) festa nazionale nel Paese.

Viene così accolta la proposta lanciata dal card. Louis Raphael Sako, patriarca caldeo di Baghdad il 17 ottobre scorso, durante un incontro con il presidente iracheno Barham Salih.

Le autorità politiche irachene avevano già aperto al riconoscimento della festività del Natale nel 2008, ma “una tantum” e non su tutto il territorio nazionale. Nel 2013, ad esempio, il governo di Baghdad aveva stabilito che quel 25 dicembre sarebbe stato festa nazionale.

Due anni fa, poi, il Governo aveva approvato un emendamento alla Legge sulle festività nazionali, elevando il Natale al rango di celebrazione pubblica per tutti i cittadini, cristiani e musulmani.

Ma solo ora diventa festa nazionale nel Paese.

Una decisione che appare ancora più significativa alla luce dell’annunciata visita di Papa Francesco nel Paese dal 5 all’8 marzo 2021.

Durante il viaggio il Papa visiterà Baghdad, la piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, la città di Erbil, così come Mosul e Qaraqosh nella piana di Ninive.

Rocco Gumina: Scrutare la crisi per uscirne migliori. Quindici interviste sulla pandemia

Si svolgerà sabato 19 dicembre – a partire dalle ore 16.30 in diretta dalla pagina Facebook di Open politiche aperte – la presentazione del volume Scrutare la crisi per uscirne migliori. Quindici interviste sulla pandemia (Centro Studi Cammarata – Edizioni Lussografica, 2020). La pubblicazione curata da Rocco Gumina, contiene la prefazione di Giuseppe Savagnone e la postfazione di Giulio Scarantino.

All’evento – organizzato dall’associazione culturale “Alcide De Gasperi” e dal Centro Studi “A. Cammarata” – interverranno: Marta Bannò – psicoterapeuta; Simone Morandini – Fondazione Lanza Padova; Martina Occhipinti – Presidente nazionale FUCI; Adriano Frinchi – Comunicatore pubblico; Emiliano Abramo – Comunità di Sant’Egidio. L’incontro sarà moderato dal coordinatore di Open politiche aperte, Davide Capodici e concluso dal curatore del volume, Rocco Gumina.

Le interviste pubblicate in questo volume – sorte dalle conversazioni svolte da Rocco Gumina con Luigi Alici, Edoardo Barbarossa, Leonardo Becchetti, Piero Cavaleri, Pierluigi Consorti, Pinella Crimì, Marco Impagliazzo, Mauro Magatti, Grammenos Mastrojeni, Cosimo Miosi, Francesco Occhetta, Savino Pezzotta, Andrea Riccardi, Stefano Tassinari, Nicolò Terminio – permettono di pensare la crisi in corso attraverso approfondimenti in successione antropologici, culturali, psicologici, sociali, politici, economici e spirituali.

Il messaggio delle diverse personalità intervistate pare convergere su di un concetto espresso più volte da papa Francesco: «la pandemia è una crisi e da una crisi non si esce uguali: o usciamo migliori o usciamo peggiori. Noi dovremmo uscire migliori».

Allora, per evitare di uscire peggiorati dal periodo che affrontiamo, siamo chiamati a pensare la crisi per uscirne migliori. Il volume si configura come un possibile mezzo per sostenere culturalmente percorsi di rinnovamento sociale, economico e politico.

 

Antibioticoresistenza: da Bologna arriva l’allarme

Assorted pills

Pierluigi Viale, Direttore Unità Operativa IRCCS Policlinico Sant’Orsola, Bologna, punta l’attenzione sull’antibioticoresistenza.
“Durante la pandemia abbiamo notato un aumento di germi multiresistenti soprattutto nei pazienti ricoverati nelle terapie intensive. Questo incremento ci riporta alla tematica più urgente dell’infettivologia prima della pandemia, i batteri multiresistenti”.

Il tema dell’abuso di antibiotici, emerge ogni anno con l’epidemia invernale di influenza e si è proposto anche quest’anno per la Covid-19, che sono infezioni virali e per le quali gli antibiotici non servono in prima battuta, ma solo in pazienti ben selezionati che possono avere una infezione batterica, anche sospetta, concomitante”.

