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Alesina, l’economista critico degli automatismi, anche quando utilizzati per l’unione monetaria europea.

L’improvvisa fine della vita terrena dell’economista Alberto Alesina ha riacceso la discussione sulle sue tesi. Si ricordano la sua apologia dell’austerità, il suo sostegno post litteram all’Euro. Le sue opinioni al proposito non lasciano spazio ad equivoci. Alesina però fu anche un grande critico della moneta unica negli anni in cui essa veniva costruita. In particolare gli argomenti che Egli espresse in un editoriale sul Corriere della Sera del 15 dicembre 1997 dal titolo “I quattro grandi bluff dell’unione monetaria” lasciano, riletti adesso, sbalorditi per profondità d’analisi e lungimiranza. Sia chiaro, il ricordare una precisa fase del Suo pensiero, non significa in alcun modo provare a coinvolgerLo in cause a Lui estranee, ma solo attingere a dei frutti del Suo ingegno di economista, per capire meglio il nostro presente.

Nel suddetto editoriale Alesina smonta una ad una le ragioni addotte in favore della moneta unica, in un dibattito in quegli anni a senso unico al posto “di una pacata discussione sui costi dell’Unione monetaria”. E le previsioni contenute nelle sue quattro critiche, ahinoi, a distanza di 23 anni si sono rivelate tutte vere con incredibile precisione.

Se la sua prima critica, non serve un’unione monetaria per il mercato comune europeo, può apparire addirittura ovvia, essa fa da sfondo alle successive.

Alla campagna di stampa allora orchestrata contro i cambi flessibili come ostacolo al commercio, Alesina ribatte, controcorrente, con la sua seconda critica che “Non esiste alcuna evidenza che la flessibilità dei tassi di cambio riduca la crescita del commercio internazionale”.

Dopo aver liquidato come una stupidaggine l’argomento che la moneta unica fa risparmiare le spese di cambio fra le valute, perché ciò non ha “alcun significato macroeconomico”, Alesina aggredisce la sostanza della questione. Con i cambi fissi, richiesti da quello che sarebbe stato chiamato Euro, “qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambio”. Da qui la Sua previsione, purtroppo confermata, guardando ai dati pre-covid, che “l’Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l’aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente”.

Al parametro del rapporto deficit/Pil inferiore al 3 %, Alesina riserva la sua terza critica: considerare come un beneficio per l’Italia l’avere tale rapporto “del 3% del Pil invece che del 5% del Pil nel 1998 fa sorridere, soprattutto al di là delle Alpi. Un nuovo sistema di cambio che dovrebbe durare per decenni va giudicato per i suoi meriti intrinseci e globali”.

Infine, in un crescendo Alesina assesta la quarta e decisiva critica all’Unione monetaria europea, mettendo in discussione il fatto che essa costituisca “un passo verso la vera meta che è una forma di unione politica”. Senza esitazioni afferma che “La realtà però è l’opposto. Con ogni probabilità i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera. Costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un’operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa”. Purtroppo un’altra previsione azzeccatissima: l’Euro si è rivelato un fattore di aumento delle divergenze fra i Paesi e i ceti sociali e il rimedio delle politiche di austerità per ridurre tale divario, si è dimostrato peggiore del male. I blocchi da virus hanno poi impresso un’accelerazione inattesa e improvvisa al processo di deterioramento sociale ed economico nell’Eurozona dovuto principalmente a politiche macroeconomiche errate e miopi, antitetiche all’auspicabile e urgente traguardo dell’unità politica europea. Ormai resta poco tempo in Europa per evitare che i pericoli indicati quasi 23 anni fa in uno straordinario editoriale di Alberto Alesina, si materializzino in modo irreparabile. Comunque la si pensi, anche di questo Gli dobbiamo essere grati.

Prima la persona, poi il lavoro

Il provvedimento voluto e proposto dalla Ministra Teresa Bellanova per regolarizzare la presenza dei lavoratori stranieri delle nostre campagne ha fornito l’occasione per misurare l’approccio valoriale con il tema dell’integrazione e del rispetto dei diritti umani di quelle persone che qualcuno si ostina a voler considerare solo come semplici braccianti utili a far arrivare nelle nostre case i prodotti della terra, di quella terra dove – nonostante il progresso e le innovazioni tecnologiche – ancora oggi il lavoro è duro e faticoso. Una regolarizzazione richiesta anche da tante imprese sane che sentono l’esigenza di lavorare in trasparenza e nel rispetto della normativa sul lavoro e sulla sicurezza. La storia personale della Ministra Bellanova garantisce l’autenticità dell’iniziativa, che rende strumentale la funzione lavorativa rispetto all’obiettivo principale di riconoscere i diritti fondamentali ai lavoratori stranieri che operano nel nostro Paese.

Dobbiamo a tal proposito fare un chiarimento per capire ciò che consideriamo uno strumento e ciò che consideriamo un fine nelle scelte politiche sull’immigrazione, perché ciò equivale a chiarire se guardiamo a questi lavoratori come persone o soltanto come braccia utili per delle fatiche che altri non vogliono fare. Vale ricordare che nella nostra Costituzione (frutto anche del fecondo contributo dei cattolici democratici) il lavoro è individuato come strumento affinché l’uomo possa essere effettivamente persona, con una sua dignità ed una sua funzione sociale.

In fondo è proprio su questa interpretazione che il provvedimento ha rischiato di arenarsi per l’ansia dei pentastellati, presi dalla paura di perdere consensi su quel fronte destro del movimento che ancora rimpiange la nefasta stagione di governo con la Lega. In questi casi è sempre il chiarimento culturale che precede e genera quello di carattere politico. Chi fa riferimento alla cultura della persona umana, del rispetto della sua dignità e dei suoi diritti, non si può infatti accontentare di una sostanziale sanatoria delle posizioni lavorative, peraltro a termine pur in presenza di crescenti esigenze da parte delle aziende di diversi settori produttivi. 

Ma la gerarchia dei valori ci riporta sempre ad un’attenzione prioritaria alla persona umana

 e poi alla sua funzione di lavoratore. Papa Francesco con il suo Magistero non perde occasione per rimettere l’uomo al centro della storia, come ragione dell’impegno politico per il bene comune e per un nuovo umanesimo.

Torna alla mente anche il discorso noto con il titolo di “Tempi nuovi si annunciano…” nel quale Aldo Moro parla dell’intollerabilità di ingiustizie, zone d’ombra e condizioni d’insufficiente dignità e della necessità quindi di “una visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio”. Era il 21 novembre del 1968, ma il discorso è di drammatica attualità e ci impegna ad una riflessione ulteriore sul modello di società che vogliamo costruire.

 

Abbazia di Montecassino, un “open day” il 1° giugno.

Il 31 maggio l’Abbazia di Montecassino ritornerà alla quotidianità, dopo la chiusura dovuta alla emergenza sanitaria ancora in atto.

Per festeggiare, la comunità monastica ha pensato a una novità: lunedì, 1° giugno, sarà dedicato a un ‘open day’, un intero giorno in cui i servizi all’interno dell’Abbazia, a partire dal parcheggio fino all’ingresso al museo, saranno offerti in maniera gratuita. Una opportunità per quanti abbiano voglia di scoprire o riscoprire ambienti noti e meno noti dell’Abbazia.

A partire dalle 10 e fino alle 17.30 si susseguiranno visite guidate gratuite negli spazi aperti al pubblico; si tratta di un’esperienza che si potrà vivere prenotandola sul sito, selezionando “open day” del 1° giugno e scegliendo l’orario.

Questa modalità di prenotazione permette di conoscere in anticipo il numero di persone presenti all’interno del monastero e di gestire così in tranquillità la loro permanenza dall’ingresso fino all’uscita. La partecipazione ad ogni tour è riservata a un numero ristretto di visitatori, che si muoveranno in spazi adeguati, e in molti casi all’aperto.

Nelle campagne solo lo 0,06% dei contagi

Delle 43.399 denunce di infortunio da Covid-19 al lavoro registrate dall’Inail appena lo 0,06% riguarda l’agricoltura dove nelle 730mila imprese italiane non si è peraltro mai smesso di lavorare per garantire le forniture alimentari alla popolazione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio pervenute all’Inail tra fine febbraio e il 15 maggio 2020.

Un risultato che – sottolinea la Coldiretti – dimostra il maggior livello di sicurezza nelle campagne dove si lavora spesso all’aria aperta ed è più facile mantenere le distanze grazie ai grandi spazi disponibili. Si tratta di una buona notizia sia per quanti lavorano nelle campagne di raccolta estiva in agricoltura che per chi sceglie di passare le vacanze a contatto con la natura nei 24mila agriturismi italiani.

Gli agriturismi, spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse – sottolinea la Coldiretti – i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche e con l’arrivo della bella stagione sostenere il turismo in campagna significa evitare il pericoloso rischio di affollamenti al mare o nelle città.

I dati dell’Inail – continua la Coldiretti – aprono anche la strada alla disciplina della quarantena attiva per consentire ai lavoratori provenienti dall’estero di collaborare immediatamente in azienda tenendosi separati dagli altri dipendenti. Una soluzione che – conclude la Coldiretti – consente di garantire professionalità ed esperienza alle imprese agricole italiane grazie al coinvolgimento temporaneo delle medesime persone che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale per poi tornare nel proprio Paese.

Coronavirus: l’antivirale remdesivir accorcia i tempi di guarigione

Assorted pills

L’analisi preliminare si basa sui dati del trial terapeutico adattivo Covid-19 (Actt) sponsorizzato dal National institute of allergy and infectious diseases (Niaid), guidato da Anthony Fauci. Lo studio randomizzato e controllato ha arruolato adulti ricoverati con Covid-19 con evidenza di coinvolgimento del tratto respiratorio inferiore (malattia generalmente da moderata a grave).

Gli studiosi hanno scoperto che remdesivir è stato benefico soprattutto per i pazienti ospedalizzati con forma grave di Covid-19 che avevano bisogno di ossigeno supplementare.

Lo studio è iniziato il 21 febbraio 2020 e ha arruolato 1.063 partecipanti in 10 Paesi in 58 giorni, rileva che i pazienti che hanno ricevuto remdesivir hanno giovato di un tempo di recupero più breve rispetto a quelli che hanno ricevuto placebo.

Galli Della Loggia e Ruini: nostalgici della Chiesa d’ordine. Intervista a Guido Formigoni.

Nell’opinione pubblica cattolica italiana hanno fatto discutere gli interventi, nei giorni scorsi, di Ernesto Galli Della Loggia e di Camillo Ruini. Rispettivamente storico, Galli della Loggia, ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini. Due interventi che hanno toccato il postconcilio e l’attuale pontificato. Cerchiamo, in questa intervista, con il professor Guido Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea  all’Università IULM di Milano, di approfondire il significato di queste prese di posizione.

 

Guido​ Formigoni (Augusto Casasoli/A3/Contrasto)

Professor Formigoni, la Chiesa Cattolica ha appena celebrato i cento anni della nascita di Giovanni Paolo II. Un centenario che ha proiettato, da parte di qualche alto prelato, anche giudizi sugli ultimi cinquant’anni della storia della Chiesa contemporanea. Ma andiamo con ordine. Chiedo a lei, come storico, un giudizio sintetico su Karol Wojtyla. Al di là dell’apologia, e in questi giorni se n’è vista troppa, qual è la cifra del pontificato di Giovanni Paolo II?

Beh, difficile ridurre a una cifra semplice e sintetica un pontificato tra i più lunghi della storia recente e senz’altro complesso come quello di Giovanni Paolo II. A mio modo di vedere (e anche nei limiti della mia conoscenza), senz’altro il quadro iniziale del pontificato è stato collegato alla ripresa e alla valorizzazione del concilio (che si era chiuso da meno di quindici anni), ma con la caratteristica originale di attribuirvi un nuovo timbro “istituzionale”. Il senso del messaggio del papa era un rinsaldamento della Chiesa come struttura centralizzata e autorevole, come forza sociale in grado di esprimere una visione forte del mondo e della storia, sia nell’Occidente secolarizzato che nell’Oriente comunista e anche nel cuore delle nuove esperienze dei popoli extraeuropei e del loro rigoglio di sviluppo religioso. In questo senso l’esperienza polacca della Chiesa storicamente concepita come guida della nazione indubbiamente contava. Per cui, in alcune realtà come quella italiana dove il cammino postconciliare aveva seguito uno sviluppo proprio, centrato sulle chiese locali, la valorizzazione del laicato, il pluralismo teologico, il dialogo con l’esterno, questa logica apparve e fu piuttosto impositiva, provocando una crisi indubbia (si ricordi l’approccio del papa al convegno ecclesiale di Loreto). Oppure si ricordi il senso di una stretta sulle esperienze di comunità di base in America Latina, con la connessa riaffermazione dell’autorità episcopale oltre che i limiti rigidi imposti alla teologia della liberazione. Il papa pensava tutto ciò come un “tradimento del concilio” (titolo di un libro polemico che uscì in quegli anni)? Io direi di no, anche se la sua sensibilità e il suo approccio deciso e volitivo aprivano uno scontro multiforme ma visibilissimo su come intendere alcune delle conseguenze nella recezione del Vaticano II. Il sinodo del 1985 non a caso rilanciò l’idea del concilio come “grande grazia di questo secolo”: tutt’altro rispetto alla sua rilettura come causa di tutti i mali contemporanei, che era propria della destra cattolica. E che il papa restasse nel solco del Vaticano II lo si vide poi da alcuni gesti e parole importanti: la tenuta sulla riforma liturgica; la critica estesa anche al capitalismo dopo il crollo del comunismo europeo nel 1989; il deciso impegno per la pace e contro ogni giustificazione religiosa della guerra, partito dalla grande preghiera interreligiosa del 1986; l’apertura al ripensamento del ruolo papale nella “Ut Unum Sint”; la richiesta di perdono per i peccati della Chiesa connessa al grande Giubileo del 2000.

 Dicevano all’inizio che il centenario ha offerto l’occasione, a qualche autorevole prelato, in questo caso ad un  cardinale italiano, Camillo Ruini, già Presidente della Conferenza episcopale italiana sotto Wojtyla, di esprimere un giudizio su una stagione complessa, quella del post concilio. Secondo Ruini con Giovanni Paolo II “la Chiesa è uscita da quella posizione difensiva sulla quale era stata a lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio e ha potuto riprendere l’iniziativa, soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione”. Un giudizio che tocca in pieno il pontificato di Paolo VI. Al di là della modalità espressiva assai poco felice e sbrigativa, è difficile pensare con Papa Montini, uomo dotato di grande cultura e di raffinata visione “politica” del cattolicesimo, ad una Chiesa difensiva come quella dell’immediato postconcilio. Mi sembra che il “dottor sottile” dell’episcopato italiano qui voglia colpire il Concilio e la sua visione di Chiesa sulla frontiera del dialogo con la modernità. Eppure Wojtyla, con i suoi limiti  ermeneutici, ha confermato su diversi punti (il dialogo est-ovest,  il dialogo interreligioso, ecumenico, la critica al modello di sviluppo economico) il Pontificato di Paolo VI. Qualcosa non torna nel giudizio di Ruini. E’ così Professore?

 Il giudizio di Ruini mi pare vada oltre Giovanni Paolo II stesso. Allude a un ruolo del concilio del causare una situazione di crisi nella Chiesa che è concetto frutto di una lettura storica non neutrale e ricca di conseguenze: molto diverso naturalmente è vedere invece sotto i cosiddetti “anni dell’onnipotenza” fermentare una crisi del cattolicesimo contemporaneo, cui il concilio provò a rispondere. L’ipotesi per cui Paolo VI si ridusse a una posizione difensiva è smentita dalle ultime ricerche storiche, che hanno messo in luce come indubbiamente il papa attraversò una fase di incertezze, dubbi e sconforto nell’immediato post-concilio, venendo molto turbato dalla violenta ondata anti-istituzionale che dalla società investiva la Chiesa. Ma è ormai chiaro che negli ultimi anni di pontificato il suo approccio divenne molto più saldo, sereno e fiducioso, fino a quegli interventi come l’«Evangeli nuntiandi» del 1975 che erano attraversati da una logica tutt’altro che difensiva, ma innovativa e propositiva, sul nocciolo stesso della questione dell’evangelizzazione.

 Veniamo, ora, al secondo fatto, non direttamente legato al centenario di papa Wojtyla, ma dato il personaggio coinvolto, forse un qualche legame c’è. Mi riferisco a  Ernesto Galli della Loggia. Un personaggio assai controverso nella sua “competenza” ecclesiale. Lo storico si è reso protagonista, con ben due articoli apparsi sul “Corriere della Sera”, di un duro attacco a Papa  Francesco. Nel primo, in estrema sintesi, si “accusa” la Chiesa guidata da Bergoglio di non avere alcun impatto politico in quanto, il “discorso pubblico” del Papa, sarebbe ridotto a ideologia (perché perde ogni specificità religiosa).  Non solo ideologia ma anche i suoi destinatari, dei discorsi, sarebbero non più gli uomini di buona volontà ma i poveri e i movimenti. Sociali. Affermazioni, queste, facilmente smontabili. Nel secondo articolo, poi, si accusa il Papa nel suo annuncio in favore dei poveri di mettere in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio è anche per questo che diventa un discorso ideologico e quindi, inevitabilmente, la conseguenza è che la Chiesa diventi come un “partito”. Le accuse sono assai pesanti.  Professore che idea si è fatto di questi attacchi? Perché questa virulenza, da un “maestro” (si fa per dire) del moderatismo italiano?

Non scopriamo oggi la preferenza di Galli Della Loggia per una Chiesa che porti un contributo d’ordine sul modello della «religione civile», in un mondo governato dalla logica individualistica del liberalismo moderato. Questo lo porta a criticare un pontificato che non sta proprio nelle sue corde, per l’acquisizione di un modello post-cristianità totalmente diverso da quello da lui auspicato, in cui l’influenza della Chiesa è affidata alla coscienza delle persone, in un orizzonte di libertà che ha dismesso ogni sogno di potere mondano. Al di là di questa divergenza di opinione, quello che spicca nei suoi editoriali è un approccio per così dire «fissista» alla teologia e alla Chiesa, quasi che un certo modello del passato (impostazione filosofica veritativa, autorità centralizzata, dottrina della Chiesa centrista, istanze di conversione del mondo esterno…) sia dato per ovvio ed eterno. Per cui di fronte a un papa che sposta il tiro sulla predicazione di un’esperienza del divino centrata sulla misericordia di Dio rivelata nel vangelo di Gesù, egli si trova spiazzato e reagisce in modo francamente un po’ eccessivo, giudicando queste posizioni prive di originalità religiosa e lontane dal vangelo: che cosa sia propriamente religioso lo potrà decidere chi è dentro nella Chiesa, più che un osservatore intellettuale esterno, per quanto partecipe? Quello che poi Galli nota correttamente è invece che il papa ha preso un indirizzo molto più universalista nell’indirizzare il suo messaggio, oltre le mura dell’Occidente: naturalmente ancora una volta la sua lettura è di segno negativo, ma qui egli coglie nel segno.

 Di fronte a questi attacchi “brilla” l’assenza di una qualche reazione cattolica…E’ così?

 Non saprei dire se ci sia stata totale passività… Una certa mancanza di reazione fa parte probabilmente di un approccio ecclesiastico generale che non ama la polemica intellettuale pubblica (a torto o a ragione). Ma è anche forse da attribuire in parte a un approccio generale della Chiesa italiana che mi pare un po’ statico: mi sorprende sempre quanto la parte di questa comunità cristiana che dovrebbe essere più in sintonia con le novità del pontificato di Francesco – dopo anni di incertezze e difficoltà vissute nel corpo ecclesiale – in realtà sia come timorosa e prudente, semplicemente in ottica di ripetizione del magistero papale, più che non nell’assunzione di una propria funzione trainante nella Chiesa per far fecondare e rilanciare quanto il papa suggerisce.

Eppure nel mondo post-covid19 il ruolo della Chiesa sarà fondamentale. Non solo nell’ambito delle opere di carità ma anche nella ricostruzione morale del Paese.  Le sfide sono davvero enormi, e il papa Francesco, con buona pace di Galli Della Loggia, ha detto parole chiare in questo tempo di Pandemia.  In questo senso il discorso “politico” dei cattolici potrà giocare un ruolo fondamentale.   Vede spazi per un protagonismo dei laici cattolici?

 A questo proposito le cose sono complesse: non credo ci sia niente di scontato. Francesco ha computo gesti e detto parole di alto livello, soprattutto nella invocazione a Dio, solo in piazza San Pietro. Siamo tutti nella tempesta, nella stessa barca: nessuno è autosufficiente e padrone di sé stesso. Un messaggio forte, che dalla vulnerabilità non trae discorsi vecchio stile sul castigo divino o inviti alla flagellazione e all’ulteriore depressione, ma una invocazione allo Spirito perché aiuti coloro che stanno reagendo, in modo comunitario, mettendosi assieme, ai danni della tragedia cosmica. Questo messaggio a me appare forte e forse può mettere in carreggiata un modello per la pedagogia religiosa e per la risposta cristiana ai problemi del nostro tempo. Potremmo sicuramente anche dire che ci sono elementi di antropologia e di umanità tali da basare anche una prospettiva politica nuova. È però palesemente solo un inizio. Da qui a maturare una capacità politica di tradurre questo atteggiamento in scelte e consapevolezze acute e prudenti, ce ne passa. Far nascere un progetto politico all’altezza dell’«epoca di cambiamento» che stiamo vivendo non è cosa cui basti buona volontà ed entusiasmo, né ricchezza di principi. Non sono sicuro che nel cattolicesimo italiano si stiano muovendo oggi risorse all’altezza di questa sfida, difficilissima per quanto entusiasmante.

Senza corruzione si potrebbero risolvere tutte le maggiori emergenze sociali italiane.

