Home Blog Pagina 469

La guerra colpisce la leadership europea della Germania

Costringere la Germania, in modo così drastico, a rinunciare al suo modello economico, che pure nel recente passato aveva dato più di un problema alla stessa Europa, rischia di generare contraccolpi sociali al suo interno, di cui risentirà l’intera Europa.

Da parte anglo-americana serve moderazione verso la Germania la quale in questa fase ha interessi, da potenza manifatturiera, pressoché coincidenti con la quelli dell’Italia.

Vi è un effetto essenziale ma che appare sottovalutato, della guerra in Ucraina: essa sta distruggendo la leadership tedesca sull’Europa. Cosa che in tempi normali sarebbe stata anche una buona notizia, invece ora, nel momento in cui gli interessi tedeschi si trovano in una rara congiunzione con quelli italiani, diviene una brutta notizia, per l’Italia e per l’Europa.

La settimana prossima, dopo l’attesa, dai sondaggi, vittoria di Macron, partirà l’assedio al cancelliere Scholz, che per ora ha resistito alla linea tutt’altro che pacifista della sua ministra degli esteri, la verde Annalena Baerbock, per l’embargo su petrolio e gas russi e per l’invio di armi tedesche all’Ucraina. Un passaggio cruciale: la capitolazione della Germania (probabile per la sua strutturale incapacità ad assumersi responsabilità politiche nei momenti cruciali) significherebbe il completamento di una manovra a tenaglia che sta stritolando il suo modello economico. Da una parte la fine repentina dell’energia a basso costo, dall’altra la fine del mercantilismo, con la Cina che con la politica dello “zero Covid” che tutto è tranne che una misura sanitaria, sta riducendo le esportazioni tedesche. Costringendo la Germania, in modo così drastico, a rinunciare al suo modello economico, che pure nel recente passato aveva dato più di un problema alla stessa Europa, si rischia di sottovalutare i contraccolpi sociali nel Paese chiave dell’Europa. Eppure la storia dovrebbe insegnarci qualcosa.

Quando i competitori o i nemici dell’Impero Centrale non si accontentano di vincere, ma vogliono stravincere, in quella parte d’Europa poi possono innescarsi meccanismi destabilizzanti per l’intero continente.

Inoltre, lo sbando dei battaglioni neonazisti nel Sud Est dell’Ucraina costituisce un’altra pessima notizia. Infatti l’Occidente appare diviso nei suoi vertici fra gli effettivi interessi dei popoli americano ed europei, rappresentati dalle istituzioni, e talune élites che detengono il potere economico, le quali sembrano, e non da oggi, puntare a stroncare ogni possibilità di soluzione diplomatica. A costoro la guerra alla Russia, a un assetto del mondo di tipo multipolare, appare una condizione irrinunciabile sia per mantenere gli attuali equilibri di potere in Occidente, sia per proseguire il loro piano di un governo mondiale degli ultra-ricchi. 

Per tale ragione forse la chiave per la pacificazione dell’Ucraina, e per evitare lo scivolamento in un conflitto mondiale, va cercata più a Ovest che a Est. Perché siamo noi, non il resto del mondo, che dobbiamo convincerci della necessità, senza passare da un nuovo conflitto mondiale, di ridisegnare un nuovo equilibrio del potere globale basato sul multipolarismo, sulla pari dignità di tutti i vari blocchi regionali di potenze. Un progetto dal quale la Germania, e con essa l’Unione Europea, non può essere esclusa, senza rischiare di aggravare i problemi anziché risolverli.

Per una democrazia sociale. Non è tempo di aggredire il nodo della redistribuzione?

Osserva acutamente Colin Crouch, che siamo in una fase postdemocratica e che, pertanto, proprio questa post democrazia dovrebbe essere l’avversario politico da combattere. Parlare di crescita, come avviene in questa fase, è inutile se le prospettive di ampie fasce della popolazione non migliorano o addirittura peggiorano. È necessario affrontare, dunque, il discorso sullo stato sociale e sulle condizioni reali di vita degli italiani.

Ѐ una fase politica anomala quella che stiamo attraversando. Se è pur vero che la pandemia ha messo in crisi stili di vita e di comportamento, dall’altro si registra una sorta di arretramento della democrazia a livello mondiale. La democrazia segna il passo, la politica è diventata quasi una lobby per pochi che a rimorchio dell’economia sono ormai incapaci di ridisegnare il futuro dei popoli e degli Stati. Si dirà che tutto questo è l’effetto della globalizzazione dei mercati e del liberismo che ormai hanno una influenza determinante anche sulla politica e quindi sulle linee dei governanti.

In questo quadro fosco, dal sapore molto antico, anche la democrazia sembra essere ormai un optional. Non c’è bisogno di scomodare i pensatori classici delle dottrine politiche o quelli più moderni per scoprire, come osserva acutamente Colin Crouch, che siamo in una fase postdemocratica e che, pertanto, proprio questa post democrazia dovrebbe essere l’avversario politico da combattere. La democrazia, colpa anche delle nuove tecnologie e dei social, non è più partecipazione al governo della cosa pubblica, ma sempre più oligarchia che si rinnova di elezione in elezione attraverso messaggi pubblicitari interessati e poco veritieri che incidono sulle scelte di un elettorato che ormai non arriva più neanche al quaranta per cento degli aventi diritto al voto.

Un sistema per il quale, al di là di alcuni giudizi positivi, si muove (soprattutto per quel che ci riguarda) in una continua cessione di diritti all’Unione Europea con la conseguente incapacità di ogni Stato membro nel poter disegnare il processo di sviluppo del proprio popolo. Ѐ una situazione sicuramente imbarazzante e poco democratica, ma soprattutto anche iniqua se guardiamo all’interno della realtà politico-sociale italiana. Il verbo di questo ultimo anno di governo è rappresentato dal termine “crescita”, “sviluppo economico” senza, però, guardare alla situazione sociale ed in particolare a quel vocabolo che si chiama redistribuzione.

La domanda che andrebbe fatta all’attuale classe politica di Governo (che abbraccia ormai la quasi totalità delle forze politiche presenti in Parlamento) può essere coniata così: cosa se ne fa il popolo della crescita economica se il caro energia e l’inflazione dilapidano la maggior parte dei salari? Una situazione che ci porta a considerare come questo tecnicismo politico è molto distante dalla vita reale delle persone e che solo la politica (quella vera) ed una classe politica degna di questo nome possono incidere positivamente sul futuro della stragrande maggioranza delle famiglie italiane. 

Una situazione per la quale si impone una riflessione su quella che possiamo definire democrazia sociale e che andrebbe attentamente valutata non con l’occhio macroeconomico, ma con quello microeconomico. Forse nessuno sa che  l’Italia è l’unica nazione dove negli ultimi trenta anni i salari sono diminuiti e che a fronte di 540 mila di nuovi posti di lavoro creati lo scorso 2021, ben 434 mila sono a tempo determinato. Ed allora, più che di Governi tecnici, di unità nazionale, di arcobaleno di colori, è necessario affrontare il discorso sullo stato sociale e sulle condizioni reali di vita degli italiani.

Le donne stanno cambiando l’Africa. In Kenya, tra gli imprenditori, sono loro a prevalere. Un libro di Vita e Pensiero.

Dall’ultimo numero della rivista «Vita e Pensiero» pubblichiamo uno stralcio da «La leadership femminile nell’Africa del XXI secolo» (traduzione di Mario Porro) di Josée Ngalula, teologa, religiosa della Congregation Saint-André e prima donna africana a entrare nella Commissione Teologica Internazionale.

Josée Ngalula 

Il dinamismo impressionante delle donne africane in materia economica fin dall’Africa tradizionale si è rafforzato con l’avvento della colonizzazione, e poi delle indipendenze africane. La scolarizzazione delle donne ha fatto nascere il salariato femminile: maestre, addette alle pulizie, segretarie, hostess, cassiere.

Ma in rapporto alla leadership femminile nell’ambito economico, l’epoca contemporanea ha soprattutto dato alle donne alfabetizzate una maggiore autonomia, specialmente a quelle che sono emigrate in città: alcune nubili vi hanno sviluppato attività commerciali di ampia portata, rivaleggiando talvolta con i grandi commercianti europei, per l’approvvigionamento regolare e su vasta scala dei mercati, delle mense, dei ristoranti.

Ve ne sono alcune che ogni mattina inviano nella strada varie decine, talora centinaia di commercianti ambulanti che esse pagano come lavoratori giornalieri, al fine di smerciare acqua in sacchetti, ciambelle, biscotti, caglio, abiti per bambini, che altre decine o centinaia di lavoratori a giornata hanno fabbricato. Alcune gestiscono anche circuiti di distribuzione che toccano varie città dell’Africa, senza spostarsi dalla loro poltrona.

Altre ancora si sono specializzate nei viaggi da un centro urbano all’altro per comprare e rivendere merci all’ingrosso. Alcune di queste commercianti sono diventate quel che il linguaggio popolare africano chiamerà le «nana benz» (potremmo tradurre «signore in Mercedes», NdT) presenti in tutte le grandi città dell’Africa: si tratta di donne proprietarie di piccole o medie imprese (pubbliche o clandestine) ed estremamente ricche. Sulle loro spalle vive il mondo degli artisti, dei musicisti, dei politici e dei piccoli commercianti. E tuttavia, dalla seconda metà del XX secolo, sta emergendo un nuovo volto dell’imprenditorialità femminile.

Infatti, un’indagine della Banca mondiale pubblicata nel 2010 ha rivelato l’avanzare di una nuova generazione di donne con un livello elevato di istruzione, iniziate alle tecniche di management, che hanno deciso di volare con le proprie ali come imprenditrici.

Se nel periodo dell’Africa tradizionale le donne avviavano attività per necessità di sopravvivenza delle loro famiglie, in questo XXI secolo sono sempre più numerose nuove figure di imprenditrici che si lanciano per voglia e per determinazione, al fine di imporre la loro leadership in un contesto nazionale e internazionale competitivo. Esse rifiutano di rinchiudersi nel mondo del microcredito tradizionalmente proposto alle donne commercianti dell’Africa in crisi economica, o nelle cooperative classiche degli ambienti commerciali femminili africani. Gestiscono il loro capitale, maneggiando milioni, addirittura miliardi nella loro moneta nazionale, sforzandosi di piegarsi alle esigenze di competitività e di produttività imposte dalla globalizzazione dei mercati.

Nel corso del Vertice economico delle donne d’affari africane, tenutosi a Nairobi il 19 e 20 marzo 2010 sul tema Investire in modo differente sulle donne, era presente un centinaio di donne africane dirigenti d’azienda in agrobusiness, cosmetica, didattica innovativa, bancarie, esperte finanziarie, ministre dell’economia e governatrici di banche centrali.

Si è scoperto durante il Vertice, ad esempio, che in Kenya il numero di imprenditrici donne supera quello degli uomini. E si è appreso con gioia che una donna africana era stata selezionata fra sette imprenditori a livello internazionale per un programma dell’Onu: si tratta di Bouthayna Iraqui Houssain, madre di tre bambini e dirigente di Locamed, una società di distribuzione di materiale medico e ortopedico. Anna Mokgokong, presidente esecutivo di Community Investment Holdings in Sudafrica, è stata segnalata come una delle donne d’affari più influenti del continente africano. La tanzaniana Ugwem Eneyo si è messa in luce per progetti di depurazione dell’acqua, l’ivoriana Touré Diabaté nel mondo dell’industria, Magatte Wade nell’agroalimentare e nella cosmetica. Altre donne africane sono alla testa di fondi d’investimento molto attivi sul continente: Souad Benbachir in Marocco, o ancora Tsega Gebreyes, in Etiopia.
(Fonte: L’Osservatore Romano – 22 aprile 2022)

Le opinioni, mine vaganti a ridosso della realtà. Parole a vuoto, su tutto, mentre…il vero potere dirige nell’ombra.

Terrapiattismo, nichilismo, relativismo, miscredenze, negazione della scienza, alterazioni lessicali, semantiche e simboliche del linguaggio, dietrologia, luoghi comuni intercambiabili hanno alimentato una deriva di messa in discussione di qualsiasi cosa: il presente domina tutto e tutto rende instabile e insicuro.

“Ormai non ci sono verità che non possano essere messe in dubbio: domina il primato del parere personale. Ma non è dato sapere tale dinamica dove ci porterà”, Questo è l’incipit di un recente articolo di Giuseppe De Rita ospitato dal Corriere della sera, che ci propone un tema su cui sembra valga la pena di riflettere.

Spesso orfani di memoria, ci siamo lentamente affrancati dal giogo dalle ideologie ma anche dalla storia: come possiamo ogni giorno verificare entrambe riaffiorano nel presente dominante, storpiate da una visione soggettiva delle cose. Il miscuglio di opposti e di contrari in cui siamo quotidianamente immersi ci lascia senza approdi emotivamente rassicuranti: è forse un residuo paradossale della globalizzazione che voleva un mondo interconnesso e ubiquitario ma ci fa vivere in una torre di Babele dove comunicazione e informazione si confondono, fino ad alterare il nostro modo di pensare, relativo, precario, intercambiabile e interconnesso. Nuove tecnologie e digitalizzazione dilagante penetrano i meandri più reconditi della nostra vita ma non sempre semplificano le relazioni umane e la comprensione della realtà.

Da quando le radici, i valori tramandati, gli ideali su cui poggiava una identità malferma e in perenne evoluzione sono stati sostituiti dalle opinioni personali diventa vero tutto ma pure il suo contrario.

Come ricorda De Rita, ad esempio, i nostri vecchi ci avevano insegnato che la matematica non è un’opinione: ma se uno dice che due più due fa quattro può spuntare qualcuno che obietta: “me lo dimostri”. Terrapiattismo, nichilismo, relativismo, miscredenze, negazione della scienza, alterazioni lessicali, semantiche e simboliche del linguaggio, dietrologia, luoghi comuni intercambiabili hanno alimentato una deriva di messa in discussione di tutto ciò che finora era una base anche emotivamente rassicurante su cui costruire una parvenza di futuro a corto raggio: il presente domina tutto e tutto rende instabile e insicuro.

Siamo tendenzialmente portati ad attribuire una valenza oggettiva agli aspetti anche più apparentemente banali della nostra esistenza: perché cerchiamo stabilità e certezze, perché desideriamo una realtà che ci protegga e ci contenga, cerchiamo spiegazioni, tracce, percorsi, approdi. Ma non c’è mai un orizzonte rassicurante davanti a noi, il disagio esistenziale dipende più spesso di quanto crediamo dalla soggettività delle valutazioni e dei punti di vista.

Un laccio che avvinghia anche la politica, ricordo un’interessante osservazione di Federico Fubini in un talk show televisivo: sovente molte diatribe, polemiche, pulsioni critiche che scompaginano la stabilità delle stesse istituzioni andrebbero analizzate sul lettino dello psicanalista. In questo drammatico periodo in cui l’ondata pandemica continua a dilagare con le sue cangianti mutazioni, si aggiunge lo sconvolgimento di una guerra che gli analisti politici si affannano a spiegare secondo criteri di valutazione geopolitica e geoeconomica ma la cui genesi forse risiede nell’instabilità emotiva, nel delirio di onnipotenza, nella visione distopica e solipsistica di una sola persona. Questo dimostra quanto sia carica di forza dirompente la soggettività di valutazione e di comportamenti che domina il latente delirio dell’uomo solo al comando, quanto ne siano condizionati gli effetti che si riverberano sulla quotidianità imperscrutabile di ciascuno.

Trovo che manchi la capacità di autocontrollo al pensiero che circola vorticosamente, alle parole che si dicono, alle decisioni che si prendono, alle onde lunghe di opinioni che si formano partendo da un input banale, effimero, a volte stupido e stucchevole, alla logica del “grande fratello” che ci avvolge dove siamo tutti prigionieri – anche per un attimo – di luoghi comuni e di fake create ad arte per conculcare e spegnere l’uso della ragione e l’etica delle azioni. Le opinioni diventano un vortice assorbente e confusivo, se uno vale uno tutto può essere affermato, tutto può essere negato. Sono mine vaganti e imponderabili che stimolano una deprecabile pedagogia sociale alimentata dalla sua vorticosa velocità diffusiva.

Ritengo importante che il Presidente del Censis, il più autorevole istituto di analisi e ricerca sociale del Paese, stigmatizzi questa tendenza che sposta in modo ondivago e non radicato nella realtà movimenti di opinioni disparate, che oscillano tra l’improbabile e il pericoloso: non è un fenomeno solo italiano ma planetario. Stranamente alla pseudo-democrazia del pensiero circolante corrisponde una visione globale confusa e contradditoria della realtà: mentre il pianeta si alimenta di parole, chat, tweet, post e ciascuno dice la sua (perché bisogna intervenire sempre, presenziare, creare un profilo personale, esserci, partecipare, provocare, alimentare la vorace curiosità di sapere tutto e di esprimersi fino a immaginare di essere l’ombelico dell’universo) si crea un’oligarchia mixata di poteri forti confliggenti che con mani sapienti pilotano dibattiti estenuanti sul nulla per essere liberi di organizzare un nuovo ordine mondiale.

Un corridoio digitale Europa-Asia via Azerbaigian firmato Sparkle. A spiegarlo provvede Formiche Pop Tech.

Intesa tra la società italiana del Gruppo Tim e AzerTelecom, principale operatore del Paese asiatico nell’ambito del progetto Digital Silk Way. L’ad Romano: “Aggiungiamo diversificazione alle rotte esistenti, rispondendo alle crescenti esigenze di resilienza e sicurezza nelle comunicazioni digitali globali”.

Gabriele Carrer

Gas, container e ora anche telecomunicazioni. L’Azerbaigian si conferma crocevia tra l’Europa e l’Asia con la firma di un protocollo d’intesa tra Sparkle, primo operatore di servizi internazionali in Italia e fra i primi nel mondo (Gruppo Tim), e AzerTelecom, principale operatore wholesale del Paese asiatico, per stabilire una collaborazione nell’ambito di Digital Silk Way.

Si tratta di uno uno dei cinque migliori progetti infrastrutturali strategici in Asia al Global Strategic Infrastructure Leadership Forum nel 2020, avviato da Neqsol Holding e implementato da AzerTelecom (che è parte di Neqsol Holding) per sviluppare le tecnologie informatiche e l’ecosistema digitale in Azerbaigian e trasformare il Paese in un hub digitale per la regione. L’obiettivo dell’intesa siglata oggi (giovedì 21 aprile 2022, ndr) a margine dell’evento globale sulle telecomunicazioni Capacity Middle East 2022 è creare un corridoio di telecomunicazioni digitale tra l’Europa e l’Asia attraverso l’Azerbaigian.

L’accordo prevede anche che le parti valutino nuove opportunità commerciali e di studiare la fattibilità di stabilire e gestire congiuntamente un nuovo corridoio di capacità trasmissiva end-to-end tra l’Asia centrale ed Europa, sfruttando anche l’infrastruttura esistente di Sparkle che si estende dalla Turchia all’Italia fino a tutti i principali hub europei.

 

Di fiducia le parole di Fuad Allahverdiyev, presidente del consiglio di amministrazione di AzerTelecom, secondo cui la collaborazione con Sparkle, “che mostra un grande interesse per un nuovo percorso, sarà vantaggiosa per le nostre aziende e contribuirà ad accelerare la digitalizzazione nella regione”.

 

Il progetto, ha spiegato Elisabetta Romano, amministratore delegato di Sparkle, “aggiunge diversificazione – migliorando le prestazioni – alle rotte esistenti, rispondendo alle crescenti esigenze di resilienza e sicurezza nelle comunicazioni digitali globali”. A novembre, la stessa manager aveva dichiarato che Sparkle sta investendo “qualche centinaia di milioni di euro” in diversi progetti infrastrutturali su larga scala per fornire connettività avanzata tra Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa e nell’apertura di nuovi punti di presenza per aumentare la capillarità della sua rete africana. Il progetto più importante rimane senza dubbio quello che ha annunciato a luglio, un altro collegamento tra Europa e Oriente: una collaborazione con Google e altri operatori per costruire Blue & Raman Submarine Cable Systems, una nuova infrastruttura intercontinentale che dall’Italia si estende fino in India.

 

Continua a leggere

https://formiche.net/2022/04/accordo-sparkle-azerbaigian/

 

Belin, ed è subito Genova. Lo scavo linguistico della Treccani.

“Oggi nell’italiano parlato in Liguria, scrive Toso, «la forma originaria bellin viene usata come intercalare o segnale discorsivo, smarrendo completamente… la connotazione volgare: in tal senso, può costituire una pausa (‘è entrato lui, e bellin, non ha più parlato nessuno’), introdurre frasi interrogative (‘bellin, non verrà mica anche lui?’) ed esclamative (‘bellin se è buono!’), connotare enfaticamente l’azione (‘non so più cosa fare, bellin’), sostituire un’affermazione (‘bellin se ci andrei!’)”.

Marco Brando

Anche chi non è mai stato in Liguria di solito associa l’identità locale ad almeno due stereotipi: la presunta tirchieria e il ricorso assai ricorrente alla parola belin (dal punto di vista etimologico la grafia corretta è bellin, con la pronuncia be ́liŋ). Quest’ultimo termine, che è anche il nome dato all’organo sessuale maschile, viene usato come intercalare dai liguri doc: sia quando si esprimono in lingua genovese – nelle sue varianti da Ponente a Levante – sia quando parlano italiano. Come spiega la linguista Sabina Canobbio (già professoressa ordinaria all’Università di Torino) nell’Enciclopedia dell’italiano di Treccani, gli intercalari sono «sequenze… che il parlante inserisce qua e là nel discorso, come personali forme di routine e, in modo per lo più irriflesso, per punteggiare espressivamente il discorso stesso… Possono ricorrere più volte in una stessa enunciazione come veri e propri tic».

Un tic o un dio dei Celti?

Ai genovesi/liguri è meglio non dire che l’uso della parola belin è un tic. Potrebbero offendersi (in effetti, un terzo stereotipo attribuisce loro una certa irascibilità). In ogni caso, è un’espressione usata con talmente tante sfumature da riuscire a rappresentare vari stati d’animo e punti di vista; inoltre ha generato una serie di varianti e aggettivi, buoni per diverse occasioni. La linguista cita proprio il termine belìn come «una delle interiezioni “costituite da parole oscene o comunque colpite da un tabu linguistico, più o meno eufemizzate e desemantizzate, spesso marcate regionalmente», tanto da segnalare «la provenienza geografica”» (come pota nel caso dei bergamaschi).

La domanda che molti si pongono è questa: come è nata la parola belìn? Il fatto che in Liguria si usi in maniera così sistematica induce tutti – inclusi gli stessi liguri, perlomeno quelli non-addetti-ai-lavori della linguistica – a ritenere che sia tipica della zona dalla notte dei tempi. Basti pensare che, secondo una delle ipotesi “etimologiche” più pittoresche, deriverebbe dai nomi di due divinità “falliche”: Baal o Belo, di origine semitica/fenicia, o Belenos, caro ai Celti. Spiega GenovaToday: “Questo dio veniva adorato anche dagli antichi Liguri, entrati a contatto con le popolazioni celtiche”. Insomma, in Liguria, secondo questa teoria, si direbbe belin da almeno tremila anni. Per altri, invece, il termine è legato a “budello” o “budellino”, la parte dell’intestino crasso di alcuni animali usata per i salumi insaccati.

Dice il dialettologo

In realtà, il linguista genovese Fiorenzo Toso, specialista dell’area ligure, professore ordinario all’Università di Sassari, ha dovuto deludere i fan dei Celti e pure i salumieri. Lo ha fatto già nel 2015, esaminando la questione nel suo Piccolo dizionario etimologico ligure e, più dettagliatamente, nel volume Parole e viaggio. Itinerari nel lessico italiano tra etimologia e storia. L’intera questione va rivista alla luce della cronologia. In estrema sintesi, la parola bellin – a dispetto della sua popolarità – ha cominciato a “colonizzare” Genova soltanto nell’Ottocento. Il professore cita un anno preciso: il 1894, quando viene attestata per la prima volta. Mentre la variante savonese abbellinou – cioè ‘ingenuo, credulone’ – era comparsa 52 anni prima.

Paròlle do gatto

«Bellin non è attestato in genovese», scrive Toso, «prima di Carlo Randaccio» (Genova 1827 – Roma 1909), che proprio nel 1894 lo tenne a battesimo nel suo volume Dell’idioma e della letteratura genovese. Anche se il derivato abbellinòu, ‘minchione’, «compare nel 1842 a Savona, intuibile per la rima, essendo sostituito (a parte la lettera iniziale e quella finale), da puntini di sospensione: “Tutte cöse che se fan / con pöchìscimi dinæ… / ma se semmo a……æ!» (‘tutte cose che si potrebbero fare / con pochissimi soldi… / ma se siamo scemi!’)”». I punti di sospensione si spiegano col fatto che durante l’Ottocento in Liguria nei confronti dell’intera famiglia lessicale dei termini considerati volgari (le cosiddette parolacce) c’è stato un ostracismo nell’uso letterario. Sono le espressioni definite simpaticamente in genovese pòule o paròlle do gatto. Il professore spiega: sono «quelle che per diffusa convenzione sarebbe bene non pronunciare pubblicamente, da… dare metaforicamente in pasto alla bestiola di casa», come si fa con gli avanzi.

Con Bacigalupo

L’ostracismo durò «almeno fino alla pubblicazione nel 1895 di un’opera che segna per certi aspetti una piccola ‘rivoluzione’ nell’uso scritto del genovese». Succede con la pubblicazione della «parodia dell’Eneide (scritta, appunto, nella lingua locale, ndr) di Niccolò Bacigalupo» (Genova 1837-1904): «Ai toni e ai temi ‘alti’ della tradizione locale comincia a subentrare, come presa d’atto del ruolo ormai debole del genovese come strumento identitario e comunicativo, la piena accettazione della dialettalità, in quanto manifestazione letteraria aperta anche all’utilizzo di voci triviali. In tal modo, la popolarità di una parola come bellin irrompe pienamente nell’uso scritto in tutta la sua complessità semantica». Per esempio, Bacigalupo scrive: «A-o bellin dove semmo? e che manëa / a l’é questa, perdïe, de voei trattâ?» (“Caspita, dove siamo? E che maniera / è questa, perdio, di trattare?”). «Nel poemetto sono anche attestati i principali derivati, alcuni dei quali destinati… ad affermarsi» nel linguaggio usato dai liguri.

 

Continua a leggere

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Belin.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Fronte anti-Pechino: cresce il sostegno di Tokyo a Taipei (AsiaNews).

Il Governo nipponico appoggia la richiesta dei taiwanesi per partecipare all’Assemblea annuale dell’Oms. I cinesi boicottano la presenza di Taiwan nei forum internazionali. Ex premier giapponese: aumentare la spesa militare per rispondere alle minacce della Cina.

Agenzia AsiaNews

Cresce il sostegno del Giappone a Taiwan, sempre nel mirino della Cina che ne rivendica la sovranità. Nel “Libro blu” sulla propria diplomazia, presentato oggi, il governo nipponico appoggia in modo aperto la campagna di Taipei per partecipare all’Assemblea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che si terrà dal 22 al 28 maggio.

Da sempre la Cina si oppone alla partecipazione dell’isola all’incontro annuale dell’organismo Oms, come a ogni altro ente o forum internazionale. Per le autorità comuniste, l’isola è una “provincia ribelle” da riconquistare anche con la forza. Taipei è stata espulsa dall’Oms nel 1972, dopo che la Repubblica popolare cinese ha ottenuto il suo seggio alle Nazioni Unite. Da allora i taiwanesi hanno potuto partecipare ai lavori dell’Assemblea solo dal 2009 al 2016 in qualità di osservatori: il periodo coincide con la presidenza del nazionalista filo-Pechino Ma Ying-jeou.

Nel Libro blu i diplomatici giapponesi avvertono che l’equilibrio militare nello Stretto di Taiwan si sta spostando sempre più a favore di Pechino. Lo prova l’intensificarsi delle operazioni aeree e navali nei pressi dell’isola.

Al riguardo l’ex premier nipponico Shinzo Abe ha invocato un aumento del budget nazionale per la difesa. Parlando ieri a un evento organizzato dal Japan Forum for Strategic Studies, il sempre influente Abe ha detto che il Giappone deve accrescere la spesa militare fino al 2% del Pil per dissuadere la Cina dall’usare la forza contro Taiwan.

L’ex primo ministro nipponico ha aggiunto che gli Usa dovrebbero rivedere la propria “ambiguità strategica” verso Taiwan e chiarire il proprio impegno per la difesa dell’isola. Con il Taiwan Relations Act, gli Stati Uniti hanno promesso di difendere Taiwan, soprattutto con forniture militari. Adottato nel 1979 dopo il formale riconoscimento diplomatico della Cina comunista, il provvedimento non specifica in modo chiaro se Washington risponderà a un’aggressione cinese nei confronti di Taipei.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/Fronte-anti-Pechino:-cresce-il-sostegno-di-Tokyo-a-Taipei-55644.html

 

Le due (tre) culture. De Rita, intervistato da BeeMagazine, punta il dito contro l’imperversare dell’opinione.

Per gentile concessione di BeeMagazine riproponiamo l’intervista a Giuseppe De Rita, pubblicata lo scorso 21 aprile. Per sapere di più sul progetto editoriale del magazine si può fare clic sul seguente link https://beemagazine.it/chi-siamo/

Mario Nanni

Nel dibattito sulle “due (tre) culture” che BeeMagazine ha avviato da tempo tra eminenti personalità della cultura italiana, abbiamo invitato a esprimere il proprio punto di vista il professor Giuseppe De Rita, presidente del Censis, e autore di memorabili Rapporti annuali sulla società italiana, studiata e scandagliata con gli occhi del sociologo, dell’antropologo culturale e anche del futurologo. Al Professor De Rita avevamo chiesto, come a tanti professori universitari, di scrivere un articolo, ma egli ha preferito la forma dell’intervista vis à vis. È stata l’occasione, peraltro, di affrontare anche altre questioni in qualche modo connesse con il tema principale.

Beemagazine ha avviato un dibattito, raccogliendo contributi e interventi, sul tema delle due culture, umanistica e scientifica. Cominciamo con una domanda, professor De Rita: intanto due o tre culture? 

Banalmente, risponderei: oltre alle due culture ce n’è una terza, la cultura socio-politica. Quest’ultima è destinata a farsi sintesi, altrimenti avrebbe ragione Luigi Morandi, quando sosteneva che le intese sono difficili. La cultura sociopolitica è necessaria per una interpretazione dei fenomeni.

Diceva, una risposta banale. E parlandone più in profondità?

Noi oggi abbiamo una terza cultura che ha distrutto le prime due…

E quale sarebbe?

La cultura dell’opinione. Siamo tutti opinionisti. Basta vedere la tv. Sui virus sparano opinioni Cacciari, Burioni e tanti altri. Invece di una dialettica che si sviluppi all’interno della cultura abbiamo tante scuole di opinione.

Il risultato qual è?

Siamo in una crisi grave; mentre dovremmo parlare di una terza cultura, invece imperversa la cultura dell’opinione, tengono la scena dieci scienziati che hanno detto tutto e il suo contrario.

Un’altra domanda per avviare il discorso: quale rapporto ci può essere tra le due, le tre culture? Di sinergia, di conflitto, di contaminazione, per usare un termine un tempo di moda?

Si può trovare una intesa se la terza cultura riesce a fare mediazione e sintesi, se la cultura socio-politica sarà all’altezza. Se restano isolate, chiuse nella loro autosufficienza, non solo le intese saranno difficili, come diceva Luigi Morandi,  ma queste culture non si parleranno mai.

Andiamo un po’ indietro, Professore. Tra un anno sarà un secolo dalla riforma della scuola di Giovanni Gentile. Ha svolto una funzione storica, non c’è dubbio, ma il germe della scissione tra le due culture, della separatezza tra scienze fisiche e scienze umane non è partito da lì? Dall’idealismo che svalutava la scienza e, vediamo per esempio Croce, la riduceva a pseudo concetto?

Non sono d’accordo. L’idealismo di Croce e Gentile era un idealismo che esaltava la formazione umanistica della cultura. E secondo me quella impostazione è ancora valida. Diciamocelo: è la dimensione umana, culturale e sociale che cambia il mondo, non le macchine in quanto tali. Roberto Calasso diceva: la storia è storia della letteratura, da Omero a Musil. Non una storia delle date, delle guerre, ma una storia della letteratura. Forse era l’esagerazione di un editore, di un uomo innamorato dei libri, ma è una suggestione che fa riflettere.

Le racconterò un particolare: a una mostra sulle conquiste fenicie che alla fine riguardarono la Sardegna, c’era un cartellone in cui si mostrava questa scena: i fenici mandavano a morte coloro che avevano superato i 50 anni. La scena mostrava che questi condannati a morte  andavano a morire con un sorriso di scherno, beffardo, sul viso. Da qui riso sardonico. Ebbene, il colpo di scena è stato che questo particolare storico lo si trova già in Omero!

