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Contro la droga nelle scuole arrivano le Giornate informative

La Direzione centrale dei servizi antidroga comunica agli istituti scolastici di Roma e a quelli dei Comuni limitrofi, l’attivazione di corsi di formazione per far conoscere agli studenti e agli insegnanti i pericoli connessi all’utilizzo di droghe. Agli studenti, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, viene proposto un percorso logico-formativo in tema di stupefacenti con lo scopo di sviluppare una propria capacità critica sulle conseguenze del consumo di sostanze. A dialogare con loro ci sarà personale qualificato della Direzione centrale dei servizi antidroga.

La Direzione, la cui organizzazione è disciplinata dal decreto interministeriale 15 giugno 1991, è composta da personale interforze, con paritetica rappresentanza della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, come pure da personale appartenente all’Amministrazione civile del Ministero dell’Interno. Diretta, secondo un criterio di rotazione triennale, da un dirigente apicale proveniente da ciascuna delle tre forze di polizia, coordina, in particolare, le attività info-operative delle Forze di Polizia volte al contrasto del narcotraffico nazionale e internazionale, promuove nuove strategie e intese con i collaterali Organismi stranieri, mediante gli Esperti per la Sicurezza della D.C.S.A. presenti nelle aree sensibili, e l’offerta formativa nei Paesi produttori e di transito di stupefacenti.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di offrire agli studenti e ai loro insegnanti un’informazione corretta ed autorevole sulla pericolosità delle sostanze stupefacenti e sulle conseguenze riconducibili al loro utilizzo. Negli ultimi anni si sta registrando un sempre più marcato spostamento dell’offerta di commercializzazione delle sostanze illecite attraverso Internet. A questo proposito, il Sistema di allerta nazionale ha già individuato una serie di nuove sostanze presenti anche sul territorio italiano estremamente pericolose. In particolare, sono stati individuati alcuni cannabinoidi sintetici e altre sostanze quali il mefedrone, e il fentanyl ovvero l’oppioide anch’esso sintetico di nuova tragica tendenza con effetti spesso letali.

Roma: la giunta approva il protocollo d’intesa per i progetti di pubblica utilità dei detenuti

Approvato in Giunta Capitolina lo schema di Protocollo d’Intesa fra Roma Capitale e Ministero della Giustizia Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, per il reinserimento socio lavorativo dei soggetti in espiazione di pena, attraverso la partecipazione a progetti di pubblica utilità nel territorio di Roma Capitale.

Tramite tale delibera si autorizza l’Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con il Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale, Daniele Frongia, a sottoscrivere tale Protocollo di Intesa con il Ministero della Giustizia, rappresentato dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dott. Francesco Basentini.

I progetti attuati finora si sono ampiamente dimostrati come dei validi mezzi per coniugare le esigenze dell’Amministrazione di cura del territorio con la promozione della funzione rieducativa della pena e reinserimento sociale dei detenuti.

Grazie al nuovo Protocollo di Intesa, quindi, si rinnova l’accordo fra le parti concordando di demandare i dettagli dei singoli progetti a degli specifici Protocolli Operativi, per lo stesso si stabilisce la durata di 12 mesi, tacitamente rinnovabile salvo esplicita volontà di ciascuna parte firmataria di porre termine notificata con un anticipo di almeno 60 giorni.

Con il Protocollo, inoltre, si delinea la possibilità di integrare interventi nelle aziende agricole di proprietà di Roma Capitale quali Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere e si istituisce, infine, una Cabina di Regia da riunire con cadenza periodica e almeno una volta ogni due mesi per condividere ogni eventuale criticità relativa alle attività avviate.

Il check-up del cuore anche in farmacia

I dati diffusi da HTN Virtual Hospital, società che ha realizzato il progetto insieme a Federfarma dimostrano che per eseguire un chek-up della salute del cuore non è necessario andare in ospedale: sono oggi oltre 4.300, in Italia, le farmacie che utilizzano la telemedicina per esami come l’elettrocardiogramma e la misurazione della pressione o dell’attività cardiaca nell’arco delle 24 ore. Il numero delle prestazioni effettuate ha visto un boom nell’ultimo anno, con una crescita del 46%.

Questo ha permesso di salvare molte persone con infarti del miocardio in atto”. Partito come progetto pilota, il servizio si sta ora diffondendo. Nel secondo trimestre 2019 sono state erogate quasi 29.000 prestazioni diagnostiche, con un incremento, rispetto allo stesso periodo del 2018, di circa 10.000 (+46%).

Considerando tutto il primo semestre 2019, gli esami sono stati oltre 62.600, +44% rispetto allo stesso periodo del 2018 (43.400). E’ cresciuto anche del 5% rispetto al secondo trimestre del 2018 il numero di farmacie che si avvale di questi servizi, oggi 4.382 su circa 19.000.

Conte Bis

La benedizione è giunta. E con relativa facilità. Al Senato, alla fine, si è mostrata più una discesa che un’aspra salita. Tranne qualche singola defezione, il resto della truppa si è presentato all’appello compatta. Adesso si apre una partita lunghissima, quella che più conta, ossia governare i processi da qui alla fine di questa compagine e una più leggera, ma particolarmente infuocata, che si consumerà da qui a un giorno, riferita al riempimento delle caselle governative: nominare i vice Ministri e i Sottosegretari.

Nulla di strano che anche questa volta, come tutte le volte, vi sia un parapiglia tra gli aspiranti. Il numero delle caselle da riempire non è un numero ristretto, ma gli aspiranti sono tantissimi. Giovedì sera o venerdì mattina avremo la lista dei nominati. E la scaramuccia sarà finita.

Del resto, si nominano queste figure dopo la fiducia al Governo, proprio perché non si vorrebbe avere qualche cattiva sorpresa da parte degli esclusi. Giochetti facilmente comprensibili.

Non sappiamo se ci saranno figure che rappresentino la nostra Regione. Siamo curiosi di sapere se qualcuno verrà o non verrà premiato. Per adesso ciò che sappiamo è che il Fvg si fregia dal presentare un Ministro di tutto rispetto: Stefano Patuanelli, triestino, a capo del ricco dicastero dello Sviluppo Economico. Dovremmo nella grande piazza dei Sottosegretari, circa una quarantina, pretendere, come Regione Fvg, qualche altro rappresentante.

Sappiamo, e di questo ho certezza, che qualcuno sta sgomitando per mettersi in luce e per ottenere l’agognata poltrona.

Siamo in attesa di sapere qual è il destino di questi aspiranti, per vedere come si armonizzino le parti, per capire quale logica abbia animato le scelte e, infine, per sapere se qualche bandierina può essere collocata anche tra Udine, Trieste, Pordenone e Gorizia.

Ieri pomeriggio si è consumato il rito della disfida tra Conte e Salvini. Ciò che ha incendiato il Senato è stata la disputa tra costoro. Sono giunti persino alle asprezze che in quell’aula non dovrebbero trovar posto. Ma tant’è, il presente ci consegna stili non sempre appropriati alle funzioni.

Posso dire che si apre una stagione completamente diversa rispetto a quella precedente. Non so se il potenziale espresso si attuerà secondo gli indirizzi indicati, non so nemmeno se regnerà la pace o se le parti interne alla maggioranza sveleranno note stonate, si tratterà di accompagnare il cammino del Governo volta a volta per capirne il grado di attendibilità tra i proclami e la realtà. Io non sono per natura un pessimista e, pertanto, sono portato ad immaginarmi più gli aspetti positivi che quelli negativi. Pronto immediatamente però, a rovesciare le personali disposizioni nel momento in cui scoppiassero risse ed incomprensioni.

Ci sarà comunque tempo per verificare l’andamento di questo nuova realtà.

Il Governo Conte e la “Agenda Ursula”

Negli ultimi giorni (dalla formazione del nuovo Governo) i rendimenti dei nostri titoli pubblici sono scesi sotto una soglia simbolica, per ciò che lo spread ha rappresentato nella nostra storia recente. Oggi il termometro del “rischio Paese” segna temperature ben più sopportabili di quelle di maggio 2018, quando si affacciò la prospettiva di un governo giallo-verde con le promesse di allora: tanto deficit in più sperando di produrre crescita, referendum sull’Euro, default verso la Banca centrale europea (che ha comprato debito pubblico italiano per centinaia di miliardi tramite la Banca d’Italia) e altre fughe dalla realtà. Ma, appunto, per la prima volta siamo tornati finanziariamente su uno spicchio di territorio del mondo di prima, quando quelle idee sembravano fuori gioco. “Italy is back to business”, come ha scritto di recente il Financial Times. In parte ha aiutato la stessa Bce, segnalando che darà ancora altro sostegno all’economia europea e forse riprenderà a aumentare i titoli di Stato in bilancio con un nuovo ciclo di interventi di “Quantitative Easing”. Che Christine Lagarde succeda a Mario Draghi a Francoforte è sembrato a molti rassicurante. Ma se siamo tornati nel mondo di prima, è anche perché i risparmiatori italiani e gli investitori internazionali iniziano a pensare che la stagione delle promesse impossibili sia finita. Quelle idee per il momento sembrano uscite di scena. Un indizio è che per la prima volta da più di un anno la posizione dell’Italia in Target 2, il sistema di pagamenti della Bce, è migliorata. Ciò significa che po’ di denaro dall’estero sta rientrando nel nostro Paese, proprio perché chi lo manovra spera che certe idee presenti nel governo o nella maggioranza siano finite fuori gioco. I mini Bot, minaccia di valuta parallela all’Euro, sono durati lo spazio di un mattino. Le proposte di assalto politico della Banca d’Italia sembrano (per ora) su un binario morto. In modo limitato ma indicativo, governo e maggioranza hanno persino accettato di congelare spese per circa due miliardi (parte all’Istruzione, parte alla Difesa, ma soprattutto incentivi e sostegni alle imprese) benché l’economia italiana sia sostanzialmente ferma. In sostanza, pur di far tornare i conti, il governo ha stretto la cinghia in piena fase di stagnazione del Paese: una versione più o meno diluita di quella stessa austerità che i partiti di governo demonizzavano fino a ieri. 

I mercati ora si aspettano che il governo in autunno eviti ulteriori salti nel buio. Vedono che il M5S, partito di maggioranza relativa, ormai è stabilmente nella maggioranza in Europa. Ma in un certo senso questi eventi certificano soprattutto l’affermarsi del ruolo di mediazione del Premier, Giuseppe Conte. Resta solo da capire un dettaglio, quale che sia la tenuta del governo giallo-rosso dopo la sua travagliata formazione. In ritirata il vecchio (almeno per ora), non è chiaro quale sarà il nuovo approccio dell’Italia nel quadro politico europeo mutato con l’arrivo di Ursula von der Leyen a Bruxelles. Perché qualcosa deve pur succedere: il Paese ormai viene da più di un anno di crescita zero, caso unico in Europa, e la Banca d’Italia nell’ultimo bollettino economico fa capire che anche l’ultimo trimestre è stato a marcia indietro. Tanti italiani soffrivano prima di questo governo e continuano a farlo, come dimostra il continuo aumento del credito al consumo per poter arrivare alla fine del mese.

La situazione non migliora dal punto di vista delle imprese. Nei sondaggi della Banca d’Italia gli imprenditori ritengono che a bloccare le loro decisioni di investimento è soprattutto “l’incertezza politico-economica”. Niente di tutto questo contribuirà a risolvere il problema fondamentale dell’Italia e del potere d’acquisto degli italiani: oggi un’ora di lavoro nel Paese in media produce tanto quanto vent’anni fa, mentre in Germania due terzi di più e in Francia o Spagna un quinto di più.

Siamo fermi, ma la novità è che mai come oggi i leader europei capiscono che questa è la chiave di lettura: l’Italia non ha squilibri finanziari da gestire con l’austerità, ma un enorme problema di crescita da curare liberando l’economia. Questo vuol dire Ursula von der Leyen quando invita a “non confondere l’Italia con la Grecia”. Non possiamo perseguire politiche di aumento del debito, ma possiamo avere una proposta credibile per spezzare il sortilegio della crescita zero. C’è molto lavoro da fare sull’amministrazione, sulla miriade di municipalizzate in perdita che non chiudono mai, sugli ostacoli alla libera iniziativa, la giustizia lenta e incerta, l’Università e la ricerca senza risorse: temi noti, eppure inspiegabilmente usciti dall’agenda del Paese. 

Addossare la crescita zero all’austerità ormai è una scusa pigra, perché l’Europa non la chiede più. Chiede solo di limare progressivamente il deficit, con un credibile piano di riduzione. Semmai, la prossima Presidente della Commissione Europea sarebbe felice di stringere un patto con l’Italia sulla base di idee credibili per una crescita sostenibile. Ai partiti di governo si presenta un’occasione d’oro per sviluppare una vera e propria “agenda Ursula” a favore dello sviluppo “green” e della sostenibilità. Speriamo non la sprechino.

Un mondo senza librerie

Articolo già apparso sulla rivista il Mulino a firma di Alberto Saibene

Roberto Cerati confessava con un certo pudore che si sentiva più a suo agio in una libreria che a casa propria. Fu a lungo il direttore commerciale dell’Einaudi degli anni d’oro, per poi diventarne presidente, morto Giulio, in anni meno aurei. Era l’idolo dei librai di tutt’Italia e nel corso dei decenni aveva costruito una formidabile rete commerciale, pur non perdendo mai l’abitudine di passare tra gli scaffali per fare personalmente “la spunta” (controllare la presenza dei titoli del catalogo Einaudi). Era solito trascorrere il sabato tra le librerie di Milano. Io lo ricordo alla Hoepli, dove si soffermava soprattutto a sfogliare i libri d’arte, una sua passione, e a chiacchierare con Patrizio Gandin, uno dei suoi “figliocci”, che lo informava sulle novità della saggistica italiana e straniera.

Il suo giro comprendeva, per la parte che conosco, la Cortina di piazza Cavour, la Feltrinelli di via Manzoni, la Milano Libri di Anna Maria Gandini in via Verdi, per poi avviarsi verso le librerie della Galleria e proseguire verso quelle attorno alla Statale. Finché ci fu Vando Aldrovandi, la sua libreria di riferimento era naturalmente la Einaudi in Galleria Manzoni, anche perché attorno a Elio Vittorini si era costituito uno spontaneo cenacolo di amicizie, che proseguì a lungo dopo la sua scomparsa. Dopo la morte di Aldrovandi (1987), molti intellettuali si spostarono naturalmente verso la Feltrinelli di via Manzoni, dove c’era il vantaggio di poter sfogliare la stampa straniera e fare quel po’ di naturale salotto che accade di fare in libreria sotto gli occhi del Casati, un vecchio (almeno così pareva ai miei occhi di giovane testimone) libraio milanese che dalla cassa controllava tutta la libreria.

I librai di via Manzoni appartenevano a due categorie: una minoranza erano i figlioli della borghesia milanese in cerca di un destino (ricordo ad esempio Anna Cederna), la maggioranza erano giovani librai, come Luca Domeniconi, destinati a una fulgida carriera nella galassia feltrinelliana sotto l’occhio vigile di Romano Montroni. La Feltrinelli di via Manzoni era diversa da tutte le altre Feltrinelli: era più mondana, salottiera, anche grazie al pubblico che la frequentava: i funzionari della Banca Commerciale, i redattori stessi della Feltrinelli che era dall’altra parte della strada, i professori della Statale, quel po’ di mondo cultural-politico che gravitava su quella parte di Milano. Cerati aveva l’abitudine di tenere degli informali seminari coi librai dopo la chiusura serale, a partire dalla lettura comune di un libro. Vi assistei per caso una sola volta e non ho più ritrovato una forma di educazione libraria così efficace, in cui si sottolineavano non solo le virtù culturali del libro ma anche gli spunti commerciali che poteva suggerire, il tipo di pubblico che poteva raggiungere. Ora giunge la notizia della chiusura della Feltrinelli di via Manzoni, aperta da Giangiacomo nel 1957, la prima vera Libreria Feltrinelli (dopo una libreria popolare aperta qualche anno prima in un Bastione di Porta Volta), voluta per rafforzare la nascente casa editrice secondo un progetto pedagogico che si definì nel suo farsi. Non stupisce però la notizia: dopo lo spostamento del quartier generale a Porta Volta e la morte di Inge, la Feltrinelli Manzoni era sempre di più un anacronismo rispetto a quelle più grandi di nuova generazione, alle Feltrinelli RED (Read Eat Dream), dove l’acquisto dei libri è solo parte di un’esperienza (l’americana experience) che chi entra è indotto a compiere.

Eppure la chiusura della Feltrinelli Manzoni si assomma a quella di un enorme numero di librerie indipendenti e in parte di catena negli ultimi dieci anni, incalzate dalla lunghissima crisi economica e dalla crescita di Amazon che oggi rappresenta circa un terzo del mercato librario italiano. La crisi del libro è per certi versi antica quanto il mercato del libro, ma oggi proprio la libreria sembra sempre l’anello più debole dell’intero sistema librario, anche se qualche pazzo si ostina ad aprirne di nuove e la stessa Feltrinelli, se da un lato ha chiuso un certo numero di librerie in giro per l’Italia, dall’altro ha puntato a forme di rinnovamento.

La domanda di fondo resta sempre la stessa: c’è un futuro per le librerie? C’è un gran tifo perché le librerie abbiano un futuro ma fare il tifo, ahimè, non basta. Le abitudini stanno cambiando. Colpiva qualche giorno fa la notizia del titolare di una calzoleria, nel modenese mi pare, che chiede dieci euro a chi vuol provare un paio di scarpe senza poi acquistarle nel suo negozio, presumendo che poi lo faccia online. Anche nelle librerie è pieno di clienti che, armati di smartphone, fotografano copertine. Per ora è un’attività gratuita, ma il 15% di sconto che garantisce Amazon su ogni acquisto, in attesa della nuova legge sul libro, rende difficilmente biasimevole questa pratica.

Eppure la legge sul libro, che prevede uno sconto fisso del 5%, divide gli editori grandi che vorrebbero avere un maggior agio commerciale e i più piccoli, che già faticano a sopravvivere, e ogni maggior sconto significa un possibile investimento in meno. Sarà molto difficile disabituare i clienti allo sconto, la prima esca di ogni attività commerciale, ma una legislazione coerente e duratura è la cornice di sopravvivenza delle librerie. Un secondo punto è il plusvalore del singolo libraio, accresciuto in tempi di Amazon, che per intrattenere rapporti costanti con la clientela dovrà essere informato, aggiornato, leggere, saper far di conto, non acquistare merce in eccesso o in difetto, e soprattutto inserire la libreria in una rete di relazioni comunitarie così da divenire un punto di riferimento nel quartiere. Una naturale socievolezza aiuta, ma il punto è conquistare un’autorevolezza con i frequentatori della libreria. Le librerie specializzate conquistano più facilmente tribù di lettori che si possono riconoscere tra loro, ma una vetrina ben fatta, un tavolo all’ingresso con accostamenti giudiziosi dei libri di cui si parla, sono caratteristiche che riguardano le librerie di ogni tipo.

Qui l’articolo completo

Istat: la produzione industriale diminuisce dello 0,7%

A luglio 2019 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,7% rispetto a giugno. Nella media del trimestre maggio-luglio il livello destagionalizzato della produzione registra una flessione dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale solo per l’energia (+1,3%); diminuzioni si registrano, invece, per i beni strumentali (-1,6%) e, in misura più lieve, per i beni di consumo (-0,3%) e per i beni intermedi (-0,2%).

Corretto per gli effetti di calendario, a luglio 2019 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dello 0,7% (i giorni lavorativi sono stati 23, contro i 22 di luglio 2018).

Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a luglio 2019 un aumento tendenziale accentuato per l’energia (+5,8%) e più contenuto per i beni di consumo (+0,9%); diminuiscono in modo marcato i beni strumentali (-3,0%) mentre più moderata è la diminuzione dei beni intermedi (-2,0%).

Tra i settori di attività economica che registrano variazioni tendenziali positive si segnalano le altre industrie manifatturiere, la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+6,4% per entrambi i settori), la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+5,1%). Le flessioni più ampie si registrano nella fabbricazione di macchinari, attrezzature n.c.a. (-6,9%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-6,1%), e negli articoli in gomma, materie plastiche, minerali non metalliferi (-3,0%).

Galileo supera il miliardo di utenti

Galileo fornisce i servizi a supporto della vita quotidiana dei cittadini e delle imprese con segnali precisi di posizionamento, navigazione e sincronizzazione. In Europa tutti i nuovi modelli di autoveicoli omologati per il mercato sono dotati del sistema eCall, che si avvale di Galileo per comunicare la posizione del veicolo ai servizi di emergenza. A partire da quest’anno Galileo è integrato nei tachigrafi digitali, dispositivi di registrazione della velocità e della distanza, dei camion per garantire il rispetto delle norme relative al tempo di guida e migliorare la sicurezza stradale. Galileo è il sistema globale di navigazione satellitare dell’Ue.

Si tratta di un apparato civile che fornisce informazioni precise di posizionamento e misurazione del tempo. Lo scopo è quello di garantire l’indipendenza dell’Europa da altri sistemi di navigazione satellitare e la sua autonomia strategica nel settore della navigazione satellitare. La tecnologia spaziale non solo è indispensabile per numerosi servizi europei, ma gioca anche un ruolo da protagonista nell’affrontare concretamente nuove sfide, come il cambiamento climatico, il controllo dei confini e la sicurezza dei cittadini europei. In tal modo il mercato europeo del lavoro verrà rafforzato promuovendo tecnologie emergenti quali l’intelligenza artificiale, i droni, la mobilità automatizzata e Internet delle cose.

Galileo fornisce servizi iniziali dal dicembre 2016. Durante questa fase pilota, che ha preceduto quella di “servizi operativi completi”, i segnali di Galileo sono stati utilizzati in combinazione con altri sistemi di navigazione satellitare. Nella fase di piena operatività, poi, gli utenti potranno utilizzare i segnali di Galileo indipendentemente da altri sistemi di navigazione satellitare. Le altre attività spaziali dell’Ue comprendono Copernicus (che fornisce servizi gratuiti e aperti di osservazione della terra, dell’atmosfera, del mare, dei cambiamenti climatici e di sicurezza e gestione delle emergenze), Egnos (sistema regionale di navigazione satellitare) e la sorveglianza dello spazio e il tracciamento (Sst).

Il nuovo programma spaziale riunirà tutte le attuali e le nuove attività dell’Ue in un singolo programma, manterrà le infrastrutture e i servizi esistenti introducendo una serie di elementi innovativi per promuovere, rafforzandola, l’industria spaziale e per consentire all’Unione di conservare un accesso allo spazio autonomo, affidabile ed economicamente sostenibile. Un settore dei trasporti, più sicuro, competitivo, efficiente e sostenibile è legato al settore spaziale. Oggi i sistemi di navigazione e l’osservazione terrestre stanno migliorando le prestazioni dei servizi di trasporto e questo porterà maggiori vantaggi a livello sia europeo che globale.

Ferrara: Uto Ughi si esibirà in concerto accompagnato al pianoforte dal Maestro Alessandro Specchi

Nell’ambito della XXVI edizione del Salone Internazionale del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali (Ferrara, 18-20 settembre 2019), il noto violinista Uto Ughi si esibirà in concerto accompagnato al pianoforte dal Maestro Alessandro Specchi presso la Sala Estense il 19 settembre 2019 alle ore 21.30. La serata si inserisce all’interno del programma culturale del progetto inedito TEATR’IN MUSICA. Una voce per i teatri chiusi, inagibili, con restauri complessi.

Il progetto mira a far conoscere la situazione critica di molti teatri italiani, chiusi o inagibili: un enorme patrimonio culturale e artistico che oggi sembra essere stato sottratto all’Italia, al pubblico e a tutti gli artisti. Questo prestigioso concerto, grazie alla grande sensibilità artistica di Uto Ughi che ha scelto di sposare personalmente la causa, sarà quindi una delle tante voci a sostegno di tutti quei teatri italiani che stanno subendo questa criticità.

Paralisi nel sonno

La paralisi nel sonno, detta anche paralisi ipnagogica, è un disturbo del sonno in cui, nel momento prima di addormentarsi o, più spesso, al risveglio, ci si trova impossibilitati a muoversi. Questo disturbo dura molto poco, di solito al massimo 2 minuti dal risveglio o pochi secondi prima di addormentarsi ma mai per un tempo oggettivamente lungo sebbene, la percezione di chi ne fa esperienza, può fornire l’impressione di una durata notevolmente maggiore.

Questo stato di paralisi è dovuto alla persistenza dello stato di atonia che i muscoli presentano durante il sonno ed è causato da una discordanza tra la mente e il corpo: il cervello è attivo e cosciente, e il soggetto riesce spesso a vedere e sentire chiaramente ciò che lo circonda. Nonostante ciò il corpo permane in uno stato di riposo. Ciò solitamente incute terrore e angoscia nell’individuo affetto dal disturbo. Le cause più comuni sono: mancanza di riposo, stress e ritmi di sonno irregolari.

Dal punto di vista fisiologico, la paralisi, che interessa tutti i muscoli del corpo, è causata dall’aumento dell’attività gabaergica nella formazione reticolare pontina, che inibisce le cellule dei nuclei della colonna dorsale riducendo la risposta a stimoli sensoriali somatici, inibendo così i motoneuroni inferiori (colinergici) impedendoci di attuare i movimenti che compiamo in sogno e, nonostante la persona in cui il disturbo si manifesta sia del tutto cosciente, riesce a compiere pochissimi movimenti, in certi casi solo il movimento degli occhi, della lingua o alcuni lievissimi movimenti degli arti; comunque durante le paralisi a volte si verificano problemi respiratori.

 

Dellai: “il nostro voto sarà a favore della fiducia. Ma sarà un voto critico ed autonomo”.

Lucio D’Ubaldo mi ha chiesto di fare un gioco. “Siccome nella scorsa legislatura hai fatto il Capogruppo alla Camera, prova a scrivere ciò che avresti detto in occasione della fiducia al nuovo Governo, cercando di interpretare le opinioni di Rete Bianca”.
Richiesta un po’ bizzarra, ma a Lucio non si può dire di no. Ecco dunque ciò che avrei detto in questa occasione.

Signor Presidente del Consiglio,
voteremo a favore della fiducia al Suo Governo.
Il nostro sarà un voto convinto ed assieme critico ed autonomo.
Votiamo la fiducia, innanzitutto, per corrispondere alla pressante richiesta di responsabilità che proviene dal mondo civile, sociale ed economico del Paese.
Parti importanti della nostra Comunità non ne potevano più di assistere alla deriva dei valori fondanti del nostro sistema democratico.
Ma penso anche a quanti – pur magari avendo votato nel marzo 2018 per i partiti della precedente maggioranza, o non avendo votato – hanno cominciato ad avvertire che gli interessi del Paese sono più importanti di quelli di parte ed oggi attendono dal Parlamento segnali e prospettive nuove di fiducia e di speranza.
Il Presidente della Repubblica, pur nel rigoroso rispetto della sua terzietá rispetto alla dinamica politica, non ha mancato di far appello a questi principi di responsabilità, fiducia e tutela del ruolo delle istituzioni.
Votiamo la fiducia perché in politica occorre scegliere la soluzione migliore tra quelle date.
Il Suo nuovo Governo rappresenta oggi un tentativo di sbarramento contro la deriva post democratica che la Lega di Matteo Salvini stava interpretando con spregiudicata disinvoltura, come Lei stesso ha avuto modo di ricordare nel Suo intervento al Senato in occasione delle Sue dimissioni.
Una spregiudicata disinvoltura che puntava a determinare, con l’immediato ricorso alle urne e la inaudita richiesta di “pieni poteri”, una trasformazione radicale del nostro modello democratico, immaginando, nel contempo, per il nostro Paese il ruolo di “utile idiota” delle potenze antieuropee ed antiliberali.
Cogliamo al contrario nelle Sue dichiarazioni il senso di un “ritorno” dell’Italia nel solco della sua tradizionale e costitutiva posizione europeista, resa ancor più evidente dalla designazione di Paolo Gentiloni quale Commissario Europeo.
Noi siamo fautori di un europeismo tutt’altro che acritico o meramente ideologico, ma fondato sulla chiara consapevolezza che il disegno europeo va corretto e reinterpretato ma non abiurato.
È solo in tale ambito, a fronte degli scenari globali di questo nostro tempo, che le Nazioni Europee possono mantenere la loro identità e far valere nel mondo i valori fondanti della cultura sociale e democratica europea.
Ed è solo nel quadro saldamente europeo che potremo gestire i fenomeni migratori al di fuori dell’approccio irresponsabile e criminogeno che si è visto nei provvedimenti adottati dal Suo precedente Governo.
A questi fini è però necessario che l’Italia riscopra anche i propri doveri. E si impegni per dotarsi degli strumenti culturali, sociali, economici ed istituzionali per concorrere attivamente al rilancio dell’idea europeista e – in tale contesto – rilanciare il proprio stesso futuro.
Votiamo la fiducia al Suo Governo, in questo senso, anche per alcuni accenni di contenuto che abbiamo colto nel Suo programma.
Riteniamo necessario un intervento coerente e ragionevole sul piano delle riforme istituzionali.
Prendiamo atto che si punta alla riduzione del numero dei Parlamentari (intervento che riteniamo più di facciata propagandistica che di effettiva valenza di sistema) ma vediamo con favore le correlate (necessarie) ipotesi di una legge elettorale di tipo proporzionale e quelle di alcune modifiche costituzionali volte, tra l’altro, a introdurre la “sfiducia costruttiva”.
Ugualmente riteniamo necessario operare per il rilancio di una idea autonomistica della nostra Repubblica, a partire dal riconoscimento del ruolo dei Comuni, dalla riqualificazione (anche differenziata, pur nel rispetto dei principi costituzionali) delle Regioni, dal ripensamento delle soluzioni adottate in passato in merito alla governance democratica delle aree non urbane e non metropolitane.
Riteniamo questa – assieme a quella della radicale riforma dello Stato Centrale – l’unica strada per ottenere un Paese “a trazione integrale” e per superare gli attuali inaccettabili squilibri territoriali.
L’Italia ha nello stesso tempo il dovere di mettere mano agli squilibri sociali che la connotano.
Vediamo con favore la dichiarata centralità della famiglia quale dimensione basilare delle politiche di equità e coesione sociale.
Apprezziamo l’indicazione di una politica fiscale che privilegi il sostegno alle fasce sociali più deboli e al ceto medio.
Consideriamo fondamentale abbandonare ricette inique, improbabili e non consone allo spirito del nostro Paese, come la Flat Tax, per investire invece le risorse disponibili sulla riduzione drastica del cuneo fiscale a carico di lavoratori e imprese.
Siamo favorevoli a progetti forti e coerenti di investimento sull’innovazione tecnologica, a partire da quella digitale.
Riteniamo doveroso imprimere alle nostre politiche economiche un salto di qualità sulla strada della lotta al cambiamento climatico, intesa non solo come risposta ad una emergenza troppo a lungo negata, ma anche come occasione di una progressiva rigenerazione dei nostri modelli di sviluppo e di organizzazione sociale.
Votiamo a favore della fiducia al Suo Governo – e forse è la motivazione per noi più importante – per gli accenni fatti alla necessità di un clima più concorde e costruttivo nel Paese e nelle sue istituzioni.
Eravamo e restiamo seriamente preoccupati di una politica sempre e costantemente sopra le righe, senza alcuna forma di riconoscimento e di rispetto per gli avversari, priva di quell’equilibrio (anche nell’uso degli strumenti di comunicazione) che ne costituisce caratteristica essenziale.
Non era e non è questa la fisiologia della politica: è semmai la sua patologia. È la rappresentanza che degrada nella rappresentazione; la funzione di guida responsabile che muore nelle secche della compiacente ed irresponsabile esaltazione delle paure e delle inquietudini del popolo. È, in una parola, l’emblema di una politica popolare che perde i suoi connotati nel populismo.

Signor Presidente del Consiglio,
il nostro voto sarà dunque a favore della fiducia.
Ma sarà un voto critico ed autonomo.
Sarà un “appoggio esterno”, come si diceva un tempo.
Nei nostri documenti di queste settimane avevamo espresso la nostra opinione, tesa a suggerire un Governo più “istituzionale” che “pienamente politico”.
Rimaniamo della nostra opinione, anche se prendiamo atto con spirito costruttivo della diversa scelta adottata.
Non ci condiziona minimamente la scontata accusa che il centro destra Le rivolge: quella di aver dato vita ad un “ribaltone” maturato nelle stanze del potere al fine di coltivare l’attitudine alle “poltrone”.
È una affermazione disperata, di chi aveva scommesso tutto su una mossa ed ha perso.
Del resto, anche il Suo precedente Governo era frutto di un Accordo maturato fuori dalle indicazioni politiche che Lega e M5S avevano presentato agli elettori.
La nostra valutazione nasce piuttosto sul fatto che il Suo nuovo Governo non nasce da un compiuto e onesto riconoscimento delle contraddizioni politiche che hanno determinato la crisi di agosto.
Essa non può essere spiegata come frutto di un semplice tradimento da parte della Lega rispetto al “contratto sottoscritto”.
Diversamente non si spiegherebbe e non avrebbe credibilità alcuna la volontà annunciata di una “svolta politica”.
Questa analisi di ciò che è accaduto nella fase precedente è mancata; può essere semmai indirettamente desunta dalle Sue dichiarazioni programmatiche di oggi.
Ma i passaggi politici, sopratutto se connotati come “svolte”, esigono parole chiare e giudizi espliciti, in particolare se in gioco vi sono principi e valori ritenuti importanti.
Una “svolta politica” non nasce solo perché uno dei partner precedenti si ritira da un patto di governo: nasce se si ritrova una nuova sintesi di visione culturale e di progetto politico.
Questa lacuna condiziona il nuovo corso che Lei ha annunciato ed accresce la fragilità del percorso del nuovo Governo e del suo rapporto con la pubblica opinione.
Del resto, rimangono per noi aperte alcune questioni di sostanza.
Ne cito solo due.
La prima riguarda l’idea di democrazia che si intende perseguire.
Noi riteniamo che la democrazia rappresentativa sia ancora un valore.
Essa richiede riforme e rigenerazione, ma non crediamo ai modelli più volte evocati di democrazia diretta.
La seconda questione aperta riguarda l’idea di società.
Per noi è fondamentale una concezione che rilanci l’inscindibile binomio “persona-comunità” come centro della vita comunitaria.
Consideriamo che l’esaltazione dei diritti individuali, disgiunti da quelli sociali, porta ad una società deresponsabilizzata e dipendente dal rapporto tra individuo e potere.
Pensiamo che la centralità dei corpi intermedi come ambito fondamentale della vita comunitaria sia la strada giusta per affrontare le sfide del futuro e per ricostruire lo stesso “carisma popolare” delle pubbliche istituzioni.

Signor Presidente del Consiglio,
un nuovo ciclo comunque oggi si apre. Noi ne sosteniamo lealmente l’avvio, per le ragioni sopra accennate.
Saremo costruttivi nel nostro rapporto col Governo, vigili sulle questioni per noi importanti, autonomi nella valutazione degli sviluppi della situazione politica ed istituzionale.
Ci auguriamo che la Legislatura possa andare al suo compimento naturale, nell’interesse del Paese.
Nel frattempo, al di fuori di questa Aula, accompagneremo questa fase delicata e importante dando il nostro contributo ad un processo che non riguarda il Governo, ma la società ed il bisogno di una sua nuova rappresentanza politica.
Questo Governo ha posto uno stop alla strategia post democratica e perciò votiamo la fiducia. Ma sappiamo bene che non si tratta di uno stop definitivo.
Occorre ricostruire cultura, visione, rigenerazione dei valori democratici, capacità di ascolto e dialogo con il popolo.
Occorre che le culture politiche tornino ad alimentare ed innervare la pratica politica e la rappresentanza.
Ciò chiama in causa anche la nostra cultura, quel Popolarismo di laica ispirazione cristiana che non può essere più confinato nella pura testimonianza personale o nelle citazioni dei personaggi del passato, ma deve tornare a farsi progetto sociale e programma politico.

Saragat: il discorso del 26 giugno 1946, “La Repubblica abbia un volto umano”.

Come Mattarella anche Conte, durante il suo discorso per chiedere la fiducia, cita Saragat sulla Repubblica dal volto umano.
Sembra quindi doveroso riproporre quel discorso che il 26 giugno 1946, il Presidente dell’Assemblea costituente ha pronunciato. 

Un patto solenne stretto da tutti gli italiani di rispetto della legalità democratica.

 

Presidente.  Onorevoli colleghi! Nel memorabile discorso pronunciato il 9 marzo di quest’anno alla Consulta Nazionale, a chiusura della discussione della legge sull’Assemblea Costituente, il Presidente Vittorio Emanuele Orlando, ringraziando l’Assemblea per le espressioni di affetto da cui si sentiva circondato, le interpretava come un omaggio rivolto non alla sua persona, ma al rappresentante di una generazione che aveva contribuito a creare la storia dello Stato d’ltalia dal principio del secolo sino al 1922.
E il Presidente Orlando, commentando il distacco tra quella generazione e la giovane classe politica che sorge, lamentava giustamente la mancanza di quei gradi intermedi che rendono impossibile una recisa contrapposizione tra giovani e vecchi.

Nell’ostacolo posto alla continuazione della classe politica il Presidente Orlando ravvisava il più irreparabile forse fra i delitti del fascismo.
Nella manifestazione di fiducia dell’Assemblea Costituente verso la mia persona sia permesso a me di ravvisare un omaggio a quella generazione intermedia la cui assenza, come classe politica, si fa duramente sentire nella vita del Paese. È un omaggio verso coloro che, giovani nel 1922, hanno raccolto con le loro deboli forze, ma con una fede stimolata dall’esempio dei loro padri, la fiaccola della libertà e della giustizia. Molti di questi giovani ne sono stati arsi ed è per questo che pochi sono i superstiti: tutti ne sono stati illuminati.

Ma voi, onorevoli colleghi, avete anche voluto onorare il rappresentante modesto di un movimento politico che alla difesa dei diritti delle libere assemblee ha offerto l’anima ardente di Filippo Turati e il sangue generoso di Giacomo Matteotti.
Infine, col vostro voto avete voluto sottolineare l’apporto decisivo che le classi lavoratrici hanno dato alla sacra causa della libertà della Patria.

