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L’ultimo congresso con Aldo Moro. Di Capua, intellettuale al servizio del partito, lascia le impronte sulla storia dc.

 

È stato un cultore della politica, sempre amandola e coltivandola, tanto da dedicare tempo e passione, specialmente negli ultimi anni della sua vita, alla sconfinata raccolta di libri e documenti sulla storia della repubblica, dagli esordi fino ai nostri giorni.

Ci ha lasciato in punta di piedi, Giovanni Di Capua, il più “democristiano” degli storici per passione, privo di titoli accademici ma ricco di entusiasmo e dedizione. Scrittore infaticabile, si è trovato più volte all’incrocio di vicende importanti della Dc, esercitando per parte sua un ruolo discreto e tuttavia incisivo di “intellettuale al servizio della politica”.

Il suo Archivio, a Tarquinia, è una magniloquente testimonianza del lavoro di accumulo e selezione di materiali spesso introvabili, che prima o poi le istituzioni dovranno provvedere a valorizzare.

Certamente, avremo modo di rendergli l’onore che merita, ma intanto pensiamo di offrire un minuscolo esempio del suo fecondo approccio alla “lettura” della politica. Ecco allora che ai nostri lettori proponiamo la parte finale di un lungo articolo incentrato sul congresso del 1976, quello che incoronò Zaccagnini, segretario non ancora legittimato dalla grande platea degli iscritti, alla guida della Dc (il testo è tratto da “Appunti-bimestrale di ricerca e documentazione politica”,  n. 25 del gennaio-febbraio 1980).

(L. D.)

 

Giovanni Di Capua

 

Nella sua relazione Zaccagnini confermò, infatti, la disponibilità della Dc a ricostruire l’alleanza con il Psi, purchè su basi nuove rispetto al passato, cioè fuori dalla legge della lottizzazione che l’aveva inquinata e fatta cadere. Ma non fece, in direzione del Pci, alcuna concessione che non rientrasse nella classica delimitazione morotea fra area di governo e area di pungolo responsabile da una posizione di opposizione critica. Sicchè risultò facile a Fanfani replicare che, considerata l’esperienza fatta e l’indisponibilità socialista del momento verso soluzioni politiche organiche ( a palazzo Chigì c’era l’onorevole Moro con un governo monocolore), non si usciva da un dilemma obbligato: o il Psi accettava l’impostazione democristiana dei rapporti politici e programmatici o la via delle elezioni anticipate diventava inevitabile.

 

Moro si tenne, ovviamente, sulla stessa linea di Zaccagnini, per la cui conferma alla segreteria spese ogni migliore energia. Moro continuò a respingere l’idea di una apertura al Pci, ma sostenne che un nuovo corso del centro sinistra, o comunque una nuova alleanza parlamentare e di governo della Dc col Psi, dovesse consentire ai comunisti, senza mutamenti nel loro ruolo nelle istituzioni, di mettere a disposizione del paese la loro grande forza rappresentativa. Condizione per pervenire ad una tale novità politica, che lasciava inalterati i ruoli tradizionali della Dc e del Pci, ma faceva cadere prevenzioni sui contributi positivi che i comunisti potevano fornire alla conservazione degli equilibri democratici del paese, Moro disse che era l’unità dei democratici cristiani. Il lungo applauso tributato a Moro (otto minuti in piedi, mentre Fanfani abbracciava il presidente del consiglio e Zaccagnini a fatica riusciva a stringergli la mano) evidenziava come lo spartiacque fra i gruppi non fosse quello accreditato ed ingigantito dalla stampa; e come, fra le correnti moderate della Dc, le tesi morotee trovassero accoglienza tutt’altro che formale.

 

In realtà il congresso continuò a distinguersi su sfumature, più che su nette contrapposizioni: le differenziazioni riguardavano il modo col quale ricercare, intessere, conservare e sviluppare un nuovo rapporto col Psi, onde evitare di fare i conti, a livello parlamentare e di gestione del potere, col partito comunista. I pochi che avevano una opinione diversa, non riuscirono neppure ad illustrarla in maniera convincente, né diffusa. Il congresso si esaltava a richiamare Zac e la sua immagine di rinnovamento, in polemica con l’area Daf (dorotei, andreottiani e fanfaniani) che organizzava in quella fase le opinioni più moderate del partito; ma non andava al di là di reazioni emotive, restando chiuso, cosciente o no, sulla alternativa che proprio Fanfani (il personaggio contro il quale era implicita la polemica della maggioranza degli invitati, i quali partecipavano con le loro interruzioni al dibattito congressuale) aveva brutalmente indicato: o il Psi accettava le condizioni democristiane o le elezioni anticipate risultavano inevitabili. Come poi fu.

 

Le cronache del tredicesimo congresso sono ricche di spunti polemici verso le persone, poverissime di distinzioni politiche di rilievo. Né poteva essere diversamente, essendosi creato, deliberatamente, artificiosamente o casualmente che fosse, un clima nel quale chi tentava dei distinguo rischiava la contestazione dura e spietata della tribune. In quelle condizioni diventava impossibile una conclusione che non fosse affidata all’immagine, più che alla sostanza, ai condizionamenti rigidi delle correnti, più che alla elaborazione di soluzioni più rappresentative della complessa realtà democristiana. Per questo chi pensava che si potessero smuovere a favore di Forlani (il quale fu sollecitato a presentarsi candidato, dopo aver dichiarato di rinunciare al match) voti cogelati nel campo delle sinistre, aveva sbagliato i propri calcoli, essendo, invece, più probabile, nel segreto delle urne, uno spostamento di voti da destra verso sinistra, date le tradizioni di opportunismo più frequenti nelle correnti di destra che in quelle di sinistra, nella Dc.

 

L’esito del voto sul nome del segretario, com’era prevedibile dati i ricordati condizionamenti, fu a favore di Zaccagnini, il quale ottenne 885.500 suffragi (pari al 51,57 per cento); Forlani raccolse 831.500 voti (il 48,43 per cento): lo scarto minimo di 54 mila voti diceva che Zaccagnini ce i’aveva fatta per appena 27 mila voti. quanti gliene ne avevano portati ex dorotei ed esponenti marchigiani già vicini a Forlani. Nelle votazioni per l’elezione del consiglio nazionale, i rapporti di forza fra il campo delle sinistre e l’area Daf mantennero, grosso modo, le stesse proporzioni. Ai consiglieri dei due gruppi dovevano, però, aggiungersi quelli della mini corrente di Arnaud e Prandini (6 seggi) nata nel vano tentativo di operare una mediazione fra i due grossi raggruppamenti contrapposti e incomunicabili dell’area Zac e dell’area Daf che gli eventi successivi. particolarmente il voto del 20 giugno 1976, avrebbero ridimensionato e rimescolato, dimostrando la fragilità di intese troppo rigide in un partito pluralista. rappresentativo di una complessa realtà nazionale.

Si può controllare il Green Pass? I buoni motivi per rispondere affermativamente. Non bisogna fare confusione.

 

Un ragionamento in punta di diritto. L’autore non parla di “giustizia” (se sia giusto o no fare questo o quello) ma soltanto di normativa. Dichiara, insomma, che in questa sede non fa filosofia.

 

 

Danilo Campanella

 

In questi giorni, in molti mi domandano se sia giusto vaccinarsi, chiedere il Green Pass, farsi leggere la temperatura dagli sconosciuti, oppure rifiutarsi di eseguire tutto questo. Sono spesso semplici lavoratori che, demandati da istituti pubblici o privati e, questi ultimi, demandati da chi sta più in alto, sono preoccupati sulla legittimità o meno di queste dinamiche. Sono anche spaventati, e stanchi, di tutti coloro che, su minaccia di “ritorsioni” (la denuncio, etc.), non si prestano alle procedure previste.

 

Ci tengo a precisare, per il lettore, che nelle righe a seguire non parlerò di “giustizia” (se sia giusto o no fare questo o quello) ma soltanto di normativa. In questa sede, non farò filosofia.

 

Il Green Pass è legge? Si: il Decreto Legge 105/2021 sul green pass è immediatamente efficace e vincolante. Il Green Pass è incostituzionale? No: il Green Pass non è incostituzionale, perché non viola nessuno degli articoli della nostra Costituzione Repubblicana. In genere i “No-Vax” (chiedo scusa per aver utilizzato questo appellativo ma così ci capiamo subito) citano gli articoli 16 e 32. Andiamo con ordine. L’articolo 16 riconosce la libertà di movimento a tutti – questo è vero – fatto salvo che una legge disponga limiti, per motivi di salute. L’articolo 32 invece prevede che una legge possa imporre trattamenti sanitari obbligatori, nell’interesse collettivo. Quindi il Green Pass non è e non può essere incostituzionale.

 

Il Green Pass limita la libertà del singolo? No: è una condizione di accesso ai locali. Si può accedere, sempre, in determinate condizioni. Le condizioni di accesso ai locali o nelle pubbliche strade ci sono sempre stati. Si veda alle limitazioni di accesso nei locali per l’abbigliamento indossato, oppure, l’impossibilità di camminare per le strade di alcuni comuni a torso nudo, etc. Una limitazione, motivata da necessità di salute pubblica, è ancora più motivata. Quindi il Green Pass non limita, di fatto, la libertà del singolo.

 

Il Green Pass “italiano” viola la normativa europea? No: il regolamento UE 953/21 ammette le limitazioni interne, scrivendo: “Gli Stati possono limitare la libera circolazione per motivi di sanità pubblica”. Quindi il Green Pass non viola la normativa europea, che evidentemente aveva già previsto tutto questo.

 

Il Green Pass viola la privacy e tutti i regolamenti sulla privacy? No: il garante, il regolamento dell’Unione Europea sulla privacy, il General Data Protection Regulation (GDPR), non vietano le limitazioni alla privacy, che possono essere disposte dalle autorità per motivi di salute pubblica.

 

Il Green Pass, nel suo controllo sul pubblico, viene demandato anche a soggetti non preposti? No: tutti i soggetti demandati sono preposti. Baristi, vigilantes, camerieri, non trattano i dati delle persone, né li memorizzano. Essi chiedono soltanto la visione del certificato. I titolari di bar e assimilati già devono chiedere il documento di identità, ad esempio, ai minorenni, per controllare che non simulino la maggiore età per acquistare alcolici o sigarette. Sul controllo del documento di identità, ad oggi la posizione prevalente sembra essere quella secondo cui i verificatori non sono obbligati a chiedere il documento di chi mostra il Green Pass, tuttavia, qualora sospettino la manifesta incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione, e il possessore del Green Pass non abbia intenzione di mostrare (come è prevedibile) a loro la carta di identità, come controprova, gli stessi verificatori potranno segnalare il loro dubbio alle forze dell’ordine. Viene da sé quanto quest’ultimo passaggio sia lungo e stressante, ma tant’è.

 

Quindi, chi nell’esercizio delle sue funzioni chiede l’esibizione del Green Pass all’ingresso di un locale o di un luogo pubblico, al chiuso, applica legittimamente una norma che lo prevede come condizione di accesso. Punto.  Il resto sono soltanto opinioni. Legittime, libere, certo, ma pur sempre opinioni. Un’opinione non è una certezza. Cento opinioni non fanno una certezza, proprio quanto cento conigli non fanno un leone. Al massimo, fanno una conigliera.

Centenario della morte di Benedetto XV, il Papa della “inutile strage”. La commemorazione del card. Mamberti.

 

Si è celebrata lo scorso 22 gennaio una messa in S. Salvatore in Lauro, a Roma, per ricordare la figura di Giacomo della Chiesa, eletto al soglio pontificio con il nome di Benedetto XV. L’omelia del card. Domenique Lamberti, qui riprodotta integralmente, permette di conoscere più da vicino il Papa che, con la Nota del 1 agosto del 1917, definì una “inutile strage” il primo conflitto mondiale (1914-1918).

 

 

 

 

Cari Fratelli e Sorelle, in questa Santa Messa vogliamo anche ricordare un anniversario: il centenario della morte di Papa Benedetto XV, il Papa eletto mentre scoppiava la Prima Guerra Mondiale e deceduto il 22 gennaio 1922. Tra Pio X, il Papa della restaurazione della liturgia e della lotta contro il modernismo e Pio XI, il Papa dei Patti Lateranensi e della resistenza spirituale ai totalitarismi, il relativamente breve pontificato di Benedetto XV è oggi poco ricordato, al punto che una biografia dedicata a tale Pontefice è intitolata “Il Papa sconosciuto”.

 

Giacomo Della Chiesa era nato a Genova nel 1854 da nobilissima e religiosissima famiglia; si laureò in giurisprudenza prima di entrare all’Almo Collegio Capranica qui in Roma e fu ordinato sacerdote nel 1870; entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede fu segretario dell’allora Nunzio in Spagna Mariano Rampolla del Tindaro, il quale lo chiamò poi a continuare a collaborare con lui quando diventò Segretario di Stato di Leone XIII. Nel 1901 diventò Sostituto della Segretaria di Stato e, nel 1907, Pio X lo nominò Arcivescovo di Bologna e, il 25 maggio 1914, lo creò cardinale. Alla morte di Pio X, mentre già l’Europa precipitava nella guerra, il Cardinale Giacomo Della Chiesa fu eletto Papa e subito elevò la sua voce per invocare la pace. Nella sua prima Enciclica “Ad Beatissimi”, del 1 novembre 1914, puntualizzò che vera causa della “disastrosissima guerra” era la scomparsa dagli ordinamenti statali “delle norme e delle pratiche della saggezza cristiana”, mentre la società era minata da diversi mali, in particolare “la mancanza di amore fra gli uomini”, “il disprezzo dell’autorità”; “i beni materiali fatti unico obbiettivo dell’attività dell’uomo, quasi non ci fossero altri beni, e molto migliori da raggiungere” e gli “odi nazionalistici portati al parossismo”. Vedendo che i suoi appelli a deporre le armi rimanevano inascoltati, lanciò la Santa Sede e tutta la Chiesa in un continuo di iniziative umanitarie, a partire dall’assistenza materiale e spirituale ai prigionieri di guerra, scambi di informazioni e di corrispondenza, negoziati per il rimpatrio dei prigionieri malati, scambi di quelli feriti e malati, assistenza materiale alle popolazioni delle zone di guerra. Quanto più durava il conflitto, tanto più il Papa fu inorridito dalla potenza e dall’efficacia delle nuove armi che i progressi della tecnologia aveva messo in mano alle potenze belligeranti ed è durante il suo pontificato che cominciarono a comparire negli interventi pontifici le richieste di limitazioni degli armamenti e di disarmo, che sarebbero diventate sempre più forti con i suoi successori.

 

Diplomatico di formazione, con l’aiuto del Cardinale Pietro Gasparri, suo Segretario di Stato, Benedetto XV svolse anche una intensa attività diplomatica presso i governi dei Paesi in guerra per favorire una soluzione al conflitto, culminata con la famosa Nota di Pace del 1 agosto 1917, in cui esordiva ricordando che  “Fino dagli inizi del Nostro Pontificato, fra gli orrori della terribile bufera che si era abbattuta sull’ Europa, tre cose sopra le altre Noi ci proponemmo: una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, quale si conviene a chi è Padre comune e tutti ama con pari affetto i suoi figli; uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che da Noi si potesse, e ciò senza accettazione di persone, senza distinzione di nazionalità o di religione, come Ci detta e la legge universale della carità e il supremo ufficio spirituale a Noi affidato da Cristo; infine la cura assidua, richiesta del pari dalla Nostra missione pacificatrice, di nulla omettere, per quanto era in poter Nostro, che giovasse ad affrettare la fine di questa calamità, inducendo i popoli e i loro Capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una « pace giusta e duratura ».  Invitava poi i governi ad accordarsi circa alcuni principi per far tornare la pace e concludeva con lo speranzoso auspicio che le sue proposte fossero “accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage”. In un altro documento, aveva chiamato quella guerra “suicidio dell’Europa civile”. (lettera al Card. Vicario Pompili, 04/03/16),

 

Purtroppo, il tentativo non ebbe il successo sperato. Solo l’Imperatore Carlo d’Austria, futuro beato, era desideroso di assecondare il proposito del Papa. Anzi, l’intervento di Benedetto XV fu incompreso e calunniato da chi aspettava che si schierasse con uno dei campi. E la guerra si concluse con il Trattato di Versailles, di cui l’Osservatore Romano scrisse con attristita lucidità “non era questa la pace che i popoli si aspettavano, che era stata loro promessa per trascinarli al macello” e, infatti, meno di vent’anni dopo il mondo ripiombò nella guerra.

 

L’azione diplomatica di Benedetto XV non si limitò agli anni della prima guerra mondiale. È sotto il suo Pontificato che il numero dei Paesi con i quali la Santa Sede manteneva relazioni diplomatiche riprese a crescere: alla sua morte erano rappresentate 27 nazioni presso la Santa Sede, tra cui la Francia, che aveva accreditato un Ambasciatore nel 1921, dopo la rottura del governo anticlericale di Emile Combes nel 1904. Ci fu anche qualche trattativa con le Autorità italiane, ma bisognerà aspettare 1929 perché la Questione Romana fosse risolta. Si diede inizio anche ad un periodo di intensa attività concordataria, proseguita poi con Pio XI.

 

Ci sarebbe anche molto da dire circa il pontificato di Benedetto XV, in particolare sotto il profilo ecclesiale: la promulgazione del Codice di Diritto canonico nel 1917, la cura assidua per le Chiese orientali e per le Missioni, la fondazione di Seminari ed Atenei, come l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nello stesso modo che operò per la pace nel mondo, fece nella Chiesa. Pur attento al rischio persistente del modernismo, fu altresì attento ad evitare ingiustizie. Nella sua Enciclica programmatica “Ad Beatissimi” scrisse “poiché in ogni umana società, qualunque sia stato il motivo della sua formazione, primo coefficiente di ogni operosità collettiva sono l’unione e la concordia degli animi, Noi dovremo rivolgere un’attenzione specialissima a sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici, quali esse siano, e ad impedire che ne sorgano altre in avvenire, talché tra i cattolici uno sia il pensare ed uno l’operare”.

 

Benedetto XV morì il 22 gennaio 1922, dopo qualche giorno di malattia. Il rimpianto fu universale. Il suo successore, Pio XI, nella sua prima allocuzione concistoriale dichiarò che il suo predecessore “governò in tal modo la Chiesa da riscuotere non solo il plauso dei cattolici, ma ancora l’ammirazione degli avversari. Mentre gli uomini si accanivano tra loro nell’odio, non mai cessando d’inculcare la pace, empì il mondo dei benefici della sua carità”.

 

La Messa di questa sera è stata voluta dal Comitato Papa Pio XII, per il forte legame tra Benedetto XV e Monsignor Eugenio Pacelli. Fino al 1917, Mons. Pacelli fu Collaboratore diretto del Papa nella Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari e partecipò ai primi tentativi del Papa per la cessazione delle ostilità e per scongiurare l’entrata dell’Italia nella guerra. Consacrato Vescovo personalmente da Benedetto XV, il futuro Pio XII, diventato Nunzio in Baviera, fu attore diretto delle iniziative di pace della Santa Sede, incontrandosi con le massime autorità tedesche, a cominciare dall’Imperatore Guglielmo II, nonché con l’Imperatore Carlo d’Austria, l’unico disposto al negoziato con gli avversari. Rimasto a Monaco di Baviera dopo la fine dell’Impero, Benedetto XV lo nominò nel 1920 Rappresentante Pontificio presso la Repubblica di Weimar e in tale veste egli portò a compimento due importanti accordi, tuttora vigenti: il concordato con la Baviera del 1924 e quello con la Prussia, nel 1929, poco tempo prima di essere elevato alla Porpora Romana e diventare Segretario di Stato di Pio XI.

 

Questa sera ricordiamo con gratitudine questi due grandi Papi, che ambedue confrontati ad una guerra portatrice di immani dolori e distruzioni, spesero tutte le loro forze per alleviare le sofferenze, favorire giuste soluzioni e riportare la pace, e, purtroppo, furono ambedue pure incompresi e calunniati da quanti non capivano le angosce e i tormenti del Padre comune, che vede i figli distruggersi a vicenda, lasciando inascoltati i suoi appelli alla concordia.

Aumenta del 67% il tempo che i giovani trascorrono davanti ai device tecnologici. I dati del Movimento Italiano Genitori.

 

L’87% dei genitori ha riscontrato effetti negativi sui loro ragazzi. Presentata l’indagine su ‘’Cyber-risk e pandemia’’ e il progetto “Giovani Ambasciatori per la cittadinanza digitale contro bullismo e cyber risk”.

 

Redazione

 

In occasione del Safer Internet Day 2022, Antonio Affinita, direttore generale del MOIGE (Movimento Italiano Genitori), ha dato il via oggi (4 febbraio per chi legge, ndr) , in collegamento con oltre 50 istituti scolastici, alla VI edizione del progettoGiovani Ambasciatori per la cittadinanza digitale contro bullismo e cyber risk”, promosso in collaborazione con Polizia di Stato,  e con ‘’Un nodo blu’’ del MIUR, Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e  realizzato grazie al contributo di Enel Italia, Vodafone Italia, Trend Micro Italia e Nexi. Sono stati presentati, inoltre, i dati dell’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli sul tema: ‘’Cyber-risk e pandemia’’.

 

Il primo dato rilevante emerso dalla ricerca, effettuata sui genitori sugli argomenti dell’utilizzo del digitale da parte dei minori durante il periodo dell’emergenza Covid, e illustrata dal vicepresidente dell’Istituto, Livio Gigliuto, è che, da quando è scoppiata l’emergenza pandemica (escluso l’impegno per la DAD) il tempo trascorso davanti ai device tecnologici è aumentato del 67% (+ 48% nel nord ovest; + 71% nel nord est; + 71% al centro; + 74% al sud; + 76% nelle isole). Altro dato significativo emerso è quello delle conseguenze dovute all’aumento del ricorso al digitale sui rapporti sociali tra i bambini e gli adolescenti, l’87% dei genitori ha riscontrato effetti negativi sui loro ragazzi, il 52% ha segnalato la perdita del contatto fisico con gli altri. A livello territoriale i giovani delle isole hanno maggiormente risentito dell’aumento di utilizzo di device, addirittura il 94% degli intervistati ne ha riscontrato gli effetti negativi. Il 77%, però, riconosce che l’uso dei device ha compensato la mancanza di relazioni aiutando i figli ad affrontare la chiusura forzata e mantenere così delle relazioni sociali. In controtendenza un dato positivo il 40% dei genitori ha evidenziato che ha trascorso tanto tempo insieme ai figli, dialogando molto.

 

Il progetto: la campagna sul cyberbullismo ed altri pericoli del web ha coinvolto finora 587.500 genitori, 325.000 studenti e 11.500 docenti sulle tematiche del bullismo e della sicurezza web. Inoltre, è stata creata una rete nazionale di oltre 1.200 scuole e 5.500Giovani ambasciatori”, ragazzi scelti dai docenti per le loro particolari attitudini e sensibilità e formati per “formare” i loro coetanei.

 

L’iniziativa, quest’anno, coinvolgerà ulteriori 250 scuole primarie e secondarie di I e II grado in circa 200 comuni di tutta Italia, 62.500 studenti, 1.250 Giovani Ambasciatori, 1.250 docenti formati tramite piattaforma online e incontri a scuola e 125.000 genitori degli studenti informati attraverso il materiale didattico dedicato, con l’obiettivo di diffondere una cultura digitale soffermandosi sull’importanza di un corretto utilizzo dei social, della rete oltre che sui rischi connessi a un uso improprio delle nuove tecnologie e promuovere tra i minori una maggiore consapevolezza dei cyber risk. Inoltre si vuole supportare i ragazzi nell’acquisizione di competenze per una gestione costruttiva dei conflitti interpersonali, fornire alle famiglie una formazione digitale consapevole per fronteggiare i pericoli della rete con più consapevolezza e responsabilità, contrastare il fenomeno delle fake news divulgando gli strumenti per l’individuazione delle corrette fonti informative e informare l’opinione pubblica per contrastare la trasmissione, anche involontaria, di comportamenti devianti ai minori.

 

I 250 plessi scolastici riceveranno kit didattici e formazione su spazio web con contenuti redatti dalla task di psicologi e pedagogisti esperti del Moige. Attivo anche un numero whatsapp 393 300 90 90 ed un numero verde 800 93 70 70. Gli studenti saranno protagonisti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web. Il docente referente del progetto sceglierà 5 o più allievi che, dopo essersi formati sulla piattaforma diventeranno “Giovani Ambasciatori” per trasmettere le loro conoscenze ai loro coetanei attraverso la peer to peer education. Inoltre, la Task Force di esperti del Centro mobile di prevenzione del Moige, se consentito dalla normativa anti Covid 19, raggiungerà in piena sicurezza alcune delle scuole per realizzare, la mattina, incontri in con gli studenti in classe, coadiuvati dal docente referente del progetto, per creare momenti analisi e riflessione sull’uso corretto dei device e dei social network. Il pomeriggio, invece, incontri di formazione con i genitori e i docenti. Ad integrare l’offerta, a disposizione delle scuole anche il Centro mobile digitale, una piattaforma con contenuti realizzati dagli esperti del settore che possono essere attivi e raggiungibili in qualsiasi momento.

 

Sono intervenuti alla presentazione del progetto, Elena Centemero, consigliera staff sottosegretario Rossano Sasso, Francesco Profumo, ex ministro istruzione e presidente ACRI, Carla Garlatti, autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Ginevra Cerrina Feroni, vice presidente garante privacy, Enzo Bianco, presidente del consiglio nazionale Anci, Barbara Strappato, direttore della prima divisione del servizio Polizia Postale e delle comunicazioni, Sandra Cioffi, presidente cnu presso AGCOM, Luca Bernardo, direttore centro coordinamento nazionale cyberbullismo, Gianluca Pasquali, direttore business unit consumer Vodafone Italia, Fabrizio Iaccarino, responsabile sostenibilità e affari istituzionali Enel Italia, Lorenzo Malagola, head institutional affairs Nexi, Gastone Nencini, country manager Italy – Trend Micro, Giovanna Paladino, direttore e curatore del Museo del Risparmio, Sarah Varetto, direttore sostenibilità e comunicazione Sky.

 

Coordinati da Elisabetta Scala, vice presidente Moige, hanno portato un saluto ai ragazzi i testimonial del progetto: Milly Carlucci, Guillermo Mariotto, Beppe Fiorello, Eleonora Daniele, Alessio Strazzullo e Riccardo Betteghella (Casa Surace), Davide Nonino e Edoardo Mecca.

 

Rivedi l’evento Moige: https://youtu.be/q-9d95sWatY

Scarica l’indagine: https://www.moige.it/wp-content/uploads/Indagine-cyber-Risk-e-pandemia

Materiale fotografico:https://drive.google.com/drive

 

 

>Ufficio Stampa: Donatella Gimigliano     d.gimigliano@bixpromotion.it    328 7310171
>Info Evento: Laura Bugliesi l.bugliesi@moige.it          344 172 7980

Berlusconi esalta l’elezione di Mattarella. Vuol dire che un ciclo si è chiuso e un altro va messo in cantiere.

C’è qualcosa di più dell’omaggio rituale nel breve testo del leader di Forza Italia. Colpisce la sottolineatura della piena condivisione delle parole del Presidente della Repubblica: in esse, dice Berlusconi, “ci riconosciamo completamente”.

 

Cristian Coriolano

Berlusconi si muove lungo tracciati che mantengono quel valore utilitaristico per il quale il centrodestra ha patito nel suo farsi proposta di governo una connotazione negativa dal punto di vista della pubblica opinione più esigente e matura. Non si tratta, allora, di edulcorare una dichiarazione o di elevarla al grado di limpida e robusta evoluzione di una posizione politica ampiamente consolidata.

È però vero che nel sintetico comunicato dell’anziano leader di Forza Italia si coglie una precisa aderenza alla difesa di un disegno, quella della stabilità politica del Paese, da cui discende o dovrebbe discendere un obbligo di coerenza, almeno nel medio periodo, quale premessa di più vera e profonda fiducia nello sforzo di coesione che promana dall’esperienza in corso del governo Draghi.

Riconoscere l’esigenza di tenere unita l’Italia, senza con ciò prefigurare unanimismi certamente inopportuni a lungo andare, è un pensiero che segna lo stacco dalla linea di sfruttamento purchessia della logica di polarizzazione, utile ad aggregare tutto ciò che si distingue dalla sinistra genericamente intesa. Alcune conseguenze, espressione di questo cambio di registro, potranno emergere presto, come pure dissolversi nel recupero di schemi antichi. D’altra parte, nel berlusconismo c’è sempre un elemento di ubiquità che funge da catalizzatore di un desiderio plebeo di accaparramento del potere.