L’Italia galleggia nelle acque putride e melmose della corruzione? Questo è un tema che dovrebbe essere più indagato e più considerato per i molteplici risvolti che comporta per la salute in generale del nostro paese. Infatti riguarda la Democrazia, la libertà delle persone ed il contesto di civiltà in cui vivono, riguarda la libertà d’impresa, l’efficienza del regime di concorrenza, riguarda la destinazione corretta delle risorse pubbliche.

Si pensi: se i cittadini italiani potessero riprendersi tutti i soldi delle tangenti in politica e di quelle pagate per ottenere atti amministrativi pubblici di favore, e poi quelli del pizzo contro le imprese, si potrebbero risolvere tutte le maggiori emergenze sociali italiane, tanto esteso è il fenomeno. Infatti le stime più attendibili indicano la cifra di circa 250 miliardi. Un pugno nello stomaco per gli italiani più impoveriti nell’ultimo ventennio, aggravato dall’ultimo colpo inferto dalla pandemia, che ha messo ancora più a nudo le urgenze occupazionali, di welfare e dell’economia.

Il volume delle somme dirottate nel malaffare sfiorano il 14% del prodotto interno lordo, con la cifra media divisa per abitante di quasi 4.000 di euro. Anche altri paesi europei subiscono il medesimo fenomeno che toglie aria ai polmoni dello sviluppo, ma pur significative, le loro cifre si attestano molto al di sotto di noi. Prendiamo ad esempio i paesi più industrializzati d’Europa come Germania e Francia, e vediamo che per la prima la corruzione costa circa 100 miliardi di euro, e i nostri cugini francesi arrivano a 120 miliardi.

Ma come dovremmo sapere, calcolare solo cifre non basta per valutare il danno tremendo a cui è sottoposta una comunità assediata dalla corruzione. Prendiamo ad esempio gli effetti altamente venefici del sistema tangenti sul funzionamento della Democrazia. Lo Stato perde considerazione agli occhi dei cittadini, con ricadute pesanti sulla coesione comunitaria, in quanto servizi, sovvenzioni, ed investimenti vengono piegati ad interessi estranei allo sviluppo generale, favorendo la malversazione.

Anche le sovvenzioni illegali, hanno la funzione di distorcere il normale funzionamento delle decisioni dei vari gangli dello Stato e della Democrazia: centrali o locali che siano; come finanziamenti occulti delle imprese a favore dei partiti o finanziamenti di paesi stranieri a favore dei partiti politici italiani. L’altro punto, riguarda il funzionamento del sistema di concorrenza tra imprese, fortemente compromesso dal ricorso alla corruzione da parte di chi offre sostegni in denaro per ottenere appalti, sovvenzioni, convenzioni, concessioni, a scapito di altre imprese.

Queste diverse attività illegali, oggettivamente favoriscono le organizzazioni criminali organizzate come la mafia, la Ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita ed altre ancora minori, che stringono in una morsa micidiale l’Italia.

Questa piovra che avvolge il paese, infatti, si nutre di ogni distorsione della legalità per organizzare il riciclaggio dei proventi della droga, traffico delle armi, della prostituzione, nelle innumerevoli attività economiche che sono pericolose per la concorrenza nel mercato italiano contro le imprese pulite, per l’alternativa in cui si pone contro il potere dei cittadini, per la distorsione che provoca in ogni attività civile.

Usciamo dalla gabbia destra-sinistra

Quando riflettiamo sulla attuale difficile situazione politica del nostro Paese, siamo portati a considerarla come causata dalla presenza dei partiti politici della destra portatori di istanze fortemente radicali.

E si sente dire che il sostegno reale più consistente all’attuale governo viene proprio da una siffatta opposizione di destra. Si vorrebbe quasi una opposizione forgiata a proprio uso, cioè una opposizione di comodo, meno radicale.

Nel condurre questa riflessione si dimentica un fatto, che cioè questa analisi pecca di non essere completa, cioè di non considerare la natura e la composizione della stessa attuale maggioranza, cioè di non aprirsi all’esame dell’insieme della attuale sistema politico in atto.

L’opposizione attuale si presenta nei suoi problemi interni né più né meno come si presenta la cd attuale maggioranza di governo nei suoi enormi problemi interni. Se vogliamo sciogliere il nodo assurdo della nostra situazione politica attuale, dobbiamo modificare noi stessi la visione di fondo della nostra azione politica.

Dobbiamo cioè abbandonare la visione bipolare del tutto falsa e pericolosa che spesso abbiamo considerato fondamentale per la nostra democrazia e volgerci a considerare come più idonea e praticabile una lotta politica con più polarità. Solo in questo modo potremmo favorire il dialogo tra forze diverse e impedire quella nefasta radicalizzazione delle idee e dei programmi che oggi mette in pericolo la vita democratica nel nostro Paese. Forse il momento è ancora utile per una proposta politica di tale respiro.

Merkel: “Per l’Ue è il momento di rimanere forti insieme”

Il cancelliere tedesco Angela Merkel, in un messaggio diffuso ieri sul proprio profilo Twitter in occasione della Giornata della Costituzione (Verfassungstag) dichiara che: “questo è il momento per l’Europa di dimostrare la volontà di “rimanere forti insieme”.

Come osservato dal cancelliere tedesco, la pandemia del coronavirus colpisce tutti gli Stati membri dell’Ue per cui “Faremo in modo che l’Europa emerga da questa crisi in modo tale da poter continuare a lottare per la pace e la prosperità insieme”.

Parlando poi della Germania ha aggiunto che: in questi momenti di crisi ciò che è importante è la dignità umana che è inviolabile e “ciò include anche impedire che il nostro sistema sanitario venga sopraffatto..

I ventilatori russi regalati a Trump non erano stati autorizzati dalla Fda

I 45 ventilatori Aventa-M inviati dai russi negli Stati Uniti dopo che il presidente Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin hanno discusso della spedizione in una telefonata del 30 marzo scorso non erano stati autorizzati dalle autorità sanitarie statunitensi.

L’attrezzatura è stata ricevuta dagli agenti della Federal Emergency Management Agency (Fema) a New York il 1° aprile. Il Cremlino e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno salutato la consegna come esempio di collaborazione per combattere un nemico comune. Per aiutare a far fronte alla rapida pandemia Covid-19, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti aveva introdotto un protocollo di emergenza per consentire la distribuzione dei respiratori senza il processo di approvazione dell’agenzia, dispendioso in termini di tempo.

I respiratori russi, tuttavia, non hanno nemmeno ricevuto l’autorizzazione rapida di emergenza della Food and Drugs Administration prima di essere consegnati negli ospedali statunitensi.

Inoltre tali respiratori non sono mai stati forniti agli ospedali locali, che alla fine non ne hanno avuto bisogno avendo necessità, per funzionare, di una tensione elettrica non compatibile negli Stati Uniti.

Dal Mit 380 mln alle Regioni per nuovi bus

Il decreto ministeriale, proposto dalla Ministra Paola De Micheli,  prevede l’erogazione, dal 2018 al 2033, di risorse complessive per 380 milioni di euro da destinare all’acquisto di autobus del trasporto pubblico locale e regionale, a valere sul Fondo Investimento 2018 e 2019.

Si tratta di risorse immediatamente disponibili per 170 milioni da utilizzarsi entro il 2021 e di altri 130 milioni da utilizzarsi entro il 2025. Il decreto stabilisce una riserva pari al 10% delle risorse complessive da destinare alle regioni del sisma (Marche, Umbria, Abbruzzo e Lazio) e una riserva pari alla quota del 5% delle risorse complessive per le regioni ‘ a domanda debole’ (Basilicata, Molise e Sardegna).

Le Regioni non dovranno stipulare alcuna Convenzione con il Mit e potranno procedere all’acquisto dei bus senza obbligo di cofinanziamento e scegliendo la tipologia di alimentazione che riterranno più opportuna, fatto salvo che si tratti di mezzi con emissione nei gas di scarico di classe più recente.  Trattandosi di nuove forniture, i bus dovranno essere tecnologicamente all’avanguardia ed è previsto che siano corredati da idonee attrezzature per l’accesso ed il trasporto di persone a mobilità ridotta, conta-passeggeri, dispositivi per la localizzazione e predisposizione per la validazione elettronica. Le spese potranno riguardare anche  l’allestimento di protezioni e predisposizioni utili a contrastare l’epidemia Covid 19.

Inoltre, i nuovi bus consentiranno alle aziende del tpl di poter rispettare i criteri di sicurezza adottati in seguito al Covid19. Per le stesse finalità anche il Dl Rilancio ha autorizzato l’acquisito di autobus tramite la convenzione Consip al fine di consentire un utilizzo più rapido delle risorse.

Questo il decreto ministeriale di 380 milioni

Record di trapianti all’Ismett di Palermo

Record di trapianti all’Ismett di Palermo, dove in appena 48 sono stati eseguiti 11 interventi, dieci da donatore cadavere ed uno da vivente. In particolare, 3 di fegato da donatori siciliani, 5 di reni grazie alla donazione di un siciliano e 4 toscani, 1 trapianto di polmone da un donatore di Agrigento ed 1 di cuore da donatore di Catania.

A questi si aggiunge un trapianto di fegato da vivente su un neonato, il fegato è stato donato dal papà. Padre e bimbo, provenienti da Cosenza, ora stanno bene, al momento in terapia intensiva in condizioni definite buone dai medici.

Mattarella: “Ragazzi, siate fieri dell’esempio di Falcone e Borsellino e ricordatelo sempre”.

A ventotto anni dalla strage di Capaci invio un saluto caloroso a tutti i giovani delle scuole coinvolti nel progetto “La nave della legalità”, che ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E, con loro, Francesca Morvillo e gli agenti Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Claudio Traina.

I due attentati di quel 1992 segnarono il punto più alto della sfida della mafia nei confronti dello Stato e colpirono magistrati di grande prestigio e professionalità che, con coraggio e con determinazione, le avevano inferto durissimi colpi, svelandone organizzazione, legami, attività illecite.

I mafiosi, nel progettare l’assassinio dei due magistrati, non avevano previsto un aspetto decisivo: quel che avrebbe provocato nella società. Nella loro mentalità criminale, non avevano previsto che l’insegnamento di Falcone e di Borsellino, il loro esempio, i valori da loro manifestati, sarebbero sopravvissuti, rafforzandosi, oltre la loro morte: diffondendosi, trasmettendo aspirazione di libertà dal crimine, radicandosi nella coscienza e nell’affetto delle tante persone oneste.

La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre, infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando volontà di giustizia e di legalità.

I giovani sono stati tra i primi a comprendere il senso del sacrificio di Falcone e di Borsellino, e ne sono divenuti i depositari, in qualche modo anche gli eredi.

Dal 1992, anno dopo anno, nuove generazioni di giovani si avvicinano a queste figure esemplari e si appassionano alla loro opera e alla dedizione alla giustizia che hanno manifestato.

Cari ragazzi, il significato della vostra partecipazione, in questa giornata, è il passaggio a voi del loro testimone.

Siate fieri del loro esempio e ricordatelo sempre

Parole per Paolo Giuntella

Ricordo il mio amico Paolo Giuntella a dodici anni dalla sua morte. Sulle ceneri del ’68 pensammo un comune impegno in politica con i valori cattolici. In seguito prendemmo strade vicine, ma non uguali non senza qualche incomprensione tra noi. Rimase però la grande amicizia e, al di là delle differenze, il reciproco interesse per le nostre scritture (la sua era un vero e proprio dono).

Poi per dedicargli una raccolta di poesie, scrissi queste “Parole per Paolo” e mi piace ricordarlo ancora così (la foto è una elaborazione di Fortunato Zoppè):

Un battito
lento e lontano
adesso riconosco

Non si è fermato
il tuo cuore
nella cuna di nebbie
alta nel cielo

Ed io ricordo
le tue parole graffite
sulla vena del mondo

come oggi per sempre

 

[dal profilo Fb dell’autore]

Giovanni Falcone: “Alla fine, vedrai, la ragione prevarrà”

Ormai si è arrivati alla ventottesima ricorrenza della morte di Giovanni Falcone, ma l’attentato sembra avvenuto ieri, tanto profondo resta quell’evento nella coscienza del paese con il dramma della sua morte. Ho conosciuto Falcone a Palermo già prima che diventasse noto, e poi l’ho frequentato ancora fino a quando fu trasferito, nel febbraio del 1991, presso il Ministero della giustizia, anno in cui anche io arrivai a Roma a dirigere il Sindacato nazionale dei lavoratori delle costruzioni. Un uomo che innovo’ immediatamente la iniziativa antimafia, non limitandosi a indagare sugli affari loschi e cupi della piovra Siciliana, ma che coraggiosamente e tenacemente, e per primo, indagò sulle piste criminali di oltreoceano, in collaborazione con i giudici americani, fin dove arrivavano i suoi tentacoli.

Dunque, non si limitò a perseguire i manovali della organizzazione criminale; gran parte parte della sua fruttuosa attività, fu rivolta a scoprire le piste più intricate che portavano ai piani alti: i ‘colletti bianchi’; quelli che comandavano davvero il traffico di droga e di armi.
Ormai era troppo esperto per non sapere che spesso era la stessa organizzazione criminale a scaricare i piccoli mafiosi ritenuti bruciati o traditori.

La pista principale che uso per incastrare i mafiosi, era dunque quella del crimine di cosa nostra degli ‘States’, che riteneva il punto di vera triangolazione tra i produttori degli stupefacenti, la gestione del mercato illegale nordamericano e quello europeo, che i criminali siciliani sostenevano con approdi sotto il loro controllo della merce da distribuire per l’Europa. La sua pista per arrivare a stringere nella rete ‘cosa nostra’ fu una strategia all’epoca del tutto inusuale. La sua cultura di operatore di giustizia , garante (nel senso più autentico) dello Stato di diritto, e la grande popolarità ed autorevolezza presto raggiunta, ben presto suscitò risentimenti di varia natura contro di lui.

Infatti, era lontano da certa antimafia, troppo intrisa di speculazione politica. Infatti va ricordato che in più di un caso, con le sue analisi fatte in pubblico, sconfessò alcuni di quei teoremi confezionati ad arte per interessi oscuri o politici, che in qualche caso, più che colpire la mafia, colpivano anche servitori dello Stato, che hanno impiegato decenni per dimostrarsi innocenti.

Ma proprio per la sua limpida azione autonoma di Giudice a tutto tondo, libero dalla politica e da ogni altro interesse, gli procurò delle amarezze ed attacchi diretti ed indiretti, le cui finalità tutt’ora non sono state ancora chiarite. Infatti accettò la proposta del Ministro di Giustizia dell’epoca Claudio Martelli, proprio perché, nonostante i suoi successi contro la mafia, fu palesemente ostacolato a dirigere la Procura della Repubblica di Palermo, città che amava tantissimo. La sua opera, più passa il tempo, più splende come esempio di servitore dello Stato nella realtà della giustizia.

Tant’è che ha dimostrato come un giudice può esercitare limpidamente l’autonomia in ossequio al principio costituzionale, come un magistrato si può impegnare rifuggendo le esposizioni mediatiche, come si può lottare la mafia con una opera di coordinazione intelligente tra polizie e giudici a livello internazionale.

Rivolta sociale e classe dirigente.

Le misure concrete del Governo, che restano al centro di molte polemiche perchè oggetto di inspiegabili e misteriosi ritardi, non cancellano i potenziali rischi di contestazione e di “rivolta” sociale che qua e là cominciano a manifestarsi. Sono troppe le categorie professionali a rischio e, purtroppo, sono troppi i potenziali cittadini che vedono il proprio lavoro a fortissimo rischio. Per non parlare di migliaia e migliaia di piccole e medie aziende che andranno sicuramente incontro ad una situazione che innescherà un meccanismo di crisi, disoccupazione, fallimenti e via discorrendo. Le rassicurazioni da talk show non sono più sufficienti. Piaccia o non piaccia è così. Del resto, lo diciamo da tempo. La cosiddetta ‘fase 2’ sarà molto, molto più difficile da affrontare e da gestire che non la ‘fase 1’ dove era semplicemente ridotta all’invito diretto e senza appelli a “stare a casa”. Ora si tratta di di far ripartire “il sistema Italia”. E le chiacchiere, purtroppo, stanno a zero, come si suol dire. 

Ecco perchè adesso stiamo arrivando al bivio. E cioè, o si è in grado di governare questa unica e del tutto inedita fase storica rilanciando lo sviluppo economico e aiutando, al contempo, chi è maggiormente in difficoltà, oppure si corre dritti verso il baratro. Non si risolve il drammatico problema che abbiamo di fronte fingendo che, tutto sommato, chi grida alla crisi e soffia sulla potenziale rivolta sociale non fa altro che un’operazione politica e di speculazione politica. Il tema vero, accanto al progetto politico, economico e sociale da individuare accanto ai sussidi, sempre più necessari ed indispensabili nei confronti di chi non riesce a sopravvivere, resta quello di avere, in questa fase politica e storica, una classe dirigente autorevole e capace che sia in grado di reggere l’urto. 

Certo, tutti sanno che non c’è ad oggi una maggioranza politica alternativa a questo governo. Come tutti sanno che non si può andare al voto anticipato nelle condizioni attuali. Ma tutto ciò non è sufficiente per dare tranquillità e garantire quella “pace sociale” che era e resta necessaria non solo per la stabilità del nostro sistema politico ma anche, e soprattutto, per il nostro equilibrio economico e sociale. E l’autorevolezza della classe dirigente politica, in situazioni complesse e difficili come quella che stiamo attualmente vivendo, è l’elemento decisivo. Classe dirigente autorevole e preparata, però. Perchè l’autorevolezza è tale se è accompagnata da preparazione, competenza, conoscenza e scelte conseguenti . Un solo esempio, per essere ancora più chiari. In questi giorni abbiamo ricordato i 50 anni dello Statuto dei Lavoratori. Una conquista politica e un atto legislativo che possiamo tranquillamente definire “storici”. I protagonisti di quella straordinaria conquista politica furono molteplici. Ma chi, poi, tradusse concretamente quella intuizione e quella domanda sociale fu la politica. E la classe dirigente del tempo. Un nome su tutti, il “ministro dei lavoratori” Carlo Donat-Cattin. Quella era una classe dirigente preparata, competente e autorevole. E oggi, al netto di una diversa e per certi aspetti drammatica fase storica, è indispensabile avere una classe dirigente politica – di governo o non è poco rilevante – che sia all’altezza della situazione. Se, invece, dovessero prevalere, ancora una volta, i caposaldi che hanno fatto la fortuna politica ed elettorale dei 5 stelle – e cioè, improvvisazione, pressapochismo, inesperienza e incompetenza per marcare la discontinuità verso il tanto odiato passato – c’è poco da essere ottimisti. Su questo versante si gioca la vera partita politica, sociale, economica e civile del nostro paese. Saranno solo i fatti, le scelte e i comportamenti concreti a dirci se abbiamo, oggi, una vera classe dirigente politica in grado di guidare il paese o solo dei semplici occupanti di posti di potere. 

Fenomenologia dei call center

Con tutto il dovuto rispetto per chi ci lavora, con turni, orari, retribuzioni che sarebbe opportuno approfondire, i call center sono forse la rappresentazione plastica dell’incomunicabilità, nell’universo simbolico praticabile delle relazioni umane contemporanee.

Se si telefona per chiedere informazioni bisogna dire tutto di sé, pur nel rispetto della tutela dei dati sensibili e personali, resa assai più severa dalla normativa europea di cui al DGPR 679/2016, entrato in vigore due anni dopo. 

Si capisce bene questa modalità di autodifesa che mette al riparo da perditempo, maleducati, pedanti, ansiosi cittadini che pretendono di risolvere un problema o di acquisire tutte le informazioni possibili da una semplice telefonata.

La distanza dell’interlocutore induce ai comportamenti più disparati, ai quesiti più tendenziosi, alle richieste più assurde.

Di converso capita che sia il cittadino ad essere bersagliato da una raffica di contatti telefonici intrusivi a scopo commerciale o pubblicitario per carpire informazioni private, tendenze, abitudini, comportamenti, debolezze, per appioppare contratti o prodotti o servizi nella più assoluta inconsapevolezza del malcapitato che – suo malgrado – è stato contattato e non sa che basta un sì o un laconico messaggio di richiesta di ripensamento per attirarsi una congerie di persecuzioni future alle quali sarà poi difficile sottrarsi.

Eppure c’è una disparità evidente tra chiamante e chiamato, se è l’azienda che cerca di procacciare clienti o contratti.

Ma anche nel contatto specularmente inverso: tra chi chiede una semplice informazione su un servizio che ha già pagato e di cui lamenta il malfunzionamento e chi risponde – se va bene – con un codice alfanumerico pronunciato in modo talmente veloce da non consentirne l’annotazione e se va invece male da una persona che si qualifica con il nome di battesimo (ma potrebbe essere un nickname) mentre una vocina avverte che la telefonata potrebbe essere registrata “ai soli fini del controllo della qualità del servizio”.

Poi- a raffica – ti chiede cognome e nome, luogo e data di nascita, residenza e codice fiscale: praticamente tutto ciò che consente all’azienda di risalire a te, cosa impossibile per chi si deve accontentare di un semplice Giuseppe o Maria.

L’informatizzazione aiuta in via teorica a velocizzare un servizio: molto però dipende dalla cortesia, dalla lealtà, dalla correttezza del servigio reso.

Non è problema da poco. Molta parte delle nostre frustrazioni quotidiane, molta parte delle solitudini senza risposte (pensiamo agli anziani), molto di quanto ci rovina la giornata o ci rende più sfiduciati del rapporto con enti e istituzioni che usano la lancia dell’intrusione e lo scudo della risposta laconica o evasiva, passano da questa modalità di rapporti.

Magari condite da musichette infinite di sottofondo, da risposte automatizzate che non consentono di fatto di esprimere il motivo per cui ci siamo rivolti al call center: i percorsi e le opzioni che si incontrano nel corso della telefonata sono programmati senza possibilità di interlocuzione.

