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La sanità come volano dello sviluppo economico in Emilia Romagna

Nella sala convegni di Nomisma a Bologna, ieri pomeriggio AIOP ER ha presentato il suo 3° Bilancio Sociale, con la partecipazione tra gli altri del Presidente della Regione Stefano Bonaccini, del Sottosegretario alla Salute Sandra Zampa e del Presidente nazionale AIOP Barbara Cittadini.

I numeri complessivi del Rapporto scientifico dimostrano una consolidata capacità di generare valore e assorbire un’occupazione di “qualità”, amplificata da un elevato effetto moltiplicatore su altri settori economici. Pubblico e Privato confermano la volontà di lavorare insieme anche per il futuro in un’ottica di collaborazione positiva per offrire servizi sempre più di qualità ed efficienti per rispondere ai bisogni di salute dei cittadini.

Momento fondamentale del 3° Bilancio Sociale è stata la condivisione tra AIOP ER e la Regione Emilia Romagna con la sottoscrizione di un protocollo d’intesa, che regola i rapporti nel comparto sanitario pubblico/privato fino al 2019 e per il 2020-2022.

“Si tratta di un accordo molto importante – commenta il presidente Biagi – con cui la Regione dimostra e conferma un rapporto di collaborazione con il comparto dell’ospedalità privata, per una maggiore garanzia e tutela dei bisogni di salute delle persone ma anche verso i volumi di attività delle imprese. È un accordo inoltre che pone le basi per il nuovo contratto di lavoro per i prossimi tre anni, atteso dal personale infermieristico e non solo. La Regione Emilia Romagna si fa promotrice e al tempo stesso carico di un impegno significativo verso i settori di riabilitazione e psichiatria, per mantenere eccellente l’offerta sanitaria di cure e assistenza ai cittadini, in un rapporto sinergico pubblico-privato.”

Queste le dichiarazioni del Presidente Bonaccini:

 “La firma del protocollo rafforza ulteriormente una sinergia già in atto da tempo in Emilia-Romagna, dove la sanità pubblica lavora in un’ottica di integrazione con la sanità privata accreditata per dare risposte concrete e puntuali a bisogni e aspettative dei cittadini, mantenendo alto il livello dell’assistenza e delle cure. In particolare, con la sigla di questo Protocollo, confermiamo come gli ospedali privati accreditati della nostra regione siano uno strumento utile e importante per contribuire a governare e a migliorare ulteriormente le liste di attesa per i ricoveri chirurgici programmati. Un esempio tangibile questo, di positiva collaborazione, che ci consente di continuare ad assicurare a tutti i nostri cittadini un servizio sanitario di qualità”.

Autunno ’69, una data che fa storia.

Recentemente la Fondazione Carlo Donat-Cattin ha organizzato un convegno di grande interesse a Torino presso il Polo del ‘900. Ovvero, una rilettura critica e non solo apologetica di una trattativa – ormai storica – che ha cambiato definitivamente la legislazione nel mondo del lavoro, che ha introdotto principi costituzionali sino a poco prima in larga parte sconosciuti nel mondo delle fabbriche, e che ha fatto del Ministero del Lavoro un centro nevralgico delle politiche sociali ed economiche nel nostro paese e che, soprattutto, ha evidenziato il ruolo decisivo e fondamentale del Ministro dell’epoca, Carlo Donat-Cattin nel condurre e portare a termine una trattativa che è rientrata a pieno titolo nella storia democratica e riformista del nostro paese. Un passaggio che ha modificato in profondità il capitolo delle relazioni sociali nel sistema politico italiano. 

Un convegno, però, che ha avuto la sua punta di diamante quando è stato trasmesso un lungo filmato dell’epoca, tratto dalle teche della Rai, dove si poteva osservare, in un rigido bianco e nero, la conduzione della trattativa tra le parti al Ministero del Lavoro. Oltre ad un dibattito in uno studio televisivo, e di raro interesse, condotto dall’allora giovanile Piero Ottone con alcuni leader politici, sindacali ed imprenditoriali dell’epoca. Un documentario dove si poteva osservare le lotte sindacali del 1969: i comizi, gli scontri con gli imprenditori, le rivendicazioni salariali, i rapporti di forza, le occupazioni di fabbriche e scuole che permisero negli anni successivi di ottenere conquiste sociali di rilievo. 

E proprio Carlo Donat-Cattin fu tra i protagonisti della mediazione che portò alla firma del contratto dei metalmeccanici. Un ruolo politico che fu sintetizzato con la felice espressione che, dopo l’accordo raggiunto dalle parti sociali per il varo del contratto che contribuì a rasserenare, almeno in parte, un clima sociale e politico infuocato che si era creato nel paese e nelle piazze, di avere un “Ministro dei lavoratori” e non più un semplice “Ministro del Lavoro”. 

Comunque sia, la trattativa e l’accordo tra i sindacati e le rappresentanze dei datori di lavoro grazie alla mediazione politica decisiva del Ministro Donat-Cattin conferma anche la natura e il profilo riformista della Democrazia Cristiana – o almeno di una sua area interna che ha trovato però la tacita o convinta adesione di tutto il partito – e, soprattutto, la capacità della politica di imporsi di fronte alle rivendicazioni, a volte anche violente ed aggressive, che salivano dalla società italiana. Certo, Donat-Cattin era un politico e uno statista. Come molti altri leader e statisti democratici cristiani. Ma quella lezione di democrazia e di cultura democratica, sociale e costituzionale continua, tutt’oggi, ad avere una bruciante attualità. Soprattutto quando ci troviamo di fronte a vertenze come quella dell’Ilva di Taranto. 

Ecco perché, a cinquant’anni giusti di distanza, l’autunno caldo del 1969 continua ad insegnarci molte cose. Si tratta solo di capire se si ha ancora la volontà di rileggere e di ascoltare quel passato.

Tutto della sua terra conosceva. Un ricordo di Amintore Fanfani.

Uomo di governo e di partito, figura eminente della Prima repubblica, Amintore Fanfani è stato ricordato mercoledì 20 novembre in un convegno tenuto presso il Palazzo Vescovile di Arezzo (v. la testimonianza di Lucia De Robertis che ieri qui è stata pubblicata). Nell’occasione, il nipote Beppino ha proposto la rilettura di un brano della sua introduzione* al libro Amintore Fanfani e la sua terra”, Circolo “Verso l’Europa” di Olmo (Arezzo), Calosci editore, 2002. Ne riproduciamo di seguito il testo.

Non vi era frazione delle valli aretine, per quanto piccola, che egli non avesse calcato, così come non vi era nome di quella gente che gli fosse ignoto e che non conservasse nella sua memoria prodigiosa, ma soprattutto nel suo cuore, insieme a quello degli amici più cari, che non tralasciava mai di andare a trovare quando glielo consentivano i ritmi frenetici degli impegni politici, parlamentari e di governo.

E stupiva tutti allorquando, dal nome degli amici o da situazioni apparentemente di poco conto, traeva motivo per ricordare fatti storici e particolari inediti di una lunga esistenza, attraverso una dovizia di date e di riferimenti, che non dimenticavano mai di considerare le genti di Arezzo come una parte significativa dell’universo politico-istituzionale, al quale era collegato da un desiderio di centralità e di umanesimo universale che considerava l’ultimo dei poveri di Pieve Santo Stefano al pari del primo cittadino di Roma.

E non mancarono occasioni nelle quali volle che in Arezzo, prima che altrove, si sperimentassero novità politiche che dopo qualche tempo avrebbero fatto la loro comparsa nella scena nazionale e internazionale, quasi a voler cogliere il senso di scelte difficili nella reazione di una terra che traeva dall’impegno schietto, e dall’operosità concreta della gente, un criterio di analisi universalmente valido.

Lo vidi per l’ultima volta nella sua casa di Via Platone. Mi salutò da una poltrona tendendomi la mano, con un filo di voce, e con quegli occhi ancora pungenti che io conoscevo bene e che mi parve l’unica cosa che la Provvidenza avesse lasciato viva in un corpo ormai stanco.

Mi parlò di pittura e mi chiese di papà.

Papà era già morto, ma forse era l’ultimo legame che gli era rimasto con quella terra che aveva amato tanto.

*(Sul filo della memoria – titolo dell’introduzione)

Il sorpasso dei matrimoni civili su quelli religiosi

Chi ha visto o ricorda il film “Il sorpasso” di Dino Risi girato nel 1962 ha certo in mente l’Italia di quegli anni: boom economico, industrializzazione del Paese, nazionalizzazione dell’Energia elettrica, piano-casa, famiglia tradizionale come asse portante, nucleo e fondamento del contesto sociale.

Allora il Presidente del Consiglio era Fanfani, oggi è Conte, di acqua ne è passata sotto i ponti e gli stili di vita degli italiani sono radicalmente mutati ma nessuno avrebbe immaginato che in un Rapporto ISTAT riferito a 56 anni dopo, quindi al 2018 e pubblicato in questi giorni, il titolo di quel film che esaltava un Gassman guascone e libertino, sarebbe stato utilizzato per sancire un sorpasso storico nell’Italia dal dopoguerra ad oggi: quello dei matrimoni civili su quelli religiosi, un dato statistico che descrive un mutamento di mentalità e probabilmente una svolta irreversibile, i primi sono stati infatti 92.182 su un totale di 195.778 celebrati, pari al 50.1 % contro il 49,9% di quelli religiosi.
Attenzione però: il dato riguarda appunto il numero complessivo dei matrimoni mentre nell’ambito delle prime nozze il rito sotto l’altare batte ancora quello davanti all’autorità civile, con il 70% contro il 30%.c.a.

Significativo il confronto tra nord e sud del Paese: nel primo caso i matrimoni civili sono stati il 63,9 del totale di quel contesto territoriale mentre al Sud solo il 30,4.
Ciò significa in pratica che l’inversione di tendenza ha riguardato in maniera significativa le nozze celebrate al Nord mentre al Sud – in eguale misura e con la stessa percentuale – le nozze in chiesa hanno largamente superato quelle in Comune: in entrambi i casi, ma in misura opposta , il doppio e la metà.

L’Istat ha rilevato che ci si sposa sempre più tardi con una età media per gli uomini di 33,7 anni e di 31,5 per le donne (contro rispettivamente i 32.1 anni e i 29,4 anni del solo 2017). “Questa contrazione ha contribuito alla diminuzione dei matrimoni dei giovani tra i 16 e i 34 anni. Infatti mentre nel 2018 l’incidenza delle prime nozze dei giovani è del 59.7% tra gli sposi e del 72,5% tra le spose, nel 2008 era di circa 10 punti percentuali in più” e questo spiega quanto l’Istituto Presieduto dal Prof. Blangiardo aveva già ampiamente evidenziato e documentato in una importante, recente Ricerca denominata dalla stampa “delle culle vuote e del Paese invecchiato”: in dati numerici “secchi” le nascite sono calate di 120.000 unità nel decennio 2008/2018.

Utilizzando le cifre per cogliere le derive in atto ciò significa che il Paese invecchia, nascono meno bambini e – si aggiunga – emigrano oltre 100 mila italiani all’anno per studio, lavoro o rivalutazione economica della pensione.
Sono dati che dovrebbero far riflettere sulla tenuta sociale del Paese: che vuol dire gap generazionale, trasformazione culturale, impoverimento economico. Specie in epoca di stagnazione, di scarti dello “0,1”, di ascensore sociale fermo, di svendita di asset strategici, di calamità dovute ai cambiamenti climatici, di incuria del territorio e del patrimonio culturale.

La tendenza decennale delle nozze è in discesa ma si è registrato un aumento di 4500 matrimoni in più nel 2018 rispetto al 2017.
In calo anche le unioni civili tra persone dello stesso sesso: erano 4376 nel 2017 e sono state 2808 nel 2018, con una netta prevalenza delle unioni degli uomini (il 54,2 % del totale), con dati decisamente più bassi al sud (8.6%) e nelle isole (5,5 %).
L’aumento dei matrimoni civili che ha portato al sorpasso sulle nozze celebrate in Chiesa è peraltro dovuto alle seconde e terze nozze che sono aumentate del 6,1% negli ultimi dieci anni, anche grazie all’introduzione del cd. “divorzio breve”: esse sono il 94,6% del totale delle nozze successive al primo matrimonio.

Oltre il dato storicamente significativo del sorpasso dei riti civili su quelli religiosi vanno osservati altri fenomeni comunque ad esso correlati: l’invecchiamento del Paese, il calo delle unioni civili legittimate, il trend negativo delle nascite, l’inversione parziale di tendenza rispetto alla deriva decrementale del numero complessivo dei matrimoni che – come accennato più sopra – ha segnato un più 4500 matrimoni nel 2018 rispetto al 2017.
Ancora troppo poco per ricollocare la famiglia al centro di un modello di società futura per il Paese che la consideri come centro di imputazione di risorse e investimenti, in una parola di “rivalutazione” della sua importanza strategica.

Amnesty International: “Google e Facebook sono una minaccia i diritti umani”

Il rapporto, Surveillance Giants di Amnesty International, illustra come il modello di business basato sulla sorveglianza di Facebook e Google sia intrinsecamente incompatibile con il diritto alla privacy e rappresenti una minaccia sistemica per una serie di altri diritti, tra cui la libertà di opinione e di espressione, la libertà di pensiero e il diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione.

“Google e Facebook dominano le nostre vite moderne – raccogliendo e monetizzando i dati personali di miliardi di persone accumulano un potere senza precedenti nel mondo digitale. Il loro insidioso controllo delle nostre vite digitali mina l’essenza stessa della privacy ed è una delle sfide che definiscono i diritti umani della nostra epoca”, ha detto Kumi Naidoo, Segretario Generale di Amnesty International.

“Per proteggere i nostri valori umani fondamentali – dignità, autonomia, privacy – nell’era digitale è necessaria una revisione radicale del modo in cui opera Big Tech, per passare a una rete in cui i diritti umani siano centrali”.

Google e Facebook hanno una posizione dominante sui canali principali attraverso i quali la maggior parte del mondo – al di fuori della Cina – realizza i propri diritti online. Le varie piattaforme che possiedono – tra cui Facebook, Instagram, Google Search, YouTube e WhatsApp – facilitano il modo in cui le persone cercano e condividono le informazioni, si impegnano nel dibattito e partecipano alla società. Android di Google è anche alla base della maggior parte degli smartphone di tutto il mondo.

Mentre altre aziende Big Tech – tra cui Apple, Amazon e Microsoft – hanno acquisito un potere significativo in altre aree, sono le piattaforme di proprietà di Facebook e Google ad essere diventate fondamentali per il modo in cui le persone si impegnano e interagiscono tra loro – una nuova piazza globale a tutti gli effetti.

I giganti della tecnologia offrono questi servizi a miliardi di persone senza far pagare una tassa agli utenti. Gli individui pagano però i servizi fornendo i loro dati personali più intimi, poiché sono costantemente monitorati sul web e nel mondo fisico, ad esempio, attraverso i dispositivi collegati.

“Internet è un elemento vitale per permettere alle persone di godere di molti dei loro diritti, ma miliardi di persone non hanno altra scelta se non quella di accedere a questo spazio pubblico accettando le condizioni dettate da Facebook e Google”, ha detto Kumi Naidoo.

“A peggiorare le cose è il fatto che questo non è l’internet al quale avevano aderito le persone quando queste piattaforme hanno mosso i primi passi. Con il tempo Google e Facebook hanno minato la nostra privacy. Ora siamo intrappolati. O ci sottomettiamo a questa pervasiva macchina di sorveglianza – dove i nostri dati sono facilmente utilizzati per manipolarci e influenzarci – o scegliamo di rinunciare ai benefici del mondo digitale. Questa non può mai essere una scelta legittima. Dobbiamo recuperare questa piazza essenziale, in modo da poter partecipare senza che i nostri diritti vengano violati”.

L’estrazione e l’analisi dei dati personali delle persone su una scala senza precedenti è incompatibile con il diritto alla privacy, compresa la libertà dall’intrusione nella nostra vita privata, il diritto di controllare le informazioni su noi stessi e il diritto a uno spazio in cui possiamo esprimere liberamente le nostre identità.

 

Usa: Il Guatemale diventa la chiave per scoraggiare l’immigrazione

L’amministrazione Trump ha iniziato a mettere in atto il piano di espulsione verso il Guatemala dei migranti adulti in cerca di asilo provenienti da El Salvador e Honduras, attualmente in attesa al confine tra Stati Uniti e Messico.

Per il governo statunitense il piano rappresenta un elemento chiave nella sua strategia per scoraggiare la migrazione ai confini e per impedire ai richiedenti asilo di entrare nel paese. La procedura, ancora in una fase iniziale, è stata approvata dopo che l’amministrazione del presidente repubblicano Donald Trump ha negoziato un accordo con il governo guatemalteco a luglio.

L’accordo consentirà ai funzionari statunitensi dell’immigrazione di costringere i migranti che chiedono asilo al confine tra Stati Uniti e Messico a chiedere prima l’asilo in Guatemala.

Carlo Levi e l’arte della politica

Giovedì 28 novembre alle ore 11.00, presso i Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi verrà presentata la mostra “Carlo Levi e l’Arte della politica. Disegni e opere pittoriche”.

La mostra presenterà una riflessione sistematica sulla ‘grafica politica’ di Carlo Levi, realizzata sulle pagine del quotidiano “L’Italia Socialista”.

Le circa 30 opere pittoriche esposte, riferibili all’ambito cronologico 1945-1950, integrano lo scorrere delle vicende storiche toccate dal giornale e dalle vignette, segnalando di volta in volta affinità stilistiche, riprese tematiche, sottolineando anche l’assoluta originalità e autonomia del Levi illustratore satirico rispetto all’artista o all’autore di Cristo si è fermato a Eboli o del romanzo L’orologio, uscito nel 1950, che rappresenta la controparte letteraria delle stesse vicende illustrate dalle tavole grafiche.

Il colesterolo cattivo non è tutto dannoso

Uno studio dell’Università dell’Ohio  afferma che Ldl, il ‘colesterolo cattivo’, non è il solo elemento da controllare per capire se si è a rischio di infarti o malattie coronariche. .

Infatti esistono tre sottoclassi e di queste che compongono l’Ldl, solo uno causa danni significativi.

Secondo gli studiosi, la sottoclasse B dell’Ldl è risultata essere la più dannosa per la funzione endoteliale (il tessuto che compone i vasi sanguigni e il cuore) e può contribuire allo sviluppo dell’aterosclerosi. Dunque, stando alla ricerca pubblicata sull’International Journal of Nanomedicine, non è la quantità totale di colesterolo Ldl che si ha, ma piuttosto la concentrazione della sottoclasse B in relazione alle altre due (la sottoclasse A e la sottoclasse I) che dovrebbe essere utilizzata per diagnosticare l’aterosclerosi e il rischio di infarto.

Fanfani, un esempio di autentica politica riformatrice

Buonasera a tutti e benvenuti.

Siamo qui, oggi, nella ricorrenza del ventesimo anniversario della scomparsa di Amintore Fanfani, nella sua e nostra Arezzo, ospiti di Sua Eccellenza l’Arcivescovo Fontana (che ringrazio per la cortesia usataci), non per offrire solo il doveroso riconoscimento al nostro conterraneo protagonista nella costruzione dell’Italia repubblicana, democratica,

dell’Italia potenza industriale capace in un trentennio di emanciparsi da una condizione di società rurale ad Paese dell’industria automobilistica (Fiat), della chimica d’avanguardia (Montecatini), dell’industria energetica (Eni), dell’obbligo scolastico e dell’accesso universale all’apprendimento universitario.

Non è (solo) questo il senso delle iniziative volute dal Consiglio regionale per questo 20 novembre. Iniziative iniziate stamani a Firenze con l’intitolazione alla sua persona di una sala del palazzo sede del Consiglio Regionale alla gradita presenza dei familiari.

Il vero senso è l’urgenza, per la politica e i luoghi dove questa esprime la sua vocazione ed il suo servizio di acquisire una riflessione, approfondita, sull’esperienza di coloro che hanno segnato, nel bene, con il proprio agire politico ed istituzionale, il percorso realizzato da questa nostra comunità nazionale dall’indomani della chiusura della vergognosa pagina del fascismo a i giorni d’oggi.

Perché questa urgenza?

Basta pensare alla presenza, nello scenario politico, di attori senza memoria, figli di una contemporaneità che sostituisce alle radici culturali gli strumenti della comunicazione, i quali, da mezzo,

diventano anche origine di un soggetto politico, sua stessa fonte di esistenza.

Attori privi di quella elaborazione culturale che era, invece, condizione necessaria alla costruzione di un progetto politico

Abbiamo il dovere, soprattutto noi a cui i cittadini hanno affidato il compito della gestione della cosa pubblica, di guardarci, consapevolmente, indietro.

Non per saccheggiare, a piacimento, in una sorta di supermarket delle ispirazioni, idee e riflessioni di questo o codesto uomo politico.

Ma, per comprendere genesi, fini e metodi di realizzazione delle migliore scelte che sono state fatte per questo Paese.

Se il debito di memoria di cui soffre il Paese è quello che porta a ‘odiare’ Liliana Segre per quel che rappresenta, per quel che racconta, per quel che fa, altrettanto vero che viviamo anche un debito che definirei di ‘conoscenza’ del buono costruito nel passato di questa Repubblica.

Quasi che ci fossimo assuefatti al populismo che bolla la politica come necrosi sociale, salvo poi ambire ad ogni costo ad esserne protagonista, occupando spazi non per le responsabilità da assumere, ma per gli onori da perseguire.

Chi vive la politica come momento di una storia che è stata e che sarà alto servizio ,impegno, attivismo e militanza, non può supinamente accettare questa visione delle cose.

E ha, dunque, il dovere, di guardarsi dietro, per riconoscere le competenze, le capacità, che ci hanno preceduto e che hanno costruito reali, concreti, processi di crescita per la nostra società.

È dunque questo che chiediamo a questa nosta odierna iniziativa: aiutarci a comprendere Amintore Fanfani, il suo pensiero, il suo operato, per trarne spunto e spinta per una nuova stagione di riformismo politico-economico.

L’Italia, purtroppo, ne ha un grande bisogno!

Venezia una città sospesa tra il mare e il cielo

Leo Longanesi scriveva : “ Italia, Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”. Un aforisma che vale quasi sempre per l’Italia, che si tratti di frane, alluvioni o dissesti idrogeologici. Nel caso di Venezia poi, con riferimento al MOSE (Modello Sperimentale Elettromeccanico), é ancora peggio se, dopo molti anni dal suo avvio, non siamo ancora giunti all’inaugurazione, soprattutto a causa di una delle storie più infami di tangenti della storia della nostra Repubblica.