La crisi della scuola di oggi dunque non c’entra con la riforma di Gentile?

La crisi vera della scuola bisogna cercarla altrove. La crisi si annida nella convinzione durata anni che la scuola basti a se stessa, che basti una frequenza pluriennale; la crisi è in questa visione quantitativa della frequenza scolastica sganciata dal mondo del lavoro. La colpa è della strategia della scolarizzazione estremizzata che risale agli anni Settanta: la proliferazione delle classi, degli insegnanti, per fare grandi numeri. Era una politica scolastica dove le esigenze dei sindacati si sono saldate con calcoli politici clientelari. E così la scuola si è avvitata su se stessa, si è chiusa in se stessa.  Mentre già da allora si doveva pensare a una scuola finalizzata al lavoro.

La famosa frase di Terenzio “Nihil humani a me alienum puto” può dare un’idea della concezione integrale della cultura e dell’unione dei saperi, perché in fondo tutti si riconducono all’uomo?

Mi viene di dire che Terenzio viene usato per giustificare l’autonomia e il valore dell’opinione. E viene citato spesso a sproposito.

Ai fini di una integrazione dei saperi, non dovrebbe essere ripensato il sistema dei programmi scolastici? Per fare un esempio: chi studia al liceo classico sa di Omero ma ignora nozioni fondamentali di economia. È normale?

Non vedo questa urgenza di anticipare lo studio di certe materie. Che cosa è il pil o lo spread lo studente liceale ha tanti modi per saperlo.

La parcellizzazione delle discipline, non solo nel campo scientifico ma anche nel campo umanistico, quanto ha inciso nell’accentuarsi della dicotomia tra scienze della natura e scienze dello spirito, per citare la formula di Dilthey?

Ha inciso. E molto.  Se lei fosse andato a vedere l’annuario dell’Università italiana di dieci anni fa avrebbe trovato 20 pagine di “storie”, voglio dire di insegnamenti tipo: storia di questo, storia di quello. Gli storici hanno occupato tutto. Ora a fare la parte del leone è il management: ma il meccanismo, mutatis mutandis, è lo stesso: prima gli storici, ora il management variamente combinato con le discipline.

Medici come Bulgakov, Cechov e Celine, ingegneri come Musil e Gadda, scienziati della politica come Machiavelli si sono dati alla letteratura, e cioè a materie umanistiche: che cosa le suggeriscono questi esempi?

Sono persone che hanno avvertito la settorialità del loro sapere e hanno sentito l’esigenza di avere un campo più largo. Si saranno detti: ho fatto una cosa, e in fondo che cosa ho fatto? E si sono dati alla letteratura. Prendiamo, uno per tutti, Machiavelli: ha scritto cose sbalorditive di scienza politica. Ma poi, la sera, dopo aver giocato a tric trac nell’osteria con i suoi villani, si chiudeva nello studio…

Come racconta nella celebre lettera a Francesco Vettori…

Già. Indossava i panni curiali per parlare con i Grandi del passato e per nutrirsi, come scrisse, “del cibo che solum è mio e vivo per lui”. Noti questo particolare: per parlare con i Grandi sentiva il dovere di indossare panni curiali, cioè solenni. Come si fa a una festa. E quel dialogo con i grandi era appunto una festa dell’intelligenza e della culttura.

Si sente ogni tanto parlare di Nuovo Umanesimo, scritto con la maiuscola e la minuscola: in una ideale “carta del nuovo umanesimo” Lei professore quali valori fondamentali inscriverebbe?

Il vecchio Umanesimo, diciamo pure l’Umanesimo storico, coltivava e guardava al passato. Ma l’Umanesimo storico ci ha poi portato il Rinascimento che guardava al futuro e costruiva l’avvenire. Se ci deve essere un nuovo umanesimo, questo deve continuare a guardare avanti. Le culture che sono andate avanti sono quelle che hanno espresso il valore della relazione, il valore dell’uomo per l’altro uomo. “Il volto di Dio comincia dal volto dell’altro”, ha detto Levinas.

E oggi è praticato questo principio?

Il grande nemico sa qual è? Le farò un esempio: il “vaffa” è la rottura della relazione. Con questa rottura la società italiana è andata indietro di mille anni.

Addirittura, professore…

Ma certo, e Le spiego perché: il “vaffa” è una lacerazione, una interruzione, una distruzione, del dialogo. Significa dire all’altro: di quello che dici, di quello che pensi, di quello che senti non m’importa niente. E così torniamo alla barbarie dell’uomo insulare, dell’uomo che non si relaziona. Ecco perché uno dei problemi più urgenti del nostro tempo, se non “il” problema, è cercare di recuperare il senso, la necessità, il bisogno della relazione. Solo su questo si può costruire.

Per concludere come abbiamo cominciato: quali sono le condizioni perché ci possa essere un rapporto virtuoso e fruttuoso tra le due culture, tra le tre culture?

Una condizione sola: che non pensino solo a se stesse. Oggi gli scienziati pensano solo a se stessi, i virologi pensano solo alla loro scienza. La prima cosa da abbandonare è l’autosufficienza, l’autoreferenzialità, che isola, non aggrega.

Una domanda che potrebbe sembrare eccentrica rispetto al tema di questa intervista, ma in realtà non lo è: la nostra Costituzione a quale tipo di cultura rinvia?

Alla cultura classica, ai valori umanistici del lavoro, della famiglia, della persona, della solidarietà sociale, dello studio meritevole anche se privo di mezzi. Basta ricordare i protagonisti di quel laboratorio istituzionale, politico e culturale che fu l’Assemblea costituente: Moro, La Pira, Concetto Marchesi, Togliatti, Croce, Calamandrei e tanti altri che non sto qui a nominare, l’elenco sarebbe lungo.

Che idea si è fatto del fenomeno che va sotto il nome di “cancel culture”?

È figlio della vittoria dell’opinionismo.

Lei che è un eminente sociologo e come un rabdomante ha scandagliato i movimenti sotterranei della società italiana, producendo ogni anno un Rapporto (ne sono stati presentati 50), ci può dire come viene percepita e rappresentata questa disputa ricorrente, e che rischia di apparire oziosa ma non lo è, tra le due, tre culture?

Come uno spettacolo, prodotto dal meccanismo dell’opinionismo. Un esempio recentissimo. C’è una guerra. Le guerre sono una cosa tragicamente seria. Ebbene, non c’è discussione sulla guerra, sulle stragi ma sul dilemma se Putin è buono o cattivo, se Zelensky è serio o è rimasto un comico. Questo è il livello. E poi: la pandemia è in calo, ma anche in questi dibattiti sulla guerra il virologo c’è sempre. Boh!

Professore, sta lavorando alla sua autobiografia? Avrebbe tanto da raccontare: i suoi maestri, le sue letture, i Rapporti Censis di cui è più orgoglioso…

Non ci sarà un’autobiografia. È un atto di narcisismo. Ho raccontato alcuni momenti della mia vita in qualche libro, ma non penso di scrivere un libro sul lavoro di una vita intera. Le farò dono di un libriccino che ho dedicato a Cecrope Barilli, “ricordo di un grande formatore”…

Professore, ho capito bene, Cecrope?

Sono sicuro che non molti avranno conosciuto un uomo chiamato Cecrope, nome peraltro arcaico e nobile essendo appartenuto al primo re di Atene.

Professore lo leggerò, ma intanto mi può dare un’idea del suo maestro?

Posso dire questo: la sua fu una vita dedita al civismo collettivo, all’educazione civica, all’etica della responsabilità pubblica. Resto convinto di aver notato decine di volte la sua silenziosa soddisfazione di quanto era potente il suo lavoro formativo nell’aver cambiato a tanti di noi la dinamica del cervello (e quella del corpo). Capivo dai suoi occhi sorridenti e ironici quando pensava: “adesso non sarete più come prima”.

Forse è questo l’effetto che il magistero formativo produce nel discepolo…

Formare è cambiare il giro dei pensieri di chi ti segue.

 

Mario Nanni è il Direttore editoriale di BeeMagazine. Per leggere l’intervista in originale cliccare su questo link

https://beemagazine.it/le-due-tre-culture-intervista-al-professor-giuseppe-de-rita/

“Centro”, un fermo no alla deriva populista e sovranista.

Sempre più nel nostro paese cresce l’attenzione nei riguardi del centro. I cattolici democratici lo intendono, da De Gasperi in poi, come orientato a sinistra. Ma cosa significa oggi costruire un progetto politico di “centro che guarda a sinistra”? Ebbene, occorre essere molto esigenti sul piano dei valori da difendere e delle alleanze da costruire. se vogliamo declinare correttamente la formula di un passato glorioso.

Quando parliamo del “centro”, noi cattolici democratici e popolari di norma pensiamo immediatamente all’ormai famoso e decantato “centro che guarda a sinistra” di degasperiana memoria. Parole che hanno orientato e condizionato la scelta di molti cattolici democratici, popolari e sociali in questi ultimi decenni della storia democratica del nostro paese. Ma, al di là di questa tradizione politica e culturale, è indubbio che la “domanda di centro” cresce sempre di più nel nostro paese. Certo, tutti ben conosciamo le motivazioni politiche che stanno alla base di questa domanda. Dopo la stagione della contrapposizione frontale tra due coalizioni che sono sempre più sfilacciate; dopo la fase populista che ha contribuito a dequalificare la politica, i partiti, le culture politiche e soprattutto l’azione di governo; dopo la caduta verticale di credibilità e di autorevolezza della stessa classe dirigente politica; e, soprattutto, dopo la relativa sospensione della politica che ha provocato, come da copione, l’arrivo dei “tecnocrati” e degli intramontabili “esperti”, è di tutta evidenza che si deve aprire una nuova stagione politica. E forse anche di governo.

Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce la necessità, ormai non più prorogabile, di un “centro” che sappia declinare, al contempo, una autentica e credibile “politica di centro”. Una politica, e una prassi, che sappiano recuperare alcuni “fondamentali” che hanno caratterizzato una delle migliori stagioni politiche del nostro paese. E quindi, cultura di governo, cultura della mediazione, disponibilità all’ascolto e al confronto, rifiuto della radicalizzazione della lotta politica, rispetto delle istituzioni democratiche, preparazione e qualità della classe dirigente, riconoscimento del pluralismo, capacità di fare sintesi, rispetto dei corpi intermedi e, non ultimo, una cultura autenticamente riformista e democratica.

Ora, però, per ritornare ad un “centro che guarda verso sinistra”, non possiamo non fare una riflessione politica legata alla contemporaneità. Detta in termini molto chiari, cosa significa oggi costruire un progetto politico di “centro che guarda a sinistra”? Sul versante del centro sinistra, questo significherebbe allearci, come dice il segretario del Pd, in modo organico e strategico con il partito populista per eccellenza, ovvero i 5 stelle di Grillo e Conte? Sarebbe quello il modello politico che, oggi, invera la lezione e il magistero degasperiano? Al contempo, ed è d’obbligo chiederselo, se l’alleanza con gli artefici del populismo e dell’antipolitica è antropologicamente esterno ed estraneo a tutto ciò che è riconducibile alla tradizione culturale e politico del cattolicesimo politico, liberale e sociale, è pur vero che un eventuale “centro” organicamente legato a ciò che resta del sovranismo – per la verità ben poco dopo il conflitto russo/ucraino – è altrettanto lontano dalle radici di quella tradizione ideale e politica.

Ecco perchè, al di là del passato glorioso e storico del magistero degasperiano e dell’intera storia e del percorso del cattolicesimo politico italiano, è indubbio che proprio oggi è indispensabile e necessaria una attenta valutazione su ciò che significa “un centro che guarda a sinistra”. Perchè delle due l’una. O l’alleanza con la sinistra è un dogma e una pregiudiziale e allora tutto è possibile a prescindere dal profilo e dalla natura di quella concreta coalizione, oppure un rinnovato protagonismo del “centro” non può non affrontare il quadro che si va configurando dopo la stagione segnata dal populismo e dal sovranismo. Senza pregiudiziali, senza approcci dogmatici e senza preclusioni di ogni sorta. Per questi motivi va aperta una serena ma laica discussione anche tra di noi. Per il nostro futuro e non per contemplare solo il nostro passato.

Presidenziali in Francia. Il Daily Focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Dal carovita al clima, fino alla guerra in Ucraina: nel dibattito tv tra Macron e Le Pen si scontrano due visioni opposte della Francia e del mondo. L’Europa guarda con apprensione al voto di domenica, cruciale per l’intera Unione.

Istituto ISPI

A quattro giorni dal ballottaggio per le presidenziali, 14 milioni di francesi hanno distolto l’attenzione per qualche ora dal conflitto in Ucraina per concentrarsi sull’unico dibattito tra i due candidati in corsa al secondo turno: il presidente uscente Emmanuel Macron, leader di En Marche!, e la sfidante del partito di estrema destra Rassemblement National (RN), Marine Le Pen. Un confronto serrato, durato quasi tre ore e trasmesso da TF1 e France 2 in cui i due partecipanti si sono scontrati su argomenti diversi, dal conflitto in corso ai rapporti con Mosca, i cambiamenti climatici, l’inflazione e le sfide per l’Unione Europea, di cui la Francia è attualmente presidente di turno. Alla fine, secondo i sondaggisti, a uscirne vincitore è stato Macron, che ha convinto il 59% dei francesi, contro Le Pen ferma a 39%. A cinque anni dall’ultimo faccia a faccia, la capofila del sovranismo francese “è sempre non all’altezza”, titola oggi impietosamente il quotidiano Libération. Secondo gran parte della stampa transalpina la sfidante è stata approssimativa e poco convincente mentre Macron ha avuto spesso atteggiamenti arroganti, ma non ha mai mollato l’avversaria e, nel complesso, ha dominato il dibattito. L’Europa tira un sospiro di sollievo mentre vede allontanarsi la prospettiva dell’elezione di una leader euroscettica, populista e xenofoba. Ma aspetta il responso delle urne come un test da superare, il cui esito sarà cruciale per l’intera Ue.

Se ad accendere il dibattito è stata la questione del potere d’acquisto, prima preoccupazione dei francesi per via del carovita, anche sul clima i due contendenti hanno fatto scintille: il presidente ha rivendicato l’obiettivo di rendere la Francia “più indipendente e più forte” e “una grande potenza ecologica del XXI secolo”. La sfidante ha definito il libero scambio “responsabile delle emissioni di gas a effetto serra”. Le Pen ha proposto una produzione “sul posto” e un consumo “il più vicino possibile”, anche per evitare “la sofferenza degli animali”. Macron ha poi accusato Le Pen di essere “climato-scettica”. Un fendente a cui la leader del Rassemblement ha risposto bollandolo con il termine “climato-ipocrita” e accusandolo di portare avanti “il peggio dell’ecologia punitiva”. Botta e risposta finalizzati ad uno stesso obiettivo: convincere i francesi indecisi, o tentati dall’astensionismo, soprattutto tra i giovani. A cominciare dai 7 milioni e mezzo che al primo turno avevano votato per il “tribuno rosso” Jean-Luc Mélenchon. All’indomani del primo turno le università francesi sono state tappezzate dallo striscione che sintetizza la posizione dell’elettorato più giovane: “Né con Macron, né con Le Pen” reputati una il volto di una deriva estremista da arginare e l’altro il paladino dello status quo e di una classe politica sorda alle richieste delle nuove generazioni.

La guerra in Ucraina e i rapporti con Mosca non potevano non irrompere nel confronto in prima serata tra i due candidati in corsa: la politica estera è stato l’argomento che ha messo più in difficoltà la leader di RN e che l’ha costretta ad una posizione difensiva che – è opinione comune oggi sulla stampa – ha poi mantenuto per l’intero dibattito. 

L’affondo di Macron è partito quando Le Pen si è congratulata per i passi compiuti per aiutare il popolo ucraino “in nome della Francia”, ma ha messo in dubbio le sanzioni alla Russia che, secondo lei, “faranno un enorme danno al popolo francese”. Il presidente le ha quindi rinfacciato il suo sostegno all’annessione russa della Crimea nel 2014 e il fatto che il suo partito abbia contratto prestiti da banche russe. Quando parla con la Russia, ha proseguito Macron, “lei parla col suo banchiere” e non con dirigenti di un altro paese. “Forse è per questo – ha rincarato – che quando bisogna assumere scelte coraggiose né lei né i suoi rappresentanti siete presenti all’appuntamento”. Sull’Europa, Macron ha accusato Le Pen di voler ancora lasciare l’Ue, “ma adesso semplicemente non lo dici più”. Ne è seguito un battibecco acceso: “Non esiste una sovranità europea perché non esiste un popolo europeo: ho capito che volete rimpiazzare la sovranità francese con quella europea”, ha detto Le Pen. Gran parte del suo programma, secondo Macron, violerebbe le leggi e i principi dell’Ue: “Non puoi cambiare le regole di un club di 27 membri da sola, solo perché sei Marine Le Pen. Il tuo è un progetto che rimpicciolirebbe la Francia”.

 

Continua a leggere

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccf29c132&sd=166050ccf284f71&n=11699e4c2b4f991&mrd=166050ccf284f5b&m=1

Cronaca di una Breccia annunciata. Una raccolta di studi sulla “operazione Porta Pia”. L’intervento del Card. Parolin.

Riproponiamo lo stralcio, pubblicato ieri sull’Osservatore Romano, della prolusione del cardinale Segretario di Stato al libro La Breccia di Porta Pia. Raccolta di Studi nel 150° anniversario (1870-2020), a cura di Francesco Anghelone, Pierantonio Piatti ed Emilio Tirone (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2022, pagine 544, euro 30) presentato il 20 aprile scorso nell’aula Benedetto XVI del Pontificio Collegio Teutonico.  All’incontro hanno partecipato, tra gli altri, Bernard Ardura, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, il generale Fulvio Poli (Stato Maggiore dell’Esercito italiano), Paolo De Nardis (presidente dell’Istituto Studi Politici San Pio v), Francesco Bonini (rettore della Lumsa), Massimo De Leonardis (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Alberto Melloni (Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni xxiii, Bologna). A poco più di novant’anni dalla firma dei Patti Lateranensi,  il volume illustra i diversi aspetti di un evento che mutò definitivamente il rapporto tra il Papa e il mondo: come mai prima, la figura del Romano Pontefice divenne quella del Padre universale, libero da ogni interesse particolare legato a un suo Stato, e proteso verso l’umanità tutta. La Chiesa nutriva la coscienza irrinunciabile di essere un soggetto giuridico internazionale; una concezione di sé non basata sull’idea di potere temporale, ma sulla natura stessa della Chiesa, sulla sua autorità spirituale sovrana, confermata dal consenso internazionale. 

Pietro Parolin

Un secolo e mezzo ci separa ormai dal 20 settembre 1870, che segnò la fine dello Stato Pontificio, iniziato con l’accordo di Quierzy, sottoscritto il 14 aprile 754 da Pipino il Breve, re dei Franchi, e Papa Stefano II .

Lo scopo della sovranità temporale del Papa era di assicurare la sua indipendenza da ogni potere politico, nonché la sua sicurezza in periodi della storia spessissimo segnati da lotte armate. Per questo motivo, l’episodio di Porta Pia non fu mai considerato dalla Santa Sede come un evento essenzialmente militare, ma fu piuttosto valutato per decenni come il simbolo di una lotta contro la Chiesa da parte di uomini ispirati da ideologie illuministiche antireligiose.

L’episodio di Porta Pia fu la conclusione di un processo sviluppatosi nei decenni precedenti e quindi non fu un evento capitato a sorpresa. Già il 27 maggio 1861, Cavour aveva esplicitamente dichiarato nel suo discorso al Parlamento che Roma doveva essere posta a capitale del nuovo Regno d’Italia, ma già alla metà del secolo numerosi tentativi di sovversione dell’ordine pubblico erano stati incoraggiati, favoriti, anzi promossi da elementi esterni allo Stato Pontificio.

Nel contesto del tempo, segnato da un anticlericalismo virulento, le affermazioni secondo le quali si protestava di voler garantire la libertà della Chiesa e l’indipendenza del pontefice da ogni potere civile, non sembravano affatto rassicuranti.

La frattura fra il neonato Stato e la Santa Sede culminò negli anni 1866-1867 con l’emanazione delle cosiddette leggi eversive, con cui sostanzialmente fu disposta la soppressione di ordini, corporazioni e congregazioni religiose regolari e secolari, con conseguente spoliazione dei beni. Ora, sia Pio IX , sia il cardinale Giacomo Antonelli, suo segretario di Stato, erano pienamente consapevoli della loro responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi alla Storia: accettare che il Papa fosse materialmente soggetto al Regno d’Italia avrebbe significato infliggere un vulnus considerevole alla Chiesa e alla sua libertà, sarebbe stato offrire un buon motivo per sospettare il papa di agire per compiacere il Regno d’Italia e non per servire il bene comune della Chiesa universale e dell’umanità intera.

In questo senso, si deve leggere la risposta di Pio IX a re Vittorio Emanuele II , datata 9 settembre 1870, in cui il Papa scrisse: «Io non posso ammettere le domande espresse nella Sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua».

Alle ore 17.30 del 20 settembre, il comandante delle truppe pontificie Hermann Kanzler e il capo di Stato maggiore Fortunato Rivolta firmarono la capitolazione alla presenza del generale Cadorna.

È su richiesta di Pio IX che, il 21 settembre, il comandante italiano entrò nella Città Leonina allo scopo di prevenire possibili disordini. Il 27 settembre, l’esercito italiano prese possesso di Castel Sant’Angelo e da quel momento, il Papa non uscì più dal Vaticano.

Il primo novembre 1870, Pio IX inviò a tutti i vescovi del mondo l’enciclica Respicientes ea, nella quale denunciava i numerosi attentati alla sicurezza dello Stato e affermava di nuovo il suo rifiuto di accettare la spogliazione imposta con la forza delle armi.

Riferendosi all’esempio di Pio VII minacciato da Napoleone Bonaparte, Pio IX scriveva: «Noi riterremmo che non Ci fosse assolutamente lecito abbandonare un’eredità tanto sacra e tanto antica (…) né accettare con il silenzio che qualcuno s’impadronisse della principale città del mondo cattolico (…) introdurvi un codice contrario e ripugnante non solo ai sacri canoni ma agli stessi precetti evangelici; insomma, trasferirvi, come è d’abitudine, un nuovo ordine delle cose che tende palesemente ad uniformare e a confondere la Chiesa Cattolica con tutte le sette e superstizioni (…). Potevamo non rivendicare la libertà della Sede Apostolica, strettamente legata alla libertà ed alla utilità della Chiesa universale?».

Pio IX prosegue, manifestando la sua compassione per il popolo romano spaventato dalle violenze subite, ed esprime la sua indignazione di fronte agli insulti lanciati contro il Papa, alle ingiurie contro i soldati del Pontificio Esercito, di fronte agli attacchi contro la religione, allo scopo di corrompere le menti.

Deplora, il Papa, le violenze perpetrate contro cardinali e religiosi.

Ovviamente, queste violenze contro la religione rivelavano il vero scopo dell’invasione dello Stato Pontificio. Non si trattava soltanto di fare di Roma la capitale del Regno d’Italia, ma di combattere la religione cattolica.

Così il Papa, difensore dei diritti della Chiesa, giustifica il suo rifiuto di accettare la violenza subita, «al fine di non essere rimproverati di aver taciuto davanti a Dio e alla Chiesa e col silenzio Nostro aver prestato l’assenso a sì iniqua perturbazione di cose».

In una parola, il Papa denuncia ogni forma di usurpazione e dichiara: «Noi siamo in tale cattività da non potere affatto esercitare con sicurezza, speditezza e libertà la Nostra suprema autorità pastorale».

Nel ricercare una soluzione alla situazione ormai nota come Questione romana, il Parlamento del Regno d’Italia approvò, il 13 maggio 1871, la legge numero 214, detta «Legge delle Guarentigie», destinata a disciplinare i rapporti fra lo Stato italiano e la Santa Sede.

Nella sua prima parte, la legge tentava di garantire una certa indipendenza del Papa, della sua attività e degli organismi della Curia romana, mentre nella seconda parte venivano rimossi alcuni ostacoli, in particolare per quanto concerneva la nomina dei vescovi italiani.

La risposta di Pio IX non si fece aspettare: il 15 maggio seguente, il papa promulgava l’enciclica Ubi nos.

In sostanza, Pio IX scrive che non può accettare «alcuna conciliazione forzata che in qualche modo annulli o limiti i Nostri diritti, che sono diritti di Dio e della Sede Apostolica». Infatti, il Pontefice denunciava l’instabilità di queste guarentigie, fissate da una legge del Parlamento, che il potere politico aveva sempre la possibilità di modificare o di sopprimere unilateralmente, senza neppure consultarsi con la Santa Sede.

La posizione stessa del Papa rimaneva ambigua: godendo di personale immunità, egli rimaneva cittadino italiano e quindi suddito del re.

Pio IX evoca il caso di guerra e considera il Papa come soggetto al potere di un altro Principe, denuncia l’impossibilità per il Papa di «sottrarsi all’arbitrio del principe dominante, il quale potrebbe anche diventare eretico o persecutore della Chiesa, o trovarsi in guerra o in stato di guerra contro altri principi».

Pertanto, conclude Pio IX , invitando pastori e fedeli del mondo intero a pregare e operare «affinché siano restituiti a questa Santa Sede i suoi diritti e con essi la piena libertà al Capo Visibile della Chiesa e la desiderata pace al consorzio civile».

Ucraina: appello di Caritas-Spes, “le persone rischiano di morire di fame. Si aprano corridoi umanitari” (AgenSIR).

I team della “Caritas-Spes” stanno facendo del loro meglio per raggiungere i villaggi più remoti e fornire assistenza. Le città liberate dalla occupazione russa sono completamente distrutte. Ogni giorno nel centro logistico di Leopoli, arrivano 5-6 camion di aiuti provenienti dall’Europa. L’appello si rivolge a tutti chiedendo di “salvare anche in tempo di guerra la nostra umanità”.

  1. Chiara Biagioni

“Ogni guerra deve mantenere un volto di umanità. Quando le persone non hanno nulla da mangiare e rischiano di morire di fame, la guerra rivela di sé la sua parte più disumana. Dobbiamo allora aprire non soltanto i nostri cuori ma chiedere ai leader politici e a tutti coloro che hanno il potere di fare qualcosa, di consentire l’apertura di corridoi umanitari sicuri e l’accesso agli aiuti umanitari”. È l’appello che il direttore di Caritas-Spes Ucraina, don Vyacheslav Grynevych, affida al Sir al ritorno da una missione ieri nei villaggi di Slobodka e Lukashivka, vicino a Chernihiv. I team della “Caritas-Spes” stanno facendo del loro meglio per raggiungere i villaggi più remoti e fornire assistenza. Ci sono villaggi che sono così piccoli da non essere contrassegnati su tutte le mappe. I residenti sono rimasti senza elettricità per un mese. I bombardamenti hanno distrutto infrastrutture e case.

“Le città che sono state liberate dalla occupazione russa – racconta don Grynevych – sono completamente distrutte. Hanno rubato le macchine. Hanno saccheggiato le case. In questi villaggi vivono famiglie povere. Non si sono fermati neanche di fronte alla loro povertà, lasciando le persone, anziani e bambini, in condizioni estremamente critiche. In questi villaggi hanno anche colpito e completamene raso al suolo la chiesa ortodossa. È la dimostrazione che la guerra non riesce a fermarsi neanche di fronte ai luoghi sacri”, osserva il sacerdote.

Ogni giorno nel centro logistico di Leopoli, arrivano 5-6 camion di aiuti provenienti dall’Europa. Un team lavora qui quasi senza sosta per garantire che le cose più importanti arrivino alle persone che ne hanno davvero bisogno. Il direttore della Caritas-Spes esprime però grande preoccupazione per le zone sotto occupazione russa. In queste parti del Paese che don Grynevych preferisce non citare esplicitamente per motivi di sicurezza, sono operativi direttori e collaboratori di Caritas-Spes. Il problema è che l’organizzazione caritativa non riesce a far arrivare in queste regioni gli aiuti. I russi impediscono l’arrivo degli aiuti umanitari dall’Ucraina. Le scorte, che si erano accumulate prima del loro arrivo, cominciano a finire. Le risorse scarseggiano ma la Caritas-Spes non ha più accesso né la garanzia di sicurezza necessaria per entrare.

“Le nostre Caritas – dice il direttore – stanno andando avanti con gli aiuti arrivati prima dell’occupazione. Dopo, sarà un problema. Siamo anche preoccupati per la sicurezza del nostro staff”, confida don Grynevych, “perché i russi entrano, fanno domande, chiedono come funzionano l’arrivo e la distribuzione degli aiuti, soprattutto da dove arrivano. E chiedono ai nostri operatori di collaborare con i soldati russi. Le persone del nostro staff si trovano quindi in una situazione molto difficile e di forte pressione psicologica. Hanno paura. Non sanno cosa fare”. 

 

Continua a leggere

https://www.agensir.it/quotidiano/2022/4/20/ucraina-appello-di-caritas-spes-ogni-guerra-mantenga-un-volto-di-umanita-persone-non-hanno-nulla-da-mangiare-rischiano-di-morire-di-fame-si-aprano-corridoi-umanitari/

Keynesiani vs neoliberisti: l’ultima lezione di Federico Caffè. Brera, finanziere e scrittore, va alla ricerca del futuro. 

La globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta a partire dagli anni Novanta, andrà profondamente ripensata. La riscoperta delle teorie Keynesiane, secondo l’autore, “potrà offrire una via di uscita alle disuguaglianze provocate da quarant’anni di deregulation economico-finanziaria”. Guido Maria Brera disegna lo scenario della “grande guerra” tra Scuole di pensiero che ha attraversato gli ultimi quattro decenni e ci proietta nel mezzo di una battaglia decisiva, con parole di riscatto e di speranza.

 

“Dimmi cosa vedi tu da lì” non è solo il verso di una nota canzone di Francesco De Gregori ma ora anche un libro, pubblicato da Solferino Editore. È la cronaca di un viaggio nell’anima, alla riscoperta di sé stesso, quello realizzato dall’autore, il broker romano di nascita (e londinese d’adozione) Guido Maria Brera. Un viaggio a ritroso nel tempo che ripercorre oltre quarant’anni di vita vissuta: da quando il giovane Guido si aggirava – da studente alle prime armi – tra le aule della Facoltà di Economia della Sapienza di Roma, sino ad arrivare alle cronache dei giorni nostri, segnate dalla pandemia. Un viaggio che è anche la fotografia di un’Italia “piccola e in difficoltà”, con i suoi momenti di terrore, le sue debolezze politiche ed economiche; ma anche i ricordi personali toccanti come quello del capitano della Roma “scudettata” degli anni Ottanta, l’indimenticato Agostino Di Bartolomei.

Il libro è anche una lucida analisi socio-economica dei danni provocati dall’abbraccio, da parte della maggioranza dei Paesi occidentali, delle teorie iper liberiste ancorate a una visione conservatrice dell’economia che affonda le sue radici nella “Scuola di Chicago” di Milton Friedman. Il Presidente degli Stati Uniti di allora, Ronald Reagan e il Primo ministro del Regno Unito, Margaret Thatcher (ma non solo loro) hanno saputo tradurre politicamente – in modo redditizio nel breve periodo – i principi teorici del neoliberismo economico.

Un’importante occasione di riflessione è offerta dalle conseguenze che la pandemia ha prodotto a livello planetario. La globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta a partire dagli anni Novanta, andrà profondamente ripensata. Quale prospettiva si affaccia, dunque, sullo scenario globale per rivedere la luce? La riscoperta delle teorie Keynesiane, secondo l’autore, “potrà offrire una via di uscita alle disuguaglianze provocate da quarant’anni di deregulation economico-finanziaria”.

È così che Guido Maria Brera inizia il suo personale viaggio alla ricerca del fantasma di Federico Caffè, la cui scomparsa – avvenuta all’alba del 16 aprile 1987 – è ancora oggi avvolta dal mistero. Keynesiano rigoroso, Caffè era stato consigliere economico di Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini, al Ministero della Ricostruzione economica e dei Lavori pubblici. Poi i lunghi anni di attività al Servizio studi della Banca d’Italia a cui affiancava la docenza di Politica economica all’Università “La Sapienza” di Roma. Gli anni ’80 furono particolarmente difficili per Caffè: l’ultima lezione in Facoltà, a pochi mesi di distanza dall’assassinio del “delfino” Ezio Tarantelli per mano delle Brigate Rosse (marzo 1985), dalla morte del suo assistente Franco Franciosi (maggio 1986) e dalla scomparsa – per un incidente stradale – di un altro prezioso collaboratore accademico, Fausto Vicarelli (novembre 1986).

