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Il Pil Italia cresce nel terzo trimestre dello +0,3% annuo

Nel terzo trimestre del 2019 il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è cresciuto dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dello 0,3% nei confronti del terzo trimestre del 2018.

La variazione congiunturale del Pil diffusa in occasione della stima preliminare del 31 ottobre 2019 era risultata anch’essa pari allo 0,1%, così come quella tendenziale risultava pari allo 0,3%.

Il terzo trimestre del 2019 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e una in più rispetto al terzo trimestre del 2018.
La variazione acquisita per il 2019 è pari a +0,2%.

Rispetto al trimestre precedente, tra i principali aggregati della domanda interna si registra una variazione positiva dei consumi finali nazionali pari allo 0,3% e una diminuzione dello 0,2% degli investimenti fissi lordi. Le esportazioni sono diminuite dello 0,1% e le importazioni sono aumentate dell’1,3%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito alla variazione del Pil per +0,2 punti percentuali, con apporti di +0,3 punti percentuali della spesa dei consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private, e nulli sia della spesa delle Amministrazioni Pubbliche (AP), sia degli investimenti fissi lordi. L’apporto della domanda estera netta è risultato negativo per 0,4 punti percentuali, mentre la variazione delle scorte ha contribuito positivamente alla variazione del Pil per 0,3 punti percentuali.

Dal lato dell’offerta di beni e servizi si registrano andamenti congiunturali negativi per il valore aggiunto dell’agricoltura e dell’industria in senso stretto, con diminuzioni, rispettivamente, del 2% e dello 0,2%, mentre il valore aggiunto sia dei servizi sia delle costruzioni è cresciuto dello 0,1%.

Le grandi industrie europee guardano alla neutralità climatica

I target sono quelli definiti e presentati lo scorso anno nell’ambito della strategia della Commissione denominata “Un pianeta pulito per tutti”.

Il gruppo di esperti riunisce i rappresentanti di undici settori industriali, tra cui le industrie dell’alluminio, dell’acciaio e del cemento, responsabili di oltre la metà del consumo energetico in Europa. Su questo sfondo, i consulenti hanno messo a punto un quadro strategico volto a conseguire il giusto equilibrio tra le ambizioni climatiche dell’Ue e l’esigenza di competitività delle industrie.

Le raccomandazioni prevedono l’adozione di azioni che potrebbero inviare gli opportuni segnali di mercato per attrarre nuovi investimenti e aiutare le imprese ad attuare soluzioni efficaci sotto il profilo dei costi, in direzione della neutralità climatica. Le linee guida sono inoltre incentrate sulla necessità di garantire una transizione equa e inclusiva sottolineando l’importanza di dotare i lavoratori delle competenze adeguate per il futuro e aiutando le comunità che dipendono da tali settori, a gestire il cambiamento.

Le priorità principali riguardano: la creazione di mercati per i prodotti circolari e climaticamente neutri facendo, ad esempio, un uso maggiormente strategico degli appalti pubblici per la selezione di prodotti e servizi sostenibili. Ciò è previsto nella revisione del 2014 della normativa, che consente alle autorità preposte di utilizzare gli appalti pubblici per conseguire obiettivi ambientali, sociali o innovativi in occasione dell’acquisto di beni e servizi. Gli esperti sottolineano inoltre la necessità di aiutare i consumatori a compiere scelte più informate e consapevoli, nonché lo sviluppo di progetti pilota su vasta scala, concernenti le tecnologie pulite con l’obiettivo di immetterle sul mercato. Tali progetti dovrebbero essere sostenuti impiegando fondi dell’Ue e agevolando l’accesso ai finanziamenti privati per passare a fonti alternative di energia e di materie prime climaticamente neutre. Per conseguire questo scopo andrebbe garantito l’accesso a dette fonti a prezzi competitivi a livello mondiale, mappando le infrastrutture energetiche, il loro approvvigionamento e promuovendo il principio dell’efficienza energetica in ogni ambito.

A completezza del quadro Bruxelles raccomanda, infine, l’istituzione di un osservatorio della transizione industriale per monitorare i progressi compiuti dall’industria in direzione della neutralità climatica e per fornire maggiori orientamenti possibili in tal senso.

Il Potassio

Nell’organismo il potassio esiste sotto forma di ione positivo (catione), K+ ed è lo ione inorganico più abbondante all’interno delle cellule, dove viene trasportato mediante meccanismi che richiedono un apporto di energia. È presente in alte concentrazioni anche nel succo gastrico. Molti antibiotici, come per esempio quelli prodotti dal Bacillus brevis, attaccano le cellule batteriche aprendo su di esse canali di scambio attraverso i quali gli ioni Na+ e K+ possono attraversare la membrana cellulare, alterando il potenziale elettrico della membrana stessa.

La concentrazione di ioni K+ nel sangue è regolata in maniera da avere fluttuazioni minime, dato che concentrazioni troppo alte (iperkaliemia) o troppo basse (ipokaliemia) possono avere ripercussioni gravi sul cuore e sui nervi.

Nel plasma sanguigno la concentrazione degli ioni K+ è generalmente compresa tra 0,0035 e 0,005 M; all’interno delle cellule è invece circa 0,1 M. Negli esami del sangue della medicina di laboratorio questa misura viene effettuata sul siero sanguigno, con le stesse tecniche degli altri elettroliti.

La carenza di potassio è considerata un evento altamente improbabile. Le sue conseguenze sono debolezza muscolare, irregolarità del battito cardiaco, cambiamenti dell’umore, nausea e/o vomito.

Il buon funzionamento dei reni permette di smaltire un eventuale un eccesso di potassio. Tuttavia, in caso di malfunzionamento renale e quando si assumono alcuni farmaci è possibile andare incontro a ipercalemia, cioè un eccesso di potassio nel sangue. Le conseguenze più frequenti di questa situazione sono debolezza, rallentamento del battito cardiaco e pericolose aritmie.

Il pianeta che speriamo

I Lineamenta sono il primo passo verso la 49a Settimana Sociale che si terrà a Taranto dal 4 al 7 febbraio 2021 sul tema: Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro e futuro. #tuttoèconnesso. La scelta della città pugliese intende non solo porre l’attenzione alla questione dell’ex Ilva, ma rappresenta una sorta di ripartenza per una riflessione più articolata e complessa sui temi ambientali e sociali. Il faro è l’enciclica sociale di papa Francesco Laudato si’ che pone al centro la categoria di ecologia integrale.

Il focus della Settimana Sociale sarà sul rapporto tra ecologia ed economia, tra ambiente e lavoro, tra crisi ambientale e crisi sociale, secondo l’indicazione di LS: «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (n. 139).
La crisi socio-ambientale lascia conseguenze in territori sempre più vulnerabili e in persone sempre più fragili. Da Taranto può ripartire un progetto di vita sociale e di comunità che ascolta il grido sofferente delle persone e della terra.
Un elemento di novità sarà rappresentato dal dialogo con il mondo giovanile. Dopo il Sinodo dei giovani e le manifestazioni dei movimenti ecologisti mondiali, l’ascolto e il protagonismo delle nuove generazioni è fondamentale. Aiutano ad avere uno sguardo rinnovato sul futuro.

Lo schema dei Lineamenta ruota intorno a punti cardine del magistero di papa Francesco:

  • l’ecologia integrale: a partire da uno sguardo contemplativo sulla realtà, è possibile rendersi conto che il mondo non è un problema da risolvere, ma un mistero da gustare. Il mondo è un dono di Dio che ha creato non solo le singole cose e i singoli esseri viventi, ma in una relazione costitutiva le une nei confronti delle altre.
  • La seconda parte intende guardare alla creazione per metterne in evidenza il sapiente progetto che Dio ha collocato in essa. Le emergenze climatiche, i flussi migratori, le ingiustizie economiche segnalano uno squilibrio evidente nel rapporto tra l’uomo e il pianeta. Un cambiamento significativo può avvenire dall’assunzione di stili di vita sostenibili. I quattro grandi ambiti della sostenibilità tengono in piedi l’intero edificio: l’ambito ambientale, quello sociale, quello culturale e normativo. Persino i consumatori possono scoprire una loro responsabilità morale ogni volta che acquistano una merce o un oggetto.
  • Il terzo passaggio mette a fuoco il cammino sinodale che attende la Chiesa italiana. Tutti devono sentirsi chiamati in causa, a partire dai giovani, con stili di vita adeguati alla causa e incisivi, capaci di contagiare tutti. Anche il dialogo è fondamentale per sostenere uno stile di discernimento spirituale. In quest’ultima sezione, i Lineamenta presentano cinque piste di lavoro da qui alla Settimana Sociale (febbraio 2021):
  • i nodi da sciogliere: lo studio e l’analisi delle conflittualità in gioco e dei problemi che gravano sui territori e sulle persone;
  • il racconto delle storie di vita e dei volti, con le loro esperienze negative e con le prassi virtuose;
  • le buone pratiche che già esistono nel nostro Paese sul fronte della sostenibilità: amministrazioni e imprese che lavorano nell’ottica dell’ecologia integrale;
  • le nuove visioni di futuro: ci si mette in dialogo con i giovani e con l’evento Economy of Francesco che si terrà ad Assisi a fine marzo 2020;
  • le proposte che sul piano politico-istituzionale e sul versante ecclesiale si possono condividere per attuare la conversione ecologica invocata da LS.

Il cammino verso la Settimana Sociale è così iniziato e sarà scandito da una molteplicità di successive tappe.

(Fonte Azione Cattolica)

La tecnologia digitale ci porta nel futuro, ma con quali vantaggi.

Sono imminenti tre novità che riguarderanno la vita quotidiana degli italiani: due sono collegate alla finanziaria, la terza è un indotto derivante dalla tecnologia galoppante.
Dato che da qualche decennio a questa parte i cambiamenti si sono intensificati a volte con intendimenti e risultati migliorativi, altre recando ulteriori complicazioni di tipo burocratico anche se pensate in una direzione diametralmente opposta, sarà bene seguirne gli sviluppi normativi e le applicazioni pratiche.

Se c’è un peccato originale che in Italia scontiamo più che altrove esso si identifica nella proliferazione normativa, una sorta di bulimia di leggi, regolamenti e disposizioni che non sempre semplificano, anzi spesso confondono e creano contraddizioni e contenziosi.
Per un Paese che ha più del doppio delle leggi della Francia, quattro volte quelle della Germania e otto volte quelle della Finlandia la fagocitosi legislativa crea scompensi oggettivi ma anche distonie emotive, ansie e preoccupazioni.
C’è una specularità nell’essere patria del diritto: quella di diventare spesso patria del rovescio.

Il primo ambito tematico prevalente per ampiezza di discussioni e intensità di proposte riguarda le misure tendenti ad una limitazione dell’uso del contante, nel contesto di una più ampia strategia volta a prevenire e combattere l’evasione fiscale.
Ci sono dei precedenti : decreto Monti con limite a 1000 euro, poi corretto con l’innalzamento di Renzi a 3000 euro. Pare che la prima proposta sarà prevalente sulle altre, anche se attuata in modo graduale: iniziale limite a 3000 euro dal 1° luglio 2020, poi ridotto a 2000 e infine a 1000.
Quando si discute di questi argomenti bisognerebbe avere la capacità di prevedere le conseguenze delle decisioni, affinchè la montagna non partorisca il topolino. Pensare al target dell’utenza, che va dai giovanissimi agli anziani: specie se si impone il pagamento elettronico per favorire la tracciabilità delle spese. In Italia si contano 3,2 milioni di POS ma si usano meno che altrove: la media delle operazioni è di 1235 annue contro la medie UE di 4205. Incrementare l’uso di bancomat e carte di credito, al netto di truffe digitali, imbrogli telematici, inghippi e malfunzionamenti ridurrà l’evasione fiscale?

Il dubbio sorge spontaneo visto che si parla di circa 120/140 miliardi all’anno: l’impressione prevalente è che la cifra riguardi operazioni di alta finanza di cui non resta traccia, con trasferimenti on line di denaro, qualcosa che passa sopra le nostre teste in modo non intercettabile e che poco ha a che fare con lo scontrino per la tazzina di caffè o il panino fast food.
Quante tessere magnetiche di pagamento in uso a mafia, n’drangheta e camorra circolano intestate a compiacenti prestanome?
C’è poi un aspetto di cui finora si è poco parlato: partendo dal presupposto che la moneta in circolazione è emessa dalla Zecca dello Stato sotto il controllo della Banca d’Italia, ciò significa che un provvedimento restrittivo sull’uso del contante riguarderebbe l’euro stesso, come valuta legale degli Stati dell’UE.

Se mai è vero il contrario: ogni pagamento effettuato non con la moneta corrente ma in modo digitale dovrebbe destare preoccupazioni ancora maggiori. Infine il fatto di limitare l’uso di una valuta a corso legale in formato cartaceo con il ricorso all’uso di bancomat o carte di credito comporta per il cittadino una sorta di tassa occulta: gli addebiti delle commissioni bancarie. Viene da chiedersi fino a quale soglia di legittimità lo Stato potrebbe imporre al cittadino dei contratti con privati (leggasi Istituti bancari) per usare tessere elettroniche che comportano costi aggiuntivi. Una sorta di conflitto di interesse tra lo Stato che emette moneta e l’uso di mezzi alternativi come i pagamenti elettronici che comportano contratti di intestazione e commissioni di utilizzo.
O viene introdotto il bancomat di Stato o si prevede l’istituto dl cashback, cioè del rimborso di una parte almeno dell’importo speso, che riguardi sia il negoziante venditore che i cittadini acquirenti, come avviene nei Paesi dove le transazioni elettroniche arrivano fino all’80% dei metodi di pagamento utilizzati.

Si aggiunga infine che ben poco si sente parlare delle difficoltà che potrebbero incontrare le persone anziane, abituate da una vita al borsellino e al portafogli. Per semplificare la proliferazione di carte magnetiche si pensa infatti ad una tessera magnetica multiuso, che funga da documento di identità, tessera sanitaria, abbonamento dell’autobus e mezzo di pagamento.
La strada è ancora lunga ma percorribile. Occorre procedere cum grano salis, per evitare un flop finale già messo in conto: il permanere di altre forme di evasione fiscale di ben altro cabotaggio, dopo aver costretto i nonni a rinunciare alla mancia per i nipoti, o agli spiccioli per le piccole necessità quotidiane per le quali vale sempre l’antico detto” carta canta, villan dorme”.

Le “app” e i codici alfanumerici non sono nelle corde delle persone anziane.
Una seconda misura in cantiere prevede l’accesso ai conti correnti bancari da parte di Comuni, Province (ma ci sono ancora?) e Regioni in caso di inadempienze dei cittadini nel pagamento di tributi locali.
Una sorta di “grande fratello” che consentirebbe praticamente di ficcare il naso nelle faccende private dei cittadini facendo scattare meccanismi di pignoramento bancario, saltando la fase intermedia delle cartelle esattoriali, per ritardati pagamenti di IMU e TARI, con esclusione delle sole multe stradali , con la formale emissione di accertamenti esecutivi alla stregua dell’Agenzia delle entrate.
Onestamente pare una misura eccessiva che non tiene conto della particolarità delle situazioni, dei problemi contingenti specialmente di famiglie, anziani e fasce sociali deboli, crea un clima di terrore giacobino e nega ogni possibilità interlocutoria e di spiegazione da parte dei cittadini-utenti.

Ai tempi di “mani pulite” tutti gli italiani si sentivano sostituti procuratori, ora gli impiegati degli enti locali potrebbero sentirsi investiti da un sacro furore di giustizialismo tributario: tutti esattori con riscossione alla fonte. A quando il pignoramento bancario da parte degli oltre 700 operatori dell’energia elettrica dopo la liberalizzazione delle tariffe?
Sembra che la manovra che si sta preparando studi tutti i sistemi possibili per mettere le mani nelle tasche degli italiani, convertendo l’equazione nuovo goveno= nuove tasse.
L’ultima ciliegina sulla torta ce la porta la nuova tecnologia del digitale terrestre che ci costringerà a cambiare il televisore – anche se perfettamente funzionante – per far posto al nuovo standard di trasmissione con il doppio passaggio alla tecnologia Mpeg4 nel 2021 e Dvb-T2 entro il 2022.
Oppure ad acquistare un decoder che non tutti sono in grado di installare da sé. Viene da chiedersi se fosse proprio necessario questo cambiamento di cui la gente capisce nulla digitalmente parlando e ben poco circa la sua effettiva utilità.
Si dice: sono nuovi standard imposti dall’U.E. Avanza la tecnologia 5G e bisogna cederle il passo.

Risposta: ma stare nella Comunità europea comporta più complicazioni o vantaggi? In questo modo chi ha un televisore perfettamente funzionante sarà costretto ad acquistarne uno nuovo o a convertire (se funziona) quello in uso attraverso il decoder, con un esborso che non sarà mai compensato dal “bonus” di 50 euro previsto. Una spesa inutile vista la qualità attuale: considerato che il nuovo standard interesserà i Paesi dell’U.E. si stima che a fronte di una popolazione di 513 milioni di abitanti, e ipotizzando anche un solo televisore in ogni casa, almeno 100 milioni di apparecchi televisivi saranno mandati al macero. Una brutta notizia per chi si preoccupa della sostenibilità ambientale, dell’inquinamento e dello smaltimenti dei rifiuti.

Si discute di rimozione della plastica ma l’80% dei compenti di un apparecchio TV è fatto di plastica.
La tecnologia digitale ci porta nel futuro ma bisognerà vedere con quali tangibili vantaggi.
Chi vivrà vedrà.

The Guardian: le “Sardine” possono sconfiggere l’estrema destra

Il quotidiano britannico “The Guardian” nota come attraverso il movimento delle “Sardine” , si stia cercando di  sconfiggere l’idea che per oltre un decennio ha dominato nel panorama politico dell’Europa.

Combattere la paura, si può secondo il giornale inglese. Infatti grazie a queste nuove parole chiave lanciate dal gruppo si cerca di ovviare al problema di un centro-sinistra incapace di individuare un vocabolario per sfidare efficacemente la retorica divisiva e spesso violenta di figure come i l leader della Lega, Matteo Salvini.

Aldilà dell’obiettivo immediato l’unicità delle “Sardine” consiste nel registro del linguaggio usato per diffondere il proprio messaggio: bandiere e altri simboli di affiliazione partitica sono banditi dalle manifestazioni.

Si tratta di una scelta intesa a simbolizzare lo spirito inclusivo del movimento, ma anche per enfatizzare la dimensione civica della protesta. Il fine primario delle manifestazioni infatti è riaffermare i valori di tolleranza e di moderazione. Per tale motivo, i partecipanti sono incoraggiati ad ignorare gli insulti ricevuti, di persona o sui social media, invece di rispondere a tono.

Secondo un recente sondaggio, la maggioranza degli intervistati è convinta che il potere sovversivo delle “Sardine” sia, per le ambizioni di Salvini, una minaccia più grande di quella costituita dal Partito democratico (Pd). Qualsiasi cosa il futuro abbia in serbo, secondo il “Guardian”, si potranno trarre delle “Sardine” delle utili lezioni che vanno ben aldilà dell’Italia.

Online il portale delle aziende confiscate

Open data aziende confiscate è un portale che contiene tutte le informazioni riguardanti le aziende confiscate alla criminalità organizzata, con una sezione dedicata all’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati e una aperta a tutti i cittadini. Il progetto è stato realizzato dall’Agenzia assieme ad Unioncamere e Infocamere con l’obiettivo di garantire la massima trasparenza sulla gestione e sulla destinazione dei beni stessi.
L’iniziativa nasce dall’esigenza di rafforzare il dialogo tra i soggetti interessati al mondo dei beni confiscati, attori istituzionali e imprese stesse, per di ridurre al massimo i tempi di assegnazione delle imprese e, quindi, i rischi che le aziende, una volta tolte alle organizzazioni criminali, finiscano per chiudere, con conseguenze sia economiche che sociali.

Stando agli ultimi dati disponibili, le aziende in confisca definitiva sono 2.317, il 90,8% delle quali si trova in 5 regioni: una su tre (32%) in Sicilia, il resto in Campania (17,5%), Lazio (13,4%), Calabria (13%) e Lombardia (8,4%). I settori più coinvolti sono le costruzioni (23%), il commercio (21,5%), la ristorazione e le strutture ricettive (8,5%), l’immobiliare (7,3%), il manifatturiero (7,2%), i trasporti e le attività di magazzinaggio (5,6%) e l’agricoltura (4,5%).
“Questo è un progetto davvero importante perché va ad agevolare il lavoro dell’Agenzia e le consente di ridurre al massimo i tempi” afferma il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, sottolineando che alla manovra sono stati presentati una serie di emendamenti per riorganizzare la struttura e farla operare al meglio. “Sottrarre i beni alla criminalità ha un valore economico ma soprattutto sociale – aggiunge – perché i beni vengono reinseriti in un tessuto legale e tutti possono usufruirne”.

Istat: a ottobre scendono i prezzi alla produzione dell’industria

A ottobre 2019 i prezzi alla produzione dell’industria si stimano in lieve diminuzione sul mese precedente (-0,1%); su base annua, si registra una flessione più marcata (-3,0%).

Sul mercato interno i prezzi alla produzione rimangono invariati rispetto a settembre 2019 e diminuiscono del 4,1% su base annua. Al netto del comparto energetico la dinamica congiunturale è nulla mentre l’incremento tendenziale è pari allo 0,4%.