E’ incredibile come uomini pesantemente colpiti da quelle vicende, ancora nei giorni scorsi, si dichiarassero al di fuori di ogni responsabilità, dato che sarebbero ” tutte di competenza statale”. Atteggiamenti miserabili assunti da chi, per i loro comportamenti sono stati condannati dalla magistratura, al tempo della Serenissima Repubblica di Venezia, sarebbero finiti appesi tra Marco e Todaro, le due statue che si ergono sulle colonne della riva di Piazza San Marco.

Quell’antica e gloriosa Repubblica è stata un’illuminata istituzione, che ebbe sempre al centro del suo governo, l’attenzione per la fragilità di un ecosistema unico al mondo; quello di una città sospesa tra il mare e il cielo, frutto dell’intelligenza e della operosa creatività umana, capace di curare insieme il delicato equilibrio tra le acque e la montagna, tra la difesa della laguna e il sistema dei boschi della Serenissima. Proprio a Venezia nacquero e si svilupparono gli studi e le discipline scientifiche dei sistemi idraulici e della selvicoltura, assegnati per la parte scientifica all’università di Padova e per la gestione operativa al Magistrato alle acque, la più alta autorità della Repubblica, dopo quella del Doge.

Dopo la disastrosa alluvione del 1966, fu Luigi Zanda, primo eccellente Presidente del Consorzio Venezia Nuova che, nel 1986 m’invitò, nella mia veste di Presidente dell’ICRAM ( Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) a visitare con una delegazione di tecnici, Leningrado, l’antica San Pietroburgo, una città che frequentemente era anch’essa sottoposta alle incursioni rovinose del fiume Neva, che proprio in quella città sfocia nel Mar Baltico.

Viste le imponenti opere in calce struzzo messe in atto dall’allora regime sovietico, si costatò l’improponibilità di un tale sistema per una città come Venezia, e subito dopo si avviarono gli studi scientifici e tecnici che portarono a individuare nel sistema MOSE, una delle possibili soluzioni al tema dell’acqua alta. E’ stata questa, pur tra tante discussioni e vivaci confronti, la risposta che la politica tentò di dare secondo le indicazioni stabilite dalla legge speciale 798 del 1984, che mirava alla realizzazione dei piani di salvaguardia della Laguna di Venezia, per l’approvazione della quale lavorarono con particolare impegno, l’amico On Gianfranco Rocelli, deputato DC veneziano insieme ai colleghi Piergiovanni Malvestio (DC), Gianni Pellicani (PCI) e Gianni De Michelis (PSI) . Dal 1984 sono trascorsi 35 anni e col MOSE siamo fermi al 93 % della sua realizzazione (audizione alla Camera dello scorso anno, quella del 26 luglio 2018, dove l’ingegner Francesco Ossola, amministratore straordinario del Cnv, aveva dichiarato che “ad oggi, sono completate le opere per una percentuale del 93 per cento ed entro la fine dell’anno saranno depositate tutte le paratoie).

Come scrive l’amico prof Giuseppe Pace: “ già nell’ultimo secolo la Laguna e la sua funzionalità sono state profondamente modificate dall’azione umana, che ha contribuito, indirettamente, all’accentuazione del fenomeno. Le altezze di marea sono inoltre soggette a variazioni in rapporto a diversi fattori metereologici. In particolare le maree sono più elevate quando la pressione barometrica subisce un notevole abbassamento e/o in presenza di un forte vento di scirocco o di bora. Le più ampie escursioni di marea si verificano di norma nei periodo di novilunio e plenilunio (sizigie), nei periodi di primo ed ultimo quarto di luna (quadratura) è invece più difficile il verificarsi del fenomeno dell’acqua alta. In ogni caso, per essere informati bene si guardano le previsioni di marea nel sito ufficiale del Comune di Venezia. L’acqua alta è un fenomeno naturale frequente soprattutto nel periodo autunnale-primaverile, quando si combina con il vento di scirocco (vento di sudest, dalla Siria), che, spirando dal canale d’Otranto lungo tutta la lunghezza del bacino marino, impediscono il regolare deflusso delle acque, o di bora, che ostacolano invece localmente il deflusso delle lagune e dei fiumi del litorale veneto”.

Si aggiunga che Venezia come altre città litorali è sottoposta ai due fenomeni dell’eustatismo ( innalzamento del livello del mare) e della subsidenza (progressivo seppur lento abbassamento della quota base della città) che, sommandosi, insieme agli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici, rendono drammaticamente incerta se non sicura la scomparsa a tempi “brevi” della città unica al mondo.

Allo stato dell’arte e per le conoscenze acquisite dal Consorzio Venezia Nuova, al netto dell’infame sistema delle tangenti che hanno infangato la sua immagine, conoscenze che costituiscono un patrimonio straordinario e per certi aspetti unico, per le scienze idrauliche, biologico marine ed ecologiche a livello internazionale, vanno concluse le opere che ci permettano di collaudare e sperimentare in campo l’efficienza ed efficace del MOSE, mentre da parte di noi cattolici in primis, e di tutti gli uomini di buona volontà, una rilettura della “Laudato SI” di Papa Francesco, andrebbe fatta, al fine di assumere atteggiamenti e comportamenti personali e sociali, sino a quelli che attengono alle responsabilità politico istituzionali, che siano rispettosi degli equilibri che la natura reclama.

In arrivo i fondi per la laguna veneta. Nove i Comuni beneficiari

Sono 65 i milioni complessivi rivolti alla difesa e alla conservazione della laguna di Venezia, 46 dei quali destinati al capoluogo veneto che nei giorni scorsi ha vissuto la straordinaria ondata di acqua alta. Si tratta di fondi contenuti nella normativa speciale su Venezia, rifinanziata dalla scorsa Legge di Bilancio, che sono stati sbloccati nei giorni scorsi dal titolare delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli. Le risorse sono aggiuntive rispetto ai 20 milioni di euro già stanziati per Venezia in occasione del Consiglio dei ministri del 14 novembre, che ha concesso lo stato di emergenza. La Presidenza del Consiglio, su proposta del Mit, ha già adottato il Decreto che ripartisce da subito a nove comuni complessivi 65 milioni per compiere lavori di manutenzione, riqualificazione e conservazione della laguna di Venezia.

Le risorse, suddivise tra i Comuni di Venezia, Chioggia, Mira, Jesolo, Cavallino-Treporti, Musile di Piave, Campagna Lupia, Codevigo e Quarto d’Altino, saranno disponili per le municipalità finalizzati ad interventi di varia natura volti alla salvaguardia della laguna, andando dalla protezione delle sponde alla riqualificazione delle banchine, dalle opere di dragaggio alla viabilità e al recupero degli immobili. La salvaguardia di Venezia e della sua Laguna è l’obiettivo della Legge 16 aprile 1973 n. 171, che rappresenta la prima disposizione organica emanata dopo la drammatica alluvione del 1966. Alla Legge n. 171/73 hanno fatto seguito altri provvedimenti legislativi (in particolare la L n. 798/1984, la L n. 360 1991 e la L n. 139/1992), che nel loro complesso definiscono gli obiettivi strategici, le procedure per realizzarli e le competenze dei diversi soggetti istituzionali coinvolti.

Il 4 novembre 2013, una delegazione della XIII Commissione Permanente (Territorio, Ambiente, Beni Ambientali) del Senato, si è poi recata in missione a Venezia, al fine di procedere ad una serie di audizioni nell’ambito dell’esame dei disegni di legge di “Riforma della legislazione speciale per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna”. In quell’occasione la Regione Veneto ha rappresentato il proprio parere in ordine ai progetti di legge in esame. Un incontro  a cui hanno fatto seguito una serie di analoghe consultazioni avviate dalla stessa Commissione permanente del Senato. Il complesso della legislazione speciale per Venezia ha avuto e ha come finalità principale la realizzazione di interventi rivolti alla salvaguardia e al recupero architettonico, urbanistico, nonchè socio economico della città come pure quella di preservare le caratteristiche di residenzialità nel centro storico e delle isole della laguna frenando il fenomeno dell’esodo verso la terraferma.

La sostenibilità del vetro si sceglie al supermarket

Nell’ottica di una ricerca continua verso la sostenibilità ambientale, aumenta la presenza del vetro sugli scaffali di supermercati e negozi. Un trend positivo confermato dal fatturato: oggi per vino, birra, sughi l’85% del fatturato è assorbito infatti da quelli confezionati in vetro, con tassi di crescita tra il 2016 e il 2019 del 17% per i sughi, del 16% per le birre e del 13% per il vino. Anche per olio, succhi, conserve ecc aumenta l’appeal del packaging in vetro; nel settore succhi, ad esempio, nello stesso periodo, il fatturato è aumentato del 10% e si registra anche un notevole potenziale di crescita in tutti i settori.

I dati sono contenuti nell’analisi “Il contributo del packaging in vetro nella valorizzazione delle categorie food&beverage. Implicazioni per la grande distribuzione” realizzata per conto di Assovetro da Guido Cristini, docente dell’università di Parma, e presentata ad un convegno a Milano, alla presenza di esponenti dei settori della produzione, dell’alimentare e della grande distribuzione.

“La sostenibilità ambientale – ha detto Marco Ravasi, Presidente della sezione contenitori in vetro di Assovetro – è un tema su cui oggi i consumatori si sentono particolarmente coinvolti anche quando scelgono un prodotto al supermercato. Questo vento a favore del vetro, come packaging sostenibile, deve richiedere più che mai il nostro impegno. E l’industria europea del vetro si è già data un obiettivo: raggiungere entro il 2030 il 90% di tasso medio di raccolta del vetro destinata al riciclo”.

L’analisi sottolinea come il packaging stia diventando uno strumento di marketing e di vantaggio competitivo, assumendo un ruolo sempre più significativo nelle strategie green di produttori e retailer. In questo contesto il vetro è determinante e lo testimonia la sua presenza in aumento, soprattutto nel segmento “premium” (prodotti di superiore livello qualitativo o di alto valore simbolico), per cui è prevista una crescita del 7-8% nel prossimo triennio. Prodotti che vanno incontro alle esigenze crescenti del consumatore rispetto a salute, ambiente, gusto, cui il packaging in vetro fornisce una risposta grazie alla possibilità di osservare il contenuto, alla sua sostenibilità, alle qualità di conservazione e di sicurezza alimentare, all’innovazione.

Dalla fotografia dell’industria del vetro emerge come negli anni si sia sempre di più ridotta l’impronta ambientale di un materiale riciclabile al 100% e campione di economia circolare, tanto che l’85% dei consumatori italiani lo ritiene il miglior packaging. Rispetto a 40 anni fa per la produzione di bottiglie e vasetti si è ridotto del 50% il fabbisogno di energia e sono calate del 70% le emissioni. Il tasso di riciclo del vetro ha raggiunto nel 2018 il 76,3% (+6,6% rispetto all’ anno precedente). Grazie al riciclo nel 2018 sono state risparmiate 3.395.000 tonnellate di materie prime vergini, 320.000tep di energia e 2.082. 000 tonnellate di CO2. Nel 2018 l’85,9% delle famiglie ha fatto la raccolta differenziata del vetro (10 anni prima erano poco più del 50%). Bottiglie e vasi poi si sono sottoposti ad un drastico “dimagrimento”: una bottiglia di spumante dagli anni ’90, ad esempio, è diminuita in peso del 18%, del 13% un vasetto di omogeneizzati e del 12,2% quella dell’olio.

Anche gli investimenti dell’industria dei contenitori in vetro dimostrano questo impegno “green”: su 200 milioni annui di investimenti dell’industria nazionale, il 41% è destinato a ridurre l’impatto ambientale.

In complesso in Italia l’industria di bottiglie e vasi in vetro conta 16 aziende, 39 stabilimenti, 7.100 addetti, più 12.000 dell’indotto, sviluppa due miliardi di fatturato ed è seconda in Europa nella produzione di contenitori.

Istat: in Italia meno matrimoni e più libere unioni

Nel 2018 sono stati celebrati in Italia 195.778 matrimoni, circa 4.500 in più rispetto all’anno precedente (+2,3%).

Prosegue la tendenza a sposarsi sempre più tardi. Attualmente gli sposi al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le spose 31,5 (rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008).

Le seconde nozze, o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni, dovuta anche all’introduzione del “divorzio breve”, rimangono stabili rispetto all’anno precedente. La loro incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Considerando gli anni più recenti, nel biennio 2015-2016 c’è stato un lieve aumento dei matrimoni anche dovuto agli effetti del Decreto legge 132/2014 (introduzione dell’iter extra-giudiziale per separazioni e divorzi consensuali) e della Legge 55/2015 (“Divorzio breve”) che hanno semplificato e velocizzato la possibilità di porre fine al matrimonio in essere e, quindi, consentito di risposarsi a un numero maggiore di coppie rispetto al passato.

La diminuzione dei primi matrimoni è da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni. Queste, dal 1997-1998 al 2017-2018, sono più che quadruplicate passando da circa 329 mila a 1 milione 368 mila. L’incremento è dipeso prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili, passate da 122 mila a 830 mila circa.

Accanto alla scelta delle libere unioni come modalità alternativa al matrimonio, sono in continuo aumento le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.

Nel 2018 sono state celebrate 33.933 nozze con almeno uno sposo straniero, il 17,3% del totale dei matrimoni, una proporzione in leggero aumento rispetto all’anno precedente.

Nel 2018 sono state costituite 2.808 unioni civili (tra coppie dello stesso sesso) presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), anno di entrata in vigore della Legge 20 maggio 2016, n. 76, e dell’anno 2017 (4.376). Come nelle attese, dopo il picco avutosi subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge il fenomeno si sta ora stabilizzando.

A gennaio il primo laboratorio di idee sulla formazione medica promosso dal PD

L’evento che si terrà l’undici Gennaio a Firenze ospiterà politici ed esperti della Formazione Medica, interverranno componenti del Governo, Parlamentari e altre Istituzioni e associazioni che si occupano da anni della tematica in prima linea (vedi il programma)”.

Ad annunciarlo è Stefano Manai, responsabile formazione medico-sanitaria nazionale PD.

“Nell’arco della giornata avremo modo di discutere in plenaria ed in otto differenti tavoli di lavoro di orientamento, test di ingresso a Medicina e struttura del corso, imbuto formativo e borse di studio di specializzazione, struttura del corso di specializzazione e dottorati di ricerca, dando vita ad un vero e proprio workshop di 18 ore. Alla fine della giornata sono previste le relazioni conclusive dei tavoli. Abbiamo deciso di organizzare questa giornata – spiega Manai – perché la formazione medica è diventato un tema di cruciale importanza che incide sul nostro Ssn e sulla qualità dei nostri Medici riflettendosi inevitabilmente sulla vita di tutti i cittadini, e proprio per questo deve essere la punta di diamante nell’agenda del Governo e del Parlamento”.

 

Anci: Giuseppe Conte, “mio padre era Segretario comunale”

Buongiorno a tutti, e benvenuti qui anche ad Arezzo dove… saluto innanzitutto il Presidente Decaro, il Sindaco di Arezzo, tutti quanti voi sindaci, anche le molteplici Autorità che vedo presenti, la Ministra e tutti gli ospiti.

Io sono davvero lieto e anche un po’, lo posso dire, emozionato, eh, e non mi capita spesso, però quando sono in mezzo a voi Sindaci che mi restituite, lo posso dire anche, il calore del territorio, oltre che i problemi, io mi emoziono, quindi questa è una cerimonia importante, è un momento importante perché non è solo celebrativo ma anche il momento in cui si discutono i problemi, siamo alla trentaseiesima assemblea nazionale della vostra associazione, dell’Anci, e ci tenevo a essere presente e permettetemi anche di esprimere, con l’occasione, le congratulazioni più vive al Presidente De Caro, eletto, per un secondo mandato, Presidente della vostra Associazione.

Sono davvero, esordirei, richiamando l’importanza e quindi ancora una volta la vostra attenzione sul Protocollo d’Intesa che è stato appena sottoscritto tra Anci, Ifel (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale) e la Cassa depositi e prestiti, vi ringrazio, ringrazio anche in particolare la Cassa depositi e prestiti per essersi prestata a questa iniziativa, perché è uno strumento questo che consentirà di avviare una cooperazione ancora più solida per il sostegno alle attività di progettazione e gestione degli investimenti dei Comuni e delle Città metropolitane, con particolare riguardo a temi come l’efficientamento energetico, al trasporto pubblico locale, la rigenerazione urbana, gestione dei rifiuti, edilizia scolastica.

Il Presidente Decaro ha tenuto a sottolineare che da questo strumento, dall’intervento di Cassa depositi e prestiti e lui che è molto attento alle esigenze di tutta la categoria ha già notato la norma nel disegno di legge di bilancio che consentirà di rispettare un impegno che abbiamo preso come Governo, quello di abbassare i tassi di interesse dei mutui concessi ai Comuni.

Desidero davvero ringraziare tutti i soggetti coinvolti per l’impegno e la determinazione per realizzare questa collaborazione, una collaborazione che favorirà la crescita, gli investimenti, l’occupazione e lo sviluppo territoriale del Paese, peraltro in un contesto, quello odierno, in continua evoluzione, nel quale c’è ancor più necessità, bisogno di solidi presìdi.

Peraltro un omaggio dobbiamo, caro Sindaco, rivolgerlo al luogo che ci ospita, la città di Arezzo, perché è una città che è di particolare suggestione, che è poi di antichissime origini, che richiama alla memoria di tutti noi l’Italia dei Comuni, che è l’Italia del cuore pulsante del nostro tessuto sociale, l’Italia dei Comuni ci ricorda, quindi, questi luoghi in cui maturò una speciale, unica aggregazione politica, sociale, nella quale i cittadini svilupparono, in forme prima non conosciute, inusitate, il senso di appartenenza a un destino comune, i vincoli anche di solidarietà verso i più deboli, conobbero gli istituti e le forme, spesso poi sappiamo codificati in raffinati Statuti, attraverso i quali partecipare, essere coinvolti anche nelle decisioni pubbliche.

E non dimentichiamo mai la nostra storia, l’età comunale rappresentò, anche nel panorama europeo, un modello, un modello unico di organizzazione del potere pubblico, di strutturazione degli interessi dei cittadini, di collaborazione tra ceti sociali, tutte le categorie professionali, le corporazioni. Quel modello, attenzione, non si è spento, quel modello si è conservato vivo, a mio avviso, nel tessuto più profondo della nostra coscienza civica come la più autentica, vorrei dire, la più “italiana” delle “forme di governo”.

Ancora oggi, dopo molti secoli, possiamo dire che l’Italia è innanzitutto l’Italia dei Comuni. Ancora oggi, in un’epoca… pure si parla ormai da anni di globalizzazione, a significare come anche gli spostamenti sono molto più rapidi, sono molto più diffusi, sono anche più convenienti dal punto di vista economico. Ecco però resta sempre, forse ancor di più, radicato nel in noi il bisogno di rimanere attaccati alla nostro comunità territoriale, alla nostra comunità locale e di essere riconosciuti da essa come appartenenti a quella comunità. E in questo ambito, unico, particolarissimo, che voi, carissimi Sindaci, operate quotidianamente, e il vostro, lo sappiamo, è uno spazio di trincea, è uno spazio di trincea perché se dovessimo mettere a confronto quello che è un po’ il decalogo dei vostri compiti rispetto a quello che quotidianamente invece sono le attività, a quelle che sono le attività che svolgete, noi notiamo tutti una discrasia, voi siete chiamati a essere di volta in volta autorità di pubblica sicurezza, autorità sanitaria, responsabili della protezione civile, dei pronti interventi, ufficiali di Governo, ma siete anche coloro che hanno, in ragione di questa prossimità, l’esigenza anche di rincuorare i vostri cittadini, di offrire una risposta concreta sul singolo problema e per voi non esiste orario di lavoro. E quando vi spostate voi siete sempre in continua attività, sempre in continuo servizio a beneficio della vostra comunità. Quindi grazie da parte del Presidente del Consiglio, grazie da parte del Governo ma grazie da parte di tutti gli italiani.

A fronte di questa sommatoria di responsabilità, che ripeto non possono essere racchiuse in previsioni normative e non vengono racchiuse in queste previsioni normative, le risorse umane e materiali purtroppo non sono sufficienti, questo vale per i Comuni più grandi ma vale anche per i Comuni più piccoli, che soffrono forse ancor più strutturalmente da tanti anni una intollerabile carenza di mezzi e di personale.

Le azioni di contenimento della spesa – purtroppo il ciclo economico avverso ci ha costretto a questo negli ultimi anni, non è questione di ieri o dell’altro ieri – si sono indirizzate in un sensibile contenimento del turn over, che ha determinato una sostituzione parziale del personale, solo parziale del personale con conseguenze poi, ricadute significative sull’efficacia, sulla tempestività dell’azione amministrativa.

E quando, attenzione, la spending review non si limita a eliminare sprechi, a contenere le inefficienze, ma finisce inevitabilmente per incidere sulla funzionalità dei servizi prestati alla collettività, è chiaro che diventa tanto più elevato il rischio di sfibrare il tessuto sociale, alimentare il sentimento, le reazioni di sfiducia, lo scoramento, la disaffezione dei nostri cittadini nei confronti delle istituzioni, che vengo percepite sempre più distanti dai loro bisogni.

Dobbiamo superare quindi la stagione dei “tagli lineari”, l’ho già detto in un’altra occasione, ha privato – quella stagione – i territori di risorse preziose, penalizzando soprattutto gli investimenti e le infrastrutture.

Lo Stato non deve più far cassa a danno dei Comuni.

Non ci dimentichiamo che il Comune è l’istituzione senza la quale la maggior parte delle riforme che il nostro Governo ha realizzato e che ha in cantiere non potrebbero trovare compiuta attuazione: non possiamo pensare quindi di ammodernare e rendere sicure le scuole, se non ci sono uffici tecnici che si occupano della progettazione; non possiamo rilanciare, come vogliamo fare, lavorare a rilanciare l’immagine dell’Italia nel mondo, renderla ancora più apprezzabile, ancora più ammirata, se non ci sono strutture locali che siano intermediari con gli operatori del mercato, nel campo della cultura, del turismo, un settore trainante per la nostra economia; non possiamo essere accanto a lavoratori e studenti, a chi vive situazioni di disagio familiare o sociale, senza l’apporto dei Comuni; senza il vostro apporto di voi sindaci non possiamo progettare un ambizioso Green New Deal, al quale stiamo lavorando intensamente, perché vogliamo pe le generazioni che verranno, e anche per noi, un’Italia più verde, un’Italia più sostenibile, un’Italia più pulita, senza avere voi al nostro fianco in questa battaglia.

