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mercoledì, 11 Marzo, 2026
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De Gasperi, impegno di una nuova resistenza sulla linea della difesa del paese.

Appello rivolto in Campidoglio al Congresso della Federazione italiana volontari della libertà (FIVL) e a tutti i comandanti partigiani, autori del secondo Risorgimento e del riscatto politico e morale della nazione, per contribuire – memori della guerra civile – ad una politica di pacificazione nazionale e a diffondere, come ex volontari e combattenti, la necessità di narrare l’esercito per garantire un regime interno di democrazia e di libertà e l’indipendenza del paese da aggressioni straniere.

Se questo Congresso fosse anche solo un atto commemorativo e celebrativo, il dovere del Governo nella persona del suo capo sarebbe di inchinarsi dinanzi ai morti e associarsi a celebrazione del sacrificio dei vivi, ma questo non è un Congresso che guarda semplicemente al passato. È rivolto, come abbiamo sentito dagli oratori precedenti che hanno esposto il programma, innanzitutto al presente e all’opera dell’avvenire. Ed ecco che il mio sostanziale dovere come Capo del Governo è di ringraziare gli oratori e voi che vi siete associati alle loro conclusioni per il rinnovamento dell’impegno che avete preso verso la Patria italiana, verso la Patria e il regime libero delle istituzioni democratiche. La Patria in questo momento ha bisogno di solidarietà, ha bisogno di una nuova resistenza: la resistenza contro le forze disgregatrici; ha bisogno di ardimento operoso contro l’antilibertà.

Ha detto bene il comandante Mauri: «Voi non vi siete battuti semplicemente per la cacciata dei tedeschi; voi vi siete battuti per creare un rinnovamento profondo nel Paese», quello – da lui definito – il secondo Risorgimento: «la libera comunità di italiani in una libera comunità delle Nazioni». Con questo ha formulato il suo, il vostro, il nostro ideale. La guerra vista dalla montagna, fa nascere e sorgere idee e prospettive secolari alle quali nella valle della vita quotidiana non siamo atti a guardare, e così avviene in tutte le crisi dei grandi avvenimenti storici. Ci sono dei momenti in cui tutto quello che è preoccupazione quotidiana e quanto sa di ordinaria amministrazione, si mette da parte e si vedono in prospettiva le grandi linee, i grandi principi, le grandi mete. Ed ecco perché anche voi, ritirati sulle montagne per la difesa, avete avuto il concetto del riscatto politico e morale del vostro Paese. La vostra parola comune è libertà. Una parola magica che vuol dire molte cose, che sottintende molte cose; libertà prima nel senso di indipendenza del Paese contro qualsiasi dominazione ed aggressione; libertà poi in regime politico, avvento delle forze popolari al Governo; libertà nella giustizia sociale, cioè ridistribuzione della proprietà, del reddito, della ricchezza; libertà consapevole dei valori spirituali eterni e religiosi.

Per taluni, pochi, che venivano dal mondo della cultura, fra i partigiani, la libertà sarà stata anche una dottrina filosofica, ma per tutti divenne e fu la conclusione pratica di un’esperienza storica. Una conclusione definitiva dopo venti anni di dittatura e sopratutto innanzi agli orrori della guerra civile, una conclusione ora si rinnova nel vostro impegno e ci sta di fronte come necessità della nostra opera. Allora, era più facile intendersi su questa parola in una sfera molto ampia; l’anti-libertà si chiamava Hitler e si traduceva un po’ adattando il significato della parola il «Deutschland über alles».

Oggi c’è un «bolscevismo über alles». C’è un concetto generale di una dominazione che non conosce frontiere, anzi che spacca le frontiere; la dominazione di un regime, non parlo della dottrina, parlo di un regime, un regime il quale non conosce libertà e noti conosce istituzioni rappresentative di carattere democratico. Veramente queste cose le sapevamo; veramente le abbiamo imparate un po’ alla volta dal 1945 in qua, però il caso della Corea è stato così impressionante che sarebbe grave errore non trarne ammaestramento. Ma vi siete accorti che con un automatismo rapidissimo, quanto è rapida la
ne telefonica o radiotelefonica nel mondo, anche l’Italia si è trovata spaccata in due parti, come se il parallelo 38° fosse passato metaforicamente a dividerla nel medesimo momento. Questa scissione automatica e istintiva ci ha spaventati tutti, anche coloro che sapevano che doveva finire così. Ma, dunque, ci siamo detti: la Russia, questo Stato che rappresenta il bolscevismo, aggredisca o non aggredisca, abbia torto o ragione; la Russia dunque deve essere obbedita, e le Patrie esistono solo subordinatamente a questo ideale supremo del bolscevismo.
Dunque la Costituzione italiana che dice sacra la difesa della Patria vale in quanto si accetti sempre ed in qualunque caso la subordinazione alla Russia. Da ciò i telegrammi a Stalin e la speranza fanatica di una «liberazione». Liberazione da che? Liberazione dall’Italia democratica che il popolo ha voluto, e ciò per imporci un regime dittatoriale, uno Stato-partito contro cui voi partigiani insorgeste. Ecco, amici volontari, che voi seguendo oggi un precetto della vostra coscienza, vi trovate anche nella logica degli storici sviluppi del vostro movimento. E la vostra conquista che siete chiamati a difendere. Voi avete contribuito in forma eminente a ricostruire questa Italia, a darle una dignità. Oggi abbiamo bisogno di solidarietà nazionale e voi potete contribuirvi, alimentando nella vita quotidiana la fede nel patriottismo sincero, vigilando sui pericoli scuotendo gli incerti, incoraggiando i pavidi, sollevando la speranza e la fede nell’avvenire d’Italia.

Non si tratta di difendere un partito, ma i principi vitali della democrazia. Domani ci può essere un’altra maggioranza diversamente costituita, ma il principio non deve essere perduto: istituzioni libere e possibilità di trasmissione diretta della sovranità del popolo; questa è la libertà politica della volontà del popolo. E non cadiamo nel vecchio errore. Dir male delle istituzioni è facilissimo perché sono istituzioni umane, composte e impastate da passioni umane e da debolezze umane; dir male del Parlamento è la cosa più facile del mondo. Dire male di un congresso, discutere, denigrando o diminuendo il valore positivo delle cose, è quasi una tendenza tradizionale da noi e non solo da noi. Evidentemente è una debolezza umana generale ma è un difetto che in certi momenti può costituire degenerazione della democrazia e dobbiamo combatterlo. Ma per i difetti e per l’eventuale degenerazione, non possiamo tornare dalla Camera all’anti-Camera. Non dobbiamo tornare alla libertà oppressa, al regime dittatoriale dove, al più, è lecito mugugnare. Non lasciamoci ingannare dalle pur legittime critiche. Senza dubbio speriamo che i nostri figli si trovino innanzi ad un sistema rappresentativo più ideale, più sicuro, più degno; sarà la via dei progresso. Ma perché questo sogno si avveri, non dobbiamo rinnegare il punto di partenza. Perché io insisto su questa parola Parlamento? Perché anche molti dei nostri amici, anche buoni patrioti, credono che sia una cosa secondaria, e forse nel 1921-22 anche molti di noi lo abbiamo creduto, nonostante che avessimo dinanzi la storia della esperienza politica.

Ma il risultato positivo della esperienza fascista deve essere questo: mai più tornare indietro nello sviluppo parlamentare; correggerlo, rinnovarlo, tutto quello che volete, ma non abbandonare il sistema, perché abbandonato il Parlamento, le altre libertà non sono più sostenibili. Questo lo ripeto qui in mezzo a uomini avvezzi a ricorrere alla difesa con la spada, che hanno una certa concezione militare della vita e delle grandi virtù, che fanno parte di sta concezione militare. E necessario però aggiungere a queste doti anche l’accettazione volontaria dello spirito democratico che vuoi dire veramente sottoporsi all’esperienza parlamentare perché fino ad ora si è dimostrato non esservi altra spada per migliorare le leggi della convivenza civile. Voi che rappresentate lo spirito di sacrificio, di disciplina, sopratutto di disciplina, potreste esigere anche dagli uomini rappresentativi della Nazione che dimostrino un senso maggiore di disciplina. Io lo predico da sempre, lo predico tutti i giorni, ne sento la necessità, ma in Italia a questo ci si arriva lentamente perché tutti gli italiani sono oratori, tutti hanno la fantasia facile; tutte attitudini le quali portammo fatalmente alla discussione lunga e molteplice. Allora voi militari, voi che vedete la necessità della disciplina e dell’azione, perdonate un po’ questo vizio nazionale, e cercate di correggerlo; e noi parlamentari, noi uomini politici, riconosciamo che la Nazione è perduta se accanto a questa libertà di discussione non c’è il senso della disciplina, lo spirito di sacrificio di cui questi uomini che mi circondano sono stati i campioni. Io vi ringrazio dunque di questo vostro impegno, di questa promessa di collaborazione. Fra le proposte dell’amico Mattei mettete in prima lirica l’Intervento attivo, accanto alle forze dell’ordine, in caso di emergenza e di pericolo. Avete offerto al Paese ragione di incoraggiamento, bisognava che voi lo diceste. Lo sapevamo che l’avreste fatto, ma era necessario dirlo perché c’è in giro tanta gente pavida, tanta gente intimidita.

Ma al di là di questo compito straordinario di emergenza, dal compito di mobilitazione di tutte le forze, avete indicato il vostro compito della vita quotidiana, della vita ricostruttiva. Anche qui abbiamo bisogno che le parole abusate di «patriottismo», di «Nazione», di «elevazione popolare», prendano un senso più adeguato alla situazione, prendano un senso più concreto e più giusto. In questo voi potete aiutarci. Mauri ne ha parlato specificatamente; così avete pensato ai tempi del combattimento: questo era il vostro pensiero di allora, questo è il programma di oggi. Abbiamo bisogno che voi eleviate in Italia la fede del patriottismo; solleviate questo Paese disfatto dalla sconfitta e dalla guerra civile, solleviate la fede nella speranza e nell’avvenire d’Italia. E come se doveste portare lo spirito del volontarismo dalla montagna nella valle, nella valle della ricostruzione; nella valle dove l’aria è meno pura e il cammino più imbarazzato dai molti viandanti in varie direzioni; occorre portiate questo spirito dei vostro sacrificio, questo spirito concreto di ricostruzione, questo spirito di subordinazione delle persone, all’ideale umano di una Patria di tutti; bisogna che lo portiate nella vita quotidiana e ci aiutiate a far capire a questo popolo che non ci sono sempre due estremi: o da una parte la subordinazione ad un ideale internazionale, o dall’altra l’accensione in un nazionalismo che conduce al disastro. No. C’è la via larga della tradizione italiana.

La situazione internazionale anche oggi e anche domani dovremo in parte subirla e vi prego di tenerlo sempre in mente. Quando incomincerete a criticare la attività di un Governo o di un rappresentante, ricordatevi che le situazioni non si risolvono con le parole. L’Italia è un Paese moralmente altissimo; la nostra forza sta nella nostra civiltà, nella nostra energia morale. I rapporti di forza materiale noli ci sono spesso favorevoli. Allora bisogna girare gli ostacoli e adattarsi. Ma arriva un momento in cui si impone il dovere morale di difendere il carattere di una Nazione, la dignità di un popolo. Ed allora, diamo contenuto a questa parola di patriottismo, a questa parola di Nazione, diamo un contenuto che si inquadri nei nostri valori storici e sopratutto questa parola applichiamola al popolo. Non è più il momento di decidere delle questioni in piccola cerchia o rappresentanza di classe. E il popolo italiano l’attore principale, noli dimentichiamolo. E un’altra cosa vi vorrei raccomandare: voi venite dall’esercito; la maggior parte di voi sono stati educati nell’esercito; vi sono stati degli errori, delle disgrazie, delle sconfitte. Forse, più che altro, degli errori. Ma oggi la Nazione si riarma. Bisogna che lo facciamo per la nostra difesa. Lo facciamo tenendo conto delle necessità popolari e delle riforme sociali. L’esercito deve essere attrezzato. Non possiamo esporci al rimprovero di aver parlato di milioni e milioni di baionette e poi lasciare inermi i nostri soldati. La democrazia parla meno di milioni di baionette, ma cerca di attrezzare modernamente i soldati che devono difenderci. Ma sopratutto c’è bisogno di curare e di elevare lo spirito dell’esercito ed ecco dove faccio appello a voi. Aiutateci, aiutateci, aiutateci, perché alla attrezzatura moderna si unisca l’antico spirito da cui voi siete venuti: difendete l’esercito dalle insidie. Ne ha parlato anche l’amico Mattei. L’esercito è veramente insidiato.

Sono certo, come tutti mi assicurano, che l’infezione non è entrata in cavità ma il tentativo c’è, e ripeto, è sistematico. So che voi amate l’esercito; aiutateci a difenderlo poiché è il baluardo della Patria e della libertà. Un’altra cosa aiutateci a fare: credo che anche voi, nella vostra esperienza di combattenti e di volontari, dopo una guerra spaventosa finita così male, dopo la guerra civile a cui avete dovuto prendere parte e dopo aver assistito all’amara esperienza dei trattati di pace e dei rapporti fra i vecchi e i nuovi alleati, credo che anche voi siate arrivati a quella conclusione che io ho spesso ripetuto: vogliamo mettere l’Italia in piedi innanzi a tutte le nazioni. Una volta data una parola dobbiamo mantenerla fino alla fine. Quindi, non mi state a parlare di neutralismo, di meditazione sulle possibili sortite.. Lentamente raschiando un po’ di pregiudizi che hanno avuto naturalmente un’origine da qualche fatto storico, bisogna che arriviamo ad imprimere nella mente dei nostri nemici e dei nostri amici, che siamo un popolo leale, che se facciamo un patto lo manteniamo e che anche noi siamo disposti alla nostra parte di sacrificio. Voi inoltre che avete vissuto gli orrori della guerra civile, aiutateci a superare lo spirito funesto delle discordie, Certo, vi può contribuire la misericordia che tanto si invoca. Si devono lasciare cadere i risentimenti e l’odio, si deve perdonare, come qualcuno di voi ha detto.

Ma la sincera pacificazione noti è possibile, se non si smette il tentativo di avvelenare ancora la fantasia della gioventù italiana, con l’esaltazione di un disastroso passato e col far riapparire lo spettro della dittatura di partito, contro la quale voi siete insorti. Siamo pronti a tirare un frego su tutto il passato ad una condizione: che di qui innanzi non ci sia che una patria sola, un regime solo riconosciuto, una libertà sola. L’Italia ha bisogno di tutti i suoi figli in questo momento, di tutti i suoi figli in buona fede.

Così ho finito, amici miei. Con un pensiero vorrei concludere: la Nazione è anche una storia, una tradizione, un complesso di sentimenti, un complesso di idee, che continuamente rifioriscono, di generazione in generazione; ma la patria vivente in cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo difendere, è il popolo italiano. E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha, che oggi non abbiamo la possibilità di assicurare perché ancora ci sono quelli che assorbono una quota troppo grande del reddito nazionale.. Non è che noi posizioni e agi: è che noi abbiamo il dovere di una perequazione più giusta e più sana. Anche qui, amico Mauri, io credo che saremo d’accordo, perché in un suo libretto ho trovato ricordata una canzone dei partigiani del Piemonte in cui si precisavano gli scopi della guerra di liberazione. Le strofe erano diverse, ma una mi ha colpito specialmente: Perché combattere? E la canzone partigiana rispondeva: «Perché questa antica parola Popolo suoni divina – al mio compagno signore – e a me stirpe contadina».

***Discorso al Congresso dei comandanti partigiani AADG, FB, 28 ottobre 1950, XI, pp. 20140.20150; pubblicato su «Il Popolo». 31 ottobre 1950, p. I, con il titolo Impegno di una nuova Resistenza sulla linea della difesa del paese, in De Gasperi 1956, 1, pp. 291-300 e in De Gasperi 1990 a, pp. 383-388, con il titolo Per la difesa delle libere istituzioni.

