Home Blog Pagina 782

Papa Francesco: “scendiamo dai piedistalli del nostro orgoglio”

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! E buon anno!

Ieri sera abbiamo concluso l’anno 2019 ringraziando Dio per il dono del tempo e per tutti i suoi benefici. Oggi iniziamo il 2020 con lo stesso atteggiamento di gratitudine e di lode. Non è scontato che il nostro pianeta abbia iniziato un nuovo giro intorno al sole e che noi esseri umani continuiamo ad abitarvi. Non è scontato, anzi, è sempre un “miracolo” di cui stupirsi e ringraziare.

Nel primo giorno dell’anno la Liturgia celebra la Santa Madre di Dio, Maria, la Vergine di Nazareth che ha dato alla luce Gesù, il Salvatore. Quel Bambino è la Benedizione di Dio per ogni uomo e donna, per la grande famiglia umana e per il mondo intero. Gesù non ha tolto il male dal mondo ma lo ha sconfitto alla radice. La sua salvezza non è magica, ma è una salvezza “paziente”, cioè comporta la pazienza dell’amore, che si fa carico dell’iniquità e le toglie il potere. La pazienza dell’amore: l’amore ci fa pazienti. Tante volte perdiamo la pazienza; anch’io, e chiedo scusa per il cattivo esempio di ieri [probabilmente si riferisce alla reazione verso una persona che, in Piazza, lo aveva strattonato]. Per questo contemplando il Presepe noi vediamo, con gli occhi della fede, il mondo rinnovato, liberato dal dominio del male e posto sotto la signoria regale di Cristo, il Bambino che giace nella mangiatoia.

Per questo oggi la Madre di Dio ci benedice. E come ci benedice, la Madonna? Mostrandoci il Figlio. Lo prende tra le braccia e ce lo mostra, e così ci benedice. Benedice tutta la Chiesa, benedice tutto il mondo. Gesù, come cantarono gli Angeli a Betlemme, è la «gioia per tutto il popolo», è la gloria di Dio e la pace per gli uomini (cfr Lc 2,14). E questo è il motivo per cui il Santo Papa Paolo VI ha voluto dedicare il primo giorno dell’anno alla pace – è la Giornata della Pace –, alla preghiera, alla presa di coscienza e di responsabilità verso la pace. Per quest’anno 2020 il Messaggio è così: la pace è un cammino di speranza, un cammino nel quale si avanza attraverso il dialogo, la riconciliazione e la conversione ecologica.

Dunque, fissiamo lo sguardo sulla Madre e sul Figlio che lei ci mostra. All’inizio dell’anno, lasciamoci benedire! Lasciamoci benedire dalla Madonna con il suo Figlio.

Gesù è la benedizione per quanti sono oppressi dal giogo delle schiavitù, schiavitù morali e schiavitù materiali. Lui libera con l’amore. A chi ha perso la stima di sé rimanendo prigioniero di giri viziosi, Gesù dice: il Padre ti ama, non ti abbandona, aspetta con pazienza incrollabile il tuo ritorno (cfr Lc 15,20). A chi è vittima di ingiustizie e sfruttamento e non vede la via d’uscita, Gesù apre la porta della fraternità, dove trovare volti, cuori e mani accoglienti, dove condividere l’amarezza e la disperazione, e recuperare un po’ di dignità. A chi è gravemente malato e si sente abbandonato e scoraggiato, Gesù si fa vicino, tocca le piaghe con tenerezza, versa l’olio della consolazione e trasforma la debolezza in forza di bene per sciogliere i nodi più aggrovigliati. A chi è carcerato ed è tentato di chiudersi in sé stesso, Gesù riapre un orizzonte di speranza, a partire da un piccolo spiraglio di luce.

Cari fratelli e sorelle, scendiamo dai piedistalli del nostro orgoglio – tutti abbiamo la tentazione dell’orgoglio – e chiediamo la benedizione alla Santa Madre di Dio, l’umile Madre di Dio. Lei ci mostra Gesù: lasciamoci benedire, apriamo il cuore alla sua bontà. Così l’anno che inizia sarà un cammino di speranza e di pace, non a parole, ma attraverso gesti quotidiani di dialogo, di riconciliazione e di cura del creato.

Mattarella: «L’Italia riscuote fiducia»

Questa sera, care concittadine e cari concittadini, entriamo negli anni venti del nuovo secolo.

Si avvia a conclusione un decennio impegnativo, contrassegnato da una lunga crisi economica e da mutamenti tanto veloci quanto impetuosi.

In questo tempo sono cambiate molte cose attorno a noi, nella nostra vita e nella società.

​Desidero, anzitutto, esprimere a tutti voi l’augurio più cordiale per l’anno che sta per iniziare.

​Si tratta, anche, di un’occasione per pensare – insieme – al domani. Per ampliare l’orizzonte delle nostre riflessioni; senza, naturalmente, trascurare il presente e i suoi problemi, ma anche rendendosi conto che il futuro, in realtà, è già cominciato.

Mi è stata donata poco tempo fa una foto dell’Italia vista dallo spazio.

Ve ne sono tante sul web, ma questa mi ha fatto riflettere perché proviene da una astronauta, adesso al vertice di un Paese amico.

Vorrei condividere con voi questa immagine.

Con un invito: proviamo a guardare l’Italia dal di fuori, allargando lo sguardo oltre il consueto.

In fondo, un po’ come ci vedono dall’estero.

Come vedono il nostro bel Paese, proteso nel Mediterraneo e posto, per geografia e per storia, come uno dei punti di incontro dell’Europa con civiltà e culture di altri continenti.

Questa condizione ha contribuito a costruire la nostra identità, sinonimo di sapienza, genio, armonia, umanità.

E’ significativo che, nell’anno che si chiude, abbiamo celebrato Leonardo da Vinci e, nell’anno che si apre, celebreremo Raffaello. E subito dopo renderemo omaggio a Dante Alighieri.

Incontro sovente Capi di Stato, qui in Italia o all’estero.

Registro ovunque una grande apertura verso di noi, un forte desiderio di collaborazione. Simpatia nei confronti del nostro popolo. Non soltanto per il richiamo della sua arte e dei paesaggi, per la sua creatività e per il suo stile di vita; ma anche per la sua politica di pace, per la ricerca e la capacità italiana di dialogo nel rispetto reciproco, per le missioni delle sue Forze Armate in favore della stabilità internazionale e contro il terrorismo, per l’alto valore delle nostre imprese e per il lavoro dei nostri concittadini.

Vi è una diffusa domanda di Italia.

Abbiamo problemi da non sottovalutare.

Il lavoro che manca per tanti, anzitutto. Forti diseguaglianze. Alcune gravi crisi aziendali. L’esigenza di rilanciare il nostro sistema produttivo. Ma abbiamo ampie possibilità per affrontare e risolvere questi problemi. E per svolgere inoltre un ruolo incisivo nella nostra Europa e nella intera comunità internazionale.

L’Italia riscuote fiducia.

Quella stessa fiducia con cui si guarda, da fuori, verso il nostro Paese deve indurci ad averne di più in noi stessi, per dar corpo alla speranza di un futuro migliore.

Conosco le difficoltà e le ferite presenti nelle nostre comunità. Le attese di tanti italiani.

Dobbiamo aver fiducia e impegnarci attivamente nel comune interesse. Disponiamo di grandi risorse. Di umanità, di ingegno, di capacità di impresa. Tutto questo produce esperienze importanti, buone pratiche di grande rilievo. Ne ho avuto conoscenza diretta visitando i nostri territori.

Vi è un’Italia, spesso silenziosa, che non ha mai smesso di darsi da fare.

Dobbiamo creare le condizioni che consentano a tutte le risorse di cui disponiamo di emergere e di esprimersi senza ostacoli e difficoltà.

Con spirito e atteggiamento di reciproca solidarietà.

Insieme.

In particolar modo è necessario ridurre il divario che sta ulteriormente crescendo tra Nord e Sud d’Italia. A subirne le conseguenze non sono soltanto le comunità meridionali ma l’intero Paese, frenato nelle sue potenzialità di sviluppo.

Naturalmente, per promuovere fiducia, è decisivo il buon funzionamento delle pubbliche istituzioni che devono alimentarla, favorendo coesione sociale. Questo è possibile assicurando decisioni adeguate, efficaci e tempestive sui temi della vita concreta dei cittadini.

La democrazia si rafforza se le istituzioni tengono viva una ragionevole speranza.

E’ importante anche sviluppare, sempre di più, una cultura della responsabilità che riguarda tutti: dalle formazioni politiche, ai singoli cittadini, alle imprese, alle formazioni intermedie, alle associazioni raccolte intorno a interessi e a valori.

La cultura della responsabilità costituisce il più forte presidio di libertà e di difesa dei principi, su cui si fonda la Repubblica. Questo comune sentire della società– quando si esprime – si riflette sulle istituzioni per infondervi costantemente un autentico spirito repubblicano.

La fiducia va trasmessa ai giovani, ai quali viene sovente chiesta responsabilità, ma a cui dobbiamo al contempo affidare responsabilità.

Le nuove generazioni avvertono meglio degli adulti che soltanto con una capacità di osservazione più ampia si possono comprendere e affrontare la dimensione globale e la realtà di un mondo sempre più interdipendente.

Hanno – ad esempio – chiara la percezione che i mutamenti climatici sono questione serissima che non tollera ulteriori rinvii nel farvi fronte.

Le scelte ambientali non sono soltanto una indispensabile difesa della natura nell’interesse delle generazioni future ma rappresentano anche un’opportunità importante di sviluppo, di creazione di posti di lavoro, di connessione tra la ricerca scientifica e l’industria.

Torniamo con il pensiero alle popolazioni delle città minacciate, come Venezia, dei territori colpiti dai sismi o dalle alluvioni, delle aree inquinate, per sottolineare come il tema della tutela dell’ambiente sia fondamentale per il nostro Paese.

I giovani l’hanno capito. E fanno sentire la loro voce proiettati, come sono, verso il futuro e senza nostalgia del passato.

Ogni società ha sempre bisogno dei giovani. Se possibile ancor di più oggi che la durata della vita è cresciuta e gli equilibri demografici si sono spostati verso l’età più avanzata.

Questa nuova condizione impone di predisporre nei confronti degli anziani – parte preziosa della società – maggiori cure e attenzioni. Occorre, al tempo stesso, investire molto sui giovani.

Diamo loro fiducia, anche per evitare l’esodo verso l’estero. Diamo loro occasioni di lavoro correttamente retribuito. Favoriamo il formarsi di nuove famiglie.

Dobbiamo riporre fiducia nelle famiglie italiane. Su di esse grava il peso maggiore degli squilibri sociali. Hanno affrontato i momenti più duri, superandoli. Spesso con sacrificio.

Fornire sostegno alle famiglie vuol dire fare in modo che possano realizzare i loro progetti di vita. E che i loro valori – il dialogo, il dono di sé, l’aiuto reciproco – si diffondano nell’intera società rafforzandone il senso civico.

E’ una virtù da coltivare insieme, quella del civismo, del rispetto delle esigenze degli altri, del rispetto della cosa pubblica.

Argina aggressività, prepotenze, meschinità, lacerazioni delle regole della convivenza.

Una associazione di disabili mi ha donato per Natale una sedia. Molto semplice ma che conserverò con cura perché reca questa scritta: “Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”.

Esprime appieno il vero senso della convivenza.

Due mesi fa vicino Alessandria, tre Vigili del Fuoco sono rimasti vittime dell’esplosione di una cascina, provocata per truffare l’assicurazione. Nel ricordare – per loro e per tutte le vittime del dovere – che il dolore dei familiari, dei colleghi, di tutto il Paese non può estinguersi, vorrei sottolineare che quell’evento sembra offrire degli italiani due diverse immagini che si confrontano: l’una nobile, l’altra che non voglio neppure definire.

Ma l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente.

Quella autentica è l’Italia del Sindaco di Rocca di Papa, Emanuele Crestini. Nell’incendio del suo municipio ha atteso che si mettessero in salvo tutti i dipendenti, uscendone per ultimo. Sacrificando così la propria vita.

Senso civico e senso della misura devono appartenere anche a chi frequenta il mondo dei social, occasione per ampliare le conoscenze, poter dialogare con tanti per esprimere le proprie idee e ascoltare, con attenzione e rispetto, quelle degli altri.

Alle volte si trasforma invece in strumento per denigrare, anche deformando i fatti. Sovente ricorrendo a profili fittizi di soggetti inesistenti per alterare lo scambio di opinioni, per ingenerare allarmi, per trarre vantaggio dalla diffusione di notizie false.

Il mosaico che compone la società italiana ha tante tessere preziose.

Penso – tra le altre – al mondo delle nostre università, ai centri di ricerca, alle prestigiose istituzioni della cultura.

Ho conosciuto e apprezzato in tante occasioni l’attività che si svolge in questa costellazione di luoghi del pensiero, dell’innovazione, della scienza.

Si tratta di un patrimonio inestimabile di idee e di energie per costruire il futuro.

E’ essenziale che sia disponibile per tutti.

Che sia conosciuto, raccontato, condiviso. Che siano rimossi gli ostacoli e reso più agevole il rapporto tra istituzioni culturali e società e l’accesso al sapere.

In questo senso un ruolo fondamentale è assegnato ai media e in particolare al nostro servizio pubblico.

Abbiamo bisogno di preparazione e di competenze.

Ogni tanto si vede affiorare, invece, la tendenza a prender posizione ancor prima di informarsi.

La cultura è un grande propulsore di qualità della vita e rende il tessuto sociale di un Paese più solido.

Ringraziamo Matera che ha fatto onore all’Italia e al suo Mezzogiorno, in questo anno in cui è stata Capitale della cultura europea.

Con questo spirito rivolgo gli auguri a Parma che, con il suo straordinario patrimonio umano e artistico, da domani sarà Capitale italiana della cultura per il 2020.

Un saluto particolarmente grato e sentito rivolgo a Papa Francesco, Vescovo di Roma, che esercita il suo alto magistero con saggezza e coraggio e che mostra ogni giorno di amare il nostro Paese, a partire da coloro che versano in condizioni di bisogno e da chi, praticando solidarietà, reca beneficio all’intera comunità civile.

Nel rinnovare gli auguri a quanti sono in ascolto in Italia e all’estero, a tutti i nostri concittadini, a quanti il nostro Paese ospita, vorrei rivolgere un saluto particolare a coloro che, in queste giornate festive, assicurano – come sempre – il funzionamento dei servizi necessari alla nostra vita comune.

Rivolgo gli auguri alle donne e agli uomini delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, a tutti coloro che, con vari ruoli e compiti, operano a beneficio della Repubblica e di tutti noi cittadini.

Per tutti, saluto Luca Parmitano – il primo astronauta italiano al comando della stazione spaziale internazionale – impegnato nella frontiera avanzata della ricerca nello spazio, in cui l’Italia è tra i principali protagonisti.

Da lassù, da quella navicella – come mi ha detto quando ci siamo collegati – avverte quanto appaiano incomprensibili e dissennate le inimicizie, le contrapposizioni e le violenze in un pianeta sempre più piccolo e raccolto.

E mi ha trasmesso un messaggio che faccio mio: la speranza consiste nella possibilità di avere sempre qualcosa da raggiungere.

E’ questo l’augurio che rivolgo a tutti voi !

Buon 2020 !

All’alba di un anno nuovo

Ogni inizio d’anno racchiude in sé una molteplicità infinita di speranze: ne è la sintesi e il culmine, così da sempre per l’intera umanità.

La storia è un continuum ininterrotto di fatti, una concatenazione di eventi, nulla del presente può prescindere dal passato, fosse anche quello delle cronache di ieri.

Dobbiamo averne consapevolezza perché non esisterà mai un anno zero, un momento in cui magicamente tutto si annulla – le colpe, gli errori, gli inganni – e si riparte da capo: sarebbe solo una effimera illusione destinata ad essere smentita in ogni campo dell’agire umano, in ogni suo contesto.

Però l’uomo, la società hanno bisogno che il tragitto della storia sia contrassegnato dalle convenzioni del calendario: per scandire lo scorrere stesso della vita, per dare la giusta misura a tutte le cose, per ricordare ma anche per far tesoro del passato, correggere il cammino, esercitare il dovere della speranza.

Finisce poi che le buone intenzioni sono lentamente assorbite e metabolizzate in una quotidianità fatta di scelte e di progetti nuovi, ma anche di abitudini e di destino, oltre le nostre migliori volontà.

Ma all’alba di un anno nuovo abbiamo un bisogno quasi organico, fisiologico di guardare avanti, di immaginare, di ripartire, non possiamo prescindere da questa precisa speranza: che il domani possa essere migliore a partire dall’impegno coerente di ciascuno di noi.

Viviamo – da molto tempo – una condizione esistenziale dove realtà e virtualità si sovrappongono, fino a confondersi e questo genera insoddisfazioni, incertezze e molta solitudine.

Trovo persino paradossale che in un’ epoca in cui disponiamo di straordinarie potenzialità comunicative la gente finisca tendenzialmente per appartarsi, non trovando il conforto di una parola, una presenza amica, una relazione positiva e aperta alla fiducia: c’è un numero crescente di persone che rinunciano alla vita stessa perché si sentono isolate, incomprese, avvertono intorno a sé relazioni superficiali, indifferenti, persino ostili.

Ci nominiamo al plurale, chiamandoci “umanità” ma siamo come monadi isolate in un universo globalizzato che ci priva della nostra stessa identità.

Io credo che in questi ultimi anni abbiamo collettivamente parlato troppo, sovrapponendo e confondendo le parole fino a non comprenderci più.

Siamo spesso circondati da una sorta di nebulizzazione della parole, una specie di gigantesco aerosol collettivo che ci ha gradatamente privato di antiche sensibilità e di concreti orizzonti di senso, fino a negare il valore dell’incontro, del dialogo, l’importanza di conoscere e stimare la vita degli altri.

Ultimamente la nostra esistenza è ansiosamente sincopata da esigenze traumatiche, finiamo per subire messaggi ultimativi oltre i quali ci viene prospettato il baratro, la catastrofe, l’apocalisse: vivere diventa una sorta di colpa, di peccato originale legato al raggiungimento di performances.

Contano il PIL, il pareggio di bilancio, le aliquote, le indicizzazioni, i tassi, gli spread.

Qualcuno parla forse di sentimenti? Monitorati e analizzati, scandagliati e controllati, tartassati e asfissiati: ma sideralmente lontani tra noi, spesso resi antagonisti e opposti.

Contano i numeri. E’ vero. Ma ancor più contano le sensibilità individuali e collettive, i valori che ci rendono potenziali interlocutori, gli uni degli altri. Conta la vita, la sua dignità.

