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Perché le parrocchie devono occuparsi di politica

Questo intervento appare senza dubbio coraggioso. L’autore, animatore del gruppo online dei cattolici democratci C3Dem, mette il dito nella piaga. Le parrocchie si sentono impreparate e impaurite di fronte a ogni iniziativa che riguardi la politica; è un compito non consueto e che appare superiore alle loro forze, anche perché occasione di gravi contrasti intra-comunitari che sembra opportuno evitare. D’altra parte, non affrontare questi problemi costituisce una vera colpa, anche grave: significa infatti non mettere i cristiani nella condizione di vivere da cristiani nella loro condizione.

Il vangelo è una realtà trascendente, ma gli uomini e i popoli vivono nella storia e dunque è necessario per la chiesa e per i cristiani essere dentro questo mondo.

E’ anche il messaggio di Gesù nell’ ultima sua preghiera, quando dice degli apostoli che “non sono del mondo, ma sono nel mondo”.

L’intera storia del cristianesimo è una storia che vede costantemente intrecciati lo sviluppo della società politica e lo sviluppo della presenza e dell’espressione della chiesa, a volte in conflitto a volte in forme pacifiche, ma sempre influenti uno nei confronti dell’altro.

Il contributo che la comunità cristiana ha dato alla civiltà in ogni campo rappresenta un’opera culturale immensa; se l’età moderna tende a dimenticarlo, non è difficile, per chi vuole, vederne il suo rilievo anche attuale, magari attraverso opere secolarizzate.

Anche la storia italiana, il risorgimento e la questione cattolica, il non expedit, il formarsi del movimento cattolico sociale, le prime esperienze politiche dei cattolici, il partito popolare, la democrazia cristiana, hanno costituito momenti importanti attraverso cui i cattolici hanno partecipato e contribuito, spesso in contradditorio con altre forze, al formarsi della coscienza politica del nostro paese.

Questa espressione di interesse per lo sviluppo della società italiana sembra oggi essersi spento, esaurito.

Esiste molto impegno sociale (volontariato, Caritas, Acli, comunità e cooperative), ma si tratta di una realtà ben diversa; è una realtà positiva e meritevole, ma per così dire settoriale, mentre la politica è globalità, visione integrale della società, delle sue prospettive, della sua coscienza collettiva.

Perché questo declino, questa posizione passiva, questo disarmo, questa vera e propria resa, di fronte alla politica?

Indubbiamente la situazione attuale della società non si presenta incoraggiante: tutta la vita e l’organizzazione sociale sono ormai laicizzate e secolarizzate e non si capisce come esprimere una posizione “cattolica”, l’orizzonte quotidiano della vita di molti sembra rivolto esclusivamente al benessere materiale, domina l’individualismo che rende difficile ogni proposta sociale e associativa.

In sostanza due sembrano i maggiori problemi che impediscono l’assunzione di un impegno degno di questo nome, da parte della chiesa e dei cristiani.

  • Manca un’idea su come affrontare questa realtà e che cosa proporre
  • Tra i cristiani è presente un ventaglio così ampio e diversificato di opinioni politiche che rende complicato anche solo aprire un discorso.

Se oggi la situazione si presenta difficile, se tutto sembra cambiato, se abbiamo di fronte tanti problemi nuovi, da capire prima ancora di affrontarli, ciò vuol dire che è l’intera società a trovarsi in questa condizione, non solo la chiesa.

Allora con umiltà e con ragionevolezza si può prendere coscienza che questo non è il momento delle grandi prospettive politiche (che tutti desideriamo), ma piuttosto un’epoca che richiede un lavoro costruttivo di lunga lena.

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https://www.c3dem.it/perche-le-parrocchie-devono-occuparsi-di-politica/

Roma, «città disuguale», tra forme di povertà radicata e nuovi disagi

Il vicegerente Mons. Giampiero Palmieri e il vescovo Benoni Ambarus (pastorale della carità) hanno dato lo scorso 25 maggio il loro contributo in videoconferenza alle audizioni della Commissione Affari costituzionali della Camera, sull’esame delle proposte di legge costituzionale in materia di ordinamento e poteri della Capitale della Repubblica. L’articolo apparso ieri su “RomaSette”, supplemento domenicale di “Avvenire”, era stato già pubblicato sul sito online il giorno dopo l’audizione. Giustamente, da parte degli autorevoli prelati, non sono venute proposte tecnico-giuridiche in materia di riforma istituzionale, anche perché, a questo specifico riguardo, si continua da parte delle forze politiche e sociali nel gioco di specchi assai generico, se non confuso, che serve a celare sostanzialmente la richiesta di fondi aggiuntivi per la Capitale.

Alberto Colaiacomo

«Un’idea di città può nascere dal contributo di tutti e deve essere frutto di un sogno e di un lavoro condiviso». È questo il filo conduttore degli interventi di monsignor Gianpiero Palmieri, vicegerente della diocesi di Roma, e di monsignor Benoni Ambarus, vescovo ausiliare incaricato per la pastorale della carità, dei migranti e delle missioni, nel corso dell’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera che si è tenuta ieri, 25 maggio. I due presuli sono stati invitati nell’ambito dell’esame congiunto delle proposte di legge costituzionale recanti modifica all’articolo 114 della Costituzione, in materia di ordinamento e poteri della città di Roma, Capitale della Repubblica.

Sono cinque i testi attualmente in discussione a Montecitorio sui quali i due vescovi, collegati in streaming durante lo svolgimento dell’Assemblea generale della Cei, non sono entrati nel merito preferendo invece indicare quelle che, secondo il Vicariato di Roma, sono da ritenersi alcune priorità. Un processo che valorizzi gli ambiti culturali, le radici cristiane, la storia e i valori della Città eterna ma che tenga conto dell’espansione e di una popolazione che ormai vive le grandi periferie urbane; ma anche una riforma che metta ordine nella sempre più farraginosa macchina amministrativo-burocratica, alla dispersione di poteri e indirizzi tra molti enti, per venire incontro in primo luogo ai cittadini più deboli e svantaggiati.

«Le proposte di legge – ha detto monsignor Palmieri – hanno tutte l’obiettivo di migliorare il governo amministrativo di Roma partendo da una diversa ripartizione dei poteri, nel rispetto dall’articolo 114 della Costituzione, andando meglio a specificare quella che era l’intenzione dei costituenti nel ritenere la Capitale come una amministrazione meritevole di uno status proprio rispetto alla regolamentazione degli altri enti locali». Il vicegerente si è detto d’accordo con quelle iniziative che individuano in Roma Capitale e in Roma Metropolitana «un territorio che per caratteristiche amministrative, sociali, economiche e culturali sia tale da richiedere uno specifico ordinamento, al pari di quanto avviene in altre Capitali europee».

Il presule ha poi messo in luce alcune peculiarità della città di Roma che derivano dall’essere il centro mondiale del cattolicesimo con la presenza di istituzioni internazionali, congregazioni religiose e ben diciannove atenei pontifici. Vi è inoltre la specificità che «la diocesi di Roma è l’unica al mondo a coincidere quasi interamente con un territorio comunale». Elemento questo che nella costituzione apostolica Vicariae Potestatis in Urbe emanata da Paolo VI nel 1977 ha visto «l’organizzazione amministrativa e pastorale della diocesi promuovere delle prefetture pastorali che rispecchiavano la suddivisone in circoscrizioni che all’epoca si era data la città».

Il direttore della Caritas, il vescovo Ambarus, ha sottolineato anche le enormi contraddizioni della città che già prima della pandemia vedeva «un forte peggioramento delle condizioni di precarietà socio-economica sofferte da un numero sempre maggiore di persone e di famiglie e allo stesso tempo l’allargamento della forbice tra classi sociali, con forti polarizzazioni». Una città diseguale e con forme di povertà radicata a cui si aggiungono forme nuove di disagio acuite dal Covid-19. L’ausiliare ha poi indicato due temi in particolare, la sanità e l’edilizia residenziale pubblica, in cui «un maggiore coordinamento di competenze tra Regione e Comune sarebbe auspicabile e necessario». Per Ambarus, nel territorio di Roma Capitale «vi sono tre Asl che operano con una complessa rete di Aziende ospedaliere e Policlinici universitari in cui ripartizioni e competenze si moltiplicano. Questo, oltre a creare disorientamento e inefficienze, porta spesso all’erogazione dei servizi in modo disomogeneo. La pandemia ha messo in luce tutte le difficoltà derivanti da un simile sistema».

 

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https://www.romasette.it/roma-citta-disuguale-tra-forme-di-poverta-radicata-e-nuovi-disagi/

 

Europei 2021: i 28 convocati di Mancini

Il ct dell’Italia, Roberto Mancini, ha convocato 28 azzurri per la seconda fase del raduno in preparazione dell’Europeo al via a giugno. Quessti i nomi.

PORTIERI: Gianluigi Donnarumma (Milan), Meret (Napoli), Sirigu (Torino).

DIFENSORI: Acerbi (Lazio), Bastoni (Inter), Bonucci (Juventus), Chiellini (Juventus), Di Lorenzo (Napoli), Emerson Palmieri (Chelsea), Florenzi (Paris Saint Germain), Mancini (Roma), Spinazzola (Roma), Toloi (Atalanta).

CENTROCAMPISTI: Barella (Inter), Cristante (Roma), Jorginho (Chelsea), Locatelli (Sassuolo), Lorenzo Pellegrini (Roma), Pessina (Atalanta), Sensi (Inter), Verratti (Paris Saint Germain).

ATTACCANTI: Belotti (Torino), Berardi (Sassuolo), Bernardeschi (Juventus), Chiesa (Juventus), Immobile (Lazio), Insigne (Napoli), Politano (Napoli).

Enzo Carra: il caso Uggetti fa germogliare la speranza che la politica stia recuperando il suo ruolo.

In questo colloquio con l’agenzia Adnkronos, che ripubblichiamo per gentile concessione dell’intervistato, emerge un commento sagace alle reazioni – da Di Maio a Salvini – sugli eccessi di Mani pulite. Ora però non bisogna passare, chiarisce Carra, dal tintinnar di manette a una bisboccia garantista.

 

(Redazione)

 

“Di Maio si pente. Salvini si mette alla testa del movimento riformatore della giustizia. Questa è politica. Siamo ancora a una prima prova, ma questo è il ritorno della politica”. Enzo Carra conosce bene quali possono essere le conseguenze del rapporto tra politica e giustizia, a partire da tutto quello che accadde con Mani Pulite. Della vicenda dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, Carra riesce a cogliere un aspetto molto particolare, a ragionarci senza amarezze e in termini positivi.

 

“Non conosco Uggetti, ne ho letto sui giornali. Le sue dichiarazioni sono eloquenti. Descrive il suo dolore, il grande problema di aver visto come il suo partito lo abbia abbandonato e abbia fato fatica a riconoscere in questo momento una assoluzione così importante – spiega all’Adnkronos l’ex dirigente della Dc, deputato, le cui foto con gli ‘schiavettoni’ ai polsi ai tempi di Mani pulite ancora oggi fanno scalpore.

 

Ma Uggetti riconosce anche di essere stato un tifoso di Mani pulite, dice di avere avuto conferma dei suoi dubbi ai tempi della vicenda che coinvolse un altro sindaco di Lodi, di essersi posto degli interrogativi. E dice, bisognerà pensare a cosa è successo”. Ma non è un dettaglio, in una storia così complessa come quella dell’ex sindaco di Lodi e con le reazioni che sta provocando in questi giorni? “Uggetti spiega che si vergogna per aver esultato per gli arresti di Mani pulite, per i ceppi, il tintinnar di manette, gli

schiavettoni di cui io so qualcosa – dice ancora Carra. Questo mi pare contenga un qualcosa di più, una persona felice per aver visto finita una parte della sua disgrazia ma che pensa anche ci sia bisogno di rivedere una intera stagione”.

 

Per Carra non è affatto un passaggio secondario: “La vicenda Uggetti attiene al sistema classico della politica, che può sbagliare. Stiamo parlando di un dramma Ma quanti sindaci durante Mani pulite erano criminali? Tutti? Non credo. Ma parliamo dei metodi:

quelli di Mani pulite erano di chi pensava che la politica andava atterrata. Adesso Uggetti stesso richiama Mani pulite. Nella Seconda Repubblica, un periodo sterile, nato dalle ceneri di Tangentopoli, nessuno faceva i conti con Mani pulite perchè quella non era una inchiesta ma un modo di vedere la politica”.

 

Per l’ex dirigente Dc, “se non ci fosse stato un caso classico di inchiesta politica non ci sarebbero state le scuse di Di Maio. Se le mettiamo insieme a quello che oggi dice Salvini, erede del cappio e di Bossi che al mio processo venne a dare coraggio a Di Pietro, allora vuol dire che di fronte alla politica si riesce a combinare qualcosa e a ragionare. Siamo ai primi segnali, ma si comincia a rivedere qualche segno di vita”.

 

Ma dov’è il passo in avanti nel fatto di parlare, dopo 30 anni, ancora degli squilibri del rapporto politica-giustizia? “Oggi ci sono le condizioni per ripensare agli errori del passato, questo è un fatto positivo. Basta che non si esageri e che da un enorme squilibrio giustizialista non si passi a una bisboccia garantista. Se non andavano bene il cappio e gli arresti facili, non andrebbe bene

nemmeno trovarci tra qualche anno ad ammettere di aver sbagliato in senso opposto. Cerchiamo un equilibrio per la ricostruzione di un sistema democratico che per essere tale ha bisogno dei partiti”.

Il mondo cambia. Ma come? La minaccia del Great Reset non va sottovalutata.

Sulla scia delle considerazioni legate alle vicende di Tangentopoli, con i ripensamenti e le autocritiche che per fortuna emergono nell’ambito della politica, l’autore propone un dubbio poco amletico sul destino dell’umanità a seguito della sofisticata e invasiva gestione della pandemia.

 

(Giuseppe Davicino)

 

L’equilibrio tra diritti inviolabili da un lato, e giustizia e informazione dall’altro, deve essere allargato alla sfera sanitaria. Va ripristinato un giusto equilibrio tra le esigenze di sicurezza sanitaria, la privacy e l’inviolabilità del corpo umano. Non può reggere ancora per molto una situazione da esperimento sociale alla Mao Tse-tung o alla Pol Pot, dove si è malati fino a prova contraria, come per Davigo i politici sono tutti criminali ancora non scoperti, e dove sta ad ognuno l’onere, incostituzionale, di dimostrare di non esserlo.

 

La via ormai è tracciata: i vaccini, che non immunizzano dal raffreddore, servono solo a introdurre il pass vaccinale. Nel contempo viene portato a termine la messa al bando del contante, sostituito dalle valute digitali emesse dalle banche centrali.

 

Cosicché verranno ampliati i dati certificati dal green pass che sarà digitale, impiantato nell’organismo: esso conterrà non solo la nostra cartella clinica, ma anche la fedina penale, il conto finanziario, i dati fiscali e di ogni altro rapporto con la PA, tutti i dati sui nostri spostamenti, contatti sociali, azioni, la trascrizione di tutte le nostre conversazioni pubbliche e private, resi disponibili da sistemi di sorveglianza totale.

 

Al che la moneta digitale verrà convertita in credito sociale, tramite il quale esisterà solo chi si piegherà totalmente alla tirannia.

 

Ecco, credo che nella stagione degli eccessi di Mani Pulite, regalataci dai nostri “amici” franco-tedeschi (distruggere la Dc per distruggere l’Italia, per realizzare una Europa agli antipodi di quella sognata da De Gasperi e tradendo la fiducia americana accordata, senza merito, alla Germania), non abbiamo visto niente ancora rispetto alla barbarie incipiente.

 

Intendo dire che esiste un rischio in prospettiva. Se i sistemi di sorveglianza (tecnicamente illimitati) non saranno regolarmentati e se non si farà chiarezza su un futuribile utilizzo del sistema dei crediti sociali che per natura implicano la rieducazione (in tutto, ovvero nella salute, nell’alimentazione, nelle opinioni…) allora si potrebbe dire che il Paese intero rischia di assomigliare a un grande lagolai dove “sorveglianza e rieducazione” vengono estese a tutti i cittadini. Meglio discuterne prima, o no? Questi sono temi centrali per il nostro futuro.

 

L’accelerazione in corso del Great Reset non promette nulla di buono e, senza un’iniziativa politica adeguata, il futuro non potrà che riservarci solo la scelta fra differenti tragedie: una nuova riedizione storica del regno dell’Anticristo, come lo furono il nazismo, lo stalinismo (ma molto peggio perché ora la dittatura può penetrare nella sfera più intima della persona, fino ad annullare il libero arbitrio), oppure una stagione di eventi cruenti che potrebbero riguardare il mondo intero come ribellione al sistema più antiumano che mai sia esistito sulla terra.

 

[Testo estratto da una conversazione nel gruppo whattsapp di “Rete Bianca”]

La scelta di Sophie

Il 9 maggio di cento anni fa nasceva la giovane della Rosa Bianca, simbolo della resistenza al nazismo, uccisa con il fratello Hans Scholl e lamico Christoph Probst. Il supplemento “Donne Chiesa, Mondo” dell’Osservatore Romano ne ha ricordato la figura.

 

Grazia Villa

 

In occasione dell’8 marzo 2021 l’Europarlamento ha deciso di dedicare a due donne due dei suoi edifici: a Clara Campoamor, avvocata e politica spagnola e a Sophie Scholl, la giovane studentessa tedesca, che pagò con la vita la sua opposizione al nazismo. Della resistenza dei giovani della Rosa Bianca molto si è scritto e anche il cinema ne ha efficacemente narrata la storia. Le tracce della vita dell’unica ragazza del gruppo sono, però, da scoprire nelle pagine dei suoi diari, nella sua copiosa corrispondenza, nel verbale degli interrogatori della Gestapo, negli atti del suo processo lampo, nelle testimonianze di familiari e delle persone sopravvissute della Weisse Rose.

 

Seguendo i suoi passi s’incontra una fonte di acqua cristallina e ci s’immerge nel pozzo profondo e luminoso di una coscienza retta e libera, un tesoro prezioso racchiuso tra due battesimi. Il primo regala due nomi alla piccola Sofia Magdalena, il segreto della sua esistenza: la sapienza della “Sofia” e l’amore sconfinato della Magdalena, uniti nel motto in lei incarnato, di Jacques Maritain «bisogna avere un cuore tenero e uno spirito duro».

 

Il secondo è quello del suo sogno finale la notte prima dell’esecuzione. Sophie sta portando un bambino a battesimo, si sente sprofondare, ma lo mette in salvo, mentre lei cade nel baratro: «Il bambino simboleggia le nostre idee… trionferanno dopo la nostra morte».

 

Solo guardando al suo spirito e al suo cuore si comprende… la scelta di Sophie.

 

Nasce in Germania il 9 maggio 1921 a Forchtenberg, cent’anni orsono, muore ghigliottinata a Monaco di Baviera il 22 febbraio 1943, a 22 anni

 

É la quarta di sei figli, il loro legame forte segnò profondamente la vita di Sophie e anche la sua sorte. Il padre Robert, cristiano liberale, sindaco della cittadina, fu sempre avverso al nazismo, particolarmente alla sua propaganda verso le giovani generazioni, tanto da osteggiare apertamente l’iniziale adesione dei figli Hans e Sophie alle organizzazioni della gioventù nazista. La madre Magdalena Muller, cristiana luterana devota, il Vangelo al centro della sua vita, trasmesso alle figlie e ai figli, come messaggio di liberazione da ogni forma di potere e di male.

 

La famiglia Scholl vive in una casa aperta all’ospitalità delle persone e delle idee, un luogo ricco di affetto e di allegria, di rispetto delle differenze, di uguaglianza tra maschi e femmine, uno spazio ampio di letture, anche di libri proibiti dal regime, di scambi intellettuali, di appassionata ricerca. È il terreno fertile in cui fiorirono i primi petali di quella che sarà poi la Rosa Bianca, tanto che i biografi definiscono questo laboratorio familiare un vero Scholl-Bund, la Lega Scholl.

 

Dolce e ironica, timida e sfrontata, piccola e bruna, d’aspetto italiano più che ariano, senza trecce bionde, con frangia scomposta e impenitente, così è descritta Sophie, mentre lei chiarisce ben presto le sue aspirazioni di bambina: «La più brava non sono, la più bella non voglio essere, ma la più intelligente sì!».

 

L’adesione della giovanissima Sophie alla Lega delle ragazze tedesche, oltre che per le escursioni nella natura e per lo sport, rappresenta un’occasione per attrezzarsi alla lotta e rifiutare un modello edulcorato e sentimentale dell’essere donna. Subisce il fascino della Fuhrerin “Charlo” che aveva modificato per le sue ragazze il saluto dell’Heil Hithler in un gesto affettuoso che consisteva nello sfiorare la fronte della compagna e scompigliarle i capelli!

 

La libertà femminile e la sua autonomia di pensiero la spingono presto a uscire da tutte le organizzazioni della gioventù hitleriana, a contestarne la pedagogia sperimentata anche nel lavoro obbligatorio, ”trovavo il servizio noioso e sbagliato, quindi brutto e ingiusto perché mortificava l’individualità personale dei bambini e delle bambine”, a ipotizzare un ruolo speciale per le donne come nella sua tesina di maturità: «La mano che muove la culla, muove il mondo».

 

È poi negli affetti e nelle sue relazioni amicali che lo spirito indomito appare slegato da forme e condizionamenti. Non temeva di dire alle amiche: «non voglio mettermi dalla parte di tutto ciò che è banale» o al fidanzato: «io posso pensare tranquillamente a te. E sono contenta di poter fare così come voglio, senza alcun obbligo».

Il suo amore per la natura, la bellezza e la musica, traboccante nei suoi diari non solo ne manifesta lo slancio vitale, fino all’ultimo respiro, ma diventa una vera forma di contemplazione spirituale, rivelando una fede schietta e forte, anche dentro il buio dell’oppressione, della guerra, della prigione, una fede viva che alimenta la sua coerenza. Il cuore tenero di Sophie si esprime con l’esultanza della giovinezza:

 

«Come posso non vedere un torrente limpido senza bagnarvi i piedi, così non posso passare davanti a un prato a maggio senza fermarmi». La musica «ammorbidisce il cuore, mette in ordine la sua confusione, scioglie la sua rigidità … Sì, silenziosamente e senza violenza, la musica apre le porte dell’anima». «Non è anche questo un mistero, che tutto sia così bello? Nonostante l’orrore, continua a essere così. (…) Per questo soltanto l’uomo è capace di essere veramente crudele, coprendo questo canto col rumore di cannoni, di maledizioni e di bestemmie. Ma il canto di lode ha il sopravvento… ed io voglio fare tutto quello che è possibile per associarmi alla sua vittoria».

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-04/dcm-005/la-scelta-di-sophie.html

Re-immaginare Roma: ombre e speranze della capitale secondo la psicologia dei luoghi

 

L’autore, in segno di preordinata volontà di scuotere l’attenzione del pubblico, aggiunge tra parentesi alla sua firma l’appellativo di “Scomodo”. L’articolo appare su “Atlante” della Treccani.

 

Su Roma si sono versati fiumi di inchiostro e fatte un’infinità di riflessioni in merito alla sua storia, al suo corredo immateriale e materiale sempre incredibilmente ingombrante. Eppure, più se ne parla e più la fotografia dell’immaginario che la città, le sue risorse e i suoi problemi ci restituiscono si fa complessa. La complessità che è propria di Roma – come luogo, entità storica e simbolica – richiede ulteriori approfondimenti, che abbiano come oggetto e obiettivo non solo le questioni relative alla produttività e alla qualità della vita espressa in funzione di benessere economico, sanità e sicurezza, ma anche eminentemente inerenti al vissuto psicologico che ad essa si accompagna e che la città stessa genera, continuamente esibendolo e mostrandone i tratti condivisi e comunitari.

 

In accordo con Stern e Gardner infatti, il compito principale della psicologia in relazione ai cambiamenti socio-ambientali non è tanto quello di analizzarne le organizzazioni, strutture sociali, tecnologie e modalità politico-economiche, quanto piuttosto quello di approfondire immaginari, attribuzioni, valori e significati propri di ognuna di esse.

Accanto alle descrizioni di Roma, dei suoi abitanti e dei vissuti, forniti da studiosi e ricerche che provengono dai campi della indagine tradizionale sulla città ‒ urbanistica, ricerca demografica, psicologia, sociologia, politica ecc. ‒ utilizzare una griglia interpretativa di tipo psicologico e psicodinamico potrebbe costituire un’ipotesi di lavoro che rimetta al centro l’abitante nel suo rapporto con i luoghi abitati vissuti affinché, nella fenomenologia dell’urbe, il “non detto”, i desideri e i bisogni che i cittadini manifestano nel vivere il quotidiano non rimangano offuscati dal trambusto caotico della metropoli e dalle luci scintillanti delle sue insegne, dalle modalità del consumo e della produzione che fanno riferimento alle sue configurazioni più superficiali.

Per questo l’abitare, in contrapposizione al semplice vivere la città, e l’alienazione come concausa di molti problemi psicosociali che affliggono la metropoli, sono due ambiti applicativi esemplari e privilegiati del costrutto dell’ambiente psicologico che permettono di delineare un perimetro che diminuisca l’estrema complessità di Roma e della sua fenomenologia. Essi verranno affrontati nella seconda parte di questa proposta di lavoro come casi studio.

 

Lo stato dell’arte della psicologia dell’abitare: un rinnovamento necessario

 

Cosa vuol dire abitare in un luogo? Cosa cambia il vivere in una città invece che in un’altra? Che risposte ci ha dato la psicologia fino ad ora?

 

Il concetto e l’esperienza di abitare in un luogo ci riconducono a vari costrutti come l’individualità, l’identità, i valori, l’estetica, la collettività, la società e a diversi campi di indagine come la politica, l’architettura, la topografia, l’urbanistica e l’economia, i quali, in queste righe, verranno osservati attraverso una lente psicologica [1].

 

Partendo da un breve esame dello stato dell’arte della psicologia in riferimento all’abitare, si nota come il tema fosse affrontato in larga misura già prima dell’avvento della psicologia come disciplina, da campi di studio come la sociologia e l’antropologia, materie che si approcciano al fenomeno dal punto di vista rispettivamente sociale e biologico-culturale.

 

La psicologia ha iniziato ad affrontare la tematica della collettività con Freud, ma non quella dell’abitare per la quale dobbiamo aspettare la nascita della psicologia sociale e più nello specifico della psicologia ambientale.

 

Tuttavia, l’abitare, anche in questi ambiti, non viene indagato dal punto di vista fenomenologico [2] (o lo è molto marginalmente), bensì dal punto di vista statistico, oppure deterministico. L’abitare cioè, spesso non è indagato da un punto di vista squisitamente psicologico, quanto piuttosto da un punto di vista ora sociologico, ora antropologico, ora economico, tutt’al più comportamentista.

 

Anche quando, più raramente, la psicologia ambientale nelle sue più recenti concezioni è passata da un paradigma di adattamento all’ambiente quasi esclusivamente comportamentista ad uno incentrato sulle interpretazioni cognitive dell’ambiente (Robert B. Bechtel, Arza Churchman, Handbook of Environmental Psychology, 2002), le riflessioni psicologiche restano applicate agli individui e non al luogo stesso.

 

Marino Bonaiuto, una delle massime autorità in tema di psicologia ambientale in Italia, ritiene che: «la psicologia ambientale può sinteticamente essere definita come lo studio psicologico delle relazioni (…) tra le persone e l’ambiente fisico, anche se molto spesso si tratta di ambiente fisico-sociale» (M. Bonaiuto, La psicologia ambientale in Italia, 2017).

