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Pace e guerra. L’intervento di De Gasperi nel 1951 al Congresso nazionale della gioventù democristiana

A conclusione del Congresso nazionale della gioventù democristiana, svoltosi a Roma il 28 gennaio 1951 presso il Teatro dell’Opera, De Gasperi ripercorre la storia dell’antico Impero romano per contestare il mito dell’esaltazione della guerra, fatto proprio dal fascismo e contrapporvi i princìpi evangelici di pace e di fraternità. Dichiara inoltre superato, grazie all’istituzione dei nuovi organismi sopranazionali, il concetto di guerra «giusta» contro gli Imperi capitalistici, postulato dal comunismo. Di seguito riportiamo la parte  conclusiva del discorso.

Nella prima guerra mondiale i cattolici che pure in seguito al funesto dissidio fra Stato e Chiesa erano stati in gran parte tenuti lontani dalle pubbliche funzioni, talvolta perfino perseguitati, e sempre sottovalutati, fecero il loro dovere sulle Alpi, sul Carso, ovunque; e nella seconda guerra, pur diminuiti e mutilati nella loro libertà, si batterono in tutte le battaglie. Oggi che la patria è libera e democratica, che Chiesa e Stato indipendenti ciascuno nella sfera sua propria, hanno concordato costituzionalmente la loro azione nei settori comuni, la coscienza cristiana e democratica avrà delle esitazioni e delle debolezze? 

Non è vero, lo so; col vostro entusiasmo unitario, me lo dite. E so che voi giovani non volete dar rilievo ai vostri sentimenti religiosi, che per confermare con il sigillo di una convinzione profonda la vostra volontà di sacrificio; e voi sorelle, spose, madri future, andate incontro all’avvenire della vostra anima generosa, pronta a confortare e sostenere la maschia virtù dei vostri cari. Orsù, giovani, fatevi centro della solidarietà nazionale, siate di spirito largo e comprensivo verso chi, pur di diverso pensiero, milita sotto la bandiera della patria; siate energici, risoluti contro i seminatori di odio e di allarme. 

Guerra o pace? In verità io credo fermissimamente: pace. Io, il governo, la direzione del partito, tutti coloro che vi rappresentano e agiscono in vostro nome vogliono la pace, faranno il massimo sforzo per ottenere, per garantire e per consolidare la pace. Però, ripeto un pensiero a cui accennai altra volta: la pace bisogna meritarla perché non è semplicemente opera di uomo, ma bisogna invocarla e meritarla dalla Provvidenza di Dio. Ripeto, è la mia profonda convinzione e la mia sicura speranza. 

La Provvidenza ci darà la pace se saremo uniti, se faremo fronte contro i profittatori e i disintegratori, se difenderemo il popolo italiano dai seduttori, asserviti al bolscevismo straniero, se avremo fede in questo popolo, andando incontro ai suoi bisogni con ogni possibile provvedimento e con la massima generosità di spirito; anche se dovremo superare le nuove difficoltà della congiuntura internazionale per condurre a termine quelle riforme decennali che abbiamo iniziato con passo davvero giovanile. Soprattutto dovremo cercare di marciare avanti verso l’avvenire senza iattanza, ma con fermezza e senza paura. Ed eccomi alla questione che ho posto iniziando questo discorso. 

Forza del destino? No, forza consapevole della volontà, in collaborazione con i disegni di Dio. Ricordate il cieco [di] Bethsaida, nel racconto di S. Marco . Gli condussero un cieco perché lo guarisse. Ma Gesù non fece subito il miracolo, bensì prese il cieco per mano e camminando così, mano nella mano, lo condusse fuori della borgata. Qui avvenne la graduale guarigione. Al primo tocco il cieco vide in confuso gli uomini, come fossero alberi che si muovessero; al secondo tocco di Gesù egli vide chiaro. Era salvo! Ma egli – notate – ne era certo già prima ed aveva sperato efficacemente fin da quando si era incamminato; ecco perché sperare efficacemente vuol dire, giovani amici, marciare verso la luce e mettere la propria mano in quella di Dio.

Che cosa insegneremo della guerra? 

Tocca alla scuola riprendere le redini della pedagogia sociale, tocca agli insegnanti farsi latori di un messaggio di pace. “L’istruzione non è memorizzare che Hitler ha ucciso 6 milioni di ebrei. L’istruzione è capire come è stato possibile che milioni di persone comuni fossero convinte che fosse necessario farlo. L’istruzione è anche imparare a riconoscere i segni della storia, se si ripete.” (Noam Chomsky)

La storia è maestra di vita ma sovente insegna a pessimi scolari.

Tanto è vero che ne faremmo volentieri a meno, immersi come siamo in quel presentismo totalizzante che ci pervade e ci copre –  scrive Marcello Veneziani – come una “cappa” sotto cui tutto si avvolge, si confonde e si dimentica: un segno dei tempi è la prevalente preoccupazione di salvare il diritto all’oblio rimuovendo con disinvoltura il dovere della memoria. Tanto è vero che da alcuni anni a questa parte la scuola la insegna sempre meno e in modo discrezionale, episodico, frammentato, privandola di quel nesso di continuità che lega gli eventi, oppure fermandosi ad un certo punto perché quella recente è troppo densa di avvenimenti, suscettibile di interpretazioni, legata a residui ideologici sopravvissuti: il programma di studio non la contempla tutta, è quasi paradossale che la seconda metà del 900 sia come rimossa dai libri di testo o dai programmi di insegnamento. 

E così finiamo per vivere il presente senza essere consapevoli o informati degli eventi che l’hanno preceduto e generato, comprese le contraddizioni che pervadono il pianeta e ogni singola esistenza e che non sempre sappiamo leggere con la dovuta motivazione al discernimento.

Eppure milioni di persone tra il secolo scorso e quello iniziato hanno perso la vita per l’odio fratricida che ancora accompagna, fastidioso compagno di banco, la quotidiana lezione per apprendere ciò che è bene e ciò che è male. I corsi e ricorsi storici altro non sono che il cammino dell’umanità che – come sosteneva G.B. Vico  –  incede tra fantasia, ragione, perdita di senno in una spirale che ci porta a ripetere gli errori del passato e a riviverli partendo dagli abissi della miserevole condizione distruttiva per poi intraprendere con fatica la risalita verso quell’approdo stabile a cui diamo il nome di civiltà.

Per questo gli Stati e le Nazioni (intesi qui in modo riassuntivo come Governi e istituzioni da un lato e popoli e comunità dall’altro) dovrebbero fare in modo che la Storia fosse un valore in sé, da tramandare, leggendo nelle radici e nelle tradizioni ma anche nelle fratture e nelle lacerazioni il segno dei tempi che ci tocca rivivere. Abbiamo sentito raccontare dai nostri padri e dai nostri nonni quanto la loro vita fosse legata a doppio filo alla minaccia o alla presenza devastante delle guerra, delle discriminazioni, degli equilibri territoriali e delle consuetudini esistenziali assoggettate alle lotte di conquista o a quelle di liberazione: di territori, di popoli, di culture tramandate. L’umanità è sempre stata inquieta e turbolenta, i potenti della terra hanno sovente anteposto al bene del loro popolo la bramosia dell’espansione, del colonialismo, della sudditanza, troppe volte ciò che era stato costruito a fatica è andato via via a distruggersi sotto il peso di armi sempre più sofisticate e devastanti. Viviamo anche oggi un periodo di grandi pericoli incombenti, di violenze efferate, di sacrifici umani inaccettabili, la guerra in Ucraina ci ha riportato ad una realtà che avremmo dovuto imparare dai libri di storia se li avessimo letti con più attenzione, se avessimo ascoltato con rispetto i racconti di chi ci ha preceduto vivendo gli orrori che adesso si ripetono.

Tocca alla scuola riprendere le redini della pedagogia sociale, tocca agli insegnanti farsi latori di un messaggio di pace: verrà mai il tempo in cui saremo liberi di sottrarci al giogo della distruzione di tutto ciò che è vita? L’epoca in cui la pacificazione tra le genti della Terra sarà il primo vero obiettivo da perseguire?

Non esiste una ideologia che spieghi compiutamente la verità: ciascuna di quelle che conosciamo finisce – estremizzandosi – per generare ingiustizie e atrocità. Accade che le stesse religioni tradiscano la propria vocazione metafisica e metastorica per farsi intrappolare dagli eventi o diventando artefici di odio e rivalità inconciliabili. L’educazione civica altro non è che la “morale della favola” della storia, il sunto finale, l’abbecedario etico, sociale, normativo a cui tutti dovremmo attingere. Se restiamo schiavi di interpretazioni soggettive e transeunti o ripetute finiamo per rinfocolare la miccia sempre accesa dell’odio e del rancore. Qualcuno deve dire: fermatevi, fermiamoci. Quel qualcuno è ciascuno di noi, riprendiamoci l’uso del pensiero critico e l’etica universale che insegna la vita come valore assoluto da proteggere, facciamoci rappresentare da persone oneste, rette e pacifiche. I totalitarismi di ogni genere non devono far crescere la malapianta dell’odio e della morte provocata in danno di un altro uomo. 

Bisogna insegnare che le guerre covano sotto le ceneri della violenza e del delirio di onnipotenza e che prima o poi tutto sfugge di mano e si ripresenta alla storia sotto mentite spoglie.

Per la liberazione da populisti e sovranisti: la “federazione” tra riformisti, liberali e popolari.

La spinta per una nuova offerta politica è sempre più forte. In molti si chiedono cosa sarebbe accaduto se a gestire la crisi in Ucraina ci fosse stato il governo giallo-verde. La storia repubblicana dimostra che le culture del centrismo italiano, se divise nei “cespugli” delle finte coalizioni di destra e sinistra sono irrilevanti, se unite tra loro sono capaci di ricostruire l’Italia. Il centro deve essere e sarà un’idea nuova. Diamo ospitalità a questo intervento di un amico vicino alle idee che attraversano il dibattito de “Il Domani d’Italia”. La redazione, in ogni caso, lascia all’autore la responsabilità di legare la riorganizzazione del centro a una prospettiva di collocazione a livello europeo nell’ambito delle forze di centrodestra o di destra.

Le elezioni del 2018 ci hanno consegnato un parlamento bi-populista, una classe dirigente che urla, sgomita e fa a gara a chi la “spara più grossa”. La demagogia con la quale si “raggirano” i “clienti-elettori” è sotto gli occhi di tutti, almeno di chi ancora vuol vedere.

 

Dal 2018 ad oggi, molti cittadini volenterosi hanno chiesto a gran voce una nuova offerta politica in grado di superare il populismo di destra e sinistra, ma dopo le scene viste per l’elezione del presidente della Repubblica, la richiesta dal basso sembra trovare maggiore ascolto. Tale richiesta però necessita di una base organizzata e radicata. Sui social, ma anche parlando con colleghi, amici e parenti, la spinta per una nuova offerta politica è sempre più forte. In molti si chiedono cosa sarebbe accaduto se a gestire la crisi in Ucraina ci fosse stato il governo giallo-verde, solo a pensarlo mi vengono i brividi.

 

Una vera e concreta offerta “centrale” non è ancora presente nello scenario politico, nonostante ciò, molti sondaggisti stimano il potenziale bacino elettorale al 15%. A questo potenziale bacino, vanno sommati tutti gli astensionisti che si auto-dichiarano di “centro” e che se convinti della bontà del nuovo progetto politico potrebbero diventare voti, tanti voti.

 

La bontà della proposta dipenderà dalla chiarezza dei valori di riferimento, dalla classe dirigente, dalla forza delle idee e dalla proposta programmatica che dovrà essere credibile e realizzabile. Di certo il “centro” che sogno, per cui nel mio piccolo mi impegno quotidianamente, non è quello che descrivono alcuni opinionisti e giornalisti: grande centro, centrino, centricchio, la nuova DC, il ritorno della balena bianca, la grande ammucchiata, ago della bilancia. Si sono divertiti molto a definire il nuovo progetto come già vecchio, pensando a qualcosa che ricorda il trasformismo, i giochi di palazzo, i tatticismi e l’autoconservazione.

 

Il nuovo progetto politico centrale, che ribadisco è indipendente e autonomo dai populisti e dai sovranisti, non è uno spazio da occupare, ma un’idea innovativa. È l’incontro pragmatico tra culture politiche solide: riformismo, liberalismo e popolarismo. Queste culture politiche hanno già contribuito a rendere grande il nostro Paese e quando ci sono riusciti, governavano insieme. La storia repubblicana dimostra che le tre culture del centrismo italiano, se divise nei “cespugli” delle finte coalizioni di destra e sinistra sono irrilevanti, se unite tra loro sono capaci di ricostruire l’Italia.

 

Questo nuovo processo, lungo e faticoso, ha bisogno non di un federatore capace di riunire le varie sigle, ma di una forza culturale e politica che venga dal basso. Una spinta positiva e senza interessi personali, mossa da riferimenti ideali come l’europeismo, la valorizzazione e l’attuazione dei principi della Costituzione, il rispetto per ogni persona umana e la tutela dell’ambiente, l’integrazione tra gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana e l’economia sociale di mercato. Quattro riferimenti su cui costruire un nuovo “centrismo” per un programma di governo. Questo è il “centro” che sogno, non quello descritto nel gossip.

 

Dopo trent’anni di bipolarismo forzato non sarà un progetto immediatamente realizzabile, ma è possibile immaginare un percorso. Il primo passo potrà essere la formazione di una federazione di centro alle prossime elezioni politiche. Una federazione che abbia pochi punti programmatici chiari e realizzabili, scaturiti dai riferimenti ideali sopracitati. Una struttura organizzativa unitaria e coesa, capace di eleggere il leader (non il capo) dal basso. Ogni partito, movimento, associazione aderente potrà mantenere così la propria identità e organizzazione. Non un partito unico, sarebbe un miscuglio troppo frettoloso, ma un’organizzazione tra diversi partiti che condividono le scelte politiche in una federazione. Tra le regole democratiche della federazione, dovrà essere chiara che sui temi eticamente sensibili prevarrà la coscienza di ognuno, altrimenti sappiamo tutti come finirebbe, l’unità forzata su tutto non reggerebbe.

 

Altra regola fondamentale, da chiarire subito, è il posizionamento tra i banchi del parlamento europeo. Inutile cercare una posizione unitaria in presenza di due gruppi di riferimento come Renew Europe e PPE. Ogni componente aderirà al gruppo europeo che ritiene più vicino alla propria identità. Meglio chiarire subito ciò che è stato fonte di divisioni nelle precedenti esperienze, meglio un processo a tappe che una lista elettorale che si frantuma il giorno dopo il voto cercando invano una unità su tutto.

 

Presentarsi alle politiche divisi significherebbe o non raggiungere la soglia di sbarramento scritta o non scritta, oppure fare la “lista cespuglio” a destra o sinistra. Il digitale sarà fondamentale per la partecipazione attiva, dei cittadini sostenitori, alle scelte della futura federazione, ma servirà un approccio dei leaders aperto e disponibile. Il centro sarà un’idea nuova, con processi innovativi, con un pensiero politico solido e con la partecipazione attiva dei cittadini.

 

Abbiamo un anno per farlo, per favore non sprechiamolo.

Il ruolo della diplomazia popolare. L’Italia può dispiegare iniziative che nascano dal basso, mirando ad aprire spazi di pace.

La diplomazia popolare è un’azione esercitata da soggetti non governativi in dialogo con altri soggetti non governativi per influenzare i governi, con lo scopo di ridurre o terminare i conflitti. Il mondo non si spiega solo con gli Stati

 

Giorgio La Pira andò in Russia, in Vietnam, in Usa, in Cile come sindaco di Firenze. Firenze è ancora gemellata con Kiev. Più un fatto profetico che politico, si dirà. Vero. Ma noi rivendichiamo il fatto che la politica abbia bisogno di profezia, anche nei tempi apparentemente tranquilli, senza conflitti. Quando i tempi e i problemi diventano di colpo urgenti – e le persone muoiono uccise e gli Stati sono invasi – i gesti da compiere si scelgono con sapienza, con la sapienza della realtà, con concretezza, secondo l’etica della responsabilità, a difesa della vita delle persone e del diritto. Alcuni gesti saranno dunque obbligati, altri bisognerà inventarli, aprendo più strade possibili per conseguire lo stesso obiettivo, ossia la pace. Le strade più piccole potrebbero improvvisamente assumere un valore politico più grande. Tra queste strade vie è anche quella della diplomazia popolare.

La diplomazia popolare è una pratica, è un’azione esercitata da soggetti non governativi in dialogo con altri soggetti non governativi per influenzare i governi, con lo scopo di ridurre o terminare i conflitti. Il mondo non si spiega solo con gli Stati. Gli Stati devono comunque fare i conti con i cittadini più o meno organizzati. L’Italia è costituita da migliaia di corpi intermedi – a partire dai Comuni e dalle associazioni – che intrattengono relazioni nazionali, internazionali e transcontinentali. Lo stesso vale per molti altri Paesi. Alcune relazioni tra i soggetti non governativi sono intermittenti, altre temporanee, altre ancora strutturate: ma ci sono, esistono, dialogano, creano interessi comuni, valori condivisi. Ci sono gemellaggi, collaborazioni universitarie – peraltro la parola università dice di una vocazione chiara perfino eccedente il mondo – reti associative formali e informali, luoghi dove le Ong siedono presso organismi internazionali dando vita a “conferenze parallele”, contatti e interessi condivisi. Ci sono le imprese, che saranno anche un altro “paio di maniche” ma pur sempre di grande rilievo internazionale, globale. Ci sono le chiese e le religioni, dove il dialogo più sincero è anche intessuto di preghiera. Insomma, una matassa di fili che si intersecano, si incontrano, si mischiano, si snodano e che – se la corrente che passa è quella della pace – possono fornire una straordinaria (nel vero senso della parola, cioè fuori dall’ordinario) energia politica. Giovanni Bianchi, grande presidente delle Acli, ci ha sempre creduto. D’altra parte noi non viviamo in un mondo ordinato dove basta il dialogo tra gli Stati, viviamo in un mondo dinamico e imprevedibile dove il potere è poliarchico, complesso, nascosto, distribuito su migliaia di soggetti di diversa specie.

La diplomazia popolare usa il cosiddetto soft power sociale, culturale, economico per influire sulle scelte di politica internazionale: può dunque ben affiancare il lavoro della diplomazia ufficiale mobilitando molti altri interlocutori. Non è un errore pensare ad un vero e proprio affiancamento. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ci suggerisce che sono le persone e i popoli i soggetti originari del diritto, ancor prima degli Stati. Gli Stati devono solo riconoscere i soggetti così come riconoscono i diritti. Ma non tocca agli Stati a far nascere i diritti: agli Stati tocca solo il riconoscerli. Per questo una diplomazia popolare ha legittimità. Potremmo dire che ha una legittimità non inferiore alla diplomazia ufficiale. Se avrà anche efficacia, lo vedremo. E allora, perché non servirsene? Amnesty International o la Comunità di Sant’Egidio, per esempio, hanno dimostrato che sono buone strade. Perché non attivare le migliaia di reti che innervano il corpo internazionale? In fondo la radice del potere è la relazione: saranno anche relazioni di potere, ma pur sempre di relazioni si tratta, e quindi soggette ad essere influenzate.

Nessuna neutralità, nessuna equidistanza, come dice Liliana Segre, siamo dalla parte della democrazia e vogliamo che la parte diventi il tutto. Noi non possiamo accettare un mondo senza libertà e giustizia, senza quei valori che il presidente Mattarella ha espressamente richiamato al congresso dell’Anpi. La posta in gioco è la democrazia e i diritti in uno scenario internazionale che con fatica si costruisce incessantemente dal 1945 in avanti e che dobbiamo difendere, custodire e ampliare per evitare che i conflitti siano regolati schiacciando un grilletto o un bottone, invadendo degli Stati sovrani, lanciando droni sulle scuole, aumentando costantemente il bilancio delle spese militari (a proposito, a quando l’esercito europeo? Non è questa la buona occasione?). La pace si costruisce con la democrazia. La democrazia è un bene da difendere. Putin sta minacciando un bene prezioso.

Karl von Clausewitz sosteneva che la guerra fosse la continuazione della politica con altri mezzi. Non credo proprio. La guerra c’è, è una realtà e una volontà: non confondiamola sempre con le insufficienze della politica. Però è vero il pensiero per cui la politica può bloccare o rallentare la spirale negativa della guerra, perché non si sa mai cosa può accadere in una guerra, può percorrere la pace. Oltre a quanto si sta facendo, si possono tentare più strade.

 

Roberto Rossini, sociologo, è stato Presidente delle ACLI.

Tra  fede e responsabilità politica in questo tempo di guerra. Il nostro dilemma: come coniugare fede e realismo?

Noi cattolici siamo di fronte al permanente dilemma: come restare fedeli agli orientamenti pastorali della Chiesa e alle nostre responsabilità politiche? Se da un lato, non possiamo che accogliere con rispetto le indicazioni del Pontefice, coerenti con i fondamentali della nostra dottrina sociale e per noi degli insegnamenti sturziani in materia, dall’altro, dobbiamo essere rispettosi degli impegni che derivano all’Italia dalla sua partecipazione all’Unione europea e alla NATO.

A riguardo della guerra russo ucraina, su un dato di fatto indiscutibile, ritengo siamo tutti d’accordo: Putin è l’invasore e l’Ucraina la vittima. Sui modi per concorrere alla pace le posizioni sono molto diverse, anche se prevale la dicotomia tra quanti intendono sostenere militarmente i resistenti e quanti si professano pacifisti senza se e senza ma. Fedele alla nostra storica tradizione democratico cristiana a sostegno dell’Unione europea e dell’alleanza atlantica, mi sono fin dall’inizio schierato tra coloro che hanno scelto la linea del governo Draghi, coerente con la fedeltà ai nostri trattati comunitari e della NATO.

Dopo il netto pronunciamento di ieri di Papa Francesco contro i governi che hanno deliberato l’aumento delle spese militari al 2%, come da molto tempo richiede la NATO, vivo un serio imbarazzo. Che fare allora per aiutare i resistenti valorosissimi dell’Ucraina, novelli Davide contro il gigante russo Golia? Oltre alle sanzioni che UE e USA hanno stabilito in forme assolutamente inedite e ampie, o si aiutano inviando loro armi e munizioni tenendo conto della superiorità incommensurabile tra le dotazioni dei due contendenti, o si ricorre alle rogazioni e alle marce per la pace che dovrebbero favorire la diplomazia.

Papa Francesco si è nettamente dichiarato per queste ultime opzioni, dopo che il segretario di Stato, card. Parolin, aveva ammesso la legittimità della difesa operata dagli ucraini vittime dell’occupazione putiniana e del loro sostegno anche militare. Comprendo e condivido il richiamo al vangelo di Luca che avrebbe consigliato al presidente Zelensky di fare bene i conti prima di decidere di sostenere l’impraticabile scontro, così come, ovviamente, quello di Papa Francesco ispirato ai valori fondamentali della nostra fede cristiana. Ricordo anche la nostra Costituzione che all’art. 11 stabilisce: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, anche se all’art.52 pone la difesa della patria quale “sacro dovere”. Un dovere che non vale solo per noi, ma anche per i valorosi resistenti ucraini.

Furono temi molto dibattuti all’assemblea costituente, resi drammaticamente attuali da questa infame guerra. Nella difficilissima, possibile azione diplomatica, richiesta alla Santa Sede dallo stesso presidente ucraino, è ragionevole ritenere che la netta presa di posizione neutrale di Papa Francesco serva anche a favorire tale opportunità, resa tanto più difficile dopo che la chiesa ortodossa russa, divisa dall’altra chiesa di Kiev, si è posta come sostegno morale e culturale al dominio putiniano della Russia.

Noi cattolici siamo di fronte al permanente dilemma: come restare fedeli agli orientamenti pastorali della Chiesa e alle nostre responsabilità politiche, che discendono dalla nostra azione autonoma e pienamente responsabile di laici impegnati nella “città dell’uomo”? Se da un lato, non possiamo che accogliere con rispetto le indicazioni del Pontefice, coerenti con i fondamentali della nostra dottrina sociale e per noi degli insegnamenti sturziani in materia, dall’altro, dobbiamo essere rispettosi degli impegni che derivano all’Italia dalla sua partecipazione all’Unione europea e alla NATO. Infatti, NATO e UE sono due scelte che appartengono alla storia, compiute da governi a guida DC e hanno costituito le fondamenta della politica estera dell’Italia dal secondo dopoguerra sino ad oggi, a parte la triste caduta russo cinese del governo giallo-verde di Conte e Salvini. 

Sappiamo che, comunque finisca questa tragica guerra, non saranno più gli equilibri di Yalta a sopravvivere. Essi, infatti, sono stati fatti saltare da questa scelta scellerata di Putin, contraria a ogni regola e principio di diritto internazionale. Esistono molti motivi per i quali noi cattolici democratici e cristiano sociali siamo critici con l’Occidente dell’età della globalizzazione. Superato il principio del NOMA (Non Overlapping Magisteriae), non possiamo condividere una situazione nella quale politica ed economia reale sono ridotte al ruolo servente del potere dei gruppi finanziari dominanti; così come non possiamo condividere il prevalere di un relativismo morale che intende sconvolgere i più elementari diritti naturali su cui si fonda tutta la nostra eredità morale, culturale e sociale, elevando a diritto ogni desiderio individuale. Non possiamo accettare, a fortiori, che l’8% della popolazione mondiale che detiene il 90% delle risorse del pianeta giochi a fare la guerra Sappiamo anche, però, che non potremo mai rinunciare ai valori di democrazia, giustizia e  libertà che, insieme alle altre culture di ispirazione democratica, laica e liberale abbiamo contribuito a iscrivere nel patto costituzionale. 

C’eravamo illusi con il nostro Beato Giorgio La Pira, che, nell’età nucleare, non valesse più il principio “si vis pacem para bellum”. Putin sta dimostrando che questo non solo è possibile, ma è disponibile ad andare avanti sino alla fine; sino, cioè, a quella che sarebbe la fine del mondo. Non sono tempi di scelte facili, specie per noi cattolici divisi tra fede e realismo politico, eppure, come ci ammoniva Aldo Moro: questo è il tempo che c’è dato di vivere. Parteciperemo a preghiere e a marce della pace, non mancando però di sostenere gli impegni internazionali del Paese. E contiamo fiduciosi sul ruolo che il Santo Padre potrà assumere per por fine a questo immane massacro.

 

Il caso Spallanzani-Gamaleya. Bisogna fare piena luce sul modello di collaborazione realizzato. Solo aiuto umanitario?

Dopo l’audizione dell’ex premier Conte al Copasir, la sensazione che l’area del non detto sia ancora ampia, e dunque suscettibile di necessarie verifiche per conoscere la verità dei fatti, resta molto forte.  

Ci stiamo abituando alla guerra, a ciò che l’ha coadiuvata fino a ieri negli intrighi della lenta e scrupolosa preparazione? Ci rassegniamo perciò al fatalismo che abbraccia la subdola propaganda degli imbonimenti, specie se avviati e consumati nel contesto eccezionale della lotta nazionale e internazionale al Covid-19? Forse no, speriamo di no. I fatti ci confortano a sufficienza, dato che la stessa equivoca vicenda della missione russa a sostegno della sanità italiana è stata messa in queste ore sotto i riflettori. 

In effetti, vari segnali lasciano capire quanto sia crescente l’attenzione a fenomeni in altri tempi poco avvertiti dalla pubblica opinione. Stiamo in guardia come non mai, perché la guerra pressa da vicino con il suo carico di minaccia, essendo alle porte di casa nostra. 

Il sentimento di pace urta contro le dinamiche quotidiane dello scontro armato, ma non si acquieta ambiguamente nel pacifismo a tutti i costi. Finora l’Occidente ha dato prova di unità e di fermezza, sposando la causa del popolo ucraino a fronte della “operazione speciale” scatenata dalla Russia. Sono passate quattro settimane dall’invasione eppure, come titolava l’altro ieri l’Osservatore Romano, sembra un tempo “lungo un secolo”.

È accaduto, durante la fase più acuta della pandemia, che l’aiuto della Russia sia stato ben accolto in forza di una comprensibile ragione: urgeva moltiplicare gli sforzi, quali che fossero, per vincere il virus. Non che mancassero, fin dal primo momento, le preoccupazioni. Il sospetto aleggiava, sebbene fosse rimosso nella coscienza collettiva. In effetti, dietro lo slancio umanitario faceva capolino una strategia, per fare del vaccino Sputnik un’arma a disposizione di Putin. E dunque, oltre gli imperativi della scienza, premeva l’insidia di una indebita penetrazione nella sfera dei big data sanitari.

Ora, abbiamo bisogno di verità. Non è accettabile che si chiuda la collaborazione tra due Istituti, lo Spallanzani di Roma e il Gamaleya di Mosca, senza fare chiarezza sulle premesse e le conseguenze degli accordi sottoscritti. S’è peccato d’ingenuità? La verifica va fatta scrupolosamente per accertare eventuali responsabilità. Le parole dell’ambasciatore Razov, pronunciate ieri sull’onda della polemica con “La Dtampa”, sono state troppo generiche. Del resto, le reazioni intervenute a seguito dell’audizione di Conte al Copasir continuano ad alimentare dubbi e timori (nonostante le rassicurazioni del ministro Di Maio). 

Insomma, liquidare tutto con un che di fastidio, senza offrire precisi elementi di rassicurazione sulla bontà dei patti convenuti, indebolisce la credibilità delle istituzioni. Per questo, in definitiva, tanto il Governo quanto la Regione Lazio hanno il dover di dissipare la nebbia che continua ad avvolgere il caso. Bisogna farlo, e possibilmente in fretta.

Lavoratori fragili, inammissibile distrazione sulle tutele ad essi riservate. Bisogna intervenire per porvi rimedio.

Possibile che a fronte di 3,4 miliardi di euro stanziati nel PNRR per biblioteche, marciapiedi e canili municipali non si è trovato un euro per garantire la salute dei chemioterapici, degli immunodepressi, degli invalidi ex legge 104/1992?

In due  anni di pandemia e di stato di emergenza la vicenda riguardante le tutele sanitarie dei cosiddetti “lavoratori fragili” ha vissuto alti e bassi in quanto a provvedimenti assunti e in ordine ai tempi utili per renderli esecutivi. Si tratta di una categoria di lavoratori che, a motivo delle patologie certificate di cui sono portatori, necessitano in particolare di tutele per la sovraesposizione al contagio, sebbene in via generale abbiano comunque bisogno, sul piano della prevenzione e della profilassi, di particolari provvidenze normative. 

Sostanzialmente sono state due le forme di tutela assunte sul piano legislativo: il lavoro agile o Smart working – laddove possibile – e l’equiparazione della eventuale malattia al “ricovero ospedaliero” senza computo dell’assenza nel “periodo di comporto contrattuale”. Le due tipologie di tutela hanno marciato in parallelo, di rinnovo in rinnovo, estendendosi fino al 31 marzo 2022 p.v. In prossimità della scadenza di questo trimestre gennaio-marzo ci si attendeva dal Governo una proroga delle due fattispecie normative. Nella bozza del decreto legge governativo era rispettato il proseguimento dello Smart working fino al 30 giugno, mentre si confidava in un analogo rinnovo della equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero. Inaspettatamente dal  testo del DL approvato dal Governo in data 24 marzo, n. 24, sono “sparite” entrambe le tutele. Siamo stati i primi ad accorgercene grazie al testo fattoci pervenire dall’esperto legislativo Francesco Alberto Comellini, nostro validissimo collaboratore .

A questo punto – sic stantibus rebus – la situazione è quella di cui al  citato DL 24/2022 e può essere riassunta nel modo seguente.

Il decreto legge 24 marzo 2022, n. 24  (Disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da COVID-19, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza. (22G00034) (GU Serie Generale n.70 del 24-03-2022) non contiene alcun riferimento alle tutele sanitarie a favore dei cd “lavoratori fragili” , né nell’articolato , né negli allegati A e B. Ciò a differenza di quanto previsto dall’art 17 – comma 3/bis e 3/ter della legge 18/2/2022 n.° 11 (in applicazione con modifiche del DL 24/12/2021 n° 221). Il DL 24/2022 considera evidentemente cessate tali tutele con la decretazione della fine dello stato di emergenza al 31 marzo 2022. Tuttavia è fondamentale osservare che la materia delle tutele dei lavoratori fragili non va più considerata con riguardo al termine dello stato di emergenza bensì facendo riferimento al Decreto Interministeriale 4/2/2022 che stabilisce quali patologie siano considerate meritevoli di tutela per la condizione di fragilità o ultrafragilità dei soggetti interessati.

Pertanto sarebbe non solo opportuno ma consequenziale e applicativo, rispetto al citato decreto interministeriale 4/2/2022 ripristinare le due tutele previgenti, originariamente previste dai commi 2 e 2/bis  – art. 26 del DL 17/3/2020 n° 18 , rinnovate con i sopra citati comma 3/bis e comma 3/ter dell’art. 17 – legge 18/02/2022 n° 11.

Estromettere dal Decreto Covid 2022 del 24/3/2022 le suddette tutele (smart working ed equiparazione della malattia a ricovero ospedaliero) sarebbe un grave vulnus in danno dei lavoratori fragili, specie in questa fase di accertata ripresa del contagio da Coronavirus. Significherebbe sovraesporre i lavoratori in situazione di fragilità accertata e riconosciuta tra le patologie di cui al DI 4/2/2022 a situazioni di potenziale pericolosità. Dunque, occorre un emendamento che corregga questa evidente, grave ingiustizia che ignora il contenuto esplicito del più volte citato DI 4/2/2022 e le malattie in esso pedissequamente elencate.

Insomma, il mancato rinnovo delle due tutele sopra descritte e fin qui assunte di proroga in proroga ha colto tutti di sorpresa. Il decreto interministeriale predisposto dal ministro Speranza ed emanato il 4 febbraio u.s. ha tra l’altro sancito lo status di fragilità di una serie di patologie nel decreto stesso elencate. Stupisce che non si sia tenuto conto di questo provvedimento che opportunamente definisce le condizioni di fragilità. Esse restano oltre la fine dello stato di emergenza e vanno tutelate. 

È davvero grave che l’esecutivo se ne sia dimenticato. A fronte di 3,4 miliardi di euro stanziati nel PNRR per biblioteche, marciapiedi e canili municipali non si è trovato un euro per garantire la salute dei chemioterapici, degli immunodepressi, degli invalidi ex legge 104/1992? Un paradosso inspiegabile che porta a chiederci cosa ne pensi il Ministro per le disabilità. Si tratta di una dimenticanza o di una scelta? Legittimo attendersi una spiegazione. Ancor più importante ricevere garanzie che a questo vulnus si porrà rimedio.

 

La politica estera e le alleanze del futuro.