Vorrei allora, lo dico con assoluta umiltà ma con altrettanta convinzione etica, che l’anno che ci aspetta ci possa restituire una dimensione meno conflittuale dell’esistere, che ci apra al dialogo, che ci faccia riscoprire l’importanza della vita degli altri.

Capacità di saper ascoltare: questo è il dono che chiedo all’anno nuovo, un dono di civiltà.

 

La Comunità Sant’Egidio apre ai clochard una chiesa a Trastevere

Contro l’emergenza freddo a Roma interviene la Comunità di Sant’Egidio, che apre nuovamente la chiesa di San Callisto a Trastevere per ospitare ulteriori 40 persone per la notte. Solo nella Capitale, la Comunità offre già a chi vive in strada un letto nelle strutture di Palazzo Migliori, gestito insieme all’Elemosineria Apostolica, e della Villetta della Misericordia, all’interno dell’ospedale Gemelli.

A causa del freddo, ricorda la Comunità di Sant’Egidio, in soli due giorni sono già morti due clochard, uno a Verona e uno a Roma. L’ultimo, Damiano, è stato ritrovato senza vita nel parcheggio di un supermercato nel quartiere di Tor Bella Monaca.

Tumore al seno: nuove speranze

Un team di ricercatori dell’Istituto di ricerca bio-sanitaria di Granada, in Spagna, ha messo a punto una nuova terapia basata sulle nanoparticelle, che avrebbe meno effetti collaterali rispetto ai trattamenti tradizionali.

Il nuovo trattamento, testato su un campione di topi da laboratorio, utilizza un terzo delle molecole attualmente impiegate nella chemioterapia e avrebbe un’azione più mirata, in quanto andrebbe ad agire solo sulle cellule tumorali.

La nuova terapia, si basa sull’utilizzo di nanoparticelle contenenti una soluzione di più ingredienti: la doxorubicina, un medicinale abitualmente utilizzato per combattere il cancro al polmone, il fluoroforo, ovvero un marcatore fluorescente utile per monitorare l’azione del trattamento e il Crgdk, un peptide fondamentale per garantire il legame tra le nanoparticelle e il recettore neuropilina-1 (l’Nrp-1), particolarmente presente nelle cellule del tumore al seno triplo negativo.

 

Non è’ tempo di finirla con i ‘balletti’ intorno alla legge elettorale?

Una volta erano tra le leggi più longeve. In molti casi, addirittura, costituivano parte integrante della legge fondamentale, cioè la Costituzione, e godevano di un regime giuridico resistente ai cambiamenti ordinari delle leggi. In poche parole -le regole elettorali che determinano come si trasformano i voti in seggi parlamentari- costituivano normative stabili il cui cambiamento segnava la fine di un’epoca. Come avvenne nel nostro Paese nel 1919 quando si passò dal maggioritario al proporzionale, per assorbire pienamente nel sistema politico liberal-democratico i socialisti ed i popolari che con il nuovo secolo erano diventate le forze politiche emergenti. E come si sarebbe verificato, dopo il Fascismo, con l’avvento del sistema democratico-repubblicano, quando si varò una legge elettorale che durò fino al 1993 e fu improntata anch’essa al criterio proporzionale di distribuzione dei seggi.

A partire dalle ccdd. leggi Mattarella (Mattarellum), invece, questa situazione si è completamente capovolta. E’ iniziato una sorta di balletto dei sistemi di voto che non solo ha portato, oggi, il nostro Paese alla soglia della ennesima legge elettorale in poco più di un venticinquennio ma ha anche piegato i due classici modelli elettorali (proporzionale e maggioritario) alla convivenza forzosa in sistemi misti diversamente dosati attraverso vari marchingegni inventati al solo scopo di favorire nelle successive elezioni i partiti che se ne erano fatti promotori. E così abbiamo avuto in rapida successione il Porcellum, l’Italicum, il Rosatellum, tutti strumenti “fatti su misura” e quindi non per cambiare in senso innovativo il sistema politico ma, al contrario, per conservarlo nei suoi equilibri, difesi con tenace resistenza a favore della posizione di vantaggio di chi li aveva proposti.

Del preoccupante e sempre più incalzante problema dell’astensionismo degli elettori -che, ormai, disertano le urne in modo non congiunturale ma strutturale, permanente, non episodico- e, soprattutto, del gravissimo fenomeno della divisione tra popolo ed élites -che si percepiscono sempre più come entità portatrici di valori ed interessi inconciliabilmente opposti- nessuna adeguata percezione. Come se qui non fosse in gioco direttamente la democrazia, che con l’affermarsi della retorica populista è colpita con un taglio netto nei suoi legami di intermediazione e quindi delegittimata in maniera decisiva nei partiti politici e nelle istituzioni rappresentative. Anzi, bisogna segnalare una sempre più esclusiva accentuazione del dibattito in ordine alla ‘modellistica’ dei criteri elettorali proposti tra: proporzionali puri o variamente corretti con clausola di sbarramento più o meno bassa; maggioritari con o senza scorporo; uninominali ad uno o doppio turno alla francese o all’australiana; sistemi vari tra modello spagnolo, svedese, greco e, naturalmente, inglese e tedesco. Con la connessa conseguenza di una sempre più distratta attenzione alle radici di questi meccanismi elettorali che, come è noto, stanno alla base della funzionalità e democraticità del sistema istituzionale e quindi non possono essere configurati né di per sé né per il tornaconto particolare di questo o quel partito. Men che meno dell’uno o dell’altro leaders politico, addirittura, dello stesso schieramento o partito come pretenderebbero all’interno del PD Franceschini, che propugna un proporzionale con sbarramento, ed il segretario, Zingaretti, che sfida gli alleati ed apre alla Lega sul maggioritario. Lega che, a sua volta, con Salvini, per un verso, promuove il referendum per abolire la quota proporzionale e trasformare il Rosatellum in un sistema completamente maggioritario e, per un altro verso, si dichiara pronta a chiudere un patto con Sinistra e M5S sul proporzionale.

Dunque, non è sulla base di calcoli e tornaconti di partito o di schieramento che si deve guardare alla riforma elettorale se, peraltro, non si vuole ripetere ancora una volta, dopo due sentenze di incostituzionalità seppure parziale, l’esperienza del Porcellum e dell’Italicum. Tutt’altra deve essere, invece, la strada da imboccare. E precisamente quella che, come meta, ha la migliore funzionalità e democraticità del sistema istituzionale. Che, è necessario tenere presente, non dipende dalla sola e adeguata strutturazione politica del parlamento ma dalla organizzazione e dalla efficienza ed efficacia dell’intero apparato di governance della Repubblica. Circostanza questa che quindi implica l’abbandono dell’idea di fondare la riforma elettorale tenendo in conto la configurazione del solo parlamento e l’assunzione di un diverso criterio basato sul ruolo e le funzioni svolte dagli organi che costituiscono il complessivo sistema di governo del Paese. Senza la cui profonda trasformazione, in direzione del superamento del cd. “stato legislativo” fondato sulla supremazia della legge e conseguentemente del parlamento, difficilmente potrebbe garantire una nuova governance efficiente, efficace, ‘al passo’ con la velocizzazione del tempo e quindi in grado di dare risposte adeguate per uscire dalla paralisi che caratterizza l’attuale sistema democratico ormai incapace di continuare a soddisfare i bisogni primari dei cittadini.

Non è certo questa la sede per affrontare il tema di quella che sarebbe una nuova forma di democrazia se si decidesse di riformare la governance del Paese non facendola dipendere più dalla sola legge del parlamento ma la si collegasse anche agli atti del governo, assunti con autonome decisioni, e si instaurasse così un sistema non più monista ma duale di governance, con linee di legittimazione popolare separate per parlamento e governo. Una cosa mi sembra però possibile stabilire fin da ora con certezza: che, se si procedesse tenendo conto di questa inoppugnabile prospettiva, il problema elettorale non potrebbe consistere più nel solo criterio con il quale formare la camera rappresentativa ma dovrebbe riguardare anche il modo di legittimare direttamente il premier. Il che significa che, poiché è un organo monocratico e non consente una rappresentazione pluralistica, quest’ultimo dovrebbe essere eletto con il sistema maggioritario. Mentre, essendo il parlamento un organo collegiale, il suo sistema di elezione non dovrebbe essere mai diverso da quello proporzionale.

Ma c’è di più. In quanto le ragioni di tali scelte non sarebbero fondate esclusivamente su questi argomenti di carattere tecnico-giuridico. Vi sono altre profonde motivazioni, di natura politico-istituzionale, che non possono essere trascurate e che spingono univocamente in direzione di una riforma elettorale consistente nell’adozione di due differenti sistemi. Mi riferisco, innanzi tutto, alla necessità in questa fase di cambiamento epocale di rilanciare la democrazia della responsabilità e, poi, all’esigenza di costruire tra governo e parlamento un nuovo circuito comunicativo che consenta al popolo di controllare attraverso il parlamento l’attività amministrativa del governo. Il ‘combinato disposto’ di queste modalità istituzionali è infatti, a mio giudizio, in grado di dare un decisivo contributo al superamento sia della grave situazione di astensionismo che oggi caratterizza qualsiasi sistema elettorale sia della condizione di incomunicabilità che si è determinata tra élites e popolo. Istaurando così una forma di democrazia in cui il responsabile del governo è costantemente controllato nella sua attività di indirizzo politico dai rappresentanti del popolo in parlamento, permanentemente collegati con le forze politiche che hanno determinato l’elezione di entrambi gli organi della governance.

Inoltre, da tutto quanto ora detto, è facile rilevare come si delineino due funzioni politiche assolutamente inedite i cui connotati influenzano anche i poteri nei quali si sostanziano, determinandone un sistema di relazioni che non sono più quelle che intercorrono tra esecutivo e legislativo, tali perché legati da un rapporto fiduciario, ma quelle funzionali che intercorrono tra un organo che governa ed un organo che controlla. Circostanza che fa emergere chiaramente come, rispetto all’attuale modello costituzionale, non si tratta di modificarne la “forma di governo” parlamentare in senso presidenziale ma di creare un sistema organizzativo non più improntato alla logica monista dell’esercizio della medesima funzione da parte di entrambi i poteri ma di prendere atto del dualismo delle funzioni che governo, da un lato, e parlamento, dall’altro, esercitano. Realizzando così un circuito democratico finalmente virtuoso in cui il principio di responsabilità si collega con quello di rappresentanza e nella loro interazione garantiscono entrambi la piena partecipazione del popolo alla vita istituzionale.

In altri termini, strutturando un sistema di democrazia comunitaria (o di “civismo”, per ripetere il termine di autoqualificazione usato da qualche recentissima esperienza politica) della quale già qualche elemento di apprezzamento si poteva cogliere in quegli ordinamenti locali e regionali in cui non è solo l’organo collegiale del consiglio ad essere eletto direttamente dal corpo elettorale ma anche quello monocratico del sindaco o del presidente della regione che così riallacciano con il popolo un vero rapporto di condivisione dell’indirizzo politico-istituzionale di volta in volta stabilito con il pronunciamento elettorale.

Organizzazione, quest’ultima, che peraltro, da un lato, costituirebbe il fondamento di una vera riforma dell’attuale democrazia capace di assicurare la sopravvivenza degli stessi partiti politici legati attraverso il parlamento al principio della rappresentanza pluralistica ed attraverso il governo a quello della responsabilità comunitaria e, dall’altro, implicherebbe, come già detto, la diversificazione dei sistemi per eleggere il premier ed il parlamento.
Ora, se tutto questo è condivisibile e viene assunto come modello istituzionale da perseguire seppure con i tempi e la sequenzialità imposte dall’agenda politica che certamente in questa fase non prevede (e non consentirebbe) alcuna modifica costituzionale della ‘forma di governo’ e quindi di elezione diretta del premier, la conseguenza che ne deriva è che la riforma della legge per l’elezione del parlamento -pur nella persistenza di un bicameralismo perfetto che comunque ne condiziona inevitabilmente gli effetti benefici- non potrebbe che essere improntata ad un rigido proporzionalismo. Magari attenuato da una soglia di sbarramento. Ma quanto più contenuta possibile, giusto per evitare la polverizzazione del sistema politico. Non certo per introdurre un surrettizio elemento di maggioritario che nel mosaico in cui si verrebbe ad inserire servirebbe soltanto a distorcere la volontà manifestata dal popolo e quindi ad indebolire la democrazia. Come sarebbe pure una mortificazione della partecipazione e della democrazia se al calcolo proporzionale si accoppiasse poi il voto di lista bloccato.

Insomma ed in conclusione, se il sistema elettorale è connesso al sistema istituzionale e si fa dipendere dalla funzionalità nei confronti di quest’ultimo, allora lo spazio per discussioni, dibattiti, confronti e quant’altro in ordine alla legge elettorale per il parlamento si restringerà ineluttabilmente ed i ‘balletti’ argomentativi a cui abbiamo assistito finora finiranno di alimentare affermazioni strumentali come quelle che sostengono che “il processo politico italiano va verso una netta bipolarizzazione” e “richiede (quindi) un sistema elettorale maggioritario”. E si capirà, inoltre, una volta per tutte, che l’unica strada da seguire è, invece, quella di una legge proporzionale. Meglio se coniugata con collegi uninominali, così come già avveniva per il Senato della Repubblica e per l’elezione dei Consigli delle vecchie Province.

Molte cupole e qualche guglia

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano firma di Mario Panizza

Il profilo di Roma, la città della Cupola, o, più affettuosamente, del “Cupolone”, è un susseguirsi di cupole che, fedeli a rigorose regole geometriche e sormontate da lanterne più o meno svettanti, individuano, anche al di fuori del centro storico, i luoghi di culto. Imbattersi invece a Roma nelle guglie, così come è possibile a Parigi e in molte altre città europee, è alquanto difficile.

La cupola descrive un sistema che si richiude nell’esattezza della struttura e nella completezza dello spazio interno. Essa, quasi sempre, conclude in copertura l’incrocio del transetto e della navata di una chiesa; sottende tuttavia, in edifici non religiosi, anche vasti spazi centrali di architettura civile, spesso di origine romana. È il caso del Planetario, attualmente non in uso, ricavato nell’aula ottagonale delle Terme di Diocleziano, inaugurato nel 1928, dopo un lavoro molto accorto di consolidamento delle antiche strutture murarie. Al suo interno, funzione e simbolo si ricompongono in pieno equilibrio: la copertura voltata raccoglie un cielo stellato, che muta, in base alle stagioni, come la lanterna magica dei vecchi teatri. Il suo compito didattico si arricchisce della suggestione che coinvolge chi partecipa alla proiezione.

Ed è proprio nel coinvolgimento e nella suggestione la forza espressiva della cupola. I fattori che la generano dipendono da più variabili: la sezione che, in base alla geometria strutturale, può essere a tutto sesto, ribassata o ogivale, combinandosi in vario modo con la forma del perimetro, circolare o poligonale; la disposizione rispetto alla quota del terreno, sopraelevata come accade in quasi tutte le chiese, oppure ribassata, prevalentemente nei luoghi di sepoltura, infine perfettamente in linea con la quota della città, come è previsto, per lo più, negli impianti che ospitano manifestazioni sportive. Variabile è anche il rapporto con l’esterno e quindi l’effetto che si ottiene al momento dell’ingresso. In questo caso le condizioni percettive ed emotive possono variare, anche molto, in base alla continuità o al contrasto tra l’interno e l’esterno. Talvolta infatti la sala a cupola, sebbene sia un interno, può costruire l’effetto di dilatare lo spazio urbano.

La guglia, al contrario, si rivolge quasi esclusivamente all’esterno: costruisce un profilo, in prevalenza conico, e lo proietta sullo skyline della città. Solo marginalmente interferisce nella definizione del volume interno; qui la sua presenza si limita alla base di appoggio, generalmente poco ingombrante, che trova la sua impronta, ma solo quando contribuisce al sistema strutturale, nel piano di fondazione. La cupola accompagna con una forma rassicurante e protettiva il profilo della città, invece la guglia pronuncia un’eccezione, un’emergenza che tende a imporre una presenza da guardare e riconoscere tra molte forme che esprimono il desiderio di isolarsi ed esporsi.

Le guglie e i pinnacoli, che svettano al di sopra della copertura, caratteristici soprattutto del Gotico, hanno un compito prevalentemente decorativo e quasi sempre si moltiplicano fino a costruire facciate molto ornate nel bordo superiore; svolgono tuttavia, e in non pochi casi, anche una funzione statica, collaborando ad appesantire, per rinforzarli, i muri perimetrali, sottoposti alle spinte orizzontali degli archi che sostengono la copertura o i solai intermedi.

Una raccolta che descriva le cupole di Roma obbliga a una selezione molto restrittiva, impegnata a cercare un criterio che sappia cogliere le singolarità, le eccezioni che, proprio perché tali, aiutino a comprendere con maggiore ordine l’intero panorama delle chiese del Rinascimento e del Barocco.

Un primo elenco riguarda quelle che coprono un edificio volumetricamente unitario, dove un solo corpo di fabbrica si identifica in toto con la cupola stessa. In questi casi, ne deriva un edificio singolo che esprime la compiutezza statica, precisando le linee che si proiettano sul terreno. Tra loro si evidenziano le costruzioni di epoca romana che, quando in buono stato, hanno assunto, come il Pantheon e la già ricordata sala ottagonale delle Terme di Diocleziano, una nuova funzione religiosa o civile. Il Pantheon, con la sua cupola aperta, del diametro di oltre 43 metri, fondato come tempio pagano, è attualmente una basilica cristiana che raccoglie le sepolture di artisti famosi e di due re d’Italia.

Più espressiva, soprattutto in relazione all’ambiente circostante, è la cupola, sempre romana, del padiglione di Minerva Medica (inizio iv secolo) che, perfettamente visibile dal treno in partenza dalla Stazione Termini, costruisce un’ambientazione molto singolare dove una scenografia alquanto audace colloca una preesistenza romana, compromessa in molte sue parti, ma perfettamente riconoscibile nel suo insieme volumetrico, tra imponenti edifici di servizio e fasci di binari ferroviari. Minerva Medica, che avrebbe ispirato Brunelleschi per la costruzione di Santa Maria del Fiore a Firenze, illustra, anche, con precisione la meccanica strutturale di una cupola in muratura: il suo punto più fragile è al centro della volta che, come in questo caso, è venuto giù quando la spinta sui fianchi, causata dal peso e dalle infiltrazioni, ha portato a ridurre la coesione tra la malta e i conci.