 

A un’attenta riflessione appare evidente come l’ambiente venga descritto come ente fisico o al massimo sociale: ciò che viene tralasciato da questo tipo di costrutto è la qualità psicologica dell’ambiente stesso, quella “dimensione” che rende l’ambiente dotato di qualità psicologiche e quindi soggettive, come l’identità. Questa, infatti, per come è descritta nel Dizionario italiano di psicologia (U. Galimberti, 2004), è il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre. Ripensare al futuro di Roma da questa prospettiva significa riflettere sulle sue qualità uniche ed irripetibili.

 

Ciò che si propone, è un nuovo costrutto, quello dell’ambiente psicologico: l’ambiente cioè non è un unico contenitore, ovvero l’insieme di tutte le cose che sono fuori dall’individuo, ma diventa luogo, e il luogo ha un’identità precisa che va oltre la somma delle singole variabili quantitative che essa mostra. Questo particolare tipo di prospettiva riprende in parte il concetto di Genius loci, rendendolo un costrutto psicologico moderno.

 

È proprio a Roma che nacquero una certa sensibilità ed una capacità di concezione del luogo ed è per ripensare Roma che questo tipo particolare di sensibilità portata dal Genius loci potrebbe rivelarsi fondante.

 

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https://www.treccani.it/magazine/atlante/societa/Re-immaginare_Roma.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Discutiamo sulla tassa di successione, ma soprattutto discutiamo sulla maniera di spendere bene.

Non si deve manifestare un pregiudizio ideologico sulla proposta di Letta, benché vi sia un elemento di improvvisazione, in molti discorsi, nel modo di collegare tassazione e incentivi (realmente) produttivi.

 

Raffaele Bonanni

 

La proposta di Enrico Letta di destinare il ricavato dall’eventuale aumento della tassa di successione dall’attuale 4% al 20% per offrire a giovanissimi una “dote”, in questi giorni ha attirato l’attenzione di molti media, ed ancora se ne parla.

 

Devo confessare che a prima vista ha destato in me un moto di fastidio. Subito ho pensato: “Siamo alle solite! Non si chiede al sistema pubblico di usare meglio i soldi dei contribuenti risparmiandoli, ma si assomma tassa su tassa per distribuire i proventi in bonus, ora qui ora lì”. Certamente la tassa sulle successioni risulta più bassa che in altri paesi europei, ma è un caso unico nel sistema fiscale italiano, datosi che con la generalità delle tassazioni nazionali, regionali e comunali, siamo arrivati a livelli stratosferici, non per finanziare con certezza investimenti e servizi pubblici, bensì per alimentare un sistema che disperde ingenti risorse non sempre per finalità di interesse generale.

 

Ho poi approfondito il merito della proposta Letta di affidare 10 mila euro ai giovani in base al reddito delle loro famiglie, per eventualmente impiegarli nelle attività di formazione, istruzione, lavoro e piccola imprenditoria, casa ed alloggio. È condivisibile preoccuparsi di sostenere i meno abbienti, soprattutto nelle attività relative ai corsi universitari, visto che il numero dei giovani laureati italiani sono mediamente inferiori a quelli della media dei laureati dei paesi OCSE nostri concorrenti. Conosciamo sin troppo bene il fenomeno ormai molto vistoso del divario tra professionalità richieste dalla domanda del mercato e quelle della offerta.

 

L’esigenza di aumentare sensibilmente i giovani laureati, segnatamente nelle specializzazioni tecniche per attrezzarci adeguatamente ai ritmi imposti dalla rivoluzione digitale è per noi un obbiettivo primario. Infatti se dovessimo accumulare ulteriori ritardi nel colmare questo nostro handicap, le conseguenze sarebbero rovinose per la nostra capacità competitiva nel mercato mondiale. Peraltro  l’impoverimento  ulteriore  delle famiglie provocato dalla pandemia,  rende ancora più precario il sostegno ai loro figli riguardo agli studi universitari.

 

Negli Stati Uniti Joe Biden ha posto al centro della discussione il tema del costo insostenibile della partecipazione ai corsi universitari dei più poveri ed intende per questo intervenire facendosi carico di questa incombenza con risorse pubbliche federali e addirittura programmando anche interventi per sgravare gli studenti indebitati con mutui specifici per le rette universitarie, che non riescono a sostenere, benché siano entrati nel mercato del lavoro. Dunque un tema di grande attualità ed interesse per coloro che in questa epoca di cambiamento pensano alla leva della istruzione e preparazione professionale come la prima leva dello sviluppo. Ed allora la finalità principale della proposta del segretario del Pd coglie nel segno la nostra esigenza e va raccolta e sostenuta proprio in queste circostanze di uscita sostanziale dalla emergenza pandemica.

 

Riguardo invece alle tasse di successione, pur avendo ragione sulla esiguità dell’aliquota del 4%, è meglio che l’adeguamento rientri in una logica di revisione dell’intero sistema fiscale, che per esigenza della nazione dovrà considerare la diminuzione drastica dei pesi del fisco, da finanziare con i risparmi della spesa pubblica improduttiva, oltre che dalla celebratissima lotta alla evasione e elusione. Gli aiuti vanno fatti senza la logica dei bonus, con sostegni qualificati in ragione di un impegno meritorio. Nel recente passato i bonus a giovani e categorie varie di cittadini, nonché altre importanti provvidenze, sono stati erogati anche se sprovvisti di precise finalità, motivati solo genericamente pur di venir incontro alle persone che si volevano beneficiare.

 

C’è da sperare che ci sia davvero cambiamento nel modo di concepire la spesa pubblica, da orientarsi esclusivamente in chiave produttivistica. L’Italia cambierà davvero quando i soldi dei contribuenti verranno impiegati per finanziare un interesse settoriale sì, ma che riveste importanza strategica per la generalità dei cittadini. Appunto come è l’esigenza di avere giovani istruiti e professionalizzati per fecondare con il loro genio l’intera economia della Nazione.

Noi siamo indulgenti con Gigino

Sul caso dell’ex sindaco di Lodi, giudicato innocente dopo anni di gogna mediatica alimentata anzitutto dai grillini, Di Maio chiede scusa. Meglio tardi che mai. Il Paese, in ogni caso, ha bisogno di uscire dal gorgo del giustizialismo.

 

Gianfranco Moretton

Immagino che quando un giudice deve definire la sentenza sia sempre preso da qualche preoccupazione. Immagino che in fondo, si chieda se quanto stabilisce sia giusto o non sia giusto. Lo fa solo in base alle prove dibattimentali, ma gli resterà sempre il dubbio che vi possa essere una svasatura tra la verità della sentenza. Sia che sia a favore sia che sia contro il presunto imputato.

Questa premessa per dire che, a conti fatti, il gesto di Luigino Di Maio di scuse nei confronti del sindaco di Lodi, riconosciuto qualche giorno fa non colpevole di un fatto accaduto cinque anni fa, mette in risalto solo la acerba, ingiustificata, fanciullesca, barbarica accusa che l’allora esponente di primo piano del movimento 5Stelle aveva rivolto al presunto criminale.

I forcaioli, sanno alzare con una certa tendenza quel cupo strumento di epoche arcaiche, perché così pensano di essere i salvatori della patria, i moralisti con l’anima candida, i ben pensanti che additano il male comunque dall’altra parte rispetto alla propria santa posizione.

 

Di fronte a simili manifestazioni, qualora ricapitassero, dovremmo saper prendere le giuste distanze e non attendere, come il caso suddetto, il momento del pentimento per rimettere in ordine le vicende.

 

Non vorrei comunque passare per quello che intende impedire a chi ha sbagliato, di trovare il modo e il tempo per scusarsi. Ci si può sempre rivedere, altrimenti una volta commesso un errore non potremmo mai più rimediare.

 

Di Maio rimedia, spero solo che questo pentimento gli sia servito per non ricadere nuovamente lui e molti dei suoi, in quell’inqualificabile giudizio espresso sull’onda di un giustizialismo da loro voluto imperante.

 

Mettiamoci solo nei panni di chi, innocente, si era trovato già nell’inaccettabile condizione di essere condannato senza aver fatto alcunché.

Giustizialismo a corrente alternata?

Una rondine non fa primavera. Dopo le scuse di Di Maio dovrebbero seguire ulteriori e conseguenti gesti politici. Che dire? È difficile cancellare il tratto forcaiolo della originaria propaganda del M5S.

 

Giorgio Merlo

 

Abbiamo letto lo scritto spedito da Di Maio al “Foglio” dove sostanzialmente chiede “scusa” per i soliti, collaudati e conosciutissimi attacchi del passato rivolti contro un esponente politico caduto in disgrazia per motivi giudiziari. Si tratta, nello specifico, dell’ex Sindaco di Lodi accusato, arrestato e poi assolto per vicende amministrative che riguardavano quel comune. Al contempo, abbiamo anche letto altre dichiarazioni – come quelle del suo compagno di partito Toninelli – che confermano, come sempre, i postulati centrali della cultura grillina sul fronte della demolizione delle persone quando i politici vengono coinvolti in vicende giudiziarie.

 

Certo, ci troviamo di fronte ad un passo in avanti almeno da parte di Di Maio. Dopo tonnellate di insulti, attacchi personali, violenza verbale, “gogna mediatica” e tutto ciò che ormai conosciamo quasi a memoria su questo versante, che ci sia un politico professionista da quelle parti che abbia addirittura il coraggio di chiedere “scusa” fa indubbiamente notizia. Ma, per citare un vecchio proverbio, “non è una rondine che fa primavera”.

 

Non a caso, non ci pare che le dissociazioni dai virulenti insulti e attacchi personali sferrati, come di consueto, contro altri esponenti politici, abbia suscitato particolari entusiasmi da quelle parti. E questo per un motivo molto semplice. Anzi, semplicissimo, per non dire addirittura banale. I partiti, soprattutto i partiti populisti, che si ispirano all’anti politica e all’antiparlamentarismo, non cambiano identità dalla sera al mattino. Se la cifra distintiva, a livello quasi ideologico, è quella, difficilmente cambia la ragione sociale di quel partito. Perchè delle due l’una. O il partito di Grillo e forse di Conte cambia radicalmente pelle, strategia, identità, ruolo, mission, cultura di riferimento, modalità d’essere e soprattutto linguaggio, allora le “scuse” hanno un senso. Altrimenti, se tutto resta come prima, come effettivamente è, si tratta di un sapiente gesto propagandistico – l’ennesimo, del resto – che non fa che confermare l’identità esclusiva e caratterizzante di quel partito.

 

Del resto, il giustizialismo era, è e resta la vera identità e il vero collante di quel partito. Al di là della propaganda, peraltro poca, contraria a ciò che storicamente caratterizza il partito di Grillo e forse di Conte. Un giustizialismo e un populismo che continuano ad essere i veri totem ideologici di riferimento del movimento dei 5 stelle. E, talvolta, chiedere “scusa” non è che l’eccezione che conferma la regola.

Africa armata Africa affamata

Hic sunt leones. Nella rubrica da lui curata sull’Osservatore Romano l’autore torna a segnalare l’anomalia di un continente che spende cifre cospicue per gli armamenti e non combatte l’endemica denutrizione di ampie fasce di popolazione.

 

Giulio Albanese

 

Un settore che non conosce recessione di sorta nel mondo è quello delle armi. Partendo dall’assunto che parlare di  “difesa”, soprattutto nel Sud del mondo, è un eufemismo, bisogna prendere atto a malincuore che il  “comparto bellico” – perché di questo si tratta – è in continua ascesa. A tale proposito, per comprendere la gravità della situazione è fondamentale leggere il recente Rapporto annuale dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri, www.sipri.org).

 

Nel 2020 la spesa militare totale nel mondo è salita a 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6 per cento rispetto al 2019, malgrado una diminuzione del Pil globale del 4,4 per cento. La pandemia del coronavirus (covid-19) non è dunque riuscita ad intaccare la produttività di questo settore, ma addirittura, stando alla stessa fonte svedese, ha rafforzato o aggravato conflitti, violazioni dei diritti umani, sforzi di disinformazione, disuguaglianza di genere e fratture sociali. Il mondo emergente post-pandemia, dunque, nelle previsioni del Sipri  “rischia di essere più violento e meno democratico”. La cronaca parla chiaro: le tensioni geopolitiche e l’azione unilaterale sono aumentate, mentre la necessità di un’azione collettiva da parte del consesso delle nazioni, è diventata più che mai urgente. Sempre secondo il Sipri, le soluzioni multilaterali, come peraltro auspicato in più circostanze da parte della Santa Sede, sono fondamentali per affermare il sacrosanto diritto alla pace.

 

Per quanto concerne il continente africano, nonostante la crisi sanitaria ed economica scatenata dal coronavirus, nel 2020 le spese militari sono tornate a crescere, soprattutto nei Paesi più penalizzati dalle ribellioni jihadiste, come il Mali (+22 per cento), la Mauritania (+23 per cento), la Nigeria (+29 per cento), il Ciad (+31 per cento) e, caso a parte, l’Uganda (+41 per cento). Queste percentuali del 2020 sono allarmanti perché in effetti, prendendo in esame l’ultimo quinquennio nel suo complesso, sono in controtendenza per quanto concerne il volume delle consegne di sistemi d’arma.

 

Infatti, rileva il Sipri, le importazioni da parte degli Stati africani dal 2016 al 2020 sono calate del 13 per cento. In questo quinquennio, i tre maggiori importatori africani di armi sono stati l’Algeria (4,3 per cento delle importazioni globali), il Marocco (0,9 per cento) e l’Angola (0,5 per cento). Sommando le importazioni dell’Algeria e del Marocco, si evince che queste hanno rappresentato il 70 per cento delle importazioni totali africane di armi. Rispetto al quinquennio precedente, l’Algeria ha registrato una crescita del 64 per cento posizionandosi così al sesto posto fra le principali nazioni importatrici di armi. Invece, le importazioni di armi da parte del Marocco sono diminuite del 60 per cento.

 

Nell’Africa subsahariana il Sipri registra che questa macro regione ha rappresentato il 26 per cento del totale delle importazioni di armi africane, rispetto al 41 per cento del quinquennio precedente. L’incremento dell’importazione di armi, tra il 2016 e il 2020, riguarda la fascia Saheliana e nello specifico il Burkina Faso (83 per cento) e il Mali (669 per cento), in quanto gli eserciti regolari di questi Paesi fanno parte della Forza congiunta del gruppo dei cinque per il Sahel (G5 Sahel) con l’intento dichiarato di contrastare le formazioni jihadiste che imperversano nella regione.

 

È importante notare, comunque, che i dati sulle spese militari del Sipri sono relative al commercio mondiale di alcune categorie di armi, riferendosi soprattutto ai maggiori sistemi d’arma (mezzi corazzati, navi, aerei, artiglieria pesante). Per quanto riguarda specificamente il continente africano, il traffico di armi davvero più preoccupante è quello costituito dalle armi leggere e piccole, ovvero le armi che possono essere trasportate ed impiegate da una persona o due persone senza l’ausilio di altri operatori (la definizione è di Salw acronimo di Small Arms and Light Weapons). Le stime di Small Arms Survey indicano che in Africa i civili detengono più di 40 milioni di armi leggere sul continente, mentre le forze armate e le forze dell’ordine poco meno di 11 milioni. Come se non bastasse, nel quadro degli obblighi derivanti dagli strumenti internazionali quali il Programma d’azione delle Nazioni Unite per prevenire, combattere e sradicare il commercio illecito di armi leggere e di piccolo calibro, è noto che in almeno 11 Stati africani vengano legalmente prodotte armi leggere, mentre in 18 vengono prodotte munizioni.

 

“La letalità delle armi leggere è estremamente alta — afferma Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo — se si considera il numero di vittime che ogni anno esse provocano, sia in conflitti interni e internazionali, sia come strumento principale in mano a terroristi e organizzazioni criminali per la commissione di delitti e come mezzo di intimidazione. Dei circa 1.900 miliardi di dollari spesi ogni anno nel mondo per gli armamenti in genere, le armi leggere rappresentano una quota esigua, ma il prezzo umano della loro diffusione incontrollata è incalcolabile, tanto da essere definite da alcuni autori “le vere armi di distruzione di massa” e, se si considera il numero di vittime da imputare ogni anno al loro impiego, più o meno legale, tale definizione non sembra affatto fuori luogo”. Da rilevare che le armi e munizioni che circolano sul circuito dei cosiddetti traffici illeciti in Africa sono in grandissima parte leggere. Si tratta di un mercato che coinvolge molte delle formazioni armate ribelli che operano nelle aree di crisi; per citarne alcune: dal Sahel, al settore orientale della Repubblica Democratica del Congo; dalla Repubblica Centrafricana, alla Somalia; dalla regione mozambicana di Cabo Delgado, al nord della Nigeria.

 

Il tema in questione è comunque complesso e si fonda su due principali canali di approvvigionamento, come spiega la professoressa Monica Massari, docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Milano:  “Da un lato, c’è il cosiddetto mercato nero, cioè il mercato propriamente illegale dove le leggi in materia di armi sono chiaramente violate: secondo le organizzazioni internazionali e i centri di ricerca che si occupano di monitorare il mercato delle armi, questa quota del mercato è quella meno consistente da un punto di vista del volume e del valore delle transazioni che si verificano al suo interno, ma è quella che vede protagoniste le organizzazioni criminali attive a livello internazionale, fra cui le mafie italiane. Dall’altro vi è il cosiddetto mercato grigio, cioè un mercato pur sempre illecito, ma tecnicamente legale, che vede protagonisti soprattutto attori governativi, statali, come ad esempio i governi oggetto di sanzioni internazionali, ma anche gruppi guerriglieri e movimenti separatisti”.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-119/africa-armata-br-africa-affamata.html

L’attualità di Pitirim A. Sorokin nel XXI secolo. Dalla crisi alla rinascita dell’umanità.

Il Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell’Università degli Studi di Perugia, con il patrocinio dell’Associazione Italiana di Sociologia (AIS), dell’Association internationale des sociologues de langue française (AISLF), della sezione di Studi di Genere dell’AIS e dell’Associazione Festival della Sociologia, organizza a Narni il 7 ottobre 2021 un Convegno Internazionale dedicato al sociologo Pitirim Alexandrovich Sorokin.

 

Le teorie e il metodo di un grande della sociologia come Pitirim A. Sorokin hanno determinato un suo isolamento nel mondo accademico, in particolare in quello americano. È stato, difatti, considerato un “profeta” piuttosto che un sociologo con una visione del futuro ben chiara e con un’idea ancora più precisa di quale dovesse essere il ruolo della sociologia. Ciò di riflesso ha determinato lo scivolamento nel dimenticatoio delle sue brillanti intuizioni e teorie che hanno caratterizzato lo sviluppo della sociologia negli USA e in altre parti del mondo.

 

In uno dei suoi ultimi lavori, l’autore poneva un dilemma all’intera umanità che, oggi, ancora non è sciolto: “Per le misteriose forze del destino l’umanità si trova di fronte ad un grande dilemma: continuare le politiche predatorie, basate sull’egoismo individuale e tribale, che la portano verso un inesorabile destino di estinzione o abbracciare le politiche della solidarietà universale che conduce l’umanità verso l’agognato paradiso in terra. Ad ognuno di noi la scelta di quale delle due strade scegliere” (Sorokin, 1954, trad. it., 2005, p. 686). Da qui la proposta di una profonda riflessione congiunta, nel momento in cui si sta palesando una ri-visitazione dei fondamentali delle Società umane occidentali nell’epoca post pandemica.

 

Al di là della più o meno forte presenza di studiosi delle teorie di Sorokin, quest’ultimo ha prodotto un corpo di conoscenze tale da meritare attenzione anche perché il suo modo di fare sociologia è stato confuso con un “umanesimo sociologico”, ma si trattava, invece, di una “sociologia umanistica” che aveva il fine di provare a trasformare il modo di interagire degli esseri umani orientandoli verso fenomeni positivi (la gratitudine, l’altruismo, la solidarietà, la cooperazione, ecc.). E ciò significa anche tendere alla costituzione di una nuova modalità del fare ricerca, capace di privilegiare proprio gli aspetti positivi della società.

 

Il voler proporre una Call for Papers non è una forma di celebrazione per uno dei maestri della sociologia, ma un momento per riflettere su come alcuni dei classici della sociologia abbiano ancora una loro attualità e di come, troppo spesso, vengano dimenticati. Il tentativo è di riprendere alcune delle sue concettualizzazioni e provare ad ancorarle alla società contemporanea di cui spesso non si riescono a leggere le trasformazioni, soprattutto a seguito della drammatica crisi che sta investendo tutti gli aspetti della vita degli individui, e, infine, evidenziare come il ruolo della sociologia in quanto scienza abbia perso di vista il suo fondamento ontologico di servizio all’umanità o di servizio pubblico.

 

[Presentazione del convegno di Narni]

 

A partire da oggi, entro e non oltre il 10 luglio, è possibile inviare una proposta di partecipazione, inviando un abstract di massimo 300 parole (in italiano o inglese) al seguente indirizzo: convegnonarni.unipg@gmail.com.

L’impegno civico dei centristi

Bisogna partire o ripartire dal basso. De Cardona diceva, già nei primi del ‘900, che “il Municipio è del popolo”. Più avanti sarà il Partito popolare a incarnare la spinta municipalistica dei cattolici. E oggi?

 

Armando Dicone.

 

Quante volte ci siamo detti che il cambiamento può avvenire solo se innescato dal basso? Tantissime, ma spesso non siamo riusciti a concretizzare questa buona idea. Lo ripetiamo nei nostri articoli, nei convegni, ma poi non riusciamo a mettere in pratica quello che professiamo. La nostra storia culturale e politica è piena di buoni esempi di elaborazione politica dal basso, cioè con la partecipazione popolare attiva, a partire dall’impegno dei nostri padri politici a favore delle autonomie locali. Nelle sezioni locali e nei municipi si formavano infatti le classi dirigenti.

 

Già nel primo decennio del ‘900, don Carlo De Cardona scriveva:“Il Municipio è del popolo; è fatto per gli interessi del popolo e non per la propaganda delle idee repubblicane o socialiste o cattoliche. Questo è il punto fondamentale: nel Municipio devono essere trattati, studiati, discussi gli interessi del popolo, diciamo di tutti i cittadini, qualunque sia la loro fede e il loro modo di pensare”.

 

L’elezione diretta del sindaco facilita tale interesse generale? Nei fatti direi di no. Il mito della stabilità, seppur importante, svilisce il senso di comunità, facendo emergere le differenze tra i candidati, più che tra i diversi programmi per il futuro dei nostri Comuni.

 

Nell’appello ai “liberi e forti” del 18 gennaio 1919, si legge chiaramente quella che sarà la visione del partito popolare: “Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”.

 

Don Luigi Sturzo nel 1923 metteva in risalto le differenze con il fascismo: “la concezione popolare affida lo sviluppo locale alle energie locali; la concezione fascista lo fa di scendere dall’alto dello stato, unico centro di propulsione. Noi ne combattiamo il centralismo, noi riconosciamo che è necessaria la semplificazione nelle sue funzioni”. Sia nell’appello che nell’articolo citato, emerge l’idea politica circa la centralità della persona umana, che esprime i propri talenti negli organismi a lui prossimi e che per essere “liberi”, necessitano dell’autonomia di funzione rispetto allo Stato centrale.

 

Nel 1931 con la lettera Enciclica “Quadragesimo Anno”, Papa Pio XI afferma: “Come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che nelle minori e inferiori comunità si può fare”.

 

Ancora più netto è Luigi Einaudi che ne “L’Italia e il secondo Risorgimento», il 17 luglio 1944 scriveva: “Lo Stato lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura e nessuna unità è salda se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo Stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l’occasione unica di ricostruire lo Stato partendo dalle unità che tutti conosciamo e amiamo e che sono la famiglia, il comune, il territorio dove si vive e i suoi usi e costumi”.

 

Stessa visione politica la ritroviamo in Alcide De Gasperi nella sua relazione del 23 luglio 1944 in un’assemblea della Democrazia Cristiana:”Il comune che raccoglie le famiglie del territorio, in cui c’è la torre che ricorda un passato, un campanile che indica il cielo, delle libere istituzioni le quali vengono dai padri e rappresentano il patrimonio della nostra storia italiana, il comune deve rimanere la base della futura democrazia. Questa unità territoriale è tanto più necessaria perché l’esperimento che essa ha fatto e tutt’altro che negativo. Quando il fascismo ha voluto cominciare a distruggere il tessuto delle nostre libertà, ha iniziato il suo attacco ai comuni perché la’ nei consigli comunali anche nei più piccoli che il popolo impara a reggersi”.

 

Luigi Sturzo, in “Politica di questi anni”, 1950-51, torna su autonomie locali e cittadinanza attiva: “La nostra aspirazione è quella che le energie locali possano bene e ordinatamente sviluppare e consolidarsi, non contro uno stato unitario, ma entro lo stato e garantite dallo stato“; “La provincia autonoma e il comune autonomo, in un coordinamento di poteri e di limiti, devono creare finalmente il cittadino autonomo”.

 

Questo breve excursus storico del pensiero centrista, dei nostri padri politici, lo ritroviamo nell’articolo 5 della Costituzione: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”e nell’articolo 5 comma 3 del trattato sull’unione europea: “In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione”.

 

Come si può notare da questo breve “viaggio” nel tempo, l’impegno dei centristi per le autonomie locali viene da lontano.

L’impegno civico, che non vuol dire privo di valori o riferimenti ideali, non vuol dire civismo ideologico, bensì vuol dire impegno dal basso per una vera partecipazione popolare non telecomandata dall’alto, dove ogni essere umano può mettere in condivisione le proprie competenze per il bene comune. Le prossime elezioni comunali di autunno vedranno impegnate molte amiche ed amici, che meritano il nostro sostegno, il nostro supporto, specie se impegnati nel portare avanti la nostra idea di municipalismo fuori dallo schema populisti contro sovranisti.

Per ascoltare davvero un continente ignorato

In «Creature» le riflessioni di Giulio Albanese sullAfrica e sugli africani. La recensione dell’Osservatore Romano.

 

È un libretto di piccolo formato Creature (Frate Indovino 2021, pagine 160, euro 9), elegante nella grafica e stampato su carta di ottima qualità, che raccoglie le riflessioni sull’Africa e sugli africani maturate da Giulio Albanese, nella sua attività di missionario comboniano, in anni di frequentazione del continente più martoriato della terra.

Il sottotitolo Libercolo sulle creature nell’umile percezione di un missionario ispirato dal serafico Francesco non deve trarre in inganno, l’analisi di Albanese scava in profondità nelle realtà di quello che ormai si definisce quarto mondo. Dieci capitoli raccontano in tono pacato ma senza debolezze della bellezza dell’Africa, delle sue ricchezze immense e dello sfruttamento cui è sottoposta da parte delle nazioni ricche del mondo. Uno sfruttamento che diviene oppressione politica e militare, che si trasforma in corruzione e inefficienza, in povertà diffusa e privilegio di pochissimi, in mancanza di istruzione, libertà e democrazia, quando non dei beni necessari a garantire alimentazione e salute. Tutto ciò si ripercuote sulla natura, vittima terminale della rapacità umana. Albanese scrive di paesaggi abitati fino a qualche decennio orsono da elefanti e gazzelle e ormai privati della presenza dei grandi mammiferi, sterminati dal bracconaggio, mentre il deserto sahariano avanza in ogni direzione.

Non mancano tracce di apertura alla speranza, a ogni livello. Creature racconta del gigantesco programma in corso d’opera che prevede la creazione di una barriera capace di fermare l’avanzata del deserto: la Grande muraglia verde africana, ossia la realizzazione di una striscia di foresta lunga 7.800 chilometri e larga 15, dal Senegal a Gibbuti, considerata dalla Nazioni Unite il progetto di punta del decennio 2021-2031. Un’iniziativa di riorganizzazione sociale e ambientale che seppure lentamente è già in movimento, anche se ha raggiunto solo il 15 per cento degli obbiettivi fissati.

