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Azione Cattolica. Truffelli: “Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale”

Fonte Agensir a firma di Andrea Regimenti

“Essere popolo per tutti vuol dire sapere che la nostra vocazione, che è anche la nostra identità, è quella di camminare insieme a chiunque”. Ne è convinto Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica (Ac), impegnato in questi giorni a Chianciano Terme nel convegno delle presidenze diocesane. Un’occasione per riflettere “sul tema della fraternità come categoria unificante, attraverso la quale l’Ac intende declinare il tema del popolo ‘civile’ poiché ‘il primo nome di cristiani è fratelli’”. A margine dell’evento il Sir lo ha intervistato.

Presidente, cosa vuol dire oggi essere un popolo per tutti, riscoprirsi fratelli e stare nella realtà del nostro tempo?
“Essere popolo per tutti vuol dire sapere che la nostra vocazione, che è anche la nostra identità, è quella di camminare insieme a chiunque, a quella che nel Vangelo viene chiamata ‘la folla’.

Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale, credenti e non credenti, prendendoci cura della vita concreta e dei bisogni più profondi della loro esistenza.

Consapevoli del fatto che tutti questi bisogni hanno alla radice una necessità fondamentale: riscoprire dentro la vita la presenza del Signore. Se essere ‘popolo per tutti’ significa quindi aiutarci reciprocamente a riscoprire la presenza del Signore, esserlo come fratelli implica invece una seconda domanda fondamentale, quella che il Signore pone a Caino: ‘Dov’è tuo fratello?’. Questa domanda deve guidare ogni nostra riflessione e ogni nostro programma di vita, ovvero cosa fare per essere dove sono i nostri fratelli, per scoprire in ciascuno il volto di un nostro fratello, compreso chi è diverso da noi.

Il fratello è anche l’altro.

Questo ha una valenza ancora più particolare nella dimensione della città, perché è lo spazio in cui la fraternità va scelta, non te la ritrovi come famiglia”.

Questa è una prerogativa che spetta solo ai cattolici?
“Non è chiaramente una prerogativa esclusivamente cattolica. È un elemento che nasce dal desiderio di convivere, del vivere bene insieme. In questo senso

la dimensione della fraternità diventa fondativa della città, perché diventa lo spazio in cui essa viene messa alla prova essendo le città anche un luogo di sopraffazione, violenza, ingiustizia.

Non si devono chiudere gli occhi davanti a queste situazioni, ma bisogna accettare la sfida di prendersene carico”.

Papa Francesco, nell’ Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, in un certo modo lancia questa sfida. “La sfida – scrive il Pontefice – di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità”. Cosa ne pensa?
“Da questo punto di vista l’Evangelii Gaudium è molto provocante, perché ci spinge a interpretare la nostra identità di credenti come un qualche cosa che non può essere circoscritta a noi stessi, ma che ci chiede di cercare gli altri come necessari compagni del nostro camminare dentro al mondo.

La ‘mistica del vivere insieme’ è proprio questo sentimento di bisogno che noi abbiamo degli altri e che abbiamo di camminare insieme con gli altri e per gli altri.

È realizzazione della nostra identità più profonda”.

Questo include anche le drammaticità del nostro tempo?
“Certo! Quando parliamo di fraternità, di camminare insieme, non possiamo farlo pensando che sia tutto ‘rose e fiori’. La condizione della convivenza tra gli uomini è sempre anche una condizione di drammaticità e proprio per questo deve essere un camminare insieme che sa farsi carico delle situazioni di criticità, a partire da coloro che, dentro la città, meno sono ritenuti fratelli, come chi vive nella marginalità, chi non è considerato cittadino perché non membro della comunità e chi addirittura viene ritenuto membro di un’altra fraternità, quelli che consideriamo avversari o nemici. Lo scoprire in ciascuno di essi tratti fraterni ci aiuta a capire e ricordare che apparteniamo tutti a una sola universale famiglia, quella umana”.

Nella grande famiglia umana c’è anche la grande famiglia europea, che si sta preparando all’importante appuntamento delle elezioni di fine mese. Cosa auspica?
“Le elezioni europee sono un passaggio importante da cui dipende, più di quello che crediamo, il futuro del nostro Paese.

Noi siamo abituati a pensare alle elezioni europee come a qualche cosa di relativamente importante. Invece, sempre di più, dobbiamo acquisire la consapevolezza che stare in Europa è decisivo per il nostro futuro.

Pertanto, si deve arrivare a queste elezioni con consapevolezza, sapendo per cosa e come si vota, e sapendo anche che dal modo in cui staremo dentro l’Europa dopo l’appuntamento elettorale dipenderà gran parte di quello che l’Italia potrà essere, perché, in un contesto di fortissima globalizzazione, da soli non possiamo sopravvivere né tantomeno essere protagonisti. Possiamo essere protagonisti solo se lo facciamo assieme a tutta l’Europa”.

In questo senso quanto è importante riscoprire i valori che hanno ispirato i padri fondatori? Alcide De Gasperi, ad esempio, il 21 aprile 1954 alla Conferenza parlamentare europea di Parigi, ha parlato dell’Europa come della “nostra patria”…
“Sì! Dobbiamo riscoprire, saper ridire e saper rilanciare le ragioni del nostro stare in Europa come cittadini europei, che sono certamente legate anche ai benefici economici e di vita, ma ancora di più a un progetto di convivenza pacifica dentro al Continente e per il resto del mondo. Questi sono i fondamento entro i quali dobbiamo riscoprirci europei”.

Se l’aspirazione all’unità non è più una costante

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Flavio Felice

Una «costante della storia mi pare possa dirsi l’aspirazione e la tendenza degli uomini all’unità, ad una unità sempre maggiore». Sono queste le parole che introducono l’intervento di Alcide De Gasperi alla tavola rotonda sull’Europa che si tenne a Roma il 13 ottobre 1953, intitolato: «Il problema spirituale e culturale dell’Europa considerato nella sua unità storica, e i mezzi per esprimere tale unità in termini attuali». Lo statista italiano considerava una tendenza spontanea quella che va da aggregati di scala minore, come il comune, le province e le nazioni, ad aggregati più ampi che possano rispondere al «desiderio di Dio» che tutti gli uomini siano uno: «Ut unum sint» (Giovanni, 17; 22).

L’intenzione che muove De Gasperi e, insieme a lui, l’opera dei padri del processo d’integrazione europea è di lavorare per questa unità, affinché non siano «la crudeltà» e «l’odio» a muovere e a reggere le ragioni della coesistenza civile, bensì il valore della pace: «noi proponiamo e promuoviamo l’Europa unita in sé e per sé». Così come le città unite hanno dato vita alle nazioni, De Gasperi immagina che le Nazioni Unite possano dar vita al processo di unificazione europea, sebbene, precisa De Gasperi, mancandoci la «cosa», ci manchi ancora il «nome»; in pratica, emerge il metodo gradualista o processuale dello statista democristiano, il quale non intende ingabbiare il progetto europeo all’interno di un determinato schema istituzionale, in nome di un dogmatismo dottrinale. De Gasperi, non volendo rinchiudere il progetto europeo all’interno dello schema federale, confederale o altro, si limita a dire che «le nazioni europee creeranno l’Europa».

Le sorgenti culturali che nutrivano il progetto istituzionale degasperiano erano la civiltà classica, l’Europa medioevale, l’età moderna e, affermava De Gasperi, anche la sua contemporaneità, con tutto il carico di desolazione di cui essa era portatrice. Sebbene nel Nostro fosse chiaro il portato universale del cristianesimo che lo renderebbe indisponibile a qualsiasi riduzione geopolitica, riconosceva che non possiamo neppure immaginare l’Europa senza il cristianesimo, fonte di culture politiche e, inevitabilmente, di prospettive sul diritto e sulla socialità, ispirate ai principi di fraternità, di tolleranza, di giustizia e di pace.

Per questa ragione, osservava De Gasperi, l’Europa, almeno nei suoi «elementi spirituali», appariva già abbastanza unita, ciò che mancava erano gli «elementi materiali», quella implementazione istituzionale che rappresentò il vero capolavoro politico dei padri fondatori, intendendo per politica «la via istituzionale della carità» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7), e che condusse al processo d’integrazione europea che, pur tra alti e bassi, è ancora in corso.

Tra gli aspetti più significativi di tale processo, abbiamo la condivisione, da parte di De Gasperi, del modello economico chiamato «economia sociale di mercato», sintetizzato dallo statista trentino con l’espressione, forse oggi equivoca, ma all’epoca molto diffusa, di «terza via» e inserito nel trattato di Lisbona all’articolo 3: «L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico».

De Gasperi ha più volte richiamato tale espressione sia in sede di Assemblea costituente, il 4 ottobre del 1947, sia durante i lavori parlamentari, il 14 febbraio del 1950, sia in occasione del discorso al Congresso della Democrazia Cristiana del 25 novembre 1952, unitamente al corollario di idee politiche, economiche e culturali, tanto nel contesto domestico quanto in quello internazionale, di cui un tale concetto è portatore. Lo statista democristiano riconosce come la teoria dell’economia sociale di mercato possa offrire un contributo originale al rinnovamento della cultura politica liberale europea, fornendo concetti e mostrando una sensibilità non così distanti da quell’umanesimo cristiano che aveva ispirato la nascita della Dottrina sociale della Chiesa e l’opera di tanti pensatori sociali cristiani, fino all’elaborazione politica, economica e sociologica di un esponente della cultura europea come Luigi Sturzo.

L’attenzione di De Gasperi alla nozione di «terza via», così come è stata elaborata dall’economista svizzero tedesco Wilhelm Röpke, è carico di conseguenze rispetto, ad esempio, nei confronti dei possibili sviluppi che la cultura politica del cattolicesimo popolare e la cultura liberale avrebbero potuto testare, e che solo in parte hanno sperimentato, in merito al ruolo di regolatore e di arbitro imparziale, e non di giocatore, dello Stato nell’economia e all’idea stessa di uno «Stato forte» che scongiuri la deriva totalitaria. È interessante leggere come De Gasperi, nel 1950, trovi ormai «ridicolo polemizzare con il liberalismo», come se fossimo ancora ai tempi della Breccia di Porta Pia, essendo venute meno quelle contrapposizioni ideologiche che ponevano in maniera «semplice» e «rude» l’alternativa tra «collettivismo» da una parte e «capitalismo» dall’altro, contrapposizione — a detta di De Gasperi — superata dalla teoria di Röpke che distingue tra un’economia programmatica, conforme al mercato, ed una difforme ad esso.

Un altro tema dal quale, leggendo alcune dichiarazioni di De Gasperi, sembrerebbero riecheggiare i principi dell’economa sociale di mercato e caro a tutta la tradizione ordo-friburghese, è l’affermazione di uno «Stato forte» per una società libera. Come afferma Pier Luigi Ballini, De Gasperi precisò il senso di una locuzione così problematica in un’intervista rilasciata al Messaggero l’8 luglio del 1952, dove alla domanda: «Crede lei allo Stato forte», il leader democristiano risponde: «Lo Stato forte? Sicuro, io credo nello Stato “forte”. Ma bisogna intendersi sulle parole. “Forte” significa reazionario e totalitario? Regime arbitrario o addirittura di classe borghese o proletaria o regime prevalentemente militare? Significa, infine, lo Stato politico? Se si escludono queste interpretazioni, lo “Stato forte” non può essere che quello ove si rispetta e si fa rispettare la legge. La legge, cioè la Costituzione e tutte le altre leggi che sono in vigore e che servono per applicarla». È questa, in buona sostanza, anche l’idea espressa da Röpke, il quale, nella ricerca di una soluzione qualitativamente alternativa tanto alla soluzione libertaria quanto a quella totalitaria, delinea i contorni di «uno Stato che sa tracciare esattamente il limite tra l’agendum e il non agendum, che nel campo spettantegli fa valere con ogni energia la propria autorità, tenendosi invece lontano da ogni immissione al di fuori di quel campo; un arbitro robusto, il cui compito non è né di prender parte al gioco né di prescrivere ai giocatori tutte le mosse, ma invece di vegliare con assoluta imparzialità e incorruttibilità per la più stretta osservanza delle regole del gioco e della correttezza sportiva». Un ruolo per lo Stato che sia «forte ma non affaccendato», per usare un’efficace espressione di Dario Antiseri. Un’idea peraltro condivisa da altri illustri esponenti del pensiero liberale del Novecento: «È alla luce di riflessioni di grandi pensatori come L. von Mises, F.A. von Hayek, K.R. Popper, L. Sturzo e L. Einaudi che appare chiara l’inconsistenza della nefasta falsità stando alla quale il liberalismo non significherebbe altro che «assenza dello Stato», e cioè uno «sregolato laissez faire – laissez passer» o, in altre parole, una giungla anarchica dove scorrazzano impuniti pezzenti ben vestiti ingrassati dal sangue di schiere di sfruttati».

Ritornando all’intervento di De Gasperi dal quale siamo partiti, possiamo concludere che la sua visione europeista fa i conti con il realismo tipico dell’uomo politico, consapevole delle ragioni spirituali dell’unione, ma non per questo soddisfatto e appagato, dal momento che, affinché si dia un’unione politica, è necessario avviare un processo di istituzionalizzazione tutt’altro che scontato. Tale processo prevede alcuni punti fondamentali. In primo luogo, al pari di Sturzo, De Gasperi proponeva la progressiva integrazione della Gran Bretagna e della Russia. In secondo luogo, i popoli europei si sarebbero dovuti definitivamente liberare da secoli di rancori e di pregiudizi che alimentano infondati complessi di superiorità e di inferiorità. In terzo luogo, la progressiva riduzione delle barriere che limitano il movimento degli uomini, delle idee e delle cose; un essenziale prerequisito per la cooperazione tra nozioni, per la giustizia sociale e per la pace. In quarto luogo, procedere gradualmente e «ricercare l’unione soltanto nella misura in cui è indispensabile», preservando, dunque, l’indipendenza in tutti quei campi della vita spirituale, culturale e politica che possano conservare le «fonti naturali della vita comune». Infine, promuovere l’integrazione a partire dal principio: «unità nella varietà delle forze naturali e storiche». Probabilmente in questi anni abbiamo dimenticato l’eredità degasperiana e abbiamo parlato troppo di burocrazia europea e troppo poco di economia reale europea, ancor meno di politica europea e di cultura europea. I Padri fondatori dell’Ue, e con loro Giovanni Paolo II e Helmut Kohl, avevano una visione dell’Europa come famiglia di nazioni che unificava nazioni affratellate da una comune radice cristiana. Era una Europa «nazione di nazioni», in cui la propria originaria identità nazionale si ampliava in una più comprensiva identità europea. Per tale ragione era essenziale che questa Europa avesse delle radici: ebraico-cristiane e greco-latine. Avere delle radici significa anche avere dei confini, aprirsi gradualmente a chi ci è più vicino. I popoli possono essere generosi verso i profughi, ma vogliono possedere le chiavi di casa propria e costruire la fratellanza universale a partire dalla unità con quanti sono culturalmente più vicini. L’apertura illimitata e indiscriminata genera alla fine un timore e un rifiuto altrettanto illimitato e indiscriminato.

Forse dovremmo ripartire dal progetto degasperiano, non volendoci arrendere al populismo autarchico, al totalitarismo aggressivo e al protezionismo liberticida, amando la libertà propria e altrui più di ogni altra cosa e amando la patria altrui almeno quanto la propria. Consapevoli che nessun ordinamento burocratico può evitare e negligere la realtà che esiste sempre qualcosa, come recita il testamento spirituale di Röpke, “oltre l’offerta e la domanda”; questo qualcosa è la dignità della persona (Su questo tema rinvio al “Rapporto Globale sulla Dignità Umana”, curato dalla Fondazione Novae Terrae). Un ordine etico, quello della dignità umana, che chiede ancor oggi di essere compreso con la massima urgenza e profondità, per non correre il rischio di essere sacrificato sull’altare tecnocratico ovvero dell’anarchismo degli interessi individuali, rispettivamente, figli di una logica neocorporativa o lobbistica e di un ottimistico disinteresse per le ragioni dell’ordine sociale e della civitas humana.

Eurostat: “Nel 2018 forte calo di deprivazione materiale in Italia”

Secondo le ultime tabelle Eurostat, le persone che affrontano una “grave deprivazione materiale” erano 5.035.000, oltre un milione in meno dei 6,1 milioni del 2017. E’ l’8,4% della popolazione a fronte del 10,1% del 2017, il dato migliore dopo il 2010.

Tra le spese normali si intende pagare un mutuo, riscaldamento, mangiare proteine regolarmente, fare una settimana di vacanza, avere la macchina o un telefono. Ma la percentuale, seppur in diminuzione, resta la più alta tra i grandi paesi europei con la Germania stabile al 3,4% e la Francia in aumento al 4,7% mentre la Gran Bretagna registra una crescita al 4,6%. Per la Spagna manca la previsione 2018, ma era al 5,1% nel 2017.

In Italia la situazione è migliorata per tutte le fasce di età ad esclusione di quella dei bambini più piccoli con la percentuale dei minori di sei anni in condizione di disagio che passa nel 2018 dall’8,5% all’8,8%.

Per gli under 16 si registra un miglioramento tra il 9,8% del 2017 all’8,4% del 2017 mentre per gli over 65 la situazione migliora notevolmente passando dal 9,4% al 7%.

Alta anche la percentuale delle persone in difficoltà nella fascia centrale di chi è in età da lavoro (25-54 anni) . Tra le spese alle quali non si riesce a fare fronte ci sono il pagamento del mutuo, dell’affitto o delle bollette, il riscaldamento per l’abitazione, la possibilità di mangiare proteine con regolarità, una settimana di vacanza, la lavatrice, la televisione, la gestione di una macchina e il telefono.

Accesa a Roma la fiamma di Minsk 2019. Malagò, l’Italia sarà protagonista

Parte da Roma il cammino della fiaccola che porta a Minsk 2019. E’ stata infatti la suggestiva cornice dell’Ara Pacis ad ospitare la cerimonia di accensione del simbolo della seconda edizione dei Giochi Olimpici Europei che prenderanno il via nella capitale bielorussa il prossimo 21 giugno.

