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La Voce del Popolo | La trappola in cui cadono i leader più avveduti.

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che lega i destini delle classi dirigenti occidentali. L’azzardo di Macron, che sembra avviarsi a un mesto tramonto elettorale di qui alle prossime ore. E la tenacia di Biden, che intende proseguire lungo il cammino delle presidenziali di novembre, anche rischiando di avvantaggiare involontariamente Trump. Quasi a descrivere una trappola nella quale sono caduti i leader più avveduti, quelli che rappresentano meglio e con più talento i caratteri più tipici delle nostre democrazie. 

Naturalmente, spero di sbagliare. Mi spaventa l’idea che la Le Pen prenda il largo e si affermi in Francia per interposto Bardella. E mi spaventa altrettanto che Trump porti alla Casa Bianca quel suo carattere ferino che sembra smentire alla radice i valori di un’America che pure ha saputo essere per decenni il faro più luminoso dell’occidente liberal-democratico. Sono due idee di destra così lontane dalle nostre tradizioni, anche quelle più conservatrici, da farci temere il peggio. 

Ma chi avverte questo rischio non può fermarsi alla denuncia o all’allarme. Deve anche interrogarsi su quello che non ha corrisposto alle attese. E soprattutto cominciare a mettere in campo idee e figure intorno alle quali si possa ricostruire un tessuto civile che in questi ultimi tempi si è sbrindellato e quasi consumato. L’onda populista ci sta portando fuori strada. O almeno, fuori dalla strada che credevamo più giusta. Ora si tratta di cercare un altro percorso. Sapendo che non ci basterà il malinconico rimpianto di quel che eravamo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 luglio 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Per la politica dominata dalla comunicazione esiste solo il leader

Molte cautele sul Premierato. Anche perché, se non soprattutto, i nostri sono giorni in cui la politica-spettacolo, il marketing politico ingannevole, i telegiornali Rai schierati e sotto padroni, assieme alla social-politica digitale e liquida frammentata e orizzontale, finta se non falsa del web, la fanno ormai da padroni sul destino della democrazia rappresentativa. Marco Follini non si sbaglia di molto e scrive che  “(…) è come se si pensasse di riformare lo Stato con l’occhio rivolto ai telegiornali della sera…” (“La Voce del Popolo” del 27 giugno, citato in questo blog).

Quando la coppia Sallusti-Feltri su “il Giornale”, e  Maurizio Belpietro a “Carta Bianca”, denunciano il fatto che Achille Occhetto prima e Massimo D’Alema dopo hanno proposto una riforma sul premierato molto simile a quella della Meloni, non si sbagliano di molto. Dimenticano tuttavia le proposte del Msi nel secondo dopoguerra sul Presidenzialismo. E fanno un grossolano errore su una questione che non valutano per niente. Una questione che tuttavia fa capire quanto la polemica politica e gli attacchi partigiani siano oggi più importanti di una onesta analisi politica, culturale e antropologica a tutto tondo, e del momento storico che attraversa la democrazia. Non solo in italia. 

Trenta o trentacinque anni fa la cosiddetta sinistra (o centrosinistra) propose, dicono, qualcosa di simile al premierato meloniano di stile almirantiano. Ma in quegli anni in Italia c’erano solo 7/8 canali televisivi nazionali circa, si compravano i giornali nelle numerose edicole, si telefonava dalle cabine telefoniche o da casa, si facevano i comizi nelle piazze, si stampavano manifesti da attaccare di notte, e si distribuivano volantini lungo le vie e nei mercati rionali. Le sezioni territoriali di partito e gli iscritti erano numerosi. E le Tribune Politiche della Rai, con tutta la loro onesta e ponderata “par condicio”, la facevano da padroni sulla  comunicazione politica mediatica. 

Sallusti, Feltri e Belpietro dovrebbero allora sapere che al giorno d’oggi le televisioni, grazie al digitale terrestre, sono diventate centinaia, la Rai è tutta nelle mani della coppia Meloni-Salvini, i telefoni sono diventati cellulari e smartphone. E il mondo dei social ha polverizzato la stessa comunicazione politica verticale, assieme a quella orizzontale dei rapporti interpersonali di vicinanza. È avvenuto con le fake news ingannevoli che oggi possono provenire da potenze straniere, con le dirette casalinghe e messaggi dei leader con il proprio tablet, con i messaggi di milioni di follower e influencer vari. 

Storicizzando allora la questione, oggi la “Democrazia del Pubblico”,  il rapporto diretto cioè tra il solitario leader con poco partito alle spalle ma con uno sconfinato spazio mediatico davanti, e il potenziale elettore, come aveva previsto e intuito bene Bernard Manin anni fa, sono diventati legge della comunicazione politica, della propaganda politica e, ahimé, della stessa democrazia politica. A tal punto da creare la crisi del partito democratico e della sua identità, che poi se vogliamo, rappresenta la causa prima della disaffezione ai seggi elettorali e del disinteresse verso la politica. 

Oggi si vota per una faccia, per un viso, per un nome sul simbolo del partito: i valori, i programmi, la storia del partito non contano più. E oggi si va alle urne cambiando voto di volta in volta, richiamati da un bravo comunicatore che con la sua spocchia fa presa sul pubblico, con i suoi vestiti cambiati ogni santo giorno piace, che fa audience con una buona voce,  che cammina velocemente per strada  con un cellulare in mano. E con le sue fisime di comando solitario nascoste. Altro non c’è. O almeno non si vede, dal momento che esiste l’Io, l’Ego, e non il Noi e il Nos. Esiste dunque solo il Premier. Mai un poco di accortezza verso il “deuxième” o il “troisième”, il secondo o il terzo come ho accennato nella nota di qualche giorno fa.

Settimana di Trieste | Inclusività e concretezza rafforzano la democrazia.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

La Settimana Sociale dei cattolici in Italia, in corso a Trieste si è aperta affrontando subito questioni di interesse generale. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha tenuto una lezione sulla democrazia che interpella tutti i cittadini e le forze attive del Paese, di ogni natura e orientamento. Perché il futuro della democrazia è una responsabilità che riguarda tutti, nessuno escluso. E le preoccupazioni e le priorità indicate, sempre nella giornata di apertura dell’evento, dal presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, hanno incrociato lo stesso tema dell’avvenire della democrazia.

Questo in una fase in cui la sfida per la qualità della democrazia e per rinvigorire la passione per essa, può essere considerata sotto almeno tre punti di vista.

Il primo aspetto è quello istituzionale. La persistente scarsa affluenza alle urne in Europa, anche se in parte smentita dal primo turno delle legislative francesi, appare come la punta di un iceberg di un più profondo scollamento fra cittadini, e in particolare fra determinate fasce sociali più popolari, e istituzioni. Tra i numerosi fattori responsabili di questo distacco si può citare la demolizione dei partiti tradizionali, avvenuta in particolare in Paesi come l’Italia o la Francia, a cui non è seguita una più moderna modalità di partecipazione popolare. L’avvento delle reti sociali digitali e il progressivo ritirarsi delle strutture dei partiti nel perimetro delle Ztl, combinato a un sistema elettorale di selezione degli amministratori locali incentrato sull’elezione diretta di un “capo”, e ad un sistema  di selezione della rappresentanza parlamentare perlopiù determinato dalla nomina da parte dei capi-partito, anziché dalla scelta da parte dell’elettore, ha lasciato la maggioranza dei cittadini privi di occasioni di formazione politica, di opportunità di “alfabetizzazione” alla vita democratica, come ha rilevato Mattarella. Occorre porre rimedio a una tale situazione sia attraverso interventi che garantiscano l’esercizio della democrazia interna ai partiti e la loro presenza capillare sui territori, sia evitando il rischio di derive istituzionali verso un’autorità senza limite, come ha ammonito Mattarella.

Si può individuare un secondo aspetto da cui passa la rigenerazione della democrazia. È quello sociale, economico ma anche sociologico e culturale. Quello che attiene allo stato concreto delle persone. Si tratta di riattivare una tensione pubblica verso lo scopo che la Costituzione ci indica, quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla vita del Paese. L’impegno, come ha sottolineato il card. Zuppi per una democrazia inclusiva. Qui credo si collochi principalmente il compito per le forze politiche variamente popolari: concentrarsi su ciò che è possibile fare per realizzare segni tangibili e graduali di miglioramento per le periferie sociali e territoriali, prevenendo le vane lusinghe offerte dai populisti e le vacue utopie dei radicalismi di opposto colore. Non calando dall’alto le proposte, ma costruendole insieme ai ceti sociali medio-bassi, che, nonostante lo straordinario sviluppo conosciuto dal Paese dal dopoguerra, continuano a costituire la maggioranza assoluta del Paese.

Vi è un terzo aspetto che ha a che fare con il rafforzamento della democrazia in Italia e in Europa. Esso consiste nella capacità dei governi democratici di affrontare i veloci cambiamenti geopolitici, attrezzandosi a operare in un’epoca nella quale, come ha avvertito il presidente della Repubblica, siamo passati dalla dimensione nazionale dei problemi a quella continentale e globale. Solo una democrazia capace di procedere al rafforzamento della sovranità europea, può dare sostanza a quelle nazionali e può dire la sua anche di fronte, ci ricorda Mattarella, ai “più forti o meglio armati” e a “chi dispone di forza economica che supera la dimensione e le funzioni degli Stati”

In una siffatta cornice, quella delineata all’apertura della Settimana Sociale a Trieste, credo che si debbano collocare anche le iniziative per riconnettere l’area di un centro che se saprà interpretare le sfide del tempo presente nella prospettiva del rafforzamento della democrazia, prima del sempre spinoso tema delle alleanze, potrà essere ancora incisivo nella vita politica del Paese.

AgenSir | Il calvario del Congo dilaniato dalla guerra

Ilaria De Bonis

 

La guerra in Repubblica Democratica del Congo è in fase avanzata: l’M23, milizia legata al Ruanda, è giunta fino alle porte di Butembo, secondo centro più popoloso del Nord Kivu. Il gruppo armato non trova resistenza da parte dell’esercito regolare e si teme possa a breve entrare in città per poi procedere verso Goma e dintorni, territori molto ricchi di minerali e terre rare.
Anche il sud di Lubero è “attualmente occupato” e rischia ulteriori assalti. A parlarcene sono fonti missionarie locali presso le quali cresce la preoccupazione per “la popolazione in trappola che è schiacciata da ogni lato”, tra M23 e la milizia filo-islamista Adf.
“Ho appena fatto la strada verso Kyondo per assistere a un funerale – racconta una fonte che deve necessariamente restare anonima – è un calvario: la strada fa paura, ci sono diverse barricate e barriere, con perquisizioni sistematiche”. 

Spiega che “perfino la bara del defunto trasportato è stata aperta per essere perquisita”.

Chi arriva a “Kyondo si deve preparare psicologicamente e finanziariamente, questo non è facile”. Nel sud Kivu e nell’Ituri, attorno a Beni, ad avanzare è l’Adf, milizia che uccide senza pietà in prevalenza i cristiani, ma non solo. La particolare crudeltà di questi assalti ha fatto il giro del web.
Nel Nord Kivu è invece dirompente l’M23 sostenuto e armato dal vicino Ruanda. Il 29 giugno scorso il villaggio di Kanyabayonga tra Lubero e Rutshuru, sempre nel Nord Kivu, è caduto nelle mani dell’M23.

Considerato strategico per controllare l’accesso al “grande nord”, Kanyabayonga ha “un’importanza politica e simbolica molto grande”. 

Così spiega a Radio France Internationale Pierre Boisselet, ricercatore dell’istituto Ebuteli di Kinshasa.
Non è chiarissimo l’obiettivo finale dei guerriglieri: il dubbio è che l’M23 non si voglia fermare all’est ma punti più a nord, verso l’Ituri, al confine con l’Uganda, sebbene questa zona sia già abbondantemente sotto il controllo dell’Adf, collegata per l’appunto al Paese di Museveni.
L’unica certezza è la fuga del popolo: la gente locale scappa e la sua è una corsa contro il tempo: in qualsiasi direzione vadano “gli sfollati trovano guerriglieri pronti ad uccidere per la terra ricca di coltan, cobalto, oro e coltivata a cacao”, spiegano i missionari.

 

Ilaria De Bonis

redazione Popoli e Missione

I fondamenti antropologici e politici per una visione democratica

C’è la libertà, al cuore della democrazia. Ce ne ricordiamo a fatica per uno strano sortilegio. Un po’ sembra scontato ma un po’ sorprende, visto che la questione in sé contempla la difficoltà di una sfida, specie nelle fasi di cambiamento. La libertà non è un fatto bensì una conquista, ovvero una sollecitazione intellettuale e morale interna al dinamismo che anima la coscienza dell’uomo, determinandone l’azione nel mondo. La si può dividere in due parti, una positiva e l’altra negativa: infatti, un conto è la “libertà liberante”, principio e motore di liberazione personale e collettiva, altro è la “libertà egocentrica”, per la quale l’individuo si specchia in un’immagine di autosufficienza e rivendica il suo imperio, trascurando limiti e responsabilità. Pur con sfumature di vario tipo, questa polarizzazione tiene banco. Ne deriva allora una considerazione che intercetta e interpella, ogni volta in modo nuovo, il dover essere dei cristiani: e cioè che la vera libertà s’accompagna sempre alla giustizia e alla solidarietà, costituendo il fattore che impedisce alla prima di perdersi nel giacobinismo dei diritti e alla seconda di degenerare nel corporativismo delle aspettative. 

Nella storia del pensiero l’idea greca di uomo, animale sociale e razionale, è stata successivamente ampliata e superata. Tommaso ha messo in chiaro come la definizione di “animale politico” (non semplicemente sociale) fosse più adeguata a rappresentare l’uomo strettamente legato alla sua comunità. Pertanto, quello che chiamiamo animale politico è anche, secondo la formula dell’Aquinate, “eminentemente comunicativo” perché naturalmente capace di relazionarsi con altri e di mettere in comune i beni della vita. È un dato iscritto nella condizione umana alla quale, infine, pertiene la necessità di un principio direttivo a sostegno e tutela della civile convivenza. Questa regola comporta l’identificazione dell’autorità, sebbene di un’autorità che non può prescindere dalla “libertà naturale” dell’uomo, non avendo egli, dopo la Caduta, perso tutto ma solo i doni preternaturali e tra questi evidentemente la vicinanza all’Amore assoluto, fonte di piena libertà. Ecco la differenza dalla concezione che stabilisce la necessità del salto da una condizione all’altra: non esiste un prima e un dopo, alla Rousseau, perché in origine l’uomo dello stato di natura in sé è già sociale o più precisamente politico.  

Un riverbero intenso di questa visione antropologica, foriera di disposizioni adatte a conformare i rapporti tra uomo e Stato secondo regole di libertà pluralismo e tolleranza, si avrà nell’opera matura del neo tomista Maritain.

 

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Autonomia differenziata, una riforma che dimentica la solidarietà.

L’autonomia differenziata è legge. Da quando il 19 Giugno la Camera dei Deputati ha licenziato in via definitiva il testo, poi (a scanso di equivoci sottolineiamo “giustamente”) promulgato dal Presidente Mattarella data l’assenza di profili di incostituzionalità palesi, nel nostro Paese è sorto un acceso dibattito sul tema, purtroppo caratterizzato per lo più da slogan che invecchiano male (vedi chi diceva “Mattarella non deve firmare”) e che, soprattutto, non mettono in evidenza le reali insidie che si nascondono nella nuova Legge quadro.

Inoltre, nel fragore della levata di scudi generale, sono emerse non poche contraddizioni in quanto Destra e Sinistra si trovano oggi a condannare tesi e proposte che loro stesse avevano fortemente sostenuto, generando di riflesso un dibattito mediatico confusionario che distoglie colposamente, e pericolosamente, l’attenzione dai pericoli che accompagnano la riforma.

In effetti, dietro alla neo-legge si nascondono elementi allarmanti che potrebbero effettivamente portare, già nel breve periodo, ad un incremento delle differenze tra Nord e Sud. Tutte le più autorevoli Istituzioni che si sono espresse in materia, infatti, hanno ritenuto sostanzialmente certo un sensibile aumento di detto divario.

Nel dettaglio, ad avviso sia dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sia della Banca d’Italia l’estrema frammentazione generata dall’autonomia potrebbe ridurre drasticamente la già “scarsa” competitività del nostro Paese, specie volgendo lo sguardo a quelle materie per le quali è richiesto, perlomeno, il coordinamento nazionale; si pensi a titolo meramente esemplificativo alle politiche del lavoro. In quest’ottica, l’autonomia differenziata, porterebbe inevitabilmente all’aumento della pletora di autorizzazioni che le aziende dovrebbero ottenere dalle diverse regioni e si complicherebbero le procedure burocratiche per progetti che riguardano più regioni.

Per dovere di completezza va detto che la cosiddetta “Questione Meridionale” e il drammatico divario tra Nord e Sud Italia, non nasce certo con l’autonomia differenziata, anzi, accompagna l’Italia sin dalla nascita del Regno nel 1861. Proprio per l’annosità del problema i promotori della riforma sostengono che l’autonomia contribuirebbe, usando impropriamente un termine pedagogico, a “responsabilizzare” gli amministratori locali, esaltando i buoni amministratori ed al contempo evidenziando le lacune di quelli meno “capaci”.

Si voglia tuttavia notare come codesta affermazione, ripetuta come un mantra dagli “autonomisti”, non trovi appigli né nella letteratura scientifica né, soprattutto perché “historia magistra vitae”, nella storiografia. In effetti, stando ai dati, spesso colposamente offuscati dai già menzionati slogan, l’unico periodo, dalla nascita della Repubblica ai giorni nostri, in cui il gap tra Nord e Sud si è ridotto, è stato quando ci fu una governance “accentrata” degli investimenti per il Meridione. Il riferimento va ovviamente alla Cassa per il Mezzogiorno, dalla sua fondazione nel 1950 fino alla prima metà degli anni Settanta. In quel ventennio, in cui la Cassa era guidata da un C.d.A. di tecnici indipendenti dalla politica, il Pil pro capite delle regioni meridionali aumentò di quasi 10 punti percentuali avvicinandosi a quello del resto del paese. Purtroppo, come noto ai più, questo sviluppo virtuoso, si interruppe a partire dagli anni Settanta, quando le Regioni del Sud furono coinvolte direttamente nella gestione della Cassa, che subì sempre più pressioni della politica tali da renderla inefficace. 

Ovviamente questo richiamo storico non vuole assolutamente essere un elogio incondizionato al “centralismo” a scapito del pur fondamentale principio di sussidiarietà, al contrario! Noi, in ossequio al prezioso contributo di Luigi Sturzo alla costruzione ed allo sviluppo delle autonomie territoriali, sentiamo il dovere di sottolineare che il principio di sussidiarietà sia, per sua natura, inseparabile da quello di solidarietà e che ogni qual volta, ragionando per compartimenti stagni, i due principi dovessero essere singolarmente valorizzati alla stregua di “monadi isolate”, la storia ci insegna che l’unico effetto ipotizzabile sarà quello di un grave impoverimento del tessuto sociale ed economico del Paese tutto. 

Dunque, posti al cospetto di un Paese che già oggi presenta laceranti diseguaglianze tra Nord e Sud nei servizi essenziali alle persone, in particolare nell’ambito Sanitario, risulta necessario intervenire per invertire la tendenza. In primo luogo sarebbe necessario investire ingenti risorse nella Sanità, limitando così il fenomeno incivile della c.d. “emigrazione sanitaria”. In secondo luogo, sarebbe altrettanto doveroso iniziare un percorso per ridurre le diseguaglianze tra le due estremità dello Stivale incrementando gli investimenti nel Mezzogiorno, magari attraverso l’implementazione di un sistema ispirato alla virtuosa “fase 1” della Cassa del Mezzogiorno. 

L’autonomia differenziata si muove “ahinoi” in direzione diametralmente opposta, in quanto, alimenta un terreno favorevole al futuro aumento delle fratture del Paese, consentendo alle Regioni “più ricche” maggiori margini di spesa e riducendo i fondi da destinare in modo solidaristico a Regioni “più povere”. 

Di fronte alle concrete preoccupazioni sin qui paventate per il futuro del nostro paese, occorre evidenziare da un lato l’iniziativa di alcune Regioni (in particolare Campania, Toscana e Emilia Romagna) tesa a richiedere l’indizione di un referendum abrogativo per la Legge n.86/2024; dall’altro funge da contraltare la richiesta già presentata dalla Regione Veneto per accedere all’autonomia nelle 9 materie per le quali non è necessario che lo Stato stabilisca prima i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep).

Si tratta di azioni che non ci sorprendono affatto, ma che, se lette in combinato disposto ai risultati delle ultime elezioni comunali, mostrano in “controluce” e alimentano quel pericoloso clima di divisione politica e amministrativa che affligge il Paese anche a causa delle diseguaglianze che già intossicano la vita di milioni di Italiani, minando all’Unità della Repubblica ed al concetto stesso di Cittadinanza.

Il tutto è drammatico, ma lo è ancor di più se si pensa che questa Riforma non trae origine dall’incontro di visioni e pensieri, bensì da un “pactum sceleris” privo della necessaria aspirazione alla solidarietà ed alla coesione nazionale.

Dibattito | L’opzione frontista riporta indietro le lancette della storia.

Dunque, si ritorna al passato. Almeno sotto il profilo della terminologia. Perché quando si evoca, e si teorizza – per il nostro paese e non per le vicende francesi – il progetto di un nuovo e rinnovato “Fronte Popolare” inevitabilmente il pensiero corre al 1948. E non perché, come ovvio e scontato, si ripropone quella situazione storica e politica ma, semmai, per ricordare che a volte si ripetono le medesime modalità e le stesse logiche nell’affrontare i problemi che sono oggi sul tappeto.

Ora, la cultura “frontista” si manifesta concretamente in due condizioni storiche e politiche particolari e specifiche. E cioè, o quando ci si allea a prescindere per combattere una emergenza che rischia di mettere definitivamente ed irreversibilmente in crisi un paese e uno Stato – di fronte ad una imminente dittatura o ad un regime illiberale, dispotico e tirannico – oppure quando c’è un nemico politico implacabile che occorre combattere senza tentennamenti ed inutili distinguo prima che faccia troppi guai. Ed è all’interno di questo quadro storico e politico che si colloca la proposta del cartello delle sinistre italiane culminato con il recente incontro a Bologna delle varie sigle e partiti e patrocinato dal Presidente dell’Anpi nazionale, nonché esponente di Rifondazione Comunista, Gianfranco Pagliarulo.

Un progetto che, come ovvio, è frutto e conseguenza della massiccia radicalizzazione del conflitto politico nel nostro paese che non può che portare alla costruzione di cartelli elettorali dominati da un odio implacabile nei confronti dell’avversario/nemico. Un nemico che, di conseguenza, non può che essere annientato a livello politico e demolito a livello culturale e anche personale. Ed è appena sufficiente ascoltare le dichiarazioni quotidiane dei leader delle varie sinistre raccolte sotto l’ombrello del nuovo “Fronte popolare” per rendersi conto che la regola che ispira una vera, sana e trasparente democrazia dell’alternanza – propria di un sistema democratico e costituzionale – è destinata ad essere sacrificata sull’altare di abbattere un nemico della democrazia, del progresso, della civiltà e delle libertà. Appunto, come avvenne nel lontano 1948 da parte del “Fronte popolare” originario guidato dai comunisti di Togliatti e dai socialisti di Nenni contro il pericolo reazionario e antidemocratico (sic!) rappresentato dalla Dc di De Gasperi, dai suoi alleati partiti laici, dalla Chiesa e dai valori dell’Occidente. Mutatis mutandis, ci troviamo – secondo i protagonisti del nuovo “Fronte Popolare” – nuovamente di fronte ad un nemico che può mettere definitivamente in crisi le fondamenta democratiche, liberali e costituzionali del nostro ordinamento politico.

Ecco perché, e nel pieno rispetto di questo progetto avanzato dalla sinistra radicale del Pd della

Schlein, dalla sinistra estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e dalla sinistra populista e anti politica dei 5 Stelle, si tratta di capire d’ora in poi quale sarà il comportamento politico concreto delle forze e delle culture democratiche centriste, riformiste e squisitamente costituzionali. Cioè di quei soggetti politici che storicamente, politicamente e culturalmente sono allergici tanto alla radicalizzazione della lotta politica quanto alla demolizione del nemico politico in virtù di una narrazione ideologica e, il più delle volte, disancorata dalla realtà. E questo perché, com’è noto, la logica e la deriva del “Fronte Popolare” è semplicemente alternativa rispetto a tutto ciò che è riconducibile al Centro, alla politica di centro, alla cultura di centro e, in ultimo ma non per ordine di importanza, al “metodo” di centro. Ed è per questi motivi che la logica del “Fronte Popolare”, seppur ammantato di nobili motivazioni e sani principi, cozza contro le regole basilari di una democrazia matura, adulta e robusta.

ArcipelagoMilano | Pillole di storia: il contributo di Milano alla vita dell’Anci.

Ottobre 1901, Parma, il sindaco di Milano, il radicale Giuseppe Mussi, gran maestro aggiunto del grande oriente (gran maestro era Ernesto Nathan che sarà sindaco di Roma), viene eletto presidente della costituenda Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Nel programma della 3 giorni, serata di Gala al teatro Regio con la Tosca diretta dal celebre Cleofonte Campanini, spettacoli di prosa, banchetto ufficiale, visita a Salsomaggiore.