A fianco delle attività promosse dagli Stati, Albanese scrive di iniziative partite dal basso, come quella di Yacouba Sawadogo, un contadino che recuperando tecniche tradizionali di conservazione dell’acqua e di concimazione è riuscito a realizzare quasi solo con le proprie mani una foresta estesa su 50 ettari, ripopolata con animali che nella regione sembravano destinati a scomparire.

Con preciso senso della narrazione, Albanese pone nel finale del libro gli elementi che descrivono, e svelano agli ignari, la condizione strutturale africana. Nel 1960 il continente contava 284 milioni di abitanti, divenuti oggi un miliardo e 306 milioni. Nel 2050 si prevede saranno circa due miliardi e mezzo. Se l’Italia avesse vissuto uno crescita demografica analoga adesso avrebbe quasi duecento milioni di abitanti. L’indice di dipendenza, ossia il rapporto tra la componente adulta della popolazione e quella troppo giovane o troppo vecchia per lavorare, è attualmente simile a quello europeo, anche se speculare. In Africa ci sono molti bambini, da noi tanti anziani. Ma il dato è destinato a cambiare, divenendo favorevole agli africani. L’inurbamento nelle grandi città procede con ritmi ancora più accelerati che nel resto del mondo, provocando problemi gravissimi, in termini di mancanza di acqua, igiene ed energia. Si stima che nell’Africa sub sahariana più della metà dei quasi seicento milioni di abitanti non abbia accesso all’elettricità, i 48 Paesi della macroregione producono insieme la stessa energia della Spagna, pur avendo una popolazione 18 volte superiore.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-117/per-ascoltare-davvero-br-un-continente-ignorato.html

Le famiglie italiane nell’indagine della Banca d’Italia

Nel mezzo della emergenza da Covid-19, le due ricercatrici di Via Nazionale hanno portato alla luce dati importanti sulla condizione economica e sociale dell’universo familiare italiano. Il testo integrale della ricerca.

 

 

Concetta Rondinelli e Francesca Zanichelli

 

È online la Nota “Principali risultati della terza edizione dell’Indagine Straordinaria sulle Famiglie italiane”, curata da ricercatrici della Banca d’Italia.

 

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 2021, prima delle nuove misure di contenimento dell’emergenza sanitaria, la Banca d’Italia ha condotto la quarta edizione dell’Indagine Straordinaria sulle Famiglie italiane (ISF) per raccogliere informazioni riguardo agli effetti dell’epidemia di Covid-19 sulla situazione economica e sulle aspettative delle famiglie.

 

Le attese sulle prospettive dell’economia e sul mercato del lavoro sono migliorate; tuttavia le famiglie non si aspettano che l’emergenza sanitaria sia superata in tempi brevi. Poco meno di un terzo dei nuclei ha riferito di aver subito un calo del reddito nell’ultimo mese; il peggioramento delle condizioni reddituali è mitigato dalle misure di sostegno al reddito. I comportamenti di consumo continuano a risentire dell’emergenza sanitaria: per le famiglie che arrivano con difficoltà alla fine del mese la contrazione dipende in prevalenza dalle minori disponibilità economiche; per i nuclei più abbienti pesano soprattutto le misure di contenimento e la paura del contagio. Una quota significativa di famiglie ha risparmiato nel 2020: solo un terzo del risparmio accantonato lo scorso anno verrebbe speso nel 2021.

 

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https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/note-covid-19/2021/Nota_Covid_ISF4_210521.pdf

Addio a Carla Fracci

La regina della danza italiana si è spenta a 84 anni. Un artista unica, una protagonista sia dell’esclusivo mondo del balletto classico che di quello della televisione e dei rotocalchi.

Milanese doc, classe 1936, è uno dei simboli della danza mondiale. Il suo nome e la sua carriera sono legati a doppio filo alla Scala di Milano. Era universalmente considerata come una delle più grandi ballerine del ‘900. Nel 1981 il New York Times la definì prima ballerina assoluta.

La sua notorietà si lega alle interpretazioni di ruoli romantici e drammatici, quali Giselle, La Sylphide, Giulietta, Swanilda, Francesca da Rimini, Medea. Ha danzato con vari ballerini, tra i quali Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Mikhail Baryshnikov, Marinel Stefanescu, Alexander Godunov, Erik Bruhn, Gheorghe Iancu, Roberto Bolle.

Da Giselle danzata con Bruhn viene tratto un film nel 1969. Ha interpretato Medea, Concerto barocco, Les demoiselles de la nuit, Il gabbiano, Pelléas et Mélisande, Il fiore di pietra.

Da sempre impegnata in politica (nel 2009 diventa assessore alla Cultura della Provincia di Firenze) si è battuta contro lo smantellamento dei Corpi di Ballo dalle fondazioni liriche, anche con un appello nel 2012 all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Bisogna avere uno sguardo largo sulla ripresa dell’Italia

Abbiamo di fronte impegni importanti e non possiamo sbagliare. L’esempio dei nostri Padri, capaci di rimettere in piedi il Paese dopo la seconda guerra mondiale, ci deve sostenere in questo sforzo straordinario.

 

Mariapia Garavaglia

 

Resilienza dal latino resilire che significa rimbalzare. Non può che essere questo il risultato del Recovery Plan. Si è anche qualificato come un impegnativo programma per la new generation europea. Crescita e resilienza non sono automatiche. Bisogna governare (gubernare dal latino ‘reggere il timone’) perché le scelte ottengano i risultati desiderati.

 

L’augurio agli Italiani per la Festa della Repubblica quest’anno è reso concreto dall’impegno del Governo Draghi e del Parlamento per una nuova rinascita del Paese in sintonia di intenti e volontà con quella che fu avviata il 2 giugno 1946. Mai prima d’ora – nemmeno il piano Marshall, fatte le debite proporzioni – l’Italia fu provvista di una massa così ingente di fondi da investire, e non per ripianare debiti. Con meno di 100 miliardi a fondo perduto, tutti gli altri (il totale è di poco superiore a 248 miliardi di euro) sono prestiti da restituire entro un trentennio a tassi minimi.

 

Nessun altro Paese della Unione ha ricevuto una dotazione tanto ampia e quindi si spiega l’interesse di tutti gli altri Stati membri perché l’Italia rispetti i patti e le scadenze. Ma anche le generazioni future hanno il medesimo interesse perché il debito pubblico – enorme – se non diventa “buono” (conio Mario Draghi) ricadrà sulle loro spalle. Per questo motivo è indispensabile che si riproducano, attualizzate, le virtù dei governanti che ricostruirono l’Italia e che procurarono il boom economico degli anni ‘60. Maggioranze e opposizioni hanno la responsabilità di sostenere le scelte che si sono decise perché dovranno, nelle alternanze possibili di governo, continuarne l’attuazione. Credo sia utile rivedere metodi e virtù dei coraggiosi ricostruttori dell’Italia: come vivevano anche le loro vite private, i tempi di decisone, la severità nel rispettare i fondi pubblici. Si studi come furono progettate, finanziate e attuate le grandi opere che hanno reso l’Italia uno dei Paesi G7.

 

Al rigore freddo delle norme e della contabilità la classe politica dovrà infondere il ‘gusto del futuro’, perché il cambio di passo che il Paese crede di intuire faccia raggiungere le mete indicate. Il piano attuativo del Recovery indica con precisione le scadenze e le riforme richieste, per cui nel caso non fossero rispettate, non solo non otteremmo le rate dei finanziamenti ma addirittura dovremmo restituirle.

 

I pilastri di questo importante augurio all’Italia sono la cornice europea, il Sud, la modernizzazione del Paese. Senza Europa – gli Stati Uniti d’Europa – ogni Stato europeo per quanto grande e importante, non potrebbe competere con le economie e gli sviluppi socioculturali dei giganti a est e a ovest, Cina, India, Stati Uniti, Russia.

 

Senza il Sud, completamente recuperato e integrato alle infrastrutture nazionali, l’intero Paese manterrebbe una zavorra ai passi avanti di cui siamo capaci. Perciò Sud, Sud, Sud! Il turismo e l’industria agroalimentare hanno bisogno di strutture, tempestivamente adeguate. Anche un’industria pesante come l’ILVA, deve trovare finalmente pace; i progetti erano pronti da almeno due governi fa: perché tanto ritardo? La tecnologia e la buona volontà possono rendere compatibile una grande industria con l’ambiente e la salute. L’Italia non può rinunciare alla materia prima che aiuta la sua manifattura ad essere la seconda in Europa. L’altro grave ritardo che riguarda anche la modernizzazione del Paese è lo scandalo Alitalia. Per una inutile italianità, in Europa e nel mondo sono stati bruciati miliardi senza mantenere i livelli occupazionali e assicurare una compagnia di bandiera competitiva.

 

Come dimenticare la situazione scandalosa in cui versano ancora i territori colpiti dal terremoto decenni fa. Ci sono modi e metodi per rimuovere gli ostacoli alla velocizzazione, nella legalità, e consentire alle popolazioni e ai territori di tornare alla invocata, ma disattesa da troppo tempo, normalità.

 

La modernizzazione del Paese corre su due binari, quello digitale e quello della trasformazione ecologica: entrambi fautori di nuova occupazione e di miglioramento ambientale. Tutto è sostenuto da una architrave che è la Next Generation EU: istruzione, formazione continua e ricerca. Anche questo ambito esige l’armonizzazione fra Nord e Sud. Lo stesso criterio deve guidare la programmazione e il controllo dei servizi sanitari perché, come è apparso evidente a tutti a causa della pandemia, devono essere garantiti secondo i principi e i diritti fondamentali che la nostra Costituzione da oltre settant’anni promette: uguaglianza di tutti i cittadini, da Nord a Sud, senza diseguaglianze territoriali; equità e perciò a ciascuno secondo il suo bisogno nella migliore qualità possibile e, infine, equità per garantire gli accessi a tutti.

 

È dibattito attuale utilizzare strumenti che rendano possibile raggiungere gli obiettivi entro il 2026, come richiesto dal Recovery Plan. Tre sono le spine che le forze politiche si stanno reciprocamente infliggendo e riguardano gli appalti (la velocità delle procedure si può ottenere senza il massimo ribasso, anzi!). I livelli occupazionali hanno bisogno di flessibilità ma non di blocchi. Il personale, indispensabile per far funzionare qualsiasi ingranaggio del Paese, deve essere preparato secondo necessità e reclutato secondo le regole. Per esempio i concorsi, qualora necessari per immettersi nella PA, devono essere periodici e continuativi per non trovarci come ora con carenza di medici, infermieri, operatori ai vari livelli non solo in sanità, ma anche nella scuola. In questo servizio – il più delicato del Paese – si formano sacche di precariato, seguite da inique sanatorie. L’intero comparto soffre poi per contratti scaduti da decenni… Basta con gli esempi, perché a ciascuno tornano alla mente.

 

La nostra Repubblica rinasce con la resilienza di tutti i suoi cittadini, perché è la partecipazione che la rende viva. Vorrei poter concludere il mio augurio personale agli Italiani e alla sua classe dirigente con l’esortazione “non aver paura”. Questo incitamento è ripetuto 365 volte nella Bibbia, un augurio per ogni giorno dell’anno.

Roma, i candidati e i sondaggi.

 

Nella Capitale si profila una competizione che può rimettere in discussione le forze di centro, ovunque dislocate, del sistema politico italiano.

 

Giorgio Merlo

 

La partita di Roma, è inutile negarlo, è destinata a segnare il cammino della politica italiana nei prossimi mesi. E questo per tanti motivi. Per il peso dei candidati, indubbiamente. Ma anche, e soprattutto, per gli equilibri politici complessivi.

 

Andiamo con ordine. Sanno almeno 3 i punti centrali attorno ai quali questa partita è sempre più interessante per la politica nazionale.

 

Innanzitutto la scelta di ripresentarsi della Sindaca uscente Virginia Raggi. Una candidatura accompagnata da sondaggi, almeno sino ad oggi, incoraggianti. Se dovesse andare al ballottaggio, sarà curioso verificare il comportamento politico del Partito democratico – se eliminato dalla competizione – che in questi ultimi 5 anni le ha rovesciato addosso ogni sorta di accusa politica, personale e gestionale. La voterebbe il Pd? Lascerebbe libero l’elettorato di riferimento? Oppure, in ultimo, continuerebbe nel giudizio negativo mettendo sempre più a rischio quella strana alleanza tra il Pd e ciò che resta del populismo anti politico nostrano? Un risiko tutto da gustare.

 

In secondo luogo, e specularmente, se il candidato del Pd Gualtieri dovesse andare al ballottaggio sarà curioso registrare l’atteggiamento politico concreto di ciò che resta dei 5 stelle. E questo per la semplice ragione che nei lunghi mesi di campagna elettorale sarà un continuo stillicidio degli uni contro gli altri. Anche se sappiamo, ormai per esperienza consolidata, che la prassi trasformistica messa in campo dai due partiti nei mesi scorsi sul tema specifico delle alleanze può concederci di tutto.

 

In ultimo la candidatura di Calenda. Un esperimento elettorale? Un’avventura politica a cui seguirà un progetto nazionale? Una candidatura di testimonianza? Certo, molto se non tutto dipenderà anche e soprattutto dal concreto risultato elettorale che uscirà dalle urne. Un fatto è certo: la corsa di Calenda può innescare un meccanismo di scomposizione e di ricomposizione del quadro politico – come si diceva un tempo – che non investe solo il “centro” di ogni schieramento, ma potrebbe avere effetti collaterali. Appunto, per la ristrutturazione dell’intero quadro politico.

 

Ho trascurato, volutamente, il campo del centro destra non solo perchè non c’è ancora un candidato ufficiale a Sindaco, ma anche perchè è abbastanza evidente che quel campo andrà al ballottaggio ed essendo una coalizione già definita, nonchè coesa, non ci sono particolari novità da registrare.

 

Ecco perchè, comunque sia, le elezioni romane assumeranno inesorabilmente una valenza politica nazionale. E non solo per la candidatura autonoma, e forte, di un esponente di punta dei 5 stelle a Sindaco ma anche per le dinamiche che potrebbero svilupparsi al “centro” del sistema politico. Elementi che non ci sono nè a Torino, nè a Bologna, nè a Napoli e tanto meno a Milano. A Roma, insomma, ci si avvicina al crocevia delle prossime elezioni politiche generali. E anche da Roma passa il destino politico di alcuni capi partito. Perchè mai come questa volta il voto sarà decisivo per l’una e per l’altra cosa. Al di là dei sondaggi compiacenti che ci vengono propinati dai vari partiti. Che, tutt’al più, sono piacevoli divagazioni per simpatici creduloni.

Ai nostri figli non possiamo lasciare un deserto

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani dItalia e Orbisphera, pubblichiamo un ampio stralcio delleditoriale del direttore di Orbisphera. L’autore, citando l’invito del Papa a far sì che “la nostra madre Terra ritorni alla sua originale bellezza”, sviluppa alcune riflessioni sul “magistero ecologico” di Francesco.

 

“Rinnovo il mio appello: prendiamoci cura della nostra madre Terra, vinciamo la tentazione dell’egoismo che ci rende predatori delle risorse, coltiviamo il rispetto per i doni della Terra e della creazione, inauguriamo uno stile di vita e una società finalmente ecosostenibili: abbiamo l’opportunità di preparare un domani migliore per tutti. Dalle mani di Dio abbiamo ricevuto un giardino, ai nostri figli non possiamo lasciare un deserto”.

 

Lo ha detto Papa Francesco nel corso di un videomessaggio diffuso in occasione della presentazione della Piattaforma Laudato si’, avvenuta il 25 maggio alle 11:30 in diretta streaming

 

Il Pontefice ha ricordato che, con l’Enciclica Laudato si’ promulgata nel 2015, ha invitato “tutte le persone di buona volontà a prendersi cura della Terra, che è la nostra casa comune”.

 

Purtroppo – ha spiegato – “da tempo, ormai, questa casa che ci ospita soffre per ferite che noi provochiamo a causa di un atteggiamento predatorio, che ci fa sentire padroni del pianeta e delle sue risorse e ci autorizza a un uso irresponsabile dei beni che Dio ci ha dato”.

 

Per questo motivo – ha sottolineato Francesco – “abbiamo bisogno di un nuovo approccio ecologico che trasformi il nostro modo di abitare il mondo, i nostri stili di vita, la nostra relazione con le risorse della Terra e, in generale, il modo di guardare all’uomo e di vivere la vita”.

 

É necessaria “un’ecologia umana integrale che coinvolge non solo le questioni ambientali ma l’uomo nella sua totalità, diventa capace di ascoltare il grido dei poveri e di essere fermento per una nuova società”.

 

Per far capire quanto gravi siano i rischi della crisi ecologica e della cultura predatoria, il Pontefice ha detto: “Che mondo vogliamo lasciare ai nostri bambini e ai nostri giovani? Il nostro egoismo, la nostra indifferenza e i nostri stili irresponsabili stanno minacciando il futuro dei nostri ragazzi!”.

 

Ed è per dare soluzione a questi problemi che Francesco si è detto lieto di annunciare che l’Anno 2020 dedicato all’Enciclica Laudato si’ ha dato luogo ad una iniziativa concreta: la Laudato siAction Platform, “un cammino di sette anni che vedrà impegnate in diversi modi le nostre comunità perché diventino totalmente sostenibili, nello spirito dell’ecologia integrale”.

 

Il Papa ha spiegato che famiglie, diocesi e parrocchie, scuole e università, ospedali, imprese e aziende agricole, organizzazioni, istituti religiosi, gruppi e movimenti lavoreranno insieme per creare un mondo più inclusivo, fraterno, pacifico e sostenibile.

 

Si tratta di un cammino comune che durerà sette anni e punterà a realizzare sette obiettivi: la risposta al grido della Terra, la risposta al grido dei poveri, l’economia ecologica, l’adozione di uno stile di vita semplice, l’educazione ecologica, la spiritualità ecologica e l’impegno comunitario per realizzare l’ecologia integrale.

 

“C’è speranza”, ha concluso il Papa. “Tutti possiamo collaborare, ognuno con la propria cultura ed esperienza, ciascuno con le proprie iniziative e capacità, perché la nostra madre Terra ritorni alla sua originale bellezza e la creazione torni a risplendere secondo il progetto di Dio”.

 

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/4092/Ai_nostri_figli_non_possiamo_lasciare_un_deserto

Il gioco si fa duro?

Il cammino del governo Draghi è costellato di buoni propositi e cattivi comportamenti. Nessuno vuole abbassare le sue bandierine nel timore di perdere appeal nella contesa elettorale del prossimo autunno.

 

Paolo Pombeni

 

Non che far funzionare a pieno ritmo la campagna vaccinale o mandare in tempo e in forme adeguate il PNRR a Bruxelles sia stata un’operazione facile. Però Draghi ha potuto contare, sia pure solo in parte, sul clima della cosiddetta “luna di miele” di chi inizia un’avventura politica. E poi c’era un po’ sempre la spada di Damocle di un possibile, per quanto difficile scioglimento della legislatura con rinvio di tutti alla prova delle urne: un esito di cui a parole nessuno ha paura, ma che in realtà tutti temono moltissimo.

 

Adesso però la luna di miele è finita e l’ipotesi di una conclusione anticipata della legislatura a due mesi dall’inizio del semestre bianco appare surreale. Invece si moltiplicano le decisioni che il governo deve prendere, mentre i partiti sono impegnati in una campagna elettorale per le amministrative che è densa di incognite. Tutto questo crea un clima poco favorevole alle intese che pure sarebbero necessarie.

 

Ci sono alcuni nodi da sciogliere che sono evidenti e ce ne sono altri che sono meno percepibili. Al primo genere appartengono i piani per le tre riforme che la UE ci impone per dare l’avvio ai finanziamenti del Next Generation UE: giustizia, fisco, pubblica amministrazione (a cominciare dalle semplificazioni). Su tutte e tre abbiamo già visto attivarsi la competizione fra partiti che sono vittime delle narrazioni che hanno sparso ai quattro venti negli anni passati. Perché è inutile nasconderselo: se sostieni per anni che senza una certa impostazione crollerà il palco, poi diventa difficile fare marcia indietro. Dovresti poter contare su leader con una credibilità personale così alta da far digerire agli elettorati qualsiasi cosa e contemporaneamente da tenere sotto controllo il proliferare di fazioni che c’è in ogni partito. Merce rarissima di questi tempi.

 

Sulla giustizia, l’abbiamo già scritto, c’è lo scoglio dei Cinque Stelle che Conte non è in grado di mettere in riga e che Letta continua a ritenere un alleato indispensabile per cui gli si deve concedere tutto. Sul fisco c’è la solita contrapposizione fra ideologie da fumetti: togliere ai ricchi per dare ai poveri contro diminuire drasticamente le tasse a tutti per realizzare il paese di bengodi. Sulla riforma della pubblica amministrazione sono a parole tutti d’accordo, salvo che quando scendi nel dettaglio ti accorgi che è tutto maledettamente complicato. Esemplare la storia degli appalti: un sistema barocco che serve solo ad intasare i TAR e a non far partire i lavori, ma che non si può riformare perché ogni abolizione di clausole preventive di sbarramento è vista come un favore verso la criminalità organizzata e il malaffare.

 

Eppure Draghi ha assoluta necessità di realizzare quelle riforme, altrimenti si mette a rischio tutta la macchina dei finanziamenti, ma nessuno vuole abbassare le sue bandierine nel timore che questo risulti pregiudiziale nella contesa elettorale d’autunno. Molti osservatori ritengono che il premier non abbia problemi a tirare dritto per la sua strada lasciando ai partiti lo spazio per dar sfogo a vuoto lle varie propagande. E’ sicuramente così da vari punti di vista, ma da altri la questione è differente.

 

Perché adesso Draghi deve mettere mano ad una lunga serie di nomine nelle aziende pubbliche e partecipate.

 

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https://www.mentepolitica.it/articolo/il-gioco-si-fa-duro/2074

Vaccino Covid, Sanofi e Gsk avviano fase 3: approvazione entro 2021

Sanofi e Gsk annunciano l’avvio dello studio clinico di fase 3 che valuterà la sicurezza, l’efficacia e l’immunogenicità del loro vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti. Lo si legge in una nota che spiega: “Lo studio di fase 3 randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo includerà più di 35.000 volontari adulti (dai 18 anni in su) provenienti da diversi Paesi in Stati Uniti, Asia, Africa e America Latina”.

L’endpoint primario dello studio è la prevenzione della malattia Covid-19 sintomatica in adulti naïve al Sars-Cov-2, mentre gli endpoint secondari sono la prevenzione della malattia Covid-19 grave e la prevenzione dell’infezione asintomatica. In due fasi distinte, lo studio analizzerà inizialmente l’efficacia di una formulazione del vaccino mirata al virus originario D.614 (Wuhan), mentre una seconda fase valuterà una seconda formulazione mirata alla variante B.1.351 (variante sudafricana).

Recenti prove scientifiche mostrano che gli anticorpi creati contro la variante B.1.351 possono fornire un’ampia protezione crociata contro altre varianti a maggiore trasmissione. Il disegno della fase 3, condotto in diverse aree geografiche, permette anche di valutare l’efficacia del vaccino candidato contro una varietà di varianti circolanti. A seguito degli incoraggianti risultati intermedi del recente studio di fase 2, si legge ancora nella nota, nelle prossime settimane le aziende inizieranno anche uno studio clinico per valutare la capacità del vaccino candidato Covid-19 adiuvato a base di proteine ricombinanti di indurre una forte risposta come dose di richiamo, indipendentemente dalla tipologia di vaccino ricevuto in precedenza.

 

È tornato di moda. Considerazioni e appunti sul trasformismo.

Un fenomeno ridotto a formula di malcostume disvela nella sua genesi storica e nel suo pratico impatto politico una potenzialità che attinge a un elemento di saggezza e prudenza, forse anche di verità.

 

Nino Labate

 

Devo ringraziare mons. Ravasi che dalle pagine del Sole Ore mi ha fatto conoscere la poesia di Trilussa “Er carattere”. Scritta moltissimo tempo dopo che Agostino de Pretis aveva varato il suo governo “trasformista”, Trilussa scherza, al suo solito in romanesco, su un dialogo tra un camaleonte e un rospo: “…ognuno crede a le raggioni sue, disse er camaleonte, io cambio sempre e tu nun cambi mai”. “Credo che se sbajamo tutt’e due”, rispose il rospo. Ecco, Trilussa dopo che in un primo tempo aveva parlato male del trasformismo, avanza ora il sospetto, in questa poesia, che se uno crede rigidamente alle proprie opinioni  senza mai avere dei dubbi, può incorrere in  errori allo stesso modo di chi le cambia spesso.

 

Gli studiosi  possono spiegare meglio. Io in tempo di Covid ho solo passato un poco di tempo spulciando articoli e leggendo  qualche cosa  su Internet. E divagando.

 

Sul trasformismo sono stati pubblicati decine di libri. Ed è  stato approfondito in tutti i suoi aspetti. Quasi sempre demonizzato come paradigma dei voltagabbana senza spina dorsale,  dell’incoerenza e della mancanza di rispetto verso la propria identità. Come populismo antipolitico. Subentrato ai nostri giorni alla crisi dei partiti politici del  Novecento e della loro cultura ormai naufragata nel maremagnum del mondialismo. Sempre ricordato e citato nel suo lato negativo di interessi individuali o di lobby su cui si è soffermato con molta superficialità anche Galli della Loggia citandolo come “luogo paludoso di centro” dove ormai confluiscono destra e sinistra, oggi scomparsi e senza più significato  nell’offerta  politica (sic!).

 

Osservato infine come segno di una  etica volgare, liquida e ballerina: quella del proprio tornaconto. Mentre collocandolo sui profondi cambiamenti sociali e culturali che viviamo,  potrebbe anche suggerire una più convinta etica solida, storicamente determinata, in funzione della responsabilità e della propria consapevole coscienza del momento storico, al di là dei nostri pregiudizi.

 

Comunque stiano le cose e benché di fronte ad una  enorme mole di riflessioni, i paradossi della storia politica legati a questo sostantivo non si riesce a contarli. Uno fra i tanti, e credo il più significativo, è  le centinaia di volte che è stato citato a sproposito, dalla fine del governo Renzi in poi, transitando da Conte e sino al Draghi dei nostri giorni, che,  volendole contare, superano certamente tutte le volte che è stato citato da De Pretis ad oggi. Per molti commentatori il nostro è un tempo di trasformismo…a prescindere.

 

Ma vediamo meglio partendo da lontano. Dalla Calabria. Cosa centra la Calabria con il trasformismo? L’antropologia, la cultura e la storia dei calabresi ci suggeriscono una costante degna di rilievo. E questo nonostante il continuo fango gettato su questa infelice ma nobile e antica terra. La costante è quella greca (e grecanica) del ritorno ad Itaca. Dell’accoglienza. Della nostalgia della propria casa. Dell’amore verso le proprie radici. Del forte attaccamento al passato e alle tradizioni. Del “familismo”: anche di quello “amorale” purtroppo. Ma anche quella del rispetto della parola data e della coerenza dei comportamenti. Del giuramento sul proprio onore, nel bene e nel male, specie quando si trasferisce agli “uomini d’onore”. Quella insomma  che racconta di “donne e uomini …di parola” che, ahimé, non riescono mai a mettersi insieme.