Presenti il Presidente del CONI, Giovanni Malagò, assieme al Segretario Generale, Carlo Mornati, il Presidente dei Comitati Olimpici Europei, Janez Kocijancic, il Segretario Generale dei COE Raffaele Pagnozzi.

“Sono molto onorato di essere qui, Roma è la casa dei Comitati Olimpici Europei, una fantastica associazione – ha sottolineato Malagò -. La Bielorussia ha forti tradizioni in differenti discipline e ho respirato personalmente la splendida atmosfera del vostro comitato olimpico nazionale. L’Italia vuole essere protagonista a Minsk, avremo 188 atleti e103 tecnici e saremo presenti in tutte le quindici discipline anche perché alcune di queste qualificheranno per i Giochi di Tokyo 2020”.

“A Minsk proveremo a dimostrare l’idea di sport, fratellanza, pace ed Europa – ha detto Kocijancic – Tra atleti, tecnici e delegazioni coinvolgeremo migliaia di persone e sarà un evento sportivo fantastico in un bellissimo Paese”. La fiaccola olimpica è quindi passata tra le mani di tre campioni olimpici bielorussi come Alena Bialova (scherma), Uladzislau Hancharou (ginnastica) e Yuliya Nestsiarenka (atletica) prima di essere affidata a dei bikers che attraverseranno l’Europa con il simbolo dei Giochi.

Sambuca di Sicilia: “Case a 1 euro”

L’iniziativa delle “Case a 1 euro” proposte da diversi Comuni si diffonde con successo in tutta la Penisola. E’ l’ora di Sambuca di Sicilia. Il progetto che ha conquistato la ribalta internazionale in seguito alla decisione dell’amministrazione comunale di vendere alcuni immobili abbandonati del centro storico al prezzo simbolico di 1 euro a base d’asta partirà mercoledì 8 Maggio alle 10:30 presso la sede di Palazzo Panitteri. Alla presenza di un notaio e dei rappresentanti della stampa, saranno aperte le buste con le offerte pervenute da tutto il mondo: dagli Stati Uniti al Giappone, dall’Argentina alla Norvegia, dalla Russia a Israele, dall’Ungheria ai paesi Arabi. Complice un servizio televisivo della Cnn che ha diffuso le immagini di Sambuca, poi ripreso dai media italiani e internazionali, centinaia di telefonate provenienti da oltre 100 mila email da tutto il mondo si sono riversate sui centralini del Comune, tanto da rendere necessaria la creazione di una task force per rispondere alle migliaia di richieste.

Il progetto s’inserisce all’interno delle numerose iniziative per la promozione del Comune della Valle del Belice, che nel 2016 ha conquistato il titolo di “Borgo più bello d’Italia”, registrando negli ultimi tre mesi un vero e proprio boom di presenze turistiche, soprattutto dall’estero. Ne è derivato anche un formidabile impulso al mercato immobiliare privato, con oltre cinquanta case già vendute, in particolare ad acquirenti stranieri alla ricerca di un “buen ritiro” in Sicilia. Le “Case a 1 euro”, infine, diventeranno anche un format televisivo internazionale: il network “Discovery Channel” ha infatti inviato un’offerta per l’acquisto di una casa la cui ristrutturazione sarà seguita passo passo da una troupe tv e raccontata da una nota attrice americana.

Aids. I farmaci antiretrovirali prevengono la trasmissione sessuale dell’Hiv

Uno studio europeo condotto su quasi 1.000 coppie di uomini gay che hanno avuto rapporti non protetti – con un partner affetto da HIV e sotto terapia con farmaci antiretrovirali (ART) – ha riscontrato che il trattamento è in grado di prevenire la trasmissione sessuale del virus. Dopo otto anni di follow-up delle coppie sierodifferenti, i ricercatori non hanno rilevato casi di trasmissione di HIV all’interno delle coppie.

“I nostri risultati forniscono evidenze certe agli uomini gay che il rischio di trasmissione dell’HIV con la terapia antiretrovirale soppressiva è pari a zero”, dice Alison Rodger, docente presso lo University College London, che ha co-condotto la ricerca.

Rodger ha sottolineato che questo “messaggio forte” potrebbe contribuire ad arrestare la pandemia di HIV prevenendo la trasmissione del virus in popolazioni ad alto rischio. Soltanto all’interno dello studio, ad esempio, i ricercatori stimano che la terapia antiretrovirale soppressiva abbia prevenuto circa 472 trasmissioni di HIV in otto anni.

Germania: l’Unione è il primo partito con il 28 per cento

Da un sondaggio pubblicato dall’emittente televisiva tedesca “Ard” si evince che L’Unione, la coalizione conservatrice formata al Bundestag da Unione cristiano-democratica (Cdu) e Unione cristiano-sociale (Csu), è ancora il primo partito in Germania, con il 28 per cento delle preferenze.

In seconda posizione rimangono stabili i Verdi al 20 per cento, seguiti dal Partito socialdemocratico tedesco (SpD), che su base mensile guadagna un punto e sale al 18 per cento.

Invariata in quarta posizione con il 12 per cento Alternativa per la Germania (AfD), partito di destra che raccoglie consensi anche tra gli ambienti estremisti.

La Sinistra aumenta le proprie preferenze di un punto e si attesta al 9 per cento, scavalcando il Partito liberaldemocratico, che cede la medesima quota e scende all’8 per cento.

Il restante 5 per cento del campione ha dichiarato che voterebbe per “altri partiti”.

Le elezioni locali in Inghilterra puniscono conservatori e laburisti

Si è votato per 248 consigli comunali e circoscrizionali dell’Inghilterra e per 11 dell’Irlanda del Nord, nonché per i sindaci di 6 fra località e comprensori inglesi (le città di Bedford, Copeland, Leicester, Mansfield e Middlesbroug e l’area di North of Tyne).

Allo stato attuale, i conservatori hanno perso oltre 1.300 consiglieri mentre il partito Laburista ha perso decine di consiglieri. Nel frattempo, i Lib Dems e i Verdi hanno più di 650 consiglieri i primi, oltre 180 i secondi.

Si assiste anche ad una buona affermazione dei candidati indipendenti.

Tutti gli analisti politici sono d’accordo nell’affermare che il responso delle urne è una “punizione” per i due grandi partiti che non riescono a uscire dall’impasse del divorzio europeo.

“Se il partito conservatore non correggerà il suo comportamento, è finito”, ha commentato il parlamentare tory Bernard Jenkin, uno dei più strenui sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’UE. Bisogna dare alla gente “una vera e propria Brexit”, ha aggiunto.

Infatti alle elezioni europee i sondaggi danno in testa, con oltre il 30 per cento, il nuovo Brexit Party di Nigel Farage (che non era presente al voto locale), mentre il partito della May rischia di scendere al 13 per cento. Secondo gli esperti anche i laburisti perderanno voti a favore di Change Uk, un nuovo soggetto filo-europeo pronto al debutto.

Anche se, bisogna dire, che questo risultato tremendo e quello che si prevede per il prossimo voto,  non può certo peggiorare la posizione già precaria della May.

 

Pedoto: Un’impresa spaziale

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole. In coordinated press conferences across the globe, EHT researchers revealed that they succeeded, unveiling the first direct visual evidence of the supermassive black hole in the centre of Messier 87 and its shadow. The shadow of a black hole seen here is the closest we can come to an image of the black hole itself, a completely dark object from which light cannot escape. The black hole’s boundary — the event horizon from which the EHT takes its name — is around 2.5 times smaller than the shadow it casts and measures just under 40 billion km across. While this may sound large, this ring is only about 40 microarcseconds across — equivalent to measuring the length of a credit card on the surface of the Moon. Although the telescopes making up the EHT are not physically connected, they are able to synchronize their recorded data with atomic clocks — hydrogen masers — which precisely time their observations. These observations were collected at a wavelength of 1.3 mm during a 2017 global campaign. Each telescope of the EHT produced enormous amounts of data – roughly 350 terabytes per day – which was stored on high-performance helium-filled hard drives. These data were flown to highly specialised supercomputers — known as correlators — at the Max Planck Institute for Radio Astronomy and MIT Haystack Observatory to be combined. They were then painstakingly converted into an image using novel computational tools developed by the collaboration.

Come cantava Jarabe De Palo (però… bella musica in quegli anni!) da che punto guardi il mondo tutto depende … La foto che di recente ha fatto il giro del mondo, ci ha svelato dove si nascondeva l’ombra del buco nero al centro della Galassia M87. Già. Mercoledì 10 aprile 2019, alle 15.07 ora italiana (tutti alla stessa ora!), si è alzato il sipario.

Erano anni ormai che i ricercatori sapevano. Ma, per fotografare e mostrare l’immagine, resa nota a noi mercoledì scorso, del buco nero e della sua ombra, serviva uno strumento ‘spaziale’. Come fare il telescopio più grande del mondo? Gli scienziati dell’Event Horizon Telescope (EHT) hanno legato una infinita scia di dati mettendo in rete 8 radiotelescopi, con la tecnica che li sincronizza (Very-Long-Baseline Interferometry Vlbi), che sono posizionati in varie parti del globo terrestre, sfruttandone la rotazione.
Senza scomodare il soft rock anni Novanta, di Jarabe De Palo, tutto dipende da che punto lo guardi. Beh, da questo punto di osservazione io vedo l’impresa spaziale di più di 200 Ricercatori da ogni parte del mondo, ognuno con l’ora del Paese in cui è seduto ma, tutti uniti in una rete virtuale, dalla Terra, che vedono lo stesso spettacolo galattico: l’ombra del buco nero al centro della Galassia M87.

Nuova Europa: “I veri stati generali dell’Unione sono a Ventotene”

L’associazione Nuova Europa in un post su Facebook  scrive: “I veri stati generali dell’Unione sono a Ventotene”.

Questo perché nell’isola di Altiero Spinelli è in corso “il Ventotene Europa Festival”, evento di riflessione e confronto sull’Europa per una cinquantina di giovanissimi che vengono da Parigi, Madrid, Roma.

“Le parole dell’Europa” il tema di questa cinque giorni giunta alla terza edizione: oltre a ritrovare il senso di alcune parole chiave in momenti seminariali e gruppi di confronto, i giovani stanno lavorando alla redazione di una serie di “Proposte per l’Europa 2019-2024”, un nuovo “manifesto” che sarà consegnato a decisori politici europei nel corso di una tavola rotonda conclusiva (5 maggio) su “Che Europa sarà”.

L’Inps fa il bilancio dei primi 15 mesi di Reddito d’inclusione

E’ stato pubblicato il 30 aprile l’Osservatorio sul Reddito di cittadinanza con i dati relativi al periodo gennaio 2018 – marzo 2019, dando anche evidenza separata alle domande decorrenti dal mese di gennaio 2019. Nel corso dei 15 mesi trascorsi dall’istituzione del REI sono stati erogati benefici economici a 506 mila nuclei familiari coinvolgendo un totale di 1,4 milioni di persone. Gran parte dei benefici sono stati erogati a nuclei residenti nelle regioni del Sud (68%), con interessamento del 71% delle persone coinvolte. Il 46% dei nuclei beneficiari di REI, che rappresentano il 50% delle persone coinvolte, risiedono in sole due regioni: Campania e Sicilia. A seguire Puglia, Lazio, Lombardia e Calabria coprono un ulteriore 29% dei nuclei e il 28% delle persone coinvolte.

A oggi l’importo medio mensile erogato, pari a 292 euro, risulta variabile a livello territoriale, con un range che va da 234 euro per i beneficiari residenti della Valle d’Aosta a 324 euro per la Campania. Complessivamente le regioni del Sud hanno un valore medio del beneficio più alto di quelle del Nord di 50 euro (+21%) e di quelle del Centro di 33 euro (+12%). Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà, predisposto sotto la regia dei servizi sociali del Comune.

MAXXI Roma: Il Mondo di Pannunzio

È stato il fotografo più amato de Il Mondo di Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani.

È Paolo Di Paolo (Larino, Molise, classe 1925), straordinario cantore dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che ha saputo raccontare con delicatezza, rigore e sapienza il Paese che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

Tra le sue foto, riscoperte dopo più di cinquant’anni di oblio, quelle di Pier Paolo Pasolini al Monte dei Cocci a Roma, Tennesse Williams in spiaggia con il cane, Anna Magnani con il figlio sulla spiaggia del Circeo, Kim Novak che stira in camera al Grand Hotel, Sofia Loren che scherza con Marcello Mastroianni negli studi di Cinecittà. E poi una famiglia per la prima volta di fronte al mare di Rimini e i volti affranti del popolo ai funerali di Palmiro Togliatti.

Tumori: è possibile farli morire di fame

La ricerca di un team, coordinato da Saverio Minucci, direttore del Programma nuovi farmaci dell’Istituto europeo di oncologia e professore di Patologia generale all’Università di Milano, in collaborazione con il gruppo di Marco Foiani, direttore scientifico dell’Ifom e professore di Biologia molecolare dell’ateneo milanese, ha scoperto un meccanismo che potrebbe far morire di fame le cellule tumorali.

La nuova strategia combatte il cancro attaccando il suo metabolismo alterato. I ricercatori hanno scoperto che una dieta che porti a un abbassamento della glicemia, associata alla somministrazione del farmaco anti-diabete metformina, innesca una reazione a catena che, coinvolgendo la proteina Pp2a, porta alla morte delle cellule tumorali. Nello studio sono stati già coinvolti altri centri che avvieranno a breve studi clinici.

Domande sul dialogo che manca, per capire le scelte della società.

Molti segnali mi inducono a credere che la nostra analisi sulla situazione politica attuale del nostro Paese sia carente sul punto centrale: chi sono i nostri concittadini che oggidì votano per le due forze maggiori di governo?

Aldilà dei nominalismi, che coprono ai nostri occhi la visione reale dell’orientamento popolare, e ci impediscono di comprendere il reale fenomeno in atto che ha modificato radicalmente la geografia politica e sociale del nostro Paese, quali motivi ideali e reali hanno convinto così tanti italiani non solo a votare, ma sopratutto a sostenere queste due forze politiche? Da quali ambienti sociali e politici provengono queste adesioni ai due movimenti oggi al governo del Paese?

Solo una risposta reale sui cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni ci può dare un orientamento di fondo utile per le nostre scelte future basate sugli eventi realmente intervenuti nel profondo del nostro Paese. I nostri principi ideali sono ben noti a tutti noi e non dobbiamo qui ancora ripeterli. Non v’è dubbio che questi principi ci debbono orientare per le nostre scelte.

Ma, mi domando, non ci fanno troppo velo certi pregiudizi e anche certe conoscenze approssimative e non reali sugli orientamenti che hanno mosso e ancora muovono tanti nostri concittadini ad operare le scelte da loro compiute e che ci preoccupano così vivamente? Non sono questi concittadini provenienti da ambienti a noi vicini e sui quali noi abbiamo perso capacità di ascolto e di dialogo? I nostri stessi ideali non sono forse ancora capaci di agire sulla cultura, sugli animi, sugli ideali e sugli stessi interessi pratici di tanti nostri concittadini con i quali si è forse interrotta ogni forma di dialogo? Non è, allora, anche responsabilità nostra se questo forte distacco politico culturale in questi ultimi decenni si è prodotto? Non sono certi idola a farci velo?

Queste sono le domande che mi pongo. Perché se i mutamenti in atto sono reali e profondi, hanno cioè radici solide, le nostre future iniziative basate su analisi errate possono cozzare inutilmente su una realtà sociopolitica consolidata e forte, mentre forse un approccio diverso fondato sulla ripresa di dialoghi a suo tempo interrotti, basati su presupposti morali e culturali largamente diffusi e ancora presenti nella società italiana ci possono favorire una azione proficua di riorientamento degli animi di larga parte del nostro popolo.

Questo è, in definitiva, il problema che sento come urgente e decisivo.

4 Dicembre 2016, storia illuminante

Uno dei problemi più sentiti nel nostro Paese è la stabilità, perché, per un verso o per l’altro, da molti lustri sembra essere un po’ zoppicante. A dir il vero, però, l’Italia è sempre stata un po’ in balia di un potere che, tranne in qualche raro caso, ha sempre subito delle repentine difficoltà: anche nella prima Repubblica i governi duravano al più due anni. Per uscire da questa condizione si dovrebbe fare come capita nelle elezioni degli enti locali e delle regioni; com’è noto, questi sistemi sono durevoli, tranne qualche sparuto caso dovuto a problemi giudiziari e, la loro durata coincide con l’ordinamento elettorale; si eleggono per cinque anni e per cinque anni governano.

Il tentativo di trovare una soluzione a carattere nazionale è stata più volte cercata. Per esempio, ci sono stati anni in cui è prevalso il sistema maggioritario e, in effetti, in quei periodi i governi sembravano puntellati con maggior forza. Poi, però, maggioranze risicate facevano traballare anche costoro.

Il tentativo di riforna Costituzionale proposto dal governo Renzi, aveva in seno anche, tutti ricorderanno, un sistema elettorale nuovo. Era evidente che la semplificazione parlamentare da due a una camera, implicasse anche un modello elettorale in sintonia con quella trasformazione. Quella riforma avrebbe ottenuto lo scopo di garantire più stabilità; anzi, avrebbe non solo acquisito una indubbia e granitica forza governativa ma, e non ricordo male, sarebbe stata anche contornata da una serie di poteri tutti, più o meno, inclini e obbligati a inchinarsi al potere governativo.

L’allora referendum, (sono passati due anni e cinque mesi) avrebbe, nel caso in cui fosse prevalso il responso affermativo, inchiodato una stabilità che, per quanto potesse avere le vesti della auspicabile governabilità, avrebbe anche, come i più autorevoli critici sottolineavano in quelle infuocate giornate di campagna referendaria, svelato un volto demoniaco: una forza al potere, con il 36% del consenso – trentasei per cento degli elettori e non degli aventi diritto – avrebbe dominato l’intera scena.

