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Crisi di governo (e di identità politiche)

Nei sistemi democratici classici ogni partito che non voglia restare bloccato ad vitam aeternam al 2% dei voti ha il problema non semplice di essere “di parte” ma anche – al contempo – di rappresentare un interesse generale che serve a legittimarlo come forza di governo dell’intero Paese. Questo naturalmente in teoria: la pratica spesso è tutt’altra realtà.

Nel momento in cui aspirano a governare, centrodestra e centrosinistra devono avere una visione generale del Paese, una “narrative” dal forte richiamo simbolico. La Sinistra è tradizionalmente attenta a una società più equa nella distribuzione delle risorse (e nel contrasto agli effetti distorsivi prodotti dalla pandemia) con un minore livello di conflittualità. La Destra è tradizionalmente attenta allo Stato come garante (“law and order” di non trumpiana memoria) del necessario interesse generale.

In questo mix di atteggiamenti diversi si situa l’identità dei due attori della competizione politica democratica. Ora, il fatto centrale accaduto in Italia è il progressivo abbandono delle rispettive identità storiche da parte delle forze politiche. Da tempo, infatti, la Sinistra ha smesso i panni di protettrice del lavoro dipendente. Ha accettato la proliferazione di forme di lavoro sempre più deboli e precarie. Allo stesso modo, ha accettato che l’istruzione (già derisa dal dibattito sui “banchi a rotelle” e sulla Dad) abbandonasse la centralità del merito e del bisogno. Naturalmente non è solo Letizia Moratti a ipotizzare prestazioni sanitarie “differenziate” tra le regioni italiane (basate sul Pil e sulla ricchezza). Ancora, la Sinistra sembra aver deposto qualunque atteggiamento critico nei confronti del cosiddetto establishment. Anzi, quest’ultimo viene spesso visto e considerato da buona parte della Sinistra come il proprio “editore di riferimento”. L’ingegnere Carlo De Benedetti ha giustificato la nascita del quotidiano Domani con un presunto “deficit di informazione a Sinistra”. Qualche domanda bisognerebbe anche porsela.  

Non meno evidente è, da parte della Destra, l’abbandono del cosiddetto “senso dello Stato”. Durante i 365 giorni trascorsi dalla prima manifestazione pubblica del Covid in Italia (è di un anno fa il ricovero della coppia cinese allo Spallanzani) soprattutto sui giornali della Destra si è notato un continuo dileggio a prescindere, nei confronti di qualsiasi disposizione proveniente dalle autorità. Quasi un invito, più o meno esplicito, a una disobbedienza da Dpcm. Non è un fenomeno isolato. E’ piuttosto la prosecuzione di un ribellismo che cerca di far leva sui danni prodotti dalla pandemia a determinate categorie sociali (ristori) e in vista di questo fine si incoraggiano forme di elusione fiscale soft e aggiramento di divieti e restrizioni. In questo scenario, la Destra evidenzia un concreto disinteresse per rimediare all’inefficienza della pubblica amministrazione, nel tentativo di sanzionare soprusi e scorrettezze. Lo stesso disinteresse manifestato per i tanti fenomeni (piccoli e grandi) di disgregazione del tessuto sociale, di frantumazione dell’unità del Paese. Per i tanti localismi, ad esempio sui “furbetti” nella campagna di vaccinazione nazionale. 

Dalla perdita (o comunque dall’abbandono) delle rispettive identità storiche nasce in gran parte il vuoto pneumatico in cui si dibatte la vita politica nazionale. Da qui infatti il suo carattere sempre più casuale e occasionale, la sostanziale insensatezza dei suoi dibattiti, dettati solo dall’attualità più immediata e stringente, perciò destinati a esaurirsi in pochi giorni. Dibattiti che non hanno mai al centro nessuna delle grandi questioni vitali del Paese (ad esempio come “gestire” i 209 miliardi del Recovery Fund) e nessuna prospettiva di lungo periodo. Da qui anche il carattere del tutto nomade della affiliazione politica, come stiamo vedendo durante l’ultima crisi di governo. Il tutto in una atmosfera di totale improvvisazione, dilettantismo politico e miseria culturale. 

Mentre scriviamo, non sappiamo come si concluderà la triste vicenda della crisi di governo. Registriamo le parole – di grande equilibrio e saggezza – del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine del primo giro di consultazioni. “È doveroso dar vita presto a un governo, con adeguato sostegno parlamentare, per non lasciare il nostro Paese esposto all’emergenza sanitaria, sociale ed economica in questo momento così decisivo per la sua sorte”.

Costruire su nuove basi il mondo dei prossimi tempi

La radice di ogni cambiamento è il cuore, da dove derivano bene e male, vita o morte. Questa verità carica di sapienza la troviamo nel Siracide del Vecchio Testamento. Mi ha impressionato come così semplicemente si possano descrivere grandi verità che riguardano la esperienza concreta degli uomini di ogni generazione, fino ai nostri giorni.

I versi sacri, riferendosi al nostro cuore umano, organo fisiologico del nostro corpo, si riferiscono al cuore come realtà che designa ogni persona nell’unita della sua coscienza, della sua intelligenza, della sua libertà, della sua interiorità, della sua capacità di pensiero. Dunque un ‘cuore’ libero, sostenuto da queste innegabili qualità basiche, non può che spingerci a fare bene nelle varie nostre attività quotidiane.

Ma la vita tumultuosa moderna, non ci da il sufficiente tempo e il distacco necessario per la profondità da raggiungere con il pensiero, cosicché la ricerca di interiorità tanto decisiva per lo sviluppo della sensibilità che tiene sveglia la coscienza, ci può facilmente allontanare dalla spiritualità per prendersi cura di noi stessi e degli altri della nostra Comunità; di guardare alla sacralità del Creato come bene a noi affidato, di dare un senso alla storia di ogni generazione. Possiamo allora dire, che questo è il tempo di un cambiamento carico di incognite, che può soffocare la ricerca delle virtù che si ottengono attraverso la collaborazione intensa tra persone, sostenute dai principi di solidarietà ed orientata a ottenere avanzamenti in ogni ambito per lo sviluppo delle persone.

L’idea che la comunità progredisca attraverso l’impegnò di tutti e redistribuendo a ciascuno i benefici giusti, è osteggiata dai nuovi poteri. Si contrappone e prende spazio in questi tempi, la ricerca delle libertà individuali senza alcun limite, ed avviene in concomitanza dello sviluppo della tecnica dominata da un sistema capitalistico non più fondato sull’impresa industriale comunque legata ad altri soggetti sociali ed istituzionale e che spesso si è mostrata come comunità per coloro che a vario titolo hanno compiti necessari per il suo sviluppo.

Un capitalismo freddo e privo di relazione, che attraverso le tecnologie digitali mobilita servizi nel nuovo mercato, che dallo spazio guadagnato nella platea sconfinata globale ottiene guadagni stratosferici mai raggiunti nella storia, utili per dominare la finanza, la politica ed oramai anche le abitudini e le scelte delle persone avendo a disposizione i mezzi potentissimi della dominante diffusione della informazione e della cultura. Si può dire senza smentita, che l’umanità in assenza di correttivi operanti su scala globale, corre rischi gravi sia riguardo la propria identità, che per la perdita di orizzonti di Democrazia partecipata, sinora garantita dall’equilibrio di potere raggiunto generalmente nel XX secolo.

Qualora questi principi fondanti della Democrazia conosciuta sinora operante nella dimensione nazionale vengono posti sotto assedio da poteri privati non responsabili, vengono dissipati i patrimoni di libertà e di protagonismo collettivi, per fare largo a diritti individuali slegati da ogni responsabilità di convivenza collettiva, che conducono alla disumanizzazione ed alla crescita di poteri oscuri.

Ecco allora che questo è il tempo di Costruire su nuove basi il mondo dei prossimi tempi, aggrappandoci alla radice di ogni cambiamento: il nostro cuore. Un ‘cuore’ che spinge a guardare dentro di noi ed alla vocazione che abbiamo come persone nate per tramandare la vita e sapienza che sviluppa la persona nella sua interezza. Un cuore sensibile alla libertà ed al benessere di tutti come condizione per la pace e lo sviluppo integrale della persona strettamente integrata nella sua Comunità.

Il centro come luogo ideate dei moderati

Proprio perché non ci manca il tempo e non per desiderio polemico intervengo sull’argomento. Il centro a mio parere rappresenta il luogo ideate dei moderati . In passato questo luogo ideale era occupato dalla DC e aveva una naturale e logica ispirazione cattolica. Al suo interno sin da subito erano presenti divisioni dettate da propensioni a governare parte con la sinistra e parte con la dx democratica. Ricordiamoci che la DC scelse governi di coalizione sempre anche quando aveva il numero per governare da sola.

Certo, fu aiutata dalla situazione internazionale che non consentiva la partecipazione del PCI al governo della Nazione. Questo impedì un utile avvicendamento nelle responsabilità di governo. Oggi purtroppo le iniziative politiche nel mondo non sono più dettate da formazioni su spinte ideologiche ma da forme esteriori personalistiche dettate da interessi meno stratificati. Oggi esistono mezzi di informazione che formano pensiero, ideali ed atteggiamenti non sempre logici.

Il centro quindi è diventato in politica un sito residuale e questo preoccupa tutte le persone che hanno vissuto la politica nei tempi passati. Cosa fare quindi? lo continuo a pensare che una larga parte di Italiani rimpiangono la politica della prima Repubblica. Almeno quelli che l’hanno vissuta dovrebbero raccontarla senza barare ai giovani quale alternativa a questo illogico comportamento della attuale dirigenza del Paese. Non servirà a nulla? Pazienza.

Una ultima nota . Per chi vedeva in Berlusconi il  male assoluto. Era certo in pessimo esempio nei suoi comportamenti esecrabili, ma una certa logica nelle posizioni politiche esisteva. Meglio un centro sinistra se il centro in esso presente fosse riuscito a moderare la parte che ambiva a governare a tutti costi. Oggi peggio di Conte esiste solo Arcuri e Casalino. Qui mi fermo Sarebbe bello però poterne parlare apertamente ,anche vivacemente come eravamo soliti fare, perché forse ci consentirebbe di essere più sereni.

Rapporti fra etica e politica

“Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo e che le varie religioni interpretano in vari modi”.

Norberto Bobbio è un uomo religioso, nonostante sostenga di fermarsi e di non procedere oltre. La sua e’ una visione che supera il famoso contrasto Simmaco-Sant’Ambrogio del IV secolo d. C e ci consegna un bellissimo dialogo con il Mistero. Quel Mistero che a noi cristiani ci è stato rivelato da Gesù Cristo.

Eppure anche noi, nuovi Tommaso pretendiamo il segno dei chiodi nelle mani e nei piedi del Risorto, vogliamo vedere. Ma in quello squarcio meraviglioso fra l’uomo che aspetta e il Dio della Resurrezione che invita Tommaso (cioè ciascuno di noi) a mettere il dito nel segno dei chiodi delle mani, dei piedi e del costato, c’è tutto quell’immenso amore che unisce la nostra povertà e fragilità finita alla Gloria che San Paolo ci prefigura: “ ora vediamo come in uno specchio ma poi lo vedremo così come egli è “(1 Corinzi).

Allora il tema sempre aperto dei rapporti fra etica e politica ci invita a una profonda riflessione. Il progresso dell’uomo nella scienza e nella tecnica dovrebbe essere accompagnato da una parallela evoluzione etica che riconosce, ad ogni epoca, quei valori che stanno alla base della nostra presenza nel mondo. Noi nasciamo per un atto d’amore fra un uomo e una donna: questo è il messaggio biologico, fisiologico, anatomico, umano e religioso che ci racchiude e siamo già, anche se non ancora, presenti come progetto in quel primo istante del concepimento.

La scienza dice che nel nostro DNA sono contenute le tracce di quel concepimento e le sue orme, pur restando invisibili, agiscono nel nostro futuro relazionale. L’uomo è alla continua ricerca delle proprie orme e si chiede, sempre, in ogni epoca, da dove veniamo, chi siamo e dove siamo diretti: le persone che ci hanno preceduto nella storia ci danno risposte differenti e contraddittorie. Per noi pensanti credenti nel Cristo risorto dai morti c’è una sola risposta alle inquietudini dell’uomo antico e moderno, quella che espresse Sant’Agostino: “Tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Chi può dire di non sentire questa misteriosa inquietudine? È la confessione di sant’Agostino che, dopo un’adolescenza e una giovinezza tormentata dalla passione per la verità, trova veramente Dio.

È nella Lettera enciclica Veritatis splendor di San Giovanni Paolo Il: «Non si dà morale senza libertà […]. Se esiste il diritto di essere rispettati nel proprio cammino di ricerca della verità, esiste ancora prima l’obbligo morale grave per ciascuno di cercare la verità e di aderirvi una volta conosciuta».

La Cina avverte che l’indipendenza di Taiwan “significa guerra”

“Stiamo seriamente dicendo a quelle forze indipendentiste di Taiwan: coloro che giocano con il fuoco si bruceranno e l’indipendenza di Taiwan significa guerra”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa cinese Wu Qian in una conferenza stampa giovedì.

Ha anche difeso le recenti attività militari della Cina, dicendo che sono “azioni necessarie per affrontare l’attuale situazione della sicurezza nello Stretto di Taiwan e per salvaguardare la sovranità e la sicurezza nazionale”.

L’avvertimento arriva giorni dopo che la Cina ha intensificato le sue attività militari vicino all’isola e dopo l’intervento del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden che ha riaffermato il suo impegno per Taiwan.

Per la Cina minacciare la guerra non è una consuetudine, non è una nazione con una storia di scontri militari o di spedizione fuori dai suoi confini, tranne quando si tratta di Taiwan. 

L’odierna Taiwan è il risultato di una guerra civile.

Sotto la guida di Xi Jinping, la Cina ha ripetutamente affermato che avrebbe usato la forza militare per impedire qualsiasi movimento verso l’indipendenza formale da parte di quella che considera una provincia rinnegata.

Lo status di Taiwan è una linea rossa per Pechino, una parte di ciò che considera la sua irreprensibile integrità territoriale.

Un nuovo record per la dieta mediterranea

In netta controtendenza con il crollo del commercio estero, la pandemia spinge la domanda dei prodotti base della dieta mediterranea Made in Italy nel mondo dove nel 2020 si registra un valore record nelle esportazioni con un aumento medio del 9%, dalla frutta alla verdura, dalla pasta all’extravergine fino alle conserve di pomodoro. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai primi dieci mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

L’ emergenza sanitaria Covid ha provocato una svolta salutista nei consumatori a livello globale che hanno privilegiato la scelta nel carrello di prodotti alleati del benessere. Ad essere avvantaggiate sono state nell’ordine le esportazioni nazionali di conserve di pomodoro (+17%), pasta (+16%), olio di oliva (+5%) e frutta e verdura (+5%) che hanno raggiunto in valore il massimo di sempre, secondo l’analisi della Coldiretti.

Un tendenza favorita anche dal ritorno in tutti continenti alla preparazione casalinga dei pasti anche per effetto del lockdown diffuso della ristorazione, con la cucina italiana che si conferma come la più apprezzata dentro e fuori le mura domestiche. Insieme al boom dei prodotti – precisa la Coldiretti – si assiste infatti anche alla proliferazione di pubblicazioni, blog e programmi televisivi con i consigli e ricette tipiche del Belpaese.

Un risultato importante che giunge nell’anniversario a 10 anni dall’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco avvenuta il 17 novembre 2010. Il suo apprezzamento mondiale si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys che per primo ne ha evidenziato gli effetti benefici dopo aver vissuto per oltre 40 anni ad Acciaroli in provincia di Salerno.

Un riconoscimento confermato dal fatto che la Dieta Mediterranea si è anche classificata come migliore dieta al mondo del 2020 davanti alla dash e alla flexariana, sulla base del best diets ranking elaborato dal media statunitense U.S. News & World’s Report’s, noto a livello globale per la redazione di classifiche e consigli per i consumatori. La dieta mediterranea – spiega la Coldiretti – ha vinto la sfida grazie agli effetti positivi sulla longevità e ai benefici per la salute, tra cui perdita e controllo del peso, salute del cuore e del sistema nervoso, prevenzione del cancro e delle malattie croniche, prevenzione e controllo del diabete.

Un tesoro del Made in Italy che ha consentito all’Italia – conclude la Coldiretti – di conquistare il record di longevità in Europa con la speranza di vita alla nascita che raggiunge il massimo storico di 82,3 anni con 80,9 anni per gli uomini e 85,2 anni per le donne con ben 14.456 ultracentenari a livello nazionale.

PA: firmato DM di proroga al 30 aprile del lavoro agile semplificato

Firmato dal Ministro per la pubblica amministrazione il decreto 20 gennaio 2021, che proroga al 30 aprile 2021 le modalità organizzative, i criteri e principi in materia di flessibilità del lavoro pubblico e di lavoro agile stabiliti dal decreto ministeriale 19 ottobre 2020, allineandone la validità alla durata dello stato d’emergenza.

Versione testuale del documento

Il Ministro per la Pubblica Amministrazione

VISTA la legge 23 agosto 1988, n. 400 recante la “Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri” e successive modificazioni e integrazioni;

VISTO il decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 303, recante “Ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a norma dell’articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59” e successive modificazioni e integrazioni;

VISTO il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 settembre 2019 che dispone la delega di funzioni al Ministro per la pubblica amministrazione On. Fabiana Dadone;

VISTA la legge 22 maggio 2017, n. 81, recante “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”;

VISTO il decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27 e, in particolare, l’articolo 87, recante misure straordinarie in materia di lavoro agile per il pubblico impiego;

VISTA la delibera del Consiglio dei Ministri 7 ottobre 2020 di proroga, fino al 31 gennaio 2021,dello stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili;

VISTO il decreto del Ministro per la pubblica amministrazione 19 ottobre 2020, recante “Misure per il lavoro agile nella pubblica amministrazione nel periodo emergenziale”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale del 28 ottobre 2020, n. 268, così come prorogato dal decreto 23 dicembre 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale n.323 del 31 dicembre 2020;

VISTA la delibera del Consiglio dei Ministri 13 gennaio 2021 di proroga, fino al 30 aprile 2021, dello stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale del 20 gennaio 2020, n. 15;

CONSIDERATA la necessità di continuare a garantire, in relazione alla durata e all’evolversi della situazione epidemiologica, l’erogazione dei servizi rivolti a cittadini e alle imprese con regolarità,continuità ed efficienza, così come previsto dall’articolo 263, comma 1, del decreto-legge 19 maggio 2020, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n.77;

RITENUTO necessario confermare, per tutta la durata dello stato emergenziale, così come prorogata dalla citata delibera del Consiglio dei Ministri 13 gennaio 2021, le misure adottate con il citato decreto del Ministro per la pubblica amministrazione 19 ottobre 2020;

 

DECRETA

Articolo 1

(Proroga delle disposizioni di cui al decreto 19 ottobre 2020)

1. Le disposizioni di cui al decreto del Ministro per la pubblica amministrazione 19 ottobre 2020, di cui in premessa, sono prorogate fino al 30 aprile 2021.

Il presente decreto, previa sottoposizione agli organi di controllo, sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Roma, 20 gennaio 2021

Il Ministro per la pubblica amministrazione

Fabiana Dadone

Vaccino Pfizer, Ema: “Sicuro, nessun nuovo effetto collaterale”

I dati di sicurezza raccolti sull’uso di Comirnaty”, il vaccino anti-Covid di Pfizer/BioNTech, “nelle campagne di vaccinazione” in corso “sono coerenti con il profilo di sicurezza noto del vaccino e non sono stati identificati nuovi effetti collaterali”. Lo riferisce l’Agenzia europea del farmaco Ema, che oggi ha diffuso il suo primo aggiornamento sulla sicurezza del prodotto-scudo autorizzato dall’ente regolatorio Ue in dicembre e utilizzato anche in Italia.

L’aggiornamento sulla sicurezza del vaccino, spiega l’Agenzia europea del farmaco, si basa sui “dati raccolti e valutati dall’autorizzazione di Comirnaty” in poi, “inclusi quelli di EudraVigilance (il database centralizzato dell’Ue sui sospetti effetti collaterali) e i dati ricevuti da altre fonti, compreso il rapporto mensile dell’azienda sulla sicurezza, richiesto per i vaccini Covid-19”. L’Ema pubblicherà “aggiornamenti mensili sulla sicurezza per tutti i vaccini” contro Sars-CoV-2 “autorizzati, in linea con le misure di trasparenza eccezionali per Covid-19”.

“La sicurezza e l’efficacia di Comirnaty continueranno a essere monitorate – prosegue l’autorità regolatoria – attraverso il sistema di farmacovigilanza Ue, studi aggiuntivi dell’azienda e studi indipendenti coordinati dalle autorità europee. Ciò consentirà agli enti regolatori di valutare rapidamente le informazioni che emergeranno da fonti diverse e di intraprendere azioni normative appropriate, se necessarie, per tutelare la salute pubblica”.

I decessi segnalati in persone anziane e fragili vaccinate con Comirnaty, risultano inoltre “non collegati” alla somministrazione del vaccino e “non suscitano preoccupazioni in merito alla sua sicurezza”, aggiunge l’Agenzia europea del farmaco. “L’aggiornamento” sulla sicurezza di Comirnaty, spiega l’Agenzia europea del farmaco, “include la valutazione da parte del Comitato Ema per la sicurezza (Prac) di decessi segnalati dopo la vaccinazione, comprese alcune morti” registrate “in persone anziane e fragili. Il Prac ha effettuato un’analisi dei casi, considerando la presenza di altre condizioni cliniche e il tasso di mortalità nelle fasce d’età corrispondenti all’interno della popolazione generale”.