Se attorno a me si sono raccolti i vostri suffragi e se ho quindi l’immeritato onore di presiedere questa Assemblea, penso anche che ciò si debba al fatto che gli uomini vengono giudicati più per quello che si attende da loro che per quello che sono, più per quello che si crede potranno fare che per quello che già hanno fatto e fanno.
Non so se la vostra attesa sarà giustificata; so pero che osserverò in modo assoluto la più scrupolosa obiettività ed imparzialità. Tutore dei diritti di ognuno, richiederò egualmente da ognuno l’adempimento dei suoi,doveri.
Altissimi sono i vostri diritti.
Voi rappresentate il popolo italiano in virtù di un responso democratico, che è la consacrazione di un quarto di secolo di lotte per la difesa della libertà umana. Le formule giuridiche, in virtù delle quali i liberi comizi sono stati convocati, non sono che la traduzione, nel solenne linguaggio del diritto, di quel più alto diritto umano che ha la muta eloquenza delle sofferenze soffocate delle generazioni, che si scrive col sangue versato per la buona causa, e che la storia, giudice lento perché ha di fronte a se l’eterno, nel giorno segnato dal destino corona con una sentenza irrevocabile.
Il 2 giugno è stato il grande giorno del nostro destino.
La vittoria della Repubblica è la sanzione di un passato funesto, è la certezza di un avvenire migliore. Ma questa vittoria ha un significato ancora piu alto. Essa rappresenta il patto solenne stretto da tutti gli italiani di rispettare la legalità democratica. In questo patto, che vincola tutte le donne e tutti gli uomini della nostra terra, è il segreto dell’avvenire della Nazione.

Senza l’adesione di tutto il popolo ai principi della democrazia politica, non soltanto non è possibile alcun progresso umano, ma le stesse conquiste legateci da secoli di storia sono insidiate e minacciate di rovina.
Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire l’immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà.
Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani; dinanzi a voi le speranze di tutta la Nazione.
Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide.
Ecco perché, oltre che sui problemi della struttura politica dello Stato repubblicano, voi vi piegherete su quello della struttura sociale del Paese.
Nel grande moto che spinge le classi diseredate a rivendicare un destino meno iniquo voi non vedrete una minaccia per la libertà, ma, al contrario, la forza motrice del progresso, solo che venga disciplinato dalla saggezza dei legislatore e non venga ostacolato dall’egoismo dei ceti privilegiati.

Nella Repubblica democratica la libertà politica e la giustizia sociale trovano il terreno su cui possono integrarsi in una sintesi armoniosa. Tutta la vostra saggezza di legislatori sarà quindi orientata alla ricerca della formulazione più efficace atta a tradurre in termini concreti queste esigenze fondamentali di ogni consorzio civile ed a favorirne la pratica realizzazione.
Se vi porrete su questo piano, le divergenze ideologiche che possono sussistere tra di voi si concilieranno nell’ambito dei diritti imprescrittibili della persona umana e delle società naturali in cui essa vive.

Egualmente la concretezza di questi diritti riceverà possente rilievo dalla loro correlazione con le norme che voi elaborerete intorno ai fondamenti strutturali dello Stato repubblicano, avendo presente che la democrazia si crea nella misura in cui la separazione fra il popolo e l’apparato dei pubblici poteri progressivamente scompare.
Ma, oltre all’elaborazione delle leggi fondamentali dello Stato repubblicano, altri doveri vi sovrastano. In primo luogo quello di offrire al Paese, pur nelle necessarie e feconde divergenze, l’esempio della concordia e del più alto civismo. Poiché, più che dalle leggi scritte nei testi fondamentali, la democrazia diviene una realtà vivente ad opera del costume che si stabilisce fra gli uomini. E se è vero che questo costume è condizionato dalla situazione economica e sociale di un’epoca determinata, non è men vero che la coscienza reagisce per trasformarlo portandolo ad un livello più alto.
Alla volontà di potenza, scaturente dall’egoismo sfrenato dei singoli e dei gruppi politici ottusi al senso della liberta, voi opporrete la potenza della volontà libera, imponendo a voi stessi i limiti invalicabili segnati dalla coscienza morale.
Voi renderete in tal modo un incalcolabile servizio alla causa dell’evoluzione sociale e politica di un popolo che ha gli occhi fissi su questa Assemblea, dalla cui condotta trarrà norma per la propria condotta.

Accennando ai vostri compiti, converrà soffermarci un istante su quelli che scaturiscono dai rapporti di questa Assemblea sovrana col Governo.
Come vi è noto, è stato accolto con saggio accorgimento il criterio di mantenere al Governo la delega per quelle che saranno le attività normali di carattere legislativo. Si tratta, come è stato giustamente osservato dal Ministro per la Costituente onorevole Pietro Nenni, non già di una limitazione dei poteri dell’Assemblea, ma piuttosto di una divisione di lavoro tra l’Assemblea e il Governo; la cui responsabilità di fronte alla Costituente permane inalterata.
E questa sovranità dell’Assemblea è sottolineata nel modo più forte dalla responsabilità di cui essa è investita in materia di leggi di approvazione dei trattati internazionali.
Onorevoli colleghi, nonostante il prezioso contributo di sangue dato dalle Forze armate del Corpo di Liberazione, dai nostri soldati, dai, nostri marinai, dai nostri aviatori, dai nostri partigiani, alla causa solidale della libertà della Patria e del mondo, l’Italia non riesce a sottrarsi, a cagione di un giudizio che riteniamo non equo, alla pesante ipoteca di un regime funesto.
Se il testo di una legge scritta su una vecchia pergamena definisce la costituzione di uno Stato, l’immagine della Patria è scolpita nella natura a caratteri giganteschi, come le vallate e le montagne che ne delimitano i sacri confini.
L’intangibilità di una giusta frontiera è quindi parte integrante della costituzione di uno Stato libero, allo stesso titolo delle sue leggi fondamentali.
E noi risentiremmo l’offesa, che potrebbe sfigurare e deformare il volto della Patria repubblicana, come un’offesa ai più sacri principi della libertà e della democrazia.

In ultima analisi, si tratta di sapere se al tavolo della pace si vorrà ferire, attraverso l’Italia libera e repubblicana, quei principi di libertà e di democrazia che per la loro universalità sono garanzia di civiltà e di pace per tutti i popoli, oppure se, rispettando i sacri diritti del nostro Paese, si asseconderà il trionfo della giustizia internazionale. (Applausi) Non so se e quando noi ci troveremo di fronte ad un trattato di pace.
Ma se il fervore di civismo democratico del Paese può contribuire a scongiurare la jattura di una pace ingiusta, eguale fervore da parte di questa Assemblea può proteggere l’Italia. Poiché, quanto più l’Italia si presenterà alla coscienza del mondo col suo volto di nazione veramente libera e democratica, tanto più la mano levata per colpire esiterà a compiere il gesto funesto. E questo, onorevoli colleghi, fissa in termini di fattivo patriottismo il vostro compito di legislatori democratici.

Onorevoli colleghi, con l’instaurazione della Repubblica italiana si inizia un periodo nuovo nella storia del nostro Paese.
Una pesante eredità di miserie e di dolori grava sul nostro presente, ma anche lo illumina un passato di gloria imperitura.
Per diradare la grigia penombra da cui siamo circondati, leviamo sempre più alta la fiamma della libertà e della giustizia. Alla sua vivida luce noi scorgeremo, sino ai limiti del più lontano orizzonte, la strada per cui si avvia la Patria risorta.
È un cammino aspro, irto di ostacoli, ma che sale verso libere altezze.
Sorreggiamola come figli devoti in questa marcia in avanti, docili ai suoi cenni materni, fedeli alla sua volontà sovrana. Viva la Repubblica italiana! Viva l’Italia!

La guerra commerciale tra Usa e cina facilita il nostro vino.

La guerra commerciale combattuta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump con la Cina a colpi di aumenti tariffari alle frontiere ha portato le vendite di vini Usa sul mercato cinese ad un crollo del 54% nel 2019 per effetto delle ritorsioni del gigante asiatico. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti dalla quale si evidenzia che ad avvantaggiarsene è anche il vino Made in Italy che aumenta del 6,4% il valore delle esportazioni in Cina sulla base dei dati Istat relativi ai primi cinque mesi dell’anno.

Dopo essere stati tra i principali fornitori di vino della Cina, la presenza degli Stati Uniti nel settore è divenuta residuale con appena 1,6% del mercato dei vini di importazione nel Paese asiatico mentre l’Italia – sottolinea la Coldiretti – è cresciuta e detiene una quota del 6,6% che la colloca al quarto posto dopo Australia, Cile e Francia ma davanti alla Spagna, secondo elaborazioni su dati wine monitor nei primi cinque mesi del 2019.

Si tratta di un mercato importante poiché per effetto di una crescita ininterrotta nei consumi la Cina – precisa la Coldiretti – è entrata nella lista dei cinque Paesi che consumano più vino nel mondo ma è in testa alla classifica se si considerano solo i rossi. Un mercato dunque strategico per i viticoltori italiani che – conclude la Coldiretti – può essere rafforzato grazie all’accordo sulla Via della Seta.

La nuova tutela delle vittime di violenza domestica e di genere

La legge 19 luglio 2019 n.69, recante modifiche al codice penale e a quello di procedura penale, introduce nuove norme in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere.

Legge che è stata pubblicata sulla G.U. 173 del 25 luglio 2019 ed entrerà in vigore il 9 agosto p.v.

La crescita esponenziale di reati connessi alla materia di cui la normativa di modifica e aggiornamento si occupa e il loro superarsi in efferatezza e crudeltà ha evidentemente indotto il legislatore ad assumere questo provvedimento che pare interessante riassumere al fine di evidenziare al lettore ciò che d’ora in poi – fino a nuove disposizioni legislative – varrà in materia di individuazione e punibilità dei reati stessi.

In tema di indagini la polizia giudiziaria sarà tenuta ad attivarsi immediatamente comunicando al PM eventuali notizie di reato, anche per le vie brevi. A sua volta il PM dovrà ascoltare entro tre gg la presunta vittima, per la quale il tempo per presentare denuncia-querela sarà ora di 12 mesi.

Negli ospedali il Pronto soccorso dovrà attrezzarsi prevedendo un codice rosso per le violenze di genere, in modo da facilitare i tempi di valutazione clinica e conseguentemente i provvedimenti protettivi da assumere a tutela delle vittime, di competenza dell’autorità giudiziaria.

Sempre in tema di violenza di genere, gli uomini raggiunti da un provvedimento di allontanamento e divieto di avvicinarsi alla vittima dovranno indossare un braccialetto elettronico che ne consenta la reperibilità: eventuali violazioni di questa misura cautelare saranno puniti con una reclusione fino a due anni.

Nei casi di maltrattamento in famiglia vengono estese ed applicate  le norme del codice antimafia relative alla sorveglianza speciale e all’obbligo di dimora in un altro comune per l’uomo violento. È inoltre previsto un inasprimento delle pene per il reato dei maltrattamenti domestici:  la pena della reclusione viene elevata da tre a sette anni e può essere ulteriormente aumentata se la violenza è avvenuta in presenza o a danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità o se il fatto è stato commesso con armi.

I reati di violenza sessuale sono indubbiamente i più abominevoli e purtroppo frequenti: molti non vengono denunciati per timori di ritorsioni o per vergogna. Le nuove disposizioni prevedono tuttavia un inasprimento delle pene: nei casi di  violenza sessuale perpetrata con violenza o minaccia   la pena viene elevata in un range che va dai 6 a 12 anni mentre per la violenza di gruppo la pena massima è aumentata fino a 14 anni di reclusione; nei casi di violenze in danno di  vittime minori la pena massima è aumentata fino a 24 anni di reclusione. “Il minore di 18 anni, e questo è molto importante, è sempre considerato vittima del reato, sia che assista alla violenza sia che la subisca”, ha spiegato la relatrice Ascari. Inoltre, per gli atti sessuali con minorenni “la procedibilità” è sempre d’ufficio. Non è dunque più necessaria la presentazione della denuncia-querela dei genitori”.

Il reato di stalking, purtroppo altrettanto frequente, prevede con la legge 69 un elevamento dei limiti precedenti (da sei mesi a 5 anni di reclusione) che diventano ora da un minimo di un anno e fino a 6 anni e 6 mesi.

La reiterazione del reato agito con l’uso di acido per sfregiare la vittima ha indotto il legislatore a prevedere un caso specifico, con la reclusione da 8 a 14 anni e l’ergastolo se il fatto ha procurato la morte della vittima.

E’ stato introdotto l’art. 558-bis “Costrizione o induzione al matrimonio”. E’ punibile con la reclusione fino a 5 anni (6 se è coinvolto un minore) chi induce un’altra persona a sposarsi (anche con unione civile) usando violenza, minacce o approfittando di un’inferiorità psico-fisica o per precetti religiosi.

Viene inoltre introdotto l’art. 612-ter  “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, (ciò che in gergo giornalistico viene definito  reato di ‘revenge porn’)  che punisce chiunque “invii, consegni, ceda, pubblichi o diffonda” fotografie o video a contenuto sessualmente esplicito di una persona senza il suo consenso; chi commette tale reato è punito con la pena da 1 a sei anni di reclusione e da 5mila a 15mila euro di multa, la con previsione di ulteriori circostanze aggravanti se l’ex partner agisce attraverso i social o i mezzi di diffusione tecnologica.

L’inasprimento delle pene introdotte dalla citata legge 69/2019 è ampiamente motivato dalla crescita esponenziale di reati a sfondo sessuale, prevalentemente commessi in danno di minori o di donne, ciò che li rende particolarmente abbietti e meritevoli di sanzioni severe. Ovviamente questi provvedimenti restrittivi hanno anche un intendimento di prevenzione: speriamo che le nuove norme raggiungano soprattutto questo risultato nei confronti di crimini sempre più frequenti e odiosi.

Milano: Ai blocchi di partenza Bike Challenge 2019

Partirà il 16 settembre la V edizione di Milano Bike Challenge 2019, la competizione della Fiab rivolta alle aziende, ai loro dipendenti e collaboratori di Milano, Monza e Brianza e relative aree metropolitane, che scelgono di usare la bicicletta negli spostamenti casa-lavoro. Fino ad oggi la gara ha coinvolto oltre 6.000 persone di 325 diverse aziende e organizzazioni pubbliche e private che hanno pedalato per ben 4.555.000 chilometri secondo le regole di quella che è considerata una vera e propria sfida in tema bike to work.

Per quarantacinque giorni (dal 16 settembre  al 31 ottobre) i partecipanti saranno invitati ad utilizzare la bicicletta per tutti gli spostamenti, cercando di coinvolgere nell’iniziativa il maggior numero di colleghi e amici. La singolarità della competizione sta nel premiare chi pedala con maggiore frequenza riuscendo altresì a far partecipare più persone possibile, invece che percorre più chilometri sulle due ruote come succede durante altri eventi.

Sul podio andranno poi le aziende, in gara per categorie in base alla dimensione dello staff, che avranno saputo mettere in sella durante la Bike Challange, la maggior percentuale di dipendenti, nonchè la realtà in grado di invogliare chi non è abituato ad usare la bicicletta, anche attraverso l’adozione di politiche aziendali e incentivi al cosiddetto bike to work.

#+BICI+SICURI è l’hashtag scelto da Federazione italiana amici della bicicletta per l’edizione di quest’anno, in concomitanza con la Settimana europea della mobilità in bici, un tema che fa suo il concetto secondo il quale più aumentano i ciclisti nel traffico, maggiore è la sicurezza per tutti gli utenti della strada, automobilisti compresi. Andare in bici è un’attività aerobica che apporta numerosi benefici fisici e che allo stesso tempo si traduce in termini di sostenibilità per l’ambiente. Un uso più intenso della bici riduce l’inquinamento e le emissioni di Co2, inoltre, diminuendo la presenza di auto nei centri storici ne aumenta bellezza e vivibilità. Milano Bike Challenge 2019 sarà realizzata con il patrocinio della Fondazione Cariplo e il supporto di partner e sponsor tra cui il sistema di bike sharing del Comune di Milano, BikeMi.

Non sempre ci si cura

Assorted pills

Il Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia – CIAT, che riunisce società scientifiche, professionali e dei pazienti, ha fornito il quadro di molte patologie croniche in cui la scelta del paziente di non curarsi – omissione, dimenticanza, difficoltà di discernimento – è ancora troppo elevata.

Assume regolarmente le terapie solo 57,5% degli ipertesi, il 63,4 dei diabetici, il 52,1% di chi è ammalato di osteoporosi, fino arrivare al record, negativo, del 13,4% nel caso delle sindromi ostruttive delle vie respiratore, come la terribile Broncopnuemopatia cronica ostruttiva-BPCO.

Un quadro davvero preoccupante, che si incrocia a quello dell’invecchiamento della popolazione, visto che, come riporta ancora il CIAT, il 50% degli anziani nel nostro Paese, pari 6,8 milioni di over 65, soffre di almeno una malattia cronica. Nel caso di questa popolazione, le punte di mancata aderenza possono raggiungere quota 70%, anche perché 11 su 100, pari a 1,5 milioni di persone, devono assumere ogni giorno 10 o più farmaci.

 

La questione del nuovo partito d’ispirazione cristiana

Spesso nei nostri commenti sul “Domani d’Italia” ricorre la polemica sui rischi di un ritorno al clericalismo. Accade pertanto che qualcuno se ne adonti a ragione o a torto, laddove il torto consiste nel ritenersi investiti a sproposito, essendo la polemica indirizzata a buon conto verso altri interlocutori e per altre ragioni. Sono gli inconvenienti del dibattito politico, specie di questi tempi drogato e svilito.

Cos’è per noi il clericalismo? Potremmo definirne il senso ricorrendo alla inversione della formula con la quale un grande teologo definiva la laicità. “È laico – diceva all’incirca il nostro teologo – ciò che comporta il rispetto delle cose, assumendone il valore intrinseco”. Dunque, il clericalismo rappresenta all’opposto la svalutazione delle cose, arrivando in politica alla cancellazione del principio di realtà sull’onda di astratti presupposti morali – astratti non a motivo della loro nebulosità o evanescenza, bensì della loro meccanica traduzione nei fatti della vita, come se non implicasse, questo immergersi nell’opera quotidiana, un processo di mediazione all’interno di un determinato contesto culturale e civile.

Se si parla di un nuovo partito ispirato ai valori cristiani, la preoccupazione deve subito esercitarsi attorno alla pericolosità delle astrazioni, spesso viziate di generico volontarismo. A me non convince – e lo dico in spirito di amicizia a Giancarlo Infante – una proposta che prescinda dal giudizio concreto sulla realtà politica odierna. Il neo-Cardinale Matteo Zuppi, destinato a rappresentare il punto di riferimento dei cattolici italiani, ha voluto scorgere un’accresciuta manifestazione di unità dei credenti esattamente nella opzione anti-sovranista. Con ciò si consolida la posizione indicata da Papa Francesco.  Ora, chi si fa paladino di un nuovo partito, dovrebbe chiarire se l’anti-sovranismo fatto proprio dalla gerarchia ne determina l’accordo o piuttosto il disaccordo con la “rivoluzione parlamentare” che ha portato alla formazione del secondo governo Conte.

Non basta l’eco di una diversità – in questo caso rispetto a “sinistra” e “destra”, così da appropriarsi del “centro” – per fondare una posizione autonoma e nondimeno credibile. Qui sta l’errore dell’astrattezza e di conseguenza l’insidia del clericalismo: essere “altrove”, con la pretesa di fare a meno di classificazioni politiche, essendo queste deprivate di senso, per non essere mai purtroppo da nessuna parte.  Non è dato di capire, alla fine, se questo nuovo partito di centro nasca (o addirittura sia nato di già) per sequestrare nell’isolamento il voto dei cattolici o se debba aprirsi, com’è ovvio, alla necessaria dinamica delle alleanze.

E visto che siamo oltre le simulazioni, avendo di fronte l’epifania del suddetto partito, varrebbe la pena chiedere come voterebbero i suoi eletti in Parlamento in occasione della fiducia al governo. Finora non si è palesata nessuna intenzione precisa, sebbene nella virtualità della condotta che il quesito sollecita. Sì può essere anti-sovranisti, anche in ossequio alle preoccupazioni del Vaticano, senza prendere posizione a favore della nuova maggioranza di governo, formata in alternativa alla politica del sovranista Salvini? La questione, dunque, non riguarda l’opportunità di dar vita a una formazione di natura e vocazione popolare, conforme perciò alla tradizione del cattolicesimo democratico, bensì la coerenza di questa rispettabile e condivisibile aspirazione con la romantica seduzione dell’autosufficienza, poco importa se…cristianamente ispirata.