Sul mercato estero la variazione congiunturale registra una diminuzione dello 0,1% (-0,1% per l’area euro, stazionaria per l’area non euro). Su base annua si registra un aumento dello 0,2%, sintesi di variazioni positive in entrambe le aree (+0,1% per l’area euro, +0,2% per l’area non euro).

Nel trimestre agosto-ottobre 2019 si stima una flessione dei prezzi alla produzione nell’industria pari allo 0,5% sul trimestre precedente; la dinamica congiunturale dei prezzi è negativa sul mercato interno (-0,8%) e lievemente positiva su quello estero (+0,1%).

Il settore manifatturiero che presenta la diminuzione tendenziale più ampia dei prezzi alla produzione è la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati per tutti e tre i mercati (-9,8% sul mercato interno, -11,3% sul mercato estero area euro e -14,4% su quello area non euro). Segnali positivi, in particolare, si registrano per l’industria farmaceutica (+2,0% sul mercato interno e +1,0% sulla zona euro).

A ottobre si stima una lieve diminuzione congiunturale dei prezzi alla produzione delle costruzioni per “Edifici residenziali e non residenziali” (-0,1%), in flessione (-0,8%) anche su base annua. L’indice di prezzo delle “Strade e Ferrovie” diminuisce dello 0,1% in termini congiunturali e dello 0,5% in termini tendenziali.

Nel terzo trimestre 2019 si stima che l’indice totale dei prezzi alla produzione dei servizi diminuisca dello 0,7% sul trimestre precedente ed aumenti dello 0,3% su base annua. Il settore che registra l’aumento tendenziale più ampio è quello del trasporto marittimo e costiero (+5,2%); la flessione tendenziale più ampia si rileva per i servizi di telecomunicazione (-6,3%).

Frenulo linguale corto

Il frenulo linguale corto, anche detto anchiloglossia, è associato a un aumento significativo del rischio di disturbi respiratori del sonno (SDB) in bambini in età scolare. Questa evidenza emerge da uno studio condotto da ricercatori dell’Università Sapienza di Roma e pubblicato da Sleep Medicine. Lo studio, online il 23 ottobre su Sleep Medicine, mostra che il 23% dei bambini con anchiloglossia aveva il triplo delle probabilità rispetto agli altri di avere risultanze riconducibili a SDB.

“Ipotizziamo che un frenulo linguale corto favorisca cambiamenti craniofacciali che, in ultima istanza, limitano la dimensione del lume delle vie aeree superiori e predispongono i bambini a SDB”, dice Maria Pia Villa, autrice principale dello studio. “Un approccio multidisciplinare precoce e lo screening per SDB sono utili per riconoscere questa anomalia anatomica”.

L’anchiloglossia è un’anomalia congenita definita come lunghezza della lingua libera pari o inferiore a 16 mm. La patologia restringe il movimento della lingua, alterandone la funzionalità, la forma delle arcate dentali e la loro occlusione.

Quel surplus di poesia che manca all’Occidente

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del Direttore Andrea Monda

Il problema è che all’Occidente manca la poesia. Secondo Papa Francesco è questo il segnale dell’attuale crisi, lo ha spiegato, in tono dimesso ma con fermezza, nella conferenza stampa con i giornalisti durante il viaggio di ritorno tra Tokyo e Roma. Con precisione le parole del Papa sono state: «Questa è un’opinione personale, ma credo che all’Occidente manchi un po’ di poesia in più. Ce ne sono di cose poetiche bellissime, ma l’Oriente va oltre. L’Oriente è capace di guardare le cose con occhi che vanno oltre, non vorrei usare la parola “trascendente” perché alcune religioni orientali non fanno cenno alla trascendenza ma ad una visione oltre il limite dell’immanenza, senza però dire trascendenza. Per questo uso espressioni come poesia, gratuità, la ricerca della propria perfezione nel digiuno, nelle penitenze, nella lettura della saggezza dei saggi orientali. Credo che a noi occidentali farà bene fermarci un po’ e dare tempo alla saggezza».

Può sorprendere l’invito del Papa ad un surplus di poesia come cura per la crisi della società occidentale contemporanea, un’intuizione che parte da lontano e va presa sul serio e approfondita.

Per J. L. Borges, il celebre poeta di Buenos Aires che con Bergoglio intrecciò una bella storia di amicizia e collaborazione, l’essenza della poesia è il cogliere le cose della vita «in quanto strane». L’uomo vivendo fa esperienza della realtà e prova stupore e meraviglia perché nella realtà trova accanto a qualcosa di familiare anche qualcosa di misterioso, come se le cose celassero un segreto, un di più che non si può spiegare né tantomeno definire. Secondo Borges si può definire un poligono ma non un mal di denti. È questo “di più” che interessa al Papa che invita gli occidentali a guardare le cose con occhi che vanno oltre. Lo diceva bene un romanziere agli antipodi per molte ragioni dalla sensibilità di Bergoglio, Henry Miller che in un breve saggio riflette così sulla creatività:

«Che tu ti metta a dipingere fiori, stelle, cavalli o angeli, in ogni caso comincerai a provare rispetto e ammirazione per ogni elemento del nostro universo. Lo prenderai per ciò che è, e ringrazierai Dio che sia esattamente ciò che è. Rinuncerai a migliorare il mondo, o te stesso. Imparerai a vedere non quello che tu vuoi vedere, ma quello che il mondo è […]. Dopotutto, ci viviamo da poche centinaia di milioni di anni […] e dall’inizio alla fine l’universo rimane ancora per noi un mistero […]. La questione, nel momento della creazione di una nuova opera d’arte, dunque, è: “In ciò che vediamo, c’è più di quello che riusciamo a vedere solo con gli occhi?”. E la risposta è sempre sì. Persino nell’oggetto più umile possiamo trovare ciò che cerchiamo — bellezza, verità, realtà, divinità — e queste qualità non le crea l’artista: lui le scopre soltanto, nel momento in cui inizia a dipingere».

Sul tema dell’eccedenza un altro romanziere come Dostoevskij, questo sì molto amato dal Papa, ha riflettuto a lungo e nella prima parte di un testo molto caro al giovane Bergoglio, Memorie dal sottosuolo, ha presentato la questione introducendo il tema del male e della libertà. Esiste secondo Dostoevskij un’alternativa tra la visione del “due più due fa quattro” e quella del “due più due fa cinque”; nel primo caso è la logica matematica a spiegare il mondo, un mondo però ridotto a “formicaio” dove tutto semplicemente “funziona”, il secondo caso è quello apparentemente assurdo ma più aderente alla realtà degli uomini che in quanto liberi possono anche sconvolgere le premesse logiche e aggiungere quel “di più”, anche nel male e nelle efferatezze, che non fa quadrare i conti. 

Cogliere questa eccedenza vuol dire vivere poeticamente, anzi “abitare poeticamente” come dice un altro artista molto amato da Papa Francesco, il poeta tedesco Hoelderlin che in un verso famoso canta: «Pieno di merito, ma poeticamente, abita/ L’uomo su questa terra». Parole misteriose che hanno affascinato anche un pensatore come Heidegger che a lungo ha riflettuto sul loro significato. Forse l’invito del poeta romantico è quello di andare oltre la mera logica “meritocratica” perché l’uomo fa qualcosa di più, si sofferma sulla cose e trova qualcosa nella sua esistenza che gli sfugge e lo supera indicandogli un destino più grande. 

La poesia, lo sguardo poetico ha a che fare con l’eccedenza, da qui il senso della gratuità che presto si trasforma in gratitudine e riconoscenza. Il problema è che il frenetico Occidente ha spento gli occhi sull’eccedenza e con un piccolo ma significativo “slittamento” ha declinato e ridotto l’eccedenza in eccesso, come ha sottolineato sempre Papa Francesco nella sua prima risposta data durante la conferenza stampa in aereo di martedì scorso: «lux ex Oriente, ex Occidente luxus. La luce viene dall’oriente, il lusso, il consumismo viene dall’Occidente».

Le ragioni di un impegno

Tornano di moda, in questi ultimi tempi fatti, situazioni ed accuse verso certo mondo cattolico e, soprattutto, verso una parte della gerarchia cattolica che si è posta all’avanguardia sui temi dell’immigrazione e dell’accoglienza, secondo gli insegnamenti più autentici del Cristo.

Non vogliamo cadere e scadere su posizioni integraliste, anacronistiche e superate: come cattolici democratici (cioè come cristiani impegnati in politica) rimaniamo fedeli, perché profondamente convinti, al percorso indicatoci da Giuseppe Lazzati: “L’azione politica è l’azione che mira a costruire e sviluppare nel miglior modo possibile, cioè nel modo più corrispondente alle esigenze della persona umana, la vita associata degli uomini nell’ambito dello stato e della comunità internazionale.”

Da ciò ne deriva che l’impegno politico assume una propria dimensione autonoma dai principi della dottrina cristiana; senza che tale constatazione e presa di coscienza assuma un valore di contrasto con gli stessi principi cristiani, perché è altrettanto chiaro che questi ultimi esercitano il loro primato per ogni persona cristiana impegnata in politica.

Da queste premesse (ma non solo da esse) deriva la nostra diversità da quella parte del mondo cattolico che è approdata alla Lega Nord e che vede nella immigrazione un fenomeno da debellare da parte dello Stato anche con l’uso della forza. Ma anche rispetto alle posizioni di un’altra parte del mondo cattolico che continua a legittimare una sorta di conciliabilità tra la società capitalista con gli stessi principi della dottrina cristiana, non rendendosi conto che proprio nel ricercare tale conciliabilità vi è una posizione nettamente anticristiana, perché rende ancor di più succube la politica dall’economia.

La libertà non può essere scissa dalla giustizia sociale: nella società capitalista il ricco fa elemosina al povero (con la creazione delle disuguaglianze sociali); nella società solidale e democratica ogni cittadino (quindi anche l’immigrato) ha eguali diritti che debbono essere riconosciuti e tutelati dallo Stato.

Nasce da queste convinzioni umanistiche la nostra laicità in politica, senza che ciò (si badi bene) significhi un disconoscimento dei principi cristiani. Anzi, questi ultimi rafforzano ancor di più la nostra presenza laica in politica  – che significa anche autonomia della stessa.

Ma certo, di fronte ad alcuni attacchi beceri e volgari della Lega nei riguardi di alcune figure di alto profilo della Chiesa cattolica, ripresi anche da certa stampa e da alcuni editorialisti di “mestiere”, che dimostrano fino all’ultimo l’esasperazione e il clima di odio che serpeggia all’interno del centrodestra, non possiamo rimanere silenti.
Sul piano puramente religioso vogliamo riaffermare tutta la nostra obbedienza ai dettami della gerarchia e della Chiesa.

Sul piano puramente politico e sociale, invece, rivendichiamo ancora con forza la nostra autonomia dalla gerarchia e dalla Chiesa, perché vogliamo continuare ad incarnare quell’umanesimo politico che ci ha consentito in passato di dialogare con ideologie diverse.

Sono queste le ragioni più vere ed autentiche del nostro impegno politico e sociale, nell’ottica di una nuova società, di una nuova comunità nazionale ed internazionale, che facciano propri i valori della solidarietà, della giustizia sociale e delle pari opportunità di tutti gli individui nel poter salire i gradini della scala sociale.

Ma per poter contribuire ed aspirare ad essere protagonisti di questo nuovo ordine sociale, occorre che torniamo alla base, cioè dai cittadini (troppo stanchi di questa politica sterile e vuota idealmente) perché tornino ad essere i veri protagonisti del nuovo percorso politico.

E’ questa certamente una strada tutta in salita; ma non dobbiamo aver paura della fatica quotidiana che ci attende se vogliamo che il futuro sia ancora intriso dei valori del cattolicesimo democratico.

Abbiamo davanti a noi grandi responsabilità che ci obbligano oggi ad essere anticonformisti rispetto agli atteggiamenti, alle parole, alle dichiarazioni pubbliche, ai ragionamenti e al populismo diffuso in tutti i partiti.

Perché alla fine saranno gli atteggiamenti seri, responsabili e consapevoli del futuro che ci attende ad avere la meglio, rispetto ad una classe politica che non ha più niente da dire al popolo in ordine a valori morali, etici e di rappresentanza.

Cattolici e Politica: la visione di “Solidarietà – Libertà, Giustizia e Pace”

Quale deve essere il ruolo dei cattolici in politica? A questa domanda si danno risposte tra loro differenti, che sembrano destinate a perpetuare la diaspora e quindi l’irrilevanza dei cattolici in politica.
Da una parte l’annuncio di una “federazione popolare dei democratici cristiani” e dall’altra l’annuncio di un Manifesto “per la costruzione di un soggetto politico nuovo d’ispirazione cristiana e popolare”.

Si discute poi se sia bene o male costituire un “partito di cattolici” e vi sono ancora coloro che sostengono di poter avere spazio solo nell’ambito di altri partiti. Di fronte a questo dibattito, che, di settimana in settimana, sembra divenire sempre più acceso, mi sento di dover ribadire il convincimento di Alcide De Gasperi: «solo se siamo uniti siamo forti, se siamo forti siamo liberi di agire, se siamo uniti si vince». È con questo pensiero che abbiamo costituito SOLIDARIETÀ – Libertà, Giustizia e Pace (www.solidarieta-italia.eu), quando chi voleva impegnarsi in politica sembrava poter scegliere solo tra centrosinistra e centrodestra. Oggi, noi di SOLIDARIETÀ ripetiamo che i cristiani devono essere tutti uniti se vogliono contare qualcosa nelle istituzioni, dai Comuni alle Regioni, al Parlamento italiano e a quello europeo.

Avevamo costituito SOLIDARIETÀ rivolgendo un Nuovo appello ai Liberi e Forti (Milano – Pergusa-Enna, 21-25 maggio 2003), che il 17 marzo 2007, a Cracovia, al termine del primo convegno europeo di SOLIDARIETÀ abbiamo rilanciato con l’ Appello agli europei coraggiosi e di buona volontà. (https://www.solidarietaitalia.eu/documenti/Appello_agli_europei_coraggiosi.pdf)

Da allora SOLIDARIETÀ, ha faticato a crescere, ma è presente nella rete con un sito che consente agli associati, nell’area a loro riservata, di discutere e votare. È iscritta nel Registro nazionale dei partiti politici dal 17 ottobre 2014.
Per chi lo desidera, ecco qui di seguito l’Appello agli europei coraggiosi e di buona volontà .
Oggi 17 marzo 2007, noi sottoscritti cittadini dell’Europa, convenuti a Cracovia da Austria, Croazia, Francia, Gran Bretagna e Irlanda, Italia, Polonia, Romania e Ungheria, a partire dalle radici cristiane dell’Europa e dall’Appello ai Liberi e Forti rivolto agli italiani da don Luigi Sturzo nel 1919, rivolgiamo a tutte le persone di buona volontà il seguente appello, per promuovere i diritti di ogni persona, soprattutto dei più deboli e sofferenti, verso una Civiltà dell’Amore e della Vita.

Consapevoli che sul riconoscimento a ogni essere umano del diritto alla vita sin dal concepimento fino al suo termine naturale si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica e che non ci sarà mai pace sino a quando tale diritto non sarà pienamente riconosciuto, invitiamo i cittadini europei a propugnare con coraggio nella loro interezza, senza pregiudizi né preconcetti, gli ideali di libertà, giustizia e pace, nel rispetto della condizione essenziale per raggiungere tali obiettivi: la riaffermazione, senza ambiguità, nelle convenzioni internazionali e nelle legislazioni nazionali del Diritto alla vita di ogni essere umano sin dal concepimento e in tutto l’arco del suo sviluppo sino al naturale tramonto.

Chiediamo altresì che i rappresentanti europei presso le Nazioni Unite promuovano, con la Civiltà dell’Amore, la vita umana in ogni stadio del suo sviluppo e in tutti i Paesi, sia ricchi sia poveri, se davvero vogliono la pace. Solo così, infatti, potranno essere rafforzate le basi di una pace giusta e durevole. Alle Nazioni Unite, in particolare, chiediamo di vigilare affinché i Paesi ricchi non chiudano l’accesso allo sviluppo dei Paesi poveri, condizionando gli aiuti ad assurde politiche antinataliste con l’attuazione di campagne per diffondere anche la sterilizzazione e l’aborto procurato.

Rigettiamo perciò i rapporti tra gli Stati basati sul dominio economico o militare; perciò domandiamo che le Nazioni Unite riconoscano tutte le giuste aspirazioni nazionali, affrettino l’avvento del disarmo universale, garantiscano la libertà dei mari, propugnino nei rapporti internazionali legislazioni sociali con il pieno riconoscimento di tutti i diritti umani a partire da quello alla nascita, l’uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione, abbiano la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti.

Ai partiti politici di ogni Paese chiediamo di contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno a promuovere e tutelare, sin dal concepimento, la vita di ogni essere umano e ad allontanare così ogni pericolo di terrorismo e di nuove guerre, a dare un assetto stabile a tutte le nazioni con un’adeguata distribuzione delle risorse ed uno sviluppo sostenibile, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali del lavoro.

Ai rappresentanti degli Stati membri dell’Unione Europea, in particolare, chiediamo di preparare una Costituzione europea che riconosca pienamente, come centrale e fondamentale, il Diritto alla vita sin dal concepimento di ogni essere umano e di non finanziare pertanto quelle organizzazioni, anche non governative, che invece dovessero essere impegnate a incoraggiare e programmare vere e proprie campagne per diffondere, in particolare nei Paesi poveri, la pianificazione familiare anche con la sterilizzazione e l’aborto procurato. Chiediamo ovviamente che la Costituzione europea riconosca le radici cristiane e la loro vitalità per il futuro dell’Europa.
Al migliore avvenire dell’Unione Europea dedichiamo ogni nostra attività con fervore d’entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.

Sul piano costituzionale, per il bene comune dell’Europa, vogliamo Stati veramente popolari, che riconoscano i limiti della loro attività, rispettando e promuovendo i nuclei e gli organismi naturali, come la famiglia fondata sul matrimonio, la personalità individuale e le iniziative private, secondo il principio di sussidiarietà. E perché gli Stati siano la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma degli istituti parlamentari sulla base della rappresentanza proporzionale; vogliamo la semplificazione della legislazione; invochiamo il riconoscimento giuridico dei partiti e dei sindacati, e un’effettiva autonomia delle comunità territoriali locali di ogni Paese.
Ma sarebbero vane queste riforme e senza contenuto, se non insistessimo nel reclamare, come anima della società, l’Amore per la Vita, il vero senso di libertà rispondente alla maturità civile del popolo europeo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà sindacale, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale.

Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare gli Stati, ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie che debbono comporsi in nuclei vitali, che potranno attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.

Le necessarie ed urgenti riforme nel campo della previdenza e dell’assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà, della comunicazione sociale, devono tendere alla elevazione sociale delle categorie disagiate; mentre l’incremento delle forze economiche dell’Unione Europea, l’aumento della produzione, la riforma tributaria a favore della famiglia fondata sul matrimonio, la soluzione dell’ormai cronico problema delle regioni meno sviluppate, la riorganizzazione scolastica e la tutela dell’ambiente varranno a far progredire l’Europa in uno sviluppo equilibrato e sostenibile.

Ispirandoci ai principi sopra espressi, ci presentiamo nella vita politica dell’Unione Europea e, in nome di “SOLIDARIETÀ – Libertà, Giustizia e Pace”, richiediamo l’adesione al nostro programma a tutte le persone di buona volontà, senza distinzioni; a quanti sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degli interessi nazionali ed europei con un sano internazionalismo; a quanti apprezzano e rispettano il Diritto alla vita di ogni essere umano sin dal concepimento e in tutto l’arco del suo sviluppo sino alla morte naturale.

Capitale italiana della Cultura 2021: online fino al 16 dicembre il bando

È online sul sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo il bando per la Capitale italiana della Cultura 2021. La Capitale italiana della Cultura è stata istituita nel 2014 e ha tra gli obiettivi quello di sostenere, incoraggiare e valorizzare l’autonoma capacità progettuale e attuativa delle Città, affinché venga recepito in maniera sempre più diffusa il valore della leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione, la creatività, l’innovazione, la crescita e lo sviluppo economico.

“Dal 2014 – sottolinea il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini – da quando abbiamo avuto l’idea di  istituire anche in Italia il titolo di Capitale della Cultura, ogni edizione ha avuto effetti concreti e positivi sullo sviluppo turistico e sulla fruizione del patrimonio culturale materiale e immateriale dei territori e delle città vincitrici”.

Il titolo di “Capitale Italiana della Cultura” è conferito per la durata di un anno e la Città vincitrice riceverà un milione di euro. Negli anni precedenti il titolo è stato assegnato alle Città di Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena nel 2015; Mantova nel 2016; Pistoia nel 2017, Palermo nel 2018. Parma sarà la Capitale italiana della Cultura per il 2020.

Possono partecipare al bando i Comuni, le Città metropolitane e le Unioni di Comuni che non abbiano partecipato alla selezione per la «Capitale italiana della cultura» per gli anni 2018 e 2020.

