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Depositati tre emendamenti in Parlamento: uno riguarda i lavoratori fragili. 

La questione riveste sempre un’importanza particolare. Seguiremo l’iter parlamentare degli emendamenti depositati e daremo notizia degli esiti legislativi.

In questi giorni su nostra sollecitazione e grazie alla collaborazione dell’amico Francesco Comellini – esperto legislativo – che ha sensibilizzato le parti politiche ad affrontare le problematiche riferite alle questioni di maggiore e più urgente impatto sulle persone più fragili, recependo in pieno le nostre richieste con competenza e avvertito sentimento di condivisione di tutte le segnalazioni pervenute da ogni parte del Paese, sono stati depositati nei termini, tre emendamenti, di cui due al Senato sul DL 221/2021 e uno alla Camera in relazione al ‘Decreto milleproroghe’.

Diamo testuale notizia degli emendamenti di cui sopra, comprensivi del testo depositato e della relazione esplicativa.

Senato della Repubblica.

Emendamento al AS. 2488

Dopo l’articolo 17, inserire il seguente: 

“Articolo 17-bis.

(Misure per il personale delle pubbliche amministrazioni)

  1. L’assenza dal lavoro del personale, che svolge un’attività lavorativa a tempo indeterminato e a tempo determinato, delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nelle giornate immediatamente successive alla somministrazione del vaccino contro il COVID-19, dovute al verificarsi di eventi avversi purché questi siano certificati dai competenti organi medico-legali o da struttura sanitaria pubblica, che ne attestino la correlazione con la somministrazione della dose vaccinale contro COVID-19, non determina, anche per periodi inferiori ai 10 giorni, alcuna decurtazione del trattamento economico, né fondamentale né accessorio. I periodi di assenza dal servizio di cui al presente articolo non sono computabili ai fini del periodo di comporto.

Relazione esplicativa

Sulla base dell’emendamento approvato in Senato al DL 172/2021, che ha introdotto al Capo I, dopo l’articolo 2, l’articolo 2-bis recante «Misure per il personale delle pubbliche amministrazioni» che prevede come l’assenza dal lavoro del personale, che svolge un’attività lavorativa a tempo indeterminato e a tempo determinato, delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, per la somministrazione del vaccino contro il COVID-19 sia giustificata e che la predetta assenza non determina alcuna decurtazione del trattamento economico, né fondamentale né accessorio, con il presente emendamento si intende garantire al personale delle Pubbliche Amministrazioni – a fronte della somministrazione vaccinale da Covid-19 quale atto volontario del lavoratore al sostenere e contribuire personalmente ad ogni azione di tutela sanitaria a garanzia del luogo di lavoro e per assicurare il corretto funzionamento della Pubblica Amministrazione nell’esercizio delle sue funzioni – si propone di non rendere operativa la decurtazione prevista dall’art 71 del D.L. n.112 del 2008 (Legge 133/08) per i periodi di malattia inferiori ai 10 giorni che dovessero essere necessari per il verificarsi di eventi avversi conseguenti alla somministrazione del Vaccino contro Covid-19, purché tali eventi sino ad esso correlati e certificati dai competenti organi medico legali. 

Al riguardo si precisa che per ‘competenti organi medico legali’ debbano intendersi anche le figure preposte a rilasciare la certificazione di malattia tra cui i medici preposti al servizio di medicina generale (c.d. medico di base) che i medici convenzionati con il SSN (accordo collettivo nazionale di cui all’ Art. 8 d.lgs 502/92) la cui attività prevede l’esercizio di poteri pubblicistici di certificazione. Inoltre proprio in conseguenza del valore che tale disposizione riveste al fine di sostenere con ogni mezzo le azioni di contrasto alla diffusione pandemica di Covid-19 e delle sue varianti, si ritiene doveroso non conteggiare, ai fini del comporto, le giornate di malattia come individuate dalla presente disposizione. La disposizione non genera nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica in quanto le attestazioni delle condizioni cliniche documentate che determina l’assenza per malattia sono già previste da disposizioni vigenti.

Senato della Repubblica

Emendamento al AS. 2488

All’articolo 17, apportare le seguenti modifiche:

  1. al comma 1, primo periodo, le parole “comma 2-bis” sono sostituite dalle seguenti: “comma 2 e comma 2-bis”;
  2. al comma 1, secondo periodo, dopo le parole “sostituzione del personale” aggiungere le seguenti: “ , anche

conseguentemente 

al comma 1, secondo periodo, le parole “la spesa di 39,4 milioni di euro per l’anno 2022” sono sostituite dalle seguenti: “la spesa, nel limite massimo, di 39,4 milioni di euro per l’anno 2022”

Relazione esplicativa

La misura è volta ad estendere le tutele previste per le persone con fragilità in possesso di certificazione  rilasciata  dai competenti organi medico-legali, attestante una condizione di rischio derivante da immunodepressione o da esiti da patologie oncologiche o dallo svolgimento di  relative terapie salvavita, ivi inclusi i lavoratori in possesso   del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità  ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio  1992, n. 104, il periodo di assenza dal servizio è equiparato al ricovero ospedaliero ed è prescritto dalle competenti autorità sanitarie, nonché dal medico di assistenza primaria che ha in  carico  il  paziente,  sulla base  documentata  del  riconoscimento di disabilità o delle certificazioni dei competenti organi medico-legali di cui sopra, i cui riferimenti sono riportati, per le verifiche di competenza,  nel medesimo certificato secondo il disposto dall’articolo 26, comma 2 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino alla data di adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque non oltre il 28 febbraio 2022. 

Inoltre appare importante prorogare la disposizione in parola anche ai fini di evitare, soprattutto per prevenire il rischio di contagio per le persone immunodepresse o con da esiti da patologie oncologiche o che sono sottoposte allo svolgimento di terapie salvavita, assicurando quindi che i periodi di assenza dal servizio di cui al presente comma non sono computabili ai fini del periodo di comporto. 

Camera dei Deputati

Il termine di cui all’art.1, comma 4 bis, del Decreto legge 8 aprile 2020 n° 22 convertito, con modificazioni,  dalla legge 6 giugno 2020 n° 41, relativi allo svolgimento dell’attività dei gruppi di lavoro per l’inclusione scolastica, è prorogato al 31marzo 2022, ferma restando la facoltà, anche dopo tale data, di poter continuare ad effettuare in videoconferenze le sedute dei gruppi di lavori suindicati, dandone comunicazione all’Istituzione scolastica presso la quale sono istituiti.

Seguiremo l’iter parlamentare degli emendamenti depositati e daremo notizia degli esiti legislativi.

Inutile sottolineare l’importanza dell’emendamento che prevede la proroga del comma 2 (oltre al comma 2 bis, già prorogato) dell’art. 17 DL 24/12/2021 n.21, e quindi l’equiparazione dei periodi di malattia al ricovero ospedaliero, senza computo nel cd. ‘periodo di comporto’. Una questione che abbiamo più volte sollevato anche direttamente al Governo e il cui esito positivo sarebbe accolto con sollievo dai lavoratori fragili.

Ricominciare dalle fondamenta. Cioè dal magistero dei grandi testimoni del passato.

Giova a tutti noi la rilettura critica ma necessaria dei nostri padri fondatori. Essi non appartengono al passato ma sono e restano contemporanei per le scelte concrete che hanno fatto e per il progetto politico e culturale che hanno saputo dispiegare. 

C’è un modo, sicuramente il più importante, per poter ricostruire il nostro patrimonio culturale e, soprattutto, per rendere attuale e contemporaneo il filone ideale del cattolicesimo politico, democratico, popolare e sociale nel nostro paese. E la strada è quella della rilettura del magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale dei grandi statisti e dei veri leader che hanno costellato e caratterizzato il cammino del cattolicesimo politico e, di conseguenza, della democrazia italiana dal secondo dopoguerra in poi. 

C’è un motivo se, ogniqualvolta si richiamano l’insegnamento e il magistero dei grandi uomini politici del passato crescono l’attenzione e l’interesse di chi ascolta, di chi legge o di chi scopre la specificità e l’originalità di questi uomini e di queste donne. Da Carlo Donat-Cattin a Mino Martinazzoli, da Tina Anselmi e Maria Eletta Martini, da Benigno Zaccagnini a Aldo Moro, da Giulio Andreotti a Emilio Colombo, da Giovanni Marcora a Luigi Granelli e Giovanni Galloni. Certo, tutti sappiamo che non possiamo e non dobbiamo essere catturati dalla regressione nostalgica nè, tanto meno, di rifugiarsi nel passato come ancora di salvezza rispetto allo squallore e alla decadenza della politica e della classe dirigente contemporanei. Ma un fatto è indubbio. E cioè, l’attualità e la modernità di una cultura politica la riscopri solo e soltanto attraverso le scelte, la testimonianza, la militanza, il progetto e lo stile dei grandi statisti e dei grandi leader che hanno contribuito in modo determinante a rendere praticabile nella concreta dialettica politica, e nelle diverse fasi storiche, un qualificato e nobile patrimonio culturale ed ideale.

Per fare un solo esempio tra i tanti che si potrebbero citare, è appena sufficiente capire che una “sinistra sociale” di ispirazione cristiana continua ad essere fortemente attuale anche e soprattutto nella fase storica che stiamo vivendo. E questo perchè, causa anche i danni provocati da una persistente pandemia, la cosiddetta “questione sociale” è nuovamente esplosa nei meandri del nostro paese. In tutte le fasce generazionali e che coinvolge molte fasce sociali e moltissime professioni. Ma per capire gli elementi costitutivi di questa originale e moderna cultura politica non possiamo non rileggere il magistero e la testimonianza concrete di uomini come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini. Soprattutto per le scelte compiute – che conservano una bruciante attualità ancora oggi – e per le intuizioni che hanno messo in campo in tempi altrettanto difficili e drammatici. 

Basti pensare al varo dello “Statuto dei lavoratori” o al valore della “contrattazione” e dell’autonomia costruttiva e leale del sindacato rispetto ai partiti e alla politica nel suo complesso. Una “sinistra sociale” che non può essere banalmente archiviata o storicizzata pena l’indiretta adesione, acritica e forse anche inconsapevole, di liquidare quella lezione politica, culturale, sociale e anche etica. E l’esperienza della “sinistra sociale” non è che un solo esempio fra i molti che si potrebbero fare. Per non parlare della cultura di governo, del rispetto dello Stato e delle istituzioni democratiche, della cultura di governo, della cultura della mediazione e del confronto con gli avversari messi in campo per molti decenni e da varie generazioni di cattolici democratici e popolari.

Ecco perchè, dopo il lento ma inesorabile declino del populismo e dell’antipolitica giustizialista e demagogica dei 5 stelle e la probabile conclusione dei quella esperienza politica – con sommo dispiacere del Pd di Letta, immagino – è giunto il momento anche per riscoprire le fondamenta vere e autentiche della politica. E tra queste fondamenta non può mancare, come ovvio ed evidente, il pensiero e la cultura del cattolicesimo politico italiano. Partendo, appunto, dalla rilettura critica ma necessaria dei nostri padri fondatori. Che non appartengono al passato ma sono e restano contemporanei per le scelte concrete che hanno fatto e per il progetto politico e culturale che hanno saputo dispiegare nei tempi in cui erano protagonisti e in prima linea.

E se Draghi andasse al Colle?

Difficile immaginare cosa farà Draghi nelle prossime ore e come andranno le elezioni per il Presidente della Repubblica. Ma ciò non togli che si possano fare alcune valutazioni sui futuri scenari.

E mo? Bisogna dare atto a Berlusconi che ancora una volta ha gettato la politica nel caos. Che abbia rinunciato al Colle per amor di Patria ci credo poco, che lo abbia fatto per puntare a favorire una soluzione capace di aprire ad un rimpasto di governo e una risalita di Forza Italia o quanto meno limitare i danni, è più plausibile. Che lo abbia fatto per spaccare il PD e una maggioranza inconciliabile è certo. La soluzione migliore sarebbe Draghi al Colle e Franco a Chigi (uomo, si dice, di osservanza strettamente draghiana), il resto sono favole per far sognare la gloria o la chiusura di una carriera troppo lunga ai tanti disinvolti evergreen.
Tuttavia se Draghi va veramente al colle, l’ipotesi voto anticipato (auspicata da Giorgia Meloni, che sale sempre più nei consensi essendo la sola opposizione di peso) diviene realistica, perché un qualunque premier incaricato, non espressione del PdR eletto, avrebbe una enorme gatta da pelare.

Da un lato la difficile gestione del Pnrr da mandare avanti, driblando le pressioni di chi vorrebbe vedere nel piano solo una montagna di soldi da spendere, posti e potere da occupare (forse per cercare di risalire nei consensi) e non una occasione irripetibile per la crescita del Paese. Dall’altro il problema di certa politica che vuole sopravvivere a se stessa, dove da un lato si agita quella bisognosa di blindarsi il ruolo di solo capitano sulla tolda della nave in affanno e dall’altro quella bisognosa di tornare a contare decimi di percentuale per non ridursi all’irrilevanza (nonostante ora abbia il boccino e la possibilità di sparigliare ancora). Ed infine un PdR che – lo ha già dimostrato con lo stile esecutivo adottato da Palazzo Chigi – non si limiterà a fare il notaio e tagliare nastri, usando tutte le leve che la Costituzione gli offre per guidare modernamente il Paese.

Dunque con Draghi al Colle la gestione del voto anticipato, ma non solo questa, diviene particolarmente spinosa per l’attuale maggioranza (tutti nessuno escluso) perché in caso di non fiducia al premier incaricato, da parte di un parlamento contrario ad un esecutivo che per forza di cose dovrà essere prevalentemente tecnico, resta il voto ed in attesa che si vada alle urne, il ruolo di guida dei ministri spetterebbe al ministro più anziano (Brunetta) anche perché nell’esecutivo non ci sta nessuno con il ruolo di vicepremier. Si tratterebbe vero di poco tempo, ma sarebbe uno tsunami per la politica e, soprattutto, per il Paese che si ritroverebbe di fatto con un esecutivo provvisorio con una situazione economica delicatissima.

A questo vanno aggiunti due altri fattori che potrebbero facilitare la soluzione Draghi/Franco. Il primo riguarda la mancanza di una legge elettorale conseguente alla riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Cosa non irrilevante. Il secondo riguarda i segretari dei partiti, ed è forse il più preoccupante, che vedranno per effetto della riforma, non solo ridotto il numero dei posti teoricamente a loro disposizione (l’elettorato detta la vittoria) ma – se non saranno accorti – vedranno ridursi anche il loro potere e la loro leadership nella trattativa verso il voto, con conseguente scatenarsi di guerre interne per la “poltrona” che non gioveranno ad alcuno.

Nel frattempo, se non si userà il buon senso, l’Italia avrà problemi interni (a cominciare da possibili tensioni sociali di cui nell’ultimo anno abbiamo avuto diversi assaggi) e di credibilità internazionale soprattutto con i partner europei (li ha già e non solo per la storia del Green Pass da sei mesi rispetto a quello europeo da nove, che è la questione minima). Insomma uno scenario tutt’altro che semplice che dovrebbe spingere i grandi elettori ad una soluzione nell’interesse del Paese, entrando più in empatia con il sentimento popolare, anche perché incatenare Draghi a Palazzo Chigi, fino alla fine della XVIII legislatura, potrebbe portarlo ad assumere la decisione di non farsi logorare da questa maggioranza.

La figura di Pasquale Saraceno 

Economista cattolico, partecipe della ricostruzione post bellica, teorico della politica di programmazione, valtellinese di “fede meridionalista”.   Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

Nel 150º di fondazione della Bps, Franco Monteforte ricostruisce il ruolo e gli studi poco conosciuti del grande economista di Morbegno, scritti in occasione del centenario dell’Istituto nel 1971. L’articolo è stato pubblicato sul n. 146 (agosto 2021) del “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” con il titolo “Pasquale Saraceno storico della Banca Popolare di Sondrio”. Lo stralcio della parte iniziale è stato autorizzato dalla direzione del “Notiziario”. Il testo integrale può essere letto digitando il link posto alla fine del testo.

Padre nobile, insieme a Donato Menichella e Alberto  Beneduce, delle partecipazioni statali e dell’impresa  pubblica come espressione degli  interessi  collettivi,  fermo  sostenitore  dello  sviluppo  autonomo  del  Mezzogiorno e del superamento del dualismo Nord-Sud come  compimento  dell’unificazione  italiana, maestro  di  decine  di manager ed economisti aziendali alla Bocconi, alla  Cattolica e infine a Ca’ Foscari, protagonista della breve stagione della programmazione economica a fianco di Ezio Vanoni del cui Piano (in realtà solo uno Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia) fu il maggiore artefice, Pasquale Saraceno è solitamente ricordato come il grande tecnico di Stato, il commis d’État, spesso profeta  inascoltato, della ricostruzione postbellica e della politica economica degli anni degasperiani. 

Ma  dietro quella sua rocciosa solidità tecnica e quella laica  razionalità scientifica del suo pensiero stava un altrettanto  saldo sistema di valori cristiani, fondato sull’idea del  bonum commune della tradizione cattolica, del lavoro come base della dignità dell’individuo-persona e della giustizia sociale come fondamento dell’uguaglianza, lotta al  privilegio e idea direttiva dello sviluppo economico e di una società ben ordinata. È con questo bagaglio etico che, fra il 1943 e il 1944, Saraceno aveva attivamente partecipato  all’elaborazione di quello che è passato alla storia come il  Codice di Camaldoli, che aggiornava la dottrina sociale della Chiesa e che tanta influenza avrebbe esercitato, nel  corso dei lavori della Costituente, sull’élite politica cattolica e sulla formulazione dei princìpi fondamentali della nostra Costituzione, specie in tema di lavoro e di ruolo dello Stato  nell’economia, in  cui  il  nostro  Paese  andava  anche  oltre  quell’idea  di “economia  sociale  di  mercato” che con Wilhelm Röpke si affermava allora in Germania, e quella  concezione del Welfare State che Lord Beveridge diffondeva in Inghilterra. 

A quel documento, pubblicato nell’aprile del 1945 col titolo  Per la comunità  cristiana. Principi dell’ordinamento sociale  a  cura  di un gruppo di  studiosi amici di Camaldoli, aveva contribuito un gruppo di giovani laureati dell’Azione  Cattolica  che  comprendeva  tra  gli altri  Giulio  Andreotti,  Aldo Moro, Mario Ferrari Aggradi, Giorgio La Pira, Paolo Emilio Taviani, il  filosofo del diritto  Giuseppe Capograssi  e  Ludovico Montini, fratello del cardinal Montini, futuro  Paolo  VI, che del gruppo era il punto di riferimento ecclesiale. Ma il capitolo centrale sui problemi economici e finanziari era stato interamente scritto dalla cosiddetta “triade  valtellinese”, vale a dire  Ezio Vanoni, Pasquale  Saraceno  e Sergio Paronetto, tutti nativi di Morbegno in Valtellina e legati fra loro da forti vincoli di amicizia rafforzati dalla  comune militanza cattolica. 

Vanoni e Saraceno erano stati a Morbegno compagni di  classe alle elementari e la loro amicizia si era consolidata  anche dopo il trasferimento dei Saraceno a Milano, nel corso delle lunghe estati che Pasquale, insieme ai fratelli, amava trascorrere in Valtellina coi Vanoni, a S. Martino  Valmasino, dov’era maturato presto anche l’amore per Giuseppina Vanoni, sorella di Ezio, che Saraceno, giovane incaricato di tecnica bancaria alla Bocconi,  aveva  sposato  nel settembre del 1930  e  con  cui  tre  anni  dopo,  quando  era stato assunto da Donato Menichella all’IRI come responsabile della sezione  finanziamenti, si era trasferito  a  Roma, dove Ezio Vanoni insegnava già Scienza delle finanze e Diritto finanziario.

Fu a Roma che Saraceno, fra le prime persone, conobbe  Sergio Paronetto. 

Nato a Morbegno nel 1911, Paronetto aveva lasciato la Valtellina con la famiglia a soli sette mesi seguendo le  peregrinazioni del padre, impiegato nell’amministrazione statale,  ma  ai  fratelli  Vanoni  lo  legava  la  stretta amicizia fra la loro madre, Luigia Samaden, e la propria, Rosa Dassogno, figlia di un’agiata famiglia di Berbenno e storica figura del cattolicesimo valtellinese, che nel 1907 aveva  fondato il Movimento  femminile  delle donne  democratico-cristiane,  nell’ambito  di quella che fu in Valtellina la prima Democrazia cristiana di don Enrico Sala. 

Più giovane di sette anni rispetto a Vanoni e Saraceno,  Paronetto, allora caporedattore all’Illustrazione vaticana, li aveva presto conquistati con quella sua disarmante  capacità  di  unire  alla  vasta  preparazione  culturale una fede trascinante, che faceva riscoprire ai due amici  valtellinesi come fondamento etico e senso ultimo dell’azione politica e dell’attività  economica,  al  punto  che  Saraceno lo aveva voluto già nel ’34 all’IRI prima come  responsabile dell’Ufficio studi e poi come capo della sua  segreteria tecnica, facendone il suo più stretto  collaboratore. 

Si era così formata, all’interno del movimento  dei  laureati  cattolici, quella “triade  valtellinese” che nel ’44-’45 sarebbe stata il perno della  redazione del Codice di Camaldoli, di cui Paronetto, per unanime riconoscimento dei suoi autori, fu l’indiscusso animatore. 

Ma Paronetto, morto prematuramente nel marzo del ’45,  quel Codice non l’avrebbe mai visto pubblicato. In  compenso la sua sotterranea eredità nel mondo politico  cattolico e all’interno della stessa IRI sarebbe a lungo  sopravvissuta. 

All’IRI,  in  particolare,  era  stato  accanto a Saraceno negli anni in cui prendeva corpo la filosofia dell’impresa pubblica  come strumento di riunificazione nazionale e di superamento dello squilibrio Nord-Sud, non in  concorrenza  ma a fianco dell’impresa privata, in un contesto di economia di mercato. 

Per  Saraceno l’unica via d’integrazione del Mezzogiorno  nell’economia nazionale era quella di stimolare in esso,  attraverso grandi poli pubblici nei settori dell’industria di  base, un autonomo sviluppo economico moderno, fondato su una rete diffusa di piccole e medie imprese, che  i grandi gruppi industriali privati del  Nord  – che  del  sottosviluppo  del Meridione erano stati fino allora i beneficiari e ad esso guardavano come mera appendice  territoriale  del  proprio  stesso sviluppo – non sarebbero mai riusciti ad assicurare. 

L’autonomia dello sviluppo industriale del Sud diventava così garanzia non solo di equilibrio e razionalità dello  sviluppo economico nazionale ma anche strumento di eguaglianza e giustizia sociale, fine ultimo della politica economica dello  Stato. 

 

Link per leggere l’articolo completo sul “Notiziario” della Banca Popolare di Sondrio

Per leggere la rivista “Democraticicristiani – Per l’Azione”

 

Benigno Zaccagnini, protagonista del suo tempo. Una nuova biografia di Frascatore.

L’autore tratteggia del “mite Zac” l’indole romagnola (rivoluzionaria), la profonda fede religiosa che lo colloca tra utopia e realtà e che traspare dal suo pensiero soprattutto con riferimento al concetto evangelico “nulla è impossibile a Dio”. Nel solco arido della politica attuale, uno spiraglio di luce è rappresentato senza dubbio dal nuovo libro di Paolo Frascatore: Una democrazia più avanzata, La sfida di Benigno Zaccagnini (Arduino Sacco Editore). Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

 

L’autore riflette soprattutto sul pensiero e sul magistero politico di Benigno Zaccagnini in una fase della politica italiana tra le più difficili e drammatiche della storia della Repubblica.

E pur tuttavia, non si tratta di un semplice excursus storico, quanto invece di un’analisi che poggia su una base ideale solida che fa riferimento alle idee, ai comportamenti, alle abitudini quotidiane di un personaggio politico (ritenuto di secondo piano) che alla metà degli anni Settanta diviene, quasi per incanto, il punto di riferimento politico dei giovani e delle classi popolari più umili e disagiate della società italiana.

L’autore ne tratteggia l’indole romagnola (rivoluzionaria), la profonda fede religiosa che lo colloca tra utopia e realtà e che traspare dal suo pensiero soprattutto con riferimento al concetto evangelico “nulla è impossibile a Dio” per traslarlo all’interno dell’impegno politico come motivo più alto, più nobile nel convincimento che la politica non sia “l’arte del possibile, ma dell’impossibile”.

Nell’introduzione curata da Lucio D’Ubaldo, nel rilevare come questo nuovo sforzo politico-culturale dell’autore si inserisca in una sorta di genesi zaccagniniana legata alle origini riferibili alla sua terra (la Romagna), ad un’avversione consistente (emiliano-romagnola) verso tutto ciò che proveniva dalla Chiesa e dal mondo cattolico in generale, non manca di mettere in luce quanto abbia inciso la politica, le idee, la cultura e, soprattutto, il comportamento di Benigno Zaccagnini.

L’autore nel mettere in risalto i sentimenti popolari di allora legati ad un segretario politico della DC anomalo rispetto ai suoi predecessori, ma proprio per questo più vero, più amato e certamente più capace nel saper interpretare i bisogni reali ed essenziali (insieme alla valorizzazione della protesta giovanile legata soprattutto alle nuove idealità), ne traccia un quadro politico personale e generale con riferimento alla democrazia italiana, o meglio a quella sorta di “democrazia bloccata” alla quale in quegli anni fa riferimento una mente illuminata ed unica che porta il nome di Aldo Moro.

È uno scenario unico, irripetibile quello che va in onda alla metà degli anni Settanta in un’Italia flagellata dalla crisi economica, dall’inflazione galoppante, dalla svalutazione della lira, ma anche dall’esplodere del terrorismo che travolgerà nel giro di un biennio proprio quella mente illuminata di Aldo Moro.

In questo quadro Zaccagnini non svolge certamente un ruolo di secondo piano: convinto assertore della politica del confronto, interpreta le esigenze più vere della democrazia italiana.

Si tratta, per quanto riguarda la DC, di uscire dalle secche dell’uso del potere per fini elettorali nonché per favorire un naturale ricambio della classe dirigente.

Perché una democrazia sana, una politica ispirata dai valori vivono su un’esigenza ineliminabile: l’alternanza al potere tra forze politiche diverse, ma comunque rispettose della democrazia, della libertà e del riconoscimento dei diritti della persona umana.

Questa visione politico-sociale accompagna Benigno Zaccagnini lungo tutto l’arco del suo impegno politico per assumere alla metà degli anni Settanta quella che l’autore definisce quasi una missione nel saper intraprendere e guidare un processo democratico capace di educare e legittimare, nel contempo, il PCI alla democrazia occidentale e, quindi, all’assunzione di responsabilità politiche di Governo.

Non si tratta certamente, come sostenuto da alcuni, di compromesso storico: la “terza fase” della politica italiana disegnata da Moro è tutta in funzione dell’alternanza al potere tra le due maggiori forze politiche popolari.

La sfida (ripresa nel titolo del volume) che Zaccagnini lancia a tutte le forze politiche democratiche è proprio quella di contribuire alla realizzazione della “democrazia compiuta” per mettere definitivamente una pietra tombale sulla conventio ad excludendum nei riguardi del PCI e, allo stesso tempo, ridare una moralità di fondo ad un esercizio del potere che se protratto troppo a lungo senza un sostanziale ricambio di classe dirigente, scivola inevitabilmente nel malcostume, nella corruzione e negli scandali.

Il disegno politico moroteo e zaccagniniano non è certamente facile. L’autore ne rileva i contrasti sia interni (le forze politiche conservatrici, nonché alcuni settori della stessa DC), sia internazionali (USA ed URSS per ragioni diverse).

Questo saggio di Paolo Frascatore, nel mettere in rilievo anche queste ultime problematiche, si snoda sostanzialmente lungo il percorso politico-ideale che ha contrassegnato l’azione di Benigno Zaccagnini dal 1975 al 1980, ossia nel quinquennio del suo impegno politico quale segretario politico della Democrazia Cristiana.

 

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La candidatura di alto profilo e largamente condivisa esiste già, il suo nome è Sergio Mattarella.

Resta alquanto difficile immaginare il pacifico “trasloco” al Colle del Presidente del Consiglio; ma è altrettanto difficile credere che una figura diversa da Mattarella possa assicurare la necessaria copertura all’attuale compagine governativa.

Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

Deve essere chiaro che la preferenza per il Mattarella bis non risponde alla premura di qualche conventicola di vecchi sodali, ma ruota attorno alla difesa dell’interesse generale del Paese. L’Italia ha ripreso a camminare, anche a passo lesto, dopo il lungo periodo di blocco provocato dalla pandemia. Ciò nonostante il caro bollette e l’inflazione gettano ombre pesanti sulla ripresa, stando anche agli allarmi di Bankitalia e Confindustria. Da parte sua il capo del governo è riuscito a garantire quell’equilibrio dinamico, per dir così, che la larga coalizione aveva come obiettivo all’atto della sua formazione. Non era scontato. A questo punto l’opinione pubblica si divide, anche perché a dividersi innanzi tutto è la politica: conviene avere Draghi al Quirinale o a Palazzo Chigi? Qui sta il nodo.