Federico Caffè decide la sua personale uscita di scena nell’aprile 1987, in un momento molto particolare: dopo la sconfitta della “sua” scuola e il trionfo del nuovo corso neo-liberista. Di lì a pochi mesi uscirà il film Wall Street con il protagonista, il broker Gordon Gekko (interpretato da Michael Douglas), che è anche un manifesto all’avidità e all’edonismo rampante.

In un viaggio spazio-temporale, dalla Facoltà di Economia della “Sapienza” di Roma, ai grattacieli del distretto finanziario di Canary Wharf a Londra, dai miraggi della lotta armata alle illusioni degli anni Novanta, prende corpo la storia rimossa dell’origine di un paradigma economico e di come ci siamo spinti negli anni fin sull’orlo del baratro economico. Intrecciando il racconto personale al saggio divulgativo, Guido Maria Brera disegna lo scenario della “grande guerra” tra Scuole di pensiero che ha attraversato gli ultimi quattro decenni e ci proietta nel mezzo di una battaglia decisiva, con parole di riscatto e di speranza. 

Così come Virgilio è la guida di Dante nel suo viaggio nell’oltretomba, armato della lezione degli antichi, è il fantasma di Federico Caffè ad accompagnare l’Autore in questo viaggio alla ricerca delle possibili risposte alle domande del presente: “Un nuovo inizio ha bisogno di nuove teorie e di nuovi strumenti, che riconfigurino quelli vecchi comprendendo che i mezzi di produzione sono cambiati, il lavoro è cambiato e il suo rapporto con il capitale non risponde più alle esigenze di una società sana. Un nuovo inizio verrà dalla messa a punto di un nuovo sistema immunitario universale, in grado di proteggere l’umanità e il pianeta nella loro interezza, e che subordini la ragione economica a qualcosa di ben più importante. Perché, come l’estinzione, la salvezza non può che essere collettiva.”

E se nell’assedio che oggi ci minaccia, fosse proprio la voce dell’economista Federico Caffè a suonare le trombe di Gerico?

 

Gualtieri decide di fare il sindaco e lancia la sfida sui rifiuti. Alla fatwa contro Cerroni – perché? – dovrebbero seguire i fatti.

Realizzare il termovalorizzatore, da qui al 2025, non sarà una cosa semplice. Da anni la capitale si interroga su dove localizzare una discarica di servizio: senza esito. Per altro, l’attuale piano regionale dei rifiuti chiede alla città di dotarsi delle strutture adeguate al fabbisogno, ma non parla di nuovi termovalorizzatori. Di seguito riportiamo l’ultima parte delle comunicazioni del sindaco in Aula Giulio Cesare, ieri mattina.  

Dopo un’attenta e approfondita valutazione degli sviluppi tecnologici più avanzati disponibili e un loro esame non solo in termini di costi ma anche di emissioni e di consumo di suolo, abbiamo deciso di dotarci di un nuovo impianto per la valorizzazione energetica dei rifiuti, che produca calore ed energia e che ci consenta di raggiungere l’obiettivo ambizioso ma possibile di zero discariche. Un termovalorizzatore a controllo pubblico da attuare con le migliori tecnologie disponibili.

Vorrei sottolineare che alle già robuste ragioni che ci hanno indotto a definire questo scenario, si è nel frattempo aggiunta la necessità di ridurre la dipendenza energetica dell’Italia, rafforzata dalla drammatica aggressione russa ai danni dell’Ucraina, e di contribuire alla riduzione dei costi dell’energia ormai divenuti insostenibili per le famiglie e per le imprese.

Il nuovo termovalorizzatore da 600mila tonellate, che intendiamo realizzare in tempi molto rapidi, ci permetterà inoltre di chiudere il TMB di Rocca Cencia, come chiedono da tempo i cittadini di quel territorio, e di abbattere del 90% l’attuale fabbisogno di discariche rendendo necessaria non più una discarica del tipo di quelle attualmente presenti sul territorio della città metropolitana, ma una piccola discarica di servizio per il conferimento di residui inerti che potrà limitarsi a sole 60.000 tonnellate l’anno, e che non solo per le dimensioni ridotte ma per il tipo di materiale conferito, ceneri inerti, avrà un impatto ambientale sostanzialmente nullo (ricordo poi che le ceneri pesanti sono recuperabili fino al 90% e quelle leggere si riducono al 4/5% della massa iniziale).

Con questo impianto, Roma potrà finalmente chiudere il ciclo dei rifiuti e mettersi al pari con le grandi capitali del Nord Europa e con i più importanti capoluoghi del Centro-Nord Italia. E non solo. L’obiettivo che ci prefiggiamo non è soltanto di emulare queste capitali, ma di avvalerci delle tecnologie di nuovissima generazione che consentono un pieno abbattimento delle emissioni, con risultati persino migliori dell’ormai celeberrimo impianto di Copenaghen, che costituisce meta per gli sciatori e i turisti di tutta Europa.

A questo proposito è bene sottolineare che rispetto al ciclo attuale dei rifiuti, il nuovo impianto e l’insieme del nostro piano determineranno una riduzione delle emissioni di ben il 44%, con un -15% per le emissioni su attività di trasporto, -18% sull’impiantistica e -99% sulle emissioni da discarica.

Inoltre, sarà possibile produrre il fabbisogno di energia elettrica di 150.000 famiglie l’anno e risparmiare il gas utilizzato da 60.000 famiglie l’anno, con un contributo molto significativo anche per politiche di contrasto della povertà energetica e al raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni e di maggiore autonomia dell’Italia.

La completa chiusura e autonomia del ciclo dei rifiuti consentirà inoltre un vero e proprio abbattimento dei costi del trattamento, che ci consentirà di ridurre la Tari di almeno il 20% e di potenziare in misura significativa le attività di raccolta e di pulizia della città.

Dopo troppi anni di irresponsabile inerzia, Roma si dota quindi di un piano organico e ambizioso di impianti che ci consentirà di risolvere in modo strutturale l’emergenza rifiuti e di avere una città pulita e ambientalmente sostenibile, che non solo recupererà il tempo perduto ma si metterà all’avanguardia sulla nuova frontiera europea del superamento delle discariche, dell’economia circolare, dell’abbattimento delle emissioni e dell’autonomia energetica.

Confido che su un obiettivo così ambizioso possa realizzarsi anche in quest’Aula una convergenza larga.

È tempo di chiudere una saga che dura da troppo tempo. Io voglio essere l’ultimo sindaco che dovrà trascorrere una parte significativa del suo tempo a trovare sbocchi costosi, precari, inefficienti e inquinanti in giro per l’Italia e per l’Europa, sottraendo risorse preziose alle tasche dei romani e alla qualità della pulizia. Roma non merita tutto questo. È tempo di voltare pagina e come Sindaco sento il dovere anche morale di perseguire questo obiettivo con la massima determinazione.

 

Per leggere il testo integrale dell’intervento del Sindaco di Roma clicca qui

https://www.comune.roma.it/web/it/notizia.page?contentId=NWS916451

 

“La cura di sé”: il programma della Settimana teologica 2022 del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC).

Si terrà dal 22 al 26 agosto 2022 la prossima edizione della Settimana teologica del Meic, come di consueto al Monastero di Camaldoli. “Prendersi cura” sarà il nucleo tematico scelto che legherà le Settimane teologiche del trienni, e la “cura di sé (corpo e spirito)” è il primo focus, scelto per quest’anno.

“Perché partire dalla cura di corpo e spirito?”, si chiede la Presidenza nella nota di presentazione del programma. “Per cercare, aiutati anche dagli apporti della riflessione filosofica e scientifica oltre che teologica, di fondare con chiarezza su questa unità il nostro vivere da credenti, a conferma di quanto Tertulliano aveva intuito con il suo caro salutis cardo, cioè di come la carne sia il cardine della salvezza.

Perché la fede ha una valenza anche corporea, e l’unità armoniosa di corpo e spirito è qualcosa che solo con la nostra collaborazione può avvenire. E se le modalità per costruirla sono molteplici la fonte da cui partire e a cui continuamente attingere è quella Parola, che ci è donata ma che da noi e solo da noi può essere resa vera, essere resa vita”.

Si può negare che ciascun essere abbia necessità di cura? Dall’ovvia risposta si desume quel che è un fondamentale dato ontologico e come lo scambio di cura sia ciò che rende possibile la vita. E, inoltre, come l’essenza della sapienza stia nel saper avere cura, proprio perché è il continuo scambio di cura a rendere possibile la vita.

Si potrebbe anche dire che la cura cerchi la continua co- struzione del miglior essere possibile.

D’altra parte la pratica di cura “si concretizza in azioni che nutrono la vita e la conservano, fanno fiorire il possibile dell’essere, riparano le ferite nel corpo e nell’anima, quelle che vengono dal mondo biofisico e quelle che vengono dalle relazioni con gli altri, e costruisce comunità ispirate al princi- pio di cura” (L. Mortari).

Su questo fondamentale nucleo tematico il Meic intende riflettere durante le prossime settimane teologiche di Camaldoli, secondo una scansione triennale che si prefigge di focalizzare: – la cura di sé (corpo e spirito), – la cura degli altri, – la cura del creato.

Perché partire dalla cura di corpo e spirito?

Per cercare, aiutati anche dagli apporti della riflessione fi- losofica e scientifica oltre che teologica, di fondare con chiarezza su questa unità il nostro vivere da credenti, a conferma di quanto Tertulliano aveva intuito con il suo caro salutis cardo, cioè di come la carne sia il cardine della salvezza.

Perché la fede ha una valenza anche corporea, e l’unità ar- moniosa di corpo e spirito è qualcosa che solo con la nostra collaborazione può avvenire. E se le modalità per costruirla sono molteplici la fonte da cui partire e a cui continuamente attingere è quella Parola, che ci è donata ma che da noi e solo da noi può essere resa vera, essere resa vita.

(Fonte: Sito del Meic. Presentazione del convegno).

Per saperne di più (programma)

https://meic.net/wp-content/uploads/2022/04/Meic-settimana-teologica-2022.pdf

 

L’Ucraina propone negoziati con la Russia a Mariupol

L’Ucraina ha offerto a Mosca una “sessione speciale di negoziati” a Mariupol, la città portuale sul Mar d’Azov assediata dai russi.

Lo ha affermato Mykhailo Podolyak, consigliere della presidenza ucraina e uno dei negoziatori con la Russia. L’incontro per “salvare i nostri ragazzi, il battaglione Azov, i soldati, i civili, i bambini, i vivi e i feriti. Tutti”, ha scritto sul suo account Twitter.

Intanto, Zelensky ha dichiarato che: “Siamo grati all’Ue per i cinque pacchetti di sanzioni già approvati ma secondo noi non sono abbastanza per firmare il finanziamento della guerra di Vladimir Putin”.

 

Roma Capitale, la riforma è un mostriciattolo

Il testo uscito dalla Commissione Affari costituzionali suscita più di una perplessità. Pare una riforma-schermo che permette solo, nelle battute ultime della legislatura, di piantare una bandierina. Quanto più Roma perde il suo carattere di “Primo Comune” d’Italia, tanto più si deteriora la sua immagine e funzione.

Grazie all’intesa raggiunta ieri in Commissione Affari costituzionale della Camera si muove un primo passo  verso la riforma dei poteri della Capitale. Un passo giusto? Ci sono molti dubbi. L’idea di trasformare Roma in una simil-Regione non appare convincente: pare un compromesso francamente abborracciato. L’unico risultato certo è che l’eventuale approvazione della norma porterà il Campidoglio a perdere il carattere di “Primo Comune” d’Italia, simbolo e pilastro della Repubblica dell’autonomie. Alcuni tratti erronei sono visibili a colpo d’occhio. Si nullifica il valore dello Statuto, neppure citato dal testo di riforma, si complica il rapporto tra la Capitale e l’insieme delle comunità territoriali, ovvero degli altri Comuni del Lazio, si determina un effetto ottico rinvenibile nella prospettiva di un’intesa – nel passato più volte ricercata e mai definita – tra la Pisana e il Campidoglio in virtù della “forzatura” costituzionale. 

Finora, a seguire attentamente il confronto tra gli esperti e i decisori nell’arco di molto tempo, la questione dei poteri legislativi andava a titillare il meccanismo di selezione e gestione delle politiche urbanistiche. In altri termini, è venuta emergendo la tesi che vorrebbe ridurre “ad unum” la procedura che in primo luogo riguarda e interessa il Piano regolatore, con tutto quello che consegue. In pratica, invece di distinguere tra il momento dell’adozione (in capo al Comune) e quello dell’approvazione (in capo alla Regione) dello strumento principe di regolazione del territorio, il PGR appunto, si presume conveniente assegnare a Roma un potere anomalo, non attribuito in esclusiva e in forma totalitaria a nessun Comune e a nessuna Regione d’Italia. Il resto è conseguenza di tale premessa logica, lasciando intravedere, ovviamente, un processo di semplificazione dai risvolti problematici.

In questo modo, contrariamente a una storia che vuole Roma in permanente relazione con la “sua” regione, si prospetta l’istituzione di un Ente in più – a proposito, che fine farebbe la Città metropolitana? Come entrerebbe in questa operazione di riordino? Cosa s’intende, in breve, per Roma Capitale? – che illumina un destino di chiusura della Città entro il perimetro di nuove Mura Aureliane. Naturalmente, anche in questa ottica, ogni ragionamento ha la sua smentita: sulla gestione dei rifiuti, infatti, si fatica a rintracciare chi pretenda la sovranità, con gli esiti infelici di cui i romani sono da anni vittime (più o meno incolpevoli).

I rilievi non finiscono qui. Sussistono problematicità in altri ambiti, in particolare nei trasporti (più integrati o meno integrati a livello regionale?). Emergono poi stranezze, come nella regolazione per legge del decentramento urbano, non si sa per quale ragione. Da ciò dovrebbe derivare, forse, un riconoscimento più alto dei Municipi. Ma per andare dove? Con quale intenzione o quale strategia? Per adesso siamo nella nebbia.

La strada appare impervia. Insomma, piuttosto che ampliare il concetto di Roma come “centro di relazioni”, in tutti i sensi, si addiviene al suo più malandato ripiegamento nella logica del sovrapotere, chissà come regolato e armonizzato dal momento che la proclamata riforma si configura, allo stato, né più né meno come norma di rinvio. Qualche economista in vena di buoni ricordi ci potrebbe aiutare nella classificazione di tale approccio istituzionale e costituzionale nei termini, da sempre deprecati, dell’autoconsumo. Non è così, per analogia, la formula che si vorrebbe adottare per Roma Capitale? E questo al di là delle buone intenzioni di cui sappiamo essere lastricate le vie dell’inferno.

***

Di seguito riportiamo la Proposta di nuovo testo della proposta di legge C. 1854 da adottare come testo base (13 aprile 2022)

Art. 1
1. Il secondo periodo del terzo comma dell’articolo 114 della Costituzione è sostituito dai seguenti:
“Roma Capitale dispone di poteri legislativi definiti nelle materie di cui all’articolo 117, terzo e quarto comma, esclusa la tutela della salute e le altre materie stabilite d’intesa con la Regione Lazio e lo Stato, secondo legge dello Stato approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti. Roma Capitale può conferire con legge le proprie funzioni amministrative a municipi. La legge dello Stato, sentiti gli enti interessati, stabilisce forme di coordinamento tra la Regione Lazio e Roma Capitale.”
2. In sede di prima attuazione della presente legge costituzionale, a Roma Capitale si applicano le leggi della Regione Lazio vigenti prima della data di entrata in vigore della medesima legge costituzionale.

Art. 2
1. La presente legge costituzionale entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, successiva alla promulgazione.
2. Il trasferimento dei poteri legislativi di cui al terzo comma dell’articolo 114 della Costituzione, così come modificato dall’articolo 1, decorre dopo due anni dall’entrata in vigore della presente legge costituzionale.

La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Ecco perché l’Europa è nel mirino di Putin. Lo spiega Sabella in un paper.

L’analisi e l’interpretazione che l’economista Giuseppe Sabella riassume in trenta pagine dense di dati e proiezioni ha il pregio della aderenza ai processi di sviluppo in atto ed è sostenuta da rigore scientifico. Letto con occhi disincantati dalle retoriche geopolitiche e dai revanscismi ideologici, il suo lavoro di studio e ricerca ha qualcosa di straordinario.

Quello che l’economista Giuseppe Sabella ha consegnato all’editore Rubbettino (che lo sta diffondendo con grande successo a 1,99 euro e proventi per l’Ucraina) è qualcosa di più di un saggio breve, un paper come si dice in gergo: è un’originale ed approfondita analisi delle motivazioni prodromiche che hanno scatenato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e delle varie concause che l’hanno determinata e sostenuta. Abituati agli estenuanti e spesso stucchevoli dibattiti televisivi dove i tuttologi esprimono congetture, interpretazioni, punti di vista, opinioni sovente non suffragate da analisi competenti, forse più preoccupati di prendere posizione o di esporre suggestioni quasi mai aderenti alla realtà, si resta sorpresi nel leggere questa trentina di pagine dove Sabella espone in modo chiaro alcune riflessioni più che plausibili. 

Egli scrosta le apparenze e le suggestioni che coprono la  realtà (come una sorta di “cappa” direbbe Veneziani)  e riporta ogni approfondimento sul piano dell’approccio geopolitico ma soprattutto geoeconomico: è da tempo convinto assertore della matrice e della genesi  economica, tecnica e scientifica di ciò che sta accadendo a livello planetario. Allievo di un grande filosofo della Scienza, il compianto Prof. Giulio Giorello (ho avuto l’onore di conoscere e intervistare entrambi e di coltivare una consonanza di interessi culturali con l’amico Giuseppe, apprezzandone il rigore metodologico nell’approccio ai grandi temi del nostro tempo) l’autore di questo saggio- dosato in misura da essere fruibile al grande pubblico- non tradisce la sua solida formazione: l’impianto è scientifico senza disdegnare quelle dimensioni soggettive che si esprimono sul piano sociologico, demografico, politologico nella loro poliedrica dimensione di approccio. Non corollari ma aspetti complementari ancora riconducibili ai cascami deleteri della globalizzazione poichè – come esprime l’aforisma di Giulio Tremonti che apre il saggio — “Non è la guerra che pone fine alla globalizzazione ma è la fine della globalizzazione che porta alla guerra”: e non si tratta di un rovesciamento tautologico, di un gioco di parole, ma dell’incipit che spiega l’impianto concettuale dell’analisi di Sabella.

L’Ucraina da almeno cent’anni è sempre stata la zona più ricca dell’ex blocco sovietico: i kulaki ucraini (specie nel Donbas) erano gli imprenditori più solidi e intraprendenti. D’altra parte l’Ucraina ha una storia millenaria: quando a Kyiv fioriva la cultura, si erigevano chiese e si aprivano cenacoli culturali, nel resto della Russia c’era la foresta, la lingua degli intellettuali e dei colti era l’ucraino, il russo il vulgo popolare. 

Ma Sabella esordisce subito con le vicende attuali, dall’invasione ordinata da Putin il 24 febbraio 2022, e confuta l’ipotesi di un accerchiamento della NATO nei cfr. della Russia e l’intenzione dell’Ucraina di aderire al Patto Atlantico, idea avanzata da G. Bush nel 2008 e respinta dall’Europa, né  mai rinnovata da Zelensky che persegue invece l’obiettivo di entrare nell’U.E. Ciò premesso l’autore descrive il mutato quadro geopolitico in Europa (con l’uscita di scena della Merkel) e nei rapporti tra USA e Cina che hanno sempre più catalizzato i timori americani sul versante del Pacifico: l’America first di Trump apriva a Putin con il G8 e ciò non era gradito ai cinesi, mentre le tensioni tra Russia e Paesi europei erano iniziate ben prima dell’invasione armata ordita da Putin. “La crisi di microchip, gas e materie prime è ciò che segue a questa instabilità” e al mutato quadro geopolitico. In particolare la Cina ha fatto incetta di materie prime nel mondo mentre la Russia ha giocato la carta della dipendenza europea dalla sua fornitura di gas: una tenaglia per ridimensionare il progetto dell’indipendenza europea. 

Cina e Russia che imboccano la strada dell’espansionismo economico approfittando della debolezza degli USA, fortemente divisi al loro interno, mentre l’Europa che rendendosi conto del gap produttivo rispetto alle grandi potenze, lancia il Green Deal che diventa poi Next generation EU, come investimento nelle filiere produttive, tentando un riavvicinamento (penso non altrettanto ricambiato) con gli USA. In questo scenario (Cina e Russia emergenti, America impegnata a misurarsi nella doppia partita ed Europa velleitaria ma isolata) prende corpo il progetto di Putin di riprendersi l’Ucraina con motivazioni diverse (il revanscismo – “l’Ucraina è parte della storia Russa- e i timori dell’accerchiamento NATO)  da quella che Sabella ritiene essere la vera causa scatenante del conflitto: ciò che lui definisce lo “scudo ucraino”. 

Il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino prende corpo, la Cina come prima industria manifatturiera del mondo e la Russia come fonte di materie prime (gas e petrolio). Solo in Europa nel 2021 la Russia ha provveduto al 45% del fabbisogno di gas e al 25.7 % di petrolio del vecchio continente.” Tuttavia, Mosca non è solo gas e petrolio: secondo i dati dell’Osservatorio economico del Ministero degli Esteri, la Russia dispone di vaste riserve di ferro (seconde solo a quelle australiane), di PGM (Metalli del gruppo del platino), oltre che di oro, nickel e alluminio. La vastità  del territorio, infine, la pone al primo posto al mondo anche per riserve di legname (sul territorio russo e presente oltre il 20% delle foreste al mondo”. L’obiettivo di Putin è quello di diventare il primo fornitore di materie prime della Cina: da un lato il Paese più esteso del mondo (con 150 milioni di abitanti) dall’altro la prima industria manifatturiera con un potenziale esplosivo di esportazioni. 

Da qui deriva, oltre il dato politico che riguarda due dittature, l’interesse reciproco di collaborazione e l’alleanza geoeconomica. Per questo l’Ucraina (seconda riserva europea di gas naturale) serve alla Russia anche se l’obiettivo vero di Putin è quello che i geologi chiamano “scudo ucraino”: si tratta di quella Terra di mezzo compresa tra i fiumi Nistro e Bug che si estende fino alle rive del Mar d’Azov, nel sud del Donbas. L’area totale della sua superficie e di circa 250 mila chilometri quadrati. In termini di potenziale di risorse minerarie generali, lo scudo ucraino non ha praticamente parità in Europa e nel mondo”… senza contare le grandi riserve di minerale di ferro, di uranio e di zirconio, oltre che pietre preziose e semipreziose, materiali da costruzione (tipo granito estratto di alta qualità).

Nello scudo ucraino si estraggono anche uranio (tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese). Inoltre nel suo territorio si trovano giacimenti di litio, chiamato “oro bianco”, fondamentale per la produzione di batterie. Il pensiero corre subito alle mire della Cina su Taiwan, primo produttore al mondo di batterie e microchip: sarebbe davvero utile per Xi Jinping poter incrementare le importazioni di “oro bianco” se la Russia si riprendesse l’Ucraina-  invitata contemporaneamente a far parte della strategia dell’U.E. per la transizione ecologica ed energetica – che detiene un altro primato: possiede le cd. “Terre rare”, un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica (scandio, ittrio e i lantanoidi) che sono il motore delle nuove tecnologie digitali…. Le Terre Rare in questo momento più ambite sono quelle del gruppo dei “supermagneti”, ovvero il neodimio, il lantanio, il praseodimio, etc. Sono importantissimi per la produzione  dei nuovi motori dell’auto elettrica, cosi come per smartphone e televisori, ma anche per tutta la filiera eolica, per la fibra ottica e per quella della diagnostica medica. Sono elementi in grado di cambiare e di potenziare le proprietà delle leghe che li contengono. Come si comprende, sono il cuore dell’innovazione tecnologica e digitale, motore a sua volta – insieme alle fonti energetiche rinnovabili – dello sviluppo sostenibile”. 

Il Green Deal impone scelte drastiche: ce lo ricorda Sabella quando afferma “la strada è tracciata”, ed è “la transizione che ci conduce dal carbone alle energie rinnovabili passando per il gas”. Sabella traccia una mappa del nuovo ordine mondiale che si svilupperà su tre direttrici, tenuto conto di fattori imprevedibili (ad es l’economia cinese non può crescere ad una media del 7% l’anno) : 1) Cina e Stati Uniti cercheranno sempre più  di chiudere i loro mercati alla penetrazione esterna e cercheranno di invadere il solo altro grande mercato che esiste fuori di esse: l’Europa. 2) Il mondo va configurandosi verso tre grandi piattaforme produttive: USA, Cina ed Europa. Ma Europa, in senso industriale, significa soprattutto Germania. Per la Germania il principale mercato di sbocco non sarà più il mondo, come e stato finora, ma essenzialmente l’Europa. E dunque interesse vitale per l’industria tedesca che il mercato europeo cresca e si consolidi. 3) In ragione di questa grande riconfigurazione politica ed economica, le catene globali del valore cambieranno morfologia: i processi di decoupling e di back reshoring si velocizzeranno.

L’analisi e l’interpretazione che Sabella riassume in trenta pagine dense di dati e proiezioni ha il pregio della aderenza ai processi di sviluppo in atto ed è sostenuta da rigore scientifico: essa si appalesa come qualcosa di più della semplice disamina plausibile. Letto con occhi disincantati dalle retoriche geopolitiche e dai revanscismi ideologici il suo lavoro di studio e ricerca ha qualcosa di utile, di unico e di straordinario.

Anche perché non gli sono estranei i drammatici risvolti  e i disastri umanitari che il delirio di onnipotenza e lo spregio per l’autodeterminazione dei popoli e le libertà individuali, ma direi la vita stessa, hanno drammaticamente provocato.

Chiudo con le sue parole che sono il fermo immagine del presente. “Al principio di una nuova fase della storia del mondo, Putin sta disperatamente cercando di impossessarsi della miniera ucraina perché consapevole di quella ricchezza e delle difficolta dell’economia russa. Dentro il processo di regionalizzazione dell’economia e di decoupling delle catene del valore, si contrapporranno l’economia occidentale e quella asiatica, ovvero il blocco delle democrazie liberali e quello delle autocrazie. La speranza è che la Russia non istituzionalizzi il metodo belligerante per avvantaggiarsi. E che la Cina non assecondi il metodo di Putin. Da questo punto di vista, la crisi ucraina è molto preoccupante”. 

A cominciare dall’Europa, aggiungerei.

 

 

Giuseppe Sabella è direttore di Oikonova, think tank specializzato in economia e lavoro. Collabora e ha collaborato con diverse testate tra cui Tgcom24, Sole 24Ore, RaiNews e Il Sussidiario. Per Rubbettino ha pubblicato “Ripartenza Verde. Industria e globalizzazione ai tempi del covid” (2020) e, insieme a Giuliano Cazzola, “L’altra storia del sindacato. Dal secondo dopoguerra agli anni di Industry 4.0” (2018). E allievo di Giulio Giorello, col quale ha scritto “Societa aperta e lavoro” (2019).

25 Aprile. Ricordare per educare: le considerazioni di Mariapia Garavaglia, Presidente dei Partigiani Cristiani (ANPC).

Il 25 aprile 1945 gli Italiani sono stati liberati dalle truppe nazifasciste: è la Festa della Liberazione. Chiamiamola col suo nome e diventa una giornata importante per tutti. Non devono esistere strumentalizzazioni.

Ricordare il 25 aprile considero essere un dovere civico e una responsabilità educativa. Ogni anni provo un sottile disagio nel registrare che ci dono fazioni politico culturali che tenacemente insistono nello sminuire  e relegare una data fondativa della Nazione a puro fatto storico da archiviare.

Il fatto è che non è conosciuta la nostra storia, nemmeno la più recente. I più non hanno nemmeno riminiscenze dei movimenti studenteschi del 1968, della crisi economica dei primi anni settanta, che viene richiamata in questi giorni a causa della necessaria riduzione delle risorse energetiche, a causa della guerra in Ucraina.

La pandemia, che non ci abbandona ancora, e la crudele guerra nel cuore della Europa, dimostrano agli scettici sul fenomeno della globalizzazione, quanto siamo tutti interdipendenti.

Per questo urge che la scuola riprenda con vigore i programmi di storia e geografia perché sarebbe difficile perfino capire i telegiornali  senza nozioni geografiche per capire la geopolitica. Il 25 aprile 1945 gli Italiani sono stati liberati dalle truppe nazifasciste: è la Festa della Liberazione. Chiamiamola col suo nome e diventa una giornata importante per tutti. Non devono esistere strumentalizzazioni, vanno ricordati e onorati tutti coloro che non hanno temuto di sacrificare la vita. Accanto ai Partigiani Italiani hanno combattuto alleati provenienti da ogni angolo del pianeta: Americani, Canadesi, Francesi, Polacchi, una brigata di ebrei. 

Combatterono uomini, donne  e addirittura ragazzini. Se per anni si è consentito che si appropriasse della Festa   qualche parte politica è tempo di riconoscere la Resistenza per quella  che fu, una lotta di popolo che ha conquistato la libertà per tutti. Grande apporto fu quello delle forze cattoliche tra le cui fila si annoverano sacerdoti martiri per i quali sono in corso processi di beatificazione: “Ribelli per amore” della libertà, contro l’odio. La lotta di  Liberazione è il fondamento della nostra Costituzione, che garantisce per tutti la democrazia e l’unità del Paese.  

Questa è la verità e non riconoscerla indebolisce la forza della stessa nostra Carta. Per la libertà e l’ dipendenza di un popolo la scelta della Resistenza è essenziale, altrimenti c’è la resa. In questi tragici giorni in cui constatiamo la tenacia, il coraggio e lo sprezzo del pericolo da parte degli Ucraini, possiamo meglio comprendere e rivalutare la Resistenza italiana. Addolorati e ammirati per la fierezza degli Ucraini abbiamo il dovere morale di sostenerli, con tutti gli aiuti possibili e anche con le armi. Al contrario la domanda è: la Russia deve distruggere, soggiogare e annettere l’Ucraina? Contemporaneamente  occorre trovare il modo per intessere un dialogo con Putin: chi lo fa?

Temo la stanchezza nel vedere le immagini televisive; temo la chiusura in noi stessi per le eventuali restrizioni e austerità che la guerra potrà richiederci. Pace e giustizia dipendono dalle azioni di tutti e di ciascuno. Gli Ucraini stanno resistendo anche per noi.

 

Mariapia Garavaglia, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani (ANPC).

Oggi non allineati, domani uniti contro l’Occidente?

Le capitali dell’Occidente dovrebbero comprendere che la sfida di Putin non è limitata a Kiev. È la proposizione di un “ordine multipolare” nel quale gli occidentali dovranno recitare una parte secondaria, certamente diversa e inferiore a quella giocata sinora.

Quando finalmente questa guerra terminerà quali saranno i suoi effetti a livello globale dal punto di vista delle alleanze geopolitiche? La domanda è di grande interesse perché se (come ha titolato la rivista Limes) “la Russia cambia il mondo” non è di secondario interesse comprendere “come” questo mondo muterà. 

Qualche interrogativo in effetti merita porselo alla luce dei numerosi Paesi che si sono astenuti (ben 58) nelle votazioni all’ONU sulla sospensione della Russia dal Consiglio per i Diritti Umani, oltre ai 24 che si sono espressi con un “No” (per la cronaca, i “Sì” sono stati 93). Rammento al lettore che gli astenuti erano stati 35 (solo 5 i contrari) nella votazione del 2 marzo di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina.

La convinzione ormai consolidata di Putin è nota: l’ordine mondiale a guida unipolare statunitense sorto con la morte dell’URSS è finito, in seguito all’emersione di nuove potenze planetarie (la Cina) e alla riemersione della Russia, una Russia storica e neo-imperiale che riprende leadership in tutto lo spazio ex sovietico e viene riconosciuta per questo anche dagli occidentali. Non solo. Una Russia in grado di costruire nuove alleanze internazionali. Con la Cina, certamente (con la quale si è aperta un’éra di “amicizia senza limiti”, sottovalutando il rischio di divenirne col tempo un mero vassallo, vista la differenza di forza economica sottostante); ma pure con nazioni ancora oggi inquadrabili nella rete di alleanze americane.

Paradigmatico, e preoccupante, è il caso dell’India, la nazione che si avvia a divenire la più popolosa del globo. New Delhi insieme a Canberra, Tokyo e Washington ha dato vita alla strategica QUAD, l’alleanza nell’indo-pacifico che mira a contenere l’allargamento dell’influenza cinese nell’area. Interesse vitale per l’India, evidentemente. Ciò nondimeno il recente incontro del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, con il suo collega indiano ha consentito al primo di affermare, con una certa soddisfazione, di poter avviare una proficua collaborazione fra i due Paesi. L’India quindi nella vicenda ucraina non si schiera. Ma ciò equivale, a fronte dell’enormità di quanto sta avvenendo su quel territorio, se non ad un sostegno certo ad una non condanna delle scelte aggressive di Mosca. 