E’ vero che “sono in arrivo nuovi antibiotici e la ricerca scientifica presto garantirà ulteriori progressi”, ma “è anche necessario che gli enti regolatori diano le giuste incentivazioni a chi investe in questa ricerca, che dal punto di vista aziendale può non essere altamente remunerativa”.

Una pedagogia al servizio della democrazia

Mi sembra che la nostra preoccupazione principale debba essere quella di rafforzare la democrazia nel nostro Paese e per ottenere questo obiettivo di carattere politico culturale dobbiamo preoccuparci piuttosto del problema della partecipazione dei cittadini alla vita politica. Problema che in primo luogo è quello della formazione, del dialogo a tutti i livelli.

A principiare dalla formazione-autoformazione delle più giovani generazioni fin dalla più tenera età. I più anziani, quelli in età di poter essere, al di là del dato biologico, nonni/nonne e padri/madri, debbono sentire ed essere verso i più giovani, fin dalla più tenera età, gli educatori alla socialità, alla partecipazione alla vita della comunità, a partire dalla famiglia e via via a tutte le forme di vita di relazione, di “insieme”. Lasciamo perdere ogni programma di impegno politologico.

Questo tipo di impegno, se necessario, sarà sempre successivo. Verrà sempre dall’esperienza, dalla necessità di risolvere i problemi veri, vivi che emergono dalla vita. Non perdiamoci appresso alle progettazioni di riforma delle istituzioni dettate unicamente da nostre riflessioni razionali, prive di ogni riferimento a necessità storiche reali. Troppi errori abbiamo commesso nel recente passato inseguendo disegni di riforma delle istituzioni che si sono rivelatì puramente astratti e che hanno lasciato danni notevoli alla nostra convivenza civile. La nostra Carta Costituzionale, con tutte le sue imperfezioni, si è rivelata più solida di ogni nostro tentativo di miglioramento. Ricordiamoci sempre, come ci insegna papa Francesco, che prima vengono i fatti, gli eventi della vita, cioè la storia, e poi vengono le idee, cioè le nostre riflessioni sui fatti stessi.

A partire dalle idee prescindendo dai fatti, dagli eventi, si rischia sempre di inseguire astrazioni parto della nostra mente. Educare dunque i giovani alla vita di relazione è il nostro impegno primario. A seguire debbono andare i nostri sforzi per rendere vive, robuste le attuali istituzioni della nostra democrazia in attuazione della vigente Carta Costituzionale: in primis i partiti politici, i sindacati e le leggi elettorali.

Leader senza coerenza e affidabilità politica.

Che da qualche tempo nella politica italiana ci sono i “capi” e non più i “leader, per dirla con Mino  Martinazzoli, è cosa sufficientemente nota per essere ulteriormente descritta. Del resto, dopo il  tramonto dei partiti politici organizzati, radicati nel territorio e socialmente rappresentativi, sono  subentrati i partiti personali, del capo o del guru, a seconda dei vari soggetti in campo. Di fatto,  cartelli elettorali alla mercè del proprietario/capo/guru. 

Ora, il tutto si incastra in una cornice trasformistica dove il richiamo alla coerenza politica, alla  lungimiranza programmatica e alla serietà istituzionale suonano quasi blasfemi. Al riguardo, è  appena sufficiente osservare con attenzione e senza spirito polemico o settario il comportamento  concreto di alcuni di questi presunti “capi” politici per rendersi conto che l’inaffidabilità è diventata  la regola per eccellenza dell’azione quotidiana nella dialettica politica. Tutto ciò che aleggia  attorno alla sempre più misteriosa “crisi di governo” ne è un esempio plateale, appunto. Gli  annunci e e le solenni dichiarazioni che vengono sfornate in batteria sono puntualmente smentite  nell’arco di poche ore e altrettanto puntualmente rinnegate e ribaltate nell’arco di pochi giorni. Se  noi dovessimo registrare, pur senza esercitarsi in alcun commento e per fare un solo esempio, su  ciò che dice Renzi da un anno e verificarlo con i comportamenti concreti che vengono tradotti  nelle aule parlamentari dal suo partito personale, avremmo una plastica conferma di questo  assunto. Per non parlare, perchè ci vorrebbe un libello per descriverlo compiutamente, di ciò che  dice e di ciò che fa concretamente il partito dei 5 stelle. L’elenco sarebbe lunghissimo e, del resto,  è abbastanza noto a tutti quelli che seguono e commentano le vicende politiche italiane. 