Commercio: volano discount alimentari

Con un aumento su base annuale del 7,2% vola la spesa nei discount alimentari. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati sul commercio al dettaglio dell’Istat relativi a luglio 2019 rispetto allo stesso mese dello scorso anno dalla quale si evidenzia peraltro che le vendite al dettaglio per i prodotti alimentari aumentano su base annua in tutte le forme distributive dalle piccole botteghe (+2,9%) ai supermercati (+2,8% fino agli ipermercati (+1,2%) %).

L’alimentare – sottolinea la Coldiretti – cresce complessivamente ad un tasso del 3,2% su base annua anche se la variazione congiunturale è leggermente negativa (-0,1%). L’aumento della spesa alimentare su base annua è un segnale positivo poiché si tratta – precisa la Coldiretti – la seconda voce del budget familiare dopo l’abitazione.

L’auspicio è che ora gli aumenti di spesa nella distribuzione alimentare si trasferiscano anche al settore agricolo che – conclude la Coldiretti –si trova in piena deflazione in settori importanti come la frutta con i compensi riconosciti per molti prodotti che non coprono neanche i costi di produzione.

10.000 anni di migrazioni raccontati dal più grande studio sul Dna

Lo studio più vasto mai realizzato sul Dna antico dell’uomo aiuta a fare luce su circa 10.000 anni di migrazioni e sulla vera discendenza delle moderne popolazioni asiatiche.

Un team internazionale composto da genetisti, antropologi e archeologi, con la partecipazione di ricercatori di diversi atenei italiani, ha analizzato il Dna di 524 individui vissuti dall’Età della pietra fino all’Età del ferro, tra 12.000 e 2000 anni fa. I risultati ottenuti sono stati pubblicati sulla rivista Science e riscrivono “la storia della parte indiana degli Indoeuropei”, come spiegato dall’antropologo Davide Pettener dell’università di Bologna.

In particolare, il lavoro coordinato dal genetista David Reich, dell’Università di Harvard, spiega  la diffusione dei linguaggi indoeuropei in parti del mondo molto distanti è un altro dei temi centrali dell’analisi svolta dai ricercatori. Alcune somiglianze genetiche notate tra gli individui dei rami indo-iraniano e balto-slavo all’interno delle lingue indoeuropee spiegano che i soggetti di entrambi i gruppi proverrebbero da un sottogruppo di pastori delle steppe che si spostò circa 5000 anni fa verso l’Europa, prima di fare ritorno in Asia centrale e meridionale nei 1500 anni successivi.

Una nuova versione che fa cadere definitivamente l’ipotesi di antenati originari dell’Anatolia e serve a spiegare secondo Reich “sconcertanti caratteristiche linguistiche in comune tra questi due rami indoeuropei, oggi separati da vaste distanze geografiche”.

Sentieri metropolitani: Bari vivaio di arte, cultura ed enogastronomia

Fino al 7 ottobre il capoluogo pugliese si vestirà a festa con le tante iniziative previste dalla manifestazione promossa e organizzata dalla Città metropolitana con la collaborazione del Comune.

l programma spazierà dalla musica all’arte, ma non mancheranno momenti dedicati alle peculiarità enogastronomiche locali e nazionali.

Il vino tornerà, infine, come protagonista a pieno titolo nelle serate del 5, 6 e 7 ottobre, presso il Teatro Margherita con l’iniziativa “Bollicine su Bari”, organizzata dall’Associazione italiana sommelier, un appuntamento durante il quale sarà possibile assaggiare spumanti pugliesi e trentini, approfondendo la conoscenza di vitigni nostrani e non grazie alla presenza dei più grandi enologi italiani.

“Sentieri metropolitani è un programma costruito per presentare ai baresi e ai turisti che ci raggiungeranno nei primi giorni di settembre, il meglio della nostra terra e della nostra cultura: l’arte, l’enogastronomia, la musica, il nostro spirito di accoglienza e i nostri contenitori più belli riaperti al pubblico – ha spiegato il Sindaco di Bari  Antonio Decaro – La città, non solo quest’anno non si è fermata ad agosto, ma riparte senza sosta verso la stagione autunnale che sarà ricca di appuntamenti culturali e sportivi, dagli eventi artistici a quelli sportivi, dai concerti alle mostre, passando per il buon cibo che rappresenta uno degli attrattori più importanti per questa terra. Questa per noi è una scommessa, vogliamo creare per Bari un’offerta continua, differenziata nei luoghi e nelle stagioni, convinti che Bari abbia tutte le carte in regola per essere una capitale turistica trecentosessantacinque giorni l’anno”.

Italiani in Germania: una mostra a Wolfsburg

Il 10 settembre 2019, presso il Municipio di Wolfsburg, a partire dalle 18:00, si terrà l’evento di inaugurazione della mostra “Italiani di Germania” e la presentazione degli omonimi libro e web documentary, alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Germania Luigi Mattiolo, del Direttore Generale per gli Italiani all’estero presso il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale italiano, Luigi Vignali, del Sindaco di Wolfsburg Klaus Mohrs, degli autori Riccardo Venturi e Lorenzo Colantoni e di numerosi altri ospiti e rappresentanti della collettività italiana.

Prima tappa di una serie che toccherà le principali città tedesche, la mostra sarà un evento multimediale che, tramite quaranta foto, video e testi, racconterà le comunità italiane in Germania dai primi del Novecento fino ai giorni d’oggi, il loro arrivo, la loro integrazione e il contributo che hanno dato – e tuttora danno – a costruire la Germania per come la conosciamo. La mostra è organizzata dall’Ambasciata d’Italia in Germania e dall’associazione Akronos.

Centro nazionale sangue: “Manca il 30% del personale”

Nei Servizi Trasfusionali italiani mancano 470 medici, circa il 30% dell’organico che sarebbe necessario a garantire tutti i servizi. Lo afferma un monitoraggio del Centro Nazionale Sangue, effettuato accogliendo le indicazioni emerse nell’ultima consultazione plenaria del Sistema trasfusionale del maggio scorso, secondo cui il numero dei trasfusionisti è in calo costante dal 2015.

La carenza mette a rischio tutte le prestazioni legate al sangue, dalla raccolta alle trasfusioni necessarie agli interventi chirurgici e alle terapie per chi soffre di malattie come la talassemia.

Secondo il censimento, al 10 luglio 2019 la dotazione complessiva di medici in servizio presso i circa 270 Servizi trasfusionali italiani, espressa in numero Full Time Equivalent (FTE o equivalente a tempo pieno), risulta di 1.588 unità, in calo dell’8% rispetto allo scorso dicembre, con un trend in discesa che non varia dal 2015.

La carenza di 470 medici nell’organico attuale, sottolinea il Cns, nel prossimo triennio è destinata ad aggravarsi ulteriormente a causa del turnover.

Da un Matteo all’altro

Di errori, Salvini ne ha commessi diversi. Ce ne sono quelli a carattere meno vistoso e qualcuno piuttosto grossolano. Per prima cosa non si possono servire due padroni. O si sta da una parte o si sceglie l’altra. Perché quelle due figure a cui ci si piega, tra loro sono in ostile concorrenza. O si viaggia sulla carrozza Atlantica, o si poggia il sedere sulla troica Siberiana. Non si può pretendere di passare inosservati quando si sceglie un mezzo, in quanto il contro altare passa il suo tempo ad osservare quanto capiti alla sponda opposta.

Far la foto con Donald Trump e tramare chissà quali cose a Mosca è un errore madornale. Infatti, sono gli americani che hanno fatto circolare le vicende circa il possibile “malaffare” consumato all’Hotel Metropol di Mosca. Credo che una mossa di questo genere abbia avuto le sue ripercussioni sul piano politico internazionale e Trump non abbia certo digerito questi italici servilismi nei riguardi di uno dei suoi più grandi antagonisti.

Giunge però, alla mossa del tutto inopinata, credo sia da ricordare come un’azione così negativa, da meritarsi una menzione nei manuali di “cosa non fare”, quando l’8 di agosto pensa di aver messo nel sacco il suo Presidente del Consiglio dei Ministri, senza aver fatto minimamente i calcoli di quali potessero essere le contromisure dei suoi immediati avversari. Un autogol senza appelli. È inutile che cerchi di giustificare l’avventata decisione, più si muove, tanto più emerge il tratto folle, puerilmente manifestato quel giorno d’agosto.

Questo è un esempio in cui l’improvvisazione intervenga lungo la via della storia e, come per incanto, devii la traiettoria della stessa, come fosse stato sparato un colpo di fucile che rimodelli improvvisamente la scena in cui si svolgono le azioni. Una discontinuità priva di cause, se non quelle imputabili ad una estrosità del tutto ingiustificata. Fare male i conti con quanto si ha in tasca, si rischia di bruciare in un istante tutto il capitale accumulato in banca.

È un bel dire oggi, di tenere stretti i consensi, non è possibile. Molti di questi si acquistano per i semplice fatto di essere in sella e di suonare le trombe, non appena ti auto disarcioni puoi suonare tutte le musiche del mondo, ma una parte delle simpatie decidono di girarti le spalle. In politica, e Salvini in Parlamento c’è da più di venti anni, queste leggi non si possono non conoscere.

A me non pare vero che ci sia girata la pagina con questa funambolica accelerazione; solo qualche settimana fa, più o meno a luglio, parlando con i miei amici, andavamo dicendo che Salvini resterà sulla cresta dell’onda per diversi anni. E, noi tutti, non per modestia, ma per età, avevamo alle spalle una lunga esperienza di commenti politici.

La verità, ce lo insegna l’impero renziano, non ha più il respiro lungo di altre epoche. Qui, improvvisamente, per motivi sostanzialmente riscontrabili alla farraginosità della preparazione politica, hanno durate effimere: qualche anno di grandi fasti e poi l’ammainabandiera in fretta e furia.

Dobbiamo convivere con il senso di totale precarietà anche per quelli che sembrano essere dei giganti e che, invece, per qualche spillo di troppo ficcato chissà dove, svelano una costituzione gracile ed inconsistente.

Siamo pertanto invitati, tutti quanti, a non spingere troppo in avanti lo sguardo quando si tratta di pensare ai destini di coloro che, fortunosamente, si trovano a sbandierare una ricchezza di consensi fuori luogo.

Identità cristiana e progetto politico: dobbiamo passare ai fatti.

La garbata e amichevole dialettica attorno alla “questione identitaria” che traspare tra Rete Bianca e Politica Insieme – cito per tutti gli ultimi ottimi interventi di Lucio D’Ubaldo e Giancarlo Infante – non è nuova nella vicenda politica dei cattolici italiani.
Basti pensare al confronto tra Degasperi e Dossetti.

Il mondo è cambiato rispetto al tempo di questi due grandi protagonisti della nostra storia, ma il senso fondante di quel confronto (al di là delle soluzioni che la storia ha disposto) si ripropone ancora oggi. Facciamocene una ragione. Esso fa parte integrante del nostro cammino e deve richiamarci alla logica della complementarietà. “Et et” piuttosto che “aut aut”. Lo richiedono, del resto, i “segni” del nostro tempo.
Da un lato, il valore della laicità della politica è ormai patrimonio consolidato della comunità dei credenti. Deriva dalla piena condivisione della “democrazia” e da una prospettiva ecclesiale finalmente liberata da ogni tentazione impropria, nonostante i crescenti e diffusi rigurgiti fondamentalisti della destra cattolica contro Papa Francesco.

Dall’altro, quanto accade nelle nostre società, a livello nazionale e globale, segnala come grande emergenza la questione della “ispirazione” della politica. Essa è altrimenti preda del pragmatismo effimero ed auto referenziale del potere fine a se stesso, che risponde agli interessi del più forte e nega di fatto la sua vocazione a servizio del bene comune e di chi – qui ed ora – non ha voce e rappresentanza. Nessuna delle sfide del nostro tempo (da quella ambientale a quelle sociali, demografiche e tecnologiche e perfino antropologiche) può essere affrontata da una politica priva di una bussola valoriale.

Le “identità” culturali – in naturale costante evoluzione – sono sempre più il presupposto di una buona politica, consapevole della sua “limitatezza” ed assieme della sua funzione “alta”. Dunque, identità e progetto politico declinato su un piano di laicità non sono in conflitto e non sono dissociabili. A maggior ragione oggi, se vogliamo concorrere al futuro delle nostre comunità preparando una alternativa al rischio del declino “post democratico”, tutt’altro che scongiurato.

Parlo di “identità” come riferimento – costantemente in divenire nella storia, perché non “ideologica” – ad una “cultura” sociale e politica ispirata laicamente al messaggio cristiano. Come coscienza di una eredità: quella dei movimenti sociali e politici che hanno condotto battaglie “popolari” per la affermazione dei diritti dei più deboli e per la liberazione da ogni forma di sopraffazione. Come coscienza di un “carisma”: quello di chi ricerca laicamente le vie possibili per orientare il “regno degli uomini” verso l’orizzonte del “Regno”, sapendo che le due dimensioni non possono  ontologicamente coincidere, ma impegnandosi per attenuare, con responsabilità, le antinomie che tra esse la storia degli uomini produce.

Come coscienza di una “missione”: quella di innervare la democrazia con uno spirito autenticamente comunitario e di far sì che essa sia strumento di tutela e, ove serva, di riscatto della dignità della persona, oltre ogni discriminazione e ogni rischio di emarginazione. Come coscienza, infine, di una “visione delle istituzioni pubbliche”: quella che afferma la loro grandezza, mai però a discapito del primato della società, ma anzi al suo rispettoso servizio.

“Lo Stato è, nella sua essenza, il divenire della società nella storia, secondo il suo ideale di giustizia”, scriveva Aldo Moro. Tra questa “identità” e il senso di un “progetto politico” vissuto laicamente (e condiviso, seppur in visibile e credibile autonomia, con tutte le forze di buona e convergente volontà) non vedo contrasto alcuno.  Semmai vedo, come vediamo tutti, la drammatica urgenza di aggiornate declinazioni, di nuove, competenti e coraggiose leadership, di generose disponibilità.

E vedo la necessità di “passare dalle parole ai fatti”, come bene ha scritto in questi giorni Alessandro Risso a nome della Associazione dei Popolari del Piemonte.

La DC fu una politica

Pubblichiamo la lettera che Marco Follini ha inviato a Claudio Cerasa, direttore del Foglio. Il giornale l’ha inserita ieri, 7 settembre, nell’apposita rubrica, unitamente alla risposta del direttore (anch’essa qui riprodotta).

Caro direttore, 

i giornali traboccano di azzardati paralleli storici secondo cui questo governo sarebbe “democristiano”. 

Mi permetto di obiettare. 

Non basta mediare, non basta barcamenarsi, non basta conciliare cose controverse, non basta parlare con toni sommessi, non basta evitare di picchiare i pugni sul tavolo, non bastano il diavolo e l’acqua santa, non basta neppure escludere i più truci e faziosi (o almeno uno di loro). 

La Dc fu una politica, non una tecnica. E la politica non si può mai ridurre solo al metodo. Vedere riproposta la storia democristiana sotto le mentite spoglie dell’ex avvocato del popolo è un modo di raccontare le cose che a me pare molto, molto fantasioso.

Risposta

Chi vede in questo governo un compromesso storico, descrive la nuova maggioranza come se fosse una reincarnazione della vecchia Dc. 

Chi vede in questo governo solo un compromesso tattico, più stoico che storico, descrive la nuova maggioranza come frutto non di un incrocio di culture compatibili ma come un incrocio dettato dallo stato di necessità.

I primi, vogliono che Pd e M5S diventino marito e moglie. I secondi, vogliono che Pd e M5S si facciano al massimo una scappatella. 

Noi stiamo con i secondi.

 

L’Europa e l’Italia verso una politica espansiva

  1. Articolo già apparso sulle pagine di  Orbisphera a firma del suo direttore  Antonio Gaspari 
La nascita di un governo fondato su una solida maggioranza è una buona notizia. Soprattutto se si pensa ai problemi economici e istituzionali che avrebbero potuto crearsi in una situazione di elevata incertezza, determinata dall’esercizio provvisorio di bilancio e dal rischio dell’aumento dell’Iva.
È troppo presto per dire che il nuovo governo farà bene, ma osservando la situazione come cittadini che guardano al bene comune, al di là di interessi o posizioni di parte, riteniamo di poter esprimere un cauto ottimismo.
Il governo sembra solido sui numeri. È composto da tre partiti che, alle elezioni politiche del 2018, hanno raccolto il 58,9% dei consensi (32,7% Mov5Stelle; 22,8% Pd; 3,4% Leu).
Un dato positivo che è stato subito colto dal mondo dell’economia e degli investitori.
Fin dal primo momento in cui si è cominciato a parlare del nuovo governo, lo spread è sceso di oltre 100 punti e la Borsa ha fatto segnare incrementi che non si vedevano da anni.
In termini reali, il calo dello spread ha fatto risparmiare all’Italia e agli italiani circa 800 milioni di Euro grazie alla riduzione degli interessi sul debito pubblico. Una cifra, quest’ultima, che si riferisce al solo mese di agosto. E se dovesse proseguire l’attuale trend, il risparmio sarà di 5 miliardi entro la fine dell’anno e di 15 miliardi nell’anno 2020.
Le buone sensazioni vengono confermate anche dal programma condiviso, che, pur essendo poco dettagliato, mostra una linea di condotta orientata in funzione espansiva.
Le intenzioni sembrano chiare: contrasto alla povertà; riduzione della tassazione su lavoratori ed imprese; incentivazione della green economy; investimenti per far crescere imprese e occupazione; realizzazione di alcune grandi opere; incremento della spesa in sanità, scuola, università e ricerca; collaborazione piena e convinta con l’Unione europea.
È evidente che tali politiche potranno essere realizzate solo se sarà possibile sforare il deficit con una maggiore flessibilità, passando dall’attuale percentuale del 2,4% ad almeno il 2,9%.
In tale prospettiva, è importante tener conto di alcune positive indicazioni che giungono dall’Unione europea.
Christine Lagarde, già direttrice del Fondo Monetario Internazionale nonché nuovo presidente della Banca Centrale Europea, ha annunciato un sostegno alle politiche espansive dell’Europa e ha salutato con favore la nomina di Roberto Gualtieri a ministro del Tesoro italiano: “La sua investitura – ha dichiarato – è un bene per l’Italia e per l’Europa”.
Il neo ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, eurodeputato da dieci anni, possiede una elevata competenza in merito alle problematiche comunitarie essendo stato presidente della Commissione per i problemi economici del Parlamento europeo. Il suo punto di vista può essere riassunto in un concetto da lui più volte sottolineato: “L’Europa deve far vedere che, oltre all’austerità, lavora anche per la crescita”.
Nel corso della sua permanenza a Bruxelles, Gualtieri ha dato prova di flessibilità e apertura. Si è distinto per aver chiesto un cambio di indirizzo delle regole europee con manovre che rendano più espansive le politiche economiche, favorendo investimenti destinati alla sostenibilità ambientale e dedicando una maggiore attenzione alla questione sociale e alla lotta contro l’evasione fiscale.
La carica di ministro per gli Affari Europei del nuovo governo italiano è stata conferita a Vincenzo Amendola, 46 anni e un curriculum interamente incentrato su una lunga e consolidata esperienza dei principali dossier di politica estera.
L’Italia, in Europa, è rappresentata dal presidente del Parlamento Europeo David Sassoli. Ed è in corso la nomina dell’ex premier Paolo Gentiloni alla carica di Commissario europeo nella squadra guidata da Ursula von der Leyen.
Insomma, la situazione internazionale è difficile, complicata e piena di insidie, ma un’Unione europea rinnovata potrebbe dare una risposta nuova, espansiva e propositiva alla crisi. E in questo contesto, il nuovo governo italiano ha la possibilità di riaffermare il prestigio dell’Italia quale Paese fondatore dell’Ue.