Per raggiungere un operatore bisogna seguire vie tortuose, digitare numeri, percorrere sequenze obbligate.

E’ un sistema che così non funziona, che va profondamente rivisto perché la trasparenza e la privacy sono  valori e l’interlocutore è una persona (da un capo e dall’altro del telefono) che merita rispetto.

Credo che farebbe piacere a tutti poter recuperare una dimensione dialogica nella conversazione, parlare, spiegare, capire. Il telefono è un mezzo non un fine, la qualità del servizio non si esprime solo con un voto.

Un po’ di umanità non guasta anche nei meandri più reconditi e imperscrutabili delle comunicazioni guidate dalla tecnologia e condizionate in modo evidente dal prevalente interesse commerciale.

Per un’azienda è importante la crescita del fatturato mentre per una persona sarebbe gratificante avvertire che la tecnologia è uno strumento per facilitare i rapporti e non una forca caudina sotto cui passare per ottenere una risposta che non sempre riesce a saturare  il nostro bisogno di ottenere una informazione certa e di essere soddisfatti sotto il profilo non secondario della rassicurazione emotiva.

23 Maggio: Ricordando Giovanni Falcone nella Giornata Nazionale della Legalità

Ogni anno, viene celebrata il 23 maggio “ La Giornata nazionale della Legalità”,  data in cui si verificò nel 1992,   la strage di Capaci (Palermo),  nel tragitto tra lo Scalo di Punta Raisi e la città, in cui furono uccisi dalla mafia, il giudice Giovanni Falcone, sua moglie il magistrato Francesca Morvillo e i tre giovani agenti di scorta della Polizia di Stato: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Dopo 28 anni, ci sono ancora incertezze e sospetti sulle complicità che hanno favorito la strage di stampo terroristico – mafioso.

L’indignazione e la condanna per l’attentato di Capaci ebbe risonanza non solo in Italia, ma anche all’estero; il Presidente Scalfaro eletto il 25 maggio 1992, Capo dello Stato, si recò sul luogo della strage due giorni dopo – prima del giuramento al Parlamento – per manifestare la partecipazione e  la solidarietà degli italiani ai famigliari delle vittime e onorare i caduti. 

I processi celebrati, alla Corte d’Assise di Caltanissetta, hanno condannato all’ergastolo 24 imputati, personaggi di spicco di Cosa Nostra, che ha svolto un ruolo esclusivo in questa tragedia.

Le rivelazioni di nuovi pentiti e in particolare di due  “collaboratori di giustizia”, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, hanno indotto il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta a riaprire l’inchiesta su Capaci e su quella della strage di Via D’Amelio dove morì il giudice Piero Borsellino e i cinque agenti della scorta.

Sull’attentato di Capaci rimangono ombre e dubbi sul possibile ruolo di concorrenti esterni e un  probabile secondo livello sul quale occorre ancora indagare.

La delicata e insoluta vicenda della presunta trattativa, fra mafia e pezzi dello Stato è un grande  interrogativo da sciogliere, anche se le 24 condanne deliberate su Cosa Nostra, in Corte d’Assise, mantengono integra tutta la loro validità e  legittimità.

La ricerca della verità è sempre l’obiettivo che l’opinione pubblica richiede sempre con insistenza. Non a caso nel 2012, l’allora  Procuratore di Caltanissetta Lari  dichiarò che il nostro “è un Paese in cui diversamente dagli altri, la questione criminale e la questione giustizia non sono aspetti secondari, ma s’intrecciano alla storia nazionale. Ed anche se oggi il contesto è molto mutato rispetto al ’92, occorre avere consapevolezza che le stragi hanno pesantemente condizionato la vita del nostro Paese.”

Quindi, malgrado le 24 condanne all’ergastolo, la ricerca della verità completa è ancora da individuare, il lavoro investigativo che è in essere, è complesso, perché in “questi delicati settori, occorre una grande professionalità, un grande rispetto delle regole e avere sempre a mente la Costituzione – affermava Lari – perché l’esigenza di avvicinarsi sempre di più, nelle indagini, all’accertamento della verità con modestia e senza voli pindarici”.

Chi era Giovanni Falcone, magistrato ucciso dalla mafia ?

Nel 2007 venne conferita alla memoria la medaglia d’oro al valor civile, vero e proprio eroe nazionale, è stato – con il collega Paolo Borsellino – rappresentante di punta del “pool antimafia”, gruppo innovativo di magistrati che si sono dedicati a tempo pieno alle indagini di mafia nel corso degli anni ottanta.

Al loro lavoro si devono, tra gli altri successi, la collaborazione del boss Tommaso Buscetta con la giustizia e il clamoroso maxiprocesso a Cosa Nostra, conclusosi con 360 condanne.

 La sua fama e il suo metodo facevano il giro del mondo, anche se in Italia registrava anche sconfitte e difficoltà : i corvi, le gelosie, poteri più o meno opachi vedevano in Falcone, il paladino della legalità, che rappresenta – anche ai giorni nostri – un viatico per la crescita e lo sviluppo.

Probabilmente una delle cause, che hanno affrettato l’attentato di Capaci, anche fra tante perplessità e dubbi, sia stata la notizia che il Consiglio Superiore della  Magistratura si stava orientando per conferire a Giovanni Falcone l’incarico di Procuratore Nazionale Antimafia : bisognava bloccarlo

e fu eliminato con cinque quintali di tritolo, posizionati sotto una galleria sulla strada per Palermo.

“ La mafia non è affatto invincibile – sosteneva Falcone – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio, una sua evoluzione e avrà quindi una anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte la forze migliori delle Istituzioni”.

La lezione di Giovanni Falcone ci ricorda che :”Gli uomini passano, le idee rimangono” e citava spesso una frase di J. F. Kennedy :” Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali siano le conseguenze personali, quali siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.”

Oggi a 28 anni dalla strage di Capaci, ,la “Giornata nazionale della Legalità”,  a causa

dell’emergenza sanitaria,  viene  ricordata con celebrazioni simboliche, come quelle nei Comuni del nostro Paese, con l’esposizione di un lenzuolo bianco nel Palazzo comunale, alle 17,57 (ora dell’attentato) un minuto di silenzio, indossando la sciarpa tricolore, da parte dei Sindaci, simbolo dell’unità nazionale. Questa ricorrenza,è sempre bene ricordare, che è dedicata a tutte le vittime di mafia, uccise e sacrificate per la legalità del nostro Paese. Le scuole, insegnanti e studenti, negli anni passati in sono stati sempre in prima fila, per l’educazione alla legalità, in questa giornata simbolica per progredire cultura ed etica ai nuovi cittadini. 

Inoltre la TV e la Radio hanno programmato trasmissioni mirate a far conoscere l’impegno civile di questo “Grande servitore dello Stato”, e dei “Servitori dello Stato” meno noti, ma uniti nello stesso sacrificio della vita.  Sono stati stampati molti libri, anche a fumetti, e  va ricordato quello di Maria Falcone – sorella del giudice ucciso – con la giornalista Francesca Barra dal titolo “ Giovanni Falcone. Un eroe solo”.

Infine è opportuno ricordare che nell’Accademia dell’FBI di Quantico, in Virginia, negli Stati Uniti d’America,  ha come motto: Fedeltà, Coraggio e Integrità, valori condivisi e praticati da Falcone e determinanti nella missione di contrasto a Cosa Nostra, ci sono due busti, uno è dedicato al Grande giudice italiano, quale riconoscimento degli investigatori americani impegnati contro la criminalità e il traffico di stupefacenti.

Ecco perché Giovanni Falcone,  ucciso per la legalità, è considerato un eroe del nostro tempo e tanti italiani lo riconoscono come tale, e il 23 maggio si fa memoria collettiva, ricordando le centinaia e centinaia di persone alle quali, la mafia e le organizzazioni malavitose, hanno tolto la vita.

 

la riapertura dei ristoranti salva la flotta dei pescherecci

Con oltre la metà del pescato in Italia (55%) che viene consumato fuori casa la riapertura dei ristoranti è una speranza per la flotta italiana con 12mila pescherecci e 28mila posti di lavoro. E’ quanto afferma la Coldiretti in occasione del primo week end della Fase 2 con il ritorno al piacere di mangiare fuori e le spiagge finalmente accessibili in molte località di mare. Lo stop forzato alla ristorazione fino alla vigilia dell’estate è stato un duro colpo per il settore che a cascata ha coinvolto anche – sottolinea la Coldiretti – le pescherie e i mercati all’ingrosso e alla produzione.

Ad aggravare la paralisi del settore sono stati anche i limiti agli spostamenti che – spiega Coldiretti – hanno causato anche il crollo della domanda di pesce fresco a vantaggio di conservati e surgelati. In difficoltà anche gli oltre 800 allevamenti ittici diffusi lungo tutta la Penisola. Il consumo di pesci, molluschi e crostacei in Italia è di circa 30 chili all’anno a testa con la preferenza accordata fuori casa – rileva la Coldiretti – a polpo, vongole veraci, cozze da allevamento, seppia, tonno, astice, branzino, pesce spada e orata. Con la riapertura dei ristoranti ci sono le condizioni per gustare pesce fresco e sostenere un settore sul quale pesa anche una forte dipendenza dall’estero.

Nei mari italiani si pescano ogni anno circa 180 milioni di chili di pesce cui vanno aggiunti gli oltre 140 milioni di chili prodotti in acquacoltura – continua Coldiretti – mentre le importazioni dall’estero hanno ormai superato il miliardo di chili e anche per questo la Coldiretti ha elaborato un articolato piano di sostegno post Covid alla pesca che prevede anche l’obbligo di indicare l’origine del pescato nei menu.

Secondo la Coldiretti durante i giorni feriali della prima settimana di apertura si è verificato un crollo dei consumi in ristoranti, pizzerie, trattorie e agriturismi pari a quasi l’80% per effetto delle mancate riaperture ma anche per il ridotto afflusso della clientela. A pesare sul calo delle ordinazioni di cibo e bevande – sottolinea la Coldiretti – è stata in molti casi la decisione di non riaprire ma anche il calo delle presenze per la chiusura degli uffici con lo smart working e l’assenza totale dei turisti italiani e stranieri.

Il fine settimana rappresenta dunque un appuntamento importante per la ristorazione italiana con la spesa per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa che prima dell’emergenza coronavirus – conclude la Coldiretti – era pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani per un valore di 84 miliardi di euro.

Arrivano 455 mln per le strade

La conferenza Stato – Città e autonomie locali ha approvato il decreto che rende disponibili a Province e Città Metropolitane delle Regioni a Statuto ordinario e delle Regioni Sardegna e Sicilia, circa 455 milioni di euro per programmi straordinari di manutenzione della rete viaria, da utilizzarsi negli anni dal 2019 al 2033. A partire da giugno verrà erogato il 50% delle risorse in acconto, reperite nel bilancio del Mit sul Fondo Investimenti 2019: un’iniezione di liquidità che servirà a sostenere le casse degli enti locali per un settore importante che riguarda la sicurezza dei cittadini e, più in generale, del territorio. Frutto di un’intesa raggiunta con l’ANCI e con l’UPI, le risorse sono attribuite utilizzando i criteri della consistenza della rete viaria, del tasso d’incidentalità e della vulnerabilità del territorio rispetto al dissesto idrogeologico. In particolare, la città metropolitana di Roma potrà beneficiare di una somma aggiuntiva di 4 milioni di euro da ripartirsi nelle annualità dal 2020 al 2023.

Attualmente, tutte le risorse che il Mit aveva precedentemente stanziato e attribuito per l’anno 2018 nello stesso settore della sicurezza viaria, sono state effettivamente spese entro il giugno 2019, dando così prova dell’efficacia di questa misura. Ed è in corso, inoltre, il  monitoraggio di quelle relative al 2019. Intanto, dall’inizio dell’anno sono stati già ripartiti complessivamente 11 milioni di euro per il periodo 2020-2024.

Clorochina e altri farmaci “anti-Covid”, i Nas oscurano 14 siti

Assorted pills

I carabinieri della sezione Analisi del Reparto operativo e dei Nas di Torino e Udine hanno oscurato 14 siti web collocati su server esteri e con riferimenti fittizi, sui quale venivano effettuate la pubblicità e l’offerta in vendita, anche in lingua italiana, di medicinali sottoposti a particolari restrizioni all’utilizzo clinico.

Sono stati trovati, infatti, anche medicinali a base di clorochina e di idrossiclorochina, antimalarici il cui impiego è stato temporaneamente autorizzato dall’Agenzia italiana del farmaco per il trattamento (e non la profilassi) dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2. Possono essere dispensati esclusivamente a livello ospedaliero, a causa nelle rigorose condizioni d’impiego ancora sottoposte a sperimentazioni e studi clinici.

Analogamente, è stata riscontrata l’offerta in vendita anche di farmaci contenenti lopinavir e ritonavir, nonché a base di darunavir e cobicistat, sostanze ad azione antivirale anch’esse impiegabili in procedure off label consentite solo in ambienti ospedalieri operanti in emergenza Covid-19. Presenti anche medicinali contenenti colchicina, sostanza utilizzata principalmente per la cura della gotta e per la quale è stato autorizzato uno studio sperimentale nel trattamento del Covid-19.

Scoperti anche l’antitumorale ruxolitinib, inserito dall’Aifa nel “programma di uso compassionevole” per pazienti con diagnosi di Covid-19 e con patologie polmonari gravi/molto gravi, su approvazione del comitato etico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”, e l’antibiotico azitromicina, su cui l’Aifa, nel fornire ai clinici elementi utili a orientare la prescrizione e a definire un rapporto fra i benefici e i rischi sul singolo paziente, ha recentemente evidenziato le possibili, pericolose interazioni con altri farmaci utilizzati contro la Sars-Cov-2.

Inail: “Più di 43mila contagi da coronavirus sui posti di lavoro”. Nove decessi su 10 tra i lavoratori con più di 50 anni.

I contagi da nuovo Coronavirus di origine professionale denunciati all’Inail tra la fine di febbraio e il 15 maggio sono 43.399, circa seimila in più rispetto ai 37.352 della rilevazione del 4 maggio. I casi di infezione con esito mortale registrati nello stesso periodo sono 171, 42 in più rispetto al monitoraggio precedente, e circa la metà riguarda il personale sanitario e socio-assistenziale, con i tecnici della salute e i medici al primo posto tra le categorie più colpite.

Nove decessi su 10 tra i lavoratori con più di 50 anni. Come evidenziato dal terzo report sui contagi sul lavoro da Covid-19 elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto, con la collaborazione della Direzione centrale organizzazione digitale, l’età media dei lavoratori che hanno contratto il virus è di 47 anni per entrambi i sessi, ma sale a 59 anni (58 per le donne e 59 per gli uomini) per i casi mortali. Nove decessi su 10, in particolare, sono concentrati nelle fasce di età 50-64 anni (70,8%) e over 64 anni (19,3%). Il 71,7% dei lavoratori contagiati sono donne e il 28,3% uomini, ma il rapporto tra i generi si inverte nei casi mortali. I decessi degli uomini, infatti, sono pari all’82,5% del totale.

Il 72,8% delle denunce nel settore della Sanità e assistenza sociale. L’analisi territoriale conferma il primato negativo del Nord-Ovest, con oltre la metà delle denunce complessive (55,2%) e il 57,9% dei casi mortali. Tra le regioni, invece, più di un’infezione di origine professionale su tre (34,9%) e il 43,9% dei decessi sono avvenuti in Lombardia. Rispetto alle attività produttive, il settore della Sanità e assistenza sociale, che comprende ospedali, case di cura e case di riposo, registra il 72,8% delle denunce (e il 32,3% dei casi mortali), seguito con il 9,2% dall’amministrazione pubblica, con le attività degli organi legislativi ed esecutivi centrali e locali.

Perché bisogna tifare Merkel

La gestione dell’epidemia ha rafforzato Angela Merkel alla guida della Germania. Mai era stata così debole come dopo le dimissioni dalla guida della CDU della sua prescelta Annegret Kramp-Karrenbauer, Cancelliera di un governo di Grosse Koalition nel quale lo junior partner socialdemocratico aveva appena individuato una nuova leadership avente il grave compito di salvare il partito da un declino incombente. Sono bastate queste drammatiche settimane affrontate col piglio del politico che ha pure un bagaglio scientifico (è restata famosa e ipercliccata la sua spiegazione sulle probabilità statistiche di diffusione del virus) e risultati lusinghieri – per quanto drammatici – sul fronte sanitario per confermare la sua leadership nel Paese. Probabilmente terrà fede alla sua decisione di ritirarsi dalla vita politica alla fine della legislatura, ma per il momento la Cancelliera rimane lei. Senza se e senza ma, come usa dire adesso.

Perché questa introduzione? Perché la proposta di un Recovery Fund di 500 miliardi in prestiti agevolati e contributi a fondo perduto in favore dei Paesi europei più colpiti dall’epidemia basati sul bilancio settennale dell’Unione se alla fine verrà approvata lo dovrà proprio al cambio di posizione tedesco attivato da Frau Merkel nonostante la contrarietà di tanti suoi concittadini e membri del suo partito.

Non è qui lo spazio e il tempo per ricordare la centralità della Germania nella lenta e complicata costruzione europea. E non è certo solo Berlino a definire il successo o l’insuccesso dell’Europa. Una cosa però è sicura: indipendentemente dalla simpatia o dalla antipatia che ciascuno di noi, europei, può nutrire nei confronti della Germania, senza di essa l’UE non potrà realizzarsi e, al tempo stesso, con la Germania l’Unione può divenire uno dei tre/quattro giganti del mondo.

La pandemia pone tutti di fronte a scelte di fondo, per il futuro. E’ un turning point, purtroppo tragico, come una guerra, per la storia dell’umanità. Questo lo sanno anche i tedeschi più avvertiti. Ora è tempo che lo capiscano anche gli altri, inclusi i lettori della Bild Zeitung. Ed è qui che entra in gioco, di forza, la Merkel. Perché nei momenti di crisi e difficoltà alle leadership politiche è richiesto di tracciare la via, dimostrando così di essere tali.

Sarebbe stato più facile seguire la linea conservatrice della Corte Costituzionale di Karlsruhe, ostile alla UE e alla stessa BCE. Espressione di un animus forte in Germania, non solo nella sua parte meno sviluppata (quella orientale, e le cause ben le conosciamo). Val la pena di approfondire, sia pur qui in poche righe, la scelta della Corte, perché di enorme valenza politica. Come è noto, essa ha chiesto alla Banca Centrale Europea alcuni chiarimenti relativi alla “proporzionalità” nella gestione del Quantitative easing nel tempo pre-pandemia. Ma soprattutto – e questo è il vero punto grave – essa ha contestato la Corte di Giustizia Europea, ovvero il perno sul quale ruota il primato del diritto europeo rispetto a quello di ogni singolo Stato membro. Le sentenze della Corte sono valide in tutto il territorio dell’Unione in ragione del suo essere l’esclusiva interprete delle norme comunitarie. Si è trattato dunque di un attacco molto violento, studiato da tempo e portato a segno con lucida determinazione. Il segnale che una parte rilevante della classe dirigente tedesca tollera sempre meno l’Unione (e alcuni suoi membri in particolare).

Vista sotto questa luce interpretativa la presa di posizione della Cancelliera è ancora più importante. Scegliendo di aiutare l’alleanza fra gli altri tre grandi d’Europa (Spagna, Francia e Italia) Merkel ha messo in difficoltà i Paesi del Nord e ha dato concretezza a quanto per la verità ha sempre affermato (da ultimo, al Bundestag lo scorso 23 aprile: “per noi in Germania riconoscersi nell’Europa unita fa parte della ragione di stato”). Certo, inevitabilmente l’accordo lo ha sancito con la Francia, ribadendo quell’alleanza carolingia che è alla base della costruzione comunitaria. Ma il dato da considerare preminentemente è che lo ha stipulato e ora lo dovrà difendere.

Intendiamoci bene: la Merkel non è una sprovveduta. Tutt’altro. Sa bene che l’Unione e la moneta unica si sono rivelati una fonte di ricchezza per la Germania. Promuovendo la UE difende al contempo gli interessi nazionali tedeschi. E’ ben consapevole di quanto un’Europa intergovernativa come l’attuale è molto più conveniente per questi ultimi di una Europa tendenzialmente federale. Vive nel suo tempo e sa quanto alcuni pregiudizi nei confronti degli europei “meridionali” allignino fra i suoi connazionali (e magari qualcuno lo nutre pure lei) e quindi è perfettamente in grado di valutare quanto alcune scelte possano rivelarsi rischiose in termini di consenso elettorale. Al tempo stesso, però, ha compreso che la “taglia” del suo Paese, per quanto importante, non è sufficiente in un mondo che ormai deve fare i conti col gigante asiatico (che non è solo la Cina, è l’insieme delle economie orientali). E quindi che, se vuole lasciare un segno indelebile del suo lungo passaggio al Cancellierato di Berlino, deve favorire quel progetto europeo che il suo mentore, Helmut Kohl, aveva indicato già quella sera di trent’anni fa, quando i mattoni del Muro venivano abbattuti da un popolo finalmente libero.