In ogni caso, il plauso a Mattarella uno spiraglio lo apre: se Forza Italia fa sul serio, inserendosi nel sistema operativo di comunicazione tra Quirinale e Palazzo Chigi, deve per forza contemplare il riordino della sua proposta. Che succede da qui al 2023? Se la solidarietà di governo si consolida, secondo gli auspici del Presidente della Repubblica, è ben strano che alle prossime elezioni ognuno si presenti in ordine sparso, senza farsi carico perciò del lavoro svolto con apprezzabile concordia d’intenti nell’ultima parte della legislatura. Il Paese non capirebbe e soprattutto non apprezzerebbe.

Intanto qualcosa si muove.

Il post di Berlusconi su Facebook

Il Capo dello Stato ha pronunciato un discorso ineccepibile, che ci rafforza nella convinzione di aver ben agito chiedendo per primi la riconferma del Presidente Mattarella.

Lo abbiamo fatto proprio nello spirito da lui richiamato di superare al più presto con un impegno comune una difficile fase politica e continuare a lavorare per uscire dall’emergenza sanitaria e dalle difficoltà economiche.

La generosa disponibilità di Sergio Mattarella ad accogliere la nostra richiesta di accettare un secondo mandato garantisce la necessaria stabilità all’Italia, in Europa e nell’Occidente, in un momento difficile nello scenario internazionale e per il futuro stesso della nostra democrazia.

Quello scenario che oggi il Presidente ha richiamato con parole responsabili e consapevoli, indicando priorità importanti nella riforma della giustizia, nella valorizzazione della cultura, nella lotta alla povertà, nella tutela della dignità della persona, in particolare dei più deboli: parole importanti nelle quali ci riconosciamo completamente.

L’Italia sale nella classifica di Transparency. L’indice di percezione della corruzione registra un aumento di credibilità.

La burocrazia estesa e impenetrabile e l’evasione fiscale sono due agenti che incidono negativamente sulla proliferazione dei fenomeni corruttivi.

Transparency international ha pubblicato lo scorso 25 gennaio l’annuale Rapporto sugli “indici della corruzione  percepita” (CPI) nel settore pubblico e nella politica: i dati segnano una confortante risalita in classifica dell’Italia che nel 2021 guadagna 10 posizioni e 3 punti rispetto al 2020, graduando i Paesi secondo un metodo di rilevazione articolato dall’agenzia su 13 ambiti tematici, in un range che va da 0 a 100 punti.

Naturalmente siamo ancora lontani dai livelli dei Paesi  più virtuosi, Danimarca, Nuova Zelanda e Norvegia con 88 punti, ma il 42° posto dell’Italia con 56 punti  (+ 14 dal 2012 ad oggi) rappresenta il risultato di un lento e progressivo miglioramento, considerato che 2/3 dei 180 Paesi valutati  – esattamente 123 sul totale – è afflitto da significativi problemi in tema di corruzione, restando al di sotto della soglia dei 50 punti: essi infatti “evidenziano un forte rischio di arretramento nella tutela dei diritti umani, nella libertà di espressione e di una crisi della democrazia”, come si evince dal comunicato dell’Ufficio Stampa di Transparency Italia a firma di Susanna Ferro.

Fanalino di coda della graduatoria, come lo scorso anno, sono ancora Siria, Somalia e Sud Sudan, con un punteggio, rispettivamente, di 13 punti per i primi due e di 11 per la terza.

Significativo rilevare che ci troviamo ancora al di sotto della media continentale europea (64 punti), dietro la Germania (80 punti, il Regno Unito ( 78), la Francia 71 e ancora lontani dagli USA (67 punti) ma in progress tra i Paesi occidentali. “La credibilità internazionale dell’Italia si è rafforzata in quest’ultimo anno anche per effetto degli sforzi di numerosi stakeholder del settore privato e della società civile nel promuovere i valori della trasparenza, dell’anticorruzione e dell’integrità”, ha commenta la presidente di Transparency International Italia, Iole Anna Savini, in sede di presentazione dei dati.

Naturalmente clima di attesa, cauta fiducia e trend in ascesa vanno commisurati al perdurare della crisi pandemica ancora in atto, quale possibile fonte di ritardi, resistenza burocratiche e rallentamenti oltre alla fase di dispiego del Pnrr avendo cura che gli impegni assunti in tema di digitalizzazione, riconversione e transizione ecologica, sistema sanitario e sistema di istruzione, rilancio della rete infrastrutturale siano realizzati e monitorati a livello istituzionale e sociale non offrano occasioni per sottesi fenomeni corruttivi.

Il Rapporto evidenzia inoltre per il nostro Paese la necessità di rimanere agganciato al recepimento della Direttiva europea (n.°1937del 2019) in materia di “whistleblowing”: anglicismi a parte, con questa misura si intende che le aziende (con più di 250 dipendenti entro il 2019 e quelle con più di 50 dipendenti entro il 2023) devono dotarsi di un sistema di “segnalazione interno” di fenomeni illegali, prevedendo al contempo misure di protezione per i “segnalanti”.

Una normativa U.E. che fa e farà discutere, considerandola nel quadro dei delicati meccanismi di controllo interno e sociale, poiché ci muoviamo tra senso civico e dovere di denunciare gli illeciti, possibili fenomeni di delazione, sentimenti diffusi di rancore e invidia sociale  e dovere di protezione di possibili azioni ritorsive nei cfr. dei segnalanti, incidenza dei fattori soggettivi rispetto alle segnalazioni oggettivate.

Il Rapporto di Transparency è un importante appuntamento annuale per verificare la mobilità in ascesa o in discesa degli Stati rispetto ai fenomeni corruttivi prevalentemente in ambito politico e nella P.A.

Accanto a macrofenomeni rilevabili attraverso gli indici e i parametri messi a punto da Transparency occorre considerare tuttavia la diffusività spesso sfuggente e non sempre statisticamente intercettabile dei microfenomeni presenti nel più ampio “corpaccione sociale” (per usare un temine coniato dal Censis).

Riflettendo su questa considerazione si evince la difficoltà di penetrare nel mondo delle consuetudini consolidate, ove le stesse non operino apertamente “contra legem”; inoltre la miniaturizzazione dei comportamenti potenzialmente illeciti, la loro parcellizzazione pervasiva; insomma, il controllo non riguarda solo i vertici degli apparati, la legiferazione confusiva e foriera di contenziosi applicativi, la gestione della ‘res publica’ in capo alla politica, poiché un sistema ad alto indice corruttivo ha una estesa ramificazione sociale. Certamente la burocrazia estesa e impenetrabile e l’evasione fiscale sono due agenti che incidono negativamente sulla proliferazione dei fenomeni corruttivi. Per contro responsabilità e competenza, uniti a senso civico, rispetto degli altri e appello alla coscienza interiore di ciascuno sono formidabili strumenti per generare comportamenti virtuosi ad ogni livello e target sociale di potenziale riferimento.

Vescovi e Sindaci del Mediterraneo: a Roma, il 10 febbraio, la conferenza stampa di presentazione dell’incontro.

 

Il Sindaco Nardella ha ben sintetizzato le ragioni e gli obiettivi dell’evento: “A più di mezzo secolo dai dialoghi del Mediterraneo promossi da Giorgio La Pira a Palazzo Vecchio, si scriverà un nuovo capitolo inedito per aprire una nuova era nel mare dove sono nate le civiltà più antiche e le tre comunità religiose abramitiche”.

 

Agensir

 

Si terrà dal 23 al 27 febbraio, a Firenze, l’Incontro dei Vescovi e Sindaci del Mediterraneo, che si concluderà con la visita di Papa Francesco. L’evento sarà illustrato in conferenza stampa a Roma giovedì 10 febbraio, alle ore 11, nella Sala Giubileo della Lumsa (via di Porta Castello, 44). Moderati da Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, interverranno: il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei; il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze; mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e vicepresidente della Cei, e il sindaco di Firenze, Dario Nardella.

 

“Nel solco dei Colloqui mediterranei organizzati da Giorgio La Pira, ci ritroveremo insieme per ascoltarci e riflettere sulle sfide che i Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum sono chiamati ad affrontare”, afferma il card. Bassetti: “Riprendendo il dialogo avviato nella precedente edizione di Bari, ci soffermeremo in particolare sul tema della cittadinanza, centrale per avviare processi di pace, integrazione e solidarietà. Ripartiamo da Firenze con il desiderio di aiutare il Mediterraneo a tornare ad essere quello che fu, cioè luogo di unità e non di conflitto, di sviluppo e non di morte”.

 

“I sindaci delle più importanti città del Mediterraneo si incontreranno per tre giorni a Firenze in un impegno collettivo a favore della pace, dell’ambiente, della cooperazione allo sviluppo, dell’inclusione sociale”, dichiara il sindaco Nardella: “Questo incontro culminerà nel dialogo con i vescovi e con il Papa. A più di mezzo secolo dai dialoghi del Mediterraneo promossi da Giorgio La Pira a Palazzo Vecchio, si scriverà un nuovo capitolo inedito per aprire una nuova era nel mare dove sono nate le civiltà più antiche e le tre comunità religiose abramitiche”.

Dottrina sociale e Costituzione: i pilastri del confronto nell’area dei democratici cristiani, per animare il centro.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo commento del Vice Segretario della formazione democristiana guidata da Renato Grassi.

 

Ettore Bonalberti

Si è svolto oggi (ieri per chi legge, ndr) l’ufficio politico della Dc al quale ho partecipato da remoto. Ottima la relazione introduttiva del segretario politico, Renato Grassi, il quale, confermata la collocazione del partito al centro, in alternativa alla destra e alla sinistra, ha sottolineato il permanere delle difficoltà nei confronti dell’UDc, dopo le tristi esperienze vissute dalle ultime elezioni europee  sino alle recenti elezioni regionali calabresi.

Grassi ha espresso interesse per quanto sta avvenendo al centro della politica italiana dopo le elezioni presidenziali per il Quirinale, dopo le quali, salutato con affettuosa amicizia la rielezione del presidente Mattarella, si sta verificando un processo di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche interessante per la Dc. Sui problemi organizzativi interni del partito, permanendo la pandemia, è probabile che la data del nostro prossimo XX congresso nazionale possa/debba slittare. Decisione che sarà assunta dagli organi statutari, ma che, probabilmente, si terrà a primavera.

“Primum vivere”, ho iniziato così il mio intervento al dibattito apertosi dopo la relazione di Grassi, riconoscendo la necessità di confermare/rinnovare una struttura dirigenziale del partito, premessa indispensabile per un riconoscimento che nasca dalla realtà rappresentata dagli iscritti nei diversi contesti territoriali italiani. Ho espresso un vivo plauso, a quanto gli amici siciliani hanno compiuto e stanno svolgendo sotto la guida di Totò Cuffaro, Grassi e Alessi in Sicilia, insieme al riconoscimento delle difficoltà in regioni, come il Veneto, dove il richiamo della Dc non ha sin qui sollecitato le stesse adesioni del 2018. Ho, tuttavia, rilevato come il nostro ruolo, da soli e in assenza di presenze parlamentari, si riduca a quello di spettatori tra i quali, non a caso, mi sono assegnato il connotato di “osservatore non partecipante”. Concorreremo, dunque, alla celebrazione del nostro XX Congresso nazionale, favorendo la nascita di una rinnovata classe dirigente, nella convinzione, tuttavia, che da soli non si va da nessuna parte.

Preso atto che, se permanesse una legge elettorale di tipo maggioritario (rosatellum o consimile) il nostro potenziale residuo elettorato si tripartirebbe tra coloro che voterebbero col blocco di destra, altri con quello di sinistra e, i rimanenti, forse i più numerosi, si asterrebbero, cogliamo favorevolmente quanto sta maturando dal PD alla stessa Lega a sostegno di una legge di tipo proporzionale. Una legge, meglio se di tipo alla tedesca, con sbarramento e sfiducia costruttiva e con la re-introduzione delle preferenze, per ricostruire una rappresentanza elettorale di eletti e non di nominati, disponibili, come nelle ultime legislature, al più deteriore trasformismo e alla indecente transumanza parlamentare (oltre 200 cambi di casacca nell’ultima legislatura).

Ribadito che “ d soli non si va da nessuna parte”, ho proposto che il segretario della Dc, mentre prepariamo le scadenze e procedure organizzative precongressuali, inviti presso l’Istituto Luigi Sturzo tutte le diverse realtà partitiche, associative dei movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, con l’obiettivo di concordare tempi e modi per il superamento della travagliata e suicida stagione della diaspora democratico cristiana (1993-2022).

In polemica con la lettura riduttiva dell’amico Follini sul ruolo della Dc che, oggi, a suo parere, sarebbe inattuale nel nuovo contesto storico politico, ho evidenziato che, come la Dc nacque in continuità con l’esperienza del Partito Popolare di Sturzo, il quale aveva tentato di tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Rerum Novarum al tempo della prima rivoluzione industriale e, De Gasperi, con le Idee ricostruttive della Dc (Luglio 1943) e quanto espresso nel codice di Camaldoli (Luglio 1943), si fece interprete politicamente degli orientamenti della Quadragesimo Anno (1931)  nella fase difficilissima del dopoguerra, così compete oggi ai cattolici democratici e cristiano sociali il dovere di tradurre nelle istituzioni democratiche le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica (Centesimus Annus, Caritas in veritate, Laudato SI, Fratelli tutti e il Messaggio di Papa Francesco per la LV giornata mondiale della pace); indicazioni che rappresentano quanto di più avanzato sia stato elaborato sulle conseguenze economiche, sociali e politiche della globalizzazione. Un’epoca nella quale, superate le regole del NOMA (Non Overlapping Magisteria), la finanza determina i fini e subordina ai propri interessi, nelle mani di pochi proprietari degli hedge funds internazionali, quelli dell’economia reale e della stessa politica ridotta a un ruolo servente.

Interesse è stato rappresentato da Grassi nella sua relazione per i fermenti che si  muovono al centro, rispetto ai quali, però, abbiamo tutti condiviso, serve rafforzare la componente della nostra area politico culturale, proponendo un programma all’altezza dei bisogni emergenti dai territori con particolare riferimento a quelli del terzo stato produttivo e delle classi popolari, che, scontato un forte deficit di rappresentanza politica, contribuiscono in larga misura all’astensionismo elettorale. Se la Dc seppe compiere un autentico miracolo nella storia italiana, saldando gli interessi dei ceti medi con quelli delle classi popolari, così la nuova Dc con la più ampia area democratica e popolare dovrà concorrere a rappresentare gli interessi del terzo stato produttivo e di quelli che Giorgio La Pira connotò come “le attese della povera gente”.

Dottrina sociale della Chiesa, nel suo aggiornamento in questa età della globalizzazione e strenua difesa della Costituzione dei padri fondatori, da attuare integralmente, a partire dall’applicazione in tutti i partiti dell’art.49, sono questi i capisaldi attorno ai quali sviluppare il confronto con tutti gli amici della nostra vasta e articolata area politica e con coloro che sono espressione di altre culture come quelle liberal democratica e riformista, con le quali dar vita al nuovo centro della politica italiana.

Ettore Bonalberti, V. Segretario nazionale Dc.

È cambiata una fase. Occorre attrezzarsi.

 

È di tutta evidenza che di fronte a questo scenario la scomposizione e la ricomposizione del quadro politico è quasi scontato. Ed è proprio allinterno di questo quadro che non si può rinunciare alliniziativa politica.

 

Giorgio Merlo

 

La fase politica che si è aperta dopo la rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica – unica notizia positiva dopo la sceneggiata inguardabile andata in onda a Montecitorio e nei palazzi del potere romani – è destinata a cambiare profondamente la geografia politica italiana. I due schieramenti principali – quello di sinistra e quello di destra – sono, di fatto, saltati. L’uno, quello di sinistra, perchè l’alleanza che doveva essere “storica” e “strategica”, secondo il guru del Pd romano Bettini, con i populisti dei 5 stelle è sempre più enigmatico e misterioso e l’altro, quello di destra e per bocca dei suoi stessi protagonisti, si è esaurito a livello parlamentare ed è sempre più incerto e precario a livello politico.

 

Ora, è di tutta evidenza che di fronte a questo scenario la scomposizione e la ricomposizione del quadro politico è quasi scontato. Ed è proprio all’interno di questo quadro che non si può rinunciare all’iniziativa politica. Soprattutto da parte di coloro che non individuano nel populismo grillino, nel sovranismo di alcuni settori della destra e nel massimalismo della sinistra la risposta politica più adeguata ai problemi della società contemporanea. Si tratta, cioè, di quel “centro” politico che molti invocano e richiedono e che pochi, sino ad oggi, hanno avuto la capacità e il coraggio di inverarlo nella dialettica politica in questi ultimi anni dominati dal dio maggioritario e dal verbo del bipolarismo. Ma, com’è evidente a tutti, le mode finiscono in fretta e con il populismo che è arrivato, fortunatamente, al suo capolinea è chiaro che gli equilibri politici mutano. E con il tramonto del grillismo anche nel campo della destra e della sinistra le coordinate del passato si sono sbriciolate come neve al sole e la conferma, paradossalmente, è arrivata in diretta televisiva durante il lungo romanzo Quirinale descritto persin nei minimi particolari e a reti unificate.

 

Certo, come abbiamo già avuto modo di dire, si tratta di un “centro” nè statico, nè identitario e nè nostalgico. Quelle tre categorie appartengono al passato e non possono essere riproposte pena il fallimento politico ed elettorale in cui sono incappati tutti i tentativi praticati sino ad oggi. Ma, al contrario, un “centro” che sia espressione di una cultura politica, di un pensiero riformista, di una cultura di governo, portatore di una classe dirigente di qualità e, in ultimo, di un elemento di stabilità, di buon senso e di responsabilità nel frammentato e caotico contesto politico italiano.

 

Ma, com’è altrettanto ovvio, non può essere il “lodo” Bettini a determinare il comportamento del futuro “partito di centro” che dovrà declinare una altrettanto credibile “politica di centro” nel nostro paese. Un lodo, cioè, come ci ha spiegato di nuovo in questi giorni e per l’ennesima volta, che prevede un “centro” come un semplice satellite rispetto all’azionista di maggioranza. Che, dal suo punto di vista, è ovviamente la sinistra e il Pd. Ma, al di là di questa scontata considerazione, quel che continua a persistere è quel vecchio vizio della “egemonia” di origine gramsciana accompagnato da quella sempre più insopportabile concezione della “superiorità morale” che continua a distribuire pagelle e sentenze sulla maturità di questa o di quella forza politica e dei rispettivi leader. Addirittura fissando già l’asticella numerica che dovrebbe avere il soggetto politico di centro. Al massimo il “10%”.

 

Comunque sia, e al di là delle previsioni dei vari “guru”, quello che adesso però è importante è attivare una iniziativa politica – che peraltro è già partita – che sia in grado di unificare tutti gli spezzoni di un centro riformista e plurale, inclusivo e di governo e che, soprattutto, sia in grado di ridare slancio e vitalità alla politica facendola uscire dalle secche della ingessatura e dell’immobilismo imposti da un sistema elettorale ormai desueto e superato dagli eventi.

Mondo vecchio e mondo nuovo. «Andreotti e Gorbačëv. Lettere e documenti 1985-1991» (Osservatore Romano).

 

Riproponiamo sulle nostre pagine, in accordo con la direzione del giornale, la recensione del libro sul carteggio tra il più longevo uomo di governo della Dc e il leader dell’Unione Sovietica, apparsa nella edizione del 2 febbraio 2022.

 

Giovanni Cerro

 

Alla morte di Leonid Brežnev, avvenuta nel novembre 1982 dopo un lungo e penoso declino fisico e psichico, la lotta per la successione alla guida dell’Unione sovietica sembrò quanto mai incerta e turbolenta. Prima venne nominato Jurij Andropov, che aveva diretto per più di un decennio il Kgb sotto lo stesso Brežnev; quindi, fu la volta di Konstantin Černenko, tipico esponente della vecchia e malconcia nomenklatura sovietica. Entrambi, però, a causa del loro pessimo stato di salute, rimasero in carica per brevissimo tempo. Nel marzo 1985 si presentò allora l’occasione della vita per il più giovane (aveva appena compiuto cinquantaquattro anni!) membro del Politbjuro del Comitato centrale del Pcus, Michail Gorbačëv, che ai tempi della rivoluzione d’ottobre non era nemmeno nato.

 

Che con l’avvento al potere di Gorbačëv qualcosa in Unione Sovietica stesse per cambiare dovette apparire ancora più chiaro agli analisti e agli osservatori nel giugno 1985, quando Andrej Gromyko lasciò il ministero degli affari esteri, che reggeva dal 1957, a Eduard Ševardnadze, per assumere la carica di presidente del Presidium del Soviet supremo. Si trattava per Gromyko — che peraltro aveva caldeggiato l’elezione di Gorbačëv in seno al Pcus — di una posizione senza dubbio prestigiosa, ma decisamente meno influente rispetto a quello che gli aveva permesso di tessere, in anni cruciali, le relazioni internazionali dell’Urss. Un classico esempio di promoveatur ut amoveatur. Al suo posto, Gorbačëv scelse un uomo che si sarebbe adoperato in modo zelante nell’incoraggiare una politica estera di distensione verso gli Stati Uniti (già nel novembre 1985 Gorbačëv e Ronald Reagan si incontrarono a Ginevra per discutere della riduzione degli armamenti nucleari e nei primi mesi del 1986 l’Unione sovietica iniziò il ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan) e nel sostenere riforme interne improntate al tentativo di modernizzare il paese sul piano politico, economico, produttivo e tecnologico e di snellire l’elefantiaco apparato burocratico sovietico. Le parole chiave del movimento riformatore divennero ben presto glasnost’ e perestrojka.

 

A gettare nuova luce sull’ultimo tratto della guerra fredda, e in particolare sui rapporti tra Italia e Unione Sovietica nel periodo compreso tra l’ascesa di Gorbačëv e le sue dimissioni nel dicembre 1991, giunge ora un importante volume, che raccoglie più di ottanta documenti tra lettere, telegrammi e resoconti di incontri e colloqui provenienti dall’Archivio Giulio Andreotti, conservato presso l’Istituto Luigi Sturzo di Roma (Andreotti e Gorbačëv. Lettere e documenti 1985-1991, a cura di Massimo Bucarelli e Silvio Pons, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2022, pagine 386, euro 38). Il libro è corredato da una prefazione di Francesco Lefebvre D’Ovidio e da due saggi dei curatori, che si rivelano utilissimi strumenti per accostarsi alla lettura delle fonti d’archivio.

 

Dalla ricca documentazione contenuta nel libro emerge il ruolo decisivo ricoperto da Andreotti — che tra il 1985 e il 1991 fu dapprima ministro degli esteri nei governi Craxi, Fanfani, Goria e De Mita, e poi presidente del consiglio — nel consolidamento dei rapporti tra i due paesi, anche grazie alle frequenti missioni che egli effettuò in Unione Sovietica (tra il 1985 e il 1989 si recò quattro volte a Mosca). Fin dal XXVI i Congresso del Pcus (febbraio-marzo 1986), in cui fu annunciato da Gorbačëv il “nuovo corso”, Andreotti divenne uno dei più determinati sostenitori europei del leader sovietico, anticipando così l’entusiasmo che di lì a poco avrebbe pervaso larghi settori dell’opinione pubblica occidentale. Alla base della fiducia andreottiana non vi era certo una visione idealistica della politica, bensì una concezione pragmatica e realistica dei rapporti di forza tra gli Stati: pur consapevole delle lacune e della scarsa incisività dell’azione riformatrice di Gorbačëv, Andreotti era al tempo stesso convinto che essa potesse produrre benefici effetti a livello geopolitico, consentendo di ridisegnare gli equilibri tanto nei paesi dell’Europa orientale quanto nell’area mediterranea.

 

Un atteggiamento, quello tenuto da Andreotti verso Gorbačëv, che non passò inosservato. Da una parte, infatti, fu motivo di contrasti con l’allora ambasciatore italiano a Mosca, Sergio Romano, il quale giudicava molte delle scelte del segretario generale del Pcus incapaci di avviare un serio percorso di democratizzazione del paese e di emancipazione dal passato stalinista; dall’altra parte, mostrò di avere singolari punti di convergenza con l’apertura del gruppo dirigente del Pci, che dal 1987 iniziò a guardare con sempre maggiore interesse al programma di riforme sovietico e ad appoggiarlo, come testimoniano l’intervista concessa proprio nel maggio di quell’anno da Gorbačëv a «l’Unità» e il viaggio intrapreso l’anno successivo a Mosca da Giorgio Napolitano e Alessandro Natta.

 

Dalle carte che il volume curato da Bucarelli e Pons rende disponibili, risulta evidente che Andreotti e Gorbačëv non soltanto puntassero a rafforzare l’intesa tra Italia e Unione Sovietica dal punto di vista commerciale ed economico, ma mirassero soprattutto a farsi promotori di una visione comune sul ruolo politico dell’Europa e sul suo futuro, così come su questioni di cruciale importanza, quali la limitazione degli armamenti, la pacificazione del Medio Oriente e la risoluzione della crisi ambientale. Entrambi, però, erano ancora troppo legati alla logica del bipolarismo per comprendere fino in fondo le conseguenze politiche determinate su scala globale dalla caduta del Muro e dalla riunificazione europea. Un vecchio mondo stava infatti per tramontare e uno nuovo si apprestava a sorgere. Un mondo che confidava nella pace, nella prosperità, nella diffusione della democrazia e nel superamento delle ideologie. Molte speranze, come si vede, ma quasi tutte destinate a infrangersi sugli scogli della storia.

 

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Sinodo: la posta in gioco. Il punto su “Dialoghi”, la rivista dell’Azione cattolica.

 

Siamo ad un momento cruciale della vita della Chiesa. Il Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia e il Sinodo della Chiesa universale si intrecciano in una consultazione quanto mai ampia che tocca lidentità della Chiesa, la sua forma, e la sua missione evangelizzatrice.

 

Giacomo Costa

 

Se c’è una parola di grande attualità nella vita e nel dibattito ecclesiale in questo momento storico è la parola sinodo. È noto, infatti che da ormai qualche tempo si intrecciano due percorsi sinodali nella vita della Chiesa: il Sinodo 2021-2023 della Chiesa universale, intitolato Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione, che si è aperto il 9-10 ottobre in Vaticano e il 17 ottobre in tutte le diocesi del mondo e il cammino sinodale italiano, ufficialmente aperto dall’Assemblea della CEI nel maggio 2021 e che si snoderà fino al 2025, a partire dalle indicazioni emerse dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015.

Prima di provare a capire quale sia il significato profondo di tali percorsi e perché sia, quello del sinodo, un tema così importante per la Chiesa, occorre prendere consapevolezza che stiamo attraversando un momento cruciale.

Nel suo significato etimologico sinodo significa camminare insieme, due termini che implicano insieme il dinamismo di un inevitabile cambiamento e l’incontro tra le persone, la dimensione comunitaria, luogo in cui spesso le differenze sono più degli elementi che accomunano.

È perciò doveroso chiedersi quale sia lo scopo e quale la posta in gioco di questo processo, e quindi quali le possibili (e auspicabili) ricadute sulla missione di evangelizzazione della Chiesa, che in fondo è la sua ragion d’essere.

Anzitutto lo scopo. È lo stesso Documento Preparatorio (DP) che lo definisce, quando al n. 32 afferma che «lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani».

È evidente, quindi, che per la Chiesa, nel dedicare un sinodo alla sinodalità, la posta in gioco sia molto alta, se non altro perché è una questione di identità. Come infatti specifica la Commissione Teologica Internazionale, la sinodalità è «dimensione costitutiva della Chiesa, che attraverso di essa si manifesta e configura come Popolo di Dio in cammino e assemblea convocata dal Signore risorto».

A partire da qui, è possibile individuare almeno tre dimensioni attorno a cui la sinodalità si articola e si esplicita: essa è infatti allo stesso tempo una questione di metodo, una questione di strutture, una questione (che le comprende entrambe) di stile.

 

Il metodo

 

Probabilmente definire il sinodo, per quanto complesso, potrebbe risultare comunque più semplice che metterlo in atto. Per questo, poiché la strutturazione dei percorsi è questione di grande importanza, per la prima volta il Documento Preparatorio del Sinodo 2021-2023 è accompagnato da un Vademecum, destinato a facilitare il compito di chi è incaricato di organizzare e animare le occasioni di coinvolgimento delle articolazioni locali della Chiesa durante la prima fase del percorso. Fermo restando che sinodalità non è una tecnica organizzativa, l’insistenza su un metodo ben definito consente più facilmente il raggiungimento di alcuni obiettivi, ad esempio l’effettivo coinvolgimento delle persone che per tante ragioni si trovano ai margini della Chiesa e che hanno meno strumenti per far sentire la propria voce, a partire dai poveri, dagli emarginati e dai vulnerabili. Ce ne sono in ogni comunità, anche se il loro profilo varia di luogo in luogo. Come sottolinea il Vademecum, serve uno sforzo fatto con metodo per raggiungerli (cfr. 3.1), pena il rischio di escluderli ancora e vanificare il senso del sinodo stesso.