 

Succede tuttavia che interrogando la storia risorgimentale, il primo incoerente e “voltagabbana camaleontico” italiano, sia stato proprio un calabrese: tale Giovanni Nicotera. Repubblicano convinto ed esponente del partito della sinistra liberale, nato a Sambiase (Catanzaro) da “famiglia di tradizioni illuministiche e giacobine”. Che possedendo alcuni valori, era però di vista acuta e aveva il dono di guardare lontano. Condivisibili o meno. Un massone ex mazziniano sin dalla Giovane Italia e un progressista, anticlericale, attivo e presente, assieme al suo amico Pisacane, nella spedizione di Sapri per liberare i prigionieri di Ponza. E dopo, vestito da combattente, nella presa di Porta Pia e in Aspromonte accanto ai garibaldini. Eh… insomma un carattere impulsivo, dicono gli studiosi.

 

Fu però proprio lui che da Ministro dell’Interno, senza  invocare i pieni poteri ed esibire nei comizi  la  croce di Gesù e il Vangelo, spinge successivamente il suo compagno di partito Agostino De Pretis a creare un governo trasversale assieme ad una modesta quota parte della destra italiana di quegli anni. Il motivo del calabrese era scontato. Ed era un motivo centrale per i suoi ideali: avviare le riforme per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia,  e mettere al primo posto dell’azione di governonla Questione Meridionale. Pensate un poco…eravamo nel 1876 e,  dopo la bellezza di 145 anni, è ancora  un tema prioritario nell’agenda di Mario Draghi.

 

Ma proseguiamo.

 

Perché Nicotera, con il preciso, solo e unico scopo di realizzare questo suo sogno, aveva iniziato a contattare diversi deputati della destra e si stava dando da fare per trovare accordi in Parlamento al di là del suo partito, delle appartenenze e degli schieramenti politici. Insomma è lui che pone le basi del cosiddetto trasformismo, che poi in quegli anni  conclude a piene mani  De Pretis. A Nicotera interessava solo risolvere i gravi problemi sociali e lavorativi  del Sud, e combattere il brigantaggio. Ed era completamente disinteressato del colore di chi aderiva a questo suo utopico progetto.

 

Fu a quel punto che De Pretis, avendo fiutato la mossa e capito dove voleva andare a parare Nicotera, per non farsi spiazzare dal suo collega di partito, trovatosi  nel paesino di Stradella per la sua campagna elettorale, dove aveva il suo collegio elettorale – paesino distante appena 16 chilometri da Bressana Bottirone, suo paese di nascita vicino Pavia –  pronunciò ufficialmente e ad alta voce il suo famoso discorso. Illustrando anche un intero programma di riforme e concludendo: “Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista come posso io respingerlo?.

 

Grazie a queste parole, rimaste a futura memoria e interpretate sempre, ma sbagliando sempre, come metafora disonorevole della classe politica, De Pretis formò successivamente il suo governo con diversi deputati disponibili della destra storica. Disponibili perché convinti del programma annunciato. E disponibili a sedersi “formalmente” dalla parte opposta da dove si erano  sempre seduti in Parlamento dopo la loro elezione. Con qualche tornaconto personale non c’è dubbio: questione secondaria però rispetto al serio disegno riformista posto sul tappeto da De Pretis.

 

Per curiosità e per capire meglio il determinato momento storico e sociale di quel periodo, va ricordato che i  votanti italiani  di quell’anno – siamo, ripeto, nel 1876 –  erano solo uomini di età superiore ai 25 anni.Tutti alfabetizzati. E tutti  in grado di pagare le tasse: 530 mila circa. Il 2% della popolazione italiana formata, all’epoca, da 26 milioni di cittadini. Un misero 2% di italiani aristocratici cosi composto, che decideva  dunque le sorti dell’intero Paese, l’assetto di potere e il programma di governo, su cui il trasformismo aveva un impatto sicuramente scandaloso, anche per i concreti interessi terrieri che tutelava la elitaria classe politica di quel periodo.

 

Quali sono allora i rimproveri da muovere a Nicotera ?

 

Questo tenace, non lineare, discusso e discutibile uomo calabrese può solo rimproverarsi di non aver insistito molto sulla (sua) “Questione Meridionale”.  Perché  tale è  rimasta e tale la troviamo ancora ai nostri giorni. Tuttavia, il suo costante impegno, ambiguo quanto si voglia, e la sua  lungimiranza sono  serviti  almeno a far capire che quando si vuole risolvere una questione annosa e centrale per il futuro del Paese, gli schieramenti, i partiti e dove perciò si sta seduti nello spazio geometrico dell’emiciclo  parlamentare sono inutili  e  contano poco.

 

Credo allora sia giusto interrogarci se per caso nei  momenti in cui bisogna risolvere enormi e gravi problemi nazionali si debba andare alla sostanza delle cose e non fermarsi alla superficiale forma del partito, al suo spazio geometrico o agli interessi personali dei suoi deputati. La vicenda di Draghi potrebbe servire da lezione. Ma Michele Salvati sul Foglio del primo maggio di quest’anno guarda molto avanti e si spinge oltre interrogandosi se “siamo sicuri che un governo tra forze politiche ideologicamente opposte debba essere considerata come un’esperienza unica piuttosto che una nuova normalità?”. Se siamo “tutti sulla stessa barca” e bisogna remare tutti insieme per uscire fuori dalla tempesta, allora quando si cerca il bene comune, ovvero il bene di tutti, si può anche andare al di là della forma, dei propri convincimenti e delle proprie ideologie e  “trans-formarsi“, appunto. Senza scandalizzare e scandalizzarsi.

 

E quando la storia cambia velocemente e la societa avanza verso lidi globali sconosciuti, verso un ignoto futuro, si rimane  in pochi a pensare che i partiti, la loro cultura, i loro accordi, le loro ideologie, i programmi, lo stesso elettorato di riferimento, debbano invece rimanere fissi e ancorati alle idee del passato. Bello quanto si voglia, ma inutile anche solo per farci capire i segni dei tempi.

 

Circa duemila anni fa Paolo di Tarso, in una sua accorata e profonda lettera ai Corinzi, e senza cedere nulla al relativismo ontologico, ci avvertiva sui cambiamenti dei modi di pensare a cui siamo sottoposti nel corso della vita. Dopo averci raccomandato che corriamo il rischio di trasformarci in meri e inutili  “bronzi che rimbombano…” se ci facciamo mancare la Carità, ci ha ricordato in una  prospettiva di ricerca e attesa del Divino, l’inevitabilità dei cambiamenti dei  nostri modi di pensare e di valutare le cose: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino”.

Passi decisivi per liberare la Chiesa e l’Italia dalle influenze mafiose

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani dItalia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale delleditoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

 

Era il 9 maggio 1993 quando, nella Valle dei Templi di Agrigento, Giovanni Paolo II condannò in maniera esplicita la mafia, invitando i suoi membri a convertirsi e intimando loro: «Verrà il giudizio di Dio!».

I capi mafiosi non gradirono le parole del Papa e, poco dopo la mezzanotte del 27 luglio 1993, un’autobomba esplose davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano. Contemporaneamente un’altra auto imbottita di tritolo venne fatta esplodere davanti alla chiesa romana di San Giorgio al Velabro. In entrambi i casi vi furono gravissimi danni, con un totale di 22 feriti.

A conferma dell’arroganza e della protervia del crimine organizzato, nel settembre del 1993 la mafia a Palermo uccise don Pino Puglisi, e nel marzo del 1994 la camorra a Casal di Principe uccise don Peppe Diana.

Inoltre in alcune diocesi e parrocchie l’influenza dei boss mafiosi sul clero locale rimaneva forte.

Purtroppo la commistione tra mafia e religione è un problema serio e radicato.

A questo proposito, il 13 maggio, intervenendo alla presentazione del primo Rapporto del “Dipartimento per la legalità” della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami), l’ex Procuratore capo di Roma e attuale Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, Giuseppe Pignatone, ha spiegato la commistione tra mafia e religione.

Il “Dipartimento per la legalità” è un organismo istituito nel settembre 2020 per lo studio e il monitoraggio dei fenomeni criminosi e mafiosi. Nella lettera inviata nel luglio 2020 a padre Stefano Cecchin, Presidente della Pontificia Academia Internationalis, Papa Francesco chiedeva di «liberare Maria e la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose».

Pignatone ha ricordato che esponenti di gruppi mafiosi sono coinvolti e addirittura promotori di manifestazioni popolari e religiose, processioni e feste patronali.

Diffuso e frequente anche il linguaggio religioso utilizzato dai mafiosi. Per esempio – ha spiegato Pignatone – l’iniziazione degli affiliati alla ‘ndrangheta viene chiamata “battezzo”.

Quando Pignatone entrò nella casa del boss mafioso Bernardo Provenzano, contò circa 170 santini; la Bibbia era sottolineata e forse usata come cifrario.

I “pizzini” scritti da Provenzano si aprivano e chiudevano con frasi come: “sia fatta la volontà di Dio” o “in nome di Cristo”, e poi magari ordinavano assassinii.

Secondo il Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, si tratta di manifestazioni di apparente religiosità, sovrastrutture permanenti per camuffare la reale essenza della mafia.

I giovani mafiosi vengono fatti crescere con questa cultura religiosa che è profondamente anticristiana.

Ha detto Pignatone che si tratta di «una radicale opposizione al Vangelo che viene fatta passare come modo normale di vivere nella Chiesa; un condizionamento al quale sono soggetti anche coloro che diventeranno preti e religiosi».

Per sconfiggere la mafia – ha concluso l’ex Procuratore capo di Roma – c’è bisogno di «un cambio di mentalità nella Chiesa e nella società civile. Polizia e magistratura sono in prima linea, ma non devono essere i soli».

Un deciso cambio di passo nella lotta per liberare la Chiesa e il territorio dalle influenze mafiose lo ha fatto Papa Francesco, che fin dall’inizio del suo pontificato ha dato seguito all’azione coraggiosa di Giovanni Paolo II.

Il 21 giugno 2014, di fronte a 250mila persone nella piana di Sibari, in occasione della sua visita in Calabria, Papa Francesco ha detto: «Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».

Il 15 settembre 2018, a Palermo, Francesco si è rivolto ai mafiosi dicendo: «Convertitevi! O la vostra vita andrà persa». Ed ha aggiunto: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie».

Per quanto riguarda l’organizzazione interna della Chiesa, è stato Papa Francesco a nominare Giuseppe Pignatone, uno dei magistrati più esperti e capaci nella lotta alla mafia, come Presidente del Tribunale della Città del Vaticano.

Francesco ha beatificato don Pino Puglisi, prima vittima di mafia riconosciuta come martire della Chiesa. Ed ha beatificato anche Rosario Livatino, il giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990.

Domenica 9 maggio, durante l’Angelus, Papa Francesco ha posto l’accento sul significato della beatificazione di Rosario Livatino, indicando nel giovane giudice «un esempio e uno stimolo per tutti i magistrati a essere leali difensori della legalità e della libertà».

Eu-Bielorussia: Nessuno voli sul cielo di Lukashenko

<> on May 15, 2017 in Beijing, China.

La newsletter dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale fa il punto sulla vicenda dell’aereo dirottato e rileva la difficoltà per l’Italia di attirare, in questo momento di tensione internazionale, l’attenzione dell’Europa sulla questione degli immigrati clandestini.

ISPI

Il Consiglio europeo ha dato mandato ai ministri Ue di imporre nuove sanzioni sulla Bielorussia. La decisione arriva dopo il dirottamento di un volo Grecia-Lituania, fatto atterrare a Minsk da Lukashenko per arrestare il dissidente Roman Protasevich e la sua compagna. Le sanzioni europee dovrebbero vietare il sorvolo dello spazio aereo europeo da parte di compagnie bielorusse, ed essere accompagnate da misure economiche mirate.

La reazione dell’Ue è stata rapida, anche perché l’intercettazione di un aereo civile ha pochi precedenti persino durante la guerra fredda. Difficile, al momento, capire se sia stata incisiva: gli strumenti a disposizione dell’Europa sono comunque limitati.

E ora? Per l’Europa quella di Minsk resta una spina nel fianco, e ora la ferita si è riaperta. Le pressioni Ue su Lukashenko si sono rivelate inefficaci, l’opposizione appare demoralizzata e meno attiva, e le voci critiche al regime restano in carcere o in esilio. E la repressione continua: Lukashenko ha appena varato una legge che di fatto vieta le proteste e “silenzia” la stampa.

Ma c’è di più. Il ruolo di Mosca nel dirottamento sembra esser stato diretto: quattro dei sei agenti presenti sull’aereo su cui viaggiava Protasevich sarebbero russi. Anche per questo la reazione del Consiglio europeo non si è fatta attendere, con la condanna delle “attività illegali, provocatorie e destabilizzanti della Russia contro l’UE”. Tuttavia Mosca, già sotto sanzioni per il ruolo del Cremlino nell’avvelenamento e poi arresto di Navalny, non sembra temere ulteriori ritorsioni.

L’affaire bielorusso ha sconvolto l’agenda dei leader europei, ma soprattutto quella dell’Italia, che sperava di riportare sul tavolo il tema migranti. Con il fallimento degli accordi di Malta (meno di mille migranti ricollocati in altri paesi Ue su 45.000 sbarcati), Roma è alla ricerca di un rilancio della redistribuzione su base volontaria e di soluzioni alternative, come un nuovo accordo diretto con la Libia. Ma i 27 governi Ue restano divisi, e il dirottamento ha offerto un’ottima scusa per relegare le migrazioni ai tavoli bilaterali (come l’incontro Draghi-Macron).

Se ne riparla più seriamente, forse, a fine giugno, quando potrebbe essere già troppo tardi.

Fatti di Minsk gravissimi. Chiediamo una immediata inchiesta internazionale e la liberazione degli arrestati.

 

Discorso del Presidente del Parlamento europeo al Consiglio Ue del 24 maggio 2021. Testo integrale.

 

Signore e signori,

 

A più di un anno dall’inizio della pandemia di COVID-19 ci troviamo in un contesto che ci propone sfide senza precedenti. La campagna vaccinale avanza, i meccanismi di ripresa si sono messi in moto, ma nuove minacce alla nostra sicurezza impongono una forte voce europea. I fatti della Bielorussia, con l’ipotesi di un dirottamento di Stato di un aereo civile per arrestare oppositori del regime, ci impongono un salto di qualità e tempestività della nostra risposta.  Su questo torneremo dopo, ma vorrei cogliere l’occasione per un’osservazione preliminare sul funzionamento delle nostre istituzioni.

 

Cambiamento climatico

 

Oggi siete chiamati a discutere di misure importanti che riguardano gli impegni presi dall’Unione europea nel quadro dell’accordo di Parigi sul clima. I nostri cittadini si aspettano giustamente che vengano rispettate quelle promesse e il Parlamento lo sta facendo lavorando sulle proposte legislative.

 

Più precisamente, come sapete, stiamo negoziando insieme al Consiglio proprio la Legge sul Clima. La questione dell’obiettivo climatico per il 2030 e quella dell’applicazione del principio di neutralità climatica sono state oggetto di discussioni complesse.  Ora siamo pervenuti a un accordo, il che è di per sé una buona notizia anche se vi è ancora molto lavoro da fare.

 

Vorrei rispettosamente osservare che, secondo i Trattati, le conclusioni del Consiglio europeo sono accordi politici tra i capi di Stato e di governo. Il Parlamento non può essere chiamato solo ad apporre il suo timbro d’approvazione a fatti compiuti. Il ruolo di colegislatore del Parlamento europeo, negli ambiti ad esso attribuiti dai trattati, non deve essere compromesso. Invece assistiamo a tentativi in tal senso con riguardo a vari settori e materie, come appunto la Legge sul Clima.  Sono certo che anche in questo caso – come per il QFP – possiamo trovare il modo di lavorare insieme nel rispetto delle rispettive prerogative, per un risultato migliore per l’Unione Europea.

 

Per quanto ci riguarda, il Parlamento si impegna ad arrivare ad un ambizioso pacchetto sul clima e l’energia prima dell’estate, con un sistema rafforzato di scambio di quote di emissioni e target più ambiziosi sulle energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Questo impegno è indissociabile dall’adozione di misure sociali di ampia portata: la transizione verde deve essere giusta e accompagnare i lavoratori e le lavoratrici in questo passaggio, con formazione, protezione e sostegno all’occupazione. A Porto abbiamo dato la nostra parola alle parti sociali e ai cittadini europei e dobbiamo agire per mantenerla.

 

Relazioni esterne / Russia

 

Sulla scena internazionale ora più che mai è necessaria una voce europea forte e comune. La democrazia non è incisa nella pietra. È fragile e se non la proteggiamo può sgretolarsi più velocemente di quanto osiamo immaginare. Assistiamo a un aumento della disinformazione, delle provocazioni dirette agli Stati membri e all’intera UE e alle strumentalizzazioni delle crisi da parte di regimi autoritari per mettere a tacere le voci critiche o limitare le libertà dei media. In questo contesto mutevole, l’UE deve ridefinire e rafforzare il suo ruolo sulla scena mondiale. Un attacco a uno Stato membro è un attacco a tutti. Infatti la sicurezza di uno è la sicurezza di tutti.

 

I fatti di ieri relativi all’atterraggio forzato a Minsk del volo Ryanair da Atene a Vilnius sono di una gravità inaudita. Il regime del presidente Lukashenko ha privato della libertà Roman Protasevich ed un’altra persona che lo accompagnava e ora si trovano detenuti a Minsk. Chiediamo l’immediato rilascio di entrambi senza condizioni e la possibilità per loro di lasciare il Paese. È senz’altro necessaria un’indagine internazionale per verificare se la sicurezza del trasporto aereo e dei passeggeri è stata messa a repentaglio da uno Stato sovrano e se siamo in presenza di una violazione della Convenzione di Chicago.

 

Ma la nostra risposta dev’essere forte, immediata e unitaria. L’Unione europea deve agire senza esitazioni e punire i responsabili. Stasera avete una grande responsabilità per dimostrare che l’Unione non è una tigre di carta. Per quanto riguarda le nostre relazioni con la Russia e la Cina, oppure l’allargamento o le politiche di vicinato, il Parlamento ha sempre affermato che i nostri interessi strategici vanno di pari passo con i nostri valori.

Risulta evidente che le ultime sanzioni della Russia non erano dirette soltanto contro la mia persona e quella della Vice Presidente Jourova ma anche contro le nostre rispettive istituzioni. Anziché intimidirci, questo ci incoraggia a non fermarci. La Russia rilasci Alexei Navalny.

 

NGEU / Risorse proprie

 

L’anno scorso ha dimostrato di cosa siamo capaci quando restiamo uniti. Abbiamo adottato un importante strumento per la ripresa.  Per la prima volta nella storia dell’Unione europea, cospicue risorse di bilancio finanziate da un prestito comune sono destinate agli Stati membri dell’UE. Vale la pena ricordare che stiamo parlando di un totale di 390 miliardi di euro in sovvenzioni per tre anni.

 

Adesso dobbiamo concentrarci sull’attuazione del dispositivo per la ripresa e la resilienza, che sarà decisivo nel sostenere la ripresa in Europa dopo il COVID-19. Esso offre opportunità uniche per migliorare il potenziale di crescita delle economie europee, promuovendo al contempo gli obiettivi dell’UE di migliorare l’equità economica e di ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici.

L’adozione della decisione sulle risorse proprie è necessaria per dare impulso alla nostra ripresa. Contiamo sui parlamenti e i governi nazionali per portare a termine quanto prima i processi di ratifica.

 

Certificato europeo COVID-19

 

Ci avviciniamo alla seconda estate dall’inizio della pandemia di COVID-19 e le persone desiderano una ben meritata pausa. Sfortunatamente il virus non va in vacanza. Per questo, i nostri cittadini guardano a noi per una soluzione che garantisca la protezione della loro salute ma anche la ripresa di una mobilità e di una vita normale.

 

Stiamo particolarmente soddisfatti per il lavoro svolto insieme al Consiglio sul Certificato Covid-19 per evitare un mosaico di soluzioni nazionali che avrebbe effetti dannosi per i cittadini, per il turismo e per la ripresa economica. Salutiamo il risultato del trilogo che ha portato ad un accordo provvisorio giovedì scorso.

 

Per il Parlamento, il certificato non può essere una condizione ostativa per la libera circolazione. Abbiamo inoltre indicato chiaramente che nessuno deve essere discriminato per le sue condizioni di salute o le scelte sanitarie e vogliamo che soltanto i dati necessari vi siano inclusi.

 

La vera svolta sarà rappresentata dalla rapidità della campagna vaccinale nell’Unione europea. Inoltre, data la situazione sanitaria attuale in molti paesi del mondo, è fondamentale pensare e agire al di là delle nostre frontiere. Per questo, come ho detto al Forum globale per la salute del G20, occorre che tutti seguano l’esempio dell’Unione europea esportando i vaccini e donando le dosi in sovrannumero ai Paesi a basso e medio reddito.

 

Ma non basta. Occorre impegnarsi per potenziare la produzione in questi Paesi e, nel medio periodo, consentire la condivisione obbligatoria delle licenze per questo fine – utilizzando le flessibilità già consentite all’interno degli accordi TRIPs in sede di OMC.

 

Saluto la proposta complessiva di azione della Commissione in seno all’OMC, una proposta coraggiosa che sosteniamo e che pone l’Unione insieme agli Stati Uniti all’ avanguardia dell’azione globale multilaterale in questa crisi.

 

Crediamo anche che sia giusto esplorare tutte le opzioni che possono consentire la vaccinazione della popolazione mondiale in breve tempo, incluse opzioni di sospensione dei brevetti, se contribuiscono a questo fine.

 

Immigrazione

 

Signore e signori,

 

so che oggi non parlerete di immigrazione, ma credo che l’anno che abbiamo alle spalle – in cui siamo stati insieme capaci di scelte coraggiose e inedite – ci ponga davanti alla responsabilità di fare scelte altrettanto coraggiose.

 

Una grande potenza come l’Unione Europea può presentarsi come attore globale solo se mostra di essere capace di gestire unita un fenomeno strutturale come quello della mobilità umana.

 

Anche in questi giorni assistiamo invece a naufragi di carrette del mare nel Mediterraneo, a persone disperate che arrivano a nuoto sulle coste spagnole, a tante tragedie umane che si consumano nel cammino attraverso i Balcani o sulle alpi italiane e francesi.

Siamo davvero sicuri che questa sia la nostra carta di identità? Che questa assenza di concertazione sia all’altezza della nostra storia?

 

Io credo di no e penso che sia necessario insieme agire su tre versanti.

 

Primo, salvare vite umane. Questo è un obbligo giuridico e morale e non possiamo lasciare questa responsabilità solo alle ONG che svolgono una funzione di supplenza nel Mediterraneo. Dobbiamo tornare a pensare a una grande operazione comune dell’Unione Europea nel Mediterraneo che salvi vite e tolga terreno ai trafficanti. Occorre un meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare, che utilizzi le competenze di tutti gli attori coinvolti, dagli Stati membri alla società civile alle agenzie europee.

 

Secondo, le persone bisognose di protezione devono poter arrivare nell’Unione Europea in modo sicuro e non rischiando la vita. Abbiamo bisogno di canali umanitari da definire insieme all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e di un sistema europeo di reinsediamento fondato sulla nostra responsabilità comune. Stiamo parlando di persone che possono dare un contributo importante anche alla ripresa delle nostre società colpite dalla pandemia e dal calo demografico, grazie al loro lavoro e alle loro competenze.

 

E infine, quindi, abbiamo bisogno di una politica europea di accoglienza degli immigrati. Il Parlamento europeo ha adottato proprio la scorsa settimana la sua risoluzione in materia. Definiamo insieme i criteri di un permesso unico di ingresso e di soggiorno e valutiamo a livello nazionale le necessità dei nostri mercati del lavoro, che sono grandi – lo abbiamo visto durante la pandemia quando interi settori economici si sono fermati per l’assenza di lavoratori immigrati. Saremo all’altezza della ripresa se sapremo aprire le porte a una immigrazione regolata e necessaria per il futuro delle nostre società e dei nostri sistemi di protezione sociale.

 

Signore e signori,

 

Non è sufficiente limitarsi a chiedere di essere più vicini ai cittadini negli interventi durante la Giornata dell’Europa. Tale principio deve guidare ogni nostra singola azione ed essere al centro di tutte le nostre discussioni, anche quelle che avranno luogo quest’oggi.

Il revenge porn: considerazioni socio pedagogiche

Secondo una ricerca condotta da ‘Women for Security’, la community fondata da Cinzia Ercolano (CEO di Astrea e membro dell’Advisory Board dell’associazione) che raggruppa le donne italiane che si occupano professionalmente della sicurezza informatica, pubblicata il 19 marzo 2021 dall’Agenzia ANSA – rubrica tecnologia – internet & social, il 90% degli italiani conosce il fenomeno del Revenge Porn, l’88% sa che si tratta di un reato penalmente rilevante, mente il 75% ritiene che lo strumento principale per contrastarlo sia la denuncia all’autorità giudiziaria.

Cos’è il Revenge Porn? Letteralmente significa “pornovendetta”, secondo la definizione dell’Accademia della Crusca, ma più estensivamente consiste in una locuzione che comprende comportamenti tendenti all’utilizzo diffusivo di immagini o video a contenuto pornografico in danno di una o più persone non consenzienti, carpite nell’intimità o estrapolate da rapporti sessuali consensuali, fino ad includere il sexting, ovvero l’invio a terzi di auto-riprese a contenuto intimo da parte della vittima stessa che le consegna spontaneamente o a cui vengono carpite o usate a sua insaputa. Inoltre, riguarda anche la messa in rete di momenti di intimità personale del danneggiato, realizzate ad es. nei bagni pubblici attraverso webcam o riprese occultate, intrusione nel cloud personale). Il fenomeno è stato solo recentemente codificato e integrato nel codice penale come reato, in relazione speculare alla crescita esponenziale e massiva delle nuove tecnologie specialmente tra gli adolescenti, esiste una vasta letteratura di considerazione e di approfondimento della materia,  che discende dalla molteplicità dei casi segnalati e di cui sempre più spesso la cronaca e la saggistica si sono occupate.

Una legislazione mirata è stata finora adottata da alcuni Paesi: Australia, Canada, Filippine, Giappone, Malta, Israele, Regno Unito, Spagna e in 45 Stati degli USA, nonostante il fenomeno abbia rilevanza mondiale, come inevitabilmente accade in una società interconnessa e globalizzata.

In Italia il Revenge Porn è stato studiato come fenomeno specifico, peculiare e stigmatizzato come azione penalmente rilevante a motivo della “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” e come tale incluso con un emendamento della deputata Federica Zanella – presidente del Corecom Lombardia – nella legge 19 luglio 2019, n. 69 (entrata in vigore il 9 agosto succ.vo) meglio conosciuta come “Codice rosso”, che introduce nuove disposizioni per la tutela contro la violenza domestica e di genere.

La norma inglobata nella legge citata prevede sanzioni nei cfr. di questo fenomeno, stabilendo all’art. 10 che “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro danno.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale”.

Vanno dunque considerati alcuni aspetti caratterizzanti il reato del Revenge Porn: l’uso deliberatamente strumentale di immagini o video a carattere sessuale nei confronti di una persona inconsapevole che diventa quindi vittima dell’azione diffusiva ma anche il dolo di chi riceve questo materiale pur conoscendone la provenienza illecita e quindi esprime la consapevolezza di recare un danno alla parte offesa. Il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto una pagina web dedicata al Revenge Porn e alla pornografia non consensuale, con indicazioni, suggerimenti, riferimenti per la difesa personale.

Se la tutela giuridica interviene a livello sanzionatorio, a livello preventivo l’informazione mediante i canali istituzionali, la stampa, la TV, ma in primis attraverso il controllo genitoriale-parentale e l’azione educativa della scuola, è un efficace strumento per mettere in guardia dalla molteplicità delle situazioni che possono generare situazioni riconducibili a tale fattispecie.