Mobilità sostenibile: Venezia strizza l’occhio all’idrogeno

A Mestre, il Comune e la Città Metropolitana di Venezia, Eni e Toyota hanno sottoscritto un accordo rivolto alla realizzazione di una stazione di rifornimento a idrogeno nel territorio comunale. L’intesa prevede che, in caso di conclusione positiva dello studio di fattibilità che verrà subito avviato, Eni renda operativa una stazione di rifornimento di idrogeno in una delle infrastrutture di servizio della società situate nel territorio municipale veneziano, da individuare entro il 31 dicembre 2019. Toyota, invece, metterà a disposizione una flotta di 10 Mirai che verrà rifornita nell’impianto stesso.

“A Venezia, una delle città più resilienti del mondo – ha detto il Sindaco del capoluogo veneto Luigi Brugnaro – siamo partiti dal presupposto che la sostenibilità ambientale fa sempre il paio con il tema delle risorse economiche. Vogliamo dimostrare che l’attenzione all’ambiente, non deve essere percepita come un costo per la collettività, ma diventa volano per l’economia circolare. Un esempio per l’Italia e l’Europa che nasce nel cuore produttivo ed industriale di Porto Marghera. Con Eni e Toyota implementiamo una partnership pubblico-privata che punta alla ricerca ed innovazione a ricaduta produttiva”.

“L’idrogeno è una molecola che già usiamo nelle nostre attività – ha sottolineato il responsabile Refining and Marketing Officer di Eni, Giuseppe Ricci  – in particolare nel ciclo bio della raffinazione, principalmente per rimuovere l’ossigeno dalle cariche vegetali, dagli oli usati di frittura, grassi animali e altri scarti con cui a Porto Marghera produciamo biocarburanti. Abbiamo inoltre iniziato a investire studiando tecnologie per la sua produzione a partire dai rifiuti solidi urbani e dalle plastiche non riciclabili, oltre che per la mobilità, di cui l’accordo appena sottoscritto rappresenta un importante milestone per un futuro low carbon. L’idrogeno costituisce un tassello importante nel percorso di de-carbonizzazione di Eni per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Con le stazioni idrogeno, Eni intende rafforzare ulteriormente la sua offerta di carburanti a basso impatto ambientale: in una rete di 4.400 impianti, 3.500 erogano Eni Diesel+, il gasolio che contiene il biocarburante prodotto nella bioraffineria di Venezia e da poco anche da quella di Gela, mentre circa 200 impianti erogano metano (di cui 2 GNL) e presto anche bio-metano”.

“E’ un giorno molto importante per lo sviluppo dell’infrastruttura di rifornimento d’idrogeno in Italia e siamo orgogliosi di fare la nostra parte insieme con Venezia e con Eni, due partner d’eccellenza, che condividono con noi obiettivi ed ideali di sostenibilità – ha aggiunto l’amministratore delegato di Toyota Motor Italia, Mauro Caruccio. Siamo convinti del potenziale dell’idrogeno per favorire il processo di decarbonizzazione della nostra società. Nel percorso verso una mobilità a zero emissioni avrà un ruolo da protagonista e complementare con altre soluzioni tecnologiche elettrificate. Per questo motivo abbiamo iniziato ad investire nello sviluppo della tecnologia a celle a combustibile oltre 20 anni fa e nel 2014 abbiamo introdotto Mirai, prima berlina a idrogeno prodotta in serie, frutto della continua evoluzione della piattaforma ibrida-elettrica di Toyota”.

Papa in Madagascar: “La deforestazione a vantaggio di pochi compromette il futuro”.

aluto cordialmente il Presidente della Repubblica del Madagascar e lo ringrazio per il suo gentile invito a visitare questo Paese, come pure per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Lei, Signor Presidente, ha parlato con passione, ha parlato con amore per il Suo popolo. La ringrazio per la Sua testimonianza di patriota. Saluto anche il Primo Ministro, i Membri del Governo, del Corpo Diplomatico e i rappresentanti della società civile. E rivolgo un saluto fraterno ai Vescovi, ai membri della Chiesa Cattolica, ai rappresentanti di altre confessioni cristiane e di diverse religioni. Grazie a tutte le persone e le istituzioni che hanno reso possibile questo viaggio, in particolare al popolo malgascio che ci accoglie con grande ospitalità.

Nel preambolo della Costituzione della vostra Repubblica, avete voluto sigillare uno dei valori fondamentali della cultura malgascia: il fihavanana, che evoca lo spirito di condivisione, aiuto reciproco e solidarietà. Include anche l’importanza dei legami familiari, dell’amicizia e della benevolenza tra gli uomini e verso la natura. Così si rivelano “l’anima” del vostro popolo e quei tratti peculiari che lo contraddistinguono, lo costituiscono e gli permettono di resistere con coraggio e abnegazione alle molteplici avversità e difficoltà che deve affrontare quotidianamente. Se dobbiamo riconoscere, valorizzare e apprezzare questa terra benedetta per la sua bellezza e la sua inestimabile ricchezza naturale, non è meno importante farlo anche per quest’“anima” che vi dà la forza di rimanere impegnati con l’aina (vale a dire con la vita), come ha ben ricordato padre Antonio di Padova Rahajarizafy, S.J.

Dopo che la vostra Nazione ha riguadagnato la sua indipendenza, essa aspira alla stabilità e alla pace, attuando un’alternanza democratica positiva che attesta il rispetto della complementarità degli stili e dei progetti. E questo dimostra che «la politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo» (Messaggio per la 52ª Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2019) quando è vissuta come servizio alla collettività umana. È chiaro, quindi, che la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida continua per coloro che hanno la missione di servire e proteggere i propri concittadini, in particolare i più vulnerabili, e di favorire le condizioni per uno sviluppo dignitoso e giusto, coinvolgendo tutti gli attori della società civile. Perché, come ricordava San Paolo VI, lo sviluppo di una nazione «non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (Enc. Populorum progressio, 14).

In questa prospettiva, vi incoraggio a lottare con forza e determinazione contro tutte le forme endemiche di corruzione e di speculazione che accrescono la disparità sociale e ad affrontare le situazioni di grande precarietà e di esclusione che generano sempre condizioni di povertà disumana. Da qui la necessità di introdurre tutte le mediazioni strutturali che possano assicurare una migliore distribuzione del reddito e una promozione integrale di tutti gli abitanti, in particolare dei più poveri. Tale promozione non può limitarsi alla sola assistenza, ma chiede il riconoscimento di soggetti giuridici chiamati a partecipare pienamente alla costruzione del loro futuro (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 204-205).

Inoltre, abbiamo imparato che non possiamo parlare di sviluppo integrale senza prestare attenzione alla nostra casa comune e prendercene cura. Non si tratta solo di trovare gli strumenti per preservare le risorse naturali, ma di cercare «soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (Enc. Laudato si’, 139).

La vostra bella isola del Madagascar è ricca di biodiversità vegetale e animale, e questa ricchezza è particolarmente minacciata dalla deforestazione eccessiva a vantaggio di pochi; il suo degrado compromette il futuro del Paese e della nostra casa comune. Come sapete, le foreste rimaste sono minacciate dagli incendi, dal bracconaggio, dal taglio incontrollato di legname prezioso. La biodiversità vegetale e animale è a rischio a causa del contrabbando e delle esportazioni illegali. È vero che, per le popolazioni interessate, molte di queste attività che danneggiano l’ambiente sono quelle che assicurano per il momento la loro sopravvivenza. È dunque importante creare occupazioni e attività generatrici di reddito che siano rispettose dell’ambiente e aiutino le persone ad uscire dalla povertà. In altri termini, non può esserci un vero approccio ecologico né una concreta azione di tutela dell’ambiente senza una giustizia sociale che garantisca il diritto alla destinazione comune dei beni della terra alle generazioni attuali, ma anche a quelle future.

Su questa strada, dobbiamo impegnarci tutti, compresa la comunità internazionale. Molti suoi rappresentanti sono presenti oggi. Bisogna riconoscere che l’aiuto fornito da queste organizzazioni internazionali allo sviluppo del Paese è grande e che rende visibile l’apertura del Madagascar al mondo. Il rischio è che questa apertura diventi una presunta “cultura universale” che disprezza, seppellisce e sopprime il patrimonio culturale di ogni popolo. La globalizzazione economica, i cui limiti sono sempre più evidenti, non dovrebbe portare ad una omogeneizzazione culturale. Se prendiamo parte a un processo in cui rispettiamo le priorità e gli stili di vita originari e in cui le aspettative dei cittadini sono onorate, faremo in modo che l’aiuto fornito dalla comunità internazionale non sia l’unica garanzia dello sviluppo del Paese; sarà il popolo stesso che progressivamente si farà carico di sé, diventando l’artefice del proprio destino.

Ecco perché dobbiamo prestare un’attenzione e un rispetto particolari alla società civile locale, al popolo locale. Sostenendo le sue iniziative e le sue azioni, la voce di coloro che non hanno voce sarà resa più udibile, così come le varie armonie, anche contrastanti, di una comunità nazionale che cerca la propria unità. Vi invito a immaginare questo percorso nel quale nessuno è messo da parte, o va da solo o si perde.

Come Chiesa, vogliamo imitare l’atteggiamento di dialogo della vostra connazionale, la Beata Victoire Rasoamanarivo, che san Giovanni Paolo II beatificò nella sua visita di trent’anni fa. La sua testimonianza d’amore per la sua terra e le sue tradizioni, il servizio ai più poveri come segno della sua fede in Gesù Cristo ci mostrano la via che anche noi siamo chiamati a percorrere.

Signor Presidente, Signore e Signori, desidero riaffermare la volontà e la disponibilità della Chiesa Cattolica in Madagascar di contribuire, in un dialogo permanente con i cristiani delle altre confessioni, con i membri delle altre religioni e con tutti gli attori della società civile, all’avvento di una vera fraternità che valorizzi sempre il fihavanana, promuovendo lo sviluppo umano integrale, affinché nessuno sia escluso.

Con questa speranza, chiedo a Dio di benedire il Madagascar e coloro che vi abitano, di conservare la vostra bella isola pacifica e accogliente, e di renderla prospera e felice! Grazie.

Save the Children: “In Italia, solo un bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico”.

In Italia, solo un bambino su 10 può accedere a un asilo nido pubblico, con picchi negativi che si registrano in regioni come Calabria e Campania, dove la copertura è pressoché assente e, rispettivamente, solo il 2,6% e il 3,6% dei bambini frequenta un nido pubblico.

È quanto emerge dal rapporto “Il miglior inizio – Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita” diffuso da Save the Children, in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico. Il rapporto contiene i risultati di una indagine pilota condotta tra marzo e giugno 2019 in 10 città e province italiane – Brindisi, Macerata, Milano, Napoli, Palermo, Prato, Reggio Emilia, Roma, Salerno e Trieste – realizzata in collaborazione con il Centro per la Salute del Bambino, che ha anche fornito una supervisione scientifica assieme all’Istituto degli Innocenti e all’Università di Macerata .

L’indagine ha coinvolto direttamente 653 bambini di età compresa tra 3 anni e mezzo e 4 anni e mezzo, ai quali, nell’ambito di incontri individuali a scuola con educatori appositamente formati, sono stati sottoposti i quesiti dello strumento Idela (International Development and Early Learning Assessment), sviluppato da Save the Children International nel 2014, che opera una valutazione su quattro aree di sviluppo: fisico-motorio, linguistico, matematico e socio-emozionale. “

È fondamentale che il prossimo Governo assuma tra le proprie priorità quella dell’investimento nell’infanzia a partire dai primi anni di vita, promuovendo in Italia un’agenda per la prima infanzia, che preveda un piano organico di interventi di sostegno alla genitorialità, servizi educativi di qualità e accessibili a tutti, misure di welfare familiare, lotta alla povertà economica ed educativa, sostegno all’occupazione femminile e conciliazione tra lavoro e famiglia”, afferma Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia – Europa di Save the Children.

Dai biohacker una versione pirata di un farmaco da 1 milione dollari

Assorted pills

Realizzare una versione ‘pirata’ di un farmaco è il progetto annunciato negli Stati Uniti da un gruppo di biohacker, i biologi amatoriali che lavorano con molecole e Dna in un fai-da-te in laboratori improvvisati.

Così un gruppo di biologi amatoriali afferma di essere riuscito a mettere a punto una versione da appena 7mila dollari del farmaco che nel 2015 è stata la prima terapia genica approvata per uso commerciale.

“E’ stata sviluppata in un capannone in Mississipi , un magazzino in Florida, una stanza da letto in Indiana e un computer in Austria”, ha detto uno dei biohacker.

Dopo aver presentato i propri risultati, il gruppo ha chiesto aiuto a università e ricercatori per riuscire a migliorare la loro versione del farmaci e a sperimentarla almeno sugli animali: un passo troppo costoso per dei ricercatori ‘improvvisati’

L’arcivescovo di Bologna: «Cristiani antidoto al sovranismo, ma anche alla realtà semplificata»

Articolo già apparso sulle pagine di Avvenire a firma di Paolo Viana

I cattolici sono meno divisi di un tempo in politica e a ricompattarli è l’insofferenza per populisti e sovranisti. Parola di don Matteo: «I populismi seminano il sospetto e creano una post-verità in cui tutto sembra uguale ed invece non lo è. Semplificano la realtà dell’economia, delle famiglie, della povertà, che invece è complessa. Ridicolizzano le istituzioni e conducono al plebiscitarismo…» L’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi – che i fedeli chiamano “don Matteo” da quand’era parroco in Trastevere, prima di diventare vescovo ausiliare di Roma – tra qualche settimana sarà creato cardinale e nella sua prima uscita pubblica dopo la nomina ha descritto l’associazionismo cattolico come una rete alternativa al populismo e al sovranismo.

«Ha ragione Costalli quando dice che la vera minaccia è la delegittimazione dei corpi intermedi, che fanno la fatica di collegare i pezzi dei problemi e cercano di rammendare un Paese lacerato», ha spiegato intervenendo al secondo giorno del seminario del Movimento cristiano lavoratori a Senigallia. Poco prima, e dopo i saluti del vescovo di Senigallia Francesco Manenti e del nuovo assistente nazionale Mcl don Francesco Poli, era intervenuto infatti il presidente di Mcl Carlo Costalli, il quale aveva dichiarato che «negli ultimi anni, con Renzi e fino all’ultimo governo, i corpi intermedi sono finiti sotto tiro, la disintermediazione ha colpito al cuore anche un Paese come l’Italia che ha sempre potuto vantare una presenza e una vivacità della società civile.

La grande trasformazione in cui siamo immersi ha riproposto in modo nuovo la contraddizione della prima modernità, con la destrutturazione dei corpi intermedi verso l’utopia di un mondo interconnesso e disintermediato. I poli di riferimento non sono più lo Stato e il cittadino, ma lo spazio dei flussi e le moltitudini di utenti/clienti. La grande questione dell’essere corpo intermedio nella società liquida, dove massima è la potenza dei mezzi e scarsi sono gli obiettivi, è che senza un forte pensiero di libertà e senza una critica matura verso le promesse di una società accelerata e dell’innovazione come fine, non sarà facile fare i conti con la frammentazione sociale».

L’arcivescovo ha detto che «l’antidoto al populismo, come ci insegna papa Francesco, è l’umanesimo cristiano e la ricostruzione di reti è l’unico modo per affrontare la grande solitudine del nostro tempo. Certo, i corpi intermedi devono ridisegnarsi e imparare ad abbassarsi, come Cristo». Quindi, ha constatato che «oggi nel mondo cattolico si avverte questa esigenza e certi antagonismi del passato sono diventati molto relativi: questa è una grande opportunità che si presenta ad associazioni e movimenti, che, pur senza perdere la loro soggettività, devono cercare questa collaborazione».

Zuppi ha contrapposto la visione dell’umanesimo cristiano a quella dei sovranismi che «cedono alla tentazione di amplificare il piccolo» e ha chiarito che «la testimonianza non basta», esortando movimenti e associazioni a «non farsi fregare, a non accontentarsi delle frattaglie, mettendosi al servizio, di fatto dei sovranismi». I corpi intermedi, cui è dedicato il seminario di Senigallia, sono invece uno strumento per cogliere la complessità dei problemi dei giovani e delle famiglie, «per le quali le istituzioni fanno troppo poco».

Quindi, parlando dell’Europa, l’arcivescovo ha spiegato che «indipendenza e sovranità vengono confuse: gli Stati possono essere formalmente indipendenti e non essere sovrani perché le decisioni si prendono altrove; invece, limitando l’indipendenza degli Stati europei con l’interdipendenza di una moneta, un esercito, un fisco comuni, si garantisce la difesa della loro sovranità. L’alternativa è dunque andare a libro paga di potenze straniere o fare dell’Europa un museo». Il futuro porporato è convinto che a livello europeo si possano affermare le proprie ragioni, ma che il sovranismo sia sterile: «Va bene dare una spallata ma poi quelli sono i tuoi interlocutori: i sovranisti sono indipendentisti che non fanno il bene del loro Paese», ha concluso.

 

Coerenza in politica? Un optional.

Tra gli elementi che avranno una forte ricaduta nella cittadella politica italiana nei prossimi mesi dopo la più grande operazione trasformistica del secondo dopoguerra, ci sarà sicuramente la scomparsa della “coerenza” nel dibattito pubblico. Tra i partiti e nei partiti. E’ di tutta evidenza, del resto, che riesce difficile, se non indigesto, d’ora in poi per larghi settori della pubblica opinione, continuare a credere ciò che dicono pubblicamente i partiti e i principali esponenti sulla politica, sulle prospettive, sui giudizi sugli avversari politici, sulle promesse programmatiche e via discorrendo. Dopo l’alleanza tra il Partito democratico e il partito di Grillo e Casaleggio tutto e’ possibile. Tutto e’ legittimo. Tutto è tollerato. Perché tutto si può dire e tutto si può azzerare anche nell’arco di pochissimi giorni. Del resto, anni e anni caratterizzati da tonnellate di insulti, contumelie, diffamazioni, attacchi politici e personali, querele tra i vari esponenti e poi nell’arco di pochissimi giorni tutto viene accantonato… 

Ora, di fronte ad un quadro del genere, e pur con tutte le buone intenzioni del caso, una considerazione molto semplice si impone: e cioè, e’ scomparsa la categoria della coerenza nella politica. Tutto si può dire e tutto si può smentire nell’arco di pochissimi giorni. Ogni proposta sul futuro, sulla prospettiva di governo, sulle alleanze per un nuovo progetto politico sono poco più di enunciazioni scritte sulla sabbia. Destituite di ogni fondamento e del tutto virtuali perché possono essere accantonate nell’arco di poche ore. Tutti i giorni in molti talk, sui social e nella rete in generale scorrono le immagini dei principali esponenti del Pd e del partito dei 5 stelle che giurano e spergiurano l’impossibilità storica, politica culturale, programmatica, etica e sociale per arrivare ad un accordo, anche di breve tempo, tra i due soggetti politici. Cosa è rimasto di tutto ciò? Assolutamente nulla. Come dicevo poc’anzi, tutto cancellato e tutto rimosso. 