Il Prac ha così concluso che “i dati non hanno mostrato un collegamento con la vaccinazione” e che “i casi non sollevano problemi di sicurezza. Ulteriori segnalazioni continueranno a essere attentamente monitorate”, assicura l’Ema.

Dichiarazione del Presidente Mattarella al termine delle consultazioni

Mattarella ha conferito un mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico. Ultimo atto delle consultazioni al Quirinale per il presidente della Repubblicache oggi ha incontrato le delegazioni del centrodestra e dei 5 Stelle.

Il Capo dello Stato ha inoltre auspicato una risposta entro martedì.

Alla fine degli incontri, e prima dell’incarico, Sergio Mattarella aveva sottolineato l’esigenza di “dar vita presto a un governo”.

Questa la dichiarazione del Presidente Mattarella.

“L’Italia, come tutti i Paesi di ogni parte del mondo, sta affrontando nuove, pericolose, offensive della pandemia, da sconfiggere con una diffusa, decisiva campagna di vaccinazione.

A questa emergenza, si aggiungono una pesante crisi sociale, con tanti nostri concittadini in grave difficoltà, e pesanti conseguenze per la nostra economia. Queste ulteriori emergenze possono essere fronteggiate soltanto attraverso l’utilizzo, rapido ed efficace, delle grandi risorse, predisposte dall’Unione Europea.

Come è evidente, le tre emergenze – sanitaria, sociale, economica – richiedono immediati provvedimenti di governo.

È doveroso, quindi, dar vita – presto – a un governo, con adeguato sostegno parlamentare, per non lasciare il nostro Paese esposto agli eventi in questo momento così decisivo per la sua sorte.

Dai colloqui, svolti qui al Quirinale – in queste trentadue ore – con le forze politiche e parlamentari, è emersa la prospettiva di una maggioranza politica, composta a partire dai gruppi che sostenevano il governo precedente.

Questa disponibilità – a me manifestata nel corso delle consultazioni – va peraltro, doverosamente, verificata nella sua concreta praticabilità.

A questo scopo adotterò – con immediatezza – un’iniziativa”.

 

Governo, dov’è la bussola politica?

Diciamoci la verità. Siamo di fronte ad una crisi di governo surreale, grottesca, misteriosa e,  purtroppo, anche pericolosa. Del resto, è appena sufficiente osservare ciò che ci circonda  quotidianamente, senza parlare o commentare. La pandemia continua a correre e a mordere  l’intero paese nelle sue varie sfaccettature; la disoccupazione e l’inoccupazione aumentano  vertiginosamente in attesa dello sblocco dei licenziamenti; la questione sociale è destinata  inesorabilmente ad esplodere. E noi assistiamo a che cosa? Ad una crisi di governo che non si sa,  ad oggi, come finirà e quale sarà il suo epilogo finale. L’unica cosa che sappiamo è che questa  crisi surreale e grottesca è stata provocata dal capo di un piccolo partito personale che, grazie  alla sua consueta spregiudicatezza e al suo trasformismo, ha deciso di bloccare l’Italia per un  tempo ad oggi non prevedibile. E sin qui, sono tutte cose sufficientemente note per essere  ulteriormente approfondite. 

Ora, l’unico elemento che resta – anche qui misteriosamente – senza risposta è questo: e cioè, ma  è possibile che in questa crisi sempre più surreale non riesca ad esserci una bussola politica  capace di orientare e di indirizzare l’intero dibattito? E, soprattutto, di costruire una prospettiva  chiara e stabile per il sistema Italia soprattutto in questa fase? Certo, per fortuna abbiamo un  Presidente della Repubblica che si chiama Sergio Mattarella. Ma sarebbe troppo pretendere che il  nostro Presidente risolva, da solo, tutti i problemi che ha di fronte e sciolga direttamente tutti i  nodi sempre più intricati e complessi della politica italiana. Tuttavia, il suo contributo, sempre  autorevole e di grande saggezza nonchè accompagnato da un rigoroso rispetto delle norme  costituzionali, resta ad oggi l’unico faro che ci illumina e pressochè l’unico punto di riferimento per  tutti gli italiani unanimemente riconosciuto come tale. 

Ma quello che sconcerta, a tutt’oggi, resta la difficoltà strutturale di individuare qualche partito –  ovviamente di maggioranza – e qualche autorevole esponente di quel campo politico capace di  districare la matassa. E quello che sconcerta, al di là delle dichiarazioni protocollari e  burocratiche, resta il silenzio sostanziale e l’incapacità di guidare i processi politici da parte del  Pd. Dei 5 stelle è inutile parlarne perchè hanno, come ormai tutti sanno, un solo e grande  obbiettivo.

E cioè, conservare il seggio parlamentare il più a lungo possibile, continuare a  percepire il lauto stipendio a fine mese e non mollare i ruoli di potere occupati sino ad oggi. Ma la  domanda riguarda e investe direttamente il Pd, antico partito riformista con una spiccata  vocazione governista e di potere. Come è possibile che, di fronte alla spregiudicatezza e al  cinismo del capo di Italia Viva, non riesca ad assumere una iniziativa politica in grado di dettare  l’agenda senza limitarsi a giocare o alla rincorsa o al rimorchio? Com’è possibile che sia la  gestione trasformistica del capo di Italia Viva a dettare la linea e a tenere l’Italia bloccata da ormai  quasi 2 mesi?

Certo, tutti sappiamo che Renzi, da segretario del Pd, ha nominato direttamente  moltissimi parlamentari di stretto giro renziano. Ecco perchè la domanda centrale è una sola,  persin banale: ma quanti “renziani” ci sono ancora nel Pd, al di là delle chiacchiere a vuoto e delle  rituali dichiarazioni di fedeltà al Pd di Zingaretti? È una domanda, questa, che comincia a circolare  pesantemente e che, purtroppo, non riesce ad avere una risposta adeguata e pertinente. E, non a  caso, non si assiste da parte dei renziani di varia estrazione attualmente nel Pd prese di posizione  nette e chiare contro chi ha provocato maldestramente questa crisi e che, certi come adesso  siamo a gennaio, continuerà ad essere puntualmente un elemento destabilizzatore o rottamatore.  A seconda di come lo si giudichi. 

Ecco, o c’è qualcuno capace, adesso, di attivare una iniziativa politica che sia in grado di  sbloccare questa intricatissima situazione superando e aggirando l’ipoteca di Renzi sui cosiddetti  “renziani” del Pd oppure dovremmo ancora assistere a lungo a questa azione di distruzione  pianificata a dal capo di Italia Viva. Con danni incalcolabili per l’intero paese che, è sempre bene  non dimenticarlo mai, vive una stagione drammatica di crisi, di depressione, di paura, di  disoccupazione e di povertà crescente. Altrochè Renzi e i renziani… 

Renzi gela Conte, mandato esplorativo ad altro nome

Articolo pubblicato sulle pagine di AGI a firma di di 

Matteo Renzi gela Giuseppe Conte. E stoppa (per il momento) le aspirazioni del presidente del Consiglio dimissionario a restare a palazzo Chigi. Serve prima un chiarimento politico (con gli ex alleati), per verificare se c’è ancora una maggioranza. In quel caso, Pd e M5s devono chiedere l’impegno di Italia viva. Solo allora si potrà discutere dei contenuti. Ne consegue che adesso, al termine delle consultazioni, non va dato un nuovo mandato al premier dimissionario, bensì un incarico esplorativo a un altro nome (che il leader di Iv si guarda bene dal pronunciare).

Del resto, al momento non c’è più una maggioranza, così come non vi è una maggioranza alternativa. Il ‘cerino’, quindi, è ora nelle mani di dem e pentastellati, sta a loro fare un passo. Renzi lo dice senza indugi: “Noi siamo pronti ad appoggiare un governo, ma questa proposta politica necessita il passaggio ulteriore di capire se vogliono stare o no con noi. Devono confrontarsi con noi, non con gli hashtag. Poi discuteremo delle persone. Io non vedo altra maggioranza politica che non contempli Italia viva”.

Sia chiaro, i renziani – garantisce – non vogliono le elezioni anticipate, ma un governo politico in tempi brevi. La subordinata è un governo istituzionale, che non sarebbe la scelta preferita da Iv, ma Iv non si sottrarrebbe alla responsabilità. Renzi illustra la linea di Italia viva in 27 minuti davanti alle telecamere e ai giornalisti, dopo il colloquio con il Capo dello Stato al Quirinale. Linea spiegata ancor più nel dettaglio successivamente, quando viene riferito il contenuto del colloquio telefonico avuto nel pomeriggio – poco prima di salire al Colle – con Conte, che ha chiamato il senatore di Rignano.

Poi, quando viene sintetizzato cosa Renzi ha detto a Sergio Mattarella nel chiuso delle consultazioni. E se di veto sul nome di Conte non si tratta, ci manca davvero poco. Dall’avvocato Renzi è ‘diviso’ non da problemi personali o caratteriali, tiene a precisare più volte il leader di Iv, ma da “enormi questioni politiche”, spiega allo stesso Conte al di là della cornetta. Davanti ai giornalisti Renzi si toglie più di un sassolino dalle scarpe.

“Abbiamo subito 15 giorni di fango” solo perché “siamo stati gli unici a porre problemi di merito”, dice dopo l’incontro con Mattarella. E ancora: “Abbiamo sentito ‘mai più con Italia viva’, poi ‘Iv è irresponsabile e inaffidabile’. Ma noi non siamo nè inaffidabili nè irresponsabili ma molto chiari e diretti: abbiamo sentito parole su di noi al limite dell’insulto”, sottolinea. E chiede, di fatto, quel riconoscimento politico – non solo numerico – invocato da tempo.

Tocca agli ex alleati andare da Italia viva a chiedere di sedersi al tavolo. “Rimettiamo la valutazione a chi in queste settimane ha messo veti su noi”. Quindi, l’ex premier indica quali sono le priorità (dalla situazione sanitaria alla scuola, dalla crisi economica a quella occupazionale) su cui finora non ha “ricevuto risposte all’altezza”, ribadisce che l’importante è parlare di “contenuti”, tra cui anche il Mes, e spiega che il vero tema di cui bisognerebbe occuparsi ora sono i 209 miliardi del Recovery, perché – e qui cita Mario Draghi – se vengono “spesi male si farà debito cattivo”. Renzi chiarisce subito: “Andare alle elezioni sarebbe un errore”. Italia viva “vuole subito un governo politico”, ma a Mattarella non fa nomi, tantomeno quello di Conte, “siamo ancora nella fase precedente”. Non ha posto neanche veti, garantisce dopo il colloquio al Colle, perché “credo che dobbiamo adeguarci all’adagio latino ‘Nomina sunt consequentia rerum'”, ovvero i nomi sono conseguenti alle cose.

Renzi ribadisce come “lo spettacolo della caccia ai senatori” sia “indecoroso”, pur spiegando di non avere “pregiudizi” su una eventuale maggioranza composta anche dai responsabili del gruppo ‘Europeistì. L’unico ‘no’ è a “maggioranze raccogliticce o populiste”. Aggiunge, chiarendo ancor di più la posizione del partito, il presidente Iv Ettore Rosato: “Non siamo ancora disponibili a un governo con Conte”.

Fonti parlamentari renziane spiegano che ‘nessuna strada è preclusà, e che Iv lascia aperta ogni possibilità. Ma prima di compiere qualsiasi mossa, serve un chiarimento politico. Serve, viene scandito, che Pd e M5s dicano cosa vogliono fare e come (e con chi).(AGI)Ser (Segue) (AGI) – Roma, 28 gen. – Subito dopo Renzi sale al Colle la delegazione del Pd.

E al termine delle consultazioni, il volto scuro del segretario Zingaretti dice più di mille parole. Il leader dem non si concede alle domande dei giornalisti, ribadisce che il Pd è per il Conte ter. In serata è il vicesegretario Andrea Orlando a risponde a caldo all’ex premier. “Per riprendere Renzi in maggioranza bisogna capire se Renzi pone un veto su Conte o no. Ma se con Renzi i numeri della maggioranza restano risicati, si continuerà a ballare e per questo vogliamo un allargamento della maggioranza”.

Qui l’articolo completo 

Social, anzi “dissocial”.

Quando scrissi per la “27° ora” del Corriere della Sera l’articolo “Eyeballing: la vodka negli occhi come collirio. I giochi estremi che divertono i ragazzi” tra i vari commenti postati alcuni dubitavano che tra gli adolescenti italiani circolassero passatempi come il ‘knockout game’ (prendere a pugni un passante a caso e lasciarlo per terra tramortito) o il ‘balconing’ (saltare da un balcone facendo a gara nel salire di piano in piano) e poi ancora ‘l’extreme drinking’ (misurarsi a chi beve di più fino a svenire).

Le cronache della “microviolenza quotidiana” hanno via via gradatamente confermato che la meglio gioventù aveva da tempo abbandonato il Monopoli, le Barbie e i trenini elettrici per dedicarsi a passioni sempre più azzardate e rischiose.

Non è necessario essere esperti dei comportamenti adolescenziali,  basta leggere i giornali o ascoltare in TV  le notizie riguardanti una certa evoluzione nei gusti e nelle tendenze: non da parte di tutti, sia ben chiaro ma qualche capofila che importa dal web esempi di “pensieri e comportamenti divergenti” dalle consuetudini domestiche, ludiche o oratoriali c’è sempre e a sua volta miete facile proselitismo, specie tra i soggetti più indifesi, con problematiche comportamentali, personologiche, socio-ambientali o scolastiche.

L’emulazione e la logica del branco ispirano le azioni delle baby gang.

Un tempo i divertimenti scanzonati e goliardici dipingevano una gioventù in pantaloni corti e un po’ tontolina ma ora ascrivere i giochi estremi alle esperienze utili per crescere dopo un’infanzia infelice o ricondurli alle derive della globalizzazione non mi convince.

Passi la teoria della complessità e del “pull di fattori” per conoscere, capire, spiegare, valutare, giustificare ecc. ma sarebbe intellettualmente onesto parlare ogni tanto di capacità di distinguere tra il bene e il male, di freni inibitori che non funzionano, di emulazioni nocive, di una certa immaturità spesso dovuta al tutto facile, tutto permesso, tutto giustificato, ad un concessivo lassismo familiare e scolastico, al pregiudiziale rifiuto e scarto delle regole. Ci sono social network internazionali che introducono nella rete del web nuovi giochi, passatempi, tendenze che partono dal nulla ed si espandono come il Covid in tempo di pandemia: è il caso del cd. tik tok, nato guarda caso in Cina come Douyin  nel settembre 2016, inizialmente col nome di musica.ly: permette la creazione di clip musicali che si scaricano come app. E’ di questi giorni il blocco di questa piattaforma da parte del Garante della privacy dopo l’episodio di Palermo dove una bambina di 10 anni è rimasta soffocata dalla cintura dell’accappatoio  simulando il “Blackout challenge”: una sfida che prevede la compressione della carotide fino alla perdita dei sensi  per creare un video da postare su Tik Tok. 

Questi giochi circolano in rete e fanno nuovi proseliti disposti a provare, come circolano gli spinelli, i selfie delle parti intime, le esperienze sessuali precoci e senza protezione, gli episodi di bullismo e di stalking, la derisione dei più deboli o svantaggiati, le aggressioni omofobiche, gli atti di violenza: ricordo il caso di un ragazzo legato con una catena al collo, portato a spasso come un cane e poi appeso a un ponte come trofeo di una prodezza non da poco e non da tutti.

Si abbassa esponenzialmente la soglia della “prima volta”, in modo imprevedibile e sfuggente all’intuizione e al controllo di chi osserva e non si capacita di come la fase di adultizzazione selvaggia abbia un incipit che lambisce ormai l’età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Abbiamo anche conosciuto i rituali degli atti di autolesionismo e ci stiamo interrogando su quanta parte di questo ennesimo derivato dal buco nero del web sia una finzione, una messinscena per creare nuove psicosi o sia invece un calcolato percorso di autodistruzione partorito da qualche mente malata o troppo digressiva per utilizzare tutte le potenzialità diffusive della rete al fine di suscitare curiosità morbose, desiderio di emulazione, smania di protagonismo, facendo leva sulle fragilità dei nuovi adepti e sulla loro propensione al rischio. Certo è che c’è molta apprensione rispetto ad una escalation di violenza che porta dritti alla distruzione della vita. Ma cerchiamo di non assecondare derive da giudizio universale, misuriamo i modi e i toni del valutare certe news tutte da provare. Circolano manuali improvvisati di monitoraggio e controllo presso le famiglie e la scuola, per cogliere segnali di disagio e tendenza compulsiva verso il rischio e il rifiuto del proprio corpo, ci si chiede come sia possibile che adolescenti che hanno davanti a se’ una intera esistenza la minimizzino fino a concepire la morte come scelta finale di un percorso mirato.

Rifiuto della società attuale, abominio dei suoi valori, disprezzo per il mondo degli adulti, odio verso la famiglia e le regole della vita sociale, desiderio di svincolarsi dall’appiattimento di una sopravvivenza senza scopo, ebbrezza delle sensazioni estreme, ribaltamento dell’essenza stessa del senso di esistere: non si nasce per vivere, si nasce per morire.

Sono tutti tentativi di interpretare una deriva nichilista ed autodistruttiva che sta prendendo piede, facilitata dagli scambi in rete delle esperienze, orientata all’annientamento del se’ e dell’altrui.

Probabilmente c’è anche molta enfasi sui fenomeni, che diventano prodotti commerciali e non solo per aspiranti fruitori: c’è chi li cerca per combatterli e chi li scova nel proprio smartphone per l’ossessione fobica di protagonismo e aggregazione, per uno scambio di rituali che si superano in efferatezza, per giungere primi alla meta.

C’è chi indaga per curiosità, chi per provare, chi per condividere nei social le proprie esperienze.

Forse siamo all’inizio di un “gioco nuovo” che sarà di breve durata, non serve drammatizzare o enfatizzare: chi non comprende il rischio cade facilmente nella trappola del “se ne parla, lo faccio anche io”.

Però queste derive di azzardo impressionano e non poco. La crisi esponenziale della famiglia e il venir meno dei doveri genitoriali di indirizzo, guida e controllo, il declino della figura paterna come riferimento normativo, stanno facilitando l’adultizzazione precoce, la messa in gioco della propria incolumità psico-fisica: la chiusura delle scuole nei periodi di lockdown sta creando le premesse per un vuoto formativo che può generare una deriva da catastrofe educativa. Rischiamo di enfatizzare – non assumendo provvedimenti – il pericolo di una adolescenza abbandonata a se stessa e facile preda di influencer da strapazzo e imbonitori senza scrupoli, di far crescere una generazione culturalmente deprivata e orfana di valori. 

Un tempo si postulava la generazione delle tre “i” ( inglese, informatica, impresa) ora si paventa il pericolo di una generazione delle tre “a”: adultizzata, anaffettiva, analfabeta.

L’educazione civica serve ma 33 ore all’anno non bastano, ne servono dieci volte di più. 

La cronaca ci ha dato recenti notizie di giovanissimi che si cimentano nel brivido del competere a chi sopravvive alla sfida con i treni: c’è stato chi è rimasto fulminato per un selfie sul tetto della locomotiva, chi si è steso sui binari, stretto stretto al centro di essi, il più appiattito possibile, per correre il calcolato rischio di vedere passare sopra di sé i vagoni e alzarsi poi indenne, chi si è cimentato nella gara da brivido di attraversare la ferrovia all’ultimo istante possibile prima del passaggio di un treno lanciato ad altissima velocità. Si deve allora discuterne, di queste cose o non parlarne affatto per non innescare pericolosi effetti di circolazione e di curiosità morbosa?

Che cosa devono fare la famiglia e la scuola di fronte a pericoli e comportamenti sempre più parossistici e sofisticati nell’essere la rappresentazione immaginifica del male e il gusto del proibito?

Sono vent’anni almeno che la scuola organizza corsi e corsetti sull’educazione alimentare, la promozione degli stili di vita, la lotta al tabagismo e alle dipendenze, l’educazione stradale. 

Se i risultati sono quelli che apprendiamo dai media e che rimbalzano sui social c’è da rimanere sconcertati.

A margine di quei “nuovi saperi” introdotti nelle scuole come prevenzione e antidoto a certe sconcertanti idiozie possiamo fare un bilancio: sono aumentati gli incidenti stradali (spesso mortali) per uso di alcol e di droghe, i ragazzi che fumano ogni tipo di porcheria o inghiottiscono pasticche micidiali sono sempre di più, come quelli che più innocentemente si alimentano con cibi spazzatura e bevono bibite gassate, quanto ai gesti di bullismo e alle azioni di stalking o di violenza il picco dei casi supera ogni previsione e diventa sempre più sadico e variegato il catalogo on line della bravate. 

Credo che si debba dialogare con i ragazzi su queste cose, educare ad un uso misurato delle tecnologie, al rispetto delle regole, al valore della vita e della dignità umana.

Non possiamo assistere impassibili o indifferenti a queste derive negative, imprevedibili, spesso drammatiche senza provare la via del convincimento, della ragionevolezza e dei sentimenti.

Forse le generazioni più lontane dall’età adulta disprezzano i cattivi esempi di alcuni pessimi maestri.

Forse la disperazione e il senso di vuoto della vita sono emozioni che si provano prima di quanto accadesse tempo fa. Si può parlare in senso deteriore di una sorta di esistenzialismo autodistruttivo precoce.

