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Mario Draghi: “Riscoprire lo spirito di De Gasperi: lavorare insieme per un’unione efficace e inclusiva”.

Ho tante ragioni per essere grato e onorato della vostra decisione di attribuirmi oggi il Premio De Gasperi. La sua figura, nel ricordo della sua esperienza, ci trasmette un messaggio ispirato, forte, convinto: “In Europa si va avanti insieme nella libertà”.

Le radici di questo messaggio affondano nella storia europea del secolo scorso.

La ragione ultima di esistenza di un governo consiste nell’offrire ai propri cittadini sicurezza fisica ed economica e, in una società democratica, nel preservare le libertà e i diritti individuali insieme a un’equità sociale che rispecchi il giudizio degli stessi cittadini.

Coloro che nel secondo dopoguerra volsero lo sguardo all’esperienza dei trent’anni precedenti conclusero che quei governi emersi dal nazionalismo, dal populismo, da un linguaggio in cui il carisma si accompagnava alla menzogna, non avevano dato ai loro cittadini sicurezza, equità, libertà; avevano tradito la ragione stessa della loro esistenza.

Nel tracciare le linee dei rapporti internazionali tra i futuri governi, De Gasperi e i suoi contemporanei conclusero che solo la cooperazione tra i paesi europei nell’ambito di una organizzazione comune poteva garantire la sicurezza reciproca dei loro cittadini.

La democrazia all’interno di ogni paese non sarebbe stata sufficiente; l’Europa aveva anche bisogno di democrazia tra le sue nazioni. Era chiaro a molti che erigere steccati tra paesi li avrebbe resi più vulnerabili, anche per la loro contiguità geografica, meno sicuri; che ritirarsi all’interno dei propri confini avrebbe reso i governi meno efficaci nella loro azione.

Dalle parole che De Gasperi pronunciò in vari discorsi in quegli anni traspare la sua visione di come doveva caratterizzarsi questo processo comunitario.

Le sfide comuni andranno affrontate con strategie sovranazionali anziché intergovernative. All’Assemblea della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) del 1954 De Gasperi afferma: dal 1919 al 1939 sono stati conclusi circa settanta trattati intergovernativi e tutti si sono ridotti a carta straccia quando si è dovuti passare alla loro attuazione, perché mancava il controllo congiunto delle risorse comuni[1]. L’esperienza dei politici trovava riscontro nelle analisi di eminenti economisti, fra cui Ragnar Nurkse, che mettevano in luce come i trattati intergovernativi finissero per fomentare il protezionismo.

L’integrazione doveva prima di tutto rispondere ai bisogni immediati dei cittadini. Sempre nelle sue parole: dobbiamo iniziare mettendo in comune soltanto lo stretto indispensabile per la realizzazione dei nostri obiettivi più immediati, e farlo mediante formule flessibili che si possano applicare in modo graduale e progressivo.

L’azione comunitaria andava concentrata in ambiti in cui era chiaro che l’azione individuale dei governi non fosse sufficiente: il controllo congiunto delle materie prime della guerra, in particolare carbone e acciaio, costituì uno dei primi esempi.

In tal modo i padri del progetto europeo furono capaci di coniugare efficacia e legittimazione. Il processo era legittimato dal consenso popolare e trovava il sostegno dei governi: il progetto era diretto verso obiettivi in cui l’azione delle istituzioni europee e i benefici per i cittadini erano direttamente e visibilmente connessi; l’azione comunitaria non limitava l’autorità degli Stati membri, ma la rafforzava e trovava quindi il sostegno dei governi.

A incoraggiare De Gasperi e i suoi contemporanei non fu solo l’esperienza fallimentare del passato, furono anche gli immediati successi a cui portarono queste prime fondamentali decisioni del dopoguerra.

I risultati ottenuti lavorando insieme

La costruzione della pace, questo risultato fondamentale del progetto europeo, produsse immediatamente crescita, iniziò la strada verso la prosperità. Al suo confronto stanno le devastazioni dei due conflitti mondiali.

Il PIL pro capite in termini reali si riduce del 14% durante la Prima guerra mondiale e del 22% durante la Seconda, annullando gran parte della crescita degli anni precedenti.

L’integrazione economica costruita su questa pace produce a sua volta miglioramenti significativi nel tenore di vita. Dal 1960 la crescita cumulata del PIL pro capite in termini reali è stata superiore del 33% negli UE 15 rispetto agli Stati Uniti. Nei paesi europei più poveri il tenore di vita converge verso i livelli dei più ricchi.

I cittadini dell’UE acquistano il diritto di vivere, lavorare e studiare in qualsiasi paese dell’Unione; con l’istituzione delle corti di giustizia europee beneficiano dello stesso livello di tutela ovunque si trovino.

Il mercato unico, uno dei principali successi del progetto europeo, non è mai stato soltanto un progetto diretto ad accrescere l’integrazione e l’efficienza dei mercati. È stata soprattutto una scelta dei valori rappresentati da una società libera e aperta, una scelta dei cittadini dell’Unione Europea.

Il progetto europeo ha sancito le libertà politiche, ha fin dall’inizio promosso il principio della democrazia liberale. Garante dei principi democratici, è stato il punto di riferimento per paesi che volevano sottrarsi alla dittatura o al totalitarismo; così è stato per la Grecia, il Portogallo, la Spagna o i paesi dell’Europa centrale e orientale. I criteri di Copenaghen e la Carta dei diritti fondamentali assicurano che tutti i paesi dell’UE rispettino principi politici ben definiti, iscritti nelle leggi nazionali ed europee.

Non è dubbio che queste libertà abbiano immensamente contribuito al benessere dell’Europa. È anche per queste libertà, che oggi flussi imponenti di rifugiati e di migranti cerchino il loro futuro nell’Unione Europea.

L’integrazione europea ha assicurato ai propri cittadini molti anni di sicurezza fisica ed economica, forse più di quanto non sia mai avvenuto nella storia dell’Europa, diffondendo e instillando al tempo stesso i valori di una società aperta. I cittadini europei che hanno iniziato questo processo e noi che lo abbiamo vissuto abbiamo dimostrato al mondo che sicurezza e libertà non sono in antitesi. Radicando la democrazia abbiamo assicurato la pace.

Nuove sfide per l’Europa

Una insoddisfazione crescente nei confronti del progetto europeo ha però caratterizzato gli ultimi anni del suo percorso. Con il referendum del 23 giugno i cittadini del Regno Unito hanno votato a favore dell’uscita dall’Unione europea.

Per alcuni dei paesi dell’Unione questi sono stati anni che hanno visto: la più grave crisi economica del dopoguerra, la disoccupazione, specialmente quella giovanile, raggiungere livelli senza precedenti in presenza di uno stato sociale i cui margini di azione si restringono per la bassa crescita e per i vincoli di finanza pubblica. Sono anni in cui cresce, in un continente che invecchia, l’incertezza sulla sostenibilità dei nostri sistemi pensionistici. Sono anni in cui imponenti flussi migratori rimettono in discussione antichi costumi di vita, contratti sociali da tempo accettati, risvegliano insicurezza, suscitano difese.

La disaffezione ha certamente anche altre cause: la fine dell’Unione Sovietica, la conseguente scomparsa della minaccia nucleare hanno distolto l’attenzione dalla nozione di “sicurezza nei numeri”. Il riequilibrio delle forze tra le nazioni più grandi, le continue tensioni geopolitiche, le guerre, il terrorismo, gli stessi cambiamenti negli equilibri climatici, gli effetti del continuo, incalzante progresso tecnologico: in un breve arco di tempo tutti questi fattori interagiscono con le conseguenze economiche della globalizzazione, in un mondo disattento verso la distribuzione dei suoi pur straordinari benefici. Mentre nelle economie emergenti questa ha riscattato dalla tirannia della povertà miliardi di persone, nelle economie avanzate il reddito reale della parte più svantaggiata della popolazione è rimasto ai livelli di qualche decina di anni fa. Il senso di abbandono provato da molti non deve sorprendere. L’ansia è crescente. Le risposte politiche a essa date talvolta richiamano alla memoria il periodo tra le due guerre: isolazionismo, protezionismo, nazionalismo. Era già successo in passato. Sul finire della prima fase di globalizzazione, all’inizio del XX secolo, diversi paesi, compresi quelli con una tradizione di immigrazione come l’Australia o gli Stati Uniti, introdussero restrizioni all’immigrazione, in risposta alla paura delle classi operaie di perdere il posto di lavoro a causa dei nuovi arrivati disposti a lavorare per salari più bassi. Ma il biasimo, il rifiuto di queste risposte, pur giustificato, non deve impedire una disamina delle cause della minore partecipazione al progetto europeo.

Di nuovo la lungimiranza delle parole di De Gasperi ci aiuta a capire:

“Se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino (…) rischieremo che questa attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva”.

L’impianto dell’integrazione europea è saldo, i suoi valori fondamentali continuano a restarne la base, ma occorre orientare la direzione di questo processo verso una risposta più efficace e più diretta ai cittadini, ai loro bisogni, ai loro timori e meno concentrata sulle costruzioni istituzionali. Queste sono accettate dai cittadini non per se stesse ma solo in quanto strumenti necessari a dare questa risposta.

In altre occasioni è stata invece l’incompletezza istituzionale che non ha permesso di gestire il cambiamento imposto dalle circostanze esterne nel miglior modo possibile. Si pensi all’Accordo di Schengen. Pur avendo eliminato in larga parte le frontiere interne dell’Europa, non ha previsto un rafforzamento di quelle esterne. Pertanto l’insorgere della crisi migratoria è stato percepito come una perdita di sicurezza destabilizzante.

A questi bisogni, a questi timori l’Unione Europea, gli Stati nazionali hanno dato una risposta finora carente. I sondaggi, assieme al calo del sostegno all’integrazione economica europea, mostrano un’opinione pubblica che ha meno fiducia nell’Unione Europea e ancor meno negli Stati nazionali.

Ciò non vale solo per l’Europa. I dati segnalano che anche negli Stati Uniti è diminuita la fiducia dei cittadini verso quasi tutte le istituzioni: la Presidenza, il Congresso e la Corte Suprema[6]. Il fatto che si tratti di un fenomeno mondiale non può però essere di giustificazione per noi europei, perché noi soli nel mondo abbiamo costruito un’entità sovranazionale con la certezza che solo con essa gli Stati nazionali avrebbero dato quelle risposte che non erano stati capaci di dare da soli.

L’Europa può ancora essere la risposta?

La domanda è semplice ma fondamentale: lavorare insieme è ancora il modo migliore per superare le nuove sfide che ci troviamo a fronteggiare?

Per varie ragioni, la risposta è un sì senza condizioni. Se le sfide hanno portata continentale, agire esclusivamente sul piano nazionale non basta. Se hanno respiro mondiale, è la collaborazione trai i suoi membri che rende forte la voce europea.

Il recente negoziato sul cambiamento climatico sia di esempio. La questione globale può essere affrontata solo attraverso politiche coordinate a livello internazionale. La massa critica di un’Europa che parla con una voce sola ha condotto a risultati ben oltre la portata dei singoli paesi. Solo la spinta esercitata dai paesi europei che hanno presentato un fronte comune ha permesso il successo della conferenza sul clima di Parigi. Solo l’esistenza dell’Unione Europea ha permesso la costruzione di questo fronte comune.

In un mondo in cui la tecnologia riduce le barriere fisiche, l’Europa esercita la sua influenza anche in altri modi. La capacità dell’Europa, con il suo mercato di 500 milioni di consumatori, di imporre il riconoscimento dei diritti di proprietà a livello mondiale o il rispetto dei diritti alla riservatezza in Internet è ovviamente superiore a ciò che un qualsiasi Stato membro potrebbe sperare di ottenere da solo.

La sovranità nazionale rimane per molti aspetti l’elemento fondamentale del governo di un paese. Ma per ciò che riguarda le sfide che trascendono i suoi confini, l’unico modo di preservare la sovranità nazionale, cioè di far sentire la voce dei propri cittadini nel contesto mondiale, è per noi europei condividerla nell’Unione Europea che ha funzionato da moltiplicatore della nostra forza nazionale.

Quanto alle risposte che possono essere date soltanto a livello sovranazionale, dovremmo adottare lo stesso metodo che ha permesso a De Gasperi e ai suoi contemporanei di assicurare la legittimazione delle proprie azioni: concentrarsi sugli interventi che portano risultati tangibili e immediatamente riconoscibili.

Tali interventi sono di due ordini.

Il primo consiste nel portare a termine le iniziative già in corso, perché fermarsi a metà del cammino è la scelta più pericolosa. Avremmo sottratto agli Stati nazionali parte dei loro poteri senza creare a livello dell’Unione la capacità di offrire ai cittadini almeno lo stesso grado di sicurezza.

Un autentico mercato unico può restare a lungo libero ed equo solo se tutti i soggetti che vi partecipano sottostanno alle stesse leggi e regole e hanno accesso a sistemi giudiziari che le applichino in maniera uniforme. Il libero mercato non è anarchia; è una costruzione politica che richiede istituzioni comuni in grado di preservare la libertà e l’equità fra i suoi membri. Se tali istituzioni mancheranno o non funzioneranno adeguatamente, si finirà per ripristinare i confini allo scopo di rispondere al bisogno di sicurezza dei cittadini.

Pertanto, per salvaguardare una società aperta occorre portare fino in fondo il mercato unico.

Ciò che rende oggi questa urgenza diversa dal passato è l’attenzione che dovremo porre agli aspetti redistributivi dell’integrazione, verso coloro che più ne hanno pagato il prezzo. Non credo ci saranno grandi progressi su questo fronte e più in generale sul fronte dell’apertura dei mercati e della concorrenza se l’Europa non saprà ascoltare l’appello delle vittime in società costruite sul perseguimento della ricchezza e del potere; se l’Europa, oltre che catalizzatrice dell’integrazione e arbitra delle sue regole non divenga anche moderatrice dei suoi risultati. È un ruolo che oggi spetta agli stati nazionali, che spesso però non hanno le forze per attuarlo con pienezza. È un compito che non è ancora definito a livello europeo ma che risponde alle caratteristiche delineate da De Gasperi: completa l’azione degli Stati nazionali, legittima l’azione europea. Le recenti discussioni in materia di equità della tassazione, e quelle su un fondo europeo di assicurazione contro la disoccupazione, su fondi per la riqualificazione professionale e su altri progetti con la stessa impronta ideale vanno in questa direzione.

Ma poiché l’Europa deve intervenire solo laddove i governi nazionali non sono in grado di agire individualmente, la risposta deve provenire in primo luogo dal livello nazionale. Occorrono politiche che mettano in moto la crescita, riducano la disoccupazione e aumentino le opportunità individuali, offrendo nel contempo il livello essenziale di protezione dei più deboli.

In secondo luogo, se e quando avvieremo nuovi progetti comuni in Europa, questi dovranno obbedire agli stessi criteri che hanno reso possibile il successo di settant’anni fa: dovranno poggiare sul consenso che l’intervento è effettivamente necessario; dovranno essere complementari all’azione dei governi; dovranno essere visibilmente connessi ai timori immediati dei cittadini; dovranno riguardare inequivocabilmente settori di portata europea o globale.

Se si applicano questi criteri, in molti settori il coinvolgimento dell’Europa non risulta necessario. Ma lo è invece in altri ambiti di chiara importanza, in cui le iniziative europee sono non solo legittime ma anche essenziali. Tra questi oggi rientrano, in particolare, i settori dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa.

Entrambi gli ordini di interventi sono fondamentali, poiché le divisioni interne irrisolte, che riguardano ad esempio il completamento dell’UEM, rischiano di distrarci dalle nuove sfide emerse sul piano geopolitico, economico e ambientale. È un pericolo reale nell’Europa di oggi, che non ci possiamo permettere. Dobbiamo trovare la forza e l’intelligenza necessarie per superare i nostri disaccordi e andare avanti insieme.

A tal fine dobbiamo riscoprire lo spirito che ha permesso a pochi grandi leader, in condizioni ben più difficili di quelle odierne, di vincere le diffidenze reciproche e riuscire insieme anziché fallire da soli.

In conclusione torno a citare Alcide De Gasperi, le cui parole conservano dal 1952 a oggi tutta la loro attualità:

La cooperazione economica è certamente il risultato del compromesso tra desiderio naturale di indipendenza di ogni partecipante e aspirazioni politiche preminenti. Se la cooperazione economica europea fosse dipesa dai compromessi avanzati dalle varie amministrazioni coinvolte, saremmo incappati probabilmente in debolezze e incoerenze. È dunque l’aspirazione politica all’unità a dover prevalere. Deve guidarci anzitutto la consapevolezza fondamentale che la costruzione di un’Europa unita è essenziale per assicurarci pace, progresso e giustizia sociale.

Draghi: Quanti ricordi.

Quanti ricordi evoca la fotografia pubblicata dal Corriere della Sera di ieri, giovedì quattro febbraio, che vede insieme le tre sezioni della terza liceo del Massimo alla vigilia della maturità del ’65 o del ’66, non ricordo più. In effetti, per una qualche fortunata congiunzione astrale, tra i volti di quella fotografia ci sono davvero, insieme, tanti personaggi che hanno detto qualcosa nella storia del nostro Paese di questi anni, a cominciare dagli insegnanti ritratti al centro del gruppo. Primi fra tutti padre Sabino Maffeo, insegnante di fisica, poi rettore, scienziato, direttore della Specola Vaticana,  e padre Franco Rozzi, insegnante di storia della filosofia, preside del liceo, medaglia d’oro dell’istruzione, toscano e appassionato di politica all’inverosimile, chissà che direbbe oggi alla notizia di Mario Draghi. Quando anni fa padre Rozzi ci ha lasciati, a salutarlo nella chiesa di piazza del Gesù eravamo tanti ex alunni, e fra noi Mario Draghi, sempre con quel suo atteggiamento composto e discreto.

 Negli anni Ottanta lo incontravo a villa Firenze, la residenza (davvero esclusiva) dell’ambasciatore italiano a Washington, all’epoca era Rinaldo Petrignani, rimasto lì dieci anni. Draghi se non ricordo male in quel periodo era alla Banca mondiale, o al Fondo monetario, poi è tornato in Italia ed è diventato direttore generale del ministero del Tesoro. Le volte in cui ci si  incontra tra ex alunni, c’è sempre una caratteristica: bastano pochi minuti per aggiornarci su quanto è avvenuto di noi rispetto all’incontro precedente. E’ vero che in genere molte cose reciproche le conosciamo già dai giornali, ma la vita privata, gli affetti, i figli, i nipoti, come sta girando la fortuna, c’è sempre parecchio altro da dire. 

 C’è sempre stata anche un’altra caratteristica, in questi incontri. Non sono mai diventati l’occasione per un qualche scambio d’interesse di uno o dell’altro: una specie di noblesse a non mischiare amicizia e favori legati alle rispettive posizioni nella vita professionale e magari istituzionale. Draghi sappiamo tutti, De Mistura anche lui non ha bisogno di presentazione, Luca Del Balzo è stato a lungo ambasciatore, Rodolfo Baviera vendeva, e credo vende ancora, aerei a magnati e governi, Luigi Abete banchiere e Confindustria, io all’epoca stavo a palazzo Chigi, Gianni De Gennaro Capo della Polizia, Luca di Montezemolo, anche di lui che dire, e i tanti altri, impossibile nominarli tutti, nei loro diversi campi di attività. Un personaggio fantastico univa e raccordava ogni tanto le nostre vite e confessava i nostri peccati, padre Tommaso Ambrosetti, che è stato anche il capo della provincia dei gesuiti d’Italia e di Albania.

Caro Tommaso, una volta ebbi difficoltà ad arrivare in Albania per una specie di missione governativa, e fu lui ad aiutarmi. Che storia sarebbe da raccontare quella. Una sera a cena da me si conobbero Stefano De Mistura e Rosetta Russo Iervolino, all’epoca ministro dell’Interno, Governo D’Alema. Per farla breve poche settimane dopo De Mistura partiva per l’Albania, inviato speciale del Governo italiano, con l’incarico di organizzare un campo profughi a Kukes, una località sulle montagne ai confini tra Albania e la ex Iugoslavia. Ricordo, per andarlo a trovare, il viaggio su un elicottero militare fra soldati con le mitragliere spianate e i piedi che penzolavano nel vuoto. A Kukes De Mistura aveva trovato non so come un vagone ferroviario dell’esercito austriaco di decenni prima adibito a fare il pane, e lo aveva riattivato. I profughi che arrivavano lì, sopravissuti a violenze e stenti infiniti, trovavano ad accoglierli questo profumo  di pane e una  impensabile organizzazione fatta di umanità e di rispetto della loro dignità.  

Mario Draghi, che io ricordi, ha sempre avuto l’aspetto che oggi tutti gli riconoscono, quella compostezza, quella discrezione, quella misura che dicevo all’inizio. Io penso che sia sempre così, i numeri uno non hanno bisogno di darsi da fare per apparire quello che già sono. Non so francamente, con l’attuale composizione parlamentare, se Draghi ce la potrà fare a formare un governo duraturo  e del profilo necessario rispetto alla difficoltà straordinaria della situazione. Sugli  spalti il tifo è sincero, in Italia e fuori, ma in campo i giocatori sono  quelli che sono e che conosciamo. Penso ai cinque stelle, divisi tra il sostenere Draghi, a quale prezzo?, e la tentazione dell’opposizione, tornare a reclamare le cose che non hanno fatto quando erano loro a comandare al Governo. Renzi ha esaurito il suo compito, ma per ora, poi si vedrà, Il PD ha la modestia della classe dirigente che sappiamo, il centro destra tra Salvini e la Meloni è sopratutto destra, antieuropea, sovranista, populista. La colpa della situazione, ha detto bene Ernesto Preziosi, non è della politica ma di questi politici. Speriamo che quella di Mario Draghi non resti solo una lezione di stile.  

Buon lavoro, Mario Draghi!

«Nella vita non bisogna mai rassegnarsi e arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi».
(Rita Levi Montalcini, senatore a vita della Repubblica italiana)

«La speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle».
(Sant’Agostino, padre e dottore della Chiesa cattolica)

Queste due citazioni, secondo me, descrivono con accurata fedeltà il momento che il nostro Paese sta vivendo.

Il nostro “bel paese” addomesticato da generazioni politiche mediocri è scivolato come il fianco di una collina imbibita di acqua torrenziale, ed ora siamo costretti a districarci nell’emergenza. Siamo preda della mediocrità fin ai massimi livelli istituzionali, escludendo il nostro Presidente che per fortuna è lì saldo nella sua integrità. La zona grigia dell’abitudine e della rassegnazione passiva ci avvolge.

