Home Blog Pagina 544

Ucraina, lo “scandalo” di 45 neonati.

Mi ha molto colpito una notizia di questi ultimi giorni: a causa delle limitazioni negli spostamenti dovuti al Coronavirus, 45 neonati sono bloccati in Ucraina.
Motivo? Sono frutto di “maternità surrogata”, ipocrita espressione che cela il più veritiero termine “utero in affitto”.

Succede che coppie (spesso omosessuali, ma non sempre) decidono di rivolgersi ad agenzie internazionali specializzate, le quali trovano una donna disposta ad “affittare” il proprio corpo per la “produzione” di un figlio.

Quel figlio non sarà poi suo, ma della coppia richiedente. Appena nato, sarà consegnato alla coppia “acquirente”. Come succede per qualsiasi altra merce disponibile sul mercato.
Le suddette agenzie internazionali dispongono di un menù: con condizioni legate ad un tariffario. Questa pratica è illegale in molti Paesi, compreso il nostro.Ma è facile accedere alle prestazioni dei pochi Paesi nei quali invece è consentita.
Pare che 11 dei 45 neonati bloccati in Ucraina siano stati “commissionati” da coppie italiane.

Nel turbinio di queste settimane di Coronavirus, forse sfugge la portata di questa “piccola” notiziola. Essa dovrebbe invece essere motivo di scandalo.
Come si può accettare che l’aspirazione ad avere un figlio diventi la pretesa di un “diritto assoluto”, da esigere senza se e senza ma, anche attraverso il noleggio a pagamento del corpo di una donna?

Le visioni antropologiche e morali cambiano nella storia e non possiamo basarci solo su convenzioni ormai in parte superate dai costumi sociali.
Ma tutto questo può avere dei limiti oppure no? Ogni aspirazione derivante dalla nuova antropologia è un “diritto assoluto esigibile”? Può fondarsi su questo assunto l’idea di un nuovo umanesimo capace di guidare le persone e le comunità oltre le secche di questa fase incerta e insidiosa di cambiamento? Può essere questo il nuovo paradigma dei diritti civili e individuali?

Decenni di giuste battaglie per il riconoscimento dei diritti delle donne possono portarci ad accettare e legittimare che donne di Paesi poveri e in condizioni di indigenza mettano a disposizione il proprio corpo per denaro allo scopo di far avere un figlio a coppie di Paesi ricchi ed in grado di pagare, con tanto di mediazione di agenzie specializzate e di tariffario?
A me pare inaudito.

Leggo che qualcuno propone di “regolamentare” questa situazione. Vale a dire: puoi affittare un utero per avere un figlio, basta che ottieni il timbro di qualche ufficio pubblico e dichiari di rispettare determinate procedure.
Ma quale regolamentazione potrebbe mai sanare l’insanabile conflitto tra questi comportamenti e la basi stesse dell’evoluzione umana, fondate sul principio che “mater semper certa est”?
Questo principio è mediato – con tutte le delicatezze e le difficoltà, per comprovate ragioni di forza maggiore e nell’interesse preminente del bambino rimasto privo di famiglia – nella pratica delle adozioni.

Ma come si può pensare di disciplinare una sorta di adozione pianificata sulla base di una transazione commerciale pattuita a priori?
L’unica cosa ragionevole che si può e si deve fare è rendere effettivo ed universale il divieto dell’utero in affitto. Come misura di civiltà: per rispetto delle donne e dei bambini. Le prime non sono “fattrici in vendita” e i secondi non sono “prodotto da commissionare”.
Purtroppo – nonostante molte richieste non solo politiche ma anche di associazioni sociali, tra le quali alcune di matrice femminista – la Legge Cirinnà non ha chiarito un punto essenziale: il divieto della pratica dell’utero in affitto anche se attivata all’estero, nei Paesi che la consentono. Ciò provoca una circostanza paradossale: si può fare in Ucraina o in qualche Stato americano ciò che in Italia è vietato e poi, tornati in patria, richiedere il riconoscimento del figlio “comperato”.

Un segnale terribile di sfruttamento delle donne in condizioni di necessità economica e di prevaricazione delle pretese individualistiche sui principi di umanità e di socialità

Francia e Germania propongono un piano da 500 miliardi di euro per superare la crisi economica

L’esito della videoconferenza fra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, va nella direzione indicata da Palazzo Chigi che pensa di rendere questa somma sancora più consistente il Recovery Fund.

“Abbiamo presentato questa iniziativa franco-tedesca, frutto di scambi con diversi dei nostri partner”, ha detto Macron, indicando “quattro pilastri” su cui si basa il piano: “la protezione sanitaria, il rilancio del budget, la transizione ecologica e la sovranità economica”. In un comunicato congiunto diffuso a margine della conferenza stampa si legge che il progetto evocato da Parigi e Berlino, “rafforzerà la resilienza, la convergenza e la competitività delle economie europee e accrescerà gli investimenti, soprattutto nelle transizioni ecologiche e digitali e nella ricerca e l’innovazione”.

“I finanziamento del Fondo di rilancio saranno mirati sulle difficoltà legate alla pandemia e sulle sue ripercussioni – continua il documento – Si tratterà di un complemento eccezionale integrato nella decisione relativa alle risorse proprie, con un volume e una data di scadenza chiaramente specificati, e che sarà legato al piano di rimborsi vincolanti al di là del prossimo Quadro finanziario pluriannuale”.

Germania: sondaggio, Cdu-Csu si conferma prima forza al 39 per cento

Il Gruppo formato dall’Unione cristiano-democratica (Cdu) e Unione cristiano-sociale (Csu), l’Unione si conferma prima forza in Germania con il 39 per cento dei consensi. Rispetto alla scorsa settimana, l’Unione cresce dell’1 per cento.

È quanto si apprende da un sondaggio dell’istituto demoscopico tedesco Kantar per il quotidiano “Bild”. A sua volta, il Partito socialdemocratico tedesco (SpD) cede un punto e si attesta al 16 per cento.

I Verdi mantengono la terza posizione, stabili a 14 per cento. Partito di destra che raccoglie consensi anche negli ambienti estremisti, Alternativa per la Germania (AfD) perde un punto e scende all’11 per cento. La Sinistra rimane invariata all’8 per cento, mentre il Partito liberaldemocratico (Fdp) guadagna un punto e sale al 6 per cento

Sergej Kikot: “l’Italia ha riconosciuto l’efficacia dei metodi utilizzati dai militari russi”

Gli approcci delle Forze armate russe e italiane nella disinfezione nell’emergenza coronavirus sono diversi. Tuttavia, l’Italia ha riconosciuto l’efficacia dei metodi utilizzati dai militari russi. Lo ha dichiarato il generale Sergej Kikot, vicecomandante delle forze di difesa da attacchi chimici, radioattivi, e biologici russe, schierate in Italia per aiutare il paese a contenere la pandemia.

In particolare, Kikot ha affermato: “Abbiamo approcci leggermente diversi con le Forze armate della Repubblica Italiana sulla disinfezione”. Ma: “I nostri colleghi italiani sono stati convinti dell’efficacia dei nostri metodi e tecniche di disinfezione. Apertamente, possiamo affermare che ci hanno detto di aver iniziato a esaminare molte questioni con occhi diversi”.

Fase 2, brindisi da 6 mld con i ristoranti riaperti

L’attesa riapertura di ristoranti, trattorie, osterie, agriturismi, cantine e bar riattiva un canale naturale di vendita del vino italiano che al consumo vale almeno 6 miliardi di euro l’anno, a regime. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che con la fine del lungo periodo di chiusura sarà finalmente possibile tornare a scegliere a tavola fuori casa tra le 523 denominazioni di vino Made in Italy che offre l’Italia. Le misure adottate per arginare la pandemia di Covid-19 – sottolinea la Coldiretti – hanno infatti tagliato del 50% del valore delle vendite di vino in Europea sulla base delle previsione dell’OIV (Organizzazione mondiale della vite e del vino).
Si tratta dunque di un appuntamento molto atteso dagli operatori di un settore dal quale – sottolinea la Coldiretti – nascono, dalla vigna al tavolo, opportunità di occupazione per 1,3 milioni di persone in Italia che si classifica come il principale produttore mondiale con circa il 70% della produzione destinato a vini Docg, Doc e Igt con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) e il restante 30% per i vini da tavola. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 567 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi a dimostrazione del ricco patrimonio di biodiversità su cui può contare l’Italia che vanta lungo tutta la Penisola la possibilità di offrire vini locali di altissima qualità grazie ad una tradizione millenaria.
A pesare sul settore – precisa la Coldiretti – è stato il lockdown del consumo fuori casa con anche l’azzeramento del flusso turistico che non sono stati compensati dall’aumento delle vendite nei supermercati dove l’offerta è più orientata a prezzi bassi su prodotti di più largo consumo. Ad essere colpita – continua la Coldiretti – è stata soprattutto la vendita di vini di alta qualità che trova un mercato privilegiato di sbocco in alberghi e ristoranti in tutto il mondo. Ad aumentare notevolmente sono state le giacenze dei vini piu’ blasonati con il risultato che quasi 4 cantine italiane su 10 (39%) secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ registrano un deciso calo del fatturato con l’allarme liquidità che mette a rischio il futuro del vino italiano.
Iva agevolata e un credito di imposta per i crediti inesigibili derivanti dalla crisi Covid -19 sono alcune delle proposte formulate dalla Coldiretti che è impegnata nella campagna #iobevoitaliano per promuovere gli acquisti. Ma serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni con un piano straordinario di comunicazione sul vino che – sostiene la Coldiretti – rappresenta da sempre all’estero un elemento di traino per l’intero Made in Italy, alimentare e non. La Coldiretti ha presentato al Governo il piano salva vigneti con il quale, attraverso la distillazione volontaria, si prevede di togliere dal mercato almeno 3 milioni di ettolitri di vini generici da trasformare in alcol disinfettante per usi sanitari. La misura avrebbe inoltre l’importante effetto di favorire l’acquisto di alcol italiano che sugli scaffali è stato il prodotto che ha registrato il maggior incremento di vendite che sono praticamente triplicate secondo Iri, ma anche di ridurre le eventuali eccedenze produttive. Il piano della Coldiretti prevede anche la vendemmia verde su almeno 30.000 ettari per una riduzione di almeno altri 3 milioni di ettolitri della produzione sui vini di qualità in modo da evitare un eccesso di offerta, considerate le conseguenze della pandemia sui consumi internazionali.

I NAS contro il cybercrime farmaceutico

Assorted pills

Il NAS di Parma ha scoperto un commercio abusivo di radiofarmaci non autorizzato. I militari, nel corso di una mirata attività ispettiva presso uno stabilimento del capoluogo, hanno accertato che la società aveva importato e distribuito all’ingrosso il radiofarmaco “fluoro-colina” senza essere in possesso della prevista autorizzazione del Ministero della Salute e del Ministero dello Sviluppo Economico. Il rappresentante legale è stato deferito alla Procura del Tribunale di Parma.

Il NAS di Torino, in collaborazione con il personale del Reparto Operativo Carabinieri Tutela Salute, a seguito di mirate attività info-investigative condotte sul “web” per il contrasto del cybercrime farmaceutico, ha “oscurato” un sito internet. Il provvedimento, emesso dal Ministero della Salute su proposta degli investigatori dell’Arma, è stato adottato in quanto il sito effettuava la pubblicità e la vendita di medicinali soggetti a prescrizione medica obbligatoria.

 

Benedetto XVI: “Caro San Giovanni Paolo II, prega per noi”!

La lettera che Benedetto XVI ha inviato al cardinale Stanislao Dziwisz in occasione del centenario della nascita di Karol Wojtyla. Ratzinger spiega bene il pontificato di Wojtyla e rivela alcuni suoi pensieri sul Concilio e sui problemi della Chiesa in occidente e nella Curia.

La Polonia, divisa e occupata dai tre imperi vicini – Prussia, Russia e Austria –per oltre un secolo, riconquistò l’indipendenza dopo la prima guerra mondiale. Fu un evento che suscitò grandi speranze, ma che richiese anche grandi sforzi, visto che lo Stato che si riprendeva sentiva costantemente la pressione di entrambe le potenze – Germania e Russia. In questa situazione di oppressione, ma soprattutto di speranza, crebbe il giovane Karol Wojtyla, che purtroppo perse molto presto la madre, il fratello e infine il padre, al quale doveva la sua profonda e fervente devozione. L’attrazione particolare del giovane Karol verso la letteratura ed il teatro, lo portarono dopo la laurea allo studio di queste materie.

“Per evitare di essere deportato in Germania per i lavori forzati, nell’autunno del 1940 iniziò a lavorare come operaio fisico nella cava associata alla fabbrica chimica Solvay” (Cfr. Giovanni Paolo II, Dono e mistero). “Nell’autunno del 1942, prese la decisione definitiva di entrare nel Seminario di Cracovia, organizzato segretamente dall’arcivescovo di Cracovia Sapieha nella sua residenza. Già da operaio iniziò a studiare teologia su vecchi libri di testo, per poter essere ordinato sacerdote il 1° novembre 1946” (Cfr. Ibid.). Tuttavia, imparò la teologia non solo dai libri, ma anche traendo utili insegnamenti dal contesto specifico in cui lui ed il suo Paese si trovavano. Questo sarebbe stato un tratto peculiare che avrebbe contraddistinto tutta la sua vita ed attività. Impara dai libri, ma vive anche di questioni attuali che lo tormentano. Così, per lui da giovane vescovo – dal 1958 vescovo ausiliare e dal 1964 arcivescovo di Cracovia – il Concilio Vaticano II fu la scuola di tutta la sua vita e del suo lavoro. Le importanti questioni che emersero, soprattutto quelle relative al cosiddetto Schema XIII – la successiva Costituzione Gaudium et Spes – furono le sue domande personali. Le risposte elaborate al Concilio mostrarono l’indirizzo che avrebbe dato al suo lavoro prima da vescovo e poi da Papa.

Quando il 16 ottobre 1978 il cardinale Wojtyla fu eletto Successore di Pietro, la Chiesa si trovava in una situazione drammatica. Le deliberazioni del Concilio furono presentate in pubblico come una disputa sulla fede stessa, che sembrava così priva del suo carattere di certezza infallibile e inviolabile. Per esempio, un parroco bavarese descrisse questa situazione con le seguenti parole: “Alla fine siamo caduti in una fede sbagliata”. Questa sensazione che nulla fosse certo più, che tutto potesse essere messo in discussione, fu ulteriormente alimentata dal modo in cui fu condotta la riforma liturgica. Alla fine sembrava che anche nella liturgia tutto si potesse creare da solo. Paolo VI condusse il Concilio con vigore e decisione fino alla sua conclusione, dopo la quale affrontò problemi sempre più difficili, che alla fine misero in discussione la Chiesa stessa. I sociologi dell’epoca paragonavano la situazione della Chiesa a quella dell’Unione Sovietica sotto Gorbaciov, dove nella ricerca delle riforme necessarie l’intera potente immagine dello Stato sovietico alla fine crollò.

Così, dinnanzi al nuovo Papa si presentò di fatto un compito assai arduo da affrontare con le sole capacità umane. Dapprincipio, però, si rivelò in Giovanni Paolo II la capacità di suscitare una rinnovata ammirazione per Cristo e per la sua Chiesa. In principio furono le parole pronunciate per l’inizio del suo pontificato, il suo grido: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” Questo tono caratterizzò tutto il suo pontificato rendendolo un rinnovatore e liberatore della Chiesa. Questo perché il nuovo Papa proveniva da un Paese dove ale il Concilio era stato accolto in modo positivo. Il fattore decisivo non fu quello di dubitare di tutto, ma di rinnovare tutto con gioia.

Nei 104 grandi viaggi pastorali che condussero il Pontefice in tutto il mondo, predicò il Vangelo come una notizia gioiosa, spiegando così anche il dovere di ricevere il bene e il Cristo.

In 14 encicliche presentò in modo nuovo la fede della Chiesa e il suo insegnamento umano. Inevitabilmente, quindi, suscitò opposizione nelle Chiese d’Occidente piene di dubbi.

Oggi mi sembra importante indicare il centro giusto dal quale leggere il messaggio contenuto nei diversi testi, il quale si pose all’attenzione di noi tutti nell’ora della sua morte. Papa Giovanni Paolo II è morto nelle prime ore della Festa della Divina Misericordia istituita da lui stesso. Vorrei inizialmente aggiungere qui una piccola nota personale che ci mostra qualcosa di importante per comprendere l’essenza e la condotta di questo Papa. Fin dall’inizio, Giovanni Paolo II rimase molto colpito dal messaggio della suora di Cracovia Faustina Kowalska, che aveva presentato la misericordia di Dio come il centro essenziale di tutta la fede cristiana e aveva voluto istituire la festa della Divina Misericordia. Dopo le consultazioni, il Papa previde per essa la Domenica in albis. Tuttavia, prima di prendere una decisione definitiva, chiese il parere della Congregazione per la Dottrina della Fede per valutare l’opportunità di tale scelta. Demmo una risposta negativa ritenendo che una data così importante, antica e piena di significato come la Domenica in albis non dovesse essere appesantita da nuove idee. Per il Santo Padre, accettare il nostro “no” non fu certo facile. Ma lo fece con tutta umiltà e accettò il nostro secondo “no”. Infine, formulò una proposta che pur lasciando alla Domenica in albis il suo significato storico, gli permise di introdurre la misericordia di Dio nel suo nella sua accezione originale. Ci sono stati spesso casi in cui rimasi impressionato dall’umiltà di questo grande Papa, che rinunciò alle sue idee favorite quando non c’era il consenso degli organi ufficiali, il quale – secondo l’ordine classico delle cose – si doveva chiedere.

Quando Giovanni Paolo II esalò l’ultimo respiro in questo mondo, si era già dopo i primi Vespri della Festa della Divina Misericordia. Ciò illuminò l’ora della sua morte: la luce della misericordia di Dio rifulse sulla sua morte come un messaggio di conforto. Nel suo ultimo libro, Memoria e identità, apparso quasi alla vigilia della sua morte, il Papa presentò ancora una volta brevemente il messaggio della misericordia divina. In esso egli fece notare che suor Faustina morì prima degli orrori della seconda guerra mondiale, ma aveva già diffuso la risposta del Signore a questi orrori. “Il male non riporta la vittoria definitiva! Il mistero pasquale conferma che il bene, in definitiva, è vittorioso; che la vita sconfigge la morte e sull’odio trionfa l’amore”.

Tutta la vita del Papa fu incentrata su questo proposito di accettare soggettivamente come suo il centro oggettivo della fede cristiana – l’insegnamento della salvezza – e di consentire agli altri di accettarlo. Grazie a Cristo risorto, la misericordia di Dio è per tutti. Anche se questo centro dell’esistenza cristiana ci è dato solo nella fede, esso ha anche un significato filosofico, perché – dato che la misericordia divina non è un dato di fatto – dobbiamo anche fare i conti con un mondo in cui il contrappeso finale tra il bene e il male non è riconoscibile. In definitiva, al di là di questo significato storico oggettivo, tutti devono sapere che

la misericordia di Dio alla fine si rivelerà più forte della nostra debolezza.

Qui dobbiamo trovare l’unità interiore del messaggio di Giovanni Paolo II e le intenzioni fondamentali di Papa Francesco: Contrariamente a quanto talvolta si dice, Giovanni Paolo II non è un rigorista della morale. Dimostrando l’importanza essenziale della misericordia divina, egli ci dà l’opportunità di accettare le esigenze morali poste all’uomo, benché non potremo mai soddisfarlo pienamente. I nostri sforzi morali vengono intrapresi sotto la luce della misericordia di Dio, che si rivela essere una forza che guarisce la nostra debolezza.

Durante il trapasso di Giovanni Paolo II, Piazza San Pietro era piena di persone, soprattutto di giovani, che volevano incontrare il loro Papa per l’ultima volta. Non dimenticherò mai il momento in cui l’arcivescovo Sandri annunciò la scomparsa del Papa. Soprattutto non scorderò il momento in cui la grande campana di San Pietro rivelò questa notizia. Il giorno del funerale del Santo Padre si potevano vedere moltissimi striscioni con la scritta “Santo subito”. Fu un grido che, da tutte le parti, sorse dall’incontro con Giovanni Paolo II. E non solo in Piazza San Pietro, ma in vari circoli di intellettuali si era discusso sulla possibilità di concedere a Giovanni Paolo II l’appellativo di “Magno”.

La parola “santo” indica la sfera divina, e la parola “magno” indica la dimensione umana. Secondo i principi della Chiesa, la santità viene valutata sulla base di due criteri: le virtù eroiche e il miracolo. Questi due criteri sono strettamente collegati tra di loro. Il concetto di “virtù eroiche” non significa un successo olimpico, ma il fatto che quello che dentro e attraverso una persona è visibile non ha una fonte nell’uomo stesso, ma è ciò che rivela l’azione di Dio dentro e attraverso di lui. Non si tratta di competizione morale, ma di rinunciare alla propria grandezza. Si tratta di un uomo che permette a Dio di agire dentro di sé e quindi di rendere visibile attraverso di sé l’azione e la potenza di Dio.