Forse alcuni ragazzi hanno compreso che ci sono giochi che comportano prove sempre più rischiose e fanno di questi – non degli affetti, non dell’amicizia, non della famiglia, non della scuola – il centro dei loro interessi, spavaldi al punto di ostentare tracotanza ed emulazione, competizione e rischio, con la certezza di uscirne vincenti. Il fatto è che dobbiamo far capire loro che questa concezione di sé e della vita stessa fa parte di una gigantesca, colossale simulazione truffaldina e ingannevole di cui sono vittime predestinate, tanto è profondo, imperscrutabile, indefinibile, inesplorabile il buco nero che li inghiotte ogni volta che con il proprio smartphone “varcano la soglia” di un ignoto senza meta e troppo spesso senza ritorno.

L’impegno alla neutralità del GOP solleva domande sul ruolo futuro di Trump

Il capo del Comitato nazionale repubblicano si è rifiutata di incoraggiare l’ex presidente Trump a candidarsi alla Casa Bianca nel 2024, dicendo che il GOP rimarrà neutrale nelle sue prossime primarie presidenziali.

In un’intervista, la presidente della RNC Ronna McDaniel ha anche descritto il gruppo di teoria della cospirazione pro-Trump noto come QAnon come “pericoloso”.

I Repubblicani, sotto la guida di McDaniel, hanno trascorso gli ultimi quattro anni concentrandosi quasi singolarmente sulla rielezione di Trump nel 2020. Ma se dovesse candidarsi di nuovo nel 2024  l’infrastruttura del partito nazionale non sosterrebbe le sue ambizioni su altri potenziali candidati in conformità con le regole del partito.

“Il partito deve rimanere neutrale, e con questo non sto dicendo a nessuno di correre o di non candidarsi nel 2024 “, ha detto McDaniel all’Associated Press quando le è stato chiesto se voleva vedere Trump correre di nuovo alle prossime elezioni presidenziali. “Spetterà ai candidati andare avanti. Quello che voglio davvero vederlo fare, però, è aiutarci a riconquistare la maggioranza nel 2022.

Resta da vedere se Trump sia ancora capace di poter sostenere la battaglia. 

Infatti molti repubblicani lo incolpano per la sconfitta delle elezioni al Senato in Georgia e non sarebbero molto contenti di rivederlo così presto.

Catasto, dal 1° febbraio operativo il SIT

A decorrere dal 1° febbraio 2021 è attivato progressivamente sull’intero territorio nazionale, ad eccezione dei territori nei quali il catasto è gestito, per delega dello Stato, dalle Province Autonome di Trento e di Bolzano, il sistema tecnologico denominato Sistema Integrato del Territorio (SIT), per lo svolgimento delle funzioni di competenza dell’Agenzia delle Entrate relative al catasto e ai servizi geotopocartografici, nonché in materia di anagrafe immobiliare integrata”.

Lo dispone il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate pubblicato recentemente

“Per la conservazione degli atti catastali e degli elaborati catastali l’Agenzia delle Entrate si avvale degli strumenti gestionali e degli archivi informatizzati che costituiscono il SIT. I dati presenti negli archivi del SIT costituiscono l’informazione primaria ed originale delle risultanze informatizzate degli atti e degli elaborati catastali”, si legge nel provvedimento. Il provvedimento inoltre disciplina, in conformità a quanto previsto dalle disposizioni vigenti, le modalità di visura e consultazione di atti e elaborati catastali, sia presso gli uffici dell’Agenzia, sia per via telematica, nonché le modalità di accesso telematico alla base dei dati catastali da parte dei sistemi informatici delle pubbliche amministrazioni

Covid, Sileri: “Riaperture dopo vaccini ad anziani”

“Vaccinato, cioè fatte entrambe le dosi, tutto il nostro personale sanitario e vaccinati i nostri fragili e i nostri anziani, a partire dagli over 80, sono necessarie le riaperture. E’ un atto dovuto”. Lo ha sottolineato il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, oggi durante la presentazione del Consorzio italiano per la genotipizzazione e fenotipizzazione di Sars-CoV-2 e per il monitoraggio della risposta immunitaria alla vaccinazione, iniziativa patrocinata dalla Società italiana di virologia, con la missione di intercettare in tempo eventuali varianti significative del virus.

“In Italia, al di là del problema sanitario, come in tutto il mondo, vi è un problema economico e sarà necessario, una volta protetti i nostri anziani, riaprire in sicurezza. Non significa buttare via mascherina distanze e quant’altro. Vivremo ancora separati ma è necessario dare garanzie di una serie di riaperture e questo passa da uno stretto monitoraggio sul virus e le varianti”.

Una linea sottile di evoluzione: la crisi imbocca una strada meno impervia.

Ci sono segnali che indicano una sottile evoluzione della crisi. Intanto il Pd ha fatto cadere il veto nei riguardi di Italia Viva, benché al Nazareno circoli ancora più di un dubbio sulle intenzioni dei renziani. Tuttavia la mini-svolta, a distanza di una settimana appena dalla Direzione della rottura (“Mai più con Renzi”), si è consumata. I Democratici sono avvezzi oramai a questi cambi repentini di linea, non facendo nemmeno più notizia la mutevolezza di un partito elettrizzato dal pragmatismo.

Adesso rimangono solo Toninelli e Di Battista ad abbaiare alla luna, dando all’antirenzismo un connotato di ridicolaggine. Non si sa la ragione di questo agitarsi del duo grillino, non proprio coincidente con l’icona dei “costruttori” a cui ha fatto cenno Mattarella a capodanno. Forse è lo stesso Conte a mandare avanti i più noti armigeri del genio guastatori del Movimento, magari con il retropensiero di indebolire le pretese di un Renzi in vena di dettare le condizioni di pace. Il grosso dei Cinque Stelle è però allineato sulle ammorbidite posizioni di Di Maio.

Nel frattempo la linea di Berlusconi, intellegibile come resistenza alla retorica delle elezioni anticipate, sembra avvolgere in una invisibile camicia di forza lo schieramento di centrodestra. Anche Salvini abbassa i toni, ovvero mette il silenziatore alla parola d’ordine adottata finora: elezioni subito, senza se e senza ma. La Meloni appare dunque isolata nel suo insistere sulla rapida archiviazione della legislatura. In questo modo, lasciando sullo sfondo l’ipotesi del ricorso alle urne, il blocco più consistente dell’opposizione conta di indidere ancor più sulle contraddizioni della maggioranza di governo. 

Ora, se i transfughi ribattezzati come responsabili subiscono le ironie degli opinionisti, a causa evidentemente della fragilità di un’operazione artificiosa. non scatta invece alcuna ironia nel constatare il ritorno di Berlusconi al tavolo da gioco della politica. Può essere lui a sparigliare le carte? È difficile crederlo, ma non impossibile: di fatto, un governo di larghe intese darebbe spessore al riscatto del berlusconismo.

Queste novità, proprio perché incerte, devono essere verificate con scrupolo. In ogni caso, innescano fin d’ora la speranza in una soluzione che garantisca più efficienza e stabilità a livello di governo. È quello che vuole il Paese. Per questo Conte ha il dovere di correggere la sua inclinazione a gesti di arroganza, benché circonfusi di un certo aplomb alla Perry Mason. Se Renzi ha mostrato di forzare le situazioni, nondimeno ha fatto, a rovescio, il Presidente del Consiglio. Se vuole restare a Palazzo Chigi, l’ex avvocato del popolo non può non dare garanzie di “buona condotta”. Il progetto di mettersi in proprio, fondando un partito su benefici e seduzioni di potere, si scontra con questa richiesta di garanzie. E non è solo Renzi a chiederne conto.

Dobbiamo ricostruire l’istituto del partito politico

Caro Direttore, tutto è sintetizzabile nel dovere che tutti noi abbiamo di ricordare che non possiamo mai “propter vitam vivendi perdere causas”. Certe scelte folli, delle quali ancora non avvertiamo tutta la gravità, sono state compiute con leggerezza modificando gli equilibri sapienti che i padri costituenti avevano introdotto nel nostro ordinamento. Sono scelte che già ora pesano negativamente sulla vicenda politica di questi giorni, grazie alla drastica riduzione del numero dei parlamentari. Non c’è rimedio alla follia! Questa legislatura sarà ricordata per tali scelte.

Si è introdotto un vulnus assai pericoloso alla nostra Costituzione.

Provo a rispondere a Ubaldo Alessi. Ho già recitato più volte pubblicamente il mio mea culpa per aver contribuito a suo tempo nel mio piccolo a favorire la creazione di quell’ircocervo che è il Pd. Ora l’opera di ricostruzione del “partito politico” nel nostro ordinamento è opera di tale momento che si può solo, anzi si deve iniziare, ché è impresa di carattere culturale e, perché tale, richiederà tante energie e per una lunga stagione. Del “partito politico” una democrazia non può fare a meno. Di tutti i partiti politici. Noi oggi abbiamo contribuito a distruggere tale istituto. Ora dobbiamo ricostruirlo. Che il Padre che è nei cieli ci aiuti!

Il cristiano serve il suo tempo. L’omelia inedita tenuta il 23 settembre 1928 dal teologo Dietrich Bonhöffer davanti ai genitori

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Lorenzo Fazzini

Essere «progressisti» o «conservativi»? Secondo Dietrich Bonhoeffer, il «bravo teologo protestante» secondo la definizione di Papa Francesco, l’alternativa non è corretta. O meglio, la si deve superare in nome del «qui e ora» che il cristianesimo chiede a ogni credente: «Vuoi Dio? Allora rimani nel mondo», perché «solo nel tempo trovi Dio e l’eternità». Questi passaggi sono tratti dall’omelia inedita (pubblicata per gentile concessione dell’editore) risalente al periodo che Bonhoeffer trascorse a Barcellona. Datata 23 settembre 1928, si tratta di un’omelia del giovane reverendo pronunciata davanti ai genitori. Un testo che impreziosisce una bella e densa antologia di scritti di Bonhoeffer, da poco in libreria per Edizioni Paoline con la cura del teologo pisano Elvis Ragusa. Con i piedi per terra. Un cristiano di fronte a Dio e alla storia  (Milano 2020, pagine 340, euro 36) è una raccolta ragionata di testi, omelie e conferenze di Bonhoeffer tutte incentrate sul confronto vis à vis  con il tempo che l’autore aveva davanti. Un tempo tragico, un periodo drammatico della storia mondiale: la conclusione della prima guerra mondiale (in cui il teologo protestante perse un fratello e tre cugini), la stagione politica alquanto turbolenta della Germania di Weimar, l’ascesa del nazionalsocialismo e il progressivo trionfo totalitario di Adolf Hitler. Nei mesi scorsi, nell’arco di soli quattro giorni, Papa Francesco ha citato in due occasioni Bonhoeffer. Il 12 settembre, nell’udienza alle Comunità Laudato si’, ha affermato: «Prendo una frase del teologo martire Dietrich Bonhoeffer: la nostra sfida, oggi, non è “come ce la caviamo”, come noi usciamo da questa realtà; la nostra sfida vera è “come potrà essere la vita della prossima generazione”: dobbiamo pensare a questo!». E qualche giorno dopo, il 16 settembre, durante l’udienza generale, ha ripreso l’autore di Sequela  (citato a sua volta anche da Benedetto xvi ): «Lo diceva un bravo teologo protestante tedesco, Bonhoeffer, il problema è quale sarà l’eredità, la vita della generazione futura. Pensiamo ai figli, ai nipoti, cosa lasceremo se sfruttiamo il creato». Ragusa, nella dotta introduzione che fa dialogare gli eventi della storia mondiale con il procedere dell’argomentazione teologica di Bonhoeffer, precisa di non voler trasformare il teologo di Resistenza e resa  in un indovino o in un profeta divinatorio. Ma fa venire i brividi leggere quanto Bonhoeffer ebbe modo di pronunciare il 13 gennaio 1933, esattamente il giorno dopo del giuramento di Hitler come cancelliere. Parlando dell’Etica politica  di Friedrich Gogarten, dice: Gogarten «trascura l’ambiguità dello Stato. Egli giustifica lo Stato sempre come qualcosa che c’è già. In questo modo ad esso è attribuito un diritto assoluto. (…) È possibile che esso corrisponda alla dottrina luterana, ma non è neotestamentario. Infatti, lo Stato può assumere anche la forma del maligno. Può essere e fare il più gran male possibile. Naturalmente anche una tale maligna potenza può essere messa al servizio di Dio». Così quasi preannuncia l’eresia di una chiesa filo-nazista alla quale egli si oppose, dando vita alla «Chiesa confessante», in prima linea nel difendere gli ebrei perseguitati dal nuovo corso politico di Berlino. L’antologia curata da Ragusa fa affiorare anche un dettaglio biografico curioso di Bonhoffer: la sua passione per l’India. Nell’ottobre 1931, dopo un periodo trascorso negli Stati Uniti, scrisse ad un amico: «Viste da Oltreoceano sia la nostra situazione sia la nostra teologia appaiono fenomeni alquanto provinciali e nemmeno si sospetta che in tutto il mondo proprio la Germania, e lì in particolare, solo un paio di teologi, abbia capito cosa sia il Vangelo. (…) Vorrei conoscere un altro grande Paese per vedere se da questo verrà la grande soluzione: l’India». Mentre pochi anni dopo (l’11 settembre 1934) annota di essere tormentato «dalla decisione se rientrare in Germania per dirigere un seminario di predicazione cui si deve vita, se rimanere qui [Londra] o andare in India». Restano, comunque, queste pagine un’ottima occasione per avvicinare di nuovo il pensiero di un gigante della teologia novecentesca, capace di forgiare espressioni diventate patrimonio comune della teologia di oggi: la «grazia a caro prezzo», il «Dio tappa buchi». Ma anche un’immagine di Chiesa stupenda e coraggiosa, laddove Bonhoeffer spiega che la comunità dei credenti, di fronte alle ingiustizie del mondo, dovrebbe «gettarsi lei stessa tra i raggi della ruota» per bloccare il meccanismo di sopraffazione e di violazione del debole che spesso sembra regnare nella storia del mondo.

di Lorenzo Fazzini

Per vivere una vita cristiana di Dietrich Bonhoeffer

Moderno o antico — questa domanda è oggi più che mai in primo piano a tutti gli interessi, non solo nelle questioni di moda o di salute, ma in tutte le aree degli interessi umani, nella scienza, nella letteratura, nella religione. E su questa parola gli spiriti divergono: alcuni gridano assolutamente per ciò che è moderno, altri, che sono coscientemente fuori moda, guardano indietro ai bei vecchi tempi in forma mascherata. Alla domanda: «Vuoi essere una persona moderna?», alcuni rispondono: «Sì», sicuri di loro e altri invece: «No», anch’essi sicuri di loro. Come fa colui che si definisce cristiano? Come si confronta con i cambiamenti dei tempi? Il cristiano deve pensare in modo conservativo o progressista, deve essere antico o moderno? La domanda fondamentale di ogni cristiano è evidentemente la domanda di fronte all’eternità. Come raggiungo l’eternità in mezzo al tempo? Qui, nel continuo cambiamento del divenire e del trascorrere, non c’è nulla di eterno, che rimane, probabilmente c’è — una via — fuori dal tempo, indifferenti a tutto ciò che accade qui, vivere solo nell’eternità.

Si tratta di fuggire il tempo tiranno. D’altra parte, la nostra parola ci chiama: volete trovare l’eternità, allora adesso servite il tempo. Questa parola deve risuonarci come un’enorme contraddizione: Vuoi cose eterne? Allora rimani nel transitorio. Vuoi cose eterne? Allora rimani nel temporaneo. «Vuoi Dio? Allora rimani nel mondo». Sembravamo già in grado di alzarci fuori dal mondo su una scala di virtù verso il cielo. La sponda del mondo era già scomparsa in lontananza e ci siamo spinti lì, in spazi eterni, ancora metà umani, già metà dio — poi la Parola ci ha scagliati indietro dal nostro volo, siamo caduti dall’alto e ci ritroviamo nel mondo. Se vuoi essere eterno, allora servi il tempo, così suona nelle nostre orecchie. Servite il tempo — perché? Perché solo nel tempo trovi Dio e l’eternità. È la volontà nascosta di Dio che si lascia trovare nel tempo; noi troviamo la volontà di Dio solo in Gesù Cristo. Nulla di ciò che esiste nel tempo è divino, nemmeno la Chiesa né la nostra religione. Tutto ciò è soggetto alla fugacità, eppure in tutta la transitorietà del singolo, dell’individuo, è contenuta una parte della volontà di Dio, un pezzo di eternità. Il tempo è come un pozzo profondo e inesauribile, attraverso le cui acque brilla l’oro del fondo mai raggiunto; è come la roccia di montagna attraverso la quale non si vedono le vene d’oro nelle profondità. Tutto l’imperfetto è però almeno immagine del perfetto, tutto il transitorio è un simbolo dell’eterno. «Ogni attimo è diretto a Dio», ha detto un grande storico; vale a dire che ogni attimo nasconde un pezzo di eternità, che è da trovare; Dio governa sopra ogni attimo. L’attimo, il presente, è la parola decisiva a cui punta il nostro testo. Servi il tempo, cioè ogni tempo, cioè il presente. In altre parole, il presente è santo, è sotto l’occhio di Dio, è consacrato, è illuminato di luce eterna. Il presente è l’ora della responsabilità di Dio con noi, ogni presente; oggi e domani, il presente in tutta la sua realtà e diversità; c’è solo un’ora davvero significativa in tutta la storia del mondo: il presente. Chi fugge dal presente fugge dall’ora di Dio; chi fugge dal tempo fugge da Dio. Servite il tempo! Il Signore del tempo è Dio, la svolta del tempo è Cristo, il vero spirito del tempo è lo Spirito Santo. Così in ogni attimo si nasconde questa triplice dimensione: che io riconosca Dio come il Signore della mia vita, che mi sottoponga a Cristo come punto di svolta della mia vita, dal giudizio alla grazia, che [io] provi a fare spazio e forza allo Spirito Santo in mezzo allo spirito del mondo. Servite il tempo; cioè servite Dio, il Signore, Cristo il riconciliatore, lo Spirito, il Santo del nostro mondo. Solo quando permettiamo al presente di adempiere al suo scopo, viviamo una vita cristiana, serviamo il tempo. Servire il tempo — e questo ci riporta alla prima domanda — non vuol dire farsi suo “schiavo”, non vuol dire approvare ciò che è moderno, solo perché è “moderno”. Il servizio include la forza della propria volontà e dei propri pensieri, e non la debolezza di coloro che corrono dietro, di coloro che urlano insieme agli altri; non significa: “servite la moda”, ma servite il tempo.

La moda è ciò che fanno le persone e quindi può essere tanto buona come spregevole. Il tempo è ciò che fa Dio e servire il tempo non significa servire le persone, ma servire Dio. Quindi il cristiano non è né moderno né antico, ma serve il suo tempo, cioè non gli importa delle persone, ma di Dio. Tuttavia così serve “il suo tempo”, cioè si mette in mezzo ad esso, nei suoi compiti e difficoltà, nella sua serietà e nella sua indigenza e serve; è un uomo contemporaneo nel senso più profondo; che si tratti di indigenze “politiche”, “economiche”, di decadenza “morale” e “religiosa” o di preoccupazione per la nostra gioventù adolescenziale — ovunque è chiamato a immergersi nell’indigenza del presente. Entrate con tutto l’amore e tutta la forza che è a vostra disposizione. L’acqua del pozzo del tempo è diventata torbida, in modo che non vediamo più l’oro del fondo eterno; facciamo in modo che il pozzo sia di nuovo puro e limpido, facciamo in modo di trovare un pezzo di eternità nel tempo, scaviamo così in profondità, fino a trovare le fonti eterne. L’amore, però, fa parte del servizio come la cosa più importante; cioè, ama il tuo tempo, in modo da poterlo servire.

Non mettiamoci fuori dagli eventi della modernità! Tutti noi abbiamo la responsabilità della colpa e della miseria di tutti noi, c’è di nuovo da imparare a capire «cos’è la solidarietà all’interno dell’umanità». Tenersi fuori e dire: oggi io non ho nulla a che fare con ciò che accade, è troppo riprovevole per me che mi intrometta in questo, significa «non servire ma giudicare». Sii fraterno: servi il tempo! Il senso più profondo, però, si rivela solo quando consideriamo che non solo il mondo ha il suo tempo e le sue ore, ma che la nostra stessa vita ha il suo tempo e la sua ora di Dio, e che dietro i tempi della nostra vita diventano visibili le tracce di Dio; che i pozzi profondi dell’eternità sono sotto i nostri sentieri e ogni passo riporta una debole eco dell’eternità. Significa solo comprendere la forma profonda e pura di questi tempi per presentarla nella nostra condotta di vita; solo così nel mezzo del nostro tempo incontreremo la santa presenza di Dio. Il mio tempo è nelle tue mani. La mia infanzia, la mia giovinezza, la mia adultità e la mia vecchiaia. Servi il tuo tempo, la presenza di Dio nella tua vita; Dio ha santificato il tuo tempo; ogni tempo, rettamente compreso, porta direttamente a Dio; e Dio vuole che siamo del tutto ciò che siamo. «Sii del tutto bambino», finché sei un bambino, nel gioco e nella gioia, nella ricettività e nella gratitudine, nell’abbandono alla volontà di coloro che ami; «sii del tutto un ragazzo», nell’indipendenza e nella sicurezza, nel coraggio e nel dispetto, che è idoneo al ragazzo; nella forza, ma anche nella sottomissione a colui che adori come tua guida, e per quanto realizzi lo scopo di quel tempo tuo che Dio ti dà, sei radicato nelle profondità dell’eternità.