Entro il 16 dicembre 2019 le città che desiderano candidarsi possono presentare una manifestazione di interesse, sottoscritta dal Sindaco, riportando i dati richiesti dalle linee guida allegate al bando. Il bando è consultabile su www.beniculturali.it/capitaleitalianadellacultura2021

Il Governo rilancia le Zone economiche speciali

Si è riunita nei giorni scorsi la Cabina di regia per le Zone economiche speciali (Zes), presieduta dal ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, con i rappresentanti delle regioni del Mezzogiorno, le autorità portuali, il Dipartimento per le Politiche di coesione e l’Agenzia per la coesione territoriale, nonché i Dicasteri interessati. La riunione è stata l’occasione per delineare un quadro delle iniziative che il Governo ha assunto e assumerà in itinere per rilanciare le Zes, migliorandone le potenzialità a partire dall’individuazione delle eventuali criticità sia nelle amministrazioni centrali che regionali, come pure nella stessa governance.

“Il Governo ha voluto rafforzare in maniera significativa lo strumento delle Zes – ha spiegato Provenzano”. Il Ministro ha inoltre dato notizia dell’interlocuzione in corso con il Mef per chiedere, sulla base dei recenti incontri con la Commissione europea, una diversa interpretazione che l’Agenzia per le entrate ha dato del credito di imposta, assai restrittiva in particolare per le iniziative imprenditoriali che riguardano le attività logistiche, decisive per lo sviluppo di queste aree. Per quanto riguarda poi il tema delle infrastrutture interne alle Zes, Provenzano ha comunicato come il Governo non abbia definanziato alcunchè, anzi ha annunciato che in Legge di Bilancio è stato creato uno strumento rivolto al finanziamento delle infrastrutture denominato “Infrastrutture dell’ultimo miglio”, ovvero quelle che permettono il collegamento delle Zes con l’esterno. Le risorse previste per i “grandi investimenti Zes”, che non erano state utilizzate, ma di fatto giacevano immobilizzate per la complessità attuativa, e che comunque dai dati e dalle stime disponibili eccedevano di molto la possibile implementazione di investimenti delle imprese localizzate nelle Zone per gli anni 2020 e 2021, hanno alimentato interamente il Fondo “Cresci al Sud”, misura che in larga parte ha le stesse finalità, ma che si attua su tutto il Mezzogiorno per acuire gli impatti: “un fondo che dunque si applica anche alle Zes e, qualora sarà necessario – ha aggiunto Provenzano – potrà prevedere una riserva per le imprese localizzate nelle Zone”.

L’Italia è leader mondiale per efficienza energetica e sostenibilità ambientale

L’Italia è leader mondiale per efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Molte delle sue imprese -sia nell’ambito della manifattura che dei servizi- sono in prima fila, a livello internazionale, per comportamenti virtuosi sull’ambiente, il rispetto delle persone, l’inclusione e la solidarietà sociale.

I dati dell’ International Energy Efficiency Scorecard parlano chiaro: numeri alla mano, l’Italia si posiziona ai massimi livelli europei e mondiali. Sommando i vari indicatori che contribuiscono a definire il ranking italiano (politiche e best practice, edilizia, industria e trasporti), il Paese si piazza al primo posto assoluto dell’efficienza energetica mondiale.

E l’Italia è prima anche per la sostenibilità ambientale.

Ecco i dati del Centro Studi Confindustria: il nostro Paese emette meno gas serra rispetto a Francia, Germania ed alla media Ue (203,4 tonnellate di CO2 equivalente per miliardo di euro di valore aggiunto, media Ue 257,2 tonnellate), consuma meno materie prime (286,8 tonnellate per miliardo di euro di valore aggiunto, media Ue 446,5 tonnellate), consuma meno energia (87,4 di 10 alla quattordicesima joule, l’unità di misura dell’energia, del lavoro e del calore, per miliardo di euro di valore aggiunto, media Ue 203,5 di 10 alla quattordicesima joule) e recupera rifiuti più di tutti gli altri Paesi (83,4% del totale rifiuti, su una media Ue del 53%).

In questo quadro stanno nascendo anche numerose aziende nuove.

Ne è un’esempio Ener2Crowd che si pone come obbiettivo la realizzazione di un impianto di illuminazione a led con contratto di «servizio energia» presso una società leader mondiale nella produzione di batterie, della durata di 8 anni.

 

Una nuova tecnica potrebbe alleviare i sintomi del Parkinson

Una nuova tecnica mininvasiva basata sugli ultrasuoni potrebbe alleviare uno dei sintomi del Parkinson, i tremori. La speranza arriva da un trial clinico condotto presso l’Università dell’Aquila: gli ultrasuoni focalizzati ad alta intensità guidati da risonanza magnetica riscaldano e distruggono un piccolissimo pezzetto di tessuto cerebrale, il talamo, riducendo da subito i tremori, e con una efficacia che perdura a lungo termine.

Il trial ha coinvolto 39 pazienti con tremori (sia malati di Parkinson, sia pazienti con tremore essenziale) che non avevano risposto alle terapie classiche e soffrivano da anni di tremori. La terapia con ultrasuoni elimina il ‘talamo’, minuscola regione cerebrale alla base dei tremori che sono il risultato di spasmi muscolari in genere alle mani e sono molto invalidanti per i pazienti. La metodica è risultata molto sicura ed efficace nel 95% dei casi.

Torniamo alle origini del pensiero cattolico democratico.

Ragiona bene, politicamente, Mauro Magatti quando affronta sul Corriere della Sera del 25 novembre la «questione cattolica» nell’epoca dei cambiamenti. Prendendo spunto dalla recente intervista del cardinal Ruini, egli distingue il campo degli “interessi” della Chiesa istituzione, che cercano protezione dal comandante di turno, da quello dei “valori” che attingono alla sapienza dei princìpi evangelici. Quest’ultima è la posizione di papa Francesco, non a caso avversata dagli ambienti conservatori (e spesso reazionari) di molti fedeli, in specie di età anziana, troppo facilmente arruolati nelle file del sovranismo, in salsa populista.

Nella pars construens del suo articolo Magutti tocca, tra l’altro, il tema della “comunità”, come uno di quelli che, potenzialmente, potrebbero passare da condizione difensiva e securitaria – abbarbicata ad identità locali e nazionali spesso sfiorate da istinti razzisti, e dunque distruttivi – ad una visione, anzi ad un’energia positiva. È questo un compito arduo al quale i cattolici sono chiamati oggi come ieri.

Per mettersi su questa strada – difficile ma necessaria se si vuole continuare ad essere “sale” della terra – può essere opportuno un ritorno alle origini del pensiero politico cattolico di marca democratico-sociale, ben consapevoli che il meglio della nostra cultura è proprio nel passato, a partire dall’Appello sturziano di un secolo fa, per proseguire con La Pira, Dossetti e Lazzati, nonché la ricchissima cultura giuridica con Mortati, Tosato, Amorth ed Elia (per limitarci ai “giganti”).

Non vado oltre, qui e adesso, la ripresa e l’aggiornamento di un’idea – quella denominabile “autonomia comunitaria” – che ha il pregio di essere uno dei pilastri fondanti la nostra Costituzione e, al tempo stesso, di avere in sé una spinta generativa, capace cioè di germinare diversi rami e molti frutti.

Prendo spunto dal Tomo terzo dell’Opera Omnia di Giorgio La Pira, appena pubblicato dalla Commissione Ministeriale per l’Edizione Nazionale delle Opere di Giorgio La Pira, mille pagine a cura di Ugo De Siervo, che viene in queste settimane presentato in diverse città d’Italia (a Milano, ad es., il prossimo 16 dicembre all’Università Cattolica).

La Pira, quando discute all’Assemblea Costituente sul fondamentalissimo art. 2 della Costituzione in itinere, si rifà al pensiero di San Tommaso (e prima di lui di Boezio e di Agostino) sulla assoluta centralità e prevalenza della persona umana, i cui diritti inviolabili vanno “riconosciuti” nelle cerchie progressivamente sempre più elevate nelle quali si sviluppa la personalità.

E dunque: la famiglia, il Comune, la comunità religiosa (la Chiesa), le comunità di lavoro e professionali, la Regione, lo Stato e la comunità internazionale.
La cosa è ben nota e prenderà una sua forma stabile nel rilevantissimo ordine del giorno presentato da Dossetti il 9 settembre 1946 – dunque proprio all’inizio dei lavori della Costituente – là dove si dà forma giuridica e quel “principio di sussidiarietà” che risalendo alle Encicliche papali costituisce tuttora uno dei tratti essenziali della dottrina sociale della Chiesa.

Quanto detto, tuttavia, va al di là del ripescaggio di un tesoro tanto antico quanto lontano, perché sommerso sotto terra per continuativa incuria di quanti si muovono sul terreno della politica politicante. Mi preme segnalare, cioè, un cambio di passo, semantico ma non solo, che suggerisco a quelli che meritoriamente, si accingono a formulare manifesti e programmi politici di ispirazione cristiana.
La mia idea è questa: abituiamoci a usare il più possibile il termine “Repubblica” e ad usare solo quando è indispensabile il termine “Stato”.

La Repubblica, infatti, non si riduce allo Stato, ma è concetto più ampio e comprensivo. Nei dodici articoli che costituiscono i “Principi fondamentali” della nostra Costituzione il termine Repubblica è usato nove volte, perché è ad essa che sono intestate tutte le definizioni e le azioni politiche principali. Mentre dello Stato si parla solo come soggetto deputato dalla Repubblica a tenere i rapporti con gli altri Stati (art. 11) con gli altri ordinamenti (negli art. 7 e 8 quando si dettano le norme delle relazioni tra lo Stato, la Chiesa cattolica e le altre confessioni religiose).

La Repubblica è l’insieme dei poteri e delle funzioni pubbliche di tutti quei soggetti, enti ed organismi ai quali la stessa Costituzione riconosce spazi di autonomia e di responsabilità.
Così è per la famiglia, “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29), le associazioni sindacali di lavoratori e datori di lavoro (art. 39), i partiti politici (art. 49), le imprese (art. 41 e 42), le Università e le scuole (art. 33 e 34).
Speciali ed importantissime sono le comunità locali territoriali: Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.

Esse sono state definite nel nuovo Titolo V, e in particolare nell’art. 118, come comunità politiche alle quali sono attribuite, prima ancora che allo Stato, tutte le funzioni amministrative, fatte salve solo quelle che necessitino di un esercizio unitario. E ciò sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

Quindi non aveva ragione V. E. Orlando, capofila dell’antico pensiero liberale in Assemblea costituente ad affermare: “La Repubblica, che è lo Stato…” (così nella Discussione del 24 aprile 1947) ma avevano ragione La Pira, Dossetti, Mortati e Tosato a prendere le distanze da ciò che riguardava gli apparati centralisti, autoritari e burocratici distinguendoli da ciò che spettava, in via originaria, alle comunità naturali, tenute insieme dall’ordinamento repubblicano.
Del resto un grande spirito liberale dell’Ottocento, Alexis de Tocqueville, aveva scritto in modo enfatico ma nitido: «I troni (id est: gli Stati) li hanno costruiti gli uomini, ma il Comune viene direttamente dalle mani di Dio».

Le sardine, i pinguini e la politica.

Dunque, le sardine sono in campo, i pinguini pure. In attesa, forse, dei pescecani o chissà chi altro. Però questa volta lo debbo ammettere. Per chi e’ arrivato alla politica dalla “scuola” di uomini come Carlo Donat-Cattin e Guido Bodrato si fa qualche fatica a sintonizzarsi con il movimentismo delle sardine, dei pinguini o di altri gruppi ittici. Certo, tutti sappiamo quali sono le corde politiche, sentimentali, culturali che muovono le sardine.

Per fermarsi al movimento che ha fatto più rumore in queste ultime settimane. E cioè, dar vita ad una opinione di sinistra “contro” Salvini, “contro” il centro destra e “contro” la maggioranza politica e numerica – almeno stando ai sondaggi – che attualmente caratterizza il trend elettorale degli italiani. Un movimento, cioè, dichiaratamente di parte – come tutti sanno e come molti fingono invece di non sapere – e che combatte per una prospettiva politica alquanto chiara e netta.

Altroché movimento apartitico, trasversale, orizzontale e fieramente antipopulista. Sui cosiddetti “pinguini” le idee sono ancora poco chiare ma anche su questo versante le scelte di campo saranno nette e senza equivoci. Ora, al di là di questi simpatici movimenti ittici, quello su cui – dopo la comprensibile propaganda e dopo il giusto compiacimento per la discesa in piazza di migliaia di persone – prima o poi occorrerà soffermarsi riguarda il profilo politico, il progetto politico, la struttura organizzativa e la qualità della classe dirigente che caratterizzano questa nuova esperienza politica e nella prossima e potenziale prospettiva partitica. Perché un fatto è indubbio: nel campo della sinistra, dove si colloca il movimento itinerante delle sardine, esperienze di questo genere ne abbiamo già conosciute ad abbondanza nel passato.

Lo schema è sempre lo stesso, anche se le fasi storiche scorrono e ogni esperienza, com’è ovvio, non è paragonabile a quella che l’ha preceduta. Ma c’è un filo rosso – anche cromaticamente rosso – che lega tutte queste esperienze: e cioè, in sintesi, scelta di campo netta; sotterraneo rifiuto degli attori politici di sinistra in campo; messa in discussione della classe dirigente di sinistra nel momento della discesa in piazza; programmi fumosi e un po’ moralistici e, in ultimo, respingere la tesi che si tratti di un partito organizzato. Ecco, al riguardo conosciamo a memoria l’epilogo di tutte le esperienze che hanno preceduto le sardine nel campo della sinistra e della estrema sinistra. Questa sarà la volta buona che si differenzia profondamente rispetto al passato? Può darsi ma al momento non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che si stanno ripetendo, altrettanto puntualmente, tutti i passaggi che hanno contraddistinto i tentativi precedenti.

Con una differenza, non trascurabile però. Questa volta la leadership politica ed organizzativa, almeno così pare, non è riconducibile ai volti milionari della “sinistra al caviale” e degli esponenti alto borghesi della sinistra dei salotti romani e di Capalbio. E’ indubbiamente un grande passo in avanti e che può anche essere decisivo per orientare e condizionare il futuro. Purché, e questo è l’elemento altrettanto decisivo e qualificante, arrivi in fretta la politica.

Cioè, la proposta, il progetto e un programma. Perché in politica si vive anche e sicuramente di emozioni e di sentimenti. E, in questo caso, di contrarietà rispetto ad un “nemico” da combattere e da aggredire. Almeno verbalmente. Ma tutto ciò, come ben sappiamo, non è affatto sufficiente ed è destinato a spegnersi rapidamente. Come è capitato, appunto, per tutti gli esperimenti che hanno preceduto l’ennesima trovata della “piazza”. Perché, prima o poi, la politica ti presenta il conto. E lottare e scagliarsi solo contro il “nemico” non è sufficiente. Serve altro. Cioè la politica.

Istat: ad ottobre le esportazione crescono del 61%

A ottobre 2019 si stima, per l’intescambio commerciale con i paesi extra Ue, un marcato aumento congiunturale per le esportazioni (+6,1%) e una contrazione per le importazioni (-3,9%).

L’incremento congiunturale è trainato dal forte aumento delle vendite di beni strumentali (+21,4%) mentre tutti gli altri raggruppamenti principali di industrie sono in diminuzione. Dal lato dell’import, la flessione congiunturale è più intensa per l’energia (-12,2%). Gli acquisti di beni di consumo durevoli (+2,8%) sono invece in aumento.

Nell’ultimo trimestre mobile (agosto-ottobre 2019), la dinamica congiunturale dell’export verso i paesi extra Ue risulta positiva (+2,9%) ed è particolarmente intensa per l’energia (+21,0%) e i beni strumentali (+5,1%). Nello stesso periodo, le importazioni mostrano una lieve diminuzione congiunturale (-0,7%), determinata dall’energia (-3,2%).

A ottobre 2019, le esportazioni sono in marcato aumento su base annua (+8,4%). L’incremento è rilevante per i beni strumentali (+17,4%). A differenza delle esportazioni, le importazioni registrano una marcata flessione tendenziale (-9,3%) principalmente determinata dall’energia (-25,0%).

Il saldo commerciale a ottobre 2019 è stimato pari a +5.969 milioni, in forte aumento rispetto a +2.837 milioni di ottobre 2018. Da inizio anno aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +54.581 milioni di gennaio-ottobre 2018 a +59.702 milioni di gennaio-ottobre 2019).

A ottobre 2019 un marcato aumento tendenziale contraddistingue le vendite verso paesi ASEAN (+25,1%), Stati Uniti (+24,5%) e Russia (+21,5%). Al contrario, l’export verso i paesi OPEC (-16,8%) è in forte diminuzione.

Gli acquisti dai paesi OPEC (-38,2%) e paesi MERCOSUR (-26,5%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue. In aumento gli acquisti da Stati Uniti (+15,9%) e Russia (+12,1%).

In arrivo un ulteriore miliardo per la messa in sicurezza delle scuole

L’annuncio è stato dato a Rivoli, nel torinese, nel corso della riunione dell’Osservatorio nazionale per l’edilizia scolastica che la scorsa settimana è stato convocato dal ministro Fioramonti in occasione della Giornata nazionale per la sicurezza delle scuole.

“Una scuola sicura è una scuola di cui ci prendiamo cura – ha detto Fioramonti – è una scuola che ci insegna a prenderci cura delle cose. Non è accettabile per un’economia avanzata avere tante scuole che non sono ancora in sicurezza”. “Abbiamo stanziato centinaia di milioni – ha aggiunto – un miliardo e mezzo di mutui, un pacchetto generale di 11 miliardi tra mutui e finanziamenti diretti, e siamo sul punto di erogare un altro miliardo nelle prossime settimane per i nostri istituti. Con il viceministro Ascani stiamo anche ragionando su una norma sostitutiva che possa aiutare lo Stato a dire agli Enti locali che non ce la fanno ‘ci pensiamo noi. Ci sostituiamo a te se non riesci a realizzare i lavori’. Se l’Italia non riparte dalla scuola, lo dico chiaramente, l’Italia non ricomincia”.

La legge 13 luglio 2015, n. 107 ha previsto l’istituzione della Giornata nazionale per la sicurezza.
Con decreto del ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca del 27 novembre 2015 n. 914, la giornata è stata fissata al 22 novembre di ogni anno in ricordo di tutte le vittime degli incidenti avvenuti nelle scuole italiane.

Il Miur, nei giorni 20, 21 e 22 novembre 2019 ha promosso nei diversi istituti scolastici, iniziative didattiche, formative e informative per la diffusione della cultura della sicurezza e per la prevenzione dei rischi.

Dal Rapporto di Legambiente Ecosistema Scuola 2018, emerge una situazione preoccupante dal punto di vista della sicurezza, con controlli e conseguente manutenzione non sufficienti, che va poi a coniugarsi con la fragilità del territorio. In Italia oltre il 60% degli edifici è stato costruito prima del 1976 e spesso necessita di interventi di manutenzione urgenti (43,8% del campione), con molti edifici che risultano ancora carenti rispetto all’adeguamento della normativa antisismica.

Per questo non si può più perdere tempo. Occorrono segnalazioni tempestive, verifiche e le necessarie opere di adeguamento strutturale.

Gli europei spendono 30 miliardi l’anno per il consumo dei stupefacenti

Gli europei spendono almeno 30 miliardi di euro l’anno per il consumo di stupefacenti”: il dato emerge dalla Relazione 2019 curata da Emcdda (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze) e da Europol.

“Il mercato della droga – spiegano gli esperti –è un importante fonte di proventi per le organizzazioni criminali nell’Ue. Circa due quinti (39%) della spesa totale sono rappresentati dalla cannabis, il 31% dalla cocaina, il 25% dall’eroina e il 5% da anfetamine e Mdma” (ecstasy).

Il rapporto analizza anche la produzione, il traffico, e la distribuzione e vendita. Descrive inoltre le “vaste ripercussioni” del mercato delle droghe sulla salute pubblica e la sicurezza e illustra possibili risposte “per efficaci politiche di controllo degli stupefacenti”.

Alzheimer: scoperta molecola capace di bloccare la malattia.

Lo studio interamente italiano, coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, della Fondazione Ebri Rita Levi-Montalcini, in collaborazione con il Cnr, la Scuola normale superiore e il dipartimento di Biologia dell’università di Roma Tre, è stato pubblicato su ‘Cell Death and Differentiation’.

I ricercatori dell’Ebri hanno scoperto che la nascita di nuovi neuroni nel cervello adulto (neurogenesi) si riduce in una fase molto precoce della malattia di Alzheimer. Tale alterazione è causata dall’accumulo, nelle cellule staminali del cervello, di aggregati altamente tossici della proteina beta Amiloide, chiamati A-beta oligomeri.

Il team è riuscito a neutralizzare gli A-beta oligomeri nel cervello di un topo malato di Alzheimer introducendo l’anticorpo A13 all’interno delle cellule staminali del cervello, riattivando la nascita di nuovi neuroni e ringiovanendo così il cervello. In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come la strategia messa a punto nei laboratori dell’Ebri permetta di ristabilire la corretta neurogenesi nel modello di topo studiato, recuperando per l’80% i difetti causati dalla patologia di Alzheimer nella fase iniziale.

Non mi convince l’ipotesi di Merlo. Abbiamo sbagliato, con il Pd, a dare vita a un ircocervo.

Leggo Merlo sempre con grande interesse e quasi sempre con totale consenso. Parla giustamente di una “historia dolorum”. 