È più che logico ricavare dalle infinite e laboriose trattative, fino all’ultimo segnate dal protagonismo di Berlusconi, la difficoltà a uscire dall’incastro che obbliga a trovare il sostituto di Draghi alla guida del governo nel caso fosse eletto, appunto, alla massima carica della Repubblica. Per giunta, la soluzione deve assicurare la tenuta della maggioranza, altrimenti il rischio di mandare a gambe all’aria la legislatura assume contorni molto forti. Dopo l’annuncio di Berlusconi – una ritirata pressoché obbligata – è stata la Meloni a riproporre con piglio il ritorno anticipato alle urne. 

Insomma, resta alquanto difficile immaginare il pacifico “trasloco” al Colle del Presidente del Consiglio; ma è altrettanto difficile credere che una figura diversa da Mattarella possa assicurare la necessaria copertura all’attuale compagine governativa, tutelando perciò l’azione del premier nella prospettiva di un fine legislatura senza scosse. La connessione sembra resistere a qualsiasi colpo di fantasia.

È vero, infine, che Mattarella ha ripetuto in tutte le sedi e con grande energia la sua valutazione sulla inopportunità del doppio mandato, finanche suggerendo implicitamente di apportare un correttivo alla norma costituzionale. Sta di fatto però che l’eventuale rielezione, giustificata ampiamente per l’eccezionalità delle condizioni presenti, non si scontrerebbe con alcun divieto di ordine giuridico: il caso di Napolitano lo conferma. Guai però a scivolare nelle sabbie mobili dell’esperienza del 2013, quando il caos prodotto dalla gestione di Bersani, unitamente alle imboscate dei franchi tiratori, decretarono il fallimento di un’intera classe dirigente, poi costretta a ripiegare sulla conferma del Presidente in carica.  

Oggi serve prendere atto che la strada maestra passa per la difesa di un assetto politico, forse precario ma insostituibile.  Concentrarsi su questo aspetto, in sé decisivo, evoca la necessità di un garante supremo. E la figura di alto profilo, capace d’impersonare una candidatura largamente condivisa e adatta a preservare l’unità di fondo del Paese, esiste già: il suo nome è Sergio Mattarella. 

 

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Quando De Gasperì rifiutò la candidatura al Quirinale

Lo statista trentino non esitò a legare le sorti della sua battaglia politica al ruolo di capo del governo.

Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

I successi eclatanti nascondono spesso, come si sa, zone oscure di non chiarezza, non sincerità. E così fu anche in quella famigerata tornata elettorale del ’48. Tanti e tante testimoni dell’epoca  maturarono già allora questa considerazione: quei molti voti ottenuti dalla Democrazia cristiana, che avrebbero fatto sentire il loro peso nelle sedi decisionali, erano stati il frutto della paura, «nel senso più letterale di emozione e di reazione irriflessa a una minaccia di conquista da parte del Partito comunista», così scriveva Giuseppe Dossetti su «Cronache sociali» del 15 maggio del ’48. Aveva influito, infine, proseguiva lo stesso Dossetti, «una mobilitazione degli ideali cristiani e delle organizzazioni cattoliche, talvolta spinta fino ad essere in qualche modo deviata dal genuino e fraterno senso cristiano della vita e dei rapporti umani o dal doveroso rispetto della distribuzione di competenza tra religione e politica». Sono gli anni drammatici del dopoguerra, in cui l’Italia si trova ad affrontare i gravi problemi della ricostruzione e delicate questioni interne e internazionali: l’approvazione del Trattato di pace, con l’angosciante nodo delle rivendicazioni jugoslave sull’Istria e su Trieste e con la difficile trattativa sull’Alto Adige; la scelta fra monarchia e repubblica; l’approvazione della Costituzione; la nascita dell’Alleanza atlantica e i primi passi dell’unità europea e infine, nel ’53, la tormentata questione della riforma elettorale voluta da De Gasperi per garantire una maggiore stabilità al governo e duramente contrasta dall’opposizione che quella riforma definì “legge truffa”. Sono gli anni, soprattutto, della divisione internazionale fra Occidente e blocco comunista col conseguente, radicale contrasto fra Democrazia cristiana e Partito comunista, come dimostrato anche dalle accennate elezioni.

A poco tempo di distanza da quella consultazione elettorale, il paese affrontava un’altra delicata elezione: quella del presidente della Repubblica. Alcide De Gasperi puntava a far coincidere la maggioranza presidenziale con la maggioranza di governo. Suo candidato era il repubblicano Carlo Sforza, già ministro degli Esteri, convinto filoccidentale sostenuto dagli USA. Candidatura a cui si opponevano le sinistre socialcomuniste e la sinistra democristiana facente capo a Dossetti e Giorgio La Pira. Sin dal primo scrutinio apparve chiaro il dissenso all’interno del partito di maggioranza: Sforza otteneva 100 voti in meno della maggioranza dei gruppi democristiani. Dopo l’esito negativo del secondo scrutinio, Giuseppe Saragat contropropose Ivanoe Bonomi, candidatura che avrebbe potuto essere votata dalla sinistra. La Dc, contraria a questa possibilità, si orientava sul liberale Luigi Einaudi. Respinta la proposta di Palmiro Togliatti di una sospensione delle votazioni per discutere nei rispettivi gruppi la nuova candidatura, al terzo scrutinio comunisti, socialisti, monarchici e missini votarono scheda bianca. Al quarto scrutinio, Einaudi era eletto con 518 voti. Le sinistre e il Movimento Sociale Italiano votavano, invece, Vittorio Emanuele Orlando, il quale otteneva 320 voti. 

C’è un fatto generalmente poco ricordato dalla pubblicistica corrente: due anni prima De Gasperi aveva assunto le funzioni di capo provvisorio dello Stato dal 13 alla fine di giugno del 1946; una presidenza breve, ma tutt’altro che semplice. Non così accadde nel ’48, quando rifiutò di candidarsi nel ruolo poi ricoperto, appunto, da Einaudi. Ma, come si scriveva all’inizio, preferì rimanere al governo per poter meglio gestire la difficilissima situazione postbellica, di cui, sinteticamente, si è parlato. E avrebbe potuto, a buon diritto, accettare di candidarsi, ma non lo fece nonostante o, forse, proprio a causa di quell’eclatante successo elettorale. 

 

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L’Europa, il Pnrr e il futuro del Paese. Garantire l’equilibrio politico di governo è la responsabilità primaria dei partiti della maggioranza. 

Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

L’impegno del governo per il rispetto degli steps previsti per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, un’occasione unica per il superamento di cronici ritardi e criticità, non deve essere assolutamente vanificato e/o ritardato, ai fini di allinearci agli standards di crescita e di produttività degli stati più avanzati di quella famiglia europea di cui intendiamo restare parte integrante e, possibilmente, in quanto cofondatori, tra i Paesi trainanti. All’origine di questo grande intervento finanziario dell’Unione Europea, in questo caso non più penalizzante, limitativo e prevalentemente vincolistico (benché vincoli ce ne siano), ma incentivante e propulsivo rispetto alle esigenze di crescita e di espansione di un’economia già in affanno, si colloca proprio la tragedia pandemica che ha persuaso l’Europa a invertire la rotta delle politiche rigorose e tendenzialmente recessive.   

E non possiamo non ricordare, con riconoscenza, il ruolo svolto, con passione ed abnegazione, in questa difficile congiuntura, dal Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, venuto prematuramente a mancare da pochi giorni, lasciando un grande vuoto e un altrettanto grande rimpianto. Come italiani, siamo i maggiori beneficiari dei due principali strumenti dell’iniziativa Next Generation EU, il Dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF, 191,5  miliardi da impiegare nel quinquennio 2021-2026) e il Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa (React-Eu, 13 miliardi). Aggiungendo le risorse del Fondo Nazionale Complementare (30,6 miliardi), istituito per integrare l’apporto europeo all’attuazione del PNRR, si raggiunge un importo di 235,1 miliardi.   

Già penalizzata da tempo da una bassa crescita della produzione e degli investimenti, da un’alta percentuale di popolazione sotto la soglia della povertà assoluta e un alto tasso di giovani rimasti esclusi da formazione e lavoro, una percentuale di donne occupate molto inferiore alla media europea, una peculiare esposizione alle offensive ambientali e climatiche, tra i paesi più duramente colpiti dall’emergenza pandemica, sotto il profilo sanitario ed economico, l’Italia, in questa fase,  può veramente avviare un secondo Rinascimento, con un’avveduta, efficiente e tempestiva gestione delle nuove risorse.   

Uno strumento che impone, peraltro, di superare i cronici ritardi nelle cosiddette riforme strutturali (giustizia, fisco, pubblica amministrazione, accesso al mercato del lavoro, semplificazioni, concorrenza), nell’adeguamento alla rivoluzione digitale, nell’impulso alla ricerca e alla formazione, nella realizzazione di adeguate infrastrutture. Il Piano RRF, articolato in 6 missioni, 16 componenti, 63 riforme, 134 investimenti, prevede una sua tempistica e un sistema articolato di procedure, competenze e controlli.    Insieme all’emergenza pandemica, costituisce la grande sfida per il governo Draghi e per l’ampia maggioranza parlamentare che lo sostiene.   

Complessità e tecnicismi del Piano, con il contorno di riforme che dovrà accompagnarlo, richiederebbero, tuttavia, una più accurata ed efficace campagna informativa da parte del governo stesso, per assicurare una più diffusa conoscenza della tempistica, delle potenzialità, dei risultati, dei benefici che ne deriveranno per la nostra comunità nazionale e per il nostro sistema produttivo.    

I complessi processi di attuazione richiederanno una continuità e una coerenza operativa che andrebbe tenuta, per quanto possibile, al riparo da scossoni derivanti da eventuali smottamenti del quadro politico e dalla compromissione di quella stabilità di governo che sembrava profilarsi in seguito all’avvento di Draghi alla guida dell’Esecutivo.   Ma l’imminente appuntamento per l’elezione del Presidente della Repubblica costituisce, ora, un banco di prova piuttosto insidioso della tenuta della grande coalizione.   

Se una maggioranza diversa e più ristretta dovesse esprimere il nuovo inquilino del Quirinale, difficilmente si potrebbe evitare il contraccolpo sull’alleanza di governo.   Il dibattito in corso, segnato da veti e contro-veti, già determina un logoramento di nervi tra le forze politiche e non sappiamo ancora se verrà individuata una candidatura condivisa da tutte le forze di governo e magari anche dall’opposizione.    

E se questo non si rivelasse possibile e si arrivasse ad una soluzione a maggioranza più ristretta (“Ursula” o anche più contenuta), allora le elezioni politiche potrebbero ritenersi più vicine, rispetto alla scadenza naturale e, a quel punto, su piani, programmi e scadenze del Pnrr si abbatterebbero le conseguenze di una deriva politica incerta e precaria, di una precoce discontinuità che potrebbe innescare un rallentamento della fase di avviamento dei progetti. 

Un duplice e contestuale accordo tra tutti i partiti di maggioranza sul nome del Capo dello Stato e, qualora questo coincidesse con quello dell’attuale premier, su quello del nuovo Presidente del Consiglio, eviterebbe il rischio di uno stallo che non favorirebbe il tempestivo raggiungimento degli obiettivi di sostegno e di rilancio perseguiti dal Piano europeo.    

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Province in mezzo al guado: non più soppresse e non ancora riorganizzate.

Il paradosso è che i cittadini non sono più elettori: la definizione degli organi dello storico ente intermedio rimandano alle scelte dei consiglieri dei Comuni appartenenti all’area provinciale o metropolitana.  Il testo è preso dal nuovo numero 0 del periodico “Democraticicristiani – Per l’Azione” dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC). In fondo all’articolo si può digitare il link per accedere alla pubblicazione in pdf.

Da anni il tentativo di ridurre un sistema complesso ad uno più semplice ha affascinato l’élite del nostro Paese, essendo forte l’ambizione, non sempre all’altezza della sfida, di ridisegnare l’articolazione istituzionale della Repubblica. In questo processo di revisione sono stati coinvolti tutti gli enti e i relativi sistemi di attribuzione a livello territoriale di funzioni, di poteri e soprattutto di risorse finanziarie.

A ricevere meno attenzioni – a dirla eufemisticamente – fu la Provincia per la quale, infine, il legislatore richiese addirittura la soppressione, individuando un percorso breve e avvalendosi, perciò, anche dell’uso della legge ordinaria e del decreto legge. Il cammino si rivelò ben presto accidentato perché la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 220/2013 dichiarò l’illegittimità sia dell’art. 23 del d.l. n. 201 del 2011, sia degli artt. 17 e 18 del d.l. n. 95 del 2012, fissando le sue censure quasi esclusivamente sulla violazione dell’art. 77 Costituzione.

Il processo riformatore è stato ripreso successivamente con l’approvazione della legge n. 56 del 7 aprile 2014 (legge «Delrio»), che, in conformità alla pronuncia della Corte, ha seguito il percorso della legislazione ordinaria. In essa, secondo una tecnica di formulazione non proprio inconsueta nella legislazione recente, si annunciava al comma 51 la «riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione e delle relative norme di attuazione», intendendo così conferire alla nuova norma un carattere dichiaratamente transitorio.

Ma la riforma si arrestò dopo la “bocciatura” determinata dagli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

E ora riemergono perplessità di ordine costituzionale, già in precedenza sollevate, nei confronti della riforma: perplessità che, pur esplicitate da alcuni giuristi e solo in parte dissipate dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, erano state per così dire “congelate” in attesa dell’esito del referendum. Se fosse prevalso il sì, le Province sarebbero state abolite in via di principio, ma riproposte in altra forma, con un assai probabile aumento di numero, per effetto della riconosciuta potestà delle Regioni a ridisegnare il modello dell’ente intermedio. 

Ora le Province si trovano in mezzo al guado: non sono più gli enti rappresentativi – manca persino l’elezione diretta a suffragio popolare – dotati di chiara identità istituzionale, impegnati anche a definire indirizzi e obiettivi programmatici per un territorio di riferimento; ma non possono più essere solo aggregazioni funzionali dei Comuni, così come pensate dalla legge Delrio nell’ambito di quel complessivo «disegno di una Repubblica delle autonomie fondata su due livelli territoriali di diretta rappresentanza delle rispettive comunità, le Regioni e i Comuni» (v. Relazione illustrativa del disegno di legge costituzionale Renzi-Boschi). 

La scelta della legge Delrio è stata quella di lasciare alle Province poche funzioni fondamentali: edilizia e rete scolastica, strade provinciali, alcune competenze sull’ambiente, controllo delle discriminazioni nel mondo del lavoro. Oltre alla possibilità di fornire assistenza tecnica ai Comuni, ad esempio come stazione appaltante. Del pari, alle “omologhe” Città metropolitane sono state assegnate le stesse competenze, con maggiori poteri di programmazione nell’ambito della mobilità, della pianificazione territoriale, della strutturazione dei servizi pubblici e nello sviluppo economico.

Tutte le altre funzioni delle vecchie Province dovevano essere riassegnate dalla Regione ai vari enti locali. Parliamo di materie come l’organizzazione dello smaltimento dei rifiuti, la valorizzazione dei beni culturali, la protezione dell’ambiente e la formazione professionale.

Si è così aperto il percorso di riassegnazione, con forti differenze tra le Regioni. Il rischio sempre più evidente è quello di creare tanti sistemi diversi e privi di una visione generale. (Cosa che stiamo già verificando in materia di gestione e tutela della salute)

Ha ancora senso proseguire lungo tale percorso? Su materie così delicate intervenire è possibile e necessario, ma se si ha una visione di sistema perché altrimenti è come guidare a fari spenti nella notte. Cosa, in verità, molto pericolosa.

 

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Quando Mattarella ricordò la “Presidenza breve” di De Gasperi, contemporaneamente Capo del Governo e Capo dello Stato.

Il testo qui riprodotto è un breve stralcio dell’intervento che il Presidente della Repubblica svolse a Pieve Tesino, il 18 agosto del 2016, in occasione dell’incontro (Lectio degasperiana) organizzato ogni anno dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi.

De Gasperi assunse la guida della Repubblica con mano sicura. Aveva innato il senso dei tempi dei processi di cambiamento politici. La sua azione nel non facile passaggio alla Repubblica fu magistrale. Volle fermamente il referendum e riuscì a ottenerlo.

Si trovò di fronte alle impazienze di molti, anche all’interno del suo partito. Dopo la conclusione di una tesissima riunione della direzione di questo, disse a uno dei suoi vicesegretari – anch’egli fermamente repubblicano e dal quale l’ho direttamente appreso – «Non si vuol comprendere che bisogna preparare la svolta senza che il carro si rovesci».

Prese con decisione le redini della giovane Repubblica, proteggendola con cura, prima di tutto dall’insidia del passato, sempre in agguato. A buon diritto, possiamo riconoscergli l’attributo di “Padre” della nostra Repubblica. Quando esitazioni e incertezze potevano produrre danni o gravi pericoli non gli mancava il coraggio di assumere decisioni forti. Il coraggio di De Gasperi non era quello di un uomo impulsivo, bensì di un uomo esperto e tenace.

Mario Bracci, ministro nel suo governo per il Partito d’Azione, lo aveva accompagnato al colloquio con Umberto II nella serata del 10 giugno e riferirà, a fronte delle tergiversazioni del Quirinale: “(De Gasperi) non vuole il conflitto (con la monarchia) ma è persuaso della giustezza della tesi del governo, sa che il popolo, nella sua maggioranza, ha voluto la repubblica e ne sente il comando di cui avverte più il peso morale che quello politico. È quasi commovente quest’uomo mite, che non ha origini repubblicane e che ora, da galantuomo, affronta deciso e sereno la lotta contro la corona per obbedire al popolo”.

Al Museo della sua casa natale abbiamo poc’anzi scoperto una piccola iscrizione che ci ricorda che De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato dal 13 alla fine di giugno del 1946. Questo evento, di solito eclissato nella pubblicistica corrente, lega la figura di De Gasperi – primo Capo dello Stato repubblicano – in maniera ancor più significativa alla nostra Repubblica.

De Gasperi era consapevole delle titubanze di Casa Savoia e delle inconsistenti contestazioni di esponenti monarchici ed era preoccupato dalla notizia che per il Re era stato preparato un discorso alla nazione che avrebbe gettato una luce nefasta sul referendum istituzionale e sulla nuova classe politica, legittimata finalmente dal voto popolare. L’Italia era in bilico e i sanguinosi scontri di Napoli lanciavano segnali allarmanti.

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1946, ad annuncio avvenuto della Cassazione sui risultati del referendum istituzionale, il leader trentino convocò il Consiglio dei ministri e, sostenuto anche dalle sinistre, ruppe gli indugi, assumendo, secondo la legge, la responsabilità delle funzioni di Capo dello Stato così come previsto dal decreto luogotenenziale del marzo precedente, che faceva parte della cosiddetta Costituzione provvisoria.

Iniziava così la “Presidenza breve” di De Gasperi.

Per leggere il testo integrale della Lectio magistralis

https://www.degasperitn.it/394/Testo-Lectio-degasperiana-2016.pdf

Riforestazione urbana: un’occasione da non perdere.

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’editoriale che firma il nuovo direttore editoriale della rivista “Ambiente – Comunità e salute” nel n.123 del 2021.

Ci fu un tempo in cui molte comunità locali consideravano  un pericolo per il loro benessere economico la protezione della natura. Ne è testimonianza lo scempio che dal  Dopoguerra  sino  almeno  agli  anni  ’80  si  è  fatto  del territorio del nostro Paese. La febbre edilizia durante la Ricostruzione post bellica ha finito per alimentare una  gigantesca speculazione edilizia che ha sfregiato molte  nostre città, cementificando, consumando suolo agricolo,  distruggendo il verde per espandere le brutte periferie delle “palazzine” e dei “palazzoni”.

Il comandamento politico allora era: costruire ovunque si può, per dare pane e lavoro e  mettere  un  tetto  sulla  testa  degli  Italiani.  Così  si  è  costruito  troppo  e  male  senza peraltro risolvere il problema di assicurare a tutti, anche ai ceti più disagiati, una sistemazione dignitosa mediante una strategia razionale di edilizia popolare. Che la lobby del cemento nel nostro Paese sia sempre stata potentissima lo dimostra il fatto che chiunque abbia provato a varare una legge sui suoli è stato fermato o politicamente distrutto (celebre il caso del democristiano Fiorentino Sullo che, da ministro dei Lavori Pubblici, presentò negli anni ‘60 un testo così illuminato da provocare la propria condanna politica eseguita mediante una campagna di stampa  diffamatoria).

Chi  si  opponeva alla distruzione dell’ambiente naturale era  considerato un povero illuso, uno “figlio dei fiori”, un  pazzo  che ignorava le ragioni del progresso. La politica rispondeva agli ambientalisti con condoni edilizi a ripetizione. Ora, va detto che una legge sul consumo dei suoi all’alba del secondo decennio del nuovo  Millennio  noi  in Italia non l’abbiamo ancora. E questo è grave. Tuttavia molte cose sono cambiate da quei tempi sciagurati. Soprattutto è cresciuta la consapevolezza della pubblica opinione che fatalmente investe la classe politica,gli amministratori locali e anche i costruttori. Tanto più ora: le persone, in tempo di pandemia e di lockdown, hanno  capito quale vitale rapporto ci sia tra la propria salute  fisica  e  un  ambiente  naturale  sano.

Lo  dimostra  il  fatto  che  ogni  volta  che un comune apre uno spazio verde i cittadini vi accorrono a frotte per poter passare delle ore all’aria aperta. Non solo: si è anche capito che il “paesaggio” in cui si vive è un insieme di elementi che devono essere armonizzati: la natura, il verde fruibile, ma anche i beni culturali e artistici, testimonianza di una storia, di una tradizione, espressione di una identità. Ci si può anche lamentare del fatto che ad ogni piè sospinto nascano comitati che dicono “no” a qualche iniziativa (anche sbagliando,  come  nel  caso  degli  impianti  di  energia  rinnovabile  o  di  trattamento sostenibile  dei  rifiuti)  ma  è  –  visto  in  positivo  –  il  sintomo  di  una  reattività  sociale assai utile per impedire nuovi scempi.

Quando le famiglie scendono in piazza per difendere un  fazzoletto  di  verde  superstite  nella  loro  città  o  un  bene  architettonico in rovina, dimostrano che la società ha maturato una forte coscienza ambientale per la semplice ragione che vuole vivere bene, in salute, il più possibile in armonia con  il  contesto  paesaggistico,  e  non  tra  le  brutture cementizie che oltretutto, mal costruite come sono, mettono a rischio le persone e le loro vite. Ci sono tra i fondi del PNRR adeguate risorse per la riforestazione urbana: è un’occasione da non perdere. Serve a  combattere  il  climate  change,  a  ridurre  le emissioni  di  Co2,  a  combattere  l’inquinamento  da  polveri  sottili,  a  rendere più gradevole la vita. Molte amministrazioni si stanno attrezzando per riconvertire aree dismesse e  piantare  alberi,  ma  è  poco  –  forse  con  l’eccezione  di  Milano  che  ha programmato  la  piantumazione  di  3  milioni  di  alberi  –  rispetto  a  quello  che  si  sta progettando di fare in altre città europee: a Madrid una gigantesca fascia verde intorno  all’abitato,  a  Parigi  parchi  ovunque  compresi  gli  Champs-Elysées,  per  non parlare di Berlino e della Germania…

 

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«Don’t look up»: quando la realtà supera la fantasia.

Abitare nella possibilità. Una newsletter de La Civiltà Cattolica

 

Mariano Iacobellis S.I.

Subito dopo l’uscita di Don’t Look Up nei cinema, e soprattutto dopo il successivo approdo su Netflix, la commedia satirica del regista Adam McKay è diventata un argomento di accese discussioni nei social network e di grandi divisioni tra i critici, che per lo più l’hanno stroncata. Il film, che ha un cast pieno di attori e attrici celebri ed è costato 75 milioni di dollari, parla di una grande cometa che potrebbe colpire la Terra e annientare l’umanità, nel generale disinteresse di chi dovrebbe provare a prevenire il disastro.


Una metafora molto esplicita sul cambiamento climatico, apprezzata da chi è interessato al cinema che trasmette messaggi di questo tipo, ma giudicata da molti troppo didascalica e grossolana. Ma forse il punto sta proprio qui. Sebbene di film che abbiano diviso la critica, pur avendo avuto enorme successo e finendo per competere agli Oscar, ce ne siano stati parecchi, tuttavia non tutti hanno scatenato un tale livore nei detrattori ed entusiasmo nei sostenitori. Questo succede ai film che hanno «un messaggio», e Don’t Look Up lo ha, eccome. Ed è un messaggio fortemente legato all’attualità e a un tema già ampiamente dibattuto e divisivo di suo.

 

È probabile che chiunque si avvicini al film si sia già fatto un’idea del fenomeno del riscaldamento globale e si approcci a Don’t Look Up con un’opinione ben precisa, politicamente schierata e inamovibile. Chi crede nella catastrofe climatica lo vede come un film profetico e importante, da mettere su un piedistallo. Chi invece la nega lo liquiderà come l’ennesima sparata «di sinistra». Entrambi gli schieramenti lo useranno come prova della loro posizione e proseguiranno a vomitarsi insulti addosso. Prova di questo è il fatto che, spesso, chi commenta una recensione negativa di Don’t Look Up non lo fa argomentando sul film, ma sul fatto che il recensore non ha capito il messaggio importante che il film intende veicolare.


Prendersela con i critici perché hanno bocciato il film equivale, insomma, a perdere di vista il senso della questione: da un lato, ci sono i temi del film, che sono indubbiamente importanti ed è positivo che un film se ne faccia portavoce e abbia così tanto successo, e ci mancherebbe altro! Dall’altra c’è invece un discorso critico sul film in quanto tale, sull’opera d’arte, che può essere riuscita o meno indipendentemente dal tema che veicola.


Sicuramente la durata di oltre le due ore non è giustificata e la regia è un po’ insicura e rende il film confusionario nel complesso. Ma per il fine di far riflettere il mondo sulla sua preoccupante attualità, Don’t Look Up è utile e vale la pena vederlo, nonostante i suoi difetti. Personalmente ritengo che il film di McKay racconti tante verità. È senza dubbio un grido di denuncia verso la società nella quale viviamo. Un’opera che consente quanto meno allo spettatore di mettersi davanti allo specchio per chiedersi: posso ancora fare qualcosa per cambiare in meglio.

 

Guarda il trailer di Don’t Look Up.

Ucraina: i vescovi europei alla comunità internazionale, “la crisi si superi esclusivamente attraverso il dialogo”.

Nell’appello del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (Ccee) si legge tutta la preoccupazione per la crisi in corso: “Non si dimentichino le tragedie delle Guerre mondiali”.

Un appello all’Europa per la situazione in Ucraina, per chiedere alla comunità internazionale di “sostenere il Paese di fronte al pericolo di un’offensiva militare russa” e auspicare che “la crisi venga superata, esclusivamente, attraverso il dialogo”. Sono i vescovi europei di tutto il continente a scendere oggi in campo per il popolo ucraino con un appello diffuso dal Ccee.

“La Presidenza del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa – si legge nel testo firmato da mons. Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius e presidente del Ccee -, dando voce ai vescovi del Continente europeo, in questo drammatico momento di tensione intorno all’Ucraina, desidera esprimere la sua vicinanza alle Chiese che sono in Ucraina e a tutto il suo popolo, e invita la Comunità internazionale a sostenere il Paese di fronte al pericolo di un’offensiva militare russa”. “Mentre l’intera Comunità internazionale interpreta le azioni delle forze militari russe come una vera minaccia per la pace in tutto il mondo, ci stringiamo – in questo periodo di paura e di incertezza per il futuro del Paese – ai fratelli e alle sorelle nella fede e a tutto il popolo ucraino”, scrivono i vescovi.

Nella dichiarazione, la presidenza del Ccee ricorda i ripetuti appelli di Papa Francesco per la “cara Ucraina” e il suo invito ai “potenti del mondo” a risolvere la crisi “attraverso un serio dialogo internazionale e non con le armi”. Anche nel suo recente Discorso al Corpo Diplomatico, accreditato presso la Santa Sede, il Papa ha sottolineato che la “fiducia reciproca e la disponibilità a un confronto sereno devono animare tutte le parti interessate per trovare soluzioni accettabili e durature in Ucraina”.  “Anche noi, come pastori del Continente europeo scrivono i vescovi europei nel messaggio diffuso oggi dal Ccee – vogliamo fare appello ai Responsabili delle Nazioni, affinché non dimentichino le tragedie delle Guerre mondiali del secolo scorso e affinché venga difeso il diritto internazionale, l’indipendenza e la sovranità territoriale di ciascun Paese. Insieme al Santo Padre, vogliamo chiedere ai Governanti di “trovare soluzioni accettabili e durature in Ucraina”, basandosi sul dialogo e sul negoziato e senza ricorrere alle armi. In questo momento estremamente delicato, chiediamo ai cristiani di pregare per il dono della pace in Ucraina affinché i Responsabili siano “contagiati dal bene della Pace” e affinché la crisi venga superata, esclusivamente, attraverso il dialogo”.

L’appello viene diffuso nel giorno in cui proprio in queste ore a Ginevra si stanno incontrando il Segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Blinken è reduce da un viaggio a Kiev dove ha promesso 200 milioni di dollari in più in aiuti militari all’Ucraina. Sono purtroppo sempre più fragili le speranze che i due paesi possano raggiungere un accordo sull’Ucraina. Gli Stati Uniti sono risoluti a intervenire con forza in caso di “qualsiasi” tipo di violazione del confine. La Russia continua a chiedere assicurazione sul fatto che l’Ucraina non diventi “mai e poi mai un membro della Nato”. In questo stallo “diplomatico” a preoccupare sono soprattutto le continue manovre militari nella regione. Stando a fonti locali raccolte dal Sir, la tensione si avverte in tutto il Paese, non solo nella regione orientale del Donbass. Per molti ucraini lo spettro di un attacco incombente è reale e diffuso. A Kiev i supermercati cominciano ad essere svuotati, segno di un clima di paura crescente tra la popolazione.