A dispetto dell’immagine un po’ godereccia del programma, l’associazione nasceva in un clima politico vivace, da una parte era in contrapposizione ad un tentativo analogo promosso dai sindaci liberali di Verona e Firenze, dall’altra aveva un connotato fortemente di sinistra e antigovernativo con l’obbiettivo di “tutelare i comuni, giuridicamente e moralmente dalle illegali sopraffazioni del potere centrale”, come scriveva Salvemini su Critica Sociale; un connotato anti romano che non era però condiviso dai non socialisti cioè radicali, repubblicani, massoni, che costituivano la maggior parte dei fondatori.

Il cammino per arrivare alla fondazione dell’associazione era stato lungo, i primi congressi di sindaci risalgono al 1879 e al 1884 a Torino, poi nel 92 e nel 94 a Perugia con Francesco Fazi ma molti altri ve ne furono.

Con Mussi vengono eletti Vicepresidenti il radicale Mariotti, sindaco di Parma leader della componente moderata e il repubblicano Martino sindaco di Messina.

Segretario dell’associazione e direttore della rivista l’Autonomia comunale che si pubblicherà fino al 1925, l’avvocato Emilio Caldara futuro sindaco di Milano, città che fu anche scelta come sede dell’associazione, dove restò per 16 anni. Ogni comune aveva diritto a un voto a prescindere dal numero di abitanti e dalla dimensione.

Mussi pragmaticamente definirà così l’azione dell’ANCI: “Molti credono che la nostra iniziativa non sia necessaria, e meglio sia che volta per volta i Comuni si rivolgano allo Stato per impetrare umilmente qualche provvedimento. L’azione del comune isolato non raggiunge mai il suo fine quando trattasi di un Comune piccolo e debole. Potrà ottenere molto quando trattasi di qualcuno di quei grossi Comuni, che si appoggiano all’influenza di potenti individualità politiche e allora il vantaggio di alcuni elementi del Comune va tutto a detrimento della sua libertà. Pertanto, credo sia necessario unire tutte le forze comunali e presentare queste domande allo Stato: legale sviluppo della nostra vita, sgravii delle nostre finanze.”

La connotazione di sinistra si perse rapidamente, sostituita da una maggioranza centrista con l’ingresso di molti liberali e dei cattolici, tant’è che don Luigi Sturzo, vicesindaco in quel di Caltagirone fu eletto in direzione e dal 1906 la maggioranza dell’associazione fu sempre moderata.

Il principale successo fu ottenuto nel 1907 quando grazie anche ad una petizione firmata da migliaia di amministratori, l’ANCI ottenne dal Governo Giolitti la fondamentale legge 116 che prevedeva il passaggio allo stato di molte spese che avevano appesantito i bilanci e nei fatti impedito la piena operatività dei comuni. 

Al congresso di Firenze del 1907 il sindaco, Ippolito Niccolini, sottolineò l’unità dei Comuni italiani in difesa della propria autonomia al di là delle distinzioni politiche e della collocazione geografica; la pace tra le diverse anime politiche però durò poco.

Presidente dell’associazione dal 1906 al 1914 un consigliere e assessore a Palazzo Marino di lunga data e poi sindaco di Milano: Emanuele Greppi; da una sua idea viene elaborato il progetto di un organismo istituzionale, il Consiglio superiore dei comuni, espressione dell’autonomia comunale che avrebbe dovuto regolamentare il potere dello stato in materia di scioglimento dei comuni, potere spesso usato da Giolitti a soli scopi politico elettorali.

Il progetto, riproposto più volte e modificato fino al 1925, scrive Oscar Gaspari autore di Dalla Lega a Legautonomie, verrà ripreso ufficialmente nel 1958 con il nome di Consiglio superiore degli enti locali per poi trasformarsi nel 1996 nella Conferenza Stato-Città e Autonomie locali.

Il fatto che un conservatore come Greppi che a Palazzo Marino era stato il nemico giurato del liberale progressista Ettore Ponti per non parlare di Caldara, che aderirà fin dagli esordi ai fasci milanesi, che da senatore fu nel 1925 uno dei protagonisti della commissione di studio delle riforma costituzionali, che definì la sua politica da assessore alle finanze “invernale” per contrapporla a quella spendacciona dei suoi predecessori, potesse essere anche strenuo difensore dell’autonomia dei comuni, conferma che accanto al municipalismo socialista tante volte celebrato esisteva anche un municipalismo conservatore, anticentralista non meno significativo che periodicamente affiora nella politica italiana. 

Scrive la Treccani: Greppi “intervenne nel 1909 a proposito del progetto giolittiano di revisione della legge comunale e provinciale, auspicando che, più che con parziali ma inefficaci ritocchi, si procedesse a una riforma organica. Come agenda di tale rielaborazione legislativa egli suggeriva alcuni aspetti: la definizione dei poteri del sindaco, le attribuzioni del commissario prefettizio, la natura dei reciproci rapporti tra sindaco e giunta e, in generale, un riassetto delle finanze comunali e della relativa gestione”.

Nel 1908 fu fondata l’UPI l’unione delle provincie, tra le due associazioni i rapporti furono chiari fin dall’inizio: la maggioranza dei sindaci quale che fosse l’orientamento politico era favorevole all’abolizione delle provincie, a oltre 100 anni di distanza credo che nulla sia cambiato.

Sempre durante il mandato di Greppi, sponsorizzata dall’ANCI, fu fondata la Federazione delle aziende municipalizzate italiane. Dal marzo 1903 quando fu approvata la legge, proposta da Giolitti, sull’assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei comuni che favoriva l’assunzione di numerose attività di servizio pubblico da parte dei comuni (gas, energia, trasporti, acqua, nettezza urbana, refezione scolastica) consentendo loro di adottare autonomamente le forme di gestione potendo scegliere tra le gestioni dirette con le aziende speciali o in economia e quelle indirette, tramite le concessioni a imprese private, le municipalizzazioni furono al centro delle politiche comunali, senza necessariamente una connotazione politico-ideologica, che avranno solo successivamente, quando il tema diverrà il discrimine tra rivoluzionari e conservatori da una parte e riformisti dall’altra.

Nel 1915 don Sturzo e Caldara (nel frattempo eletto sindaco di Milano) vengono nominati vicepresidenti dell’associazione assieme al liberale Dario Franco mentre a sostituire Greppi venne scelto Piero Lucca sindaco di Vercelli.

Nel 1916 la sede dell’associazione viene trasferita a Roma; non era solo un cambio geografico era anche un segnale di voler intensificare le relazioni con il potere centrale non più visto solamente come un “oppressore”, che anzi rispondendo alle richieste dell’ANCI apriva un segretariato per i comuni di montagna (oggi UNCEM) e l’Istituto nazionale per le opere pubbliche dei comuni il cui compito era quello di “assumere in sostituzione e nell’interesse degli Enti locali l’esecuzione delle opere pubbliche di competenze dei comuni e dei Consorzi…”.

La parabola dell’ANCI fu rapida.

 

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Macron ha giocato d’azzardo ma alla fine potrebbe avere ragione

Non si contano le critiche alla decisione di Macron di sciogliere l’Assemblea nazionale e andare alle urne con i sondaggi che parlavano chiaro, dando per certa l’arrivo di una marea di voti per l’estrema destra. Dopo il primo turno di domenica, ha fatto appello a un fronte repubblicano che in queste ore ha preso forma, senza cedimenti alla sinistra radical-populista di Mélachon. La sinistra ha fatto d’esistenza a favore del centro in 131 collegi e il centro, a sua volta, a favore della sinistra in 83 collegi. Una spinta repubblicana oltre le aspettative.

A questo punto, se la manovra di opposizione alla destra rappresentata da Le Pen e Bardella dovesse riuscire, quella di Macron sarebbe una doppia vittoria, che rimanda al duello fra gli Orazi e i Curiazi: prima il successo sull’estrema destra sovranista e poi il contenimento della estrema sinistra. Certo, sarebbe preclusa al Presidente la libertà di lanciare sfide clamorose, come quando ha proposto l’invio di forze militari in Ucraina, ottenendo peraltro il diniego dell’Unione Europea. Quel che si profila in Francia è il passaggio, con ogni probabilità, da un governo presidenziale di centro a un accordo parlamentare di centrosinistra da cui far emergere un esecutivo dotato di una maggioranza affidabile.    

Domenica sapremo, al ballottaggio, come andrà a finire. Ci saranno riflessi sul destino della Von der Leyen, ancora in bilico malgrado il beneplacito ottenuto nel Consiglio europeo; ma anche su quello della nostra Premier, Giorgia Meloni, per la quale la vittoria di Macron potrebbe rivelarsi provvidenziale. Le permetterebbe, infatti, di liberarsi dell’asfissiante pressione di Salvini, tutto proteso a fare concorrenza sulla destra, tanto da schierarsi in fretta e furia con i Patrioti di Orbán. 

L’altra lezione che potrebbe apprendere la Meloni è la convenienza del modello francese, abbandonando “quer pasticciaccio brutto” del premierato, sperimentato e subito abbandonato in Israele. Infine, se dovesse scattare il referendum sull’autonomia differenziata proverà a sue spese quanto gli sia costata l’arrendevolezza a pretese fuori del tempo e dello spazio, con le conseguenti tensioni sulle prospettive dell’Europa.

Possibile che la destra non capisca quanto sia esssenziale l’Europa, soprattutto per le nuove generazioni, in una fase storica che impone uno sviluppo ulteriore della coesione sovranazionale?

Allons enfants…e speriamo bene.

Forse aveva ragione De Gaulle quando – consapevole delle difficoltà della gestione politica di una Francia da sempre storicamente proiettata verso traguardi ambiziosi – affermava: “Come si può governare un Paese dove si producono 246 tipi di formaggio?” La Storia si ripete, il numero della varietà di formaggi Doc (esportazioni cinesi permettendo) è certamente aumentato ma aspettando l’esito del ballottaggio elettorale di domenica la polarizzazione destra-sinistra si va radicando, mentre il Progetto “Ensemble” di Macron dovrà accontentarsi di più miti pretese, visto l’esito disastroso delle votazioni del primo turno dove proprio gli eredi del Generale e di Pompidou si sono sgretolati e il loro leader Ciotti si è schierato con la Le Pen.  

Come ho scritto recentemente, la realtà del vecchio continente deve tener conto di un’identità duale: da una parte (all’esito del voto del nuovo Parlamento) c’è l’Unione Europea che cerca di dare continuità all’esperienza “Ursula” con il contributo di Popolari, Liberali e Socialisti, dall’altra c’è un’Europa delle Nazioni, dove ciascun Paese cerca di consolidare la propria identità e autonomia esercitando una vera e propria sovranità politica. Macron sta pagando un tributo elevato ad un gesto di orgoglio e di correttezza politica: quello di aver sciolto il Parlamento all’indomani dell’esito del voto delle Europee, affrontando la realtà e sperando di governare il consenso dei cittadini in nome di valori alti e della coerenza della vocazione europeista dei padri fondatori della Comunità europea. 

La Francia è il Paese dove i temi del lavoro, della casa, della sicurezza sociale, dell’emigrazione clandestina, della violenta ribellione sociale (si ricordino per tutti i gilet jaune, l’innalzamento dell’età pensionabile, la protesta degli agricoltori) sono un condensato di ricorrente e irrisolta problematicità. Eppure l’esempio di Macron e la sua idea di un Paese governabile, con una marcata caratterizzazione centrista ed europeista, ma erede della propria grandeur, è stato preso ad esempio da altri leader europei che vogliono prendere le distanze dalle estreme. La crescita del Rassemblement di Marine Le Pen è stata tuttavia esponenziale, costante ed alimentata dalle molte contraddizioni di un’Europa unita spesso solo nella ratifica dei documenti, ma sostanzialmente nazionalista e abbarbicata nei suoi territori dove il radicamento nelle tradizioni locali ha un significato identitario, rassicurante e protettivo. 

Il Cancelliere Scholz, pur subendo una sconfitta altrettanto bruciante rimarcata dalla forte ascesa del Afd, un movimento di estrema destra ancor più caratterizzato di quello francese, un partito nazionalista-conservatore, euroscettico, ‘nostalgico’ e anti-immigrazione, è rimasto al suo posto e si è guardato bene dall’indire nuove elezioni. La scelta di Macron è stata giudicata un errore: la storia è piena di errori e di soprese, il problema principale è costituito dal fatto che una vittoria maggioritaria del Rassemblement di destra determinerebbe conseguenze per l’Europa e la stessa Unione Europea per le scelte anti Nato e filoputiniane di Marine Le Pen.

Penso che la storia abbia i suoi inevitabili corsi e ricorsi e difficilmente – in un quadro assai complesso con riguardo al nuovo ordine mondiale che si va configurando – ci aspettano anni di stabilità politica, economica e la fine delle belligeranze in atto. Tutto è concatenato e mutevole, ogni contesto ha i suoi problemi e i suoi grattacapi, basti pensare agli USA dove il Partito Democratico e quello Repubblicano ripresentano i contendenti delle precedenti elezioni, abbiamo assistito ad uno spettacolo desolante dal primo confronto diretto tra Biden e Trump, soprattutto il Presidente in carica ha manifestato evidenti difficoltà.  Non sono riusciti a trovare due giovani rappresentanti, con una immagine fresca e pulita, competenti, plurilaureati con master e capaci di interpretare i sentimenti popolari…Se si arriverà al voto con questo stallo le conseguenze saranno comunque pesanti.

Attendiamo intanto l’esito imminente del ballottaggio francese ricordando che le avventure e i disallineamenti nelle alleanze non portano mai buoni risultati. Per anni abbiamo cercato di costruire un’Europa compatta, coesa e solidale ma gli scricchiolii non lasciano presagire che si possa perseguire una rassicurante stabilità. ‘Allons enfant’, dunque, e speriamo bene.

Iran, la sfida è tra il riformista Pezeshkian e il conservatore Jalili.

L’Iran torna al voto venerdì per scegliere il successore di Ebrahim Raisi – morto il mese scorso in un incidente aereo – alla presidenza della Repubblica: a sfidarsi saranno il riformista Massoud Pezeshkian e l’ultraconservatore Saeed Jalili, chiaramente favorito dall’establishment religioso ma che dovrà fare i conti con un’astensionismo da record.

Al primo turno l’affluenza si è infatti fermata al 40%, il dato più basso dalla nascita della Repubblica Islamica, indice del profondo scontento dell’elettorato per le politiche del regime ma anche della scarsa fiducia in un cambiamento politico quasi impossibile nel quadro di un sistema in cui l’ultima parola spetta alla leadership religiosa incarnata nel Consiglio dei Guardiani.

La candidatura di Pezeshkian di fatto sembra essere stata autorizzata proprio per cercare di contenere l’astensione, correndo il rischio calcolato di un’affermazione al primo turno e – a questo punto – di una vittoria finale che non appare impossibile.

Non a caso alla vigilia del primo turno la stessa “guida suprema”, Ali Khamenei, aveva lanciato un avvertimento a Pezeshkian ribadendo come un’eventuale riavvicinamento agli Stati Uniti non fosse una “buona politica” e coloro che la predicano “non siano in grado di governare il Paese”.

Medico di professione, Pezeshkian era stato ministro della Sanità sotto Mohammed Khatami dal 2001 al 2005 ed aveva appoggiato pubblicamente l’accordo sul nucleare – probabile causa della sua esclusione dalle presidenziali del 2021; più di recente, ha criticato il governo per la mancanza di trasparenza sulla morte di Mahsa Amini.

La sua proposta politica comprende una maggiore apertura nei confronti dell’Occidente, con l’obbiettivo di poter arrivare a discutere delle sanzioni – il che diventerebbe una missione pressoché impossibile se alla Casa Bianca dovesse riapprodare Donald Trump.

Il rivale è invece assai più allineato con la linea dura sposata da Khamenei: Jalili, diplomatico ex viceministro degli Esteri, ha ricoperto l’incarico di Segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale dal 2007 al 2012 – posizione che gli valse la carica di caponegoziatore per l’accordo sul nucleare.

A suo giudizio è necessario semplicemente fare a meno di qualsiasi collaborazione con i Paesi con cui Teheran ha dei “problemi” (leggi in primis gli Stati Uniti) per migliorare invece i rapporti con tutti gli altri (vale a dire Russia e Cina, soprattutto) – linea che se dovesse venire eletto non avrebbe nessuna difficoltà a imporre, dato che coincide con le posizioni di Khamenei.

Una vittoria di Pezeshkian avrebbe invece esiti più incerti: come detto, non ha il potere di governare contro la volontà del Consiglio, e la sua azione politica – interna ed esterna – rimarrebbe costantemente sotto tutela come già accaduto ai suoi predecessori riformisti, Khatami e Rohani.

Un limite si cui l’elettorato è perfettamnet consapevole: epr qunato siano buone le intenzioni di Pezeshkian (peraltro un moderato, non certo un rivoluzionario antisistema) ad esempio in termini di allentamento delle restrizioni sull’Hijab difficilmente riuscirà a metterle in atto; quanto al miglioramento delle condizioni economiche del Paese, la principale preocupazione degli iraniani, non sembra un obbiettivo raggiungibile senza una revoca delle sanzioni occidentali – e quindi delle concessioni che il regime non è disposto a fare.

Libri | Un saggio sulla rivalutazione della cosa pubblica

Erano trascorsi solo venti minuti dalla mail con cui mi congratulavo per la sua brillante lezione, quando ricevo da Paolo questa risposta: «Prima o poi, però, qualcosa insieme potremmo scriverla».
La lezione toccava una problematica – il presente e il futuro delle nostre istituzioni – su cui entrambi siamo più volte tornati e che qui interroghiamo a partire dal concetto di Cosa pubblica. Un concetto quanto mai in bilico e non solo da oggi, visto che le infiltrazioni di logiche privatistiche nel funzionamento delle istituzioni pubbliche datano già dalla metà degli anni Novanta, in coincidenza con l’aziendalizzazione dei servizi sanitari e in parte della scuola (tutto ciò, va ricordato, grazie a un consenso bipartisan delle forze politiche presenti in Parlamento). 

Rimettere al centro del dibattito sulle istituzioni la loro natura di Cosa pubblica significa ribadirne la funzione di civiltà e in particolare il fatto che la loro vocazione è di essere allo stesso tempo di tutti e di ciascuno. Un’istituzione deve in sostanza porsi al servizio di un territorio e di una collettività senza, come si dice, lasciare indietro nessuno: pur rispondendo alle necessità su larga scala di una certa fascia di popolazione – il bisogno di cure, di istruzione, di servizi –, non dovrebbe perdere di vista la specificità delle realtà che intercetta e dovrebbe, nei limiti del possibile, recepire la declinazione singolare della domanda, esplicita o latente, che ogni soggetto porta con sé. L’uso dei condizionali è d’obbligo, perché non sempre riusciamo a stare al passo con ciò che chiamiamo civiltà e che, va detto, è pericoloso ridurre a un dato di fatto, una petizione di principio. Porsi ad esempio la domanda di quale e dove sia, se ancora ci sia, qualcosa come un’anima in quei potenziali presìdi di civiltà che sono le istituzioni significa aver ben presente che la parola in questione non designa tanto un concetto astratto quanto il fluire di una materia che non si vede – ànemos è il soffio vitale, il respiro – ma che si avverte e produce degli effetti. Se pensiamo ai nostri corpi, una corrente d’aria che li attraversa e ci tiene in vita. 

 

[Estratto dalla Premessa “Prima o poi doveva succedere: la Cosa ci aspettava”]

 

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https://www.vitaepensiero.it/news-consigli-di-lettura-rimettere-al-centro-del-discorso-la-cosa-pubblica-6515.html

L’Osservatore Romano | 1941-1945. La Dc e i cattolici secondo Stefano Baietti.

Paola Petrignani

 

«Abbiamo bisogno di un sussulto di pensiero, di un nuovo umanesimo, di una nuova visione del mondo», ha affermato monsignor Vincenzo Paglia, Arcivescovo e Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, intervenendo la mattina del 28 giugno alla Camera dei Deputati per presentare il libro di Stefano Baietti L’idea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica 1941-1945. L’impegno di Alcide De Gasperi e Sergio Paronetto per la costruzione della nuova democrazia italiana e la formazione poltica dei cattolici (Roma, Eurilink University Press, 2024, pagine 2230, euro 100). Ne abbiamo bisogno anche in Italia, ha proseguito Paglia, perché in un mondo fatto a pezzi dalle guerre, dove la politica sembra inaridirsi e le crisi si assommano creando un orizzonte buio in cui «l’uomo può facilmente distruggere se stesso e il creato», c’è bisogno di una scossa viva, nuova, creativa. Ma da dove ripartire, vista l’aridità, l’individualismo, che ci circonda? Da una visione comune, e dal desiderio (meglio ancora) di ricostruire secondo una visione comune, prescindendo da partiti e divergenze sterili. Da una pre-politica che accolga un pensiero veramente democratico. Un’impostazione che pure abbiamo già conosciuto, e che si può ritrovare in uno dei momenti più caldi della storia italiana, quando, nelle occasioni strappate alla violenza fascista e al controllo di regime, si andava ricostruendo il futuro dell’Italia postbellica filo a filo nei discorsi e nei dibattiti degli ex popolari, dei grandi e piccoli protagonisti della futura Repubblica, «nelle scelte e nelle prospettive ideali che coinvolsero le diverse componenti della società italiana, Santa Sede compresa, nella tensione della ricostruzione del Paese per tutti».

Bisogna tornare indietro per guardare ancora più avanti. Ecco allora spiegata l’importanza del lavoro di Baietti, oggetto sin da subito di grande dibattito tra coloro che sono intervenuti, oltre a monsignor Paglia, alla Camera, moderati da Giancarlo Pallavicini e Vincenzo Scotti: Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Giuseppe de Rita, sociologo e Presidente del Censis; Sebastiano Maffettone, filosofo e ordinario di Filosofia politica della Luiss Guido Carli, e Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo dell’università di Modena-Reggio Emilia.

L’opera, poderosa, articolata in quattro volumi, indaga la complessa elaborazione dell’idea di ricostruzione dell’Italia e della costituzione del partito della Democrazia cristiana, documentando tutti i passaggi del formarsi di questa preparazione prepolitica, che predisporranno De Gasperi quale punto di riferimento per la ricostruzione del Pacse dopo il regime. Come ricordato durante la presentazione, centrale nel lavoro di Baietti, oltre all’immagine del grande politico di Pieve Tesino, è anche e soprattutto la figura di Sergio Paronetto, «economista dei fatti e non dei trattati» (come lo definisce Paolo Savona nella presentazione all’opera), già “allievo” di Montini (futuro Paolo Vi), militante di Azione cattolica e personaggio di spicco dell’Iri. Una figura chiave – «perno dei raggi di una ruota politica che avviò il Paese sulla strada della ripresa», scrive ancora Savona – la cui visione fu ampiamente prestata al servizio della rinascita di De Gasperi e di tutto il partito, sia attraverso la disposizione di studi di natura economica, che si riveleranno poi fondamentali per il futuro assetto dello Stato, sia attraverso quella capacità di mantenere aperto e proficuo il dialogo con le parti nei momenti cruciali della definizione della prima Repubblica: un «esempio di sapienza unitiva, nel rispetto delle differenze», come ha spiegato monsignor Paglia citando il dialogo con Togliatti e Concetto Marchesi.

Il tutto giocato appunto nel campo della prepolitica, una categoria molto dibattuta, del resto, durante l’evento (dibattito necessario nell’ambito della «diagnosi delle macerie», così come articolato da Melloni), e che viene indicata da Baietti come quel processo antecedente all’azione politica vera e propria (fatta di compromessi tra «oligarchi», come De Rita ha voluto definire i veri attori fondanti del nuovo assetto economico-politico della Penisola), e che pure risulta modulare, fatta di contenuti, strumenti e orientamenti concreti che, con il chiaro obiettivo di non lasciar spazio alla dialettica e alla contrapposizione sterile tra partiti (e quindi alla contrapposizione di ideologie che avrebbero solo innalzato muri laddove c’era bisogno di creare ponti), aveva come unico scopo la fondazione di una nuova unità, di una nuova pace, nel segno di un orientamento profondamente democratico, e profondamente cattolico.

Come sottolineato, bisogna infatti ricordare l’importanza effettiva dell’apporto dei cattolici, smossi a gran voce da Pio XII e della Chiesa tutta, «attore non belligerante» che ha assunto durante la guerra «una posizione di imparzialità, che non significa neutralità» – come ha precisato Giovagnoli -, e che anzi attraverso messaggi e radiomessaggi sollecitava alla pace e al coinvolgimento dei cattolici italiani nella preparazione stessa di questa pace. Quegli stessi radiomessaggi che richiamavano a gran voce una situazione quasi speculare alla nostra, ed è stato quindi palpabile il senso, condiviso da tutti i relatori, dell’importanza effettiva di un lavoro come quello di Baietti oggi: nella scelta di riprendere in mano una visione prepolitica delle cose, e facendo della figura di Alcide De Gasperi e soprattutto di Sergio Paronetto esempi di una nuova via possibile per non disperdersi più, usando nuovamente le parole di Savona, «nella dialettica degli opposti (come succede oggi)».