Confesso in materia di aver fortemente peccato. Proveniente fin da giovanissimo dalle esigue file democristiane della Base romana, ho fin dalle origini partecipato con piena convinzione all’esperienza della Lega Democratica. Ma sul punto, quello cioè di dare vita al partito democratico progressista nell’ottica della democrazia bipolare dell’alternanza, credo che sbagliammo. 

Avevano ragione Ruffilli ed Elia ad opporsi a tale disegno. E insieme a loro Gerardo Bianco e Sandro Fontana a criticarci, soprattutto nel nostro considerare il problema politico sotto il solo profilo intellettuale, senza porgere dovuta attenzione a quello sociale della partecipazione, della militanza, della crescita comune. 

Fu pura astrazione. Don Benedetto direbbe che abbiamo dato vita a un ircocervo. Non si trattava infatti solo di fondere popoli di due tradizioni culturali, ma di due mondi sociali, di due comunità assai radicate e internamente solidali e composte, con riferimenti esterni solo raramente componibili. 

Poi dall’esterno sono sopraggiunti eventi planetari che a loro volta hanno modificato alla radice vita e cultura del nostro Paese, già di per sé assai debole, sconvolgendo ogni riferimento a modelli del passato, costumi, morale, coscienze. 

Altro che partito politico, qui occorre un lavoro di base che solo un graduale recupero a livello di formazione personale e di ricostruzione dei legami sociali potrà con il medio-lungo periodo produrre effetti utili. Ecco perché a mio avviso sul piano politico solo la  proposta di D’Ubaldo, relativa a impegni amministrativi locali di base, può essere oggidì praticata con speranza di poter poi conseguire nel futuro obiettivi più validi a livello statuale ed europeo. 

Ad esempio, come la mettiamo ora col garbuglio degli attuali riferimenti partitici a livello continentale? In un momento oggi favorevole per il nostro Paese, chi qui in Italia come “popolare europeo” incontrerà la Merkel? Berlusconi? O addirittura Conte e il movimento delle 5 Stelle? 

A tanto siamo arrivati!

Il lustro di Mattarella

Articolo pubblicato sulle pagine di Mente Politica a firma di Luca Tentoni

Durante la scorsa estate, nel corso della trattativa per risolvere la crisi di governo, si disse che uno dei punti essenziali per evitare lo scioglimento anticipato delle Camere era scongiurare che il nuovo Capo dello Stato fosse eletto da Salvini e Meloni. In effetti, anche se il governo gialloverde fosse riuscito a sopravvivere fino all’inizio del 2022, sarebbe stato il leader leghista a scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica, sia pure concordandolo (fatto non di poco conto, certo) col capo politico dei Cinquestelle Di Maio.

Verosimilmente, come si diceva negli ambienti politici un anno fa, nel 2022 il “notaio del contratto”, cioè il presidente del Consiglio Conte, sarebbe stato scelto da Lega e M5S per il Quirinale. Ora è la maggioranza giallorosa a poter eleggere il successore di Mattarella (Prodi? Draghi? Franceschini?) ma c’è un problema: il “Conte bis” deve durare ancora per circa 26 mesi. Un’impresa non facile, vista la partenza senza “luna di miele” e data la difficoltà di amalgamare soggetti politici molto eterogenei come quelli che sostengono il governo. Il fatto che la scadenza del mandato presidenziale ricorra spesso, ormai, nelle cronache e nei commenti politici ci ricorda che Mattarella è al Quirinale da quasi cinque anni. È giunto il momento, dunque, per tracciare un breve bilancio provvisorio, sperando di non incappare nella sfortuna che capitò ad un amico e collega (Alberto Sensini) autore – prima delle “picconate” – del volume “Cossiga, il gusto della discrezione”.

Di Mattarella si può dire che ha seguito fedelmente il percorso tracciato già nel discorso d’insediamento. Si è comportato da arbitro imparziale delle crisi, anche se qualcuno ha errato nell’interpretare la sua pazienza con la volontà di prendere tempo e scambiando il suo rispetto per il Parlamento con la voglia di incoraggiare (nel passaggio fra il “Conte uno” e il “Conte bis”) una specie di “ribaltone”. Ancora oggi, alcuni commentatori gli suggeriscono – o gli intimano – di “mandare a casa il governo che non ha la fiducia degli italiani”; se rileggessero la Costituzione, forse, sarebbero più cauti nel far circolare certe improvvide raccomandazioni. L’arbitro (questo è il ruolo che si è dato Mattarella) non manda le squadre negli spogliatoi perché stanno giocando una gara sottotono, ma aspetta il novantesimo per chiudere la partita, come prescrive il regolamento. Questo regolamento, che oggi sembra superato dall’immediatezza dei social e dalla necessità di alzare il tono della dialettica politica oltre il limite del buonsenso e del buon gusto, è la Carta Repubblicana del 1947, col suo contenuto formale e materiale.

Altra cosa è compiere una riflessione sull’opportunità di porre fine alla legislatura se le forze politiche non riescono ad esprimere una coalizione di governo maggioritaria in Parlamento, o se queste, dopo una riforma elettorale, si rivolgono al Capo dello Stato (anche in questo caso, purché maggioritarie) chiedendo elezioni col nuovo meccanismo di trasformazione dei voti in seggi. In questi cinque anni Mattarella ha gestito tre crisi ministeriali: quella rapida del 2016 (con Gentiloni che prese il posto di Renzi battuto al referendum costituzionale), quella lunghissima del 2018, infine l’ultima, che ha preceduto la nascita dell’attuale Esecutivo giallorosa. In circostanze e con maggioranze diversissime, il Quirinale non ha mai perseguito una politica interventista, anche se ha giustamente fatto valere la sua “moral suasion” (in occasione di nomine ministeriali giudicate dal Capo dello Stato non del tutto consone, per esempio) e ha fatto una sola volta ricorso alla facoltà di nominare senatori a vita. La sua scelta è però stata molto significativa, sia per la data (2018, ottantesimo anniversario delle leggi razziali), sia per la persona: Liliana Segre.

Già giudice della Corte Costituzionale, Mattarella ha avuto modo di esaminare con attenzione i testi legislativi che gli sono stati sottoposti per la firma: in alcuni casi, ha dato alcuni suggerimenti in corso d’opera, senza però assumere atteggiamenti semipresidenzialisti; in altri (come sui decreti sicurezza) ha formulato osservazioni preziose che forse il governo Conte dovrebbe provvedere a recepire. Nonostante questo suo stile notarile, silente ma non assente, Mattarella è stato il primo presidente della Repubblica a subire, durante la difficile gestazione dell’Esecutivo gialloverde, una serie interminabile di insulti (alcuni dei quali molto gravi, uniti a minacce) e una disdicevole campagna di delegittimazione del Quirinale. Poiché il tempo è galantuomo, va ricordato che gli stessi che allora la scatenarono gli hanno rivolto, mesi dopo, espressioni di grande stima e apprezzamento. Mattarella non passerà alla storia per l’affetto popolare e l’empatia suscitata da Pertini, né per l’impronta interventista di Cossiga (e, in parte, di Gronchi, Scalfaro e Napolitano); l’attuale presidente si può avvicinare, piuttosto, a due suoi illustri predecessori: Luigi Einaudi (1948-1955) e Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006). Infine, una notazione: pur essendo cattolico praticante, il Capo dello Stato non ha mai esibito la sua fede – come negli ultimi tempi pare sia usuale, in politica – ma ha rivendicato spesso, nei suoi discorsi, quei doveri di solidarietà (non solo cattolici, ma anche laici) tipici della sua formazione, intrattenendo rapporti più che cordiali col Pontefice (l’intesa fra i due è stata agevolata anche dal nuovo corso che Papa Francesco ha dato alla Chiesa, distante dalle prese di posizione di alcuni illustri porporati, i quali ancora oggi sono più vicini ad ambienti e sensibilità differenti).

Se, durante gli ultimi anni di mandato, Mattarella continuerà a seguire il percorso già intrapreso, nel 2022 lascerà il Quirinale senza enfasi e con molta concretezza, come quando vi si è insediato, nel 2015. Trovare un successore all’altezza non sarà facile, nell’era in cui se non si appare sui social network, non ci si mostra, non si fanno gesti clamorosi è come se non si esistesse. La speranza per il futuro, dunque, non è quella di avere un presidente di sinistra o di centro o di destra, ma di continuare ad avere un Quirinale abitato da un Capo dello Stato normale, notaio fedele della Repubblica, custode della Costituzione, difensore della democrazia e del pluralismo.

Social pieni, piazze anche

Articolo pubblicato dalla rivista il Mulino a firma di Nicola Pedrazzi

L’8 settembre 2007, quando Beppe Grillo intimò all’unica bandiera sventolante in Piazza Maggiore di abbassarsi «perché portano sfiga», io c’ero e come gli altri risi. Ricordo che a fine giornata acquistai online il cofanetto di Incantesimi, lo spettacolo portato in tour da Grillo nel 2006; non feci nessun caso al logo di uno sconosciuto editore (una certa Casaleggio Associati), in compenso divorai il manuale per l’utilizzo del blog che veniva allegato al dvd (un libro che spiega come funziona un sito: che tenerezza!). Con un po’ di senno del poi e qualche anno in più sul groppone oggi sappiamo ammettere che miscelando il Vaffa dello stadio, il successo del film V per Vendetta (2005) e il ricordo della Resistenza (l’8 settembre non fu scelto a caso, ahinoi) il primo V-Day di Bologna inaugurò, sul piano estetico, emotivo e spettacolare – i livelli politici che oggi contano – la stagione di quel giacobinismo verbale e comunicativo che tanto male ha fatto al riformismo italiano, ma che al contempo ha condotto, in mancanza di altre forze qualitative, all’emarginazione mediatica di Silvio Berlusconi – che la sconfitta del Cavaliere non sia stata politico-culturale lo rende evidente l’attuale geografia parlamentare, dominata da antropologie (l’estrema destra di governo e gli onesti travagliosi) di diretta formazione berlusconiana.

A dodici anni dal V-Day di Bologna, il doloroso trapasso dalla seconda alla non-si-sa-quale Repubblica consegna alla neo Lega di Salvini la forza elettorale per ambire all’Emilia-Romagna. Temendo che gli attuali governanti possano perdere, quattro ragazzi bolognesi creano un evento Facebook e invitano la cittadinanza a confluire «sul crescentone» di Piazza Maggiore, armati di una sardina colorata autoprodotta: «Alle 20.30, quando gli “altri” entreranno nella bolla del Paladozza ad ammirare il loro nulla noi saliremo sul crescentone, ci stringeremo fino a soffocare finché non arriverà il segnale forte e chiaro: NOI SIAMO 6.000 E SIAMO VERI, e voi? Chi si unisce alla prima rivoluzione ittica della storia?». Nasce così, in meno di una settimana, il movimento delle #sardine: un format di presidio fisico attivabile in qualsiasi piazza, ancora una volta senza partiti coinvolti e senza bandiere a sventolare durante i raduni. Rottura o continuità? A me pare entrambe.

La piazza Maggiore del 14 novembre scorso porta alle estreme conseguenze la disintermediazione dell’«uno vale uno» grillino, ma è profondamente diversa da quella del 2007. La principale differenza sta nel fatto che il V-day fu tutt’altro che «spontaneo», si giovò di un volto famoso e di un’organizzazione professionale. Come emerge dalle testimonianze dei dipendenti della prima ora, gli esperti di Gianroberto Casaleggio cominciarono a lavorare con metodo alla produzione del consenso ancora prima di capire dove incanalarlo;

Qui l’articolo completo

Il clima è già cambiato. Presentato il rapporto 2019 dell’Osservatorio di Legambiente

Aree urbane al centro del rapporto 2019 dell’Osservatorio di Legambiente sull’impatto dei mutamenti climatici in Italia, un dossier presentato questa mattina a Roma presso la rappresentanza in Italia della Commissione europea e intitolato Il clima è già cambiato, come purtroppo dimostrano le inondazioni dei giorni scorsi a Venezia, Matera e Pisa e gli eventi meteorologici estremi che si sono abbattuti su molti territori e che colpiscono la penisola con sempre maggiore frequenza.

L’appuntamento è stato l’occasione per fare il punto sul quadro delle informazioni disponibili e sulle politiche europee di adattamento e i piani per le aree urbane italiane con esperti del settore.

Le città sono l’ambito più a rischio per le conseguenze dei cambiamenti climatici, perché è lì che vive la maggior parte della popolazione mondiale e perché episodi di piogge, trombe d’aria e ondate di calore vi hanno ormai assunto proporzioni crescenti e destinate ad aumentare, insieme alle stime dei danni che possono provocare.

Dal 2010 ad oggi, sono 563 gli eventi registrati sulla mappa del rischio climatico, con 350 Comuni in cui sono avvenuti impatti rilevanti. Nel 2018, il nostro paese è stato colpito da 148 eventi estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati, un bilancio di molto superiore alla media calcolata negli ultimi cinque anni. Dal 2014 al 2018 le sole inondazioni hanno provocato in Italia la morte di 68 persone.

Nelle nostre città la temperatura media è in continua crescita e a ritmi maggiori rispetto al resto del Paese. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio meteorologico Milano Duomo, è un fenomeno generale e rilevante che riguarda tutte le città con picchi a Milano con +1,5 gradi, a Bari (+1) e Bologna (+0,9) a fronte di una media nazionale delle aree urbane di +0,8 gradi centigradi nel periodo 2001-2018 rispetto alla media del periodo 1971-2000. Aumentano gli impatti del caldo in città, in particolare sono le ondate di calore il principale fattore di rischio con rilevanti conseguenze sulla salute delle persone. Uno studio epidemiologico realizzato su 21 città italiane ha evidenziato l’incremento percentuale della mortalità giornaliera associata alle ondate di calore con 23.880 morti tra il 2005 e il 2016, e mettono in evidenza impatti più rilevanti nella popolazione anziana e una riduzione negli ultimi anni attribuibile agli interventi di allerta attivati. Secondo una ricerca del progetto Copernicus european health su 9 città europee, nel periodo 2021-2050 vi sarà un incremento medio dei giorni di ondate di calore tra il 370 e il 400%, con un ulteriore aumento nel periodo 2050-2080 fino al 1100%. Questo porterà, ad esempio, a Roma da 2 a 28 giorni di ondate di calore in media all’anno. La conseguenza sul numero di decessi legati alle ondate di calore sarà molto rilevante: da una media di 18 si passerebbe a 47-85 al 2050 e a 135-388 al 2080.

L’accesso all’acqua è un altro tema rilevante che, in una prospettiva di lunghi periodi di siccità, rischia di diventare sempre più difficile da garantire. La situazione nel nostro paese, già oggi, è complicata, in particolare al Sud, per quanto riguarda la qualità del servizio idrico e nel 2017, nei quattro principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Arno e Tevere) le portate medie annue hanno registrato una riduzione media complessiva del 39,6% rispetto alla media del trentennio 1981-2010. Preoccupante per le città italiane anche l’innalzamento del livello dei mari. Secondo le elaborazioni di Enea, sono 40 le aree a maggior rischio in Italia. A rischio sono anche città come Venezia, Trieste, Ravenna, la foce del Pescara, il golfo di Taranto, La Spezia, Cagliari, Oristano, Trapani, Marsala, Gioia Tauro. D’altronde, secondo un’indagine di Climate Central pubblicata sulla rivista Nature, se i ghiacciai continueranno a sciogliersi al ritmo attuale, 300 milioni di persone che vivono in aree costiere saranno sommerse dall’oceano almeno una volta l’anno entro il 2050, anche se le barriere fisiche che erigono contro il mare saranno potenziate.

“Di fronte a processi di questa dimensione in Italia e nel mondo abbiamo bisogno di un salto di scala nell’analisi e nelle politiche – dichiara il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – di sicuro è necessaria una forte accelerazione delle politiche di mitigazione del clima, per invertire la curva delle emissioni di gas serra come previsto dall’Accordo di Parigi. Ma in parallelo dobbiamo preparare i territori, le aree agricole e in particolare le città a impatti senza precedenti. Il problema è che il nostro Paese non è pronto e non ha ancora deciso di rendere questi interventi prioritari, fornendo strumenti e risorse alle città italiane”.

Purtroppo l’Italia è l’unico grande paese senza un piano di adattamento al clima, che permetterebbe di individuare le priorità di intervento e ripensare il modo in cui si interviene a partire dalle città. Nel 2014 è stata approvata la Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e, per dargli attuazione, doveva essere approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Dopo cinque anni siamo ancora in attesa che si passi dal campo degli studi a uno strumento capace di fissare le priorità e orientare in modo efficace le politiche. Legambiente chiede al governo di approvare quanto prima il Piano di adattamento e di mettere le città al centro delle priorità di intervento. Inoltre occorre fermare le costruzioni in aree a rischio idrogeologico che continuano a mettere in pericolo la vita delle persone. Perché dai dati del Rapporto Ecosistema Rischio di Legambiente si conferma che i Comuni continuano a realizzare “tombamenti” di corsi d’acqua e a dare il via libera a edificazioni in aree a rischio. Per queste ragioni l’associazione ambientalista chiede di approvare una Legge che cambi le regole di intervento nei territori, mettendo in sicurezza le persone e i luoghi da nuove edificazioni, rivedendo il modo di intervenire nelle città in modo da adattare davvero gli spazi urbani alle piogge e alle ondate di calore.

Sul fronte dei costi: l’Italia dal 1998 al 2018 ha speso, secondo dati Ispra, circa 5,6 miliardi di euro (300 milioni all’anno) in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico, a fronte di circa 20 miliardi di euro spesi per “riparare” i danni del dissesto secondo dati del CNR e della Protezione civile (un miliardo all’anno in media, considerando che dal 1944 ad oggi sono stati spesi 75 miliardi di euro). Il rapporto tra prevenzione e riparazione è insomma di uno a quattro. Ad Agosto è stato approvato il Piano stralcio 2019 che individua e finanzia le opere immediatamente cantierabili nell’anno, scelte in base agli elenchi forniti in conferenza dei servizi dalle Regioni interessate. Il Piano lavora in continuità con gli anni precedenti riguardo il recepimento e la stabilizzazione delle risorse necessarie alla pianificazione contro il dissesto idrogeologico, ma ancora non è riuscito a uscire della logica di una visione puntuale ed emergenziale del problema: si conferma una programmazione per Regioni che solo per sommatoria diverrebbe di “bacino” e non il contrario. Inoltre, non viene mai menzionata la necessità che gli interventi di mitigazione del rischio debbano essere rivisti (specialmente se vecchi) in funzione del cambiamento climatico che stiamo vivendo e agli effetti che si manifestano sui territori. Così come non viene considerata, al di fuori delle opere strutturali, la necessità di imporre lo stop al consumo di suolo come misura efficace per mitigare gli effetti del rischio.

Sulla base delle informazioni raccolte dall’Osservatorio Cittàclima di Legambiente è stato possibile mappare le città che nel corso degli ultimi dieci anni hanno subito il maggior numero di eventi estremi che hanno, in un modo o nell’altro, messo in ginocchio la città: Roma, Milano, Genova, Napoli, Palermo, Catania, Bari, Reggio Calabria e Torino.

“Tutte città, molte delle quali metropolitane – commenta Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente – da cui bisogna ripartire con un nuovo approccio culturale e progettuale che garantisca al tempo stesso la riduzione del rischio idraulico e l’adattamento al cambiamento climatico. Per parlare veramente di mitigazione del rischio idrogeologico l’approccio meramente strutturale messo in campo negli ultimi venti anni basati su concetti come ‘tempo di ritorno’ o ‘evento duecentennale’ non basta più. Gli interventi programmati e che si stanno per finanziare non sono quindi più adatti perché rispondono esattamente a quelle logiche ormai superate e rivelatesi poco efficaci”.

Occorre considerare che anche il non intervento per fermare gli impatti del clima è una scelta, le cui conseguenze oggi si iniziano a conoscere. Secondo alcune stime, in Italia, se l’Accordo di Parigi non sarà rispettato, i danni economici potrebbero far calare del 7% il PIL pro-capite. Mentre in Russia potrebbe scendere dell’8,93%, negli Stati Uniti del 10,52% e in Canada circa del 13%. A livello europeo, le conseguenze degli impatti climatici rischiano di essere drammatiche, con stime che parlano, in assenza di azioni di adattamento, di ondate di calore che potrebbero provocare entro la fine del secolo circa 200mila morti all’anno nella sola Europa, mentre i costi delle alluvioni fluviali potrebbero superare i 10 miliardi di euro all’anno.

L’impatto sarà maggiore sulle fasce di popolazione più povere che non dispongono di sistemi di raffrescamento. In Italia il fenomeno della povertà energetica riguarda già oggi oltre 4 milioni di famiglie. Le elaborazioni su immagini satellitari realizzate da e-Geos per Legambiente relative alle città di Milano e di Roma hanno messo in evidenza come disponiamo di tutte le informazioni per capire i quartieri a maggior rischio durante le ondate di calore e incrociando i dati con analisi sullo stato di salute e le condizioni economiche delle famiglie, degli strumenti per prevenire e ridurre gli impatti sulle famiglie.

