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domenica, 8 Novembre, 2026
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Scoperte due stelle siamesi a 800 anni luce

Un team di astrofili italiani ha individuato a circa 800 anni luce della Terra una nuova stella variabile, con un aspetto alquanto bizzarro.
Si tratta di un sistema binario, la cui luminosità varia nel corso del tempo, composto da due stelle unite tra loro come due gemelle siamesi, che ruotano l’una attorno all’altra.

La scoperta è stata approvata ufficialmente dall’American Association of Variable Star Observers (Aavso), sul quale sito ufficiale è comparsa una pagina dedicata alla nuova scoperta.

Le stelle siamesi si trovano nella costellazione dell’Auriga e sono state scoperte grazie alla collaborazione tra gli esperti Giuseppe Conzo, Paolo Giangreco Marotta, Stefano Meneguolo, Mara Moriconi e Gabriele Spaziani del Gruppo Astrofili Palidoro, il collega Giorgio Biancardi dell’Unione Astrofili Italiani, Nello Ruocco dell’Osservatorio Nastro Verde e Giorgio Mazzacurati e Paolo Zampolini del Gruppo Astrofili Galileo Galilei.

Le due stelle sono di classe spettrale G5 e ruotano una intorno all’altra in 8.6 ore. Questo sistema binario è di tipo a contatto, per cui le stelle componenti occupano per intero il proprio lobo di roche

La colica renale

La colica renale è un dolore acuto dell’uretere che è provocato dal passaggio di calcoli e che comporta prima dilatazione e in seguito spasmi.

Il dolore è dovuto allo spasmo muscolare dell’uretere conseguente alla presenza di un calcolo ed è presente anche se il calcolo non determina ostruzione al flusso urinario. In caso di ostruzione, l’aumento della pressione stimola la sintesi ed il rilascio di prostaglandine che induce lo spasmo della muscolatura liscia.

Fra i sintomi, il più comune è il dolore addominale acuto con irradiazione verso il basso, fino all’inguine, talvolta fino ai genitali. Il dolore può localizzarsi anche al fianco e posteriormente a livello lombare. L’entità del dolore non è commisurata alle dimensioni del calcolo: calcoli molto piccoli possono dare dolore molto intenso e frequentemente l’irradiazione del dolore si sposta man mano che il calcolo procede nell’uretere verso la vescica. Il dolore cessa quando il calcolo passa nella vescica (dove spesso subito dopo viene eliminato). Il cessare del dolore, tuttavia, può essere anche dovuto al fatto che il calcolo si è arrestato nell’uretere.

Tale evenienza può impedire il normale deflusso di urina attraverso l’uretere; in questo caso si assiste alla dilatazione dell’uretere e in seguito del rene che può seriamente danneggiarsi e comportare infezioni. Tale condizione è rilevabile con una ecografia renale e, a volte, è necessario intervenire per via chirurgica, endoscopica o con il bombardamento con onde d’urto.

Fra gli altri sintomi, possono riscontrarsi ematuria, cioè la presenza di urine rosse per perdite di sangue, nausea, vomito.

La partita della Democrazia, tra Imperialismo e idea di Nazione

Articolo pubblicato sulle pagine di https://www.mosaico-cem.it/ a firma di Fiona Diwan

Che accezione diamo oggi al termine Nazionalismo? Una parola dalla sfumatura opaca, sporca, un vecchio arnese da gettare alle ortiche, l’idea di una dimensione piccina e ombelicale che evoca fiumi di sangue versato per un’idea di nazione che sarebbe quanto di più lontano dall’identità plurale e globale dei nostri giorni. Un concetto da scaraventare nella discarica della Storia e in nome del quale si sarebbero compiuti i peggiori abominii. La sensibilità contemporanea maturata nell’immediato Dopoguerra aveva giubilato senza possibilità di appello l’Idea di Nazione, relegandola a vizio inemendabile di tutte le dittature, peccato originale del più sanguinoso dei secoli, il XX. Tuttavia, quando il filosofo, politologo e biblista israeliano Yoram Hazony parla di Nazionalismo non intende declinarlo né nella vecchia accezione di heimat o patria né tantomeno dell’attuale idea di sovranismo. No, scrive Hazony, il Nazionalismo è semplicemente l’antitesi del concetto di Imperialismo e lo è da sempre, dalla notte dei tempi, dall’epoca della Pax Romana e dell’Impero carolingio, dell’Impero Britannico e di quello Asburgico fino a quello cinese, ivi compresi gli ultimi Imperi, quello americano e sovietico. Persino l’idea del Lebensraum di Hitler, lo spazio vitale di cui il Terzo Reich andava alla ricerca, era un’idea imperialista e imperiale, espansiva, e solo falsamente nazionalista. Persino la Francia Repubblicana covava un modello imperialista aggressivo e protervo. Falsa anche l’idea che sotto il governo degli Imperi sovranazionali si vivesse meglio, una narrativa dei dominatori, non dei dominati.

Con un saggio audace e controcorrente, spiazzante e a dir poco scomodo, il filosofo, politologo e biblista israeliano Yoram Hazony, 55 anni, presidente del prestigioso Herzl Institute of Jerusalem, manda oggi alle stampe Le Virtù del nazionalismo (Guerini e Associati, traduzione di Vittorio Robiati Bendaud), l’ultimo di svariati ed eclettici saggi, accolto da altrettanti plausi e polemiche. L’idea centrale è che ogni ideale universalistico celi al suo interno un progetto fondamentalmente imperialista, e che il nazionalismo altro non sia che la più antica forma di difesa della libertà, sia essa individuale, collettiva, politica e democratica. Un’idea di autodeterminazione dei popoli, di nazioni libere e indipendenti che si oppongono all’Imperialismo ovvero a forme di governo che in nome di alte idealità universalistiche – esportare la pace, la democrazia e la prosperità nel mondo-, in verità intendono imporre controllo, dominio e sudditanza. Basterebbe dare un occhiata ai dissesti prodotti dalla Pax Americana che ricalca il modello imperiale della Pax Romana, per averne un’idea recente. Da un’attenta rilettura della Bibbia ebraica fino al pensiero del filosofo inglese John Locke e alla dottrina dei pensatori liberali, dall’ebraismo al protestantesimo, da Kant alla caduta del Muro di Berlino fino all’Israele di oggi, Hazony rilegge la nostra travagliata contemporaneità gettando nuova luce su antiche e intramontabili categorie.

Qui l’articolo completo 

Il regionalismo differenziato deve coinvolgere pienamente gli Enti Locali

Nel momento in cui il processo di attuazione del regionalismo differenziato -richiesto in particolare dalle regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto- sembra faccia registrare una ulteriore pausa di riflessione, all’Università di Messina, per una fortunata coincidenza temporale, ad iniziativa dei Dipartimenti di Giurisprudenza e di Scienze politiche ed organizzato dai professori Franco Astone e Giovanni Moschella, si è svolto un interessantissimo convegno di studi su “Specialità e differenziazione.

Le nuove frontiere del regionalismo italiano” nel corso del quale, accanto ad innumerevoli profili, prepotente è balzata all’attenzione del dibattito la quistione del rapporto tra autonomia differenziata e principio di sussidiarietà. Tema, fino all’avvento dell’attuale Governo ‘giallorosso’, ampiamente trascurato, se non del tutto ignorato. Basti pensare che le varie edizioni di ‘bozze d’intesa’ tra Regioni e Stato, che si sono succedute a seguito della ripresa dell’iter per l’attuazione dell’art. 116/3 Cost. iniziata con la celebrazione il 22 ottobre 2017 dei famosi referendum popolari di Lombardia e Veneto, non ne fanno cenno alcuno. Come, del resto, la stessa dottrina giuspubblicistica, che fin qui non si è mostrata particolarmente interessata. Non che, ad esempio, non abbia ricordato al Governo che la nostra è una Repubblica delle Autonomie e non un sistema duale Stato-Regioni. Anzi è stato chiaramente detto che l’ordinamento repubblicano per fare un salto di qualità verso il federalismo comunitario non può prescindere dal protagonismo dei Comuni, delle Città metropolitane e delle Province (nella loro dimensione di sistemi urbani diffusi). Ciò nonostante, però, fino ad ora, anche il dibattito scientifico-istituzionale non ha dato grande rilievo al ruolo ed alle funzioni degli Enti Locali nel prospettato nuovo ordinamento regionale ad autonomia differenziata.

La bozza di disegno di legge generale predisposta per rimettere nei giusti binari l’iter delle intese con le Regioni dal ministro per gli Affari regionali e delle Autonomie, Francesco Boccia, ha, invece, previsto alla lettera c) del primo comma dell’art. 1 che “nelle materie oggetto di attribuzione differenziata” bisogna rispettare i “principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, previsti dall’art. 118 Costituzione”, oltre il principio solidaristico che connota il sistema degli Enti locali.

Introducendo così un positivo rivoluzionamento di tutta la questione del regionalismo asimmetrico, almeno per il modo come era stato prospettato fin qui, sia sul piano procedurale che sostanziale.

Ma se questo è vero, per quanto attiene al profilo procedurale, allora, non può essere il parere che Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto -per rispettare il dettato dell’art. 116/3 Cost.: “sentiti gli enti locali”- si sono affrettate a procurarsi attraverso i rispettivi Consigli delle Autonomie Locali, le prime due Regioni, ed un’apposita Assemblea costituita con provvedimento della Giunta, la terza Regione, ad ottemperare al principio di sussidiarietà. Al di là del burocratico adempimento ad una formalità, il parere obbligatorio ma non vincolante non mi pare che sia in grado di coinvolgere pienamente gli Enti locali. Lo conferma il fatto che nelle Regioni interessate non si sia svolto alcun dibattito di merito con le istituzioni locali e, soprattutto, che nessun indirizzo dei Comuni, delle Città o delle Province sia stato preso in considerazione dalle Regioni per rivolgere le loro richieste di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” allo Stato.

Per adeguarsi a questa svolta ed attuare un coinvolgimento reale delle Istituzioni locali, invece, io credo che il rapporto tra Regione ed Enti locali debba superare il semplice parere, anche se obbligatorio, e trasformarsi in una vera e propria intesa vincolante per entrambe le parti. Non solo. Ma ritengo anche che le intese così raggiunte presso le singole Regioni non possano essere negoziate e definite con il Governo nazionale senza un passaggio anche dalla nazionale Conferenza unificata per coinvolgere gli Enti locali del resto del Paese non direttamente interessati ai singoli accordi regionali.

E qui entriamo nel merito del rapporto tra regionalismo differenziato e principio di sussidiarietà che finora è stato escluso per via di una interpretazione del primo (il regionalismo differenziato) come capace di trasferire alle Regioni, in ordine alle materie del terzo e del secondo comma (limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, alle norme generali sull’istruzione ed alla tutela dell’ambiente e dei beni culturali) dell’art. 117 Cost., non solo la potestà legislativa ma anche quella inerente le funzioni amministrative che, in virtù dell’art. 118 Cost., è invece di competenza generale dei Comuni e solo sussidiariamente, “per assicurarne l’esercizio unitario”, può essere attribuita ad altre istituzioni come le Regioni sulla base dei principi di differenziazione ed adeguatezza. Giammai in termini generali. E soprattutto partendo dal vecchio criterio del “parallelismo delle funzioni” secondo il quale la funzione amministrativa segue quella legislativa e quindi in origine è competenza di chi è titolare di quest’ultima. E’ stata proprio il capovolgimento di questo principio una delle ‘rivoluzioni’ introdotte dal nuovo Titolo V della Costituzione e non può essere certo una norma di attuazione di esso (come le costruende intese Stato-Regioni) a determinarne un vulnus così clamoroso.

Tanto che l’annunciato disegno di legge del ministro Boccia, sempre alla lettera c) del primo comma dell’art. 1, si preoccupa di affermare che “al conferimento delle funzioni (alle Regioni) si procede tenuto conto delle funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane definite dalla legislazione statale, ai sensi dell’art. 117, 2° comma, lettera p) della Costituzione”. Ora, è vero che qui non si tratta delle funzioni amministrative inerenti le ulteriori materie legislative attribuite alle Regioni in virtù dell’art. 116/3 Cost., ma avere evocato l’intangibilità delle competenze amministrative fondamentali delle Istituzioni locali fa immediatamente capire che la regola richiamata è insopprimibile e quindi che non si può giustificare che le Regioni nel chiedere “le ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” ritengano di potere diventare attributarie di tutte le funzioni amministrative inerenti le materie loro devolute dallo Stato.

Al proposito, però, è da sottolineare che il ddl. predisposto da Boccia, per quanto costituisca un passo importante nella giusta direzione, non è ancora soddisfacente. Perché il vero obbiettivo di una amministrazione sussidiaria non si realizza con il solo rispetto da parte delle Regioni delle materie attribuite agli Enti locali come funzioni fondamentali ma con il riconoscimento in capo a questi ultimi di tutte le funzioni amministrative ivi comprese quelle che sono connesse con le funzioni legislative che saranno ulteriormente devolute alle Regioni. Il che significa che le funzioni amministrative che dovessero essere trasferite in base all’assegnazione alle Regioni delle competenze legislative non si allocano automaticamente in capo a queste ultime ma soltanto nella misura in cui, in base al principio di sussidiarietà, le Regioni si rivelino le istituzioni più adeguate ad esercitarle.
Di tutto ciò, però, come cennato, nella bozza Boccia non c’è molto.

Anzi al 3° comma dell’art. 2 si dice che “i beni nonché le risorse finanziarie, umane e strumentali correlate alle funzioni attribuite ai sensi delle intese” sono assegnate alle Regioni, lasciando quindi intendere che saranno queste ultime a decidere se e come devolverle ai Comuni ed alle altre istituzioni locali. Circostanza che, evidentemente, contrasta con il modello delineato dall’art. 118 Cost. ma che rileva soprattutto perché annienterebbe i presupposti che devono motivare la richiesta del riconoscimento dell’autonomia differenziata. Infatti, se non sono l’efficienza e l’efficacia degli apparati amministrativi che presiedono allo sviluppo culturale, sociale ed economico, quali sono le ragioni che possono giustificare il riconoscimento dell’autonomia differenziata ad una Regione?

Non certo lo sviluppo del suo apparato amministrativo che mortificherebbe non solo le esigenze di crescita dei territori concreti che ne formano lo spazio geografico ma anche quelle dell’intero Paese che soltanto da una cooperazione generale di tutte le Autonomie può trarre la spinta necessaria ad una sua ripresa.