Lo stesso vale per il criterio del miracolo. Anche qui non si tratta di qualcosa di sensazionale, ma del fatto che la bontà guaritrice di Dio diventa visibile in un modo che supera le capacità umane. Un santo è un uomo aperto, penetrato da Dio. Un santo è una persona aperta a Dio, permeata da Dio. Un santo è uno che non concentra l’attenzione su se stesso, ma ci fa vedere e riconoscere Dio. Lo scopo dei processi di beatificazione e canonizzazione è proprio quello di esaminarlo secondo le norme della legge. Per quanto riguarda Giovanni Paolo II, entrambi i processi sono stati eseguiti rigorosamente secondo le regole vincolanti. Così ora egli si presenta davanti a noi come un padre che ci mostra la misericordia e la bontà di Dio.

È più difficile definire correttamente il termine “magno”. Durante i quasi duemila anni di storia del papato, l’appellativo “Magno” è stato adottato solo con riferimento a due papi: a Leone I (440-461) e a Gregorio I (590-604). La parola “magno” ha un’impronta politica presso entrambi, ma nel senso che, attraverso i successi politici, si rivela qualcosa del mistero di Dio stesso.

Leone Magno, in una conversazione con il capo degli unni Attila, lo convinse a risparmiare Roma, la città degli apostoli Pietro e Paolo. Senza armi, senza potere militare o politico, riuscì a persuadere il terribile tiranno a risparmiare Roma grazie alla propria convinzione della fede. Nella lotta dello spirito contro il potere, lo spirito si dimostrò più forte.

Gregorio I non ottenne un successo altrettanto spettacolare, ma riuscì comunque a salvare più volte Roma dai Longobardi – anche lui, contrapponendo lo spirito al potere, riportò la vittoria dello spirito.

Quando confrontiamo la storia di entrambi con quella di Giovanni Paolo II, la somiglianza è innegabile. Anche Giovanni Paolo II non aveva né forza militare né potere politico. Nel febbraio 1945, quando si parlava della futura forma dell’Europa e della Germania, qualcuno fece notare che bisognava tener conto anche dell’opinione del Papa. Stalin chiese allora: “Quante divisioni ha il Papa?” Naturalmente non ne aveva. Ma il potere della fede si rivelò una forza che, alla fine del 1989, sconvolse il sistema di potere sovietico e permise un nuovo inizio.

Non c’è dubbio che la fede del Papa sia stata un elemento importante per infrangere questo potere. E anche qui possiamo certamente vedere la grandezza che si manifestò nel caso di Leone I e Gregorio I.

La questione se in questo caso l’appellativo “magno” sarà accettato o meno deve essere lasciata aperta. È vero che in Giovanni Paolo II la potenza e la bontà di Dio è diventata visibile a tutti noi. In un momento in cui la Chiesa soffre di nuovo per l’assalto del male, egli è per noi un segno di speranza e di conforto.

Caro San Giovanni Paolo II, prega per noi!

Benedetto XVI

 

Seconda fase: Primo giorno

Oggi ricominciamo. Ricominciamo in sordina, senza suonare musiche trionfanti. Come conviene quando l’incertezza sembra ancora serpeggiare un po’ ovunque. Dopo questi due mesi e mezzo di convalescenza lavorativa, spirituale e sociale, oggi mettiamo il naso fuori con un certo tremore. Guai ad essere sfacciatamente liberi dalle preoccupazioni precedenti, come risulterebbe particolarmente ingiustificata una scioltezza troppo disinvolta.

Aprono i bar, i barbieri, i ristoranti, i negozi, insomma riprende vita quel corpo centrale delle nostre città e dei nostri paesi, senza i quali mancherebbe quella vistosa presenza di movimento e di rapporti interpersonali che tanto ha caratterizzato il periodo di quarantena.

Il prossimo mese, se tutto procede come ci auguriamo, apriranno pure i cinematografi e i teatri e così via via riprenderà forma una conduzione ed una esistenza più o meno simile a quella precedente questo terribile periodo.

Però, i costumi, le attenzioni, le modalità dovranno essere costantemente educate, per impedire qualche scivolone all’indietro. La coscienza di ciascuno di noi dovrà esibire una inedita maturità. Ci contiamo, prima di qualsiasi altro farmaco o risoluzione medica. Questo virus lo sconfigge anche ciascuno di noi, rispettando le regole che ci siamo collettivamente imposti.

Oggi, ho fatto una breve fila per entrare in una farmacia; ho visto il nobile comportamento di chi mi stava davanti e di chi mi stava dietro. Mi ha rincuorato. Non ho visto alcuna frenesia nei posti in cui sono stato. Sembra una vita un po’ al rallentatore. Vero. Meglio così. Almeno per un tempo congruo, fino a quando non avremmo messo fuori porta quel demonietto villano e guastafeste.

Ci scopriremo pertanto, tutti quanti ispirati ad una attenzione che, in tempi precedenti provavamo solo in determinati luoghi: ospedali; chiese; e in alcuni uffici pubblici. Adesso trasleremo questi comportamenti anche nei bar, nei ristoranti, nelle palestre, nei luoghi di divertimento, dove per lo più imperava una sorta di libera allegria.

Oggi tutto sarà smorzato. Pazienza. Bisogna saper fronteggiare anche questa seconda fase in modo consapevole e oserei dire persino in punta di piedi. Verranno tempi in cui riprenderemo le forme consuete. Ci auguriamo che giungano presto.

La primavera fiorisce in tutta bellezza e già questo è un gradevole segno affidato ai nostri occhi. Se ci comportiamo bene, vinceremo anche questa battaglia e l’estate potrà offrirci un sole ancora più caldo e invitante.

Ora si riparta dai Comuni.

Forse ha ragione Lucio D’Ubaldo con la sua provocazione. Il cosiddetto ritorno alla normalità dopo l’emergenza sanitaria nazionale, non può non contemplare anche il ritorno della democrazia.

Anche e soprattutto a livello locale. Perchè – ed è quasi scontato ricordarlo – è ovvio che in tempi di emergenza le decisioni devono essere rapide, svelte e il più possibile efficaci. Ma è altrettanto indubbio che la eccessiva velocità decisionale è direttamente proporzionale alla riduzione degli spazi democratici. Una riduzione che è riconducibile a questa terribile pandemia che ha annullato, di fatto, la fisicità. Cioè la concreta possibilità di incontrarsi, di parlare liberamente e di ritrovarsi con le modalità organizzative che storicamente caratterizzano le società libere e democratiche. Come quella, del resto, che sperimentiamo da oltre 70 anni.

Ora si tratta, però, anche di recuperare quel deficit di democrazia che abbiamo subito in questa fase. A livello locale come a livello nazionale. Perchè non si vive di sole ordinanze, di soli decreti e di soli Dpcm. Queste sono modalità che, se non vengono limitate e circoscritte, rischiano di indebolire e di incrinare il tessuto democratico. E questa prassi si può e si deve invertire a partire proprio dalla dimensione locale.

Dai comuni. Per chi, come noi, approda alle istituzioni attraverso “la palestra democratica per eccellenza, cioè il Comune”, come diceva con rara efficacia Luigi Sturzo agli inizi del ‘900, ha il dovere di contribuire a rilanciare lo spirito e l’afflato democratico ripartendo proprio dai Comuni. A prescindere dal ruolo istituzionale che possiamo avere di volta in volta. E questo perchè l’esercizio della democrazia non può subire interruzioni o pause.

È una cultura, una prassi e un costume che accompagnano e caratterizzano ogni momento della vita politica e della vita pubblica. E, dopo una emergenza che ha sconvolto la normale e fisiologica prassi democratica della politica italiana, forse è giunto anche il momento di ripristinare le normali modalità del nostro ordinamento repubblicano. E la ripartenza non può che avvenire dai Comuni. 

Attenti alla fiammata di ritorno!

Oggi si apre una nuova fase di allentamento riguardo alle redini della sicurezza anti pandemia per i cittadini in lock down, ma già da qualche giorno le redini della sicurezza anti pandemia si erano almeno psicologicamente già allentate. Nei media non si sentivano da tempo gli inviti alla prudenza è l’imperativo categorico: ‘restate a casa’.

Anzi ma mano son passati i giorni, sopratutto i rappresentanti delle regioni, in un crescendo rossiniano, hanno incalzato le autorità nazionali, sotto sotto, accusati di eccessiva rigidità. Naturalmente, se il governo nazionale è stato vissuto con accuse talvolta velate e talvolta palesi come chi toglie libertà alle persone e toglie la possibilità ad ogni categoria di imprese e servizi di guadagnare, alla lunga la percezione generale porta alla convinzione che si sta esagerando e dunque bisogna assolutamente rompere gli argini.

Ecco che allora ci siamo: si riaprono i negozi, la libertà di muoversi è maggiore, al mare ci si potrà andare ma alla condizione di distanze prescritte, così come nei bar, parrucchieri, alberghi, piscine e palestre. Ora prepariamoci a studiare tutti i regolamenti regionali che nella sostanza, per dirla con il Presidente del consiglio, stabiliscano quello che vogliono ma se il virus ringalluzzisce, si ritorna alle restrizioni iniziali. Penso che il problema sia proprio questo: come si governa una pandemia. Abbiamo imparato in questo periodo che i capi di governo nel mondo che hanno voluto inizialmente assumere un comportamento negazionista dei rischi, come Trump, Johnson e Bordonaro, si ritrovano tutti in capo alla lista nera dei paesi più contagiati, e dunque non c’è di stare tranquilli: allentare si ma con le redini salde in mano in modo tale da governare con attenzione ogni piccolo fenomeno da saper leggere rapidamente e sanare.

Lo si potrà fare con 20 regolamenti regionali in funzione, quando la contiguità e la relazione, almeno per le nostre regioni è un dato di fatto? Ad esempio: se dalla Lombardia si fossero meglio sorvegliati  coloro che partivano, molte altre regioni avrebbero avuto una diffusione del virus largamente inferiore. Diversi scienziati ci dicono in questi giorni che si può verificare una fiammata di ritorno della malattia, e stando alla esperienza di un secolo fa con la ‘spagnola’, la seconda fiammata fu molto più disastrosa della prima a causa del clima prematuro di fuoruscita dal problema vissuto dalle autorità e di conseguenza dei cittadini.

Allora, credo, che pur allentando la briglia, la vigilanza dovrà essere davvero strettissima. Non dico certo di ricorrere alle norme draconiane delle autorità del Qatar, ma neanche di regolarci nei comportamenti solo seguendo gli umori di chi guarda al suo particolare e non sa vedere il quadro generale.

Il progetto online del Pushkin Museum of Fine Arts.

Il Museo Pushkin di Mosca, presenta un nuovo progetto online “100 Ways to Live a Minute” in cui gli artisti, che creano e riflettono sull’arte condividono le loro esperienze sul gestire il tempo in modo significativo. L’autoisolamento, per i creativi, è una scelta piuttosto abituale, artisti, scrittori e filosofi trovano un  modo personale di domare il tempo scavando nella struttura stessa della quotidianità. Insieme al Museo Pushkin, e al loro nuovo progetto online, si potranno prendere spunti su un tipo di ozio creativo e su un modo di vivere il tempo che sia ricco di significato.

Nell’attuale situazione legata all’emergenza sanitaria, l’arte multimediale sta avendo un grande slancio, si diffonde nelle case, riesce a stabilire connessioni tra le persone senza intermediari. Il progetto “100 Ways to Live a Minute” rappresenta una trasformazione significativa del Museo nei confronti dell’esperienza condivisa, dell’appartenenza dell’Arte e verso le forme innovative di presentazione e scambio con i partner internazionali “. Dice Olga Shishko, direttrice del dipartimento di media art, curatrice della direzione del Museo Pushkin XXI e responsabile di questo progetto, che si definisce di ricerca, assolutamente  aperto, in cui diversi contributi di artisti, storici dell’arte, scrittori e collezionisti vengono regolarmente pubblicati in una sezione speciale del sito del Museo Pushkin.
Il progetto è  suddiviso in tre parti:

MEDIA QUARANTINE “. Artisti e curatori condividono i propri metodi per dominare il tempo.

TIME:CATEGORY OF CONTEMPLATION“. Artisti, curatori e ricercatori raccontano un’opera della storia dell’arte che esplora il tema della dilatazione del tempo, della contemplazione, della solitudine.

DIGITAL EXCHANGE“. Broadcast esclusivi di opere dei più importanti media- artist internazionali.

Tutti i materiali del progetto “100 Ways to Live a Minute” sono pubblicati e disponibili sul sito Web: 100waystoliveaminute.pushkinmuseum.art.

Dal carcere una colletta alimentare per famiglie in difficoltà del territorio

“La solidarietà oltrepassa anche i muri del carcere”. Questo il messaggio che arriva dalla casa circondariale di Frosinone. Gli agenti di polizia penitenziaria insieme ai detenuti hanno organizzato una colletta alimentare per l’acquisto di beni di prima necessità per le famiglie indigenti del territorio.

Nei giorni scorsi, è avvenuta la consegna dei beni raccolti ed è stata la Caritas della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino a provvedere alla distribuzione, attraverso la sua rete di centri di ascolto parrocchiali, diffusi su tutto il territorio diocesano. “

“La donazione è particolarmente significativa perché arriva anche dai detenuti”, ha sottolineato il direttore della Caritas, Marco Toti. “È un ulteriore tassello di quello che il nostro Vescovo mons. Spreafico chiama “contagio positivo del bene” che ci fa sentire tutti uniti”.

Sviluppato un nuovo metodo per confrontare i rischi sulla salute dei prodotti del tabacco

l’Istituto di ricerca olandese RIVM ((Rijksinstituut voor Volksgezondheid en Milieu, Istituto Nazionale Olandese per la Salute Pubblica e l’Ambiente), agenzia del Ministero della Salute del Welfare e dello Sport olandese e parte del Tobacco Laboratory Network dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha di recente messo a punto un metodo statistico-matematico per confrontare il rischio per la salute derivante dall’uso di sigarette convenzionali e dall’uso di prodotti alternativi. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Risk Analysis.

I ricercatori si sono concentrati sul Cambiamento nell’Esposizione Cumulativa (CCE) dei composti emessi dai due prodotti, sigarette classiche e prodotti a tabacco riscaldato. Il modello è costituito da 6 differenti step di analisi dei dati che consentono di stimarne l’impatto sulla salute coniugando l’esposizione cumulativa con le informazioni relative agli effetti dose-risposta. Sono state considerate 8 sostanze cancerogene presenti nelle emissioni del fumo di sigaretta e nel vapore emesso dai prodotti a tabacco riscaldato (acrilonitrile; acetaldeide; benzopirene; butadiene; ossido etilenico; formaldeide; nitrobenzene; ossido propilenico).

La risposta dose-dipendente delle 8 sostanze cancerogene è stata calcolata in base a differenti classi di gravità dei diversi tipi di tumore (preneoplastici, benigni, maligni, metastatici in uno o più organi) calcolando la modifica dell’emissione cumulativa delle sostanze nel fumo di sigaretta e nel vapore emesso dai prodotti a tabacco riscaldato, traducendo il relativo intervallo in una stima di impatto sulla salute, basata sui dati disponibili nei fumatori.

Queste le conclusioni degli autori: “Il risultato di questa analisi probabilistica è stato un potenziale cancerogeno da 10 a 25 volte inferiore per chi consumi lo stesso numero di cartucce usate con gli apparecchi per il tabacco riscaldato e di sigarette convenzionali e ciò si traduce in un sostanziale incremento nell’aspettativa di vita (per il sottogruppo di persone che morirebbero a causa del cancro) negli utilizzatori di tabacco riscaldato rispetto ai fumatori convenzionali”.

“Tuttavia – spiegano gli autori – questa è una conclusione preliminare, poiché finora sono stati considerati solo otto agenti cancerogeni e inoltre, rimane un impatto sulla salute correlato all’uso del tabacco riscaldato se paragonato a una cessazione completa”.

Arriva la siepe anti-contagio

Arriva la siepe anti-contagio per ottimizzare gli spazi e salvare bar, ristoranti, spiagge e locali pubblici con barriere verdi in grado di separare fisicamente ambienti e persone, bloccando il droplet aereo portatore del virus.

Assieme ai timori per la sicurezza e le relative responsabilità, le preoccupazioni per Il rispetto delle distanze all’interno dei locali commerciali rappresenta  il vincolo  più gravoso da rispettare con le limitazioni degli spazi che in molti casi comportano addirittura la mancanza di convenienza alla riapertura

Si tratta in pratica di una linea di piante – da anni in produzione – che per l’occasione è stata ampliata e resa personalizzabile per altezza, dimensioni, varietà, condizioni ambientali, specifiche esigenze dei clienti e perfettamente adattabile alle nuove norme imposte per il rispetto del distanziamento sociale fra le persone nelle aree esterne. Il progetto dei distanziatori verdi è stato lanciato a livello europeo, nei 60 paesi in cui Giorgio Tesi Group esporta le piante coltivate nei vivai pistoiesi. Una soluzione non solo più friendly per turisti e clienti della ristorazione, ma anche sostenibile dal punto di vista ambientale.

Il viaggio di (Ettore) Colombo: il dizionario che spiega la politica attraverso fatti, personaggi e aneddoti vari.

“Questo libro cerca di fornire alcune risposte alle tante domande, con un tocco di ironia. Perché senza l’ironia affrontare la politica italiana davvero non è possibile”. Poche pennellate e tutto si colora, prende forma, diventa familiare. Si passa alla lettura, chiusa l’introduzione, con lo spirito giusto e l’attenzione dovuta. Bisogna riconoscere, anzitutto, che Ettore Maria Colombo, giornalista affabile e arguto, non smentisce una consumata propensione a manipolare le parole con la carezza del boxeur. Non ti accorgi quando tira la botta che fa più male delle altre. Ne dobbiamo tenere conto.

Come tanti giornalisti impegnati sul web non tanto per vezzo quanto per necessità, anche lui ha trasferito la battaglia della penna nell’universo digitale, ma si è voluto distinguere facendo uso dell’ironia, per l’appunto, giocando cioè con il proprio nome, sicché ha denominato il blog di sua pertinenza “L’uovo di Colombo”. Tuttavia, alla fine dello scorso anno ha mandato in stampa questo suo “Piove governo ladro” (All araound, 2019) e vi ha subito aggiunto, come sottotitolo, una frase illuminante: “Un dizionario della politica della Terza Repubblica, senza dimenticare le altre…”.

Si tratta di un viaggio per mari e per monti, ovvero per i luoghi più disparati della politica, che Colombo idealmente affronta con leggerezza, alla ricerca di tesori ovunque nascosti. Qui sta l’originalità dell’impresa. Ogni tanto, infatti, arrivano in libreria nuovi lavori di ricognizione sulle parole della politica. Alcuni hanno l’ambizione, non sempre giustificata, di stare al passo con le magistrali lezioni di un Norberto Bobbio; altri tentano la via più facile della divulgazione, senza troppo affannarsi a comprovare l’esistenza di un substrato teorico a base della proposta editoriale. Nel nostro caso, invece, non appena si compulsa questo libro di trecento e più  pagine, si ha l’impressione che la fatica maggiore dell’autore sia consistita nell’inventare un collage di temi e soggetti, senza perdere il filo conduttore della rappresentazione scritta, quindi con dovizia di conoscenza e capacità di giudizio.

Le voci riguardano, a seconda dei capitoli, le locuzioni più note e i vari “oggetti” della politica, come pure i protagonisti più importanti della vita pubblica, sia di oggi che di ieri. È una carrellata di fatti e figure che si rincorrono e s’intrecciano, obbligando chi legge a seguire il tracciato di una originale pista conoscitiva. Si passa dunque da Togliatti a Monti, o da De Gasperi a Zingaretti; si parla di democristiani e comunisti, ma anche dell’odierno fronte sovranista; si citano le “convergenze parallele” o il “maanchismo”, vale a dire il “ma anche” dell’impreggiabile imitazione di Veltroni messa in scena da Crozza; si arriva a spiegare, quando pure sembra inutile oggi qualsiasi spiegazione di tal genere, vista la riluttanza di consumatori dell’antipolitica, cosa voglia significare “filibustering parlamentare”.

L’ironia di Colombo è un venticello che scuote le abitudini o le presunzioni o le facilonerie, di cui in effetti siamo tutti  prigionieri inconsapevoli. Per qualche verso, a dispetto della sicurezza che sovrasta il discorso pubblico, le note del libro servono a decomprimere il sunto delle normali convenzioni logiche, stilistiche e concettuali. Basti far ricorso, a mo’ di esempio, al titolo che campeggia in copertina: qual è l’origine – domanda assai insidiosa –  del motto “piove governo ladro”, così rappresentativo della vocazione al guizzo polemico e irrisorio del cittadino comune di fronte all’operato dei governanti di turno? Scopriremo che si motteggia a briglia sciolta senza tuttavia vantare un minimo di conoscenza a riguardo del perché e del percome si usa una determinata espressione.