Porta tutte le gioie e le sofferenze del tuo tempo, riempi l’essenza di ciò che la gioventù è nella sua necessità e nella sua libertà, così è posto su di te il compiacimento di Dio, così sei giunto dal tempo all’eternità. Siate uomini e donne, siatelo del tutto entrambi, nella vostra entità creata da Dio. Siate persone con la propria volontà, con le proprie passioni e le proprie preoccupazioni, la propria felicità e la propria miseria, la propria serietà e la propria incoscienza, il proprio giubilo e il proprio lamento. Dio vuole vedere le persone, non i fantasmi che rifuggano dalla terra; Dio ha amato la terra e ci ha fatti dalla terra, ha reso la terra nostra madre, lui, che è nostro Padre. Non siamo creati come angeli, ma come figli della terra con la colpa e la passione, con la forza e le debolezze, ma siamo figli della terra amata da Dio, amati da Dio, specialmente nella nostra debolezza, nelle nostre passioni, nella nostra colpa; Dio ci ama specialmente nella nostra attitudine ribelle sulla terra — nel tempo, nel nostro tempo; Dio ci vuole nel rimanere nella nostra Madre Terra e ciò che ha donato, nella solidarietà con gli umani, anche dove sono deboli, in fratellanza con il nostro piccolo, debole tempo, e illumina i nostri cuori con un poco d’eternità che infrange ogni tempo. C’è un’antica leggenda greca che racconta del gigante Anteo che era così forte che nessuno poteva batterlo. Molti avevano tentato la lotta e si erano rivelati inferiori, fino a quando arrivò uno che, durante la lotta, tirò su il gigante da terra e improvvisamente ebbe successo su di lui; era finita per lui la sua forza, che scorreva in lui solamente per il fatto che stava con i piedi saldi a terra.

Questa leggenda del gigante Anteo è estremamente profonda. Solo colui che sta con entrambi i piedi sulla terra, che è e rimane del tutto figlio della terra, che non fa tentativi disperati di volare verso altezze che sono irraggiungibili per lui, che si accontenta di ciò che ha e vi resta fedele con gratitudine, questi ha tutta la forza dell’umanità, questi serve il tempo e quindi l’eternità. Poi, però, ci accadrà che nel tempo, per la sua transitorietà, volgiamo sempre di nuovo gli occhi verso il tempo che verrà alla fine dei tempi. Servite il tempo, l’ora che Dio vuole avere con il vostro popolo, con voi stessi; siate uomini del santo presente, che non torna mai più, come quel samaritano compassionevole era l’uomo del presente, in modo da diventare uomini dell’eternità. Il Signore del tempo è Dio. La svolta dei tempi è Cristo. Il vero spirito del tempo è lo Spirito Santo.

di Dietrich Bonhoeffer

Guerra fredda: la belva volante sovietica progettata da un italiano

Il Bartini-Beriev VVA-14 fu un rivoluzionario velivolo ibrido, militare e multiruolo, sviluppato in Unione Sovietica durante gli anni settanta su progetto dell’italiano naturalizzato sovietico Roberto Bartini e rimasto allo stadio di prototipo.

Definito come aereo anfibio a decollo verticale, fu concepito per volare sia ad elevate altitudini a grande velocità sia poco al di sopra del livello del mare, sfruttando l’effetto suolo sulla superficie acquatica: per questa sua innovativa e rivoluzionaria caratteristica, il VVA-14 rappresenta il primo esempio di aereo ad incorporare le caratteristiche e le capacità di un ekranoplano.

Progettato negli anni ’60, l’aereo era una risposta ai missili balistici Polaris. Gli Stati Uniti li introdussero nel 1961 sulla loro flotta sottomarina come parte del loro deterrente nucleare. Nella mente del suo progettista, Robert Bartini, l’anfibio VVA-14 sarebbe la macchina perfetta per cercare e distruggere i sottomarini missilistici.

Dopo la morte di Bartini, nel 1974, il progetto rallentò e successivamente venne interrotto dopo aver effettuato 107 voli con un totale di 103 ore di volo. L’unico VVA-14 rimasto, il No. 19172, venne ritirato al Museo dell’aviazione russa di Monino nel 1987. L’aereo è ancora situato al museo in condizioni di smantellamento, dove è presente e visibile il numero ‘10687’ e la scritta della compagnia aerea Aeroflot con la quale venne immatricolato ed utilizzato per le prove.

Ora questo insolito aereo ora giace fatiscente in un campo vicino a Mosca

Il padre del velivolo  Roberto Oros di Bartini  è stato un ingegnere italiano naturalizzato sovietico che pubblicò anche lavori di cosmologia e fisica teorica.

Espatriò  in URSS nel 1923, sia per sottrarsi ad eventuali rappresaglie fasciste, sia per contribuire al rafforzamento del nuovo Stato comunista in qualità di progettista d’aeroplani. Bartini era stato infatti individuato dalla polizia come agitatore e posto sotto controllo.

Senza effettuare verifiche pratiche alla galleria del vento, Bartini pervenne in maniera del tutto autonoma alla definizione del disegno dello stesso tipo di ala a doppio delta che sarebbe stata utilizzata dal sovietico Tu-144 e dal Concorde.

Commercio estero: Istat, a dicembre giù sia l’export (-4,6%) verso Paesi extra Ue sia l’import (-1,3%).

A dicembre 2020 si stima, per l’interscambio commerciale con i paesi extra Ue27 , una diminuzione congiunturale per entrambi i flussi, più ampia per le esportazioni (-4,6%) rispetto alle importazioni (-1,3%).

Il decremento su base mensile dell’export interessa tutti i raggruppamenti principali di industrie, a eccezione dell’energia (+16,4%), ed è dovuto per circa la metà al calo delle vendite di beni intermedi (-7,5%); contributi negativi, superiori al punto percentuale, derivano inoltre dalle minori vendite di beni di consumo non durevoli (-4,6%) e beni strumentali (-3,5%). Anche dal lato dell’import, tranne che per l’energia (+20,4%), si rilevano cali congiunturali diffusi, i più ampi per beni strumentali (-7,3%) e beni di consumo non durevoli (-6,9%).

Nel trimestre ottobre-dicembre 2020, rispetto al precedente, l’export cresce del 4,0%; la crescita, generalizzata, è più sostenuta per energia (+12,0%), beni di consumo durevoli (+7,9%) e beni strumentali (+5,2%). Nello stesso periodo, l’import registra un aumento congiunturale (+3,1%), determinato dai maggiori acquisti di beni di consumo durevoli (+12,2%), beni strumentali (+10,6%) e beni intermedi (+4,6%).

A dicembre 2020, l’export cresce su base annua del 3,1% (era +2,0% a novembre), trainato dalle vendite di beni strumentali (+7,8%), beni di consumo durevoli (+6,9%) e beni intermedi (+4,3%). L’import segna un’attenuazione della flessione (-3,7%, dal -5,9% di novembre), cui contribuisce soprattutto l’aumento su base annua degli acquisti di beni di consumo durevoli (+20,9%) e beni intermedi (+17,0%) che contrasta parzialmente la caduta delle importazioni di energia (-34,4%).

La stima del saldo commerciale a dicembre 2020 è pari a +7.907 (era +6.801 milioni a dicembre 2019). Aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +9.912 milioni per dicembre 2019 a +9.922 milioni per dicembre 2020).

A dicembre 2020 l’export è in deciso aumento su base annua verso Cina (+18,3%), paesi MERCOSUR (+16,3%), Turchia (+8,4%) e Stati Uniti (+8,0%). Diminuiscono le vendite verso paesi OPEC (-13,0%), Giappone (-9,7%) e paesi ASEAN (-3,2%).

Gli acquisti da Russia (-18,5%), paesi OPEC (-15,9%), Stati Uniti (-14,9%), India (-11,1%) e Turchia (-8,1%) registrano flessioni tendenziali molto più ampie della media delle importazioni dai paesi extra Ue27. In forte aumento gli acquisti da Cina (+18,4%) e paesi ASEAN (+12,2%).

A dicembre 2020, per l’area extra Ue, al netto del Regno Unito, si stima che l’export diminuisca del 3,9% su base mensile e cresca del 3,3% su base annua. L’import registra un calo sul mese dello 0,8% e una flessione sull’anno pari a -3,7%. Il saldo commerciale è pari a +6.767 milioni (era +5.721 milioni a dicembre 2019).

Privacy: sanzionato il Comune di Roma per “TuPassi”

Il Garante per la protezione dei dati personali ha ordinato a Roma Capitale il pagamento di una sanzione di 500mila euro per illecito trattamento di dati personali di utenti e dipendenti, effettuato attraverso il sistema di prenotazione degli appuntamenti “TuPassi”.

Il provvedimento di sanzione è stato adottato al termine di una complessa attività istruttoria avviata a seguito di controlli svolti dall’Autorità sulle app utilizzate dalla pubblica amministrazione per l’erogazione dei servizi, condotta anche in collaborazione con il Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche della Guardia di finanza. Attività che aveva già portato all’adozione di un provvedimento nel marzo 2019 con il quale il Garante aveva dichiarato illeciti i trattamenti effettuati da Roma Capitale tramite “TuPassi e prescritto talune misure correttive.

Numerose le criticità rilevate sul sistema che consente agli utenti di prenotare servizi di sportello e appuntamenti, anche nel settore sanitario, utilizzando diversi canali: app mobile, sito internet, totem posizionati presso le Pa e i professionisti che erogano le prestazioni.

I trattamenti hanno infatti interessato un’ingente mole di dati personali, anche molto delicati perché relativi a prenotazioni di vari servizi e di prestazioni sanitarie. Il sistema consentiva, infatti, di acquisire e memorizzare sui server di Roma Capitale, per un lungo periodo di tempo, numerosi dati degli utenti relativi alle prenotazioni (tipo di prestazione, canale utilizzato, data e ora della prenotazione) e del personale impiegato nella gestione degli appuntamenti. In quest’ultimo caso, in particolare, il sistema registrava e generava report giornalieri contenenti anche informazioni di dettaglio sull’attività lavorativa (data, tipo di servizio, nominativo dell’addetto allo sportello, tempo di chiamata e tempo di attesa). Tutte le operazioni erano effettuate senza che né gli utenti né i dipendenti avessero ricevuto, come richiesto dal Regolamento Ue, un’informativa completa sui trattamenti resi possibili dall’applicativo.

Il Garante ha ritenuto, inoltre, inadeguate le misure tecniche e organizzative implementate dall’Ente, il quale non aveva altresì disciplinato il rapporto con la società fornitrice del sistema di prenotazione. Bocciata anche la funzione che consente di produrre report sull’attività degli addetti allo sportello, introdotta senza le necessarie garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori sul controllo a distanza.

L’Autorità ha comminato, inoltre, con separato provvedimento una sanzione di 40mila euro alla società fornitrice del sistema per i trattamenti effettuati in qualità di autonomo titolare, in particolare, con riguardo alla prenotazione di servizi sanitari da parte degli utenti e alla manutenzione del sistema per conto dei clienti, nei casi in cui tale attività comportasse il trattamento di dati personali di utenti e dipendenti.

È stato inoltre adottato un provvedimento di avvertimento nei confronti della medesima società fornitrice e di tutti i soggetti pubblici e privati che utilizzano il sistema “TuPassi” in ordine alla possibilità che il suo utilizzo, con le modalità già censurate dal Garante, possa violare il Regolamento, ingiungendo alla società di avviare con loro i necessari aggiornamenti per rendere il sistema conforme alla disciplina in materia di protezione dati, secondo le indicazioni del Garante.

Si conclude così un procedimento complesso, aggravato dalle difficoltà operative derivanti dalle scelte organizzative dell’Ente, anche sotto il profilo della corretta individuazione della figura del Responsabile della protezione dei dati, soggetta ad avvicendamenti nel corso dell’istruttoria, circostanza che ha reso meno efficace la cooperazione con il Garante.

Scoperta la firma molecolare della Sla.

Il lavoro della Sapienza Università di Roma e del laboratorio dell’Istituto Pasteur-Italia, ha portato a identificare i potenziali biomarcatori prognostici della Sla. Si tratta di molecole di microRna (miRna) che non contengono informazioni per la formazione di proteine, ma che spesso risultano alterate in alcune condizioni patologiche e che possono anche essere rilasciate nel sangue.

In questo studio, pubblicato su Cell Death Discovery, sono stati selezionati e analizzati quantitativamente, ogni tre mesi durante la progressione della malattia, cinque miRNA.

I risultati hanno mostrato che queste molecole sembrano essere predittive del decorso della malattia.

Quantificare i livelli di queste molecole potrebbe essere un valido aiuto per la gestione clinica di questi pazienti.

 

La memoria come narrazione

Qual è il senso del Giorno della memoria? La distanza da quel passato segna oggi un momento particolarmente fragile: la voce dei testimoni si va spegnendo a poco a poco. La perdiamo perché il tempo è inesorabile. Come faremo, da domani in poi, ad ascoltare ciò che è stato?

È una riflessione di Elena Loewenthal (“La Stampa”, 26 gennaio 2021).
Quel passato appartiene a tutti e la memoria deve servire ad educare, a divulgare il male per tenersene lontani (“Calendario civile”. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di A. Portelli).

Ma la memoria, afferma la Loewenthal, deve diventare narrazione e, soprattutto, interrogazione.

”Ayekha? <Dove sei?>, è la prima domanda che viene al mondo nella Bibbia. La pronuncia Dio in cerca di Adamo, che si è nascosto dopo aver assaggiato il frutto proibito. <Dove sei?>, è l’insopportabile ma necessaria domanda che l’uomo e Dio si lanciano a vicenda lungo la storia, l’uno in cerca dell’altro, quando il male sembra negare il senso di ogni cosa”.

Oltre la crisi di Governo

Impercettibilmente, nella distrazione dei più, la crisi ha conosciuto in queste ore una sua mutazione. Potremmo definirla la “variante quirinalizia” perché da quando le dimissioni di Conte sono state ufficializzate al Quirinale, il confronto tra i partiti ha piegato nella direzione di un faticoso riordinamento, meno accelerato del previsto. Mattarella non vuole perdere tempo, ma nemmeno bruciare le tappe di quel necessario chiarimento che solo prelude alla soluzione del problema di quale governo possa uscire dal duro contenzioso in atto. Al Colle le consultazioni inizieranno oggi pomeriggio e andranno avanti senza precipitazione, nell’arco di tre giorni, così da favorire l’auspicato raffreddamento delle tensioni. Secondo la “variante quirinalizia” i tempi sono subordinati alla politica, quindi avanzano al ritmo che può scandire unicamente l’intelligenza dei veri costruttori. 

Si tratta innanzi tutto di capire se ancora esistono i margini per ricomporre la maggioranza, magari con qualche contributo aggiuntivo. L’intervento del ministro Guerini, in concomitanza con le dimissioni del Presidente del Consiglio, hanno fatto intuire tra le righe che lo stesso Mattarella considera inderogabile il tentativo di riportare Italia Viva nel perimetro della compagine di governo. L’ipotesi di sostituire il drappello renziano con l’europeista Ciampolillo e pochi altri, continuando a giocare con il pallottoliere delle adesioni e dei dinieghi, appare un esercizio pericoloso. Realisticamente, con l’occhio rivolto all’interesse del Paese, il Capo dello Stato accompagna come suo dovere costituzionale il processo di ricomposizione dell’unica maggioranza possibile. L’alternativa delle elezioni anticipate resta confinata nell’angolo, benché Salvini e Meloni s’impegnino a proporla con enfasi stucchevole, al netto delle titubanze di Berlusconi. Per questo il “quirinalizio” Guerini ha forzato i termini, andando alla sostanza delle cose e fissando i paletti di una riconciliazione invero complicata ma non eludibile: la pace con Renzi, e quindi la formazione di un esecutivo capace di portare a termine la legislatura, passa per la conferma di Conte a Palazzo Chigi.    

Di chi la vittoria, in questo caso? Piero Ignazi rovescia la domanda e punta l’indice sul partito che all’occorrenza  potrebbe pagare il conto più salato. Scrive infatti sul “Domani” in edicola stamane che la ricucitura della maggioranza, con la baldanzosa rentrée di Renzi, sancirebbe la sconfitta del Pd e la sua sostanziale irrilevanza. È una tesi molto severa. Ignazi prevede addirittura che un esito siffatto della crisi darebbe agio all’ex sindaco di Firenze, con l’alloro del trionfatore in testa, di puntare a una nuova scalata del Pd a seguito della liquidazione del gruppo dirigente raccolto attorno alla mesotermica segreteria Zingaretti. Si tratta in buona sostanza di uno scenario rovinoso, decisamente pessimistico e nondimeno sintomatico di una certa insolvenza politica a carico dell’ultimo gruppo dirigente formatosi al tramonto della Prima Repubblica nella Federazione dei giovani comunisti, poi trasformata in Sinistra giovanile. Non a caso la partita della crisi porta allo scoperto una contestuale rianimazione della filiera democristiana, non per volontà di protagonismo ma per riscontro di attenzioni, come se il Paese andasse alla ricerca di un centro perduto o piuttosto di un centro operante suo malgrado.

È palese che questo doppio movimento tra ex dc ed ex pci determini la fibrillazione del “muscolo cardiaco” del riformismo, ovvero dell’organo politico che ne rappresenta l’ambizione e la speranza proprio in virtù, occorre dire, della tentata simbiosi di culture a vocazione popolare, parallele ed affini per molti versi, ma storicamente rivali. Pensare che si deroghi a questo interrogativo sul destino del Pd con lo scivolamento nel pragmatismo, eludendo perciò le questioni ideali che attraversano il dibattito a latere di questa crisi di governo, aumenta il rischio di un indebolimento complessivo della politica democratica ed europeista, per la quale si ricerca in ogni caso la formazione di una maggioranza alternativa al sovranismo. Ignazi può avere torto nel drammatizzare le difficoltà del Pd, specie se le configura nei termini della classica polemica sul tradimento dei valori della sinistra e quindi con l’implicita richiesta di una maggiore radicalizzazione a sinistra, ma getta un raggio di luce sulla  tenuta di un partito che vive da sempre nell’ibridismo di aspettative e vocazioni concorrenti. Una volta risolta la crisi di governo, speriamo in tempi brevi e con la dovuta credibilità, anche questa crisi sotto traccia del Pd esigerà un approfondimento rigoroso. E una soluzione.

 

“Alla sera della vita”, l’urlo di Giobbe potrebbe avere risposta

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Tonino Cantelmi

“Oh, avessi uno che mi ascoltasse”, urla Giobbe, schiantato sul letto di morte. Ecco, questo è il cuore del documento Cei, dal titolo suggestivo ed inquietante, preso in prestito al mistico Giovanni dalla Croce, “Alla sera della vita”, con il quale la Chiesa italiana dona una parola felice, davvero felice, al tema della morte e del morire, argomento oggi dominato da una sorta di fatale cupio dissolvi.

L’intuizione centrale del documento, curato dall’Ufficio per la Pastorale della Salute della Cei, è che il morire è un processo e che il processo del morire è un tempo relazionale, dove si intrecciano relazioni di cura, relazioni affettive e trame dense di umanità.

Oppure trame rarefatte di umanità, abbandono, accanimento o disumanizzazione. Il morente è un soggetto relazionale e non un oggetto di cura. Nel processo del morire, inteso come un tempo relazionale intenso e potenzialmente ricco, in questo movimento processuale si costruisce il portato del senso e del significato della vita terrena. È dunque il kairos di ognuno di noi. Questo è il centro del documento. Da qui parte una riflessione potente e densa di significato.

È la qualità delle relazioni espresse dal contesto sociorelazionale a fare la differenza.
Relazioni buone rendono inutile il richiamo eutanasico: “l’ombra dell’eutanasia scompare o diventa quasi inesistente” (Papa Francesco, 2018).

Il documento affronta senza reticenza questo punto fondamentale nell’ultimo capitolo: sono le nostre comunità cristiane capaci di accogliere la sfida dell’”esserci” in modo “sanante” nel processo del morire? La risposta è disarmante: sì, abbiamo tutti gli strumenti per farcela. O meglio, potenzialmente si: davvero possiamo non abbandonare nessuno nell’angoscia e nella sofferenza e testimoniare che “siamo destinati a qualcosa di più grande, nella gioia del Risorto”, come recita il documento stesso.

Nessuno scarto e nessuna espulsione.

È un capitolo in cui si affronta in modo pratico, concreto e senza retorica il tema dell’accompagnamento del morente e delle sue famiglie.

Ma vorrei fare altre due considerazioni sul documento.

La prima: a chi parla? Parla a tutti, non solo ai credenti. Ma la novità è nel metodo, perché lo fa perché scegliendo di confrontarsi con la scienza.
È raro trovare nei documenti pastorali tanti e accurati riferimenti al contributo della scienza. Il documento entra in dialogo con il sapere e l’operare dei medici e degli operatori sanitari, con le riflessioni di comitati bioetici non confessionali, con la società reale. Non ci sono passaggi lunari, astratti e staccati dalla realtà che affronta. Anche le premesse antropologiche e morali (il tipico capitolo che salteremmo a piè pari dandolo per scontato e noioso) entra in dialogo con tutti quando riesce a dimostrare che “la sacralità della vita può essere riconosciuta da ogni intelligenza umana, credente e non credente”, sottraendola alla contrapposizione (perdente!) con la qualità della vita.