Riflessioni sulla “classe dirigente”

Lo sguardo prevalente del Paese è spesso rivolto al passato. Nella costante dilatazione del presente, il futuro sembra quasi non esistere. Se ne avessimo qualche idea, ad esempio, ci saremmo preoccupati per tempo del debito pubblico, lasciato a se stesso negli ultimi decenni. Siamo prigionieri del passato nella convinzione, ingannevole, che al termine dell’emergenza sanitaria vi sia una torta da dividere, ci siano risorse aggiuntive da distribuire a tutti, senza costi reali. Si fa credere agli italiani che il loro welfare universale (pensioni e servizio sanitario) sia sostenibile all’infinito in una società che invecchia rapidamente, con un crescente “esercito industriale di riserva”. Si fa credere agli italiani che il Paese abbia la capacità di chiudersi in se stesso pur rimanendo, per merito, un grande esportatore mondiale. E soprattutto che sia nelle condizioni di scegliere solo ciò che può fargli comodo. Una globalizzazione “a la carte”. Come se potessimo fare a meno di un bilancio pubblico sano e continuare a indebitarci restando ipoteticamente ai margini dell’Unione Europea. Chi porta la responsabilità di questo mancato discorso di verità sulle reali condizioni finanziarie del Paese e sulla sua (incerta) traiettoria futura?

Inutile prendersela solo con i “sovranisti” di varia gradazione. L’informazione può avere senz’altro le sue responsabilità. Ma c’è una parte consistente della classe dirigente (o supposta tale), una elite industriale e finanziaria, che tace, assiste, ma soprattutto preferisce tessere relazioni vecchie e nuove senza avere il coraggio di dire in pubblico ciò che sostiene in privato. 

Per esempio, esprimersi con chiarezza sulla pericolosità di alcune “ricette” e non soltanto limitarsi a vaghe dichiarazioni di principio. Poteri forti solo nella loro arroganza e nel loro distacco, che giustificano prudenza e ipocrisia con la scusa degli interessi dei propri azionisti o stakeholders che poi sarebbero, in ultima analisi, anche cittadini italiani. Mostrano nei confronti dei partiti politici una falsa neutralità in attesa di capire chi vincerà, quando si andrà a votare. Disegnano, in numerosi incontri a porte chiuse, scenari di vario tipo incidendo anche (spesso in negativo) sulle aspettative di osservatori e investitori stranieri. Sono italiani “a corrente alternata”, solo quando fa loro comodo nel proteggere relazioni e “cospicue” (come direbbe il premier Conte) rendite di posizione. Altrimenti sono cittadini del mondo, dunque esentati o non tenuti al coraggio nazionale delle proprie idee. Si lamentano, ovviamente, della dilatazione della spesa pubblica ma sarebbero i primi a protestare se il taglio dei sussidi toccasse il loro tornaconto economico. 

Tutti hanno un osservatorio privilegiato sulle dinamiche future dei Paesi industrializzati e dovrebbero sentire il dovere di condividere analisi e conoscenze con l’opinione pubblica. Sanno quello che conterà in futuro, da che cosa dipenderanno lavoro e benessere, nel mezzo di una emergenza sanitaria che sta cambiando rapidamente le condizioni di vita e di lavoro. Quanto sarà essenziale, ad esempio, il mondo “digitale” e il patrimonio immateriale. La centralità di cultura, istruzione, formazione, preparazione anche e soprattutto tecnica. Buone scuole e buone università italiane? Tutti d’accordo. Ma tanto i figli dei ricchi studiano all’estero e quelli delle famiglie meno abbienti (che non hanno neppure la banda larga) si arrangiano. Bisogna puntare massicciamente sulla qualità del capitale umano, sulla sua mobilità, sul lavoro femminile, favorire investimenti in infrastrutture fisiche e immateriali per garantire a tutti un futuro decente.

La storia del nostro Paese insegna che i temi del capitale umano e della formazione della classe dirigente sono sempre stati al centro del discorso pubblico. Ferruccio De Bortoli, sul “Corriere della Sera” di qualche giorno fa, ricorda che De Gasperi propose a Raffaele Mattioli di entrare a far parte del Governo. Il banchiere umanista scartò il dicastero del Tesoro e chiese l’Istruzione (con budget aumentato) perché “il capitale umano contava più del capitale finanziario”. Non se ne fece nulla.

Def e decreto “rilancio”: quale strategia

La lettura combinata del DEF, in uno con gli ultimi DPCM ed il decreto “Rilancio” conferma la situazione drammatica in cui si trova il Paese. Il Governo aveva – con grande scelta di civiltà – puntato con il lockdown totale alla tutela assoluta della salute, mettendo in conto una perdita significativa di PIL (di redditi per i cittadini), nella prospettiva di recuperare velocemente una volta debellata la pandemia. Senonché gli effetti sul PIL sono stati immediati mentre la pandemia continua a correre! Da qui la decisione di rischiare una apertura seppure prudente, nella consapevolezza che il Paese può reggere solo una ulteriore contenuta contrazione del PIL rispetto a quanto già previsto dal DEF, utilizzando tutte le risorse ritenute compatibili con una equilibrata gestione del forte processo di indebitamento in atto. Ricapitoliamo. 

Nel DEF, sulla base di una significativa ripresa delle attività a maggio, da completare a giugno, è stata stimata una contrazione del PIL nazionale da 1.788 miliardi di euro del 2019 a 1.661 miliardi di euro del 2020 con una contrazione assoluta di 126 miliardi di euro (-7,1%). Sulla base della perdita di entrate fiscali connesse e dell’originario deficit previsto per il 2020, in uno con la manovra da 25 miliardi di euro dei decreti “Cura Italia” e “Liquidità”, il deficit complessivo è stato stimato in 118 miliardi di euro. 

Ciò, in un contesto nel quale la BCE ha annunciato acquisti di titoli, al netto dei rinnovi, per 189 miliardi di euro, pari al 16,988% del potenziale di fuoco di 1.100 miliardi di euro messo in campo. 

L’ulteriore manovra in deficit di 55 miliardi di euro prevista dal decreto “Rilancio” è dunque compatibile con le risorse acquisibili (189 miliardi di euro), atteso che il deficit assommerebbe a 173 miliardi di euro (118 miliardi + 55 miliardi) lasciando un ulteriore margine di 16 miliardi di euro

Ma lo stesso DEF, ipotizzando una “ripartenza” più lenta, come – di fatto – si sta verificando stima la perdita di PIL nominale complessivo pari al 10,4% del PIL 2019 (cioè 186 miliardi di euro rispetto ai 126 miliardi) con una contrazione assoluta di 60 miliardi equivalenti a -24 miliardi di euro di ulteriori minori entrate fiscali- che più che annullerebbero il margine residuo di 16 miliardi di euro. 

Se consideriamo che l’autorevole ufficio studi di Unicredit stima molto probabile una perdita del 15% (cioè ulteriori 82 miliardi di euro di PIL nominale per minore entrate finali di 32 miliardi di euro) appare di tutta evidenza che immaginare ulteriori manovre di sostegno oltre quelle previste nel presento decreto “Rilancio” è poco realistico. 

A meno che non si voglia ricorrere al MES in attesa di una piena operatività dei Recovery Fund (per l’Italia 17% di 500 miliardi di euro pari 85 miliardi di euro) realisticamente prevedibile per l’inizio del 2021. 

Dunque sorge spontanea la domanda: le disposizioni complessive di sostegno previste in particolare nel decreto “Rilancio” appaiono sufficienti a traghettare il Paese fuori dall’emergenza? 

Tralasciando di esprimerci sulla dimensione quantitativa (chi non auspicherebbe maggiori risorse!) ci preme richiamare una riflessione sulle modalità operative, che va ben oltre la polemica non priva di fondamento sulle “richieste” manifestate da grandi gruppi industriali anche con sedi fiscali fuori l’Italia. Intendiamo riferirci alla “assicurazione” pressoché totale – da parte dello Stato – del credito di emergenza che il sistema bancario dovrebbe erogare. Intanto prendiamo atto che la roboante manovra da 750 miliardi di euro a fronte di 5 miliardi di euro di maggiori garanzie era una bufala, come più volte richiamato. Lo confermano i nuovi stanziamenti, previsti dall’articolo 31 del decreto “Rilancio” (laddove sembrerebbe, per altro, esserci un refuso significativo nel comma 1), a favore dei fondi di garanzia che – di contro – rendono ora possibile la manovra a suo tempo annunciata e da qualche giorno attivata seppure molto lentamente. 

Dunque – senza dibattito politico – lo Stato Italiano ha scelto come via maestra per gestire la crisi la concessione di una garanzia pressoché totale a favore delle banche per un ammontare di almeno 600 miliardi di euro a fronte di un monte complessivo di crediti in bonis al 31 dicembre 2019 di 1.681 miliardi di euro (fonte ABI rapporto mensile gennaio 2020); ciò nel drammatico realistico presupposto che il “sistema bancario”, per quote significative in mani estere o private, non avrebbe assunto un ruolo positivo se non adeguatamente garantito. Dimenticando una considerazione. Se le “cose” “andranno” male saranno le banche a privatizzare lo Stato italiano chiamato a risponde di alcune centinaia di miliardi di euro di credito deteriorato! E così invertendo la naturale dinamica economica secondo la quale se l’economia va male le banche soffrono e lo Stato nazionalizza, con il paradosso che in questa crisi pandemica tutti stanno perdendo o rischiano di perdere qualcosa ad esclusione del sistema bancario a conferma, haimé, del dominio della Finanza sullo Stato.

Anche per questa consapevolezza si pone l’esigenza di riflettere sulla logica complessiva delle manovre economiche in atto, che vedono “azionati” una molteplicità di strumenti/obiettivi: spesa pubblica strategica, sostegno al reddito e all’occupazione, fondo perduto alle imprese, liquidità. Non sarebbe più conducente, per la gestione della drammatica crisi, focalizzarsi – soprattutto nei prossimi provvedimenti ove dovessero risultare, haimé, necessari – su un unico (massimo 2) strumento/obiettivo? Più esplicitamente parrebbe più opportuno concentrarsi su un’unica misura sulla quale “investire” le ulteriori limitate risorse eventualmente disponibili, come una “rimodulazione” del reddito di cittadinanza” in “reddito universale” di sopravvivenza che scongiuri la miseria ma renda chiaro a tutti che oltre non si potrà più andare. Nessun scontro ideologico, solo una riflessione corale per cercare soluzioni nuove a difficoltà inedite. Ciò anche in considerazione di una ulteriore constatazione. Siamo diventati tutti macroeconomisti ed epidemiologi ma nessuno parla di futuro, nessuno ha avviato un’analisi serie su cosa è veramente successo. 

Nessuno ha il coraggio – diciamo meglio: nessuno che “conta” ha l’interesse- di denunciare la verità inedita: il coronavirus mette in radicale discussione la logica intima del capitalismo finanziario: le concentrazioni

Concentrazioni di uomini e donne nelle Città-Stato; concentrazione di “vecchi” in case di riposo; concentrazione delle produzioni agricole e degli allevamenti; concentrazione delle produzioni industriali; concentrazione dei sistemi distributivi. Già perché più il sistema si concentra più il capitale astratto (quello finanziario e della comunicazione virtuale) può controllare. 

E’ questa la verità scomoda per il capitale e inedita per l’umanità che ci consegna questa epidemia: occorre impostare una colossale strategia di “de-concentrazione”, nella consapevolezza che ciò è necessario per la sopravvivenza dell’uomo/ambiente ma anche economicamente possibile a cominciare dalla produzione delle energie rinnovabili e dall’ampia introduzione dello smart working. 

Non decrescita ma de-concentrazione. Una strategia, un grande processo schumpeteriano di distruzione/creazione di nuove realtà e opportunità di lavoro che deve essere agevolato senza – tuttavia – distruggere la vita delle persone garantendo loro una forma universale di sostegno. Dunque tutto in discussione. Per questo occorre un nuovo pensiero collettivo che dia voce ad una visione inedita ma sostenibile del bene comune.

Il pericolo di tornare a scuola

L’Europa nel suo insieme, al momento, vive diverse problematiche dovute al virus. Una di queste è la riapertura delle scuole.

Tutti i paesi, in questa fase, sembrano essersi regolamentati in modi diversi.
La Germania ha iniziato a riaprire le scuole ad aprile, con gli studenti più grandi che sono tornati per primi. In Inghilterra, è il contrario, con le scuole elementari in procinto di riaprire a giugno.
In Belgio, questa settimana, quelli degli ultimi anni della scuola primaria e secondaria hanno iniziato a tornare a scuola. Italia e Spagna, d’altra parte, stanno camminando molto più cautamente e riapriranno le scuole solo a settembre.

McKee, alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, ritiene che sia “prematuro” riaprire le scuole nel Regno Unito poiché il sistema di test del paese è “problematico” ed il suo sistema di tracciamento dei contatti “non testato”.

Sicuramente, i diversi approcci sono dovuti anche ad una diversa penetrazione del virus nei territori, ma non avere un quadro europeo di insieme sulla materia scuola non aiuta.

Ma perché all’inizio si sono chiuse le scuole ancor prima che iniziasse il lock-down?

I responsabili politici dei vari paesi non si sono tanto preoccupati dell’ammalarsi dei ragazzi, ma di quanto facilmente essi potessero diffondere il virus – una paura ragionevole visto che i bambini sono super-diffusori di malattie come l’influenza e il morbillo.

“Questa è la mia più grande paura”, dichiarò al New York Times Michael Hoelscher, capo delle malattie infettive e della medicina tropicale presso il Munich University Hospital.

Ma quanto è dannoso escludere i bambini e i ragazzi dalla vita sociale e privarli ​​della struttura che la scuola offre loro?

La socialità è un bisogno primario che nessun dispositivo può sostituire.

La scuola è fondamentale per ogni bambino e ragazzo, non solo in termini di apprendimento, ma anche in termini di socialità, legami, relazioni. Chiaramente bisognerà fare i conti con le distanze di sicurezza e i protocolli sanitari, ma è necessario per i nostri ragazzi continuare a mantenere un contatto con la vita normale anche in periodi di difficoltà.

E se questo tema è stato bypassato per i più grandi grazie all’uso di strumenti tecnologicamente avanzati per seguire le lezioni, il problema sorge per i ragazzi e i bambini delle scuole elementari e dell’infanzia, perché è lì che i bimbi maturano il senso della socialità e del rapportarsi con gli altri.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che la gita al museo, il viaggio studio, l’educazione fisica, i corsi di musica e tante altre attività ludico/didattiche, non sono solo dei corollari ai quali poter rinunciare ma, bensì importanti momenti di crescita.
Senza queste attività rischiamo di catapultare i nostri figli in un silenzio emotivo e non dare voce al loro disagio.

Inoltre dobbiamo ricordare che per gli 8 milioni e mezzo di studenti che torneranno a scuola a settembre, una scuola diversa che includerà con molta probabilità almeno in parte la didattica a distanza, sarà necessario istituire un sistema che possa sconfiggere il digital divide, vero fattore di esclusione sociale del nostro tempo.

Trieste: la nave che non arriva

C’è fermezza e fermezza. Poi, c’è l’enfasi. È facile passare dall’una all’altra, per chi svolge certe funzioni. Magari ai più, fuggirà il salto, ma non è detto che questo capiti a tutti.

In questo inqualificabile e terribile periodo dominato dal coronavirus, abbiamo assistito tanto la prima, quanto la seconda forma.

A dir il vero, è prevalsa all’inizio la fermezza, da qualche tempo, sembra invece prevalere l’enfasi.

Vorremmo tutti mantenerci sul terreno della qualificazione iniziale, ma inevitabilmente il tempo, per diverse ragioni, fa sdrucciolare il terreno e si giunge sfortunatamente alla seconda. Tutto parte da una decisione non proprio cristallina. Far giungere una nave a Trieste, per quello scopo, è sembrato anche alla stragrande maggioranza dei commentatori una bizzarra decisione.

Adesso, tutti si sono convertiti sula inutilità di quel possibile provvedimento. Qualcosa è capitato anche sulle forniture delle mascherine, ma è più un affare da addetti ai lavori; per questo, non intendo marcare troppo il giudizio.

La nave, invece, ha segnato lo spartiacque tra ciò che ho chiamato fermezza e ciò che ho definito enfasi. Qualcuno si è ostinato anche ieri, a redarguire i critici che su quel tema si sono fatti sentire. Come se, pur in presenza di condizioni straordinarie, non fosse lecito dire che le cretinate sono cretinate. Sono rimasto colpito, ieri sera, all’ascolto del telegiornale regionale, circa la dichiarazione di un membro del governo regionale, in riferimento alle spese sostenute per quella possibile, triste, avventura.

Dichiarazione: “nessun costo per la Regione”. Preciso che le parole non sono state pronunciale dal Presidente Fedriga. Il quale, come fa qualsiasi Presidente di Regione, affida agli assessori le varie competenze. E lascia a costoro svolgere i compiti di loro pertinenza. Dà gli indirizzi, tira le fila a giornata conclusa, ma la responsabilità degli atti lascia siano tra le dita di chi copre il ruolo politico-amministrativo.

In sostanza, delle cose pratiche, viene a conoscenza a gesti compiuti. Pur mantenendo a sé l’orizzonte dove collocarle.

Voi avete capito che le due espressioni d’apertura, sono riconducibili a un singolo soggetto. Ci sono diverse manifestazioni che riconducono la cosa a un solo responsabile. Quando si aprono le porte all’enfasi e alla retorica vuol dire che qualcosa non ha funzionato nel dovuto modo. Fate sempre attenzione a queste modalità, perché sono proprio queste a svelare qualcosa di poco nobile: l’enfatico deve nascondere qualcosa; il rigoroso, il fermo, il deciso, invece, intende svelare la propria conduzione. In tempi di grande crisi, apprezzate quest’ultimo e nutrite seri dubbi per l’altro.

Codice dei contratti, c’è la bozza del Regolamento unico di attuazione

Trasmessa dalla Commissione di supporto giuridico-amministrativo istituita dal Mit, è disponibile la nuova bozza, targata 13 maggio 2020, del Regolamento Unico recante disposizioni di esecuzione, attuazione e integrazione del Codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Si tratta di un ponderoso schema comprendente 315 articoli suddivisi in 7 sezioni:

1) disposizioni comuni;

2) sistemi di affidamento e realizzazione di appalti pubblici e concessioni di lavori;

3) sistemi di affidamento dei contratti concernenti servizi e forniture;

4) concessioni e partenariato pubblico privato;

5) appalti relativi a beni culturali;

6) contratti relativi a lavori, servizi e forniture nei settori speciali;

7) norme transitorie e finali.

I tempi tecnici per la definizione del testo finale e l’acquisizione dei pareri obbligatori, fanno ritenere plausibile la pubblicazione in Gazzetta del Regolamento in  autunno inoltrato, salvo soprese ed eventuali ulteriori differimenti (non improbabili dato l’attuale contesto).

Decreto Rilancio: Ronchi, l’ incentivo fiscale per risparmio energetico, fotovoltaico e colonnine di ricarica  va nella giusta direzione

L’incentivo introdotto dall’art. 119 del Decreto Rilancio per l’efficientamento energetico, il sisma bonus, il fotovoltaico e le colonnine di ricarica di veicoli elettrici, promosso dal Sottosegretario Fraccaro, va nella direzione  degli impegnativi obiettivi di decarbonizzazione dell’Accordo di Parigi per il clima e per il rilancio di attività di grande peso economico e occupazionale. Il settore residenziale infatti è responsabile di circa il 20% delle emissioni nazionali di CO2.

Le nuove disposizioni sono di particolare rilievo per l’isolamento termico degli edifici  esistenti, risultato  per la gran parte impraticabile con le precedenti detrazioni fiscali che, invece, con la  detrazione al 110% in cinque anni per le fatture emesse entro il 2021 e  con la possibilità di passare il credito alle banche, diventa più appetibile e praticabile.

La disposizione può essere migliorata in sede parlamentare durante la conversione in legge del Decreto. In particolare occorre curare bene le modalità per il trasferimento del credito fiscale alle banche che finanziano l’intervento e che, se non funzionassero a dovere, limiterebbero di molto la portata del nuovo meccanismo.

Per le pompe di calore, il fotovoltaico, le colonnine e le altre tecnologie coperte dalle misure precedenti,mantenendo un meccanismo efficace di cessione del credito fiscale alle banche a copertura dell’investimento, l’incentivazione fiscale potrebbe essere minore del 110%,in modo che con le medesime coperture si possano fare più interventi e in modo che,di nuovo, questi non facciano trascurare i più impegnativi interventi di isolamento termico degli edifici esistenti.

 

 

Coronavirus: l’Avigan delude

Assorted pills

L’Avigan, antivirale prodotto da un’azienda nipponica e sperimentato per il trattamento di Covid-19 in vari Paesi del mondo, Italia inclusa, delude. Il medicinale, riferisce la stampa giapponese, finora non ha mostrato un’apparente efficacia nel trattamento della malattia respiratoria negli studi clinici.

I risultati intermedi dei trial clinici di Avigan su pazienti Covid-19 non avrebbero fornito prove chiare dell’efficacia del farmaco nel limitare la progressione della malattia. Il primo ministro Shinzo Abe aveva detto di sperare nell’approvazione di Avigan, sviluppato da una consociata di Fujifilm Holdings Corp., entro la fine di maggio, anche se alcuni specialisti si sono detti preoccupati per la fretta di approvare un farmaco noto per avere potenziale effetti collaterali sul feto, se assunto da donne in gravidanza.

Giuseppe Conte in Senato: “Di fronte a uno shock di tale portata è necessaria un’azione costante”.

Signora Presidente, onorevoli senatrici e senatori,

torno qui  per condividere ancora una volta con Voi rappresentanti della Nazione gli indirizzi che il Governo sta perseguendo allo scopo di riavviare il motore economico e produttivo del Paese, dopo il superamento della fase più acuta dell’emergenza sanitaria.

Siamo consapevoli che quella che abbiamo davanti è una sfida ancora più difficile, e certamente non meno insidiosa, di quella che abbiamo affrontato all’inizio dell’emergenza, quando – di fronte al diffondersi progressivo e a tratti impetuoso del contagio – siamo stati costretti a introdurre misure contenitive sempre più severe che, in base ai principi di massima precauzione e di proporzionalità, sono state estese progressivamente all’intero territorio della Penisola.