Poi ci sono gli aneddoti e le “frasi famose”, quelle che inchiodano, specialmente dopo anni, alla pochezza o dabbenaggine degli autori. Qui Colombo si accanisce da par suo a denudare le numerose figure odierne che occupano la scena del potere, mostrando di esse i vezzi e i difetti, scarnificandone le conclamate aberrazioni di stile e di comportamento, per restituire un’immagine che ne sancisce le contraddizioni, gli inciampi, le improbabili esuberanze. È un quadretto piuttosto gustoso, non privo di sorprese, che in fondo agevola e allieta la lettura, senza che da ciò derivi l’abbandono di un criterio direttivo nella composizione di questo dizionario.

Infine dobbiamo fare cenno alle ricostruzioni. Chi si ricorda del “complotto dei 101”? Tanti erano i franchi tiratori che affossarono la candidatura di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. “La sera del 18 aprile 2013 si ritrovano Renzi e i suoi. Il giorno prima si era consumato il flop di Franco Marini, candidato al Quirinale sulla base dell’accordo tra Bersani e Berlusconi…” (p. 130). Il racconto, anche questo sotto forma di viaggio nei meandri del Palazzo, ci riporta agli intrighi di quel tempo (appena sette anni fa, ma lontani anni luce e quindi cancellati dalla memoria collettiva). Sul punto Colombo aderisce alle cronache, non formula giudizi. Gli manca la “cattiveria” necessaria a stabilire, ad esempio, quanto fragile sia stata la segreteria Bersani, a prescindere dalla voglia di fare che l’ha caratterizzata. Forse ha ragione lui, perché un giornalista che analizza la politica deve sempre mantenere il giusto disincanto, per non forzare i giudizi; ma forse ha torto, perché un giornalista scrupoloso, ancorché sereno ed obiettivo, se incontra la verità lungo il suo viaggio, non può fare a meno di onorarla. 

Il torto di Colombo, se vale il paradosso, sta nel rendere comunque ossequio alla verità. Finge a se stesso quando mima l’equanime disporsi dell’intellettuale senza partito a disciplinare il giusto e l’ingiusto, sebbene l’istanza che domina, moralmente e politicamente, cancelli nel suo argomentare l’ipocrisia mascherata di equidistanza.   Nell’impastare lemmi e locuzioni ha speso molto sentimento, giostrando nel campo di fredde passioni, sì trattenute e compresse, per autentica professionalità, ma certo fino in fondo preservate dall’usura di banalità e conformismi. A chiusura del libro, Colombo ci parla del  suo archivio “totalmente desueto”, fatto di ritagli di stampa e cartelline, a cui aggiunge nella pratica, quasi ridotto a fatto puramente strumentale, l’enorme protesi del catalogo universale della Rete. Il libro, insomma, è frutto di ricerca e d’impegno, sicché nessuno può pensare che abbia il brutto crisma del pamphlet usa e getta, sfornato a botta di clic.    L’augurio, per questo, è che continui il lavoro di scavo sulla complessità della politica, nei suoi risvolti più noti e insieme nei sui aspetti più nascosti, coltivando il gusto di accompagnare i lettori sul sentiero della buona ricostruzione storica, pure con la giusta dose d’ironia.

Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia. La dichiarazione del Presidente Mattarella

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «La ricorrenza del 17 maggio è stata scelta, in ambito internazionale, per promuovere il contrasto alle discriminazioni, la lotta ai pregiudizi e la promozione della conoscenza riguardo a tutti quei fenomeni che, per mezzo dell’omofobia, della transfobia e della bifobia, perpetrano continue violazioni della dignità umana.

Le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana che trovano, invece, specifica tutela nella nostra Costituzione e nell’ordinamento internazionale. 

È compito dello Stato garantire la promozione dell’individuo non solo come singolo, ma anche nelle relazioni interpersonali e affettive. Perché ciò sia possibile,tutti devono essere messi nella condizione di esprimere la propria personalità e di avere garantite le basi per costruire il rispetto di sé. La capacità di emancipazione e di autonomia delle persone è strettamente connessa all’attenzione, al rispetto e alla parità di trattamento che si riceve dagli altri.

Operare per una società libera e matura, basata sul rispetto dei diritti e sulla valorizzazione delle persone, significa non permettere che la propria identità o l’orientamento sessuale siano motivo di aggressione, stigmatizzazione, trattamenti pregiudizievoli, derisioni nonché di discriminazioni nel lavoro e nella vita sociale».

Potere e religione: la forza della novità cristiana. Un confronto sulla querelle tra Simmaco e Ambrogio (IV secolo). E oggi?

Roberto Paolucci aveva pubblicato l’altro giorno, utilizzando la chat dei Popolari Toscani Europei, una riflessione originale sui rapporti tra fede e politica. La questione meritava un approfondimento, per non disperdere il valore delle suggestioni proposte. Il compito se lo è assunto Emanuela Valeriani. Due punti di vista collimanti, ma al tempo stesso diversi. In sostanza, da una disputa del IV secolo si scende in picchiata sull’attualità. Siamo lieti di proporre ai lettori de “Il Domani d’Italia” i due interventi.

Roberto Paolucci

Nel IV secolo dopo Cristo la disputa Simmaco San’Ambrogio, vescovo di Milano può essere considerata l’inizio del relativismo. Dice Simmaco, senatore e prefetto romano che voleva rimettere al suo posto nel Senato di Roma la dea vittoria:

Quid interest qua quisque prudentia verum requirat? Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum” (Relatio III, 10). La conoscenza del divino, dice il prefetto di Roma, può essere raggiunta in modi diversi; perché dunque privilegiarne uno soltanto?

Tale disputa sembra in qualche modo ricollegarsi al non sopito e sempre fecondo odierno dibattito sul dialogo interculturale ed interreligioso. La risposta del vescovo Ambrogio è nella sua epistola n.18, indirizzata all’imperatore Valentiniano:

“Leggi e rileggi, ti prego, e fruga a fondo la dottrina dei pagani. Appariscenti e magniloquenti suonano le loro parole, ma difendono idee vuote di vero; parlano di Dio, ma adorano una statua…Dice che «non si può giungere per una sola via a un mistero così grande». Ciò che voi ignorate, noi lo sappiamo dalla voce di Dio. E ciò che voi ipotizzate, a noi è noto dalla stessa sapienza e verità di Dio. Non c’è accordo dunque fra la vostra e la nostra condotta. Voi implorate dagli imperatori la pace per i vostri dèi, noi chiediamo a Cristo la pace per gli stessi imperatori. Voi venerate le opere delle vostre mani, noi riteniamo offensivo ritenere Dio tutto ciò che si può fabbricare. Dio non vuole essere adorato in una pietra. Perfino i vostri filosofi ne hanno riso. Che voi negate la divinità di Cristo perché non credete alla sua morte (non sapete infatti che quella fu una morte della sua carne, non della sua divinità, a cui si deve se nessuno più dei credenti morirà), che c’è di più insensato di voi, che adorate offendendo, e onorate umiliando? Giacché voi reputate vostro Dio un pezzo di legno. Che venerazione offensiva! Non credete che Cristo sia potuto morire…”.

Ambrogio, campione del nuovo mondo in ascesa, impone il valore del cambiamento, dell’evoluzione e del progresso: “Infatti, come le cose naturali si son venute via via perfezionando, così anche gli uomini, attraverso tentennamenti e vacillamenti, sono giunti nella tarda vecchiaia alla pura fede”. 

Oggi, in Europa, torna attuale la disputa sull’altare della Vittoria e il crocifisso. Infatti, la recente sentenza della Corte europea dei diritti umani sulla rimozione del crocifisso dalle aule della scuola statale e le polemiche che l’hanno accompagnata possono indurre ad assimilare la rimozione e i contendenti del quarto secolo alla rimozione e ai contendenti di oggi.

Ci sono, però, importanti differenze.La prima rimozione è un fatto, la seconda ha deboli possibilità di diventarlo.

In effetti, l’eterogeneo fronte politico che si oppone alla sentenza di Strasburgo è così ampio da renderne difficoltosa la applicazione.

La rimozione del crocifisso, se diventasse un fatto, sarebbe un’operazione simbolica fondamentale di passaggio dal regime di religione di Stato, che tollera più o meno le altre religioni, alla libertà religiosa dello Stato laico, che non ha religione né simboli religiosi.

La rimozione dell’altare della Vittoria è, invece, un momento della transizione da un’antica ad una nuova religione di Stato. La laicità promossa da quell’atto è provvisoria, è la tregua temporanea tra due forze religiose e politiche in conflitto, una in declino e l’altra in ascesa.

Simmaco e Ambrogio difendono due diverse pratiche d’imposizione della religione di Stato: una ormai perdente, nostalgica e permissiva, l’altra vincente, progressista e intransigente.

Ai nostri giorni starebbero entrambi dalla stessa parte: contro la sentenza di Strasburgo.

  • ••

Emanuela Valeriani

La rimozione dell’altare della Vittoria dalla Curia nel 382 è solo una delle azioni messe in campo dall’imperatore Graziano per colpire il paganesimo. Infatti, il culto che fino a quel momento era stato sovvenzionato dallo Stato, cessò anche di ricevere ogni forma di finanziamento pubblico. Un colpo decisivo, inferto da un imperatore di fede nicena che ben rappresenta un fenomeno importante del IV secolo: la cristianizzazione del mondo antico. 

Come ha correttamente scritto Herbert Bloch, “uno dei fenomeni più notevoli del secolo IV è la rapidità con cui la Chiesa, sino allora perseguitata, dopo essersi procurata l’aiuto del governo di recente convertito al cristianesimo, passò dalla difesa all’attacco”. La querelle tra Simmaco e Ambrogio – che peraltro avvenne in maniera indiretta – si inserisce in tale contesto, mettendo in evidenza il ruolo imperiale nelle questioni di carattere religioso. Nel IV secolo, infatti, l’appoggio o meno del potere politico è ciò che determina la vittoria di una religione su un’altra – come in questo caso – o di una corrente cristiana su un’altra, come nel caso della controversia ariana.

Simmaco e Ambrogio rappresentano, quindi, come ha osservato Michel Meslin, due opposti “totalitarismi religiosi” che cercano di avere dalla propria parte il potere politico per prevalere l’uno sull’altro.  

In tal senso, il raffronto tra la sentenza della Corte europea dei diritti umani sulla rimozione del crocifisso dai luoghi pubblici e l’imposizione di Graziano di rimuove l’altare della Vittoria dalla Curia è – a mio avviso – condivisibile perché, in entrambi i casi, un’autorità giuridica è chiamata a intervenire su questioni riguardanti la religione.

Detto questo, bisogna chiedersi, però, a chi giova oggi che un’autorità giuridica sia chiamata a pronunciarsi in merito a questioni inerenti la religione. Certamente non giova alla politica, tenuto conto che si tratta di decisioni che, seppur tese alla difesa della libertà religiosa, si guadagnano critiche severe e risultano essere – a livello elettorale – sempre più impopolari. Ma non giova neppure alla chiesa cattolica e tantomeno alla fede cristiana.

Relativismo, quindi, non è togliere il crocifisso dai luoghi pubblici – obbligo introdotto peraltro da una legge dello Stato fascista nel ’24 – ma è accettare che a rivendicare l’importanza dei valori cristiani sia la presenza o meno della croce nei luoghi pubblici, riducendola a un simbolo arido e muto. La croce di Cristo per tutti i cristiani, invece, parla di Dio che si è fatto vicino alla fragilità dell’uomo. Simbolo di speranza e di salvezza, ma non di potere! 

I cristiani sono chiamati a vivere ogni giorno, nei luoghi della vita quotidiana, la responsabilità di “difendere” il valore profondo della croce. Anzi, oggi le chiese devono tornare a preoccuparsi di evangelizzare l’Europa non per contrapporsi, come nel IV secolo, ad altre religioni, ma per far conoscere di nuovo Gesù e la sua Parola: questo è il nodo e la sfida dei cristiani affinché la loro voce sia forte e incisiva in un mondo che non mette più al centro l’essere umano.

Un atteggiamento responsabile e autenticamente cristiano di ciascun credente diventa, inevitabilmente, anche un “atto politico” come diceva don Milani.

Perché, allora, le istituzioni europee sentono il bisogno di intervenire su questo aspetto? Perché, invece, rimangono quasi inerti di fronte al dramma dei migranti che muoiono in mare, che sono venduti ai trafficanti, che sono ridotti in schiavitù nei nostri “civilissimi” Paesi? Perché non avvertono la responsabilità dei morti di tante guerre? Perché non sentono la necessità di darsi regole comuni a tutela dell’ambiente?

Di fronte a questi scenari, il compito della politica europea è quello di porre in essere azioni concrete e urgenti – non ideologiche – che promuovano i valori di quell’umanesimo proprio della nostra tradizione europea, cristiana e laica, mentre la vera sfida per i cattolici è fare in modo che le politiche europee non distolgano lo sguardo dalle tante croci di questo mondo.

Conte: “Riapriamo a condizione che le Regioni accertino che la curva epidemiologica sia sotto controllo”

“Abbiamo approvato il decreto-legge che da lunedì 18 maggio ci consente di entrare a pieno regime nella fase due; abbiamo anche ultimato il dpcm con le norme attuative di questo decreto-legge. Affrontiamo questa fase due con voglia di ricominciare ma con prudenza. I dati della curva epidemiologica sono incoraggianti, ci confermano che gli sforzi collettivi fin qui fatti hanno prodotto i risultati attesi: è sceso il numero dei malati, dei contagiati, dei decessi, è aumentato il numero dei guariti. Abbiamo inoltre potenziato le nostre strutture ospedaliere: abbiamo nuovi posti in terapia intensiva e subintensiva. Abbiamo anche incrementato i controlli con i tamponi e con i test sierologici; stiamo adesso per sperimentare la nuova app Immuni. In definitiva, siamo nella condizione di affrontare questa fase due con fiducia ma anche senso di responsabilità”.

Ha dichiarato il Presidente Conte che ha poi illustrato le principali misure contenute del Dpcm.

“Da lunedì ci si sposterà all’interno della regione senza nessuna limitazione: quindi via alle autocertificazioni. Questo significa uscire di casa senza più dover giustificare le ragioni dello spostamento. Si potrà andare dove si vuole: in un negozio, in montagna, al lago, al mare. Riprende anche la vita sociale, riprendono gli incontri con gli amici. Rimane naturalmente il divieto di uscire di casa per chi è positivo al virus, per chi viene posto in quarantena. Rimangono anche limitazioni per chi ha sintomi riconducibili al Covid-19, che dovrà rimanere a casa. Resta il divieto di creare assembramenti di persone in luoghi pubblici. In questa fase bisognerà comunque rispettare la distanza di un metro e, anche, raccomandiamo di portare con sé la mascherina che peraltro va indossata obbligatoriamente in alcuni specifici luoghi. In ogni caso raccomandiamo sempre di indossarla al chiuso o anche all’aperto nell’eventualità – immaginate –  di una strada particolarmente affollata in cui ci fosse il rischio o l’impossibilità di rispettare le distanze”.

Il Presidente ha quindi spiegato che fino al 3 giugno gli spostamenti interregionali saranno possibili solo per motivi di lavoro, salute e urgenza. A partire da tale data, se i dati continueranno ad essere incoraggianti, oltre che su tutto il territorio italiano, sarà possibile viaggiare all’interno degli Stati dell’Unione europea, senza obbligo di quarantena per chi arriva in Italia.

Per quanto riguarda le attività commerciali, dal 18 maggio riapriranno i negozi di vendita al dettaglio (quali ad esempio abbigliamento, calzature ecc.), le attività legate alla cura della persona (parrucchieri, barbieri e centri estetici), così come le attività per la ristorazione (bar ristoranti, pizzerie, gelaterie, pub, ecc.). Il tutto a condizione che le Regioni accertino che la curva epidemiologica sia sotto controllo e che vengano adottati protocolli di sicurezza.

Sempre a partire da lunedì potranno riprendere la loro attività gli stabilimenti balneari, così come potranno riprendere gli allenamenti degli sport di squadra e riapriranno i musei. Il tutto sempre nel rispetto dei protocolli di sicurezza specifici.

Dal 18 maggio è prevista anche la ripresa delle celebrazioni liturgiche e religiose in ossequio alle disposizioni di sicurezza stabilite nei protocolli firmati nei giorni scorsi dal Governo e dalle rappresentanze delle varie comunità religiose.

Il Presidente Conte, infine, ha annunciato che dal 25 maggio è stata programmata la riapertura di palestre, piscine, centri sportivi e che dal 15 giugno potranno riprendere le loro attività cinema e teatri.  Da tale data, inoltre, “sarà a disposizione dei nostri bambini un ventaglio di offerte varie a carattere ludico-ricreativo. E qui devo ringraziare ancora una volta gli enti locali per aver collaborato proficuamente all’elaborazione di questo ventaglio di attività e di offerte”.

Il Presidente ha quindi spiegato che le singole Regioni avranno la possibilità di decidere se ampliare o restringere le misure in base alle valutazioni sui dati epidemiologici dei loro territori.

Trump: “Lavoriamo a vaccino gratis per tutti”

L’Amministrazione Usa ”sta cercando” di ottenere un vaccino per il coronavirus che sia gratuito per tutti. Lo ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump incontrando i giornalisti alla Casa Bianca, affermando che ”stiamo lavorando a questo”.

L’affermazione del presidente arriva dopo il ricalcolo delle possibili vittime a breve termine.

Infatti sembra che ci saranno più di 100mila morti negli Stati Uniti entro il primo giugno, causati da complicanze legate al coronavirus.

Questo è l’avvertimento arrivato dal direttore dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), Robert Redfield, che su Twitter ha aumentato le previsioni sulla mortalità causata dal Covid-19 analizzando 12 modelli elaborati da diverse istituzioni, dalla Columbia University al Massachusetts Institute of Technology.

“A partire dall’11 maggio, tutti (i 12 modelli, ndr) prevedono un aumento dei decessi nelle prossime settimane e un totale complessivo di oltre 100mila entro il primo giugno”, ha twittato Redfield.

Fase 2: balzo dei prezzi dalla frutta (+8%) e del latte.

Balzano i prezzi al consumo dalla frutta (+8,4%) alla verdura (+5%) ma anche latte (+4,1%) e salumi (+3,4%) spinti dalla corsa agli acquisti degli italiani in quarantena e dallo sconvolgimento in atto sul mercato per le limitazioni ai consumi fuori casa per le chiusure imposte alla ristorazione dall’emergenza coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati Istat relativi all’inflazione durante il periodo di lockdown ad aprile fa rimane invariata ma raggiunge il +2,7% per gli alimentari mentre l’inflazione risulta azzerata.

In contrasto con l’andamento dell’inflazione, che ad aprile su base tendenziale si è azzerata, il carrello della spesa registra un rincaro per molti prodotti alimentari la cui domanda – sottolinea la Coldiretti – è stata fortemente influenzata dal lungo periodo di quarantena. A spingere in alto la spesa è stata anche la paura di rimanere senza scorte con la dispensa vuota che ha favorito l’acquisto di prodotti a lunga conservazione. Infatti ad aumentare – continua la Coldiretti – è anche il prezzo della pasta (+3,7%), uova (+3,2%), dei piatti pronti (+2,5%), del burro (+2,5%), delle carni (+2,5%), dei formaggi (+2,4%), dello zucchero (+2,4%), degli alcolici (+2,1%) del pesce surgelato (+4,2%) e dell’acqua (+2,6%). Con l’emergenza Coronavirus gli italiani – precisa la Coldiretti – hanno aumentato l’acquisto di alimenti sani ricchi di vitamine come la frutta e verdura per aiutare a rafforzare il sistema immunitario contro il virus con balzi della spesa trainati dalla voglia di avere in casa una riserva naturale di vitamine consigliata anche dall’ISS che sul sito, nei consigli sull’alimentazione durante l’emergenza COVID-19, invita proprio ad “aumentare la quota di alimenti vegetali nella nostra dieta” con “più frutta e verdura e più legumi in ogni pasto della giornata”.

Una situazione che si scontra con le previsioni di calo nella produzione di frutta estiva italiana secondo la Coldiretti che stima il dimezzamento delle albicocche ed una brusca riduzione delle ciliege per effetto dell’andamento climatico anomalo. Ma sulla situazione – precisa la Coldiretti – pesa anche la mancanza di lavoratori per la raccolta della frutta con le difficoltà alle frontiere per gli stagionali che ogni anno varcano i confini per poi tornare nel proprio Paese.