Del resto, come è noto, oggi tutti i processi di sviluppo partono ed hanno come soggetti propulsori le Istituzioni locali ed, in particolare, le grandi Città. Senza un loro protagonismo difficile è immaginare percorsi virtuosi di sviluppo e di progresso economico, sociale, culturale. Le Regioni (soprattutto, queste Regioni derivanti dai Dipartimenti statistici di Piero Maestri e Cesare Correnti) non possono quindi farcela da sole. Sarebbero travolte dal ritorno di una logica da microstaterelli. Per evitarlo, l’apporto degli Enti locali diventa allora irrinunciabile ed il ddl. Boccia deve sancirlo pienamente.

Natale, in vacanza 12,9 mln di italiani (+19%)

Ben 12,9 milioni di italiani hanno deciso di trascorrere almeno un giorno fuori casa durante le festività natalizie e di fine anno con un forte aumento del 19% rispetto allo scorso. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ per le partenze nelle festività di Natale dalla quale si evidenzia un deciso orientamento a rimanere in Italia, scelta quest’anno come meta dall’81% dei vacanzieri.
La spesa media sarà di 434 euro per persona con un aumento del 7% rispetto allo scorso anno e si allunga ad una media di sei giorni la durata della vacanza natalizia con – sottolinea la Coldiretti – il 26% che starà fuori tre giorni al massimo, il 51% dai quattro ai sette giorni, il 17% da otto a quindici giorni ed il restante 6% ancora di più.
Il 67% ha scelto di alloggiare in case proprie, di parenti e amici o in affitto mentre il 24% preferisce l’albergo ma tengono le formule alternative come bed and breakfast e agriturismi.
La stragrande maggioranza dei vacanzieri (74%) prenota le ferie da solo, soprattutto attraverso internet, – continua Coldiretti – mentre un 19% si affida a tour operator e agenzie viaggi e un 7% si affida ad altri o preferisce improvvisare.
Sul podio delle destinazioni – continua la Coldiretti – salgono le città e le località d’arte con il 48% seguite dalla montagna con il 38% mentre il resto si divide tra terme, mare e campagna. Sono quasi un milione – stima la Coldiretti – i vacanzieri che per Natale e/o Capodanno hanno scelto l’agriturismo alla ricerca di riposo e di tranquillità lontano dalle preoccupazioni. La capacità di mantenere inalterate le tradizioni enogastronomiche nel tempo resta – continua Coldiretti – la qualità più apprezzata degli agriturismi italiani che si confermano infatti come la più valida alternativa ai pranzi e ai cenoni casalinghi delle feste.
Nel tempo gli oltre 23mila agriturismi italiani – conclude la Coldiretti – hanno però qualificato notevolmente la propria tradizionale offerta di alloggio e ristorazione con servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti, come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking o attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici, ma anche corsi di cucina e wellness.

Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci

Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci.

“Si tratta – spiega Gregorio Aversa,afferente al Polo museale della Calabria, – di una pregiata museruola in bronzo che rappresenta una vera e propria rarità, non solo per il tipo di oggetto, ma anche per la sua decorazione. Nobile ornamento per cavalli, esso costituiva certamente una significativa offerta votiva da parte di un membro della cavalleria crotoniate per il santuario di Hera nella località Vigna Nuova.

Simbolo di prestigio sociale e di disponibilità economica, nel mondo antico il cavallo è sempre stato oggetto di grande attenzione da parte dell’uomo, che molto presto ha dovuto ideare strumenti di imbrigliamento per controllarlo e guidarlo. Per questo – conclude Aversa – nell’ambito del progetto VIDE (VIaggio Dell’Emozione) che lega in un affascinante percorso i vari siti appartenenti al Polo museale della Calabria, si è pensato di approfondire la tematica del cavallo come mezzo di trasporto e compagno nella guerra, nel lavoro, nel gioco anche grazie ad altri reperti riferibili al mondo equino”.

Il manufatto andrà, quindi, ad arricchire le già cospicue collezioni che detiene il Museo Archeologico Nazionale di Crotone.

La vergogna del volo

Prendere l’aeroplano? Condotta di cui vergognarsi! Tuonano così i movimenti no-aerei del Nord Europa – dagli scandinavi ai tedeschi, passando per i belgi e gli olandesi – contro chi si azzarda a scorrazzare per i cieli. L’accusa non riguarda il fattore sicurezza, bensì i presunti danni all’ecosistema.

Per costoro gli aeroplani con le loro emissioni di CO2 sarebbero tra i principali artefici del peggioramento climatico; e a nulla serve far notare che, al momento, il settore contribuisce ad una piccola percentuale delle emissioni globali. Macché; secondo i detrattori l’aviazione civile, entro una ventina d’anni, potrebbe contemplare addirittura 8 miliardi di viaggiatori con effetti devastanti sul clima e sull’ambiente.

Dunque si preferisca il treno, con buona pace dei bilanci delle compagnie. Le quali, annusando il pericolo, cominciano a correre ai ripari; talune, ad esempio, utilizzando biocarburanti. La “vergogna di volare” – così è stato battezzato il boicottaggio dei velivoli per scongiurare le emissioni dannose – fa proseliti alimentata dal tam tam dei social. Finirà in una bolla di sapone? Può darsi. Frattanto abituiamoci ad allungare il tempo dei nostri percorsi. Magari illudendoci di allungare quello delle nostre vite.

(Fonte My Pegaso)

Approvato uno spray nasale contro la depressione

E’ stato approvato dalla Commissione europea uno spray nasale per gli adulti che soffrono di disturbo depressivo maggiore resistente al trattamento (Trd).

Il disturbo depressivo maggiore (Mdd) colpisce circa 40 milioni di persone in Europa ed è la principale causa di invalidità al mondo. Per questi pazienti, l’obiettivo principale del trattamento è alleviare i sintomi della malattia e ottenere infine la remissione, eliminando totalmente o in larga parte i sintomi depressivi. Tuttavia, un terzo circa dei pazienti con Mdd non risponde alle terapie attualmente disponibili.

L’approvazione di esketamina si basa sui dati del programma di sperimentazione clinica condotto su pazienti con Trd, in cui oltre 1600 soggetti hanno ricevuto esketamina. I dati emersi dimostrano che nei pazienti adulti (18-64 anni), a partire dal secondo giorno di terapia, il trattamento con esketamina spray nasale e un antidepressivo orale iniziato ex novo era associato a una maggiore riduzione dei sintomi depressivi rispetto al trattamento con un antidepressivo orale iniziato ex novo e uno spray nasale placebo.

Il 70% circa dei pazienti trattati con esketamina ha risposto al trattamento, ottenendo una riduzione dei sintomi pari o superiore al 50%.

L’area cattolico democratica. Una nuova speranza per gli italiani

Nati dall’intuizione di un comico intelligente e dalla strategia di una società di comunicazione, affidato alla guida di un giovane senz’arte né parte, il M5S è ora in balia di un saltimbanco della politica, quel Gianluigi Paragone, che sta creando un movimento di transumanti pentastellati verso la Lega, col rischio di far saltare il governo.

Oggi la politica italiana è rappresentata da alcune forze politiche in preda a una grande confusione culturale e strategica, espressione della deriva che si trascina dalla fine della prima repubblica e dalla scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale.

Una crisi della politica che: nel PD fa i conti con un processo di lunga e complessa trasformazione del vecchio PCI ( PDS,DS, PD), nel quale non si è potuto realizzare quella corretta sintesi tra le aree culturali di provenienza social comunista e democratico cristiana, aggravata dal caso Renzi, alla ricerca di una leadership perduta col suo nuovo partito della secessione. Nella Lega, si è consumato  il passaggio da quella secessionista padana di Bossi, alla nuova realtà di un partito a guida solitaria del conducator Salvini, capace di acquisire consensi dal Nord al Sud dell’Italia; una destra italiana, che si compatta sempre di più attorno a Giorgia Meloni su posizioni estreme nazionaliste e antieuropee e, infine, il M5S che corre velocemente verso la sua dissoluzione.

Al centro è rimasta Forza Italia, guidata da una leadership consunta e sempre meno efficace del Cavaliere, in preda a un processo inarrestabile di disgregazione. Alla sinistra estrema sopravvive la LEU, in attesa di  come meglio orientarsi a misura che detterà la nuova o vecchia legge elettorale.

Manca in tutta questa rappresentazione l’espressione politico culturale dell’area cattolico democratica  e cristiano sociale che, dopo la lunga stagione della diaspora ( 1994-2019) è ridotta alla condizione di pressoché totale irrilevanza sul piano istituzionale. Unica eccezione, il caso del Presidente Mattarella, punto di riferimento essenziale per la nostra democrazia.

Non è un caso se la condizione di anomia vissuta dalla società civile e dal divario esistente tra quest’ultima e la classe dirigente del Paese, abbia preso forma e sostanza rilevante il fenomeno delle “sardine” che riempiono le piazze in tutte le più importanti città italiane. Esse sono sostenute dalla volontà di ritornare a una convivenza civile fondata sulla tolleranza e sulla solidarietà organica propria di una comunità, in alternativa alla condizione di rissa e di scontro permanente indotte dalla deriva nazionalista e populista del duo di destra Salvini-Meloni.

L’elemento che meglio caratterizza il caso delle “sardine” è la loro conclamata fedeltà alla Costituzione repubblicana e, al di là dei sei punti programmatici delineati nella loro recente assemblea romana (punti sicuramente condivisibili nella loro elementare semplicità, come fondamentali della convivenza civile e politica) ed  è proprio da questa loro conclamata fede costituzionale repubblicana che bisogna ripartire, per avviare un dialogo costruttivo con una nuova generazione di italiani cui guardare con interesse anche da parte di noi popolari.

Tornando alla situazione di casa nostra, due sono le iniziative che meglio esprimono lo stato dell’arte: quella avviata dagli amici che hanno dato vita alla Federazione popolare dei DC, che punta a ricomporre l’unità delle diverse schegge ex democratiche cristiane insieme a numerosi gruppi, associazioni e movimenti dell’area cattolico popolare e quella degli amici che hanno sottoscritto “il Manifesto Zamagni”, nel quale si riconoscono anche tutti gli amici della Federazione popolare DC.

Se, da un lato, abbiamo la situazione espressa dai partiti oggi rappresentati in parlamento in preda alle loro convulsioni interne e alla ricerca di un difficile equilibrio attorno a quella che sarà la prossima legge elettorale, e, dall’altro, quella di un’area cattolica e popolare in movimento che punta alla ricomposizione politica, ciò che distingue nettamente tutte le forze in campo e in qualche modo è destinata a ricomporle, è la distinzione profonda che passa tra chi si pone in alternativa sovranista e isolazionista rispetto all’Unione europea e chi, invece, come noi dell’area popolare, si batte per più Europa. Un’Europa certamente da riformare nella sua governance, per farla tornare ai principi e ai valori dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet, Schuman, ahimè, superati dal prevalere dei valori relativistici propri del “manifesto di Ventotene” che, alla fine, sono quelli che hanno finito col prevalere nell’Unione europea.

Contro l’attuale confusione e frammentazione politica serve allora un colpo d’ala delle due parti più importanti di quest’area, entrambe impegnate a inverare nella città dell’uomo i principi della dottrina sociale cristiana che, con le ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica, costituiscono la fonte principale di indicazione pastorale e politico culturale in questa complessa fase della globalizzazione. Un’età, quella che stiamo vivendo, dai profondi sconvolgimenti sul piano antropologico, ambientale, economico, finanziario e sociale, che, come in quella della prima rivoluzione industriale, richiede l’impegno dei cattolici sul piano politico e istituzionale, sia in Italia, sia nel resto dell’Europa e del mondo, insieme agli altri uomini di buona volontà che credono nel valore della pace e della giustizia nella libertà.

Abbiamo una data importante davanti a noi: 18 Gennaio 2020. Mancano poche settimane alla celebrazione del 101 esimo anniversario dell’”Appello ai Liberi e Forti” di Luigi Sturzo e della nascita del PPI. Ritroviamoci dunque al convento della Minerva, a due passi dal luogo in cui Sturzo redasse il suo appello, e tutti insieme impegniamoci a costruire il Partito Popolare Europeo in Italia, dando fine alla lunga e suicida stagione della diaspora,  per un nuovo inizio e per dare, finalmente, una nuova speranza agli italiani.

La mappa della sconfitta del Labour

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Domenico Cerabona

Le elezioni del 12 dicembre sono state un vero e proprio trionfo per il primo ministro uscente Boris Johnson, che sperava di incrementare la propria maggioranza di “soli nove seggi”, come chiedeva nel suo ultimo spot elettorale, e che invece tornerà giovedì in Parlamento con una maggioranza effettiva di ben 80 parlamentari.

Il merito va in gran parte al suo stratega, Dominic Cummings, che è riuscito a trasformare questa elezione in una riedizione del referendum sulla Brexit e, in tal modo, a portare molti elettori del Labour a non votare seguendo l’asse destra-sinistra, ma quello Leave-Remain.

Questo esito è stato certamente favorito dalla compattezza del fronte anti-Brexit: l’alleanza tra Boris Johnson e Nigel Farage ha aiutato in maniera decisiva i Tories a sconfiggere il Labour in quei collegi del Nord in cui il Leave aveva ottenuto grandi maggioranze, zone in cui infatti il Brexit Party ha ricevuto molti voti erodendo il consenso dei candidati laburisti.

Al contrario, la divisione del fronte del Remain ha danneggiato tutti i partiti, in primis il Labour e i Liberal Democrats (LibDems) che, competendo ferocemente gli uni con gli altri, hanno finito per favorire, nei singoli collegi, il candidato conservatore: un esempio su tutti è dato dal collegio di Kensington, a Londra, vinto per 20 voti – per la prima volta in decenni – dal Labour nel 2017 e perso per 200 questa volta anche grazie ad un 20% di voti conquistati dai LibDem, con il risultato di consegnare il collegio ad un candidato pro-Brexit.

Un vero cataclisma per il Labour è stato però il crollo del cosiddetto “Red Wall”, una fascia di collegi nel Nord-Est inglese ex minerario che da sempre garantiva maggioranze agevoli al Partito laburista e che in questa elezione sono passati per la prima volta da più di 50 anni al Partito conservatore. In quelle zone la crisi del Partito laburista era endemica almeno dal 2005, ma, nonostante ciò, la fedeltà al Labour non era mai venuta meno. Questa volta, complice il messaggio “Get Brexit Done”, la muraglia rossa è crollata, con risultati anche clamorosi come la perdita del seggio di Dennis Skinner, la Bestia di Bolsover, parlamentare ex minatore eletto a Westminster in quel collegio sin dal 1970. Così come clamorosa è stata la sconfitta di Laura Pidcock, giovane astro nascente del Labour indicata da più parti come possibile successore di Jeremy Corbyn alla leadership che però è stata sconfitta nel suo seggio di North West Durham. Entrambi questi seggi, da sempre laburisti, avevano dato grandi maggioranze al Leave nel 2016 ed erano rimasti fedeli al Labour e alla sua promessa di una soft Brexit nel 2017, ma questa volta hanno voltato le spalle alla proposta di un secondo referendum fatta dai laburisti.