Per tutelare i beni primari della persona – la vita, la salute, l’integrità fisica – siamo stati costretti a limitare il più possibile gli spostamenti, a imporre il distanziamento sociale, a sospendere ogni attività che contemplasse il contatto e, conseguentemente, l’incremento esponenziale del contagio.

Gli Italiani hanno pienamente compreso il rischio rappresentato da questo virus insidioso e sconosciuto, hanno condiviso il grande sforzo collettivo realizzato per contenerlo e mitigarlo. Le misure – salvo limitate eccezioni prontamente sanzionate – sono state ovunque rispettate con disciplina e anche consapevolezza.

Se oggi possiamo constatare che il peggio è alle nostre spalle, dico che questa affermazione la faccio con la dovuta prudenza, lo dobbiamo ai nostri cittadini, ai sacrifici che hanno compiuto in queste settimane, durante le quali è stato chiesto loro di modificare finanche le abitudini di vita.

Forse non tutti allora avrebbero assunto decisioni così sofferte, suscettibili di incidere su alcuni dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.

Tuttavia, a tre mesi esatti dal primo caso registrato all’ospedale di Codogno, posso affermare in coscienza, possiamo affermare come Governo in coscienza di aver compiuto la scelta giusta, l’unica in grado di contrastare il diffondersi dell’epidemia sull’intero territorio nazionale.

Con la stessa determinazione ritengo oggi possibile, anzi doveroso, pur in presenza di un quadro epidemiologico non completamente risolto, compiere una scelta coraggiosamente indirizzata verso un rapido ritorno alla normalità.

Ora siamo nella condizione di attraversare questa “fase 2” con fiducia e responsabilità. Tutti noi conosciamo meglio il virus, sappiamo come proteggerci, quali sono le regole di distanziamento sociale, di igiene, la funzione utile, a volte necessaria, delle mascherine, dei dispositivi di protezione individuale.

E mi rivolgo a tutti, e in particolare ai giovani dei quali è pienamente comprensibile l’entusiasmo per aver riconquistato questa libertà di movimento. In questa fase, più che mai, rimane fondamentale, anche quando siamo all’aperto, il rispetto delle distanze di sicurezza e, ove necessario, l’utilizzo delle mascherine. Non è ancora questo il tempo di party, delle movide e degli assembramenti. Occorre fare attenzione perché non si tratta solo di esporre se stessi al contagio, e questo i nostri più giovani lo devono capire, ma significa esporre al contagio anche i propri cari.

Abbiamo predisposto un accurato piano nazionale di monitoraggio, è un piano che ci consente – sulla base delle informazioni quotidiane che debbono pervenirci dalle Regioni – di disporre di un quadro dettagliato della curva epidemiologica, fondato sull’incrocio di una nutrita serie di parametri. È un che piano ci permetterà di intervenire, se necessario, con misure restrittive nel caso in cui, in luoghi specifici, dovessero generarsi nuovi focolai.

Siamo consapevoli che l’avvio della nuova fase potrebbe favorire, in alcune zone, l’aumento della curva del contagio, questo è un rischio che abbiamo calcolato e che terremo sotto osservazione.

Dobbiamo accettare questo rischio, perché non possiamo fermarci in attesa di un vaccino. Altrimenti non saremo mai nelle condizioni di ripartire e ci troveremo con un tessuto produttivo, sociale terribilmente e forse irrimediabilmente compromesso.

Non ci possiamo permettere di protrarre l’efficacia di misure sì limitative per un tempo indefinito.

Un ordinamento liberale e democratico non può infatti tollerare una compressione dei diritti fondamentali se non nella misura strettamente necessaria a difendere i beni primari della vita, della salute dei cittadini in dipendenza di una minaccia grave e attuale.

La permanenza di misure così severe sul piano delle limitazioni dei diritti fondamentali oltre il tempo necessario a invertire la curva del contagio sarebbe dunque irragionevole e incompatibile con i principi della nostra Costituzione.

In questa prospettiva, abbiamo inserito le residue limitazioni alle libertà fondamentali, ancora indispensabili per superare completamente la crisi sanitaria, in disposizioni di rango primario, mentre abbiamo riservato alla normazione secondaria esclusivamente le previsioni più di dettaglio.

La scorsa settimana, in particolare, il 16 maggio, abbiamo adottato il decreto-legge n. 33 che limita le restrizioni alla circolazione esclusivamente agli spostamenti fra le Regioni e, allo stato, solo fino al prossimo 2 giugno. Restano evidentemente confermate le misure limitative per le persone positive al virus e per quelle che hanno avuto contatti stretti con soggetti positivi.

All’interno del quadro normativo disposto con queste norme primarie – che quindi adesso viene offerto, verrà esaminato, modificato, integrato dal Parlamento in sede di conversione del decreto-legge – si pone poi il DPCM che abbiamo adottato lo scorso 17 maggio.

Il provvedimento è stato definito all’esito di un’interlocuzione serrata e costante con le Regioni e con gli altri Enti locali. Ringrazio le Regioni, le Province autonome, gli Enti locali, per l’impegno profuso, per la collaborazione dimostrata dall’inizio dell’epidemia e ancora adesso in questo passaggio molto importante, perché l’allentamento di queste misure è avvenuto con disegno condiviso, con un coordinamento anche con le previsioni regionali.

Questo provvedimento contiene disposizioni specifiche per la riapertura in sicurezza delle attività economiche e sociali, nonché dettagliati protocolli di settore definiti con il supporto del Comitato tecnico-scientifico e con il contributo anche dell’Inail, che qui desidero ringraziare per la professionalità e l’impegno sin qui dimostrati.

Riassumo le principali disposizioni del DPCM, che da lunedì 18 maggio disciplinano, insieme anche alle ordinanze delle Regioni, l’andamento della “fase 2”, articolato secondo una scansione temporale ben definita.

Per quanto riguarda le attività commerciali al dettaglio e le attività di ristorazione – com’è noto – ne abbiamo fissato la riapertura per il 18 maggio, in virtù dei rigorosi protocolli di sicurezza adottati e nella consapevolezza anche della grave sofferenza economica accumulata da questi settori.

Allo stesso modo e nel rispetto dei relativi protocolli, sono state riaperte sempre a partire dal 18 maggio le attività inerenti ai servizi di cura alla persona e gli stabilimenti balneari.

Dal 25 maggio riapriranno le palestre e le piscine, dal 3 giugno sarà possibile per i cittadini dell’Unione Europea fare ingresso in Italia senza obbligo di quarantena, dal 15 giugno riapriranno cinema, teatri e centri estivi per l’infanzia.

Questo complesso di norme di rango primario e di rango secondario garantisce la possibilità di ritornare, progressivamente e in sicurezza, al pieno svolgimento della vita economica e della vita sociale.

D’altra parte, nell’avviare la “fase 2”, non confidiamo soltanto nell’autodisciplina dei singoli.

Abbiamo definito, in queste settimane, un articolato sistema di interventi e controlli degli andamenti epidemiologici, affidato a una formula che ormai ricorre molto spesso del “testare, tracciare e trattare”.

Sul fronte dei test, stiamo potenziando i controlli tramite i test molecolari e quelli sierologici, utili anche al fine di mappare la diffusione del contagio all’interno del Paese.

In Italia sono stati fatti, sin qui – lo ricordo – 3.171.719 tamponi, è un numero notevole perché collocano il nostro Paese al primo posto per numero di tamponi per abitante (a chi ama le classifiche faccio anche quest’ulteriore precisazione, parliamo di 5.134 tamponi per 100.000 abitanti).

Ma soprattutto in questa fase è importante incrementare l’utilizzo dei test molecolari e, per questo, lo scorso 11 maggio la struttura del Commissario ha avviato una richiesta di offerta per kit e reagenti per permettere la somministrazione di ulteriori 5 milioni di test. Hanno risposto 59 aziende nazionali e internazionali offrendo delle offerte per 95 tipologie di prodotti, che saranno verificati in tempi rapidissimi.

Per quanto riguarda i test sierologici, lunedì 25 maggio partiranno quelli gratuiti su un campione di 150.000 cittadini, per esclusive finalità di ricerca scientifica. C’è uno sforzo dietro, anche organizzativo davvero notevole. Verranno impegnati 550 tra volontari e operatori su base regionale, con la predisposizione di una struttura nazionale di coordinamento.

Ancora, per quanto riguarda il secondo pilastro della strategia di controllo del virus, il contact tracing, il Governo con decreto-legge n.28 del 30 aprile 2020, ha introdotto una disciplina – come è a voi noto – per garantire la realizzazione dell’app “Immuni”, in modo da garantire il pieno rispetto della privacy e della sicurezza dei cittadini e tutelare l’interesse nazionale.

Per le necessarie attività di verifica e ulteriore sviluppo del codice sorgente e di quelle finalizzate alla distribuzione, all’installazione e alla gestione dell’app sono state interessate e coinvolte società pubbliche interamente partecipate dallo Stato, PagoPA e Sogei, con le quali sono state stipulate apposite convenzioni a titolo gratuito. Ricordo che il codice sorgente aperto potrà essere conosciuto nei prossimi giorni da chiunque e i dati verranno impiegati solo per tracciare la diffusione del virus e verranno cancellati non appena terminata l’emergenza.

Questo decreto-legge, quello appena citato, il n. 28 è attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato e, durante l’iter parlamentare, potrà certamente arricchirsi del contributo vostro, del contributo delle Camere.

Il terzo pilastro, quello relativo al trattamento dei pazienti, si fonda su un costante incremento della capacità ricettiva del nostro sistema sanitario.

I posti letto in terapia intensiva sono adesso pari a 7.864, abbiamo registrato un incremento del 52% rispetto all’inizio dell’emergenza.

I posti letto nei reparti di malattia infettiva e pneumologia sono pari a 28.299, qui l’incremento percentuale è considerevole: 334% in più.

In prospettiva, grazie al decreto-legge, quello che è stato appena pubblicato in Gazzetta, il decreto “Rilancio” e quindi allo stanziamento in esso contemplato pari a 3,2 miliardi di euro per la sanità, potremo rendere stabile l’incremento di 3.500 posti letto in terapia intensiva disposto per far fronte all’emergenza, e riqualificare 4.225 posti letto di area semi-intensiva, che saranno fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure e il 50 per cento dei quali dovrà essere immediatamente convertibile in posti letti di terapia intensiva.

Siamo consapevoli, tuttavia, che la riapertura delle attività non è sufficiente a riattivare il motore della nostra economia, provata da due mesi di restrizioni e cosa che non dobbiamo mai trascurare anche dal crollo generalizzato della domanda globale.

Di fronte a uno shock di tale portata è necessaria un’azione costante, efficace, prolungata di accompagnamento delle attività produttive e commerciali da parte dei pubblici poteri

Con il decreto-legge cosiddetto “Rilancio”, il n. 34, il Governo ha proseguito l’azione di sostegno all’economia avviata dai decreti cosiddetti “Cura Italia” e “Liquidità”, ma ha anche compiuto – se mi permettete – un passo in più, ponendo le basi per una vera ripartenza economica del Paese.

Il provvedimento stanzia 55 miliardi se ragioniamo in termini di indebitamento netto, vale però 155 miliardi di euro in termini di saldo netto da finanziare, considerando anche il finanziamento delle politiche per la liquidità. Lo offriamo ovviamente adesso alla vostra valutazione, alla valutazione del Parlamento e, sono sicuro, anche al contributo migliorativo che ne deriverà.

È un testo certamente complesso, ha richiesto molto impegno, molta fatica, un lungo iter di elaborazione, supera l’entità di una tradizionale manovra economica, tanto per la portata della sua dotazione finanziaria, quanto per l’ampio spettro di interventi che in esso ritroverete. Sostegno è un concetto, un obiettivo che non deve essere incompatibile rispetto a quello di rilancio, al concetto di rilancio. Tutelare le reti di protezione sanitarie, sociali ed economiche che proteggono i diritti costituzionalmente garantiti e che assicurano il benessere dei nostri cittadini, infatti, è fondamentale per la crescita.

Soltanto garantendo questi presìdi potremo ricominciare a progettare, con fiducia, con sicurezza, l’Italia del domani.

Accanto alla necessaria prosecuzione delle misure di sostegno alle famiglie e alle imprese, perciò, abbiamo voluto concentrare risorse significative nei settori di maggiore interesse strategico per la crescita futura. Fra i principali, vorrei ricordare la scuola, l’università, la ricerca, la sanità, il turismo, il settore edilizio.

Un primo capitolo del decreto, che vale 5 miliardi di euro nel complesso, riguarda per buona parte gli interventi di potenziamento a beneficio del sistema sanitario, alcuni li ho accennati, e poi anche interventi in favore delle forze dell’ordine e della protezione civile.

Un altro corposo capitolo del decreto riguarda le misure a beneficio dei lavoratori, qui stanziamo la ragguardevole circa 25 miliardi di euro al fine di estendere, anche per i prossimi mesi, gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, i sussidi di disoccupazione e le indennità varie per i lavoratori autonomi.

Oltre a stanziare le risorse necessarie a questo scopo, il Governo ha introdotto anche una disciplina drastica di semplificazione delle procedure di erogazione di questi strumenti. Ovviamente abbiamo visto tutti nelle scorse settimane, in particolare come sono complessi i meccanismi burocratici legati alla cassa integrazione in deroga, d’altra parte erano procedure che si completavano anche nel giro di 4-5 mesi e che chiaramente sono questi tempi e queste normative non adeguati rispetto alla profondità dell’emergenza che stiamo vivendo. È per questo che nel decreto troverete una procedura semplificata, tramite la quale l’Inps può anticipare il 40% delle prestazioni all’atto della domanda da parte delle imprese, senza passare per l’invio delle domande alle Regioni. E devo ringraziare l’impegno della ministra Catalfo, perché grazie al suo impegno per tutti coloro che non sono stati coperti non solo bene da questa semplificazione insieme al ministro Boccia ha lavorato con le Regioni per mettere a punto questa procedura semplificata ma anche perché per tutti coloro che non sono stati coperto da precedenti misure di sostegno – e che quindi versano comunque in condizioni molto critiche – adesso ci sarà un “reddito di emergenza”, sarà erogato in due quote di entità variabile dai 400 a 800 euro mensili, a seconda dell’ampiezza del nucleo familiare.

È stata inoltre introdotta, su impulso della ministra Bellanova e poi ampiamente condivisa, una norma che – in presenza di determinate condizioni – consente di far emergere il lavoro sommerso nei settori dell’agricoltura e delle attività di sostegno familiari. La sospensione dei procedimenti penali non opera nei confronti dei datori di lavoro in presenza dei reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reati di tratta e sfruttamento del lavoro.

Il secondo ambito di intervento del decreto è quello relativo alle misure di sostegno alle imprese, qui è un capitolo molto corposo, mobilita, questo capitolo, circa 15 miliardi di euro in termini di maggiore disavanzo, attraverso aiuti a fondo perduto, sgravi fiscali, un ampio ventaglio di incentivi volti a sostenere la riapertura in sicurezza delle attività economiche.

Per le imprese e per i professionisti che hanno conseguito nel 2019 un fatturato inferiore a 5 milioni di euro, e che nel mese di aprile 2020 abbiano subito un calo del fatturato o dei corrispettivi di almeno due terzi rispetto al mese di aprile 2019, prevediamo un contributo a fondo perduto.

Fra le agevolazioni fiscali a beneficio delle imprese, viene disposta, inoltre, l’esenzione dal versamento del saldo Irap quello dovuto nel 2019 e anche l’acconto dovuto a giugno 2020 per tutte le imprese con ricavi inferiori a 250 milioni di euro.

È una misura che – tengo a ricordarlo – trattiene all’interno delle imprese 4 miliardi di liquidità, a beneficio di oltre 2 milioni di aziende. Al contempo, vengono prorogati dal 30 giugno al 16 settembre i termini per i versamenti di imposte e contributi vari, già sospesi, che abbiamo già sospeso per i mesi di marzo, aprile e maggio.

Sono previsti anche crediti d’imposta per adeguare gli ambienti di lavoro e per la loro sanificazione, per il rimborso degli affitti commerciali nei mesi di marzo, aprile e maggio, nonché un potenziamento del vigente credito d’imposta per la ricerca e sviluppo nel Mezzogiorno.

A beneficio di alberghi, pensioni e stabilimenti balneari, viene poi abolito il versamento della prima rata dell’Imu che verrà a scadere il 16 giugno, e – ì per fornire un aiuto concreto a tutte le attività economiche – il decreto dispone anche una riduzione del costo delle bollette elettriche per i mesi di maggio, giugno e luglio di quest’anno.

Tutelare la nostra struttura produttiva in questa difficile fase recessiva richiede uno sforzo ulteriore, che valga a rafforzare la capitalizzazione delle nostre imprese per difenderne la competitività e la resilienza, lo abbiamo con significative agevolazioni fiscali. Vedrete che ci saranno davvero defli sconti notevoli per chi ricapitalizza.

Inoltre, sempre per favorire il consolidamento delle PMI il decreto interviene a istituire un apposito fondo, affidato a Invitalia, finalizzato a sottoscrivere strumenti finanziari partecipativi emessi dalle PMI.

È anche poi prevista la costituzione di un patrimonio destinato, che abbiamo definito “Patrimonio Rilancio” che – attraverso l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti – potrà impiegare risorse per il sostegno e il rilancio delle grandi imprese questa volta, quelle strategiche, nel rispetto del quadro normativo europeo in materia di aiuti di Stato. Qualche giorno fa è stato definito il nuovo temporary framework aggiornato proprio per consentire aiuti di Stato altrimenti non concessi, non permessi.

All’interno del decreto, poi, vi sono misure in favore delle famiglie, particolarmente di quelle con figli, su cui hanno inciso profondamente la chiusura prolungata delle scuole e i profondi cambiamenti nei tempi di vita e lavoro generati dalla chiusura delle attività economiche.

In primo luogo, potenziamo il bonus baby-sitting, incrementandone il limite fino a 1.200 euro – un limite che poi sale fino a 2.000 per i comparti della sicurezza, della difesa e del soccorso pubblico – e aggiungiamo poi la possibilità, in alternativa, di utilizzare il bonus per l’iscrizione ai servizi per l’infanzia e ai centri estivi. In favore di questi ultimi, peraltro, stanziamo 150 milioni di euro per il 2020 al fine di potenziare e sostenere l’offerta di attività ludiche e ricreative a favore dei nostri piccoli.

In secondo luogo, aumentiamo a 30 giorni i congedi di cui possono fruire i genitori dipendenti del settore privato con figli minori di 12 anni, riconoscendo un’indennità pari al 50% della retribuzione ed estendendo l’arco temporale di fruizione fino al 31 luglio sempre di quest’anno.

Prevediamo, poi, misure specifiche per le persone con disabilità. Qui abbiamo dedicato una particolare attenzione a loro. Aumentiamo di 12 giornate i permessi retribuiti complessivi nei mesi di maggio e giugno delle persone con disabilità e i loro familiari. Stanziamo anche 150 milioni di euro complessivi in favore del Fondo per le non autosufficienze, del Fondo per l’assistenza alle persone con disabilità grave prive di sostegno, e di un nuovo Fondo di sostegno per le strutture semi-residenziali dedicate alle persone con disabilità.

Vi sono, poi, altre misure di sostegno all’economia, non mi soffermo su di esse in dettaglio, richiederebbe troppo tempo. Ma, come ho anticipato, il decreto contiene anche importanti misure volte a dare impulso alla crescita nei settori di maggiore interesse strategico.

Grazie al suggerimento del sottosegretario Fraccaro, abbiamo disposto nel decreto un super-bonus che incentiva gli interventi di efficienza energetica degli edifici, di riduzione del rischio sismico e degli interventi connessi, relativi all’installazione di impianti fotovoltaici e di colonnine per i veicoli elettrici. Per questi interventi, i cittadini potranno beneficiare di una detrazione fiscale pari – pensate – al 110% delle spese sostenute e fruibile in 5 anni, oppure – in alternativa – di uno sconto in fattura erogato dal fornitore, il quale potrà recuperarlo sotto forma di credito d’imposta cedibile ad altri soggetti, siano essi banche o intermediari finanziari.

Grazie a questa misura, le famiglie avranno la possibilità di risparmiare sul costo dell’energia e potranno realizzare nuovi impianti a zero costi.

Riusciamo a dare un potente impulso in questo modo alle attività di ristrutturazione edilizia e agli investimenti privati nella sostenibilità ambientale.

Il decreto poi dedica particolare attenzione anche al turismo, un comparto che mobilita oltre il 13% del nostro PIL, messo a dura prova dall’impatto globale del Covid-19.

Per sostenere questo settore sarà cruciale puntare, in misura ancora superiore rispetto al passato, sulla mobilità interna.

Oltre al già citato taglio dell’Imu a beneficio di alberghi e stabilimenti balneari mettiamo in campo un “bonus vacanze” per incentivare la domanda, che verrà riconosciuto alle famiglie con un Isee non superiore a 40.000 euro e sarà spendibile in ambito nazionale presso varie strutture ricettizie.

Interveniamo anche con misure strutturali per sostenere il settore, come la creazione di un “Fondo turismo”, dotato di 50 milioni di euro per il 2020, di un “Fondo per la promozione del turismo in Italia”, con una dotazione di 30 milioni di euro, e un ulteriore fondo dotato di 50 milioni di euro per aiutare le imprese ricettive e gli stabilimenti balneari a sostenere le spese di sanificazione e di adeguamento alle misure di contenimento del virus.

Siamo consapevoli che il turismo richiede ulteriori interventi, ci riserviamo di attivare questi nuovi interventi non appena sarà definito il piano dei finanziamenti alla ripresa in sede europea, e come sapete questi sono dei giorni caldi per completare questo pacco di strumenti, questo pacchetto di strumenti a livello europeo. Non entro nel dettaglio di tanti altri interventi che abbiamo fatto e di misure di sostegno ad esempio per la cultura, il cinema, lo spettacolo, i teatri.