La selezione delle cupole da preferire durante una visita a Roma sarebbe sicuramente caratterizzata dall’elenco delle assenze. Solo come memorandum, orientativo e personale, si indicano le chiese che, dopo San Pietro in Vaticano, non possono rimanere escluse: Sant’Andrea della Valle, la cui cupola, la seconda per dimensione tra quelle antiche dopo San Pietro, realizzata da Carlo Maderno nel 1620, raffigura l’Assunzione della Vergine; Santi Luca e Martina, opera di Pietro da Cortona del 1664 che, alla suggestione del Barocco aggiunge l’immersione tra gli imponenti resti archeologici del Foro romano; Santi Ambrogio e Carlo al Corso, con una cupola, molto alta e ben illuminata da tre tipi diversi di aperture, terminata nel 1669 su disegno di Pietro da Cortona; la Chiesa del Gesù, progetto del Vignola che dirige i lavori tra il 1568 e il 1573, con la cupola su tamburo ottagonale di Giacomo della Porta. Un caso a parte è rappresentato dalla chiesa di Sant’Ignazio di Loyola dove, all’interno, anticipata da una navata che costruisce, con l’illusione prospettica di Andrea del Pozzo, due templi sovrapposti, una cupola finta, che rappresenta la Gloria di Sant’Ignazio, si impone su un soffitto assolutamente piatto.

Al contrario delle cupole, guglie e pinnacoli, espressione distintiva del Gotico, a Roma sono molto poco presenti. Gli esempi che si incontrano sono “in stile”, piuttosto che autentici: due campanili a guglia, a Piazza Cavour, concludono la facciata eclettica del Tempio Valdese (1911-1914); una torre neogotica, sormontata da una cuspide in travertino e da una corona di pinnacoli, definisce il volume della chiesa anglicana All Saints’ Church di via del Babuino (1882); infine, a Lungotevere Prati, la Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, realizzata all’inizio del Novecento in pieno stile gotico, interpreta, sulla facciata, la trama del Gotico maturo del Duomo di Milano.

Tra due delle cupole di maggior rilievo nel profilo della città — il Pantheon e la chiesa di Sant’Andrea della Valle — svetta la guglia più nota a Roma, quella di Sant’Ivo alla Sapienza, che si arrampica verso l’alto attraverso una spirale che nasce dalla geometria perfettamente equilibrata della cupola sottostante. Poco oltre, sempre di Borromini, a Piazza Navona, si impongono, su una cortina continua, le cuspidi delle due torri simmetriche di Sant’Agnese in Agone che anticipano la cupola poligonale retrostante.

L’opera religiosa più recente marcata da guglie è il Tempio Mormone di Porta di Roma, noto anche come il “grattacielo” proprio per la sua esuberante spinta verso l’alto che si isola in un’area urbana molto poco strutturata.

Alcuni esempi di guglie discrete si incontrano nella Roma moderna degli anni Venti del secolo scorso. Il loro linguaggio è piuttosto quello delle edicole svettanti, spesso aperte, che richiamano il tema dell’altana. Due gli esempi più eleganti nell’architettura civile di quegli anni: l’Albergo rosso della Garbatella (Innocenzo Sabbatini 1927-1928) e la Scuola Pistelli in Prati del 1928.

Tornando all’insieme degli edifici appena descritti, le numerose cupole e le poche guglie individuano due forme che, pur esprimendo, soprattutto nell’architettura religiosa, un valore dal forte carattere simbolico, spesso prevalente sulla funzione, costruiscono condizioni spaziali molto diverse, dove però l’intento comune di sovrapporre alla qualità formale significati e valori, sebbene distanti nelle varie epoche, tende a combinarle in un disegno, che, unitario nella lettura, racconta il profilo storico di Roma.

Nascite al minimo storico e speranza di vita in aumento

L’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo.

“Nel 2018 – spiega l’istat – continua il calo delle nascite”, da 458.151 nel 2017 a 439.747, “nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia”. La speranza di vita media, invece, “si attesta su 80,8 anni per i maschi e 85,2 per le femmine”.

Nel 2018 diminuisce anche il numero dei decessi, che “raggiunge le 633.133 unità”: l’Italia si ritrova così a essere ai vertici mondiali per età media della popolazione, “con 173,1 persone con 65 anni e oltre ogni cento persone con meno di 15 anni al primo gennaio 2019”.

Inoltre, le famiglie italiane sono sempre di più ma sempre più piccole: i nuclei familiari sono infatti arrivati a essere 25 milioni e 700mila, e se nel 33,2% si tratta di coppie con figli (la tipologia che ha fatto registrare la maggiore diminuzione negli ultimi anni: +11,5% dal 1997-98), addirittura il 33% sono “famiglie unipersonali” (cioè i single), in costante aumento nel corso degli anni.

2019: un anno di Caritas

Mettere insieme Carità e Cultura è stato l’obiettivo che Caritas Italiana ha scelto per il 2019 e a cui ha dedicato il 41° Convegno nazionale delle Caritas diocesane (25-28 marzo). Collocato nell’anno che ha visto Matera capitale europea della cultura, è stato un momento di confronto fondamentale per dare – o restituire – speranza alle nostre comunità riscoprendo la dimensione “educante”, con un rinnovato investimento nella formazione e sulla cultura.

In Italia l’impegno di Caritas Italiana e delle Caritas diocesane è proseguito accanto alle popolazioni colpite da calamità naturali, un impegno prolungato nel tempo, come ha ricordato il 10° anniversario del sisma de L’Aquila, o più recente come per i progetti di ricostruzione post-sisma nel Lazio, Marche, Abruzzo ed Umbria.

Il 2019 ha visto però anche un’azione quotidiana delle oltre 200 Caritas diocesane in tutta Italia, documentata nel “Flash Report sulla povertà ed esclusione sociale 2019” pubblicato alla vigilia della terza Giornata Mondiale dei Poveri celebrata il 17 novembre scorso. Per questa edizione si è deciso di dedicare un focus, curato insieme a Legambiente, alle strette connessioni tra ambiente, degrado, povertà e giustizia sociale. A giugno poi si è svolto l’Incontro nazionale dei Centri di Ascolto delle Caritas diocesane, dove è stato presentato il nuovo vademecum di indirizzo: in Italia sono 3.364 i centri di ascolto (diocesani, zonali, parrocchiali), quasi il doppio di venti anni fa, che hanno realizzato lo scorso anno 208.391 interventi di ascolto, orientamento, consulenza e, nei servizi collegati, si sono registrate 1.017.960 erogazioni di beni e servizi materiali (viveri, vestiario, prodotti per l’igiene personale, buoni pasto, ecc.) e 176.685 interventi di accoglienza residenziale.

Accanto all’azione quotidiana e alla ricerca, è proseguito il lavoro di rete con l’Alleanza contro la Povertà e il Forum Disuguaglianze e Diversità, nonché con la firma di due importanti protocolli di intesa: uno con il Ministero della Giustizia per promuovere i lavori di pubblica utilità per favorire l’accettazione della funzione riparativa, l’altro con INPS e ANCI per favorire l’orientamento e l’accesso alle prestazioni sociali e previdenziali per quelle fasce della popolazione che vivono in condizioni di disagio economico, lavorativo, sociale e abitativo.

Sul fronte dell’immigrazione è stato rinnovato l’accordo con il Governo sui “Corridoi umanitari” per l’arrivo, in due anni, di 600 richiedenti asilo da Etiopia, Niger e Giordania. Si tratta di persone vulnerabili per le quali è prevista un’accoglienza in parrocchie, strutture e comunità diocesane, famiglie. L’esito del precedente accordo è stato presentato ad aprile con la pubblicazione di “Oltre il mare”, il primo Rapporto nell’ambito della protezione internazionale sui corridoi umanitari in Italia e altre vie legali e sicure d’ingresso. Questa interessante esperienza ha visto anche il riconoscimento dell’UNHCR, vincendo per la regione Europa l’edizione 2019 del Premio Nansen per i Rifugiati. Da segnalare anche il protocollo firmato con l’Ispettorato del lavoro sullo sfruttamento lavorativo e caporalato, che rafforza l’azione del progetto Presidio. L’attività Caritas su questo tema passa anche dallo studio e dall’approfondimento, come dimostrano la pubblicazione del XXVIII Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, e del Rapporto “Common Home” promosso da 11 Caritas europee (tra cui Caritas Italiana), nell’ambito del progetto europeo MIND, giunto al secondo anno dal suo avvio.

Nel 2019 è continuato poi l’ultra quarantennale impegno per e con i giovani attraverso il servizio civile, con l’avvio a gennaio di 1.194 volontari, coinvolti per 12 mesi in 195 progetti presso 588 sedi. La collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) ha invece sviluppato l’attenzione al mondo della scuola, con il concorso “Comunità che condividono: creiamo legami”. E sempre con un’attenzione pedagogica, sono stati pubblicati due nuovi volumi della serie “VivaVoce” dell’EDB: “Uno zaino da riempire. Storie di povertà educativa dei giovani e degli adulti” e “Per piccina che tu sia. Quando la casa diventa un problema”.

E’ poi proseguito il costante lavoro di formazione base dei nuovi direttori di Caritas diocesane e dei loro più stretti collaboratori, così come le attività di formazione permanente della Comunità professionale di formatori Caritas, a sostegno del Piano Integrato di Formazione che da oltre 4 anni coinvolge le Caritas diocesane e le Delegazioni regionali Caritas.

In ambito europeo ed internazionale, nell’anno appena trascorso è stato portato avanti il servizio ordinario di accompagnamento delle Chiese locali nei vari Paesi del mondo, grazie anche ai Microprogetti di sviluppo. Le emergenze internazionali hanno poi visto, come sempre, Caritas Italiana in prima fila in collegamento con Caritas Internationalis, come avvenuto per i terremoti nello Sri Lanka e nelle Filippine, la crisi umanitaria in Libia, il ciclone che ha colpito Mozambico, Zimbabwe e Malawi e l’uragano che si è abbattuto sulle Bahamas, il recente sisma in Albania e le alluvioni nei Paesi del Corno d’Africa. Un’attenzione specifica con la Campagna “Amata e martoriata” è stata dedicata alla tragedia che da ormai 9 anni vive la popolazione siriana, e ci si è anche concentrati sulla situazione in Sud Sudan a 8 anni dall’indipendenza e sulla drammatica situazione che vivono i profughi lungo la rotta balcanica.

Ai vari Paesi del mondo e alle loro problematiche sono stati dedicati anche quest’anno 11 Dossier con Dati e Testimonianze (DDT), le cui pubblicazioni sono iniziate nel 2015 per un totale di 53 realizzati finora. Sempre sul versante internazionale sono continuate le collaborazione nelle Campagne “Chiudiamo la forbice”, “Share the journey” e “Liberi di partire, Liberi di restare”.

Nel 2019 Caritas Italiana ha visto avvicendarsi due Presidenti, prima con l’interim di S. Ecc. rev.ma mons. Corrado Pizziolo, Vescovo di Vittorio Veneto, e poi con la nomina dell’attuale Presidente S. Ecc. rev.ma mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, Arcivescovo di Gorizia. Al giovane Alberto Marvelli e alla figura di Luciano Tavazza sono stati dedicati gli ultimi due audiolibri, realizzati insieme a Rete Europea Risorse Umane.

L’anno si chiude con la 52a Marcia della Pace che si svolge il 31 dicembre a Cagliari, promossa dal movimento cattolico internazionale Pax Christi, da Caritas Italiana, dall’Ufficio per i Problemi sociali e del lavoro della CEI e dall’Azione Cattolica Italiana, in collaborazione con il Comitato promotore della Marcia della pace in Sardegna e il Centro di servizio per il volontariato Sardegna Solidale. Il tema del Messaggio di papa Francesco per la 53a Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2020 “La Pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica” fa anche da tema per la Marcia.

L’Italia dei Musei

Nel 2018, l’Italia vanta 4.908 tra musei, aree archeologiche, monumenti ed ecomusei aperti al pubblico. È un patrimonio diffuso su tutto il territorio: in un comune italiano su tre (2.311) è presente almeno una struttura a carattere museale. Ce ne è una ogni 50 Kmq e una ogni 6 mila abitanti. La maggior parte sono musei, gallerie o raccolte di collezioni (3.882), cui si aggiungono 630 monumenti e complessi monumentali, 327 aree e parchi archeologici e 69 strutture ecomuseali.

I visitatori sono in forte crescita: oltre 128 milioni di persone (di cui 58,6 stranieri) hanno visitato il patrimonio culturale italiano nel 2018:,quasi 10 milioni in più (+8%) rispetto al 2017. L’incremento maggiore è registrato dai monumenti e i complessi monumentali (+11,5%) e dai musei (+9,6%). Diminuiscono i visitatori delle aree archeologiche (-11,3%).

Le prime 10 città sono nell’ordine Roma, Firenze, Napoli, Venezia, Milano, Torino, Pisa, Pompei, Siena e Verona, nelle quali si concentra oltre la metà dei visitatori (il 55,5%).

Oms: morbillo l’emergenza della salute nel 2019

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) come ogni anno ha effettuato il ritratto della popolazione globale.

Nel corso del 2019  l’organizzazione aveva già puntato l’attenzione sulle principali emergenze sanitarie, come morbillo e malaria.

Anche sul fronte della guerra contro i superbatteri non ci sono buone notizie: ogni anno 700mila persone muoiono per infezioni resistenti agli antibiotici. Aumenta poi al ritmo di 125 milioni ogni anno il numero di persone esposte a caldo eccessivo.

Le buone notizie del 2019 arrivano dai vaccini: c’è la lotta per eliminare la rosolia, che se contratta dalle donne in gravidanza provoca difetti congeniti nei feti e che è prevenibile con il vaccino; contro la malaria è stata avviata la prima vaccinazione su larga scala in Malawi Ghana e Kenya con l’obiettivo di raggiungere 360mila bambini l’anno; il virus Ebola continua a uccidere in Congo, ma grazie a vaccino e terapie sperimentali, la mortalità è più contenuta rispetto alla precedente epidemia in Africa Occidentale.

Il “manifesto Zamagni” e i cattolici solitari

1) L’irrilevanza  dei cattolici                                                                                                                      

Per chi ci ha fatto caso, la notizia circolata tempo fa sull’elezione di Mara  Cartabia a presidente della Corte costituzionale, non è stata soltanto quella di essere la prima donna a ricoprire tale autorevole e prestigiosa carica. Ma anche che si  trattava di una “Giurista cattolica”. Il che avrà confortato quanti lamentano l’assenza dei cattolici nello spazio pubblico. Che, se anche presenti, sono comunque appartati e isolati.  Con poca voglia di incontrarsi e mettersi insieme. Diciamo la verità : la notizia sulla cattolicità di un personaggio pubblico non è così frequente. Era già comparsa altre volte, è vero. Per uomini politici, soprattutto. Ma sui media di oggi  che rispecchiano una società in progressiva secolarizzazione, non capita spesso di leggerla o sentirla. Il fatto è che ci stiamo incamminando verso una società multiculturale e interreligiosa. Verso una irreversibile convivenza tra fedi e culture  diverse – neonazionalisti e sovranisti, difensori della terra, del sangue, e della razza permettendo.

In questa epocale transizione , la notizia fa però toccare con mano un vero paradosso.  Se infatti da un lato non è difficile incontrare  qualificati cattolici che ricoprono alte cariche  istituzionali e molto più frequentemente ci si imbatte in  intellettuali e bravi studiosi cattolici , dall’altro questa loro presenza risulta  personalizzata . Frammentata e sparsa. Irrilevante. Non esiste insomma un visibile, incisivo e laico cattolicesimo culturale di livello nazionale, orientato al politico  e al sociale. E quando lo scoviamo, lo scoviamo rivolto a pochi intimi in spazi e dimensioni molecolari e marginali. Eppure , in questo dirompente passaggio d’epoca , di un laicato cristiano attento alla Polis si avverte  un certo bisogno. Non sono solo i credenti a dirlo. Ma anche una schiera di agnostici e atei-devoti che guarda al Vangelo come fonte irrinunciabile di valori per una futura e pacifica convivenza tra diversi, e come continuo alimento dei diritti umani e della democrazia all’insegna della eguaglianza . Partiti col marchio cristiano  non ne esistono più. Il sindacato di matrice cattolica non ha una sua specificità e , giustamente , si trova unito nella tutela dei lavoratori agli altri sindacati. Lo storico associazionismo cattolico, oggi in crisi e alquanto defilato dai grandi temi epocali, ha sempre operato in contesti ecclesiali ed è servito a formare classe dirigente. E le tante associazioni di volontariato hanno altri meritevoli ed impagabili  compiti. Insomma grandi, incisive e laiche associazioni cattoliche nazionali non ce ne sono. E’ forse di questa assenza che si è fatto carico il “Manifesto Zamagni” ?                             

Me lo domando retoricamente  sapendo che dietro le quinte si nasconde la nostalgia di un partito politico del passato consegnato alla storia e irrecuperabile.  Interpretato con incredibili voli pindarici e semplificazioni come Manifesto per la rinascita di un partito cattolico, se non della  stessa Democrazia Cristiana. Una nuova Dc da riproporre grazie – come si è banalmente affermato – al sistema proporzionale esistente, e alla errata convinzione che quel 50% di aventi diritto che non va a votare, risulta tutto formato da “cattolici moderati” che non si riconosce nei partiti esistenti. Non sono solo a pensare che se il cattolico coniuga veramente il Vangelo con (questa) società in mano al potere finanziario e ad un liberismo tarato sull’individuo e non sulla persona, tutto potrà essere tranne che moderato. E  mi rende difficile capire chi sono oggi i moderati, anche perché nessun Dizionario di politica serio li contempla. Vorrei infine evitare di supporre che Renzi, dal suo nuovo ‘Centro’ , non sia interessato al Manifesto. In questo stesso giornale si era scritto, tempo fa , che era prudente evitare di pensare al partito politico, in quanto la sua ri-nascita era fuori tempo massimo e non c’erano le condizioni culturali e sociali, necessarie : quelle delle classi sociali, dei ceti medi saliti sul discensore,  e della scomparsa borghesia . E che era molto meglio rivolgersi allo spazio libero del prepolitico e culturale. Uno spazio ancora poco compreso nelle sue potenzialità politiche, e oggi più indispensabile del partito, in quanto spazio, se proprio vogliamo, “prepartitico”. E cioè di tutto quello che sta prima del partito, in termini di esperienze, conoscenze, formazione, comportamenti, “etica della responsabilità” ecc., la cui carenza la sta dimostrando la veloce “Piattaforma Rousseau” per la selezione dei suoi casuali e sprovveduti parlamentari. Qualche anno prima della sua morte, Pietro Scoppola chiacchierando con Giuseppe Tognon sulla “Democrazia dei Cristiani”, dava una precisa idea della laicità e dell’impegno non partitico del cattolico. Alla domanda se fosse possibile    “… conservare o ricostruire una prospettiva politica che veda i cattolici protagonisti”,   ricordando la  Lettera a Diogneto non ha avuto remore nell’affermare  che “…non è mai esistita un’identità politica definitiva per i cristiani e per i cattolici”,  perché il loro impegno non è legato “…alla loro appartenenza  alla comunità ecclesiale” , e perché sarebbe molto meglio indirizzarlo verso una “…strategia dei comportamenti  in relazione ai valori della fede” .