Forte della vittoria ottenuta, Boris Johnson non ha ora più avversari, interni o esterni, in grado di impedirgli di perseguire la sua strategia per una Brexit il più rapida possibile. È facile immaginare che già dalla prossima settimana il Parlamento inizierà a votare l’accordo trattato da Johnson con l’Unione Europea e che non ci saranno problemi per il primo ministro a ratificare il compimento dell’abbandono dell’Unione entro il 31 gennaio 2020.

Johnson avrà inoltre una grande libertà nelle trattative successive, che saranno ancora più decisive per modellare il futuro dei rapporti tra l’Unione e il Regno Unito negli anni a venire e soprattutto per stabilire i nuovi rapporti commerciali con gli Stati Uniti di Donald Trump, che si è subito congratulato con il suo amico Boris per l’elezione.

Qui l’articolo completo 

Commercio estero: Istat, a novembre ampia diminuzione per le esportazioni (-8,1%)

A novembre 2019, per entrambi i flussi commerciali da e verso i paesi extra Ue, si stima una diminuzione congiunturale; essa risulta nettamente più ampia per le esportazioni (-8,1%) che per le importazioni (-0,9%).

La flessione congiunturale dell’export è da ascrivere principalmente ai beni strumentali (-19,6%). I beni energetici (+2,5%) e i beni di consumo non durevoli (+0,5%) registrano invece un aumento. Dal lato dell’import, si rilevano cali congiunturali per i beni di consumo durevoli (-4,0%), i beni di consumo non durevoli (-2,7%) e i beni intermedi (-2,4%), mentre sono in aumento gli acquisti di beni energetici (+1,8%) e di beni strumentali (+0,9%).

Nell’ultimo trimestre mobile (settembre-novembre 2019), la dinamica congiunturale dell’export verso i paesi extra Ue risulta positiva (+2,6%) ed è particolarmente intensa per l’energia (+11,3%) e i beni strumentali (+5,8%). Nello stesso periodo, per le importazioni, si rileva un calo congiunturale (-1,5%), imputabile a energia (-4,6%), beni strumentali (-2,0%) e beni intermedi (-1,8%).

A novembre 2019, le esportazioni sono in diminuzione su base annua (-3,8%). La contrazione è rilevante per l’energia (-19,8%) e i beni strumentali (-12,0%). Rispetto alle esportazioni, le importazioni registrano una flessione tendenziale più ampia (-10,7%) cui contribuiscono tutti i raggruppamenti principali di industrie e, in particolare, quello dell’energia (-20,7%).

Il surplus commerciale a novembre 2019 è stimato pari a +4.164 milioni, in aumento rispetto a +3.253 milioni di novembre 2018. Da inizio anno aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +61.400 milioni di gennaio-novembre 2018 a +66.681 milioni di gennaio-novembre 2019).

A novembre 2019 l’export verso Cina (-15,4%), Stati Uniti (-10,4%) e paesi OPEC (-10,1%) è in forte contrazione su base annua. In aumento, le vendite di beni verso Giappone (+17,8%), Turchia (+13,3%) e Svizzera (+11,4%).

Gli acquisti da paesi OPEC (-33,3%), paesi MERCOSUR (-17,7%) e Svizzera (-14,9%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue. In aumento gli acquisti da Stati Uniti (+5,9%), Turchia (+4,8%) e Russia (+3,7%).

Banda Ultra Larga: connessa la prima scuola nelle aree bianche

Nel comprensorio scolastico di Montalto delle Marche è accesa la connessione alla banda ultra larga. Si tratta del primo caso di un istituto scolastico nelle cosiddette “aree bianche”, incluso nei bandi Infratel, che vanta della connessione ad 1 gigabit al secondo.

Infratel Italia, società in house del Mise, si è occupata, nell’ambito del Piano nazionale BUL, di progettare, pianificare e affidare a bando i lavori, eseguiti da Open Fiber.
Connettere all’ultrabroadband uffici pubblici, famiglie e imprese proprio nelle aree bianche, cioè nelle zone a fallimento di mercato: è questa una delle priorità dell’agenda digitale italiana, varata dal governo e condivisa dall’Unione Europea. Montalto delle Marche, è uno degli 87 comuni marchigiani colpiti dal sisma nel 2016: per questo la progettazione Infratel prevede la connessione sia delle zone che ospitano unità immobiliari temporanee che di quelle coinvolte nella ricostruzione .

Quello di Montalto è uno degli interventi previsti da un piano che prevede un investimento complessivo, nella regione Marche, di 57 milioni di euro per realizzare una rete pubblica in tutte le sedi della PA e delle aree industriali incluse nelle aree bianche. Durante la cerimonia di inaugurazione del collegamento in fibra ad alta velocità, aperta dal sindaco Daniel Matricardi è stato realizzato una connessione video con un istituto scolastico di San Benedetto del Tronto che ha permesso ai ragazzi di San Benedetto e di Montalto delle Marche di dialogare tra loro nell’ambito di un progetto di continuità didattica.

Luigi Cudia, direttore Operations di Infratel Italia, ha ricordato che sono 236 i comuni interessati: in 147 i cantieri sono già attivi, per 156 impianti in corso di realizzazione. In Italia l’investimento pubblico è fondamentale per raggiungere l’ obiettivo di annullare il digital divide.

Il Presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, ha ricordato il complesso percorso amministrativo con il quale il pubblico ha portato i servizi dove il mercato non sarebbe arrivato.

La missione Cheops

La missione Cheops durerà in tutto tre anni e mezzo, durante i quali il satellite osserverà oltre 7000 stelle. I primi dati arriveranno già il 7 gennaio, costringendo quindi i ricercatori a rimanere “ancora un po’ con il fiato sospeso prima di avere conferma che tutto funzioni come programmato”, come spiegato dalla direttrice Inaf di Catania Isabella Pagano.

Cheops è stato sviluppato per fornire informazioni uniche, come la misura accurata delle dimensioni degli esopianeti, che darà modo di “determinare la densità e quindi la struttura interna”, spiega l’Inaf.

Sarà così possibile capire se questi corpi celesti siano di roccia, gassosi o di ghiaccio, in maniera da stabilire se possano vantare condizioni tali da poter ospitare la vita.

Cheops sarà in grado di misurare così precisamente le dimensioni degli esopianeti grazie alla propria strumentazione di bordo all’avanguardia, composta anche da un telescopio hi-tech che è stato progettato e realizzato in Italia.

Lombardia: con Move-In gli ambulanti potranno continuare a circolare anche con gli euro 0

Il provvedimento consentirà agli operatori del commercio ambulante di aderire a Move-In su base triennale, con la possibilità di percorrere la somma dei chilometri concessi annualmente nell’arco del triennio.

Ciò rende possibile una maggiore flessibilità organizzativa e la sostituzione dei veicoli. Per gli autonegozi e gli automarket, in ragione del loro limitato numero (circa 500 in tutta la Lombardia), degli elevati costi di allestimento e della difficoltà di reperirne di nuovi in tempi brevi, sarà prevista l’assimilazione ai veicoli di classi Euro superiori (Euro 0 assimilati a Euro 2 e Euro 1 e 2 assimilati a Euro 3) se aderiranno entro il 31 marzo 2020 a Move-In.

Ciò consentirà la percorrenza di 6000 km/anno per i veicoli Euro 0 e di 9000 km/anno per i veicoli Euro 1 e 2″.

Agli operatori che avranno aderito a Move-In sarà consentito muoversi per recarsi ai mercati anche in caso di limitazioni temporanee.

‘accordo prevede un’adesione coordinata e massiva a Move-In da parte di tutti gli associati a Fiva-Confocommercio e Apeca e Anva Confersercenti nei prossimi tre mesi. Le associazioni si impegneranno altresì a raccogliere e fornire le adesioni al progetto Move-In entro il 31 marzo 2020 e a fornire a Regione Lombardia l’elenco dei soggetti che hanno aderito al servizio e che rientrano nella categoria degli operatori del commercio ambulante, individuabili tramite la carta di esercizio, e nella categoria degli autoveicoli ad uso negozio, individuabili dal libretto di circolazione.

Successivamente al 31 marzo 2020 non saranno concesse ulteriori deroghe.

La protonterapia

La protonterapia è un trattamento radiante oncologico per la cura di tumori che si sono sviluppati nelle vicinanze di organi critici o di strutture nobili e delicate, come il cervello, il cuore o il midollo spinale.

A differenza dei raggi X, utilizzati nella radioterapia convenzionale, i protoni possono essere indirizzati per fare in modo che le radiazioni colpiscano le cellule tumorali con estrema precisione salvaguardando i tessuti sani circostanti.

Questa accuratezza può rivelarsi particolarmente vantaggiosa per coloro che hanno subito un precedente trattamento radiante, sia per quelli che hanno un’alta probabilità di sopravvivenza a lungo termine nei quali il rischio di tumori indotti dal trattamento con protoni è inferiore a quello della radioterapia convenzionale.

Nella protonterapia i protoni (particelle molto più pesanti dei fotoni) vengono accelerati, tramite un’apparecchiatura chiamata Ciclotrone, fino ad una velocità pari a circa metà della velocità della luce. Quindi vengono concentrati in fasci, trasportati e rilasciati con estrema precisione sulla sede del tumore da un sistema chiamato Gantry. L’accelerazione dota i protoni di un’energia che raggiunge i 230 MeV (Mega Electron Volts), rispetto ai 30 MeV della fotonterapia, e che permette di colpire dall’esterno i tessuti tumorali che si trovano fino a 30 cm di profondità all’interno del corpo.

Il principale vantaggio del raggio protonico è che la maggior parte della sua energia è rilasciata sul tumore, dove esercita il massimo del suo effetto distruttivo.

Le rivolte globali dell’autunno caldo

Sulla rivista Civiltà Cattolica viene proposto un articolo che prova a disegnare i tratti comuni delle proteste in corso in Paesi come l’Algeria, il Libano, l’Iraq, l’Egitto, Haiti, il Cile, l’Ecuador, la Bolivia e la Colombia, per non parlare della Francia dei gilet gialli e di Hong Kong. Le condizioni politiche e sociali spesso sono diverse, ma in tutti questi Paesi si chiedono le stesse cose: riforme economiche giuste, meno tasse, più occupazione, e spesso un sostanziale «cambiamento di sistema». La rabbia è di solito indirizzata contro la «casta» al potere (non contro un particolare parti­to, una etnia o una confessione religiosa), contro chi in questi anni di crisi economica ha accumulato ricchezze sorprendenti, sottraendole alla maggioranza della popolazione.

Poi, l’articolo cerca di individuare la questione di fondo. Secondo il politologo francese Bertrand Badie, le ribellioni in corso sono «un secondo atto della globalizzazione», dove però il si­stema neoliberale, in vigore a partire dagli anni Novanta, è rimesso in discussione. In particolare, a causa della crisi economica che tra il 2007 e il 2008 ha colpito il mondo intero. Caso emblematico è quello del Cile, il Paese sudamericano ri­tenuto più stabile e pacificato, dopo il feroce colpo di Stato del ge­nerale Pinochet. Connotati particolari hanno invece le rivolte in Bolivia: il paradosso della crisi boliviana è che il Paese è cresciuto molto negli ultimi anni e il tasso di povertà è sceso drasticamente.

Infine, si tenta di inquadrare un possibile percorso politico costruttivo. «La strada è in salita – scrive Badie – e l’obiettivo è ambizioso: reinventare la democrazia. Ma è quello che chiedono queste rivolte».

Manuale di conversazione su panettone e porti aperti

Articolo pubblicato da Studiorama, la newsletter di Studio a firma di Davide Coppo

Con la consueta stupefacente ripetitività sta per tornare, con il solstizio invernale e le feste religiose a esso collegate, la altrettanto rituale discussione sulle virtù del panettone o contro la semplicità del pandoro. I detrattori del panettone, solitamente, lamentano un difetto in particolare: la presenza, nell’impasto del dolce, di uvetta o canditi. La discussione è rituale e si ripropone annualmente in quanto impossibile da risolvere, può offrire però buoni spunti per disquisizioni più interessanti, per spostare l’argomento dai capricci gastronomici alla geopolitica del cibo.

Che Milano fosse città aperta a migrazioni e spunti culturali da ogni parte del mondo è rappresentato proprio da quell’uvetta e quei canditi, arrivati dall’Oriente sul Mediterraneo via Venezia. Qualche giorno fa sul T Magazine allegato mensilmente al New York Times è stato pubblicato un bell’articolo sulla storia delle spezie, ingrediente di lusso che ha caratterizzato e sporcato di sangue migliaia di anni di imperi e conquiste. «A proposito di uvette», potrete esordire, «conoscete il nuovo mercato della curcuma in America Centrale?».

Se invece avete a che fare con l’archetipico zio leghista, altre letture consigliate a partire dal panettone e i suoi canditi sono i libri di Braudel sul Mediterraneo, con cui spiegare le origini di molti piatti della cucina non solo meridionale. I tortelli cremaschi, ad esempio, pieni proprio di quell’uva sultanina (appunto) originaria della Turchia e oggi diffusa soprattutto nel cultivar di Corinto, città portuale bizantina e ottomana e veneziana e di nuovo ottomana prima dell’indipendenza, e di canditi, altro dono arabo passato dalla Serenissima. Concludere con Predrag Matvejevic da Breviario mediterraneo: «Lungo le coste di questo mare s’incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli olii e dei profumi, della sapienza e della conoscenza. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa». Buon appetito.

Roma: i detenuti di Isola Solidale cucineranno e distribuiranno i pasti per i senzatetto

Oggi alle ore 21, in occasione delle prossime feste di Natale, in via della Conciliazione, i detenuti dell’Isola Solidale insieme ai volontari dell’Opera Divin Redentore distribuiranno i pasti alle numerose persone senza fissa dimora che vivono nelle vicinanze della basilica di San Pietro.

L’Isola Solidale è una struttura che da oltre 50 anni accoglie a Roma detenuti grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000.

Saranno serviti 40 pasti che prevedono riso con verdura e diverse varietà di frutta. Tutto fatto in casa dai detenuti dell’Isola Solidale che si sono mobilitati per questa nuova esperienza. Due di loro hanno avuto un permesso speciale dal magistrato e saranno in via della Conciliazione per distribuire i pasti insieme agli altri volontari, mentre gli altri detenuti si occuperanno della cucina, della preparazione delle porzioni e del loro confezionamento. Questa nuova iniziativa segue quelle che si sono susseguite nell’anno tutti i terzi venerdì del mese.

Seat testerà il biometano ottenuto direttamente dalle discariche

In una piccola città della Catalogna, i maiali vengono usati per alimentare il futuro della mobilità.