Colgo l’occasione per invitare tutti i cittadini a fare le vacanze in Italia: scopriamo le bellezze che ancora non conosciamo, torniamo a godere di quelle che già conosciamo, e in questo modo contribuiremo anche in questo modo al rilancio della nostra economia.

Guardando ancora più avanti, siamo convinti che non vi sia futuro per il nostro Paese senza investimenti ambiziosi nell’ambito della scuola, dell’università, della ricerca, della formazione.

Sono ambiti cruciali hanno ricevuto una attenta considerazione nel Decreto Rilancio. La gestione del rientro a scuola a settembre comporterà ingenti costi di organizzazione e le scorse settimane ci hanno mostrato l’importanza di aumentare la digitalizzazione dei nostri istituti e della nostra didattica: proprio a questo fine stanziamo 1 miliardo e 450 milioni di euro in due anni a beneficio della scuola.

Un ulteriore stanziamento di un miliardo e quattrocento milioni è destinato al rafforzamento del sistema universitario, della ricerca, è uno stanziamento che ci consentirà di assegnare 4.000 posti aggiuntivi da ricercatore, che vanno ad aggiungersi ai 1.600 già deliberati con la Legge di bilancio per il 2020, ci consentiranno di potenziare il diritto allo studio e di investire in un grande programma di ricerca nazionale.

A mia memoria è il più grande investimento fatto nel campo dell’università e della ricerca degli ultimi vent’anni: è questo, forse, il più importante legato che consegniamo allo sviluppo del Paese.

Ancora, il decreto prevede stanziamenti importanti per i Comuni, interventi destinati all’export, qui devo ringraziare il Ministro Di Maio che sta lavorando molto per potenziare un programma articolato di sostegno all’export, alla tutela delle filiere in crisi per il settore agricolo, al sostegno del settore dei trasporti.

Gli interventi sin qui disposti – ne siamo consapevoli – costituiscono una linea di protezione necessaria ma che esaurisce le azioni da mettere in campo per riattivare l’economia del Paese.

Sento la sofferenza che cresce, che si diffonde nel Paese. Avverto le paure, le ansie e le inquietudini di tutti i nostri concittadini: di quelli che, dopo aver investito anni ed energie nelle proprie attività commerciali, temono di vedere vanificati i loro sacrifici; di chi non sa se nei prossimi mesi riuscirà a conservare il proprio posto di lavoro, teme di non poter assicurare il sostentamento alla propria famiglia.

Non mi sfuggono la gravità, la profondità di questa crisi, testimoniata anche da gesti forti, da iniziative come la riconsegna delle chiavi da parte di tanti piccoli commercianti e imprenditori, e anche dalle numerose lettere che ricevo ogni giorno dai cittadini.

È una prova molto dura dalla quale ci rialzeremo in fretta se ciascuno farà la propria parte, se riusciremo a coordinare gli sforzi e a creare la necessaria sinergia dell’intero “sistema Paese”. E il sistema bancario, che pure sta offrendo la sua collaborazione, può fare e deve fare ancora di più, in particolare per accelerare le procedure necessarie a erogare i prestiti coperti dalla garanzia pubblica.

Le norme che sono nel decreto legge, che state contribuendo a migliorare, consentono, soprattutto nel caso delle richieste inferiori a 25.000 euro, di erogare prestiti garantiti veramente in modo molto rapido, eppure in molti casi gli istituti bancari non riescono a rispettare queste tempistiche. Mi giungono e immagino anche a voi molte segnalazioni che di casi in cui questo non sta avvenendo. È essenziale per questo che le banche riescano ad allinearsi alle pratiche più efficienti, assicurando la liquidità garantita nei tempi più rapidi.

Non possiamo consentire che le imprese, in questo momento in cui sono particolarmente vulnerabili, siano private del denaro necessario per garantire la continuità economica delle proprie attività. È una preoccupazione che ho condiviso personalmente anche in questi giorni con i presidenti di Confcommercio e Confesercenti, gli esponenti delle varie categorie interessate, i quali mi hanno rappresentato anche loro le difficoltà delle categorie che rappresentano nell’ottenere queste risorse.

Se le stime di crescita per l’anno in corso, purtroppo, non possono sorprenderci, ciò che deve preoccuparci è soprattutto, guardando a ritroso, qui bisogna fare attenzione, quella dinamica di bassa crescita che il nostro Paese ha sperimentato nell’ultimo decennio, quando abbiamo registrato un divario medio di oltre un punto percentuale rispetto alla media europea di crescita del PIL.

Alla luce di questa eredità, non possiamo permettere in alcun modo che i divari socio-economici, già ampi all’interno del continente e fra diverse aree del nostro Paese, continuino ad accentuarsi.

Il compito della politica tutta, allora, è quello di lavorare per elaborare un ampio programma di rinascita economica e sociale, insieme alle migliori energie del Paese.

Il primo tassello di questo progetto riformatore non può che essere una drastica semplificazione della macchina burocratica, un’architettura che, a causa delle sue eccessive complessità, ha rallentato oltre misura l’arrivo a destinazione delle risorse pubbliche stanziate, lo stiamo sperimentando in questi giorni e quindi sta impedendo il rafforzamento del capitale infrastrutturale del nostro Paese.

A tal proposito, lo abbiamo già dichiarato pubblicamente, stiamo lavorando a un nuovo decreto-legge dedicato proprio alla semplificazione amministrativa, burocratica che introdurrà molti elementi di novità, per fornire all’Italia uno shock, uno shock economico senza precedenti, in particolare nel settore delle infrastrutture. Considero questa riforma la “madre” di tutte le riforme, l’unica in grado di rilanciare efficacemente la competitività. L’Italia non può più attendere, è questo il momento della svolta. Se non riusciremo nell’opera di semplificazione neppure in questa condizione di assoluta emergenza dubito che sarà possibile farlo in futuro.

Attivare il motore delle opere pubbliche è una priorità per tutte le forze di maggioranza che sostengono questo Esecutivo, ma sono convinto anche che su questo troveremo un dialogo con le opposizioni e alcune delle forze di maggioranza hanno già annunciato e elaborato delle proposte molto articolate che troveranno senz’altro ampio spazio nel decreto-legge, al cui interno una sezione specifica sarà dedicata al rafforzamento della capacità di spesa e all’accelerazione dei cantieri. Al riguardo, prevediamo di definire un elenco prioritario di “opere strategiche”, di grandi e medie dimensioni, che potranno essere realizzate con un iter semplificato rispetto al quadro normativo vigente, e valutando – laddove è opportuno – la concessione di poteri derogatori, senza che ciò faccia però venir meno i controlli più rigorosi, che assicurino piena trasparenza e tengano lontano gli appetiti delle infiltrazioni criminali.

Vogliamo anche promuovere una rivoluzione culturale nella pubblica amministrazione, affinché – pur in un’ottica di rigore e trasparenza – i funzionari pubblici possano essere quanto più possibile incentivati a sbloccare le opere e gli appalti pubblici, evitando che sul loro operato gravi un’eccessiva incertezza giuridica e regolamentare.

Vogliamo rendere attrattivo, più attrattivo il nostro ordinamento giuridico a beneficio delle imprese, abbiamo in animo di introdurre anche delle riforme per quanto riguarda il diritto societario, per modelli di governance più snelli ed efficienti, senza comprimere i diritti delle minoranze, favorendo la capitalizzazione delle imprese stesse.

Ancora, un capitolo importante e mi avvio a conclusione – dicevo… – un altro capitolo sarà sicuramente importante quello dell’innovazione, riassumo molto sinteticamente dobbiamo cercare di favorire la creatività imprenditoriale, organizzativa, sociale.

Dobbiamo potenziare la dotazione digitale delle nostre scuole, abbiamo visto anche quanto è importante in questo periodo avere reti di connettività resilienti e capillari in tutto il territorio, anche per rendere possibile e migliorare il lavoro a distanza. Sono investimenti preziosi. Abbiamo tante eccellenze, le dobbiamo valorizzare, dobbiamo investire nel capitale umano potenziando le strutture tecniche delle amministrazioni e la loro capacità progettuale, riducendo gli adempimenti ma migliorando i servizi al cittadino e rafforzando la cultura dei dati e della digitalizzazione dei processi.

E poi attenzione, un altro pilastro su cui dobbiamo concentrarci è l’inclusività. Il Paese è reduce da un decennio di divari crescenti fra Nord e Sud, profonde disuguaglianze lo attraversano, diseguaglianze in particolare di genere nell’accesso al lavoro, a causa di un basso tasso di partecipazione femminile.

Dobbiamo eliminare alla radice questi ostacoli all’eguaglianza, sociale e territoriale, questo non è un lusso, è una precondizione per lo sviluppo futuro.

Per evitare che entrambi i divari continuino ad ampliarsi, è cruciale sfruttare al massimo le risorse europee per gli investimenti nella coesione territoriale e il rafforzamento delle infrastrutture e investire con decisione nelle politiche per la famiglia e l’infanzia, potenziando i progetti educativi e di cura anche con il coinvolgimento degli Enti locali e del Terzo Settore, e le misure di sostegno per le famiglie.

Dobbiamo stimolare e risvegliare la vocazione delle ragazze nelle carriere scientifiche, mettendo in campo politiche che diano maggiore accesso e visibilità a tutte le donne anche in questi ambiti.

Devo riconoscere, devo riconoscerlo in quest’Aula che ancora poco, non abbastanza abbiamo fatto per le famiglie, complice anche un quadro di finanza pubblica molto complesso, e ovviamente anche a causa della pluralità degli interventi necessari a contenere i costi socio-economici del Covid-19.

Dobbiamo proseguire il lavoro già avviato in vista del Family Act, coordinato dalla Ministra Bonetti, che ci potrà permettere di potenziare ulteriormente le misure economiche a sostegno della famiglia e della natalità.

Dovrà aumentare l’impegno del Governo nel promuovere al massimo grado l’accessibilità, con particolare attenzione all’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici ma anche privati.

La crisi del Covid-19 – e concludo – è stata e si sta rivelando una crisi profonda, violenta, drammatica – ci restituisce il bisogno di una società che pone al centro del suo sistema di tutele la salute, la qualità della vita, i beni comuni.

È una crisi che ci consegna una comunità nella quale la garanzia del benessere individuale ma anche collettivo non può essere più pensata come un mero corollario dell’attività economica, deve essere programmata quale precondizione dello sviluppo, che può essere anche fonte di crescita sostenuta se riusciremo ad affrontarla con soluzioni innovative e con la creatività che è nel nostro DNA, tipica del genio italico.

Abbiamo di fronte un’opportunità storica: possiamo sciogliere i nodi e rimuovere le incrostazioni che sin qui ci hanno impedito di produrre benessere diffuso per tutti i cittadini, superando i punti di debolezza che hanno sin qui frenato lo sviluppo del nostro Paese, in particolare dalla metà degli anni Novanta.

Spetta a noi fare modo che questa emergenza sia trasformata in opportunità.

Non ci illudiamo affatto che sia una sfida facile, ma il nostro impegno sarà massimo, ci conforta la consapevolezza che l’Italia è un grande Paese, lo sappiamo bene noi, e lo sanno anche tanti, tantissimi cittadini del mondo.

“Per un’Europa unita”: una mostra online sul pensiero e l’opera di Carlo Maria Martini

È da oggi visitabile online, sul sito della Fondazione Martini, la mostra “Per un’Europa unita. Il futuro dell’Europa nel pensiero e nell’opera di Carlo Maria Martini”.

In un momento in cui l’unità dell’Europa viene messa in discussione dall’interno e attaccata dall’esterno, la mostra ripercorre il processo di unificazione degli ultimi trent’anni. Le parole, profondamente europeiste, del cardinal Martini raccontano un percorso verso l’unità che, sebbene ancora incompleto, ha avuto e ha tutt’oggi un’enorme importanza.

La mostra, curata da Francesca Perugi, è frutto della collaborazione tra la Fondazione Carlo Maria Martini e il Dipartimento di Scienze Religiose dell’Università Cattolica di Milano all’interno del progetto di ricerca Crisi dell’eurocentrismo e futuro dell’umanesimo europeo, prospettive storico-culturali, religiose, giuridiche ed economico sociali. Inaugurata presso il Cortile d’Onore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano il 4 dicembre 2019, viene ora riproposta on line per una più ampia fruizione.

La mostra può essere “visitata” secondo tre modalità complementari.

Il racconto: una mostra da ascoltare – Ascoltando in streaming la sequenza degli audio o scaricando l’intero album è possibile entrare nel contesto storico di riferimento e approfondire il pensiero e l’impegno di Carlo Maria Martini per la costruzione dell’Europa.Con l’aiuto delle sue parole e talvolta della sua stessa voce, l’ascolto mette in luce lo sguardo profetico dell’uomo di Chiesa e la sua costante e profonda attenzione ai problemi sociali e politici del contesto europeo.

Il percorso multimediale – Questa modalità consente di percorrere la mostra accompagnando il filo del racconto con la ricchezza di fotografie, testi martiniani, documenti audio e video di Martini e su Martini che, grazie alla collaborazione di numerosi enti e persone, sono stati e continuano ad essere raccolti nell’Archivio digitale avviato nel 2015 dalla Fondazione Carlo Maria Martini.

La visita virtuale: i materiali espositivi – Quest’ultima tappa consente di prendere visione dei materiali espositivi della mostra in formato digitale.

Premessa e fine ultimo

Articolo apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Rocco Pezzimenti

Cento anni fa, esattamente il 23 maggio del 1920, giorno della Festa di Pentecoste, Benedetto XV promulgava l’Enciclica Pacem, Dei munus pulcherrimum, documento che, nei suoi tratti essenziali, sorprende ancora oggi. Il testo emerge da un contesto bellico che, per più di quattro anni, aveva dissanguato l’Europa avviandola al suo declino. Solo la Chiesa, peraltro inascoltata, aveva alzato la sua voce contro l’immane tragedia. Ancora solo lei, nell’immediato dopoguerra, ammoniva che la pace non sarebbe potuta essere duratura «se contemporaneamente non si placano gli odi e i rancori per mezzo di una riconciliazione fondata sulla vicendevole carità».

Se non si eliminavano i mali e le diffidenze interiori, non si sarebbe potuta mai avere una pace vera e propria e, conseguentemente, non si sarebbe potuta neppure avere una ricostruzione a vantaggio delle moltitudini. È qui presente la convinzione determinante dell’idea di pace secondo il Cristianesimo. La pace, infatti, non è solamente un fine da raggiungere, ma è una premessa sulla quale costruire un’autentica civiltà che voglia favorire «i commerci, le industrie, le arti, le lettere: beni che fioriscono soltanto in seno alla tranquilla convivenza dei popoli». Pace che solo Cristo può dare — da qui l’idea del dono — perché fondata sul suo amore, comandamento nuovo, capace di spingersi fino al sacrificio della vita.

Questo amore che porta alla perfetta concordia — qui l’etimologia delle parole andrebbe considerata in tutta la sua forza — «faceva non poco contrasto (…) con quelle mortali ostilità che allora divampavano in seno all’umano consorzio» e che, mai sopite, avrebbero portato al secondo conflitto mondiale.

C’era una sola strada per superare questo stato di cose: la via del perdono. Via non della debolezza, ma della forza. Benedetto XV ricordava l’insegnamento cristiano fondato su: «Amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano; pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano», ma, soprattutto, basato su: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Esempio mirabile che avrebbe fatto ironicamente sorridere tanti, ma ricordiamoci che proprio il peso di debiti esorbitanti imposti agli sconfitti fu una delle cause che avrebbe condotto l’umanità verso un conflitto ancora più cruento.

Mai, come in un periodo postbellico, certi insegnamenti cristiani mostrano tutta la loro validità. Quanti diseredati, invalidi, disoccupati, vedove e orfani in attesa di soccorso! Una chiara istanza emerge dalle parole del Papa: «forse mai come ora il genere umano abbisognò di quella comune beneficenza che fiorisce dal sincero amore per il prossimo». Sarà questo un tema che ritornerà anche nei radiomessaggi di Pio XII. Il senso del messaggio è chiaro: la vera pace dipende dalla vera carità che sola genera benessere e solidarietà, proprio quello che mancò all’Europa del tempo.

È presente, in tutta l’Enciclica, la convinzione agostiniana che la pace esteriore sia frutto della pace interiore. C’è una storia invisibile che cammina parallelamente a quella visibile e spesso la precede. Da qui l’esortazione ai vescovi perché stimolino i sacerdoti a farsi ministri di pace. Non meno importante è l’esortazione diretta agli intellettuali, e a quelli cattolici in particolare, «che scrivono libri e giornali affinché come amati da Dio, santi e diletti, si vestano di misericordia e di bontà, esprimendole nelle loro opere e astenendosi non solo da false e vane accuse, ma anche da ogni intemperanza e asprezza di linguaggio che, oltre a essere contrarie alla legge cristiana, non farebbero che riaprire piaghe non del tutto risanate».

C’è, insomma, l’auspicio che le nuove relazioni diventino veramente amichevoli, assecondando i più profondi desideri della natura umana. Guardare nel cuore degli uomini ci permette di capire che, finita la guerra, «si va delineando un collegamento universale fra i popoli, spinti naturalmente a unirsi tra loro da mutui bisogni». Queste aspirazioni, per Benedetto XV, non possono essere frenate dato che sono iscritte nell’itinerario della storia. È davvero singolare la convinzione che, i crescenti «rapporti commerciali» e lo stesso «accresciuto incivilimento», generino l’idea in tutta l’umanità di essere partecipe di un destino comune che nessun egoismo politico potrà mettere in discussione. Ecco perché la carità deve acquisire una dimensione universale. Il bene dei singoli è sempre più legato e dipendente da quello dei popoli. Il bene comune non è più una formula astratta come alcuni vorrebbero far credere. In questo, i popoli si mostrano spesso più saggi, con il loro sentire comune, di tanti governi. Il Papa non manca di ricordare che questa è stata la convinzione di tanti suoi predecessori e anche la sua dato che la «Sede Apostolica non si stancò mai di inculcare durante la guerra (…) il perdono delle offese e la fraterna riconciliazione (…) e ora, dopo i trattati di pace, propugna questi principi e li proclama più altamente». È appena il caso di ricordare che, proprio la Santa Sede, per il veto del governo italiano e l’ottusità di altri governi che non seppero imporsi, non ebbe modo di partecipare con un suo rappresentante alla Conferenza di pace.

Malgrado questa assenza, il Papa era convinto di levare la sua voce contro la durezza di certe condizioni imposte ai vinti e proclama che «allo scopo di cooperare a questo affratellamento dei popoli, non saremo alieni dal mitigare in qualche modo il rigore di quelle condizioni». Ma va anche oltre reclamando per la sua persona un ruolo internazionale che le «vicende romane» impedivano di riconoscere. Qui il richiamo, chiarissimo, si fa perentorio: «Cessi anche per il Capo della Chiesa questa condizione anormale che gravemente nuoce, e per più motivi, alla stessa tranquillità dei popoli».

L’auspicio per il futuro, come quello che da sempre annuncia la religione cattolica, è «che tutti gli Stati, rimossi vicendevoli sospetti, si riunissero in una sola società (…) sia per assicurare a ciascuno la propria indipendenza sia per tutelare l’ordine del civile consorzio». Non abolizione, quindi, delle differenze, ma loro completa valorizzazione. È qui presente quel concetto di unità articolata, tanto caro alla Chiesa, che allora si contrapponeva al quell’unità sclerotica e monolitica proclamata dai totalitarismi e dagli autoritarismi.

Agli uomini di buona volontà «non sarà certo la Chiesa che rifiuterà il suo valido contributo», dopo tutto è questa la sua missione. Da qui l’aspirazione alla Città Celeste che, pur non potendo essere realizzata sulla terra, rimane l’obiettivo della Chiesa. Da qui il richiamo ancora a sant’Agostino che della Chiesa diceva: «Tu, i cittadini, le genti e gli uomini tutti, rievocando la comune origine, non solo li unisci tra loro ma addirittura li affratelli». Segue poi la visione di san Paolo che di due popoli ne fece uno solo, segno di una nuova pace e della fine dei dissidi che portano solo discordie e guerre. Il richiamo non può che essere quello di trovare l’unità in Cristo e nella sua Chiesa. Ma per riuscire in questo intento c’è bisogno di una vera metanoia. Allora, ancora con san Paolo, occorre spogliarsi dell’uomo vecchio e delle sue azioni per rivestirsi dell’uomo nuovo che rinnova la sua conoscenza e la rende fonte della carità.

Queste considerazioni, se fossero state fatte proprie dai politici del tempo, non solo avrebbero evitato tante tragedie del XX secolo, ma avrebbero evitato all’Europa di dilaniarsi inutilmente in scontri fratricidi che ne decretarono l’inesorabile declino. Quello che però appare ancora più drammatico e che, ancora adesso, il Vecchio continente non sembra aver appreso pienamente la lezione della storia.

L’Italia bella e l’Italia saccente

L’avvio della cosiddetta “fase due” ha segnato il ritorno della polemica politica con i toni saccenti esibiti dai soliti noti che, con tutta l’impudenza del caso, sono sempre pronti a spiegare cosa si sarebbe potuto fare di meglio e di più.

E’ senza dubbio più facile commentare anziché decidere, è più comodo criticare piuttosto che fare, soprattutto quando ci si trova in una condizione di emergenza assolutamente inedita dagli sviluppi imprevedibili; una condizione in cui ogni decisione è pesante per le ripercussioni sulle attività economiche e sulla libertà personale di ciascuno di noi.
Pur tuttavia il Governo ha saggiamente scelto di tutelare in via principale la salute e la vita dei cittadini, una linea seguita successivamente anche da altri paesi nel mondo appena il virus ha mostrato tutta la sua pericolosità. L’operato del Governo è ovviamente soggetto a delle critiche ed alcune cose potevano probabilmente essere fatte con meno esitazione; la confusione sugli “affetti stabili” è solo un esempio di quanto era necessario che alcuni aspetti fossero chiariti in modo più netto e forte, anche a rischio di risultare impopolari.
Ma quando la casa brucia non si può attardare nel criticare chi sta cercando di spegnere l’incendio; l’urgenza è quella di domare le fiamme per poi capire come si sono generate e cosa fare per evitare il ripetersi di eventi simili.