In vista delle prossime elezioni politiche, è indispensabile e necessario individuare nella politica estera l’elemento decisivo capace di qualificare un progetto politico e un programma di governo.

Com’era facile prevedere e pensare, la politica estera è destinata a ritornare decisiva e determinante per la costruzione delle future alleanze e coalizioni politiche. Anche e soprattutto nel nostro paese. Certo, arriviamo da una stagione dove la definizione delle alleanze era dettata dai dogmi del populismo e dell’antipolitica. E, di conseguenza, tutto ciò che è stato costruito, pianificato e gestito in questi ultimi anni è stato il frutto di una deriva politica dove proprio la politica estera è stata sacrificata sull’altare nel “nulla della politica”, per dirla con Mino Martinazzoli. 

I risultati concreti li abbiamo registrati non solo prendendo atto della fragilità delle coalizioni nate dopo il risultato elettorale del marzo 2018 ma anche, e soprattutto, dalla sostanziale assenza di un progetto politico che fosse capace di orientare e condizionare il ruolo dell’Italia nello scacchiere europeo ed internazionale. E i comportamenti concreti e specifici dei due partiti che in questi hanno dominato e caratterizzato la politica italiana è emerso in tutta la sua contraddizione in questo drammatico conflitto bellico. 

È appena sufficiente osservare ciò che capita all’interno dei 5 stelle per rendersene conto. La bilancia oscilla tra l’antica amicizia con la Russia di Putin, sbandierata e urlata in più occasioni e il solito comportamento, ormai quasi scontato, trasformistico ed opportunistico di chi, all’interno di quel soggetto politico, ricopre ruoli di governo. Insomma, sulla politica estera manca una bussola. Ovvero, manca la bussola che permette ad un partito di indicare una strada e al paese una direttrice di marcia coerente e credibile. La stessa cosa la si può evincere guardando la strategia della Lega salviniana. Dal sovranismo e dalla profonda amicizia politica con l’autocrate russo ad una politica della pace che assomiglia più agli ultimi sussulti del pacifismo nostrano che non ad una reale ed autentica politica estera fatta di alleanze, accordi, mediazioni e costruzione di rapporti all’insegna di una politica estera credibile, coerente e possibilmente anche seria. Cioè non sottoposta a continui sbandamenti e a repentini cambi di orizzonte dettati, il più delle volte, solo e soltanto dai sondaggi. Anche perché se c’è un settore che non può essere sottoposto alle leggi dei sondaggi d’opinione questo è proprio il comparto della “politica estera”. 

Ma, del resto, e al netto del cambiamento profondo dell’epoca storica in cui viviamo rispetto al passato, anche solo recente, vi immaginate i grandi statisti del passato che hanno ricoperto l’incarico di Ministro degli Esteri nel corso degli anni sottoporre la propria politica estera ai sondaggi di opinione? O i grandi partiti del passato che potessero governare senza un chiaro indirizzo di politica estera?. Quella era, come tutti sappiamo, la stella polare che condizionava e caratterizzava quei partiti popolari e di massa. E, di conseguenza, la politica di un intero paese.

Ecco perché, anche e soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche, è altresì indispensabile e necessario individuare nella politica estera l’elemento decisivo capace di qualificare un progetto politico e un programma di governo. Se il tempo di un ridicolo populismo e di un grottesco sovranismo è giunto al capolinea, adesso lo si deve dimostrare con i fatti e non più con il battutismo televisivo o i tweet da tastiera. Governare, soprattutto dopo questa drammatica guerra, è altra cosa. Servono partiti veri e leader capaci e riconosciuti. “L’uno vale uno” può essere tranquillamente archiviato e rispedito al mittente.

 

Mounier e il suo discernimento: riedizione di un saggio del filosofo francese curata da Stefano Ceccanti. Intervista su RaiNews.

Nuova edizione, curata dal costituzionalista Stefano Ceccanti e dal filosofo Giancarlo Galeazzi, del libro “I cristiani e la Pace”, del grande filosofo cattolico francese Emmanuel Mounier, padre del “personalismo comunitario”. Di seguito riportiamo un ampio stralcio del colloquio con il costituzionalista e parlamentare del Pd.

Pierluigi Mele

Il costituzionalista Stefano Ceccanti e il filosofo Giancarlo Galeazzi curano una nuova edizione, appena pubblicata, acquistabile su Amazon, dall’Editrice Castelvecchi  di un libro del grande filosofo cattolico francese Emmanuel Mounier, padre del “personalismo comunitario”: “I cristiani e la Pace”. In questa intervista a Stefano Ceccanti ci facciamo spiegare l’importanza di questo saggio.

Ceccanti, lei e il prof. Galeazzi, presentate, in un momento particolare, questa nuova edizione di un bellissimo testo di Emmanuel Mounier. Cosa contiene di così strategico per riproporlo oggi?

Mounier ci guida in un difficile discernimento. Cosa fare di fronte a forme di volontà di potenza come quella manifestata da Hitler con l’aiuto a Franco nella Guerra di Spagna, con la pace ingiusta e provvisoria di Monaco? Certo, la storia non si ripete, non è mai uguale, le analogie sono sempre imperfette. Inoltre, il discernimento, da un lato suppone dei criteri universali e l’assunzione di una responsabilità, dall’altro, tuttavia, accetta che anche persone che hanno una medesima ispirazione possano arrivare in concreto a esiti diversi. Il discernimento esclude perciò tanto il relativismo quanto i fondamentalismi, i semplicismi. Qual era il punto di partenza di Mounier? La teoria della guerra giusta è stata contestata perché finiva per essere, di fatto, un passe-partout, in cui nella Chiesa cattolica si finiva per ritenere giusta qualsiasi guerra fatta da cattolici, anche senza i toni da ‘guerra santa’ usati oggi dal patriarca Kirill e, all’epoca, da vari vescovi spagnoli durante la Guerra di Spagna. 

Però non si poteva e non si può per questo passare all’estremo opposto per cui a priori ogni forma di legittima difesa armata sarebbe inaccettabile. C’è sempre la possibilità che una volontà di potenza come quella di Hitler allora e come forse quella di Putin oggi debba essere arginata anche con le armi. Chi ci assicura che dopo l’Ucraina non possa essere la volta di Moldova, Georgia e forse anche dei Paesi baltici, se non si reagisce? Mounier, quando rifiuta il bellicismo e il pacifismo astratto, ci invita esattamente a questo tipo di discernimento storicamente concreto. 

Lei arricchisce il volume con una densa prefazione in cui, da giurista, analizza, tra l’altro, alcuni contenuti del pensiero di  Mounier con la Dottrina Sociale della Chiesa e la Costituzione italiana. Quali correlazioni, in particolare con l’articolo 11 della nostra Costituzione? 

L’articolo 11 va letto per intero. Il ripudio della guerra è ripudio di tutte le forme di aggressione, delle nostre, ma anche di quelle altrui. Per questo esso, in un unico comma, sfocia sulle limitazioni di sovranità e quindi su organizzazioni sovranazionali capaci di rispondere alle guerre di aggressione, capaci di porre gli aggressori in condizione di non nuocere. L’articolo 11 è stato utilizzato in modo coerente sia per l’adesione all’Onu, sia per quella alle varie Comunità europee (oggi Unione europea), sia alla Nato. Scelte sulle quali o sin da subito o comunque in progressione nel corso dei decenni si è verificata una sostanziale convergenza delle forze che avevano votato la Costituzione. Peccato che non si riuscì, a causa del blocco da parte del Parlamento francese, a dar vita nel 1954 alla Comunità europea di Difesa, a cui De Gasperi e Spinelli avevano dato una curvatura anche di federalismo politico. Si pensi che grazie ai due grandi italiani l’articolo 38 del Trattato prevedeva che l’Assemblea parlamentare della Ced si costituisse in Assemblea costituente per redigere un progetto di costituzione federale o confederale per l’Europa dei Sei.

Torniamo però all’Onu. Se si legge bene la Carta di quell’Organizzazione agli articoli 51 e 52 troviamo tre principi: diritto di autodifesa degli aggrediti, centralità del Consiglio di Sicurezza, valorizzazione in chiave sussidiaria di accordi regionali. Ora, in caso di aggressioni ad altri Paesi, anche non alleati, quali sono le scelte più conformi nella logica dell’articolo 11? La migliore in assoluto è quella di dar seguito alle decisioni del Consiglio di Sicurezza, ma se esso risulta bloccato come in questo caso a causa del veto russo, bisogna comunque utilizzare gli altri due perni: supporto al diritto di autodifesa degli aggrediti e scelte multilaterali in sede Ue e Nato. Quello che stiamo facendo non è quindi in deroga all’articolo 11, ma in coerenza con esso e sempre in una logica di scelte proporzionate, di equilibrio tra il bene che si fa nell’aiutare chi si difende e il male che si arreca a chi attacca. Per questo diamo armi ma non entriamo in uno scontro frontale con una no fly zone. 

 

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https://www.rainews.it/articoli/2022/03/mounier-e-il-suo-discernimento-a-volte-bisogna-scegliere-tra-mai-piu-guerra-e-mai-piu-srebrenica-a97d082c-8496-402b-87e2-13c3b2a7e471.html

Il Museo “Galluras”, un gioiello nel cuore della Sardegna. Uno scambio di battute con il direttore, Pier Giacomo Pala.

Il museo è famoso per contenere un “pezzo” raro. Nella camera da letto è posto un manichino vestito di tutto punto, come un’anziana donna, in abito sardo. È lei la non unica ma più grande protagonista delle storie narrate dai mille e più oggetti raccolti, catalogati, esposti e custoditi in loco. Quella della “Agabbadora” è una figura tetra e lugubre. 

Il Museo Galluras, a Luras. Il gioco di parole evoca una piccola realtà con un piccolo, grande polo culturale. Il Museo Etnografico è inserito in un palazzetto a tre piani di fine 1700, con il classico granito a vista, tipico della regione. Il percorso museale è su tre livelli, con ingresso e uscita attraverso il piano terra. Migliaia di oggetti, piccoli e grandi, testimoniano la vita delle generazioni passate in Sardegna e, in senso più ampio, nel nostro Paese: dagli antichi ferri da stiro a vesti contadine, tinozze e vasellame, forbici, roncole, attrezzi di tutti i giorni utilizzati nella stalla, in cucina, in camera da letto, che raccontano la storia dei nostri antenati. L’artefice di questo piccolo “miracolo” espositivo e divulgativo è Giacomo Pala. Il museo si trova in Via Nazionale 35, a Luras, una cittadina in provincia di Sassari, in cui i dolmen (Alzoledda, Billella, Ciuledda, Ladas …) e i nuraghe, immersi nelle campagne, da tempo immemore testimoniano che, già in periodo Neolitico (2700 a.C.) il territorio era abitato. 

Il museo è famoso per contenere un “pezzo” raro. Nella camera da letto è posto un manichino vestito di tutto punto, come un’anziana donna, in abito sardo. È lei la non unica ma più grande protagonista delle storie narrate dai mille e più oggetti raccolti, catalogati, esposti e custoditi in loco. Quella della “Agabbadora” è una figura tetra e lugubre. Una figura arcaica, oscura, tenebrosa; ma anche pietosa e caritatevole. Lo spiegherò aiutato proprio da Pier Giacomo Pala, direttore del museo.

Direttore, quando e come ha avuto le ultime notizie della Agabbadora?

Mi occupo dal 1981 della figura e della pratica della Femina Agabbadora, quando da un anziano di Luras, in Gallura, vengo a conoscenza del tema. In questo spazio di tempo ho raccolto tante testimonianze l’ultima delle quali è del 2003. Intervisto un prete, chiamato a sostituire un suo collega in un paesino del centro Sardegna. È durante questa intervista che il sacerdote mi riferisce “nel mese di marzo una signora, tra gli 80/85 anni, si presenta al confessionale e con voce tremolante ma decisa pronuncia queste parole: “sono un’Agabbadora, il mio ultimo intervento è di un mese fa, con una mano ho chiuso naso e bocca di un malato terminale, e ho posto fine, con il soffocamento, alle sue sofferenze.”

Cosa significa, di fatto, “Agabbadora” in lingua sarda?

Il termine Agabbadora deriva dallo spagnolo/catalano e sardo “acabar”, ovvero finire, porre fine, terminare. Nella fattispecie porre fine alle sofferenze (…) La pratica dell’Agabbadora si pensa che risalga al prenuragico (…).

Per chi volesse visitare il museo, può farlo digitando su Google: Museo etnografico Galluras “il museo della Femina Agabbadora” ed apre su prenotazione. Da non perdere se, visitando la Sardegna, non volete accontentarvi del mare.

Quando l’accoglienza fa gol in serie A. Uno spot per il sistema di integrazione del nostro Paese.

La storia di Moustapha Cissé, un ragazzo della Guinea nato nel 2003 e arrivato in Italia a soli sedici anni. Ma anche la fotografia di come l’accoglienza, se ben fatta, possa dare concretezza a qualcosa di vero. Merito di chi è riuscito a cambiare il corso di un cammino che al principio aveva davvero poco del roseo.

Dallo sbarco sulle coste italiane al debutto con gol in Serie A. Letteralmente, con alcune sfumature che raccontano anche molto altro. È la storia di Moustapha Cissé, un ragazzo della Guinea nato nel 2003 e arrivato in Italia a soli sedici anni. Ma è anche la fotografia di come l’accoglienza, se ben fatta, possa dare concretezza a qualcosa di vero. Merito di chi è riuscito a cambiare il corso di un cammino che al principio aveva davvero poco del roseo. Persone perbene, che dell’integrazione fanno da anni e quotidianamente il proprio obiettivo primario.

Quella di Moustapha non è una favola, almeno per gran parte della sua prosa, perché un adolescente di quell’età dovrebbe andare a scuola, stare con i suoi coetanei e vivere appieno la propria giovinezza e non essere costretto a percorrere migliaia di chilometri con la speranza di giungere in un posto più sicuro di casa propria.

Moustapha sbarca in Italia a fine 2009, assieme a tante altre persone, minori non accompagnati come lui, donne, bambini, nuclei familiari, rientrando nel programma di accoglienza e integrazione della Rete SAI, l’organo dell’ANCI che ha la competenza di un tema mai come ora attuale per noi europei ma, di fatto, ma superato. Perché adesso parliamo di ucraini, pochi mesi degli afgani, dimenticandoci in fretta delle migliaia di persone tra rifugiati, richiedenti asilo, o che fuggono da una guerra, provenienti dall’Africa, tutta, o dal Subcontinente indiano (Pakistan e Bangladesh).

La sorte assegna il suo nominativo al progetto SAI di Carmiano, in provincia di Lecce, una delle oltre duecento strutture presenti in Italia, che nel tempo è però riuscita a trovare un equilibrio tra le persone accolte e il territorio inteso come tessuto sociale e istituzioni. È qui che entra in gioco il fattore umano degli operatori di Carmiano, che vanno oltre l’ordinario, dando un valore incalcolabile al loro lavoro. Nel caso di Moustapha e degli altri ragazzi accolti, lo sforzo riguarda lo sport, il calcio e la partecipazione costante e appassionata a Rete Refugee Teams, un progetto promosso dal 2015 dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio in accordo con l’ANCI, che si rivolge proprio ai minori stranieri non accompagnati accolti in Italia. Un’iniziativa accolta con grande entusiasmo a ogni latitudine del nostro Paese e che a Carmiano si radicata al punto da ispirare gli altri attori che hanno contribuito a quella che per Moustapha diventerà davvero una favola. Parliamo di Vincenzo Nobile, oggi direttore della società sportiva Rinascita Refugee fondata nel 2019 a Copertino, piccolo centro del Salento a pochi chilometri proprio da Carmiano. 

Un binomio perfetto, da un lato un centro di accoglienza di giovani ragazzi, in questi anni prettamente africani, dall’altro un club di Seconda Categoria nato per fare inclusione attraverso lo sport. A fare da collante da un idillio, che a parole sembra scritto, ma che per trovare un suo sbocco necessita e avrà sempre bisogno di grande lavoro, Hassane Niang Baye, oggi quarantenne, ex Under 19 del Senegal che dopo aver tentato la fortuna calcistica in Europa ha trovato il suo mondo e il suo futuro in Salento, come mediatore culturale del SAI di Carmiano e tecnico di Rinascita Refugee.

Siamo a cavallo tra il 2019 e il 2020 e grazie a questi incontri che la vita di Moustapha cambia e prende la direzione di un racconto fantastico andato ben oltre le aspettative di ognuno. Il giovane guineano, come molti dei suoi coetanei amante del calcio, si aggrega al gruppo dalla doppia anima di Carmiano-Coperino e inizia ad allenarsi regolarmente come previsto sia dal progetto Rete della FIGC che dalla pianificazione della società. Non può essere tesserato, per via delle disposizioni a tutela dei minori stranieri dettate dal massimo organo internazionale calcistico quale la FIFA, inoltre piomba sul mondo la pandemia, il lockdown e tutte le restrizioni annesse. Di fatto disputa solo le due tappe pugliesi del progetto della Federcalcio e un’amichevole. Un’apparizione con la maglia della Rinascita Refugee che lo proietta in un nuovo mondo. La squadra dilettantistica di Copertino affronta la formazione Primavera del Lecce, in un impari derby salentino, al quale però assiste un osservatore dell’Atalanta, che nota il talento di Moustapha e decide di dargli fiducia. 

Dopo l’estate, mentre la squadra del centro di accoglienza, a causa di un caso di positività vede sfumare il sogno della finale del progetto Rete (a cui avrebbe partecipato anche Cissè), il giovane africano va in prova con la Primavera della squadra bergamasca. Tre giorni per convincere la società orobica a prenderlo e un mese dopo il viaggio dall’Africa compie un ulteriore balzo verso Bergamo. Ancora non può essere tesserato, ma il club nerazzurro gli garantisce una borsa di studio per farlo andare a scuola in attesa che compia diciotto anni. Moustapha si allena con i suoi nuovi compagni e lo scorso inverno, finalmente scende in campo con la maglia della Primavera dell’Atalanta segnando una doppietta al Milan.

Il resto è noto e assume i contorni del sogno, esordio in Serie A, gol al Bologna e i titoli dei giornali che parlano di lui. Quello che in pochi sanno è cosa c’è alle spalle della sua storia e cosa rappresenta nell’ambito dell’integrazione. Perché la storia di Cissè, non è solo la Serie A, ma la dimostrazione di come l’accoglienza possa davvero funzionare e che per farlo ha bisogno di un sistema coeso, possibile, perché, ed è questo che va ribadito con forza, è possibile, grazie all’impegno di ognuna delle parte competenti.

Perché senza il centro di accoglienza SAI, senza la professionalità del personale che vi opera, senza la volontà dei dirigenti della Rinascita Refugee e senza il supporto degli enti locali tutto questo non sarebbe stato possibile. Togliendo la Serie A di Moustapha dall’equazione il risultato non cambia: tra quel gol e il nulla a cui spesso va incontro chi ha anche la sfortuna di non essere accolto in modo degno, c’è la nostra realtà di tutti i giorni. Un mondo fatto di persone che lavorano, coesistono, di vere opportunità e di un sistema di accoglienza e integrazione che politicamente e formalmente può funzionare.

 

Ucraina-Russia, urge un accordo di pace. Che sarà un mero compromesso. Indispensabile, però.

Ora è il tempo della trattativa. Lo dovrebbe sapere Zelens’kyj ed è auspicabile che lo abbia compreso anche Putin. Potrà essere, come pare, la Turchia (che ha motivi fondatissimi per promuovere un accordo di pace) a guidarla. Ma fossero pure Israele o il Vaticano è urgente che essa si instradi già in questi giorni sul binario giusto. 

Il Presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha dimostrato in tutto questo mese di guerra di possedere naturali doti comunicative e una capacità indiscutibile nell’uso dei social media. Ovvero ha saputo con facilità tradurre su un piano operativo diverso, tragicamente diverso, le proprie competenze e abilità professionali. Probabilmente facilitato da un tratto caratteriale socievole, è da immaginare, avendo scelto di impegnarsi – con successo – nella carriera dell’intrattenitore e dell’attore umoristico.

Su questo piano egli ha stravinto sin dal primo giorno il confronto con il suo truce avversario, rinchiuso da due anni nel bunker del Cremlino, lontano fisicamente anche dai suoi più stretti collaboratori, perso nella sua cupa visione di un mondo ostile dal quale allontanare la Russia sempre di più. Zelens’kyj, però, soprattutto ha vinto anche su un altro livello, ben più importante: quello morale. E non solo perché egli è l’aggredito, mentre l’altro è l’aggressore. Egli non è fuggito, non ha portato il suo governo in esilio come pure gli era stato offerto da americani e polacchi; non ha fatto ciò che lo zar di Mosca immaginava, confidando di poter imporre a Kiev un governo fantoccio nel giro di pochi giorni. Al contrario, è rimasto nella capitale e dapprima si è mostrato al mondo tramite i social media e successivamente ha cominciato a comunicare in pubblico con chiunque desiderasse ascoltarlo, privilegiando le assemblee parlamentari in quanto espressione di quei princìpi democratici che l’Ucraina ha voluto abbracciare dopo la rivolta di piazza Maidan nel 2014.

Rimanendo nel suo Paese e da lì parlando al mondo Zelens’kyj non solo ha acquisito sul campo presso i suoi connazionali il titolo e il merito di comandante supremo della nazione ucraina; ha pure dimostrato a Putin quanto forte possa essere una democrazia, perché il popolo ha accolto con determinazione e convinzione la richiesta del suo Presidente di non subire l’offensiva russa e al contrario di resistere all’aggressore. E l’esercito ha operato al suo meglio per difendere il suo popolo, e la sua terra. Di fronte agli occhi del mondo, e un domani al tribunale della Storia, la nazione dalla bandiera giallo-blu ha vinto ed il suo Presidente pure.

Ora però bisogna con urgenza passare ad una nuova fase, quella della trattativa vera, che possa condurre ad un onorevole compromesso. Altrimenti gli orrori della guerra non solo proseguiranno, ma aumenteranno in gravità e intensità. Quanto più, infatti, l’aggressore troverà difficoltà nella sua avanzata – quello che è accaduto in queste settimane – tanto più sarà tentato a intensificare, indurire la portata militare distruttiva del suo attacco. Aumentando così non solo le devastazioni materiali e le sofferenze fisiche e psicologiche di una popolazione già stremata ma anche il raggio d’azione dell’intervento bellico, con l’utilizzo di sempre nuovi e più micidiali strumenti, come si è già visto con i missili ipersonici. E, di più, con il pericolo tremendo dell’errore tragico, quello che conduce un qualsiasi sistema d’arma dove non dovrebbe mai andare: nel caso, in territorio polacco. Con il rischio conseguente che conosciamo e che non vogliamo neppure immaginare, ma che sappiamo perfettamente esistere.

È dunque ora il tempo della trattativa. Credo che lo sappia Zelens’kyj ed è auspicabile che lo abbia compreso anche Putin. Potrà essere, come pare, la Turchia (che ha motivi fondatissimi per promuovere un accordo di pace) a guidarla. Ma fossero pure Israele o, perché no, il Vaticano è urgente che essa si instradi già in questi giorni sul binario giusto. 

La trattativa che conduce al compromesso, si sa, deve consentire ad entrambe le parti di poter celebrare un successo. La verità, ovviamente, è diversa, a cominciare dal fatto che migliaia di esseri umani, militari e civili, uccisi e che centinaia di migliaia di persone senza più una casa, un lavoro, un rifugio rappresentano una sconfitta dell’umanità. Nonché il disonore dell’aggressore. Realisticamente e concretamente, però, il compromesso deve – come detto – soddisfare almeno in parte entrambi i contendenti. Ed è su questo punto che, duole dirlo, Zelens’kyj e gli ucraini dovranno cedere su diversi punti importanti a meno di voler proseguire la guerra per anni e anni, una condizione che ben pochi vorrebbero. In compenso, potranno affermare di aver salvato l’onore e l’esistenza dell’Ucraina. Avviandola sulla strada del futuro. 

Alcuni punti sono meno complicati, forse già acquisiti. La non entrata nella NATO, certamente. Ma anche il riconoscimento delle due repubbliche separatiste di Donec’k e Luhans’k nel Donbass, se non addirittura dell’intera regione. Così pure la definitiva perdita della Crimea. Tutto ciò consentirà a Putin di dichiarare di aver conseguito i risultati che si era prefisso con l’avvio della sua “operazione militare speciale”. Tutto ciò ovviamente agli occhi delle persone perbene apparirà come somma ingiustizia, il prevalere della forza bruta, della protervia, dell’arroganza. Della violenza. Sull’altro piatto della bilancia, oltre alla fine delle ostilità armate, ci sarà comunque un carniere sanzionatorio assai pesante che nel tempo potrebbe favorire un mutamento anche rilevante nel regime di Mosca.

La situazione però è assai complicata e occorre pertanto considerare due altri punti. Il primo è quello relativo all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, caldeggiata l’altro ieri dal nostro Presidente del Consiglio nel suo intervento a Camere riunite. Un percorso che può essere intrapreso qualunque cosa dovesse dire Mosca, purché nel rispetto dell’iter previsto, semmai accelerato nei tempi ma non nel rigore: nell’interesse della UE e della stessa Ucraina tutto l’acquis communautaire deve essere realmente garantito in quanto elemento decisivo per la partecipazione all’Unione, con i suoi princìpi ed i suoi obiettivi. I problemi insorti negli ultimi anni con Polonia e Ungheria sono lì a confermarlo, in effetti. 

Il secondo punto invece è estremamente difficile da risolvere e potrebbe pregiudicare il raggiungimento del compromesso: l’accesso al mare dell’Ucraina, che Putin vorrebbe annullare. Condizione certo inaccettabile per Kiev. Forse bisognerà lavorare sul tratto orientale del Mar Nero, dove c’è la città-martire di Mariupol. Qui il tema è estremamente complicato. Non è dato sapere se se ne sia già parlato nei colloqui ospitati dal ministro degli esteri della Turchia, ma è probabile. E a oggi non si è trovata la soluzione, ovvero il compromesso.

Tutto il resto (dalla questione linguistica, alla ricostruzione, ad altro ancora) potrà essere affrontato e in un qualche modo risolto nell’ambito di un compromesso ricercato e voluto. Già, voluto. Ma l’alternativa è la guerra. Di questo occorre essere consapevoli. A costo d’essere brutali. Con una postilla. Se la Russia non fosse una potenza nucleare la guerra si sarebbe già estesa all’intero continente europeo. Non ho dubbi su questo. E’ la deterrenza nucleare che lo ha impedito. Ed è per questa drammatica ragione che l’accordo-compromesso andrà raggiunto. Quanto prima. Prima che vi sia un tragico errore, sempre possibile quando c’è una guerra in corso.

 

Parolin: c’è sempre spazio per il negoziato (Radio Vaticana).

“Incoraggiare il dialogo e la riconciliazione tra le parti in conflitto. Vicinanza ai profughi in fuga dalla guerra”. Il cardinal Pietro Parolin ha presieduto nel pomeriggio la Conferenza degli ambasciatori dell’Unione Africana e dell’Unione Europea. Sulla telefonata di ieri tra il Papa e il presidente Zelensky: “condivisa la preoccupazione sulla sicurezza dei corridoi umanitari”.

Paolo Ondarza 

“Di fronte alla tragedia in corso in Ucraina non cessa l’impegno della Chiesa nel portare speranza alle molte persone che sono state costrette ad abbandonare le loro case, come anche per i tentativi di incoraggiare il dialogo e di aprire vie di riconciliazione tra le parti in conflitto”, così il cardinale segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin intervenuto nel pomeriggio di ieri a Roma alla Conferenza degli ambasciatori dei Paesi membri dell’Unione Africana e dell’Unione Europea accreditati presso la Santa Sede.

Apertura e disponibilità al dialogo

Interpellato dall’agenzia Ansa a proposito della telefonata intercorsa ieri tra Papa Francesco e il presidente ucraino Zelensky, il cardinale Parolin ha aggiunto che una forte preoccupazione condivisa tra il Papa e il leader di Kiev è stata quella della sicurezza dei corridoi umanitari. Questo argomento è stato approfondito, ha precisato, escludendo che al momento ci siano novità rispetto all’offerta di mediazione portata avanti dalla Santa Sede.

Stop alle ostilità, spazio al negoziato.

“Resta preziosa l’opera di apertura e disponibilità al dialogo alla quale siamo spesso chiamati da Papa Francesco”, ha aggiunto il porporato parlando del ruolo della Santa Sede in un momento in cui in Europa “venti di guerra, che speravamo di non vedere più, si sono di nuovo manifestati”. “Inizialmente sembrava dovesse trattarsi di un blitz, ora le cose cambiano. Quello che noi chiediamo continuamente è che si cessino i combattimenti, le ostilità, e che poi si vada a un tavolo: c’è sempre uno spazio per il negoziato”.

Atto di consacrazione è invocazione di pace

Sulla preghiera che dopodomani [domani per chi legge, ndr] il Papa pronuncerà per consacrare e affidare l’umanità e specialmente la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, il cardinale Parolin ha precisato: “È una invocazione della pace alla Madonna, perché converta i cuori soprattutto, è un atto religioso, eminentemente religioso per cui ci si affida a Lei, Madre di misericordia e Regina della pace, perché venga in aiuto laddove tante volte le capacità umane o la volontà umana non arrivano. È un rito più nella tradizione cattolica, non credo in quella ortodossa, ma non dovrebbe creare alcun problema sul piano ecumenico. Ci sono anche molti precedenti, ci sono state anche consacrazioni nazionali o locali a Gesù, non solo alla Madonna. È chiedere l’aiuto della Madonna in una situazione così grave come quella che ci troviamo a vivere e che sembra non avere soluzione, almeno immediata”.

Vicinanza ai profughi di ogni parte del mondo

L’impegno per i profughi ucraini, ha sottolineato Parolin, è lo stesso profuso per assistere i migranti che arrivano dall’Africa. “Oggi le più scarse offerte che giungono dalle chiese che tradizionalmente sostengono i cosiddetti territori di missione creano molti problemi”, quindi si rende necessario trovare nuove forme di sostegno, ad esempio attraverso forme di collaborazione con lo Stato, senza dimenticare la ricerca di benefattori esterni. Alla Conferenza degli ambasciatori dei Paesi membri dell’Unione Africana e dell’Unione Europea accreditati presso la Santa Sede, presieduta dal segretario di Stato Vaticano, ha partecipato anche il segretario generale di Caritas Internationalis Aloysius John.

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2022-03/parolin-ucraina-russia-guerra-conferenza-ambasciatori-santa-sede.html

[Fonte: Radio Vaticana, 23 marzo 2022, 19:47]

 

 

Riordino dell’assistenza territoriale e qualità della vita. Utile il confronto tra professionisti e mons. Paglia.

Cade il concetto di curare tutti a casa, praticamente insostenibile anche in ragione dei costi. Avanza invece la linea, sostenuta anche dai tecnici del settore, della integrazione di funzioni. Si tratta di realizzare un continuum assistenziale che parta certamente dalla casa per poi sviluppare le diverse tipologie assistenziali, soprattutto in relazione ai bisogni effettivi dei singoli anziani.

Sebastiano Capurso

Un recente articolo ha presentato una sintesi dei lavori della Commissione Ministeriale per il riordino dell’assistenza territoriale, la cui presidenza è stata affidata a Mons. Vincenzo Paglia, presidente anche della pontificia Accademia per la Vita, istituzione vaticana di grande importanza, ingenerando una qualche sovrapposizione tra le posizioni delle due istituzioni, che è bene chiarire.

Infatti, proprio a seguito di un lungo e serrato e confronto con le Organizzazioni di categoria operanti nel settore, sia di ispirazione cattolica (ARIS ed Uneba) che laiche (Anaste ed Agespi), la Commissione Ministeriale sta adeguando le sue iniziali proposte alla effettiva realtà del territorio, degli utenti e dei servizi, dimostrando grande disponibilità ed intelligenza.

Un primo, fondamentale aspetto, è quello relativo all’assistenza domiciliare, che non è più presentata come alternativa all’assistenza residenziale, ma come attività complementare, rivolta cioè ad una diversa categoria di utenti, meno compromessi e parzialmente autosufficienti, con impronta più strettamente sociale, cioè con forte limitazione dei possibili interventi di tipo sanitario.

Questo per due ordini di ragioni: in primo luogo perché la complessità assistenziale relativa a pazienti gravemente compromessi, che sono gli attuali tipici utilizzatori delle RSA, mal si presta ad una presa in carico domiciliare, che richiede interventi ad elevato assorbimento di risorse professionali, e in secondo luogo proprio perché queste risorse drammaticamente scarseggiano, al momento, sul mercato del lavoro.

Quindi, si è superato con un certo pragmatismo il concetto di curare tutti a casa, praticamente insostenibile anche in ragione dei costi, assai superiori, sposando la linea, sostenuta anche dai tecnici del settore, della integrazione di funzioni. Si tratta di realizzare un continuum assistenziale che parta certamente dalla casa, come primo luogo per la valutazione e la definizione dei piani di intervento, per poi sviluppare le diverse tipologie assistenziali in relazione ai bisogni effettivi dei singoli anziani, tenendo specialmente conto di fattori ambientali, sociali, psicologici, economici e sanitari.

Da considerare inoltre che l’assistenza domiciliare non è certo la soluzione per la riduzione delle ospedalizzazioni, ma contribuisce ad un miglioramento della qualità della vita, sempre se rigorosamente improntata a criteri di appropriatezza tecnica ed applicativa.

La vera sfida, infatti, è l’assistenza personalizzata sulla base delle esigenze individuali.

Nello stesso modo appare improprio riferire alla vita di comunità le problematiche della solitudine e dell’abbandono tipiche della stragrande maggioranza delle realtà domiciliari, se solo si pensa che in Italia oltre il 56 % delle persone sole ha più di 60, e che nelle RSA, oltre alla vicinanza con altri anziani, sono svolte attività di animazione, intrattenimento, terapia occupazionale, riabilitazione, ed è costante il contatto con il personale, in genere giovane e motivato.

La pandemia ha forse riportato una narrazione di isolamento ed abbandono lontana dalla effettiva realtà delle nostre strutture residenziali, che hanno invece fortemente contribuito a preservare la vita e la integrità dei nostri anziani, proprio nei momenti più difficili dell’emergenza.

Occorre infine ricordare come finalmente, a seguito di un più attento esame della situazione italiana, che presenta una offerta di posti letto residenziali per anziani non autosufficienti inferiore alla metà della media dei paesi OCSE, si stia valorizzando la antica proposta di Anaste della “RSA aperta”, centrale multiservizi a presidio anche dei territori più periferici, centro di raccordo e di erogazione di servizi di assistenza domiciliare, semiresidenziale, di telemedicina, vero “ospedale di comunità” cioè componente fondamentale del sistema pubblico dell’assistenza territoriale, erogatore di prestazioni e servizi previsti dai LEA.