Con la manovra economica, e sapete tutti, sappiamo tutti che ci stiamo muovendo in un quadro di finanza pubblica particolarmente complesso, particolarmente critico, abbiamo cercato di introdurre misure che testimoniano l’attenzione del Governo nei confronti degli enti locali, ma siamo anche consapevoli che certo non tutte le criticità potranno essere risolte con queste misure.

Nella manovra abbiamo reso strutturale l’assegnazione di 500 milioni di euro all’anno ai Comuni per interventi di efficientamento energetico e per le opere legate allo sviluppo territoriale sostenibile, come l’adeguamento e la messa in sicurezza di scuole, edifici pubblici e patrimonio comunale, e anche per  abbattere le barriere architettoniche.

Abbiamo stanziato complessivamente, dal 2021 al 2034, oltre 9 miliardi per assegnare contributi ai Comuni per investimenti in progetti di rigenerazione urbana, volti a contrastare il degrado sociale, e per migliorare la qualità del decoro urbano e del tessuto sociale ed ambientale. Ma c’è tanto da fare. Ho letto gli interventi del presidente Decaro, sono d’accordo con lui e anche con l’opinione di molti di voi; abbiamo una grave emergenza per quanto riguarda le nostre periferie e dobbiamo occuparcene al più presto in modo ancora più efficace.

In prospettiva, noi dobbiamo rendere strutturale il fondo periferie.

Sempre sul fronte degli investimenti dei Comuni, abbiamo stanziato dal 2020 al 2034, 2 miliardi anzi un poco di più, per aiutare i Comuni a sostenere le spese di progettazione relative ad interventi di messa in sicurezza del territorio, edifici pubblici e scuole, ponti e viadotti, nonché interventi di illuminazione pubblica.

Mettere in sicurezza le nostre infrastrutture è una priorità, una priorità per qualsiasi governo responsabile, e quindi dobbiamo lavorare insieme, perché non possiamo a livello centrale progettare la messa in sicurezza delle infrastrutture senza di voi. Siete i nostri alleati in questa importante missione, per rendere più fruibili, ovviamente, gli spostamenti, e più sicura la vita di tutti i nostri cittadini.

Non abbiamo dimenticato, poi, di destinare ai Comuni le risorse necessarie a integrare il fondo Imu-Tasi, che interesserà una platea (abbiamo calcolato) di circa 1.400 enti locali. Per questa misura che, dopo l’introduzione della Tasi in sostituzione dell’Imu, restituisce ossigeno alle finanze locali, comunali, abbiamo stanziato complessivamente 330 milioni nel prossimo triennio.

Inoltre ci sono ulteriori misure nel progetto di manovra che adesso è all’attenzione del parlamento, sempre a favore delle finanze locali.

Prevediamo di individuare, con apposito decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, criteri efficaci per ridurre la spesa per interessi dei mutui a carico degli enti locali, e qui il meccanismo sarà l’accollo e la ristrutturazione degli stessi da parte dello Stato.

Per agevolare il rispetto dei tempi di pagamento nelle transazioni commerciali da parte degli enti locali, abbiamo disposto l’aumento del limite massimo di ricorso ad anticipazioni di tesoreria da 3 a 5 dodicesimi delle entrate occorrenti per tutto il prossimo triennio.

Abbiamo lavorato affinché la distribuzione delle risorse pubbliche per i Comuni fosse destinata anche all’abbattimento dei divari territoriali fra Nord e Sud, nonché fra aree maggiormente urbanizzate ed aree interne. Anche qui dovremmo aprire una parentesi, abbiamo un grave rischio di spopolamento delle nostre aree interne. Dobbiamo lavorarci tutti insieme e dobbiamo recuperare la bellezza, restituire alla bellezza i nostri borghi.

Per costruire un’Italia più coesa e più prospera non possiamo che affidarci alle vostre indicazioni, alla profonda conoscenza dei territori che Voi avete e intendiamo sostenervi tutti in questa sfida cruciale. E lo dimostriamo anche con i comportamenti. Perché non vi sarà sfuggito che alcune iniziative per aree particolarmente disagiate, in particolare quelle del Sud, che hanno coinvolto in particolare la Puglia e il Molise, ma stiamo completando il lavoro con tante altre aree, quando proponiamo contratti istituzionali di sviluppo, io per prima cosa parlo a voi, sollecito voi a elaborare progetti, a fornirci…, voi conoscete il territorio, voi siete coloro che possono con tutti i cittadini, gli enti esponenziali, le associazioni di categoria, elaborare progetti e così abbiamo fatto, e così in questo modo son partite queste commissioni di valutazione; abbiamo approvato i progetti che voi stessi avete sollecitato e presentato, e confido di poter presto realizzare quei progetti, quei cantieri, aprire i cantieri a breve che abbiamo promesso a tutti i vostri cittadini.

Abbiamo raddoppiato i finanziamenti destinati al Fondo nazionale integrativo per i comuni montani a partire dal 2020 ed è stato istituito un apposito Fondo per gli investimenti delle isole minori, al momento dotato di circa 14 milioni a valere nel 2020.

Al contempo, abbiamo incrementato di 200 milioni – a partire dal 2021 – le risorse nazionali destinate alla “Strategia nazionale per lo sviluppo delle aree interne del Paese” (ne parlavo poco fa); vogliamo potenziare il nostro intervento e i finanziamenti per queste aree, proprio perché vogliamo restituire alle comunità locali e far rifiorire i nostri piccoli centri dell’interno.

C’è tanto da fare, c’è ancora molto da fare.

Sono consapevole anche di alcune più urgenti richieste che vi stanno a cuore. Siamo in piena manovra economica, abbiamo adesso la difficoltà che voi conoscete bene, di far quadrare i conti. Però vi assicuro che stiamo facendo il massimo sforzo per reperire risorse per innalzare l’indennità minima dei Sindaci dei piccoli Comuni; voi lo sapete meglio di me, ma bisogna dirlo a tutti i cittadini che ci stanno seguendo: la responsabilità civile, penale, amministrativa, contabile di un sindaco di un piccolo comune è identica a quella di un grande comune. E allora almeno un’indennità minima è necessaria assolutamente.

In tema di finanza locale, occorre valutare con attenzione la scelta di incrementare la percentuale di accantonamento al “Fondo crediti di dubbia esigibilità” e, sotto altro aspetto, occorre rende più facile agire sulla “spesa corrente”, legata alla gestione ordinaria dell’ente, attualmente sottoposta a troppi vincoli.

Anche di questo discuteremo al tavolo che ho convocato per il 27 novembre a Palazzo Chigi. In quella sede, cercheremo di individuare tutti insieme, come è nello stile di questo governo, nel confronto e nel dialogo costante, le soluzioni che riterremo più congrue per superare queste criticità.

Il Governo non intende penalizzare nessuno, perché questo non giova a nessuno, tanto meno voi Sindaci, che siete, ripeto, i primi alleati sul territorio.

Attenzione, anche in tema di semplificazione dobbiamo intervenire e procedere con la massima celerità. Io ho qualche competenza in materia come sapete, mi rendo conto che è una delle riforme più complesse, lo sapevo già, ne ero consapevole. Qui ho bisogno dell’aiuto di tutti, dobbiamo avviare un processo di ampio respiro della semplificazione a tutti i livelli, e mi dovete dare una mano per quanto riguarda il Testo Unico sugli Enti Locali.

È un testo che è stato sottoposto ad una stratificazione normativa, da ormai venti anni, ha perso finanche un disegno unitario, in questo modo è un testo normativo che non vi agevola. Dobbiamo semplificarlo, snellirlo, dobbiamo renderlo più chiaro evitando le confusioni. Ed è per questa ragione che tra i collegati alla legge di bilancio, troverete anche un disegno di legge di delega espressamente finalizzato a questo scopo. Se la vostra Associazione ha delle proposte, come assolutamente ritengo, iniziate ad elaborarle, a condividerle e lavoriamo insieme. Inoltre, riteniamo decisivo intervenire per assicurare la presenza, e qui mi si apre ancor di più il cuore, dei Segretari comunali in tutti i Comuni, anche in quelli piccoli. I segretari comunali sono oggi in numero di gran lunga inferiore rispetto alle sedi comunali e, per garantire la funzionalità dei Comuni, spesso sono costretti a fare dei triangoli, dei quadrilateri incredibili, si devono sobbarcare l’onere di faticosi tour de force. Quindi so bene quanto è rilevante nella vostra attività il ruolo del Segretario comunale.

Io sono cresciuto in piccoli comuni, giocando un po’ con i dipendenti anche nel tempo libero, mio padre era Segretario comunale. Consapevoli dell’urgenza di intervenire in questo campo, d’intesa con il Ministro dell’Interno, stiamo lavorando perché il corso-concorso per la nomina di 200 nuovi Segretari comunali si svolga nei tempi più brevi possibili. Purtroppo, ho verificato con il Ministro dell’Interno, ci sono dei tempi che non sono comprimibili. Per questo, avete chiesto al Ministero dell’Interno l’individuazione di misure urgenti, per i Comuni collocati in zone montane e disagiate, che spesso si trovano nell’impossibilità di gestire, senza la presenza di un Segretario, le ordinarie attività amministrative. Stiamo studiando una serie di misure per venire incontro a queste vostre legittime istanze.

Prima dicevo voi siete un po’ i rappresentanti delle istituzioni “da trincea”. Ebbene non possiamo, e io nelle vesti di Presidente del Consiglio, non posso affatto trascurare anche che delle volte siete concretamente, e non solo metaforicamente “in trincea”, delle volte siete anche vittime di atti di intimidazione. Quella prossimità di cui parlavamo prima che vi spinge anche a dover rispondere a richieste concrete, a bisogni concreti, spesso si tramuta in esposizione al pericolo. Faremo di tutto – so che il competente Osservatorio del Ministero dell’Interno sta lavorando intensamente in questa direzione – per contrastare questi fenomeni. Vi siamo vicini anche per questo.

Cari Sindaci, leggo nei vostri occhi l’orgoglio di rappresentare la vostra comunità, di rappresentare la bellezza del nostro Paese. Lasciatemi rivolgere, un pensiero in questo momento a tante città, tanti comuni, tante aree, che sono state ferite in questi giorni, da Venezia a Matera e ai tanti altri Comuni, da Nord a Sud, non li posso citar tutti ma vi posso dire che senza alcuna distinzione di latitudine e longitudine, di importanza, di grandezza, stiamo raccogliendo tutte le richieste di intervento, le stiamo scrutinando con la Protezione civile e ancora giovedì abbiamo un ulteriore Consiglio dei Ministri in cui porteremo tutte le richieste che ci sono pervenute e che abbiamo già prontamente istruito. Non vi lasceremo soli!

Anche perché, attenzione, il contrasto al dissesto idrogeologico è sempre stato una priorità di questa azione di Governo. Alla prossima riunione della cabina di regia “Strategia Italia” faremo il punto sul piano “Proteggi Italia” che abbiamo già approvato, all’inizio di quest’anno. Lo vogliamo rafforzare ulteriormente. E lì abbiamo concentrato alcuni miliardi di euro su base pluriennale nella convinzione che non possiamo lamentarci ogni volta di una tragedia, non possiamo ogni volta reagire a posteriori.

Nel Piano “Proteggi Italia” abbiamo cercato di trasfondere buona parte della nostra competenza, capacità predittiva: quindi c’è molta prevenzione, dobbiamo lavorare su quello, torneremo ad aggiornarlo e se avrete dei suggerimenti saremo ben lieti di accoglierli.

Non mi sfuggono neppure gli appelli dei Sindaci delle zone terremotate. Questa mattina mentre venivo qui, mi segnalavano delle criticità. Come sapete abbiamo un decreto-legge sul “terremoto”, adesso in sede di conversione. Purtroppo dobbiamo reperire altre risorse.

Abbiamo fatto tanto; abbiamo aperto un tavolo con i rappresentanti degli enti locali del cratere, lo stiamo aggiornando costantemente. Vedo qualche sindaco delle zone del cratere. Mi darete atto, forse, che una modalità così partecipata difficilmente – diciamo così – è stata realizzata in passato, perché noi dobbiamo ascoltarvi. Quando io dico che siete i nostri alleati, ogni volta che sono venuto vi ho incontrato sempre perché, oltre che incontrare la gente ovviamente, siete voi che mi filtrate le istanze e che mi rappresentate le criticità nell’azione di ricostruzione e anche nell’ordinaria attività amministrativa.

Ci sono quindi alcune criticità. Ecco, vi do un aggiornamento in diretta: adesso i miei tecnici ci stanno lavorando e confidiamo di portare in conversione uno strumento normativo che ponga finalmente rimedio alle ulteriori criticità ancora residue. Dobbiamo favorire lo smaltimento delle macerie che sono ancora lì, dobbiamo accelerare le pratiche per la ricostruzione delle opere di edilizia privata e delle opere di edilizia pubblica. Su questo ci stiamo assolutamente lavorando.

E poi anche lì, attenzione, ci sono le prime misure in coerenza con quanto già detto: noi estendiamo, in quel decreto terremoto che sarà presto legge, il Piano Sud anche al Centro Italia. Io l’ho sempre detto ed è una delle più gravi criticità nelle aree terremotate con cui dovremo confrontarci: noi rischiamo, per quanto in ritardo, di ricostruire dei borghi bellissimi ma deserti, quindi è il momento di intervenire adesso per cercare, già adesso, di offrire una prospettiva imprenditoriale e un sostegno alle attività produttive di chi si stabilisce lì. Ecco perché la misura al Resto al Sud.

Mi avvio a conclusione. Non ci fermeremo. Tutte queste iniziative richiedono a noi un grande impegno, un costante impegno. Non possiamo rassegnarci – e questo è il messaggio finale che voglio consegnarvi – a un’Italia a differenti velocità. Io giro tanto il territorio. Questo è inaccettabile. La bellezza del nostro territorio è questa; quando si viaggia in altri territori si va in una città in particolare, si va in un luogo turistico in particolare, da noi chi viene anche dalle terre più lontane ci ritorna perché non ancora visto nulla. Se ha speso una settimana, se ha speso alcuni giorni, ancora non ha visto nulla e, se gli daremo la possibilità di visitare anche i luoghi meno in questo momento accessibili al turismo, se restituiremo alla bellezza anche i territori interni con infrastrutture efficienti e con attrezzature anche turistiche adeguate – i nostri borghi -, noi potremo veramente far conoscere al mondo il Paese più bello.

Grazie.

Il volto riformista dell’Islam

Articolo pubblicato sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Padre Giulio Albanese

La stampa occidentale quando fa riferimento al musulmanesimo africano, per ragioni anche di cronaca, tende ad associarlo ai fautori del jihad (“la guerra santa”), quelli che hanno dominato la scena internazionale dopo il tragico 11 settembre del 2001. Le azioni terroristiche perpetrate recentemente in Burkina Faso la dicono lunga in riferimento alla gravità della situazione.

In effetti, il tradizionale “Islam afro” a connotazione sufi non sembra più fungere da bastione contro il salafismo e il jihadismo. Lo dimostra il fatto che non pochi paesi dell’Africa sub-sahariana, come ad esempio il Mali, hanno avvertito la necessità di formare le loro aspiranti guide religiose in Marocco; come se la forza di contrasto delle confraternite peul, bambara e maliké disseminate a quelle latitudini non fossero più in grado da sole di contrastare il fondamentalismo.

A Rabat infatti è nato nel 2015 l’Istituto Mohammad vi (visitato lo scorso 30 marzo da Papa Francesco) per la formazione degli imam, dei predicatori preposto all’insegnamento di un Islam moderato, malikita e a connotazione sufi. Non è un caso che proprio nella capitale marocchina sia sorta nel 2013 Mu’minūn bilā hudūd, “Credenti senza confini”, una fondazione la cui sede principale si trova al quarto piano di un palazzo di Agdal, uno dei quartieri moderni di Rabat. Il suo scopo è contribuire alla creazione di uno spazio di dibattito libero intorno ai temi della riforma e del rinnovamento religioso nelle società arabo-islamiche.

Esiste, in effetti, all’interno dell’Islam africano, da oltre un secolo, una variegata corrente di pensiero di matrice riformista che intende fare propri i valori della modernità, con l’intento d’integrarli con la sana tradizione islamica. Ciò che sorprende, purtroppo, è che a partire dalla tragedia delle Twin Towers, le democrazie occidentali abbiano spesso trascurato (se non addirittura ignorato) questa intelligentia islamica moderata. Essa infatti potrebbe rivestire un ruolo rilevante nelle relazioni tra Oriente e Occidente.

D’altronde, è bene rammentarlo, fu proprio in Africa — e più precisamente in Egitto — che si sviluppò il pensiero rivoluzionario islamista che ha poi contaminato l’intero mondo arabo: quello di Sayyd Qutb. Nato all’inizio del Novecento nell’alto Egitto, venne fatto arrestare dal presidente Gamal Abd el-Nasser per la violenza eversiva delle sue idee, anche se poi gli anni di prigionia resero le sue idee ancora più radicali e soprattutto fruibili. L’impiccagione di Qutb, il 29 agosto del 1966, illuse il regime nasseriano di aver liberato l’Egitto dal pensiero sovversivo. Ma non fu così. Da rilevare che la parola chiave per comprendere l’insegnamento di Qutb, padre riconosciuto del fondamentalismo è jahiliyyah che nel linguaggio islamico indica l’epoca dell’ignoranza, cioè quella precedente la rivelazione coranica.

Per Qutb la jahiliyyah consisteva nel mancato riconoscimento dell’autorità di Dio sull’uomo. Questa deficienza, a suo parere, accomunava tra loro i sistemi democratici, il comunismo sovietico, i regimi arabi, opponendoli al vero Islam, quello che il jihad doveva imporre nelle istituzioni degli Stati e delle Nazioni. Pertanto, Qutb riteneva fosse necessario rovesciare con le armi i regimi arabi contaminati dall’ignoranza. Come i sistemi democratici e comunisti, anche i regimi arabi d’allora, filo-occidentali o filosovietici, seguivano per Qutb leggi umane e non la legge divina, quindi erano da combattere in quanto usurpatori. Il vero Stato islamico, secondo Qutb, era il solo capace di redimere il mondo dalla jahiliyyah, riconsegnando a Dio il potere degli usurpatori, attraverso l’imposizione della suprema legge, la shari’a. Il pensiero del sunnita Qutb pose così le basi di un’ideologia sovversiva che ha prima contaminato il Medio Oriente, ma successivamente ha interessato il continente africano, proponendosi come paradigma di una visione teocratica totalitaria e violenta.

A questo indirizzo delirante si sono opposti non pochi intellettuali musulmani come il giurista egiziano Ali ‘Abd al-Raziq (1888-1966) che difese la separazione dell’Islam (inteso come religione) dallo Stato o il suo connazionale Sayyed al-Qimanî, che difese l’importanza del razionalismo, affermando che esso è patrimonio della tradizione islamica, riferendosi non solo al pensiero del filosofo Averroè, ma addirittura spiegando come un certo tipo di analisi razionale delle situazioni fosse una delle caratteristiche proprie del Profeta Mohammed. La parola del Corano, infatti, secondo Sayyed al-Qimanî si deve storicizzare incarnandola negli avvenimenti e non mantenendola in uno stato di astrazione e ripetitività come vorrebbero i fautori del jihadismo.

Un altro intellettuale che ha invocato il rinnovamento è stato l’egiziano Khalîl ‘Abd al-Karîm che ha presentato la propria lettura del passato millenario del musulmanesimo, basandosi direttamente sulle fonti storiche dell’Islam, in contrapposizione alla visione fondamentalista degli estremisti. E cosa dire dell’intellettuale tunisino Mohammed Talbî, considerato uno dei pensatori critici più ragguardevoli del mondo arabo? Denunciando gli studiosi religiosi islamici tradizionali, egli ha sostenuto con forza la necessità di una lettura contemporanea del Corano, ricordando, quasi provocatoriamente che «quando si rompono le penne, non rimangono che i coltelli».

Avvincente è anche il pensiero di Mohammed Arkou, scomparso nel 2010, considerato uno dei padri del dialogo interreligioso. Professore emerito di Storia del pensiero islamico alla Sorbona di Parigi, Mohammed Arkoun ebbe il merito di evidenziare le tensioni e le inquietudini presenti nel mondo arabo. Di nazionalità algerina, egli è passato alla Storia come strenuo difensore della modernità e dell’umanesimo islamico. Per non parlare di un personaggio del calibro del premio Nobel per la Letteratura, l’egiziano Nagîb Mahfûz, morto nel 2006 alla veneranda età di novantaquattro anni. Fautore di una religione tollerante e progressista, in aperto contrasto con le tendenze estremiste che inneggiano all’odio contro l’Occidente, aveva compreso che la missione dello scrittore consiste anzitutto e soprattutto nell’essere coscienza critica del popolo a cui appartiene. Ciò che colpisce di più leggendo le sue opere è il sano realismo che lo porta al superamento di ogni fanatismo ideologico e religioso. Si considerava un portavoce del “Terzo Mondo” e auspicava — sono sue testuali parole — «una pulizia morale» della società contemporanea, nella consapevolezza che, nell’eterna lotta tra il bene e il male, il bene avrebbe comunque prevalso. Nagîb Mahfûz si opponeva dunque alla dottrina dello scontro delle civiltà, aborrendo le ideologie astratte e tifando per l’uomo della strada all’insegna della tolleranza. Un’altra figura straordinaria è quella di Mahmoûd Mohammed Taha, giustiziato dal presidente sudanese Gaafar Nimeiri il 18 gennaio 1985. Il suo era un nuovo modo di rileggere il Corano che portava alla netta separazione tra la dimensione religiosa della rivelazione coranica, universalmente valida e immutabile, e quella politica, legata alle situazioni storiche e dunque mutevole. Mohammed Taha proponeva pertanto la riconciliazione dell’Islam con la libertà di religione, con i diritti umani e l’uguaglianza dei sessi. Per questa sua visione di grande apertura e dialogo venne tacciato di apostasia e pagò con la vita. È anche importante ricordare il pensiero di Abdelwahab Meddeb, nato a Tunisi e professore di letteratura comparata all’Università di Paris x – Nanterre. Meddeb, scomparso nel 2014, con grande perspicacia, analizzò le contraddizioni e i limiti dell’Islam salafita e, in particolare, le ragioni del latente scontro di civiltà con l’Occidente. Ne “La malattia dell’Islam” stigmatizzò l’ottusità dei fondamentalisti che guardano all’Occidente come alla causa di tutti i mali.

Naturalmente vi sono tanti altri nomi illustri che potrebbero essere aggiunti a questo breve excursus, da Nasr Abû Zayd a Fu’âd Zakarivva, ambedue egiziani. Si tratta di personaggi che, molte volte a rischio della propria vita, hanno difeso la legittima istanza di una lettura critica dei testi religiosi, distinguendo, come scrive padre Giuseppe Scattolin, comboniano, membro dell’Accademia della lingua araba del Cairo, «il messaggio di base — fondato sui valori come giustizia, libertà, uguaglianza, separazione fra religione e politica — dalle norme concrete, non di rado tribali e discriminanti, che fanno parte del contesto storico in cui la rivelazione è avvenuta, e quindi non vincolanti per tutti i tempi e i luoghi. Tali norme riguardano soprattutto il diritto personale, familiare, ereditario, ecc.».