 

Intervista postuma a Mons.Giovanni Barbareschi: “Il primo atto di fede è nell’uomo”.

Sul quotidiano cattolico AVVENIRE è comparso un interessante servizio dedicato al contributo che i religiosi diedero alla Resistenza partigiana, collaborando significativamente alla fase della Liberazione dal nazi-fascismo. Questa presenza di sacerdoti e suore accanto ai partigiani testimonia certamente una condivisione di sentimenti, aspirazioni e ideali e quanto fosse cercato e voluto – in mezzo a tante storie di tribolazioni e sacrifici, anche di vite umane  – il conforto dell’assistenza spirituale.  Un diffuso, nascosto, silente e diuturno aiuto ai più deboli e agli oppressi, realizzato con amore e spirito di servizio, nelle chiese, nei conventi, nei monasteri. Si tratta forse di una parte ancora nascosta di storia che va scoperta e rivalutata? 

Alla luce della Sua esperienza personale vuole rievocare quel sostegno dei religiosi alla lotta di Liberazione  e valutare l’importanza e  il significato dell’attuale rivisitazione storica, dove  anche la Chiesa ritrova una sua significativa collocazione?

La Resistenza è stata per me significativa e importante. Avevo 22 anni ed ero stato educato in una famiglia certamente antifascista. Mio padre non è mai stato iscritto al Partito Fascista e per questo ebbe difficoltà nel suo lavoro e nel racimolare quanto era necessario per mantenere la famiglia: eravamo quattro figli. Io ricordo quando – Balilla – tornavo dalle adunate che si svolgevano al Liceo Manzoni dove ero alunno, tornavo alla domenica a casa e dicevo a papà, con orgoglio: “ci hanno anche portato a Messa”, ed ero tutto orgoglioso di quelle Messe dove potevamo tenere il nostro fez in testa e dove alla Consacrazione scattavamo sull’attenti: eravamo tutti molto ‘presi’da quella situazione, infervorati, convinti. Tornavo a casa e ne parlavo con mio papà  ma lui mi rispondeva: “quella Messa non vale niente”.  Meravigliato dicevo “perché, papà?” e lui mi spiegava: “perché non eravate liberi di partecipare a quella Messa, dovevate andarci ‘in massa’: “quando non c’è libertà non c’è fede”. 

Questa era l’educazione che ricevevo nella mia famiglia ed è poi continuata con un altri episodi: cito quello del 18 novembre 1935, nel periodo in cui si doveva consegnare l’anello, la fede nuziale, cioè l’oro alla patria per sostenere la guerra in Abissinia. Ricordo che mio padre – eravamo a tavola –  pubblicamente aveva detto a noi quattro figli: “La mamma non andrà a consegnare quella vera”…

“Quella fede nuziale gliel’ho data io e la mamma la tiene per me”. Questo era un rischio, perché tutti erano controllati, chi andava a consegnare l’oro e chi no. Ma mia madre non andò. Educato in una famiglia così, quando è venuto quel periodo che Padre David Maria Turoldo chiama “i giorni del rischio”, era logico che io mi mettessi dalla parte della Resistenza e mi schierassi al fianco di coloro che si opponevano ad una mentalità, ad un modo di fare, alla Repubblica di Salò, al regime fascista. In tanti abbiamo detto di no e il nostro no era convinto. 

Vorrei però mettere in evidenza che la forza più grande della Resistenza non è stata quella “armata”, bensì quella di tutte le persone che si opponevano con un gesto, con una mentalità, con un rifiuto: la vera Resistenza fu una resistenza morale e ad essa noi preti – io stavo per diventarlo, fui consacrato il 13/8/44 – abbiamo dato una testimonianza autentica.

Era un tempo in cui non ci si poteva fidare di nessuno (“mi avranno visto?….”posso dire?…non posso dire?….”se parlo mi tradisce?…: erano gli interrogativi di allora) ma dei preti ci si poteva fidare. Sacerdoti e suore erano, così, persone di fiducia, anche se non sapevi cosa e come pensavano: ma certamente non ti avrebbero mai tradito. Non avrebbero mai detto di un incontro, di un giornale clandestino, di un nascondimento, perchè avevano una dirittura morale che superava ogni idea, ogni concezione.

La Resistenza per me è cominciata così: allora ero diacono e nei mesi estivi andavo nella casa alpina di Motta, sopra Madesimo, al confine con la Svizzera, per dare un po’ di aiuto al Rettore Don Luigi Re. Ricordo che una sera di settembre 1943 arrivò da noi una famiglia: padre, madre e due figli. L’uomo disse a Don Re: “Per favore ci aiuti ad andare in Svizzera, qui siamo ricercati”.

Andare in Svizzera era per noi una passeggiata normale, i tedeschi rilasciavano un lasciapassare ma non stavano a contare le singole persone: quella volta passammo il confine in 24 e tornammo in 20. Quella famiglia di ebrei trovò rifugio in Svizzera. Quello fu il mio primo gesto, cui ne seguirono molti altri: il mio scopo divenne quello di salvare ebrei e insieme a loro ricercati, renitenti alla Repubblica di Salò, prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento, che erano scappati nel periodo che va dal 25 luglio all’8 settembre, tra la caduta del fascismo e l’armistizio.

Salvare questa gente, portarli di  là: divenne uno scopo, una missione, anche facendo carte false.

I più giovani li portavamo camminando sui valichi, mentre per far passare  gli anziani “compravamo” letteralmente (è questa la parola giusta) le guardie di confine fasciste e svizzere.

Quanti ebrei abbiamo salvato? Non lo so, la cifra non saprei dirla e non mi interessa neppure saperlo. Conservo in casa mia il diploma di riconoscenza del popolo ebreo per quelle azioni di salvataggio: è la cosa più cara e preziosa che ho (‘mi mostra il diploma, appeso alla parete della sala, a lui dedicato dal popolo ebreo’).

Ci racconta qualche aneddoto, qualche vicenda umana come emerge dagli studi che hanno riscoperto e valorizzato quella parte non-armata della Resistenza?

 

Io – come ho già detto- sono stato consacrato prete il 13/8/44 e ho detto la mia prima Messa il 15/8, due giorni dopo, nella Chiesa di Santa Maria al Castello a Milano, di fronte al teatro “Dal Verme”. La sera di quel 15 agosto mentre cercavo di aiutare alcuni ebrei dando loro delle gallette, dei biscotti, del cioccolato perché erano in partenza per un campo di concentramento, uscendo dal carcere di San Vittore, fui arrestato dalle SS. Dopo un primo interrogatorio fui mandato al raggio quinto, cella 102, matricola 1092 e rimasi lì un po’. In quel raggio era imprigionati i cosiddetti politici e tra noi ci eravamo messi d’accordo: “quando torni da un interrogatorio, se non hai parlato, se non hai rivelato nomi e indirizzi, alza la mano destra”. E così sbirciavamo dagli spioncini delle celle che coloro che passavano alzassero la mano, come convenuto, per tranquillizzare gli altri.

Ma un giorno, tornando da un interrogatorio duro e pesante – mi avevano spezzato un braccio – non potei alzare il braccio: cercai allora di sforzarmi a fare un cenno con la mano destra, cercando di alzarla, con un piccolo gesto delle dita. Allora tutti i detenuti del raggio quinto, per farmi capire che avevano capito e che mi ringraziavano, presero a battere forte le forchette contro le gavette di latta.

Il raggio quinto pagò un prezzo serio per  quel comportamento da persone libere: quella sera fummo tenuti tutti a digiuno per quel gesto di solidarietà verso un detenuto.

Gesti ed episodi semplici ma significativi, perché la cosa più bella della Resistenza fu la nostra solidarietà: gli uni con gli altri. Non importava se eri comunista, prete, socialista o liberale: eravamo persone che resistevano e questo ci rendeva uniti.

E’ esattamente ciò che manca all’uomo di oggi: mancano idee forti che ci uniscano, idee fondamentali, essenziali. Che senso ha oggi la parola onore, che senso ha la lealtà, la fedeltà, l’espressione “io sto con te”.

Tutto è comprabile, tutto è vendibile, tutto è cedibile. E si trovano sempre le motivazioni per giustificare quelli che una volta chiamavamo ‘tradimenti’.

Racconto un altro episodio. Eravamo sopra a Darfo, in Valcamonica, io ero cappellano partigiano di un piccolo gruppo di “fiamme verdi” e a un certo punto ci venne segnalato che stava salendo verso di noi un plotone di SS. Avevamo tra noi un ferito che si rivolse a me, cappellano, con la sua pistola in mano e mi disse: “uccidimi, se mi prendono mi fanno parlare e io non voglio tradirvi. Ti prego uccidimi”. 

Lascio immaginare che cosa passò nella mia mente e nel mio cuore di persona, di sacerdote, di cristiano. Allora facemmo una piccola barella e lo trasportammo via con noi, salvandolo.

Ma vorrei riflettere su quell’uomo, che cercava la morte per non tradirci.

Oggi persone così non le trovate più ed è questo che manca, soprattutto come esempio ai giovani, che non ereditano più idee e valori, ereditano modi di fare e si persuadono che la verità dipenda tutta dal ‘gridarla’, dal dirla tutti allo stesso modo. Non è vero: che sia uno o che sia una massa che fa un’affermazione non cambia nulla: quell’affermazione è vera o è falsa in sé.

E invece oggi si chiede l’aiuto psicologico della massa e quando si è in tanti si crede di essere nella verità.

Il primo atto di fede che l’uomo deve compiere – e ve lo dice un prete – non è in Dio: il primo atto di fede che l’uomo deve compiere è nella sua libertà, nella sua capacità di essere e di diventare sempre di più una persona libera.

Perché la fede e la libertà dell’uomo non si dimostrano: si credono, come un mistero. Ma è capace ancora l’uomo di oggi di giocare la vita su un mistero? Penso di no, penso che l’uomo di oggi non cerchi più la verità ma l’evidenza, che non sarà mai la verità ma una ‘piccola’ verità.

E quando parlo di verità come mistero intendo quella di un’amicizia, di un amore, di una fedeltà, di una meta raggiunta. Una verità da conquistare giorno per giorno, come dice il Vangelo: “la verità vi farà liberi”.

Come riuscivano sacerdoti e religiose ad entrare in contatto con la popolazione civile, quale tipo di supporto poteva essere offerto agli oppressi, ai prigionieri politici, agli ebrei, ai rifugiati, agli sfollati, ai soldati allo sbando?

In quei giorni molti preti, parroci di paesi di confine hanno scoperto la Provvidenza di essere lì, parroci a due passi dalla Svizzera. Aiutavano ebrei, rifugiati, sfollati, fuggiaschi, li ospitavano, li facevano passare dall’altra parte, salvandoli e in ciò realizzando – in spirito di carità e di servizio – il loro sacerdozio, anche a rischio della loro stessa vita.

Recentemente il Sen. Raimondo Ricci, Presidente naz.le dell’ANPI, mi ricordava il contributo valoroso di tanti sacerdoti, fino al sacrificio estremo, pur di stare al fianco dei partigiani combattenti. Quella solidarietà fattiva e ricca di umanità e concretezza restituisce dunque alla Liberazione il senso di un patrimonio storico e ideale di tutti, anche significativamente della Chiesa militante?

Certamente la Chiesa ha scritto una pagina meravigliosa della Resistenza, con i suoi preti e con le sue suore. Io stesso ho approfondito recentemente in un convegno il tema delle “suore nella Resistenza”. Quanti conventi si sono aperti, hanno ospitato, hanno salvato! Quanti preti si sono adoperati e hanno pagato: “ribelli per amore”.

Come valuta le rivisitazioni critiche di quel periodo della lotta partigiana. Ci furono davvero dei chiaroscuri o tutto fu nobile e limpido?

Quando ci sono di mezzo degli uomini ci sono possibili ‘macchie’, da una parte e dall’altra,  ma l’enorme positività di ciò che si è fatto annulla qualche possibile errore. Ma certamente l’immagine che traggo dalla Resistenza è assolutamente positiva per la generosità, il rischio di allora: oggi non si rischia più niente, tutto è pesato, quantificato., previsto, programmato. Manca il senso di gratuità e generosità di un gesto, di un’idea, di un’azione.

Quando un uomo non rischia non è uomo: due sono le condizioni che qualificano un uomo, la capacità di ‘rischio’ e la capacità di ‘sogno’. Oggi non si rischia più e non si sogna più. Ti fanno vedere il risultato che ottieni e ti muovi davanti alla certezza di quel risultato. Ma un uomo che non sogna non è un uomo: sognare e rischiare sono ciò che lo rendono tale.

Che cosa resta oggi di quei valori che costarono il sacrificio di vite umane e perché è necessario rinnovare ai contemporanei la memoria di quel periodo affinchè la storia non abbia  a ripetersi? In particolare, quali ideali dobbiamo insegnare ai giovani affinchè ne facciano tesoro  e li conservino con affetto e devozione?

Vorrei parlare ai giovani: “vi parla un prete”. Non meravigliatevi se vi dico che non mi interessa molto diventare un santo, mi interessa diventare un uomo libero. Se le due parole coincidono allora mi va bene ma la parola “santo” la trovo troppo ecclesiasticamente qualificata. Preferisco la parola umana: voglio diventare un uomo libero. Libero davanti alla tradizione, davanti all’educazione che ho avuto, davanti all’abitudine di un agire comune, davanti a una mentalità. Perché il pericolo che torni il fascismo c’è sempre e direi in questi giorni e in questa situazione italiana è particolarmente grave.

Fascismo non è solo una camicia nera o un’adunata, fascismo è una mentalità: il superiore ha sempre ragione, tu non rifletti con la tua testa ma segui lui, ti immedesimi in lui. E’ più facile seguire che creare, anche un progetto di vita. Il fascismo le mete le imponeva lui. Vorrei allora dire ai giovani: cercate sempre di essere persone libere, interrogatevi e non meravigliatevi. Ieri era più facile di oggi: ieri avevamo i mitra contro ma oggi ci stanno strozzando con un guanto di velluto. Sì, lo ammetto, il guanto è di velluto ma strozza la tua capacità di essere un uomo libero.

Penso all’invasione dei telefonini oggi: davanti a quel piccolo strumento sono libero o schiavo?

Il dramma di oggi consiste nell’essere liberi o schiavi. Direi ai giovani: interrogatevi sugli atti d’amore con gli altri. Se non c’è amore ogni atto è condizionato: dall’interesse, dal guadagno, dall’utilità, dall’abitudine. Ecco perché l’esame di coscienza alla sera non va fatto sui peccati: sanno troppo di ecclesiastico. Quell’esame di coscienza deve interrogarti sugli atti di libertà e di amore che hai realizzato.

Rev.mo Don Barbareschi Lei fu molto vicino a Don Carlo Gnocchi, lo conobbe personalmente, condividendo la Sua generosa dedizione alla causa dei piccoli mutilatini e il Suo essere vicino ai bisogni della povera gente. Com’era, visto da vicino? Mi riferisco al sacerdote, al cappellano militare, all’educatore e all’uomo dedito all’assistenza materiale e spirituale dei bambini sofferenti…

Ho conosciuto Don Carlo Gnocchi, nel marzo 1943, alla stazione di Udine, lui tornava dalla Russia. Mi sono presentato e siamo diventati amici. Poi con lui ho vissuto tutta la Resistenza e abbiamo rinsaldato profondamente i nostri sentimenti di amicizia: abbiamo rischiato e sofferto insieme, entrambi siamo stati arrestati dalle SS e rinchiusi nel carcere di San Vittore.