A incidere sulle quotazioni – sottolinea la Coldiretti – è stata la chiusura forzata di ristoranti, bar, agriturismi e, in molte regioni, anche dei mercati rionali e degli agricoltori che moltiplicando le offerte ampliano la concorrenza aumentando le possibilità di scelta dei consumatori. Una situazione aggravata dai problemi nei trasporti per le difficoltà dei camion a viaggiare a pieno carico sia all’andata che al ritorno in conseguenza del blocco di molte attività produttive, con la conseguenza che quasi sei aziende agricole su dieci (57%) sono in difficoltà secondo l’analisi Coldiretti/Ixe’ che evidenzia anche la frenata nelle esportazioni Made in Italy.

Pubblicato il bando “Voucher 3I” per le start-up innovative

A partire da lunedì 15 giugno 2020 si potranno presentare le domande per richiedere il “Voucher 3I –Investire In Innovazione”, che mira a sostenere la competitività delle start up innovative finanziando i servizi di consulenza necessari a valorizzare e tutelare, in Italia e all’estero, i processi tecnologici attraverso la brevettabilità dell’invenzione.

Con la pubblicazione odierna del bando diventa, infatti, operativa la misura agevolativa prevista dal ‘Decreto Crescita’, che prevede uno stanziamento di 19,5 milioni di euro per il triennio 2019-2021.

Per avere diritto al Voucher, i servizi di consulenza dovranno essere forniti da consulenti in proprietà industriale o avvocati, iscritti in appositi elenchi predisposti rispettivamente dall’Ordine dei consulenti in proprietà industriale e dal Consiglio nazionale forense.

I servizi acquisibili con il Voucher riguardano:

1) la realizzazione di ricerche di anteriorità preventive e la verifica della brevettabilità dell’invenzione;

2) la stesura della domanda di brevetto e il suo deposito presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi;

3) il deposito all’estero di una domanda nazionale di brevetto.

Le domande dovranno essere presentate a Invitalia, che gestisce la procedura.

 

Per maggiori informazioni

Scheda informativa su uibm.gov.it

Il virus in estate sarà meno aggressivo

“Il vero nemico del virus è l’irradiazione solare perché non è il caldo che influenza il ciclo vitale del virus, ma sono i raggi ultravioletti (Uvb) del sole che destabilizzano il virus”.

“Ci dobbiamo aspettare quindi, in questi mesi estivi, un calo notevole dei contagi e soprattutto una malattia diversa, meno aggressiva e con meno complicazioni. Sarà inoltre inverosimile, durante il periodo estivo, una seconda ondata di contagio”.

Questo è quello che pensa il dottor Vincenzo Bruzzese, direttore Uoc Medicina interna e Rete Reumatologica presidio Nuovo Regina Margherita Asl Roma 1.

“Tutti i virus e in particolare i coronavirus sono sensibili ai raggi Uvb del sole – prosegue il reumatologo – Durante la stagione estiva, in particolare da giugno ad agosto il sole, alla nostra latitudine, splende e irradia per molte ore la nostra superficie terrestre, distribuendo raggi Uvb molto potenti. Questi possono destabilizzare la struttura del coronavirus e influenzare il suo ciclo vitale, rendendolo meno contagioso e virulento”.

Ezio Bosso, dal pentagramma al paradiso

Direttore stabile e Artistico della Stradivari Festival Chamber Orchestra, oggi Europe Philharmonic, Sony Classical International Artist e Steinway Artist, Ezio Bosso è stato Testimone e Ambasciatore internazionale dell’Associazione Mozart14, eredità ufficiale dei principi sociali ed educativi del Maestro Claudio Abbado, Ezio Bosso è stato inoltre il testimone ufficiale della Festa Europea Della Musica per il 2018 e unico italiano invitato al Parlamento Europeo per una storica riflessione sullo stato della cultura europea.

Tra le Orchestre dirette ricordiamo London Symphony Orchestra, Czech National  Symphony, Orquesta de Cámara de Madrid, Orchestra del Teatro Regio, Orchestra Filarmonica del Teatro Regio di Torino, Orchestra dell’Accademia della Scala di Milano, Orchestra Regionale del Lazio, Orchestra da camera di Torino, Wien Residenz Orchester, Bonn Kammer Orchester, Orchestra dell’Accademia Mozart, Orchestra Verdi di Milano, Sydney Youth Orchestra.  Ci ha lasciati venerdi 15 maggio 2020 e senza di lui ora siamo tutti più soli.

Ciao caro Ezio: stavolta ci hai salutati davvero, dopo averci fatto amare la musica come mistero e voce dell’immensità, come modo sublime di comunicarci la tua gioia di vivere e la tua straordinaria ricchezza interiore. “Ciao” era una delle tue parole preferite, ogni tuo concerto cominciava con un “ciao”.

La musica era per te come il respiro: avrei voluto che me ne parlassi, ti avevo inviato alcune domande che desideravo porti, un’intervista che avevo preparato per te. La gioia desiderata di un incontro con una persona speciale.

Mi accorgo stasera di quanto sarebbero state banali, di fronte alla tua grandezza: non sarei stato in grado di capire fino in fondo l’armonia dei tuoi sentimenti, il tuo amore smisurato per l’uomo e la vita, il significato più personale e intimo della musica che era il tuo modo di comunicare con il mondo e di penetrare con una immedesimazione sorprendente i grandi musicisti del passato fino a comprendere dettagli e misteri delle loro partiture, incomprensibili ai più.

Conoscere la loro vita ti permetteva di farli rivivere nell’esecuzione delle loro composizioni.

Avevo capito la delicatezza e il pudore della tua risposta interlocutoria: aspettiamo che finisca questa crisi della pandemia, c’è troppo dolore intorno a noi, meglio non fare ‘tuttologia’, sospendiamo ogni discorso sulla musica. Avevo apprezzato il tuo rispetto per la sofferenza intorno a noi: ho letto recentemente che avevi dichiarato che quando tutto sarebbe finito la prima cosa che avresti fatto sarebbe stata di metterti al sole, la seconda di abbracciare un albero.

Penso che dove ora sei tu lo possa fare, senza i limiti della nostra condizione umana.

Tu conoscevi il dolore e la malattia ma avevi avuto lo straordinario coraggio di trasformarli in una opportunità: «Sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono».

In un mondo spesso distratto o indifferente la tua raffinata sensibilità ti permetteva di esprimere stati d’animo e sentimenti nobilissimi: purtroppo non tutti sono capaci di convivere con la dignità dell’animo che apre alla umana comprensione.

Mi colpì la risposta semplice e disarmante che avevi saputo dare ad una persona talmente rozza e lontana  dalla tua bontà, che aveva stupidamente criticato i tuoi capelli  a volte scomposti: “perché me li pettino da solo” e anche questo era un aspetto della tua personalità, generosa fino all’innocenza. 

Quando ti ascoltavo – i primi anni al pianoforte , tu figlio di Beethoven  eri nato pianista – poi direttore d’orchestra sapevi commuovermi per la tua immedesimazione nella lettura dello spartito.

Mi ricordo l’ultima volta che ti avevo visto in televisione: avevi preso per mano Čajkovskij e l’avevi accompagnato al cospetto di chi ti ascoltava, con un trasporto emotivo e una delicatezza che avevano suscitato una profonda, coinvolgente commozione.

Tanto amavi la musica quanto rispettavi il valore del silenzio: di tutte le domande che avevo preparato e che resteranno senza risposta, paradossalmente ti avrei chiesto di spiegarmi quale valore attribuivi al silenzio: in una intervista a “Sette”del Corsera avevi detto una cosa meravigliosa che capita raramente di sentir dire in un mondo fagocitato da una quantità incommensurabile di parole chiassose e soverchianti: «Oggi tutti parlano e nessuno sta a sentire. Bisogna fare silenzio per poter ascoltare”. Ricordo che Alda Merini mi aveva espresso lo stesso concetto: leggerlo detto da te mi confermava un’intuizione.

Che le persone “grandi” sono anche persone semplici, che sanno ascoltare e poi che musica e arte, poesia e letteratura nascono proprio dal silenzio e dalla riflessione. 

A pensarci bene è dal silenzio pensato come un valore che nasce la musica come sapienza e armonia.

Volteggiando la tua bacchetta magica di direttore d’orchestra sapevi farti trasportare nel sublime. 

Ti serviva per mascherare il dolore – come hai più volte affermato- ma anche per dare il meglio di te: era come se tu fossi davanti ad un antico manoscritto che andava decifrato per coglierne il senso più profondo e permetterti di esprimere la tua incomparabile capacità di lettura e interpretazione.

Tu, le note e il pentagramma: un tutt’uno coinvolgente, capace di suscitare un trasporto emotivo che resta nel cuore di chi ti ha ascoltato come un’esperienza indimenticabile.

Rimane il ricordo palpitante delle tue esecuzioni insieme alla incerta intuizione di aver compreso fino in fondo il tuo messaggio ricco di umanità: ascoltare la voce della vita, dare spazio ai sentimenti, cercare l’incontro e la comprensione degli altri.

Quella bacchetta magica che ti “trasformava” questa volta ti ha portato lontano, lasciandoci un grande dono: quello di sperare che le difficoltà della vita e le nostre stesse contraddizioni si possano un giorno ricomporre in una desiderata armonia.

Ed è per questo che  chi ti ha voluto bene confida nel suo cuore  che si avveri  ciò che scrisse il poeta persiano del XIII secolo Gialal-al-din-Rumi:  Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì.“

Il campionato ai tempi del Coronavirus

Non c’è niente di sbagliato nel calcio che cerca di ricominciare. Perché non dovrebbe farlo? A essere sbagliato non è il campionato, sono le condizioni in cui lo si mette. Abbiamo capito cosa si chiede – in concreto – ai giocatori, alle squadre, ai dirigenti, allo staff medico e atletico? Di rimanere reclusi per più di due mesi, da giugno alla fine di agosto, se si giocheranno anche le Coppe europee. Di lasciare i ritiri solo per entrare negli stadi e gli stadi per entrare nei ritiri, sempre gli stessi. Senza vedere nessun familiare né alcun tipo di “congiunto”, rimanendo lontani l’uno dall’altro anche nella stessa squadra, anche quando si mangia, si dorme o si cerca di distrarsi. Si chiede di giocare senza pubblico, di finire la partita, andare ad allenarsi e poi in ritiro.

Anche se non ci fosse un’esposizione diretta al virus, che invece naturalmente c’è, sarebbe una cosa poco dignitosa, abbastanza barbara, quasi medioevale. Il Medioevo era già il tempo degli antichi monasteri e delle biblioteche, della trasmissione del sapere. L’epoca dei primi Comuni, della Magna Charta Libertatum (1215) cioè di una prima idea di Stato. Un periodo storico importante, spesso studiato nelle scuole in modo abbastanza frettoloso e superficiale. Ma questa è un’altra storia.

Qui invece si tratta di individui che restano rinchiusi per mesi e ne escono due-tre volte alla settimana per andare a divertire (a porte chiuse) un pubblico esclusivamente televisivo. Giocatori come clown tristi, giullari involontari soltanto per una questione di soldi (che non è scontato i broadcaster alla fine pagheranno davvero) pretesi da una decina di presidenti capricciosi, per fortuna non tutti. Esiste un problema? Cerchiamo di risolverlo. Troviamo un’altra intesa, se serve un compromesso. Molti bilanci delle società sportive sono già stati aggiustati dagli stipendi tagliati. Ma rinchiudere circa mille persone, tenerle fuori dal mondo solo perché “lo spettacolo deve continuare” è un pessimo esempio. Non ricordo nessuno che abbia mai dovuto rinchiudere i propri dipendenti, nemmeno nelle più dure rivoluzioni industriali. Cosa c’entra con lo sport? Diventa semmai una questione di civiltà, di dignità, di rispetto per sé stessi e per i propri dipendenti e collaboratori. Chi si può divertire a vedere un calcio “costretto”, spezzettato, affaticato da quello stesso obbligo di esistere contro natura? Capisco la necessità di ricominciare, anche rischiando, in minore sicurezza, ma con regole di dignità comuni. Possibile si sia tutti d’accordo nel tenere recluse centinaia di persone per due mesi solo per far “fare cassa” a qualcuno? 

Tutto il Paese sta mostrato la sua stanchezza, la sua perdita di compattezza, dopo due mesi di lockdown. La vicenda di Silvia Romano è, in questo senso, emblematica. Quando sono stati liberati – a metà marzo – Luca Tacchetto e la sua amica canadese, una volta rientrati in Italia sono stati ignorati dalla pubblica opinione. In piena epidemia, con più di mille morti al giorno per Coronavirus, il Paese aveva altre priorità. 

Adesso dovremmo divertirci senza vergogna solo perché qualcuno deve recuperare dei soldi che ha speso da solo? Davvero bastano poche settimane di libertà dal virus per portarci a un’involuzione morale così marcata?

Trump: i confini internazionali potrebbero restare chiusi a lungo

Anche se il presidente Donald Trump spinge gli Stati Uniti a iniziare la riapertura delle loro economie, i confini degli Stati Uniti potrebbero rimanere ancora chiusi per mesi ai viaggiatori provenienti dalla Cina e dall’Europa.

È quanto riportano fonti citate dalla stampa Usa. Qualsiasi decisione sull’allentamento delle restrizioni di viaggio dipenderà in gran parte dai protocolli di sicurezza che tutti i Paesi hanno messo in atto per limitare la diffusione del nuovo coronavirus, e se questi Paesi a loro volta concedono l’ingresso ai cittadini statunitensi, hanno spiegato funzionari statunitensi citati dal “New York Times”.

Costituito il Fondo per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione

Con l’articolo 230 del decreto “Rilancio” è stato costituito il Fondo per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione. La sua prima dotazione è di 50 milioni di euro. Serviranno a digitalizzare servizi della Pubblica amministrazione ai cittadini e alle imprese. Affidate per la sua gestione al ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano, che aveva proposto di costituire il Fondo, le risorse finanziarie verranno impiegate innanzitutto per aumentare la tipologia di pratiche che gli italiani possono svolgere per via telematica.

Già adesso, attraverso il Servizio per l’identità digitale (Spid) chi ha scaricato l’app “Io” accede a informazioni che lo riguardano, può conoscere o verificare scadenze di adempimenti da compiere, effettuare pagamenti e ricevere eventuali bonus ai quali ha diritto. Il nuovo Fondo ha lo scopo di accrescere la quantità dei servizi ottenibili attraverso questa applicazione.

Si tratta di un’operazione che interviene su modalità di funzionamento, criteri di organizzazione e distribuzione di energie all’interno di numerosi uffici pubblici. Richiede pertanto interventi complessi, non soltanto tecnologici ma anche formativi, amministrativi, procedurali. Gli stanziamenti potranno essere utilizzati, oltre che per acquisti di software, per sostenere la realizzazione di cambiamenti necessari finalizzati a rendere più agili i rapporti tra cittadini e macchina pubblica.

Il ruolo della digitalizzazione dei servizi è oggi più che mai strategico non solo per semplificare la burocrazia, velocizzare i tempi di erogazione dei servizi e diminuire i costi delle strutture, ma soprattutto per migliorare il rapporto tra Pubblica amministrazione e cittadino. Massima attenzione è rivolta ai tempi di attuazione della trasformazione tecnologica e alle nuove tecnologie che verranno utilizzate per creare servizi semplici e tuttavia avanzati tecnologicamente. Ciò consentirà di aumentare il livello di sicurezza dei servizi e le competenze tecniche della Pubblica amministrazione accompagnando gli enti verso nuove tipologie e modalità di lavoro.

Aumentare la domanda di tecnologie innovative da parte della Pubblica Amministrazione è motore di crescita. Può incentivare aziende, start up e produttori di software (software house) del Paese a creare sistemi sempre più avanzati e progettati per la Pubblica amministrazione riconoscendola come committente del quale vanno soddisfatte le esigenze e non come cliente passivo che assorbe prodotti ritagliati su altre esigenze.

Le mascherine vanno gettate nei rifiuti indifferenziati dentro sacchetto apposito

Al momento, “non è noto il tempo di sopravvivenza dei coronavirus nei rifiuti”.  Per precauzione quindi, “mascherine e guanti vanno smaltiti con i rifiuti indifferenziati ma sempre posti prima dentro un sacchetto chiuso, per evitare contatti da parte degli operatori ecologici”. Lo ha affermato il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, in audizione alla Commissione Ecomafie.

Si raccomanda quindi, ha spiegato nella sua relazione, che “nelle abitazioni in cui sono presenti soggetti positivi al tampone, in isolamento o in quarantena obbligatoria, sia interrotta la raccolta differenziata, e che tutti i rifiuti domestici, indipendentemente dalla loro natura e includendo fazzoletti, rotoli di carta, i teli monouso, mascherine e guanti, siano considerati indifferenziati e pertanto raccolti e conferiti insieme”. Per la raccolta dovranno essere utilizzati “almeno due sacchetti uno dentro l’altro o in numero maggiore, possibilmente utilizzando un contenitore a pedale, di chiudere adeguatamente i sacchi utilizzando guanti mono uso; di non schiacciare e comprimere i sacchi con le mani; di evitare l’accesso di animali da compagnia ai locali dove sono presenti i sacchetti di rifiuti”.

Per le abitazioni in cui non sono presenti soggetti positivi al tampone, in isolamento o in quarantena obbligatoria, “si raccomanda di mantenere le procedure in vigore nel territorio di appartenenza, non interrompendo la raccolta differenziata”. A scopo cautelativo tuttavia, “fazzoletti o rotoli di carta, mascherine e guanti eventualmente utilizzati, dovranno essere smaltiti nei rifiuti indifferenziati”.

Soddisfazione per la collaborazione riuscita del governo con tutte le confessioni religiose

C’è davvero da congratularsi col Governo per aver sottoscritto oggi i protocolli con molte confessioni religiose diverse dalla cattolica, comprese alcune a tutt’oggi prive da Intesa, persino sospendendo per la firma il Consiglio dei Ministri, a pochi giorni di distanza da quello siglato con la Conferenza Episcopale Italiana.

Appare anche opportuno che essi siano disponibili sul sito del Ministero dell’Interno, fornendo quindi un accesso capillare alle modalità con cui è possibile riprendere i culti con sicurezza da lunedì prossimo.

Questo aveva chiesto la Camera con un emendamento approvato nel corso della conversione del decreto 19 e questo viene attuato ancor prima dell’entrata in vigore della norma.

Parlamento e Governo si sono mossi in sintonia nel loro ambito di competenza con l’iniziativa mondiale di ieri dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana. Bene che questo sia accaduto in giorni in cui un episodio dei lavori parlamentari e alcune manifestazioni di intolleranza vorrebbero invece affrontare il tema nel segno dell’intolleranza, delle incomprensioni, usando una confessione religiosa contro l’altra.

Quando si perde il senso della giustizia per qualsiasi persona lo si perde per tutti.

Un vecchio adagio dice: ‘nessuno è un fallito finché non da a qualcun altro la colpa dei suoi guai’. Non capisco dunque perché noi dovremmo prendercela con gli altri, addirittura con le persone più deboli e sventurate. Questo ho pensato delle dichiarazioni di Matteo Salvini che se l’è presa con la Ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, per il solo fatto che l’ex sindacalista, ora Ministro, si sia visibilmente commossa comunicando che la sua battaglia umanitaria, civile ed economica per la regolarizzazione dei lavoratori immigrati ed anche per nostri connazionali impegnati nei campi in nero, è stata finalmente vinta grazie al suo impegno.

Il suo comportamento è stato stigmatizzato per la supposta incuria a danno degli italiani, per la sola ragione di occuparsi anche di lavoratori immigrati, che fornendo loro permessi di soggiorno, li si libera dal lavoro nero. Infatti con la regolarizzazione di queste ‘Persone’ al lavoro ma invisibili agli occhi dei più, si da un colpo deciso a favore di tanta povera gente che peraltro svolge un lavoro ingrato e pesante che gli italiani che ormai in larghissima parte non intendono fare.

Costoro molto spesso non solo devono sottostare a retribuzione al di sotto di ogni livello di dignità ma devono subire l’umiliazione di essere indicati come indesiderati, quando non di essere considerati meno di niente e additati come reietti. Non fa bene allo spirito di umanità ed alla coesione sociale questo continuo ricorso alla argomentazione che gli italiani sarebbero danneggiati da persone che vengono in Italia a lavorare.

Quando si perde il senso della giustizia per qualsiasi persona lo si perde per tutti. Questa è una verità che non dovremmo mai nascondere a noi stessi. Stimavo da tempo Teresa Bellanova, ora l’ammiro anche per la sua combattività nel continuare anche da Ministro la sua battaglia per la civiltà del lavoro, e di farlo con la umanità e lo slancio migliore delle donne del sud.

Carfagna, una posizione politica rispettabile.

Mara Carfagna è una voce politica di grande interesse nel panorama del centro destra italiano. Tutti sappiamo che le vecchie categorie politiche sono un po’ appannate nel nostro paese. Soprattutto dopo il 2018, da quando il trasformismo è diventata la cifra distintiva della dialettica democratica. Alleanze costruite dalla mera ricerca del potere a prescindere da qualsiasi gerarchia valoriale e progettualità politica; programmi intercambiabili al di là della coalizione che deve portarli avanti e, soprattutto, una classe dirigente che ha come unico obiettivo quello di radere al suolo tutto ciò che è riconducibile al passato. 