 

 

 

 

 

Ora la stampa estera vuole Draghi al Quirinale. Anche il Financial Times si unisce al coro. La nota dell’Agenzia Italia.

Gli argomenti del quotidiano della City a favore dell’attuale Presidente del Consiglio non aiutano a capire quale possa essere la soluzione per garantire la continuità della legislatura: quale maggioranza e quale premier nello scenario successivo alla eventuale elezione di Draghi alla Presidenza della Repubblica? 

Ivana Pisciotta

“L’Italia ha goduto di un eccezionale periodo di stabilità e successo sotto la guida di Mario Draghi”. Così si apre un lungo editoriale sul Financial Times sulle prossime elezioni al Quirinale. La testata britannica sostiene che a questo punto sia meglio avere l’attuale premier come Capo dello Stato, visto che ha tutte le carte in regola “per mantenere il paese sulla strada giusta”. Secondo il Ft, coordinare la sua ascesa e trovare un premier che lo possa sostituire è un compito assai arduo che richiede che tutti i partiti politici “si uniscano alla squadra”. In questo senso, eccetto Fratelli d’Italia, “hanno firmato un contratto con l’UE quando hanno accettato il piano di ripresa. Devono assumerne la responsabilità” sottolinea l’editoriale, che non è firmato. 

Il ragionamento è semplice: “Nominato come primo ministro 11 mesi fa per guidare il paese verso la ripresa, l’ex presidente della Banca centrale europea – scrive il Ft – ha irrobustito la campagna di vaccinazione Covid-19 e contro il virus ha dato il via” ad una serie di misure per limitarne la diffusione. Dal punto di vista economico, “il Pil è rimbalzato e il suo governo di unità nazionale ha iniziato ad attuare un programma a lungo termine di riforme economiche e investimenti, sostenuto da 190 miliardi di euro dal fondo di ripresa dell’UE”. Si tratta di un'”opportunità unica” per stimolare il potenziale di crescita dell’Italia  e per rendere più sostenibile la montagna di debito pubblico.

Certo, ammette il Ft, “è sempre stato ingenuo aspettarsi che Draghi facesse miracoli” questo perché “i problemi economici e sociali dell’Italia sono radicati”. “Draghi, che non si sarebbe mai presentato alle elezioni del 2023 – ricorda il Ft – una soluzione temporanea. Ma la premiership riformista di Draghi si è rivelata breve e deludente”. Questo a causa delle “turbolenze politiche” per l’elezione del Quirinale. Ft sottolinea che “Draghi non ha fatto nulla per dissipare le voci sul suo interesse a salire al Colle. E il distinto servizio pubblico di Draghi e la sua capacità di esercitare influenza dietro le quinte gli danno credenziali impeccabili per il lavoro”.

C’è però un problema: “Il governo potrebbe vacillare o addirittura cadere senza di lui” peraltro in un momento impegnativo con riforme che rappresenterebbero “pietre miliari”, tra cui quella fiscale, degli appalti pubblici e della concorrenza. Però la ricerca del nome per il nuovo Presidente sta “una turbolenza politica che sta destabilizzando il governo. Alcuni dei 1.009 deputati, senatori e rappresentanti regionali che sceglieranno il prossimo Capo di Stato a scrutinio segreto non vogliono Draghi, sia perché temono che acquisti troppa forza, sia perché il suo trasferimento al Quirinale potrebbe far scattare elezioni a sorpresa e perderebbero i loro seggi”.

Però, è pur vero che “la mancanza di alternative plausibili accettabili da tutte le parti significa che un’altra scelta potrebbe rivelarsi così divisiva da indebolire il governo o farlo cadere del tutto”. Il Ft sottolinea che la candidatura dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi “è un caso esemplare”. Il risultato peggiore, a giudizio dell’editoriale, “sarebbe quello di elezioni anticipate che farebbe deragliare il piano di riforma e di ripresa dell’Italia. In queste circostanze, sarebbe meglio avere Draghi alla presidenza che usa la sua autorevolezza e la moral suasion per mantenere il paese sulla strada giusta”.

 

Fonte: Agenzia Italia

Il vizio della “superiorità morale”. È giunto il momento che la sinistra abbandoni il dogma che sostiene la sua presunzione.

È di tutta evidenza che questa cultura, o meglio sub cultura, difficilmente declina perchè resta un elemento costitutivo e decisivo della stessa identità della sinistra. Soprattutto in una stagione dominata dal “pensiero debole” e da una politica priva di riferimenti culturali ed ideali solidi e percepibili.

E ci risiamo. Quel vizio della cosiddetta, e conosciutissima, “superiorità morale” della sinistra stenta ad attenuarsi o a scomparire. Una superiorità morale, ovviamente presunta e del tutto virtuale, che ha accompagnato l’intera esperienza della prima repubblica e che, come naturale, non si è affatto attenuata dopo il tramonto della Democrazia Cristiana nei primi anni ‘90. Una superiorità che è stata scandita in vai momenti della vita repubblicana per arrivare al suo culmine quando la “diversità morale” è diventata addirittura un progetto politico. È di tutta evidenza che questa cultura, o meglio sub cultura, difficilmente declina perchè resta un elemento costitutivo e decisivo della stessa identità della sinistra. Soprattutto in una stagione dominata dal “pensiero debole” e da una politica priva di riferimenti culturali ed ideali solidi e percepibili. Appunto, resta il giudizio morale sulle persone.

Ora, il nodo di fondo non è – come ovvio a tutti – il giudizio su Berlusconi e su quello che ha rappresentato e che, per certi versi, continua a rappresentare il capo di Forza Italia nel nostro paese. Quello è un giudizio già consegnato alla storia recente e meno recente. No, il tema di fondo riguarda altri versanti. Come, ad esempio, sostenere chi è in grado e chi non è in grado, a prescindere da qualsiasi valutazione politica e culturale, di governare nel nostro paese. Un giudizio che si rinnova, al di là delle di diverse fasi storiche, e che trova sempre terreno fertile in ogni formazione politica riconducibile seppur vagamente alla sinistra. Certo, la vecchia concezione ideologica della “egemonia” gramsciana ha lasciato le sue scorie in questo campo e più che un tabù da rimuovere resta un dogma da smaltire. Ma il moralismo, che è altra cosa, resta il fratello povero di quell’impianto ideologico e che si ritrova, seppur con accenti diversi a seconda delle stagioni politiche, nelle varie formazioni della sinistra. E oggi, nello specifico, nella concreta esperienza del Partito democratico.

È appena sufficiente, al riguardo, osservare con attenzione il giudizio politico alquanto sprezzante che viene formulato, o meglio sentenziato, sulla opportunità, o meno, di ricostruire il “centro” nella cittadella politica italiana. Il giudizio politico del guru del Pd romano, Bettini, sotto questo versante è persin troppo eloquente al riguardo. Un misto di disprezzo politico e di altezzosità morale che ripropongono, appunto, il peggio di quella tradizione culturale e politica. Giudizi che trovano cittadinanza anche in altri settori di quel partito anche se in misura minore. E per motivazioni più legate alla contingenza e agli interessi politici ed elettorali dei singoli.

Ecco perchè è necessario dire, ancora una volta, che la presunta e virtuale superiorità morale non è una politica, non è un progetto politico, non è una scelta culturale o programmatica ma resta solo e soltanto la conseguenza di un lascito post ideologico flebile e meschino, privo di qualsiasi valenza progettuale. Se non quello di attaccare frontalmente le persone e delegittimarle sotto il profilo politico. Appunto, il peggior moralismo.

È tempo, quindi, che anche la sinistra su questo versante si spogli definitivamente del suo passato senza pensare che la categoria dell’egemonia da un lato e della superiorità morale dall’altro possano continuare ad essere semplicemente riproposti ad ogni tornante della storia.

“Come foglie al vento”: la persecuzione della comunità ebraica di Venezia al centro del Giorno della Memoria di Rai Ragazzi.

Lo special sarà trasmesso il 27 Gennaio da Rai Gulp alle 11:15 e alle 19:00 e sarà disponibile su Rai Play dalla mattina.

Per il Giorno della Memoria 2022, Rai Gulp ricorda la persecuzione della comunità ebraica di Venezia con lo special “Come Foglie al Vento”, una produzione originale Rai Ragazzi realizzata da Caterina De Mata.

Due ragazzi in gita scolastica a Venezia incontrano Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo, che prendendo spunto dalle pietre d’inciampo racconta la persecuzione subita dagli ebrei di Venezia, spiega che cosa è il razzismo e come si alimenta, mostra loro il Ghetto e la Sinagoga dove i suoi genitori, giovanissimi si sposarono velocemente dopo l’8 settembre ’43 per fuggire da Venezia come marito e moglie, mentre i nazisti stavano occupando la città. Poche settimane dopo, iniziarono le razzie e le deportazioni che decimarono una delle comunità ebraiche più antiche d’Europa.

“Come Foglie al Vento”, programma che ha ottenuto il patrocinio dell’UCEI, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, sarà trasmesso il 27 Gennaio da Rai Gulp alle 11:15 e alle 19:00 e sarà disponibile su Rai Play dalla mattina.

Il programma, che dura 11 minuti, si rivolge ai ragazzi e potrà essere utilizzato anche nelle scuole, che potranno seguirlo in diretta su Rai Gulp oppure on demand su Rai Play, come contributo alla didattica per il Giorno della Memoria.

L’impegno di Rai Ragazzi per il Giorno della Memoria si completa con la riproposizione del premiato film d’animazione “La Stella di Andra e Tati”, sulla storia vera delle sorelle Andra e Tatiana Bucci deportate a 4 e 6 anni, tra i pochissimi bambini sopravvissuti ad Auschwitz. Il film sarà trasmesso alle 19:15 su Rai Gulp, dopo “Come Foglie al Vento”, e sarà disponibile su Rai Play.

Quest’anno Rai Play distribuirà “La Stella di Andra e Tati” dal 24 al 30 gennaio in tutto il mondo, senza limitazioni territoriali.

Grazie alla collaborazione degli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo e Colonia, il film sarà distribuito in Germania con i sottotitoli in tedesco, per una iniziativa di particolare significato per la Memoria e per l’europeismo.

Un anno di Biden. Il daily focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

A un anno dall’inizio del suo mandato il presidente americano traccia un bilancio e dice: “L’America è di nuovo in moto”. Ma tra sondaggi in calo e l’ombra di Trump che incombe sulle elezioni di midterm.

Un anno che ne vale dieci. Una considerazione ancora più vera per il 46esimo presidente degli Stati Unti, Joe Biden. Dodici mesi fa, il 20 gennaio 2021, il mondo assisteva alla cerimonia per il suo insediamento in una Capitoll Hill blindata, ancora sotto shock dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio: il giuramento, toccante, davanti al ‘field of flags’, una distesa di 200mila bandiere, a rappresentare il popolo americano e le vittime del Covid che avevano impedito il tradizionale bagno di folla; Lady Gaga che canta l’inno nazionale e la poetessa afroamericana Amanda Gorman, di appena 22 anni, che incanta il pubblico in mondovisione con il suo componimento “la collina su cui saliamo”. E poi, ovviamente, Jill e Joe Biden, la coppia presidenziale che incarna le aspettative per un ‘ritorno alla normalità’ dopo gli eccessi e la ostentata irritualità del clan Trump. Era solo un anno fa

Da allora l’amministrazione Biden può vantare al suo attivo l’approvazione dei due piani di aiuto ‘monstre’ da 1900 e 1250 miliardi di dollari, il cui voto però è più volte slittato; un tasso di vaccinati del 74% e 6,4 milioni di nuovi posti di lavoro, che hanno fatto bruscamente calare la disoccupazione. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: il disastroso ritiro dall’Afghanistan e il paese tornato, con un tempismo beffardo, nelle mani dei Talebani a pochi giorni dalle commemorazioni per i 20 anni dall’11 Settembre. E ancora lo stallo su tutti i principali dossier di politica estera: la rivalità con la Cina, i negoziati sul nucleare iraniano, una relazione fatta di alti e bassi con gli alleati europei e, soprattutto, il rischioso braccio di ferro con Mosca sull’Ucraina

Mentre sul fronte interno persino la decantata ripresa economica è strangolata dal caro benzina e da un’inflazione al 7%, il massimo da 40 anni. Inoltre, la percezione comune è che il presidente non abbia ancora conquistato i traguardi che si era prefisso un anno fa: primo fra tutti quello di riunire un’America mai così divisa e polarizzata su cui, ancora oggi, incombe l’ombra di Donald Trump. Il tutto a soli dieci mesi dalle elezioni di midterm di novembre, quando i repubblicani – in vantaggio nelle preferenze di voto – potrebbero conquistare entrambi i rami del parlamento decretando di fatto, e con due anni di anticipo, la fine di una presidenza già in affanno.

Un’America polarizzata?

“È stato un anno denso di difficoltà ma anche di enormi progressi”: il tentativo di Joe Biden in conferenza stampa di rilanciare la sua presidenza a un anno dall’inizio del mandato si scontra con le cifre dei sondaggi. Solo il 41% degli americani sostiene il suo operato contro un 52% che ‘disapprova’ secondo FivethirtyEight e CNN. Equivale a una delle peggiori performance per un presidente neoeletto da quando i sondaggisti hanno iniziato a monitorare le valutazioni di approvazione. Peggio di lui tra i suoi immediati predecessori aveva fatto solo Trump, sceso al 40% al suo primo giro di boa. Tuttavia, gli altridue presidenti le cui valutazioni alla fine del primo anno erano scese al di sotto del 50% sono stati entrambi rieletti: Ronald Reagan, al 47%, e Barack Obama, al 49%. Ma quello che i sondaggi rivelano, osserva Gallup, è che le opinioni su Biden sono nettamente divise lungo linee ideologiche e di partito, esattamente come lo erano quelle su Trump. Secondo le rilevazioni, il primo anno di Biden è stato il secondo più politicamente polarizzato nella storia degli Stati Uniti. Solo il quarto e ultimo anno in carica di Trump è stato più polarizzato. Segno che il presidente non è riuscito ad intaccare il fenomeno e le divisioni che lacerano la società americana al suo interno e che hanno cominciato a manifestarsi in modo sempre più evidente e ripetuto negli ultimi anni.

Tutta cola dei Repubblicani?

Come era prevedibile nel primo anno di presidenza, Joe Biden si è concentrato più sulle sfide interne, Coronavirus ed economia fra tutte, che sulle questioni internazionali. Cionondimeno, dopo quattro anni burrascosi e caratterizzati dal disimpegno, l’arrivo del democratico alla Casa Bianca aveva generato forti aspettative per il ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Attese che hanno cominciato a scricchiolare presto: se il drammatico ritiro dall’Afghanistan ha segnato la fine della luna di miele tra le due sponde dell’Atlantico, l’affaire Aukus che ha fatto infuriare la Francia, ha dato molto dapensare anche ad altre capitali europee. “Le aspettative erano molto alte quando Joe Biden è entrato, probabilmente troppo alte, erano irrealistiche”, ha spiegato alla BBC Carl Bildt, ex primo ministro svedese. “Il suo ‘America is back’ suggeriva una nuova età dell’oro nelle nostre relazioni. Ma non è successo e tutto è cambiato rapidamente”. Prova ne è la reticenza con cui i 27 oggi guardano all’idea di un conflitto contro Mosca nell’ambito della crisi ucraina. Mentre l’attenzione di Washington si sposta progressivamente verso il suo ‘pivot to Asia’, sembra inevitabile che la frustrazione e il senso di abbandono degli europei aumenti e c’è chi parla apertamente di ‘transatlantic decoupling’. Il 2022 costituirà un test nelle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico ma da questa parte dell’Oceano si osserva con timore crescente quello che accadrà al midterm e nel 2024. “Nonostante tutto – osserva Politico – lo sviluppo più corrosivo nelle relazioni transatlantiche nel prossimo anno potrebbe ancora rivelarsi il deterioramento della stessa democrazia americana e ciò che questo dirà sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleati”. 

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“Il Capo dello Stato deve rappresentare l’unità nazionale”. Intervista su “La Voce Alessandrina” a Renato Balduzzi. 

Quelle che ci apprestiamo a vivere saranno settimane (giorni per chi legge, ndr) roventi per l’elezione del nuovo capo dello Stato. Il mandato di Sergio Mattarella terminerà ufficialmente giovedì 3 febbraio, a sette anni esatti dal giorno del suo giuramento. Ma già da mesi è partito il “toto-presidente”, tra candidature, ipotesi e suggestioni che scaldano la corsa al Colle. Riproponiamo, per gentile concessione dell’intervistato, il testo del colloquio con il prof. Balduzzi al settimanale della Diocesi di Alessandria. 

Andrea Antonuccio

Professor Balduzzi, lunedì 24 gennaio 1.009 Grandi elettori si ritroveranno per eleggere il nuovo Presi- dente della Repubblica. Prima di “addentrarci” nei meccanismi e nelle dinamiche di questa elezione, le chiedo un giudizio sul settennato di Sergio Mattarella.

«Credo che non mi faccia velo l’amicizia se dico che si è trattato di uno dei settennati più autorevoli della storia repubblicana. Nel dire questo sono del resto in buona compagnia, perché è l’opinione dei capi di Stato e di governo dei Paesi esteri con i quali abbiamo le più intense relazioni, oltre che, stando ai sondaggi, della stragrande maggioranza del popolo italiano».

Lei ritiene possibile un “Mattarella-bis”?

«Il primo ad escluderlo è l’interessato, che ha motivato la propria posizione con argomenti di diritto costituzionale e di opportunità, cui è diffifficile replicare, in quanto nessun mandato pubblico è ov- viamente coercibile. Non mi pare, comunque, che vi sia unanimità tra le forze politiche su un secondo mandato all’attuale presidente, e soltanto un appello unanime po- trebbe, forse, indurre l’interessato a una diversa ancorché sofferta valutazione. L’elezione del 2013, che riconfermò il presidente Giorgio Napolitano, non costitu- isce un precedente decisivo, troppo diversi essendo il contesto, i rapporti di forza politico-parlamentari, la prospettiva della legislatura, che allora era appena iniziata, oggi entra nell’ultimo anno».

Siamo in un momento molto delicato della nostra storia repubblicana, in piena emergenza Covid. Qual è, a suo avviso, il “profilo ideale” del prossimo Presidente della Repubblica?

«Stando alla Costituzione italiana, il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87, comma 1). In questa formula c’è tutta l’essenza della funzione e anche, implicitamente, il target della stessa. Per rappresentare bene, e non soltanto in modo formale, l’unità nazionale, il presidente deve avere in sé stesso il senso di questa unità, che è un intreccio di storia, dignità, sofferenza, moralità. In fondo, i dodici presidenti che la Repubblica che sinora abbiamo avuto rientrano tutti perfettamente in questo target: essi non avevano soltanto alle spalle esperienze istituzionali importanti, nel governo, nel parlamento o in autorità indipendenti, ma erano un pezzo di storia italiana. Ecco perché sono sempre stati, tutti, riconosciuti dalla stragrande maggioranza degli italiani come super partes».

L’attuale classe politica sarà in grado di trovare un accordo sul nuovo Presidente, o si arriverà allo scontro?

«Il nostro Paese è conosciuto nel mondo, e in parte anche apprezzato, per una certa misura di imprevedibilità. Mi permetta di auspicare che, anche questa volta, riusciamo a capovolgere le difficoltà della vigilia e a realizzare una scelta giusta e condivisa, o almeno non troppo divisiva. Consideriamo altresì che la sto- ria delle diverse presidenze dimostra che anche un presidente eletto dalla sola maggioranza politica può riuscire a diventare il presidente di tutti gli italiani: non è soltanto una questione di, per dir così, grazia di stato: è che la funzione imparziale, la cui aria si respira al Quirinale, sviluppa l’organo…».

Una domanda al costituzionalista: l’eventuale elezione di Mario Draghi al Quirinale porterebbe l’Italia, Repubblica parlamentare, ad avvicinarsi a un modello di Repubblica presidenziale, in cui il Presidente è allo stesso tempo capo dello Stato e capo del governo? In fondo, è uno scenario che diversi analisti ritengono plausibile, se non desiderabile…

«Mi sembrano analisi e analisti un po’ frettolosi. La reputazione internazionale di Mario Draghi al Quirinale gioverebbe senz’altro all’Italia, ma questo non significherebbe spostare il baricentro delle decisioni. Governare comporta fare scelte tutti i giorni, sui temi più disparati, e fare sintesi politica, necessariamente di parte anche se, si spera, orien- tata sempre all’interesse generale o meglio, me lo lasci dire, al bene comune. Chi sta al Quirinale non deve e non può intromettersi nelle politiche di tutti i giorni, perché ne andrebbe della sua immagine e realtà di soggetto super partes, che ciascun Presidente avverte subito come presupposto ineludibile della propria credibilità. E poi non dobbiamo dimenticare che la forma di governo parlamentare è per natura molto duttile, si presta a equilibri e connotazioni anche molto diversi. Semmai, un’eventuale trasformazione della nostra forma di governo avrebbe potuto e potrebbe derivare dall’elezione di un leader molto caratterizzato, il quale più difficilmente sarebbe nelle condizioni e nel desiderio di scrollarsi di dosso la propria storia politica. Non è casuale che la saggezza dei capi democratico-cristiani abbia sempre scelto per il Quirinale non una figura di primo piano della contesa politica, bensì una persona con un profilo istituzionale alto, ma in qualche misura meno caratterizzato».

Con Mario Draghi al Colle si andrebbe a elezioni anticipate, secondo lei?

«Non credo necessariamente. La decisione di scio- glimento richiede tanti attori e tanti consensi. Si tenga poi presente che la prossima legislatura avrà un numero di parlamentari sensibilmente ridotto rispetto all’attuale. Questo fatto cambia, sotto diversi profili, i termini della situazione. Aggiungerei che l’anticipo della scadenza elettorale, perdurando la pandemia, non mi pare nell’interesse vero di nessuno».

Se lei fosse uno dei Grandi elettori, chi voterebbe?

«(Sorride) Voterei, come ho fatto nel 2013, quando sono stato elettore presidenziale, e mi adopererei perché altri facciano come me, un candidato o una candidata con quel profilo ideale che ho prima ricordato».

Un programma per Firenze 2022. Una riflessione su “Argomenti 2000” a riguardo del convegno della CEI di fine febbraio.

Quello che può prendere forma a Firenze, dove sulle orme di La Pira s’incontreranno Vescovi e Sindaci del Mediterraneo, è un cambio di sguardo in grado di recuperare gli europei ad una fedeltà alla verità delle cose. Il Mediterraneo è uno spazio nel quale non solo si consuma ogni giorno di più la ragione morale dell’Europa, ma anche la radice storica della sua soggettività politica. 

Riccardo Saccenti

La ricerca della comune radice storico-religiosa dei popoli che abitano le sponde del Mediterraneo: questa la ragione ufficiale della convocazione del primo dei colloqui del Mediterraneo, voluti dal sindaco di Firenze Giorgio La Pira a partire dal 1958. Eppure, al si sotto queste apparente diplomazia culturale quella iniziativa costituì una risposta articolata ai grandi nodi storici posti da un quadro geopolitico e religioso che nei due decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale affrontava mutamenti profondi, quando non radicali.

Allorché La Pira apriva il primo dei colloqui, il 3 ottobre 1958, indicando come fine di quell’incontro il «cooperare alla costruzione della pace nel Mediterraneo e nel mondo», il quadro era quello di un’area nella quale erano ancora visibili le tracce e le ferite lasciate dalla crisi di Suez del 1956. Fra i fumi lasciati dagli scontri fra le forze egiziane e quelle israeliane e anglofrancesi consumatisi attorno al canale fra Mar Rosso e Mediterraneo si era palesata tutta la drammaticità di un processo di decolonizzazione intrecciato con l’emergere della soggettività politica del mondo arabo. Un quadro reso più complesso e conflittuale dall’irrisolta contrapposizione fra Stato d’Israele e mondo arabo e a cui si sommava la lunga guerra d’indipendenza algerina. Un conflitto, quest’ultimo, vissuto dalla Quarta Repubblica francese come una vera e propria guerra civile e che aveva consumato il sistema politico-costituzionale, la cultura e la stessa società transalpina che appena quattro mesi prima, il 1° giugno, si era affidata al generale De Gaulle per uscire dalla crisi. Dentro questo scenario il mandato che il sindaco di Firenze intendeva affidare ai colloqui del Mediterraneo non era quello di un generico appello alla pace, alla sospensione dell’uso delle armi. Al contrario, vi era la lucida consapevolezza di un contesto che esigeva una direzione politica condivisa e che per elaborarla aveva l’urgenza di trovare una chiave di lettura trasversale alle sponde del Mediterraneo, attorno a cui potessero costruirsi itinerari e processi di pacificazione fatti di cooperazione, di dialogo costante, di condivisione di risorse e di speranze, di individuazione di orizzonti comuni possibili.

In attesa del convegno fiorentino che alla fine del prossimo febbraio riunirà i sindaci e i vescovi delle città del Mediterraneo il richiamo alla esperienza lapiriana non può essere giocato semplicemente sul terreno del modello da imitare, né tantomeno nella chiave di un passato di cui il presente tenta di essere un maldestro epigono. Piuttosto, serve raccogliere la sfida di una occasione da non costringere nella logica dell’evento, svincolato da un prima e da un dopo e soprattutto dal contesto nel quale prende forma. Perché quello che si prepara in questi mesi può essere un passaggio di grande valore per avviare processi importanti e duraturi su piani molteplici: dalla politica all’economia, dalla cultura alla pratica attiva di una sostenibilità socio-ambientale. Tutto questo esige però una chiara visione di ordine politico, una intelligenza dei processi che segnano il Mediterraneo di questa fine 2021, delle opzioni possibili, degli attori che animano questo teatro – non solo gli attori istituzionali e politici ma anche quelli culturali, sociali e religiosi –, delle tensioni e delle convergenze che in esso si consumano. Affinare una comprensione di cosa sia per l’area mediterranea questo passaggio storico richiede dunque una chiave interpretativa, capace di fare ordine fra le cose, di ricondurre interessi, attese e aspirazioni al loro ordine naturale di grandezza e di affinare la capacità di comporre esigenze e conflitti in un orizzonte comune.

Del resto, il quadro attuale è profondamente segnato dalle ferite ancora aperte della guerra in Libia, in Siria e Medioriente, dalla fragilità di soggetti politici importanti come l’Algeria e l’Egitto, dalle contraddizioni che segnano la Turchia e la presenza russa, dall’assenza di una politica europea per il Mediterraneo. E a tutto questo si intrecciano le tensioni religiose e culturali: i conflitti a cui abbiamo assistito da “spettatori” hanno cancellato equilibri di convivenza dinamici, che nei secoli erano sopravvissuti al succedersi dei vari imperi – si pensi alla sorte delle comunità cristiane o yazide fra Siria e Iraq –; il radicalismo religioso da un lato e la retorica della paura di “invasioni” migratorie dall’altro hanno alimentato una logica da “scontro di civiltà” che vede nel Mare nostrum solo il confine sud dell’Unione Europea. Rispetto a tutto questo il discorso di Francesco a Lesbo dello scorso 5 dicembre rappresenta una vera e propria chiamata alla responsabilità di misurarsi con estrema lucidità e realismo con il Mediterraneo di oggi. Nelle parole del Papa e nell’appello alla priorità della dignità delle persone, infatti, non vi è solo un richiamo di carattere etico e morale: vi è piuttosto una lucida consapevolezza che è politica e religiosa ad un tempo. L’invito a cercare le cause profonde di questo fenomeno, per dare risposte adeguate rappresenta un invito a spostare lo sguardo dalla superficie degli eventi al loro senso più intimo e profondo. Così, il movimento di milioni di persone dalle regioni mediorentiali e dall’Africa verso l’Europa si rivela come l’effetto di uno scenario ben più ampio e drammatico. Il quadro è quello della “terza guerra mondiale permanente” che oramai da un decennio si combatte a cavallo dell’equatore, a partire dalle coste atlantiche dell’Africa fino all’Afghanistan e al Pakistan. Uno scenario fatto di una catena di conflitti più o meno noti alle opinioni pubbliche europee e che riversano sulle sponde del Mediterraneo le loro conseguenze più tragiche che hanno il volto e gli occhi di donne, uomini e bambini in fuga tanto dalla violenza quanto dalla povertà.

 

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https://www.argomenti2000.it/content/un-programma-firenze-2022

Il Pd deve scegliere. Che fare? Rinviare non è più possibile. Da Roma parte una riflessione dei quadri di Base Riformista.

“Purtroppo dobbiamo ammettere, dicono i firmatari del documento, che nel partito alberga, qui e là, la riduzione del centro sinistra a sinistra e della sinistra alla cultura di origine comunista”. Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo testo elaborato da alcuni quadri del Pd appartenenti all’area di Base Riformista.

Il Pd deve scegliere. Si tratta di una scelta di quale partito può e vuole essere il Pd, se quello con un’alleanza precaria (e anche sui generis) nata in nome di una necessità di fronte comune contro le destre di Salvini e Meloni (il cav sembra sul viale del tramonto);  oppure quello al centro di una vasta alleanza di tutte le forze riformiste che abbiano volontà e capacità di combattere i grandi problemi connessi allo sviluppo, dalla salute dei cittadini, all’ambiente, alle disuguaglianze.