Quando, nel 1955, Don Carlo si accorge di non stare tanto bene, la Sua Opera era già sviluppata, per i mutilatini, per i poliomielitici. Il Card. Montini andò a trovarlo presso la clinica Columbus: prima di entrare in camera a fargli visita (Don Gnocchi mi aveva voluto accanto a sé per fare un po’ da tramite con tutti coloro che andavano a trovarlo) gli dissi: “Eminenza, con le responsabilità che Don Carlo ha ormai nella Sua Opera – la Pro-juventute-  bisogna che sia informato del fatto che sta per morire. Era la fine del 1955. E dissi ancora al Card. Montini: “Eminenza. o glielo dice Lei o appena Lei esce glielo dico io”. Il Cardinale entrò nella stanza di Don Carlo, rimase un quarto d’ora e poi uscì, piangendo. Entrai di corsa nella stanza di Don Carlo egli dissi: “Carlo, sei diventato davvero una persona importante: fai piangere il tuo Vescovo”… E lui mi rispose: “ Non sono importante, sono uno che sta per morire”. Allora capii che il Cardinale aveva parlato chiaro.

Da quella fine del ‘55 vissi accanto a Don Carlo per due mesi, in quella clinica Columbus, fino al 28/2/1956 quando Don Gnocchi morì. Il 3 gennaio del 56, uscendo dalla sua stanza alle otto di sera lo salutai come sempre: “Ciao, Carlo, ci vediamo domani”. Lui mi prese la mano, stringendola e mi disse: “Stasera non andar via, ho paura”. Da allora non l’ho più lasciato., sono stato con lui tutti i giorni e tutte le notti fino alla sua fine. Mi diceva: “Mi devi aiutare a morire bene”. Allora ci eravamo organizzati fissando due occasioni per stare insieme, tra noi, in quella stanza, uno al mattino e uno alla sera: li chiamavamo”i nostri incontri”.

Durante quegli ‘incontri’ nessuno poteva entrare: eravamo noi due, due amici, due preti. Fissavamo il giorno prima gli argomenti per parlare e confrontarci tra noi e ne dico alcuni: la fede, la mamma, il seminario, la guerra. Prima parlava lui e poi parlavo io: poi leggevano autori che avevano scritto su quegli argomenti. La volta che parlammo della fede Don Carlo volle che portassi quel libro di Trilussa – che non era credente – dove c’era una poesia intitolata “La guida”, dove l’autore parlava della sua fede, raccontando di un giovane che si era smarrito nel bosco al quale si era parata innanzi una vecchietta cieca. Lei diceva a lui “Se tu non sai la strada te la insegno io, basta che tu abbia la forza di venirmi appresso, fin laggiù in fondo dove c’è un cipresso, fino là in cima dove c’è una croce” . Don Carlo commentava: “cipresso, la morte”… “croce, il dolore”: sono le due vere difficoltà di fronte a una fede, le altre son tutte quisquilie, qualche volte anche trovate dai teologi, non difficoltà vere”. E poi leggemmo i versi del poeta: ” Quela Vecchietta ceca, che incontrai, la notte che me spersi in mezzo ar bosco, me disse : “Se la strada nu’ la sai,  te ciaccompagno io, ché la conosco.

Se ciai la forza de venimme appresso, de tanto in tanto te darò una voce, fino là in fonno, dove c’è un cipresso, fino là in cima, dove c’è la Croce…”Io risposi : “Sarà… ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede…” La Ceca, allora, me pijò la mano e sospirò : “Cammina !” Era la Fede.

La notizia della Sua Beatificazione ha commosso e scaldato molti cuori, in particolare tra coloro che gli sono stati vicini e hanno ricevuto il dono della Sua ricca, instancabile umanità. Poi, a poco a poco, come tutte le notizie che ci raccontano di storie buone e di persone sante e generose, anche questa è caduta nell’oblio della cronaca. Perché siamo morbosamente attratti dal male e dal peggio e dimentichiamo facilmente queste vite eccezionali o le ricordiamo solo nelle ricorrenze e negli anniversari?

Dico subito che non so rispondere a questa domanda, anche se cerco una risposta.  Ritengo che la risposta risieda nella superficialità di ogni uomo, oggi: non andiamo al fondo dell’essere, non sondiamo tutte le nostre possibilità, ci accontentiamo di sapere e non cerchiamo di capire.  E’terribile questo: computer, facebook, internet e tutto il resto ci dicono tutto ma non ti fanno capire. Per capire devi mettere dentro te stesso e non accontentarti di conoscere, ricordare o di sapere, di limitarti alle informazioni: la cultura di per sé non salva l’uomo. La cultura è un primo passo: poi devi fare tuo il sapere, devi metterci la tua partecipazione.  Come Don Carlo Gnocchi mi ha insegnato, ricordo quella frase del Vangelo: “Qui facit veritatem venit ad lucem”: la verità si fa con la tua vita, con le tue immagini, con le tue parole, con le tue mani.

Rev.mo Don Barbareschi, nella Sua vita di uomo e di sacerdote Lei ha visto e conosciuto molta sofferenza – a volte generata dalla cattiveria –  ma anche la parte buona e spesso nascosta della natura umana. Si fa un gran parlare – oggi come sempre – di grandi valori e di grandi ideali ma spesso la realtà umana non coincide con queste aspettative. Non pensa che più che di grandi proclami sulla giustizia, la libertà e la pace, abbiamo fortemente e concretamente bisogno di uomini giusti, liberi e temperanti?

Certamente: abbiamo bisogno di uomini che facciano un passo alla volta. Ricordo la frase di Madre Teresa di Calcutta, rivolta ad una donna spaventata per le malattie e le sofferenze: “Non pensate mai a ciò che non potete fare per tutti questi malati ma cercate di pensare ad una persona alla volta. Io credo che la via sia questa: fare concretamente qualcosa, passo dopo passo, persona per persona. 

 

lntervista già pubblicata da PATRIA , rivista nazionale dell’ANPI

25 aprile : la festa della liberazione il dovere di non dimenticare, malgrado tutto!

In questo  periodo difficile e unico, in cui le ricorrenze, le tradizioni, il nostro modo di vivere è profondamente cambiato e condizionato, dall’emergenza sanitaria  chiamata Covid – 19, che  investe tutto il mondo,  nel nostro Paese non si può rinunciare a ricordare la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per la verità il clima che si respira in Italia, è simile al periodo che ha preceduto la conclusione del conflitto bellico, lo ricordano le persone molto anziane che sono stati testimoni di quei eventi tragici e le tante persone a cui sono state raccontate o hanno studiato le vicende storiche che vanno dal 1940 al 1945.   

Oggi, dopo 75 anni, il 25 aprile si celebra, anche se in maniera virtuale, in tutta Italia con uno spirito che è finalmente unitario e condiviso. La Festa della Liberazione non è un patrimonio di un singolo partito o di una fazione, ma di tutta la nazione. Perché in sostanza un movimento di popolo: operai e imprenditori, partigiani e militari, donne e contadini, intellettuali e artigiani, cristiani e ebrei, si unirono e combatterono nella Resistenza per riscattare l’onore d’Italia. Così la Resistenza è diventata di tutti.

Quanti decenni ci sono voluti per comprendere che il 25 aprile, non è la contrapposizione o le polemiche fra parti e gruppi, ma il risultato della volontà popolare dove “la Resistenza vive nella Costituzione,” legge fondamentale della Repubblica Italiana, ossia il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto dello Stato, citando una ripetuta affermazione del Presidente Emerito Napolitano.

Ma come nasce e che significa il 25 aprile? 

E’ bene ricordare, che il 25 aprile 1945, le città di Milano e di Torino furono liberate dall’occupazione nazista e dal regime fascista della Repubblica di Salò. Tale data è stata assunta come giornata simbolo della Liberazione d’Italia, ( la legge n° 260 del 27 maggio 1949, ufficializzò e rese definitiva “la Festa della Liberazione”) che ogni anno viene ricordata nelle città grandi e piccole del nostro paese.

Il periodo storico individuato comunemente come Resistenza Italiana inizia, (anche se di fatto esistevano forze politiche e nuclei antifascisti, che da tempo operavano in clandestinità nelle città e nelle campagne) con l’armistizio dell’8 settembre 1943 e termina alla fine del mese di aprile 1945.

La Resistenza Italiana fu solo la prima parte del cosiddetto “periodo costituzionale transitorio” e si concluse con la nomina del primo Governo Parri, il 21 giugno 1945.

La seconda parte terminò il 1 gennaio 1948, giorno dell’applicazione della nuova costituzione della Repubblica Italiana, dopo che il popolo italiano nel referendum del 2 giugno 1946, scelse la Repubblica, rispetto alla Monarchia. In Europa, la Resistenza ha avuto una durata più ampia, dal 1940 al 1945, a partire dalla Francia con il generale De Gaulle, in Jugoslavia con il Maresciallo Tito, in Polonia, in Belgio, in Olanda e nei Paesi dell’Est Europeo (Cecoslovacchia, Romania e Grecia), che hanno lottato per gli stessi ideali della Resistenza Italiana.

Quale è stato il contributo  della Resistenza Italiana alla causa della liberazione ?

Occorre ribadire che la Resistenza inizialmente è stata espressione “ di quelle forze politiche che avevano sempre lottato contro la dittatura fascista” per poi decidere una volta finita la guerra, con il voto del popolo, sulla forma di Stato : Repubblica o Monarchia. 

Il contributo di sangue pagato, nella resistenza dagli italiani, è stato molto elevato, secondo i dati raccolti dalla Presidenza del Consiglio,  si riassumono in 35.828 partigiani caduti, 21.168 partigiani mutilati e invalidi, 9.980 civili uccisi per rappresaglia sul solo territorio nazionale.

A queste perdite si aggiungono altri 32.000 resistenti, caduti all’estero, tra Dodecaneso, Grecia  ( compresa Cefalonia), Albania, Montenegro, Jugoslavia e Francia; 16.176 militari morti nei campi di concentramento tedeschi, 40.082 uccisi fra deportati politici ed ebrei e 10.000 soldati caduti a fianco degli Alleati.

La controguerriglia dei Tedeschi e dei fascisti e le repressioni furono spietate e colpirono anche donne e bambini senza alcuna distinzione, si ricordano alcune : 335 massacrati a Roma alle Fosse Ardeatine, i 53 ostaggi impiccati a S.Terenzio in Lucchesia, le 532 persone del Villaggio S.Anna in Versilia, messo a fuoco e la popolazione sterminata in piazza, le 107 vittime inermi di Valla sull’Appennino e i 1830 martiri dei villaggi  distrutti nella Provincia di Bologna : Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno.

Anche a Roma si costituì il Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) con la partecipazione dei sei partiti antifascisti (liberale, democristiano, socialista, comunista, d’azione e democratici del lavoro) che sostenevano, oltre alla lotta partigiana, l’esigenza di un Governo straordinario in alternativa a quello del Maresciallo Badoglio. nominato dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943.

Gli scopi di guerra della Resistenza, collocati nel riscatto del popolo italiano dalla servitù e nell’orgoglio ritrovato,  nella consapevole conquista delle libertà politiche, tanto più durature quantomeno gratuitamente conseguite, non erano molto gradite dagli Alleati, i quali avrebbero preferito contare su piccoli nuclei di informatori e di sabotatori. 

Eppure, nonostante le diffidenze e la riluttanza degli Anglo-Americani, verso l’espansione delle formazioni partigiane, queste furono chiamate a collaborare intensamente sul piano militare, specialmente nell’ultima fase della guerra in Italia.

“Senza  queste vittorie partigiane – si legge nel rapporto conclusivo al Quartier Generale alleato, il Comandante Hewett della Special Force britannica – non ci sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante e così poco dispendiosa.”

Ecco perché il 25 aprile è “la Festa della Liberazione,” abbiamo il dovere di non dimenticare. Essa rappresenta il passaggio dalla dittatura  alla democrazia e alla libertà e appartiene di diritto a tutto il popolo italiano e non solo parte di esso.

Le celebrazioni, come cortei e comizi, non  si terranno quest’anno, a causa dell’epidemia e dei vincoli imposti dal “distanziamento sociale”, sul web e sui social( piazze virtuali) viene ricordata questa ricorrenza con  servizi,  articoli, storie, letture e racconti, oltre alle trasmissioni, che i media dedicano a questo 75° anniversario della Liberazione. Il Presidente della Repubblica Mattarella, invierà “un messaggio”, per richiamare il dovere di non dimenticare, che la libertà, la democrazie e la pace, dopo aver conosciuto la dittatura e la guerra, oggi sono diritti e valori indispensabili e fondamentali, come l’aria che respiriamo tutti i giorni, malgrado tutto. Sono previste solo deposizioni di corone in alcuni luoghi simbolo della Resistenza.

E’ una festa che deve unire e non dividere, specialmente oggi che si dovrà pensare a una rinascita del nostro Paese, per le drammatiche conseguenze causate dalla pandemia, richiamando la passione e lo spirito di quel periodo. Ricordarci sempre che uomini e donne, di tutte le età, di tutte le estrazioni sociali, che sono morti allora, hanno contribuito a far approvare una Costituzione, per il popolo italiano, della quale oggi ciascuno di noi gode dei “Principi fondamentali”. 

Grazie a loro, e al loro supremo ed eroico sacrificio.

Una festa di liberazione in streaming

Quest’anno la Festa della Liberazione la festeggiamo, per modo di dire, in quarantena. Una festa molto particolare, visto che ricorre il 75esimo anniversario della liberazione.

Un 25 aprile che vede tutti gli italiani a casa, come lo è stato per la Pasqua e come sarà per il primo maggio, giorno dei lavoratori, a festeggiare nella riservatezza delle mura domestiche.

Un anniversario senza cortei, discorsi e strette di mano. L’unica cosa che non manca è quello di cui si farebbe volentieri a meno, le polemiche sulla memoria.

Un’edizione particolare quella di quest’anno dovuta al Covid-19 che vieta celebrazioni dal vivo ma che non c’impedisce di ricordare una data che è parte essenziale della nostra storia.

È anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi.

Una certa Resistenza non è mai finita.

18 aprile ‘48 e 25 aprile ‘45. Date non incompatibili.

Avviene tutto in una parentesi. Il ricordo del 18 aprile 1948 e la vittoria schiacciante della Democrazia Cristiana e del suo maggior leader e statista dell’epoca, Alcide De Gasperi e la festa del 25 aprile, la festa della Liberazione, giunta alla sua 75° edizione. Tutto tra parentesi, dicevo, perchè lo impone e lo richiede la drammatica emergenza sanitaria con cui, purtroppo, dobbiamo fare i conti. Eppure anche in in una fase storica dominata da un male oscuro e sempre più inquietante, c’è la possibilità e forse anche l’opportunità per fissare con maggior cognizione alcuni paletti pollici, culturali e anche di costume. 

Innanzitutto non c’è, perchè non c’è mai stato, alcun contrasto o alcuna frizione tra ciò che capitò in quel famoso 18 aprile ‘48 e il significato profondo della festa della Liberazione. Si tratta, infatti, della riaffermazione – su piani diversi e seppur con connotati diversi – del principio della libertà. La libertà politica, la libertà civile, la libertà economica, la rivendicazione del pluralismo e, soprattutto, la vittoria della democrazia. La vulgata che per molti anni ha stradominato la pubblicistica italiana influenzando settori consistenti della opinione pubblica rispondeva a criteri politico/partitici e di propaganda ma del tutto avulsi dai significato profondo che la Liberazione ha avuto nel nostro paese. Una festa, quella del 25 aprile, che non poteva e non può essere appannaggio di qualcuno contro qualcun altro. Salvo contro quelli che negano la democrazia, il pluralismo, la libertà e la giustizia sociale. È la festa della democrazia e appartiene a tutti i democratici. Di qualsiasi colore politico, di qualsiasi fede religiosa e di qualsiasi cultura costituzionale. 