Gli esempi, come ovvio, si potrebbero moltiplicare ma ci sono delle evidenze talmente plateali che  non possono passare inosservate anche di fronte agli sguardi più disinteressati.  Insisto su questo elemento per un semplice motivo. I sondaggisti più quotati ed accreditati, cioè  quelli che non lavorano alle dipendenze dei partiti di riferimento, ci dicono in modo sempre più  pressante che la caduta di credibilità della politica, dei partiti e delle stesse istituzioni  democratiche è preoccupante. Il tutto avviene in un clima dove le disuguaglianze sociali crescono,  la povertà aumenta e la disoccupazione assume connotati inquietanti. L’assenza di credibilità  della politica e, nello specifico, di chi momentaneamente è alla guida dei vari cartelli elettorali, non  aiuta ma addirittura aggrava il contesto generale.  

Ecco perchè, forse, è arrivato anche il momento per denunciare politicamente la mancanza di  affidabilità e di coerenza di alcuni settori della nostra classe politica. Perchè l’assenza di questi  due elementi costitutivi di una “buona politica” generano, inevitabilmente, la caduta di credibilità  dell’intera sistema democratico. Che è l’unica cosa che non serve e che può essere fatale  nell’attuale momento storico, purtroppo ancora dominato e caratterizzato da una perdurante e  devastante pandemia. 

Si fa presto a dire D.A.D.

Le evidenze più immediate e dolorose della pandemia Covid-19 riguardano ovviamente gli aspetti sanitari, con conseguenze drammatiche, a cominciare dal contagio rapidissimo e diffuso, dal numero altissimo degli infettati da virus, da quello altrettanto devastante dei decessi.

Eppure di messaggi autorevoli ne erano stati lanciati dalla scienza e dalle istituzioni.

Nel suo libro “Spillover” del 2013 David Quammen aveva anticipato fin nei minimi dettagli ciò che sta accadendo ora con il COVID-19: alla pubblicazione del libro gli fu dato del mentecatto. 

Rapidità del contagio, pervasività planetaria, nessuna esclusione di target o contesti sociali, nessun angolo del pianeta immune dalla pandemia: questi sono i macro-fenomeni più dirompenti.

Anche la scuola sta pagando un prezzo altissimo gli alunni per un lungo periodo sono improvvisamente diventati soprattutto bambini, ragazzi, adolescenti che vivono una sorta di sequestro domestico necessario ma frustrante.

In ogni istituzione scolastica è partita la corsa ad attrezzarsi, a rendersi disponibili per non far mancare ai ragazzi un aggancio con i docenti, il programma, le attività.

Con molti se e molti ma: ci sono difficoltà oggettive e modi soggettivi e diversi di organizzare questi contatti.

Ma non si può dire che gli insegnanti se ne siano stati nella maggior parte dei casi, con le mani in mano mentre l’apparato amministrativo-gerarchico organizzativo a livello istituzionale – dal Ministero alle singole dirigenze scolastiche – si è mobilitato per attivare procedure alternative alle classiche lezioni frontali, alla didattica in presenza, ai libri, ai laboratori, a tutto quel fervore che anima il rapporto fantastico insegnamento/apprendimento che si basa sulla oggettività delle materie, delle discipline, delle classi riunite nelle aule ma soprattutto fa leva sui rapporti interpersonali- se è vero come è vero quanto affermava Cesare Scurati della scuola: “l’essere un luogo di lavoro dove si intrecciano relazioni umane”.

Come in tutti gli altri contesti di vita attraversati dal profondo, drammatico disagio dell’epidemia e della sofferenza , anche la scuola ha saputo mantenere vivi in larga e sorprendente misura il pathos del volontariato, il senso del dovere di un compito da portare a termine, il contatto con lo specialissimo mondo dei bambini e dei ragazzi, anche attraverso le loro famiglie.