Mentre le maggiori case automobilistiche in tutta Europa promuovono i veicoli a batteria, la casa automobilistica spagnola Seat vede una nicchia nel mercato delle auto alimentate da un’alternativa: il gas naturale compresso (GNC). 

Ma invece di produrre metano estraendolo dai pozzi, sta provando a creare gas verde generato da immondizia, rifiuti industriali e ​​feci di maiale.

Il progetto, che conterà su un budget complessivo di 4,6 milioni di euro (di cui il 55% finanziati dalla Commissione UE), amplia l’orizzonte del progetto Life Metamorphosis su cui Seat è attualmente al lavoro.

L’idea alla base di Life Landfill Biofuel nasce dall’esigenza di rendere remunerative le quasi 500.000 discariche presenti in Europa.

Inoltre risolve anche un problema futuro, infatti le nuove normative imposte dall’Unione Europea, che enetreranno in vigore dal 2035 limiteranno al 10% i rifiuti urbani che possono essere gettati in discarica.

Inoltre, Seat ha anche sviluppato un progetto simile con Aqualia per convertire le acque reflue in biocarburanti.

 

Premio Cultura+Impresa.

E’ aperta la settima edizione del Premio CULTURA + IMPRESA, iniziativa che premia i migliori progetti di Sponsorizzazione e Partnership culturale, Produzione culturale d’Impresa e di attivazione dell’Art Bonus realizzati in Italia nel 2019.
Il Premio, fondato nel 2013 da Federculture e da The Round Table e patrocinato da Anci, è promosso dal Comitato non profit Cultura + Impresa con il contributo di Fondazione Italiana Accenture e di ALES e quest’anno grazie alla collaborazione con il Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale, si arricchisce della Menzione Speciale dedicata alla “Cultural Corporate Responsibility”.
Il nuovo bando è on line ed è possibile candidare il proprio progetto fino al 28 febbraio 2020.

Il testo completo del Bando si può visualizzare qui

Italy for climate, l’allenza delle imprese per il clima

L’Italia può e deve fare la sua parte per affrontare la crisi climatica perché l’impegno per il clima non è rinviabile. Deve con urgenza non limitarsi a generiche dichiarazioni di consenso o a misure simboliche, ma varare un nuovo programma più ambizioso di misure climatiche che riveda il target ormai superato della riduzione del 37% entro il 2030 e lo porti almeno alla riduzione del 50% attraverso misure adeguate, praticabili e incisive.

Questa la sollecitazione di Italy for climate, l’alleanza per il clima fra le imprese italiane della green economy per supportare la transizione verso un’economia carbon neutral che vede tra i primi sostenitori aziende come ERG, Conou, ING, e2i, illy, Davines, lanciata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, guidata da Edo Ronchi.

“La sfida della grande crisi climatica – sottolinea Ronchi- può essere ancora vinta se, come chiede l’Europa, un gruppo di Paesi, invece di stare fermi, alla coda dei negazionisti irresponsabili, dimostra che misure ambiziose ed efficaci si possono attuare con un’economia competitiva, con vantaggi, o almeno con costi sostenibili, e benefici per l’occupazione oltre che per l’ambiente”.  Per Ronchi la COP 25 di Madrid poteva e doveva essere preparata e gestita meglio dalle Presidenze di turno, “ma è ormai chiaro che il tempo stringe e che non si può più aspettare un accordo mondiale unanime per attuare misure impegnative ed efficaci per affrontare la grande crisi climatica. Del resto l’Accordo di Parigi per il clima è stato raggiunto proprio perché, a differenza del Protocollo di Kyoto, si basa su impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra”.

Per far sì che la COP 26 di Glasgow del dicembre del prossimo anno non sia una nuova delusione serve, secondo Ronchi, una condizione: che un gruppo importante di Paesi si presenti con impegni nazionali di riduzione dei gas serra al 2030 già deliberati e avviati, più ambiziosi rispetto a quelli presentati prima dell’Accordo di Parigi, risultati largamente insufficienti per la traiettoria prevista da tale Accordo.

Ronchi ricorda che il nuovo Parlamento europeo, la nuova Commissione Europe, con l’assenso del Consiglio – nonostante la resistenza della Polonia – hanno già indicato di volersi muovere in questa direzione con un impegnativo programma di Green Deal che, insieme ad obiettivi climatici ambiziosi di neutralità carbonica al 2050 e di taglio delle emissioni del 50/55% entro il 2030, prevede misure per grandi investimenti per fare dell’innovazione dell’economia decarbonizzata un grande sfida epocale.

“Questo ambizioso programma europeo -conclude Ronchi- è aperto alla collaborazione di tutti i Paesi, sollecita l’impegno di tutti, ma non è subordinato all’assenso di tutti i governi del mondo. Sono 58 i Paesi che si sono già espressi in questa direzione aderendo all’Alleanza dei Paesi ambiziosi per il clima che si è formata in ambito delle Nazioni Unite. L’impegno per affrontare la grande crisi climatica è almeno di pari importanza di quello per la libertà e la democrazia”.

Tumori. “Le terapie agnostiche sono il futuro della cura”.

Le terapie agnostiche sono il futuro della cura contro i tumori perché forniranno a ogni paziente nuove e più efficaci chance di guarigione, un cammino di cambiamento già cominciato ma che ha ancora un grande potenziale da sprigionare.

L’arrivo dell’immunoterapia e delle terapie mirate a bersagli molecolari espressi dalle cellule tumorali sta già cambiando la filosofia complessiva della terapia dei tumori, sia dal punto di vista della probabilità di risposta clinica che dal punto di vista regolatorio. Ma le terapie oncologiche agnostiche rappresentano un punto di svolta, soprattutto concettuale. Siamo solo all’inizio, ma il futuro è questo.

 

 

La Camera vota sì all’impeachment per Donald Trump

Con 230 voti a favore e 197 contro, la Camera americana ha approvato l’impeachment, per abuso di potere e ostruzione del Congresso, mettendo formalmente Donald Trump in stato d’accusa per l’Ucrainagate. Solo due dem hanno votato contro, mentre uno non ha votato. Dei repubblicani 195 hanno detto no e due non hanno votato.

Trump è così il terzo presidente Usa a finire a giudizio.

Anche se i Democratici, ora, sono dubbiosi che il Senato, a maggioranza Repubblicana, faccia il suo dovere.

“La Camera dei Rappresentanti Usa ha fatto il suo dovere costituzionale. Sfortunatamente sembra sempre più evidente che il Senato repubblicano non lo farà. Questa questione non sarà risolta fino al prossimo novembre dal popolo americano”. Così Michael Bloomberg, candidato alla presidenza con i democratici.

 

 

Le sirene che cercano di irretire le sardine.

La pressione mediatico-politica comincia a farsi seducente. Il “portavoce” delle sardine arriva a dire, ad una domanda tendenziosa su una probabile candidatura, “mai dire mai”. Eh sì, quando la strada si fa erta, la tentazione delle scorciatoie diventa l’aiuto , ma è un inganno che mina tutto l’impianto etico morale che dà a questo movimento l’attuale forza e una prospettiva di stimolo per la buona politica.

Certo, bisogna avere dei contenuti e un carattere di spessore tale da essere “incorruttibili” perché portatori di un messaggio più alto che fa della politica una missione e le missioni hanno la caratteristica del duro lavoro e di forti sacrifici personali e rinunce seducenti. Attenzione “sardine”, Ulisse, nel mare procelloso, fece tappare le orecchie dei suoi indeboliti marinai e si fece legare all’albero della nave, per riuscire a resistere alle “sirene”, ma volle ascoltare tutta la terribile seducente malía di quelle creature e farne forza interiore per ciò che lo aspettava, che era ignoto.

Trentanni fa: Franco Carraro eletto Sindaco di Roma

ra il 18 dicembre 1989 e il nuovo Consiglio Comunale di Roma, che era stato rinnovato con le elezioni del 29 e 30 ottobre 1989, nominava Franco Carraro, Sindaco di Roma. Sono trascorsi 30 anni. Quante cose sono cambiate? Tante ! Oggi sembra un altra era, infatti Carraro è stato l’ultimo Sindaco di Roma ad essere eletto dagli 80 Consiglieri Comunali capitolini. Infatti la legge 81 del 1993, ha introdotto “ l’elezione diretta del Sindaco”, e la riduzione a 60 Consiglieri, il rinnovo dell’Assemblea Capitolina del novembre 1993, avvenne con questa nuova norma: i cittadini sceglievano il candidato a Sindaco, procedura attualmente in vigore.

Carraro è stato il 13° Sindaco di Roma, dal dopoguerra ad oggi (18 dicembre 1989 – 20 aprile 1993), e il primo cittadino socialista della Capitale. La composizione del Consiglio Comunale rappresentava un significativo spaccato della società e dei cittadini romani: ambienti, categorie e professioni. Alcuni nomi, anche se ciascuno degli 80 eletti era espressione di competenza, conoscenza ed esperienza, hanno dato prestigio e autorevolezza all’Istituzione della Città Eterna, fra questi: Enrico Garaci, Antonio Cederna, Oscar Mammi, Loredana De Petris, Francesco Rutelli, Marco Pannella, Teodoro Bontempo, Ruspoli Sforza, Enzo Forcella, Susanna Agnelli, Beatrice Medi Jacovoni, Renato Nicolini.

Fra i Consiglieri eletti, che i partiti avevano candidato, si riscontravano personalità come giornalisti, ambientalisti, medici, ministri e parlamentari, sindacalisti, imprenditori, avvocati, architetti, docenti, dirigenti e funzionari pubblici, rettori di università, esponenti dell’aristocrazia romana, ecc., e tante persone, meno titolate, ma volenterose di servire la città . Non a caso, molti Consiglieri di quel periodo, nel corso degli anni successivi, sono stati eletti in incarichi di rappresentanza istituzionale come Consiglieri e Assessori Regionali, Deputati e Senatori, Ministri ed Europarlamentari, Presidenti di Enti e Aziende pubbliche.

Nei 40 mesi della consiliatura Carraro, si sono tenute 280 riunioni di Consiglio Comunale, ma che periodo era nel nostro Paese? Non era di facile lettura, perché si risentiva di vicende italiane e internazionali, che hanno avuto riflessi sulla politica e sull’economia del nostro Paese. Si ricordano vicende come la caduta del “muro di Berlino”, la prima guerra del Golfo, le tragedie causate dalla mafia con la morte di Falcone e Borsellino, la difficile elezione del Presidente della Repubblica Scalfaro, le inchieste di tangentopoli con la stagione di “mani pulite”, quindi una fase di grande incertezza e di aspettative, spesso andate deluse, di cambiamento.

E’ doveroso richiamare anche accadimenti ed eventi, che hanno segnato quel periodo della vita della Capitale, come la 14a edizione del Campionato del Mondo di calcio (noto anche come Italia ‘90), la presenza in Campidoglio di un eroe del XX secolo, Nelson Mandela, per il conferimento della cittadinanza onoraria di Roma, definito l’uomo della “convivenza pacifica”, la definizione da parte del Parlamento, di due leggi importanti per il Campidoglio: sull’ordinamento delle autonomie locali e interventi per Roma, capitale della Repubblica. In questo contesto le attività del governo cittadino e dell’Aula Giulio Cesare andavano avanti per realizzare il miglioramento della vivibilità e lo sviluppo necessario per garantire a Roma la crescita come Capitale europea. Si manifestarono, occorre ricordarlo, perché fu considerato un fatto nazionale, nella Città Eterna i primi problemi collegati all’immigrazione, l’esempio significativo fu l’occupazione, per molti mesi dell’ex Pastificio Pantanella, dopo Porta Maggiore, a via Casilina, dove confluirono oltre 2.500 stranieri di diverse nazionalità. Questo anche per capire il clima che si respirava a Roma.

Molti i provvedimenti e le decisioni importanti e assunte per i cittadini e per la città, fra questi il trasferimento dei Mercati Generali da Ostiense, con la localizzazione e realizzazione nella Tenuta del Cavaliere a Guidonia, la scelta per il sito dell’Auditorium Parco della Musica, tra Villa Glori e il Villaggio Olimpico, progettato da Renzo Piano, per ospitare eventi musicali e culturali, la progettazione della linea tranviaria 8, che unisce Casaletto a Torre Argentina (successivamente fino a Piazza Venezia). L’approvazione dello Statuto del Comune di Roma, ( a seguito della legge 142/1990), che sanciva i principi generali e definendo l’ordinamento circoscrizionale, la partecipazione popolare e la tutela dei diritti civici.

La realizzazione del Sistema Direzionale Orientale e le connesse infrastrutture, nel quadrante Est della Città, che doveva rappresentare il trasferimento della burocrazia/ministeriali dal Centro Storico della città, si è fermato nella fase istruttoria, salvo lo stralcio del Piano Direttore, anche se considerato dalla Legge 396/1990, di “ preminente interesse nazionale nell’assolvimento da parte della città di Roma nel ruolo di capitale della Repubblica”. L’altro progetto fondamentale, per la gestione del patrimonio pubblico era il Census, un reale e specifico censimento per l’utilizzo delle risorse di edilizia residenziale del Comune di Roma che non è decollato, anche per un accanimento giudiziario, che ha visto coinvolti tutti consiglieri comunali che l’avevano approvato la delibera, salvo poi sentenziare, dopo qualche anno: il fatto non sussiste. Tutti assolti.

La vita del Consiglio Comunale andava avanti con qualche difficoltà, mani pulite era presente anche a Roma, e qualche mela marcia aveva rinunciato all’incarico capitolino, nessuno si sentiva nella maggioranza di trovare un altro Sindaco, perché Carraro si era sempre comportato bene e leale con tutti. I Consiglieri Comunali, a partire da quelli della Democrazia Cristiana decisero l’autoscioglimento, dimettendosi dall’incarico elettivo insieme a quelli degli altri partiti, firmando al Segretariato Generale, senza andare dal notaio. Si chiudeva cosi una bella esperienza, che ha lasciato l’amaro in bocca. Il rinnovo del Consiglio Comunale nel novembre !993, è avvenuto con la nuova legge, perché era stata introdotta la norma dell’elezione diretta del Sindaco e la riduzione dei consiglieri a 60, anziché 80. Ecco, anche il perchè oggi è un altra era.

Sassoli: “il Trattato di Lisbona ha rafforzato la democrazia”

Il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, nel suo intervento in aula a Strasburgo in occasione della celebrazione dei dieci anni del Trattato di Lisbona ha dichiarato che: “L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona è stato un grande passo in avanti per le istituzioni europee e in particolare per il Parlamento, poiché ha rafforzato il carattere democratico della nostra Unione”.