Il fatto, dunque, che una prospettiva innovativa sia stata esplicitamente formulata e proposta da pensatori musulmani seri e impegnati, come quelli sopra ricordati, prova — come spiega sempre padre Scattolin — «che una riforma è possibile anche nell’Islam. Tali persone vanno aiutate e incoraggiate; e se trovano difficoltà nei loro Paesi, dovrebbero trovare fra noi un sostegno amico».

Il ruolo fondamentale del civismo.

La credibilità dei partiti e’ sempre più bassa nella pubblica opinione. Molto più bassa della stagione del cosiddetto “vaffa day” predicato dal capo dei 5 stelle nel lontano 2007. Ce lo dice la bravissima Alessandra Ghisleri e il dato è indubbiamente vero. E la politica vive nuovamente un momento inedito. Cresce la voglia di partecipazione, più o meno eterodiretta e piu’ o meno violenta, e al contempo, i partiti – proprio i partiti – stentano sempre di più ad intercettare e a rappresentare le istanze, le domande e i bisogni che emergono concretamente dalla società italiana. Una contraddizione solo apparente perché quando gli strumenti politici si rivelano inadeguati a rappresentare ciò che si muove nella società e’ del tutto scontato ed evidente che i movimenti assumono un ruolo protagonistico. Anche a livello politico e, molte volte, anche sotto il profilo partitico. L’ultimo movimento che e’ “sceso” in piazza sono le cosiddette “sardine”. Ad oggi un fenomeno ancora indecifrato ed indecifrabile se non per la violenta ed aggressiva campagna politica contro Salvini e la Lega. Cioè contro il progetto politico della Lega salviniana. 

Ma, al di là delle “sardine” e della “piazza della sinistra”, quello che sta emergendo in modo sempre più vistoso e massiccio e’ un rinnovato protagonismo del “civismo”. Soprattutto a livello amministrativo. E’ del tutto evidente che le campagne elettorali, tanto a livello ragionale quanto a livello nazionale – per i comuni il peso e il profilo del candidato a Sindaco hanno ancora un ruolo preminente – si giocano sostanzialmente attorno a due elementi: il traino del leader nazionale dello schieramento da un lato e la capacita’ di unire e aggregare il civismo dall’altro. Un civismo che difficilmente si riconosce nell’attuale assetto dei partiti ma che coltiva un forte e motivato impegno pubblico attorno a determinati aspetti che caratterizzano la vita di una comunità pur rinunciando a una visione di insieme che dovrebbe, ripeto che dovrebbe, contraddistinguere il ruolo e la funzione specifica dei partiti politici. Ormai le competizioni elettorali saranno sempre più decise da come si riuscirà a coinvolgere quel mondo variegato e frastagliato che è riconducibile, appunto, al civismo politico, culturale e sociale. 

Certo, si tratta di una esperienza politica che mette in difficoltà principalmente i partiti della sinistra. Il Pd in prima istanza. Ma anche quei gruppi di sinistra che sino ad oggi si sono organizzati attorno a cartelli elettorali ormai del tutto superati ed avulsi dalle dinamiche concrete della politica contemporanea. E’ del tutto evidente che il civismo e’ maggiormente presente nel campo dell’ex centro sinistra perché la coalizione di centro destra, tradizionalmente, si riconosce di più nelle parole d’ordine dei loro capi – ieri Berlusconi, oggi Salvini e in misura minore Meloni – e nel messaggio politico che di volta in volta viene lanciato alla pubblica opinione. Il campo dell’ex centro sinistra, da sempre, e’ molto più frastagliato e disomogeneo ed è più esposto al vento del cambiamento e dell’ estemporaneità movimentistica. Un processo che può anche mettere in discussione l’attuale assetto del centro sinistra con la presenza di nuovi attori e di nuove soggettualita’ politiche. 

Comunque sia, dopo la crisi politica e di consensi – ormai sempre più irreversibile – dei 5 stelle e con l’affermazione di nuovi ed inediti soggetti politici nel mondo della sinistra moderata e dell’estrema sinistra, e’ abbastanza evidente che si modificherà profondamente la geografia politica italiana. E nelle pieghe di questo processo il “civismo” e’ destinato a rivestire un ruolo politico determinante. Verificheremo la capacità, l’intelligenza e il senso di responsabilità dei vari partiti nell’affrontare e guidare questo nuovo e altrettanto inedito processo politico. Che questa volta, come capita puntualmente in tutte le stagioni di forte cambiamento e di marcata transizione, parte radicalmente dal basso e dalle pulsioni popolari. 

I bambini indosseranno i panni dei Vigili del fuoco

L’Unicef insieme con il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco organizzerà in tutta Italia una serie di attività e iniziative che coinvolgeranno direttamente i bambini. In particolare si impegneranno a dare vita a #KidsTakeOver, momenti in cui i grandi lasceranno il posto ai bambini nelle loro funzioni e a “Go Blue”, in cui i comandi dei Vigili del fuoco verranno illuminati di blu a testimonianza dell’impegno per i diritti dei bambini.

Nel centro operativo nazionale dei Vigili del fuoco, nel Palazzo Viminale a Roma, nel pomeriggio di oggi, una delegazione di bambini e giovani guidata dal presidente dell’Unicef Italia, Francesco Samengo, darà il via al #KidsTakeOver attraverso la simulazione del coordinamento di un intervento di emergenza.

I “TakeOver” e i “Go Blue” proseguiranno dalle 15.30 in molte sedi delle direzioni regionali e dei comandi provinciali dei Vigili del fuoco.

Roma più sicura: al via piano contro lo spaccio

La sicurezza è un tema sensibile per la vita di ogni città, un bene pubblico che si riferisce alla salute e al decoro del territorio, da perseguire anche con il contributo congiunto degli Enti locali attraverso vari interventi come, ad esempio, la riqualificazione e il recupero dei siti dismessi, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la promozione del rispetto della legalità, maggiori livelli di coesione sociale e di convivenza civile, nonché la presenza delle Forze dell’ordine lungo le strade dei quartieri urbani. A tale riguardo, la scorsa settimana, nella conferenza stampa seguita alla riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, il titolare del Viminale, Luciana Lamorgese, ha comunicato diverse novità per le vie della capitale: oltre 500 nuovi agenti per Roma entro il 2020 e un poliedrico piano d’interventi decisi in base alle caratteristiche dei quartieri.

“Gli ultimi episodi di cronaca hanno evidenziato un preoccupante aumento del fenomeno dello spaccio di stupefacenti, in alcuni municipi si assiste ad un incremento considerevole – ha detto Lamorgese”. Per arginare il fenomeno, è quindi stato messo a punto un piano, studiato sulle specifiche zone, che tiene conto dei delitti registrati sul territorio capitolino. Il piano, ha sottolineato il ministro dell’Interno, ha individuato “venti aree operative legate alle piazze di spaccio e otto aree in centro dove il fenomeno della movida è importante. Nelle ventotto zone interverrà una task force di presidi di pattugliamento cui concorreranno le forze dell’ordine e la Polizia locale”.

Già attivi, nella zona Est di Roma, a partire dal quartiere di Centocelle 250 operatori impegnati contro lo spaccio. Il fenomeno della tossicodipendenza sembra riguardare sempre più la poliassunzione, cioè l’utilizzo combinato di più sostanze. Si parla quindi di utilizzo primario e secondario delle sostanze d’abuso, distinguendo la droga maggiormente assunta da quelle utilizzate in quantità minore e in alternativa a quella primaria. Il fenomeno della tossicodipendenza sembra riguardare sempre più la poliassunzione, cioè l’utilizzo combinato di più sostanze. Si parla quindi di utilizzo primario e secondario delle sostanze d’abuso, distinguendo la droga maggiormente assunta da quelle utilizzate in quantità minore e in alternativa a quella primaria. Su questo sfondo, Roma è tra le principali piazze di spaccio italiane dove sono attive contemporaneamente centinaia di aree che non conoscono sosta del malaffare.

Più in generale, nel nostro Paese sono 4 milioni le persone che, nel 2017, hanno fatto uso di sostanze stupefacenti di cui 500.000 vittime di una dipendenza strutturata. Dai dati dell’Osservatorio sulle tossicodipendenze di San Patrignano vediamo che la cocaina è al primo posto della preoccupante classifica (88,5%), seguita dai cannabinoidi (84%) e da una recrudescenza indomita dell’eroina.

Tari: le novità del 2020

Le novità per la Tassa sui rifiuti arriveranno dal 1° gennaio 2020. Cambieranno i criteri di calcolo all’insegna della semplicità e della trasparenza. Le nuove regole le ha fissate ARERA che, lo scorso 31 ottobre, ha varato il “metodo tariffario per il servizio integrato di gestione dei rifiuti”, allo scopo di mettere ordine nel groviglio di norme e regolamenti che caratterizzano ogni Comune in merito all’applicazione della TARI. L’ARERA, infatti, ha stabilito una metodologia unica, sul modello del settore idrico, per fissare i parametri d’individuazione dei «costi efficienti» e gli obblighi di trasparenza nella definizione della tassa. In altre parole, l’imposta sarà calcolata sulla base dei rifiuti effettivamente prodotti e smaltiti in relazione ai costi di servizio. Inoltre, eventuali variazioni tariffarie dal 2020 in poi dovranno essere giustificate soltanto in presenza di miglioramenti di qualità del servizio o per l’attivazione di servizi aggiuntivi per i cittadini. Illegititmi, dunque, eventuali aumenti arbitrari e ingiustificati delle tariffe. Infine, i gestori dovranno rendere accessibili e comprensibili i documenti e le informazioni agli utenti introducendo la Carta della Qualità del servizio smaltimento rifiuti e i documenti per la riscossione della TARI. Nel dettaglio, saranno regolati dal nuovo metodo tariffario i seguenti servizi:

-spazzamento e lavaggio strade

-raccolta e trasporto

-trattamento e recupero dei rifiuti urbani

-trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani

-gestione delle tariffe e dei rapporti con gli utenti

Resteranno, invece, escluse dalla TARI alcune voci, come la raccolta, trasporto e smaltimento amianto da utenze domestiche; la derattizzazione; la disinfestazione zanzare; lo spazzamento e sgombero della neve; la cancellazione scritte vandaliche; la defissione di manifesti abusivi; la gestione dei servizi igienici pubblici; la gestione del verde pubblico; la manutenzione delle fontane. Sarà introdotta anche la Carta della Qualità, un documento per migliorare la trasparenza del settore nei confronti dei contribuenti, in base al quale ogni Comune dovrà obbligatoriamente pubblicare e trasmettere al consumatore informazioni su come vengono calcolati i costi della TARI e come verranno utilizzati gli introiti dall’ente comunale per lo svolgimento del servizio. Non solo. La Carta della Qualità dovrà contenere inoltre le informazioni relative al calcolo della tassa, i documenti per la riscossione, le singole voci di addebito, le modalità di pagamento, le madalità per effettuare reclami o chiedere chiarimenti, i recapiti del responsabile del procedimento e la possibilità di esprimere giudizi sulla qualità del servizio offerto.

I dati sanitari in mano a google

Il motore di ricerca più usato al mondo punta ai dati sanitari per diventare anche il più usato in ambito sanitario. Una collaborazione tra Google e Ascension, una delle più grandi catene di ospedali degli Stati Uniti, sta raccogliendo e digitalizzando i dati sanitari di decine di milioni di pazienti in più di ventuno stati USA.

Il progetto si chiama “Nightingale” e il suo obiettivo sarebbe di raccogliere risultati di laboratorio, diagnosi e informazioni ospedaliere dei pazienti di oltre 2.600 strutture all’interno di un unico archivio.

Le informazioni includono dati personali dei pazienti e sarebbero accessibili ad almeno 150 dipendenti.

La pista nel deserto

La prospettiva evocata dal Manifesto Zamagni non può essere tradotta in termini di “partito Cattolico”.
Quanto all’aggettivo, il pluralismo delle opzioni è ormai patrimonio consolidato nella comunità dei credenti (anche se ciò non significa affatto la fine delle diverse culture politiche di ispirazione cristiana, semmai la loro trasformazione).
Quanto al sostantivo, che significa oggi “Partito”? Rimane, a mio parere, il concetto definito nell’articolo 49 della Costituzione, ma le sue forme sono affidate alla capacità di interpretare i tempi, le esigenze, le opportunità.

Liberiamoci in ogni caso da questa terminologia: partito cattolico, centro, moderati e così via.
La prospettiva del Manifesto (e del dibattito che esso ha suscitato) è molto più ambiziosa – se non temeraria – e di lungo periodo, poiché incrocia tre domande “strutturali” per la vita del nostro Paese.
Ha ancora un senso la “Politica”? Ha ancora un futuro la “democrazia rappresentativa”?  Ha ancora valore l’idea della “Comunità”?

Per ridare un “senso” ed una rilegittimazione sociale alla Politica, occorre che essa torni a svolgere la sua funzione costitutiva: leggere la domanda dei cittadini e coniugarla in termini di bene comune e di futuro. Non può continuare ad essere semplice “megafono” delle singole aspettative.
Ciò non può accadere se la Politica non recupera un suo respiro ideale e culturale.
Altrimenti non avrà nessuna capacità di dare una gerarchia ai bisogni sempre più individualizzati e dunque non potrà concorrere a delineare il profilo di un Bene Comune che implica scelte, priorità, idee, cambiamento.

Per rigenerare la “democrazia rappresentativa” occorre che si riannodino i fili spezzati della rappresentanza, in modo che i meccanismi formali del sistema democratico siano nuovamente vissuti dai cittadini come strumento di condivisione del futuro.
Solo così la “democrazia” riconquisterà il suo carisma e sarà percepita come via di giustizia sociale e di realizzazione delle opportunità di tutti ed in modo particolare di quanti hanno meno voce, meno potere, meno strumenti.
Per riproporre il valore della “Comunità” occorre ricostruire legami e rinverdire valori. Occorre una radicalitá di proposte e di esperienze, tese all’equità e al primato del binomio “persona-bene comune”.

L’umanesimo cristiano rappresenta oggi il terreno ideale e culturale potenzialmente più fecondo per alimentare e orientare la risposta a queste tre domande, in base alla sua carica di “radicalitá” nei contenuti e nelle ispirazioni ed assieme di “moderazione” negli atteggiamenti; laddove per moderazione deve intendersi non certo “moderatismo”, ma attitudine al dialogo, alla mediazione, al rispetto delle Istituzioni.
Il Manifesto Zamagni punta al medio e lungo periodo, pur in un momento nel quale ogni cosa nella politica sembra esistere solo nelle sue proiezioni “qui ed ora”.

È l’avvio ambizioso di un percorso, non il suggello ad operazioni di bottega.
Ma, d’altra parte, qualcuno pensa veramente che l’apertura di un ciclo nuovo nella politica e nella società italiana (capace di affrontare le tre domande strutturali di cui sopra) può avvenire attraverso le attuali strutture della rappresentanza politica (partiti storici, partiti nuovi o movimenti che essi siano)?
E poi, si può sostenere che in qualcuno di questi contenitori politici organizzati (vicini o lontani che essi siano rispetto al nostro posizionamento politico personale) vi sono spazi veri per la presenza organizzata, collettiva (non solo a titolo personale), visibile ed autonoma di una “soggettività di ispirazione popolare”?
Sarebbe arduo sostenere entrambe le cose.

Dunque, se non vogliamo accettare la “dottrina Ruini”, ma riteniamo che serva alla “Politica” e alla “Democrazia” il contributo originale di un pensiero “popolare”, laicamente ispirato all’umanesimo cristiano, senza presunzioni di primazia e senza alcuna forma di collateralismo confessionale o di ideologismo, non resta che provare a tradurre il Manifesto Zamagni in azione sociale e politica.

Prima a livello territoriale e poi, se ci sarà la forza, a livello nazionale.
Ben guardandosi (della serie: No grazie!) da chi vorrebbe “mettere il cappello” su questa idea con lo spirito “vecchio” o con la nostalgia di un “Centro” capace di tenere fermo il “confine a Destra” quanto lo può essere un grumo di gelatina.
I tempi non saranno brevi. La strada sarà tutta in salita: chi pensa a risultati immediati e a soluzioni facili, meglio che scelga un’altra traiettoria.

Ciò non di meno, si tratta dell’unica pista tracciata nel deserto per ricostruire, in forma nuova, una presenza.

Patria, nazione e stato negli insegnamenti dei cattolici progressisti e di Lyndon Larouche

In questo intervento intendo ricordare, col proposito di mostrarne l’attualità, il contributo di due dei più importanti rappresentanti del cattolicesimo progressista italiano, quali Luigi Sturzo, Giuseppe Dossetti e quello di un pensatore cristiano – Lyndon LaRouche – di cui oggi vogliamo celebrare la figura e la luce.

In realtà, io ho frequentato Lyndon stesso e tutti i suoi collaboratori molto assiduamente e in ogni parte d’Europa e del pianeta durante un quindicennio circa; invece Dossetti l’ho incontrato appena due volte e Sturzo mai.

Però mio padre – uno statista decisivo nella storia della Repubblica italiana e uno studioso in campo politico e agrario di levatura internazionale, nonché estimatore e amico di LaRouche – è stato seguace e allievo di Giuseppe Dossetti; e, come tutti i democristiani, ossequioso del pensiero e della coerenza di Sturzo. Ma a me non sfuggirono alcune sfumature critiche (nelle quali furono coinvolti non solo Dossetti e mio padre, ma anche Alcide De Gasperi) che furono tenute un po’ segrete o, meglio, trascurate – tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni successivi all’uccisione di Moro – col risultato, come cercherò di spiegare tra poco, che la politica italiana si è divisa dopo gli anni ’80 in due blocchi, uno di destra più vicino a Sturzo ed uno di sinistra, incapace di cogliere tutto il messaggio rivoluzionario di Dossetti: entrambi gli schieramenti, che si sono alternati alla guida del Paese negli ultimi trent’anni, sono risultati incapaci di capire le esigenze nazionali e ci hanno portato ad un continuo peggioramento.

La divergenza tra Sturzo e Dossetti sarà evidente nel ragionamento che segue e non potrà essere risolta se non facendo riferimento a quella che io chiamo la “soluzione LaRouche”, senza la quale saremmo condannati alla negazione delle funzioni sociali dello Stato così come esce – rompendo la tradizione precedente (delle due versioni liberale e dittatoriale) – dalla nostra Carta Costituzionale del 1948 o ad un mondialismo con bellissime basi teologiche, ma pessime prospettive politiche.

Cercherò di andare con ordine per farmi capire, cosa non facilissima: ma necessaria a definire se i Cattolici possono proporre una loro visione delle problematiche economiche, non liberista, non legata alla decrescita (confondendo San Francesco e il Principe di Galles), ma socialmente cristiana.

1). Quando Benito Mussolini prese il potere nel 1922 – grazie all’appoggio della Corona Sabauda (e non solo) – De Gasperi lo appoggiò, ritenendolo idoneo a ripristinare la legalità, compromessa nei quattro anni successivi alla fine della guerra; Sturzo, invece, fu contrarissimo fin dall’inizio perché vedeva nel “socialista estremo” Benito Mussolini il tentativo di porre lo Stato (Grande Leviathan) e la sua autorità a principio di tutto. La faccenda si concluse presto, appena il Fascismo gettò la maschera in occasione dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Luigi Sturzo, dunque, nemico n.1 di Mussolini, dovette riparare all’estero (cosa che non fu garantita all’altro grande personaggio antifascista, Antonio Gramsci, ma questa è un’altra – seppure amarissima – storia) e rimase qualcosa di irrisolto tra Sturzo stesso e De Gasperi che non si appianerà più.

2). Appena finita la Seconda Guerra Mondiale, due furono gli eventi quasi immediati: il Referendum pro Repubblica (soluzione voluta apertamente dagli Americani e da Sturzo) o pro Monarchia (sostenuta dagli Inglesi) ed il varo dello Statuto autonomo della Regione Siciliana. Sul primo De Gasperi prese una posizione formalmente ambigua (che Sturzo criticò duramente, salvo ricredersi a cose fatte): se De Gasperi non avesse fatto così, la spaccatura tra le due coalizioni sarebbe risultata troppo dura ed avrebbe aperto a continuità dei conflitti. Sul secondo, Sturzo manifestò tutto il suo entusiasmo per un progetto che metteva al primo posto quella radicale autonomia che scongiurava lo spettro dell’indipendentismo e della scissione isolana.

3). Sebbene i contenuti sostanziali dello Statuto Siciliano non differissero dalla successiva Carta Costituzionale, definita l’anno dopo ed a cui Dossetti aveva dato un contributo preponderante, Sturzo manifestò un atteggiamento molto critico. Ciò accadde per due coordinate ragioni: il lavoro di Dossetti – anche di mediazione con le altre forze politiche che erano state determinanti nella lotta al nazifascismo –  fu volto a modificare il profilo dello Stato in senso interventista, impegnando la neonata Repubblica in tutta una serie di fronti (sociale, imprenditivo, antibellico, formativo, ecc.) che, per Sturzo, sarebbero dovuti risultare appannaggio dei privati e delle famiglie in prima battuta, delle autonomie territoriali in seconda battuta e dello Stato solo in terza battuta, in base al principio – sempre ricordato nelle Encicliche papali – della cosiddetta sussidiarietà. Dossetti e la Costituzione del 1948, invece, capovolgevano tale impostazione, riconoscendo allo Stato il compito di provvedere ai bisogni della gente e della società in primis. La seconda ragione stava nel continuismo col Fascismo (o, meglio, con la centralità dell’intervento statale nell’economia) che, poi, avrà il suo seguito nella scuola di Cronache Sociali; Scuola che vide anche alla ribalta personaggi del calibro di Amintore Fanfani e Federico Caffè: IRI, ENI, Cassa per il Mezzogiorno, SVIMEZ ecc. furono figlie della cultura degli anni ’30 condivisa da Roosevelt, Mussolini e Hitler e che non poteva accettare l’impostazione liberale o liberista per cui il mercato e il non interventismo statale avrebbero risolto tutti i problemi dell’economia. Gli anni ’30 segnarono la svolta culturale antiliberista perché – in quel decennio di crisi economica continua e grave – si evidenziò che il liberismo medesimo non risolveva i problemi, anzi ne era la causa. Lezione che decenni dopo si dimenticò del tutto: e il liberismo apparve la soluzione a quanto emerso nei decenni dello sviluppo postbellico che erano stati soprattutto di vigorosa di crescita; così, il liberismo degli anni ’80 e successivi, affrontò le problematiche determinate da una maggiore apertura internazionale dei mercati ammazzando la crescita!