Ora, a fronte di un quadro politico trasformistico dominato dalla convenienza personale, politica ed elettorale a breve scadenza, è incoraggiante che tanto nell’ex centro sinistra quanto nell’ex centro destra emergano posizioni che possono rompere l’incantesimo della mediocrità della politica contemporanea. Una situazione, peraltro, difficile e complessa come ha evidenziato recentemente la stessa Alessandra Ghisleri quando ci ha ricordato che oggi appena il 4,6% degli italiani ha fiducia dei politici. Una stagione quasi simile a quella del 2008 quando Grillo con il suo “Vaffaday” nelle piazze italiane inveiva, insultava, diffamava e distruggeva l’intera classe politica italiana. 

Ecco, in un quadro del genere – e per fermarsi allo schieramento dell’ex centro destra – il ruolo politico assunto su più temi da Mara Carfagna può contribuire a dare una veste nuova a quello schieramento e diventare, al contempo, un interlocutore importante anche per le componenti moderate e riformiste del centro sinistra. Perchè in un quadro politico in forte evoluzione e in continua trasformazione, avere esponenti che negano la radicalizzazione politica privilegiando il confronto e il dialogo e che, soprattutto, coltivano posizioni e proposte che non escono dal perimetro costituzionale, rappresentano segnali decisivi anche per creare nuovi equilibri pollici e di governo. 

Quello che conta, alla fine, sono due elementi discriminanti, anche in una stagione trasformistica come quella che stiamo vivendo. Da un lato un atteggiamento politico responsabile e alla ricerca costante del dialogo e della comprensione delle ragioni degli altri, cioè degli avversari. Dall’altro, declinare una posizione politica che faccia riferimento a valori e a un progetto che non sconfinino nell’irresponsabilità, nella demagogia, nel populismo e nella solita propaganda. Sotto questo versante, nel campo del centro destra, posizioni come quelle espresse da Mara Carfagna meritano di non essere sottovalutate. 

Lucio Caracciolo: “Occorre strutturare un ritorno all’economia mista, equilibrata sintesi tra pubblico e privato”

Prof. Caracciolo è in edicola e nelle librerie (ma anche on line) il numero 3/2020 della prestigiosa Rivista di studi geopolitici LIMES, che Lei dirige. Dal titolo –  “Il mondo virato”- si intuisce quasi una sorta di monografia sulle prime conseguenze della pandemia Covid-19, a livello geopolitico. Oltre agli effetti immediati sul piano sanitario a livello globale si delineano dunque nuovi scenari nella politica e nell’economia mondiale?

Il tentativo avviato con il volume “Il mondo virato” e che proseguirà con il prossimo, “Il vincolo interno”, in uscita il 15 maggio, specificamente mirato alla strategia italiana in questa fase, è di provare a intuire gli impatti geopolitici del virus. Il punto centrale è che non si tratta geopoliticamente di una pandemia, ma di una epidemia selettiva, che colpisce in tempi, modi e con effetti diversi in vari paesi/aree. Anche ma non solo in base alle loro capacità di reazione sanitaria. Così in questa fase la Cina ha un vantaggio comparato sugli Stati Uniti e in minor misura sugli europei. L’Italia vedrà la sua influenza geopolitica drasticamente ridotta se non profitterà della crisi per rivedere il suo approccio e la sua cultura strategica, troppo remissiva e puramente reattiva.

Il volume traccia infatti  un primo bilancio dell’impatto prodotto al Coronavirus sugli equilibri, le strategie e i posizionamenti strategici a livello globale: quali sono le evidenze emergenti? Quali i possibili scompaginamenti degli equilibri geopolitici e geoeconomici in atto?

Tutto dipenderà da come Usa e Cina usciranno dalla crisi, e quando. La competizione fra i due colossi si sta riscaldando. Il tentativo di decoupling (disingaggio) americano dalla Cina, riportando a casa produzioni e tecnologie per poterla meglio colpire, sarà di ardua realizzazione. E il nazionalismo cinese è al suo massimo. Il nostro futuro dipenderà largamente dalla curva di questo duello. 

Possiamo definire – dopo l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 , la crisi finanziaria del 2008 – questa pandemia che si è scatenata come una tempesta planetaria , il terzo macro- fenomeno da analizzare e  classificare come conseguenza diretta o indiretta della globalizzazione?

Terzo ma solo in senso temporale. Gli effetti geopolitici di questa emergenza potrebbero rivelarsi financo maggiori degli altri due. Oppure stemperarsi nel giro di pochi anni. Certo è che il mondo non ha ancora assorbito i due colpi precedenti. Questo appesantisce il terzo.

In un Rapporto ONU ripreso in sede OCSE nell’aprile/maggio 2019  dai Paesi aderenti all’Ipbes , viene proposto uno scenario catastrofico: il sesto declino della vita sul pianeta, il  primo per mano dell’uomo. Un fenomeno che è iniziato con un lento e graduale processo di estinzione delle biodiversità, fino alla scomparsa di 1/8 delle specie viventi sul pianeta. A questo si aggiunga una interessante riflessione rilasciata a questo giornale dal Prof. Arnaldo Benini – Emerito a Zurigo, che evidenzia il porsi di un problema di sostenibilità della presenza dell’uomo in rapporto alla natura, che sistematicamente viene violata, alterata, cancellata, inquinata. Riprendendo gli studi del biologo Edward Wilson, una popolazione di 7 miliardi e mezzo di abitanti (che cresce di 70 milioni all’anno) è vicina all’incompatibilità con l’ambiente. Questa può essere una spiegazione  delle mutazioni genetiche per zoonosi che provocano l’insorgenza delle epidemie, tuttavia – in via generale – che conseguenze determina tale situazione sul quadro demografico e geopolitico a livello mondiale?

Non ho competenza specifica per entrare in questi aspetti scientifici. Ma certamente l’impatto di una popolazione di 7 miliardi e mezzo di umani, destinati a diventare forse 11 a fine secolo, significa uno stravolgimento culturale, economico, sanitario e geopolitico. Soprattutto, si mette in evidenza il divario fra i continenti. Prendiamo il caso di Europa e Africa: noi siamo meno di 700 milioni, con una età mediana di oltre 40 anni, gli africani sono circa 1 miliardo e 300 milioni, con un’età mediana di poco superiore ai 20. O troviamo un bilanciamento, o saremo costretti a pagare seriamente questo differenziale. A cominciare dall’impatto fra popolazioni troppo diverse per età prima ancora che per storia e cultura per poter convivere proficuamente.

Il Covid-19 analizza le ricadute della pandemia sulla principale dinamica geopolitica della nostra fase storica: il confronto strategico tra la potenza ascendente e l’egemone affermato, tra la CINA e gli USA. Quali scenari si vanno configurando?

Pandemia è un termine usato dalla burocrazia sanitaria e certificato dall’Oms. In geopolitica non ha senso parlare di pandemia, ossia di un morbo che colpisce tutti. In realtà, alcuni paesi sono stati colpiti maggiormente, altri meno, e comunque in modo asincrono. Come detto, la Cina ha oggi un vantaggio nei confronti degli Stati Uniti, perché ha superato la (prima?) fase acuta, mentre gli Usa sono dentro fino al collo. In prospettiva, il morbo è destinato a inasprire il contrasto Usa-Cina e a favorire il disingaggio americano dall’economia cinese. Con gravi ripercussioni per tutti.

Come sta affrontando l’Europa il fenomeno pandemico? Sotto almeno tre profili di considerazione – quello sanitario, quello politico e quello economico- si evince un quadro frantumato e  si profilano posizioni disallineate e di difficile conciliazione e ricomposizione. Dopo il 70° anniversario della Nato i Paesi dell’U.E. esprimono posizioni e interessi differenziati, si delineano alleanze interne a matrice generativa fondamentalmente economica.  Siamo in una fase di estrema criticità del vecchio continente che rischia di essere stritolato dalle strategie espansive delle superpotenze (USA- CINA –  RUSSIA)  o, facendo un passo indietro, i singoli Stati dell’U.E. troveranno ragioni e motivi anche economici per ricompattare una strategia condivisa?

Come sempre, gli europei reagiscono in ordine sparso alle crisi perché i loro interessi e le loro culture sono diversi. Le risposte avvengono su base strettamente nazionale. Di qui si diramano alla ricerca di intese ad hoc, dove possibile. In genere, vediamo un blocco settentrionale intorno alla Germania, con l’Olanda quale avanguardia, indisponibile a forme di gestione para-federale della crisi, anche con strumenti utili alla mutualizzazione dei debiti. Dall’altra un blocco meridionale, composto da Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, con la Francia in posizione intermedia, che chiede maggiore solidarietà e soprattutto fondi rapidi, abbondanti e a basso tasso di interesse. In questa faglia, mentre gli Usa dormono, si stanno inserendo a loro modo Russia e Cina. Ciò garantisce che a medio termine i rapporti di forza in Europa muteranno sensibilmente.

Le pesanti ricadute economiche e sul mondo del lavoro di una epidemia fortemente presente a livello nazionale, la necessità di finanziare la ripresa pur passando attraverso un indebitamento con l’Europa e la finanza stimolano il dibattito sulle misure da adottare. Il MES viene messo in discussione all’interno della stessa maggioranza. Si parla di fase 2 che stenta a decollare. L’Italia rischia di diventare un boccone ghiotto per chi vuole acquistare asset strategici del Paese a buon mercato?

L’Italia è esattamente nella condizione che Lei dipinge. Ciò comporta tre risposte. Primo, nazionalizzare o comunque proteggere i più importanti asset strategici prima che cadano in altre mani. Secondo, ottenere fondi abbondanti e a lunga maturazione in sede europea, per impostare un piano di rilancio economico. Terzo, strutturare il ritorno all’economia mista, equilibrata sintesi di pubblico e privato, sciaguratamente abbandonata quarant’anni fa.

Con il forte dissenso degli altri Stati dell’U.E. il 23 marzo 2019 Italia e Cina avevano sottoscritto un Memorandum tendente a favorire gli scambi commerciali tra i due Paesi. Come valuta l’incidenza e le prospettive generate dal punto 27 che prevede che le aree portuali di Genova e Trieste diventino i terminali europei della cd. “via della seta”? Non rischiamo forse di inglobare due “cavalli di Troia” nel ventre molle dell’Europa e di trattare accordi e flussi commerciali da una posizione di debolezza rispetto alla politica espansiva della Cina?

Il rischio c’è. Può essere limitato e reso accettabile anzitutto limitando gli investimenti cinesi agli aspetti strettamente commerciali e infrastrutturali. E soprattutto diversificando l’ingresso di partner esteri nelle nostre strutture portuali, cosa che già sta avvenendo. Infine, costruendo una regia centrale, nazionale, per evitare che ci si pesti i piedi fra autorità portuali.

Secondo il Sole24 ore uno studio dell’Università di Southampton  circa i colpevoli  ritardi con cui Pechino ha informato l’OMS e il mondo sulla diffusione del contagio “ha stimato che se la Cina avesse  agìto con tre settimane di anticipo rispetto… alla data del 23 gennaio (di ufficializzazione della notizia), il numero di casi complessivi di Covid-19 si sarebbe potuto ridurre del 95%. Ma anche una sola settimana avrebbe ridotto il contagio globale del 66%”. Lei pensa che a cominciare dai Paesi del G7 si studieranno strategie risarcitorie, portando la Cina davanti ad una Corte internazionale? O tutto sarà metabolizzato nell’inazione, mediato dalle diplomazie e compensato da accordi e lusinghe commerciali ?

Le strategie risarcitorie non credo abbiano grande possibilità di successo. Sono però un segnale che paesi non amici della Cina intendono lanciare a Pechino. In ciò supportati da Washington. L’Italia non sarà fra questi. A conferma della sua recente svolta filocinese.

Quest’anno, anniversario dello statuto siciliano con botto!

Ancora formalmente la trattativa di governo non si è conchiusa con l’atto definitivo di nomina. Ma le dichiarazioni esultanti del presidente Musumeci (“È stata un’intensa giornata di lavoro, conclusasi con la disponibilità della Lega a entrare in giunta, su mia richiesta. Ne sono felice perché mi è stata vicina fin dalla mia candidatura. Sono certo che, adesso, il centrodestra al completo saprà dare ulteriore impulso alle grandi riforme in un rapporto sempre più sinergico con l’Assemblea regionale”.), del leader nazionale della Lega Salvini (“Siamo orgogliosi di entrare nel governo regionale siciliano, prima volta nella storia, per confermare le capacità amministrative delle donne e degli uomini della Lega”.) e del suo plenipotenziario in Sicilia senatore Candiani (“Il nostro ingresso in giunta ha un forte senso politico perché intendiamo imprimere una svolta nel funzionamento della macchina regionale”.) non lasciano possibilità ad alternative. Dopo più di un anno di vacatio all’assessorato dei Beni culturali e dell’identità siciliana, nel vertice di maggioranza che si è tenuto martedì scorso, Musumeci ed i suoi compagni di ventura hanno trovato “la quadra” ed hanno deciso di porre fine alla crisi che si trascinava dalla tragica morte del suo titolare, professore Tusa, stabilendo di affidarne la cura per la seconda parte del mandato presidenziale ad un uomo della Lega (Nord).

Ora, a parte le modalità (veti, contro-veti, riunioni, appelli, anatemi, vertici di maggioranza ) con le quali si è arrivati a questa decisione, tutte prima rigorosamente esecrate dai partiti di maggioranza, ciò che ha lasciato stupefatti opinione pubblica e forze di opposizione parlamentare ed extra parlamentare è stata l’arroganza e la protervia con le quali il presidente Musumeci ha mostrato di ritenere di poter far tutto ciò che vuole ed, in particolare, di poter prendere in giro il Popolo siciliano, fatto oggetto di scherno per dover subire l’ingiuria di essere ritenuto incapace di saper difendere e valorizzare da sé la propria identità ed essere costretto a subire la tutela di una forza politica che mai ha mostrato nei confronti del Sud e della Sicilia simpatia o benevolenza e neppure civile tolleranza. La Lega prima di Bossi ed oggi di Salvini, come è appena il caso di ricordare, infatti nasce e si sviluppa sì sulla base della parola d’ordine di “Roma ladrona” e quindi contro il centralismo della Stato nazionale ma il suo vero bersaglio è stato sempre il Sud, ritenuto una sorta di parassita dedito a sfruttare il Nord Italia tramite l’azione compiacente dello Stato nazionale. La sua iniziativa politica, anche quella più recente del tentativo di ottenere per le regioni del Nord da essa governate un “regionalismo differenziato”, è stata sempre ispirata non alla solidarietà nazionale ma all’egoismo di acchiappare e mantenere tutto per sé il gettito fiscale prodotto nell’ambito del proprio territorio grazie, ad esempio, al principio per cui le grandi imprese che hanno più stabilimenti di produzione nell’intero Paese pagano, però, tutte le loro imposte dove (naturalmente, al Nord) hanno la sede legale.

Non solo. Ma la politica della Lega, in questo ultimo ventennio da essa egemonizzato, ha portato ad una situazione, oggi da tutti riconosciuta, per cui il Mezzogiorno è annualmente derubato di 61,5 miliardi di euro derivanti dal fatto che al Sud, con il 34,3 per cento della popolazione, è erogato il 28,3 per cento della spesa pubblica nazionale mentre al Nord, con il 65,7 per cento della popolazione, è trasferito il 71,7 per cento della spesa pubblica. Che, per fare qualche esempio concreto, significa: mentre in Campania per gli aiuti alle famiglie arrivano trenta milioni di euro l’anno, a Veneto e Lombardia ne vengono rispettivamente assegnati duecento e duecentocinquanta; mentre al Sud per ogni singolo professore vi sono venti studenti, al Nord gli studenti per professore sono esattamente la metà, vale a dire: dieci. Per non dire, poi, delle regioni che fanno registrare il primato dei dipendenti pubblici che non sono quelle Meridionali ma del Nord-Est e, precisamente, Veneto, Emilia-Romagna, Trentino e Friuli che hanno 5 dipendenti pubblici per ogni cento abitanti contro i 4,4 del Mezzogiorno.

Questi, dunque, gli effetti delle politiche perseguite dal nuovo partner del governo Musumeci che dovrebbe difendere l’identità siciliana e che, invece, come si è accennato, con il tentativo di attuazione a favore di Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, etc. del “regionalismo differenziato” avrebbe voluto ancora di recente far diventare questa situazione più grave e, comunque, irreversibile. Fortunatamente, però, questa volta l’opinione pubblica ha reagito ed il progetto del grande ‘scippo’ ai danni del Mezzogiorno , almeno per il momento, è stato bloccato.

Ma che succede in Sicilia, forse sperando stoltamente nella distrazione o nella benevolenza dell’opinione pubblica a causa della drammatica situazione determinata dal COVID-19? Che il governatore Musumeci -invece di preoccuparsi di arginare il nuovo disastro (annunciato) dell’avvento di almeno cinquantamila nuovi disoccupati oltre all’incremento esponenziale della povertà individuale e famigliare in tutta l’Isola e di lanciare un grande progetto di riforma della regione per guidarne la rinascita dopo questo pandemonio del corona-virus- approfitta della situazione per mettere ‘a posto’ secondo un miope calcolo di sopravvivenza politica la maggioranza che lo sostiene nel gioco assembleare e, trascurando ad esempio quanto il movimento Unità Siciliana gli aveva chiesto con un appello pubblicato sui tre quotidiani della Sicilia e cioè l’azzeramento di questa giunta con la costituzione di un “Governo regionale di emergenza nel quale inserire le migliori rappresentanze dei settori economico-sociali” della Sicilia, apre all’ingresso in giunta di un rappresentante della Lega di Salvini. Attribuendogli per di più l’assessorato all’identità siciliana ed ai beni culturali che costituisce o, meglio, dovrebbe costituire il riferimento ed il presidio più alto della storia, della cultura, del modo di essere, dei timori e delle speranze delle Comunità siciliane. In una parola, il sacrario della civilizzazione siciliana.

Ora, a parte il profilo immediatamente offensivo per il Popolo siciliano di cui abbiamo accennato prima, questa decisione assunta alla vigilia del 74° anniversario dell’approvazione dello Statuto (R.D.L. 15 maggio 1946 n. 455) rappresenta una vera e propria bomba istituzionale. Con la quale si intende sabotare l’intera storia dell’Autonomia siciliana che avrà avuto tutti i difetti che vogliamo e che vanno corretti per un riscatto non più procrastinabile del futuro della Sicilia ma che -deve essere chiaro- costituisce il dono prezioso che i nostri Padri ci hanno lasciato perché lo consegnassimo arricchito alle generazioni più giovani e soprattutto a quelle future. Cosa che purtroppo finora non è avvenuta ma che non è più possibile tollerare.

Dopo la sciagura del governo Crocetta, fin dal momento della sua formazione chiaramente incapace di capire quale fossero i compiti di un organismo responsabile e di autogoverno, la candidatura -prima- e la elezione -dopo- del presidente Musumeci, con il suo movimento Diventerà bellissima, aveva fatto sperare che la battaglia autonomistica potesse essere ripresa con progetti e programmi nuovi di apertura e respiro finalmente adeguati. Primo fra tutti, il progetto di una grande riforma dello Statuto regionale siciliano che dopo più di settanta anni di vita necessita di una profonda riscrittura delle regole che presiedono alla vita delle Comunità regionali che non può continuare ad essere contemporaneamente avulsa sia dalle relazioni europee che da quelle mediterranee. Ed invece, che cosa ci propina ora Musumeci con questo rimpasto di governo che affida la sua futura fisionomia alla politica della Lega di Salvini? Nient’altro che la fine di ogni autonomia ed indipendenza del governo siciliano stretto come d’ora in poi sarà tra la linea della Lega e quella di Fratelli d’Italia. Altro che nuova autonomia!

Insomma ed in conclusione, questo settantaquattresimo anniversario dello Statuto siciliano per la bomba con la quale lo ha minato Musumeci difficilmente potrà essere dimenticato e passerà alla storia o per aver celebrato, questa volta sì, la fine della stagione autonomistica o per aver segnato -se noi siciliani sapremo trarre le conseguenze di tutto ciò spazzando via questa attuale classe politica sempre più ripiegata in sé stessa e preoccupata solo della propria sopravvivenza- l’inizio di una rinascenza del Popolo siciliano che finalmente ritornerà ad essere protagonista del proprio destino.