Per compiere una scelta di questa portata occorre che il partito si sblocchi e risolva attriti e incomprensioni d’altri tempi, a cominciare da un rapporto complicato, quando non ostile, tra maggioranza e opposizioni al suo interno. Siamo su questa strada? 

La stravagante uscita di D’Alema sul Pd, bontà sua guarito dal “renzismo”, si aggiunge a rumori di fondo di un venticello che continua peraltro a spirare qua e là in casa dem e dimostra quanto sia grande la confusione, anche perché con l’attacco al renzismo si arriva a mettere a dura prova, per strani sillogismi, il rapporto con il variegato mondo del cattolicesimo popolare, senza il cui impegno, ricordiamolo ancora una volta, si perderebbe il senso stesso del Pd, finendo per rifare in definitiva i Ds, senza, quindi, una parte della sinistra e con la conseguente riduzione al rimanente 15%, stando ai risultati delle ultime elezioni comunali.

Di contro, appare evidente come si tralascino, a favore delle tifoserie, le cause oggettive che hanno portato ad impasse tipo la tassa di successione o alla stessa sconfitta sul ddl Zan; cause connesse al ripetersi di un errore che il centrosinistra ha sovente compiuto dalla caduta del primo e del secondo governo Prodi, specie in occasione della mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica; un errore dovuto al fatto che l’attacco prende di mira i franchi tiratori interni sottovalutando, perlopiù, la miopia di una linea politica che assume a parametro decisivo un certo integralismo vetero-ideologico, non facendo i conti con le implicazioni delle alleanze.

Atteggiamenti rigidi e incomprensivi, privi cioè della flessibilità che serve nei rapporti interni a una coalizione, possono portare il partito a “vocazioni minoritarie”, con culto dell’opposizione in quanto tale. Non un partito, quindi, che rivendichi lo status di vera forza responsabile. Un rischio del genere non è assente nel Pd, che pure è l’asse portante – e non da oggi – di un modello e di uno stile di governo che nei passaggi più delicati della vita democratica del Paese ha retto in virtù di un approccio pragmatico, realistico e fortemente inclusivo.   

Non possiamo dimenticare che il Pd è nato con l’obiettivo di una grande sintesi tra le migliori tradizioni riformiste cattoliche, socialiste, post comuniste e ambientaliste; culture politiche e visioni del mondo che, da sponde diverse, hanno caratterizzato la storia dell’Italia repubblicana. Culture politiche che, però, da angolazioni diverse dalla nostra, ancora si propongono o vengono usate nella comunicazione con iscritti e votanti con strumentale atteggiamento nostalgico, nonostante i mutamenti che la storia ha portato nella cultura e nella politica del Paese.

Spendiamo due parole in tutta chiarezza su questo tema, proprio mettendo in luce ancora una volta che quella di renzismo, priva di qualsiasi base di pensiero politico, denota un’accusa riconducibile al non essere di sinistra, della vera sinistra. Purtroppo dobbiamo ammettere in tutta franchezza che nel partito alberga, qui e là, la riduzione del centro sinistra a sinistra e della sinistra alla cultura di origine comunista. Ciò, pur essendo un madornale errore storico e politico, non sarebbe neanche troppo grave o sorprendente se non costituisse un bagaglio nostalgico da impiegare opportunisticamente con militanti, simpatizzanti ed elettori, sia nelle tornate elettorali, sia, soprattutto, nella gestione delle responsabilità e degli incarichi.

Noi non siamo renziani, non potremmo esserlo neanche volendo. Senza disconoscere i meriti di Renzi nel suo breve operato da premier, non ravvediamo particolari motivi strategici, filosofici, di visione del mondo per poter considerare o addirittura sposare il renzismo come un pensiero politico a 360°. La nostra critica, quindi, vuole essere senz’altro dura, se la vediamo rivolta verso le grottesche uscite di D’Alema e non solo. E’, invece, una nota di riflessione dialettica se rivolta all’interno del partito in nome di una ricerca di rapporti corretti e unitari, nel pieno rispetto – reciproco – delle differenze.

Sono, questi, temi (che andrebbero certamente affrontati meglio in una sede congressuale), che rischiano di produrre crepe inopportune nei prossimi, cruciali appuntamenti istituzionali, proprio quando, invece, sarebbe ottimale poter contare sul massimo della compattezza. 

Il Pd deve scegliere: Quali sono le opzioni più importanti? Il PNRR è una occasione irripetibile, per rifondare e rilanciare il sistema-paese, al punto da costituire il nodo principale da sciogliere per la soluzione della crisi di governo e, ancor prima, della stessa nomina del futuro PdR. Abbiamo la necessità di impedire che si trasformi in un piano assistenziale come non dispiacerebbe a qualche formazione della stessa sinistra. E’ l’occasione per una svolta epocale nel tessuto socio-economico del Paese. Piano energetico e quale, Nucleare si o no? Tap si o no? Geotermico si o no?

Bisogna avere come obiettivo il miglioramento sensibile delle condizioni di vita degli italiani, non lasciando ai 5 Stelle il grande volano del superbonus e dell’ammodernamento delle infrastrutture; misure importanti, in effetti, che significano rilancio dell’edilizia e del suo indotto; misure capaci di portare ad un aumento del Pil oltre il 7 % annuo, con l’incremento di posti di lavoro e, soprattutto, la formazione di una classe di lavoratori qualificata e competente.

È un orizzonte che evoca la felice materializzazione, se così possiamo dire, di una genuina politica riformatrice, fuori da pregiudizi e fanatismi. Ecco perciò che il rilancio del Paese, a livello economico e sociale, deve accompagnarsi ad una crescita dei diritti civili, i quali tuttavia non hanno da subire la torsione di un radicalismo eticamente controverso. Questo è il senso di responsabilità e di equilibrio che si richiede a una grande forza politica di matrice popolare. E, in sostanza, è ciò che la pubblica opinione più attenta e riflessiva si attende dal Pd.

Se i problemi acutizzati dalla crisi sono quelli dell’occupazione, soprattutto giovanile e femminile, dei livelli retributivi (i più bassi in Europa e fermi al potere d’acquisto di trent’anni or sono), delle disuguaglianze (fra generi, fra nord e sud, fra ceti sociali) e del blocco di forme anche minime di ascensore sociale; se a questi si aggiungono i problemi ambientali, quelli energetici e i costi di una transizione ecologica non più rinviabile; se, infine, la pandemia ha evidenziato scricchiolii e crepe nel rapporto tra istituzioni e tra pubblico e privato in più di qualche settore strutturale, segnalando l’urgenza di una definizione di nuovi rapporti tra stato e mercato in campi di grande interesse pubblico, quali la sanità, i trasporti, l’istruzione e la ricerca; se a tutto ciò si aggiungerà, come inevitabile, la necessità di politiche di spesa in grado di assicurare lo sviluppo nonostante un livello pazzesco di indebitamento pubblico (in parte non trascurabile dovuto ai costi di funzionamento di una P.A. burocratica, clientelare e inefficiente);

allora diventa più chiaro che Base Riformista rinnovi e moltiplichi l’impegno di disegnare un programma per spingere il partito verso un modello di alleanze quanto più largo possibile tra forze riformiste e progressiste, a partire da una salda unità interna nel Partito Democratico stesso. 

Lo spirito necessario, che ci anima, è quello di agire da maggioranza con la dovuta moderazione inclusiva, con forte richiamo alla originaria vocazione maggioritaria, quella che implica il superamento di una visione del partito come mero rappresentante di questa o quella classe (visione ancora presente tra molti militanti ed elettori del PD), a favore, invece, di una volontà programmatica di guida a difesa degli interessi dell’intero Paese. 

Se non ha avuto tutti i torti chi abbia rimproverato al Pd di Letta una certa “sonnolenza”, dovuta proprio ai problemi della precarietà della sua politica delle alleanze, bisogna oggi riconoscere ed apprezzare che Letta vi ha posto rimedio proprio nell’occasione più stringente, quella degli assetti istituzionali. Capovolgendo l’agenda, bene ha fatto il Responsabile dem accentuando l’appoggio al governo di larghe intese a guida Draghi, a cercare un accordo di fine legislatura tra le forze della maggioranza proprio per rendere meno burrascosa la ricerca della soluzione per il Quirinale. Se non altro per chiarire, in caso di rifiuto, le responsabilità di chi antepone gli interessi di parte a quelli del Paese. 

Occorre, però, adesso, mettere i piedi nel piatto, in una situazione che marcia verso campagne elettorali ad elevato tasso di spaccatura tra le forze politiche e, per quanto ci riguarda, con scelte di alleanze, quelle attuali, inadeguate ad assicurare la governabilità del Paese. Nello stesso tempo, le faglie di crisi montano, le condizionalità connesse al PNRR premono, il mondo stesso, in larghe aree, chiede una vera e propria trasformazione della politica e dei partiti, un vero e proprio rinascimento della democrazia occidentale. 

Noi vogliamo esserci ed esserci a questi livelli di sfida sui grandi temi, in netta opposizione a chi, in una situazione così seria, voglia mettersi a soffiare sul fuoco sperando di trasformare il venticello in rombo divisivo e distruttivo. 

 

Il documento è firmato da

Carlo Cotticelli – Vincenzo Iavarone – Alberto Tanzilli – Nino Zappalà

Open Doors: perseguitato 1 cristiano su 7, Afghanistan il Paese più pericoloso (AsiaNews).

Nella lista 2022 Kabul per la prima volta “scalza” dalla graduatoria dei Paesi più ostili ai cristiani Pyongyang (dove peraltro la situazione è comunque peggiorata). In media ogni giorno 16 cristiani uccisi e 10 rapiti nel mondo. 2 cristiani asiatici ogni 5 vivono in un’area dove si sperimenta la persecuzione. A Jaipur diffuso un altro rapporto che elenca 300 attacchi contro i cristiani avvenuti in India negli ultimi nove mesi.

Nel 2021 è cresciuta ulteriormente la persecuzione contro i cristiani nel mondo: sono oltre 360 milioni (1 ogni 7 a livello globale) quelli che oggi sperimentano nel proprio Paese un livello alto di persecuzione e discriminazione. È il dato che emerge dalla World Watch List 2022 di Open Doors, il rapporto che l’ong internazionale dedica ogni anno alla persecuzione anticristiana, stilando la graduatoria dei 50 Paesi dove la situazione è peggiore.

Dopo vent’anni la Corea del Nord per la prima volta non viene più indicata come il Paese più pericoloso, ma solo per il precipitare della situazione in Afghanistan dove con il ritorno dei talebani la condizione dei cristiani nascosti si è fatta ancora più drammatica. In realtà, però, anche sotto il regime di Kim Jong-un la situazione della libertà religiosa è ulteriormente peggiorata nel periodo preso in esame, che va dal 1 ottobre 2020 al 30 settembre 2021. Tra i 100 Paesi monitorati da Open Doors salgono da 74 a 76 quelli con un livello di persecuzione definito alto, molto alto o estremo. Nel periodo preso in esame sono stati registrati 5.898 cristiani uccisi nel mondo (in media 16 al giorno), 5.110 chiese attaccate o chiuse, 6.175 cristiani arrestati senza processo e 3.829 cristiani rapiti (10 al giorno).

Tra i 10 Paesi dove è stato registrato il maggior numero di violenze 7 si trovano nell’Africa sub-sahariana. Ma il rapporto di Open Doors non manca di mettere in risalto anche la crescita del controllo da parte dei governi autoritari in Asia, sottolineando in particolare come la Cina abbia utilizzato le restrizioni imposte dalla pandemia per indebolire le comunità cristiane in diverse province. In generale 2 cristiani asiatici ogni 5 vivono in un’area dove si sperimenta la persecuzione.

Viene posto poi in risalto anche l’aumento delle violenze contro i cristiani in India. E proprio da qui giunge la notizia che sono diventati ormai almeno 300 gli attacchi che hanno colpito le comunità cristiane del Paese negli ultimi 9 mesi. A riportarlo – offrendo un elenco dettagliato delle violenze – è un altro rapporto intitolato “I cristiani sotto attacco in India” presentatati ieri a Jaipur, nello Stato nord-orientale del Rajasthan, in una conferenza stampa organizzata dalla diocesi cattolica di Jaipur insieme all’Associazione per la Protezione dei Diritti civili, United Christian Forum e United Against Hate.

Il vescovo di Jaipur, mons. Oswald Lewis, ha detto commentando i dati: “L’India è un Paese dove ogni religione è rispettata e dove si vive insieme in pace e armonia da secoli. Ma negli ultimi anni i gruppi minoritari sono stati presi di mira, specialmente le comunità cristiane e musulmane. Il governo deve intraprendere azioni severe contro queste frange estremiste per preservare l’unità e la democrazia del Paese”.

Alla presentazione del rapporto hanno partecipato anche rappresentanti delle altre minoranze religiose. Il presidente di Jamat-e-Islami Hind, Mohammad Nazimuddin, ha detto: “Già subito dopo l’indipendenza alcuni gruppi erano scontenti del Mahatma Gandhi perché sottolineava la laicità e la parità di diritti per tutti i cittadini. Da allora l’India ha sofferto molto perdendo migliaia di vite. E anche gli attacchi ai cristiani si inseriscono in questo contesto”. Il presidente del Buddhist Mahasabha, T. C. Rahul ha aggiunto: “Il nostro Paese è multireligioso e tutte le confessioni hanno vissuto qui in pace e armonia per secoli. Ma ora l’odio si sta diffondendo e questo è pericoloso per l’unità dell’India”.

(ha collaborato Nirmala Carvalho)

 

 

 

 

L’esperienza di Luigi Sturzo come consigliere della Provincia di Catania

In occasione dell’anniversario della conferenza stampa di presentazione a Roma, il giorno 19 gennaio 1919 presso la sede dell’Unione Romana, in via dell’Umiltà 36, del Partito Popolare Italiano appena costituito, pubblichiamo uno stralcio del saggio “Sturzo: la lotta per l’autonomia e la democrazia nel Consiglio provinciale di Catania”. L’autore ha concesso al nostro giornale, e per questo lo ringraziamo vivamente, di mettere a disposizione dei lettori il testo integrale, qui scaricabile appunto attraverso il seguente link posto in fondo alla pagina. 

[…] Con questi chiari obbiettivi strategici e con il programma amministrativo ben strutturato che il movimento cattolico calatino aveva approntato,  Sturzo si candida nel collegio di Caltagirone alle elezioni, per il rinnovo di un terzo della rappresentanza del consiglio provinciale di Catania, che si  sarebbero tenute il 16 luglio 1905. 

Il contesto era quello di una provincia dominata dalla politica affaristico-clientelare del “blocco popolare”, formato da socialisti-repubblicani-radicali, che già si era imposto con la conquista di 48 seggi su 60 nelle precedenti elezioni comunali del giugno 1902 a Catania, scalzando il quarantennale predominio di liberali-monarchici-conservatori e consacrando la leadership di G. De Felice Giuffrida. A questo si aggiungeva una notevole confusione ideologica alimentata proprio dal De Felice, contemporaneamente prosindaco di Catania, presidente della camera del lavoro, consigliere provinciale e deputato, che non aveva mai rinunciato a praticare una certa politica movimentista, ispirata ai fasci siciliani, ma declinata sempre in termini demagogici quando non addirittura clientelari e corruttivi. Tutto ciò rendeva il clima elettorale incandescente non solo a Catania ma anche a Caltagirone.

Sturzo, che si era presentato anche per dare un chiaro segnale contro “la personalizzazione delle candidature provinciali, cucite su personaggi della nobiltà agraria locale o su professionisti senza alcun patto programmatico con gli elettori”, accentuava così i tratti del suo impegno con i cattolici per realizzarne gli otto punti fondamentali del programma ed, in questa prospettiva, si apriva ad una sorta di intesa elettorale con il blocco popolare cittadino (dalle caratteristiche, però, ben diverse da quello di Catania) guidato dall’ex sindaco e consigliere uscente, Mario Milazzo. Smentendo, così di fatto, le voci di un accordo con l’altro candidato, sostenuto dall’on. Libertini, il liberale sindaco uscente di Caltagirone Domenico Nicastro, coinvolto nel famoso scandalo della luce elettrica. In ogni caso, la presenza del centro cattolico che Sturzo rappresentava, con le sue caratteristiche: a) di corpo organizzato contro la corruzione; b) di forza spinta da una idealità di programma; c) di soggetto capace di sostenere lo sviluppo sociale ed il rilancio dei sentimenti religiosi nella vita politica,  costituì la vera novità della competizione elettorale.

Che, all’esito del voto, fece registrare l’elezione a consiglieri provinciali di Luigi Sturzo e Mario Milazzo. Il primo con 753 voti. Mentre 740 furono i voti andati a Milazzo. Con Nicastro, non eletto,  distanziato a 488 preferenze. In complesso, come relazionava il prefetto al ministro dell’interno, nel parziale rinnovo del consiglio provinciale di Catania gli eletti erano stati: nove liberali, sei dell’estrema ed un democratico cristiano.

Sturzo entra così in abito talare  a palazzo Minoriti, sede della provincia di Catania, il 14 agosto 1905 alle ore 14 per l’insediamento del nuovo consiglio, composto da 50 consiglieri che, in virtù della legge comunale e provinciale 164/1898 e sue successive modifiche, provenivano: due terzi da  precedenti elezioni ed un terzo era quello eletto con il rinnovo del 1905. Dal punto di vista politico, egli è solo, indipendente da qualsiasi partito, al centro, ‘circondato’ da consiglieri socialisti, radicali, repubblicani, massoni, clerico-moderati, monarchici, liberali ma preparato a resistere a qualsiasi pressione, pronto a dare il suo voto secondo coscienza e soltanto ubbidendo ai principi ispiratori del programma amministrativo dei cattolici. Certo, il suo isolamento gli avrebbe precluso ogni potere contrattuale ma, al contempo, gli avrebbe consentito di aggregare più facilmente altri consiglieri di ispirazione cattolica per costruire, prima a livello provinciale e poi regionale ed anche nazionale, quel movimento democratico-popolare che ormai da diverse parti veniva auspicato.

 

L’esperienza di Luigi Sturzo come consigliere della Provincia di Catania (2)

Prevalga il buon senso. Il binomio Mattarella-Draghi ha dato forza al Paese: dobbiamo giocare la carta della continuità.

Quando è in atto una situazione di crisi tra e nelle forze politiche, che accompagna e amplifica quella stessa della rappresentanza, servono soluzioni che permettano di garantire una tregua, anche per favorire la ricomposizione e il graduale ritorno a un nuovo equilibrio da realizzare con il voto previsto alla scadenza naturale della legislatura.

La situazione è alquanto agitata e confusa, tra il centro destra in progressiva fibrillazione, dopo che il tentativo del Cavaliere sembra ormai considerato da Salvini superabile/to e la sinistra  che rimane ferma in un surplace impotente. Ho salutato con grande soddisfazione l’indicazione di alcuni ex parlamentari grillini a favore della candidatura del prof. Paolo Maddalena, costituzionalista a tutto tondo e uno dei più strenui difensori della Carta fondamentale della Repubblica. Sembra, però, che stiano prevalendo gli interessi e le motivazioni “particulari” di singoli, movimenti  e gruppi parlamentari non più sostenuti da quei legami forti che erano alla base dei partiti della prima repubblica, e forte è il rischio, dunque, di una saga dei franchi tiratori preoccupati solo del loro stipendio e dell’agognato vitalizio. 

La fragile situazione economico sociale di un Paese sfibrato da una crisi pandemica ben lungi dal potersi considerare finita, suggerirebbe di tener in debita considerazione il motto: quieta non movere et mota quietare, non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato. Recitava così il broccardo latino espressione di un’antica sperimentata saggezza. La saggezza che dovrebbe assistere gli elettori del prossimo Presidente della Repubblica.

Il binomio Mattarella presidente della Repubblica, Draghi capo del governo, ha assicurato sin qui all’Italia stabilità politica e un’affidabilità internazionale senza pari, l’unica che può garantire la prosecuzione della legislatura sino al suo termine naturale. È noto il reiterato NO del presidente Mattarella a una sua rielezione; un NO motivato dal ricordo di Segni e della sua proposta di “non rieleggibilità del Presidente della Repubblica”. Come ha sostenuto, tuttavia, con grande rispetto Paolo Cirino Pomicino al TG2, a riguardo della candidatura del Cavaliere, ma come regola generale: “Al Quirinale non ci si candida, ma si viene scelti”. E, allora, perché non attenersi alla saggezza del broccardo latino?

Anche le reiterate e motivate indisponibilità espresse da Mattarella, se avvenisse un voto a larghissima maggioranza del Parlamento integrato dai rappresentanti regionali, sono convinto che possano essere superate. Sarebbe la soluzione più semplice e adeguata alla complessità della situazione politica, economica, sociale e istituzionale dell’Italia. La stessa rielezione del Presidente Napolitano costituisce un precedente da considerare. Quando è in atto una situazione di crisi tra e nelle forze politiche, che accompagna e amplifica quella stessa della rappresentanza, servono soluzioni che permettano di garantire una tregua, anche per favorire la ricomposizione e il graduale ritorno a un nuovo equilibrio da realizzare con il voto previsto alla scadenza naturale della legislatura. Ogni altra soluzione, al di là dei tatticismi e promesse vane collegate/bili al voto dei 1009 che inizia il prossimo lunedì, è certo che provocherebbe l’immediata crisi di governo e le elezioni anticipate con una legge maggioritaria foriera della conservazione di un bipolarismo forzato, incapace di garantire la governabilità di cui l’Italia ha assoluta necessità in questa fase delicatissima della sua storia politico istituzionale. Il bis di Mattarella e la continuazione del governo delle larghe intese, con i possibili aggiustamenti, è ciò che serve. E’ la soluzione più semplice che richiede  un suggeritore autorevole come il capo del governo. Rompere questo equilibrio porterebbe soltanto alla confusione e al triste spettacolo dei nominati parlamentari, molti dei quali transumanti seriali. Auguriamoci che prevalga il buon senso e che Mario Draghi sappia lanciare il suo autorevole appello.

Martin Luther King, il sognatore che non si è mai arreso.  Il ricordo sull’Osservatore Romano.

Il Papa ha ricordato il reverendo anche nell’Enciclica “Fratelli tutti”, indicandolo, insieme a Desmond Tutu e al Mahatma Gandhi, tra i «motivatori» non cattolici del suo «spazio di riflessione sulla fraternità universale».

Davide Dionisi

«Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia, i figli di coloro che furono schiavi e i figli di coloro che possedettero schiavi sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza (…) Io ho un sogno, che i miei quattro bambini possano un giorno vivere in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della pelle». Il 28 agosto 1963, 300.000 manifestanti giunti da ogni parte degli Stati Uniti si trovarono al Lincoln Memorial, a Washington, per ascoltare il pastore battista, Martin Luther King che, nell’occasione, pronunciò il suo discorso più famoso: «I have a dream».

Il 4 aprile dell’anno successivo venne assassinato a Memphis, in Tennessee, da James Earl Ray, mentre al primo piano dell’Hotel Lorraine stava parlando con il reverendo Jesse Jackson, futuro primo candidato alla nomination del Partito democratico per le elezioni presidenziali. Ma il suo sogno, quello di «una società dove ci sia armonia e uguaglianza da conquistare attraverso la via della non violenza è ancora attuale», ha scritto Papa Francesco, il 18 gennaio dello scorso anno, in un messaggio a Bernice Albertine King, la figlia minore del leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, anche lei impegnata da anni nella promozione di una cultura di pace, basata sulla non violenza e contro ogni tipo di discriminazione.

Il Papa ha ricordato il reverendo anche nell’Enciclica “Fratelli tutti”, indicandolo, insieme a Desmond Tutu e al Mahatma Gandhi, tra i «motivatori» non cattolici del suo «spazio di riflessione sulla fraternità universale».

Dal 1986, anno in cui entrò in vigore la legge che istituì, tre anni prima, la festa nazionale per la sua nascita (da celebrare nel terzo lunedì di gennaio), gli Stati Uniti ricordano King con onori riservati solo al padre della patria, George Washington, e al presidente Abraham Lincoln.

A contrappunto di meeting e parate l’establishment politico e la stampa hanno da sempre aperto un dibattito su quanto resta della eredità del leader e soprattutto hanno cercato di fare il punto sulle condizioni attuali della gente di colore negli Stati Uniti Usa. Ieri i suoi eredi, il primogenito Martin Luther King III , sua moglie Andrea Waters King e la loro figlia Yolanda Renee King, hanno marciato nella capitale all’insegna dello slogan “No celebration without legislation”, nessuna celebrazione senza legislazione.

L’obiettivo è quello di premere sulla Casa Bianca e sul Senato per l’approvazione delle leggi a tutela dei diritti di voto. Nel proclamare le celebrazioni del #MlkDay la Casa Bianca ha così rievocato la figura dell’attivista: «Ha condiviso un sogno che continua a ispirare una Nazione: portare giustizia dove c’è ingiustizia, libertà dove c’è oppressione, pace dove c’è violenza e opportunità dove c’è povertà. Oggi, persone di ogni estrazione continuano quella marcia, alzando la voce per affrontare abusi di potere, sfidare l’odio e la discriminazione, proteggere il diritto di voto e accedere a posti di lavoro, assistenza sanitaria, alloggi e istruzione di qualità. In questo giorno, riflettiamo sull’eredità di un uomo che ha lanciato un appello alla coscienza della nostra nazione e del nostro mondo», si legge nel testo firmato dal presidente Joe Biden. Gli ha fatto eco il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: «Martin Luther King ha dedicato la sua vita all’uguaglianza, alla giustizia e al cambiamento sociale non violento. Decenni dopo la sua morte, la lotta è tutt’altro che finita. Costruiamo sulla sua eredità mentre continuiamo a lavorare per un mondo migliore per tutti».

Ucciso nel 1968 a 39 anni, grazie al Martin Luther King’s Day, il pastore è entrato con questa ricorrenza nella storia americana e un suo busto, il primo in assoluto di un uomo di colore, si erge sotto la cupola del Congresso. Ma è il 10 dicembre 1964 che la missione del leader antisegregazionista ricevette la consacrazione definitiva con il premio Nobel per la pace. Fu il terzo esponente nero a ricevere il prestigioso riconoscimento dopo il sottosegretario all’Onu, Ralph Bunche, artefice nel 1950 della pace tra ebrei e arabi, e Albert Luthuli, sudafricano esiliato in una riserva cintata di filo spinato.

Martin Luther King fu preferito al cancelliere tedesco Konrad Adenauer, all’ex presidente Usa, Dwight D. Eisenhower, e al presidente francese Charles De Gaulle. Era già infatti molto noto in tutto il mondo tanto che, in virtù del suo strenuo impegno per la parità dei diritti civili, venne ricevuto, alcuni mesi prima, da Paolo VI .

Uscendo dall’udienza, scherzando con i giornalisti, disse: «Credo che sia la prima volta dal Concilio di Trento che un Papa romano riceve privatamente un protestante di nome Martin Lutero». Grazie alla sua costanza, il presidente Johnson firmò la legge sui “civil rights” e gliela consegnò di persona perché lo ritenne, insieme allo scomparso John Kennedy, il padre della legge che avrebbe restituito all’America un volto di giustizia. Il «Time» gli dedicò una copertina, proclamandolo “uomo dell’anno”, mentre l’Università di Yale gli conferì la laurea honoris causa per il suo rifiuto di ogni forma di violenza, nonostante le ripetute aggressioni subite.

Il giorno che gliela consegnarono King era nel carcere di St. Augustine, arrestato per la dodicesima volta. Discendente da una famiglia di pastori della chiesa riformata, nacque ad Atlanta, in Georgia, nel 1929. Studiò filosofia al Seminario teologico di Chester ed i suoi modelli presto diventarono Gandhi e il Vangelo. Ordinato nel 1954 fu inviato a svolgere la propria missione a Montgomery, in Alabama, dove iniziò la predicazione.

Presto si ritrovò alla presidenza di un comitato che divenne una delle più efficaci voci della protesta nazionale dei neri. Apostolo di una integrazione pacifica e graduale, fu accusato dagli estremisti del “black power” di essersi venduto ai bianchi perché il suo approccio pacifico non fu immediatamente compreso dagli abitanti dei ghetti. Ma era un uomo di fede e il suo messaggio fu ben presto capito da larghe fasce della popolazione (non solo di colore). Un sogno divenuto realtà perché, come ebbe a dire anni dopo il suo “collega” Mandela: «Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso».

Fonte: «L’Osservatore Romano» del 18 gennaio 2022 [Titolo: Il sognatore che non si è mai arreso. Nel ricordo di Martin Luther King].

Comece: Roberta Metsola al Parlamento europeo, una scelta di speranza.

Madre e seriamente impegnata nella politica. Monsignor Galea-Curmi, a nome della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea (Comece), si congratula per la scelta di Roberta Metsola alla presidenza del Parlamento europeo, sottolineando che le sfide non mancano e “l’antipolitica non è superata”. Il vescovo ausiliario di Malta si sofferma sul ruolo delle donne e sui valori cristiani, sottolineando che la nomina è anche un incoraggiamento per i giovani.