Occorre peraltro considerare che i soggetti a rischio sono i più deboli: le donne e i minori in primis a motivo della vulnerabilità della loro privacy. Molto spesso la cronaca ci riferisce di azioni criminose che si esprimono sotto forma di violenza fisica. Il Revenge Porn può essere un’aggravante che integra la fattispecie di abuso, poiché lo utilizza in modo abietto e strumentale sotto forma di violenza simbolica che reca un danno incommensurabile alla vittima fino a distruggerne o annientarne l’identità personale nella sua unicità irripetibile sotto il profilo psichico, fisico, affettivo e di sentimento, per tutta la vita.

Lo studio dei casi e l’approfondimento antropologico, sociale e culturale consentono dunque di giungere ad una “tipizzazione” del reato per identificare e stigmatizzare i comportamenti illeciti che lo originano: tuttavia va rilevato come in un contesto dove l’uso delle tecnologie ha un’incidenza diffusiva, totalizzante e pervasiva, il Revenge Porn si inserisce in un ambito di comportamenti criminali che comprende altre azioni ad esso propedeutiche: il cyberbullismo, la violenza di genere, l’abuso sui minori, lo stupro, lo stalking, le minacce, il sexting, l’adescamento, la frequentazione di siti pedopornografici, la violazione dei dati e delle immagini private, fino ad esserne una conseguenza e fino al punto di indurre stati d’animo autodistruttivi nella vittima, esposta alla gogna mediatica del totale annullamento della privacy.

La stretta interconnessione con la sofisticata e intrusiva evoluzione tecnologica e i processi di digitalizzazione in atto dovrebbero indurre decisori politici, autorità, educatori e genitori a più di una riflessione: verso quale modello sociale ci stiamo (inconsapevolmente) dirigendo? Quali sono i valori che sottendono la formazione, l’educazione e i comportamenti dell’individuo? Quali limiti bisogna porre al dilagare incontrollato di programmi, filmati, video, immagini a cui gli strumenti informatici ormai alla portata di tutti ci consentono di accedere?

Viviamo una situazione di sovraesposizione al rischio poiché l’utilizzo strumentale e illecito delle tecnologie sfugge al controllo emotivo e razionale: nella vita domestica, nei gruppi dei pari, nel mondo degli adolescenti, nella prevalente concezione predatoria della donna considerata oggetto di cui liberamente disporre, il buco nero del web, l’accesso facile a tutto ciò che è liberamente disponibile creano un gap tra pensiero critico, coscienza e controllo emotivo da un lato e azioni irresponsabili dall’altro spesso sostenute da alcuna valutazione delle conseguenza, senso di impunità, azzardo impulsivo senza freni inibitori. Il fenomeno è particolarmente allarmante ma crescente e diffuso nel mondo degli adolescenti che caricano-scaricano immagini a sfondo sessuale e pornografico, anche personale o del proprio partner e le diffondono in rete sui profili social o utilizzando canali accessibili programmati.

Il danno di queste azioni è incalcolabile, le conseguenze spesso irreversibili, lo stile comportamentale e di vita esponenzialmente compromesso: l’adultizzazione precoce e la disponibilità di dotazioni strumentali sempre più sofisticate abbassano l’età di accesso e il livello di guardia.

La crisi della famiglia e della scuola passano anche attraverso i vissuti emotivi reconditi, come in una sorta di dualismo parallelo tra la legittimazione sociale dell’azione educativa e il mondo sommerso e imperscrutabile delle azioni nascoste.

Il fenomeno è palpabile e non va sottovalutato, altrimenti i processi formativi consapevoli e mirati alla crescita intellettiva e morale delle giovani generazioni rischiano di essere vanificati dal radicarsi di comportamenti devianti e sovraesposti ai limiti della stessa legalità.

Più volte, da più parti, si è sottolineata la necessità di una educazione sentimentale che origini da una solida consapevolezza dei ruoli genitoriali e formativi della scuola, recuperando i concetti di responsabilità, autorità e autorevolezza.

La pirateria informatica, la disinvoltura con cui gli hacker attaccano persino i siti della Giustizia e delle istituzioni, l’esistenza di una malavita che crea vere e proprie organizzazioni criminali finalizzate all’uso illecito dei dati personali, la sovraesposizione mediatica e l’intrusività dei singoli, affetti da patologie mentali o da scopi predatori ma spesso ammantati da un perbenismo di facciata che li rende insospettabili, creano un contesto estremamente problematico e pericoloso, capace di gestire il business dei reati a sfondo sessuale per via informatica, ivi compreso il Revenge Porn, tra tutti uno dei più odiosi perché spietato e vendicativo, un vero killer di vittime inconsapevoli.

Dietro la crisi del mestiere di Sindaco

A forza di mettere l’accento sull’investitura popolare dei Primi cittadini si è arrivati a deprimere la democrazia locale

 

L’osservazione di Stefano De Martis (v. “La Repubblica di tutti. Ridare rispetto e valore al mestiere di sindaco” – Avvenire, 23 maggio 2021) sul logoramento della figura del sindaco a elezione diretta punta il dito sull’effetto distorsivo dell’analoga elezione, disciplinata legislativamente dopo qualche anno, dei Presidenti di Regione.

 

La tesi ha un suo fondamento perché individua nel regionalismo, specie dopo l’onda lunga della cosiddetta devolution, una tendenza di antica radice a invadere e comprimere l’autonomia dei Comuni.

 

C’è tuttavia da riconoscere che la prassi, dal 1993 ad oggi, ha consolidato nei Comuni la spinta a trasformare l’investitura popolare in mandato senza contrappesi, conferendo ai Primi cittadini l’aureola di nuovi Podestà.

 

Anche se la legge prevede che i Consigli comunali conservino importanti competenze, il loro indebolimento è sotto gli occhi della pubblica opinione.

 

La democrazia locale ha perso in fretta il suo carattere di labotatorio dell’innovazione. Invece di rilanciare la partecipazione, il sistema elettorale incentrato sul ruolo del Sindaco l’ha depressa.

 

È difficile trovare persone, specie se professionalmente qualificate, che sentano lo stimolo di candidarsi a far parte delle assemblee elettive. Piuttosto che misurarsi con l’elettorato per entrare in Consiglio comunale, in tanti preferiscono attendere la vittoria del “proprio” Sindaco  per essere cooptati in Giunta.

 

In questo modo la politica di deteriora nel gioco di specchi di un confronto che appare più che mai rivolto alla nuda verifica dei rapporti di forza. Dopodiché il vincitore si sente autorizzato a brandire l’arma del consenso ricevuto, sicché finisce che il rapporto con le opposizioni si disarticoli nella episodica logica delle convenienze.

 

Da ciò deriva, in ultima istanza, il senso di immiserimento della vita democratica locale. Ora, quanto più si personalizza la lotta politica, passando per l’esaltazione del potere monocratico, tanto più si rende povera la comprensione del valore insostituibile del pluralismo, come dovrebbe pienamente esprimersi nelle Aule consiliari.

 

Se il mestiere di Sindaco non è più così attrattivo è anche perché qualcosa si è rotto nell’ingranaggio di un sistema che dovrebbe anzitutto “dare voce” alle diverse parti in gioco, sempre possibilmente con la premura di orientare il conflitto in direzione di un comune sentire per il bene della comunità locale.

Partiti tra propaganda e cultura di governo

 

La dialettica esasperata tra i partiti di maggioranza tende fatalmente a indebolire Draghi. Letta ne è consapevole?

Ormai è diventato quasi un classico. Quotidianamente Letta attacca Salvini e, come da copione, Salvini replica a Letta. Ovviamente la politica centra poco, se non nulla, in questa contesa finta e virtuale. È solo e soltanto una polemica tesa a risalire nei sondaggi da un lato – che, però, puniscono entrambi i contendenti, almeno sino ad oggi – e per atteggiarsi a leader alternativi dei rispettivi campi in vista delle prossime elezioni politiche generali. Che, malgrado il Pd non le voglia mai, prima o poi ci saranno.

Ora, però, si tratta di capire se queste forze coltivano realmente la volontà di aiutare, supportare e rafforzare l’azione del Governo Draghi nei prossimi mesi o se, al contrario, hanno come unico ed esclusivo obiettivo quello di continuare a piantare le rispettive bandierine identitarie. Al riguardo, il caso del Pd di Letta è persin tropp plateale. Di norma ogni settimana ne pianta una. A prescindere, come ovvio, dalla reale ricaduta politica di tale slogan.

È una strategia che rientra nella riaffermazione identitaria del proprio partito per far capire ai potenziali elettori che il Pd è autenticamente un “partito di sinistra”. Al contempo, è persin inutile ricordare che tutto ciò non centra assolutamente nulla con una possibile ricaduta politica e legislativa di tali slogan nell’attuale legislatura. Perchè l’obiettivo, come ormai tutti tutti sanno, non è affatto quello. L’obiettivo, semmai, è postumo. Guarda solo alle prossime elezioni. A cominciare da quelle amministrative di ottobre.

E allora, quindi, la domanda è una sola. Ovvero, tutto ciò aiuta il governo Draghi o lo ostacola? Ad occhio, come ormai quasi tutti i commentatori rilevano – tranne quelli che sono funzionali alle strategie di partito del Pd – si tratta di un progetto che deliberatamente finisce per creare guai all’esecutivo. Non a caso, Letta continua a sostenere che la Lega va cacciata dal Governo. Ma, al di là dei piani del Nazareno, è persin ovvio arrivare alla conclusione che l’obiettivo del Pd esula dalla salute del Governo Draghi e pensa esclusivamente alle fortune elettorali della maggioranza giallo/rossa che scenderà in campo alle prossime consultazioni.

Sull’altro versante persiste la strategia della Lega di Salvini che fa della propaganda e della esaltazione della propria identità la propria ragion d’essere nella politica italiana. Da sempre, però, e non solo con l’arrivo del Governo Draghi. Con alcune proposte anche interessanti e da non sottovalutare, però, come il referendum sulla giustizia. Un tema che, come credo tutti sanno, difficilmente può essere oggetto di una riforma complessiva con questo Governo per la troppa disomogeneità politica ed ideologica dei vari soggetti in campo.

Ecco perchè, infine, si tratta anche di capire – quando si parla della durata e dell’efficacia del Governo Draghi – se nelle prossime settimane e nei prossimi prevarrà la sola propaganda da parte di alcuni partiti con inevitabili ricadute negative per l’esecutivo o se, al contrario, trionferà il senso di responsabilità e l’invito ripetuto del Capo dello Stato a privilegiare gli interessi del paese a scapito di quelli di partito. Saranno solo i fatti a dircelo e non gli ormai noiosi e logori comunicati stampa vergati ogni sera dai rispettivi uffici stampa.

Deepfake, il lato oscuro dell’Intelligenza artificiale

Lalterazione dello spazio/tempo è stato il primo passo, ora è la volta dellalterazione del criterio di verità e della manipolazione della realtà. Il testo, qui riportato in stralcio, è stato pubblicato in chronopolis.it.

La storia del pensiero e della filosofia, che ne è indubbiamente la più alta espressione, ruota da sempre intorno a una relazione fondamentale: il rapporto fra Soggetto e Oggetto. Il Soggetto è in grado di conoscere effettivamente l’Oggetto? A questa domanda cruciale, su cui si fonda la gnoseologia, hanno tentato di rispondere schiere di filosofi e di epistemologi. La risposta è incerta: Sì, No, Ni. Le scuole di pensiero si sono divise. Un aspetto, tuttavia, metteva d’accordo un po’ tutti: il principio di realtà. “Ciò che è reale è razionale”, proclamava Hegel. Questa affermazione, prima ancora di definire la razionalità, si porta appresso, però, un’altra domanda: cos’è reale? Difficile rispondere, soprattutto in questa epoca, segnata dall’avvento dell’ICT, della cibernetica e dell’Intelligenza artificiale. Tecnologie sempre più sofisticate che hanno alterato la dimensione spazio/temporale, creando il “tempo reale”, ossia la possibilità d’interagire anche a migliaia di chilometri di distanza come se si stesse nello stesso luogo, anzi a pochi centimetri di distanza. Poi, c’è stato un ulteriore salto di qualità nella manipolazione della realtà a opera, proprio, dell’intelligenza artificiale: l’invenzione del “deep fake”. Niente a che vedere con il “falsificazionismo” popperiano, che si propone di falsificare per verificare. Al contrario, l’obiettivo del deep fake è usare il verosimile per accreditare la falsità.

 

Fenomeno recentissimo quello del deepfake, così recente che prima di sapere cosa fosse, già ne siamo stati probabilmente colpiti. Vi è capitato di visionare video di attori, politici, personaggi famosi che fanno o dicono cose incredibili? Avete visto Obama dire le parolacce peggiori o rapper cantare Shakespeare? Il Papa parlare di sesso? Allora, siete caduti nella trappola del deep fake, una tecnologia che utilizza una forma d’intelligenza artificiale denominata deep learning per creare video di eventi falsi. La maggior parte di questi filmati ha carattere pornografico – recentemente il garante sulla Privacy è intervenuto su un app che spoglia nude minorenni –  ma c’è anche una grossa parte dedicata ai politici e alle loro dichiarazioni rigorosamente false.

I falsi, possono anche essere solamente audio. Il deep fake non è solo un  modo escogitato da truffatori o produttori di cinema porno, sta diventando invece una prassi diffusa e consolidata. Infatti, anche i Governi, tramite gli apparati d’intelligence, stanno iniziando a usarlo, ad esempio per far circolare falsi video di organizzazioni terroristiche, che reclutano in Rete, per screditarne vertici e messaggi. Ma il rischio più insidioso è un atro: la creazione di società  zero-trust, nelle quali le persone dubitino di tutto, persino di quello che vedono con i propri occhi e della propria facoltà cognitiva. La distinzione fra reale e irreale si scolora e si appanna, così. Di conseguenza, decade l’interesse a scoprire se una cosa sia vera o falsa per il solo fatto che possa essere manipolata e rappresentata come verosimile. Basti pensare agli effetti del deepfake sulle intercettazioni audio ambientali, che diventerebbero praticamente inutilizzabili. Si creerebbe un realtà plausibile, ma la cui veridicità rimarrebbe sempre dubbia. Vero e plausibile si confonderebbero del tutto, dunque, determinando disorientamento nelle persone e perdita di fiducia nelle istituzioni.

In altre parole, il Soggetto non sarebbe più in grado di distinguere le proprie percezioni/sensazioni dalle cose effettivamente reali, ossia dall’Oggetto esterno alla propria mente. Le funzioni cognitive, pertanto, ne risulterebbero compromesse. Che ne sarebbe, ad esempio, dell’opinione pubblica? Già interpolata e plasmata dal sistema dei media, diverrebbe totalmente schizofrenica. A cascata, quale destino toccherebbe alla volontà e alla sovranità popolari, ossia alla democrazia?

I computer ci hanno permesso di snellire il lavoro, migliorando il modo di produrre e sfruttando al meglio le nostre abilità. Il possibile scenario offerto oggi dall’intelligenza artificiale ci sembra più che mai tendenzialmente illimitato. Se da un lato persiste un profondo desiderio di progresso, non manca il timore che tutta questa tecnologia possa sfuggire dalle nostre mani. Potrebbe accadere con il fenomeno deepfake, ovvero la tecnica che combina un’immagine reale a un video preesistente con un effetto profondamente realistico capace anche di alterare la realtà a livello politico. Come costruire un futuro che abbia a che fare con l’intelligenza artificiale e che allo stesso tempo risulti sicuro? Come gestire l’intelligenza artificiale per progettare un domani migliore che non rappresenti una minaccia? Queste le nuove urgenti e indilazionabili domande che ci interrogano sul da farsi.

 

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http://www.chronopolis.it/deepfake-il-volto-oscuro-dellera-digitale/

Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco.

L’introduzione al libro, recentemente edito da “Il Mulino”, consente di istituire una immediata correlazione tra le sorgenti del pensiero cristiano democratico, la forza propulsiva del messaggio di Papa Francesco e la prospettiva di un nuovo popolarismo. L’autore è fondatore e presidente dell’Associazione “Agire politicamente”.

 

 

«Viviamo in un’epoca di transizione»: l’affermazione, ripetuta già da alcuni decenni in diverse sedi e da più parti, può essere intesa in vari modi ma prevalentemente sta a indicare che, mentre si è chiusa una lunga e definita stagione, non ancora se ne è aperta un’altra. Sicché, saremmo in un momento di passaggio, di transitus, consapevoli della provenienza e incerti sulla destinazione.

 

Già negli anni Sessanta del secolo scorso, la letteratura sociologica prima, e filosofica poi, ha cercato di dare un nome a questa fase transitiva. Così, ad esempio, si è parlato di “società postindustriale” e di “condizione postmoderna”, termini nei quali il prefisso “post” indica, certo, una successione temporale ma anche una discontinuità e una distanza. Ma, soprattutto, rivela il disagio di definire autonomamente la nuova epoca che, perciò, viene nominata in relazione alla precedente. Inoltre, va rilevato che questa classificazione risponde al tentativo (o tentazione?) di dare alla storia una definita periodizzazione. Così, dovremmo ritenere che, finita la transizione, inizierà una nuova epoca. Ma, a parte il dibattito in corso anche in sede politica se questo passaggio sia finito o no, il rischio di una tale impostazione è di considerare questa fase transitiva come un periodo secondario, intermedio, riferito alla stagione passata o preludio di una stagione futura, mentre si tratta di assumerne i caratteri propri come opportunità storiche irripetibili, toccate in sorte alle nostre generazioni, come segni del nostro tempo. Perciò, è qui proposta la transizione come fattore formale del cambiamento, capace di evocare le figure mutevoli della vita e la scena passeggera del mondo.

 

La transizione indica la provvisorietà e la precaria condizione degli assetti sociali, l’incompiutezza della fatica umana, il non appagamento per i “detti” e i “fatti” ma, soprattutto, è memoria del limite nel quale nasce e si svolge la vicenda umana: «Oggi non viviamo soltanto un’epoca di cambiamenti ma un vero e proprio cambiamento d’epoca, segnalato da una complessiva crisi antropologica e “socio-ambientale”».

 

Pur indicando, prevalentemente, la dimensione diacronica dei fatti e consegnandoci una visione episodica e frammentaria del tempo, la transizione non è una categoria (solo) temporale ma (anche) culturale. Perciò, investe la tavola dei valori e i sistemi di significato, dei quali tende a scardinare la certezza ultimativa. Ma aggredisce anche le identità definite, le strutture stabilite, i progetti che promettono di durare. Accorcia le appartenenze e le memorie, mentre dilata le incertezze e le attese.

 

Pertanto, la transizione può costituire un paradigma culturale al quale ricondurre tutto l’agire umano, accogliendo la suggestione del transitivo. E la politica, che è la più fragile delle attività umane, può assumere la transizione come dispositivo abituale del proprio agire, riconoscendo la natura necessaria, eppure circoscritta, delle sue azioni, adottando il limite come misura del possibile e sofferenza per l’impossibile.

 

Mediare l’impossibile verso il possibile, la totalità dell’intenzione nella parzialità dell’azione, l’assoluto del desiderio nel relativo dei bisogni, costituisce la virtù politica del cattolicesimo democratico, movimento che, dalla verità cristiana dell’incarnazione, desume il modello di declinazione della fede nella storia, della verità divina nelle cose umane, dell’assoluto dei valori nel relativo dei fatti.

 

Così, la relatività, condizione finita píù che definita del pensare e dell’agire, rappresenta la dotazione potenziale di opportunità della politica. E la laicità non è che consapevolezza e responsabilità del relativo che segna la vicenda umana e l’apre a una più alta speranza.

 

Anche le pagine che seguono sono poste sotto il segno del relativo, proprio del sapere problematico, e del limite, come soglia di consapevole ulteríorità del pensiero. Nel 2014, con il titolo Democratici perché cattolici, ho pubblicato un libro sul cattolicesimo democratico come “cultura della mediazione”. Qui ho ripreso quei testi per rielaborarli nel confronto con le inedite parole della fede, germi di un mondo nuovo, che Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco, con assidua premura pastorale, eleva sull’attuale inquieta stagione dell’umanità, in continuità progressiva, di pensiero e di vita, dagli inizi della sua professione religiosa fino ad oggi.

 

L’intento è di stabilire una correlazione tra l’attitudine moderna del cattolicesimo democratico e l’antropologia teologica di papa Francesco, interprete critico ma cordiale della modernità; di rilevare la trama dottrinale sottesa al suo ministero sociale e proporne un’iniziale declinazione politica, verificando l’ipotesi che, come per il cattolicesimo democratico, la mediazione, così, per Bergoglio, la dialettica compositiva delle opposizioni polari, costituiscano la “ragione ermeneutica”, congiuntiva e risolutiva delle contraddizioni che abitano la realtà e alimentano la “tensione politica” del mondo.

 

Sono anche le categorie di elaborazione del “nuovo popolarismo”, che íl libro propone, come comprensione politica del cristianesimo popolare e tracciato di un nuovo umanesimo politico, ispirato alla Teologia del popolo, cara a papa Francesco.

Il maestro, il professore e il fedele allievo. La formazione di Luigi Sturzo.

Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo che Giovanni Palladino ha scritto per la sua Newsletter (n. 556 – 22 maggio 2021). Il testo ha il merito di rinverdire l’immagine di un giovane Sturzo alla ricerca di soluzione nuove, specialmente nel campo dell’economia. Sembra tuttavia che l’autore individui nel pensiero del prete calatino la vocazione alla ricerca della pace sociale, a tutti i costi, quando viceversa l’apporto sturziano agli studi sociologici e al dibattito politico dei cattolici non ha mancato di valorizzare il significato e il valore del conflitto come mezzo, seppur armonizzato entro una cornice di solidarietà civile, per l’affermazione di una società più dinamica e tendenzialmente più giusta.

 

Don Sturzo ebbe la fortuna di avere un grande Maestro, Gesù, e un grande Professore, Giuseppe Toniolo. Gesù diede al sacerdote di Caltagirone una straordinaria forza morale e spirituale. Toniolo – durante le sue lezioni alla Università Gregoriana di Roma – gli diede le basi per acquisire una straordinaria lucidità economica e politica nell’affrontare i problemi della società. Pochi sanno che il vero padre della famosa Enciclica “Rerum novarum” fu il Prof. Toniolo, oggi Beato. Egli formò il suo pensiero in una delle regioni più povere d’Italia: il Veneto. Ed ebbe la fortuna di assistere allo sviluppo del nascente fenomeno cooperativo tra le vigne e le latterie nell’area di Treviso e di Castelfranco Veneto, la famosa “marca trevigiana”.

Come mai verso la metà del 19° secolo il Veneto – primo fra le regioni italiane – iniziò a utilizzare questo nuovo sistema produttivo? Aveva la fortuna di essere situato vicino all’Austria, dove i cattolici locali inventarono il sistema delle Casse Rurali e delle Imprese Cooperative, un sistema tipicamente cristiano, che favoriva la pace sociale e lo spirito di solidarietà. Molti cattolici veneti seguirono l’esempio dei cattolici austriaci. Toniolo, nel toccare con mano la validità di questa nuova cultura produttiva e solidale, ne rimase talmente affascinato che decise di parlarne con Leone XIII, essendo divenuto nel frattempo suo consulente economico. Il Papa capì che la soluzione migliore per opporsi al nascente marxismo e per eliminare l’ingiustizia sociale era la stretta alleanza tra capitale e lavoro, fornita appunto dalla formula delle cooperative.

 

Don Sturzo fu subito “infiammato” da questa soluzione e ne divenne il più convinto e concreto promotore, dapprima a Caltagirone e in Sicilia, poi a livello nazionale. Decenni dopo egli era solito dire: devo tutto al Vangelo e alla “Rerum novarum”. E nel famoso Appello ai liberi e forti del 1919 egli mise in risalto l’importanza dell’iniziativa privata in un clima di grande collaborazione tra le classi sociali. Bisognava incentivare e responsabilizzare gli uomini forti, capaci di iniziativa e “corazzati” dalle verità evangeliche, per rafforzare i deboli. Portare l’uomo da persona sfruttata a persona creativa e responsabile nella società.

Da sempre la società era divisa tra una minoranza di privilegiati che se la godevano e una maggioranza di uomini utili al sistema economico solo per sfruttare la forza del loro muscolo del braccio; una forza molto debole, purtroppo, incapace di produrre uno sviluppo economico-sociale diffuso.

 

Con la “Rerum novarum” la Chiesa si ribellò a questa realtà secolare, opponendosi alla falsa soluzione proposta da Marx. Tutte le Encicliche Sociali successive hanno sempre confermato l’impostazione originale data da Leone XIII e la sua validità, avendo le sue radici ben piantate nelle verità del Cristianesimo. Il Papa scrisse: “La concordia sociale fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto fra capitale e lavoro non può che creare confusione e barbarie. A pacificare il conflitto, anzi a svellerne le stesse radici, il Cristianesimo ha dovizia di forza meravigliosa”. Una forza di cui innanzitutto la Chiesa doveva essere orgogliosa, una forza mai usata nei secoli precedenti per l’evidente ambiente storico sfavorevole (guerre continue e necessità dell’uso quasi esclusivo del “braccio”).

 

 

 

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https://www.servirelitalia.it/flash/flash556.pdf

Quell’accorata Lettera di Dante ai cardinali

La ricostruzione storica e politica di quel gesto in un libro di Gian Luca Potestà. Il Poeta scrive ai Cardinali per invocare un cambiamento di rotta nella Chiesa dopo l’abbandono di Roma e la conseguente “cattività avignonese”. Il testo qui pubblicato rappresenta un ampio stralcio di quello che trova ospitalità oggi sull’Ossevatore Romano.

 

A proposito dei fedeli, il canone 212 del Codice di diritto canonico, che è ripreso anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica, recita: «In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona». Oltre sette secoli fa, a esercitare questo diritto-dovere in maniera particolarmente appassionata fu un fedele laico al quale non facevano certo difetto scienza, competenza e prestigio: il suo nome era Dante Alighieri. Ma andiamo con ordine.

 

Dopo la morte di Clemente V , avvenuta il 20 aprile del 1314, viene convocato il conclave che dovrà eleggere il suo successore. I cardinali, divisi in tre fazioni irriducibili — il gruppo guascone, quello francese e quello italiano, nessuno in grado, da solo, di raggiungere la maggioranza dei due terzi — si riuniscono nella cittadina provenzale di Carpentras. Non va dimenticato che Clemente V — il guascone Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux — era stato eletto nel 1305 dal conclave di Perugia, protrattosi per undici mesi, e che proprio lui aveva deciso di rimanere in terra francese, dando così inizio a un periodo che agli occhi di Dante si sta rivelando oltremodo nefasto. Infatti, la scelta di restare in Francia aveva determinato una crisi drammatica per la Chiesa tutta e per il Papato, che aveva abbandonato Roma, sua sede naturale.

 

È questa la situazione che, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del 1314, spinge Dante a scrivere un’accorata lettera ai cardinali italiani. A tale famoso documento ha di recente dedicato un ottimo libro Gian Luca Potestà, docente di Storia del cristianesimo all’Università Cattolica di Milano (Dante in conclave. La Lettera ai cardinali, Milano, Vita e Pensiero, 2021, pagine 230, euro 23): in esso l’autore ricostruisce con grande precisione il contesto storico in cui si colloca lo scritto dantesco, propone un’attentissima analisi filologica della missiva e ne coglie il significato più autentico, inquadrandola all’interno della straordinaria vicenda religiosa e letteraria dell’Alighieri. Come sottolinea Potestà, «al centro della Lettera sta la Chiesa romana. Abbandonata da Clemente V , rimasta sola quasi fosse una vedova, si lamenta della propria sorte e implora soccorso».