Su questo c’è tempo per recuperare: ma ciò che andava e va privilegiato è soprattutto l’aspetto relazionale ed empatico del rapporto, il contesto scolastico che si avvicina a quello domestico- possibilmente con discrezione e non in modo invasivo- rispettando le intimità familiari, andando incontro alle preoccupazioni dei genitori, tenendo i bambini e i ragazzi impegnati in attività didattiche ma soprattutto facendo capire loro (nella precipua, commisurata all’età e soggettiva ricettività psicologica ed emotiva del fenomeno pandemico in atto) che non sono stati abbandonati, che i loro insegnanti si fanno vedere in videoconferenza (laddove possibile, con lo smartphone e il tablet , o con una semplice telefonata che con sono stati lasciati soli.

In fondo nell’esperienza storica della didattica a distanza il sistema scolastico italiano poteva contare su un precedente illustre ma isolato, una vera eccellenza poi imitata dal resto dei sistemi scolastici europei: quello dell’istruzione domiciliare a favore di alunni a casa per malattia, convalescenza post-ospedaliera, infortunio ecc. . In quel caso veniva attivata una linea ADSL a domicilio che consentiva agli alunni di rimanere in contatto con la classe, quasi in situazione di presenza differita.

Inoltre c’erano i docenti che si recavano a casa del bambino o del ragazzo assente da scuola per completare l’intervento della didattica individualizzata domiciliare. 

Con la DAD ci si è trovati di fronte ad una fattispecie del tutto nuova e imprevista, un qualcosa “tutto da inventare”.

Gli insegnanti hanno dovuto offrire la propria disponibilità di mezzi e dotazioni da casa propria e gli alunni hanno contato su questa “offerta” e si sono avvalsi, laddove è stato possibile, dell’aiuto casalingo delle famiglie.

Si può affermare che i migliori risultati sono stati realizzati laddove gli insegnanti hanno agito con creatività, spirito di iniziativa, prevalenza dell’approccio relazionale ed umanitario, rispetto ad evidenze di super-controllo da parte di alcuni dirigenti scolastici forse più preoccupati di dare risalto ad un accreditamento e a un riconoscimento sociale delle iniziative esperite o piuttosto ad una certa enfasi degli aspetti documentaristici e burocratici, come se si potesse restituire sul registro di classe o nei verbali di riunioni in realtà virtuali le puntualizzazioni e le precisioni che di solito si riscontrano nella consueta prassi organizzativa in situazione.

L’attesa delle famiglie riguardava e riguarda diversi aspetti che sono venuti improvvisamente a mancare con la chiusura degli edifici scolastici; un dato oggettivo e incontrovertibile ma certamente non imputabile a nessuno. Ma più di tutti sembra abbia prevalso la sensazione avvertita dalle due parti coinvolte – dirigenti/docenti da un lato e famiglie/alunni dall’altro che il contatto umano, anche se mediato dalle tecnologie e  interrotto dalle distanze, riesce a trasmettere sensazioni che precedono qualsivoglia risultato docimologico: il non sentirsi soli, il poter stabilire relazioni empatiche, il cercare motivazioni e profondere impegno per imparare che in ogni contesto esistenziale – In primis quello educativo – ciò che conta è sapere e capire che l’umanità prevale, sempre.

A gennaio si riparte con la novità dei vaccini ma ad oggi non è certo che la virulenza della fase 2 e l’incombenza della fase 3 consentiranno di ricominciare con le scuole aperte dopo la Befana.

Ogni programmazione ha tempi brevi, soprattutto se non si ha il coraggio di assumere decisioni senza deroghe e ripensamenti. Si fa presto a dire riapriamo ma la DAD si sta perfezionando: non è ciò che si vorrebbe in primis ma è pur sempre un’alternativa al nulla.

L’appello del Coordinamento interconfessionale del Piemonte alla politica

Riceviamo e volentieri pubblichiamo  il documento del Coordinamento interconfessionale del Piemonte che ha raggiunto centinaia di adesioni