Fausto Speranza

Diventano due su tre le donne ai vertici dell’Unione europea, con la nomina questa mattina di Roberta Metsola alla presidenza del Parlamento europeo, dopo quella di Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea. Due donne accanto al presidente del Consiglio Ue Charles Michel. Eurodeputata maltese e membro del Ppe, Metsola è stata eletta questa mattina [ieri per chi legge, ndr], al primo turno. I voti favorevoli sono stati 458. Il numero di votanti è stato 690, le schede bianche e nulle sono state 74, i voti espressi 617.

Le congratulazioni della Comece

“A nome dei vescovi dell’Unione europea – scrive in una dichiarazione stampa giunta al Sir il cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece –, vorrei esprimere le mie più sincere congratulazioni a Roberta Metsola per la sua elezione a presidente del Parlamento europeo. Abbiamo già avuto modo di lavorare con lei e ne riconosciamo le qualità: è una persona brillante che saprà sicuramente svolgere in maniera eccellente questo importante ruolo istituzionale. Non vediamo l’ora di continuare questa collaborazione per il bene comune, avvicinando le istituzioni pubbliche ai cittadini europei, rendendo i giovani protagonisti della politica europea e promuovendo politiche incentrate sulla persona umana, sulla famiglia e sulla comunità”. 

Della scelta di una donna di 42 anni che si riconosce nei valori cristiani sui quali è nata l’Europa unita, abbiamo parlato con il vescovo ausiliare di Malta, monsignor Joseph Galea-Curmi, delegato dell’isola alla Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità Europea:  

Un “buon segnale” per tutti e una “buona scelta” la definisce monsignor Galea-Curmi, sottolineando che Metsola è una donna madre e seriamente impegnata in politica, fortemente legata ai valori europei della democrazia, del rispetto per i diritti umani, del rispetto per le minoranze. Il vescovo ausiliare di Malta parla di un passo in avanti nella prospettiva di “lavorare insieme” sulle grandi sfide per il vecchio continente. Tra queste cita le migrazioni per sottolineare che non si possono ignorare o emarginare vite umane. Cita l’antipolitica per ribadire che non è un fenomeno superato e per lanciare un appello a tornare alle radici dell’esperienza di integrazione europea, ai valori fondanti. Si tratta di valori cristiani che – afferma – come Sassoli anche Metsola ha nel proprio orizzonte di formazione. Solo su quei fondamenti può rinascere una speranza nuova per l’Europa e soprattutto per le donne che – sottolinea – con i giovani pagano il prezzo più alto della disoccupazione, delle diseguaglianze sociali, delle discriminazioni.

Il discorso programmatico della neo eletta

“Una finestra di opportunità per far sì che il Parlamento sia più moderno, efficace ed efficiente”.Così Roberta Metsola, neoeletta presidente del Parlamento europeo (Pe), parla del suo mandato che segue quello di David Sassoli, il quale – dice – “si batteva per un mondo di solidarietà e di servizio”. La verità – conclude – emerge dal disaccordo e dal dibattito”. Del presidente scomparso martedì, di cui la maltese Metsola è stata la prima di 14 vicepresidenti, la neo eletta ricorda anche che “ha lottato duramente per portare le persone attorno al tavolo”, per poi affermare di voler proseguire su quell’impegno. Metsola ribadisce che “non si deve avere paura delle riforme”, affermando che l’europarlamento è “un’Istituzione unica al mondo e va rafforzata”. Emergono alcune priorità quando afferma che “non è facile trovare una maggioranza per la migrazione, per la protezione dei diritti fondamentali, per Frontex, per la lotta alla corruzione”.

 

Per ascoltare l’intervista

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-01/unione-europea-roberta-metsola-presidente-diseguaglianze-vescovi.html

 

Roberta Metsola è la nuova presidente del Parlamento Europeo.

L’europarlamentare maltese Roberta Metsola è la nuova presidente del Parlamento Europeo. Metsola è stata eletta al primo scrutinio con 458 voti.

È un’avvocata specializzata in diritto e politica europea. Ha lavorato come addetta alla cooperazione legale e giudiziaria di Malta all’interno della Rappresentanza permanente di Malta presso l’Unione europea.

Attiva in politica fin da giovane: fu membro della formazione giovanile del Partito Nazionalista, il Moviment Zgħazagħ Partit Nazzjonalista, e dell’European Democrat Students, movimento giovanile del Partito Popolare Europeo, di cui è stata anche segretario generale.

È stata candidata alle elezioni europee del 2004 e a quelle del 2009, ma in entrambi i casi non venne eletta. Nel 2013 tuttavia prese il posto di Simon Busuttil, dimessosi per essere stato eletto al parlamento maltese.

Alle elezioni europee del 2014 e del 2019 venne rieletta, risultando in entrambi i casi la più votata del suo partito.

Il 12 novembre 2020 viene eletta prima vicepresidente vicaria del Parlamento europeo, sostituendo l’irlandese Mairead McGuinness, dimessasi dopo la nomina a commissario europeo. È la prima maltese a diventare vicepresidente.

Fa parte dell’ala moderata del PPE e in questi anni si è fatta notare soprattutto per il suo lavoro di mediazione con i gruppi di centro e di centrosinistra.

È la politica che deve “leggere” il Rapporto Oxfam sull’aumento delle disuguaglianze come una sferzata per il cambiamento.

Il poeta povero, 1839, di Karl Spitzweg (Monaco 1808-1885) – olio su tela – Opera esposta alla ‘Alte Nationalgalerie’ di Berlino

Rotto un sistema di partiti veri, capaci di rappresentanza, di economia mista pubblico-privata, di politiche monetarie adatte alla composita realtà della Penisola, è iniziata una china discendente, con disuguaglianze e povertà dilagante, che le vicende di questi ultimi due anni non hanno fatto che accelerare, rendendola più evidente.

Il Rapporto​ globale dell’Oxfam sulla disuguaglianza a seguito alla pandemia, uscito ieri in concomitanza con l’apertura del World Economic Forum 2022, appare nel contempo, a seconda dei punti di vista con cui lo si interpreta, una vibrante denuncia di un aumento sempre più fuori controllo del divario, rafforzatosi durante l’emergenza sanitaria, tra l’1% più ricco dell’umanità e il restante 99%. Ma finisce per assumere involontariamente anche un retrogusto amaro, di fungere da certificazione del successo di un punto fondamentale dell’Agenda di Davos, che mira a concentrare il potere e la ricchezza globale nelle mani di una ristretta cerchia di tecnocrati.

Nei​ due anni di pandemia, osserva il Rapporto, i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni.

“Nei 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 – rileva Oxfam Italia -​ il numero dei miliardari italiani della​ Lista​ Forbes​ è aumentato di 13 unità​ e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%,​ toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre.​ I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri​ (18 milioni di persone adulte)”.

Per la tradizione politica che ha dato all’Italia il massimo livello di uguaglianza verso l’alto e di benessere socio-economico della sua storia, costituisce più che una nostalgia l’osservazione di Oxfam Italia che “l’inversione delle fortune, iniziata dalla metà degli anni ‘90, con una marcata divergenza tra le quote di ricchezza del 10% più ricco e della metà più povera della popolazione italiana, non sembra allentarsi nel biennio 2020-2021”. Rotto quel sistema, di partiti veri, capaci di rappresentanza, di economia mista pubblico-privata, di politiche monetarie adatte alla composita realtà della Penisola, è iniziata una china discendente, con disuguaglianze e povertà dilagante, che le vicende di questi ultimi due anni non hanno fatto che accelerare, rendendola più evidente.

“Le banche centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario”, ha affermato Gabriela Bucher, direttrice di​ Oxfam​ International, dicendo una grande verità su cosa è servita la “pandemia”. Essa ha fornito la giustificazione alle banche centrali per proseguire programmi di creazione di liquidità straordinaria per tenere in piedi il grande circo della speculazione finanziaria i cui assets (uguale: debiti mascherati) con “valore” nominale superiore a oltre 10 volte il PIL mondiale sono sostanzialmente carta straccia e meritevoli di fallire. In tal modo una interessata emergenza sanitaria sta rendendo i ricchi sempre più ricchi, allontanando, per ora, il crac del sistema finanziario globale, e sta spolpando il resto dell’umanità con particolare accanimento verso la​ classe media occidentale.

In questa nuova situazione quale compito si ritaglierà la politica: quello di registrare asetticamente le decisioni del club di Davos oppure quello di costruire proposte adeguate a fronteggiare una crisi di tal portata?

Per scegliere quest’ultima via credo sia necessario però introdurre qualche elemento di critica e di anticipazione, di capacità di individuare i probabili sviluppi, possibile solo attraverso un recupero dell’autonomia culturale e di elaborazione politica. Sul cielo già volano gli avvoltoi del programma mondiale di remissione del debito, pronti a rilevare i fallimenti delle aziende, dei ristoranti, delle attività economiche danneggiate in cambio della firma alla rinuncia perpetua alla proprietà privata dei loro titolari e all’adesione a programmi di reddito di base erogato in moneta digitale delle banche centrali e condizionato all’ossequio a requisiti di varia natura, verificabili dall’incrocio di più banche dati. Tecnicamente è stata già implementata l’infrastruttura digitale per poterlo fare.

Pertanto, dipenderà dalla politica fare in modo che il Rapporto Oxfam sull’aumento delle disuguaglianze durante la pandemia, sia uno stimolo a superarle anziché una attestazione involontaria di mission accomplished di un progetto distopico e nei fatti inadeguato ad assicurare un accettabile livello di governabilità delle società occidentali che pretende di rimodellare dall’alto e sotto la pressione dell’emergenza.

Franchi tiratori di serie A e serie B. Oggi si va oltre, con alcuni “grandi elettori” pronti a votare per tornaconto personale.

Gli oltre 200 mascalzoni che cecchinarono Marini, con tanto di esaltazione sui social di molti parlamentari del Pd del tempo per avere bloccato il “vecchio” a vantaggio della “novità” e dell’”onestà” auspicate dai populisti dei 5 stelle, hanno fatto meno rumore dei 101 di Prodi, considerati gravissimi per la credibilità della politica e delle istituzioni. Misteri della politica.

La telenovela che precede l’elezione del Presidente della Repubblica – sempre più ingarbugliata e grottesca soprattutto quando la politica è in caduta verticale e i partiti non controllano più i rispettivi gruppi parlamentari – è diventata più un’operazione che somiglia ad una fiction a puntate che non ad una delicata e preziosa pagina della politica italiana. Non a caso, una delle ragioni decisive e determinanti di questa specifica elezione del Capo dello Stato, è come far sì di garantire il raggiungimento del vitalizio ai parlamentari di prima nomina che scatta nel prossimo settembre – e sicuramente di ultima presenza in Parlamento salvo miracoli provenienti direttamente dalla Divina Provvidenza – e, al contempo, come fare per ottenere ancora il lauto stipendio sino al termine normale e fisiologico della legislatura. 

È persin inutile ricordare, talmente è noto a tutti, che i diretti interessati di questa ineludibile richiesta sono i cosiddetti interpreti dell’anticasta che hanno trascorso questi anni ad insultare, diffamare, delegittimare e denigrare la cosiddetta “vecchia politica”. A dir la verità, nulla di nuovo sotto il sole. Anche perchè, è noto veramente a tutti, che i simpatici teorici dell’anticasta sono diventati in brevissimo tempo i difensori più accaniti dei privilegi e delle corsie preferenziali della casta. Senza alcuna riflessione e senza alcun ripensamento politico e culturale.

Ma, al di là di questo malcostume e di questo cinismo, quello che vale la pena ricordare nella ricostruzione contemporanea e mediatica della penultima elezione del Presidente della Repubblica – quella della riconferma di Napolitano nel 2013 – è la classificazione dei franchi tiratori tra quelli di serie A e quelli di serie B. Come se si potesse distringere la classifica all’interno di questo genere di mascalzoni e di irresponsabili. Mi riferisco, nello specifico, alla ormai famosa mancata elezione di Franco Marini e poi a quella di Romano Prodi. Entrambe gestite in modo pessime dal vertice del Partito democratico dell’epoca che era più preoccupato di liquidare definitivamente i rispettivi candidati che non quello di promuoverli al più alto scranno dello Stato. È ormai evidente a tutti i cultori della materia, che non si poteva e non si doveva ritirare un candidato – Franco Marini – che ottenne al primo turno ben 524 voti sufficienti per essere eletto al quarto scrutinio. Ma venne, appunto, ritirato immediatamente, e misteriosamente, dal segretario del Pd dell’epoca per favorire, altrettanto misteriosamente, un altro candidato, l’eterno Romano Prodi. E da quel momento è scattata la strana classificazione dei franchi tiratori: gli oltre 200 mascalzoni che cecchinarono Marini, con tanto di esaltazione sui social di molti parlamentari del Pd del tempo per avere bloccato il “vecchio” a vantaggio della “novità” e dell’”onestà” auspicate dai populisti dei 5 stelle, hanno fatto meno rumore dei 101 di Prodi, considerati gravissimi per la credibilità della politica e delle istituzioni. Misteri della politica.

Eppure la scelta di Marini era stata decisa democraticamente all’assemblea del Cinema Capranica dai grandi elettori con regolare votazione. Con una significativa maggioranza dei votanti a favore di Marini. E poi scattò, come da copione, l’azione implacabile dei franchi tiratori. Per Prodi, al contrario, non si votò e ci si limitò al solo applauso. Anche lì, poi liquidato dagli ormai celebri 101 franchi tiratori. Ma quelli, come evidente a tutti, sono passati alla storia mentre gli altri, quelli di Marini, sono stati rubricati a fatti di ordinaria amministrazione.

Ora, credo sia necessario almeno ripristinare una regola in questo contesto fatto di malcostume personale, di squallore civico, di degrado etico e morale e di caduta verticale di credibilità della politica e dei cosiddetti “rappresentanti del popolo”. E cioè, i franchi tiratori erano e restano un fatto di malcostume dei politici e della politica. Altrochè “liberi pensatori”. Soprattutto quando questi “liberi pensatori” hanno come unico obiettivo la difesa del proprio stipendio e il raggiungimento del proprio vitalizio. Almeno nella prima repubblica i franchi tiratori rispondevano sempre e solo a disegni politici e a scenari politici, più o meno inconfessabili. Oggi, invece, si pensa solo e soltanto al proprio tornaconto personale. Questa, molto semplicemente, è la concreta differenza tra i franchi tiratori di serie A e i franchi tiratori di serie B.

 

Europarlamento, la Commemorazione del Presidente Sassoli: “La tua lotta per la democrazia continua”.

I deputati hanno onorato la memoria del Presidente del PE, David Maria Sassoli, in una cerimonia che si è tenuta lunedì in plenaria a Strasburgo.

Comunicato del Parlamento europeo

In apertura della cerimonia, la Presidente ad interim del Parlamento, Roberta Metsola, ha dichiarato: “L’Europa ha perso un leader, la democrazia ha perso un campione e noi tutti abbiamo perso un amico”.

“Uomo di grande visione e profonde convinzioni, ha sempre saputo tradurre in azioni concrete i valori in cui credeva. Si è battuto affinché il Parlamento rimanesse attivo durante i mesi più critici della pandemia e ci ha consentito di approvare importanti pacchetti legislativi di cui l’Europa e i suoi cittadini avevano bisogno”, ha aggiunto, concludendo che “questa assemblea onorerà il tuo operato e farà tesoro della tua eredità”.

L’ex Primo ministro italiano ed ex deputato europeo, Enrico Letta, amico intimo del Presidente Sassoli, nel suo elogio funebre ha dichiarato che per David Sassoli “l’Europa non è solo direttive, istituzioni e sigle. No. L’Europa è prima di tutto la sua gente, le sue anime, i suoi cuori” (…) Proprio come lui teneva aperte le porte di questo Parlamento, David mirava ad aprire le porte ai cittadini di tutto il nostro continente”.

Ha poi aggiunto che “il filo conduttore di tutte le sue battaglie è chiaro: l’Unione europea è un’Unione di valori” e che “la lotta di David per la democrazia, la libertà e lo Stato di diritto è stata un’ispirazione per tutti noi”. Ha poi concluso: “Porteremo avanti il suo lavoro. Le tue lotte continueranno ad essere le nostre lotte. Non ti dimenticheremo mai”.

Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha dichiarato: “David (…), tu ispiravi naturalmente rispetto, e ciò andava ben oltre la tua funzione” e ha omaggiato una personalità “accogliente, semplice, autentica, sorridente” e ferma quando necessario. David Sassoli “era un leader politico, un europeo orgoglioso”. Charles Michel ha poi elogiato gli ideali di giustizia sociale e solidarietà di Sassoli, la matrice del suo impegno politico.

Il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, intervenendo anche a nome della Presidenza di turno del Consiglio UE, ha salutato “un uomo di rara gentilezza, il cui sorriso, la visione e gli ideali erano abbastanza ampi per un continente”. Ha inoltre sottolineato “il cuore e l’ambizione” che David Sassoli ha dimostrato durante la pandemia, durante la quale ha trasmesso a tutta l’Europa “un volto di amicizia e di esemplarità” attraverso le sue azioni alla guida del Parlamento.

Il Presidente Macron ha poi affermato che Sassoli è stato “sia un organizzatore che un pacificatore” dell’emiciclo, poiché “ha affrontato le idee e mai le persone”.


Intervento dei leader dei gruppi politici

Dopo l’intervento di Macron, hanno preso la parola i rappresentanti dei gruppi politici del PE, che hanno elogiato David Sassoli per essere stato un uomo di grande integrità, decenza e gentilezza, sempre disposto e capace di trovare compromessi e colmare le divisioni, e in grado allo stesso tempo di guidare il Parlamento con grande lungimiranza, determinazione e competenza in tempi difficili.

La leader del gruppo S&D, di cui Sassoli faceva parte, Iratxe García Pérez (ES) ha detto: “David Sassoli era un uomo buono, impegnato, un appassionato europeo, capace di dialogare e allo stesso tempo di rimanere fermo sui suoi principi di libertà, democrazia e solidarietà. Il miglior tributo che possiamo rendergli è continuare la sua eredità: costruire un’Europa sociale e una politica migratoria che metta al centro le persone”.

L’hanno seguita Manfred Weber (PPE, DE), Dacian Cioloş (Renew, RO), Ska Keller (Verdi/ALE, DE), Marco Zanni (ID, IT), Raffaele Fitto (ECR, IT) e Martin Schirdewan (The Left, DE).

La famiglia del Presidente Sassoli, compresi la moglie e i figli, ha partecipato alla cerimonia. Hanno inoltre partecipato diverse personalità di alto profilo tra le più alte cariche politiche dei paesi e delle istituzioni dell’UE. Tra questi, il Primo ministro italiano Mario Draghi, il lussemburghese Xavier Bettel, il greco Kyriakos Mitsotakis, il croato Andrej Plenković e il maltese Robert Abela. Hanno preso parte alla cerimonia anche diversi oratori dei parlamenti nazionali UE.

All’inizio della cerimonia, un breve video intitolato “David Maria Sassoli, Presidente del Parlamento europeo” è stato proiettato in Aula.

 

È possibile rivedere l’intera cerimonia qui.

È stato scoperto (forse) chi denunciò la famiglia di Anna Frank alla Gestapo. Lo riporta l’Agenzia Italia.

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Una squadra di investigatori internazionali, tra cui un agente dell’Fbi in pensione, indaga da sei anni nel tentativo di scoprire chi tradì la ragazzina il cui diario è diventato il testo di riferimento sulla Shoah. I documenti che hanno raccolto puntano il dito contro Arnold van der Bergh, ma in un certo modo lo assolvono.

Fu un noto notaio ebreo di Amsterdam, Arnold van den Bergh, a rivelare alla Gestapo l’esistenza dell’Annesso Segreto, la nicchia ricavata in un edificio di Amsterdam dove si nascondevano Anna Frank e la sua famiglia. Lo avrebbe fatto, si scopre quasi 80 anni dopo, per garantire la sicurezza della propria famiglia.

Una squadra di investigatori internazionali, tra cui l’agente in pensione dell’FBI Vince Pankoke, indaga da sei anni nel tentativo di scoprire chi nel 1944 mise la Gestapo sulle tracce dei Frank. I risultati, appena pubblicati, puntano il dito contro il notaio, ma in parte lo assolvono perché avrebbe tradito “per legittima difesa”, una teoria che Otto Frank, padre di Anna, riteneva valida, In fondo chi più di lui poteva capirlo?

Nella ricerca, non è stata ancora esaminata da esperti indipendenti, sono state esaminate numerose informazioni, date per perse e racconti di testimoni deceduti, e la ‘pistola fumante’ sarebbe la copia di una nota anonima che fu data a Otto Frank dopo la Seconda Guerra Mondiale e che gli investigatori hanno trovato negli archivi di un agente di polizia.

Il Jewish Council aveva stilato elenchi di indirizzi di famiglie ebree nel tentativo di mostrare ai tedeschi che stava collaborando e, come membro di questo organismo, Van den Bergh potrebbe averlo ottenuto e usato per cercare di proteggere la propria famiglia. Come membro del Consiglio, Van den Bergh aveva fatto di tutto per ottenere una tregua temporanea dalla deportazione.

L’indirizzo dei Frank finì nelle mani di un ufficiale delle SS tedesche che ordinò ai suoi uomini di arrestare la famiglia Frank il 4 agosto del 1944. Gli investigatori ammettono che non ci sono ancora prove conclusive su come il notaio abbia fatto trapelare l’indirizzo e chi abbia scritto la nota anonima consegnata a Otto Frank.

L’intelligenza artificiale è stata utilizzata per setacciare 66 gigabyte di dati, cercando, ad esempio, connessioni tra incursioni in altri nascondigli, smentendo la teoria secondo cui la scoperta fosse casuale.

 

Azione cattolica: il 21 gennaio seminario sul Messaggio di Papa Francesco per la Giornata della pace.

Venerdì 21 gennaio, dalle ore 16.00 alle ore 18.00, si terrà a Roma (presso l’Università Lateranense) il seminario “Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura”, promosso dall’Istituto di diritto internazionale per la pace “Giuseppe Toniolo”, dall’Azione cattolica italiana e dalla Pontificia Università Lateranense. I lavori potranno seguiti online sul canale YouTube dell’Azione cattolica.

“Dopo la ‘cultura della cura’ proposta nel 2021 per ‘debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente’, con il Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2022 Papa Francesco ci invita a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, per risvegliare vecchie e nuove domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi: le generazioni sono veramente solidali fra loro? Credono nel futuro? Possono l’istruzione e l’educazione costruire una pace duratura? Il lavoro, nel mondo, risponde di più o di meno alle vitali necessità dell’essere umano sulla giustizia e sulla libertà? Se e in che modo la cura della casa comune può alimentare un orizzonte di pacificazione?”. 

Su questi temi ruota il seminario “Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura”, promosso dall’Istituto di diritto internazionale per la pace “Giuseppe Toniolo”, dall’Azione cattolica italiana e dalla Pontificia Università Lateranense in occasione del messaggio pontificio per la Giornata mondiale della pace 2022. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Acli, Caritas italiana e Fiac (Forum internazionale di Azione cattolica). Nel rispetto delle vigenti norme anti Covid-19, l’appuntamento è per venerdì 21 gennaio, dalle ore 16 alle ore 18, presso la Pontificia Università Lateranense, aula magna “Benedetto XVI”, piazza San Giovanni in Laterano 4 a Roma. È possibile seguire la diretta del Seminario sul canale YouTube dell’Azione cattolica italiana.

Dopo i saluti di Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia Università Lateranense, e Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Ac, introduce i lavori e presiede, Sandro Calvani, presidente del Comitato scientifico dell’Istituto di Diritto internazionale per la pace “Giuseppe Toniolo”. Interventi di: Shahrzad Houshmand Zadeh, docente alla Facoltà di studi orientali all’Università “La Sapienza” e alla Pontificia Università Gregoriana, Stefano Tassinari, vicepresidente nazionale vicario delle Acli, Paolo Beccegato, vicedirettore vicario di Caritas italiana. Conclusioni di Giulio Alfano, docente alla Facoltà di Filosofia e delegato del ciclo di studi in Scienze della pace e cooperazione internazionale della Pontificia Università Lateranense

È gradita la conferma della presenza a: istituto.toniolo@azionecattolica.it.

[Fonte: Agensir]

 

Il liberismo alla Reagan e alla Thatcher ha desertificato la politica, avviando un processo di stratificazione verso il peggio.

Dagli Anni ’80, da quarant’anni, il mercato e il turbocapitalismo hanno avuto al loro fianco politici che hanno ‘suicidato’ la Politica.

Ho davanti a me, nitido ricordo visivo, l’emblematica cover del numero di Ottobre 2014 di “GQ” Italia. Già in copertina si dava per certo che storicamente i politici fossero una genìa di imbroglioni, per cui ad ognuno la scelta: o li combatte, o li imita, o rinuncia. In ogni caso il messaggio veicolato consisteva nel dire che la partita era chiusa, tanto loro non cambieranno. Tuttavia, non è nel 2014 che inizia questo filone antipolitico. Il filone inizia quando alla Presidenza degli Stati Uniti arriva una sorta di antipasto di Trump, ovvero Ronald Reagan. 

Vi era l’eco della famosa frase della Thatcher, ‘la società non esiste’, che fu detta da lei nel contesto di una intervista per il settimanale “Woman’s Own” del 23 Settembre 1987, pubblicata il 31 Ottobre di quell’anno: “No such thing as society”. Non esiste una cosa come la società…anzi, un aggeggio tipo ‘la società’: manco la considerò più di una ‘cosa’… . E quindi continuò: “Esistono individui…”. Verrebbe da chiosare astraendoci dal contesto storico: il liberismo (non dico il liberalismo) sarebbe neutro e imparziale?

Torniamo a Reagan. Quando si insedia a Gennaio del 1981 proclama “lo stato [government] non è la soluzione, lo stato è il problema”, con ciò declinando una posizione esattamente all’opposto di quella inclusione della società civile nel governo proposta da John Kennedy vent’anni prima (“non chiedetevi…ma chiedetevi che cosa voi potete fare per l’America…”).

Per cui dagli Anni ’80, da quarant’anni, il mercato e il turbocapitalismo hanno avuto al loro fianco politici che hanno ‘suicidato’ la Politica andando per le spicce, facendo gli sbruffoni tranchant, appiattendosi sul pragmatismo, deificando il funzionalismo e maramaldeggiando sulle convenienze individuali, irridendo ed uccidendo ogni trascendenza, etc.

Gli stratificati e spessi risultati di oggi non si sono consolidati in poco tempo, poiché sono generazioni, in effetti, che si fanno le prediche su ‘pensa a te stesso e manda tutti al diavolo’ (libro di Trump).

L’ambizione di Putin e il ritorno della Russia sul proscenio mondiale. Il punto di vista di Farinone.

Putin non vuole invadere l’Ucraina, e neppure i Paesi baltici (anche se lo farebbe volentieri, potendo). Vuole però – secondo Farinone –  mettere in chiaro che oltre dove è già arrivata la NATO non può estendersi. Questa è la linea rossa. Invalicabile. Un punto che è divenuto quasi un’ossessione per l’uomo del Cremlino.

Ma cosa sta succedendo su fronte orientale? Le parole del segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, suonano alquanto preoccupanti e la risposta a stretto giro di posta del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ancora di più. Messe una in fila all’altra le parole e le azioni di Mosca stanno assumendo un profilo che effettivamente non può non allarmare le cancellerie occidentali. Anche perché dietro di esse c’è una logica, che Putin ha col tempo puntualizzato ma che era chiara nella sua mente sin dagli inizi della sua lunga presidenza.

Nel corso dei primi anni del suo mandato ha con tutta la durezza del caso schiacciato le ambizioni indipendentiste dell’area caucasica, cominciando con lo stroncare quella dei ceceni per poi proseguire occupando l’Abkazia e l’Ossezia meridionale, inviando così un avvertimento esplicito alla Georgia, rea di avere avuto una qualche idea di partecipazione alla NATO; nell’area da anni gioca pure un ruolo da arbitro o quasi nell’intermittente conflitto fra azeri e armeni (con una predilezione per questi ultimi, con i quali la Russia è comunque alleata).

Nel 2014 l’atto più impegnativo e urticante: l’invasione della Crimea, penisola ucraina affondata nel Mar Nero dalle esplicite influenze russe, e la parziale occupazione del Donbass, provincia orientale di Kiev. Più recentemente il sostegno al dittatore bielorusso Lukashenko e, sempre ai confini dell’Unione Europea, la presenza di truppe russe in Moldavia nonché il dispiegamento offensivo lungo i confini con l’Ucraina; e, ancora, lo stretto raccordo con il presidente della Repubblica serba della Bosnia-Erzegovina, Milorad Dodik, che da parte sua sta minacciando l’unità già precaria del suo Paese.

Segnali incontrovertibili di un disegno strategico che Putin ha esplicitato più volte, che è a lui ben chiaro da sempre e che ora pare giunto ad un punto di verifica alquanto insidioso. La Russia non può consentire un ulteriore allargamento a est della NATO, e dunque si attrezza per impedire ad ogni costo che Ucraina, Georgia, Moldavia entrino a farne parte. Non solo.

La Russia ritiene lesivo della sua sicurezza qualsiasi mutamento geopolitico dello status quo attuale che non sia ad essa esplicitamente favorevole. La traduzione del concetto è nell’idea che sostanzialmente bisognerebbe ricreare una divisione dell’Europa in sfere d’influenza, una occidentale e una russa. Ovviamente un’ipotesi non accettabile per Bruxelles ma sufficiente per preoccupare fortemente i Paesi baltici, che – come già scritto su queste pagine – potrebbero abbastanza facilmente venire isolati attraverso l’occupazione del Suwalki gap, il corto corridoio che divide Polonia e Lituania lungo l’asse latitudinale fra l’enclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia. 