La Settimana Laudato Si’ incoraggia i fedeli a costruire insieme un mondo migliore

La Settimana Laudato Si’, la celebrazione di sette giorni in onore dell’Enciclica di Papa Francesco sull’ecologia integrale, si terrà online il prossimo mese. Il papa ha incoraggiato i fedeli a partecipare all’iniziativa attraverso un videomessaggio. Il Dicastero Vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale invita i cattolici a partecipare a questa settimana che “avvia un viaggio di trasformazione lungo un anno, mentre maturiamo attraverso la crisi del momento attuale pregando, riflettendo e preparandoci insieme per un mondo migliore nel nostro domani. ”

Gli insegnamenti dell’Enciclica sono particolarmente rilevanti nel contesto della pandemia di coronavirus, che ha fermato molte parti del mondo. La Laudato si’ offre la visione per costruire un mondo più giustoesostenibile. In qualità di partner principale di questa iniziativa mondiale, la Fondazione Sorella Natura invita a unirsi ai cattolici di tutto il mondo a riflettere insieme in questo periodo di crisi e costruire un mondo migliore. Nell’ultimo anno, la Fondazione Sorella Natura La Fondazione è da sempre impegnata sul fronte della custodia del creato attraverso la diffusione della Saggia Ecologia con varie attività fra le quali il Progetto Ambientiamoci a Scuola, le Giornate APE -Ambiente Pace Ecologia-, la realizzazione di una serie di convegni e conferenze con personaggi di spicco del mondo della scienza e della cultura, attività di educazione ambientale su varie tematiche svolte in scuole di ogni ordine e grado.

Nello specifico lo scorso anno è stato sviluppato in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente un progetto che ha visto coinvolta la Fondazione Sorella Natura nello svolgimento di un ciclo di lezioni, riguardanti la conoscenza e la tutela della natura e della biodiversità nel Parco Nazionale del Pollino, rivolto a scuole di vario ordine e grado che si trovano in quel territorio. La Fondazione Sorella Natura mette a disposizione della Settimana “Laudato Si” una propria importante risorsa: il corso base, erogato in via telematica, per la formazione, secondo le norme vigenti, di Guardie Ambientali Volontarie-Custodi del Creato. Dal 16 al 24 maggio, i cattolici sono invitati a prendere parte a seminari formativi online, interattivi e collaborativi.

La Settimana Laudato Si’ terminerà domenica 24 maggio a mezzogiorno, ora locale, con una giornata mondiale di preghiera. Dichiara il Professor Roberto Leoni, Presidente della Fondazione Sorella Natura: “ Stiamo vivendo un periodo storico in cui la pandemia del coronavirus ha capovolto il nostro mondo, ma la Laudato si’ ci insegna come costruire insieme un mondo migliore. Accogliamo l’invito rivolto da Papa Francesco e chiediamo a tutti i cattolici del mondo di partecipare alla Settimana Laudato Si’, dal 16 al 24 maggio. Ci riuniremo come un’unica famiglia per riflettere, pregare e prepararci per un domani più giusto e sostenibile”.

Il tema della Settimana Laudato Si’ è “tutto è connesso.” Nel suo videomessaggio, Papa Francesco chiede ai cattolici di pensare al futuro della nostra casa comune. “Che tipo di mondo vogliamo lasciare a quelli che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Motivato da questa domanda, vorrei invitarvi a partecipare alla Settimana Laudato Si’ dal 16 al 24 maggio 2020.

È una campagna globale in occasione del 5° anniversario dell’enciclica Laudato Si’ sulla cura della casa comune. Rinnovo il mio appello urgente a rispondere alla crisi ecologica, il grido della terra e il grido dei poveri non possono più aspettare. Prendiamoci cura del creato, dono del nostro buon Dio creatore. Celebriamo insieme la Settimana Laudato Si’. Che Dio vi benedica e non vi dimenticate di pregare per me.” La Settimana Laudato Si’ è patrocinata dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e guidata da un insieme di partner cattolici. Ulteriori informazioni sono disponibili all’indirizzo LaudatoSiWeek.org/it.

 

(Fondazione Sorella Natura)

Tre gravi furti in 100 giorni alla Chiesa di Santa Maria della Misericordia ai Gordiani

La Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia, ai Gordiani nel V° Municipio, da gennaio ai primi di maggio di quest’anno, ha subito tre furti di notevole gravità, con danni economici di notevole entità. Il primo è avvenuto all’interno del teatro parrocchiale e ai locali limitrofi, derubando, tra l’altro, tutti gli strumenti tecnologici audio  (apparecchiature come casse, microfoni, consolle, ecc.) fondamentali per le attività pastorali e ricreative. Il secondo furto è stato sui tetti dei locali dell’oratorio e del teatro, ove erano stati installati con strutture di supporto una serie di pannelli fotovoltaici, ne sono stati rubati oltre un centinaio. Il terzo episodio doloso, che ha causato la perdita di 23 panche di legno pieghevoli e un compressore ad aria per un gonfiabile, che viene utilizzato nei campi estivi.

Questi i fatti duri e crudi di una vicenda inqualificabile e incomprensibile ai danni della Comunità parrocchiale dei Gordiani. Le denunce sono state fatte e presentate al Commissariato di Pubblica Sicurezza di competenza territoriale. Ad oggi non ci sono notizie. I danni economici e non solo, causati da questi furti sono valutati in diverse decine e decine di migliaia di euro. 

La Parrocchia è stata sempre, pur essendo oggi di periferia sviluppata, considerata una  “ Chiesa di frontiera”, perché ha vissuto tutta la trasformazione del territorio della Borgata Gordiani e anche perché confinante con “lo storico campo nomadi” di via dei Gordiani. In questo senso Sante Maria della Misericordia, ha rappresentato e rappresenta, da sempre, un riferimento nella vita della stragrande maggioranza dei cittadini di Nuova Gordiani, anche e soprattutto con le opere e l’azione pastorale. Basti pensare ad alcune, come la “casa d’accoglienza San Giovanni Calabria”, con i 15 posti letto che garantisce un tetto e da mangiare ai meno fortunati, alle attività caritatevoli con la distribuzione di generi di prima necessità, e le attività dei campi estivi per i giovani. L’impegno umanitario per favorire l’integrazione e l’inserimento delle famiglie del campo nomadi è sempre presente, anche se l’evasione, o dispersione, scolastica giovanile è presente ancora al 36%. La Festa Patronale con la processione, il Rosario nel mese di maggio e il Presepe in viale Partenope, rendono visibile il valore della comunità nel territorio.

Allora è necessario fissare alcuni punti fermi, per far tornare la tranquillità, per far cessare i timori e il  clima di sospetti, presenti in molti cittadini di Nuova Gordiani al Prenestino.

E’ possibile sapere cosa ne pensa il Municipio V° e l’Amministrazione Capitolina di questa situazione, e se intendono prendere provvedimenti adeguati? Siamo tutti consapevoli e convinti che maggiori controlli, possono rappresentare un deterrente ai continui furti, spesso non denunciati, che accadono anche a esercizi commerciali e abitazioni, e  non solo in Parrocchia, ma  nel territorio.

Commercio estero: Coldiretti, in crescita le esportazioni agroalimentari del 13,5%

In controtendenza con l’andamento generale crescono del 13,5% le esportazioni agroalimentari nazionali nonostante la disgustosa parodia sulla pizza corona contaminata da Covid -19 in Italia diffusa sui social in tutto il mondo che ha alimentato la disinformazione, strumentalizzazione e concorrenza sleale, anche di Paesi alleati, con addirittura la assurda richiesta di certificati “virus free” sulle merci. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in riferimento ai dati Istat che evidenziano a marzo un nuovo record storico per l’agroalimentare made in Italy dopo il valore di 44,6 miliardi di euro fatto segnare nel 2019. A marzo – sottolinea la Coldiretti – si registrano su base tendenziale aumenti per il cibo e le bevande italiane all’estero negli Usa (+10,4%), in Germania (+24,9%), In Gran Bretagna (+3,9%) ed anche in Francia (+9,5%) dove è iniziata l’ignobile campagna con il finto pizzaiolo ammalato in onda su Canal +.

Si tratta purtroppo – continua la Coldiretti – di una fiammata non confermata nei mesi successivi con il propagarsi della pandemia in tutto il pianeta con la chiusura delle frontiere e le misure per contenimento che hanno determinato il brusco freno al commercio a livello globale. Il risultato è che in Italia 3 aziende agroalimentari su 4 (74%) registrano un calo delle vendite all’estero per effetto di una pioggia di disdette provenienti dai clienti di tutto il mondo, secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’. A pagare il conto più pesante in Italia sono il vino che realizza piu’ della metà del fatturato all’estero ma anche il florovivaismo, l’ortofrutta, i formaggi e i salumi.

“Serve ora un robusto piano di promozione per sostenere il vero Made in Italy all’estero” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “per favorire l’internazionalizzazione occorre superare l’attuale frammentazione e dispersione delle risorse puntando, in primo luogo, ad una regia nazionale attraverso un’Agenzia unica che accompagni le imprese in giro nel mondo con il sostegno delle Ambasciate dove vanno introdotti anche adeguati principi di valutazione delle attività legati, per esempio, al numero dei contratti commerciali.” “Nell’emergenza in atto e in un’ottica futura di ripresa delle normali attività commerciali sarà fondamentale – conclude Prandini – impiegare tutte le energie diplomatiche per superare i dazi Usa e l’embargo russo.”

 

Privacy e ricadute occupazionali al tempo del COVID-19

Il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro è stato audito  in teleconferenza dalla Commissione 11a (Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica sul tema delle ricadute occupazionali dell’epidemia da Covid-19 (qui il video dalla webtv del Senato).
L’occasione ha consentito al Garante di estendere l’analisi delle implicazioni sul lavoro della pandemia anche ai profili di protezione dati. Di seguito alcuni dei passaggi salienti dell’intervento.

E’ una scelta importante, perché in un contesto emergenziale il rischio più grande è l’assuefazione, se non addirittura l’indifferenza alla progressiva perdita di libertà, laddove invece le limitazioni dei diritti devono essere circoscritte entro la misura strettamente indispensabile, con una revisione costante della loro proporzionalità e necessità.

La protezione dati – qualificata come fondamentale diritto di libertà dalla Carta di Nizza – è in questo senso, un cursore importante della sostenibilità del governo dell’emergenza, sotto il profilo delle garanzie democratiche. In quanto diritto dall’applicazione straordinariamente trasversale a ogni ambito della vita (dal lavoro alle relazioni interpersonali, dai rapporti commerciali all’immagine pubblica di sé, ecc.), racconta molto del rapporto, appunto, tra la vita e le regole.

E nell’attuale contesto ogni sua limitazione (dalla giustificazione degli spostamenti al tracciamento dei contatti) incide in maniera significativa sul rapporto libertà-autorità da cui si misura la tenuta della democrazia.

Interrogarsi sulla proporzionalità di queste limitazioni è, dunque, uno dei compiti più rilevanti che il Parlamento può svolgere, in una fase inevitabilmente caratterizzata dall’accentramento delle decisioni in capo all’esecutivo, per verificare se e fino a che punto possano giustificarsi determinate misure restrittive delle libertà.

Ma la scelta di focalizzare l’analisi sulla protezione dei dati dei lavoratori è ancor più significativa, perché sottende la consapevolezza della particolare vulnerabilità di tali soggetti, parti di un rapporto strutturalmente asimmetrico.

La disparità di potere contrattuale che connota generalmente, in senso debole, la posizione del lavoratore è tale da poterne ostacolare la reale autodeterminazione rispetto al potere datoriale, altrimenti suscettibile di esercizio, in assenza di regole adeguate, anche mediante controlli pervasivi sul dipendente.

Non a caso, le prime norme a tutela dell’autodeterminazione informativa sono state introdotte, nel nostro Paese, con lo Statuto dei lavoratori.

[…]

Nel contesto emergenziale che viviamo – di per sé incline ad approfondire le diseguaglianze – la valenza garantista della protezione dati, in particolare in ambito lavorativo, è se possibile ancor più determinante, in ragione dell’estensione dei poteri datoriali per fini anzitutto di prevenzione dei contagi.

[…]

I controlli datoriali a fini di prevenzione del contagio

Il Regolamento generale sulla protezione dati, nel configurare le esigenze di sanità pubblica quali presupposti di liceità del trattamento di dati anche “particolari”, quali quelli sulla salute, esige una previsione normativa che ne definisca ambito e garanzie.

Tale requisito appare tanto più determinante nel contesto emergenziale, in cui l’urgenza del provvedere induce spesso una tendenza anomica, che porta ad agire prescindendo da una cornice di regole uniformi.

E’ quanto si è registrato nelle prime settimane della pandemia, inducendoci a invitare i datori di lavoro ad astenersi dal raccogliere, a priori e in modo sistematico e generalizzato, informazioni sulla sintomatologia del lavoratore o sui suoi contatti.

Il rischio sanitario da cui proteggere i lavoratori, ai sensi dell’art. 2087 del codice civile oltre che del dlgs 81/08, ha così reso evidente l’esigenza di coordinare le iniziative datoriali all’interno di un quadro uniforme, articolatosi nei protocolli tra Governo e parti sociali, recepiti con dPCM.

Tale essendo la cornice normativa di riferimento, le misure suscettibili di adozione in ambito lavorativo a fini di prevenzione dei contagi implicano in particolare, sotto il profilo della protezione dati:

– la rilevazione della temperatura corporea dei dipendenti […];

– la segnalazione al datore di lavoro di provenienza da aree a rischio o di avvenuti contatti con potenziali contagiati […];

– il dovere del medico competente di segnalare al datore di lavoro l’opportunità di adibire determinati lavoratori ad impieghi meno esposti al rischio infettivo, pur senza indicarne la patologia;

– il dovere di comunicazione, da parte datoriale all’autorità sanitaria, (ma non al Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza o agli altri colleghi), dei nominativi dei dipendenti contagiati […].

E’ importante sottolineare la rilevanza, anche nel contesto emergenziale attuale, della distinzione di compiti- e quindi, di riflesso, di potere informativo – tra datore di lavoro e medico competente, sancita dalla disciplina lavoristica.

[…]

Il protocollo tra Governo e parti sociali ammette, sì, anche l’adozione di misure di prevenzione dei contagi “più incisive” di quelle indicate, previa concertazione sindacale, ma sotto il profilo della protezione dati esse potranno ammettersi solo in presenza, tra l’altro, di un adeguato presupposto di liceità. E’ importante procedere alla valutazione d’impatto privacy (e se del caso anche alla consultazione preventiva del Garante), ogniqualvolta il trattamento ipotizzato prospetti un rischio elevato (attenendo a dati “particolari”, svolgendosi su larga scala, utilizzando tecnologie innovative).

Uno strumento di prevenzione che certamente non può essere imposto ai lavoratori (assunti o candidati che siano) è il tracciamento dei contatti.

Sulla scorta delle indicazioni fornite dagli organi del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea, infatti, anche la specifica norma contenuta nell’AS 1786 ha sancito espressamente la natura esclusivamente volontaria dell’adesione al sistema di tracciamento dei contatti, il cui rifiuto non deve – precisa la disposizione – determinare alcuna conseguenza pregiudizievole nei confronti dell’interessato.

La particolare ampiezza dell’espressione utilizzata dimostra come la scelta in ordine all’adesione o meno al sistema non deve essere in alcun modo condizionata, neppure indirettamente, dal timore di possibili implicazioni sfavorevoli, che ove prospettate (nei rapporti tanto di diritto pubblico quanto di diritto privato) renderebbero comunque illegittima la raccolta dei dati, che risulterebbero per questo motivo inutilizzabili.

L’esercizio del diritto all’autodeterminazione informativa non può, insomma, determinare discriminazioni di alcun tipo, tantomeno in ambito lavorativo.

La necessaria volontarietà del tracciamento, unitamente ad altre garanzie previste dalla legge sul terreno della protezione dati, costituisce uno dei presupposti essenziali per la fiducia dei cittadini in questo sistema. Che deve poter tracciare – come abbiamo più volte indicato – non le persone ma il solo riflesso della loro attività epidemiologicamente rilevante: i contatti ravvicinati e duraturi tanto da poter indurre un contagio.

E la fiducia è essenziale per garantire un’adesione tanto libera quanto diffusa nella popolazione, per risultare efficace a fini diagnostici, promuovendo dunque scelte volontarie ma assunte nel segno della responsabilità e della solidarietà.

Le nuove forme (e le vulnerabilità) del lavoro

Il distanziamento sociale imposto a fini di contenimento dell’epidemia ha finito per ridisegnare tempi e spazi di vita scanditi da usi consolidati, accelerando in misura esponenziale quel passaggio al digitale che altrimenti sarebbe stato assai più lento e però anche più meditato.

La tecnologia ci è indubbiamente venuta in soccorso colmando con la connessione le distanze fisiche e ricreando, nello spazio digitale, luoghi di confronto, di dialogo, che la protezione dati può rendere ambienti non anomici ma rispettosi della persona nella sua posizione particolare di lavoratore, studente, docente, grazie alla regolazione leggera, ma completa, che può offrire.

La traslazione on-line di pressoché tutte le nostre attività non è, infatti, un processo neutro, ma comporta, se non assistito da adeguate garanzie, l’esposizione a inattese vulnerabilità in termini non solo di sicurezza informatica ma anche di soggezione a ingerenze e controlli spesso più insidiosi, perché meno percettibili, di quelli tradizionali.

Anche in questo caso, il contesto lavorativo è particolarmente significativo. Il diffuso ricorso allo smart working- generalmente necessitato e improvvisato, da parte tanto datoriale quanto dei lavoratori- ha catapultato una quota significativa della popolazione in una dimensione delle cui implicazioni non sempre si ha la piena consapevolezza e di cui va impedito ogni uso improprio.

Il ricorso intensivo alle nuove tecnologie per rendere la prestazione lavorativa non può, allora, rappresentare l’occasione per il monitoraggio sistematico e ubiquitario del lavoratore, ma deve avvenire nel pieno rispetto delle garanzie sancite dallo Statuto a tutela dell’autodeterminazione, che presuppone anzitutto un’adeguata formazione e informazione del lavoratore in ordine al trattamento cui i suoi dati saranno soggetti.

Va, in particolare, inteso in modo rigoroso il vincolo finalistico alla prestazione lavorativa che, rispetto ai controlli mediante strumenti utilizzati appunto per rendere la prestazione, legittima l’esenzione dalla procedura concertativa o autorizzativa (art. 4, c.2, l.300).

Non sarebbe, ad esempio, legittimo fornire per lo smart working un computer dotato di funzionalità che consentano al datore di lavoro di esercitare un monitoraggio sistematico e pervasivo dell’attività compiuta dal dipendente tramite, appunto, questo dispositivo.

Va inoltre assicurato – in modo più netto di quanto già previsto – anche quel diritto alla disconnessione, senza cui si rischia di vanificare la necessaria distinzione tra spazi di vita privata e attività lavorativa, annullando così alcune tra le più antiche conquiste raggiunte per il lavoro tradizionale.

Per garantire, dunque, che le nuove tecnologie rappresentino un fattore di progresso (e non di regressione) sociale, valorizzando anziché comprimendo le libertà affermate sul terreno lavoristico, è indispensabile garantirne la sostenibilità sotto il profilo democratico e la conformità ad alcuni irrinunciabili principi.

Il minimo comun denominatore di queste garanzie va individuato nel diritto alla protezione dei dati: presupposto necessario di quella libera autodeterminazione del lavoratore che ha rappresentato, come si è detto, una delle più importanti conquiste del diritto del lavoro.

In un contesto, quale quello attuale, caratterizzato tanto dall’emergenza quanto da un ricorso al digitale, l’autodeterminazione del lavoratore rischia di essere la prima libertà violata, persino in maniera preterintenzionale. Il diritto alla protezione dei dati consente di impedirlo: valorizziamolo, dunque, in emergenza e non solo.

Studio Tocivid-19 – Risultati incoraggianti anche se non definitivi

Assorted pills

Lo studio clinico non comparativo su tocilizumab è stato realizzato in condizioni di emergenza, in un contesto di elevate aspettative e assenza di trattamenti efficaci. Si tratta del primo studio approvato da AIFA nel corso della emergenza Covid19.

Per motivi etici si è deciso di rendere disponibile il trattamento per tutti i pazienti che a giudizio clinico ne potessero beneficiare nella prospettiva di avviare appena possibile anche studi comparativi randomizzati.

I risultati suggeriscono una moderata riduzione della mortalità. Lo studio sarà presto pubblicato su una rivista internazionale in modo da consentire una revisione approfondita da parte della comunità scientifica.

Risultati

Si tratta di risultati incoraggianti, anche se non possono essere ritenuti definitivi. Si è evidenziata una possibile moderata riduzione della mortalità nei pazienti trattati.

In particolare, a 14 giorni il tasso di letalità è risultato del 18.4% nell’analisi primaria considerando tutti i pazienti. Questi risultati non sono statisticamente significativi rispetto al 20% di letalità attesa definita a priori sulla base dei dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità. I risultati sono invece statisticamente significativi a 30 giorni, quando i valori di letalità sono del 22.4% in tutti i pazienti rispetto a una letalità ipotizzata a priori superiore al 30%.

Si attendono a questo punto i risultati degli studi randomizzati, attualmente in corso, a conferma e miglior definizione di questi possibili benefici.