Segnale di grande preoccupazione per l’Occidente, che quest’ultimo dovrebbe analizzare con grande attenzione.

Un’altra potenza regionale, per di più nucleare, che ha deciso di non schierarsi è il Pakistan. Luogo di transito anche jihadista, come noto. E così pure, sempre in Asia, l’altro grande Paese musulmano, l’Indonesia. La retorica anti-occidentale di Putin evidentemente qualche ascolto lo conquista. L’Occidente dovrebbe domandarsi perché. Gli americani in primis. Giungendo a rilevare come la gestione vaccinale anti-Covid 19, ad esempio, non sia stata particolarmente apprezzata da quelle parti. Troppo incentrata sui ricchi Paesi del nord del mondo, poco generosa nei confronti di quelli più poveri. O finalmente riconoscendo che l’invasione dell’Iraq fu un errore i cui effetti arrivano sino ad oggi, con le “perplessità” (eufemismo) asiatiche verso gli occidentali, americani e britannici in testa, ovviamente.

Ma pure nel medio-oriente l’astensionismo testimonia la serietà del problema per Washington e i suoi alleati. E se l’astensione dell’Egitto del generale al-Sisi, sempre più legato a Mosca nella gestione del problema libico (a conferma della crescente presenza russa nel Mediterraneo, altra questione di non poco conto) poteva essere immaginata, quella di Arabia Saudita ed Emirati Arabi e pure del Qatar fotografa un potenziale pericolo che la Casa Bianca non potrà sottovalutare. Certo, si tratta di regimi illiberali impossibili da associare a qualsivoglia concetto democratico. Ma gli occidentali, interessati alle risorse energetiche da questi possedute, hanno sempre sorvolato sul punto. 

Ora invece qualcosa sta accadendo. Pare quasi che autocrazie, dittature, dispotismi vari stiano, progressivamente e senza un piano prestabilito o un ordine in qualche modo pianificato, convergendo verso un “risentimento” per ora generico nei confronti dell’Occidente, da taluni visto come “decadente”, da altri come “egoista”, da altri ancora come portatore di una visione e di una realtà effettuale “materialista” e insensibile alle ragioni dell’Assoluto e dello spirito, e più o meno da tutti come un predatore delle ricchezze del pianeta senza averne titolo, non foss’altro per la sua esiguità demografica, in costante declino. 

Un Occidente che oggi accoglie generosamente gli ucraini dopo aver respinto anche erigendo muri i disperati provenienti dall’Afghanistan piuttosto che dalle coste meridionali del Mediterraneo (con l’unica eccezione per i siriani accolti dai tedeschi) con quali facilità può ottenere il consenso di iracheni, libanesi, giordani? Ma anche dei messicani, a conferma che il tema migratorio sarà uno dei principali di questo secolo, soprattutto se le fosche previsioni sul cambiamento climatico verranno confermate tramutandosi in realtà. 

Insomma, l’Occidente mostra crepe interne con l’astensione del Brasile, che se dovesse confermare alla presidenza Jair Bolsonaro sarebbe tragicamente incamminato verso una forma di autocrazia antiambientalista dannosissima per l’intero pianeta; con la complicata alleanza militare di cui è parte la Turchia di Erdogan, sempre più autoritaria ed assertiva; con l’insidia interna alla stessa UE cresciuta a Budapest e Varsavia, in entrambe le capitali sul rispetto dello stato di diritto e nella prima anche su quello delle relazioni con Mosca.

La democrazia sta retrocedendo nel pianeta. E il modello autocratico ha addirittura osato lambire il centro del “mondo libero”, con la non accettazione da parte di Donald Trump del risultato elettorale del novembre 2020 e l’assalto del 6 gennaio seguente al Campidoglio.

E allora, se così stanno le cose, le capitali dell’Occidente dovrebbero comprendere che la sfida di Putin non è limitata a Kiev. È la proposizione di un “ordine multipolare” nel quale gli occidentali dovranno recitare una parte secondaria, certamente diversa e inferiore a quella giocata sinora. Sembra che siano in molti, là fuori, ben poco interessati alla “democrazia” di matrice occidentale e a ritenere invece che l’uomo del Cremlino abbia più d’una ragione. In qualsiasi modo si concluderà la guerra in Ucraina, è un tema che si proporrà. Meglio saperlo per tempo.

 

Attraversare l’incertezza, l’editoriale di “Dialoghi”, trimestrale di attualità, fede e cultura promosso dall’Azione Cattolica Italiana.

L’incertezza che viviamo, in maniera sempre più diffusa, può provocare sbandamento, angoscia, instabilità. Ma può essere anche occasione generativa di consapevolezza e di crescita individuale e collettiva, se la si sa attraversare facendone esperienza. L’editoriale appare sul n. 85 della rivista (gennaio-marzo 2022 – anno XXII).

Gabriele Gabbrielli

Il tempo che viviamo ha diverse sfaccettature, dipende dalle prospettive e dalle sensibilità con le quali lo si guarda. Ce n’è una, forse, più prepotente delle altre: è quella che guarda al tempo come dimensione nella quale tutto ci sfugge di mano, non riuscendo a star dietro alla velocità dei cambiamenti che ci propone. Ogni cosa ci appare fragile e al tempo stesso sproporzionata rispetto alle nostre capacità. Tutta la società così diventa accelerata, popolata da donne e uomini che corrono, si incrociano senza toccarsi, procedono con lo sguardo rivolto a terra.


Non c’è tempo per alzarlo, si teme lo sguardo dell’altro e si tira dritto. Ciascuno per sé. Connessi ma isolati. È il tempo in cui le relazioni diventano altro: si digitalizzano, perdono sostanza preferendo una leggerezza senza responsabilità, sfumano ed evaporano come acqua al sole. La pandemia ci ha fatto toccare con mano il distanziamento sociale e le sue implicazioni. Un contesto nel quale la solitudine irrompe, senza fare distinzioni, nella vita rumorosa dei più giovani e in quella silenziosa e ritirata degli anziani.

 

Nel cuore delle persone, allora, pulsano con forza domande come queste: dove sto correndo? Che senso ha questo vivere affaticato e triste? Come stanno i miei figli e cosa pensano? Sono felici? E gli altri dove sono finiti? Quando li ho persi di vista? Tutto, così, pren- de il colore dell’incertezza con le sue variegate tonalità: paura, ansia, solitudine, pessimismo, apatia, immobilismo, chiusura, depressione. Solo per richiamarne alcune. Nel lavoro poi il senso di incertezza eccessivo e diffuso, causato da molteplici fattori come riorganizzazioni repentine, modelli di leadership che tengono costantemente sotto pressione le persone, ruoli che frantumano i contenuti del lavoro rendendoli elementi da ricomporre flessibilmente, diventa fonte di disadattamento, terreno nel quale crescono burn-out e stress profes- sionale. Le implicazioni sulla salute sono numerose.

 

L’incertezza, evidentemente, è categoria complessa e multidimensionale. Quando la viviamo percepiamo un senso di sbandamento perché tutto si muove, si alimenta un senso di instabilità che crea quel profondo disagio che si prova quando tutto sembra fuori controllo e dalla nostra portata. La vita allora sembra sfuggirci di mano generando uno stato d’animo terribile. Si fa avanti una tentazione: quella di dire che non possiamo fare nulla perché non abbiamo risorse e appigli a cui aggrapparci per rimanere sal- di nell’incertezza, non riusciamo a trovare un riparo sicuro per attraversare quest’epoca terremotata. L’incertezza, così, compie l’ultimo atto della sua parabola discendente: inscrive un’ipoteca sulla vita e sul futuro. Diventa oltremodo insidiosa quando non è governata, ci strattona violentemente inducendo a pensare che non possiamo fare niente. Da questa prospettiva l’incertezza e le credenze che genera abbassano le nostre difese immunitarie fino a farle precipitare a livelli insostenibili.

 

Leggi l’articolo completo cliccando il seguente link

https://www.rivistadialoghi.it/sites/default/files/Dialoghi%201_2022_Editoriale.pdf

 

Adesso prima c’è il partito, poi vengono le alleanze.

Il “centro” politico, culturale e programmatico si deve caratterizzare in modo autonomo. Dopodichè, a bocce ferme e con un sistema elettorale certo, si costruirà la coalizione credibile.

La politica italiana, come tutti ben sappiamo, è sempre stata sinonimo di “politica delle alleanze”. Ce lo ricordava l’indimenticabile Mino Martinazzoli perchè, questa, era e resta una costante costitutiva della politica italiana. E proprio con l’avvicinarsi delle elezioni politiche nazionali si fa sempre più attuale ed importante il capitolo delle alleanze e delle rispettive coalizioni da costruire con cui ci si presenterà di fronte ai cittadini. Certo, ad oggi non conosciamo ancora quale sarà il prossimo sistema elettorale. E questo, purtroppo, è un vizio ricorrente della politica italiana. Ovvero, le regole cambiano a seconda delle convenienze di chi in quel momento è al governo. Un metodo alquanto anomalo e singolare perchè non risponde al “bene comune” della politica ma solo e soltanto al tornaconto momentaneo delle singole forze politiche. Nulla a che vedere con quello che è capitato nella prima repubblica quando il sistema elettorale era l’ultimo dei problemi dei partiti di governo perchè le regole del gioco non venivano messe in discussione con le furbizie e gli escamotage strumentali che invece hanno caratterizzato il comportamento politico concreto della cosiddetta “seconda repubblica”.

Ma, per tornare al tema delle alleanze, è indubbio che la geografia politica è cambiata radicalmente in questi ultimi anni. La pandemia prima e, soprattutto, la guerra russo-ucraina dopo hanno, di fatto, mutato in profondità i tradizionali assetti politici. Il vecchio centro sinistra e il vecchio centro destra rischiano di appartenere ormai ad un lontano passato difficilmente riproponibile nella sua versione meccanica e statica. E questo perchè la sinistra alleata organicamente con il populismo anti politico, demagogico, giustizialista e manettaro dei 5 Stelle è difficilmente catalogabile sotto il segno di una alleanza autenticamente riformista, democratica e di governo. Come, specularmente, un centro destra caratterizzato dalla deriva sovranista – sempre meno credibile e, fortunatamente, meno vistosa ed ostentata del passato – non potrebbe essere una coalizione politicamente credibile ed affidabile a livello nazionale ed europeo.

Ecco perchè la formazione politica di “centro” che si sta delineando e definendo a livello nazionale non può che coltivare l’obiettivo di rafforzarsi sotto il profilo politico e programmatico e poi, ma solo in un secondo momento, costruire e consolidare un’alleanza politica credibile e coerente. Sotto questo versante, la vera sfida politica e culturale resta quella di indebolire e ridimensionare la spinta e la deriva populista – in particolare quella di matrice grillina – per favorire, al contrario, la costruzione di una coalizione squisitamente riformista, democratica e di governo. Perchè, alla fine, una coalizione è credibile e seria solo se non deve essere sottoposta ai raggi x sia a livello nazionale che a quello europeo per la sua scarsa se non nulla affidabilità politica e programmatica. Una questione persin troppo nota per essere ancora ulteriormente descritta ed approfondita. Ed è proprio questa la vera sfida ed ambizione del partito di centro nel nostro paese che vuole declinare, al contempo, una altrettanto autentica e credibile “politica di centro”. Se si pensa, al contrario, di definire da subito il campo in cui si vuole giocare – per adoperare un linguaggio calcistico – si fa un doppio errore. Da un lato si consolida da subito un ruolo gregario e marginale del “centro” e, dall’altro, resterebbe inalterato il quadro politico con due coalizioni che non fanno altro che riproporre, seppur in termini diversi rispetto al passato, la logica e la cultura degli “opposti estremismi” caratterizzati dall’unico obiettivo di delegittimare e distruggere politicamente lo schieramento avversario o nemico.

Per questi semplici motivi, adesso, il “centro” politico, culturale e programmatico si deve caratterizzare in modo autonomo. Dopodichè, a bocce ferme e con un sistema elettorale certo, si costruirà la coalizione credibile e affidabile sotto il profilo politico e di governo. Fondamentale, questa volta, è non invertire l’ordine dei fattori. L’alleanza è sempre fondamentale, come ovvio, ma questa volta viene dopo il profilo e l’identità del partito.

“L’impegno parlamentare? Vissuto con passione. Politicamente devo tutto a Fanfani”. Hubert Corsi conclude il suo racconto.

Tra ricordi e considerazioni attuali, il dialogo con Hubert Corsi permette di tracciare il substrato dell’esperienza democristiana. Quel che viene rappresentato va oltre il dato locale: si rifrange in altre esperienze, diverse nelle forme e affini nei contenuti, che descrivono il “panorama” del partito cardine del secondo Novecento italiano. Di seguito riportiamo la seconda parte dell’intervista.

Che cosa ha fatto Fanfani per il collegio? 

Era il capolista del collegio. Ha fatto tanto per la riforma agraria come Ministro dell’Agricoltura. Era molto attaccato alla provincia di Grosseto. 

Quando aveva le “sue” pause in politica – nel 1959 voleva lasciare tutto! – era nel suo ambiente e territorio che trovava le motivazioni più forti per rimettersi in cammino. Sì, quando sentiva l’urgenza di un impegno rinnovato, partiva sempre dalla provincia di Grosseto dove sapeva che aveva tanti amici. E dunque era da qui che ripartiva galvanizzato. Aveva come riferimento Enea Piccinelli, parlamentare, un grande e bel personaggio della vita politica locale, sempre molto lucido, sempre pronto a muoversi in azione. Quando ha lasciato il parlamento nel 1983 è ritornato alle origini, all’impegno nella Azione Cattolica e nel sociale, alla famiglia. Adesso, per molti mesi all’anno, vive a  Piancastagnaio sull’Amiata tra la sua gente.  

Anche Malfatti  veniva spesso? 

Sì, veniva perché si era sposato con la marchesa Spinola che aveva una tenuta Orbetello. 

Veniamo a te. Quando sei entrato in Parlamento? Come la ricordi la esperienza? 

Vi entrai nel 1983 perché non si presentó più Enea Piccinelli, con il quale avevo molto e a lungo collaborato, sicché fu proprio lui ad aiutarmi lasciandomi il testimone. 

Sei stato relatore di diversi provvedimenti…

Ero in commissione Industria e nell’ambito della Dc avevo competenza sul comparto energetico-minerario. Tutti i relativi provvedimenti toccavano a me: l’Enea, la geotermia, l’energia, ecc… 

Nei giorni scorsi con la crisi energetica si è parlato in tv di geotermia del Monte Amiata come fonte di energia. Si potrebbe sfruttare di più o vi sono troppi vincoli? 

Si dovrebbe sfruttare di più sia la parte ad alta entalpia, che produce energia elettrica, come pure la bassa entalpia, con cascata di vapore per alcune industrie come le serre, gli allevamenti di pesce…Sono tanti gli impieghi da poter mettere in cantiere. Invece, è la parte che non è stata assistita abbastanza, neppure dall’Enel che su questa attività, nelle provincie di Siena Arezzo Grosseto e Pisa, aveva storicamente il monopolio. In particolare, nasce a Larderello l’esperienza più grande e significativa: da qui, addirittura a partire dal ‘700, si avvia lo sfruttamento finalizzato allo sviluppo del territorio. Ecco, invece di concentrarsi solo nell’alta entalpia, con una monocoltura che altro non dava, si dovevano sviluppare esperienze diverse, come quelle legate alle piccole imprese di teleriscaldamento. Dunque, la scelta di fornire energia gratis non doveva precludere la possibilità di incentivare e sostenere le piccole attività manifatturiere. 

Come un distretto? 

Non lo abbiamo realizzato ed è stato un errore gravissimo. 

Che si dovrebbe fare per rimuovere questi freni? 

Occorre un aggiornamento della legge del 1986, di cui per altro sono stato relatore. Le competenze in materia sono passate alle Regioni. Soprattutto in Toscana, in Alto Lazio  e in Campania sono diverse le zone dove si dovrebbe pensare ad usi diversi dalla (sola) produzione di elettricità. Non è facile, me ne rendo conto. Si tratta di far crescere una piccola imprenditorialità che al momento risulta poco diffusa o comunque non adeguatamente strutturata.  

Sono osservazioni molto puntuali, segno di studio e dedizione politica. Il compito del legiferatore non sempre è conosciuto ed apprezzato. A tale riguardo, quale è il sentimento più vivo della tua esperienza parlamentare?

Teniamo presente che nel 1983 la Dc aveva perso molti voti. Tra gli eletti serpeggiava un qualche avvilimento, ma nell’occcasione entrò una covata di giovani deputati ai quali fu data la possibilità di mettere in evidenza il valore della loro formazione. Si tratta di ex colleghi – non mi avventuro nelle singole citazioni – di cui ricordo bene lo slancio e la preparazione. 

Gli anni ottanta sono stati anni di sviluppo importanti per la crescita. Furono operate scelte importanti sia in politica estera che in politica economica. Adesso, con la guerra in Ucraina, riemerge il price cap. Rammento che tu ponesti questo problema nel 1992 nella famosa risoluzione parlamentare sulle privatizzazioni…

Quell’intervento ci costò parecchie nottate passate a discutere, a confrontarci sui vari passaggi, a limare le singole proposizioni. Fu svolto un lavoro di analisi e di sintesi particolarmente accurato. Se la risoluzione fosse stata rispettata, come d’altronde era nei nostri auspici, oggi avremmo molti meno problemi. 

Si riuscì comunque a difendere i settori strategici dello Stato.

Sì, parliamo delle telecomunicazioni, delle banche, delle autostrade: si convenne che l’interesse della comunità nazionale, e quindi dello Stato, dovesse pesare in questi ambiti oltremodo delicati. In effetti, la risoluzione fu anticipatrice delle esperienze che in seguito hanno avuto il loro corso. 

Non puoi lamentarti, hai collaborato alla definizione di una giusta e opportuna strategia di tutela a proposito di alcuni fondamentali “beni” del Paese. Lavorare in questo modo   rende tutti più soddisfatti, sia dal lato degli eletti che da quello degli elettori. Tuttavia, una volta conclusa l’esperienza parlamentare, a cosa ti sei dedicato?

Beh..non sono rimasto con le mani in mano. Ho avuto anche la fortuna di fare il sindaco di Monte Argentario. Guidare un comune vuol dire imparare a misurarsi con i problemi, stando quotidianamente a contatto con la gente. È fare politica, ancora una volta, ma con il fiato sempre sul collo. Un’esperienza unica, spesso complicata, che riserva amarezze non attese ma anche gratificazioni impensate.   Poi, finito il mandato amministrativo di Sindaco, dal 1995 mi sono dedicato totalmente alla Croce Rossa di Grosseto. 

Mi pare di poter dire, conoscendo il lavoro da voi svolto come Croce Rossa, che siete all’avanguardia per quanto riguarda l’attività di sostegno al territorio. 

Devo dire che il nostro comitato e con esso i vari comitati territoriali – una decina in tutto – lavorano molto bene garantendo alle popolazioni un livello più che rispettabile di tutela e assistenza. 

Un fiore all’occhiello anche durante l’emergenza del Covid…

Direi proprio di sì. Abbiamo apprezzato la grande capacità dei volontari di vincere la paura. La grande paura di aiutare gli altri, nei modi possibili, come portare la spesa, le medicine, ecc…alle persone anziane o prestare soccorso agli ammalati di Covid, assistendoli nel passaggio da reparto a reparto. Sono stati eroici. In provincia di Grosseto abbiamo 5000 volontari. 

E i giovani ci sono? 

In effetti, nel periodo più duro del Covid si sono avvicinati molti giovani. L’accesso alla Croce Rossa non è facile. Non paghi una quota come per altre associazioni, ma devi fare  un corso e superare un esame. È una procedura complessa che non ha riscontro in campi analoghi. Altrove è tutto più semplice. 

Prendete figure particolari? 

Sono tutte figure specializzate. I soccorritori devono gestire le cosidddette manovre salvavita, per questo sono formati alla conoscenza e alla pratica delle specifiche procedure di sicurezza. Se li metti in condizione d’indossare una divisa, importante e rispettata, spetta ad essi dimostrare fin da subito di essere all’altezza della funzione assegnata. 

Siete andati in Ucraina? 

Alcuni di noi sono andati, ognuno con elevata capacità professionale. La CRI nazionale ha scelto una strada ben precisa: chiede fondi, non oggetti. In altri termini, preferisce evitare di “caricarsi” di donazioni che di per sé sono belle, ma nell’insieme possono dar luogo a combinazioni antieconomiche. Serve ottenere un corretto margine di efficienza. Non bisogna spendere più di quello che hai trasportato lungo un viaggio di oltre 2000 chilometri. Per questo anche la logistica è fondamentale: tende, medicinali, viveri, vanno organizzati e gestiti con la massima oculatezza. Allora, come dicevo, la professionalità non è un optional.

Bene. Permettimi di riprendere, andando alla conclusione, il filo della politica. Che cosa ti rimane di Fanfani? 

Devo tutto a Fanfani, è stato uno dei miei maestri. 

Raccontami un aneddoto…

Una sera, a chi tra di noi si lamentava perché dovevamo incidere di più sulla vita politica, nche del nostro partito, volle spiegare quanto aveva inciso la provincia di Grosseto nella storia della Dc. 

Il gruppo di amici che poi avrebbe dato vita alla “comunità del Porcellino” si era riunito a Bologna. Oltre a Lazzati, La Pira, Fanfani e Dossetti, ce n’era un altro che ho dimenticato: la memoria, purtroppo, non mi soccorre. Quella riunione, svolta nel periodo della clandestinità, doveva sciogliere la riserva circa la convenienza e correttezza dell’assegnazione alla Dc dell’aggettivo “cristiana”. Per loro era troppo impegnativa. Volevano un altro nome. Allora incaricarono Dossetti di andare a rappresentare questa posizione a De Gasperi. Dossetti parte con la macchina verso Roma e sceglie di prendere la strada per Firenze passando per Siena e Grosseto. Ebbe però un incidente a Civitella Marittima: la strada bianca e dissestata, quella tra Siena e Grosseto, era delle peggiori che si potesse immaginare. Non poté ripartire per Roma e neppure poté, di conseguenza, partecipare all’incontro di partito dove avrebbe dovuto informare De Gasperi del loro “verdetto”.

È un episodio conosciuto…

È vero, ma non sai quello che aggiunse Fanfani. “Attraverso le vostre strade così disastrate – disse – siete stati determinanti nella storia della Dc. Avete determinato un indirizzo che ha segnato nel profondo la nostra storia”. Immagina il suo sorriso sornione! Poi sarebbero arrivati  i finanziamenti per migliorarle. Civitella Marittima se lo meritava: per i camionisti passare di li, con quei tornanti pericolosi, era una maledizione. 

Fanfani ce lo raccontò a cena dopo un comizio. Così come ricordò la vicenda del rogito di Capalbio, quell’atto lunghissimo di venti pagine che aveva dovuto copiare da bambino. C’è un collegamento ideale. Da Pieve Santo Stefano, il suo paese d’origine, partivano le greggi transumanti verso la Maremma. Anche quel percorso doveva essere un incubo, forse per le greggi ma sicuramente per gli uomini.

Per leggere la prima parte dell’intervista (14 aprile 2022)

https://ildomaniditalia.eu/la-nostra-battaglia-per-contrastare-i-comunisti-metteva-in-campo-ragione-e-passione-politica-intervista-a-hubert-corsi/

Ankara, la battaglia sull’islam obbligatorio a scuola e i diritti negati

La Corte costituzionale turca riconosce due decisioni della Corte europea critiche per il mancato rispetto dei diritti. Una battaglia legale avviata da una famiglia, contraria alla frequenza obbligatoria dell’ora di religione musulmana alla figlia. Attacchi dalla fazione conservatrice ed esponenti di governo. Dubbi sulla futura applicazione della sentenza. 

Una sentenza che, se non si può definire storica, certo va registrata per la sua importanza in tema di libertà religiosa in Turchia, dove anche nel recente passato si sono registrati episodi controversi e in cui lo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan si fa portavoce di una politica nazionalismo e islam. Nei giorni scorsi la Corte costituzionale ha riconosciuto due precedenti sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che criticava Ankara sui principi e contenuti dell’istruzione religiosa obbligatoria ai minori. I supremi giudici hanno dunque stabilito che forzare l’educazione a una fede – obbligando a seguirne le lezioni – bambini e giovani contro la volontà dei genitori è una palese violazione dei diritti.

Tuttavia, analisti ed esperti avanzano dubbi sul fatto che il governo accoglierà la decisione. E adeguerà il proprio indirizzo politico adempiendo alle indicazioni contenute nella sentenza. 

La decisione della Corte costituzionale è frutto di una lunga battaglia legale iniziata oltre 10 anni fa da Huseyin El, che ha lottato a lungo per evitare che la figlia frequentasse lezioni di religione musulmana. Il preside dell’istituto ha insistito affinché Nazli Sirin El, all’epoca studentessa di quarto grado, seguisse i corsi perché solo cittadini cristiani ed ebraici potevano beneficiare dell’esenzione. La famiglia della ragazza segue l’alevismo, una delle molte sette dell’islam che – fra gli altri – celebra i riti nelle case assembleari (cemevi), più che nelle moschee. 

Ad al-Monitor l’avvocato Esra Basbakkal, legale della famiglia, spiega che “costringere un genitore a rivelare o documentare la sua fede è una violazione dell’art. 24 della Costituzione” secondo cui “nessuno può essere costretto a rivelare credenze e convinzioni religiose”. Il tribunale di primo grado 13 anni fa ha sentenziato a favore della studentessa in base alle leggi nazionali e alle convenzioni internazionali. Ma il ministero dell’Istruzione si è appellato al Consiglio di Stato, che ha ribaltato la decisione. Nel 2014 la controversia è arrivata sul tavolo della Corte costituzionale: a distanza di otto anni, il verdetto secondo cui l’obbligo di frequenza alle lezione di fede musulmana sono una violazione dei diritti umani e della famiglia di scegliere il percorso educativo dei figli. 

“Una decisione troppo a lungo rimandata, ma che va nella giusta direzione” commenta Orhan Kemal Cengiz, avvocato pro diritti umani che ha seguito nel tempo la vicenda della famiglia El e altre due storie simili. “I tribunali locali – aggiunge – spesso ignorano le decisioni della Corte europea, ma ora devono prestare attenzione a quelle della Corte costituzionale”. Diversi i commenti della fazione radicale e conservatrice; critiche giungono anche da esponenti del partito di governo sebbene le più alte cariche, presidente compreso, per ora non hanno commentato. Il quotidiano ultra-conservatore Yeni Akit definisce uno “scandalo” la scelta dei giudici costituzionali. Mehmet Akif Yilmaz, membro del Partito di Giustizia e sviluppo (Akp) e membro della Commissione per l’istruzione, definisce un “tradimento” stabilire che lezioni di religione “in questa terra benedetta dall’islam” possano essere giudicate una “violazione ai diritti umani. La nostra gente – aggiunge – non permetterà un simile tradimento” dei valori. 

Le classi di religione erano facoltative fino al golpe militare del 1980. Il governo dei generali guidato da Kenan Evren ha stabilito l’obbligo della frequenza, con lo scopo di controllarne l’insegnamento ed evitare derive radicali o fanatiche inserendolo nella Costituzione del 1982. In realtà, le classi hanno per lo più alimentato un islam sunnita che ha esasperato il disagio di molti studenti e genitori laici, che chiedevano più storia delle religioni e meno precetti islamici.

L’ora di religione obbligatoria è una cartina di tornasole per misurare lo stravolgimento dei valori laici in materia di istruzione, rispetto ai primi governi repubblicani. Una escalation che si è andata rafforzando con l’ascesa al potere dell’Akp nel 2002 e l’introduzione di un nuovo sistema scolastico nel 2012 con altri corsi “opzionali”: Corano, Vita del profeta Maometto e Conoscenza religiosa di base. Nella maggior parte dei casi sono diventati obbligatori, perché non vi erano alternative. Per l’avvocato Basbakkal, la scelta migliore sarebbe quella di renderle volontarie ma, vista la posizione del governo, sembra assai improbabile un simile, per quanto auspicato, cambiamento. A settembre, Diyanet (il ministero per gli Affari religiosi) ha annunciato l’intenzione di introdurre corsi obbligatori di Corano ai bambini in età prescolare e sono allo studio corsi pilota in diverse città.

Il Papa all’Urbi et Orbi: basta guerre, lasciamoci vincere dalla pace di Cristo. (Radio Vaticana)

Rivolgendosi al mondo intero nel tradizionale Messaggio di Pasqua, il Pontefice ricorda ancora la guerra in Ucraina, i Paesi martoriati da lunghi conflitti e violenze e provati da tensioni sociali e drammatiche crisi umanitarie e definisce la pace una “primaria responsabilità di tutti”.

Tiziana Campisi

“Lasciamo entrare la pace di Cristo nelle nostre vite, nelle nostre case, nei nostri Paesi!” invita Francesco nel suo Messaggio Urbi et Orbi di Pasqua. Dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro, dalla quale si muove, alla brezza del vento, il drappo con lo stemma papale, il Pontefice si affaccia sulla piazza affollata da 100mila fedeli. È accompagnato dai cardinali Renato Raffaele Martino e Michael Czerny, inviato nelle scorse settimane due volte in Ucraina e nei Paesi confinanti che stanno accogliendo i profughi per mostrare la vicinanza della Chiesa al popolo ucraino, assai provato dall’aggressione militare russa. 

Cristo è risorto

Il Pontefice ripete le parole di Gesù risorto ai suoi discepoli: “Pace a voi”, ma definisce quella di quest’anno una “Pasqua di guerra”, perché “troppo sangue abbiamo visto, troppa violenza” e si fa fatica “a credere che Gesù sia veramente risorto, che abbia veramente vinto la morte”. Ma “Cristo è risorto! È veramente risorto!”, afferma Francesco, anche se quella che stiamo vivendo sembra una Quaresima che non vuole finire. È chiara l’allusione alla situazione in Ucraina, ma il pensiero del Papa è anche per quelle Nazioni da decenni segnate da conflitti, quelle che vivono una drammatica crisi umanitaria o gravi problematiche. Ma c’è anche il bilancio di due anni di pandemia da considerare:

Era il momento di uscire insieme dal tunnel, mano nella mano, mettendo insieme le forze e le risorse… E invece stiamo che in noi non c’è ancora lo spirito di Gesù, c’è ancora lo spirito di Caino, che guarda Abele non come un fratello, ma come un rivale, e pensa a come eliminarlo. Abbiamo bisogno del Crocifisso Risorto per credere nella vittoria dell’amore, per sperare nella riconciliazione.

Sia pace per l’Ucraina

La voce del Pontefice riecheggia in una piazza San Pietro abbellita da 40 mila fiori e decorazioni offerti da fioristi olandesi e professori di floristica di biotecnologie della slovena Naklo e allestiti con la collaborazione dei giardinieri vaticani. Il Papa ricorda che “le piaghe nel Corpo di Gesù risorto sono il segno della lotta che Lui ha combattuto e vinto per noi, con le armi dell’amore, perché noi possiamo avere pace, essere in pace, vivere in pace”. Quindi invoca la pace menzionando quanto sta accadendo nell’Est Europa:

Sia pace per la martoriata Ucraina, così duramente provata dalla violenza e dalla distruzione della guerra crudele e insensata in cui è stata trascinata. Su questa terribile notte di sofferenza e di morte sorga presto una nuova alba di speranza! Si scelga la pace. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre.

Rifugiati, sfollati, anziani e bambini nel cuore del Papa.

Insiste, Francesco, perché tutti si impegnino a chiedere la pace e sollecita i responsabili delle Nazioni ad ascoltare “il grido di pace della gente”, poi confida:

Porto nel cuore tutte le numerose vittime ucraine, i milioni di rifugiati e di sfollati interni, le famiglie divise, gli anziani rimasti soli, le vite spezzate e le città rase al suolo. Ho negli occhi lo sguardo dei bambini rimasti orfani e che fuggono dalla guerra. Guardandoli non possiamo non avvertire il loro grido di dolore, insieme a quello dei tanti altri bambini che soffrono in tutto il mondo: quelli che muoiono di fame o per assenze di cure, quelli che sono vittime di abusi e violenze e quelli a cui è stato negato il diritto di nascere.

La carità vinca l’egoismo e l’individualismo

Rattristato da quanto sta accadendo, il Papa non dimentica, però, “le porte aperte di tante famiglie e comunità che in tutta Europa accolgono migranti e rifugiati”. Da qui l’auspicio che “questi numerosi atti di carità diventino una benedizione per le nostre società, talvolta degradate da tanto egoismo e individualismo, e contribuiscano a renderle accoglienti per tutti”. Ma Francesco spera anche sollecitudine per “altre situazioni di tensione, sofferenza e dolore”.