Si può aprire così una nuova stagione di integrazione e rafforzamento del sistema pubblico delle cure sul territorio, con l’avvertenza però che per ottenere un reale avanzamento della qualità dei servizi servono risorse, umane ed economiche, che al momento non sembrano disponibili : la scelta è quindi se veramente si desidera assicurare una vecchiaia soddisfacente e dignitosa, con un supporto concreto, a tanti anziani malati, soli, spesso indigenti, o se ancora una volta tale onere sarà riversato sui singoli e sulle famiglie.

Sebastiano Capurso

Presidente nazionale Anaste 

Associazione nazionale strutture territoriali e per la terza età

Italia Viva di Roma: “Su Festa del Cinema e Auditorium manca una visione”. Lo affermano i consiglieri comunali Leoncini e Casini.

Il comunicato stampa dei renziani, in Campidoglio all’opposizione, mette in evidenza la difficoltà di Gualtieri a sintonizzare le azioni della sua maggioranza. La denuncia di Italia Viva fa perno sullo ‘spettacolo’ che offre un’amministrazione ancora in fase di rodaggio: si stenta a capire, specie sul versante della politica culturale,  quale sia il progetto d’insieme. Il sindaco è chiamato a fare chiarezza.

“Sulle misure messe in campo dal Campidoglio per rilanciare la cultura nella Capitale, proprio non ci siamo”. Lo dichiarano i consiglieri capitolini di Italia Viva Francesca Leoncini e Valerio Casini, a proposito del parere sul nuovo presidente della Festa del Cinema di Roma. 

“Nulla da dire – continuano – su Gian Luca Farinelli. Il suo è un profilo sicuramente all’altezza di svolgere il ruolo di presidente della Festa del Cinema di Roma. Ma una grande capitale non può affrontare in questa maniera, burocratica, una scelta che riguarda uno dei principali asset culturali della città”.

“Il punto da cui si deve partire non è lo squallido totonomi e totopoltrone che riempie da cinque mesi abbondanti le pagine dei giornali, con tanto di particolari imbarazzanti, rispetto a conferme o meno (prima tra tutte quella del direttore artistico Antonio Monda) che sarebbero frutto di questo o di quel desiderio di singoli dirigenti di partito e non come dovrebbe essere del merito, della qualità del lavoro, del bilancio in fatto di risultati.  

“Quale visione politica ha questa amministrazione per la cultura e il ruolo che essa esercita nel rilancio della Capitale? Su questo un silenzio assordante. Lo stesso penoso spettacolo sta avvenendo sull’Auditorium Ennio Morricone, dove si chiede la rimozione dell’attuale guida senza che si sviluppi un ragionamento su cosa e dove si voglia portare una delle  ‘macchine culturali’ più importanti dell’intero Paese”. 

“C’è un sindaco eletto e c’è un assessore alla cultura. Hanno un disegno culturale per Roma? Hanno un progetto per  l’Auditorium? Per la Festa del Cinema? Lo presentino alla città e al Consiglio comunale e, solo dopo, sulla base di quel progetto e degli obiettivi che ci si è dati si proceda alla scelta delle persone” – si legge ancora nella nota di Italia Viva.

“Dopo le parole spese da grandi registi come Scorsese e Sorrentino su Antonio Monda, o la scelta di cambiare punta a un salto di qualità con un direttore più bravo e importante di Monda, oppure è solo spoil system alla romana. E francamente per Roma è ora di abbandonare la politica dell’uno vale uno”.  

“Siamo certi che il sindaco Gualtieri condivida questa valutazione e questa ambizione. Perciò prima di procedere su qualsiasi decisione vogliamo che siano lui e l’assessore competente a illustrare all’assemblea e alla città il loro progetto. Solo così  saremo disponibili ad accompagnarlo”, concludono i due consiglieri di Italia Viva. 

 

[Fonte: Agenzia Nova]

 

La guerra totale? Immorale. Un giudizio, ricordava Orfei, che costò al giovane Andreotti la censura del Regime.

L’episodio fu raccontato in una delle prime biografie del più longevo uomo di governo della DC (Ruggero Orfei, Andreotti, Feltrinelli, 1975). Così scriveva l’autore: “Per Andreotti la guerra totale, coinvolgendo tutti, civili e militari, era immorale. La censura scatenò nella FUCI un processo di analisi della guerra. Su questo tema fu convocato il consiglio superiore e al problema “Vita universitaria e guerra” fu dedicata la giornata fucina”. Riportiamo di seguito il breve stralcio (pp. 8-9) del libro.

Segretario nazionale della FUCI era allora Aldo Moro. La FUCI era la piccola casa di un gruppo di persone che accompagneranno gli italiani dal dopoguerra sino a oggi. Contrariamente all’Azione Cattolica, sdraiata sulla linea del regime, la FUCI, ispirata da Moro, manteneva un certo distacco, si preparava “per il dopo”. Attivissimo redattore di

“Azione fucina”, Andreotti, nel 1941, in piena guerra, si laureava in giurisprudenza all’età di 22 anni (era nato il 14 gennaio 1919). E fu proprio “Azione fucina” a dare notizia dell’evento. “Giulio Andreotti dottore, diceva la divertente epigrafe.

Il 10 novembre Giulio Andreotti presso la R. Università si è laureato a pieni voti (110/110) discutendo la tesi in diritto canonico sul tema: “Il fine delle pene ecclesiastiche e la personalità del delinquente nel Diritto della Chiesa”. L’esito brillante dei suoi studi universitari dice di per se stesso con quanto sapiente amore egli abbia saputo abbinare fin qui i doveri di studioso alla vocazione di dirigente della FUCI e di giornalista; tanto piú meritoria l’una cosa e l’altra e tanto piú cordiali e affettuosi sono per questo le nostre congratulazioni e nostri auguri per il cammino che egli ora è chiamato a percorrere.

Nel febbraio del 1942 Giulio Andreotti succedeva ad Aldo Moro, impedito dalla guerra, alla presidenza nazionale della FUCI. Da qui comincia l’invecchiamento precoce di questo giovane che a 23 anni si trova al vertice della organizzazione degli universitari cattolici e inizia, in parallelo, a tenere profondi contatti con i vecchi popolari nel salotto di casa Spataro, in via Cola di Rienzo. Sono personaggi tutti attempati che non esprimono solo giudizi sul fascismo, considerato oramai esperienza quasi finita, ma anticipano previsioni sull’intero ordine del mondo, come

uscirà dalla guerra, analizzano passo per passo la strategia dei grandi imperi e dei grandi sistemi strategici. Cose enormi per un giovane. 

Il nuovo presidente della FUCI aveva tanti problemi da affrontare. Il richiamo sotto le armi di tanti fucini stava disperdendo il movimento. In piú occorreva spiegare ai giovani il modo di essere cristiani sotto le armi. Andreotti ci provò con un articolo su “Azione fucina” intitolato Della guerra. Il breve saggio fu censurato dal Comando Supremo, Ufficio controllo notizie militari (una emanazione del Minculpop). La nota del Comando specificava: “Si segnala particolarmente alla censura politica”. Andreotti, nell’articolo, si era scagliato contro una nota di Pietro Piovani sulla Moralità della guerra totale, uscita su “Libro e moschetto” e ripresa da “Critica fascista”. 

Per Andreotti la guerra totale, coinvolgendo tutti, civili e militari, era immorale. La censura scatenò nella FUCI un processo di analisi della guerra. Su questo tema fu convocato il consiglio superiore e al problema “Vita universitaria e guerra” fu dedicata la giornata fucina. Preoccupato anche dei piccoli problemi religiosi dei soldati, Andreotti, in aprile, per mezzo di monsignor Giovanni Battista Montini, allora sostituto della segreteria di stato vaticana e già assistente ecclesiastico della FUCI, inoltrò a Pio XII la richiesta della concessione ai soldati della facoltà di poter ricevere la comunione a qualsiasi ora del giorno, con solo quattro ore di digiuno. 

Preoccupato della necessità di una riforma universitaria, il 25 agosto 1942 pubblicò un editoriale su “Azione fucina” per sollecitarla, accennando al tempo pieno dei professori. Votato a una visione cristiano-assistenziale della vita (preludio alla gigantesca macchina per raccomandazioni che metterà in moto in seguito), Andreotti, nell’ottobre del 1942, scrisse a don Moreschi, assistente dei fucini romani, per raccomandargli la pubblicazione sull'”Osservatore romano” di una lunga recensione del libro del generale Alfredo Bucciante, Legislazione dell’assistenza ai militari minorati

Non mancarono in quel tempo anche speculazioni di sociologia cristiana. Dalla lettura odierna di “Azione fucina” un elemento balza immediato: vi si apre un discorso sull’ordine migliore e sul nuovo ordine che è una promessa ai cristiani, ma anche una promessa di lavoro politico. Già si intravede un orientamento di fondo centrista, moderato, interclassista. Le occasioni sono diverse: una polemica col corporativista fascista Costanzo, un commento al discorso natalizio di papa Eugenio Pacelli. Ma è palese la consapevolezza di assumere un ruolo strettamente legato alla specializzazione universitaria (in funzione della formazione della classe dirigente) di questo ramo dell’Azione Cattolica. 

Nel 1943 tutti questi temi e problemi, con la crisi del regime, tornarono a porsi con prorompente attualità. Andreotti però rivelò un atteggiamento equilibrato di fronte alla domanda: “Voi cattolici cosa farete, cosa direte?”. Nel numero di “Azione fucina”, uscito appena dopo il 25 luglio, la sua cautela fu espressa senza reticenze, in un editoriale dal titolo Possibilità di un ordine nuovo. Nel breve saggio la soddisfazione per il colpo di stato era mitigata dalla notazione che la libertà fosse stata concessa in modo negativo, soltanto con la rimozione di un privilegio. Comunque, per la prima volta, Andreotti aveva affrontato il problema del ricambio della classe dirigente.

Ungaretti e il Primo conflitto mondiale. Il riscatto vitale contro l’annullamento dell’uomo.

Il testo è tratto dall’edizione del 21 Marzo dell’Osservatorte Romano. La grande guerra, dice l’autore, “è la vera prima guerra “moderna”. Non stupisce che la schiera dei futuristi, si sia lanciata a descriverne avanguardisticamente il tripudio tecnologico prima di tutto. Una celebrazione della contemporaneità più sfrenata, della velocità, dell’azione indomita, del motore lanciato verso il futuro”. 

Nicola Bultrini

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, Giuseppe Ungaretti era, insieme a tanti intellettuali e artisti, italiani ed europei, un convinto interventista. Poi ha fatto la guerra. E l’ha fatta fino alla fine, sempre da soldato di truppa, sempre in prima linea. Il poeta ha vissuto la terribile guerra di trincea e proprio nel fango delle trincee ha scritto le meravigliose poesie de Il porto sepolto. Letteralmente, a pochi metri dal nemico, ha scritto versi memorabili, che non parlano solo del contesto bellico, ma dell’uomo in quanto tale di fronte all’assoluto (la vita, la morte, il mistero che le avvolge). Ma cosa accade a un poeta di fronte alla guerra?

La poesia, l’impulso di “cantare” le storie della vita e di interrogarsi, esiste da sempre. Come purtroppo, da sempre esiste anche la guerra. Omero nell’Iliade, racconta una storia di guerra, ma in un’ottica di epica collettiva. Riesce a evitare la retorica innanzitutto adottando un punto di vista ad altezza d’uomo, al centro degli eventi. Soprattutto, lasciando emergere l’elemento umano nella sua naturalezza. Come non ricordare il figlioletto di Ettore che piange infastidito dalla criniera dell’elmo, o il temibile Achille che accoglie l’ambasciata di Odisseo, prima di tutto cucinando un pasto per gli ospiti. Tuttavia, proprio la componente epica consente l’astrazione, l’idealizzazione che non a caso conducono all’esaltazione degli eroi, alla solennità di singoli gesti altamente metaforici. Forse è proprio l’elemento simbolico, quello caratterizzante lo stesso conflitto armato in quanto tale. 

La Grande guerra invece, è la vera prima guerra “moderna”. Non stupisce che la schiera dei futuristi, si sia lanciata a descriverne avanguardisticamente il tripudio tecnologico prima di tutto. Una celebrazione della contemporaneità più sfrenata, della velocità, dell’azione indomita, del motore lanciato verso il futuro. Non più la folgore divina, dunque, ma le esplosioni (anche verbali e lessicali) delle cannonate, come un seducente e meraviglioso tripudio pirotecnico. Al fronte andò un altro poeta, Gabriele D’Annunzio, che però non “passeggiò” mai in prima linea. La sua era una parola (e lo vediamo anche nella poesia) che si poteva tranquillamente esporre alla retorica. Proprio come poteva fare il Vate, petto in fuori, ad arringare i soldati, ma audacemente al sicuro nelle retrovie.

Invece, per il giovane Ungaretti, che ha davanti agli occhi la “terra di nessuno”, la desolazione della guerra si scontra con la ricerca dell’assoluto e muove il riscatto vitale all’annullamento dell’uomo. E proprio come il fante si accuccia in trincea per proteggersi, la parola si ripiega per farsi essenziale, autosufficiente; così come il fante riduce l’esposizione al nemico, la parola riduce l’esposizione alla retorica. Il poeta scrive in una lettera dal fronte «mi contraggo in un pianto che è una pietra». Parole che nei versi diventeranno: «come questa pietra è il mio pianto che non si vede». Del resto, fu lui stesso a spiegare: «Le poesie hanno fondamento in uno stato psicologico strettamente dipendente dalla mia biografia, non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta».

La devastazione materiale della guerra sbriciola la realtà (la terra, le case, i corpi). Anche i suoni sono lacerati, frammentati. Ne deriva che anche per l’individuo la percezione della realtà è sminuzzata, ridotta a schegge amorfe, incandescenti e taglienti.

Non c’è spazio per gli intellettualismi, la parola stessa deve farsi forte e riappropriarsi di tutto il suo significato, delle sue suggestioni. L’uomo poeta con la parola attinge al suo io più profondo e finisce per reinventare la realtà, rinominandola. Così, la guerra stessa diventa uno scenario più vasto in cui si svolge un dramma più ampio, che riguarda tutta l’umanità. Sempre nella Prima guerra mondiale, sul fronte della Somme, nell’11mo Fucilieri del Lancashire, c’è anche il sottotenente John Ronald Reuel Tolkien, che si trovò coinvolto nel pieno dell’inferno in cui in poche ore morirono decine di migliaia di uomini. In quel contesto in Tolkien (che fu anche poeta ed è comunque innegabile il lirismo che pervade tutta la sua opera) si forma l’idea del suo capolavoro Il Signore degli Anelli.

Dalla mitologia inquietante della «Terra di Mezzo», fino all’immaginario della Contea, la terra pacifica dove tutti sognano di tornare. Anche per Tolkien la guerra impone la presa di coscienza della condizione umana e della fraternità degli uomini nella loro sofferenza, la precarietà della loro condizione.

Nella Seconda guerra mondiale, il poeta Vittorio Sereni è prigioniero in Africa, quando apprende dello sbarco in Normandia. Nel suo Diario d’Algeria, scriverà i versi «Non sa più nulla, è alto sulle ali / il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna». A questo soldato americano però, il poeta in preda al disincanto, disorientato ed estraniato, chiede: «prega tu se lo puoi, io sono morto / alla guerra e alla pace». L’eco delle due guerre mondiali non si è mai spento. E nel 1978, Andrea Zanzotto scrive Il galateo in bosco: «E si va per ossari. Essi attendono / gremiti di mortalità lievi ormai». Zanzotto ripensa agli eventi della Grande guerra che hanno devastato la sua terra. Ma di fronte ai monumenti, ai sacrari, cerca di patirne la radicale distanza dalla retorica spettacolarizzazione, compiuta nell’ambito delle commemorazioni ufficiali. Ma le guerre non finiscono, sono dappertutto. A volte non le vediamo perché sono lontane, sembrano non riguardarci.

Altre volte si impongono nell’immaginario collettivo indelebilmente. Come la guerra in Vietnam. E anche qui i poeti vivevano, lottavano, scrivevano. Il vietnamita Vien Phurong ha combattuto quella guerra e poi ha scritto «Scrivo poesie di inutili versi / per dare a te e dare a me motivo di piangere».

In questi giorni sembra incredibile il caso di Ilya Kaminsky, nato in Ucraina, a Odessa, e ora cittadino americano, che tre anni fa ha pubblicato il volume Repubblica sorda (recensito da Nicla Bettazzi su questo giornale). È una sorta di poema in cui narra le vicende di un paese invaso da un esercito straniero. Quando la popolazione assiste all’ennesima violenza gratuita contro un individuo inerme, decide di adottare come forma di resistenza, la sordità. Tutto il popolo, di fronte alla follia della guerra (fatta di boati, spari, ma anche ordini violenti, proclami), decide di non sentire più! Per un poeta la guerra può essere retorica, epica, disorientante, ma anche può costringere a cercare un senso nelle lacrime, comunque pone l’uomo di fronte a un assoluto, la sua natura universale perennemente in bilico tra il bene e il male.

E la poesia, l’arte, a cosa serve? Può davvero offrire una “salvezza”? È giusto pensare di sì. Ma l’arte salva solo a condizione che apra alla verità. Il che implica che si sia disposti ad aprirsi alla verità, mettersi in gioco entrando nella realtà. Non è un caso allora che, finita la guerra, tornando da una visita al Monastero di San Benedetto a Subiaco, nella Pasqua del 1928, per Ungaretti il mistero si schiuda nella fede, aprendo così il cammino della sua conversione. Anni dopo, ormai vecchio, Ungaretti, ripensando agli anni della guerra, al suo giovanile interventismo, scrisse: «Viviamo nella contraddizione. Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono anzi un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte si illudono e si mettono dietro alle bubbole».

Cambia la politica ma ritorna il trasformismo? L’interrogativo, tradotto in sfida, che pone Merlo.

In verità, è giunto il momento di invertire la rotta. Devono scendere in campo, cioè, tutti coloro che non fanno del trasformismo, dell’opportunismo e della sola ed esclusiva ricerca del potere personale la propria ragion d’essere nella politica italiana.

Dunque, la scenario politico italiano è destinato a cambiare profondamente. Lo sappiamo tutti. Piaccia o non piaccia così è e così sarà in vista dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali. Tutti noi sappiamo che, con il tramonto definitivo del populismo da un lato e del sovranismo dall’altro, alcuni partiti sono costretti a ridefinire profondamente la propria identità – si fa per dire -, il proprio profilo e lo stesso progetto politico in modo radicale, se non addirittura alternativo, rispetto a quello che sono stati sino ad oggi. 

Del resto, le storiche parole d’ordine dei 5 stelle e della Lega salviniana sono già state depositate nei cassetti da tempo e tutto quello che hanno predicato, urlato, giurato e spergiurato per anni è già stato semplicemente archiviato e pubblicamente rinnegato. Con la speranza che i cittadini/elettori siano talmente rincoglioniti e gonzi da dimenticare del tutto il passato e credere fedelmente alle nuove panzanate che saranno dispensate nel futuro. Al riguardo, il più comico tra tutti, fra questi, è indubbiamente l’attuale Ministro degli Esteri che, per citare un famoso slogan di Carlo Donat-Cattin pronunciato a metà degli anni ‘80 e rivolto ad alcuni suoi avversari politici dentro e fuori il suo partito, diceva che “questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. 

Ecco, possono realmente fare di tutto. Russofoni o atlantisti, terzomondisti o populisti, manettari o garantisti, clericali o laicisti, conservatori o riformisti. Detto in parole povere, possono realmente fare tutto e il contrario di tutto. Come è puntualmente capitato in questi ultimi mesi. Ma ve li ricordate, per fare un solo esempio, gli insulti, le contumelie, gli attacchi personali, le diffamazioni e le semi diffamazioni che venivano scagliati come sassi quotidianamente contro gli avversari politici del momento – cioè praticamente quasi tutti – in nome dell’anti casta, della rivoluzione democratica, della novità e dei “portavoce” del paese da moltissimi esponenti pentastellati oggi tranquillamente seduti al Governo e nelle aule parlamentari con tanto di macchine blu, prebende, privilegi, stipendi stellari e classici atteggiamenti da casta consumata e riconosciuta? Ma tant’è.

Ora, però, ed è l’elemento su cui vorrei richiamare l’attenzione di questa breve riflessione, il dato politico centrale è che con questi personaggi e con questi partiti, il trasformismo – simbolo del decadimento politico, culturale, programmatico, etico e morale nel nostro paese – non solo viene sconfitto ma, al contrario, addirittura esaltato e quasi istituzionalizzato. Il trasformismo, cioè, diventa la cifra distintiva e la carta di identità di questi partiti e di questi cosiddetti leader politici. Ovvero, il cambiamento delle posizioni politiche è più rapido del cambiamento delle stagioni meteorologiche. Per questo motivo è giunto il momento di invertire la rotta. Devono scendere in campo, cioè, tutti coloro che non fanno del trasformismo, dell’opportunismo e della sola ed esclusiva ricerca del potere personale la propria ragion d’essere nella politica italiana. Perchè, altrimenti, come ovvio e scontato, il “dopo” rischia di essere peggio del “prima”. Ieri gli insulti, le diffamazioni, le calunnie e gli attacchi personali conditi da anti politica, demagogia, qualunquismo e populismo. Oggi solo trasformismo, opportunismo, furbizie e ricerca esclusiva del potere. A qualunque costo e con qualsiasi mezzo. La politica italiana non si merita tutto ciò. Si deve, adesso, veramente voltare pagina.

Summit con Pechino, diritti umani: la Ue non taccia sui crimini cinesi (AsiaNews).

La crisi ucraina non deve distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse dal regime cinese, dicono i firmatari di un appello all’Europa. Nel mirino abusi contro uiguri, tibetani. movimento pro-democrazia di Hong Kong e dissidenti in Cina. La Ue deve chiedere la liberazione di tutti i prigionieri politici. Tra europei e Pechino la tensione è alta.

“Pur consapevoli che la crisi in Ucraina sarà il tema principale delle discussioni [tra Unione europea e Cina] chiediamo alle autorità europee di affrontare il problema delle violazioni dei diritti umani compiute dal governo cinese”. È l’appello lanciato alla Commissione europea e al Consiglio Ue da un gruppo di organizzazioni umanitarie in vista del summit Ue-Cina del primo aprile. Tra i firmatari vi sono gruppi come Human Rights Watch, Chinese Human Rights Defenders, World Uyghur Congress e International Campaign for Tibet.

I promotori del documento sottolineano che le loro preoccupazioni sono in linea con quanto dichiarato da Josep Borrell alla recente Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Nell’occasione, il capo della politica estera europea aveva parlato del bisogno di resistere alla “campagna revisionista” di Pechino e di altri governi contro i diritti umani e le istituzioni internazionali.

Dall’ultimo meeting sino-europeo, nel dicembre 2020, i gruppi umanitari ricordano di aver fornito ulteriori informazioni sulle atrocità di massa commesse dal regime cinese nei confronti degli uiguri e di altre comunità turcofone dello Xinjiang. Lo stesso vale per le politiche di Pechino dirette a eliminare i diritti culturali, linguistici e religiosi dei tibetani e sopprimere il movimento pro-democrazia a Hong Kong.

Gli attivisti denunciano anche l’accresciuto uso governativo di sistemi hi-tech di sorveglianza per controllare la popolazione cinese e  le sistematiche persecuzioni di avvocati per i diritti umani. Nel mirino anche gli sforzi di Pechino per indebolire i meccanismi internazionali in base ai quali la leadership cinese potrebbe essere costretta a rispondere delle proprie condotte alle Nazioni Unite.

Nello specifico, gli animatori dell’appello chiedono alla Ue di sospendere il dialogo bilaterale sui diritti umani con la Cina, ritenuto inutile, e di avviarne uno “ombra” con attivisti umanitari che possono fornire un quadro più realistico delle politiche repressive di Pechino. Domandato anche l’aiuto europeo per l’istituzione di un’indagine internazionale indipendente sugli abusi contro gli uiguri e altre minoranze di fede musulmana e la promozione di una “giurisdizione universale” sui crimini umanitari compiuti dalle autorità cinesi.

Secondo i firmatari, la Ue dovrebbe adottare sanzioni aggiuntive contro i perpetratori di atrocità in Cina, e sollecitare l’accesso senza restrizioni in Tibet e Xinjiang per diplomatici e parlamentari stranieri, esperti Onu, giornalisti e organizzazioni non governative. Più importante, essi domandano ai leader europei di richiedere all’inizio del summit con la Cina la liberazione immediata dei prigionieri politici, soprattutto quelli in gravi condizioni di salute. Tra i nomi citati vi sono la blogger indipendente Zhang Zhan, l’economista uiguro  Ilham Tohti, l’editore con cittadinanza svedese Gui Minhai, l’attivista sociale Li Qiaochu, il monaco tibetano Rinchen Tsultrim, il giurista Xu Zhiyong, l’ambientalista Anya Sengdra, e gli avvocati per i diritti umani Chang Weiping, Ding Jiaxi, e Gao Zhisheng.

Il dialogo tra Ue e Cina si prospetta difficile, in particolare per la posizione ambigua di Pechino sull’invasione russa dell’Ucraina. Le cancellerie europee hanno invocato la mediazione cinese per risolvere il conflitto, ma hanno evidenziato che tale richiesta sarà ritirata se emergerà – come sostenuto dagli Stati Uniti – che Xi Jinping è disponibile ad aiutare Mosca militarmente ed economicamente.

Un anno fa la Cina ha poi sanzionato cinque parlamentari Ue, il sottocomitato parlamentare per i Diritti umani, oltre ad alcuni accademici europei. La mossa del gigante asiatico è arrivata in risposta alle sanzioni adottate dalla Ue contro quattro alti funzionari cinesi, ritenuti responsabili di reprimere i diritti dei musulmani turcofoni dello Xinjiang.

Lo scambio di sanzioni e controsanzioni tra le due parti ha congelato – se non di fatto “ucciso” – il processo europeo di ratifica dell’accordo sugli investimenti con la Cina. A gennaio la Ue ha anche denunciato Pechino all’Organizzazione mondiale del commercio per il boicottaggio commerciale contro la Lituania. In precedenza, l’uso della parola “taiwanese” per la missione diplomatica di Taiwan a Vilnius aveva scatenato la rappresaglia della Cina, che considera Taipei una “provincia ribelle”.

 

La spada di Damocle sulla testa delle imprese e non solo. Un caso di sciatteria legislativa?

“Tagliategli la testa!” urlava la Regina di Alice nel Paese delle meraviglie contro chiunque la contrariasse. Tuttavia il BelPaese in cui viviamo, pur essendo un “Paese delle meraviglie” non è il paese da favola che crediamo. Talvolta capita che il nostro legislatore commetta delle sviste che, se non corrette, trasformano in un inferno in terra la vita dei nostri imprenditori e non solo di questi.

Il prossimo 28 giugno se non vi sarà posto rimedio la Spada Di Damocle, rappresentata da una pesantissima sanzione amministrativa, rischia di tagliare la testa di grandi realtà aziendali che non garantiranno la piena e totale accessibilità dei prodotti e dei servizi immessi sul mercato.

Per carità l’accessibilità dei prodotti e dei servizi va garantita per dare corpo e realizzazione al diritto delle persone con disabilità ad una vita con pari dignità ma occorre sempre contemperare i diritti di taluni con i diritti di tali altri affinché nessuno ne abbia nocumento.

Ecco il fatto. Il 16 u.s. è iniziato nelle commissioni parlamentari (8 Senato e IX Camera più le commissioni in sede consultiva) l’esame dello schema di decreto legislativo (Atto Governo 362) in attuazione dell’articolo 1 della legge 22 aprile 2021, n. 53 (allegato A, 17), recante attuazione della direttiva (UE) 2019/882 sui requisiti di accessibilità dei prodotti e dei servizi.

Il dossier di documentazione predisposto dai sempre ottimi servizi parlamentari, segnala diversi problemi sul testo dello schema di decreto che ci si augura che saranno evidenziati nel parere a cui il Governo dovrà conformarsi.

Sin qui nulla di strano, normale prassi. Tuttavia ad una attenta lettura delle norme in esame, è di tutta evidenza che il problema maggiore riguarda due date non concordanti tra loro ma che incidono in modo rilevante sull’attuazione della Direttiva nel nostro Paese.

Lo schema di decreto legislativo infatti reca una data di attuazione dei requisiti per immissione in commercio e attivazione dei servizi al 28 giugno 2025 (Art. 1), mentre il DL 6 novembre 2021, n. 152 convertito con modificazioni dalla L. 29 dicembre 2021, n. 233 ha disposto (con l’art. 27, comma 2-novies) l’introduzione del comma 2-bis all’art. 4 alla legge 9 gennaio 2004, n. 4 c.d. Legge Stanca (Disposizioni per favorire e semplificare l’accesso degli utenti e, in particolare, delle persone con disabilità agli strumenti informatici) che fissa la data di adeguamento , per il rispetto dei  requisiti  di  accessibilità al 28 giugno 2022 per le realtà che hanno un fatturato medio sull’ultimo triennio di 500 milioni di euro.

Questa differenziazione temporale, di cui non si è tenuto conto, forse per distrazione degli uffici tecnici dei Ministeri coinvolti nella redazione del testo? (il punto di domanda è d’obbligo), rischia di creare non solo un pregiudizio agli operatori e alle imprese del settore privato ma anche a tutti i soggetti pubblici in generale, chiamati al rispetto della normativa entro il 28 giugno 2022. Tuttavia in mancanza di chiarezza sui termini temporali e in mancanza delle linee guida di cui all’emanando decreto legislativo, questi avranno con tutta evidenza qualche difficoltà ad adeguarsi con il rischio, per gli imprenditori, di vedersi comminare una pesante sanzione amministrativa che può arrivare al 5% del fatturato.

La questione poi si fa preoccupante se penso al complesso degli effetti che questa discrasia temporale tra Legge Stanca vigente e schema di decreto legislativo in esame,  causerà anche al sistema dell’istruzione e della formazione superiore che, in particolare, con l’emergenza sanitaria affrontata a seguito dell’epidemia da Covid-19 ha mostrato l’importanza della possibilità di accedere e utilizzare liberamente i servizi digitali a tutto vantaggio degli studenti con disabilità, ma non solo, penso al complesso degli obblighi delle misure compensative e di sostegno che le nostre scuole e le nostre Università saranno chiamate ad erogare in aggiunta a quei servizi già predisposti ed anch’esse esposte,  sotto pena , se non della sanzione amministrativa perché magari non rientrano nei parametri dimensionali di applicazione per fatturato, sicuramente invece di una azione da parte delle persone con disabilità che dovessero sentirsi discriminate per la mancata erogazione di servizi e prodotti per la didattica pienamente accessibili, agli effetti della legge 67/2006.

Ma torniamo alle imprese. Il problema della non concordanza delle due date, che peraltro lo schema di decreto non corregge, è ancora maggiore perché con d.l. semplificazioni n. 76/2020, convertito con modificazioni dalla l. n. 120/2020,  all’articolo 29 si dispone l’estensione degli obblighi di accessibilità di cui alla legge 4/2004, anche ai soggetti privati con un determinato fatturato medio che offrono servizi al pubblico attraverso siti web o applicazioni mobili (come non pensare alle Università non statali telematiche ?) e prevede l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria di rilevante entità (fino al 5 per cento del fatturato) nel caso di mancato rispetto delle prescrizioni normative fermo restando, in ogni caso, il diritto del soggetto discriminato, come già detto, ad agire ai sensi della legge 1° marzo 2006, n. 67.

Inoltre nello schema di decreto si prevede che il Ministero dello sviluppo economico di concerto con il Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili e dell’Autorità politica delegata per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale dovrà  definire apposite linee guida (articolo 3, comma 4) per facilitare l’applicazione delle misure nazionali in materia di accessibilità dei prodotti e dei servizi nonché anche l’Agenzia per l’Italia Digitale dovrà emanare a sua volta delle linee guida per assicurare la conformità dei servizi (articolo 21). Ed i tempi previsti sono non inferiori ai 120 giorni, quindi dopo la scadenza perentoria del 28 giugno 2022.

Infine, ma non da ultimo, tra gli elementi dello schema di decreto che stridono con le finalità generali della direttiva europea, vale la pena di segnalare l’articolo 13, ove si dettano alcune norme di deroga all’applicazione della normativa in materia di accessibilità dei prodotti e servizi che escludono ad esempio, gli operatori economici che ricevono finanziamenti pubblici o privati al fine di migliorare l’accessibilità, prevedendo per questi la possibilità di non applicare i requisiti di accessibilità nel caso in cui ciò comporti un onere sproporzionato. Tale disposizione va letta in combinato con la clausola di invarianza finanziaria per il bilancio dello Stato di cui al comma 2 dell’articolo 27 che dispone “Dall’attuazione delle disposizioni del presente decreto, ad esclusione degli articoli 18, 21 e 26, non devono derivare nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica e le amministrazioni pubbliche interessate provvedono con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente” che tradotto significa non ci sono altri soldi.

La deroga prevista quindi appare contraddittoria e lesiva del diritto delle persone con disabilità ad una piena accessibilità. Infatti se da un lato potrebbe essere logico escludere chi ha ricevuto finanziamenti pubblici per l’accessibilità – posto che dovrebbe essere insito nell’erogazione del finanziamento pubblico l’obbligo a garantire la piena accessibilità pena la revoca del finanziamento –  dall’altro la possibilità poi di non attuare le misure necessarie quando vi è un onere sproporzionato pone a rischio la piena realizzazione degli obiettivi non tanto della direttiva stessa cui lo schema di decreto dà attuazione ma degli articoli 9 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilita (ratificata con la Legge 18 del 3 marzo 2009) e della più recente Strategia Europea 2021-2030 per le disabilità (Un’Unione dell’uguaglianza: strategia per i diritti delle persone con disabilità 2021-2030) ove al punto 2 si dichiara l’accessibilità “un fattore abilitante dei diritti, dell’autonomia e dell’uguaglianza”.

Dunque è di fondamentale importanza, alla luce di questa breve analisi che i termini di attuazione della direttiva europea sull’accessibilità (UE) 2019/882 e quelli dell’articolo 4, comma 2-bis della legge 4/2004 siano allineati, quantomeno ad un momento successivo alla concreta emanazione delle linee guida previste dallo schema di decreto legislativo,  comunque in coordinamento sinergico con quanto previsto nel PNRR in materia di sviluppo digitale del Paese, e certamente dopo una preventiva consultazione pubblica che veda le Istituzioni titolari dello schema di decreto in emanazione, favorire l’ascolto dei soggetti destinatari della direttiva e di quelli obbligati a garantire la piena accessibilità dei prodotti e dei servizi.