4). Quindi, Sturzo, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, rimase sulle sue posizioni liberali ed autonomistiche, addirittura critiche – come abbiamo visto – della Costituzione del 1948 (cui, poco dopo, si ispirerà la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, voluta, in primis da Eleanor Roosevelt).

5). In seguito, Dossetti diede un contributo decisivo anche al Concilio Ecumenico Vaticano II, dove il Cattolicesimo democratico si propose come religione che apriva non solo ai “Popoli del Libro”, ma a tutte le altre fedi, con ciò generando un’ulteriore spaccatura che, oggi, vede la presenza di due Papi, portatori l’uno di un’apertura incondizionata verso chi si dichiari contro il Dio Denaro e per l’ambiente; l’altro, di una tradizione che – pur attentissima ai problemi sociali – stigmatizza le differenze teologiche tra le varie religioni (fu, infatti, il discorso di Ratisbona ad attirare anatemi dei (veri o presunti) progressisti su Benedetto XVI.

6). Col ritorno al liberismo – in USA e in Europa – alla fine degli anni ’70 (soprattutto il G7 di Tokyo del 1979 che smantellò l’ultimo baluardo degli accordi di Bretton Woods del 1944 che avevano garantito 35 anni di sviluppo economico e politico eccezionali); la spaccatura tra Sturzo (ormai defunto) e Dossetti (ormai fuori dai giochi) prese una piega ancora più grave. La sinistra trascurò l’importanza del contributo di quest’ultimo che è chiara nella lettura della Costituzione stessa; ma la cui portata non è stata mai attualizzata dai cambiamenti degli anni ’70 che avrebbero reso più facile conseguire i grandi obiettivi del lavoro, della produzione, dello sviluppo tecnologico e della dignità dell’uomo, invece fortemente frenati dalla oggettiva carenza di mezzi finanziari negli anni ’40 e ’50. La destra strumentalizzò l’impostazione sussidiaristica e liberale di Sturzo per smantellare il Welfare Universale a favore di quello residuale (finalizzato al solo aiuto per i poveri), l’importanza delle strategie industriali pubbliche (che avevano reso grande l’Italia) e un’utile presenza dello Stato nell’economia, nella ricerca, nel progresso infrastrutturale.

7). Ma Dossetti indicò, tra le grandi emergenze epocali, il superamento dello Stato Nazione, in nome di un ecumenismo di prospettiva. Quest’ultimo – come abbiamo accennato – posava su valide (ma non da tutto il mondo cattolico condivise) basi teologiche, tuttavia rischiava di confluire nel progetto di smantellamento degli Stati propugnato dalle grandi multinazionali e dai centri del potere finanziario. Con ciò, quella parte della sinistra che non aveva abbracciato il liberismo (e che aveva mantenuto una posizione coerente, seppure minoritaria, anche dopo l’abbandono dei valori sociali tipici della storia del movimento operaio), non capì che la difesa di uno Stato non smantellato o delle multinazionali, ma al servizio degli interessi generali, rappresentava un baluardo importante contro le ingiustizie e per lo sviluppo responsabile.

8). La politica italiana è, dunque, apparsa, dopo la fine di Moro, incapace di continuare a capire e guidare i cambiamenti, per – unicamente – subire “il vento del Nord”, come si cominciò a dire quarant’anni fa, ovverossia il ritorno alle fallimentari ricette liberistiche. Ed il mondo cattolico – divenuto incapace di esprimere una forza politica in linea con le tradizioni italiane (diverse da quelle più conservatrici di altri Paesi europei) – si ritrovò sempre più diviso e ininfluente proprio perché incapace di schierarsi tra l’impostazione antistatalista di Sturzo e quella mondialista di Dossetti. Qualche Enciclica e qualche Papa rivendicava i principi della “dottrina sociale della Chiesa”, ma poi venivano convocati e valorizzati solo economisti liberali poco attenti ai principi evangelici: fu proprio su questo terreno e per affrontare la questione delle strategie generali che fui fatto incontrare con Lyndon LaRouche. Ne nacquero un’importante collaborazione e un’amicizia (che coinvolse anche mio padre e tutta la mia famiglia), ma ilo mondo cattolico rimase spaccato tra l’incarnazione del messaggio evangelico nella politica economica e l’ossequio ad un’impostazione liberale che poteva vantare solo un arcaico anticomunismo.

9). Ecco, dunque, la “soluzione LaRouche”, consistente in un abbinamento di prospettive di sviluppo economico dove lo Stato abbia un ruolo rilevante e adeguato, ma senza provocare quel nazionalismo aggressivo e razzista, accusato di aver portato ai conflitti mondiali.

Infatti, la posizione di Lyndon LaRouche è quella derivante dal Trattato di Westfalia del 1648: tutti gli Stati sono sovrani “superiorem non reconoscentes” e, questo è il punto, rispettano la sovranità altrui.

In altri termini, definita la propria sovranità nazionale, ciascuno Stato ammette la stessa situazione per il vicino; lo rispetta e non intende sottometterlo in base ad una sedicente propria superiorità.

Le guerre sono figlie dell’incontro tra esagerata crescita delle potenzialità e cultura della superiorità di una Nazione sull’altra; se la politica economica non è organizzata per far crescere le realizzazioni e la politica tout court teorizza una qualche superiorità, il potenziale va a scaricarsi in termini anche militari contro i vicini.

Quindi, ad esempio, fu l’errore degli Usa dopo la Prima guerra Mondiale nell’imporre il pagamento dei debiti tedeschi ad innescare la dinamica di potenzialità frustrate e senso di rivincita e provocare il nazismo (o, in Italia, la cosiddetta vittoria mutilata che fu una delle basi fondamentali del Fascismo): ed il secondo conflitto mondiale. Il diverso comportamento degli Usa stessi verso Germania, Giappone e, in fondo Italia, dopo la fine del secondo conflitto, dunque, è stato il fondamento della Pax Europea attuale: ma l’indebolimento degli Stati mediterranei nell’Unione Europea (dove permangono i razzismi del Nord verso il Sud) provocavo un insufficiente sviluppo del potenziale latino, con squilibrio all’interno della UE stessa.

Quindi, la “soluzione LaRouche” consente di opporsi al progetto delle multinazionali e dei poteri finanziari globalisti senza indurre i nazionalismi al conflitto; ma, al contrario, il sano confronto fra sovrani che si rispettano pone le basi ad accordi internazionali sui grandi temi dell’energia, delle infrastrutture internazionali ed intercontinentali, della ricerca scientifica e tecnologica.

E’ così, abbinando la forza democratica degli Stati, i sentimenti di Patria, il rispetto delle altre Nazioni, l’obiettivo di una crescita responsabile (verso la Natura), ma adeguata alle potenzialità di crescita di ciascun Paese che la Pace raggiunge quel ruolo non solo di finalità, ma soprattutto di strumento delle relazioni internazionali basate sul rispetto reciproco e l’adeguatezza dello sviluppo per tutti.

E’ il modello win win che sta cominciando a prevalere su quello obsoleto “mors tua vita mea” che ha rincuorato gli ultimi tempi della vita terrena di Lyndon LaRouche.

Gli orchi, i bambini e le fiabe alla rovescia

Le fiabe della nostra infanzia erano popolate di personaggi fantasmagorici, ci rannicchiavamo nel divano, nel lettino, in braccio ai nonni mentre ci venivano raccontate, ascoltavamo a bocca aperta e ci immedesimavamo nelle situazioni, imprevedibili e ricche di sorprese ma sempre rassicuranti.

Principesse, cavalieri, maghi, streghe, gnomi, folletti, orchi: un mondo fantastico e ricco di allegorie dove il racconto suscitava visioni ed emozioni a non finire.
Era una narrazione immaginifica che ci portava lontani da casa e ci restituiva ogni volta, dopo mille paure, un finale a lieto fine, quasi mai uguale a se stesso anche se il bene trionfava sempre sul male e i cattivi erano puniti, con nostra grande consolazione.
“… E vissero tutti felici e contenti”: questo ci permetteva di addormentarci in santa pace e – come dice Massimo Gramellini – di “fare bei sogni”. Il poeta napoletano del ‘600 Giambattista Basile, l’inventore di Cenerentola prima che uscisse dalle favole di Charles Perrault, curò una raccolta di fiabe ‘pe li piccirilli’ che fu definita da Benedetto Croce il più bel libro italiano barocco: “Lo cunto de li cunti”.

In esso così descriveva la figura fisica dell’orco: “aveva i capelli come setole di porco, neri neri, che gli ricadevano fino ai malleoli; la fronte grinzosa, la bocca storta e bavosa, dalla quale uscivano due zanne di cinghiale, il petto tutto bernoccoli in un bosco di pelame cosi tanto da poterne riempire un materasso, alto, con la gobba, panciuto, sottile di gamba e storto di piede….” tanto che faceva “scontorcere” la bocca per lo spavento. Un orco terrificante che viveva in caverne o spelonche e metteva paura ai bambini ma sempre nei contesti fiabeschi e della fantasia.

Gli orchi di oggi sono tutt’altra cosa: generalmente si tratta di persone di cui ci si può fidare, abitano nelle periferie urbane, nel nostro paese, si incontrano per strada o nel nostro stesso condominio, non di rado vivono nell’appartamento della porta accanto, nelle scuole, negli ambulatori o in canonica, certe volte tra le rassicuranti mura di casa. Si vestono come gli altri, sono uguali tra di loro, alcuni si nascondono sotto un camice bianco o un clergyman. Non sempre aggrediscono i bambini, spesso li circuiscono con fare mellifluo, li inducono alla confidenza più intima e approfittano della loro innocente fiducia. Nelle fiabe gli orchi cattivi mangiavano i bambini, ora gli orchi mascherati da persone per bene li violentano, fisicamente e psicologicamente, abusano di loro.
Lo ascoltiamo quasi ogni giorno dalla cronaca e ne siamo rabbrividiti.
Ma leggere gli atti giudiziari che si occupano di questi casi fa capire che la realtà supera in crudeltà e inganno la più fervida fantasia: orribile quando ciò accade nella cerchia parentale, anche quella più stretta.

Può un padre, un nonno, uno zio “usare” una piccola creatura che è carne della propria carne, sangue del proprio sangue, per soddisfare i propri bassi e schifosi istinti?
Purtroppo accade, con crescente disinvoltura sovente coperta da silenzi e connivenze.
L’infanzia che viene abusata dagli orchi porta con sé ferite palesi o nascoste, per tutta la vita.
Un adulto che violenta una piccola creatura, un bambino, un adolescente esprime il lato più orribile e infamante dell’umanità. Purtroppo ce ne sono ovunque anche in quel buco nero senza ritorno che è la rete senza rete, spesso nascosti nell’anonimato o sotto mentite spoglie.

Per questo addentrarsi in quel viaggio, superare la soglia che separa la realtà tangibile dalla virtualità sorprendente apre ai minori territori senza frontiere, che possono rivelare dolorose e raccapriccianti sorprese. Anche i più accorti e prudenti possono incappare in disinvolti malandrini, maniaci del sesso, pedofili, sfruttatori che seducono, abusano e ricattano.
Dall’intercettazione di un dato, di una identità, di un numero di telefono, di un profilo facebook, di un contatto postato in internet si producono meccanismi invasivi e persecutori che trasformano il web in una gabbia per la tratta dei minori.
Non sempre i ragazzi sono attrezzati per resistere, non sempre si confidano con i genitori o gli insegnanti.
E questo mondo nascosto della rete è un universo sconosciuto dove tutto può accadere.
Gli orchi del web sono altrettanto e forse più pericolosi di quelli che vivono nel nostro mondo quotidiano.

Ma in ogni contesto, reale o virtuale che sia, il rischio dell’abuso è latente e incombente.
Per questo occorre alzare la guardia, osservare i comportamenti dei nostri figli, cogliere segnali di disagio, leggere sofferenze nascoste, mentre alle istituzioni spetta l’onere e il dovere di mettere in atto tutti gli strumenti normativi e di tutela per proteggere l’infanzia e l’adolescenza dai contesti esistenziali che generano violenza.
Purtroppo, a differenza delle fiabe che ascoltavamo da piccoli e che noi stessi raccontiamo – sempre più raramente per la verità – ai nostri figli e nipoti, la realtà ci insegna che sono molte le storie di bambini e di ragazzi che non vivranno felici e contenti e che il “lieto fine” va lentamente scomparendo dagli orizzonti esistenziali del nostro tempo.

Elettrodotto Italia-Montenegro, un’infrastruttura da record per tecnologia e innovazione

E’ stato inaugurato alcuni giorni fa dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e dal Presidente del Montenegro, Milo Dukanovic, il primo viadotto elettrico tra Italia e Balcani, che consentirà al nostro Paese di rafforzare il proprio ruolo di hub europeo e mediterraneo nella trasmissione elettrica. Un’interconnessione invisibile, poichè sottomarina e interrata (per la parte terrestre), lunga 445 chilometri che collega le stazioni elettriche di Cepagatti (Pescara) e Lastva, nel Comune di Kotor, in Montenegro. In corrente continua, l’infrastruttura entrerà in esercizio il prossimo mese e consentirà ai due Paesi di scambiare elettricità in maniera bidirezionale: inizialmente per una potenza di 600 MW, che diventeranno 1.200 MW quando sarà realizzato anche il secondo cavo, previsto nei prossimi anni. L’importo complessivo del progetto è stimato in circa 1,1 miliardi di euro.

L’opera rappresenta il più lungo collegamento sottomarino in alta tensione mai realizzato da Terna: 423 chilometri di cavo sono posati sotto le acque dell’Adriatico, a una profondità massima di 1.215 metri, a cui si aggiungono 22 chilometri di cavo interrato, 16 in Italia (dall’approdo costiero fino alla stazione di Cepagatti) e 6 chilometri in Montenegro (da Budva alla stazione di Kotor).

Quando si parla di elettrodotti ci si riferisce a infrastrutture precipue per il trasporto di energia elettrica. Opere composte da cavi interrati o sottomarini. La costituzione e le caratteristiche degli elettrodotti cambiano in base alla tensione di esercizio e alla modalità di trasmissione che può essere in corrente continua o alternata. L’insieme di queste infrastrutture costituisce la rete elettrica nazionale  per il trasporto di energia ad alta e altissima tensione (380 kV – 220 kV e 150 kV, 132 kV su grandi distanze) e la distribuzione dell’energia elettrica a media tensione (tra 1 e 30kV), nonchè a bassa tensione (inferiore a 1kV) sul territorio fino agli utenti finali ovvero le fabbriche, i trasporti, gli uffici, le abitazioni.

 

Roma: Approvato il progetto di Bilancio di previsione 2020-2022

La Giunta Capitolina ha approvato il progetto di Bilancio di previsione 2020-2022 di Roma Capitale, che ora verrà sottoposto alla discussione dell’Assemblea Capitolina per l’approvazione entro i termini previsti dalla normativa.

Il provvedimento prevede una spesa corrente per l’anno 2020 di oltre 5 miliardi di euro, in aumento di 180 milioni rispetto al previsionale del 2019. La spesa per investimenti e per opere pubbliche nei prossimi tre anni si attesta invece a 1 miliardo e 214 milioni di euro, di cui circa 310 milioni solo ai Municipi.

Il progetto di Bilancio di previsione registra per il 2020 una spesa corrente di 5.014.989.660,20. Tra le voci più rilevanti, gli stanziamenti per il Dipartimento Politiche sociali (circa 225 milioni di euro) e per i servizi sociali, scolastici e di manutenzione urbana erogati sul territorio dai Municipi (303 milioni).

Il Piano degli investimenti 2020-2022 ammonta a 1.214.228.636,84 euro.

Lo stanziamento più rilevante riguarda la mobilità e i trasporti, a cui vengono assegnati oltre 690 milioni di euro in tre anni.

Tra gli interventi principali si segnalano: manutenzione straordinaria delle metro A e B (235 milioni), realizzazione della Metro C (216 milioni), l’acquisto di 2 treni per la metro A e 12 per la metro B (121 milioni), manutenzione tram (20 milioni), nuovi impianti semaforici e attraversamenti pedonali luminosi (9,5 milioni), nuove piste ciclabili (8,8 milioni), l’acquisto di autobus nel 2020 (5,9 milioni), interventi relativi alla mobilità nel quartiere di Tor Bella Monaca (3 milioni), corsie preferenziali (2 milioni).

Alla manutenzione straordinaria delle strade di grande viabilità di competenza del Campidoglio vengono destinati oltre 120 milioni di euro nel triennio.

Tra gli interventi più importanti si segnalano: via Isacco Newton nel quartiere Portuense (5,7 milioni), via Salaria (4,8 milioni), via di Tor Bella Monaca (4,5 milioni), via Cristoforo Colombo (3,8 milioni), via di Tor Tre Teste (2,5 milioni), via dei Prati Fiscali (2,5 milioni), via Ostiense (2,5 milioni), viale Aventino (2 milioni), via del Corso (2 milioni), via di Torre Spaccata (1,5 milioni)

Nell’ottica di potenziare le funzioni decentrate delle strutture territoriali, per i Municipi vengono previsti circa 310 milioni di euro in tre anni (più del triplo rispetto ai 90 milioni stanziati nel precedente piano triennale) per investimenti e opere pubbliche di loro competenza: manutenzione straordinaria e adeguamento normativo di edifici scolastici, eliminazione di barriere architettoniche, riqualificazione di strade e piazze, marciapiedi, aree verdi e piantumazione di nuovi alberi, ristrutturazione dei mercati, biblioteche.

Calano i nuovi casi di Hiv

Calano per la prima volta dopo diversi anni le nuove diagnosi di Hiv in Italia, scese del 20% rispetto al 2017. Lo affermano i dati diffusi dall’Iss, che sottolineano peró come siano in aumento le diagnosi tardive. La riduzione interessa tutte le modalità di trasmissione  ed è probabilmente da attribuire in modo principale all’efficacia delle terapie antiretrovirali ed alle nuove Linee Guida Terapeutiche che prevedono di iniziare la terapia precocemente dopo la diagnosi.

I giovani tra i 25 e i 29 anni costituiscono il gruppo maggiormente colpito in termini di incidenza.

Sindaci a congresso, la spinta dei comuni per il Paese.

Molte qualificate presenze istituzionali, da domani a giovedì, daranno all’Assemblea dell’Anci – quest’anno organizzata ad Arezzo e in coincidenza con il XIX^ congresso nazionale – un tono di particolare rilevanza. Sarà interessante ascoltare il Presidente della Repubblica, punto di riferimento stabile a fronte di meno stabili interlocutori ministeriali. Ancora una volta, come in tutti i cinque anni del suo mandato, Mattarella assisterà alla seduta di apertura, prendendo poi la parola per un suo indirizzo di saluto. Alla luce dei precedenti discorsi, nemmeno quello di domani avrà un approccio meramente protocollare.

S’avverte nell’aria di questa assise aretina un senso di ottimismo, come se la crisi più acuta fosse ormai alle spalle. Ad esempio, riprende forma il tema degli investimenti, tornati a crescere tra 2018 e 2019. Nuovi servizi e tecnologie avanzate faranno da sfondo a vari approfondimenti tematici. Mattarella si troverà di fronte un’Associazione che nutre obiettivi ambiziosi, tanti da non disdegnare persino il ricorso alla suggestione della felicità dei cittadini. Recita infatti così un passaggio dell’introduzione alla II sessione dei lavori: “Come possono le città sviluppare lo spazio urbano in funzione della felicità delle comunità e dell’autorealizzazione delle persone che le compongono?”. Ciò vuol dire, comunque, che dietro tale interrogativo preme il disagio e la desolazione delle periferie. Sappiamo quanto Papa Francesco ne faccia cenno nel suo magistero, anche a riguardo delle periferie esistenziali. Analogamente, i centri minori soffrono di carenze strutturali e lottano contro un declino apparentemente inesorabile. Sotto questo profilo, la “visione metropolitana” sembra patire il calo delle cataratte sul sentimento di coesione e solidarietà tra enti che coabitano in un contesto di profonde diversificazioni, tanto per dotazioni finanziarie che infrastrutturali.

In realtà, i comuni rappresentano il tessuto connettivo della Repubblica. La loro forza o la loro debolezza stanno ad indicare lo stato di salute in cui versa tutta intera la nazione. Malgrado un certo “monopolio podestarile” di questa pubblica rappresentanza, frutto della logica connessa alla elezione diretta dei sindaci, il mondo delle autonomie è un insieme composito che riflette sul piano politico e amministrativo il dinamismo della democrazia locale. L’autonomia risiede infatti nelle comunità, sicché, stando anche alla lettera del testo unico degli enti locali, i comuni ne sono unicamente la proiezione politica più diretta. Lo ricordava sempre Giorgio La Pira, l’impareggiabile sindaco di Firenze: le istituzioni, e quindi anche i comuni, sono il vestito delle rispettive comunità. In questo senso, a ben intendere, non hanno vita propria.

Certamente, all’ottimismo della volontà occorre aggiungere l’accortezza dell’analisi. L’ordinamento è gravato da norme pervasive, i controlli sono ridondanti, la trasparenza amministrativa si traduce sovente in paralisi burocratica. Almeno un terzo dei dipendenti è destinato a compiti di amministrazione passiva, ovvero fa girare le carte in ottemperanza di leggi e regolamenti. Il difetto del centralismo, come è noto, sta nel suo astratto rigore formale. L’Autorità nazionale anticorruzione accende i fari sui siti web dei comuni, per verificare che non ci siano distorsioni o inadempienze, ma non s’avvede che i tributi locali sono riscossi oggi, in maniera cospicua, da una società in mano a fondi esteri: quindi i dati dei contribuenti italiani possono prendere vie sconosciute, senza che le istituzioni ne abbiano contezza. Nel complesso, l’Italia vista dal basso e attraverso le lenti dei comuni mette in mostra la potenza inibitoria di un modello giuridico-amministrativo improntato, per così dire, al culto luminoso della procedura per la procedura.

Ora, se non si sblocca l’Italia dei comuni nemmeno si addiviene a contemplare un serio programma di rilancio dell’economia sul territorio, specie al Sud. Le cronache riportano il contenzioso con ArcelorMittal, accompagnato dalla concreta minaccia di 5.000 esuberi a Taranto e dintorni, ma non dà conto della protesta del Sindaco Leoluca Orlando per i 2000 licenziamenti che incombono a Palermo nei servizi di call center. Il Paese resta al palo, vittima delle manipolazioni retoriche, ovvero degli illusionismi facili e deleteri, per i quali l’abbondanza di letteratura sulle “Smart cities” copre la perdurante mortificazione del dibattito sui trasporti e la mobilità, ma prima ancora sull’urbanistica. La sfida pertanto investe appieno la responsabilità degli amministratori locali, al di là della percezione di normalità che pure viene dal quieta non movere dell’attuale contingenza in seno al mondo delle autonomie. Resta vero, oltre la quiete, che la spinta dei comuni è essenziale per far ripartire la locomotiva del Paese.