Si viva in fraternità nel Medio Oriente e a Gerusalemme

E dopo aver commentato i recenti fatti di cronaca, il Papa, la cui voce viene diffusa dai media vaticani con il commento, oltre che nelle lingue consuete, anche in ucraino e russo, comincia il lungo elenco dei Paesi che hanno più bisogno di preghiere:

Sia pace per il Medio Oriente, lacerato da anni di divisioni e conflitti. In questo giorno glorioso domandiamo pace per Gerusalemme e pace per coloro che la amano, cristiani, ebrei e musulmani. Possano israeliani, palestinesi e tutti gli abitanti della Città Santa, insieme con i pellegrini, sperimentare la bellezza della pace, vivere in fraternità e accedere con libertà ai Luoghi Santi nel rispetto reciproco dei diritti di ciascuno.

Pace per i Paesi dilaniati da tensioni e violenze e per tutta l’Africa

E prosegue, il Pontefice, ricordando i popoli del Libano, della Siria e dell’Iraq. Domanda pace “per la Libia, perché trovi stabilità dopo anni di tensioni, e per lo Yemen, che soffre per un conflitto da tutti dimenticato con continue vittime”, e si augura che “la tregua siglata nei giorni scorsi possa restituire speranza alla popolazione”. Esorta, poi, a pregare “per il Myanmar, dove perdura un drammatico scenario di odio e di violenza, e per l’Afghanistan, dove non si allentano le pericolose tensioni sociali e dove una drammatica crisi umanitaria sta martoriando la popolazione”. Quindi il Papa estende la sua invocazione per l’intera Africa:

Sia pace per tutto il continente africano, affinché cessino lo sfruttamento di cui è vittima e l’emorragia portata dagli attacchi terroristici – in particolare nella zona del Sahel – e incontri sostegno concreto nella fraternità dei popoli. Ritrovi l’Etiopia, afflitta da un grave crisi umanitaria, la via del dialogo e della riconciliazione, e cessino le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Non manchi la preghiera e la solidarietà per le popolazioni del Sudafrica orientale, colpite da devastanti alluvioni.

I problemi nel continente americano

Infine Francesco prega per l’America Latina, dove la pandemia ha peggiorato alcune condizioni sociali, “esacerbate anche da casi di criminalità, violenza, corruzione e narcotraffico”, e ancora per la riconciliazione della Chiesa cattolica canadese con i popoli autoctoni.

La pace primaria responsabilità di tutti

E terminando il suo discorso, il Papa torna ancora sulla guerra, avverte che ogni conflitto porta con sé strascichi che coinvolgono tutta l’umanità: dai lutti al dramma dei profughi, alla crisi economica e alimentare”. Ma incoraggia a guardare a Gesù che ha vinto la morte e ci dona pace:

Davanti ai segni perduranti della guerra, come alle tante e dolorose sconfitte della vita, Cristo, vincitore del peccato, della paura e della morte, esorta a non arrendersi al male e alla violenza. Fratelli e sorelle, lasciamoci vincere dalla pace di Cristo! La pace è possibile, la pace è doverosa, la pace è primaria responsabilità di tutti! 

Il cardinale Martino annuncia, quindi, la benedizione del Papa con l’indulgenza plenaria, alle consuete condizioni. Francesco recita la formula solenne e concede a tutti il perdono dei peccati. E prima del segno della croce si raccoglie qualche istante in silenzio, poi pronuncia in latino: “Dio onnipotente e misericordioso vi dia l’indulgenza, l’assoluzione e il perdono di tutti i vostri peccati, un periodo di pentimento genuino e fruttuoso, un cuore sempre penitente e una conversione della vita, la grazia e il consiglio dello Spirito Santo, e la perseveranza continua nelle opere buone”.

Il messaggio pasquale di Francesco è preceduto dall’esecuzione dell’inno pontificio, da parte della banda della Gendarmeria Vaticana, e dell’inno italiano, da parte dell’arma dei carabinieri. Schierati di fronte alla Basilica Vaticana, il corpo della Guardia Svizzera, in alta uniforme, e una rappresentanza delle forze armate italiane, che al termine della cerimonia rendono omaggio al Papa.

 

(Fonte: Radio Vaticana, 17 aprile 2022)

Un teologo, Hans Küng, ci aiuta a comprendere la forza liberante della fede. Il cesaro-papismo deforma questa verità.

Lo zar (Pietro il Grande) considerava l’unzione come una legittimazione sacrale del proprio potere illimitato”. La libertà della Chiesa, segno della piena fedeltà al Vangelo, impedisce l’asservimento della religione al potere. Un invito alla lettura di Renato Balduzzi, docente universitario, già ministro della sanità.

Di fronte agli orrori quotidiani, come fare risuonare, dentro e fuori ciascuno di noi, le parole di pace della Pasqua?

Propongo di lasciarci interrogare da alcuni densi passaggi di uno scritto di quasi trent’anni fa, il quale, ancorché inevitabilmente datato quanto a riferimenti geopolitici concreti, rimane tuttavia un thesaurus sotto il profilo storico-metodologico e della visione complessiva.

Si tratta, ancora una volta, di uno scritto di Hans Küng, nel quale il teologo svizzero (mancato un anno fa, a 93 anni) esprimeva un punto di vista che trovo molto interessante e che presenta singolari assonanze con l’approccio che papa Francesco sta sviluppando, da parecchie settimane, a proposito dell’aggressione russa in Ucraina.

 

Un’uniformazione di chiesa e Stato – sia essa bizantina, moscovita, o di quale altro tipo si voglia – non porta quasi necessariamente a una supremazia dello Stato sulla chiesa e, alla fine, a una capitolazione della chiesa di fronte allo Stato? Una chiesa e una teologia, integrate nello Stato, non smarriscono la loro funzione profetica, che devono necessariamente avere nella società se intendono restare fedeli al Vangelo?

Lo zar (Pietro il Grande) considerava l’unzione come una legittimazione sacrale del proprio potere illimitato. Si spiega così perché un secolo più tardi, nell’era di Metternich, lo zar militarista Nicola I abbia potuto formulare la seguente massima di politica interna: «Autocrazia, ortodossia, narodnost (nazionalità e pietà popolare)».

Se si riconosce che la cristianità occidentale e quella orientale non rappresentano due religioni/civiltà, ma due costellazioni in verità molto diverse, due paradigmi, dell’unico cristianesimo, il cui riavvicinamento e la cui intesa sono già stati promossi da Giovanni XXIII, dal Vaticano II e dal patriarca Atenagora di Costantinopoli, allora si riconosce anche che proprio da un’intesa ecumenica delle chiese (in Iugoslavia, in Ucraina, tra Roma e Mosca) avrebbe potuto essere preparata l’intesa tra i gruppi nazionali (perché deve essere impossibile tra serbi e croati ciò che è stato possibile tra francesi e tedeschi?).

  1. Küng, Cristianesimo(1994), trad. di Giovanni Moretto, 9.a ed. B.U.R., Milano, Rizzoli, 2019, pp. 271, 311, 865.

Forma ed evoluzione del populismo oggi: Marc Lazar spiega le tesi del suo ultimo libro a Le Nouvel Observateur. 

Riportiamo un piccolo stralcio dell’intervista che Marc Lazar ha concesso la settimana scorsa a Sarah Halifa-Legrand per il prestigioso settimanale francese (L’OBS).

 

[…]

 

Il populismo francese è tutt’altro che un caso isolato… Qual è la sua valutazione del populismo in Europa e non solo oggi?

 

Alcuni osservatori una volta credevano che la stagione populista fosse finita. Tutti i populisti di destra che si riferivano alla Brexit e Donald Trump, che volevano fare “Frexit” o “Italexit”, si sono resi conto che il Regno Unito era in una situazione molto difficile, che Trump, il loro riferimento, aveva perso le elezioni, mentre poi il Covid ha messo in luce l’importanza di un’Europa unita, capace di pagare ingenti somme agli States. Non è così. Il neopopulismo oggi è un fenomeno duraturo, profondo, globale, non uno scatto febbrile passeggero, come avrebbero potuto essere gli esperimenti populisti del passato. Niente a che vedere con il Poujadismo della Quarta Repubblica, esempio emblematico in Francia di populismo, che durò solo pochi anni fino al ritorno al potere di De Gaulle. Oggi il neopopulismo si radica perché ha ovunque le stesse tre grandi causalità: l’affanno delle nostre democrazie liberali e rappresentative, che è spesso riassunto dall’espressione “stanchezza democratica”;  disoccupazione, disuguaglianze sociali e precarietà del mercato del lavoro in un mondo globalizzato; e infine questioni culturali e di identità.

 

Questo neopopulismo assume nel tempo una forma sempre più definita?

 

Nel mondo della ricerca ci sono tre grandi linee di pensiero per comprendere il populismo, che è sempre difficile da identificare e definire. La prima consiste nel dire che il populismo è una thin ideology, un’ideologia sottile, difficile da identificare. Non esistono infatti grandi dottrine o grandi autori sul populismo, con la notevole eccezione del tentativo di definire il populismo di sinistra della filosofa belga Chantal Mouffe e di suo marito, l’argentino Ernesto Laclau [una strategia di conquista del potere che consiste in particolare nel riportare la passione in campo politico opponendo il popolo alle élite, per combattere l’egemonia neoliberista, ndr]. 

Una seconda scuola vede giocare il popolo contro l’élite come una strategia per acquisire potere e poi mantenerlo, continuando a mobilitare le folle a sostegno del leader.

Secondo la terza ipotesi, che ho sviluppato nel mio libro “Peuplecratie” (1), il populismo è uno stile, un modo di essere, un modo di parlare.  Alcuni populisti si esprimono in modo semplice e volgare, adottano certe posture del corpo, come l’italiano Matteo Salvini, perché è così che percepiscono le persone. Questo stile tende a diffondersi, anche tra coloro che si oppongono ai populisti. Lo abbiamo visto con Matteo Renzi o anche Emmanuel Macron, che si è presentato nel 2017 come il candidato antisistema, l’uomo nuovo. Credo che il populismo attuale assomigli sempre di più a una combinazione più o meno organizzata di queste tre definizioni principali.

Mi sembra che la sua forma più compiuta si trovi oggi in Ungheria. Viktor Orbán sta costruendo una spina dorsale per la sua sperimentazione. Ha dato un nome al suo progetto – “democrazia illiberale” – e lo ha spiegato: a suo parere è necessario difendere un’Europa in declino, minacciata di sommersione dall’Islam, ristabilendo i valori cristiani e rimettendo la famiglia tradizionale al centro della società. 

Eric Zemmour è sulla stessa linea ideologica. Il loro discorso è molto più coerente di quello di Marine Le Pen, che ha delle costanti ideologiche, in particolare su immigrazione ed Europa, ma che si adatta anche molto.  Mentre ha iniziato promuovendo, sulla scia del padre, una politica neoliberista in economia, si è evoluta verso una posizione molto più statalista. Pur provenendo da una famiglia politica che ha sempre disprezzato il femminismo, si presenta come una donna moderna.

 

[…]

 

(Traduzione a cura della redazione)

 

  1. Ilvo Diamanti et Marc Lazar, Peuplecratie. La Métamorphose de nos démocraties, Gallimard, 2019.

Quando Russell ed Einstein lanciavano l’allarme sugli armamenti nucleari…

Nel 1955 lo scienziato Albert Einstein e il filosofo-matematico Bertrand Russell e lo scienziato promuovono una dichiarazione a favore del disarmo nucleare e della scelta pacifista per l’umanità, sottoscritta da scienziati e intellettuali.

Nella tragica situazione che l’umanità si trova ad affrontare, riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi per valutare i pericoli sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere una risoluzione nello spirito del documento che segue. Non parliamo, in questa occasione, come appartenenti a questa o a quella nazione, continente o credo, bensì come esseri umani, membri del genere umano, la cui stessa sopravvivenza è ora in pericolo. Il mondo è pieno di conflitti, e su tutti i conflitti domina la titanica lotta tra comunismo e anticomunismo. Chiunque sia dotato di una coscienza politica avrà maturato una posizione a riguardo. Tuttavia noi vi chiediamo, se vi riesce, di mettere da parte le vostre opinioni e di ragionare semplicemente in quanto membri di una specie biologica la cui evoluzione è stata sorprendente e la cui scomparsa nessuno di noi può desiderare. Tenteremo di non utilizzare parole che facciano appello soltanto a una categoria di persone e non ad altre. Gli uomini sono tutti in pericolo, e solo se tale pericolo viene compreso vi è speranza che, tutti insieme, lo si possa scongiurare. 

Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: “Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”.

La gente comune, così come molti uomini al potere, ancora non ha ben compreso quali potrebbero essere le conseguenze di una guerra combattuta con armi nucleari. Si ragiona ancora in termini di città distrutte. Si sa, per esempio, che le nuove bombe sono più potenti delle precedenti e che se una bomba atomica è riuscita a distruggere Hiroshima, una bomba all’idrogeno potrebbe distruggere grandi città come Londra, New York e Mosca. È fuor di dubbio che in una guerra con bombe all’idrogeno verrebbero distrutte grandi città. Ma questa non sarebbe che una delle tante catastrofi che ci troveremmo a fronteggiare, e nemmeno la peggiore. Se le popolazioni di Londra, New York e Mosca venissero sterminate, nel giro di alcuni secoli il mondo potrebbe comunque riuscire a riprendersi dal colpo. Tuttavia ora sappiamo, soprattutto dopo l’esperimento di Bikini, che le bombe atomiche possono portare gradatamente alla distruzione di zone molto più vaste di quanto si fosse creduto. Fonti autorevoli hanno dichiarato che oggi è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Se fatta esplodere a terra o in mare, tale bomba disperde nell’atmosfera particelle radioattive che poi ridiscendono gradualmente sulla superficie sotto forma di pioggia o pulviscolo letale. È stato questo pulviscolo a contaminare i pescatori giapponesi e il loro pescato. 

Nessuno sa con esattezza quanto si possono diffondere le particelle radioattive, ma tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che una guerra con bombe all’idrogeno avrebbe un’alta probabilità di portare alla distruzione della razza umana. Si teme che l’impiego di molte bombe all’idrogeno possa portare alla morte universale – morte che sarebbe immediata solo per una minoranza, mentre alla maggior parte degli uomini toccherebbe una lenta agonia dovuta a malattie e disfacimento. In più occasioni eminenti uomini di scienza ed esperti di strategia militare hanno lanciato l’allarme. Nessuno di loro afferma che il peggio avverrà per certo. Ciò che dicono è che il peggio può accadere e che nessuno può escluderlo.

Non ci risulta, per ora, che le opinioni degli esperti in questo campo dipendano in alcuna misura dal loro orientamento politico e dai loro preconcetti. Dipendono, a quanto emerso dalle nostre ricerche, dalla misura delle loro competenze. E abbiamo riscontrato che i più esperti sono anche i più pessimisti. Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? È una scelta con la quale la gente non vuole confrontarsi, poiché abolire la guerra è oltremodo difficile.

Abolire la guerra richiede sgradite limitazioni alla sovranità nazionale. Ma forse ciò che maggiormente ci impedisce di comprendere pienamente la situazione è che la parola “umanità” suona vaga e astratta. Gli individui faticano a immaginare che a essere in pericolo sono loro stessi, i loro figli e nipoti e non solo una generica umanità. Faticano a comprendere che per essi stessi e per i loro cari esiste il pericolo immediato di una mortale agonia. E così credono che le guerre potranno continuare a esserci, a patto che vengano vietate le armi moderne. Ma non è che un’illusione. Gli accordi conclusi in tempo di pace di non utilizzare bombe all’idrogeno non verrebbero più considerati vincolanti in tempo di guerra. Con lo scoppio di un conflitto armato entrambe le parti si metterebbero a fabbricare bombe all’idrogeno, poiché se una parte costruisse bombe e l’altra no, la parte che ha fabbricato le bombe risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. 

Tuttavia, anche se un accordo alla rinuncia all’armamento nucleare nel quadro di una generale riduzione degli armamenti non costituirebbe la soluzione definitiva del problema, avrebbe nondimeno una sua utilità. In primo luogo, ogni accordo tra Oriente e Occidente è comunque positivo poiché contribuisce a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo, l’abolizione delle armi termonucleari, nel momento in cui ciascuna parte fosse convinta della buona fede dell’altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso come quello di Pearl Harbour, timore che al momento genera in entrambe le parti uno stato di agitazione. Dunque un tale accordo andrebbe accolto con sollievo, quanto meno come un primo passo.

La maggior parte di noi non è neutrale, ma in quanto esseri umani dobbiamo tenere ben presente che affinché i contrasti tra Oriente e Occidente si risolvano in modo da dare una qualche soddisfazione a tutte le parti in causa, comunisti e anticomunisti, asiatici, europei e americani, bianchi e neri, tali contrasti non devono essere risolti mediante una guerra. È questo che vorremmo far capire, tanto all’Oriente quanto all’Occidente. Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. 

Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale. Invitiamo questo congresso, e per suo tramite gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a sottoscrivere la seguente mozione: In considerazione del fatto che in una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano, ci appelliamo con forza a tutti i governi del mondo affinché prendano atto e riconoscano pubblicamente che i loro obbiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e di conseguenza li invitiamo a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le loro controversie.
    

Albert Einstein, Bertrand Russell, Max Born (Premio Nobel per la fisica) Percy W. Bridgman (Premio Nobel per la fisica) Leopold Infeld (Professore di fisica teorica) Frédéric Joliot-Curie (Premio Nobel per la chimica) Herman J. Muller (Premio Nobel per la fisiologia e medicina) Linus Pauling (Premio Nobel per la chimica) Cecil F. Powell (Premio Nobel per la fisica) Józef Rotblat (Professore di fisica) Hideki Yukawa (Premio Nobel per la fisica). 

(Il testo dell’Appello è stato riproposto ieri dall’Agenzia Italia – AGI)

 

Oggi è Pasqua. La bella meditazione di don Mazzolari.

È stato definito in tanti modi, anche “prete anticlericale” per il suo parlare schietto, non sempre apprezzato, a causa di questa franchezza, dai confratelli e dai superiori. Fu combattente, ma celebrò la pace. Scrisse: “Il cristiano è un ‘uomo di pace’, non un ‘uomo in pace’: fare la pace è la sua vocazione”. Don Primo Mazzolari c’invita a vivere la Pasqua con parole essenziali e piene di tensione spirituale.

Primo Mazzolari

Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione.

I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore. «Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume», non è un «sepolcro glorioso». «Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito», è fuori della Pasqua.

«Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente», invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua. «Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini» per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua.

«Chi giura per l’oro del Tempio e non per il Tempio» non ha ancora buttato via le «trenta monete d’argento».

«Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà», rinnega la Pasqua.

«Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno di rapina e di intemperanza», non fa posto alla Pasqua.

Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l’alleluia della vita esulta perfino nell’aria e nei campi; ma chi sulle strade dell’Uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore?

Una cristianità che s’incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l’alleluia è soltanto un rito e non la trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte, dell’uomo, come può comunicare «i segni della Pasqua?».

(1 aprile 1936) La Pasqua, 64-65.

Ucraina. L’intransigenza di Putin e Biden domina lo scenario bellico e fa temere inquietanti sviluppi.

Mentre Washington e Londra hanno scartato la possibilità di convincere Putin a venire a più miti consigli con un negoziato, alcune capitali europee ritengono che possano ancora essere tentate ulteriori iniziative di pace, anche sulla spinta (non secondaria) di gruppi d’opinione interni pacifisti. Per “distrazione”, come è caduto un missile indiano sul Pakistan, sull’Ucraina potrebbe anche cadere un ordigno nucleare… 

Mentre l’offensiva militare russa continua senza sosta, concentrandosi nei bombardamenti urbani nell’area sud-orientale dell’Ucraina, il confronto verbale a distanza tra Russia ed Occidente si arricchisce di nuovi spunti polemici. Esso ha raggiunto livelli sempre più elevati anche sull’onda di nuove accuse di Zelensky mosse all’esercito invasore circa inaccettabili eccidi commessi un po’ dappertutto nei confronti dei civili nonché il temuto impiego di armi chimiche.

Lo scontro più aspro è quello tra Mosca e Washington, i cui “leader” sembrano gareggiare nel volerlo innalzare ulteriormente, facendo interrompere di fatto il seppur tenue processo negoziale portato avanti dalla Turchia.

Biden ha parlato senza mezzi termini di “genocidio” perpetrato dai russi e della necessità di perseguirlo, a tempo debito, nei fori internazionali competenti, appoggiandosi anche sulle prime dichiarazioni rilasciate dal procuratore della Corte Europea di Giustizia, secondo cui l’alto magistrato avrebbe rilevato sul terreno l’esistenza di dati sufficienti per avviare una istruttoria sulle le gravi violazioni denunciate.

Al tempo stesso, il presidente americano ha parlato di una maggiore assistenza militare all’Ucraina, comprendente entro pochi giorni la fornitura di armamenti pesanti offensivi (carri armati, cannoni ed elicotteri), riecheggiando analoghe dichiarazioni di Boris Johnson, più battagliero che mai dopo una breve ma intensa visita nelle aree limitrofe alla capitale ucraina, dove le nefaste conseguenze delle stragi compiute dai militari russi in ritirata appaiono più evidenti. 

Putin, da parte sua, non arretra. Infatti, pur ammettendo che la situazione in Ucraina si configura come “una tragedia”, egli ha sottolineato come l’ “operazione militare speciale” da lui decisa fosse inevitabile per le “nobili motivazioni” che l’avevano resa necessaria, prima fra tutte il “sacro mandato” ricevuto dal suo popolo per rivendicarne i diritti e consolidare la sicurezza del paese, con particolare riferimento agli abitanti del Donbass.

Egli ha inoltre nuovamente accusato l’Occidente di voler promuovere il “neo nazismo” in Ucraina per trasformarla in una testa di ponte diretta contro la Russia. 

Queste dichiarazioni, peraltro, sono state ancora una volta supportate dal Patriarca della Chiesa Russa di Mosca, che non cessa di predicare la “sacralità” dell’intervento militare contro un “Occidente irrimediabilmente corrotto”, subito fortemente contestato dalla comunità ortodossa di Leopoli (con il seppur vago timore di un possibile scisma). In altri termini, alla guerra combattuta con le armi potrebbe aggiungersi una guerra religiosa.

Anche al Cancelliere austriaco Nehammer, che ha ricevuto al Cremlino (primo leader europeo ad essere incontrato dopo l’inizio delle ostilità), Putin ha riservato un comportamento molto poco amichevole e niente affatto costruttivo, finendo per consegnargli un messaggio verbale per i colleghi europei intriso di disprezzo, intransigenza e minacce.

Stesse minacce Mosca ha rivolto a Svezia e Finlandia per la volontà manifestata recentemente dai rispettivi governi di avviare al più presto la procedura d’ingresso nella NATO. Si è parlato, in particolare, di un incremento di forze terrestri, aeree e navali russe alla frontiera nonché di un probabile schieramento di armamenti nucleari.

Quasi contemporaneamente (e significativamente) Putin ha nominato un nuovo comandante delle operazioni militari nella persona di Aleksandr Dvornikov, artefice principale del sanguinoso conflitto in Cecenia e Siria dove si era guadagnato, oltre che molte prestigiose onorificenze al merito di guerra, il titolo di “macellaio” per l’uso indiscriminato di armi ibride e della tortura pur di ottenere la vittoria finale.

Infine, il “neo Zar” non ha mancato di enfatizzare la sudditanza dell’Europa agli Stati Uniti, sottolineando la sua dipendenza energetica dalla Russia destinata – a suo dire – a perdurare ancora a lungo, malgrado gli sforzi in atto per diversificare le fonti di approvvigionamento, e causa prima di notevoli irreversibili danni all’economia.

Sul fronte strettamente europeo, impegnato nell’“ultimo miglio” della sua campagna elettorale per l’Eliseo, Macron tenta di tornare a ritagliarsi un ruolo di rilievo nel tentativo di ritessere i rapporti con Mosca, in particolare affermando di non condividere i toni dell’alleato Biden nel dialogo a distanza con Putin. Lo invita, infatti, alla moderazione verbale, facendo capire che la possibilità di riavviare un negoziato passa anche, se non soprattutto, attraverso una maggiore misura dei toni e il reciproco rispetto, anche perché accuse non suffragate da prove reali (raccolte da personale indipendente) non rappresenterebbero il modo migliore per placare gli animi e far scendere l’atmosfera di alta tensione creatasi.

In conclusione, sembra che mentre Washington e Londra abbiano scartato la possibilità, almeno a questo stadio, di convincere Putin a venire a più miti consigli con un negoziato, alcune capitali europee ritengono che possano ancora essere tentate ulteriori iniziative di pace anche sulla spinta (non secondaria) di gruppi d’opinione interni pacifisti, filo-russi o anti-USA, che continuano a condannare le politiche “troppo filo-americane” dei rispettivi governi.

Per ultimo, l’affondamento – causato da due missili ucraini (versione di Kiev) o avvenuto accidentalmente (versione di Mosca) – dell’incrociatore “Moskva”, poderosa nave ammiraglia e autentico fiore all’occhiello della marina russa, che fiancheggiava validamente a distanza l’armata terrestre, costituisce un notevole colpo (non soltanto psicologico) per possibili negative ripercussioni sull’ormai prossima offensiva volta a conquistare l’intera fascia costiera sul Mar Nero. 

Al riguardo, gli esperti prevedono che la tattica bellica russa potrebbe necessitare di opportune modifiche, rendendo gli attacchi più impegnativi e, forse, diluiti nel tempo. Alcuni osservatori arrivano, invece, a immaginare una reazione isterica di Putin, messo di fronte ad un secondo smacco militare (dopo quello rappresentato dalla mancata capitolazione di Kiev), reazione che potrebbe già essere ricondotta alla notevole intensificazione dei bombardamenti in atto sul territorio e alla ripresa degli attacchi sulla capitale ucraina.

L’incalzare degli eventi fa registrare un sempre maggiore richiamo delle principali parti in causa all’eventuale impiego, a certe condizioni, dell’arma nucleare. In maniera velata ed episodica da parte americana e più palese e insistente da parte russa. Al di là del monito che l’avvertimento di per se contiene, esso sottolinea la necessità per tutti di fermarsi in tempo, prima cioè di arrivare al punto di non ritorno, poiché, in tali condizioni, una guerra nucleare potrebbe deflagrare anche senza alcun preavviso. 

Nel frattempo, la stampa ha semplicemente registrato il lancio, avvenuto per errore, di un missile indiano sul territorio pakistano…  

Giorgio Radicati – Ambasciatore

Putin non è né di destra né di sinistra, semmai totalitarista e imperialista.

Sono molteplici le sfaccettature della matrice politica del nuovo Zar: ma se si pensa alla distribuzione dei compiti agli oligarchi del Cremlino sembra di ritrovarvi più di una analogia con i gerarchi nazisti.

Merita più di una citazione l’articolo di Giuliano Cazzola, pubblicato su Linkiesta del 16/4 u.s. L’incipit spiega, a chi è di facile definizione e attribuisce patenti ideologiche, una parte del titolo qui sopra: “Non capisco come si possa essere stati nel corso della vita di sinistra ed essere oggi con Putin”. Citando il discorso dello Zar del 22 febbraio u.s. – che altro non è che la dichiarazione di guerra all’Ucraina – Cazzola osserva che “in più di 3,6mila parole l’acronimo Nato non compare neppure una volta; e neppure le parole «minaccia» e «accerchiamento». Un’altra grande assente è la definizione «nazista» (si parla solo una volta di «neonazismo aggressivo»)”.

Viceversa Putin imputa all’Ucraina di essere un Paese “nazionalista”, mentre in ogni intervento (personale o diffuso come messaggio dogmatico da fiancheggiatori, stampa e TV: i giornalisti parlano ad una voce sola, la sua) nel corso dell’operazione militare declina il nazionalismo in neonazismo. Giustamente Cazzola si chiede come possa essere definita neonazista una nazione che ha subito pesantemente la Shoah e in cui non vi è traccia oggi di alcuna iniziativa di antisemitismo. 

Confondere il nazionalismo con il neonazismo è commettere un errore di valutazione storica e del presente: contemporaneamente se Putin si arroga il compito di “denazificare” l’Ucraina – con la benedizione del Patriarca Kirill che la individua come patria del nazismo, del relativismo etico, della corruzione dei costumi – dopo averla accusa di “bolscevismo”  (“«l’Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può essere giustamente chiamata l’Ucraina di Vladimir Lenin. Egli ne fu il creatore e l’architetto») passa dall’errore di valutazione alla confusione tout- court. 

In realtà accusando nello stesso momento l’Ucraina di essere “neonazista” e “bolscevica” vuole porre se stesso e la Russia  al di fuori e al di sopra di questi schemi ideologici  ma la politica espansiva, aggressiva e minatoria che sta adottando lo ascrive al più vetero-zarismo sul piano dell’assolutismo autarchico interno e al colonialismo sfrontato del totalitarismo imperialista. In realtà sono molteplici le sfaccettature della matrice politica di Putin: ma se si pensa alla distribuzione dei compiti agli oligarchi del Cremlino sembra di ritrovarvi più di una analogia con i gerarchi nazisti.

Ma la confusione tra nazionalismo e patriottismo da un lato con il “neonazismo” dall’altro attribuita all’Ucraina dimentica che in realtà la campagna di guerra aggressiva e distruttiva avviata contro quel Paese il 24/2 esprime in modo netto ed incontrovertibile la volontà di appropriarsi di quello Stato, cancellandone il nome, le radici e le tensioni autonomistiche e soprattutto calpestando il principio che sottende la coerenza tra il concetto di Nazione e quello di Stato (che della Nazione è la consacrazione giuridica e istituzionale): il principio, dicevo, dell’autodeterminazione dei popoli.

Per questi motivi ove non si voglia attribuire un imprinting  ideologico di destra o di sinistra alla politica di Putin non si può negarne la matrice totalitaria, autarchica e imperialista. Non è solo il riscatto dei territori russofoni l’obiettivo dello Zar 2.0 bensì inizialmente la conquista dell’intero territorio ucraino, attraverso una aggressione militare di inaudita violenza ed efferatezza, uccidendone o espatriandone come prigionieri di guerra i civili comprese donne e minori, per poi puntare ad una avanzata verso l’Europa.

Paesi come la Finlandia o la Svezia che vantano secoli di neutralità e ora chiedono di aderire alla Nato la dicono lunga sui timori delle mire espansive di Putin. Chiaramente il discorso si spiega in termini geoeconomici, considerate le ricchezze  di gas e minerarie dell’Ucraina che fanno gola ad un Paese come la Russia che vuole il primato mondiale della gestione delle risorse energetiche, tendendo conto da un lato della Cina come primo Paese manifatturiero (e quindi famelico di materie prime necessarie per la produzione delle merci da esportare) e dell’Europa come continente che si è messo in condizione (soprattutto l’Italia, con uno scellerato cedimento ai veti dei negazionismi energetici dei “no-tutto”) di dipendere dalle forniture di energie made in Russia.

Si aggiunga il delirio di conquista che sta pervadendo l’autarca russo, una vera minaccia agli equilibri e alla pace attraverso mire ed azioni colonialiste per l’allargamento dell’impero ex sovietico. Stride non poco che gli opposti si tocchino: la Le Pen in Francia ha apertamente dichiarato di sostenere Putin e rappresenterebbe metà della tenaglia che stringerebbe d’assedio il cuore dell’Europa.

Questo mentre gli amici-compagni dell’Anpi, rieleggendo il loro presidente nazionale – pur tra dissensi interni anche se di condanna dell’aggressione russa – mantengono una posizione di equidistanza rispetto al conflitto e non riconoscono analogie tra la nostra Resistenza e quella del popolo ucraino aggredito dall’invasore.

 

Legge proporzionale. Serve alla stabilità politica e alla evoluzione democratica del Paese. Contro il populismo e il trasformismo.

Un sistema proporzionale avrebbe il vantaggio di far emergere le varie ricette politiche e programmatiche da un lato e, dall’altro, di dar voce al pluralismo politico e culturale presente nel nostro paese. Ciò non deve alimentare la frammentazione ma, al contrario, creare le condizioni per dar vista a maggioranze politiche e di governo basate sulla politica e non sul pallottoliere. 

Il lento, e speriamo irreversibile, tramonto del populismo di marca grillina dovrebbe coincidere con l’altrettanto lento ma progressivo ritorno della politica. E quindi della centralità dei partiti dopo una stagione di cartelli elettorali e partiti personali; delle culture politiche dopo l’azzeramento di tutti i riferimenti ideali e culturali; di una competente e qualificata classe dirigente dopo l’ideologia dell’uno vale uno e, in ultimo, di una cultura di governo dopo l’avventurismo della improvvisazione e della “fantasia al potere”. È del tutto evidente che il cambiamento della fase politica si trascina dietro anche, e possibilmente, un cambiamento dell’assetto politico. Perchè al di là dei sondaggi che continuano ad attribuire ai populisti dei 5 stelle un consenso che si aggira attorno ad un sempre più misterioso 13/15%, è di tutta evidenza che riproporre oggi alla pubblica opinione italiana una ricetta populista, giustizialista, manettara, demagogica e anti politica non è lontanamente pensabile dopo il fallimento di questi ultimi 4 anni di governo. 