Per noi credenti la politica, le passioni e la fiducia nella vita sono gli ingredienti fondamentali con cui si concima il futuro, perchè oggi più che mai non è più il tempo delle teorie ma il il tempo dei testimoni. L’umanità è assediata da parole che ripetono all’infinito: paura, incertezza, precarietà. Parole diventate il nostro cibo quotidiano. Sta alla politica farsi carico di recuperare il centro dell’attività pubblica, di prevedere il bene comune, sapendo che c’è un intreccio profondo fra il bene comune e il bene di ciascuno: organizzare questo ritorno è fisiologico, costituisce il sale della democrazia ed è sano quando un uomo pubblico lo riscopre compiendo il proprio dovere. Il pericolo, sempre in agguato, è nell’abuso della politica e del potere di cui si è investiti, rifuggendo la tentazione della normalità che diventa spettacolo, del carisma che diventa “influenza”, della “narcisata” d’occasione che sposa l’immediatezza di internet e si fa linguaggio. Alla politica chiediamo responsabilità e coerenza, ma anche capacità di leggere la realtà, fare proposte sensate, creare relazioni, fare squadra.

Nell’odierno processo culturale e politico nasce un problema per i credenti. Infatti, mentre non possiamo abdicare all’attività politica, dobbiamo fare i conti con atteggiamenti culturali ambigui e con posizioni ideologiche senza identità e valori. Dobbiamo insistere sulla necessità di dare un’anima etica alla vita democratica con un rapporto forte fra coerenza e rappresentanza politica, partendo dalla parole: il linguaggio è importante, non è un orpello stilistico, è il marchio che certifica l’affidabilità di un progetto. Un linguaggio prigioniero dell’estremismo e della provocazione dissennati è destinato a produrre danni gravi alla comunità. Si deve ricominciare dal rispetto della persona, sempre e comunque, non nella falsità dell’atteggiamento politicamente corretto, ma nella profonda convinzione dell’unicità umana di ciascuno, condividendo tutto ciò che può essere condiviso con le persone di buona volontà.

La pandemia ci ha messo in particolare sotto gli occhi due grandi fatti, l’interdipendenza umana e la morte. La morte, più ricattatrice dei capitali, delle nostre presunzioni, della nostra onnipotenza, è tornata a circolare tra gli uomini in una forma crudele, involontaria e innocente che ha paralizzato la prudenza, la misericordia, la carità, la consolazione.. Forse, per la prima volta nella storia umana recente il “valore” della vita è prepotentemente tornato al centro dell’inconscio collettivo.

Noi siamo con chiunque chieda una coraggiosa testimonianza pubblica, evitando la tentazione di “fare la morale” alla politica. Come credenti – certi che dalla fede non si può dedurre direttamente un modello di società, di governo o di partito – siamo chiamati a partecipare alla elaborazione del progetto globale di società, e a mediare, in termini antropologici i valori etici fondamentali in cui crediamo. Siamo chiamati ad un surplus di relazione, di rispetto, di narrazione, di umiltà nel lasciarsi raccontare dagli altri, di tensione al riconoscimento del reciproco, per trovare quel “compromesso nobile” che è il fondamento dell’azione sociale e politica in una società plurale come la nostra.

In questa nostra proposta, da condividere con tutti coloro che vi si riconoscono, vogliamo cercare insieme ad altri una risposta ai grandi problemi del nostro tempo. Sappiamo bene quali sono le difficoltà che abbiamo di fronte ed è proprio per questo che tacere e non agire sarebbe ancora più colpevole. Crediamo in una politica rispettosa e mansueta che si faccia carico dei grandi smarrimenti del nostro tempo, stando accanto a tutti per non perdere la speranza: comprendendo, tollerando, fidandosi, confidandosi, affidandosi. Se non ora, nel pieno della peggiore crisi della Repubblica, quando mai si potrà costruire una legittimazione reciproca tra le istituzioni, i partiti, tra tutti noi, per approdare ad una democrazia matura, ad una politica al servizio dei cittadini e non delle fazioni?

Il card. Matteo Maria Zuppi: Fratelli tutti? “Chi critica non capisce il testo”

Il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, in risposta alla domanda posta dallo psicoanalista Massimo Recalcati, durante un webinair organizzato da Festival Francescano e Romanae Disputationes,  che aveva chiesto se le parole di Francesco fossero condivise dalla Chiesa attuale risponde che: “Chi critica non capisce il testo. Esiste un testo rivolto a tutti che non è interno alla Chiesa cattolica e aiuta la Chiesa cattolica a trovare se stessa. Aiuta a capire perché essere cristiani e ad esserlo nel mondo”.

“L’enciclica è un messaggio rivolto a tutti. Perché gli uomini imparino a vivere il sogno di amicizia”.