Caso Taranto: i silenzi di Conte, le parole e i fatti di Moro.

Il Presidente del consiglio è andato a Taranto a incontrare i cittadini, associazioni, sindacati, movimenti. È stato un gesto di umiltà apprezzato dai commentatori e dalla opinione pubblica. Non può però dire che non ha la soluzione e chiedere agli stessi Ministri di offrire indicazioni. 

Di fronte alla situazione drammatica di Taranto con il rischio di chiusura e spegnimento degli altiforni del quarto centro siderurgico italiano un governo che nasce con la prospettiva della scadenza naturale della legislatura deve avere ben chiaro cosa deve fare. Avrebbe dovuto innanzitutto procedere con un consiglio dei ministri per rimettere d’urgenza lo scudo penale! Avrebbe eliminato immediatamente alibi ai gestori degli impianti. Pensare di ingaggiare una battaglia giudiziaria tra Stato e ArcelorMittal significa, con i tempi della giustizia italiana, vincere forse una battaglia tra chissà quanto tempo, ma perdere la guerra della siderurgia, mettendo in ginocchio non solo l’economia di Taranto, ma della intera filiera della meccanica che coinvolge numerosi distretti industriali. 

Quello che Conte non ha detto è una rappresentazione della realtà che non sono solo i numeri del Pil in discussione ma il futuro degli impianti, la loro riconversione con fonti energetiche a gas piuttosto che a carbone, i volumi produttivi, sia per il mercato domestico che per quello internazionale, soprattutto per l’area del mediterraneo e per le prospettive di ricostruzione in Mesopotamia e in Libia. Uno dei punti di forza della produzione di Taranto erano i tubi per oleodotti e gasdotti, proprio quelli che i sognatori della decrescita felice e della coltivazione delle cozze, vorrebbero impedire! 

Quello che Conte non ha detto è il futuro dell’area tarantina nella economia del Mezzogiorno e nel Paese. Cosa che fece magistralmente Aldo Moro che, da Presidente del Consiglio, presenziò alla inaugurazione del polo siderurgico di Taranto – v. “Il Popolo” del 20 novembre 1964 – come strumento essenziale dello sviluppo meridionalistico. C’erano gli effetti moltiplicativi dello sviluppo, l’aumento della occupazione manifatturiera, la crescita dei redditi. C’era un contesto fatto d’impresa a partecipazione statale, la politica meridionalistica, la diffusione delle infrastrutture con l’autostrada Adriatica Bologna-Bari, l’asse Bari-Napoli, l’autostrada del Sole, un insieme integrato per ridurre il costo di trasporto e favorire gli scambi Nord-Sud sia dei prodotti industriali che di quelli agricoli. 

In quegli stessi anni nasce,  sempre lì, cementificio Cementir. Il polo siderurgico non sorge a caso. Trova ancoraggio nella legge per il Mezzogiorno presentata da Antonio Segni e da tutti i Ministri (la 634 del 1957) approvata in pochi mesi, che offre gli strumenti con i consorzi e le direttive di sviluppo industriale. Relatore di maggioranza fu Michele Marotta mentre quello di minoranza Giorgio Napolitano, il quale, nella visione della sinistra, offrì un contributo di proposte positive nella elaborazione della legge. 

Questo era il contesto. Poi la storia è stata demonizzata con la cancellazione delle politiche meridionalistiche e delle partecipazioni statali in nome della ideologia liberista. Oggi i post ideologici vorrebbero utilizzare la Cassa depositi e prestiti senza neppure i controlli del Parlamento così come avveniva correttamente in presenza di intervento pubblico in economia. Ma mancano le idee e soprattutto una visione di insieme, così come aveva indicato Moro, per il quale il “sistema  economico meridionale non è più una appendice inerte da sollecitare con scelte per così dire “esogenere” al sistema stesso, ma autopropulsivo e quindi “sempre più integrato nella economia nazionale”. 

Non a caso quell’intervento di Aldo Moro fu così titolato da Giuseppe Rossini nel volume terzo degli Scritti e Discorsi: Democrazia e progresso sociale ed economico.

[Dal profilo Fb dell’Autore]

In Lousiana vincono i democratici

La Louisiana conferma il democratico John Edwards alla guida dello Stato come governatore. Edwards batte il candidato repubblicano Eddie Rispone e resta l’unico democratico governatore di uno Stato del profondo sud americano.

Edwards ha battuto Rispone di misura, riuscendo in ogni caso ad affermarsi contro il candidato repubblicano appoggiato da Trump. Molti ritenevano che Edwards non ce l’avrebbe fatta a ottenere un secondo mandato: il democratico conservatore si è invece battuto con forza contro Rispone.

Rispone ha giocato la sua campagna elettorale tutta su Trump, affidando al presidente la sua fortuna. La sconfitta è pesante per Trump e il partito repubblicano in vista delle elezioni del 2020.

Pubblicato il nuovo bando del concorso dedicato a Pierre Carniti

Il Premio Pierre Carniti è giunto alla sua terza edizione. Il concorso, promosso dalla Cisl, dalla famiglia Carniti e dall’Associazione Astrolabio del Sociale, è curato da un gruppo di studiosi di relazioni industriali e sindacalisti con l’intento di premiare ricerche e studi realizzati da giovani nel campo delle politiche sociali, del lavoro e della lotta alle disuguaglianze.

L’iniziativa intende interessare sempre più giovani studenti e studiosi alle tematiche del lavoro e della rappresentanza, oltre a costituire un’opportunità per ricordare la figura di Pierre Carniti.

Sul sito internet: www.astrolabiosociale.it tutta la documentazione completa e le tracce di riflessione individuate per il concorso di quest’anno.

Dazi, in un mese -20% Made in Italy su tavole Usa

A un mese dall’avvio dei dazi Usa sui prodotti europei sono calate del 20% le vendite dei prodotti agroalimentari Made in Italy negli Stati Uniti direttamente interessati. E’ quanto stima la Coldiretti nel tracciare un bilancio degli effetti delle misure scattate il 18 ottobre scorso contro una lista di beni europei che hanno colpito molte delle più note specialità tricolori, dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano, dall’Asiago al Gorgonzola fino alla Fontina ma anche salumi, agrumi, succhi e liquori, protagoniste della Settimana della cucina italiana nel mondo 2019 in programma dal 18 al 24 novembre e promossa dall’Ice.

Si tratta di un momento importante di promozione dei prodotti agroalimentari Made in Italy  – ricorda Coldiretti – che vede la Rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura impegnata a proporre oltre un migliaio di eventi in tutto il mondo, a partire proprio dagli Stati Uniti.

Nella black list decisa dalla Rappresentanza Usa per il commercio (Ustr) nell’ambito della disputa nel settore aereonautico tra l’americana Boeing e l’europea Airbus – ricorda Coldiretti – ci sono complessivamente beni alimentari italiani per un valore all’esportazione di circa mezzo miliardo di euro, colpiti da aumenti tariffari aggiuntivi che hanno provocato il rincaro dei prezzi al consumo ed una preoccupante riduzione degli acquisti da parte dei cittadini e ristoratori statunitensi.

Il dazio per il Parmigiano Reggiano e per il Grana Padano ad esempio è passato – spiega la Coldiretti – dagli attuali 2,15 dollari al chilo a circa 6 dollari al chilo. Il risultato è che il consumatore americano lo dovrà acquistare sullo scaffale ad un prezzo che sale dagli attuali circa 40 dollari al chilo ad oltre i 45 dollari.

L’amministrazione Trump ha peraltro minacciato di avvalersi – sottolinea la Coldiretti – della cosiddetta regola del “carosello” (carousel retaliation), che le consentirebbe di modificare periodicamente la lista dei dazi e la percentuale: dopo i primi 120 giorni e successivamente ogni 180 giorni, aumentando il grado di incertezza per gli Stati Membri Ue.

“In attesa della sentenza del Wto sui sussidi americani a Boeing e degli sviluppi del negoziato in corso è sempre più urgente l’attivazione di aiuti compensativi ai settori più duramente colpiti come richiesto per prima dalla Coldiretti e successivamente condiviso a livello nazionale e comunitario” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare la necessità di “rafforzare i programmi di promozione dei prodotti agricoli nei paesi terzi e concedere sostegno agli agricoltori che rischiano di subire gli effetti di una tempesta perfetta tra dazi Usa e pericolo di Brexit senza accordo, dopo aver subito fino ad ora una perdita di un miliardo di euro negli ultimi cinque anni a causa dell’embargo totale della Russia”.

Gli Stati Uniti rappresentano – conclude Coldiretti – il principale mercato di sbocco per l’export agroalimentare Made in Italy fuori dai confini europei, con un balzo del +12,7% nei primi otto mesi del 2019 dopo che lo scorso anno si era registrato il record per un valore di 4,2 miliardi.

Tumore al seno. Grazie ad armi sempre più efficaci si vive di più

Sono 5.300 nel 2019, in Italia, le nuove diagnosi di tumore del seno già in fase metastatica: rappresentano circa il 10% del totale. Grazie ad armi sempre più efficaci, alla disponibilità di farmaci innovativi e all’integrazione delle terapie sistemiche con i trattamenti locali, il carcinoma mammario metastatico oggi è una malattia trattabile, con una sopravvivenza mediana di 24-36 mesi. E, a 5 anni, il 25% di queste pazienti è vivo. Risultati impensabili solo 10 anni fa.

Nelle strutture che trattano più casi, la sopravvivenza a 5 anni raggiunge l’83,9% (rispetto al 78,8% nei centri che trattano fra i 50 e i 99 casi ogni anno e al 74,9% con meno di 50).

I diffusi programmi di screening mammografico e la maggiore sensibilizzazione delle donne all’aumento dell’incidenza del carcinoma mammario hanno portato, negli ultimi anni, a un consistente incremento di diagnosi di carcinomi in stadio precoce. La chirurgia conservativa ha progressivamente sostituito la mastectomia nel trattamento delle neoplasie in stadio iniziale, perché, associata alla radioterapia, è in grado di garantire alle pazienti le stesse percentuali di sopravvivenza globale e libera da malattia e migliori risultati estetici, oltre all’indubbio vantaggio psicologico collegato alla conservazione della mammella, che si traduce in una migliore qualità di vita.

Incompetenza Politica

Ad un politico si chiede che sappia fare ciò che non compete all’uomo della società civile. E cioè saper leggere in profondità le intenzioni di coloro a cui normalmente fa riferimento. Questo non significa che tale prerogativa non veda utilizzata da soggetti estranei alla politica, ma in quest’ultima sfera, è parte essenziale della proprio attività.

Cosa quindi imputo ai 5Stelle? Imputo che non abbiano colto fino in fondo le recondite intenzioni della ArcelorMittal. E questo è stato un grosso guaio. Ed è questo l’aspetto saliente che evidenzia l’inconsistenza politica di Luigi Di Maio e dei suoi accoliti. Con questo non intendo certamente scagionare le altre forze di Governo che hanno supinamente votato l’ultimo provvedimento sull’ex Ilva di Taranto. In sostanza, quel pretesto che ha consentito agli Indiani di fare la mossa che sappiamo.

La lungimiranza è una caratteristica che appartiene al lavoro di un politico, qualsiasi sia il ruolo che quest’ultimo è chiamato a svolgere. Sia un Sindaco, sia un Ministro, sia il Presidente del Consiglio dei Ministri. Il pasticcio l’ha commesso l’improvvida e largamente insufficiente capacità politica dei 5Stelle che in modo del tutto scriteriato ha offerto la chiave di volta per un passo indietro all’impresa interessata.

Qualcuno cercherà di portare i buoi nella stalla. Temo che sia una operazione quasi impossibile. È evidente che i problemi sono ben più grossi rispetto all’immunità di cui si è fatto un gran parlare. Di fatto è stato veramente un pretesto. Covavano già problemi di natura ben più sostanziale. Per continuare costoro non si accontenterebbero della rimessa in campo dello scudo penale, vorrebbero invece falcidiare quanto meno cinque mila persone. Questo è il problema.

Ma i tonti non si sono resi conto di quale strada di fuga abbiano aperto a chi ormai cercava disperatamente di fuggire dall’impegno preso. La tragedia va imputata a Di Maio che non ha in alcun modo compreso le dinamiche successive. Per questo, come politico, sono costretto a bocciarlo.

Una politica saggia avrebbe invece, dopo un esame attento dei connotati reali di chi si era impegnato nel prosieguo dell’attività tarantina, pianificato con intelligenza e massima scrupolosità un intervento di risanamento ambientale, garantendo la prosecuzione del complesso industriale, e, quindi, guardato con attenzione e al serio problema di salute e nel contempo non avrebbe in alcun modo trascurato l’altro delicatissimo versante dell’occupazione.

Invece, siamo precipitati in un contenzioso giuridico, di cui non sapremo che fine farà e l’uno e l’altro contendente e quando mai si risolverà la contesa. E mentre siamo di fronte al ballo delle carte bollate, dietro le quinte sale violenta la preoccupazione che si spengano gli altiforni dell’acciaieria, facendo ruzzolare in un terribile vuoto le speranze non solo dei pugliesi ma anche di molte realtà italiane collegate al destino dell’ILVA di Taranto.

Le sardine lanciano una sfida. A tutti.

Grande interesse, e a ragione, sta suscitando la manifestazione svoltasi nella serata di giovedì scorso in Piazza Maggiore a Bologna.
Circa quindicimila persone (le “sardine che non abboccano” al gioco di Salvini) mobilitatesi, senza bandiere né vessilli di partito, grazie all’iniziativa di quattro ragazzi che hanno sfruttato esclusivamente quelli che ormai sono diventati i più efficaci canali di coinvolgimento politico – ovvero i social – per organizzare una risposta ad alto grado di civiltà, quanto di determinazione, all’evento organizzato in contemporanea dalla Lega nel vicino palazzo dello sport bolognese. Evento quest’ultimo ufficialmente di inaugurazione della corsa elettorale della candidata Borgonzoni (relegata poi, come già accaduto alla sua collega umbra Tesei, a mera comparsa), ma in realtà finalizzato ad offrire il solito palcoscenico al capo della Lega con i suoi sempre meno velati attacchi al Cardinale Zuppi (primo obiettivo del suo comizio 2.0) e ai suoi ripetuti tentativi di snaturare il carattere regionale della prossima consultazione elettorale attribuendole invece valenza nazionale.

Ebbene, dopo quello che si è visto in Piazza Maggiore, c’è la seria possibilità che Salvini non prosegua più con la veemenza vista finora sulla “nazionalizzazione” delle prossime regionali.
Al di là della schiacciante vittoria dal punto di vista numerico delle presenze (nonostante l’arrivo di diversi pullman di militanti leghisti da fuori regione), questa mobilitazione sembra aver sorpreso molti dei protagonisti della sfida che si sta giocando in Emilia Romagna, soprattutto per la natura di questa partecipazione.
C’è qualcosa di inedito da decifrare in questa iniziativa che ha riscosso così tanto successo: il tipo di presenza in Piazza Maggiore ha rivelato caratteri di novità e soprattutto ha lanciato in un sol colpo non una, né due, bensì tre sfide ad altrettanti destinatari.

Oltre alla prima sfida più esplicita, a Salvini, i partecipanti a questo flash mob così massiccio si sono distinti chiaramente anche dagli attivisti della sinistra radicale e antagonista, sempre abituati a far sentire la propria voce di protesta abitualmente in modo molto “ruvido”: in questo senso la distanza tra Piazza Maggiore e gli scontri avvenuti nelle vie di accesso verso il PalaDozza è stata siderale sia per modi sia per i contenuti. Il risultato è stato quello di evidenziare l’effettiva praticabilità di una nuova tipologia di presenza tangibile sulla scena pubblica, una forma di “lotta politica mite” (ma non per questo meno efficace) sicuramente  più affine a quella parte di società che ha deciso di manifestarsi giovedì sera.

Famiglie e singoli, bolognesi di nascita o di adozione per studio o lavoro, tipicamente restii a partecipare a manifestazioni di piazza sono intervenuti con grande e inaspettata determinazione per dichiarare esplicitamente la loro contrarietà non tanto alla presenza di Salvini in città, ma al piano di scontro politico verso cui il capo leghista tenta di trascinare questa campagna elettorale e non solo. A ben vedere, con lo “spettacolo” andato poi in scena dentro al PalaDozza si è avuta la giusta conferma della fondatezza dell’intento delle sardine.
E qui si giunge alla terza sfida: quella lanciata agli attuali partiti, tenuti saggiamente fuori dalla piazza. L’aspetto più interessante della piazza è stato indubbiamente la pluralità e la trasversalità sociale riscontrate nelle sensibilità presenti. Tutte però accomunate dalla consapevolezza della posta in palio: la messa in discussione di un patto sociale di impronta solidaristica che, pur con tutti i difetti e migliorie necessarie, in Emilia Romagna ha retto pure nel difficile periodo della crisi.

Chi saprà convincere con rinnovate declinazioni di valori, propri delle culture politiche storiche, questa disponibilità per convogliarla in modo costruttivo, avrà fatto una grande favore al Paese.

Cattolici si, partito no.

E’ indubbio che la cosiddetta “questione cattolica” periodicamente in Italia riemerge. A seconda delle fasi storiche. Dopo quasi 50 anni di presenza politica, culturale, sociale ed organizzativa della Democrazia Cristiana, è iniziata una fase che, tranne la felice e feconda ma troppo breve esperienza del Partito Popolare italiano di Martinazzoli e di Marini, di spaesamento se non di vera e propria confusione. Dal 2001 in poi, infatti, cioè dopo il progetto di “Democrazia europea” patrocinato da Giulio Andreotti e da Sergio D’Antoni che annunciava, in pratica, la “rinascita della balena bianca”, si sono succeduti oltre 50 tentativi per resuscitare un barlume di presenza politica autonoma dei cattolici italiani. Il filo rosso che, però, ha legato tutte le varie esperienze – dal livello comunale a quello regionale, dalla competizione nazionale a quella europea – è stato quello di non oltrepassare quasi mai l’1% dei consensi. Con un ulteriore abbassamento della cifra alle ultime consultazioni locali ed europee. 

Ora, sarebbe persin troppo facile infierire su questo versante. Bastano i numeri crudi a spiegare che, probabilmente, l’approccio ripetuto ed insistente di organizzare un nuovo partito identitario non è ancora maturo nel sistema politico italiano. Tuttavia, e al di là delle mille motivazioni politiche, culturali, sociali e anche religiose che si potrebbero accampare, la cosiddetta “questione cattolica” è nuovamente riemersa e sarebbe ingeneroso aggirarla come se nulla fosse. Fermandosi solo e soltanto ai ripetuti fallimenti elettorali, e quindi politici, che li hanno caratterizzati per lunghi 25 anni. E questo non solo perché nelle ultime due settimane sono nati, di fatto, altri due partiti – quello potenziale che scaturisce dal “manifesto” del prof. Zamagni e quello della “Federazione di centro” promosso dall’on. Gianfranco Rotondi e altre sigle riconducibili all’associazionismo cattolico. Ma perché il tema interessa e interpella le grandi firme dei principali organi di informazione. Certo, è decisamente curioso che i principali detrattori del centro, della politica di centro, della presenza moderata e della stessa presenza politica ed organizzativa autonoma dei cattolici italiani oggi siano i principali sponsor del ritorno di una simile esperienza. Seppur aggiornata e rivista. Una curiosa e singolare eterogenesi dei fini. Ma, al di là di questo ripensamento o di questa ennesima piroetta della nostra intellighenzia, è indubbio che il tema è sul tappeto e va affrontato. Nei giorni scorsi è stato affrontato con profondità ed intelligenza anche da autorevoli esponenti della Chiesa italiana. Seppur con letture diverse e comprensibili approcci diversi. Dal Cardinale Camillo Ruini a monsignor Domenico Mogavero, dal direttore della Civiltà Cattolica Antonio Spadaro a padre Enzo Bianchi, dal cardinale Gualtiero Bassetti ad alcuni vertici delle associazioni cattoliche. Letture e approcci diversi, com’è giusto e scontato che sia.

Ma accomunati, guarda caso, da un filo rosso: e cioè, l’inopportunità, oggi, di dar vita ad un partito cattolico, dei cattolici, di cattolici, o di ispirazione cristiana. Le diverse sfumature sulla lettura dei fenomeni che caratterizzano e attraversano la società italiana e le possibili risposte che possono arrivare dalla frastagliata e pluralistica area cattolica non portano, comunque sia, alla ricostruzione immediata di un partito. Ecco perché, forse, pur proseguendo la giusta e sacrosanta riflessione innescata dal ritorno – seppur periodico – della “questione cattolica”, in questa fase storica la presenza politica e la rilevanza pubblica dei cattolici italiani va ancora ricondotta e praticata nei partiti, nei movimenti e nei soggetti che attualmente sono in campo. Certo, con le ovvie e scontate differenze politiche e programmatiche che contraddistinguono i vari schieramenti e i vari partiti. Frutto, questo, del profondo, consolidato ed ormai acquisito pluralismo politico che attraversa il cosiddetto “popolo cattolico” nel nostro paese. Del resto, se non fosse così, non si capirebbe il perché dei ripetuti e quasi scientifici fallimenti politici ed elettorali dei vari tentativi messi in campo da quai 20 anni. Nello specifico, e per quanto riguarda il campo del centro sinistra, forse è giunto anche il momento per favorire e tentare una ricomposizione dell’area cattolico popolare e cattolico democratica all’intero del Partito democratico. Semprechè voglia confermare e consolidare l’intuizione iniziale della sua vocazione. Cioè quella di essere un partito plurale, articolato e non riconducibile ad una sola identità politica. Una ricomposizione ed una unità utili oggi in una fase politica ancora attraversata da contraddizioni e da impulsi autoritari e forse utile anche per domani quando il quadro politico potrebbe favorire nuove soluzioni e nuove ricette politiche d organizzative. Ma, per tornare al tema iniziale, continuare a parlare oggi di formare nuovi partiti riconducibili all’area cattolica rischia solo di favorire quella impotenza elettorale e quella sterilità politica che abbiamo 

conosciuto sino ad ora. Una operazione rischiosa oggi e che può ipotecare, purtroppo negativamente, anche le prospettive del futuro. 