L’emergenza-virus ha fatto emergere la presenza di un’Italia che resiste e di un’Italietta che critica quando si chiudono le attività e (per non farsi mancare nulla) anche quando si riaprono; abbiamo politici che pensano di esaurire la loro funzione di rappresentanza degli interessi nazionali ostentando una mascherina tricolore, per poi votare (nel Parlamento europeo) contro l’attivazione di Recovery Fund e MES, senza spiegare dove e come reperire le risorse necessarie per il rilancio dell’economia del Paese.

Fortunatamente in questi mesi abbiamo visto anche una bella Italia che – con grandi rischi personali – si è gettata con coraggio ed abnegazione nella lotta al Coronavirus, come nel caso del personale sanitario, forze dell’ordine, protezione civile ed altre categorie che con il loro lavoro hanno reso vivibile il lockdown di tutti; la grandissima parte dei cittadini ha inoltre osservato correttamente le disposizioni dettate dalle autorità sanitarie ed amministrative. Ripartiamo valorizzando questi esempi positivi, lasciando da parte le chiacchiere di criticoni specializzati e tuttologi improvvisati.

Un unione più ambiziosa

La I Commissione (Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni),

esaminati, per gli aspetti di propria competenza, il Programma di lavoro della Commissione europea per il 2020 – «Un’Unione più ambiziosa» (COM(2020)37 final) e la Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea nell’anno 2020 (Doc. LXXXVI, n. 3);

sottolineato innanzitutto come, rispetto al momento nel quale sono stati predisposti i documenti in esame, il quadro complessivo sia radicalmente e drammaticamente mutato a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, la quale sta avendo un enorme impatto, oltre che a livello mondiale, sui singoli Paesi dell’Unione europea e sull’Unione nel suo complesso, non solo sotto il profilo sanitario, ma anche sotto il profilo economico e sociale;
sottolineato come tale emergenza costituisca una sfida gigantesca sia per le istituzioni nazionali, sia per le istituzioni dell’Unione europea, rispetto alla quale occorre fornire risposte adeguate alla gravità dei problemi e alle legittime aspettative dei cittadini europei e al tempo stesso rispettose dello Stato di diritto con interventi adeguati, proporzionati e limitati nel tempo;

preso atto che le difficoltà affrontate dall’Unione europea nel rispondere alla pandemia sono aggravate dalla recente sentenza della Corte costituzionale tedesca che, in violazione dei trattati, pretenderebbe di arrogarsi il potere di sindacato su una precedente sentenza della Corte di Giustizia europea e, nel caso, di dichiarare illegale il programma di politica monetaria della Banca centrale europea noto come PSPP;
sottolineato come un miglioramento dell’architettura istituzionale dell’Unione che ne rafforzi la capacità d’azione sia la migliore risposta all’introversione nazionalistica messa in luce dalla predetta, recente sentenza della Corte costituzionale tedesca sui poteri della BCE, e l’unica garanzia per consentire all’Unione di esercitare i suoi poteri negli interessi di tutti i suoi stati membri;

evidenziato infatti come l’unica strada per consentire ai Paesi membri di superare tale crisi e per salvaguardare le prospettive dell’Unione europea come organismo politico, sia quella di rafforzare decisamente l’architettura istituzionale dell’edificio europeo, superando gli egoismi nazionali e ponendo in essere un pacchetto integrato di politiche europee in grado di superare l’emergenza sanitaria e, al contempo, di sostenere con forza il rilancio delle economie europee, nonché valorizzando sempre più il Parlamento eletto direttamente dai cittadini e il suo raccordo con la Commissione europea e prevedendo la costruzione di un bilancio autonomo della Zona euro, quale logica conseguenza del principio di solidarietà e di compartecipazione;

rilevato quindi, in linea generale, come l’esame congiunto di tali documenti consenta al Parlamento di essere partecipe della «fase ascendente» di definizione delle politiche e degli atti dell’Unione europea, dedicata alla valutazione e al confronto tra le priorità delle Istituzioni europee e quelle del Governo per l’anno in corso;

preso atto con favore degli intendimenti illustrati nel Programma di lavoro della Commissione europea per il 2020, per quanto riguarda le materie che investono direttamente le competenze della I Commissione;

preso atto, in particolare, che la Commissione europea intende elaborare insieme al Consiglio dell’UE un piano d’azione per i diritti umani e la democrazia (1o trimestre 2020), nonché presentare un piano d’azione sulla parità di genere e l’emancipazione femminile nelle relazioni esterne e che, conformemente a tali intendimenti, il complesso delle istituzioni europee dovrà necessariamente vigilare sul rispetto degli standard dello Stato di diritto;

considerato poi che la Commissione ha annunciato la presentazione di una nuova strategia dell’Unione in materia di sicurezza dell’UE, che conferma le priorità perseguite negli ultimi anni: lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, prevenzione e individuazione delle minacce ibride, cyber sicurezza (2o trimestre 2020);
preso atto con favore degli impegni assunti dalla Commissione europea in materia di semplificazione, riduzione degli oneri, digitalizzazione e verifica dell’adeguatezza della legislazione;
considerate le linee di azione tracciate al Governo nell’ambito della Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea nell’anno 2020, in particolare nelle materie che investono direttamente le competenze della I Commissione;
rilevato, in particolare, al riguardo, l’intendimento del Governo di fornire nuovo slancio al dialogo con le Istituzioni europee e con gli altri Stati membri sul tema della gestione dei flussi migratori, con particolare riferimento a quelli che utilizzano le rotte via mare, ponendo in primo piano l’esigenza di evitare la perdita di vite umane in mare, ma anche l’esigenza che, a seguito dello sbarco sul territorio europeo, siano garantiti adeguati e rapidi meccanismi di ripartizione dei migranti tra tutti gli Stati membri;
osservato come il Governo si impegni nel corso del 2020 a rilanciare il dialogo nell’Unione europea per la costruzione di un sistema di gestione dei flussi migratori che concretizzi i principi di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità di cui all’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea;

sottolineato positivamente come l’Esecutivo intenda adoperarsi per raggiungere un accordo sulla riforma del Sistema comune europeo d’asilo, ed in particolare del cosiddetto regolamento Dublino, in grado di superare il principio di responsabilità dello Stato di primo ingresso sulle domande di protezione internazionale;

preso atto degli intendimenti preannunciati dal Governo in ordine alla collaborazione con i Paesi terzi di origine e transito dei flussi, al fine di favorire i rimpatri e prevenire le partenze e garantire un maggior controllo delle rotte della migrazione irregolare;
rilevato l’intendimento di sostenere l’esigenza di prevedere strategie europee analoghe ai canali umanitari già avviati dal nostro Paese per consentire l’ingresso legale ed in sicurezza di richiedenti protezione in situazione di particolare vulnerabilità;

preso atto altresì delle priorità indicate dall’Esecutivo in materia di sicurezza dei cittadini, con particolare riferimento al contrasto del terrorismo e dei fenomeni di radicalizzazione ed estremismo violento;

sottolineata positivamente l’intenzione del Governo di proseguire l’azione di sostegno alle iniziative volte a rendere più efficienti le pubbliche amministrazioni, riducendo gli oneri amministrativi e semplificando la regolamentazione e rilevato come tale strategia complessiva di semplificazione e riduzione degli oneri burocratici costituisca uno snodo essenziale ed irrinunciabile per consentire all’Italia e all’Unione europea nel suo complesso di superare la gravissima crisi legata all’emergenza epidemiologica da Covid-19;

preso infine atto della recente iniziativa franco-tedesca, tesa positivamente a rafforzare gli interventi europei nei Paesi più colpiti dalla pandemia e preso altresì atto della consapevolezza, espressa dalla Presidente della BCE, secondo cui tale pandemia non potrà essere solo una parentesi, per cui al termine della stessa anche le regole del Fiscal Compact non potranno essere puramente e semplicemente ripristinate,
esprime

PARERE FAVOREVOLE

con le seguenti osservazioni:
a) si sottolinea l’esigenza, urgente e imprescindibile, che il Governo ponga in essere ogni sforzo, in tutte le sedi europee, nonché in ogni interlocuzione bilaterale con gli altri Stati membri, per fare in modo che l’Unione europea definisca un insieme integrato di misure, sia sotto il profilo sanitario, sia sotto quello economico e sociale, in grado di dare risposte efficaci e tempestive alla gigantesca sfida posta dall’emergenza epidemiologica da Covid-19, attraverso il rafforzamento dei legami di cooperazione e solidarietà posti a base dell’edificio europeo, dando in tal modo risposte adeguate alla gravità dei problemi e alle aspettative dei cittadini europei nei confronti dell’Unione stessa, vigilando puntualmente sul rispetto dello Stato di diritto in ogni Stato membro dell’Unione e, nel caso, promuovendo le iniziative necessarie contro ogni forma di violazione;

b) si sottolinea altresì l’esigenza di utilizzare proprio il periodo di crisi, tradizionalmente il più adatto a promuovere riforme, per migliorare gli standard democratici dell’Unione, attribuendo un maggior peso al Parlamento eletto dai cittadini, attraverso il rafforzamento dell’importanza del suo raccordo con la Commissione europea, nonché per costruire un bilancio della zona Euro; in tal senso si auspica la convocazione al più presto della Conferenza sul Futuro dell’Europa congiuntamente prevista da Commissione europea, Parlamento europeo e Consiglio europeo e si ritiene che tale iniziativa debba essere aperta alla riforma dei trattati europei, al fine di aumentare l’efficienza e la legittimità dell’Unione.

Regno Unito: il governo inviterà cittadini a passare vacanze estive nel paese

Il governo del Regno Unito inviterà i suoi cittadini a passare le vacanze nel paese quest’estate, per via delle incertezze internazionali e alla capacità di ripresa dell’industria domestica del turismo. Lo riporta il quotidiano britannico “Financial Times”.

Il settore turistico britannico riaprirà solo durante la “fase tre”  il 4 luglio. Il settore dovrà anche gestire le conseguenze della decisione di introdurre una quarantena obbligatoria di due settimane per tutti coloro che arrivano nel Regno Unito durante la “fase due”, che inizierà a giugno.

Date le complicazioni relative ai viaggi internazionali durante la crisi di coronavirus, i ministri britannici sperano che il pubblico acconsentirà a trascorrere le vacanze a casa. Questo sempre che il tasso di riproduzione del virus rimanga basso e i consigli medici confermino che le strutture alberghiere possono riaprire in sicurezza.

Viminale: nella fase 2 controllate 2.667.167 persone.

Secondo i dati forniti dal Viminale, dall’11 marzo al 19 maggio, nelle attività di polizia eseguite per verificare il rispetto delle disposizioni varate per il contenimento del contagio da coronavirus Covid-19 sono state controllate in tutta Italia 15.027.364 persone (127.392 solo ieri, 2.667.167 nella fase 2 iniziata il 4 maggio).

Le persone sanzionate in via amministrativa per i divieti sugli spostamenti sono state ieri 409; 4 le persone denunciate per false attestazioni nell’autodichiarazione, 3 le persone denunciate per violazione della quarantena.

Inoltre sono stati 5.815.605 (54.223 ieri, 101.7590 nella fase 2) gli esercizi commerciali verificati. Nella giornata di ieri sono stati 41 quelli sanzionati; 1o i provvedimenti di chiusura delle attività.

Salute, intesa Anci-farmacie per la consegna domiciliare dei medicinali

Assorted pills

È stato sottoscritto oggi tra ANCI, la Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani, Federfarma e Assofarm un protocollo d’intesa per la consegna domiciliare dei medicinali. In collaborazione con le amministrazioni comunali e le associazioni di volontariato, ai pazienti sarà garantito un più agevole accesso alla terapia farmacologica prescritta dal medico, attraverso la consegna gratuita a domicilio dei farmaci, nel pieno rispetto delle disposizioni vigenti in materia di assistenza e tutela della salute. Ne dà conto un comunicato dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Si tratta di un’iniziativa importante, che sarà rivolta in particolare ai soggetti più fragili e vulnerabili che devono ridurre al massimo i propri spostamenti o a coloro che si trovano in condizione di isolamento volontario. Grazie alle Associazioni di Volontariato che si renderanno disponibili, sarà avviata un’attività di distribuzione dei farmaci in diretta connessione con i farmacisti, che coordineranno le operazioni.
Così Roberto Pella, Vicepresidente vicario ANCI: “Ringrazio i farmacisti e le farmacie per l’immensa opera di assistenza che stanno profondendo durante questa emergenza, talvolta mettendo a rischio la loro stessa vita. L’iniziativa, portata avanti con il Presidente Antonio Decaro, s’inserisce tra le tante avviate da ANCI in questo periodo per migliorare e tutelare la salute dei nostri cittadini ed è prova di una capacità di relazione e collaborazione che dovrà sopravvivere al COVID-19.”
“I farmacisti italiani in questi mesi di grande difficoltà hanno operato instancabilmente per garantire assistenza, ma anche informazione e conforto a tutti i cittadini, e le farmacie sono state anche in questa emergenza un presidio territoriale sempre accessibile di giorno come di notte. Con questo accordo nato su nostra iniziativa si aggiunge e si generalizza a tutto il territorio nazionale un ulteriore servizio destinato alle persone più fragili” dice il presidente della FOFI, Andrea Mandelli “alle quali da sempre dedichiamo il massimo impegno. La Federazione ha allo studio anche un sistema di comunicazione on line, così da non interrompere il rapporto tra professionista e paziente e poter continuare a svolgere l’attività di consiglio e informazione sull’uso dei medicinali”.

“In sinergia con ANCI, le farmacie possono rafforzare ulteriormente il servizio di consegna gratuita dei farmaci a domicilio, in favore di cronici e anziani – i pazienti più fragili – e di quanti non possono lasciare il proprio domicilio” afferma il presidente di Federfarma Marco Cossolo. “In questi mesi il ruolo della farmacia si conferma essenziale nell’ambito dell’organizzazione territoriale del SSN. Nella stessa direzione virtuosa che comporta una riduzione degli spostamenti va la distribuzione attraverso le farmacie di medicinali finora disponibili solo in strutture pubbliche”.

“Le Farmacie ed i farmacisti italiani sono da sempre in prima linea. In questi terribili momenti, unitamente a tutte le professioni sanitarie, arrecano sollievo e supporto ai cittadini bisognosi di cure. Con il protocollo d’intesa sottoscritto con l’ANCI e le Associazioni del Volontariato, le farmacie arricchiscono la propria missione adempiendo ad ogni richiesta che possa tutelare gli interessi e la salute dei cittadini. In particolare, le farmacie comunali hanno da sempre instaurato con i Comuni e con la loro Associazione rappresentativa, un proficuo rapporto di diretta collaborazione che viene ulteriormente rafforzato con il protocollo in questione e con il coinvolgimento del volontariato, viene esaltata la propria ragione sociale” dichiara il Presidente Assofarm, Venanzio Gizzi.

Cinema: l’Academy valuta di rimandare gli Oscar

I 93esimi Oscar in programma per febbraio 2021 potrebbero essere rimandati.

La trasmissione televisiva, viste le nuove norme per il Covid, fissata per il 28 febbraio 2021, su ABC potrebbe saltare secondo una fonte di Variety. Tuttavia, questa persona ha avvertito che i dettagli, comprese le potenziali nuove date, non sono stati ancora completamente discusse o proposte formalmente.

Un’altra fonte, invece, afferma che la data è attualmente invariata presso la ABC.
Quando ad aprile furono annunciate nuove modifiche temporanee alle regole per l’eleggibilità agli Oscar a causa del Covid-19, il presidente dell’Accademy David Rubin disse a Variety che era troppo presto per sapere come la trasmissione televisiva degli Oscar del 2021 potesse cambiare a seguito della pandemia.

“È impossibile sapere quale sarà il paesaggio”, ha detto. “Sappiamo che vogliamo celebrare il film, ma non sappiamo esattamente quale forma prenderà”.

Una molecola contro le abbuffate.

Una nota che riferisce del lavoro svolto da due gruppi di ricerca coordinati rispettivamente da Silvana Gaetani del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia Vittorio Erspamer della Sapienza di Roma e da Carlo Cifani della Scuola di Scienze del Farmaco e dei Prodotti della Salute dell’Università di Camerino (entrambi coordinatori del Gruppo di Lavoro “Obesità, Sindrome Metabolica e Disordini Alimentari” della Società Italiana di Farmacologia), spiega che: l’oleoiletanolamidem è un potenziale nuovo strumento farmacologico per prevenire e contrastare il disturbo da alimentazione incontrollata.

I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Neuropsychopharmacology. Una scoperta imporante, perché se i trattamenti più significativi e attualmente disponibili per il BED prevedono una combinazione di psicoterapia e farmacoterapia, quest’ultima generalmente basata su farmaci antidepressivi tuttavia, il fatto che il tasso di ricaduta sia ancora molto elevato evidenzia la necessità di individuare strategie più efficaci.

“Il crescente interesse della comunità scientifica per l’oleoiletanolamide, più nota con il suo acronimo OEA, deriva dal suo ruolo ben caratterizzato come segnale di sazietà per il cervello e come regolatore del metabolismo, soprattutto quello dei grassi” spiega la nota. “In questo panorama di scoperte chiave sul ruolo dell’OEA, il team Sapienza ha dato negli ultimi quindici anni un significativo contributo”.

“Oggi sappiamo – spiegano Adele Romano della Sapienza e Maria Vittoria Micioni Di Bonaventura dell’Università di Camerino, entrambe primi co-autori dello studio – che l’OEA è in grado di prevenire lo sviluppo di un comportamento alimentare anomalo, di tipo binge, e agisce modulando l’attività di circuiti cerebrali che rispondono alle proprietà piacevoli del cibo e/o all’esposizione a una condizione stressante”.

“Le prove scientifiche che abbiamo fornito – aggiunge Silvana Gaetani – sono state ottenute in un modello sperimentale di BED, sviluppato dal team di Carlo Cifani, e sebbene debbano essere confermate in pazienti affetti da BED, fanno ben sperare che l’OEA possa essere effettivamente un nuovo potenziale alleato per la prevenzione o la cura dei disturbi del comportamento alimentare”.

Il Senato respinge le mozioni di sfiducia

L’Aula del Senato ha bocciato entrambe le mozioni di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Per quanto riguarda il documento presentato dal centrodestra i voti a favore sono stati 131, 160 i contrari, un astenuto. Mentre per quanto riguarda la mozione presentata da +Europa i contrati sono stati 158 no, i sì 124 sì, 19 astenuti.

Il discorso del Ministro ha toccato diversi punti concentradosi sul fatto che: “Il confronto con tutte le forze politiche di maggioranza sarà costante, approfondito ed improntato ad una leale e reale collaborazione, così come è accaduto, per esempio, in occasione della recente approvazione dei due decreti antimafia”, “la garanzia del diritto alla difesa e la ragionevole durata del processo sono due valori imprescindibili che vanno di pari passo e che rappresentano l’obiettivo principale delle riforme del processo civile e del processo penale”.​

Un passaggio decisivo, quello delle Riforme del processo in collaborazione con le forze della maggioranza  che stava molto a cure a Pd e Ive che ha permesso di ricucire la maggioranza di Governo

Bonafede, infine, tocca anche il tema della riforma del Csm, in questi giorni in cui si torna a parlare delle intercettazioni che emergono dall’inchiesta di Perugia: “Altro fondamentale progetto di riforma è quello del Consiglio Superiore della Magistratura, a tutela dell’autonomia, ma anche dell’autorevolezza e del prestigio dell’istituzione”, ribadisce il Guardasigilli, sottolineando che “sul relativo progetto c’era già stata un’ampia convergenza nella maggioranza poco prima che cominciasse l’emergenza coronavirus”.

Il mondo visto dal capo del personale

Il 20 maggio 1940: apriva in Polonia l’”hotel Auschwitz”

Il 20 maggio del 1940 faceva il suo ingresso nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia, il primo prigioniero ebreo. Insieme a Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Majdanek. Buchenwald, Dachau, Jasenovac, Varsavia il complesso di Auschwitz-Birkenau rappresenta nella memoria storica tramandata il più grande campo di raccolta e di sterminio del Terzo Reich.

Dal giorno della sua apertura – di cui oggi ricordiamo la terribile ricorrenza – fino al funzionamento a saturazione della sua capienza Auschwitz ospitò stabilmente una media giornaliera compresa tra i 15 mila e i 20 mila prigionieri, tra militari fatti prigionieri e popolazione civile: uomini, donne, bambini e anziani.

Al termine del secondo conflitto mondiale le cifre della Shoah ci riferiscono di oltre 6 milioni di vittime nei campi di concentramento nel periodo compreso tra il 1933 e il 1945, di cui circa un milione e mezzo nel solo punto di internamento di Auschwitz, passato alla Storia come il simbolo delle sterminio del regime nazista.

Calcolando anche le anche le centinaia di migliaia di ebrei uccisi tra la popolazione inerme nelle città e nei villaggi di Polonia, Ucraina, Bielorussia, Russia, nonchè i morti del ghetto di Varsavia il conto delle vittime dell’Olocausto sale a 7-8 milioni.
Si stima che tra campi di lavoro, di transito, di internamente, e di sterminio furono almeno 55 i punti di raccolta dei prigionieri del regime nazista.