Immaginatevi adesso che un “capo” qualsiasi avesse raggiunto quella fatidica soglia e, da solo, in questo clima incline ad applaudire vecchi retaggi politici, fosse assiso al luogo più elevato di Palazzo Chigi.

Non avvertireste un brivido scorrere lungo la schiena?

Allora, io come altri, ci siamo espressi a viva voce per mantenere l’attuale Costituzione. Sono particolarmente convinto di aver svolto, assieme a tutti gli altri, un compito importante e delicato. Devo dir la verità che, alla luce di quel che sta capitando oggi, quell’espressione di voto ci ha salvaguardato da terribili sorprese.

Vorrei proprio sentire la voce di qualcuno che, invece, si era posto sull’altra sponda; che riflessioni proporrebbe oggi? E, se pentito, pur in ritardo, non riconosca l’errore compiuto il 4 dicembre 2016.

Appello dei rettori cattolici in vista delle elezioni europee

In una nota Francesco Bonini, rettore della Lumsa, e  mons. Philippe Bordeyne, rettore dell’Institut Catholique de Paris, a nome dei rettori cattolici europei e in vista delle elezioni europee del 26 maggio scrivono: “L’Europa, per la sua storia e la sua vocazione, è prima di tutto una comunità. Far vivere una comunità implica il riconoscimento reciproco, la franchezza nelle relazioni, la riaffermazione costante dei fondamenti e degli obiettivi comuni, senza temere il confronto né la competizione, ma lavorando per una sempre maggiore collaborazione intorno a progetti chiaramente definiti secondo una coerente sussidiarietà”

“La democrazia in Europa e la democrazia europea sono un bene originale, prezioso, ma fragile e mai completamente acquisito. Questa democrazia è vigile sui principi, radicata nel pluralismo, nello stato di diritto e nella dimensione solidale. Ha prodotto e deve continuare ad assicurare benessere per tutti, combattendo ogni forma di esclusione sociale. Comporta impegnarci, con uno sforzo comune, per un ‘umanesimo contemporaneo’, come cornice ed orizzonte di sviluppo di tutti e di ciascuno”.

All’appello, che sarà presentato oggi a Parigi, aderiscono tra le altre l’Università Cattolica del Sacro Cuore, la Lateranense e la Salesiana.

Papa Francesco: “No a nazionalismo e razzismo che innalzano muri”

Pubblichiamo il discorso che il Santo Padre ha tenuto, giovedì 2 maggio, nella Sala Clementina, ai partecipanti alla plenaria della Pontificia accademia delle Scienze sociali.

Cari sorelle e fratelli,

vi do il benvenuto e ringrazio il vostro Presidente, Prof. Stefano Zamagni, per le sue cortesi parole e per aver accettato di presiedere la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Anche quest’anno avete scelto di trattare un tema di permanente attualità. Abbiamo, purtroppo, sotto gli occhi situazioni in cui alcuni Stati nazionali attuano le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione. Inoltre, va constatato che le frontiere degli Stati non sempre coincidono con demarcazioni di popolazioni omogenee e che molte tensioni provengono da un’eccessiva rivendicazione di sovranità da parte degli Stati, spesso proprio in ambiti dove essi non sono più in grado di agire efficacemente per tutelare il bene comune.

Sia nell’Enciclica Laudato si’ sia nel Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico di quest’anno, ho attirato l’attenzione sulle sfide a carattere mondiale che l’umanità deve affrontare, come lo sviluppo integrale, la pace, la cura della casa comune, il cambiamento climatico, la povertà, le guerre, le migrazioni, la tratta di persone, il traffico di organi, la tutela del bene comune, le nuove forme di schiavitù.

San Tommaso ha una bella nozione di quello che è un popolo: «Come la Senna non è un fiume determinato per l’acqua che fluisce, ma per un’origine e un alveo precisi, per cui lo si considera sempre lo stesso fiume, sebbene l’acqua che scorre sia diversa, così un popolo è lo stesso non per l’identità di un’anima o degli uomini, ma per l’identità del territorio, o ancora di più, delle leggi e del modo di vivere, come dice Aristotele nel terzo libro della Politica» (Le creature spirituali, a. 9, ad 10). La Chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli. Nello stesso tempo, la Chiesa ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo. La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune. Così si rischia di compromettere forme già consolidate di cooperazione internazionale, si insidiano gli scopi delle Organizzazioni internazionali come spazio di dialogo e di incontro per tutti i Paesi su un piano di reciproco rispetto, e si ostacola il conseguimento degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile approvati all’unanimità dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre del 2015.

È dottrina comune che lo Stato è al servizio della persona e dei raggruppamenti naturali delle persone quali la famiglia, il gruppo culturale, la nazione come espressione della volontà e i costumi profondi di un popolo, il bene comune e la pace. Troppo spesso, tuttavia, gli Stati vengono asserviti agli interessi di un gruppo dominante, per lo più per motivi di profitto economico, che opprime, tra gli altri, le minoranze etniche, linguistiche o religiose che si trovano nel loro territorio.

In questa ottica, ad esempio, il modo in cui una Nazione accoglie i migranti rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l’umanità. Ogni persona umana è membro dell’umanità e ha la stessa dignità. Quando una persona o una famiglia è costretta a lasciare la propria terra va accolta con umanità. Ho detto più volte che i nostri obblighi verso i migranti si articolano attorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Il migrante non è una minaccia alla cultura, ai costumi e ai valori della nazione che accoglie. Anche lui ha un dovere, quello di integrarsi nella nazione che lo riceve. Integrare non vuol dire assimilare, ma condividere il genere di vita della sua nuova patria, pur rimanendo sé stesso come persona, portatore di una propria vicenda biografica. In questo modo, il migrante potrà presentarsi ed essere riconosciuto come un’opportunità per arricchire il popolo che lo integra. È compito dell’autorità pubblica proteggere i migranti e regolare con la virtù della prudenza i flussi migratori, come pure promuovere l’accoglienza in modo che le popolazioni locali siano formate e incoraggiate a partecipare consapevolmente al processo integrativo dei migranti che vengono accolti.

Anche la questione migratoria, che è un dato permanente della storia umana, ravviva la riflessione sulla natura dello Stato nazionale. Tutte le nazioni sono frutto dell’integrazione di ondate successive di persone o di gruppi di migranti e tendono ad essere immagini della diversità dell’umanità pur essendo unite da valori, risorse culturali comuni e sani costumi. Uno Stato che suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso.

Lo Stato nazionale non può essere considerato come un assoluto, come un’isola rispetto al contesto circostante. Nell’attuale situazione di globalizzazione non solo dell’economia ma anche degli scambi tecnologici e culturali, lo Stato nazionale non è più in grado di procurare da solo il bene comune alle sue popolazioni. Il bene comune è diventato mondiale e le nazioni devono associarsi per il proprio beneficio. Quando un bene comune sopranazionale è chiaramente identificato, occorre un’apposita autorità legalmente e concordemente costituita capace di agevolare la sua attuazione. Pensiamo alle grandi sfide contemporanee del cambiamento climatico, delle nuove schiavitù e della pace.

Mentre, secondo il principio di sussidiarietà, alle singole nazioni dev’essere riconosciuta la facoltà di operare per quanto esse possono raggiungere, d’altra parte, gruppi di nazioni vicine – come è già il caso – possono rafforzare la propria cooperazione attribuendo l’esercizio di alcune funzioni e servizi ad istituzioni intergovernative che gestiscano i loro interessi comuni. È da auspicare che, ad esempio, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra. In America Latina, invece, Simón Bolivar spinse i leader del suo tempo a forgiare il sogno di una Patria Grande, che sappia e possa accogliere, rispettare, abbracciare e sviluppare la ricchezza di ogni popolo. Questa visione cooperativa fra le nazioni può muovere la storia rilanciando il multilateralismo, opposto sia alle nuove spinte nazionalistiche, sia a una politica egemonica.

L’umanità eviterebbe così la minaccia del ricorso a conflitti armati ogni volta che sorge una vertenza tra Stati nazionali, come pure eluderebbe il pericolo della colonizzazione economica e ideologica delle superpotenze, evitando la sopraffazione del più forte sul più debole, prestando attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista la dimensione locale, nazionale e regionale. Di fronte al disegno di una globalizzazione immaginata come “sferica”, che livella le differenze e soffoca la localizzazione, è facile che riemergano sia i nazionalismi, sia gli imperialismi egemonici. Affinché la globalizzazione possa essere di beneficio per tutti, si deve pensare ad attuarne una forma “poliedrica”, sostenendo una sana lotta per il mutuo riconoscimento fra l’identità collettiva di ciascun popolo e nazione e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto viene prima delle parti, così da arrivare a uno stato generale di pace e di concordia.

Le istanze multilaterali sono state create nella speranza di poter sostituire la logica della vendetta, la logica del dominio, della sopraffazione e del conflitto con quella del dialogo, della mediazione, del compromesso, della concordia e della consapevolezza di appartenere alla stessa umanità nella casa comune. Certo, bisogna che tali organismi assicurino che gli Stati siano effettivamente rappresentati, a pari diritti e doveri, onde evitare la crescente egemonia di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, nonché nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, degli usi e dei costumi, della dignità e della sensibilità dei popoli interessati. L’emergere di tali tendenze sta indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una scarsa credibilità nella politica internazionale e di una progressiva emarginazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni.

Vi incoraggio a perseverare nella ricerca di processi atti a superare ciò che divide le nazioni e a proporre nuovi cammini di cooperazione, specialmente riguardo alle nuove sfide del cambiamento climatico e delle nuove schiavitù, come anche a quell’eccelso bene sociale che è la pace. Purtroppo, oggi la stagione del disarmo nucleare multilaterale appare sorpassata e non smuove più la coscienza politica delle nazioni che possiedono armi atomiche. Anzi, sembra aprirsi una nuova stagione di confronto nucleare inquietante, perché cancella i progressi del recente passato e moltiplica il rischio delle guerre, anche per il possibile malfunzionamento di tecnologie molto progredite ma soggette sempre all’imponderabile naturale e umano. Se, adesso, non solo sulla terra ma anche nello spazio verranno collocate armi nucleari offensive e difensive, la cosiddetta nuova frontiera tecnologica avrà innalzato e non abbassato il pericolo di un olocausto nucleare.

Lo Stato è chiamato, pertanto, ad una maggiore responsabilità. Pur mantenendo le caratteristiche di indipendenza e di sovranità e continuando a perseguire il bene della propria popolazione, oggi è suo compito partecipare all’edificazione del bene comune dell’umanità, elemento necessario ed essenziale per l’equilibrio mondiale. Tale bene comune universale, a sua volta, deve acquistare una valenza giuridica più accentuata a livello internazionale. Non penso certo a un universalismo o un internazionalismo generico che trascura l’identità dei singoli popoli: questa, infatti, va sempre valorizzata come apporto unico e indispensabile nel disegno armonico più grande.

Cari amici, come abitanti del nostro tempo, cristiani e accademici della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, vi chiedo di collaborare con me nel diffondere questa coscienza di una rinnovata solidarietà internazionale nel rispetto della dignità umana, del bene comune, del rispetto del pianeta e del supremo bene della pace.

Benedico tutti voi, benedico il vostro lavoro e le vostre iniziative. Vi accompagno con la mia preghiera, e anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

Mattarella e Macron ad Amboise e Chambord per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci

In occasione del 500esimo anniversario della morte di Leonardo da Vinci, il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, si sono incontrati ad Amboise dove hanno reso omaggio alla Tomba del Genio del Rinascimento nella Cappella di Saint-Hubert.

Successivamente, al Castello del Clos-Lucé, i due capi di Stato hanno assistito alla presentazione dei progetti del programma: «Viva Leonardo Da Vinci! 500 ans de Renaissance en Centre-Val de Loire».

La visita prosegue al Castello di Chambord dove Mattarella e Macron incontrano 500 studenti italiani e francesi impegnati in gruppi di lavoro nei campi dell’architettura, della letteratura, dello spazio, della fisica e delle scienze, guidati da Renzo Piano, Alessandro Baricco, Samantha Cristoforetti e Thomas Pesquet, Fabiola Gianotti e Gabriel Chardin.

Spagna: le trattative per il Governo non saranno né semplici né veloci

Il quotidiano madrileno “El Pais”, ieri, ha pubblicato un articolo in cui spiega che le trattative per l’investitura di Pedro Sanchez come presidente del governo spagnolo, dopo le elezioni generali del 28 aprile scorso, non saranno né semplici né veloci.

La nascita del nuovo esecutivo sarà particolarmente complessa a causa delle ambizioni di Sanchez che vorrebbe governare con un team di ministri del Psoe e indipendenti, prescindendo quindi da ogni tipo di alleanza che implichi la condivisione del potere con altre formazioni politiche.

Sanchez ha intanto convocato per la prossima settimana alla Moncloa, sede dell’esecutivo, Pablo Casado, leader del Partito popolare (Pp), Albert Rivera, di Ciudadanos, e Iglesias, di Unidas Podemos, per discutere della situazione politica post elettorale, seguendo l’ordine emerso dai risultati delle elezioni e tagliando fuori l’estrema destra di Vox e gli indipendentisti.

Il Pp e Ciudadanos hanno già fatto sapere che si esprimeranno contro la sua investitura mentre Podemos ha aperto le porte alle trattative lasciando intendere di essere pronto a votare per il leader dei socialisti in cambio dell’offerta di un governo di coalizione.

In arrivo le nuove banconote indistruttibili da 100 e 200 euro

Cominceranno a circolare dal prossimo 28 maggio le nuove banconote da 100 e 200 euro.

I nuovi biglietti andranno a completare l’emissione della serie ‘Europa’. Sul sito di Bankitalia si legge che le nuove banconote offrono “una migliore protezione dalla falsificazione, rendendo le banconote in euro ancora più sicure”.

Ma saranno anche più resistenti rispetto alla prima serie, così da poter essere sostituite con meno frequenza riducendo i costi e l’impatto sull’ambiente.

In un video test della Bce si vede una maggiore resistenza ai picchi di temperatura sia calda che fredda, e all’acqua. Resistono infatti anche al lavaggio in lavatrice, oltre a eventuali abrasioni, accartocciamenti e alla luce solare.

L’ologramma con satellite, apposto nella parte superiore della striscia argentata, è la nuovissima caratteristica di sicurezza, infatti, muovendo la banconota, appare il simbolo € che ruota attorno al numero. Simbolo si distingue più chiaramente se esposto a luce diretta.

Altra novità è la cifra brillante nell’angolo inferiore sinistro che produce l’effetto di una luce che si sposta verticalmente, il numero inoltre cambia colore passando dal verde smeraldo al blu scuro.

Nella progettazione della serie ‘Europa’ la Bce ha collaborato strettamente con persone con problemi di vista per mettere a punto banconote dotate di caratteristiche che agevolano questi cittadini. I nuovi biglietti presentano grandi cifre in caratteri più marcati con tonalità maggiormente contrastanti, inoltre, per facilitarne il riconoscimento, lungo il bordo delle banconote vi sono anche segni percepibili al tatto diversi per ogni taglio.

Che cos’è il favismo?

Il favismo è una malattia genetica ereditaria causata dalla mancanza dell’enzima glucosio-6-fosfato-deidrogenasi (G6PD), che in condizioni normali è presente nei globuli rossi ed è determinante per lo svolgimento delle loro funzioni, oltre che per la loro stessa sopravvivenza.

Il termine “favismo” risulta però improprio, poiché in alcuni soggetti fabici la reazione clinica emolitica si può manifestare anche indipendentemente dal consumo di fave e piselli.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le persone affette non possono mangiare questi legumi; inoltre, non possono essere assunte o inalate altre sostanze, come la naftalina e taluni farmaci, quali analgesici, antipiretici, antimalarici, salicilati, certi chemioterapici, chinidina, blu di metilene etc., che possono aggravare la condizione pre-esistente.

Gli individui affetti da favismo nella maggior parte dei casi non manifestano alcun sintomo.

Qualora entrino in contatto con specifiche sostanze, sviluppano una crisi emolitica acuta autolimitante, cioè che scompare da sé dopo alcuni giorni.

Queste crisi si presentano dalle 12 alle 48 ore dopo l’ingestione fave o piselli, l’assunzione di alcuni farmaci, o dall’inizio di un episodio infettivo.

La distruzione dei globuli rossi libera in circolo notevoli quantità di emoglobina, che viene metabolizzata a bilirubina; l’aumento della concentrazione di bilirubina provoca la comparsa di ittero, accompagnata dai sintomi caratteristici:

  • colorazione giallastra di cute e mucose, soprattutto a livello delle sclere (la parte bianca dell’occhio),
  • urine più scure.

 

 

De Rita “racconta” Roma e le sue «periferie abbandonate»

Già pubblicato sulla rivista Romasette il 30 Aprile 2019, 

Un mese fa la visita di Papa Francesco in Campidoglio: la visione di una Roma «città dei ponti mai dei muri», l’invito ai romani ad essere «artigiani di fraternità», l’appello a individuare «risorse di creatività e di carità necessarie per superare le paure». Ne parliamo con il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, profondo conoscitore della storia recente della città.

Il Papa ha citato il convegno “sui mali di Roma” del 1974, di cui lei fu uno dei protagonisti. Cosa è cambiato da allora?
Una delle ipotesi che si fece nelle nostre relazioni iniziali era che le periferie, i borghetti erano sempre più poveri e che si abbandonava il ceto medio. Sembrava che fornissimo una chiave di lettura superata, da dopoguerra. E invece la società romana si è evoluta proprio in quella direzione: i ricchi sempre più ricchi e una fascia marginale sempre più povera. Certo, situazioni come quella di Borghetto Latino non sono come quelle di Casilino o Torre Angela ma non sono neppure troppo lontane. La seconda cosa è la provocazione che rappresentò il convegno: la speranza di un nuovo modo di governare. Fu interpretato come un atto contro la Dc, un tentativo di sostituire la classe dirigente dell’epoca. Si chiedeva una cultura di governo diversa e oggi è lo stesso: serve qualcuno che governi non solo la città ma il Paese.