 

Una riflessione organica sulle strutture

 

Lo stile del camminare insieme comporta una svolta concreta nella partecipazione autentica, e questo mette irrimediabilmente in discussione strutture e pratiche ecclesiali, anche decisionali, consolidate da tempo.

È una richiesta che arriva soprattutto dai giovani, anche grazie alle potenzialità dei nuovi media, che hanno sviluppato una cultura che dà grande valore alla partecipazione e hanno forti aspettative a questo riguardo. Le istanze partecipative già previste dal diritto canonico rappresentano una base di partenza, ma non esauriscono certo tutte le possibilità, che peraltro non possono essere standardizzate a livello globale, in quanto occorre inculturarle nei differenti contesti, anche a partire dal modo in cui la partecipazione è concretamente praticata nelle diverse società.

 

Non è superfluo sottolineare che si tratta comunque di strutture ecclesiali, che devono quindi continuare ad articolare quella peculiare dinamica uno – alcuni – tutti che per la Chiesa è costitutiva quanto la sinodalità, anche se occorre ricomprenderla nel nostro tempo, liberandola da incrostazioni verticistiche. Con grande efficacia il cap. III del DP, facendo riferimento ai racconti evangelici, richiama questa dinamica, evidenziando come pastori e fedeli non possano fare a meno gli uni degli altri senza compromettere la reazione di ciascuno dei due gruppi con il Signore: «Senza gli apostoli, autorizzati da Gesù e istruiti dallo Spirito, il rapporto con la verità evangelica si interrompe e la folla rimane esposta a un mito o una ideologia su Gesù, sia che lo accolga sia che lo rifiuti. Senza la folla, la relazione degli apostoli con Gesù si corrompe in una forma settaria e autoreferenziale della religione» (DP 20).

 

Una precisazione necessaria, cui papa Francesco spesso richiama, è relativa alla sostanziale differenza tra sinodalità e democrazia.

 

La sinodalità infatti «non comporta l’assunzione all’interno della Chiesa dei dinamismi della democrazia imperniati sul principio di maggioranza» (DP 14). Questo è un aspetto molto importante in quanto significa tenere in considerazione una revisione delle forme concrete dell’esercizio dell’autorità all’interno della Chiesa.

 

I cammini sinodali, a tal proposito, possono rappresentare l’occasione di rimettere al centro la visione dell’autorità come ministero di comunione: chi lo esercita è chiamato non a imporre il proprio punto di vista, ma a farsi garante di dinamiche di relazione e di comunicazione in cui tutti i membri del popolo di Dio possano trovare un posto e sentirsi riconosciuti.

 

Un discorso analogo riguarda l’effettiva partecipazione delle donne ai processi decisionali della Chiesa. Certo, la questione non può essere ridotta, come talora accade in alcune rappresentazioni mediatiche, semplicemente alla presenza di alcune donne tra i membri con diritto di voto nelle Assemblee del Sinodo dei Vescovi, ma è indubbio che è richiesto un atteggiamento di profonda libertà da parte di tutti per valutare assetti così consolidati da sembrare scontati.

 

Continua a leggere (“Dialoghi” n. 4 – 2021)

https://rivistadialoghi.it/42021/primo-piano/sinodo-la-posta-gioco

Il siparietto tra Di Maio e la Belloni fa venire la pelle d’oca: dov’è il senso delle istituzioni?

 

È fuori luogo che il Capo dei Servizi dichiari la sua rinnovata fiducia (lealtà ed amicizia”) al Ministro, oggetto di una contesa politica dentro il suo partito. Ma non sono i Governi – e i Ministri che li compongono – che devono avere fiducia” negli alti funzionari da essi  nominati a presidiare importanti funzioni di interesse dello Stato?

 

Lorenzo Dellai

 

Sarà che noi di formazione democratico cristiana abbiamo imparato da piccoli l’ABC della cultura istituzionale e le regole – anche non scritte – che essa comporta.Sarà che oggi ogni cosa ha un risalto mediatico immediato e generale. Sarà pure che la tensione che si è prodotta nel sistema politico dopo il voto per il Quirinale sta mettendo tutti in fibrillazione. Fatto sta che la sbandierata notizia dell’incontro tra Di Maio e la Belloni, con le annesse dichiarazioni di quest’ultima, mi ha fatto venire la pelle d’oca.

 

Ma in quale altro Paese europeo un Ministro degli Esteri e il Capo dei Servizi Segreti pubblicizzano un simile siparietto? Con il Capo dei Servizi che dichiara di una sorta di rinnovata fiducia (“lealtà ed amicizia”) al Ministro, oggetto di una contesa politica dentro il suo partito. Ma non sono i Governi – e i Ministri che li compongono – che devono avere “fiducia” negli alti funzionari da essi nominati a presidiare importanti funzioni di interesse dello Stato (anche, magari, visto il ruolo in ispecie, senza ricorrere a termini come “sorella”, “amica” e via dicendo)?

 

Dispiace e preoccupa vedere attivamente partecipe in una vicenda come questa un alto funzionario dello Stato che – a detta di molti – svolgeva il suo compito con competenza e serietà. Forse è proprio giunto il tempo di superare la stagione della banalizzazione delle Istituzioni. La grande fiducia che il Paese riserva a Mattarella e a Draghi indica proprio che la domanda di “senso morale” (che, come noto, non è solo “non rubare”) e di comportamenti istituzionali sobri e coerenti sta diventando la cifra più riconosciuta per correggere la deriva della Politica e recuperare la sua – oggi flebile – connessione con la comunità.

 

È da qui che bisogna ripartire, più che dalle noiose e vecchie congetture di cui si legge in questi giorni e che, diciamolo, rischiano di apparire come semplici riposizionamenti di spezzoni di ceto politico.

Il silenzio…della maggioranzo silenziosa. Quale futuro vogliamo costruire?

 

Se non riformiamo la Politica nessuno può sapere cosa accadrà al nostro Paese. Bisogna ricostruire la politica partendo dalla legge elettorale, solo così avremo una nuova offerta politica, condizione necessaria per salvare la nostra amata Italia.

 

 

Armando Dicone

 

Vorrei dedicare un pensiero a chi paga tutte le tasse, a chi rispetta le regole democratiche, a chi rispetta le file e a chi non cerca l’amico per saltarle, a chi rispetta le leggi, a chi crede ancora nella meritocrazia, a chi si fida delle competenze altrui, a chi si impegna in prima persona senza chiedere nulla in cambio, a chi dona senza ricevere, a chi non aspetta il solito condono, a chi si ferma davanti a chi soffre, a chi antepone il bene della comunità rispetto alle proprie convinzioni e scelte, a chi si impegna ogni giorno nella propria comunità e per il bene della nazione, a chi rispetta il prossimo, a chi non urla e a chi non usa la forza fisica o quella derivata dai propri poteri per persuadere l’interlocutore.

 

Dunque è un pensiero dedicato alla maggioranza silenziosa di questo Paese, una maggioranza fin troppo silenziosa, fatta di persone perbene che troppo spesso pagano per tutti.

 

Noi siamo la maggioranza degli italiani, non siamo né fessi, né stupidi. Ora questa maggioranza è rappresentata politicamente? Lo chiedo perché quando i governi e le relative maggioranze parlamentari propongono condoni e bonus a pioggia, il mio stato d’animo vacilla e non penso di essere il solo a soffrire di questa “patologia del fesso”.

 

Quando si fa poco o nulla per il divario tra adulti e giovani, uomini e donne, sud e nord, l’astensionismo cresce perché la Politica non risolve. Quando la giustizia non interviene, oppure interviene tardivamente, nei confronti di un individuo che si è approfittato della nostra buona fede, la nostra fiducia nello Stato non può che essere ai minimi. Potrei fare altri numerosi esempi, ma ognuno di voi può pensare da sé a quando si è sentito travolto dalla “patologia del fesso”. Chi si occupa della maggioranza silenziosa? Oppure non è indispensabile occuparsene, tanto è silenziosa e al voto vanno i “clienti”?

 

Le scene viste in questi ultimi giorni, per (non) decidere il Presidente della Repubblica, sono l’ultima tappa della seconda Repubblica, se così non fosse sarebbe l’ultima “chiama” per la nostra democrazia parlamentare. Se non riformiamo la Politica nessuno può sapere cosa accadrà al nostro Paese. Bisogna ricostruire la politica partendo dalla legge elettorale, solo così avremo una nuova offerta politica, condizione necessaria per salvare la nostra amata Italia.

 

Mi piace concludere con la citazione di un Padre della Patria: “Uno dei compiti fondamentali del nostro partito è la moralizzazione del costume politico. Ogni manifestazione, quindi, in contrasto con questa essenziale funzione dovrà essere nettamente combattuta”. (Alcide De Gasperi, 29 Giugno 1944). È un monito, quello dello statista trentino, che non possiamo ignorare.

Siamo a una svolta decisiva per il nostro Paese. La conferma di Mattarella esige il rinnovamento della politica.

 

È giunto il momento, per i partiti, di dire basta con questa ricerca spasmodica del consenso che allontana la maggioranza dei cittadini dalla attiva partecipazione alla politica. Pure i media fiancheggiano cinicamente il “grande caos”, per qualche punto di audience.

 

Pierluigi Moriconi

 

Abbiamo il “nuovo” Presidente. Abbiamo scampato un grosso pericolo. D’ora in poi il governo potrà portare a conclusione una serie di riforme che contribuiranno a cambiare il Paese. Ma i partiti dovranno avviare seriamente e responsabilmente una profonda riflessione sulla loro funzione per il bene dei cittadini italiani. Penso di poter affermare che hanno raggiunto il fondo del discredito.

 

Siamo al paradosso che la conferma di Sergio Mattarella è il bene più grande per il Paese e contemporaneamente il “male”, perché porta con sé il fallimento di questa classe politica. Il 16 gennaio, in un mio contributo in forma di lettera, concludevo così: “Sarebbe auspicabile che corrispondeste alle aspettative dei cittadini e, con il capo sparso di cenere, andaste a chiedere a Mattarella il sacrificio, perché sarebbe un sacrificio, di essere riconfermato al suo alto ruolo. Garantendogli l’elezione al primo voto e con una maggioranza plebiscitaria. Ma questo passo presupporrebbe un amore leale e profondo per il Paese! Chissà!”.

 

Ecco, non hanno avuto nemmeno questo estremo sussulto di dignità. Risparmiarci una settimana imbarazzante!

 

È giunto il momento, per i partiti, di dire basta con questa ricerca spasmodica del consenso che allontana la maggioranza dei cittadini dalla attiva partecipazione alla politica. È urgente sottolineare anche la grande responsabilità dei media che fiancheggiano cinicamente il “grande caos”, per qualche punto di audience.

 

Siamo ad una svolta decisiva per il nostro Paese. Riformare responsabilmente le istituzioni (non sfregiandole, senza un disegno unitario, come il taglio dei parlamentari), renderle realmente al servizio dei cittadini. Riabilitare responsabilmente la politica, rilegittimarla anche attraverso la formazione di una nuova classe dirigente. L’auspicio è che si prenda coscienza di tutto questo e che sia all’ordine del giorno del sistema politico, dimostrando almeno un minimo di amore per l’Italia.

Il Financial Times riconosce che l’Italia ha scelto la stabilità, ma circonda l’analisi di moralismo.

 

La rielezione di Mattarella dimostra che esiste una classe dirigente consapevole dei grandi problemi del Paese. Non è stato un rocambolesco gioco di incapaci, ma la faticosa composizione di un equilibrio non facile da raggiungere.

 

Cristian Coriolano

 

Il commento di Tony Barber, pubblicato ieri sul Financial Times, ha un sapore agrodolce. Nel suo editoriale, dedicato alla situazione italiana, descrive il passaggio sulla Presidenza della Repubblica come un processo involontario e insieme salutare. Infatti, si può tranquillamente asserire che “il fallito tentativo dei partiti politici italiani di nominare un nuovo presidente [sia stata] una benedizione sotto mentite spoglie”.

 

Dunque, il premier Mario Draghi è “di nuovo in soccorso” nel caos della politica italiana. Per Barber “i partiti politici del paese sono stati lacerati da litigi e lotte intestine durante i sei giorni di voto” dimostrando così di essere “incapaci di unirsi per qualcosa di diverso dallo status quo – timorosi come erano della prospettiva di elezioni anticipate”.

 

Pertanto, i mercati accolgono con favore il fatto che Draghi rimanga il premier ma “i partiti sembrano indeboliti e le battaglie interne stanno peggiorando” e ciò, secondo il commentatore del Financial Times, “potrebbe renderli meno disposti e capaci di opporsi seriamente al programma di Draghi”.

 

In realtà, “una delle poche cose che hanno in comune sarà il desiderio di mantenere in vita l’attuale governo ed evitare le elezioni prima della scadenza nella prima metà del 2023. Questo potrebbe accentuare le possibilità dell’Italia di rimanere in linea con i suoi impegni di riduzione del deficit e gli impegni di riforma nell’ambito del piano di ripresa e resilienza di Roma da 191 miliardi di euro”.

 

L’analisi di Barber, lucidamente esposta, ha una indubbia consistenza. Riflette, ancora una volta, la preoccupazione della comunità finanziaria transnazionale di leggere la realtà politica del nostro Paese alla luce dell’affidabilità della sua classe dirigente. Non convince, però, il riverbero di un certo moralismo con il quale l’autorevole firma del quotidiano della City circonda la soluzione che ha portato alla stabilizzazione del quadro politico e istituzionale grazie alla scelta di un Parlamento di tutto questo consapevole. Non è stato un rocambolesco gioco di incapaci, ma la faticosa composizione di un equilibrio non facile da raggiungere. Ed è andata bene.

Non invocare il nome della Dc invano. Follini scrive a “La Stampa”: la Balena Bianca era una politica, non solo un metodo.

La lettera, qui riprodotta integralmente per gentile concessione dell’autore, è apparsa domenica scorsa sulla pagina dei commenti del quotidiano torinese. “Il racconto dell’infinità democristiana, dice Follini, non aiuti a capire”.

Caro direttore, la rielezione di Mattarella (a suo tempo un democristiano assai critico e quasi “atipico”) sarà accompagnata quasi inesorabilmente da un elogio postumo della saggezza della Dc. Elogio di cui chi come me è stato democristiano si compiace, ovviamente. Con il dubbio però che l’argomento non sia poi così attuale, e che la sua continua evocazione non serva a spiegare l’eternità degli schemi della politica italiana.

Questo ritornello infatti si ripete ogni volta con una sorta di monotonia. È democristiana ogni mediazione, lo è ogni compromesso. Ma è democristiana anche ogni disinvoltura, ogni manovra, ogni flessibilità. La pazienza, ma anche la furbizia, il culto dell’attesa e la destrezza della mossa. Tutto gettato alla rinfusa nello stesso calderone. Vengono iscritti d’ufficio allo scudo crociato leader che provengono dai suoi antipodi. E se poi qualcuno invece viene proprio da lì, ogni suo gesto, ogni tratto del suo carattere suona conferma di una tradizione politica quasi secolare.

Io penso invece che questo racconto dell’infinità democristiana non aiuti a capire. Né, forse, a migliorare. Il paese, certo, ha un gran bisogno di ricostruire legami, cuciture, punti di incontro. Tutte cose che fanno parte della storia democristiana, e della sua cultura politica. Ma la Dc a suo tempo fu anche una forza controversa, capace a suo modo di compiere scelte che non sempre erano così comode, né così compiacenti. Contò le sue vittorie e le sue sconfitte, non solo gli infiniti pareggi a cui la dispose la sua attitudine a mediare tutte le volte che era possibile. Fu, nel bene e nel male, una politica – non solo un metodo, né solo un costume.

Ma soprattutto la Dc appartenne a pieno titolo al suo tempo. E quel tempo fu assai particolare. Cosa che magari alcuni di noi ricordano quasi con nostalgia ed altri invece con senso assai più critico. Ma che non autorizza più nessuno a leggere le controversie di oggi con le categorie di ieri (e di ieri l’altro, a questo punto).

Il tema dei nostri giorni è come tentare di unificare il paese intorno alle istituzioni. E dunque, quanto di quelle istituzioni debba essere cambiato per rimetterci al passo coi tempi. Questo tema richiede, appunto, pazienza, mediazione, capacità di compromesso. Richiede di abbassare le bandiere di parte, per quanto si può. Richiede di cercare dei tratti comuni tra le forze in campo. Tutte cose che sono alla portata delle “culture” dei nostri giorni, senza bisogno di fare ogni volta ricorso alla saggezza e alla temperanza (o, al contrario, alla disinvolta capacità di manovra) di noi democristiani, vecchi o nuovi che siamo.   

Avverto una sorta di pigrizia nell’etichettare alla voce “dc” ogni omaggio e ogni critica che si rivolge alla politica di ieri nel tentativo di decifrare la politica di oggi. Nel frattempo, il paese ha cambiato in profondità il suo modo di ragionare in pubblico. E questa che abbiamo davanti è, appunto, tutta un’altra storia. Una pagina bianca, per dirla con il presidente Mattarella.

 

Il “romanzo popolare” della corsa al Colle e note sparse sui possibili sviluppi della vita democratica del Paese.

Nei prossimi dodici mesi, molto della politica nazionale (ed internazionale dell’Italia) continuerà a ruotare intorno alla figura e al ruolo istituzionale di Draghi. Egli però ha perso molto della sua terzietà. Ecco perché è auspicabile che Mattarella continui ancora a lungo ad essere il vero punto di riferimento del Paese.

A quarantotto ore dalla rielezione di Mattarella, già molto è stato scritto sulla stampa nazionale ed internazionale e discusso in occasione dei numerosi talk-show, che si sono susseguiti sulle varie reti televisive, pubbliche e private. Altro presumibilmente verrà fuori nei prossimi giorni (affievolito dai gorgheggi sanremesi). Sicuramente, come spesso succede, alcuni particolari resteranno sconosciuti per volontà dei diretti interessati.

Ciò detto, un comune cittadino, che abbia seguito con attenzione il susseguirsi degli eventi, potrebbe provare a ricostruire la vicenda, colmandone con un po’ di logica e immaginazione le apparenti lacune e disegnare possibili futuri scenari.

Si parte da un assunto: Draghi era sicuro della propria elezione. Lo dimostrerebbe il modo dimesso, con cui aveva gestito gli ultimi due mesi di governo (rinvio “sine die” dell’esame di importanti dossier), e arrogante (brusca interruzione del dialogo con i sindacati e imposizione di una finanziaria presentata “in articulo mortis” senza dare praticamente modo al Parlamento di discuterla). Lo rivela, soprattutto, il comportamento tenuto nella conferenza stampa prenatalizia, durante la quale l’ex-banchiere avanzava la propria candidatura (a dispetto di una prassi consolidata, che non lo prevede), ricorrendo anche ad immagini paternalistiche irrituali (“il nonno degli italiani”), che di fatto ribadiva pochi giorni dopo con il divieto imposto preventivamente ai giornalisti di porre a lui (ormai, candidato di fatto) quesiti sulla materia (sic!).  

La principale argomentazione era che l’attività del governo fosse giunta a termine e chiunque avrebbe ora potuto assumere il suo incarico: un’ovvia ed inaccettabile esemplificazione della situazione politica, economica e sanitaria del Paese in un momento in cui il numero di contagi e decessi è in costante aumento; i numerosi adempimenti richiesti dalla Commissione Europea sono ancora tutti soltanto sulla carta e recenti decisioni del governo (in particolare, sulla indiscriminata riapertura della scuola) sono state criticate un po’ da tutti (politici, governatori, sindacalisti, giornalisti, altri funzionari pubblici, scienziati, medici ecc.). 

In altri termini, il Premier si dichiarava disponibile ad insediarsi al Quirinale e a lasciare il Paese in condizioni simili a quelle in cui lo aveva trovato dieci mesi prima, riportando peraltro sul tavolo il grosso problema della formazione di un governo di unità nazionale, di cui fin dall’inizio egli era stato indicato come unico insostituibile collante! 

Ma non è tutto. In prospettiva, si profilava anche la possibilità (lasciata trapelare da un politico di caratura, notoriamente a lui vicino da vecchia data) che egli designasse un proprio fiduciario alla guida del governo per orientarne dal Quirinale la politica, trasformando di fatto il sistema parlamentare vigente in presidenziale!          

Probabilmente la sua smisurata (seppur legittima) ambizione era stata alimentata anche dalle intermittenti voci, nazionali ed internazionali, che si rincorrevano già da molto prima che fosse chiamato alla Presidenza del Consiglio, e (non da escludere) da qualche non troppo velata promessa fattagli proprio in quella occasione. In altri termini, il notevole curriculum professionale, la personale trattazione di prioritari dossier economici europei, la familiarità con la quale tratta (ricambiato) capi di stato e di governo, il consenso ricevuto dai circoli finanziari internazionali da lui a vario titolo frequentati “ab immemorabili” debbono aver esaltato il suo Ego, trasformandolo in Super Ego. Non a caso, molti lo definiscono… Super Mario. 

Il suo atteggiamento, a volte ondivago a volte reticente, ma sempre comunque “ex cathedra” non deve, in ultima analisi, aver migliorato la sua immagine agli occhi delle principali forze politiche, rafforzando il dubbio se valesse la pena essere “espropriati” dalla poltrona quirinalizia da un seppur titolato “estraneo” alla politica nazionale in grado di commissariarli per un settennio. Stessa impressione deve aver suscitato nelle centinaia di parlamentari timorosi, in particolare, che un suo trasferimento sul Colle avrebbe potuto costituire un passo decisivo per il temuto anticipato ritorno alle urne (con relativa perdita di privilegi ed appannaggi economici).

Questi precedenti hanno sicuramente molto condizionato il teatrino delle consultazioni apertosi con l’inizio delle votazioni, che ha visto la maggioranza delle forze politiche e parlamentari schierarsi contro un improvvisato “partito di Draghi”, costituito da pochi ma strenui fedelissimi, dell’ultima ora e di varia estrazione, animati da altrettante svariate aspirazioni. 

Questo confronto – come ha subito acutamente osservato un autorevole senatore – ha reso molto più difficile la designazione del Presidente della Repubblica, nel senso che nessuna delle due parti contrapposte era disposta ad accettare una sconfitta. Paradossalmente, la candidatura di Draghi, personaggio definito stabilizzatore della politica italiana, si è rivelato nella circostanza un “fattore destabilizzante”.

Eppure, candidati all’altezza non sono mancati. Tali possono definirsi politici di lungo corso come Amato, appena eletto Presidente della Corte Costituzionale, e Casini, parlamentare da quaranta anni e profondo conoscitore della politica nazionale e dei poteri istituzionali. Anche autorevoli candidate femminili (sempre tanto auspicate dalla politica e dall’opinione pubblica) erano in pista: Belloni, Cartabia e Severino. Tutte unanimemente giudicate idonee a ricoprire con pieno merito quella carica. I primi, evidentemente, potevano rivelarsi interlocutori troppo scomodi per un premier desideroso di prevalere sempre sugli altri. Le seconde ritenute (probabilmente anche dallo stesso Super Mario) non all’altezza del compito e sicuramente molto meno di lui.

Si ha la netta sensazione che qualcosa e/o qualcuno deve essere pesantemente intervenuto per scartare tutti e tutte loro nelle ultime frenetiche ore che hanno preceduto la decisione finale.

Contemporaneamente (e stranamente), i circoli finanziari internazionali che, fino a quel momento, avevano operato per sostenere dietro le quinte a mezzo stampa l’aperta ambizione quirinalizia del loro favorito, vista l’impossibilità di ottenerla, hanno improvvisamente sostenuto la sua permanenza a Palazzo Chigi (da loro, in realtà, sempre auspicata).  

I numerosissimi parlamentari timorosi che lo sterile gioco di veti e contro veti in corso rischiasse di portare il paese a nuove elezioni hanno poi favorito la rielezione di Mattarella, cominciando, prima timidamente e poi con maggiore decisione, a votarlo in aula. Con questa decisione, essi hanno richiamato i loro capi alla realtà ossia che né il supertecnico Draghi né un possibile antagonista avrebbe potuto essere eletto. Il messaggio è stato colto al volo dai contendenti ormai stremati e alla disperata ricerca di un paracadute in grado di attutire un indesiderato brusco atterraggio, ossia il ritorno alla cruda realtà rappresentata dall’impossibilità di prevalere.

A questo punto, la conferma di Mattarella poteva considerarsi un sostanziale pareggio nella dura contesa accettabile da tutti. Insomma, i desiderata dei menzionati “peones” hanno partorito una soluzione che, “rebus sic stantibus”, costituiva l’unico sbocco possibile di una situazione fattasi in pochi giorni ingovernabile. In fondo, potrebbe prosaicamente dirsi che la volontà di molti di conservare per altri dodici mesi privilegi e prebende ha fortunatamente coinciso con la conservazione di una formula in grado di mantenere in vita l’originario tandem Mattarella-Draghi, cui continua ad essere affidato il compito di assicurare (almeno nelle intenzioni) stabilità politica al Paese.

Il giorno dopo, tutti i politici che, per un motivo o per l’altro, avevano in maniera unanime auspicato un fisiologico avvicendamento al Quirinale, hanno fatto buon viso a cattiva sorte, accettando con giubilo il rinnovo di Mattarella, ma probabilmente già coltivando in petto un forte desiderio di rivincita. Non a caso, tutti loro, in maniera più o meno esplicita, hanno sollecitato i necessari chiarimenti politici all’interno del proprio partito e fra alleati. 

In realtà, da questa prova tutti i leader politici, chi più chi meno, escono sconfitti, avendo dimostrato sul campo una incapacità cronica a gestire i rapporti fra loro stessi nonché, per l’occasione, il necessario ricambio al Colle. Lega e Cinque Stelle per eccessivo movimentismo. Pd per troppa immobilità. Per cui, mentre i primi hanno sfornato a getto continuo liste di nomi senza dare l’impressione di seguire una precisa strategia, ma di agire sempre sull’onda dell’improvvisazione, i secondi si sono arroccati in un esasperante attendismo che non poteva in alcun modo dare un contributo fattivo alla soluzione dell’equazione quirinalizia. Quanto alle minoranze, esse hanno tenuto una condotta ondivaga nel tentativo di indovinare la soluzione finale per farsi trovare allineati e coperti quando fosse maturata e addirittura dare l’impressione di averla favorita.

In queste condizioni, il futuro non si presenta facile.

Nei prossimi dodici mesi, molto della politica nazionale (ed internazionale dell’Italia) continuerà a ruotare intorno alla figura e al ruolo istituzionale di Draghi soprattutto perché la terzietà e l’apoliticità del Premier potrebbero in prosieguo di tempo vacillare quando sarà chiamato ad adottare provvedimenti di natura economica (e non solo) nel bel mezzo di una campagna elettorale che si preannuncia rovente. Del resto, l’improvviso altalenante misterioso diniego alla elezione di alcuni solidi candidati al Quirinale, come pure la discreta ma accertata assidua opera sotto traccia dell’ex-banchiere per prevalere durante i negoziati, nonché la filiazione politica dei suoi sostenitori quirinalizi hanno già messo in luce qualche suo orientamento, destinato ad alimentare sempre più, con l’avvicinarsi delle elezioni, un avvelenato clima di sospetti. Tutto questo potrebbe indebolire la sua figura nella consapevolezza che il ruolo di arbitro a lui affidato è destinato a perdere di autorevolezza nel momento stesso che i partiti politici lo percepiscano come giocatore occulto.

Ecco perché è auspicabile che Mattarella – cui è riconosciuta saggezza politica, indiscussa integrità morale e capacità impareggiabile di interpretare il proprio ruolo istituzionale – continui ancora a lungo ad essere il vero punto di riferimento cui ancorare la speranza del Paese di superare la difficile congiuntura ed affrontare con ottimismo le difficili prove che ci attendono.  

 

Giorgio Radicati, Scrittore e saggista, già Ambasciatore.

Il Quirinale e…il centro. Cambia la geografia politica italiana: non è più tempo di populismi e arroganze bipolariste.

Dopo l’elezione di Mattarella, come era già evidente e come tutti prevedevano, si apre una nuova fase politica nel nostro paese. E il ‘centro’, cioè una rinnovata “politica di centro”, sarà nuovamente un elemento decisivo e determinante per gli equilibri politici nel nostro paese.