Nuove integrazioni al Codice di Protezione civile

Molte le criticità delle ultime settimane legate al dissesto idrogeologico, per questo il Governo ha appena dichiarato lo stato di emergenza nei territori delle province di Agrigento, Catania, Enna, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa e Trapani interessato dagli eventi meteorologici che si sono verificati a partire dal mese di settembre 2019. Ma non solo, la dichiarazione dello stato di emergenza, in conseguenza agli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati nel periodo dal 14 ottobre a metà novembre di quest’anno, riguarda anche la Città metropolitana di Genova e delle province di Savona e di La Spezia.

Confermata poi la proroga di 12 mesi dello stato di emergenza per i territori delle regioni Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, delle province autonome di Trento e Bolzano, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Lazio, Calabria e Sardegna, colpiti dagli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati a partire dal 2 ottobre 2018. La rideterminazione degli importi autorizzabili in relazione agli eventi calamitosi che hanno colpito il territorio della regione Abruzzo nei giorni dall’11 al 13 novembre ed il 1° e 2 dicembre 2013, nonché nella seconda decade del mese di gennaio 2017, per l’effettiva attivazione dei previsti finanziamenti agevolati in favore dei soggetti privati per i danni subiti dal patrimonio edilizio abitativo e dai beni mobili e dalle attività economiche e produttive.

A Venezia 17 artisti lanciano il Manifesto degli Eclettici

Oggi presso lo Spazio Thetis- hub dell’arte contemporanea – verrà presentato il Manifesto costitutivo del movimento artistico de “Gli Eclettici” da diciassette artisti: Baroni, Bucca, Cannata, Dalla Venezia, Dorbich, Sissi Di Martino, Eulisse, Jei, Giancaterino, Grossi, Leone, Nono, Omura, Pastega, Pegoraro, Popdimitrov e Valle.
Il gruppo, che dopo anni di frequentazione è ora riunito nei laboratori di Forte Marghera, è costituito da artisti differenti per tipologia di linguaggio e generazione, ma condivide e caldeggia la possibilità di una produzione artistica basata sulla libertà e la trasversalità dei linguaggi espressivi pur prendendo le distanze da video, facili provocazioni, giochi per computer.

Con il sostegno della Fondazione Micromega Arte e Cultura Gli Eclettici si ri/propongono di praticare la Babele dei linguaggi e della trasgressione continua a fronte di un forte condizionamento imposto dall’esasperazione delle logiche di mercato. Logiche che sembrano costringere perfino artisti di alto livello a ripetere la propria opera all’infinito, “essi – dice il Manifesto – sembra abbiano abbandonato la propria libertà, l’avventura, il desiderio di esplorare i fenomeni dei mutamenti della società e della natura”

“Alcuni critici hanno inventato diversi movimenti come la Transavanguardia, l’Anacronismo, l’Arte Povera. Movimenti nati non dal pensiero degli artisti ma legati a persuasioni occulte, cioè a gruppi economici che hanno creato un mercato costruito su falsi valori” scrive fra l’altro il pittore veneziano Vincenzo Eulisse nel Manifesto costitutivo del gruppo, a voler sottolineare che il movimento nasce invece dalla volontà coordinata degli artisti, senza alcuna imposizione o guida esterna.

Tra i firmatari del Manifesto anche Paolo Cimarosti, Davide Federici, Silvano Gosparini, Silvestro Lodi, Pino Mascia, Luciano Menetto, Giandomenico Romanelli, John Thomas Spike, Toni Toniato, Alberto Vitucci e Andrea Zaniol, come sostenitori del movimento.

Antibiotico resistenza. Parla il Vice Ministro Sileri.

Assorted pills

Il Viceministro ha illustrato i passi avanti compiuti per contrastare il fenomeno dell’antibioticoresistenza a partire dal Piano nazionale per il contrasto dell’antimicrobico-resistenza del 2017, la cui attuazione è sotto monitoraggio da un gruppo multidisciplinare che risponde al metodo adottato, One Health, ovvero uno sforzo congiunto di più discipline professionali – medicina umana e veterinaria, settore agroalimentare, ambiente, ricerca e comunicazione, economia, e altre – che operano, a livello locale, nazionale e globale, con uno scopo comune che si può riassumere in tre obiettivi prioritari:

prevenire e ridurre le infezioni, soprattutto quelle correlate all’assistenza sanitaria

promuovere e garantire un uso prudente degli antimicrobici

ridurre al minimo l’incidenza e la diffusione dell’antimicrobico-resistenza e i rischi per la salute umana ed animale ad essa correlati

“I dati – ha detto il Viceministro – mostrano nel complesso quanto necessario e improrogabile sia investire nella formazione dei professionisti sanitari, che basino il loro operato sulle evidenze scientifiche e sugli effettivi bisogni di cura, e nella comunicazione e informazione per la popolazione perché si interrompa la pressione sui medici e cessino le pressanti richieste di antibiotici anche di fronte al primo sintomo di malessere. Il cittadino ha un ruolo e una responsabilità, per questo deve essere consigliato e guidato nelle scelte di salute e deve trovare interlocutori esperti e capaci, in grado non solo di fornirgli le corrette prescrizioni, ma anche di comunicare nella maniera più adeguata, per indurre cambiamenti nelle conoscenze, per modificare le attitudini, ed influire sui comportamenti”.

Al riguardo, sono stati presentati i dati di un indagine Censis sul grado di consapevolezza del Paese sull’antibioticoresistenza secondo la quale l’80% degli italiani sono preoccupati dell’impatto del fenomeno sulla propria salute e su quella della famiglia, ma ancora tanti pensano di non poter contribuire a ridurre problema o non sanno cosa fare.

I dati dell’indagine serviranno a realizzare campagne di informazione mirate ed efficaci. Come indicato dagli interventi dei giornalisti che hanno animato la tavola rotonda dedicata alla comunicazione.

Riguardo al consumo di antibiotici, i dati AIFA, relativi al 2018, mostrano come in Italia si faccia ancora abuso di questi farmaci, con il 90% delle prescrizioni a carico del SSN che proviene dai medici di medicina generale (MMG) e dai pediatri di libera scelta (PLS), che contribuiscono con il 75,2% sul totale dei consumi; il rimanente è distribuito tra le strutture sanitarie pubbliche (8,9%) per farmaci prescritti ai pazienti in ospedale o acquistati su prescrizione della struttura ospedaliera per proseguire il trattamento dopo la dimissione, e acquisto da parte del cittadino in una farmacia senza ricetta rossa (15,9%). L’impiego inappropriato di antibiotici (ovvero per patologia per le quali non dovrebbero essere prescritti, prima fra tutte l’influenza) supera il 30% in tutte le condizioni cliniche studiate:

  • influenza
  • raffreddore comune
  • laringotracheite
  • faringitee tonsillite
  • cistite non complicata
  • bronchite acuta

Particolarmente preoccupanti sono i dati sull’acquisto in farmacia senza prescrizione – pratica illegale da disincentivare, e sull’inappropriatezza prescrittiva.

I dati sul consumo di antibiotici in ambito veterinario mostrano un trend in diminuzione che ha portato a un calo addirittura del 30% delle vendite nel periodo 2010-2017. Ma ci dicono che non siamo ancora in linea con le migliori pratiche europee.

I Popolari e il Pd.

Ci sono temi che a volte si intrecciano e non possono essere disgiunti l’uno dall’altro. Uno di questi temi è il sempre controverso rapporto tra i popolari, i cattolici democratici, i cattolici popolari con il Partito democratico. Una sorta di “historia dolorum” che non può, com’è ovvio, essere affrontato in termini organici e dettagliati in un semplice articolo. Ma è indubbio che la presenza, il ruolo e la funzione di questa cultura politica nel Pd – per restare al campo del centro sinistra – continua ad essere al centro del dibattito politico, culturale ed anche organizzativo. Una recente iniziativa romana dell’Associazione “I Popolari” guidata da Pier Luigi Castagnetti ha riportato il tema al centro dell’attenzione politica. 

Ora, però, intendiamoci per non cadere in spiacevoli equivoci. Nessuno, com’è ovvio, mette in discussione il radicato ed acquisito pluralismo politico dei cattolici italiani. E quindi, di conseguenza, nessuna abiura moralistica e grottesca verso coloro – cattolici praticanti, o simpatizzanti, o saltuari o indifferenti – che votano convintamente e responsabilmente il centro destra e, nello specifico, la Lega di Matteo Salvini. Come sarebbe altrettanto grottesco continuare a lanciare anatemi o stupirsi per le posizioni ancora recentemente espresse dal cardinale Camillo Ruini, ex presidente dei vescovi italiani. Che, e’ sempre bene non dimenticarlo, rappresenta tutt’oggi la corrente maggioritaria nella galassia articolata e frammentata dei cattolici italiani. Semmai, si tratta di far sì che gli eredi del cattolicesimo democratico, del cattolicesimo sociale e del cattolicesimo popolare trovino una reale ed autentica cittadinanza politica all’interno di uno strumento politico, cioè di un partito organizzato. Ed è proprio su questo versante che il dibattito è quantomai aperto in quest’area culturale. E, per restare allo “stato dei fatti”, come amava dire Carlo Donat-Cattin, nella politica contemporanea le possibilità concrete di far politica per questa corrente ideale nel campo del centro sinistra non sono molteplici. Se escludiamo, per ragioni facilmente comprensibili, gli ennesimi, seppur generosi, tentativi – ormai se ne contano quasi una sessantina a partire dall’esperienza di Democrazia Europea di Andreotti e D’Antoni nel lontano 2001 – di dar vita all’ennesimo partito cattolico, o dei cattolici, o di cattolici o di ispirazione cristiana che dir si voglia; se la storia dei partiti personali o del proprio club di amici – come Italia viva o Azione di Calenda – non sono così appetibili ed accoglienti per chi arriva da una tradizione politica popolare e democratica, non resta che un impegno forte e diretto all’interno del Partito democratico. 

A due condizioni, però. Che sia un partito autenticamente e realmente “plurale” e non solo nelle declamazioni dello Statuto. E che, in secondo luogo, garantisca una vera cittadinanza politica e culturale nelle dinamiche interne al partito. 

Due condizioni, però, che richiedono anche una iniziativa diretta dei cattolici democratici e popolari. E un soprassalto d’orgoglio. E cioè, costruire una vera unità e una altrettanto vera ricomposizione di tutta quest’area all’interno del partito. Una ricomposizione politica che superi le ridicole e un po’ tenere divisioni tra i vari leader e che favorisca, al contempo, una iniziativa politica, culturale e programmatica che può solo ridare qualità alla nostra democrazia e freschezza alla politica. Nel pieno rispetto delle sardine, dei pinguini e di altri movimenti ittici che nasceranno nelle prossime settimane. Per questi motivi la recente iniziativa di Castagnetti merita di essere ripresa ed approfondita. 

L’Italia sconta nel suo declino gli effetti del sistema elettorale maggioritario

La evidente crisi profonda del Movimento 5 stelle è la conferma che le formazioni politiche populiste, o quelle che assumono spesso quei comportamenti, hanno vita breve: si sviluppano a dismisura grazie alle promesse mirabolanti ai cittadini, poi nella impossibilità di compiere ciò che affermano, si spengono con la stessa rapidità con cui si sono formate.

È accaduto a Berlusconi, a Renzi, ai 5 stelle; accadrà anche a Salvini se non dovesse convertirsi ad un profilo diverso.

Sarebbe tuttavia sbagliato analizzare questi fenomeni, prescindendo dalle cause principali che vedono le fortune politiche di questi soggetti politici, usurarsi così rapidamente. Se principalmente lo devono al sovraccarico di promesse, accade anche a ragione di un sistema politico regolato da un maggioritario spinto, che priva il cittadino di scegliersi il proprio rappresentante territoriale.

Infatti i Partiti, con il maggioritario, hanno negato ad ogni posizione culturale di esprimersi autonomamente i propri rappresentanti in Parlamento, alimentando perciò la disaffezione al voto. Tale sistema ha spostato l’asse dalla rappresentanza plurale nei partiti a quella del leader con la conseguente personalizzazione.

Essendo svuotato il bacino della partecipazione, che responsabilizza maggiormente i vari soggetti concatenati nella filiera della rappresentanza nei partiti, il baricentro di potere è stato sostituito da un singolo leader che per avere successo deve promettere molto, senza poter contare nei momenti difficili, su quella infrastruttura del consenso che può esserci solo in un gioco largo di coinvolgimenti che solo la partecipazione continua e costante può rendere efficace.

Dunque, in una democrazia senza partecipazione si è condannati a un risultato sempre a somma zero. E intanto l’Italia soffre in economia, in moralità, in democrazia.

Un rivolgimento morale contro le armi nucleari

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Alessandro Gisotti

C’è un prima e un dopo Hiroshima e Nagasaki nella storia dell’umanità. C’è anche un prima e un dopo il devastante bombardamento atomico sulle città giapponesi nel modo in cui la Chiesa, innanzitutto attraverso il magistero dei Pontefici, guarda alla tragica esperienza della guerra. La devastazione annichilente portata dagli ordigni nucleari obbliga anche la Chiesa a riconsiderare il tema del conflitto bellico con una nuova mentalità. Mai nella storia, infatti, gli uomini avevano avuto a disposizione un’arma capace di cancellare potenzialmente ogni traccia umana sulla faccia della terra. Una tale situazione inedita pesa in modo angoscioso sul cuore di Pio XII che — nel radiomessaggio del 24 agosto del 1939 — aveva ammonito profeticamente: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Nell’agosto di sei anni dopo, al termine di un conflitto che ha sconvolto il pianeta, quelle parole di Papa Pacelli assumono un nuovo tragico significato. Davvero, come dimostra quanto accaduto con il bombardamento nucleare statunitense su Hiroshima e Nagasaki, «tutto può essere perduto con la guerra».

Passano tre anni e, mentre il mondo già nuovamente si va dividendo in due blocchi l’uno contro l’altro armati, Pio XII confida che un pensiero «costantemente grava sull’animo nostro, come su quello di quanti hanno un vero senso di umanità». È l’8 febbraio del 1948, quando il Papa riceve i membri della Pontificia accademia delle scienze. A loro e idealmente agli scienziati di tutto il mondo rivolge un interrogativo che non ci ha più abbandonato dopo quella mattina del 6 agosto del 1945: «Quali sciagure l’umanità dovrebbe attendere da un futuro conflitto, qualora avesse a dimostrarsi impossibile di arrestare o frenare l’impiego delle sempre nuove e sempre più sorprendenti invenzioni scientifiche?».
L’ombra delle sciagure evocate da Pio XII sembra cupamente profilarsi nell’ottobre del 1962 quando, durante la crisi missilistica di Cuba, Mosca e Washington sembrano a un passo dall’utilizzo della bomba atomica. Saranno necessari tredici lunghissimi giorni, che lasciano l’umanità con il fiato sospeso, per trovare una soluzione negoziale. Il presidente americano Kennedy e l’omologo russo Krusciov si fermano un passo prima dell’abisso. Se lo fanno è anche grazie a Giovanni XXIII che usa ogni mezzo a sua disposizione, dalla preghiera alla diplomazia, per aprire nuovi spazi di dialogo. Il futuro santo ricorre alla Radio Vaticana per far sì che la sua parola di pace arrivi il più lontano possibile, che venga ascoltata alla Casa Bianca e al Cremlino. Nel radiomessaggio del 25 ottobre esorta i responsabili delle nazioni a evitare «gli orrori della guerra» per il mondo. Un conflitto di cui, proprio a causa degli ordigni nucleari, «nessuno può prevedere le terribili conseguenze».

L’impressione causata da quella crisi avrà un forte impatto su Papa Roncalli, che matura la convinzione della necessità di approfondire e sviluppare la dottrina cattolica sul tema della guerra e della pace. Nell’aprile del 1963, Giovanni XXIII pubblicherà dunque la Pacem in terris. Un’enciclica che non è rivolta solo ai credenti ma, come si legge nel frontespizio del testo, anche «a tutti gli uomini di buona volontà». La forza del documento è proprio nella capacità di argomentazione che anche un non credente può riconoscere e accogliere. Nell’era atomica, osserva Giovanni XXIII, è alienum a ratione, «estraneo alla ragione» pensare che la guerra possa essere utilizzata «come strumento di giustizia». E proprio per questo motivo, l’arresto della corsa agli armamenti e il «disarmo integrale» sono invece un obiettivo «reclamato dalla retta ragione».

Paolo VI raccoglie il testimone del suo predecessore. Guida e conclude il concilio Vaticano II e fa suo l’impegno perché mai più l’umanità debba subire lo scempio di Hiroshima e Nagasaki. Proprio in uno dei documenti fondamentali dell’assise conciliare, la Gaudium et spes, si prende atto che le azioni militari condotte con armi nucleari superano «i limiti di una legittima difesa». Anzi, ancora una volta facendo ricorso alla ragione, si annota che se venissero utilizzati pienamente gli arsenali atomici in possesso delle grandi potenze, «si avrebbe la pressoché totale distruzione delle parti contendenti». Di qui, il monito del Papa e dei padri conciliari che definiscono «delitto contro Dio e contro la stessa umanità» ogni guerra che «mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti».

Vibrante l’appello che Papa Montini leverà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel suo storico discorso il 4 ottobre del 1965. «Se volete essere fratelli — afferma il futuro santo — lasciate cadere le armi dalle vostre mani (…) Le armi, quelle terribili specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi». E, come aveva già fatto in occasione del suo viaggio apostolico in India l’anno prima, chiede ai leader del mondo riuniti al Palazzo di Vetro di «devolvere a beneficio dei Paesi in via di sviluppo una parte almeno delle economie, che si possono realizzare con la riduzione degli armamenti».

Non solo appelli, però. Come Giovanni XXIII, anche Paolo VI pone la diplomazia vaticana al servizio della causa della pace e del disarmo nucleare. Particolarmente significativo il ruolo, in questo ambito, di Agostino Casaroli che nel 1971 vola a Mosca per depositare il documento di adesione della Santa Sede al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari. Il futuro cardinale segretario di Stato interverrà, inoltre, all’Assemblea speciale dell’Onu sul disarmo, nel 1978, leggendo il messaggio inviato da Paolo VI. «La questione della guerra e della pace — ribadisce Montini — si pone oggi in termini nuovi», perché per la prima volta gli uomini hanno a disposizione «un potenziale ampiamente capace di annientare ogni vita sul pianeta». Per questo, il disarmo diventa un imperativo morale.
Come i suoi predecessori, anche Giovanni Paolo II si rivolge con particolare predilezione agli scienziati, ricordando loro il primato dello spirito sulla materia, il valore del progresso tecnologico che è veramente tale se è a favore dell’uomo, non contro di esso. Così, nel discorso pronunciato nella sede dell’Unesco a Parigi, il 2 giugno del 1980, Karol Wojtyła leva un appassionato appello invitando gli scienziati a mostrarsi più potenti dei potenti della Terra. «Uomini di scienza — è la sua esortazione — impegnate tutta la vostra autorità morale per salvare l’umanità dalla distruzione nucleare». L’anno dopo, il Papa “venuto da lontano” si reca in Estremo Oriente e il 25 febbraio 1981 visita il Peace Memorial di Hiroshima.

Qui, in un luogo che come Auschwitz è un imperituro ammonimento per l’umanità, rivolge un memorabile discorso in cui sottolinea che se ricordare il passato è «impegnarsi per il futuro», «ricordare Hiroshima è aborrire la guerra nucleare».
Sempre a Hiroshima — dopo la visita al Memoriale e l’incontro con gli hibakusha, i sopravvissuti all’attacco atomico — Papa Wojtyła si rivolge ancora una volta agli scienziati e mette l’accento sulla questione morale che pone l’esistenza stessa di armamenti capaci di distruggere l’umanità. Parla di «crisi morale» dopo i bombardamenti atomici. Denuncia con forza la corsa agli armamenti chiedendosi se sia «morale che la famiglia umana continui ancora in questa direzione». Il Papa lancia quindi «una grande sfida» alle menti più brillanti e ai leader del mondo. Sfida che, nelle sue parole, «consiste nell’armonizzare i valori della scienza e i valori della coscienza». «Il nostro futuro su questo pianeta, esposto com’è al rischio dell’annientamento nucleare — ammonisce Giovanni Paolo II — dipende da un solo fattore: l’umanità deve attuare un rivolgimento morale». Nel corso del suo lungo pontificato, Papa Wojtyła tornerà più volte a denunciare l’orrore e l’insensatezza di una guerra condotta con armi di distruzione di massa. Incoraggerà senza sosta gli sforzi per il disarmo, svolgendo un ruolo storicamente riconosciuto per la fine della “Guerra fredda” e dell’“equilibrio del terrore” basato proprio sulla deterrenza nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Anche Benedetto XVI non manca di ricordare la ferita profonda inferta all’umanità intera con i bombardamenti atomici. Sostiene l’impegno delle Nazioni Unite per un progressivo disarmo e la creazione di zone libere dalle armi nucleari. Particolarmente significativo è quanto scrive nel messaggio per la Giornata mondiale della pace 2006 laddove definisce «funesta» e «fallace» la prospettiva abbracciata da quei governi che «contano sulle armi nucleari per garantire la sicurezza dei loro Paesi». «In una guerra nucleare, infatti — osserva Joseph Ratzinger — non vi sarebbero vincitori ma solo vittime». Quattro anni dopo, nel 65° del bombardamento atomico, Benedetto XVI riceve il nuovo ambasciatore giapponese presso la Santa Sede, Hidekazu Yamaguchi. «Questa tragedia — afferma — ci ricorda con insistenza quanto sia necessario perseverare negli sforzi a favore della non-proliferazione delle armi nucleari e del disarmo».