Ecco che lo “sdegno” e il “coraggio” devono guidarci verso il cambiamento. È qui che si posiziona la figura di Mario Draghi che riassume in sé il meglio della competenza, del rigore morale e istituzionale. Le forze parlamentari avranno l’umiltà residua per circondare quest’uomo del proprio sostegno e permettergli di realizzare gli obiettivi del suo compito? I “grillini” già sembrano smarcarsi, segnalando la loro “pochezza” fino in fondo, ma d’altra parte la loro origine da un pensiero profondo del “vaffa” non permette di sperare altrimenti. Gli altri non hanno che onorare l’alto incarico ricevuto pensando, finalmente, al bene del Paese.

Ora farò una considerazione che potrà sembrare fantapolitica o un algoritmo macchiavellico. Vorrei chiedere agli attori istituzionali e all’informazione, secondo voi il massacro mediatico è stata una scelta illuminata? (Sicuramente no, anche se ha aiutato, inconsapevolmente, all’obiettivo).

E se fosse stato un disegno politico volto a realizzare un cambiamento radicale? Se fosse stato un progetto, risultato della constatazione che lo scardinamento del governo, ormai al lumicino, potesse essere realizzato solo facendo saltare il tavolo delle trattative? E dare al Paese un governo finalmente all’altezza delle sfide enormi che questo tempo storico ci pone!

Buon lavoro Mario Draghi!

Dal Governo Ciampi al Governo Draghi.

Si fa un paragone improprio quando si accosta il governo Ciampi con quello in formazione di Mario Draghi.

Il Governo Ciampi del 1993 ottenne alla Camera 309 voti favorevoli , 185 astenuti e 60 contrari. Per la nascita del Governo Ciampi fu determinante il ruolo della Dc che non abdicó alle sue responsabilità di partito di governo ponendo al centro della azione politica, il rigore nei conti pubblici per recuperare fiducia e credibilità, una politica dei redditi con il concorso dei sindacati e delle imprese. Ciampi fu proposto al Presidente della Repubblica Scalfaro da Martinazzoli su indicazione del capogruppo Bianco come ha testimoniato lo stesso Martinazzoli nel suo libro memorialistico.

Non mancarono con Ciampi momenti di vedute significativamente diverse come alcune scelte sulle privatizzazioni e in particolare sulle public company.
Il quadro politico attuale è profondamente diverso.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dopo il fallimento della esplorazione del Presidente della Camera sulla riproposizione di un Conte ter, si è assunto la responsabilità di affidare l’incarico a Draghi, per il suo prestigio internazionale, al fine di formare un governo di salvezza nazionale, partendo dalla assenza di una base parlamentare che dovrà essere costruita con la forza di Draghi, del suo programma, della sua credibilità .
Non vediamo oggi una forza politica che si assuma quel gravoso onere che ebbe con coraggio e determinazione la Dc.

Si stanno infatti smarrendo su questioni minori e pregiudiziali politiche piuttosto che affrontare i tre grandi obiettivi indicati da Mattarella.
Il Presidente incaricato Mario Draghi supererà agevolmente la difficile prova perché tutte le forze politiche sono senza via d’uscita. Assisteremo a turbolenze in tutte le forze politiche; si determineranno scissioni e ricomposizioni perché è in gioco il futuro del Paese che non può essere affidato a dilettanti. Le risorse europee richiedono programmi, valutazioni idonee, piani esecutivi controlli stringenti.
Il Paese guarda con fiducia alla nuova fase che rimuove equilibri più avanzati, quelli si legati ad una visione demartiniana, non legittimati dal voto popolare che hanno portato ad uno spreco assistenzialista riponendo al contrario la necessaria attenzione a rideterminare le condizioni per lo sviluppo del Paese.

Ritorno alla politica

L’incarico a Mario Draghi di formare un nuovo Governo, sarà sicuramente annoverato negli annali migliori della storia politica italiana.

Il presidente della Repubblica ha usato l’espressione “di alto profilo” nell’affidare questo incarico ad una personalità che, certamente, non ha bisogno di presentazioni sia per rigore morale, culturale e non di meno per capacità economico-politiche.

I commentatori politici, anche autorevoli, hanno giustamente messo in risalto che la scelta di Draghi va ascritta a quello che normalmente viene definito Governo tecnico.

Ѐ indubbio che saltata la maggioranza parlamentare giallorossa e considerando il quadro politico attuale del Parlamento, l’ex governatore della Bce ha inteso lanciare un messaggio di unità a tutte le forze politiche per affrontare la crisi sanitaria, economica e sociale, affinché si ricostruiscano le basi anche per una ripresa economica.

Un attento osservatore politico come padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, ha giustamente osservato come questa fase nel segno di Mario Draghi costituisca una sorta di transizione tecnica per poi dare spazio alla politica. 

Aggiungiamo, un ritorno alla politica che riprenda i temi cari al popolarismo sturziano con soggetti politici nuovi, nel solco dei problemi reali di questo Paese.

Certo, i nodi politici sono molteplici, occorre innanzitutto una nuova legge elettorale in senso proporzionale; occorre avere contezza nel saper scegliere una classe dirigente che sappia incarnare due valori inscindibili come quelli della morale e della competenza.

Ma bisogna anche dire che proprio adesso, con Mario Draghi, non è più il tempo dell’attesa, ma quello dell’agire nel politico, nel tessuto sociale, nel retroterra culturale del mondo cattolico italiano.

Lucio D’Ubaldo, con acutezza, ha oculatamente definito l’attuale esperienza del popolarismo italiano come quella di un centro extraparlamentare in quanto non presente nei due rami del Parlamento, ma comunque viva nel tessuto sociale di una non irrilevante fetta del popolo italiano.

Il percorso appare dunque segnato? L’incarico a Mario Draghi non è la semplice scappatoia per dare un Governo al nostro Paese e per allontanare elezioni politiche anticipate, quanto l’urgenza e la necessità di ricostruire una posizione politica di centro che sappia reincarnare i valori della solidarietà, della convivenza pacifica e del rispetto della persona umana.

Su queste basi, i cattolici democratici non possono non interrogarsi sul proprio futuro politico: l’occasione non è di poco conto, ma anzi chiama a raccolta tutti gli uomini e donne di buona volontà.

Mario Draghi non è una semplice ciambella di salvataggio, ma costituisce un ritorno alla politica vera, capace di dare risposte alla gente comune, ai disoccupati, a coloro che in questo periodo troppo lungo di pandemia hanno dovuto sopportare ristrettezze e privazioni.

Se davvero siamo in grado di essere oggi quel centro extraparlamentare, secondo D’Ubaldo, che rimette al primo posto il valore della persona umana e dei suoi bisogni quotidiani in questa società sempre più individualista ed egoista, allora possiamo dire di aver svolto una minima parte nella costruzione di una nuova società solidarista.

Il cammino non è semplice,  ma certo non deve spaventare chi del popolarismo sturziano ne ha fatto non una bandiera da sventolare all’occorrenza, ma un modus vivendi per dare risposte concrete ai problemi quotidiani della gente.

Tutto cambierà. Come nel ‘92?

Periodicamente la politica italiana entra in profonda crisi. Una crisi di credibilità, di identità, di  ruolo e di progettualità. Certo, ogni fase storica è caratterizzata da avvenimenti e da accadimenti  difficilmente replicabili e quasi unici. Ma è indubbio che lo spettacolo a cui abbiamo assistito per  molte settimane è stato semplicemente inguardabile. E lo confermano gli istituti di sondaggio sulla  caduta di credibilità della politica e dei politici. Per non parlare dei partiti che, come tutti sanno,  sono ormai o partiti del capo o banali cartelli elettorali destinati unicamente a gestire il potere e  organizzare le campagne elettorali. Ma in questo contesto di crisi, condito da opportunismo e  trasformismo, figli legittimi del populismo di marca grillina, adesso è arrivata la tradizionale goccia  che ha fatto traboccare il vaso. E che, di conseguenza, è destinata a cambiare in profondità lo  scenario e la geografia della cittadella politica italiana. Certo, le forze della ex maggioranza a  guida giallo/rossa ne escono letteralmente distrutte e fortemente indebolite. Sul partitino  personale di Renzi è inutile soffermarsi visto l’ormai nota affidabilità e coerenza politica del suo  capo. Sulla prospettiva concreta del partito dei 5 stelle nessuno sa, ad oggi, cosa ci sarà nel  futuro. Anche prossimo.

L’unica cosa certa è che non è più un partito “anti sistema” essendo  abbastanza noto che le preoccupazioni principali da quelle parti – come la concreta esperienza di  questi ultimi tempi ha ampiamente confermato – è unicamente quella di conservare il più a lungo  possibile il seggio parlamentare e consolidare, dove possibile, i ruoli di potere accumulati. Il  Partito democratico, va pur detto, è stata la più grande delusione politica in questi ultimi tempi. E  questo perchè si tratta di un partito tradizionale, con una discreta classe dirigente e un  significativo radicamento territoriale. Anche se ormai la vocazione governista e di potere ha  soppiantato qualsiasi altra categoria, senza riuscire a guidare e governare i processi politici in  corso. O a rimorchio dei 5 stelle o dedito alla sola conservazione del potere e dei suoi equilibri,  non si è minimamente accorto che il quadro politico generale si deteriorava e, soprattutto,  aumentava il divario tra le richieste del paese reale e le concrete risposte delle forze di governo.  Un divario che ha oggettivamente indebolito il Partito democratico e la sua leadership e,  soprattutto, ne ha ridimensionato la sua naturale e sbandierata vocazione riformista e di vero  cambiamento. Anche nel campo del centro destra, per la verità, non emerge una grade unità e  compattezza anche se, non governando in questa fase, ha meno responsabilità sotto il profilo  della ricetta per guidare il paese. 

Ora, di fronte ad un quadro fortemente deteriorato, la proposta del Presidente della Repubblica di  indicare Mario Draghi come futuro Presidente del Consiglio, ha indubbiamente rappresentato uno  spiraglio di luce per l’intero sistema politico italiano ma, soprattutto, per rafforzare la qualità e  l’autorevolezza nella guida del governo del nostro paese. Ma, per fermarsi alla geografia politica, è  indubbio che tutto è destinato a cambiare. E, all’interno di questo cambiamento, è abbastanza  naturale che decolleranno nuovi soggetti politici e nuovi leader si affacceranno all’orizzonte. Nello  specifico, partiti che dovranno colmare un vuoto politico e progettuale. A cominciare da quell’area  di centro che in questa confusa fase storica è semplicemente evaporata perchè nessuno è stato  in grado di interpretarla. Innanzitutto con una adeguata cultura politica accompagnata da una  classe dirigente capace di interpretare quell’indole e quella specificità. Un’area che nel nostro  paese è sempre stata decisiva non solo perchè rappresentava un pezzo di società con relativi e  conseguenti interessi sociali, culturali ed ideali, ma anche perchè sapeva, nelle diverse fasi  storiche, esercitare una concreta ed efficace azione di governo.  

Ecco, con il profondo cambiamento che subirà la politica italiana dopo il clamoroso fallimento di  questa maggioranza di governo giallo/rossa, è abbastanza inevitabile che una soggettualità  politica di centro decolli. E questo non solo perchè è sempre più indispensabile avere un “partito  di centro” ma anche, e soprattutto, perchè è necessario per la qualità della nostra democrazia e  per una efficace azione gli governo, saper declinare anche una “politica di centro”. Ingrediente  che è radicalmente mancato in questa stagione di protagonismi personali, di radicalizzazione  della politica e di sola ed esclusiva conservazione del potere. 

Mario Draghi. Novità ed epilogo di una nomina.

Il 2 giugno 1992 Mario Draghi sulla nave inglese “Britannia”, dinanzi a una pletora di finanzieri e uomini d’affari d’alto profilo politico e istituzionale, dichiarò: “Lasciatemi sottolineare ancora che non dobbiamo fare prima le principali riforme e poi le privatizzazioni. Dovremmo realizzarle insieme. Di certo, non possiamo avere le privatizzazioni senza una politica fiscale credibile, che – ne siamo certi – sarà parte di ogni futuro programma di governo, perché l’aderenza al Trattato di Maastricht sarà parte di ogni programma di governo (…) Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’azione in questa direzione”.

Ma perché Draghi si trovava in quel luogo, impegnato in quel discorso? Un anno prima, Mario Draghi diventò Direttore generale del ministero del Tesoro, chiamato dall’allora ministro del Tesoro del settimo governo Andreotti, Guido Carli. A suggerire il suo nome fu Carlo Azeglio Ciampi. Iniziava un momento difficile per l’economia del Paese, tanto da rendersi necessaria nel luglio del ’92 una patrimoniale, proposta, pare, dall’allora ministro delle Finanze Giovanni Goria, prelevando lo 0,6% di quanto era depositato sui conti correnti italiani. Il Governo di Giuliano Amato (28 giugno 1992-29 aprile 1993), insediatosi nel ’92, tentò di calmierare la svalutazione (crollo) della Lira. Non bastò: fu l’era delle privatizzazioni. Già ad agosto, il governo decise di trasformare le Ferrovie dello Stato in una Spa. A settembre i conti ancora non tornavano. Vennero decisi nuovi tagli alla pubblica amministrazione, al sistema sanitario, alle pensioni.

La tensione generale portò a scioperi, manifestazioni spontanee, tensioni anche tra i partiti; il 22 aprile 1993 il presidente del Consiglio Giuliano Amato si dimise, succeduto il 20 aprile dal presidente Ciampi, nel primo governo della storia della Repubblica Italiana a essere guidato da un non parlamentare (banchiere). L’attuale nomina di Mario Draghi a presidente del Consiglio affonda dunque in quegli anni “oscuri”, carichi di crisi finanziaria quanto di “trame” ancora non pienamente decifrate.

Dopo le dichiarazioni di Draghi sulla nave Britannia si aprì, di fatto, l’era delle privatizzazioni; un’era molto lunga e completata dal più recente Governo Monti nel 2011. Furono necessarie le privatizzazioni per salvare l’economia italiana? E’ stata una speculazione affaristica, resa necessaria dal braccio politico, oppure una legittima, seppur dolorosa, conseguenza della crisi economica e della svalutazione della Lira? Oltre che da questo quesito, il nome di Draghi pare “appesantito” anche dall’eco di dichiarazioni pubbliche tutt’altro che lusinghiere.

Furono quelle di Francesco Cossiga, che in televisione lo definì “un vile … un vile affarista, liquidatore dell’industria pubblica”. Era il 2008 e Draghi ricopriva allora la carica di governatore della Banca d’Italia, e già si vociferava di una sua possibile ascesa politica. Ospite a Unomattina dal giornalista Luca Giurato, Cossiga dichiarò che non si poteva nominare Draghi non si poteva nominare Draghi presidente del Consiglio dei ministri. “E male, molto male, io feci ad appoggiarne, quasi a imporne la candidatura (alla Banca d’Italia, n.d.a., dal 29 dicembre 2005 al al 31 ottobre 2011) a Silvio Berlusconi” … “è il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era direttore generale del Tesoro. E immaginati che cosa farebbe” continuava Cossiga rivolgendosi al giornalista “da presidente del Consiglio dei ministri. Svenderebbe quel che rimane: Finmeccanica, l’Enel, l’Eni, e certamente ai suoi ex comparuzzi di Goldman & Sachs”.

Cos’era cambiato dunque nei rapporti fra Cossiga e Draghi tra il 2005 e la telefonata a Unomattina del 24 gennaio 2008? Possibile che, nei 13 anni intercorsi tra il discorso sul Britannia e la nomina alla Banca d’Italia, Cossiga non si fosse accorto di nulla? E’ difficile, forse impossibile, decifrare l’indole del “Picconatore” nelle sue “celebri” telefonate in diretta Tv, come in un altro caso, quello contro Palamara, sempre nel 2008, quella volta su Sky TG24. Fu per il Presidente emerito della Repubblica l’anno degli strali gratuiti, complice l’indole sarda, particolarmente fumantina, oppure c’era del vero? Nel caso del giudice Palamara la storia gli ha dato ragione.

Ed ora? L’ombra di Draghi si è stesa su Palazzo Chigi, sopra Giuseppe Conte, ed ora “l’avvocato del popolo”, i cui rapporti con l’attuale presidente incaricato non sono mai, pare, stati eccezionali, si è rassegnato a lasciare lo spazio istituzionale ad una strana novità. Più che una novità, una peroratio, una nomina che, almeno dal 2008, è sempre stata sospesa.

Cassa integrazione Covid, proroga al 31 marzo.

I trattamenti di integrazione salariale ordinaria con causale Covid-19 sono stati prorogati al 31 marzo 2021 (invece che al 31 gennaio 2021) per un totale di 12 settimane aggiuntive fruibili dal 1° gennaio 2021.

Per l’assegno ordinario (ASO) e la cassa integrazione in deroga (CIGD) il lasso temporale per fruire delle 12 settimane sarà più lungo di tre mesi, terminerà il 30 giugno 2021. Per quanto riguarda la Cassa Integrazione Speciale Operai Agricoli, invece, è possibile richiederla per una durata massima di 90 giorni, nel periodo compreso tra il primo gennaio e il 30 giugno 2021.

L’Inps specifica anche che è possibile fare richiesta anche in assenza dell’autorizzazione delle precedenti 6 settimane del Decreto Ristori. noltre per tutte le aziende, a differenza del passato, l’accesso sarà gratuito (a prescindere cioè dalla riduzione del fatturato).

Le domande dovranno essere presentate entro la fine del mese successivo a quello in cui ha avuto inizio il periodo di sospensione o di riduzione dell’attività lavorativa. La prima scadenza per quest’anno è il 28 febbraio 2021.

Qui le istruzioni dell’Inps

“Scelte compromesse”: presentato il rapporto nazionale sugli adolescenti

Il rapporto nazionale “Scelte compromesse. Gli adolescenti in Italia, tra diritto alla scelta e povertà educativa minorile” dell’Osservatorio #conibambini, promosso da Openpolis e Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, evidenzia come i divari educativi dipendono anche dalla condizione di partenza. Chi ha alle spalle una famiglia con status socio-economico-culturale alto, nel 54% dei casi raggiunge risultati buoni o ottimi nelle prove di italiano. Per i loro coetanei più svantaggiati, nel 54% dei casi il risultato è insufficiente.

I 2/3 dei figli con entrambi i genitori senza diploma non si diplomano a loro volta.

In Italia vivono 3 milioni di persone tra 14 e 19 anni. Se consideriamo la fascia di età che frequenta medie e superiori e limitandosi ai minori, sono 4 milioni i ragazzi di età compresa tra 11 e 17 anni. Si tratta di quasi la metà dei minori residenti in Italia (42%) e del 6,67% della popolazione italiana. Il report dell’Osservatorio indaga il fenomeno della povertà educativa legato a questa fascia di età.

L’adolescenza non è solo una fase di transizione tra infanzia e età adulta. È l’età in cui ragazze e ragazzi compiono molte delle decisioni che definiranno la loro vita successiva, a partire dalla scuola. È negli anni della preadolescenza, ad esempio, che deve essere presa una delle decisioni più importanti per il corso della vita successiva, quella del percorso di studi. Ed è a quell’età che emergono in modo forte i divari negli apprendimenti, troppo spesso collegati con l’origine sociale, e che avranno un’influenza nella successiva scelta di abbandonare la scuola.

L’abbandono scolastico prima del tempo, più frequente dove ci sono fragilità sociali, è l’emblema di un diritto alla scelta che è stato compromesso. E spesso non è che la punta dell’iceberg: dietro ogni ragazzo e ragazza che lascia la scuola anzitempo ci sono tanti fallimenti educativi che non possono essere considerati solo problemi individuali o delle istituzioni scolastiche. Sono fallimenti per l’intera società nel preparare la prossima generazione di adulti.

Nelle grandi città vi è una relazione inversa tra indicatori di benessere economico e quota di neet (Persona, soprattutto di giovane età, che non ha né cerca un impiego e non frequenta una scuola né un corso di formazione o di aggiornamento professionale): a Milano, Quarto Oggiaro ha il doppio di neet della zona di corso Buenos Aires, a Roma, Torre Angela ha il doppio di neet del quartiere Trieste, a Napoli, i quartieri con più neet compaiono anche nella classifica delle zone con più famiglie in disagio.

Poi si può notare un +25,2% di divario tra l’abbandono dei giovani con cittadinanza straniera e i loro coetanei.

Il rapporto è stato presentato in diretta streaming da Vincenzo Smaldore, responsabile Openpolis, e commentato da Marco Rossi-Doria, vicepresidente di Con i Bambini e dalla giornalista Sara De Carli.

Rossi-Doria (Con i Bambini) ha commentato: “In questa fase di grandi difficoltà, i ragazzi dovrebbero rappresentare il fulcro di qualsiasi ripartenza. Dobbiamo loro grandi opportunità”.

 

 

Adottato il protocollo anti Covid-19 per i concorsi pubblici

È stato adottato dal Dipartimento della funzione pubblica il protocollo per la prevenzione e la protezione dal rischio di contagio da COVID-19 nell’organizzazione e nella gestione delle prove selettive dei concorsi pubblici (articolo 1, comma 10, lettera z), DPCM 14 gennaio 2021), validato dal Comitato-tecnico scientifico presso il Dipartimento della protezione civile.

Il protocollo per lo svolgimento dei concorsi pubblici si rivolge ai soggetti coinvolti a vario titolo nelle procedure, quali ad esempio le amministrazioni titolari delle procedure concorsuali, le commissioni esaminatrici, il personale di vigilanza, i candidati e agli altri enti pubblici e privati coinvolti nella gestione dei concorsi.

Oltre alle misure igienico sanitarie da adottare per l’organizzazione dei concorsi il protocollo reca specifiche indicazioni in merito ai requisiti delle aree concorsuali, ai requisiti dimensionali delle aule concorso (organizzazione dell’accesso, seduta e dell’uscita dei candidati) e per lo svolgimento della prova.

La spesa farmaceutica in Italia nel 2020

Assorted pills

A livello nazionale la spesa complessiva nei primi 9 mesi del 2020 si è attestata a 14.096,4 mln di euro, evidenziando uno scostamento assoluto rispetto alle risorse complessive del 14,85% (13.259,6 mln di euro) pari a circa 836,8 mln di euro, corrispondente ad un’incidenza percentuale sul FSN del 15,79%. Prosegue anche a luglio il trend di aumento degli ultimi anni con la spesa farmaceutica ospedaliera che va oltre il tetto di spesa (di ben 2.030 mln in 9 mesi) e la territoriale che invece è sotto il tetto di 1.182,2 mln nei primi 9 mesi del 2020.