Lo dicevamo da tempo. Lo dicevano quasi tutti. E cioè, dopo l’edizione del Presidente della Repubblica la geografia politica italiana sarebbe cambiata. E infatti è già cambiata. Così si diceva e così è capitato. Ora, non andiamo a rileggere e a scrutare nel profondo la sceneggiata inguardabile ed incommentabile di questi ultimi giorni – fatta di tranelli, trappole, incoerenza, promesse a vuoto, cinismo, vigliaccheria e caduta verticale della credibilità della politica – e fermiamoci a ciò che succederà d’ora in poi.

Tre sono gli elementi di fondo che emergono in modo persin plastico dopo la rielezione di Sergio Mattarella. Innanzitutto il superamento di schieramenti finti e posticci. Il centro destra, per bocca dei suoi principali esponenti, è di fatto tramontato. Certo, non ancora nel corpo elettorale ma sicuramente nei rapporti tra i partiti e nella dinamica parlamentare. Una coalizione che, dopo la lunga leadership politica e carismatica di Silvio Berlusconi, non regge più perchè al suo interno, molto semplicemente, si coltivano prospettive politiche diverse. Specularmente, lo schieramento di sinistra assomiglia sempre più ad una sommatoria disomogenea e incoerente tra il massimalismo della sinistra e il tardo populismo dei 5 stelle. Un pallottoliere impazzito. È inutile soffermarsi sul partito virtuale dei 5 stelle perchè qualunque osservatore politico, anche il più scafato, avrebbe difficoltà a districarsi in un labirinto unito solo e soltanto, come tutti sanno, dal prolungamento dello stipendio parlamentare e dal raggiungimento del tanto odiato e detestato vitalizio. Per il resto, semplicemente il nulla.

In secondo luogo emerge in tutta la sua interezza la necessità di un cambiamento del sistema elettorale. Cioè la “madre di tutte le riforme” come la definiva in tempi non sospetti il mio maestro politico Carlo Donat-Cattin. Del resto, il maggioritario è utile e necessario quando ci sono alleanze e coalizioni omogenee, politicamente percorribili e convergenti sotto il profilo programmatico. Di fronte allo sgretolamento delle coalizioni il maggioritario semplicemente ingessa un sistema e non produce alcun risultato politico concreto. Come l’esperienza ha persin platealmente confermato.

In terzo luogo, ed è la notizia politicamente più ghiotta, finalmente ritorna il ‘centroì nella cittadella politica italiana. Un ‘centro’ nè nostalgico, nè passatista e soprattutto che non si riduce ad una posizione di banale equidistanza rispetto agli altri schieramenti e che non vive solo di posizionamenti tattici. Al contrario, e come sta emergendo da tutte le cronache giornalistiche, si tratta di un ‘centro’ plurale, inclusivo, democratico, riformista e di governo. Nulla a che vedere con la riedizione di una Democrazia Cristiana in miniatura ma, al contrario, si parla di un partito che può – e deve – reintrodurre nella dialettica politica italiani alcuni ingredienti che sono e restano decisivi per la qualità della nostra democrazia e per la stessa efficacia dell’azione di governo.

Ecco perchè dopo l’elezione di Mattarella, come era già evidente e come tutti prevedevano, si apre una nuova fase politica nel nostro paese. E il ‘centro’, cioè una rinnovata “politica di centro”, sarà nuovamente un elemento decisivo e determinante per gli equilibri politici nel nostro paese. Piaccia o meno ai populisti, ai massimalisti, ai sovranisti e ai teorici del bipolarismo selvaggio e di chi ha come obiettivo politico l’annientamento dell’avversario/nemico e la sua delegittimazione etica, morale, personale e politica.

 

Il lato positivo della vita. Diceva B. Russell: “Il desiderio di qualcosa che ci manca è una parte indispensabile della felicità”.

Dietro ad ogni angolo, ad ogni scelta, nel rovescio di ogni medaglia ci può essere la gioia che non abbiamo mai provato, la verità che nessuno ci ha mai detto, la nostra realizzazione piena. 

Ci interroghiamo spesso sui chiaroscuri della vita cercando risposte ai nostri mille perché, senza renderci conto abbastanza che il fascino dell’esistenza consiste soprattutto nella sua imprevedibilità. L’eccessiva programmazione, il tempo dedicato alla preparazione ci sottrae la mutevolezza degli eventi, la loro indipendenza dalla nostra immaginazione: basta un attimo, un imprevisto, un fatto occasionale, una scelta presa da altri – ciò che chiamiamo fato e destino  – e tutto muta, tutto si trasforma, tutto prende sembianze nuove.

Credo che i cambiamenti, scelti o indotti che siano, facciano parte delle regole non scritte della vita. Le routine ci conservano fino a quando il meccanismo magico delle consuetudini – fatto di schemi e previsioni, di ragionevoli certezze, di fiducia negli altri e di autostima, di relazioni positive o consolidate – cede e si sgretola, subentra un fatto nuovo e allora come birilli saltano i puntelli delle nostre sicurezze emotive.

La vita è spesso un’alternanza di abitudini comprese in una parentesi temporale indefinita. Qualcuno ha detto che l’intelligenza consiste nella capacità di adattarsi all’ambiente, di reggere l’evolversi incessante degli eventi e dei fatti della vita trovando ogni volta un appiglio e un punto di equilibrio. Se ci leghiamo troppo al lavoro, agli affetti, alle cose materiali che crediamo immutabili rischiamo di avere poi cocenti delusioni. In genere ai più sensibili resta solo la propria personale nostalgia: un valore non spendibile in una società di interessi.

La solitudine degli anziani è anche sensazione di una sopravvenuta inadeguatezza, di una marginalizzazione che fa intendere di essere tollerati perché non più utili. Eppure quel traguardo ci viene preparato come ‘meritato riposo’: salvo poi capire che è meglio togliere presto il disturbo. Meglio giocare d’anticipo ed essere noi stessi a cambiare, a cercare la novità, per capire quante cose ci può riservare la vita, quanto è grande il mondo, quanta umanità c’è intorno a noi. Dietro ad ogni angolo, ad ogni scelta, nel rovescio di ogni medaglia ci può essere la gioia che non abbiamo mai provato, la verità che nessuno ci ha mai detto, la nostra realizzazione piena. 

Cerchiamo un nostro spazio, una nicchia, il tempo che ci serve, le nostre piccole libertà: nessuno ha il diritto di privarci del desiderio di misurarci dignitosamente con il mondo. Come scrisse Bertrand Russell…“Il desiderio di qualcosa che ci manca è una parte indispensabile della felicità”.

 

Quale lezione ricavare dalla rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica?

Sono manifeste le criticità del sistema politico italiano con leadership autoreferenziali e partiti dilaniati da una feroce conflittualità. La crisi si risolve con l’elezione diretta del Presidente? Non è una soluzione convincente. La democrazia parlamentare anche stavolta ha dato prova dì vitalità. Altri sono i rimedi per “sbloccare” la politica.

Sono stati necessari otto scrutini per arrivare alla rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Le votazioni ripetute, le schede bianche, le trattative sono una costante delle elezioni presidenziali. Nondimeno, in quest’ultima occasione le richieste di “fare presto” avanzate dall’opinione pubblica e dalla stampa sono state incalzanti. Possono ben essere comprese le ragioni contingenti alla base di questa richiesta: la perdurante emergenza pandemica, la crisi economica, i problemi derivanti dall’approvvigionamento energetico, solo per limitarsi ai più tangibili. Pure manifeste sono le criticità del sistema politico italiano con leadership autoreferenziali e partiti dilaniati da una feroce conflittualità esterna e da lotte interne. Ma ancor più a monte preoccupa la quasi totale assenza di progettualità e la mancanza di una visione politico-ideale.

A fronte di questi problemi evidenti, tuttavia, la denuncia della lentezza del Parlamento nella dinamica delle elezioni presidenziali rischia di alimentare risposte fuori fuoco, con argomenti pretestuosi o persino pericolosi per la democrazia. Così da più parti si è alzato il vento, mai sopito, che spinge verso il mutamento della forma di governo con l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Ma davvero, in questo caso, l’argomento prova troppo ed anzi, se mai, dimostra il contrario poiché la democrazia parlamentare ha dato stavolta prova di vitalità, confermando quanto sia calzante nel nostro ordinamento costituzionale la forma di governo parlamentare, per cui, d’altra parte, i Padri costituenti avevano optato quasi pacificamente. L’elezione di secondo grado del Presidente della Repubblica ha dato storicamente ottima prova nel sistema costituzionale, se solo si pensa al notevole gradimento politico che i diversi Capi dello Stato che si sono succeduti hanno fatto registrare, sempre di gran lunga superiore ad ogni altra carica pubblica. La figura del Presidente della Repubblica, così come tratteggiata in Costituzione, ha mostrato un rendimento straordinario. Le necessarie riforme che si invocano a ragione dovrebbero interessare, perciò, altri istituti.

Eppure, lo spettacolo che gli attori hanno offerto in quest’occasione non è edificante perché si è percepita la sensazione che prevalessero gli interessi particolari più che la ricerca di una soluzione volta a perseguire l’interesse della collettività. La rielezione di un Presidente della Repubblica è, poi, di per sé, il sintomo di un guasto nel sistema politico. Ma il problema è di metodo e di cultura politica, non di regole. Lo dimostra da tempo anche il meccanismo inceppato dell’elezione dei Presidenti delle Camere, eletti non secondo logiche di condivisione, ma a colpi di maggioranza.

Occorre prestare attenzione anche a non enfatizzare la critica populista circa la presunta lentezza dimostrata dal Parlamento in quest’occasione perché, come anticipato, si rischia di alimentare una miccia incendiaria che può condurre verso derive antidemocratiche: sullo sfondo sembra di avvertire una preoccupante stanchezza verso la democrazia e di insofferenza verso le sue liturgie e i suoi tempi. È necessario, invece, difendere il ruolo del Parlamento e mettere in risalto come, in quest’occasione, i parlamentari, nella loro collegialità, abbiano saputo superare lo stallo provocato da alcuni leaders. Se ne ricava la lezione che la decisione collegiale ha condotto il Paese verso la soluzione a quel punto ottimale, mentre la personalità dei capi degli schieramenti lo stava conducendo verso una crisi al buio. 

L’epilogo della vicenda che si è appena conclusa, allora, costituisce un formidabile argomento a favore della democrazia parlamentare. Come anche rappresenta un baluardo per difendere la libertà del parlamentare da ogni forma di vincolo di mandato, come vuole l’art. 66 della Costituzione, da tempo, invece, diventato bersaglio di alcune proposte di revisione costituzionale. Cosa sarebbe successo oggi senza il divieto di mandato imperativo, con parlamentari costretti ad obbedire alla volontà non proprio chiara delle loro guide politiche? Se questo è vero, il rimedio proposto ai mali della politica non può essere quello di inserire ulteriori elementi di personalizzazione della politica e di verticalizzazione del potere. 

La questione di cui discutere non attiene alle modalità di elezione del Presidente della Repubblica, perché quando sono gli interpreti ad eseguire male uno spartito si interviene sui primi, non sul secondo. È tempo, invece, di pretendere una nuova centralità degli elettori attraverso la restituzione di due diritti che sono stati da tempo espropriati: la partecipazione politica e il diritto di votare effettivamente i parlamentari. Per tornare a restituire ai cittadini il primo diritto evocato non v’è altra strada che ristrutturare i partiti politici che dovrebbero garantire democrazia interna, in modo da riconoscere a tutti i cittadini il diritto di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, secondo il figurino offerto dall’art. 49 della Costituzione. Per ripristinare il secondo diritto, occorre, invece, approvare una legge elettorale che abbandoni il meccanismo delle liste bloccate e che consenta di selezionare i singoli rappresentanti parlamentari. Queste due ineludibili riforme permetterebbero, la prima, di incidere sulla formazione delle liste elettorali e, la seconda, di riavvicinare i parlamentari alla società civile e ai reali bisogni della popolazione. Diversamente, come si farebbe a consentire quel ricambio della classe politica che molti ritengono necessario?

 

Antonio Iannuzzi, Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico (Università degli Studi – Roma Tre).

La spinta dal basso per Mattarella. Il Parlamento ha fatto la sua parte, come pure il mondo degli amministratori locali.   

Dal mondo degli amministratori locali, attraverso la voce dell’Associazione dei Comuni, è venuta con largo anticipo la richiesta di stabilità, tanto per Palazzo Chigi che per il Quirinale.  

A poca distanza dall’evento, la rielezione di Mattarella è perlopiù esibita come una scelta dell’ultimo momento, quasi un atto di disperazione, senza un adeguato convincimento dei partiti. È la versione dei fatti più semplice e spietata, quella che inchioda i leader alle loro insufficienze, rianimando la polemica dei tanti cultori dell’antipolitica. Indubbiamente, è ciò che appare in superfice: troppi tatticismi, troppe furbizie, troppo armeggiare attorno alle convenienze di parte, legandole a  proclami altisonanti in onore del bene del Paese. Tuttavia, a fatica si riconosce quanto invece ha pesato il ruolo un po’ corsaro, ma non per questo immeritevole di lode, dei parlamentari “in libera uscita”, per i quali il voto a Mattarella ha rappresentato fin da subito un gesto di esaltazione della indipendenza del Parlamento.

L’obiezione è altrettanto semplice, addirittura scontata. Si dice, infatti, che i “peones” avevano a cuore solo la durata della legislatura, e quindi il loro tornaconto a proseguire per un altro anno nell’ufficio di parlamentari. E chi lo nega? Tuttavia, restringere l’analisi di un comportamento che è lievitato seduta dopo seduta, fino a diventare la prova evidente della opportunità di un nuovo appello a Mattarella, non corrisponde alla consistenza di un fenomeno inquadrabile, appunto, come presa d’atto della soluzione più saggia, stavolta sì adottata per il bene del Paese. È stata premiata la volontà di conservare un “assetto di guida”, con Mattarella e Draghi, che l’Italia non può permettersi di abbandonare per sciatteria o calcolo spregiudicato.

Ci sono impegni da onorare con l’Europa, opportunità da raccogliere e indirizzare, emergenze da mettere sotto controllo: in questa fase una tregua operosa e costruttiva non deve apparire alla stregua di un accomodamento. Abbiamo un’economia da rimettere sui giusti binari, immaginando di identificare le basi costitutive di un nuovo modello di crescita e di sviluppo; dal che deriva, anche, la preoccupazione di come questa impresa abbia a realizzarsi, se con un ristagno di pratiche consolidate o un soprassalto di innovazione, specie in campo amministrativo. Le riforme camminano sulle gambe dell’apparato burocratico dello Stato, ma soprattutto dei Comuni.

Non è un caso che dal mondo degli amministratori locali, attraverso la voce dell’Associazione dei Comuni, è venuta con largo anticipo la richiesta di stabilità, tanto per Palazzo Chigi che per il Quirinale. Infatti il Presidente dell’Anci, Antonio Decaro, dopo l’Assemblea annuale tenutasi a Parma lo scorso novembre, aveva formulato a chiare lettere il suo auspicio affinché Mattarella potesse rivedere il suo diniego all’ipotesi di un secondo mandato: “Mi piacerebbe […] che tutte le forze politiche, tutte, glielo chiedessero”. Certamente, Decaro parlava a titolo personale, ma si faceva interpre di un sentimento molto diffuso tra i Sindaci e i consiglieri comunali. Un sentimento adesso ancora più forte. In pratica, senza cadere nella retorica, esiste un “partito degli amministratori locali” che fa da infrastruttura sul territorio a quella forte corrente di opinione pubblica che riserva stima e simpatia a una persona ritenuta sicuramente degna, per lo stile pacato e la coscienza ferma, di questa preziosa reinvestitura alla più alta carica rappresentativa della Repubblica.

Luca Bedoni, Presidente dell’Assemblea del IX Municipio di Roma Capitale.

Ritornati nella quiete. Mario Draghi è ancora lì, Sergio Mattarella pure.

Questa elezione ha svelato, ancor più di quanto già sapevamo, i malanni che attraversano l’intero corpo politico nazionale. Qualcuno penserà di sottrarsi a questo giudizio analitico, ma sbaglia. Non c’è uno che possa dirsi di aver giocato al meglio le proprie carte.

È come se avessimo trascorso una settimana in un altro mondo. Totalmente distante da quello in cui adesso siamo ricaduti. Come fossimo stati tutti quanti congelati e spediti in una orbita planetari in una sorta di vacanza premio, da consumare in una giostra per adulti del tutto scombinati e vinti da qualche strana follia a cui non so dare alcun nome.

Siamo ritornati al punto di partenza. Il vecchio gioco dell’oca. Una serie di errori, uno di seguito all’altro, per ritrovarsi al nastro iniziale. Poteva andarci di gran lunga peggio. Almeno sappiamo che cosa ci capiterà al prossimo anno: gli ammiragli li conosciamo bene e sappiamo quale rotta seguiranno e fino a che punto giungeranno. Non si pensi che il neo Presidente Sergio Mattarella si comporti come quello precedente. Giorgio Napolitano fece un po’ più di anno e poi si dimise. Mattarella invece, completerà l’intero mandato. Quelli che pensano invece, che si sposterà per far posto a Mario Draghi il prossimo anno, si sbagliano. Mattarella non farà giochi di questa natura. È e resterà.

Questa elezione ha svelato ancor, più di quanto già sapevamo, i malanni che attraversano l’intero corpo politico nazionale. Qualcuno penserà di sottrarsi a questo giudizio analitico, ma sbaglia. Non c’è uno che possa dirsi di aver giocato al meglio le proprie carte. Da destra a sinistra, una fiera indecorosa d’incertezze e di grossolani errori. Se crede di salvarsi Giorgia Meloni, o pensa di aver fatto qualche sufficiente bottino Enrico Letta, stiano pur tranquilli, né l’una, né l’altro, escono da questa girandola con un giudizio positivo. Ci sono stati quelli che hanno veramente commesso gli errori da matita blu, non serve nemmeno che io li nomini, ciascuno di voi ha bene in testa quali siano costoro. Il tormento è finalmente terminato, con oggi siamo rientrati nella normalità e nell’ordinaria quotidianità politica. 

Finisce quindi questo primo mese dell’anno con qualche segnale positivo: Mario Draghi è ancora lì, Sergio Mattarella pure, il Governo non subirà significativi scossoni, ci sarà da pianificare e attuare la spesa del Pnrr, il Covid sembra aver subito qualche significativo rallentamento e possiamo, con fiducia, aprire le porte di febbraio con qualche ottimismo che sembrava, solo qualche giorno fa, del tutto fuori portata.

 

Gli auguri dell’Azione Cattolica Italiana a Sergio Mattarella

Con la riconferma di Sergio Mattarella – si legge nel comunicato dell’AC – speriamo si vada oltre la difficoltà di giorni di non esaltante confronto politico, spettacolo cui anche l’AC ha assistito con sentimenti di frustrazione e incredulità. È ora di lavorare insieme per la tenuta delle istituzioni e per offrire alle nuove generazioni il dono di una democrazia compiuta.

L’Azione Cattolica Italiana esprime gratitudine a Sergio Mattarella per la disponibilità a svolgere un secondo mandato da Presidente della Repubblica, contribuendo così al superamento di una pericolosa paralisi istituzionale. Siamo certi saprà essere ancora, come sempre è stato in questi sette anni, il Presidente di tutti gli italiani.

Al Capo dello Stato ci rivolgiamo nella speranza che il suo esempio di fedeltà alla Costituzione e di impegno nella costruzione del bene dell’Italia sia di monito per tutti e faccia fare alla politica un passo avanti. Se la politica diventa come in queste ultime settimane un continuo gridare e gareggiare, uno scontrarsi su tutto e in ogni momento, ne soffrono le istituzioni e soprattutto ne soffrono i cittadini che hanno diritto a una classe dirigente capace di ricercare e proporre insieme reali soluzioni ai tanti problemi dell’Italia.

C’è bisogno di mettere in cima all’agenda politica la coesione sociale e una transizione energetica ed ecologica più giusta per il Paese; c’è bisogno di una maggiore attenzione per i nostri ragazzi e per i nostri adultissimi che più di altri pagano la durezza e le incertezze di questo nostro tempo; c’è bisogno di ridare centralità e considerazione al mondo della scuola e alle sue molteplici criticità; c’è bisogno di rilanciare l’economia, di ridurre la disoccupazione, in modo particolare quella giovanile; c’è bisogno di un impegno organico e adeguato in favore della famiglia e delle giovani coppie; c’è bisogno di ridurre le distanze tra Nord e Sud, coniugando rigore e solidarietà.

Con la riconferma di Sergio Mattarella speriamo si vada oltre la difficoltà di giorni di non esaltante confronto politico, spettacolo cui anche l’AC ha assistito con sentimenti di frustrazione e incredulità. È ora di lavorare insieme per la tenuta delle istituzioni e per offrire alle nuove generazioni il dono di una democrazia compiuta.

Come Azione Cattolica avanziamo al Presidente della Repubblica un’unica richiesta: continuare ad essere instancabile monito presso Governo e Parlamento, perché si curino vecchie e nuove ferite del Paese che la pandemia ha acuito e generato. L’Associazione, fedele alla sua vocazione educativa, assicura al Presidente Mattarella una collaborazione operosa nella formazione al bene comune.

Per saperne di più

https://azionecattolica.it/gli-auguri-dellazione-cattolica-italiana-a-sergio-mattarella-presidente-della-repubblica-italiana/

 

 

Che dire? Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune. Ora dobbiamo dire grazie a Mattarella.

Più che opportuna la citazione del Manzoni. Prevale il buon senso, quindi, la continuità non è più il male assoluto della politica, ma stavolta la sua salvezza. Peccato che questo atteso buon senso prevalga solo dopo che i luoghi comuni, gli slogan, le promesse e i veti incrociati abbiano tentato ancora una volta di sbarrargli il passo.

Dopo inutili e confusi tentativi di creare candidature surrettizie da portare in emiciclo, ma durate poi lo spazio di una votazione, il Parlamento ha compiuto un gesto di resipiscenza e una presa d’atto della realtà. Nomi autorevoli ne sono circolati più nei corridoi, dietro le quinte e nei conciliaboli malcelati che nelle proposte da sottoporre ai grandi elettori.

Alcuni partiti non hanno proferito parola e si sono trincerati dietro un inspiegabile riserbo, altri hanno scelto la via dell’iniziativa ma finendo per bruciare – come è per i più incauti neofiti della politica – i nomi proposti. La destra ha fallito l’abbordaggio, ma la sinistra non ha titolo per cantare vittoria: acefala e muta. Tanti personaggi in cerca d’autore, imprigionati a Montecitorio come i protagonisti di un film di Bunuel.

Evidentemente qualche domanda più di uno dovrà porsela: la politica vince virando in extremis per la scelta migliore e di maggior garanzia per tutti: il settennato di Mattarella si è infatti realizzato all’insegna del senso di responsabilità più avvertito, il ruolo istituzionale è stato avvalorato dalle doti personali dell’uomo, dalla percezione netta e mai venuta meno di privilegiare gli interessi della comunità e di perseguire il bene comune. Pacatezza, lungimiranza, avvertito senso della misura, mai fuori dalle righe: il Presidente uscente ha dimostrato di possedere le doti e il talento del capo di Stato e del più alto rappresentante delle istituzioni e della società, di cui ha saputo intercettare umori, desideri, timori e speranze.

La scelta del Parlamento ha le sembianze di una resa ragionevole e accorta di fronte all’evidenza della realtà, ma è anche una sconfitta della politica, incapace di gestire una partita così alta, in un momento così critico per il Paese. Una caduta verticale in fatto di autorevolezza dei singoli e dell’organo legislativo. La linea della continuità non aveva allo stato pratico valide alternative e i partiti hanno temuto di portare Draghi al Quirinale scegliendo di fatto la soluzione del doppio arbitro: uno resta a Palazzo Chigi perché anch’egli non ha supplenti in grado di prenderne il posto, l’altro continua ad essere garanzia per tutti dal Colle più alto.

Qualche riflessione sulle condizioni miserevoli della politica nel suo complesso sarebbe tuttavia opportuna e necessaria: il quadro parlamentare ha evidenziato tutta la sua pochezza: non un modello di società, non un disegno di governabilità stabile, nessun programma denso per contenuti ed obiettivi, qualche vagito sul PNRR, vistose dimenticanze, carenza di temi nobili, qualche minutaglia sparpagliata nel Decreto milleproroghe. I problemi di selezione e la necessità di ricambio radicale della classe dirigente del Paese restano in tutta la loro macroscopica evidenza. Preparandosi alle elezioni del 2023 i partiti dovranno affinare strategie politiche innanzitutto basate su un saldo fondamento culturale: ciò che attualmente non è e non sarà certo destinato a migliorare con la semplice riduzione del numero dei parlamentari.

Tirano il fiato coloro che in caso di elezioni anticipate sarebbero stati destinati ad una frettolosa e anonima uscita di scena, senza possibilità di rientro. Però non è questione quantitativa ma qualitativa: evidentemente il popolo non è adeguatamente rappresentato, in Parlamento – luogo di elaborazione legislativa e quindi attore di potenziali strategie da perseguire – non vanno i migliori ma i prescelti. Questo è un nodo gordiano che va risolto e qualche aspirante leader dovrebbe essere indotto a più di una doverosa meditazione.“Tutto è bene quel che finisce bene”, ha commentato Casini anche se il ritorno di Mattarella tronca sul nascere la sua candidatura. Ma c’è da credergli, in fondo è uomo politico esperto e sagace.

Prevale il buon senso, quindi, la continuità non è più il male assoluto della politica, ma stavolta la sua salvezza. Peccato che questo atteso buon senso prevalga solo dopo che i luoghi comuni, gli slogan, le promesse e i veti incrociati abbiano tentato ancora una volta di sbarrargli il passo. Grazie di cuore, caro Presidente Mattarella, sappiamo bene che è più un sacrificio che una salutare passeggiata: per questo Le siamo doppiamente grati per aver scelto per il bene del nostro Paese.

 

L’Associazione nazionale dei democratici cristiani (ANDC) e la rielezione del presidente Mattarella: evitato il “fascistibile”!

Archiviata la cosiddetta “Prima repubblica”, si è entrati in un periodo di allegria politica teso a superare le radici della presenza democratica dell’Italia nel continente europeo, riprendendo e rivitalizzando un “ideologia della dominanza” che ha contribuito a rinverdire il “fascistibile”, qualcosa di sopito, ma pericolosamente latente nel corpo sociale italiano.

Alcune settimane fa come Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) ci pemettemmo di rivolgere un appello al Presidente Mattarella affinchè prendesse in considerazione la possibilità di accettare un secondo mandato presidenziale: la cronaca di questi giorni e direi di queste ore ci ha dato ragione!

La delicatezza del momento politico, l’emergenza della situazione sociale e, non disgiunto da ciò, il prestigio e l’imparzialità del Presidente, ovunque apprezzata e stimata, ci ha dato uno scenario che fino a qualche giorno fa sembrava impossibile. Nel contempo ci consente alcune riflessioni spontanee ma, credo, non peregrine. Il mondo politico italiano patisce da quasi trent’anni l’assenza di partiti politici e con essa l’assenza di una politica con un progetto basato sull’espressione di un vero pensiero politico. Lo scenario di formazioni che in questi tre decenni si sono trasformate o mimetizzate per nascondere la miseria ingannevole e populista degli slogan da esse propinati, ha condotto all’erosione di una ben che minima parvenza di costrutto democratico, con la conseguenza di scene degne del peggiore – non migliore – avanspettacolo di provincia.

Aver affidato a personaggi privi di cultura civica il destino dell’Italia, aver seguito i loro propinamenti demagogici e averli, cosa grave, pure votati nelle diverse elezioni, ha prodotto l’eclisse della politica e la crisi della democrazia. L’appiattimento sulla figura del leader di un partito o di un movimento, a volte capaci solo di poter guidare l’assalto ai forni o la caccia all’untore di manzoniana memoria, ha ridotto il nostro paese alla derisione del mondo democratico per non saper esprimere non tanto una figura politica in grado di rappresentare la più alta magistratura dello Stato, quanto piuttosto la “verità” che la democrazia – non una dottrina politica ma un ideale politico – necessita di un “metodo”, di un confronto tra le posizioni, le aspirazioni, le esigenze, con un piccolo prerequisito non da poco: mostrare, tutti, di avere un pensiero da esprimere! 

Quando si è archiviata la cosiddetta “Prima repubblica”, si è entrati in un periodo di allegria politica teso a superare quelle che sono state le radici della presenza democratica dell’Italia nel continente europeo, riprendendo e rivitalizzando un “ideologia della dominanza” che ha contribuito a rinverdire qualcosa di sopito, ma pericolosamente latente nel corpo sociale italiano: qualcosa che definire “fascistibile”. Voglio riferirirmi all’aver identificato la presenza del leader politico come il protagonista incontrastato dell’azione politica, mentre sono i partiti il vero nucleo di una sana democrazia parlamentare, come sancisce la nostra costituzione, per passare da cittadino-Stato a cittadino-persona. Le condizioni di un partito che sia veramente espressione di una cultura democratica devono legarsi all’espressione di organi interni rappresentativi e distinti, cosi come era nella Prima repubblica, non solo la voce del leader o, peggio, il comando del capopopolo del movimento di turno. 