La seconda considerazione è strettamente correlata alla precedente.
Quando il documento affronta le questioni scientifiche relative al processo di fine della vita terrena, accogliendo il dibattito scientifico in atto senza giudicarlo, ne coglie però un punto centrale, cioè la necessità di passare dal to cure (curare la malattia) al to care (prendersi cura della persona malata nelle sue dimensioni affettive, relazionali e spirituali). Su questo processo centrale della medicina attuale, supportato oggi da molte evidenze cliniche e scientifiche,

l’urlo di Giobbe, inteso come la metafora del dolore dell’abbandono, finalmente potrebbe avere una risposta.
Il documento ha l’intelligenza di affiancarsi a questa evoluzione del sapere medico, ponendo la Chiesa italiana come un interlocutore valido del to care e un soggetto attivo nel miglioramento dell’assistenza. In fondo, dove questo è avvenuto, la richiesta di eutanasia e di suicidio assistito è crollata del tutto.
Come ben ha dimostrato il “Tavolo degli hospice cattolici e di ispirazione cristiana”, in nessun Hospice, cattolico e non, c’è mai stata una richiesta di eutanasia.

L’alfabeto del cuore

Perché è più facile che saggezza, armonia e senso della giustizia abitino l’anima di persone semplici piuttosto che l’intelletto di persone colte?

Albert Einstein risponderebbe che la saggezza non è un prodotto dell’istruzione ma è il risultato del tentativo di acquisirla, tentativo che dura tutta la vita.

Le persone veramente sagge sono infatti quelle che, umilmente, non smettono mai di imparare: tutto quello che si apprende può aiutarci a crescere in equilibrio e cultura a condizione che non si presuma di  arrivare a un punto della vita in cui si possano chiudere le porte della mente e dell’anima alla conoscenza e alla ricerca della verità.

L’errore del presuntuoso consiste nel pre-giudizio che altro non è che una forma di violenza sulla realtà, una sua indebita distorsione.

Vivendo in un mondo attraversato da continue forme di prevaricazioni e di soprusi, di intolleranze e di coercizioni, di puntigliose note a piè di pagina sulle cose dell’esistenza ci rendiamo impenetrabili alla comprensione della verità.

Se gli apprendimenti, le competenze e la cultura non sono permeati da una generosa disponibilità all’ascolto viene interrotto quel circolo virtuoso che ci permette di stabilire relazioni positive con gli altri.

Ora io credo che tra tutti gli inviti, i suggerimenti e le forme più o meno manifeste di induzione a comportarci in un certo modo piuttosto che in un altro, gli espliciti e ricorrenti richiami alla comprensione e al dialogo che ci giungono dalle persone veramente autorevoli e sagge siano i consigli più utili e meritevoli di considerazione.

Siano essi delle autorità religiose, dei Capi di Stato o semplicemente delle persone anziane che vivono in casa con noi.

Facendo leva sullo spirituale amore caritatevole o sulla laica disponibilità alla concordia, chi suggerisce mitezza e temperanza, pazienza e tolleranza indica la via maestra per realizzare i valori universali di una “dignitata” umanità, che non ha colori, cittadinanze e confini. 

Ma per completare con una personale risposta il senso del discorso avviato con l’interrogativo iniziale, penso che saggezza, armonia e senso della giustizia non si esauriscano soltanto nella limpida disponibilità ad imparare, per quanto onesta essa sia e per quanto questa ricerca interiore della conoscenza e della verità tratteggi un percorso di apertura e di umiltà.

Chi ricorda – per averlo ascoltato o per averne sentito parlare – il famoso discorso di Papa Giovanni XXIII chiamato poi “della luna” non avrà certamente dimenticato come, nella sua improvvisazione, riuscì a comunicare con il mondo intero toccando le corde più vive della sensibilità e del sentimento degli uomini.

In quelle parole – oltre il loro valore strettamente religioso – c’era un compendio di amore e di civiltà: ripensandolo oggi mi fa venire in mente il razionalissimo stupore di Kant di fronte all’universo e alla legge morale che pulsa dentro di noi.

In entrambi i casi c’era un “fuori” e un “dentro”, l’universo e l’anima.

Allora fu detto di lui che era un “Papa buono”, adesso si potrebbe aggiungere che era anche e soprattutto un “papa saggio”, pieno di quella “sapientia cordis” che è bontà dell’animo e sagacia, intima ricchezza, acuta lungimiranza della mente, dono di sè.

Parlando della luna presente quella sera, della carezza ai bambini e del conforto a chi soffre, quel Papa era riuscito in poche parole a comunicare un messaggio intellegibile all’universo intero in quanto amore, ispirazione, affanno e sofferenza sono parte dell’uomo, oltre i distinguo delle fedi religiose, culturali e ideologiche, oltre le sottili disquisizioni teologiche.

Perché le parole più schiette e genuine, pronunciate in nome dell’amore universale e della bontà sono quelle che vanno diritte al cuore?

Si potrebbe rispondere: perché nascono esse stesse dal cuore di chi ce ne fa dono e ce ne rende partecipi.

Ai formalisti si potrebbe dire: non si diventa buoni per decreto ma per vocazione o per scelta, se non lo si è già per natura.

Imparando o possedendo l’alfabeto del cuore si possono alzare i piani (dell’etica dei comportamenti, del rispetto reciproco, della concordia, dell’amore) abbassando le altezze (del puntiglio, dell’alterigia, del rancore, dell’odio).

Esattamente quello che fece quella sera di ottobre del 1962 Papa Giovanni con il suo messaggio: “Continuiamo dunque a volerci bene…. guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà….”.

Penso che se gli uomini e i popoli della terra cercassero di applicare con tutto il loro cuore, con la loro mente e le loro energie quell’insegnamento, che non può non essere condiviso, basterebbero meno parole per intendersi e vivere nel segno di una ritrovata concordia e di una ricomposta serenità.

Ci sono stati proclami, trattati, convenzioni, accordi, intese, protocolli che nella loro voluminosa e ridondante previsione regolamentativa hanno articolato proposte e indicazioni, norme e prescrizioni poi largamente disattese.

La sovrabbondanza delle parole crea sovrastrutture complicate che allontanano gli uomini dalla verità, costruiscono impalcature che sorreggono scheletri inanimati da un soffio di bontà interiore.

Oltre la verbosità delle ostentazioni linguistiche e dottrinarie resta la coraggiosa via dell’esempio che non necessita di corollari esplicativi.

Perché Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Don Giovanni Barbareschi e Giovanni Palatucci si prodigarono per salvare dalla Shoah  migliaia di ebrei profughi o deportati nei campi di concentramento, fino a meritarsi il titolo di ”Giusti tra le nazioni”?

Perché nel loro cuore abitava il sentimento della bontà, i loro occhi non si voltarono altrove per evitare di soffermarsi su quello spettacolo di vergogna e di umiliazione ma, incrociando gli sguardi di quegli esseri umani ormai privi di speranza, disvelarono a sè stessi il senso vero della vita: tendere la mano, amare, fare del bene.

Perché Madre Teresa si prodigò per la redenzione morale e materiale dei poveri diventando un esempio mondiale di amore e dedizione che le valse il premio Nobel per la pace e la beatificazione?

Perché riuscì a domare la ribellione della sua anima di fronte a tanta sofferenza e a trasformarla in una straordinaria energia interiore che, a dispetto della fragilità della sua condizione fisica e del suo aspetto minuto e macilento, rivelò la forza incredibile della sua determinazione che si rinnova ogni giorno come monito e richiamo alle nostre indolenze, ai nostri effimeri turbamenti mondani, alle nostre debolezze.

La forza dell’amore spinse queste e molte altre persone a mettersi in gioco, a dare un senso preciso a quella parte della loro esistenza che non poteva non essere condizionata dalla folgorazione di un incontro, dalla possibilità di un gesto, di una scelta coraggiosa, di una decisione che dipendeva solo dallo slancio dei sentimenti, dalla consapevolezza morale e dalla volontà di fare.

Ma quella svolta fu resa possibile nella mente e nell’anima di chi se ne rese eroico protagonista, e si ripete ogni volta in ogni gesto di amore e di bontà, proprio grazie alla straordinaria potenzialità emotiva e spirituale che abita nel cuore di ogni uomo e che rivela con rinnovato stupore quanto sia grande e ancora inesplorata la via che porta alla verità e al bene.

Marco Roncalli: “Vittoria d’autore. Gli scrittori e la dea alata”

Nei mesi scorsi, dopo due anni trascorsi a Firenze alle Officine delle pietre dure di Firenze per il restauro, è ritornata a casa la Vittoria Alata, simbolo di Brescia, collocata nel Capitolium nello spazio riallestito da Juan Navarro Baldeweg.  Il ritorno a Brescia della Vittoria Alata restaurata ha coinciso con la pubblicazione da parte di Marco Roncalli del libro “Vittoria d’autore. Gli scrittori e la dea alata” (Edizioni Scholé, pagine 254, euro 20). Marco Roncalli, giornalista e scrittore, con una trentina di volumi pubblicati, dedicati in particolare alla storia della Chiesa e ai papi, alla cultura del Novecento ed all’arte nel saggio recentemente pubblicato.

Accompagnato da una cinquantina di immagini – molte inedite, storiche o dedicate al capolavoro dopo il recente restauro – inizia proprio con la sorprendente scoperta avvenuta il 20  luglio del 1826 a seguito degli scavi archeologici condotti al tempio romano di Brescia  dove viene trovata,  per conservazione e materiale, una delle opere più rappresentative dell’arte romana. Da allora la statua  che riproduce una figura femminile alata, alta poco meno di due metri (cm 194),  volta leggermente verso sinistra, vestita di una tunica fermata sulle spalle e di un mantello  che avvolge le gambe, divenne meta di generazioni di viaggiatori colti o curiosi turisti, mentre continuavano a sovrapporsi ipotesi e interpretazioni, specialmente fra gli archeologi, sulla sua datazione, la provenienza, il suo significato, le differenze con le “sorelle” alate e  non.

Le pagine di Roncalli sottolineano lo stupore di quanti, hanno sostato davanti a questa stupenda figura femminile con circa duemila anni alle spalle. Napoleone III, ospite a Brescia prima della battaglia di Solferino, nel giugno 1859, volle visitare il Museo Patrio e rimase molto colpito dalla bellezza della statua e chiese di poterne avere una copia, ora visibile presso il museo del Louvre. Grato per l’omaggio bresciano, l’imperatore donò alla città due monumentali vasi in porcellana di Sèvres, che riportano i ritratti ufficiali di Napoleone III e della consorte,  che oggi sono esposti nel Museo del Risorgimento della città. In seguito molti visitatori e studiosi vennero ad ammirare la statua, che ispirò numerose produzioni poetiche. Giosuè Carducci la cantò nel componimento Alla Vittoria, scritto nel 1877 e inserito nelle Odi barbare, mentre Gabriele D’Annunzio, profondamente affascinato dalla statua, la celebrò spesso nella sua opera e ne richiese allo scultore Renato Brozzi una copia (1934), ancora oggi esposta al Vittoriale di Gardone Riviera.

Ma altri nomi famosi ne hanno scritto: Antonio Rosmini, Franz Liszt, Nicolò Tommaseo, Henry James, Sigmund Freud, Anatole France, Max Picard, Manara Valgimigli. Così come si trovano nel libri i commenti di re e diplomatici europei, rivoluzionari e governanti. Il volume, infatti, insieme alla ricostruzione di questo Grand Tour con destinazione o tappa Brescia, riflette al contempo sull’evoluzione di una città, dove della “Vittoria Alata” ci si è appropriati in più modi:  “Mito caro alle istanze risorgimentali, elemento fondante dell’identità nazionale, emblema patriottico nel periodo bellico, sino alle distorsioni nella retorica del Ventennio. Il ruolo simbolico di una statua che persiste nel tempo: la dea tornata a vivere dal buio, poi a vincere e volare”. 

Siria, a 10 anni dall’inizio del conflitto poche speranze per i bambini e le famiglie

A dieci anni dall’inizio della guerra in Siria, i bambini continuano ad essere uccisi, feriti, sfollati e privati dei beni di prima necessità.

La denuncia arriva direttamente dal coordinatore regionale umanitario per la crisi in Siria, Muhammad Hadi, e dal direttore regionale Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, Ted Chaiban.  Cche precisano:

Ad appena tre settimane dall’inizio del nuovo anno, almeno 15 bambini sono stati uccisi in circostanze in cui sono state utilizzate armi esplosive e ordigni inesplosi. Altri 15 bambini sono stati feriti.

Nel nordest del paese, un’impennata di violenze al campo di Al-Hol – dove più di due terzi della popolazione è composta da bambini – sta mettendo a rischio le loro vite e sottolinea l’esigenza di soluzioni di lungo termine che comprendano il rimpatrio o la ricollocazione dei bambini bloccati lì.

Ad Hassakeh, i servizi di base e le infrastrutture civili continuano ad essere attaccate. L’approvvigionamento d’acqua dalla stazione idrica di Alouk, una delle fonti principali di acqua per quasi mezzo milione di persone, è stato nuovamente interrotto all’inizio di questa settimana. L’interruzione dei servizi idrici costringe i civili a ricorrere ad acqua non sicura che espone le persone, in particolare i bambini, al rischio di contrarre malattie potenzialmente letali legate all’acqua.

Nel nordest del paese, il rigido clima invernale, con piogge torrenziali e neve, ha colpito almeno 22.000 persone. Più di 2 milioni di persone sono sfollate e vivono in tende, rifugi e edifici distrutti o non finiti. Secondo quanto riportato, proprio questa settimana, un bambino di sei anni è morto perché un muro costruito attorno alla sua tenda gli è crollato addosso a causa di allagamenti e nevicate.

I bambini e le famiglie in Siria hanno sofferto tanto negli ultimi 10 anni e questa sofferenza sembra non accennare a finire. Almeno 4,7 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria. La povertà sempre più diffusa, la mancanza di carburante e i crescenti prezzi del cibo stanno costringendo i bambini a lasciare la scuola per lavorare. Ogni settimana, la veloce diffusione della pandemia da COVID-19 sta rendendo alle famiglie sempre più difficile sopravvivere e garantire un’istruzione e protezione di base ai loro bambini.

Refugee Teams, online il programma educativo per i giovani stranieri

Crescita culturale, didattica e comportamentale, sono i presupposti alla base del nuovo programma educativo rivolto ai minori stranieri coinvolti in Refugee Teams, l’iniziativa sociale sviluppata dal Settore Giovanile e Scolastico della FIGC in collaborazione con il Ministero dell’Interno, l’ANCI, l’Ufficio Centrale Siproimi e con il supporto di Eni e Puma. Dopo il Corso di Formazione in Sport e Integrazione dedicato agli operatori dei centri Siproimi, partito lo scorso 14 gennaio, da  oggi, tutti i ragazzi partecipanti avranno la possibilità di accedere all’applicativo digitale (accedi) realizzato prettamente per loro e dare il via al proprio percorso ludico-educativo. Lanciato in occasione della settima edizione del progetto, il programma si colloca all’interno delle attività formative sviluppate in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, che rappresentano la grande innovazione per il 2021, e affronterà cinque tematiche specifiche: alimentazione, alfabetizzazione, educazione civica, corretto stile di vita e regole del gioco.

Per ogni argomento saranno previsti quattro moduli formativi, contestualizzati nel mondo del calcio, che consentiranno agli iscritti di progredire nel percorso previsto. Nel dettaglio, i ragazzi, attraverso la piattaforma web dedicata a Rete Social Football, potranno creare il proprio profilo avatar digitale con la possibilità di personalizzarlo secondo una logica progressiva in base all’avanzamento del cammino educativo (Tutorial). Il programma si prefigge l’obiettivo di fornire contenuti necessari e funzionali alla crescita e all’educazione dei ragazzi coinvolti, utilizzando uno strumento di e-learning innovativo e, soprattutto, fruibile ed efficace per i destinatari.

Vaccino covid, AstraZeneca: “Non protegge over 65? Falso”

“Sono completamente errati i report secondo cui l’efficacia del vaccino AstraZeneca/Oxford” contro Covid-19 “è dell’8% negli adulti di età superiore ai 65 anni”. Lo precisa un portavoce dell’azienda anglo-svedese, dopo quanto riferito da fonti governative tedesche al tabloid ‘Bild’ e a ‘Handelsblatt’.

“Nel Regno Unito, il Jcvi (Joint Committee on Vaccination and Immunisation, ndr) ha supportato l’uso” del vaccino “in questa popolazione – sottolinea AstraZeneca – e l’Mhra”, l’agenzia del farmaco Uk, “ha incluso questo gruppo senza aggiustamento della dose nell’autorizzazione per la fornitura di emergenza”.

“A novembre – ricorda infine il gruppo farmaceutico – abbiamo pubblicato dati su ‘The Lancet’ che dimostrano che gli anziani hanno mostrato forti risposte immunitarie al vaccino, con il 100% che produceva anticorpi specifici” contro la proteina Spike del coronavirus Sars-CoV-2 “dopo la seconda dose”.

 

Un palazzo per Putin. La storia della più grande tangente russa

Il video sul palazzo segreto di Vladimir Putin sul Mar Nero, girato e caricato su YouTube da Alexey Navalny, che ha totalizzato oltre 90 milioni di visualizzazioni

Verso un Conte-terzo?

Questa mattina di martedì 26 gennaio 2021 il governo Conte-bis è terminato, alle ore nove. Il momento peggiore per una crisi di governo. Ed anche durante questa manovra, c’è chi entra, e chi fa spazio.

Andrea Orlando, numero due del Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, potrebbe essere il prossimo vicepremier, la viceministra all’economia Laura Castelli, grillina, potrebbe avere un ministero tutto suo. Il coordinatore di Italia Viva di Matteo Renzi, Ettore Rosato, avrebbe spazio come possibile ministro dell’Interno.

Prima di domani, tuttavia, soltanto indiscrezioni, ipotesi. Ottenuta la fine del Conte-bis, il Conte-ter è inevitabile. L’unica decisione che i “signori delle tempeste” dovranno prendere sarà quella di stabilire se sarà sempre lui, l’Avvocato, a guidare, seppure in maniera ridimensionata, il prossimo governo in odore di rimpasto. 

Nonostante l’arruolamento dei “responsabili”, sono stati soltanto 156 i voti dei senatori a favore dell’attuale governo. Troppo pochi. Inoltre, il voto in Senato sulla relazione del Guardasigilli  Alfonso Bonafede, che sarebbe avvenuta al massimo giovedì, sarebbe probabilmente stata bocciata, decretando una miseranda crisi e dunque la fine del governo.

Queste due ragioni, unite al pressing  tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, che hanno provato in tutti i modi a convincere Giuseppe Conte sulla necessità di “una nuova stagione”,  hanno condotto all’inesorabile capitolazione di questa, seppur breve, importante stagione politica, resa ancor più incerta dalla grave crisi pandemica.

Il nuovo governo dovrà, in fretta, proteggere il Paese da un’aggravarsi della recessione tutt’ora in campo. Lo Stato comatoso italiano dovrà riuscire, ancora una volta, a mantenere la sua storica “precaria salute di ferro”, salvandosi da una possibile intubazione in terapia intensiva. 

Conte al Quirinale, Guerini alla (di lui) difesa. Le elezioni anticipate? Una via di fuga dalle responsabilità.

Le dimissioni di Conte dovevano essere date all’inizio di quella che potremmo definire la vertenza con Italia Viva. Avremmo risparmiato tempo e guadagnato chiarezza. Ora si spera che la formalizzazione della crisi permetta di aprire il sipario sulle reali intenzioni dei partiti, sia di maggioranza che di opposizione. Il ricorso anticipato alle urne sarebbe la via di fuga dalle responsabilità. Le condizioni sociali, ampiamente segnate dall’emergenza sanitaria, esigono invece che un moto di responsabilità sopravanzi il rissoso immobilismo della politica. Nel Paese serpeggia un sentimento che nasconde un misto di frustrazione e insofferenza, forse anche di paura e rabbia. Pensare di trascinare in largo e in lungo il confronto sul governo non costituisce un atto di saggezza. Stavolta più che mai servirà la vellutata fermezza di Mattarella.

Nel Pd si fanno avanti i mediatori. Il ministro Guerini, senza intaccare la solidarietà con Zingaretti, invita a riprendere il dialogo con Renzi. Il suo ragionamento mantiene ancora il tono della rappresaglia, ma non disconosce l’esigenza di una soluzione armistiziale, con anche la salvaguardia di Conte. È una voce autorevole che si aggiunge ad altre voci, tutte concordi nel pronunciare parole di segno distensivo. In generale si prova a immaginare l’allargamento della maggioranza, persino con qualche fatua disinvoltura. Non è elegante e produttiva, infatti, una manovra che miri a conquistare i cosiddetti responsabili scavalcando o mortificando Italia Viva. Il percorso giusto richiede innanzi tutto l’abbandono delle pregiudiziali nel campo della vecchia maggioranza.

Certo, l’evocazione del governo di salute pubblica suscita immediatamente un sussulto di curiosità e favore proprio tenendo conto dello stato di crisi della nazione. Davvero si può fare? In verità, gli stessi proponenti si muovono con circospezione. Il rischio è che si perda ancora tempo, data la titubanza delle cosiddette forze europeiste che vivono prigioniere, secondo una lettura semplificata, del sovranismo di Salvini e Meloni. Per questo il recupero dell’alleanza giallorossa, con la premura di compiere un salto in avanti per impostare correttamente la ricostruzione del Paese, rappresenta un passaggio obbligato. Solo questo consente di tratteggiare un possibile disegno di unità nazionale. L’alternativa è consegnarsi alla vaghezza di buoni propositi per scivolare fatalmente nel baratro delle elezioni anticipate.