“Il discorso di fondo che ci pone il Papa è: ‘Trovo me stesso se trovo l’altro’. In tempo di pandemia – ha ricordato l’arcivescovo – non è affatto scontato”.

“Tutti nella Chiesa vivono con tanta difficoltà quello che sta succedendo ma anche l’identità, gli scandali, le divisioni. Francesco rimette al centro il Vangelo, nel senso che invita a vivere il Vangelo così com’è. Questo crea problemi perché il mondo mette paura”.

Istat, fatturato dell’industria: da agosto ad ottobre una crescita del 14,3%

A ottobre si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti del 2,2% rispetto al mese precedente; nella media del trimestre agosto-ottobre si registra una crescita del 14,3% rispetto al trimestre precedente.

Nello stesso mese, anche gli ordinativi registrano un incremento congiunturale sia nel confronto su base mensile (+3,0% rispetto a settembre), sia nella media di agosto-ottobre rispetto ai tre mesi precedenti (+20,6%).

L’aumento congiunturale del fatturato riflette risultati positivi per entrambi i mercati, con una variazione più ampia per il mercato interno (+2,8%) rispetto a quella del mercato estero (+1,1%). Per gli ordinativi l’incremento deriva da aumenti di ampiezza pressoché analoga sui due mercati (+3,0% quello interno e +2,8% quello estero).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a ottobre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale del 4,8% per i beni strumentali, del 4,3% per l’energia e del 2,3% per i beni intermedi. L’unico risultato negativo si rileva per i beni di consumo, che registrano una flessione dello 0,5%.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 23 di ottobre 2019), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dell’1,7%, riflettendo una modesta riduzione del mercato interno (-0,4%) e un marcato calo del mercato estero (-4,1%).

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei mezzi di trasporto registra una crescita tendenziale molto ampia (+22,2%), seguito, a distanza, dal comparto delle apparecchiature elettriche e non (+3,6%); per l’industria tessile e dell’abbigliamento e per le raffinerie di petrolio, invece, si rilevano i cali di maggiore entità (-11,5% e -32,5% rispettivamente).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi segna una crescita dell’1,2%, sintesi di un incremento delle commesse provenienti dal mercato interno (+3,6%) e di un calo di quelle provenienti dal mercato estero (-2,3%). La maggiore crescita si registra per il settore dei mezzi di trasporto (+12,2%) e per l’industria dei macchinari e delle attrezzature (+4,1%), mentre i risultati peggiori si rile

Con il bonus mobilità il settore ha messo le ali

Sono stati 558.725 gli acquisti di biciclette e monopattini sovvenzionati con i 215 milioni di euro previsti dal Programma sperimentale per la mobilità sostenibile, la misura introdotta dal Ministero dell’Ambiente nel Decreto Rilancio, con l’obiettivo di incentivare la mobilità privata a basso impatto ambientale. In totale sono 590.188 gli utenti che si sono registrati sulla piattaforma www.buonomobilita.it nel corso delle giornate del 3 e 4 novembre. Di questi, 257.949 hanno beneficiato del buono mobilità per l’acquisto di un mezzo di trasporto ecosostenibile e 300.776  hanno ottenuto il rimborso di un acquisto già effettuato in precedenza.

Nel dettaglio i buoni mobilità utilizzati entro la scadenza del 3/4 dicembre sono stati 198.557   per un valore pari a circa € 71,13 milioni di euro su di un totale di buoni emessi pari a € 89,12 milioni  per cui sono rientrati nella disponibilità del fondo circa 18 milioni di euro. I buoni annullati sono  invece 1.973 che hanno fatto rientrare nelle disponibilità del fondo ulteriori 882.650 euro. Inoltre 57.098 buoni sono scaduti senza essere utilizzati, restituendo al fondo altri 25.594.600 di euro. A oggi sono 299.697 i rimborsi inviati ai cittadini per un importo di  oltre 99 milioni di euro.

Invece per i 3.363 esercenti, con 5.641 punti vendita tra negozi fisici e on-line, presso i quali è stato possibile spendere i buoni sono stati  effettuati 61.133 rimborsi per un importo di 22,92 milioni di euro.