È quanto si legge nell’ultimo monitoraggio dell’Aifa relativo ai primi 9 mesi del 2020 appena pubblicato. Un trend che segue quello degli ultimi anni per cui c’è molta attesa sulla norma inserita nella Manovra che rimodula il peso dei tetti di spesa così come da vedere se verranno accolte le proposte sia di Aifa che delle Regioni.

La spesa farmaceutica convenzionata netta a carico del SSN nel periodo gennaio-settembre 2020 calcolata al netto degli sconti, della compartecipazione totale (ticket regionali e compartecipazione al prezzo di riferimento) e del pay-back 1,83% versato alle Regioni dalle aziende farmaceutiche, si è attestata a 5.677,5 mln di euro, evidenziando una considerevole diminuzione rispetto a quello dell’anno precedente (-164,1 milioni di euro).
Per la verifica del tetto della spesa convenzionata, come disposto dalla Legge di stabilità 2017, lo scostamento della spesa farmaceutica convenzionata al netto dei payback vigenti rispetto al tetto del 7,96% (7.107,5 mln di euro), pari a 5.926,3 milioni di euro che incide sul FSN per il 6,64% generando un avanzo di 1.182,2 milioni di euro.

In questo caso tutte le Regioni hanno speso meno del tetto di spesa previsto.

La spesa farmaceutica per acquisti diretti nei primi 9 mesi del 2020 al netto dei gas medicinali (9.104,3 mln di euro) ha registrato uno scostamento assoluto di 2.030,6 mln di euro) rispetto al tetto del 6,69%. In questo caso nessuna Regione è riuscita a rispettare il tetto di spesa.

Per quanto riguarda la spesa per gas medicinali, lo scostamento assoluto rispetto al tetto dello 0,20% della spesa per acquisti diretti per gas medicinali è stato di -12,6 mln di euro.

I consumi, espressi in numero di ricette (402,5 milioni di ricette), mostrano una riduzione (-6,5%) rispetto al 2019; anche l’incidenza del ticket totale si riduce (-6,9%). Mentre si osserva un calo dell’1,1% (-184,1 milioni) delle dosi giornaliere dispensate

Si conferma nello specifico il calo (-11%) dei ticket fissi (309,2mln). In calo (-5,3%) anche per la spesa per la differenza di prezzo che pagano i cittadini per l’acquisto di farmaci branded (804,7 mln).

Per i farmaci inseriti nel fondo per i medicinali innovativi non oncologici la spesa gennaio-luglio al netto del payback è stata pari a 228,3 milioni di euro mentre per i medicinali inseriti nel fondo per i medicinali innovativi oncologici, la spesa gennaio-settembre al netto del payback è stata pari a 613,1 milioni di euro.

La notte delle ninfee: come si malgoverna un’epidemia. Intervista a Luca Ricolfi.

Prof. Ricolfi, dopo il grande successo de “La società signorile di massa” in questo nuovo libro affronta il tema della pandemia, il grande flagello che da un anno sta sconquassando il mondo . Lo fa dal Suo Osservatorio della Fondazione Hume e come Docente Universitario di analisi dei dati. Le Sue indagini ci stanno abituando a valutare i fatti secondo il metodo dell’osservazione, della comparazione e della ricerca: una prospettiva scientifica che confuta le opinioni non suffragate da elementi attendibili. Il Suo metodo punta dritto ai dati oggettivi. Perché ha ritenuto di occuparsi di questa vicenda che in realtà dal suo incipit ha palesato più incertezze, confusione, omissioni, ritardi, indecisioni, persino bugie anziché essere gestita in modo trasparente, in particolare dalla scienza e dai decisori politici?

Precisamente per le ragioni che lei richiama nella sua domanda: ero incredulo di fronte alla superficialità (e soprattutto alla pericolosità) delle pseudo-analisi delle autorità politico-sanitarie, ma anche del mondo dell’informazione. La mia fortuna è stata di trovarmi a scrivere sull’unica testata importante (Messaggero-Mattino-Gazzettino) che non ha imposto una linea di deferenza verso le scelte governative.

Descrivendo lo stato di avanzamento della gestione politica della pandemia Lei esordisce partendo dalla cd. “seconda ondata”: credo che questo differimento temporale Le consenta di risalire a poco a poco la china degli eventi con un cammino a ritroso, fino ai primi casi di Coronavirus in Italia, alla dichiarazione dello stato di emergenza, per poi incamminarsi nella sua descrizione degli  errori compiuti. Usando la sua metafora delle ninfee (che spiegano la duplicazione notturna della loro presenza nello stagno) Lei dimostra che l’errore principale è consistito in una sottostima della crescita esponenziale, fino alla perdita di controllo dell’effetto moltiplicatore. In pratica dopo la dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio 2020, c’è stato un mese in cui non si è deciso quasi nulla. Lei elenca: sottovalutazione dell’importanza dei tamponi per circoscrivere e isolare e scarsa considerazione delle mascherine come agente frenante la diffusione del contagio. E’ stata dunque la sottostima e la scelta della rassicurazione tout court che ha portato improvvisamente al primo lockdown?

Onestamente, non credo che – all’inizio – sarebbe stato possibile evitare qualche tipo di lockdown. E glielo dico con rammarico, perché io sono contrarissimo ai lockdown come strumenti di governo di un’epidemia. La mia tesi non è che avremmo dovuto fare come la Svezia (nessun lockdown) ma che, anche a fronte della prima ondata, il numero di contagiati, e quindi il numero di morti, avrebbero potuto essere molti di meno (diciamo circa un decimo) se il nostro governo avesse effettuato scelte diverse.

Quali scelte, Professore?

Essenzialmente quattro. Primo: non sprecare gennaio, e usarlo per preparare gli ospedali, a partire dall’approvvigionamento di DPI (dispositivi di protezione individuale) e dalla messa in atto del piano anti-pandemico (vecchio, ma comunque utile). Secondo: chiusura immediata di Nembro e Alzano, lockdown nazionale (o almeno settentrionale) tempestivo, duro, e di breve durata. Terzo: tamponi di massa, anche agli asintomatici. Quarto: non negare, come invece è stato fatto, l’utilità delle mascherine nei negozi e negli ambienti chiusi.

La sua narrazione dei fatti mi ricorda la figura manzoniana di Don Ferrante che morì di peste non sapendo decidere se si trattasse di accidente o sostanza. La sottovalutazione iniziale è stata dunque fatale? In fondo, da subito, autorevoli scienziati parlavano di “poco più di un raffreddore”. Lei riferisce anche di due elementi che stanno sullo sfondo dell’inazione o di scelte che – dopo l’estate – si riveleranno fatali con l’arrivo della seconda ondata: la subalternità all’OMS e all’UE e gli effetti della globalizzazione, portando l’esempio del turismo, delle frontiere aperte e della libera circolazione  rispetto ad una logica di impatto forte contro il virus e di decisioni drastiche prese per tempo. Ce ne vuole parlare?

Ma io di autorevoli scienziati che dicessero che il Covid è “poco più di un raffreddore” ne ho sentiti pochi. Non dobbiamo fare l’errore di considerare autorevole chiunque indossi un camice bianco, o ricopra una posizione apicale nella burocrazia sanitaria. Quanto all’OMS e l’UE penso che, se ci fosse un processo contro le nostre autorità sanitarie (lo dico a titolo di esperimento mentale: non ci sarà mai…), potrebbero essere chiamati come testimoni a discarico, perché potrebbero confermare di avere sbagliato tutto – e dato indicazioni catastrofiche –  su tamponi, mascherine (OMS), gestione delle frontiere (UE). Ma anche sul piano pandemico, con il ritiro del rapporto OMS sull’Italia, e il tentativo di occultare le responsabilità delle nostre autorità sanitarie. Il mio libro è stato interpretato da alcuni come un attacco frontale al governo italiano, ma in realtà io sono stato abbastanza misericordioso.  Se il mio scopo non fosse stato essenzialmente quello di evitare errori futuri, bensì quello di mettere sotto accusa il governo, non avrei mai scritto due capitoli (il 2 e l’8) che invece analizzano le attenuanti delle autorità italiane. Nel capitolo 2, sulla “Ideologia europea” descrivo il ruolo dei condizionamenti da parte dell’Europa e dell’Oms. Nel capitolo 8, dedicato ai paesi che ce l’hanno fatta a evitare la seconda ondata, mi soffermo sull’importanza della cultura e dei comportamenti della popolazione, due fattori su cui i governi possono ben poco.

In realtà molto resta da chiarire sull’esordio della pandemia, tra mercato di Wuhan, pipistrelli e virus creato in laboratorio. Al netto di un dato certo: l’origine cinese del virus. Non Le sembra che da un paio di anni la geopolitica si sia sottomessa alla geoeconomia e che i due Governi succedutisi sotto la stessa guida abbiano di fatto adottato una scelta filocinese, a scapito anche delle alleanze tradizionali? Il Memorandum della via della seta formato il 23 marzo 2019 è stato un patto di messa a disposizione dei porti di Genova e Trieste per i flussi commerciali cinesi (Poi Trieste si è alleata con Amburgo). Ma il Protocollo d’intesa Italia-Cina del 28 aprile successivo, prevedeva accurati controlli transfrontalieri di merci e persone provenienti dalla Cina, proprio allo scopo di evitare fenomeni pandemici. Non ne parla mai nessuno, lo trovo davvero sconcertante: ma perché l’Italia non ha preteso che fosse rigorosamente applicato mentre sceglieva la via delle frontiere aperte? Le prime responsabilità non originano forse da quel patto non rispettato?

Lei ha ragione, ma mi pare che, non da oggi, sia l’Europa (o forse l’Occidente) nel suo insieme ad aver sottovalutato il rischio Cina, un errore che Giulio Tremonti descrisse molto bene nel suo libro Rischi fatali, del 2008. Oggi ce la prendiamo con lo sprovveduto Di Maio, ma non dobbiamo dimenticare che la percezione della Cina come mera opportunità, anziché come un mix di rischi e di opportunità, risale almeno ai tempi del secondo governo Prodi (2006): globalizzazione e “apertura commerciale a prescindere” sono da lungo tempo nel DNA della cultura progressista.

All’origine della prima e della seconda ondata Lei individua una sequenza di scelte politiche che così riassume: più poteri (emblematici i ripetuti e complessi DPCM), “attesa & rassicurazione” (‘ce la faremo’) , terrorismo , lockdown (veti, divieti, sanzioni, poi il teorema delle zone a colori – una tavolozza spesso irrazionale senza dati attendibili ecc.) riapertura di (quasi) tutto.   A giugno 2020 sembravano avviati all’uscita definitiva dall’incubo ed è stata adottata nell’estate la politica del chiudere un occhio, delle movide consentite, delle spiagge affollate, degli assembramenti, dei bonus alberghieri, dei monopattini. E’ stata definita la via italiana, un “modello che tutto il mondo ci invidiava. “Stiamo decidendo”, stiamo valutando”, “stiamo lavorando”, “ci stiamo organizzando”. Qual è stato l’errore di fondo in questa transizione tra presunta fine della pandemia (in realtà era solo la sua prima ondata) ed esplosione devastante della seconda fase, con crescite da capogiro di tamponi positivi, ricoveri in terapia intensiva e morti giornalieri? Altri Paesi hanno fatto peggio di noi ma alcuni hanno decretato lunghe chiusure con provvidenze economiche dirette a lavoratori e imprese. Perchè anche su questo punto abbiano tirato alle lunghe?

Distinguerei l’inadeguatezza sul versante dell’economia da quella sul versante sanitario. Sull’economia in parte siamo stati inadeguati per forza, non potendo mettere in campo le risorse di paesi come la Germania, ma un po’ abbiamo sbagliato e avremmo potuto fare meglio. E’ incredibile, ad esempio, che i vertici dell’INPS non siano stati cambiati – e il sistema informativo completamente riprogrammato – appena è emerso che era incapace di erogare le somme stanziate. Così come è stato un errore, secondo me, puntare tutto su provvedimenti assistenziali (compresi i ristori), anziché agire risolutamente sui costi fissi delle imprese. Sul versante sanitario è mancato quasi tutto: la disorganizzazione e l’immobilismo da maggio a dicembre sono stati sconcertanti e ingiustificabili. E altrettanto lo sono stati l’ostinato rifiuto di ascoltare gli studiosi indipendenti, l’indifferenza ad ogni analisi ed appello proveniente dagli scienziati e dalla società civile, in particolare la petizione del 2 novembre promossa da Lettera 150 e Fondazione Hume. Ma l’errore degli errori è stato di adottare il protocollo europeo-occidentale di gestione dell’epidemia, basato su un unico comandamento: intervieni (con il lockdown) quando ci sono così tanti contagiati da mettere a repentaglio il servizio sanitario nazionale. Mentre il protocollo che funziona è un altro: cerca di tenere il numero di contagiati vicino a zero, e se il numero si allontana troppo da zero intervieni senza esitazione.

La gestione dell’anno scolastico da chiudere e di quello da riaprire è stata veramente problematica. Si è preferito aprire le discoteche d’estate piuttosto che organizzare una ripresa sicura delle lezioni a settembre. I dirigenti scolastici sono stato bombardati da prescrizioni minuziose: ma i banchi a rotelle, i dispenser di gel, i genitori tenuti fuori dall’uscio del plesso non sono bastati. Come negli ospedali medici e infermieri sono stati docenti dirigenti a tenere i motori accesi.  La DAD ha sopperito in parte alle problematiche legate a spazi, orari e risorse umane e materiali. Mi chiedo tuttavia come mai nessuno dei decisori politici nazionali e locali avesse previsto che il problema della scuola non era il “dentro” ma il “fuori”: non tanto la gestione dei gruppi di alunni quanto il problema dei trasporti da e per la scuola, la promiscuità dei gruppi dei pari, le famiglie con malati di Covid in casa o in ospedale, e i capannelli del tempo libero. Come mai non ci si è pensato per tempo?

Non ci si è pensato perché siamo stati governati da una classe dirigente del tutto inadeguata, che si è scelta un Comitato tecnico-scientifico subalterno al ceto politico. Un problema aggravato dal fatto che le due ministre chiave, ossia Azzolina (scuola) e De Micheli (trasporti) hanno chiaramente mostrato di non aver capito i due punti chiave e cioè: che le aule scolastiche non avevano bisogno di banchi a rotelle ma, semmai, di impianti per il controllo dell’umidità e della circolazione dell’aria; che senza interventi precoci (da maggio) e senza il coinvolgimento del settore privato sarebbe stato impossibile risolvere rapidamente il problema del distanziamento sui mezzi pubblici.

La zonizzazione per aree colorate ha acuito i problemi dei rapporti Stato-Regioni specie in tema di competenze sanitarie, come un agente moltiplicatore di conflitti. Le diaspore tra Governo e Governatori (che non lo sono, ma si autodefiniscono tali) hanno raggiunto livelli di contenzioso elevati. Le chiedo: a cosa sono servite le task force, gli Stati Generali, i comitati di esperti se poi le decisioni sono state assunte più sulla base di calcoli sul ‘consenso’ elettorale presunto che sul merito effettivo dei problemi? Mi sembra che abbiamo vissuto un anno di rinvii e di eccessi di annuncio. Lei cita l’esempio della Germania e della Merkel che ha ragionato e parlato alla nazione sugli indici del fattore “R”(dati di decessi, positività e nuovi casi) : eppure in certi momenti anche i loro numeri erano drammatici. Ma Lei ha chiuso tutto e imposto le mascherine FFp2 sui mezzi trasporto. Come mai da noi ciò non può accadere? La nostra società signorile di massa pretende concessioni, deroghe, blandizie? Perché ai nostri politici manca il coraggio di assumere decisioni certe, coraggiose e impopolari?  

Per amore di verità si deve dire che, alla fine, anche la strategia della Merkel – per quanto più tempestiva – si è rivelata inadeguata. I nostri politici non hanno il coraggio di chiedere ai cittadini rinunce che sarebbero necessarie. Ma la vera ragione non è solo che i politici pensano esclusivamente al consenso. La vera ragione è che per chiedere sacrifici e rinunce ai cittadini devi – tu politico –  aver fatto tutto quello che era in tuo potere per contrastare l’epidemia. Detto in altre parole: devi avere le carte in regola, devi essere stimato e rispettato. E i nostri politici le carte in regola non le hanno, né godono della stima della maggior parte dei cittadini.

Mantenendo la Sua analisi sul confronto dei dati risulta che ci sono stati Paesi non colpiti dalla seconda ondata. Parliamo di Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del sud, Taiwan , Hong Kong, e in Europa, Norvegia, Irlanda, Danimarca e Finlandia. Ciò è stato dovuto più alla consapevolezza sui rischi epidemiologici, alla durezza e determinazione delle decisioni politiche assunte, a scelte sanitarie come il tracciamento di massa mediante tamponi o c’entra anche il comportamento sociale, l’accettare provvedimenti drastici come il confinamento o la chiusura delle frontiere, per uscire prima dal contagio?

Il mix di condizioni che ha permesso a 11 paesi su 29 di schivare la seconda ondata, e a 9 di schivare anche la terza attualmente in corso, è molto eterogeneo. Danimarca, Norvegia, Islanda hanno molto puntato sui tamponi, la Corea del Sud sul tracciamento, il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda sul controllo delle frontiere. Però è vero che quasi tutti i paesi che ce l’hanno fatta, tranne forse l’Irlanda, hanno livelli eccezionali di senso civico e/o di rispetto delle regole. E poi c’è un fattore difficile da valutare, ma che secondo me è importante: l’abitudine al distanziamento sociale, o se preferite il basso livello di socialità. In presenza di una pandemia, lo stile di interazione mediterraneo, basato su baci, abbracci, basso distanziamento, incapacità di stare da soli – spiace doverlo dire – ha costi sanitari non trascurabili.

Lei elenca minuziosamente 13 misure alternative o complementari alle chiusure a colori, per aree geografiche e regioni, ai lockdown seguiti da aperture di (quasi) tutto, a giorni di clausura seguiti da giorni di assembramenti, movida e shopping.  Un tiramolla che ha agito da effetto moltiplicatore generando incertezze e riducendo  allo stremo le strutture sanitarie. Mai qualcosa di definitivo per una durata ragionevolmente utile. Perché nessuna di queste è stata sperimentata?  Perché si è scelta la via dei DPCM – vere monografie indecifrabili – dove hanno prevalso logiche di gestione del consenso piuttosto che la voce della scienza?

I politici si sono innamorati dell’idea di non decidere, che permette loro di addossare tutte le colpe a un “algoritmo”, neutro e impersonale. E la gente sembra non aver capito che di automatico non v’è nulla, perché i dati vengono interpretati, e le soglie continuamente modificate dal potere politico.

E passiamo ai vaccini. Meno male che sono arrivati ma creano già polemiche. Il Prof. Benini Emerito all’Università di Zurigo , in due interviste del 30 marzo e del 9 dicembre aveva messo in guardia sulla mutazione genetica frequentissima del virus e sul fatto che le case farmaceutiche chiedono agli Stati di rendersi garanti sotto ogni profilo dell’efficacia del vaccino stesso. Si tratta di colui che nel 2014 aveva recensito sul Sole 24 ore il libro Spillover di David Quammen, lo scienziato USA  che aveva previsto la pandemia con 6 anni di anticipo. Nessuno lo ha ascoltato. Ora emerge anche il rallentamento della fornitura delle dosi richieste da ogni Stato. Perché anche su questo ultimo salvagente per la salute e la tranquillità psicologica della gente tutto diventa improvvisamente incerto?

Sui vaccini l’ultima stima della Fondazione David Hume dice che, procedendo di questo passo, l’obiettivo di vaccinare il 70% dei cittadini si raggiungerà nel settembre del 2023, ovvero nella prossima legislatura. Ma ormai dovrebbe essere chiaro che certe domande sulla imprevidenza e inconcludenza del ceto politico non dovremmo nemmeno farcele. Con una burocrazia e un sistema legislativo ipertrofico come il nostro, con un ceto politico ignorante e presuntuoso, perché mai qualcosa dovrebbe funzionare?

 

Popolari e diaspora

L’autore di questo scritto ha concentrato finora, in varie sedi e forme, la sua attenzione sull’alternativa cattolica al progressismo di tipo radical-socialista. Ora, il “ritorno a Sturzo” che qui ripropone, con uno sforzo di fedeltà alla lezione del prete calatino, indica la strada di un “centrismo europeista” (il riferimento è ovviamente alla Cdu tedesca) che fissa il confine anche a destra, quindi con il rifiuto del sovranismo. Ne deriva una proposta più equilibrata, che fa del popolarismo una piattaforma di elevazione democratica, quantunque venata di un risorgente motivo  integralista. Non è dunque la nostra proposta, quella che traluce dall’insieme dei contributi che appaiono quotidianamente su questo foglio digitale, ma costituisce entro tale cornice politica un rispettabile punto di interlocuzione (L. D.)

In riferimento al problema lungo e doloroso della diaspora dei popolari e cattolici, mi corre l’obbligo di dire che i punti di riferimento che noi Popolari abbiamo sono esattamente quei partiti che hanno nel loro statuto il riferimento concreto al PPE e che sono Forza Italia, l’UDC e il Popolo della famiglia. Altre tendenze, mode o inserimenti non appartengono al partito popolare.

Con tanta fatica, delusioni e abbagli, constatiamo che partiti “cosiddetti liberal-democratico-socialisti”, per essere chiari, Italia viva di Renzi e azione di Calenda, non appartengono alla storia del popolarismo e mi stupisco che certi settori anche cattolici li riconoscano appartenenti all’area popolare. Forse ciò dipende dalla fluidità del sistema politico attuale, dove assistiamo alle più grandi e illustri migrazioni da sinistra a destra e viceversa di tanti parlamentari in ogni legislatura o, come di recente, al fenomeno dei cosiddetti migranti economici della politica da Ciampolillo ad altri.

È evidente che i popolari non sono ne’ moderati, ne’ socialisti e ne’ liberali. Può il popolarismo di Sturzo essere germe di un impegno cattolico e laico allo stesso tempo, capace di mettere in campo capacità organizzative e di resistenza ai poteri che sono inclini a violare le libertà fondamentali della persona, a ostacolare quelle della libera impresa e a limitare la famiglia nella sua funzione di architrave della società umana?