In secondo luogo forse è giunto anche il momento, dopo svariati decenni e dopo una rivalutazione postuma di chi l’ha combattuta pregiudizialmente per un tempo indefinito – anche alla luce della pochezza e della mediocrità delle classi dirigenti seguenti – di rivalutare l’esperienza politica, culturale e sociale del cattolicesimo politico italiano. Una rivalutazione che parte proprio da quel fatidico 18 aprile 1948 e che poi si è snodata, seppur con gli alti e i bassi imposti alla storia e dalla concreta esperienza degli uomini, per quasi 50 anni di vita democratica. Una cultura e una politica, soprattutto di governo, che non sono mai venuti meno ai doveri imposti da una Costituzione che è stata il frutto anche e soprattutto dell’apporto del filone e della storia del cattolicesimo politico e democratico italiano. 

In ultimo, e questo oggi è l’aspetto forse più importante, proprio il ricordo – purtroppo solo sulla rete – il  25 aprile può essere la concreta occasione per avviare definitivamente quella “riappacificazione” politica e culturale di cui il nostro paese ha estremamente bisogno. Soprattutto in una fase difficile e complessa come quella che stiamo vivendo. Non ha alcuna importanza che l’iniziativa promossa per il ricordo in rete della Festa della Liberazione 2020 sia fatta da persone che appartengono dichiaratamente al campo della sinistra post comunista e riconducibile alla storia e all’esperienza della sinistra storica italiana. Quello che conta, almeno a mio parere, è l’obiettivo politico di questa iniziativa. Che non può che essere quella di unire e ricomporre in un unico grande campo democratico tutti coloro che si riconoscono nell’unico documento che riafferma i principi democratici e liberali, cioè la Costituzione repubblicana. Se, invece, dovesse limitarsi alla solita iniziativa di parte deliberatamente “contro” qualcuno e qualcosa, perderebbe lo stesso significato più profondo di una data che si vuol festeggiare insieme. 

Ecco perchè anche il 25 aprile 2020 è molto importante, pur non potendo scendere in piazza e non poter stringersi in un unico grande abbraccio. Perchè proprio questo 25 aprile può segnare un maggior coinvolgimento emotivo e passionale e una miglior ricognizione culturale e politica del profondo significato che storicamente riveste questa data. Abbiamo il dovere di farlo. Anche in tempi difficili e complessi. 

Gerardo Bianco e Maurizio Eufemi: Ritrovare uno slancio vitale e uno spirito ricostruttivo

Dichiarazione di Gerardo Bianco e Maurizio Eufemi

C’è bisogno di un risveglio delle coscienze e di spirito vitale, come accadde nel secondo dopoguerra per ritrovare un nuovo spirito ricostruttivo – come ha ricordato saggiamente Giuseppe De Rita – per reagire alla profonda crisi economica e sociale.

Non ci si può infatti illudere che il Paese possa ritrovare la via della ripresa dello sviluppo se si affida all’assistenzialismo di Stato. Sarebbe una Italia senza prospettiva e senza futuro se non si risvegliano le forze morali e gli spiriti vitali fondamentali anche per dare vigore alla vita economica del Paese.
Non mancano le risorse e una generazione di uomini e donne capaci di affrontare le sfide del presente con coraggio e determinazione.

C’è bisogno anche di individuare un modello di sviluppo adeguato alle nuove condizioni per sostenere le imprese con iniziative anche innovative.

Il Paese sarà condannato inesorabilmente al declino se non consoliderà il sentimento civico dei doveri e delle responsabilità verso la società a partire dalla grave evasione fiscale.

Soltanto con sussidi di Stato non c’è un grande generale risveglio per il quale tutti gli italiani devono sentirsi impegnati.

Democrazia e emergenza Covid 19: è legittimo svuotare partecipazione e sussidiarieta’?

Qualche giorno fa su alcune autorevoli testate appariva il mio articolo sulle “7904 disuguaglianze”,  quelle generate dall’Ordinanza 658 della Protezione Civile Nazionale e da numerose Regioni nell’affrontare l’emergenza sociale generata dall’emergenza epidemiologica in atto. 7904 disuguaglianze, tante quanti sono i Comuni Italiani, perché se è vero che il riparto delle risorse statali (400 milioni) ha rispettato criteri di assoluta ponderatezza e proporzionalità (criterio demografico e del divario sociale) nella distribuzione ai Comuni da parte dello Stato centrale, la libertà/arbitrio lasciato alle 7904 Amministrazioni Comunali nel definire i criteri di accesso a tali benefici (prevalentemente buoni spesa) da parte dei cittadini ha rappresentato una delle più palesi iniquità nella lotta alla povertà degli ultimi decenni, come abbiamo dimostrato nell’articolo richiamato.

Il messaggio non vuol essere ingeneroso o di sfiducia nei confronti dei Comuni, interfaccia e presidio meritorio di prossimità sul territorio su tutti i problemi più gravi ed urgenti,  anzi va a difesa degli stessi, che nel principio di sussidiarietà verticale trovano la garanzia più piena e responsabile delle loro stesse prerogative. Pare invece, che proprio questo principio viva tentazioni centrifughe in questa fase storica, al pari del principio di sussidiarietà orizzontale.

Il primo, quello verticale, ci è stato insegnato nelle lezioni di educazione civica e nelle aule di diritto pubblico o costituzionale, essere centrato su un modello di ripartizione delle competenze tra centro e periferia fondato sull’attribuzione della competenza al livello più adeguato a riuscire a perseguire l’interesse pubblico, sulla nota definizione e assunto per cui “se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l’azione”. Ci si domanda retoricamente, nella vicenda dei buoni spesa e nelle politiche emergenziali in materia di welfare al tempo del Covid 19, se lasciare a 7904 Amministrazioni diverse con conseguenti 7904 criteri di accesso ai benefici diversi, sia stato il modo migliore per far svolgere tale compito allo Stato (e ai Comuni), che deve garantire il principio di uguaglianza formale e sostanziale a tutti i cittadini e il principio di adeguatezza e differenziazione dello svolgimento dell’azione pubblica (art. 118 Costituzione Italiana, primo comma). Uno Stato, tra l’altro un po’ schizofrenico perlomeno, se confrontiamo la sua azione per materie analoghe con il pagamento del Reddito Cittadinanza accentrato presso l’Inps (scelta meritoria che differenzia chi istruisce la pratica: Comuni e Ambiti Territoriali; da chi programma le politiche e paga: le Amministrazioni Centrali dello Stato) e l’erogazione dei sussidi agli autonomi, altrettanto centralizzata.

Il secondo, quello orizzontale, si svolge nell’ambito del rapporto tra autorità e libertà e si basa sul presupposto secondo cui alla cura dei bisogni collettivi e alle attività di interesse generale provvedono i cittadini, sia come singoli, sia associati, mentre i pubblici poteri intervengono appunto in via sussidiaria, di programmazione, di coordinamento ed eventualmente di gestione. Il welfare emergenziale al tempo del Covid 19, ci offre lo spaccato di un grande apporto del terzo settore italiano alla gestione dell’emergenza, ma totalmente fuori da una cornice definita di collaborazione nazionale, degradando questo fondamentale capitale di solidarietà sociale, relegandolo ad essere la toppa del sistema pubblico e non il soggetto che viene favorito nella “autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale…” (art. 118 u.c. Costituzione) che significa cooprogettazione dei servizi ma innazitutto comune definizione dei bisogni e costruzione concertata delle politiche.

Se a questo si somma, il generale esautoramento delle prerogative dei Consigli Comunali, prevalentemente paralizzati nella loro azione, o dalle deroghe di stampo emergenziale che vedono i Sindaci “iper responsabilizzati”, o dal rischio contagio che non consente la normale vita democratica o dai deficit tecnologici che non consentono per scelta o per “pigrizia digitale” le riunioni in videoconferenza, il dubbio di esserci imbarcati in una sorta di deriva o perlomeno tentativo di fuga dalla democrazia, non solo per quanto di strettamente necessario alla emergenza in atto, appare fondato.

Principio di sussidiarietà verticale,  principio di sussidiarietà orizzontale, pieno assolvimento delle prerogative delle assemblee rappresentative degli enti locali sono espressione plastica della democrazia del nostro Paese e ogni compressione deve essere considerata eccezionale e in quanto tale motivata ampiamente, come le deroghe al codice degli appalti e dei contratti pubblici, che meriterebbe un ulteriore e combinato approfondimento a quanto sopra rappresentato.

Questo e il precedente scritto al quale si richiama, non è insomma il luogo della critica allo Stato e principalmente ai nostri Comuni per come stanno affrontando l’emergenza (quel tempo verrà ad emergenza cessata), ma il tentativo di dare voce, di rappresentare i rischi che le vie di fuga offrono, specie in tempi emergenziali, con terapie che a volte rischiano di diventare peggiori delle malattie da curare, per il modo di somministrarle e non certo per la bontà del farmaco.

L’Italia che verrà: il quadro del Def

Il quadro di finanza pubblica contenuto in una prima bozza del Def, atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri di venerdì mattina ci presenta un Italia in difficoltà. Il nuovo Coronavirus ha causato una caduta dell’attività economica, che a inizio d’anno aveva ripreso vigore dopo la battuta d’arresto.

Nel 2020, si legge nella bozza, il Pil si attesterà a -8% e al +4,7% nel 2021 mentre il deficit arriverà al 10,4% “tenuto conto dell’impatto finanziario del Decreto con le misure urgenti di rilancio economico”, e al “5,7 per cento” nel 2021. “Lo stock del debito pubblico è previsto pari al 155,7 per cento del Pil a fine 2020 e al 152,7 per cento a fine 2021”.

Secondo quanto indicato in uno dei passaggi della bozza del Documento di economia e finanza “il debito pubblico dell’Italia è sostenibile e il rapporto debito/Pil verrà ricondotto verso la media dell’area euro nel prossimo decennio, attraverso una strategia di rientro che oltre al conseguimento di un congruo surplus di bilancio primario, si baserà sul rilancio degli investimenti, pubblici e privati, grazie anche alla semplificazione delle procedure amministrative”.

Qui potete leggere il testo completo del def

Europa, un passo in avanti importante

La decisione finale che arriva dal Consiglio europeo è un importante passo in avanti.

I capi di Stato e di governo europei hanno capito che questa crisi richiede misure all’altezza della sfida. Abbiamo davanti un pacchetto di vari strumenti che metteranno in circolo risorse importanti per supportare il rilancio delle economie europee.

In particolare l’accordo raggiunto dal Consiglio europeo sul nuovo e innovativo “Recovery Fund” è finalmente quella risposta europea solidale con titoli comuni per l’emergenza Coronavirus che molti paesi, compreso il nostro, chiedevano in queste settimane.

Ma non è finita qui.

Adesso dobbiamo rendere queste scelte operative il prima possibile. Spetta alla Commissione europea elaborare rapidamente una proposta ambiziosa anche nell’ammontare delle risorse, insieme al
bilancio Pluriennale dell’Ue.

È bene però chiarire fin da subito che nel nuovo fondo servono sovvenzioni dirette a fondo perduto, perché non bastano i prestiti agevolati per far fronte alla liquidità che serve ad imprese e famiglie.

L’Europa indica finalmente la strada della possibile ripresa dopo il terremoto della pandemia.

La figura di Cadorna e la Resistenza

Approfittando della questione con cui Giuseppe Sangiorgi conclude (Rai Storia) il suo gran bel documentario sul Generale Cadorna jr., ovvero la libertà (che è una questione eminentemente occidentale, il portato della sua storia filosofica e religiosa), da lì Sangiorgi ci fa affacciare sul Venticinque aprile e, ancora, sulla crisi della Storia (valga “Un mondo senza storia? – La falsa utopia della società della poststoria”, di Francesco Germinario, Asterios 2017; non si rimedia la depoliticizzazione e la destoricizzazione con qualche gita scolastica ad Auschwitz).

Senza Storia un ragazzo si fa l’idea di venire dal nulla e che in ogni caso tutto ciò che è lo deve solo a se stesso. Questa questione è decisiva per la libertà personale. Per chi gli crede, Gesù chiude con i sacrifici e in Giovanni 10,18 dice che la vita “nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso”. Liberamente. Questo ‘potere’, questa sua libertà, gli deriva dal Padre (Gv. 10,18). La relazione è la condizione della libertà.

Il Venticinqueaprile, chiaro o controverso lo si assuma, è un pezzo della Storia d’Italia e dell’Europa, un pezzo di quel processo che si chiama libertà. Che è sempre ‘potere di donare’.

Richiamare il Generale tedesco Fridolin von Senger und Etterlin, terziaro laico benedettino, che doveva anche stringere la mano ad Hitler, è richiamare uno che, trovandosi del potere in mano (nel Settembre del 1943 comandava le truppe in Sardegna e in Corsica), non eseguì, secondo l’altra linea di ‘comando’ che considerava, la sua Fede, l’ordine del 9 Settembre 1943 direttamente del Führer di fucilare tutti gli ufficiali italiani, appena due giorni prima suoi kameraten: imbarcò tutti su una motonave in partenza dalla Corsica e poi telefonò a Kesselring dicendogli di non avere ufficiali da fucilare, e sapendo di poter venire scoperto e fucilato a sua volta.

La maggior parte delle opere salvate e poi ritornate nell’Abbazia di Montecassino si deve al suo impegno. Venne buono anche ai nazisti, a cui era inviso, averlo a disposizione dopo le efferatezze del Battaglione esplorante del Maggiore SS Walter Reder, boemo quindi austriaco come Hitler ed diversi maggiori esponenti SS (cattolici e austriaci): infatti persino Mussolini, dopo certi racconti dei suoi, dovette lamentarsene con l’Ambasciatore tedesco presso la RSI, Rahn (“Si è esxagerato…”), e a segno di cambio di passo tutta l’area bolognese fu affidata a Von Senger un Etterlin.

Il quale, tanto per cominciare, impose il comando militare, così ottenendo di mettere fuori gioco qualunque ‘banda’ e restituendo imparzialità civile alla sovrintendenza militare. Non è esattamente quello che volevano Rahn e Mussolini, ma andò così, e il 21 Aprile gli inglesi & co. liberarono Bologna senza trovare un tedesco; von Senger non volle altri morti.

Un nuova idea per la ristorazione post Coronavirus che arriva dalla Spagna

Bere un drink, un caffè o semplicemente mangiare in un ristorante sarà ancora possibile quando terminerà la quarantena?

Forse si, ma sicuramente non sarà più  come prima. Sarà necessario assumere alcune precauzioni e cambiare alcune abitudini.

Evitare la folla sarà una delle premesse chiave del governo per evitare il contagio tra gruppi di persone. Pertanto, la capacità di bar e ristoranti sarà ridotta del 50% e non saranno consentite riunioni o eventi con più persone. Inoltre, sarà imposto il distanziamento sociale, pertanto l’ospitalità dovrà organizzare le proprie prenotazioni in orari scaglionati, evitando che i clienti si affollino e superino la capacità consentita.

Ma forse una delle misure adottate che ci costerà di più sarà il distanziamento sociale, che non consentirà più la ristorazione come la ricordiamo. Difficile per un popolo come il nostro che ha fatto del buon cibo una dottrina quasi religiosa.

In alcuni casi, si dovranno usare utensili usa e getta e il ristoratore avrà l’obbligo di disinfettare il tavolo e le sedie quando il cliente andrà via.

Una proposta originale per risolvere il problema arriva dalla Spagna.

Gli esercenti spagnoli propongono un’applicazione che consenta di effettuare la prenotazione tramite una app che permetta anche il  pagamento con carta e la scelta dei piatti da ordinare, così da evitare anche l’uso di menù toccato da più mani.

Questo non solo diminuirà i tempi di attesa ma consentirà al ristoratore un migliore uso dei tavoli rispettando le linee guida imposte per legge.

 

Gli errori degli USA nella lotta alla pandemia

Gli errori del segretario alla Salute e ai servizi umani degli Stati Uniti, Alex Azar, avrebbero ritardato la risposta del governo federale Usa alla pandemia di coronavirus. Lo scrive il quotidiano “Wall Street Journal”.