Sforzi che vengono ripresi e intensificati da Papa Francesco per evitare quello che definisce «un suicidio» dell’umanità. Il Pontefice non lesina energie e, nel solco tracciato dai suoi predecessori, si fa anche promotore di iniziative concrete. È il caso del convegno in Vaticano, nel novembre 2017, che mette allo stesso tavolo esponenti politici, premi Nobel e scienziati per cercare nuove vie per liberare il mondo dalle armi nucleari. Un evento particolarmente rilevante anche per il momento in cui avviene: l’escalation di tensione tra due potenze atomiche, gli Stati Uniti e la Corea del Nord. «Le armi nucleari — dichiara all’apertura della conferenza — non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra».

Nel corso del pontificato, Jorge Mario Bergoglio approfondisce la riflessione sull’argomento, arrivando alla convinzione — espressa in più occasioni e da ultimo nel videomessaggio per il popolo giapponese alla vigilia del viaggio apostolico — che l’uso delle armi nucleari sia immorale. Già un mese dopo il convegno in Vaticano sul disarmo riaffronta la questione, nella conferenza stampa in aereo di ritorno dal viaggio in Bangladesh, e afferma che «siamo al limite della liceità di avere e usare le armi nucleari». Questo, sottolinea, perché oggi, «con l’arsenale nucleare così sofisticato, si rischia la distruzione dell’umanità, o almeno di gran parte dell’umanità». Con parole che sembrano riecheggiare quelle di Wojtyła a Hiroshima, Francesco si chiede dunque se sia «lecito mantenere gli arsenali nucleari, così come stanno» o non sia piuttosto «necessario andare indietro».

L’immagine più evocativa di questo impegno di Papa Francesco per il disarmo, in attesa della visita ai Memoriali della Pace di Hiroshima e Nagasaki, è senza dubbio legata alla foto del bambino con sulle spalle il fratellino morto nel bombardamento nucleare. Una istantanea che tocca profondamente il Santo Padre che la fa riprodurre in un cartoncino e distribuire ai giornalisti che lo accompagnano nel viaggio verso il Cile, nel gennaio dell’anno scorso. «Un’immagine del genere — confida — commuove più di mille parole». Un’immagine che, più di mille parole, interroga le coscienze e rappresenta un monito imperativo affinché l’umanità non debba sperimentare mai più la devastazione di un attacco atomico.

Visitare l’Italia tra borghi e città

Sì svolgerà venerdì prossimo, 29 novembre 2019, presso la Sala Koch di Palazzo Madama (Senato della Repubblica), alla presenza del Ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, unitamente ai Presidenti dell’Anci, Antonio Decaro, e della Fondazione Ifel, Guido Castelli, il convegno su “VISITARE L’ITALIA tra borghi e città” promosso dal Centro Documentazione e Studi dei Comuni Italiani (ANCI-IFEL).
Nell’occasione sarà presentata la piattaforma digitale “VisItaly” che, sotto il coordinamento e la vigilanza del Centro di Documentazione e Studi dei Comuni Italiani (ANCI-IFEL), mira alla valorizzazione del turismo come strumento di crescita delle comunità locali, grandi e piccole. Tra le molte informazioni raccolte e messe a disposizione in modo ordinato, si possono rammentare le seguenti (con accanto il numero delle singole entità).
Biblioteche                                        18105
Musei                                                  4026
Aree archeologiche                               293
Monumenti                                           570
Comuni (compresi i Borghi)                7945
Strutture ecosostenibili                        293
Impianti sportivi elementari              45000
Stadi                                                     133
Golf club                                              400
Porti                                                     330
Castelli                                             25000
Chiese                                                 440
Abbazie                                               160
Grotte                                                   30
Ville                                                     130
Parchi Storici/Artistici                           42
Ponti Storici                                         20
Catacombe                                          40
Pinacoteche                                       220
Mausolei                                              17
Sacri Monti                                          10
Luoghi Unesco                                    54
Al convegno recherà il saluto istituzionale un membro dell’Ufficio di Presidenza del Senato della Repubblica

Coldiretti, Ettore Prandini: “E’ importante rifinanziare il bonus verde”.

La conferma del bonus verde nella manovra risponde alle nostre ripetute sollecitazioni per favorire con le detrazioni fiscali la diffusione di parchi, giardini e terrazzi in città capaci di catturare le polveri e di ridurre il livello di inquinamento”. E’ quanto afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini in riferimento agli emendamenti per confemare nel prossimo anno il cosiddetto bonus verde nella manovra.

E’ importante rifinanziare – sottolinea la Coldiretti – un intervento innovativo che aiuta a far crescere il verde privato con un impatto positivo anche sull`ecosistema e sul contrasto dei cambiamenti climatici, oltre che sulle imprese florovivaistiche nazionali. Senza proroga – continua la Coldiretti – scadrebbe infatti a fine anno il bonus che prevede attualmente una detrazione ai fini Irpef nella misura del 36% delle spese sostenute per la sistemazione a verde di aree scoperte private e condominiali di edifici esistenti, di unità immobiliari, pertinenze o recinzioni (giardini, terrazze), per la realizzazione di impianti di irrigazione, pozzi, coperture a verde e giardini pensili.

Non si può continuare a rincorrere le emergenze, ma bisogna intervenire in modo strutturale favorendo nelle città la diffusione del verde pubblico e privato considerato che – evidenzia la Coldiretti – una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e un ettaro di piante è in grado di catturare 20mila kg di anidride carbonica (CO2) all’anno. Il florovivaismo – conclude la Coldiretti – è un settore di punta del Made in Italy, con un valore della produzione attorno ai 2,5 miliardi di euro grazie a 27000 imprese con oltre 100.000 occupati, impegnate nella coltivazione di oltre 2.000 specie vegetali.

Papa Francesco: “Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità”.

A Nagasaki, sotto una pioggia incessante, il Pontefice ha raggiunto l’Atomic Bomb Hypocenter Park, situato all’interno del Parco della Pace.

Al suo arrivo, è stato accolto dal governatore e dal sindaco di Nagasaki. Nei pressi del podio, due vittime hanno offerto a Bergoglio dei fiori che lui ha poi deposto ai piedi del monumento sostando a lungo in silenzio in preghiera.

Poi è arrivato l’appello contro le armi nucleati.

“Questo luogo ci rende più consapevoli del dolore e dell’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci. La croce bombardata e la statua della Madonna, recentemente scoperta nella Cattedrale di Nagasaki, ci ricordano ancora una volta l’orrore indicibile subito nella propria carne dalle vittime e dalle loro famiglie.

Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova. Il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo.

La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani.

Qui, in questa città, che è testimone delle catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali di un attacco nucleare, non saranno mai abbastanza i tentativi di alzare la voce contro la corsa agli armamenti. Questa infatti spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo.

Un mondo in pace, libero da armi nucleari, è l’aspirazione di milioni di uomini e donne in ogni luogo. Trasformare questo ideale in realtà richiede la partecipazione di tutti: le persone, le comunità religiose, le società civili, gli Stati che possiedono armi nucleari e quelli che non le possiedono, i settori militari e privati e le organizzazioni internazionali. La nostra risposta alla minaccia delle armi nucleari dev’essere collettiva e concertata, basata sull’ardua ma costante costruzione di una fiducia reciproca che spezzi la dinamica di diffidenza attualmente prevalente. Nel 1963, il Papa San Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, chiedendo pure la proibizione delle armi atomiche (cfr n. 60), affermò che una vera e duratura pace internazionale non può poggiare sull’equilibrio delle forze militari, ma solo sulla fiducia reciproca (cfr n. 61).

È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader.

La Chiesa Cattolica, da parte sua, è irrevocabilmente impegnata nella decisione di promuovere la pace tra i popoli e le nazioni: è un dovere per il quale si sente obbligata davanti a Dio e davanti a tutti gli uomini e le donne di questa terra. Non possiamo mai stancarci di lavorare e di insistere senza indugi a sostegno dei principali strumenti giuridici internazionali di disarmo e non proliferazione nucleare, compreso il Trattato sul divieto delle armi nucleari. Nel luglio scorso, i vescovi del Giappone hanno lanciato un appello per l’abolizione delle armi nucleari, e in ogni mese di agosto la Chiesa giapponese celebra un incontro di preghiera di dieci giorni per la pace. Possano la preghiera, la ricerca instancabile per la promozione di accordi, l’insistenza sul dialogo essere le “armi” in cui riponiamo la nostra fiducia e anche la fonte di ispirazione degli sforzi per costruire un mondo di giustizia e solidarietà che fornisca reali garanzie per la pace.

Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo. Occorre considerare l’impatto catastrofico del loro uso dal punto di vista umanitario e ambientale, rinunciando a rafforzare un clima di paura, diffidenza e ostilità, fomentato dalle dottrine nucleari. Lo stato attuale del nostro pianeta richiede, a sua volta, una seria riflessione su come tutte queste risorse potrebbero essere utilizzate, con riferimento alla complessa e difficile attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e quindi raggiungere obiettivi come lo sviluppo umano integrale. È quanto già suggerì, nel 1964, il Papa San Paolo VI, quando propose di aiutare i più diseredati attraverso un Fondo Mondiale, alimentato con una parte delle spese militari (cfr Discorso ai giornalisti, Mumbai, 4 dicembre 1964; Enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, 51).

Per tutto questo, risulta cruciale creare strumenti che garantiscano la fiducia e lo sviluppo reciproco e poter contare su leader che siano all’altezza delle circostanze. Compito che, a sua volta, ci coinvolge e ci interpella tutti. Nessuno può essere indifferente davanti al dolore di milioni di uomini e donne che ancor oggi continua a colpire le nostre coscienze; nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita; nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogare.

Vi chiedo di unirci in preghiera ogni giorno per la conversione delle coscienze e per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e della fraternità. Una fraternità che sappia riconoscere e garantire le differenze nella ricerca di un destino comune.

So che alcuni dei presenti qui non sono cattolici, ma sono sicuro che tutti possiamo fare nostra la preghiera per la pace attribuita a San Francesco d’Assisi:

Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dov’è odio, ch’io porti l’amore;
dov’è offesa, ch’io porti il perdono;
dov’è dubbio, ch’io porti la fede;
dov’è disperazione, ch’io porti la speranza;
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce;
dov’è tristezza, ch’io porti la gioia.

In questo luogo di memoria, che ci impressiona e non può lasciarci indifferenti, è ancora più significativo confidare in Dio, perché ci insegni ad essere strumenti efficaci di pace e a lavorare per non commettere gli stessi errori del passato.

Che voi e le vostre famiglie, e l’intera Nazione, possiate sperimentare le benedizioni della prosperità e dell’armonia sociale!”

 

Il prezzo dell’invisibilità

Diventare invisibili? Da oggi si può. Parola di scienziati; quelli della canadese Hyperstealth Biotechnology Corp, che hanno realizzato un materiale che rende invisibile qualsiasi oggetto o soggetto. Quantum Stealth – questo il nome del prodigioso elemento – pare sia sottile come la carta e pure economico.

Avrà inizialmente un utilizzo in ambito militare, ma in seguito coinvolgerà altri settori, compreso il mondo delle energie rinnovabili. Niente male, soprattutto per coloro – non pochi per la verità – che hanno da sempre vissuto con il bernoccolo di diventare invisibili. Volete mettere l’ebbrezza di osservare senza essere visti? Oppure la libertà di fare ciò che più ci pare e piace? Certo, nessuno più ci considererebbe.

È il prezzo da pagare. Ma che importa? Non è forse vero che l’essenziale è invisibile agli occhi? In fin dei conti assai spesso la nostra vera identità sfugge a un mondo che ci guarda in superficie, con occhi distratti e distanti. Quantum Stealth promette di spalancarci un futuro dai contorni inimmaginabili. Facciamone buon uso. E in bocca al lupo a tutti noi.

(Fonte My Pegaso)

Forme uniche della continuità nello spazio

La notizia che nei giorni scorsi, presso la casa d’aste Christie’s di New York, è stato venduta l’opera bronzea di Umberto Boccioni (1882-1916) Forme uniche della continuità nello spazio per 16 milioni 165mila dollari (diritti compresi), pari a 14 milioni e 636.903 euro, dà, di riflesso, enorme lustro alla Galleria nazionale di Cosenza.

Nelle sale espositive di Palazzo Arnone, infatti, i visitatori possono ammirare gratuitamente una versione “gemella” della preziosa opera del grande scultore reggino donata alla Galleria nazionale di Cosenza dal mecenate Roberto Bilotti. L’opera è uno dei bronzi numerati, realizzati tra il 1971 e 1972 su commissione del direttore della galleria d’arte “La Medusa” di Roma, Claudio Bruni Sakraischik.

Forme uniche della continuità nello spazio è stata modellata su un calco del 1951 di proprietà del conte Paolo Marinotti, il quale, nel frattempo, aveva ottenuto l’originale dalla vedova di Filippo Tommaso Marinetti, ritenuto il fondatore del movimento futurista. La celebre scultura è stata concepita da Boccioni nel 1913 ed è oggi raffigurata anche sul retro dei venti centesimi di euro, proprio quale icona del Futurismo che più di tutte ha influenzato l’arte e la cultura del XX secolo. Il manufatto originale è in gesso e non è stato mai riprodotto nella versione in bronzo nel corso della vita dell’autore.

Quella presente nella Galleria nazionale di Cosenza, dunque, rappresenta un’autentica rarità che aspetta solo di essere goduta, insieme ai tanti altri tesori artistici e storici esposti negli spazi di Palazzo Arnone.

Per un ruolo politico della tradizione popolare

Come mi capita di dire spesso, il mio ruolo in questi incontri non è fornire risposte, ma aiutare a porre in modo utile e fecondo le domande. Condotta in modo lucido l’analisi e tratte da essa le questioni fondamentali, le possibili risposte risultano più chiare e la scelta fra di esse, se non più facile, più consapevole e dunque più seria. Il problema è il seguente: il ruolo politico della tradizione della politica di ispirazione cristiana. Quale è questo ruolo? In che modo si configura? Come si comunica?

Facciamo un piccolo passo indietro: che ruolo ha avuto negli ultimi venticinque anni la nostra tradizione? Dandone una interpretazione sintetica, l’atteggiamento è stato fondamentalmente difensivo. Il mondo cattolico, come in modo simile il mondo comunista, ha subito un brusco sgretolarsi di un sistema, che già da tempo era in crisi, e il lutto di questa perdita non è stato mai del tutto elaborato. Si è provato per venticinque anni a tornare indietro, a ricercare un’identità perduta, a richiamarsi ai «valori», o a unirsi per sopravvivere, a risistemarsi in un sistema bipolare nel quale si è sempre stati scomodi. Che questa posizione fosse a sinistra, a destra o al centro, si scontava in realtà sempre lo stesso problema che affondava le sue radici già negli anni ’80 e che bisogna avere ben presente anche oggi: l’assenza di un vero e sostanziale passaggio di testimone, ideale ma anche biografico. Il venir meno delle forze. L’incapacità di un ricambio generazionale. Ciò era dovuto, semplificando, al declino latente e poi sempre più accelerato della militanza e ancor prima del consenso.

La storia ha accelerato provocando una rottura. Ma la rottura si è consolidata con la lettura di quella vicenda, che sicuramente ha avuto tratti drammatici, in un’ottica vittimistica e dunque fondamentalmente tragica. Il punto è che finora si è giocato in difesa e dunque si è aggravato il problema non comprendendolo. Non si è compreso che il lento declino della partecipazione popolare minava alle fondamenta ogni rappresentanza, e che tutti i fenomeni di contestazione, ostilità, rigetto, nausea per un’intera classe politica sono stati e sono ancora sintomi di quel problema politico più profondo, a cui si è risposto sempre in modo superficiale, che è il deficit di partecipazione.

Il punto allora è innanzitutto tematizzare il lutto, la perdita di qualcosa che non tornerà più. Detto questo, compreso questo, si può provare a crescere. Crescere, non travestirsi. Non subire il cambiamento climatico esterno mettendosi nuovi vestiti, ma crescere dall’interno, capire che si sta assumendo un nuovo ruolo ed è più naturale un nuovo atteggiamento.
Questo porta a un’altra questione in qualche modo conseguente. Il problema dei «valori». Qualcosa si «valorizza» se è scarsa, è una semplice legge economica. È dunque tristemente comprensibile oggi parlare di «valori», è un uso diffuso che intende spesso una retta intenzione verso il bene delle persone, che avendo difficoltà a farsi strada nella lotta con gli «interessi» più bassi, chiama «valori» alcune cose prioritarie al calcolo e all’utile economico. Eppure il problema è che spesso quando si parla di valori si gioca in difesa.

I valori purtroppo sono evocati per essere difesi, quasi fossero specie protette in via di estinzione. Si lamenta la secolarizzazione come fosse un invasione barbarica proveniente dall’esterno (dall’Ovest e dal Nord… ma oggi si accusa anche il Sud e l’Oriente…) e non si comprende che, secondo l’analisi di cui sopra, il piano si è inclinato da tempo, e in un certo modo è sempre stato inclinato, e siamo noi, sono i cristiani ad aver secolarizzato il mondo, con tutte le tragedie ma anche le meraviglie di questo processo intrecciato all’idea stessa di progresso. Ma soprattutto, chi parla di valori cristiani, magari aggiungendo (tautologicamente) che non sono negoziabili, al fine di «rispondere» alla crisi etico-antropologica attuale e magari addirittura correggerla (!), non comprende che la difesa dei valori è in qualche modo sintomo essa stessa dello smarrimento di fondo, del nichilismo col quale abitiamo da più di un secolo senza accorgercene. Non si comprende che si fa il gioco del nemico.

Invece l’intelligenza che sa discernere rettamente, che coglie l’inesauribile eccedenza della realtà e il suo paradossale mistero, sa che ogni questione è più complessa di quanto appaia al semplice calcolo, e alla stessa semplice troppo umana «valorizzazione». Non spetta a noi stabilire una volta per tutte cosa è la prima priorità per l’uomo e cosa è secondario: occorre prima ascoltare e poi avviare un dialogo mai esaurito. Ascoltare, questo è il punto che è ancora manca. Soprattutto in chi oggi è al potere o vi aspira, che ha come unico modo di sopravvivere il fare chiasso e urlare più forte degli altri. Soltanto da un attenta opera di ascolto delle vere difficoltà e profondi e autenitci desideri delle persone si può ricostruire una comunità oggi debole e smarrita. Soltanto chinandosi e porgendo l’orecchio si può farsi vicini, farsi comunità di relazioni e dunque popolo, trovare un ruolo politico sensato nel contesto concreto della società.
La domanda è: siamo abbastanza forti e convinti della nostra ispirazione, del nucleo vivo della nostra tradizione politica da saper vivere adeguatamente nei nuovi tempi? Siamo abbastanza solidi da essere agili? Siamo abbastanza onesti da non essere ingenui? C’è davvero bisogno di rivendicare un’identità, o semplicemente la si può vivere nei suoi nuovi sviluppi?

La questioni finora toccate nella dimensione pratica sollevano le seguenti domande:
1) Abbiamo le risorse etiche, organizzative e materiali perché avvenga un ricambio generazionale autentico? Non con nuove facce incollate su un articolo di giornale, ma con efficaci contesti di coinvolgimento e fidelizzazione e nuove idee riguardo nuovi problemi.
2) Abbiamo compreso quanto il bene comune implichi una visione laica perché radicalmente aperta proprio in quanto derivata (più o meno consapevolmente non importa) dal pensiero del trascendente? Dunque abbiamo compreso come sia nocivo ogni residuo di atteggiamento difensivo della dottrina (della «legge»), e come sia invece richiesto uno «spirito» dell’inclusione a partire dal quale è possibile ogni scoperta di autentica identità e di feconde differenze nella relazione con l’altro?
3) Infine, si è compresa la necessità di affrontare con radicalità il problema politico di fondo che ha segnato in fondo l’intera storia della Repubblica, cioè il problema della partecipazione? Il voto non basta, lo aveva già capito Sturzo. E sembra che non lo abbiamo ancora capito se le aggregazioni politiche emergono sempre a ridosso delle elezioni e si sgonfiano al seguito di ogni sconfitta. Sembra che i vecchi vizi ritornino in modo compulsivo e quasi ossessivo.