Le mode, del resto, passano in fretta e dopo quella berlusconiana e quella leghista, anche quella populista volge al termine. Portando dietro di sè una somma di macerie e di malgoverno che sarà ricordato come una stagione politicamente fallimentare e culturalmente largamente deficitaria.

Ed è proprio in questo contesto che, parlando della politica di casa nostra, ad un cambiamento di quadro politico corrisponde anche un cambiamento di assetto politico. E quindi di regole elettorali. Anche se ben sappiamo – ed è una pessima prassi – che i sistemi elettorali vengono modificati di norma alla fine di ogni legislatura con l’obiettivo, neanche tanto nascosto, di favorire i partiti che la patrocinano, è abbastanza evidente che non si può non prendere in considerazione la necessità di avere un sistema elettorale di ispirazione proporzionale. E questo per una ragione persin troppo semplice da richiamare. Ovvero, di fronte a coalizioni ed alleanze che non esprimono più nulla se non la volontà di distruggere e annientare l’avversario/nemico, un sistema proporzionale avrebbe il vantaggio di far emergere le varie ricette politiche e programmatiche da un lato e, dall’altro, di dar voce al pluralismo politico e culturale presente nel nostro paese. 

Un sistema proporzionale che, come ovvio, non deve favorire ed incrementare la frammentazione ma, al contrario, creare le condizioni per dar vista a maggioranze politiche e di governo basate sulla politica e non sul pallottoliere come è capitato in questi ultimi anni di maldestro maggioritario. Per non parlare del trasformismo politico e dell’opportunismo parlamentare che hanno spadroneggiato in questi ultimi tempi caratterizzati dal decadimento politico e dall’inaridimento etico del nostro sistema politico. 

Un sistema proporzionale che, al di là delle sue modalità concrete – preferenza singola, preferenze multiple, collegi uninominali o liste bloccate – avrebbe l’indubbio merito di misurare concretamente il peso dei partiti e di evitare la formazione di coalizioni che si riducono ad essere semplici cartelli elettorali o a sommatorie del tutto virtuali incapaci di dispiegare un vero progetto di governo. Come l’esperienza ha platealmente confermato in questi ultimi anni ricchi solo di trasformismo e di opportunismo. Al punto che si è dovuto ricorrere nuovamente ai “tecnocrati” causa il fallimento della politica e dei suoi protagonisti, cioè i partiti.

Ecco perché, dunque, adesso è il momento del “coraggio della politica”, per dirla con Carlo Donat-Cattin. Un coraggio della politica che deve però ripartire dalle fondamenta, come si suol dire. Che, nello specifico, significa anche e soprattutto un sistema elettorale proporzionale. E una realtà politica e culturale come la nostra – ovvero la cultura cattolico popolare e cattolico sociale – non può che invocarla e supportarla con tutte le sue energie e le sue forze.

Da un’antica «Omelia sul Sabato santo».

Ieri sera, al termine della Via Crucis, il silenzio ha circondato il pensiero e la preghiera per la pace nel mondo. Papa Francesco ha reso questo momento ancora più carico di partecipazione. Il senso dell’essenzialità carica i cristiani di una responsabilità più intima e forte, per credere nell’avanzata del bene nonostante i lutti e le devastazioni che sono sotto gli occhi di tutti, anche oltre la stessa Ucraina. Il testo che segue è tratto, come abbiamo scritto nel titolo, da un’antica omelia. Da essa vogliamo trarre questa bellissima evocazione della parola del Padre: “Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta”.

***

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.

Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

 

La Dc partito clerico-moderato? Semmai l’antica sorgente è il socialismo cristiano. Un editoriale de “Il Popolo” in vista del 18 Aprile.

L’errore sotteso alle versioni più anguste del neo-centrismo odierno consiste nel ricondurre in ambito clerico-moderato l’esperienza democristiana delle origini. Nell’editoriale (“Pigrizia”) siglato dal direttore del quotidiano ufficiale della Dc – qui riprodotto integralmente – si rispondeva nel novembre del 1947 a tale accusa di Pietro Nenni. Il ruolo della Dc, secondo Mondini, doveva essere interpretato alla luce di principi fondamentali che sollecitavano l’adozione e lo sviluppo di politiche funzionali ai “progressi più arditi”. . 

Luigi Agostino Mondini

Pigrizia 

Che i giovanotti arruolati dall’«Unità» e convogliati al comunismo dai non ancora dimenticati Littoriali della cultura siano ignari della storia politica dell’Italia unificata, può essere perdonato. Non lo può essere per Pietro Nenni che, in una sintesi affrettata dell’attuale evoluzione politica del mondo, classifica la democrazia cristiana come la «tipica tradizionale destra italiana erede dei clerico-moderati».

Questo è un grosso e forse volontario sproposito. La clerico-moderateria fu un fenomeno a cui la democrazia cristiana nelle sue origini e nel suo sviluppo, sta come l’antitesi alla tesi. Non già che si voglia, a tanta distanza di tempo, quando la prospettiva storica si profila già abbastanza staccata e serena, si voglia dir male dei clerico-moderati: ma il fatto è che il movimento che ha sfociato sul fare del secolo nella democrazia cristiana, circa trent’anni fa nel partito popolare e durante la liberazione di nuovo nella democrazia cristiana, è sorto e si è sviluppato in netto contrasto con le tendenze conservatrici del clericalismo moderato.

La verità è che troppa gente nuova crede, come già lo credettero gli ipnotizzati dal mito mussoliniano, che il mondo abbia avuto principio con i più recenti atti di nascita. È un orgoglio un po’ ingenuo e un po’ sciocco: infantile, insomma. Se costoro però fossero meno impazienti e chiedessero notizia a Pietro Nenni, che non è più giovane, dei tempi in cui fermentavano i germi di questa Italia che tenta ancora oggi il suo rinnovamento, può darsi che egli ricordasse loro un certo libretto di Francesco Saverio Nitti – anche lui, giovane, allora, e serenamente curioso di ogni vivo fatto sociale – sul socialismo cristiano.

Nitti fissava storicamente il punto d’arrivo e di partenza d’una corrente sociale di antiche scaturigini ma che sfociava nelle forme in divenire della società umana. È quella corrente che oggi ha assunto la forza di un grande fiume che corre alle nuove foci: ed il ridurre la vita politica odierna a vecchi schemi verbali vuol dire pigrizia intellettuale e insensibilità storica: pigrizia e insensibilità che ci tocca riscontrare così frequentemente in questi giorni sui giornali che pretendono di appellarsi alla dialettica marxistica come all’ultimo ritrovato per la spiegazione delle forze che si contrastano nella vita associativa.

Riscontrare nella democrazia cristiana il riflesso contingente di piccoli o grossi interessi di questa o quella categoria, significa non aver capito nulla della vigorosa ripresa di coscienza, da parte di «élites» operose e di masse assetate di giustizia, della funzione del cristianesimo nella struttura della società. Basti ricordare che la prima affermazione italiana di un’autentica democrazia risale ai gloriosi comuni medioevali e coincide con una chiara e insofisticabile professione cristiana, per comprendere come la democrazia cui oggi facciamo appello non è una improvvisazione teorica e un banale pratico accorgimento, ma un ritorno alle fonti più pure della nostra vita nazionale per trarre impulso ai necessari rinnovamenti strutturali.

Certe vecchie parole ammuffite come clericalismo, laicismo, ecc. non danno più suono: non significano più nulla. Oggi si tratta di ridare al popolo una coscienza della propria umanità: e questa coscienza, per noi, è indissociabile dai valori supremi che permettono e sollecitano i progressi più arditi.

(“Il Popolo”, venerdì 7 novembre 1947)

 

Quale Stato sociale? La riflessione di Giuliano Amato rischia di rimanere prigioniera di una visione alto borghese.

L’attuale presidente della Corte Costituzionale saluta con entusiasmo il ritorno dello Stato. Ma di quale Stato? E soprattutto, di quale Stato sociale?

***

La domanda del titolo si impone soprattutto dopo aver letto l’ultimo di Giuliano Amato (attuale presidente della Corte Costituzionale, più volte ministro e presidente del Consiglio dei ministri) dal titolo “Ben tornato Stato, ma” edito da Il Mulino.

Non sono tra quelli che ritengono lo Stato come semplice garante delle vicende economiche, come se queste ultime, da sole, possano rappresentare il senso di una comunità che, invece, andrebbe costruita sulla base di altri valori: la solidarietà, il rispetto ideale, la diversità, la cultura della sussidiarietà e della giustizia sociale.

Eppure, rispetto a queste problematiche mi sembra che il nuovo libro dell’attuale presidente della Corte Costituzionale sia una sorta di ritorno al passato con alcune precisazioni importanti. Amato ripercorre le iniziative politico-economiche legate alle vicende degli anni Ottanta attraverso le politiche miranti a ridurre l’intervento pubblico in economia ed il conseguente debito pubblico con una politica di privatizzazioni selvaggia inaugurata da Bettino Craxi e dal suo governo.

Oggi l’attuale presidente della Corte Costituzionale saluta con entusiasmo il ritorno dello Stato. Ma di quale Stato? E soprattutto, di quale Stato sociale? Lo smantellamento dell’intervento pubblico in economia (citato da Amato nel suo libro) più che favorire il risanamento dei conti pubblici, si è rivelato una sorta di oligarchia economica che avvantaggia i più abbienti a danno di coloro che vivono del proprio lavoro quotidiano (sia esso manuale o intellettuale).

Ed infatti, oggi se si guarda alla realtà sociale, si scopre che tutta una classe media che negli anni Settanta ed Ottanta ha vissuto in condizioni dignitose ed agiate, oggi si ritrova a vivere quasi alle soglie della povertà. Gli stipendi dei lavoratori dipendenti (sia privati che pubblici) segnano il passo da diversi anni con tutte le conseguenze relative all’economia in generale, soprattutto se riferita ai consumi e, quindi, all’espansione.

Anche l’attuale Governo presieduto da Mario Draghi (super Mario) al di là della credibilità al cospetto della comunità mondiale, rappresenta una certa situazione retrograda se si considera l’annullamento totale di quella piccola elemosina che Matteo Renzi aveva inteso concedere agli stipendi che non arrivavano alle mille e cinquecento euro nette e che poi il governo Conte portò a cento euro mensili. Da Gennaio, invece, questo piccolo aiuto concesso ai lavoratori è sparito dalle iniziative del Governo tra il silenzio grave non solo del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico, ma anche e, soprattutto, da parte delle forze sociali.

Una situazione sociale grave che sembra non preoccupare minimamente Giuliano Amato, tanto che considera l’attuale situazione completamente diversa dal passato, ma in segno positivo con argomentazioni che vanno dalle regolazioni di settore per le attività bancarie e finanziarie, nonché l’intervento dello Stato come investitore nelle imprese come Ente capace di favorire il progresso e l’innovazione e quindi una maggiore produttività del sistema economico.

Tutti argomenti di alta cultura borghese, ma che esclude totalmente i lavoratori privati e pubblici che non raggiungono la soglia mensile dei mille e cinquecento euro. Ed allora a cosa e a chi serve una tale tendenza economica che penalizza sempre di più i più deboli a danno dei più forti?

 

Congresso del Partito comunista cinese: la pandemia a Shanghai riapre i giochi politici.

Li Qiang, segretario locale del Pcc e alleato di Xi Jinping, sotto attacco per la gestione dell’emergenza Covid-19: era il favorito per succedere al premier Li Keqiang. Rischio sommosse se la crisi sanitaria si estenderà portando gravi riflessi economici. Con Xi indebolito, spazio alle fazioni che lo contrastano.

AsiaNews

La pandemia da Covid-19 a Shanghai riapre i giochi politici in vista del 20° Congresso del Partito comunista cinese, che si terrà in autunno. Fino allo scoppio dell’emergenza sanitaria nella megalopoli di 26 milioni di abitanti, la posizione del presidente cinese Xi Jinping sembrava inattaccabile, ora rischia di indebolirsi.

Insieme alla vittoria contro la povertà estrema, Xi vorrebbe esibire quella contro il Covid-19, annunciata in tutta fretta a metà 2020. Dovrà forse rifare i calcoli: il coronavirus non si sconfigge per decreto e la sua persistenza minaccia le conquiste (discusse) sul versante della lotta alla povertà.

La prima, illustre vittima politica del Covid a Shanghai pare essere Li Qiang. Il segretario locale del Partito, un alleato di Xi, era dato come probabile successore di Li Keqiang nel ruolo di premier. La crisi sanitaria nella megalopoli commerciale e finanziaria del Paese avrebbe irritato non poco Xi, decretando l’automatica caduta in disgrazia del suo ormai ex protetto.

Come nota Nikkei Asia, la “retrocessione” di Li Qiang è visibile in modo plastico dall’invio a Shanghai della vice premier Sun Chunlan, chiamata a trasmettere sul luogo le istruzioni di Xi: una sorta di commissariamento. Sun è sì responsabile delle politiche nazionali anti-Covid, ma nella gerarchia del Pcc è pari grado di Li Qiang, in quanto entrambi sono membri del Politburo.

Shanghai, dove si registra il 95% dei casi di contagio nazionali, è in lockdown fino al termine di aprile. Osservatori denunciano che l’approccio draconiano per debellare il coronavirus rischia di scatenare una crisi umanitaria nella città, con le autorità che faticano a distribuire cibo alla popolazione. Sul web circolano primi video di protesta contro la politica “zero Covid” di Xi, ritenuta da molti esperti poco flessibile e nei fatti impraticabile contro la variante Omicron.

I timori della leadership è che l’emergenza sanitaria a Shanghai possa allargarsi ad altre parti del Paese, soprattutto quelle rurali, dove il tasso di vaccinazione degli anziani è più basso e le strutture sanitarie sono spesso inadeguate.

C’è poi l’impatto economico, che colpisce senza distinzioni produzione, logistica e consumi. Da un calcolo di Nomura, riportato da Financial Review, le 23 città cinesi che sono in lockdown totale o parziale rappresentano il 13,6% della popolazione nazionale e il 22% del prodotto interno lordo.

La combinazione tra forti restrizioni personali e crisi economica potrebbe scatenare proteste mai viste dai tumulti di Tiananmen del 1989: lo scenario che terrorizza Xi. Il mix sarebbe esplosivo e rimetterebbe in discussione la sua leadership, o almeno indebolirebbe la sua posizione, obbligandolo a cedere posti chiave negli ingranaggi di governo e del Partito a esponenti di altre fazioni.

La maggior parte degli analisti sostiene che la scelta del nuovo premier darà indicazioni sul grado d’influenza che Xi avrà dopo il Congresso. Fuori gioco Li Qiang, in uno scenario che vede Xi fiaccato la guida del governo potrebbe andare a Hu Chunhua. Vice premier e membro del Politburo, egli è un esponente della Gioventù comunista, la potente fazione del Pcc legata all’ex presidente Hu Jintao e Li Keqiang, emarginata negli ultimi anni da Xi.

Alla fine Xi e i suoi avversari interni potrebbero trovare un compromesso sulla figura di Wang Yang, presidente della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, organo che formalizza decisioni già prese dalla leadership. Wang non è legato ad alcun gruppo di potere particolare o a un leader specifico: la sua candidatura verrebbe valutata sulla base del suo operato.

Gli esiti della lotta alla pandemia peseranno molto sul futuro politico di Xi. Solo ulteriori notizie drammatiche dal fronte di guerra ucraino potrebbero avere un’influenza maggiore sugli equilibri di potere post-20° Congresso in Cina.

 

“Lanterne Rosse” è la newsletter di AsiaNews dedicata alla Cina. Vuoi riceverla ogni giovedì sulla tua mail? Iscriviti A QUESTO LINK

Francesco: vocazione della Chiesa è evangelizzare, non i numeri.

 

Con le vocazioni che diminuiscono, c’è “il rischio di voler cercare le vocazioni senza adeguato discernimento”. Lo ha affermato il Papa nell’incontro avuto lo scorso 3 aprile con 38 gesuiti durante il viaggio apostolico a Malta, durante il quale ha affrontato anche il tema dei migranti e della cura del creato. Il testo della conversazione pubblicato sulle pagine de La Civiltà Cattolica”.

Di seguito riportiamo la nota pubblicata sul sito di Radio Vaticana.

 

 

Paolo Ondarza

 

“La vocazione della Chiesa non sono i numeri, ma è evangelizzare”.  Nel suo colloquio con i gesuiti maltesi pubblicato su “La Civiltà Cattolica“, Francesco torna sulla necessità di una “Chiesa in uscita”. “Nell’Apocalisse si dice: «Io sto alla porta e busso». Ma oggi – spiega – il Signore bussa da dentro perché lo si lasci uscire”. Questa è la necessità e la vocazione della Chiesa dei nostri giorni.

 

Benedetto XVI, un profeta

 

“Benedetto XVI è stato un profeta” della “Chiesa del futuro”, nota il Vescovo di Roma: “essa diventerà più piccola, perderà molti privilegi, sarà più umile e autentica e troverà energia per l’essenziale. Sarà una Chiesa più spirituale, più povera e meno politica: una Chiesa dei piccoli”. Ma se le vocazioni diminuiscono, così come i matrimoni, “c’è anche il rischio di voler cercare le vocazioni senza adeguato discernimento”, quindi suggerisce di assumere umiltà, servizio e autenticità come qualità per rispondere “creativamente” alla crisi vocazionale di un’Europa invecchiata.

 

Ogni giovane è unico

 

Ai seminaristi Papa Francesco chiede di essere “persone normali, senza immaginare di essere né «grandi apostoli» né «devotelli». E per questo – rileva – ci vogliono anche superiori normali” che rifuggano dall’ipocrisia, la quale può rovinare “la strada di un giovane”. “I superiori devono far nascere fiducia. Mai si devono uniformare i giovani. Ognuno è una specie unica: per ciascuno hanno fatto lo stampo e poi l’hanno rotto. Non siamo tutti uguali: abbiamo carte di identità distinte”.

 

Tragedie migranti, problema europeo

 

Interpellato sul cammino sinodale il Pontefice non ha dubbi: va avanti e “non si torna indietro”: l’ultimo Sinodo ha espresso chiaramente la volontà di “riflettere sulla teologia della sinodalità per fare un passo decisivo verso una Chiesa sinodale”. Il pensiero va poi alle tragedie dei migranti nel Mediterraneo: “Quello delle migrazioni è un problema dell’Europa” e non solo dei Paesi di approdo. Occorre “progredire con i diritti umani per eliminare la cultura dello scarto”: i drammi delle traversate del deserto, della tratta, delle torture e dei viaggi in mare, sono “una delle vergogne dell’umanità che entra nelle politiche degli Stati”.

 

Continua a leggere

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-04/papa-gesuiti-viaggio-apostolico-malta-civilta-cattolica.html

 

 

(Fonte: Radio Vaticana, 14 Aprile 2022)

Francesco Adenti, dall’Azione cattolica al Parlamento, oggi medita sul futuro dei cattolici in politica. Non basta la pura testimonianza.

Abbiamo alle nostre spalle figure come La Pira alle quali oggi guardiamo con ritrovato interesse. I cattolici democratici possono riprendere il filo di una iniziativa politica. Cosa significa riorganizzare il “centro”, fuori dalle semplificazioni giornalistiche. Questo è il problema. Un progetto di “centro” che aspirasse a viaggiare in solitudine rischierebbe di svolgere un ruolo di pura testimonianza (esempi passati e presenti ve ne sono). Non  che un’azione di pura testimonianza, culturalmente ricca e costruttiva, vada disprezzata, anzi, ma certamente non potrebbe incidere, come invece si vorrebbe, nelle scelte di governo del Paese. Intervista con il fondatore del Centro Studi Giorgio La Pira di Pavia.

Onorevole Adenti, vuole riassumere per i lettori de “Il Domani d’Italia” la storia della fondazione del Centro Giorgio La Pira di Pavia? Quali motivazioni vi spinsero a dar seguito ad un cenacolo politico, laboratorio di idee e di presenza attiva nella realtà pavese e lombarda e  perché fu scelto il nome e la figura di La Pira per intitolarlo? Quale lezione ideale e quali riferimenti valoriali del Padre Costituente, dell’autorevole sindaco di Firenze, accademico, uomo di grande fede e di cultura vi orientarono in questa direzione?

Tutto nacque, come spesso accade, da un’amicizia maturata nelle aule universitarie, nello specifico tra il sottoscritto e Mauro Danesino che si consolidò sul campo in una militanza all’interno dell’Azione Cattolica e soprattutto all’interno della Fuci pavese in cui entrambi fummo dirigenti. Negli anni Novanta si sentiva a Pavia la mancanza di un’associazione cattolica che potesse essere luogo di discussione culturale ma anche di confronto su temi socio-politici a livello cittadino e nazionale. In tale contesto, fu, oserei dire, facile scegliere Giorgio La Pira, come figura ispiratrice, che  ci conquistò subito per il modo concreto ed innovativo in cui ricoprì la carica di Sindaco, per l’impegno straordinariamente profetico a favore della pace nel mondo e per la sua testimonianza dei valori cristiani nelle diverse sedi istituzionali in cui operò, dal Parlamento al Governo. Una fecondità di pensiero che è la nostra stella polare, ora come allora, di un’azione che dopo oltre trent’anni, continua con lo stesso entusiasmo e con lo stesso coraggio, proprio come quello che animò il  Sindaco “Santo” di Firenze, di contribuire in modo tangibile al miglioramento della società in cui viviamo.

Quali sono le principali attività di studio, riflessione, confronto che alimentano la presenza del Centro La Pira nella vita politica non solo a livello cittadino o provinciale? La storia del Centro Studi racconta di un punto di riferimento per i cattolici impegnati in politica, di una scuola di formazione specie per i giovani, di iniziative editoriali (a cominciare dal Vs. magazine “Proposte” ), di convegni, eventi, di una presenza nelle istituzioni politiche, di un rapporto con i Popolari a livello nazionale,  fino alla Sua elezione al Parlamento nelle elezioni del 2006. È un progetto che prosegue e va portato avanti, mutatis mutandis, in una realtà culturale in continua evoluzione? Certamente siete diventati interlocutori imprescindibili nel confronto tra i partiti e all’interno delle istituzioni della Vs. realtà territoriale. È orgoglioso di aver dato visibilità e azione ad una politica vicina alle esigenze della gente che attende risposte dalla politica?

Il Centro culturale Giorgio La Pira fino dall’inizio ha operato in sintonia con il “progetto culturale” della CEI cercando, da un lato, di essere un laboratorio di idee e di formazione nella vasta area della prepolitica e, dall’altro, di essere un vero e proprio soggetto organizzatore di eventi, manifestazioni, iniziative di carattere culturale, artistico ed educativo con finalità esclusivamente solidaristiche. Pertanto un’associazione apartitica all’interno della quale, nel corso degli anni, si sono formati diversi amici che, successivamente, hanno operato al servizio dell’amministrazione della cosa pubblica con umiltà, competenza e spirito di servizio. Risulta difficile per ragioni di spazio, sia enumerare le innumerevoli manifestazioni pubbliche organizzate nel corso degli anni, sia elencare gli amici che hanno assunto incarichi politico-amministrativi a livello nazionale e locale. Certamente vi è l’orgoglio di aver centrato l’obiettivo originario e cioè quello di essere riusciti ad avvicinare i cittadini, soprattutto i giovani, alla “buona” politica e di avere in modo concreto sostenuto con spirito solidaristico diverse azioni sul territorio cittadino a favore di soggetti svantaggiati (anziani, diversamente abili, minori ospiti delle case di accoglienza). E l’azione è tuttora in corso…

 Riporto una frase del libro “La nostra vocazione sociale” di Giorgio La Pira  «Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa ‘brutta’! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.» Questa difesa dell’impegno politico e della militanza civile e sociale, riassume in sé l’ispirazione fondativa del pensiero di Giorgio La Pira e la sostanzia di una visione “cristianamente ispirata” della società. Come può essere attualizzata nella politica di oggi, che vive più di accomodamenti e riposizionamenti tattici che di forti e nobili ispirazioni ideali?

Una frase bellissima, quella da Lei citata che, unitamente a quella di Paolo VI “la politica è la più alta forma di carità” (ricordo un Papa “fucino” già assistente nazionale della FUCI), ci incoraggiano a non rinchiudersi in se stessi, a preferire la proposta alla protesta ma soprattutto a riconoscere  il primato degli ideali e del pensiero (spirito di servizio politico, slancio per una società migliore, chiare idee ispirative, rispetto per la cultura, proposte precise, comportamenti coerenti). E questo incoraggiamento è di grande attualità ed è diretto soprattutto ai cattolici che per troppo tempo hanno abdicato all’impegno pubblico preferendo comodamente “stare alla finestra” e lasciando spazio a una classe politica, per lo più, improvvisata ed impreparata, più attenta alla ricerca di consensi che all’ascolto e alla risoluzione dei problemi dei cittadini. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto di fronte all’attuale degrado della politica ma al contrario farci promotori, ciascuno nel proprio ambito di impegno, perché emerga il dovere di partecipare alla vita civica per realizzare il bene comune, riconoscendo la “nobiltà” della politica come importante componente dell’etica. In tale contesto mai come oggi risulta profetica una citazione dello statista democratico-cristiano Aldo Moro: “Questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non  nascerà in Italia un nuovo senso del dovere”.

 “Pavia città per l’uomo” è stata la declinazione aggregativa agli appuntamenti elettorali del Centro Giorgio La Pira. C’entra anche in questo la caratura politica del grande Sindaco di Firenze che nel 1967 venne eletto presidente della Federazione Mondiale delle Città Unite? Possiamo rendere attuale il suo slogan di allora –  “Unire le città per unire le nazioni”?

 “Pavia città per l’Uomo”, ispirandosi al pensiero del Venerabile Giuseppe Lazzati, già Rettore della Università Cattolica e parlamentare della DC, nacque nel 1993 in occasione delle elezioni del Consiglio di Quartiere “Centro” di  Pavia con l’intento di offrire un ambito civico per coloro che non volendo essere ingabbiati nei recinti dei partiti tradizionali erano alla ricerca di un percorso per partecipare alla vita amministrativa della città. Tale cammino sta continuando ai giorni nostri sotto forma di movimento civico al quale, accanto a diversi amici formatosi nelle fila del Centro culturale Giorgio la Pira, si sono avvicinati tantissimi cittadini appartenenti a diverse estrazioni sociali e professionali, spesso senza esperienza politica, ma tutte desiderose di impegnarsi per il bene della propria città traendo la linfa vitale del proprio agire dall’ispirazione cristiana. Nel corso di questi anni è stata dimostrata la validità del “civismo” come valore fondamentale, da un lato, per accrescere la partecipazione dei cittadini alla vita politico-amministrativa e, dall’altro, per cementare il legame delle persone con il proprio territorio, il proprio quartiere, il proprio rione, dove si vive, dove si cresce, dove si soffre, dove si lavora. A tal proposito di grande ispirazione fu il discorso di insediamento di Giorgio la Pira in Consiglio Comunale nel 1951 dove affermò: “Gli obiettivi della Giunta sono fondamentalmente tre: il primo si fonda sulla pagina più bella e umana del Vangelo e cioè risolvere i bisogni  più urgenti degli umili (“avevo fame e mi avete dato da mangiare”); il secondo potenziare le attività cittadine nell’industria, nel commercio e nella finanza; terzo dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza”. Quindi la concretezza come buongoverno lasciando da parte le appartenenze partitiche e gli steccati ideologici: purtroppo oggi non sempre è così anche a livello locale.

Il sostanziale fallimento del sistema maggioritario e  del bipolarismo (favorito anche dal trasformismo parlamentare e dall’ingresso del Movimento 5 Stelle) ripropone l’ipotesi del sistema elettorale proporzionale, per garantire una presenza di tutte la componenti politiche, pur con una soglia di sbarramento. Che cosa pensa di questo ritorno al passato che potrebbe restituire agli elettori il diritto di esprimere un voto di preferenza?  La convince la riduzione del numero dei parlamentari o corriamo il rischio di concentrare nelle mani dei leader di partito la scelta dei candidati, la linea politica del partito in un’epoca in cui sembrano banditi dall’agenda politica i vecchi, accesi ma utili dibattiti congressuali?

Non vi è dubbio come la politica italiana si trovi in notevoli difficoltà perché è immobilizzata dalla contrapposizione di tre poli  che non  hanno i numeri per governare da soli, situazione che ha causato la nascita di governi disomogenei. Alla natura mista dell’attuale sistema elettorale c.d. “Rosatellum” (in parte maggioritario e in parte proporzionale) viene attribuita da molti la responsabilità di aver eletto un Parlamento frammentato e in cui è difficile formare una maggioranza coesa e omogenea. Anch’io sono d’accordo con tale opinione ritenendo urgente intervenire con una nuova legge elettorale che, in primis, abbandoni definitivamente alcune anomalie della partitocrazia che i cittadini non hanno apprezzato (candidati presentati in liste graduate dai partiti, nessun uso di preferenze); in particolare la scelta preferenziale è un potere che va assolutamente restituito all’elettorato. Va rilevato che la partitocrazia, fatte le dovute e lodevoli eccezioni, ha determinato un notevole peggioramento di classe dirigente. È vero e riconosciuto, infatti, che il Paese è più avanti della sua classe dirigente. In tale contesto, la mia personale preferenza va ad un sistema rigorosamente proporzionale senza premio di maggioranza (che reintrodurrebbero polarismi innaturali) con consistente quorum del diritto di rappresentanza (5%),  liste di candidati in ordine alfabetico, con uso di più preferenze (due o tre) e con il divieto di candidature presenti in più di un collegio elettorale. A ciò dovrebbe aggiungersi la c.d. “sfiducia costruttiva” cioè un governo dovrebbe restare in carica con pieni poteri fino a quando le Camere non dessero fiducia ad altro governo sostenuto da uguale o diversa maggioranza. Si eviterebbero in tale modo lunghi e inattive crisi di governo. Mi rendo conto che il sistema proporzionale possa dare luogo ad eccessive pretese di piccoli partiti che risultassero determinanti per formare una maggioranza parlamentare. Ma questo è il male minore al confronto con l’attuale “tripolarismo” ingessante nel quale sono pur sempre presenti le pretese di piccolissimi partiti e/o gruppi parlamentari che nascono come funghi in ogni legislatura.  Infine un cenno sull’avvenuta riduzione dei parlamentari che meriterebbe maggior approfondimento e che costituisce, in sé, un fatto positivo ma che rischia di risultare limitativo se non accompagnato almeno dal superamento del bicameralismo perfetto: penso infatti che sia stata una riforma monca.

Si assiste, anche in conseguenza del fatto di non disporre di maggioranze stabili, con un chiaro programma di governo del Paese e di modello di società da proporre ai cittadini, ad un ritorno verso il “centro”, come luogo di una visione moderata della politica e risposta alle domande di stabilità da parte dell’elettorato. C’è molto fermento al centro, sia a livello parlamentare sia nelle espressioni dell’associazionismo locale: per ricostruirlo non basta una volontà sommativa, una aggregazione di addendi dei partiti esistenti ma occorre una visione qualitativamente diversa della politica come servizio e un radicale ricambio della classe dirigente. Concorda con questi postulati e ritiene possibile una ricostituzione del centro che parta dal “basso”, dalle periferie, dai cenacoli locali?

Grazie per questa domanda che mi consente in via preliminare di chiarire, dal mio punto di vista cosa sia e perché è importante la “centralità” della proposta politica.  La “centralità non deve essere intesa come banale posizionamento cioè come luogo da occupare nello schieramento delle forze in campo (schieramento che ora non è più lineare tra sinistra-centro-destra e le forze politiche non sono più espressione di blocchi sociali. La “centralità”  è  soprattutto un modo di essere in politica, è una mentalità, un metodo costante d’approccio ai problemi. È una posizione culturale, ferma sui principi ed aperta al pluralismo, capace pertanto di opportune mediazioni purchè non rappresentino cedimenti di valori e servano al raggiungimento del bene comune. Questa doverosa premessa serve per affermare, in modo netto, che senza il possesso di questo approccio al “modo di fare politica”  da parte dei partiti candidati a far parte del costituendo “centro” mi pare arduo che possa nascere una formazione politica attraente per l’elettorato moderato in grado di rappresentare, con autorevolezza, i valori della centralità della persona e solidarietà, riformismo e sussidiarietà, difesa dei diritti dei lavoratori e della democrazia parlamentare. Non bastano quindi le alchimie dei partiti per il decollo della proposta, serve invece un progetto politico di lungo e forte respiro programmatico che coinvolga la ricca tradizione dei movimenti cattolici, che cambi una politica asservita alla carriera e che perde di vista l’orizzonte morale ed avendo come riferimento i valori e gli ideali del popolarismo e gli apporti della cultura liberaldemocratica. Una proposta che abbia anche l’ambizione di recuperare all’impegno politico una generazione di intelligenze, anche giovani che sono rimaste alla finestra circoscrivendo la presenza pubblica all’impegno nei gruppi di volontariato, delle associazioni sociali ed ecclesiali, di tutto ciò che è prepolitico e culturale. Occorre però essere chiari: un progetto di “centro” come ipotizzato che aspirasse a viaggiare in solitudine rischierebbe di svolgere un ruolo di pura testimonianza (esempi passati e presenti ve ne sono) se prima non si attuasse una riforma elettorale in senso proporzionale. Non  che un’azione di pura testimonianza,  culturalmente ricca e costruttiva, vada disprezzata, anzi,  ma certamente non potrebbe incidere, come invece si vorrebbe,  nelle scelte di governo del Paese.