Una via a cui devono partecipare anche i cattolici, in un impegno rinnovato e creativo perché «anche ai cattolici spetta l’obbligo di immaginare un nuovo futuro», come ha ricordato monsignor Paglia. Non si può prescindere dalla propria responsabilità di fronte alla storia, e citando il cardinale Matteo Maria Zuppi, «bisogna avere il coraggio del noi!». Tornare a Camaldoli è quindi una vera e propria chiamata alla responsabilità e, soprattutto, alla responsabilità dei cattolici. Ancora, con le parole di Zuppi «lasciamoci ispirare dalla storia».

 

Fonte: L’Osservatore Romano.

Data: Venerdì 28 giugno 2024.

Titolo originale: Impegno rinnovato e creativo. 

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del giornale ufficioso della Santa Sede]

Dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica al caos del mercato libero

Il quarto governo guidato da Amintore Fanfani depositando il 26 giugno 1962 il disegno di legge n. 3906, intitolato “Istituzione dell’Ente per l’energia elettrica e trasferimento ad esso delle imprese esercenti le industrie elettriche”, intendeva assumere un provvedimento che garantisse una gestione equa, omogenea, controllata della produzione e distribuzione dell’energia elettrica nell’ottica della sua nazionalizzazione. La legge istitutiva fu approvata il 6 dicembre 1962. Fanfani era un politico di rango, un cavallo di razza, il cui pregio principale consisteva in una visione lungimirante e pragmatica del governo del Paese e della sua crescita tumultuosa in epoca di boom economico, capace di una esposizione sintetica del proprio pensiero, caratterizzata da un eloquio fluente e convincente, che anteponeva gli aggettivi ai sostantivi. Il contrario di quello che Andreotti mi raccontò molti anni dopo parlandomi della Thatcher, che di aggettivi non ne usava proprio, andando subito al sodo. 

Sul piano strettamente politico la nazionalizzazione dell’energia elettrica (con l’istituzione dell’ENEL), ma anche il concomitante “piano casa” (più esattamente INA CASA) tendente e realizzare una estesa progettualità residenziale sull’intero territorio nazionale (ideato da Fanfani tra il 1949 e il 1963 come Ministro del Lavoro), rappresentava un’apertura al nascente centro-sinistra (il primo Governo a guida Moro nacque il 4 dicembre 1963) e il particolare al Partito Socialista. Ma era anche una scelta per il futuro, tra gestione nazionalizzata e liberalizzazione affidata al mercato, una sintesi tra una visione keynesiana dell’economia in un contesto capitalistico e la dottrina sociale della Chiesa basata sul welfare, sull’equità distributiva e sulla solidarietà. 

In un fazzoletto temporale di pochi anni si disegnava un modello di sviluppo sociale caratterizzato dal controllo dello Stato e poi stemperato dal decentramento autarchico attraverso l’istituzione delle Regioni. Questa deriva pilotata dal libero mercato e dal prevalere di interessi economici di parte, ma anche da quella sorta di autopropulsione sociale (come la definisce Giuseppe De Rita) verso il cambiamento e con esso – auspicabilmente – il progresso ha via via radicalmente vanificato quelle idee di grande visione, e ciò sostanzialmente per due motivi: il progressivo venir meno della stabilità politica e il declino culturale e rappresentativo della sua classe dirigente da un lato, e il moltiplicarsi e differenziarsi di domanda e offerta da parte del mercato, ciò che ha portato ad una polverizzazione istituzionale e dei servizi resi all’utenza, dall’altro. 

Si aggiunga l’enfasi burocratica che ha accompagnato lo sviluppo, rendendo sempre più complicata la vita sociale. Non va sottaciuto che la deriva della transizione digitale non sembra semplificare le cose. Sul piano planetario, in estrema sintesi, tutto ciò può essere riassunto in quattro marcate tendenze: la globalizzazione, l’omologazione, la disintermediazione sociale e la parcellizzazione della realtà sino alla sua scomposizione e miniaturizzazione. 

Qualcuno osserverà che c’è troppa sociologia in questa sommaria descrizione: troppo per entrare nel merito del guazzabuglio che riguarderà il libero mercato dell’energia elettrica, troppi ingiustificati timori per riassumere il cambiamento di una semplice bolletta della luce. Eppure in questo periodo siamo stati tutti bombardati da offerte telefoniche attraverso non identificabili nuovi gestori che si affacciano sulla piazza dell’energia. Mercato libero, mercato tutelato, guarentigie per i soggetti deboli, i poveri (ormai sono una categoria sociale mica tanto sommersa) con un ISEE da fame, ma se chiami un call center o chiedi spiegazioni a chi ti risponde (e di te sa tutto ma non dice niente di sé) ottieni una serie di risposte diverse, contraddittorie e poco rassicuranti. La ‘scelta’ di un’opzione è scaduta il 30 giugno, ma qualcuno risponde che ci saranno proroghe e ulteriori offerte. Questa tumultuosa cavalcata verso il libero mercato, la gamma infinita ed esponenzialmente crescente dei gestori, le informazioni ansiogene e mai rassicuranti hanno le sembianze di una “stretta finale” con informazioni dell’ultima ora. E meno male che stampa e TV si affrettano a rassicurare: la luce non verrà “tagliata”. 

Troppo poco per aprire le porte e la mente verso l’autonomia differenziata, troppo poco per costruire un “modello U.E”, troppo poco per ricevere garanzie sul futuro. Il jolly della partita è nelle mani dei gestori (spuntano come funghi in contesti aziendali disparati che nulla hanno a che fare con la produzione di energia elettrica) e ai cittadini resta solo l’impressione di una confusione creata ad arte. Abituarsi ai continui cambiamenti comporta una capacità di comprensione e adattamento che non tutti hanno. Ripenso dunque alla nazionalizzazione di fanfaniana memoria e immagino che se fosse stata accompagnata da uno Stato serio e vicino ai cittadini e da una classe politica credibile e capace, forse avrebbe funzionato. Quello era un modello di semplificazione, la realtà che ci attende è invece densa di incognite e di poco rassicuranti cangianze.

Cleopatra e l’arrivo di Marine. Intanto Cesare…va in ferie.

Cesare solo seduto sul seggio nel Senato di Roma e lei, la regina di là, oltre il Tevere, nella vasta tenuta dove lui l’ha confinata, torva, gli occhi di brace, le labbra serrate, cammina veloce in tondo nella sala con la vasca degli amati coccodrilli del Nilo. Lei vorrebbe metterli nel Tevere, i coccodrilli, che tanto a parer suo i romani se li meritano tutti; lui invece non le manda un messo da giorni, che cosa le deve dire che lei già non immagina?

La regina Cleopatra/Meloni avendo confuso la plebe romana con la plebe tutta dell’impero era salita dai Galli Belgarum straconvinta che vittoria romana è uguale a vittoria imperiale. Ma quelli le avevano detto subito “noi siamo Celti e Galli, stiamo nell’impero, ma abbiamo scelto diversamente e Cesare ci lascia liberi di scegliere”. “E che significa?”, ha detto la Regina, che abituata al “Regno sono io”, non immagina neppure che i popoli scelgano diversamente da quanto desidera il loro re, e subito spiegato dai Belgae: “Non c’è posto per te o per i tuoi candidati nei posti di comando, però vista la vittoria romana

troviamo altri posti per non farti sfigurare…”.

Onta! Oltraggio alla Regina Cleopatra/Meloni! Neanche era finita la frase di spiegazione che il viso si era trasformato; sparito il roseo dalle guance ingentilite dal fard, lo sguardo traverso, voce rauca, labbra ridotte ad un filo sottile sul bel viso, segnali di un rancore che monta e di un indiscutibile disagio per la posizione defilata.. è messa in un angolo, dietro una porta che non si aprirà.

Torna a Roma e non passa da Cesare. È nera come il buio della notte senza stelle dell’aldilà di Anubi, assorta nel risentimento e appare tutta la sua indole indomita e fredda; la regina-dea del popolo egizio, la regina che è lei stessa il Regno degli Egizi…buttati per terra gli orpelli che aveva indossato all’incontro di metà giugno in terra degli Apuli, primi fra tutti quei colori pastelli che dovevano far sembrare dolce chi è nata giaguaro del Sahara.

Ed ecco che forse una speranza di cambiare la malasorte…una tenue luce affidata all’auspicio che la galla franca Marine possa stravincere tra i suoi, cambiando gli assetti dell’Impero. La blonde Marine sa il fatto suo; ha pescato il suo enfant prodige della politica e lo mette avanti a tutti non per stravincere, ma per creare consenso duraturo e solido; fa un buon passo di misura e si assicura la vittoria al secondo passaggio con i Galli. Grande lezione di politica da chi è nata sulle rive della Senna a chi è nata su quelle del Nilo/Tiber. Non i carri lanciati al galoppo per sbaragliare l’avversario, non le scelte tanto per fare cassa politica (voti/consenso/favori), ma duro controllo della équipe che prenderà il potere. “Non imbarchiamo tutti e tutto poi si vedrà”, dunque non solo io e poi gli altri a seguire, ma un serrato gioco di squadra e un solo volto avanti (l’imberbe enfant, appunto). Marine dei Galli darà le carte nell’Impero, lo sa lei stessa e lo sa Cesare. E le darà – le carte – pure per Cleopatra/Meloni che avrà un secondo posto da cui si vede bene il palco e gli attori che declamano, ma non oltre…

E Cesare, avendo saputo dal messo gallo della vittoria certa della regina Marine, così manda i suoi saluti a Cleo: “Regina mea, serva navim quam tibi dedi, et imperium solum relinque, et cautius experire quod rumorem audio quod pueri in tua turba pulmentum faciunt. Ego feriatus, vale tuus Caesar”. Ovvero: “Ah regina mia, tieniti la barca che ti ho dato e lascia stare l’impero, e vedi di stare più accorta che mi giunge voce che i ragazzini della ciurma tua stanno facendo casino. Io vado in ferie. Ciao, Cesare tuo”.

Dibattito | Dove si può ricollocare in Europa la tradizione democratico cristiana?

Comincia a serpeggiare una domanda, più che legittima a mio parere, sul fatto che l’unico Centro credibile e riformista in Europa sia quello rappresentato da Macron e dalla sua formazione politica.

Dubbi e perplessità che crescono soprattutto per chi proviene dalla tradizione del pensiero, della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico, seppur nelle sue diverse e multiformi espressioni. E questo non solo per il clamoroso ed atteso tonfo elettorale nel suo paese alle recenti elezioni per rinnovare l’Assemblea Nazionale francese ma, soprattutto, per le concrete scelte politiche che persegue. E non solo sotto il profilo culturale e valorale, che è quasi alternativo rispetto al pensiero cattolico popolare e cattolico sociale, ma anche per le opzioni e le scelte politiche che non sono affatto ispirate alla difesa e alla promozione dei ceti popolari.

Forse si rende necessario, almeno da parte nostra, un ripensamento sul ruolo e sulla funzione politica esercitati dal Partito Popolare Europeo che, seppur molto articolato al suo interno, credo che tutt’oggi rappresenti con maggior coerenza e aderenza culturale i valori della storica esperienza democratico cristiana. Perché anche il Centro e la ‘politica di centro’ richiedono coerenza politica e lungimiranza culturale. Pur sapendo che l’universo centrista è rappresentato da molti apporti culturali, è indubbio che la storia e l’esperienza del cattolicesimo politico italiano non possono essere confusi con un centro tecnocratico, liberale, liberista e sempre più aristocratico e salottiero. Non è sufficiente accampare un singolare e sempre più anacronistico antifascismo per diventare elemento aggregante di tutto ciò che non è riconducibile alla destra estrema o alla sinistra radicale. 

Un Centro che si giustifica non solo per veti e pregiudiziali ideologici ma che, grazie al suo essere dinamico, riformista e autenticamente democratico, può e deve svolgere un ruolo fortemente popolare e ispirato a valori che affondano le loro radici anche nella cultura e nella tradizione dell’esperienza storica della Democrazia Cristiana, seppur nelle varie declinazioni che ha concretamente assunto nei paesi europei. Una cultura e una esperienza che, guarda caso, oggi può trovare una maggior e miglior cittadinanza nel Ppe che non in formazioni del tutto estranee ed esterne a quel filone ideale.

Ecco perché, in un clima di profondo cambiamento e di spiccata transizione politica, anche le grandi famiglie politiche e culturali europee sono destinate a subire delle trasformazioni. Sia per quanto riguarda il profilo e l’identità politica e sia, soprattutto, per la concreta adesione dei vari partiti europei. Popolari, socialisti e liberali sono destinati a governare e a dare una nuova “mission” al vecchio continente. Anche e soprattutto nel rapporto con le altre grandi potenze internazionali. Ma un dato è indubbio nonchè oggettivo: è giunto il momento che chi arriva dalla stessa tradizione culturale ed ideale non comprometta la sua identità per calcoli politici e di mero schieramento. Pena la trasformazione dei grandi partiti europei in meri pallottolieri. Oltre al sostanziale rinnegamento delle proprie radici ideali.

De Gasperi e Paronetto: l’alleanza tra popolari e giovani cattolici.

Nel corso dell’autunno del 2013, settanta anni dopo la pubblicazione del Codice di Camaldoli, a conclusione di un seminario organizzato per analizzare i vari aspetti che portarono alla sua elaborazione si decise di chiedere a Stefano Baietti di svolgere una ricerca sulla preparazione – definita prepolitica – cui Alcide De Gasperi si dedicò intensamente, a partire dal 1940, prima di assumere la funzione guida della ricostruzione italiana, materiale e morale, e di concorrere in modo decisivo a dare all’Italia la Costituzione, chiamata a promuovere l’unità,  lo sviluppo e la pace della società nazionale.

Eravamo in presenza di cambiamenti politici epocali: era caduto il muro di Berlino e la divisione bipolare lasciava il posto a un mondo multipolare e alla crescita economica dei grandi Paesi “arretrati”.

In Italia ci si interroga sulla sparizione dei grandi partiti, protagonisti della grande ricostruzione e sviluppo del Paese, e sul futuro, alla ricerca di nuove istituzioni, di nuovi rapporti tra società e politica. I militanti del partito unico dei cattolici, dopo cinquanta anni di governo del Paese (un tempo certamente lungo) e dopo il Concilio Vaticano Secondo, (la dichiarazione sulla libertà religiosa) si sentono attratti da nuove esperienze nelle nuove realtà “partitiche”. Accanto ai due protagonisti principali della società industriale irrompono, ormai, sulla scena del mondo, nuovi soggetti, movimenti, organizzazioni, nuovi modi di aggregarsi, di unirsi, di progettare il futuro. Sono uniti dai grandi movimenti etici, spirituali e religiosi, intorno ai temi dell’ecologia, della pace, dello sviluppo, dei diritti umani, che attraversano le frontiere dell’umanità, unendole o separandole in una logica del tutto meta-politica e meta-statale. Con questa società la politica deve cercare punti di convergenza, trovare nuovi canali di comunicazione. È un patto associativo che dovrebbe rifiorire nelle relazioni tra l’ordine politico e l’ordine sociale dopo troppo tempo in cui la politica ha trovato tanta sicurezza nel patto di assoggettamento e di dominio. Non si può più dialogare con l’attenzione solo ai sistemi elettorali, perché così facendo si crea solitudine che scatena violenza e allontana la gente dalla partecipazione al voto.

Tra le tante riflessioni sul Codice di Camaldoli che furono sviluppate nel Seminario del 2013, lontano da nostalgie ideologiche, in molti si chiesero se non fosse utile approfondire il passato prossimo e in particolare quella breve fase, definita prepolitica, che portò alla stagione della ricostruzione del Paese e alla scrittura della Costituzione italiana con il coinvolgimento di quasi tutte le forze politiche del Paese.

Oggi presentiamo in questa sede della Camera dei Deputati (ringraziamo ancora volta il Presidente e i Parlamentari che sono chiamati a rappresentare il Paese) i quattro volumi di Stefano Baietti focalizzati sugli anni della prepolitica di cui fu protagonista Alcide de Gasperi, coadiuvato da altri ricostruttori, quali, Donato Menichella, Ezio Vanoni, Luigi Einaudi, Giovanni Battista Montini e il giovane amico cui tutti fanno riferimento, Sergio Paronetto, che muore appena finito di trasferire il proprio insostituibile contributo.

Prima di sottolineare alcune delle scelte più significative vorrei dire ai lettori di non dimenticare che tutto avvenne nella difficile posizione dell’Italia ai confini della guerra fredda tra i due blocchi e con il più grande partito comunista di occidente (conventio ad escludendum).

Anche coloro che in quel momento non sostennero De Gasperi, a poco a poco, anche nel tempo presente, gli riconosceranno, tra le sue doti, quella della statura e della creatività nella politica, quella capacità di immaginare politiche di intervento e rimanendo stupiti di fronte all’abbondanza di programmi mandati in esecuzione: dalle riforme sociali nel riscattare la condizione subalterna dei disoccupati e dei poveri e in particolare dei contadini, nell’affrontare il dualismo tra il Nord e il Sud del Paese, nell’inserimento dell’obbligo della scuola di base, nell’adottare le più coraggiose scelte politiche nel mondo bipolare; si pensi alla decisione del 1947 di superare la partecipazione al governo dei socialisti e comunisti, all’adesione all’Alleanza Atlantica e alla Nato, al sogno dell’Europa Federale, alla proposta della CED e del progetto di Costituzione federale approvata dall’Assemblea “ad hoc” della CECA “Costituzione europea”.  Il preambolo era particolarmente significativo: “Noi popoli della Repubblica federale Tedesca, del Regno del Belgio, della Repubblica francese, della Repubblica Italiana, del Granducato del Lussemburgo e del Regno dei Paesi Bassi abbiamo deciso di creare una Comunità Politica”. Il Trattato della CED non venne – come sappiamo – ratificato dal Governo Francese di Mendès France. E i nodi – ancora aperti oggi – sono contenuti nella lettera di De Gasperi al nuovo Segretario Politico della DC nel 1954, Amintore Fanfani. E non si parlò più di Comunità politica.

De Gasperi affrontò alla Conferenza di Parigi il gelo degli Stati vincitori con queste parole: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”.

De Gasperi, in questo tempo di prepolitica, avvia la costituzione dell’unico partito laico di ispirazione cristiana e, oltre i popolari, che con lui hanno sofferto la persecuzione del regime fascista, stringe il rassicurante e fruttuoso collegamento con Giovan Battista Montini, con i giovani studenti universitari (FUCI), con i laureati cattolici e molti “professorini” del Nord e, alla fine, accetta l’idea di un pluralismo sindacale libero e autonomo.

La maggioranza di questi giovani ha meno di trenta anni e De Gasperi stringe una fitta collaborazione con un giovane, Sergio Paronetto, di solida formazione cattolica, economica, internazionale, e già vice direttore all’IRI, che si rivelerà strategica e determinante e che gli consentirà di fare un tuffo nella modernità e nelle fonti che arbitreranno il mondo a guerra finita.

D’altro canto, sono pochi i politici e gli imprenditori che si affacciano con determinazione alla nuova democrazia italiana; nei loro confronti Paronetto svolgerà un ruolo fondamentale per introdurre una cultura su come vanno viste dall’interno la democrazia politica, la democrazia economica, la società pluralista, di cosa siano le industrie, le banche “viste da dentro”.

In questo modo Paronetto diventa il prezioso collaboratore di De Gasperi e del suo Partito. Il lettore si meraviglierà della frequenza con cui il nome di Paronetto viene citato in questi libri. È morto giovanissimo e le generazioni successive non ebbero che rarissime informazione della sua vita.

Paronetto insiste con De Gasperi che, prima di cominciare a immaginare la libera dialettica tra le forze democratiche, è assolutamente necessario, constatato il livello di distruzione morale, oltre che materiale, raggiunto in Italia per le vicende della guerra e della guerra civile, ricominciare daccapo con le definizioni più elementari sulle quali cercare la convergenza con le altre forze politiche: un lessico civile da tutti condiviso.

Si tratta di immaginare i principi dell’ordinamento sociale, i principi dell’ordinamento economico e i principi dell’ordinamento politico. Intanto, i “principi dell’ordinamento sociale”, che è il vero titolo del Codice di Camaldoli, sono pronti già dal 1943, anche se Montini ne pretende una attenta revisione da parte di Paronetto; il Codice uscirà nel 1945, poco dopo la morte del suo autore. Non ci sarà un corpus organico per i principi dell’ordinamento economico e i principi dell’ordinamento politico. Ma ci sarà molto materiale prezioso, frutto delle elaborazioni dei colloqui del periodo pre politico.

Stefano Baietti ha scritto queste pagine con la cura di contribuire a far crescere una rete, anche con personalità di diverse culture e sensibilità, per capire – fuori dalle ideologie e dai totalitarismi del secolo breve – come rimettere in campo gli obiettivi di crescita morale oltre che economica e sociale del nostro Paese e dell’Europa.

Nel libro viene anche dato molto respiro ai quattro radiomessaggi pontifici dal 1941 al 1944, al Codice di Camaldoli, al fondamentale discorso di investitura delle ACLI pronunciato da Pio XII l’11 maggio 1945 (nove giorni prima della morte prematura del giovane valtellinese) in cui si perviene a un picco alto e coraggioso, insuperato, della dottrina sociale della Chiesa: in tutto sei documenti, tutti di mano di Paronetto, che vanno considerati insieme ai quattro documenti degasperiani: il Testamento politico 1942 firmato De Gasperi (!) e i tre testi programmatici della Democrazia Cristiana firmati Demofilo. Sono quindi dieci i documenti della prepolitica tra il 1941 e il 1945 stesi in qualità di ghost-writer da Sergio Paronetto.

La loro rilettura oggi potrebbe dare (forse) speranza a che la politica quale noi la conosciamo ai nostri giorni avvii un processo di auto-emendamento per tornare dove il pensiero – per l’Italia, per l’Europa, per il mondo – era già arrivato ottant’anni fa.

Sta ora ai quattro autorevoli studiosi entrare nel merito di quelli che furono quegli anni e come dicevano gli antichi e come potrebbero dire anche  i lettori di questi libri “sit finis libri non finis quaerendi”.

Assemblea Ucid, un nuovo slancio programmatico per le sfide odierne.

Si è conclusa ieri mattina la tre giorni di lavori per l’Assemblea nazionale Ucid, presso il Teatro S. Antonino della Cattedrale di Sorrento. L’Unione cristiana imprenditori e dirigenti, realtà che promana dalla Conferenza episcopale italiana e che, con oltre 3mila iscritti nel Paese, promuove la dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’impresa, si è data appuntamento nella cittadina campana per riprendere il dialogo con la Chiesa, le istituzioni e le parti sociali. All’Assemblea riservata ai soci di Ucid ha fatto seguito la giornata aperta al pubblico, dedicata al tema “Partecipazione e democrazia nell’impresa. In cammino verso la 50° edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani”.

Tanti i temi sul piatto: dal welfare aziendale come strumento per sostenere le famiglie alla decarbonizzazione come occasione di competitività, fino agli obiettivi di democrazia economica e al coinvolgimento femminile nell’impresa e nel lavoro. Molte le voci del mondo cattolico che si sono susseguite, a partire da quella di Gian Luca Galletti, presidente di Ucid, già Ministro dell’ambiente, che è partito dall’ambito della sostenibilità d’impresa: “Fondamentale è aprire l’impresa alla partecipazione, renderla davvero strumento di democrazia economica e attore sociale responsabile: lo richiede l’Europa con i criteri ESG che riguardano ambiente, sociale ed equità della governance, ma più ampiamente è un compito che la dottrina sociale da sempre riconosce all’organizzazione aziendale”.

Il presidente di Ucid ha pungolato la CEI sul ruolo della Chiesa nel rapporto tra società civile e politica: “Serve una scuola di politica orientata al pensiero cattolico perché questo torni a incidere nella società. Vediamo la politica polarizzarsi in opposti estremismi, c’è bisogno di mediazione tra le parti. Ma troppo a lungo la Chiesa ha abbandonato il suo ruolo di formazione e di supporto all’impegno dei laici, così il legame tra Chiesa e società civile si è allentato e la politica ha perso qualità”.

Ha subito reagito Mons. Francesco Savino, vicepresidente della CEI: “Occorre ricucire questo legame, per riscoprire un metodo di pensare la politica, da De Gasperi ad Aldo Moro, fino a Dossetti. Imprenditori, professionisti, dirigenti: va sollecitato una partecipazione virtuosa anche nella vita politica”. Sul tema è intervenuto anche l’economista Stefano Zamagni: “Un conto è la politica, un altro sono le formazioni partitiche: se si ha chiara questa distinzione, una scuola di politica che si basi sul pensiero cattolico può fare bene al Paese, alla sua classe dirigente e al rapporto tra corpi sociali e istituzioni”.

Il dialogo si è spostato poi sul rapporto con il sindacato: “Con Cisl abbiamo basi culturali comuni e anche Ucid ha sostenuto la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Cisl sulla partecipazione dei lavoratori all’impresa” ha affermato Galletti. “Le forze parlamentari accelerino sulla proposta di legge sulla partecipazione – ha affermato il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra – serve un’alleanza vera tra capitale e lavoro, basata su valori come la centralità della persona, la dignità del lavoro. Si tratta della cultura che abbiamo in comune conUcid, realtà con cui c’è un legame solido”.