Diventa francamente difficile, d’ora in poi, promettere una stagione politica all’insegna della coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra ciò che si promette e come ci si comporta. Una radicale dissociazione, una cesura netta tra i pronunciamenti e i comportamenti. Altroché l’antica e saggia lezione di Pietro Scoppola quando invitava i cattolici italiani impegnati in politica a non separare mai la “cultura del comportamento dalla cultura del progetto”. Lezione archiviata e consegnata ormai alla storia. Nessuno sa, ad oggi, quali saranno le ricadute politiche, elettorali e comportamentali di questa nuova stagione nata all’insegna del più spregiudicato trasformismo. Una cosa e’ certa: nessuno potrà più dispensare patenti di coerenza a destra e a manca. Semplicemente nessuno ha più l’autorità morale per farlo. Fuorche’ si creda in buona fede – sic! – che l’alleanza tra il Pd e i 5 stelle sia una “alleanza politica, culturale, etica, programmatica, culturale, di lunga scadenza” e quindi “storica. Come hanno sostanzialmente sostenuto Grillo e i maggiorenti del Partito democratico. 

Ora, per non ripetere osservazioni che ormai sono sotto gli occhi di tutti, c’è una sola considerazione conclusiva che non si può non fare. E cioè, dopo una lunga stagione in cui i partiti esprimevano più o meno una visione della società a cui faceva seguito un sisma di alleanze più o meno coerente con le pubbliche enunciazioni, e’ subentrata una fase – quella odierna – dove ciò che viene detto agli elettori e’ tutto e solo un finzione. Una virtualità. Ovvero, un racconto che poi viene sistematicamente negato da ciò che concretamente viene perseguito. E le vicende di questi giorni, sconcertanti per chi crede ancora, pur senza farsi grandi illusioni, nella “buona politica”, lo confermano persin platealmente. 

Ma, e questo è l’aspetto positivo, esistono ancora gli anticorpi nella società italiana – a livello politico, culturale, sociale, religioso ed etico – per opporsi a questa deriva e a questa perdita di credibilità della politica e, soprattutto, degli attuali partiti. Si tratta, soprattutto, di farli emergere e di trasformarli in soggetti politici veri che siano anche in grado, seppur in mezzo a grandi difficoltà, di far invertire la rotta rispetto all’attuale decadimento. Anche da una stagione trasformistica può ripartire una nuova pagina. Non tutto il male, a volte, viene per nuocere. 

La conversione della Cina al multilateralismo

Articolo già apparso sulle pagine della rivista Treccani a firma di Barbara Onnis

Il tema del multilateralismo (duobian zhuyi) ha fatto il suo ingresso nel discorso politico cinese nel 1986, con il rapporto sul lavoro del governo presentato da Zhao Ziyang in occasione del lancio del VII piano quinquennale (1986-90), quando la diplomazia multilaterale venne definita, per la prima volta, parte integrante della politica estera indipendente della RPC. Nella pratica, furono le modificazioni intervenute nei calcoli strategici dei governanti cinesi all’indomani dell’isolamento e della condanna internazionali seguiti ai fatti del 4 giugno 1989 a contribuire a far posto ad una partecipazione progressiva più estesa e diversificata a diversi consessi multilaterali, determinando una sorta di «conversione» cinese al multilateralismo – tradizionalmente considerato un veicolo potenziale di pressioni esterne.

La svolta della Cina verso il multilateralismo può essere considerata, in effetti, come uno dei pochi veri cambiamenti radicali intervenuti nella politica estera di Pechino post-Tienanmen e post-guerra fredda e costituisce un elemento centrale nell’ambito della cosiddetta Grand strategy cinese. Si tratta di un «percorso alternativo», distintamente cinese, al potere globale, da intendersi quale strumento per «gestire le relazioni con la superpotenza (gli Stati Uniti) e lavorare per costruire le regole di un ‘nuovo ordine internazionale’», a seguito della presa di coscienza che «le limitazioni derivanti dalla partecipazione a consessi multilaterali fossero preferibili all’isolamento e all’accerchiamento e potessero in qualche modo contribuire a promuovere la sua reputazione come potenza responsabile».

Ciò nonostante, la Cina popolare ha continuato a mostrare a lungo una chiara preferenza per le istituzioni di carattere economico, rispetto a quelle legate alla sicurezza, e a prediligere in linea di massima quelle che presentano un basso livello di istituzionalizzazione, al fine di poter continuare a impostare i propri rapporti con gli altri Stati per il tramite di relazioni bilaterali, nell’ambito delle quali gode di vantaggi indiscutibili che le derivano dalla sua posizione privilegiata, sia dal punto di vista del potere economico/finanziario sia di quello politico/diplomatico/militare. Il risultato è che la forma di cooperazione prevalente in Asia (soprattutto nel campo della sicurezza), ma non solo, si articola in una sovrabbondanza di accordi bilaterali, spesso nella forma di partnership strategiche (huoban zhanlüe).

Secondo alcuni studiosi, il boom di partnership strategiche siglate a partire dagli anni Novanta riflette esattamente l’adattamento di Pechino al mondo che cambia e un tentativo di ridisegnare un ordine globale più favorevole al Paese. Si tratta, in effetti, di uno strumento diplomatico con il quale la RPC intendeva regolamentare i rapporti con le grandi potenze, in un momento in cui un nuovo ordine mondiale stava prendendo forma – la prima venne siglata con il Brasile, nel 1993; la seconda, con la Russia, nel 1996; la terza con l’India nel 1998. In particolare, la prima, rimasta dormiente per oltre un decennio, rappresentava il tentativo di Pechino di restaurare la propria immagine, dopo i fatti di piazza Tienanmen. Ciò detto, come amano rimarcare i governanti cinesi, le partnership bilaterali e multilaterali costituite da Pechino sono un riflesso dell’incipiente transizione verso un sistema multipolare e uno strumento che contribuisce ad accelerarlo.

Qui l’articolo completo 

Salvini, Boris Johnson e il Circolo Pickwick.

Baldomer Gili Roig. Quadre Còpia digital del negatiu original de vidre Llegat Dolors Moros, 2010 Museu d'Art Jaume Morera, Lleida. 3099

Più di uno si sta cimentando nel trovare paragoni ed analogie tra il suicidio politico di Matteo Salvini e le piroette autolesionistiche e folcloristiche di Boris Johnson.

Entrambi sono entrati in crisi proprio nel momento apicale della loro ascesa, più per proprio demerito che per iniziative altrui.

Il primo dopo una crescita inarrestabile di consensi e una straordinaria capacità di imporre la propria agenda politica nei cfr di uno stordito Movimento 5 stelle cui peraltro ha consegnato il più clamoroso degli assist, ha dimenticato che non basta togliere la fiducia al governo (paradossalmente di cui era l’indiscusso dominus) per ottenere le elezioni anticipate senza tener conto delle procedure parlamentari che prevedono il conferimento del mandato al partito di maggioranza relativa e fidandosi ad occhi chiusi che il PD accettasse la sfida del voto senza cedere alla lusinga delle poltrone.

Forse non ricordava il Conte Ugolino e il XXXIII canto dell’Inferno: “più che’l dolor potè ‘l digiuno”.

E questo è un capitolo chiuso che ci riguarda e ci consegna un ribaltone storico da guinness dei primati.

Il secondo, dopo aver atteso pazientemente il lungo e umiliante logorio della collega di partito Theresa May alla quale non è riuscito nessun tentativo tra quelli preparati per realizzare la fase attuativa della Brexit, ne ha preso il posto tessendo la tela della sfiducia e imprimendo una vistosa accelerazione al progetto di uscita del Paese dall’U.E., anche tentando di mandare in ferie il Parlamento fino al 14 ottobre, per la prima volta dal 1948 e con il placet della Regina, forzando la mano per evitare impicci e ostacoli alla prospettiva di exit senza condizioni, il cd. no deal. Anche a lui è andata male: ha iniziato il collega di partito Phillip Lee ad abbandonare le fila dei conservatori per passare al partito liberale, platealmente, durante una seduta della Camera.

Successivamente altri 20 deputati Tory si sono ribellati al capo politico, l’istrionico premier Boris, votando la sfiducia al suo esecutivo e di fatto blindando l’ipotesi di uscita senza condizioni come una irrealizzabile utopia, mandando a carte e quarantotto le velleità del biondo e pirotecnico premier. Ciliegina sulla torta: le dimissioni da deputato e da vice ministro del fratello Jo Johnson, in dissenso con Boris sul no-deal: un fatto che ha del clamoroso poiché avviene in famiglia.

Al vulcanico e irruente Boris non è rimasta altra soluzione che prender atto di questa indignata ribellione (motivata da dissapori personali nel cfr. del loro leader e anche da malcelati ripensamenti rispetto ai vantaggi effettivi di una uscita del Regno Unito dall’U.E.) e invocare elezioni anticipate.

La stessa via d’uscita improvvisamente imboccata da Salvini, con gli esiti imprevedibili che ora conosciamo.

Nel frattempo il laburista Corbyn – nonostante il consiglio del suo predecessore Tony Blair di negoziare una legge in Parlamento che promuova un secondo referendum consultivo popolare sulla Brexit- è propenso ad accettare la sfida delle elezioni e si materializza come incognita pesante sul voto eventuale poiché sembra prevalere nell’opinione pubblica del Paese un orientamento che rimetta in discussione la Brexit e tutto l’armamentario autonomista lungamente tessuto dai conservatori ma finora rimasto impigliato nella rete dei ripensamenti, dei tradimenti, delle soluzioni senza esito tentate.

Per essere il Paese che vanta la più antica Costituzione del mondo si configura nel Regno Unito una situazione incerta, conflittuale, confusa, con risvolti ironici e coreografici degni della migliore rappresentazione teatrale del Circolo Pickwick.

L’Italia avrà i suoi problemi e non li nasconde ma ci sono altri garbugli in Europa.

La Merkel e l’accordo con la Cina

Merkel ha anche chiesto che venga stipulato l’accordo per la protezione degli investimenti tra Ue e Cina. “La Germania si è impegnata a poter concludere questo progetto durante la presidenza del Consiglio dell’Unione europea che eserciterà nella seconda metà del 2020”.
Inoltre, durante un incontro, Merkel ha “incoraggiato le imprese cinesi a continuare a investire in Germania”. Il cancelliere tedesco ha osservato che “non si può spiegare il declino degli investimenti cinesi in Germania negli ultimi mesi”. Il paese rimane, infatti, “aperto e trasparente, anche se la soglia per gli investimenti nelle infrastrutture strategiche è stata abbassata”.
A sua volta, il primo ministro cinese Li Keqiang ha “promesso un’ulteriore apertura” del mercato della Repubblica popolare.
Ad alcune aziende tedesche che operano in Cina “è già stato garantito di poter deviare dal regime obbligatorio delle joint venture” in vigore nel paese.

Rozzano, refezione scolastica gratis per tutti gli studenti.

Gianni Ferretti, sindaco del comune milanese di Rozzano, ha annunciato la gratuità del servizio della refezione scolastica per tutte le famiglie residenti con un videomessaggio sulla pagina del Comune.

Il pasto gratis sarà riservato ai bambini residenti i cui genitori siano in regola con i pagamenti con Ama Rozzano, la partecipata del Comune che gestisce il servizio mensa. In caso di morosità basterà sottoscrivere un piano di rientro a rate delle quote non versate.

Si tratta dell’unica pubblica amministrazione in Italia – sottolinea il Comune – che considera la refezione scolastica parte integrante di un percorso educativo.

La vendemmia Doc spinge il record dell’export del vino

A sostenere la vendemmia in piano svolgimento è il record storico delle esportazioni di vino Made in Italy che fanno registrare un aumento del 5,4% rispetto allo scorso anno quando avevano raggiunto su base annuale 6,2 miliardi di euro, la prima voce dell’export agroalimentare nazionale. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat relativi ai primi cinque mesi del 2019 in occasione della presentazione delle previsioni vendemmiali 2019 di Ismea, Assoenologi e Unione italiana vini che hanno rivisto le stime di inizio agosto all’avvio della raccolta delle uve.

Si stima – sottolinea la Coldiretti – una produzione di 46 milioni di ettolitri di vino, il 16% in meno dell`anno scorso con l’Italia che è il primo produttore mondiale davanti alla Francia che si ferma a 43,9 milioni di ettolitri e la Spagna a 40 milioni secondo i Ministeri agricoli dei due Paesi. A livello territoriale la produzione aumenta solo in Toscana (+10%), è stabile in Valle d’Aosta e Molise mentre cala in Lombardia (-30%), Umbria (-24%), Emilia Romagna e Sicilia (-20%), Friuli Venezia Giulia (-18%), Veneto (-16%), Puglia (-16%), Trentino Alto Adige, Lazio, Piemonte e Marche (-15%) Sardegna (-13%), Abruzzo (-11%), Liguria e Basilicata (-10%), Campania (-6%) e Calabria (-3%)

In Italia le condizioni attuali – sottolinea Coldiretti – fanno ben sperare per una annata di buona/ottima qualità anche se l’andamento della raccolta dipenderà molto dal resto dal mese di settembre e ottobre per confermare le previsioni anche sul piano quantitativo, anche perché al momento appena il 15% delle uve è già in cantina contro il 40% dello scorso anno. A condizionare sono le anomalie climatiche del 2019, al caldo e siccità nei primi mesi primaverili sono seguite copiose precipitazioni, unite ad un significativo calo termico per buona parte del mese di maggio mentre nell’estate bollente si sono verificate a macchia di leopardo violente ondate di maltempo.

La produzione tricolore sarà destinata per circa il 70% a vini Docg, Doc e Igt – sottolinea la Coldiretti – con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 per cento per i vini da tavola. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 567 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire vini locali di altissima qualità grazie ad una tradizione millenaria. Le prime quattro regioni per quantità prodotte – rileva la Coldiretti – sono il Veneto con una stima di 11,27 milioni di ettolitri, la Puglia con 8 milioni, l’Emilia Romagna con 7,4 milioni e la Sicilia con 3,76 milioni di ettolitri.

Un andamento spinto dall’ottimismo delle vendite all’estero che – sottolinea la Coldiretti – hanno raggiunto il record storico grazie all’incremento in valore del 3,7% negli Usa che sono di gran lunga il principale cliente, ma l’aumento è stato del 5,9% in Germania che si posiziona al secondo posto e del 5% nel Regno Unito al terzo posto. Un vero balzo del 12,2% – continua la Coldiretti – si registra in Francia storico concorrente del Made in Italy mentre la crescita è del 6,6% in Cina.

Il settore più dinamico – precisa la Coldiretti – è quello delle bollicine che fanno segnare un aumento del 7,5 % trainate dal prosecco, in vino italiano piu’ stappato all’estero, con oltre 1/4 delle vendite realizzato in Gran Bretagna (28%).

 

Per questo a preoccupare per il futuro – precisa la Coldiretti – sono gli effetti della Brexit con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ma anche la guerra commerciale che Trump ha minacciato di scatenare nei confronti dell’Europa con un aumento dei dazi fino al 100% del valore che colpirebbero anche il vino italiano le cui spedizioni in Usa valgono 1,5 miliardi nel 2018.

A livello nazionale vanno segnalati i dati positivi sui consumi degli italiani, sempre più consapevoli e attenti alla qualità e all’origine, con una spesa delle famiglie cresciuta del +6,5% in valore nel primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Ismea Nielsen.

“Il vino italiano con un fatturato di oltre 11 miliardi di euro è cresciuto scommettendo sulla sua identità, con una decisa svolta verso la qualità che rappresenta un modello di riferimento per la crescita dell’intero agroalimentare nazionale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “distintività e legame con il territorio sono i fattori competitivi vincenti per l’intero Made in Italy”.

Il vigneto Italia – sottolinea la Coldiretti – con i suoi 658mila ettari coltivati offre opportunità di lavoro a 1,3 milioni di persone impegnate direttamente in campi, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse e di servizio. L’esercito del vino – conclude Coldiretti – spazia dai viticoltori agli addetti nelle cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse, di servizio e nell’indotto che si sono estese negli ambiti più diversi: dall’industria vetraria a quella dei tappi, dai trasporti alle assicurazioni, da quella degli accessori, come cavatappi e sciabole, dai vivai agli imballaggi, dalla ricerca e formazione alla divulgazione, dall’enoturismo alla cosmetica e al mercato del benessere, dall’editoria alla pubblicità, dai programmi software fino alle bioenergie ottenute dai residui di potatura e dai sottoprodotti della vinificazione (fecce, vinacce e raspi).

 

REGIONE                              PRODUZIONE mln ettolitri VARIAZIONE 2019/2018     

Marche                                  0,820                                                 – 15%

Veneto                                  11,270                                               – 16%

Abruzzo                                3,050                                                 – 11%

Puglia                                   8,000                                                 – 16%

Sicilia                                    3,760                                                 – 20%

Lombardia                            1,200                                                 – 30%

Piemonte                              2,470                                                 – 15%

Valle D’Aosta                       0,017                                                    0%

Friuli Venezia Giulia          1,780                                                 – 18%

Emilia Romagna                 7,410                                                 – 20%

Umbria                                  0,340                                                 – 24%

Sardegna                             0,380                                                 – 13%

Lazio                                     0,660                                                 – 15%

Campania                            0,580                                                 – 6%

Molise                                   0,239                                                    0%

Basilicata                              0,085                                                 – 10%

Calabria                                0,113                                                 – 3%

Liguria                                   0,041                                                 – 10%

Trentino                                1,350                                                 – 15%

Toscana                                2,335                                                 + 10%

A sostenere la vendemmia in piano svolgimento è il record storico delle esportazioni di vino Made in Italy che fanno registrare un aumento del 5,4% rispetto allo scorso anno quando avevano raggiunto su base annuale 6,2 miliardi di euro, la prima voce dell’export agroalimentare nazionale. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat relativi ai primi cinque mesi del 2019 in occasione della presentazione delle previsioni vendemmiali 2019 di Ismea, Assoenologi e Unione italiana vini che hanno rivisto le stime di inizio agosto all’avvio della raccolta delle uve.

Si stima – sottolinea la Coldiretti – una produzione di 46 milioni di ettolitri di vino, il 16% in meno dell`anno scorso con l’Italia che è il primo produttore mondiale davanti alla Francia che si ferma a 43,9 milioni di ettolitri e la Spagna a 40 milioni secondo i Ministeri agricoli dei due Paesi. A livello territoriale la produzione aumenta solo in Toscana (+10%), è stabile in Valle d’Aosta e Molise mentre cala in Lombardia (-30%), Umbria (-24%), Emilia Romagna e Sicilia (-20%), Friuli Venezia Giulia (-18%), Veneto (-16%), Puglia (-16%), Trentino Alto Adige, Lazio, Piemonte e Marche (-15%) Sardegna (-13%), Abruzzo (-11%), Liguria e Basilicata (-10%), Campania (-6%) e Calabria (-3%)

In Italia le condizioni attuali – sottolinea Coldiretti – fanno ben sperare per una annata di buona/ottima qualità anche se l’andamento della raccolta dipenderà molto dal resto dal mese di settembre e ottobre per confermare le previsioni anche sul piano quantitativo, anche perché al momento appena il 15% delle uve è già in cantina contro il 40% dello scorso anno. A condizionare sono le anomalie climatiche del 2019, al caldo e siccità nei primi mesi primaverili sono seguite copiose precipitazioni, unite ad un significativo calo termico per buona parte del mese di maggio mentre nell’estate bollente si sono verificate a macchia di leopardo violente ondate di maltempo.

La produzione tricolore sarà destinata per circa il 70% a vini Docg, Doc e Igt – sottolinea la Coldiretti – con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 per cento per i vini da tavola. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 567 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire vini locali di altissima qualità grazie ad una tradizione millenaria. Le prime quattro regioni per quantità prodotte – rileva la Coldiretti – sono il Veneto con una stima di 11,27 milioni di ettolitri, la Puglia con 8 milioni, l’Emilia Romagna con 7,4 milioni e la Sicilia con 3,76 milioni di ettolitri.