Lo scorso 29 gennaio, ad esempio, Trump si era già attivato per tentare di arginare i contagi, decretando il blocco dei voli in arrivo dalla Cina: proprio quel giorno, però, Azar rassicurò l’inquilino della Casa Bianca, affermando che nel paese il virus era “sotto controllo”, e che nessun governo statunitense aveva mai reagito ad una crisi sanitaria con una migliore mobilitazione inter-agenzia.

Azar avrebbe anche interrotto il direttore dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), Robert Redfield, durante un incontro tra funzionari governativi sull’organizzazione dei test diagnostici, assicurando a Trump che l’apparato sanitario nazionale si era mosso in tale senso con una velocità senza precedenti, e che “oltre un milione di test” sarebbero stati disponibili nell’arco di poche settimane.

Tale promessa – scrive il “Wall Street Journal” – venne però disattesa: i Cdc avviarono effettivamente la distribuzione dei test diagnostici ai laboratori nazionali, ma dovettero sospenderla dopo la scoperta di un difetto.

Di fronte alle critiche  Azar reagì accusando Redfield di avergli “mentito”. Solo sei settimane dopo e dopo aver esautorato Azar, il governo federale Usa proclamò lo stato di emergenza nazionale, ed illustrò le linee guida per la chiusura del paese a fini di prevenzione sanitaria.

 

Covid-19: oggi un webinar con il direttore scientifico dello Spallanzani

Oggi allae 18 il direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”, Giuseppe Ippolito, terrà un webinar sul tema “Covid-19: the global scientific response”, organizzato da Iuis (International Union of Immunological Societies) e dalla rivista Frontiers of Immunology.

Nel corso del seminario Ippolito condividerà la sua visione sul perché le risposte politiche alla pandemia di coronavirus debbano basarsi sulle evidenze scientifiche e sul perché i responsabili politici debbano investire nella scienza per essere preparati per le future malattie infettive.

Il webinar sarà moderato da Rita Carsetti, capo dell’Unità diagnostica di immunologia e dell’unità di ricerca di fisiopatologia delle cellule B dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù Irccs di Roma. Un breve video di presentazione del webinar è disponibile al link .

Per seguire il webinar è necessario registrarsi al link: https://iuis.clickmeeting.com/covid-19-global-scientific-response/register.

Edilizia scolastica, in arrivo altri 320 milioni di euro

In arrivo ulteriori risorse per l’edilizia scolastica. Sono stati infatti messi a disposizione altri 320 milioni di euro nell’ambito della Programmazione unica nazionale 2018-2020 che consentiranno alle Regioni di effettuare interventi di messa in sicurezza nelle scuole dei loro territori.

“Sono risorse attese – spiega la Ministra Lucia Azzolina – che si aggiungono ai 510 milioni già assegnati agli enti locali lo scorso 10 marzo. Dobbiamo continuare a lavorare sul fronte dell’edilizia scolastica e della messa in sicurezza, guardando al futuro. Abbiamo bisogno di strutture che possano accogliere al meglio i nostri studenti”.

“Si tratta di fondi – aggiunge la Vice Ministra Anna Ascani – che andranno in erogazione diretta agli enti locali sulla base delle priorità individuate dalle Regioni nell’ambito della Programmazione nazionale, nello specifico per il 2019. Questo ci consentirà di agire in maniera rapida e mirata. Anche in una fase delicata come questa stiamo mettendo al centro la sicurezza degli studenti, lavorando in sinergia con i territori e tutte le istituzioni coinvolte”.

Le Regioni avranno tempo fino al prossimo 29 maggio per inviare al Ministero dell’Istruzione gli elenchi degli interventi da finanziare. Domani, intanto, si riunirà al Ministero dell’Istruzione la Cabina di regia sull’edilizia scolastica, per fare il punto su fondi e interventi.

Di seguito la ripartizione regionale delle risorse:

REGIONI RIPARTO RISORSE
Abruzzo Euro 11.032.723,63
Basilicata Euro 6.104.688,36
Calabria Euro 17.318.854,84
Campania Euro 32.190.459,87
Emilia-Romagna Euro 20.387.478,91
Friuli-Venezia Giulia Euro 7.928.822,04
Lazio Euro 26.385.648,73
Liguria Euro 7.126.559,83
Lombardia Euro 41.989.804,22
Marche Euro 10.008.774,78
Molise Euro 3.391.512,46
Piemonte Euro 21.513.653,32
Puglia Euro 21.174.884,04
Sardegna Euro 11.003.081,24
Sicilia Euro 29.459.756,29
Toscana Euro 19.515.775,86
Umbria Euro 7.106.115,90
Valle d’Aosta Euro 1.715.804,16
Veneto Euro 24.645.601,52
TOTALE Euro 320.000.000,00

Allo Spallanzani isolato il virus SARS-CoV-2 nelle lacrime di una paziente

Il virus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia COVID-19, è attivo anche nelle secrezioni oculari dei pazienti positivi al virus. E’ quanto emerge da una ricerca pubblicata dalla rivista Annals of Internal Medicine e realizzata dai ricercatori dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma.

Partendo da un tampone oculare prelevato tre giorni dopo il ricovero da una paziente positiva al virus, ricoverata presso l’ospedale Spallanzani alla fine di gennaio e che presentava una congiuntivite bilaterale, i ricercatori dello Spallanzani sono riusciti ad isolare il virus, dimostrando così che esso, oltre che nell’apparato respiratorio, è in grado di replicarsi anche nelle congiuntive.

Si tratta, spiega l’Istituto, di “una scoperta che ha importanti implicazioni anche sul piano della salute pubblica, tant’è che il risultato è stato comunicato all’Organizzazione Mondiale della Sanità d’accordo con l’Editor della rivista prima della pubblicazione”.

Vertice Ue: Un Recovery Fund da di 1.500 miliardi di euro

I leader dell’Ue hanno incaricato la Commissione europea di presentare la proposta sui Recovery Fund legati al bilancio Ue entro il 6 maggio. E’ quanto emerge al termine del Vertice Ue.

“Grandi progressi – commenta il premier Giuseppe Conte . impensabili fino a poche settimane fa, all’esito del Consiglio Europeo appena terminato. Un lungo percorso, avviato con la nostra iniziativa e con la lettera dei 9 Paesi Membri, oggi segna una tappa importante: i 27 Paesi riconoscono la necessità di introdurre uno strumento innovativo, da varare urgentemente, per proteggere le nostre economie e assicurare una ripresa europea che non lasci indietro nessuno, preservando, per questa via, il mercato unico.

La Commissione lavorerà in questi giorni per presentare già il prossimo 6 maggio un “Recovery Fund”.

“Il Recovery Fund dovrebbe essere di 1.500 miliardi di euro, e fornire prestiti a fondo perduto ai Paesi membri. Tali prestiti sono essenziali per mantenere il mercato unico, un campo da gioco eguale per tutti, e dare una risposta simmetrica ad uno choc simmetrico”.

Inoltre  il presidente del Consiglio ha chiesto e ottenuto una modifica alla dichiarazione finale letta poco fa da Charles Michel, per sottolineare che il Recovery Fund è “urgente e necessario”.

In più dal 1 giugno sarà avviato il pacchetto di misure dell’Eurogruppo da 500 miliardi – piano Bei, Sure per la cassa integrazione e Mes.

A Luca, con affetto

È scomparso nei giorni scorsi Luca De Mata, intellettuale versatile e concreto, già direttore di “Fides”, amministratore delegato in carica della Fondazione Besso di Roma.

Pensiamo che la forza di volontà e l’amore per la vita abbiano una carta segreta da giocare contro la morte. È la nostra irriducibile speranza. Ecco però che di colpo veniamo investiti dall’impotenza dei medici e dei loro assistenti: purtroppo non ce l’ha fatta!

Penso che Luca avrebbe avuto ritegno a dichiararsi sconfitto. L’ho sempre conosciuto combattivo, sempre deciso e diretto nel prendere di petto la realtà. Uomo tenace, ma sensibile, amava profilare la vita secondo geometrie morali che non accettava facilmente di addolcire. 

Nessuno avrebbe assegnato al suo carattere l’aggettivo di “romano”, dato che di Roma ci sovviene istintivamente quella certa “scioltezza e lautezza del vivere e del fungere” immortalata da Carlo Emilio Gadda. Eppure, malgrado l’indolenza e il fatalismo della Città Eterna, risulta che Andreotti non a caso parlasse di “durezza romana”. 

Luca, appunto, maneggiava una sua (romana) durezza interiore che appariva agli amici un esempio vivente di testardaggine, al più una manifestazione intricata di generosità e spirito protettivo. 

Da giornalista avrebbe dovuto inchinarsi alla nobile distinzione tra fatti e opinioni; invece, a riprova di un  desiderio di verità, ogni suo esercizio attorno all’opinione mirava, dietro la rappresentazione dei fatti, a indovinare i segni e le forme di un  probabile antefatto.

Confesso che le passeggiate per strade e vicoli del centro, quasi sempre nel perimetro attorno casa, mi ritornano alla mente come sfondo di sbilanciatissime conversazioni: non era facile arginare l’inquietudine che animava la sua ricerca di senso attorno alle piccole e grandi cose della vita.

Era così con gli amici. Altro invece il suo comportamento quando di fronte gli si paravano interlocutori – e ne aveva molti – per così dire “impegnativi”. Una volta, ospite il Card. Tonini a casa sua, passò la serata a cambiare i piatti e servire le pietanze, un po’ freneticamente, senza interloquire veramente; come se a noi pochi lì riuniti – la moglie Orsa e la piccola Caterina, oltre a me – fosse raccomandato, attraverso il suo riserbo, di ascoltare attentamente “Sua Eminenza”.

Chiedersi della sua fede, quando pure in Vaticano ebbe frequentazioni e ruoli di prim’ordine, arrivando a dirigere “Fides”, l’agenzia  di stampa di Propaganda Fide, è sfiorare il punto più delicato della sua esistenza terrena. Un certo ribellismo interiore faceva la differenza. Ecco, il silenzio di Dio poteva pure rientrare nella sfera della sensibilità di Orsa, amata compagna di vita, cui ha dedicato tutto se stesso fin dentro l’estremo saluto, solo qualche mese fa, secondo il rito ebraico; ma quel silenzio, a mio giudizio, era l’assurdo che non riusciva ad accogliere. 

Un assurdo che penetrava ostile e incomprensibile nel suo vissuto quotidiano di marito debole e disarmato, a corto di speranza, in una condizione che rivela sempre come solo la fede possa compiere il miracolo di gettare luce oltre il buio della sofferenza e la tristezza dell’abbandono.

Luca De Mata, anche per l’ultimo incarico alla guida della Fondazione Besso, merita di essere riconosciuto in tutta la sua creatività di  uomo colto e operoso, schivo di onori ma ricco di scrupolo del dovere. Ci ha lasciato in questo tempo di quarantena, la sua tempra  esposta a una malattia crudele, sicché anche noi sperimentiamo nel commento che si fa commozione per un distacco precipitoso questo vuoto impensabile che Dio circonda misteriosamente di silenzio. Ora giova piuttosto credere che in Paradiso non ci sia silenzio, ma tanta musica: quella che piaceva a Luca.

Burocrazia bancaria: ABI latita, Confindustria batta un colpo (se vuole)

Sta facendo alquanto discutere la spiacevolissima scoperta, da parte delle imprese interessate all’erogazione dei prestiti previsti e garantiti nel decreto “Cura Italia”, della “inaspettata” necessità di documentazione aggiuntiva da produrre alle banche erogatrici per sperare di ottenere il prestito rispetto agli automatismi definiti in decreto.

La specifica problematica, ben raccontata con un caso concreto dall‘articolo di Dario di Vico sul Corriere della Sera, pone una serie di considerazioni che a nostro avviso non possono concludersi semplicemente nell’incolpare quell’ormai abusato capro espiatorio che risponde, sempre molto genericamente, al nome di burocrazia.

Intendiamoci: la burocrazia pubblica non è estranea a questa vicenda, come non lo è probabilmente la mancata previsione in DPCM di una più cogente e profonda semplificazione delle tecnicalità da imporre alle banche per l’erogazione di questa specifica linea di credito. Tuttavia, in questo pur perfettibile scenario di regolamentazione pubblica, è lampante che la principale causa di questa dannosa situazione per il sistema produttivo del Paese si stia producendo a causa di burocrazia di natura bancaria.

Sia chiaro: nessuno può chiedere al settore bancario di operare contra legem, ma altrettanto legittimamente ci si sarebbe potuto aspettare da parte di ABI una esplicita interpretazione (ed una relativa moral suasion sui propri associati) del quadro normativo vigente, DPCM compreso, più coerente con il quadro generale attuale che il Paese sta attraversando.

Duole dirlo, ma fino a qui niente di nuovo rispetto all’atteggiamento tenuto dagli Istituti di credito nel corso degli ultimi anni.

Ci si domanda però se, viste le condizioni generali, finalmente potrà risultare utile al Paese in modo visibile, e soprattutto concreto, l’ormai storica partecipazione delle banche alla base associativa di Confindustria. Una partecipazione che ha destato in passato numerosi e facilmente intuibili dubbi di opportunità, fino ad arrivare a sollevare perplessità sulla reale natura di tale organizzazione e della sua capacità di rappresentare interi settori economici piuttosto che solo alcuni in particolare.

Ebbene, oggi il nuovo Presidente designato di Confindustria, presentatosi in modo assai “combattivo” solo pochi giorni fa, ha la possibilità concreta di agire direttamente nei confronti di alcuni dei soci di Viale dell’Astronomia, e di dare seguito fin da subito al proprio grintoso proclama contro la burocrazia. Vogliamo sperare di qualsiasi natura o provenienza essa sia.

La componente produttiva del Paese, di cui lui rappresenta ufficialmente una parte importante, può attendere ancora per poco.

Le fake news sul Coronavirus arma efficace nello scontro geopolitico globale. Cosa ne pensa Enrico Borghi.

L’irruzione violenta di Covid-19 nel conflitto geopolitico globale in corso da tempo ha creato un imprevisto mutamento di scenario, nel quale la guerra psicologica e la disinformazione giocano un ruolo viepiù importante. Onorevole, che peso specifico assumono le continue fake news immesse in rete in tale contesto?

La campagna delle fake news che ha colpito l’Italia, che in termini tecnici viene definita “infodemica”, non è una variabile indipendente da ciò che sta avvenendo.
Approfittando della complessa, e drammatica, situazione ingenerata dal Coronavirus, che ha determinato una situazione di “stress-test” per l’intero sistema, vi sono in campo azioni condotte da vari soggetti (entità statuali, attori para-istituzionali, speculatori di varia natura) che mirano a obiettivi di destabilizzazione, da un lato, e di condizionamento della pubblica opinione, dall’altro.
Non è un fenomeno isolato, sul piano internazionale. Nelle ore in cui al Copasir si dibatteva della relazione, il New York Times informava su una campagna di disinformazione condotta negli Usa sui social e via sms mirata a diffondere negli Stati Uniti il panico per il Coronavirus, campagna fatta risalire a iniziativa dell’intelligenze cinese con tecniche non dissimili a quelle utilizzate dalla Russia per influenzare le elezioni presidenziali del 2016.

Dunque, si conferma la caratura geopolitica di queste operazioni di disinformazione condotte spregiudicatamente sui media internazionali?

Questo fenomeno delle “fake news” va inquadrato all’interno di un contesto geopolitico, che vede la crisi di legittimità degli Stati Uniti e il riorientamento strategico Usa verso l’Asia, con conseguente  braccio di ferro con la Cina (una tendenza strategica di lungo periodo, non riconducibile al solo Trump e quindi destinata comunque a sopravvivergli).
Una situazione che ha reso l’Atlantico più largo, e ha creato, da un lato, lo scontro per il nuovo dominio globale tra USA e Cina e, dall’altro, una nuova strana coppia in parallelo, fatta del partenariato tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese.
Con una sostanziale differenza per quanto riguarda l’ordine globale: la Cina si sta organizzando con le proprie forze per produrre un diverso ordine globale, mentre la Russia cerca di farsi spazio tra le potenze di prima fila. La Cina, con la “Via della Seta”, gioca all’attacco e punta a penetrare e colonizzare l’Occidente, mentre la Russia gioca in difesa puntando a farci dipendere dalle proprie materie prima, senza la cui vendita le esauste casse russe andrebbero al collasso.