La risposta è si. Scrive Don Sturzo in un articolo pubblicato nel 1949, in La Via, dal titolo Moralizziamo la vita pubblica: “Non è moderno il male di una vita pubblica moralmente inquinata: sotto tutti i cieli, in tutte le epoche, con qualsiasi forma di governo, la vita pubblica risente i tristi effetti dell’egoismo umano. Quanto è più accentrato il potere e quanto più larghi sono gli afflussi del denaro nell’amministrazione pubblica (Stato, enti statali e parastatali, enti locali), tanto più gravi ne sono le tentazioni. (…) Ma c’è un altro pericolo, ancora peggiore, quello della insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità nell’amministrazione dello Stato, sia perché attraverso partiti, cooperative, sindacati, enti assistenziali e simili, coloro che hanno in mano i mezzi dell’opinione pubblica partecipano alla corruzione dei politici o si preparano a parteciparvi con l’alternarsi dei partiti…; ovvero perché tutto il potere e tutti i mezzi di opinione pubblica sono in mano ai governi, com’è nei Paesi totalitari”.

Perché ricominciare da Sturzo?

Don Luigi Sturzo è anello di congiunzione fra cattolici e laici e sviluppa una concezione fondata sulla funzione essenziale dei comuni con due aspetti essenziali: la proporzionale elettorale che è la distruzione della “clientela personale “, cioè del baronaggio politico e la libertà della scuola che è la rivendicazione del magistero spirituale della Chiesa.

Nel novembre del 1902, a Caltanissetta, aveva sostenuto l’indispensabile rinascita del comune, “nella sua funzione collettiva, nel diritto di amministrare i beni comuni, di soddisfare i bisogni collettivo-territoriali sia di ordine materiale, sociale che morale”. Il comune così diventava per Sturzo palestra di democrazia, attraverso la rappresentanza proporzionale delle diverse energie operanti nel territorio e attraverso il referendum popolare. Così operando, Sturzo diventa banditore di una fede moderna, “personaggio della Chiesa e del popolo” che, pur muovendo da premesse saldamente cattoliche, pone il problema politico della libera volontà, correndo tutti i rischi delle scelte morali dettate dalla coscienza. La partecipazione dei cattolici alla vita politica dell’Italia, con organizzazione autonoma e con programma completo intorno a tutti i problemi nazionali da lui caldeggiata per oltre 20 anni ed attuata con la fondazione del PPI, era il primo obiettivo da raggiungere e il mezzo per le ulteriori affermazioni.

Ma il discorso più significativo e che più ci coinvolge in questo momento storico di piena confusione e di perdita di senso e di direzione della società civile, è il discorso di Caltagirone del 24 dicembre 1905, intitolato I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani. Vi si identifica l’intenzione di dare vita a un Partito d’ispirazione cristiana, ma responsabilmente aconfessionale e laico, con cui i cattolici si mettessero “al pari degli altri partiti della vita nazionale, non come unici depositari della religione, o come armata permanente delle autorità religiose, ma come rappresentanti di una tendenza popolare-nazionale nello sviluppo del vivere civile…il partito come strumento indispensabile alla vita civile e democratica”.

Questo partito avrebbe dovuto scegliere se essere conservatore o essere democratico, in quanto il clerico-moderatismo dell’età giolittiana, poi culminato nel patto Gentiloni del 1913, non corrispondeva al progetto di Sturzo, poiché espressione clerico-moderata di ritorno storico della reazione. Nel suo disegno il partito non poteva essere che “democratico, antimoderato, autonomo da condizionamenti e collusioni con altre forze politiche”. La formazione di un partito nazionale dei cattolici democratici richiedeva, secondo Sturzo, “di essere da soli, specificamente diversi dai liberali e dai socialisti, liberi nelle mosse, con un programma concreto basato sopra elementi di vita democratica…un partito non pura espressione ideologica, ma soggetto che doveva maturare dal basso, alimentarsi coi problemi reali e concreti del Paese e della sua gente, per diventare il risultato di una presa di coscienza politica, sociale, culturale e democratica dei cattolici..”.

Sturzo aveva compreso che uno Stato democratico si costruisce dal basso, attraverso individui responsabili ed enti autonomi, in cui fare pieno esercizio di libertà. Altro momento importante fu il Congresso di Torino, il quarto, nell’aprile del 1923, in cui Sturzo ribadì la peculiare fisionomia del PPI, nei confronti di ogni altra ideologia, contrapponendosi in particolare al fascismo e alla sua concezione dello Stato: “..Per noi lo Stato non crea l’etica, ma la traduce in legge e le dà forza sociale. Per noi lo Stato non è la libertà, non è al di sopra della libertà, ma la riconosce e ne coordina e limita l’uso, perché non degeneri in licenza. Per noi lo Stato non è religione: la rispetta, ne tutela l’uso dei diritti esterni e pubblici…Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli: è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività e che sviluppa le sue energie negli organismi nei quali ogni nazione è ordinata“.

Questo riferimento a uno dei nostri principali padri politici oggi viene completamente dimenticato proprio da quei cattolici che dovrebbero invece averlo sempre sottomano, come luce del cammino politico, oggi buio, dissestato e pieno di difficoltà.

Draghi, la crisi in Italia e l’economia mondiale. Parla Giovanni Farese.

Articolo pubblicato sulle pagine di https://www.startmag.it/ a firma di Alessandro Albanese Ginammi

Quali sono le potenzialità e le sfide per Mario Draghi a Palazzo Chigi? Quali pericoli deve scongiurare se riuscirà a formare un governo dopo il mandato ricevuto dal presidente della Repubblica? E quali sono le dinamiche economiche internazionali in cui l’ex presidente della Bce si muoverà una volta a Palazzo Chigi? Ecco il parere di Giovanni Farese, professore di Storia dell’economia nell’Università Europea di Roma, Marshall Memorial Fellow del GMF-German Marshall Fund of the United States e membro del Bretton Woods Committee.

Crisi economica, politica, sanitaria. Che cosa può fare Draghi?

È un momento di grande speranza, per citare la parola chiave del breve discorso di Draghi di oggi. Più o meno cento anni fa un Parlamento diviso e una società in ebollizione generarono un esito molto diverso. Ma le istituzioni repubblicane sono forti. Il profilo di Draghi evoca naturalmente quello di Luigi Einaudi. L’attenzione alle nuove generazioni può significare anche una (einaudiana) maggiore “eguaglianza nei punti di partenza”. Si avverte davvero la possibilità, per dirla con papa Francesco, “di avviare processi”, e non di “occupare spazi”. Gli anni che abbiamo davanti – questo decennio – saranno quelli in cui o ricostruiremo o lentamente ruineremo, come in parte è purtroppo avvenuto. Oggi occorre invertire la rotta.

L’orizzonte, però, non è esente dai pericoli.

Nell’agosto del 2020 Draghi disse che le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere sono conoscenza, coraggio e umiltà. Ha mostrato di saper vedere lontano, di saper indicare una mèta collettiva e di saper costruire, con parole e azioni innovative, il consenso necessario per raggiungerla. Molto naturalmente dipenderà dalla composizione del governo, se cioè sarà in parte politico e in parte tecnico, o tutto tecnico.

Quali sono i rischi da evitare?

Il pericolo da scongiurare è che i partiti pensino solo a fare un altro “giro di giostra”. Sarebbe una rovina e avrebbe esiti imprevedibili. Non a caso l’altra parola-chiave del breve discorso di Draghi è stata “unità”. Con un po’ di fortuna e molta sapienza si può aprire una fase politica nuova.

Qui l’articolo completo 

Il Malta Sustainability Forum e la transizione verso una società sostenibile

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

In seguito alla pandemia sanitaria, nuove priorità sono emerse nel circuito economico internazionale e Malta ha colto l’opportunità per capire cosa stia accadendo al nostro pianeta e quali conseguenze dovranno aspettarsi le popolazioni e la società mondiale. Il tempo e le sue metamorfosi, come il senso di vulnerabilità che ha caratterizzato l’umanità e il destino delle generazioni future, appare incerto e il recente Malta Sustainability Forum ha posto al centro del dibattito la sostenibilità dell’attività dell’uomo in relazione al futuro del nostro pianeta. Tra le tematiche oggetto di approfondimento ritroviamo la transizione verso un’economia a emissioni zero e rispettosa dei punti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Il panel dedicato alle emissioni zero ha analizzato il futuro delle imprese nell’affrontare la sfida urgente di un’Europa sostenibile entro il 2050 e contribuire a creare un futuro migliore per tutti gli esseri viventi del nostro pianeta. Durante l’analisi di un sondaggio, presentato durante i lavori del Forum, è stato evidenziato che l’89% dei partecipanti al sondaggio ha riposto che la classe politica mondiale “non sta prendendo sul serio il rischio del cambiamento climatico che stiamo vivendo”.  

L’attivista ambientale Michael Zammit Cutajar ha presentato le sue analisi evidenziando che l’attualità del riscaldamento globale è legata all’attività economica dell’uomo e che le prossime sfide saranno caratterizzate da una “resistenza” dell’umanità alle condizioni climatiche avverse del futuro. Tuttavia, la vera sfida è dar divenire tale problematica un’opportunità per le imprese e la società del prossimo futuro.  Durante i lavori del Malta Sustainability Forum è emerso che le organizzazioni internazionali che richiamano l’attenzione sulle urgenze ambientali e climatiche ritiene che la rivoluzione debba partire dai “clienti e dai consumatori”, posizionando le attività di business al centro della riflessione economica globale da intraprendere. David Xuereb, Presidente della Camera di Commercio di Malta ha sottolineato che la crisi pandemica ha accelerato tendenze importanti della nostra società che sono utili per affrontare seriamente il tema della sostenibilità, come il fenomeno dello smart working e la digitalizzazione dell’amministrazione pubblica e delle imprese. Inoltre, risulta necessario “garantire l’istruzione sostenibile e specializzata per le giovani generazioni nell’ affrontare le barriere del nostro presente e rivedere le politiche industriali, facendo perno sullo sviluppo di aziende e startup sostenibili e innovative”. 

Mauro Cozzi, CEO di Emitwise ha richiamato l’attenzione sull’importanza della diversificazione e l’efficienza energetica accompagnata ad un’importante riduzione del carbonio nel Mediterraneo. A tal riguardo, i programmi di sensibilizzazione lanciati dall’Onu e descritti duranti i lavori del Forum sono fondamentali per innescare nuove proposte e iniziative di sviluppo sostenibile. Una rivoluzione esistenziale che dovrebbe partire dai contesti urbani con l’utilizzo di auto ibride, lo sviluppo di servizi legati al car sharing e alla mobilità sostenibile e condivisa. Le decisioni future sul nostro sistema economico globale devono essere affrontare con urgenza e Malta vuole essere protagonista di tale sfida per la sostenibilità del Mediterraneo e dell’intero pianeta. 

La prima edizione del Malta Sustainability Forum si è svolta nel 2019, con un grande successo, offrendo un palcoscenico internazionale ad alcuni degli esperti mondiali in tema di sostenibilità, sviluppo economico e per contribuire ad un dialogo aperto sulla contemporaneità e i cambiamenti climatici. Per continuare a rimarcare l’importanza del dibattito nell’epoca post pandemia sanitaria e garantire la sicurezza dei relatori e dei partecipanti, l’edizione del 2021 si è svolta in modalità da remoto con gli interventi di esperti da ogni parte del mondo. 

Continua la crisi delle compagnie aeree

Voltare pagina. Dimentica l’incubo del 2020. Pochi mesi fa, tutte le compagnie aeree prevedevano una ripresa dell’attività nel 2021.

Ahimè, l’irruzione delle varianti inglese e sudafricana del Covid-19, proprio come la lentezza del processo vaccinale, ha rotto il timido miglioramento osservato a fine dicembre. Secondo Eurocontrol, che monitora i voli in Europa, il 27 gennaio il traffico è diminuito del 66% rispetto al 2019, ultimo anno finanziario “normale”.

L’orizzonte su cui il settore prevedeva di tornare al livello di attività pre-crisi, quindi, si allontana.

La stessa Ryanair si è detta poco speranzosa di vedere una ripresa per le vacanze pasquali mentre ora si punta ai mesi estivi, una ripresa che potrebbe attestarsi tra il 50% e il 70%.
Anche, se con la crisi attuale, molti credono che la probabilità che il traffico riprenda quest’estate sono molto scarse.

Intanto solo gli ammortizzatori sociali emergenziali e il blocco dei licenziamenti hanno evitato una riduzione dell’occupazione nel settore, che senza gli strumenti, gli investimenti e la ricerca di nuovi clienti aggiuntivi a quelli oggi presenti, vedrà al termine degli stessi una riduzione strutturale della forza lavoro.

 

Recovery Plan, le proposte delle Acli

Le Acli, nei giorni scorsi, sono state audite nella XII Commissione Affari Sociali nell’ambito dell’esame in sede consultiva della proposta di Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Presenti durante l’audizione il Presidente nazionale, Roberto Rossini, e il Vicepresidente e Presidente del Patronato, Emiliano Manfredonia.

In un momento emergenziale, con l’Istat che ha appena sancito la perdita di 444 mila posti di lavoro nel solo mese di dicembre 2020 con un quadro di tutto l’anno molto negativo, le Acli hanno ritenuto necessario presentare alcune proposte in merito alle “missioni” di loro competenza, e in particolare sulla Missione 4 (Istruzione e Ricerca), sulla Missione 5 (Inclusione e Coesione) e sulla Missione 6 (Salute).

Pure condividendo gli asset strategici delineati dal Recovery Plan, che prevedono investimenti in Innovazione e digitalizzazione (pari al 21% del budget) per un Paese più moderno, investimenti in transizione ambientale (il 45% del budget) per un Paese più verde e investimenti in inclusione sociale, lotta alle diseguaglianze e alla malattia (34% del budget) per un Paese più coeso, le Acli ritengono che saranno necessarie anche alcune condizioni di partenza per indirizzare nel modo più giusto la discussione sull’utilizzo dei fondi europei. La prima condizione è che il debito sarà “buono”  se le infrastrutture che si creeranno favoriranno un radicale cambio di paradigma economico e sociale secondo gli obiettivi promossi. La seconda condizione è che l’efficienza degli interventi sarà direttamente proporzionata alla rapidità e alla trasparenza dei processi posti in atto. La terza condizione, non meno importante rispetto alle prime due, è che la buona riuscita del piano dipenderà anche dalla capacità di coinvolgere soggetti della società civile.

Missione 4_Istruzione e Ricerca e Missione 5_Inclusione e Coesione

Proposte: le politiche attive del lavoro, un’infrastruttura parallela alla traiettoria lavorativa

La pandemia ha dimostrato, semmai ce ne fosse ancora bisogno, come le competenze umane siano uno strumento fondamentale per reagire e contrastare situazioni di emergenza. Ecco perché i fondi del Next Generation Eu devono essere un’occasione per creare un sistema nazionale integrato per l’apprendimento permanente e il riconoscimento delle competenze della popolazione adulta parallelo al sistema scolastico.

La realizzazione di un sistema per la formazione permanente prevede alcune tappe:

 

  • Realizzare un Piano straordinario per la competitività e l’occupazione
  • Creare i Competence Center, Centri di formazione professionale
  • Creare una rete di raccordo tra Centri per l’impiego e Centri di formazione professionale
  • Creare infrastrutture adeguate in tutte le Regioni dove la Formazione Professionale non è adeguatamente sviluppata
  • Disciplinare e favorire gli incubatori di lavoro e impresa
  • Integrare il Reddito di Cittadinanza con i patti per l’imprenditoria civile (anche attraverso l’Assegno di Ricollocazione)
  • Prevedere l’obbligo di formazione professionale nella CIG anche grazie al rifinanziamento e all’estensione del Fondo “nuove competenze”
  • Prevedere politiche del lavoro e della formazione specificatamente progettate per favorire l’inclusione sociale dei minori stranieri non accompagnati
  • Finanziare il congedo di paternità

Proposte: il welfare e il Terzo Settore, verso un’economia civile

L’Istat ha reso noti anche i dati relativi al Pil del 2020 che si attesta al -8,9%, un dato che non è un semplice numero ma porta con sé gravi conseguenze sul piano sociale. In questo contesto il sistema di welfare si rafforza nelle sue peculiarità di rete di protezione sociale soprattutto verso tutte quei segmenti di popolazione che, a causa della pandemia, sono diventati ancora più fragili (secondo l’Istat un individuo su 4 è a rischio povertà o esclusione).

Una nuova Economia Civile, indirizzata cioè al Bene Comune, dovrà:

  • Creare un welfare del territorio, non dell’ente pubblico in sé, ma integrato in modo funzionale tra ente pubblico e soggetti del privato sociale
  • Creare una Rete di protezione sociale per affrontare gli choc di carattere sanitario e sociale, attivando alcune connessioni tra il Terzo settore e le istituzioni pubbliche per dare risposte ai bisogni dei cittadini e delle comunità in un’ottica integrata, ad esempio attraverso la co-progettazione e co-programmazione (infrastruttura reale) e la creazione di una piattaforma digitale per l’informazione, la trasparenza, la richiesta, l’elaborazione dei dati e l’analisi (infrastruttura digitale)
  • Prevedere e stimolare percorsi di “mobilità assistita” anche attraverso protocolli di cooperazione tra l’Italia e i Paesi di emigrazione, e che veda il coinvolgimento delle imprese e di organizzazioni capaci di integrare le politiche del lavoro con le politiche di inclusione
  • Prevedere uno Sportello Unico per le persone con disabilità o non autosufficienti: è possibile ipotizzare lo sviluppo di un innovativo modello di presa in carico a 360°gradi dei soggetti medesimi
  • Definire e completare i Lep – Livelli essenziali delle prestazioni con un adeguato finanziamento
  • Adottare un Action Plan, un piano d’azione nazionale per l’economia sociale finalizzato a finanziare lo start up e il consolidamento di cooperative e imprese sociali, di associazionismo e gruppi di volontariato
  • Completare la riforma del terzo settore

Proposte. La previdenza, un nuovo patto previdenziale

In tema di crescita inclusiva e coesione sociale, valga infine richiamare quantomeno per titoli le proposte già avanzate dal Patronato Acli per la realizzazione di un sistema previdenziale che possa rispondere a criteri di equitàsolidarietà intergenerazionale, certezza dei diritti e uguaglianza di genere. Per arrivare alla definizione di un nuovo sistema previdenziale bisognerà:

 

  • Progettare il sistema nell’arco dei prossimi 20/30 anni
  • Rafforzare la componente solidaristica
  • Introdurre sistemi di flessibilità in uscita (parametri sociali e incentivi nella rotazione del personale)
  • Prevedere l’intervento dei Patronati non solo per l’erogazione di servizi ma anche per la raccolta di istanze e per la costruzione di progetti personalizzati per gli utenti
  • Riformare la burocrazia attraverso digitalizzazione della PA
  • Reintrodurre il principio universalistico di flessibilità nell’accesso alla pensione
  • Introdurre una “pensione di inclusione”
  • Abolire ogni livello soglia di importo pensionistico minimo quale condizione di accesso alla prestazione
  • Introdurre ulteriori misure di contrasto al divario pensionistico di genere
  • Rilanciare la previdenza complementare
  • Introdurre del parametro ISEE per la rilevazione dello stato di bisogno funzionale al riconoscimento delle prestazioni collegate al reddito per prestazioni pensionistiche

Missione 4_Istruzione e Ricerca

 

Proposte. La salute, un sistema di comunità

La pandemia ci ha insegnato non possiamo pensare alla salute solo in ottica “riparativa”, quando è danneggiata e va “riparata”. Di qui, la necessità di superare l’idea che la salute si faccia solo nei centri di cura, negli ambulatori, negli ospedali e focalizzarsi maggiormente su una medicina protettiva di comunità, che rifletta le caratteristiche sociali, demografiche ed economiche dei diversi territori. Queste le tappe per un cambio radicale:

 

  • Potenziare la medicina di prossimità
  • Creare servizi di telemedicina e teleassistenza sotto il monitoraggio obbligatorio (oggi, anche laddove il servizio è sperimentato, è facoltativo) del medico di medicina generale, al fine di evitare ospedalizzazioni improprie
  • Creare ospedali e case della salute di comunità; infermieri di comunità; medici di comunità (sempre disponibili, anche in forma associata)
  • Potenziare le strutture ambulatoriali pubbliche a carattere specialistico
  • Introdurre il SUF (sportello unico per la famiglia), per semplificare la presa in carico sanitaria e sociale creando un welfare d’accesso integrato [questa proposta è già stata formalizzata presso la struttura di missione del Governo “Benessere Italia”, dalla presidente   ssa Filomena Maggino)
  • Introdurre i budget di salute, superando le RSA (per gli anziani) per rendere concreta l’integrazione tra sanità e assistenza sociale e tra momenti istituzionalizzati di cura e coinvolgimento della famiglia e della società civile
  • Creare progetti personalizzati di presa in carico dei soggetti più fragili (a partire dagli anziani) capaci di incidere sulle determinanti sociali della salute per dare risposta ai bisogni di cura, di alloggio, di socialità e dove possibile di formazione e lavoro (avendo come orizzonte il budget dei costi previsti dagli attuali LEA); sostanzialmente rappresenta una possibilità gestionale innovativa per favorire la domiciliarità e la capacità di riconfigurare il sistema di offerta di servizi sociosanitaria
  • Soddisfare il fabbisogno di assistenza domiciliare (in particolare al Sud)
  • Introduzione di un servizio integrato di presa in carico dei soggetti disabili o non autosufficienti

Strategia Marina, parte il secondo ciclo di attuazione

Il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, insieme all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ha firmato nei giorni scorsi l’Accordo operativo 2021-2023 per il secondo ciclo della Strategia Marina con le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente della Calabria (Arpacal), dell’Emilia-Romagna (Arpae) e della Liguria (Arpal), capofila delle tre sottoregioni marine Mar Ionio – Mar Mediterraneo centrale, Mar Adriatico e Mediterraneo occidentale.

Dopo il primo ciclo di attuazione della Strategia Marina (2012–2018), un nuovo investimento triennale da quasi 41 milioni di euro, che coinvolgerà le agenzie di protezione dell’ambiente di 15 regioni, 300 uomini e mezzi innovativi per il monitoraggio marino. Un processo articolato in fasi successive che prevede, oltre alle attività sul campo di raccolta dati effettuate dalle singole Arpa e da Ispra, la loro elaborazione, la trasmissione, la validazione e il caricamento sul Sistema informativo centralizzato (SIC) gestito da Ispra per conto del Ministero, dove confluiranno i dati di proprietà di Ispra e Ministero. Un lavoro altamente specialistico, finalizzato al raggiungimento degli obiettivi specificati dalla Direttiva Europea 2008/56/CE sulla Strategia Marina, recepita D.Lgs. n. 190/2010, che coinvolgerà amministrazioni pubbliche e l’indotto d’imprese e servizi riconducibile trasversalmente alla risorsa mare.