 

Francesco Alberto Comellini è attivista per i diritti delle persone con disabilità e l’attuazione della CRPD

I rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. L’annuale riflessione del Censis sulle prospettive future della società italiana.

La crisi di fiducia – si leggeva nell’annuncio della conferenza – non è solo la risposta estemporanea ai traumi vissuti di recente, bensì l’esito dell’erosione del lungo ciclo storico-sociale precedente. Una fase in cui gli strumenti della ragione proteggevano dalle incertezze e dai rischi esistenziali, e gli investimenti sociali, sia pubblici che privati, favorivano la crescita del benessere individuale e collettivo. Riteniamo utile mettere a disposizione dei lettori un’ampia sintesi del dibattito svoltosi ieri in sede Censis.

 

È consuetudine in casa CENSIS fare il punto della situazione sul ‘sistema Italia’, in occasione dell’annuale ricordo di Gino Martìnoli, uno dei fondatori dell’Istituto di ricerca e studio, a lungo presieduto da Giuseppe De Rita. Come descritto nell’annuncio della conferenza  “quest’anno viene affrontato il tema dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Mentre la tanto attesa uscita dalla pandemia si diluisce nella nuova crisi legata al conflitto armato in Ucraina, la società italiana appare segnata da un disincanto verso la modernità. 

La crisi di fiducia non è solo la risposta estemporanea ai traumi vissuti di recente, bensì l’esito dell’erosione del lungo ciclo storico-sociale precedente: una fase in cui gli strumenti della ragione proteggevano dalle incertezze e dai rischi esistenziali, e gli investimenti sociali, sia pubblici che privati, favorivano la crescita del benessere individuale e collettivo”. Invitati a discuterne, moderati dal direttore generale dell’Istituto Massimiliano De Valeriis, relatori di livello: Giuseppe De Rita, Presidente CENSIS, Elsa Fornero, Docente di Economia all’Università di Torino, Innocenzo Cipolletta, Presidente FEBAF, Stefano Parisi, imprenditore, Giulio Tremonti, Presidente ASPEN Institute. 

Il Presidente De Rita, illustrando i motivi che hanno indotto alla scelta del tema della video conferenza (non senza aver prima ricordato la figura di Gino Martìnoli ,”colonna della sua vita” con cui intensamente ha lavorato al CENSIS e i suoi interessi culturali, economici e sociali, in primis l’automazione e gli investimenti in cultura e formazione, anche in relazione all’innovazione tecnologica del Paese, all’idea del nucleare bocciata da Mattei) passa in rassegna come in una sorte di ‘cahiers de doleances’  le occasioni perse negli anni 50/60, partendo proprio dalle scelte compiute allora, privilegiando la scolarizzazione di massa e la formazione umanistica, espungendo i processi formativi legati proprio all’innovazione tecnologica e agli investimenti nell’energia.

Molto spesso oggi le parole magiche – digitalizzazione, riconversione ecologica ecc- non convincono le persone, manca un retroterra culturale  mai metabolizzato nelle scelte politiche: ripercorrendo gli anni di queste decisioni non compiute si può parlare dunque di disinvestimenti sociali.

La Prof.ssa Elsa Maria Fornero riprende nel suo intervento  il tema delle trasformazioni mancate del Paese con un certo rammarico, le idee irrealizzate di Martinoli per scarsa propensione della politica verso scelte proiettate nel futuro. Che cosa ha caratterizzato l’inversione di rotta avviata negli anni del boom economico? La crescita del PIL e gli investimenti sociali. Oggi è rimasta la preoccupazione del PIL ma abbiamo perduto di vista gli investimenti sociali. Nel mondo della formazione si è puntato alla scolarizzazione di massa ma si è finito per abbassare il livello qualitativo dell’istruzione.

Concitazione, imbarbarimento di ogni cosa hanno portato ad immaginare il tema dell’egualitarismo dimenticando il perseguimento dell’eccellenza.

Anche in periodo pandemico la DAD è stata un fallimento educativo: questi trascorsi sono due anni persi nel curricolo scolastico dei nostri ragazzi, con un danno economico riverberato sul Paese. Gli investimenti nel sociale hanno perso rendimento perchè hanno perso valore nella società.

Il sistema fiscale è diventato meno progressivo. La povertà si è radicata nelle generazioni più giovani.

Occorre una scala etica di valori negli investimenti sociali. Stare in Europa oggi è la nostra salvezza: di questo dobbiamo essere consapevoli : il futuro è autorevolmente dentro l’Europa.  Il PNRR non dà una risposta complessiva sul versante degli investimenti sociali e del welfare, la demografia che si va sviluppando ci spiega il declino di questi anni, l’Italia è davvero diventato il Paese delle culle vuote, come rimarcato dall’ISTAT.

Innocenzo Cipolletta – da parte sua – non condivide la nostalgia per il passato: il miracolo economico non è stato “rose e fiori”. Stavamo male e speravamo nel meglio, oggi stiamo bene e temiamo di cadere nel peggio. Gli anni 50 e 60 erano stati caratterizzati dal grande esodo degli italiani: dal sud al nord e dall’Italia all’estero. Non possiamo rimpiangere un passato che non può tornare. Il cd. “declino” riguarda tutti i Paesi industrializzati: fino al 2006/07 in modo sostenibile, poi però crollato successivamente.

L’Italia ha esportato molto ma ha dovuto tagliare i redditi, creando una carenza di domanda sociale interna. L’idea che la spesa pubblica fosse una spesa di corruzione ha rallentato la crescita del Paese. Dovendo ridurre il disavanzo pubblico si è cominciato a ridurre la spesa pubblica: non sono state rimodernate le infrastrutture, non sono stati fatti investimenti mirati ai criteri di efficienza-efficacia, non sono state sostituite le persone che andavano in pensione,  si sono degradati i servizi resi al pubblico per scelta soprattutto della destra politica italiana.

Dobbiamo riprendere la strada della valorizzazione dei servizi pubblici: pagare meno tasse ma avere una sanità e una scuola scadenti non è una scelta oculata.

Non bisogna chiedere meno tasse ma sviluppare i servizi pubblici. L’imprenditore Stefano Parisi, intervenendo nel dibattito allarga lo spazio dell’analisi ad una dimensione culturale, si sono fermati i processi di innovazione anche per colpa di una classe dirigente che non ha saputo rinnovarsi.

I partiti sono stati destrutturati, i corpi intermedi sono scomparsi, il sistema scolastico ha declinato verso un impoverimento della cultura nella società. In particolare oggi la scuola non è organizzata in modo da creare sbocchi verso professionalità nuove. Siamo in una situazione di gap – come Occidente – verso Paesi emergenti come la Cina che ha puntato alle nuove tecnologie.

La scuola deve essere per tutti ma di qualità, il drop out è elevatissimo, non siamo stati capaci di tirare fuori l’eccellenza che potenzialmente ciascun alunno possiede. Tutto è appiattito su un sistema molto formalizzato, le riforme non hanno portato innovazioni significative. Nella logica di un welfare tutto spostato sugli anziani – in primis le pensioni –  o sulla politica dei ‘bonus’ non si sono liberate risorse verso le giovani generazioni.

Il futuro riguarda la ricostruzione di valori comuni alle democrazie liberali che vanno riportate al centro del dibattito politico. Occorre puntare alla qualità dei servizi: la sfiducia nelle istituzioni riguarda le loro inefficienze. La politica teme l’innovazione e il futuro : esse possono essere invece leve straordinarie per risolvere i nostri problemi. 

Ricordando l’anniversario dell’omicidio di Marco Biagi, Parisi punta il dito sulla tutela del lavoro come diritto e sull’incentivazione delle professionalità attraverso la formazione e le politiche attive del lavoro, specie in ordine alle riconversioni occupazionali. La nostra classe dirigente non ha fondamentalmente fiducia nella società.

Serve un ripensamento collettivo sul modello sociale che va perseguito, eliminando le disuguaglianze valorizzando le potenzialità di ciascuno. Il Prof Giulio Tremonti – infine – sottolinea l’interconnessione tra eventi politici ed economici. L’Italia fa intensi investimenti sociali, specie nella scuola e nella sanità. L’origine del debito pubblico si radica nel colossale fenomeno – trascurato – dell’emigrazione interna: dal sud al nord, dai piccoli centri alle città. Il fenomeno del debito pubblico ha inoltre avuto cause politiche, a motivo della deriva clientelare ed elettorale. L’Italia in Europa è l’unico grande Paese duale : nord- sud creano aree diversificate in quanto ai differenziali che vanno considerati, rispetto a PIL, ricchezza, lavoro, scolarizzazione ecc. La TV commerciale e la pubblicità sono gestite dalle imprese private in misura assai intensa rispetto alla media europea. Tremonti ricorda il periodo 2008/2011: l’Italia aveva il terzo debito pubblico del mondo senza avere la terza economia mondiale. Oggi vediamo gli effetti sociali e generali della crisi, generati dagli effetti della globalizzazione. Il problema della crisi oggi devastante è legata certamente alla pandemia e alla guerra ma è dovuto a problemi preesistenti.

Il debito pubblico contiene la vita delle famiglie, occorre prudenza nella gestione del pubblico bilancio. Per questo ad esempio riforma delle pensioni, gestione della sanità, impostazione del sistema scolastico devono contenere messaggi rassicuranti di stabilità. Il mondo è radicalmente cambiato mai come prima nella storia, a causa della globalizzazione: oggi  subiamo le conseguenze della sua ingovernabilità.

 

Tutti in ordine sparso. I movimenti che attraversano l’area della diaspora democristiana non producono sintesi.

Dovremo rafforzare – dice l’autore, da sempre impegnato nella rianimazione del magma moderato cattolico – l’unità delle culture politiche euro-atlantiche che, con più coerenza, stanno sostenendo l’impegno della guida di governo di Mario Draghi. In effetti, di questa sua guida avremo bisogno anche dopo il passaggio elettorale del 2023. Qualunque potrà essere la legge elettorale che governo e parlamento decideranno di adottare, un rassemblement euroatlantico, guidato appunto da Draghi, viene sempre più configurandosi come la soluzione migliore per l’Italia. Il contributo, come sempre apprezzabile, rientra nel tradizionale perimetro di ospitalità che la nostra testata nette a disposizione degli amici di tradizione democratico cristiana. Si segnala, a riguardo, che “Il Domani d’Italia” e il “Centro Studi Aldo Moro” hanno organizzato a Viterbo, nei giorni dall’1 al 3 aprile, un convegno dal titolo “Con le lenti di Alcide De Gasperi” in coincidenza con la data di nascita (3 aprile 1881) dello statista trentino.

Con l’avvio della primavera sono annunciati diversi movimenti dell’area politico culturale cattolico democratica e cristiano sociale. Sono iniziative che il mitico Gianni Brera, da un punto di vista calcistico, descriverebbe come quelli della fase della partita dei “mena torrone”, ossia di una melina improduttiva di centro campo senza finalizzazione efficiente ed efficace. Gli amici siciliani, meglio la definirebbero come un esempio pratico del verbo “annacare” che, come mi spiegò un giorno Leoluca Orlando, significherebbe: il massimo di movimento col minimo spostamento. In definitiva, stiamo assistendo alla ripresa di iniziative sparse e ancora una volta senza alcun collegamento tra di loro. 

Probabilmente la più interessante è quella del movimento/partito di “Insieme”, che annuncia una proposta programmatica condivisibile, ma ancora sostenuta dall’idea dell’autosufficienza; anzi dell’ambizione di assumere un ruolo guida autonomo, reso tuttavia, incerto dalle stesse difficoltà di conservazione dell’unità all’interno della stessa esperienza politica.

Anche Gianfranco Rotondi, che ho più volte definito “il miglior fico del bigoncio”, annuncia la convocazione addirittura di un congresso nazionale del suo nuovo movimento-partito, “Verde è Popolare”. Trattasi di un progetto che, avviato un anno fa, intende mettere insieme quanti, cattolici e laici si ritrovano sugli orientamenti pastorali della “Laudato SI”. Un progetto che deve scontare, da un lato, la permanenza mai messa in discussione del leader irpino tra i fedelissimi del Cavaliere e, dall’altra, le scelte dell’articolata realtà dei verdi italiana, pressoché unitariamente orientata a sinistra. Come possa riuscire a combinare questo difficile rebus, pur in una fase politica caratterizzata dal diffuso trasformismo, solo il tempo ci darà conto del suo esito.

Nella scompaginata area dei diversi attori e movimenti post diaspora DC, spetta alla DC guidata da Renato Grassi, sin qui l’unica legittimata da sentenze del tribunale romano, compiere il miracolo di una ricomposizione, dovendo fare i conti permanenti con il partito di Cesa, l’UDC, gestore del simbolo scudo crociato, ma, adesso, di fatto dominato dal Senatore padovano,  Antonio De Poli, reggicoda da sempre dell’area di destra a guida leghista e forza italiota.

Molto opportuna e interessante l’iniziativa annunciata da Ivano Tonoli e Corrado Gardina il 23 Marzo p.v. a Roma, per la presentazione del “Comitato per la raccolta di firme sulla legge elettorale proporzionale” . Come scrivono i promotori, sarà questa “l’occasione per incontrare autorevoli democristiani d’Italia e di analizzare la necessità di creare un gruppo unito di moderati”

Da parte mia, da sempre auto nominatomi “DC non pentito”, resto fedele alla mia casa, la DC, anche se ho concorso a sostenere il generoso impegno dell’amico, On. Peppino Gargani, di una Federazione dei Popolari e DC, sin qui ferma al surplace, per il costante disimpegno de facto dei soliti Cesa e Rotondi.

La situazione nuova e pericolosa venutasi a creare con la guerra russo-ucraina e le sue inevitabili conseguenze sul piano geopolitico europeo e mondiale, come bene ha scritto l’amico Giorgio Merlo su “Il domani d’Italia”, comporterà scelte difficili e non più rinviabili anche nello scacchiere politico interno italiano.

Credo che dovremo rafforzare l’unità delle culture politiche euro-atlantiche che, con più coerenza, stanno sostenendo l’impegno della guida di governo di Mario Draghi, nella convinzione che della guida del capo di governo avremo bisogno anche dopo il voto che, auspicabilmente, si terrà nel 2023. Qualunque potrà essere la legge elettorale che governo e parlamento decideranno di adottare, un rassemblement euro atlantico guidato da Draghi, ritengo sia la soluzione più opportuna per l’Italia. 

Come sempre a tale raggruppamento democratico, liberale e riformista, sarebbe utile e necessario apportare il nostro contributo di idee, di valori e di interessi della nostra area politica culturale e sociale di cui, mai come in questo momento, con la guerra alle porte, il nostro Paese ha bisogno.

Citare il Vangelo per uccidere gli Ucraini è una bestemmia. Questa la posizione della Chiesa nella sintesi di Orbisphera.

Le parole di Mons. Forte, Vescovo di Chieti, sono state molto dure ed eloquenti: «Putin non riesce più a trovare argomenti per motivare il disastro che ha provocato. Il suo è stato un atto sacrilego, una strumentalizzazione del Vangelo finalizzata ad una auto giustificazione».

Citare il Vangelo per giustificare un’aggressione militare è immorale: «È una bestemmia, un atto sacrilego…». 

Lo ha detto monsignor Bruno Forte, teologo e arcivescovo di Chieti, nel corso di un’intervista pubblicata il 20 marzo da “La Stampa”. 

In un video che ritrae Putin che parla allo stadio Luzniki, il dittatore russo, per giustificare l’intervento delle truppe russe in Ucraina, cita il Vangelo di Giovanni (capitolo 15, versetto 13): “Non c’è amore più grande di dare la propria vita per i propri amici”.

Monsignor Forte ha spiegato che «Putin non riesce più a trovare argomenti per motivare il disastro che ha provocato. Il suo è stato un atto sacrilego, una strumentalizzazione del Vangelo finalizzata ad una auto giustificazione».

In questo modo – ha aggiunto il Vescovo – Putin mostra tutta la sua debolezza perché «non riesce più a trovare argomenti a sostegno della sua propaganda».

Secondo il Vescovo di Chieti, Putin si è macchiato di un’autentica bestemmia perché «le vittime innocenti che stanno morendo per colpa di questa guerra non possono essere legittimate con parole evangeliche», e perché «nominare Dio per giustificare il male compiuto tocca il vertice dell’immoralità e della follia».

In merito alle dichiarazioni del Patriarca Kirill che ha approvato la guerra di Putin, monsignor Forte – che pure è particolarmente impegnato nel dialogo ecumenico con le Chiese Ortodosse – ha dichiarato: «Credo che Kirill abbia subordinato il Vangelo a un potere politico, e ciò lascia sconcertati, è di una gravità inaudita».

Con riferimento alla guerra in atto, il Prelato ha detto chiaramente che «siamo di fronte ad un criminale di guerra che colpisce un popolo inerme e innocente. Putin è un despota con una visione meschina e barbara delle relazioni fra i popoli».

Per quanto riguarda il sostegno militare alla resistenza ucraina, monsignor Forte si è detto favorevole ed ha spiegato che, di fronte a un massacro, c’è un principio di carattere morale, anche cristiano, secondo il quale ogni forma di violenza va deprecata ma al tempo stesso esiste il diritto alla legittima difesa.

Secondo il Vescovo di Chieti, la resistenza del popolo ucraino è legittima e deve avere il sostegno dell’Europa e dell’umanità intera per difendersi «dalla barbarie di una volontà di potenza a dir poco cieca».

A proposito del sostegno alla resistenza ucraina, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, in un’intervista concessa al settimanale spagnolo “Vita Nueva” ha ricordato che «il diritto all’uso della forza per scopi di legittima difesa è associato al dovere di proteggere e aiutare le vittime innocenti che non possono difendersi dall’aggressione».

Il principio della legittima difesa è chiaramente indicato al n. 504 del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, documento che esplica non solo la liceità, ma persino l’obbligo di tenere al riparo la popolazione civile dagli effetti della guerra.

Nel caso specifico della guerra in Ucraina, Parolin ha aggiunto che «l’uso delle armi non è mai qualcosa di desiderabile, perché comporta sempre un rischio molto alto di togliere la vita alle persone o causare lesioni gravi e terribili danni materiali. Tuttavia il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi. Allo stesso tempo entrambe le parti devono astenersi dall’uso di armi proibite e rispettare pienamente il diritto umanitario internazionale per proteggere i civili e le persone fuori dal combattimento».

«D’altra parte – ha concluso il Segretario di Stato vaticano – sebbene gli aiuti militari all’Ucraina possano essere comprensibili, la ricerca di una soluzione negoziata, che metta a tacere le armi e prevenga un’escalation nucleare, resta una priorità».

 

ACEA, la protesta dei piccoli azionisti. Impedita la loro presenza ‘fisica’ all’Assemblea prevista a fine aprile: un atto davvero ingiustificabile.

Un comunicato segnala la forte irritazione dell’Associazione rappresentartiva dei ‘piccoli’. L’Assemblea costituisce l’appuntamento più importante della multiutility capitolina. Da anni si tiene presso l’ampio Centro Congressi Multimediale La Fornace di Acea, a Tor di Valle. Non ci sarebbero problemi ad ospitare una plate più ampia e numerosa. La decisione appare né più né meno che un’imposizione dell’attuale ‘Vertice’, che in definitiva delude e mortifica l’azionariato popolare e i piccoli azionisti dipendenti.

Il giorno prima delle decisioni ufficiali del Parlamento e del Consiglio dei Ministri, riguardanti la cessazione dello Stato di Emergenza ed il via libera del Presidente del Consiglio (coniugato con le precauzioni, relative al Covid), gli attuali vertici di Acea SpA, con arrogante prepotenza, hanno abolito il diritto e la possibilità di partecipare ‘in presenza’ all’Assemblea degli Azionisti prevista per il 27 aprile 2020.

Si tratta – dopo oltre due anni di restrizioni – dell’appuntamento più importante della multiutility capitolina, che da anni si tiene presso l’ampio Centro Congressi Multimediale La Fornace di Acea, a Tor di Valle (via dell’equitazione Roma) e dove si potrebbe , finalmente, svolgere in condizioni favorevoli (ed in massima sicurezza) l’Assemblea degli Azionisti, come avviene per molti altri eventi interni ‘autorizzati’ dall’azienda come ad esempio la formazione del personale di Acea con corsi di formazione e/o come per eventi esterni  (dagli spettacoli alle competizioni sportive, etc.) svolti in sicurezza, attenendosi alle norme anti-covid. Si tratta in definitiva di una imposizione dell’attuale ‘Vertice’ inaccettabile ed inaspettata che delude e mortifica l’azionariato popolare ed i piccoli azionisti dipendenti.

L’APA invita l’azionista di maggioranza Comune di Roma (51%), anche spostando l’evento ad altra data, ad agire per consentire la celebrazione congiunta delle votazioni (su programmi e bilanci) e l’esame degli importanti rinnovi già in calendario, oltreché per rilanciare la partecipazione di tutti i soggetti aventi diritto ad esprimersi “in presenza” sui conti e sui passati programmi, ma ancor più su quelli futuri, del Gruppo Acea.

Acqua, Energia e Ambiente insieme a tutti gli stakeholder meritano più attenzione e partecipazione. Un rilancio trasparente e partecipato è necessario dopo gli anni sofferti della pandemia che hanno prodotto danni enormi ed immensi sacrifici (oltrechè disaffezione e dolore).

Di tutto c’è bisogno. Certamente non d’arroganza e mancanza di trasparenza.  

 

Per il Consiglio Direttivo

Il Presidente

Franco Di Grazia

Sito internet: www.aceapa.it mail: aceapa@aceapa.it tel.: 39.06.57289570

La vita monastica come scelta di preghiera, meditazione e silenzio.

L’autore ricorda, a tre anni dalla Sua scomparsa (21 marzo 2019), la figura della Rev.ma Suor Anna Maria Canopi, Madre Badessa delle Suore Benedettine di clausura presso il Convento dell’Isola di San Giulio (NO). Viene qui riproposta un’intervista sulla vita monacale e di clausura, una scelta radicale che merita rispetto. Madre Anna Maria Canopi è stata un riferimento spirituale intenso all’interno della Chiesa Cattolica. La vita monacale, il rispetto della Regola, la rinuncia alle lusinghe della mondanità, non le hanno impedito di partecipare attivamente alla vita culturale e spirituale della Chiesa pubblicando una notevole serie di libri di riflessione e meditazione.

Rev.ma Madre che cosa vi giunge del clamore e delle presenze chiassose del mondo, ma anche delle sue tribolazioni, delle sue fatiche, delle ansie della gente? Condividendo anche voi i travagli e le sofferenze del nostro tempo, dove trovate la forza della rasserenante consolazione? Veramente «monaco è colui che è separato da tutti per essere a tutti unito»?

Il compito del monaco non è di agire direttamente per gli altri uomini, ma di essere per loro un supplemento di umanità nuova, un anticipo delle realtà escatologiche, una segreta sorgente di luce e di consolazione. Nulla di ciò che è umano è estraneo al monaco, ma tutto egli immerge nel divino, perché ne sia purificato e trasfigurato. Quanto più egli sta nascosto con Cristo in Dio, tanto più si trova anche nel cuore dell’umanità e vi tiene presente Dio stesso. Senza conoscere nei dettagli, attraverso i molteplici mezzi di comunicazione, gli avvenimenti del mondo, recepisce nel suo intimo tutti i fremiti di gioia e di dolore dell’umanità e li condivide; proprio assumendo le angosce e le speranze di tutti e stando alla presenza di Dio in continua preghiera di intercessione e di lode, il monaco si fa “pronto-soccorso” con il cuore colmo di quella tenerezza consolatrice e di quella forza di fede e di speranza che attinge continuamente dal cuore di Cristo e della Vergine Madre. 

«Serva ordinem, et ordo servabit te», custodisci l’ordine e l’ordine custodirà te». Questa metafora può essere utile anche a spiegare la scelta della vita claustrale e a rendervi reciprocamente condivisibile la vita comunitaria fino alla totale appartenenza ad essa? Quanto conta il rispetto delle regole dentro e fuori le mura del convento?

L’antico adagio Serva ordinem, et ordo servabit te si adatta bene anche alla vita monastica claustrale, soprattutto a quella cenobitica, ossia di coloro che scelgono di vivere sotto una Regola e un abate (cf. RB 1). In questa sentenza è significativo anzitutto il verbo servare, custodire. Esso richiama immediatamente la figura di Maria che ci viene presentata nel Vangelo in atteggiamento di umile raccoglimento, come colei che, di fronte ad eventi incomprensibili e talvolta sconcertanti, «serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51). Per ogni religioso, la Regola del proprio Ordine non è un “regolamento” da osservare, non è un insieme di norme cui adeguarsi esteriormente, ma  una “parola di vita” da accogliere con amore, da cui lasciarsi formare e trasformare, affinché si formi il volto interiore corrispondente al carisma specifico che l’Ordine vuole incarnare. Del resto, tutta la vita consacrata – come pure la vita cristiana – altro non è che una progressiva conformazione a Cristo, ma con sfumature diverse; per certi Ordini di vita attiva il modello sarà il Cristo buon Pastore, il Cristo Medico o Maestro; per altri sarà l’Orante, il Servo sofferente, il Figlio obbediente… Lasciandosi plasmare interiormente dalla propria Regola – che è una proposta di fedele attuazione del Vangelo – il religioso acquista un’identità nuova, un volto nuovo, un nuovo modo di sentire e di pensare, un’intelligenza penetrante e il discernimento necessario per riconoscere e vincere le tentazioni, per smascherare gli inganni dell’antico nemico, per mettere a tacere le sempre insorgenti pretese dell’uomo vecchio, ed essere così custodito nella fedeltà alla propria vocazione. Tracciando il profilo dell’abate benedettino Bonifacio Osländer, il beato Ildefonso Schuster annota, con viva ammirazione, che egli «già innanzi negli anni, diceva di scoprire nella Regola ancora nuove verità, nuove fonti di consolazione che tutta gli inebriavano l’anima». E lo stesso Schuster scrivendo a un amico affermava: «La Regola t’illumina nei bivi che la vita inevitabilmente ti presenta… Quando tu leggi, o senti leggere la Regola, non la considerare come un libro qualsiasi: è Dio che te l’ha data quale rettissima norma di vita».

La crisi che sta attraversando la società contemporanea è determinata da una convergenza di fattori: relativismo culturale, secolarizzazione, carenza di valori, mancanza di progetti condivisi, vita effimera, lusinga del successo e del denaro. Sembra che questo mondo abbia perso gli orizzonti di senso e non sappia più governare una rotta sicura. Quanto sarebbe utile fermarsi e riflettere, rallentare e orientare la direzione di marcia, riscoprire ciò che abbiamo perduto strada facendo piuttosto che procedere senza una mèta verso il cambiamento fine a se stesso?

Con la loro silenziosa vita fondata su valori che nella società si vanno sempre più eclissando, i monaci si pongono come “segno di contraddizione”, che interroga e inquieta gli animi, li attrae e li respinge al tempo stesso. Mentre nella mentalità corrente la ricerca della verità cede sempre più il posto al dominio dell’opinione, la chiave di volta della vita monastica è l’amore assoluto alla Persona di Gesù Via, Verità e Vita; mentre nel mondo  il bene è facilmente posposto o sacrificato all’utile e al piacevole, al successo e alla realizzazione personale, il monaco offre a Dio la sua vita per la salvezza di tutti gli uomini; mentre nel mondo la libertà è ormai generalmente intesa come autonomia e autogestione – con la conseguente fragilità o lo sgretolamento di ogni forma di vita comunitaria – il monaco liberamente si stabilisce in una determinata comunità abbracciando una vita di umile e nascosta obbedienza per conformarsi a Cristo obbediente fino alla morte di Croce. Per questo le comunità monastiche – non semplicemente i singoli monaci – diventano una presenza significativa nel mondo, l’indicazione di una diversa concezione e di un diverso orientamento della vita. Semplicemente per il fatto di esserci,  esse manifestano la priorità dello spirituale sul materiale, dell’invisibile sul visibile, dell’eterno sul caduco. Quando poi a queste comunità ci si accosta e le si frequenta, ancor più ci si accorge che la «separazione dal mondo», caratteristica essenziale della vita monastica, non significa estraneità o indifferenza alle vicende storiche ed esistenziali dell’umanità; al contrario, comporta un coinvolgimento interiore che diventa supplica a Dio nella preghiera e insieme accoglienza ospitale di tutti coloro che cercano un’oasi nel deserto, dove poter deporre i loro pesanti fardelli e riprendere il cammino con rinnovata speranza. Molte e toccanti sono, in proposito, le testimonianze lasciate dagli ospiti anche solo con un breve biglietto al momento della partenza, ma soprattutto accade che da una sosta quasi casuale nasca un rapporto duraturo nel tempo, segno di un’esigenza profonda del cuore che finalmente ha trovato un approdo. 

All’uomo naufrago del nostro tempo, privo di approdi rassicuranti e di certezze esistenziali in questo mondo sconvolto da emergenze planetarie, servirebbe una bussola capace di riorientare il cammino. Si avverte anche, tuttavia, l’impossibilità di procedere da soli. Non le sembra che la multiculturalità, la compresenza di etnie e religioni diverse imponga di adottare un codice etico su valori condivisi? Come vivere e stare in mezzo agli altri in questa simultaneità di riferimenti ideali, tenendo ben saldo il timone della navigazione e la certezza della propria fede?

Gli innumerevoli conflitti che insanguinano il mondo intero e causano continue migrazioni di popoli, l’uso incontrollato delle nuove tecnologie di comunicazione, ora anche la grave crisi economica mondiale sono altrettanti fattori destabilizzanti, disorientanti. Viviamo in un momento di profondo travaglio sociale; occorre vegliare affinché l’attuale situazione di confusione non degeneri fino all’autodistruzione, ma i vari fattori presenti siano fermenti di una nuova nascita. Nel suo recente viaggio in Terra Santa, proprio in riferimento all’incontro e al dialogo tra religioni e culture diverse, il Santo Padre ha, ancora una volta, lanciato la «sfida a coltivare il vasto potenziale della ragione umana», affinché essa sia «rinvigorita nell’impegno di perseguire il suo nobile scopo di servire l’umanità…, di cercare tutto ciò che è giusto e retto…, anche a spese personali». Se questo vale per ogni uomo «di buona volontà», il mostrare Dio in un mondo smarrito e confuso, è certamente la missione specifica del monachesimo contemporaneo. Con il loro servizio ospitale, infatti, le comunità monastiche vogliono proprio essere un aiuto a tutti i fratelli che sentono il bisogno di raccoglimento e di silenzio per “ritrovare se stessi” e poter così anche essere al servizio degli altri secondo la propria specifica missione, senza rinnegare la propria identità, senza confondere le culture e i valori, ma valorizzando ogni germe di bene e di verità.

In che misura la via del silenzio, della meditazione e della preghiera può essere fonte di nuove scoperte interiori, fino a disvelarci quella bellezza che resta sopita nel chiasso vano e includente delle molte parole prive di significato? Lo avvertiamo già in una semplice pausa, immagino che lo si apprezzi ancor più come scelta di vita. Quanto è gratificante questo percorso e quanto ci aiuta ad avvertire la presenza di Dio? È questa la strada che conduce alla gioia dell’incontro con Gesù fino a dare voce alla Sua parola rivelatrice?

Sempre più numerose sono oggi le persone che, stordite dal rumore e dal frastuono del mondo in cui sono immerse, sentono urgere dentro di sé la necessità del silenzio; non di rado, quindi, sono disposte a rinunziare ai consueti momenti distensivi offerti dalla società consumistica, per trascorrere qualche giorno in luoghi appartati e silenziosi quali sono i monasteri. Spesso questa esigenza di silenzio è come una ferita attraverso la quale molti iniziano un cammino di riscoperta della fede, un cammino di vera e profonda conversione.  Il silenzio è una dimensione indispensabile alla vita spirituale. Non si tratta di un bene riservato a pochi privilegiati, ma di un bene indispensabile a tutti; è, si può dire, il pane per la vita dell’anima. Molte espressioni della Sacra Scrittura ci fanno anche intuire che il silenzio è il cielo dell’anima. «Tibi silentium laus» (Sal 65,1): «Per te il silenzio è lode, o Dio», canta il Salmista. Se il silenzio così inteso è, come la preghiera contemplativa, dono di Dio, per accoglierlo occorre però una “iniziazione”, una preparazione che coincide con un graduale procedere nella purificazione del cuore, nella spogliazione del superfluo che ingombra il nostro “io”. Soltanto quando ci si è liberati dalla brama di autoaffermarsi e di porre se stessi al centro dell’interesse, è possibile mettersi in silenzio. Al vero silenzio si perviene, infatti, unicamente attraverso la via dell’umiltà e della dimenticanza di sé. Spesso si identifica il “silenzio” con il “divieto” di parlare e viene perciò subito come imposizione penosa e mortificante. Ma non è così. Si può fare un’autentica esperienza di che cos’è il silenzio lasciandosi “afferrare” dal silenzio stesso che non è un vuoto, ma uno spazio dato alla misteriosa presenza di Dio. L’esperienza del silenzio non mette davanti a qualcosa di straordinario e di gratificante, ma fa scoprire la dimensione spirituale, interiore della vita, la bellezza della semplicità, l’importanza dell’ascolto, il valore della “gratuità”. Questo itinerario spirituale anche per chi vive in monastero è tutt’altro che facile! Ci si trova sempre agli inizi, sempre alla scuola elementare dell’unico Maestro che può insegnare il vero silenzio offrendo se stesso come esempio: Gesù Cristo. Egli,  che era solito trascorrere le notti in orante silenzio, a cuore a cuore con il Padre, nell’ora del processo, nell’ora della sua estrema missione, davanti alle calunnie e all’ingiusta condanna seppe tacere – Jesus autem tacebat (cf. Gv 19,9-10) – perdonare, offrirsi con amore. Accanto a Lui vediamo Maria, sua Madre, Colei che può essere chiamata “Vergine del silenzio e dell’ascolto”, l’umile serva e silente portatrice del Verbo della Vita. In lei regna il silenzio perché parla soltanto la Parola.

Obbedienza, rinunzia, distacco, affidamento: che cosa si lascia – abbracciando questa scelta – e che cosa si trova invece di veramente arricchente? Sfrondare ciò che è superfluo vi aiuta a scoprire l’essenziale e il necessario?