Un andamento spinto dall’ottimismo delle vendite all’estero che – sottolinea la Coldiretti – hanno raggiunto il record storico grazie all’incremento in valore del 3,7% negli Usa che sono di gran lunga il principale cliente, ma l’aumento è stato del 5,9% in Germania che si posiziona al secondo posto e del 5% nel Regno Unito al terzo posto. Un vero balzo del 12,2% – continua la Coldiretti – si registra in Francia storico concorrente del Made in Italy mentre la crescita è del 6,6% in Cina.

Il settore più dinamico – precisa la Coldiretti – è quello delle bollicine che fanno segnare un aumento del 7,5 % trainate dal prosecco, in vino italiano piu’ stappato all’estero, con oltre 1/4 delle vendite realizzato in Gran Bretagna (28%).

 

Per questo a preoccupare per il futuro – precisa la Coldiretti – sono gli effetti della Brexit con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ma anche la guerra commerciale che Trump ha minacciato di scatenare nei confronti dell’Europa con un aumento dei dazi fino al 100% del valore che colpirebbero anche il vino italiano le cui spedizioni in Usa valgono 1,5 miliardi nel 2018.

A livello nazionale vanno segnalati i dati positivi sui consumi degli italiani, sempre più consapevoli e attenti alla qualità e all’origine, con una spesa delle famiglie cresciuta del +6,5% in valore nel primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, secondo elaborazioni Coldiretti su dati Ismea Nielsen.

“Il vino italiano con un fatturato di oltre 11 miliardi di euro è cresciuto scommettendo sulla sua identità, con una decisa svolta verso la qualità che rappresenta un modello di riferimento per la crescita dell’intero agroalimentare nazionale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “distintività e legame con il territorio sono i fattori competitivi vincenti per l’intero Made in Italy”.

Il vigneto Italia – sottolinea la Coldiretti – con i suoi 658mila ettari coltivati offre opportunità di lavoro a 1,3 milioni di persone impegnate direttamente in campi, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse e di servizio. L’esercito del vino – conclude Coldiretti – spazia dai viticoltori agli addetti nelle cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse, di servizio e nell’indotto che si sono estese negli ambiti più diversi: dall’industria vetraria a quella dei tappi, dai trasporti alle assicurazioni, da quella degli accessori, come cavatappi e sciabole, dai vivai agli imballaggi, dalla ricerca e formazione alla divulgazione, dall’enoturismo alla cosmetica e al mercato del benessere, dall’editoria alla pubblicità, dai programmi software fino alle bioenergie ottenute dai residui di potatura e dai sottoprodotti della vinificazione (fecce, vinacce e raspi).

 

REGIONE                              PRODUZIONE mln ettolitri VARIAZIONE 2019/2018     

Marche                                  0,820                                                 – 15%

Veneto                                  11,270                                               – 16%

Abruzzo                                3,050                                                 – 11%

Puglia                                   8,000                                                 – 16%

Sicilia                                    3,760                                                 – 20%

Lombardia                            1,200                                                 – 30%

Piemonte                              2,470                                                 – 15%

Valle D’Aosta                       0,017                                                    0%

Friuli Venezia Giulia          1,780                                                 – 18%

Emilia Romagna                 7,410                                                 – 20%

Umbria                                  0,340                                                 – 24%

Sardegna                             0,380                                                 – 13%

Lazio                                     0,660                                                 – 15%

Campania                            0,580                                                 – 6%

Molise                                   0,239                                                    0%

Basilicata                              0,085                                                 – 10%

Calabria                                0,113                                                 – 3%

Liguria                                   0,041                                                 – 10%

Trentino                                1,350                                                 – 15%

Toscana                                2,335                                                 + 10%

Al via la nuova edizione del premio “Vivere a spreco zero”

In Italia è di poco meno di un chilogrammo lo spreco di cibo pro capite settimanale, per un valore di 196 euro annui. A dirlo sono i “Diari di famiglia” del progetto “Reduce” che il Ministero dell’Ambiente porta avanti insieme all’Università di Bologna Dipartimento di Scienze e tecnologie agroalimentari. Tra le diverse iniziative è stato appena presentato il premio “Vivere a spreco zero” 2019, dedicato alle buone pratiche nella prevenzione degli sprechi alimentari. Giunto quest’anno alla VII edizione, promosso, oltre che dal Maatm, dalla campagna “Spreco zero” di “Last minute market” nell’ambito del progetto “60 Sei zero”, il premio è rivolto alle amministrazioni pubbliche, alle imprese, a scuole, associazioni e cittadini. Fino al 10 ottobre le buone pratiche degli interessati potranno così essere candidate sul sito sprecozero.it.

I progetti finalisti saranno resi pubblici in occasione del World Food Day 2019, il 16 ottobre a Bologna, al Fico Eataly World. La premiazione, invece, avrà luogo a Roma a fine novembre. La giuria sarà presieduta dal presidente di “Last minute market”, Andrea Segré, coordinata dal curatore del progetto “60 Sei zero”, Luca Falasconi, e sarà composta, tra gli altri, dai giornalisti Antonio Cianciullo, Roberto Giovannini, Marco Fratoddi e Massimo Cirri.

Secondo i dati di Eurobarometro nei diversi Paesi dell’Ue vengono prodotti complessivamente 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari all’anno, circa 173 chilogrammi a persona. I prodotti alimentari vengono persi e sprecati lungo tutta la filiera alimentare: nelle aziende agricole, nella lavorazione e produzione, nei negozi, nei ristoranti e in casa. Sempre secondo stime, i settori che in media contribuiscono maggiormente allo spreco dei generi alimentari nell’Ue sono le famiglie (53%) e l’industria della trasformazione alimentare (19%).

Lo spreco di cibo implica anche uno dispendio di risorse preziose e spesso limitate (acqua, suolo, ore di lavoro, energia), contribuendo inoltre al cambiamento climatico. Secondo la FAO, i rifiuti alimentari creano un inquinamento da anidride carbonica equivalente a circa l’8% delle emissioni totali di gas ad effetto serra generate dall’uomo. Questo perché per ogni chilo di cibo prodotto vengono rilasciati 4,5 chilogrammi di CO2 nell’atmosfera.

Un semplice esame delle urine basterà per individuare la crescita di un tumore.

Un semplice esame delle urine basterà per individuare la crescita di un tumore.

Il test, sviluppato dagli ingegneri dell’Imperial College di Londra (Gb) e del Mit americano, ha prodotto un cambiamento di colore nel liquido biologico per segnalare la presenza di tumori in crescita nei topi di laboratorio.

Obiettivo, mettere a punto strumenti per una diagnosi il più precoce possibile, che siano anche economici e semplici da usare.

Quanto malposto rumore su #Rousseau

Articolo già apparso sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Gianfranco Pasquino

Riconosco ai partiti e ai non-partiti con il loro non-statuto, ai movimenti più o meno personali e personalizzati, a tutte le associazioni politiche il diritto a scegliere come regolamentare la loro vita interna in qualsiasi forma e modalità preferiscano. Riconosco a me stesso e a tutti commentatori che si informano il diritto a criticare quelle forme e quelle modalità purché lo facciano in maniera seria e argomentata, non, per esempio, in maniera pretestuosa. Sto ancora cercando materiale sulle riunioni degli organismi dirigenti di Forza Italia – eppure dal 1994 ad oggi ce ne dovrebbe essere di abbondantissimo – e della Lega. Vorrei sapere come hanno deciso la loro linea politica e le loro alleanze, come scelgono le candidature, come promuovono e perché rimuovono i dirigenti. So che, in maniera un po’ raffazzonata, il Partito democratico ha tenuto più di mille primarie, che non sono “consultazioni”, come ho sentito da alcuni giornalisti televisivi, ma modalità di selezione delle candidature per cariche monocratiche, non per l’elezione del segretario del partito, che hanno rivelato più di un problema “democratico”. So anche che la democrazia non si esaurisce in queste scelte né dà mai “pieni poteri” agli eletti in questo modo. Ho partecipato di persona a più riunioni della Direzione di un partito nelle quali le decisioni erano preconfezionate. In una di quelle riunioni, il documento conclusivo da sottoporre all’approvazione, che debitamente fu espressa con larghissima maggioranza, era stato scritto prima della discussione e non ritoccato in nulla.

Dunque, quando il Movimento 5 Stelle fa ricorso alla piattaforma Rousseau non mi esibisco in male informate critiche preliminari in sbeffeggi in insulti in affermazioni indignate poiché ne deriverebbero chi sa quali violazioni della Costituzione e, nel caso dell’approvazione o no dell’accordo con il Partito democratico, addirittura in un non meglio motivato sgarbo alla presidenza della Repubblica. Quando oltre 73 mila attivisti, vale a dire quasi il 70% degli aventi diritto, decidono di esprimere la loro valutazione mi rallegro. Probabilmente, si sono informati, ne hanno parlato con altri, hanno deciso che la loro opinione conta, hanno partecipato ad una scelta significativa. Avevano addirittura, udite udite, ricevuto input dei più vari tipi e toni, dai dirigenti e dai parlamentari del Movimento. Si chiama “conversazione” democratica. Sostanzialmente, abbiamo assistito a un inusitato e perfettibile procedimento politico di notevole rilievo, culminato in un voto la cui rilevanza non può affatto essere sminuita definendolo tanto spregiativamente quanto erroneamente “plebiscitario”, dal momento che quasi il 20% ha votato no. Tutto questo non significa in nessun modo che non ritenga di esprimere tutta una serie di critiche.

Qui l’articolo completo 

Il primato della politica nell’orizzonte dei cattolici.

L’estate ha cambiato le coordinate politiche. Parlare di “cattolici” suscita al contempo curiosità e riluttanza, se in effetti la questione posta in essere dalla svolta di governo indica l’esordio di un programma di nuova ibridazione, con tante variabili, non l’annuncio di rigurgiti identitari. Oggi Sturzo tornerebbe ad insistere sulla necessità di costruire “sintesi popolari” adeguate al tempo storico. È più faticoso, indubbiamente; più complicato di una evocazione che implichi la crasi di valori e prassi, dentro un involucro artificiale; più azzardato, infine, di qualsiasi adeguamento alla generica compartecipazione al moto anti-sovranista. Serve davvero il ritorno al “partito di cattolici”, quasi all’insegna di una improbabile resuscitazione del passato?

Diciamo pure che non serve, con tutto il rispetto per grandi e piccole perorazioni che vanno in senso contrario. Anche la politica di ispirazione cristiana si configura ormai da tempo come formula datata, poco più che teorico-immaginifica nel quadro di una riflessione a rischio di autismo neo-integralista. Nel migliore dei casi prende forma – è ciò dovrebbe allarmare – un discorso che riflette il compiacimento per una politica a “vocazione minoritaria”.

Anche l’invito a ricomporre le istanze del sociale e della morale – spesso è risuonato, in proposito, il monito della gerarchia ad assumere tale impegno unitario – s’infrange sugli scogli del realismo. Pare ingenuo presupporre che le due istanze, oggi separate e divergenti nel circuito delle dinamiche politiche, vengano ad armonizzarsi sulla scorta di una meccanica sommatoria delle rispettive verità. Ci vuole, al contrario, un esercizio di discernimento attraverso il quale indovinare una mediazione (culturale e politica) in grado di attirare un consenso di quanti non vivono l’appartenenza stretta alla dimensione pubblica della fede.

Qui si coglie il punto essenziale e dirimente. Un nuovo partito è necessario, ma può restare una chimera in mancanza di un approccio alla sua laica funzione in questa traversata nel deserto della post-democrazia, incombente e minacciosa. Guai a scambiare l’essere con l’esserci, quindi il servizio alla comunità con la riconquista di un ruolo purchessia, fatalmente risucchiato in un vortice di clericalismo. In definitiva, tocca ai cattolici riproporre giustamente, per sé e per gli altri, il “primato della politica”, con ciò che in pratica ne consegue. La fatica sta proprio nella ricerca, dentro questo scenario appena tratteggiato, di una costante e fruttuosa mediazione in ottemperanza di principi afferenti alla realizzazione del bene comune, al riparo dall’insidia del velleitarismo.

Dalle parole ai fatti

Fonte Associazione Popolari

Pare proprio che non si voterà in autunno. La formazione di un nuovo governo, vedremo se di legislatura o di più corto respiro, permetterà di continuare i lavori per dare vita ad forza autonoma per una nuova stagione politica dei “liberi e forti”.

Se ne parla da tempo. A fine maggio avevamo lanciato l’idea di chiamare a raccolta tutte le realtà democratiche popolari, sociali e solidali di ispirazione cristiana sempre più disperse e silenti nella palude della Seconda Repubblica. Quella adunata nazionale – per superare personalismi che ancora permangono dopo la deriva individualista che ha ridotto i Popolari all’insignificanza – la pensavamo convocata dalle tre testate on-line che rappresentano il popolarismo e promuovono il dibattito politico tra i cattolici democratici: “Il Domani d’Italia”, “Politica Insieme” e “Rinascita popolare”. “Purtroppo remore e distinguo non hanno al momento permesso di procedere” scrivevo il 26 giugno scorso preannunciando l’incontro dell’11 luglio a Torino tra le realtà del Nord, “una tappa intermedia, in attesa che maturino – speriamo presto – i tempi per il coinvolgimento nazionale di tutti i liberi e forti”.

L’estate è servita a far maturare non solo i frutti sugli alberi ma anche la consapevolezza di una iniziativa coordinata e unitaria. I convegni di Politica Insieme e poi di Rete Bianca nel mese di luglio non sono stati tappe di percorsi autoreferenziali ma hanno portato alla condivisione di contenuti e obiettivi – come da noi sempre auspicato – con scambi di le testate e documenti concertati e diffusi insieme, oltre a un flusso incessante di articoli e commenti all’attualità politica che confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, il valore e la vitalità della nostra tradizione politica. Il confronto tra Popolari ha lentamente definito le caratteristiche di una nuova presenza (autonoma, laica, programmatica, ancorata alla Costituzione e ispirata alla Dottrina sociale), lasciando per la propria strada sia chi coltiva un disegno di rassemblement “centrista” all’insegna del moderatismo, sia chi intende continuare un problematico percorso interno al PD o da suo “satellite”.

Il ricco dibattito che abbiamo alle spalle è certamente stato necessario e utile, anche per passare dalla consapevolezza di alcuni alla convinzione di molti. Evitiamo però il fuorviante obiettivo di voler coinvolgere tutti per partire (che poi nella testa di qualcuno è la scusa per non fare nulla). Tornando indietro di un secolo, ricordo che il Partito popolare partì anche senza imbarcare autorevoli personalità del mondo politico cattolico: penso a Filippo Meda sul fronte moderato e a Guido Miglioli su quello sociale e sindacale, che aderirono solo in un secondo momento. E persino uno di quelli che ricordiamo tra i Popolari intransigenti e antifascisti più vicini a Sturzo, Giuseppe Donati, alle elezioni del novembre 1919 presentò una propria lista democratico cristiana alternativa al PPI.

Il confronto interno deve certamente proseguire per spiegare e definire gli elementi forti della nostra proposta.
Ma ora siamo giunti al momento di dover passare dalle parole ai fatti.

Cominciamo a costruire lo strumento attraverso cui rendere concreta la nuova stagione politica dei “liberi e forti”.
Anche se nella storia recente abbiamo visto nuove forme cosiddette “liquide” di aggregazione politica – il partito-azienda, il partito del capo, il movimento della democrazia del web (filtrata da un’azienda…) – credo che sia necessario rifarsi alle modalità tradizionali che ritroviamo nella storia dei partiti democratici e popolari. Elenco in ordine i passaggi da fare in successione.

1. Definizione di un manifesto/appello ideale
Tante belle pagine sono già state scritte e pubblicate: la presentazione di Politica Insieme (qui il link), il manifesto di Democrazia Solidale (qui il link), il documento conclusivo del convegno organizzato da Rete Bianca a Roma il 22 luglio (qui il link), il documento di sintesi del convegno di Torino dell’11 luglio (qui il link), e richiamerei ancora la riscrittura dell’Appello “ai liberi e forti” fatta in occasione del centenario di fondazione del PPI (qui il link). Certamente ho dimenticato altri documenti cui ispirarsi. Ma solo partendo da questi è possibile che 3 o 4 persone, lavorando insieme anche a distanza, preparino in una settimana una bozza condivisa e condivisibile.

2. Definizione del programma
In contemporanea occorre predisporre un programma che deve avere poche idee forti, chiare e comprensibili, da declinare in 10-15 punti sintetici (diciamo 12 se vogliamo restare nella nostra tradizione…) da contenere assolutamente in due pagine scritte. Anche qui non si parte da zero. Come Popolari piemontesi mettiamo a disposizione la riscrittura attualizzata del programma del PPI (qui il link) e la relazione sui “capisaldi di un programma condiviso ed efficace” tenuta a Torino (qui il link).
Con il solito sistema delle revisioni successive, sarebbe possibile in un paio di settimane arrivare ad una bozza definitiva.
Poi il programma sintetico andrebbe espanso in un documento di 30-40 pagine in cui ogni punto viene spiegato a chi è interessato a capire meglio i contenuti proposti. Questo è un lavoro più lungo, che deve coinvolgere esperti e, in qualche caso, richiederebbe incontri seminariali a tema. Obiettivo credibile sarebbe di averlo pronto nell’autunno.

3. Definizione del nome e simbolo
Prima di presentare manifesto e programma sintetico, sarebbe opportuno decidere il nome del soggetto politico. Anche per evitare che lo battezzino a loro piacimento i media e gli avversari politici – “partito cattolico”, “nuova DC”, “la cosa bianca” o simili –. Per decidere il nome sarebbe opportuno che si ritrovassero una ventina di persone, quelle che nei loro ambiti hanno fatto fare passi avanti al progetto in questi mesi; una sorta di “piccola costituente” analoga a quella che organizzò il lancio del Partito popolare sturziano. Anche se oggi non c’è un Luigi Sturzo, non mancano persone intelligenti, formate e competenti per assumersi la responsabilità di una scelta. A proposito, se siamo, in quanto “liberi e forti”, una classe dirigente diffusa, possiamo anche lasciare da parte il tema del “chi è il capo?” che continua ad assillare qualcuno…
Tornando al nome, a mio giudizio occorre puntare su un marchio nuovo, semplice e immediato, capace di arrivare senza mediazioni culturali a tutti gli italiani, anche ai giovani. Il simbolo dovrà essere conseguente al nome prescelto, con le stesse caratteristiche di semplicità e immediatezza. Scelti nome e simbolo si procede alla registrazione e alla costituzione formale con i necessari passi notarili.

4. Presentazione in una assemblea nazionale costituente
Una volta definiti il manifesto/appello e il programma (anche solo quello sintetico), e decisi e registrati il nome e il simbolo, bisognerà organizzarne il lancio e la presentazione in un’Assemblea nazionale, aperta a singoli, gruppi e associazioni interessati al progetto. La sua forza sarà proprio nell’adesione di tante (100? 200? 300? mille?) realtà locali che, riconoscendosi nei documenti preparati daranno l’avvio ufficiale alla nuova stagione dei “liberi e forti”. È fondamentale che il nuovo partito/movimento nasca dal basso, come fermento di una presenza diffusa sul territorio e non come operazione concertata in qualche caminetto. In tale processo tutte le persone stimate e stimabili sono benvenute, anche chi ha una storia politica importante alle spalle. Se invece fossero i “soliti noti” – comunque coinvolti nelle derive della Seconda Repubblica – a monopolizzare la scena, l’insuccesso sarebbe garantito.