Un potenziale bacino da quasi 200 mila imprese impegnate in pesca, cantieristica, trasporti marittimi, turismo e attività di ricerca, pari al 3,2% del totale: la cosiddetta “economia del mare”. “La Strategia Marina – hanno ribadito i direttori generali Domenico Pappaterra (Arpa Calabria), Carlo Emanuele Pepe (Arpa Liguria), Giuseppe Bortone (Arpae Emilia Romagna) e Alessandro Bratti (Ispra) – è una azione europea nel campo della politica per l’ambiente marino che stabilisce un approccio e degli obiettivi comuni per la prevenzione, la protezione e la conservazione dell’ambiente marino contro attività umane impattanti. Un’importante azione ambientale che ci vede impegnati, con tutte le forze e gli attori locali, al conseguimento di un buono stato ecologico delle acque marine per mantenere la biodiversità, impegnarsi per una pesca sostenibile, salvaguardare il fondale e tenere sotto controllo i rifiuti marini e i contaminanti. Un ringraziamento particolare va a Giuseppe Italiano, direttore generale Mare e coste del Ministero, per il lavoro svolto per completare l’Accordo”.

Bisogna fare presto con gli anticorpi monoclonali

Assorted pills

L’Agenzia italiana del farmaco Aifa ha degli strumenti normativi che le permettono di dare subito indicazioni d’uso in emergenza per gli anticorpi monoclonali anti-Covid”. E “l’auspicio è che possa trovare una modalità per utilizzarli al meglio senza perdere tempo, imparando in fretta a usarli in maniera tale da trarne il massimo beneficio”. Guido Rasi, ex direttore esecutivo dell’Agenzia europea del farmaco Ema, esprime questa speranza all’Adnkronos Salute, mentre è in corso la riunione della Commissione tecnico scientifica dell’Aifa sugli anticorpi monoclonali per la terapia di Covid-19.

Si tratta di “uno strumento ad alto potenziale”, spiega l’esperto, docente di Microbiologia all’università di Roma Tor Vergata. Tuttavia, ricorda, “andrebbero somministrati entro le prime 72 ore dalla comparsa precoce dei sintomi” di infezione da nuovo coronavirus. “L’auspicio, dunque, è che dalla riunione della Cts Aifa escano indicazioni che consentano di trovare una modalità d’uso di questi prodotti nella finestra terapeutica nota”.

Autorizzare un impiego d’emergenza, chiarisce Rasi, “permetterebbe di capire come usare meglio questi farmaci in maniera tale che, quando verranno approvati dall’Ema, se ne possa allargare la somministrazione già con grande confidenza”. Non solo: “Imparare velocemente a utilizzare gli anticorpi monoclonali è importante – avverte – perché anche questi prodotti dovranno essere cambiati se le varianti di Sars-CoV-2 imporrano di ‘correggere’ i vaccini”.

Gli strumenti che l’Aifa ha oggi per dire sì all’uso d’emergenza dei monoclonali sono gli stessi che l’ente regolatorio nazionale aveva già a settembre-ottobre, non nega Rasi. Forse quindi si poteva risparmiare tempo, anche se “l’uso dei monoclonali – tiene a puntualizzare l’ex numero uno dell’Ema – ha pagato le problematiche generali di tutta la sperimentazione delle terapie Covid, a parte quella dei vaccini: un grande frazionamento degli studi, con la conseguente difficoltà di raccogliere dati robusti in tempi brevi”.

Draghi si è riservato di accettare l’incarico

Il Conte-ter non ha convinto. Il Presidente della Camera (dal 2018) Roberto Fico, che già nel 2018 (23 aprile) aveva ricevuto dal Presidente della Repubblica un mandato esplorativo per verificare la possibilità di maggioranza parlamentare tra il PD e il M5S, al fine di costituire il nuovo governo (con esito positivo, bocciato in seguito dopo l’azione politica di Matteo Renzi), il 29 gennaio 2021 viene nuovamente investito di mandato esplorativo, onde chiarificare la nuova crisi, nel Governo Conte II.

Vista la mancanza di unanime disponibilità per dar vita a una nuova maggioranza con le stesse forze politiche contenute nel governo, Sergio Mattarella ha convocato al quirinale un alto profilo tecnico. Durante la mattinata il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha proposto al professore Mario Draghi di subentrare per formare un nuovo governo.

Draghi si è riservato di accettare l’incarico. Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, non è una novità, per un alto profilo tecnico legato al settore bancario, di elevarsi a carica politica. In Italia i nomi di Amato, Dini, Carli, Ciampi, Fazio, Prodi e Monti, si sono avvicendati volta per volta alla guida del Paese.

In un’epoca in cui il mercato è finanziario, i finanzieri sono coloro che, più di altri, hanno le carte per giocare al gioco della politica, più degli stessi politici che, sebbene eletti, vengono vieppiù relegati al mondo della demagogia, dell’ideologia, della popolarità, del folklore. Draghi accetta dunque l’incarico “con riserva”. L’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri viene in genere accettato con la “riserva”, ovvero con la possibilità di rifiutarlo nel caso in cui egli fallisse nella formazione del nuovo esecutivo.

Al momento dell’accettazione al Quirinale, Draghi come Presidente incaricato ha dichiarato in conferenza stampa che l’Italia ha a disposizione fondi straordinari per la lotta al Coronavirus. Ha posto l’accento sul Parlamento come espressione della volontà popolare. Ha auspicato il dialogo con i partiti e, soprattutto, l’unità nazionale, in questo momento di grande crisi. Un discorso brevissimo, con alcuni punti stilati probabilmente sul momento. Non ha dimenticato di citare le classi giovanili come punto fermo della riflessione istituzionale. Naturalmente, il tutto dovrà essere affrontato con l’attenzione dovuta all’odierna crisi economica, concludendo, alle 13:30, con: “scioglierò la riserva al termine delle consultazioni”

Governo, padre Spadaro: “Draghi garanzia di solidità”

Articolo pubblicato sulle pagine dell’AdnKronos di Elena Davolio

“Certamente l’ideale per l’Italia e per una democrazia è avere un governo politico e questa non potrà che essere una parentesi”, un “momento di riflessione” nel quale la politica riesca finalmente ad avviare una riflessione su “incomprensioni” e “crisi di identità”, con l’obiettivo “di vincere la pandemia e di rispondere ai bisogni dei cittadini”. Padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, attento e fine osservatore della politica del Paese, in una intervista all’Adnkronos riflette sullo stato delle cose nel giorno dell’incarico affidato da Mattarella a Mario Draghi per formare un governo dopo il naufragio della trattativa per il Conte ter. Spadaro riserva parole di stima anche per Giuseppe Conte visto come “risorsa” per il quadro politico che si andrà a delineare.

Pur riconoscendo che la soluzione ideale sarebbe un governo politico, il gesuita invita a fare tesoro di quella che “potrebbe essere una parentesi intesa come momento di riflessione, momento in cui gli elementi di difficoltà emersi, le tensioni, le incomprensioni e le crisi di identità dei singoli partiti possano diventare tema di riflessione avendo però davanti l’obiettivo di vincere la pandemia e di rispondere come ha detto Draghi alle esigenze dei cittadini”.

Il direttore della Civiltà Cattolica ricorda che “la figura di Draghi è stata protagonista di una delle fasi più complesse della storia recente dell’Europa e quindi il suo contributo è stato importante per salvare l’unione monetaria, certamente è stato in grado di portare avanti decisioni innovative e audaci ma anche capace di analisi rigorose e secondo me questo sarà l’atteggiamento che terrà nel cercare di trovare una base solida per un governo. Quindi si confronterà con i partiti, e penso che, con il rigore che lo ha sempre caratterizzato, cercherà di capire quali sono le richieste che vengono fatte, di capire le tensioni che ci sono”.

Padre Spadaro ha ascoltato il discorso di Draghi dopo avere accettato l’incarico con riserva: “Ha parlato di un dialogo non solo con i partiti ma anche con le forze sociali per cercare di dare una risposta responsabile e positiva alla richiesta del Presidente della Repubblica”.

Il gesuita spin doctor del Papa riflette su come si sia arrivati ad un governo del Presidente: “Anche nei giorni precedenti ho avvertito una disconnessione tra le esigenze della gente e la politica. Con una comunicazione politica incerta, anche per gli osservatori esterni presi alla sprovvista da una crisi inimmaginabile” in un momento in cui il Paese è già provato a causa della pandemia. Il gesuita registra anche una sorta di trasformazione interna delle forze politiche: “Sia le coalizioni sia i partiti stanno subendo una modificazione accelerata dalla crisi”.

Padre Spadaro preferisce non parlare di “colpe” per cui si è arrivati alla crisi di governo con le successive esplorazioni andate fallite: “Considero però il quadro generale ed è come se fosse esploso il vaso e il senso delle coalizioni. Non ci sono più confini di destra e sinistra”. Il gesuita pensa che ora sarà importante la posizione nei confronti dell’Europa e invita a non abbassare la guardia davanti al “rischio sovranismo” sempre dietro l’angolo.

Il direttore di Civiltà Cattolica torna alle parole drammatiche del Capo dello Stato della serata di ieri: “Mattarella è stato efficacissimo, non ha nemmeno escluso le elezioni perché sono espressione democratica di un Paese ma d’altra parte, con indicazioni che definirei pedagogiche, ha spiegato i rischi legati al momento. Di fronte al suo appello ora le forze politiche devono fare il possibile per trovare una convergenza”.

Padre Spadaro guarda anche ai rischi che ci potranno essere con un governo tecnico con eventuali “decisioni impopolari“ che porteranno all’inevitabile “smarcamento” delle forze politiche: “E’ chiaro che i governi istituzionali e tecnici – ribadisce Spadaro – non sono ideali per la democrazia. Questa sarà una pausa di decantazione”.

Qui l’articolo completo 

Draghi è la speranza che va oltre la stessa formula del governo tecnico

Gli errori di Conte, più dell’offensiva di Renzi, hanno determinato la chiusura di un ciclo complicato e controverso di vita politica nazionale. Entrata in crisi profonda, tanto da richiedere l’invocazione di soccorsi alieni, talvolta imbarazzanti, la maggioranza è affondata lentamente e senza speranza man mano che avanzavano i colloqui dell’esploratore Fico. Da ciò scaturisce l’avviso di radicali trasformazioni. È la formula stessa del governo giallo-rosso a non sopravvivere al fallimento delle ultime trattative. Si volta pagina, si entra nel mondo dei nuovi “costruttori”.

Mattarella aveva conferito al Presidente della Camera un mandato esplorativo con il vincolo di verificare, entro i confini di maggioranza, la sussistenza delle condizioni idonee alla ripresa della solidarietà di governo. L’impresa si è rivelata impossibile a causa soprattutto della fragilità dell’asse Pd-M5S. Non si è visto nulla di convincente nella resistenza ai dicktat renziani. Conte ha dato l’idea di trincerarsi a Palazzo Chigi un po’ come Craxi nel 1987, con analoga pretesa di potere, anche a discapito di una plausibile prosecuzione della legislatura.

Adesso si cambia. La convocazione di Draghi risponde a un imperativo estremo, quello cioè di assicurare la guida del Paese a prescindere da una determinata coalizione. A riguardo, il Presidente della Repubblica è stato fin troppo chiaro. Basta rileggere la frase che in ultimo esplicita il senso della sua scelta: “Avverto (…) il dovere – ha detto ieri sera Mattarella – di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. È un invito a promuovere, in questa fase di eccezionale travaglio, una larga convergenza nelle Aule di Montecitorio e Palazzo Madama. Non è la prefigurazione di un’ammucchiata, bensì la sperimentazione di una volontà rigeneratrice della politica nel suo complesso.

L’augurio è che Draghi ce la faccia, forte del suo credito in Europa e del sicuro consenso degli italiani. Frettolosamente gli si attribuisce la funzione di algido titolare di un governo tecnico, quando in realtà l’indirizzo del Quirinale evoca la necessità che un nuovo esecutivo abbia caratteristiche diverse rispetto al Conte 1 e al Conte 2, tanto da non “identificarsi con alcuna formula politica”. Dunque, ampio è il margine di manovra per innervare l’operazione Draghi di autentico spirito di servizio, lavorando a un nuovo equilibrio tra responsabilità di classi dirigenti e impegno di civil servant. Completare la legislatura vuol dire ricostruire l’Italia: è un compito che esige più politica, fatta con serietà, non meno politica.

“Conoscenza,coraggio, umiltà”. La lezione di Mario Draghi

“Conoscenza, coraggio e umiltà”. Sono le tre parole che hanno fatto da filo conduttore alla cerimonia di conferimento della Laurea honoris causa in Economia a Mario Draghi.

Governo, con Draghi cambia la musica. Per tutti. Soprattutto per i giallo/rossi.

L’incarico a Mario Draghi da parte del Presidente Mattarella è un grande segnale politico,  culturale, sociale e di governo. Una proposta di buon senso e saggia che certifica la fine della  maggioranza giallo/rossa da un lato e che, soprattutto, garantisce e rassicura l’Italia. Una scelta  che ha evitato un epilogo grave per la stessa tenuta del nostro sistema politico. Un epilogo che  poteva sfociare in una indecifrabile “rabbia” popolare. Perchè dopo lo sconcerto per una crisi di  governo surreale, grottesca e sempre più misteriosa provocata e pianificata dal capo di un piccolo  partitino personale nato in Parlamento, Italia Viva, si correva il serio rischio che accanto alla  “questione sociale” potesse esplodere anche e soprattutto una “protesta” popolare. Certo, nè  violenta nè volgare nè estremista nè radicale ma sempre di protesta popolare si sarebbe trattato.  Del resto, come può reagire un normale cittadino italiano che, ormai tutti i giorni e da quasi un  mese ascolta due notizie centrali e quasi esclusive in tutti i Tg e nei numerosi e svariati talk show?  E cioè, prosegue la crisi di governo e le conseguenti richieste di potere di Renzi da un lato e, al  contempo, la pandemia continua a mordere dall’altro. Dalla disoccupazione che aumenta in modo  esponenziale alla povertà che cresce sempre più vertiginosamente, da migliaia di piccole medie  aziende alla canna del gas al ritardo della campagna di vaccinazione e via discorrendo. Il tutto,  come ovvio, non veniva affrontato, e ovviamente neanche risolto, perchè si doveva attendere con  ansia le richieste di potere di Renzi: ovvero, ministeri, sottosegretariati e ruoli di sottogoverno.  

Ora, al di là delle richieste dei vari partiti, dei posizionamenti tattici e delle convenienze politiche  del momento – ovviamente il tutto avveniva al di fuori e al di là di qualsiasi visione di insieme e di  prospettiva di lungo respiro – non c’era alcuna minima attenzione a ciò che concretamente viveva  e respirava il cosiddetto paese reale. Ovvero, le preoccupazioni reali e non virtuali della stragrande  maggioranza dei cittadini italiani che venivano sistematicamente e strutturalmente sacrificate  sull’altare delle convenienze momentanee dei singoli capi partito. Nel caso specifico del capo di  Italia Viva a cui si aggiungevano le spregiudicate e spietate ambizioni di potere dei leader e dei  sotto leader dei partiti della ex maggioranza di governo.  

Adesso arriva Mario Draghi. Per il bene dell’Italia e per la salute del nostro sistema democratico.  Sotto il profilo politico cambierà molto. Se non tutto. A cominciare dal destino dei singoli partiti. In  particolare di quelli del centro sinistra e della maggioranza di governo uscente che ne escono  semplicemente distrutti e politicamente delegittimati. Al contempo, si rende sempre più  necessario il decollo di un “partito di centro” che sappia, in questi mesi, ricostruire anche e  soprattutto una “politica di centro”. Ma ci sarà tempo per parlarne. Per il momento non possiamo  che ringraziare, ancora una volta, il nostro Presidente della Repubblica e augurare buon lavoro al  futuro Presidente del Consiglio Mario Draghi. Altrochè le richieste di potere di Renzi e lo squallore  che ha caratterizzato questa politica negli ultimi tempi..  

Sulla polemica De Gregorio – Zingaretti

L’astioso articolo con il quale Concita De Gregorio ha attaccato frontalmente Nicola Zingaretti impone una risposta e, soprattutto, una puntualizzazione politica. La prima, giustamente piccata, l’ha già fornita il segretario del PD. Non aggiungerei nulla, se non che la polemica che ne è seguita, con molti pezzi su diversi quotidiani, si è concentrata sull’accusa di “radical chic” formulata dal secondo nei confronti della prima. La puntualizzazione, invece, si rende necessaria. Ancor più perché non vi ha provveduto nessuno, almeno sulla grande stampa.

Occorre rileggere l’intero scritto della De Gregorio, intriso di un livore nei confronti non del solo Zingaretti ma anche del mondo democristiano/popolare che non può venire sottaciuto. Sia perché le informazioni contenute in esso sono parziali, mirate solo ad attaccare il povero segretario dem. Sia, ancor più, perché si offre un’idea del PD assai lontana dalla realtà, in particolare di quella periferica.

Nella sua foga volta a dimostrare quanto deboli e inetti siano stati e siano i dirigenti dem di provenienza diessina la De Gregorio elenca le posizioni apicali e di potere occupate dai loro colleghi arrivati al PD dalla Margherita, ex popolari e democristiani. Si citano nomi importanti, a cominciare dal Presidente della Repubblica. Per proseguire con Franceschini, Gentiloni, Sassoli…sarebbero loro, e solo loro, a “dare le carte” nel PD. La “costola popolare ha preso il sopravvento”, sostiene la Nostra.

E come no! La solita visione centralistica e romanocentrica propria di gran parte non solo del ceto politico ma anche di quello giornalistico di vertice. Un partito invece si dipana sul territorio, nelle diverse regioni e province, non è solo la sede nazionale, gli esponenti di governo, i parlamentari più noti. E allora, allarghi la signora De Gregorio il suo sguardo alle strutture non nazionali del PD, e scoprirà che non sono certo gli ex-Popolari a guidare il partito. Troverà molti trenta-quarantenni ”nativi” democratici e molti “senior” che hanno avuto in tasca le tessere del PdS e anche del PCI. Di ex-popolari/democristiani ne troverà, specie nei posti direttivi, assai di meno. E in ogni caso, anche a livello di dirigenza nazionale, esclusi i soliti nomi di ex-Popolari/DC che si fanno sempre, che sono sempre gli stessi, sempre e solo quelli, si vada a osservarne con attenzione la composizione e scoprirà, la nota giornalista, da quale parte, anche lì, sta la netta maggioranza.

L’immagine del PD che è stata proposta in quell’articolo è dunque falsata rispetto alla realtà. Ma lo è in quanto a monte c’è la convinzione errata, che però è ormai “passata” fra gli osservatori, analisti politici e giornalisti, che il PD sia il partito della Sinistra italiana, erede della tradizione comunista. Si leggano con attenzione articoli e analisi in argomento e si vedrà come della tradizione fondativa Popolare si tenga conto sempre meno. Anzi, oserei dire, per nulla. Questo è il punto. Uno studio serio su cosa non è stato il PD rispetto al suo progetto originario, ci vorrebbe. Altro che accidiosi interventi tutti interni al solo mondo ex comunista.

 

Un vaccino per l’uomo, una cura per l’umanità

Il 27 dicembre 2020, pochi giorni prima che volgesse al termine un lunghissimo e penoso anno, in cui la paura e lo sconforto sono stati protagonisti indiscussi e incontrastabili, l’Italia si è finalmente svegliata sotto il segno della speranza. Alle 7.20 presso l’Istituto Spallanzani di Roma sono state eseguite le prime vaccinazioni anti-Covid nel nostro Paese. 

Attendevamo da tempo questo giorno, dopo mesi di sconforto assoluto, in cui gli italiani tutti si sono trovati alle prese con difficoltà insormontabili sotto molteplici aspetti. “Crisi” è stata la parola chiave del 2020 e, purtroppo, ci si aspetta che anche nel 2021 questo termine sarà ben presente come compagno di vita per tutti noi.

Crisi sociale, dell’istruzione, economica, sanitaria, anche delle Istituzioni, vista la precarietà pressoché costante del Governo recentemente culminata nelle dimissioni del Premier. 

Per tutti questi motivi un primo e tanto atteso barlume di luce sembrava fondamentale per dare il via a una ripartenza, se non immediatamente attuabile nella pratica, quantomeno simbolica e concettuale. Fin dall’inizio della pandemia poi, scienziati ed infettivologi impegnati in prima linea nella lotta al Covid, avevano evidenziato come, a fronte di un virus ancora così poco conosciuto, così altamente contagioso e per il quale, ancora oggi, non è stata identificata una cura di efficacia certa, la vaccinazione di massa sarebbe stata l’arma più potente e probabilmente anche l’unica possibile, per riuscire a debellare, seppur lentamente, questo nemico invisibile e terribile. Ecco perché la notizia della scoperta del vaccino in tempi così rapidi rispetto a quelli standard normalmente necessari per lo sviluppo di questo tipo di farmaco ed il brillante superamento dei primi test di efficacia e sicurezza che ne avrebbe permesso un utilizzo immediato in larga scala, sono stati accolti con grande entusiasmo soprattutto dal personale sanitario, i cui componenti sono stati identificati quali primi destinatari del vaccino.

Eppure, dopo un primo momento di fervido slancio in cui sembrava che finalmente fosse stato dato quel segnale positivo di rilancio di cui non solo  il nostro Paese, ma tutto il mondo, aveva tanto bisogno, emotivamente e concretamente, per guardare con speranza al presente e al futuro per la prima volta dopo mesi, già è giunto il tempo degli intoppi, delle accuse e delle polemiche.

Le case farmaceutiche detentrici del brevetto del vaccino attualmente autorizzato dalle agenzie del farmaco mondiali hanno infatti annunciato non solo ritardi nei tempi di consegna previsti, ma anche una riduzione nelle quantità che saranno rese disponibili ai singoli Paesi. Si assiste spesso in questi giorni ad una sorta di processo mediatico volta ad individuare responsabili e colpevoli di quello che rischia di aver esito in un colossale fallimento a livello globale, non solo da un punto di vista concettuale, come delusione di aspettativa di salvezza, ma anche pratico, con le nuove evoluzioni del virus alle porte e la necessità immediata di vaccinare quante più persone possibili almeno contro le varianti già conosciute, viste una contagiosità e un’aggressività che non sembrano voler accennare a spegnersi.