Voglio ricordare che l’Italia, uscita con le ossa rotte dalla seconda guerra mondiale, con una dinastia fuggiasca e fellona che l’aveva portata in conflitto con il mondo intero, ebbe la forza di dimostrare la propria vitalità e il proprio vigore di giovane democrazia scegliendo, appunto, il “metodo” democratico e indicando essa stessa la strada per superare ogni aporia internazionale. Ciò avvenne il 20 novembre 1948, all’indomani di una competizione difficile che il nostro paese aveva affrontato e che pure spinse Alcide De Gasperi, primo fra tutti i leader europei a scegliere la strada di una futura unità europea, svolgendo a Bruxelles una lectio magistralis su “Le basi morali della democrazia”. In questa lezione lo statista dimostrò come la democrazia debba sempre dotarsi di un metodo fondato non solo sul riconoscimento dei principi nati dalla rivoluzione francese, uniti ai diritti della coscienza di ogni persona, ma che essa può vivere solo nel confronto tra posizioni differenti, capaci di arricchire il dibattito e creare quell’”uomo democratico” che i leader di questa ormai morente Seconda repubblica ignorano, pensando sempre a ipotetici balconi o virtuali allocuzioni. 

Il paese esige una classe dirigente decente, non un “fascistibile” riverniciato di chi cerca solo il potere, espressione non di dominio bensì manifestazione di  prestigio. E in questi giorni mi è parso assente in tutti gli schieramenti del Parlamento italiano!

 

Prof. Giulio AlfanoPresidente dell’Istituto Emmanuel Mounier-Italia e Presidente emerito dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

 

Per leggere o rileggere l’ordine del giorno dell’ANDC

 

Evviva! L’acclamazione degli antichi romani, “Io triumphe”, vale oggi per Mattarella. Poi investiamo sul cambiamento.

Il centro destra esce distrutto da questa vicenda, con la Meloni che si riconferma nel suo ruolo di unica opposizione parlamentare, mentre si sta costruendo una proposta di nuovo centro politico. Un centro democratico popolare, liberale e riformista, ampio e plurale, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della sua identità.

Io triumphe, così si acclamava a Roma l’elezione dell’imperatore e così scriveva Gianni Brera nel 1982, dopo la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Uso anch’io quest’acclamazione con la riconferma del duo Mattarella-Draghi, innanzi tutto perché comporta garanzia di stabilità politica e istituzionale, di cui il Paese ha bisogno, e anche perché, modestamente, era ciò che avevo indicato il 18 gennaio scorso con la mia nota: prevalga il buon senso.

Il buon senso ha prevalso e pure c’è stato l’appello al Presidente Mattarella di Mario Draghi a nome della maggioranza di governo; appello confermato dalla visita processionale dei gruppi parlamentari al Quirinale nel primo pomeriggio di ieri. I tentativi di Salvini di imporre un presidente di centro destra sono falliti, così come quelli operati sino all’ultimo dalla Meloni di rompere l’unità della maggioranza di governo. Il centro destra ha vissuto la difficoltà del gruppo di Forza Italia, privata della presenza del suo leader, insieme alla serie di errori tattici di Salvini, stretto nella morsa tra restare dentro la maggioranza di governo e conservare l’unità del centro destra, sempre più egemonizzato dalla Meloni e Fratelli d’Italia.

Il centro destra esce distrutto da questa vicenda, con la Meloni che si riconferma nel suo ruolo di unica opposizione parlamentare, mentre si sta costruendo una proposta di nuovo centro politico (Toti, Calenda, Renzi, Brugnaro) facilitato dalla saggia decisione di Pierferdinando Casini di ritirare la sua candidatura, nel momento in cui la maggioranza di governo, comprensiva del suo partito, il Pd, ha deciso di fare appello alla disponibilità di Mattarella per il reincarico. Una prospettiva alla quale anche noi DC e Popolari dovremo guardare con interesse, dato che serve concorrere alla costruzione di un centro democratico popolare, liberale e riformista, ampio e plurale, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della sua identità.

Forti tensioni anche nel M5S dove Conte dovrà tenere presenti le dissonanze del giovane rampante Di Maio che, in una fase delicata come quella di ieri, all’annuncio di una possibile candidatura della Belloni, con un comunicato improvvido è riuscito a smarcarsi insieme da Conte e dallo stesso capo spirituale Beppe Grillo. Insomma un’elezione che rappresenta un momento di svolta rilevante della politica italiana per la quale non si può applicare la formula gattopardesca del: cambiare tutto perché tutto resti come prima, dato che nelle prossime settimane assisteremo a processi seri e, in taluni casi dolorosi, di scomposizione e ricomposizione nelle e tra le forze politiche.

Resta confermata la maggioranza di governo che potrà/dovrà impegnarsi a risolvere le grandi questioni aperte: pandemia, energia, inflazione, disoccupazione, debito pubblico con tutti gli adempimenti connessi al PNRR, sino alla scadenza naturale della Legislatura. Ancora una volta, alla fine, nonostante lo spettacolo di questa settimana, amplificato da una copertura mediatica (radio,TV e social media) senza precedenti, il buon senso è riuscito a prevalere, anche se sarà molto difficile restare fedeli al mandato costituzionale dell’elezione indiretta del presidente della Repubblica. Anche a chi come molti di noi sono fedeli, senza se e senza ma, alla Repubblica parlamentare, un serio approfondimento su questa delicata materia si imporrà. 

Avendo ereditato dai nostri padri “la più bella Costituzione del mondo”, qualora si mettesse mano a uno stravolgimento istituzionale clamoroso come quello del passaggio a una Repubblica di tipo presidenziale, è evidente che l’intero assetto repubblicano andrebbe rivisto. Un cambiamento per il quale solo un’assemblea costituente eletta ad hoc potrebbe por mano. Prima di un tale rivolgimento, però, serviranno ben altri partiti da organizzarsi e consolidarsi su basi autenticamente democratiche secondo i dettami dell’art. 49 della Costituzione.

Torna la questione del proporzionale. Dopo la conferma di Mattarella occorre dare all’Italia un rinnovato sistema politico.

Emerge in modo chiaro e netto che il ritorno di un sano e legittimo sistema elettorale proporzionale è oggi l’unica condizione per ridare credibilità alla politica, trasparenza degli atteggiamenti politici e un minimo di coerenza di ciò che predicano e di ciò che poi praticano i singoli partiti.

Non tutto vien per nuocere. È un vecchio proverbio ma è sempre attuale e convincente. L’incredibile e paradossale scenario a cui abbiamo assistito in questi giorni per l’elezione del Presidente della Repubblica ci ha portato ad alcune conclusioni che sono sotto gli occhi di tutti. Osservatori, esperti del settore e cittadini comuni. Uno su tutti, e credo il più importante. Ovvero, la fine irreversibile e senza ulteriori ipocrisie degli schieramenti politici che abbiamo conosciuto sino ad oggi. E con il tramonto degli schieramenti, la fine del sistema elettorale che li ha giustificati, cioè il sistema maggioritario.

Ecco perchè, d’ora in poi – e cioè dopo questa inguardabile e quasi incommentabile sceneggiata – il sistema proporzionale si staglia all’orizzonte. Partiamo dal centro destra. Ci sono tre partiti che, ormai, hanno tre strategie politiche diverse. Chi ha una maggior attitudine alla cultura di governo, cioè Forza Italia; chi coltiva con maggior interesse di stare all’opposizione perchè hanno una storica cultura di opposizione, cioè i Fratelli d’Italia; e c’è chi sta in mezzo a due fuochi perchè non rinuncia nè al governo e nè all’opposizione, cioè la Lega di Salvini. Come faccia questa coalizione a puntare sul maggioritario resta, francamente, un mistero della fede.

Nel campo della sinistra resta il massimalismo della sinistra con l’alleanza con un partito, i populisti dei 5 stelle, che non si sa più quante strategie hanno al loro interno. Ovvero, ognuno corre per sè e non si sa neanche più chi esercita la leadership in quel partito. Più che un partito è un grande movimento diviso in fazioni, bande e pseudo capi che coltivano strategie diverse e opposte fra di loro. Anche su questo versante, conservare il maggioritario più che una strategia a lungo termine è una bestemmia politica.

E poi c’è la galassia centrista che finalmente si riorganizza e si ricompatta attorno ad un disegno politico che proprio dopo questo fallimento della politica nel suo complesso riemerge in tutta la sua corposità. Ovvero, il decollo di un partito di centro che sappia declinare concretamente ed autenticamente una “politica di centro”. Elementi che sino ad oggi sono clamorosamente scomparsi dall’orizzonte politico perchè sacrificati sull’altare del dio maggioritario da un lato e di un finto bipolarismo dall’altro. Un bipolarismo più orientato all’annientamento del nemico che alla satireggiai del confronto e del dialogo. Una sorta di logica degli “opposti estremismi” poco compatibile con una normale e fisiologica democrazia dell’alternanza. E anche su questo versante il sistema maggioritario non può che essere un ostacolo da liquidare al più presto.

Ma, al di là di questi giudizi politici che non sono opinioni ma una semplice fotografia – peraltro oggettiva e quindi poco discutibile – emerge in modo chiaro e netto che il ritorno di un sano e legittimo sistema elettorale proporzionale è oggi l’unica condizione per ridare credibilità alla politica, trasparenza degli atteggiamenti politici e un minimo di coerenza di ciò che predicano e di ciò che poi praticano i singoli partiti. Un sistema proporzionale che adesso, semplicemente, si impone. Per il bene della democrazia, per la credibilità del sistema politico e anche per la salute e una ritrovata identità politica e culturale dei singoli partiti presenti sullo scenario politico nazionale.

 

Il Pd frena Salvini, anche grazie a Berlusconi. Bisogna recuperare l’unità della maggioranza e bloccare le derive sfasciste.

L’augurio a questo punto è che si eviti in extremis di esporre la Belloni al voto, essendo più che probabile la bocciatura da parte dei Grandi elettori.

Lo sforzo del Pd va nella direzione giusta. Non è una scelta apprezzabile l’ultima “invenzione” che l’attivismo di Salvini ha messo in campo lanciando, insieme al mutevole Conte, la candidatura di Elisabetta Belloni (dopo aver bruciato la Casellati, Presidente del Senato). La veemente reazione di Renzi ha chiarito in un baleno che si tratta di una operazione improvvida, lesiva del decoro della Repubblica. Giusta, allora, la richiesta di Letta per una sollecita ricomposizione della maggioranza, altrimenti il nodo del Quirinale si aggroviglia sempre più e strozza quella creatura, strana ma indispensabile, rappresentata dal governo Draghi. Al Nazareno giova per altro l’uscita di Berlusconi, a notte fonda, che certifica la disunione del centrodestra: Forza Italia si dispone a trattare in proprio, senza più deleghe formali o informali.

L’augurio a questo punto è che si eviti in extremis di esporre la Belloni al voto, essendo più che probabile la bocciatura da parte dei Grandi elettori; e che, in alternativa, si prenda a ragionare seriamente tra le forze della maggioranza sulla soluzione più adeguata. È necessario prendere atto che la stabilità del governo ha subito duri colpi nel corso di queste giornate tumultuose: perciò qualsiasi tentativo di forzatura, anche se brillante in apparenza, produce fatalmente uno scossone ai danni dell’esecutivo. Siamo a un passo da una crisi che reca in sé, dopo una gestione irrazionale della vicenda quirinalizia, un’unica prospettiva certa: quella delle elezioni anticipate.

Solo la conferma di Sergio Mattarella può garantire la rilegittimazione della leadership di Draghi e quindi la tenuta del governo. Sempre il Pd ha voluto ricordare che ieri a Montecitorio si è visto quanto sia diffusa e robusta la stima verso l’attuale Presidente della Repubblica. Non sono pochi i 336 voti ottenuti al di fuori di una precisa indicazione di partito. Di questo bisogna pure tener conto, se non si vuole restare prigionieri del funambolismo di Salvini e di chi, come la Meloni, gioca allo sfascio del quadro politico, per andare subito alle elezioni. 

Il Paese non è distratto, segue anzi con crescente apprensione lo sviluppo delle trattative per il Colle, finora inficiate dal mix di spregiudicatezza e disinvoltura di qualche presunto regista. In genere – come si dice – chi rompe paga, ovvero subisce la sanzione degli elettori. Non compiere un atto di responsabilità, in un momento delicato del Paese, mette a rischio la credibilità delle singole forze politiche inadempienti.

Mattarella, un argine al populismo. Un politico di qualità e di severa competenza istituzionale. L’opinione di Farinone.

Una cultura democratica ancorata alla Costituzione ha consentito al Presidente di affrontare con la determinazione indispensabile il fenomeno populista, che proprio negli anni del suo mandato ha espresso una forza non indifferente. Mattarella lo ha contrastato con i suoi modi garbati e gentili, con il suo stile anche felpato, ma con la fermezza che il pericolo esigeva.

Sergio Mattarella è stato un grande Presidente della Repubblica. È questo un giudizio che un’ampia maggioranza della popolazione italiana fa suo. Cosa c’è dietro questo consenso tanto vasto, distribuito nelle diverse zone geografiche del Paese e fra differenti ceti sociali?

Vi sono certo, io credo preminenti, valutazioni derivanti dalla percezione per così dire “istintiva” che nel corso di questi sette anni ciascuno di noi cittadini ha avvertito circa le qualità umane della persona: seria, affidabile, posata, tranquilla ma pure ferma e determinata ogni volta che si fosse reso necessario difendere i principi che stanno alla base della Costituzione italiana. Un politico di qualità e di severa competenza istituzionale che al tempo stesso è un cittadino italiano come chiunque altro, privo di quella più o meno velata arroganza che traspare da molte persone esercitanti un qualche potere sulle altre o su alcune altre. Così è apparso alla gente comune perché così egli è. E quando realtà e immagine percepita coincidono, anche oggi nella società spesso falsa dell’apparenza per una qualche ragione nascosta, ma insita nella dimensione umana di ognuno, le persone lo capiscono, lo intuiscono e lo apprezzano.

Ma oltre a questa dimensione umana così ricca di semplicità, c’è molto di più. C’è innanzitutto una cultura politica, quella del cattolicesimo democratico, che molto ha offerto a questo Paese e che il Presidente Mattarella ha rappresentato al meglio nelle sue espressioni ferme in difesa della Costituzione e dei diritti/doveri in essa presenti nonché nella sua attiva azione in favore di un ruolo rilevante dell’Italia nella costruzione, sempre complicata, dell’edificio comunitario europeo.

E c’è altresì la sapienza costituzionale propria non solo del giurista, del professore del diritto intimamente rimasto tale anche se la vita lo ha condotto a divenire un politico; ma anche e, direi, soprattutto del politico innervato di quella cultura, artefice delle migliori e più intense pagine della Carta fondativa della nostra Repubblica.

Questa intensa cultura democratica ancorata alla Costituzione ha consentito al Presidente di affrontare con la determinazione indispensabile il fenomeno populista, che proprio negli anni del suo mandato ha espresso una forza non indifferente. Mattarella lo ha contrastato con i suoi modi garbati e gentili, con il suo stile anche felpato ma con la fermezza che il pericolo esigeva. Ciò egli ha potuto e saputo fare in virtù della saldezza dei suoi principi costituzionali.

Oggi il M5S ha in buona misura cambiato rotta (anche se non è affatto chiaro se i germi della sua originaria rivolta contro il “sistema” siano definitivamente scomparsi oppure no, o se sono tuttora incistati nel suo vecchio elettorato ancorché meno evidenti o finanche evaporati nei suoi rappresentanti istituzionali) ma non è difficile ricordare la loro ridicola richiesta di messa in stato d’accusa proprio del Presidente Mattarella, solo pochi anni fa; né il sostegno portato in Francia ai gilet gialli dall’allora capo politico e ministro della Repubblica Luigi Di Maio: una crisi con Parigi che non deflagrò solo in virtù dell’immediatezza con la quale Mattarella intervenne presso Macron; né numerosi altri episodi, a cominciare dalla esibita irriverenza di Beppe Grillo verso le figure e i luoghi del ”sistema”, che hanno contraddistinto la via italiana al populismo di marca pentastellata. Che ha trovato però nel Quirinale. Un valico insormontabile. E così pure può dirsi per l’altra forma populista di questa epoca, il sovranismo anti-europeista della Destra e soprattutto quello della nuova Lega nazionalista grande vincitrice dalle elezioni del 2019 per il Parlamento di Strasburgo.

Il populismo grillino e il sovranismo salviniano hanno inoltre attivamente operato per stravolgere la storica collocazione internazionale dell’Italia, con le evidenti aperture nei confronti del regime cinese del primo e le roboanti dichiarazioni esternate dalla Piazza Rossa e non solo del secondo. E sull’europeismo e la collocazione atlantica del nostro Paese è stato Mattarella a tenere la barra diritta, attraverso un sapiente e accorto lavoro di tenuta delle relazioni internazionali al massimo livello diplomatico. 

C’è stato, dunque, durante il settennato il più forte tentativo di scardinamento delle nostre istituzioni e del nostro tessuto di alleanze internazionali. Ad esso si è opposto, con pieno successo, proprio il Presidente Mattarella. Qualcuno magari fa finta di non ricordarselo. E allora è bene rammentarlo. Serve da ammonimento per il futuro. Non si sa mai.

Quirinale, adesso ci vuole il king maker, singolare o collettivo poco importa. Il punto di vista di Merlo.

Il cambiamento improvviso delle posizioni – addirittura nell’arco di poche ore cambiano continuamente e repentinamente i vari scenari – confermano che il trasformismo parlamentare e l’opportunismo politico sono ormai diventati gli assi portanti del modo di fare politica nel nostro paese.

Dopo l’inguardabile e quasi incommentabile sceneggiata a cui assistiamo da alcuni giorni, è arrivato il momento per sciogliere definitivamente il nodo Quirinale. Nell’epoca della frammentazione e della crisi della politica, dei partiti liquidi, dell’assenza di una vera e riconoscibile classe dirigente, è persin ovvio che, per la infinita partita del Quirinale, adesso si deve chiudere. Ad oggi, al di là di alcuni capi partito – pochissimi, per la verità – che guardano con maggior propensione al dopodomani e non esauriscono la politica a ciò che capita entro le 24 ore, è indubbio che l’assenza di un regista autorevole e credibile ha pesato sull’autorevolezza dell’intera politica. E l’avvitamento e il conseguente incartamento di questi giorni sulla vicenda Quirinale lo confermano in modo persin plateale.

Ora, il ‘regista’ prescinde dal peso politico ed elettorale del suo partito di appartenenza e anche dal giudizio che i vari osservatori sentenziano sul soggetto in questione. Del resto, la storia lunga e travagliata della elezione dei Presidenti della Repubblica nel nostro paese hanno sempre avuto il timbro di un regista – singolare o collettivo poco importa – e, quindi, di una politica che esiste ancora. Era abbastanza evidente che la crisi profonda e terribile della politica emersa in questi ultimi anni dominati e caratterizzati dal populismo e dall’antipolitica del populismo dei 5 stelle e che ha contagiato, purtroppo, larghi settori della stessa politica italiana, non poteva non produrre questo stallo e lo spettacolo, abbastanza singolare, a cui stiamo assistendo. 

E c’è un ulteriore elemento che contribuisce ad aggravare ulteriormente l’intero scenario politico italiano in questo momento abbastanza drammatico per l’intero paese per le motivazioni note a tutti. E cioè, il cambiamento improvviso delle posizioni – addirittura nell’arco di poche ore cambiano continuamente e repentinamente i vari scenari – confermano che il trasformismo parlamentare e l’opportunismo politico sono ormai diventati gli assi portanti del modo di fare politica nel nostro paese. Che, oltretutto, sono le due derive che hanno costellato i vari passaggi parlamentari in questi ultimi anni, almeno dopo il boom elettorale dei 5 stelle nel marzo del 2018.

Ecco perchè se la politica vuole invertire la rotta è giunto il momento che attorno a questa partita del Quirinale si stagli la figura di un ‘king maker’ che sia in grado di far combaciare i desiderata dei partiti – o almeno la stragrande maggioranza di essi – con l’autorevolezza, la qualità e la terzietà del candidato a Presidente. Una figura che, lo ripeto, al di là del peso elettorale del suo partito e del gradimento tra la pubblica opinione sappia indicare una via d’uscita. Credibile e politicamente percorribile. Perchè senza questa figura politica che sappia sciogliere il nodo della matassa sempre più aggrovigliata che si è creata, si avrà una ricaduta negativa a cascata. Che parte dal Quirinale e che rischia di coinvolgere il governo e l’intero Parlamento. Il tutto, soprattutto, in un contesto politico dove sta per esplodere una “questione sociale” difficilmente rimuovibile e destinata a lasciare i suoi segni nel corpo vivo del paese.

Occorre, cioè, fare in fretta. È fondamentale ed utile per tutti gli italiani. Non solo per la credibilità della politica ma, soprattutto, per l’intero sistema democratico e costituzionale.

In the mood for war. Lo “Speciale Ucraina” dell’ISPI.

Macron sente Putin al telefono e stasera parlerà con il leader ucraino Zelensky. La via d’uscita diplomatica alla crisi ucraina passa per l’Europa?

Paolo Magri

È ancora presto per dirlo, ma l’escalation militare lungo il confine orientale dell’Ucraina potrebbe trovare una soluzione diplomatica anche grazie agli sforzi europei. Dopo giorni febbrili di colloqui e incontri, oggi il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto un colloquio telefonico di circa un’ora con il suo omologo russo Vladimir Putin e stasera – fa sapere in una nota l’Eliseo – parlerà con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Se nulla, al momento, è filtrato sui contenuti dei colloqui, è fuor di dubbio che Macron, presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europa, si sia fatto portavoce di una mediazione – sostenuta anche da Italia e Germania – per cercare di disinnescare la crisi ucraina e le tensioni crescenti tra Mosca e Washington. Quest’ultimo tema sarà sul tavolo anche nell’incontro che il prossimo 7 febbraio il cancelliere tedesco Olaf Scholz avrà con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden a Washington. L’Europa stretta tra due fuochi, insomma, cerca una via d’uscita ad un conflitto che non conviene a nessuno, senza che nessuno ci perda la faccia. Nelle scorse settimane molto si era detto dell’assenza della Ue ai tavoli decisivi per le sorti della sua stessa sicurezza. Se Putin “sa perfettamente come giocare sulle divisioni tra gli europei”, come osserva un editoriale di Le Monde, dargli l’opportunità di farlo non invitando la Ue ai colloqui stavolta non ha giocato in favore di nessuno, nemmeno degli Stati Uniti. “Ma è anche a Washington che i 27 devono mandare un messaggio chiaro, unito e deciso – prosegue il quotidiano francese – Il futuro del continente europeo non può essere negoziato senza la Ue”. 

 

La crisi vista da Kiev

 

Che lo scontro tra Mosca e Washington vada oltre il loro interesse nazionale lo hanno capito anche gli ucraini, che da giorni esortano tutti – americani compresi – ad abbassare i toni, avvertendo esplicitamente e persino in contraddizione con quanto sostenuto dagli alleati che un’invasione di terra da parte dei russi “non è imminente”. Non preoccupatevi, dormite sereni, non c’è bisogno di tenere le valigie pronte sotto il letto”, ha detto il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov intervenendo al parlamento di Kiev mentre il presidente Zelensky ha addirittura criticato la decisione di alcuni paesi alleati – tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Germania e Canada – di ritirare parte del loro corpo diplomatico come “un’esagerazione che non riflette l’imminenza di un attacco”. Ciononostante, il presidente americano Biden è tornato a ribadire al suo omologo ucraino “la chiara possibilità che la Russia possa invadere l’Ucraina a metà febbraio”Secondo la Cnn, “la frustrazione a Kiev è aumentata man mano che la retorica statunitense contribuiva alla corsa alla svalutazione della moneta nazionale e a indebolire l’economia”, scoraggiando gli investitori e “provocando pericolose brecce di instabilità politica”.

 

Il dilemma di Ankara

 

Anche il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, cerca di ritagliarsi un ruolo di mediatore nella crisi. Putin ha accettato un suo invito ad Ankara e Erdogan ha fatto sapere che vedrà nei prossimi giorni, separatamente, anche Zelensky. “La Russia non sarebbe saggia ad attaccare, e in quel caso la Turchia agirebbe di conseguenza”, ha detto il leader della Turchia, membro Nato e, dopo gli Stati Uniti, secondo esercito dell’Alleanza per numero di uomini. Ankara ha ottimi rapporti con l’Ucraina, ma è anche un cliente dell’industria militare russa e con il Cremlino è presente in alcuni fronti caldi, dalla Siria alla Libia, fino al Nagorno-Karabakh. È difficile pensare che il tentativo conduca davvero a un risultato, ma è un sforzo che Erdogan sa di dover fare: in caso di conflitto, la Turchia sarebbe chiamata in causa e si troverebbe a dover scegliere da che parte stare: “Il sostegno alla Nato nella regione del Mar Nero ha più volte sollevato interrogativi a Mosca sull’impegno di Ankara nei confronti della Convenzione di Montreux del 1936 – spiega il quotidiano Al Monitor – La convenzione regola il traffico marittimo attraverso lo stretto turco del Bosforo e dei Dardanelli e impone rigide limitazioni alle navi militari degli stati non costieri, limitando di fatto l’accesso delle forze navali statunitensi e Nato al Mar Nero”.

 

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Quirinale, Salvini tira dritto. In realtà è vicino al tracollo, vista la difficoltà di raccogliere consensi sulla candidatura della destra.

Il vertice del centrodestra si è concluso a tarda notte con il via libera a una candidatura – spetta a Salvini individuare quale – che dovrebbe significare una precisa volontà di sfondamento tra i Grandi elettori. In realtà i numeri sono sempre gli stessi, e non bastano. A che serve la mossa? Il protagonismo salviniano è giunto a un punto limite, con il pericolo di un tracollo improvviso. A farne le spese è già il governo Draghi.

Stiamo uscendo dal clima un po’ goliardico delle prime giornate e affiorano timori sempre più marcati nei commenti degli osservatori. 

La vicenda del Quirinale si presenta nella forma peggiore, come un torneo rusticano o un gioco d’azzardo, senza un punto di discrimine visibile tra ciò che si può o non si può fare nella cornice di un sano principio di responsabilità. Prima delle candidature viene la questione di un governo che poggia su una maggioranza anomala, figlia dell’emergenza sanitaria ed economica; un governo, dunque, che traduce la sua debolezza politica in forza istituzionale grazie a un premier, voluto da Mattarella, stimato a livello internazionale. È evidente che l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica esige la tenuta di questa maggioranza governativa, anche se anomala. Ed è altrettanto evidente, all’inverso, che la fuoriuscita da questo schema produce l’indebolimento o peggio la caduta della compagine ministeriale.  

È stato il Partito democratico, come è noto, a porre sotto i riflettori il dato di questa semplice e incontrovertibile verità. Forse doveva rendere il concetto più esplicito, forse doveva assumerlo a premessa di ogni confronto. Così non è stato e ciò ha comportato l’impazzimento dei rapporti, fino a dover patire una conduzione delle trattative a dir poco disordinata. Ora siamo di fronte alla prova di forza, con il passaggio ad un voto di schieramento, centrodestra contro centrosinistra, che non lascia prevedere il successo dell’operazione. Per questo Salvini è sull’orlo del fallimento, non avendo più margini di manovra dopo la probabile sconfitta odierna su uno dei nomi lanciati nei giorni scorsi dal centrodestra. 

C’è solo da augurarsi che subito dopo, avendo consumato la pretesa dell’autosufficienza, Salvini si disponga finalmente ad un atteggiamento più libero e costruttivo, per il bene del Paese.

Un parlamento annichilito in attesa di un nome

Difficile commentare ciò che sta accadendo a Montecitorio per scegliere un nuovo Capo dello Stato.

Le elezioni del Presidente della Repubblica in Italia sono sempre state in un certo senso speculari ai sentimenti contingenti espressi dalla società civile : lo sparigliamento e la condizione di sospensione che si percepisce nel paese reale si riflette nelle incertezze e nelle indecisioni del paese legale.

Ogni elezione ha avuto una storia a sé – dai tempi delle convergenze parallele, alla logica dei due forni, dall’età dello stragismo, ai condizionamenti congressuali dei singoli partiti, dalle stagioni balneari e quelle dell’unanimismo anche stavolta la rappresentazione nel teatrino della politica si ripete. In epoca di soggettività e di mancanza di forte collante sociale i grandi elettori sono come i personaggi in cerca d’autore di cui narrava Pirandello. Tra strategie finte o presunte, tattiche, veti incrociati si gioca una partita che riguarda in primo luogo la quintessenza e l’esigenza principale della politica: la preoccupazione di non soccombere e di valicare questo ostacolo per prorogare la legislatura fino al termine naturale. 