Lei ha fatto riferimento ai borghetti di 45 anni fa e alle periferie di oggi che in qualche modo continuano ad essere “in sofferenza”. Di cosa c’è bisogno per farle crescere?
Noi, intendo i promotori del convegno, dal cardinale vicario Poletti a don Luigi Di Liegro a monsignor Clemente Riva, avevamo una chiara concezione: che per Roma, le periferie e le povertà romane serviva una grande mobilitazione sociale. Non si trattò soltanto di un convegno intellettuale. Non ho più visto a Roma una iniziativa in cui ad ascoltare le relazioni iniziali ci fosse la basilica di San Giovanni gremita e nei giorni successivi 14 tra sale e cinema pieni. Anche oggi bisogna creare una socializzazione forte, senza delegare alla politica. Non basta predicare il Vangelo, bisogna mobilitare gruppi, fare società. Faccio un esempio. Nei giorni scorsi sono stato a Casal Bernocchi. È una realtà buia, piena di solitudine, non c’è un punto di aggregazione, a parte la parrocchia e una pizzeria; non c’è società, ed è quello che bisogna fare. Nel febbraio 1974 si confrontarono in fondo due modi di vedere la Chiesa: uno che tendeva a fare le sue proposte culturali e uno che propugnava, con Di Liegro in testa, una riforma delle dinamiche pastorali che si traduceva in opere, in mense, in dormitori, assistenza agli anziani, in una testimonianza alta. Però dopo 45 anni siamo ancora lì, non c’è stata una grande capacità di assorbire questi problemi.

Alla luce dei recenti episodi di intolleranza nei confronti dei rom e dell’atteggiamento nei confronti degli immigrati, ritiene che Roma sia ancora una città accogliente?
No, sebbene girando per Roma si vedono anche episodi di integrazione. I rom sono stati sempre un elemento che colpisce qualche nervo scoperto, anche i miei genitori 70 anni fa ne parlavano
male. Sono un mondo diverso e non possiamo mescolarli con gli immigrati o con gli altri poveri. Quando è iniziato il processo migratorio, 30 anni fa, era tutto molto più tranquillo.

Cosa non funziona oggi?
Un meccanismo che ritengo tragico: quello dell’esaltazione della cronaca. Chi vive nelle periferie sente la televisione e legge i giornali. E si impaurisce sulle notizie di cronaca. Anche se poi la cronaca romana non è che riporti tutti questi fatti tragici di abominio morale, sessuale, criminale… Ma nessuno può negare che ci sia una politica basata sulla cronaca, fatta a colpi di tweet. Questa esaltazione della cronaca riduce di molto ogni approccio culturale nei confronti di questa realtà. Lo dico con un pizzico di ironia: una volta la cronaca la gestiva il parroco e spesso risolveva le cose con un’omelia. Oggi per fortuna non è più così ma purtroppo la cronaca la fanno politici, a mio avviso di serie b, che la cavalcano e scatenano aggressività.

Il Papa ha fatto riferimento alle dotazioni che dovrebbe avere la Capitale ed è recente la polemica tra Salvini e Raggi. Quali pensa che siano le priorità per Roma?
La gestione ordinaria della città. Roma non ha un governo, non ha un’amministrazione ordinaria. Non so quante migliaia siano gli impiegati capitolini ma non governano Roma. Non funziona la macchina operativa intermedia. Non possiamo strillare contro i rifiuti per strada quando non si sa neppure chi sono i dirigenti che dovrebbero risolvere la questione. Assistiamo solo alla sostituzione di assessori ma gli assessori non contano, valgono i direttori generali, i vicedirettori, gli amministrativi… lasciamo perdere la grande politica. È come una grande azienda: servono i Marchionne ma poi sono indispensabili i corpi intermedi. Se non si sistema la macchina amministrativa continueremo a bruciare sindaci che non cadranno su grandi fenomeni ma su banalità o sulle esigenze quotidiane: i rifiuti piuttosto che gli scontrini del bar.

Tutto questo è per mancanza di senso civico?
Non so perché, ci siamo lasciati andare tutti. C’è stato uno sbraco progressivo. Forse un peso l’ha avuto una certa politica clientelare. Ma purtroppo oggi tirano un po’ tutti a campare ed è un po’ il corrispettivo del fatto che nelle periferie non c’è più l’attenzione all’aspetto sociale.

Castagnetti e il peccato originale

Pierluigi Castagnetti ha interrotto un lunghissimo silenzio ed è entrato nel merito della questione che ho posto all’attenzione di tutti gli amici Popolari con la lettera a “Il Domani d’Italia”, e prima ancora con un circostanziato editoriale che non ha suscitato (né avrebbe potuto suscitare) obiezioni nel merito dei fatti riportati.

Lo ringrazio per averlo fatto e anche per la stima che mi esprime dovuta all’apprezzamento per l’attività dell’Associazione piemontese e di “Rinascita popolare”, pur se questo riconoscimento rende ancora meno comprensibile l’“inerzia politica” dell’Associazione nazionale da lui presieduta.

Non ho motivi per dubitare che Castagnetti, come rivendica, abbia sostenuto negli anni una intensa attività di conferenziere esprimendo personali convincimenti in linea con la tradizione e i valori del popolarismo (pur tenendo sempre in ombra l’Associazione, se non qualificandosi come suo presidente nelle recenti celebrazioni del Centenario). E certamente la gestione dell’eredità della DC, insieme alla miriade di altri pretendenti, è stata faticosa e foriera di grane legali. Tutti i proprietari di casa sanno che i beni immobiliari arrecano spese e fastidi, ma di solito comportano anche innegabili benefici, che – lo spero vivamente – non saranno mancati all’Associazione nazionale.

Il suo intervento ha suscitato interessanti risposte nel profondo intervento di Infante sull’attualità di una presenza culturale e politica che si qualifica su concrete proposte politiche, nelle considerazioni di Merlo, sulla necessità di smarcarsi dal PD, e di D’Ubaldo, che richiama l’importanza, oggi, di far sentire unita la voce dei Popolari. Tutti interventi che in qualche modo cercano di guardare avanti, di fare un passo verso una nuova stagione di impegno politico.

Mi pare tuttavia che nel nostro piccolo rischiamo di commettere lo stesso sbaglio che in tanti imputiamo al PD, quello di non voler fare i conti con il recente passato, per chiudere una stagione e poterne aprire una nuova. È però difficile partire con il freno a mano tirato, con silenzi e reticenze che zavorrano il presente.

Ritengo perciò doveroso, e non solo utile, approfondire e chiarire alcuni punti della lettera di Castagnetti, tralasciandone altri pur politicamente importanti (ad esempio, ricordare che nessun popolare sturziano può auspicare un “nuovo partito di cattolici” o “dei cattolici”, avendo nella laicità della politica una stella polare).

Parto da questa sua affermazione: “La mia preoccupazione è sempre stata quella di non promuovere alcuna iniziativa politica e tantomeno alcun tesseramento, sia per onorare il mandato congressuale, sia per non creare situazioni di rimessa in discussione del nuovo soggetto che avrebbero trovato la reazione in primo luogo di parlamentari e dirigenti provenienti dalla nostra storia”. Un concetto che Castagnetti ribadisce più avanti: “La mia preoccupazione è sempre stata quella di evitare di provocare polemiche politiche ‘intestine’, facili da prevedere qualora avessi consentito di non rispettare il mandato congressuale del 2002”. Mandato che prevedeva la confluenza del PPI in un più ampio contenitore politico, il nuovo partito della Margherita, dopo il promettente esordio in coalizione alle Politiche del 2001.

Capisco che nella fase iniziale di questo processo fossero necessarie delle cautele per non far temere un’adesione dimezzata o poco convinta al nuovo soggetto. Ma una volta consolidata la leadership di Rutelli, una volta corroborata dai primi successi elettorali in Europee (2004), Amministrative e Regionali (2005) cosa impediva il decollo di una associazione culturale – ben diversa da un partito – depositaria dei valori del Popolarismo?

L’hanno fatta gli amici piemontesi, che hanno semplicemente attuato quanto previsto dallo statuto nazionale. Già, lo statuto. Non sono ancora così anziano, ma evidentemente ho alcune convinzioni arcaiche: credo nel valore della parola, e della parola scritta; considero la Costituzione il fondamento della comunità nazionale così come, più in piccolo, penso che un sodalizio esiste ed opera sulla base del proprio statuto che ne regola l’attività. Dallo statuto dell’Associazione nazionale “I Popolari” (che qui allego per chi volesse leggerlo) ricavo che lo scopo per cui è stata costituita era “di realizzare attività ed iniziative che mantengano viva ed attuale la tradizione del cattolicesimo democratico e del popolarismo nella vita politica, sociale e culturale italiana, al fine di conservarne la storia e di trasmetterne le esperienze e le idealità alle future generazioni, attraverso la attualizzazione dei suoi contenuti e traducendone i principi in progetto politico, economico, sociale ed istituzionale”. Parole inequivocabili e ancora oggi condivisibili, pensando all’Associazione come “un vero e proprio laboratorio di cultura e di formazione politica, impegnato a ripensare ed attualizzare, nello scenario inedito che a livello interno ed internazionale si va configurando, la tradizione ideale e storica del popolarismo e del cattolicesimo democratico. In questa linea, la sua azione dovrà alimentare idonei percorsi formativi per una nuova classe dirigente e dovrà concorrere all’affermazione di un’etica civile valida per una nuova cittadinanza”.

Se oggi ci lamentiamo, a ragione, dell’irrilevanza del pensiero cattolico democratico nella politica italiana, della mancanza di percorsi formativi della classe dirigente, un po’ di responsabilità va accollata anche a chi non ha dato seguito a questo preciso mandato, che avrebbe affiancato e favorito – non ostacolato – chi perseguiva un più diretto impegno politico.

Anche le omissioni, non solo le cattive azioni, sono da considerare peccato…

E poi – abbiamo il coraggio di dirlo – anche per i cattolici democratici, nella deriva individualista della Seconda Repubblica, sono stati più importanti i destini personali rispetto alle rappresentanze ideali.

Se un peccato originale si può individuare nel costituire l’Associazione nazionale dei Popolari, fu di non affidarla a una personalità fuori dal palcoscenico dei partiti. Castagnetti e molti dei 58 costituenti sono stati parlamentari nella Margherita e poi nel Partito Democratico. Tutti presi dall’attività politica e, anche comprensibilmente, dal proprio posizionamento nei partiti di militanza.

Non è un caso se l’Associazione qui in Piemonte è presente e attiva: Guido Bodrato, dopo aver concluso nel 2004 il suo mandato da europarlamentare, ne è stato l’orgoglioso presidente, impegnato a offrire letture e contenuti che potessero servire anche agli amici impegnati direttamente nell’agone politico – senza fare sconti per ragioni di opportunità o “carità di patria” – e preoccupato anche di farla vivere nel tempo favorendo il ricambio generazionale.

Castagnetti ha ammesso di non aver fatto nulla come Associazione per “non creare situazioni di rimessa in discussione del nuovo soggetto”. Cioè, per dirla con le parole del cartello sui vecchi tram, per “non disturbare il manovratore”. E non importa chi fosse il manovratore: siamo passati da Rutelli a Veltroni a Franceschini a Bersani a Renzi, dal riformismo di centro della Margherita al “partito plurale a vocazione maggioritaria” alla “ditta”, al “partito personale” modellato sul leader. In quindici anni il centrosinistra è stato in continua evoluzione (o, meglio, involuzione). L’unica costante è stata il silenzio dei leader ex Popolari, che si sono fatti andar bene tutto. Anche oggi sembra che ci sia ancora qualcuno preoccupato di non disturbare il nuovo manovratore Zingaretti…

Così l’Associazione nazionale, mai nata per davvero, è caduta nell’oblio, come un vecchio arnese inutile. Anzi, un vecchio arnese che si sarebbe potuto rivelare fastidioso e persino controproducente. Come avrebbero potuto gli eredi di Sturzo e De Gasperi accettare in silenzio l’adesione del proprio partito al Socialismo europeo? Accettarne la trasformazione in un Partito Radicale di massa, che esalta i diritti individuali, tacendo sui doveri, tanto cari ad Aldo Moro, e mortificando i corpi intermedi? Accettarne la deriva metropolitana e centralista, avendo nel proprio DNA le Autonomie locali incentrate sul municipalismo sturziano? Accettarne il leaderismo arrogante e autoritario, così lontano dal rispetto reciproco, dal dialogo costruttivo, dalla ricchezza del pluralismo? Accettarne i nuovi costituzionalisti di riferimento, convinti presidenzialisti, Augusto Barbera e Stefano Ceccanti, in sostituzione dei “gufi” di cultura cattolica Valerio Onida e Ugo De Siervo?

…

La storia è passata e, come l’acqua, non macina più. Ma è anche necessario affrontarla con onestà intellettuale per rimuovere reticenze, incomprensioni e rendite di posizione che sono da ostacolo ad un’azione futura.

Bisognerà trovare una soluzione per l’assurda situazione dell’Associazione nazionale. Possibilmente rilanciandola con le identiche finalità, che rimangono attuali, come ha auspicato Giorgio Merlo. Oppure certificarne il fallimento e liquidarla, così da eliminare un imbarazzante elemento di ambiguità per trovare altre modalità di impegno. Avevo già prospettato “una riunione dei ‘costituenti’, allargata a quanti hanno dimostrato di avere a cuore l’eredità culturale del popolarismo, per valutare il cammino percorso e decidere il da farsi”. Potrebbero farsene promotori “Il Domani d’Italia” con Lucio D’Ubaldo e “Politica Insieme” con Giancarlo Infante, che egregiamente veicolano idee e contenuti programmatici, auspicando come noi di “Rinascita popolare” una nuova stagione dei “liberi e forti”.

Ovviamente coinvolgendo Pierluigi Castagnetti e la struttura dell’Associazione nazionale. Perché anche lui, da persona intelligente qual è, dopo aver rivendicato “la scelta di non promuovere iniziative politiche legate all’attualità”, preoccupato “di evitare e di provocare polemiche politiche ‘intestine’ (…) che avrebbero ulteriormente mortificato la memoria e il prestigio della nostra tradizione”, si sarà chiesto dove ha contribuito a portarci quella scelta. La presenza dei Popolari è oggi visibile, forte? La nostra tradizione è un riferimento nella vita politica italiana? Ne riconosciamo qualche elemento nell’involuzione della nostra democrazia?

Sono domande retoriche, dalla risposta scontata, se tanti parlano di “irrilevanza” della cultura cattolico democratica e tutti concordiamo sul fatto che stiamo vivendo tempi difficili, preoccupanti in prospettiva.

Noi Popolari in questo momento non siamo certamente forti. Non lo siamo anche perché – con pochi fatti, tante reticenze e silenzi – si sono viste scelte di corto respiro, legate a opportunismi e piccole convenienze. Chi aspira all’eredità dei “liberi e forti” dovrebbe volare più alto, sapendo che non si può essere forti se prima non si è liberi.

L’Indecisione regna sovrana

A volte rimango sbalordito nel sentire il governo nazionale che riporta in evidenza argomenti che sembravano morti e sepolti. L’ultima, in ordine temporale, è stata la questione delle Province che il Governo Matteo Renzi, nella persona del Ministro Graziano Del Rio, aveva iniziato a cancellare. A onor del vero era stata cancellata solo scheda elettorale, sottraendola ai cittadini, ed erano stati dimezzati i trasferimenti finanziari dello Stato alle Province stesse. Fatto salvo per il caso del Friuli Venezia Giulia dove sono state per davvero eliminate dall’allora Presidente della Regione che della questione ne aveva fatto una ragione di vanto nazionale, salvo però istituire numerosi nuovi organismi, molto più costosi delle quattro Province preesistenti che a distanza di quattro e più anni dalla loro costituzione, ancora non hanno dispiegato la loro azione di utilità sociale.

Adesso, si ritorna a parlare delle Province dopo che sia la riforma nazionale che quella regionale hanno messo in luce l’inadeguatezza della loro azione di pianificazione, organizzativa e finanziaria incapace di rispondere alle esigenze dei territori.

Il governo nazionale di centro sinistra e altrettanto quello del Fvg, della precedente legislatura, hanno dimostrato la superficialità delle loro rispettive riforme, esclusivamente basate sulla propaganda che sulla concretezza. E ciò per la mancanza di volontà e capacità di studiare tematiche da trasformare in provvedimenti legislativi che dessero risultati confacenti all’aspettativa dei cittadini di avere una pubblica amministrazione adeguata a dare risposte ai bisogni.

No, nulla di tutto questo è accaduto e i risultati si sono visti proprio tutti come la grave carenza di interventi nelle scuole, la quasi totale assenza di manutenzione delle strade e così via dicendo. Ma, fortunatamente, oggi ci si accorge che qualcosa non funziona e che bisogna rimettere mano alla legislazione. Però, sono convinto che non sarà facile risolvere questi problemi perché il livello di conflittualità nel governo nazionale è così forte da non consentire soluzioni rapide come, invece, servirebbero. Come pure nella nostra Regione Fvg pur avendo un governo che allo stato attuale non presenta conflittualità interne, le cose non proseguono spedite. Infatti, i mostruosi e numerosi organismi ideati dal centro sinistra, capitanato dalla allora sua Presidente, con obbedienti fino all’inverosimile i suoi assessori, che fino a oggi non sono riusciti nemmeno a decollare, non sono stati modificati nonostante le promesse del programma elettorale del centro destra.

Assistiamo perciò a una confusione generalizzata: quella nazionale dove il governo giallo-verde si contrappone tra chi vuole le province e chi no e, quella regionale, dove prevale la non scelta che ovviamente ingessa completamente gli attuali organismi nell’attesa che qualcosa succeda. È evidente che così facendo, entrambi i governi, non faranno altro che continuare a deludere le aspettative delle comunità interessate. Una cosa è certa: così facendo non si governa ma si peggiora e pure di molto, le condizioni dei territori!