 

Tutto ciò è veicolato dalla scrittura di Dante, un fedele profondamente preoccupato che la situazione non si evolva in modo positivo e che presagisce e teme che anche il prossimo pontefice non sarà intenzionato a lasciare la Francia per fare finalmente ritorno nella città eterna. Ora Clemente V è morto, ma il rischio che la situazione non migliori rimane altissimo e l’Alighieri non esita a considerare i cardinali riuniti per eleggere il nuovo pontefice i primi responsabili di ciò che accadrà.

 

Il conclave di Perugia si era concluso con un esito disastroso, quello di Carpentras avrebbe potuto non essere da meno: per questo motivo il sommo poeta avverte la necessità di rivolgersi ai porporati italiani, in particolare a Napoleone Orsini, affinché sia scongiurato il pericolo che la Chiesa debba subire un ulteriore affronto che non farebbe che aggravare la sua già triste condizione. Tuttavia, nonostante l’appassionata perorazione contenuta nella Lettera, il risultato non sarà quello sperato: all’unanimità i cardinali eleggeranno al soglio pontificio Jacques Duèse, che scelse il nome di Giovanni XXII e rese ben presto pubblica la scelta di stabilire la propria residenza ad Avignone e, dunque, di non tornare a Roma.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-114/quell-accorata-lettera-br-di-dante-ai-cardinali.html

Natalità e famiglia come interesse generale.

Attorno alla demografia, come evidenzia il testo pubblicato da “Il Mulino” e qui riportato in ampio stralcio, si concentra finalmente l’attenzione di larga parte della pubblica opinione. In effetti, natalità e famiglia sono questioni d’interesse generale per il Paese e gli Stati generali della Natalità possono rappresentare un punto si svolta per prendere collettivamente coscienza del grave stato delle cose.

Il 14 maggio scorso sono stati convocati a Roma gli Stati generali della Natalità alla presenza del presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, di tanti rappresentanti
delle istituzioni, della società civile e del mondo delle imprese, e persino di Papa Francesco ( qui il programma).
Nella Francia dell’ancien régime gli Stati generali venivano convocati molto raramente e solo quando incombeva un pericolo tanto grave per il Paese al punto da richiedere una
risposta corale di tutte le classi sociali. Il parallelo è evocativo: il nostro Paese ha certamente ignorato per troppo tempo il pericolo dell’inverno demografico e sta già
subendo pesantemente le conseguenze della denatalità. Ogni eventuale soluzione, se esiste, non potrà che venire da una risposta corale e unitaria del Paese.

La presenza del Papa, inoltre, sottolinea come, pur essendo l’Italia il malato grave, la malattia travalichi i confini del Paese e interessi sostanzialmente tutto l’Occidente (post)cristiano.
I dati della natalità in Italia sono certamente drammatici: nel 2020 sono nati 404.104 bambini, cioè 172.000 in meno rispetto al 2008 (un calo delle nascite del 30%). E questo
dato ancora non considera, se non in maniera del tutto marginale, l’impatto della pandemia sulle nascite che si preannunciano essere in ulteriore calo per il 2021. Le morti nel 2020 hanno invece avvicinato la quota di 750.000; con questi trend rischiamo di chiudere il 2021 con un rapporto di due morti per ogni nato.
Date queste premesse, gli scenari demografici che ci attendono dovrebbero far venire i brividi a tutte le persone minimamente interessate al futuro del Paese. Suggeriamo
l’esercizio (stentiamo a chiamarlo gioco) di prendere il simulatore di popolazione dell’Istituto demografico francese e vedere cosa succede alla popolazione italiana nei
prossimi 50-100 anni con questi dati. Naturalmente sono scenari che non tengono conto delle dinamiche migratorie e neppure di un eventuale ulteriore aumento dell’aspettativa di
vita, ma aiutano ad avere contezza dell’affermazione di Auguste Comte, secondo cui «la demografia è destino»! E il nostro destino assomiglia tanto a una malattia terminale.
Di fronte a questi dati ancora qualcuno – sempre più raramente a dire il vero – fa spallucce affermando che essi in fondo non siano affatto negativi, ma debbano essere visti
nella cornice più generale della demografia e dell’ecologia del pianeta. Rispondere adeguatamente a queste obiezioni ci porterebbe troppo lontano, ma ci basti solo elencare i
costi che già comporta l’inverno demografico per il Paese.

In linea teorica, una popolazione in contrazione implica una sfida finanziaria titanica per il sistema di Welfare di un Paese: ci sono spese di pensioni e di sanità sempre crescenti da caricare sulle spalle di una popolazione in età lavorativa che si va restringendo. E sulle stesse spalle vanno anche caricate le spese fisse che un Paese affronta per mantenere il territorio e tutte le sue infrastrutture: da quelle logistiche a quelle culturali. Anche la capacità di finanziare gli investimenti tramite il ricorso al debito pubblico diminuisce, perché i creditori anticipano che il rimborso del debito diventerà sempre più insostenibile se i futuri contribuenti saranno sempre di meno. La denatalità non colpisce solo l’economia pubblica ma impatta anche la dimensione privata della ricchezza. Si pensi ad esempio al
fatto che quando la maggior parte del risparmio di un Paese è investito negli immobili esso è fortemente esposto ai potenziali cali della domanda abitativa conseguenti a una
riduzione della popolazione. L’invecchiamento e la contrazione demografica comportano anche una riduzione della produttività del lavoro e del tasso di innovatività delle
imprese.

Insomma, un Paese con una popolazione che diminuisce rischia di avere un sistema di Welfare scricchiolante, un debito pubblico esplosivo e sempre a rischio default, una
mole di risparmio significativa che rischia di svanire come neve al sole (il valore quasi nullo degli immobili dei villaggi già interessati dallo spopolamento nelle zone interne del
Paese è l’anteprima di quello che ci aspetta su larga scala), una crescita economica stagnante e un basso tasso di innovazione. Un Paese vecchio e stanco, rancoroso e
senza alcuno sguardo sul futuro. Un Paese che arretra a vista d’occhio rispetto ai Paesi con i quali fino a pochi anni prima si poteva misurare da pari. A qualcuno suona familiare? Qualcuno ancora può contestare che il tema della natalità sia davvero un tema degno della convocazione degli Stati generali del Paese?

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https://www.rivistailmulino.it/a/natalit-e-famiglia-come-
interesse-generale-del-
paese?&amp;utm_source=newsletter&amp;utm_medium=email&amp;utm_
campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+17-
21+maggio+%5B7837%5D

I quattro limiti dei cattolici italiani

Nel centenario della nascita di Achille Ardigò (San Daniele del Friuli, 1° marzo 1921), tra le figure più brillanti del cattolicesimo intellettuale e politico del secondo Novecento, ripubblichiamo l’intervento che a meno di un anno dalla vittoria di Berlusconi – dunque nella fase di massima incertezza dei Popolari – apparve sul numero di gennaio 1995 della rivista “Il Margine”. L’analisi di Ardigò, densa di contenuti e suggestioni, fornisce ancora oggi motivi di approfondimento.

 

Io non chiedo alcuna auto-flagellazione ma affermo che non ci sarà speranza di uscire fuori dalla notte o dall’oscuro crepuscolo odierno se i cattolici più aperti avranno paura di fare un profondo esame di coscienza dei limiti culturali e delle insufficienze dimostrate nelle nostre prassi politiche recenti. Esame di coscienza che non esclude i meriti.

Quali limiti, quali insufficienze, da mettere a nudo per le opportune correzioni?

 

A mio avviso ve ne sono quattro:

 

  1. il riduzionismo dell’ingegneria costituzionale ed elettorale; la politica che si riduce alle riforme elettorali ed istituzionali. Credo che sia giunto il momento di fare un esame di coscienza delle troppe illusioni coltivate di ridurre la politica, di poter risolvere i maggiori problemi politici, soprattutto col riformismo dei referendum e delle riforme istituzionali;
  2. b) il moralismo come strumento di azione politica di prevalente denuncia. E’ un limite che può essere visto come l’altra faccia della meritoria politica contro Tangentopoli ma è limite in quanto non avverte le radici profonde, teologiche, del caos etico, del male, che hanno dimensioni non solo esterne, organizzatorie, ma interne a ciascuno;
  3. c) il politichese che scarta ogni attenzione diretta della politica agli interessi elementari della gente, specie di quella meno favorita, ma anche del ceto medio in declino economico, per ridurre tutta la politica al tema delle alleanze e della cucina parlamentare. La furbizia di Berlusconi con i suoi quasi quotidiani sondaggi di opinione è consistita ed è in ciò: nel contrapporre ai discorsi politici da addetti ai lavori la politica del superkaraoke. Dobbiamo collegare al crescente divario tra politichese e superkaraoke il fatto doloroso che moltitudini di giovani sono stati conquistati da Forza Italia, agli scenari del successo consumistico e mass mediale, non privo di razzismo, con il conseguente allontanamento della democrazia partecipata e dalle stesse battaglie ecologiche. Bisogna ripartire nella politica, dalla società civile che è anche la società degli interessi elementari diffusi (fiscalità, lavoro, istruzione e ricerca, pensioni, sanità, solidarietà, casa, famiglia, anche pensando che una politica per la famiglia e per la vita non può essere dissociata da un femminismo cattolico che oggi non ha chi lo coltivi);
  4. d) il limite dell’accontentarsi della testimonianza elitaria, della rassegnazione ad essere “eterni perdenti”, perchè non disponibili al rischio e alla sofferenza della seria imprenditorialità politica con personale ispirazione di fede, nel reale mondo degli interessi e dei valori. Gli amici relatori della bella tavola rotonda su “cristianesimo e democrazia” ci hanno messo in guardia, giovedì pomeriggio, specie rivisitando Bonhoeffer, nei confronti del vizio morale delle anime belle; e ciò fino al punto, per me arduo, di rivalutare il tema bonhoefferiano del “valore etico del successo”.

 

Chiudo con la speranza che il forum che ora inizia sia davvero l’inizio del necessario esame di coscienza per poi gettarsi verso un rinnovato impegno politico e sociale, lavorando in vista dell’alba.

Legislatura difficile ma che può diventare “costituente” per il futuro.

L’area di centro sarà quella più interessata ai processi di ristrutturazione del sistema politico italiano

 

Viviamo in una fase politica dove una cosa è certa: l’incertezza. Al di là dei giochi di parole, purtroppo è così. Del resto, abbiamo un Governo guidato dalla più prestigiosa personalità di cui oggi gode l’Italia, che deve però fare i conti con una maggioranza che non “ha una formula politica” per le motivazioni che tutti conosciamo. E un Governo con queste caratteristiche non può, comprensibilmente, sprigionare una maggioranza politica in vista delle prossime elezioni politiche generali. Ma è proprio in una fase come questa che le forze politiche, quelle che ci sono e quelle che nasceranno, hanno il dovere di pensare e costruire il futuro. E, sotto questo versante, le cose si stanno lentamente ma irreversibilmente muovendo.

 

Se nell’area della sinistra italiana l’alleanza tra il Partito democratico con il populismo e l’anti politica dei 5 stelle pare essere una prospettiva abbastanza consolidata – anche se l’alleanza con il partito di Grillo e quasi di Conte è saltata in quasi tutta Italia in vista delle amministrative di ottobre -, nel campo del centro destra l’equilibrio politico è ancora in fase di costruzione, al di là delle massiccia ascesa del partito della Meloni e della sostanziale tenuta della Lega. Ma è sul fronte del “centro” che il processo di costruzione politica è in piena evoluzione. Un luogo politico che richiede ancora di essere definito nella sua articolazione e soprattutto nella sua leadership.

 

Certo, non può essere, per fare un solo esempio, uno come Renzi a pensare di rappresentare quest’area decisiva per le sorti del sistema politico italiano. E questo per una gamma di motivi, a tutti noti, su cui non vale neanche di pena di soffermarsi. Ma se sulla leadership il nodo non è determinante, diventa decisivo invece il capitolo dell’offerta politica. E il futuro “centro” non potrà che essere plurale, cioè frutto e conseguenza di più apporti culturali e politici. E soprattutto un luogo politico che mette in discussione le tradizionali appartenenze – ovviamente riconducibili a questo campo – per dar vita ad un nuovo e rinnovato soggetto politico. O lista. E, non a caso, le avvisaglie già sono evidenti in alcune formazioni politiche riconducibili a questa cultura e a questo orizzonte programmatico. Centrista e riformista. Non un luogo identitario, quindi, nè puramente testimoniale che sarebbe la semplice negazione di qualsiasi ipotesi che punta ad una logica coalizionale.

 

Ecco perchè, nella fase finale di questa turbolenta e complicata legislatura, la riflessione non può che avvenire anche sul versante della definizione di un nuovo assetto che, soprattutto, dopo questa terribile e devastante pandemia, non può non avere anche una forte ricaduta sul terreno della politica e, di conseguenza, del governo. E, quasi sicuramente, sarà proprio l’area di centro quella che subirà la maggior ristrutturazione e il maggior cambiamento in vista delle elezioni. Perchè, per quanto risguarda il resto, il copione è già sin troppo noto per essere affrontato. Le novità principali non arriveranno da quelle parti ma da chi, dopo molto tempo, saprà recuperare un patrimonio culturale ed un progetto politico colpevolmente ed irresponsabilmente abbandonati per troppi anni.

Semestre Bianco. L’ex Dc legge il gran ballo del Quirinale

Riportiamo un ampio stralcio della conversazione con Gerardo Bianco apparsa ieri su formiche.net

 

Menomale che Sergio c’è. Un guizzo attraversa la voce di Gerardo Bianco al telefono. “È un grande Presidente, il migliore. Mattarella, intendo. Un bis al Quirinale sarebbe una buona notizia, per me e per il Paese”.

Novant’anni, avellinese doc, Dc dop, perché come lui ormai ne sono rimasti pochi. Allo scudo crociato e ai suoi posteri ha dedicato ben nove legislature. Poi la guida del Partito popolare negli anni ’90. Sempre, ostinatamente al centro. Di staccare la spina con la politica neanche a parlarne. L’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi ha riacceso la vecchia fiamma.

 

Sarebbe bello se ci restasse fino alla fine, confida Bianco a Formiche.net. “Io non credo lo vogliano far fuori. Se tutti gli chiedono di restare fino al 2023 è perché riconoscono che la sua presenza è di grande valore per l’Italia, non può interromperla per salire al Quirinale”.

Già, il Quirinale. La partita per il Colle è l’ultimo campo di gioco rimasto alle segreterie dei partiti, costrette a muoversi negli angusti spazi che Draghi gli ha lasciato, a forza di continui “niet” alle boutades dei capi, dalla tassa di successione by Enrico Letta alla flat tax di Matteo Salvini. “Questo tira e molla con Mattarella è una grave mancanza di rispetto istituzionale – sospira Bianco, che se la ride sui dolori del Pd, dove ogni corrente ha già un candidato pronto e c’è chi è andato a tirare la giacchetta, senza successo, a Romano Prodi, l’ex premier che proprio Bianco ha contribuito a spedire a Palazzo Chigi nel 1996.

 

“Come al solito il Pd è pieno di candidati, mancano i voti. Spero trovino una convergenza, Mattarella sarebbe ideale, ma non è questo il momento di tirarlo in mezzo”. “Se solo Letta capisse il vero problema del Pd”. Quale? “I nomi ce li ha, non ha un’anima. Invece che ingaggiare uno scontro continuo con Salvini, Letta dovrebbe pensarci su”.

 

Il Pd, dice “Jerry White”, nasce “da un’idea politologica sbagliata”. Non lo dice oggi, lo pensava già quando gli chiesero di entrarci dentro, tredici anni fa, e rispose “no grazie” con un discorso alla Camera che fu sommerso di applausi. “Hanno pensato di mettere insieme due tradizioni diverse, il popolarismo di Sturzo e De Gasperi con la tradizione socialista. Poi si sono ancorati al socialismo europeo, peggio ancora”.

 

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https://formiche.net/2021/05/quirinale-intervista-gerardo-bianco/

La cucina “infranciosata” del Settecento. Percorsi di cose e parole nella lingua del cibo.

Riportiamo questo “gustoso” articolo, pubblicato dalla Treccani (Lingua Italiana), sull’arte culinaria nel XVIII secolo.

 

«Questo piatto i francesi lo chiamano soufflet / e lo notano come entremet, / Io sgonfiotto, se date il permesso, / che servire potrà di tramesso».

 

Scriveva così Pellegrino Artusi nel suo notissimo ricettario La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie, uscito in prima edizione a Firenze, nel 1891 (per i tipi di Salvatore Landi), nel tentativo di contenere ed emendare il «gergo infranciosato» che invadeva ancora a fine Ottocento i trattati di cucina.

L’influenza del francese sul lessico italiano della gastronomia ha accompagnato gran parte della storia della lingua della cucina italiana, fin dalla sua fase antica. Lo dimostrano i ricettari medievali, come il ms. Riccardiano 1071, considerato il più antico ricettario in volgare che ci sia pervenuto (sembra possibile risalire al primo quarto del Trecento), che registra francesismi come burro, blasmangiere, adattamento molto conservativo di blanc manger ‘biancomangiare’ e cialdello (a cialdello) ‘preparazione per carne o pesce, probabilmente una zuppa calda’, brodetto ‘intingolo’ e morsello ‘boccone, pezzetto’ (vd. Cibo medievale, lingua attuale: il ricettario più antico di Simone Pregnolato).

 

Nuove abitudini alimentari dalla Francia

 

Ma è nel Settecento che l’impatto del francese sull’italiano culinario si fece più forte, parallelamente al diffondersi in Italia (e nel resto d’Europa) di nuove abitudini alimentari provenienti soprattutto dalla Francia. Il nuovo modello di cucina di importazione francese prevedeva ad esempio un minore consumo della carne, la riduzione considerevole dell’uso delle spezie (ad eccezione della cannella e di poche altre), alle quali si preferirono altri condimenti (per es. l’erba cipollina, lo scalogno, i capperi e le acciughe), la sostituzione delle salse grasse alle salse acide, la valorizzazione dei sapori naturali, degli alimenti freschi, la sempre più netta separazione dell’agro e del dolce (tradizionalmente mescolati assieme), anche attraverso un uso più contenuto dello zucchero, con cui ci si limitò a confezionare preparazioni di credenza da presentare a fine pasto. Di importazione francese furono anche alcune tendenze alimentari, tra le quali il mangiare ‘pitagorico’ (vegetariano) e il bere ‘in neve’, ossia gelato.

 

Cuochi e ricettari dOltralpe

 

L’adesione ai canoni gastronomici d’Oltralpe determinò l’arrivo in Italia di cuochi francesi, l’introduzione di nuovi cibi e di nuove pratiche da realizzare in cucina e, con essi, di una nuova nomenclatura culinaria francesizzante che invase i trattati di cucina pubblicati in quel periodo. Termini accolti integralmente o adattati alla lingua italiana che, mescolati a elementi italiani (e dialettali), produssero un miscuglio linguistico, spesso incomprensibile: la cifra espressiva della maggior parte dei ricettari stampati nel Settecento, fino alla svolta segnata dalla Scienza in cucina di Artusi. All’influsso settecentesco del francese in ambito gastronomico (così come in altri campi del sapere e della vita pratica) contribuirono senz’altro anche le traduzioni dei ricettari francesi, considerati in quel periodo veri e propri “classici” del genere. Un filone, quello delle traduzioni, avviato alla fine del Seicento, e che ebbe grandissimo successo nel secolo successivo.

 

 

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Covid, Vaia: “Allo Spallanzani ricoveri in calo, situazione confortante”

Ricoveri per Covid in calo allo Spallanzani di Roma. “A ottobre-novembre c’erano 260 persone ricoverate in regime ordinario e più di 70 in terapia intensiva, ieri erano 100 e 20”, ha detto Francesco Vaia, direttore dell’Inmi Spallanzani di Roma, ospite di ‘Agorà’ su Rai3, spiegando che “questo ci dà la misura del momento che viviamo ora. I dati sono confortanti e ci dicono che siamo sulla strada giusta. Mantenere le misure che abbiamo rispettato fino ad oggi non è un dato scientifico, ma è un atto di prudenza che accompagna questo passaggio cruciale che deve essere affrontato con saggezza.

Parlando della possibilità di vaccinare le persone in vacanza, Vaia si è detto d’accordo. “Dobbiamo venire incontro ai cittadini e questo significa permettergli di fare il richiamo per la seconda dose” di vaccino anti-Covid “anche ad agosto quando sono in vacanza al mare. Nel Lazio sarà garantito un hub vaccinale a Sabaudia, ad esempio. In questo modo chi ha prenotato le ferie avrà la possibilità di vaccinarsi in vacanza”.

Vaia infine, rispondendo a una domanda su cosa accadrà allo sviluppo del vaccino anti-Covid ‘made in Italy’ di ReiThera, dopo la decisione della Corte dei Conti di bloccare una parte del finanziamento, ha precisato che “la fase 3 della sperimentazione del vaccino dipende da ReiThera e dagli investimenti. Aspettiamo oggi le motivazioni della decisione della Corte dei Conti, ma siamo pronti a riprendere nostro lavoro. La ripresa della sperimentazione dovrà però essere valutata da chi finanzia lo studio. Come Spallanzani siamo pronti e disponibili”.

Il proporzionale: serve per coalizioni trasformatrici, non per la suggestione delle solitudini.

La fragilità del sistema politico italiano obbliga a riflettere sulle cause che ne hanno determinato l’innesco.

 

Non credo al “primato democratico” di un sistema elettorale rispetto ad un’altro.

E non credo che il maggioritario, adottato dopo la crisi di sistema degli anni 90, sia stato – come molti dicono – la causa di tutti i mali.

Le ragioni vere delle contraddizioni e della fragilità del sistema politico italiano sono ben più profonde.

Sono da ricercare piuttosto nella ferita inferta al processo di evoluzione democratica con l’assassinio di Aldo Moro; nella incerta e talvolta balbettante strategia delle riforme istituzionali; nella gracile ed opaca trama di connessione tra sfera politica e sfera degli interessi diffusi.

In altre parole, nella difficoltà con la quale il nostro Paese ha affrontato, dagli anni 70 in poi, il percorso verso una democrazia “adulta”, innervata dalla “religione civile” della responsabilità, ad ogni livello pubblico, privato e collettivo.

I sistemi elettorali sono strumenti che, nel rispetto dei principi costituzionali, hanno il compito di ricercare nelle varie condizioni storiche il miglior equilibrio possibile tra rappresentanza e governo della comunità.

Occorre dunque valutarli con una certa dose di laicità.

Detto questo, nella contingenza storica nella quale siamo, credo che i possibili vantaggi di un sistema di tipo proporzionale con soglia significativa di sbarramento sarebbero maggiori dei possibili rischi, che pur ci sono.

Non mi pare abbia però fondamento la tesi di chi auspica il proporzionale perché così si aprirebbero più spazi (tutti da dimostrare) per un eventuale “centro” equidistante dalla destra e dalla sinistra.

La crisi del “centro” in Italia non è stata conseguenza, ma semmai con-causa della stagione maggioritaria così come si è realizzata.

Sono propenso a ritenere che un efficiente sistema proporzionale, con soglia non inferiore al 5 per cento, in questa fase storica, sia preferibile – piuttosto – perché favorirebbe la trasparente riorganizzazione delle diverse aree politiche e renderebbe più realistica, dopo il voto, la ricerca di una maggioranza riformatrice/trasformatrice (con un linguaggio oggi fuori moda, che infatti non uso, si potrebbe definire di “centro”-“sinistra”, ma qualcuno potrebbe chiamarla “Ursula”).

E ciò potrebbe avvenire senza la presa in giro degli elettori: tutti gli ultimi governi sono stati composti da forze politiche che si erano presentate come reciprocamente alternative nella richiesta del consenso.

È una questione che interessa molto le forze politiche di ispirazione popolare e liberal democratica. O – meglio – le loro attuali start up, peraltro purtroppo ancora disperse, frammentate anche dentro i rispettivi perimetri identitari ed incapaci di vero dialogo tra loro.

Eppure (ove decidessero di passare ad una fase adulta e meno auto referenziale) potrebbero avere un ruolo fondamentale di riferimento.

La scommessa contenuta nel Piano di Ripresa e Resilienza varato dal Governo e approvato dal Parlamento va ben al di là della durata della attuale Legislatura o della scadenza del settennio di Sergio Mattarella (al quale occorrerà provare a chiedere, temo, di rivedere la sua comprensibile indisponibilità ad un secondo parziale mandato).

La “Stagione Draghi” non può durare lo spazio di un mattino, perché si fonda su impegni precisi di trasformazione del Paese, che comportano cambiamenti culturali oltre che economici, sociali e istituzionali di portata rilevante. E che richiedono continuità di rotta per un periodo non certo breve.

Oggi il Governo Draghi si fonda su una maggioranza “non politica”, ma emergenziale.

Soluzione utile e necessaria per la fase finale di questa Legislatura, ma non proponibile come soluzione “ordinaria”.

Il passaggio del voto democratico del popolo nel 2023 sarà dunque decisivo e metterà tutti difronte alle proprie responsabilità: considerare il sentiero virtuoso tracciato da Draghi come un artificio di furbizia per ottenere i fondi europei (col rischio di non ottenerli, peraltro) oppure come scelta di medio-lungo periodo per la definitiva affermazione di un Paese più maturo, moderno, efficiente e responsabile.

Se esiste oggi una “missione” prioritaria per chi si richiama alla cultura politica del Popolarismo, essa consiste nel dare il proprio contributo di continuità e di spessore a questo sforzo di radicale trasformazione del Paese, tutelando il rispetto e la valorizzazione di una visione comunitaria e solidale della democrazia ed il suo radicamento nella prospettiva europea.

Così poste le cose, non sarà difficile capire come conciliare il giusto “principio ontologico” della “autonomia” (un soggetto politico esiste perché ha una identità, una rappresentanza ed un progetto, non in quanto alleato o satellite di qualcuno) con il “principio politico” della coalizione tra diversi ma compatibili, a servizio del bene comune, che è stata una costante della cultura politica democratico cristiana da Degasperi in poi.

A Gaza si combatte ancora. Come tremila anni fa.

Le considerazioni dell’autore assumono un significato ancora più forte nel momento in cui le parti aderiscono alla tregua proposta dall’Egitto e sostenuta dagli USA.

Sono passati quasi tremilacinquecento anni, eppure, in quel territorio che ormai conosciamo tutti come la Striscia di Gaza, si combatte ancora. Non più con le frecce ma con i fucili e i razzi. Non più con i carri a cavallo ma con i carri armati. La città di Gaza è, ancora una volta, la protagonista di una contesa millenaria. Una lotta che la vedeva protagonista importante anche nella Bibbia.

 

Nel Grande libro il suo nome compare in 23 versetti. Le tribù semitiche, tutte nemiche e tutte tra loro imparentate, si contendevano quel territorio strategico già allora. Le Scritture ce ne danno una descrizione fondamentale per la nostra riflessione: i confini dei popoli cananei “andarono da Sidon, in direzione di Gherar, fino a Gaza e in direzione di Sodoma, Gomorra, Adma e Seboim fino a Lesa” è scritto nel libro della Genesi. Nel libro dei Giudici è scritto che i nemici di Israele: “si accampavano contro gl’Israeliti, distruggevano tutti i prodotti del paese fino a Gaza e non lasciavano in Israele né viveri, né pecore, né buoi, né asini” mentre questi ultimi cercavano di riprendersi quanto gli era stato tolto: “Giuda prese anche Gaza con il suo territorio, Ascalon con il suo territorio ed Ecron con il suo territorio” (Giud., 1:18).