2) Il ‘Manifesto Zamagni’ e una divagazione sulla  “CLI” .                                                                                                                                          

Proprio nel  centenario del “Manifesto” di Sturzo  e dopo i falliti tentativi strettamente partitici di Todi, spunta dunque quest’altro “Manifesto”. Col quale si chiamano  a raccolta quei laici sparsi e disimpegnati, assieme a quel laico associazionismo frammentato nei territori, sensibile alla “Polis del Duemila“ e agli “Argomenti del 2000”.  Ai “valori della fede”. Chiarendo, con  poca convinzione e con un linguaggio ambiguo da parte dei proponenti, che il Manifesto non è teso a  creare un partito politico. Se allora lo scopo non è il partito, l’idea non è peregrina. Potendo aprire serie e stimolanti riflessioni e percorsi. Mi si lasci solo nella convinzione che   se l‘obiettivo finale potrebbe essere una sorta di “CLI” ( Conferenza Laicale Italiana), ‘pungolo’ dei partiti politici italiani, luogo di incontro e di riferimento in grado di fare sintesi delle diverse  e solitarie realtà associative locali , con una sua rivista, un suo sito, una sede, una sua periodica attività convegnistica, l’idea non solo andrebbe sostenuta, ma incoraggiata. Si potrebbe dare ragione a Scoppola. Potrebbero  nascere quel Forum dei cattolici italiani e quella “Fondazione” , suggerite molti anni addietro da Giorgio Campanini. E potrebbero scaturire luoghi di elaborazione e formazione permanente su quell’umanesimo cristiano, sulla ‘carità’ cristiana e sui Diritti dell’uomo che  assieme alla cultura dell’accoglienza non possono essere i partiti politici a gestire. Tantomeno i “Progetti culturali” nelle mani del Presidente della Cei.   “Il partito cattolico  non serve(…) servono i cattolici in politica” dice Papa Francesco. E il  Presidente della attuale Cei , Cardinale Bassetti, aggiunge che “ (… )il Papa non si attende partiti cattolici. Ma per i cattolici occorrono nuovi metodi di presenza”.  Nuovi metodi di presenza  ? Si, proprio così : nuovi metodi di presenza!  Anche perché sul partito cattolico, è buona norma non dimenticare mai la  profetica distinzione sturziana tra cattolici democratici e cattolici moderati , tra cattolici popolari e cattolici intransigenti e  clericali, che ancora oggi distingue mentalità diverse e criteri diversi di mediare il rapporto tra il Vangelo e la storia, tra l’insegnamento sociale della Chiesa e la società. Distinzioni queste che ci aiutano anche a  comprendere le attuali difficoltà di Francesco. C’è ancora da ricordare che le finalità dei partiti politici non riguardano la cultura, la formazione , il prepolitico dei mondi vitali e l’etica dei comportamenti. Né l’antropologia “liquida” e  volatile dei nostri giorni. Ma sono sempre rivolte all’ottimizzazione del consenso, oggi da affidare ad un leader solitario dotato di “pieni poteri”. Possibilmente carismatico. Indispensabile risolutore , anche senza partito, in quella ‘Democrazia del Pubblico ’  che grazie ai media, lo porta in diretto contatto col “popolo”,  come ci ha avvertito tempo fa Bernard Manin.
3
) Le novità
Quali sono allora le novità  per tali ultimi propositi ? Ebbene esse dal  punto di vista della notizia non appartengono al mondo cattolico. Ma lo stesso Zamagni ha chiarito in una intervista che le vedrebbe bene far parte del suo disegno. Se  è destinato a durare , le novità sono quelle del fenomeno Sardine.  Quel bisogno di “Buona Politica” urlato e cantato con educazione in una  piazza totalmente diversa da quella di Salvini. Meno odiosa. Più tollerante e rispettosa del prossimo, anche se “ diverso”. Più accogliente , giusta e solidale verso gli esclusi e i lontani senza diritto di  parola. Quella “Buona Politica” del dialogo e della mediazione insomma, che difende il clima e l’ambiente sulla scia della “Laudato sì” , con una spontanea e creativa libertà di “Vita Activa” nella  “Polis”,  come ci ha ricordato tanti anni fa Hannah  Arendt. Una Buona Politica da leggere fra le righe dei Testi conciliari, declinandola come forma di carità cristiana, che a ben vedere è nelle radici culturali del silenzioso cattolicesimo universale. Sicuramente distante chilometri  dai cattolicesimi sovranisti nazionali : specie di quelli locali da cortile mirati alle autonomie egoistiche. Dalle paure, dalle ansie emergenti e dagli “stress” messi in risalto dal Censis. Più certamente lontana dall’“Uomo Forte” oggi evocato con incosciente leggerezza e preoccupante seguito, che non ha mai fatto parte del bagaglio culturale del cattolico democratico e popolare, e totalmente  sconosciuto a quei Padri Costituenti cattolici che ci hanno regalato la Costituzione.     

La buona società

Da quando il linguaggio si è evoluto ho sentito molte perorazioni verso i doveri sociali: aggregazione, motivazioni, campi progressisti, “cose nuove”, check-up, check-in, diagrammi dinamici, flow chart, flussi comunicativi, role playing, outsourcing, decision making, change management, climax, follow up.

Per non parlare dei tavoli: di concertazione, discussione, contrattazione. Si aprono tavoli ovunque.
Parole che circolano in molti contesti, sono assai gettonate, suscitano fervore ma come mai i risultati tardano a venire? Forse dipende anche questo dal buco nell’ozono, oppure è un effetto perverso della globalizzazione?

Ai tempi di mio nonno bastava una stretta di mano, la parola data era sacra, guai a venir meno a un impegno: adesso vai in banca e il giorno dopo ti accorgi che le postille a piè di pagina complicano l’atto che hai appena sottoscritto. Se non te ne accorgi rischi di andare in rovina. Non parliamo di mutui, certificati medici, pensioni e diritti acquisiti: mi pare di aver sentito dire che le manovre finanziarie si fanno senza mettere le mani in tasca agli italiani: come mai allora sono quasi tutte bucate? Certe frasi i politici potrebbero risparmiarsele, hanno le fattezze palesi della spudorata presa per i fondelli.
Il paese è allo sbando: magari tassando la plastica e risparmiando sulle mense scolastiche si coprirà il deficit.

L’Italia è una delle poche nazioni al mondo a non aver avuto la sua rivoluzione e forse dipende dalla nostra abilità ad arrangiare sempre le cose.
Eppure c’è chi giura che presto o tardi il Balilla di turno scaglierà la prima pietra: non se ne può veramente più. Credo proprio che ne basti uno: poi scenderebbe in piazza un fiume in piena.
Tra il caldo e le liti di palazzo abbiamo passato un’estate indimenticabile: ho sentito un politico dire che “c’è stata una decomposizione nel quadro dei partiti”. Forse voleva dire ‘sparigliamento’ ma ha usato involontariamente un termine più adatto: la politica è morta e ormai siamo in pieno verminaio.

Per salvare il governo in molti si presentano col cappello in mano: non esce nessun coniglio bianco ma qualche obolo ci scappa lo stesso. Faranno il partito dei siciliani, i popolari liberali, quelli democratici, i nordisti, i moderati di sinistra, quelli di destra e quelli trasversali: peccato che si tratti di popolari senza popolo. Ci sono pure le sardine ma presto saranno divorate dai pescecani.

Per curiosità morbosa ho presenziato in ultima fila ad un’assemblea politica, oltre due ore di manfrine per spaccare il capello in quattro: se perdiamo lo 0,2 nel tal paese forse recuperiamo lo 0,3 in quell’altro. Nessuna parola sulle idee, sui contenuti, eppure bastava alzare lo sguardo al soffitto: c’era scritto ‘pace’….‘lavoro’….’libertà’, era sufficiente aggiungere ‘giustizia sociale’ e ‘tutela ambientale’ e il programma era bell’e fatto.
Il consenso della gente si acquisisce durante l’esercizio del mandato politico, non in campagna elettorale, eppure questo malvezzo si allarga a macchia d’olio, non è più prerogativa dei palazzi romani.

Sento anche molti elogi per l’avvicendamento nella gestione politica: dal centro-destra al centro sinistra ma penso che sia un fenomeno di autosuggestione, una specie di Fata Morgana che fa vedere quello che non c’è. Nessuno se n’è accorto: nelle città le strade sono sempre più sporche e dissestate, le periferie desolate e anonime, dopo una certa ora scatta il coprifuoco, si moltiplicano le rapine, gli stupri, le esecuzioni per strada, le truffe agli anziani e le aggressioni, se ti fermi a chiedere l’ora l’interlocutore ti ignora o affretta il passo per paura.

Ho sentito il programma elettorale di un aspirante sindaco: “voglio una città meno cattiva”. Da tempo non ascoltavo una frase tanto sensata e calzante: si adatta perfettamente ad ogni contesto metropolitano, chissà che non venga raccolta l’idea anche altrove.
E poi c’è la vicenda dei senza casa, tutti dicono che ne hanno diritto ma alla sera sprangano ben bene il portone della propria: “non mi compete”.
Circola con insistenza la formuletta di rito: “bisogna coniugare equità e rigore”, i più trasgressivi parlano di “risanamento e sviluppo”.

Ma chi parte per primo? Chi applica a se stesso ciò che chiede per gli altri? Da dove veniamo lo sappiamo già ma c’è qualcuno che ha una pallida idea su dove stiamo andando?
Non siamo in epoca di guelfi e ghibellini, figuriamoci di bianchi e di neri: il grigio è una tinta cangiante, ha tante sfumature, copre bene le magagne e pure tante ipocrisie.
Tutto è ispirato a questa nuova tendenza, perché il grigio è incolore, senza speranza: i rapporti tra noi, la diffidenza, il rancore, l’invidia per chi sta meglio, la pietà pelosa per chi sta peggio.

E soprattutto l’egoismo e la solitudine: sono loro gli abitanti più illustri di questa sorniona, indifferente società.

Austria, accordo tra Popolari e Verdi per formare il nuovo governo

Tre mesi dopo le elezioni politiche è stato raggiunto l’accordo di massima tra il partito popolare Oevp di Sebastian Kurz e i Verdi di Werner Kogler.

Kurz aveva corteggiato i Verdi da quando la sua coalizione con l’estrema destra era crollata in seguito a uno scandalo che ha portato alle elezioni anticipate.

Ora dopo questa svolta non resta che aspettare la decisione dell’assemblea del  partito ecologista convocata per il 4 gennaio. Il giuramento – secondo la stampa austriaca – potrebbe avvenire il 7 gennaio.

Per Kogler, restano da chiarire solo alcuni dettagli. Secondo il quotidiano Salzbuger Nachrichten, i ministeri di peso (Esteri, Interni, Finanze, Economia, Istruzione e Agricoltura) vanno alla Oevp, mentre i Verdi riceveranno, oltre al ‘superministero’ infrastrutture-ambiente-energia, anche giustizia, salute e affari sociali.

Trump pubblica il nome dell’agente Cia

E’ la prima volta che l’account presidenziale fa circolare un nome riferibile all’agente Cia che, con la sua denuncia, ha dato il via allo scandalo che ha portato all’impeachment del capo della Casa Bianca.

Il New York Times era stato il primo giornale a rendere pubbliche alcune informazioni sul funzionario che ha fatto partire la denuncia.

L’account che aveva pubblicato il nome, @Surfermom77, è pro-trumpiano e ha oltre 70 mila follower. Da tempo i media americani hanno deciso di non pubblicare l’identità dell’informatore per proteggerne l’incolumità.

 

Le proprietà benefiche delle lenticchie

Ricche di proteine vegetali, le lenticchie contengono anche molti carboidrati, tante fibre, molte vitamine, soprattutto A, B1, B2, C, PP, sali minerali come calcio, potassio e ferro e pochissimi grassi. Proprio per l’alto contenuto proteico, le lenticchie vengono considerate una valida alternativa a un secondo a base di carne, pesce, uova o formaggio.

Le lenticchie sono tra i legumi dotati della più efficace azione antiossidante. L’elevato contenuto di fibre permette invece di regolarizzare l’attività dell’intestino e mantenere sotto controllo il colesterolo. Inoltre, lo scarso contenuto di grassi di tipo insaturo rende le lenticchie un alimento perfetto per la prevenzione di alcune patologie cardiovascolari.

Le lenticchie sono anche molto ricche di tiamina, utile per migliorare i processi di memorizzazione, mentre il contenuto consistente di vitamina PP fa sì che esse abbiano anche la proprietà di fungere da potente equilibratore del sistema nervoso, con azione antidepressiva e antipsicotica. Infine, sono molto indicate per tutti coloro che necessitano di ferro, mentre sono assolutamente controindicate nei soggetti iperuricemici.

Le prime tracce della loro esistenza risalgono addirittura al 7000 a.C, epoca in cui già risultano coltivazioni, specialmente in Asia e soprattutto nella regione che oggi corrisponde alla Siria e da questa zona si diffusero facilmente in tutto il mediterraneo. Per quanto riguarda il consumo, le notizie riferiscono che in Turchia erano soliti farne uso già dal 5.500 a.C.

 

L’UE e l’etichettatura di origine degli alimenti

Mentre l’UE vanta una posizione difensiva nei settori che vanno dall’alta tecnologia alle automobili, questo non avviene per le migliaia di cibi tipici del nostro continente.

Così già il 16 dicembre scorso Francia, Spagna, Italia, Portogallo e Grecia hanno inviato una dichiarazione congiunta alla Commissione europea chiedendole di “rafforzare e armonizzare la legislazione dell’UE sull’etichettatura di origine degli alimenti” sottolineando che le attuali norme dell’UE “non sono esaustive in questo settore”.

I nazionalisti del cibo sanno che questo porterà a una battaglia su uno degli argomenti più spinosi nel processo decisionale dell’UE: etichette di origine obbligatorie, che rendono obbligatorio timbrare gli alimenti con “Made in France” o “Prodotto dell’Italia”.

Per anni i burocrati dell’UE a Bruxelles, incaricati di salvaguardare il mercato unico e le relazioni commerciali dell’UE hanno preso decisioni deboli riguardo all’etichettatura obbligatoria. Negli ultimi anni, tale etichettatura è stata autorizzata solo come misura temporanea di crisi per sostenere i caseifici francesi e i fornitori italiani di grano per la pasta.

La prima preoccupazione dei funzionari dell’UE, che sino ad oggi hanno prodotto solo deboli norme, è che tale etichettatura mina il mercato unico dell’UE incoraggiando i consumatori – e i responsabili degli acquisti nei supermercati – a preferire i prodotti nazionali.

Nel 2017, il Belgio si è lamentato , ad esempio, che le etichette obbligatorie “Made in France” su prodotti lattiero-caseari hanno ridotto le esportazioni di latte belga verso la Francia, anche se un’azienda agricola belga potrebbe essere il fornitore più vicino a un negozio francese.

La seconda preoccupazione dell’UE è che i paesi al di fuori dell’UE sono disposti a vendicarsi di etichette obbligatorie con armi commerciali. Nel 2018, il Canada ha protestato per il fatto che l’ Italia desiderasse che i produttori di spaghetti etichettassero la provenienza del grano duro usato nella pasta per rafforzare i coltivatori di grano italiani contro i concorrenti canadesi.

Nonostante queste proteste, il quintetto dell’Europa meridionale ora ritiene che i tempi siano maturi per spostare l’etichetta obbligatoria verso qualcosa di più permanente.

L’Onu condanna le violazioni dei diritti umani perpetrati dalla ex Birmania

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani perpetrati dalla ex Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione. Il documento è stato approvato a Palazzo di Vetro a New York con 134 sì su 193 Paesi rappresentati contro 9 no e 28 astensioni.

L’ambasciatore birmano all’Onu, Hau Do Suan, ha definito il documento di condanna “un altro classico esempio di ‘due pesi e due misure’, che applica principi sui diritti umani in modo parziale e discriminatorio” per “esercitare pressione politica non richiesta sulla Birmania”

La Corte penale internazionale dell’Aja dell’Onu, su denuncia del Gambia, ha istruito un’inchiesta per “genocidio” nei confronti della Birmania: accuse alle quali all’Aja ha di recente risposto, negandole, la leader “de facto” birmana, Aung San Suu Kyi,  alla quale la comunità internazionale rimprovera un colpevole silenzio nei confronti delle azioni di militari del suo Paese contro la minoranza musulmana.

 

Al Ces 2020 LG presenterà Column Garden

In occasione dell’edizione 2020 del Consumer Electronics Show (Ces), una delle più importanti fiere dedicate all’hi-tech, LG presenterà Column Garden, un nuovo elettrodomestico per la coltivazione indoor. L’apparecchio a colonna incorpora un sistema avanzato per il controllo della luce, della temperatura e dell’acqua, oltre a dei pacchetti di semi all-in-one (contenenti semi, torba e fertilizzanti e progettati per la semina immediata) e a un’app che permette di monitorare la crescita delle verdure all’interno dell’ambiente domestico.

LG ha progettato Column Garden per venire incontro alle esigenze degli utenti vegetariani e vegani o che, semplicemente, desiderano seguire uno stile di vita più sano. Utilizzandolo, infatti, sarà possibile coltivare in casa erbe e verdure fresche per tutto l’anno.

Column Garden sfrutta i moduli flessibili di cui è dotato per replicare le condizioni esterne ottimali, facendo corrispondere con precisione la temperatura all’interno dello scomparto di coltivazione isolata con l’orario effettivo del giorno. Altre caratteristiche che aiutano la crescita delle verdure sono le luci a LED, la circolazione forzata dell’aria e la gestione dell’acqua tramite uno stoppino. In totale, l’elettrodomestico può contenere fino a 24 confezione di semi all-in-one.

Tre orche avvistate nello Stretto di Messina

Un gruppo di tre orche è stato avvistato nello Stretto di Messina.

Si tratta della prima volta che la presenza di orche viene segnalata nello Stretto di Messina. Ad avvistare le orche è stato un pescatore sportivo.

Le orche avevano stazionato per qualche giorno nel mare ligure ed era stato accercato che erano arrivate dall’Islanda dopo un viaggio di 5.200 chilometri. I ricercatori islandesi le hanno chiamate Riptide (Sn113) il maschio adulto, S114 la madre adulta, Aquamarin (Sn116) e Dropi, i due esemplari più giovani, un maschio e una femmina.

 

Politica, la piazza e i partiti.