Presentato poi il documento Ucid “Principi di economia civile. Una guida per imprenditori e dirigenti”, pubblicazione promossa da Fabio Storchi, già alla guida di Federmeccanica e presidente Ucid Reggio Emilia. Si tratta di un testo orientato a promuovere un’impresa etica e sostenibile, capace di farsi carico delle aspettative sociali quanto a transizione ambientale, responsabilità sociale ed equità della governance. “A partire dai contenuti del documento vorremmo promuovere un dialogo ampio, che comprenda le istituzioni civili, quelle ecclesiastiche, il mondo accademico e le parti sociali. Le settimane sociali dei cattolici saranno un’occasione per muovere in questo senso”, ha spiegato Stefania Brancaccio, segretario generale Ucid.

Tanti gli ospiti della tre giorni, tra gli altri anche Don Antonio Mastantuono, assistente spirituale di Ucid, il Prof. Vincenzo Sanasi d’Arpe, amministratore delegato di Consap, fino ai tanti rappresentanti del territorio campano come Mons. Francesco Alfano, Vescovo di Sorrento, l’Avv. Massimo Coppola, sindaco di Sorrento, Amedeo Manzo, presidente della Bcc di Napoli e Nino Apreda, Presidente di Ucid Campania e Sigrid Marz, presidente Uniapac Europa.

 

 

L’Ucid associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Accentramento e leaderismo, il grande tarlo della democrazia.

È già sulla scena. Per questo mi sono chiesto cosa si nasconde dietro le quinte del Premierato, al di là delle note e giuste critiche. Un Premierato disinvoltamente sbandierato come “la madre di tutte le riforme”, con qualcosa nel suo sottofondo, che gli stessi studiosi non hanno forse la voglia di approfondire. I commenti, le ragionevoli riflessioni e gli editoriali che circolano sono infatti tutti rivolti a denunciare il passo indietro di un Parlamento che rischia di trasformarsi  veramente in una “… Aula sorda e grigia”; ma anche a criticare la riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica, in pratica ridotto a notaio. Sono posizioni su cui non si puo fare altro che essere d’accordo, anche se Angelo Panebianco definisce frettolosamente “conservatori costituzionali” coloro che temono questa deriva autoritaria, centralistica e antiparlamentare.

Mettiamola come vogliamo, ma i sostegni e gli appigli di queste oneste critiche sono tuttavia da ricercare nella  razionalità della scienza politica, del diritto costituzionale e del diritto pubblico, nelle  ricadute pericolose sugli equilibri previsti dalla nostra Costituzione, ecc…Tutto giusto!  Quello però che a mio avviso manca in queste analisi riguarda solo un pizzico di psicologia politica e di antropologia culturale, insieme alla osservazione accurata delle “personalità monocratiche”, ovvero con forti poteri istituzionali che circolano per il mondo.

Oggi possiamo notare che c’è una diffusa voglia di essere leader unici a tutti i costi. Capi forti e solitari. Comandanti singoli e autonomi. Insomma una incomprensibile voglia di affrontare la tempesta elettorale e il governo di uno Stato salendo da soli sulla propria barchetta personale, senza remare insieme a compagni di mare e senza cedere un poco della propria spocchia: basti pensare agli spropositati 34 simboli che nelle ultime elezioni politiche italiane hanno delegittimato l’autentico e insostituibile significato del pluralismo. Tutti partiti simili. Fotocopie. Movimenti immaginifici, gruppi politici individuali, simboli nostalgici e storici tenuti sotto chiave, liste civiche, liste di scopo, ecc…

E tutti partiti che si somigliano grosso modo nei grandi valori portanti e di base della socialdemocrazia liberale, e – se ancora c’è spazio – della Dottrina sociale della Chiesa: almeno così si dichiarano e cosi si spera che siano, se non si crede più al ritorno del fascismo e del comunismo storici. Insomma, una caterva di simboli che disorientano e frantumano l’elettorato. E che ormai, forse proprio per questo ultimo motivo, lo confonde e lo lascia a casa. Ma nello stesso tempo tutti partiti decisamente e fondamentalmente  diversi solo e soltanto  per la faccia del leader.

Non è infatti solo il modello tecnico elettorale con i più giusti equilbri democratici dei pesi e contrappesi che dovrebbe giustamente attirare l’attenzione. Anche perché, a ben vedere, di un leader che coordina senza ordinare, la democrazia ne ha bisogno. I tanti dubbi che rimangono sospesi, riguardano sia quelli come dicevo sul profilo e la personalità del premier eletto, sia quelli relativi alle modalità e alle sofisticate tecniche comunicative e informative che adopera  nella sua campagna elettorale per essere eletto.

Dunque, anche se il Premierato sarà supportato da una legge elettorale più idonea, e dalle proposte di correzioni suggerite da capaci studiosi sinceramente democratici – cito solo Ceccanti e Guzzetta – ai nostri giorni rimangono senza risposta questioni strutturali date per scontate, ma connaturate al modello elettivo diretto, di un Premier dei nostri tempi digitali. Sono tutte questioni relative alla imperante telepolitica-spettacolo, al ruolo centrale che ormai occupano i media, vecchi e nuovi, i social, ecc…nella comunicazione politica e nella propaganda politica. E che una volta fatte emergere dal dimenticatoio e portate alla consapevolezza di tutti noi, dovrebbero suggerire molte cautele e molte preoccupazioni, prima di istituzionizzare l’elezione diretta di un Capo di Governo solo… a distanza. Chi elegge un premier? Quanti lo eleggono? E come  si elegge ?

Di queste preoccupazioni ne elenco  solo due. La prima riguarda la rappresentanza, ormai in mano a un ristrettissimo numero di votanti, con una partecipazione al voto e livelli di astensionismo mai prima registrati. Per cui se non si mette in agenda il tasso di partecipazione, non è  molto sbagliato supporre che un premier che vinca le elezioni, mettiamo con il 51% dei voti ma con il 40 % di votanti, rappresenterà solo e soltanto il 20% degli italiani con diritto al voto.

La seconda riguarda la totale crisi del partito politico, trasformato nel migliore dei casi in un tele-partito sul modello Casaleggio-Grillo. Padronale sin dai tempi di Berlusconi. Senza Congressi e Direzioni. Con le sue rarissime sezioni territoriali, con i suoi ormai vuoti Circoli, con il progressivo calo di iscritti e militanti, specie tra i giovani. E con la conseguente e totale rimozione di una democrazia partecipata e deliberativa che parta proprio dal basso e dai territori della sana dimensione locale e comunitaria.

Rimangono le primarie aperte, che servono però solo a svuotare dall’esterno il partito politico. Allora, cosa resta? La scelta del premier eletto solo grazie ai media, vecchi e nuovi? Un premier estratto a caso da una certa classe politica, quasi come un mumero della tombola? Magari un premier con disturbi narcisistici della personalità? Intendo dire un premier spesso senza nessuna formazione prepolitica, senza nessuna esperienza amministrativa locale e civica, con spessori etici ai minimi termini e livelli culturali discutibili, ma  solo con un enorme fascino comunicativo e con una voglia estrema di essere “Primo” a tutti i costi? Un premier caratteriale, con sorrisi forzati, gli occhi sbarrati dall’ira e l’indice della mano destra minaccioso? Con una ripulsa odiosa verso i diversi: i non patrioti, i non nazionali, e quegli immigrati che organizzano le “sostituzioni etniche”?

Domande e interrogativi che meritano risposte convincenti. Senza invocare i test attitudinali per i candidati al premierato, è però necessario che per quella carica monocratica – qualora il Referendum non dovesse, come speriamo, affossare la Riforma – venga scelta e votata una persona sapiente e saggia. Equilibrata e competente. Non odiosa. Non tetragona a difesa della formula amico/nemico. Una persona che sappia che leader significa guida e rispetto non solo degli amici. Un “Premier” che sia corretto e attento anche verso i… “Deuxième” e i “Troisième”, vale a dire i Secondi e i Terzi.

Asianews | Putin abolisce la tassa sui matrimoni e aumenta quella sui divorzi.

Stefano Caprio

 

Con le discussioni alla Duma di Mosca sulle modifiche alla riforma fiscale, cercando di introdurre tasse sempre più estese e salutando definitivamente il sistema assistenziale degli ultimi decenni, la Russia si sta preparando a ridefinirsi in modo definitivo nella economia di guerra, destinata a modellare il Paese per molti anni, anche dopo il regno eterno dello zar Putin. L’ultima trovata è l’aumento della tassa sui divorzi, che permette di prendere due piccioni con una fava: afferma la prevalenza dei “valori tradizionali” difendendo la famiglia e il principio dell’indissolubilità del matrimonio, e allo stesso tempo assicura un gettito abbondante e garantito, essendo la Russia, al di là dei proclami, assai poco legata a quegli stessi valori, con un tasso di divorzi molto più alto che nella maggior parte dei Paesi del mondo (solo l’anno scorso ce ne sono stati più di 700mila). In compenso è stato proposto anche di eliminare la tassa sui matrimoni, per le stesse ragioni.

L’effetto di queste misure sulla vita dei russi è in realtà paradossale, in quanto invece di un impoverimento, sembra aprirsi una stagione di benessere e arricchimento. La presidente della Banca centrale di Russia, Elvira Nabiullina, ha rivelato che in effetti stanno molto crescendo i crediti alle persone e alle aziende, perché “la popolazione diventa sempre più ricca”. Contro ogni previsione, la Russia sta battendo ogni record di tasso di crescita del Pil, che nel 2023 è risultato del 3,6% rispetto all’1,8 che era stato pronosticato, e nei primi quattro mesi di quest’anno è salito a un’indecente 5,4%, creando un entusiasmo popolare per la “economia di mobilitazione”.

Uno dei più importanti economisti russi, il professor Igor Lipsits, che ora vive in Lituania dopo essere stato cacciato dal mondo accademico e dichiarato “agente straniero”, spiega a Radio Svoboda che “prima la Russia lasciava parte dei proventi delle esportazioni come riserve all’estero, ora non si lascia più nulla e tutto viene reinvestito all’interno del Paese”. Non c’è più bisogno di mettere qualcosa da parte per i “tempi bui”, perché i tempi bui sono già arrivati, e nessun futuro più ci aspetta. Tutto si riversa sul consumo immediato, e ovviamente la massa principale dei soldi finisce nell’industria bellica, attorno alla quale crescono i vari gruppi di un indotto senza fine. Ai soldati non servono solo le armi, ma anche il cibo, i vestiti, le medicine e tanto altro, e tutta la popolazione vive in stato di mobilitazione, anche quelli che non devono andare al fronte, almeno per il momento.

Più che economia “di guerra”, potrebbe essere definita economia “della fine dei tempi”, una sensazione di apocalisse vissuta in presa diretta. La dimensione religiosa sempre più applicata alla politica e alla società crea l’illusione che la Russia sia già nel regno dei cieli, che sia al di sopra delle turbolenze terrene dei popoli in preda all’anticristo occidentale, e che i soldati in Ucraina siano angeli scesi a difendere la purezza dei santi. Il presidente Vladimir Putin ha voluto confermare questa sensazione, recandosi in pellegrinaggio alla Lavra della Trinità di San Sergij, dove insieme al patriarca Kirill ha venerato l’icona della Santissima Trinità di Rublev, assurta ormai a simbolo della riunificazione celeste dei popoli slavi, baciando il sarcofago che contiene le spoglie di San Sergij di Radonež, patrono della Russia militante.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/L’economia-bellica-della-Russia-senza-futuro-61047.html

Francia, gli ultimi sondaggi confermano la vittoria della destra.

Alla vigilia del primo turno delle elezioni legislative anticipate, il sondaggio Odoxa-Mascaret-Presse Régionale- Public Sénat-le Nouvel Obs” ha confermato le tendenze registrate nelle indagini demoscopiche effettuate in seguito allo scioglimento dell’Assemblea nazionale da parte di Macron. Si prevede anzitutto una partecipazione elettorale molto elevata (il 66% dei francesi intende recarsi alle urne). La massiccia mobilitazione politica dovrebbe produrre un numero record di triangolari (tre candidati qualificati per il secondo turno) in 160-200 circoscrizioni, prima di probabili rinunce nell’intervallo tra i due turni.

In questo primo turno, la destra di RN resta in vantaggio con il 35% delle intenzioni di voto, davanti al Nuovo Fronte Popolare (27,5%) e alla maggioranza presidenziale, indietro rispetto ai due blocchi (21%).

Secondo la proiezione di Odoxa, il RN con i suoi possibili 265-305 seggi è in corsa per la maggioranza assoluta nella futura Assemblea. Al contempo, il Nuovo Fronte Popolare dovrebbe affermarsi come la principale forza di opposizione con 150-190 seggi. In grande difficoltà la maggioranza presidenziale, accreditata di soli 70-110 seggi e la destra (LR e varie destre), con una oscillazione tra i 15 e i 45 seggi.

Nel dettaglio si possono cogliere gli effetti di una mobilitazione politica straordinaria. Secondo lo studio, tra il 64% e il 68% degli elettori iscritti alle liste elettorali dovrebbero andare a votare, con una media del 66% (in aumento di 2 punti rispetto al sondaggio del 21 giugno scorso). Tale partecipazione, se confermata, porterebbe a un aumento di quasi 20 punti rispetto al dato delle elezioni legislative del 2017 (48,7%) e del 2022 (47,5%). Un dato che potrebbe eguagliare o superare quello delle elezioni legislative del 2002 (64,4%).

Dunque, le elezioni legislative vedrebbe RN imporsi come il grande vincitore del primo turno con il 35% delle intenzioni di voto (+2 punti rispetto al sondaggio del 21 giugno), in linea con il suo punteggio storico, quello delle europee del 9 giugno. L’aumento sarebbe di quasi 17 punti rispetto alle ultime elezioni legislative del 2022 (18,7%).

Con il 27, 5% di intenzioni di voto, il Nuovo Fronte Popolare sarebbe l’altro grande vincitore di queste legislative guadagnando 2 punti in più rispetto alla cifra  ottenuta dalla Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale (Nupes) nel 2022 (25,78%).

Con il 21% delle intenzioni di voto (+2 punti rispetto al nostro studio del 21 giugno), la maggioranza presidenziale [di Macron] sarebbe relegata al terzo posto, molto indietro rispetto a NFP e RN. Il calo sarebbe di quasi 5 punti rispetto al risultato di Renaissance e dei suoi alleati nel 2022. L’altro grande perdente annunciato è il raggruppamento di centro-destra “non-ciottiste” che potrebbe fermarsi al 7%, ovvero 4 punti al di sotto del suo risultato del 2022.

L’alto livello di partecipazione previsto e i risultati raggiunti in molte circoscrizioni dai tre principali raggruppamenti politici potrebbero comportare tra i 160 e i 200 triangolari (rispetto agli 8 del 2022). Ciò favorirebbe notevolmente RN. In testa alla fine del primo turno nella maggior parte delle circoscrizioni, il partito di Jordan Bardella e Marine Le Pen potrebbe approfittare dei disaccordi degli altri due concorrenti (NFP e Ensemble) e del basso potenziale di trasferimento di voti tra i due bacini elettorali, per vincere la maggior parte dei triangolari e assicurarsi la maggioranza assoluta nella futura Assemblea.

 

 

[Il testo firmato da Sylvain Courage è stato tradotto e adattato, effettuando tagli e cuciture nel rispetto dell’impianto originario]

Insieme | Andando a zigzag, la Meloni ha perso clamorosamente in Europa.

Domenico Galbiati

 

[…] Giorgia Meloni, visibilmente contrariata dall’alleanza tra popolari, socialisti e liberali che la esclude, contesta il fatto, in sé ovvio, che in un Parlamento si formi una maggioranza politicamente connotata.
Per altro verso, si riscopre leader di governo ed invoca, per l’attribuzione dei ruoli apicali e per la stessa nomina dei Commissari, un cambio di registro, incardinato sui paesi come tali, piuttosto che sulle affinità di ordine politico che, appunto, diano luogo, alla formazione di un’alleanza dotata di una propria visione e di un proprio programma.

Sicuramente si tratta di due chiavi interpretative che devono essere fatte convivere, ma non si può negare la prima e privilegiare unilateralmente la seconda, come se pensassimo l’Europa – ma non è, infatti, questo l’intendimento della Meloni ? – come una “confederazione” di stati o di nazioni, piuttosto che come progetto politico orientato all’ unità del continente.

Ad ogni modo, dopo tante roboanti parole, il prezzo di tale imperizia rischia di pagarlo l’Italia, che finisce per essere omologata al dato politico contingente del governo attualmente in carica.
Infine – ed è un elemento da non sottovalutare – l’ultima pennellata al capolavoro di Giorgia Meloni la danno i suoi stessi più cari amici. Da Orban che sostiene il socialista Antonio Costa, al leader ceco Fico – quest’ultimo organico al raggruppamento dei conservatori – il quale vota tutte e tre le figure in gioco; e poi i conservatori polacchi che stanno valutando se abbandonare o meno Giorgia Meloni. Comunque, ad essere letteralmente frullata nel gorgo scomposto di tante contraddizioni è soprattutto Forza Italia.
È lecito chiedersi come la mette, a questo punto, Antonio Tajani?

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/adesso-tajani-come-la-mette-di-domenico-galbiati/

Mastroianni è stato il divo italiano più amato del dopoguerra

(Askanews) – Per la Treccani l’alter ego di Federico Fellini, “eclettico interprete di circa 150 film firmati da registi di grande rilievo, è stato il divo più amato del cinema italiano, capace di trovare sul set brillanti soluzioni inventive grazie alla sua capacità di concentrazion” e Per l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani Marcello Mastroianni, attore teatrale e cinematografico nato a Fontana Liri (Frosinone) cento anni fa, il 28 settembre 1924, e morto a Parigi il 19 dicembre 1996, infatti ” è stato il divo più amato del cinema italiano del dopoguerra”.

Come ricorda la voce curata da Tullio Kezich per l’Enciclopedia del Cinema Treccani, Mastroianni si formò alla scuola di teatro di Luchino Visconti e divenne l’alter ego di Federico Fellini, passando alla storia come il divo italiano più amato del dopoguerra, eclettico interprete di circa 150 film spesso firmati da registi di grande rilievo.

La crescita sul palcoscenico teatrale coincise con la sua affermazione nel cinema, iniziata nel 1948 impersonando un rivoluzionario in I Miserabili di Riccardo Freda e proseguita fra umorismo e mélo, allargando poi la gamma espressiva alle caratterizzazioni e trovando sempre sul set brillanti soluzioni inventive grazie alla sua capacità di concentrazione.

Tra i titoli della prima fase, quasi sempre in qualità di giovane ingenuo e sventato: Una domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer, Vita da cani (1950) di Mario Monicelli e Steno, Parigi è sempre Parigi (1951) e Le ragazze di Piazza di Spagna (1952), entrambi ancora di Emmer. Di maggiore impegno le partecipazioni a Febbre di vivere (1953) di Claudio Gora, Cronache di poveri amanti (1954) di Carlo Lizzani, Giorni d’amore (1954) di Giuseppe De Santis.

La vera svolta e la popolarità giunsero con Peccato che sia una canaglia (1954) di Alessandro Blasetti, il primo degli undici film che abbinarono Mastroianni nell’arco di quarant’anni, in una sorta di coppia fissa, a Sophia Loren.

Tra i vari registi con cui lavorò Ettore Scola, il regista che l’attore frequentò più assiduamente con otto film tra i quali Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), La terrazza (1980), Il mondo nuovo, noto anche come La nuit de Varennes (1982), dove impersonò un invecchiato Casanova, Splendor (1989), Che ora è? in felice abbinamento con Massimo Troisi e che firmò Una giornata particolare (1977), toccante incontro d’amore fra una casalinga e un omosessuale ambientato nel giorno della visita di Hitler a Roma nel 1938.

Il momento magico della carriera coincise con l’enorme successo di La dolce vita (1960), in cui Fellini lo impose nella parte del giornalista intorno al quale ruotano gli episodi. Dopo questo film, in 8 1/2 (1963) diventò una sorta di ‘doppio’ del regista, al quale rimase fedele in tre film successivi: La città delle donne (1980), Ginger e Fred (1986) e (nella parte di sé stesso) Intervista (1987).

Negli anni Settanta intensificò l’attività nel cinema francese, prendendo casa a Parigi e diventando il compagno di Catherine Deneuve dalla quale nel 1972 ebbe una figlia, Chiara, divenuta anch’essa attrice.

Sempre aperto alle proposte stimolanti, fece con Paolo e Vittorio Taviani Allonsanfàn (1974), con Luigi Comencini La donna della domenica (1975), con Giuseppe Patroni Griffi Divina creatura.

Di tanto in tanto Mastroianni tornò a quella che definì la “dieta teatrale”, conclusasi in una crepuscolare commedia italiana, Le ultime lune di F. Bordon diretta da Giulio Bosetti. Mastroianni girò con questo spettacolo per due stagioni (1995-96) toccando varie città italiane, accolto ovunque da un travolgente consenso di pubblico. Fece eroicamente l’ultima recita a Napoli, in condizioni fisiche che lo costrinsero a recitare seduto, e andò quindi a morire a Parigi.

Tre volte candidato all’Oscar e due volte premiato come miglior attore al Festival di Cannes, nel 1970 per Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Ettore Scola e nel 1987 per Oci cërnye (Oci ciornie) di Nikita S. Michalkov, ottenne a Venezia per due volte la Coppa Volpi, nel 1989 per Che ora è? di Scola (ex aequo con Massimo Troisi) e nel 1993 per Un, deux, trois, soleil (Un, due, tre, stella!) diretto da Bertrand Blier, come miglior attore non protagonista. Fu anche insignito due volte (nel 1983 e nel 1997, in memoriam) con uno speciale David di Donatello alla carriera.

Vita e Pensiero | Disinteressato ed eroico il genio di Marie Curie.

Luigi Gedda

I quarant’anni del radio vengono ricordati in Italia e nel mondo associando alla figura e alla scoperta dei coniugi Curie, la figura di Röntgen e la scoperta dei raggi X. Non è soltanto l’affinità obiettiva di indole fisica che consiglia questa commemorazione comune, ma anche il fatto che la scoperta dei raggi X, per quanto non sia avvenuta esattamente quarant’anni fa, possiamo dirla in senso lato egualmente contemporanea e come tale sarà considerata dalla storia della scienza.

Vi è anche un legame di altro genere fra raggi X e radium, o meglio fra raggi X e colei che identificò il radium, Maria Curie, legame storico, umanissimo e commovente. Maria Curie, per la sua’ mentalità e per la sua esperienza, fu in grado di afferrare precocemente i benefici inestimabili che potevano derivare all’umanità sofferente dalle applicazioni dei raggi X, e fu essa che in un momento cruciale per la storia del mondo, la grande guerra, con quella generosità e ampiezza di vedute che la contraddistinguevano, attrezzò l’esercito francese del servizio Röntgen più vasto e geniale, date le possibilità del momento, con un’attività instancabile che rivelò in essa genialità organizzativa di prim’ordine. Si deve a Maria Curie, subito dopo la battaglia della Marna, il reclutamento di automezzi che essa trasformava in gabinetti radiologici di fortuna e poi l’allestimento delle sezioni radiologiche in circa 200ospedaletti da campo.

Questa applicazione bellica delle radiazioni, a scopo diagnostico, fu da Maria completata prima dell’armistizio e nell’immediato dopoguerra con l’introduzione e l’utilizzazione della sua scoperta, il radio, a favore dei feriti di guerra.

Perciò questo associare il quarantesimo del radio alla commemorazione dei raggi X è conforme allo spirito di Maria Curie e sarebbe da essa certamente condiviso, tanto più che la doppia celebrazione mira ad uno scopo pratico: richiamare d’attenzione del pubblico sui preziosi risultati che si possono conseguire con il radio ed i raggi X nella cura del cancro, risultati tanto più grandi, quanto più la diagnosi e quindi il trattamento sono precoci.

Giungere a conseguenze pratiche, umanitarie, che diminuiscano le sofferenze, ridonando all’uomo la salute, o almeno la speranza, tutto questo è perfettamente conforme agli ideali coltivati dalla nobile anima di Maria Curie.

Chi vuol leggere un libro eroico e triste ad un tempo, ma certamente nobile ed interessante, legga la «Vita della Signora Curie» scritta dalla figlia secondogenita, Eva. Di temperamento artistico e perciò diversa dalla madre come anche dalla sorella primogenita Irene, che fu scienziata come Maria e come essa Premio Nobel per la fisica, Eva Curie ha saputo rendere la figura della madre con una sensibilità e con una obiettività che l’interessata, se avesse pensato di scrivere la sua autobiografia, non avrebbe potuto dimostrare.

L’opera di Maria Curie è essenzialmente rappresentata da quel volume che s’intitola «Radioattività» e che essa riuscì a stendere prima della morte, chiudendo in esso la sua vasta esperienza e la visione sintetica dei suoi precedenti lavori. Ma la figura di Maria Curie non appare, n’è poteva apparire, attraverso questo libro scientifico nelle sue componenti umane. Perciò il trattato richiede come naturale complemento la biografia scritta dalla figlia, e mi sembra di poter dire che, trascorrendo il tempo, mentre il primo diventerà sempre meno attuale poiché la scienza nel suo fatale divenire supera se stessa ad ogni istante, la seconda e cioè la «Vita della Signora Curie» come opera d’arte e di fine penetrazione psicologica, non invecchierà e sarà sempre la fonte a cui attingeranno i lineamenti di questa grande e storica figura.