 

Il nuovo conflitto, esploso questo maggio, non è una guerra di religione, come alcuni ritengono, piuttosto un conflitto etnico-politico che ha radici lontane e che si è ripresentato negli ultimi settant’anni. E temo che, per tutti questi motivi, non potrà mai esserci la resa né dell’uno, né dell’altro. Israeliani e Palestinesi si fronteggiano costantemente in quello stesso territorio che “si torcerà dal gran dolore (Zaccaria, 9:5)” come si disperano i bimbi, gli anziani, le famiglie senza più tranquillità, né casa. Negli Atti degli Apostoli (Atti 8:26) un angelo scese sulla Terra e disse a all’apostolo Filippo: “Àlzati e và verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta”. E’ l’ultimo versetto biblico in cui compare il nome della “Striscia”.

 

Predisse come sarebbe rimasta: deserta.

La politica mediterranea dell’Italia: dall’equanimità “centrista” alla subordinazione verso Israele

Dal dopoguerra a oggi, visto lannoso conflitto israelo-palestinese, difficile ritrovare il Governo e la Farnesina così schiacciati sulle ragioni di Tel Aviv

 

In riferimento alla delicatissima condizione geopolitica mediorientale, dal punto di vista storiografico si fa fatica a ritrovare un esecutivo italiano così incline (per non dire prono) nel sostenere la posizione di Israele circa il deterioramento dei suoi rapporti con i paesi arabi, palestinesi in testa.

Di fronte a una crisi internazionale contrassegnata dal fiume di sangue che sta scorrendo in Terrasanta a seguito dell’ennesimo conflitto tra lo stato ebraico (ma si può ancora parlare di conflitto?) e le popolazioni islamiche, fa un certo effetto vedere centrodestra, centrosinistra e pentastellati prendere le distanze in modo netto da quella politica di continuità e di equidistanza che ispirò Palazzo Chigi durante il dopoguerra, gli anni del “boom” e l’alba del Duemila. Nell’inquadrare l’evoluzione, all’interno della maggioranza, della linea diplomatica italiana nei rapporti mediterranei, rispetto a cui risalta ancora la strategia caratterizzata dalla ricchezza delle posizioni, dalle diverse sensibilità e dai dibattiti (epocali) che ne seguirono, si può notare come suddetti valori stiano scemando sempre più per lasciar spazio a iniziative di bassissimo profilo, tra cui il tifo da stadio bipartisan pro-israeliano inscenato davanti Montecitorio (con Salvini e Letta capifila). Dal dopoguerra in avanti, infatti, era emerso il pensiero di personaggi come De Gasperi, Gronchi, Fanfani, Moro, Berlinguer e lo stesso Craxi, che evidenziò l’assoluta equanimità, per non dire uno sbilanciamento verso le ragioni dei più deboli, delle posizioni politiche assunte, del tutto ideali e inclini ad aprire null’altro che dialoghi costruttivi, i quali – volenti o nolenti – trasformarono l’Italia in un punto di riferimento indiscusso e costante per le diplomazie di tutta l’area mediorientale. Vero è senz’altro che il peso esercitato da uomini esterni alle maggioranze di allora (mi vengono in mente Giorgio La Pira ed Enrico Mattei) ebbe una forte influenza poiché debitamente motivo di “intercessione” tra le stesse e le rappresentanze estere interessate; ma non tutto ciò che è stato fatto di buono può essere cancellato con un colpo di spugna.

La negazione del regime di sanguinose restrizioni a cui sono sottoposte le popolazioni autoctone dell’area (alcune comunità da anni ricevono solo poche ore di elettricità giornaliere e hanno scarsissima acqua potabile) è un atto di deresponsabilizzazione politica in virtù di una condizione che ha assunto dimensioni globali e di fronte a cui l’Europa non deve defilarsi come ha fatto sinora. La cosiddetta autodifesa israeliana, che a tratti sembra essere di fatto più una pulizia etnica, fa emergere particolari inquietanti: le immagini dei coloni che “marchiano” le abitazioni degli arabi con effigi di riconoscimento (a proposito, a qualcuno ricorda qualcosa?) e che rastrellano i quartieri palestinesi non possono più essere eluse mediante politiche di asservimento o di convenienza. Si prenda da esempio Papa Francesco – uno dei primi a riconoscere la Palestina come stato sovrano – inorridito dalle perdite di vite umane (più di 200, di cui il 50% tra donne e bambini) che sta provocando la crisi, ma soprattutto lucidamente conscio della sproporzione militare evidenziata dallo scontro.

Da una ventina d’anni a questa parte, con l’affermazione del berlusconismo prima, della svolta neo-liberale della sinistra poi e della breve parentesi renziana dopo, ha preso il sopravvento il sostegno incondizionato allo stato ebraico senza per questo far acquisire all’Italia un ruolo di rilievo nell’ambito delle relazioni con i paesi dell’intera regione; un ruolo che in passato invece si contraddistingueva, forte delle sue ben delineate posizioni anti-colonialiste e sensibili alla salvaguardia dei luoghi santi, dei quali Gerusalemme è il simbolo. La stessa Dc, che ravvisò nella questione palestinese un problema da risolvere con una pace  “senza se e senza ma”, riflesse il convincimento delle diverse maggioranze di governo, secondo cui l’atteggiamento dei coloni sionisti ledeva di fatto il diritto all’autodeterminazione dei popoli e di conseguenza la sicurezza delle minoranze cristiane dell’area. Di certo, la decisione unilaterale presa da Trump nel riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, anziché stemperare la tensione, non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco. Una decisione che stanno pagando non solo le comunità arabe, ma anche lo stesso neo-presidente Biden, chiaramente in difficoltà di fronte alla inaudita violenza esercitata dai vecchi alleati di Tel Aviv nel reprimere l’instabilità della zona. Ne va della stessa credibilità statunitense.

Un nuovo impero in oriente: dal bosforo alla Cina. Ci sarà l’unione di tutti i popoli turchi?

Il saggio dell’autore, Padre gesuita, è apparso sul Quaderno 4098 de “La Civiltà Cattolica”.

 

Per la prima volta nei 100 anni di storia della Repubblica turca, la restaurazione della grandezza passata è diventata la politica del governo turco. Il fallimento dell’integrazione con l’Europa ha avuto come conseguenza che l’idea di un nuovo «impero» risultasse molto attraente. Accanto a un’idea neo-ottomana, che si concentra sui Paesi arabi del Mediterraneo e sui Balcani, è diventata una possibilità concreta ununione dei popoli turchi, fondata sui legami etnici, che si estenda dal Bosforo alla Cina. La trasformazione dei rapporti tra la Turchia e le popolazioni turche affini nell’Asia centrale e nel Caucaso è diventata realtà concreta con l’ultimo conflitto in Nagorno-Karabakh. In questo caso non si tratta solo di soft power – esercitato sulla cultura o sulla religione – e di relazioni economiche: la Turchia ora è presente anche militarmente – il ministero della Difesa turco si propone di inviare unità turche in Azerbaigian – e mostra di essere senz’altro pronta a sostenere i suoi «fratelli» con ogni mezzo.

 

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“Centro necessario”. Con qualsiasi legge elettorale.

Il dibattito sulla nuova legge elettorale langue perchè in un’epoca in cui dettano l’agenda i
sondaggi si aspetta sino all’ultimo per verificare quale potrebbe essere il miglior sistema elettorale per il proprio partito. Il caso del Pd, al riguardo, è persin troppo emblematico. Dopo l’ubriacatura proporzionale con la segreteria Zingaretti si è ripassati misteriosamente al maggioritario con l’arrivo di Letta dalla Francia per poi nuovamente riprendere la tentazione del proporzionale appena è fallita clamorosamente l’alleanza in quasi tutti le principali città italiane con i 5 stelle.

Appunto, la legge elettorale – che ormai cambia ad ogni legislatura – è il frutto e la conseguenza dei sondaggi e degli ultimi risultati elettorali, amministrativi, che pervengono alle sedi centrali dei partiti. Certo, ogni confronto con il passato, più o meno recente, è semplicemente impossibile nonchè impraticabile. E questo per un motivo molto semplice. La politica ha perso la visione del futuro e qualsiasi ragione sistemica di lungo respiro. Tutto è strettamente legato al contingente e all’indomani. Del resto, in un contesto politico dominato dal trasformismo, dal populismo e dall’opportunismo di marca grillina non può che essere così. È una costante che dal 2018 caratterizza il confronto politico nel nostro paese e l’alleanza con il partito di Grillo e di Conte – ieri con la Lega per convenienza e oggi con il Pd per motivi sempre più indecifrabili – non può che rafforzare questa deriva impolitica e nociva per la stessa salute della nostra democrazia.

Comunque sia, qualunque sistema elettorale sarà individuato prima della prossima consultazione nazionale, un dato è certo. E cioè, le forze che non si riconoscono in questo bipolarismo muscolare e sempre più innaturale, hanno il dovere di unirsi e di contribuire, insieme, a costruire una lista/soggetto politico capace di condizionare e di orientare la stessa dialettica politica. Parlo, come ovvio, di quel “centro” da molto tempo decanato, auspicato, desiderato e richiesto che può essere il vero elemento di stabilizzazione e di moderazione del sistema politico italiano. E questo a prescindere dal profilo del sistema elettorale. Un “centro” che poi, inesorabilmente, sarà destinato ad allearsi con una delle due coalizioni in campo. Ad una sola condizione, però. Che non stringa alleanze con coalizioni dominate da quel populismo, che poi si intreccia fatalmente con il
giustizialismo, che sono e restano i veri detonatori per una democrazia autenticamente
costituzionale, repubblicana e socialmente avanzata. Ma quel luogo politico non può non
decollare.

Certo, il cantiere è aperto da tempo e non mancano le munizioni politiche, culturali e anche
programmatiche capaci di farlo diventare un luogo politico organizzato e strutturato. Il tutto, però, è subordinato ad una sola condizione metodologica. Ovvero, lavorare per costruirlo con la massima unità possibile. Ogni ridicola e grottesca primogenitura va bandita alla radice e qualsiasi tentativo di rappresentare in modo esclusivo un’area culturale va rispedito al mittente, pena la compromissione dello stesso progetto.

Ecco perchè, sia proporzionale o sia maggioritario – a seconda delle convenienze momentanee dei partiti, come abbiamo detto – il “centro” deve scendere in campo. Senza preclusioni ideologiche e senza pregiudiziali preconcette, se non quella del veto a qualsiasi deriva populista e giustizialista di origine grillina. Verrebbe da dire, “se non ora quando”?

Tutti gli scritti di Aldo Moro in edizione digitale. Il 24 maggio una giornata di studi per illustrare il primo volume.

Con Gli anni giovanili (1932-1946), primo volume dell’opera, inizia la pubblicazione dell’intera raccolta di studi, discorsi ed articoli dello statista pugliese, anche con alcuni inediti.

Riportiamo di seguito il comunicato del Portale della Rete degli archivi per non dimenticare.

 

http://memoria.san.beniculturali.it/web/memoria/news/dettaglio-news?p_p_state=normal&viewMode=normal&p_p_lifecycle=1&p_p_id=56_INSTANCE_nK42&groupId=11601&articleId=1139565

 

L’Osservatore: 35 anni di storia della Chiesa

Mario Agnes (fratello di Biagio, ex direttore generale della Rai) era un cattolico impegnato che aveva però ben chiaro quale doveva essere il ruolo del laicato nella Chiesa alla luce dei rinnovamenti del Concilio Vaticano II. Un suo ritratto inedito emerge nel libro “L’Osservatore. Trentacinque anni di storia della Chiesa nelle carte private di Mario Agnes”, pubblicato da Ignazio Ingrao per i tipi della San Paolo. L’autore, giornalista e autore televisivo, vaticanista del Tg1, ricostruisce, attraverso lo studio meticoloso degli archivi privati di Mario Agnes, la figura di un testimone privilegiato delle vicende della Chiesa, in Italia e non solo.

Chiamato da Giovanni Paolo II (insieme a Joaquin Navarro-Valls) a dirigere la comunicazione vaticana, Mario Agnes si dimostra un giornalista capace di interpretare il suo ruolo con scrupolo, riservatezza, ma al contempo grande passione e competenza.

Già presidente dell’Azione Cattolica, di cui aveva raccolto la difficile eredità di Vittorio Bachelet (1973-1980) si impegna, dopo l’approvazione del nuovo statuto, a ridefinire l’identità e lo stile operativo dell’associazione alla luce dei “nuovi fermenti” post-conciliari. In particolare punta a valorizzare la dimensione “religiosa” dell’Azione Cattolica senza trascurare la sua vocazione civile e sociale.

Sono anche gli anni del suo impegno in politica in qualità di consigliere comunale a Roma come indipendente nelle file della Dc e poi con la direzione del quotidiano della Santa Sede, l’Osservatore Romano (1984-2007). Durante la sua direzione dà vita a un profondo rinnovamento del giornale, accompagnato dall’introduzione di sostanziali cambiamenti nello stile e dall’apertura crescente alle nuove tecnologie.

Tornando al libro, Ingrao ha avuto un accesso privilegiato all’archivio privato di Mario Agnes. Si tratta di un patrimonio ricco e prezioso, fatto di lettere, appunti, documenti. Dimostra una conoscenza significativa e un rapporto assiduo con numerose figure del giornalismo, della politica e della storia della Chiesa.

Nel volume, l’autore ricostruisce molti aspetti della personalità del direttore dell’Osservatore Romano. «Un protagonista discreto di oltre quarant’anni di storia della Chiesa. Un periodo cruciale che va dalla fine del Concilio Vaticano II, passa per il referendum sul divorzio e sull’aborto, il rapimento Moro, il pontificato di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, la caduta del muro di Berlino, i conflitti in Iraq, fino all’elezione di Benedetto XVI».  Mario Agnes – scrive l’autore – lo attraversa con passo discreto: «Non il muoversi felpato degli uomini di palazzo, dei tessitori di relazioni nei corridoi della Curia romana. Piuttosto un procedere umile ma sicuro. Un passo dietro al Pontefice. L’uomo del Papa, fedele, senza ostentazioni».

Come ricorda lo storico Andrea Riccardi nella bella prefazione al volume, Agnes è «uomo di mille battaglie, capace anche di opposizione, aduso alle problematiche del governo della Chiesa e della politica, aveva però qualcosa di fanciullesco, che si legava alla sua fede spontanea di cattolico del popolo, improntata sui valori familiari e sulla semplicità della sua terra».

Dalle pagine del volume emergono anche rapporti significativi con molte figure del giornalismo, della politica e della Chiesa. E infatti sono raccolte le loro voci e le loro testimonianze: da Walter Veltroni ad Angelo Scelzo, da padre Gianfranco Grieco al cardinale Leonardo Sandri, da Ciriaco De Mita a Fausto Bertinotti. Un mosaico di voci che arricchiscono la ricostruzione di un protagonista scomparso appena tre anni fa e oggi quasi del tutto dimenticato.

 

Passi decisivi per liberare la chiesa e l’Italia dalle influenze mafiose

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

 

Era il 9 maggio 1993 quando, nella Valle dei Templi di Agrigento, Giovanni Paolo II condannò in maniera esplicita la mafia, invitando i suoi membri a convertirsi e intimando loro: «Verrà il giudizio di Dio!».
I capi mafiosi non gradirono le parole del Papa e, poco dopo la mezzanotte del 27 luglio 1993, un’autobomba esplose davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano. Contemporaneamente un’altra auto imbottita di tritolo venne fatta esplodere davanti alla chiesa romana di San Giorgio al Velabro. In entrambi i casi vi furono gravissimi danni, con un totale di 22 feriti.
A conferma dell’arroganza e della protervia del crimine organizzato, nel settembre del 1993 la mafia a Palermo uccise don Pino Puglisi, e nel marzo del 1994 la camorra a Casal di Principe uccise don Peppe Diana.
Inoltre in alcune diocesi e parrocchie l’influenza dei boss mafiosi sul clero locale rimaneva forte.
Purtroppo la commistione tra mafia e religione è un problema serio e radicato.
A questo proposito, il 13 maggio, intervenendo alla presentazione del primo Rapporto del “Dipartimento per la legalità” della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami), l’ex Procuratore capo di Roma e attuale Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, Giuseppe Pignatone, ha spiegato la commistione tra mafia e religione.
Il “Dipartimento per la legalità” è un organismo istituito nel settembre 2020 per lo studio e il monitoraggio dei fenomeni criminosi e mafiosi. Nella lettera inviata nel luglio 2020 a padre Stefano Cecchin, Presidente della Pontificia Academia Internationalis, Papa Francesco chiedeva di «liberare Maria e la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose».
Pignatone ha ricordato che esponenti di gruppi mafiosi sono coinvolti e addirittura promotori di manifestazioni popolari e religiose, processioni e feste patronali.
Diffuso e frequente anche il linguaggio religioso utilizzato dai mafiosi. Per esempio – ha spiegato Pignatone – l’iniziazione degli affiliati alla ‘ndrangheta viene chiamata “battezzo”.
Quando Pignatone entrò nella casa del boss mafioso Bernardo Provenzano, contò circa 170 santini; la Bibbia era sottolineata e forse usata come cifrario.
I “pizzini” scritti da Provenzano si aprivano e chiudevano con frasi come: “sia fatta la volontà di Dio” o “in nome di Cristo”, e poi magari ordinavano assassinii.
Secondo il Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, si tratta di manifestazioni di apparente religiosità, sovrastrutture permanenti per camuffare la reale essenza della mafia.
I giovani mafiosi vengono fatti crescere con questa cultura religiosa che è profondamente anticristiana.
Ha detto Pignatone che si tratta di «una radicale opposizione al Vangelo che viene fatta passare come modo normale di vivere nella Chiesa; un condizionamento al quale sono soggetti anche coloro che diventeranno preti e religiosi».
Per sconfiggere la mafia – ha concluso l’ex Procuratore capo di Roma – c’è bisogno di «un cambio di mentalità nella Chiesa e nella società civile. Polizia e magistratura sono in prima linea, ma non devono essere i soli».
Un deciso cambio di passo nella lotta per liberare la Chiesa e il territorio dalle influenze mafiose lo ha fatto Papa Francesco, che fin dall’inizio del suo pontificato ha dato seguito all’azione coraggiosa di Giovanni Paolo II.
Il 21 giugno 2014, di fronte a 250mila persone nella piana di Sibari, in occasione della sua visita in Calabria, Papa Francesco ha detto: «Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».
Il 15 settembre 2018, a Palermo, Francesco si è rivolto ai mafiosi dicendo: «Convertitevi! O la vostra vita andrà persa». Ed ha aggiunto: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie».
Per quanto riguarda l’organizzazione interna della Chiesa, è stato Papa Francesco a nominare Giuseppe Pignatone, uno dei magistrati più esperti e capaci nella lotta alla mafia, come Presidente del Tribunale della Città del Vaticano.
Francesco ha beatificato don Pino Puglisi, prima vittima di mafia riconosciuta come martire della Chiesa. Ed ha beatificato anche Rosario Livatino, il giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990.
Domenica 9 maggio, durante l’Angelus, Papa Francesco ha posto l’accento sul significato della beatificazione di Rosario Livatino, indicando nel giovane giudice «un esempio e uno stimolo per tutti i magistrati a essere leali difensori della legalità e della libertà».

L’alleanza con i 5 Stelle non aiuta il Pd

Non basta rilevare le difficoltà che si riscontrano nellarea della sinistra. Il centro, se esiste, deve mostrare di avere un progetto politico.

Laria che si respira in Italia, almeno stando ai sondaggi, è unaria di Destra. Lavanzata imperiosa della popolarità di Giorgia Meloni (che ora, secondo le modalità di politica effimera in voga da tempo, guadagnerà altri consensi col suo libro autobiografico) è solo laspetto oggi più caratterizzante (come fu il 2019 per Salvini) di un trend già percepibile prima della pandemia e ora rafforzato grazie, probabilmente, al suo aver officiato una linea aperturista assolutamente irresponsabile epperò accattivante per molti operatori economici penalizzati dai lockdown che il Governo (quello di Conte, e ora sia pure per un tempo limitato quello di Draghi) ha necessariamente dovuto attuare.

Punto più punto meno la Destra incarnata da Lega e Fratelli dItalia veleggia intorno al 40%. Con il sostegno di Forza Italia il (centro)destra è intorno al 47%. Questa è la realtà, oggi. Una realtà ancora virtuale, per correttezza bisogna dirlo, anche perché pochi lo notano ma c’è sempre un 40% circa di cittadini che non si esprimono, in qualsiasi sondaggio elettorale. Una percentuale, anche considerandone solo la metà, in grado di sovvertire ogni pronostico. E purtuttavia quella realtà virtuale dà lidea di potersi concretizzare, e dunque giocare le proprie carte solo sul possibile cambio di scenario indotto da quel 40% non parrebbe anche solo per un principio statistico – una buona idea.

Il Pd sembrerebbe voler privilegiare unalleanza con la sinistra a suo tempo fuoriuscita da esso e con il Movimento 5 Stelle. Immaginando poi, probabilmente, di riuscire a intercettare gran parte dello scarno elettorato centrista, incluso quello che per anni ha votato il partito di Berlusconi. A me pare che questo schema di gioco non consideri alcuni dati assai rilevanti. Accenno solo ai due/tre principali.

Il M5S veleggia ancora intorno a percentuali interessanti (fra il 16 e il 18%) ma è al suo interno frantumato, al punto che Giuseppe Conte a quasi due mesi dalla sua teorica ascesa al vertice non è tuttora in grado di guidarlo, né effettivamente né formalmente. Quando tutta la diaspora (guidata magari da Casaleggio e Di Battista) si sarà concretamente organizzata, e lo farà sparando alzo zero contro i governisti(perché è questo il clima che producono le scissioni) come reagirà lelettorato? Un elettorato in buona misura composto da cittadini arrabbiati che vedranno in questa implosione, persino in un Movimento che era nato contro la casta dei politici e dei partiti, la definitiva conferma che il sistema è irriformabile. Non è francamente immaginabile che tutti costoro voteranno tranquillamente in favore di unalleanza col Pd, da essi ritenuto partito-cerniera del sistema e così definito (e peggio) per anni da Beppe Grillo. Molti, non so quanti ma certamente tanti, incanaleranno la loro rabbia in modo ben diverso da quello.

Per contro ed è il secondo punto lalleanza con i pentastellati tiene lontani molti cittadini che potrebbero anche essere interessati o intrigati dal profilo lettiano del Pd attuale, come lo erano stati da quello renziano a suo tempo, ma che non tollerano il radicalismo giustizialista e la sostanziale incompetenza dei Cinque Stelle, visti alla prova in questi anni. Eppure, è proprio questa quota di elettorato che potrebbe rivelarsi decisiva, in quanto di confine, con una utilità marginale direbbe un economista assai elevata. Forse se Conte, con Di Maio e qualcuno dei pentastellati maggiormente qualificatisi in questi anni, come ad esempio il ministro Patuanelli o anche il Presidente della Camera Roberto Fico, avessero lardire di fondare una loro formazione politica le cose potrebbero anche cambiare e il pregiudizio antigrillino di molti venir meno.

Linconsistenza di un centro politico organizzato, invece che diviso e frantumato com’è, rimane un problema in questo Paese, dove esiste una fascia di elettorato che in mancanza di unopzione credibile di questo tipo si rivolge con ben poca convinzione verso destra o verso sinistra. Il problema è però che la più gran parte di essa opterà più facilmente per la prima soluzione a fronte di un Pd alleato organicamente con i 5 Stelle (paradossalmente la sinistra di Bersani e Speranza viene considerata più favorevolmente, anche perché debole numericamente).

Qualcuno penserà che si tratta di ragionamenti teorici. Politologia astrusa. Nel caso, però, vada a intervistare i dirigenti locali del Pd e domandi loro perché lalleanza ipotizzata al Nazareno, la sede nazionale dei dem, non si concretizza nelle città e nei paesi. Riceverà risposte interessanti, piene di vita vissuta e di buon senso.

Caritas, in un anno di pandemia 453.731 “nuovi poveri”. Uno su 4 da settembre a marzo.

Il monitoraggio sugli effetti economici-sociali determinati dalla pandemia ha  coinvolto 190 Caritas diocesane.

Articolo di Patrizia Caiffa.

Che la pandemia avesse creato “nuovi poveri”, ossia persone che si sono avvicinate per la prima volta ai centri di ascolto o ai servizi delle Caritas diocesane in Italia era purtroppo già noto da tempo. Stavolta, con l’ultima rilevazione di Caritas italiana da settembre 2020 a marzo 2021, il dato assume contorni ancora più netti. Una persona su 4 (il 24,4%) che si è rivolta alle Caritas diocesane per chiedere aiuto in questo periodo è stato infatti classificata tra i “nuovi poveri”, pari ad un totale di 132.717 persone. Complessivamente, dal maggio 2020 ad oggi, in oltre un anno di pandemia, si sono rivolti alle Caritas 453.731 “nuovi poveri”. Nel periodo settembre/marzo le Caritas hanno invece accompagnato 544.775 persone. Le donne sono la maggioranza: 53,7%, così come sono la maggioranza gli italiani (57,8%). L’incidenza degli italiani tra i “nuovi poveri” è ancora maggiore: il 60,4%. Uomini e donne sono in numero pari.

Il monitoraggio di Caritas italiana per indagare sugli effetti socio-economici della pandemia ha coinvolto 190 Caritas diocesane, pari all’87,1% del totale. I bisogni evidenziati, riguardanti soprattutto le donne e i giovani, sono: difficoltà legate al precariato lavorativo/occupazione femminile (93,2% delle Caritas); difficoltà legate al precariato lavorativo/occupazione giovanile (92,1%); persone/famiglie con difficoltà abitative (84,2%); povertà educativa – abbandono, ritardo scolastico, difficoltà a seguire le lezioni, ecc. – (80,5%); disagio psico-sociale dei giovani (80,5%). Anche altri fenomeni sono segnalati

in aumento: il disagio psico-sociale degli anziani e delle donne (entrambi indicati dal 77,4% delle Caritas), la povertà minorile (66,3%), la rinuncia/rinvio dell’assistenza sanitaria ordinaria, non legata al Covid (66,8%), le violenze domestiche (51,1%).

Le persone più frequentemente aiutate dalla Caritas sono state soprattutto: persone con impiego irregolare fermo a causa del Covid-19 (61,1%); lavoratori precari/intermittenti che non hanno potuto godere di ammortizzatori sociali (50%); lavoratori autonomi/stagionali, in attesa delle misure di sostegno (40,5%); lavoratori dipendenti in attesa della cassa integrazione ordinaria/cassa integrazione in deroga (35,8%).

I settori economici che hanno risentito maggiormente della crisieconomica correlata al Covid sono stati soprattutto quelli della ristorazione, segnalati dal 94% delle Caritas, seguiti dal settore turistico-alberghiero (77,4%). La maggioranza assoluta segnala anche la difficoltà degli esercizi commerciali (64,2%) e delle attività culturali, artistiche e dello spettacolo (53,2%).

Le iniziative delle Caritas. Fondi speciali per il sostegno economico alle famiglie e alle piccole imprese in difficoltà, attività di orientamento e informazioni sulle misure assistenziali pubbliche, borse lavoro, percorsi formativi, distribuzione di pc e tablet e sostegno educativo a distanza, progetti e attività innovative. Sono queste le principali risposte messe in atto dalle Caritas diocesane che hanno risposto al monitoraggio. Nel dettaglio: 149 diocesi (78,4%) hanno attivato dei Fondi specifici di sostegno economico alle famiglie in difficoltà; 140 diocesi (73,7%) hanno svolto attività di orientamento e informazione sulle misure assistenziali promosse dalle amministrazioni; 116 diocesi (61,1%) hanno attivato interventi specifici sul fronte del lavoro;  116 diocesi (61,1%) hanno attivato interventi nell’ambito educativo come la distribuzione di tablet/pc/connessioni/device a famiglie meno abbienti o scuole; acquisto libri e materiale scolastico; pagamento rette scolastiche/asili; pagamento mensa scolastica; sostegno educativo a distanza; aiuto per i compiti o la didattica a distanza, anche online; borse di studio per l’iscrizione all’università o per sostenere la frequenza delle scuole superiori; abbonamenti ai mezzi pubblici per gli studenti; progetti contro l’abbandono scolastico; sportelli di supporto psicologico, ecc. 61 diocesi (32,1%) hanno attivato dei Fondi diocesani di sostegno economico alle piccole imprese.