 “Grazie al Trattato di Lisbona, il rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza, della democrazia, della solidarietà e dello Stato di diritto sono diventati pilastri su cui si fonda l’Unione europea e sono da dieci anni giuridicamente vincolanti per tutti gli Stati membri e per tutte le istituzioni. Purtroppo le discriminazioni continuano a colpire i nostri Paesi. Le notizie ci ricordano instancabilmente che la violenza contro le donne, il razzismo e le varie forme di intolleranza stanno ancora distruggendo la vita dei nostri cittadini”.

“Con un voto massiccio alle ultime elezioni, i nostri cittadini ci hanno trasmesso un messaggio chiaro: vogliono partecipare e contribuire al progetto europeo. Sono convinto che la Conferenza per il futuro dell’Europa che intendiamo istituire nei prossimi mesi sia un’opportunità da non perdere. Sarà l’occasione per ascoltare i cittadini, per comprendere le loro aspettative, le loro esigenze e le loro speranze. Sarà nostro dovere tradurre in pratica tali richieste e portare a termine questo compito per assicurare un’Unione che sappia affrontare in modo ancora più efficace le sfide globali che la attendono”.

Alessandro Valeri: An Iron Ring

An Iron Ring chiude il cerchio di un percorso di ricerca artistica e personale iniziato nel 2011, quando l’artista visita per la prima volta l’orfanatrofio di Zippori, vicino a Nazareth. L’istituto, con le suore cattoliche e i volontari ebrei musulmani e cristiani, appare a Valeri un’isola di tolleranza e collaborazione interreligiosa, in un territorio che è teatro da sempre di incroci e scontri tra culture, religioni ed etnie diverse. Questo incontro lo segna profondamente: la casa di accoglienza diventa per lui un simbolo, il totem di una “promessa di felicità” che può esistere al di là del presente stato delle cose. Gli appunti fotografici, filmici e audio che prende nelle sue visite sono il materiale vivo da cui scaturisce, nel 2015, Sepphoris, al Molino Stucky, per la 56esima Biennale di Venezia. La mostra segna anche l’impegno concreto dell’artista a realizzare il cambiamento, attraverso la donazione delle sue opere all’istituto.
Il totem diventa poi generativo di altre esperienze: Lasciami entrare al MACRO Testaccio, nel 2016, dove iniziano i laboratori didattici, Una sola possibilità, al MACRO di Via Nizza, nel 2017, in cui la possibilità del cambiamento si declina anche nei toni del dissenso e della ribellione creativa.

An Iron Ring, progettato come un laboratorio fisico/mentale per bambini e adulti da Valeri per la Sala Carlo Scarpa del MAXXI, si struttura in quattro momenti, legati tra loro da anelli narrativi che restituiscono al pubblico la storia di questo percorso artistico nella sua complessità.

Questo progetto rappresenta la più matura espressione della coerenza intellettuale e stilistica del lavoro di Valeri, fondato sulla capacità di cogliere, con uno sguardo nomade e immune da pregiudizi, i segni attraverso cui il mondo stesso si presenta, invitando ad assumersi la responsabilità del proprio sguardo, delle proprie emozioni, e in questo modo, del proprio essere nel mondo.

Polizia: Progetto di razionalizzazione dei presidi nelle 14 città metropolitane

Il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, presieduto al Viminale dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha adottato la pianificazione dei presidi delle Forze di Polizia per l’anno 2020.

Si tratta di un intervento previsto dalla legge n. 121 del 1981, che trova, ora, per la prima volta, concreta attuazione alla luce dell’impulso impresso con la direttiva ministeriale del 15 agosto 2017 e dopo aver avuto una preliminare condivisione in ambito sindacale lo scorso 31 luglio.

La pianificazione 2020 comprende, oltre al progetto di rimodulazione dei presidi delle 14 città metropolitane, anche singoli interventi per potenziare la presenza delle strutture di Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri nelle province di Avellino, Caserta e Cosenza.

Le misure distinte per le 14 città metropolitane

In particolare, per le 14 città metropolitane, il lavoro ha visto come protagonisti gli attori del territorio. A seguito dell’azione svolta dai prefetti nell’ambito dei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica e della successiva attività di sintesi da parte del Tavolo di coordinamento interforze presso il Dipartimento della pubblica sicurezza, è stato possibile definire un assetto organizzativo delle Forze di polizia che tiene conto delle peculiarità locali, evitando sovrapposizioni ed assicurando una copertura omogenea dei territori.

Gli obiettivi sono assicurare una più efficace azione di controllo e prevenzione da parte delle Forze dell’ordine ed incrementare la percezione di sicurezza dei cittadini, specie nelle aree che presentano profili di particolare fragilità, attraverso l’istituzione di nuovi presidi o il potenziamento di quelli esistenti, considerando, non solo i tradizionali indicatori legati alla delittuosità, ma anche la presenza di insediamenti industriali, di porti, aeroporti, di infrastrutture critiche, centri per l’accoglienza di immigrati, obiettivi sensibili ecc.

«Grande soddisfazione per un lavoro complesso che si inserisce nell’ambito di una azione di rafforzamento dell’attività di prevenzione e controllo svolta dalle Forze di polizia e della loro presenza sul territorio, tenuto conto della specificità dei contesti locali in cui sono chiamate a svolgere i compiti istituzionali», ha commentato il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese.
«Il nuovo assetto dei presidi di polizia intende dare una concreta risposta alle esigenze di sicurezza dei cittadini, rivolgendo una particolare attenzione alle periferie urbane, e consentire un più efficace contrasto a quei fenomeni di criminalità diffusa che generano allarme sociale, operando anche attraverso lo sviluppo di maggiori sinergie con gli enti locali, volte a superare le situazioni di degrado e disagio sociale», ha aggiunto la titolare del Viminale.

Progetto di razionalizzazione dei presidi nelle 14 città metropolitane

Il peperoncino dimezza il rischio di infarto e ictus

Uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology e coordinato dagli epidemiologi dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, l’Università dell’Insubria a Varese e il Cardiocentro Mediterraneo di Napoli suggerisce che usare abitualmente il peperoncino in cucina (circa 4 volte a settimana) riduce il rischio di morte per infarto del 40% e per ictus di oltre il 60%. Inoltre riduce del 23% il rischio di morte per qualunque causa.

Lo studio si è basato sull’analisi delle abitudini alimentari di 22.811 molisani il cui stato di salute è stato monitorato per un tempo medio di otto anni. Gli esperti hanno visto che usare il peperoncino 4 o più volte a settimana si associa a una riduzione del rischio complessivo di morte del 23%, una riduzione del rischio di morte per infarto del 40%, e una riduzione di oltre la metà del rischio di ictus.

Raggiunte le firme per il referendum sul taglio dei parlamentari

Con la firma di 64 senatori sulla proposta presentata da Tommaso Nannicini del Pd e dai senatori di Forza Italia Andrea Cangini e Nazario Pagano, è stato infatti raggiunto il quorum necessario per avviare un referendum contro la riduzione di deputati e senatori, fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle.

I risultati saranno presentati oggi pomeriggio in una conferenza stampa (alle 17.30 alla Camera) per rendere note le adesioni pervenute e comunicare le iniziative da intraprendere. Alla conferenza stampa parteciperanno Giuseppe Benedetto e Davide Giacalone, presidente e vicepresidente della Fondazione Einaudi e i tre senatori proponenti Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Nazario Pagano.

 

Brexit, ma a quale prezzo?

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Gianfranco Baldini

Dopo le elezioni del 12 dicembre, la mappa del Regno Unito è sempre più blu, in Inghilterra e in parte del Galles, ma gialla in Scozia. I laburisti sono trincerati nei bastioni delle maggiori aree urbane: un quarto dei 200 parlamentari rimasti al partito, e gran parte della sua dirigenza, sono stati infatti eletti a Londra. Come e ancor più che nel referendum sulla Brexit del 2016, la capitale appare un mondo diverso rispetto al resto del Paese.Certo, le mappe a colori sono il frutto della radicalità del sistema elettorale, che può avere effetti brutali. I lib-dem, l’unico partito che aumenta i propri voti in modo significativo rispetto al 2017, sono anche l’unico con la loro leader fuori dal Parlamento: Jo Swinson, sconfitta nel suo collegio scozzese per meno di 150 voti. I conservatori avanzano rispetto a due anni fa, soprattutto nei collegi più working class e Johnson trionfa al di là delle aspettative disinnescando la minaccia del Brexit Party assumendone di fatto lo slogan: “Get Brexit done”. Le prime analisi post-elettorali confermano che Johnson ha vinto sulla Brexit: tra i primi quattro partiti, nei conservatori e nei lib-dem – su versanti opposti – prevaleva questo tema, rispetto a sanità o altri, nella decisione di voto.

Gli storici parleranno di questo voto come del terzo atto della saga della Brexit, in cui gli elettori hanno detto di averne abbastanza di tre anni e mezzo di incertezze. Nel 2016 il referendum spaccò il Paese 52 a 48. Il secondo atto – le elezioni del 2017, targate May – aveva illuso qualcuno che Corbyn rappresentasse la nuova frontiera della sinistra europea. Ma quel 40% era frutto del timing stesso della saga: dando l’assenso all’avvio dell’approvazione parlamentare della Brexit, il partito aveva tenuto insieme il consenso cosmopolita della capitale con i terreni tradizionali (Galles, Scozia fino al 2015) e le roccaforti del Red Wall del Nord dell’Inghilterra, oggi travolte dall’onda blu.

Sarà interessante leggere la stampa euroscettica britannica nel 2020, quando molti elettori scopriranno che il Paese entrerà in una fase di transizione in cui continuerà a contribuire al bilancio europeo, con una voce molto limitata o assente a Bruxelles. Dalle prime dichiarazioni di Johnson sembra emergere un atteggiamento pragmatico, almeno nella partita europea. Infatti, la maggioranza ottenuta a Westminster libera Johnson dalla pressione dell’ala più radicale del suo partito. Come sottolinea uno dei maggiori esperti di temi europei, Simon Hix, Johnson potrebbe ora svincolarsi dal radicalismo dello European Research Group a favore di un pragmatismo One Nation, con tanto di rimpasto “centrista” di governo e mano tesa ai parlamentari espulsi nei mesi scorsi per non averlo sostenuto in Parlamento.

Nel negoziato commerciale con Bruxelles, il quinto atto dopo l’approvazione parlamentare dell’uscita che tutti ora danno per scontata, Johnson potrebbe tenere quindi un approccio più soft, finendo con l’allineare il Paese agli standard regolativi europei, per evitare le ripercussioni economiche più gravi e nuove trattative pluriennali.

Qui l’articolo completo 

Riaperta a Testaccio la mensa del Circolo San Pietro

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Marco Chiani

Eddy ha 41 anni, viene dalla Libia. È arrivato a Roma dieci anni fa, alla fine del 2009. È sposato e ha figli, ma da tempo non li vede. Eddy è uno dei tanti che giornalmente frequentano la Cucina economica del Circolo San Pietro in via Mastro Giorgio 37, al Testaccio.

Lunedì scorso, 16 dicembre, l’assistente ecclesiastico dell’antico sodalizio, monsignor Franco Camaldo, ha inaugurato la rinnovata sede al termine dei lavori di ristrutturazione, che dalla fine dell’estate avevano imposto una sospensione delle attività della struttura nel cuore del popolare quartiere romano.

Alla presenza del presidente Leopoldo Torlonia, dei soci e degli assistiti, il prelato ha benedetto la mensa, sottolineando come «la ristrutturazione sia stata fortemente voluta nell’ambito delle celebrazioni del 150° di fondazione, per dare ancora di più una risposta concreta alle tante esigenze e un effettivo sollievo alle sofferenze di tante persone». Come Eddy, appunto. Il quale racconta: «Mi sono trasferito qui per cercare un’occupazione, ma ho difficoltà. Dormo sotto un ponte del Tevere. Ho scoperto la mensa tramite ragazzi della zona: “Guarda che c’è un posto dove si pagano solo 2 euro e 50”. E così vengo qui a mangiare. Durante il giorno cerco lavoro come carpentiere, ma mi arrangio a fare qualsiasi cosa. La sera torno sotto il ponte, mi copro e cerco di dormire. Al mattino ci sono persone che fanno footing lungo la pista ciclabile che corre accanto al fiume. Non mi piace farmi vedere sdraiato per terra, anche per una questione di decoro. Così mi alzo presto. Qui ho trovato persone fantastiche: mi sento accolto come se fossi a casa mia. Mi manca tutto, i figli, la famiglia, la Libia. Ma dalla rivolta del 2009 lì non si può più stare. Avevo un lavoro, vendevo auto, è finito tutto. Preferisco dormire sotto i ponti piuttosto che tornare in Libia. Lì o spari o ti sparano. Una situazione intollerabile».

Per dare un’idea dell’attività della Cucina, occorre fare riferimento al 2018, anno in cui è stata in funzione per dodici mesi: Mastro Giorgio, attiva dal 1890, ha distribuito 15 mila dei complessivi 45 mila pasti che il Circolo San Pietro ha donato ai bisognosi della città di Roma anche attraverso le due altre cucine di via della Lungaretta 91/b e di via Adige, entrambe inaugurate nel 1933. E ben 39.600 sono stati i buoni pasto distribuiti dal sodalizio a parrocchie, istituti e all’Elemosineria apostolica. Del totale complessivo fanno parte circa 8000 buoni acquistati da benefattori. 

Ma anche chi si presenta in una Cucina sprovvisto di buono mangia ugualmente: «Siamo presenti a ogni pranzo. Per noi è importante stare coi poveri, esserci. A volte la nostra presenza può sembrare quasi superflua, ma non lo è», spiega Marcello, un socio del Circolo che presta servizio come volontario. «Spesso gli ospiti ci chiedono consigli — continua — cercano aiuto oltre il pranzo stesso e seppure la mensa svolga solo e soltanto il servizio di ristorazione cerchiamo per come possiamo di aiutare».

«A Mastro Giorgio ospitiamo cinquanta persone al giorno, con picchi di settanta — dice ancora Marcello — e se il pasto caldo finisce perché arrivano tante persone, serviamo tonno o carne in scatola. Vogliamo, infatti, che nessuno se ne vada senza aver mangiato qualcosa. Il nostro piano è di dare primo, secondo, contorno e frutta, un pasto completo».

Non sono mai i soci o i volontari — a Mastro Giorgio circa 25 dei complessivi 90 impegnati nelle tre Cucine economiche — a fare il primo passo nei confronti degli ospiti: «Noi non chiediamo mai nulla. Se una persona entra e vuole da mangiare, noi non le chiediamo nulla. Se invece è lei ad aprirsi, ci siamo. La discrezione, infatti, è per noi un elemento decisivo. Se uno entra e chiede di mangiare, io non gli domando nulla. A volte vengono anche persone distinte, vestite bene, ma non chiediamo spiegazioni».