L’ondata populista che ha colpito l’Estonia

A marzo, in un’elezione nazionale, il partito popolare conservatore – un partito di estrema destra che dice di voler proteggere una popolazione “estone indigena” minacciata – ha conquistato 19 seggi nel parlamento del Paese.

Ma la sua vera vittoria è arrivata poche settimane dopo, quando la compagine politica è stata inclusa nel governo della coalizione a tre partiti raccogliendo cinque ministeri chiave, anche quello degli affari economici.

Il partito, noto con il suo acronimo EKRE, si presenta come un partito anti-UE.

Nelle settimane successive alla vittoria elettorale si è subito potuto notare come i membri dell EKRE, abbiano iniziato a fare politica con la classica retorica incendiaria dei populisti sovranisti.

Mart Järvik, (politico è ministro) sospetta che i maggiori politici del paese siano “ebrei segreti”. E con fare, molto simile, al presidente degli Stati Uniti Trump o al leader ungherese Viktor Orbán – attaccano regolarmente i giornalisti che considerano “prevenuti”.

La questione delle alleanze tra partiti liberal-democratici e sovranisti, va detto, non è nuova. Già quattro anni fa, dopo le elezioni finlandesi, il Partito di centro formò un’alleanza di governo con i Veri finlandesi, concedendo loro importanti ministeri come quello degli Esteri.

E in Danimarca il governo liberale di centro-destra si regge dal 2015 grazie al sostegno esterno del Partito del popolo danese, di estrema destra, che infatti nel prossimo Parlamento europeo sarà alleato della Lega e dei principali partiti nazionalisti in Europa.

Però. ora che si avvicinano le elezioni europee, sembra sempre più chiaro che i partiti tradizionali dovrebbero evitare di andare sotto braccio coi partiti sovranisti di nuova generazione. Almeno che non si vogliano buttare via 70anni di storia.

 

Se l’Italia (può) organizzare grandi eventi sportivi

Per cinque anni consecutivi, dal 2021 al 2025, si terranno a Torino le finali Atp di tennis, il torneo di fine anno in cui si affrontano, come da tradizione, i primi 8 giocatori del mondo. Una novità assoluta per l’Italia che non aveva mai ospitato questa manifestazione, la più importante per il tennis professionistico, in programma dopo le quattro prove del Grande Slam. Per averla, Torino ha dovuto battere la concorrenza (agguerrita e qualificata) di Londra, Tokyo, Singapore, Manchester e Barcellona.

Non è una notizia da confinare nelle pagine sportive, per più di una ragione. La prima riguarda il valore economico dell’impresa. Per Torino il giro d’affari sarà, ogni anno, tra i 120 e i 150 milioni di euro. Negli ultimi nove anni le Atp Finals hanno portato a Londra oltre due milioni e 300mila persone, mentre 100 milioni di spettatori hanno seguito il torneo in televisione. La candidatura di Torino ha avuto la meglio grazie all’intraprendenza della sua amministrazione e anche grazie al sostegno finanziario del governo, che ha stanziato la somma necessaria per il montepremi quinquennale. In questo caso ha ben funzionato (per una volta) il gioco di squadra tra il Comune di Torino e Palazzo Chigi.

Ma ha funzionato anche – e questa è la seconda lezione – la capacità dei torinesi di valorizzare quanto di buono era stato fatto negli anni scorsi, da altre amministrazioni comunali e in altre stagioni politiche. La candidatura è risultata vincente anche perché Torino dispone degli impianti adatti e in particolare del Pala Alpitour, struttura costruita per le Olimpiadi inverali del 2006 in grado di ospitare 15 mila spettatori. L’affidabilità dimostrata in passato è diventata una garanzia per il presente. D’altra parte più volte nel corso della storia patria i piemontesi hanno dimostrato di saper conciliare il valore del cambiamento con quello della continuità. Tra poco più di un anno, nel giugno 2020, lo Stadio Olimpico di Roma ospiterà la partita inaugurale del Campionato Europeo di calcio, per la prima volta itinerante. Ci aspettiamo dalla sindaca Raggi lo stesso scatto di orgoglio dimostrato dalla collega Appendino: Roma non può fallire una manifestazione sportiva così importante: hic Rhodus, hic salta.

I media e il concordato Stato-Chiesa del 1929

Nel 1929 Benito Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri, plenipotenziario della Santa Sede, firmarono un trattato che cambiò la storia: come rispose l’opinione pubblica del tempo? Come le forze schierate in campo, nell’informazione e nella politica, raccontarono e vissero il riavvicinamento fra lo Stato italiano e la Santa Sede?

Novant’anni dopo la stipula dei Patti Lateranensi, il nuovo eBook edito da The Skill Press, “I media e il concordato Stato-Chiesa del 1929”, di Alessandro Vinai, analizza come il sistema dell’informazione nazionale reagì alla firma dello storico trattato. Lo fa attraverso uno studio dei giornali del tempo, palcoscenico dei rapporti di forza tra i diversi movimenti politici e sociali in campo (fascisti, cattolici, liberali, socialisti, monarchici…), e la lettura ragionata di testate quali, tra le altre, L’Osservatore Romano, Il Popolo d’Italia, La Stampa.

Il volume è arricchito dalla firma di Giovanni B. Varnier, docente presso l’Università di Genova ed esperto di relazioni tra Stato e Chiesa in Italia, istituzioni ecclesiastiche e minoranze religiose. Varnier, membro di diversi comitati di direzione per riviste e istituti, ha scritto più di 350 pubblicazioni di carattere politico, giuridico, storico, tra cui ricordiamo “Gli ultimi governi liberali e la questione romana” (ed. Giuffrè, 1976), “Le minoranze religiose in Italia e Il fenomeno religioso nella trasformazione dell’ordinamento giuridico” (ed. San Paolo, 1997).

Tra i protagonisti dell’accordo Benito Mussolini, capo di governo del Regno d’Italia, interessato ad accrescere il proprio consenso, e Papa Pio XI, mosso dalla volontà di superare il conflitto e la separazione civile che aveva fin lì contraddistinto le masse cattoliche in Italia. Un delicato equilibrio giocato e soppesato sulle colonne dei giornali, in un mondo che di lì a poco sarebbe stato interamente stravolto dalla guerra prima e dalla modernità poi.

L’ebook è disponibile sulle piattaforme Amazon e Kindle.

Don Primo Mazzolari: “Il primo Maggio è di tutti”

E poi c’è un’altra rivendicazione del mondo del lavoro: la fatica deve essere pagata onestamente, deve essere giustamente retribuita. Non si può domandare la fatica dell’uomo e non darle quello che giustamente merita per vivere, non per vivere appena, ma per vivere da uomini e da cristiani, per avere una casa, per avere una tranquillità, per avere nell’ora della sofferenza non il vuoto del bisogno intorno e nessuna mano che s’allunga.

E, allora, miei cari fratelli, non vi ricordate che è stata appunto questa Chiesa che ha parlato di un peccato, un peccato contro lo Spirito, cioè il più grande, che non si perdonerà né in questa, né nell’altra vita: il defraudare la mercede all’operaio, qualche cosa di sacro, come un sacramento. E chi non paga la fatica, miei cari fratelli, fa un sacrilegio, è come il sacerdote indegno che butta via l’ostia del Signore.

Da “Il primo Maggio è di tutti” di Don Primo Mazzolari (Bozzolo, 1 Maggio 1957)

 

Vita di Don Primo Mazzolari

Primo Mazzolari nacque agli inizi del 1890 a Santa Maria del Boschetto, frazione rurale di Cremona, città in cui nel 1902 entrò in seminario. Come riportano le pagine del suo Diario, elaborò fin dall’adolescenza alcune idee sulla Chiesa e sulla società che avrebbe mantenuto negli anni della maturità: la fiducia accordata alla modernità (in antitesi alla visione che di essa aveva dato il mondo cattolico intransigente), il suo patriottismo di ispirazione risorgimentale e democratica («l’avvenire è della democrazia: […] dobbiamo essere noi cristiani, che abbiamo la vera democrazia di Cristo» scrisse nel 1906), l’affermazione della propria libertà di coscienza (scrisse nel 1907: «Io amo la Chiesa e il Pontefice, ma la mia devozione e il mio amore non distruggono la mia coscienza di cristiano»).

L’approfondimento di questi pensieri, durante gli anni del seminario, lo unì in amicizia al compagno di studi Annibale Carletti, accomunato dalla medesima ottica modernistica e riformatrice. Fra i due seminaristi si sviluppò una solida intesa di ideali e un affetto profondo che perdurò tutta la vita.

Il 24 agosto 1912 venne ordinato presbitero a Verolanuova dal vescovo Giacinto Gaggia; il 1º settembre dello stesso anno venne nominato curato a Spinadesco e il 22 maggio 1913 a Santa Maria del Boschetto.

Favorevole all’interventismo democratico, nel 1915 si arruolò come volontario nella prima guerra mondiale e divenne cappellano militare nel 1918.

Rientrato in Italia nel 1919, venne nominato Cavaliere della Corona d’Italia e inviato in Alta Slesia, prima di essere definitivamente congedato nel 1920.

Il 31 dicembre 1921 venne nominato parroco a Cicognara. Il 10 luglio 1932 venne trasferito, infine, nella parrocchia di Bozzolo, dove visse per il resto della sua vita.

Nel 1925 fu denunciato dai fascisti per essersi rifiutato di cantare il Te Deum dopo il fallito attentato a Mussolini ad opera di Tito Zaniboni.
La notte del 1º agosto 1931, chiamato alla finestra della canonica, gli spararono tre colpi di rivoltella che tuttavia non lo colpirono.

Dopo l’8 settembre 1943, partecipò attivamente alla lotta di liberazione, incoraggiando i giovani a partecipare, e venne arrestato e rilasciato. Fu costretto a vivere in clandestinità fino al 25 aprile 1945, per timore dei fascisti.

Dopo la guerra, l’Anpi di Cremona gli riconobbe la qualifica di partigiano.

Nel 1949 fondò il quindicinale Adesso del quale fu direttore. I suoi scritti attirarono le sanzioni dell’autorità ecclesiastica che ordinò la chiusura del giornale nel 1951. A luglio dello stesso anno, venne imposto al prete il divieto di predicare fuori diocesi senza autorizzazione e il divieto di pubblicare articoli senza una preventiva revisione dell’autorità ecclesiastica.

Il quindicinale poté riprendere le pubblicazioni a novembre, ma don Primo dovette lasciare l’incarico di direttore; egli continuò tuttavia a scrivere alcuni articoli sotto pseudonimi. Proprio alcuni di questi scritti sul tema della pace attirarono nuove sanzioni; nel 1954, infatti, fu imposto a don Primo il divieto assoluto di predicare fuori dalla propria parrocchia e il divieto di pubblicare articoli riguardanti materie sociali.

Dagli inizi degli anni cinquanta don Primo sviluppa un pensiero sociale vicino alle classi deboli (Nessuno è fuori della carità) e ai valori del pacifismo che attireranno le critiche e le sanzioni delle autorità ecclesiastiche fino a portarlo all’isolamento nella sua parrocchia di Bozzolo.

Con la pubblicazione anonima di Tu non uccidere, nel 1955, Mazzolari attaccava a fondo la dottrina della guerra giusta e l’ideologia della vittoria, il tutto in nome di un’opzione preferenziale per la “nonviolenza”, da sostenere con un forte «movimento di resistenza cristiana contro la guerra» e per la giustizia, vista come l’altra faccia della pace. Al fondo c’era la nuova consapevolezza del significato dirompente della bomba atomica, che aveva cambiato il campo razionale entro il quale il realismo aveva potuto muoversi per giustificare l’extrema ratio della guerra.

È solo nella seconda metà degli anni cinquanta che don Primo Mazzolari cominciò a ricevere le prime attestazioni di stima da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche. Nel novembre del 1957 l’arcivescovo di Milano Montini, futuro Papa Paolo VI, lo chiama a predicare presso la propria diocesi, molte idee sui poveri e sulla missione della Chiesa accomunano Montini e Mazzolari[6]; nel febbraio del 1959 Papa Giovanni XXIII lo riceve in udienza privata e lo saluta pubblicamente “Tromba dello Spirito Santo in terra mantovana”.

Il 20 giugno 2017 papa Francesco si è recato in visita a Bozzolo per ricordare la figura di don Primo Mazzolari .

Qui potete leggere l’omelia del Papa.

Aldo Moro e il lavoro dell’uomo

Oggi festa dei lavoratori, vogliamo pubblicare questo breve scritto di Aldo Moro, a nostro avviso denso di un significato troppo spesso dimenticato 

Sia dunque ben chiaro che, quando si parla di un giusto controllo dell’economia e di rapporti umani, su base di autonomia, dignità e responsabilità nell’ambiente di lavoro, non si discute solo di efficienza produttiva, ma di condizione sociale della persona, di qualche cosa che va al di là della pur naturale rivendicazione di benessere e della giustizia, per toccare la posizione dell’uomo ed il suo modo di essere, il solo accettabile ed appagante, nella società.

La partecipazione così intesa è non solo mezzo, ma anche è più fine; è il superamento della civiltà dei consumi in favore della civiltà dell’uomo. In termini di libera politica e di dignità ed autonomia sociale si riscatta la persona dall’inquietudine e dallo scontento, che il solo benessere non riesce a placare. In una tale condizione c’è un lavoro da compiere ed una disciplina da accettare. Ma è importante e caratterizzante che in essi si esprima l’uomo non come servo della macchina, della tecnica, dei padroni, del potere, ma come libero e responsabile protagonista della vita sociale e politica.

1° Maggio, la festa dei lavoratori 2019: memoria e speranza

Diventa difficile parlare della festa del lavoro quando un terzo dei giovani italiani non sono occupati, il tasso di disoccupazione è sempre sopra al 10% (l’Italia è la penultima nella classifica dei Paesi Europei per i senza lavoro, l’ultima è la Grecia) e il numero degli incidenti del lavoro sono in costante aumento, nel 2018 le denunce per infortuni sono state 641 mila e i morti 1133.  Tuttavia le ricorrenze o gli anniversari, hanno sempre un senso, perché rappresentano la memoria e l’evoluzione che ha caratterizzato il nostro Paese. Stiamo di fronte alla Costituzione della Repubblica Italiana, ove all’articolo 1, è scritto: “L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro.”

 

La Costituzione è la regola fondamentale, con diritti e doveri, va rispettata e attuata, è la “stella polare” della vita democratica e sociale dell’Italia, e in questo senso il suo dettato è di perenne attualità, per garantire sviluppo e libertà, in questa fase dove “il nuovo appare come un vecchio passato” e ciò che è stato costruito, con tutti i limiti, deve  essere rimosso o cancellato. E’ preferibile fare memoria e guardare al futuro con realismo e concretezza, senza approssimazioni o improvvisazioni. Ecco perché ricordare il 1° maggio è importante, per tutti, giovani e meno giovani.

 

Che cosa ha rappresentato nell’immaginario collettivo e nella storia la festa dei lavoratori ?

Il 1° Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, ne tanto meno sociali per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione.

“Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire” fu la parola d’ordine coniata in Australia nel 1855, condivisa da gran parte del movimento organizzato del primo Novecento.

Si apri cosi la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo di Maggio, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare forme di lotta e affermare la propria autonomia e indipendenza.

Negli Stati Uniti, nello Stato dell’Illinois, nel 1866 ci fu il primo riconoscimento, con molte limitazioni, della giornata lavorativa a otto ore; sempre nello stesso anno in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti, oltre 400mila lavoratori incrociarono le braccia il 1°Maggio e nella sola Chigaco 80 mila operai scioperarono e parteciparono a un grande corteo.

Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi ci furono scontri fra manifestanti e polizia, per protestare contro i licenziamenti di una fabbrica, ci furono diversi morti.

Da quei fatti e nel ricordo dei “martiri di Chigaco”, che erano diventati il simbolo della lotta nacque il 1° Maggio.

 

La decisione fu assunta cosi come indicato dal Congresso costitutivo della “Seconda internazionale” riunito a Parigi, il 14 luglio 1889, nel centenario della presa della Bastiglia, ( l’evento storico più significativo della Rivoluzione francese) e venne deciso, dopo forti discussioni, di garantire ai sindacati  l’autonomia e l’indipendenza dai partiti. Nel 1890, per la prima volta si svolsero manifestazioni simultaneamente in tutto il mondo con successo, per la grande partecipazione di lavoratori e di cittadini.

 

A Roma la manifestazione era stata convocata in Piazza Santa Croce in Gerusalemme, nei pressi di S. Giovanni, la tensione era alta, ci furono tumulti che provocarono morti e feriti, centinaia di arresti tra i manifestanti, con la folla che sosteneva la causa dei lavoratori. Nel resto d’Italia e del mondo le manifestazioni del 1° Maggio ebbero uno svolgimento più tranquillo, lo spirito di quella giornata si stava radicando nelle coscienze dei lavoratori e dei cittadini. Iniziava una nuova stagione per i lavoratori sfruttati e sottopagati, con tanti diritti da conquistare.

Nel nostro Paese il fascismo decise la soppressione della Festa del 1° Maggio, durante il ventennio, e fu fatta coincidere con le celebrazioni del 21 aprile, il Natale di Roma, mentre la festa del lavoro veniva connotata come “sovversiva”.

 

Nel dopoguerra , il ripristino della Festa del 1° Maggio fu conseguenza della Liberazione, nel 1947 a Portella della Ginestra in Sicilia, venne scritta una pagina nera a opera della banda Giuliano.

Durante una manifestazione per festeggiare la fine della dittatura, la ritrovata libertà e rivendicare migliori condizioni di lavoro per i braccianti e i mezzadri agricoli venne compiuta una strage, che causò 11  morti e 50 feriti. Successivamente il 1° Maggio 1955, il Papa Pacelli, Pio XII, istituì la celebrazione di San Giuseppe Lavoratore, venendo incontro a una richiesta del 1945 delle ACLI, così da ufficializzare la ricorrenza anche per i lavoratori cattolici.