La situazione si sta dunque incartando: Putin esige che l’occidente non allarghi ulteriormente la propria sfera d’influenza e anzi in un qualche modo vorrebbe che i paesi già appartenenti al vecchio Patto di Varsavia non transitati in questi 30 anni a quello Atlantico tornassero sotto l’orbita di Mosca. L’occidente non può da parte sua tollerare in alcun modo il concetto secondo il quale una nazione libera non potrebbe decidere autonomamente le sue alleanze.

Così il Consiglio NATO – Russia della settimana scorsa non ha prodotto nulla, se non una recrudescenza dei toni bellicosi, fortunatamente solo verbali. Resta però la presenza massima di soldati e armamenti sul confine ucraino, che Stoltenberg ha una volta di più denunciato specificando però che, non essendo l’Ucraina membro del Patto Atlantico, per essa non è applicabile il famoso articolo 5 e quindi di fronte al precipitare degli eventi (ovvero la possibile invasione da parte russa) le sanzioni sarebbero sì durissime ma non vi sarebbe una risposta militare.

Putin non vuole invadere l’Ucraina, e neppure i Paesi baltici (anche se lo farebbe volentieri, potendo). Vuole però mettere in chiaro che oltre dove è già arrivata la NATO non può estendersi. Questa è la linea rossa. Invalicabile. Un punto che è divenuto quasi un’ossessione per l’uomo del Cremlino. Coerente peraltro con quanto da lui sempre pensato, e cioè che il crollo dell’Unione Sovietica sia stato un evento catastrofico per la Russia. Una Russia che ora deve riprendere un suo spazio nel mondo. Nel continente europeo. Ma pure nel Mediterraneo (come si è visto con gli interventi operati in Siria e in Libia). E senz’altro anche a oriente, in quella vastissima regione un tempo appartenenti all’URSS e oggi divisa in tanti, troppi Stati. Dei quali il Kazakistan è il più importante, per dimensioni, per ricchezze del sottosuolo, per posizionamento geografico avendo migliaia di chilometri di confine con la Cina.

Forse non è – come in molti sostengono – la visione di una rinnovata presenza imperiale, ma di certo si tratta di una visione e di un’ambizione lucide: Mosca nuovamente grande protagonista sulla sua scena globale. Americani ed europei dovranno tenerne conto; è come se Putin li avvertisse, dicendo loro “occhio, non c’è solo la Cina. Ci siamo pure noi”.

Ma quale transizione, si usa sempre più petrolio. Pure dalle sabbie bituminose. Su “formiche.net” un’analisi controcorrente.

Mentre in Europa ce la prendiamo con il gas, in Canada si estrae più petrolio che mai dalle sabbie bituminose, fonte fossile tra le più inquinanti e nefaste al mondo. Le grandi compagnie petrolifere sono costrette ad abbandonare questi giacimenti per apparire più “buone”? Non cambia nulla: arrivano piccoli operatori che non subiscono pressioni d’immagine.

Otto Lanzavecchia 

Nel cammino verso zero emissioni nette talvolta occorre fermarsi e fare il punto e confrontare la sacrosanta spinta verso la decarbonizzazione con la dura realtà. Che nel caso del petrolio è questa: ci servirà ancora per anni, piaccia o meno, dato che non esiste un’alternativa altrettanto economica, efficiente, facilmente distribuibile e sfruttabile.

L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha calcolato che la produzione di petrolio è salita del 4,6% tra settembre 2020 e 2021. Nello stesso periodo i prodotti raffinati sono cresciuti del 6,6% e le consegne totali sono aumentate dell’8,4%. Intanto le riserve strategiche sono più vuote, dopo che alcuni Stati (come gli Usa) vi hanno attinto per ammortizzare il caro-energia.

“Ci aspettiamo che la domanda di petrolio cresca a 100,23 milioni di barili al giorno nel 2022, con un aumento di 3,5 dal 2021 e ampiamente al di sopra dei livelli del 2019 di 98,27”, ha scritto Schroders, una multinazionale che si occupa di asset management, basandosi sulle previsioni di crescita del Pil globale.

Gli analisti prevedono anche un passaggio dal gas al petrolio in Europa e Asia, dove il prezzo del gas – che per via del minore potere inquinante è il combustibile d’elezione per la transizione – è talmente alto da fornire un incentivo per il ritorno al petrolio. In altre parole, scapicollarsi verso la soluzione più verde ha favorito le sorti di quelle più “sporche”. Dissonanza cognitiva? Eppure questa palese, vorace domanda di petrolio non traspare dal comportamento dei grandi enti dei Paesi Ocse, come multinazionali petrolifere e banche d’investimento. Le pressioni di investitori e ambientalisti uniti alle ragioni d’immagine li hanno resi sempre più restii a investire in nuovi progetti di esplorazione e sfruttamento.

Ma persino applaudire una scelta così responsabile potrebbe essere fuorviante, come dimostra il Wall Street Journal. Le più importanti compagnie petrolifere stanno fuggendo dalle sabbie bituminose del Canada, ossia la quarta riserva più grande al mondo di petrolio nonché una delle più inquinanti, visto che l’estrazione richiede solventi chimici e l’uso massiccio di acqua, che nel processo viene contaminata. Gli investimenti sono in stallo e le banche si rifiutano di finanziarne di nuovi, racconta il WSJ, ma “ci si aspetta che la produzione di petrolio continui per almeno altri due decenni”. 

E allora invece di abbandonare per sempre i tar pits, incubo di chi ha a cuore le sorti dell’ambiente, ecco che società minori, di scala locale, hanno preso il posto di quelle più blasonate (e vincolate dalla loro immagine pubblica) e per sfruttare miniere e pozzi esistenti. Secondo i primi calcoli, l’anno scorso le sabbie bituminose avrebbero fornito più petrolio che mai.

 

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https://formiche.net/2022/01/petrolio-sabbie-bituminose-canada/

 

Il patto di legislatura proposto da Letta per salvaguardare Draghi. Il resoconto dell’Agenzia Italia.

Il segretario del Pd ottiene dalla riunione congiunta fra gruppi parlamentari e direzione un mandato che ‘blinda’ il percorso che porterà al voto il 24 gennaio.

Paolo Molinari

Un patto di legislatura, un pacchetto chiuso che preveda elezione del Capo dello stato e prosieguo della legislatura fino al termine naturale. Ma, soprattutto, che salvaguardi la figura di Mario Draghi, essenziale per portare a termine il Pnrr e per fare fronte alla crisi pandemica.

Enrico Letta apre con queste indicazioni la riunione congiunta fra gruppi parlamentari e direzione del Pd. Il segretario ottiene un mandato che ‘blinda’ il percorso che lo porterà al voto il 24 gennaio. Letta, infatti, chiede che a votare siano non solo la direzione, ma anche quei gruppi parlamentari che si sono venuti a formare quando al Nazareno sedeva ancora Matteo Renzi e che, da allora, sono sempre stati difficili da guidare.

E anche la scelta di includere le capigruppo nel mandato sembra rispondere a questa necessità. Alla fine la risposta è stata unanime: mandato al segretario e alle capigruppo “di seguire le trattative per l’elezione del Presidente della Repubblica”. Una riunione da remoto per non “far circolare tante persone in Italia in un momento così”. E in diretta streaming, “per garantire trasparenza in un momento tanto delicato”.

La riunione si apre con un ricordo di David Sassoli, a cui il segretario riconosce il merito di aver consentito al Parlamento Europeo di lavorare al Next generation Eu quando tutti chiudevano. A Sassoli, poi, Letta ha annunciato di voler dedicare la sala del Nazareno, sede nazionale del partito, in cui si tiene la direzione.

È Sassoli, infatti, a rappresentare quella “politica buona” a cui Letta vorrebbe tornare. Anche per questo la scelta del centrodestra di candidare Berlusconi, confermata nel summit a Villa Grande, ha “deluso” profondamente i dem. È vero, ha spiegato Letta, che “ogni capo di partito è divisivo”, ma nessuno “è divisivo quanto Silvio Berlusconi”.

 

Nonostante questo, il segretario Pd è consapevole di dover continuare sulla linea del dialogo con le altre forze parlamentari. “Non abbiamo la maggioranza assoluta”, ricorda a parlamentari e membri della direzione, quasi a voler rispondere a chi – come il ministro della Cultura, Dario Franceschini – sollecita una ‘mossa’ del partito e dei suoi alleati.

Una “azione politica” da parte del partito chiedono, durante il dibattito, anche Matteo Orfini e Alessandro Alfieri, coordinatore nazionale di Base Riformista, l’area che fa riferimento a Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Il primo, che non ha avanzato ufficialmente l’ipotesi del Mattarella bis, sottolinea: “Dobbiamo prendere delle contromisure” rispetto alla scelta del centrodestra “che non significa lavorare su un nome di bandiera alternativo” ma “assumere una iniziativa politica forte per dire al centrodestra: fermatevi”.

Il secondo risponde direttamente al segretario: “Non possiamo non giocare la partita, anche se siamo il 15 per cento dei grandi elettori”, sottolinea Alfieri, “Siamo quelli più avanti nei sondaggi e non possiamo non interpretare il nostro ruolo”. Da registrare comunque il silenzio di alcuni big del partito a cominciare dai capiarea Dario Franceschini e Lorenzo Guerini.

Ma di nomi, in questo momento, Letta non vuol sentire parlare: “fare nomi oggi significa voler bruciare le candidature”, sottolinea. Un nome, tuttavia, viene fatto durante i dibattito: è quello del presidente del Consiglio, Mario Draghi. La premessa di tutti è la stessa: “Il premier va salvaguardato, i nomi non vanno bruciati”.

Ma in un modo o nell’altro, è sull’ex presidente della Bce che si concentrano le attenzioni. Su questo, le aree del Pd si muovono in ordine sparso: “La cosa più naturale è che questo governo continui con il suo presidente del consiglio, con il presidente del consiglio attuale”, dice Goffredo Bettini.

Un punto di vista sottoscritto anche da chi, in passato, si è mostrato critico con alcune prese di posizione di Bettini: “Per garantire continuità nell’azione di governo, abbiamo bisogno di Draghi a Palazzo Chigi”, dice Matteo Orfini. Franco Mirabelli, senatore di Area dem – la corrente che si organizza attorno a Dario Franceschini – sottolinea che “non si tratta di escludere nessuno, ma è evidente che la figura di Draghi è fondamentale per la tenuta e la funzionalità di questo governo ed è evidente che noi non sappiamo – e possiamo permetterci di non saperlo? – cosa accadrebbe se facessimo a meno di questa guida”.

Cesare Damiano allontana la tentazione di portare il dibattito sulla figura del premier: “Non vorrei rischiare di bruciare Draghi, né al Quirinale né a Palazzo Chigi: vedo una sorta d’indebolimento dell’azione di governo nelle ultime settimane, che potrebbe portare a una crisi o a una sorta di paralisi”. Al contrario, per Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna a cui guarda Base Riformista, “se l’interesse del Paese coincide con il nostro, sarebbe un errore dire che Draghi e’ tolto dalla corsa al Quirinale, perché se diamo il mandato pieno” al segretario Letta “a trattare, non brucerei alcun nome e mi troverei pronto mettendo in campo tutto ciò che serve per unire. Dopodiché è giusto che il governo prosegua per tutta la legislatura”.

E, allora, la strada è quella di tenere la porta aperta al dialogo, chiamare tutti gli altri partiti a un patto di legislatura, “a partire dalla maggioranza che sostiene il governo”, allo scopo di eleggere una figura super partes che garantisca tutti, portare avanti l’azione di governo e la legislatura. “Dobbiamo lavorare in sicurezza perché il Paese sia in grado di garantire, a partire dalla scuola, servizi pubblici per rendere la vita degli italiani sicura e riprendere e superare le diseguaglianze. Allo stesso tempo il tema del Pnrr è una delle questioni più importanti che abbiamo di fronte”, ricorda il segretario. “Quei soldi devono essere spesi e il nostro Paese non deve finire nel banco degli imputati dell’Unione Europea”.

Per questo, “l’idea che ci siano oggi elezioni nel nostro Paese va messa da parte”. Il profilo è quello di un Presidente della Repubblica che “affidi l’incarico a chi vince le elezioni” e che si muova nel solco tracciato dal presidente Mattarella. “Siamo positivi e ottimisti sul fatto che l’atteggiamento della nostra coalizione ci permetterà di convincere tutti per arrivare il più presto possibile a una elezione di un uomo o una donna di alto livello e super partes che raccolga l’eredità di Sergio Mattarella”.

La strada del dialogo con il centrodestra, tuttavia, appare sbarrata al ministro e capodelegazione Pd, Andrea Orlando: “Nella malaugurata ipotesi in cui questa intenzione persistesse, il modo in cui rispondere sarà un fatto politico a cui pensare già nelle prossime ore. Io credo che sia giusta l’offensiva diplomatica, la scelta di tenere sulla linea del dialogo, ma si tratta di un dialogo su cui grava questa scelta”, dice il ministro. Se lo scetticismo di Orlando dovesse trovare conferma, la strada indicata da Letta è quella del confronto con gli alleati: “Con i nostri alleati il dialogo è molto positivo e io li voglio ringraziare. Il dialogo con i nostri alleati, con i quali abbiamo costruito al grande stagione del Conte 2, ci porta a costruire la scelta sul presidente della Repubblica e quella delle elezioni del 2023”.

 

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https://www.agi.it/politica/news/2022-01-15/patto-legislatura-letta-salvaguardare-draghi-15246325/

Guardando alla storia di Sassoli. Quella cifra che un cattolico porta in politica e nel mondo. 

Cos’è il rammentatissimo “tratto gentile” di David Maria Sassoli? Un agghindamento estetico? O una condotta morale? Nessuna delle due. Era quello che è stato ed è sbeffeggiato oggi da narcisismo, nichilismo e cinismo insieme: un approccio relazionale non conformato a questo mondo, e perciò liberante. Naturalmente se non si tratta di superficiale estetica (perché esiste anche un’estetica seria) né di razionalismo etico, da dove gli derivava? Da valori, impegno politico, essere cittadino del mondo, ecc ecc ecc? Anche qui non basta per concludere sul letto di morte pronunciando ripetutamente la parola “amore”. Bisogna che questo mondo si arrenda: gli derivava dalla sua confidenza con il Signore. 

In un sermone di Natale tenuto a Samoa – dove poi morì a quarantaquattro anni – Robert Louis Stevenson esortava alla gentilezza e all’allegria, “i perfetti doveri che vengono prima di ogni moralità”, sottolineando come solo la stupidità e la falsa smania di elevatezza possono disconoscere lo  schietto valore di essere onesti e gentili con gli altri. Lui, il grande scrittore esperto del male e dell’ombra, sapeva quanto sia bene che una ricorrenza costringa un uomo – nel buio dell’Inverno, quando la fioca luce fa accorgere delle sedie vuote lasciate dai nostri cari – ad indossare una “maschera sorridente”, anche se – diceva agli indigeni di Samoa che lo ascoltavano – non sa per quale salario lavora o cosa davvero è in suo potere; ma è _comunque_ in viaggio e, come sottolinea Magris, si avvia con le sue quattro ossa verso il leale “fiasco umano” che è al fondo della strada di ognuno.

Così, guardando alle recenti vicende e alla vera cifra della vita di David Sassoli, si squarciano le tante cappe che camuffano l’esistenza e appare l’unico totalizzatore, quello che il figlio Giulio ha detto in Santa Maria degli Angeli nel commiato al padre, e cioè che l’ultima parola che David Maria pronunciava ripetutamente nelle sue ore estreme di soggezione alla tirannia del tempo era “amore”. Perché ogni altra cosa dinanzi alla morte appare per quello che è: vanità. 

La fine della vita temporale, dice Paolo VI nel suo ineguagliabile “Pensiero alla morte”, ha una sua fosca chiarezza: “vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi.”. 

Nel ricordare e celebrare i valori, il pensiero, la passione e lo spirito di servizio di Sassoli, la riflessione non avanza però più di tanto nel _trarre le conseguenze_ dall’altro campo di parole pronunciate: gentilezza, garbo, amicalità, pacatezza. Una terminologia e un armamentario desueti, a tal punto che anche i più attrezzati culturalmente risultano imberbi. Una celebre copertina della rivista “GQ” Italia dell’Ottobre 2014 riportava il claim “I cattivi? La gente li adora”, insieme ad una frase di Kevin Spacey: “Anch’io sono stato ambizioso ed egoista, come un vero politico”.

Cosa significa allora la tanto rammentata gentilezza, sorriso e persino bontà di Sassoli? Perché parliamoci chiaro: anche in tanta intellighentia cattolica – anche quella che pensa che occuparsi de ‘la politica’ sia la cosa più alta e cristiana del mondo (fu Pio XI in una udienza del 1927 alla Federazione Universitaria Cattolica a dirlo, non Paolo VI) – si respira l’insopportabile sussiego di chi si ritiene un circolo millesimato di eletti. In mano ad alcune cerchie di autoconvocati anche la Dottrina Sociale della Chiesa diventa ‘bene effimero’; perché citare a memoria la Bibbia o questa o quella enciclica non significa proprio nulla. 

Per questo bisognerebbe farsi interrogare maggiormente il tratto umano di Sassoli come di tanti altri: è in questa *levatura spirituale*, a-funzionale ed esposta persino alla derisione, che sta tutto il succo della differenza (troppi si accodano a chi sbeffeggia con l’epiteto ‘anime belle’, e magari poi sfoggia elucubrazioni sulla ‘bellezza-che-salverà-il mondo’). Anche in politica. Perché la più alta forma di carità è mettersi al servizio di Qualcosa che ci supera e che ci trascende, per condurci verso quella pienezza che come diceva De Beers è il più grande desiderio di ogni uomo. Poi si vedrà se questo si fa con la politica o rimboccando le coperte ad un malato.

Questo è quello a cui non si sfugge e questo è il _Segno_ dell’impegno.

Citare la bontà di Sassoli vuol dire ammettere che si è stati colpiti, coinvolti, ‘inclusi’ come si dice oggi, da questo approccio relazionale. E questo non è che Sassoli lo trovasse solo in La Pira, Turoldo, Don Milani e tutto il pantheon del cosiddetto cattolicesimo democratico: la fonte è in quell’Unico Essenziale (il resto, tutto il resto, passa) cui si accede tramite la Fede – che come dice Papa Ratzinger mette in assoluta personale immediatezza con Dio, così che io mi possa con-fidare – e che ha acceso per noi i La Pira, i Turoldo, i Don Mazzolari, i Don Gnocchi e tanti tanti altri, a cominciare dai genitori e da chi per primo un giorno della nostra vita ci parlò di Cristo.

È chi si alimenta a questa fonte, chi si alza la mattina mettendosi sotto il potere della Grazia di Dio, è questi che poi diventa buono e gentile per gli altri.

Il 10 Ottobre del 2020 Papa Francesco beatificò Carlo Acutis. Naturalmente pochi sanno o si ricordano chi è. Carlo è un ragazzo di 15 anni di Monza,  morto ad Ottobre del 2006 per una leucemia. Era come un qualsiasi nostro ragazzo; appassionato di internet veicolava il suo pensiero sullo spirito di Dio nel nostro tempo realizzando siti web.

Ma ecco dov’è la cifra come Sassoli; ce la dice Padre Roberto Gazzaniga, Assistente Spirituale dei liceali del “Leone XIII” di Milano, il Liceo di Carlo Acutis: «Un ragazzo capace di sorridere e scherzare, una presenza positiva. Una di quelle persone che, quando ci sono, tu stai meglio. Che ti aiutano a vivere, a livello umano e di fede. Lo vedevo e mi veniva da dire: questo è un pezzetto di cielo per gli altri ragazzi». Insomma abbiamo capito: una di quelle persone che quando ci sono tu stai meglio.

 

Lettera aperta ai componenti il Parlamento italiano, Deputati e Senatori, in vista delle votazioni per eleggere il Presidente della Repubblica.

Fate in modo, scrive Moriconi, che la politica sia sempre l’arte del buon governo.

Cari rappresentanti del popolo italiano, che avete l’onore di rappresentarlo nelle istituzioni deputate ad applicare la Costituzione e a realizzarla là dove ancora non è stata pienamente accolta, perché questa nostra democrazia possa dirsi compiuta, e avete l’onere di impegnarvi ogni giorno della vostra vita in questo servizio, evitateci di assistere ad uno spettacolo indecoroso, che contrasta con il vostro appellativo di “onorevoli”. 

Vi è capitato, non per merito, di esserci in un momento di importanza fondamentale per la Repubblica, l’elezione del nostro Presidente. Avete vissuto una presidenza che ha ridato all’Italia una dignità e una autorevolezza di grande spessore. Alla luce di questa esperienza non potete che rispondere con altrettanta responsabilità e serietà evitando al Paese l’oltraggio di candidature che meriterebbero l’indignazione più profonda, e non una “risata”!

Inoltre evitate di disperdere anche quel patrimonio di alto profilo che è stato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. A lui va un pensiero pieno di commozione e riconoscenza.

Cari “Onorevoli” fate in modo che la politica sia sempre l’arte del buon governo.

P.S. Sarebbe auspicabile che corrispondeste alle aspettative dei cittadini e, con il capo sparso di cenere, andaste a chiedere a Mattarella il sacrificio, perché sarebbe un sacrificio, di essere riconfermato al suo alto ruolo. Garantendogli l’elezione al primo voto e con una maggioranza plebiscitaria. Ma questo passo presupporrebbe un amore leale e profondo per il Paese! Chissà!

 

La crisi dei partiti: la base si assottiglia, i leader politici eletti da pochi. Editoriale su “santalessandro.org” (diocesi di Bergamo).

Partiti da eliminare – si chiede l’autore – come gli inutili capannoni dell’archeologia industriale? Comunque si nomini l’ente mediatore, di mediazione c’è urgenza.

Giovanni Cominelli

Non c’è articolo di giornale o tweet o FB che spenda a loro favore una parola buona: sono vuoti, sono fragili, sono pulviscoli di correnti personali, sono incapaci di generare classe dirigente, sono oligarchici, sono scatole nere… Soffrono di una bassissima reputazione pubblica. Eppure, i partiti sono i protagonisti assoluti della vita istituzionale del Paese. Scelgono il Presidente del Consiglio, il Presidente della Repubblica, i Ministri, i Parlamentari, i Consiglieri regionali e Comunali e un sacco di postazioni istituzionali nell’Amministrazione pubblica, nell’economia, nel sistema bancario…

 

Sono il luogo del potere. Il livello degli iscritti è precipitato verticalmente, da qualche milione a qualche centinaio di migliaia. Ma questa infima minoranza di cittadini elegge dei leader, i quali selezionano/propongono/scelgono direttamente i parlamentari con tutto quel che segue.

Vero è che, fino ad ora, è la maggioranza dei cittadini-elettori che li vota, in base alla legge elettorale n.165 del 3 novembre 2017. Ma è anche vero che, una volta entrati in Parlamento, i deputati/senatori ritornano sotto la sovranità dei rispettivi partiti. Giovanni Sartori aveva ben presente i meccanismi oligarchici di selezione interna dei partiti, ma concludeva, con rassegnato realismo, che la democrazia era, tuttavia, garantita dalla pluralità dei partiti oligarchici, in forza di un’eterogenesi dei fini, per la quale un insieme di partiti a-democratici produce la democrazia. E tanto gli bastava. 

I leader politici scelti da pochi: la contraddizione si aggrava.

Eppure la contraddizione sussiste e si aggrava. I cittadini-elettori non si limitano più a brontolare, mentre si recano alle urne; stanno incominciando a disertarle. Ma l’aspetto più grave è che la mala-reputazione dei partiti si trasferisce fatalmente sulla politica e, peggio ancora, sulle istituzioni rappresentative e di governo, cioè sullo Stato. Così che la reputazione/fiducia di cui gode Draghi si deve non solo al fatto che sta governando bene, ma anche al fatto che è al di sopra e al di fuori dei partiti. E, forse, il primo fatto è ritenuto controprova positiva e conseguenza quasi automatica del secondo.

Sulle cause di questa decadenza/degrado/svuotamento dei partiti la letteratura è in crescita esponenziale. Non esiste una causa sola. Chi dà la colpa alla Magistratura, che, a partire da Mani pulite, ha messo sotto scacco i partiti. Chi ai cambiamenti sociali imponenti, indotti dalla globalizzazione, che ha scardinato la base di classe della rappresentanza, per la quale gli operai votavano a sinistra, i ceti medi DC e PRI, “i padroni” PLI. Chi dà la colpa al degrado del sistema educativo, che ha provocato una caduta della qualità del discorso pubblico. 

Il web ha cambiato il modo di esprimere interessi e valori.

Chi attribuisce la responsabilità della crisi dei partiti ai Cellulari e a Internet, che hanno cambiato radicalmente le modalità di relazione tra gli esseri umani. Vero è che se la tripla elica – passioni, interessi, valori – è la costante di Planck dell’antropologia, le modalità di espressione di passioni, interessi e valori sono fortemente mutate negli ultimi vent’anni con l’irruzione delle nuove tecnologie della comunicazione. È totalmente cambiato il rapporto con le dimensioni del tempo e dello spazio: solo l’evento presente conta e, da subito, su scala globale. 

Velocità e viralità delle reazioni. Che questa caratteristica abbia segnato il modo della rappresentanza nella società civile e nella politica e, inevitabilmente, i suoi contenuti è un fatto. In ogni caso, le cause sopraelencate hanno generato delle onde, che hanno demolito gli organismi civili e politici di mediazione tra il magma incandescente degli interessi/pulsioni/passioni degli individui da una parte e, dall’altra, la società civile e lo Stato.

Nell’agorà dell’infosfera ci sono fazioni, non partiti.

Gli individui si sono presentati ad alta voce, capaci di parole proprie, sulla scena pubblica – sociale, civile e statale – dotati del loro corredo di passioni, interessi e valori, così come essi sono vissuti, grezzi e immediati, aggirando Sindacato, Confindustria, Confcommercio, Partiti e Associazioni, Chiesa e Parrocchie ecc… Il primo livello di mediazione, di screening e di addomesticamento degli interessi, che nelle società civili complesse si realizza già a livello del “sistema dei bisogni” è saltato.

La società civile si è rovesciata come tale nella vociante e rissosa agorà ateniese, nella quale, appunto, la democrazia era diretta, benché riservata a pochi. Nell’agorà dell’Infosfera non ci sono partiti, ma fazioni legati ad una persona. La saldatura tra interessi di singoli e il leader è immediata, ma anche provvisoria e reversibile. La storia greca della seconda metà del 400 a. C. offre l’esempio illuminante dell’ateniese Alcibiade. Più di un Alcibiade nostrano ne ha calcato le orme in questi nostri anni.

C’è però una differenza tra il malfunzionamento della mediazione che accade tra gli individui e le istituzioni della società civile rispetto a quella tra società civile e stato. Consiste nel fatto che i partiti non sono soltanto mediatori tra società civile e Stato, sono anche un’articolazione fondamentale dello Stato politico: sono terminus a quo, ma anche terminus ad quem. Lo sono per storia e per Costituzione.

 

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https://www.santalessandro.org/2022/01/15/la-crisi-dei-partiti-la-base-si-assottiglia-i-leader-politici-eletti-da-pochi/

 

Sassoli e l’eredità dei cattolici democratici e popolari.

 

La lezione, lo stile, lesempio e la forza della testimonianza incarnate ad interpretate con umiltà e tenacia e con un coraggio inaudito da David Sassoli in questi anni e in questi ultimi mesi non possono e non devono essere cancellati o ridimensionati nella cittadella politica italiana.

 

Giorgio Merlo

 

Un anno fa se ne andava Franco Marini. Un esponente di primo piano del sindacato, della politica e delle istituzioni del nostro paese. Pochi giorni fa ci ha lasciato David Sassoli. Un leader politico, una figura autorevole e qualificata del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese, e soprattutto, una persona stimata e ben voluta da tutti. Amici e avversari politici; cittadini comuni e uomini e donne impegnati nelle istituzioni; persone che seguivano la sua conduzione giornalistica e televisiva al Tg1 e persone che lo hanno seguito in tutti questi anni del suo impegno associativo, culturale, politico e istituzionale. Il giudizio è sempre lo stesso: era una persona perbene e semplice, capace di trasmettere una speranza e un futuro a tutte le generazioni partendo dalla proprie radici culturali ed etiche.

 

Ecco, ho voluto ricordare questi due grandi uomini, queste due grandi figure umane e politiche dei nostri tempi per arrivare ad una riflessione: Marini e Sassoli hanno rappresentato un universo valoriale, politico e culturale che non può e che non deve essere archiviato. Certo, persone diverse – come ovvio e scontato – ma con talenti simili che affondavano le radici nell’umanesimo cristiano e popolare e che hanno contribuito, attraverso il loro magistero concreto, a segnare in profondità la presenza, laica, dei cattolici nella società contemporanea. Italiana ed europea.