L’obbedienza non è altro che la nostra risposta all’amore di Dio e – nell’amore di Dio – il dono di noi stessi al prossimo; è l’accettazione di una vita di comunione in cui si dipende gli uni dagli altri per il fatto che si vive gli uni per gli altri. Obbedire in questo senso è quindi un bisogno, come per tutti è un’esigenza irrinunciabile amare. Questi due verbi si coniugano insieme. La disobbedienza ha portato l’uomo lontano da Dio; l’obbedienza lo riconduce a Lui. E la strada del ritorno è lo stesso Figlio di Dio fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce (cf. Fil 2,6-8). Effettivamente san Benedetto propone al monaco come ideale la piena conformazione al Cristo. Ecco, dunque, il vero ed unico motivo dell’obbedienza: l’amore a Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cf. Gal 2,20). Ci può essere qualcosa di più dinamico e liberante? Non si tratta tanto di eseguire materialmente degli ordini, quanto di aderire bono animo alla volontà del Signore, che si manifesta mediante persone e avvenimenti talvolta difficili da comprendere e accettare. Solo lo spirito di fede e la buona disposizione d’animo rendono allora autentica l’obbedienza e lieto il sacrificio della volontà propria. Comunque la sofferenza che si prova nel dire no  a se stessi non è paragonabile alla gioia che si riceve nel dire sì a Dio. Tale esperienza è però possibile soltanto sotto la guida dello Spirito Santo, perché è lo Spirito che affina i nostri sensi e che ci dà la capacità di conoscere, apprezzare e gustare le cose di Dio, quindi di gioire spiritualmente, proprio mentre viene  mortificato (= messo a morte) il nostro “uomo vecchio”. Come ho già detto, questa ascesi non è una proposta “facoltativa” rivolta soltanto ai monaci, ma dovrebbe essere il normale itinerario spirituale indicato a tutti i cristiani. L’esasperata preoccupazione di affermare ad ogni costo il proprio “io” – come avviene oggi su larga scala – porta a conseguenze veramente disastrose a tutti i livelli: nella famiglia, nella scuola, in ambito professionale ecc. L’autoaffermazione che diventa sistematica disobbedienza è vera fucina di disordine, di sopraffazione, di violenza, conseguentemente di infelicità. 

Come si realizza la pienezza della vita consacrata, qual è il suo fascino e il suo significato «mentre passa la scena di questo mondo»? Come vive una “Madre Abbadessa” la sua maternità spirituale e che cosa chiedono alla vocazione monastica le giovani donne che intendono consacrare per sempre la vita a Dio?

A queste domande mi pare giusto rispondere partendo dalla Donna – Maria – che è l’archetipo di tutte le donne chiamate alla maternità verginale. Sul Calvario, dall’alto della Croce, mentre compie l’unico e irripetibile sacrificio del proprio Corpo e del proprio Sangue, Gesù, rivolgendosi a Maria sua Madre e mostrandole il discepolo Giovanni, dice: «Donna, ecco tuo figlio». La costituisce, così, madre di tutti gli uomini da lui redenti.  La donna consacrata partecipa in modo speciale alla vocazione di Maria nell’accogliere come suoi figli tutti gli uomini per generarli spiritualmente.  Questa maternità spirituale è insieme dono di grazia – perché supera infinitamente le possibilità della natura – e consegna di responsabilità, perché richiede una libera e totale adesione a ciò che tale dono di maternità comporta come servizio alla vita. Si può dire che le molteplici attuazioni della vita consacrata sono come le diverse sfumature dell’unico amore oblativo. Consapevole del suo delicato ministero, la donna consacrata deve innanzitutto custodire se stessa, come una madre che porta in seno un figlio. Da qui l’esigenza imprescindibile della santità di vita. Infatti, quando la donna vive la maternità spirituale si può dire che si pone permanentemente nell’eroismo, perché il dono di sé non conosce né soste, né limiti. Giorno e notte essa veglia su una moltitudine di figli bisognosi ed esposti a molteplici pericoli, perciò giorno e notte versa, in certo modo, il proprio sangue per soccorrerli. E la forza del dono di sé fino al martirio non può attingerla altrove che dal cuore trafitto di Gesù Cristo, ossia dalla partecipazione, insieme con Maria, al mistero della croce, dalla preghiera e specialmente dal Sacramento dell’Eucaristia. Nutrendosi del Corpo eucaristico di Cristo, essa pure è resa capace di immolarsi con lui per darsi a tutti come pane di vita. Consumando umilmente la propria esistenza nel silenzio e nell’obbedienza, considera il sacrificio quotidiano la normale condizione della sua esistenza, intessuta di quella fede che davvero sposta le montagne della superbia e dell’odio, di quella speranza che apre l’orizzonte su un futuro di vera felicità e di quella inesausta carità che fa gustare il sapore di Dio. 

 

Nella lunga storia dell’umanità e specialmente nei secoli bui, durante i periodi di crisi culturale e sociale, nei conventi, nei monasteri, nelle abbazie sono rimaste accese fiammelle di luce e di speranza che hanno tenacemente illuminato e protetto la strada del progresso e della civiltà. Non solo luoghi di conservazione di valori e tradizioni, ma fari per andare oltre, per guardare al futuro. Avvertite e condividete l’importanza di questo affidamento? Come potete aiutare l’uomo ad orientare il suo cammino verso la verità e il bene?

A questo quesito ho in parte già implicitamente risposto nel numero precedente. Ora posso concluderlo anche con un cenno all’esperienza della nostra fondazione monastica «Mater Ecclesiæ». Quando, nel 1973, approdammo all’Isola San Giulio, ad affascinarci fu proprio la percezione della storia che sembrava trasudare dalle antiche pietre dei sacri edifici; una memoria quasi sepolta sotto le dure incrostazioni di polvere depositate dai secoli e imprigionata nel silenzio dei grandi anditi vuoti, e tuttavia memoria ancora viva e palpitante, come in attesa di essere risvegliata dall’arrivo di qualcuno… Fu, effettivamente, un incontro d’amore, un evento di grazia tra noi, piccolissimo gregge, e il luogo sacro che ci accoglieva. Sì, veramente nel corso della storia, nel ciclico imperversare di guerre e rivoluzioni, nel dilagare di una mentalità pagana o della attuale cultura del relativismo, che è cultura di di morte, i monasteri sono stati – e ancor oggi sono chiamati ad esserlo – “custodi” della vita di fede e quindi anche culla di sempre rinnovata civiltà cristiana. Per questo occorre che i monaci siano molto – come diceva Paolo VI – «vigilanti nel crepuscolo di questo mondo» e consapevoli del valore della loro vocazione per l’intera umanità. Un monaco del Monte Athos ha recentemente scritto: «Questo è il trucco che usa il diavolo nel nostro tempo. Egli sa che le nuove generazioni – disgustate da un modo di vivere senza ideali – troveranno rifugio nel monachesimo, perciò cerca di ostacolare noi monaci nel vero lavoro spirituale e di farci cadere nella miseria, per non essere lievito spirituale. Le prossime generazioni avranno bisogno di noi per aggrapparsi al cielo. Non  dimenticate questa cosa» (Dionisios Tatsis, Non cercate una santità a buon mercato. Vita e insegnamenti dal Monte Athos, Ed. Dehoniane, Roma 1997, p. 110). È vero: non bisogna essere “sconsiderati”, né pessimisti sul futuro. Per dare gloria a Dio, sento di dover testimoniare che da trentasei anni, ossia dalla fondazione, sull’Isola San Giulio abbiamo fatto l’esperienza di un continuo miracolo. Infatti, il “piccolissimo gregge” è cresciuto in modo tale da potersi espandere su altri pascoli: il Priorato «Regina Pacis» in Valle d’Aosta e quello della «SS. Annunziata» in Fossano (Cuneo), dove, in sintonia con il coro della comunità isolana, dall’alba al tramonto e ancora nella notte, le ore sono scandite sul ritmo della “lode perenne” e così il tempo fluisce nell’eternità riscattando dalla caducità tutte le cose e ordinandole al loro fine ultimo. 

 

Suor Anna Maria Canopi fondò e diresse tutta la vita, una comunità monastica presso l’Isola di San Giulio in provincia di Novara. Scrittrice molto feconda e profonda erudita della letteratura dei Padri della Chiesa, pubblicò diversi libri sulla storia del monachesimo e sulla spiritualità cristianaCollaborò all’edizione della Bibbia della CEI, al Catechismo della chiesa cattolica e alle edizioni dei nuovi messali e lezionari. Preparò il testo della Via Crucis di Giovanni Paolo II al Colosseo nel 1993. Nel 1995 intervenne al Congresso della Chiesa italiana di Palermo  portando la sua testimonianza di badessa benedettina al Convegno dei giovani europei tenutosi a Loreto.  L’intera vita monastica nella clausura dell’Istituto delle Suore Benedettine di cui fu sempre Madre Badessa la rese un riferimento per tutti coloro che cercano nel silenzio, nella meditazione e nella preghiera la via della riflessione interiore e del radicamento della fede, per dare un senso diverso alla propria vita.

 

               

 

L’abbazia Mater Ecclesiae è un monastero benedettino femminile di clausura, situata sull’isola di San Giulio, sul lago d’Orta, in provincia e diocesi di Novara.

L’Ucraina della grande carestia nell’indagine a più voci curata da De Rosa, l’autorevole storico del movimento cattolico.

Durante gli anni 1932-33 milioni di contadini ucraini morirono a causa della mancanza di viveri, dello sfinimento fisico, del tifo, delle deportazioni, dei suicidi provocati dallo squilibrio psichico e dal collasso sociale. È quella che viene ricordata come la grande “carestia” in Ucraina e nel Caucaso del nord. 

Una carestia molto particolare, non dovuta a condizioni naturali avverse, ma alle scelte staliniane nella politica di collettivizzazione delle campagne e di industrializzazione dell’Unione Sovietica. 

Riportiamo di seguito l’introduzione, a firma di Gabriele De Rosa e Francesca Lomastro, de La morte della terra. La grande «carestia» in Ucraina nel 1932-33 (Viella Libreria Editrice). Il libro, edito nel 2005, raccoglie gli atti del Convegno svoltosi a Vicenza il 16-18 ottobre 2003. Nella circostanza, studiosi italiani e stranieri hanno riesaminato le vicende di quegli anni terribili, l’eco che ebbero nel mondo, i riflessi nella letteratura, le conseguenze sulla società ucraina che arrivano fino ai nostri giorni.

Da dove venite gente? 

Dalla fame. Dalla Volyn’ 

Di quale campagna siete? 

È morta la campagna.

I versi della poetessa ucraina Lina Kostenko riecheggiano nell’immagine della “morte della terra” che dà il titolo a questo libro (1). Il poema Marusja Churaj da cui essi sono tratti è ambientato nell’Ucraina del Seicento devastata dai polacchi, non negli anni dello stalinismo. Ma anche in questi ultimi, a cavallo tra il 1932-33, quella stessa morte della terra trionfò in Ucraina, premessa e conseguenza di quello sterminio per fame per designare il quale è stato necessario creare un termine nuovo, holodomor.

A causare questo sterminio non furono le condizioni climatiche avverse, ma le decisioni politiche della dirigenza sovietica, a Mosca come a Karkhov. L’obbiettivo era collettivizzare a ritmi accelerati, in modo da poter più facilmente ammassare quanto più grano possibile, da distribuire nelle città dove l’industrializzazione procedeva a ritmi altrettanto forzati e da esportare per finanziare quella industrializzazione. Si trattava di un obbiettivo che, come dichiararono ripetutamente i dirigenti sovietici, andava raggiunto ad ogni costo, anche a quello della fame dei contadini e persino della loro morte, specie laddove, come in Ucraina, più intensa era stata la resistenza delle campagne all’offensiva staliniana.

Le enormi dimensioni della tragedia furono subito evidenti, e conosciute: tre, otto, dodici milioni di morti, o addirittura di più, come sostenuto da alcune voci riportate dal console italiano a Karkhov, Sergio Gradenigo, attento e acuto osservatore della tragedia, in quei documenti eccezionali che sono i suoi dispacci inviati al governo italiano per tenerlo al corrente di quanto avveniva in Ucraina (20. Sono dimensioni che è necessario ricordare non per proseguire un ormai insensato dibattito sul numero esatto delle vittime, ma per avere un’idea della tragedia consumatasi tra il novembre 1932 e il giugno 1933. La sua scala è tale da permettere il ricorso alla categoria di “genocidio”, anche se si tratta di un genocidio diverso da quello premeditato e teso alla distruzione diretta di ogni suo rappresentante attuato dal nazismo nei confronti del popolo ebraico.

Eppure di questa tragedia si è parlato poco, anche perché tanto le democrazie occidentali che l’Italia fascista non diedero ad essa allora grande importanza, mentre l’Urss si impegnava a negarne la stessa esistenza e a cancellarne sistematicamente tracce e memoria. Di quella morte per fame di cui milioni di famiglie, comprese famiglie russe come quella di Gorbachov, portavano in sé il dolore, fu vietato parlare, e quando, finalmente, si cominciarono ad aprire gli archivi, per gli stessi storici (ucraini, russi o occidentali che fossero) non fu facile – e non lo è ancora – cogliere lo straordinario peso degli eventi e delle loro conseguenze, anche sul giudizio che siamo tutti chiamati a dare del secolo appena trascorso.

Questo libro raccoglie i contributi di un convegno che ha perseguito l’unico obbiettivo di cercare di capire da dove venne la morte per fame a coloro che vivevano nel granaio d’Europa. La comprensione della tragedia attraverso la quale passò il popolo ucraino vuole essere un contributo alla comprensione di questo grande Paese dell’Europa orientale, culturalmente e storicamente europeo, eppure restato purtroppo a lungo in Italia, ma si spera non ancora per molto, una terra incognita.

  1. I versi sono citati in O. Pachlovska, Il concetto di tempo e di storia nella poe- sia di Lina Kostenko, in «Ricerche slavistiche», XXXIX-XL/2 (1992-1993), p. 137.
  2. Il riferimento è ad A. Graziosi (a cura di), Lettere da Kharkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, Torino 1991, in particolare al doc. n. 35, del 22 giugno 1933, p. 182, quando, all’apice della tragedia, Gradenigo scriveva che «rappresentanti del Governo hanno ammesso una perdita di vite umane, per la sola Ucraina, di 9 milioni di anime. Nei circoli universi- tari si parla del 40/50 per cento del totale della popolazione ucraina…».

 

La nuova orda di Putin e la sfida di un’identità non ostile (AsiaNews)

Le riletture storiche e gli appelli alla coscienza popolare non possono più giustificare un sistema contro un altro, un Paese contro un altro, un’ideologia contro l’altra. Qulunque sarà l’esito della guerra sarà un mondo diverso per tutti e non solo per la Russia e per l’Ucrania.

 

Stefano Caprio

 

Da dove viene l’aggressività dei russi, che nessuno pensava avrebbero invaso e bombardato l’Ucraina in modo così massiccio e determinato, come soltanto i tartari del 1200 avevano fatto arrivando a radere al suolo la stessa Kiev? I sondaggi di questi giorni, pur nel contesto della propaganda di Stato e del blocco della libera informazione, cercano di capire qual è veramente lo stato d’animo della popolazione. Secondo i dati pubblicati da diverse agenzie, circa il 70% dei russi sostiene la cosiddetta “operazione militare speciale”.

Gli analisti confermano che in tutta la società russa è diffuso un grado elevato di aggressività, non soltanto in sintonia con la propaganda, ma quasi emerso dal “patrimonio genetico” dei russi. Il filosofo russo-americano Mikhail Epstein definisce la condizione psicologica dei russi oggi come “schizofascismo”, una forma di “fascismo mascherato da lotta contro il fascismo”. Sotto il termine “fascismo” Epstein intende “un’intera visione del mondo che unisce la teoria della superiorità morale, etnica o razziale, la missione divina, l’imperialismo, il nazionalismo, la xenofobia, l’aspirazione alla superpotenza, l’anticapitalismo, l’antidemocrazia, l’antiliberalismo”.

Lo schizofascismo sarebbe una pericolosa e aggressiva caricatura del fascismo, che si esprime in un “odio isterico nei confronti della libertà, della democrazia, di tutto ciò che è diverso ed estraneo, e nella continua ricerca dei nemici e dei traditori del proprio popolo”. È un’eredità post-sovietica, ma anche un dato caratteristico di un popolo da sempre disperso su un territorio troppo grande, che fatica a determinarsi e a delimitarsi, e a proteggersi dalle invasioni.

Un aspetto decisamente schizofrenico di questo odio atavico è quello che porta a cercare di godere senza limiti proprio dei beni prodotti dal sistema degli “estranei”, come disse lo zar Pietro il Grande, il più occidentalista di tutti gli autocrati russi: “ci apriremo all’Occidente per un decennio per prendere tutto quello che hanno, poi gli mostreremo le terga”, sentenziò usando in realtà termini molto più espliciti, come quelli oggi tipici del presidente-zar Putin. Più si disprezza l’Occidente immorale, chiamato dai russi la “Gayropa” o il “Pedostan”, il mondo dei pederasti campioni dell’immoralità, più si comprano ville e castelli sulle coste francesi o sulle colline toscane, si aprono conti nelle banche svizzere e si mandano i figli nelle scuole esclusive dei Paesi che insegnano la perversione.

Epstein cerca di dare una spiegazione “scientifica” allo schizofascismo, ricordando che l’origine di questa disfunzione sta nella composizione del cervello umano: “un emisfero del nostro cervello è in perenne conflitto con l’altro emisfero, così che un uomo può essere allo stesso tempo un romantico e un brigante, vivere la sincerità della menzogna, o la menzogna senza inganno, come quando ci dicono che l’avanzata delle armate russe è rallentata dalla vigliaccheria dei neonazisti ucraini”. I russi mentono a sé stessi parlando di sé stessi, non riescono a concludere le trattative di pace tra la parte orientale e quella occidentale del proprio “unico popolo”, della propria storia a due volti, della propria anima lacerata tra le tendenze slavofile e quelle occidentaliste.

Nessuno sano di mente dovrebbe credere alla propaganda del regime putiniano, eppure la stessa propaganda non si cura affatto di corrispondere alla realtà (“noi non abbiamo invaso l’Ucraina”). La propaganda si basa su modelli ideali, su mondi soltanto sognati, e d’altra parte deve eccitare gli animi alla violenza e alla distruzione, giustificare l’orrore con l’onore. Una differenza tra russi e americani, osserva ancora Epstein, è che “i russi adorano chi mente, mentre gli americani non lo possono sopportare, e per questo i russi li considerano una massa di sprovveduti”. Essere imbevuti di menzogne da decifrare è invece per i russi motivo di orgoglio, vuol dire essere rispettati e trattati da veri uomini, in grado di capire le cose al di là delle parole, come di fronte al roboante annuncio di Putin a reti unificate: “una banda di drogati e neonazisti a Kiev ha preso in ostaggio il popolo ucraino, e noi lo dobbiamo liberare”, o alla solenne omelia del patriarca Kirill quando afferma che “ci vogliono imporre le parate dei gay per essere ammessi nel mondo civile, e dobbiamo difendere la vera fede”.

I nazisti non esistono nell’Ucraina dell’ebreo Zelenskyj, ma questa frase fa ricordare i seguaci del traditore Stepan Bandera, che cercò di vendere l’Ucraina a Hitler, quando molti ucraini preferirono i nazisti ai comunisti, considerandoli meno oppressivi. Così come le parate dei gay-pride sono ormai un rito superato in tutto l’Occidente, nel tempo della fluidità di genere, ma evocano i tempi medievali in cui gli zar della “Terza Roma” si consideravano gli ultimi difensori della civiltà cristiana: “una quarta Roma non ci sarà”, diceva la profezia, perché se la Russia crolla, il mondo diventerà preda dell’Anticristo. Sono categorie del risveglio di istinti e complessi secolari, antichi e recenti, di offese e pretese di prospettiva apocalittica.

La divisione dell’anima russa, d’altronde, è evidente anche nell’intensità delle tante persone contrarie alla guerra, che sfilano in solitudine con cartelli che ricordano i comandamenti biblici o manifesti mostrati in televisione contro la guerra e la menzogna, a rischio della propria libertà. Sono certamente una minoranza, fatta di giovani senza una guida, anche perché le guide sono state tutte espulse o incarcerate, eppure Aleksej Naval’nyj può sfidare i “vecchi pazzi che distruggono il nostro Paese, invadendo quello dei nostri fratelli”, assicurando che “non ci fate paura, anche se ci mettete in galera per cento anni”.

L’inno nazionale russo nella versione sovietica (oggi ha conservato la musica e leggermente modificato il testo) recita: “Alzati, Paese immenso / Alzati per la lotta mortale / Contro la forza buia del fascismo / Contro l’Orda maledetta!”. Soltanto che nei panni dell’Orda tataro-mongola oggi si presenta la Russia stessa, e le parole dell’inno sembrano incitare piuttosto gli ucraini a difendersi contro l’inaudita aggressività dei russi, come fa notare Maria Maksakova, una cantante d’opera ed ex-deputata della Duma di Mosca, che da anni vive in Ucraina. In un’intervista a Radio Svoboda lei ricorda che “in un secolo siamo passati dal feroce Lenin al cannibale Stalin, passando per i manicomi psichiatrici contro i dissidenti di Brežnev e arrivando alle operazioni speciali contro l’umanità di Putin”.

Secondo la Maksakova, questi eccessi di violenza possono provocare reazioni di entusiasmo per brevi periodi, per poi trasformarsi in clamorose sconfitte e catastrofi epocali, lasciando la Russia perennemente indietro rispetto al resto del mondo. In effetti, anche se ancora non si vede la fine degli scontri in Ucraina, l’operazione appare già oggi un fiasco totale: nessuna guerra-lampo, nessun abbraccio del popolo ucraino ai liberatori, isolamento totale a livello internazionale, baratro economico che si spalanca a partire dalle sanzioni, e che in ogni caso lascerà la Russia per molti anni al livello di vita dell’Urss brezneviana.

Il consenso di massa all’aggressione ricorda i giorni del 2014, quel grido di esultanza: “la Crimea è nostra!” davanti a una folla oceanica presso il Cremlino. Una gioia selvaggia che si è dissolta in breve tempo. Già l’anno successivo per la “festa della Crimea” il 18 marzo, diventata il giorno sacro delle elezioni e delle manifestazioni patriottiche, per riempire le piazze il regime obbligava gli studenti e pagava i volontari. Oggi questo stesso giorno solenne del “Crimea-nostrismo”, come viene chiamata l’ideologia putiniana degli ultimi anni, viene celebrato direttamente sul campo, e di nuovo sembrano mancare i comprimari, perché al di là delle dichiarazioni ufficiali, ben pochi sono gli entusiasti del cannibalismo putiniano. I russi franano nell’abisso con fragoroso entusiasmo, sapendo che giaceranno a lungo nella polvere.

Due anni fa Putin cercò di rianimare lo spento consenso patriottico con la nuova costituzione e le grandi feste per i 75 anni dalla Vittoria contro il nazismo, e venne frustrato dalla pandemia di Covid-19. La politica e la storia russa venivano riportate all’inizio, “azzerando” anche le successioni del ventennio precedente, e permettendo allo stesso Putin di rilanciarsi come leader della nazione almeno per un altro ventennio. Ora, qualunque sia l’esito delle operazioni belliche, l’azzeramento sta diventando la cifra determinante della vita della Russia e dell’Ucraina, e non nel senso del passaggio a una dimensione “sovratemporale”, ma come necessità di ricostruire un mondo distrutto.

Le riletture storiche e gli appelli alla coscienza popolare non possono più giustificare un sistema contro un altro, un Paese contro un altro, un’ideologia contro l’altra. Sarà un mondo diverso per tutti, e non solo per i due Paesi coinvolti, ma per tutta l’Europa, l’America e la Cina, l’Occidente e l’Oriente. Se la fine del comunismo fece dire ad alcuni che eravamo giunti alla “fine della storia”, oggi dobbiamo riconoscere di essere “all’inizio della storia”. La guerra russa è stata presentata come una grande lotta del bene contro il male assoluto, ma non si possono applicare nuovamente gli schemi del totalitarismo di destra o di sinistra, del fascismo e del comunismo contro il liberalismo e il capitalismo.

La Russia di oggi è tanto capitalista quanto l’America e l’Europa, e i cittadini di Kiev come quelli di Mosca sono abituati a una vita di consumi e di comunicazioni, che oggi viene messa in crisi, ma senza che venga proposta una vera alternativa. L’Ucraina sarà lo specchio di questa “nuova creazione”, che le Chiese stesse invocano per intercessione di Maria e di tutti i santi, ma saranno gli uomini a doverla realizzare. Kiev era negli anni sovietici la fotocopia di Mosca, mentre Leopoli conservava l’aspetto austro-ungarico, oggi la capitale è un cumulo di rovine materiali e spirituali, e l’intero Paese è dilaniato dalla guerra fratricida.

Città gloriose come Kharkiv, Kherson, Mariupol, Odessa, le stesse Lugansk e Donetsk sono “azzerate” e dovranno indicare la nuova identità non ostile di un “popolo unico” in realtà molto misto e composito, in cui non esiste una “parte russofona” ben distinta da quella “filo-occidentale”, così come nelle famiglie ucraine è spesso difficile distinguere le giurisdizioni ecclesiastiche, moscovita, romana o costantinopolitana.

Per molti secoli abbiamo tutti trascurato l’Ucraina, col risultato di non riuscire a capire neppure la Russia. Ora dobbiamo difendere la vita dei bambini e delle famiglie, fermare l’aggressione e aiutare la riconciliazione, ma soprattutto dobbiamo pregare tutti insieme, che Dio stesso possa indicare la via per costruire un mondo nuovo.

 

(Fonte: AsiaNews 19 marzo 2022)

Putin e l’Illuminismo. Una riflessione su “Mente Politica”.

La ragione come ogni concetto del linguaggio e della cultura segue vie complesse e anche contorte e può essere adattata a molti usi; ma il suo scopo è di essere una guida per aprire nuove possibilità alla vita sociale senza frantumare la società.

Tiziano Bonazzi 

Putin, purtroppo per noi, combatte una molto pericolosa battaglia di retroguardia che ci costringe a distogliere lo sguardo da altre in cui sarebbe più utile essere coinvolti. È una battaglia per l’eterna anima russa, legata a difendere la grandezza imperiale e spirituale della patria, la sua unità attorno alla Chiesa ortodossa e a un capo. Pare di leggere, con le dovute, profonde differenze storiche e intellettuali, le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann apparso nel 1918 e scritto negli anni immediatamente precedenti. Anche allora vi era una guerra, la Grande guerra, e Mann si poneva a difensore del nazionalismo contro l’universalismo illuminista e sosteneva l’assoluta superiorità della Kultur tedesca, spirituale, pura, una e imperiale, sulla Zivilisation britannica e francese, tutta tecnica e dibattito, materialista e distruttrice dell’anima dei popoli. Mann, però, era un grande ed ebbe il coraggio di diventare antinazista. A livello non di intellettuali, ma di popolo, abbiamo il caso dei sudisti statunitensi che per quanto in maggioranza non possedessero schiavi combatterono furiosamente contro il Nord per difendere “il focolare e la famiglia”, il loro tradizionale modo di vita identificato con la propria comunità prima che con la Confederazione. Un modo di vita fondato su un rapporto personale con Cristo, sul duro lavoro contadino in cui non esistono dubbi, sulla comunità locale piena di conflitti, ma sicura fonte di identificazione, e sulla schiavitù. La schiavitù di chi non ha schiavi, ma la considera parte dell’ordine delle cose, non disturbante, bensì rassicurante. Tutto il contrario dei bottegai del Nord, moralisti senza morale, attaccati al denaro invece che ai valori, all’individuo invece che alla comunità. Casi diversi, ma uniti contro qualcosa che potremmo chiamare modernità o, se vogliamo volare alto, Illuminismo.

L’Illuminismo è stato attaccato, decostruito dalle migliori menti del Novecento; ma è contro di lui, contro quello che ha significato dal Settecento fino a oggi, che si scaglia la madre Russia di Putin e dei tanti russi che lo seguono. È vero, preferiremmo continuare a discutere della critica all’Illuminismo ricordando che, nel nome del progresso e dell’individualismo, ha nutrito le tante nefandezze dell’espansione euroamericana nel mondo e le storiche diseguaglianze intrinseche alle società moderne. Però suo merito è avere individuato e promosso i diritti individuali, la democrazia, la fine dell’unione fra trono e altare e di quella fra altare e società, ed è proprio contro i principi usciti dal pensiero illuminista e contro la modernità che si sono battuti i reazionari di ogni genere fin dai tempi della Rivoluzione francese e di Joseph De Maistre, per il quale l’uomo a causa della sua debolezza e del peccato non può autogovernarsi e ha bisogno della verità della Chiesa e dell’obbedienza a un re legittimo. La guerra in Ucraina potremmo dire che ci riporta a combattere battaglie intellettuali che vorremmo considerare terminate; ma che terminate non sono perché l’idea di un ordine eterno nel quale vivere senza dubbi e patemi d’animo, un freno luminoso al turbine delle passioni e dei desideri, si manifesta sempre.

 

Putin combatte la civiltà illuminista sul piano della guerra vera e della geopolitica, cose su cui lascio la parola agli specialisti. Io mi limito a notare che c’è un parallelo anche fra le ragioni con cui Putin ha giustificato l’aggressione all’Ucraina e le guerre culturali scatenate dai neoconservatori e dalle chiese evangeliche negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta del Novecento nel nome dell’ordine delle cose, dell’identità e della tradizione morale cristiana, di un’articolazione sociale in cui esistono limiti e gerarchie obiettive pur mitigate dalla democrazia. Un parallelo che può sembrare blasfemo vista la fede democratica e l’occidentalismo dei neoconservatori; ma che non lo è in prospettiva storica. Si tratta, infatti, di un parallelo che ci rimanda a uno scontro che si inasprisce man mano che le società occidentali diventano più articolate e flessibili e sorgono, in conseguenza, comportamenti incompatibili con la democrazia otto-novecentesca, quella considerata naturale prima della tempesta degli anni Sessanta – gli anni delle tante rivolte di gruppi che individuavano vie di libertà proprie e alternative.

 

Tiziano Bonazzi, Professore emerito di Storia Americana – Università di Bologna

 

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https://www.mentepolitica.it/articolo/putin-e-lilluminismo/2223

 

Sbarra (Cisl): recuperare l’insegnamento di Marco Biagi costruendo un nuovo Statuto della Persona nel mercato del lavoro.

Il segretario generale della Confederazione sindacale di Via Po ha riconfermato la contrarietà all’introduzione di leggi invasive su salari e orari, turni e organizzazione del lavoro, smart working, deroghe e rappresentanza. Le tutele devono crescere con il rafforzamento di istituti e strumenti che vanno definiti in sede di contrattazione tra le parti. “Oggi abbiamo la possibilità di promuovere – ha detto Sbarra – un migliore accesso al lavoro dei giovani con la formazione professionale e l’apprendistato, attraverso un buon uso delle risorse del Pnrr”.

“La vera preoccupazione di Marco Biagi, la sua vera e unica ossessione, era quella di proteggere tutti, e in particolare chi si sarebbe trovato in situazione di difficoltà, dare all’Italia nuove tecniche per regolare tutti i tipi di lavori, anche quelli atipici, rivedendo vecchie norme non più in sintonia con la moderna organizzazione del lavoro”. Lo ha detto ieri il Segretario Generale della Cisl, Luigi Sbarra concludendo l’iniziativa della Fondazione Ezio Tarantelli e del Centro Studi di Firenze della Cisl a vent’anni esatti dell’assassinio di Marco Biagi.  

“È veramente arrivato il tempo di recuperare quel luminoso monito e quell’insegnamento di Marco Biagi e costruire oggi un nuovo Statuto della Persona nel mercato del lavoro. Impegnarsi a fondo per combattere le vere “precarietà” del nostro mercato del lavoro seguendo ed aggiornando questi insegnamenti, è la migliore risposta sia all’atto barbaro che ci ha privato di Marco Biagi, sia alle tante polemiche strumentali e superficiali che ne hanno ingiustamente offuscato la figura”, ha aggiunto il leader Cisl. 

“Una sfida che il sindacato deve saper cogliere nella sua molteplicità di azioni e di alleanze, nella contrattazione in senso stretto, e in particolare in quella di secondo livello, nella concretezza dell’azione territoriale, in una cooperazione che dal locale sappia incrociare la dimensione globale”, ha sottolineato ancora Sbarra. 

“Questa è, per la Cisl, la chiave per amministrare e far progredire contenuti e tutele senza l’irrigidimento di leggi invasive su salari e orari, turni e organizzazione del lavoro, smart working, deroghe e rappresentanza. Oggi abbiamo la possibilità di promuovere un migliore accesso al lavoro dei giovani con la formazione professionale e l’apprendistato, attraverso un buon uso delle risorse del Pnrr. Dobbiamo mettere in campo per tutti, finalmente, una riforma organica degli ammortizzatori sociali in senso universalistico, come ci spiegava lo stesso Biagi e come ci ha ulteriormente insegnato la pandemia.

Promuovere reali ed estese politiche attive del lavoro, rafforzare le tutele per i lavori flessibili, inserire nel buon lavoro giovani, donne, disoccupati, in particolare nel Mezzogiorno, riducendo il troppo forte livello di segmentazione del nostro mercato del lavoro. E poi occorre una grande svolta sulla partecipazione dei lavoratori alle decisioni strategiche delle imprese. Sono queste le sfide di venti anni fa e di oggi, cui certamente si aggiungono la transizione digitale, ecologica ed energetica. 

Tutto ciò deve essere realizzato insieme, nel nome di Marco Biagi, verso il traguardo di una piena democrazia econonica, con il pieno contributo delle parti sociali, aprendoci al confronto con le migliori esperienze europee”.

Politica, ora servono nuovi protagonisti.

Con il tramonto di una stagione animata dagli “estremismi” di Lega e M5S, è giocoforza che emergano nuovi protagonisti e soprattutto nuovi soggetti politici. Certo, chi continua a individuare nei populisti da un lato e nei sovranisti dall’altro gli alleati “strategici” per aprire la fase politica che culminerà con le elezioni del 2023, difficilmente potrà guidare questa nuova stagione costituente.

Sì, è vero. C’entra la guerra, terribile e drammatica in Ucraina. E, soprattutto, le ripercussioni che proprio questa guerra, tradizionale e violenta, avrà nella ridefinizione degli stessi equilibri a livello geopolitico. Europeo ed internazionale. Ma è indubbio che il cambiamento radicale con cui dobbiamo convivere è la conclusione di una fase politica che vede, fortunatamente, il lento tramonto – speriamo il più presto possibile – di chi ha interpretato, cavalcato e sfruttato le due sub culture principali di questo fallimento: il sovranismo e il populismo. Ovvero il partito populista per eccellenza, cioè quello di Grillo, e quello sovranista della Lega di Salvini. Dico Salvini perchè la Lega tradizionale era tutt’altra cosa. E cioè, penso alla Lega di Bossi di ieri o alla Lega di Zaia di oggi. 