Le prime pagine dei giornali sono così costellate di articoli che parlano di antitrust, violazione di patti commerciali, contratti sibillini e volti all’inganno, cause legali e richieste di rimborsi. Eppure, forse, questo è uno dei pochi casi in cui sarebbe lecito, prima di tutto, fare quel che viene comunemente detto “processo alle intenzioni”: quale principio dovrebbe dettare la distribuzione del vaccino a tutto il mondo?

Deve essere ben chiaro che non si sta parlando di un optional accessorio e che il vaccino in questo momento, come unica possibilità scientificamente provata in grado di debellare la diffusione del virus, deve essere considerato un bene assoluto di prima necessità ed indispensabile per la tutela della popolazione mondiale. 

Si può dunque ridurre la questione a una mera attribuzione di responsabilità da un punto di vista economico e commerciale? C’è un tipo di responsabilità ben più importante, soprattutto quando, come in questo caso, riguarda la salute, benessere primario di ogni individuo: la responsabilità morale.

Di fronte ad un virus che ha mietuto milioni di vittime nel mondo e che ha messo in ginocchio l’economia globale, credo sarebbe auspicabile, da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che le case farmaceutiche fossero obbligate ad una presa di coscienza. 

Esistono, eccome, precedenti illustri. “Non c’è un brevetto. Puoi forse brevettare il sole?” e ancora “Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo” così risposero Salk e Sabin quando fu loro chiesto a chi appartenesse il brevetto per il vaccino contro la poliomielite che negli anni Cinquanta scoprirono e decisero di donare gratuitamente al mondo. Particolarmente toccanti le parole di Sabin a proposito delle due nipotine ebree uccise dalle SS: “Mi hanno ucciso due meravigliose nipotine, ma io ho salvato i bambini di tutta l’Europa. Non la trova una splendida vendetta? Vede, io credo che l’uomo più potente sia quello che riesce a trasformare il nemico in un fratello”.

Queste parole mettono i brividi. Fanno molto riflettere, soprattutto su quanto sembri che, nei settant’anni successivi, l’Umanità si sia involuta anziché seguire un processo di miglioramento e di autodisciplina. E’ possibile che il Dio Denaro abbia sempre e comunque la prima e l’ultima parola anche quando si discute di vita e di morte? Cosa penserebbero ora questi due scienziati se dovessero assistere oggi a questa guerra tra colossi internazionali e governi mondiali? E’ dello scorso agosto la notizia che, finalmente, anche in Africa la poliomielite è stata completamente eradicata, oltre sessant’anni dopo la scoperta del vaccino. Se questi sono i tempi per debellare una malattia la cui vaccinazione è disponibile e distribuibile senza limiti almeno teorici, quali potrebbero essere quelli per sconfiggere un virus il cui vaccino viene conteso a colpi di contrattazioni di mercato? 

Chiunque abbia compiuto sacrifici importanti, nel corso di questo anno che ha segnato tutti noi nel profondo, trova inaccettabile un simile atteggiamento. Penso, in primo luogo, ai sanitari che hanno messo a repentaglio la loro stessa incolumità e quella dei loro cari, spesso con costi altissimi, in nome di quel Credo assoluto che è l’amore per la Vita e per il prossimo. Penso al senso di frustrazione e impotenza che provano adesso nel constatare che questi sforzi rischiano di risultare inutili se gli organismi ai vertici, che hanno un reale potere di cambiare la situazione a livello globale, non adotteranno la stessa linea di pensiero.

Se è vero che la tanto agognata fine di quest’incubo è nelle mani di ciascuno di noi, che nel suo piccolo può dare un contributo, è altrettanto vero che c’è chi può intervenire in maniera fattiva, concreta e risolutiva più di altri. Per quanto sia fondamentale l’impegno della collettività per salvare il futuro, essa resta sempre e comunque composta da individui ed è proprio dai singoli che partono le decisioni che si riflettono sulla comunità stessa. E’ alla loro coscienza che viene fatto appello, perché anche qualche nostro contemporaneo possa rimanere nella storia, proprio come Salk e Sabin, ed essere ricordato dai nostri discendenti come colui che contribuì a guarire il mondo.

Ricordiamo i 150 anni di Roma Capitale ma speriamo in una città diversa!

Non è una data che si ricorda facilmente e non è neanche troppo nota  come quelle del 21 aprile Natale di Roma e del 20 settembre 1870, ricorrenza della Breccia di Porta Pia. Il riferimento è al giorno  3 febbraio 1871, giorno in cui Roma diventa formalmente, attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, la nuova Capitale del Regno d’Italia che si era costituito nel marzo 1861. Nell’immaginario collettivo rimane un giorno per addetti ai lavori e studiosi. La prima capitale fu Torino, poi dal 3 febbraio 1865 fu trasferita a Firenze e successivamente a Roma. dopo la fine del potere temporale della Chiesa. In dieci anni di Regno d’Italia, la Capitale cambiò tre volte. 

Non fu un periodo facile per il giovane Stato Italiano, che viceversa si manifestò molto turbolento, perché non tutti accettarono il trasferimento da Torino a Firenze della Capitale. Tra l’altro ci furono sommosse e scontri fra cittadini della città torinese e il Regio Esercito Italiano, con 52 morti e 187 feriti, nel settembre  1864, fra civili e militari, definita dalla stampa dell’epoca “la strage di Torino”. Questi fatti destarono forte scalpore in Italia e all’estero, oltre a conseguenze politiche e sociali che si manifestarono per un lungo periodo 

La popolazione fiorentina visse con un certo scetticismo la presenza della Corte a Firenze, il Re, Vittorio Emanuele II, preferì vivere nella Tenuta di San Rossore, e quando la Capitale si trasferisce, a Roma i fiorentini non ne risentirono affatto. Infatti quando l’apparato statale se ne va,  la città si svuota con la stessa velocità con cui si era riempita. Interi quartieri rimangono sfitti; circolava fra i fiorentini un aforisma, dove il nome Prence che  significa Principe, riferito ai Reali di Casa Savoia,  riassume lo spirito dei sei anni della Capitale nel capoluogo toscano: “Torino piange quando il Prence parte, e Roma esulta quando il Prence arriva. Firenze, culla della poesia e dell’arte, se ne infischia quando giunge e quando parte.”

A Roma l’accoglienza popolare fu grande per il nuovo ruolo della Città Eterna a Capitale d’Italia, ma il Papa, Pio IX, non accettò la decisione dello Stato italiano, che considerò un atto unilaterale e le successive guarentigie, una legge del Regno d’Italia che regolò i rapporti con la Santa Sede. Fu un periodo di grandi contrasti, ove i rapporti fra Stato italiano e Chiesa furono difficili e conflittuali, con polemiche e problemi. La città, come conseguenza di questo passaggio di status, subì importanti trasformazioni urbanistiche, funzionali e sociali, per diventare una grande città europea e moderna. Gli abitanti di Roma nel 1871, erano circa 220 mila, con una popolazione italiana di oltre 28 milioni, oggi  sono 2 milioni e 800 mila nella Capitale, e circa 60 milioni in Italia. 

Nel febbraio 1929 si concluse la “questione romana” con la sottoscrizione degli accordi chiamati Patti Lateranensi fra  il Regno d’Italia e la Santa Sede, a distanza di 58 anni dalla proclamazione di Roma Capitale. (Sono stati sottoposti a revisione nel 1984 i Patti che regolano ancora oggi, i rapporti fra la Repubblica Italiana e la Santa Sede).

L’inizio delle celebrazioni per i 150 anni di Roma Capitale, sono iniziate con un evento d’eccezione con personaggi della musica e della cultura, un Concerto al Teatro dell’Opera, il 3 febbraio dello scorso anno, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di Autorità civili e religiose e i vertici del Campidoglio. Forse a causa della mancanza di un reale Comitato organizzatore  e le vicende della pandemia, che hanno condizionato la vita e le attività del nostro Paese, questo importante anniversario, essenziale per l’Unità d’Italia, non ha avuto il risalto dovuto. 

Eppure a Roma oltre ad Associazioni culturali esistenti, si sono costituiti alcuni comitati della società civile, per ricordare con incontri e riunioni questa storica data. Un esempio come quello  del “Comitato Roma 150” che ha promosso iniziative e predisposto un programma per riqualificare la  Città Eterna. Un comitato composto da varie personalità appartenenti al mondo della cultura, del giornalismo e della politica, impegnati a restituire  e ridare vigore all’immagine della Capitale. Per la verità il Comune di Roma non ha considerato queste utili indicazioni.  

In un messaggio letto dal cardinale Parolin, al Concerto al Teatro dell’Opera per l’inizio delle celebrazioni  di Roma Capitale, Papa Francesco scrive: “ In 150 anni Roma è cambiata molto passando da ambiente umano omogeneo a comunità multietnica, in cui convivono, accanto a quella cattolica, visioni ispirate ad altri credo religiosi e a concezioni non religiose dell’esistenza. Ricordiamo che la Chiesa ha condiviso gioie e dolori dei romani, ed è una grande risorsa dell’umanità, e sia sempre più fraterna.” Inoltre ha richiamato  tre argomenti su vicende che ancora  vanno ricordate e sono attuali, come: la fraternità fra Chiesa cattolica e la Comunità ebraica, gli anni del Concilio Vaticano II e il convegno sui “mali di Roma” in ascolto alle periferie. 

Il 3 febbraio 2021, le celebrazioni per i 150 anni della proclamazione di Roma Capitale d’Italia si svolgono nei Musei Capitolini alla presenza della Sindaca Virginia Raggi e una Lectio Magistralis del giornalista Paolo Mieli a una delegazione di studenti, su tematiche inerenti i Comuni e l’Unione Europea. Poi viene presentato un francobollo speciale delle Poste dedicato a Roma Capitale e  una moneta coniata dalla Zecca con il volto della “Dea Roma”. 

Probabilmente qualcosa di più significativo per la Città Eterna si poteva realizzare, ma quello che vediamo e ascoltiamo è lo specchio dei tempi che viviamo.

Chiuse le celebrazioni dei 150 anni, l’interrogativo che oggi i romani, e per la verità non solo i romani, si pongono anche in questo periodo di covid 19, è sempre lo stesso: qual’è il futuro di Roma? Come superare il degrado, come creare sviluppo, come trasformare le periferie, come combattere le diseguaglianze, come garantire servizi efficienti anche ai più bisognosi? Sono risposte difficili, ma non impossibili. Sperare di vivere a Roma , in una città diversa, deve essere una visione di futuro, che deve motivare non solo cittadini ma la classe dirigente, intesa nel senso più ampio possibile.

 Esiste la necessità di aprire un confronto concreto, non solo fra le forze politiche, per il rinnovo del Campidoglio, anche nella società, nell’associazionismo, nell’imprenditoria,  nei luoghi di studio e di ricerca, per rendere Roma una risorsa straordinaria non solo per i romani ma per il Paese. Il prestigio mondiale di cui gode in virtù della sua millenaria storia di civiltà, per il suo ruolo di capitale della Cristianità e di capitale europea, rendono non più rinviabile una forte azione di rilancio della città. Anche se questo richiede il coinvolgimento delle istituzioni del nostro Paese; a Roma esistono le potenzialità per questo salto di qualità. E’ ormai finito il tempo dell’improvvisazione, occorre tornare alla professionalità, all’impegno motivato e allo spirito di servizio, per il bene dei cittadini.

 

Istat: il Pil italiano cala dell’8,8% nel 2020.

Nel quarto trimestre del 2020 si stima che il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, sia diminuito del 2% rispetto al trimestre precedente e del 6,6% in termini tendenziali.

Il quarto trimestre del 2020 ha avuto due giornate lavorative in meno rispetto al trimestre precedente e una giornata lavorativa in più rispetto al quarto trimestre del 2019.

La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in tutti i principali comparti produttivi, ovvero agricoltura, silvicoltura e pesca, industria e servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia della componente estera netta.

Nel 2020 il Pil corretto per gli effetti di calendario è diminuito dell’8,9%, mentre per il Pil stimato sui dati trimestrali grezzi la riduzione è stata dell’8,8% (nel 2020 vi sono state 2 giornate lavorative in più rispetto al 2019). Si sottolinea che i risultati dei conti nazionali annuali per il 2020 saranno diffusi il prossimo 1 marzo, mentre quelli trimestrali coerenti con i nuovi dati annuali verranno presentati il 3 marzo.

La variazione acquisita per il 2021 è pari a +2,3%.

Le mani della mafia sull’ortofrutta fanno triplicare prezzi

L’ortofrutta è sottopagata agli agricoltori su valori che non coprono neanche i costi di produzione, ma i prezzi arrivano a triplicare dal campo alla tavola anche per effetto delle infiltrazioni della malavita che soffoca l’imprenditoria onesta e distrugge la concorrenza e il libero mercato. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare le significative infiltrazioni di Cosa nostra e della Stidda nelle attività economiche confermate dall’operazione antimafia del Ros che hanno evidenziato la gestione delle mediazione commerciali per la vendita di uva e di altri prodotti ortofrutticoli che rendeva il 3% sulle transazioni per milioni di euro.

Così facendo la criminalità non solo si appropria di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma – sottolinea la Coldiretti – compromette la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio Made in Italy.

Le mafie – continua Coldiretti – operano attraverso furti di attrezzature e mezzi agricoli, racket, abigeato, estorsioni, o con il cosiddetto pizzo anche sotto forma di imposizione di manodopera o di servizi di trasporto o di guardiania alle aziende agricole, danneggiamento delle colture, aggressioni, usura, macellazioni clandestine, caporalato e truffe nei confronti dell’Unione europea. Ma – precisa Coldiretti – viene condizionato anche il mercato della compravendita di terreni e della intermediazione e commercializzazione degli alimenti stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati e ristoranti sviluppando un business criminale stimato – riferisce la Coldiretti – in oltre 24,5 miliardi di euro dall’Osservatorio Agromafie.

“Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie ancora larghe della legislazione con la riforma dei reati in materia agroalimentare” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’innovazione tecnologica e i nuovi sistemi di produzione e distribuzione globali rendono ancora più pericolosa la criminalità nell’agroalimentare che per questo va perseguite con la revisione delle leggi sui reati alimentari elaborata da Giancarlo Caselli nell’ambito dell’Osservatorio agromafie promosso dalla Coldiretti per introdurre nuovi sistemi di indagine e un aggiornamento delle norme penali”. 

Ambiente: 40 milioni di euro per chi lavora nelle zone economiche ambientali

Quaranta milioni di euro di contributi straordinari per le Zea, le Zone economiche ambientali, ovvero le aree che coincidono con i territori dei parchi nazionali, istituite dalla legge clima a fine 2019. Beneficiari dei contributi le micro e piccole imprese, le attività di guida escursionistica ambientale, le guide dei parchi che hanno una sede operativa all’interno di una Zea o che operano in un’area marina protetta e che hanno sofferto una riduzione del fatturato.

Il contributo straordinario è cumulabile, nel tetto massimo della perdita subita, con le indennità e le agevolazioni, anche finanziarie, emanate a livello nazionale per fronteggiare la crisi economico-finanziaria causata dall’emergenza sanitaria Covid-19,  comprese le indennità erogate dall’Inps.
La domanda deve essere compilata in via telematica accedendo, mediante le credenziali fornite dall’Agenzia delle entrate, al portale https://www.contributozea.it raggiungibile anche dal sito del ministero dell’Ambiente. Dal 15 febbraio sarà possibile trasmettere le istanze – fino al 15 marzo -, seguendo le indicazioni riportate nel manuale “Istruzioni per la compilazione” pubblicato sul portale https://www.contributozea.it.

Entro sessanta giorni dalla data di scadenza di presentazione delle istanze sarà pubblicato sul sito del ministero e sul portale dedicato il piano di riparto del contributo straordinario tra i beneficiari ammessi.

“Con la legge clima – osserva il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – abbiamo voluto fortemente le Zea per agevolare l’economia dei territori che ricadono nei parchi. Le abbiamo poi sostenute con la legge di stabilità, anche mediante gli incentivi per il vuoto a rendere degli imballaggi, il compostaggio di comunità e per la misurazione puntuale dei rifiuti conferiti al servizio pubblico. Adesso, con questo bando per le micro e piccole imprese, le attività di guida escursionistica ambientale e le guide dei parchi che hanno sofferto una riduzione del fatturato, vogliamo sostenere ulteriormente le Zea, incoraggiando a vivere, lavorare e investire nei parchi, il nostro capitale naturale da tutelare e valorizzare. Tutela ambientale e sviluppo economico possono e devono coesistere”.

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Roche lancia un nuovo test rapido per la diagnosi di Covid-19.

Roche lancia un nuovo test rapido per la diagnosi di Covid-19. A metà febbraio un tampone nasale per individuare l’antigene del coronavirus Sars-CoV-2 sarà disponibile nei Paesi che accettano il marchio CE, ottenuto oggi dal gruppo farmaceutico svizzero per il suo prodotto.

L’esame viene presentato come “meno fastidioso per i pazienti rispetto al tampone “classico”. Non solo: “Il campione può essere prelevato anche dai pazienti stessi”, informa il colosso di Basilea, precisando tuttavia che “a seconda delle norme in vigore nei vari Paesi potrebbe comunque essere richiesta una supervisione medica”. Oltre all’essere meno invasivo, il nuovo strumento “potrà contribuire a ridurre il rischio per gli operatori sanitari”.

Roche offre già diversi esami per Sars-CoV-2, fra cui un test rapido degli anticorpi lanciato a luglio e uno degli antigeni disponibile da settembre. Anche la nuova analisi sarà offerta in collaborazione con SD Biosensor, che sta attualmente preparando una domanda di approvazione di emergenza negli Stati Uniti.

Il problema di questa crisi si chiama Conte

A tarda sera Renzi ha scritto ai suoi di Italia Viva che “una crisi come questa merita di essere risolta in modo trasparente”. In effetti, se un osservatore disincantato dovesse valutare l’andamento delle trattative e le evoluzioni finora registrate, dovrebbe concludere che tutto è poco trasparente. Si ha l’impressione di un qualcosa che gli attori della crisi cercano di tenere lontano dai riflettori, per tentare di far quadrare i conti di questo laborioso è complicato riordino della vecchia maggioranza. Mentre la scena pubblica contempla il tramestio dei “colonnelli” attorno alla definizione di nuove tavole programmatiche, lungo i fili invisibili dei cellulari e dei computer si svolge la faticosa conversazione dei “generali” per sciogliere il nodo degli assetti di governo.

Potrebbe anche succedere che l’incaricato dell’esplorazione torni al Quirinale con l’intento di chiedere una proroga e che Mattarella possa anche concederla, qualora un accordo a tempi stretti venisse prospettato. Tutto sembra possibile. In realtà, l’equilibrio tra una certa convalida del lavoro svolto e una certa discontinuità nel futuro impegno determina lo stallo della mediazione a cui è votata la fatica del Presidente Fico. Cambiare solo l’Azzolina o la Lamorgese, senza toccare l’architettura del Conte bis, farebbe insorgere anche l’opinione pubblica più accomodante. Tanto rumore per nulla! Ed è chiaro che Renzi recalcitri di fronte a questo esito sbiadito di un confronto fin quasi palingenetico nelle aspirazioni originarie. Per questo i bisbìglii delle anticamere del potere lasciano ancora dubitare che l’incarico di formare il nuovo governo possa essere conferito al vecchio inquilino di Palazzo Chigi.

Le quotazioni di Conte rimangono incerte. Se dovesse risultare inamovibile, fino in fondo e per fatale convenienza delle parti, allora parrebbe inevitabile un ampio rimpasto ministeriale; viceversa, se fosse lui il capro espiatorio, si ridurrebbe di molto lo spettro delle novità, eminentemente in funzione di una più oculata distribuzione del potere. L’aver minacciato le elezioni anticipate, con in più l’ambizione di mettere in piedi il suo partito personale, ha travolto le barriere protettive di una terzietà fortemente esibita come valore di servizio, per il bene della coalizione. L’aria di palazzo s’è dunque caricata di veleni, finanche a decretare l’urgenza di un preventivo tirannicidio, a scanso di equivoci. Che poi Biden non sia entusiasta di “Giuseppi”, forse a cagione di qualche suo indecoroso traffico con Trump, è solo un po’ di sale che si aggiunge a una minestra troppo sapida. Conte è il problema di questa crisi.

Il centro è dinamismo: ci ricordiamo la suggestione di Romano Guardini sulla “opposizione polare”?

Lucio D’Ubaldo sul Tempo e Giorgio Merlo sul Domani d’Italia sono tornati in questi giorni sul tema del “centro” come spazio politico.

Il centro è per eccellenza il tema di una politica che si richiami al popolarismo sturziano e poi degasperiano.  In una delle conversazioni mattutine che ogni tanto ho la fortuna di avere  con Giuseppe Ignesti – conversazioni che raccomando come una cura ricostituente politica che a turno dovremmo fare un po’ tutti per intrecciare memoria e prospettive dell’oggi – Ignesti segnalava un passaggio della commemorazione di De Gasperi tenuta ad agosto scorso a Pieve Tesino da Marta Cartabia.

In un passaggio davvero interessante, Cartabia richiamava infatti uno scritto del 1925 di Romano Guardini intitolato “L’opposizione polare”. Sarebbe interessante riproporlo e farne motivo di comune riflessione, per costruire un pensiero nuovo:  il centro visto come misura, come luogo ideale dove gli opposti stanno insieme, come punto di raccordo, come modo di ricomposizione delle diverse polarità.

È utile riflettere su questa opinione di Guardini se noi abbiamo l’ambizione di rivendicare, sulla parola centro, una “riserva di primogenitura e di significato politico” del popolarismo rispetto alle altre culture politiche nella storia del paese. Altro è come riattualizzarlo, il centro, ma intanto ripercorriamone identità e significato.

Quando la Chiesa italiana ebbe il coraggio di osare. Intervista a Giuseppe De Rita

All’appello del Papa per un percorso sinodale della Chiesa in Italia, la Civiltà Cattolica risponde con un riepilogo di vari contributi offerti, a tal proposito, attraverso i suoi contributi più recenti. In particolare l’intervista di Giuseppe De Rita, pubblicata qualche mese fa,  conserva grande freschezza di argomentazione. Anche noi, avvalendoci della pubblica disponibilità dell’autorevole rivista dei gesuiti, ne riproduciamo una parte.

Professore, cominciamo a ricostruire gli elementi di fondo: come è nato quel Convegno?

Ecco, qui ci sono almeno due strade da percorrere a ritroso per comprendere bene: il contesto degli anni Settanta, per la società e per la Chiesa; e il percorso interno alla Chiesa italiana immediatamente precedente a quello specifico evento.