Alcune persone sono ospitate in mensa per anni. Racconta Marcello: «Ci sono abitudinari che vengono da anni, per noi è triste perché significa che il bisognoso non risolve i suoi problemi economici. Se si assentano per dei mesi, invece, spesso vuol dire che sono stati in prigione. A ogni modo le uniche persone che non accettiamo sono spacciatori e approfittatori. Li mandiamo via e basta».

Alle Cucine del Circolo San Pietro si rivolgono, accanto agli avventori tradizionali, anche i “nuovi poveri” rappresentati da anziani senza sostegno economico, giovani privi di lavoro, uomini separati, immigrati extracomunitari, la maggior parte dei quali clandestini, ma anche chi entra ed esce dal carcere, e chi semplicemente vive nell’indigenza.

Dagli inizi delle Cucine economiche del Circolo San Pietro sono trascorsi 140 anni, ma la spinta caritativa è sempre la stessa. Tutto iniziò con Pio IX che istituì le mense nel 1877 con l’intenzione di sfamare i bisognosi, donando al sodalizio le pentole degli Zuavi, battaglione pontificio disciolto dopo il 1870, affinché a Roma «l’esercito dei poveri, che non sarebbe mai mancato alla Chiesa, avesse sempre una minestra calda». Il Circolo San Pietro, attivo già dal 1869, concretizzò così la propria vocazione più profonda con l’apertura di alcune Cucine, nelle quali si forniva un servizio, fatto non solo di aiuto materiale, ma anche di ristoro e cura dell’anima. Da allora le mense hanno cambiato diverse sedi, ma non hanno mai chiuso e i poveri hanno sempre avuto, 365 giorni all’anno, il loro pasto caldo. 

Dieci anni fa il sodalizio romano riuscì ad acquisire con grandi sforzi la proprietà delle mura della Cucina di via Mastro Giorgio, decidendo di ricordare con una targa i soci e gli amici benefattori che avessero partecipato attivamente all’acquisto dei locali. Oggi ripropone l’idea per rendere la struttura non più semplicemente una “mensa”, ma un’accogliente sala da pranzo dove gli ospiti possano ritrovare, o trovare per la prima volta, il calore di un pasto in famiglia. Le offerte superiori a mille euro saranno ricordate con una targa.

Giorgio Ambrosoli. Il prezzo del coraggio

Si intitola Giorgio Ambrosoli. Il prezzo del coraggio la docufiction di Stand By Me con Alessio Boni, in onda oggi in prima serata su Rai1, che ricorda il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana a quarant’anni dal suo assassinio.

Una narrazione che unisce l’impatto emotivo della ricostruzione in fiction – affidata all’interpretazione degli attori Alessio Boni (Giorgio Ambrosoli), Dajana Roncione (Annalori Ambrosoli), Claudio Castrogiovanni (Silvio Novembre), Fabrizio Ferracane (Michele Sindona) – alla forza del racconto documentaristico che si avvale di materiali di repertorio, documenti esclusivi e testimonianze inedite, tra cui l’intervista alla moglie Annalori e l’intervento del figlio Umberto Ambrosoli che ha collaborato alla realizzazione del docufilm.

Il racconto si concentra sugli anni cruciali della vicenda, dall’ottobre del 1974 fino all’uccisione l’11 luglio 1979, periodo in cui Giorgio Ambrosoli fu commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Il punto di vista è quello del maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, recentemente scomparso, che fu accanto ad Ambrosoli nei cinque anni del suo incarico, collaboratore prima, amico poi. La “sua” voce fuori campo – interpretata da Claudio Castrogiovanni, ma allo stesso tempo autentica perché ispirata alle parole espresse dallo stesso Novembre in alcune interviste e articoli tra cui “Le fatiche della legalità” – guida lo spettatore nelle scene di finzione e nelle parti documentaristiche, restituendo un’immagine inedita dell’Ambrosoli pubblico e privato, dell’avvocato coerente e lavoratore instancabile ma anche del marito e padre devoto verso la moglie e i tre figli.

I cinque anni in cui Ambrosoli indagò gli snodi di un sistema politico-finanziario corrotto e letale sono ricostruiti nelle scene di finzione e approfonditi con estremo rigore filologico all’interno dei contenuti documentaristici, tra materiali di repertorio e documenti chiave (in particolare le agende private, in cui Ambrosoli annotava tutto, custodite nell’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Milano, e gli atti relativi alla Banca Privata Italiana e alla sua liquidazione, che dopo il deposito presso l’archivio della Camera di Commercio di Milano sono stati resi disponibili al pubblico solo alla fine del 2016).

Tra le testimonianze autorevoli, l’intervista esclusiva alla moglie Annalori, donna coraggiosa ed eroica, che nonostante le evidenti preoccupazioni, non farà mai mancare il suo sostegno al marito, occupandosi dei figli e cercando di mostrarsi serena. Una donna eccezionale come del resto aveva scritto lo stesso Ambrosoli nella lettera-testamento a lei indirizzata: “Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”.

Tra i testimoni illustri della docu-fiction, il figlio Umberto; i cari amici di famiglia Giorgio Balzaretti e Franco Mugnai; il professor Vittorio Coda e l’avvocato Sinibaldo Tino, che affiancarono Ambrosoli nel lavoro di liquidazione; i magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone, incaricati dei processi a carico di Sindona; lo scrittore Corrado Stajano che con il suo libro “Un eroe borghese” per primo gli restituì la giusta ‘fama’; il giornalista Antonio Calabrò; Anna Maria Tarantola, all’epoca dei fatti in Banca d’Italia; il procuratore americano John Kenney, titolare delle indagini sul fallimento della Franklin Bank di Sindona, che collaborò assiduamente con Ambrosoli.

Ora Google traduce in tempo reale

Avere un interprete a portata di mano può fare molto comodo, soprattutto quando si viaggia all’estero o si lavora in un ambiente multiculturale.

Google ha reso disponibile una nuova funzione che consente di chiedere all’assistente vocale di tradurre frasi in altre lingue in modo rapido, semplificando le interazioni tra persone che parlano idiomi diversi.

Finora la modalità traduttore era disponibile solo sugli altoparlanti e gli schermi smart dell’azienda di Mountain View, ma ora è in fase di distribuzione a livello globale sugli smartphone Android e iOS.

La nuova funzione permette a Google Assistant di tradurre e parlare in ben 44 lingue, incluso l’italiano. Per utilizzarla è sufficiente impartire un comando vocale all’assistente, come “Devi essere il mio interprete francese”, o simile. Una volta ricevuta la richiesta, Assistant tradurrà in tempo reale le frasi delle persone coinvolte nella conversazione.

 

 

Una piattaforma digitale per la notifica di multe e avvisi

Nella nuova finanziaria vi è anche  la realizzazione di una piattaforma digitale per le notifiche della pubblica amministrazione. La piattaforma, primo passo per il domicilio digitale, sarà utilizzata dalle amministrazioni pubbliche per effettuare, con valore legale, le notifiche di atti, provvedimenti, avvisi e comunicazioni.

I destinatari riceveranno un “avviso digitale” dell’avvenuta notifica e potranno accedere alla propria aria riservata per consultare i documenti, multe comprese.

La piattaforma sarà istituita dalla presidenza del Consiglio dei ministri attraverso una società per azioni interamente partecipata dallo Stato. Presso la Presidenza del Consiglio nasce anche il “Nucleo per il monitoraggio della piattaforma”.

Terapia genica per una forma rara di retinite

Due pazienti di otto e nove anni affetti da una forma particolare di distrofia retinica ereditaria che li rendeva ipovedenti dalla nascita hanno recuperato la vista grazie a una tecnica innovativa eseguita per la prima volta in Italia nella Clinica oculistica dell’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ in collaborazione con la Novartis.

Va comunque sottolineato che la cura riguarda solo i pazienti con mutazioni del gene RPE65, non altre forme di retinite pigmentosa.

La retinite pigmentosa con mutazioni del gene RPE65 colpisce poche migliaia di persone in tutto il mondo, in Italia i pazienti sono una cinquantina.

Papa Francesco abolisce il segreto pontificio per le cause di abusi su minori

Per il suo compleanno Papa Francesco ha abolito il segreto pontificio per le cause canoniche di abusi sessuali su minori.

La svolta segue quella decisa con il Motu Proprio Vos estis lux mundi, «Voi siete la luce del mondo», firmato da Papa Francesco il 7 maggio contro i crimini pedofili e gli abusi sessuali.

Ma di cosa si tratta?

Il primo e più importante documento è un rescritto a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il quale comunica che il Pontefice il 4 dicembre scorso ha disposto di abolire il segreto pontificio sulle denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti citati nel primo articolo del recente motu proprio “Vos estis lux mundi”, vale a dire: i casi di violenza e di atti sessuali compiuti sotto minaccia o abuso di autorità.

Con un secondo rescritto, a firma dello stesso Parolin e del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria Ferrer, si stabilisce che ricada tra i delitti più gravi riservati al giudizio della Congregazione per la dottrina della fede «l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di diciotto anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento».

Infine, in un altro articolo, si permette che nei casi riguardanti questi delitti più gravi possano svolgere il ruolo di «avvocato e procuratore» anche fedeli laici provvisti di dottorato in Diritto canonico e non più soltanto sacerdoti.

 

L’amnesia del M5S

Avevo già scritto un editoriale, il 13 Novembre 2017, commentando il ruolo assunto da Pierferdinando Casini che, presiedendo la commissione di inchiesta sulle banche italiane, su “La Stampa” abbandonava il suo tradizionale stile alla “Fasulein” e assumeva quelli del saccente Balanzone, dichiarando perentoriamente: “ L’Italia non diventi terreno di azione della speculazione finanziaria internazionale”.

Adesso il M5S, sulla triste vicenda del Banco Popolare di Bari, riprende il tema, criticando anche in questo caso la mancata o insufficiente vigilanza di Banca d’Italia su quell’istituto.

Ma come? A seguito di mirato Q-Time ( interrogazione a risposta immediata in commissione 5-10709) della Commissione Finanze, del Mov. Cinque Stelle, formulati proprio dall’On Villarosa con altri ( Villarosa, Alberti, Pesco, Sibilia e Ruocco), allora presidente della Commissione e attualmente sottosegretario del MEF, ricevettero le conferme dal MEF e da Banca d’Italia (Mercoledì 1 marzo 2017, seduta n.751) che:

1) fondi speculatori kazari controllerebbero le banche quotate italiane e quindi dal 1992/93 anche Banca d’Italia (risposta del MEF). Vari giornali, tra cui il Fatto Quotidiano, Il Messaggero, hanno riportato la notizia di “Mister 99%” rappresentante di fondi speculatori stranieri;

2) ” i depositi”, utilizzati per concedere prestiti, dal 1992/93 non derivano più da attività di raccolta tra il pubblico, ma sono virtuali, “creati” digitalmente. Banca d’Italia, con una dichiarazione epocale (in allegato), in risposta al Question –Time della Commissione Finanze del Movimento Cinque Stelle, ha infatti confermato che i depositi della clientela non sono veri depositi, ma virtuali , creati ossia da qualcuno con un clic. Questa importante asserzione costituisce implicita conferma da parte di Banca d’Italia che pertanto anche gli importi del prestiti (dei mutui ipotecari/fondiari,… ), accreditati, a titolo di tali depositi, dal 1992/93 sui conti correnti degli italiani, sono stati a monte creati con un clic e poi illegittimamente prestati in Italia, illegittimamente in quanto le banche in Italia essendo intermediarie del credito possono solo fungere, per la Legge italiana, da intermediarie tra “il denaro raccolto tra il pubblico” ( e non invece creato) e prestito.

CHI E’ QUEL QUALCUNO CHE CONTROLLA LE BANCHE ITALIANE QUOTATE E QUINDI PURTROPPO ANCHE BANCA D’ITALIA, SI PRESUME DAL 1992/93.

Tutte le banche italiane quotate sono risultate controllata nel capitale flottante (che costituisce dal 1992/93 circa l’85% del totale capitale delle banche quotate italiane ) da una decina di fondi speculatori stranieri, precisamente kazari, attraverso interposte persone fisiche, in realtà avvocati dello studio legale Trevisan di Milano, delegati di circa 1900 entità finanziarie, che a loro volta è risultato che abbiano sub-delegato ad essi fondi speculatori. Pertanto essi fondi speculatori stranieri controllando si presume sin dal 1992/93 Banca Intesa, Unicredit , Carisbo Carige e BNL, unitamente alle rappresentate al voto Inps e Generali, controllerebbero , eseguiti tutti i calcoli di sbarramento al voto, con 265 voti su 529 anche l’organo di vigilanza Bankitalia Spa, dal 1992/93 illegittimamente, quindi in aperta violazione dell’art. 47 della Costituzione Italiana “la Repubblica controlla il credito” e la Repubblica non sono certamente una decina di fondi speculatori stranieri, con tutte le conseguenze che sono derivate, essendo venuta improvvisamente a mancare la vigilanza bancaria in Italia, in termini di colossali truffe (derivati sul tasso e sulla valuta ), costi abnormi (CMS per 270 miliardi di euro addebitate oltre ad interessi ) ed illegittimo prestito di denaro creato con un clic . Fondi speculatori stranieri controllanti le banche italiane e pertanto amministratori di fatto responsabili secondo Cass. n. 25432/2012 e n. 19716/2013 , quanto le banca, in solido ed in via principale, nel risarcimento del danno.

Questa, gentile On Villarosa, è la realtà bancaria e finanziaria italiana che Lei ben conosce e dovreste allora partire proprio da lì, non crede? Si tratterebbe di assicurare:

1) il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia;

2) il ripristino della legge bancaria del 1936, con la separazione tra banche commerciali o di prestito e banche speculative, ri-appropriandosi in tal modo della sovranità monetaria, sottratta all’Italia nel 1992/93 col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992 che abolì di soppiatto, dopo 56 anni, la separazione bancaria, decreto emesso da Amato e Barucci e sottratta col Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, emesso da Lamberto Dini, con cui è stata modificata inspiegabilmente all’insaputa di tutti, non essendo, né una legge , né un decreto legge , né un decreto legislativo, la contabilità di partita doppia del sistema bancario italiano; fatto che avrebbe consentito, a questi fondi speculatori , secondo alcuni autori, una colossale miliardaria evasione fiscale (circa 1350 miliardi di euro evasi) della quota capitale pagata dagli ignari piccoli mutuatari italiani, denaro creato da questi fondi speculatori con un clic a Nassau, doc. desecretati dimostrano, invece che raccolto tra il pubblico in Italia e ad essi ignari mutuatari italiani illecitamente prestato a partire dal 1 Gennaio1993. Questa sarebbe la riforma fondamentale da compiere senza la quale ogni altro progetto riformatore sarà vano, ma si sa, andare contro il potere dei fondi speculatori non è nelle corde di una classe dirigente disponibile a galleggiare piuttosto che a governare a sostegno del bene comune.