 

Ma, per fermarsi a David Sassoli scomparso pochi giorni fa, credo sia doveroso farsi una domanda. Semplice ma altrettanto impegnativa. E cioè, possiamo fare a meno di ciò che ha rappresentato concretamente David nel suo campo di impegno? Ovvero l’associazionismo cattolico, i gruppi cattolici, la politica, il partito, le istituzioni? A questa domanda va data una risposta. Non burocratica e protocollare o emotiva ma politica, culturale ed umana. Certo, David aveva uno stile – il suo stile era garbato, sobrio ed umile ma determinato e coraggioso nel riaffermare le sue ragioni e le sue convinzioni – ma dentro lo stile c’era un modo essere culturale e politico nella società contemporanea. Inconfondibile. l’Italia di oggi, ma l’Europa tutta, non possono fare a meno di questo filone ideale, di questo pensiero costituente, di questa cultura che ha ricostruito le sorti democratiche del nostro paese e dello stesso vecchio continente.

 

Il dibattito, come ovvio, non può ridursi alla sola modalità organizzativa con cui si può tradurre questo insegnamento profondo e profondamente ancorato ai tempi in cui ognuno di noi vive. Perchè la sola dimensione politica ed organizzativa è importante e decisiva per chi non si limita ad una presenza puramente testimoniale ma, al contempo, dobbiamo prendere atto che il magistero di uomini come David Sassoli era riconoscibile anche e soprattutto per il suo “esempio”. Cioè, detto in altri termini, una presenza da “testimoni” nella concreta attività politica ed istituzionale. Cosa né semplice né dettata da ragioni politiciste ma percepibili, appunto, attraverso l’esempio e lo stile che venivano indirettamente e inconsapevolmente trasmessi ma immediatamente percepiti dai cittadini e dalla pubblica opinione. Di tutte le fedi politiche di tutti e da tutti gli orientamenti culturali.

 

Ecco, ho voluto ricordare all’inizio due persone, due cattolici democratici, popolari e sociali, due testimoni, due maestri, due leader che ci hanno lasciato ma che qualcuno – cioè noi cattolici democratici e popolari e sociali – ha semplicemente il dovere di proseguire quello che hanno concretamente segnato in anni di impegni a favore dei ceti popolari e degli ultimi. E lo dovremmo fare con umiltà, con un profondo senso del limite e, soprattutto, con la convinzione e la consapevolezza che abbiamo solo da imparare da quello che loro hanno trasmesso con l’esempio, con lo stile e con la proposta.

 

E la lezione, lo stile, l’esempio e la forza della testimonianza incarnate ad interpretate con umiltà e tenacia e con un coraggio inaudito da David Sassoli in questi anni e in questi ultimi mesi non possono e non devono essere cancellati o ridimensionati nella cittadella politica italiana. Non per il bene dei cattolici democratici, popolari e sociali ma per il futuro della nostra democrazia e per il destino del nostro paese e delle stesse istituzioni democratiche.

Berlusconi candidato? Il comunicato diffuso alla fine del vertice del centro-destra è meno limpido del previsto.

 

 

Silvio Berlusconi ha formalmente ottenuto l’impegno di tutti i leader dei partiti di centro-destra a sostenerlo in una sua eventuale corsa al Colle. Eventuale perché, seppur il Cavaliere appaia molto determinato in vista della partita che si apre il 24 gennaio, non c’è ancora l’ufficializzazione della sua candidatura, ma solo l’esortazione di Lega, Fratelli d’Italia e dei centristi di Coraggio Italia, Noi con l’Italia e Udc a “sciogliere la riserva”.

Redazione

 

A leggere il testo, qui riportato integralmente, si colgono le difficoltà che permangono nella coalizione berlusconiana. Di fatto, mancando ancora l’ufficializzazione, la candidatura del Cavaliere appare sufficientemente strumentale, quasi una scommessa da convertire, se del caso, in una operazione di ridisegno degli equilibri politici nell’ultimo anno della legislatura. Operazione assai complicata, in verità, che solo una politica impazzita può pretendere di sdoganare al cospetto della pubblica opinione.

 

Non si capisce, ad esempio, in che modo i leader di centro-destra intendano raggiungere il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica. Infatti, qualora l’obiettivo fosse raggiunto attraverso una “campagna acquisti” tra le fila dei senza partito, andrebbe messa nel conto la dissoluzione del quadro di governo. Inutile spiegare le ragioni di un simile contraccolpo, visto che s’impongono alla più semplice e intuitiva delle valutazioni: il Pd avrebbe titolo, in conseguenza della sua esclusione, a chiedere l’immediato ricorso alle urne. E se questa è la previsione, con l’inevitabile scioglimento anticipato delle Camere, è azzardato credere che la candidatura di Berlusconi raccolga il consenso dei Grandi elettori, un po’ tutti desiderosi di passare per questo voto con la certezza di non compromettere la durata della legislatura.

 

L’operazione potrebbe reggere, in via del tutto ipotetica, solo se fosse congiunta a uno spregiudicato rimescolamento delle carte, con la formazione di un governo conforme alla nuova “maggioranza presidenziale”. Quando nel dicembre del 1971 fu eletto Leone, rompendo la solidarietà della coalizione di centro-sinistra, si spalancarono le porte alla verifica di tale clamorosa novità davanti al corpo elettorale. Stavolta, per giunta, la linea delle elezioni anticipate costituisce la bandiera di Fratelli d’Italia, destinata pertanto a sventolare ancora più in alto se la vittoria di Berlusconi si concretizzasse nella logica appena descritta. E poi, a voler forzatamente almanaccare sulle conseguenze dell’avventura berlusconiana, Draghi resterebbe premier o non piuttosto sostituito, anche in barba a tutti gli auspici di stabilità, per i quali fino ad oggi, come è noto, Salvini e Tajani hanno proclamato l’inamovibilità dell’ex Presidente della BCE?

 

Lo scenario, in conclusione, non è dei migliori. Anzi, è pessimo!

 

Comunicato congiunto del centro-destra

 

Si sono riuniti oggi a Roma a Villa Grande i leader dei partiti e dei movimenti politici del centro-destra, per esaminare la situazione politica in vista dell’elezione del nuovo Capo dello Stato.

 

L’incontro è servito a ribadire l’unità di intenti del centro-destra.

 

Nel confermare il reciproco rispetto per le diverse scelte in ordine al Governo Draghi, i leader della coalizione concordano sulla necessità di un percorso comune e coerente, che va dalla scelta del nuovo Capo dello Stato alle prossime elezioni politiche, valorizzando anche le occasioni di convergenza parlamentare sui contenuti che da sempre sono patrimonio comune della coalizione.

 

La figura del nuovo Presidente della Repubblica deve garantire l’autorevolezza, l’equilibrio, il prestigio internazionale di chi ha la responsabilità di rappresentare l’unità della Nazione.

 

Alla luce di queste considerazioni il centro-destra, che rappresenta la maggioranza relativa nell’assemblea chiamata ad eleggere il nuovo Capo dello Stato, ha il diritto e il dovere di proporre la candidatura al massimo vertice delle Istituzioni.

 

I leader della coalizione hanno convenuto che Silvio Berlusconi sia la figura adatta a ricoprire in questo frangente difficile l’Alta Carica con l’autorevolezza e l’esperienza che il Paese merita e che gli italiani si attendono. Gli chiedono pertanto di sciogliere in senso favorevole la riserva fin qui mantenuta.

 

Su questa indicazione, le forze politiche del centro-destra lavoreranno per trovare le più ampie convergenze in Parlamento e chiedono altresì ai Presidenti di Camera e Senato di assumere tutte le iniziative atte a garantire per tutti i 1009 grandi elettori l’esercizio del diritto costituzionale al voto.

L’America debole e l’Europa carolingia. Su “Rinascita Popolare”, organo dei Popolari del Piemonte, una riflessione accurata.

Angelo Panebianco ha scritto (Corriere della Sera” 30/11/2021) che nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un Paese egemone o da un pool di Paesi egemoni. Con il trattato italo-francese – firmato da Macron e Draghi il 26 novembre 2021 – ci poniamo nella posizione giusta per far parte di quel pool”. In effetti, a farci intravedere un cammino verso lunità europea potrà essere solo la forza trainante di questo nucleo carolingio (sperabilmente allargato alla Spagna) che maggiormente incarna il cuore storico e culturale del nostro continente.

 

Giuseppe Ladetto

 

Nel nostro Paese il dibattito sui temi di politica estera è pressoché assente. Quando si affronta un qualche avvenimento di ordine internazionale, subito si impongono argomentazioni tese ad alimentare una polemica fine a se stessa tra i partiti. Eppure, in questi ultimi tempi, sono avvenuti e avvengono fatti importanti, dai quali si evidenzia che le cose non stanno ferme: si stanno profilando nuovi assetti che inevitabilmente ci coinvolgeranno.

 

L’America resta sempre la potenza Numero Uno, ma il suo primato in ambito economico, tecnologico e militare non è più quello che ancora in un recente passato le consentiva di dettare legge a larga parte del pianeta, e di esercitare il ruolo di “poliziotto” del mondo. Segni di tale declino sono stati: l’abbandono dell’Afghanistan e le modalità in cui è avvenuto; il trattato con UK e Australia (AUKUS) volto a spostare i suoi interessi strategici dall’Europa verso l’Indo-Pacifico; e infine il disinteresse mostrato per il Mediterraneo. Gli USA ormai hanno difficoltà a impegnarsi su più fronti. Inoltre, parte crescente del popolo americano avverte come troppo rilevante l’onere che pone sulle sue spalle l’esercizio del ruolo imperiale. A ciò si aggiunge la profonda spaccatura che divide il Paese in due parti ferocemente contrapposte. Da questa situazione scaturisce quella aspirazione europea a conseguire autonomia in ambito militare, già più volte esplicitata da Macron, che ha trovato ora nuovi sostenitori.

 

Preoccupato di tale fatto, il presidente Biden ha cercato di recuperare terreno tentando di convincere gli europei che gli USA non vogliono lasciare un vuoto sulla scena internazionale, ma si propongono di riempirlo con una azione energica, basata sui propri valori, ritenuti condivisi dall’intero Occidente. Pertanto, ha presentato il volto di un’America nuova che intende affidare la sua azione globale principalmente alla diplomazia, al multilateralismo e alla collaborazione con gli alleati. Questi ultimi (che non possono ignorare le pressioni d’oltre Atlantico) hanno dovuto esprimere adesione al progetto anche se Washington non sembra aver pienamente convinto l’opinione pubblica e il mondo politico europei. Infatti perfino autorevoli personalità istituzionali (Ursula von der Leyen, lo stesso presidente Mattarella), pur con parole prudenti e con continui richiami all’atlantismo. si sono interrogate sul come dare alla UE una dimensione politica e una capacità autonoma di difesa che riflettano le sue potenzialità e i passi in avanti nell’integrazione mostrati nell’affrontare la pandemia da Covid-19.

 

Credo pertanto opportuno fare alcune considerazioni sulla situazione.

 

1) Viviamo in un presente difficile per l’addensarsi di una serie di criticità, da tempo visibili per chi teneva gli occhi aperti, ma che ora si impongono a tutti. Per affrontare seriamente la crisi climatica, la pandemia e la diminuita disponibilità di risorse, si richiederebbe un clima internazionale non contrassegnato da contrapposizioni, tensioni, ritorsioni. Invece capita il contrario. Tutte le grandi potenze hanno responsabilità per questo clima negativo. Tuttavia è il campo occidentale ad avere preso l’iniziativa in materia e a mantenerla aperta. Vediamo continuamente mettere in campo censure o sanzioni contro Cina, Russia e Paesi vari (non allineati all’Occidente) con pretesti e motivazioni strumentali, come se chi punta il dito contro questo e quello avesse titoli, passati e presenti, per recitare tale parte (vedi il caso Julian Assange).

 

Così si giunge fino all’insensatezza, e talora al masochismo. In presenza del rilevante aumento del prezzo del metano, che mette in crisi famiglie e imprese, si preferisce ostacolare l’attivazione del Nord Stream2, quando, come ha detto il presidente di Nomisma Energia, il problema potrebbe essere risolto facilmente aprendo quanto prima il nuovo gasdotto russo. Si nega l’idoneità di vaccini, che la scienza medica riconosce validi, per il semplice fatto che sono prodotti in certe nazioni (Russia, Cina, Cuba), mettendo in difficoltà i movimenti delle persone, per lavoro e altre esigenze, perfino in ambito comunitario tra Europa occidentale ed orientale o balcanica. E, al momento, non sembra che la situazione cambi. C’è solo da sperare nel buon senso, se non di tutti, almeno di un’Europa non interessata a protagonismi.

 

2) Come riconosce Angelo Panebianco (“Corriere della Sera” del 30/11/2021), “Biden fa appelli e propone una alleanza delle democrazie per contrastare i regimi autoritari, ma l’America, dopo l’abbandono dell’Afghanistan, ha perso credibilità. L’unica cosa che rimane è la richiesta di appoggio nella competizione di potenza con la Russia e soprattutto con la Cina. Ma questa è solo Realpolitik”. Ma, al di là delle esigenze della Realpolitik americana, dobbiamo veramente considerare Russia e Cina una minaccia per l’ Europa?

 

Della Russia ho già avuto modo di dire (Russia, il nemico necessario). Mi limito ad osservare che nel 1989, nel summit tenutosi a Malta, Bush padre e Gorbaciov si erano impegnati a porre fine alla guerra fredda riducendo la presenza militare dei loro Paesi nell’Europa centrale. L’Unione Sovietica lo ha fatto. Invece l’America, con Clinton e successori, ha portato la NATO sempre più ad est fin oltre i confini che furono dell’URSS, e ora preme per incamerare Ucraina, Bielorussia e Georgia. Ma per Mosca (tutti i russi, non solo Putin), questa è la linea rossa, superata la quale, c’è il confronto militare, così come per Kennedy lo fu l’installazione di basi missilistiche sovietiche a Cuba.

 

La Cina è una potenza economica e commerciale; cresce in ambito tecnologico, e si rafforza sul terreno degli armamenti. Tuttavia, come potenza, resta molto distante dagli USA. Inoltre, i percorsi della storia contano molto per farci comprendere il presente. La Cina ha sempre avuto una grande considerazione di sé, della sua cultura e della sua civiltà, ma non ha mai cercato di esportarle, non avendo una vocazione universalistica (che è tipica dell’Occidente e dell’Islam): con la morte di Mao (malgrado si dichiari ancora comunista) ha messo in soffitta Marx e Lenin ed è ritornata a Confucio. E altrettanto la Cina non si è mai impegnata a estendere significativamente l’area del suo insediamento territoriale e della sua influenza politica. Il limite era la Grande Muraglia. Certo il suo atteggiamento può essere cambiato, tanto più che oggi deve provvedere al sostegno di quasi un miliardo e mezzo di abitanti (dotandosi delle necessarie risorse anche acquisendole in giro per il mondo), ma non credo che possa o voglia proporsi come un nuovo impero, sostitutivo di quello americano. Vuole (come la Russia) essere una rispettata potenza regionale.

 

In tema di Cina, ha scritto Lucio Caracciolo (“La Stampa” del 4/7/2020) che lo scontro con Pechino, “per l’élite strategica di Washington, è la partita del secolo. Perderla significa rinunciare al primato mondiale (…). L’obiettivo è chiaro: abbattere il regime del Partito comunista e frammentare la Cina, riportandola alla condizione di totale inconsistenza geopolitica sperimentata nel secolo del disonore, fra metà Ottocento e metà Novecento. Consapevole di ciò, Xi Jinping è sulla difensiva: sollecita l’orgoglio patriottico e mobilita le masse nel sacro richiamo alla protezione del territorio nazionale”.

 

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http://www.associazionepopolari.it/APWP/2022/01/14/lamerica-debole-e-leuropa-carolingia/

Il mondo si vede meglio dalle periferie. Il IV Incontro mondiale dei movimenti popolari. L’analisi di “Aggiornamenti Sociali”.

 

La responsabilità dei movimenti popolari, già affermata nei precedenti incontri, è di non tacere, perché lannuncio di ciò che si vede dalle periferie raggiunga lintera società. Francesco è conscio che a un orecchio disincantato le sue parole suoneranno irrealizzabili, ma rivendica con forza la necessità di sognare: «Sogniamo insieme, sognate tra voi, sognate con altri».

 

Michael Czerny – Paolo Foglizzo

 

In un mondo in cui la pandemia ha ampliato disuguaglianze e ingiustizie continua il dialogo tra papa Francesco e i movimenti popolari. Come si è svolto il quarto incontro mondiale, a distanza di cinque anni dal precedente? Che parole ha rivolto il Papa ai suoi interlocutori e quali proposte ha formulato? In che modo in questa occasione si sviluppa il suo magistero sociale?

 

Quello degli Incontri mondiali dei movimenti popolari (IMMP) è un filo apparentemente sottile, ma molto tenace, che accompagna il pontificato di papa Francesco, andando a costituirne una caratteristica tra le più innovative. Non si tratta di appuntamenti occasionali, ma di una scelta strategica, che si radica nel suo magistero e al tempo stesso lo alimenta: i discorsi agli IMMP sono citati sette volte nell’enciclica Fratelli tutti.

 

  1. Chi sono i movimenti popolari

L’espressione “movimenti popolari”, che nelle differenti aree linguistiche e culturali può avere risonanze molto diverse, indica una variegato insieme di forme di auto-organizzazione a cui danno vita i lavoratori dell’economia informale o popolare per risolvere i problemi fondamentali generati dalla precarietà estrema delle loro condizioni. L’informalità ha come conseguenza l’invisibilità statistica di questi lavoratori, che rischiano di rimanere nascosti anche all’opinione pubblica, alla Chiesa, al mondo politico e allo sguardo di chi elabora le politiche economiche e di welfare: ne è la riprova la sostanziale mancanza di copertura dagli effetti della pandemia e del lockdown con cui si sono dovuti confrontare in ogni parte del mondo, a differenza di quanti operano nel settore formale.

 

Non si tratta però di un fenomeno marginale o residuale: a livello mondiale, l’Organizzazione internazionale del lavoro stima che operino nel settore informale il 60% dei lavoratori e l’80% delle imprese1, pur con molte differenza tra Paesi: se l’informalità riguarda il 20% dei lavoratori americani, nella Repubblica Democratica del Congo il dato supera il 90% (Dembinski 2020). In termini descrittivi, si tratta di una moltitudine di venditori e venditrici ambulanti, straccivendoli e rigattieri, artigiani di strada, parcheggiatori e lavavetri, lavoratori a giornata, collaboratrici e collaboratori domestici, badanti, abitanti di baraccopoli o di case occupate, persone che vivono per strada o in alloggi di fortuna, comunità che praticano l’agricoltura di sussistenza, braccianti e lavoratori agricoli stagionali, contadini senza terra, ecc.

 

Per questi lavoratori l’informalità, con la conseguente mancanza di protezione e tutela dei diritti, non è una scelta, ma l’unica strategia disponibile per sopravvivere a fronte dell’impossibilità di entrare nel settore formale, e dunque rappresenta la conseguenza di una esclusione (Deneulin e Murga 2014). Tale condizione, condivisa con altri che la subiscono, si trasforma nella base di una soggettività politica che si esplica in azioni con cui si reclama, spesso a gran voce, il raggiungimento di due traguardi: per gli esclusi il rispetto della dignità a cui tutti gli esseri umani hanno diritto, sovente nella forma tradizionale di un salario equo e di misure minime di protezione sociale; per tutti, il rovesciamento di un sistema che si fonda sull’esclusione – la cultura dello scarto nel lessico di papa Francesco – per edificare al suo posto una società capace di includere e di prendersi cura di ogni persona e della casa comune.

 

  1. Il quarto Incontro mondiale dei movimenti popolari

Il percorso degli IMMP comincia con quello organizzato a Roma nell’ottobre 2014 (cfr Czerny e Foglizzo 2015), quando per la prima volta nel titolo appaiono le parole chiave “terra, casa, lavoro” (tierra, techo, trabajo in spagnolo, da cui l’espressione “3 T” che papa Francesco richiama con frequenza anche in altri contesti). Ne segue un secondo in Bolivia nel 2015 e un terzo nuovamente a Roma nel 2016. Successivamente il percorso mondiale lascia spazio a una serie di incontri regionali o continentali, in particolare nelle Americhe2, che intersecano anche il percorso di preparazione del Sinodo per l’Amazzonia. Si riattiva in seguito allo scoppio della pandemia, con la Lettera che nel giorno di Pasqua 2020 papa Francesco indirizza ai movimenti popolari per essere loro vicino in un momento in cui devono fare i conti con la pandemia e i lockdown. A sei mesi di distanza, il 24 ottobre 2020, i rappresentanti dei movimenti popolari tornano a incontrarsi a livello mondiale, utilizzando una piattaforma di videoconferenze. In questa occasione presentano il documento L’economia di Francesco, come contributo all’iniziativa “The economy of Francesco”, prevista poche settimane dopo (19-21 novembre 2020). Papa Francesco non partecipa, ma l’intervento di chiusura è affidato al card. Peter K. A. Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale (DSSUI).

 

Arriviamo così al quarto IMMP, che si è svolto nel 2021, ancora in videoconferenza per le restrizioni legate alla pandemia, e in due tappe. La prima, tenutasi il 9 luglio, ha riunito i rappresentanti dei movimenti popolari di tutto il mondo per uno scambio sull’impatto della pandemia e sui dilemmi che oggi l’umanità si trova a fronteggiare. La ricchezza dello scambio è condensata in un documento di sintesi, intitolato Salviamo l’umanità e il pianeta!, che esprime la lettura della realtà globale nella prospettiva dei movimenti popolari e propone un nuovo paradigma di sviluppo umano integrale a partire da alcune richieste per un radicale cambiamento del sistema, sempre nell’ottica delle tre parole chiave “terra, casa, lavoro”: dal potenziamento della sanità pubblica all’abolizione dei brevetti sui vaccini, dal salario universale alla riforma agraria all’edilizia popolare, dalla tutela dei migranti al contrasto ai cambiamenti climatici. Questo documento è stato trasmesso a papa Francesco in vista della seconda tappa, svoltasi, sempre a distanza, il 16 ottobre, in cui è stato anche proiettato per la prima volta il documentario La fuerza del nosotros (La forza del noi), realizzato dell’agenzia di comunicazione LaMachi, specializzata in ambito sociale e religioso, per testimoniare l’impegno dei movimenti popolari per il bene comune durante la pandemia. La seconda tappa si è conclusa con un videomessaggio di papa Francesco che reagisce alle sollecitazioni ricevute. Anche in formato videoconferenza, si conferma la struttura dei precedenti IMMP: i movimenti popolari condividono le proprie esperienze e su questa base elaborano un’analisi dei problemi e alcune proposte di soluzione; presentano poi il loro lavoro al Papa, che ascolta e risponde.

 

Lo scenario della pandemia e il suo impatto concreto rappresentano il tema su cui si focalizza il quarto IMMP. Da un altro punto di vista, però, la novità più significativa è costituita dallo svolgimento su piattaforma e dal ricorso alla comunicazione digitale. Non si tratta solo di una necessità operativa: i new media entrano come mai era accaduto nella strategia di comunicazione predisposta dagli organizzatori (movimenti popolari e DSSUI), insieme al Dicastero per la comunicazione e a Vatican News, con il supporto comunicativo di LaMachi. Ad esempio, il 16 ottobre 2021, il quarto IMMP è stato l’occasione di un tweet storm: una serie di 10 tweet in 9 lingue ha rilanciato dall’account Twitter del Papa i punti salienti del videomessaggio. Complessivamente hanno superato i 270 milioni di impressioni (visualizzazioni), coinvolgendo quasi 50 milioni di utenti.

 

Ma soprattutto l’intero svolgimento della seconda tappa è stato progettato non solo a beneficio dei circa 150 rappresentanti ammessi alla videochat Zoom, ma soprattutto in vista della trasmissione sui canali youTube di movimenti popolari, DSSUI e Vatican News, in cinque lingue (spagnolo, inglese, portoghese, italiano e francese, in ordine di numero di spettatori). Secondo i dati forniti da LaMachi, oltre 8mila persone hanno seguito l’evento in diretta, a cui se ne sono aggiunte altre 32mila che hanno visto la registrazione nelle settimane successive fino al 4 novembre: numeri giganteschi rispetto ai partecipanti ai tre incontri svoltisi in presenza, grazie soprattutto al coinvolgimento di Vatican News, al cui canale si riferisce oltre il 75% delle visualizzazioni.

 

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/il-mondo-si-vede-meglio-dalle-periferie-il-quarto-incontro-mondiale-dei-movimenti-popolari/

Caro David, coltivo la rosa bianca…Di Giovan Paolo ricorda Sassoli su “ytali.com”.

 

Eravamo “un gruppo di pazzi”, dice l’autore. Un gruppo “di cattolici democratici irregolari”, obbedienti a Cristo ma non necessariamente alla Chiesa Istituzione, cresciuti nellidea di servizio delle istituzioni ma senza la retorica patriottarda o burocratica, in un brodo culturale in cui la cultura delle istituzioni è nulla senza il sentimento popolare e la fede non salva se diventa religione, chiusa, non accogliente”. 

 

Roberto Di Giovan Paolo

 

Ho rinunciato a cercare foto, video e ricordi. Ne avrei trovati troppi, troppo intimi da spiegare, troppo personali anche quando, e forse proprio perché, politici. Ho preferito piangere, e piangere. E piangere.

 

Meglio così.

 

Ho conosciuto David nel 1977, lui era il giovane dc responsabile nazionale della scuola e università e per questo incaricato da Paolo Cabras, capo del dipartimento scuola della Dc. Io ero stato appena eletto in Consiglio scolastico distrettuale (era la prima applicazione dei decreti delegati della scuola del 1974, una fucìna d’impegno politico futuro per la presenza dei primi rappresentanti degli studenti). Nel Distretto di Roma centro: settanta scuole superiori, ottantamila studenti liceali, tremila voti di preferenza per essere eletti e battendo a sorpresa destra (nelle scuole non statali) e sinistra (scuole statali) con una lista che si chiamava Unione studentesca indipendente: ricordo tra gli altri Garofani, ora Consigliere del Presidente Mattarella, Antonello Assogna, poi stimato dirigente Cisl, Marco Conti, il bravo giornalista del Messaggero e suo fratello Lucio, leader del liceo dove è ambientato Il Professore, serie tv con Gasmann, e poi la Gabbuti… già la Gabbuti, che era una “fanciulla” intemerata che minacciava i fascisti della terribile sezione del Colle Oppio quando provavano a staccarci i manifesti, per dire…

 

Bene, l’Unione studentesca indipendente era l’unica lista promossa da cattolici che non si chiamasse “Presenza Cristiana”, e questo incuriosì David parecchio, fino al punto di chiamarci. Noi gli spiegammo che non era una scelta ideologica ma pragmatica (lo dovemmo ripetere anche a un “interrogatorio” del vescovo di zona, al Laterano): ovviamente si chiamava così perché eravamo riusciti a mettere nostri rappresentanti dappertutto, perfino al liceo ebraico in cui avevamo due amici candidati, non ci saremmo certo potuti presentare lì con una lista di “presenza cristiana“, no? Però è vero, e David lo capì subito, che eravamo un gruppo di “irregolari”, alcuni iscritti al Mgdc (non era automatica l’iscrizione anche al partito) ma comunque con Zac (e Galloni a Roma, come Lucio D’Ubaldo che aveva qualche anno di più e peraltro già frequentava David).

 

Così cominciammo a frequentarci. Fu per me una grande scoperta di luoghi anche fisici diversi: Mazzini, Monte Zebio, il “retro” Rai e il “parchetto” dei “montoneros moroteos” come definiva e autodefiniva Paolo Giuntella i matti per Zac, tra cui c’era Pio Cerocchi e un gruppo di coetanei che abitavano tra Prati, Delle Vittorie, Aurelio (e pure oggi le loro famiglie sono pressappoco dislocate da lì). Dopo un breve “esamino” (conoscete Dossetti? Mazzolari? Bernanos? Leggete Heinrich Böll? Conoscete Mounier o solo Maritain?) fummo di fatto ammessi alla serie di incontri di formazione, cultura e “terzo tempo” (mangiare e bere assieme, fondamentale) che quasi ogni settimana si svolgevano senza soluzione di continuità e con un fare molto gruppettaro e anarchico (soprattutto per dei giovani dc quali alcuni di noi eravamo davvero) David ci portò un giorno con grande solennità a una riunione in una sala laterale all’ingresso della Rai in Via Teulada, credo che con Garofani decidemmo di andare in completo giacca e cravatta per l’occasione: officiava Nuccio Fava, circondato da giornalisti, sceneggiatori, artisti, pensatori, molti giovani: il tema era come appoggiare lo sforzo di Zaccagnini, rilanciare l’idea popolare del cattolicesimo democratico, fare una “rivoluzione sì, ma irreversibile, perché nei cuori della gente”.

 

Dico la verità, ci sentivamo un po’ “cospiratori”: in Chiesa redarguiti dal vescovo e dal prete ma dediti in maniera assoluta alla pratica del Concilio Vaticano II e alla democratizzazione della Chiesa; nella Dc a sostegno di un’idea forse impossibile: ribaltare l’inevitabile paradigma dell’incrostazione del potere e – con Zac, il partigiano, il popolare, fermo davanti al terrorismo ma dialogante con tutti – dimostrare che l’attenzione agli ultimi, alla povera gente di La Pira, e Mazzolari, e Don Milani, non poteva essere solo un “vezzo” di parte dei cattolici o un “vestito della domenica” ma poteva tornare a essere l’abito nuovo di tutti i giorni.