Il monito di padre Sorge: “Ruini non benedica Salvini come il Vaticano fece con Mussolini”

Articolo apparso sulle pagine di https://www.globalist.it/

Padre Bartolomeo Sorge ha rilasciato un’intervista al direttore dell’Espresso Marco Damilano, dicharando che “Il cardinale Ruini sbaglia a benedire Salvini, lo stesso fece il Vaticano con Mussolini”.
“Nella storia della Chiesa italiana” ha detto Padre Sorge, “Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma”, dice Sorge.

“Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che e’ del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le liberta’ democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini”, aggiunge.
“Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo”, dice ancora padre Sorge. “I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire”, spiega.

Secondo il gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, “solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane”.
“La Chiesa non può pi tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze”, conclude.

Oscar Wilde e il «De profundis»

Articolo apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Annalisa Teggi

Ho sempre considerato Oscar Wilde un autore respingente, perciò l’ho respinto: mi pareva sempre in cerca di un pubblico, poco interessato a essere amico del lettore. Ma la parte più bella di una cantonata è quando ci si accorge di averla presa, e si cambia rotta. Nel mio caso è accaduto quando ho incrociato un insolito ritratto domestico della famiglia Wilde ed è stato come attraversare una porticina con accesso all’ala più intima e accogliente di un grande castello. Per la prima volta non c’erano etichette su dandy ed estetismo a separarci, c’era lui, un padre, che parlava a me, una madre.

È un episodio che riferisce il suo biografo H. Montgomery Hyde e ci catapulta in uno di quei momenti che noi genitori conosciamo bene: rispondere a certe domande dei figli e ritrovarsi a ricevere spiazzanti lezioni di vita. È il 1888 e Oscar Wilde racconta a un conoscente un interessante scambio di battute col figlio di tre anni: «Uno o due giorni fa Cyril venne da me con una domanda: “Papà, tu sogni mai?”. “Certo, mio caro. Sognare è il primo dovere di un gentiluomo”. “E cosa sogni?” mi chiese Cyril, con quell’appetito disgustosamente grande per i fatti che hanno i bambini. Quindi io, ritenendo che, di sicuro, si aspettava da me qualcosa di bizzarro, parlai di cose magnifiche: “Cosa sogno? Oh, sogno draghi con scaglie d’oro e d’argento, che emettono fiamme scarlatte dalla bocca, sogno aquile con occhi di diamante che possono contenere il mondo intero in uno sguardo, sogno leoni dalle criniere gialle e voci di tuono, di elefanti con piccole case sui dorsi, e tigri e zebre con manti a righe e macchie”. Diedi sfogo così alla mia fantasia, finché, osservando che Cyril era completamente disinteressato e anche chiaramente annoiato, misi un umiliante punto fermo alle mie parole e dissi: “Ma dimmi, tu cosa sogni, Cyril?”. La sua risposta giunse come una rivelazione divina: “Sogno i maiali” disse».

Se Dio dovesse manifestarsi all’improvviso dentro un banale momento della nostra vita, credo che il suo sguardo ci farebbe tremare di gioia e terrore davanti a una foglia. Ci farebbe sobbalzare indicandoci il profilo di una collina. Quanto è vero che la nostra inerzia quotidiana ci nasconde la potenza deflagrante che è la presenza della realtà: fissiamo tutto come fosse tappezzeria. Releghiamo il fantastico all’immaginazione, intendendola come una fuga dal monotono qui e ora. Invece l’immaginazione è l’opposto; è una risorsa «salvavita» proprio perché è quel regno così poco astratto in cui anche un maiale può diventare ciò che davvero è: un’apparizione, una figura degna di ammirazione per l’unicità indiscutibile del suo aspetto e delle sue abitudini. Nessuno lo disse meglio di Flannery O’Connor: «Una cosa è fantastica perché è tanto reale, e tanto reale da essere fantastica».
Lo sguardo di un bambino ci ricorda che ci fu uno che cominciò l’impresa migliore di tutte meravigliandosi di ogni presenza perché «vide che era cosa buona».

In tutta la sua mirabolante vita Oscar Wilde fu attratto da tantissime esperienze, passioni, ipotesi artistiche, ma di fronte alla risposta sintetica e clamorosa di Cyril trovò appropriato scomodare l’espressione rivelazione divina, per descrivere il contraccolpo ricevutone. La rivelazione ha molto a che fare col togliere, con il levare veli dagli occhi e staccare strati di dura corteccia dall’anima: ritrovarsi nudi di fronte a una presenza. Che sia la risposta di un bambino a vibrare un colpo di stupore così intenso tradisce forse l’immagine edulcorata e stereotipata dell’infanzia, ma non tradisce affatto l’ipotesi per cui ci si deve far piccoli per entrare nel regno del cielo.

Sette anni dopo quello scambio domestico con Cyril, la parola «rivelazione» bussò di nuovo alla porta di Wilde da quell’abisso di sofferenza che fu la sua permanenza in carcere. In quella cassa del tesoro che è il De profundis (scritto di getto in prigione, dopo quasi due anni in cui gli fu impedito di leggere e scrivere) il cuore di colui che spesso è ritenuto solo una riserva sconfinata di aforismi intuì: «il dolore non è un mistero, è una rivelazione».
Lo sguardo limpido di un bambino ci può spogliare di ogni maschera, ma il dolore toglie persino la protezione della pelle: la rivelazione che riceve chi patisce la prova dell’umiliazione e della sofferenza è starsene scorticati di fronte alla presenza di sé … e dunque anche di fronte alla presenza dell’Altro. In carcere Oscar Wilde rimuginò sul mito di Marsia, scuoiato per punizione e rimasto muto, e osò rilanciare l’ipotesi che la ferita che strappa senza ritegno il velo protettivo dell’epidermide possa essere una benedizione: «Il momento supremo per un uomo è, senz’ombra di dubbio quando si inginocchia nella polvere, si batte il petto e confessa i suoi peccati».

Ecco la rivelazione del dolore, lo scuoiamento che è via crucis verso una chiarezza che è molto simile alla purezza intravista negli occhi di un bambino.
Non è solo un caso che la parola rivelazione leghi l’uscita di Cyril sui maiali e l’esperienza della prigione: la piccolezza è il traguardo di chi prende sul serio la prova del patire. Privato di ogni ombra di apparenza, messo a tu per tu solo con la sofferenza, la pena e forti tormenti intimi, dal buio della propria notte in carcere Wilde ci donò l’azzardo che il dolore possa essere l’estrema chiamata a farci bambini: «Avevo toccato la mia anima, oserei dire, nella sua ultima essenza. Ne ero stato il nemico, in molti modi, ma infine la trovai ad aspettarmi come un amico. Venire in contatto con la propria anima rende semplici al pari di un bambino, proprio come Cristo ci raccomanda di essere».

C’è speranza più confortante del poter constatare che, nonostante i nostri mille possibili tradimenti, la nostra anima rimarrà ad attenderci come un amico? Potremo voltarle le spalle inebriandoci di draghi e aquile e tigri, ma se decideremo di tornare a casa starà ad accoglierci con l’aspetto dimesso, eppure così domestico, del maiale.

Cosa ci riporta a casa? Non c’è da scandalizzarsi nel dire che talvolta solo un pianto viscerale pulisce davvero la vista; il dolore ci ricorda che non siamo padroni ma figli.
E quando l’orizzonte è così terso dagli inganni, quando la carne brucia senza la pelle delle molte maschere che possiamo indossare, ecco si delinea da capo all’orizzonte l’avventura che ci accompagna dalla nascita all’ultimo respiro: «Ma saper riconoscere che l’anima dell’uomo è inconoscibile è la suprema vittoria della saggezza. Il mistero finale è l’essenza dell’io. Quando si è pesato il sole sulla bilancia, misurati i passi della luna, disegnata la mappa dei sette cieli, stella dopo stella, rimane ancora l’io. Chi sa calcolare l’orbita della propria anima?» (De Profundis).

Il trentennale della marcia popolare che cambiò la Cecoslovacchia

Le celebrazioni per i trent’anni della “rivoluzione di velluto”, che nel novembre del 1989 fece cadere il regime comunista nell’allora Cecoslovacchia, saranno nel segno dei giovani nati dopo quell’anno.

 In programma c’è una “marcia di velluto”, che farà rivivere il corteo che il 17 novembre del 1989 fu bloccato e aggredito dalla polizia.

Si terranno anche concerti, mentre sulla piazza del Teatro nazionale verrà fatto rivivere “il soggiorno di Václav Havel”, dove verranno letti testi del defunto presidente, che è stato anche drammaturgo, saggista e poeta.

Un altro luogo imperdibile per ricordare la Rivoluzione di Velluto è il parco Letna: qui il 25 novembre 1989 si riunirono oltre 800 mila persone per chiedere elezioni libere, pluralismo politico e la caduta del governo comunista.

Curiosamente proprio qui c’era un simbolo del Comunismo: la gigantesca statua di Stalin, orgoglio del periodo sovietico. Un’enorme opera in granito, con il politico sul piedistallo davanti a fare da guida al popolo: sei anni di lavoro, era il gruppo scultoreo più largo e pesante d’Europa, ideato da Otakar Svec, che poco dopo l’inaugurazione si suicidò.

L’inesorabile avanzata dell’identità femminile

Sempre più giovani maschi vogliono diventare donne. Non soltanto per inclinazione sessuale, ma perché sedotti da un modello sociale che amplifica il femminile esaltandone bellezza, intelligenza, sensibilità, sensualità. Risultato: il maschio trova insopportabile la propria condizione e cerca di liberarsi dall’ingombrante fardello.

Suona più o meno così il pensiero di Claudio Risé – noto psicoterapeuta, accademico e scrittore – che ha affidato alle colonne di un quotidiano le proprie riflessioni sul delicato tema. Sul quale si discetta da tempo. Precisamente da quando il proverbiale “machismo” è stato indotto a chiudere bottega in quanto espressione di un sesso svalutato e in crisi, sopraffatto dall’inesorabile avanzata dell’identità femminile. Che non ha soltanto conquistato via via sacrosanti e legittimi diritti, ma si è imposta socialmente quale insostituibile perno. Se il presente è ancora targato uomo, il futuro sarà donna. Si discuta quanto si vuole, ma questa è la verità.

PA decisiva nella sfida delle smart city

“La diffusione della banda larga, internet delle cose, l’intelligenza artificiale: pur tra mille difficoltà e contraddizioni, le nostre città si stanno via via trasformando in smart city. La Pubblica amministrazione gioca un ruolo fondamentale in questo processo e nella crescita dei servizi digitali”. Così il Ministro Fabiana Dadone ha parlato del ruolo fondamentale della PA nel processo di trasformazione delle nostre città in smart city.

Il Ministro ha sottolineato l’importanza di sbloccare il tetto per gli investimenti della PA in formazione dei dipendenti pubblici, perché, ha detto, “i soldi spesi lì sono sempre soldi spesi bene con un ritorno altissimo”.

Il Ministro ha accennato, inoltre, al “Syllabus”, il documento del Dipartimento della funzione pubblica sulle competenze digitali di base per la Pa e il relativo test che verrà lanciato a breve per consentire a ogni lavoratore pubblico di misurare da remoto la propria preparazione e di colmare successivamente il gap con corsi profilati in modo specifico.

“Il futuro – ha concluso il Ministro – ci chiama a sfide decisive che non possiamo non raccogliere. Noi ci siamo”.

Punto Impresa Digitale Venezia Rovigo e il suo bilancio

Consapevole del potenziale del digitale, aperta a collaborazioni e a nuovi strumenti per ripensarsi ma pur sempre attenta alla concretezza e alla quotidianità dei processi: un profilo in cui si riconosce la PMI dell’area di Venezia e Rovigo, disegnato grazie a PID VeRo – il Punto Impresa Digitale Venezia Rovigo, progetto sostenuto dalla Camera di Commercio di Venezia Rovigo in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari Venezia, i cui risultati sono stati presentati oggi al Museo del ‘900 – M9 di Mestre in occasione dell’evento “PIDday – Impresa e Digitale” nell’ambito della prima edizione della Venice Innovation Week, organizzata da Università Ca’ Foscari Venezia.

Nato dalla collaborazione tra Camera di Commercio di Venezia Rovigo e Università Ca’ Foscari Venezia – con il coinvolgimento del Dipartimento di Management e il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica e della Fondazione Università Ca’ Foscari – il progetto PID VeRo ha coinvolto in un percorso di formazione e mentoring, nel biennio 2018/2019, 78 PMI veneziane e polesane appartenenti ai settori produttivi più rilevanti del territorio (dalla meccanica alla calzatura, dal turismo all’agroalimentare), supportate nel processo di digitalizzazione da un team di ricercatori.

Il Professore Vladi Finotto (Dipartimento di Management di Università Ca’ Foscari Venezia), coordinatore del progetto, ha illustrato il bilancio di questo tanto intenso quanto costruttivo percorso, restituendo un quadro nuovo dello status di digitalizzazione delle PMI dell’area di Venezia e Rovigo, in ritardo nella transizione al 4.0 ma non per questo definibili come arretrate. PID VeRo mostra infatti come molte piccole aziende del territorio siano consapevoli del potenziale del digitale, ma che necessitino di un linguaggio diverso e di soluzioni personalizzate in base alle specificità dei processi e della quotidianità che le caratterizzano. Una trasformazione verso il digitale che condiziona innanzitutto i processi decisionali e organizzativi, e solo in seconda fase l’ammodernamento tecnologico.

“Se interessa comprendere le PMI per accompagnarle piuttosto che per dare pagelle – sostiene il Professor Finotto – è opportuno entrare nelle aziende: come percepiscono il digitale, come decidono, come funzionano dal punto di vista organizzativo? Il progetto PID VeRo ha consentito di capire quel che i numeri non dicono”.

Numerosi gli esempi di realtà locali che hanno partecipato al progetto e che grazie al supporto concreto del team di ricercatori di Ca’ Foscari hanno implementato nuovi strumenti e strategie, cogliendo l’occasione anche per ripensare il proprio modello di business. Tra queste non mancano realtà che portano l’innovazione digitale in comparti tradizionali, come ad esempio l’azienda veneziana BusForFun, che mette a disposizione una piattaforma di e-commerce, un sofisticato sistema di business intelligence e una estesa rete di autobus per migliaia di appassionati che si recano a eventi di intrattenimento, oppure la start-up Meccaniche Veneziane, che attraverso l’uso di social network e accorte campagne sulle principali piattaforme digitali di finanziamento collettivo (crowdfunding), realizza e vende online orologi automatici. Un ulteriore esempio è quello di Forme d’Acqua, azienda di Cavallino Treporti che progetta, realizza e vende in tutto il mondo sofisticati giochi d’acqua che decorano spazi pubblici e privati, utilizzando le tecnologie digitali come sistemi di controllo e il web per una comunicazione efficace.

“Il percorso ci ha fornito una lettura molto lucida da parte delle nostre PMI che reclamano giustamente soluzioni tecnologiche “a misura di piccola e micro impresa” – dichiara Gian Michele Gambato, vicepresidente vicario CCIAA Venezia Rovigo – Soluzioni a costi relativamente contenuti, modulabili e scalabili verso il basso, che non richiedano costose rivoluzioni interne e drastiche soluzioni di continuità rispetto alle logiche con cui hanno operato sino ad ora. Chiedono, inoltre, al mondo della formazione giovani leve capaci di innestare il digitale nelle loro strategie e nei loro processi. Da queste consapevolezze deve partire il nostro lavoro a servizio delle imprese, un lavoro che richiede le giuste competenze e le giuste risorse, per questo per il prossimo triennio la Camera continuerà a investire nel progetto della digitalizzazione delle PMI, grazie alle risorse del +20% del diritto annuo”.

In totale sono 1,2 milioni le risorse che la Camera di Commercio di Venezia Rovigo ha destinato alla trasformazione digitale delle PMI del territorio nel biennio 2018/2019. Risorse investite per lo sviluppo del Punto Impresa digitale – PID, ovvero la piattaforma istituita da Unioncamere in tutte le Camere di Commercio italiane per accompagnare e supportare le PMI nella trasformazione digitale 4.0 in linea con il Piano nazionale impresa 4.0 e che ha assistito negli ultimi due anni oltre 3000 imprese.

Significativo è infine come le PMI comprendano che per affrontare la trasformazione digitale sia necessario pensare in termini di filiera e fare rete. Grazie infatti agli 8 workshop esperienziali tenuti nell’arco del progetto sono nate molteplici collaborazioni tra aziende di diversi comparti: ad esempio, nel settore dell’agricoltura, cinque aziende di Rovigo e Venezia (Cominato Laura, Duoccio srl, Az. Agricola Valier, Four Fish e Az. Agricola Dusk) hanno avviato una collaborazione per la creazione di una rete che consenta loro di affrontare con sicurezza, risorse adeguate e scala sufficiente sistemi digitali a supporto delle loro strategie.

Le aziende aderenti al progetto PID VeRo hanno ottenuto alla fine del loro percorso un pilot report, un documento di analisi dettagliata in cui, oltre a uno studio del settore e alle best practice nel loro ambito dei fabbisogni, sono stati presentati un’analisi dei tempi e dei costi specifici per iniziare il loro percorso di trasformazione digitale.

Jack, l’inquietudine e la gioia

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

La vicenda umana e letteraria di Clive Staples Lewis è legata a una instancabile, rigorosa, ricerca; ricerca intellettuale, professionale, creativa e prima ancora, filosofica e spirituale. Agli inizi degli anni ’10 Lewis abbraccia l’ateismo che non abbandonerà fino alla metà degli anni ’20, periodo in cui passa a un indistinto spiritualismo di matrice hegeliana: il giovane «Jack» (come viene chiamato dagli amici) ammette l’esistenza di uno Spirito, un Assoluto, ma non lo identifica né con il Dio dei Cristiani né in Qualcuno con cui l’uomo possa avere un rapporto personale. È ancora inquieto rispetto all’ipotesi Dio: «Come molti atei vivevo allora in un vortice di contraddizioni. Sostenevo che Dio non esiste. Ero anche molto arrabbiato con Dio per il fatto che non esisteva. E ce l’avevo con lui anche perché aveva creato il mondo». Alla fine degli anni ‘20 la sua lotta con Dio conosce il momento della resa; scrive nell’autobiografia Sorpreso dalla Gioia, era il 1929 quando «mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai a pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante d’Inghilterra». La conversione al cristianesimo di Lewis fu causata oltre che dalla lettura di alcuni libri (G.K. Chesterton e G.MacDonald in primis) anche dalla vicinanza di una serie di persone e di amici convinti cristiani, a partire dal fratello maggiore, Warnie (anche lui passato in quel periodo dall’ateismo al cristianesimo), fino al suo amico forse più famoso, J.R.R. Tolkien. L’amicizia tra questi due dotti filologi fu la causa scatenante non solo della conversione dell’uno, ma, per entrambi, del passaggio dalla produzione di opere meramente scientifiche a quelle di narrativa e di saggistica in cui spesso finiva per prevalere (specie in Lewis) l’aspetto morale e spirituale. I due amici, infatti, amanti dell’epica e delle antiche leggende, non trovando molto interessanti i romanzi e i racconti contemporanei, si decisero a mettersi a scrivere, quasi a uso e consumo l’uno dell’altro. Ne scaturirono dei racconti e dei romanzi amati da intere generazioni di giovani e meno giovani.

Con Lewis e con Tolkien ci troviamo in quell’ambito in cui fede, ragione e immaginazione si toccano. I loro romanzi smentiscono il luogo comune per cui il mondo del mito, delle fiabe e della fantasia viene quasi automaticamente associato all’irrazionalità, alla pura “evasione”. Già Chesterton all’inizio del Novecento aveva smontato questo assioma; nel saggio Ortodossia ad esempio afferma che «Non è l’immaginazione che produce la pazzia; è la ragione. I giocatori di scacchi diventano pazzi, non i poeti; i matematici, i cassieri possono diventare pazzi, non gli artisti che creano (…) i critici sono assai più pazzi dei poeti». Il pazzo per Chesterton (che per Tolkien e Lewis ha rappresentato un solido punto di riferimento e di ispirazione) non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto tranne la ragione. Ragione e fantasia non sono contrapposte tra di loro, così come ragione e religione non sono contrapposte tra di loro, perché la ragione e la fede sono contrapposte entrambe alla superstizione. Più sottile l’accusa mossa alla letteratura fantastica di essere una pericolosa “evasione”, una fuga dall’impegno e dalla realtà. A questa accusa ha ben risposto Tolkien, distinguendo l’evasione dalla diserzione: «perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se trovandosi in carcere cerca di evadere per tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo può vedere. Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore». La fantasia per questi autori non è una resa, ma al contrario è un entrare dentro la realtà; non è una fuga dal mondo reale verso un Paradiso artificiale, ma, attraverso l’attivazione dell’immaginazione dell’artista, che a sua volta attiva l’immaginazione del lettore, è un metodo per una riappropriazione della realtà, un’intensificazione del rapporto esistente tra l’uomo e il mondo circostante, che non viene visto solo come oggetto, ma come segno. L’evasione per Lewis fa quindi rima con “visione”. Il lettore de Le Cronache di Narnia non si sente sperduto in un mondo distante, alieno, disordinato, dove regna solo il capriccio della fantasia dello scrittore, e a causa di questa arbitrarietà se ne smarriscono i confini, i contorni, il senso profondo. Al contrario l’esperienza che il lettore vive è quanto mai vicina al punto che da un certo punto di vista il mondo primario, quello dello scrittore e del lettore, e quello secondario, cioè quello della storia raccontata, coincidono; il punto essenziale è che si deve ritornare dal mondo secondario a vivere con spirito rinnovato in quello primario. Questo “rinnovamento” è lo spazio e la funzione della letteratura.

Lo dice bene Daniel Pennac quando parla della virtù paradossale della lettura, «quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso». La fantasia quindi non è distogliere lo sguardo da questo mondo, ma al contrario è il fissare lo sguardo con intensità sulle cose e guardare il mondo con occhi diversi. La parola fantasia viene da greco (fòs) e vuol dire Luce, quindi la fantasia non è evasione ma visione. E dice Tolkien: «dobbiamo in ogni caso pulire le nostre finestre in modo che le cose viste con chiarezza possono essere liberate dalla tediosa opacità del banale o del familiare e dalla possessività». Non è un caso che la protagonista delle Cronache di Narnia sia una piccola bambina che si chiama Lucy, cioè “luce”. Lucy è capace di vedere, di vedere “di più”, e qui entra in campo il cuore bambino, come ricorda la celebre battuta de Il piccolo principe: «L’essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede se non con il cuore». Qui si tratta di cuore e, per il cristiano, di fede. Nella sua prima enciclica Benedetto XVI, la Deus caritas est, al punto n. 31 afferma che «il programma del cristiano, quello di cui l’uomo ha bisogno, è un cuore che vede». Nel giugno del 1936, ricordando Chesterton da poco scomparso, Mircea Eliade scrive un delicato articolo commemorativo in cui afferma: «Cerchiamo il miracoloso e il “romantico”, come cerchiamo la felicità, l’amore perfetto e la saggezza, senza accorgerci che sono intorno a noi, in attesa che li vediamo». Di questa attesa parlano i libri di Lewis instancabile ricercatore di una Gioia sempre pronta a coglierlo, a coglierci, di sorpresa.