Le piazze sono ritornate protagoniste. Finalmente. Proprio quando, qua e là, veniva ricordato il cinquantennale dell’ormai mitico “1969” con le sue contraddizioni, le sue conquiste, la sua indubbia violenza accompagnata, però, anche da una massiccia partecipazione popolare, abbiamo preso atto che la piazza nella politica contemporanea non è del tutto evaporata. Anzi, prima la Lega di Salvini, poi le manifestazioni dei ragazzi al seguito di Greta e della battaglia per un “mondo pulito e sano” e infine con il cosiddetto movimento/partito delle “sardine”, c’è stato un indubbio risveglio della coscienza politica di alcuni settori della società italiana. 

Certo, non possiamo suonare le fanfare. La politica italiana continua, purtroppo, a districarsi tra la pochezza della sua classe dirigente, la sostanziale assenza di un pensiero politico e culturale organico capace di orientare e consolidare la presenza dei vari partiti e cartelli elettorali, la proliferazione di gruppi e partiti legati esclusivamente alle fortune dei suoi capi o guru di turno, tutto ciò conferma che la caduta di credibilita’, da un lato, e la crisi di autorevolezza della classe politica dall’altro continuano a farla da padrone. Me se è questo che passa il convento, con questa messe occorre pur fare i conti. 

Comunque sia, per tornare al ritorno imprevisto e inaspettato delle “piazze”, forse è anche arrivato il momento per avanzare una riflessione più specifica. E cioè, se i partiti – piaccia o non piaccia e’ così- continuano ad essere, giustamente, gli strumenti democratici per eccellenza capaci di orientare e canalizzare la volontà popolare, non ci si può non porre la questione centrale e decisiva. Ovvero, bene le piazze, benissimo la partecipazione popolare più o meno spontanea, ancor meglio alzare la voce attorno a temi che sono e restano decisivi per garantire un futuro sempre più vivibile al nostro pianeta. Ma queste proteste, questa rivendicazione di valori e principi, questo richiamo ad una trasformazione democratica della nostra società, prima o poi non possono non porsi il tema cruciale: e cioè, per rendere più efficaci ed incisive queste rivendicazioni servono i partiti. Ovvero, strumenti democratici, guidati da un pensiero e da una cultura e disciplinati da una organizzazione, che si fanno carico di tradurre nei vari livelli istituzionali quelle istanze e quelle domande in proposte e in progetti di governo. E questo non per ingabbiare o, peggio ancora, per mettere il cappello sopra queste libere manifestazioni. Ma, al contrario, per far sì che le piazze non siano solo una importante e divertente fiammata destinata a spegnersi nell’arco di poco tempo. Come, purtroppo, e’ capitato per altri movimenti e altre esperienze similari. 

Ecco, il tema dei partiti, della loro presenza, del loro ruolo e della loro preziosa funzione democratica e costituzionale forse può ricevere una spinta decisiva anche e soprattutto dal protagonismo delle piazze. E ne può trarre giovamento la stessa qualità della nostra democrazia e, soprattutto, la credibilità delle nostre istituzioni. Per questi motivi la piazza non va mai demonizzata ne’, tantomeno, sottovalutata. 

Centro studi Livantino: “un terzo degli studenti italiani ha fatto uso di droga”

I dati sulla diffusione della droga sono allarmanti, eppure c’è una dissociazione dalla realtà da parte delle istituzioni preoccupante. A denunciarlo è  il Centro studi Livantino.

A inizio dicembre il Dipartimento per le politiche antidroga della presidenza del Consiglio ha diffuso la sua annuale “Relazione al Parlamento sullo stato delle varie dipendenze in Italia”, utilizzando i dati relativi al 2018, da cui emerge, ricorda oggi in una nota il Centro studi Livatino, che “un terzo degli studenti italiani, pari a 870.000 ragazzi circa, ha fatto uso di almeno una sostanza drogante durante la propria vita; un quarto, pari a 660.000 studenti, ne ha fatto uso nel solo 2018; gli stupefacenti più diffusi sono i derivanti della cannabis, che sono il 96% delle sostanze sequestrate; la quantità di piante di cannabis sequestrata è cresciuta in un anno del 93,9%; aumentano i ricoveri ospedalieri droga-correlati (+14%), le infrazioni alla guida per uso di droga al volante (+12%), i decessi derivanti dall’assunzione di stupefacenti (+12.8%)”.

Il Centro studi Livatino fa notare: “La Relazione, pur diretta al Parlamento, non è stata discussa nell’Aula della Camera o del Senato né in alcuna Commissione. Pur se il Dipartimento che l’ha redatta rientra nella competenza politica del presidente del Consiglio, né il premier né il Governo hanno detto una parola su di essa.

Ci sono state le risposte istituzionali, ma sono andate nella direzione” opposta all’allarme che viene dai dati, “dall’emendamento che ha tentato di inserire nella manovra la vendita di hashish e marijuana nei cannabis shop alla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 19 dicembre, di cui ieri è stato reso noto il principio di diritto, che ritiene lecita la coltivazione casalinga di cannabis ‘in modica quantità’: così di fatto favorendo la vendita dei semi di canapa che le medesime Sezioni Unite avevano escluso con la sentenza sui cannabis shop del 30 maggio”.

“Preoccupa una tale dissociazione dalla realtà. Essa suona ipocrita, negli stessi giorni in cui si piangono con troppa frequenza vittime innocenti dell’aumento della diffusione della droga, voluto da leggi antiquate e stolte, da una giurisprudenza creativa e dall’indifferenza dei più”.

Capodanno, 6 mln in partenza per le vacanze (+20%)

Quasi sei milioni di italiani hanno scelto di partire per trascorrere il Capodanno fuori casa con un aumento di circa il 20% rispetto allo scorso anno. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti dalla quale si evidenzia peraltro che resta in Italia l’81% dei vacanzieri. Sul podio delle destinazioni nelle vacanze di fine anno – sottolinea la Coldiretti – salgono le città e le località d’arte con il 48% seguite dalla montagna con il 38% mentre il resto si divide tra terme, mare e campagna.

Il 67% ha scelto di alloggiare in case proprie, di parenti e amici o in affitto mentre il 24% preferisce l’albergo ma tengono le formule alternative come bed and breakfast e agriturismi. Nel tempo gli oltre 23mila agriturismi italiani – continua la Coldiretti – hanno però qualificato notevolmente la propria tradizionale offerta di alloggio e ristorazione con servizi innovativi per sportivi, nostalgici, curiosi e ambientalisti, come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking o attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici, ma anche corsi di cucina e wellness. Il budget stanziato – conclude la Coldiretti – è di 434 euro per persona con un aumento del 7% rispetto allo scorso anno.

Google Recorder una delle novità più interessanti

Google Recorder è senza dubbio una delle novità più interessanti tra quelle introdotte dal colosso di Mountain View con la gamma Google Pixel 4 e che purtroppo al momento è disponibile in via ufficiale soltanto per gli smartphone di Google.

Ricordiamo che si tratta di un registratore vocale completamente offline con trascrizioni in tempo reale e ricerca audio.

I servizi di trascrizione automatica stanno diventando sempre più comuni, ma il vantaggio dell’app Recorder di Google è che fa tutto sul dispositivo e funziona anche quando il telefono è senza una connessione Internet.

Ovviamente come sempre accade per Android non mancano le APK non ufficiali distribuite online pronte per essere installate, benchè non sia una soluzione sicura e consigliabile.

L’applicazione in versione ufficiale che funziona anche su smartphone non Pixel è soltanto una (la release 1.0.271) e può essere scaricata da APK Mirror.

Il tutto ha però qualche limitazione:

  • Lo smartphone deve avere Android 9 o 10: l’app infatti è stata creata puntando a queste due versioni

Tumori al fegato bruciati con le microonde: il primato di Padova

Azienda ospedaliera universitaria di Padova, diretta dal professor Umberto Cillo, detiene un primato mondiale: è sua la più alta ampia casistica di termoablazioni con microonde, vale a dire quella procedura mininvasiva che utilizza il calore localizzato per distruggere una massa tumorale epatica.

Il risultato è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale “Journal of Surgical Oncology”, esito di 815 procedure eseguite con microonde su 674 pazienti affetti da epatocarcinoma al fegato (hcc), riportando una percentuale di sopravvivenza a 5 anni pari al 35.9%, il tutto in un arco temporale compreso tra il 2009 al 2016.

La somma degli addendi digitali

Nei giorni scorsi i media hanno pubblicato alcune notizie riguardanti il mondo delle nuove tecnologie e della digitalizzazione che meritano di essere riprese e considerate con la dovuta attenzione.

Prima notizia. Il Ministero della Difesa con procedura d’urgenza ha sostituito i cellulari acquistati dal colosso cinese Huawei, applicando il parere del Copasir (il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) che ha ritenuto non infondate le preoccupazioni circa l’ingresso delle aziende cinesi nelle attività di installazione, configurazione e mantenimento delle infrastrutture delle reti 5G”. “A parere del Comitato, il Governo e gli organi competenti in materia dovrebbero considerare molto seriamente, anche sulla base di quanto prevede la recente disciplina dettata dal decreto-legge n. 105/2019, la possibilità di limitare i rischi per le nostre infrastrutture di rete, anche attraverso provvedimenti nei confronti di operatori i cui legami, più o meno indiretti, con gli organi di governo del loro Paese appaiono evidenti”.

Consegnare la rete di ultima generazione a questi attori potrebbe compromettere “informazioni e dati sensibili riconducibili a cittadini, enti e aziende italiani”. In altri termini il timore è che l’utilizzo di hardware e software prodotti dal marchio citato – legato secondo gli USA al Partito comunista cinese – possa minare la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati. La delicatezza della questione è di tutta evidenza e la decisione del Ministero della Difesa di sostituire l’intera dotazione di cellulari con analoghi prodotti di altro marchio sollecita approfondimenti a tutela dello Stato e dei cittadini. Considerando altresì che il punto 29 del Memorandum Italia-Cina sottoscritto nel marzo scorso (e contestato duramente dai Paesi UE e dalla Nato) considera le aree portuali di Genova e Trieste come prossimi terminali europei dei traffici commerciali della cd. “via della seta”. Ciò mentre gli USA (e alla uscita dall’U.E, il Regno Unito) vanno nella direzione opposta con una severa politica dei dazi che limiti le importazioni di prodotti materiali, tecnologici o digitali dalla Cina.

Seconda notizia. Un attacco phishing al portale NOI.PA ha consentito ad alcuni malintenzionati di accedere ai dati di alcuni dipendenti della P.A. modificando le loro credenziali per impadronirsi di stipendi o pensioni e tredicesime. Pare che il fatto riguardi solo un numero limitato di persone ma colpisce la facilità di accesso ai dati privati con l’artifizio della sostituzione del codice IBAN del conto corrente e del telefono di sicurezza, fatto che costituisce – da qualsivoglia visuale lo si osservi- un pericoloso precedente che rende vulnerabili le vie d’accesso al sistema e i dati personali degli utenti che se ne avvalgono.

Dopo i bancomat clonati, gli attacchi hacker a governi, apparati militari, banche , istituzioni, le infiltrazioni nei sistemi WI-FI di locali pubblici, stazioni e aeroporti, i cellulari intercettati attraverso sistemi che consentono alla malavita organizzata di entrare materialmente all’interno del terminale e di carpire o modificare, alterare, duplicare, sostituire e utilizzare in modo fraudolento rubriche, messaggi, memorie dell’ignaro proprietario, le truffe telefoniche dei contratti che “scattano” alla semplice risposta, il prosciugamento dei crediti delle schede, i falsi esattori, gli addetti improbabili di inesistenti compagnie fornitrici di utenze, questo episodio, pur se circoscritto, costituisce un pessimo biglietto da visita per chi propugna la digitalizzazione totale dei servizi e dei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione. Mentre proliferano PIN e codici alfanumerici sempre più complicati per l’utente comune, esponenzialmente cresce e si ramifica la rete delle organizzazioni criminali dedite alla truffa e all’imbroglio.

Pensando alle persone anziane si può solo immaginare come possano essere facili prede per menti raffinate che creano marchingegni che interagiscono con tutte le reti digitali, enfatizzate invece dai loro fautori come sicure e protette. Trasformare il reale in virtuale è un compito che la politica ha assunto come missione, la presunta facilitazione e semplificazione amministrativa è un’arma a doppio taglio per la sicumera con cui viene gestita. Senza contare che le reti telematiche degli stessi uffici erogatori di pubblici servizi vanno in tilt con crescente frequenza e sono essi stessi vulnerabili nella custodia dei dati personali degli utenti.

Terza notizia. Un ragazzo chiede alla fidanzatina una sua foto intima: lei gliela invia con modalità riservata ma lui la socializza mettendola in rete, rendendola di dominio pubblico. Da un’altra notizia emerge come un minore fosse stato da tempo abusato da un uomo senza scrupoli che lo aveva agganciato in rete. Da tempo ci si preoccupa in famiglia e a scuola della disinvoltura con cui gli adolescenti usano smartphone e tablet, ne facciano un uso distorto e quanto pericoloso possa essere avventurarsi nell’universo sconosciuto del web attraverso i molteplici canali che la rete dei provider mette a disposizione.
Il virtuale sta sostituendo il reale: nella conoscenza, nelle relazioni, nei servizi. Nella stessa identità.

La somma delle notizie che riguardano il mondo digitale crea una nebulosa imperscrutabile senza punti di riferimento tangibili e approdi al naufragio delle emozioni e della mente nella ‘rete’.
Purtroppo la tecnologia digitale non è più neutra: le serve il supporto ancillare dell’etica e del pensiero critico, indispensabili per riscostruire una tassonomia di valori che si sta perdendo, nella dissoluzione impalpabile e indescrivibile del vero e del giusto.
Da parte dello Stato, della famiglia e della scuola, per dirla con un’espressione efficace usata dal Prof. Vittorino Andreoli, è fondamentale veicolare questo messaggio: che nei comportamenti individuali e sociali ciascuno pensi e agisca avvalendosi del cervello che ha in testa anziché di quello artificiale che ha in tasca.

Le previsioni economiche per il 2020 di Credit Suisse

Anche in caso di distensione nella guerra commerciale USA-Cina e di minore incertezza sulla Brexit, è improbabile che nel 2020 vada tutto liscio: una campagna presidenziale USA polarizzata, pressione sui margini, debito societario alto e meno tagli dei tassi, metteranno sporadicamente alla prova i nervi degli investitori, e non parliamo di eventuali sviluppi politici inaspettati.

Al link che segue potrete leggere il testo completo dello studio.

investment-outlook-2020-it

Federico Pizzarotti: “Lamorgese meglio di Salvini”

Sulla sicurezza delle nostre città “è Roma che deve prendere  provvedimenti, lo dico da tempo: ogni volta che cambia un ministro  dell’Interno, richiedo sempre un incontro per avere più forze  dell’ordine sul territorio e leggi più efficaci”. Così il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, in un colloquio con Labparlamento.it.

“Salvini è l’unico che ci ha fatto incontrare un sottosegretario. Recentemente, invece, ho avuto un incontro con il ministro Lamorgese: nel corso del 2020 arriveranno 50 forze dell’ordine in più in città. Siamo sotto organico da tempo, lo Stato deve fare di più per le proprie città. Il ministro Lamorgese, a differenza del predecessore, ha dimostrato sensibilità e competenza”.

Quanto alla prestigiosa nomina di Parma Capitale della Cultura 2020, spiega con orgoglio il sindaco, “non vogliamo realizzare un anno della cultura come fosse una grande festa di capodanno, che il giorno dopo nelle piazze lascia il vuoto di chi ha appena festeggiato. Guardiamo già oltre: il 2020 è per Parma un esempio di quello che potrà essere tra 10
anni. Una città viva e produttiva”.Il presidente di Italia in Comune si è poi soffermato sui tagli subiti dagli Enti Locali negli ultimi anni: “Il punto è molto semplice: meno soldi ci sono, più è difficile esprimere qualità. Molto spesso a farne le spese sono le città, quindi i cittadini. Per questo come Anci chiediamo costantemente di non tagliare risorse ai Comuni. Negli ultimi 10 anni ne sono stati fatti tanti, ultimamente il trend si è invertito”.

La Russia ora si può disconnettere da Internet

In Russia è stata testata con successo la possibilità di disconnettere RuNet, la rete interna del Paese, dai DNS mondiali, trasformandola nella più grande Intranet della Terra. Il buon esito dell’operazione, di cui non sono noti tutti i dettagli, è stato annunciato pubblicamente dal governo russo.

Secondo il Ministero dello sviluppo digitale, delle comunicazioni e dei mass media, i comuni utenti non hanno notato alcun cambiamento nel corso dei test. Disconnettendo RuNet dai DNS mondiali, la Russia potrebbe ridirezionare sui server interni tutte le richieste provenienti da siti web esterni al territorio nazionale.

Non sono però mancate delle critiche alla nuova legge sulla sovranità di Internet, entrata in vigore lo scorso novembre, da molti ritenuta un possibile strumento di censura.

Gli esiti dei test saranno presentati al presidente Vladimir Putin nel corso del 2020. Oltre a RuNet, la Russia è al lavoro su altri progetti legati a Internet, tra cui un’alternativa nazionale a Wikipedia.

Inoltre, il Paese ha da poco approvato una legge che vieterà, a partire dall’1 luglio 2020, la vendita di smartphone e computer che non abbiano preinstallati software e app totalmente russe.

Il ministro dell’Istruzione Fioramonti ha dato le dimissioni

Lorenzo Fioramonti ha consegnato ieri le dimissioni a Conte. Il ministro dell’Istruzione nelle ultime settimane aveva più volte dichiarato che, se non fosse rimasto soddisfatto, avrebbe lasciato il suo ruolo dopo l’approvazione della legge di bilancio.

Le dimissioni non avrebbero però un sapore antigovernativo. Fioramonti andrebbe a costituire un gruppo alla Camera a sostegno del premier come embrione di un nuovo soggetto politico.

Nei giorni scorsi si sono fatti i nomi di alcuni deputati che potrebbero seguirlo, tra cui Nunzio Angiola e Gianluca Rospi, ma anche l’ex M5s Andrea Cecconi.

 

Chi era Santo Stefano?

Del grande e veneratissimo martire s. Stefano, si ignora la provenienza, si suppone che fosse greco, in quel tempo Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse.

Fu eletto dagli Apostoli primo dei sette diaconi per provvedere ai bisogni dei primi fedeli.

La festa è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio, furono posti i “comites Christi”, cioè i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.

Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni.