 

Un sospiro di sollievo

È stata varata la manovra. Ieri, dopo mille slittamenti. Parto sicuramente complicato. Non poteva essere diversamente. Una manovra al mese di maggio non è mai stata fatta. Ha avuto una gestazione più o meno rapida. Nonostante si pretendesse una velocità maggiore, per la massa di denaro utilizzata, per me è comunque una manovra rapida.

È quindi, un atto estemporaneo. Fuori da ogni verbale storico. È il risultato del corona-virus. La quantità di denaro messo in moto è sicuramente elevata. Non è denaro gratis. Qualcuno lo pagherà. Lo sentiremo sulle nostre spalle nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Non c’è stato, non c’è e non ci sarà mai denaro gratis. Questo va saputo, sin da ora.

Fatta questa premessa, senza la quale ogni altra cosa risulterebbe astratta, faccio anche io alcune riflessioni sulla sostanza della manovra cosiddetta DECRETO RILANCIO.

È evidente che fronteggi aspetti fondamentalmente di welfare. Vale a dire di Stato sociale. Il senso di tutto questo è di aiutare tutti i soggetti che hanno subito insopportabili frustate dalla epidemia in atto. Dai lavoratori alle imprese, alle famiglie.

Ciascuno secondo modalità distinte e diverse. Ho trovato qualche stranezza, ma non mi sono approssimato alla manovra con occhio malevolo. Qualche sfasatura l’ho individuata nella distribuzione delle risorse. Ma nulla che mi faccia gridare all’orrore.

Devo confessarvi che io ho un chiodo fisso: mi attendo, in ciascuna circostanza, che le manovre economiche siano sempre volte a processi di sviluppo e di rilancio economico. E a dir il vero, anche in questa circostanza, mi sono avvicinato al documento, sfogliandolo con questa attenzione. Non è sicuramente questa manovra in grado di rispondere a queste profonde esigenze.

Troppo frettoloso è stato l’atto in cui è stata imbastita e deliberata. Sono sempre convinto che questo nostro Paese, soprattutto dopo questa immane sciabolata economica, debba fare uno sforzo micidiale, ben più potente rispetto a questo che oggi si apre davanti ai nostri occhi, per toglierci dal pantano in cui siamo ficcati.

A questo punto, il vero lavoro dovrà essere svolto da adesso fino ad ottobre, perché allora si dovranno vedere passi nella direzione auspicata. Se la finanziaria 20121, anno che comunque, se il virus tacitasse, mostrerà un balzo positivo, ma perché sia significativamente tale, qualsiasi sia il governo, dovrà fare necessariamente una manovra coraggiosa di investimenti pubblici di raggio elevato.

È giunto il tempo, non volevamo che fosse così, che si sfoderassero nuovamente politiche Keynesiane. Non era certo questo il momento per farlo, ma tra cinque mesi, almeno a mio modesto parere, verso quella strada ci si deve incamminare.

Intanto, speriamo che questa manovra permetta a questa azzoppata Italia, ti tirare un confortevole sospiro di sollievo.

La potenziale forza dei cristiani nel mondo post-pandemia

Il dovere di esserci. Un’affermazione (Giorgio Merlo, qualche giorno fa) che mi sento di condividere. Il problema è come, con quali modalità, con quali strumenti. Già sappiamo quante siano le differenti opinioni, posizioni, valutazioni d’opportunità oggi presenti nel variegato mondo cattolico italiano. Merlo ne cita alcune, dalla mera testimonianza sociale all’ambizione di un nuovo partito di cattolici, alla presenza – per lo più minoritaria – in uno dei partiti esistenti. Non è difficile dire che la prima è una scelta nobile ma non politica, la seconda pare oggi alquanto velleitaria (e infatti già tentata e fallita più volte negli ultimi vent’anni), la terza non particolarmente riuscita in quanto la presenza culturale dei cattolici – non dico di singole personalità bensì di incidenza effettiva nelle scelte – è risultata col tempo sempre più marginale (e il riferimento è in primis al Pd, partito invece sorto per valorizzare e “amalgamare” le sue culture fondative, inclusa, evidentemente, la cattolico-democratica).

Ma il problema, forse il problema maggiore, è il “chi”. Cerco di spiegarmi. Quanto è largo, oggi, il campo dei cattolici non dico praticanti ma almeno interessati alle posizioni e al ruolo dei fedeli nella vita politica del Paese? Quanti, all’interno di uno spettro di suo già non così ampio? E quanti, più in particolare, sentono forte il desiderio di riattualizzare e ricostruire una presenza, anche organizzata, del cattolicesimo democratico? I terreni di lavoro non mancano. Ho altre volte fatto cenno all’Unione Europea. Ma non v’è dubbio che la grave crisi che stiamo affrontando e affronteremo concederà molto spazio a un’idea solidale e sociale della politica, e quindi alla possibilità, per i cattolici democratici, di tornare ad esprimere non solo pensieri profondi e lunghi ma anche, e soprattutto, iniziative concretamente importanti per i cittadini, per la gente comune, potremmo dire – osando citare un Maestro ormai quasi dimenticato – per il popolo.

Le potenzialità ci sono. Ma la base di partenza – dobbiamo riconoscerlo – è invero assai stretta. Sul “come” c’è divisione. Il “chi” non offre numeri entusiasmanti. Bisogna allora andare oltre, nella ricerca.
Vi sono due punti, fra gli altri, sui quali riflettere. Serenamente, senza pregiudizi. Ma anche intensamente. Perché non è affatto detto non si possa alla fine individuare un percorso.
Abbiamo lo straordinario magistero di Papa Francesco durante queste settimane di pandemia. Nelle omelie delle celebrazioni più importanti e soprattutto in quelle del mattino alle 7 egli sta delineando un programma che oserei definire “politico” (dall’unità europea alla lotta contro la disoccupazione, dall’impegno per la salvaguardia dell’ambiente alla netta censura di ogni armamento) che sarebbe assai interessante riprendere e analizzare. Una testimonianza di possibile impegno di cristiani nella politica che deve però, per non rimanere tale, saper mobilitare il maggior numero di coscienze al fine di divenire politicamente incisiva.

Ma abbiamo anche la perplessità di molti cattolici di fronte a quella che ritengono una sorta di cedimento strisciante e progressivo nei confronti dell’Islam, tema divenuto via via più rilevante man mano che negli anni la presenza di una comunità musulmana si è ampliata nel nostro Paese, e in Europa. Un sentiment, o una preoccupazione, che ha facilmente incontrato la furba predicazione di politici e opinionisti appartenenti alla Destra più bieca e oltranzista, abili nello sfruttare a proprio vantaggio questo supposto indebolimento della cattolicità e più in generale della cultura occidentale.

La questione è delicata, e complessa. Facilmente manipolabile e travisabile. Epperò va affrontata. Se davvero si vuole “esserci”, costruire qualcosa che rafforzi la presenza cattolico-democratica. Perché presuppone l’idea – se volete, la scommessa – che non tutti quei cattolici tacciati di tradizionalismo integralista, di settarismo confessionale, di identitarismo reazionario sono poi effettivamente tali: non parlo ovviamente di quelli che occupano posizioni di rilievo, che hanno accesso ai media e guidano così l’offensiva reazionaria contro la Chiesa conciliare e contro il papato attuale, bensì dei semplici fedeli di base, una volta di più, il popolo, o comunque di una parte di essa. Molti fra questi, forse, potrebbero essere recuperabili ad un percorso solidale e affatto conservatore né tanto meno reazionario sol che si sapesse interagire con loro su un piano al tempo stesso intellettualmente alto ed empaticamente intenso sul concetto di identità. Un’identità cristiana che nessuno di noi ha intenzione di annacquare.

Coronavirus, Unicef: “Rischio morte per 6.000 bambini al giorno”

I dati sono basati sull’analisi dei ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, pubblicata nel The Lancet Global Health journal.
Secondo il peggiore dei 3 scenari presi in esame su 118 paesi a medio e basso reddito, l’analisi stima che a causa della riduzione dei livelli assistenza sanitaria di base e dell’incremento nella malnutrizione infantile acuta ulteriori nei prossimi 6 mesi, a livello globale, si potrebbe registrare un incremento di 1,2 milioni di decessi tra i bambini sotto i 5 anni ,
«Queste morti potenziali si aggiungerebbero ai 2,5 milioni di bambini che già oggi muoiono ogni 6 mesi prima del quinto compleanno, nei 118 paesi compresi nello studio, minacciando di ribaltare i progressi compiuti negli ultimi dieci anni nella lotta alla mortalità infantile» sottolinea Samengo.
«Inoltre, si calcola che circa 56.700 decessi fra le madri potrebbero verificarsi in soli 6 mesi, aggiungendosi alle 144.000 morti che già avvengono negli stessi paesi in quell’arco di tempo.»
«Secondo lo scenario peggiore, il numero globale di bambini che muoiono prima del quinto compleanno potrebbe tornare ad aumentare, per la prima volta dopo decenni» sottolinea Henrietta Fore, Direttore esecutivo dell’UNICEF.
 
«Non dobbiamo lasciare che madri e bambini diventino danni collaterali nella battaglia contro il virus. Non dobbiamo lasciare che i progressi degli ultimi dieci anni nel ridurre la mortalità materna e infantile vadano in fumo.»
Nei paesi con sistemi sanitari già fragili, il COVID-19 sta causando l’interruzione della catena di approvvigionamento e esercita pressione sulle risorse finanziare e umane a disposizione.
Anche le visite a ospedali e ambulatori sono diminuite a causa del lockdown, dell’interruzione dei trasporti e del timore di contagio diffuso fra le comunità.
In un commento al rapporto, l’UNICEF avverte che queste interruzioni potrebbero causare un aumento potenzialmente devastante della mortalità materna e infantile.

Gli scenari del rapporto

Lo studio analizza tre scenari per valutare l’impatto indiretto della crisi sulla mortalità materna e infantile attraverso la riduzione dei servizi sanitari di base.
Nello scenario meno grave, dove la copertura sarebbe ridotta del 15%, si prevede un incremento del 9,8% della mortalità tra i bambini sotto i 5 anni – pari a circa 1.400 decessi al giorno – e un incremento dell’8,3% della mortalità materna.
Nello scenario peggiore, dove la copertura si ridurrebbe di circa il 45%, ci sarebbe un incremento del 44,7% della mortalità infantile e del 38,6% di quella materna.
Questi interventi riguardano le cure pre e post natali, il parto, le vaccinazioni e i servizi di prevenzione e cura. Le stime mostrano che se, per qualsiasi motivo, le cure mediche di routine venissero interrotte e l’accesso al cibo diminuisse, l’incremento della mortalità materna e dei bambini sarebbe devastante.
La maggior parte delle ulteriori morti di bambini sarà causata da un incremento della percentuale di quelli colpiti da malnutrizione acuta – con un impatto potenziale che va oltre il sistema sanitario – e la riduzione delle cure di sepsi e polmonite neonatali.
Secondo questa ricostruzione e nell’ipotesi della riduzione della copertura degli interventi prevista dallo scenario peggiore, i 10 paesi che potrebbero avere il più ampio numero di morti ulteriori di bambini sono: BangladeshBrasileRepubblica Democratica del CongoEtiopiaIndiaIndonesiaNigeriaPakistanUganda e Repubblica Unita della Tanzania.
I 10 paesi con maggiori possibilità che si verifichi la più alta crescita del tasso di mortalità dei bambini nello scenario peggiore sono: GibutiSwazilandLesotoLiberiaMaliMalawiNigeriaPakistan Sierra Leone e Somalia. In questi paesi sono fondamentali continui rifornimenti di servizi salvavita.
Oltre alla stimata crescita potenziale della mortalità materna e dei bambini sotto i 5 anni descritta nell’analisi del Lancet Global Health Journal, l’UNICEF è profondamente allarmato dagli ulteriori effetti a catena della pandemia sui bambini:
  • Il 77% circa dei bambini sotto i 18 anni nel mondo – 1,80 miliardi su 2,35 miliardi – a inizio maggio vivevano in uno dei 132 paesi con politiche per rimanere a casa.
  • Circa 1,3 miliardi di studenti – oltre il 72% – non vanno a scuola a causa delle chiusure nazionali delle scuole in 177 paesi.
  • Il 40% della popolazione mondiale non può lavare le mani con acqua e sapone a casa.
  • Quasi 370 milioni di bambini in 143 paesi che normalmente si affidano ai pasti scolastici per una fonte di nutrizione quotidiana affidabile devono ora guardare ad altre fonti, dato che le scuole sono chiuse.
  • Dal 14 Aprile, oltre 117 milioni di bambini in 37 paesi potrebbero non ricevere le vaccinazioni contro il morbillo a causa dello stop alle campagne di vaccinazione per ridurre il rischio di diffusione del virus.
Questa settimana, l’UNICEF lancia #Reimagine, una campagna globale per evitare che la pandemia di COVID-19 diventi una crisi duratura per i bambini, sopratutto per quelli più vulnerabili – come coloro colpiti da povertà, esclusione o violenza in famiglia.
Attraverso la campagna, l’UNICEF sta lanciando un appello urgente a governi, opinione pubblica, donatori e settore privato per unirsi all’UNICEF e trovare una risposta, riprendersi e reimmaginare un mondo che attualmente è sotto assedio a causa del coronavirus:
  • Rispondere: dobbiamo agire adesso per fermare la diffusione della malattia, aiutare gli ammalati e proteggere i primi soccorritori che rischiano le proprie vite per salvare quelle degli altri.
  • Riprendersi: anche quando la pandemia rallenterà, ogni paese dovrà continuare a lavorare per mitigare gli effetti sui bambini e identificare i danni. Le comunità dovranno inoltre lavorare insieme e oltre i confini per ricostruire e prevenire il ritorno della malattia.
  • Reimmaginare: se abbiamo imparato qualcosa dal COVID-19 è che i nostri sistemi e politiche devono proteggere le persone, sempre, non solo in tempi di crisi. Mentre il mondo si riprende dalla pandemia, adesso è tempo di gettare le basi per ricostruire meglio.

La violenza di genere al tempo del Covid-19

Durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il 73% in più sullo stesso periodo del 2019. Le vittime che hanno chiesto aiuto sono 2.013 (+59%). Tale incremento non è attribuibile necessariamente a maggiore violenza ma alle campagne di sensibilizzazione che hanno fatto sentire le donne meno sole.

Le denunce per maltrattamenti in famiglia sono diminuite del 43,6%, quelle per omicidi di donne del 33,5%, tra le quali risultano in calo dell’83,3% le denunce per omicidi femminili da parte del partner. Per poter dare una lettura adeguata del fenomeno sarà necessario un periodo di riferimento più lungo.

Per il Lazio, il tasso di incidenza passa dal 6,8 del 2019 al 12,4 dello stesso periodo del 2020, per la Toscana, dal 4,8 all’8,5 per 100 mila abitanti. Le vittime chiamano di più rispetto allo stesso periodo del 2019 anche dalla Sardegna e dall’Umbria.

Le chiamate motivate da una richiesta di aiuto per violenza subita ammontano a 1.543, ma si chiama anche per avere informazioni sul servizio 1522 (28,3%), o per manifestare altre situazioni di disagio diverse dalla violenza (17,1%).

Nel 60,6% dei casi le chiamate arrivano tra le 9 e le 17; quelle durante la notte e la mattina presto, solitamente in numero minore, hanno raggiunto il 17,5% durante il lockdown.

Il 45,3% delle vittime ha paura per la propria incolumità o di morire; il 72,8% non denuncia il reato subito. Nel 93,4% dei casi la violenza si consuma tra le mura domestiche, nel 64,1% si riportano anche casi di violenza assistita.

I documenti tecnici di Inail e Iss per settori della ristorazione e della balneazione

Garantire la ripresa delle attività, successiva alla fase di lockdown, assicurando allo stesso tempo la tutela della salute dei lavoratori e dell’utenza. È questo l’obiettivo dei due nuovi documenti tecnici sui settori della ristorazione e delle attività ricreative di balneazione pubblicati sul sito dell’Inail, che li ha realizzati in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per fornire al decisore politico elementi di valutazione sulla possibile rimodulazione delle misure di contenimento del nuovo Coronavirus nella fase 2 dell’emergenza sanitaria.

Nel settore della ristorazione, che in Italia conta circa 1,2 milioni di addetti, ad assumere un aspetto di grande complessità è la questione del distanziamento sociale. Durante il servizio, infatti, non è evidentemente possibile l’uso di mascherine da parte dei clienti. Lo stazionamento protratto, inoltre, in caso di soggetti infetti da Sars-CoV-2 può contaminare  superfici come stoviglie e posate. Un altro aspetto di rilievo è il ricambio di aria naturale e la ventilazione dei locali confinati, anche in relazione ai servizi igienici, che spesso sono privi di possibilità di aerazione naturale.

Il Documento Inail-Iss raccomanda, tra l’altro, di rimodulare la disposizione dei tavoli e dei posti a sedere, definendo un limite massimo di capienza predeterminato che preveda uno spazio di norma non inferiore a quattro metri quadrati per ciascun cliente, fatta salva la possibilità di adottare altre misure organizzative, come per esempio le barriere divisorie. La prenotazione obbligatoria viene indicata come ulteriore strumento di prevenzione, utile anche per evitare assembramenti di persone in attesa fuori dal locale.

Nel Documento relativo al settore della balneazione, viene indicata una strategia di gestione del rischio che tenga conto di vari aspetti, che riguardano il sistema integrato delle infrastrutture collegate con la meta di balneazione, gli stabilimenti e le spiagge libere. Determinare l’area utilizzabile dai bagnanti richiede inoltre valutazioni specifiche, perché le aree costiere sono molto differenti tra loro. Si ritiene quindi opportuna l’adozione da parte delle autorità locali di piani che permettano di prevenire l’affollamento delle spiagge, anche tramite l’utilizzo di tecnologie innovative.

Per consentire un accesso contingentato agli stabilimenti balneari e alle spiagge attrezzate, viene suggerita la prenotazione obbligatoria, anche per fasce orarie. Si raccomanda, inoltre, di favorire l’utilizzo di sistemi di pagamento veloci con carte contactless o attraverso portali/app web. Vanno inoltre differenziati, ove possibile, i percorsi di entrata e uscita, prevedendo una segnaletica chiara.

Per garantire il corretto distanziamento sociale in spiaggia, la distanza minima consigliata tra le file degli ombrelloni è pari a cinque metri e quella tra gli ombrelloni della stessa fila a quattro metri e mezzo. È opportuno anche privilegiare l’assegnazione dello stesso ombrellone ai medesimi occupanti che soggiornano per più giorni. In ogni caso è necessaria l’igienizzazione delle superfici prima dell’assegnazione della stessa attrezzatura a un altro utente, anche nel corso della stessa giornata. È da evitare, inoltre, la pratica di attività ludico-sportive che possono dar luogo ad assembramenti e giochi di gruppo e, per lo stesso motivo, deve essere inibito l’utilizzo di piscine eventualmente presenti all’interno dello stabilimento.

Entrambi i documenti si soffermano anche sulle misure specifiche per i lavoratori, in linea con quanto riportato nel protocollo condiviso tra le parti sociali dello scorso 24 aprile. Oltre a un’informazione di carattere generale sul rischio da Sars-CoV-2, al personale devono essere impartite istruzioni mirate, con particolare riferimento alle specifiche norme igieniche da rispettare e all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Va comunque ribadita la necessità di una corretta e frequente igiene delle mani, attraverso la messa a disposizione in punti facilmente accessibili di appositi dispenser con soluzione idroalcolica.

I primi risultati dallo studio di Pavia sul plasma

Il progetto di studio pilota era iniziato 17 marzo e si è concluso l’8 maggio.

Il plasma donato da soggetti convalescenti/guariti  è stato già utilizzato per la terapia di varie malattie infettive.

Nella nuova sperimentazione di Pavia a cui hanno preso parte 48 paziente e in attesa di pubblicazione, emerge che “la mortalità dei pazienti in terapia intensiva si è ridotta al 6 per cento.

In altre parole da un decesso atteso ogni 6 pazienti, si è verificato un decesso ogni 16 pazienti.

Classe dirigente, adesso uno scatto di qualità.

Il capitolo della selezione della classe dirigente continua ad essere uno dei temi irrisolti della politica italiana. Ed è una spia sintomatica della crisi profonda della politica contemporanea e del suo quasi nullo appeal tra la pubblica opinione. È di questi giorni la riflessione di Alessandra Ghisleri che individua in uno striminzito 4,6% il tasso di fiducia dei cittadini nei confronti dei politici. Altrochè i sondaggi che snocciolano popolarità alle stelle per alcuni uomini di potere. Come si suol dire, sono tutti dati farlocchi e poco attendibili. Quello che conta , come dice giustamente la Ghisleri, è l’inconsistenza e non credibilità della attuale politica italiana riconducibile, prevalentemente, alla mediocrità e alla scarsa qualità della sua classe dirigente. Del resto, quando un partito vince le elezioni politiche e incassa un risultato eclatante all’insegna della distruzione di tutto ciò che trasuda passato e tradizione, che esalta l’improvvisazione, l’inesperienza e la incompetenza della sua classe dirigente, c’è poco da stare allegri. Ma le mode passano, come tutti sanno. E dopo la lotta furiosa contro la casta, contro la politica tradizionale, contro i partiti, contro il Parlamento e la democrazia rappresentativa, resta poco da salvare. Soprattutto quando scoppia una emergenza, una grave emergenza come quella che stiamo attualmente vivendo. E dove sono richiesti proprio quelle qualità e quegli ingredienti che sono stati violentemente respinti e delegittimati per anni. E cioè, competenza, esperienza, rigore professionale e, un pizzico di cultura politica. 