La politica teme Draghi e non vuole farsi guidare da due tecnici, uno al Quirinale e l’altro a Palazzo Chigi. Mentre scrivo si è chiusa la quarta votazione dove astensioni e schede bianche l’hanno fatta da padrone:

magari domani vedremo la luce del sole e una fumata bianca, tutto è imponderabile giorno per giorno.

Intanto nel Paese tutto langue ed attende, mente la pandemia prosegue la sua corsa: i riflettori si sono spostati alla Camera e delle urne escono anche nomi irriverenti per un mandato alto e la scelta di una figura al di sopra delle parti, che anteponga gli interessi della collettività a quello delle coalizioni, la serietà del ruolo.

Questa volta la politica è come il re nudo che paga lo scotto di scelte sbagliate, di rappresentanze parlamentari non più rispondenti alla società civile, dove ciascuno postula una certa primazia. 

La consistenza spropositata del gruppo misto nelle due Camere spiega lo sfarinamento e il trasformismo di questa legislatura.

Il protagonismo dei capi partito dimostra che la democrazia come espressione della volontà popolare è un ossimoro che copre l’oligarchia di un ristretto numero di persone che oggi giocano ai dadi il nome del futuro ospite del Quirinale mentre per l’anno prossimo, alla scadenza del mandato, non hanno ancora indicato un sistema elettorale che premi il diritto di scelta dei cittadini: saranno ancora loro che stabiliranno i capilista dei collegi e quindi gli eletti sicuri, i vassalli e i valvassori fedeli.

Molti sanno che non torneranno più ad occupare gli scranni parlamentari e cercano di protrarre la propria agonia politica fino al termine del mandato.

Perché chi ha deciso la riduzione dei posti e la rimodulazione dei collegi elettorali non pare più disposto a mantenere fede alla promessa di evitare ricandidature oltre il doppio mandato.

Quando il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita, uno che di politologia se ne intende, afferma che la politica in crisi verticalizza sempre vuol dire che il gap che separa gente e istituzioni è destinato a divaricarsi. Questa democrazia si sta lentamente orientando verso scelte elitarie.

E la ricerca spasmodica e senza esito di un nome condiviso che rappresenti il Paese e l’unità di intenti nel perseguimento del bene comune è la rappresentazione plastica del più deteriore bipolarismo, la sua più negativa rappresentazione.

C’è molta spettacolarizzazione intorno a questo voto ma poche idee che orientino verso una persona che sia espressione del Paese e suo più alto garante: più si prolungano le trattative senza esito, più ne esce potenzialmente condizionata l’immagine della persona super-partes che si poteva concordare in questi mesi di attese inutili e di tatticismi e rinvii esasperati.

Tutti sanno in cuor loro che se fosse stato chiesto a Mattarella di rimanere al suo posto., se tutte le forze politiche – consapevoli della fase critica che stiamo  attraversando – si  fossero presentate al Quirinale con una proposta di ricandidatura forse oggi racconteremmo un’altra storia.

Spero di essere smentito: nomi autorevoli ce ne sono in giro, ciò che manca è l’umiltà del passo di lato, ogni forza politica  si ritiene depositaria del diritto di porre veti e di bocciare candidature altrui. Magari domani (oggi per chi legge) un nome può uscir fuori ed essere condiviso: il giorno della scelta è solo il primo di sette anni di lavoro che attendono il nuovo Presidente, calato il sipario sulla grande kermesse parlamentare tutti dovranno rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. In un Parlamento annichilito nella propria autoreferenzialità e in un Paese profondamente disorientato c’è bisogno di qualcuno che sappia parlare a tutti.                 

Ad Auschwitz le porte dell’inferno. Il messaggio di Sergio Mattarella nel Giorno della Memoria.

Il Presidente della Repubblica ha voluto ricordare la “delirante ideologia basata su grottesche teorie di superiorità razziale”, il cui impatto drammatico ha comportato in breve tempo la cancellazione dei “valori antichi di solidarietà, convivenza, tolleranza e perfino i più basilari sentimenti umani: quelli della pietà e della compassione”. 

Nel Giorno della Memoria, che ricorda le vittime dei campi di sterminio nazisti e il folle e criminale progetto di genocidio degli ebrei d’Europa, voglio far giungere a tutti i partecipanti alla cerimonia ufficiale – che si svolge quest’anno al Ministero dell’Istruzione – agli studenti, ai telespettatori la mia vicinanza e il mio sostegno.

Quando le truppe russe entrarono nel campo di Auschwitz – la più imponente e sciagurata macchina di morte mai costruita nella storia dell’umanità – si spalancarono di fronte ai loro occhi le porte dell’Inferno. 

Nel cuore dell’Europa si era aperta una voragine che aveva inghiottito secoli di civiltà, di diritti, di conquiste, di cultura. Una delirante ideologia basata su grottesche teorie di superiorità razziale aveva cancellato, in poco tempo, i valori antichi di solidarietà, convivenza, tolleranza e perfino i più basilari sentimenti umani: quelli della pietà e della compassione. 

La storia aveva subito, in meno di un ventennio, un tragico stravolgimento, tornando a concezioni e pratiche barbare e crudeli, che si pensava fossero retaggio di un passato ormai remoto.  Guerra, stermini, eccidi ne furono le tragiche ma inesorabili conseguenze.

La giornata della Memoria, che si celebra oggi in tutto il mondo, non ci impone solamente di ricordare i milioni di morti, i lutti e le sofferenze di tante vittime innocenti, tra cui molti italiane.  Ma ci invita a prevenire e   combattere, oggi e nel futuro, ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza. A partire dai banchi di scuola. Perché la conoscenza, l’informazione e l’educazione rivestono un ruolo fondamentale nel promuovere una società giusta e solidale. E, come recenti episodi di cronaca attestano, mai deve essere abbassata la guardia Auschwitz, con i suoi lugubri reticolati, le ciminiere e le camere a gas, è diventato il simbolo dell’orrore nazista, del male assoluto. Ma è, e deve essere, la testimonianza costante di quali misfatti sia capace l’uomo quando si abbandona, tradendo la sua stessa umanità, a sentimenti, parole e ideologie di odio e di morte».

Quirinale. Mons. Russo: “Prossimo presidente sia una figura di garanzia” (AgenSir).

Illustrando il comunicato finale del Cep, mons. Russo ha tracciato anche l’identikit del nuovo presidente della Repubblica, mentre sono in corso le votazioni. Emergenza sanitaria, Sinodo, Mediterraneo, giovani, abusi, eutanasia gli altri temi della conferenza stampa, cominciata con la lettura di una dichiarazione sul Giorno della Memoria.

 

  1. Michela Nicolais

 

Sul prossimo presidente della Repubblica “c’è stata una dichiarazione del cardinale presidente che è stata condivisa e apprezzata”. Così mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha risposto alle domande dei giornalisti durante la presentazione del comunicato finale del Consiglio episcopale permanente, terminato ieri a Roma. “L’auspicio – ha proseguito Russo tracciando una sorta di identikit ideale del nuovo capo dello Stato, mentre in Parlamento sono in corso le procedure per l’elezione – è che sia una figura di garanzia, capace – soprattutto in un tempo come questo – di favorire e di lavorare per l’unità del Paese”. “Abbiamo necessità soprattutto di questo, di camminare insieme”, ha concluso.

 

Giorno della Memoria. A nome dei vescovi italiani, il segretario generale ha letto inoltre una dichiarazione sul Giorno della Memoria. “L’appello della Chiesa che è in Italia è che il Giorno della memoria sia monito per una cultura di pace, di rispetto e di fratellanza”, si legge nella dichiarazione: “Purtroppo, nonostante un passato così drammatico, ancora oggi facciamo esperienza quotidiana di minacce e manifestazioni di violenza. Guerre, genocidi, persecuzioni, fanatismi vari continuano a verificarsi, anche se la storia insegna che la violenza non porta mai alla pace. Oggi ribadiamo: mai più crimini così grandi per l’umanità!”.

 

Emergenza sanitaria. “C’è preoccupazione per i sacerdoti no vax. Ribadiamo l’importanza morale di vaccinarsi, che significa volere il bene di sé stessi e degli altri, della comunità”, ha ribadito Russo, spiegando che l’intenzione della Chiesa italiana “è di farsi prossimi a queste situazioni, e laddove persistano di fare tutto il possibile per mettere in sicurezza le persone che prendono parte alla vita della Chiesa”.

 

Sinodo. “C’è entusiasmo per il percorso sinodale che sta compiendo la Chiesa italiana, in sintonia con il Sinodo della Chiesa universale indetto dal Papa”. Nell’affermarlo, il segretario generale della Cei ha assicurato che “pur in un tempo così difficile il percorso sinodale sta contagiando le nostre comunità e sta coinvolgendo i giovani. Il tempo di ascolto, che caratterizza questo primo anno e anche il prossimo, è un tempo efficace per recuperare dal territorio suggerimenti su come camminare”. Una “tappa importante” del percorso sinodale sarà la prossima Assemblea dei vescovi italiani, in programma a maggio.

 

Mediterraneo. “Un’occasione bella, che mette in evidenza la necessità di incontrarsi per edificare ponti tra di noi”. Così Russo ha definito la novità dell’incontro su “Mediterraneo, frontiera di pace” in programma a Firenze dal 23 al 27 novembre, in cui per la prima volta vescovi e sindaci delle aree del Mare Nostrum lavoreranno prima parallelamente e poi insieme, per ritrovarsi poi ancora insieme alla presenza del Papa nel giorno finale dei lavori. “E’ una formula nuova interessante”, ha commentato il segretario della Cei a proposito dell’imminente appuntamento, che giunge a due anni da quello analogo di Bari, anch’esso caratterizzato dalla presenza conclusiva del Santo Padre: “Vescovi e sindaci si confronteranno su tematiche simili, legate alla fratellanza e alla cittadinanza. La speranza è che da lì giungano linee e intenzioni comuni nel segno di un’azione di pace e di comunione, di cui vogliamo essere noi per primi testimoni”.

 

Giovani. “I giovani hanno voglia di ritrovarsi, sentono il desiderio di essere protagonisti, pur nelle difficoltà della pandemia”. Parola di mons. Russo, che a proposito del “ritiro sociale” degli adolescenti al tempo del Coronavirus ha fatto notare come in parte sia dovuto “alle difficoltà delle famiglie, alla necessità di mettere in sicurezza i propri figli con tutto ciò che ne deriva”, ma dall’altra a “un processo che non comincia ora”. Quello attuale, però, secondo il segretario generale della Cei “è un tempo di ripresa: dove vengono messe in campo iniziative per i giovani, in genere i giovani rispondono positivamente all’appello. E questo è successo e succede anche in questo periodo di pandemia”. “Fin dall’inizio della pandemia – ha spiegato infatti mons. Valentino Bulgarelli, direttore dell’Ufficio catechistico nazionale della Cei – c’è stata una grande attenzione ai giovani. Abbiamo cercato di sostenere le parrocchie, i catechisti, gli oratori con proposte e strumenti che hanno loro consentito di essere molto attenti a quello che stava accadendo”. Il prossimo incontro dei giovani con il Santo Padre, il 18 aprile in piazza San Pietro, è nato proprio “dalla necessità di ritrovare luoghi e spazi per stare insieme”, ha spiegato Bulgarelli.

 

Abusi. Rispondendo alle domande dei giornalisti sull’intenzione o meno della Chiesa italiana, sull’esempio di alcune Conferenze episcopali, di affidare ad un organismo indipendente un’indagine sugli abusi commessi ad membri del clero nel nostro territorio, il segretario generale della Cei ha spiegato: “Stiamo facendo un lavoro molto serio per la costituzione di una rete: non ci interessa tanto la quantità, ma la qualità, e al primo posto c’è l’attenzione alle vittime”. “In Italia – ha ricordato – ci sono 227 diocesi e oltre 27.500 parrocchie: se faremo un’indagine, la faremo in modo attento al fatto che sia significativa rispetto ai risultati. Vogliamo che i dati siano quanto più possibile attendibili. E questo lavoro che stiamo mettendo in campo può aiutare”.

Eutanasia. Non è mancato un riferimento al disegno di legge sull’omicidio del consenziente: durante il Cep, ha riferito Russo, “ha avuto grande risonanza l’appello del card. Bassetti a scongiurare la liberalizzazione dell’eutanasia, facendo leva su situazioni che richiederebbero ben altro tipo di risposte”. La strada indicata dalla Chiesa italiana, ha ricordato il vescovo, “è quella dell’accompagnamento e l’aiuto, per ritrovare ragioni di vita”.

Chi vestirà la maglia rosa?

Non appena si cita un candidato nasce un vespaio; se in serbo se ne ha un altro, apriti cielo; un terzo è meglio non sfiorarlo, potrebbe essere fulminato all’istante.

A un passo dal traguardo, domani (oggi per chi legge, ndr) è altamente probabile che il Parlamento si decida una buona volta, a chiudere la partita. Diventerebbe particolarmente ridicolo che protraessero i giochi oltre il limite di questa settimana e scomodassero, questi poveri elettori, a starsene a Roma anche il sabato e la domenica. Quindi, prevedo che durante queste ore siano tutti inclini a far le valige per domani.

Questa vicenda mette a nudo come sia complessa la politica. Non può mai essere scordato il buon senso, viene sempre convocata una buona dose di razionalità, ma tra i piedi c’è sempre una smisurata quantità di passione, di intrighi, di gelosie ed invidie e la coda non può mai mancare della più feroce irrazionalità. Bisogna fare i conti con tutto questo. Non appena si cita un candidato nasce un vespaio; se in serbo se ne ha un altro, apriti cielo; un terzo è meglio non sfiorarlo, potrebbe essere fulminato all’istante. Insomma, come ben capite, navigano tutti in un mare piuttosto tenebroso. 

Sono doglie piuttosto dolorose. Abbiamo iniziato con la presenza di Silvio Berlusconi, tutti ce la siamo già dimenticata. Facessi altri nomi, che sono stati comunque proposti, sono convinto che li avete già, come li ho io, archiviati e completamente scordati. 

Ora, sul far del crepuscolo, non si può più scherzare. Restano in ballo sostanzialmente due o tre nomi. Tranne uno, pescato dalla politica, gli altri sono espressione di società civile. 

 Il primo è Ferdinando Casini. Avrà sufficiente consenso per essere incoronato? Qualche dubbio io ce l’avrei. È uomo che è stato un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Ha qualche estimatore, ma nutro sostanziali sospetti che ci sia un bel numero di elettori che potrebbero invidiarlo troppo. 

Mario Draghi, nome che se ne stava li sin dall’inizio. La pedina più ambiziosa. Ma anche quella che spostandosi creerebbe un sacco di problemi. Forse, tra tutti, quello a cifra più tonda e alta. Ma spostarlo da Palazzo Chigi comporterebbe un frastuono troppo forte per i Parlamentari a rischio di andarsene anzi tempo a casa.

Sabino Cassese, il suo limite è anagrafico. Ottantasette anni. Come si fa ad eleggere un Presidente che non ha dalla sua il tempo minimo per svolgere a dovere il suo incarico? Credo che le speranze siano al lumicino.

Elisabetta Belloni, annovera un vantaggio che altri non hanno. Sarebbe una Presidente donna. Non è un elemento da sottovalutare. Esperta nelle istituzioni, alle spalle un curriculum di tutto rispetto, non compromessa con alcun partito, potrebbe per questo essere la persona che più di tutti metterebbe a tacere le critiche di ambo i lati.

Come si vede ho dato una preminenza, ma ho giocato solo con il buon senso. Basterà? Non credo, ed è per questo che come voi, seguirò con attenzione l’evolversi della situazione dopo la votazione di oggi.

 

 

Sulla giornata della Memoria

In questa giornata ricordiamo la catastrofe, per usare un’espressione di un pressoché ignoto e grandissimo filosofo italiano, una delle tragedie più eclatanti, più clamorosamente enormi e tremendamente emblematiche di quella capacità dell’uomo di volgersi al male come profetizzato da Sofocle nel coro dell’Antigone (“molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell’uomo”). Un male assoluto, radicale ma spesso, paradossalmente, definito come banale (secondo la fortunata formula di Hannah Arendt, che quell’ignoto filosofo italiano, Giuseppe Capograssi, aveva già utilizzato diversi anni prima) per far emergere le responsabilità di tanti individui anonimi statistici comuni nella organizzazione e nella esecuzione del male.

Da questa constatazione si apre la riflessione sulle grandi implicazioni filosofiche, morali, giuridiche e politiche della catastrofe, a partire da quella riguardante l’obbligazione giuridica e politica o del rapporto dell’individuo con la legge e col potere. Devo sempre rispettare la legge o il comando? Devo sempre dire di sì? Anche se mi si chiede di compiere atti contrari alla mia coscienza (o, peggio, crimini contro l’umanità)? Sofocle e Socrate hanno offerto la prima tematizzazione sul piano letterario e filosofico di questa radicale questione.

Il processo di Norimberga si è posto il problema sul piano squisitamente giuridico.
La Costituzione (così come elaborata dal costituzionalismo del secondo novecento) è la risposta più completa più sofisticata (Benigni direbbe più bella) a quell’interrogativo perché la Costituzione non è solo una dichiarazione di principi (antitotalitari e antifascisti) ma rappresenta soprattutto la positivizzazione di una normatività di grado superiore (assiologicamente superiore) che si pone come vero argine, come limite assoluto, invalicabile, all’uso abusivo e disumano del potere politico che, in quanto potere che un uomo esercita su un altro uomo, si impone da sempre come una delle questioni più complesse (e irrisolte) nella storia del pensiero occidentale.

C’è un’altra espressione della Arendt, che in un certo senso rappresenta un filo conduttore del suo pensiero, che ci può aiutare nella riflessione sulla Memoria: evitiamo che l’uomo diventi un essere superfluo.
Alla base dei totalitarismi del secolo passato (e di quelli che potrebbero ripresentarsi magari col volto accattivante della tecnologia), alle radici teoretiche della catastrofe, c’è la considerazione che l’individuo (senza individualità direbbe quell’ignoto e geniale filosofo) sia mera passività, sia un essere plasmabile, oggi anche riproducibile, programmabile sostituibile, nella prospettiva postumanistica, con un automa, un avatar, un cyborg, un robot; un essere da emarginare e da eliminare se non funzionale allo scopo determinato da chi si è impossessato del potere; un individuo secondario da relegare in una condizione di (sub)umanità, un essere appunto superfluo.

E come corollario l’idea che ci siano individui di serie A e di serie B o C e che i diritti umani (espressione tra le più abusate retoricamente) valgano solo se riferiti a certi uomini (che anzi ne rivendicano egoisticamente sempre più) e non valgano per altri, per chi, per esempio, bussa alle nostre porte o per chi ogni giorno, quasi banalmente, muore nel Mediterraneo.
Perdere di vista ciò che “di umano c’è nell’uomo”, è questa la radice del male. E il significato profondo di questa giornata deve essere questo: difendere tutti, a partire dalla quotidianità più apparentemente comune, l’umanità, difendere ciò che di umano c’è nell’uomo, evitare che l’uomo diventi superfluo.

Non è un caso che nella costruzione dell’uomo nuovo, del superuomo annunciato da Zarathustra, al di là del bene e del male, Nietzsche (un filosofo caro a Mussolini e a Hitler, che lo leggono spregiudicatamente) demolisce, per demolire la morale tradizionale, il ruolo della memoria, considerata una malattia mortale, imputata per il suo ancorare ai doveri della vita morale.
Tutto ciò naturalmente a partire dall’annuncio della morte di Dio.
Ma, come aveva intuito Dostoevskij, con la sua magistrale profondità e capacità di indagare l’animo umano, se Dio non esiste, tutto è permesso …

Giornata della Memoria, Sbarra (Cisl): “Shoah, una ferita sempre aperta. C’è ancora molto da fare sul piano culturale e nella società. Bisogna ripartire dalla scuola”.

“Non c’è umanità senza libertà. Non c’è libertà senza rispetto per ogni persona. La democrazia, la tolleranza, l’uguaglianza,  che non è egualitarismo, sono valori da salvaguardare e trasmettere ai giovani”. È quanto sottolinea oggi in un editoriale su Il Dubbio il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra.

“Ha colpito davvero tutti la vicenda del bambino di dodici anni che domenica scorsa a Livorno è stato insultato e picchiato da due coetanee perché ebreo. Un vergognoso atto di antisemitismo e di intolleranza a pochi giorni dalla giornata della memoria”, aggiunge Sbarra. “Sei milioni di ebrei furono uccisi negli anni neri della Shoah. Una ferita sempre aperta, che fa inorridire, ma che non può essere dimenticata. Perché la notte della ragione è possibile solo se manca la memoria. Ecco perché dobbiamo coltivare e rinnovare il ricordo, far conoscere la storia, coinvolgere le nuove generazioni tramandando fatti e circostanze che portarono alla più grande tragedia del Novecento.

Possiamo e dobbiamo farlo attraverso la testimonianza di chi l’ha vissuto, come fa ogni giorno la senatrice Liliana Segre con coraggio e determinazione. La rete ed i social network sono spesso il luogo dove corrono l’odio e l’intolleranza, dove è facile veicolare messaggi pericolosi che raggiungono molte persone. C’è ancora molto da fare sul piano culturale e nella società. Bisogna ripartire dalla scuola, dai luoghi dove avviene la formazione dei giovani, spiegando con la forza della verita’ quello che accadde davvero nel secolo scorso”.

Sbarra ricorda che “la nostra Costituzione è stata scritta avendo davanti le tragiche vicende delle leggi razziali e delle persecuzioni naziste. E’ stata approvata con la ferma determinazione di non permettere che i mostri del totalitarismo e della xenofobia che avevano devastato l’Europa potessero ancora avvelenare l’Italia e il nostro continente. Questo bisogna spiegare ai più giovani. Mai più privazione della libertà, guerre di aggressione, mai più negazione dei diritti umani, mai più razzismo, odio, intolleranza: questa era la comune volontà dei padri costituenti. Merito loro se la nostra Repubblica è fondata sulla democrazia, sul lavoro dignitoso, sul diritto di ognuno di avere un’esistenza dignitosa e libera. Principi che vanno tenuti ancora più saldi in un Paese impegnato ad uscire dalle conseguenze della pandemia, dove bisogna contrastare povertà, disoccupazione, diseguaglianze e marginalità sociali.

Bisogna proprio ripartire dal significato profondo della fratellanza, vivere le differenze come una ricchezza, lavorare per unire e non dividere,  come ricorda Papa Francesco. Istituzioni, politica, parti sociali devono ritrovarsi in un perimetro di corresponsabilità e farsi davvero responsabili costruttori di pace, per promuovere un nuovo spirito costituente e una società fondata sul rispetto della vita, sulla centralità della persona, sulla partecipazione diffusa alla costruzione del bene comune”, conclude il leader Cisl.

Quirinale, qualcosa si muove. Ora si parla di unità della maggioranza di governo. Che fa Salvini, rompe con FdI? E intanto Mattarella…

La cronaca qui riportata, tratta dall’Agenzia Italia, offre  una rappresentazione limpida di una situazione che rimane, in effetti, ben lontana dall’essere limpida. S’indovina comunque lo “gnommero” che inquieta principalmente Salvini: dipende da lui dare il via libera a Casini, rompendo con la Meloni, o tenere unito il centro-destra, mandando a gambe all’aria la maggioranza di governo. Comunque, sul nome di Casini rimane da verificare la tenuta del M5S. Per questo resiste – e i 125 voti di ieri lo attestano in modo più che eleoquente – l’ipotesi della conferma dell’attuale Presidente. Stavolta i peones interpretano l’umore del Paese perché infrangere l’equilibrio Mattarella-Draghi appare un azzardo pericoloso.

Fumata nera anche al terzo scrutinio per l’elezione del presidente della Repubblica. Ma, a differenza dei voti precedenti, la situazione – pur nello stallo delle trattative tra i due schieramenti in campo – fa registrare alcuni ‘movimenti’ che appaiono come veri e propri segnali di avvertimento. A smuovere le acque arriva la mossa di Fratelli d’Italia che, a sorpresa, non si allinea al resto della coalizione e anziché votare scheda bianca dà indicazione ai suoi 63 grandi elettori di scrivere il nome di Guido Crosetto sulla scheda. Una mossa che vuol essere sì una ‘conta’, ma ha anche l’obiettivo di ‘scuotere’ il centrodestra, forte dei 114 voti incassati da uno dei tre fondatori del partito, pari a quasi il doppio dei numeri di FdI.

“Il centrodestra si deve misurare in questa partita”, scandisce Giorgia Meloni. A urne chiuse, una nota del partito esplicita in chiaro la linea: “FdI continua a ritenere imprescindibile una votazione compatta del centrodestra su un candidato della coalizione, come concordemente valutato nell’ultimo vertice”. Dunque, il partito di Meloni dà mandato a Matteo Salvini di “individuare, attraverso le sue molteplici interlocuzioni, il candidato più attrattivo tra quelli presentati ieri”, ovvero Marcello Pera, Carlo Nordio e Letizia Moratti. Nomi sui quali già ieri il centrosinistra ha innalzato un muro.

E mentre sembra naufragare definitivamente la proposta dem di un conclave tra i due schieramenti avversi, la giornata del terzo scrutinio inizia con le voci sempre più ricorrenti sulla presunta volontà leghista di andare alla prova di forza sui numeri, candidando dal quarto voto, quando il quorum si abbassa a 505 voti, la presidente del Senato Elisabetta Casellati (che per la prima volta dall’avvio delle votazioni lascia a lungo vuoto lo scranno accanto al presidente Fico). Una prova di forza che mette subito in allarme il centrosinistra.

Durissimo il segretario del Pd, che prima incontra Matteo Renzi e poi lancia l’altolà: “Proporre Casellati farebbe saltare tutto”, avverte Enrico Letta. Asse con Renzi, che fa sapere: “No a candidature che dividono la maggioranza. Evitare nomi che mettano a rischio la coalizione che sostiene il governo”.

Un no netto all’ipotesi Casellati arriva anche da Giuseppe Conte, reduce da una telefonata con Beppe Grillo (con tanto di giallo iniziale sui contenuti): “Invitiamo il centrodestra a trovare un metodo e a lavorare in modo condiviso senza nessuna iniziativa che metta a rischio le istituzioni”. E Grillo chiarisce: nessuna divergenza con il leader M5s, Draghi resti a palazzo Chigi.

Intanto nelle fila M5s cresce il fronte pro Mattarella bis, nel giorno in cui crescono i voti a favore del presidente della Repubblica, che salgono dai 39 di ieri ai 125 odierni. Dimuniscono le schede bianche, toccando quota 412. Ma la giornata e’ ancora lunga: nel tardo pomeriggio Salvini – che ha avuto una “cordiale” telefonata con Silvio Berlusconi – riunisce prima i governatori e i vertici del partito e poi a seguire i gruppi parlamentari. “Lavoro con fiducia, serietà e ottimismo. La soluzione puo’ essere vicina”, afferma. In serata riunione del segretario con i grandi elettori del Pd.

 

 

L’elezione del Colle, il Governo e la tutela del Pnrr. Il punto di vista di Papini.

Nel 2022 sarà possibile per ogni Paese beneficiari correggere il tiro su alcuni progetti del Piano. Lo si potrà fare sostanzialmente in due modi. O in una logica di grande responsabilità nazionale o con uno sguardo più rivolto ai vantaggi immediati, alle aspettative delle varie corporazioni, e ovviamente alle prossime elezioni. L’Italia comunque non potrà assolutamente permettersi un governo “balneare”.

Mentre proseguono le votazioni per la presidenza della Repubblica, forse sarebbe il caso di porsi qualche domanda sull’indispensabile qualità dell’azione di governo. A maggior ragione di fronte al dilagare della quarta ondata della variante Omicron. Non c’è dubbio che il buon senso (ne esiste ancora?) consiglierebbe, in uno stato di totale emergenza, di lasciare ancora per un po’ – tra Quirinale e Palazzo Chigi – le cose così come stanno. E non c’è dubbio che dal momento in cui è emersa l’autorevole candidatura del premier alla presidenza della Repubblica, l’esecutivo si sia indebolito e la maggioranza si sia di fatto lacerata. Naturalmente andrà ricomposta (con quale perimetro?) alla luce dell’esito, quanto mai incerto, dell’elezione presidenziale. Le forze politiche sono inevitabilmente concentrate anche sulla scadenza elettorale del 2023, dalla quale dipende il loro peso specifico e persino, in qualche caso, la loro stessa sopravvivenza. Ma il destino del Paese è assai più importante di ciò ed è legato in realtà a un’altra data. 