 

Paolo Giuntella ci nutriva culturalmente e David c’istruiva sul buon uso dei suggerimenti. Come due veri fratelli maggiori d’altronde. E a completare la triade, Pio Cerocchi (poi successore di Sassoli padre alla direzione della Discussione, e direttore responsabile del Popolo di Sergio Mattarella), ci guidava nel “terzo tempo” con gli scherzi (ma anche buoni libri, poesie e disegni e le mille corse ciclistiche viste assieme, Tour e Giro su tutte… Gianni Mura si sarebbe divertito da matti con lui…).

 

Partivi per l’Irlanda? Non poteva mancare un ripasso sull’occupazione britannica delle sei contee del Nord e un buon libro, il Diario di Irlanda di Heinrich Böll. E ovviamente la visita al pub, la Guinness oppure il whiskey (in Irlanda si scrive così…), il racconto di Paolo sui “Troubles”.

Sulla Germania, manco a dirlo, noi seguivamo più Böll che Grass e alla lunga credo abbiamo avuto ragione noi, pur essendo Grass un grande scrittore ma certo meno coerente e realmente “antiborghese” di Böll, di cui nessuno si ricorda più, nemmeno il grande Opinioni di un clown. Niente rivendicazioni ma è per dire che noi cercavamo sempre una “nuance”, una differenza. Senza abbandonarci mai (anzi) all’integralismo, né religioso, né politico. Nella Lega democratica ci saranno, per dire, Scoppola e Ardigò. Il primo ha spiegato la grandezza di De Gasperi storicamente e il secondo è stato un giovane collaboratore di Dossetti. Oggettivamente “Doppelgänger”. Nessuno però ha mai fatto gare di ortodossia, in merito, dentro la Lega democratica o la Rosa bianca. Semmai è proseguito il confronto, storico, politico, culturale, umano, quotidiano… alcolico e alimentare.

 

Anche la Rosa bianca aveva questa possibilità di unirci in tanti, diversi, in una “nuance” che metteva insieme il movimento antinazista di Sophie Schõll, che oggi finalmente dopo libri e film conoscono in tanti, con la struggente poesia di José Martí, rivoluzionario cubano della prima lotta di indipendenza: “Coltivo una rosa bianca, in luglio come in gennaio, per l’amico sincero che mi porge la sua mano franca…”. Spesso incontravamo chi non conosceva né l’una né l’altra rosa bianca e così continuavamo a sentirci “in missione”… come i Blues Brothers.

 

Non la faccio lunga e poi non ho la lucidità in questi giorni (e nemmeno voglio averla).

 

 

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https://ytali.com/2022/01/13/caro-david-coltivo-la-rosa-bianca/

Quel fiore rosso che di generazione in generazione…una pagina di Paolo Giuntella, maestro e amico di Sassoli.

Pensiamo di far cosa gradita ai nostri lettori mettendo a disposizione lo stralcio della parte conclusiva del libro di Paolo Giuntella (Il fiore rosso. I testimoni, il futuro del cristianesimo, ed. Paoline, 2006) dedicato ad alcune figure significative del “panorama cristiano” del Novecento. Paolo, intellettuale militante e giornalista RAI, è stato il maestro e l’amico del giovane Sassoli, ai tempi del Circolo “Francesco Luigi Ferrari”, operante a metà degli anni ‘70 a Roma nel quartiere Mazzini-Delle Vittorie.

Paolo Giuntella

 

Provate a chiedervi, in questo momento preciso, quanti medici, quante infermiere e infermieri, quanti volontari siano in azione nei crocevia della povertà, della morte e della speranza contro ogni durezza della realtà, nel mondo. Molti, molti di più di quanto riusciate a immaginare. Provate a chiedervi quante comunità… molte, molte di più di quante riusciate a contare. Quante famiglie affidatarie, quanti imbecilli che preferiscono trascorrere la sera in ospedale o in un campo nomadi, quanti cretini che scelgono di guadagnare meno ma essere più liberi… Molti, molti di più di quanto riusciate a immaginare…

 

Insomma, se si addice al cristiano adulto un sano «pessimismo biblico» sulla situazione del pianeta, sullo scandalo dell’ingiustizia e dell’iniquità, e un sano realismo sulla condizione umana e le sue contraddizioni, sulla presenza del male; se a noi si addice piuttosto l’«ottimismo tragico» e non l’ottimismo «beota» dei finti sorridenti a 32 denti stile dentifricio, di certo cristianesimo banalmente buonista e autoreferenziale, credo che sia vietato ai cristiani guardare con nostalgia al passato, disprezzare il presente e aver paura del futuro.

 

È questa la lezione dei testimoni, è questa la forza nonviolenta del «fiore rosso», del tizzone ardente trasmesso di generazione in generazione. Come ha scritto uno dei massimi biblisti del ‘900, Norbert Lohfink, i discepoli di Cristo realizzano con la loro vita spezzoni di una società alternativa a quella dei jeepponi, dei fuoristrada, delle city-car di lusso e «in», dei salotti. e dei centri commerciali. Una società alternativa nonviolenta, una civiltà della tenerezza, della gratuità, della fraternità, il cui motto è «dare la vita per gli altri», il contrario di «darei la vita per apparire», «mi sparo un nuovo look»; ricerca spirituale, mistica, contemplativa, dell’estasi, non ricerca disperante dell’ecstasy. Piacere di essere cristiani, non mortificazione dell’essere cristiani. Felicità, non precettistica. Amore, non legge.

 

Non ci hanno insegnato questo le donne e gli uomini di cui ho raccontato la personale esperienza d’incontro o di lettura? In fondo – da don Luigi ad Annalena, da Mounier a Dossetti – essi ci ripetono le parole di Madre Teresa: «Da’ al mondo il meglio di te. Forse sarai preso a pedate. Non importa: da’ al mondo il meglio di te».

 

Voglio concludere non con una affermazione ma con una domanda, quella contenuta nelle parole dell’ultimo album di Tracy Chapman:

 

Se tu sapessi di morire oggi

è vedessi il volto di Dio e l’Amore,

cambieresti?

Se tu sapessi che l’amore

può far breccia nel tuo cuore

quando hai proprio toccato il fondo,

cambieresti?

 

Senza essere disposti a convertirsi

Si guarda alle prossime regionali e nel Lazio si allunga la sagoma deforme del trasformismo.

 

Cronache e indiscrezioni s’inseguono: sembra che Pd e Forza Italia prefigurino un accordo per il futuro governo della Pisana. Il rischio di un nuovo trasformismo.

 

Redazione

 

Se la politica ha un compito è quello di prefigurare, volta a volta, un futuro possibile. Oggi viene sollecitata dalle cose a rendere credibile uno sforzo di trasformazione, per superare le incongruenze della lunga stagione che ha preso forma con il crollo della Prima Repubblica. Abbattere i muri e ricostruire, per buona parte della pubblica opinione vuol dire immedesimarsi nel compito attribuito alla “buona politica”. A condizione, però, che non si sporchi questo lavoro necessario con la mescolanza di superficialità e convenienza, nel segno dell’antica bestia del trasformismo.

 

Dunque, si può condannare a priori il dialogo tra Pd e Forza Italia, ovvero la ricerca di un auspicabile terreno di collaborazione tra gli epigoni di Prodi e Berlusconi? Certamente no, anzi l’impresa – perché di questo si tratta – è largamente condivisibile, anche se andrebbe finalizzata a obiettivi Nobili e comprensibili, come l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Invece al più basso livello e nelle forme appena descritte, il tratto che emerge è quello appunto del trasformismo. Vista da vicino, l’impresa si traduce in accrocco, se non addirittura in imbroglio. Tutto sembra giocarsi, infatti, lungo l’asse di un improvvisato sodalizio di potere. Almeno così appare nella dimensione regionale e locale del Lazio.

 

Il segretario del Pd, Bruno Astorre, viene dunque indicato come l’artefice di un patto con il suo omologo di Forza Italia, il coordinatore regionale Claudio  Fazzone, per sostenere la candidatura di Daniele Leodori Presidente della Regione Lazio. Verrebbe in proposito a formarsi una lista “azzurra” associata al centro sinistra, quale che sia, a dire il vero, un centro sinistra così articolato. In questo quadro, a detta di cronache molto ben circostanziate, risulterebbe coinvolto anche il Movimento 5 Stelle. Con quale disegno politico? Su quali basi programmatiche? Attraverso quale classe dirigente? Domande, queste, che un tempo sovrastavano i dibattiti congressuali, ne determinavano la tessitura strategica, vi applicavano desideri e ambizioni, ma con la premura di fare  salvi i principi e i valori fondamentali.

 

Al contrario, s’inizia un percorso badando a proteggersi nel buio, fuori da ogni pur minimo richiamo alla trasparenza – e non era, essa, il leit motiv dei più scalmanati innovatori degli ultimi anni? – come pure dal “vincolo” di un ragionamento sull’avvenire ipotizzato. L’accordo rosso-azzurro conterrebbe un principio di continuità con la gestione di Zingaretti o avrebbe il significato di un certo distacco da essa? Che Regione hanno in mente, Astorre e Fazzone, e come pensano di governarla, per quali obiettivi? In fondo, al di là delle indiscrezioni sui patti in allestimento, resta la necessità di aprire un confronto serio e puntuale sulle scelte che l’appuntamento delle urne, al massimo nel 2023, senza dubbio richiede. Ed è strano che il Nazareno ignori il “vuoto” di politica che inghiotte il partito del Lazio, quasi a certificare una colpevole distrazione della segretaria nazionale. Letta, in conclusione, non può girare la testa dall’altra parte.

Lo Sri Lanka chiede a Pechino di ristrutturare il debito. L’occhio vigile dell’India (AsiaNews).

 

Indebitata e alle prese con una forte crisi finanziaria, Colombo cerca di bilanciare gli interessi di Pechino, Delhi e Washington. Colpita dalla pandemia, lisola ha bisogno di valuta estera per pagare le crescenti importazioni. Il problema della trappola del debito” cinese. Gli accordi petroliferi con lIndia.

 

Arundathie Abeysinghe

 

Gotabaya Rajapaksa, Presidente dello Sri Lanka, ha chiesto aiuto alla Cina per ristrutturare l’alto debito contratto con prestatori cinesi. Parte degli sforzi del governo per superare l’attuale crisi finanziaria, il presidente dello Sri Lanka ha presentato la richiesta nel suo incontro con il ministro cinese degli Esteri Wang Yi. Wang è arrivato in Sri Lanka l’8 gennaio per una visita ufficiale di due giorni, accompagnato da una delegazione di 18 funzionari. Le due parti  hanno celebrato il 65° anniversario dei loro legami diplomatici e i 70 anni dalla firma del patto commerciale sullo scambio di riso cinese e gomma srilankese.

 

L’ultima visita di Wang in Sri Lanka risale al gennaio 2020, dopo che Rajapaksa ha assunto l’incarico di presidente tra le preoccupazioni per il debito di Colombo nei confronti di Pechino. L’isola si è indebitata per diversi progetti infrastrutturali, tra cui il porto strategico di Hambantota. I cinesi hanno rilevato lo scalo portuale con un affitto di 99 anni: uno scambio tra debito e asset che ha scatenato preoccupazioni globali sul modello di investimento della Cina nel quadro della Belt and Road Initiative (Bri).

 

Lo Sri Lanka è alle prese con una crisi economica paralizzante, causata dall’alto debito e dalla carenza di dollari. Colpita dagli effetti della pandemia da Covid-19, l’isola cerca fondi per ricostruire le proprie riserve di valuta estera, necessarie per pagare i crescenti costi delle importazioni. Una situazione aggravata dalle perdite del settore turistico, una delle principali fonti di moneta pregiata. I leader di Colombo cercano di bilanciare i legami tra le grandi potenze (Cina, India e Usa) per ottenere i fondi necessari al proprio salvataggio finanziario. Negli ultimi anni il Paese ha beneficiato di miliardi di dollari in prestiti agevolati dalla Cina, il suo quarto prestatore in termini assoluti. Ad esempio i cinesi hanno sborsato più di 5 miliardi di dollari per il porto di Hambantota e l’aeroporto internazionale di Mattala – progetti di punta della Belt and Road – oltre ad autostrade e a una centrale a carbone. I critici sono però del parere che i fondi sono stati utilizzati per “elefanti bianchi”, megaprogetti con scarsi ritorni, fatto che Pechino nega.

 

Oltre alla richiesta di ristrutturazione del debito, Rajapaksa ha chiesto alla Cina anche di fornire “condizioni agevolate” per le sue esportazioni verso lo Sri Lanka, pari a circa 3,5 miliardi di dollari nel 2020. Secondo fonti ufficiali, il presidente srilankese vuole permettere inoltre ai turisti cinesi di visitare l’isola, a condizione di osservare severe norme sul coronavirus, compreso il soggiorno in hotel “pre-approvati” e la visita solo in certe attrazioni turistiche. Prima dell’emergenza sanitaria, i cinesi garantivano il principale afflusso turistico nel Paese.

 

Come sottolineato dagli analisti, l’isola è parte fondamentale della Belt and Road, un piano a lungo termine per finanziare e costruire infrastrutture che colleghino la Cina al resto del mondo. Diversi governi, soprattutto quello Usa, hanno etichettato però  la Bri come una “trappola del debito” per le nazioni più piccole, tra cui lo Sri Lanka. Colombo deve rimborsare circa 4,5 miliardi di dollari di debito estero nel 2022, a partire da un’obbligazione da 500 milioni di dollari, che scade il 18 gennaio. A fine dicembre, la nazione insulare ha sfruttato uno scambio di valuta da 1,5 miliardi di dollari con la Cina per aumentare le sue riserve a 3,1 miliardi di dollari.

 

Wang ha compiuto il suo tour dell’isola mentre le relazioni tra  Pechino e Colombo sono tese. Il pomo della discordia è la questione del fertilizzante organico contaminato fornito allo Sri Lanka da una società cinese. La compagnia ha richiesto un arbitrato internazionale a Singapore contro il governo srilankese. Si tratta di una rara azione legale intentata dalla Cina nei confronti di uno stretto partner.

 

Gli analisti politici sono del parere che la visita del ministro cinese rientra nei piani di Pechino per tentare di bilanciare l’influenza Usa e indiana nell’Indo-Pacifico. Al riguardo, Wang ha presentato diverse proposte di investimento, tra cui il progetto “Colombo Port City” da 1,4 miliardi di dollari.

Per la preoccupazione dell’India, la Cina vuole stabilizzare la sua influenza nello Sri Lanka, acquisita attraverso massicci investimenti per oltre un decennio. Delhi è dell’opinione che Pechino usi i suoi investimenti per acquisire asset srilankesi, una politica che minaccia la pace e la stabilità dell’intera dell’Asia meridionale.

 

A inizio 2021, l’India ha inoltrato allo Sri Lanka una “forte protesta” per aver assegnato a una società cinese la costruzione di impianti per l’energia rinnovabile nelle isole Delft, Nagadeepa e Analthivu, che si trovano al largo della costa di Jaffna e  nelle immediate vicinanze dello Stato indiano del Tamil Nadu.Il 6 gennaio Colombo ha firmato un accordo con l’unità locale della Indian Oil Corporation (Lanka IOC) per affittargli 75 serbatoi di petrolio; in cambio l’isola è prossima ad assicurarsi una linea di credito di 500 milioni di dollari per acquistare carburante indiano – un altro sforzo per far affluire valuta estera. Già nel 2003 lo Sri Lanka aveva accettato di affittare tutti i suoi 99 serbatoi di petrolio all’India.

Sassoli è stato capace di combinare idealismo e mediazione, assumendo in Europa un ruolo da protagonista.

 

“Sassoli voleva – secondo il Presidente del Consiglio – unEuropa capace di [-..] proteggere i suoi cittadini, di promuovere il loro benessere, di aiutarli a costruire il proprio futuro”. Riportiamo il testo integrale della commemorazione che Draghi ha tenuto ieri nell’Aula di Montecitorio.

 

Mario Draghi

 

I primi ricordi che vengono in mente di David Sassoli sono, come è stato ricordato da altri, il suo garbo, l’umanità, l’altruismo. Ma anche la passione per la professione giornalistica, che lo ha reso uno dei volti più noti e amati fra tutti gli italiani. Lo spirito civico e la capacità di ascolto, che lo hanno guidato nel suo percorso politico, e lo hanno fatto rispettare tanto dai compagni di partito quanto dagli avversari.

Ma, a nome del Governo e mio personale, voglio ricordare Sassoli soprattutto come italiano e protagonista a servizio dell’Europa, delle sue istituzioni, dei suoi cittadini. Da Presidente del Parlamento Europeo, la sua rara capacità di combinare idealismo e mediazione lo ha reso protagonista di uno dei periodi più difficili della storia recente. Una voce attenta e autorevole, a difesa dei valori europei e dei diritti dei più deboli.

Nei discorsi Sassoli ha disegnato la sua Europa: rappresentativa, efficace, solidale. Per Sassoli, le istituzioni europee devono prima di tutto essere “vicine ai cittadini”, e progredire col dialogo e il confronto. Ed è il Parlamento il luogo di questo dialogo, di questo confronto. È in Parlamento, che l’Europa cresce e si rafforza. Ed è in Parlamento che si promuove, di nuovo le sue parole, “la democrazia, il multilateralismo, la cooperazione” di fronte alla tentazione del populismo e dell’autoritarismo.

Soprattutto durante una crisi sanitaria ed economica come quella che ancora viviamo. Sassoli voleva un’Europa capace di raggiungere risultati, anche immediati. Di proteggere i suoi cittadini, di promuovere il loro benessere, di aiutarli a costruire il proprio futuro. Sassoli non ha mai smesso di rivendicare i risultati conseguiti in questi anni. Dall’accordo sulla Brexit, alle misure ambiziose a difesa dell’ambiente, alla lotta comune alla pandemia; alla creazione del programma Next Generation EU e alla stesura dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza.

 

“Uno sforzo di programmazione straordinario” – lo ha definito David – “al quale deve seguire una attuazione molto attenta nel rispetto delle priorità che abbiamo concordato insieme”. Per Sassoli, questi sforzi devono avere come vero obbiettivo la costruzione di un’Europa sociale, attenta alle esigenze dei lavoratori e dei più deboli.

 

“Il progetto europeo che vogliamo costruire – ha detto – deve concentrarsi sulla lotta alla povertà e sulla riduzione delle diseguaglianze, deve occuparsi della dignità delle persone”. Come dei migranti che cercano di arrivare in Europa, e verso cui l’Unione Europea deve mettere in campo politiche comuni, che non lascino soli i Paesi di frontiera. “I valori a noi cari non sono indistruttibili” – ci ha ricordato David Sassoli in un suo discorso recente. Nella sua vita, David li ha custoditi, difesi, promossi.

 

Ora tocca a noi tutti continuare a farlo.

Il cattolicesimo “adulto” di David Sassoli

 

Accogliamo volentieri questa testimonianza di Massimo Papini, storico di formazione fucina e tra i più attenti conoscitori dell’esperienza dei cattolici comunisti, che ci aiuta a inquadrare l’ambiente giovanile in cui David Sassoli mosse i suoi primi passi.

 

Massimo Papini

 

Come tutti sono rimasto colpito dalla morte di Sassoli e, nonostante fossi preso da un lieto evento che mi riguarda da vicino, mi sono venuti in mente alcuni ricordi che reputo meritino una condivisione.

 

La prima cosa che mi ha colpito è che il padre, direttore del “Popolo” aveva chiamato il figlio David in nome della sua amicizia con padre David Maria Turoldo. E’ sempre stato luogo comune che i democristiani fossero ostili al clero più progressista e già questa notizia lo smentisce. La questione andrebbe approfondita e non banalizzata. La cosiddetta “scelta religiosa” dell’Azione cattolica aveva favorito la condivisione di idee che circolavano e fruttificavano in ambienti anche distanti. Si pensi, ad esempio, che Rosy Bindi, nell’Aci di Bachelet, era la destra interna…

 

Ma i miei ricordi (che in parte ho condiviso) mi riportano alla luce alcuni particolari rilevanti, a cominciare dalla ricca esperienza fucina e dalla stessa Azione cattolica negli anni Settanta.

 

In questi ambienti era abbastanza normale che convivessero opinioni e scelte politiche diverse, che andavano dalla Dc alla sinistra extraparlamentare passando per il Pci. Comune era non solo la fede e il modo di intenderla e di viverla, direi in modo adulto, ma anche gli interessi culturali e perfino musicali.

 

Ho sentito che Paolo Giuntella ebbe un ruolo nella formazione di Sassoli. Giuntella, cristiano democratico, è stato un importante quirinalista, ma prima era stato anche lui fucino e aveva poi fondato il gruppo della Rosa bianca. Passai una serata con lui molto divertente (credo come inviati a un congresso nazionale delle Acli a Firenze) e mi colpì che avevamo le stesse idee e gli stessi interessi quasi su tutto. Radicalmente antifascista (il padre era stato deportato e aveva scritto un libro di memorie tra i primi sugli Imi), leggeva Thomas Mann e Boll, citava Gramsci, amava e conosceva a memoria Dylan, i gruppi rock e i cantautori, solo per fare un esempio, musica che ha accompagnato il suo funerale. Insomma era difficile capire cosa ci potesse dividere, al di là dei giudizi sul confronto molto stimolante tra Scoppola e Rodano.

 

Del resto la sua era una di quelle famiglie (che si frequentavano) che erano la cresta del cattolicesimo democratico italiano: i Moro, i Bachelet, gli Scoppola, i Giuntella e altre. Il retroterra culturale e politico di quella fascia di politici intellettuali che potrebbe andare da Prodi allo stesso Sassoli e che ha contribuito a salvare quel che resta della civiltà democratica del nostro Paese.

 

Ecco, questi fili che hanno unito esperienze anche diverse (e penso al rapporto con mio fratello Roberto [fondatore e animatore dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, ndr]: eravamo d’accordo su tutto, ma votavamo in modo diverso), sarebbe utile che si riscoprissero e si valorizzassero anche oggi.

Berti, il pensiero che va incontro alla fede. L’Azione cattolica traccia un profilo del filosofo recentemente scomparso.

 

Tenere aperto lorizzonte della trascendenza, come lo spazio infinito in cui credenti e non credenti possono incontrarsi: il compito che Enrico Berti ci lascia in eredità. LAc lo ricorda come presidente dellIstituto Bachelet e collaboratore di Dialoghi.

 

(Redazione)

 

Enrico Berti, scomparso il 5 gennaio scorso all’età di 86 anni, ci lascia una testimonianza esemplare di filosofo, credente, docente e persona equilibrata, impegnata e gentile. Laureato in Filosofia all’Università di Padova, insegna Storia della filosofia antica e successivamente Storia della filosofia all’Università di Perugia dal 1965 al 1971, prima di tornare a Padova. Studioso di altissimo livello, conoscitore straordinario di Aristotele, ha lasciato un mole di opere di rara profondità. Tra le principali: La filosofia del primo Aristotele (1962), L’unità del sapere in Aristotele (1965), Aristotele: dalla dialettica alla filosofia prima (1977), Profilo di Aristotele (1979), Contraddizione e dialettica negli antichi e nei moderni (1987), Le vie della ragione (1987), Le ragioni di Aristotele, (1989), Storia della filosofia (1991), Aristotele nel Novecento (1992), Nuovi studi aristotelici, I-II (2004–2005), In principio era la meraviglia (2007) oltre all’ultima traduzione della Metafisica di Aristotele (2017).

 

Tra le Università che lo hanno avuto come visiting professor basta ricordare l’Università Libera di Bruxelles, la Pontificia Università Gregoriana, la Pontificia Università della Santa Croce, la Pontificia Università di Santa Fe, la Facoltà di Teologia di Lugano. È stato, tra l’altro, presidente nazionale della Società Filosofica Italiana, vice-presidente della Fédération Internationale des Sociétés de Philosophie, presidente del Consiglio Scientifico del Centro di Studi Filosofici di Gallarate dal 2008 al 2011, presidente onorario dell’Institut International de Philosophie, Socio nazionale dell’Accademia Nazionale dei Lincei. L’Azione Cattolica lo ricorda come presidente dell’Istituto Bachelet e collaboratore della rivista Dialoghi.

 

Ho avuto la fortuna di poter avere Enrico Berti come uno dei maestri che hanno segnato in modo indelebile la mia formazione filosofica. Il primo incontro è avvenuto all’Università di Perugia nel 1969. Ricordo quasi parola per parola i suoi corsi appassionanti, tenuti in un’aula magna gremita e insolitamente silenziosa. Fatta la tara ai miei entusiasmi giovanili, un magistero filosofico semplicemente straordinario.

 

La profonda conoscenza di Aristotele non si chiudeva in una sterile aridità filologica, ma era in grado di attivare una interlocuzione cordiale e intelligente con il pensiero moderno e contemporaneo, riproponendo le altezze della metafisica antica in una forma essenzializzata e attuale. Alla chiarezza proverbiale delle sue lezioni Berti univa una disponibilità autentica con gli studenti, accompagnata da uno stile sempre garbato e dialogico. L’ultimo ricordo è legato alla sua relazione, tenuta nel settembre scorso per il Centro di Gallarate, alla quale aveva fatto seguito una discussione molto ampia, che egli sostenne con una lucidità invidiabile, rispondendo a tutti in modo puntuale e attento.

 

Un tratto non secondario della sua biografia riguarda il modo in cui Berti visse a Perugia la stagione della contestazione studentesca e successivamente a Padova gli “anni di piombo”. A Perugia era uno dei pochi docenti che partecipava regolarmente alle assemblee studentesche, durante le occupazioni dell’università, tenendo aperto un canale di dialogo con tutti e invitando senza timore gli studenti ad evitare violenze e strumentalizzazioni. Nonostante questo – e forse proprio per questo – egli diventò uno dei bersagli preferiti dell’estremismo più violento, a causa del quale subì, soprattutto a Padova, pesanti attacchi personali, ai quali reagì sempre con dignitosa compostezza.

 

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https://azionecattolica.it/enrico-berti-il-pensiero-che-va-incontro-alla-fede/

Online l’ultimo numero di “Coscienza”, la rivista del Movimento Ecclesiale d’Impegno Culturale.

 

Pubblichiamo la presentazione del n. 3 del 2021 della rivista del Meic, una tempo conosciuto come movimento dei Laureati Cattolici.

 

Meic

 

L’estate 2021 ci ha visti finalmente “tornare a casa”, a Camaldoli, di nuovo riuniti insieme dopo la costrizione della distanza alla quale la pandemia ci ha obbligato nella sua prima fase. L’occasione è stata quella della Settimana teologica, il cuore della riflessione quello dell’ospitalità. Un principio che oggi sembra stridere sempre di più in una realtà fatta spesso di individualismi, di muri alzati e di solitudini. Ma l’accoglienza, come ci hanno ricordato i relatori i cui interventi pubblichiamo in questo numero di Coscienza, resta un valore costitutivo dell’essere cristiani e un’opportunità per il tessuto sociale. La nostra rivista torna dunque ospitando le voci che hanno animato le giornate al Monastero: il vescovo Corrado Lorefice, fra Gian Carlo Lapic, Bruna Giacomini e Roberto Cipriani, oltre al racconto della tavola rotonda con rav Riccardo Di Segni, l’imam Yahya Pallavicini e Carmine Di Sante.

 

La seconda parte del numero, invece, è dedicata al tema che non solo è al centro del dibattito ecclesiale di oggi, ma che lo rimarrà per i prossimi due anni: il Sinodo. Dopo un lungo dibattito, un complesso cammino preparatorio e soprattutto dopo una decisiva accelerazione impressa dal pontificato di Francesco, si è aperto un percorso che si annuncia straordinario non solo per le modalità e i livelli con i quali verrà coinvolta l’intera cattolicità, ma anche per gli obiettivi che si pone: rinnovare e riformare la Chiesa imprimendole strutturalmente quel carattere sinodale che ancora non c’è e soprattutto di cui abbiamo bisogno per portare con credibilità tra le donne e gli uomini del nostro tempo l’annuncio del Vangelo. Il Meic, anche con Coscienza, vuole camminare sulla strada del Sinodo con impegno e qualità: iniziamo con i contributi di Maria Rita Valli, don Giovanni Tangorra e Giuseppe Migliorini, e con una originale riflessione del presidente Luigi D’Andrea nel suo consueto Esame di Coscienza.

 

Infine, la rivista ospita un’intervista di Tiziano Torresi a Roberto Cipriani sulla sua ultima importante ricerca sociologica sulla religiosità degli italiani, e le riflessioni spirituali di don Carlo Maccari e don Giovanni Soligo.

 

In questo numero:

 

ESAME DI COSCIENZA
Riflettendo su sinodalità e democrazia – Luigi D’Andrea
IL VALORE DELL’OSPITALITÀ
Il Vangelo come “postura relazionale” – Corrado Lorefice
Lo stile ospitale forma dell’identità cristiana – Gian Carlo Lapić
Per una filosofia dell’ospitalità – Bruna Giacomini
Dalla resa alla cattura – Roberto Cipriani
Accogliersi reciprocamente, una sfida comune – Simone Esposito
SINODO, SI COMINCIA
«Palestra di sinodalità» e corresponsabilità – Maria Rita Valli
Facciamo germogliare la Chiesa di domani – Giovanni Tangorra
Quello che il Sinodo non può non affrontare – Giuseppe Migliorini
IDEE
Le domande di un Paese dalla “fede incerta” – intervista a Roberto Cipriani di Tiziano Torresi
ALLA SORGENTE
Alla ricerca di un’etica condivisa – Carlo Maccari
La forza della fede? Sta in un “come” – Giovanni Soligo

 

Per leggere la rivista

https://www.meic.net/wp-content/uploads/2019/10/Coscienza-3-2021.pdf