La vita di Maria Curie è eroica e triste ad un tempo. Eroica di quell’eroismo sostanziale, per quanto prevalentemente interiore, che ha per suo campo la scienza e il laboratorio. Eroismo che si distacca dall’eroismo militare per le tinte più attenuate, e sotto certi aspetti si avvicina maggiormente all’eroismo religioso.

Quando Maria, con il sacrificio di sé, cerca di aiutare la famiglia e anche nel modesto compito di istitutrice a Varsavia e a Przasnysz, che deve per questo motivo accettare, non dimentica anzi alimenta la fiamma del sapere; quando, giunta finalmente a Parigi, compie delle acrobazie finanziarie per frequentare i corsi universitari utilizzando risorse modestissime, lottando contro la fame e il freddo; quando, sposatasi a Pietro Curie, lavora con il marito all’estrazione del radio con una certezza e una costanza che possono sembrare, ai profani cocciutaggine; quando, raggiunto il successo e la gloria, passa indifferente e quasi scontrosa fra i clamori della celebrità cercando di far convergere ogni forza di cui può disporre, ed ogni sforzo personale a beneficio dell’Istituto del Radio e dei suoi allievi, non si può esitare nel giudizio: il genio di Maria Curie è disinteressato ed eroico.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-maria-curie-e-il-radio-6518.html

Aggiornamenti Sociali | Il punto sull’imminente Settimana sociale dei cattolici.

Sebastiano Nerozzi

La voce e il contributo effettivo dei cattolici hanno variamente accompagnato la vita politica dello Stato italiano fin dai suoi inizi. Possiamo ricordare in particolare i primi passi di risveglio sociale e civile mossi in un clima ancora di scontro con l’élite politica liberale del Paese, la breve ma significativa esperienza del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo, l’attiva partecipazione ai lavori dell’Assemblea costituente e, più di recente, il contributo alla vita politica repubblicana, tanto nelle sue istituzioni rappresentative quanto nella società civile, attraverso la capillare azione formativa svolta dall’associazionismo e dai movimenti cattolici.

In questo percorso, fin dalla loro prima edizione nel 1907 le Settimane sociali dei cattolici italiani hanno svolto un ruolo fondamentale e si presentano oggi come un processo che tende a coinvolgere in misura crescente settori sempre più ampi della Chiesa italiana (cfr Preziosi 2010). L’obiettivo è comprendere e testimoniare insieme, in modalità sempre nuove, la dimensione sociale del Vangelo. La 50ª edizione di questo appuntamento si terrà a Trieste dal 3 al 7 luglio 2024. Si tratta di un anniversario significativo, che segna alcune importanti novità riguardanti sia le modalità di svolgimento della Settimana sia il cammino, già avviato, del mondo cattolico italiano verso questo appuntamento.

A partire da questa edizione, l’incontro si chiamerà Settimana sociale dei cattolici in Italia, a sottolineare la presenza sul nostro territorio di tante persone che, venendo da Paesi diversi, danno nuovi volti alla partecipazione e condividono la ricerca del bene comune nel nostro Paese. Il tema di questa 50ª Settimana sociale è «Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro» e, come si legge nel Documento preparatorio (DP, disponibile in www.settimanesociali.it), l’intenzione è invitare i cittadini e le cittadine a una riflessione sul valore, i fondamenti e le molte articolazioni della democrazia, cercando insieme i modi migliori per rinnovarla e aprirla alla partecipazione di tutti. Ma perché, tra i tanti temi urgenti e importanti (dalla pace, all’ambiente, al lavoro, alle diseguaglianze), si è scelto di dedicare attenzione proprio alla democrazia e alla partecipazione? Nelle pagine che seguono metteremo in rilievo alcuni dati di contesto globali e nazionali utili per cogliere l’importanza della democrazia e della partecipazione, ben consapevoli che oggi sono sempre più messe alla prova.

Le contestazioni e le critiche che vengono rivolte spesso sottostimano la stretta connessione tra il buon funzionamento dei meccanismi democratici e i problemi sociali, ambientali ed economici del nostro tempo, restituendoci una visione parziale delle questioni dibattute. Presenteremo poi il lavoro organizzativo e la metodologia della prossima Settimana sociale, mostrando come questa possa fornire ai cattolici in Italia chiavi di lettura e strumenti utili per far fronte con speranza alle sfide della situazione sociale e politica odierna.

 

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Sulle riforme nessuna ambiguità: i Liberi e Forti diano l’esempio.

Le tre riforme programmate dal governo di centro destra sono già in corso d’opera e, questa volta, non possiamo disertare il campo. Riforma dell’autonomia differenziata, già legge promulgata e in corso di pubblicazione, quella sul premierato, che ha superato il primo voto al Senato e quella sulla Giustizia, pronta sulla rampa di lancio, sono tre obiettivi sui quali noi cattolici democratici, liberali e cristiano sociali dobbiamo verificare il nostro stato dell’arte e. soprattutto, la volontà del nostro impegno.

Gli amici impegnati nel tavolo di lavoro dei Dc e Popolari stanno seguendo l’iter delle tre riforme con particolare interesse e, stanno per attivare il comitato dei Popolari per il NO alle stesse evidenziando quanto segue:

1- L’autonomia differenziata come stabilita nella legge promulgata, contiene elementi probabili di incostituzionalità che qualcuno chiederà di accertare presso la Corte costituzionale. Si ritiene, in ogni caso, che essa, nella sua ultima formulazione,  rischi di spaccare il Paese in due parti e a ridisegnare una struttura multiforme poliedrica nelle 20 regioni, con enormi rischi tra Nord, Centro e Sud d’Italia e di differenziazioni di diritti sostanziali per i cittadini, specie nei settori della sanità e dell’istruzione. Al punto attuale, non resta che il ricorso alla raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge.

2- Il premierato con l’elezione diretta del capo del governo, sistema unico al mondo, che, dove è stato sperimentato, come in Israele, è stato immediatamente cambiato in quanto causa di ingovernabilità, è da noi DC e Popolari considerato una deforma costituzionale destinata a creare una situazione di rottura traumatica degli equilibri fissati dai padri costituenti. Un’alternativa per noi proponibile sarebbe quella del cancellierato sul modello tedesco, risultato di un’elezione da svolgersi con legge elettorale proporzionale con sbarramento e con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva. Considerato il NO pregiudiziale con questo modello da parte del governo di centro destra, non ci resta che organizzarci con urgenza nel comitato dei Popolari per il NO, partecipando alla raccolta delle firme per il referendum con quanti sono interessati alla difesa della Costituzione repubblicana.

3- La riforma della magistratura, infine, accompagnata dai provvedimenti sin qui assunti nella materia dal governo di centro destra, rischia di creare un vulnus tremendo al principio della separazione dei poteri e all’autonomia della magistratura, per cui, anche per questa riforma/deforma non ci resta che partecipare alla raccolta delle firme per il referendum.

Stavolta non è più tempo di disertare. Siamo consapevoli che esistono tra ex Dc e Popolari, amici che hanno votato per il centro destra e continuano a sostenere il governo a guida di Fratelli d’Italia, e, pertanto, la scelta di scendere in campo al fianco dei partiti e movimenti che intendono difendere la Costituzione, rappresenta l’occasione per chiarirci al nostro interno senza furbizie e/o infingimenti. Coerenti con la nostra storia e cultura politica dobbiamo prepararci per un confronto politico decisivo per le sorti della Repubblica. Questo è il tempo dei Liberi e Forti.

Fondazioni decisive per la presenza dei cattolici nella vita pubblica.

I partiti personali, i partiti del capo e i cartelli elettorali, com’è noto a tutti, non producono pensiero politico e né, tantomeno, elaborazione culturale. E questo perché, com’è altrettanto noto, è sufficiente amplificare e divulgare il verbo del ‘capo’ e tutto finisce lì. Anche perché chi non lo condivide o non fa parte di quel partito o di quel cartello elettorale oppure, e specularmente, non conta nulla in termini politici e progettuali all’interno di quei contenitori.

Ora, a fronte di questa situazione che difficilmente cambierà a breve, è indubbio che se la politica vuole ritrovare il suo giusto ruolo, la sua funzione e la sua autorevolezza non può prescindere da uno sforzo di elaborazione culturale. E questo compito, non potendo più arrivare dagli involucri vuoti e del tutto formali dei partiti politici italiani, non potrà che essere assolto da altri strumenti. E tra questi strumenti spiccano indubbiamente le Fondazioni. Mi riferisco, nello specifico, a quelle Fondazioni che rivestono un ruolo importante e qualificato nel campo della ricerca, della memoria e anche della elaborazione politica e culturale. E, per fermarsi a quelle che affondano le loro radici nella cultura del cattolicesimo politico, sociale e popolare del nostro paese, non possiamo non citare le principali: dalla Fondazione Sturzo alla Fondazione Donat-Cattin; dalla Fondazione De Gasperi alla Fondazione Pastore. Per citare le principali. Ma esistono, come ovvio, molte altre Fondazioni riconducibili ad altre culture politiche che contribuiscono in modo potente a rilanciare e, al contempo, a riscoprire gli elementi decisivi di altre storiche culture politiche.

Certo, non passa attraverso il ruolo delle Fondazioni l’elaborazione programmatica dei molti partiti personali e dei rispettivi cartelli elettorali. Ma è indubbio che se vuoi caratterizzarti sotto il profilo dei valori, della cultura di riferimento e della stessa progettualità politica, le iniziative delle Fondazioni rappresentano una fonte inesauribile. Anche perché le singole iniziative si muovono su più fronti: dalla presentazione di libri alla rilettura critica del “magistero” politico, culturale ed istituzionale di molti leader e statisti del passato; dalla produzione di docufilm su argomenti specifici all’approfondimento di temi che sono in cima all’agenda politica e culturale nazionale. Per non parlare delle pubblicazioni che periodicamente vengono prodotte dalle singole Fondazioni. E non è un caso, del resto, che sono molti gli esponenti politici – almeno quelli che ritengono che una cultura politica di riferimento rappresenti ancora un asset decisivo e strategico per essere presenti nella vita pubblica – che si rifanno alla concreta attività delle Fondazioni per attingere elementi e spunti in vista della definizione e della costruzione dei rispettivi progetti politici. Certo, non parlo dei partiti e dei cartelli elettorali populisti, demagogici e anti politici dove

la parola d’ordine era, e resta, quella di criminalizzare ed archiviare tutto ciò che è seppur vagamente riconducibile al passato.

Ecco perché, almeno per quanto riguarda la cultura, il pensiero e la storia del cattolicesimo politico nel nostro paese, il ruolo delle Fondazioni assume una importanza straordinaria e, oserei dire, quasi decisiva per la stessa presenza dei cattolici nella vita politica contemporanea. Un elemento, questo, da cui non si può prescindere se si vuole continuare ad essere all’altezza della situazione e non limitarsi, come cattolici popolari e sociali, a giocare un ruolo gregario ed ininfluente nella cittadella politica italiana.

ISPI | Il crollo di Biden ha messo in allarme i Democratici

Alessia De Luca

 

Se negli ultimi mesi molti elettori democratici avevano sollevato dubbi sulletà e lidoneità di Joe Biden a ricoprire un nuovo mandato di quattro anni alla Casa Bianca, dire che il dibattito di ieri sera non gli avrà fatto cambiare idea è un eufemismo. Il primo faccia a faccia in diretta tv tra il presidente in carica e l’ex presidente e prossimo sfidante repubblicano, Donald Trump – trasmesso in esclusiva da CNN – ha trasformato i timori in certezze: nonostante gli affondi del tycoon lo avessero paradossalmente avvantaggiato, mettendolo davanti un’asticella più che bassa da superare, Joe Biden ha inciampato.

Nei 90 minuti di confronto, in uno studio senza pubblico e in presenza dei soli due moderatori Jake Tapper e Dana Bash, la sua voce era roca e monocorde. Spesso ha farfugliato e perso il filo del discorso. Circa a metà serata, gli addetti alla campagna democratica hanno fatto trapelare la notizia che il presidente fosse raffreddato. Sarà stato anche vero, ma suonava come una scusa.

Se sul finale il presidente è sembrato riprendersi, il più delle volte, è stato messo alle corde da un Trump energico ma disciplinato, aiutato dalle regole imposte dall’emittente e dallo spegnimento dei microfoni allo scadere del tempo concesso per ogni risposta. Ha evitato le interruzioni e l’intemperanza che avevano minato il suo primo dibattito nel 2020 e riportato la discussione sugli attacchi a Biden definendolo “il peggior presidente di sempre” ogni volta che è stato possibile.

Anche se ha dichiarato cose false e persino senza senso (come il fatto che i democratici vogliano autorizzare l’aborto “fin dopo il parto”) Biden non è riuscito a metterlo alle strette. “Non so davvero cosa abbia detto alla fine di quella frase, e non credo che nemmeno lui lo sappia” ha scherzato a un certo punto Trump dopo una risposta dell’altro. Una frase, commentano oggi diversi editoriali, che potrebbe riassumere la serata. Tra i temi più dibattuti anche immigrazione, politica estera e inflazione ma la resa dei conti ha assunto fin da subito una piega amara e personale e i due non si sono stretti la mano né prima né dopo il dibattito.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa2024-disastro-biden-178901

La Voce del Popolo | L’errore passato non giustifica l’errore di oggi.

Quello che più inquieta nelle “riforme” che vengono proposte (il premierato, e soprattutto l’autonomia regionale) è quel carattere di trofeo che si vuol dare loro. Come se mettere mano ai delicatissimi ingranaggi della cosa pubblica fosse sempre una prova di forza, un modo per attestare un primato. E non la ricerca delle soluzioni giuste a prescindere dal momentaneo (molto momentaneo) van- taggio di parte.

È come se si pensasse di riformare lo Stato con l’occhio rivolto ai telegiornali della sera. Così la ricerca di un vantaggio momentaneo prescinde da ogni sguardo più lungimirante rivolto al futuro del paese. Alle prossime generazioni, come avrebbe detto De Gasperi.

Certo, l’attuale maggioranza può difendersi segnalando le innumerevoli volte in cui l’opposizione di oggi, maggioranza di ieri, ha fatto più o meno allo stesso modo. Valga per tutti l’esempio del titolo quinto sulle autonomie, votato dal centrosinistra ulivista a ridosso delle elezioni del 2001 nel vano tentativo di rincorrere la Lega di Bossi scendendo sul suo stesso terreno. Una cattiva riforma che oggi non a caso viene evocata come progenitrice del nuovo “capolavoro” del recidivo ministro Calderoli.

E tuttavia un errore passato non giustifica un errore presente. E tutti e due sembrano annunciare un futuro assai inquietante. Mentre l’Italia dovrebbe affacciarsi sulla prospettiva europea con una più chiara idea di sé, accade invece che si inducano le regioni a una contesa che si annuncia inevitabilmente distruttiva. Scelta antinazionalista, viene da dire. Non proprio patriottica.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 27 giugno 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Alla Cisl non piace la mancanza di dialogo sociale

Dopo una campagna elettorale “feroce e divisiva”, caratterizzata da “una ulteriore impennata dell’astensionismo”, il leader della Cisl, Luigi Sbarra, auspica che “i neoeletti europarlamentari interpretino il proprio mandato come costituente, sentendo la responsabilità di un cambio di marcia, verso la piena integrazione istituzionale, economica e sociale”.

Nell’intervento introduttivo al comitato esecutivo della confederazione, Sbarra ha messo in guardia dai rischi di una “polarizzazione politica che non fa bene al Paese” e indicato la via del “consolidamento del dialogo sociale per una condivisione su stringenti priorità”. In primo luogo “la sicurezza nei luoghi di lavoro, rispetto a cui occorre dare profondità alle misure recentemente introdotte, integrandole con provvedimenti in grado di rispondere alle lacerazioni del lavoro sommerso, dello sfruttamento, del caporalato”.

Seconda questione di fondo è per il sindacato “il traguardo di una evoluzione partecipativa delle relazioni industriali, con l`approvazione della proposta di legge Cisl sulla democrazia economica. Occorre far crescere la cultura partecipativa nel Paese – ha detto Sbarra – valorizzare il ruolo della contrattazione, rinnovare tutti i contratti pubblici e privati e alleggerire il carico fiscale su lavoro e pensioni per elevare i salari agganciando la sfida della produttività”.

“Nonostante gli stretti margini finanziari lasciati dal nuovo patto di stabilità europeo e dall’attesa messa in infrazione dell`Italia – ha evidenziato il segretario generale della Cisl – nella prossima manovra di bilancio sarà necessario trovare le risorse per confermare alcuni interventi conquistati dal sindacato. Penso al bisogno di dare continuità al taglio del cuneo contributivo e all’accorpamento delle prime due aliquote Irpef, a finanziare la Zes unica per il Mezzogiorno, a dare prospettiva alla detassazione sulla contrattazione decentrata, sui premi di risultato, sui fringe benefit sul welfare negoziato”.

Sbarra ha poi chiesto che “siano indicizzate le pensioni medie e popolari, dare concretezza, in tema di previdenza, alla pensione di garanzia per i giovani e a forme di sostegno alla previdenza complementare. Serve rilanciare gli investimenti pubblici e privati, messa a terra partecipata del Pnrr, politiche industriali e infrastrutturali, assicurando maggiori risorse su sanità, pubblico impiego, scuola, politiche sociali e non autosufficienza”.

Le risorse per queste misure “dovranno essere trovate anche attraverso un forte contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, un prelievo di solidarietà sulle multinazionali energetiche, logistiche, bancarie e farmaceutiche, e una maggiore tassazione sulla finanza speculativa e sulle grandi rendite immobiliari. Resta inoltre in piedi la nostra proposta di istituire un fondo di investimento sull’economia reale composto da risparmi privati adeguatamente garantiti dallo Stato”.

L’obiettivo della redistribuzione “dovrà misurarsi anche sull’autonomia differenziata. La Cisl ribadisce il proprio monito: la riforma avrà un senso se rafforzerà l’unità e la coesione nazionale, oltre che l’efficienza e la responsabilità delle istituzioni regionali e locali. Precondizioni essenziali di ogni accordo tra Stato e Regioni dovranno essere la definizione e il pieno finanziamento dei Lep, l’individuazione dei fabbisogni standard, la creazione di un fondo di perequazione nazionale per il riequilibrio delle aree deboli. Inoltre ogni intesa andrà preceduta da un adeguato coinvolgimento delle parti sociali”.

La criminalità minorile. Giustizia riparativa o giusta punizione?

L’omicidio di Thomas, il 16enne ucciso a coltellate a Pescara da due ragazzi poco più che coetanei, è solo l’ultimo di una serie impressionante di fatti di sangue, delitti, gesti criminali che stanno connotandosi come ‘fenomeno sociale’, nel senso che si ripetono con una frequenza disarmante e si estendono a tutti i target di estrazione e di provenienza ambientale e familiare. Il riferimento alla famiglia come soggetto interessato direttamente a queste vicende è d’obbligo visto che stiamo parlando di minorenni che in prevalenza vivono in un contesto familiare. Inevitabile quindi considerare il dolore inesprimibile dei genitori delle vittime ma anche quello, ugualmente angosciante e denso di interrogativi e sensi colpa dei padri e delle madri degli autori di questi gesti efferati, che scuotono le coscienze di tutti e squarciano il velo di apparente normalità dei contesti esistenziali di riferimento.

Viviamo un tempo in cui stiamo abituandoci al peggio: qui non si tratta del solito refrain generazionale per cui si può dire che certi fatti accadevano anche in passato, solo che non se ne parlava. Vero è che i media e i social stanno diventando i megafoni del male, eppure ci sono tra i giovani esempi di serietà, impegno scolastico, rispetto dei genitori, solidarietà sociale, gesti di generosità. Si ha tuttavia l’impressione che prevalgano alcune evidenze deteriori: il ripetersi incessante di fatti di violenza tra minori e in danno di minori induce a pensare che sia stata metabolizzata dai ragazzini una sorta di immunità alle conseguenze derivanti da certi gesti scellerati.

C’è poi una vistosa carenza di controllo genitoriale: dove vanno i nostri figli di notte, perché rincasano al mattino, spesso ubriachi e drogati, perché non si confidano sulle compagnie che frequentano, perché ostentano sicurezza, rivendicazioni di libertà senza controlli ed esprimono tracotanza e ribellione? Anche a scuola accade ciò che un tempo era impensabile: ragazzi che picchiano i professori, supportati o sostituiti da genitori difensivisti ad oltranza. Abbiamo perduto il senso del limite: noi adulti per primi, con un atteggiamento in genere concessivo. Tutto sembra fatto per non creare complessi di inferiorità o turbamenti ma si usa più spesso il “sì” del “no”. Il fenomeno dell’adultizzazione precoce stimola emulazioni di cattivi esempi ma è il vivere sociale che va assumendo sembianze di insostenibilità. Concedere tutto, perdonare sempre, permettere che ragazzini poco più che bambini girino armati di coltelli e li utilizzino con una disinvoltura agghiacciante, l’uso sempre più frequente di alcool e di droghe, spesso acquistate da pusher noti, ma con quali soldi? Proprio in questi giorni il Dipartimento per le politiche antidroga ha riferito al Parlamento che 680 mila giovani di cui 360 mila minorenni hanno fatto uso di droghe nell’anno precedente. Il 39% degli adolescenti (4 studenti su 10) ha ammesso di aver provato almeno una volta ad assumere una sostanza stupefacente. Sono dati agghiaccianti, specie se riferiti ai minori.

Qualcuno non vuole sentire parlare di baby gang eppure si coagulano tra i ragazzini gruppi dediti ad attività delittuose e criminali. Ricordo che in America Latina il fenomeno esiste da decenni e va espandendosi nel mondo contestualmente all’emigrazione: le “maras” sono bande di taglieggiatori che estorcono denaro, sequestrano bambini, organizzano la prostituzione minorile, sfidando le forze dell’ordine. Ma anche restando negli eventi di casa nostra si nota come sempre più spesso certi fenomeni di violenza sono agiti in gruppo: in genere se ne fa parte per non essere da meno, chi si tira fuori viene bullizzato o punito ma l’ostentazione espressa in azioni delittuose crolla di fronte alla confessione di qualche amico, raramente per pentimento del male commesso. Usare un termine come “rispetto dovuto” per massacrare di coltellate un minore per un debito di qualche decina di euro significa aver perso il vero “rispetto” verso la persona umana, la disinvoltura con cui ci si uccide tra ragazzini è un campanello d’allarme che dovrebbe indurre a maggiore severità. Ricordo che in sede di Tribunale minorile si assumeva e si usa tuttora il criterio della giustizia mite o “riparativa”: in rapporto all’età dei giovanissimi imputati di reati penali e questo per consentire loro un lungo percorso di redenzione e di reinserimento sociale e relazionale, la consapevolezza del necessario pentimento e un’opera di educazione al bene.

Tuttavia emerge il dato della frequenza e della reiterazione dei fatti delittuosi che non può indulgere ad una facile remissione. Ci si domanda in altri termini se fatti così gravi possano essere rimossi e dimenticati con disinvoltura senza una netta condanna del male commesso, specie se si tratta di vite umane cancellate. Parliamoci chiaro: è pedagogicamente utile al singolo e alla società la stigmatizzazione e l’accertamento di responsabilità dell’azione compiuta. Il fatto che tutte queste vicende finiscano in una fiaccolata o nella liberazione dei palloncini al cielo non può costituire un alibi per una catarsi personale e sociale, non basta questo. Il pentimento postumo e questo finale coreografico possono diventare una sottostima della gravità dei fatti: se tutto finisce in un applauso c’è chi può imparare da questo che uccidere o violentare siano comportamenti emendabili e persino ripetibili. Come in un macabro rituale.

AgenSir | Chi vincerà il 4 luglio le elezioni in Gran Bretagna?

Silvia Guzzetti

 

Il panorama politico britannico verrà ridisegnato, probabilmente in maniera rivoluzionaria, il prossimo 4 luglio con le elezioni generali nelle quali voteranno, dalle 7 (ora locale, le 8 in Italia) alle 22 (le 23 in Italia), circa 48,7 milioni di cittadini britannici diciottenni, dei 53 Paesi del Commonwealth, e anche irlandesi, purché residenti nel Regno Unito. Da settimane i sondaggi danno il partito laburista di Keir Starmer in ampio vantaggio, con il Labour pronto ad occupare fino a 425 seggi dei 650 che formano la Camera dei Comuni.

La crisi senza precedenti dei Tory. Il partito conservatore, quello che ha comandato più a lungo il Paese, perderebbe fino a 257 deputati, riducendosi a 108 seggi – questa una delle ultime previsioni della società “Yougov” –, un crollo senza precedenti in 150 anni di storia che i commentatori definiscono “una catastrofe”, “una crisi dalla quale potrebbe non esserci uscita”.