La scommessa sbagliata di Pedro Sánchez

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Ettore Siniscalchi

Dopo le elezioni del 28 aprile scorso, le amministrative e le europee di maggio hanno confermato la tendenza alla crescita del PSOE (Partido socialista obrero español) e il calo di UP (Unidas Podemos). I popolari sembravano destinati al declino, il loro leader Pablo Casado era considerato prossimo alla scomparsa politica, Ciudadanos si sentiva pronto per il sorpasso. Vox veniva ritenuta un fenomeno destinato a restare testimoniale e, malgrado l’Andalusia avesse dimostrato come il centrodestra non nutrisse preclusioni verso l’ultradestra, si riteneva ancora che PP (Partido popular) e C’s (Ciudadanos) in competizione per rappresentare il richiamo all’ordine mantenessero margini molto stretti per la formazione di Santiago Abascal. I sondaggi, nell’approssimarsi del periodo estivo, continuavano a gonfiare le vele al PSOE. È stato allora, probabilmente, che Pedro Sánchez e il suo consigliere politico Iván Redondo hanno cominciato a convincersi che una ripetizione del voto potesse consentire di migliorare le posizioni del PSOE, decidendo così di far naufragare una trattativa che già stavano portando avanti svogliatamente. Il 25 luglio, quando l’investitura di Sánchez è fallita, lo stato maggiore socialista aveva già tracciato la rotta per ritornare alle urne.

Ma il ritorno al voto non era ben visto da tutti nel PSOE, neanche nella cerchia dei segretari federali più vicini al segretario socialista. Miquel Iceta, dei socialisti catalani del PSC (Partit dels Socialistes de Catalunya), Ximo Puig, segretario dei socialisti valenziani e presidente dell’autonomia assieme alle sinistre di Compromís e Unidas Podemos, e Francina Armengol, presidente delle Isole Baleari e segretaria federale dei socialisti dell’arcipelago, hanno anche premuto pubblicamente per un accordo di governo con le sinistre e, più discretamente, hanno manifestato i loro timori per le conseguenze di un ritorno alle urne, sconsigliando di percorrerlo. La stampa ha riportato diversi passaggi della dialettica interna al PSOE, in particolare il quotidiano La Vanguardia che ha riferito anche del parere dell’ex segretario José Luis Rodríguez Zapatero, che aveva messo in guardia dal tentare una nuova «avventura» elettorale. Zapatero, tra gli esponenti della vecchia guardia socialista, è quello che più ha avuto accesso alle stanze della segreteria. Su mandato di Sánchez ha tenuto il dialogo ufficioso con Pablo Iglesias durante i tentativi per trovare un accordo per l’investitura e si dice che anche lui si sia sorpreso dell’irriducibilità del segretario. Nulla è andato come si immaginava, a partire dalle reazioni alle condanne degli indipendentisti catalani. Le proteste e le violenze, dei manifestanti e delle forze dell’ordine, hanno cambiato lo scenario. Anche l’esumazione della salma di Francisco Franco, che Sánchez aveva pensato come sigillo del suo rappresentare la Spagna democratica, è passata in secondo piano, percepita anzi come passerella nostalgica.

I risultati elettorali contraddicono la strategia di Pedro Sánchez. Il PP si consolida come secondo partito e alternativa al PSOE. Il crollo di Ciudadanos elimina una possibile strada di governo riducendo sostanzialmente a due le scelte per formare un esecutivo. Un accordo con UP, adesso ancor più dipendente dal gioco di astensioni benigne e voti a favore dalle file dei partiti nazionalisti baschi e di una parte almeno, Esquerra republicana de Catalunya, dell’indipendentismo catalano. Oppure un’operazione di “concertazione nazionale” col Partido popular.

La prima è un’impresa che pareva già molto difficile quattro mesi fa e ora appare quasi impossibile, la seconda costituirebbe una novità dalle conseguenze imprevedibili. Per quanto dal PSOE sia arrivato l’annuncio della riapertura del dialogo con UP, e già nel discorso alla folla della notte dei risultati Sánchez proponeva un governo progressista «guidato» dal PSOE, suggerendo quindi un esecutivo di coalizione, il cammino sembra ora più difficile, con l’auge delle destre e le tensioni fra gli indipendentisti catalani mai così alte. Eppure, quella coalizione negata qualche mese fa potrebbe essere per il segretario l’unica chance di non cadere nelle mani dei popolari, con Casado che potrebbe anche chiedere un suo passo indietro per consentire il varo di un esecutivo socialista, riaprendo spazi per le minoranze nelle lotte interne al PSOE.

La notte dei risultati la militanza gridava al segretario socialista «Con Iglesias sì, con Casado no!», conducendoci verso le incognite che un accordo coi popolari porterebbe con sé. Per quanto politica e media alzino la tensione, la questione catalana non viene vissuta come tale da giustificare la formazione di un fronte “costituzionalista”. Non avvenne col terrorismo basco, quando maggioranze e opposizioni fecero fronte comune con la politica dei Patti di Stato. Il mandato a Sánchez per un governo delle sinistre uscito dalle urne il 28 aprile era anche per riportare alla politica un conflitto da questa colpevolmente delegato alla giustizia.

Il bilancio del voto è quindi amaro, malgrado la vittoria, per il segretario socialista anche se non tanto quanto lo è per Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, giunto alla fine della sua parabola.

Gli arancioni hanno subito un tracollo peggiore di quanto annunciato dai sondaggi, passando da 57 a 10 deputati. Per rincorrere il sorpasso sui popolari, Rivera ha spostato sempre più a destra il suo asse, perdendo i tratti moderati che gli avevano consentito di pescare voti sia nel bacino elettorale socialista, soprattutto all’inizio del cammino, che in quello popolare. Appoggiato dalla grande stampa madrilena e benvoluto in molti circoli politici ed economici, in Spagna come a Bruxelles, Rivera era visto come la possibile alternativa “macroniana” al vecchio e corrotto sistema di potere del PP. Aver dilapidato questo capitale lo ha portato alle dimissioni e all’annuncio del ritiro dalla scena politica. Cosa sarà ora di Ciudadanos è tutto da vedere, a partire da come si muoverà Manuel Valls. L’ex capo del governo francese, presentato dagli arancioni come candidato sindaco indipendente a Barcellona, è entrato in rotta di collisione con Rivera sulla formazione della giunta barcellonese, deciso ad appoggiare con due transfughi l’investitura di Ada Colau, e sugli accordi con Vox, e potrebbe essere perno del tentativo di ricostruire un’offerta con ancora degli spazi elettorali.

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Rete Bianca, le scelte della comunità democratica e popolare

Secondo il filosofo Massimo Cacciari, i cattolici non possono essere (per definizione) apolitici. Come si può superare, allora, la condizione di presunta “irrilevanza” (secondo le recenti parole del cardinale Ruini) dei cattolici democratici nella costruzione di un movimento che possa essere attrattivo nell’attuale offerta politica?
Per non ripetere alcuni errori del passato, è necessario, oggi, un esame di coscienza da parte del cosiddetto “cattolicesimo democratico”.

Un’occasione in tal senso può essere offerta dal prossimo incontro di Rete Bianca che si terrà a Roma, presso il piccolo Auditorium “Aldo Moro” (via di Campo Marzio, 24) nella mattina di sabato 23 novembre p.v.

Dopo l’indirizzo di saluto di Lucio D’Ubaldo, direttore del Centro di Documentazione e Studi dei Comuni Italiani (Anci) e l’introduzione generale di Alessandro Corbelli, presidente del Movimento Popolare italiano, il dibattito ruoterà intorno alle riflessioni di eminenti relatori. Giancarlo Infante, socio fondatore (con gli economisti Leonardo Becchetti e Stefano Zamagni) del movimento politico Insieme. Interverranno anche il prof. Luigi Di Santo, docente di Filosofia del Diritto presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale e Direttore della Scuola nazionale di formazione socio-politica “Giorgio La Pira”, il dott. Claudio Avelar (presidente Unione Democratico-Cristiana del Brasile), e il dott. Virginio Panici, presidente del movimento politico “Dimensione Cristiana”. Le conclusioni sono a cura del portavoce nazionale di Rete Bianca, il giovane Dante Monda.

In questi ultimi tempi, sono emersi alcuni nodi problematici di natura culturale che si sono spesso frapposti tra il “patrimonio potenziale” dei cattolici ed una sua traduzione in scelte operative che possano essere concrete ed efficaci.
Un nodo importante riguarda la questione dell’identità cattolica e della laicità. È necessario passare da una dialettica Chiesa-Stato ad una dialettica “credente-cittadino” per essere presenti e operativi in politica da cattolici in quanto cittadini. La questione riguarda la piena autonomia dei laici in politica, la formazione delle coscienze e la capacità di dialogo con la società civile e con il “mondo moderno”.

Certamente le sfide del futuro si giocano anche sul terreno del pre-politico, cioè della formazione politica. Da qui è nata l’idea, da parte dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale insieme all’Istituto Internazionale Jacques Maritain, di creare una Scuola di formazione socio-politica (giunta alla seconda edizione) dedicata a un grande maestro come l’ex sindaco di Firenze, Giorgio La Pira. Uno che, di fronte agli scioperi degli operai della fabbrica Nuovo Pignone, ebbe a dire ai dirigenti: “cambiate le leggi, perché io non posso cambiare il Vangelo”.
Prima di creare nuove formazioni politiche, appare dunque necessario rigenerare un terreno culturale, etico e spirituale condiviso, iniziando dalle giovani generazioni.

Villa Giusti, poi Versailles: i “vespri fiumani” e il “natale di sangue”

Quell’autunno, gli alti quadri di governo italiani non furono affatto soddisfatti delle condizioni di pace bilaterali siglate dagli Alleati della Triplice a seguito della fine del conflitto 1914-1918. Non fu per nulla convinto lo Stato Maggiore dell’esercito, il quale avrebbe voluto prolungare l’avanzata a Nord-Est. Apparve a sua volta perplesso il premier Vittorio Emanuele Orlando, responsabile in prima persona della sorte dei civili interessati (e provati) da quattro anni di sanguinosa guerra. Si trattava di centinaia di migliaia di connazionali che avevano visto le proprie terre trasformarsi in un enorme campo di battaglia.

Dopo le trattative di Villa Giusti (1, 2 e 3 novembre 1918), avvenute nella proprietà veneta del conte Vettor Giusti del Giardino, luogo in cui Italia e Austria-Ungheria firmarono l’armistizio, rimanevano i problemi degli sfollati e del grande movimento prodotto dal deflusso dei reduci dal fronte. Ma soprattutto, restava inalterata la condizione dei territori della Venezia Giulia, già occupati dagli austriaci e poi sgomberati dopo il cessate il fuoco.
Le relazioni diplomatiche peggiorarono di ora in ora, sino a raggiungere un punto di non ritorno quando il tema centrale fu rappresentato dalle riparazioni e dai debiti di guerra. Nell’aprile del ’19 Orlando e Sonnino, contrariati, lasciarono in fretta e furia Versailles, sede della Conferenza di Pace tra le potenze ex-belligeranti. Spina nel fianco di Roma: la mancata acquisizione di Fiume, abitata per la maggioranza da italiani e fortemente rivendicata sin dai mesi che avevano preceduto la fine del conflitto. Una “cessione” geopolitica che il presidente statunitense Wilson non intendeva nel modo più assoluto avallare e per questo era intervenuto in sede separata.

Nacque così il mito della “vittoria mutilata”, una vicenda che Gabriele D’Annunzio esacerbò e politicizzò sino a provocare – sostenuto da poche centinaia di reduci e giovani irredentisti – quegli scontri passati alle cronache come “i vespri fiumani”, durati dal 29 giugno al 6 luglio 1919 e culminati con l’abbattimento di una decina di militari francesi di stanza in una zona considerata neutrale. A sostegno dell’iniziativa irredentista, le elezioni municipali indette per il 26 ottobre avevano fatto riscontrare la schiacciante vittoria della lista di Riccardo Gigante (circa l’80% dei voti), dichiaratamente favorevole all’annessione della cittadina all’Italia.

L’azione più clamorosa fu compiuta tuttavia all’alba del 12 settembre, quando, dopo una sosta a Ronchi dei Legionari, fiancheggiato da alcuni drappelli di militari (soprattutto granatieri e bersaglieri), D’Annunzio tornò a Fiume e proclamò la sua annessione all’Italia. Un’occupazione promessa ante litteram per motivi di eugenetica realizzata contro la volontà della corona e del governo, i quali decisero di attendere. Un’attesa caratterizzata da una serie di messaggi con cui fu intimato al Vate che avrebbero potuto esserci gravi conseguenze. A seguito del ritorno al governo dell’anziano Giolitti, infatti, avvenuto nel giugno 1920, l’atteggiamento del Regno nei confronti della autoproclamata Reggenza Italiana del Carnaro si fece più deciso; la risposta (dal sapore di un avvertimento) alla “Santa Entrata” operata da D’Annunzio, del tutto ufficiale, fu data il 12 novembre, quando Italia e Jugoslavia firmarono il Trattato di Rapallo, che decretava Fiume libera e indipendente, previa l’istituzione di un’Assemblea Costituente legittimata dai paesi contraenti.

Passarono pochi giorni ed ebbe luogo quello che lo stesso D’Annunzio celebrò come “il Natale di sangue”, ovvero l’epilogo di una vicenda delicata quanto complessa che aveva attirato l’attenzione internazionale. Il 24 dicembre, Vigilia di Natale, la Andrea Doria bombardò Fiume costringendo alla resa in meno di una settimana il corpo d’occupazione ritenuto illegittimo. Il 31 dicembre, proprio a Capodanno, fu redatta la Carta che sanciva la città di Fiume “Stato libero e autonomo” e la sottoponeva al controllo dell’esercito italiano.
In conclusione, una curiosità. Il nascente movimento dei Fasci di Combattimento, con una nota, condannò l’azione dell’esercito regio giudicandola arbitraria e inopportuna. Solo un unico dirigente si dissociò, dichiarandosi contrario alla stesura del documento : Benito Mussolini.

Crescono le partite Iva

MODULISTICA CONTRIBUTI F24 F 24 SEMPLIFICATO MODELLO DI PAGAMENTO UNIFICATO TASSE

La distribuzione per natura giuridica mostra che il 72,3% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 21,6% da società di capitali, il 3,2% da società di persone; la quota dei “non residenti” ed “altre forme giuridiche” rappresenta complessivamente il 2,5% del totale delle nuove aperture. Rispetto al terzo trimestre del 2018, le persone fisiche evidenziano un apprezzabile aumento (+8,3%), dovuto in particolare alle nuove adesioni al regime forfetario: nel periodo in esame 49.171 nuovi avvianti hanno aderito al regime (48,4% del totale delle nuove aperture), con  un aumento del 30,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le forme societarie accusano invece un calo: -3,6% per le società di capitali e -4,9% per le società di persone. Da segnalare inoltre il notevole aumento delle aperture da parte di soggetti non residenti (+44%), come già rilevato in altri trimestri, legato allo sviluppo della web economy. In relazione alla ripartizione territoriale, il 44,3% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22,1% al Centro e il 33,2% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia che i principali incrementi di avviamenti sono avvenuti in Piemonte (+16,2%), in Lombardia (+11,5%) e in provincia di Bolzano (+11,2%). Le diminuzioni più consistenti in Valle d’Aosta (-19,7%), Calabria (-3,6%) e Sardegna (-3%).

Guardando poi alla classificazione del settore produttivo, il commercio registra, come di consueto, il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 20,5% del totale, seguito dalle attività professionali (16,1%) e dalle costruzioni (9,2%). Rispetto al terzo trimestre del 2018, tra i settori principali i maggiori aumenti si segnalano nell’istruzione (+21,2%), nelle attività professionali (+16,2%) e nei servizi d’informazione (+13,6%). L’unico ambito in flessione è la sanità (-5,8%). Per quanto riguarda le persone fisiche, la suddivisione di genere mostra una sostanziale stabilità (maschi al 62,7%). Il 46% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni ed il 32% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, si notano incrementi di aperture crescenti all’aumentare dell’età degli avvianti: dal +17,1% della classe più anziana al +5,9% della più giovane.

Dal Governo primi fondi per Venezia

Mose

Il Consiglio dei ministri ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza su tutto il territorio comunale colpito dagli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati a partire da mercoledì 12 novembre. Il Consiglio dei ministri ha previsto, nelle more della definizione e quantificazione dei danni, un primo stanziamento di 20 milioni di euro per la città lagunare.

Servono “scelte di politica economica coraggiosa che questo Governo sta già mettendo in campo con il decreto clima – ha detto il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, in riferimento all’emergenza acqua alta a Venezia – Quando si capirà che l’unica grande sfida che tutti insieme dobbiamo affrontare è quella contro i cambiamenti climatici? Quando si riuscirà a fare fronte comune per combattere l’unica grande emergenza che mette in pericolo le nostre vite e quelle delle generazioni future? Dopo Matera patrimonio mondiale dell’Unesco sommersa dall’acqua – ha continuato Costa – un altro sito Unesco, Venezia e la sua laguna, ne è devastata. Già nel prossimo Cdm valuteremo gli interventi necessari e urgenti. Ma è tempo di agire subito contro i cambiamenti climatici, con scelte di politica economica coraggiosa che questo governo sta già mettendo in campo con il decreto clima, le misure previste nella legge di bilancio e nel collegato ambientale, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, in un’ottica più ampia di azioni efficaci di contrasto e adattamento ai cambiamenti climatici”.

Il titolare dell’Ambiente ha infine sottolineato come nell’ultimo Report dell’Ipcc (2018) gli scienziati abbiano messo in evidenza la tropicalizzazione dei fenomeni meteorologici che il Mediterraneo sta subendo. “E’ giunto il momento di lavorare tutti insieme, per arginarne gli effetti e contrastare il climate change – ha detto Costa -. Per questo, bisogna avere il coraggio di osare e di andare oltre i propri steccati. Dobbiamo salvare Venezia”.

 

Inquinamento e nascituri

Una ricerca ha evidenziato come anche nella pancia della mamma arrivi l’inquinamento.

Esaminado campioni della placenta di 23 donne, 10 che avevano partorito a termine e le altre prima del termine. Con una tecnica particolare, che prevede di illuminare il tessuto con il laser e rendere fluorescenti le sostanze con una particolare lunghezza d’onda, hanno individuato le particelle composte da carbone in tutti i campioni di tessuto esaminate.

Nelle donne che durante la gravidanza erano state esposte a più alti livelli di inquinamento, per la zona in cui abitavano, le particelle erano però in media circa il doppio di quelle che abitavano in zone con aria più pulita.

Il risultato dimostra per ora semplicemente che particelle di questa natura possono essere trasportate attraverso la circolazione sanguigna e che sono in grado di attraversare la placenta e raggiungere il lato rivolto verso il feto.

Popolari, una buona e realistica ripartenza.

Un incontro importante e costruttivo quello convocato dal Presidente dell’Associazione Popolari Pier Luigi Castagnetti presso l’iStituto Sturzo a Roma. Un confronto aperto e senza titubanze introdotto dallo stesso Castagnetti che ha immediatamente posto il tema, peraltro molto discusso in questa fase politica e mediatica, sulla presunta “irrilevanza” politica e culturale dei cattolici nella vita pubblica del nostro paese. E, di conseguenza, su come ridare slancio, vigore e qualità alla presenza attiva del cattolicesimo democratico e del cattolicesimo politico nell’attuale fase storica. Ora, al di là del dibattito ricco e plurale allo Sturzo, a cui hanno partecipato anche il Ministro Dario Franceschini e molti esponenti di primo piano del popolarismo italiano, sono emersi alcuni elementi chiari ed oggettivi. 

Innanzitutto, ed è stato ribadito con forza e convinzione, l’inopportunità di dar vita, oggi, ad un “partito cattolico” o ad un “partito popolare di ispirazione cristiana”. Mancano le condizioni storiche, politiche e forse anche organizzative per avventurarsi in un cammino del genere. Una ipotesi, comunque sia, che resta sul tappeto e che non si può pregiudizialmente negare per un futuro che oggi, però, non si intravede. Questo, al contempo, non significa affatto non prendere in seria considerazione il dibattito – che è presente e sarebbe inutile negarlo – attorno ad una rinnovata presenza politica dei cattolici democratici e popolari nel nostro paese. Un dibattito che campeggia non solo nell’area cattolica italiana, seppur frastagliata e molto frammentata, ma nello stesso mondo laico. E’ appena sufficiente ricordare la grande attenzione che i grandi organi di informazione riservano al tema del centro, dei cattolici e dei popolari nell’attuale fase politica italiana. 

In secondo luogo è emersa la necessità di ridare voce e qualità alla cultura cattolico popolare. Attraverso vari strumenti: dalla ripartenza, seppur online, della gloriosa testata del Popolo a convegni di formazione e di approfondimento sui capisaldi della nostra identità storica ed ideale. Momenti che possono e debbono essere fortemente aggreganti per il “nostro mondo” ma aperti, comunque, al confronto e al dialogo con altri spezzoni della galassia cattolica italiana che mai come in questo momento sentono la necessità di ridare voce e rappresentanza a settori della società che si sono progressivamente allontanati dalla politica e, in misura più marcata, dai partiti. Anche dai partiti di riferimento. 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, nel dibattito si è richiamata la necessità di ricreare una sorta di unità politica, culturale e forse anche organizzativa dei vari spezzoni riconducibili al cattolicesimo democratico e popolare che si riconoscono nel campo del centro sinistra alternativi al sovranismo e alla destra. Una unità che, stando alle forze che sono realisticamente in campo, non possono che guardare con forte interesse al Partito democratico, purché confermi la sua natura “plurale” tesa alla valorizzazione delle culture politiche fondanti quell’esperienza. 

Insomma, l’incontro all’Istituto Sturzo ha aperto, forse, una pagina nuova nella storia travagliata e sofferta ma sempre entusiasmante del cattolicesimo democratico e popolare nel nostro paese. E proprio Castagnetti, l’ultimo segretario nazionale del Ppi, può ancora giocare un ruolo decisivo e fondamentale in questa azione di ricomposizione politica, culturale ed anche organizzativa di una esperienza che, comunque sia, continua ad essere tuttora importante per il futuro e la stessa qualità della democrazia italiana.