Partiti e culture politiche contro il trasformismo.

È abbastanza noto che siamo in una stagione politica dominata ancora dal trasformismo. Frutto e  conseguenza del populismo che ha avuto il suo massimo fulgore con le elezioni politiche del 2018  e con la schiacciante affermazione del movimento di Grillo. Una deriva politica che ha travolto i  connotati della politica tradizionale, travolgendo i partiti, indebolendo la figura del politico,  innalzando l’antipolitica, la demagogia, l’antiparlamentarismo e, appunto, il populismo a dogmi  intoccabili del “nuovo corso”. Non era affatto difficile prevedere quale poteva essere l’epilogo  finale di questa ennesima moda che ha entusiasmato settori consistenti della pubblica opinione  del nostro paese. Con la vittoria netta e senza appello delle forze populiste ha fatto irruzione  anche il trasformismo. Un trasformismo politico e parlamentare che è sotto gli occhi e che non  merita di essere ulteriormente descritto per essere capito. Cancellate o molto addolcite le  tradizionali appartenenze politiche e culturali, intercambiabilità dei ruoli politici e, soprattutto, la  più totale inespressività della stragrande maggioranza della classe parlamentare. 

Ora, di fronte ad uno scenario sufficientemente noto e conosciuto, ci sono solo due strade per  tentare di invertire la rotta. Due strade difficili da percorrere ma indispensabili se non si vuole  squalificare sempre di più la politica e indebolire, al contempo, lo stesso tessuto della nostra  democrazia. E cioè, quindi, favorire il ritorno delle culture politiche da un lato e impegnarsi per  ricreare i partiti dall’altro. Sono elementi decisivi e qualificanti che si intrecciano l’un l’altro.  

Senza culture politiche non può esserci alcun confronto politico costruttivo, serio e fondato su  valori, principi, progetti politici e visioni di società. Le culture politiche sono l’anima della  democrazia ma, soprattutto, sono l’architrave di una politica democratica e costituzionale. Al  riguardo, il panorama che abbiamo di fronte è persin troppo chiaro. Non si capisce bene, detto in  termini molto semplici, quale sia l’oggetto del confronto politico in atto. La surreale ed  irresponsabile crisi di governo voluta da Renzi resta un oggetto misterioso sotto il profilo politico  se non la volontà – quella sì percepita da quasi tutti – di cacciare Conte, che non gli è simpatico, e  di ritagliarsi un ruolo di maggior visibilità politica. E, almeno spera il capo di quel partitino  personale, di potere nel futuro. Perchè quando ogni riferimento culturale ed ideale è pressochè  inesistente lo scontro politico verte solo ed esclusivamente sul potere. E così è, purtroppo. 

E, accanto alle culture politiche, è decisivo il ritorno dei partiti. Quando dico partiti non penso,  come ovvio, ai grandi partiti popolari e di massa del passato. Penso, semmai, a partiti politici  democratici, collegiali, radicati nel territorio, interpreti di una cultura politica e di un blocco  sociale. Sì, lo chiamo ancora blocco sociale perchè i partiti senza un riferimento sociale  sufficientemente definito sono semplicemente scatole vuote. E quindi, e di conseguenza, rispedire  al mittente i partiti personali, del capo, i grigi e banali cartelli elettorali e le aggregazioni che  nascono dai soli escamotage trasformistici. E il ritorno dei partiti, se mai avverrà, coincide anche e  soprattutto con il ritorno delle classi dirigenti. Che resta il vero limite della attuale stagione politica  italiana.  

Forse è arrivato il momento per chiudere l’ormai troppo lunga stagione dominata dalla esaltazione  della incompetenza, della inesperienza, del pressapochismo e della radicale alterità rispetto al  passato. L’ideologia dell’”anno zero”, cioè la moda di radere al suolo tutto ciò che ti ha preceduto,  ha fatto il suo tempo e va al più presto archiviata. Senza ulteriori deroghe. Senza i partiti politici,  dunque, non c’è neanche la democrazia dei partiti. Ma, semmai, per dirla con Carlo Donat-Cattin,  compare la “democrazia delle persone”. E quindi l’esplosione del più brutale trasformismo. 

Ecco perchè l’appello lanciato dal Premier Conte in Parlamento “ai popolari, ai socialisti e ai  liberali” non può passare sotto silenzio e deve essere salutato positivamente e con un pizzico di  speranza. Forse, forse, è bene ribadirlo due volte, può ripartire una nuova stagione politica. Ma  per battere il trasformismo politico e parlamentare, il ritorno delle culture politiche e dei partiti  sono indispensabili. Se mancano, tutto resta come prima. Cioè il caos politico e parlamentare.  Come capita puntualmente in queste settimane.  

Memoria Storica e Cultura per comprendere e difendere l’Unione Europea

10 dicembre 2018, in via Madonna dei Monti, davanti al civico 82 vengono divelte e portate via 20 “pietre d’inciampo” che ricordavano al passante di venti innocenti, dai 2 ai 70 anni, appartenenti alle due famiglie Di Castro e Di Consiglio, strappati alle loro vite nella maledetta retata del 16 ottobre ’43, deportati, umiliati e assassinati ad Auschwitz.

Esemplari cittadini italiani che avevano come unica colpa l’appartenenza alla religione ebraica  e quindi, grazie alle ignobili leggi razziali promulgate dal regime fascista unicamente per compiacere il potente alleato, non meritavano di vivere.

Troppo poco si è fatto per mantenere viva la memoria di questa tragedia.

A fronte dei 2.091 romani, italiani di religione ebraica, deportati nel periodo della occupazione nazista e con la compiacenza delle autorità italiane (1.067 uomini, 743 donne, 281 bambini) tornarono alle loro case 73 uomini e 28 donne, nessun bambino.

Far sparire le poche “pietre d’inciampo” romane – sono circa 200 –  vuol dire solo cancellare le tracce e lasciare che la polvere del tempo completi il lavoro.

Sono sconvolta e avvilita, non è la prima volta che accade a Roma ma mai in questa misura e ho paura che accadrà di nuovo. Negazionismo e ignoranza vanno a braccetto e cancellare il ricordo di quanto è successo rappresenta il presupposto perché il tutto si ripeta. Sin da bambina i miei genitori mi hanno parlato della Shoah e crescendo mi sono commossa vedendo film come “La vita è bella”, “Jona che visse nella pancia della balena”, “Schlinder’s list”, e leggendo il Diario di Anna Frank e lo sconvolgente “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

Scoprire il male assoluto che ha caratterizzato i primi 50 anni del secolo scorso ed essere nata nella sua seconda metà, anni caratterizzati dalla richiesta di libertà, di diritti civili, di voglia di conoscere e sapere, di costruire una Europa Comune in cui far viaggiare uomini e conoscenze, merci e culture diverse, ha scatenato in me un morboso interesse a comprendere i meccanismi che hanno consentito a un popolo, che è stato il faro della evoluzione culturale europea degli ultimi secoli (arte, scienze e pensiero), di ideare e realizzare la Shoah.

Mi sono quindi ritrovata a studiare il profilo di quanti hanno avuto ruoli di responsabilità, dal primo livello a quelli intermedi in questa tragedia. A partire dai due uomini di vertice, Heinrich Himmler e Adolf Eichmann, che pensarono, misero a punto e pianificarono il “piano industriale”, che aveva come obiettivo l’estinzione della razza ebraica mediante l’eliminazione fisica di ogni suo rappresentante, arrivando a quanti si  assunsero direttamente il ruolo di esecutori nei campi di concentramento sparsi per l’Europa occupata: Amon Goth (Krakow-Plaszow), Rudolf Hoss (Auschwitz), Jurgen Stroop (Varsavia), Ilse e Otto Koch (Buchenwald), Josef Kramer e Irma Grese (Birchenau e Bergen-Belsen), e ,per finire, Erich Priebke e Herbert Kappler, tristemente noti per i loro crimini italiani.

Ma l’elenco è infinito, e il risultato? Più di sei milioni di esseri umani privati dei loro beni, separati dalle famiglie, privati dell’identità ridotta a un numero tatuato sul braccio, affamati e sfruttati come schiavi fino alla morte e infine trasformati in fumo affinchè di loro non  restasse traccia. Elemento comune a tutti questi personaggi era una esasperata frustrazione causata dalla sconfitta germanica nella prima guerra mondiale e dalle sue devastanti conseguenze socioeconomiche, dal basso livello culturale, dalla modesta collocazione sociale e spesso da precedenti giudiziari che andavano dai reati comuni a quelli a sfondo sessuale.

Altro elemento comune era la loro appartenenza alle SS, braccio armato del partito nazista totalmente autonomo e gerarchicamente sovrastante a ogni altra autorità operante nel paese. Le SS nacquero nel 1925 reclutando appartenenti delle SA per formare la guardia personale di Hitler. Nel 1929 Hitler nominò Himmler capo delle SS, che allora contavano 280 uomini.  Nel 1932 erano 52.000 e l’anno successivo raggiunsero i 209.000 elementi. Negli anni a seguire sarebbero ulteriormente aumentati.

Arruolamento, attribuzione di gradi e di mansioni erano esclusivo appannaggio del partito nazista, che ovviamente privilegiava uomini senza scrupoli, plasmabili, privi di qualsiasi coscienza critica, desiderosi di costruirsi una nuova identità con cui affrancarsi da una vita mediocre e mal sopportata, assolutamente fedeli.

In pochi mesi di addestramento l’impiegato o il disoccupato senza storia né futuro veniva trasformato nel teutonico eroe fasciato nella nera ed elegante divisa che incuteva ammirazione e soprattutto terrore: mai avrebbe deluso, messo in discussione o tradito il mago che aveva compiuto la metamorfosi. Bisognava ubbidire, condividere le direttive, andare oltre le aspettative, sorprendere. La banalità del male.

Il 7 maggio 1945 termina la seconda guerra mondiale in Europa.

L’8 agosto 1945 lo Statuto della Corte Penale Internazionale, chiamata a giudicare i responsabili dei crimini di guerra, definì come reati agli articoli 6,7 e 8 “l’apologia, la negazione o la minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra”.

Negli anni successivi la priorità era il ricongiungimento e la ricostruzione delle famiglie e delle case ma ben presto si iniziò a ragionare su nuovi sistemi integrati di convivenza tra le nazioni, finalizzati ad eliminare le occasioni politico/economiche di conflitto che avevano scatenato sia la prima che la seconda guerra mondiale.

L’Italia, memore delle sofferenze patite, con Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, insieme a Konrad Adenauer, Robert Schuman, Joseph Bech e altri leader visionari ha contribuito a gettare le basi per la creazione dell’ Unione Europea in cui viviamo oggi. Senza il loro impegno e la loro motivazione non potremmo vivere nella zona di pace e stabilità che oggi diamo per scontata.

Successivamente si affrontarono anche aspetti che riguardavano il rispetto delle libertà individuali e dei diritti civili, il diritto alla libertà di culto, della conoscenza e del sapere.

La memoria storica venne riconosciuta come elemento di garanzia per scongiurare il ripetersi degli errori del passato e in questa ottica proprio dalla Germania venne promulgata nel 1985 la prima legge, articolata e completa, per combattere il negazionismo in ogni sua forma.

Il 28 novembre 2008 l’Unione Europea prende posizione contro il negazionismo con la Decisione Quadro (2008/913/GAI) del Consiglio sulla lotta contro ogni forma ed espressione di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale. L’8 giugno 2016 anche l’Italia approva la legge contro il negazionismo e da allora sono passati appena cinque anni ma quanto è cambiato il sentimento comune?

Crisi economica, fenomeni migratori e sicurezza, che sicuramente meritavano una miglior gestione, hanno contribuito a creare uno shock emozionale strumentalmente orientato a far diventare politicamente inevitabile quello che è socialmente inaccettabile.

Tutta la costruzione europea viene messa in discussione – oggi in misura minore rispetto a due anni fa ma perché pensare di averla scampata? –  e paradossalmente nel Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), paesi che hanno sofferto più di ogni altro e per più di sei lustri la totale perdita della libertà e ogni tipo di atrocità e devastazioni prima dal giogo nazista e poi da quello sovietico, trionfa la cultura della intolleranza e del negazionismo.

Paesi a cui è stato concesso solo nel 2004 di entrare a far parte della Comunità Europea e dalla quale hanno ottenuto tutte le risorse necessarie per recuperare più di mezzo secolo di arretratezza economica, culturale e sociale oggi ne mettono in discussione i principi fondativi venendo paradossalmente presi a modello da forze politiche sovraniste e nazionalpopuliste, anche nostrane, che hanno come comune obiettivo il ritorno a un nazionalismo autarchico tanto incompatibile quanto anacronistico in un sistema mondiale inesorabilmente orientato verso opposti modelli organizzativi.

Dal 1987 a oggi circa duecentomila studenti italiani grazie al programma di mobilità studentesca dell’Unione Europea Erasmus hanno avuto la possibilità di completare il loro ciclo di studio in università europee, migliorando la loro conoscenza e capacità di confrontarsi, integrarsi e comprendere altri modelli socioeconomici, in altre parole si sono formati alla globalizzazione.

Dal 2008 anno di inizio della crisi economica l’immigrazione italiana nei paesi UE, sempre più giovane e sempre più qualificata, è passata dalle circa centomila unità l’ anno ai duecentocinquantamila registrati nel 2017. Di questi il 34,6% con licenza media, il 34,8% con diploma e il 30% con laurea. I rientri sono calcolati in circa trentamila unità l’ anno e a loro va attribuita la maggior parte delle startup innovative create nel nostro paese.

Nel momento della crisi l’Europa ha quindi creato opportunità lavorative a giovani qualificati e ha formato una moderna imprenditoria che ha riportato in Italia innovazione e linfa vitale per l’occupazione e l’economia.

Ancora lunga potrebbe essere l’elencazione delle opportunità e dei vantaggi già ricevuti e ancora da cogliere dall’appartenenza a una Comunità Europea che ha mostrato evidenti criticità,  sicuramente perfettibili, ma la loro conoscenza può essere fatta solo studiando, leggendo, documentandosi e viaggiando e non cibandosi passivamente di quanto in modo strumentale e incontrollato viaggia sul web.

Memoria storica, cultura, integrazione e costruzione di una coscienza critica rappresentano quindi le armi più potenti che una democrazia moderna ed evoluta ha a sua disposizione per affrontare e superare le difficili sfide che ci aspettano negli anni a venire e su cui con ogni sforzo dobbiamo puntare.

Come una cattedrale gotica: alla Gregoriana una conferenza sulla «Summa Theologiae» di Tommaso d’Aquino.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Nicola Rosetti

Durante il quinto incontro del ciclo di conferenze sui grandi libri della tradizione cristiana, organizzato dal Centro Fede e Cultura Alberto Hurtado della Gregoriana, Etienne Emmanuel Vetö ha tenuto una conferenza in streaming sulla Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino. Il professore ha esordito ricordando che Tommaso ha composto la sua opera più importante fra il 1265 e il 1274, anno della sua morte. È questo il tempo delle cattedrali gotiche e, per certi versi, la struttura concettuale della Summa richiama per imponenza, organicità e slancio verso il cielo quella di questi magnifici monumenti medioevali.

L’Ordine dei domenicani aveva affidato a Tommaso il compito di seguire la formazione dei giovani e così egli cambiò in un certo senso il curriculum degli studi, in quanto non era soddisfatto dei manuali fino ad allora utilizzati, quasi tutti incentrati alla preparazione dei futuri confessori. Ideò così la Summa, una raccolta di tutto lo scibile teologico, suddivisa in parti: la prima su Dio e la Creazione; la seconda sugli atti umani, e la terza incentrata su soteriologia, cristologia e sacramentaria.

Tommaso ha concepito l’intera opera come una sorta di movimento: si parte da Dio, c’è un exitus con la creazione e poi c’è un redditus che tutto riconduce a Dio, non tanto in prospettiva escatologica, quanto in modo immanente poiché ogni cosa è orientata al suo Creatore e, infine, c’è la via da percorrere, ovvero Cristo e i sacramenti che comunicano Lui.

Nella prima parte Tommaso tratta del Dio Uno e Trino domandandosi se esista, quale sia la sua essenza e chi sia. Celebre è la “Questione 2” sull’esistenza di Dio nella quale Tommaso parla di vie e non di “prove”, come comunemente si afferma. Come noto, esse sono cinque e partono dal moto, dalla causa, dalla contingenza, dal grado di perfezione e dal fine. Per quanto riguarda l’essenza, Tommaso indaga con approccio prudente su cosa sia Dio o piuttosto su cosa Egli non è, poiché la nostra conoscenza è sempre inadeguata rispetto al Mistero. Venendo alla Trinità, per Tommaso essa è conoscibile solo attraverso la Rivelazione. In Dio esistono delle relazioni e questo diventa per l’autore la definizione di ciò che è una persona divina: il Padre è totale paternità in relazione al Figlio e questi è totale figliolanza in relazione al Padre.

Tommaso compie poi l’exitus parlando della Creazione. In quanto atto di essere solo Dio è in grado di creare dal nulla, ma questo non significa che Dio crea solo all’inizio, ma che continua a sorreggere la sua creazione in ogni istante. Trattando dell’uomo, creatura di frontiera fra il mondo angelico e quello materiale, Tommaso riprende il linguaggio di Aristotele di materia e forma, viste però non come due sostanze da giustapporre, ma come due principi di un’unica realtà. Vetö ha poi illustrato la seconda parte che tratta degli atti umani con i quali si compie il redditus. Il fine della vita umana è la beatitudine, ovvero conoscere e vedere Dio, dunque divenire quello che si conosce. Tommaso insiste sulla volontà, ovvero la capacità di indirizzarsi verso qualcosa o, meglio, di farsi attrarre da qualcosa. Importanti sono anche le passioni. Per raggiungere il fine della beatitudine bisogna dunque indirizzare la volontà e le passioni attraverso la Legge, ma ancor più attraverso le disposizioni interiori, ovvero le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e le virtù teologali (fede, speranza e carità). Queste ultime non sono concepite come elementi aggiunti all’essere umano: la fede non è qualcosa di sovrapposto alla ragione, ma è la ragione illuminata e trasformata dalla grazia. Così la carità e la speranza sono la volontà sopraelevate dalla grazia.

La terza parte è dedicata a Cristo, via indispensabile per compiere il redditus, in quanto con la sua “divino-umanità” è mediatore fra Dio e l’uomo. Tommaso ragiona sulla persona di Cristo e sulle sue due nature, soffermandosi sulla autenticità dell’umanità del Signore. Infine dedica 33 Questioni ai misteri della vita di Cristo, poiché è ben cosciente che è attraverso la sua umanità che il Signore ci salva. Questo costituisce una rarità nel panorama della riflessione teologica, più interessata agli aspetti speculativi sulla divinità che sugli episodi della vita di Cristo.

La realtà della Brexit colpisce la Gran Bretagna

Lo realtà della Brexit ormai incombe sulla Gran Bretagna.

Nonostante tutto il clamore fatto quando il primo ministro Boris Johnson ha concluso l’accordo commerciale con Bruxelles la vigilia di Natale , l’inevitabile realtà di lasciare il territorio doganale e normativo dell’Unione europea ha già iniziato a farsi sentire.

Il fatto che l’accordo fosse stato concordato solo una settimana prima che entrasse in vigore significava che era inevitabile un’interruzione pericolosa per innumerevoli aziende che facevano affidamento su catene di fornitura senza soluzione di continuità.

Nonostante le ripetute affermazioni di Johnson secondo cui la Brexit è una grande opportunità per gli esportatori britannici la realtà è molto diversa.

Secondo quanto riferito, il pesce appena pescato viene lasciato a marcire poiché gli esportatori sono scettici sulla redditività nel lungo termine.

Nel giro di pochi giorni, si è passati dall’essere in grado di inviare cibo fresco a Madrid con un solo documento ad avere ben 26 passaggi burocratici per ogni transazione.

In un settore in cui i margini di profitto sono spesso ridotti, ogni ora trascorsa a lavorare intorno alla burocrazia è fondamentale sia per la freschezza del prodotto che per la produttività dell’azienda.

Settore che quindi potrebbe crollare nel giro di poche settimane, così come da avvertimenti delle società interessate.

Con questo fallimento e con la pandemia di coronavirus l’economia britannica si avvia verso una forte contrazione nel primo trimestre, portando il paese verso una doppia recessione.

Anche se dovrebbe, tutto ciò, essere fonte di imbarazzo per il Primo Ministro, le dichiarazioni pubbliche di Johnson in merito suggeriscono che è ignaro della realtà che molti stanno affrontando.

Quando è stato chiesto un commento sulle conseguenze immediate delle barriere commerciali implementate a seguito dell’accordo, un portavoce del governo britannico ha dichiarato a CNN Business:

“Fin dall’inizio eravamo chiari che avremmo lasciato l’unione doganale e il mercato unico, il che significava che ci sarebbero stati nuovi processi dopo la fine del periodo di transizione. Questi sono stati ampiamente comunicati attraverso la nostra campagna di informazione pubblica”.
Ma quello della pesca non è l’unico settore colpito.