Entro il 2026, infatti, andranno realizzati tutti gli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Un Piano che non è praticamente già fatto, come qualcuno ritiene, ma ancora tutto da completare. Occorre infatti «mettere a terra» i tanti progetti vitali per l’ammodernamento del Paese, da definire entro il 2023, dallo sviluppo della sanità territoriale alla digitalizzazione e riconversione ecologica passando per l’alta velocità ferroviaria (soprattutto nel Mezzogiorno). Se falliremo sul PNRR, avremo perso l’ultima grande occasione per far ritornare l’Italia su un sentiero di crescita stabile e duratura, in una dimensione economica e civile più equa e inclusiva. E saremo esposti alle grandi difficoltà di gestire un enorme debito pubblico a tassi crescenti e la progressiva fine del programma di acquisto di titoli della Banca centrale europea (quantitative easing). 

Uno scenario da incubo che, se siamo seri e responsabili, non va mai dimenticato. Dunque, occorre salvare il PNRR dalla ricerca del consenso per le elezioni del 2023. E per farlo occorre che durante quest’anno ci sia un governo forte e autorevole e non un esecutivo di passaggio (una volta si sarebbe detto “balneare”) in grado solo di portare ordinatamente il Paese al voto nella primavera 2023.

La governance del PNRR, come sappiamo, è strettamente legata all’efficienza amministrativa. Molti dei 51 obiettivi già conseguiti dall’esecutivo negli ultimi mesi ne sono la diretta conseguenza. Ma molto dipende anche dalla credibilità personale del premier Draghi in Europa e di conseguenza del suo governo. E dall’approvazione di alcune riforme indispensabili per l’erogazione regolare dei fondi europei, ad esempio la disciplina della concorrenza e il codice degli appalti. È vero che il governo ha creato una struttura ad hoc per la governance del PNRR che è protetta da qualsiasi tentazione di spoils system. In altre parole, un nuovo esecutivo non potrebbe cambiarne la composizione solo per ragioni politiche. Ma è altrettanto vero che sarà necessario, per assicurare la realizzazione dei progetti, fare ricorso ai «poteri sostitutivi», cioè commissariare se necessario gli enti attuatori (Regioni e Comuni). E questo lo potrà fare solo un esecutivo autorevole, in grado di andare contro logiche crescenti di puro consenso territoriale e la resistenza della burocrazia, direttamente proporzionale alla debolezza dell’esecutivo. 

Nel frattempo, si moltiplicano le richieste di modifiche significative da parte delle Regioni. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ha già messo le mani avanti sull’incapacità di rispettare programmi e tempi. Il suo collega presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, ha scritto direttamente al presidente del Consiglio chiedendo la revisione dei criteri stabiliti nel PNRR per le opere strategiche. Nel 2022 sarà infatti possibile per ogni Paese beneficiari – ed è questo un aspetto finora poco considerato dell’intera architettura del Next Generation EU – correggere il tiro su alcuni progetti del Piano, cioè apportare integrazioni migliorative. Lo si potrà fare sostanzialmente in due modi. O in una logica di grande responsabilità nazionale, con una maggiore attenzione al ritorno futuro degli investimenti; oppure con uno sguardo più rivolto ai vantaggi immediati, alle aspettative delle varie corporazioni, e ovviamente alle prossime elezioni. Ecco perché una volta concluse le “quirinarie” l’Italia non potrà assolutamente permettersi un governo “balneare”.

 

Cos’è il ritorno della politica? L’opinione di Merlo.

La politica ha iniziato a perdere colpi quando la sua autorevolezza ha ceduto il passo alla casualità, alla improvvisazione e alla fedeltà al capo di turno. E quando la fedeltà diventa l’elemento centrale, è abbastanza naturale che chiunque possa candidarsi a coprire quel vuoto. Uscire da questa condizione è necessario, ma non cedendo alla tentazione dell’uomo della provvidenza.

Lo dicono in tanti, ma non tutti. Lo pensano quasi tutti anche se permangono ancora titubanze e perplessità. Ovvero, sarebbe – meglio usare il condizionale – opportuno il ritorno della politica nel nostro paese. O meglio, che la politica riconquisti la sua centralità, il suo ruolo, la sua “mission”. E questo perchè è ormai da troppo tempo che abdica concretamente al suo ruolo e cede il suo potere ad altri poteri. Siano essi tecnocratici, legati alla magistratura o agli esperti espressione degli eterni “poteri forti”. E la questione è culminata proprio nel dibattito sull’elezione del futuro Presidente della Repubblica.

Ora, al di là di come si risolve il rebus del Colle, è indubbio che la politica in Italia è in crisi. Una crisi gravissima. A cominciare dai suoi strumenti principali, cioè i partiti politici. E, di conseguenza, la scarsa qualità della classe dirigente e della sua reale leadership. Elementi, questi, che fanno della politica un campo invaso da chiunque dove la sua professionalità – non il suo professionismo – non è più riconosciuta e dove l’avvento dell’”uno vale uno” ha avuto un impatto devastante per la stessa credibilità ed autorevolezza della politica. Certo, sotto questo versante non possiamo non ricordare che la vulgata populista dei 5 stelle ha avuto delle ricadute devastanti per la qualità della nostra democrazia e per la tenuta delle istituzioni democratiche. 

La criminalizzazione politica dei partiti, la liquidazione delle culture politiche, la ridicolizzazione delle classi dirigenti del passato del passato, la sottovalutazione del Parlamento e della democrazia rappresentativa, un massiccio uso del giustizialismo manettaro e, infine, una prassi sfacciatamente populista, demagogica e qualunquista non tramontano così rapidamente nel sentire comune dei cittadini. Si tratta di una sub cultura e di una deriva che hanno contagiato in profondità le radici della nostra democrazia e del nostro tessuto civile che difficilmente possono essere cancellati nell’arco di poco tempo. E questo a prescindere anche dal peso elettorale e politico del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle di Grillo e di Conte. Perchè i disvalori sono stati spalmati per svariati lustri nelle corde del nostro paese e sono stati esaltati, valorizzati, enfatizzati e divulgati da molti organi di informazione e da larghi settori dell’establishment del nostro paese. Al punto che l’anti politica era diventata la vera politica e la politica tradizionale era un’arma da gettare alle ortiche.

Detto questo, che comunque sia non può essere nè dimenticato e nè sottovalutato, noi sappiamo che la politica può ritornare protagonista se ritornano tre condizioni basilari. Innanzitutto non esiste la politica se non ci sono i partiti. E non solo i cartelli elettorali. Come, del resto, recita la nostra Costituzione. Cioè strumenti politici democratici, collegiali, radicati nel territorio, portatori ed espressione di precisi interessi sociali – e quindi rappresentativi di pezzi di società reale -, riconoscibili attraverso una cultura politica e, soprattutto, dotati di una classe dirigente autorevole e realmente rappresentativa.

In secondo luogo ritorna la politica se fanno nuovamente capolino le culture politiche. Non può esistere una politica se non è espressione anche di una cultura. L’alternativa è molto semplice, ed è quello che è concretamente capitato in questi anni di incontrastato dominio del populismo grillino: e cioè, l’esaltazione del trasformismo politico e dell’opportunismo parlamentare. Ovvero, il peggio della politica. Sotto questo versante, si tratta di riscoprire un elemento distintivo del passato senza alcuna regressione nostalgica o passatista. Ovvero la riconoscibilità culturale dei partiti politici.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la politica si impone quando c’è una classe dirigente riconosciuta ed autorevole. È inutile tergiversare attorno a questo tassello: la politica nella prima repubblica contava perchè la classe dirigente era universalmente riconosciuta come preparata, competente, radicata nel territorio ed espressiva ed interprete di pezzi della società italiana. Salvo eccezioni, come ovvio. La politica ha iniziato a perdere colpi quando la sua autorevolezza ha ceduto il passo alla casualità, alla improvvisazione e alla fedeltà al capo di turno. E quando la fedeltà diventa l’elemento centrale della selezione della classe dirigente, è abbastanza naturale che il degrado e la non credibilità della politica sono dietro l’angolo e chiunque può candidarsi a coprire quel vuoto. Ed è poi del tutto inutile lamentarsi in un secondo momento se c’è qualcuno che supplisce a quella carenza. E anche con autorevolezza e capacità, com’è capitato realmente in questi ultimi anni.

Ecco perchè la politica è arrivata ad un bivio. E cioè, o asseconda la moda di turno – di norma di stampo populista, demagogica e anti politica – oppure inverte la rotta recuperando, ed aggiornando, alcuni caposaldi del passato democratico della nostra storia repubblicana. L’alternativa, come sempre, è quella di attendere l’uomo della provvidenza di turno che ci promette di risolvere tutti i problemi.

 

L’umanesimo integrale che illumina coloro che soffrono. Colloquio con Lidia Borzi (Interris) sull’emergenza dei senzatetto a Roma.

Il poeta povero, 1839, di Karl Spitzweg (Monaco 1808-1885) – olio su tela – Opera esposta alla ‘Alte Nationalgalerie’ di Berlino

Interris.it ha intervistato la Presidente delle Acli di Roma Lidia Borzi in merito alle azioni svolte in favore dei senza fissa dimora nella Capitale. “La città – dice – ha bisogno di dotarsi di un modello di welfare promozionale capace non solo di rispondere ai bisogni ma anche di valorizzare le tante buone pratiche sociali che ci sono nel territorio.

Christian Cabello

Le persone senza fissa dimora per la maggior parte di noi sono invisibili ma, in Italia, secondo le ultime rilevazioni dell’Istat, sono oltre mezzo milione e, negli ultimi dieci anni, complici la crisi economica e la pandemia, sono quadruplicate. In particolare, in questo periodo dell’anno, nel quale sono iniziate le settimane più fredde e, per le donne e gli uomini senza fissa dimora, questo è il frangente in assoluto più duro che mette a repentaglio le sicurezze e, nei casi peggiori, la loro stessa vita. Roma è seconda città italiana dopo Milano per numero di senzatetto, Interris.it ha intervistato la Dottoressa Lidia Borzi  – Presidente delle Acli di Roma nonché componente della Presidenza Nazionale delle Acli con delega alla famiglia e agli stili di vita – in merito alle azioni nei confronti delle persone in situazione di grave marginalità messe in atto dalle Acli di Roma.

L’intervista

Quali sono le azioni che Acli Roma sta ponendo in essere nei confronti dei senza fissa dimora?

“Le azioni che poniamo in essere si dividono in azioni che portiamo avanti tutto l’anno e altre che sono un po’ più collegate all’emergenza freddo che noi auspichiamo noi sia più tale visto che – il freddo – è in arrivo ogni anno; quindi, con le istituzioni e con tutta la nostra rete, si sta lavorando in questa direzione. Tengo a dire che tutte le operazioni, le quali portiamo avanti vengono espresse attraverso una rete perché, siamo fortemente convinti che, la rete fa la differenza e in questo senso si pone come un moltiplicatore. 

Per quanto riguarda le progettualità che esemplifichiamo tutto l’anno siamo in prima linea con la nostra buona pratica denominata Il cibo che serve, con la quale si recuperano pietanze cotte ma anche frutta, verdura e pane – ancora buoni da mangiare ma non più buoni da vendere – quindi gli esercenti ce li donano e noi, attraverso questo progetto il quale è un moltiplicatore di solidarietà che aiuta chi aiuta, facciamo arrivare i generi alimentari alle organizzazioni solidali che si occupano delle persone che si trovano in uno stato di estrema povertà. Mi riferisco in particolare a Caritas Roma a cui – da sette anni – consegniamo in diversi giorni a settimana il pane attraverso i nostri volontari – i quali sono il bene più prezioso del progetto Il cibo che serve – che, nel contempo, lotta contro la povertà e contrasta lo spreco alimentare. In particolare, con questa attività, abbiamo recuperato fino a un milione e duecentomila pasti in un anno grazie ad un contributo importante di diversi donatori, tra cui grandi catene e piccoli imprenditori. 

Questo avviene tutto l’anno ed, in particolare, a partire da quest’anno, sempre in favore dei senza fissa dimora e delle persone con fragilità estreme c’è un progetto svolto con Roma Cares – la quale è la Fondazione che si occupa di sociale dell’A.s. Roma Calcio –  con cui, quando la squadra gioca in casa, recuperiamo il cibo che viene servito nella hospitality e lo doniamo a favore di organizzazioni che si occupano di povertà estreme, in particolare di realtà di periferia, come ad esempio i quartieri Corviale, Tor Bella Monaca ed altre zone della città di Roma. Questo è il nostro lavoro durante tutto l’anno e, attraverso queste nuove pratiche, portiamo avanti, dando ciò che serve, un aiuto costante che però diventa il gancio per attuare un modello di azione sociale a tutto tondo che aiuta a prendere in carico la persona non solo nei bisogni di emergenza ma anche nei bisogni quotidiani per uscire dallo stesso, come ad esempio l’esercitare i diritti, il contrasto alle povertà materiali, relazionali, sanitarie per cui proponiamo anche visite mediche gratuite e l’esigibilità dei diritti attraverso il nostro patronato. 

Le persone che entrano in contatto con noi per un bisogno estremo proviamo poi ad inserirle in un sistema di protezione sociale per farle uscire da questo stato”.

 

Come state agendo per l’emergenza freddo?

“Per quanto riguarda l’emergenza freddo abbiamo attivato un protocollo d’intesa con il Municipio I Roma Centro con capofila il progetto Nonna Roma e con un progetto di accoglienza denominato Galilei 57 rivolto a dieci persone senza fissa dimora. Anche in questo caso al quartiere Esquilino, ci occupiamo di distribuire i pasti, sempre grazie alla nostra attività di recupero delle eccedenze alimentari. In questi giorni stiamo avviando una collaborazione con il IV Municipio per un altro centro di accoglienza a Montelibretti in cui noi daremo frutta, verdura ed altri alimenti per la colazione. In seguito, dove ci sarà bisogno, porteremo l’ascolto attraverso i nostri servizi rivolti all’esigibilità dei diritti. È importante inserire la persona fragile in un modello di inclusione attiva”.

 

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Il rischio è di trovarci nelle prossime ore senza Mattarella e con Draghi indebolito. Sarebbe un grave danno per il Paese.

Non ci sono scorciatoie e se ci fossero non andrebbero percorse. La vicenda del Quirinale esige una soluzione che metta il riparo Draghi da un possibile processo di logoramento. Occorre un gesto di collegiale sapienza e responsabilità.

Condivido pienamente quanto scritto da Lucio D’Ubaldo in tema di Quirinale. Più si va avanti, più emerge con evidenza solare che la soluzione era lì, visibile a tutti. Avevamo due punti di forza: Mattarella e Draghi.

Rischiamo di uscire da questa vicenda senza il primo e col secondo comunque indebolito. Era evidente che il passaggio del Quirinale avrebbe potuto mettere in discussione il Governo. Draghi, nella sua unica uscita pubblica al riguardo, lo aveva detto chiaro e tondo: se la maggioranza di governo si divide sul Quirinale, il governo non può continuare.

Ognuno di noi poteva sognare un nome come successore di Mattarella. Io, per esempio, quando pareva profilarsi quello di Andrea Riccardi, ho pensato: magari, sarebbe un segnale straordinario! Ma, come poteva essere ampiamente previsto, l’ipotesi è durata poco.C’erano (e ci sono) due soli modi per affrontare il passaggio del Quirinale senza uccidere Draghi e ciò che egli rappresenta per il Paese e per l’Europa. Il primo era (ed è) rieleggere Sergio Mattarella. Il secondo era (ed è) eleggere Mario Draghi stesso.

L’Italia non è – però – una Repubblica Presidenziale e neppure lo può essere “di fatto”. Questa seconda scelta – in via di principio eccellente – lascia (lascerebbe) dunque aperta non solo la questione del governo in questo fine legislatura (questione, in astratto, non irrisolvibile) ma sopratutto quella della “direzione di marcia” del Paese.

L’Agenda Draghi va rafforzata e resa programma politico condiviso dal popolo, non archiviata con l’eventuale fine del suo attuale governo. Va “incarnata” nella politica democratica, non assunta come parentesi “tecnica”.

Il tema è tutto qua: Draghi è una parentesi che ci è servita – in emergenza – per ottenere i soldi della UE – e chi si è visto si è visto – oppure è risorsa preziosa per una radicale riforma del nostro sistema politico, amministrativo ed economico? In una parola: per diventare un Paese più efficiente, innovativo, maturo e competitivo?

Il sistema politico italiano è oggi credibilmente pronto a cimentarsi su questo scenario senza la continuità della leadership di governo di Mario Draghi?

La rielezione di Mattarella avrebbe consentito (consentirebbe: se i “consules” evocati da Lucio avessero un sussulto di realismo e di responsabilità) di accompagnare il Paese un poco più avanti rispetto alla “metà del guado” nel quale oggi si trova da ogni punto di vista: economico, finanziario, sociale, sanitario. Ed anche politico-istituzionale: rigenerazione dei partiti e riforma elettorale comprese.

La soluzione era ed e lì sotto gli occhi di tutti: sono convinto che il Presidente non avrebbe rifiutato (e non rifiuterebbe) una richiesta corale in tal senso. Contro le sue stesse opinioni più volte espresse, il senso delle Istituzioni e del dovere che lo ha sempre connotato non glielo permetterebbe. Ma talvolta gli occhiali in dotazione al sistema sono irrimediabilmente appannati.

La balcanizzazione dell’Ucraina non è nell’interesse di nessuno”. Provinciali intervista Giorgio Cella sullo stato della crisi .

In un ampio servizio dedicato agli avvenimenti di geopolitica e di geoeconomia più attesi e probabili per il 2022, il “Corriere della Sera” ha indicato al primo posto “l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo”, che attualmente presidia una parte delle frontiere tra i due Paesi. Questa ipotesi è stata avanzata poco dopo la pubblicazione del libro di Giorgio Cella, Dottore di Ricerca c/o l’università Cattolica di Milano, intitolato “Storia e geopolitica della crisi ucraina” – per i tipi della Carocci Editore – e anche se le due fattispecie non sono correlate tra loro entrambe esprimono la viva attualità del tema.

 

Presentazione

In un ampio servizio dedicato agli avvenimenti di geopolitica e di geoeconomia più attesi e probabili per il 2022, il Corriere della Sera ha indicato al primo posto “l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo”, che attualmente presidia una parte delle frontiere tra i due Paesi. Questa ipotesi è stata avanzata poco dopo la pubblicazione del libro di Giorgio Cella, Dottore di Ricerca c/o l’università Cattolica di Milano, intitolato “Storia e geopolitica della crisi ucraina” -per i tipi della Carocci Editore-  e anche se le due fattispecie non sono correlate tra loro entrambe esprimono la viva attualità del tema.

Non ci si può esimere dall’apprezzare l’encomiabile valore dell’opera di Cella,  sotto molteplici profili strettamente collegati tra loro che, intrecciati in una descrizione lucida e super partes riescono a fornire al lettore una visione d’insieme oserei dire fondamentale nella comprensione di eventi altrimenti troppo spesso semplicisticamente inquadrati a livello di pubblica opinione, sovente non adeguatamente informata. L’autore delinea una ricostruzione storica pressoché perfetta nell’intero arco temporale che ha portato all’identificazione di un popolo in una Nazione e al riconoscimento di un contesto geografico molto ampio in uno Stato, passando per tutte le dominazioni, le influenze socio-culturali e le caratterizzazioni e connotazioni uniche che ha poi preso quella che oggi è l’Ucraina.  Fondamentale, per sfatare alcuni luoghi comuni figli di un’interpretazione limitata e troppo semplicistica, ahimè sovente, ricorrente e figlia di limitate scorciatoie culturali.  Quello che il lettore si ritrova tra le mani è un saggio, di altissimo profilo, che fornisce strumenti inconfutabili e dati storici certi. 

Lodevole l’analisi distaccata e terza  di ciò che è stato -ritengo- il lavoro più difficile: saper descrivere e riportare fedelmente condizioni spesso dicotomiche di vita, aspettative e ragioni di persone, così vicine e così distanti, connazionali di una Terra contesa. Il lettore viene ulteriormente edotto di quelle che sono inoltre altrettante aspettative, interessi e addirittura pretese verso quella che di fatto è comodamente e utilitaristicamente mantenuta nella condizione di “Stato-cuscinetto”, “Terra di mezzo”, dalle grandi Potenze economiche e militari mondiali. La descrizione di antefatti, premesse e minuziose nonché importanti precisazioni di ciò che ha portato e che poi è stato l’Euro-Maidan è imprescindibile a chiunque abbia l’intenzione d’inquadrare bene l’evento che ha segnato la Storia recente di un Paese e che tuttora ne sta influenzando eventi e politica, delicate questioni internazionali. 

La drammaticità di certe immagini, del vissuto di chi sulla propria pelle ne porta le conseguenze, il modo in cui avvenimenti di cronaca di grande rilevanza internazionale sono stati riportati fedelmente e ciò aiuta ancor di più a percepirne l’intricata complessità. Chi di noi in presa diretta e non soltanto per cultura scolastica sa collegare mentalmente immagini, emozioni, sogni, illusioni, delusioni della generazione che ha vissuto la divisione delle “due Germanie”, dalla costruzione alla demolizione del muro, certamente saprà trovare qualche similitudine ma anche molte differenze nei differenti approcci alla “questione Ucraina” da parte di chi ne abita la zona più occidentale (ed europeista, pro-NATO) e chi invece vive quella del Donbass (filorussa). A tal proposito valutando la realtà ucraina, così dicotomica, anche se, come spiega l’autore, non è sempre una dicotomia così monolitica e certa come alcune narrative vorrebbero semplicisticamente far figurare, ma anche così unita sotto il motto “слава Україні!», “Viva l’Ucraina! Gloria ai nostri eroi”, oggetto di recenti polemiche anche con la FIFA per esser stata stampata sulle maglie della Nazionale di calcio ucraina ai recenti europei, mi permetto di rivolgere alcune domande  all’Autore.

Intervista

Quale futuro vede per questa situazione? Due confederazioni unite sotto un’unica bandiera, ciascuna delle quali avente libertà di scambio rispettivamente con l’UE e con la Russia e rispettivamente sotto il protettorato NATO e Russo?

La sistemazione in termini amministrativo-territoriali del paese è ancora un miraggio, a quasi otto anni dall’inizio del conflitto. La prospettiva prospettata nella sua domanda appare dunque purtroppo remota, quantomeno in modo compiuto e stabile. Oggi noi abbiamo già, de facto, un controllo (indiretto) di Mosca e tutto il resto dell’Ucraina nella sfera di influenza atlantica. Arrivare a una sistemazione federale del territorio con il Donbass con forti autonomie non sarà un processo facile, anzi saranno negoziati lunghi e molto complessi. Certo, bisognerebbe poi tastare la volontà popolare reale delle popolazioni del sud-est ucraino, in quanto non è detto che vi si trovino orientamenti filorussi tout court.

Inoltre: la Grivnia ormai ha subito una svalutazione spaventosa. Irreparabile. Si trova chiusa tra due mercati con due monete differenti e spesso anche in Ucraina stessa si trovano prezzi espressi in monete differenti da quella ufficiale. Ritiene in tal senso (e alla luce della domanda precedente) possibile lo scenario in cui in un’ipotetica Ucraina occidentale sia in uso l’Euro mentre in quella orientale il Rublo, per ammissione nelle rispettive Comunità delle due confederazioni? 

La descrizione di un’ipotetica doppia valuta in Ucraina rispecchia un pò la situazione stessa del paese, e un po’ la sua stessa storia: tirata da un lato e da un altro, preda di continue forze e tendenze esterne che ne plasmano la realtà interna. Venendo alla domanda, e non essendo un economista, non credo questa sia uno scenario verosimile nel futuro prossimo: ne l’entrata nell’euro dell’Ucraina (la zona euro e l’EU mi sembrano abbiano già varie questioni di alta priorità da gestire…) ne l’adozione del rublo per la tribolata area del Donbass. Più probabile invece la continuazione della cosiddetta passportization policy delle autorità russe nell’area, una delle varie e ormai classiche carte delle cosiddette operazioni ibride del Cremlino nell’ex spazio sovietico.

La Storia recente, dell’ultimo secolo –  come si evince dai relativi capitoli del suo libro – ha mostrato tutta la resilienza, la resistenza e la tenacia di un popolo con una statualità fragile ma che è riuscito a rimanere comunque unito in uno spirito nazionale che non tutti davano per certo, che nonostante vari traumi non è mai stato totalmente assoggettato: dallo sterminio dei kulaki a tutto il periodo sovietico.  Come inquadra in tal senso la bramosia di “riprendersela” dello “Zar Putin”?

La volontà del Cremlino sotto la leadership di Vladimir Putin –  tra l’altro certamente non in discontinuità con l’era Eltsin – è quella di tenere una qualche forma di stretto contatto o se vogliamo di influenza sull’Ucraina, per le mille e lunghe ragioni spiegate all’interno del libro. Ciò, di per se, rientra nei “normali” pilastri di una qualsiasi articolazione imperiale, il fatto è che l’impero di un tempo non c’è più, e le nazioni un tempo sotto il controllo dell’impero russo – zarista, poi sovietico – hanno in maggioranza scelto un altro sentiero, un’altra galassia sulla quale orbitare (quella euroatlantica, ca va sans dire). Da qui il grande problema del trovare un equilibrio tra le volontà post-imperiali di Mosca e le volontà di libera scelta di collocazione nel quadro internazionale e di politica estera e di sovranità e difesa dell’integrità territoriale degli stati post-sovietici / post Patto di Varsavia. 

L’Ucraina è sempre stata il “granaio d’Europa”. La maggior parte delle attività commerciali redditizie sono ora nella parte orientale. L’Ucraina riceve enormi sovvenzioni da parte degli USA ma attraverso il suo territorio transita il gas russo diretto verso l’Europa. Una situazione difficilmente risolvibile, quella dell’indipendenza dai rispettivi “protettorati”.  A Suo modo di vedere tutto ciò rafforza l’ipotesi di una divisione in due confederazioni?

Non credo, ripeto, che una balcanizzazione del Paese sia nell’interesse della maggioranza degli attori coinvolti in questa enorme crisi di politica internazionale nota come crisi ucraina. Non lo è ovviamente per Kiev, non lo è per l’Occidente e la NATO  e l’Unione Europea, che pongono come principio quasi sacrale la non modifica dei confini territoriali usciti dal secondo dopoguerra. Bisogna anche dire tuttavia che l’Ucraina oggi ha asset economici non individuabili esclusivamente nel sud-est del Paese; per quanto concerne la questione del gas la questione, come noto, è estremamente delicata non solo dal punto di vista meramente economico-energetica, ma lo è sempre di più anche nella dimensione politica, specie dopo l’azione – assolutamente legittima… – del raddoppio del North Stream II voluto, in pieno moto machiavellico, dalla Germania di Angela Merkel, alla faccia dell’unità di intenti delle politiche euroatlantiche…


Circa la “presa della Crimea”, molte sono le voci contrastanti: ascoltando un telegiornale filorusso ovviamente si ha un’idea molto, anzi totalmente differente da quella ascoltata in un telegiornale “occidentale”. Quanto ha influito la propaganda filorussa in tutto ciò, anche a seguito delle recenti questioni circa le ingerenze russe nelle ultime due elezioni in USA, in Francia e anche in Italia, con chiari segnali di sostegno sovranista, populista e antieuropeista da parte di Putin?

Non è immediato il legame tra presa della Crimea e supposte ingerenze russe in campo internazionale elettorale, USA su tutte. Impossibile qui inoltrarsi in questa palude di notizie, smentite, processi, assoluzioni et cetera (riferendosi alla questione del supposto intervento russo nelle elezioni americane). La Crimea è una questione che si lega agli ultimi tre secoli di storia delle relazioni internazionali, ergo europee, precisamente dal 1783 quando la zarina Caterina II annesse la penisola all’impero russo, sottraendolo all’Impero Ottomano, che da secoli era il protettore di questo territorio di tradizione turcico-islamica, patria dei tatari di Crimea, per l’appunto, tutt’oggi presenti. Altro capitolo fondamentale di questa storia si trova nel 1954, anno del trasferimento della penisola crimeana al territorio ucraino per volere di Krushev: il capitolo nel libro dedicato precisamente a questa questione dà, in una mia personale decodificazione dei fatti, in una mia visione storiografica, una possibile spiegazione di questo atto unilaterale che ancora oggi tormenta le classi dirigenti russe. 