Ma, al di là di ciò che capita oggi sotto i nostri occhi, è del tutto evidente che la selezione della classe dirigente politica resta un tema sul tappeto. Di fatto irrisolto. Si tratta, in sostanza, di far sì che senza rimpiangere il passato o, peggio ancora, vivere di sola nostalgia, si inverta la rotta. Ovvero, che riemerga come un fiume carsico una classe dirigente che sappia coniugare competenza specifica con capacità politica; cultura politica con rigore morale; professionalità politica con rispetto degli avversari. In sintesi, una rivoluzione quasi copernicana rispetto alle dinamiche della politica contemporanea. Ed è proprio su questo versante che l’area cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale può essere nuovamente protagonista nella storia democratica di questo paese. Come lo è stata per molti anni dal secondo dopoguerra in poi. Perchè si tratta, nello specifico, di una classe dirigente che esiste, corre sotto traccia, è dispersa in mille rivoli ma è viva e vitale e contribuisce, su più versanti, a seminare valori, progetti, competenza, dirittura morale e anche e soprattutto cultura politica. 

Ecco, forse è arrivato il momento per farsi sentire di più. E meglio, senza riproporre le solite litanie che interessano a malapena ai diretti interessati ma investendo su una classe dirigente che mai come oggi è richiesta ed invocata. E, guarda caso, forse più dai nostri avversari e detrattori storici che non dai nostri simpatizzanti e amici di sempre.

Discorso all’umanità

Per Gentile concessione del direttore e autore dell’articolo Antonio Gaspari, riproponiamo questo testo apparso sulle pagine del giornale Orbisphera

Era l’ottobre del 1940 quando, negli Stati Uniti, fu proiettato il film “Il grande dittatore”.

Scritto, diretto, musicato, interpretato e prodotto da Charlie Chaplin, il film è la parodia satirica più straordinaria e famosa della dittatura nazifascista di Adolf Hitler (“Adenoid Hynkel” nel film) e Benito Mussolini (“Benzino Napaloni” nel film).

Era dal 1936 che Chaplin stava lavorando alla sceneggiatura di un film che denunciasse gli orrori del nazifascismo attraverso una parodia satirica.

Depositò la prima sceneggiatura presso la Lybrary of Congress il 12 novembre 1938, due giorni dopo la “notte dei cristalli”, quando le SA naziste e la gioventù hitleriana distrussero oltre 1.400 sinagoghe e case di preghiera ebraiche, dando alle fiamme cimiteri, luoghi di aggregazione, e migliaia di negozi e case private della comunità ebraica.

Nella sceneggiatura erano presenti situazioni realmente accadute ed erano oggetto di parodia eventi come la visita di Mussolini in Germania e l’annessione dell’Austria alla Germania.

Il 3 settembre 1939 furono distribuite le copie della sceneggiatura; nello stesso giorno l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania. La settimana successiva cominciarono in gran segreto le riprese del film.

Nonostante Chaplin sapesse che il suo film non sarebbe stato proiettato in Europa, investì nella produzione circa due milioni di dollari: una cifra enorme per quei tempi. Inoltre “Il grande dittatore” era il primo film con dialoghi parlati e Chaplin non voleva tacere di fronte alla minaccia che incombeva sul mondo.

In Europa il film non fu distribuito. In Italia il MinCulPop fascista emanò la disposizione di “ignorare la pellicola propagandistica dell’ebreo Chaplin” (anche se Chaplin non lo era), e anche la riedizione de “Il grande dittatore” fatta nel 1960 rimase a lungo sotto censura.

Il film ebbe grande successo commerciale, nel 1941 ottenne cinque candidature al Premio Oscar e viene tutt’oggi considerato uno dei capolavori della storia del cinema. Nel 1997 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Nella parte finale del film, Charlie Chaplin pronuncia con ardore il “Discorso all’Umanità”, che rimane anche oggi straordinariamente attuale. Lo riportiamo di seguito:

«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti.

La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell’odio, condotti a passo d’oca verso le cose più abiette.

Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno avvicinato la gente, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale. L’unione dell’umanità. Persino ora la mia voce raggiunge milioni di persone.

Milioni di uomini, donne, bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di segregare, umiliare e torturare gente innocente. A coloro che sono vittime dell’odio io dico: non disperate! Perché l’avidità che ci comanda è soltanto un male passeggero, come la pochezza di uomini che temono le meraviglie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. Il potere che hanno tolto al popolo, al popolo tornerà. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore.

Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui.

Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo». Non di un solo uomo, ma nel cuore di tutti gli uomini. Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di far sì che la vita sia bella e libera.

Voi potete fare di questa vita una splendida avventura.

In nome della democrazia, uniamo le forze. Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a tutti un lavoro, ai giovani la speranza, ai vecchi la serenità e alle donne la sicurezza.

Combattiamo per mantenere queste promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Nel nome della democrazia siate tutti uniti!».

Per il direttore del MES il debito dell’Italia è sostenibile

direttore generale del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), Klaus Regling,  ha affermato che: “a causa della crisi innescata dalla pandemia di coronavirus e delle misure adottate dal governo per farvi fronte, il debito dell’Italia aumenterà nel 2020 a circa il 160 per cento del Pil. Tuttavia, il disavanzo è sostenibile grazie ai bassi tassi di interesse”.

“Nonostante l’enorme aumento della spesa pubblica da parte degli Stati membri dell’Ue volto a fronteggiare la pandemia di Sars-Cov2, non vi sono segnali di una nuova crisi del debito sovrano. La Commissione europea ha, infatti, certificato la sostenibilità del disavanzo in tutti i 19 paesi dell’Eurozona”.

“Questa è la situazione attuale. Altrimenti non saremmo in grado di effettuare i prestiti a nessun paese”.

Se i titoli di Stato a dieci anni dell’Italia scadessero in questa settimana, ha quindi aggiunto Regling, il paese potrebbe “rifinanziarli a un prezzo inferiore rispetto a dieci anni fa”. Pertanto, secondo il direttore generale del Mes, “in questo modo, anche i debiti elevati possono essere finanziati”.

Europa: nasce la piattaforma Fit for Future.

Nasce la piattaforma Fit for Future, gruppo di esperti che aiuterà la Commissione a semplificare la normativa dell’Ue in vigore e a ridurre gli oneri amministrativi per i cittadini e le imprese.

La piattaforma Fit for Future – composta da un gruppo governativo e da un gruppo di portatori di interessi, specifica la Commissione – riunisce autorità nazionali, regionali e locali degli Stati membri, il Comitato delle regioni, il Comitato economico e sociale europeo e gruppi di portatori di interessati con un’esperienza pratica in diversi settori politici.

Ieri la Commissione ha pubblicato anche l’invito a presentare candidature ai fini della selezione di esperti per il gruppo dei portatori di interessati della piattaforma Fit for Future. Le candidature possono essere presentate fino al 19 giugno 2020. I documenti sono disponibili qui: https://ec.europa.eu/info/law/law-making-process/evaluating-and-improving-existing-laws/refit-making-eu-law-simpler-and-less-costly/fit-future-platform-f4f_en

L’allerta del Viminale sul fenomeno usura

L’usura sta cambiando, e il problema diventa più grave. Lancia l’allarme il Commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative contro il racket e l’usura Annapaola Porzio dalle pagine del quotidiano La Verità, come riportato in evidenza dal sito del Viminale.

La presidente del Comitato di solidarietà che gestisce il Fondo di rotazione per le vittime che denunciano analizza la nuova situazione nella nascente fase 2 della gestione dell’emergenza sanitaria Covid-19, la fase della ​ripresa di gran parte delle attività ma anche della mancanza di liquidità dopo la fase del lockdown.

Una forma di criminalità che «dopo anni di lotta» «godeva del massimo discredito», spiega Porzio, ora cerca di vestire ​«i panni del benefattore», di recuperare «quell’immagine di sostituto dello Stato assente che aveva perduto».

«In ​questo momento l’obiettivo della criminalità non è fare soldi con l’usura», visto anche che i tassi sono simili a quelli delle banche. “L’obiettivo è riacquisire sul territorio un passaporto di affidabilità».

«Stanno riemergendo atteggiamenti che erano scomparsi. Cedere alla criminalità usuraia era diventato un disvalore», ora le cose stanno cambiando, complice la complessità del reato di usura, che fa leva su dinamiche anche psicologiche, perché «la vittima percepisce lo strozzino come colui che gli è vicino, che lo sta aiutando».

Il prefetto non nasconde le difficoltà nel competere con questa forma subdola di criminalità che si insinua nel bisogno anche, ad esempio, ​aiutando i disoccupati nelle procedure per l’accesso ai finanziamenti pubblici. Il che non vuol dire che la burocrazia favorisca l’usura, mette in guardia Porzio; «le regole che noi chiamiamo burocrazia sono pesanti ma ​servono a tutelarci».

Il fenomeno è monitorato sui territori, al di là dei numeri, che non possono essere al momento quantificati perché le denunce «sono coperte da segreto istruttorio». Ma la situazione è di allerta, visto che il Fondo di solidarietà, spiega Porzio, ha erogato quasi 5 milioni di euro nell’arco di 2 mesi. È​ necessario contrastare, spiega il prefetto, con una «campagna massiccia di informazione» e facendo arrivare il più rapidamente possibile le risorse alle ​famiglie in difficoltà per combattere un fenomeno che rialza la testa anche attraverso le mafie.

Lo conferma il procuratore aggiunto alla direzione distrettuale antimafia di Palermo Salvatore De Luca: le organizzazioni mafiose cercano di impadronirsi delle piccole e medie imprese in difficoltà, su tutto il territorio nazionale, e di accreditarsi nel tessuto sociale «attraverso forme assistenziali». Il rischio usura «è elevatissimo perché la crisi economica potrebbe essere in futuro molto più forte», la criminalità organizzata «è pronta a sfruttare la situazione».

Maggio è il mese della sensibilizzazione per il carcinoma alla vescica

Maggio, in tutto il mondo, è il mese in cui si mobilitano i centri  ospedalieri per una campagna di sensibilizzazione che ha lo scopo di mettere in evidenza i principali aspetti riguardanti il carcinoma alla vescica.

Il tumore alla vescica, in Italia, è la quinta forma di cancro più frequente, con circa 29700 nuovi casi diagnosticati nel 2019: 24000 tra gli uomini e 5700 tra le donne. Colpisce in ogni fascia d’età, tuttavia poche persone sanno riconoscerne i segnali e, di conseguenza, spesso la diagnosi è tardiva. Il tasso di sopravvivenza risulta essere in media del 79% a 5 anni, e del 71% a 10 anni .

Il principale sintomo è il sangue nelle urine, o ematuria, e deve essere considerato un vero e proprio campanello d’allarme. Altri sintomi indicativi di un possibile tumore vescicale, anche se più rari, possono essere la necessità di urinare più frequentemente, o le infezioni ricorrenti.

Pensiamoci

Pensiamoci, nel senso di “pensarci su”, riflettere e analizzare profondamente, umilmente, attentamente. Troppe altre curve della nostra storia sono state superate in velocità, distrattamente. Pensiamoci anche nel senso “pensiamo a noi”. Tante situazioni abbiamo vissuto dall’inizio di questo anno 2020 e tante dobbiamo ricordare per mettere in fila responsabilità, proposte e progetti. 

Non sembri una esagerazione, ma accanto all’emergenza coronavirus non possiamo dimenticare che l’umanità è insidiata da un’altra urgenza. Un delitto contro l’umanità si sta consumando alle frontiere turcogreche, nelle isole dell’Egeo, sulle coste meridionali dell’Italia.Siria e Libia sono focolai che non si spengono. La ‘ malattia ‘ di cui non stiamo recependo la espansione pandemica è la chiusura della intelligenza e della volontà verso i disastri che stiamo preparando con le nostre mani.I fenomeni migratori non si fermeranno più e con loro non si bloccheranno ai confini – inesistenti- le malattie. Le guerre di cui siamo responsabili tutti in Occidente, al di qua e al di là dell’Atlantico, non potranno non essere causa, e perfino effetto, delle enormi ingiustizie perpetrate sul pianeta. Veniamo da una stagione di chiusura di porti e di sequestri di navi, tuttavia non è stato possibile tenere fuori dalla porta persone che bussano per essere aiutate a non morire. 

C’è un malato ormai cronico, e che perciò merita una lunga e accurata cura, il nostro pianeta. Povertà, fame, guerre e distruzione dell’ecosistema. A Greta si sono dedicate immonde critiche. Il presidente del Brasile ha rivendicato la ‘proprietà’ della Amazzonia: un altro che crede che l’atmosfera non abbia confini… Per ogni malattia si cercano rimedi; per l’immigrazione si è lasciato fare alla natura e il Mediterraneo è diventato una immensa tomba. I miliardi offerti a un dittatore, perché mantenesse in campi si concentramento i profughi, sarebbero stati meglio ‘stornati’ su politiche degli Stati per accoglienze inclusive attraverso la formazione linguistica e lavorativa; riabilitazione di strutture fatiscenti e improduttive, promozione della salute, della alfabetizzazione, degli “aiuti a casa loro “. Avrebbero risanato la nostra umanità inaridita, ripiegata sulla propria soggettiva utilità.

E anche in questo ambito coronavirus suggerisce soluzioni. Chi conosce i problemi dell’agricoltura non può non preoccuparsi dei danni che procura la mancanza di manodopera. Mangiamo agrumi che arrivano dalla Spagna, fragole che arrivano dalla Grecia.

I nostri produttori chiedono la regolarizzazione degli immigrati che servono. La gran parte di loro lavora in Italia da anni, in modo invisibile, sottostando a diversi tipi di caporalato. Uno ‘stile’ inaccettabile applicato ai tanti lavoratori anomali, dalle badanti (oltre un milione) che aiutano le famiglie, ai tanti altri servizi umili e pagati in nero. Quante situazioni ha svelato questo coronavirus a chi non ha mai voluto conoscerle.

E la mancanza di consapevolezze e di competenze è stata rivelata anche in certe modalità con cui si sono affrontate le diverse sfumature della emergenza sanitaria. La più evidente riguarda la incapacità di selezionare le risposte a secondo l’urgenza del bisogno. Si sono predisposti posti letto in ospedale con una velocità che avremmo voluto vedere anche per completare il Mose o le diverse infrastrutture sparse per l’Italia.

La stessa premura non si è applicata alle Case di riposo per anziani. Inutile nasconderci che all’inizio si è deragliato dalla nostra antropologia: si sarebbero ammalati solo gli anziani – i grandi vecchi- e per di più affetti da più patologie e perciò si potevano lasciare andare…

Ora la magistratura sta indagando nelle RSA alla ricerca di negligenze e omissioni, ma l’errore è stato all’origine, non prevedendo chiusure ermetiche delle RSA, anche per i dipendenti( che avevano familiari a casa a rischio contagio) con la predisposizione conseguente di un congruo aumento di personale per poterlo sostituire; non permettere che gli anziani contagiati rimanessero nella stessa RSA e, soprattutto, non chiedere a queste strutture di accettare il trasferimento di pazienti dagli ospedali. Era diventato bacchetta magica il tampone, quando e’ noto che il passaggio da positivo a negativo, e viceversa, sarebbe una questione di ore e quindi non indicatore infallibile.

Data la mia passione, e un po’ di competenza, avevo suggerito di lanciare un bando per assumere infermieri e operatori sanitari, subito, appena dopo quello per i medici e invece si è atteso fino quando si è arrivati al capolinea…ora ci mancherebbe solo che le RSA venissero ‘strozzate’ sotto il profilo economico.

È di tutta evidenza che hanno perso molti ospiti; piuttosto le Regioni dovrebbero rimborsare le rette relative al numero di letti occupati prima della emergenza! Perché occorre prevedere che le famiglie avranno bisogno di ricoverare i loro anziani ammalati, non autosufficienti o affetti da demenza. Con quale conoscenza dei bisogni, da diverse parti si suggerisce l’assistenza domiciliare quando abbiamo constatato quanto il territorio non sia mai stato attrezzato per l’assistenza primaria, che non significa solo la disponibilità di un medico, un infermiere, un collaboratore familiare? Chi offre spassionatamente questi suggerimenti conosce la composizione delle famiglie e le pezzature degli appartamenti? “voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, cosa sapete?”

Troppo parole abbiamo ascoltato. Troppo narcisismo televisivo perfino degli scienziati che in due mesi si sono contraddetti su tutto. Troppe commissioni e norme. La burocratizzazione delle risposte a bisogni mutevoli ad horas ha reso più difficile contrastare il covid 19.

Politici e scienziati devono trasformare la loro collaborazione in una alleanza vera e propria, sapendo, in ogni caso, che la politica, in nessun modo, puo’ dimettersi dalla propria responsabilità. 

E fra incertezze, speranze e polemiche si apre la fase 2. Di nuovo appare il Paese dei dottor sottile: si vorrebbe dal governo la filologia delle parole usate, forse perché non ci basta il buon senso per capirle. Se un carabiniere interrompe una Messa significa non che le norme non sono chiare ma che non si è in grado di discernere autonomamente e non si vuole assumere nessuna responsabilità. Le Messe interrotte davvero sono quelle di Tommaso Becket e di Oscar Romero, martiri. 

Sembra difficile anche comprendere perché rifiutarsi di aderire alle nuove modalità di prestiti europei, considerando che ne abbiamo bisogno e che sono caduti i vincoli paventati dagli euroscettici. “Prima gli Italiani” è il tempo di dimostrarlo. Soprattutto i fondi vincolati a investimenti in sanità mi sembrano indispensabili. Banca Centrale Europea, Commissione e Consiglio europeo potrebbero innescare una nuova marcia verso l’Europa Unita: è questo processo che si vuole impedire? Anche più Europa corrisponde a prima gli Italiani. Che forza avremmo da soli per il rilancio della economia interna e dei mercati extranazionali? Siamo il Paese che secondo l’Ocse ha competenze modeste nella comprensione dei linguaggi e forse per questo gli euroscettici continuano a rinominare Mes anche ciò che non è, e comunque anche del Mes non sanno o non vogliono precisare i contenuti favorevoli. 

Abbiamo bisogno di uscire da una stretta economico finanziaria senza precedenti e i fondi non servono solo alle imprese ma anche alle famiglie. Abbiamo conosciuto, forse, ma poco, quali situazioni inimmaginabili ha scoperto il coronavirus, nel senso di aver tolto il velo a tutti gli invisibili: i poveri assoluti, i senza casa- non solo homeless- con pochi metri quadrati per numeri imprecisati di conviventi, bambini dimenticati nei loro bisogni essenziali- scuola e aria all’aperto- anziani ricoverati o malati affetti da demenza assistiti a domicilio da badanti, anch’esse invisibili… 

Abbiamo dovuto registrare quanto danno reca l’evasione fiscale e il lavoro nero: hanno acuito le inaccettabili diseguaglianze sociali, col corollario di gravi abusi e ingiustizie nell’accesso ai servizi da parte di chi non avrebbe avuto diritto.. 

Si dice che usciremo, da questa crisi, diversi. Lo si può essere in meglio o anche in peggio. Semplicemente potremo essere ancora noi, avendo acquisito consapevolezze importanti per i nostri comportamenti da cittadini. Se ce ne dimenticassimo, saremo diversi, in peggio. 

Abbiamo ascoltato molte voci che hanno presentato critiche verso chiunque e qualsiasi scelta fosse stata fatta. Mi rendo conto che ciascuno in cuor suo ha coltivato qualche rimedio che sarebbe potuto essere e non è. Ma credo anche che i cittadini non premierebbero coloro che vogliono crisi politiche approfittando delle reali difficoltà, sia decisionali che applicative che interpretative. 

Personalmente mi dico che a fatti così sconvolgenti, in continua evoluzione senza avere precedenti cui aggrapparci, non sarebbe stato facile per nessuno preparare strategie, perciò a ciascuno che mi rappresenta un problema e mi ripete una polemica, mi limito a chiedere quale la sua soluzione…” È il momento di cooperare non di cercare colpevoli” ( Bill Gates). 

Da sempre mi frulla nella testa il motto che il visitatore legge all’ingresso della sede della Comitato internazionale di Croce Rossa: “Tutti sono responsabili di tutto davanti a tutti”.