Mino Martinazzoli aveva dato una risposta chiara al tema della moderazione che è strettamente correlato ad un possibile ritorno del “centro”: non assenza o rinuncia, non soccombenza ai poteri forti ma presenza attiva e ricca di progettualità politica. Proponendo una distinzione forse ancora valida : “Il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza sta alla castità”. Se la condivide, quale ritiene debba essere il ruolo dei moderati e quale lo spazio di agibilità del cattolicesimo liberale e di quello sociale, dopo il sostanziale fallimento di una politica fortemente polarizzata a destra o a sinistra?

Come rileviamo negli attuali dibattiti politici i “moderati” sono presenti o ritengono di essere presenti in tutti i partiti ed ancor oggi più che in passato questo termine viene utilizzato spesso in modo strumentale o per la mera ricerca del consenso o per dimostrare il possesso  delle attitudini necessarie per assumere determinati ruoli oincarichi. Per Mino Martinazzoli “moderato” tutto d’un pezzo e mente di grande lucidità politica significava “interpretazione temperata della politica, tendenziale riduzione della sua parzialità, capacità nel percepire nello scontro fra interessi e valori le scelte che meglio corrispondono a un’idea di interesse generale (bene comune)”.  Penso che oggi siano pochi i politici che, pur autodichiarandosi “moderati, posseggano questo approccio alla politica che nasce da una formazione e da un modo di pensare che purtroppo è in rapida estinzione. Riguardo alle espressioni “cattolicesimo liberale” come quello di “cattolicesimo democratico” ritengo che oramai siano espressioni che stentano ad identificarsi ancora in  una posizione politica di una qualche riconoscibilità nell’orizzonte della ridislocazione complessiva, tuttora in atto, dello scacchiere delle formazioni politiche nel nostro Paese. Ritengo invece che i cattolici  abbiano il dovere come più volte sollecitato dalla Chiesa”, a partecipare alla dinamica politica cercando di sposare esperienze originali affini  anche se provenienti da culture diverse. In tale contesto ritengo invece importante l’impegno culturale attraverso i quali i cattolici, pur prendendo atto del pluralismo politico-partitico, mettano in campo un’azione sinergica di recupero ideale e di formazione culturale per dare sempre più approfondita coscienza delle comuni premesse (la conoscenza e la messa in pratica del magistero sociale della Chiesa, la conoscenza per un ragionato rifiuto di quelle ideologie che contrastano con la concezione cristiana dell’uomo e della vita, la difesa della dignità della persona etc..). Già questo sarebbe un obiettivo importante, tenuto conto della perdurante dispersione delle numerose aggregazioni cattoliche, ricche di cultura ed esperienze, ma incapaci di dare visibilità ed incisività alle comuni sensibilità sui temi dell’agenda politica.

 

 

Chi è Francesco Adenti

Francesco Adenti nato a Bereguardo (PV) il 19 gennaio 1961. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Pavia (1985).  Ha conseguito presso l’università “Bocconi” il Master in “organizzazione & personale base”  e ha frequentato presso il medesimo Ateneo il Corso di perfezionamento in Giurista d’Impresa. Attualmente Dirigente presso un’azienda pubblica lombarda.  Si è formato nell’Azione Cattolica ed è stato dirigente della FUCI diocesana. E’ stato Consigliere del Comune di Pavia, in diversi periodi, tra il 1993 e il 2016. Presidente dell’Istituzione “Teatro Fraschini” di Pavia dal 1997 al 2000. E’ stato assessore del Comune di Pavia dal 2000 al 2005. E’ stato Deputato al Parlamento nella XV legislatura (2006-2008) e componente della Commissione Affari Costituzionali, Interni e Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dal 18 novembre 1996 è iscritto all’Albo professionale dei giornalisti, elenco pubblicisti della Lombardia. Già collaboratore dei settimanali delle Diocesi di Pavia e Vigevano. Autore di diverse pubblicazioni in ambito culturale e socio-politico. Tra i fondatori ed attualmente Presidente del Centro culturale “Giorgio La Pira” onlus di Pavia nonché Arbitro Benemerito dell’Associazione Italiana Arbitri della F.I.G.C.

Europa al bivio fra una pace possibile e la sua terza rovina.

 

Si deve valutare se lUcraina sia solo una tappa di un inarrestabile piano di espansione della Russia, da fermare con ogni mezzo, oppure se essa non sia piuttosto un pezzo di quella guerra mondiale a pezzi” causata principalmente da chi non intende riconoscere in nessun modo un nuovo ordine multipolare. Alla risposta che verrà data è appeso il futuro dellEuropa. Una questione cruciale che necessita di un autentico confronto fra posizioni diverse, perché è vietato sbagliare.

 

Giuseppe Davicino

 

La guerra è sempre un crimine, per sua natura. Non fa eccezione quella in Ucraina. Di fronte a tanto orrore serve un dibattito sulla scelta migliore da compiere. Siamo di fronte a un bivio di portata storica. Si deve valutare (con una decisione con cui l’Europa si gioca l’osso del collo, perché potrebbe comportare come averte l’amb. Marco Carnelos, il “terzo suicidio dell’Europa”, ovvero la terza devastazione dell’Europa a causa di una guerra mondiale) se Putin costituisca una minaccia estrema alla pace mondiale, un conquistatore seriale che, se non fermato con ogni mezzo, finirà per attaccare i Paesi baltici, la Polonia e ogni territorio che rientra il quel presunto disegno, oppure se la genesi di questa “terza guerra mondiale a pezzi”, di cui la questione Ucraina non rappresenta che un pezzo, abbia altre cause.

 

La seconda ipotesi, mi pare quella più fondata, non solo perché la prima porta dritti allo scontro diretto Nato – Russia, ma perché credo manchino i presupposti perché la prima ipotesi sussista. Dopo il 1989 di fatto gli Stati Uniti si sono trovati ad essere l’unica superpotenza rimasta. Nel resto del mondo da allora nessuno ha messo in discussione la leadership americana per diversi anni. Tempo nel quale gli Usa avrebbero dovuto costruire un ordine mondiale equo, riconoscere sfere d’influenza regionali, stabilizzare, integrare, rispettare e valorizzazione le diversità, agire in una logica win-win, di reciproco vantaggio, con il resto del mondo. Invece ha finito col prevalere una logica da Far West, sicuramente anche contro la volontà del popolo americano che di guerre continue non ne voleva più sapere dopo il Vietnam.

 

Così si è assistito a una globalizzazione selvaggia, a una speculazione finanziaria dai tratti talora banditeschi, che ha più volte razziato nel corso degli anni le principali borse asiatiche, alle guerre in Medio Oriente innescate con falsi pretesti e quasi sempre al di fuori della cornice della legalità internazionale, all’innesco della “minaccia” del terrorismo “islamico”, made in Cia, giunta all’apice con l’11 settembre e con successive ramificazioni degli attentati in Europa. E l’enorme concentrazione di ricchezza in mano di pochissimi soggetti privati, prodotta dalla combinazione tra globalizzazione dei commerci e digitalizzazione dell’economia, ha dato forza a una perversa idea di ordine mondiale, nella quale il resto del mondo non poteva riconoscersi e, a ben vedere, neanche i ceti lavoratori e popolari occidentali. Un disegno di dominio sull’intera umanità, che ha come protagonisti le famiglie che dominano la finanza, i vertici delle multinazionali degli armamenti, del digitale, della farmaceutica, della comunicazione, e che ha nel Forum di Davos uno dei suoi maggiori centri di elaborazione strategica.

 

Questi soggetti hanno dettato la linea ai governi occidentali in modo sempre più invasivo, usurpando il potere delle istituzioni, portandoli a comprimere salari, welfare, diritti e libertà fondamentali e a sostenere le loro guerre, necessarie all’ordine mondiale che stanno tentando di imporre.

 

Visto da questa angolazione credo risulti abbastanza chiaro che si è arrivati alla guerra in Ucraina nel 2014 e all’attuale invasione russa, a causa di una volontà che non ha voluto sentire ragione per la pace, essendo il suo obiettivo la capitolazione della Russia, considerata come il penultimo ostacolo (l’ultimo è la Cina) al governo mondiale dei miliardari che si prefigge di realizzare gli aberranti programmi transumani e post-democratici di Davos. A causa del fallimento degli accordi di pace in Ucraina l’Europa sta iniziando a pagare un prezzo altissimo in termini economici e sociali e rischia di venire trascinata in un grande conflitto. Ma non sarà la guerra della libertà contro la tirannia. E neanche Stati Uniti e Nato contro Russia. Sarà, e già è, la guerra dei Rothschild, dei Bill Gates, degli Schwab contro l’umanità.

 

Sarà la guerra fra i fautori del governo unico mondiale del club degli ultra-ricchi contro i sostenitori di un ordine mondiale multipolare, principalmente i Brics ma a cui auspicabilmente possono aggiungersi Stati Uniti e Europa. Se così stanno le cose credo appaia chiaro altresì che si potrà interrompere la corsa verso il baratro della guerra solo se avverrà, in tempo utile, un cambiamento nell’equilibrio dei poteri nel cuore dell’Occidente che restituisca alle democrazie il controllo sui loro governi. Un cambiamento che non potrà che comportare, da parte americana innanzitutto, la scelta per il multipolarismo e la presa di distanza dal disegno del governo unico mondiale di pochi poteri privati.

 

Se questa appare la posta, in gioco trovo ancora più preoccupante il fatto che non solo nell’intero sistema dei media non vi sia un reale dibattito fra posizioni diverse, se non in virtù di qualche caso personale, ma che il dibattito sia pressoché assente all’interno dei partiti e delle organizzazioni della società civile di qualsiasi natura. Voci dissonanti che si collegano, minoranze organizzate con portavoce credibili e preparati, contraddittori autentici sui media: la mancanza di queste cose credo comporti un impoverimento della democrazia e, purtroppo, temo, ci porterà a subire tragedie di cui avremo il rimorso di non aver fatto abbastanza per evitarle.

Di Giovan Paolo, “perché la sinistra e i progressisti vincono poco?”. Manca la riconnessione sentimentale col proprio popolo.

 

L’autore, giornalista e saggista, già Senatore del Partito democratico, compie un’esplorazione senza remore e infingimenti all’interno dell’universo mentale e politico della sinistra. I suoi pensieri sono raccolti in un libro fresco di stampa, Un’altra storia. Se quarant’anni di Thatcher e Reagan visembran pochi (Prefazione di Costanze Reuscher e Antonio Roccuzzo), Edizione Ytali, 2022. Per gentile concessione pubblichiamo di seguito il capitolo intitolato “Sospesi”.

 

 

 

Roberto Di Giovan Paolo

Sospesi tra voglia di essere protagonisti e “damnatio memoriae”. La sinistra, i progressisti europei, mondiali se ci mettiamo almeno i democratici USA, in realtà da anni vivono questa dicotomia tragica alternando ubriacature movimentiste, spesso senza una costruzione di programma e di piano d’azione, e la necessità-dovere di governare; vissuta, quest’ultima, sempre in ritardo e in emergenza oppure come una sorta di “maledizione”: un obbligo che fa sentire inadatti, svuotati (di ideali), impauriti, sempre in difficoltà.

 

Con inevitabili conseguenze: o la pavida gestione del presente con il volto di chi deve sempre scusarsi di scelte quotidiane che sembrano imposte dall’alto, dai “poteri forti” e dall’emergenza, oppure l’onnipotenza del momento con l’annuncio prossimo della “rivoluzione” (sia chiaro, metaforica) qui e ora, anche quando si tratta di mere e inevitabili scelte di transizione o di necessarie misure dovute.

 

Con ulteriore scivolamento in un solipsismo che allontana dal “proprio popolo” (dagli altri di fatto sei già lontano essendo considerato a priori “progressive” o di sinistra), con definitivo isolamento e futura dannazione della memoria. Gli esempi sono molti: da Blair a Clinton e Al Gore, da Jospin a Zapatero e il SubComandante Marcos (più scomparso che dannato), oppure Schroeder e Tsipras, e poi in Italia Rutelli, Veltroni, se volete anche D’Alema, sicuramente Prodi (dillo ai famosi 101). Matteo Renzi è riuscito ad avere l’uno (isolamento) e l’altra (la damnatio memoriae), esagerato com’è… Ma va detto che l’icona di sinistra non ha mai voluto farla.

 

Eppure, il popolo della sinistra o quello progressista (che non è sempre la stessa cosa, e li divide il culto della personalità del leader e un’idea di diversa progressività nell’applicazione concreta degli ideali) è un popolo generoso, disponibile a confrontarsi, a sentirsi dire ogni due per tre che ha sbagliato tutto, pronto a investire in nuovi leader e nuovi temi in men che non si dica. Disponibile a riconoscere i pregi (quel che è grave, spesso solo in forma tattica) negli avversari, a servire disciplinatamente ai tavoli nelle feste di partito e a girare casa per casa vendendo gadget, e perfino sogni; a fare campagne elettorali paese per paese, piazza per piazza, “al lavoro e alla lotta”, sotto la pioggia e sotto il sole cocente. E pronto a commuoversi per regole a volte antiche e desuete.

 

Perché tutto questo avviene con ripetitività? Può essere solo un segno dei tempi, quando questi tempi si allungano a diversi lustri di distanza? È quasi un obbligo saper vedere nuove leadership, altre dal presente. Crescere nei media, andare al governo (poco), fallire, piangere sul latte versato. Ma può bastare a riscaldarsi il cuore lo spiegare tutto con l’adorabile versione moderna del “rinnegato Kautsky” o della controrivoluzione interna dei nobili vandeani? Non sarà che si dovrebbero cercare le risposte meno nella frenesia del presente e più nella lettura del passato, gettato alle spalle troppo frettolosamente, piuttosto che ritrovarsi di nuovo e in corsa all’ennesimo governo “in coabitazione”, quando va bene; di corsa e in preda all’emergenza “usuale”, che favorisce la coazione a ripetersi? E in buona sostanza dando ragione a Marx che prevedeva nel ripetersi di una storia la trasformazione da tragedia a farsa? Forse fermarsi per un momento a riflettere sull’inizio di questo ciclo, che pare continuare all’infinito e condannare i suoi protagonisti all’irrilevanza del “tempo lungo”, potrebbe aiutare.

 

Per esempio a rimuovere la “damnatio memoriae” e rileggere “laicamente” gli avvenimenti, ponendo alcuni protagonisti della sinistra nella giusta luce e recuperando alcuni provvedimenti dall’oblio. Una delle regole della sinistra e dei progressisti è difatti non essere quasi mai orgogliosi e consapevoli dei progressi fatti fare alla società civile da loro amministrata: basterebbe delle volte il confronto con le “società civili” dei governi di destra che li seguono per scoprire e riscoprire lati positivi e tendenze da valorizzare. Per poi rivolgersi al passato (sì, la storia e a volte anche la cronaca del passato prossimo, insegnano ancora qualcosa) e arrivare al nodo reale, alla domanda fondamentale, al momento decisivo in cui la sinistra e i progressisti non sono più stati al centro della loro (e tantomeno dell’altrui) narrazione.

 

Una narrazione forse inconsapevole e ben poco conscia dell’attuale società della comunicazione (talvolta ossessiva) e della politica giocata attorno o addirittura solo con i media, in cui la visione di sinistra e progressista diceva ancora qualcosa all’uomo comune, al cittadino. Anche eventualmente a quello di opinione contraria. E gli diceva che il loro futuro sarebbe stato o avrebbe potuto essere diverso, alternativo e in definitiva migliore del presente che vivevano.

 

Io credo che quel momento ci sia stato, è ben localizzabile, e a quel momento si deve tornare per riprendere il filo della matassa, svolgendolo pazientemente; per riprendere da lì il percorso, senza dimenticare quello che c’è stato dopo, i risultati e le sconfitte, ma guardandole con occhio diverso, per farne tesoro e ricominciare un discorso, a se stessi e alla società civile. E quel momento richiama il 1979 e i susseguenti anni Ottanta: la vittoria culturale e ideologica di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Non due diavoli (al limite, anche…) ma due interpreti politici elettoralmente invincibili, perché per certi versi idealisti e anche inconsapevoli, talvolta, di essere i registi di una svolta giunta a maturazione attraverso le loro proposte e divenuta poi una svolta mondiale travolgente, a tratti inflessibile e percepita come pienamente corroborata da fatti.

 

Certo, anche da quelle che oggi chiameremmo “fake news”, allora non smascherate, e divenuti presunti fatti oggettivi assunti poi come regole d’uso da tutti. Comprese parti notevoli della sinistra e dei progressisti. Regole d’uso e di ingaggio che ancora oggi maneggiamo per districarci nella società del nostro tempo e che rischiano, se assunte ancora acriticamente, alla vigilia di una nuova era – di internet delle cose(IoT), di 5G, di intelligenza artificiale, data mining e transizione digitale ed ecologica in genere – di divenire le uniche regole globali di ingaggio della società civile e della politica, anche quando voglia misurarsi con questo tempo di cambiamento, forse altrettanto epocale di quello di quarant’anni fa.

Il Dio della pace secondo Teresio Olivelli e l’immeritata libertà degli occidentali dimentichi.

 

Guai a dimenticare che la nostra Costituzione, dove si legge che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa, è nata da una guerra: la guerra di liberazione. Il sentimento di pace, quando autentico e severo, non risponde alla meta-logica dello sdilinquimento pacifista.

 

 

Antonio Payar

 

L’Italia ripudia la guerra (Costituzione, Art. 11). *E basta?* Leggere ‘quale’ guerra: “L’Italia ripudia la guerra *come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali*; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, _etc. etc._”.

Quindi l’Italia non ripudia la guerra tout court.

 

La Sinistra che a breve scampanellerà per il 25 Aprile con le bandiere arcobaleno si deve ripassare la Storia e ricordare che se oggi si può liberamente andare in piazza, fare il no-Vax ad oltranza o occuparsi dello smalto delle unghie dei piedi della Ferragni è perché il Venticinque Aprile del 1945 la Libertà e la democrazia  parlamentare (all’occidentale; se lo ricordino tutti quelli con la puzza sotto il naso verso l’Occidente mentre ci invitano a ‘capire Putin…’) sono state conquistate con i fucili, con le brigate partigiane, con i copiosi rifornimenti di armi degli Alleati, con Marzabotto (la Bucha italiana), con le Fosse Ardeatine, non andando incontro ai Tedeschi con le mammolette; insomma con quella che ancora oggi, anche nel frasario della Sinistra, dei nostri “professori della resa” (Polito, Corsera, 11 Aprile) e di varia sicumera cattolica ‘contro la guerra a prescindere’, si chiama *guerra di liberazione*.

 

Ma come si fa a non ricordarsene!

 

Appena scorgevano un elmetto grigio con lo scalino i partigiani, anche cattolici, sparavano a vista, senza se e senza ma. Se nell’Aprile del ’45 Karl Wolff, il capo supremo delle SS in Italia si decise a trattare la resa con gli Alleati di tutte le forze tedesche sul suolo italiano (e a insaputa di Hitler) fu per gli uffici di Pio XII e per gli incessanti attacchi dei Partigiani. Mano tesa e corredo di pallottole. Voglio ricordare che non poche Brigate Partigiane, e persino anche delle Garibaldi (rosse), avevano un Cappellano militare, e anche designato da varie Diocesi di allora. Allora buona parte della Chiesa non ebbe dubbi da che parte stare, e stava con gente che usava le mitragliatrici e non i mazzolini di margheritine.

 

E ricordiamo pure il Beato Teresio Olivelli, deciso partigiano perché cattolico, morto in un sottocampo di Flossembürg a Gennaio del 1945 (il campo dove ad Aprile morirà Bonhoeffer) per un calcio allo stomaco di un kapò. Olivelli scrive la preghiera del Ribelle: contro “la sordità inerte della massa,” (come annotò poi Amendola, il coraggio delle armi lo ebbero in pochi)

 

“a noi, oppressi da un giogo

oneroso e crudele

che in noi e prima di noi ha calpestato Te

fonte di libera vita,

*dà la forza della ribellione.*”.

 

Questa era la pace per cui combatté Olivelli e anche per la sua ‘guerra’ che gli costò la vita noi siamo liberi.

La Disinformazione è la tattica dello Zar.

Il pensiero strategico russo e cinese sul cyberspazio attribuisce enorme importanza alle attività di disinformazione, influenza e manipolazione psicologica: per gli esperti russi e cinesi lo scopo primario delle aggressioni cibernetiche è aggredire la mente dellavversario. Una guerra non dichiarata che si combatte anche in tempo di pace.

Con i nuovi mezzi di comunicazione e con le discussioni che diventano sempre più globali, può diventare difficile riconoscere una fake news, capire la differenza tra disinformazione accidentale e disinformazione deliberata.

Da quando Facebook è stato accusato di guidare le preferenze di voto nella campagna presidenziale degli Stati Uniti del 2016 si è aperto un nuovo problema per gli Stati.

Questi ultimi, negli anni, hanno potuto appurare come le operazioni di influenza russa abbiano avuto come obiettivo quello di diffondere una realtà alternativa di fronte alle principali questioni geopolitiche.

Per fare ciò, le “fabbriche di troll” russe sono diventate dei veri e propri pilastri della guerra dell’informazione, andando a finanziare, in molti casi, partiti anti sistema. Una guerra portata avanti per poter danneggiare i candidati che potrebbero essere più critici nei confronti di Mosca e per favorire i loro oppositori filo-russi. Una guerra non dichiarata che si combatte anche in tempo di pace e che ha, fra i suoi obiettivi, la manipolazione dell’opinione pubblica.

Il pensiero strategico russo e cinese sul cyberspazio attribuisce enorme importanza alle attività di disinformazione, influenza e manipolazione psicologica: per gli esperti russi e cinesi, infatti, lo scopo primario delle aggressioni cibernetiche è aggredire la mente dell’avversario. Non una novità se si considera che, fin dall’epoca zarista, si sono usati tali sistemi. In epoca sovietica la “Dezinformacija” era tra gli strumenti utilizzati da Mosca per creare divisioni e instabilità all’interno del mondo occidentale.

Oggi questo sistema viene utilizzato nei confronti dell’opinione pubblica europea, per veicolare, attraverso leader compiacenti, i seguenti messaggi: “L’Europa é invasa da immigrati e profughi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa che sono fuori controllo. Putin è l’ultimo baluardo contro questa crisi”. “L’Europa, e l’Occidente in generale, sono società decadenti sotto il profilo morale”. “Gli Stati Uniti e il complesso militare-industriale americano vogliono dominare il mondo”.

Tutto questo creando varie teorie del complotto (o della cospirazione) per accrescere l’ostilità dei cittadini nei confronti delle élites e creando l’idea di una destra alternativa globale di cui il presidente russo sarebbe uno dei leader. Una delle teorie più diffuse in Russia è quella secondo la quale fu l’Occidente guidato dall’America a mettere in ginocchio la Russia negli anni ’90. L’obiettivo principale dell’Occidente era lo scioglimento della nuova Russia, proprio come lo fu una volta il crollo dell’Unione Sovietica.

La NATO è diventata il principale spaventapasseri in questa narrazione. E tutti coloro che aspiravano ad entrare nella NATO, come Georgia e Ucraina, erano considerati traditori e potenziali nemici della Russia. Ora questa potenza di fuoco si sta concentrando sulle elezioni francesi e sulla creazione di un movimentismo filo putiniano in Italia. Bisognerà stare molto attenti e creare una contraerea che possa diventare un baluardo contro questo tipo di populismo ed estremismo.

Non possiamo permettere che il nucleo fondamentale dell’Ue venga conquistato da figure che operano all’interno di un sistema democratico con l’intento di farlo saltare. E non possiamo permettere all’Italia di essere confusa nelle sue scelte da quel “partito di Putin” che oramai nel nostro paese comprende una vera e propria struttura organizzata, con mezzi economici, gruppi dirigenti e leader. Perché, come diceva Berlinguer, mi sento più sicuro vivendo nell’area della Nato.

La difficoltà dei riformisti. L’esempio di Donat-Cattin.

ì

La cultura e la prassi riformiste sono necessari ed indispensabili se non si vuole consegnare il paese o nelle mani dei populisti di turno da un lato o dei tecnocrati o dei cosiddetti esperti” dallaltro.

 

Giorgio Merlo

 

In un recente libro pubblicato sul magistero politico e istituzionale di Carlo Donat-Cattin, “Un riformista al governo. Ministro del centro sinistra dal 1963 al 1978” di Marcello Reggiani emerge in tutta la sua difficoltà la scelta di essere “riformisti” nella politica italiana. Certo, le stagioni politiche che hanno visto in Donat-Cattin un significativo protagonista dello scenario pubblico italiano sono profondamente diverse rispetto al contesto contemporaneo. Ma è indubbio che c’è un filo rosso che lega le diverse stagioni politiche e le difficoltà, concrete e tangibili, nel declinare un riformismo politico e di governo. Perchè il riformismo, di norma, cozza contro il pensiero unico, il “politicamente corretto” e la vulgata conformista del momento. Un solo esempio concreto riferito agli anni e all’esperienza concreta, politica, culturale e di governo di Donat-Cattin. Cercare di rappresentare i ceti popolari e, soprattutto, i lavoratori e gli operai nelle fabbriche come esponente della sinistra sociale della Dc dopo e come sindacalista Cisl prima era pressochè impossibile, perchè inconcepibile dalla narrativa dell’epoca dove solo i comunisti e la sinistra storica potevano assolvere a quel ruolo.

 

In altre parole, non era tollerabile che un democratico cristiano di sinistra, la famosa “sinistra sociale” di ispirazione cristiana denominata “Forze Nuove”, potesse contendere la rappresentanza sociale e politica di quei ceti che storicamente, secondo la vulgata dominante, doveva essere di “appartenenza” del Pci e della sinistra. Certo, i tempi sono cambiati e ormai da tempo la sinistra storica, come recitano quasi tutti i sondaggi, non rappresenta più i ceti popolari e quel pezzo di società e del mondo delle professioni che per moltissimi anni era di sua pertinenza.

 

Altri soggetti politici e partitici si fanno ormai carico di quelle domande e di quelle istanze sociali e politiche. E quindi anche della loro rappresentanza elettorale. Ma, al di là della sinistra e della sua rappresentanza sociale, è indubbio che essere riformisti nella politica italiana resta un compito difficile, ieri come oggi. E questo per due ragioni di fondo.

 

Innanzitutto il riformismo era e resta incompatibile con ogni forma di populismo. Quel populismo che in Italia ha fatto irruzione nel 1994 e che poi si è progressivamente impadronito della dialettica politica nostrana sino al 2018 quando ha travolto e sconvolto i connotati storici della stessa democrazia nel nostro paese. E il partito di Grillo, sotto questo versante, rappresenta tutt’oggi il culmine di questo decadimento etico, politico, culturale ed istituzionale. Stupisce, al riguardo, che un partito di potere e governista per eccellenza come il Partito democratico possa individuare nel partito cardine del populismo l’alleato strategico e storico per governare saldamente, e democraticamente, il futuro del nostro paese.

 

Perchè il riformismo, alla fin fine, si pone l’obiettivo di trasformare la società senza assecondare le spinte massimaliste, estremiste e populiste. E cioè, la cultura e la prassi riformiste hanno la cultura di governo come bussola di riferimento senza, però, rinunciare ai propri obiettivi programmatici per inseguire e accattivarsi le mode correnti. Sotto questo aspetto, come descrive nel libro lo stesso Reggiani, il magistero politico e istituzionale di un esponente della prima repubblica come Carlo Donat-Cattin è quantomai calzante per il ruolo concreto che ha giocato nel suo partito di riferimento, la Dc appunto, e nella società nel suo complesso. Il rifiuto del populismo, quindi, è il cuore della cultura e della funzione riformista soprattutto nell’azione di governo.

 

In secondo luogo si è autenticamente riformisti solo quando si è espressione di una cultura politica. Qualunque essa sia. Perchè il riformismo, di norma, risponde ad una visione della società e l’azione di governo conseguente ha come obiettivo ultimo, attraverso una necessaria ed indispensabile cultura della mediazione e del confronto, quello di tradurre quella cultura in atti di governo e in provvedimenti legislativi. Anche qui, per fare un solo esempio del passato, l’approvazione di una legge che ancora oggi resta uno dei caposaldi dello Stato di diritto e della civiltà democratica, ovvero lo “Statuto dei lavoratori”, fu merito di un esponente politico come Donat-Cattin allora titolare del dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale.

 

Una legge che, non a caso, registrò la bocciatura da parte del Pci e di altre formazioni all’epoca estremistiche o massimaliste. Il riformismo, quindi, esige e richiede cultura di governo, disponibilità all’ascolto e al dialogo con gli avversari, non pretendere di possedere la verità in tasca, avere una visione laica della società e, soprattutto, il coraggio di andare controcorrente. Cioè contro il “politicamente corretto” dell’epoca di riferimento. Che, ieri come oggi, ha quasi sempre il consenso dell’informazione dominante e dei grandi gruppi di potere.

 

Ecco perchè il recupero di credibilità della politica non passa attraverso l’esaltazione del populismo, del massimalismo e di ogni forma di estremismo. Al contrario, la cultura e la prassi riformiste sono necessari ed indispensabili se non si vuole consegnare il paese o nelle mani dei populisti di turno da un lato o dei tecnocrati o dei cosiddetti “esperti” dall’altro. Che, puntualmente, seguono quasi sempre le rovine e i disastri provocati dai populisti di governo. Come puntualmente è capitato nel nostro paese in questi ultimi anni.

 

E questa, al di là di molte chiacchiere, sarà la vera sfida politica, culturale e programmatica per chi cerca di invertire la rotta rispetto al predominio populista di questi ultimi tempi. Il resto appartiene solo alla propaganda e al chiacchiericcio. E, in ultimo ma non per ordine di importanza, si può ritornare ad essere politicamente riformisti solo se il “coraggio della politica” e delle scelte politiche tornerà al centro dell’attenzione. E l’esempio di Carlo Donat-Cattin uomo di governo, al riguardo, è quantomai esemplare e significativo.

“La nostra battaglia, per contrastare i comunisti, metteva in campo ragione e passione politica”. Intervista a Hubert Corsi.

Grossetonotizie.com

 

Cosa significava essere cattolici e democristiani in un territorio dominato dai “rossi”? Qual era il messaggio che la Dc portava tra la gente? Come è cresciuta una generazione di quadri militanti e dirigenti? Hubert Corsi, più volte deputato e sindaco del Comune dell’Argentario, ripercorre le tappe della sua esperienza pubblica fin dalle prime battute nel Movimento giovanile dc.

Di seguito pubblichiamo la prima parte dellintervista.

 

Partiamo in questo viaggio retrospettivo, caro Hubert, da cose lontane nel tempo.

 

Oggi ho 84 anni, sono della generazione del 1938.

 

Ecco, parliamo degli inizi, grosso modo collocando la vicenda che ti riguarda attorno agli anni cinquanta: come nasce il primo impegno politico?

 

Mi sono iscritto  alla Dc perché ero molto interessato alla politica. Vivendo in un piccolo comune, quello di  Montepescali (Gr), venivano molti personaggi che facevano comizi: la gente si portava le sedie in piazza perché era anche un piccolo spettacolo.

Il primo episodio è del 1953. Venne Luciano Blanciardi  e Carlo Cassols. Il primo era direttore della biblioteca di Grosseto e il secondo era stato anche mio professore al liceo. Avevano aderito a Unità popolare, quella formazione che risultò decisiva nel 1953 per la sconfitta di De Gasperi e della sua “legge truffa”. Io in verità continuo a chiamarla legge maggioritaria: il tempo delle  truffe viene dopo.

Quella legge, infatti, assicurava stabilità poiché conferiva il premio a chi raggiungeva la maggioranza assoluta. Dopo si è passati all’attribuzione del premio a chi prendeva molto meno, tanto che la logica adottata assomiglia a un rovesciamento di quadro evocativa, intrinsecamente, di uno scenario da colpo di stato.

 

Mi raccontavi che De Gasperi venne dalle tue parti attorno 1951 e 1952. Quale fu la circostanza.