Due partiti che hanno dovuto radicalmente rinnegare tutto ciò che hanno urlato e sbraitato per molti anni e che oggi, di fatto, quasi si vergognano se qualcuno ricorda le sterminate dichiarazioni del passato che. campeggiano, come ovvio, su tutti i social. È talmente evidente, di conseguenza, che sarà difficile, molto difficile, che i protagonisti della futura e nuova fase politica possano essere quei personaggi che hanno dovuto rinnegare tutto ciò che hanno detto per svariati lustri e che oggi sono costretti a percorrere strade per loro del tutto inedite e sconosciute. Non a caso, hanno dovuto compiere – e compiono tuttora – giravolte e capriole continue illudendosi che i cittadini/elettori siano una massa di beoti pronti ad accogliere la deriva trasformistica ed opportunistica di questi cosiddetti leader politici sempre meno credibili e attendibili.

Insomma, ci si avvia a chiudere definitivamente una fase politica decadente, puramente propagandistica, del tutto deficitaria e altamente carente sotto il versante della credibilità della classe politica naufragata nella spirale qualunquista, demagogica e anti politica che l’ha caratterizzata sin dall’inizio. Sotto questo versante, e tardivamente, possiamo dire tranquillamente che l’alleanza tra i populisti dei 5 stelle e i sovranisti della Lega salviniana era coerente e del tutto naturale quando è stata siglata nel 2108 dopo le elezioni che hanno sconvolto i tradizionali e consolidati equilibri politici nel nostro paese. 

Ora, però, questa triste e decadente parentesi finalmente si avvia alla sua conclusione dopo il governo guidato dai cosiddetti “migliori”. E con il tramonto di questa stagione è giocoforza che emergano nuovi protagonisti non solo politici ma anche, e soprattutto, nuovi soggetti politici. Certo, chi continua a individuare nei populisti da un lato e nei sovranisti dall’altro gli alleati “strategici” per aprire la fase politica che culminerà con le elezioni del 2023, difficilmente potrà essere protagonista di questa nuova stagione costituente.

Ecco perchè, allora, le forze di centro moderate, riformiste, liberali e cattoliche saranno determinanti e decisive – al di là dello stesso peso elettorale – in vista delle prossime elezioni politiche. Decisive e determinanti purchè siano chiare nel decretare la fine di questa doppia malapianta – il sovranismo e il populismo, appunto – che ha contribuito ad immiserire la nostra democrazia e ad incrinare il ruolo e la credibilità delle stesse istituzioni democratiche.

Bisogna al più presto invertire la rotta. E la “cultura politica di centro” deve ritornare protagonista non per il futuro di quelle forze ma, semmai, per il ritorno della qualità della democrazia e per la nobiltà e lo stesso ruolo della politica nella società contemporanea.

 

Moro secondo Follini: una lettura che offre molto più di quanto non si trovi nelle consuete analisi e ricostruzioni storiche.

L’autore compone il romanzo storico di una Repubblica ricca di immaginazioni e povera di immaginario. Molto è cambiato, se non tutto. Si è persa infatti – dopo Moro – l’idea della politica come “intelligenza degli avvenimenti” e capacità di persuasione, la democrazia come tensione e non come conquista. Dopo di lui, la politica è stata sempre più affidata esclusivamente ai rapporti di forza.

C’è una frase di un articolo giovanile di Moro pubblicato su “La Rassegna” di Bari (siamo nel 1944) che vale la pena ricordare: «Il nostro posto è all’opposizione, il nostro compito è al di là della politica. Noi non abbiamo aspirazioni a governare. Non vogliamo il potere, perché esso ci fa paura. Potrebbe rendere anche noi conservatori, conservatori, non fosse altro, di una libertà meschina e personale. Potrebbe abituarci al compromesso, potrebbe insegnarci la finzione. E noi vogliamo essere liberi, liberi di tutta la libertà dello spirito». 

Fedele a questa convinzione, Moro scelse per sé un ufficio periferico e distaccato a via Savoia, nel quartiere Salario. Un tentativo di tenersi a prudente distanza dal Palazzo e di marcare una differenza tra il suo modo di intendere la vita (e la politica) e quello dei suoi colleghi e compagni di partito. Nelle pagine del libro di Marco Follini, Via Savoia: il labirinto di Aldo Moro, La Nave di Teseo Edizioni, c’è molto di quello che non si trova nelle analisi e ricostruzioni storiche. In particolare, lo studio ubicato al civico 88 di via Savoia. Sembra quasi di vederlo: il parquet che scricchiola, i rumori attutiti, le zone d’ombra. Insieme alle abitudini del suo illustre inquilino: il lavaggio frequente delle mani, gli occhiali, le bretelle. La restituzione della sensazione fisica, quasi tattile, di quella politica e del personaggio che più di tutti la incarnava. 

Scrive Follini: Moro “rispondeva minuziosamente a tutte le lettere che riceveva. Lo faceva a modo suo, mettendoci del tempo. Magari quelle carte restavano a prendere polvere sulla sua scrivania per un paio di mesi, o anche più. Ma poi arrivava il momento di gettarvi uno sguardo e non era mai uno sguardo distratto o impersonale. Semmai tardivo. Come se il tempo, intanto, vi avesse conferito un valore maggiore”. 

Nella ricognizione dei tempi e dei luoghi, Follini compone il romanzo storico di una Repubblica ricca di immaginazioni e povera di immaginario. Come sottolinea Marco Damilano nella prefazione, quello dell’autore è “il primo tentativo di indagare, con delicatezza e sensibilità, nella profondità dell’animo di chi ha incarnato il partito-Stato e le istituzioni repubblicane in una stagione in cui le identità collettive prevalevano sulle biografie. Il codice della leadership era impersonale, al contrario di oggi”. 

Si è persa infatti – dopo Moro – l’idea della politica come “intelligenza degli avvenimenti” e capacità di persuasione, la democrazia come tensione e non come conquista. Dopo di lui, la politica è stata sempre più affidata esclusivamente ai rapporti di forza. Moro è stato certamente anche un uomo di potere, lo ha maneggiato in tutti i suoi aspetti. Nessuno come lui conosceva e sapeva decifrare “la passionalità intensa e le strutture fragili” della democrazia italiana. Ma proprio per questo immaginava la costruzione di percorsi complessi, di tempi diversi, di un “pensiero lungo” (come direbbe Ciriaco De Mita), senza esaurire un progetto politico nello spazio di un tweet o di un girotondo. 

Al lettore non può certo sfuggire il rapporto inversamente proporzionale tra il metodo di Moro “a penetrare la sostanza dei problemi, a descriverne gli sviluppi e le implicazioni, a farne materia di ragionamento nell’articolazione di possibili sintesi” e il crescente decisionismo che ha ridotto il ruolo delle assemblee elettive a luoghi di ratifica di decisioni prese altrove. E che ha sminuito, a ben vedere, anche la varietà delle posizioni ammesse nel dibattito pubblico.

Via Savoia è il “romanzo storico-politico” che finora mancava nel panorama editoriale italiano. E il protagonista del romanzo è anzitutto un eroe della ritirata, destinato all’incomprensione, costretto a difendersi più che ad avanzare, a custodire quello che gli è stato affidato dal logoramento. Follini aggiunge dettagli e particolari inediti su una figura complessa e mai abbastanza esplorata, lavora sui chiaroscuri, componendo un “ritratto labirintico” pieno di politica e umanità. Una lezione di conoscenza, di curiosità e condivisione, di complicità con le singole persone e con le loro miserie e cadute, che è il senso della vita e della politica per l’autore e per il suo personaggio che mai potremo dimenticare.

Ucraina: appello dei vescovi europei, “che la storia non si ripeta. Si torni alle trattative per una soluzione pacifica”.

Nell’appello si chiede di riflettere su quanto è scritto nella enciclica Fratelli Tutti: “La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, tocchiamo la carne di chi subisce i danni”.

“Esattamente un secolo fa, quando una pandemia strangolò il mondo, si scatenarono due orribili guerre mondiali. Che la storia non si ripeta! Facendo eco ai continui appelli della Santa Sede – ‘non è mai troppo tardi per negoziare’ – preghiamo e sollecitiamo il ritorno alle trattative per una soluzione pacifica”. È l’appello dei vescovi europei contenuto in una Dichiarazione diffusa questa mattina da Bratislava dove è in corso la terza edizione delle Giornate sociali cattoliche europee. 

A firmare il testo, a nome di tutti i delegati europei presenti, sono il card. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece, mons. Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius e presidente del Ccee, e mons. Stanislav Zvolenský, arcivescovo di Bratislava e presidente della Conferenza episcopale slovacca. “Con il cuore spezzato – scrivono i vescovi – ascoltiamo le voci di quanti soffrono per la follia della guerra, le cui tragiche conseguenze sono davanti ai nostri occhi. Allo stesso tempo, siamo toccati dalla solidarietà di un gran numero di famiglie e persone che offrono rifugio e assistenza a chi ha bisogno di protezione. Facciamo appello alle istituzioni nazionali ed europee affinché sostengano adeguatamente questi sforzi”. 

I vescovi europei si uniscono pertanto “a Papa Francesco nel suo appello urgente: fate tacere tutte le armi”, ricordando quanto è scritto nella enciclica Fratelli Tutti: “La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, tocchiamo la carne di chi subisce i danni”. Da Bratislava, anche i vescovi europei accolgono “con gioia” l’invito rivolto da Papa Francesco ai vescovi di tutto il mondo e ai loro presbiteri a unirsi a lui nella preghiera per la pace e nella consacrazione e affidamento della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria. 

“Preghiamo quotidianamente per la pace, in Ucraina e nel mondo intero, e chiediamo a Dio misericordia”, si legge nella dichiarazione. “Preghiamo il Signore che su questa terra ha sopportato la sua passione, ha sofferto la morte ed è risorto, di concedere il riposo eterno a tutti coloro che hanno perso la vita nella guerra. Conforti le loro famiglie, protegga coloro le cui vite sono a rischio e che stanno fuggendo dalla violenza. Colmi di abbondanti benedizioni tutti coloro che hanno mostrato solidarietà alle persone colpite e vulnerabili”. 

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https://www.agensir.it/quotidiano/2022/3/19/ucraina-appello-dei-vescovi-europei-che-la-storia-non-si-ripeta-si-torni-alle-trattative-per-una-soluzione-pacifica/

Camminiamo tutti su strade sbagliate. La preghiera di padre Turoldo per la pace. Un testo riproposto dall’Osservatore Romano.

Nel 1967 padre Turoldo partecipò, insieme a Giuseppe Lazzati, a una tavola rotonda organizzata dall’Ufficio cultura del Comitato provinciale della Democrazia cristiana di Milano. Riproponiamo stralci del suo intervento che venne pubblicato nel libro «David Maria Turoldo. La sfida della pace», a cura di Elena Gandolfi (Bellavite Editore, 2003). Il testo è stato pubblicato dall’Osservatore Romano ieri 18 marzo.

 

David Maria Turoldo

Ho capito, Signore. La pace non me la può dare nessuno. È inutile che speri. I governi, gli stati, i continenti hanno bisogno di pace anche loro e non ne sono capaci. E camminano tutti su strade sbagliate.

Essi pensano che la pace si possa ottenere con le armi, incutendo paura agli altri stati e agli altri continenti. E intanto si armano, e studiano sistemi sempre più potenti e micidiali.

Tutti vogliono essere forti. Dicono: solo un forte può imporre il rispetto e la pace. Come se la pace fosse un fatto di imposizione e non d’amore.

Io non ho mai visto che ci sia pace per queste strade. Questo è uno squilibrio di terrore: un’altra maniera per essere schiavi; una maniera apparentemente civile. Invece è barbarie come tutte le altre barbarie. Infatti il più forte dice al più debole: guai se ti muovi! E non ha importanza che magari la situazione del debole sia insostenibile, ingiusta, umiliante. Non ha importanza che sia, ad esempio, la fame o la mia condizione di uomo di colore a spingermi a gesti assurdi.

Ma verrà, uomini, verrà — e non è lontano: io per questo prego e spero — quel giorno che l’oceano nero di miseria e di dolore si metterà in moto, uscirà dai suoi confini con il boato della disperazione. Quell’oceano della collera dei poveri, degli oppressi, dei delusi! Un oceano misteriosamente ancora calmo. Ma fino a quando? Perché non può durare così.

Ora la coscienza sta maturando in profondità e in silenzio; ma poi eromperà e allora sarà più notte della notte. Allora chi è nei campi non torni a casa a salutare sua madre; e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello; e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello; e chi è per via non avrà neppure il tempo di dire addio a un amico. Allora «due staranno alla stessa macina di mulino…» (cfr Luca 17,35; cfr anche Marco 3,15—16): parola tua, Signore! Impossibile che non si avveri.

Allora l’oceano dei poveri strariperà come se la terra fosse capovolta, scossa dalle fondamenta. Va bene: i potenti ci ammazzeranno in molti. Ma pure molti di loro saranno ammazzati.

No, per queste strade della sopraffazione e del terrore non ci può essere pace.

No, nessuno può uccidere un’idea. Nessuno può sradicare la libertà dal cuore dell’uomo: almeno mi resterà sempre la libertà di morire. Perché tante volte è meglio, vale di più morire che vivere.

No, non occorrerà neppure che i poveri facciano la guerra: basterà che si mettano in cammino, che si incolonnino sulle strade.

Tutte le strade sarebbero un unico serpente interminabile: una sola immensa processione. Non ci sarebbe neppure spazio per muovere una sola macchina; e nessun carro armato li potrebbe schiacciare.

Perché sarebbe un serpente di cui nessuno saprebbe dove abbia la testa o il cuore.

Basterebbe che la Cina, ad esempio, la sola Cina si mettesse in cammino: ci sarebbe da uccidere per anni e anni e anni. Che si metta in cammino! Non ha bisogno di armi atomiche la Cina (questa è una sua debolezza).

Cioè, basta che l’oceano esca dai suoi confini; noi abbiamo visto cosa sono le alluvioni: allora non vale nulla la nostra tecnica e la nostra scienza e la nostra capacità organizzativa.

Io potrei pregare anche così: Cina, mettiti in cammino, cammina soltanto; cammina sui deserti dell’Asia; a milioni premete sui confini. Poi vedremo cosa valgono i nostri confini.

Potrei dire: India, Africa, e negri d’America e tutti voi, o criollos dei mille paesi, mettetevi insieme: fate siepe di chilometri sulle strade ferrate, sulle piazze delle capitali potenti, poi vedremo cosa vale la potenza di queste capitali.

Oppure, anche se ciò non dovesse avvenire, questa non è pace. La pace non ha niente a che fare con la forza.

Questo non avviene perché ancora non è l’ora, perché un Altro, qualcuno, tu, Signore, non lo permetti; e attendi (ma fino a quando?) che gli uomini imparino che non è giusto, non è giusto che duri così.

Solo che tu vuoi che l’impariamo da noi stessi: in tempo e per altre vie.

Capisco, questa è una finta pace: anzi, neppure finta pace. Pace: dove? e per chi? È pace forse perché non si muore qui, ma si muore nel Vietnam? È pace perché i negri stanno nelle locations del Sud Africa e noi possiamo scorazzare liberi dalla Città del Capo a Roma? È pace perché qui si suona e si danza e si canta, mentre nel Congo, al Cairo, oppure ad Amman, si piange impotenti e disperati? E nell’Angola e nel Mozambico e nelle Americhe si pensa solo come vendicarsi, come organizzare per ora altre guerriglie.

Questa non è pace. Io voglio essere un cristiano, o Signore. Non posso, non è giusto accettare questa situazione.

Ho capito: la pace non è di questo mondo; può essere nel mondo, ma non è del mondo. Essa è come il tuo regno: è qui, è là, è chissà dove. Ma non è del mondo. E non è neppure di nessuna istituzione.

Nessuno degli uomini può dire dove abiti la pace. Non c’è una casa della pace e una casa della guerra. Oggi ci può essere pace e domani guerra nella stessa casa, nella stessa nazione. Certi paesi non sono paesi di pace, perché non guerreggiano: essi possono essere centrali di guerre lontane; paesi di aureo egoismo e focolai misteriosi di rivolte chissà dove.

La terra è una. L’umanità è una. Perciò uno non può star bene e l’altro male.

La pace non è monopolio di nessuno, né può essere frutto di sistemi umani. Prova ne sia che il mondo non è capace di darsi una pace una volta per sempre.

Neppure l’uomo è un soggetto di pace permanente. Io oggi posso essere in pace, ma domani? Basta una parola, un gesto che io ritengo ingiusto, perché la mia pace vada in frantumi.

Non c’è nulla di più fragile, di più incerto, di più quotidiano della pace. Amicizie offese, interessi che si pensa calpestati, umori oscuri del sangue (chissà cosa nascondiamo noi nel sangue!); e poi soprattutto “la roba”.

Allora ognuno di noi è un soggetto di guerra? Sì, in ognuno di noi vi è il geme della guerra. Anzi, la guerra grande, la guerra guerreggiata, la guerra calda non è che la somma di tutte le guerre individuali, in ogni guerra che cova nel cuore di ogni uomo. Ogni guerra comincia da ciascuno di noi. Mentre da nessuno di noi può cominciare la pace. Perché la pace è più grande dell’uomo. Noi tutti veniamo della foresta, e nella foresta non c’è pace.

Ho capito, Signore, la pace appartiene al tuo regno messianico. Sei tu il principio, la fonte, il paese della pace. Senza di te non può esserci pace né sulla terra né dentro il cuore di qualsiasi uomo. E là dove c’è un uomo di pace, ivi sei tu, Signore, ivi è la tua vera casa, mio Dio. «Io vi do la mia pace, vi lascio la mia pace, non come ve la dà il mondo io la dono a voi (Giovanni 14,27). Il mondo, l’uomo, non sa neppure cosa sia la pace.

La pace sei tu stesso, e tu solo, Signore. Il mondo, l’uomo ha la sua logica e la pace non è frutto di alcuna logica. Ad esempio, finchè non si è poveri, tutti ugualmente poveri, tutti liberamente poveri, poveri per amore, fatti poveri per aiutare i poveri, non ci può essere pace. Ad esempio, finchè non si perdona, non si accetta anche di morire — per amore dei fratelli — finchè non ti lasci anche uccidere, se necessario, invece di vendicarti, non ci può essere pace; è un altro modo di essere poveri: poveri e liberi dal proprio io, o uomo o nazione che tu sia.

Ad esempio, finchè l’uomo non si libera perfino dalla propria cultura, da tutte le ideologie umane, e non pensa che ognuno è un uomo che ha il diritto di credere secondo la sua coscienza, nel rispetto di ogni uomo, non ci può essere pace sulla terra.

Una terza forma di essere poveri e liberi: questo vale perfino per la chiesa, per ogni chiesa, e per ogni confessione religiosa.

Altrimenti anche la chiesa può essere un focolaio di guerra. Le guerre di religione infatti sono state sempre le più feroci. Anzi, la guerra non è che la religione del maligno. Per questo Satana è fin dal principio omicida.

Ad esempio, non ci può essere pace finchè tu cerchi di non fare la guerra solo per paura, per il terrore di morire. Vuol dire che tu non vuoi ancora la pace, ma che semplicemente paventi la guerra.

La pace è un bene assoluto, il solo bene che va desiderato per se stesso. Perché solo allora si è liberi, veramente disposti e disponibili per la pace.

Diversamente, se tu non avessi paura, faresti anche la guerra? Ora, tutti hanno paura: non è che vogliono la pace. Solamente quest’uomo libero da tutte le paure è figlio della tua pace, o Signore.

 

“Tributo naturale: è uno sguardo sull’abisso dell’essere”. Intervista a Barbarah Katia Guglielmana e Ilaria Francesca Martino

È un libro “speciale”, scritto da due dottoresse in medicina, in servizio al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Pavia. Un libro delicato, intimista, che esprime sentimenti e stati d’animo non slegati da questi due anni di tormento pandemico che hanno seminato dolore e morte. Loro hanno toccato con mano molte esperienze di vita, di sofferenza e di morte. E hanno voluto esprimere attraverso pensieri e brevi allegorie il loro stato d’animo “di fronte alla profondità dell’essere”. Dalla sofferenza percepita possono nascere sentimenti di riscoperta della propria identità emotiva e spirituale.

Il vostro libro mi ha stupito positivamente, a cominciare dal titolo. ‘Tributo naturale è uno sguardo sull’abisso dell’essere’. Vogliamo aiutare il lettore a comprenderne il significato più profondo? Quanto conta il dovere del tributo e quanto invece la gratuità dello sguardo? E perché l’abisso che scrutate è l’icona stessa dell’essere?

Risponde Barbarah Guglielmana

‘Tributo naturale’ è un riconoscersi nella matrice del proprio essere, fatto di scarti, magma che scotta, vermi  mostruosi, germogli teneri. Un burrone in cui affogare, e -una volta scandagliato-  in cui imparare a nuotare, riemergendo. A provarci. Questa la grande attraversata del nostro essere. 

Risponde Ilaria Martino

Rendere omaggio è importante. Come quando diciamo “Grazie” a qualcuno, anche solo perchè esiste come semplice presenza. Io credo che La Natura ci venga in soccorso ripetutamente nelle nostre cadute. E’ un dialogo continuo e discreto il suo. Quindi lo sguardo verso la Natura è bene che sia gratuito, per una fruizione vera e libera, ma la riconoscenza è un valore aggiunto, è gentilezza dell’anima! L’abisso che scrutiamo è l’essere stesso, sì ne sono convinta. Possiamo studiare le galassie o l’atomo, ma penso che non ci sia cosa che ci spaventi più dell’ignoto che ci portiamo dentro. Inteso come fatto individuale. La necessità di parlarne è solo un tentativo di comunicare la propria solitudine.

Questo sguardo sull’abisso dell’essere…parte da uno scandaglio interiore: nella sontuosa prefazione il Dott. Moroni chiama in causa Martin Heidegger. Siamo debitori a questo grande filosofo di alcune tematiche da cui scaturisce il pensiero del 900, in tutti i suoi meandri più reconditi. Il senso della vita, l’essere e l’esistere, l’introspezione rivelatrice delle soggettive verità, la messa in mora del pensiero calcolante. Ecco, ho inteso che un libro che incede per aforismi e allegorie, intuizioni e rivelazioni, nascondimenti e desiderio di capire sé e il mondo, può essere sintesi estrema di una narrazione che riguarda voi ma che induce il lettore a cercare le caleidoscopiche forme espressive della nostra poliedrica identità. È un libro vostro che può diventare il libro di ciascuno di noi?

Risponde Barbarah Guglielmana

Sì, me lo auguro. Lavorare alla propria comprensione facendo dialogare il proprio Perturbante con il Fanciullino espone, al miglior obiettivo! la differenza tra l’essere e l’apparire. Capire quello che siamo e non rimanere fermi a quello che volevano che fossimo, o aggrappati a quello che pensavamo di essere! È magari la scoperta della propria ‘America Latina’, citando l’ultimo film dei fratelli D’Innocenzo.  

Risponde Ilaria Martino

Proseguo con quanto appena detto: credo che ogni manifestazione artistica nasca da una inquietudine interiore poco domabile che, in alcuni casi fortunati, viene convertita in immagini e/o parole. Mi piace moltissimo un’espressione che usa Brentano: “la follia è solo la sorella infelice della poesia”. Quando si decide di rendere pubblico un percorso personale, come un dolore, dietro vi dovrebbe essere solo il desiderio di condividere quell’umano sentire. Per me è l’implorazione dell’artista che chiede: “senti anche tu, come sento io? “E’ un tentativo di consolazione, la speranza di inserire la propria individualità in una collettività.

Nella sua sagace postfazione la Prof.ssa Fimiani si sofferma sui rimandi di reciproca riflessione tra voi. In epoca di esplosione della pandemia, in un mondo impreparato e forse colpevole di aver rotto la sostenibilità ambientale, quanto è stato importante ritrovarvi insieme a vivere la vostra professione di medici in un contesto di grande sofferenza collettiva? Come in un gioco di specchi dialogate tra voi, dentro di voi e nel rapporto con la realtà che vi circonda. Quanto è stato utile e importante trovarsi in sintonia per quello che la postfazione chiama un “canto a due”?

Risponde Barbarah Guglielmana

La partecipazione alle paure del ‘mostro Covid’ con la collega e amica Ilaria ha visto l’allestimento improvviso di una pozzanghera alla Pollock in cui contenere, e proteggere, paure per un ignoto, spaventi per rimossi riemersi, coraggi da ridefinire, confidenze al proprio sè rimandate, sostegni alle fatiche. Vedersi nella collega stanca, comprenderne i limiti, rivedere quel senso di onnipotenza salvifica mortificato e poi spaventarsi per la sua -e propria malattia, è stato un accogliere l’umanità di cui siamo tutti fatti, non calcolabile, non programmabile, non inesauribile, non invincibile. Uno specchio e un lago dove rigenerarsi piangendo. 

Risponde Ilaria Martino

Barbara mi ha ospitata nella sua casa quando abbiamo iniziato i turni in Ps Covid. È stata la condivisione di un tempo difficilissimo a livello globale ed individuale. Quando abbiamo contratto il virus in ospedale, abbiamo avuto la fortuna di poterci prendere cura l’una dell’altra. Leggevamo molto e tacevamo. Lei, quando le forze glielo consentivano, disegnava, in silenzio. Io ero ospite in soffitta. Scrivevo e pensavo molto. Un tempo di grande introspezione e di necessaria ricerca interiore. Poi un giorno è uscito il sole, era la Primavera, la Natura sbocciava nel suo giardino e noi non eravamo più le stesse. Barbara mise i suoi bozzetti in giro, sotto le viole, in mezzo al bocciolo di limone, tra i garofani e l’edera rampicante, come una mostra improvvisata all’aperto! Fu allora che io sentii esplodermi dentro quelle parole. Non ci accordammo su nulla. Era una rinascita, certo forse condivisa, come il silenzio e l’oscurità precedenti. Poco dopo io andai via da casa sua e procedemmo, ognuna per la propria strada, ormai diverse, cambiate nel profondo, per sempre.

Questi due anni di attività professionale in un contesto pieno di incognite e di sofferenze quanto vi sono stati utili per capire le solitudini e le soggettività delle persone con cui vi siete rapportate? E quanto è stato importante comprendere il significato esistenziale del dolore? In un libro appena pubblicato lo psichiatra Vittorino Andreoli si sofferma ad analizzare il senso del dolore come occasione di conoscenza profonda degli altri, paradossalmente un abisso da cui si può ripartire e dove si trovano forze e resistenza impensabili per coltivare il desiderio della speranza. Le storie di vita e di morte  che avete conosciuto quale rappresentazione hanno codificato in voi di questa umanità dolente? Sono queste le vostre  “lacrime di sabbia?

Risponde Barbarah Guglielmana

Mi arrabbio sempre quando leggo che le migliori poesie, da qui le più preganti parole nascono dal dolore, ma è così.. Mangiare quelle lacrime ci permette veramente di capirne il sapore. Aver visto da vicino la sofferenza, aver sofferto la propria mi ha aiutata a comprendere qualcosa di più dell’essere malato, qualcosa di più dell’essere il parente di un malato perso in un ospedale, che senza quella carezza che l’amore dà, che vale come una medicina, non può guarire. Sono lacrime di sabbia seccate sul volto che non si staccheranno mai più dal mio curare.

Risponde Ilaria Martino

Io credo che sia un circuito: se io ho conosciuto il dolore fisico o dell’anima, la paura, la sofferenza, la confusione allora posso capire e comprendere il tuo. Se attorno vedo morte, disperazione, incertezza, smarrimento (come quelli che quotidianamente, per due anni di fila, abbiamo incontrato negli occhi della gente), tutto questo non può non entrare in risonanza con le tue paure e la tua vulnerabilità. Sì sono lacrime di sabbia.

In che misura questa lunga esperienza pandemica è stata per voi un’occasione di ripensamento, per collocarvi in una dimensione diversa e nuova di riflessione sui chiaroscuri della vita? Che cosa avete scoperto negli altri e del senso stesso della Vostra esistenza che fino ad allora vi appariva forse sfocato?

Risponde Barbarah Guglielmana

Questo tempo malato è stato lo spazio per fermarsi dalla corsa all’esterno, per iniziarne una interiore, rimandata, congelata, interrotta, dimenticata. 

Risponde Ilaria Martino

Io ho scoperto che la vita è oggi. Che il tempo non va sprecato. Che la poesia e la letteratura sono una grande consolazione, da sempre e per sempre, come lo è la Natura col suo ciclico esistere e il suo continuo e gratuito spettacolo. Ho scoperto che la gratitudine è un gesto di riconoscenza verso il valore che prima di tutto dai a te stessa e che il desiderio che spinge l’essere umano, non dovrebbe mai essere lasciato inesplorato.

Capire se stessi per capire gli altri: sarebbe un fantastico passaggio dal dentro al fuori di sé. Ma, come afferma Luigi Zoja, stiamo perdendo il senso di prossimità, così come secondo Umberto Galimberti…come possiamo applicare “il principio evangelico ama il prossimo tuo come te stesso, se il nostro prossimo non esiste più”? Rispetto a questa visione pessimistica e purtroppo sovente realistica del decadimento delle relazioni umane, dove privacy e trasparenza rivendicate come diritti e conquiste della post-modernità, finiscono per  mettere le manette ai polsi delle relazioni sociali…che cosa vi ha suggerito questo percorso “a due” nella vostra realtà professionale? Quale mondo avete scoperto? Quali bisogni avete colto, quali speranze avete avvertito in voi e intorno a voi?

Risponde Barbarah Guglielmana

Allo scoppio del Covid vi è stata la comunicazione mediatica sul sentirsi tutti vicini nel destino che stavamo sperimentando per la prima volta. Nei mesi successivi l’egoismo è emerso prepotente, dimenticandosi anche l’educazione. Liti condominiali, ad esempio, sono aumentate in numero e gesti violenti, come i femminicidi e le violenze domestiche. Le fragilità adolescenziali stanno preoccupando insegnanti e genitori. Queste sono tutte espressioni di una società che si è basata su effimere quotidianità, non alimentando con concimi le proprie radici, non dedicando tempo reale al dialogo e all’ascolto dell’altro, tralasciandone quindi la costruzione e la manutenzione. Coltivare. Bisogna tornare a coltivare.

Risponde Ilaria Martino 

Io, come penso la maggior parte di noi che abbiamo vissuto l’isolamento, ho scoperto il vero valore dell’intimità che non è solo prossimità. Ho scoperto che il brusio, come le parole vuote mi danno fastidio, mentre ho imparato ad amare il silenzio e a farne dono anche alle persone cui voglio bene. La speranza è che ognuno senta dentro una spinta alla rinascita, dopo un tempo che ci ha tenuti sospesi, come in una bolla di sapone. Abbiamo avuto tutti la possibilità di stare più in compagnia di noi stessi e di capire se quella compagnia ci piace o no. Abbiamo avuto una possibilità. Quella del cambiamento.

“Ci sono notti in cui non c’è la luna ma la sua assenza”….. Sono le notti buie delle inquietudini e poi i giorni senza sole della nostra vita in cui – come scrisse il poeta Attilio Bertolucci- “l’assenza si fa più acuta presenza”? A cominciare dal silenzio, un tema che mi affascina. Da un silenzio che non evoca sentimenti possono nascere solitudini siderali ma anche intuizioni folgoranti. Non è tempo perduto, credo. Io vedo il silenzio come un momento fisiologico e necessario di sospensione per prendere le distanze dalle cose. L’ansia anticipatoria non favorisce la riflessione, infatti. Quanto conta – se conta – il silenzio nella vostra vita?

Risponde Barbarah Guglielmana

Prezioso amico il silenzio. Come sentire il freddo perchè il riscaldamento non funziona, come apprezzare la luce del giorno per ricamare rispetto al led della sera, come aver voglia di mangiare un panino fresco dopo giorni che si rimanda la spesa. Il silenzio mi permette di ascoltarmi, nello spazio svuotato da impegni, da compagnie, da rumori mi permette di ascoltare una voce soffocata dentro me stessa, a tradurne la lingua, a decifrarne i mugugni, a riconoscerla nella sua flebilità perchè trascurata, soffocata, calpestata, camuffata, e rimandata. Il silenzio recupera il rimandato, che non è mai poco.

Risponde Ilaria Martino

Il silenzio è assordante. Credo si debbano distinguere diversi tipi di silenzio, grossolanamente ne esistono almeno due: il silenzio buono, che è la via per la riflessione e la conoscenza, ed è un silenzio amico (benchè si tratti sempre di un amico scomodo, con cui è difficile spezzare il pane, perchè è figlio della solitudine, che, a sua volta può essere fonte di creatività tanto quanto di isolamento e autodistruzione) e il silenzio crudele, quello usato, per esempio, come arma di difesa, il mutismo che teme il confronto. E’ un silenzio fragile, questo, pieno di tristezza, che fa male a chi lo usa e a chi è diretto. Argomento interessante, sicuramente.

“Cerco nel mondo la sua semplicità e ritrovo me stessa”. Semplicità non credo significhi luoghi comuni, banalità, abitudini. Penso alla semplicità come autenticità: difficile affondare nelle radici del nostro essere, ma può avere una valenza liberatoria per sfrondarci dai condizionamenti del “pensiero pensato”. Trovo persino che il contatto materico, la ricerca della natura non deturpata, l’istinto che a volte prevale in noi ci restituiscano autenticità. “Cerco un seno e una identità”. Se mi è consentito trovo che il vostro libro e le vostre metafore richiamino spesso il senso e il bisogno organico della maternità. Come fattore generativo e ri-.generativo: una specie di ritorno agli archetipi della vita, una pausa per rinascere con la vita a cui diamo vita. Mi colloco al di fuori dalle vostre rappresentazioni simboliche? 

Risponde Barbarah Guglielmana

Siamo in un grembo materno sempre, in ogni momento della nostra esistenza, quasi fosse un laboratorio infinito di sviluppo, di sperimentazioni anche.

Risponde Ilaria Martino

Colpita e affondata, nel mio caso. Io ci sono finita appieno in un archetipo, in maniera ovviamente totalmente inconscia, in “Io sono Kore”. La mia risposta a questa bellissima domanda è tutta li’ dentro.

Il vostro “tributo naturale” riassume molte delle spiegazioni con cui la scienza ha motivato l’eziopatogenesi pandemica. Si sta alterando il rapporto con la natura verso una dimensione antropocentrica. Il grande scienziato Edward Osborne Wilson – recentemente scomparso – ha spiegato che c’è una soglia invalicabile alla presenza umana, superata la quale si creano le condizioni per la rottura della sostenibilità ambientale.Possiamo attribuire all’intuizione del tributo naturale anche questo significato? Uso le vostre parole: “È allora che esplodo nella mia pienezza. In questo rendo tributo alla natura che mi abita dentro e fuori. In una espansione continua e salvifica”. Vi chiedo di lasciarci in dono tre parole, tre valori in cui credere, tre chiavi di accesso e comprensione del mondo per una sostenibile armonia in cui “vivere” ed “essere”.