 

L’Oms per i bambini: “Babbo Natale è immune al coronavirus”

“Babbo Natale è immune al coronavirus. A tranquillizzare i bambini di tutto il mondo ci ha pensato Maria Van Kerkhove, capo epidemiologo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), parlandone nel corso di un consueto briefing sul Covid-19. “Abbiamo avuto una breve chiacchierata con lui, sta molto bene ed è molto indaffarato in questi giorni”.

“I leader di tutto il mondo hanno allentato nei propri Paesi le misure legate alla quarantena affinché Babbo Natale possa entrare nel loro spazio aereo. Così sarà in grado di viaggiare e potrà consegnare i regali a tutti i bambini del pianeta”, ha poi aggiunto l’esperta dell’Oms.

A proposito di Centro e della sua natura extraparlamentare

Mi è sempre stato difficile dissentire da D’Ubaldo. Ma la sua provocazione mi trova  critico su un punto decisamente  importante per il contesto ideale e di area dentro cui lui si muove. Che è poi anche il mio.

Convinto che l’indefinito e oggi flessibile Centro politico non abbia un suo riscontro parlamentare, D’Ubaldo non pensa alla rinascita della DC,  al partito cattolico centrista.  Non pensa a Todi. Non pensa a Zamagni e al suo Manifesto.

Ne sono certo.

Ma forse, quello assente dal Parlamento è per lui un “Centro” pluridentitario che tuttavia nasconde buona parte di elettorato cattolico…moderato. Da cui le sue attenzioni a questa fetta di società non rappresentata, più  che ai  partiti.

Il retropensiero e le proposte 

Dopo aver letto, da prigioniero pandemico in casa,  quasi tutto il dibattito che ne è  scaturito, provo a estrarre qualche  stimolo emerso, dal mio punto di vista interessante.

Non ho dubbi che il retropensiero di D’Ubaldo sia rivolto alla  cultura, ai valori, ai principi, alla prassi di quel cattolicesimo democratico e popolare oggi completamente scomparso dalla scena politica. Lo si capisce leggendo fra le righe il suo paradigmatico e ultimo buon libro su Sturzo: “Elogio dei liberi e forti”. Forse pensa ad una adunata, ad un incontro annuale, ad un “Forum” fra le frammentate e irrilevanti  associazioni personalizzate e di area, come quello che propose  Giorgio Campanini oltre venti anni fa. Inascoltato! Forse ad un “Cantiere Aperto” come suggerì tempo addietro Guido Formigoni: un cantiere teso a ”…formare una cultura politica nuova“. Ad una  “Nuova Chiamata…per avviare processi mirati al contributo dei cattolici”, come scrive Gian Candido Martin con le parole del buon libro di Ernesto Preziosi: “Cattolici e presenza politica“. Forse al fatto che “È tempo di un nuovo schema“, come scrive Giorgio Armillei sul Landino.

E forse ad una grande “Assemblea costituente”  di un vasto movimento ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano e ad  una “Camaldoli 2021” come propone rispondendo al suo articolo  Ettore Bonalberti, seguito da Giorgio Merlo;  ai  “Laboratori prepolitici” di Francesco  Provinciali e Lorenzo Dellai; ai seri stimoli di Antonio Payar,  che “…di fronte alla complessità della società di oggi ” non crede per niente ad un nuovo Centro e si attende “…una “rifondazione comunitaria” unita ad un “coraggio sperimentale” .

È già tardi e i buoi sono scappati da anni. Ma questi sono una serie di suggerimenti e di stimoli da prendere una volta per tutte in seria considerazione organizzativa.

Ma cosa può essere l’EXTRA?

Ma allora chi sarebbero questi abitanti EXTRA senza voce?

Quel ceto moderato del non voto e che il giorno delle elezioni sta a casa in pantofole; quelli che hanno in odio il Parlamento, i partiti e la casta; quelli che vanno a Messa ogni tanto ma ignorano  Sturzo, De Gasperi, Moro; o quelli che sono stufi dell’urna anche  perché non trovano una offerta politica adeguata, ecc. ?

O ancora quell’(ex) ceto medio, quella (ex) classe media (operai, impiegati, commercianti, ecc), e perfino quella (ex) defunta  borghesia…benestante (professionisti, lavoratori autonomi, piccole e medie imprese, ecc.) in progressiva discesa verso posizioni più basse, vicini all’impoverimento e al malessere, che oggi votano a destra avendo abbandonata la sinistra  ai benestanti?