Secondo un portavoce di Logistics UK, “a breve termine si tornerà ad un approccio più stagionale avendo a disposizione una gamma di prodotti più limitata tra cui scegliere”. Ciò potrebbe significare che dopo decenni di frutta e verdura fresca in ogni momento dell’anno, i britannici potrebbero dover iniziare a vedere le fragole come un regalo dell’estate.
La regione in cui la carenza di cibo potrebbe rapidamente diventare un vero problema è l’Irlanda del Nord, dove le immagini degli scaffali dei supermercati vuoti sono già circolate sui social media.
Inoltre non c’è molto ottimismo sul fatto che le cose miglioreranno nel prossimo futuro. Molti sono estremamente preoccupati che il graduale declino causato dalla Brexit alla fine porterà anche le più grandi banche del mondo verso l’Europa.

Presentato l’itinerario sinodale dell’Assemblea ecclesiale dell’America Latina

Il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ha presentato l’itinerario sinodale dell’Assemblea ecclesiale , con gli interventi, tra gli altri, del presidente dell’organismo, mons. Miguel Cabrejos, arcivescovo di Trujillo (Perù), del segretario generale, mons. Jorge Eduardo Lozano, vescovo di San Juan de Cuyo (Argentina), del card. Marc Ouellet, presidente della Pontificia commissione per l’America Latina, del card. Óscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), presidente del Comitato preparatorio, del presidente della Conferenza episcopale messicana, mons. Rogelio Cabrera López, arcivescovo di Monterrey.

“Tutti noi siamo discepoli missionari in uscita” è il titolo dell’assemblea che si svolgerà dal 21 al 28 novembre prossimi a Città del Messico.

Mons. Cabrejos, avvertendo che l’Assemblea sarà l’occasione per ringraziare, per contemplare, approfondire e ravvivare i frutti e il mandato che ci ha lasciato la quinta Conferenza generale di Aparecida ha chiarito che vuole accogliere il richiamo alla conversione, sotto vari punti di vista, che è giunto in questi anni dal magistero di Papa Francesco. La cultura dell’incontro sarà messa in atto per “dispiegare un’ecclesiologia del Popolo di Dio” attraverso un processo partecipativo di ascolto aperto a tutti, non solo di coloro che ricoprono incarichi di responsabilità formale nella Chiesa, nell’ottica di una “teologia della sinodalità, al quale apre nuovi cammini che i fedeli percorrono sulla via dell’evangelizzazione e dell’annuncio del Regno”.

Questa, inoltre, sarà un’assemblea mista. Cioè, alcune persone saranno presenti a Città del Messico e altre prenderanno parte da sedi alternative in ciascuno dei paesi che compongono il CELAM, l’America Latina e i Caraibi.

Digitalizzazione e innovazione: i risultati raggiunti nel 2020

L’emergenza dovuta al Covid-19 e le conseguenti restrizioni nei movimenti di persone con conseguenze su servizi e merci hanno reso necessario ricorrere alla via della decretazione di urgenza al fine di accelerare alcuni aspetti della digitalizzazione della Pubblica amministrazione.

Questo ha portato nel 2020 all’avanzamento della digitalizzazione nelle amministrazioni pubbliche con l’identità digitale Spid che ha superato i 16 milioni di utenti e l’app IO per accedere da smartphone ai servizi pubblici digitali che è stata scaricata da più di 9 milioni di cittadini; sostegno ai Comuni per avviare o completare la digitalizzazione dei servizi e alla banda ultra larga che ha raggiunto 1.715 Comuni delle aree bianche grazie all’intervento dello Stato.

Per chi volesse approfondire di tutti i risultati raggiunti nel 2020 grazie alle azioni messe in atto dal Ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, li potrà trovare  descritti dettagliatamente in un documento ad hoc disponibile in Rete.

Il fibroadenoma mammario

Il fibroadenoma mammario è un tumore benigno al seno che si sviluppa, soprattutto nelle donne giovani, di età compresa tra i 15 e i 30 anni.

In genere, è composto da un singolo nodulo (fibroadenoma semplice) ma esistono anche forme, seppur meno frequenti, costituite da più noduli che interessano uno o entrambi i seni (fibroadenomi multipli).

Di solito, il fibroadenoma non causa disturbi (asintomatico). Nella maggior parte dei casi è scoperto casualmente, in seguito ad un’ecografia mammaria o ad una mammografia. Se le sue dimensioni e la sua posizione nel seno lo consentono, può essere individuato dal medico durante una visita al seno o dalla donna stessa nel corso di un’autopalpazione.

Le cause dell’insorgenza di questo tumore benigno sono sconosciute. L’ipotesi è che nella sua formazione giochino un ruolo gli ormoni sessuali.

Non esistono comportamenti particolari per prevenire la formazione di un fibroadenoma. La diagnosi precoce può però essere favorita da controlli regolari e dall’autopalpazione del seno.

In caso di fibroadenoma, se l’ecografia o la eventuale biopsia hanno accertato la natura non maligna del nodulo e se lo stesso non aumenta velocemente di dimensioni, il trattamento può essere di tipo conservativo, verificando l’evoluzione del nodulo nel tempo mediante controlli clinici ed ecografici senza nessun particolare pericolo.
Tuttavia, nel caso in cui la presenza del fibroadenoma fosse associata a dolori o altri sintomi, se le sue dimensioni dovessero aumentare sopra i 3 centimetri o qualora fossero presenti un’anomala vascolarizzazione o bordi irregolari, il medico potrebbe consigliarne l’asportazione chirurgica.

Conte si dimetta, unico modo per ricucire la sua maggioranza.

L’unico dato inoppugnabile è che la crisi non è stata risolta dal voto della scorsa settimana. Come pure inoppugnabile è un certo incauto procedere, essendo chiaro che i messaggi ripetuti all’infinito, per i quali l’alternativa al governo Conte sarebbe solo il ricorso anticipato alle urne, non mordono la realtà della politica. Prima era evidente a pochi, adesso lo è a molti. Si cerca di recuperare un barlume di razionalità dopo giorni di polemiche incandescenti a cavallo della sfibrante e inutile verifica parlamentare.

D’altronde l’idea che una maggioranza si sfasci e dopo essersi sfasciata ambisca, nella sua versione rattrappita, a rivolgersi all’elettorato con speranza di successo, rientra nelle fantasticherie di leadership in affanno, senza un’adeguata percezione degli umori del Paese. Salvo miracoli, la scelta di far saltare il banco regalerebbe alle forze dell’opposizione lo spazio per una più che prevedibile affermazione elettorale. Poi, sulle conseguenze ci si può facilmente intendere, anche per i rischi di radicalizzazione. Dal Portogallo, chiamato ieri a scegliere il Capo dello Stato, viene un segnale inquietante: l’impennata dei consensi all’ultra destra.

Ecco, allora, che alle minacce deve subentrare la capacità di ascolto. In vista del confronto in Aula sulla relazione del Ministro Bonafede, con la vexata quaestio della prescrizione ancora aperta, parrebbe cosa logica la ripresa del dialogo con Renzi. Spetta a Conte decidere la modalità. A lui non sfugge che il tentativo di allestire un gruppo di transfughi e mettergli un cappello di autenticità, si è rivelata un’impresa avventurosa. E tale rimane in assenza di ragionamenti politici.

In effetti, Conte avrebbe dovuto dimettersi all’inizio della crisi – questa nostra testata lo aveva suggerito – invece di addentrarsi nel labirinto di sfide e controsfide. Tant’è che oggi, verificata la precarietà degli esiti, non manca una diffusa preoccupazione. In realtà, se non si materializza a breve giro il soccorso dei cosiddetti responsabili, s’impone al Presidente del Consiglio l’onere di rassegnare il mandato nelle mani di Mattarella. Lo stesso Di Maio ha messo un limite, quello delle prossime 48 ore, a tale ondeggiare tra baldanza e pessimismo che logora il quadro di governo. Non c’è dubbio che una nuova prova di forza in Parlamento si presenta a questo punto come la più arrischiata delle scelte a disposizione. 

Il tunnel delle dimissioni, anche se finora ostico agli occhi di Conte, può restituire dignità e nitore a una vicenda che nasconde pur sempre molte incognite, ma non per questo autorizza la rincorsa delle parti in conflitto alla posizione più appariscente e tuttavia più incongrua. Naturalmente il passaggio al Conte ter non è automatico, dipende in larga parte dalla robustezza di un disegno politico. È più ragionevole puntare a un “restauro creativo” della maggioranza pregressa piuttosto che inventare un’apposita anagrafe per alcuni parlamentari senza fissa dimora. Il centro europeista, saldo nei principi e forte nei programmi, richiede una complessa ritessitura nella società civile. Ogni combinazione opportunistica condotta all’interno del Palazzo ne svilirebbe la funzione potenzialmente rigenerativa del sistema politico italiano. Si tratta di un processo che esige rigore e pazienza, non la sbrigatività di un coagulo trasformistico. 

 

Quelle parole non dette

Ci sono momenti nella vita in cui basta una parola, una sensazione, un’immagine, un incontro per farci attraversare in un lampo tutto il tempo che ci appartiene e rivisitare il passato come se un raggio di luce inondasse improvvisamente la nostra esistenza, dandole quel senso che inutilmente andiamo cercando nella inconcludente abitudine dei discorsi complessi e delle spiegazioni razionali.

Il vero senso delle cose a volte si fa leggere con più spontaneità, emerge da solo, ci viene a cercare e ha radici lontane.

Aveva scritto Kant : ‘ci sono due cose che non cesseranno mai di stupirmi con rinnovata meraviglia, il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me’.

Un dentro e un fuori che ci accompagnano sempre e a cui spesso non sappiamo prestare la dovuta attenzione fermandoci un attimo per ascoltarne le voci.

Solitamente guardiamo altrove, sono più effimeri e accecanti i bagliori che ci affascinano e ci parlano di un presente che sfugge e di un futuro senza identità.

Non siamo più abituati al silenzio, al ricordo: quel vuoto ci spaventa o forse siamo semplicemente incapaci di conviverci, per questo gli opponiamo tutti i segni possibili e invadenti della nostra presenza.

Ma perderci nell’oblio, che è memoria e astrazione, aiuterebbe forse a ritrovarci con maggiore e più sincera intimità.

Credo che il rammarico più grande che possa impadronirsi di un uomo sia quello del bene non fatto.

Eppure la vita ci dispensa a piene mani le occasioni per essere buoni senza per questo essere eroi.

Raffaele Morelli mi aveva confidato in un’intervista di amare i quadri di Jan Vermeer, pittore olandese del ‘600,  dove fasci di luce inondano i piccoli gesti della quotidianità domestica.

Ciascuno potrebbe attingere da questa metafora il senso di un ravvedimento: guardarsi attorno per leggere con occhi nuovi e più benevolenza i segni delle presenze, a cominciare da quelle più vicine, che solitamente trascuriamo cercando l’alibi di verità lontane e irraggiungibili.

Non ho mai capito fino in fondo i silenzi di mio padre, ma li ricordo a uno a uno: se forse in quei momenti avessi saputo abbracciarlo ci saremmo aperti alla parola, spiegati, capiti.

Quelle parole non dette riecheggiano nella mia mente e le sento tutte come se fossero state pronunciate, perché bussano con insistenza alla porte del mio cuore e della mia coscienza.

Se c’è da far del bene, se si può tendere una mano, rischiarare un sorriso, pronunciare una parola di conforto, dare una carezza è meglio farlo subito, non rinviare nulla al domani.

Il bene intentato è un bene perduto.

Il ‘gusto’ di amare – mi aveva spiegato il Cardinale Tonini – è una sensazione ineguagliabile di pienezza della condizione umana, il modo più autentico dell’essere e dell’esserci.

La vera felicità è una felicità vuota, priva di tornaconti interessati: vivere la gioia del bene, non pentirsi mai di farne abbastanza, guardare agli altri come a un dono, un completamento, un fine.

Leggere nei sentimenti inespressi la potenzialità del presente, affinchè ogni gesto che ci attende si faccia carico del loro riscatto.

E fare tutto questo perchè dal bene germogli altro bene, donare per insegnare che l’esempio dimostra più di ogni dottrina, il gesto sa educare meglio di ogni convincente spiegazione.

Nel lungo cammino dell’umanità si ricompone il bene e il male di ciascuno di noi, tutto è importante affinchè di ogni singola esistenza nulla sia dimenticato e  la vita stessa si tramandi come grande speranza collettiva.

Chi viene dopo ha la possibilità di essere migliore.

Gabrielle Chanel. Manifesto di moda

Il Palais Galliéra, Museo della Moda di Parigi, che ha riaperto da poco dopo alcuni lavori di ampliamento, ospita fino al 14 marzo 2021 la prima retrospettiva francese di una “sarta” straordinaria, di cui si ricordano i cinquant’anni dalla scomparsa: Gabrielle Chanel (1883-1971). 

Coco Chanel, così si faceva chiamare, è stata la stilista più rivoluzionaria del Novecento. Ebbe un’infanzia turbolenta negli affetti e nella formazione (la prematura morte della madre e l’abbandono da parte del padre poi gli anni in affidamento alle suore del Sacro Cuore a Aubazine). Dopo i diciotto anni la ritroviamo commessa nella bottega Maison Grampayre a Moulins. Nello stesso periodo si esibisce anche come cantante in un caffè e, secondo racconti tramandati, nasce il soprannome Coco poiché intonava spesso la canzone “Qui qu’a vu Coco?”. Erano anni in cui Paul Poiret dominava la moda femminile. Gabrielle Chanel, nel 1912, andò a Deauville poi a Biarritz e Parigi per rivoluzionare il mondo della “couture” e generare un vero e proprio manifesto della moda. 

L’esposizione (più di 350 pezzi oltre a documentazioni varie), la cui direzione artistica è di Olivier Saillard, si sviluppa secondo uno schema cronologico. La prima parte rievoca i suoi inizi con alcuni pezzi emblematici, tra cui il famoso top da marinaio del 1916 in jersey (tessuto ritenuto ideale per morbidezza ed effetto estetico). L’itinerario espositivo prosegue con l’evoluzione dello stile: dai tubini neri e vari modelli sportivi dei ruggenti anni Venti per giungere agli abiti sofisticati degli anni Trenta. Un’intera stanza è dedicata al profumo N.5 creato nel 1921, la quintessenza dello spirito di Coco Chanel, una donna oltre il tempo come questa sua fragranza più nota.

“La moda passa, lo stile resta” ella era solita affermare, pensando alla fashion come necessità per ciascuno di distinguersi nel pieno rispetto della propria natura. In questa osservazione ritroviamo la sua personalità che con il gusto e l’alternanza del bianco e nero – allo scopo di rendere unica e speciale ogni figura femminile – cerca una sorta di “democratic style” (anche se, solitamente, le mode sono sempre di classe). Poi arriva la guerra e la chiusura della “maison”. Nel 1954, Coco ha 71 anni e si riappropria del “palcoscenico fashion” ancora per molto tempo, amata da prestigiose “clienti”, tra tutte Jackie Kennedy che, anche nel giorno dell’assassinio del marito, indossava proprio un tailleur Chanel.

La moda segue il trasformarsi della società e riflette il suo tempo. Chanel diceva che “essere plagiati è il più grande complimento che si possa ricevere: succede solo ai grandi”. Ed ecco che viene alla mente il mondo degli “influencers” d’oggi, persone che s’inseriscono fra le trame della comunicazione, che poco hanno a che fare con grandi protagonisti del passato come Gabrielle.

Conoscere alcuni artisti attraverso rassegne biografiche permette di comprendere la storia e, di conseguenza, ragionare su alcuni fenomeni del presente. 

Riguardo la moda, ciò che l’ha caratterizzata negli ultimi anni è la ricerca del vintage, la tendenza dello street style e l’attenzione rivolta a “hit girl” e star del mondo dello spettacolo, che divengono non solo testimonial, ma fonti di ispirazione e collaborazione anche per le case di moda. Gli accessori e le borse iconiche di tendenza diventano elementi indispensabili e rappresentano oggetto di desiderio per moltissime adolescenti, ragazze e donne. Una tendenza psicologica dell’imitazione diffusa nella quotidianità, scandita da repentini cambiamenti e bombardamenti visivi e sonori. Su questo tema si deve riflettere perché, come ha constatato il sociologo Georg Simmel, “L’imitazione corrisponde ad una delle tendenze fondamentali della nostra natura … quella che si appaga nel fondere il singolo con l’universale e accentua il permanente nel cambiamento. Ma quando, viceversa, si ricerca il cambiamento nel permanente, la differenziazione individuale, il distinguersi dalla generalità, allora l’imitazione è un principio negatore e ostacolante”. Insomma, il solito dilemma della moda: desiderio di cambiare e tendenza ad uniformarsi.

La moda è dunque testimonianza del presente, espressione collettiva del momento in forma più incisiva di altre creazioni visive. Essa riveste un ruolo sociale importante e vive fino a quando è in voga. In tal senso rappresenta la caducità dell’esistenza. Un elemento che sembra appagare e rendere felici, ma che in realtà rimane alla periferia della nostra personalità, giocando con emozioni che nascondono pulsioni ed esigenze della profondità umana. Coco Chanel diceva che “la felicità non è altro che il profumo del nostro animo” quindi non omologazione, ma unicità dell’individuo e la giusta distanza da un consumismo sfrenato.    

 

L’Esercito della Salvezza premia Antonio Casùla.

La gentilezza delle parole crea confidenza, quella nei pensieri crea profondità, mentre quella nelle azioni crea amore. L’amore di aiutare gli altri, anche quando siamo noi ad avere bisogno, non ha prezzo. Come insegnava la filosofa cristiana Edith Stain, nell’amore per l’altro riscopriamo quello per noi stessi; ci riconosciamo in quanto persone solo quando ci riconosciamo nell’alterità di un altro. Questo messaggio filosofico e religioso c’è chi lo incarna, tutti i giorni, nel servizio per gli altri.

Antonio Casùla, sardo trapiantato a Roma, ha ottenuto da parte dell’Esercito della Salvezza (Salvation Army), reparto mensa di Roma, la targa onorifica per la zelante collaborazione al reparto mensa per oltre dieci anni. Il sign. Casùla, ritirandosi dal servizio in maniera formale, è rimasto disponibile in maniera informale e gratuita per aiutare i poveri e gli indigenti della Capitale, attualmente facenti parte del progetto dell’Esercito della Salvezza. In un periodo così difficile come quello che stiamo vivendo rincuora sapere che esistono ancora persone che dedicano parte del loro tempo a sostenere, senza fini di lucro, pie istituzioni, in modo che sempre meno persone restino indietro. Ma non solo loro: anche la Caritas diocesana, la Mensa Caravita, il Circolo San Pietro, ed altre organizzazioni che si prendono cura dei poveri di Roma e non solo.

Come ha testimoniato il Tenente Gildas Ouakatoulou, ufficiale dell’Esercito della Salvezza a Roma, “anche quando si è in pensione, come nel caso del sign. Casùla, la vita non è finita e può sempre fiorire”. Donandosi si riceve qualcosa; ma dimenticando di sé stessi, a volte, ci si ritrova. 

I Paesi arabi e le obbligazioni del Tesoro statunitense

Gli investimenti dei Paesi arabi nelle obbligazioni del Tesoro statunitense hanno raggiunto, alla fine di novembre scorso, la cifra di 262,1 miliardi di dollari, il 3,7 per cento del totale mondiale, pari a circa 7.054 miliardi di dollari.

Sono 12 i Paesi arabi che investono nel debito sovrano di Washington: il primo fra questi è l’Arabia Saudita, la cui quota raggiunge il 52,5 per cento del totale e quasi il 2 per cento degli investimenti globali.

Gli investimenti sauditi nelle obbligazioni Usa sono cresciuti a novembre per il quarto mese di fila, fino a raggiungere i 137,6 miliardi di dollari, contro i 134,2 miliardi di dollari di fine ottobre 2020.

La seconda posizione fra gli investitori arabi è occupata dal Kuwait, con 46,1 miliardi di dollari (il 17,6 per cento regionale, lo 0,7 per cento globale), e la terza dagli Emirati Arabi Uniti, con investimenti pari a 36,8 miliardi di dollari, circa il 14 per cento della somma regionale e lo 0,5 per cento su scala globale.

Maya Weug diventa la prima donna pilota a guadagnarsi un posto nella Ferrari Driver Academy

Maya Weug ha fatto la storia diventando la prima donna pilota ad entrare a far parte della Ferrari Driver Academy.

Weug, 16 anni, è stata selezionata dalla fase finale dell’iniziativa Girls on Track – Rising Stars, un programma gestito congiuntamente dalla Ferrari e dall’ente di governo del motorsport, la FIA.

Il campo di valutazione si è svolto presso la sede della Ferrari a Maranello, in Italia, e ha visto Weug battere la concorrenza della 17enne Doriane Pin, della 14enne Antonella Bassani e della 15enne Julia Ayoub.
Maya ha debuttato con i kart in tenerissima età. Aveva sette anni e già sfidava i maschietti in pista. I suoi sogni si sono sempre più allargati, fino a questa chiamata da parte della Ferrari.
Finora sono stati quattro gli studenti a passare dall’Accademia alla Formula Uno, incluso l’attuale pilota Ferrari Charles Leclerc.
Inoltre dobbiamo ricordare che, al momento,  solo due donne, Maria Teresa de Filippis nel 1958 e Lella Lombardi nel 1975, hanno corso in un gran premio di F1 e solo sei hanno partecipato a un weekend di gara.