Atti degli Apostoli – 6

1In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». 5Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
8Stefano intanto, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. 9Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, 10ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. 11Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». 12E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio. 13Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. 14Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato».
15E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Atti degli Apostoli – 7

1Disse allora il sommo sacerdote: «Le cose stanno proprio così?». 2Stefano rispose: «Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo quando era in Mesopotamia, prima che si stabilisse in Carran, 3e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vieni nella terra che io ti indicherò. 4Allora, uscito dalla terra dei Caldei, si stabilì in Carran; di là, dopo la morte di suo padre, Dio lo fece emigrare in questa terra dove voi ora abitate. 5In essa non gli diede alcuna proprietà, neppure quanto l’orma di un piede e, sebbene non avesse figli, promise di darla in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui. 6Poi Dio parlò così: La sua discendenza vivrà da straniera in terra altrui, tenuta in schiavitù e oppressione per quattrocento anni. 7Ma la nazione di cui saranno schiavi, io la giudicherò – disse Dio – e dopo ciò usciranno e mi adoreranno in questo luogo. 8E gli diede l’alleanza della circoncisione. E così Abramo generò Isacco e lo circoncise l’ottavo giorno e Isacco generò Giacobbe e Giacobbe i dodici patriarchi. 9Ma i patriarchi, gelosi di Giuseppe, lo vendettero perché fosse condotto in Egitto. Dio però era con lui 10e lo liberò da tutte le sue tribolazioni e gli diede grazia e sapienza davanti al faraone, re d’Egitto, il quale lo nominò governatore dell’Egitto e di tutta la sua casa. 11Su tutto l’Egitto e su Canaan vennero carestia e grande tribolazione e i nostri padri non trovavano da mangiare. 12Giacobbe, avendo udito che in Egitto c’era del cibo, vi inviò i nostri padri una prima volta; 13la seconda volta Giuseppe si fece riconoscere dai suoi fratelli e così fu nota al faraone la stirpe di Giuseppe. 14Giuseppe allora mandò a chiamare suo padre Giacobbe e tutta la sua parentela, in tutto settantacinque persone. 15Giacobbe discese in Egitto. Egli morì, come anche i nostri padri; 16essi furono trasportati in Sichem e deposti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato, pagando in denaro, dai figli di Emor, a Sichem.
17Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, 18finché sorse in Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe. 19Questi, agendo con inganno contro la nostra gente, oppresse i nostri padri fino al punto di costringerli ad abbandonare i loro bambini, perché non sopravvivessero. 20In quel tempo nacque Mosè, ed era molto bello. Fu allevato per tre mesi nella casa paterna 21e, quando fu abbandonato, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come suo figlio. 22Così Mosè venne educato in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente in parole e in opere. 23Quando compì quarant’anni, gli venne il desiderio di fare visita ai suoi fratelli, i figli d’Israele. 24Vedendone uno che veniva maltrattato, ne prese le difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. 25Egli pensava che i suoi fratelli avrebbero compreso che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. 26Il giorno dopo egli si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e cercava di rappacificarli. Disse: “Uomini, siete fratelli! Perché vi maltrattate l’un l’altro?”. 27Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice sopra di noi? 28Vuoi forse uccidermi, come ieri hai ucciso l’Egiziano?”. 29A queste parole Mosè fuggì e andò a vivere da straniero nella terra di Madian, dove ebbe due figli.
30Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. 31Mosè rimase stupito di questa visione e, mentre si avvicinava per vedere meglio, venne la voce del Signore: 32“Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Tutto tremante, Mosè non osava guardare. 33Allora il Signore gli disse: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo in cui stai è terra santa. 34Ho visto i maltrattamenti fatti al mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli. Ora vieni, io ti mando in Egitto”.
35Questo Mosè, che essi avevano rinnegato dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice?”, proprio lui Dio mandò come capo e liberatore, per mezzo dell’angelo che gli era apparso nel roveto. 36Egli li fece uscire, compiendo prodigi e segni nella terra d’Egitto, nel Mar Rosso e nel deserto per quarant’anni. 37Egli è quel Mosè che disse ai figli d’Israele: “Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me”. 38Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l’angelo, che gli parlava sul monte Sinai, e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. 39Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, anzi lo respinsero e in cuor loro si volsero verso l’Egitto, 40dicendo ad Aronne: “Fa’ per noi degli dèi che camminino davanti a noi, perché a questo Mosè, che ci condusse fuori dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. 41E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono un sacrificio all’idolo e si rallegrarono per l’opera delle loro mani. 42Ma Dio si allontanò da loro e li abbandonò al culto degli astri del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti:
Mi avete forse offerto vittime e sacrifici
per quarant’anni nel deserto, o casa d’Israele?
43Avete preso con voi la tenda di Moloc
e la stella del vostro dio Refan,
immagini che vi siete fabbricate per adorarle!
Perciò vi deporterò al di là di Babilonia.
44Nel deserto i nostri padri avevano la tenda della testimonianza, come colui che parlava a Mosè aveva ordinato di costruirla secondo il modello che aveva visto. 45E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè la portarono con sé nel territorio delle nazioni che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide. 46Costui trovò grazia dinanzi a Dio e domandò di poter trovare una dimora per la casa di Giacobbe; 47ma fu Salomone che gli costruì una casa. 48L’Altissimo tuttavia non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo, come dice il profeta:
49Il cielo è il mio trono
e la terra sgabello dei miei piedi.
Quale casa potrete costruirmi, dice il Signore,
o quale sarà il luogo del mio riposo?
50Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose?
51Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. 52Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, 53voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata».
54All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano.
55Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio 56e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». 57Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, 58lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. 59E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». 60Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

 

Dove si voterà nel 2020

Sono ben otto, infatti, le regioni che andranno al voto. Si tratta di una serie di test importanti per l’attuale maggioranza di governo.

Le elezioni in Emilia Romagna
In Emilia Romagna il voto è previsto il 26 gennaio 2020. Il governatore uscente del centrosinistra Stefano Bonaccini si ripropone per un secondo mandato. A sfidarlo dal centrodestra è Lucia Borgonzoni, della Lega.

Le elezioni in Calabria
Anche qui si voterà il 26 gennaio 2020. Il centrosinistra ha scelto di non candidare il presidente di Regione uscente, Mario Oliverio, e di puntare sull’imprenditore Pippo Callipo. Il M5s ha scelto il docente universitario Francesco Aiello, approvato dalla piattaforma Rousseau. Il centrodestra ha scelto la deputata di Forza Italia Jole Santelli.

Le elezioni in Campania
Voto in primavera invece in Campania, dove la data deve essere ancora ufficializzata. Salvo colpi di scena, per il centrosinistra dovrebbe ricandidarsi il presidente uscente Vincenzo De Luca. Già deciso, invece, il candidato della coalizione di centrodestra: è Stefano Caldoro.

Le elezioni in Puglia
Si vota entro la primavera anche in Puglia. Il presidente uscente Michele Emiliano, di centrosinistra, ha deciso di ricandidarsi, ma dovrà affrontare le primarie di coalizione. Il centrodestra candida Raffaele Fitto.

Le elezioni in Toscana
La Toscana andrà alle urne sempre in primavera.  Per il centro sinistra il nome è quello di Eugenio Giani, attuale presidente del Consiglio regionale. Il centrodestra deve ancora trovare un accordo: potrebbe sostenere Susanna Ceccardi, ex sindaca di Cascina (Pisa), ed europarlamentare della Lega. Ma si parla anche di Paolo Del Debbio. In questa regione resta invece piuttosto debole il M5S.

Le elezioni nelle Marche
In primavera si vota anche nelle Marche. La ricandidatura del presidente uscente del centrosinistra, Luca Ceriscioli, deve passare attraverso le primarie. Il centrodestra sembra aver raggiunto un accordo sul nome Guido Castelli, ex Forza Italia passato Fratelli d’Italia.

Le elezioni in Liguria
In Liguria è ancora da chiarire se il governatore uscente Giovanni Toti, fuoriuscito da Forza Italia e fondatore del nuovo partito Cambiamo!, otterrà la ricandidatura. Il centrosinistra deve invece sciogliere il nodo. Anche qui potrebbe non riproporsi l’alleanza tra Pd e M5s.

Le elezioni in Veneto
Anche il Veneto viene da una (lunga) esperienza di centrodestra. È una vera e propria roccaforte della Lega, che alle ultime Europee da sola ha ottenuto quasi il 50 percento dei consensi. È molto probabile la ricandidatura del presidente uscente Luca Zaia (Lega). Il centrosinistra sembra intenzionato a proporre la candidatura dell’attuale capogruppo Stefano Fracasso. Anche per il Veneto voto nella primavera 2020.

La Brexit fa volare il prosecco

L’avvicinarsi della Brexit fa volare del 13% nel 2019 le esportazioni di bottiglie di Prosecco in Gran Bretagna dove è corsa agli acquisti per fare scorte del prodotto Made in Italy più apprezzato dagli inglesi, tradizionali bevitori di birra. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat.

A spaventare è il rischio che il prodotto simbolo del Made in Italy in Gran Bretagna – continua la Coldiretti – possa essere colpito dalle barriere tariffare e dalle difficoltà di sdoganamento che potrebbero nascere da una Brexit con una maggiore difficoltà per le consegne.

Dopo il vino, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna c’è l’ortofrutta fresca e trasformata come i derivati del pomodoro con 234 milioni, ma rilevante è anche il ruolo della pasta, dei formaggi e dell’olio d’oliva. Importante anche il flusso di Grana Padano e Parmigiano Reggiano per un valore attorno ai 85 milioni di euro.

Venezia: Patricia Shira Mano Tolentino, “Niñez Rubata”.

La Mostra dell’artista israeliana Patricia Shira Mano Tolentino “Niñez rubata”, s’ispira ai ritratti dei bambini presenti nel Museo della Memoria di Gerusalemme Yad Vashem e sarà allestita presso lo spazio Magazzino Gallery a piano terra di Palazzo Contarini Polignac ai piedi del Ponte dell’Accademia a Venezia che è stato messo a disposizione per gentile concessione della proprietà.

L’iniziativa si inserisce fra quelle ufficiali promosse dal Coordinamento per la Giornata della Memoria, l’opening sarà martedì 21 gennaio alle ore 17.30 dopodiché la mostra resterà aperta al pubblico fino al 4 febbraio 2020.

“L’idea del progetto Niñez Rubata è nata quasi un anno fa mentre guardavo le foto delle vittime della Shoah, nello specifico quelle del Ghetto di Varsavia – dice la Tolentino – Mi ha colpito vedere un bambino nella foto intitolata “Un bambino vestito di stracci seduto in una strada del ghetto” e ho deciso di dipingere un piccolo ritratto del solo volto, della sua espressione impaurita. Successivamente ho iniziato a cercare altri bambini da ritrarre e mi è venuta l’idea di creare un muro composto di ritratti ad olio sul Ghetto di Varsavia, ispirato all’opera dell’artista francese Christian Boltansky. Questo progetto riguarda la memoria, e si propone di combattere la caduta nell’oblio, nell’antisemitismo e nel negazionismo della Shoah”.

Il 22 gennaio alle ore 17.00, è previsto l’incontro: “Niñez rubata” per ricordare i bambini vittime della Shoah e contro le ingiustizie di ieri e di oggi presso il Museo ebraico di Venezia (in Campo di Ghetto Nuovo), durante il quale sarà presentato il piccolo catalogo della mostra. Interverranno Michela Zanon codirettrice del Museo ebraico di Venezia, Roberta Semeraro curatrice della mostra; Iris Peynado organizzatrice del progetto, Patricia Shira Mano Tolentino che in dialogo con la lettura delle poesie da parte di Rosalia Ramirez, racconterà la sua esperienza/presa di coscienza e la necessità e di esprimersi sul tema della Shoah.
Un contributo speciale all’incontro sarà dato inoltre da Lia Finzi Federici testimone e autrice del libro “Dal buio alla luce”.

Niñez Rubata, a cura del critico d’arte Roberta Semeraro, è presentata e sostenuta da Iris Peynado, Vicepresidente dell’associazione culturale Ro.Sa.M ed è ospitata, per i suoi contenuti profondamente morali l’installazione da Bikem de Montebello, nello spazio espositivo Magazzino Gallery di Palazzo Polignac Contarini.

Dalla ricerca arrivano nuove promettenti armi contro la Sla

Dalla ricerca arrivano nuove promettenti armi contro la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica, una malattia neurogenerativa caratterizzata dalla perdita progressiva del controllo muscolare.

Un team internazionale di ricercatori coordinato dall’Università della California a San Diego è riuscito a bloccare nei topi la Sla provocata da una mutazione del gene Sod1.
Per farlo gli esperti hanno iniettato nel midollo spinale degli animali, tramite l’utilizzo di un vettore virale, shRNA una molecola di Rna artificiale, in grado di silenziare il gene bersaglio.
Utilizzando questo nuovo metodo su topi affetti da Sla, gli esperti sono riusciti a fermare la degenerazione dei neuroni responsabili del movimento e conseguentemente la progressione della patologia.

Il risultato ottenuto suggerisce che l’uso di questo nuovo metodo di consegna sarà probabilmente efficace anche nel trattamento di altre forme di altri disturbi neurodegenerativi.

 

Papa Francesco: “Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta”.

«Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Questa profezia della prima Lettura si è realizzata nel Vangelo: infatti, mentre i pastori vegliavano di notte nelle loro terre, «la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). Nella notte della terra è apparsa una luce dal cielo. Che cosa significa questa luce apparsa nell’oscurità? Ce lo suggerisce l’Apostolo Paolo, che ci ha detto: «È apparsa la grazia di Dio». La grazia di Dio, che «porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11), stanotte ha avvolto il mondo.

Ma che cos’è questa grazia? È l’amore divino, l’amore che trasforma la vita, rinnova la storia, libera dal male, infonde pace e gioia. Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù. In Gesù l’Altissimo si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi. Ma, possiamo ancora chiederci, perché San Paolo chiama la venuta nel mondo di Dio “grazia”? Per dirci che è completamente gratuita. Mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo.

È apparsa la grazia di Dio. Stanotte ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi. Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene. Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente. Ecco il dono che troviamo a Natale: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. La sua gloria non ci abbaglia, la sua presenza non ci spaventa. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore.

È apparsa la grazia di Dio. Grazia è sinonimo di bellezza. Stanotte, nella bellezza dell’amore di Dio, riscopriamo pure la nostra bellezza, perché siamo gli amati di Dio. Nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, felici o tristi, ai suoi occhi appariamo belli: non per quel che facciamo, ma per quello che siamo. C’è in noi una bellezza indelebile, intangibile, una bellezza insopprimibile che è il nucleo del nostro essere. Oggi Dio ce lo ricorda, prendendo con amore la nostra umanità e facendola sua, “sposandola” per sempre.

Davvero la «grande gioia» annunciata stanotte ai pastori è «di tutto il popolo». In quei pastori, che non erano certo dei santi, ci siamo anche noi, con le nostre fragilità e debolezze. Come chiamò loro, Dio chiama anche noi, perché ci ama. E, nelle notti della vita, a noi come a loro dice: «Non temete» (Lc 2,10). Coraggio, non smarrire la fiducia, non perdere la speranza, non pensare che amare sia tempo perso! Stanotte l’amore ha vinto il timore, una speranza nuova è apparsa, la luce gentile di Dio ha vinto le tenebre dell’arroganza umana. Umanità, Dio ti ama e per te si è fatto uomo, non sei più sola!

Cari fratelli e sorelle, che cosa fare di fronte a questa grazia? Una cosa sola: accogliere il dono. Prima di andare in cerca di Dio, lasciamoci cercare da Lui, che ci cerca per primo. Non partiamo dalle nostre capacità, ma dalla sua grazia, perché è Lui, Gesù, il Salvatore. Posiamo lo sguardo sul Bambino e lasciamoci avvolgere dalla sua tenerezza. Non avremo più scuse per non lasciarci amare da Lui: quello che nella vita va storto, quello che nella Chiesa non funziona, quello che nel mondo non va non sarà più una giustificazione. Passerà in secondo piano, perché di fronte all’amore folle di Gesù, a un amore tutto mitezza e vicinanza, non ci sono scuse. La questione a Natale è: “Mi lascio amare da Dio? Mi abbandono al suo amore che viene a salvarmi?”.

Un dono così grande merita tanta gratitudine. Accogliere la grazia è saper ringraziare. Ma le nostre vite trascorrono spesso lontane dalla gratitudine. Oggi è il giorno giusto per avvicinarci al tabernacolo, al presepe, alla mangiatoia, per dire grazie. Accogliamo il dono che è Gesù, per poi diventare dono come Gesù. Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo: noi cambiamo, la Chiesa cambia, la storia cambia quando cominciamo non a voler cambiare gli altri, ma noi stessi, facendo della nostra vita un dono.

Gesù ce lo mostra stanotte: non ha cambiato la storia forzando qualcuno o a forza di parole, ma col dono della sua vita. Non ha aspettato che diventassimo buoni per amarci, ma si è donato gratuitamente a noi. Anche noi, non aspettiamo che il prossimo diventi bravo per fargli del bene, che la Chiesa sia perfetta per amarla, che gli altri ci considerino per servirli. Cominciamo noi. Questo è accogliere il dono della grazia. E la santità non è altro che custodire questa gratuità.

Una graziosa leggenda narra che, alla nascita di Gesù, i pastori accorrevano alla grotta con vari doni. Ciascuno portava quel che aveva, chi i frutti del proprio lavoro, chi qualcosa di prezioso. Ma, mentre tutti si prodigavano con generosità, c’era un pastore che non aveva nulla. Era poverissimo, non aveva niente da offrire. Mentre tutti gareggiavano nel presentare i loro doni, se ne stava in disparte, con vergogna. A un certo punto San Giuseppe e la Madonna si trovarono in difficoltà a ricevere tutti i doni, tanti, soprattutto Maria, che doveva reggere il Bambino. Allora, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù. Quel pastore, accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia. Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio. Si sentì amato e, superando la vergogna, cominciò a mostrare agli altri Gesù, perché non poteva tenere per sé il dono dei doni.

Caro fratello, cara sorella, se le tue mani ti sembrano vuote, se vedi il tuo cuore povero di amore, questa notte è per te. È apparsa la grazia di Dio per risplendere nella tua vita. Accoglila e brillerà in te la luce del Natale.

Natale 1925: Papa Pio XI istituisce la Festa del Cristo Re

L’iniziativa di celebrare il Cristo Re con una festa liturgica apposita può essere attribuita a Papa Leone XIII, perché fu lui, nel lontano 1899, ad avanzare l’idea che gli uomini dovessero consacrare universalmente il Sacro Cuore di Gesù mediante l’istituzione di un giorno solenne. Solo non ebbe tempo di ufficializzare la pratica. Pio XI, al secolo Ambrogio Damiano Achille Ratti, pochi anni dopo si occupò esclusivamente di accelerarne il processo istitutivo promulgando l’enciclica Quas Primas, che vide la luce l’11 dicembre 1925 (non a caso, a poche ore dall’omaggio all’Immacolata Concezione e a ridosso del Natale).