Risponde Barbarah Guglielmana

Comprendersi, dialogare, amare.

Risponde Ilaria Martino

Conoscenza, rispetto, libertà.

Follini racconta Moro. Sceglie di farlo in modo originale, adottando la formula della scrittura che oscilla tra politica e letteratura.

Non ci troviamo di fronte a una biografia o a un saggio storico, ma ad una “invenzione realistica” che spinge il lettore ad avvicinarsi a un Moro inedito. Ha scritto Mario Lavia: “Un po’ come Stendhal, che non cita che una sola volta la Certosa di Parma nel suo capolavoro omonimo, addirittura in “Via Savoia” […] il protagonista non è citato mai. È “lui” la persona importante di cui si narra e non c’è bisogno di nominarlo perché questo libro di Marco Follini non è un né una biografia politica né un saggio storico ma, appunto, un racconto drammatico e, se ben si intende l’espressione, romantico”.

Aldo Moro scelse per sé un ufficio periferico e austero, in via Savoia: un tentativo di tenersi a prudente distanza dagli affanni del Palazzo, e di marcare una netta differenza tra lui, il suo modo di vedere la vita e la politica, e quello dei compagni di partito, degli alleati, degli avversari. 

A partire da questa scelta simbolica, un manifesto delle intenzioni, Marco Follini racconta la parabola umana e politica di Aldo Moro fin dai primi passi a Roma, dov’era arrivato dalla Puglia grazie alla sua delicata intraprendenza. 

Moro è dipinto come un outsider che conquista il suo partito e il paese, eppure in quell’uomo che si muove così abilmente nelle stanze del potere abita un animo tormentato e fragile, che non è stato quasi mai raccontato. Un carattere che lo rende “scomodo” perché mai silenziosamente allineato, e segna una differenza che pagherà con il rapimento e gli ultimi dolorosi 55 giorni di prigionia, in cui Moro si rende conto di non essere solo ostaggio delle Brigate rosse ma anche di uno stato che scoprirà essere troppo diverso da sé. 

Lui che era un uomo del dialogo, convinto che nessuno, mai, dovesse essere abbandonato a se stesso. 

[Il testo è tratto dalla presentazione che appare sulla pagina di Amazon Libri. Prefazione, come si legge in copertina, è dell’ex direttore dell’Espresso, Marco Damilano].

 

Don Alberione, “editore di Dio”. Presentata a Salerno da Fuci, Meic e Azione Cattolica una nuova biografia.

L’iniziativa si è svolta l’11 marzo alle ore 17 presso l’Aula Consiliare della Provincia. Di seguito riportiamo la cronaca dell’evento, così come appare sul sito del Meic. Il libro “Il Padre del futuro. Don Alberione e la sfida del cambiamento”  (Editrice San Paolo) è scritto dal giornalista Rai Rosario Carello.

Stefano Pignataro

50 anni fa, il 26 novembre 1971, moriva a Roma Don Giacomo Alberione, presibitero ed editore, fondatore di numerose congregazioni religiose cattoliche, tra cui le Figlie di San Paolo. Il suo nome resta legato, inoltre, alla fondazione delle Edizioni Paoline, del settimanale “Famiglia Cristiana”, del settimanale per ragazzi “Il Giornalino”, “Jesus”, la casa editrice “San Paolo “ e la “San Paolo Film”. A Salerno la Presidenza diocesana della Fuci “San Gregorio VII” insieme alla Presidenza diocesana del Meic “Don Guido Terranova” ed alla Presidenza diocesana di Azione Cattolica ha reso omaggio alla straordinaria figura dell’”Editore di Dio” beatificato da papa Giovanni Paolo II nell’aprile 2003 con la presentazione del volume appena pubblicato dalla casa Editrice San Paolo “Il Padre del futuro. Don Alberione e la sfida del cambiamento” scritto dal giornalista Rai Rosario Carello.

Alla presentazione, avvenuta l’11 marzo alle ore 17 presso l’Aula Consiliare della Provincia di Salerno, hanno preso parte, tra i Saluti istituzionali, il Consigliere provinciale Pasquale Sorrentino, S.E. R. l’Arcivescovo Metropolita di Salerno-Campagna- Acerno Mons. Andrea Bellandi, il Vice diocesano del Meic Michele Di Filippo, il Presidente diocesano di Azione Cattolica Maria Vittoria Lanzara, il Vicepresidente dell’Assostampa Campania-Valle del Sarno Carmine De Nardo. Con l’autore Rosario Carello, hanno discusso il sacerdote paolino Don Roberto Ponti ed il già giornalista Rai Pino Blasi. Testimonianza di Suor Rita Mignosi, (Figlie di San Paolo) che ebbe modo di conoscere Don Giacomo Alberione.

Un onore omaggiare una straordinaria e fulgida figura dei nostri tempi quale il Beato Giacomo Alberione – uno dei primi ecclesiastici ad occuparsi dei mass media ed il primo rivoluzionario della comunicazione della nostra età contemporanea. “Chi è Don Giacomo Alberione, il Beato che ha attraversato il Novecento inventando nuovi modi per portare a tutti la Parola di Dio?”. 

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https://meic.net/2022/03/16/salerno-ricordando-don-alberione-editore-di-dio/

 

La minaccia nucleare obbliga le parti in causa a riflettere…

Putin non respinge nessuno e, al tempo stesso, può cinicamente sostenere di avere subito avviato conversazioni con il governo ucraino per cercare una soluzione negoziale. In realtà le sue forze armate non hanno mai smesso di intensificare l’aggressione. In questa atmosfera avvelenata, l’opinione pubblica internazionale teme fortemente la deflagrazione di una guerra nucleare.

A tre settimane dall’inizio dell’invasione russa, la situazione militare, politica e diplomatica resta confusa e sembra difficile alimentare la speranza di arrivare ad una rapida soluzione della crisi internazionale in atto.

Il conflitto che si estende, di giorno in giorno, sull’intero territorio ucraino, con attacchi russi di inaudita ferocia sulla popolazione urbana, contagia sempre più le relazioni fra la Russia e l’Occidente (“in primis”, Stati Uniti e  Paesi membri della NATO e dell’Unione Europea). Al riguardo, da una parte si continua ad imporre sempre più gravi sanzioni economiche al Paese e “ad personam”, mentre dall’altra si risponde con la (nemmeno troppo) velata minaccia di estendere il conflitto oltre confine nonché di impiegare, se necessario, armamenti nucleari (sic!). Contemporaneamente, i russi colpiscono, a chiaro scopo intimidatorio, obiettivi militari situati a pochissimi chilometri dal territorio polacco, con conseguente rischio di sconfinamento, dove abitualmente risiede “personale militare straniero” con il compito di addestrare l’esercito ucraino.

Constatata l’imprevista caparbia resistenza dell’esercito e della popolazione, Putin punta decisamente sulla strategia della tensione, aumentando lo sforzo militare sul campo, incurante della strage di civili in atto e delle centinaia di migliaia di profughi allo sbando ai quali, con tanto dosata misura, viene consentita l’uscita dalle città martoriate da bombardamenti quasi ininterrotti e da condizioni di vita al limite della sopravvivenza.  

In tal senso, egli dà l’inquietante impressione di somigliare ad un pilota che, in fase di decollo, abbia raggiunto il “punto di non ritorno”, quando cioè l’unica manovra resta quella di accelerare “a tavoletta” per far alzare in aria il velivolo e non rischiare lo schianto al suolo.

L’Occidente, dichiaratosi ripetutamente contrario all’intervento armato, punta su tempi lunghi, quelli cioè necessari per consentire alle sanzioni di espletare per intero effetti negativi sull’economia russa. Nel frattempo, però, deve non soltanto monitorare la resistenza sul terreno dell’esercito ucraino (fattore fondamentale per valutare la possibilità o meno che Zerensky riesca ad avviare un negoziato in grado di concludersi con un onorevole compromesso), ma anche il comportamento di altri protagonisti interessati (a vario titolo) a ritagliarsi nella vicenda un ruolo, vero o presunto, di mediatore. Primo fra tutti la Cina.

Pechino mostra equidistanza, ma di fatto il suo linguaggio sembra sostenere le ragioni di Mosca, da cui è attratta per chiari motivi di equilibrio geo-politico. Al tempo stesso, però, non può mettere a rischio le relazioni commerciali con Stati Uniti ed Europa, che raggiungono in termini economici globali una cifra quasi dieci volte superiore a quelle con la Russia. Ecco perché Washington, da un lato, ne sollecita un intervento su Mosca “ad adiuvandum”, dall’altro, però, non manca di ricordare ai governanti cinesi che un loro (temuto) doppio gioco li trasformerebbe da possibili mediatori a sicuro bersaglio di ritorsione americana. È il messaggio che, in estrema sintesi, Sullivan ha recapitato a Yang nel recentissimo incontro di Roma.

Anche Erdogan coltiva l’ambizione di paciere, ma i suoi (da tempo) deteriorati rapporti con l’Occidente non appaiono la premessa migliore per svolgere quel compito in maniera neutrale e, quindi, proficua per ambedue le parti. Occorre, comunque, registrare che plenipotenziari turchi sono sempre in contatto con i due belligeranti, non cessando di reiterare la disponibilità a favorire il conseguimento di una intesa attorno, eventualmente, ad un tavolo trilaterale.

Rimane Israele (che non ha aderito alle sanzioni economiche imposte alla Russia), il cui Primo Ministro, Naftali Bennet, ha avviato una linea diretta con Putin, dichiarandosi anch’egli pronto ad interporre i propri buoni uffici per favorire un dialogo ad alto livello tra le due parti in conflitto, da tenersi, ove possibile, su territorio israeliano. Difficile, per il momento, pensare che l’iniziativa, seppur utile sul piano mediatico, possa avere successo per la mancanza di peso specifico politico del proponente, anche se è bene non sottovalutare il rapporto privilegiato che tradizionalmente Tel Aviv mantiene con Washington nonché le origini russe ed ucraine di una grossa fetta della popolazione israeliana. In fondo, le vie della diplomazia sono infinite… 

Ciò detto, Putin non respinge nessuno e, al tempo stesso, può cinicamente sostenere di avere subito avviato conversazioni con il governo ucraino per cercare una soluzione negoziale, mentre in realtà le sue forze armate non hanno mai smesso di intensificare l’aggressione. 

Nelle ultime ore, sono stati registrati messaggi contrastanti sull’andamento della situazione. Infatti, alle previsioni di Lavrov sulla possibilità di giungere ad un accordo con il governo di Kiev fa riscontro la moltiplicazione dei bombardamenti russi indiscriminati sulle aree urbane. La ventilata esistenza della bozza di un piano di pace in quindici punti non arriva a fugare i timori per la perdurante volontà di Putin di sottomettere del tutto l’Ucraina. Infine, le gravi minacce di Biden rivolte pubblicamente a Putin (e da questi prontamente restituite) hanno alzato di molto il livello di guardia della litigiosità fra le due capitali e non sembrano collimare con le voci (anche autorevoli), che si levano un po’ dappertutto per la cessazione delle ostilità, sull’onda probabilmente di una certa flessibilità negoziale apparsa per la prima volta nelle ultime dichiarazioni di Zerensky. 

In questa atmosfera, avvelenata da un conflitto le cui conseguenze nefaste si sono già, in vari modi e misure, abbattute un po’ dappertutto, l’opinione pubblica internazionale teme fortemente la deflagrazione di una guerra nucleare. Ebbene, si ha l’impressione che proprio questo possibile epilogo, devastante per tutti, abbia fino ad oggi impedito al confronto armato di arricchirsi di nuovi protagonisti nonché di espandersi al di là dei confini ucraini.  

 

Giorgio Radicati, Ambasciatore.

 

La guerra, i due Sasha e tutti gli altri bambini vittime innocenti.

I bambini, gli adolescenti, persino i neonati sono le vittime innocenti di questa mattanza criminale: non ci sono giustificazioni di fronte al loro sacrificio fatto di morti, di amputazioni, di terrore. Questo è l’aspetto più crudele della guerra. Le conseguenze dureranno per sempre, un eccidio di bambini alle porte della civile Europa e della Russia ricca di storia e di cultura è una cosa inaccettabile al cuore.

La bandiera ucraina che sventola sul pennone accanto alla colonna di Majdan Nezaležnosti (Piazza Indipendenza) e nei palazzi governativi che le stanno attorno al centro di Kiev, sarà l’ultimo presidio della resistenza a capitolare, se le armate russe prenderanno possesso della capitale esautorando il Governo di Zelens’kyi, oppure sarà il simbolo attorno al quale si stringerà idealmente il popolo che è rimasto a difendere ciò che resterà di una mattanza, se l’indipendenza del Paese sarà conservata.

Mentre scrivo ogni esito è incerto: le trattative proseguono a fatica mentre la carneficina dei civili locali e dei militari dei due eserciti segna ogni giorno un nuovo drammatico evento. Mariupol è la città simbolo del massacro, dopo l’ospedale pediatrico, le scuole e le case è stato bombardato il teatro dove avevano trovato rifugio centinaia di civili, al momento sotto le macerie: conta sapere chi è morto e chi sopravvissuto?

La morte è atroce ma restare perdendo tutto, casa, famiglia, lavoro e sopravvivere in un contesto surreale, devastato, spegne le energie residue e le speranze. L’eccidio dei 13 cittadini di Chernihiv, un sobborgo nei pressi di Kiev, che erano in fila in attesa di un pezzo di pane, tutte falciate dal fuoco russo, è un altro episodio di crudeltà criminale: l’uomo diventa bestia sopraffatto dall’odio e dall’ordine di distruggere tutto, i civili che periscono sono uno spettacolo atroce di fronte al quale il mondo resta attonito, anche se non silente. Resta da chiederci se potevamo in qualche modo fare qualcosa per fermare lo scempio: la guerra va evitata con ogni mezzo, ma bisogna mettere in campo alternative che portino ad una soluzione. I bambini, gli adolescenti, persino i neonati sono le vittime innocenti di questa mattanza criminale: non ci sono giustificazioni di fronte al loro sacrificio fatto di morti, di amputazioni, di terrore. Chi rimane porta cicatrici e  cancrene per sempre. 

In ogni evento bellico i minori sono predestinati alla soccombenza: può riguardare loro stessi o la perdita dei genitori, degli affetti, della quotidianità protettiva, delle amicizie, della scuola, lo sconquasso emotivo che resta negli occhi e nel cuore di chi all’improvviso si trova solo, tutto ricomincia da capo ma nulla può sostituire un’infanzia spensierata violata dall’atrocità di una guerra, ci vogliono anni, decenni, non basta forse una vita intera per rimarginare il repentino e improvviso squarcio dell’esistenza. Contano i supporti psicologici per recuperare, ma soprattutto lo slancio d’amore di chi si prende cura.

Secondo un rapporto del 20/11/2020 di Save the Children – “Killed and Maimed: A Generation Of Violations Against Children In Conflict”- si contavano 93.236 minori uccisi o mutilati nelle guerre degli ultimi dieci anni: a conti fatti l’equivalente di una classe di 25 alunni ogni giorno.

La resistenza militare e civile armata degli ucraini, i corridoi umanitari aperti non senza difficoltà dalla Croce Rossa internazionale o dagli allontanamenti volontari dalle case distrutte delle città in fiamme, hanno portato fuori da Paese ad oggi circa 3 milioni di persone (i numeri sono incalcolabili), di cui almeno un terzo sono minori: alcuni accompagnati dalla madre o dai nonni, da amici, altri che si sono incamminati da soli verso l’ignoto. Molti hanno trovato rifugio nei Paesi limitrofi, soprattutto in Polonia, esemplare nell’accoglienza organizzata.

Altri hanno raggiunto località più lontane, con mezzi organizzati o di fortuna, altri prelevati al confine da parenti che già vivono in Europa. Anche questo esodo forzato e spesso senza meta per sottrarsi a morte certa è un crimine contro l’umanità, specialmente se a subirne le conseguenze sono bambini e adolescenti, ma anche anziani che lasciano la loro terra per sempre.

Mentre scrivo ricevo una videochiamata: mio figlio mi fa salutare da Sasha, un bel maschietto di 4 anni che giunge con la mamma da Chernivsti con un pullman organizzato dalla comunità ucraina che vive a Milano, poi proseguiranno per Genova da parenti. Sasha mi fa ‘ciao’ con la manina, mentre mangia un gelato: suo padre è rimasto a combattere al fronte in Ucraina, prego il Signore che un giorno possano ricongiungersi e ricominciare una nuova vita. I suoi occhi brillano di innocenza ma sono allucinati dal terrore visto e vissuto in questi giorni. Di un’altra bambina – anche lei Sasha, 9 anni, il nome non è di genere —  mi arriva invece sul cellulare una foto atroce: seduta in un lettino di ospedale, ha un braccio amputato: è stata bersagliata con i suoi familiari da una raffica di proiettili mentre fuggivano in auto da Irpin, il padre è stato ucciso. 

Lei chiede “Perché mi hanno sparato”? Una domanda che dovremmo porci tutti.  Poi in sequenza circa venti giovani militari di leva russi mandati ad uccidere: anche molti di loro muoiono e non sanno il vero motivo, eseguono ordini e un giorno si chiederanno: “Perché l’ho fatto?”. La risposta che Sasha attende

Poco sotto un’altra istantanea mostra di schiena una bimba di 5 o 6 anni adagiata, uccisa nel bombardamento di un orfanotrofio: sembra che dorma, ha due treccine composte, ma è già volata in cielo. L’Onu ha reso noto che ad oggi si contano ufficialmente 104 minori uccisi dalla guerra, ma dopo il macello al teatro di Mariupol e quello che deve ancora accadere il numero è destinato a crescere.

Viene da chiedersi come la sera possa prender sonno Putin, che certamente vede le immagini di queste vittime innocenti. Questo è l’aspetto più crudele della guerra. Le conseguenze dureranno per sempre, un eccidio di bambini alle soglie della civile Europa e della Russia ricca di storia e di cultura è una cosa inaccettabile al cuore. Le porte dell’Italia si sono spalancate all’accoglienza: siamo pieni di difetti ma il sentimento non ci manca. Le adozioni internazionali sono rallentate e spesso bloccate da veti e burocrazia. Ma la forza del cuore e la consapevolezza di assistere ad una tragedia umanitaria che ha le sembianze degli orrori dell’Olocausto ci spinge irrefrenabilmente ad accogliere: è un dono del Signore anche per noi accettare e integrare nella nostra vita quotidiana queste persone sfortunate che hanno perso tutto, specie i bambini. 

La carità non è pelosa ma gratuita, come diceva San Paolo è la più grande virtù: non consiste nel concedere ma nel condividere. In questa epoca così incerta ed effimera, che ha perso troppi valori in nome dell’egoismo e dell’indifferenza, tendere la mano, aprire le porte ed accogliere ha le sembianze di un riscatto e di una opportunità di redenzione. 

Anche per noi.

 

Moro: l’autentica voce della civiltà europea e la Nato come garanzia di libertà

Esiste  una Europa che va al di là dei confini dell’Europa Occidentale. Con questa Europa vogliamo collaborare in uno spirito sincero di distensione e di intesa

Il quarantaquattresimo anniversario della strage di Via Fani lo abbiamo vissuto in modo diverso dal passato.  Un clima diverso. Molte le corone di fiori “recapitate” in Via Fani; dunque minori presenze “istituzionali” rispetto alla consuetudine. 

Ma Aldo Moro è vivo con il suo testamento politico. Lo è ancora di più oggi che soffiano venti di guerra che martirizzano la Ucraina e la sua capitale Kiev, mentre il suo popolo sta dando prova di coraggio nella sofferenza per la fede nella libertà e nella democrazia. 

Si potrebbero rileggere il discorso di Moro da capogruppo Dc sul fallimento della Ced, del 29 settembre 1954, sul rimpasto di governo dopo le dimissioni di Piccioni, con il suo rammarico per il sacrificio della Ced da parte francese sulla base di una insensata valutazione, ossia per la preoccupazione di non opporre al blocco sovietico una grande unitaria potenza europea, nella quale la Germania avrebbe avuto una posizione di grandissimo prestigio. 

Vedeva la Ced come articolazione della Alleanza Atlantica in un nucleo europeo che significava la voce dell’Europa, la autentica voce di questa civiltà europea occidentale che si esprime e si fa valere nell’ambito della comunità dei popoli liberi. Un’Europa che acquisisce forza economica, sociale, forza politica e anche forza militare che permettano di esprimere una voce più autorevole e di maggiore peso nell’ambito del grande gioco della politica mondiale. 

Si potrebbero rileggere le sue pagine sulla Nato, garanzia di libertà, al Consiglio Atlantico del 1975, riconoscendo come l’Alleanza abbia consentito lo sviluppo pacifico e intenso e che potrà contribuire a un ordine internazionale più giusto – che significa un mondo più sicuro. 

Moro protagonista del Trattato di Osimo che normalizzerà i rapporti con la Jugoslavia di Tito. Mentre suscitavano clamore le manifestazioni in favore degli appelli degli intellettuali Sacharov e Solgenitzin, nel settembre 1973 da Ministro degli Esteri espresse fermezza associata a responsabile prudenza perché privilegiava la prosecuzione del processo di distensione internazionale, evitando ostacoli agli sviluppi della Conferenza per la sicurezza e cooperazione europea. 

Moro fu protagonista nella firma del Trattato di Helsinki come conclusione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione europea: “Esiste  una Europa – disse – che va al di là dei confini dell’Europa Occidentale. Con questa Europa vogliamo collaborare in uno spirito sincero di distensione e di intesa”. Firma l’Atto finale insieme a 34 paesi, compresa la Santa Sede, quale rappresentante dell’Italia e Presidente in esercizio del Consiglio della Comunità. 

Questa era la sua visione dell’Europa. Sogni infranti dall’invasione dell’Ucraina. Giulio Andreotti nei suoi ricordi (De Prima Re Pubblic) scriverà come avesse fatto impressione la dichiarazione di Aldo Moro: “È vero: può sembrare e forse è contraddittoria la firma del signor Breznev che continua a sostenere la dottrina della sovranità limitata. Ma Breznev passerà ed Helsinki resta”. 

Breznev fu il protagonista della cosiddetta Costituzione del socialismo sviluppato dell’URSS del 1977. All’articolo 71 la repubblica dell’Ucraina era al secondo posto dopo quella russa. All’articolo 72 quella Costituzione prevedeva che ogni repubblica federata conservava il diritto di libera separazione dall’URSS. Oggi la perestrojka di Gorbaviov sembra lontana così come il diritto dei popoli alla autodeterminazione! Eppure il valore del popolo ucraino sta a ricordarci il valore della democrazia e della libertà! 

I problemi della Nato, della Ced, della sicurezza europea, della distensione internazionale sono di tutta evidenza e di grande attualità. Purtroppo non abbiamo né Aldo Moro, né Sacharov, né Solgenitzin e nella Russia d’oggi Putin non è l’erede di Gorbaciov, ma di Breznev! Dunque, scontiamo un ritorno al passato con gravi preoccupazioni per il futuro. 

Lavoratori fragili, una storia infinita. Perché si vuole tornare indietro? 

Ancora una volta, nell’ultima bozza del provvedimento sul Covid che il governo sta per varare, si rinnova solo il comma 2/bis e non anche il comma 2. Con grave nocumento per la realtà dei lavoratori fragili.

Ci risiamo. Il governo sta preparando la “Bozza Covid 2022”. Il testo del provvedimento in preparazione all’art. 10 – comma 2  prevede testualmente: “Per i soggetti affetti dalle patologie e condizioni individuate dal decreto di cui all’articolo 17, comma 2, del decreto-legge 24 dicembre 2021, n. 221, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2022, n. 11, le disposizioni di cui all’articolo 26, comma 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, in materia di lavoratori fragili, si applicano fino al 30 giugno 2022”.

Era già accaduto che il comma 2 fosse stato espunto dal DL 24/12/2021 n.° 221 e poi recuperato in sede di conversione nella legge 18/02/2022 n.18 – art. 17 , inserendo i commi 3/bis e 3/ter,  Atto Senato 2488 grazie all’emendamento Malan/De Toma  (con la consulenza dell’esperto legislativo  Dott. Francesco Comellini) depositato in Senato, e poi recepito nel testo della legge 11/2022, approvata in via definitiva.

Questa volta ci si è ancora una volta dimenticati di rinnovare il comma 2, inserendo solo il 2/bis. Ciò significa – tradotto in soldoni — solo prosecuzione dello smart working e non l’equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero. Invece si tratta di dare continuità alla legge 18/2/2022 n. 11 ripartendo dalla piattaforma acquisita e riproponendo, perciò, i commi 2 e 2/bis del DL 17/3/2020 n.° 18.

Speriamo che il Governo comprenda che occorre dare una continuità all’ultima legge approvata, prevedendo il rinnovo di entrambi i commi del testo originario citato (DL 18/2020): per l’appunto, il comma 2 e il comma 2/bis. Per i Ministri interessati non dovrebbe essere complicato richiamare ai propri organi tecnici questo semplice principio di continuità delle due tutele che hanno sempre marciato affiancate, di pari passo.

Speriamo di farcela per l’ennesima volta.

 

No al populismo e al sovranismo: sono “opposti estremismi” da accantonare. Voltiamo pagina.

Siamo di fronte a nuove sfide e occorre perciò voltare definitivamente pagina. E, soprattutto, vanno abbandonate le alleanze con i partiti populisti e sovranisti. Il corso della storia guarda ormai altrove. Adesso un nuovo progetto va perseguito con razionalità, intelligenza e coraggio.

La politica è cambiata. È profondamente cambiata. Già prima dell’invasione russa nei confronti dell’Ucraina e di una guerra che è destinata a mutare definitivamente gli equilibri geopolitici mondiali. E, di conseguenza, anche il ruolo e la “mission” della stessa Europa. Ci sarà un cambiamento profondo di fronte al quale tutte le forze politiche debbono misurarsi. Di destra, di sinistra e di centro.

Ma sono due gli elementi di fondo che emergono in modo netto dopo questo drammatico evento bellico – che purtroppo non si è ancora concluso – e alla vigilia di elezioni che, piaccia o non piaccia ai 5 stelle, si celebreranno nel nostro paese il prossimo anno a primavera dopo una legislatura caratterizzata dal trasformismo politico e dall’opportunismo parlamentare.

E le due sub culture che sono destinate a tramontare, seppur lentamente ma irreversibilmente, sono il populismo e il sovranismo.

Il populismo, innanzitutto. Lo abbiamo conosciuto bene in questi anni. Prima del 2018 nelle piazze. Dopo il 2018 nelle aule parlamentari e al governo. Una pagina triste e decadente per la salute della nostra democrazia, una parentesi da dimenticare al più presto e, soprattutto, una stagione devastante per l’azione di governo nel nostro paese. Oltre ad avere praticato in modo disinvolto alcuni disvalori profondi della politica italiana: dal trasformismo politico all’opportunismo parlamentare. Una fase, comunque sia, che ha contribuito in modo decisivo a dequalificare la politica, ad impoverire la democrazia e a ridurre l’efficacia della stessa azione di governo.

In secondo luogo il sovranismo. Lo abbiamo conosciuto in Italia con l’esperienza della Lega di Salvini. Anche su questo versante, e dopo la drammatica vicenda bellica che riporta nuovamente la politica estera al centro della nostra elaborazione politica, culturale, programmatica e di governo, è indubbio che il sovranismo – almeno per come lo abbiamo conosciuto e sperimentato nel nostro paese – è destinato a cambiare profondamente. Se non addirittura ad essere definitivamente azzerato e superato. Il campanilismo nazionalista e il sovranismo del singolo paese, oggettivamente, non reggono più di fronte al riequilibrio della geopolitica europea ed internazionale. Vanno riprese, finalmente e purtroppo tardivamente, le categorie politiche e culturali che hanno reso il nostro paese un interlocutore importante e decisivo nel corso della sua storia democratica. Un ruolo che è stato reso possibile da una classe dirigente all’altezza della situazione, preparata e riconosciuta a livello internazionale. 

Non c’è sovranismo o populismo che tenga di fronte alle nuove sfide. Occorre voltare definitivamente pagina. E, soprattutto, vanno abbandonate le alleanze con i partiti populisti e sovranisti. Il corso della storia guarda ormai altrove. Adesso un nuovo progetto va perseguito con razionalità, intelligenza e coraggio. Si apre, appunto, un’altra fase storica e politica. Tocca, di conseguenza, a chi ha sempre combattuto questi “opposti estremismi”, e cioè il populismo e il sovranismo, guidare la nuova fase politica che si sta aprendo anche nel nostro paese.

 

Speciale Ucraina: terza settimana di guerra. Il Daily focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Continuano gli attacchi attorno a Kiev e a Kharkiv, mentre peggiora l’assedio di Mariupol. Oggi nuovo round tra Ucraina e Russia. Zelensky “Le richieste di Mosca sono più realistiche”.

 

ISPI

L’Ucraina entra nella terza settimana di guerra e si prepara a un nuovo round di negoziati con la Russia. Dalle dichiarazioni dei rappresentanti dei due schieramenti trapela un cauto ottimismo. “Gli incontri continuano e, sono stato informato, le posizioni durante i negoziati sembrano già più realistiche”, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un videomessaggio nella notte. Dall’altro lato, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha detto di “vedere speranze” nel raggiungimento di un compromesso. Le posizioni dei due schieramenti sono cambiate molto in queste tre settimane dall’inizio dell’invasione russa. I negoziatori dicono ci sia lo spazio per un compromesso; mentre Zelensky ha capito che per l’Ucraina l’ingresso nella NATO è irrealistico, dall’altro lato la Russia non sembrerebbe più chiedere la resa dell’Ucraina tra le condizioni per una pace. L’apparente alleggerimento della posizione russa potrebbe essere dovuto ad una situazione sul campo che si mostra sempre più complicata per gli invasori: il ministero dell’Interno ucraino ha dichiarato di aver ucciso un altro Generale Maggiore russo, Oleg Mityaev, il quarto dall’inizio della guerra. Inoltre, la Russia continua a registrare gravi perdite nell’aviazione: secondo il ministero della Difesa ucraino, in tre settimane 81 aerei e 95 elicotteri sarebbero stati abbattuti. I fronti più caldi continuano a essere la capitale Kiev, ormai prossima all’accerchiamento, la seconda città dell’Ucraina Kharkiv e la città portuale sul Mar d’Azov Mariupol, da cui sarebbero riuscite ad evacuare 20mila persone.

 

Speranze diplomatiche?

A sentire le parole di Lavrov, alcune formule di consenso tra le due parti sarebbero vicine al compromesso. Dopo la chiusura de facto alla membership NATO, la cui possibilità è stata esclusa anche dal premier britannico Boris Johnson, il compromesso potrebbe ruotare intorno allo status di neutralità di Kiev. Ma è ancora presto per parlare di progressi nel dialogo tra le due delegazioni. Oggi, nel frattempo, Lavrov ha incontrato a Mosca il suo omologo turco Mevlüt Çavuşoğlu. Un incontro che si è focalizzato soprattutto sull’informare la controparte turca sulla situazione “dell’operazione militare speciale” in Ucraina, ma anche per parlare di Siria e Caucaso. La Turchia – paese membro della NATO e con buoni rapporti con la Russia – starebbe quindi provando a porsi come mediatore per raggiungere un cessate-il-fuoco in Ucraina. Giovedì 17 marzo Çavuşoğlu andrà invece a Kiev. Il ruolo della Turchia è stato più volte considerato essenziale per una possibile mediazione: Ankara ha ottime relazioni con entrambi i paesi e la settimana scorsa ha ospitato l’incontro tra i ministri degli Esteri russo e ucraino al forum di Antalya, che ad oggi resta il vertice di massimo livello tra le delegazioni dei due stati in guerra.

 

Verso il default?

La giornata di oggi sarà un primo spartiacque per l’economia russa. La Russia deve pagare entro oggi 117 milioni di dollari in interessi su due obbligazioni sovrane. Si tratta di una prima tranche del debito: a fine mese e ad aprile, il paese dovrà pagare 359 milioni e 2 miliardi di dollari. Le sanzioni dell’Occidente hanno congelato metà degli asset della Banca centrale russa facendo perdere al rublo il 35% del suo valore rispetto al dollaro. Il presidente russo Vladimir Putin dice che la Russia pagherà il suo debito, ma in rubli, il che non è previsto dai contratti. Qualora la Russia non riuscisse a pagare, andrebbe molto probabilmente in default, anche se ci sarebbe un iniziale “periodo di grazia” di un mese. Le agenzie di rating decreterebbero quindi il default e i detentori di obbligazioni inizierebbero a negoziare. Ma i negoziati sarebbero molto complicati, considerato l’isolamento economico e la crisi crescenti. Il default del debito – che secondo alcuni esperti ricorda il caso dell’Argentina del 2020 – provocherebbe la fuoriuscita dalla Russia di capitale straniero, isolando ulteriormente il paese.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-terza-settimana-di-guerra-34159

Discutere sulla guerra non è inutile. Ma pensiamo anche a un Corpo Civile di Pace. La proposta su c3dem.it.

Discutere sulla guerra non è inutile, ma va fatto senza giustificazionismi. Ma mentre cerchiamo faticosamente in questa tragedia una via percorribile, il più possibile giusta e responsabile, che ponga fine al più presto alle distruzioni, senza dover arrivare a un conflitto mondiale, quello che questa ennesima guerra dovrebbe insegnarci è la necessità di un grande Corpo civile di Pace, che possa mobilitarsi, scortato ma non armato, quando un conflitto è all’inizio. 

Sandro Campanini

Papa Francesco  – mi scuso per l’interpretazione un po’ imprecisa – ci ha indicato una  via difficile quando si incontrano opinioni discordanti ma dotate, in se stesse, di ragionevolezza e legittimità: quella dell’opposizione polare, cara a Romano Guardini, che non cerca una “sintesi” forzata ma accetta l’esistenza di una  tensione dinamica, riconoscendo la quale si può addivenire a una via ulteriore, superiore. Il fatto che nel cosiddetto “mondo cattolico” (e anche in quello della sinistra) sia in corso un confronto tra chi ricorda che di fronte all’aggressione la difesa armata è legittima e chi mette in guardia dalle sofferenze e dai rischi di escalation che comporta l’incremento di ogni conflitto, è da considerare un elemento di ricchezza.

Tra l’altro, credo che questo “dibattito” non sia solo “esterno”  ma attraversi nel profondo ognuno di noi – almeno è così per me: e anche il modo con cui esso si agita nella coscienza non è identico se si ha o meno un ruolo di responsabilità (di qualsiasi genere): non è una questione di diverso “valore” del singolo ma  di un inevitabile condizionamento – e non potrebbe essere diversamente – rispetto alle proprie percezioni e decisioni.