Invece, e concludo, dovremmo avere un coraggio più grande. Dovremmo essere più coraggiosi e osare di più che riproporre il solito vecchio partito. Tantomeno un «partito cattolico». Dovremmo dare un messaggio più forte, perché di questo c’è bisogno. Quale è stato il gesto più rivoluzionario degli ultimi anni? Non tanto i rivolgimenti che da destra si agitano in tutto il mondo: tutte cose in fondo già viste cento anni fa. Il gesto più rivoluzionario resta quello di Benedetto XVI, che ha saputo rinunciare al potere di sovrano assoluto e capo religioso e ha ricondotto la religione alla fede, indicando al temporale il trascendente. Ha ricordato al mondo e ai cattolici, che ancora non lo hanno capito, che l’opera sulla terra è rivolta a un senso ulteriore. Questo esempio dovrebbe farci riflettere. Dovremmo interrogarci se non sia il caso di dare chiari segnali al mondo piccino e banale della politica attuale meramente elettorale che si esprime nelle mode mediatiche e nelle bolle del filtro, cioè nelle nicchie di opinioni isolate. Dovremmo dichiarare con forza che il nostro traguardo è coinvolgere una comunità smarrita e disaffezionata dalla politica, che il nostro vero obiettivo non è questa o quella elezione regionale e nemmeno la frettolosa corsa alle eventuali elezioni politiche che in modo tragicomico si paventano ogni mese da due anni. Dovremmo avere il coraggio di porre i nostri temi prioritari, penso allo sviluppo integrale, alle prospettive del terzo settore, alle politiche giovanili, come temi condivisi dell’intera comunità politica e in grado di includere i lontani, i dimenticati, i diversi da noi. Questo secondo un pensiero tanto più forte quanto più inclusivo, secondo una visione tanto più profetica quanto meno vittimistica e in difesa.
Si dirà che tanta radicalità non è richiesta, che esula da una concretezza politica, che finisce per essere irrilevante. Non sono d’accordo. Guardiamo le Sardine. Pochi ragazzi con tanto entusiasmo che pongono in fondo una questione forte: il fatto che non esiste una vera rappresentanza per loro. All’ennesima crisi della rappresentanza, riemergono le forme di partecipazione spontanea: le manifestazioni di piazza. Ma un futuro dovrebbero avere anche le petizioni, i referendum, un uso intellettualmente onesto della rete. Dunque è evidente che la sfida enorme che abbiamo davanti è quella di tenere insieme rappresentanza e partecipazione, riavvicinare il pensiero politico al dialogo politico che si instaura fra cittadini di una comunità, un dialogo interclassista, intergenerazionale e interpartitico, che coinvolga infatti anche gli avversari politici che concorrono al bene comune.

Riassumendo, in questa fase le questioni scottanti sono: 1) un autentico passaggio di testimone, 2) una serena laicità di proposta di un dialogo e non di difesa di dogmi e 3) un impegno per la democrazia partecipativa e non elettorale, dunque non partitica. Da come si risponderà a queste tre questioni dipenderà il ruolo politico di quello che vuole essere un movimento

I ragazzi delle sardine danno forma a una buona partecipazione politica

Ad ogni iniziativa “dal basso”, sia locale sia nazionale, scatta il meccanismo mediatico politico di tentare di scoprire dov’è il trucco, in parole semplici se c’è la volontà di fondare un nuovo partito. Ma questo nasconde la volontà di screditare una genuina “tirata d’orecchi” alla politica.

In questo nuovo caso, il fenomeno delle cosiddette sardine, è stato detto in più occasioni che l’intento è quello di chiedere alla politica di rinnovarsi di essere lì, in quella piazza, in quella strada, nella vita che tutti i giorni mette alla prova.

Questa spiegazione che, secondo me, dà senso al civismo, anzi è l’essenza del civismo, è ciò che è. Forma di partecipazione forte che sprona al bene comune, forma di partecipazione che rende lievito. Forma di partecipazione che rende la contesa politica civile e di alto profilo. Insomma tutto ciò che la politica attuale non è. Ma non sono così nemmeno i media che riverberano tutto il peggio che circola.

Possiamo per una volta essere liberi dai condizionamenti che ci rendono cinici fruitori di una politica che è ormai becera gestione del potere? Possiamo prendere il buono che ci viene proposto senza retropensieri? Questi ragazzi possono pure avere tratti di ingenuità, ma rispetto a quelle puerili baggianate dell’uno vale uno e del vaffa, scavano un abisso.

Evitiamo di costringerli in un recinto che ci sta distruggendo. Dimostriamo che tutti vogliamo una buona politica responsabile e competente.

Mattarella: “Per intima convinzione di De Gasperi l’Italia repubblicana fece quello che si sarebbe dovuto fare sin dal 1919”.

Signore e Signori,

sono veramente molto lieto di essere qui oggi, insieme al Presidente della Repubblica d’Austria – e dargli il benvenuto – al quale mi lega un rapporto, oltre che di stima e di fiducia, di sincera amicizia, che si rinnova a ogni nostro incontro.

Questa è un’occasione per riflettere su ricorrenze molto significative per la storia di questo territorio e, insieme, per i rapporti tra i nostri due Paesi.

Un incontro prezioso per volgere il nostro sguardo al futuro. Per trarre ammaestramenti affinché gli errori non si ripetano.

Perché il ricordo del dolore e delle ingiustizie del passato, sofferti particolarmente nell’incontro tra la dittatura fascista e quella nazista, spingano a continuare ad assicurare alle nuove generazioni pace, armoniosa convivenza, benessere individuale e collettivo,

Il Trattato di Saint Germain poneva fine all’Impero austro-ungarico e, con esso, l’Italia raggiungeva la sua sospirata unità nazionale.

Trentatré anni di alleanza con gli Imperi centrali non erano riusciti a risolvere l’aspirazione italiana a raggiungere – nei termini della realtà militare di quel tempo – un “confine sicuro”.

Un traguardo, quello conseguito, che poneva indirettamente anche sull’Italia l’onere di garantire, per parte sua, l’indipendenza austriaca, difendendone la specificità di fronte alla forza di attrazione del mondo tedesco che – dissolto l’Impero – diveniva fortissima.

L’Europa faceva i conti con una generazione perduta nel conflitto. E il dolore delle famiglie accomunava tragicamente vinti e vincitori.

Nelle Regioni teatro di guerra e, tra queste, il Tirolo meridionale, alle difficoltà di un ritorno incerto alla vita normale si aggiungevano povertà, fame e malattie oltre all’onere della ricostruzione di interi paesi ormai quasi completamente distrutti.

La ripresa per queste terre, con un confine internazionale, fu particolarmente difficile.

Il Regno d’Italia si trovava, per la prima volta, a incorporare territori abitati da popolazioni di lingua non italiana.

Le promesse salvaguardie e tutele della identità culturale della popolazione di lingua tedesca, che pure furono allora formulate, incontrarono crescenti ostacoli nella loro attuazione e rimasero, ingiustificatamente, in gran parte disattese.

Alle difficoltà del primo dopoguerra si aggiunsero, nel giro di pochi anni, le politiche repressive promosse dall’affermarsi del regime fascista.

Oggi, insieme al Presidente Federale Van der Bellen – che ringrazio – ci raccoglieremo in silenzio a Bolzano, davanti al muro che ricorda l’ex lager di via Resia – testimone di immani tragedie. E renderemo omaggio alla figura del maestro Franz Innerhofer di Marlengo che, nel 1921, in quella che è passata alla storia come la “Blutsonntag”, fu ucciso mentre cercava di proteggere uno scolaro dall’aggressione fascista.

Furono intollerabili gli attacchi portati dalla dittatura ai diritti individuali e collettivi della minoranza, in un insensato tentativo di sostituzione di popoli nel nome della “italianizzazione” dei territori.

Si radicò così, nell’alleanza tra nazismo e fascismo, la politica della “pulizia etnica”: o tedeschi nel Reich o italiani in Italia.

Fu la scelta delle opzioni imposta dalle due dittature.

Ricorrono, in questo 2019, ottant’anni da quella intesa italo-tedesca, di poco successiva al Patto d’acciaio, che sacrificando sull’altare di regimi autoritari le istanze popolari locali, divise la stessa comunità interessata tra “Optanten” e “Dableiber”.

Nessun valore veniva più attribuito alla persona, alla convivenza, alla ricchezza culturale e alla specificità propria di ogni zona di confine, in cui le identità si confrontano e crescono insieme.

Si parlò, invece, di “allogeni”, intollerabile questione che, pochi anni dopo, la Costituzione repubblicana ha risolto radicalmente alla base, con la formulazione del primo comma del suo articolo 3.

Fu una violenza che vide il trasferimento di decine di migliaia di abitanti del Tirolo meridionale nel Reich tedesco: una migrazione forzata interrotta soltanto dagli sviluppi della Seconda guerra mondiale.

Il dopoguerra, con la sconfitta delle potenze dell’Asse, consentiva alle neonate Repubbliche democratiche di Austria e Italia di partire con un passo nuovo.

Ed è proprio sulla base di un rifiuto netto, deciso, totale, dei regimi che avevano trascinato il Continente nell’abisso del conflitto che, nell’immediato dopoguerra, De Gasperi – che queste terre conosceva bene – si fece voce della nuova Italia, concludendo, con Karl Gruber, l’accordo giustamente passato alla storia con i loro nomi.

Fu merito di quel testo lungimirante – che annullava l’odiosa pulizia etnica delle opzioni – se l’Alto Adige/Südtirol fu l’unico territorio nel quale venne consentito e favorito il rientro nella terra avita di quanti lo avessero voluto, mentre in tutta Europa avveniva il contrario, con il trasferimento forzato di milioni e milioni di persone appartenenti a popolazioni di lingua tedesca.

Nel secondo dopoguerra l’Alto Adige/Südtirol rimane davvero come un unicum assoluto.

Fu così possibile vedere riaccolte le famiglie che avevano raggiunto – a partire dal 1939 – il Reich tedesco, con la garanzia da parte del governo democratico di Roma dell’ottenimento della piena cittadinanza italiana.

Ecco il legame e la responsabilità che uniscono passato, presente, futuro.

La sapiente lungimiranza degli statisti di quell’epoca la possiamo misurare appieno anche soltanto confrontando le recenti, drammatiche, vicende che hanno segnato la vita delle popolazioni balcaniche nei decenni scorsi.

Questi temi, nell’Europa unita, appaiono remoti, distanti, appartenenti a un altro mondo.

Eppure è necessario richiamarli, a fronte di immani tragedie che si ripropongono, di voci che si levano incuranti delle macerie spirituali e materiali che quelle idee sciagurate avevano determinato.

La memoria rappresenta la pietra angolare contro pericolosi virus che sono in agguato, sempre pronti a infettare i tessuti vitali delle nostre società.

Per intima convinzione di De Gasperi – che seguì personalmente la questione sino a quando fu al Governo – l’Italia repubblicana fece quello che si sarebbe dovuto fare sin dal 1919.

Previde per la minoranza uno “status” autonomo, ristabilì diritti, assicurò tutele, comprese la ricchezza che proveniva da un territorio composito e si impegnò per accrescerla.

Certo l’attuazione dell’autonomia ebbe un percorso complesso, tortuoso, non sempre veloce.

Ha anche attraversato periodi bui.

Penso alla parentesi del terrorismo, dei 47 attentati della notte dei fuochi e di quelli – di ricordo doloroso – contro le persone che provocarono vittime.

Ma ha conosciuto fasi – prevalenti – di intensa collaborazione.

A partire dal determinante quarto congresso straordinario della Südtiroler Volkspartei, del 22 novembre di cinquant’anni or sono, e dalla decisione assunta in quella sede, non senza tormenti, sotto la guida illuminata e sagace del Presidente Silvius Magnago.

Mi sembra significativo riproporre in merito un commento dell’allora Ministro degli Esteri italiano, Aldo Moro, riguardo alla storica decisione della SVP.

Moro non si soffermò su valutazioni di tipo tecnico-giuridico ma – nel solco di De Gasperi – sottolineò che occorreva “procedere generando fiducia nella nostra lealtà e buona volontà”.

Fiducia e lealtà sono state importanti nel rapporto che, anche su questo tema, si è sviluppato con la Repubblica d’Austria.

E, quando questi elementi hanno prevalso rispetto a divisivi preconcetti, è stato possibile compiere importanti passi in avanti.

Ogni qualvolta questi ingredienti sono mancati, si sono prodotte incomprensioni, le divergenze hanno prevalso, si è generato lo stallo.

Le posizioni che Vienna e Roma hanno assunto riguardo alla questione alto-atesina sono ben conosciute e non serve richiamarle in questa sede.

Mi sembra tuttavia utile ricordare come l’allora Ministro degli Esteri, Giuseppe Saragat, nel ribadire la tradizionale posizione italiana – si era nel 1964 e di lì a pochi mesi sarebbe divenuto Capo dello Stato – ebbe ad aggiungere che la differenza di opinioni non “avrebbe dovuto influire sulla soluzione della controversia, con una formula che rispettasse e salvaguardasse i due punti di vista”.

Soluzione che trovò ventisette anni fa il riconoscimento di una piena e conclusiva composizione della vertenza in sede di Nazioni Unite. Come abbiamo ricordato insieme, con il Presidente Van der Bellen, qui a Merano.

In questi anni, grazie a quell’approccio, il treno dell’autonomia dell’Alto Adige/Südtirol non soltanto procede, ma ha compiuto un lungo e positivo percorso.

Questo spirito deve animare anche il nostro essere qui, insieme, oggi.

L’Alto Adige/Südtirol costituisce un esempio di autonomia a livello mondiale, che assicura non soltanto la serena convivenza, ma lo sviluppo armonioso di questo straordinario territorio, portando benessere e prosperità anche nelle sue aree più periferiche.

Da strumento di tutela dell’identità di una minoranza, l’autonomia – da garantire con decisione, da parte delle Istituzioni – ha abbracciato sempre più anche una dimensione territoriale, sviluppando un complesso di regole che garantisce crescita sociale ed economica a cittadini di gruppi linguistici diversi, impegnati a fornire ciascuno un proprio contributo originale al futuro di una terra comune.

Una traiettoria perfettamente coerente con il procedere del progetto di integrazione europea, nel quale l’amica Repubblica d’Austria e la Repubblica Italiana sono, insieme, direttamente impegnate.

Dobbiamo essere consapevoli che in un mondo sempre più globalizzato soltanto il disegno europeo sarà in grado di rappresentare e di proteggere le nostre comunità permettendoci di continuare ad accrescere il nostro sviluppo sociale.

Al di fuori di questo progetto non vi può essere, in realtà, per i popoli europei, né sovranità né indipendenza, bensì l’esatto contrario.

È il crescente livello di collaborazione garantito dall’Unione a proteggere le comunità nazionali e i cittadini europei, da tensioni esterne così forti che nessun Paese europeo, da solo, potrebbe fronteggiare.

In una comunità europea di valori, in un sistema di sovranità condivisa, possiamo far valere la nostra voce, elaborare risposte a fenomeni come la crisi climatica sulla quale condividiamo medesime sensibilità.

Possiamo riuscire a rimanere al livello dei grandi attori internazionali, senza timore di divenire – gli europei – marginali.

Signor Presidente Federale Van der Bellen,

Signore e Signori,

nel grande ambito europeo, ciascun popolo sa di rappresentare una minoranza, perché l’Europa nasce composita e la sua forza consiste nel saper unire le diversità.

Nei secoli si sono gradualmente affermate identità, tradizioni, modi di vivere, da rispettare e salvaguardare. La loro sintesi rappresenta la maggiore ricchezza della civiltà europea.

Sono fermamente convinto che in Alto Adige/Südtirol abbiamo contribuito e stiamo contribuendo a tutto questo.

Questa Provincia, tutti gli altoatesini-sudtirolesi, di lingua tedesca, italiana, ladina, rappresentano quanto ha auspicato il Presidente Kompatscher: “una piccola Europa nel cuore dell’Europa”.

Grazie! Vielen Dank!

L’ultimo monarca assoluto d’Europa

Il 23 gennaio 2019 il Liechtenstein ha festeggiato i propri 300 anni, ricordando il celebre giorno del 1719 quando la contea di Vaduz e la signoria di Schellenberg vennero unite, secondo il decreto dell’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo VI.

Uno Stato dell’Europa centrale racchiuso tra la Svizzera e l’Austria

Il capo del governo è Adrian Hasler e la lingua ufficiale è il tedesco.

Da quel giorno del 1719 il Liechtenstein è una monarchia, ora costituzionale, particolarmente potente. Il Parlamento del Liechtenstein,  è composto da 25 rappresentanti, eletti dal popolo. Un gabinetto di cinque persone è responsabile delle questioni politiche quotidiane.

Però diversamente da molte altre monarchie costituzionali, la Costituzione del Liechtenstein dà forti poteri al principe, il quale ne fa uso.

Infatti con un recente referendum la popolazione ha accordato un ulteriore aumento di poteri al principe (nomina dei giudici, possibilità di veto contro qualunque legge del Parlamento, possibilità in casi particolari di nominare personalmente un governo).

A norma di Costituzione, tuttavia, in qualunque momento il popolo può indire un referendum col quale destituire il Principe, che lascerebbe a un consiglio composto dai parenti maschi del Principe la decisione di nominare un sostituto o trasformare il paese in una Repubblica.

Ma questo difficilmente accadrà.

Inoltre sarebbe quasi inutile visto che il potere rimarrebbe sempre all’interno della stessa famiglia e che la stabilità, la prosperità e l’enorme attrattiva degli investimenti stranieri sono legate alla sua famiglia principesca.

La dinastia, con una fortuna di almeno 3.200 milioni di euro , secondo Forbes, è il principale proprietario dell’impero finanziario nazionale con uffici in oltre 20 paesi, ha vaste proprietà in tutta l’Europa centrale, controlla i famosi vigneti del Liechtenstein e possiede un delle più importanti collezioni d’arte private del continente.

 

 

La povertà a Roma: il nuovo rapporto Caritas nella sala Ugo Poletti del Vicariato

Martedi’ 26 novembre, alle ore 11.30, presso la sala Cardinale Ugo Poletti del Vicariato di Roma, la Caritas presentera’ la terza edizione del Rapporto ‘La poverta’ a Roma: un punto di vista’.

La pubblicazione, 188 pagine ricche di dati e infografiche, riporta un quadro generale della situazione socio-economica della Capitale e tre ambiti di approfondimento su sovraindebitamento delle famiglie, l’esigibilita’ dei diritti e il problema casa.

Non manca anche un report sull’attivita’ dei 157 centri di ascolto promossi dalle parrocchie romane. Nel corso dell’incontro verranno illustrate le iniziative promosse dalla Caritas e dalle parrocchie romane per il Piano Freddo. Una serie di misure straordinarie di accoglienza che inizieranno il 1 dicembre e termineranno ad aprile.

Alla presentazione interverranno: il cardinale Angelo De Donatis, vicario del Papa per la Diocesi di Roma; don Benoni Ambarus, direttore della Caritas di Roma; Elisa Manna, curatrice del Rapporto; Roberta Molina, responsabile dell’Area ascolto e accoglienza.

A Bari luce verde alla sperimentazione della micromobilità

A Bari la Giunta municipale ha appena approvato la delibera con la quale il Comune aderisce, per un anno, alla messa in prova della circolazione di dispositivi di micromobilità elettrica. Il provvedimento risponde alla necessità, espressa dal Governo con riferimento agli Enti locali, di promuovere e sviluppare forme di mobilità sostenibile per aumentare la ripartizione modale dei trasporti in ambito urbano, creando i presupposti per la diffusione della mobilità dolce. Al test del capoluogo pugliese saranno ammessi i dispositivi di mobilità autobilanciati ovvero hoverboard, segway, monowheel nonchè i monopattini. Nelle prossime settimane sulle strade individuate come adatte alla realizzazione dell’iniziativa sarà installata la specifica segnaletica stradale verticale e orizzontale.

“Nel definire l’area relativa all’avvio della sperimentazione della microobilità elettrica sul territorio comunale – ha detto l’assessore ai Lavori pubblici, Giuseppe Galasso – abbiamo cercato di estendere il più possibile le zone interessate, coinvolgendo gran parte del centro cittadino e alcune porzioni dei quartieri a ridosso del centro dove c’è una maggiore concentrazione di uffici e quindi, verosimilmente, una maggiore utenza di micromobilità che potrebbe trovare comodo spostarsi con mezzi elettrici”.

Alcuni quartieri della città vecchia saranno quindi interessati dalla sperimentazione nella loro interezza. Fanno eccezione solo alcuni assi stradali di scorrimento che non possono essere trasformati in zone con limite di velocità 30 orari, rappresentando di fatto importanti arterie di traffico. Nelle aree pedonali sarà possibile circolare con i mezzi elettrici, con l’eccezione di Via Sparano, che l’Amministrazione ha scelto di non comprendere in virtù della fortissima concentrazione di pedoni che quotidianamente la percorrono. Diversamente i mezzi elettrici potranno essere utilizzati su altre aree pubblichi pedonali quali via Argiro, piazza Cesare Battisti, piazza Umberto, piazza Garibaldi, piazza Massari, oltre che su tutte le piste ciclabili che permettono di raggiungere le zone 30 nel centro città, nel rispetto dei limiti imposti dal decreto ministeriale.

Quella di Bari sarà una sperimentazione ampia, che consentirà di valutare l’efficacia del nuovo sistema di mobilità e della segnaletica correlata, secondo quanto previsto dal decreto del Mit. Entro la fine dell’anno saranno installati tutti i cartelli segnaletici occorrenti che indicheranno opportunamente i diversi spazi aperti alla sperimentazione dei nuovi sistemi di micromobilità. Il decreto ministeriale specifica altresì le caratteristiche tecniche che i veicoli devono possedere per essere ammessi alla sperimentazione. I Comuni che intendano avviare i test dovranno prevedere una “campagna di informazione della sperimentazione in atto nel proprio territorio in corrispondenza di infrastrutture di trasporto, ricadenti nel proprio centro abitato, destinate allo scambio modale quali porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, autostazioni”.