5. Lancio dell’organizzazione
A questo punto potrà partire l’organizzazione territoriale, sia con l’adesione di realtà già esistenti sia con la costituzione di nuove sezioni locali, guidate da poche e semplici indicazioni. La diffusione territoriale sarà decisiva sia per indicare la natura del nuovo soggetto politico sia per poter superare lo scoglio della raccolta firme per la presentazione delle liste elettorali. E ovviamente servirà un sito web di raccordo nazionale, che non parte da zero ma dalle risorse già esistenti e operanti.

La scaletta presentata per passare all’azione va considerata una proposta da definire e migliorare, ma vuole essere un richiamo sulla necessità di passare all’azione, anche senza interrompere le analisi e gli approfondimenti ideali. La saggezza popolare sa che le parole e i fatti non si pesano sulla stessa bilancia: dal Piemonte invitiamo quanti ci leggono a fare squadra e passare ai fatti. Anche perché, come scrisse sant’Agostino, “solo i fatti danno credibilità alle parole”.

Laicità dello Stato e religioni monoteiste

Fonte Civiltà Cattolica quaderno 4061 a firma di Giovanni Sale 

Il contesto dell’articolo. Secondo Max Weber, la formazione dei moderni sistemi giuridici va letta parallelamente al processo di laicizzazione dello Stato moderno e di secolarizzazione della società civile e politica, che ha separato la sfera religiosa da quella secolare. Questo approccio è fortemente eurocentrico e non può essere utilizzato, come spesso è stato fatto, per interpretare situazioni esistenti in altre parti del mondo, dove prevalgono tradizioni religiose diverse. 

Perché l’articolo è importante?

L’articolo mette a confronto le tre religioni monoteiste di matrice abramitica, sottolineando i diversi approcci che esse, soprattutto negli ultimi secoli, hanno avuto nei confronti della modernità e della laicizzazione della compagine statale e delle sue istituzioni giuridiche.

Nelle società cristiane, la distinzione tra ambito religioso e ambito secolare è frutto di un lungo e articolato processo storico – tra l’altro diverso, tra occidente e oriente – che in realtà è iniziato già nei primi secoli del cristianesimo.

Nella tradizione ebraica, di fatto – fino alle cosiddette «leggi di emancipazione», che in Europa, a partire dal XVIII secolo, permisero agli ebrei di diventare cittadini di quegli Stati che da secoli li ospitavano – negli ambienti della diaspora il rapporto tra religione e diritto era indissolubile. Il problema si cominciò a porre, secondo le categorie occidentali, con la nascita, nel 1948, dello Stato di Israele.

Nella tradizione islamica, la comunità politica e la comunità religio­sa sostanzialmente coincidono, nel senso che sono ordinate allo stesso fine, sebbene indichino realtà differenti. Per questo, generalmente, nel mondo islamico esiste una forte compenetrazione tra reli­gione e Stato, tra norme religiose e leggi civili. Alla luce di alcuni tentativi di modernizzazione di stampo europeo, è chiaro che debba essere lo stesso mondo islamico a creare una propria sintesi dei rappor­ti tra autorità politica e autorità religiosa, tanto più che il Corano a tale riguardo lascia ampia libertà di scelta.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • La cultura islamica e ebraica contemplano il concetto di democrazia e di laicità così come sviluppato nel tempo e inteso nelle società di tradizione cristiana, in particolare «occidentale»?

 

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Commissione Ue: Gentiloni completa la squadra di Von der Leyen. Il 10 settembre la presentazione del Collegio. Juncker scrive a Conte

Fonte Agensir

“Sono contenta di aver ricevuto i nomi da tutti gli Stati membri”. Così oggi Ursula Von der Leyen, presidente eletta della Commissione Ue, annuncia di aver completato la lista dei 27 commissari che comporranno la sua squadra i prossimi cinque anni (il Regno Unito, in fase di recesso, non nomina il proprio commissario).

Ora il compito è di “comporre un collegio ben bilanciato”, distribuendo le responsabilità. Von der Leyen ha annunciato anche che il nuovo collegio sarà presentato martedì 10 settembre. Mancava all’appello solo il nome italiano, ora noto: Paolo Gentiloni.

“Amo l’Italia e l’Europa e sono orgoglioso dell’incarico ricevuto. Ora al lavoro per una stagione migliore”, ha scritto in un tweet il neo-commissario incaricato. Intanto da Bruxelles è giunta al primo ministro Conte una lettera di congratulazioni del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. “La formazione del governo da lei presieduto giunge in un frangente importante per la nostra Unione che richiede il rinnovato impegno di tutti gli Stati membri”, scrive Juncker.

“Mi dà conforto la consapevolezza che le sfide che abbiamo di fronte, dalla migrazione alla necessità di assicurare uno sviluppo sostenibile alle nostre economie e sicurezza ai nostri cittadini, non sono uno sforzo da affrontare singolarmente, ma tutti assieme”, continua la lettera. “Sono convinto che l’Italia sarà capace di giocare un ruolo importante nell’affrontare queste sfide” e sarà “all’altezza della sua responsabilità di Stato fondatore dell’Unione”.

 

La Finlandia vuole salvare i “senzatetto”

La via finlandese è un modo di prendere decisioni per affrontare i problemi in maniera innovativa.

Questo è il caso di Housing First: il modo semplice – e allo stesso tempo originale – di portare fuori strada migliaia di senzatetto restituendogli un po ‘di dignità e integrandoli socialmente. “Il futuro inizia con un mucchio di chiavi”, dice il motto della campagna.

Un politico, un vescovo, un dottore e un sociologo hanno formato nel 2007 il comitato speciale del governo la cui missione era quella di portare migliaia di senzatetto ad una vita migliore. Ispirato al movimento statunitense Pathways Housing First, fondato nei primi anni ’90 dallo psicologo Sam Tsemberis , il governo del paese nordico ha ridotto del 35% il numero di cittadini che vanno a letto e si svegliano ogni giorno tra il 2008 e il 2015 sotto gli agenti atmosferici: 1.345 persone che vagano per le strade senza speranza per il futuro hanno smesso di farlo.

A Helsinki, affermano le ONG coinvolte nel programma, non ci sono quasi vagabondi. E l’obiettivo del governo ora è quello di sradicare la popolazione senza fissa dimora in tutto il paese entro il 2027, secondo Bloomberg.

La chiave del successo non è nella riabilitazione ma nell’accesso ad un’abitazione. E da lì, assicurano i promotori del progetto, le vite di migliaia di famiglie e cittadini inizino a migliorare. “La casa è concepita come punto di partenza e non come punto di arrivo sul percorso dei senzatetto”, spiega la ONG FEANTSA, coinvolta nel progetto che gestisce già più di 3.000 appartamenti in 10 città del paese.

A differenza degli Stati Uniti e di un’altra dozzina di paesi europei ( tra cui la Spagna ) in cui è stato esportato Housing First, i senzatetto della Finlandia, un paese di poco più di cinque milioni di abitanti, hanno il dovere di pagare un affitto.

I beneficiari possono pagare l’affitto della nuova casa con una parte dell’assistenza finanziaria che ricevono dallo Stato. Un altro punto che rende unico questo programma è che i complessi abitativi sono integrati nei quartieri della classe media per evitare ghetti.

 

Il Pentagono sposta 3,6 miliardi di dollari dai fondi militari al muro di confine

Il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper, ha autorizzato il dislocamento di 3,6 miliardi di dollari dai fondi per l’edilizia militare alla costruzione del muro di frontiera con il Messico, attingendo ai finanziamenti per 127 progetti di opere militari.

Secondo la nuova visione, il muro ha lo scopo di scoraggiare l’ingresso illegale, incanalare i migranti verso i porti di ingresso e aiutare il personale del dipartimento della Difesa a supportare in modo più efficace gli sforzi per la sicurezza nazionale.

Anche se secondo il leader della minoranza del Senato, il democratico Chuck Schumer, la decisione è “uno schiaffo in faccia” ai membri delle forze armate. ”

Il Pentagono pubblicherà l’elenco dei 127 progetti di costruzione militare interessati dalla decisione alla fine di questa settimana, dopo che il dipartimento della Difesa avrà finito di informare i legislatori e le ambasciate straniere in merito ai progetti interessati nei loro distretti e paesi.

IL primo giorno di scuola

Il giorno fatidico è arrivato, quello tanto atteso dalle mamme, dai papà, dai nonni e dai parenti che formano il nucleo famigliare più allargato dei bambini e delle bambine.

Ma possiamo dire altrettanto per loro, per i nostri figli?

Oppure l’attesa – carica di emozioni, qualche volta di ansie incontenibili – è un fatto che riguarda prevalentemente gli adulti, di cui i piccoli percepiscono forse gli aspetti più deteriori, legati ai preparativi e al lungo rituale di acquisti, di corredo, di impegni e di un’immaginazione spesso fantasiosa?

Parliamo del primo giorno di scuola, naturalmente: un evento che si carica di significati allusivi prevalentemente legati alle suggestioni e al modo di pensare dei grandi.

Perché i diretti protagonisti – i figli-alunni – vivono di riflesso questo ‘avvenimento’ e spesso arrivano persino troppo preparati, tesi come se dovessero comportarsi seguendo strettamente un copione già scritto dai loro genitori.

E invece sono proprio loro, i bambini, i depositari delle proprie emozioni.

Mamme e papà, lasciate entrare vostro figlio con fiducia in quella scuola!

Non preoccupatevi subito dei risultati: arriveranno secondo i tempi e i ritmi di ciascuno, l’importante è che i bambini vivano con naturalezza il loro percorso scolastico, senza  sentire il peso dell’ansia anticipatoria degli adulti.

Il primo giorno di scuola è certamente un’esperienza importante nell’esistenza di ciascuna persona e sa consegnare – al di là delle coreografie del contesto e delle emozioni famigliari – un ricordo molto soggettivo e personale: è uno dei passaggi obbligati della nostra vita ma non per questo va caricato di attese esagerate, che spesso disegnano agli occhi dei bambini una realtà peggiore e diversa da quella che poi personalmente scoprono.

La regola fondamentale che ci sentiamo di suggerire a tutti è molto semplice: vivere e lasciar vivere ai bambini con naturalezza questo momento.

Se i nostri figli varcano la soglia della scuola è per imparare, per arricchire e allargare le proprie conoscenze e il primo apprendimento riguarda proprio l’esperienza in sé: ed è la vita comunitaria con i coetanei in un contesto nuovo, diverso dalla famiglia.

La prima cosa che si impara – dopo il fatidico suono di quella campanella – è stare in mezzo agli altri: con tutte le modalità di comportamento e i codici espressivi tipici dell’età.

Direi anzi che i bambini e le bambine a scuola ci vanno proprio per questo: crescere e imparare, aprirsi a poco a poco al mondo e agli altri, passo dopo passo, giorno dopo giorno, interiorizzando conoscenze ed emozioni.

Cerchiamo dunque di non caricare in maniera eccessiva il senso di questa giornata d’esordio che è e rimane per tutti principalmente un’occasione di scoperta, di incontro e di relazioni.

Ogni momento della nostra vita può essere importante se lo avvertiamo come tale e questo dipende fondamentalmente da noi: lasciamo dunque che siano i bambini stessi a scoprire con spontaneità e gioia le emozioni personali che scaturiscono dal loro primo giorno di scuola.

Ricordo a tutti – soprattutto ai genitori e agli insegnanti – un vecchio detto, una regola non scritta tramandata dal buon senso e dalla tradizione: “la scuola è utile se ci si va volentieri”.

La motivazione, il desiderio, la volontà sono strumenti formidabili per crescere, per scegliere, per imparare.

Il primo segreto di un buon educatore consiste proprio nel saper preparare un ambiente scolastico umano, sereno e accogliente dove i bambini possano esprimere in modo spontaneo la loro creatività sempre sorprendente.

Educazione ambientale, stanziati 330 mila euro per progetti all’interno dei Siti di interesse nazionale

Il Ministero dell’Ambiente è sempre più impegnato a promuovere più educazione ambientale ed azioni concrete per difendere il Pianeta. Negli ultimi anni l’Educazione Ambientale ha assunto delle valenze più ricche, significative ed articolate, ma notevolmente più difficili ed impegnative da realizzare di una pura e semplice didattica naturalistica. L’obiettivo è quindi quello di superare la didattica ambientale sull’ambiente per approdare ad una didattica svolta per l’ambiente, basata sui comportamenti, sui valori e sui cambiamenti. L’educazione ambientale entra, ormai, a scuola non più dalla finestra, ma dalla porta principale. Un nuovo bando del Ministero dell’Ambiente è stato siglato, infatti, a due giorni dal debutto dell’educazione ambientale nelle scuole, grazie alla legge sull’educazione civica che la contempla e che entrerà presto in vigore.

Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha firmato un bando che stanzia 330 mila euro a favore di progetti di educazione ambientale destinati alle scuole più sfortunate, quelle situate all’interno dei Siti di interesse nazionale, tra i luoghi più inquinati d’Italia e nei cui territori docenti e alunni si trovano a dover combattere una quotidiana battaglia contro l’inquinamento e il degrado ambientale. Per questi studenti la scuola, oltre ad essere luogo di formazione, è anche il posto in cui tornare a sperare e a credere fortemente in un cambiamento possibile e necessario, nella lotta al degrado e all’abbandono, nel contrasto senza sosta all’inquinamento ambientale, piaga ancora troppo diffusa che per guarire necessita della forza e dell’ottimismo delle nuove generazioni.

Brescia, Taranto, Napoli est, Gela, Porto Torres, Mantova, Genova, Brindisi, Piombino, per citare solo alcune delle 41 realtà nazionali identificate come Sin e i cui istituti scolastici potranno quindi partecipare al bando.

“Con l’aiuto delle associazioni ambientaliste – spiega il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – si potranno realizzare progetti che educhino a temi fondanti per la nostra società: qualità dell’aria, cambiamenti climatici, amore per la natura, rispetto degli animali, beni comuni, riduzione delle plastiche e tutela del mare, tra i temi previsti dal bando.  Aiuteremo – aggiunge Costa – anche le associazioni che organizzano manifestazioni culturali patrocinate dal ministero, e quindi plastic free, che diffondano l’amore per l’ambiente secondo tematiche definite”.

Il bando del Ministero dell’Ambiente arriva dopo il bando che ha premiato negli scorsi mesi le scuole situate all’interno dei parchi nazionali, e l’intenzione del Dicastero è quella di coinvolgere, per il prossimo anno, le scuole nei Sir, i siti di interesse regionale, “di competenza regionale per le bonifiche– specifica ancora il Ministro Costa – ma che non per questo devono essere lasciati ai margini di un progetto di sensibilizzazione culturale e civica così importante, che mi auguro possa trovare l’appoggio convinto anche del prossimo ministro dell’Istruzione”.

L’obiettivo è dunque quello di una formazione ambientale continua e senza sosta rivolta in particolare alle nuove generazioni. Un’attività che fiancheggia quella istituzionale che, in particolare sul tema delle bonifiche, ha visto il Ministero dell’Ambiente impegnato per sbloccarne alcune ferme da anni, in alcuni casi più di 20, incardinando anche un disegno di legge ad hoc “il cui testo è pronto – spiega il Ministro Costa – e aspetta il nuovo esecutivo per la sua approvazione”.

Il super batterio arriva in Toscana

Tutte le Aziende sanitarie della Regione Toscana sono attivate per affrontare il fenomeno dell’imprevisto aumento di positività al batterio Ndm (acronimo di New Delhi metallo beta-lattamasi) rilevato tra fine 2018 e inizio 2019 tra i pazienti degli ospedali toscani.

E’ un batterio tra i più resistenti agli antibiotici. Lo riferisce la Regione aggiungendo che il fenomeno sta interessando in particolare l’Area Nord Ovest dove ci sono 350 pazienti portatori di batterio Ndm, di cui 44 infetti.

La Regione ha varato un decreto con tutte le misure per contrastare la diffusione. “Il numero di pazienti portatori dall’inizio della diffusione è costantemente monitorato – sottolinea la Regione -. I portatori sono prontamente individuati e vengono messe in atto regolarmente le dovute precauzioni per non permettere la diffusione”. Non tutti i soggetti che entrano in contatto con batteri resistenti diventano portatori e solo una bassa percentuale dei portatori potrà contrarre un’infezione.

La tempesta perfetta

Abbiamo assistito a una tempesta perfetta. Nemmeno un romanziere, anche tra i più raffinati, non sarebbe riuscito a costruire una trama simile. Si è verificato una sorta di drammaturgia raffinatissima. Sconvolto tutto. Nell’arco di un mese, si è manifestato un sorprendente terremoto politico.

Nessuno, lo dico con fermezza, sarebbe stato in grado di concepire una evoluzione come quella che è capitata nel mese di agosto. Sono ancora incredulo. Devo darmi qualche pizzicotto per sapere se sono nel mondo reale o nel mondo della fantasia. L’estate sembrava essere il trionfo di Salvini e, ancora, nella stessa estate, un nubifragio che lo ha letteralmente messo fuori gioco.

Quale demone lo avrà mai indotto a fare quelle mosse? Ad alcuni è sembrato essere il demone delle spiagge, il diavolo in costume, i cocktail sulla riviera romagnola, a me, più modestamente, sembra essere stato un diluvio di onnipotenza gestito malamente.

Ci alziamo con un governo che mai nessuno avrebbe ipotizzato. Più a sinistra di così, credo non ci sia mai stato. Un Paese sintonizzato con il sovranismo di destra, si sveglia con un governo diametralmente opposto: europeista, umanitario, buonista, volto a simpatizzare con il lavoro, a riordinare il mondo della scuola e a posizionare, senza alcun tentennamento, Roma in affinità con Bruxelles e New York.

Basta litigi con Parigi, screzi con Berlino, occhietti dolci con Mosca, insomma in due e due quattro, rovesciato il calzino. Il governo Conte, meglio dire Conte bis, navigherà senza grandi tormenti. L’errore iniziale è stato tamponato. Non più un contratto con due linee, ma un programma unico.

Ancorando con alcuni suoi uomini in due o tre dicasteri importanti, il timoniere ha legato a sé il fiorentino, quello sempre in smania di repentine trasformazioni. Il vero nemico di questo governo non può essere che nel suo seno. Devono stare sempre attenti alle mosse di Renzi. Non si sa mai, come ha fatto la giravolta nei confronti dei 5 Stelle, non paghi con moneta strana anche questa nuova compagine.

Salvini, Berlusconi e Meloni saranno invece utilissimi al governo Conte. Più faranno confusione, più protesteranno, più scenderanno in piazza e più cementeranno la ragione delle tre forze di governo. L’insidia pertanto non potrà essere che una serpe interna.

Hanno brindato i mercati prima che gli italiani. Ieri la borsa e lo spread hanno abbondantemente festeggiato; hanno guadagnato le imprese quotate in borsa, ma hanno guadagnato anche gli italiani con lo spread che è sceso sotto 148 punti.

Sembra che sia giunta una sorprendente calma. Ne avevamo comunque bisogno. Troppo tirate le corde, negli ultimi tempi. È vero che l’Italia ha anche un’anima bizzosa ma, nel fondo, è più caratterizzata da uno spirito moderato. Questo sospiro di sollievo risponde a quest’ultima esigenza. Di fronte al perdurare di una difficile realtà economica, affrontare un autunno con le lance messe a tacere, non è poi un guaio, anzi per buona parte delle imprese e delle famiglie, questo fatto, verrà benevolmente salutato.

Però, è presto per dire che cosa succederà. Le mie brevi pennellate sono un preambolo immaginato. Adesso, invece, bisogna attendere le mosse concrete per capire che cosa ci attenderà nei prossimi mesi.