 

Era il tempo del centrismo, oggi rivalutato per il portato innovativo delle scelte compiute dalla classe dirigente raccolta attorno a De Gasperi. Pensiamo, ad esempio, alla riforma agraria. Grazie ad essa, ricaddero sulla Maremma investimenti dello Stato che non avevano riscontri nella storia. De Gasperi venne ed illustrò la riforma che incideva complessivamente su 742 mila ettari, di cui ben 178 mila riguardavano la Maremma (quasi il 18 per cento delle superfici coltivabili). I proprietari erano grandissimi latifondisti con 14 mila e 7 mila ettari.

Fanfani ci ricordò che uno dei primi atti che fece da piccolo – aveva 12 anni – su richiesta del babbo notaio, fu quello di copiare un atto notarile di ben 20 pagine, tanto era estesa la proprietà in oggetto. Quel rogito rimase impresso nella mente di lui adolescente. La fatica della trascrizione, avente per oggetto una tenuta di Capalbio colpita dalla riforma agraria, determinò la scoperta della maremma.

 

Quanto ha inciso la bonifica sull’Italia del dopoguerra?

 

Fu un fatto notevole, per quel che ci riguarda. Sorse l’acquedotto del Fiora, furono realizzati chilometri e chilometri di strade, si avanzò a grandi passi sulla via dell’elettrificazione. Non mancarono le tensioni tra maggioranza e opposizione. Lo scontro rivelò tutta la distanza esistente tra democristiani e comunisti. La Dc puntava sulla famiglia diretto-coltivatrice, e quindi su una classe media che poi sarebbe diventata imprenditrice di se stessa. Il Pci, invece, rifiutava l’assegnazione diretta delle terre alle famiglie preferendo il ricorso a cooperative immaginate alla stregua di Kolkhoz, ovvero delle proprietà collettive sul modello sovietico.

 

Diciamo…una visione culturale diversa.

 

Direi proprio di sì. Comunque la storia ci ha dato ragione, visti gli sviluppi e i riscontri successivi. L’aiuto dello Stato, specialmente attraverso i nuovi strumenti messi a disposizione della riforma agraria, fece crescere una nuova generazione di coltivatori diretti. Gli Enti di sviluppo, cui si dedicò sapientemente Tommaso Morlino, fornirono agli assegnatari quel supporto che mai prima di allora era stato dato. Nacquero diverse cooperative di produzione, servizi e  commercializzazione.

Se vieni in provincia di Grosseto trovi il caseificio di Manciano, trovi la cantina del Morellino di Scansano, la cantina di Pitigliano. Trovi, in sostanza, i modelli che risalgono a quella intuizione.

Il Presidente della cantina di Scansano che fattura milioni e milioni di euro di un vino che è ormai famoso in tutto il mondo è figlio di un coltivatore diretto.

 

Hanno saputo adeguarsi ai tempi nuovi e diventare impresa agricola?

 

Esattamente!

 

Era la visione, appunto, di La Pira e di Fanfani…

 

Sì, quella che tu chiami visione entrava poi nel “concretismo” della politica. La Pira puntava al lavoro come esperienza che non doveva tradursi in concezione ed immagine di dannazione, ma come il principale fattore per esplicitare la dignità dell’uomo. Dunque, a conferma di tale impostazione, nascono i villaggi di assegnatari dove c’era la chiesa, l’officina, il bar, i vari punti di servizi…Le persone potevano riunirsi e fare vita sociale.

 

 

Diventavano comunità.

 

Se vai al centro del villaggio Rispescia, ex riforma agraria, al centro trovi una fontana che reca una scultura in bronzo di un cinghiale. È la riproduzione del cinghialino di Pietro Tacca che sta a Firenze. La portò La Pira come Sindaco di Firenze quando venne inaugurato il villaggio nel 1953 alla presenza dello stesso Fanfani.

 

E tornando agli aspetti più direttamente politici?

 

La battaglia tra noi e i comunisti era serrata. Teniamo conto che dovevamo misurarci con una presenza robusta dei nostri antagonisti. Noi, in realtà, le percentuali più alte le prendevamo in provincia di Arezzo.

Ricordo che nel 1951 De Gasperi venne a “metterci la faccia”, come si direbbe oggi, in piena campagna elettorale. La Dc aveva rinunciato ad alcuni collegi provinciali a favore delle liste di centro collegate. Era la dimostrazione che da parte nostra gli alleati ricevevano attenzione e rispetto.

L’intervento di De Gasperi confermò l’impegno che avevamo delineato, dando slancio e fiducia ai nostri militanti.

Di questo fummo orgogliosi.

 

E la tua specifica esperienza?

 

Io venivo da una famiglia cattolica e ho studiato dai salesiani. L’appartenenza a questo ambiente familiare e culturale accentuava le difficoltà: la strada era impervia, più difficile, perché significava essere minoranza che per emergere doveva lottare molto.

Sicuramente più di altri.

Partecipavo al Movimento giovanile e con altri, al villaggio La Vela a Castiglione della Pescaia, voluto e organizzato dal “solito” La Pira, prendevo parte ai corsi di formazione.

Dalla formazione alle piazze il passo non doveva essere lungo.

Il primo impegno pubblico verrà nel 1970 con l’elezione al consiglio comunale di Grosseto.

 

(1. Continua)

Il centro non è immobilismo, ma equilibrio e innovazione. Deve rappresentare il motore del riformismo.

 

Oggi in Francia la politica di centro passa per la vittoria di Macron. Abbiamo in Italia un problema analogo. L’importante è non smarrire il valore della formula degasperiana del “centro che cammina verso sinistra” perché consente, al di là di restrittive e incongrue intepretazioni, di cementare un nuovo riformismo. L’unico in grado di reggere la sfida di questo tempo inquieto e difficile.  

 

Lucio D’Ubaldo

 

Se non fosse per l’attualità delle elezioni francesi, nelle quali  si consolida il profilo neo-centrista di Macron, non avrebbe grande appeal il ritorno a un’antica disputa, tutta interna al cattolicesimo politico, sul “centro che cammina verso sinistra”.

 

La nota formula degasperiana è posta sotto attacco. In alcuni casi se ne intende smorzare il valore politico facendone l’espressione, ancorché generica, dell’ansia cristiana per il riscatto degli umili; in altri, con più crudezza, se ne denuncia l’erraticità che traspare – così si dice – da uno slogan mal riuscito. Dunque, in nome di un presunto salvataggio del ‘vero’ De Gasperi si tira in ballo anche Sturzo, autore della censura del suddetto slogan.

 

Strano, questo modo di procedere; ancor più strano il sussulto di astrazione, giacché si sposa una tesi con l’ambizione di ancorarsi a un dato oggettivo, ma non si compie alcuna onesta verifica storica, né ci si perita di utilizzare armi improprie – il ricorso a Sturzo – per contestare questa idea del centro dotato di spirito innovativo.

 

De Gasperi, in realtà, credeva nel progresso e per esso combatteva, fin da quando nel suo Trentino scopriva la buona novella della ‘democrazia cristiana’ che a Roma dava impulso alla battaglia del giovane Murri, prima che la sua intempestività lo conducesse alla scomunica. Tra liberalismo e socialismo, ai primi del Novecento, questa nuova opzione si poneva indubbiamente al centro, ma non con l’indifferenza tipica degli ignavi.

 

Il centro voleva significare, nell’apprendistato politico di De Gasperi, l’incontro di libertà e giustizia: la prima in quanto mossa verso la seconda, fuori pertanto dall’assoluto ideologico del liberalismo; e la seconda riconnessa alla prima, a controbilanciare il movimento, così da presentarsi come giustizia non più condizionata dall’elemento ateo-rivoluzionario del socialismo. Nel tempo, specie dopo la sciagurata esperienza del fascismo, De Gasperi rinnoverà la sua adesione a questa combinazione di valori e prospettive, per dare una nervatura al solidarismo del partito-nazione.

 

Egli però, a scorno degli odierni cultori del centrismo senza qualità, ovvero senza un criterio di specificazione utile, indica nel collegamento tra la Dc e le forze di matrice laico-socialista il motore del riformismo democratico e sociale. Ripudia  pertanto l’ipotesi del governo solitario dei cattolici e organizza lo spazio della collaborazione democratica, secondo una direttiva molto chiara: sceglie Einaudi Sforza e Saragat, non Covelli e Lauro (né tanto meno Giannini).

 

Non poteva imbarcarli, i monarchici e i qualunquisti? Ecco, se lo avesse fatto il suo “centro che cammina verso sinistra” – definizione che campeggia addirittura nell’intervista al Messaggero il giorno prima delle elezioni del 18 Aprile 1948 – sarebbe apparso in perfetta contraddizione con il principio ispiratore che fondamentalmente ne determinava l’orientamento e il percorso. Non avrebbe certificato, per dir così, la novità di visione e di azione dei “democratici e cristiani”.

 

Eppure anche i monarchici e i qualunquisti avevano nei loro programmi il contrassegno di un amore per il popolo, addirittura per le plebi; lo avevano nell’ottica di una destra che si bagnava alle acque del paternalismo, a prescindere perciò da un vissuto veramente democratico; e dunque lo avevano come orpello di una politica di conservazione, perché lo stesso movimentismo dell’Uomo Qualunque, nella sua colorita scenografia di denuncia e di protesta, mancava di qualsiasi aggancio a un programma di riordino e trasformazione della società.

 

Ebbene, Sturzo metteva sì De Gasperi alla sbarra per lo “slogan infelice” sul centro, giacchè esso gli si parava dinanzi come il temuto fantasma del cedimento a sinistra; ma  doveva arrivare a questa condanna sul finire degli anni ‘50, al crepuscolo di un’esistenza che scontava le angustie dell’isolamento, con l’ossessione di una Dc perdutamente inabissata nei vortici del vecchio e nuovo statalismo. Bisogna entrare nello spirito delle parole, altrimenti si maschera di storia una manipolazione più o meno onesta.

 

Orbene, è un profeta più che disarmato l’autore dall’articolo in questione (“L’equivoco: centro-sinistra”, Il Giornale d’Italia, 13 giugno 1958): a tal punto, disarmato, da non accorgersi nemmeno di essere in contraddizione con la sua stessa visione della storia e della politica, non certo asservita all’idolatria dell’esistente o alla codificazione dell’immobilismo.

 

In fondo si potrebbe applicare a Sturzo quello che Sturzo applicava a De Gasperi, vale a dire il principio sacrosanto per cui “nessuno deve attribuire ad un uomo il dono dell’infallibilità”. Infatti oggi, stante l’allarme per la dipendenza energetica dalla Russia, non stride con la sensibilità popolare il secco no che Sturzo opponeva a Saragat, come si legge sempre nell’articolo, sul punto relativo alla nazionalizzazione delle fonti di energia?

 

E qui siamo al punto cruciale della questione, perché l’ultimo Sturzo giudica inammissibile il centro-sinistra, ancora allo stato aurorale, vedendo in esso non già il cammino verso l’equità e la giustizia sociale, bensì la tendenza al declino in conseguenza dell’intromissione del potere pubblico nella sfera dell’economia, a discapito dell’autonomia dei gruppi sociali e infine della libertà dei singoli. Una posizione ampiamente rivelatrice della critica sturziana al welfarismo, piuttosto che una valutazione realistica degli equilibri politici in Parlamento e nel Paese.

 

Insomma, visti da vicino gli argomenti della disputa esigono attenzione, evitando comunque di distrarsi nella contemplazione di dettagli improduttivi. Si tratta di salvare il nucleo del popolarismo, la sua originalità di dottrina e prassi al servizio dell’innovazione, la sua capacità di sintesi sociale. De Gasperi, inventando la coalizione dei riformisti democratici, ha dispiegato nella realtà politica un disegno progressivo, portando al culmine dell’azione di governo l’istanza del cambiamento, quello possibile nelle condizioni date dalla Guerra fredda.

 

Nel tempo presente il nemico non è dato dal comunismo, ma dal ritorno in grande stile del nazionalismo e dell’imperialismo. È sotto i nostri occhi. La caduta delle ideologie ha liberato energie positive innescando, al tempo stesso, tentazioni rovinose: una forza equilibratrice, capace di ridurre le spinte radicali, è necessaria alla tenuta di un’autentica e vitale democrazia, sempre in marcia verso una più alta condizione di vita civile.

 

In Francia la risposta viene da Macron, in Italia la memoria di De Gasperi deve secernere una proposta di analoga portata.

Diplomazia al palo. Lo “Speciale Ucraina” dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

 

La diplomazia langue, mentre sul campo sono ore decisive per la sorte di Mariupol. LEuropa discute di nuove sanzioni e Washington chiede allIndia di prendere una posizione più dura nei confronti di Mosca.

 

Istituto ISPI

 

 

“Non è stato un incontro amichevole”. Così il cancelliere austriaco Karl Nehammer ha descritto l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin avuto ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) a Mosca. Nehammer ha detto di aver trasmesso a Putin il concetto che “questa guerra deve finire, perché in una guerra ci sono solo perdenti da entrambe le parti”. Durante il colloquio, durato circa 75 minuti, Nehammer ha detto di aver chiesto un’indagine internazionale sui presunti crimini di guerra commessi da parte russa in Ucraina e ha ribadito che le sanzioni europee continueranno finché continueranno i combattimenti. I media russi riferiscono che l’incontro, avvenuto nella residenza ufficiale di Putin, a Novo-Ogaryovo appena fuori Mosca, si è svolto a porte chiuse su richiesta dell’Austria.

 

Anche se il cancelliere austriaco è il primo leader europeo ad aver incontrato di persona il presidente russo dall’inizio dell’invasione, la sua visita è guardata con diffidenza da diverse cancellerie: l’Austria – che non fa parte della Nato – è, insieme alla Germania, uno dei paesi più dipendenti dal gas russo in Europa e tra coloro che maggiormente si oppongono ad un embargo energetico contro Mosca. Il viaggio aveva lo scopo di far capire a Putin che la Russia “ha perso la guerra da un punto di vista morale”, ha spiegato il ministro degli Esteri austriaco Alexander Shallenberg. Nehammer e Putin però avrebbero discusso anche delle forniture di gas russo all’Europa. Intanto sul terreno i combattimenti infuriano soprattutto nell’est del paese: le prossime ore – secondo fonti di intelligence – potrebbero essere decisive per le sorti di Mariupol, città martire che da oltre 40 giorni resiste all’assedio. E c’è allarme per la notizia – non confermata – riguardo al ricorso ad armi chimiche e sostanze tossiche nell’area del Donbass.

 

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov è tornato a polemizzare con l’Unione europea dopo che l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue Josep Borrell ha dichiarato che l’Europa continuerà sulla linea delle sanzioni e dell’aiuto militare a Kiev, e ha accusato Mosca di crimini di guerra. “Le sue dichiarazioni – ha detto Lavrov citato dalla Tass – mostrano che l’Ue vede Kiev come una testa di ponte per sopprimere la Russia”. In Europa intanto si continua a discutere del prossimo pacchetto di sanzioni contro Mosca: per Borrell “nulla è fuori discussione, comprese le sanzioni su petrolio e gas”, considerato che il greggio pesa molto di più per leconomia russa del gas. Nel 2021, infatti, l’Ue ha pagato quattro volte di più per il petrolio russo che per il gas, ha affermato Borrell, quindi, “è molto importante includere il petrolio, che è al contempo un colpo più pesante ed è più facile [per l’UE] da sostituire”.

 

Ma dichiarazioni a parte non è chiaro quanto ci vorrà perché i 27 raggiungano lunanimità necessaria per imporre il blocco alle importazioni di greggio russo. Oltre all’opposizione fin qui dimostrata da Austria e Germania, il primo ministro ungherese, Viktor Orban – forte della rielezione ad un quarto mandato –, ha affermato la scorsa settimana che l’estensione delle sanzioni al petrolio e al gas russo è “una linea rossa”. È probabile che l’Ue, che importa il 27% del proprio petrolio dalla Russia, discuta di un abbandono graduale. La Germania si è impegnata a eliminare il carbone e il petrolio russi entro la fine dell’anno, ma ha affermato che la fine della dipendenza dal gas russo non sarebbe raggiunta almeno fino al 2024.

 

La via italiana per la riduzione dalla dipendenza dal gas russo passa da Algeri: ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) il governo italiano e quello algerino hanno concordato un aumento delle forniture di gas che prevede che entro il 2024 l’Italia riceva dal paese nord africano circa 9 miliardi di metri cubi di gas in più all’anno, sfruttando parte del potenziale ancora inutilizzato del gasdotto italo algerino Transmed, infrastruttura nata agli inizio degli anni Ottanta e che collega l’Africa alla Sicilia passando per la Tunisia. L’Algeria, oggi secondo paese per forniture di gas all’Italia dopo la Russia, dovrebbe così diventare il nostro primo fornitore. L’accordo è stato formalizzato ad Algeri, la capitale dell’Algeria, dopo un incontro tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune. Ma l’intesa potrebbe essere la prima di una lunga serie. Subito dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo aveva annunciato che l’Italia si sarebbe mossa con rapidità per ridurre la dipendenza dal gas russo: il nostro paese importa da Mosca circa 29 miliardi di metri cubi di gas su un fabbisogno totale di 80 all’anno.

 

E da Palazzo Chigi confermano una lunga lista di contatti con Congo, Angola e Mozambico, tutti paesi produttori dove l’Eni è presente da anni.

 

Continua a leggere

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccef53e16&sd=166050ccef26c9b&n=11699e4c20dd261&mrd=166050ccef26c85&m=1

Il “new deal” dell’Istituto Maritain: italiano nelle sue radici, internazionale nel suo impianto. Quasi mezzo secolo di lavoro.

 

Sabato 9 aprile u.s. si è tenuta l’Assemblea Generale dell’Istituto che si accinge a celebrare il suo cinquantesimo. Di seguito il comunicato che riporta le conclusioni della riunione 

 

Redazione

 

Nell’Assemblea Generale sono stati riconfermati per il prossimo quadriennio (2022-2026) gli organi dirigenti dell’Istituto a cominciare dal Presidente, Francesco Miano (Università Federico II di Napoli), dal Vice Presidente Vicario Giuseppe Schtlitzer (Autorità di Informazione Finanziaria della Santa Sede), dai Vice Presidenti, Julio Plaza (Università di Tucumàn, Argentina) ed Enzo Carra (saggista, già Deputato) e dal Segretario Generale, Gennaro Giuseppe Curcio (Università degli Studi della Basilicata).

 

Sono stati eletti cinque nuovi componenti del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto: Francesco Saverio Garofani, Consigliere per la Sicurezza del Quirinale; Marco Damilano, giornalista e scrittore, già direttore del settimanale L’Espresso; Marco Follini, saggista e giornalista  già Vice Presidente del Consiglio dei Ministri; Filippo Lombardi, Direttore di Tele Ticino (Svizzera) già Presidente del Senato della Confederazione Elvetica; Paolo Nepi, Professore all’Università degli Studi di Roma Tre e Direttore della Biblioteca della Persona dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain.

 

Nella medesima occasione, confermati come componenti del Consiglio di Amministrazione: Luigi Di Santo (Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Direttore della Scuola nazionale di formazione socio-politica “Giorgio La Pira”), Lucio D’Ubaldo (saggista, già Senatore), Maurizio Martirano (Università degli Studi della Basilicata), Florian Michel (Francia), Charles-Ferdinand Nothomb (Belgio) e William Sweet (Canada, Presidente d’Onore dell’Istituto).

 

Nel prossimo quadriennio l’Istituto, in continuità con le attività sinora svolte, si concentrerà su questioni emergenti del nostro tempo e che riguardano il prossimo futuro. Nell’approfondimento dell’Umanesimo personalista di Jacques Maritain, si propone di contribuire alla società del bene comune ricercando le risposte alle sfide che la contemporaneità pone all’uomo. Promuovendo la cultura del dialogo e della pace, con particolare riferimento al tempo che viviamo (guerra in Ucraina, la pandemia, ecc.), molta attenzione sarà dedicata alla persona nella sua relazione con la comunità sociale, civile e politica. Le innovazioni scientifiche e tecnologiche, infatti, invitano a riflettere sul ruolo dell’uomo nei confronti della comunità, dell’ambiente, della natura e della società civile.

 

Le proposte formative rivolte a studenti, universitari, ricercatori, professionisti, esperti e interessati alle tematiche, oltre ad approfondire e diffondere il pensiero maritainiano, proporranno una interpretazione dell’attualità secondo i principi e i valori del personalismo.

Ci vuole un «booster» di consapevolezza. Dai Campi  Interregionali Per Studenti (CIPS) un progetto targato Azione cattolica.

 

Dal Movimento Studenti di Azione Cattolica le proposte per non disperdere la lezione della pandemia e per una scuola che sia capace di progettare futuro, luogo di Ascolto, Benessere e Comunità.

 

Lorenzo Pellegrino

Ci sono anche io! In maniera forte e decisa ma lontana dalla presunzione, come studenti e studentesse di Azione Cattolica abbiamo scommesso sull’ascolto che scatena il cambiamento. Si tratta di un processo che non fa rumore, ma spalanca possibilità; una sorta di effetto farfalla al contrario, nel quale il silenzio e l’attenzione giocano un ruolo più determinante dei cori nelle piazze.

Si sono appena conclusi i CIPS (Campi Interregionali Per Studenti), durante i quali il ritornello “Ci sono anche io!” ha sintetizzato la straordinaria necessità di tutti gli studenti e le studentesse di sentirsi ascoltati, tra i banchi di scuola come negli spazi di partecipazione e ancora nelle città.

In tre giorni di confronto e riflessione a Vibo Valentia, Lecce, Salerno, Pesaro, Bergamo e Torino abbiamo coinvolto le istituzioni territoriali in un dialogo sincero e costruttivo e pur avendo “domande (…) quante ne vuoi”, abbiamo offerto anche risposte condivise, o meglio, proposte nate dalla progettazione condivisa, nello stile della scrittura collettiva della scuola di Barbiana. Infatti, se i problemi sono collettivi, è necessario “sortirne insieme” per scongiurare l’avarizia che ha caratterizzato il “libera tutti” che chiude l’emergenza in un cassetto senza cambiare (quasi) nulla.

Negli studenti, invece, il desiderio di cambiare c’era già prima del Covid e non si è arrestato; al contrario, si sta raggiungendo la “consapevolezza di gregge” che l’unico antidoto per la scuola italiana sia proprio l’ascolto, quello vero; non basta una dose, serve un booster di attenzione.

Pertanto, se la prima pagina del nostro Zanichelli porta la voce Ascolto, basta voltare pagina per trovare la B di Benessere. A scuola vogliamo stare bene, a scuola vogliamo sentirci accolti, inclusi e vogliamo dare parola al nostro essere. Il modo in cui abitiamo la scuola è il miglior contrasto all’abbandono scolastico, l’ascolto è il miglior antidoto alle disuguaglianze e lo studio la migliore ricetta per l’inclusione. A scuola abbiamo bisogno di un ascolto competente, di un supporto professionale; in questo senso l’introduzione dello psicologo nelle scuole è un passo avanti, ma ancora bisogna camminare in questa direzione prevedendo la possibilità di un orientamento consapevole, che sia al mondo del lavoro o al percorso universitario. A noi studenti serve quindi – in termini di Percorsi per le Competenze Trasversali –  un progetto reale e condiviso a livello nazionale che abbia una competente applicazione pratica da parte delle scuole sul territorio. Non ci interessano documentazioni redatte velocemente e sbrigate come semplici pratiche amministrative, ma abbiamo bisogno di progetti reali che diano futuro allo studente sin dal presente, nel continuo dialogo con il docente e il tutor esterno.

Alla terza pagina del dizionario che stiamo costruendo non può non comparire la voce Comunità, perché se una rivoluzione deve partire, può farlo solo dai territori, dai patti educativi che come scuole, associazioni e enti locali possiamo stringere in maniera da rendere le nostre città accoglienti e palestre di responsabilità. In questo senso l’ora di Educazione alla Cittadinanza non può essere esclusivamente una lezione di diritto, in quanto il bene comune non si insegna, la passione per il territorio non può stare su una lavagna (nemmeno su quella digitale). L’insegnamento dell’educazione civica diventi allora l’occasione che le scuole non devono perdere per contribuire realmente alla crescita di cittadini consapevoli, interessati alle loro comunità e partecipi delle loro città. In poche parole, sarebbe bello creare piccoli laboratori di Costituzione applicata, perché la democrazia riprenda posto tra i nostri banchi e la responsabilità entri nel vocabolario di una scuola attenta, aperta e lungimirante.

I sogni per la scuola del futuro non possono contenersi in poche righe; invece i progetti per il presente di una scuola che può ripartire hanno trovato spazio tra le parole delle centinaia di studenti coinvolti. Per una scuola migliore non servono nemmeno tutte le lettere, basta l’ABC.

 

 

Lorenzo Pellegrino è Segretario nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica (MSAC). Questo articolo, ripreso dal sito dell’Azione Cattolica, è stato pubblicato in origine su “Avvenire” del 12 aprile 2022.

Tumori cerebrali: dalle CAR-T nuove speranze di cura per i gliomi inoperabili

Nuove speranze di cura dalle CAR-T per i tumori cerebrali dei bambini: un mix di terapia genica e terapia farmacologica dalla potente azione antitumorale inibisce la crescita dei ‘gliomi diffusi della linea mediana’. Si tratta di tumori del cervello molto aggressivi, inoperabili e, fino a oggi, senza un trattamento efficace. La nuova terapia è stata sviluppata dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù con la collaborazione dell’Istituto Superiore di Sanità, del Policlinico Gemelli e dell’Institute of Cancer Research di Londra. I risultati dei test di laboratorio aprono la strada alla futura sperimentazione sull’uomo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Neuro-Oncology.

I GLIOMI DELLA LINEA MEDIANA

I ‘gliomi diffusi della linea mediana’ sono tumori tipici dell’età pediatrica, nella maggior parte dei casi dovuti alla mutazione della proteina H3K27M. Si sviluppano nelle strutture mediane del cervello, in particolare nel ponte, la parte del tronco encefalico che regola funzioni vitali come il respiro e l’attività cardiaca. Questi tumori sono molto aggressivi, tendono a diffondersi rapidamente e a infiltrarsi in profondità. A causa della loro sede, non possono essere asportati chirurgicamente.

In Italia, vengono diagnosticati in età pediatrica circa 20-25 casi di gliomi localizzati nel ponte, con un picco d’incidenza tra i 5 e i 10 anni di età. La sopravvivenza media è molto bassa (9 -12 mesi) e meno del 5% dei bambini sopravvive a 5 anni dalla diagnosi, nonostante i trattamenti radio e chemioterapici. Per l’eterogeneità dei gliomi e per le difficoltà dei farmaci a superare la barriera che protegge i tessuti del cervello per arrivare al tumore, sino ad oggi non è stato possibile individuare una cura efficace.

LO STUDIO

Lo studio coordinato dall’Area di Ricerca di Oncoematologia del Bambino Gesù, diretta dal prof. Franco Locatelli, è stato condotto in laboratorio partendo dalle cellule tumorali di pazienti affetti da glioma sottoposti a biopsia. Le indagini su tessuto, su cellule derivate dalle neoplasie e su modelli animali hanno permesso di identificare una terapia antitumorale mai sperimentata prima, basata sull’utilizzo di un farmaco sperimentale (il Linsitinib) in combinazione con linfociti T geneticamente modificati (cellule CAR-T).

Il farmaco, individuato attraverso uno screening farmacologico, è un inibitore specifico della proteina IGF1R (molecola presente sulla membrana delle cellule tumorali) capace di esercitare un’azione antitumorale diretta sulle cellule di glioma diffuso della linea mediana. Le CAR-T sono state invece programmate per riconoscere – e uccidere – le cellule tumorali aggredendo una proteina espressa sulla loro superficie: l’antigene GD2 (GD2-CAR-T).

La nuova terapia combinata, sperimentata in laboratorio su diversi modelli di glioma della linea mediana, si è dimostrata in grado di inibire la crescita del tumore. I ricercatori hanno dimostrato, inoltre, che la combinazione produce un effetto antitumorale più efficace rispetto ai due trattamenti usati separatamente: il farmaco amplifica l’attività delle cellule CAR-T e si ipotizza che le CAR-T riescano a “fare strada” al farmaco nel superamento della barriera protettiva ematoencefalica.

La ricerca del Bambino Gesù è stata sostenuta da Children with Cancer UK, AIRC, Ministero della Salute, AIFA, Fondazione Mia Neri, Fondazione Heal, DIPG Collaborative e Fondazione Veronesi.

LE PROSPETTIVE TERAPEUTICHE

I gliomi diffusi della linea mediana sono ancora orfani di trattamento, ma «i risultati preliminari dello studio sono incoraggianti» spiega il prof. Franco Locatelli Direttore di Medicina Sperimentale e di Precisione del Bambino Gesù. «La nuova strategia di cura ha fornito risultati pre-clinici promettenti e potrebbe rappresentare il primo passo per arrivare a trattare con successo una proporzione dei pazienti affetti da questa terribile forma di tumore».

Come sottolineano i ricercatori, prima di passare alla sperimentazione sull’uomo andranno messe a punto le modalità migliori per veicolare farmaco e CAR-T nella sede tumorale e sarà necessario testare il mix terapeutico su modelli di tumore più complessi che consentano di anticipare e di valutare la risposta immunitaria e infiammatoria nei pazienti.

La rilevanza scientifica dello studio del Bambino Gesù, in particolare per le prospettive di cura che si aprono con lo sviluppo della nuova terapia combinata, è stata sottolineata anche in un recente editoriale pubblicato sulla rivista Neuro Oncology.

Accordo sull’energia tra Italia e Algeria. Draghi: “Mattei è stato un grande protagonista della collaborazione tra i nostri Paesi”.

 

Ieri il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, è andato in visita ad Algeri. Al suo arrivo allaeroporto internazionale Houari Boumédiène, ha incontrato il Primo Ministro della Repubblica Democratica e Popolare di Algeria, Aïmen Benabderrahmane. Successivamente ha deposto una corona di fiori al Monumento dei Martiri, per poi recarsi al Palazzo El Mouradia” dove ha avuto un bilaterale con il Presidente della Repubblica, Abdelmadjid Tebboune.

A margine dellincontro si è svolta la cerimonia di firma della Dichiarazione di intenti sulla cooperazione nel settore dellenergia tra il Governo italiano e il Governo della Repubblica Algerina. A questa si è aggiunto un accordo tra Eni e Sonatrach che consentirà di aumentare le esportazioni di gas verso lItalia utilizzando le capacità disponibili di trasporto del gasdotto TransMed/Enrico Mattei.

Il Presidente del Consiglio ha poi incontrato esponenti della comunità italiana in Algeria presso lAmbasciata dItalia.

Di seguito riportiamo il testo della dichiarazione finale di Draghi.

 

Redazione

 

È un grande, grandissimo piacere essere oggi ad Algeri. Voglio ringraziare il Presidente Tebboune, il Premier Benabderrahmane e il Governo algerino per la calorosa accoglienza.

 

I rapporti tra Italia e Algeria hanno radici profonde. Oggi pomeriggio saluterò la comunità italiana – la cui presenza risale già all’Ottocento. L’Algeria è il primo partner commerciale dell’Italia nel continente africano – e l’interscambio tra i nostri Paesi è in forte crescita.

A novembre, c’è stata la visita del Presidente della Repubblica con l’intitolazione del giardino “Enrico Mattei”. Mattei è stato un grande protagonista della collaborazione tra i nostri Paesi, una collaborazione che oggi rafforziamo ulteriormente.

 

I nostri Governi hanno firmato una Dichiarazione d’Intenti sulla cooperazione bilaterale nel settore dell’energia.  A questa si aggiunge l’accordo tra Eni e Sonatrach per aumentare le esportazioni di gas verso l’Italia. L’Italia è pronta a lavorare con l’Algeria per sviluppare energie rinnovabili e idrogeno verde.

Vogliamo accelerare la transizione energetica e creare opportunità di sviluppo e occupazione.Subito dopo l’invasione dell’Ucraina, avevo annunciato che l’Italia si sarebbe mossa con la rapidità per ridurre la dipendenza dal gas russo.

Gli accordi di oggi sono una risposta significativa a questo obiettivo strategico, ne seguiranno altre. Il Governo è al lavoro per difendere i cittadini e le imprese dalle conseguenze del conflitto.

Voglio ringraziare i Ministri Di Maio e Cingolani e l’ENI per il loro impegno su questo fronte. Italia e Algeria vogliono rafforzare la cooperazione anche in altri campi. All’incontro di oggi seguirà il quarto Vertice Intergovernativo che – ho il piacere di annunciare – si terrà qui ad Algeri il prossimo 18 e 19 luglio. Prima del Vertice Intergovernativo incontrerò nuovamente e con il massimo piacere il Presidente Tebboune, in occasione della sua visita di Stato in Italia a fine maggio.

 

Video su YouTube (v. a partire da 5’30’’)

https://youtu.be/x2sKVs9BWVY