L’Italia come si colloca in questo teatro di rinnovata “Guerra Fredda”, sebbene in forme diverse e inedite, ma non meno acute e destabilizzanti degli equilibri strategici?

Nel confronto democrazia-autocrazia attualmente in corso, e che vede l’Italia territorio al tempo stesso di nuova frontiera della guerra fredda del terzo millennio e luogo di intersezione tra le tre maggiori potenze globali, il Coronavirus è il palcoscenico perfetto che i regimi autocratici aspettavano per mostrare di essere più efficienti ed efficaci a contrastare il virus. Nasce da qui l’accresciuta intensiva della campagna di disinformazione, che in bassa frequenza continua durante tutto l’anno.

A suo parere, dunque, i valori e le forme della democrazia – dati troppo frettolosamente in crisi cronica – ne risulteranno paradossalmente rafforzati da questo titanico scontro?

I Paesi saranno giudicati per come hanno saputo gestire la crisi. Italia, Corea del Sud e e Germania ci stanno dimostrando che le democrazie sono meglio delle autocrazie, quando si organizzano, perchè garantiscono migliori  risultati sanitari e meno diminuzione della libertà. Chi utilizza le bugie sulla rete, organizzando soprattutto sciami di notizie false su social, messaggistica istantanea e siti web, vuole sovvertire la realtà e far passare la percezione che il nostro tradizionale sistema di valori e di alleanze sia desueto e abbia voltato le spalle all’Italia in questa drammatica vicenda. Cosa ovviamente non vera.

Politica economica: i “numeri” contano?

In questi tempi difficili il confronto sulla politica economica, compreso da ultimo il dibattito parlamentare di ieri (21/04/2020), appare sempre più segnato dalla irrilevanza dei “numeri”, scomparsi dai ragionamenti politici, oramai tutti ideologici, o usati con una imperizia che lascia profondamenti perplessi.

Al riguardo basta ricordare il riferimento di tutti i principali esponenti del Governo a “manovre” di 350 e 400 miliardi di euro relativamente al Decreto “Cura Italia” e “Liquidità”, solo timidamente smentite da esponenti della Banca d’Italia, nel silenzio della stessa opposizione e dei commentatori politici.

Come se 100, 200, 500 miliardi di euro di errore nella stima/previsione, in uno con l’annullamento della variabile tempo (entro 3, 6, 12 mesi?), fossero dettagli da addetti ai lavori di seconda fila!

In realtà una politica economica senza “numeri” assomiglia ad una macchina senza tachimetro destinata a sbattere violentemente. 

L’assenza di numeri ha, così, dominato il dibattito di ieri riducendo l’adesione al MES ad uno stucchevole e inconsistente confronto sulle condizionalità connesse all’attivazione della “misura sanitaria”.

Ed invece una responsabile politica economica dovrebbe “parlare” con i numeri con l’obiettivo di delineare un quadro coerente di previsioni e compatibilità dentro il quale fare scelte chiare.

In questa prospettiva i “numeri” da “condividere” sono relativi alle seguenti questioni:

  1. Quanto PIL perderemo;
  2. Come “dividere” questa perdita tra cittadini e Stato;
  3. Quanto saranno le minori entrate fiscali;
  4. Come finanziare il deficit sopra quantificato.

PERDITA DEL PIL

Ai fini del nostro ragionamento, in questo momento, è sufficiente ancorarsi ad una stima autorevole, come quella fatta nei giorni scorsi dal Fondo Monetario Internazionale, che ha quantificato nel 9% del PIL la contrazione connessa al CORONAVIRUS. Atteso che il PIL 2019 si è attestato su 1.788 miliardi di euro, le perdite in valore assoluto sarebbero 161 miliardi di euro !!

COME DIVIDERE LA PERDITA

In un Paese maturo e consapevole il dibattito – di fronte all’enormità della cifra – dovrebbe finalizzarsi su come dividere il danno tra “Stato” e “cittadini”, e al loro interno tra “classi sociali”.

In realtà nessuna affronta questo aspetto e così assistiamo a manovre e ad annunci di manovre, ancora più rilevanti, senza un reale confronto sulle scelte da fare, che ridotte all’osso esigono, appunto, di quantificare il maggior “deficit” e la diminuzione del benessere individuale in termini monetari. 

Volendo assumere una posizione “democristiana”, ciò ragionevole ed equilibrata, si può quantificare in un fifty-fifty la divisione del danno. 

In altri termini a fronte di una perdita di 160 miliardi di euro di PIL dobbiamo mettere in conto un deficit aggiuntivo di 80 miliardi di euro a sostegno dei redditi e 80 miliardi di euro di minore benessere/reddito dei cittadini.

A questo deficit vanno aggiunte le risorse necessarie per mobilitare, attraverso il meccanismo delle garanzie, il credito annunciato, stimate in 20 miliardi di euro.

Tutto ciò lasciando al momento fuori dal dibattito come condividere la perdita di benessere tra le classi sociali!

MINORI ENTRATE FISCALI

Nessuno ne parla, ma le minori, certe, entrate fiscali sono un macigno che incombe sul Paese. Eppure nessuna quantificazione, nessun accenno.

In una democrazia matura, di fronte a questa evenienza, il Governo avrebbe il dovere di quantificarne la consistenza e proporre subito una manovra correttiva identificando il deficit aggiuntivo.

Stima difficile ma assolutamente necessaria per quantificare il deficit complessivo da finanziare.

Volendo essere ottimisti non meno del 40% della perdita di PIL, cioè 64 miliardi di euro.

IL FABBISOGNO/DEFICIT COMPLESSIVO

Dunque ricapitoliamo. Considerando il deficit 2020 approvato con la legge di bilancio (40 miliardi di euro), la manovra aggiuntiva stimata in 100 miliardi di euro (di cui 25 miliardi di euro già stanziati e quelli prossimi del “Decreto aprile” che potrebbero coprire già adesso tutta la restante parte), le minori entrate di 64 miliardi di euro, il deficit complessivo dello Stato Italiano da finanziare si assesta a 204 miliardi di euro!

E’ questo l’ordine di grandezza del problema italiano.

COME FINANZIARE IL DEFICIT COMPLESSIVO

Come è noto a fine 2019 la BCE aveva annunciato con riferimento al 2020 un Quantitative Easing di 20 miliardi di euro mensili, oltre il controvalore dei titoli in scadenza di ogni Paese.

All’inizio del 2020 veniva comunicata una manovra aggiuntiva di 120 miliardi di euro annui e successivamente, in piena pandemia, un rinnovato “Whatever it take” (tutto quanto occorre) di 750 miliardi di euro.

Senonché in un primo momento non è stato chiaro dalle dichiarazioni del Presidente della BCE, Cristine Lagarde, se i 750 miliardi di euro erano comprensivi dei 360 miliardi di euro già annunciati o aggiuntivi. Dichiarazioni successive di componenti del Comitato Esecutivo della BCE – nello specifico l’italiano Fabio Panetta – hanno sottolineato il carattere “aggiuntivo”, quantificando in oltre “1.000 miliardi di euro” (per la precisione 1.110 miliardi di euro)  l’intervento della BCE. 

Dunque dovrebbe sorgere spontanea la domanda: a quanto ammonta il QE assegnato all’Italia in base alle regole attualmente vigenti? In estrema sintesi la BCE “nazionalizza”, con margini di discrezionalità mai chiariti del tutto, il QE totale (nel caso attuale 1.110 miliardi di euro) in base al Capital Key (la regola del capitale), cioè alla quota effettivamente versata da ogni singolo Paese nel capitale della BCE.

Tale quota è per l’Italia pari al 16,99% (cioè al 13,82% della quota di capitale dei Paesi Euro, pari all’81,33% del capitale complessivo). In altri termini nella peggiore delle ipotesi l’Italia ha “diritto” ad un acquisto di titoli (oltre quelli in scadenza) per un ammontare di 186 miliardi di euro ( pari al 16,99% di 1.110 miliardi di euro) nel 2020!

Dunque per i numeri ricostruiti – pronti ad ogni approfondimento – oltre ai titoli da rinnovare in mano al mercato, il “buco” da coprire, sempre sul mercato o grazie ad un minimo di discrezionalità della BCE, è pari a 18 miliardi di euro. Sorge pertanto la domanda: un mercato che assorbe oltre 2.000 miliardi di euro di titoli del debito pubblico italiano (al netto del QE) può assorbire una emissione aggiuntiva di 18/20 miliardi di euro pari all’1 per mille?

IL COSTO DEL QE

Un altro aspetto assente dal dibattito è rappresentato dalla circostanza che, per il combinato disposto di complessi articoli contenuti negli statuti della SBCE e della Banca d’Italia il costo effettivo dei titoli di stato acquistati sulla base del QE è significativamente inferiore a quello stimato in base ai tassi di rendimento presenti sul mercato. Meno della metà!

Quindi attualmente non più dell’equivalente del tasso di rendimento dell’1%.

MES E INTERESSI DEL PAESE

Il ragionamento si qui sviluppato – un semplice schema cognitivo di analisi dei trend e delle scelte da compiere – fa, infine, emergere tutta la pretestuosità di un dibattito politico limitato alla possibilità o meno di utilizzare la “misura sanitaria” introdotta in fretta e furia nell’iter relativo all’approvazione delle profonde modifiche definite nel corso del  2019 per lo Statuto del MES.

Il cuore delle decisioni che attengono al MES riguarda due specifici aspetti:

  1. Se le modifiche concordate dall’Eurogruppo del 13 giugno del 2019 (e dettagliatamente illustrate nel dossier n.187 del Senato) sono compatibili con gli interessi italiani;
  2. Se le ulteriori modifiche connesse al Coronavirus, di cui non c’è alcuna traccia scritta, hanno senso atteso che il MES è stato pensato non per gestire crisi globali ma “shock asimmetrici” di singoli stati.

Con riguardo al punto a) basta richiamare l’imbarazzante estensione dei poteri del Direttore Generale del MES, che per i meccanismi di nomina non può essere eletto senza il consenso congiunto della Francia e della Germania per cogliere i rischi ai quali ci sottoporremo in caso di firma. Perché una cosa deve essere chiara : non stiamo discutendo di introdurre solo le modifiche relative all’emergenza sanitaria ma tutto il “pacchetto” già deciso a giugno. Un vero e proprio “cavallo di troia”, un’autentica operazione di distrazione di massa!

Con riguardo al punto b) non si tratta di valutare o meno a priori il suo possibile utilizzo quanto piuttosto il “suo senso” atteso che non appaiono chiarite in nessun documento le modalità di finanziamento dei prestiti connessi all’esigenza sanitaria, con il possibile paradosso che l’Italia si trovi, da un lato, prenditrice di 36 miliardi di euro (2% del PIL italiano) e, dall’altro, a versare ulteriori quote del capitale sociale del MES sottoscritto per importi anche superiori!

CONCLUSIONE

Dunque forza BCE! MES: ne riparliamo a crisi pandemica superata! 

E intanto lavoriamo ad un Recovery Fund che non necessariamente implica una perdita di sovranità fiscale da parte dei Paesi che dovessero accedere ad un prestito finanziato con titoli europei collocati sul mercato.

Gli errori della politica in una società travagliata

La politica e i partiti in Italia sono generalmente disprezzati dalla società civile e non è cosa di oggi o di ieri.

Le pessime modalità ordinarie di gestione della “cosa pubblica” cui siamo tristemente abituati  non sono certo rimosse o dimenticate per merito delle mirabolanti promesse di cambiamento.

La gente percepisce il potere come uno strumento di vessazione, un luogo di intrighi e corruttele, un mezzo per realizzare interessi privati, clientele, malaffare.

Nel sentire comune si avverte la perdita di credibilità in una politica che ormai da molto tempo vive una lunga deriva di declino morale, ideale e fattuale.

Dopo la caduta delle ideologie e la progressiva scomparsa di una cultura del senso civico e del bene comune, i partiti si sono configurati come strutture oligarchiche e fortemente personalizzate. 

In questa fase tutto è  drammaticamente esasperato. Si sono chiuse scuole, aziende, imprese, si è bloccato il Paese ma le nomine ai vertici delle partecipate non sono state rimandate al post-pandemia, troppo ghiotta la spartizione di potere e poltrone: per questo i soldi ci sono, sulle mascherine invece solo enfasi ed eccessi di annuncio, una farsa grottesca che fa riflettere. Ne servono 35 milioni al giorno: dove sono?

Se la politica difetta di competenza e responsabilità succede che avvertiamo di essere governati da mani inaffidabili: anche in questo frangente del Covid-19 sono emersi i difetti di sempre: la contrapposizione e sovrapposizione dei poteri, la confusione ridondante delle regole indecifrabili, la preponderanza della burocrazia, il venir meno del buon senso comune, la leggerezza di valutazione iniziale rispetto agli esiti del disastro annunciato. Nonostante l’OMS e gli accordi internazionali sottoscritti.

La modulistica delle autocertificazioni ha raggiunto livelli di complessità parossistica, il delirio del rimedio postumo agli errori iniziali ha generato un clima di sequestro domiciliare di massa, un’alea di sospetto.

Ma la classe politica non viene generata dal nulla: nasce, cresce e fa carriera in una società civile dove evidentemente prevalgono gli aspetti negativi, nei comportamenti individuali e collettivi.

Si tratta di una inesorabile decadenza che caratterizza il modo di vivere, oggi.

Non ci sono solo le beghe di palazzo, anche tra noi siamo da un pezzo al “tutti contro tutti”.

Corruzione dilagante ad ogni livello del pubblico e del privato, elusione del senso del dovere, rivendicazione unilaterale dei diritti, odio sociale e rampantismo si accompagnano a sentimenti di invidia, cattiveria, sospetto, delazione, diffidenza, rancore, indifferenza, cinismo.

E nel fare e nell’essere guardiamo soprattutto al tornaconto personale, al mero interesse materiale, alla convenienza del momento.

C’era un tempo in cui una stretta di mano o la parola data erano il suggello di valori sacri e tramandati, erano un patto di onore e di lealtà, cui non si poteva venir meno.

Ora che per la pandemia in atto questi gesti ci sono vietati dall’emergenza sanitaria, ne avvertiamo la mancanza, cresce un sentimento di nostalgia per le buone maniere, sostituite dalla diffidenza giustificabile e dalla paura del contagio.

Possiamo addebitare alla politica le colpe che ha e che merita. 

Ma non possiamo nasconderci dietro l’alibi del potere malandrino e dell’innocenza sociale.

Basta guardarci attorno, aprire o chiudere una porta di casa per trovare violenza, prevaricazione, doppiezze, inganni, sopraffazione: contro le donne, contro i minori, contro gli anziani, i deboli e gli indifesi. Anche in questo il Coronavirus e le misure di contenimento della sua diffusione ci mettono di fronte alle quotidiane difficoltà della vita domestica e delle relazioni sociali.

Stiamo scoprendo che accanto a prove di generosa solidarietà c’è un bene che resta nascosto, eluso, deriso. Rispettiamo le regole più per timore delle sanzioni che per senso civico e ubbidienza. 

Ci sono comportamenti irresponsabili che denotano assenza totale di senso del bene comune e di rispetto degli altri. Cui corrisponde una carenza di capacità di decisione e di guida politica: la vera paura è generata dall’incapacità di decidere, troppi tavoli e commissioni, basterebbe una mente pensante illuminata da idee chiare e lungimiranti.