Julija Tymošenko, “la pasionaria”, è stata incarcerata sotto il regime di Viktor Yanukovich (fortemente voluto e sostenuto da Putin stesso, che lo ha poi tratto in salvo durante la fuga dal “palazzo d’oro” durante la rivolta del Maidan) per sette anni ed è stata poi liberata dopo tre di detenzione. Era considerata un’icona ma una volta apparsa in sedia a rotelle sul palco dell’Euromaidan è stata acclamata per certo poco tempo, dopodiché ha perduto anche lei parecchio consenso. Stesso dicasi per Vitalij Klyčko, ora sindaco di Kiev. Il popolo ucraino chiede volti nuovi, figure fresche e “pulite”. Chi vede nell’attuale panorama politico come possibile “promessa” da ritenersi accreditata e attendibile?

L’Ucraina ha certamente vissuto una prolungata crisi della sua classe politica, delle sue classi dirigenti, ma in questo mi pare in buona compagnia se pensiamo ad alcuni governi occidentali… Con Zelensky, l’opinione pubblica – stanca di decenni di malgoverno, per usare un eufemismo, c’è chi le ha definite financo cleptocrazie, se pensiamo agli anni al potere di Yanukovich, con una asfissiante corruzione di imprint sovietico… – aveva individuato in Zelensky quel volto nuovo da lei citato, quella nuova linfa politica incarnata da un politico nuovo e giovane. Le aspettative, come spesso accade, per di più quando molto alte, finiscono col deludere parzialmente, specie in ambito politico. Non è tuttavia certamente questa l’occasione per fare un bilancio dell’operato del nuovo governo, anche perché il periodo che sta vivendo il paese nel suo braccio di ferro con la Russia non facilita certamente la sua governance. 

Aleksei Navalny è considerato un eroe in Terra Ucraina e da molti russi, eppure sta scontando una pena di detenzione di almeno due anni nelle durissime carceri russe. La pressoché totalità degli altri oppositori al regime di Putin è stata messa fuorigioco spesse volte anche al caro prezzo della vita. Considerata la sua enorme notorietà e il consenso che ha raggiunto, in questo momento l’eventuale morte di Navalny lo renderebbe un martire; una sua riammissione nella scena politica lo renderebbe viceversa un avversario temibile e certamente molto scomodo. Qual è la sua personale opinione in merito?

Trovandomi in questi giorni a Bruxelles, visto l’enorme poster a difesa di Alexey Navalny davanti ai palazzi dell’Unione Europea, si direbbe che si tratti di un eroe non solo per alcune fasce della popolazione russa o di altri paesi ex sovietici. Tuttavia, non vedo sinceramente un legame tra la crisi ucraina e l’affaire Navalny, quantomeno non diretto. Le posizioni eventuali di un Navalny politico poi sono tutte da vedere, visto che spesso si è collocato su posizioni etno-nazionalistiche, non esattamente liberali insomma (basta pensare ai suoi pericolosi, xenofobici slogan diretti alle popolazioni a maggioranza islamica del Caucaso settentrionale della Federazione Russa). L’elemento Navalny, più che altro, dovrà essere analizzato e contestualizzato all’interno della più grande e importante olistica analisi che occorrerà fare sul tuttora ignotissimo orizzonte post-Putin che, prima o poi, ineluttabilmente busserà alle porte della Storia. 

 

I vescovi francesi in vista delle presidenziali. Una scelta di responsabilità (L’Osservatore Romano).

L’attuale globalizzazione, si legge nel documento della Conferenza episcopale francese, richiede uno sforzo creativo affinché il rispetto delle storie prevalga sulla logica della destrutturazione.

Charles de Pechpeyrou

Si intitola La speranza non delude il documento pubblicato dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale francese (Cef) in vista delle elezioni presidenziali di fine aprile. I vescovi seguono così una tradizione avviata quindici anni fa in occasione del scrutinio del 2007, che consiste nel proporre ai cattolici spunti di riflessione sulle sfide legate al rinnovo della carica del capo di Stato. Il contesto, però, è diverso: l’epoca attuale — ammettono i vescovi nell’introduzione — è stata segnata dalle rivelazioni sugli abusi sessuali commessi dal clero francese, che hanno messo in discussione la credibilità della parola episcopale. Riconoscendo di aver «fallito», la Chiesa vuole quindi esprimersi con «umiltà». «Non diamo né daremo indicazioni di voto», spiegano i vescovi, che tuttavia esortano i cattolici ad andare alle urne: «Astenersi dal voto è una violazione di responsabilità» nei confronti di una società che rischia di «fratturarsi», perché «divisa e abitata da violenze latenti».

Il testo di una sessantina di pagine si divide in sette capitoli che definiscono altrettanti punti su cui focalizzare l’attenzione: «scegliere di vivere insieme in pace», «il rispetto incondizionato di tutta la vita umana», «promuovere la libertà, l’uguaglianza e la fraternità», «le religioni: un’opportunità per la nostra società in cerca di senso», «per un’ecologia autenticamente integrale», «la Francia non è un’isola» e infine «trasmettere».

In modo particolare, la Cef avverte del rischio di «frattura» della «comunità nazionale» e chiede «un dibattito pre-elettorale che consenta un incontro rispettoso e franco per quanto riguarda le idee e i programmi, al fine di raggiungere una scelta elettorale che possa essere accolta da tutti e portare frutti nel lungo periodo». Nell’attuale clima segnato da molteplici crisi, i vescovi invitano i cristiani a coltivare un senso di responsabilità verso tutti, vigilanza etica e sociale, speranza, ed esortano a non cedere all’amarezza, allo scoraggiamento e alla paura.

Il testo affronta con prudenza la questione della tentazione del ripiegamento su sé stessi e cerca di analizzare piuttosto che giudicare. «L’attuale globalizzazione economica e culturale — si legge — richiede uno sforzo creativo da parte di tutti affinché il rispetto delle storie, delle culture, degli ecosistemi locali e delle persone prevalga sulla logica del confronto o della destrutturazione». La costruzione europea, proseguono i presuli francesi, «così emblematica di una lotta vinta contro le tentazioni di scontro e di guerra», deve essere costantemente rivista per non cadere «nella deriva libertaria, l’eccesso tecnocratico, la rinuncia a promuovere i veri valori morali».

Nel documento si può rilevare inoltre un monito contro il pericolo di strumentalizzazione delle religioni. «Il movimento fondamentale della religione non può ridursi alla ricerca di un’identità particolare» ma «deve essere suscitato dalla ricerca di Dio, per il bene, il vero e il bello», afferma la Cef. Sulla questione migratoria, si ricordano gli «appelli profetici» di Papa Francesco e viene ribadita anche la «legittimità della regolamentazione giuridica dei flussi». Posizioni molto forti vengono prese sugli aspetti bioetici: i vescovi ricordano che «la via autenticamente umana, quella che contribuisce in profondità alla pace, non può consistere in un accanimento terapeutico o nell’uso dell’eutanasia». Mentre è in seconda lettura al Senato il disegno di legge volto in particolare a prolungare la possibilità di abortire fino a 14 settimane, l’episcopato ritiene che questo progetto «costituisce un’ulteriore violenza contro la società nel suo insieme, in particolare nei confronti dei più fragili o portatori di handicap». Viene ribadita infine l’urgenza di una riconversione ecologica e di una revisione del sistema di produzione e dei modi di consumo, in linea con l’enciclica Laudato si’.

 

I 90 anni de “La Settimana Enigmistica”

Era il 23 gennaio 1932: un eccellenza culturale italiana

Nel 1932 il nostro Paese, o come si usava chiamare all’epoca la Nazione o la Patria, era di circa 41 milioni di abitanti e il 21% era analfabeta, in quanto non sapeva ne leggere e ne scrivere. L’Italia era in Europa una delle nazioni con il più alto numero di persone prive di due funzioni primarie e distintive dell’essere umano. Notevoli erano gli sforzi per favorire lo sviluppo della cultura fra i cittadini, per recuperare ritardi storici sulla condizione educativa dei giovani e delle persone volenterose. Si leggono ancora le aspirazioni di tante famiglie italiane che rivendicavano la possibilità di avere strumenti di studio, di lettura e di conoscenza, per poter aspirare a una vita migliore. 

Significativo era quanto si scriveva in quel periodo, in modo particolare da una Casa Editrice: “Un’enciclopedia in ogni casa. Questo, che sarebbe stato un paradosso librario vent’anni fa, sta per essere una conquista certa, confortante e feconda della cultura italiana: conquista che ha avuto ragione del dispregio dei pochi per tal genere di produzione intellettuale, come avrà ragione dell’incomprensione e dell’indifferenza dei più.” In questo concetto e con queste parole gli Editori della Labor, nel 1935, presentavano agli italiani la prima edizione del “Dizionario Enciclopedico Moderno”, una pubblicazione rivoluzionaria a quei tempi, perché stampata anche  fascicoli, che poi si potevano rilegare in quattro volumi.

Questa modalità era per andare incontro a coloro che non potevano acquistare la grande enciclopedia all’epoca esistente, e cercava di favorire tutti i ceti sociali, in modo particolare per incoraggiare all’acquisto le persone con modeste condizioni economiche, perché poteva essere pagata con rate mensili. Esisteva, in quel tempo, una disputa che considerava “il libro dei libri” l’enciclopedia, e perciò ogni famiglia doveva avere un’enciclopedia, la quale naturalmente non poteva essere eguale per tutte le famiglie, perché diversi erano i bisogni, varie le possibilità e le esigenze.

In quel “dinamismo” di ricerca e di conoscenza da parte dei cittadini più attivi, promosso anche dagli stimoli e dalle novità indotte della “prima guerra mondiale”, nasce una particolare e quanto significativa “ eccellenza culturale italiana”.   Ancora oggi, nonostante le grandiose trasformazioni avvenute – a cavallo del XX e XXI secolo – è presente nella nostra società: complessa, tecnologica, e ricca di continue innovazioni, parliamo di una delle riviste più antiche d’Italia: La Settimana Enigmistica. Il primo numero fu stampato, in 16 pagine ed al costo di 50 centesimi.  Uscì il 23 gennaio 1932: sono passati novanta anni.

In quel contesto storico e sociale, La Settimana Enigmistica, la cui redazione è a Milano, è diventata  rapidamente un fenomeno editoriale senza precedenti. E’ stato in Italia, il primo periodico settimanale di enigmistica (rebus, cruciverba, giochi, vignette e tanta cultura attraverso rubriche, i cui contenuti hanno trasmesso saperi e nozioni),  che ha visto nel tempo il moltiplicarsi di un gran numero di testate simili. Non a caso su tutti i numeri del Settimanale, a fianco della sua testata appaiono due slogan per ribadire l’unicità e la primogenitura, in quelli pari si legge “La rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione”, (nel corso degli anni ne sono stati contatati oltre 200), e in quelli dispari “La rivista di enigmistica prima per fondazione e per diffusione”.

Come nacque La Settimana Enigmistica? Ad inventare la rivista fu un nobile di origine sarda, Giorgio Sisini conte di Sant’Andrea, figlio di uno dei fondatori del primo Rotary Club della Sardegna. Il giovane Sisini, laureatosi in ingegneria a Milano, nel 1930 durante un soggiorno a Vienna, gli capitò per caso fra le mani un giornale di enigmistica austriaca Das Ratsel, per il nobile sardo che era un appassionato cultore di giochi ed enigmi, il passo fu breve. Così iniziò l’avventura in Italia del capostipite del nuovo filone editoriale dei periodici di enigmistica, diretta per 40 anni dal fondatore Sisini, fino al 21 giugno 1972, giorno della sua morte.

Quali sono i segreti della rivista che settimanalmente dal 1932, e ha pubblicato 4687 numeri fino ad oggi? Certamente alcuni motivi del successo, vanno ricercati nel fatto che La Settimana Enigmistica, è divenuta “un’attesa consuetudine” in edicola per migliaia di famiglie italiane, di cultura medio – alta,  con il passare degli  anni questa consuetudine si è diffusa in tutte le classi sociali della società, che l’acquistavano anche insieme ai quotidiani e alle riviste preferite. Per molti anni usciva il sabato e dal 2014, il giovedì. La Settimana non ha mai mancato un’uscita. Ci sono state solo due eccezioni, ed entrambe molto serie: nel periodo agosto/settembre 1943, per i bombardamenti, che avevano danneggiato la tipografia e la distribuzione, e nell’aprile/luglio 1945, in seguito agli “ storici avvenimenti bellici che hanno impedito le pubblicazioni”, erano i giorni della Liberazione.

I contenuti della Settimana, hanno fatto la differenza per qualità e   gradimento, rispetto al panorama che veniva offerto dalle altre pubblicazioni, per le novità, la fantasia, la creatività e i tanti risvolti culturali presenti. Tutte pagine ricche  di giochi, ma anche di notizie e barzellette: tanti schemi di parole crociate, da quelle classiche a quelle senza schema, a quelle crittografiche oppure facilitate. E ancora, i rebus, gli indovinelli, le cornici concentriche, inoltre le raccolte di notizie curiose o insolite come succede con “Forse non tutti sanno che…”, “Strano ma vero”, “Spigolature”,  “ Perché ”, “Se non lo trovate…..ve lo dico io”,  “Una gita a …”, e tante altre rubriche che contribuiscono alla riflessione e alla ricerca dell’apprendimento.  

L’influenza culturale della Settimana Enigmistica, motivo del successo editoriale, è presente e viene anche citata, ad esempio, in film, canzoni, e a molti personaggi protagonisti di giochi e vignette, presenti nel corso della vita della rivista. Si può affermare che molti giochi radiofonici prima e televisivi poi, sono stati ispirati del settimanale fondato nel lontano 1932. Va ricordato che la veste tipografica è sostanzialmente, nonostante le più moderne tecnologie di stampa offset, la stessa dei primi numeri, con l’immagine di un personaggio donna sulla prima pagina nei numeri dispari e uomo nei numeri pari.

 In fondo alla prima pagina, appariva uno slogan “Per conservare la memoria occorre esercitarla: La Settimana Enigmistica ve ne dà la possibilità”, oggi c’è un richiamo storico: 23.1.1932 Novant’anni di settimana 23.1.2022, ecco in sostanza il segreto di quella che viene definita “Un eccellenza culturale italiana che si rinnova ogni sette giorni”. 

Ed è proprio vero!

Il tempo stringe, bisogna fare in fretta. Non si può tardare ulteriormente a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Il Paese ha bisogno di una figura che prenda in corsa il testimone di Mattarella e risponda alle ansie di un paese ancora provato – come tutti in Europa – dal dramma della pandemia. 

L’elezione del Presidente della Repubblica. Un appuntamento importante per l’intera nazione, perché il Presidente non è una figura rappresentativa, ma è diventato l’uomo – o la donna – del popolo italiano e gli italiani si aspettano qualcuno che non sia solamente importante per il prestigio della nazione all’estero, ma che sia una persona vicina a tutti, in grado di comprendere i bisogni di tutti e, se necessario, schierarsi dalla parte dei più deboli. Oggi il nostro paese ha bisogno di una figura così, che prenda in corsa il testimone di Mattarella, e risponda alle ansie di un paese ancora provato – come tutti in Europa – dal dramma interminabile della pandemia. 

Non so, però, se i partiti lo abbiano capito, perché in tutti questi mesi hanno nicchiato nelle loro cose, nei loro problemucci personali per poi di colpo svegliarsi ieri e pretendere di avere in mano la strategia per eleggere il presidente di tutti: la scheda bianca.

In queste ultime settimane siamo passati dalla folle attesa del sì di Berlusconi, con la sua candidatura improponibile, al no per la Casellati e a qualche altro nome ventilato indiscriminatamente, come se si dovesse eleggere il sindaco di un paesello, che pure si merita la sua dignità. E non serve spremersi il cervello per tirare fuori due o tre nomi “degni”, come ha detto ieri qualcuno tra un watsapp e l’altro in cerca di consensi. Forse bisogna ragionare su ciò che si ha e non su ipotesi inverosimili. E siamo d’accordo che a Mattarella non si può chiedere di più. 

E intanto, come ha fatto notare Tiziana Ferrario in un tweet di questa mattina, si sta surriscaldando il clima nella vicina Ucraina. Biden mobilita 8500 soldati, la NATO invia armi, e noi ci ritroviamo con 1009 elettori che giocano a votare scheda bianca. Qualcuno, giorni fa, diceva che bisogna prendere spunto dal Conclave per l’elezione del Presidente. Certamente andrebbe fatto come nel conclave di Viterbo del giugno 1279 quando i viterbesi chiusero i cardinali nel palazzo dei papi, riducendo loro le vivande per accelerare l’elezione papale. 

Oggi più che mai c’è bisogno di un maggiore senso di responsabilità. Non è questo che si aspettano gli italiani, la maggioranza dei quali vorrebbe finalmente andare a votare. Tutti attendiamo un nuovo Presidente, ma che non sia alle calende greche. L’Italia attende.

Alla ricerca di un altro Mattarella. La trattativa entra nel vivo, le ipotesi si rincorrono, i giochi restano complicati. E allora? 

Il rischio più grande è che l’attivismo di Salvini si risolva nella equivocità di un disegno gravido di conseguenze sul piano della stabilità politica.  

La conferma di Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi corrispondeva, e in qualche modo continua a corrispondere, all’idea di un Paese che attraverso la sua classe dirigente riconosce la necessità di preservare un delicato e prezioso equilibrio politico. La difficoltà nasce quando si prova, come in queste ore, a costruire un equilibrio analogo con il passaggio di Draghi al Quirinale. Gli ottimisti interpretano i messaggi che filtrano dagli incontri di ieri come il preludio di un’intesa complessiva, sia sulla presidenza della repubblica che sulla presidenza del consiglio (ovvero sul governo). Gli altri, meno ottimisti, si limitano a riconoscere che il confronto sta producendo effetti positivi, se non altro perché si è formato un asse Salvini-Conte-Letta che potrebbe – il condizionale è d’obbligo – condurre a buon fine la partita.

A ben vedere, la prima giornata dei Grandi elettori si è chiusa in un clima di sospensione, senza un vero punto fermo. Anche la figura di Draghi è investita da una strana luce che ne rivela la forza derivante dal ruolo ricoperto e dal prestigio personale, come pure la debolezza conseguente alla incertezza delle prospettive, fino al rischio di pericolosi contraccolpi. Se non va al Quirinale, il problema si trasforma in un quesito molto semplice: quale altro candidato può garantire, alla stregua di Mattarella in questi mesi, la stabilità o la continuità della sua leadership di governo? Chi caldeggia l’ipotesi di Casini, il più solido dei nomi ricorrenti, deve smontare le preoccupazioni che aleggiano come nuvole gravide di tempesta su Palazzo Chigi.

In gioco, oltretutto, è la conferma dell’attuale maggioranza. Nata sotto la stella dell’emergenza, adesso si ritrova sottomessa al gioco più brillante e più incauto, quello che sconta la velleità dell’oltrepassamento nell’orizzonte dell’unitarismo, con l’appello, come si dice, a una “personalità autorevole e non divisiva”. Ecco, la  retorica in questo caso si scontra con la realtà: di regola un consenso più ampio, auspicabile senz’altro nel caso della elezione del Presidente della Repubblica, si raggiunge solo a condizione che si mantenga il consenso di una preesistente maggioranza. L’alternativa è che la piroetta dei giocolieri finisca in un atterraggio disastroso, ovvero con la dissoluzione del quadro politico esistente. 

Sventare tutti questi pericoli significa disporsi ad eleggere al Quirinale un altro Mattarella. Ad essere equanimi, in giro se ne vede solo uno, ed è proprio Mattarella. Videant consules…

 

Emma e Matilda con Sergio. Cronaca di un incontro….al Quirinale.

Il Presidente Mattarella ha ricevuto lo scorso novembre le due ragazzine, naturalmente incredule e commossse. La cronaca dell’incontro è qui descritta dalla persona – nascosta sotto lo pseudonimo di Nemo – che ha lavorato assiduamente per trasformare in realtà il desiderio di Emma e Matilda. Il testo è preso dal nuovo numero 0 (gennaio 2022) del periodico “Democraticicristiani-Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

Nemo

Emozione e curiosità si sono mescolate in un intreccio indissolubile sin dall’arrivo della notizia di essere ricevute dal Presidente della Repubblica al Quirinale.

Il 19 novembre 2021 resterà, per sempre, scolpito nei loro ricordi tra incredulità e riconoscenza.

Emma e Matilda mi avevano espresso questo desiderio durante le vacanze estive e io lo avevo raccolto senza far trasparire quanto fosse difficile accogliere tale richiesta. Ma anche consapevole che non bisogna mai negare ai bambini che i loro sogni si possano realizzare. E così, dopo qualche giorno, ho scritto al Presidente Sergio Mattarella e chiesto udienza. Una breve lettera in cui illustravo quanto Emma e Matilda ci tenessero a conoscerlo, raccontavo il loro ritorno a scuola in presenza e lo studio dei primi articoli della Costituzione, il – seppur breve – ma intenso percorso di vita, la malattia di Matilda.

L’emozione di quell’incontro aveva contagiato anche mamma e papà, Ines e Andrea.

Con trepidazione salirono in ascensore e attesero di essere chiamati senza prima dimenticare di fare la foto con il corazziere che sostava davanti all’ingresso dell’appartamento del Presidente. 

All’annuncio che potevamo entrare fu gioia subito.

Emma e Matilda avevano portato dei dolci al Presidente, quelli che a Lui piacciono tanto. 

Con sicurezza e slancio seguivano l’uscere anticipando tutti, correndo incontro ad una persona che sembrava conoscessero da sempre.

Ma l’emozione fece dire poche cose delle tante preparate. Ci fu però lo spazio per parlare del loro ritorno a scuola in presenza e di quegli articoli della Costituzione così cari non solo al Presidente. La consegna dei regali coprì quel momento d’incertezza e poi la foto, a perenne ricordo. 

Sentito come “una persona di famiglia”, a Natale Emma e Matilda hanno inviato gli auguri a Sergio Mattarella.

Caro Presidente,

siamo quasi alla vigilia di un nuovo Natale e Lei avrà ricevuto già tanti biglietti e messaggi di auguri per le festività.

Saranno talmente tanti che, magari, non riuscirà a leggerli tutti, ma anche noi vogliamo unirci alle persone che le esprimono il oro affetto.

Le auguriamo, innanzitutto di riuscire a trascorrere momenti di gioia con la sua famiglia e i suoi nipoti, perché un vero Natale si vive con le persone che amiamo e che ci amano.

Le auguriamo di trovare sotto l’albero i regali che Le piacciono davvero, accanto a quelli che dovrà farsi piacere per forza.

Le auguriamo di riuscire a trovare sempre un po’ di serenità, anche quando intorno a Lei ci saranno tensioni e litigi.

Le auguriamo di trovare sempre Gesù Bambino nel suo cuore.

Infine La ringraziamo perché noi, il nostro regalo più bello quest’anno lo abbiamo ricevuto con un mese di anticipo: poterLa incontrare a casa sua è stato bellissimo!

Eravamo molto emozionate e non siamo riuscite a dirle quello che volevamo….

Ma la cosa più importante oggi la scriviamo qui: grazie di cuore per aver realizzato il nostro desiderio di conoscerLa, nonostante i suoi tanti impegni e grazie per aver sempre rappresentato il nostro Paese con la Sua onestà e gentilezza.

Un abbraccio forte 

Matilda ed Emma 

Le soprese per loro non sono finite perché Mattarella risponde ai loro auguri con un biglietto autografo.

Care Matilda ed Emma,

Vi ringrazio molto per la Vostra bella lettera e per gli auguri, che Vi ricambio con affetto.

Spero che anche Voi abbiate trascorso un bel Natale in famiglia e state passando bene questi giorni di vacanza.

Mi ha fatto tanto piacere incontrarvi e conoscervi e augurarvi un bel futuro.

Un caro saluto

Sergio Mattarella

Da tutti noi, Grazie Presidente!

 

Per leggere la rivista “Democraticicristiani–Per l’Azione”

Istituto Cattaneo: “Occupazione al 2030 e mutamenti demografici. Centro-Nord e Mezzogiorno”.

Come sarebbe il mondo del lavoro del Centro-Nord e del Mezzogiorno fra dieci anni, se improvvisamente le migrazioni si azzerassero e i tassi di occupazione rimanessero co- stanti per sesso ed età? Sia al Nord che al Sud vi sarebbe una drammatica carenza di manodopera, mentre sia i colletti blu che i colletti bianchi invecchierebbero fortemente. È da questi numeri – difficilmente modificabili – che bisognerebbe partire per stimare il fabbisogno di immigrati dall’estero dei prossimi anni.

Chiara Gargiulo e Gianpiero Dalla Zuanna 

La legge Bossi Fini del 2002 chiede che alla fine di ogni anno il Governo emani un decreto flussi, fissando il numero di immigrati cui permettere di entrare nel nostro paese nell’anno successivo. Il numero viene fissato con criteri non definiti a priori, su suggerimento del Comitato per il coordinamento e il monitoraggio istituito dalla stessa legge. Nel difficile tentativo di determinare un numero “ottimale” annuale di immigrati, abbiamo provato a fare un primo passo, isolando i soli fattori demografici. I numeri che illustreremo non definiscono quindi il fabbisogno reale, perché molte altre cose possono cambiare, oltre e assieme alla demografia. Tuttavia, è da qui che si deve partire per arrivare a numeri dotati di qualche razionalità. Infatti molti aspetti dell’evoluzione demografica della popolazione lavorativa sono definibili quasi con certezza, almeno per il pros- simo decennio.

Le nostre stime sono differenziate per il Centro-Nord Italia, dove il mercato del lavoro è assai dinamico e la popolazione straniera supera oggi il 10% della popolazione totale, e per il Mezzogiorno, dove gli stranieri sono molti di meno, i tassi di attività più bassi e quelli di disoccupazione assai più elevati. La stima proietta il fabbisogno dal 2012-20 al 2022-30. La fonte è la Rilevazione Continua Istat delle Forze di Lavoro, che ha almeno tre pregi: fornisce risultati tempestivi (pochi mesi dopo la rilevazione), ha numerosità elevate (annualmente viene intervistata l’1% della popolazione residente in Italia) e ri- leva il lavoro in modo dettagliato. L’utilizzo di questa fonte potrà permettere di aggiornare annualmente queste stime.

L’obiettivo è vedere come si modificherà la domanda di occupati nei prossimi anni rispetto a quella odierna, partendo dalla popolazione suddivisa per cittadinanza (italiani e stranieri), sesso (uomini e donne) e titolo di studio (basso: no titolo, elementari, medie, corsi professionali e alto: diploma e laurea). La stima riguarda la popolazione totale in età lavorativa (15-64 anni), suddivisa per classi di età quinquennali. Quali saranno le categorie della popolazione per le quali, nel prossimo decennio, si avrà un numero sufficiente di potenziali nuovi occupati per coprire il vuoto occupazionale lasciato dai nuovi pensionati, ovvero vi sarà un tendenziale deficit o surplus di lavoratori, ricopribile mediante modifiche strutturali del mercato del lavoro e/o grazie a flussi migratori?

Supponiamo che il mercato del lavoro sia “cristallizzato”, ossia che la percentuale di occupati per ogni categoria frutto degli incroci fra le variabili sesso, cittadinanza e titolo di studio resti la stessa nei prossimi anni, per ogni classe di età quinquennale, che non ci siano migrazioni né cambi di cittadinanza, Per semplicità, facciamo anche l’ipotesi di mortalità nulla, visto che fortunatamente nel nostro paese la mortalità fra 5 e 64 anni è demograficamente trascurabile. Queste ipotesi non sono ovviamente verosimili. Tuttavia, lavorando in questo modo, per ogni categoria considerata possiamo isolare l’effetto di trasformazioni demografiche che si verificheranno in ogni caso, ossia il progressivo invecchiamento delle generazioni: perché – in ogni caso – fra dieci anni la grandissima parte dei lavoratori di 15-64 anni sarà costituita da chi oggi ha 5-54 anni.

Partendo da questa prima stima, in un momento successivo sarà possibile fare ipotesi sull’evoluzione della propensione all’occupazione futura (ad esempio supponendo che il tasso di occupazione femminile continui ad aumentare, come è accaduto nel corso degli ultimi decenni, che la disoccupazione diminuisca, che la produttività aumenti…), per giungere a stime più realistiche del fabbisogno migratorio (in entrata o in uscita) nei prossimi anni.

Come già accennato, i dati fanno riferimento alla Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro, considerando in un solo blocco gli anni 2012-2020. L’informazione relativa allo stato occupazionale è stata ricavata dalla domanda I1: Nella settimana di riferimento, si considerava occupato, disoccupato, casalinga, studente o ritirato dal lavoro? Le risposte a tale domanda sono state suddivise in sei modalità: occupato, disoccupato, casalinga, studente, altro inattivo, ritirato/inabile.

 

Per leggere la ricerca

https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2022/01/2022-01-21-occupazione-e-demografia-al-2030.pdf