Andiamo per ordine: gli anni Settanta…

A distanza di tempo, e pensando al rinserramento degli anni Ottanta e Novanta, quella spinta alla mobilitazione collettiva appare un’eccezione «epocale», qualcosa di anomalo rispetto al tran tran quotidiano della vita ecclesiale, e anche rispetto all’appariscente politica ecclesiastica sui cosiddetti «valori non negoziabili». Eppure non era un’eccezione, anzi quella mobilitazione collettiva era coe­rente con una società italiana, quella degli anni Settanta, che era piena di tensioni, contraddizioni, conflitti sociali e dialettiche culturali. In un clima che imponeva ai vari soggetti – individuali e collettivi – l’imperativo di osare, pur di non restare nell’irrilevanza della mediocrità. Sono gli anni dell’esplosione della piccola impresa, dei distretti industriali, dei consumi di qualità, dell’avvio della stagione del made in Italy. E anche – è bene ricordarlo – gli anni di una conflittualità diffusa, sia sindacale – ricordiamo gli autunni caldi – sia di piazza.

In questa società che cambiava, come si poneva la Chiesa di quel tempo?

Quando mi misi al lavoro per la preparazione del Convegno, dentro l’ambiguità difficile di quella società, vedevo serpeggiare nella Chiesa italiana un’inarrestabile tendenza al masochismo, che assumeva prevalentemente due connotazioni: la prima, quella di una Chiesa che andava al macello, sbagliando più o meno coscientemente tutte le sortite pubbliche con una baldanza di atteggiamento che definivo «fanfaniana» e che contrastava con la problematicità un po’ angosciata che filtrava dalla Santa Sede. La seconda forma di masochismo erano le catacombe minoritarie delle riaffermazioni di principio, delle testimonianze, dei richiami teologici, delle obbedienze, delle comunioni ecclesiali con i superiori, con atteggiamenti di fanatismo di difesa, di quadrato, senza grinta di conquista e di futuro, senza speranza, potrei dire.

Ecco, questo mi sembra fosse il punto emotivamente più evidente: la mancanza quasi assoluta del senso del futuro e della speranza: mancanza stravolgente per la Chiesa che, se vive di storia e tradizione, ancor più vive, o dovrebbe vivere, di futuro e di speranza.

Eppure si era ancora nella coda del Concilio Vaticano II…

Sì, ma era da tempo in corso un dibattito, diciamo, tra gli ottimisti e i pessimisti post-conciliari. E in quel preciso momento dominava un pessimismo, con venature di non speranza, che mi sapeva proprio di pessimismo borghese; di declino della borghesia come gruppo di spinta, mentre cresceva l’imborghesimento di massa; di illusione borghese di poter e dover dare testimonianza con le parole, mai con l’impegno e le opere.

In questo contesto – all’interno di quel clima post-conciliare cui ha fatto cenno – il Convegno ecclesiale nazionale arrivava di fatto già come una tappa di un percorso. È così?

Esatto. Tra il 13 e il 15 febbraio del 1974 si era tenuto nella Capitale il Convegno su «I mali di Roma».

Del quale Lei fu uno degli ideatori e animatori, convocato dal cardinale vicario di allora, Ugo Poletti…

Un giorno, se avrò tempo, cercherò di capire perché la Chiesa italiana cominciò a osare proprio a Roma, città emblematica del grande processo di cetomedizzazione che nella seconda metà del Novecento ha trasformato l’Italia. Per ora, in via di ipotesi, mi fermo alla banale constatazione che la Roma degli anni Settanta viveva in se stessa quel processo di aumento delle disuguaglianze sociali che sarebbe diventato il focus di attenzione di tutta la letteratura sociopolitica degli ultimi decenni. Non a caso la tesi della mia relazione al Convegno era che a Roma i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. 

Qui l’intervista completa

USA: il parlamentare Kinzinger lancia un nuovo gruppo per combattere “l’estremismo” nel partito repubblicano

Mentre il Partito Repubblicano lotta con la propria identità tuona forte la voce del parlamentare Kinzinger.

Ha annunciato la formazione di un nuovo gruppo chiamato “Country First”, dicendo che intende eliminare l ‘”estremismo” dal partito repubblicano.

“I repubblicani devono dire  basta. È tempo di staccare la spina dalla macchina dell’oltraggio, rifiutare la politica della personalità e mettere da parte le teorie del complotto e della rabbia. È ora di tornare indietro dal confine dell’oscurità e tornare agli ideali che sono stati a lungo la nostra luce guida “. “È ora o mai più. La scelta è nostra. Ho fatto il mio, e spero che ogni repubblicano e ogni americano che condivide i nostri valori sceglierà di unirsi a me. Riprendiamoci la nostra casa”.

“La mia speranza è che nuovi leader possano emergere attraverso questo processo”. Perché non bisogna credere che stia “cercando di costruire qualcosa per me. Si tratta di cercare di combattere per difendere questo partito che è diventato indifeso”.

Kinzinger, uno dei 10 repubblicani della Camera che hanno votato per mettere sotto accusa Trump all’inizio di questo mese , è stato uno dei pochi legislatori del GOP disposto a parlare contro le azioni dell’ex presidente.

Nello scenario repubblicano si colloca al fianco della rappresentante Liz Cheney del Wyoming come uno dei leader contro Trump.

Vuole riportare il partito di Ronald Reagan verso la speranza, l’ottimismo e la verità.

Questa sua visione, ora, lo pone contro il leader della minoranza della Camera Kevin McCarthy e contro quei repubblicani che vedono il mantenimento di un ruolo per Trump come la chiave per raggiungere gli elettori che potrebbero aiutarli a riprendere il controllo della Camera nel 2022.

 

Lavoro: Istat, a dicembre il tasso di disoccupazione sale al 9%.

A dicembre tornano a calare gli occupati e si registra un incremento dei disoccupati e degli inattivi.

La diminuzione dell’occupazione (-0,4% rispetto a novembre, pari a -101mila unità) coinvolge le le donne, i lavoratori sia dipendenti sia autonomi e caratterizza tutte le classi d’età, con l’unica eccezione degli ultracinquantenni che mostrano una crescita; sostanzialmente stabile la componente maschile. Nel complesso il tasso di occupazione scende al 58,0% (-0,2 punti percentuali).

Il numero di persone in cerca di lavoro torna a crescere (+1,5%, pari a +34mila unità) in modo generalizzato e solo per 15-24enni si osserva una diminuzione. Il tasso di disoccupazione sale al 9,0% (+0,2 punti) e tra i giovani al 29,7% (+0,3 punti).

A dicembre, il numero di inattivi cresce (+0,3%, pari a +42mila unità) tra donne, 15-24enni e 35 49enni, mentre diminuisce tra gli uomini e le restanti classi di età. Il tasso di inattività sale al 36,1% (+0,1 punti).

Nonostante il calo di dicembre, il livello dell’occupazione nel trimestre ottobre-dicembre 2020 è superiore dello 0,2% a quello del trimestre precedente (luglio-settembre 2020), con un aumento di 53mila unità.

Nel trimestre calano le persone in cerca di occupazione (-5,6%, pari a -137mila) e aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,1%, pari a +17mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione registrate tra marzo e giugno 2020, unite a quella di dicembre, hanno portato l’occupazione a un livello più basso di quello registrato nel dicembre 2019 (-1,9%, pari a -444mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti (-235mila) e autonomi (-209mila) e tutte le classi d’età, ad eccezione degli over50, in aumento di 197mila unità, soprattutto per effetto della componente demografica. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,9 punti percentuali.

A dicembre 2020, le ore pro capite effettivamente lavorate settimanalmente, calcolate sul complesso degli occupati, sono pari a 28,9, livello di 2,9 ore inferiore a quello registrato a dicembre 2019; la differenza scende a 2,5 ore tra i dipendenti, per i quali il numero di ore lavorate è pari a 28,0.

Nell’arco dei dodici mesi, diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-8,9%, pari a -222mila unità), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+3,6%, pari a +482mila).

Startup innovative costituite online, continua il trend positivo

Al 31 dicembre 2020, sono 3.579 le startup innovative avviate grazie a una modalità di costituzione digitale e gratuita.

È quanto emerge dalla 18ª edizione del Rapporto trimestrale di monitoraggio pubblicato in data odierna dal MISE, in collaborazione con Unioncamere e InfoCamere. Grazie a questa misura, operativa a partire dal luglio del 2016, gli imprenditori innovativi italiani possono costituire la propria startup secondo una modalità interamente digitalizzata, con il supporto tecnico della propria Camera di Commercio (CCIAA) o in totale autonomia. L’esenzione dall’atto notarile consente un risparmio medio sui costi d’avvio stimato in circa 2mila euro.

Nel quarto trimestre 2020 si sono iscritte alla sezione speciale 338 nuove startup innovative costituite onlineil numero più alto tra tutti i trimestri dal 2016, superiore anche al record stabilito nel precedente trimestre (292). Il dato si inserisce in un contesto in cui l’emergenza sanitaria relativa al Covid-19 non è ancora conclusa e dà un segnale positivo all’ecosistema dell’innovazione.

Il Rapporto poi, oltre a presentare la distribuzione geografica delle startup costituite digitalmente, affronta due aspetti di particolare interesse: il tasso d’adozione territoriale della modalità online sul totale delle imprese di nuova costituzione, e la durata media delle pratiche.

  • Tasso d’adozione: la modalità online è stata scelta da circa il 37 % delle startup innovative costituite in Italia nel corso del 2020 e dal 33% di quelle costituite nel quarto trimestre 2020.
    Tuttavia, la variabilità territoriale è molto elevata, con notevoli scostamenti rispetto al dato nazionale. Su tutti, è da segnalare il caso della Basilicata in cui tutte le startup innovative costituite nel corso del 2020 hanno adottato la modalità online. La Lombardia continua ad essere la regione che conta il maggior numero di startup innovative costituite online (oltre il 25% del totale).
  • Durata delle pratiche: altro indicatore per cui si riscontrano variazioni significative a livello territoriale è il tempo medio d’attesa tra la costituzione e l’iscrizione dell’azienda nella sezione speciale del registro delle imprese dedicata alle startup innovative, fase che richiede una verifica dei requisiti da parte della CCIAA competente. In media, una startup innovativa costituita online attende 41 giorni per ottenere l’iscrizione nella sezione speciale, mentre nell’ultimo anno i tempi di attesa medi si sono ridotti a 27 giorni.

Scarica il nuovo reportLa nuova modalità di costituzione delle startup innovative – 18° rapporto trimestrale (pdf)

Per saperne di più

Covid, Ema: “Cinque vaccini prima di Pasqua”

“Prima di Pasqua potremmo avere cinque vaccini in totale. Due sono quelli già arrivati, poi abbiamo AstraZeneca e sono stati presentati da parte di J&J i dati del suo vaccino efficace dopo una dose, poi c’è Novavax che è particolarmente avanti”. Lo ha sottolineato Armando Genazzani, rappresentante italiano al Chmp (Committee for medical products for humans use) di Ema, l’Agenzia europea del farmaco, ospite di ‘SkyTg24′.

“I vaccini contro il Covid sono stati immaginati per il virus senza varianti, c’è un riconoscimento degli anticorpi che si vengono a creare con l’immunizzazione leggermente inferiore per queste varianti ma rimangono efficaci – ha aggiunto – Certamente adesso con entrambe queste tecnologie che sono state sviluppate, sia quella a mRna che quella con adenovirus, le aziende sono in grado di correggere in corsa i vaccini per renderli efficace anche contro le varianti. Per un po’ di tempo dovremmo rincorrere il virus”.

“Vorrei chiarire che il vaccino di AstraZeneca è di ‘serie A’, un ottimo vaccino. Quello che ha dimostrato negli studi clinici è di ridurre la possibilità di contrarre una malattia sintomatica come hanno dimostrato gli altri due vaccini. Riduce più del doppio la possibilità di contrarre la malattia, di quasi due terzi. E’ una cosa utilissima anche per far ripartire il Paese dipenderà ovviamente dalla quantità di dosi che avremmo. E’ un vaccino, quello di AstraZeneca, che rientra perfettamente in una campagna vaccinale e speriamo ne arrivino altri”, ha affermato ancora Genazzani.

“L’Aifa non ha detto che questo vaccino è vincolato ai pazienti al di sotto dei 55 anni – ha precisato Genazzani – ma ha detto che nel momento in cui vi sono una quantità sufficienti di vaccini per partire con una campagna vaccinale per gli anziani, essendo quello di AstraZeneca una vaccino che presenta delle evidenze inferiori, e stiamo ancora aspettando dei dati che arriveranno dagli Usa tra 3-4 settimane, ma – ha aggiunto – nel momento in cui gli anziani sono coperti può partire una seconda campagna vaccinale per le persone ad alto rischio di contrarre il virus ma non ad alto rischio di mortalità”.

Un centro né astratto né virtuale.

Recentemente l’amico Lucio D’Ubaldo con una impeccabile riflessione “basista” sulle colonne del  Tempo – cioè con l’impronta inconfondibile della sinistra di Base della Dc – avanza l’ipotesi di un  “centro” sicuramente da reinventare ma, con altrettanta evidenza, da ricreare nella cittadella  politica italiana. Un luogo politico, dunque, che non va confuso con posizionamenti tattici, con  scambi di puro potere o con le solite rendite di posizione dei soliti noti del Pd e di partiti affini. E  questo perché la surreale e grottesca crisi di governo provocata e pianificata dalla  spregiudicatezza e dal trasformismo del capo di Italia Viva, ripropone la necessità nel nostro  paese di un luogo politico che sappia essere al contempo luogo di sintesi e punto di riferimento di  pezzi di elettorato e di società che non ne possono più della radicalizzazione dello scontro  politico, dell’azzeramento di qualsiasi cultura politica e, soprattutto, di un sempre più finto e falso  bipolarismo. In parole semplici, cominciano a stufarsi sempre di più del populismo di governo e  dell’avventurismo e della radicale incompetenza che caratterizza la classe dirigente di riferimento. 

Certo, il tutto non può ridursi ad un banale “centro cattolico” o ad una riproposizione, l’ennesima,  di un movimento virtuale che si attesta tra lo 0,1 e lo 0,5%. Ne abbiamo conosciuti a decine di  questi esperimenti in questi ultimi anni e, purtroppo, continuano a crescere malgrado la radicale  irrilevanza politica e inconsistenza elettorale. È giunto il momento, soprattutto dopo questa  misteriosa e ridicola crisi di governo – che si risolverà, probabilmente, con l’ottenimento di più  potere da parte di chi l’ha provocata secondo un noto, vecchio, squallido e triste copione – di  gettare le fondamenta per un luogo politico che non si limiti a declinare una “politica di centro” ma  che sappia anche, e soprattutto, creare un soggetto politico di riferimento. Ovviamente plurale e  politicamente non vocato alla sola testimonianza. Anche perchè l’alternativa continua ad essere  alquanto singolare. E cioè, articoli e riflessioni sui grandi organi di informazione che esaltano ed  applaudono il “metodo” e il “profilo” praticato dagli esponenti del tradizionale “centro politico”  sparsi qua e là nei vari partiti che poi, però, e stranamente, vengono invitati a rinnegare alla radice  qualsiasi riedizione di partiti e movimenti politici che si rifanno a quella cultura. Visto che non c’è  nulla di cui vergognarsi al riguardo, “politica di centro” e partito di centro”, seppur riformista,  plurale e di governo, adesso possono e debbono viaggiare in parallelo. E l’amico D’Ubaldo ha  fatto bene a ribadirlo con chiarezza e con determinazione. 

Verso il carnevale in zona gialla

Da oggi gran parte del Paese torna in “zona gialla” (5 regioni arancioni), ma già da ieri migliaia di persone hanno anticipato i tempi riversandosi per le strade dello shopping e della movida e creando assembramenti che hanno fatto scattare il campanello d’allarme e il monito degli scienziati.

Le lezioni non ci bastano mai: dopo un ferragosto di aperture indiscriminate, un Natale e un Capodanno a singhiozzo nell’avvicendamento dei colori e nelle restrizioni o nelle deroghe per gli orari, come se il virus si fermasse al semaforo dei DPCM o dei decreti, cioè della burocrazia e delle scelte incomprensibili della politica, ora ci aspetta un Carnevale da liberi tutti.

Le ricorrenze si sa vanno festeggiate ma questo alternare severità estreme, ai limiti della violazione delle libertà civili a periodi inframezzati da concessioni, rimozione dei divieti, attenuazione dei controlli dimostra che se la politica basata sulla caccia al consenso prevale sulle indicazioni e sulle valutazioni della scienza non si rende un buon servizio al Paese.

Resta il fatto della “mondialità” della pandemia e le stretta interdipendenza che lega le azioni umane, singole e collettive, alle conseguenze che esse producono.

Errori nella gestione della pandemia ce ne sono stati a iosa: il MES è fermo al palo da mesi e mesi senza che qualcuno decida e risponda delle proprie responsabilità. Gli ospedali sono in carenza di personale, sulla fornitura dei vaccini si stanno formando coni d’ombra preoccupanti: saltano tutte le previsioni per la forte riduzione sui dati anticipati mentre il genoma del virus corre freneticamente verso mutazioni impreviste.

Gli stessi scienziati sono stati presi in contropiede: dopo l’enfasi del “vaccino che salverà tutti” ora affiorano dubbi sui tempi, le somministrazioni, i richiami, il target della popolazione interessato, l’efficacia “all’apparir del vero” dei vaccini stessi rispetto a intolleranze, reazioni anomale, varianti atipiche e differenti del virus. 

Il Prof Benini – Emerito all’Università di Zurigo aveva anticipato questi temi il 30 marzo 2020 e poi era ritornato sulla responsabilità vaccinale che le aziende fornitrici pongono in capo agli Stati , il 9 dicembre u.s. Il Prof Ricolfi, Docente di analisi dei dati all’Ateneo di Torino,  in un recentissimo libro – La notte delle ninfee –  ha evidenziato un malgoverno di fondo nella gestione dell’epidemia: ricordando che ci sono dei Paesi che non sono stati investiti dalla seconda fase, dal Giappone ad Honk Kong, dalla Norvegia, alla Finlandia, alla Danimarca, all’Irlanda, all’Australia, alla Nuova Zelanda.

Quanto a noi il Prof Crisanti – Direttore del Laboratorio di microbiologia dell’Az. Osp, e Docente all’Università di Padova – ha previsto che non ci toglieremo la mascherina prima di due anni.

Resta il fatto che incertezze o errori non devono indurci ad atteggiamenti ostili alla scienza, unica vera nostra ancora di salvezza, il negazionismo e l’indifferenza sono i veri nostri nemici e i primi alleati del virus. 

I vaccini sono e restano la nostra vera, indiscutibile speranza.

Di indicazioni ne abbiamo ricevuto a iosa ma se siamo noi, coi nostri comportamenti, ad eludere le doverose azioni di prevenzione non avremo alibi nel giustificarci a posteriori.

Una terza ondata sarebbe il risultato di una politica acefala che non ha il coraggio di decisioni nette e drastiche, impopolari forse ma certo più utili dei tentennamenti e delle intermittenze.

Ma soprattutto sarebbe la conseguenza di azioni e omissioni che sono poste in capo alla nostra responsabilità individuale e collettiva.

Un principio di chiamata in causa che  riguarda tutti – ad uno ad uno- e va attuato giorno per giorno.

I pentitismi postumi non vanno più di moda e ci riporterebbero al punto di partenza. 

Pensiamoci ora, non domani.

 

La fondazione dell’attivista russo Navalny chiede a Biden di sanzionare i più stretti alleati di Putin

La fondazione creata dal leader dell’opposizione russa Alexey Navalny ha chiesto al presidente degli Stati Uniti Joe Biden di imporre sanzioni ad almeno otto figure russe di alto profilo che si dice siano vicine al presidente russo Vladimir Putin.

La Navalny’s Anti-Corruption Foundation (FBK) ha, anche, dichiarato di aver presentato un elenco più ampio, 35 persone in totale. La lettera dice che sette delle 35 persone sono già sugli elenchi delle sanzioni statunitensi.

Navalny per anni ha chiesto sanzioni contro individui che, secondo lui, sono la chiave per “aiutare e incoraggiare” Putin nella “persecuzione” di coloro che “cercano di esprimere liberamente le loro opinioni ed espongono la corruzione nel sistema”.

“L’Occidente deve sanzionare i decisori che hanno reso tale la nostra politica nazionale. Truccare le elezioni, rubare dal bilancio e avvelenare”.  “Non colpire chi gestisce i soldi non farà  cambiare il comportamento al regime”.

Nella lettera, l’elenco di 35 persone è diviso in tre gruppi:
  • “Oligarchi ai quali Putin ha conferito ricchezza e potere, e che li l’esercitano per conto del regime”;
  • “Chi abusa dei diritti umani e chi sopprime le libertà civili e politiche fondamentali”;
  • “Individui specificamente coinvolti nella persecuzione di Navalny e della nostra organizzazione”.

Alcuni esempi chiari sono

Il miliardario russo Roman Abramovich è menzionato nella “rosa dei candidati prioritari”, per quello che FBK descrive come un fattore chiave e un presunto beneficiario della “cleptocrazia del Cremlino”.

Abramovich è il proprietario del club di calcio della Premier League inglese Chelsea. Il ministro della Sanità russo Mikhail Murashko che avrebbe coperto l’avvelenamento di Navalny ed avrebbe ostacolato gli sforzi per evacuare il leader dell’opposizione russa in Germania per cure mediche.

Prendere di mira l’entourage di Putin sarebbe estremamente doloroso per il presidente russo e influenzerebbe la stabilità del suo potere.

Da oggi al 2023 ogni 5 nuovi posti di lavoro creati in Italia uno sarà nelle aziende ecosostenibili

Da oggi al 2023 ogni 5 nuovi posti di lavoro creati in Italia uno sarà nelle aziende ecosostenibili: in tutto ci sarà bisogno di 481mila nuovi professionisti del verde, oltre il 50% in più di quelli generati dal settore digital. L’occupazione in ambito green coprirà una quota del 18,9% sul totale del fabbisogno generato fino al 2023. Sono dati contenuti nel rapporto GreenItaly 2019, discussi nell’ambito della presentazione del volume Tutto ruota. Viaggio nel mondo dell’economia circolare, un’idea di Greenthesis Group, azienda leader nel panorama nazionale ed estero nel settore del trattamento, recupero, smaltimento e valorizzazione, anche energetica, dei rifiuti, oltre che nel settore delle bonifiche ambientali, ed edito da Edizioni Angelo Guerini e Associati, in collaborazione con La Fabbrica S.p.A.