Se tutto questo tsunami è nato da un complotto o da un errore ciò significa che la vita stessa, la dignità umana, il rispetto per gli altri  non sono più un valore.

E se siamo un po’ tutti naufraghi alla deriva, clandestini che camminano a bordo di un’epoca senza orizzonti non possiamo immaginare, credere o sperare che coloro che deleghiamo – affinchè ci rappresentino – possano come per un miracolo essere alla fin fine migliori di noi.        

Coronavirus e reddito familiare. Un pesante impatto

Il mix Covid-19+Lockdown sta determinando un pesante impatto sul reddito e sulle condizioni di vita delle famiglie italiane. Lo dimostrano i dati rilevati da un’indagine curata per Facile.it da mUp Research e Norstat su un campione rappresentativo della popolazione nazionale. Il 58,6% di chi ha risposto al questionario, pari a 10.800.000 famiglie, ha dichiarato di aver subito una riduzione media complessiva stimata pari a circa il 60% delle entrate. Nello specifico il 12,1% degli intervistati, equivalenti a circa 2.223.000 famiglie, ha dichiarato di aver visto sparire più del 50% del reddito familiare e il 6,4% (1.179.000 famiglie) ha addirittura ammesso di aver perso il 100% delle entrate. Analizzando poi le percentuali a livello territoriale emerge, secondo i ricercatori, che il calo dei redditi ha colpito tutto il Paese, ma al Sud e nelle Isole è stato più forte. In quest’area ha dichiarato di aver perso il 100% degli introiti economici della famiglia il 7,5% dei rispondenti, mentre ha avvertito una riduzione superiore a oltre la metà delle entrate di casa il 12,7% di chi ha partecipato all’indagine. Complessivamente, il calo dei redditi ha messo in crisi molti italiani: a livello nazionale, un rispondente su 5 (19,4%), pari a circa 3.586.000 famiglie, ha dichiarato di trovarsi già oggi in una situazione di difficoltà economica, mentre il 38,7% dei rispondenti, vale a dire 7.148.000 famiglie, pur dichiarando di non essere in questo momento in difficoltà, ritiene di potervisi trovare a breve se la situazione non migliorerà.

Ancora una volta, la situazione sembra essere più difficile al Meridione, dove le famiglie che hanno dichiarato di essere già oggi in difficoltà economica corrispondono al 23%; condizione altrettanto difficile anche tra i nuclei con figli minorenni (23,8%) e in quelli monoreddito (25%). Vivono soprattutto al Nord Ovest, invece, gli italiani che hanno dichiarato di potersi trovare a breve in difficoltà (45,4%). Che succede, poi, alle diverse categorie professionali? Secondo l’indagine, la crisi ha colpito più duramente in questa fase le famiglie di liberi professionisti, piccoli e medi imprenditori e lavoratori autonomi. Il 23,6% di loro ha detto di aver ridotto di oltre il 50% il reddito familiare e il 12,1% ha addirittura dichiarato di avere perso tutte le entrate economiche. La percentuale di chi, tra queste tipologie di lavoratori, ha visto sparire l’intero reddito è doppia rispetto alla media nazionale (6,4%) e tripla se confrontata con quella di chi è assunto con un contratto da dipendente (3,8%). Quasi un autonomo su 4 (23%) ha dichiarato, inoltre, di essere già oggi in difficoltà economica e addirittura più di uno su 2 (52%) ha ammesso di poterlo essere a breve se le cose non miglioreranno (a fronte di una media nazionale pari al 38,7%).

Di particolare interesse, infine, la percezione da parte degli italiani delle misure adottate dal Governo, rilevata dalla ricerca. Per gestire la situazione di difficoltà, 2.400.000 famiglie (13,1%) hanno dichiarato di aver fatto ricorso a una o più misure introdotte dai decreti del Governo. Quello più utilizzato è risultato essere il bonus da 600 euro per autonomi e partite Iva (48,7% di chi ha fatto uso di aiuti governativi), seguito dal prolungamento della validità della polizza Rc auto o moto e del rinvio dell’obbligo di revisione (13,2%). Al Terzo posto  la possibilità di sospendere le rate del mutuo (9,8%). Alla domanda “indichi i tre interventi che ritiene più utili” – posta alla fine del questionario – al primo posto si è posizionato, con il 52,8% delle preferenze, il divieto di licenziamento e l’ampliamento della cassa integrazione, seguito dal bonus di 600 euro per autonomi e partite Iva (47,5) e dalla possibilità di sospendere le rate del mutuo (39,2%). Al quarto posto si è collocato il fondo di garanzia per i prestiti alle imprese (29,7%).

Donald Trump rivuole i soldi del Paycheck Protection Program da Harvard

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto di voler chiedere personalmente all’Università di Harvard la restituzione del denaro che le è stato concesso dal Paycheck Protection Program, parte del pacchetto di soccorso federale per il coronavirus.

L’università, secondo la CNN, ha ricevuto quasi nove milioni milioni dal maxi-piano di aiuti per il coronavirus approvato dal Congresso, attraverso il Fondo di soccorso per l’istruzione superiore.

Questo intervento del Presidente è stato ispirato anche dalla notizia che la catena statunitense di fast-food Shake Shack ha deciso di restituire 10 milioni di dollari di aiuti ricevuti attraverso il Ppp, dopo lo scoppio delle polemiche per i prestiti concessi alle grandi catene attraverso lo stesso programma, mirato ad assistere le piccole imprese durante la crisi provocata dalla pandemia di coronavirus.

Infatti molti prestiti sono finiti a grandi compagnie riuscite ad aggirare i paletti fissati dal Governo, facendo così esaurire nel giro di due settimane la disponibilità economica.

Il Regno Unito alle prese con la stima dei morti

La pandemia da Coronavirus avrebbe provocato nel Regno Unito oltre 41.102 morti, stando ad un conteggio del Financial Times. Una cifra che corrisponde a più del doppio del bilancio dei decessi registrati ufficialmente, ossia 17.337, se si considerano le cifre fornite ieri, frutto del conteggio dei pazienti deceduti in ospedale dopo essere risultati positivi al virus.

La stima del Financial Times si basa sui dati che l’Office for National Statistics e che includono i decessi al di fuori degli ospedali.

L’analisi conferma gli indizi secondo cui il picco della pandemia sarebbe stato raggiunto nel paese l’8 aprile e dai quali emerge che da allora il tasso di mortalità è andato diminuendo malgrado gli 823 decessi ospedalieri annunciati ieri, un balzo in avanti rispetti ai 449 delle 24 ore precedenti.

I decessi registrati nel periodo sono stati 18.516 molto più alti rispetto alla più recente media quinquennale di 10.520 per la stessa settimana dell’anno.

Anche gli uffici di statistiche nazionali, hanno dichiarato che la cifra è “senza precedenti”.

Coronavirus, la Svizzera annuncia un vaccino pronto per ottobre

Dall’università di Berna potrebbe arrivare  la soluzione all’emergenza sanitaria creata dalla diffusione del Covid-19. Lo ha affermato Martin Bachmann, professore di immulogia dell’università di Berna.

Bachmann sta attualmente guidando un gruppo di esperti per lo sviluppo di un vaccino cosiddetto geneticamente sintetizzato, basato su particelle simili al virus. Questi vaccini – in uso per l’epatite B, ad esempio – funzionano abbattendo la proteina che il virus utilizza per attaccarsi a una cellula.

Secondo l’esperto, il nuovo coronavirus è geneticamente stabile e, a differenza dell’influenza, è molto probabile che non richieda più di un vaccino in un periodo di tempo relativamente lungo. “La nostra strategia è ottenere l’immunizzazione di almeno tutta la popolazione svizzera entro i prossimi sei mesi e quindi iniziare a produrre il vaccino per il mercato globale. Questo è un obiettivo ambizioso, ma vi assicuro che abbiamo buone possibilità”.

Domani primo giorno d’Europa

Dagli anni ’80 il mondo è stato trasformato, perché gli Stati Uniti hanno messo praticamente fuori porta le pratiche Keneysiane. Pratiche che salvarono gli USA dopo la grande crisi del 1929. Da allora, se escludiamo il bloco dell’est, il mondo seguì quelle indicazioni.

Nel nostro Paese tutti gli anni dal dopo guerra fino agli anni ’80 imparò, senza difficoltà, quell’indirizzo. Il primo segnale di chiusura nei riguardi del teorico dell’economia americano, si ebbe alla fine degli anni ’70, con Margaret Thatcher. Ma è Ronald Reagan che liquida definitivamente Keynes, per dar spazio al cosiddetto neo liberismo.

Da allora ad oggi, la bandiera reaganiana, non è mai stata ammainata.

Adesso, alla luce di questa catastrofe economica, il coronavirus non ha solo terribilmente colpito la vita, è causa pure di un afflosciamento economico. Di fronte a questo nubifragio, secondo alcuni a raggio più spaventoso da quello registrato nel lontano ’29, a mio modesto parere, servirebbe una riedizione di quelle politiche. Politiche in capo non agli Stati nazionali, non basterebbero, ma consegnate alle dita dell’intera Europa. E va da se, anche degli Stati Uniti d’America.

Domani si vedrà che cosa bollirà in pentola. Che idee matureranno gli Stati europei. Rispetto a quindici giorni fa, sembra che la rigidità allora esplicitata dalla Germania sia leggermente venuta meno. Escludo che tale fenomeno si estenda agli altri piccoli Paesi del nord, ma quel che conta e, sottolineo, quello che tutto determina, sarà la posizione tedesca.

Sono persuaso che alla fine molti Paesi utilizzeranno il MES, a patto che sia prosciugato dalle contromisure dei protocolli precedenti: 36 miliardi, utilizzabili essenzialmente, ma non solo per la sanità, non si possono certo lasciar per strada. Vi sarà poi un’ulteriore misura, ad orizzonte ampio, che dovrebbe essere indispensabile per applicare le politiche keneysiane, quelle di cui parlavo sopra. Politiche che darebbero ossigeno a tutte le nostra imprese, al lavoro e alla sicurezza di tutte le famiglie italiane. Ricordo solo che l’ammontare di una simile operazione, stando a quanto ci informano, dovrebbe essere dai mille ai mille e cinquecento miliardi di euro.

In sintesi, utilizzare soldi pubblici della BCE, per gli sviluppi industriali dei diversi Paesi europei. L’unico aspetto, che a quanto sembra, limiti questa operazione, potrebbe essere causata da una probabile lentezza dell’intero protocollo europeo.

Comunque sia, c’è da augurarsi che ciascuno faccia il suo compito tenendo in debita considerazione il destino dell’intero continente, perché, ormai si sa, la caduta di uno trascinerebbe tutti quanti al suolo.

Questa sera alle 21.10 su Rai storia: Italiani. Raffaele Cadorna di Giuseppe Sangiorgi.

Questa sera su Rai Storia alle 21.10 uno speciale sul generale Raffaele Cadorna (1889 – 1973), che è stato il comandante del Corpo Volontari della Libertà durante la lotta di Liberazione, il braccio militare del CLN.

Era nipote del Raffaele Cadorna che comandò la presa di Roma, ed era figlio del Luigi Cadorna comandante dell’esercito italiano nella prima guerra mondiale fino a Caporetto.

A Raffaele Cadorna è dedicato il documentario per il ciclo “Italiani”, con la consueta introduzione di Paolo Mieli,  di Giuseppe Sangiorgi.

Cadorna fu antifascista dall’inizio, e per questo inviso al regime che cercò sempre di non valorizzarlo, ma neppure poté impedire che, diventato generale di brigata e poi di divisione, avesse comandi prestigiosi come il Savoia cavalleria di Milano, la Scuola di cavalleria di Pinerolo, la divisione corazzata Ariete.

Al comando della divisione Ariete, l’indomani dell’otto settembre 1943 fronteggiò vittoriosamente i tedeschi a Nord di Roma. Subito dopo, entrato in clandestinità, fu esponente della Resistenza nella Capitale.

Nell’estate 1944 venne scelto come comandante militare della Resistenza al Nord e nell’agosto fu paracadutato in Lombardia.

Rappresentò un nevralgico punto di incontro tra Resistenza, Governo dell’Italia liberata e Alleati, ed ebbe un ruolo decisivo nelle drammatiche ore del 25 aprile 1945 e della esecuzione di Mussolini.

Dopo la guerra, fu per due anni Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e poi per tre legislature senatore eletto come indipendente nelle fila della Democrazia cristiana, svolgendo un lavoro prezioso per la riorganizzazione delle Forze Armate italiane.

Via dalle città. Nei borghi c’è il nostro futuro. La lettera a Stefano Boeri dell’Uncem.

Il Presidente dell’Unione nazionale Comuni, Comunità ed Enti montani (Uncem) Marco Bussone, nella giornata di ieri, ha scritto una lettera a Stefano Boeri architetto, urbanista, teorico dell’architettura che in una sua intervista ripropone il problema di quali dovrebbero essere i nuovi modi di vivere e abitare.

Sono temi  fondamentali per anni ritenuti marginali e poco centrali nel dibattito pubblico e che oggi vengono riproposti con forza.

 

Preg.mo Professor Boeri,

ho letto con molto piacere la Sua analisi su Repubblica di oggi (ieri per chi legge, ndr.), che segue quella dell’architetto Fuksas pubblicata nei giorni scorsi. Mi ha particolarmente colpito il Suo virgolettato nel titolo che richiama quanto da Lei affermato nella risposta alla seconda domanda della giornalista Brunella Giovara. “Via dalle città. Nei borghi c’è il nostro futuro” in sintesi. Una frase, insieme con altre, che un po’ mi ha sorpreso, positivamente, pronunciata da un Architetto e Docente universitario che negli anni si è prettamente occupato di aree urbane, da ripensare, nella logica del risparmio del consumo di suolo, dell’efficienza energetica, di una rifunzionalizzazione degli spazi, di economie circolari che sappiano dare risposte alla crisi climatica. Come ha fatto sgranare gli occhi a me – Presidente di un’Associazione nazionale che riunisce 3.850 Comuni montani per oltre la metà della superficie dell’Italia, 10 milioni di abitanti – sono molti gli Amici con i quali oggi ci siamo scambiati idee, proposte, suggestioni dopo aver letto l’intervista. Degli stessi temi – territori, montagna, borghi, forme di abitare… – abbiamo parlato anche ieri e la scorsa settimana. Pensato e operato. Sono temi per noi fondamentali sin dal 1952, anno di fondazione di Uncem. Non noi certo, ma chi ci ha preceduto alla guida dei Comuni montani e della stessa loro Associazione. Un confronto costante, giorno e notte quasi, per definire percorsi politici, istituzionali, economici, sociali, capaci di essere antidoto all’abbandono, con i Sindaci che hanno sempre provato a dar risposte, lottato consumandosi nel non essere inermi contro lo spopolamento, l’abbandono, l’allontanamento dei servizi e con i diritti di cittadinanza sempre più rarefatti. Ogni giorno il confronto è costante. Con architetti, sociologi, antropologi, imprenditori, politici. Persone che abitano i territori, che li vivono, che li conoscono a fondo e che li hanno a cuore. Proprio come Lei, immagino, Architetto, viste le Sue considerazioni di oggi che apprezzo molto.