A fare pressione sui pontefici che si erano succeduti negli anni furono alcune suppliche rivolte dal collegio cardinalizio e dai vescovi, i quali, in più di un’occasione, si erano dedicati anche a una serie di raccolte di firme. Ma i dubbi e le obiezioni, all’interno dello stesso mondo cattolico, erano altrettanto vivaci e motivo di inibizione. Le cause erano diverse e abbastanza complesse. Cerchiamo di decifrarle.

In primo luogo, sotto l’aspetto teologico puro, l’iniziativa trovò le resistenze di coloro che ritenevano l’Epifania una celebrazione analoga in cui era già contemplata la glorificazione del Signore, in particolare nella Natività; ma c’era anche una componente politica: per i cattolici liberali, in un’epoca contraddistinta dalla forte crescita dei partiti di ispirazione popolare, il potere monarchico rappresentava una forma di governo superata ed estemporanea. C’era infine un terzo elemento, di natura sociologica, che investiva direttamente la condizione geopolitica internazionale, ed era la progressiva affermazione dei totalitarismi, i quali, passato poco tempo dalla tragedia della Grande Guerra, stavano reclutando milioni di proseliti. A questa politica – era la posizione assunta dalla Chiesa – andava contrapposta la fede in Cristo, unico vero Sovrano di fronte all’intera umanità. Il Re, per l’appunto.

Che il Santo Padre, naturalmente stimolato dalla “spinta centrifuga” del cattolicesimo tradizionalista ancora ferito dai segni secolarizzanti imposti dalla presa di Roma, tempio della cristianità, volesse rimettere le cose al loro posto, lo si evinse dalle frasi introduttive scandite nell’enciclica: “(…) Tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore.” E’ evidente il richiamo al capitolo XIX dell’Apocalisse, allorché agli ebrei apparve Colui che figurava come “Re dei re e Signore dei signori” abbracciando “anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”.

Quas primas, benché possa sembrare una delle tante promulgazioni cattedratiche perpetuate nel corso dei secoli, ha invece un significato profondo e arriva in una fase molto delicata per l’intera comunità. Il testo interpreta il moto di disapprovazione della Chiesa a seguito di decenni di scontri e controversie con l’autorità civile, e la sottolineatura che – nel corso di un’epoca caratterizzata dalla diminuzione delle libertà, dal crescente odio e dall’ira – l’amore e la fede restano le prerogative più adatte per scongiurare ogni guerra o violenza di alcun tipo.

Per risollevarsi, l’intera umanità dovette tuttavia attendere sino al 1946, anno spartiacque che rappresentò solo l’inizio della ricostruzione e il momento di redenzione per chi aveva appena seminato livore e disfacimento. Affinché “i desiderati frutti fossero più abbondanti e durassero più stabilmente nella società umana”. Come Quas Primas aveva in precedenza auspicato.

Quante Dc?

C’è poco da fare. Ormai diventa quasi una abitudine. E cioè, ogniqualvolta un partito assume una importanza politica significativa accompagnato da un consenso altrettanto significativo, il confronto con la storia, l’esperienza e la vicenda della Democrazia Cristiana diventa quasi obbligatorio. A 25 anni dalla fine di quel partito, gli esempi si moltiplicano e, come da copione, sono destinati a sciogliersi come neve al sole perché, molto semplicemente, non ci sono gli elementi basilari per tracciare qualsiasi confronto.
In ordine temporale, Forza Italia, il Partito democratico, il movimento 5 stelle e, infine, la Lega di Salvini, sono stati puntualmente paragonati alla Dc e puntualmente sono stati smentiti dalla concreta esperienza politica italiana. E questo, senza entrare nei dettagli, per tre motivi sostanziali.

Innanzitutto la classe dirigente. Al di là della sostanziale criminalizzazione politica declinata e raccontata per svariati lustri – giudizio poi leggermente rivisto nel corso degli anni – di quasi tutta la classe dirigente democristiana, non c’è dubbio che è difficile non prendere atto che la Dc era popolata da molti statisti e da esponenti politici con una levatura nazionale ed internazionale degna di nota. E’ possibile, se dobbiamo essere intellettualmente onesti, fissare qualche paragone tra quella classe dirigente e quella dei partiti che virtualmente avrebbero dovuto raccogliere quella eredità? Ogni commento è francamente superfluo.

In secondo luogo la cultura politica che ha ispirato per quasi 50 anni la prospettiva della Democrazia Cristiana. Si trattava di una cultura politica che affondava le sue radici nel cattolicesimo politico, nel cattolicesimo sociale e nel cattolicesimo popolare. Cultura, sensibilità, valori e principi che nei partiti virtualmente eredi si riducono a semplici titoli del tutto disancorati dal progetto politico perseguito da quei medesimi partiti.
In ultimo il progetto politico, la cultura delle alleanze e la stessa prospettiva politica della Dc. Certo, si tratta di un confronto impossibile ed anacronistico perché, rispetto ai tempi del Dc, sono profondamente cambiate le condizioni storiche, politiche, culturali e anche ecclesiali e religiose. Ma, al di là di questo elemento, e’ del tutto evidente che i singoli progetti perseguiti da quei partiti sono estranei, esterni e avulsi da ciò che ha rappresentato politicamente e storicamente la Democrazia Cristiana.

Ecco perché la voglia e l’enfasi di confrontarsi con la Dc – anche solo sotto il profilo del consenso elettorale – resta del tutto fuori luogo. Semmai, e prendendo atto definitivamente che la Dc e’ stata un “prodotto storico”, come ha detto con lucidità Guido Bodrato che quando si è “sciolta è andata in mille frantumi come un vetro infrangibile”, sarebbe opportuno consegnare definitivamente alla storia e agli archivi quella esperienza politica, culturale, programmatica ed umana e, al contempo, evitare che improvvidi e scaltri opinionisti e commentatori continuino ad esercitarsi in impossibili e anche ridicoli confronti. Per serietà politica sopratutto e anche per il rispetto del passato.

Il Natale allegro e gentile di R. L. Stevenson

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Sostiene Borges nella poesia I giusti che le persone che sono contente «che sulla terra ci sia Stevenson», magari senza saperlo, «stanno salvando il mondo». Nel novero di quei giusti che amano Stevenson fanno parte, insieme al poeta argentino, uno stuolo numerosissimo di lettori colpiti e avvinti dalla felicità che scaturisce dall’arte poetica e narrativa dello scrittore scozzese e che ora, grazie alla casa editrice Vita e Pensiero, possono aggiungere un altro piccolo gioiello al loro già grande tesoro letterario. La pubblicazione del Sermone di Natale del 1887 insieme ad altri pochi e brevi testi “natalizi” (Milano, 2019, pagine 100, euro 13) rappresenta una tessera di piccole dimensioni ma essenziale per ricostruire l’enigmatico profilo di questo grande narratore, spesso sbrigativamente liquidato come autore di romanzi d’avventura per ragazzi. Anche perché ha ragione Albert Manguel (un altro dei “giusti”) quando nella prefazione afferma che «Ogni scrittore incarna un mistero (…).

Nel caso di Stevenson, innumerevoli studi biografici e critici tentano di definire l’uomo da una varietà di punti di vista. Nessuno lo coglie per intero e nessuno, certamente, ne spiega il mistero». Questi testi illuminano una zona della “geografia stevensoniana” poco esplorata, quella della fede e più direttamente anche delle preghiere. Manguel cita una riflessione della moglie dello scrittore, Fanny, per cui per il marito «la preghiera, l’appello diretto, era una necessità. Quando era felice si sentiva spinto a offrire ringraziamenti per quella gioia immeritata; quando era triste o soffriva, invocava la forza per sopportare ciò che si deve sopportare». Colpisce la profondità del pensiero presente in questi testi scritti con la consueta semplicità e il nitore che i lettori dei romanzi di Stevenson conoscono e apprezzano, al punto che un altro suo grande lettore, Chesterton, nel saggio biografico che gli ha dedicato, lo ha definito «teologo cristiano senza saperlo», anche perché, continua l’inventore di padre Brown, «Stevenson aveva l’onestà splendida e squillante di testimoniare, con una voce simile a una tromba a favore di una verità che lui stesso non comprendeva».

Il “teologo” Stevenson mostra in questi testi squisitamente religiosi la sua dottrina di cui aveva già intriso le sue opere letterarie, come ad esempio la sua avversione verso il moralismo e la sua predilezione per l’allegria. Scrive nel Sermone di Natale: «La gentilezza e l’allegria: ecco due cose che vengono prima di ogni moralità; questi sì sono i perfetti doveri. Il problema con i moralisti è che essi non possiedono né l’uno né l’altro» e aggiunge: «C’è un’idea che circola tra i moralisti, e cioè che si debba rendere buono il prossimo. Debbo rendere buona una sola persona: me stesso. Mentre il mio dovere verso il prossimo si esprime più efficacemente dicendo che debbo, per quanto posso, renderlo felice». Si capisce allora perché questo scrittore che con le sue opere ha reso felici milioni di persone, si scagliasse con veemenza contro il reverendo Charles M. Hyde che aveva pubblicato sul «Sidney Presbyterian» un articolo con cui infamava la memoria del missionario cattolico Damiano De Veuster (poi beatificato nel 1995 da Giovanni Paolo II) in una lettera riportata in questo volume ispirato al Natale.

Lo scontro tra Stevenson difensore del missionario e il reverendo Hyde è lo scontro tra l’operosità della carità e il freddo (pre)giudizio dei moralisti, uno scontro a cui lo scrittore era particolarmente sensibile: nel suo capolavoro che vede tra i suoi protagonisti, per sorprendente coincidenza, un altro Hyde, è proprio questo il tema dominante perché, con dolente saggezza, Stevenson sa bene che il mondo è il campo in cui male e bene sono mischiati, attorcigliati l’uno sull’altro come la zizzania si intreccia sulla spiga del grano buono e che ogni approccio manicheo e ogni soluzione moralistica sono destinati a fallire.

Il moralismo non è mai morale, ci dice Stevenson, e come al cuore del Natale c’è la discesa di Dio che si china sull’uomo fino a diventare uomo lui stesso, così nel “natale” di ogni giorno il cristiano è chiamato a fare lo stesso cammino di abbassamento: «Esigiamo compiti più elevati perché non siamo capaci di riconoscere l’elevatezza di quelli che già ci sono assegnati. Cercare di essere gentili e onesti sembra un affare troppo semplice e privo di risonanza per uomini del nostro stampo eroico; piuttosto ci getteremmo in qualcosa di audace, arduo e decisivo: preferiremmo scoprire uno scisma o reprimere un’eresia, tagliarci una mano o mortificare un desiderio.

Ma il compito davanti a noi, cioè quello di sopportare la nostra esistenza, richiede una finezza microscopica, e l’eroismo necessario è quello della pazienza. Il nodo gordiano della vita non può essere risolto con un taglio: ogni intrico va sciolto sorridendo». Questi testi dimostrano come la luce del sorriso di Stevenson si sia irradiata nel mondo e lo abbia contagiato, al punto che l’affermazione poetica e paradossale di Borges può risultare anche portatrice di una credibile e sorprendente verità.

Il senso missionario del Natale in Africa

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Per comprendere il senso e il significato del Natale in chiave missionaria è utile riflettere sull’esperienza di un caro amico che vive in Kenya. Ho trovato, proprio in questi giorni, nelle pagine di uno dei miei tanti taccuini di viaggio, una serie di appunti che riguardano proprio lui: Gianfranco Morino. Si tratta di un medico che conobbi nel 1993 a Nairobi. È una persona affabile, generosa e perspicace, con un’innata passione per i poveri che ha sempre servito con zelo e dedizione. Chirurgo abilissimo, sessantuno anni, originario di Acqui Terme (Alessandria), Gianfranco vive in Kenya ormai da oltre 33 anni con la moglie Marcella Ferracciolo, di Casalpalocco (periferia di Roma). Dal loro matrimonio sono nati quattro figli, tre dei quali ora sono in Italia per completare gli studi universitari. 

La famiglia Morino è missionaria per vocazione: Gianfranco e Marcella si sono conosciuti quando erano volontari a Tigania nel distretto del Meru, nel nord del Kenya, e d’allora si sono voluti così bene che hanno deciso di rimanere in Africa riuscendo straordinariamente a coniugare professione, servizio e vita familiare. Gianfranco ha lavorato per anni con il Comitato Collaborazione Medica (CCM), una Ong di Torino presso il Nazareth Hospital, gestito dalle suore della Consolata. Successivamente, nel 2001, ha fondato World Friends, una Ong che gli ha consentito, sette anni dopo, di fondare alla periferia di Nairobi il Ruaraka Uhai Neema Hospital, un ospedale moderno ed efficiente costruito tra le baraccopoli di Mathare e di Korogocho, lungo la trafficata Thika Road. I pazienti in corsia — 70 posti letto — sono soprattutto donne e bambini. Le cifre parlano chiaro se si considera che ogni anno vengono effettuati tremila parti, oltre 1600 interventi chirurgici di vario genere e 130 mila visite ambulatoriali. Inoltre, l’ospedale è un centro di formazione per medici e infermieri. Il chiodo fisso che Gianfranco ha in testa, alla luce della sua lunga esperienza, è quello di avere un approccio globale alla medicina, che includa educazione, prevenzione, attività clinica, diagnostica, chirurgica, formazione e lotta alla disabilità. Da rilevare che questo approccio olistico trova anche un felice riscontro nel cosiddetto progetto Medical camp: medici e infermieri del Neema che fanno visite, distribuiscono farmaci, effettuano medicazioni nelle baraccopoli di Nairobi. Spesso, in passato, mi è capitato di seguire Gianfranco nei suoi itinerari attraverso lo slum di Korogocho, dove vivono 100 mila persone che per fame rovistano nei rifiuti in condizioni impossibili. Più della metà è malata di Aids. «La mancanza di tutto ha alimentato la miseria materiale e spirituale, mentre la solidarietà è stata minata alle radici, e la prostituzione e la violenza dilagano» mi ha spiegato Gianfranco che in questi anni ha svolto la sua missione anche grazie al sostegno della sua diocesi d’origine, quella di Acqui che, attraverso la Caritas locale, gli ha consentito di assistere schiere di ammalati. 

La situazione sanitaria del Kenya è un po’ la cartina di tornasole dell’intero continente dal punto di vista dell’esclusione sociale. Vi sono vari tipi d’ospedali: quelli statali, generalmente fatiscenti e male organizzati; quelli privati, spesso adeguati agli standard occidentali (come quello costruito dall’Aga Khan a Nairobi), ma molto costosi e quindi riservati ai pochi che possono permetterselo; e poi dulcis in fundo vi sono quelli missionari e delle Ong che cercano di fare quello che possono e spesso anche di più. L’Africa è un continente bellissimo, anche se la povertà d’infrastrutture, l’endemica corruzione, lo sfruttamento delle risorse e le fallimentari politiche di sviluppo, rendono dura la vita e spesso impediscono alla gente di curarsi adeguatamente. Si è poi soliti pensare che in un ospedale, di un Paese come il Kenya, le patologie con cui si viene più frequentemente a contatto siano quelle della cosiddetta medicina tropicale. Questo è vero solo in parte, poiché una minima quota delle malattie diffuse ai tropici trova la sua unica spiegazione nel fattore climatico. Nella maggior parte dei casi si ritrovano quelle malattie che erano maggiormente diffuse nei Paesi occidentali prima della rivoluzione industriale. «È stato dimostrato — mi ha spiegato Gianfranco — che in Europa la diminuzione di certe patologie come quelle infettive, si è verificata, prima dell’introduzione di farmaci quali gli antibiotici e dell’immunoprofilassi, grazie al miglioramento delle condizioni alimentari e dello standard di vita. Ecco che allora il termine “medicina tropicale” molte volte maschera quella che invece sarebbe più giusto chiamare medicina del sottosviluppo, del mancato sviluppo, o ancora, meno eufemisticamente, medicina della povertà». Infatti, il tragico stato di salute delle popolazioni della fascia tropicale è sintomatico soprattutto del fatto che questi Paesi sono caratterizzati da una terribile mancanza di risorse, soprattutto economiche, ma anche formative, sociali e professionali. «Come altrimenti si potrebbe spiegare — sono sempre parole di Gianfranco — l’altissima frequenza di lesioni perineali da parto, dovute alla mancanza d’adeguata educazione e assistenza, oppure la presenza di pazienti con ernie inguinali strozzate che giungono all’ospedale in condizioni generali disperate, con ritardi di giorni o settimane, a causa della mancanza di trasporti adeguati?».

Il lettore potrebbe comunque domandarsi come mai, chi scrive, abbia associato il Natale ormai alle porte, con la figura del dottor Morino? A parte lo stretto legame spirituale tra il mistero dell’Incarnazione e la testimonianza di tanti missionari come Gianfranco, vi è anche un’altra ragione. Non molti anni fa egli lanciò, a nome di World Friends, una campagna intitolata “Fiori degli slum”, in riferimento ai bambini nati fra le baracche e le fogne a cielo aperto. Da quelle parti, nelle baraccopoli non cresce niente: non ci sono prati, fiori o alberi. Un paradosso se si pensa che i turisti vengono in Kenya per ammirare la natura rigogliosa delle savane o delle foreste. I fiori degli slum, allora, sono la metafora di quelle creature che vengono al mondo in un contesto di grande miseria, come Nostro Signore duemila anni fa in Palestina.

Finisce l’era del franco Cfa

Il presidente francese Emmanuel Macron e l’omologo ivoriano Alassane Ouattara annunciano la fine del franco Cfa, la moneta in vigore dl 1945 in diversi paesi dell’Africa centrale e occidentale.

Lo riferisce la stampa francese, spiegando che la notizia è stata data dai due capi di Stato durante un conferenza stampa congiunta tenuta il 21 dicembre scorso ad Abidjan.

Il franco Cfa verrà sostituito con una nuova moneta unica chiamata Eco.

La riforma riguarderà otto paesi dell’Unione economica e monetaria ovest-africana (Uemoa). Questo passaggio ad un’altra valuta prevede due importanti cambiamenti. Il primo riguarda la fine dell’obbligo per la Banca centrale dell’Africa dell’ovest (Bceao) di piazzare il 50 per cento delle sue riserve di cambio presso il Tesoro francese.

Il secondo, invece, mette fine alla presenza della Francia all’interno degli organi di gestione dell’Uemoa.

Firenze: “Nella luce degli angeli”

Si intitola “Nella luce degli angeli” ed è la mostra virtuale a tema che gli Uffizi hanno deciso di regalare ai visitatori virtuali di tutto il mondo in occasione del Natale. Dell’ipervisione fanno parte 12 riproduzioni in altissima definizione di altrettante celebri opere appartenenti alle Gallerie. Tra i capolavori, “Madonna col Bambino in trono, angeli e santi (Maestà di Ognissanti)” di Giotto.