Arbeit macht frei: il lavoro rende liberi. Questo il monito che accoglieva i prigionieri nei campi di internamento. Dovremmo ricordarcene oggi, a 80 anni di distanza dall’apertura di Auschwitz, proprio nel momento in cui nell’U.E. il tema del lavoro diventerà il perno su cui potrà innestarsi il volano della rinascita, dopo la terribile batosta della pandemia Covid-19.
Per rappresentare alla nostra epoca – specie in questo travagliato e drammatico periodo di crisi planetaria – come le parole possano avere significati diversi, se usate in modo strumentale e come la realtà e l’evidenza dei fatti spieghino assai bene invece il sinistro senso retorico e aberrante che se ne può fare, richiamando principi e valori che si collocano totalmente al di fuori della civiltà e del rispetto dell’essere umano.

Che in fondo vuol dire che a parole in se’ nobili e condivisibili possono corrispondere fatti diversamente dolorosi, nelle alterne vicende della vita e nei corsi e ricorsi della storia.
Come quelle pronunciate il giorno precedente l’apertura dell”Hotel Auschwitz”, inteso dai suoi gestori come luogo di redenzione e libertà in nome del lavoro, appunto.
Il 19 maggio di quel 1940 a Milano, il Ministro degli esteri del regime fascista, Conte Galeazzo Ciano – in occasione del 1° anniversario del Patto d’Acciaio, ebbe a pronunciare tra le altre queste parole: “Questa solenne adunata …assume un significato e un valore che a nessuno potrà sfuggire. Essa si compie mentre vicende di singolare grandezza creano, ora per ora, il nuovo destino dell’Europa e del mondo”….”Quali siano questi compiti voi lo sapete al pari di me, essi sono dettati dalla difesa dei nostri diritti di Stato sovrano in terra, aria e sul mare, dalla necessità di realizzare le nostre aspirazioni che sono naturali perché eque e indispensabili alla vita stessa del Paese”.

Sfogliando le pagine della Storia sappiamo oggi come andò a finire.
Queste vicende e queste date sono parte della Storia del Novecento: esse costituiscono un monito perenne che abbiamo il dovere di non dimenticare.

Rossini (Acli): partiamo dallo Statuto dei Lavoratori per rafforzare la dignità del lavoro

“Esattamente 50 anni fa, il 20 maggio del 1970, veniva approvato lo Statuto dei lavoratori, una legge fondamentale che stabiliva alcune garanzie come la libertà di opinione all’interno del posto di lavoro e la possibilità di aderire ad un sindacato, oltre a prevedere misure contro i licenziamenti.” È quanto afferma Roberto Rossini, Presidente delle Acli, in una nota scritta in occasione del 50esimo dello Statuto dei Lavoratori. “Le norme, che cambiavano per sempre il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore, furono il frutto di una stagione politica dove le Acli giocarono un ruolo fondamentale  per far entrare “la Costituzione nelle fabbriche” come disse l’allora Ministro del Lavoro Donat-Cattin, che portò a termine quello che aveva iniziato il suo predecessore,  Giacomo Brodolini, scomparso prematuramente. Una parte importante nella realizzazione dello Statuto la ebbe anche Vittorio Pozzar, senatore della Democrazia Cristiana, già vicepresidente nazionale delle ACLI, nonché direttore dell’Enaip e del settimanale aclista, Azione sociale, che fu relatore di maggioranza durante l’elaborazione, la discussione e l’approvazione delle legge.

A 50 anni da quel periodo storico che le cronache dell’epoca riportano come l’”autunno caldo”, possiamo dire che lo Statuto fu prima di tutto un elemento per affermare la democrazia e diete vita ad una stagione di protagonismo dei lavoratori e delle loro organizzazioni.

Oggi, in un ciclo economico-sociale attraversato dai grandi cambiamenti legati alla rivoluzione digitale, alla all’esplosione della pandemia, – ha concluso Rossini –  valorizziamo i principi che possono trovare forme nuove ma capaci di promuovere ugualmente la dignità del lavoro. Se lo aspettano i tanti lavoratori precari, senza contratto, gli invisibili, i disoccupati che hanno il diritto ad un lavoro sicuro e dignitoso. Ed infine va difeso ancora oggi ed incoraggiato l’impegno del sindacato e dei tanti sindacalisti che proseguono una azione fondamentale per la democrazia italiana”.

Qui è proposta una sezione di approfondimento a cura dell’Archivio storico delle Acli che rientra nelle attività che quest’anno sono state realizzate per ricordare i 75 anni di vita della nostra associazione, a cui aggiungiamo alcune video interviste di approfondimento.

Consiglio Ue: Sì all’esenzione IVA per l’Italia

“In deroga all’articolo 285 della direttiva 2006/112/CE, l’Italia è autorizzata ad esentare dall’IVA i soggetti passivi il cui volume d’affari annuo non supera i 65 000 EUR. L’Italia è autorizzata a innalzare tale soglia al fine di mantenere il valore dell’esenzione in termini reali”.

Lo dispone l’articolo 1 della decisione di esecuzione (Ue) 2020/647 del Consiglio dell’11 maggio 2020, che autorizza la Repubblica italiana ad applicare una misura speciale di deroga all’articolo 285 della direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto.

L’esenzione si applica dal 1° gennaio 2020 fino al 31 dicembre 2024, come previsto dalla decisione esecutiva pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea n. L 151/7 del 14 maggio.

La strategia italiana delle Green City parte dal Friuli Venezia Giulia

La Strategia per le green city parte da una Regione. Il Friuli Venezia Giulia è infatti la prima regione italiana fornita di una strategia per le green city per lo sviluppo sostenibile urbano, un documento “green” realizzato dal Green City Network, promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e presentato oggi in web conference.

La strategia, prende in esame tre ambiti prioritari basati su aspetti ormai decisivi per le green city: : la qualità ambientale delle città; l’efficienza e la circolarità delle risorse; il cambiamento climatico e esamina tutte le azioni ulteriori da attivare per promuovere l’applicazione dell’approccio delle green city allo sviluppo sostenibile. Si tratta di obiettivi per rendere più sostenibili le città, migliorare la qualità ecologica, il benessere dei cittadini, l’inclusione sociale, promuovere sviluppo locale e nuova occupazione

Questo documento -ha detto Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – mette a disposizione della Regione una vera e propria cassetta degli attrezzi per rendere le sue città, grandi e piccole, più resilienti, meno vulnerabili, più capaci di affrontare i cambiamenti climatici, più proattive nel promuovere meccanismi di economia circolare, più attente a preservare tutti i valori ambientali. Essa integra gli strumenti e gli interventi già adottati e vigenti ed e’ importante perché affronta e vuole risolvere i problema in un’ottica sistemica e in un quadro strategico coerente”.

La Strategia, che potrà essere adottata anche per altre Regioni per rafforzare il green city approach, prende in considerazione tutte le misure e le iniziative in corso della Regione, le problematiche ancora aperte, suggerendo le azioni da perseguire. Nei tre obiettivi prioritari sono esaminate 12 linee guida. Per la qualità ambientale, la qualità urbana e architettonica, il verde, la qualità dell’aria, la mobilità sostenibile. Per l’utilizzo delle risorse in modo efficiente e circolare, la rigenerazione urbana e la tutela del suolo, la riqualificazione, riuso e manutenzione del patrimonio edilizio esistente, rifiuti ed economia circolare, gestione delle acque. Per il cambiamento climatico, l’abbattimento delle emissioni di gas serra, la riduzione dei consumi di energia, le fonti rinnovabili, le misure di adattamento al cambiamento climatico.

Tumori: scoperto un nuovo meccanismo

Il meccanismo molecolare è stato scoperto dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con il Dipartimento di Medicina sperimentale dell’Università di Genova e con il sostegno di Fondazione AIRC.

I risultati sono appena stati pubblicati su una delle più importanti riviste internazionali di immunologia, il Journal of Allergy and Clinical Immunology.

I ricercatori hanno trovato un falso comando. Un ordine ingannevole impartito dalle cellule tumorali frena la difesa immunitaria e disarma, di fatto, le cellule “natural killer”.

Il PD-1 è un check-point inibitore, un freno molecolare, che, in condizioni normali, controlla il sistema immunitario. La sua funzione è impedire reazioni di difesa eccessive che possono danneggiare l’organismo e i tessuti, causando a volte malattie autoimmuni e violente reazioni infiammatorie. I tumori sfruttano questo freno impartendo alle cellule soldato dell’organismo, i linfociti T e le cellule “natural killer”, l’ordine ingannevole di esprimere sulla propria superficie il PD-1.

 

Il miglior “fico del bigoncio”….. del governo

Ci sono amici dell’area DC che, novelli Farinata, sembrano tenere “in gran dispitto” il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quasi ancor di più del suo governo giallo rosso. Forti delle ricorrenti note del prof Cassese l’accusano di ogni nefandezza costituzionale per aver assunto “pieni poteri” in questa fase delicata della pandemia da Corona virus 19. E’ vero, ci sono state limitazioni di molte nostre libertà e assunto decisioni mai sperimentate prima nella storia repubblicana, atteso che “l’avvocato degli italiani” ha dovuto interpretare un ruolo nelle condizioni che non erano mai accadute ad alcuno dei suoi predecessori dal 1948 in poi.

Da parte mia continuo a considerare Giuseppe Conte, catapultato dal M5S alla guida di due governi, quello giallo verde prima e quello attuale con il PD di Zingaretti, Italia Viva di Renzi e la Leu di Speranza e Bersani, come “il miglior fico del bigoncio” del governo; un superlativo relativo e non assoluto che, pure, ci starebbe se rapportassimo l’avvocato fiorentino con i Casalino, Azzolina, Patuanelli e il fortunato “Giggino da Pomigliano d’arco”.

A me pare, e non solo a me, ma alla maggioranza degli italiani secondo i sondaggi, che il Presidente del Consiglio abbia sin qui svolto con estrema diligenza il suo ruolo. Con il provvedimento varato per la seconda fase pandemica, ha, di fatto, introdotto nella costituzione materiale del Paese quella autonomia differenziata regionale auspicata da tanto tempo anche anche da molti di noi “DC non pentiti”. A parte il solito dissenziente De Luca.

Certo, sui rapporti Stato-Regioni qualcosa si dovrà pur rivedere, dopo l’esperienza di questi ultimi mesi; soprattutto le criticità verificate a seguito della pasticciata riforma del Titolo V tra competenze concorrenti ed esclusive, causa di continui contenziosi, che, durante la pandemia, si sono potuti risolvere solo grazie alla continua mediazione tra Presidenza del Consiglio e governatori delle Regioni.

Qualche amico DC mi accusa di una malcelata simpatia verso il politico fiorentino, pari almeno alla mia avversione più volte espressa nei confronti del suo concittadino, sen Renzi, croce e delizia del governo rosso verde.

Confesso che, prima di pensare al caso di Giuseppe Conte, sono preoccupato e impegnato a concorrere al processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Un progetto che, con alcuni amici, perseguiamo, con enormi difficoltà, disillusioni e cadute dal 2011 ad oggi.

Conte ha dimostrato capacità di guida e di mediazione politica migliori di quelle di diversi suoi predecessori a Palazzo Chigi e, in ogni caso, se nell’Unione europea abbiamo ottenuto alcune delle disponibilità offerteci, come quelle del superamento dei vincoli di bilancio, del MES soft e senza condizioni, del recovery fund in corso di contrattazione, molto si deve al lavoro discreto e puntuale svolto da Conte con Gualtieri, Gentiloni e Sassoli.

Mi chiedo cosa sarebbe accaduto all’Italia qualora a capo del governo ci fosse stato il duo di destra Salvini-Melloni, anti europeisti omogenei alle posizioni estremiste dell’ungherese Orban e dei leader di governo polacchi?

E’ la domanda, sin qui senza risposta che, alle critiche dei mie amici DC “duri e puri”, rivolgo a loro, insieme all’indicazione di una loro proposta politica alternativa credibile al governo Conte.  Al di là di un ricorso immediato, ancorché alquanto improbabile alle urne, magari unificate con quelle dei prossimi rinnovi regionali, cosa prospettano di diverso e alternativo?

Elezioni anticipate nella situazione pandemica tuttora in corso, con un debito pubblico che sfiorerà il 160% del PIL e le conseguenti tensioni sul piano economico e sociale, ritengo siano alquanto improbabili a brevissimo tempo.

Di una cosa, però, sono certo: in assenza di una modifica della legge elettorale, che sarà assai difficile possa essere approvata in tempo utile, permanendo l’attuale rosatellum, quindi con alleanze pre elettorali obbligate, in uno scontro probabile Conte-Salvini, da che parte staranno gli esponenti dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale?

Personalmente resto fedele a quanto abbiamo condiviso e sottoscritto nel patto della Federazione popolare dei DC e, cioè, che: si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali”.

Senza precipitare le cose, intanto impegniamoci a ricomporre l’area politico culturale di nostro riferimento, e dopo, solo dopo, ci porremo il tema delle alleanze.  Accordi che, in ogni caso, si faranno con quanti saranno interessati a difendere e attuare integralmente la Costituzione. Non so se Giuseppe Conte, finita questa sua seconda esperienza di capo del governo, deciderà di continuare il suo impegno nella vita politica, ma, se così fosse: chi vivrà vedrà e se son rose, fioriranno.

Donat-Cattin e lo Statuto dei Lavoratori.

È diventato legge il 20 maggio del 1970. Un’altra epoca storica e, si potrebbe aggiungere, un’altra era geologica. Si chiamava lo Statuto dei Lavoratori. Il Ministro del Lavoro che lo portò al varo definitivo si chiamava Carlo Donat-Cattin. In queste poche note di cronaca si racchiude una delle leggi più importanti e significative della storia democratica del nostro paese. Certo, una legge storica a cui hanno contribuito in tanti, a cominciare dal Ministro del Lavoro che precedette Donat-Cattin, il socialista Giacomo Brodolini che morì prematuramente e a cui va il merito di aver iniziato l’iter legislativo dello Statuto. Come non si può dimenticare l’apporto fondamentale del professor Gino Giugni, già collaboratore di Brodolini e poi del leader della sinistra sociale della Dc di Forze Nuove al Ministero e “padre giuridico” dello Statuto dei Lavoratori. 

Comunque sia, una legge importante e cruciale per il mondo del lavoro, per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori e per la stessa organizzazione del lavoro, della produzione e del processo del lavoro. Al punto che Donat-Cattin racchiuse il significato di quella legge in una celebre intervista di alcuni anni dopo con una definizione diventata celebre: “La Costituzione entra nelle fabbriche”. Parole di grande impatto e straordinariamente efficaci che spiegavano la portata quasi rivoluzionaria di quel provvedimento. Legge che passò con la dura opposizione della destra politica ed economica del tempo, anche con non pochi mugugni nell’area conservatrice e di destra della Dc, il partito di Donat-Cattin, e con la singolare e curiosa astensione dei comunisti. 

Si trattò di una battaglia lunga e complessa iniziata con l’autunno caldo e il protagonismo sociale, politico e democratico del sindacalismo italiano e proseguita con un duro conflitto sociale e senza precedenti nella storia italiana del secondo dopoguerra. Si trattò di una battaglia per affermare un nuovo ruolo dei lavoratori nella società: protagonisti, e non più sudditi; cittadini che partecipano alla costruzione della Repubblica, che la Costituzione fonda per l’appunto sul lavoro. Certo, Donat-Cattin riconobbe anche che, come legge, lo Statuto dei Lavoratori aveva dei limiti e che era stato pensato in funzione delle esperienze e delle richieste specifiche del tempo. Infatti auspicò fin da subito dei miglioramenti. In generale, allo Statuto dei Lavoratori si riconosceva la volontà di andare incontro alle esigenze dei lavoratori nell’interesse della ricerca della pace sociale. 

Ma c’è un elemento politico e culturale decisivo e cruciale che fa da sfondo al varo dello Statuto dei Lavoratori e che è legato strettamente al profilo politico del “Ministro dei lavoratori”, cioè Carlo Donat-Cattin. In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin di porre la “questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto dei vista dei ceti subalterni: scelte che ebbero conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari italiane seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricche solo di braccia e di intelligenza pratica. La sua ambizione era più grande: Donat-Cattin, cioè, voleva che nell’architettura amministrativa dello Stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero più un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo. Quando arrivò alla guida del Ministero del Lavoro non tardò, infatti, a rendersi conto che – sono parole sue – “nell’organizzazione attuale del Governo non esiste un vero e proprio centro di politica sociale: si è costituito nel tempo un Ministero del Lavoro perchè con i sindacati bisognava trattare; vi si è aggiunta la competenza della previdenza sociale perchè le lotte dei lavoratori avevano ottenuto alcune norme per la sicurezza della vita e così via. Ma è tutto strumentale da parte delle classi dirigenti verso il lavoro subordinato”. 

Era, infatti, sua ferma convinzione che il dato politico nuovo “doveva consistere nel dare alla politica sociale complessiva un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico/amministrativa”. Insomma, per Donat-Cattin l’istanza sociale doveva “farsi Stato”. E cioè, trovare piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. E il suo radicamento nel sociale si saldava così con le esigenze più mature e moderne dello Stato di diritto: saldatura che riscontriamo non solo nella battaglia per lo Statuto dei Lavoratori ma anche nella strenua difesa della legge elettorale proporzionale che, per Donat-Cattin come già per Luigi Sturzo, rappresentava l’unico strumento di emancipazione politica per i ceti popolari, cioè per consentire ad essi di avere, ad ogni livello e senza mediazioni gerarchiche, i loro diretti rappresentanti. 

Questa è la cornice politica, culturale e sociale che ha fatto maturare, e votare in Parlamento, lo Statuto dei Lavoratori. Una legge che conserva, tutt’oggi, una bruciante attualità e modernità. Perchè il riconoscimento e la tutela dei diritti dei lavoratori non sono mode che passano e non hanno tempi determinati. Sono e restano principi democratici che non possono essere sacrificati sull’altare di qualsiasi falsa e maldestra modernità. Per questo va ricordato e riletto anche se va, come ovvio, attualizzato e aggiornato. 

Ucraina, lo “scandalo” di 45 neonati.

Mi ha molto colpito una notizia di questi ultimi giorni: a causa delle limitazioni negli spostamenti dovuti al Coronavirus, 45 neonati sono bloccati in Ucraina.
Motivo? Sono frutto di “maternità surrogata”, ipocrita espressione che cela il più veritiero termine “utero in affitto”.

Succede che coppie (spesso omosessuali, ma non sempre) decidono di rivolgersi ad agenzie internazionali specializzate, le quali trovano una donna disposta ad “affittare” il proprio corpo per la “produzione” di un figlio.

Quel figlio non sarà poi suo, ma della coppia richiedente. Appena nato, sarà consegnato alla coppia “acquirente”. Come succede per qualsiasi altra merce disponibile sul mercato.
Le suddette agenzie internazionali dispongono di un menù: con condizioni legate ad un tariffario. Questa pratica è illegale in molti Paesi, compreso il nostro.Ma è facile accedere alle prestazioni dei pochi Paesi nei quali invece è consentita.
Pare che 11 dei 45 neonati bloccati in Ucraina siano stati “commissionati” da coppie italiane.

Nel turbinio di queste settimane di Coronavirus, forse sfugge la portata di questa “piccola” notiziola. Essa dovrebbe invece essere motivo di scandalo.
Come si può accettare che l’aspirazione ad avere un figlio diventi la pretesa di un “diritto assoluto”, da esigere senza se e senza ma, anche attraverso il noleggio a pagamento del corpo di una donna?

Le visioni antropologiche e morali cambiano nella storia e non possiamo basarci solo su convenzioni ormai in parte superate dai costumi sociali.
Ma tutto questo può avere dei limiti oppure no? Ogni aspirazione derivante dalla nuova antropologia è un “diritto assoluto esigibile”? Può fondarsi su questo assunto l’idea di un nuovo umanesimo capace di guidare le persone e le comunità oltre le secche di questa fase incerta e insidiosa di cambiamento? Può essere questo il nuovo paradigma dei diritti civili e individuali?

Decenni di giuste battaglie per il riconoscimento dei diritti delle donne possono portarci ad accettare e legittimare che donne di Paesi poveri e in condizioni di indigenza mettano a disposizione il proprio corpo per denaro allo scopo di far avere un figlio a coppie di Paesi ricchi ed in grado di pagare, con tanto di mediazione di agenzie specializzate e di tariffario?
A me pare inaudito.

Leggo che qualcuno propone di “regolamentare” questa situazione. Vale a dire: puoi affittare un utero per avere un figlio, basta che ottieni il timbro di qualche ufficio pubblico e dichiari di rispettare determinate procedure.
Ma quale regolamentazione potrebbe mai sanare l’insanabile conflitto tra questi comportamenti e la basi stesse dell’evoluzione umana, fondate sul principio che “mater semper certa est”?
Questo principio è mediato – con tutte le delicatezze e le difficoltà, per comprovate ragioni di forza maggiore e nell’interesse preminente del bambino rimasto privo di famiglia – nella pratica delle adozioni.

Ma come si può pensare di disciplinare una sorta di adozione pianificata sulla base di una transazione commerciale pattuita a priori?
L’unica cosa ragionevole che si può e si deve fare è rendere effettivo ed universale il divieto dell’utero in affitto. Come misura di civiltà: per rispetto delle donne e dei bambini. Le prime non sono “fattrici in vendita” e i secondi non sono “prodotto da commissionare”.
Purtroppo – nonostante molte richieste non solo politiche ma anche di associazioni sociali, tra le quali alcune di matrice femminista – la Legge Cirinnà non ha chiarito un punto essenziale: il divieto della pratica dell’utero in affitto anche se attivata all’estero, nei Paesi che la consentono. Ciò provoca una circostanza paradossale: si può fare in Ucraina o in qualche Stato americano ciò che in Italia è vietato e poi, tornati in patria, richiedere il riconoscimento del figlio “comperato”.

Un segnale terribile di sfruttamento delle donne in condizioni di necessità economica e di prevaricazione delle pretese individualistiche sui principi di umanità e di socialità