Sinistra, Centro…extra, e Destra. 

Siamo arrivati al dunque.

Cosa possono allora definire nella “Società liquida” dei nostri giorni – ma soprattutto in quelli che verranno – queste categorie geometriche orizzontali sino all’altro ieri significative di una divaricazione non solo ideologica? Un quesito che tempo fa si è posto anche padre Francesco Occhetta, oggi convintissimo sulla crisi dei ceti medi.

È passato molto tempo da quando Giorgio Gaber si interrogava sulla loro vera natura. Ma, senza nulla concedere ai populismi di né…né, sono categorie già oggi, e ancora di più nel post-Covid e nel futuro iniziato da tempo che ci  trova ”tutti sulla stessa barca”, in profonda crisi identitaria.

Da ridefinire dunque. E  spingendo tutti i passeggeri della “barca” verso un ”cambio di paradigma“, come ricorda Lorenzo Dellai. Con la globalizzazione e i suoi processi culturali (ed economico-finanziari) transnazionali, che richiedono, per dirla questa volta proprio con D’Ubaldo, un…”rimescolamento delle carte”. 

In questo urgente lavoro di ri-definizione basta tenere la bussola orientata verso l’eguaglianza, la diseguaglianza e le libertà democratiche di uno stato di diritto, per dirla con Norberto Bobbio.

Le fratture e le divaricazione di ieri, in un tempo postideologico e col clima che ci interroga, saranno ben altre. Destinate tuttavia a ricomporsi nell’ottica della “Fratelli Tutti”. Che indica una strada anche politico-sociale e di avvicinamento fra posizioni diverse, a partire dall’ Europa unita.

In questa ottica ho sempre pensato e creduto che i valori più autentici del Cattolicesimo democratico e Popolare, quando  non sono stati tradotti con l’imbecille vulgata liquidatoria del cattocomunismo, non sono  mai stati moderati. Proposti senza scalpore e sceneggiate,  e con…moderazione: appunto. Senza ricorrere alla politica spettacolo, all’indice  alzato e minaccioso, al rosario in mano e ai pugni sul  banco di Montecitorio.  Ma  mai  nella loro essenza moderati. Men che meno di Centro nella sua definizione di Terza via né di destra, né di sinistra, quando si tiene dell’ispirazione all’Insegnamento Sociale della Chiesa e ai valori della  Costituzione italiana.

Valori rifiutati da quel  capitalismo economico rampante da “Fine della Storia”, che voleva essere lasciato in santa pace, come ora si sta verificando nei riguardi delle uscite di Bergoglio da parte della destra religiosa, non solo statunitense. Senza uno Stato che temperasse le autonome e  piene libertà del suo libero  mercato. Che fosse  d’impaccio al suo ”laissez faire” antikeynesiano. E che mettesse all’ordine del giorno politico l’attenzione per gli ultimi.

La  società  e T. S. Eliot

Uno spazio in politica inesistente dunque. Un’isola…che non c’è. Una terra politica assente. Fuori dai recinti istituzionali, quelli di D’Ubaldo. Uno ”…scarto tra Parlamento e società”. E un elettore senza partito e rappresentanza.

Una terra EXTRA .

Una terra che non appartiene a nessuno perché lontana dal Parlamento, ma che forse attende un richiamo per rientrare. Forse una “Terra Desolata”, insomma. All’interno della quale, il pessimismo geniale, poetico e spirituale di T. S. Eliot, ci invita però ad evitare “chi confonde memoria con desiderio…e con risveglio di radici sopite.”

Al contrario del mio caro amico  D’Ubaldo, che punta le sue carte sulla società e non sulla politica, “Terra desolata” indicava invece per Eliot la totale crisi della società occidentale moderna e materialista. Senza grandi valori condivisi e comunitari. La nostra! Già ai suoi tempi  ripiegata sull’individuo e lontana da una etica comunitaria di  responsabilità.

Una “Terra” che necessitava di rinascere, attraverso un suo avvicinamento alla religione e ai valori del cristianesimo – diceva e pensava Eliot .

Un titolo profetico e un poema ancora attuale.