Slitta dal 1 all’8 febbraio l’invio dati del Sistema Tessera Sanitaria

I soggetti tenuti alla trasmissione delle spese sanitarie avranno più tempo per inviare i dati relativi al 2020. Gli operatori, infatti, rispetto alla scadenza prevista del 31 gennaio, avranno 8 giorni in più per l’invio al Sistema Tessera Sanitaria dei dati relativi alle spese sanitarie e ai rimborsi effettuati nel 2020. L’estensione del termine va incontro alle esigenze rappresentate dalle categorie, anche in considerazione delle criticità tecniche di trasmissione riscontrate nei giorni scorsi. La proroga del termine si intende riferita alla trasmissione di tutte le spese sanitarie sostenute nel 2020, da parte di tutti i soggetti tenuti a tale obbligo.

Cambiano i tempi per l’opposizione all’utilizzo dei dati – In osservanza del sistema di tutela della privacy approvato, è prorogato anche il termine entro il quale i contribuenti potranno comunicare il proprio rifiuto all’utilizzo delle spese mediche sostenute nell’anno 2020 per l’elaborazione del 730 precompilato. Coloro che vorranno esercitare la facoltà di opposizione potranno quindi trasmettere il modello direttamente all’Agenzia delle Entrate fino all’8 febbraio 2021 oppure accedere, dal 16 febbraio 2021 al 15 marzo 2021, direttamente all’area autenticata del sito web del Sistema Tessera Sanitaria (www.sistemats.it).

 

La nuova monoterapia per il trattamento di prima linea di pazienti affetti da neoplasia ematologica rara.

Assorted pills

La Commissione Europea ha approvato Elzonris (tagraxofusp) di Menarini come monoterapia per il trattamento di prima linea di pazienti adulti affetti da neoplasia a cellule dendritiche plasmacitoidi blastiche (BPDCN), una neoplasia ematologica rara e aggressiva con prognosi severa.

La decisione della CE fa seguito al parere positivo adottato dal Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali a novembre 2020 e si basa sul più ampio studio prospettico mai condotto in pazienti con BPDCN naïve al trattamento o precedentemente trattati.

Elzonris ha ricevuto la designazione di farmaco orfano in Europa, ed ora è il primo trattamento approvato per i pazienti con BPDCN e la prima terapia mirata contro il CD123 disponibile in Europa, in risposta ad un importante bisogno terapeutico.

Giovani e politica: è il momento giusto? Ratti: “Siamo a un punto di svolta”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Gianni Borsa

Si può domandare a un giovane di impegnarsi in politica? O quanto meno a interessarsene, tenuto conto che attraverso la politica (se ben intesa…) si regola la vita civile, si interviene sull’esistenza quotidiana delle persone, si può cercare di costruire il bene comune? Un nuovo volume – promosso dalla Fondazione Lazzati e dall’associazione Città dell’uomo di Milano, frutto di una lunga ricerca che ha coinvolto diversi giovani – rimette al centro la questione: si intitola “Aprire percorsi. Per un impegno da giovani credenti in politica” (In Dialogo 2020), a cura di don Walter Magnoni, Mario Picozzi e Alberto Ratti. Ne discuteranno lunedì 25 gennaio (ore 18.45-20.00) don Bruno Bignami, direttore Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della Cei, Giorgio Vecchio, storico dell’Università di Parma, e Isabella Stoppa, consigliera comunale di Corsico (Milano). L’incontro si terrà on-line (per partecipare è necessario iscriversi a questo link: https://forms.gle/XVQ29kpxvfGYRA4JA).
Ne parliamo con uno dei curatori, Alberto Ratti, 33 anni, milanese trapiantato a Monza, è impiegato nell’amministrazione e gestione del personale in una storica scuola paritaria della città. Impegnato da anni in Azione cattolica, dal 2010 al 2012 è stato presidente nazionale maschile della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana).

“Aprire percorsi” è il titolo del volume: ebbene, quali percorsi?
Il titolo del volume richiama indirettamente l’invito che Papa Francesco ha rivolto a tutti i fedeli dalle pagine della sua prima esortazione apostolica Evangelii gaudium, quello cioè di “iniziare processi più che possedere spazi”. Francesco affermava, poi, come “il tempo sia superiore allo spazio”, invitando a lavorare a lunga scadenza e senza l’ossessione dei risultati immediati, in contrasto con il pensiero comune e i modelli più in voga nella nostra società. Si tratta, quindi, di rimettersi in gioco e di provare a sperimentare nuove strade e nuove soluzioni per avvicinare le giovani generazioni all’impegno socio-politico, senza predeterminarne l’esito e senza l’ansia dei numeri e di quanti vi parteciperanno. Rispetto al passato – recente o non – è utile che le persone interessate non siano più soltanto dei meri fruitori o uditori, ma soggetti attivi e partecipi delle diverse iniziative. La proposta è quella di suggerire percorsi di discernimento che partano da casi concreti, dall’esperienza sociale in senso ampio, per far capire le ricadute politiche di determinate azioni e invogliare le persone a impegnarsi e spendere il proprio tempo per gli altri e per il bene delle comunità in cui vivono.

Il volume si apre con una prospettiva storica, insistendo sulle scuole di formazione politica realizzate in diocesi di Milano, dalla metà degli anni ’80, su sollecitazione del card. Martini: quali gli obiettivi di allora?
Erano principalmente tre: fare memoria, conoscere, partecipare per progettare. Il primo obiettivo (“fare memoria”) era quello di fornire strumenti e categorie di pensiero agli interessati a un impegno diretto, facendo loro comprendere i grandi processi storici e le modalità d’impegno dei cristiani nella società. L’obiettivo “conoscere” voleva contribuire a far avere sempre più chiari gli elementi principali della Dottrina sociale della Chiesa e le dinamiche mutevoli della realtà contemporanea. Il terzo obiettivo cercava di dare concretezza ai primi due, individuando possibili luoghi di impegno diretto. Lo stesso Martini, profeticamente, intendeva così offrire percorsi per far vivere la città con maggiore coscienza, in modo che ci si potesse inserire in maniera consapevole e creativa all’interno del tessuto sociale delle varie comunità sui territori.

A che punto siamo con la formazione all’impegno socio-politico? Diocesi e parrocchie mostrano una sensibilità diffusa in questo ambito? Nelle comunità si coltivano le vocazioni al servizio al bene comune?
Possiamo e dobbiamo essere a un punto di svolta; la situazione del Paese e dell’Europa ce lo chiede. Per noi cristiani è un imperativo morale irrinunciabile. Questi ultimi decenni, infatti, sono stati caratterizzati da una generale crisi di partecipazione, civile e non, come se quanto accade intorno a noi non dovesse importare tutti o interessarci. Ciascuno ha guardato al proprio tornaconto personale, dimenticando le situazioni di fragilità e di povertà. Le diocesi e le parrocchie, allora, vanno ridestate dal torpore e dall’inattività degli ultimi tempi; vanno responsabilizzate, affinché la formazione socio-politica non venga tralasciata, ma ripensata e riproposta in forme nuove, che sappiano educare al confronto e al dialogo, all’ascolto profondo delle situazioni, a un discernimento reale sulle decisioni importanti da prendere. Il pontificato di papa Francesco ha ridato energia e slancio da questo punto di vista, senza tarpare le ali, ma spronando i laici e le laiche ad assumersi le proprie responsabilità anche nello spazio pubblico, senza aspettare il permesso di chicchessia.

Dal Concilio alla Laudato si’ e alla Fratelli tutti, il magistero abbonda di indicazioni a una responsabilità laicale nella “città dell’uomo”. Ma a volte sembra che certe indicazioni rimangano sulla carta. Cosa ne pensa?
Credo innanzitutto che i testi di riferimento – magisteriali e non – debbano essere letti, approfonditi, conosciuti. Questo è il primo passo da compiere. La politica è una tecnica e come tale va trattata: servono allenamento, studio, riflessione, sacrificio, impegno e dedizione. Non può essere improvvisazione. Sono necessarie, poi, tanta preghiera e tanta ascesi: molti dei politici cattolici che hanno ricostruito l’Italia erano grandi uomini di fede, in dialogo continuo con la trascendenza, consapevoli che la Provvidenza agisce nelle pieghe del tempo attraverso le vite degli uomini e delle donne che essa incontra sulla sua strada. Il terzo passaggio, infine, per niente semplice, è quello di incarnare ogni giorno i valori a cui ci si ispira, affinché diventino esempio convincente per tutti. L’icona che deve accompagnare l’impegno di ciascuno è quella della lavanda dei piedi, il gesto politico più rivoluzionario di tutti i Vangeli: il vero potere è servire e chinarsi sugli altri.

In un tempo tanto complesso abbiamo bisogno di “luoghi per pensare”. Dalla vostra ricerca sembra emergere questa forte indicazione…
Questo è fondamentale ed è il messaggio più forte del volume: abbiamo bisogno di comprendere ancora una volta l’importanza e la centralità della politica, nonostante la sfiducia che circonda questa parola. La politica è lo strumento privilegiato per organizzare la convivenza pacifica sulla terra, per migliorare le condizioni di vita delle persone. Abbiamo bisogno di luoghi che ci aiutino a “pensare politicamente”, a riflettere e studiare le questioni in maniera approfondita e multidisciplinare, senza integralismi o soprannaturalismi di sorta.La laicità della politica, infatti, fonda e provoca radicalmente la responsabilità dei laici cristiani: essa ci chiama a un forte senso della storia e dei mutamenti, prospettando quegli interventi necessari a rendere più umana la realtà in cui viviamo.

Ricordo di una conversazione con Marcello Pera – ex Presidente del Senato

Tratto dal libro “Dove va la politica? Dialoghi con personaggi della politica italiana” – edizioni Selecta, 2011 (a cura del Centro Culturale Giorgio La Pira di Pavia)


Presidente Pera, nel Suo libro “Perché dobbiamo dirci cristiani – il liberalismo, l’Europa, l’etica” ed. Mondadori – dicembre 2008, Lei affronta tematiche essenziali alla comprensione delle derive culturali del nostro tempo e fondamentali per dare un senso e un orientamento alla nostra civiltà. Quali sono le ragioni di questa profonda e organica riflessione?

Parto da un dato, che è ormai molto riconosciuto. Stiamo attraversando una crisi che ha molti aspetti e cause, ma con una componente principale: quella morale e spirituale. In una parola, non sappiamo più bene chi siamo, quali sono i capisaldi della nostra cultura, quelli che dobbiamo conservare per evitare che essa degeneri o si affievolisca o scompaia. Le parole “dialogo”, “tolleranza”, ospitalità”, “multiculturalità” sono lì a dimostrare l’esatto contrario di ciò che vorrebbero denotare, cioè la forza dei nostri regimi liberaldemocratici. Invece sono il rivestimento verbale nobile della nostra debolezza. Non sapendo rispondere alle domande: chi siamo? In che cosa crediamo? preferiamo dire che siamo aperti a tutto e tutti. Questo è precisamente il segno della crisi.

Uno dei temi più affascinanti che Lei prende in considerazione sotto il profilo culturale è quello della correlazione tra dottrina liberale e religione cristiana come suo fondamento. Scrive infatti: “liberalismo e cristianesimo sono congeneri, togliete al primo la fede del secondo e anch’esso scomparirà”. Ci spiega il significato di questa affermazione?

Il liberalismo, basta guardare alla sua storia a partire almeno dal Seicento, è la dottrina dei diritti individuali inviolabili o, come si diceva un tempo, dei diritti naturali. Io sono diverso da te in tutto: forza, ricchezza, aspetto, status sociale, eccetera, ma io sono libero come te e uguale a te. Perché io sono persona, ho dignità in sé, sono meritevole di rispetto in quanto uomo. Si badi bene: in quanto uomo, prima ancora che in quanto cittadino. Ora la questione è: da dove deriva questa uguaglianza di diritti inviolabili? Da che cosa dipende questa intrinseca libertà e uguaglianza di tutti, ribadisco tutti, gli uomini? Deriva da una fede: che gli uomini sono stati creati a immagine e somiglianza del loro Creatore. Perciò esiste la famiglia umana, perciò siamo tutti fratelli, perciò abbiamo tutti gli stessi diritti. Chiaramente, questa è la fede giudaico-cristiana. Che i diritti naturali o fondamentali si siano poi “laicizzati”, che siano diventati norme di diritto positivo e costituzionale, non elimina questa genesi concettuale, non solo storica. Senza la fede nell’uomo immagine di Dio non ci sono le nostre libertà, o, se ci sono, sono sempre a rischio.

Il Suo argomentare non poggia tanto sulla folgorazione di una conversione ma sulla razionalità logica di una scelta fondante: senza l’etica cristiana si assisterà al declino del pensiero occidentale fino al suo tramonto. E’ così? E allora perché l’Europa – culla della civiltà occidentale –  ha finito con l’essere il continente più scristianizzato al mondo, al punto di negare una matrice culturale e quindi una identità cristiana nei suoi atti costitutivi?

Questa Europa è post-cristiana e anticristiana. È anche colpevolmente immemore: non si ricorda più quali tragedie visse quando divenne pagana e materialista. Antifascismo e anticomunismo (ma più il primo che il secondo) sono considerati valori, sono predicati e celebrati. E però si dimentica che fascismo e nazismo e comunismo e antisemitismo furono i frutti dell’Europa anticristiana. Oggi l’anticristianesimo esplicito di allora è sostituito dal laicismo, dal relativismo, dallo scientismo. Il cristianesimo, i valori cristiani, la tradizione cristiana sono considerati un freno al progresso morale, alla conoscenza scientifica, alla libertà civile. Si pensa di essere liberi senza fede, senza verità, senza responsabilità. C’è chi dice che questo dipende dall’illuminismo, ma è in gran parte un errore perché Locke, che dell’illuminismo pose le basi, e Kant, che ne fece sistema, pensavano esattamente l’opposto. Erano laici che tributavano omaggio al cristianesimo. A mio avviso la principale causa dell’apostasia del cristianesimo in Europa dipende dal fatto che l’Europa, ancora afflitta dai sensi di colpa, cerca di rifiutare qualunque pensiero sufficientemente forte da darle identità e cerca di evadere da qualunque posizione sufficientemente decisa che importi responsabilità. Quasi preferisce perdere se stessa pur di non dichiarare quello che è o vuole essere.

Leggendo il Suo libro ci si imbatte in un quesito culturale quanto mai vivo e attuale: quali sono le difficoltà intrinseche nel concetto e nella pratica della multiculturalità? Cioè a dire: fino a che punto è possibile realizzare un dialogo tra culture e religioni senza che ne vengano compromesse le reciproche identità? Dobbiamo temere un futuro di relativismo etico, una sorta di ‘notte in cui tutte le vacche sono nere’, per dirla con la filosofia? Fino a che punto dunque si po’ parlare di dialogo interculturale piuttosto che di dialogo interreligioso? 

Un dialogo interreligioso lo ritengo impossibile, per una ragione concettuale decisiva: ogni religione è un sistema vero costituito attorno ad un nucleo dogmatico creduto per fede. Il cristianesimo, in più, è costituito attorno ad un fatto: che Dio è entrato nella storia facendosi uomo in Gesù Cristo. Questi nuclei e questi fatti non possono essere messi in discussione: o li si ammette o, se li si rifiuta e corregge, si è fuori da quella religione. Ma un dialogo richiede esattamente il contrario: che non ci siamo dogmi né fatti indiscutibili, che le verità possono essere corrette. Per questo il dialogo fra le religioni, “in senso stretto”, come dice il Papa, non è possibile: nessun fedele può mettere tra parentesi la propria fede o sottoporla alle critiche. Con le culture il discorso è diverso. Le religioni non sono solo sistemi di fede, hanno delle conseguenze morali e culturali. Ad esempio, come ho detto prima, una conseguenza del cristianesimo è l’idea della fratellanza umana, della uguaglianza. Queste idee benché di origine religiosa non sono solo religiose, possono perciò essere condivise anche da credenti di religioni diverse. Perciò quando la discussione si sposta dal piano strettamente religioso a quello culturale, il dialogo, che prima era impossibile, diventa possibile, e anche fecondo. Si può discutere, ad esempio, se l’uguaglianza, la parità uomo-donna, il rispetto per i deboli, il valore della vita, la dignità della persona siano valori culturali migliori dei loro opposti. Naturalmente, la discussione non è facile, condizionata com’è dalla religione di sfondo, ma non ha ostacoli di principio. Con un po’ di sforzo di volontà ci si intende. È su questo terreno che possiamo e dobbiamo discutere con gli islamici.

Il “Velut si Christus daretur” ha prodotto i migliori risultati, infatti la scelta cristiana di darsi a Dio ha grandi vantaggi anche nell’etica pubblica: dare senso e dignità alle nostre azioni, operare secondo coscienza, agire per realizzare con onestà il bene comune. Sono questi i fondamenti etici cui possiamo ispirarci per  restituire una direzione di marcia a questa epoca così ibrida e attraversata da mille conflitti e contraddizioni morali? Senza un “faro” che illumina la via della verità e del bene potremmo orientarci da soli?

Per un laico, “velut si Christus daretur” vuol dire una cosa importante: che esiste un limite, che non tutto è concesso, che la nostra libertà non è arbitrio o licenza. Insomma, che non c’è libertà senza verità. La conseguenza di questa ammissione, specie per la nostra vita morale, è enorme: ammettere il senso del limite, che vuol dire il senso del proibito, del peccato, del non fattibile, aumenta la nostra responsabilità. Se hai un modello in un Uomo da seguire, se riconosci i suoi Comandamenti, se non pensi che tu sei arbitro assoluto del bene e del male, allora non ti lascerai andare a qualunque libertà ti convenga o a qualunque diritto ti torni utile o a qualunque conquista ti faccia felice. 

Quali spunti e motivi di riflessione possono offrire i quesiti etici e culturali da Lei posti ad un dibattito politico fondamentalmente orfano delle ideologie e del pensiero ‘alto’ ma prigioniero di temi asfittici e caratterizzato da conflittualità radicate?

Ho parlato di responsabilità, e questo credo che sia il punto vero. Le ideologie tramontate ci hanno lasciato il vuoto e il nichilismo. Oggi si crede che questo vuoto ciascuno possa riempirlo alla propria maniera. Ma questo è pernicioso, occorre una cornice di principi e valori fondanti. Questa cornice la politica non la dà, ridotta ormai com’è a amministrazione, quando va bene. E siccome non la danno più neppure le ideologie, io credo che una riflessione su se stessi, un recupero di interiorità e spiritualità, sarebbe cosa assai utile.

Il Suo dialogo con Papa Benedetto XVI – che ha scritto la prefazione al Suo testo– si era già concretizzato nel 2004, con la pubblicazione del precedente libro, “Senza radici” scritto con l’allora Cardinal Ratzinger. Del Santo Padre Lei ha scritto: “di Ratzinger posso dire che questo mio lavoro non ci sarebbe stato se lui non avesse scritto, parlato e non testimoniasse ciò di cui scrive e parla”. Scrive a Sua volta il Papa: “Il liberalismo per essere fedele a se stesso può collegarsi con una dottrina del ‘bene’ in particolare quella cristiana che gli è congenere offrendo un contributo al superamento della crisi”. Questa affinità di pensiero spiega anche il concetto stesso che sta alla base della Sua recente opera e cioè la correlazione possibile e utile tra liberalismo e cristianesimo?

Direi di sì. Il liberalismo, specialmente ora che siamo tutti liberali, a cominciare dagli ex-comunisti, gode tuttavia di vita grama e difficile. Anche fra i cattolici. Chi lo osteggia a causa dell’eredità anticlericale ottocentesca, chi ne diffida a causa della sua alleanza col capitalismo, chi lo sospetta di atteggiamenti antireligiosi, a causa della sua idea della piena libertà di coscienza. Io ho cercato di mostrare che il liberalismo è una dottrina impegnativa e esigente, non quella del ciascuno faccia come gli pare come oggi si crede. E per farlo mi sono richiamato alle sue radici concettuali cristiane. Credo che il Papa sia sta colpito da questo punto: se il liberalismo è autentico, non c’è ragione neanche da parte della Chiesa di dubitarne, come ha fatto più volte in passato. Qui dobbiamo superare il passato, quando i liberali erano anticlericali e i cattolici clericali, quando la Chiesa era una potenza terrena e il liberalismo una forza antagonista. In questo senso, del liberale che si riconosce nelle sue radici religiose, il mio libro può essere anche un contributo a superare una disputa storica fra laici e credenti. Quella storia è finita. O meglio: a quella storia dobbiamo porre fine se vogliamo salvarci.

Solo la speranza colma la frattura tra la condizione percepita dalla ragione come ‘necessaria’ e la realtà delle cose. Possiamo allora dire con Charles Peguy  “la fede che più amo è la speranza”. A chi si rivolge il laico e liberale Marcello Pera per coltivare le ragioni di una possibile speranza?

Mi piace la frase di Peguy. Ne condivido lo spirito. Perciò mi rivolgo in primo luogo a me stesso e a tutti quelli che hanno le mie stesse preoccupazioni. I tempi non sono facili. Occorre la speranza, che però è una virtù forte, non la semplice attesa di chi si lascia andare convinto che poi le cose si aggiusteranno da sé. Mi piacerebbe che i miei interlocutori discutessero e almeno prendessero in considerazione i problemi che ho sollevato. Purtroppo, specialmente con i cosiddetti “laici,” siamo ancora alla fase della denigrazione e della derisione o della supponenza. È in crisi anche il costume intellettuale.

Presidente, mi pare che il senso più compiuto della Sua riflessione vada oltre il celebre “perché non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce. Si tratta infatti di spiegare convintamente le ragioni per cui “dobbiamo” dirci cristiani. Essere fedeli fino in fondo ad una tradizione di cui siamo figli. E’ così?

Per me, è così. “Dobbiamo” indica un impegno morale, e lo sforzo intellettuale e pratico per realizzarlo.