A guadagnare, oltre ai Liberaldemocratici e ai Verdi, sarà anche “Reform”, il partito di destra, anti immigrazione, di Nigel Farage, l’allora eurodeputato che aveva promosso con maggior forza il referendum per la Brexit. È stato proprio questo politico populista ad assestare un ennesimo colpo al calo dei conservatori. In difficoltà è anche il partito nazionalista scozzese, lo “Scottish National Party”, dopo gli scandali che hanno coinvolto la ex leader Nicola Sturgeon, un tempo popolarissima. Una buona parte dei 28 seggi che, sempre secondo i sondaggi, i nazionalisti scozzesi perderanno, verranno guadagnati dai laburisti. Per la prima volta nella storia del Regno Unito, dove si vota con un sistema first past the post (sistema uninominale secco), e dove Tories e Labour si alternano da sempre al potere, il posto all’opposizione potrebbe essere occupato dai Liberaldemocratici.

Di Brexit non si parla più. La situazione politica di oggi sembra incredibile se si ripensa alla vittoria travolgente dell’ex premier Boris Johnson che, nel 2019, riuscì ad assicurarsi una maggioranza di 80 deputati in parlamento con il mantra “Farò Brexit e torneremo un grande Paese”. Una promessa che gli consentì di conquistare voti nel cuore del potere laburista, quel cosiddetto “Red Wall”, i seggi del nord e del centro di Inghilterra, dove, da tre o quattro generazioni, si sopravvive soprattutto grazie al sussidio di disoccupazione e dove soltanto la Ue investiva fondi. Cinque anni dopo quella promessa si è dimostrata una bugia.

“Ormai da due anni i sondaggi confermano che il 58% dei cittadini britannici vuole che il Regno Unito ritorni nella Ue”,

spiega al Sir il politologo John Curtice dell’università scozzese di Strathclyde. “Chi aveva votato per andarsene si è accorto che quell’uscita non ha risolto il problema dei migranti, che si è anzi aggravato; né è migliorata la situazione economica del Regno Unito. Tuttavia, a differenza di quello che è successo nel 2019, nessun leader politico parla più di Brexit per il timore di perdere i voti di quel 42% di cittadini ancora contrari all’Unione europea. Keir Starmer, che timoroso di perdere i voti del centro ha promesso pochissimo, dovrà la sua vittoria a Boris Johnson e Liz Truss, i predecessori dell’attuale premier Rishi Sunak, che hanno distrutto la credibilità politica dei Tories. Il primo, con i festini a Downing Street, ha violato tutte le norme anti Covid. La seconda ha rovinato l’economia britannica, con una manovra fiscale che ha fatto salire, di colpo, di diverse centinaia di euro, i mutui delle classi medie e aumentato il costo della vita, già gonfiato dalla pandemia e dall’aumento dei prezzi causato dalla guerra in Ucraina”.

Il voto dei cattolici britannici. “I cattolici, fedeli a Roma, discendenti degli immigrati irlandesi, una comunità povera, in passato hanno storicamente sempre votato laburista. Poi il voto cattolico è migrato altrove, verso i Liberaldemocratici e anche i Conservatori, quando Tony Blair, nel 1997, ha dichiarato che il partito laburista non sosteneva più un’Irlanda unita”, spiega Francis Davies, politologo, docente all’università di Oxford e a quella di Birmingham. “Oggi il partito laburista è molto lontano dalle posizioni della Chiesa su questioni come aborto, suicidio assistito e anche povertà. I vescovi di Inghilterra e Galles hanno chiesto ai fedeli di votare per parlamentari disposti a rimuovere il limite che stabilisce che sussidi e sgravi fiscali importanti come il ‘child tax credit’ e l’‘universal credit’ vengano concessi soltanto a chi ha non più di due figli, ma si tratta di una scelta che nessun partito, neppure quello laburista, è disposto a fare”.

 

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https://www.agensir.it/europa/2024/06/27/britannici-al-voto-stavolta-tocca-ai-laburisti-sulla-brexit-e-calato-il-silenzio/

Intervista | Gian Luca Galletti, Presidente UCID: “Scommettiamo sull’economia civile”.

Presidente Galletti, qual è il “valore aggiunto” che caratterizza il mondo delle imprese che si ispirano ai valori dell’umanesimo e della dottrina sociale della Chiesa? Mi permetta una citazione ‘laica’ che credo possa essere assunta a principio ispiratore per tutti: “Agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre come nobile fine, mai come semplice mezzo” (Kant).

Trovo appropriata la citazione di Kant. Troppo a lungo abbiamo considerato il lavoro come un semplice input produttivo, un fattore della produzione al pari di commodities quali carbone e acciaio. L’epoca industriale sia germinata in Europa dall’illuminismo e della rivoluzione scientifica, ma è mancato un apporto realmente umanistico.

È sfuggito di considerare che dietro al lavoro c’è l’uomo e che il lavoro umano ha parte importante nella costruzione della società. La letteratura già additava ciò che ai cantori dell’industria sfuggiva: basta leggere Flora Tristan o Charles Dickens e lascarsi svelare l’altra faccia della prima industrializzazione, a lungo ignorata. Oggi la condizione del lavoro è migliorata molto e tante sono le sfide che vedono imprenditori e lavoratori dalla stessa parte. La dottrina sociale della Chiesa propone da sempre di superare la lotta tra capitale e lavoro, riconoscendo a entrambi pari valore nella costruzione della società, un’alleanza da cui può partire il rinnovamento delle relazioni industriali.

 

Quali sono i temi sui quali l’impegno dell’UCID può esprimere una linea di indirizzo verso un modello inclusivo di solidarietà sociale, ispirato alla umanizzazione del mondo del lavoro che tenga conto delle radici culturali del cattolicesimo sociale?

Innanzitutto, il tema delle competenze: il cambiamento di ciò che ci circonda richiede l’aggiornamento continuo del saper fare e quindi un’attitudine aperta all’apprendimento che fa bene all’organizzazione aziendale e al contempo potenzia l’occupabilità e la qualità del lavoro. Poi c’è il tema del welfare: oggi l’impresa è chiamata ad affiancare i sistemi pubblici per rispondere ai bisogni sociali emergenti. Quante famiglie si trovano schiacciate tra compiti di cura dei figli e compiti di cura degli anziani.

Sono le cosiddette famiglie sandwich, le donne sono particolarmente toccate da questo surmenage e troppo spesso ne fanno le spese trovandosi nella condizione di dover scegliere tra vita professionale e famiglia. In gran parte questi problemi possono trovare risposte, ma serve l’impegno di aziende e politica, insieme. Il rapporto lavoro deve essere il più possibile supportivo, comprendendo servizi di welfare (dall’asilo nido aziendale fino a bonus e convenzioni che allevino le spese di cura) e prevedere una certa flessibilità organizzativa (penso alla banca ore, allo smart working, alle varie formule dei pacchetti-flessibilità).

Quando si parla di umanesimo del lavoro, si tratta di cose molto concrete, quotidiane, che diano il senso dell’alleanza tra la persona che lavora e l’impresa per cui lavora.

Le spinte verso la tecnologia e la digitalizzazione sono parte della deriva verso un nuovo modello sociale ormai assunto come spinta al cambiamento, affinché diventi innovazione e promozione, anche in prospettiva della qualità della vita. Si parla infatti di transizione ecologica. Quale contributo in termini di idee e di concreta fattibilità possiamo aspettarci dall’imprenditoria cattolica?

I cattolici sono tutt’altro che chiusi verso l’innovazione, ma giustamente riflessivi sulle implicazioni della tecnologia. Qui il nostro compito è difendere i valori della democrazia liberale: la tecnologia deve ampliare gli spazi di libertà, non deve divenire potere controllante, ma rimanere una forma operativa controllabile, la cui governance va sottoposta a regolamentazione e democratizzata. L’Europa ha avviato un percorso in questo senso con l’AI Act, vedremo con che margini di efficacia. Ma penso che siamo sulla strada giusta e che come cattolici abbiamo da dire la nostra quando sento parlare padre Benanti, cappuccino e tra i massimi esperti di intelligenza artificiale.

 

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La politica dell’insulto erode le basi del confronto democratico.

Dunque, ci risiamo con la “guerra civile” tra i partiti. L’ultimo allarme lo lancia Giorgia Meloni nei confronti della sinistra e di tutti coloro che, dall’opposizione, ogni giorno sgranano il solito rosario fatto di insulti, denunce, contumelie, attacchi personali e aggressioni verbali nei confronti della Presidente del Consiglio. Certo, non è che dalle parti del centro destra ci troviamo di fronte ad un esercito di chierichetti.

Ma c’è una differenza di fondo – politica, culturale e di metodo – tra le due coalizioni nell’aggredire l’avversario. Con una doverosa premessa. Non c’è alcun dubbio che ci troviamo di fronte ad un clima dove l’insulto, la demolizione dell’avversario e la delegittimazione morale e politica del nemico non sono una eccezione ma la regola di comportamento nel cosiddetto confronto tra i partiti. Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce la differenza tra le due attuali coalizioni in campo. Se nel centro destra l’attacco personale e la strategia dell’insulto rispondono più a criteri artigianali ed estemporanei – ovviamente sempre deprecabili e da denunciare – la strategia della sinistra è molto più sofisticata, precisa, puntuale e specifica. E questo perché storicamente la cultura politica della sinistra italiana, ex e post comunista, è molto più attrezzata in questo specifico settore. Dai tempi della Democrazia Cristiana l’attacco personale e l’aggressione verbale sono stati gli elementi determinanti e costitutivi della battaglia politica contro l’avversario/nemico. Che, com’è persin inutile ricordare, ha sempre fatto dell’annientamento politico dell’avversario/nemico la sua regola fondamentale. E questo risaliva ai tempi del Pci dove, comunque sia, c’era un disciplina di partito, una cultura politica e una autorevolezza della classe dirigente neanche lontanamente paragonabili a ciò che capita, adesso, nella concreta situazione politica italiana.

Certo, il violento antiberlusconismo prima e l’irruzione del grillismo poi con il suo carico di violenza verbale e di squadrismo nel linguaggio quotidiano, hanno sdoganato un comportamento politico che ha rappresentato un forte e plateale peggioramento rispetto anche solo ad un passato recente.

E, accanto a questa escalation del linguaggio – sempre più violento, aggressivo e frontale – noi purtroppo assistiamo anche ad una recrudescenza sul terreno più squisitamente politico. Con una progressiva radicalizzazione del confronto politico tra i partiti e le rispettive coalizioni. Se da un lato non passa giorno senza ascoltare da parte del cartello delle sinistre – e cioè Schlein, il duo Fratoianni/Bonelli e Conte e tutto il circo mediatico che li sostengono – il “ritorno della dittatura”, la “svolta illiberale”, la “torsione autoritaria”, la “minaccia fascista”, la “negazione delle libertà democratiche” e tutte queste sciocchezze, sul fronte del centro destra non mancano repliche altrettanto grossolane ma politicamente meno raffinate e precise.

Dopodiché, e infine, non possiamo non evidenziare che questo clima – volgare, insopportabile e sempre più violento – è semplicemente il frutto di una crescente radicalizzazione del conflitto politico. Una radicalizzazione che non contempla “posizioni di mezzo” nè, soprattutto, un confronto di merito sulle questioni perché la delegittimazione morale, la demolizione personale e l’annientamento politico dell’avversario/nemico sono diventati le regole auree dello stesso dibattito politico. Ed è anche, ma non solo, per questi motivi che si rende sempre più necessario ed indispensabile il ritorno del Centro. Della cultura politica di centro. Del metodo centrista. E, infine, di un progetto politico di centro.

Perché la Dc? Una superlativa ricognizione storica di Stefano Baietti. 

L’opera indaga sulla complessa elaborazione che presiede all’idea di ricostruzione del Paese e alla costituzione del nuovo partito dei cattolici democratici, la Democrazia Cristiana (1942), a cominciare dai momenti immediatamente successivi all’entrata in guerra. Nell’opera vengono documentati tutti i passaggi del formarsi della preparazione prepolitica che faranno di De Gasperi il riferimento pensante e svettante del processo di ricostruzione fisica e morale del Paese.

Contemporaneamente, la dottrina sociale della Chiesa fa notevoli passi avanti, anche nel senso della modernità, con il nuovo papa Pio XII, eletto al soglio nel 1939, che si dà molto da fare sia per conseguire una interlocuzione diretta con la classe operaia sia per l’aggiornamento internazionale dei concetti in materia sociale ed economica da evocare nei suoi messaggi. Sia De Gasperi che Pacelli, aiutato dal sostituto alla segreteria di Stato Montini, per un caso (Montini dice: per la Provvidenza) si servono dello stesso giovane economista che ha approfondito la tradizione dei cattolici democratici a scala europea nei movimenti che intendono proporre la propria visione e interloquire sulla vita sociale, sulla vita economica e sulla vita politica delle comunità. Tradizione che è fondata sul primato del sociale (si ricordi in Italia Giuseppe Toniolo). Il nome di questo giovane economista è Sergio Paronetto.

Paronetto, lavorando all’IRI come stretto collaboratore del direttore generale Donato Menichella, suo maestro in fatto di industria e finanza, aiuta gli altri suoi due maestri Montini e De Gasperi, fino al punto di diventare per loro “amico e maestro”, come scriverà Ezio Vanoni a dieci anni dalla morte del suo fraterno sodale. Paronetto si fa estensore-ombra sia dei testi per Pio XII (oltre che del Codice di Camaldoli) sia dei testi firmati da De Gasperi. Il discernimento è massimo.

Questa produzione di dieci testi – che tutti assumiamo sotto il protocollo di ‘prepolitica’ – avrà una forte influenza sulla ricostruzione italiana e sulla vita pubblica italiana. Così come ce l’avranno gli articoli della Costituzione ‘paronettiani’ – l’11, il 41, il 46, il 47 e il 99 -, i quattro enti inventati dal valtellinese – il CNEL, la SIOI, la Svimez, l’ISCO – e l’adesione precoce alle agenzie delle Nazioni Unite, l’UNRRA, la FAO, l’FMI e la Banca Mondiale.

La forma impressa all’Italia repubblicana dai Grandi Ricostruttori – De Gasperi, Menichella, Vanoni, Einaudi, Montini – deve molto al lavoro e all’impegno di Sergio Paronetto. È giunta l’ora di ricordarlo e di celebrarlo.

 

Scheda dell’autore

Stefano Baietti, romano, due lauree (in Ingegneria e in Architettura) e una specializzazione, ha visto divisa la sua vita di lavoro come dirigente industriale in tre aziende, l’Italstat dell’IRI, le Ferrovie dello Stato, l’Anas. Cultore della materia in Storia economica, nell’impegno universitario di ricerca ha dedicato molta attenzione alla storia dei gruppi nei quali ha operato, appunto l’IRI, le Ferrovie dello Stato, l’Anas, producendo alcune pubblicazioni.

In questa luce, ha incontrato la figura di un collaboratore stretto del direttore generale dell’IRI Donato Menichella, arrivato a essere vicedirettore generale, un valtellinese allievo prediletto del sostituto segretario di Stato vaticano Giovanni Battista Montini (poi papa Paolo VI) e ghost-writer del papa Pio XII. Si tratta di Sergio Paronetto, il principale collaboratore di Alcide De Gasperi nei primi anni Quaranta. Su questa figura è uscito nel 2012 il libro scritto con Giovanni Farese che ne ha segnato la riscoperta, Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana.

L’impegno di ricostruzione storica su quanto avvenuto negli anni Quaranta lo ha portato a definire nel suo nuovo scritto Lidea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica 1941-1945 le coordinate interpretative sui fondamenti con cui un pugno di personaggi sono riusciti a stabilire una formula valida per ricostruire da zero l’Italia uscita dalla catastrofe bellica.

L’attivismo di Putin e l’ambiguità di XI Jinping: l’instabile partita d’Oriente.

L’attività diplomatica di Vladimir Putin si è molto accentuata negli ultimi mesi con l’evidente obiettivo di aggirare quell’isolamento anche personale che l’Occidente gli ha creato intorno dopo l’avvio della guerra in Ucraina. È interessante osservare lo sforzo messo in atto nelle scorse settimane, concentrato nell’Asia orientale. Perché conferma – fra le righe, ovvero dietro la cortina fumogena della propaganda – quello che molti analisti sostengono e cioè che la cosiddetta “amicizia senza limiti” fra Mosca e Pechino nasconde più di un’insidia per il Cremlino, della quale lo zar è perfettamente consapevole. E quindi cerca, come può, di mitigarla. Procediamo con ordine.

Il vertice di Pechino dello scorso maggio ha certamente rafforzato il rapporto economico fra i due partner ma non quello politico e neppure quello militare. Xi Jinping mantiene un atteggiamento formalmente amichevole e gentile ma al tempo stesso distaccato e ambiguo. L’alleanza – più che l’amicizia, che nelle relazioni internazionali fra Stati è un sentimento che non esiste – si fonda sulla comune volontà di attenuazione del predominio internazionale americano ma per il resto essa è fortemente sbilanciata a favore del Drago cinese. Che dall’avventura ucraina dei russi ha tratto almeno due vantaggi considerevoli, anzi tre. Innanzitutto di natura economica, perché ha potuto acquistare da Mosca a prezzi assai vantaggiosi quel gas e quelle materie prime di cui ha assoluto bisogno per procedere nel suo oggi meno imperioso sviluppo economico. E questo vantaggio si consolida mese dopo mese fintanto che le sanzioni occidentali ostruiscono i canali commerciali moscoviti.

In secondo luogo Pechino gode dell’inevitabile impegno statunitense su un fronte, quello europeo, che la Casa Bianca (anche con Biden, sia pure in maniera più blanda rispetto al suo predecessore) aveva intenzione di rendere meno costoso per il proprio bilancio e che attenua quello dedicato al Pacifico, ovvero all’area che prioritariamente interessa alla Cina. Vantaggio che ne genera in automatico un terzo, in quanto essa può – attraverso Mosca – saggiare le reali capacità reattive degli occidentali di fronte a una crisi geopolitica significativa quale indubbiamente è quella ucraina, che si manifesta su un territorio, quello europeo, di sicura importanza (anche se non come una volta, ma da adesso possiamo di nuovo dire “come una volta”) per Washington e i suoi alleati. Misurare le reazioni oggi può essere utile per prevedere quali potrebbero essere domani a fronte dell’attacco a Taiwan, che resta nei piani della dirigenza cinese. La quale al momento ha constatato con soddisfazione che il giro di vite imposto a Hong Kong non ha provocato scossoni internazionali sensibili…

In questo quadro la visita di Putin in Corea del Nord, accolto dal dittatore Kim Jong Un non può aver entusiasmato i cinesi, quanto meno perplessi se non addirittura preoccupati dagli accordi nel settore militare siglati a Pyongyang. Non tanto per il rifornimento di munizioni da impiegare in Ucraina, evidentemente. Quanto per la possibile assistenza russa di natura tecnologica che rafforzerebbe un vicino regionale che Pechino considera un “amico” da tenere però sotto osservazione, visti i suoi proclami nucleari ovviamente invisi agli americani e ai loro alleati giapponesi e sudcoreani e dunque pericolosi per la stabilità nella regione, necessaria invece ai cinesi per poter ragionare lucidamente e con il tempo richiesto sul “che fare” a Taiwan.

Pure il patto di “reciproca difesa” in caso di attacco subìto da uno dei due contraenti non è stato gradito dietro le mura della Città Proibita, anche se al contempo si è avuta così conferma della debolezza del socio russo: costretto ad accordarsi e a stringere una “ardente amicizia” con uno stato reietto dalla gran parte della comunità internazionale.

La visita in Vietnam, seguita a quella in Nord Corea, ha da parte sua confermato il tentativo di Putin, senz’altro comprensibile dal suo punto di vista, teso a uscire dall’isolamento e a dimostrarne la capacità di reazione e quella diplomatica. Anche Hanoi ha dedicato all’ospite una calda accoglienza nonché la sottoscrizione di 11 memorandum, alcuni dei quali di cooperazione nei settori del nucleare civile, dell’energia, del petrolio: materie importanti e non secondarie, dunque. Ma niente di più.

Il Vietnam, paese guidato da un regime comunista assai aperto all’Occidente e in ottimi rapporti d’affari con gli Stati Uniti, ha inteso così rafforzare la sua posizione indipendente nel contesto geopolitico mondiale e tendenzialmente amichevole con tutti i suoi principali protagonisti: una politica – la cosiddetta “diplomazia del bambù”, flessibile con i venti ma che non si spezza – autonoma non particolarmente apprezzata da Pechino ma contro la quale non intende al momento far nulla, posto che con Hanoi già esistono frizioni in relazione al Mar Cinese Meridionale. Solo la conferma, per Xi, che il suo “amico” Putin è perfettamente consapevole della propria debolezza nel loro rapporto e cerca di adottare qualche contromossa. Ecco perché, certo, l’amicizia c’è, ma non è affatto “senza limiti”. Ci sono, eccome.

Uomini e partiti della Destra non ci hanno presi alla sprovvista

Le Destre, quella nostalgica e rancorosa di Fratelli d’Italia, quella triviale e pretenziosa della Lega e quella non sempre allineata ma ormai sommessa di Forza Italia, lo avevano scritto nei loro programmi e promesso ai loro elettori. Lo avevano dichiarato pubblicamente ed ora lo ribadiscono a suon di provvedimenti legislativi e di atti di governativi con una tempistica che si richiama più ad un accordo tra sodali interessati alle loro reciproche fortune che ad una programmazione legislativa ed operativa tra alleati di governo finalizzata a perseguire i reali interessi del Paese.

Li abbiamo visti arrivare nel loro clamore e nella loro apparente incoscienza delle conseguenze e dei guasti che le loro populistiche e raffazzonate decisioni avrebbero causato sul tessuto politico, economico, sociale e culturale della comunità nazionale.

Al netto di iniziative diciamo discutibili, come la decisione di tornare indietro sulla rinuncia alla costruzione del Ponte sullo Stretto e come il confuso accordo con l’Albania per la gestione degli immigrati, per i quali in passato avevano caldeggiato il cosiddetto “blocco navale”, il primo vero e forte segnale lo hanno fatto pervenire alle forze politiche di opposizione (ed al Paese tutto) con la approvazione, pressoché in contemporanea, al Senato, in prima deliberazione del disegno di legge sul premierato e alla Camera, in via definitiva, della legge sulla Autonomia regionale differenziata.

Su questo ultimo punto provvederemo ad intervenire in un secondo ma prossimo momento, mentre rispetto al disegno di legge sul premierato non abbiamo nessuna remora a definirlo immediatamente un “mostrum giuridico” sul quale intendiamo avviare “hic et nunc” una riflessione a nostro avviso necessaria e perentoria.

Il ddl n. 935 approvato in Senato il 18 giugno, si prefigge di assicurare al paese non un leader bensì un capo i cui poteri saranno tali da far assumere al governo una posizione di assoluta preminenza all’interno del sistema, a scapito del Parlamento, del Presidente della Repubblica e degli altri poteri dello Stato.

I dubbi sulla qualità della riforma proposta sorgono anzitutto da un’analisi comparatistica in quanto, salvo il fallimentare caso israeliano archiviato dalla storia nel 2001, non rilevano ulteriori esperienze analoghe. Le ragioni dell’assenza di floride ipotesi di premierato sono molteplici e risiedono principalmente nell’estrema rigidità di un modello che fonda le sue radici nella puerile idea per la quale sarebbe possibile disinnescare surrettiziamente le crisi di governo. Si pensi, a titolo meramente esemplificativo, al macchinoso sistema “anti-ribaltone” descritto nella riforma, in base al quale a fronte di un fallimento del capo, nel maldestro tentativo di blindare gli esecutivi, si instaurerebbe un pericoloso “vincolo di fedeltà” dei parlamentari di maggioranza in evidente contrasto con il divieto di mandato imperativo sancito dall’art. 67 della Costituzione.

In secondo luogo, rileva il pericoloso inserimento in Costituzione di un sistema elettorale che attribuisce il 55% dei seggi alla coalizione vincente per mezzo di un premio di maggioranza senza soglia minima di accesso. Tale impostazione si pone in aperto contrasto con la posizione della Corte Costituzionale che, nella sentenza n.1 del 2014, ha censurato un tale artifizio in quanto potenzialmente lesivo del principio costituzionale di uguaglianza del voto. In effetti, siffatto “premio”, consentirebbe ad una lista con un’esigua maggioranza relativa di acquisire artificiosamente la maggioranza assoluta dei seggi per sostenere un capo in grado di esercitare, il potere di revisione costituzionale, di eleggere il presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i presidenti delle Camere.

Una tale riforma, alla luce di quanto detto, non merita di essere condivisa poiché la sua entrata in vigore determinerebbe uno stravolgimento della nostra democrazia parlamentare, già ferita dalla tracotanza dei governi attraverso il costante abuso dei decreti-legge, la compressione sistematica della discussione parlamentare e l’utilizzo indiscriminato della questione di fiducia.

Per garantire la tanto agognata “governabilità” e porre un argine alla crisi dei partiti la soluzione non può dunque essere il premierato ma, piuttosto, si potrebbe fornire nuova linfa ai canali della partecipazione popolare rafforzando, ripensandone le funzioni, i luoghi della rappresentanza nella prospettiva di una nuova centralità del Parlamento. In termini pratici, si propone di:

1) intervenire sul modello bicamerale, ormai mortificato da una prassi “monocamerale de facto”;

2) riformare il sistema elettorale in senso proporzionale al fine di dare piena rappresentanza alla plurale articolazione politica del Paese;

3) prevedere in Costituzione strumenti di razionalizzazione del sistema parlamentare diretti a rafforzare la stabilità del governo come la cosiddetta “sfiducia costruttiva” tipica del sistema tedesco.