Nella Bibbia, erano identificati con la parola mal’ak cioè messaggero, un termine in seguito utilizzato anche nel Corano, il testo sacro rivelato a Maometto proprio dall’arcangelo Gabriele, inviato da Dio.

L’equivalente greco è anghelos, e connotava Hermes, il messaggero degli dei; dalla mitologia la parola transita nel Cristianesimo e assume il significato valido ancora oggi in quasi ogni lingua. E proprio in quanto messaggeri di Dio gli angeli popolano l’Antico Testamento, appaiono nel libro del Genesi a mettere in atto la cacciata di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden, corrono a fermare Abramo un attimo prima che vibri il colpo mortale sul figlio Isacco, o rivestono il ruolo di spirito guida: è il caso del giovane Tobiolo, scortato amorevolmente dall’arcangelo Raffaele nel lungo viaggio intrapreso per recuperare i crediti del vecchio padre.

Anche nei Vangeli il compito di queste creature eteree, né umane né divine, è quello di connettere terra e cielo, accompagnando la vita di Gesù e della sua famiglia.

In ognuno dei capolavori scelti ci sono gli angeli, mediatori tra il mondo umano e quello divino, che catturano la nostra attenzione, sia per la bellezza della resa pittorica sia per certe tenerissime invenzioni figurative.

 

 

Stelle di Natale in una famiglia su due

Quest’anno più di una famiglia su due (54%) comprerà una Stella di Natale per un totale di quasi 14 milioni di piante. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti/Ixè sugli acquisti verdi degli italiani nel periodo delle feste. L’andamento delle vendite è stabile con prezzi vanno dai 2,5 euro per gli esemplari più piccoli per arrivare anche ai 150 euro degli alberelli più strutturati.

Le stelle di Natale – spiega la Coldiretti – sono divenute protagoniste delle feste grazie al loro colore rosso intenso tipico della festa e alla disposizione delle foglie che le rendono simili ad una cometa, una forma affascinante tanto che il suo nome latino “Euphorbia pulcherrima” significa bellissima. Anche se non tutti sanno – spiega Coldiretti – che i veri fiori della stella di Natale, pianta originaria del Messico, sono quelli di colore giallo all’interno, mentre le parti di colore rosso non sono altro che foglie che assumono tale colorazione in particolari periodi dell’anno.

Solitamente tali brattee sono rosse, ma possono essere anche rosa o bianche e tendono, per motivi fisiologici, a cadere dopo le feste, verso la primavera. Ma questo non vuol dire che sia morta, infatti bastano alcuni accorgimenti per averla ancora in casa l’anno dopo: quando la pianta rimane “nuda” – spiega la Coldiretti – è importante mantenerla all’ombra, lontana da luoghi dove possa ricevere luce artificiale (lampadine, televisioni) perché si tratta di una pianta “brevidiurna” che fiorisce in conseguenza di un adeguato periodo trascorso con un basso numero di ore di luce.

Durante il periodo primaverile – informa la Coldiretti – è opportuna una potatura e un trasloco in terrazzo per poi farla rientrare in case verso ottobre/novembre in un ambiente poco luminoso (8 ore massimo di luce al giorno) al fine di facilitare la crescita di nuovi rami e foglie che assumeranno il caratteristico colore rosso. Questa pianta – conclude Coldiretti – predilige concimazioni a base di potassio e fosforo, soprattutto nel periodo autunno invernale.

Per Natale arriva il pandoro di mozzarella

Ogni anno in Italia si producono circa 40 milioni di chili di mozzarella di bufala campana Dop. Questo latticino è prodotto solo con latte fresco e intero di bufala di razza mediterranea italiana.

Ma quest’anno c’è una novità sotto l’albero.

L’idea è stata partorita da un ristorante di Ercolano, in provincia di Napoli, che ha lanciato sul mercato il pandoro di mozzarella di bufala.

Un prodotto che nasce dall’esperienza di antichi maestri artigiani, da sempre legati alla produzione e alla lavorazione del latte di Bufala e dei suoi derivati.

 

Tumore seno. Elevato rischio di mortalità cardiovascolare.

Nei dieci anni che seguono al trattamento del tumore del seno, le donne sono ad aumentato rischio di morte per il carcinoma mammario stesso o per altri tipi di tumori, nonché per malattie cardiache, ictus e infezioni.

L’indagine ha preso in considerazione più di 750mila donne con diagnosi di carcinoma mammario e seguite per una media di 15 anni. Di queste, circa 183mila pazienti, pari al 24%, sono morte entro 15 anni dalla diagnosi, a un’età media di 73 anni. Il numero più elevato di decessi, 84.500, pari al 46%, si è verificato entro uno o cinque anni dalla diagnosi, mentre le morti non dovute a cancro più comuni sono state quelle causate da infarti, ictus ed emorragie cerebrali.

Dobbiamo formare dei Comitati locali per il “no” al taglio dei parlamentari.

Il referendum sul taglio dei parlamentari si farà. Sono, infatti, prive di fondamento le opinioni circolate appena data la notizia dell’ormai raggiunto quinto dei senatori necessario per l’indizione del referendum sulla legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari. Un’eventuale crisi di governo non bloccherebbe l’iter referendario. È bene pertanto non lasciarsi condizionare dai dubbi; dobbiamo da subito iniziare a spiegare agli italiani perché sarebbe opportuno votare NO a questa riforma.

Per quanto riguarda noi di Solidarietà, è stata obbligata, dal nostro stesso statuto, la scelta di affiancare con il lobbyng sui senatori l’iniziativa di Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Nazario Pagano di aprire la raccolta di firme a Palazzo Madama per chiedere il referendum.
Nel nostro statuto sta scritto: Sul piano costituzionale, l’Associazione vuole uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, rispettando e promuovendo i nuclei e gli organismi naturali, come la famiglia fondata sul matrimonio, la personalità individuale e le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domanda la riforma dell’istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale.

Noi di Solidarietà siamo innamorati del meno peggiore dei sistemi di governo, cioè della democrazia; siamo contrari al sistema oligarchico e alla dittatura.
Allora ragioniamo da subito su quel che dobbiamo fare per organizzare la campagna referendaria. Noi di Solidarietà proponiamo che si formino Comitati locali a livello provinciale in tutto il Paese e all’Estero. Invitiamo a promuovere la formazione dei Comitati, in particolare, tutte le Associazioni cattoliche e tutti i gruppi politici che dicono di ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa, quelli che si richiamano direttamente alla Democrazia Cristiana, ma anche quelli che aspirano alla formazione di un soggetto politico nuovo, come lo sono i gruppi di Politica Insieme, Costruire insieme e Rete Bianca.

Pensiamo che in tutto il Paese deve essere attivato un unico grande coro per far comprendere quale grande esercizio di democrazia diretta sia questo del referendum su una legge costituzionale, che sarà promulgata solo se malauguratamente avranno vinto i SÌ. Per questo varrà la pena alzarsi dalla sedia o dalla poltrona e andare a votare.
Noi siamo per il NO e pensiamo che la vittoria dei SI recherebbe un gravissimo vulnus al sistema democratico. Basterebbe far capire che alcuni territori in Italia come all’Estero, resterebbero senza rappresentanza: nessun senatore né deputato porterà la loro voce in Parlamento. È questo il Paese che vogliamo? Noi crediamo di no e voteremo per il NO.

Verso una nuova forma di democrazia?

Diceva quasi testualmente Philip Kotler nel suo Democracy in Decline. Rebuilding its: la democrazia non è più un prodotto soddisfacente in quanto al cittadino è sottratto il potere di decidere, passato saldamente in mano a milionari e miliardari, a lobby e centrali mediatiche e finanziarie. Questa situazione, aggiungeva poi Giuseppe De Rita, ha determinato il distaccamento tra corpo sociale e potere. Con la conseguenza che il corpo sociale non accetta che il potere prescinda da esso ed invece diventi dipendente dal potere finanziario e dal mercato.

Il risultato oggettivo è che popolo e potere appaiono ormai dissociati: «soggetti indipendenti incapaci di comunicare». Rotti i canali di intermediazione, l’unico elemento che li accomuna resta la reciproca accusa di populismo. Che, come è stato detto, è la “malattia infantile” che colpisce la democrazia rappresentativa, che la sempre più marcata degenerazione tende a trasformare in democrazia “esecutoria”.

Insomma, la retorica populista avanza sempre di più e con la sua vision morale della politica, che tende a marcare la diversità del popolo dalle élites corrotte che devono essere spazzate via, nega ogni pluralismo all’interno del popolo. 

Verso una nuova forma di democrazia

I 70 anni della nato : dall’ordine geopolitico all’ordine geoeconomico

Nel 2019 che ci sta lasciando si è compiuto il 70° compleanno della NATO.
Un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini si è spinto a scrivere su Repubblica che questa ricorrenza assomiglia oggi più ad un funerale che ad un evento celebrativo dai toni rassicuranti. Questa acuta sottolineatura di un attento lettore delle dinamiche internazionali della politica fa il paio con un articolo comparso sul Financial Times nel quale un docente dell’Università di Cambridge evidenziava come, dall’osservatorio europeo, l’Alleanza Atlantica indugi a superare una visione geopolitica dell’ordine mondiale ancorata al XX secolo.

Ciò avviene mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica nel XXI secolo alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata.
Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura.
La transizione dal multilateralismo al bilateralismo è netta con un chiaro costo per i paesi più deboli politicamente ed economicamente.
La creazione di prodotti sotto forma di servizi tecnologici tipica di Giappone e Corea del sud, alleati americani, contribuisce a spostare gli asset strategici dell’economia globale verso l’Asia.

Ciò comporta da parte della Casa Bianca un riconoscimento della Cina quale potenza in grado di determinare nuove primazie e tassonomie in evoluzione nel nuovo ordine mondiale.
Ma implica altresì per i partner europei una diversa riconsiderazione dei fondamentali e dei corollari della NATO all’inizio del terzo millennio, superando gli schemi e i rapporti di forza derivati dalla rivoluzione industriale per adeguarsi alle dinamiche economiche e alla mondializzazione tecnologica del tempo presente.

Ciò che un tempo era considerato l’arbitro indiscusso della stabilità politica planetaria (il controllo della NATO quale agente di garanzia di tutele) ora è subordinato ad uno svincolo sulla condivisione delle strategie dell’alleanza atlantica da parte degli USA che sotto la guida di Trump hanno già lanciato messaggi all’Europa alternando trionfalismi (America first) e recriminazioni sugli investimenti in tema di sicurezza del vecchio continente. Pur chiedendo all’Europa di destinare il 2% del PIL alle spese militari e pur minacciando dazi per 11,2 miliardi di dollari per ritorsione verso la concorrenza Airbus – Boeing.
Le politiche economico-commerciali sono imprescindibili rispetto al rafforzamento dei sovranismi dei singoli concorrenti: USA, Russia e Cina hanno imboccato la strada dell’implementazione delle economie interne per ritagliarsi un ruolo egemone di superpotenze tale che le relazioni internazionali sono viste sotto l’ottica dell’espansione sui mercati mondiali.

Peraltro la priorità della politica asiatica rispetto a quella europea non è incominciata con Trump, bensì già con lo State Department ai tempi di Obama, anche se in maniera meno sfacciata.
La parte debole dell’Europa è assai vulnerabile rispetto a tali politiche espansive, ciò che l’U.E. non ha ancora metabolizzato è che passare da una fase di tutela militare ad una basata sulla conquista dei mercati la rende vulnerabile, un boccone ghiotto in particolare per la lenta avanzata della Cina nel vecchio continente.

Nell’Europa attuale non avvertiamo identità e senso di appartenenza, piuttosto cogliamo attriti, frazionamenti, distinguo, veti incrociati. Dalla Brexit ai gilet gialli a Parigi, dal declino della Merkel al compattamento dei governi nazionali dei Paesi di Visegrad, essa è un ibrido istituzionale malaticcio e diviso quasi su tutto.
Ciò determina un indebolimento nella negoziazione politica che è speculare al declino economico.

USA, Unione Sovietica, Cina e India perseguono visibilmente interessi contrapposti per essere reciprocamente prevalenti: Trump non ha certo visto di buon occhio un’OPA della Cina lanciata sull’Italia ma – attraverso il nostro Paese- tendenzialmente estensibile al vecchio continente. Né credo che Putin ne sia soddisfatto. Qual è il potere contrattuale di un’Europa frazionata, con Governi che la vogliono lasciare, forze politiche sovraniste e nazionaliste, Paesi in recessione economica?

Se L’Europa si presenta indebolita e fragile ai consessi mondiali non saranno certo i brodini e i pannicelli caldi dell’U.E. a rinforzarla.
Il MES , meglio noto come Fondo salva Stati, sembra l’ineluttabile conclusione della crisi del 2008 ma non gode della unanimità dei consensi tra le forze politiche che siedono a Strasburgo.

Il passaggio da una dimensione geopolitica ad una dimensione geoeconomica nel nuovo ordine mondiale che si va configurando deve fare i conti con lo statuto fondativo della Nato, il permanere delle ragioni dell’alleanza atlantica, i focolai di guerra e l’onda d’urto del fondamentalismo islamico, le dinamiche di cooperazione internazionale e la forza prevalente dei mercati rispetto alle matrici ideologiche.

L’espansione della Cina, la crescita economica dell’India, quella demografica della Nigeria, le pressioni migratorie verso l’Europa dalle dimensioni imponderabili (anche in assenza di una politica di gestione condivisa dei flussi e di univocità nelle relazioni con i governi africani) impongono una diversa valutazione delle relazioni internazionali: ciò non significa allentare le ragioni che legano i Paesi aderenti al sodalizio atlantico.

Su questo aspetto Il Domani d’Italia pubblicherà a breve un’intervista all’illustre demografo Giancarlo Blangiardo, che all’incarico accademico assomma la prestigiosa Presidenza dell’ISTAT.

L’equilibrio mondiale è determinato da un mix di fattori di natura politica in senso stretto, economica (ora prevalente) e di scelte di civiltà, di costumi e stili di vita dei popoli.
Occorre affrontare le sfide del presente e del futuro salvaguardando le identità storicamente costituite e consolidate negli ultimi due secoli, per garantire un ordine mondiale basato su pesi e contrappesi.

Trump è inoltre impegnato a delineare una strategia di difesa alla procedura di impeachment nella quale la vicenda Ucraina è solo causa occasionale: lo scontro politico metterà a confronto Camera (a maggioranza democratica) e Senato (a maggioranza repubblicana). Il vero obiettivo è chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca, una variabile affatto insignificante nello scacchiere della geopolitica e della geoeconomia mondiali.
Si respira a livello mondiale un clima da guerra fredda per le interconnessioni tra politica ed economia.

L’annuncio di un “funerale della NATO” non può essere giustificato dalla primazia degli USA che impone dazi doganali agli alleati o chiede di destinare il 2% dei loro PIN nazionali alla difesa militare senza condividere scelte strategiche di tipo politico o economico: per questo è fondamentale che l’Europa recuperi in fretta le ragioni fondative dell’U.E. e dispieghi una politica condivisa e veramente “comunitaria”, che la promuova dal ruolo di partner a quello di soggetto attivo con potenzialità interlocutorie tangibilmente esprimibili. Anche se l’uscita del Regno Unito la renderà inevitabilmente più debole.
La vittoria senza se e senza ma di Boris Johnson avrà ripercussioni difficilmente immaginabili anche se profonde e divisive per il vecchio continente.

Sport di tutti: il bando pubblico per attività sportive dai 5 ai 18 anni

Pubblicato l’avviso pubblico per il progetto Sport di tutti-edizione young rivolto a bambini/e e ragazzi/e dai 5 ai 18 anni e contenente tutti i dettagli e i relativi requisiti per poter partecipare, con allegata la lista delle ASD/SSD aderenti e le relative discipline sportive.
Per iscrivere i ragazzi, le famiglie interessate possono presentare la domanda di partecipazione entro e non oltre le ore 16.00 di giovedì 16 gennaio 2020, accedendo al sito http://sportditutti.it/o direttamente attraverso il seguente link http://area.sportditutti.it.

Per favorire la più ampia partecipazione e facilitare le famiglie nell’iscrizione al progetto, sono state previste due modalità di presentazione del modulo di adesione:
1. modalità online, sul sito www.sportditutti.it, o direttamente accedendo al portale area.sportditutti.it;
2. modalità cartacea, consegnando il modulo presso le società sportive prescelte, consultando l’elenco delle ASD/SSD aderenti.

“Sport di tutti“ è un modello d’intervento sportivo e sociale che mira ad abbattere le barriere economiche di accesso allo sport e declina concretamente il principio del diritto allo sport per tutti, fornendo un servizio alla comunità. L’obiettivo è di promuovere, attraverso la pratica sportiva, stili di vita sani tra tutte le fasce della popolazione, al fine di migliorare le condizioni di salute e benessere degli individui e di garantire il diritto allo sport per ragazzi e famiglie in condizioni di svantaggio economico. Come già indicato, l’intervento si rivolge alla fascia di età dai 5 ai 18 anni, con l’avvio dell’edizione dedicata ai giovani che, grazie alla rete capillare di associazioni e società sportive dilettantistiche che operano sul territorio, avranno la possibilità unica di praticare gratuitamente attività sportiva pomeridiana, per 2 ore alla settimana, scegliendo tra molteplici discipline sportive.

Tutte le informazioni sono disponibili anche consultando il sito www.sportidutti.it, inoltre è possibile rivolgersi ai riferimenti delle Strutture territoriali di Sport e salute (elenco allegato all’Avviso Pubblico).

Scoperte due stelle siamesi a 800 anni luce

Un team di astrofili italiani ha individuato a circa 800 anni luce della Terra una nuova stella variabile, con un aspetto alquanto bizzarro.
Si tratta di un sistema binario, la cui luminosità varia nel corso del tempo, composto da due stelle unite tra loro come due gemelle siamesi, che ruotano l’una attorno all’altra.

La scoperta è stata approvata ufficialmente dall’American Association of Variable Star Observers (Aavso), sul quale sito ufficiale è comparsa una pagina dedicata alla nuova scoperta.

Le stelle siamesi si trovano nella costellazione dell’Auriga e sono state scoperte grazie alla collaborazione tra gli esperti Giuseppe Conzo, Paolo Giangreco Marotta, Stefano Meneguolo, Mara Moriconi e Gabriele Spaziani del Gruppo Astrofili Palidoro, il collega Giorgio Biancardi dell’Unione Astrofili Italiani, Nello Ruocco dell’Osservatorio Nastro Verde e Giorgio Mazzacurati e Paolo Zampolini del Gruppo Astrofili Galileo Galilei.

Le due stelle sono di classe spettrale G5 e ruotano una intorno all’altra in 8.6 ore. Questo sistema binario è di tipo a contatto, per cui le stelle componenti occupano per intero il proprio lobo di roche