I Comuni che istituiscono o affidano servizi di noleggio dei dispositivi in condivisione dovranno, infine provvedere a definire aree per la sosta dei dispositivi, in particolare nei punti di scambio più elevato, per garantire una fruizione più funzionale dei dispositivi evitando l’intralcio di marciapiedi e aree pedonali con dispositivi abbandonati in posizioni non consentite e non sicure per i pedoni. Gli stessi Comuni prevedono, nella istituzione o nell’affidamento del servizio di noleggio, l’obbligo di coperture assicurative per l’espletamento del servizio stesso.

Per la prima volta un paziente è stato operato in “animazione sospesa”

Per la prima volta un paziente è stato operato in ‘animazione sospesa’ con la temperatura corporea abbassata al punto da mettere in standby i processi del metabolismo per dare più tempo ai chirurghi di intervenire.

La notizia è riportata dalla rivista New Scientist, gli autori dell’intervento sono dell’università del Maryland.

La tecnica consiste nel sostituire il sangue del paziente, a cuore fermo, con una soluzione salina fredda.

Con questa tecnica si può portare il corpo intorno ai 10 gradi di temperatura. Questo blocca praticamente l’attività cellulare, evitando quindi i danni ai tessuti derivanti dalla scarsa ossigenazione. A questo punto i medici hanno due ore per operare e al termine dell’intervento il corpo viene riscaldato reintroducendo il sangue.

Caso Moro: Come si può manipolare la storia

Una riflessione sulle “Interviste” di Walter Veltroni ai socialisti Formica e a Martelli che hanno riproposto la loro versione della tentata “trattativa” con le Brigate Rosse per liberare Aldo Moro.

“Se non scrivete la storia che avete vissuto, quella storia sarà raccontata da chi la scriverà…”.

Con queste parole il direttore della Morcelliana ha convinto Corrado Belci a scrivere un libro su ciò che ricordava degli anni di piombo. E Corrado mi ha convinto ad aiutarlo. Erano passati 25 anni dall’assassinio di Aldo Moro. Quel libro, 1978, Moro, la DC, il terrorismo, è stato pubblicato dalla Casa editrice bresciana nel 2006. Sono passati altri 13 anni…eppure non si è ancora chiusa la polemica sulle responsabilità per la morte dal Presidente della DC, e sulla fine della Prima Repubblica.

L’opinione di Rino Formica su una tragedia che ha pesato sulla fine della Prima Repubblica è riportata in un’ampia intervista di Walter Veltroni per il “Corriere della sera”, circa a metà luglio, ed è sintatizzata con queste affermazioni: “tutti sapevano… Moro poteva essere liberato… non si è fatto nulla”. La posizione dei socialisti a favore della “trattativa con le BR” è nota: erano convinti che potesse salvare la vita di Aldo Moro.

Non intendo discutere le intenzioni umanitarie dei socialisti. Noto che l’intervista di Veltroni costringe a porre una questione diversa: Formica sostiene che durante i 55 giorni della prigionia di Moro era nota l’iniziativa del PSI, alla ricerca di un contatto con le BR… Erano noti gli “incontri con le persone che i socialisti pensavano potessero essere tramite con le BR”, quegli incontri “avvenivano all’aperto”… “Tutti erano informati, Cossiga, il Quirinale…” e seguendo Pace (Morucci e Faranda) “sarebbero arrivati alla prigione…”. Il titolo dell’intervista riassume la convinzione di Formica: “La prigione di Moro? Lo Stato non ha voluto trovarla”.

Tutti erano informati? Nel libro scritto con Belci abbiamo ricordato che Zaccagnini, ritornando da un incontro con Craxi, quando quella tragedia stava per consumarsi, ha soffiato sul palmo della mano per dirci la sua delusione. Questo episodio è ricordato anche da Giovanni Bianconi che nel libro Eseguendo la sentenza (pubblicato da Einaudi nel 2008) fa riferimento a molte vicende che hanno scandito il tempo tra il 12 marzo e il 16 giugno: compresi gli incontri di Craxi con Lamberto Pace, nel tentativo di avviare la trattativa con le BR…

Ho evitato di reagire a Formica, ricordando la sua passione per le provocazioni..

Ma Walter Veltroni ha ripreso la “provocazione” di Formica nel corso di un’intervista a Claudio Martelli. Martelli ha vissuto da protagonista una importante stagione della politica italiana; Veltroni ha una profonda esperienza di politico ed è un giornalista che sa “fare storia”. Una bella intervista, quella sul “Corriere della sera” di metà ottobre. Tuttavia sono stato costretto a dissentire su un punto, per me molto importante: avviandosi alla conclusione, Veltroni riassume così la risposta datagli da Formica sulla tragedia Moro: “Noi vedevamo Pace e Piperno all’aperto, informavamo Viminale e Quirinale, poi Pace e Piperno andavano da Morucci. Perché diavolo i Servizi non li seguivano?”. E chiede a Martelli: “Che idea ti sei fatto di quei giorni?”.

Martelli riparte dalle parole di Formica: “Come mai nessuno si è sognato di seguirli? Sarebbero arrivati alla prigione di Moro…” E riprende riferendosi ad Andreotti e a Cossiga, che non ci sono più e non possono contraddirlo.

Mi sono chiesto: si può chiudere qui? La storia è un’altra, non può essere manipolata

Aldo Moro è stato assassinato il 10 maggio del 1978. Morucci e Faranda sono stati arrestati nel ’79, un anno dopo. Negli stessi giorni del ’79 è esplosa la questione della rivista “Metropoli” e si avvia un processo che coinvolge Pace e Piperno, permettendo di conoscere “perché” e “come” il tentativo del Psi di avviare una “trattativa” con le BR è fallito. Sempre Bianconi, che ha ricostruito quei giorni anche con giudizi critici sulla DC, racconta quei giorni, e anche il drammatico incontro di Craxi con Lamberto Pace, senza fare riferimenti alla narrazione di Formica.

Perchè la storia è un’ altra. L’editoriale del “numero uno” di Metropoli – giugno del ’79 – dice che la rivista “è redatta da un collettivo di compagni che ha attraversato il ’68, l’autunno caldo delle lotte di fabbrica, poi ancora l’esperienza breve e felice di Potere Operaio, l’area dell’autonomia e dintorni; successivamente il movimento del ’77… dieci anni indimenticabili di scontro sociale, politico, culturale”. Tra i redattori sono elencati Pace, Piperno, Scalzone, Bifo. Nel corso del “Processo Metropoli” (oggi facilmente digitabile su Google) i componenti di questo collettivo sono considerati “fiancheggiatori delle BR”. Sul numero uno di Metropoli, è pubblicato un “fumetto” che coinvolge – per le sue sembianze – Claudio Signorile. Sarà il processo a raccontare cosa è avvenuto nei 55 giorni, da via Fani all’uccisione di Aldo Moro, e come è fallito il tentativo dei socialisti di avviare una trattativa con le BR

Nel libro che ho scritto con Belci sono ricordati, di quei giorni, i sospetti su Piperno e l’arresto di Morucci e Faranda. Non potevamo riferirci a Pace e al tentativo del PSI, perché questo era un mistero… Tuttavia quando ho partecipato ad un convegno organizzato da Gennaro Acquaviva e da Luigi Covatta sul tema “Fermezza e trattativa trent’anni dopo”, a conclusione del mio intervento, interrogandomi sui “misteri” che hanno caratterizzato quella tragedia, ho chiesto “agli amici socialisti: c’è qualcuno (Signorile) che in modo diretto o indiretto (Pace, Piperno) ha avuto un rapporto con le BR (Morucci, Faranda) e lo ha tenuto per se, per il proprio partito, facendo ricadere sugli altri (la DC) la responsabilità di iniziative che non ci sono state, che non si sapeva quali potessero essere se non comportavano, in modo esplicito un riconoscimento delle BR? Questo è un problema grave per chi vorrebbe fare il processo morale alle intenzioni della Dc…”.

Mi ero riferito a Signorile perché qualcosa ormai si sapeva del processo Metropoli…

In quella circostanza ho ricordato, non a caso, traendola da Lettere dalla prigionia di Michel Gotor, una valutazione di “Le Monde”sulla tragedia Moro: “Benché la vita di Moro dipendesse dai suoi rapitori, i brigatisti erano riusciti a provocare un sorprendente rovesciamento delle responsabilità, rovesciando la responsabilità della morte del prigioniero sul suo partito”.

Dopo di me in quel convegno hanno parlato, oltre agli organizzatori, Marco Boato, Emanuele Macaluso, Gianni Baget Bozzo, Giuliano Vassalli, Piero Craveri e Giorgio Galli. Nessuno ha ripreso quella mia provocazione: non contestavo la “trattativa”, le intenzioni del PSI, ma il fatto che per non riconoscerne il fallimento si finiva per attribuirlo alla “fermezza” della DC.

Gli atti di quel convegno sono stati pubblicati da Marsilio nel 2009.

Sono passati altri dieci anni. I più importanti testimoni di quella terribile stagione ci hanno lasciato.

Digitando oggi “Processo Metropoli” tutti possono capire perché il tentativo di “trattare” con le BR è fallito, perché è priva di senso la narrazione che si cerca di accreditare. In realtà solo i socialisti erano informati su quel tentativo e sulle ragioni del suo fallimento.

Il “Corriere della Sera” ha pubblicato l’11 novembre la lettera che ho scritto a proposito delle interviste di Walter Veltroni, con il titolo: “Interventi e repliche”, senza commenti. Tutto chiaro?

Il 18 novembre sempre il “Corriere” ha pubblicato una lettera di Claudio Signorile che si chiede “perché (Bodrato) ne parli ancora, di quell’episodio… sul quale non ci sarebbe nulla da aggiungere a quanto ha detto la magistratura… come se ne fosse tormentato… come se un’ombra sfiori le certezze”.

Cosa rispondo? Non sono stato io a parlare “di quell’episodio”. Ho replicato con una lettera al quotidiano delle interviste per contestare la narrazione sconcertante, per evitare – per quanto posso – che tra qualche anno, scomparsi i testimoni degli anni di piombo, dei “giorni del tormento” e dell’assassinio di Moro, la storia possa essere gravemente manipolata, semplicemente non rispettando l’ordine degli avvenimenti.

Fonte (Associazione Popolari)

TikTok nella guerra digitale USA-Cina

Articolo pubblicato sulla rivista Treccani a firma di Alessandro Aresu

TikTok è un social network sempre più diffuso tra i giovanissimi, assurto di recente alle cronache politiche per la diffusione capillare della parodia “Io sono Giorgia”, ispirata da Giorgia Meloni. È dunque possibile unire i punti tra il climax “sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana” e l’acceso conflitto tra Stati Uniti e Cina nell’ambito digitale, su numerosi piani. Vediamo come.

Anzitutto, TikTok conta per i suoi numeri e per i suoi dati di crescita. Secondo FT Confidential Research, ha raggiunto il miliardo di utenti più velocemente di qualunque altra app di social media, con una impressionante curva di crescita rispetto alla sua nascita, appena 3 anni fa. Già nel 2018 queste prospettive hanno portato la società cinese che possiede TikTok, ByteDance, a una valutazione di 75 miliardi di dollari.

Oltre ai numeri, conta la capacità di penetrazione del mercato occidentale realizzata da Zhang Yiming, geniale fondatore di ByteDance. Con l’aumento della tensione tra Pechino e Washington, i giganti digitali americani e cinesi si organizzano sempre più secondo una divisione del lavoro internazionale. Il mercato cinese, come avviene nel caso Huawei, si rinserra a sostegno delle imprese nazionali. I giganti americani preparano la loro negoziazione con gli apparati politici e burocratici, temono l’antitrust, si americanizzano anche per ragioni di marketing, consci che il loro governo terrà i cinesi fuori. Zhang Yiming non rispetta questa divisione dei mercati: è un sarto che ha costruito un vestito con caratteristiche cinesi (la app Douyin) che risponde al volere del Partito comunista cinese e un vestito per i mercati occidentali, apprezzato dagli utenti. La potenza di questo approccio e le sue possibilità di imitazione rappresentano di per sé un pericolo per gli Stati Uniti.

Washington ritiene che siccome ByteDance deve operare in Cina secondo le regole di Pechino garantisce il loro rispetto filtrando i contenuti politici sensibili di TikTok all’estero. L’ultima edizione del corposo rapporto al Congresso della U.S.-China Economic and Security Commission riprende l’accusa di censura sulle proteste di Hong Kong, che TikTok nega, e riporta con preoccupazione il successo della app.

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Il movimento delle sardine muove una nuova realtà

Vi sono fenomeni che sembrano vecchi, ma hanno ragioni completamente nuove. Le piazze si riempiono, si sono riempite nel passato, e c’è da augurarsi che si riempiranno anche nel futuro. Il fenomeno è sempre lo stesso, ma ciò che le anima cambia, cambia eccome!

Ci eravamo abituati, più o meno, una decina di anni fa del caso Grillo, con le sue oceaniche presenze e gli inevitabili slogan, che tutti quanti ricorderete, e oggi, come fosse un fulmine a ciel sereno, ancora una volta, le piazze, per ora quelle emiliane, ritornano ad essere gremite.

Certo è che i motivi di dieci anni fa sono completamente diversi, da ciò che invece oggi muove questa realtà.

Un tempo, era una denuncia nei confronti dei partiti di allora; oggi, invece, il rimprovero è completamente diverso: è una denuncia di una carenza propositiva di alcuni partiti della scena attuale.

Non c’erano vessilli e bandiere nelle piazze del 2007/2008, non ci sono altrettanti simboli nelle piazze del 2019.

Sorprende che improvvisamente capitino realtà così rumorose e altrettanto silenziose. Che in quattro e quattr’otto tre o quattro giovani ventenni sappiano destare un simile interesse. Non è certo il sintomo di una loro grandezza intellettuale politica ma il grande vuoto che serpeggia in buona parte dei cittadini. Quest’ultimi, presentandosi in queste silenziose adunate, denunciano in modo aperto le carenze di proposta politica attualmente in offerta. Eppure, se una cosa non ci manca, è di avere gli scaffali stracolmi di contenitori pronti all’uso: partiti, partitini, movimenti, improvvisazioni, in sostanza, quindici proposte politiche.

Ciò significa che queste sono fuori mercato, che vengono totalmente snobbate, che restano invendute.

Le piazze di Bologna, di Modena e via salendo, sono il certificato del fallimento dei partiti del centro sinistra. Perché se una matrice hanno le cosiddette sardine, è di non avere alcuna sintonia con il mondo del centro destra e più specificamente con il settore targato Salvini.

Avevamo la sensazione che dalla decadenza di Renzi, via via fino agli attuali dirigenti, il Pd fosse un baccalà appeso all’aria. E il nuovo fenomeno lo decreta senza tanti giri di parole.

È del tutto evidente che mentre sale questa nuova marea, inesorabilmente va sgonfiandosi quella grillina. È un tema particolarmente interessante per chi intenda fare analisi sociologiche, forse ancor di più per i politologi di mestiere; fatto sta, che ogni giorno il mondo sembra rovesciarsi e, storditi, non sappiamo cosa ci riservi il prossimo movimento e quali fermate ci proporrà il conducente.

La matrice di tutto questo è certamente una delle battaglie più importanti per il prossimo destino politico del Paese, vale a dire le elezioni in Emilia Romagna. Al di là degli aspetti concreti, in ballo c’è pure una battaglia simbolica: mantenere la tradizione a dominio centro sinistra o cedere anche questo baluardo alle truppe salviniane. Non è cosa da poco. Il governo nazionale traballerà da qui alla data del 26 gennaio e quel responso definirà il suo prosieguo o il suo capolinea.

L’ultima cosa, sarà interessante vedere l’evoluzione di questo spontaneo movimento e capirne le reali potenzialità politiche.

Sassoli: “La prossima settimana a Strasburgo avremo la nuova commissione”

Il Parlamento europeo è pronto a votare la fiducia alla Commissione von der Leyen, anche se mancante di un componente britannico. La conferenza dei presidenti ha deciso di procedere alla prova dell’Aula in occasione della sessione plenaria di fine mese (25-28 novembre). Il voto è previsto per mercoledì 27 novembre.

“La prossima settimana a Strasburgo avremo il voto sul collegio, e se favorevole la Commissione potrà iniziare il proprio lavoro il primo dicembre”, annuncia il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli.

Sassoli spiega che si procederà al voto della nuova commissione europea grazie all’accordo politico che permetterà di poter presentare agli europarlamantari un collegio di 27 membri anziché 28, sprovvisto del membro britannico che comunque Londra dovrà indicare.

La decisione è stata presa, ha sottolineato il presidente, dopo che i servizi giuridici di Parlamento, Consiglio e Commissione hanno concordato sulla praticabilità di questa strada, che metterebbe al riparo l’esecuivo da eventuali accuse di illegittimità perché fermato a 27 e non a 28 come prevede il Trattato UE, dopo aver avviato una procedura di infrazione contro il Regno Unito per non aver indicato il suo candidato commissario.

 

Modena, Festival della Migrazione 2019

Il Festival della migrazione – nato come momento di studio, tutela e promozione del diritto al viaggio – è una voce consapevole espressa dalla società civile sui fenomeni migratori. Promosso dalla Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana, dell’Associazione Porta Aperta di Modena e IntegriaMo, nasce dal bisogno di uno studio approfondito e non ideologico su un fenomeno complesso, come quello delle migrazioni, che richiede una riflessione lontana dai luoghi comuni. L’idea di fondo è stata quella di contribuire al dibattito pubblico sul tema, in modo da non lasciare la discussione solo a forze sociali e politiche che hanno per loro natura legittimi obiettivi specifici (o di parte) non direttamente collegati alla realtà profonda del fenomeno.

Quello delle migrazioni è infatti un argomento che suscita reazioni che non sempre provengono dall’umana solidarietà che fa parte dei valori nei quali i fondatori del Festival si sono identificati, quella pietas che declina il senso civico della cittadinanza in forme nuove di fraternità.
Nello stesso tempo, questa costellazione di emozioni, improntate a timori e paure per certi aspetti comprensibili, che spesso accompagna la presa di coscienza del fenomeno migratorio, non favorisce talora un approccio razionale, per così dire scientifico, capace di valutare numeri e dati in modo distaccato e obbiettivo.

Senza alcuna pretesa di sostituirci alle forze e alle realtà investite della responsabilità politica di prendere decisioni sul tema, spesso influenzate da queste emozioni, il Festival si concepisce, in linea con i principi di sussidiarietà valorizzati nella nostra Carta Costituzionale, come una camera di compensazione capace di offrire proposte ponderate, analisi volte alla soluzione di problemi logistici, giuridici, sociali.

Il Festival si pone dunque come un momento di incontro partecipato, senza pregiudizi e senza preclusioni ideologiche, nell’intento di costruire un’agenda politica orientata dallo studio dei fatti e dai valori fondanti che hanno dato origine alla manifestazione. In fondo, si tratta soltanto di permettere ai fenomeni migratori di interrogare la nostra umanità e le nostre coscienze.

Maggiori informazioni su: www.festivalmigrazione.world

Bruxelles rafforza i controlli sull’importazione di materie prime

E’ online il nuovo portale appena presentato dalla Commissione europea per fornire orientamenti alle imprese sui controlli da effettuare per la verifica della provenienza dei metalli e dei minerali che entrano nelle diverse catene di approvvigionamento, ossia per esercitare il cosiddetto “dovere di diligenza”. Il sito web contribuirà a fare chiarezza sull’utilizzo di materie prime da parte delle imprese, affinchè ogni scelta avvenga nel rispetto della legalità e della salute migliorando, al tempo stesso, la trasparenza e la responsabilità nelle rispettive catene valoriali. La nuova iniziativa si chiama “Due Diligence Ready” e rappresenta uno strumento destinato a tutte le imprese nella cui filiera di approvvigionamento figurano minerali e metalli.

L’approvvigionamento responsabile riguarda, in particolare, stagno, tantalio, tungsteno e oro. Queste leghe sono  utilizzate per realizzare prodotti di uso quotidiano come cellulari, automobili e gioielli. Il portale supporterà quindi le imprese a rispettare le prescrizioni del regolamento dell’Ue che impone agli importatori  europei di tali metalli e minerali di esercitare il dovere di diligenza. Le risorse minerarie rappresentano un grande potenziale per la nostra economia, in particolare per settori strategici come quelli delle batterie, del calcolo ad alte prestazioni o della microelettronica. Se estratti da zone di conflitto o ad alto rischio,però, essi possono contribuire alla prosecuzione di scontri violenti e di violazioni dei diritti umani. Ciò suscita viva preoccupazione tra i clienti, i fornitori, le autorità di regolamentazione, gli investitori, le organizzazioni non governative e i cittadini che chiedono alle imprese, anche a quelle di piccole e medie dimensioni, di dimostrare che i materiali che entrano nelle rispettive catene di rifornimento  non siano dannose per le persone.

In considerazione di ciò, nel maggio 2017, Bruxelles ha approvato il regolamento sull’approvvigionamento responsabile di minerali chiamato anche “regolamento sui minerali originari di zone di conflitto”. Le nuove norme garantiranno che le industrie europee si procurino i minerali in modo responsabile, evitando che i profitti finiscano nelle mani di malintenzionati alimentando conflitti o terrorismo. Il regolamento guarda anche al sano sviluppo delle imprese e delle comunità locali. Dal 1° gennaio 2021 le norme interesseranno circa il 95 per cento delle importazioni. Nel frattempo la Commissione e gli Stati membri si adopereranno affinché vengano poste in essere le strutture necessarie per assicurare la piena attuazione delle disposizioni a livello europeo.