Di tali proposte, purtroppo, non vi è traccia nel disegno di legge costituzionale recentemente vagliato a Palazzo Madama e la “reductio ad unum” paventata dal premierato minaccia un totale svilimento del parlamentarismo e del pluralismo visti non già come una ricchezza, dando seguito alla visione dei Costituenti, bensì alla stregua di un insormontabile limite in un contesto sociale e politico sempre più drammaticamente polarizzato.

Codesta riforma costituzionale pare esser portatrice di effetti ancor più detonanti se analizzata in combinato disposto con la cosiddetta “autonomia differenziata”. In effetti, si verrebbero a delineare i contorni di un Paese governato “a livello centrale” secondo un principio verticistico lesivo delle diverse culture politiche mentre, “a livello periferico”, si avrebbe una netta e pericolosa accentuazione del già presente divario tra Nord e Sud in termini sia economici, sociali e culturali, sia in termini organizzativi con un certo aggravio di carattere burocratico che rischia di paralizzare il già fragile tessuto produttivo italiano. Per un approfondimento sulle insidie dell’autonomia differenziata rimandiamo, come anticipato, ad un prossimo contributo nel frattempo segnaliamo che se è vero che la Costituzione è perfettibile e può essere emendata ai sensi dell’articolo 138, è altrettanto vero che per farlo occorrerebbe un clima politico di confronto e condivisione tipico dei momenti costituenti che oggi, nel radicalismo ideologico di un bipolarismo artefatto, non pare scorgersi neppure all’orizzonte.

Tante mulieres progressiste sbaragliano le truppe di Cleopatra/Meloni.

Cleopatra debet timere mulieres, quia ab illis generatur mutatio… inizia così la lettera che un accorato Cesare scrive a Cleopatra mettendola in guardia da quanto sta succedendo nelle provincie dell’Impero. La regina Cleopatra/Meloni ha iniziato spavalda il suo comando, apostrofando in malo modo la svizzera Schlein, che lei “..non è donna che si fa sottomettere dagli uomini”, sapendo tutti che lei stessa si è fatta valere con imperio come capo indiscusso e di fatto facendo terra bruciata per le pochissime donne del suo gruppo ha cui è affidato un compito, uno qualsiasi: gli uomini, invece, tutti gregari. Dietro di lei c’è un grande spazio vuoto, poi iniziano i vari ufficiali e sottoufficiali, per perdersi lontano nella anonima truppa.

Le donne di quelli che “stiamo a vedere quanto dura il viaggio della regina Cleopatra/Meloni”, cercando essi una ragione dell’incomprensibile successo della regina tra la plebe dell’Impero, hanno deciso, proprio le donne, che la “cosa pubblica” – oscura occupazione di cui gli uomini vanno orgogliosi e che chiamano brevemente politica – poteva rivestire un qualche interesse degno dell’impegno personale. E nella modalità tutta femminile di ognuna per sé, sono scese in politica con l’intento di conquistare le poltrone messe a disposizione. E ci sono riuscite bene. La plebe le ha elette nel segno di un possibile cambiamento “di aria”, quella che in provincia si fa sempre più pesante: hanno sconfitto gli ufficiali uomini di Cleopatra, poco accorta, mandati lì tanto per…

La regina Cleopatra/Meloni non le ha prese in considerazione e continua a pensare che sono un fenomeno local, tanto stanno nelle periferie dell’Impero di Cesare; ma queste “mulieres” non sono amiche e nemmeno innocue, daranno battaglia proprio su quel progetto di riordino delle province imperiali che va sotto il nome di “differentia autonomiae”, che quando a Cesare l’hanno spiegato il poveretto si è sentito male. Tutto l’Impero si regge sul sistema delle tasse a Roma e poi sulla redistribuzione alle provincie, qui invece le tasse restano nelle province e servono per la gente del luogo, a Roma vanno…se avanza qualcosa. Quello che Cesare ha unito con i risultati delle tante guerre condotte, la regina Cleopatra/Meloni sfascia in men che non si dica, e le neo elette “mulieres” sono inaspettatamente un aiuto proprio a Cesare che l’Impero lo vuole unito e non frantumato secondo “reditus et tributa”.

Non va meglio nelle alleanze del vasto continente imperiale. La regina non si è accorta che la “mulier” Ursula dei Galli Germani, è intenzionata a restare per un altro quinquennium, e  sono i baci, abbracci, strette di mano tra le donne che fanno la differenza. Perché a differenza degli uomini che negli stessi gesti vedono consolidata fiducia e appartenenza di gruppo, le donne, le cui relazioni si basano su sentimenti quali l’empatia e la vicinanza di vissuto personale, vedono solo momenti di pura e formale cortesia. Quanti baci sulle guance, abbracci e strette di mano ci saranno stati tra la Regina e Ursula? Moltissimi ma nessuno vero. “Time mulieres”, ricorda Cesare, perché forse da esse potresti finire “sottomessa”. Vale.

Violenza sessuale e giustizia: una gara entro 20 secondi decisivi.

La questione puzza di stantio. Eppure, più si evita di annusarla tanto più ti accorgi che già ti entrata nel naso e ti costringe ad una smorfia non proprio di compiacimento.

Giorni fa, la Corte d’Appello di Milano ha sentenziato l’assoluzione di un ex sindacalista Fit Cisl, all’epoca dei fatti in servizio a Malpensa, in ordine alla accusa di violenza sessuale di una hostess che in passato si era rivolta a lui per una vertenza sindacale. Potrebbe facilmente commentarsi che, chi mal fa mal…pensa. Così si sarebbe arrivati alla soluzione del caso e sciolto in una felice soluzione tutti quegli ingredienti che invece avrebbero fatto pensare, almeno da principio, per il contrario.

Più che di sesso, in molti sono rimasti di sasso ad apprendere la notizia. Immanentemente l’avvocato Manente, responsabile legale della Associazione Differenza Donna, ha dichiarato che proporrà ricorso in Cassazione.  Dovrà pur esserci una differenza tra ciò che è stato e ciò che ha mandato in tilt dallo schifo il tuo cuore. Il ragionamento seguito, in aderenza a quanto stabilito dalla Convenzione di Istambul, è che debba intendersi per reato sessuale qualsiasi atto sessuale compiuto senza il consenso della donna e il cui dissenso deve intendersi pertanto sempre presunto. Su questa linea l’onere della prova del consenso della donna dovrebbe essere a carico dell’imputato e non viceversa.

Se ben si è capito, il pensiero dei giudici che ci riguardano fonda sulla circostanza che la donna avrebbe atteso ben 20 secondi per opporre rifiuto alla tentata violenza denunciata e quindi un tempo eccessivo per potersi configurare un dissenso dalla criminosa iniziativa che ha lamentato a suo danno. Non si conoscono le carte e tantomeno si è stati presenti al dibattimento, dunque è sempre arduo esprimersi solo su notizia di cronaca.

In ogni caso, imprudentemente, si rammenta che Pietro Mennea, decenni or sono, in meno di una ventina di secondi segnò il record del mondo e non mancarono folle a spellarsi le mani per applaudire il fenomeno di Barletta, vincitore di una celebre corsa dei 200 metri piani. Il nostro indimenticabile campione ha avuto tutto il tempo di percorrere una curva di 120 metri per poi affrontare un rettilineo finale di altri 80 metri.

Non Mennea ma la mannaia della legge si è abbattuta sulla hostess che avrebbe dunque avuto tutto il tempo, nelle diverse fasi del suo scorrimento, di registrare l’approccio dell’uomo, realizzare le sue intenzioni, verificare di non essere lei ad ingannarsi, superare il momento di panico per quanto stava subendo e poi opporre finalmente resistenza.  Il giudice ha giocato di cronometro. Ha stabilito in una manciata di secondi, non si comprende il criterio, comunque inferiori allo stesso primato del mondo del nostro grande uomo di sport, il tempo per dare segno di rifiuto, mancando in aula la prova manifesta di contrasto al malintenzionato.

Chronos indicava per i Greci lo scorrere materiale dei minuti mentre il Kairos designava la qualità del tempo in relazione alla opportunità di una certa azione. I giudici di Milano si sono concentrati sul primo, forse trascurando che, solo di per sé considerato, può trarre talvolta in inganno.

Chronos, figlio di Urano e di Gea, del cielo e della terra, prese il posto del padre ed a sua volta fu spodestato dal figlio Zeus. Una vicenda tormentata. Quando ci si affida esclusivamente al Chronos si può correre il rischio di commettere qualche errore.

Per l’hostess ancora più tormentata è stata l’ammissione della Giustizia di essere stata creduta ma, per difetto di Chronos, non hanno potuto darle soddisfazione. Si fosse ragionato in termini di opportunità e di possibilità di un gesto forse si sarebbe arrivati ad un esito diverso. La donna, per i maligni, credeva forse di essere nell’Aion, secondo i Greci cioè nel tempo assoluto, una dimensione del tutto estranea al Chronos e in quella si sarebbe adagiata.

Nel corso di una violenza si deve, invece, essere lestissimi ad organizzare le idee, approntare le contromosse e soprattutto avere in tasca una clessidra che ti dica lo scadere dei 20 secondi, che ti rubi le lacrime che scendono, raccogliendole a gentile testimonianza. Venti di sventura per chi non saprà farlo.

Dibattito | Le prospettive dei cattolici democratici e popolari dopo il voto.

L’analisi di Giorgio Merlo, nel suo articolo di ieri su questo blog, mi trova pienamente d’accordo. Senza mezzi termini, egli riconosce l’inconcludenza dell’estenuante stagione che ha tentato fino all’ultimo di raggiungere, senza riuscirci, la ricomposizione dell’area cattolico democratica e popolare, affermando quanto segue: “…non possiamo non prendere atto, e forse definitivamente, che il pluralismo politico, culturale, programmatico e forse anche etico dei cattolici italiani è così profondo che non si può più invertire la rotta rispetto a questo assunto. Certo, in politica nulla è irreversibile.Ma i processi storici non si possono ignorare”.

In questo quadro si iscrive la recente umiliazione inflitta alla nuova Dc (quella di Totò Cuffaro, ndr), da un Tajani cinicamente proiettato verso la velleitaria idea di voler incarnare una credibile idea di centro, ignorando parallelamente il suo ruolo di fedele gregario di un melonismo a doppia faccia. Così che la Dc si è ritrovata con il cerino in mano dopo i tanti no (oltre a quello di Tajani, v’era stato il no di Calenda e, a nome di Stati Uniti d’Europa, della Bonino) ad un’alleanza con forze centriste per una lista congiunta che avrebbe consentito ad essa, soprattutto nella cornice di una comune partecipazione, con FI, alla grande famiglia del Ppe, di partecipare alla recente tornata elettorale europea.

La débâcle impone una forte riflessione sul che fare. L’interrogativo non è da poco perché si tratta di cogliere in tutta la reale evidenza gli aspetti più significativi di questa impasse per arrivare a definire una prospettiva di crescita del paese in un quadro di sviluppo e di assestamento democratico, mentre il nostro sistema è sempre più esposto a riscritture populiste e plebiscitarie, nonché a diseguaglianze sempre più sfacciatamente normativizzate (la recente legge sull’Autonomia differenziata ne è un clamoroso esempio).

Appare perciò importante riuscire a dare piena espressione ad un progetto politico che tenga conto dei mutamenti in atto. Questi incidono in modo altalenante su crescita e occupazione, innescando un crescendo esponenziale di nuove rivendicazioni civili, economiche e sociali, con la necessità di dare risposte adeguate. Grande fu la lezione della Democrazia cristiana che seppe trovare nei suoi leader le multiformità nelle risposte istituzionali attraverso alleanze, talora sofferte, ma che non si acconciavano mai al trasformismo del leader di turno, ma si radicavano volta per volta nella multiformità culturale dei filoni e delle correnti di pensiero che consentivano di dare identità politica e capacità di risposta ai leader di quelle aree.

In questo quadro Moro fu l’espressione più alta. Consapevole che in una democrazia bloccata era impossibile superare dei confini di schieramento internazionale che i due massimi partiti rappresentavano, capì che un serio coinvolgimento, in nome di valori di leale rispetto del quadro democratico e della centralità della persona, sia pure coniugate in modi differenti, come differenti e non convergenti ne erano le ideologie, avrebbe giovato molto al paese E ciò senza una dichiarata alleanza politica, ma con l’intento di affermare l’efficacia delle politiche industriali e del lavoro per uno sviluppo più armonico e meno conflittuale, quale poi sempre meno caratterizzò quegli anni fino a degenerare nel terrorismo, di cui Moro fu la vittima più emblematica. Quella intuizione che costò la vita al presidente Moro e lacerò le forze politiche tra fermezza e trattativa per salvare la vita al presidente della Dc, fu una lezione che dovremmo saper riprendere, pur nel mutato contesto storico e geopolitico.

Compito non facile, ma che si impone ai tanti cattolici democratici e popolari affinché siano promotori di una proposta che guardi nell’immediato ad una comune convergenza sui temi essenziali della dignità della persona, della pace e dei presupposti della convivenza dei popoli  guardando ai conflitti in atto del lavoro, della sanità – nel meridione sempre più in affanno – e  della natalità; ma poi anche e soprattutto della democrazia e dello Stato di diritto, laddove urge approntare la difesa della Carta costituzionale, specialmente nella parte in cui si condensa quel mirabile equilibrio tra i poteri presidiati da una serie di contrappesi al fine di salvaguardare il sistema da ogni debordante prevaricazione istituzionale. Una prevaricazione che invece la proposta di premierato si prefigge di introdurre, nella previsione di un forte indebolimento della centralità del parlamento e del ruolo e delle prerogative del Capo dello Stato

C’è da augurarsi che il confronto politico interno, avviato con la recente conversazione che ho avuto con il leader del partito, Totò Cuffaro, sul bilancio della nuova Dc ad un anno dalla sua segreteria e sulle immediate prospettive future, pubblicato il 17 giugno scorso (v. https://www.ilpopolo.cloud/1440-il-bilancio-della-nuova-dc-ad-un-anno-dalla-segreteria-di-toto-cuffaro.html), possa preludere a decisioni importanti, anche nella prospettiva un Congresso straordinario, affinché si ritrovi un cammino capace di invertire la rotta di questo bipolarismo sempre più estremizzato ed indigesto per più della metà degli elettori (tanto da poter affermare che ormai si governa nella forma di una indubbia tirannia della minoranza egemone) che volontariamente diserta le urne, con grave danno per una credibile rappresentanza democratica.

Cattolici, il dovere della presenza e non della sola testimonianza.

Molti lamentano, e giustamente, che le svariate e molteplici iniziative di ricordo della Dc, della sua nascita o del suo tramonto; che le varie riletture del magistero e dell’azione di molti leader democristiani; che i moltissimi appelli ad un rinnovato impegno dei cattolici nella vita pubblica italiana e via discorrendo, non porteranno a nulla di concreto. Ovvero, non stimoleranno – almeno nell’immediato – una nuova e rinnovata iniziativa e presenza politica dei cattolici italiani.

Una osservazione del tutto condivisibile per almeno tre motivazioni di fondo.

Innanzitutto perchè non c’è un leader – riconosciuto, coerente e carismatico – che sia in grado di raccogliere questa domanda, seppur confusa e contraddittoria. E quando manca un leader, perchè non possiamo trascurare il fatto che nel nostro passe la personalizzazione della politica è ancora un elemento determinante e decisivo, difficilmente decolla una iniziativa politica capace di aggregare e di porsi all’attenzione di tutti.

In secondo luogo non possiamo non prendere atto, e forse definitivamente, che il pluralismo politico, culturale, programmatico e forse anche etico dei cattolici italiani è così profondo che non si può più invertire la rotta rispetto a questo assunto. Certo, in politica nulla è irreversibile. Ma i processi storici non si possono ignorare perchè altrimenti si rischia di vivere o con lo sguardo rivolto all’indietro o percorrendo strade che ti portano solo in un vicolo cieco.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, non c’è una reale volontà di ricomporre un mondo culturale ed ideale, e quindi anche politico, che ormai è diviso anche nei rapporti personali.

Spiace rilevare questo fatto, forse secondario, ma comunque decisivo ai fini di favorire o promuovere una vera ed autentica ricomposizione politica ed organizzativa. Percorsi diversi, rapporti personali incrinati, progetti politici quasi alternativi, approcci culturali distinti hanno finito per fare dell’area popolare, ex democristiana e cattolico sociale un campo minato. Un campo che continua certamente a produrre idee, cultura ed esperienze civiche e politiche locali e regionali ma che difficilmente, anzi quasi sicuramente, non riuscirà a costruire un polo politico nazionale.

Per questi semplici motivi, seppur descritti e richiamati con la rapidità dettata da un articolo, è abbastanza evidente che esiste, tuttavia, una lezione che si può ricavare da questa situazione oggettiva. Ed è quella, almeno a mio parere, di saper inverare negli strumenti politici attualmente esistenti – cioè nei partiti che ci sono e non in quelli in cui si auspica nei prossimi decenni la nascita – quelle idee, quella cultura, quella prassi, quel metodo, quel progetto politico e quella sensibilità ideale che hanno caratterizzato nella storia le migliori stagioni della presenza politica dei cattolici italiani. Perché l’alternativa concreta a questa prospettiva è una sola. E cioè, il rifugio sicuro e anche piacevole della ricostruzione storica oppure la scorciatoia della testimonianza o della presenza pre politica. Dimensioni del tutto apprezzabili e nobili ma che esulano radicalmente dalla presenza politica attiva e protagonistica. Che, è sempre ben non dimenticarlo, non è mai stata la cifra distintiva dei grandi leader cattolici impegnati in politica nelle diverse fasi storiche. E questo perchè i leader e gli statisti della Dc, di cui ricordiamo e celebriamo i vari anniversari, tutto facevano tranne che praticare o coltivare l’assenza dall’impegno concreto nella cittadella politica. È bene farne tesoro ogniqualvolta si partecipa a questi convegni e si parla della nostra comune storia.

Chi era il nonno della Funaro? Una nota biografica di Bargellini.

Nacque a Firenze nel 1897, dove iniziò la sua formazione in scuole tecniche (il padre era ingegnere dell’Istituto geografico militare). Dopo l’esperienza della guerra iniziò a frequentare la Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, ma abbandonò ben presto gli studi avviati per dedicarsi alle lettere presso l’Accademia di Belle Arti. Maestro elementare e più tardi direttore didattico, iniziò ancora giovane l’attività di scrittore, e nei primi anni ’30 giunse ad una certa notorietà con i volumi Fra Diavolo del ’32 e soprattutto San Bernardino da Siena del ’33.

Altrettanto vivace la sua opera di organizzatore culturale: dopo aver fondato e diretto dal 1923 il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, nel 1929 fondò la ben più importante Il Frontespizio, alla quale avrebbero contribuito autori come Carlo Bo, Mario Luzi, don Giuseppe De Luca, oltre a Gatto, Parronchi e Sereni. Vicino per molti versi alla esuberante personalità intellettuale di Giovanni Papini, Bargellini fu consapevole portatore di una cultura cattolica dai forti tratti apologetici, antiilluministici, attenta al fascino popolare del mondo contadino e ‘strapaesano’.

Lasciata nel 1938 la direzione della rivista (che cessò le pubblicazioni poco dopo), fu impegnato in una vasta opera didattca e divulgativa: a lui fu in varie occasioni affidata la redazione di antologie e libri di testo per le scuole. Dopo la guerra, pur continuando una copiosa produzione letteraria, iniziò l’attività politica nelle fila della Democrazia Cristiana, e fu a lungo assessore alla cultura nelle giunte La Pira negli anni ’50. Nel ’66 venne eletto sindaco: svolse la carica solo per pochi mesi, ed era già dimissionario quando piombò su Firenze la tragedia dell’alluvione, a rimediare la quale si dedicò con enorme impegno e notevole capacità organizzativa.

Dal 1968 fu senatore DC. Morì a Firenze nel 1980. Il ruolo di Bargellini per la storia di Firenze, oltre che nelle numerose iniziative di promozione artistico-culturale intraprese come amministratore, sta soprattutto nella sua inesauribile produzione divulgativa: alla storia della città, all’arte e alle strade fiorentine, alla dinastia Medici dedicò migliaia di pagine, in molti casi pubblicate in fascicoli a puntate, e scritte per un pubblico di massa. Un’opera divulgativa spesso molto semplificata per raggiungere una più vasta diffusione, ma che proprio per questi caratteri di ampio consumo ha significato un contributo eccezionale alla consapevolezza della propria storia da parte dei fiorentini.

 

Opere La splendida storia di Firenze, Fiorenze, Vallecchi, 1964, 4 voll.; Le strade di Firenze (con E. Guarnieri), Firenze, Bonechi, 1980, 4 voll.; I Medici, Firenze, Bonechi, 1980. Alle grandi opere qui ricordate andrebbe tuttavia aggiunta una lunghissima serie di scritti d’occasione, fascicoli e pubblicazioni a carattere divulgativo su aspetti, figure, luoghi della storia di Firenze che Bargellini pubblicò soprattutto dagli anni ’50.

Studi su Piero Bargellini C. Fusero, Bargellini, Firenze, Vallecchi, 1949; P.F. Listri, Tutto Bargellini. L’uomo – lo scrittore – il sindaco. Con il diario inedito dei giorni a Palazzo Vecchio, Firenze, Nardini, 1989 (con bibliografia in appendice); P.L. Ballini, Piero Bargellini, in P.L. Ballini (a cura di), Fiorentini del Novecento, 3, Firenze, Polistampa, 2004, pp. 41-55.

 

Il testo è tratto dal “Portale Storia di Firenze”

http://www.storiadifirenze.org/?storici=bargellini-piero

Insieme | Dignità e sicurezza sono requisiti essenziali del lavoro.

L’Italia è l’unica nazione tra quelle sviluppate che ha una popolazione attiva inferiore a quella delle persone inattive.

Primo passo per recuperare la piena dignità del lavoro è quello di garantirne la sicurezza.
La vita umana e la salute delle persone sono un irrinunciabile prerequisito di ogni attività produttiva. Quindi più formazione, più controllori, più controlli, pene severe, rapide e certe, dove si riscontrano negligenze e omissioni di sicurezza.

Al tempo stesso, vanno introdotti meccanismi operativi per una partecipazione responsabile al lavoro.
Ogni lavoro deve emergere, essere riconosciuto e pagato dignitosamente. Vanno applicati solo i Contratti Nazionali stipulati dalle Associazioni imprenditoriali e sindacali maggiormente rappresentativi.

Occorrerà definire per legge la paga minima oraria. Occorre abilitare gli Enti bilaterali, promossi dalle parti sociali per la formazione continua e per i programmi di riconversione (Fondi interprofessionali e Fondi di solidarietà), a svolgere un ruolo trainante nelle politiche attive, finalizzate ad accelerare il ricambio generazionale e di genere, e il reinserimento delle persone in cerca di lavoro. L’attività dei Fondi deve essere estesa anche alle Professioni e ai lavoratori autonomi.

INSIEME ribadisce la necessità di rivolgere attenzione agli immigrati regolarmente soggiornanti, buona parte dei quali costretti a lavorare in condizioni salariali e ambientali inaccettabili, attivando la procedura di regolarizzazione del soggiorno prevista dalla normativa per i lavoratori stranieri irregolari che collaborano nelle iniziative rivolte a contrastare il lavoro sommerso.

Dobbiamo muoverci verso il modello partecipativo. È necessario che i lavoratori siano coinvolti nella gestione, in toto o compartecipata, per sentirsi attori responsabili all’interno della comunità produttiva che si chiama impresa, e da ciò non potranno non discendere anche rilevanti miglioramenti nell’impegno dei lavoratori e, quindi, anche nei risultati economici dell’impresa stessa.

Le possibilità di sviluppo di ogni lavoratore, e i risultati complessivi del lavoro, sono tanto migliori quanto più ha modo di esprimersi l’intelligenza di chi lavora, quanto più è apprezzata e stimolata (e non, invece, osteggiata) la sua intraprendenza, quanto più ampia è la libertà di partecipare al conseguimento di obiettivi condivisi.

SuccedeOggi | I salmi nella versione di un traduttore d’eccezione: Guido Ceronetti.

Pasquale Di Palmo

 

Se vedete sui gradini di una chiesa di provincia un uomo magro, il volto scavato di un asceta, capelli tagliati alla paggio sotto il basco stinto, un impermeabile logoro, due o tre libri per le mani compresa una grammatica araba, piena di note a margine, non fategli l’elemosina perché non è un povero vagabondo. Si chiama Guido Ceronetti, è uno dei più grandi scrittori italiani di questo secolo». Così scriveva Claudio Serra in un articolo apparso quasi quarant’anni fa nella Domenica del Corriere. Nato il 24 agosto 1927 a Torino e morto a Cetona il 13 settembre 2018, Guido Ceronetti fu il crudele cantore di una modernità che sembra coinvolgere una moltitudine di esistenze sempre più artefatte, innaturali, in cui non sussiste più niente di decoroso. Le sue vicissitudini editoriali si snodarono attraverso un percorso intellettuale eccentrico e, al contempo, intransigente, dalle infinite sfaccettature, che passa dalla traduzione dei classici al saggio di taglio erudito, dall’aforisma folgorante ai numerosi articoli e elzeviri, dal romanzo anomalo alla poesia di impronta anacronistica, dalla pièce per gli spettacoli di marionette alla recensione caustica, sulfurea.