Tra le attività innovative vi sono il sostegno ai giostrai, ai circensi, ai venditori ambulanti, le attività di recupero dei beni alimentari, nuove modalità di approccio alle persone senza dimora, ascolto a distanza, ambulatori e servizi di tipo sanitario.

Una fitta rete di solidarietà. Nel 2020 sono stati oltre 93 mila i volontari operanti nei 6.780 servizi della rete Caritas, insieme a 407 giovani del servizio civile.  Buona la collaborazione intra-ecclesiale: il 96,8% delle Caritas diocesane ha avuto rapporti stabili con le parrocchie, il 60% con il Volontariato Vincenziano, il 51,1% con gli scout dell’Agesci, il 42,1% con i Centri di aiuto alla vita, il 36,8% con le Acli.

 

L’Europa da cui veniamo e l’Europa verso cui andiamo. Istruzione e cittadinanza attiva tra passato, presente e futuro.

Una riflessione sulla festa dellUnione europea celebrata il 9 maggio. Il contributo dellautore sinserisce naturalmente nel dibattito aperto da Umberto Laurenti (Associazione Svegliamoci Italici)

 

Qualsiasi celebrazione ha del rituale e rischia di risultare una rassegna di memoria storica con scarsa capacità di svelare il perché e il percome siano in atto le dinamiche politiche del presente. Cercherò di ricordare fatti consegnati alla storia provando, conseguentemente, a porre a fuoco alcuni aspetti riconducibili allattualità degli impegni presenti e futuri sulla scena politica. Nel dialogo con i giovani e con coloro che spesso sono stati tenuti, o si siano tenuti, lontano dai fatti significativi della storia è sempre necessario risalire alla fonte del pensiero di Persone che la storia lhanno fatta per davvero con il loro pensiero, con la loro azione e, soprattutto, con la loro visionepolitica.

Schuman e Monnet

La data della festa dell’Europa è stata scelta con riferimento alla famosa dichiarazione di Schuman del nove maggio 1950. Una delle frasi più importanti di quella dichiarazione è da citare subito: L’Europa non potrà farsi in una volta sola, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto un solidarietà di fatto.

Mi sembra opportuno ricordare anche che Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa, citava spesso il filosofo svizzero Amiel: «L’esperienza di ogni uomo ricomincia daccapo. Soltanto le istituzioni diventano più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e, da tale esperienza, da tale saggezza, gli uomini soggetti alle stesse norme non cambieranno certo la loro natura ma trasformeranno gradualmente il loro comportamento».”

Queste due citazioni dovrebbero essere indicative del cammino che lEuropa ha cominciato a fare nel secondo dopoguerra del secolo scorso fino ai nostri giorni

Pensiero ed azione politica sono sempre alla base delle buone e delle cattive pratiche. Tra bene e male c’è sempre una scelta da fare. Ma qual è il bene? Qual è il male? Nella scelta del bene e del male, in genere i liberali amano mettere al centro il dubbioseguito da atti adottati secondo letica della responsabilità. Letica che sa guardare alla tutela della libertà allinterno di regole rispettose del bene comune.

Luigi Einaudi

Il 2021 è lanno in cui si ricorda Einaudi a 60 anni dalla sua morte. In proposito c’è unapposita decisione del Senato della Repubblica italiana riguardante la celebrazione dellanno Einaudiano  Diversi sono i soggetti impegnati nella celebrazione.

Einaudi nutriva la visionedi unEuropa unita con la serietà che caratterizzava il suo pensiero politico. Sapeva spiegare le motivazioni delle sue scelte che rispondevano al suo famoso metodo del conoscere, discutere e poi deliberare. Un metodo necessario soprattutto perché consente di attraversare e superare il dubbioe perché rende credibile e responsabile qualsiasi scelta. La scuola di pensiero, che si riconosce fra gli altri in Einstein, pone molti interrogativi su quanto possano avere giovato allumanità gli uomini politici e religiosi. Alla luce dei fatti, possiamo affermare che le buone pratiche e il pensiero di Einaudi appartengano alla costruzione delledificio della civiltà.

Il discorso di Einaudi allAssemblea Costituente del 29 luglio 1947 per la ratifica del trattato di pace, è da leggere tutto, per guadare al prima e al dopo dei primi passi per costruire lEuropa. QuellEuropa una, che era stata, in varia maniera, l’ideale di poeti e pensatori da Dante Alighieri ad Emanuele Kant e da Giuseppe Mazzini.Lanalisi di Einaudi sulle motivazioni profonde che portano alla guerra dà spiegazioni chiare sui disastri del secolo breve e sulle due guerre mondiali che lo hanno caratterizzato. Fa comprendere bene lessenza e le finalità delle idee del nazi-fascismo risalenti allAttila moderno e al nostro dittatore di cartapesta. E ci avverte che non è vero che le due grandi guerre mondiali siano state determinate da cause economiche” …” vero è invece che le due grandi guerre recenti furono guerre civili, anzi guerre di religione e così sarà la terza”… “diciamo alto che noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi  saremo capaci di operare per la salvezza e lunificazione dellEuropa.

Einaudi parla di salvezza e di unificazione dellEuropa in un contesto in cui si cerca di mettere insieme i cocci della distruzione della sciagurata guerra. Dice parole chiare e impegnative quando afferma che L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un’Europa chiusa contro nessuno, è unEuropa aperta a tutti, unEuropa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini fino all’estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dellintera comunità. Alla creazione di questa Europa, l’Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità.Questa visionenon è una idea di subalternità, ma la consapevolezza di un vero statista. Infatti chiarisce che scrivevo trentanni fa e seguitai a ripetere invano e ripeto oggi, spero, dopo le terribili esperienze sofferte, non più invano, che il nemico numero uno della civiltà, della prosperità, ed oggi si deve aggiungere della vita medesima dei popoli, è il mito della sovranità assoluta degli stati. Questo mito funesto è il vero generatore delle guerre; desso arma gli Stati per la conquista dello spazio vitale; desso pronuncia la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri; desso crea le barriere doganali e, impoverendo i popoli, li spinge ad immaginare che, ritornando all’ economia predatoria dei selvaggi, essi possano conquistare ricchezza e potenza. In unEuropa in cui ogni dove si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalistici, in cui improvvisamente si scoprono passionali correnti patriottiche” … “urge compiere un opera di unificazione.

In questo discorso, più volte applaudito dallAssemblea costituente, Einaudi cita il Mahatma Gandhi. Mi preme, al riguardo, ricordare una frase famosa di Gandhi: La mia vita è il mio messaggio. Anche di Luigi Einaudi possiamo dire che la sua vita è il suo messaggio. Dopo pochi mesi di questo discorso di pace per la pace e per lunità dellEuropa come vera e concreta visionepolitica, Einaudi verrà eletto Presidente della Repubblica.

Nel suo discorso di insediamento (12 maggio 1948) come custode della Costituzione chiarisce che la nostra Carta afferma due principi solenni: conservare ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro lonnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza. Questultimo principio è alla base del pensiero di Einaudi, e dei liberali, sullimportanza della pubblica istruzione.

La Conferenza sul futuro dellEuropa del 9 maggio 2021

Il lancio ufficiale della Conferenza sul futuro dellEuropa è stato diffuso da diversi siti istituzionali. Ho preso a riferimento quello elaborato dal Servizio Studi del Senato che ha il pregio di mettere a fuoco anche gli aspetti problematici di natura politico-organizzativa da risolvere.

Per la definizione delle future politiche dellUe si vuole far partire un virtuoso processo dal basso verso lalto (botton up), ovvero dai livelli territoriali in su, sui temi chiave che i cittadini potranno discutere, integrare e sviluppare attraverso unarea apertaindicata come altre ideein una piattaforma digitale multilingue.

La piattaforma è divisa in 9 aree tematiche: clima e ambiente; salute; economia, giustizia sociale e occupazione; il ruolo della Ue nel mondo; valori, diritti, Stato di diritto e sicurezza; trasformazione digitale; democrazia europea; migrazione; istruzione, cultura, giovani e sport.

Molto interessante è il fatto che, in un periodo in cui, a causa della pandemia da Covid 19, si è diffuso un uso senza regole di conferenze a distanza, è stata elaborata una Carta che impegna gli organizzatori di eventi in modo da garantire un dibattito rispettoso di valori e di metodi di stampo democratico. I metodi elaborati dallUe sono esemplari e prevedono espressamente precisi impegni da parte dei partecipanti e da parte degli organizzatori di eventi.

I partecipati devono:

· rispettare i valori europei, sanciti dall’articolo 2 del trattato sull’Unione europea: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze;

· contribuire alla Conferenza con proposte costruttive e concrete nel rispetto delle opinioni altrui;

· astenersi dall’esprimere diffondere o condividere contenuti illegali, che incitano all’odio, deliberatamente falsi o fuorvianti;

· partecipare su base volontaria, senza perseguire interesse privati o commerciali.

Gli organizzatori di eventi devono:

· porre i cittadini al centro di ogni evento e consentire loro di esprimersi liberamente, purché ciò avvenga nel rispetto della legalità e non preveda incitamenti all’odio;

· promuovere eventi che siano inclusivi e accessibili;

· rispettare la diversità nei dibattiti, sostenendo attivamente la partecipazione di cittadini di ogni estrazione sociale, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale, dall’età, dal contesto socioeconomico, dalla religione e/o dal livello di istruzione.

· garantire la piena trasparenza, riferendo apertamente, a seguito degli eventi, sui dibattiti e sulle raccomandazioni formulate dai cittadini e impegnandosi, se possibile, a trasmettere e/o diffondere gli eventi;

· garantire il rispetto delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati e privacy;

· utilizzare solo l’identità visiva della Conferenza autorizzata per comunicare l’evento.

La Carta conferisce inoltre alle istituzioni europee il diritto di rimuovere dalla piattaforma i contenuti che deroghino ai suddetti impegni volontari, nonché il diritto di impedire o revocare il diritto di utilizzare l’identità visiva della Conferenza a individui e organizzazioni che ne violino i principi.” … “I panel dei cittadini dei cittadini comprenderanno 200 persone, un terzo delle quali saranno giovani sotto i 25 anni. Saranno composti dal almeno un cittadino maschio e una femmina per Stato membro. I partecipanti saranno scelti a caso, ma in modo tale da costituire panel rappresentativi della “diversità dell’UE, in termini di origine geografica, sesso, età, background socioeconomico e livello di istruzione”.

Le questioni da risolvere per la sessione plenaria della Conferenza

Ci sono tre questioni irrisolte a proposito della sessione plenaria della Conferenza: 1) C’è la proposta del liberale Guy Verhofstadt, copresidente del Comitato Esecutivo, a favore della presenza rafforzata della rappresentanza parlamentare: 108 deputati europei e 108 di provenienza dei Parlamenti nazionali. Una composizione diversa viene, invece, sostenuta dal Consiglio e dalla Commissione. In pratica si vorrebbe una rappresentanza più snella con la presenza paritaria di Consiglio e Commissione. Principio di parità delle tre istituzioni (Parlamento, Consiglio, Commissione); 2) qual è il potere decisionale della sessione plenaria? Il Parlamento rivendica il potere di adottare le raccomandazioni da rivolgere al Consiglio europeo al termine dei lavori della Conferenza nella primavera del 2022. Il Consiglio dell’UE vorrebbe invece che tale compito spettasse al Comitato esecutivo, che agisce sulla base del consenso; 3) il Comitato esecutivo dovrebbe decidere su come debba essere garantita la partecipazione dei cittadini nella fase decisionale.

Al riguardo di queste questioni, che ho voluto riassumere e porre in particolare evidenza, mi preme chiarire che i liberal-democratici dovrebbero, a mio parere, condividere gli argomenti sostenuti da Guy Verhofstadt. Non per un atto di fede nei confronti del liberale, che ben conosciamo, Verhofstadt. Ma perché quando ci sono tesi e antitesi tra il potere di un Parlamento e il Potere degli Esecutivi, i liberali si trovano sempre schierati dalla parte del Parlamento. Il primo connotato del liberalismo è la limitazione del potere dei governi. E da sempre i Governi sono affetti, per la loro natura, di bulimia di potere. Montesquieu su questo tema ha teorizzato e ci ha spiegato limportanza del principio della divisione dei poteri. Il principio che è alla base del liberalismo. In Europa, diciamolo francamente, il vero potere è nelle mani del Consiglio. E tutto ciò che riguardi il mal funzionamento dellEuropa è da far risalire quasi sempre alla camicia di forza nella quale è tenuto il Parlamento. Il Consiglio è, purtroppo, a sua volta ingabbiato dalla necessità di dover deliberare allunanimità.

È appena il caso di ricordare Einaudi che, prima ancora che ci fosse il primo trattato per lUe, in occasione della ratifica del trattato di pace, auspicava lunificazione europea e, nel contempo, avvertiva la necessità che il livello nazionale dovesse cedere parti di sovranità alle istituzioni europee. Personalmente faccio fatica a considerare il Consiglio come fattore di sviluppo del processo unitario.

In proposito, voglio ricordare un particolare significativo. Quando Einaudi fu eletto Presidente della Repubblica, nel suo discorso di insediamento spiegò in modo mirabile il ruolo e limportanza del Parlamento. Sono parole che dovrebbero essere rilette spesso, specialmente in presenza di chi voglia rafforzare gli esecutivi in danno dei Parlamenti. Questi ultimi sono i veri depositari della democrazia partecipativa e della vera rappresentanza della sovranità popolare. Ecco le parole di Einaudi:

“ …nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se vha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto ed accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi.

Vorrei sottolineare che Einaudi usa la parola gioia. La gioia è un sentimento che si può provare insiemead altri. Usare il termine gioia per spiegare il sentimento che si prova in un confronto che dia luogo alla formazione di una volontà comune è la spiegazione della vera essenza della centralità e della nobiltà della politica svolta nellambito parlamentare. Ed è illuminante lenfatizzazione della funzione del luogo dove si parla, il luogo delle decisioni collegiali in questo terzo millennio in cui abbiamo visto un affievolimento della memoria sui gravissimi disastri per lumanità che si verificano quando prendano il sopravvento le idee a favore del decisionismodelluomo solo al comando chiamato e invocato, a seconda del lessico, leader, capo, capitano, duce, fürher, caudillo, zar, imperatore o, per dirla con Orwell in ambito letterario, Grande Fratello.

Ogni qual volta, e accade in modo ricorrente, che il Parlamento sia minacciato di diventare, o diventi, il bivacco dei manipoli di un duce, che fortissimamente vuole i pieni poteri, si consuma puntualmente un delitto perfetto in danno della democrazia.

Le politiche europee in materia di istruzione e di formazione

In Europa vige il principio di sussidiarietà. Pertanto la responsabilità primaria dei sistemi di istruzione e formazione è degli Stati membri. LUe ha solo un ruolo di sostegno.

Listruzione è riconosciuta come area di competenza dell’UE nel trattato di Maastricht del 1992, che prevede: «(la Comunità) contribuisce allo sviluppo di un’istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione nel pieno rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e l’organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche».

In pratica il ruolo dellUe è quello di incoraggiare la collaborazione tra gli Stati membri agevolando i processi di condivisione e di miglioramento dei sistemi di istruzione e formazione e scambiando buone pratiche strategiche.

Elemento chiave è l’apprendimento permanente, che cerca di fornire ai cittadini le conoscenze, abilità e competenze richieste in particolari occupazioni e sul mercato del lavoro.

LAgenda europea per le competenze

La Commissione Ue ha presentato a luglio 2020 un’agenda incentrata sulle competenze e sull’IFP. È da precisare, preliminarmente, che nell’accezione europea il sistema IFP comprende sia istruzione che formazione professionale.

Si vuol realizzare lobiettivo di consentire alle persone lo sviluppo di competenze nel corso di tutta la vita e di assicurare il diritto alla formazione e allapprendimento permanente allinterno dellesercizio dei diritti sociali. Si fa riferimento, in particolare, alla necessità di competenze per loccupazione , e allanalisi dei fabbisogni del mercato del lavoro.

LAgenda indica 12 azioni: 1) Un patto per le competenze; 2) Miglioramento dellanalisi del fabbisogno di competenze; 3) Sostegno dellUE agli interventi strategici nazionali in materia di sviluppo delle competenze; 4) Proposta di raccomandazione del Consiglio relativa allistruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, lequità sociale e la resilienza; 5) Attuazione delliniziativa delle università europee e sviluppo delle competenze degli scienziati; 6) Competenze a sostegno delle transizioni verde e digitale; 7) Aumento dei laureati in discipline STEM e promozione delle competenze imprenditoriali e trasversali; 8) Competenze per la vita; 9) Iniziativa per i conti individuali di apprendimento; 10) Un approccio europeo alle microcredenziali; 11) La piattaforma Europass; 12) Miglioramento del quadro di sostegno per sbloccare gli investimenti privati e degli Stati membri nelle competenze.

Si parla di un Patto per le competenzee di unazione congiunta che coinvolga lavoratori, imprese, autorità nazionali, regionali e locali, parti sociali, organizzazioni intersettoriali e settoriali, fornitori di istruzione e formazione, camere di commercio e servizi. Il tutto per sostenere la ripresa e le transizioni verdi e digitali.

Si parla anche di iniziative rivolte alla creazione di uno spazio europeo dell’istruzione (entro il 2025) che consenta ai giovani di accedere alla migliore istruzione e formazione e di trovare un’occupazione in tutta Europa. È un obiettivo strategico che presenta le seguenti caratteristiche:

· trascorrere un periodo all’estero per studiare e apprendere sia la norma;

· le qualifiche dell’istruzione scolastica e superiore vengano riconosciute in tutta lUE;

· conoscere due lingue oltre alla propria lingua madre diventi la norma;

· tutti abbiano accesso a unistruzione di qualità indipendentemente dal loro contesto socioeconomico;

· le persone abbiano un forte senso della loro identità europea, del patrimonio culturale europeo e della sua diversità.

Il documento di riferimento è quello relativo alla specifica raccomandazione adottata il 24 Novembre 2020 dal Consiglio dellUe sullistruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, lequità sociale e la resilienza.

La Raccomandazione definisce i principi chiave per garantire che l’istruzione e la formazione professionale siano agili per adattarsi rapidamente alle esigenze del mercato del lavoro e offrano opportunità di apprendimento di qualità sia per i giovani che per gli adulti.

Pone un forte accento sulla maggiore flessibilità dell’istruzione e della formazione professionale, sul rafforzamento delle opportunità per l’apprendimento e l’apprendistato basati sul lavoro e sul miglioramento della garanzia della qualità.

È da tenere presente la definizione di «istruzione e formazione professionale» secondo la Raccomandazione del Consiglio del 24 novembre 2020: “…per istruzione e formazione professionale si intende listruzione e formazione che mira a trasmettere ai giovani e agli adulti le conoscenze, le abilità e le competenze necessarie per svolgere determinate professioni o, più in generale, soddisfare le richieste sul mercato del lavoro. Può essere fornita in contesti formali e non formali, a tutti i livelli del quadro europeo delle qualifiche (EQF)

Il libro bianco sulla gioventù del 2001

Nel leggere i documenti europei di questi mesi, in piena pandemia, sorgono parecchi interrogativi di varia natura anche perché il pensiero va ai tagli alla scuola italiana dellultimo ventennio e al libro bianco di 20 anni fa. Pur evitando di discettare sui guasti provocati dai tagli alla scuola italiana, è interessante scorrere brevemente alcuni passi significativi a commento di quel libro bianco:. i giovani europei, per quanto emerge dal Libro bianco sulla gioventù del 2001 che è stato preceduto da unampia consultazione nella loro fascia detà tra i 15 e 25 anni, «intravedono lEuropa come uno spazio allargato senza frontiere, volto a facilitare gli studi, i viaggi, il lavoro e la vita quotidiana». I giovani invocano una Europa «baluardo di valori democratici», espressi in un orizzonte che va oltre i confini dei singoli Paesi e della stessa Europa e che si allarga in una dimensione mondiale. Nel Libro bianco i problemi che attraversano i sistemi dellistruzione e della formazione sono stati affrontati ed evidenziati dai giovani con significativa consapevolezza: laccesso facile e continuo allistruzione lungo tutto larco della vita; lorganizzazione di processi formativi come chiaveper incrementare la motivazione allapprendimento; il riconoscimento delle qualifiche e delle competenze acquisite in contesti formali, informali e non formali; la qualità e lefficacia dellistruzione scolastica per garantire i diritti di cittadinanza attiva; la transizione dalla scuola al lavoro e loccupazione come presupposto per linclusione sociale.

Dopo 20 anni il lessico usato e che ancora si usa consente, di per se stesso e a prescindere dai programmi attuati o non attuati, di dare contezza delle attese dei giovani europei.

La questione della cittadinanza attiva e delleducazione civica

La Conferenza sul futuro dellEuropa prevista per il 9 maggio 2021 ha il pregio di favorire buone pratiche rivolte a colmare il gravissimo deficit di cittadinanza attiva.

Le iniziative che partono dai territori sono importanti. Sottolineo che trovo molto interessante lidea di fare di molte delle città o luoghi simbolo occasione di esperienze che siano moltiplicatrici della conoscenza delle radici culturali riguardanti la visionee i visionaridella costruzione dellEuropa unita.

Giusto per fare un solo esempio, merita almeno un cenno il Focus sullesperienza di Ventotene e il progetto di Santo Stefanonel quale sono coinvolti molti soggetti e associazioni, tra i quali il sindaco di Ventotene e lex Commissaria europea per la Cultura Silvia Costa. In effetti Ventotene, come luogo simbolo dellEuropa e Santo Stefano, come luogo simbolo dei diritti umani per il suo famoso carcere, favoriscono la realizzazione di iniziative esemplari.

In Italia il deficit di educazione civica è endemico se si pensa che è stato tradito lordine del giorno Moro dell11 dicembre 1947 approvato allunanimità dallAssemblea Costituente. Lodg stabilì “che la nuova Carta costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico delle scuole di ogni ordine e grado al fine di rendere consapevole le giovani generazioni della raggiunta conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano.

Daltronde in Italia sarebbe del tutto urgente dare attuazione allart. 49 della Costituzione per far rientrare lagire politico dei partiti nellalveo costituzionale che richiede lesercizio effettivo del diritto dei cittadini alla partecipazione attiva. Infatti la crisi che investe i partiti politici italiani rischia di travolgere le istituzioni democratiche.

Le riforme di cui si parla in materia di istruzione

Sono recentissime le notizie di riforme in materia di istruzione. Dalla stampa apprendiamo che Il ministero così come è oggi, non è più in grado di organizzare la specificità e la complessità dei compiti. Stiamo ampliando l’età dell’educazione dai 0 anni fino alla formazione continua: serve un dipartimento che si occupi di formazione tecnica superiore, dobbiamo mettere mano all’organizzazione del ministero e degli organi decentrati”. Sono le parole del Ministro dellistruzione Fabrizio Bianchi in una audizione nelle Commissioni riunite di Cultura Camera e Senato.

Il Ministro è entrato nel merito di diversi temi che riguardano, tra laltro, la povertà educativa, il calo demografico, la questione delle carrieredei docenti e di tutto il personale della scuola, Laumento del tempo scuola, la formazione dei docenti, le risorse finanziare da impegnare, etc. etc.

Nel contempo abbiamo sentito voci molto critiche nei confronti delle idee e dei progetti del Ministro. La stagione di riforme che si sta avviando sembra un cantiere aperto. Le linee di tendenza che hanno caratterizzato le politiche scolastiche italiane dallunità dItalia in poi hanno fatto registrare scelte caratterizzate, quasi sempre, dallo sviluppo dellistruzione. È appena il caso di ricordare che la Legge Casati del 1859, che ha disegnato larchitettura del sistema di istruzione in Italia, è stata sostanzialmente in vigore fino a 20 anni fa, cioè fino allinizio della politica dei criticati, e certamente criticabili, tagli.

Per concludere questo intervento, mi pare opportuno sottolineare, in vista di una ennesima riforma, limportanza di garantire la libertà dinsegnamento e la necessità di superare lannosa contrapposizione tra cultura scientifica e cultura umanistica.

In dialogo costante con il Mistero. Un ricordo di Franco Battiato

Pubblichiamo un ampio stralcio dellarticolo di Massimo Granieri, pubblicato sullOsservatore Romano in edicola ieri pomeriggio.

 

«È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo mutando son questi». Un passo di Eraclito di Efeso introduce un disco di Franco Battiato ascoltato dopo aver letto la notizia della sua morte. Lalbum è Limboscata, nella traccia Di Passaggio la vita muta in nuove dimensioni. Nella stessa canzone c’è unaltra citazione in greco antico, un estratto degli Epigrammi di Callimaco riguardo il suicidio di Cleombroto dAmbracia, seguace di Platone. Un tema molto caro a Battiato quello dellimmortalità dellanima e della reincarnazione che lo spinsero nel recinto del cristianesimo. Interpretò la risurrezione dei corpi dopo la morte annunciata nei Vangeli, come in Testamento in cui impasta la verità del Risorto (confusa con la reincarnazione) con versi del ventiseiesimo canto dellInferno di Dante. Nella canzone la distanza dal mistero dellIncarnazione diventa siderale: «Peccato che io non sappia volare / Ma le oscure cadute nel buio mi hanno insegnato a risalire / Noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati».

Il maestro Battiato, morto il 18 maggio, aveva la percezione del divino e della sua eterna assenza. Il testo de Lesistenza di Dio si chiude con dei versi chiarissimi: «La teologia vi invita / Anzi vi impone dimmaginare / Una pietra infinita». Un Dio pietrificato nel suo silenzio lo affascinava, alcune canzoni ricordano la notte oscura descritta da san Giovanni della Croce. Se laridità spirituale, il senso dellabbandono toccarono la vita del mistico, Battiato pensava al passaggio fugace di Dio nel nostro mondo. Fu capace di farci sperimentare quel senso di aridità e di vuoto che rimane addosso quando siamo visitati e in apparenza abbandonati dal Signore: «Sia Lode, Lode allInviolato / Arido è linferno / Sterile la sua via / Quanti miracoli, disegni e ispirazioni / E poi la sofferenza che ti rende cieco / Nelle cadute c’è il perché della Sua Assenza» (Lode allInviolato). Il 24 ottobre 1993 eseguì la sua Messa Arcaica nella basilica superiore di San Francesco dAssisi, incisa su commissione in occasione della Giornata della pace indetta dalle Nazioni Unite. Musicò le parti della santa messa, latto penitenziale, il Gloria, la professione di fede e la liturgia eucaristica. Ne approfittò per soddisfare il bisogno di utilizzare ogni tipo di linguaggio e comunicare le opzioni del cuorealimentate dal desiderio e la fatica di conoscere la Verità cantato in Torneremo ancora: «Molte sono le vie / Ma una sola / Quella che conduce alla verità / Finché non saremo liberi / Torneremo ancora». In unintervista riguardo luscita discografica della Messa Arcaica, dichiarò: «Al di là delle differenze formali, ciò che trovo invariabilmente presente in tutti i miei lavori, da quelli avanguardistici degli anni Settanta fino alla mia Messa Arcaica è una ricerca costante della bellezza, dellarmonia, della fluidità delle soluzioni che si muovono allinterno di ogni linguaggio prescelto».

Per leggere il testo completo digitare il link qui sotto

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-110/in-dialogo-costante-br-con-il-mistero.html