 

Le forti trasformazioni sociali nel corso dei decenni trascorsi, il mutamento delle abitudini, la progressiva omogeneizzazione degli stili di vita, l’industrializzazione del paese, il ruolo della cultura e dello studio, la crescita dei servizi e della comunicazione attraverso i social, le conquiste di migliori condizioni economiche e civili, hanno profondamente cambiato il significato di una ricorrenza che aveva esaltato la distinzione della classe operaia.

Il modo di celebrare il 1° Maggio è quindi cambiato negli ultimi due decenni dello scorso secolo, questa condizione è da attribuire alla partecipazione e alle lotte dei lavoratori di tutte le categorie che hanno modificato la società italiana

 

Dal 1990, CGIL- CISL- UIL hanno scelto di celebrare la giornata del 1° Maggio promuovendo una manifestazione nazionale dedicata a specifici temi.  Quest’anno a Bologna, con questo lo slogan : “Lavoro, Diritti, Stato Sociale, La Nostra Europa.” La scelta della Città Capoluogo dell’Emilia Romagna, “perchè ha sempre combattuto per la difesa dei diritti, che ha sempre fatto  delle battaglie per il lavoro, per l’accoglienza, la difesa dei diritti di cittadinanza e di inclusione sociale, questi i tratti distintivi della sua storia.”

 

Inoltre è diventato un appuntamento storico il tradizionale “Concerto” del 1° Maggio a Piazza San Giovanni, chiamato in forma popolare “Concertone”,   che con la diretta Non-Stop della Rai, lo scorso anno ha registrato, 16,8 milioni di contatti unici TV e la “media share” della diretta su Rai 3, ai massimi storici. Quindi “un Primo Maggio che è la festa non solo di chi lavora, ma di tutti coloro che desiderano lavorare e costruire la loro dignità sul lavoro, e attraverso il lavoro si uniscono le diverse generazioni.

  

Viene infine da domandarsi, ed è una domanda di grande attualità, richiamando quanto affermava Papa Giovanni Paolo II, oggi Santo, nell’Enciclica la “Laborem exercens”( Compiendo il lavoro): “Nell’attuale mutato quadro di riferimento ha ancora senso parlare di priorità del lavoro sul capitale? Esistono ancora oggi buone ragioni per sostenere il principio del primato del lavoro e la centralità dell’uomo”.

Saranno necessarie nuove forme di responsabilità, intesa come spirito di servizio, superando il culto dell’individualismo e dell’approssimazione nella gestione della cosa pubblica e dell’economia; certamente le forze politiche e le forze sociali dovranno tenere conto, ove il sindacato deve superare le differenze e le divisioni di questi ultimi anni, avendo avanti agli occhi e nel cuore, il valore e lo spirito che ispirò la nascita della Festa del 1° Maggio.

In gioco ci sono le sorti delle giovani generazioni del nostro Paese e il futuro dell’Europa. Bisogna crederci, impegnarsi e partecipare, pensando anche alla storia del 1° Maggio, Festa Internazionale del Lavoro, può aiutare.  

Eurostat, i dati sulla disoccupazione sono da brivido

Tra il 2017 e il 2018 nel Sud e nelle Isole, la disoccupazione è cresciuta ancora, superando quota 65% contro una media Ue scesa dal 44,9 al 43,2%. A scattare l’istantanea è Eurostat con la diffusione dei dati sull’andamento della disoccupazione nelle tante amministrazioni regionali in cui sono divisi i Paesi membri dell’Unione.

Dalle rilevazioni vediamo che in Alta Baviera sono disoccupati soltanto 4 giovani su 100 (il tasso più basso d’Europa), mentre in Sicilia, Campania e Calabria è senza lavoro oltre un ragazzo su due. E i rispettivi tassi di disoccupazione giovanile (il 53,6% per Sicilia e Campania e il 52,7 per la Calabria) collocano queste aree al settimo e al nono posto nella classifica delle “peggiori” dieci regioni tra le 280 dell’Ue. I dati Eurostat sottolineano inoltre (ancora una volta) come all’interno dell’Europa, ma anche del Belpaese, ci sia una netta divisione tra Nord e Sud. Non serve infatti andare fino in Germania per trovare tassi di disoccupazione giovanile decisamente inferiori alla media, basta ad esempio guardare il caso della Provincia autonoma di Bolzano (una vera eccezione), del Trentino (15%), dell’Emilia Romagna (17,8%), della Lombardia (20,8%), del Veneto (21%).

Nel contesto europeo a far registrare le quote più preoccupanti sono invece alcune aree della Grecia, i territori d’oltremare francesi di Mayotte e Guadalupa e le enclave spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla. Complessivamente sono 71 le regioni dei Paesi dell’Unione che nel 2018 hanno avuto un tasso di disoccupazione inferiore al 3,5% (pari alla metà della media europea che è del 6,9%). Tra queste 20 regioni sono in Germania, 15 nel Regno Unito, 9 in Polonia, 7 in Cechia, 5 in Ungheria, 4 in Olanda e Austria, due in Belgio e Romania e una in Bulgaria e Slovacchia.

Lavoro: Istat, a marzo la disoccupazione cala

A marzo 2019 la stima degli occupati è in crescita rispetto a febbraio (+0,3%, pari a +60 mila unità); anche il tasso di occupazione sale, arrivando al 58,9% (+0,2 punti percentuali).

L’aumento dell’occupazione è determinato da entrambe le componenti di genere e si concentra tra i minori di 34 anni (+69 mila); sono sostanzialmente stabili i 35-49enni mentre calano gli ultracinquantenni (-14 mila). Si registra una crescita dei dipendenti permanenti (+44 mila) e degli indipendenti (+14 mila), mentre risultano sostanzialmente stabili i dipendenti a termine.

Le persone in cerca di occupazione calano del 3,5% (-96 mila). La diminuzione riguarda entrambi i generi e tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione passa dal 10,5% al 10,2% con un calo di 0,4 punti percentuali.

La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a marzo è sostanzialmente stabile come sintesi di una diminuzione tra i minori di 34 anni e un aumento tra gli over 35. Il tasso di inattività è invariato al 34,3% per il terzo mese consecutivo.

Nel periodo da gennaio a marzo 2019 l’occupazione registra una crescita rispetto ai tre mesi precedenti, sia nel complesso (+0,2%, pari a +46 mila) sia per genere. Nello stesso periodo diminuiscono i dipendenti a termine (-1,0%, -31 mila), mentre aumentano sia i dipendenti permanenti (+0,4%, +64 mila) sia gli indipendenti (+0,3%, +14 mila).

Nel trimestre all’aumento degli occupati si associa un calo delle persone in cerca di occupazione (-1,8%, pari a -50 mila) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,1%, -18 mila).

Su base annua l’occupazione cresce dello 0,5%, pari a +114 mila unità. L’espansione interessa entrambe le componenti di genere, i 15-24enni (+63 mila) e gli ultracinquantenni (+210 mila). Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. In un anno crescono soprattutto i dipendenti a termine (+65 mila) e si registrano segnali positivi anche per gli indipendenti (+51 mila), risultano sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti.

Nei dodici mesi, la crescita degli occupati si accompagna al calo dei disoccupati (-7,3%, pari a -208 mila unità) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,3%, -35 mila).

Le 10mila bugie di Trump

Bugie, bugie sempre più bugie. Donald Trump ha abbattuto il muro delle 10 mila bugie. Lo rivela il Washington Post sulla base del suo Fact Checker’s database. Il presidente era arrivato a 5000 dopo i primi 601 giorni, con una media di otto dichiarazioni false o fuorvianti al giorno. Ma, ora, con un ritmo di circa 23 bugie al giorno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è quasi un re nel mondo delle dichiarazioni false o poco  veritiere.

Un traguardo che sembrava improbabile, sottolinea il Washington Post, quando e’ stato lanciato il progetto di verificare le affermazioni di Trump: nei primi 100 giorni, il presidente aveva una media di meno di 5 bugie al giorno, un numero che proiettava un massimo di circa 7000 falsità nei quattro anni di mandato.

Voto a domicilio: c’è tempo fino al 6 maggio per la domanda

Gli elettori affetti da gravi infermità che non possono allontanarsi dalla propria abitazione – si legge in una nota pubblicata sul sito del Viminale –  hanno la possibilità di votare a domicilio.

La domanda, corredata da un certificato medico della ASL e dalla copia della tessera elettorale, deve pervenire entro il 6 maggio 2019 al comune di residenza.

Inoltre, gli elettori che hanno bisogno dell’assistenza di un altro elettore per esprimere il proprio voto, possono richiedere al proprio comune di provvedere all’annotazione permanente del diritto al voto assistito mediante l’apposizione di un timbro sulla tessera elettorale.

Giorgio de Chirico: Ritorno al Futuro

La GAM di Torino presenta la grande mostra Giorgio de Chirico. Ritorno al Futuro, Neometafisica e Arte Contemporanea, un dialogo tra la pittura neometafisica di Giorgio de Chirico (Volo, Grecia, 1888 – Roma, 1978) e le generazioni di artisti che, in particolare dagli anni Sessanta in poi, si sono ispirati alla sua opera, riconoscendolo come il maestro che ha anticipato la loro nuova visione e che con la sua neometafisica si è posto in un confronto diretto con gli autori più giovani.

La mostra a cura di Lorenzo Canova e Riccardo Passoni è organizzata e promossa da Fondazione Torino Musei, GAM Torino e Associazione MetaMorfosi, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e presenta un centinaio di opere provenienti da importanti musei, enti, fondazioni e collezioni private.

La metafisica di Giorgio de Chirico, nella sua visione originaria e futuribile, ha influenzato atteggiamenti e generi differenti, non solo nel campo delle arti visive, ma anche della letteratura, del cinema, delle nuove tecnologie digitali, arrivando fino a confini inattesi come videogiochi e videoclip, in un interesse globale che va dall’Europa agli Stati Uniti fino al Giappone.

Oggi la posterità, libera dagli stereotipi di certe condanne, può “dire la sua”, come intuì con il suo genio Marcel Duchamp in un testo su de Chirico del 1943.

In questo contesto si inserisce la nuova attenzione per il periodo della neometafisica di de Chirico (1968-1978), che rappresenta allo stesso tempo un ritorno e una nuova partenza, una fase di nuova creatività e un riandare verso l’immagini del proprio passato, attraverso un nuovo punto di vista e nuove soluzioni formali e concettuali.

Così, già nel 1982, Maurizio Calvesi, rivolgendosi idealmente al maestro nel suo fondamentale volume La Metafisica schiarita, sottolineava l’importanza del de Chirico neometafisico per l’arte contemporanea: “perché riconoscemmo i tuoi colorati chiaroscuri, le tue sfere, i tuoi segnali e le tue frecce, i tuoi schienali e le tue ciminiere, i tuoi oggetti smaltati ed ora come staccatisi dai quadri, qualcosa delle tue schiarite e delle tue sospensioni, nel nuovo momento di un’arte che si disseminò come un concerto o una pioggia rinfrescante”.

Non a caso, la neometafisica di de Chirico sembra già dialogare con la pop art e con l’arte internazionale, in particolare americana, e in quegli anni proprio Andy Warhol dichiaratamente riconosceva in de Chirico uno dei suoi precursori, e gli rendeva omaggio con un celebre ciclo di opere in cui presentava una metafisica rivisitata e seriale.

Con una pittura di grande intensità e felicità cromatica, il de Chirico neometafisico sembra dunque rispondere agli omaggi degli artisti più giovani creando un dialogo a distanza di grande intensità e vitalità. In questo modo de Chirico si è posto come una delle fonti dirette dell’arte di molte generazioni di artisti italiani e internazionali, sospese tra le immagini dei segnali urbani, delle merci della civiltà di massa e le memorie di una bellezza classica e perduta, un accostamento anticipato dallo stesso de Chirico nel suo romanzo Ebdòmero.

La mostra evidenzia questo rapporto intenso e profondo, mettendo in relazione le opere neometafisiche di de Chirico con le nuove tendenze dell’arte italiana e internazionale come la Pop art di Andy Warhol, Valerio Adami, Franco Angeli, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Gino Marotta, Ugo Nespolo, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Emilio Tadini. La mostra presenta anche un grande prosecutore della Metafisica come Fabrizio Clerici, la pittura di Renato Guttuso e di Ruggero Savinio, insieme a grandi artisti internazionali come Henry Moore, Philip Guston, Bernd e Hilla Becher. Il percorso propone anche maestri dell’arte povera come Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto, le visioni concettuali di Fabio Mauri, Claudio Parmiggiani, Luca Patella e Vettor Pisani, fino ad arrivare alle ombre geometriche di Giuseppe Uncini, alla fotografia di Gianfranco Gorgoni, alle sculture di Mimmo Paladino, ai dipinti di Alessandro Mendini e di Salvo, al mistero di Gino De Dominicis, ai tableaux vivants di Luigi Ontani, e a protagonisti delle ultime generazioni internazionali come Juan Muñoz, Vanessa Beecroft e Francesco Vezzoli.

Oltre al prestito delle opere neometafisiche della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, la mostra presenta un’animazione digitale di Maurice Owen e Russell Richards, insieme a opere di artisti contemporanei provenienti dalle collezioni della GAM di Torino e tra questi Claudio Abate, Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Franco Fontana, Fausto Melotti. Una piccola sezione della mostra, come un inserto prezioso, è riservata al tema della citazione e della copia, esercizio prediletto da de Chirico nella sua lunga ricerca sulla pittura dei grandi maestri e presenta un disegno originale di Michelangelo proveniente da Casa Buonarroti, insieme a disegni di de Chirico dedicati allo studio degli affreschi michelangioleschi della Volta della Cappella Sistina e a opere del famoso ciclo su Michelangelo di Tano Festa, pittore che tra i primi ha compreso la forza innovativa della pittura di de Chirico, in un collegamento con l’arte del passato che, nella curva del tempo, ha il potere di rifondare l’arte del futuro.

La mostra è accompagnata da un catalogo edizioni Gangemi International con testi di Lorenzo Canova, Riccardo Passoni e Jacqueline Munck.

Lazio: Trend positivo per i trapianti

L’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Ragione Lazio, Alessio D’Amato commentando i dati sull’attività di donazione e trapianto dichiarando che: “Nel Lazio lo scorso anno sono stati eseguiti 435 trapianti di organo che rappresentano il 12% del dato nazionale. Stiamo parlando di oltre un trapianto al giorno. Un trend in continua crescita che ha fatto registrare una vera impennata nei primi due mesi del 2019. Proprio qualche giorno fa abbiamo registrato un caso straordinario con la donazione degli organi della signora Annita deceduta al Policlinico Umberto I all’età di 88 anni. Un gesto reso possibile anche grazie anche alla generosità dei suoi famigliari e che ha permesso di salvare due vite umane. Credo sia il miglior esempio di quanto sia importante l’attività trapiantologica che nella nostra Regione”.

Entrando nello specifico nel differenziale tra gennaio e febbraio del 2018 rispetto al 2019 i donatori sono passati da 12 (2018) a 30 (2019), mentre i trapianti effettuati da 40 (2018) a 69 (2019). Sono stati effettuati tra gennaio e febbraio di quest’anno 35 trapianti di rene contro i 20 dello stesso periodo nel 2018, 22 di fegato in aumento rispetto ai 18 del 2018, 3 trapianti di polmone nel 2019 a fronte di nessuno nello stesso periodo del 2018.

I 2 preamboli del nuovo centro sinistra

Già pubblicato su Huffingtonpost

Non giriamo troppo attorno al tema. Oggi una coalizione di centro sinistra, in Italia, non c’è. E’ perfettamente inutile aggrapparsi attorno allo slogan che si è “l’unica e vera alternativa democratica” al centro destra. Uno slogan che, ripetuto a iosa, diventa anche un po’ stucchevole. O meglio, una coalizione di centro sinistra c’è ma è strutturalmente minoritaria. E’ appena sufficiente registrare i voti reali disseminati in tutta Italia senza fermarsi ai soliti sondaggi che dipingono un futuro roseo, illuminato e senza ostacoli per il Pd di Zingaretti. Perché, al di là della narrazione virtuale dei soliti noti “progressisti” sui soliti organi di informazione “progressista”, non c’è votazione importante a livello locale o regionale – e forse domani anche nazionale – che non certifichi l’avanzata del centro destra. Distanziando sempre, e puntualmente, il centro sinistra. Per non parlare dell’ormai decadente e progressivamente marginale partito dei 5 stelle.

Ora, ci sono almeno 2 condizioni – o preamboli per usare un termine ancora più netto – che devono essere rigorosamente rispettate se si vuol far decollare una coalizione che non sia solo una banale e burocratica sommatoria di sigle più o meno note.

Innanzitutto si deve archiviare definitivamente la cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Partito democratico. Sia nella versione ufficiale del passato e sia in quella ufficiosa del presente. Per capirci, il partito che rappresentava politicamente ed elettoralmente l’intero campo del centro sinistra è ormai alle nostre spalle. Stagione chiusa, come si suol dire. Ma quello che pensa e pratica Zingaretti non può essere la soluzione. E cioè, l’antico vizio della sinistra post comunista italiana che pensava di costruire la coalizione attorno ad un partito centrale attorniato da allegri “nanetti” politici che avevano il compito di dire che con la loro presenza si certificava la natura plurale dell’alleanza. Un’operazione persin troppo nota per essere descritta nei particolari. Anche perché si tratta di un’operazione pianificata a tavolino dove si decide chi, all’interno dell’alleanza, deve assolvere al compito di rappresentare la sinistra, chi la destra e chi il centro. Ma sempre e solo in funzione degli interessi del partito principale. Ora, se si vuol costruire una alleanza che non sia un banale prolungamento del Partito democratico – appunto, una vocazione maggioritaria mascherata – si tratta di ricostruire una vera coalizione. Dove la pluralita’ politica, culturale e programmatica – poi da sintetizzare in un progetto di governo comune ed omogeneo – emerga in modo chiaro, netto e immediatamente percepito dai cittadini elettori. Perché altrimenti si tratta di un escamotage neanche troppo intelligente per essere condiviso e quindi votato.