Contro il catastrofismo imperante, Tutto ruota, scritto da Luciano Canova e Fabrizio Iaconetti,  dà una sferzata di ottimismo e invita i ragazzi a diventare i veri protagonisti del necessario cambiamento di stili di vita e di produzione, attraverso quelli che sono i principi del Green Pragmatism, ovvero quell’ambientalismo concreto, attento al risultato e basato sul coinvolgimento di tutti.

“Credo che il senso di questo libro si possa riassumere in tre parole: Rispetto, Collaborazione e Fiducia”, spiega Simona Grossi, Vicepresidente Esecutivo di Greenthesis S.p.A., “Rispetto per ciò che ci circonda, per le risorse naturali e per il valore degli oggetti che acquistiamo, che devono essere prodotti in ottica di eco-design pensando a tutto il loro ciclo di vita. Collaborazione perché il cambiamento è un impegno collettivo che parte dalla condivisione di conoscenze interdisciplinari e intergenerazionali. Fiducia nel rigore scientifico e nelle competenze di chi opera seriamente nel mondo della gestione integrata dei rifiuti, impegnati in prima linea nell’innovare un settore nevralgico del vivere sociale”.

Gli italiani riciclano il 51% dei rifiuti urbani. In Italia ogni persona produce in media 497 chili di rifiuti urbani all’anno, il 51% dei quali viene sottoposto a riciclaggio e compostaggio. Un dato in linea con quello medio dei 28 paesi dell’Unione Europea, dove nel complesso ogni cittadino produce 482 chili di rifiuti, il 47% dei quali viene riciclato. “Ma siamo chiamati a fare di più: entro il 2025 si dovrà arrivare al riciclo di almeno il 55% dei rifiuti urbani. Inoltre il Parlamento europeo ha stabilito che entro il 2035 si potrà smaltire nelle discariche solo il 10% dei rifiuti urbani, contro l’attuale 25%”.

TuPassi: cosa è successo dopo il 2018

Riportiamo la risposta che la società Miropass S.r.L. ci ha inviato dopo il nostro articolo del 28 gennaio 2021

Spettabile Redazione

dopo aver letto il vostro articolo riguardante gli interventi del Garante della privacy in merito alle verifiche effettuate nel 2018 al Comune di Roma e alla Miropass riguardanti le modalità di utilizzo del sistema TuPassi, in qualità di persona coinvolta vorrei meglio chiarire alcuni aspetti per darvi modo di poter fornire una corretta informazione sulla vicenda.

Le attività contestate, riguardano la versione del sistema utilizzata sino al 2018.  Successivamente alla verifica la nostra Azienda ha immediatamente adottato le misure necessarie affinchè il sistema TuPassi rispondesse pienamente alle Direttive del Garante.

Dal 2019 il sistema conserva i dati personali dell’utente prenotato sul server della struttura che utilizza TuPassi  per un arco di tempo non superiore al conseguimento delle finalità per le quali sono trattati.

L’utente che accede al nostro sistema per la prima volta, dopo aver effettuato la registrazione e approvato la nostra informativa della privacy, per poter effettuare una prenotazione online su uno dei servizi delle Aziende presenti sul portale TuPassi, è necessario che dia il consenso, se rifiuta può recarsi all’ufficio di suo interesse prenotando dal totem ma solo in giornata a seconda delle disponibilità.

I dati raccolti in fase di prenotazione sono usati esclusivamente ai fini della prenotazione. La richiesta di identificazione dell’utente garantisce all’Azienda che espone sulla piattaforma TuPassi la possibilità di interagire con l’utente per eventuali comunicazioni (spostamento app/to, cancellazione, eventuali comunicazioni aggiuntive).

 Confidando che questa nostra comunicazione possa essere da voi pubblicata dandoci la possibilità di poter far sentire anche la nostra voce, colgo l’occasione per inviarvi i miei più.

Cordiali saluti

Zona gialla, Pregliasco: “Non è un liberi tutti”

L’Italia da oggi è quasi tutta in zona gialla a eccezione di cinque Regioni. “Non deve essere un ‘liberi tutti”, dice all’Adnkronos Salute il virologo dell’università degli Studi di Milano Fabrizio Pregliasco, ma vediamolo come una promozione meritata per lo sforzo pesante fatto anche dalle categorie che soffrono di più. Insomma che non sia festa “da ultimo giorno di scuola’, perché c’è ancora molto da fare” nella lotta al virus.

Quanto all’andamento dell’epidemia, Pregliasco sottolinea come “siamo in una situazione abbastanza buona, ormai da 5 giorni calano i pazienti ricoverati nei reparti ordinari e nelle terapie intensive, cala poco ancora la mortalità, ma questo è purtroppo l’ultimo parametro che si muove, di sicuro però – osserva – c’è ancora una presenza del virus, quindi bisogna tenere altissima l’attenzione per evitare che possano verificarsi situazioni come nel resto d’Europa, dove le cose non vanno affatto bene”, conclude.

Un Fico vale più di un Conte

La scelta del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di dare un incarico esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico, ha un preciso valore politico.

Il capo dello Stato, in sostanza, ha già registrato che le forze politiche che hanno sostenuto sino a qualche settimana fa il governo di Giuseppe Conte sono concordi su un fatto preciso: il rifiuto di nuove elezioni anticipate e la volontà di proseguire nell’esperienza di governo giallorosso.

Questo dato di fatto non è secondario, perché fa rientrare a pieno titolo anche la pattuglia di Matteo Renzi all’interno della maggioranza, insieme al nuovo gruppo parlamentare dei responsabili e degli europeisti.

L’ex sindaco di Firenze sta giocando tutte le sue carte, forte della consapevolezza di essere indispensabile alla creazione di una maggioranza stabile a supporto del nuovo Governo.

E dopo aver intascato la prima mano nel rientrare a pieno titolo nella maggioranza, Renzi gioca adesso la seconda mano per un nuovo presidente del Consiglio: in tal modo si consumerebbe la sua vendetta politica nei riguardi di Giuseppe Conte, reo di non aver mai valutato le proposte che provenivano dal partito Italia Viva.

Riuscirà il politico fiorentino in questo suo nuovo tentativo di destabilizzare la maggioranza giallorossa? L’asso nella sua manica è costituito proprio da Roberto Fico. Quest’ultimo, si sa, è molto vicino al Partito Democratico e, sin dall’accordo tra M5S e Lega, aveva esplicitato chiaramente tutta la sua contrarietà verso questo tipo di maggioranza.

Ecco che allora l’incarico esplorativo al presidente della Camera dei deputati potrebbe trasformarsi in una investitura a pieno titolo per la formazione di un nuovo Governo e, dunque, la sua missione si trasformerebbe da esplorativa a politica. Un Fico vale più di un Conte!

Certo, si tratta di un’operazione politica non facile, ma nemmeno impossibile. A favore di Renzi gioca un fattore non secondario: la contrarietà non solo del M5S e dello stesso PD ad elezioni anticipate, ma anche della stragrande maggioranza dei parlamentari di entrambi gli schieramenti politici.

In più, dalle dichiarazioni del Capo dello Stato è emersa chiaramente la necessità di dare al più presto un Governo stabile al nostro Paese, al fine di poter affrontare con pieni poteri la crisi sanitaria, sociale ed economica. E non di meno per utilizzare i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea.

La strategia renziana potrebbe riuscire proprio in virtù di queste considerazioni non secondarie e darebbe maggiore visibilità politica e di potere alla piccola pattuglia di Italia Viva.

Ma, al contempo, nel Partito Democratico non mancano sotterfugi e strategie per mettere in crisi questi tentativi e guadagnare la pole position per Palazzo Chigi.

In panchina Dario Franceschini sta già scaldando i muscoli e, da buon doroteo con la vocazione a sinistra, aspetta che falliscano i vari tentativi per poi uscire dal suo guscio di cristallo.

Probabilmente questo è anche il volere di Matteo Renzi che in questo modo indebolirebbe ancor di più il M5S a suo vantaggio.

Certo, la crisi ancora non si stabilizza e nei prossimi giorni verranno a galla tutti i tatticismi dei tre partiti che compongono l’attuale maggioranza.

Il lavoro che ci attende, ovvero Mattarella e il signor futuro.

Approfitto delle recenti sollecitazioni che Ignesti e Merlo hanno rivolto  da queste colonne digitali  al  PD , chiamato urgentemente a  “…rigenerare la sua cultura politica”, su cui si è soffermato anche Moriconi. Quest’ultimo appellandosi anche al “Costruire” di Mattarella.
Non sono il solo che si aggrappa a Giorgio Gaber e si interroga sulla vera  natura spaziale  degli attuali schieramenti politici. Alcune mie divagazioni sono arrivate sino alla provocazione circa l’esigenza di abbandonare le  storiche categorie politiche orizzontali di destra, centro,  sinistra, che ci hanno fatto compagnia per anni e anni. Dal momento  che oggi hanno perso di significato sociologico, culturale e dunque politico.
Andiamo a noi.
I dizionari suggeriscono e gli studiosi confermano, che rigenerare è  un verbo che indica un voler  raschiare  sino in fondo le  radici per farne nascere di nuove, con le stesse caratteristiche. Vuol dire recuperare, ricostituire, fare rinascere qualcosa che è già esistito.
Più  morbido, anche se più impegnativo, è invece il  “costruire“ di Mattarella.
Che presuppone una base, un sostegno, dei mattoni messi insieme, dei muratori.
E che presuppone dei costruttori.
Cosi come esiste una differenza abissale tra costruire ed edificare. Quest’ultimo, come ha tentato di spiegare lo scrittore Maurizio Maggiani sul “Robinson”  di Repubblica , prendendo  le distanze e criticando il “costruire“ di Mattarella, è un verbo molto più impegnativo e più vicino alla spiritualità e alla religione, che alle idee  politiche.
Ma ritorniamo a Ignesti.
Che difficilmente si smentisce.
Quando scrive, tocca infatti  le corde più profonde della democrazia rappresentativa e della nostra Costituzione: centralità e qualità del partito politico,  partecipazione, rappresentatività, Padri costituenti, diritti umani, ecc.
Ora non disdegna  di sollecitare una certa opera di ri-costruzione del partito politico: “…che si può solo, anzi si deve, iniziare, ché è impresa di carattere culturale e, perché tale, richiederà tante energie e per una lunga stagione”.
Un paziente e lungo  lavoro di RI-Costruzione…di carattere culturale” dunque, “…e per una lunga stagione”.  Cosi  definisce il lavoro da fare. Prendendo apparentemente,  ma  solo apparentemente,  le distanze da Mattarella, che, com’è noto, nel suo discorso di fine anno ha eliminato il prefisso di Ignesti che distraeva e confondeva.
E che indica duplicazione e ripetizione: un costruire una seconda volta, un costruire di nuovo una cosa vecchia e già vista, un riproporre qualcosa.
Mattarella ha invece parlato di un lavoro di Costruzione e di Costruttori. Intendendo, forse – cosi l’ho voluto leggere – un ĺavoro ex novo da inventare pur avendo il partito politico come riferimento. Con nuovi progetti. Nuove idee. Insomma con una “nuova linea culturale”.
Un  lavoro che comunque va fatto insieme ad altri e in  compagnia di altri : quando si costruisce non si costruisce mai da soli! Ed è  stato proprio Ignesti che si è interrogato sulla necessità (e urgenza) del Pd, e non solo del Pd,  di individuare una sua “linea culturale” dal momento che non la vede da nessuna parte. E quando la vede, la  vede solo come una illusione mitologica inesistente: quella del capro con le sembianze del cervo, di un “…ircocervo”.
Un lavoro di lungo periodo, quindi, da  avviare però  al più presto. Una inderogabile  necessità di natura cultural-politica, che Ignesti estende a tutti i  partiti dei nostri giorni, dal momento che nota in loro  una irresponsabile  leggerezza e superficialità,  come si è  visto – ricorda – con la  “folle” riduzione del numero dei parlamentari. Come non dargli ragione!
Ho solo una piccola osservazione da fare sulla sua Ri-costruzione. Non è stato secondo me un caso, infatti,  che Mattarella abbia parlato di Costruttori e non di Ri-costruttori. Un sostantivo, quello di Mattarella,  equivocato. E  dalla grande stampa inserito  nelle difficoltà politiche del presente, e nel contesto pandemico. Semplificato e fatto atterrare sulle precipitose intenzioni separatiste di Renzi.
Puo darsi. Nel mentre se collocato all’interno del suo intero discorso: il valore centrale della scienza e della ricerca scientifica e tecnologica, la perdita dei posti di lavoro e la mancanza di lavoro, soprattutto quello giovanile,  il clima, ecc. poteva indicare anche  qualcosa di più profondo, di più lontano, di più indispensabile : “…ora dobbiamo preparare il futuro; non viviamo una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori…I prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo…per porre le basi di una nuova stagione…”.
Parole pesanti che guardavano al domani della postpandemia   e non al pur tragico oggi.  Che spingevano alla progettazione di una ” nuova stagione”  del dopodomani, e non a quella del Conti 2,3, 4 ecc.  E vorrei credere che c’entrassero poco anche con  la guasconata di Renzi. Ma il  vero significato, e a cosa pensasse Mattarella con queste parole,  nessuno lo ha ancora spiegato per bene. Rispetto ai tempi che viviamo e nell’ottica di una globalizzazione  incipiente. Con la Cina e la Russia alle porte, con il digitale, i robot  e la disoccupazione crescente, con il clima scassato con cui da tempo conviviamo, con le povertà in salita, con ondate incredibili di emigrazioni e con i 400 milioni di poveri denutriti dell’Africa Sub-sahariana,  e con  il proporsi di regimi autoritari mascherati da fittizi e necessari presidenzialismi, in  una democrazia presa in giro  perché  nelle mani di un “leader carismatico” senza più partito alle spalle, in una democrazia iperpersonalizzata  grazie ai media e ai social, ebbene  questa vera e propria rivoluzione  che ci trova “…tutti sulla stessa barca”, e che trova una Europa divisa e ancora lontana da una sua auspicata unità politica,  necessita proprio e solo di pazienti costruttori. Di intelligenti costruttori. Di postideologici costruttori. Di lungimiranti costruttori muniti di telescopi.
Di fronte a questi cambiamenti impensabili sino a venti-trenta anni fa, rimango in fiduciosa attesa di qualcuno che mi spieghi bene le categorie politiche e sociali, nonché necessariamente  culturali, che ci dovranno aiutare per affrontare questo signor Futuro.

L’Alleanza per il Progresso compie 60 anni

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Cosimo Graziani

Quest’anno cade il sessantesimo anniversario del programma di aiuti passato alla storia come “Alleanza per il Progresso”. Questo programma fu annunciato dal primo presidente cattolico degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, durante una conferenza il 13 marzo 1961, tenutasi davanti a tutti gli ambasciatori latinoamericani nel Paese, e venne adottato nell’agosto dello stesso anno da tutti i Paesi membri dell’Organizzazione degli Stati Americani con la Conferenza a Punta del Oeste, in Uruguay.

Durante il suo lancio, Kennedy lo definì «un vasto sforzo di cooperazione, impareggiabile per dimensioni e nobiltà degli obiettivi per soddisfare i bisogni primari dei popoli americani». Nello stesso discorso, Kennedy dichiarò quali fossero i pilastri del progetto, che lui stesso definì «audace»: casa, lavoro, terra e salute, che vennero ripetute in spagnolo per sottolineare l’impegno non solo finanziario, ma soprattutto ideologico, che gli Stati Uniti si stavano addossando.

Il programma, che a molti politici e intellettuali sembrò una nuova versione del Piano Marshall, era formato da dieci punti, di cui i più importanti erano la creazione di un fondo per lo sviluppo sociale dei Paesi aderenti, la stabilizzazione dei prezzi delle materie prime e lo sviluppo di un mercato comune in Sud America. Ma soprattutto si prometteva di attuare la riforma agraria in tutti i Paesi latinoamericani.

L’Alleanza per il Progresso, rispondeva non solo agli obiettivi ideologici della presidenza Kennedy, ma aveva anche un ruolo all’interno della Guerra Fredda: mantenere fuori dall’emisfero occidentale il pericolo sovietico dopo la rivoluzione cubana.

I critici di questa iniziativa sono stati molti, tra i quali lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, che nel suo famoso libro Le vene aperte del Sud America denuncia che l’idealismo statunitense alla base dell’iniziativa fosse in realtà un pretesto per coprire obiettivi capitalistici; e il professor Morris H. Morley, che nel suo Imperial State and Revolution-The United States and Cuba, 1952-1986, ha evidenziato che buona parte dei finanziamenti in realtà non fossero destinati al sociale bensì alla costruzione di apparati militari nei Paesi dell’iniziativa.

Come sessant’anni fa, anche oggi gli Stati Uniti sono pronti a investire in America Latina. In particolare, scrive «The Economist», in Guatemala, Honduras ed El Salvador. Secondo «The Economist», Joe Biden sarebbe pronto ad investire circa un miliardo di dollari per migliorare la governance dei tre Paesi e ridurne la corruzione. Queste misure farebbero parte di un progetto più ampio che mira ad abrogare le misure antimmigrazione volute da Trump, che stipulò un accordo che permetteva il rimpatrio degli immigrati da questi tre Paesi. Lo strumento può sembrare vecchio e obsoleto, ma se gli Stati Uniti vogliono riguadagnare la loro autorità morale, devono guardare al passato e prendersi cura dei Paesi vicini.

Smog: le città sono fuorilegge. Solo 32,8 mq di verde a testa.

Con l’Italia che dispone di appena 32,8 metri quadrati di verde urbano per abitante è strategico puntare su un grande piano di riqualificazione urbana di parchi e giardini che migliori la qualità dell’aria e della vita della popolazione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat in riferimento all’ultimo Rapporto annuale “Mal’aria di citta’ 2021” di Legambiente secondo il quale nel 2020 sono stati 35 i capoluoghi di provincia fuorilegge per polveri sottili Pm10.

L’inquinamento dell’aria è considerato dal 47% degli italiani la prima emergenza ambientale secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ e bisogna quindi intervenire in modo strutturale ripensando lo sviluppo delle città e favorendo la diffusione del verde pubblico e privato con le essenze più adatte alle condizioni climatiche e ambientali dei singoli territori. L’obiettivo – precisa la Coldiretti – è quello di creare vere e proprie oasi mangia smog nelle città dove respirare aria pulita grazie alla scelta degli alberi più efficaci nel catturare i gas ad effetto serra e bloccare le pericolose polveri sottili.

A provocare lo smog nelle città – continua la Coldiretti – è l’effetto combinato dei cambiamenti climatici, del traffico e della ridotta disponibilità di spazi verdi con la situazione che peggiora nelle metropoli dove i valori vanno dai 6,3 di Genova ai 16,5 a Roma, dai 18,1 di Milano ai 22,6 di Torino fino ai 22 metri quadrati a Bologna. Ancora troppo poco considerato che una pianta adulta – precisa Coldiretti – è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili e un ettaro di piante elimina circa 20 chili di polveri e smog in un anno.

Il ripopolamento arboreo di parchi e giardini è – sottolinea la Coldiretti – la chiave di volta ambientale di una cintura verde che colleghi il centro delle città con le periferie e raggiunga sistemi agricoli di pianura con il vasto e straordinario patrimonio boschivo presente nelle aree naturali grazie al progetto “Bosco vivo e foreste urbane”, piantando con le risorse del Recovery Plan  50 milioni di alberi nell’arco dei prossimi cinque anni e sostenendo due settori chiave per l’Italia come il florovivaismo che conta 27 mila aziende e 200 mila occupati e quello forestale con 5.685 imprese con 7.349 addetti.

Luna Rossa in finale di Prada Cup

Luna Rossa in finale di Prada Cup. L’AC75 di Patrizio Bertelli conquista Race 3 e Race 4 contro American Magic, spazzando via gli statunitensi con un netto 4-0. In finale la barca italiana sfidera’ Team Ineos Uk a partire dal 13 febbraio. Si tratta della quinta finale di Prada Cup (prima Vuitton Cup) per l’Italia dopo quelle raggiunte da Il Moro (1992) e dalla stessa Luna Rossa (2000, 2007, 2013).

Ad Auckland, lo scafo di Spithill ha dominato nonostante le condizioni decisamente difficili, con un vento meno intenso (11-14 nodi da Nord-Est). Decisive anche una volte le partenze al limite della perfezione, con Race 3 chiusa con 35″ di vantaggio e Race 4 con un gap di quasi 4′, anche a causa di un problema tecnico accusato da American Magic.

Covid: c’è un cambio di passo sugli anticorpi monoclonali

Assorted pills

Ho visto un cambio di marcia nella gestione della questione anticorpi monoclonali” contro Covid-19. E’ la visione di Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano, e docente nello stesso Ateneo. “Credo che il presidente dell’Aifa”, l’agenzia italiana del farmaco, “Giorgio Palù, abbia dedicato maggior attenzione e impresso un’accelerata. E almeno per quanto riguarda le sperimentazioni credo sia stata data una definitiva scelta di farle. Dopo i risultati che ci sono stati proprio con la formulazione di Eli Lilly sarebbe stato singolare che permanesse ancora una chiusura”.

“Io vedo un cambio di direzione”, spiega all’Adnkronos Salute l’esperto che da tempo è fra gli scienziati che auspicano impegno nell’esplorare le potenzialità di questa eventuale arma contro Covid. “Resta un po’ da spiegare perché c’era stata questa chiusura iniziale. Anche l’Italia è in ballo. C’è un monoclonale italiano e ci sono altri studi in corso un po’ più indietro. Anche l’università di Tor Vergata ci sta lavorando. E sarebbe un peccato perdere queste opportunità che potrebbero essere offerte dalla scienza”.

Non solo vaccini, quindi. “Negli Usa la Fda aveva dato via libera all’uso sperimentale degli anticorpi monoclonali dai primi di dicembre e so che giorno dopo giorno, da quello che mi dicono i colleghi, sta andando bene e, come peraltro venuto fuori anche dalla sperimentazione Eli Lilly, c’è una notevole efficacia degli anticorpi, sia quando utilizzati precocemente in terapia sia utilizzati in profilassi. Avere anticorpi vuol dire anche essere nella stessa condizione di un vaccinato. L’Aifa non ha aperto a questo uso. Il rapporto costo-beneficio non è migliore del vaccino, ma va detto che due giorni di ricovero evitati ripagano il costo dell’anticorpo”.