Si tratta di un’opera smisurata e complessa, non ancora conosciuta nella sua integrità. Ceronetti si è imposto all’attenzione della critica e dei lettori più avveduti come una sorta di oracolo contemporaneo, avvalendosi del tono profetico che contraddistingue tante sue versioni, dalle veterotestamentarie a quelle di autori latini come Giovenale e Catullo, Orazio e Marziale. D’altro canto la vicenda bibliografica di Ceronetti appare quanto mai articolata, contraddistinta sia dal ricorso a editori particolarmente presenti come Einaudi, Rusconi e Adelphi sia dalla collaborazione con piccoli stampatori di qualità che gli hanno permesso di licenziare titoli apparentemente marginali o di sbizzarrire un estro creativo finissimo anche sul versante grafico (è noto che l’autore torinese era un eccellente illustratore: si veda in tal senso il catalogo della mostra tenuta nel novembre 2006 al Palazzo Ducale di Genova intitolato Nella gola delleone, pubblicato da Il Melangolo nello stesso anno).

Inoltre bisogna considerare che molti titoli originariamente pubblicati per una casa editrice sono stati riproposti, spesso in forma rimaneggiata, in altri contesti editoriali. Si tratta dunque di una bibliografia quanto mai composita, che abbisognerebbe di ulteriori studi e approfondimenti. In questa sede ci limitiamo a segnalare i due titoli forse più rari dell’autore torinese, corrispondenti a un dittico poetico che rappresenta il suo esordio. Si tratta dei Nuovi Salmi. Psalterium primum, editi da Pacini-Mariotti di Pisa nel 1955, cui seguono nel 1957 i Nuovi Salmi, pubblicati a Torino presso L’Impronta. Quest’ultimo titolo, in 8°, comprendente 84 pagine, contiene diciassette componimenti numerati in numeri romani, per lo più in endecasillabi sciolti, ispirati all’Antico Testamento. In seguito l’autore si specializzerà proprio in questo peculiare ambito, divenendo uno dei più accreditati traduttori di libri biblici, a partire dai Salmi, la cui edizione originale apparve nei “Millenni” einaudiani nel 1967.

 

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https://www.succedeoggi.it/2024/06/ceronetti-salmista/

Si gioca in Parlamento il ruolo dell’opposizione

Abbiamo vissuto una settimana cruciale per il Paese. Con l’approvazione di due provvedimenti importanti: il disegno di legge sul premierato in prima lettura al Senato e l’autonomia differenziata in via definitiva alla Camera.

Due proposte che renderanno l’Italia più debole, meno competitiva e meno resiliente. Il motivo è semplice: entrambi i provvedimenti tolgono potere al Parlamento, in un Paese che è una Repubblica parlamentare.

L’autonomia differenziata, com’è costruita, esclude il Parlamento dalla definizione delle intese tra Stato e regioni e gli sottrae potere decisionale in materie che sono di interesse nazionale. Ciò che interessa tutto il Paese dovrebbe avere una regia unica nel Parlamento, nell’istituzione democratica che rappresenta tutti i cittadini, e non altrove.

Il premierato, subordinando di fatto l’azione parlamentare a quella governativa, ribalta la relazione tra potere esecutivo e legislativo: è sulla fiducia del Parlamento che si reggono i governi e non viceversa.

Nel corso della sua storia l’Italia ha dimostrato che solo nella capacità di definire strategie condivise si trovano soluzioni stabili, efficaci e in grado di rilanciare il Paese. La scelta di indebolire il Parlamento e esasperare il bipolarismo renderà d’ora in poi inefficace qualsiasi tentativo di sintesi e di dialogo tra le forze politiche, ed è questa la triste realtà che si nasconde dietro al premierato e a una finta stabilità di governo: con un Parlamento svuotato, assumere scelte condivise e stabili – il tabellone verde al voto sull’assegno unico, per intenderci – diventerà sempre più complicato. E così verrà meno quella resilienza che le nostre istituzioni hanno saputo mostrare nei momenti di crisi: pensiamo alla pandemia, quando con una scelta di responsabilità si è deciso di unirsi nel governo guidato da Mario Draghi per dare al Paese le risposte di cui aveva disperato bisogno.

L’altra riforma, quella sull’autonomia differenziata, non fa che amplificare e cementare le differenze nel Paese andando solo ad aumentare le disuguaglianze sociali e la burocrazia. Frammentare settori strategici quali l’energia, il lavoro, l’export, la sanità e la ricerca (solo per citarne alcuni) non avrà altro effetto che indebolire la competitività dei nostri territori e dell’intera nazione. La premier e la sua maggioranza lo sanno, ed è il motivo per cui hanno approvato questa riforma di notte con tempi contingentati per la discussione, con una vera e propria forzatura istituzionale. Perché non farlo alla luce del sole, quando i cittadini e i giornalisti avrebbero potuto seguire il dibattito in aula? Per fare nascere un dibattito sulle modalità e evitare accuratamente di entrare nel merito di una riforma che non porterà nulla di buono al Paese.

A questo gioco delle parti le altre opposizioni hanno ceduto, opponendo barricate a barricate e per giunta in piazza, asseverando così l’idea che il Parlamento non basti. Per noi è un errore fatale e non abbiamo voluto cedervi, perché pensiamo che la serietà chieda di cambiare sul serio il Paese, che questo debba essere fatto nelle sedi istituzionali della nostra democrazia, ricordando prima di tutto a noi stessi  e al governo che l’Aula è sovrana, e che questo lavoro debba essere incessante nel merito e nella chiarezza delle proposte alternative a questo governo.

 

[Il testo è stato diffuso su whatsapp]

Quella casa sul lago: cronaca di un dono ad Alcide De Gasperi.

Sulle rive del lago di Castelgandolfo, in località Castelvecchio, anni or sono il sindaco democristiano della cittadina laziale, dr. Marcello Costa, che fu per molti anni primo cittadino, fece apporre su una villetta stile liberty una targa in ricordo della presenza di Alcide De Gasperi in quella casa negli ultimi anni della sua vita terrena. Quella targa rappresenta una storia, non soltanto per la città laziale, sede della celebre villa pontificia costruita da Urbano VIII, ma per ciò che ha rappresentato nella storia politica del secondo ‘900.

Il 3 aprile 1951 De Gasperi compiva 70 anni, non era un periodo facile per lo statista democristiano e non lo sarebbe stato anche nei tre anni precedenti la sua scomparsa: la riforma agraria fortemente voluta da lui anche a seguito del congresso di Venezia del 1949 in cui il partito aveva visto una forte affermazione col 35% dei voti della sinistra interna di Dossetti, La Pira e Fanfani, stava erodendo significativi sostegni soprattutto nel sud da parte dei vecchi ceti clientelari; l’alluvione del Polesine aveva messo  in gravi difficoltà zone già di per s assai deboli economicamente;la destra clericale premeva per una svolta a destra della Dc, soprattutto in vista delle elezioni comunali a Roma dell’anno successivo. Insomma un periodo non facile…De Gasperi era un esempio di onestà, correttezza e rigore come forse nella nostra storia nazionale non avevamo mai avuto. Aveva pagato il più alto prezzo al fascismo che con l’accusa assurda di tentativo di espatrio candestino lo avea arrestato e messo in carcere, addirittura insieme alla moglie Francesca, preziosa compagna di una vita; il suo antifascismo lo aveva pagato caro..soltanto la generosità si papa Pio XI, che certamente aveva avuto un ruolo nell’allontanamento di don Sturzo dalla segreteria del Partito Popolare all’avvento del regime, ma che era stato però il primo a capire la deriva pagana del fascismo, tanto da scrivere nel 1931 l’enciclica Non abbiamo bisogno per denunciare le violenze squadriste ad appena due anni dal Concordato, questo Pontefice lo aveva accolto in Vaticano come bibliotecario.

Si trattava di un incarico peraltro precario, che risolveva un problema molto semplice: quello che sarebbe diventato di lì a poco il più grande statista italiano della seconda metà del’900, non era ridotto alla fame, ma certamente in grandi ristrettezze economiche. Addirittura fino al 1938 De Gasperi non aveva come bibliotecario in Vaticano uno stipendio fisso, ma rinnovato di mese in mese e fu soltanto l’intervento d mons. Montini, futuro papa Paolo VI, anch’egli conoscitore di quanto il fascismo aveva leso la dignità delle libere istituzioni, a perorare la causa di una paga fissa per un uomo di quasi 60 anni che manteneva moglie e 4 figlie in una famiglia esemplare, con un esiguo stipendio peraltro precario. Pio XI accolse subito la perorazione di Montini, ma per non insolentire Mussolini, che aveva in uggia da tempo lo statista trentino nonostante fosse Duce di un Impero, fece assumere stabilmente De Gasperi non direttamente dalla Santa Sede, ma da Propaganda Fide, presso la sede della quale avrebbe trovato rifugio con lo pseudonimo di Alfonso Porta durante l’occupazione nazista di Roma anni dopo.

Lo stile di vita austero e onesto avrebbe caratterizzato la vita di De Gasperi costantemente. Ebbene, un uomo di questa statura proprio nel 1951 cercò di far superare all’Europa l’antico quasi millenario antagonismo tra gli stati, creando la CECA, Comunità Europea Carbone Acciaio, con il sostegno di altri due grandi statisti, Konrad Adenuer e Robert Schuman; ma in quell’anno accadde un episodio legato a quella casa sul lago. Nell’avvicinarsi del genetliaco, gli iscritti della Democrazia Cristiana si autotassarono per regalare finalmente una casa di proprietà al loro leader; naturalmente tutto avvenne nel segreto più assoluto e quando ebbero raggiunto una cifra adeguata per l’acquisto di una villetta, la scelta cadde su un villino restaurato qualche anno prima a Castelgandolfo, sul tornante est vicino proprio al convento di Propaganda Fide che era stato, come quasi tutti i castelli romani, duramente bombardato nel 1944 dopo lo sbarco alleato ad Anzio del 22 gennaio.

Il problema era fare accettare il dono a De Gasperi. La moglie e le figlie con il pretesto di visitare una casa da affittare sul lago per una figlia minore reduce da una patologia respiratoria, lo portarono in quella che sarebbe stata la sua residenza negli ultimi anni e riuscirono a vincerne le resistenze dicendogli che se non avesse accettato avrebbe dovuto trascorrere forse mesi seduto a scrivere ad ogni iscritto donatore le motivazioni dell’eventuale rifiuto, considerato che anche gli iscritti col reddito più umile avevano voluto offrire al leader un segno tangibile del loro affetto e della loro riconoscenza.  De Gasperi accettò commosso quel dono: l’unica proprietà che ebbe nella sua vita!

Il prossimo 19 agosto ricorrerà il 70esimo della morte di quest’uomo colto,determinato, semplice, di grande vera fede e di uno spessore politico assai raro. Anni dopo l’amministrazione comunale di Castelgandolfo volle apporre sul frontale della villetta la già citata targa in ricordo della permanenza dello statista. Sono passati tanti anni e il costume politico si è inasprito e direi assai involgarito, forse per la mancanza di maestri veri come Alcide De Gasperi. A chiunque capiterà di transitare sulla via laterale di Castelgandolfo, suggerirei di dare uno sguardo a quella casa  soprattutto perché proprio gli iscritti alla Democrazia Cristiana seppero offrire al loro leader un segno così forte e permanente. La Dc non c’è più ma l’intelligenza dei democristiani ha sedimentato valori in Italia incancellabili.

 

Prof. Giulio Alfano

Presidente Istituto Emmanuel Mounier

Intervista | D’Ubaldo: “Moro è inattuale, per questo ci attrae“.

Intervista | D’Ubaldo: “Moro è inattuale, per questo ci attrae“.

 

“Non fu luomo del compromesso storico, bensì la personalità più attenta alla evoluzione della politica democratica”. Riportiamo un ampio stralcio dell’intervista – a cura di Valentina Busiello –  pubblicata sul sito di Politica meridionalista. 

 

Valentina Busiello

 

“Moro è inattuale, per questo ci attrae“. Una frase e un pensiero di Lucio D’Ubaldo, già Senatore della Repubblica, che conduce da anni “Il Domani d’Italia”, testata online con la stessa denominazione del settimanale fondato nel 1900 da Romolo Murri, lo sfortunato profeta della prima democrazia cristiana. L’attenzione nei confronti di Moro è una costante del suo impegno intellettuale e politico. Ha curato la raccolta degli scritti giovanili dello statista pugliese (La vanità della forza. Gli articoli su «La Rassegna» di Bari 1943-1945, Eurilink, 2017). Lo spunto da cui nasce questa conversazione ce lo fornisce l’altro suo libro: Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro (Il Domani d’Italia, 2020).

 

Perché ha dato al suo saggio su Aldo Moro il titolo di Amare il nostro tempo”?

Nei discorsi di Moro ricorre sovente questo tema: non ci si può allontanare dal tempo in cui operiamo, in un modo o nell’altro ne siamo condizionati, specialmente sul piano politico, per cui ogni azione deve calarsi nella concretezza delle circostanze e delle condizioni date in quel momento. Anche nel suo ultimo discorso ai Gruppi parlamentari, quando cerca con tutta la sua autorevolezza di convincere i colleghi di partito a dare il via libera all’ingresso del Pci nella maggioranza di governo, Moro sottolinea quanto sia decisivo e necessario il richiamo al vincolo temporale. Ecco le sue parole: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà…”.

 

 

Quando matura questo pensiero?

Possiamo rintracciarne la formulazione già negli scritti giovanili, segno di straordinaria continuità e coerenza di pensiero. Nella formazione di Moro c’è il concetto cristiano della salvezza come incarnazione di Dio nella storia, dunque nel contesto dell’umanità in cammino; una storia che non si ripete ciclicamente e all’infinito, ma pur svolgendosi in modo lineare conosce nel suo sviluppo avanzamenti e pause, addirittura arretramenti, con guadagni e perdite a segnare la “crescita di bene”. Il progresso è una conquista che muove dall’intelligenza e dall’amore, essendo l’una al servizio di una ordinata e lucida comprensione dei problemi; l’altro costituendo, invece, la molla più potente della tensione che rende possibile l’amicizia civile e, pertanto, il buon ordinamento della società civile. Il questo orizzonte ideale, il tempo che attiene alla politica è forse la categoria che meglio spiega la richiamata esigenza del realismo: i principi vanno calati nel “kairòs” – il tempo per eccellenza – ed è il “kairòs” a scandire il movimento della politica, entro i limiti della condizione creaturale dell’uomo.

 

Il tempo sì, ma forse anche lo spazio e quindi la geografia. Moro non è anche, con la sua sensibilità, un uomo del Meridione?

Non c’è dubbio, basta leggere i suoi discorsi in occasione della Fiera del Levante. A Giuseppe Petrilli, prossimo a insediarsi alla guida dell’Iri, fece solo una raccomandazione da segretario della Dc: garantire gli investimenti al Sud. Suggerirei tuttavia di leggere quanto scriveva su «La Rassegna» nel febbraio del 1945. A lui non piaceva il “Vento del Nord” ma neppure l’auto isolamento dei meridionali. Il Paese richiedeva uno sforzo concorde per risollevarsi dopo il disastro della guerra. “…l’Italia sarà salvata da tutti gli Italiani e da rinnovate energie morali”. A questo spirito di unità e convergenza sarebbe rimasto sempre fedele. Moro, in sostanza, credeva che la questione meridionale dovesse collegarsi vitalmente al processo di crescita unitaria della nazione.

 

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https://www.politicameridionalista.com/2024/06/08/amare-il-nostro-tempo-un-libro-di-lucio-dubaldo/

Maurizio Carta: “Le città del mondo possiedono una vibrazione narrativa”.

«In questo libro racconterò dell’oscillazione tra felicità e infelicità delle città del mondo che ho visitato, narrerò storie di successo, e segnalerò anche le ombre che caratterizzano alcune, nel pieno spirito di un’opera aperta come sono eminentemente le città, le quali “credono d`essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura” – per dirla con Calvino – perché serve anche l’anima delle persone che le abitano».

Quarantadue storie di città – dalle immancabili (New York, Londra, Pechino, Mosca, Parigi, Bar-cellona), alle meno ovvie (Paducah, Hangzhou, Brest, Aalborg, Tirana, Favara) – che possono anche funzionare come una guida di viaggio o una mappa oppure un breviario, sotto il segno della «rigenerazione urbana», in cui si condensano le trasformazioni prodotte dagli organismi-città.

«Le farò parlare – spiega Maurizio Carta nell’Introduzione – per dare scrittura alle storie che mi hanno raccontato visitandole per pochi giorni o abitandole per periodi più lunghi tra il 2006 e il 2023. Racconterò delle esperienze e delle atmosfere e anche le curiosità più minute – una canzone, un cocktail, un miraggio, una cena o una corsa – che hanno reso memorabili quei dialoghi tra un urbanista e una città e che mi consentono di raccontarli in un romanzo urbanistico, invece che nella forma più consueta di un saggio scientifico. Le città che racconto hanno tutte percorso un viaggio di rinascita, di evoluzione, di fuga dall`eterno presente per raggiungere un nuovo futuro che è oggi il loro presente».

Gli itinerari dell’urbanista Carta, sapienti o occasionali, inquadrano non astratti modelli, ma luoghi modellati da architetture logorate dall’uso, dall’insinuarsi della natura nell’artificio e il contrario, da stratagemmi ludici e strategie di convivenza. E i luoghi comandano anche la velocità di percorrenza, che sia la lentezza svagata del flâneur o l’affanno nervoso del runner: perché «le città del mondo possiedono una vibrazione narrativa che tutti noi percepiamo».

 

[Il testo è quello che appare su Amazon come presentazione del libro di M. Carta, Romanzo urbanistico. Storie dalle città del mondo, Sellerio editore, 2024]

 

Maurizio Carta (Palermo 1967), urbanista e architetto, è professore ordinario all`Università di Palermo. Tiene lezioni e svolge attività di ricerca in numerose università, tra cui la Columbia University di New York, l`Institut d`Urbanisme de Paris, la Leibniz University di Hannover. Dal 2017 dirige l`Augmented City Lab, dedicato alle città sostenibili del futuro prossimo.

Nel 2019 è stato Italian Design Ambassador. È autore di numerose pubblicazioni, in Italia e all`estero. Tra i suoi libri più recenti: Cosmopolitan Habitat (2021), Homo urbanus. Città e comunità in evoluzione (2022), Palermo, un`idea di cui è giunto il tempo (2023).

 

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L’importante è votare: l’astensionismo mortifica la democrazia.

Non abbiamo sentito in una lunghissima campagna elettorale proposte chiare, possibili con tempistica e finanziamenti sostenibili. Ogni parte politica, ovviamente, secondo le proprie categorie valoriali. Qui – si direbbe – casca l’asino. “Europa sì, ma non questa”! Vogliamo cambiare l’Europa! Come? La scadenza delle legislature europee è sempre di cinque anni e la turnazione dei G7 sono note, ma a quanto pare non si ha uno sguardo lungo, per lavorare strategicamente sui futuri assetti. Sono gli statisti che nutrono utopie e costruiscono il futuro!

Abbiamo il diritto di conoscere i programmi dei partiti con la loro visione statuale, amministrativa, etica. Quindi abbiamo bisogno di partiti: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (Art. 49 Costituzione), che è tempo di normare con legge ordinaria. Perché non si è ancora, o non si vuole, fare una legge che garantisca a tutti i cittadini la democraticità della organizzazione, degli organi, dei finanziamenti?

Fino a quando non sarà possibile scegliere anche alcune rappresentanze saranno irrilevanti. È quanto si dice per la presenza dei cattolici nelle liste prima e negli organi di partito e nelle istituzioni, se eletti, poi. Con l’attuale legge elettorale se le segreterie non li accettano in lista c’è poco da fare anche con le preferenze; nel caso delle recenti elezioni europee, sarebbe stato necessario che chi desiderava avere testimoni a Bruxelles ponesse la croce e la preferenza sui candidati di radici cattoliche, presenti in diverse liste.

Bastava andare a votare e scovarli, evitando la geremiade circa la mancanza di alcune espressioni culturali e sociali. Vale ovviamente per ciascuna richiesta di rappresentanza. Se non si votano candidati di riferimento come sarà possibile vedere dibattiti e controllare scelte coerenti con le proprie opinioni? Soprattutto in una Italia con caratterizzazione bipolare servono le preferenze per attrarre il voto degli elettori.

Non c’è un altro modo per vivere la democrazia che partecipare!

Non può essere positivo il giudizio su chi critica, ma approfitta di

quanto la politica produce (magari non paga nemmeno le tasse) e non vota.

Qualche giustificazione è accettabile quando la critica riguarda lo standing della classe dirigente. Linguaggio volgare, insulti agli alleati, sciatteria nel vestire. L’eletto e la eletta non valgono uno, perché rappresentano tutta la comunità e da loro discende l’esempio di comportamento civile. Ci si aspetta un atteggiamento signorile, non superbo o distaccato, ma di grande rispetto verso le persone, tutte, e magari soprattutto con le più modeste. C’è un adagio non male “signori si nasce, ricchi di diventa“. Non c’è borgataro che non possa essere “signore” se ben educato, e ricchi volgari, maleducati e incolti.

 

[Il testo è tratto dalla newsletter che l’ex ministra, oggi presidente dell’Associazione Partigiani Cristiani, invia periodicamente per e-mail]

Ucid, il congresso degli imprenditori e dirigenti della storica Unione cristiana.

Si terranno il 28 e il 29 giugno, presso il Teatro S. Antonino della Cattedrale di Sorrento, le attività per l’Assemblea nazionale Ucid, Unione cristiana imprenditori e dirigenti, realtà che promana dalla Conferenza episcopale italiana e che, con oltre 3mila iscritti nel Paese, promuove la dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’impresa. Nel pomeriggio del 28 giugno, si terrà l’Assemblea riservata ai soci, mentre il 29 giugno, alle 9.30 si aprirà la giornata aperta al pubblico, dedicata al tema “Partecipazione e democrazia nell’impresa. In cammino verso la 50° edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani”.

A spiegare il titolo dell’evento è Gian Luca Galletti, presidente di Ucid: “c’è un legame stretto che tiene insieme l’Assemblea di Ucid e le Settimane sociali dei cattolici ed è il bisogno del mondo imprenditoriale cattolico di acquisire una voce e di esprimersi sulle questioni più attuali del nostro tempo. Fondamentale è il tema di aprire l’impresa alla partecipazione, di renderla davvero strumento di democrazia economica e attore sociale responsabile: ce lo chiede l’Europa con i criteri ESG, ma più ampiamente è un compito che la dottrina sociale da sempre riconosce in campo all’organizzazione aziendale. Per questo oggi il messaggio di Ucid è più che mai attuale”.

 

Sarà presentato il 29 giugno alle ore 12.00 un documento, redatto da Ucid, che definisce una proposta dell’imprenditoria cattolica per un’impresa etica e sostenibile, capace di farsi carico delle aspettative sociali quanto a transizione ambientale, responsabilità sociale ed equità della governance. “A partire dai contenuti del documento vorremmo promuovere un dialogo ampio, che comprenda le istituzioni civili, quelle ecclesiastiche, il mondo accademico e le parti sociali. L’Assemblea nazionale dell’organizzazione sarà occasione per muovere in questo senso” spiega Stefania Brancaccio, segretario generale Ucid.

Nella prospettiva di avviare un dialogo ampio, tra gli altri sarà ospite Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl. “Con il sindacato rappresentato da Sbarra c’è una vicinanza culturale che rende stimolante e costruttivo il confronto, a partire dalla proposta di legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori in azienda, promossa da Cisl e sostenuta da Ucid, ora in discussione in Parlamento” sottolinea Galletti. La partecipazione dei lavoratori in azienda è uno degli ambiti su cui i relatori del convegno saranno chiamati a confrontarsi. “come Ucid crediamo nell’importanza delle relazioni industriali come strumento per elevare la qualità del lavoro e l’efficienza dell’attività imprenditoriali, adempiendo al mandato della Costituzione che prescrive l’utilità sociale dell’iniziativa economica, a vantaggio della salute, dell’ambiente e della dignità umana” afferma Brancaccio.

Tanti gli ospiti rilevanti del convegno, dagli esponenti della Chiesa cattolica come Mons. Francesco Savino, Vicepresidente della CEI e a Don Antonio Mastantuono, assistente spirituale di Ucid, agli accademici come il Prof. Stefano Zamagni, economista, e il Prof. Vincenzo Sanasi d’Arpe, amministratore delegato di Consap, fino ai tanti rappresentanti del territorio campano come Mons. Francesco Alfano, Vescovo di Sorrento, l’Avv. Massimo Coppola, sindaco di Sorrento, Amedeo Manzo, presidente della Bcc di Napoli e Nino Apreda, Presidente di Ucid Campania.  A intervenire in rappresentanza degli imprenditori cristiani, oltre al presidente Galletti e al segretario generale Brancaccio, saranno anche il senatore Riccardo Pedrizzi, presidente del Comitato Tecnico Scientifico di Ucid, Fabio Storchi, presidente Ucid Reggio Emilia e Sigrid Marz, presidente Uniapac Europa.

 

 

L’Ucid associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).