Il secondo preambolo essenziale per dare vita ad una vera coalizione non può essere la solita, banale, noiosa, stantia ripetizione che dobbiamo combattere l’ennesima offensiva fascista, autoritaria e di regime rappresentata dalla destra più retriva. Ora, non c’è nessuno che sottovaluta il pericolo di una destra regressiva, autoritaria e populista. Ma dopo aver predicato – sempre attraverso i soliti “progressisti” e “borghesi” nostrani – per lunghi 20 anni del rischio di una deriva autoritaria, fascista ed illiberale rappresentata dalla presenza di Berlusconi e del suo progetto politico, oggi rischia di essere scarsamente credibile la meccanica ripetizione di quello slogan con la semplice sostituzione del leader di Forza Italia con il capo della Lega di Salvini. Perché delle due l’una: o questo rischio c’è sul serio ma allora non si combatte a giorni alterni, oppure – com’è evidente ai più – si tratta di una semplice arma di propaganda politica che sviene sfoderata durante le campagne elettorali o alla vigilia delle grandi feste civili nazionali per essere prontamente rimessa nello zaino appena archiviato l’impegno elettorale o la partecipazione all’evento popolare. Ecco, per il centro sinistra serve si’ avere continuamente un avversario da combattere ma, come avviene nelle democrazie mature, si tratta di riaffermare una identità ed un progetto politico non solo attraverso il nemico ma, soprattutto, con un programma di governo che sappia rilanciare al contempo l’entusiasmo dei militanti e la fiducia degli elettori. E cioè, è necessario declinare una “identità in positivo” e non solo rimarcare una “identità in negativo”.

Dunque, le 2 condizioni basilari per rilanciare una prospettiva politica di centro sinistra sono fortemente intrecciate tra di loro. Solo attraverso una coalizione plurale e realmente

rappresentativa da un lato e un progetto che non sia solo l’annientamento strumentale del nemico dall’altro si potrà ancora parlare di un vero ed autentico centro sinistra. Il resto, purtroppo, appartiene solo al campo della propaganda, del passato che ritorna e anche della scarsa credibilità politica. È bene saperlo prima che si avvicinino le prossime elezioni politiche generali.

Continua il pressing del M5s per le dimissioni di Siri, ma Salvini lo blinda

Fonte AGI

Il caso di Armando Siri continua a creare tensioni nel governo. In attesa dell’incontro con Giuseppe Conte, si fa più intenso il pressing del M5s affinché il sottosegretario leghista, indagato per corruzione, faccia un passo indietro dall’esecutivo, mentre i leghisti ‘blindano’ l’ideologo della flat tax, sostenendo di attendere la mediazione del presidente del Consiglio.

Conte ha acconsentito a lasciare altro tempo al sottosegretario genovese, che potrebbe essere sentito dai pm nelle prossime ore, come annunciato dal suo avvocato, e il faccia a faccia, che avrebbe potuto tenersi oggi al ritorno del premier dalla Cina, non c’è stato mentre continuano le ‘stilettate’ tra alleati sul caso. Dal canto suo, il capo della Lega Matteo Salvini, ospite in tv, ha annunciato l’intenzione di riaprire i termini di scadenza per la presentazione delle domande per accedere alla cosiddetta ‘pace fiscale’, provvedimento di cui si è occupato proprio Siri, ‘corretto’ più volte nei mesi scorsi dal M5s.

Intanto, domani il premier e i suoi due vice, Salvini e Luigi Di Maio, si vedranno a Tunisi, per il vertice inter-governativo Italia-Tunisia. Il volo in aereo verso il Paese nordafricano potrebbe essere occasione per un confronto sul caso tra Conte e Salvini, che non avrebbero avuto recenti contatti sul tema. Mentre Di Maio li attenderà a Tunisi, dal momento che arriverà già stasera con il volo di linea.

“Siri continuerà a fare il senatore, lasciamo libero il posto da sottosegretario e quando si saranno concluse le indagini, vedremo”, ha scandito oggi il vice premier M5s, che ha smentito le indiscrezioni di stampa secondo cui una delle soluzioni potrebbe essere una autosospensione temporanea e volontaria dall’incarico del leghista. “L’autosospensione non esiste, è un istituto che non esiste, esistono le dimissioni o stare in carica, il tema è se Siri, se risulterà prosciolto, vuole tornare, sarò io il primo a dire che può tornare, se sarà innocente – ha scandito -. Ma non ci prendiamo in giro, non credo che Conte avesse in mente questo”.

“Il Movimento 5 stelle chiede a Siri di mettersi in panchina, finché l’inchiesta sia conclusa”, torna a dire Luigi Di Maio. “La Lega – sottolinea il capo politico M5s – deve comprendere che, sebbene loro non abbiano questa sensibilità sul tema corruzione, noi l’abbiamo e dobbiamo difendere le istituzioni anche da una macchia ipotetica che possa venire da questa inchiesta”.

Durissimo l’attacco inviato a mezzo ‘fonti M5s’ a Salvini: “Anche Berlusconi diceva che i processi non si fanno in Parlamento o sui giornali. E mentre lo diceva, accomodandosi sulla lunghezza dei processi, continuava a mangiarsi il Paese. Dispiace che anche Salvini la pensi allo stesso modo. Non è questione di dove si fanno i processi, a nostro avviso, ma questione di opportunità politica”. “Agli attacchi delle opposizioni e dei giornali sono abituato. È bizzarro leggere ogni giorno dichiarazioni di M5s contro di me. Io non rispondo e lavoro; sarebbe opportuno che tutti facessero lo stesso”, si è lamentato, dal canto suo, il capo della Lega.

“Conte è tornato, ci sta pensando lui”, ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. A chi gli chiedeva se fosse ottimista sull’esito della vicenda, ha risposto: “Se non si è ottimisti non si va avanti, bisogna essere ottimisti per forza”.

Fonti governative della Lega smentiscono che Siri sia intenzionato a rassegnare le dimissioni. “Domani – ha aggiunto Giorgetti – abbiamo il Consiglio dei ministri e almeno li’ ci vediamo”. Nella riunione del Cdm, non ancora convocata ma che si dovrebbe tenere intorno alle 21, dal governo dovrebbe arrivare il via libera alla nomina di alcuni prefetti e del nuovo direttorio della Banca d’Italia, indicato dal Consiglio superiore dell’istituto il 28 marzo.

Ma oltre al ‘caso Siri’ sono diversi i fronti, nuovi e vecchi, che dividono, i due azionisti della maggioranza: dalla castrazione chimica, rispolverata da Salvini dopo lo stupro di Viterbo e per la quale la Lega ha presentato diverse proposte di legge mentre per Di Maio è una “presa in giro per le donne e i cittadini”; alle intese con le Regioni che chiedono l’autonomia differenziata, battaglia storica degli ‘ex lumbard’ su cui il M5s nutre diverse perplessità; ai corridoi umanitari che sono oggetto di un botta e risposta ‘piccato’ tra il ministro della Difesa Elisabetta Trenta e i sottosegretari leghisti Nicola Molteni e Raffaele Volpi.

Confronto-scontro tra i due alleati di governo anche nell’interpretazione dell’esito delle amministrative in Sicilia, con Salvini che, da una parte, si è detto soddisfatto, mentre Di Maio, dall’altra, ha tenuto a sottolineare come il M5s ‘batta’ la Lega ove si presenta da sola e non in coalizione con il centrodestra.

Buon compleanno, Internet

Articolo già apparso sulla rivista Il Mulino a firma di Laura Sartori

Il 30 aprile 1986 l’Italia si connette per la prima volta a Internet, evento che oggi definiamo epocale, ma che allora fu festeggiato da un ristretto gruppo di scienziati. Sì, perché è tra le mura del Centro nazionale del calcolo elettronico (Cnuce) di Pisa – oggi diventato il Cnr – che parte il primo segnale Internet dall’Italia diretto in Pennsylvania, dove c’era la sede della rete Arpanet. Tecnicamente, il segnale partì da Pisa via cavo, grazie al progetto Italcable, fino alla piana del Fucino in Abruzzo, dove con la struttura satellitare del progetto Telespazio e il primo grande router (Butterfly Gateway) finanziato dal governo americano, arrivò infine negli Usa.

In quegli anni, Arpanet rappresentava la rete di università collegate nel mondo, nata nel 1958 quando il generale Eisenhower fondò Arpa (Advanced research projects agency), convinto che la conquista dello spazio fosse un progetto di ampio respiro e a lungo termine. Questa si integrò con l’idea dello psicologo Robert Licklider di un “Intergalactic Computer Network” creando il progetto Arpanet di Larry Roberts nel 1967. Ma è solo nel 1973 che la situazione matura e si comincia a parlare effettivamente di una rete Internet. Fu allora che Vinton Cerf e Bob Kahn definiscono lo standard di comunicazione con cui ancora oggi si articolano e distribuiscono le informazioni tramite la Rete, ovvero il protocollo Tcp/Ip, che si impose anche perché permetteva il dialogo tra tutte le reti che si stavano sviluppando in quegli anni: non solo Arpanet, ma anche Alohanet, Comsat e Stetnet.
Nasceva così Internet. Oggi, questo termine indica una infrastruttura tecnologica (una rete di reti) su cui corrono diversi protocolli, tra cui il cosiddetto World Wide Web, “immaginato” nel 1989 da Tim Berners Lee, al Cern di Ginevra, come un sistema ipertestuale che apre all’uso grafico e multimediale della Rete. Giunti a quel punto, mancava un ultimo passo per avvicinare Internet e il Web ai comuni cittadini. Ecco allora l’invenzione del browser, un software per la navigazione online. Il primo fu Mosaic nel 1993, seguito da Netscape nel 1994, Explorer nel 1997 e Firefox nel 2002. Nel 2004 si apre l’era dei social network con il lancio di Facebook (ben raccontato dal film “The Social Network” del 2010), Twitter nel 2006 e Instagram nel 2010. WhatsApp fa il suo debutto nel 2009 e Facebook reagisce, trasformando la sua chat, presente dal 2008, in una piattaforma di messaggistica nel 2010 (Messanger).

Questo breve excursus ci permette di capire come quello che comunemente chiamiamo “Internet” sia una realtà multiforme in continua evoluzione, fatta di reti e di app, di cavi e codici. Che pure ha cambiato la nostra quotidianità: per molti sarebbe oggi impensabile cercare lavoro, un hotel, una pizzeria (o perfino un partner) senza fare riferimento al Web. Certo è che Internet è profondamente intrecciato alle strutture sociali, politiche ed economiche del mondo, e questo porta con sé sfide e opportunità cruciali. In un quadro in cui sono profondamente cambiate le regole del gioco che riguardano i rapporti tra cittadini, imprese e governi.

Dalla ricerca di informazioni alla gestione della privacy, dalla consapevolezza nell’uso dei social alla capacità di cercare lavoro o informazioni politiche, l’alfabetizzazione e la competenza digitale sono oggi importanti quanto sapere leggere e scrivere nelle epoche passate. Da questo punto di vista, da noi si registrano ancora alcune lentezze rispetto ad altri Paesi europei. Ancora nel 2018 in Italia il 25% delle famiglie non aveva accesso a Internet da casa (perché non sa usare il Web: il 58%; o perché non lo considera uno strumento rilevante: il 21%). Dieci anni fa queste percentuali erano, rispettivamente, del 41 e 25%, quasi a suggerire come le competenze aumentino a una velocità che non regge rispetto a quella a cui crescono la centralità e la complessità del Web.

Alla sfida delle disuguaglianze digitali, si aggiunge quella rappresentata da come si articoleranno i fenomeni di hate speech che hanno trovato nel Web un terreno particolarmente fertile soffiando sul fuoco di misoginia, odio politico e risentimento. Una migliore conoscenza del Web offrirebbe ai cittadini un’arma in più per continuare a navigare, imparare a riconoscere le fake news e a destreggiarsi con il fact-checking. L’alfabetizzazione digitale e l’elaborazione di un pensiero critico, fondamentali per la società e la democrazia, vedono in campo sempre di più programmi e politiche specifiche: dal pioniere “Pane e Internet” della regione Emilia-Romagna del 2009 al recente progetto congiunto tra Apple e l’italiana Opge (Osservatorio permanente giovani editori).

Infine, una terza e cruciale sfida per i prossimi anni riguarda la gestione della privacy. Se è chiaro cosa sappiamo fare quando siamo online, meno chiaro è cosa facciamo sapere quando siamo in Rete. Quanto siamo consapevoli del fatto che le nostre pratiche sociali online si trasformano per le grandi aziende come Google, Amazon, Facebook e Apple (Gafa) in dati, nuovo petrolio da cui estrarre valore? Da una semplice ricerca di un ristorante o di un biglietto aereo all’uso dei social, le aziende sfruttano le informazioni su di noi che più o meno consapevolmente concediamo. Molti si ricorderanno la #challenge2019, dove Facebook invitava i propri utenti a postare e comparare due foto a 10 anni di distanza. È stato sollevato il dubbio che non si trattasse di un semplice gioco, ma di un escamotage per accumulare dati su cui allenare l’intelligenza artificiale del software di riconoscimento facciale. Quanti di coloro che hanno partecipato al gioco ne erano consapevoli?

D’altra parte, il mercato dei beni e servizi offerti per Internet e il Web ha visto emergere posizioni di monopolio di grandi aziende – come Amazon, Facebook e Google (la cosiddetta “Trinità”): non solo ci sono implicazioni negative per il principio di concorrenza, ma anche per i consumatori finali. Si pensi che, a scapito della promessa di uno scambio più efficiente e autonomo, oggi il 70% di tutto il traffico Internet avviene sulle piattaforme di Facebook e Google, o da loro controllate, mentre Amazon controlla il 50% dell’e-commerce. Ma le posizioni di monopolio non hanno quasi mai implicazioni positive per l’economia, la società e la politica. Sia dal lato dei lavoratori (le condizioni di lavoro di questi colossi sembrano riportarci alla fase del primo capitalismo liberale, come il recente sciopero dei lavoratori Amazon di Piacenza ha portato all’attenzione pubblica nel novembre del 2018), sia da quello dei consumatori (si pensi all’uso dei termini e delle condizioni di Facebook giudicato da molti spregiudicato oppure allo scandalo Cambridge Analytica).

Per tanti di questi motivi, in diversi Paesi sono allo studio misure di bilanciamento (come la Web tax, l’imposta sui servizi digitali offerti dai colossi di Internet, più volte avanzata anche in Italia) o di smembramento di tali posizioni dominanti con misure antitrust (come le recenti proposte della senatrice democratica americana Elizabeth Warren).

Per continuare ad avere una rete Internet aperta, globale, sicura e affidabile la regolazione pubblica occupa un ruolo decisivo. Innanzitutto, servono strumenti e norme adeguati a inquadrare e tutelare le nuove forme del lavoro (si pensi ai riders delle principali piattaforme di consegna del cibo a domicilio) o di economia (la sharing economy e in particolare il caso di Airbnb offrono molti elementi sul tema della tassazione, della sostenibilità economica o dell’integrazione sociale a livello urbano).

Poi, ci sono temi che sembrano lontani dagli usi quotidiani che facciamo di Internet, ma che sono invece centrali per continuare a fare quello che consideriamo ormai normale. È il caso della guerra in corso negli Usa e in Europa per conservare la “neutralità della Rete” rispetto alle spinte corporative provenienti dalle grandi società. Più in generale, sono necessari investimenti in conoscenza scientifica tanto nelle rinomate scienze dure quanto nelle scienze sociali e umanistiche.

Internet, dunque, non è solo cavi e codici. Il suo futuro dipende da come si intrecciano e bilanciano le forze che regolano la società, il mercato e lo Stato, e cioè dagli equilibri che cittadini, imprese e governi sapranno trovare per orientare in senso positivo, con lo stesso spirito collettivo e libertario che ne ha caratterizzato la nascita e la cultura per l’innovazione che favorirono la partecipazione italiana alla sua sperimentazione in quel lontano 1986.

Spagna: le urne restringono la furia di Vox a minoranza rumorosa

I rappresentanti del partito VOX erano decisi ad entrare in Parlamento abbattendo  la porta e, alla fine, si sono ritrovati a farlo suonando il campanello e chiedendo il permesso.

Lo scrive il quotidiano spagnolo “El Mundo”, precisando che la formazione di estrema destra, guidata da Santiago Abascal, ha ottenuto il 10,3 per cento, pari a circa 2,5 milioni di voti, e conquistato 24 seggi.

La mobilitazione della sinistra e l’alta partecipazione a queste elezioni del 2019, hanno contenuto l’irruzione elettorale di Vox che, nonostante le sue alte aspettative per aver organizzato gli eventi più numerosi dell’intera campagna, ha visto sciogliersi come neve al sole le sue prospettive.

Inoltre il partito non ha fatto altro che ricevere gli stessi voti ottenuti a dicembre in Andalusia .

Tuttavia, se comparati con i 47mila consensi ottenuti alle politiche del 2016, i risultati registrati da Vox sono molto significativi e decretano l’ufficiale debutto della formazione all’interno del blocco nazionale della destra, a pochi punti percentuali dal Partito popolare (Pp) e Ciudadanos (Cs), rispettivamente al 16,7 e al 15,9 per cento.

Un drastico quanto inaspettato crollo dei voti è stato infatti registrato per il Pp che ha perso quasi 4 milioni di voti, crollando da 7,9 milioni a 4,3 milioni di consensi, e passando a 66 eletti dai 137 di Mariano Rajoy.

Il settore più critico del Pp ha accusato della debacle l’eccessiva virata a destra impressa da Casado e la discutibile campagna acquisti del giovane leader che, nonostante la forte opposizione interna, ha deciso di rinunciare a molti degli storici dirigenti del Pp, per ingaggiare esponenti della società civile e volti noti, come giornalisti e toreri.