Risposta Q. Time

Il referendum confermativo per il taglio dei parlamentari

Continua il silenzio del capo politico del M5S, Luigi Di Maio in  tema di taglio dei parlamentari, una volta incassato, l’8 ottobre scorso, il secondo e ultimo ok della Camera dei Deputati. È un atteggiamento politico in contraddizione con la vocazione del M5S alla democrazia diretta. Un atteggiamento coerente con questa vocazione sarebbe il richiedere il referendum confermativo: sarebbe un modo per verificare se davvero gli italiani sono favorevoli o contrari; in tal modo potrebbero esprimersi tutti gli elettori e non solo quelli che hanno accesso alla piattaforma Rousseau. Hanno forse paura che possano vincere i NO?

Non sono soltanto però i Grillini a tacere. In questi mesi di dibattito su quale debba essere il ruolo dei cattolici in politica non mi è capitato di leggere articoli sul tema, salvo quelli pubblicati dai quotidiani a commento del voto  dell’8 ottobre. Nelle tante chat si scrive di tutto, di economia, di salute, di istruzione, ma nulla sui rischi che correrebbe il sistema rappresentativo se dovessimo arrivare al prossimo 12 gennaio senza richieste di referendum, rischi che i nostri “Padri Costituenti” hanno voluto evitare per non ricadere in un nuovo possibile “Ventennio”. 

A livello popolare nell’ottobre scorso davanti alla Corte di Cassazione si sono costituiti solo due Comitati per il NO, quello promosso dai radicali e quello promosso da SOLIDARIETÀ – Libertà, Giustizia e Pace (www.solidarieta-italia.eu).

A livello parlamentare sono state aperte due raccolte di firme: alla Camera per iniziativa del deputato Roberto Giachetti, ma sembra essersi fermata al primo timido avvio; al Senato per iniziativa del Senatore Andrea Cangini, che, invece, sta per raggiungere quel quinto di Senatori necessario per l’indizione del referendum confermativo (65 firme). Per questo SOLIDARIETÀ ha rivolto ai Senatori un appello affinché sottoscrivano la richiesta di referendum.

Il modulo deve essere firmato presso la segreteria della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Sembra che manchino davvero poche firme! Anche i lettori di questo articolo facciano lobbying sui Senatori che conoscono senza distinzioni di partito o di gruppo. È in gioco la rappresentanza della democrazia nel nostro Paese. Grandi collegi pochi eletti, per forza di  cose qualche territorio resterà fuori dal gioco politico per sempre senza rappresentanti, ed altri ne avranno anche troppi in proporzione agli abitanti. Ci conviene? Credo proprio di no!. 

Dalla Manualità alla rivoluzione digitale

Da molto tempo ho desiderato di raccontare quelle mie prime esperienze di quando ero bambino che conducono all’autostima; di quando senti quella fierezza dentro, perché hai la consapevolezza che hai conquistato l’autonomia.

Quelli sono i tempi più belli della infanzia: quando riesci a costruirti la fionda e diventi capace di usarla, mancando pochi bersagli. Una volta tanto avrei fatto a meno di scrivere di sociale, di economia, di politica. Ma dopo il proposito fermo di parlare solo di quelle esperienze, ho deciso di dargli un’altro taglio. Avrei certamente raccontato di quei bei tempi, ed avrei proseguito anche nel descrivere lo sviluppo di altre mie abilità professionali da adulto.

D’altro canto, ho pensato che ho avuto la fortuna di abbracciare idealmente un intero millennio, acquisendo le abilità manuali per la costruzione di giochi che anche in quell’epoca impegnavano i ragazzi, e poi passando per l’era analogica e fino a questi giorni di rivoluzione digitale. Così ho potuto narrare non solo i lati tecnici ed i vantaggi pratici da vero lavoratore che opera in regime di ‘smartworking’, e poi sui significati sociali economici e spirituali che agiscono in questa rivoluzione. Ho incitato così i giovani a rifiutare la suggestione neo-luddista che considera le tecnologie digitali nemiche del lavoro, così come le teorie dell’ozio creativo, o dei strampalati programmi della decrescita felice. Queste posizioni deviate, scoraggiano lo sviluppo tecnologico, spingono verso soluzioni risarcitorie con salari non sudati, negano il fatto banale che l’uomo, da quando ha incominciato a pensare, ha bruciato innumerevoli tappe e in ciascuna di esse ha soppiantato le vecchie abilità, imparando le nuove con l’aiuto di Dio.

Certamente nel loro superamento si generano difficoltà, ma subito dopo, le nuove tecnologie pretendono nuove abilità e conoscenze. Insomma in questo continuo dismettere e costruire cose nuove, ritroviamo la teoria della ‘ distruzione creatrice’ Schumpeteriana: nel cambiamento, le aziende che si autodistruggono per incapacità a rinnovarsi, e simultaneamente molte altre ne nascono. Il problema allora non è rifiutare il futuro, ma accelerarlo con l’acquisizione delle capacità di dominio sulle nuove tecnologie, per passare rapidamente ed agevolmente dal vecchio al nuovo.

Dunque la istruzione e la formazione sono fondamentali per cogliere interamente le possibilità di libertà, di autonomia, di sviluppo della nostra personalità e professionalità della rivoluzione digitale. Il superamento dello spazio e del tempo, la circolazione delle informazioni e delle idee, il superamento degli ostacoli nell’apprendere, lo sviluppo a proiezioni geometriche dei servizi comuni ed alla persona, realizzano uno dei progressi più dirompenti che l’uomo abbia mai saputo concepire con la energia che il creatore gli ha voluto infondere per renderlo co-protagonista nella manutenzione del creato.

Il buongoverno tra etica e mestiere

Sarebbe utile rileggere le pagine de “La politica come professione” di Max Weber per cogliere il nesso che lega l’essere politico di ‘mestiere’ con l’ispirazione etica che ne sottende e ne promuove il comportamento.
Pena il decadere della politica ad una concezione mercantile e opportunistica, legata ad interessi personali e di parte e svincolata dalla motivazione ideale che invece la nobilita fino a renderla ad un tempo scienza e arte al servizio della collettività.

Così come sarebbe opportuno richiamare i principi elaborati da Elinor Ostrom, insignita nel 2009 del Premio Nobel per i suoi studi sul rapporto tra “buon governo” e ricerca del bene comune, per capire quanto sia importante la dimensione valoriale nei comportamenti umani: la consapevolezza che ci guida nelle nostre azioni nasce dal presupposto di essere parte dell’umanità, nel suo incessante cammino verso condizioni migliori di vita per tutti, senza sacche di privilegi o nicchie di profitto e speculazione.
Poiché se è vero che – come ricorda il filosofo Umberto Galimberti – è il “pensiero-che-fa-di-conto” la molla che spinge oggi l’organizzazione del mondo, diventa persino impensabile immaginare una politica come arte del buon governo al servizio di interessi superiori e condivisi, nelle azioni praticate e nei risultati conseguiti.

Il malessere e l’insoddisfazione diffusi, le mille sfumature della solitudine esistenziale sono lo specchio di una condizione antropologica piegata ad un destino di incertezza e soccombenza.
Dobbiamo peraltro esser grati a Zygmunt Bauman per le sue ricerche sulla “società liquida” che è stata forse la suggestione culturale più efficace e colorita per descrivere i fenomeni del nostro tempo e la collocazione dell’uomo negli eventi, nei disagi e nei conflitti della contemporaneità in una società dove sono venuti meno- ad uno ad uno – i punti di riferimento rassicuranti che costituivano la base dell’idea di progresso e di miglioramento della condizione esistenziale.

L’individualismo sfrenato che emerge con la crisi della comunità, rende fragili i contorni della società e la trasforma, appunto, in una entità liquida, dove tutto è possibile, nel trionfo del relativismo culturale e di un mondo dell’apparire più che dell’essere.
Pare utile infine richiamare l’analisi sociologica sempre puntuale del Rapporto Censis e del suo Presidente Prof. De Rita perché risulta una chiave di lettura straordinaria della società italiana e della politica nei loro rapporti speculari e non sempre univoci, tanto che da decenni viene evidenziato il gap che separa il paese legale dal paese reale.

L’arte del saper governare non è un dono di natura: in una società complessa e cosmopolita essa richiede una preparazione culturale che le è prodromica poiché è impensabile scindere o spezzare il nesso che lega l’esercizio della responsabilità con il possesso di una sicura competenza.
Il passaggio dalla protesta alla proposta non è facile e non sempre garantisce soluzioni praticabili.

Volendo contestualizzare questo assioma che è un po’ la sintesi dei riferimenti cui si è fatto cenno in premessa con la situazione attuale, si evidenziano alcuni passaggi che meglio spiegano il senso di una crisi tra popolo e istituzioni ormai di lunga deriva.
Il primo rilievo riguarda la discrasia tra rappresentanti e rappresentati, la difficoltà di osservare, leggere, cogliere, interpretare i problemi della società e di metabolizzarli nel contesto istituzionale.

Non per niente si invoca sempre il dovere di immedesimarsi nelle problematiche esistenziali della gente pena una evidente autoreferenzialità della politica.
Una seconda osservazione concerne la tendenza alla personalizzazione: la politica non è più luogo di elaborazione progettuale di nuovi modelli sociali poiché si esaurisce in una dimensione asfittica di appartenenza e in una organizzazione verticistica e piramidale.
L’iconografia del leader riassume un bisogno positivo di identificazione ma impoverisce la dimensione dialogica interna ai partiti poiché prevalgono i valori dell’appartenenza e della fedeltà su quelli del confronto e del merito.

Nella tanto vituperata Prima Repubblica i partiti celebravano i congressi come momento di approfondimento e di elaborazione di proposte. Oggi la democrazia virtuale sembra sostituire quelle dinamiche: tutto è sincopato, ci si esprime per frasi fatte e luoghi comuni, gli slogan prevalgono sui ragionamenti, i blog sostituiscono le sezioni e i luoghi di incontro, si assiste ad un decadimento del linguaggio come strumento di comunicazione, poiché prevalgono gli insulti, le invettive e le mirabolanti promesse.
La politica come professione non è il “beruf” di cui ci parla Max Weber ma una ribalta per dilettanti allo sbaraglio.
Tutto resta sottotraccia e sovente inespresso, la rete ha imposto schemi e metodi comunicativi che producono “effetti speciali” piuttosto che favorire l’interlocuzione e la comprensione.

Senza contare che molto deve essere ancora spiegato e capito sui meccanismi di funzionamento della democrazia on line, delle candidature attraverso internet, della certificazione e validazione delle scelte, siano esse riferite alle singole persone o espressione di una linea politica senza matrice culturale e dalle origini incerte.
Molto di quanto avviene oggi si esaurisce nelle suggestioni del momento.
Manca alla politica – per diventare luogo del buon governo e della tutela degli interessi generali – una prospettiva di lungo periodo, una “stabilità” che consenta riforme strutturali durature e credibili, un aggancio paradigmatico alla dimensione internazionale delle dinamiche sociali e culturali del nostro tempo, una serietà propositiva che non ci renda ridicoli al cospetto degli osservatori esteri.

Un conto è raccogliere consensi sulla base di promesse elettorali – e sarebbe importante riflettere sul perché questo schema, nonostante la storia ci insegni il contrario funzioni sempre – un altro è esprimere una “visione” politica della società e delle sue istituzioni, degli stili di vita individuali e collettivi sostenibili.
Non è richiesto di seguire le derive e le scelte altrui: all’Italia serve oggi una dignità nazionale che si va affievolendo, la scelta di una classe dirigente capace e responsabile, la riconquista di un prestigio perduto.

Non ci mancano tradizioni culturali, riferimenti ideali, risorse umane da valorizzare.
Ma dobbiamo riprendere saldamente il timone della nostra navigazione nel mare magnum della contemporaneità e orientarlo verso mete più rassicuranti.

Aumentano gli italiani che si trasferiscono all’estero, diminuiscono le immigrazioni

Nel 2018 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 157 mila unità, in aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Lo comunica l’Istat nel report “Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente” relativo all’anno 2018

Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 74% del totale (116.732). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 46.824, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 69.908 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,1 per 1.000. Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l’anno .

La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi. Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000).

Le regioni con il tasso di emigratorietà con l’estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000. A un maggior dettaglio territoriale, i flussi di cittadini italiani diretti verso l’estero provengono principalmente dalle prime quattro città metropolitane per ampiezza demografica: Roma (8 mila), Milano (6,5 mila), Torino (4 mila) e Napoli (3,5 mila); in termini relativi, tuttavia, rispetto alla popolazione italiana residente nelle province, sono Imperia e Bolzano (entrambe 3,6 per 1.000), seguite da Vicenza, Trieste e Isernia (3,1 per 1.000) ad avere i tassi di emigratorietà provinciali degli italiani più elevati; quelli più bassi si registrano invece a Parma e Matera (1 per 1.000).

Nel 2018 il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all’estero (21 mila), seguono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila).

In questi cinque paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di concittadini. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila). Nel corso del decennio 2009-2018, i flussi diretti verso i principali paesi europei sono aumentati considerevolmente. Nel caso del Regno Unito sono più che quadruplicati, passando da poco più di 5 mila espatri nel 2009 a 21 mila nel 2018, con un picco (25 mila espatri) in corrispondenza del 2016, anno in cui sono state votate le risoluzioni per i negoziati di uscita del Paese dall’Unione europea (Brexit).

In questa occasione molti dei cittadini italiani, verosimilmente già presenti nel territorio britannico ma non registrati come abitualmente dimoranti, hanno ufficializzato la loro posizione trasferendo la residenza nel Regno Unito. Complessivamente dal 2009 al 2018 gli espatri verso il Regno Unito sono stati circa 133 mila .

Anche la Germania è una meta privilegiata dagli italiani che emigrano; verso questo Paese gli espatri risultano triplicati rispetto all’inizio del decennio (da 6 mila nel 2009 a 18 mila nel 2018). I flussi diretti in Svizzera, Francia e Spagna, invece, sono raddoppiati rispetto ai valori registrati nel 2009. Durante il decennio 2009-2018 il volume degli espatri di cittadini italiani in questi paesi ammonta complessivamente a 341 mila emigrazioni. Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine stranierai : si tratta di cittadini nati all’estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana.

Le emigrazioni di questi “nuovi” italiani, nel 2018, ammontano a circa 35 mila (30% degli espatri, +6% rispetto al 2017). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12 mila), il 10% in Marocco, il 6% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia e in Bangladesh, il 3,5% in India e in Argentina. I paesi dell’Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei “nuovi” italiani (55% dei flussi degli italiani nati all’estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell’Ue, si osserva che il 17% è nato in Marocco, il 16% in Brasile, il 7% nel Bangladesh.

Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (62%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (90%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell’America Latina (26%). I cittadini nati in un paese dell’Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).

Qui l’analisi completa 

Milano è la migliore città per qualità della vita

In Italia Milano conferma la sua leadership e vince per il secondo anno consecutivo la Qualità della vita 2019, la consueta graduatoria del Sole 24 Ore giunta alla trentesima edizione e pubblicata oggi sul quotidiano e sul sito. L’ultima classificata, quest’anno, è Caltanissetta.

A dare la spinta a Milano sono fattori diversi: “l’andamento controcorrente dal punto di vista demografico, con un aumento dei residenti che continua costantemente dal 2012, ma anche lo stile di vita sempre più verde e sempre più smart (la città è prima nell’ICityRank, l’indice di ForumPa che valuta le città intelligenti). E, ancora: l’offerta culturale particolarmente nutrita, i piani di sviluppo della periferia e la locomotiva imprenditoriale che in città genera lavoro e ricchezza, tanto da attirare nuovi abitanti. Unico neo: la sicurezza, complice l’alto numero di reati denunciati”. Il capoluogo lombardo, con la sua provincia, si piazza in ultima posizione soprattutto per numero di reati denunciati e litigiosità. Un dato che potrebbe essere letto anche come segno che a Milano, a differenza di altre realtà geografiche, i cittadini denunciano di più i reati.

Subito dietro il capoluogo lombardo, nella classifica generale 2019, si confermano le province dell’arco alpino: sul podio ci sono Bolzano e Trento, rispettivamente al secondo e al terzo posto, seguite da Aosta. A spingerle sono i record “di tappa”, cioè le macro aree tematiche di cui è composta la classifica generale: Aosta è prima in “Ricchezza e consumi”, Trento vince in “Ambiente e servizi” e Bolzano in “Demografia e società”. Per gli altri record di tappa, Oristano è prima in “Giustizia e sicurezza” e Rimini in “Cultura e Tempo libero”.

Nella top ten delle province più vivibili, dove si incontrano anche Trieste (5ª) e Treviso (8ª), quest’anno entra la provincia di Monza e Brianza, che sale di 17 posizioni fino alla sesta, Verona che ne guadagna sette e arriva al settimo posto e – a chiudere la top ten – Venezia e Parma che salgono rispettivamente di 25 e 19 piazzamenti.

Se il caso di Milano è emblematico, questa classifica fotografa le performance positive di tutte le province delle grandi città: Roma, 18esima, sale di tre posizioni rispetto alla classifica dello scorso anno. Napoli, pur essendo nella metà inferiore della classifica generale (81°), rispetto alla scorsa edizione della “Qualità della vita” ha all’attivo una salita di 13 posizioni. Sulla stessa linea le performance di Cagliari, che fa un balzo di 24 posizioni (20°), Genova sale di 11 gradini (45°), Firenze di sette (15°) e Torino è 33esima (+ 5 sul 2018). Infine, Bari mette a segno un incremento di 10 posizioni, raggiungendo il 67° posto. Bologna in calo pur restando nella parte alta della classifica al 14° posto.

Non accenna a diminuire invece il gap tra Nord e Sud, una costante nelle fotografie scattate dall’indagine del quotidiano di Confindustria. In fondo alla classifica, tutte città del Mezzogiorno: da Palermo fino ad arrivare a Foggia, passando per Enna e Crotone (oltre alla già citata Caltanissetta, fanalino di coda).

Incidenti stradali: nel primo semestre dell’anno in calo quelli con lesioni a persone

Secondo le stime preliminari, nel primo semestre 2019 si registra una riduzione sia del numero di incidenti stradali con lesioni a persone (82.048, pari a -1,3%) sia del numero dei feriti (113.765, -2,9%), mentre il totale delle vittime entro il trentesimo giorno (1.505, + 1,3%) è in lieve aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Con riferimento agli anni di benchmark 2001 e 2010 per la sicurezza stradale, nei primi sei mesi dell’anno il numero di morti scende del 23,6% rispetto al primo semestre 2010 e del 54,2% nel confronto con lo stesso periodo del 2001. L’aumento della mortalità registrato nel primo semestre 2019 allontana dunque l’obiettivo europeo di riduzione del 50% delle vittime entro il 2020.

L’indice di mortalità, calcolato come rapporto tra il numero dei morti e il numero degli incidenti con lesioni a persone moltiplicato 100, è pari a 1,8, stabile rispetto al primo semestre 2018.

L’aumento delle vittime è frutto, in particolare, dell’incremento registrato sulle autostrade (oltre il 25%) e sulle strade extraurbane (+0,3%). Per le strade urbane si stima, invece, una diminuzione pari a circa il 3%.

Nel primo semestre 2019, le prime iscrizioni di autovetture sono diminuite del 3,4% ; le percorrenze medie annue sulle autostrade in concessione sono sostanzialmente stabili (+0,6% rispetto allo stesso periodo del 2018) mentre aumenta il traffico di veicoli pesanti (+2,1%).

Artrosi del ginocchio

L’artrosi del ginocchio consiste nell’indebolimento della cartilagine articolare e dal progressivo deterioramento delle altre strutture che compongono il ginocchio.

Quando la cartilagine si consuma, i primi sintomi sono:

dolore al ginocchio;
gonfiore;
ridotta capacità di movimento;
scricchiolii dell’articolazione.

La soluzione terapeutica più efficace per l’artrosi del ginocchio è la sostituzione dell’articolazione danneggiata con una protesi artificiale. Chiaramente, l’intervento ha i suoi limiti e va considerato caso per caso, scegliendo il tipo di protesi più adatto. Un ruolo importante è ricoperto anche dall’artroscopia, una procedura che permette di eseguire la pulizia dell’articolazione, rimuovendo eventuali elementi di attrito.

 

La politica tra le mode e le culture politiche.

Nella società liquida e, soprattutto, nella politica liquida, il richiamo delle mode nella politica è pressoché debordante. Non c’è limite alla moda del momento. Nessuno la può contenere. Appunto, e’ straripante e contagiosa. Ma è anche rapida e veloce. Molto veloce. E’ sufficiente scorrerle queste mode. Sono sotto gli occhi di tutti. Il movimento 5 stelle su tutti. Appena 18 mesi fa ottiene quasi il 34% dei consensi. Oggi, dopo il voto in Umbria, e in attesa dell’Emilia Romagna e della Calabria, sarebbe abbondantemente sotto il 10%. Al di là, com’è ovvio, di cosa dicono i sondaggi amichevoli. Ma la moda maggiore, adesso, sono le cosiddette “sardine”. Un movimento che dice di usare il linguaggio dell’amore ma che, concretamente, punta ad annientare il centro destra, la destra, Salvini, la Lega, la Meloni e via discorrendo. Obiettivo politico del tutto legittimo, com’è ovvio e scontato. Ma sarebbe anche più onesto riconoscerlo senza offendersi se qualcuno sostiene una banalissima verità. E cioè, che si tratta di un movimento di sinistra, di estrema sinistra e progressista accomunato dalla volontà e dall’obiettivo di azzerare il centro destra e la destra nel nostro paese. Senza accampare strane ragioni che il movimento si limiterebbe a svolgere solo un ruolo pedagogico, educativo e sentimentale. Ci sarà anche questo, per carità. Ma l’obiettivo che tutti sentono e registrano e’ un altro. Ed è quello che punta a sconfiggere definitivamente un nemico e, al contempo, riaffermare e far vincere un’altra parte politica. Un altro campo politico. E’ tutto legittimo e corretto, com’è ovvio. Basta ammetterlo. 

E potremmo fare un lungo elenco di mode e di tendenze passeggere. 

Ma, al di là di queste ovvie e scontate riflessioni politiche, quello su cui mi preme richiamare l’attenzione e’ che persiste oggi uno scarto fortissimo tra il richiamo alla cultura politica – nella concreta dialettica democratica e nel modo di condurre l’azione politica – e la partecipazione emotiva e convinta alla moda del momento. Due modalità diverse, due approcci diversi, due linguaggi diversi e, immancabilmente, due progetti e due prospettive politiche diverse. Appunto, alternative. Ora, si tratta di capire se la politica sempre più liquida, in una società altrettanto liquida e sempre più frammentata, sarà appaltata alla moda del momento – che è destinata a durare poco per poi essere rapidamente sostituita da una moda più fresca e più convincente – o se, al contrario, le culture politiche, e costituzionali, possono ancora svolgere un ruolo decisivo e determinante nell’orientare e nel condizionare la scelte politiche complessive. Certo, non basta rifarsi al passato o limitarsi a rimpiangere quello che ci ha preceduto. Anche le storiche e tradizionali culture politiche – riformiste o conservatrici, progressiste o restauratrici poco importa – devono capire che possono ancora giocare un ruolo importante e decisivo nello scenario pubblico italiano se riescono ad interloquire con le mode correnti. Che sono passeggere, come tutti sappiamo, ma che comunque esistono e non possono essere aggirate o, peggio ancora, strumentalizzate. Ecco perche’ tra le sempre più frequenti mode e le culture politiche va riaperto un dialogo proficuo e costruttivo. Per il bene della politica italiana ma, soprattutto, per la stessa qualità della democrazia italiana. 

Sotto l’albero un regalo da 43 miliardi

Anche quest’anno a festeggiare un ricco Natale sarà sicuramente il fisco che sotto l’albero troverà un “regalo” da 42,9 miliardi di euro. A consegnarlo, tuttavia, non sarà Babbo Natale, bensì i contribuenti italiani che in questi giorni sono chiamati a onorare un elevato numero di scadenze fiscali da far tremare i polsi.

Entro oggi , infatti, dal saldo dell’Imu-Tasi il fisco riceverà 9,6 miliardi, dal pagamento delle ritenute Irpef dei lavoratori dipendenti e dei collaboratori altri 13,6 miliardi e dal versamento dell’Iva ben 19,7 miliardi.

Il dato complessivo, fa notare l’Ufficio studi della CGIA, è comunque sottostimato, in quanto non tiene conto dell’eventuale pagamento dell’ultima rata della Tari che, in molti Comuni, avviene a dicembre. Questa gragnuola di tasse, ovviamente, avrà anche quest’anno degli effetti negativi sui consumi di Natale.

“Se la spesa natalizia registrata l’anno scorso ha sfiorato i 10 miliardi di euro – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – va ricordato che negli ultimi 10 anni è crollata del 30 per cento. Questa contrazione ha penalizzato soprattutto i negozi di vicinato, mentre gli outlet e la grande distribuzione sono riusciti, almeno in parte, ad ammortizzare il colpo inferto dall’e-commerce che, negli ultimi 4-5 anni, ha assunto dimensioni sempre più importanti. Con meno tasse e con una tredicesima più pesante, daremmo sicuramente più slancio alla domanda interna che, in Italia, rimane ancora troppo debole, anche nei restanti 11 mesi dell’anno”…

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Cop25: il vertice si chiude con il fallimento.

Fumata nera per la Cop 25 di Madrid che, nonostante i tempi supplementari si è chiusa senza un’intesa sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sulla regolazione globale del mercato del carbonio.

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, si è detto “deluso” dall’esito:. “Un’occasione persa”, l’ha definita il capo delle Nazioni unite.
Pochi progressi anche sul loss and damage, quei meccanismi finanziari che dovrebbero aiutare i paesi più vulnerabili dal punto di vista climatico, che rischiano di finire sommersi per l’innalzamento dei mari o devastati dalla siccità.

Giudizio durissimo anche da un’altra veterana del Cop, Jennifer Morgan, attuale direttrice esecutiva di Greenpeace International: “Ancora una volta la politica si è lasciata condizionare dagli interessi legati ai combustibili fossili e ha sbattuto la porta in faccia ai valori della società civile e alle conoscenze degli scienziati”.

L’unico punto positivo l’obbligo per i Paesi ricchi di indicare di quanto aumenteranno gli impegni per tagliare i gas serra.

I negoziati continueranno l’anno prossimo alla COP26 di Glasgow, quella delle grandi decisioni.

Spumante italiano è record nel mondo

Con un balzo del 9% nelle bottiglie esportate, lo spumante italiano conquista le tavole nel mondo, dove per Natale e Capodanno 2019 ci sarà il record storico di brindisi made in Italy. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti. A fine anno sarà raggiunto per la prima volta il record storico annuale delle vendite all’estero con una quantità superiore a 560 milioni di bottiglie.

Se in Italia lo spumante si classifica tra gli acquisti irrinunciabili nello shopping delle feste, all’estero non sono mai state richieste così tante bollicine italiane che in quantità dominano nettamente nei brindisi globali davanti allo champagne francese, che però riesce ancora a spuntare prezzi superiori.

Fuori dai confini nazionali i consumatori più appassionati sono gli inglesi che non sembrano essere stati scoraggiati dalla Brexit e sono nel 2019 il primo mercato di sbocco delle spumante italiano con le bottiglie esportate che fanno registrare un aumento del 7% nelle vendite. Mentre gli Stati Uniti sono al secondo posto con un balzo dell`11% pur in presenza di tensioni commerciali e timori collegati ai dazi. In posizione più defilata sul podio si trova la Germania, che rimane il terzo consumatore mondiale di spumante italiano, ma che con la frenata dell`economia tedesca paga un calo dell`8% rispetto all`anno precedente.

Nella classifica delle bollicine italiane preferite nel mondo ci sono tra gli altri il prosecco, l’Asti e il Franciacorta che ormai sfidano alla pari il prestigioso champagne francese, tanto che proprio sul mercato transalpino si registra una crescita record delle vendite del 30%.

Lo spumante italiano piace molto anche nel Paese di Putin, visto l`incremento del 17% in Russia nonostante le tensioni causate dal perdurare dell`embargo su una serie di prodotti agroalimentari made in Italy. E un aumento in doppia cifra si riscontra anche in Giappone, con +37%.

 

Il Pembrolizumab ora si può usare anche su altri 4 tipi di tumore

Si allarga la schiera di pazienti che potranno usare l’immunoterapia per trattare il loro tumore, anche in una fase più precoce. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha infatti allargato l’uso del pembrolizumab ad altri quattro tipi di tumore: melanoma, polmone, linfoma di Hodgkin e uroteliale.

Pembrolizumab potrà essere usato anche per il tumore uroteliale (che interessa vescica e via escretrice), di cui in Italia nel 2019 si sono avute 31.600 diagnosi, e per il melanoma nel trattamento adiuvante (o precauzionale) del terzo stadio.

L’immuno-oncologia ha già dato risultati importanti questa molecola aiuta a ridurre il rischio di recidiva e migliora la sopravvivenza, guarendo in modo definitivo un’alta percentuale di pazienti.