Ciò che a mio avviso non può essere messo in discussione rispetto alla situazione attuale è il punto di partenza: siamo di fronte a una guerra e a un’invasione agìte da uno Stato, la Russia di Putin,  contro un altro Stato sovrano, l’Ucraina;  seppure sia utile e necessario capire i motivi per cui essa è avvenuta, così come per ogni altro fenomeno storico o di cronaca, essa è e resta totalmente ingiustificabile.

Credo perciò che sia giusto che persone, associazioni, movimenti tengano alta l’attenzione sull’intrinseca problematicità di alcune visioni che hanno governato le relazioni tra i popoli e persino la politica estera fino al ‘900: secondo le quali, alla guerra si risponde solo con la guerra, alle armi solo con le armi, alla violenza con la violenza. E’ giusto che ci venga ricordato che la spesa per armamenti ha raggiunto livelli mai visti nel mondo e che, se ci sono armi, come ci ricorda il Papa, prima o poi verranno usate; che i conflitti “convengono” a chi le fabbrica e dunque la perversa spirale rischia di non aver fine; che la logica della deterrenza non ha senso se pensiamo che le armi attuali bastano e avanzano per molte guerre mondiali. E in effetti, anche in questa situazione drammatica, tutto sommato questa consapevolezza al fondo c’è, tant’è vero che le prime misure dell’occidente sono state di tipo economico e diplomatico, non militare, e che anche nell’aiuto in termini di fornitura di armi all’Ucraina c’è una misura che si cerca di non superare per evitare un’escalation  che ci porterebbe alla terza guerra mondiale.

D’altra parte, chi sostiene che gli Ucraini abbiano diritto di difendere se stessi e il loro Paese e che dunque li si debba aiutare anche in questo tipo di risposta, non può essere banalmente tacciato di bellicismo: per poter condannare senza appello questa posizione (non dico per sottoporla a vaglio critico: dico “per condannarla senza appello”), bisognerebbe avere soluzioni alternative praticabili qui ed ora e non solo nel medio / lungo periodo, perché la guerra, i morti, le distruzioni sono adesso. E qui si sconta, lo dico con grande sofferenza interiore e personale, lo scarto tra quello che dovrebbe e potrebbe essere un modo molto diverso di affrontare i conflitti e la durissima realtà che, se non ci fossero le sanzioni e i tentativi diplomatici che tutti speriamo portino a un cessate il fuoco, sembra non lasciare alternative tra combattere o arrendersi, con tutte le tragiche conseguenze dell’una o dell’altra scelta.

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https://www.c3dem.it/discutere-sulla-guerra-non-e-inutile-ma-pensiamo-anche-a-un-corpo-civile-di-pace/

Addio alla realtà: si afferma il Metaverso. Siamo agli albori di un nuovo mondo Phygital. L’analisi su “Chronopolis”.

Per fortuna il Metaverso non sarà proprietà di Facebook, che lo ha lanciato, ma come Internet, sarà accessibile a tutti gratuitamente (a patto che si possegga la tecnologia necessaria per accedervi) e tutti avranno la possibilità di creare i loro spazi virtuali e il proprio avatar, dando vita a un universo in continua espansione.

Lo ha comunicato con enfasi Mark Zuckerberg, Ceo del colosso tecnologico noto come Facebook, il 28 ottobre 2021:“È arrivato il momento di adottare un nuovo brand aziendale che rappresenti olisticamente tutto quello che facciamo. Per riflettere ciò che siamo e quello che speriamo di costruire, sono fiero di annunciare che da oggi la nostra azienda si chiamerà Meta”. Una scelta singolare basata su forti motivazioni strategiche e comunicative: per i prossimi dieci anni investire sulla creazione e sulla colonizzazione del Metaverso, cioè letteralmente un universo oltre i confini della realtà attualmente conosciuta. A questo punto, una domanda cruciale s’impone: cosa s’intende effettivamente per Metaverso? In prima battuta potrebbe definirsi un mondo online sempre più copresente al mondo offline, un mondo sempre più phygital. Per fare un po’ di storia, c’è da dire anzitutto che si tratta di un termine mutuato dalla fantascienza, coniato nel 1992 da Neal Stephenson, autore del romanzo postcyberpunk “Snow Crash”. 

Nel libro, il Metaverso era una realtà virtuale 3D, sovrapposta e integrata con il mondo fisico, in cui le persone si muovevano attraverso i propri avatar, dei veri e propri digital twin, rappresentazioni digitali e tridimensionali di sé. Sebbene dipinto a tinte fosche, il distopico film di Spielberg Ready Player One, uscito nelle sale nel 2018 e ispirato all’omonimo romanzo di Ernest Cline del 2011, rappresenta piuttosto fedelmente quello che sarà il Metaverso da qui a 15 anni: una rete di mondi virtuali interconnessi di cui gli utenti potranno fare esperienza indossando visori di realtà virtuale e guanti aptici, dove interagire con altri utenti, comprare oggetti digitali e svolgere attività ludiche e d’intrattenimento in contesti immersivi ricostruiti digitalmente.La definizione più esaustiva di Metaverso è stata, tuttavia, fornita da Matthew Ball, autore di un compendio sull’argomento chiamato “The Metaverse Primer”, diviso in nove parti e pubblicato sul suo blog:

“Il Metaverso è una rete perdurante di mondi 3D che si espande in tempo reale, che restituisce un senso d’identità continuo nel tempo, in cui gli oggetti permangono e che tiene memoria delle transazioni effettuate in passato. Un numero di utenti illimitato, ognuno con il proprio senso di presenza fisica”.

Riprendendo gli stessi concetti, Zuckerberg ha posto l’enfasi su come un’inedita sensazione di compresenza fisica e la rappresentazione del sé attraverso avatar 3D e ologrammi, siano i pilastri su cui Meta stia costruendo questo nuovo piano di realtà. In altre parole, si potrebbe dire che il Metaverso non sia una realtà virtuale parallela alla nostra, bensì un’esperienza fluida di un ambiente ibrido in cui i confini tra realtà fisica e virtuale saranno pressoché inesistenti, allineandosi così con la rivoluzione digitale già in atto che vede integrarsi la dimensione online e offline delle nostre esperienza di vita, tra cui quella lavorativa. Di conseguenza, le azioni che le persone compieranno nel Metaverso avranno ripercussioni nella vita reale: il lavoro che si svolgerà per la propria azienda da remoto mentre si è immersi nel Metaverso, così come le relazioni interpersonali che lì si stringeranno, saranno riconducibili alla propria identità e, insieme alle azioni compiute nel mondo reale, contribuiranno a edificare la propria reputazione. 

Per fortuna il Metaverso non sarà proprietà di Facebook, che lo ha lanciato, ma come Internet, sarà accessibile a tutti gratuitamente (a patto che si possegga la tecnologia necessaria per accedervi) e tutti avranno la possibilità di creare i loro spazi virtuali e il proprio avatar, dando vita a un universo in continua espansione. Si creerà, dunque – confermano gli esperti – un’economia del Metaverso che sarà basata su una criptovaluta unificata, come il bitcoin, per esempio, e sulla compravendita di NFT, oggetti digitali, quali creazioni artistiche, video e musiche, unici e insostituibili. Ciò significa che, sebbene sia possibile farne svariate copie, al compratore sarà riconosciuta la proprietà dell’originale, che avrà più valore se si volesse rivenderlo. Inoltre, si prenderà nota di ogni transazione su alcuni registri decentralizzati grazie alla tecnologia blockchain, per limitare il rischio di frodi.

 

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http://www.chronopolis.it/addio-alla-realta-si-afferma-il-metaverso/

 

Dentro l’angoscia presente: un invito a riprendere la strada dei grandi testimoni della politica d’ispirazione cristiana.

 

Due grandi personalità del cattolicesimo politico vengono in mente, due uomini di diversa formazione e concreta responsabilità, ma ambedue di profonda ispirazione cristiana: De Gasperi e La Pira.

Gastone Simoni

 

Mi chiedo se e in che modo l’angosciosa tragedia che stiamo vivendo e che non sappiamo come finirà possa diventare un’occasione che ci viene offerta per testimoniare e indicare oggi un’idea politica davvero espressiva del progetto di autentica e profonda “trasformazione” delle cose di questo mondo alla luce della “vera novità” di ispirazione cristiana, a cominciare dagli assetti internazionali che sempre più si rivelano radicalmente decisivi per la vita politica. Anzitutto dells politica estera che oggi, forse più di sempre, si mostra del tutto fondamentale e decisiva.

 

Entro nel vivo dell’attualità e dico che non ho nessuna simpatia per chi parla – schematizzo – di non stare né con Putin né con la Nato e l’America. Nonostante gli errori e i peccati dell’Occidente, le mire e la condotta dello zar di tutte le Russia sono una barbara e prepotente malvagità da condannare assolutamente. Ma al tempo stesso non è proibito e anzi è doveroso valutare comportamenti e intenzioni delle politiche occidentali ed europee – in atti e in omissioni – nello scenario nato dopo la scomparsa dell’impero sovietico.

 

E questo non per calcoli e pregiudizi vari, ma alla luce della dottrina sulla giustizia e la pace, nonché degli ideali morali che la sostengono; ideali che ispirano, secondo la nostra visone, saggezza e lungimiranza. Insomma, ritengo anch’io che si imponga, tanto più alla luce tragica dei fatti in corso, un riesame critico e propositivo per disegnare linee politiche internazionali ed europee più fedelmente, concretamente e intelligentemente produttive di rispetto, di solidarietà, di giustizia, di pace e di saggezza. La politica, quella internazionale ed europea in particolare, abbia un respiro più intelligente e cristianamente più solidale, rispettoso e preveggente!

 

Due grandi personalità del cattolicesimo politico vengono in mente, due uomini di diversa formazione e concreta responsabilità, ma ambedue di profonda ispirazione cristiana: De Gasperi e La Pira. Essi ci possono aiutare nel presente, se si guarda bene alla loro concretissima azione in quelle concretissime situazioni in cui hanno vissuto. Più facile oggi ricordare la straordinaria testimonianza politica e profetica di La Pira, mentre è più difficile ricordare il contributo – tutto politico ma profeticamente ispirato – di De Gasperi.

 

Attenzione a svalutare la “policità” lapiriana e la “carica profetica” degasperiana. Insomma, abbiamo alle nostre spalle – oltre alla dottrina della Chiesa – concreti esempi ispiratori. Perché non chiedere luce e coraggio per la nostra doverosa testimonianza ed opera politica e profetica in questo momento internazionale, se vogliamo servire la doverosa e possibile trasformazione delle cose d’oggi?

 

  1. E. Gastone Simoni

Vescovo emerito di Prato

 

Aldo Moro nel giorno di Via Fani. Il ricordo dello statista, democratico sincero e uomo di pace, oggi più attuale che mai.

 

Aldo Moro fu un uomo di pace che ha costruito reti e collaborazioni sia all’interno del suo paese, che in politica estera attraverso incontri internazionali pur ancora nella logica dei blocchi e delle divisioni ideologiche. Data questa presentazione, il ricordo dell’autore si sviluppa ampiamente in un testo che riportiamo in allegato (v. link in fondo).

 

Giulio Alfano

 

Di fronte alla situazione attuale nella quale emerge una carenza di proposta tanto in politica interna che estera, riproporre la visione strategica che Aldo Moro aveva, specialmente negli anni in cui restò a lungo ministro degli esteri — gli anni in cui maturarono, bisogna ricordarlo, gli “accordi di Helsinki” — può contribuire ad offrire una speranza in momenti non facili come quelli che viviamo.

 

Con la caduta del muro di Berlino, ormai oltre 30 anni fa, si sono evidenziate tre esigenze fondamentali, che la politica di mediazione morotea aveva anticipato, e cioè: la ricerca di un comune dialogo nel bacino del mediterraneo tra le religioni abramitiche; l’evoluzione da partiti confessionali o ideologici in partiti di programma o di progetto; ma soprattutto il superamento e direi la fine dello Stato nazione, nato dalla pace di Westfalia del 1648, con il conseguente superamento della logica dei confini. Credo particolarmente preziosa questa esigenza di oltrepassare  steccati e divisioni non in vista di un villaggio globale, ma in funzione di una società inclusiva, aperta alle sfide della modernità e tuttavia ancorata a valori etici che la convivenza democratica rende sempre più indispensabili.

 

Aldo Moro fu un uomo di pace che ha costruito reti e collaborazioni sia all’interno del suo paese, vivificando i temi della solidarietà e del primato della persona propri della Costituzione Italiana, che in politica estera attraverso incontri internazionali pur ancora nella logica dei blocchi e delle divisioni ideologiche. Il centro del suo messaggio, oggi attualissimo, ruota intorno al valore della carità nella vita della persona e della comunità sociale; e questo in relazione al fatto che per Moro l’uomo, se come parte della comunità è sottoposto ad essa per il raggiungimento del bene comune, in quanto persona costituisce il fine stesso della società di cui lo Stato è solo espressione apparente e non sostanziale. Tale peculiarità lo apre alla conoscenza e quindi al dialogo con le differenze che arricchiscono il principio di uguaglianza, rendendo l’uomo protagonista di quell’autentica democrazia partecipativa a cui ha sempre legato il suo apostolato politico, così da trasferire nella prassi la cultura della responsabilità e del diritto.

 

Per leggere il testo della riflessione del Prof. Giulio Alfano: 

Moro secondo Alfano

Siamo allo stato d’allerta. La circolare del Capo di Stato Maggiore dell’esercito non deve generare allarmismo, ma consapevolezza.

La pace è un valore supremo e va perseguita innanzitutto sul piano della concertazione politica e diplomatica tra gli Stati. Confidiamo di poter conservare la nostra convivenza civile e la serenità dei cittadini. In ogni caso, dobbiamo essere responsabili e vedere in faccia la realtà.   

Con circolare in data 9 marzo u.s. del Capo di Stato maggiore dell’esercito avente oggetto –  ” Evoluzioni sullo scacchiere internazionale” –  a firma Gen. B.Bruno Pisciotta sono state diramate istruzioni interne in materia di a) personale, b) addestramento c) impiego d) sistemi d’arma. Nella circolare, già diffusa da agenzie di stampa, quotidiani e mass media, si fa espresso riferimento alla priorità dello ‘warfighting’  (letteralmente: “combattimento”) nelle attività di addestramento, al blocco dei congedi anticipati “in quanto, in un momento caratterizzato dall’intensificarsi delle tensioni geopolitiche, deve essere effettuato ogni possibile sforzo affinché le capacità pregiate possano essere disponibili”.

La circolare – che siamo in grado di riprodurre integralmente – ha lo scopo evidente di ottimizzare sul piano logistico, delle dotazioni di risorse umane e materiali, l’efficienza dell’esercito a presidio e tutela della democrazia e della libertà e indipendenza dello Stato.

Ovviamente l’augurio di tutti è che non sia necessario far ricorso all’uso delle armi. Nessun allarmismo, dunque, poiché le istruzioni sono un dovere istituzionale da predisporre, visto appunto il quadro geopolitico internazionale. Ogni Stato è tenuto a farlo…D’altronde il nostro esercito è sempre stato al servizio della democrazia e della difesa della sicurezza dello Stato e dei cittadini. Speriamo e preghiamo affinchè le istruzioni diramate rimangano un doveroso e necessario indirizzo organizzativo interno.

La pace è un valore supremo e va perseguita innanzitutto sul piano della concertazione politica e diplomatica tra gli Stati. Confidiamo di poter conservare la nostra convivenza civile e la serenità dei cittadini, l’unità della nazione. Dobbiamo valutare positivamente questa iniziativa poichè è rassicurante essere pronti ed organizzati di fronte ad ogni possibile sviluppo. Tenendo bassi i toni emotivi, senza strumentalizzazioni ideologiche o politiche. Questo è un auspicio che tutti dovrebbero condividere.

Per leggere la circolare

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Il mundus furiosus e la politica energetica.

 

Alla fine, dopo anni di relativa bonaccia, è arrivata la tempesta perfetta e ci sono almeno due minacce che ci troviamo ad affrontare, due nemici che marciano divisi ma colpiscono uniti: il problema energetico e quello economico. Servono allora capacità di discernimento, coraggio e tempestività da parte dei policy makers.

 

Gabriele Papini

 

La lunga coda per accaparrarsi l’ultimo hamburger di una nota catena di fast food (in fuga da Mosca come altre multinazionali) dà la misura di un popolo come quello russo che – nonostante restrizioni e censure – stava “votando con i propri piedi”. D’altra parte, giunti ormai al ventesimo

giorno di guerra si capisce come il conflitto in corso (senza voler trascurare le questioni di carattere umanitario) sia diverso da quelli tradizionali e più simile alla battaglia di Pavia del 1525 che, non a caso, viene studiata ancora oggi nelle Accademie militari di tutto il mondo. Quello scontro tra Francia e Spagna segnò il primato delle armi da fuoco su quelle “bianche” e registrò l’affermazione dei popoli sui nobili.

 

Una battaglia che ruppe gli schemi, ponendo ai governanti di allora il dilemma di disporre di una coerente politica di approvvigionamento. Oggi il continente europeo sta vivendo una crisi energetica simile a quella di mezzo millennio fa. Alla fine, dopo anni di relativa bonaccia, è arrivata la tempesta perfetta e ci sono almeno due minacce che ci troviamo ad affrontare, due nemici che marciano divisi ma colpiscono uniti: il problema energetico e quello economico. E’ una congiuntura inimmaginabile solo fino a pochi mesi fa. Oggi siamo messi nelle condizioni peggiori e ci troviamo davanti a uno snodo drammatico: forse è tardi per correggere la rotta ma c’è la necessità ineludibile di calmierare i rincari per non giocarci una parte significativa della crescita del Pil e del nostro sistema produttivo.

 

Si può sicuramente migliorare, ad esempio, la qualità estrattiva del gas italiano pur sapendo che ci vorranno diversi anni per arrivare a regime e che comunque tale intervento coprirà una parte minima delle nostre bollette. Come direbbe Keynes, “nel lungo periodo saremo tutti morti”.

 

Cosa è possibile fare allora? Anzitutto, in una realistica analisi costi-benefici, occorre valutare quale capitolo di spesa pubblica sia “sacrificabile” per evitare la contrazione del sistema produttivo. L’intervento va fatto andando ad aiutare soprattutto le imprese “energivore” cioè quelle per le quali l’incidenza dell’energia ha un impatto più che proporzionale sui costi. Inoltre, per quanto riguarda le scelte strategiche delle nostre aziende di punta nel settore energetico (Eni, Enel) queste ultime dovrebbero rientrare nel solco delle scelte geopolitiche del loro azionista di riferimento, come avviene nella maggior parte dei Paesi.

 

Invece, negli ultimi anni siamo riusciti a perdere la nostra storica influenza in Libia e in Arabia Saudita (nonostante il “nuovo Rinascimento”) inoltre siamo in conflitto diplomatico con l’Egitto (almeno dal 2016) e di recente anche con la Nigeria. Servono dunque capacità di discernimento, coraggio e tempestività da parte dei policy makers ma servirebbe anche capire che una lunga fase di stabilità si è conclusa e il “mundus furiosus” è ancora tutto da decifrare.

La cruciale preminenza della politica estera

 

Da molti anni i temi di politica internazionale non aprono più i (pochi) discorsi dei (pochi) convegni politici e la selezione per il Ministero degli Esteri non è più così rigorosa. Questo decadimento è stato il frutto più in generale dello scadimento della politica sul quale si è scritto già molto, anche troppo. Ora, di fronte al drammatico mutamento dello scenario internazionale imposto dalla guerra, l’importanza decisiva di una maggiore unità fra gli stati europei sta apparendo agli occhi di un numero sempre maggiore di cittadini in tutta la sua rilevanza. Ciò potrebbe influire non poco sulle scelte elettorali.

 

Enrico Farinone

 

In tempi ormai non più così vicini, quando i partiti politici erano (anche) un luogo di dibattito e riflessione, non era rado ascoltare il relatore di turno avviare il proprio ragionamento dai temi della politica internazionale. “Uno sguardo sull’universo” – come il battutista presente in sala, non mancava mai, ironizzava puntualmente – ma in realtà una scaletta ragionata che dalle questioni mondiali arrivava a quelle nazionali, che costituivano il centro del discorso, per poi approdare a quelle locali.

Quegli incipit erano un vezzo o erano piuttosto una modalità oratoria con la quale si riconosceva la primazia della politica estera in una realtà che in effetti da essa derivava? Sì, perché l’esito del conflitto mondiale aveva diviso il pianeta in due e ogni nazione stava da una parte, nel nostro caso quella occidentale, e questo generava delle conseguenze (anzi, tutte le conseguenze) sul piano interno.

La rilevanza della politica estera veniva riconosciuta dai gruppi dirigenti dei partiti, che ne affidavano la guida a parlamentari di competenza ed esperienza maturate negli anni e validate sul campo. Conseguentemente, alla Farnesina arrivavano dopo anni di carriera parlamentare e governativa i più preparati o comunque le personalità di maggior spicco: tanto per citare due nomi, Moro e Andreotti. Ora invece…

Da molti anni i temi di politica internazionale non aprono più i (pochi) discorsi dei (pochi) convegni politici e la selezione per il Ministero degli Esteri non è più così rigorosa. Questo decadimento è stato il frutto più in generale dello scadimento della politica – sul quale si è scritto già molto, anche troppo – e più in particolare, probabilmente, perché per un lungo periodo seguito alla supposta “fine della Storia” si è immaginato che il mondo globalizzato economicamente, finanziariamente, tecnologicamente fosse divenuto unipolare e sostanzialmente più facile da gestire, almeno nel suo Nord, nella fascia ricca delle popolazioni che abitano il pianeta. Non era così.

Avremmo dovuto comprenderlo subito, e invece abbiamo impiegato tre decadi. Oggi la violenza di Putin ci trova impreparati e costretti a reagire nell’emergenza. Ancora avvolti nel dormiveglia, non completamente consapevoli dello scenario mutato nel corso della notte.

Avremmo dovuto comprenderlo subito perché gli effetti del nuovo mondo post 1989 si videro ben presto. Da noi in Italia nel giro di un solo lustro crollò l’intera intelaiatura partitica che aveva retto in maniera più che dignitosa (forse è ora di cominciare a riconoscerlo) un Paese che in 40 anni da pressoché distrutto era divenuto uno dei più benestanti al mondo. Scomparvero i partiti di governo, e pure quelli d’opposizione. Anche quanti tentarono di sopravvivere cambiando nome in realtà mutarono profondamente, sino a divenire altro da quello che erano stati. La via alla trasformazione del sistema fu quella giudiziaria ma la reazione della politica dovette tener conto in ogni caso degli umori popolari diffusi e manifestatisi in un referendum dal chiaro sentore antipolitico: lo fece dapprima con la legge sull’elezione diretta dei sindaci e poi con il parziale maggioritario introdotto dalla nuova legge elettorale per le Camere.

La fine della “Prima Repubblica” fu dunque il portato della fine della Guerra Fredda. Forse solo Mino Martinazzoli lo aveva intuito per tempo, quando disse che la caduta del Muro avrebbe equivalso per l’Italia a quello che fu per la Francia della Quarta Repubblica la guerra d’Algeria. Da allora, pur dovendo attraversare una molteplicità infinita di crisi derivanti da eventi internazionali (l’11 settembre e le guerre successive, la crisi finanziaria innestata dai subprime americani, quella economica ad essa seguita, quella mediterranea con le migrazioni del 2015/2016, infine la pandemia mondiale) ci siamo perduti nel gioco ricorrente del populismo enfatizzato da media sempre più propensi alla spettacolarizzazione della politica (il c.d. infotainment dei talk show), poi ulteriormente rafforzato dalla superficialità dei nuovi strumenti comunicativi (i social media), presto inondati da fuorvianti falsità (le fake news) che hanno avvelenato il rapporto fra cittadini e politica e, quindi, in ultima istanza, la stessa democrazia. La decadenza del Parlamento, e con esso di quella che dovrebbe essere la classe dirigente del Paese, quella che fa le leggi e dunque che regola la civile convivenza in uno Stato, ne è stata la logica conseguenza.

Un populismo che indebolendo la capacità di riflessione politica, la morotea intelligenza degli avvenimenti mi verrebbe da dire, ha lasciato ampio spazio all’insorgere sempre più prepotente di un nazionalismo alquanto cialtrone (in quanto sviluppato su un mantra dai contenuti vagamente razzistici determinato dalla migrazione di migliaia di disperati che da sud e da est fuggivano dalla morte per fame o per guerra cercando di raggiungere la felice e ricca Europa) sul quale le nuove Destre politiche – non solo in Italia, bensì ovunque nel vecchio continente – hanno lucrato elettoralmente. Lanciandosi in una perenne campagna elettorale antieuropeista che ha conseguito risultati vincenti in paesi come Polonia, Ungheria, Danimarca e nello stesso Regno Unito (con la Brexit) che è stata con fatica sconfitta dalla reazione, un po’ tardiva ma infine arrivata delle nazioni che avevano fondato l’Unione, oltre che di quelle della penisola iberica.

Ora, di fronte al drammatico mutamento dello scenario internazionale imposto dalla guerra avviata da Putin l’importanza decisiva di una maggiore unità fra gli stati europei sulla politica estera, su quella della difesa comune e su quella energetica sta apparendo agli occhi di un numero sempre maggiore di cittadini in tutta la sua rilevanza. Ciò potrebbe influire non poco sulle scelte elettorali, che dovrebbero volgere verso le forze politiche autenticamente europeiste. Un primo test lo si avrà tra poche settimane, in Francia. Mentre qui da noi sarebbe utile farci, tutti, una domanda: ma cosa sarebbe successo se invece di Draghi a Palazzo Chigi ci fosse stato Salvini?

 

Come Putin informa il popolo russo sulla guerra

La mistificazione, l’alterazione della realtà fino a capovolgerla per presentare un’immagine innocente e difensivista del regime, che da carnefice si fa vittima, ci danno una narrazione e una rappresentazione iconica distorta e falsificata La preoccupazione fondamentale di Putin è quella di legittimare la propria intrapresa militare distorcendo e rovesciando la realtà “fotografica”.

La ciliegina sulla torta (si fa per dire) della manipolazione e distorsione dell’informazione sull’operazione militare in Ucraina è stata la gestione della notizia del bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol: Putin deve avere un conto in sospeso con questa città visto l’accanimento con cui l’ha fatta letteralmente massacrare e radere al suolo, uccidendo un numero impressionante di civili. Ma anche il Ministro degli esteri Sergej Viktorovič Lavrov si è speso per raccontare al mondo una realtà (per quanto asserito) mistificata dai media ucraini, come una sorta di macabra messinscena, compresa la “finta partoriente” trasportata in barella tra le macerie fumanti.

Nel discorso con cui aveva annunciato l’operazione militare, Putin aveva detto che la Russia non intendeva occupare l’Ucraina ma che l’obiettivo sarebbe stato quello di «difendere le persone che sono state vittime degli abusi e del genocidio del regime di Kiev, per demilitarizzare e de-nazificare l’Ucraina». Questo è il messaggio che i media russi autorizzati hanno trasmesso a più riprese anche successivamente, a cominciare dal canale televisivo Russia 1, il principale canale della rete pubblica Vgtrk. In un regime democratico la libertà di informazione è il cardine del rapporto tra istituzioni e popolo. La mistificazione, l’alterazione della realtà fino a capovolgerla per presentare un’immagine innocente e difensivista del regime, che da carnefice si fa vittima, ci danno una narrazione e una rappresentazione iconica distorta e falsificata: ciò conferma – se mai ce ne fosse stato bisogno – che a parte la parentesi della speranza nella perestroika e nella glasnost voluta da Gorbaciov, una linea neanche tanto sottile di continuità unisce la concezione del potere dall’autarchia degli Zar, alla lunga parentesi del comunismo e alla dittatura di Putin.In un servizio giornalistico ricco di dettagli ed estremamente preciso e documentato l’agenzia “Globalist syndication” ha reso onore e credito alla verità dei fatti, con coraggio e dovizia di informazioni a cui tutti dovrebbero attingere. Dobbiamo essere grati a chi si spende per mostrare la cruda verità dei fatti: purtroppo il batti e ribatti delle false notizie alimentate da teoremi complottisti e da alibi inesistenti miete vittime tra il nichilismo che declina verso il negazionismo, accusando di complicità con un immaginifico nemico, depositario del potere forte, chi fa del dovere di cronaca il primo presidio della libertà.

Nel 2019 in Russia era sta approvata una legge che punisce quasi ogni forma di dissenso contro il governo. Nel caso della situazione in Ucraina la libertà di informare si è ancora più ristretta:, l’agenzia che controlla e filtra le  comunicazioni che possono circolare in Russia –  Roskomnadzor –  ha diramato un monito ideologico rivolto a tutti i media  (stampa, radio, TV, internet) che si stanno occupando della questione Ucraina, stigmatizzando e bollando come non vere o come fake le molte “informazioni non verificate e inesatte” invitando le agenzie informative ad  utilizzare solo le fonti ufficiali russe” che, manco a dirlo, sono solo ed esclusivamente quelle governative. «L’invasione è iniziata, ma non è stato Putin a invadere l’Ucraina. È l’Ucraina che è entrata in guerra con la Russia e il Donbass». Più tardi nel corso di un programma televisivo che stava raccontando le prime ore dell’invasione, la presentatrice Olga Skabeyeva ha detto che l’operazione serviva a “liberare” la popolazione del Donbass «dopo otto anni di attesa in cui ha pagato con il sangue». Nel corso della trasmissione, mentre venivano mostrati video degli attacchi russi nell’Ucraina orientale, in sovrimpressione era scritto “La Russia non sta bombardando le città ucraine,  firmato il  Ministero della Difesa”. I funerali in Russia sono stati vietati: sia per impedire di risalire al numero dei morti in guerra sia per non dare un’immagine triste e perdente del Paese. Addirittura la Chiesa ortodossa si è mobilitata al “vertice” giustificando l’iniziativa di Putin: il patriarca di Mosca, Kirill, ha difeso la guerra in Ucraina in quanto avviata come lotta contro la promozione di modelli di vita anti cristiani, primi colpevoli i gay, bollati con un anatema senza scampo.

Papa Francesco – tanto per dire – sta agli antipodi: tutti ricordiamo la famosa frase … “chi sono io per giudicare una persona con tendenze sessuali diverse?”. Da una parte i “fratelli ucraini (ma secondo le parole di Putin…“bestie senza razza”) da liberare dal demonio della perversione”, dall’altra l’enciclica “Fratelli tutti”: come dire che le vie della convivenza interreligiosa parlano lingue diverse ed arduo e irto di difficoltà insuperabili è il cammino per perseguirla (ove mai si possa un giorno realizzare). La preoccupazione fondamentale di Putin è quella di legittimare la propria intrapresa militare distorcendo e rovesciando la realtà “fotografica”: ora con immagini di città ucraine con la gente a passeggio, con le strade in ordine e i palazzi edificati e abitati.

Sappiamo bene che la realtà è tragicamente diversa, i nostri inviati nelle città ucraine si trasmettono e descrivono minuziosamente scene di distruzione e di morte, gente in fuga con una borsa o un trolley, le abitazioni che bruciano dentro edifici che sono avvolti dalle fiamme. Globalist Syndication riferisce ancora  “su Russia 1 Dmitry Kiselev, uno dei giornalisti più noti del canale, nel suo programma ha paragonato ciò che stava accadendo nel Donbass alle atrocità commesse dalla Germania nazista nella Seconda guerra mondiale e ha difeso Putin per aver usato la parola genocidio per definire la situazione delle popolazioni di Donetsk e Luhansk.

In Ucraina, ovviamente, non sta avvenendo né è avvenuto in questi anni nessun tipo di genocidio. Anche su un altro canale televisivo pubblico, Pervyj Kanal (Primo Canale), l’invasione è stata raccontata come una liberazione degli abitanti del Donbass. Un inviato da Donetsk ha raccontato che per gli abitanti della zona l’invasione «è stata la migliore notizia degli ultimi anni di guerra» e che «ora hanno fiducia nel futuro e che una guerra durata anni finalmente finirà». Le televisioni non hanno mostrato nessuna immagine degli attacchi russi compiuti in questi giorni in varie città ucraine, in alcuni casi in zone abitate da civili. «Le strade sono tranquille e calme nella capitale ucraina», ha detto il conduttore di una trasmissione su Pervyj Kanal, mostrando filmati realizzati nelle strade di Kiev. «Ed è un giorno normale anche a Kharkiv. […] Al contrario delle bugie dei media occidentali, noi vi stiamo mostrando esattamente qual è la situazione in questo momento nelle città ucraine», ha detto il presentatore.

Questo quanto alle TV, ma non diverso è stato l’imprinting informativo della carta stampata, in primis Rossiyskaya Gazeta, quotidiano ufficiale del governo russo, come era prevedibile che ha pubblicato tra l’atro un articolo scritto dallo stesso Putin, in cui riferisce delle minacce dell’Occidente alla Russia e afferma che i leader della Nato hanno infranto la loro promessa di non espandersi a est. Assai rare le eccezioni: la stampa del dissenso ha dovuto subire il bavaglio del regime anche se Novaya Gazeta ha titolato a tutta pagina “La Russia bombarda l’Ucraina” rincarando nel sottotitolo «Novaya Gazeta considera la guerra una follia, non vede il popolo ucraino come un nemico e la lingua ucraina come una lingua nemica».

Il dissenso esiste anche se soffocato: molte emittenti private e magazine hanno dovuto chiudere i battenti. Ciò nondimeno molta gente – specialmente tra i giovani- ha espresso il proprio orrore per un’operazione aggressiva e sanguinaria: sono migliaia le persone incarcerate, persino due bambini sono stati sorpresi a depositare dei fiori davanti all’Ambasciata Ucraina e chiusi in cella. Ecco, questa crudeltà riservata ai bambini ci dice quanto sia tenero il cuore del regime, quanto sia rispettoso dei diritti civili, quando indifendibile sia ogni menzogna costruita per rendere colpevoli persino i minori, i piccoli, i neonati.

Una questione di razza o meglio di “bestie senza razza”. Insomma, nonostante il mondo sia scandalizzato e terrorizzato per questa mattanza, per la considerazione degli esseri umani come carne da macello (non dimentichiamolo: anche i ragazzi russi militari di leva mandati allo sbaraglio e tornati indietro dalle loro madri, chiusi in migliaia di bare) , tutto si tratta meno che di una guerra spietata che ci ricorda il volto peggiore del nazismo.

Ma quale guerra!? E’ solo il casting mediatico di un film dell’orrore, con un regista, molti attori e milioni di comparse.