Il Comune di Modena strizza l’occhio alla mobilità sostenibile

Bike sharing, scooter sharing, parcheggi scambiatori e incentivi sono elementi in crescita nel contesto della mobilità urbana dei diversi comuni italiani. Il Comune di Modena, già forte della passata esperienza, mette in campo la sua ricetta per la sostenibilità  confermando anche quest’anno il contributo per l’acquisto di biciclette a pedalata assistita, dell’equipaggiamento che trasforma le due ruote a pedali in biciclette elettriche, di ciclomotori e motoveicoli a trazione esclusivamente elettrica.

L’incentivo può arrivare fino al 20% del prezzo di costo, Iva inclusa, per un massimo di 200 euro per le bici a pedalata assistita, 100 euro riguardo al kit per l’elettrificazione, e 300 euro per ciclomotori e motoveicoli.

I contributi saranno liquidati secondo l’ordine delle domande pervenute, fino all’esaurimento del fondo disponibile che per quest’anno è pari a 19.700 euro. I cittadini, le organizzazioni private, le imprese e le associazioni, possono richiedere il contributo per un solo veicolo o attrezzatura per l’elettrificazione. La richiesta deve essere presentata entro 90 giorni dalla data di acquisto del mezzo o del kit (farà fede la data riportata sulla fattura o sulla ricevuta fiscale). Non sarà possibile fare domanda per un nuovo contributo finché non siano trascorsi almeno 24 mesi dalla data di erogazione del precedente.

Medici: 1 su 3 si sente poco sicuro

Oltre il 38 per cento degli operatori sanitari si sente poco o per nulla al sicuro e più del 46 per cento dichiara di sentirsi abbastanza o molto preoccupato di subire aggressioni.

Il dato allarmante è la rassegnazione dei medici: il 48 per cento delle vittime di un’aggressione verbale la ritiene un evento abituale e il 12 per cento inevitabile, quasi fosse un rischio professionale, e queste percentuali cambiano poco anche in chi ha subito un’aggressione fisica (42% e 16%).

La violenza si manifesterebbe di più nei presidi territoriali di emergenza o assistenza isolati, o dove è scarsa l’illuminazione e infine se e dove il personale medico-sanitario non è adeguatamente formato a riconoscere e arginare l’aggressività

 

Entro 10 anni la Cina vuole costruire una base di ricerca sulla Luna

Dopo il successo della missione Chang’e-4, la Cina non vuole più fermarsi e annuncia la costruzione di una base di ricerca nel Polo Sud della Luna. Lo ha dichiarato Zhang Kejian, capo dell’agenzia spaziale cinese Cnsa (China National Space Administration), durante il discorso inaugurale della cerimonia di apertura del China’s Space Day a Changsha, capoluogo della provincia di Hunan, nella Cina centrale.

Come ha dichiarato Zhang, l’obiettivo dell’agenzia spaziale è quello di lanciare la prima missione con astronauti diretti verso la stazione lunare entro dieci anni. Nel frattempo, dopo aver raggiunto con successo il lato oscuro della Luna, la Cina vuole continuare con lo studio del satellite terrestre e prevede per la fine del 2019 il completamento della missione Chang’e-5, il cui scopo sarà quello di raccogliere e riportare sulla Terra dei frammenti di superficie lunare, che saranno conservati in nuovi depositi realizzati ad hoc, tra cui quello di Shaoshan, città natale del defunto leader cinese Mao Zedong. Infine, Zhang ha annunciato che la prima sonda cinese diretta verso Marte partirà nel 2020.

 

Roma: La Raggi non si arrende presto da Casalotti a Battistini in funivia

Prende forma il progetto della funivia Casalotti-Battistini, l’infrastruttura per la quale la Sindaca Raggi vorrebbe porre la prima pietra entro fine mandato, dunque per la metà del 2021.
Un tracciato di 3,85 km con 7 stazioni, due attestamenti terminali e cinque intermedie: Battistini, Acquafredda, Montespaccato, Torrevecchia, Campus, Collina delle Muse/GRA e Casalotti/GRA. Tempo di percorrenza poco meno di 18 minuti. Questo quanto emerge dal rendering pubblicato da Roma Metropolitane.

La tipologia di impianto  è quella della cabinovia: un impianto monofune di tipo aereo a movimento continuo che sgancia la cabina dalla fune traente/portante durante l’attraversamento delle stazioni, per consentire il passaggio nelle banchine a una velocità ridotta agevolando così l’imbarco e lo sbarco dei passeggeri.

Le cabine ospiteranno 10 persone, con due file di 5 posti uno di fronte all’altro, i sedili saranno di tipo individuale e reclinabili per ospitare sedie a rotelle, biciclette o passeggini. Per soddisfare la richiesta di trasporto saranno utilizzate circa 200 cabine da 10 posti ognuna.

I moderati: La politica ne può fare a meno? – Parte prima

I Popolari, uniti, devono far sentire la loro voce. A confronto con Castagnetti.

Dopo aver chiarito l’equivoco dovuto alla pubblicazione sul “Domani d’Italia” di un articolo apparso per errore a sua firma, con Pierluigi Castagnetti il colloquio si rianima di ragioni utili per aspetti e contenuti di ordine generale. Siamo abituati alla sincerità e al rispetto reciproco.

Pierluigi difende l’attività dell’Associazione “I Popolari” da lui presieduta con il fermo proposito di ottemperare alla deliberazione dell’ultimo congresso del Ppi, tenutosi a Roma nella primavera del 2002. In effetti, nella sua nota di qualche giorno fa, ha battuto con forza su questo tasto.

Ecco il punto. L’Associazione, a seguito della decisione di sospendere l’attività del partito per contribuire alla nascita della Margherita, aveva il compito di salvaguardare e diffondere il patrimonio ideale del popolarismo. A questo impegno Castagnetti è rimasto indubbiamente fedele. Nessuno intende sollevare obiezioni a riguardo.

Si potrebbe osservare, tuttavia, che il mandato del congresso non si estendeva a ulteriori passaggi, in particolare al superamento della stessa Margherita e alla fondazione del Partito democratico. Se ne è discusso in passato, sia pure con fastidio e un pizzico di negligenza, ma oggi non avrebbe senso riaprire i termini di un ipotetico contenzioso.

A me preme segnalare che le difficoltà riscontrate da Castagnetti, in primis il dilagare di una secolarizzazione politica che rispecchia lo stato del cattolicesimo italiano, laddove la caduta delle vocazioni alla vita consacrata agisce come fattore di rallentamento dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, deve stimolare ancor più tra di noi la ripresa di un confronto serrato sulle responsabilità dei laici tanto nel mondo ecclesiale, quanto in quello civile (e dunque politico).

Che dibattito, allora? Ritengo per parte mia che il Partito democratico non contempli adeguatamente la ricchezza della nostra visione “cristiano democratica e popolare”; ma non per questo, dinanzi alle scelte compiute e alle preferenze consolidate, è lecito che s’imponga di “mettere (o rimettere) ai voti” l’esito di una vicenda politica a dir poco complessa.

Basta semmai riconoscere che l’Associazione conserva integra la sua natura e funzione anche se – parlo per me, ma non solo per me – l’indirizzo democratico e riformatore ha trovato risposte individuali diverse, al fianco ma non dentro il Partito democratico, sempre in aderenza però alla cultura degasperiana del “centro che muove verso sinistra”. L’importante è riprendere il filo di una comune riflessione sul futuro della democrazia e sul modo di viverne, da Popolari autentici, il travaglio in corso.

Oggi si fa più acuta la preoccupazione attorno alla rinascita di una destra radicale, giunta al potere in connubio con il populismo, per cui siamo chiamati innanzi tutto a definire in tempi rapidi la forma di una nuova alleanza democratica. Forse potremmo contribuire a questa opera di ricostruzione aggiornando e affinando la nostra esperienza di cattolici democratici. E le imminenti elezioni europee e amministrative costituiscono un decisivo terreno di verifica.

Se potessimo far sentire la voce dei Popolari, unitariamente, così da mostrare quella sintonia che solo un timore infondato c’impedisce di cogliere, alla pubblica opinione e agli elettori daremmo un forte segnale di vitalità e soprattutto di responsabilità.

In Spagna hanno vinto i Socialisti

In Spagna hanno vinto i Socialisti grazie anche ad un’affluenza record superiore al 75 per cento, 9 punti percentuali in più rispetto alle ultime elezioni.

Al PSOE, il partito di Sánchez, vengono attribuiti 122 seggi, mentre all’altro partito di sinistra, Unidos Podemos, 42 seggi. I due sarebbero vicini alla maggioranza di 176 seggi, anche se probabilmente Sánchez dovrà trovare un accordo anche con i partiti nazionalisti PNV (basco) e/o ERC (indipendentisti catalani).

Il Partito Popolare (PP) otterrebbe 65 seggi, Ciudadanos 57, Vox, il partito di estrema destra anti-immigrati e anti-femminista, 24. Il risultato di Vox in un certo senso è storico, perché è la prima volta dalla fine del franchismo che un partito di estrema destra entra nel Parlamento spagnolo

le prime parole di Pedro Sanchez, leader del Psoe, dopo la vittoria elettorale. sono state: “Il partito socialista ha vinto le elezioni generali in Spagna e con queste ha vinto il futuro. E ha perso il passato”. “Abbiamo mandato un messaggio all’Europa e al resto del mondo. Si può vincere l’autoritarismo e l’involuzione”, ha detto Sanchez. Poi ha aggiunto: “Formeremo un governo pro europeo”.

La folla ha intanto scandito fra l’altro “Sì, se puede” lo slogan che richiama quello che fu di Barack Obama candidato presidente Usa: “Yes, we can”.

 

Papa al Regina Caeli: tocchiamo in chi soffre le piaghe di Gesù

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi (cfr Gv 20,19-31) narra che il giorno di Pasqua Gesù appare ai suoi discepoli nel Cenacolo, alla sera, portando tre doni: la pace, la gioia, la missione apostolica.

Le prime parole che Egli dice sono: «Pace a voi» (v. 21). Il Risorto reca l’autentica pace, perché mediante il suo sacrificio sulla croce ha realizzato la riconciliazione tra Dio e l’umanità e ha vinto il peccato e la morte. Questa è la pace. I suoi discepoli per primi avevano bisogno di questa pace, perché, dopo la cattura e la condanna a morte del Maestro, erano piombati nello smarrimento e nella paura. Gesù si presenta vivo in mezzo a loro e, mostrando le sue piaghe – Gesù ha voluto conservare le sue piaghe –, nel corpo glorioso, dona la pace come frutto della sua vittoria. Ma quella sera non era presente l’apostolo Tommaso. Informato di questo straordinario avvenimento, egli, incredulo dinanzi alla testimonianza degli altri Apostoli, pretende di verificare di persona la verità di quanto essi affermano. Otto giorni dopo, cioè proprio come oggi, si ripete l’apparizione: Gesù viene incontro all’incredulità di Tommaso, invitandolo a toccare le sue piaghe. Esse costituiscono la fonte della pace, perché sono il segno dell’amore immenso di Gesù che ha sconfitto le forze ostili all’uomo, il peccato, la morte. Lo invita  a toccare le piaghe. È un insegnamento per noi, come se Gesù dicesse a tutti noi: “Se tu non sei in pace, tocca le mie piaghe”.

Toccare le piaghe di Gesù, che sono i tanti problemi, difficoltà, persecuzioni, malattie di tanta gente che soffre. Tu non sei in pace? Va’, va’ a visitare qualcuno che è il simbolo della piaga di Gesù. Tocca la piaga di Gesù. Da quelle piaghe scaturisce la misericordia. Per questo oggi è la domenica della misericordia. Un santo diceva che il corpo di Gesù crocifisso è come un sacco di misericordia, che attraverso le piaghe arriva a tutti noi. Tutti noi abbiamo bisogno della misericordia, lo sappiamo. Avviciniamoci a Gesù e tocchiamo le sue piaghe nei nostri fratelli che soffrono. Le piaghe di Gesù sono un tesoro: da lì esce la misericordia. Siamo coraggiosi e tocchiamo le piaghe di Gesù. Con queste piaghe Lui sta davanti al Padre, le fa vedere al Padre, come se dicesse: “Padre, questo è il prezzo, queste piaghe sono quello che io ho pagato per i miei fratelli”. Con le sue piaghe Gesù intercede davanti al Padre. Dà la misericordia a noi se ci avviciniamo, e intercede per noi. Non dimenticare le piaghe di Gesù.

Il secondo dono che Gesù risorto porta ai discepoli è la gioia. L’evangelista riferisce che «i discepoli gioirono al vedere il Signore» (v. 20). E c’è anche un versetto, nella versione di Luca, che dice che non potevano credere per la gioia. Anche a noi, quando magari è successo qualcosa di incredibile, di bello, viene da dire: “Non ci posso credere, questo non è vero!”. Così erano i discepoli, non potevano credere per la gioia. Questa è la gioia che ci porta Gesù. Se tu sei triste, se tu non sei in pace, guarda Gesù crocifisso, guarda Gesù risorto, guarda le sue piaghe e prendi quella gioia.

E poi, oltre alla pace e alla gioia, Gesù porta in dono ai discepoli anche la missione. Dice loro: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21). La risurrezione di Gesù è l’inizio di un dinamismo nuovo di amore, capace di trasformare il mondo con la presenza dello Spirito Santo.

In questa seconda domenica di Pasqua, siamo invitati ad accostarci con fede a Cristo, aprendo il nostro cuore alla pace, alla gioia e alla missione. Ma non dimentichiamo le piaghe di Gesù, perché da lì escono la pace, la gioia e la forza per la missione. Affidiamo questa preghiera alla materna intercessione della Vergine Maria, regina del cielo e della terra.


Dopo il Regina Coeli

Cari fratelli e sorelle,

ieri a La Rioja, in Argentina, sono stati proclamati Beati Enrique Angel Angelelli, Vescovo diocesano, Carlos de Dios Murias, francescano conventuale, Gabriel Longueville, sacerdote fidei donum, e Wenceslao Pedernera, catechista, padre di famiglia. Questi martiri della fede sono stati perseguitati per causa della giustizia e della carità evangelica. Il loro esempio e la loro intercessione sostengano in particolare quanti lavorano per una società più giusta e solidale. Uno di loro era francese, era andato come missionario in Argentina. Gli altri tre, argentini. Facciamo un applauso ai nuovi Beati, tutti!

Vi invito ad unirvi alla mia preghiera per i profughi che si trovano nei centri di detenzione in Libia, la cui situazione, già molto grave, è resa ancora più pericolosa dal conflitto in corso. Faccio appello perché specialmente le donne, i bambini e i malati possano essere al più presto evacuati attraverso corridoi umanitari.

E preghiamo anche per quanti hanno perso la vita o hanno subito gravi danni per le recenti alluvioni in Sudafrica. Anche a questi nostri fratelli non manchi la nostra solidarietà e il concreto sostegno della Comunità internazionale.

Saluto tutti voi, fedeli romani e pellegrini dell’Italia e di tanti Paesi, in particolare i fedeli di Tlalnepantla (Messico), i giovani di Valencia, gli studenti di Tricase, gli adolescenti di Arcore e quelli di Carugo; i fedeli di Modugno e di Genova. Un saluto speciale al pellegrinaggio diocesano delle famiglie dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, come pure ai devoti della Divina Misericordia convenuti oggi nella chiesa di Santo Spirito in Sassia.

Ai nostri fratelli e sorelle delle Chiese Orientali che oggi, secondo il calendario giuliano, celebrano la Santa Pasqua, porgo auguri cordiali. Il Signore risorto doni loro gioia e pace! E un applauso anche per tutti i cattolici e ortodossi orientali, per dire loro: “Buona Pasqua!”.

Infine, ringrazio tutti coloro che in questo periodo mi hanno inviato messaggi di auguri per la Pasqua. Li ricambio di cuore invocando ogni bene per ciascuno e per ogni famiglia.

Buona domenica a tutti! E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

Onu: Oltre 40.000 gli sfollati in Libia

E’ salito a 40.100 il numero degli sfollati dall’inizio degli scontri armati a Tripoli e dintorni. Lo scrive l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari, precisando che le aree a sud di Ain Zara, Khala, Azizya, Qasr Bin Ghashir, Wadi Rabiya e Suani sono largamente inaccessibili agli operatori umanitari a causa dei combattimenti.

Oltre 3mila rifugiati e migranti restano intrappolati in centri di detenzione libici.

Al momento i profughi che sono stati salvati dal centro di detenzione di Qasr bin Ghashir, sono stati spostati nel centro di Zawiya, in una zona più distante da quella dei combattimenti e quindi più sicura. Le persone più deboli, tra cui donne e bambini, sono invece state trasferite al Centro di raccolta e partenza dell’UNHCR a Tripoli, che dall’inizio dei combattimenti ha organizzato quattro trasferimenti di gruppi di migranti.

Comunque la situazione rimane critica, soprattutto visto che nei centri di detenzione della Libia le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno.

 

Mangialo con l’involucro: la nuova pericolosa sfida che spopola tra gli adolescenti

Involucro Challenge: è una preoccupante e pericolosa sfida che sta spopolando in rete tra gli adolescenti, che “per gioco” mangiano gusci dei cibi, bucce di frutta, ma anche scatole di cartone e persino contenitori di plastica. Con rischi enormi per la loro salute.

Il terribile gioco è stato lanciato su Snapchat da Liam Hamm, studentessa al secondo anno presso la McClintock High School in Arizona (Usa) che, invece di mangiare delle sane carote, consuma anche il loro involucro, di plastica. E scrive sotto: “Mangerete il pranzo con o senza il guscio”, invitando i suoi coetanei, di fatto, ad una sfida.

I medici che si dicono preoccupati per la salute dei giovani che partecipano a questa follia social. “Mangiare bucce di banana e gusci di noce non causa danni irreparabili all’organismo, a differenza della plastica che può provocare tumori