Da almeno dieci anni Uncem lavora su piani diversi, che pongano al centro i Comuni, i territori, servizi e sviluppo, nuovi modi di vivere e abitare. E tanto abbiamo lavorato, stiamo lavorando sui borghi alpini e appenninici. Non sempre lo abbiamo fatto bene, sicuramente, e abbiamo anche fatto errori, è chiaro. Dopo decenni di “confinamento” di questi temi ritenuti marginali e poco centrali nel dibattito pubblico, oggi assistiamo a un risveglio di (in) tanti settori. La Strategia nazionale Aree interne che sta investendo 600 milioni di euro su 72 zone pilota italiane, il ritorno del “Fondo nazionale per la Montagna”, le datoriali e le loro nuove “componenti montagna”, Montecitorio che vara quattro articolate mozioni su montagna e borghi, gli Stati generali della Montagna lanciati dal Ministero degli Affari regionali, il Piano banda ultralarga per colmare i divari digitali. E poi i media che accendono i riflettori sui borghi, speciali tv e sui giornali, tanti “Manifesti” che mettono al centro un nuovo “territorialismo” che va oltre i particolarismi e proietta i territori italiani, i mille campanili uniti alle 100 città, in Europa, senza isolarli, senza alcuni municipalismo dannoso o esasperato. Idee, proposte, istanze, per la Politica, per tutti i livelli istituzionali, per l’economia e anche per i suoi “mondi”, per l’Accademia, i centri formativi. Anche le Sue considerazioni sono importati e segnano, in questo cammino, un cambio di passo. Uniamo tutto questo a segnali politici non certo banali, come l’approvazione di una legge nazionale nel 2015 sulla green economy che pone i territori montani luogo nel quale costruire “green communities” e un nuovo approccio ai Beni comuni, poi la legge nazionale sul Terzo settore che esalta le reti e i tessuti connettivi del Paese, proprio nei territori considerati erroneamente margine, la legge 158 del 2017 sui piccoli Comuni che guarda a loro come cuore pulsante del Paese. Segnali, basi sulle quali costruire altri buoni percorsi.

E vengo al motivo centrale per il quale Le scrivo. Cioè fare un Patto. Lei ha una esperienza enorme, visione e lungimiranza, competenze, un curriculum prezioso, è conosciuto nel mondo intero. Non la vogliamo certo “sfruttare”, s’immagini. Anzi. Tutti dicono che Lei appartenga a quelle “Archistar” che tanto possono fare per l’Architettura e per “il progetto”, per i giovani da formare e che lei forma, per una nuova pianificazione e programmazione territoriale nelle quali con Uncem credo profondamente. Il Patto è provare a costruire insieme percorsi. Su un nuovo modo di vivere e abitare, dicevo. Nei borghi da Lei richiamati non servono griffe, o tanti milioni di euro. Servono in primo luogo modelli e progetti, visione. Ascolto degli Enti locali, dei Sindaci, protagonismo delle comunità abitanti. Servono rilancio delle politiche per agricoltura e ripensamento dei modelli turistici. I borghi non sono luna park e non sono tutti disabitati. Tanti, moltissimi sono i ruderi. Il patto può far sì che Lei e altri docenti si coalizzino, guardino ad esempio all’Istituto di Architettura Montana del Politecnico di Torino e quanto fatto dalle reti di architetti o urbanisti, paesaggisti, accademici, che da sempre lavorano nelle aree montane, alpine e appenniniche, non solo italiane. Penso al Voralberg, ai Grigioni. O anche al Premio Constructive Alps che in questi anni ha premiato diversi progetti italiani, realizzati in Comuni-laboratorio, ma “replicabili”. Si va oltre la “bellezza”. Guardi a loro, Architetto. Ai tanti giovani che provano a lavorare con i Sindaci e con le Amministrazioni, fanno innovazione, anche nei borghi. Possiamo usare meglio e più fondi europei per la politica di coesione che dovremo avere proprio per rivitalizzare i nostri borghi alpini e appenninici. Per un Programma operativo nazionale dedicato alla Montagna e alle aree interne. Questa emergenza sanitaria lo impone. Aggiungo: il Suo “bosco verticale” non può non condurci in un patto per ridare valore e gestione attiva a 11 milioni di ettari di foreste che crescono troppo in Italia, invadendo il borgo, mettendo a rischio e in pericolo la vita dei montanari e la loro economia agricola, multifunzionale. Anche per costruire, smettiamo di importare da altrove il materiale che ci serve. Facciamo qui. Vaia, insegna.

Lavoriamo insieme, Professor Boeri, per rafforzare le reti dei servizi. 200 Comuni in Italia, tra quelli che lei enumera su Repubblica di oggi, non hanno più un negozio o un bar. È gravissimo. Altri 500 sono a rischio. Il digital divide distrugge i borghi più del tempo. Insieme a Lei, possiamo spingere sulle Istituzioni per l’accelerazione del Piano banda ultralarga e per nuovi ripetitori che consentano a 1200 Comuni italiani di non registrare più difficoltà a telefonare, mandare messaggi o vedere la tv. Lavoriamo insieme anche per un’azione che porti servizi scolastici, sociali e trasporti di qualità, affinché i territori, i borghi, le zone montane del Paese, non subiscano continui tagli quando i bilanci degli Enti regionali e dello Stato vengono sforbiciati.

Lavoriamo insieme sulla fiscalità differenziata e peculiare per queste aree montane, per chi vive oggi e per chi vuole vivere e fare impresa nei borghi. Un modello fiscale univoco, esistente oggi, non è egualitario, bensì sperequativo. Non va incontro a chi nelle aree montane conduce un negozio di prossimità, unico del paese e si trova a dover pagare le stesse imposte del caffè in piazza San Babila o della catena commerciale in piazza Vittorio Veneto. Dobbiamo agire in fretta su questo. L’emergenza sanitaria impone nuovi modelli economici che non chiedono “alle città e alle aree montane di adottare un borgo”, bensì di trovare soluzioni sussidiarie che evitino che i paesi siano solo più luogo dove rimane chi non sa dove andare o dove si faccia un po’ di turismo del week end, qualche gita, che lascia niente, manco la spesa per un panino.
Negli ultimi vent’anni, questa traiettoria fondata sull’assistenzialismo e sulla lamentazione un po’ si è invertita: tanti borghi, moltissimi paesi sono luoghi di sperimentazione, benessere, innovazione, non solo artistica, culturale, professionale. Nuovi modi di abitare. Nuovi modi di essere Comunità. Perché qui dimostriamo – o ci sforziamo di attuare, meglio – quanto ripete il Santo Padre: “Non ci si salva da soli”, “Senza una visione di insieme, non ci sarà futuro per nessuno”. Dunque non un’adozione ma un nuovo legame tra aree urbane e montane. Dove le prime riconoscono e valorizzano (anche monetariamente) quei servizi ecosistemici-ambientali che la montagna svolge, con le foreste che assorbono Co2 e con il governo dei versanti per la protezione del dissesto assicurando le fonti idriche, ad esempio.

Insieme facciamo tutto questo, Architetto Boeri. Il “day after” si costruisce con le reti. Serie, impegnate, forti e cariche di opportunità. Sempre in dialogo. È il Patto che le propongo, che Uncem chiede a Lei di fare, ad altri Architetti, ai media nel raccontarlo, alle sfere economiche. Per non guardare per caso, nello spazio e nel tempo di un tweet, alle aree montane, ai borghi, alle comunità.

Uncem continua a lavorarci, su tutto questo. Ogni istante, con migliaia di Sindaci e Amministratori chiamati a dare risposte alle Comunità. Siamo Istituzioni in uno Stato che c’è e che non ha dimenticato come è fatto. È per metà Alpi e Appennini. È una maglia intrecciata di borghi e di paesi, di piazze e di campanili. Sono la nostra Essenza. Prendiamocene cura insieme. La Montagna è di tutti, il futuro è un percorso comune. Tutto questo per RiAbitare l’Italia – ci insegna il Suo Collega Antonio De Rossi, con tanti altri Amici – e vincere le sfide del presente. Quelle imposte dal covid-19 e ancor di più quelle della crisi climatica che ci vede “protagonisti”, nell’anticipare le risposte, nelle zone montane, creando opportunità sostenibili e volte a unire, anche Lei e chi lo vorrà in questo prezioso percorso (non solo della Montagna) di Paese.

Con stima,

Diario di un cardinale

Articolo pubblicato sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Francesco Malgeri

Domenico Tardini è stato una figura che ha segnato profondamente la politica vaticana nel corso del Novecento, una personalità che attraversa la storia della Chiesa, ne fu protagonista e testimone, lasciando il segno della sua presenza e del suo ruolo di primo piano. Alla fine della grande guerra, nel 1921 Benedetto XV lo nominò minutante della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari. Nel 1929 fu, con Pio XI, sottosegretario della medesima Congregazione e nel dicembre del 1935 Sostituto della Segreteria di Stato e Segretario della Cifra. Nel dicembre 1937 entrò nel cuore della diplomazia vaticana come Segretario della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari. Pio XII lo chiamò a ricoprire, assieme a monsignor Montini, la carica di pro Segretario di Stato. Nel 1958 Giovanni XXIII lo nominò cardinale e Segretario di Stato.

Sul piano storiografico la figura di Tardini ha trovato attenzione particolare in numerosi studi sulla storia della Chiesa nel Novecento, ad opera di studiosi quali Angelo Martini, Benny Lay, Andrea Riccardi, Jean-Dominique Durand, Giovanni Sale, Emma Fattorini, Lucia Ceci e molti altri. In particolare, vanno poi ricordati due studi di particolare interesse: la biografia di Tardini scritta da monsignor Giulio Nicolini, dal titolo Il Cardinale Domenico Tardini (Padova 1980) e il volume di Carlo Felice Casula, Domenico Tardini (1888-1961). L’azione della Santa Sede nella crisi fra le due guerre (Roma 1988), nel quale l’autore pubblicava il diario di Tardini relativo agli anni 1933-1936, da lui rintracciati nell’Archivio di Villa Nazareth. Per lunghi anni è stata vana la ricerca della parte successiva del Diario, fino a quando monsignor Sergio Pagano, Prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano, lavorando attorno alle carte del cardinale Antonio Samorè (che aveva collaborato a lungo con Tardini, divenendone esecutore testamentario), si imbatteva nella busta 6 dello Spoglio Samorè, nella quale rintracciava le carte di Tardini relative al periodo 1936-1944, la cui trascrizione era stata affidata a Federico Alessandrini, in vista di una eventuale pubblicazione, che in quel momento (1967) venne giudicata inopportuna. La recente apertura agli storici, da parte di Papa Francesco, delle carte dell’Archivio Vaticano relative agli anni 1939-58, rendeva possibile la pubblicazione di queste carte. Anzi, lo stesso Papa Francesco invitò monsignor Pagano a pubblicare quei documenti, che appaiono ora nel volume Domenico Tardini. Diario di un cardinale (1936-1944). La Chiesa negli anni delle ideologie nazifascista e comunista, a cura di Sergio Pagano (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2020, pagine 246, euro 20).

Si tratta di documenti che a volte assumono il carattere di memorie, altre volte si tratta di vere e proprie pagine di diario. Ne esce un quadro quanto mai ricco e vivace, che monsignor Pagano ha curato con particolare cura, non solo corredando il volume con una ampia introduzione, che ripercorre le vicende archivistiche di queste carte e la biografia di Tardini, ma arricchendo il testo del Diario con un eccezionale apparato critico, che consente al lettore di avere informazioni, rinVII bibliografici, archivistici e puntualizzazioni storiche necessari per cogliere il significato di questi documenti. Da essi, monsignor Pagano coglie anche la fisionomia umana e religiosa di Domenico Tardini, scrivendo tra l’altro: «In questi fogli, con una forte coscienza della Chiesa immersa nella storia (la navicula Petri, che anche ai suoi tempi fu «in gran tempesta») egli raccoglie fatti e pensieri suoi, sul tema di un giorno, di un colloquio, di una meditazione più lunga, e non rare volte con dovizia di particolari, scrivendo, ma pure raccontando e di tanto in tanto lasciandosi prendere la mano dalla irrefrenabile sua ironia, schietta ed arguta, tipicamente romanesca, simpatica ma anche sferzante, sarcastica, che in brevi tratti dipingeva un ambiente, una persona, un interlocutore».

Negli anni che attraversano le pagine di questi documenti, l’Europa visse uno dei momenti più drammatici della sua storia. A partire dalla metà degli anni Trenta, assistiamo al consolidamento del regime sovietico in Russia, dispotico e persecutorio contro la Chiesa, e del totalitarismo fascista in Italia, la definitiva affermazione di Hitler e del nazismo in Germania, la crisi austriaca, la guerra civile spagnola, la guerra d’Etiopia, l’emergere in alcuni paesi di regimi totalitari ispirati da ideologie nazionaliste e razziste, il riarmo e lo scatenamento di una nuova guerra mondiale, destinata a travolgere e calpestare quei valori ispirati alla convivenza civile, al rispetto e alla fratellanza umana, invocati dalla Chiesa.

Tardini, nelle sue carte, testimonia le preoccupazioni del Pontefice per questo clima carico di tensioni e di pericoli. Evidenzia la tenace fermezza di Pio XI nel contrastare le leggi razziali e nel denunciare il vulnus al Concordato inferto in Italia, con il divieto del matrimonio tra ariani e non ariani, minacciando di «mandare a monte, se occorresse, anche il Concordato». Secondo il Papa il nazionalismo era una «eresia moderna», il razzismo feriva «il concetto cattolico della universalità della Chiesa, della uguaglianza e fratellanza umana». Tardini si sofferma anche sull’enciclica contro il nazismo, pubblicata poco dopo quella sul comunismo, ricordando come venne fatta pervenire segretamente ai vescovi tedeschi, perché fosse letta in tutte le Chiese, prima che ne fosse impedita la pubblicazione dal regime nazista. «Fu accolta con venerazione — scrive Tardini — fu accolta con profonda e sincera commozione. I buoni cattolici tedeschi si sentirono compresi e incoraggiati dal Padre comune». Nell’udienza tenuta a Castelgandolfo il 28 luglio 1938 ebbe ad affermare: «Ci si può chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania». Tardini si sofferma poi ad illustrare la preparazione dell’ultimo discorso natalizio di Pio XI, pronunciato il 24 dicembre 1938. Un discorso che il Papa volle preparare da sé, nel massimo segreto, nel quale definiva la croce uncinata «nemica della croce di Cristo». Una affermazione che molti gli avevano consigliato di evitare, per non provocare reazioni da parte tedesca. «Ma — scrive Tardini — tutto fu inutile, Pio XI tenne duro».

Secondo Tardini, Pio XI aveva maturato la convinzione che la perdita del potere temporale «era stata provvidenziale per i Papi; che il prestigio morale del pontificato ne aveva tratto immenso guadagno; che una restaurazione vera e propria di quel potere era umanamente assurda». Pur giudicando necessario «salvare il principio della sovranità anche civile e quindi territoriale del romano pontefice, ma spiritualizzò per così dire, anche lo Stato terreno, riducendolo al minimo, tanto quanto bastasse perché su un lembo di territorio il papa potesse essere e dirsi non suddito di un altro sovrano, ma sovrano egli stesso».

Alla luce di questi orientamenti, Pio XI giudicava quanto mai necessario celebrare il decennale dei Patti Lateranensi. Le memorie di Tardini si soffermano a lungo sulla preparazione di questo evento e sul discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare nel corso di una solenne cerimonia, alla presenza dell’episcopato italiano. Com’è noto Pio XI non riuscì a realizzare questa iniziativa, alla quale teneva particolarmente, anche al fine di chiarire alcune questioni nei rapporti tra la Chiesa e il fascismo: dall’Azione Cattolica, al vulnus al Concordato, al problema dell’assistenza religiosa a militari e ai giovani inquadrati nella Gioventù italiana del Littorio. Il 1° febbraio a Tardini che gli riferiva un discorso che Hitler aveva pronunciato contro la Chiesa, con «tono molto aspro, con voce molto eccitata, (…) con rabbia», il Papa rispose: «E io parlerò con rabbia anche maggiore». Un discorso, tra l’altro, che si chiudeva con un vibrante appello alla pace, invocando «l’ordine, la tranquillità, la pace, la pace, la pace a tutto questo mondo, che, pur sembrando preso da una follia omicida e suicida di armamenti, la pace vuole e con noi dal Dio della pace la implora e spera d’averla. Così sia!». La morte di Pio XI, proprio alla vigilia di quell’evento da lui preparato con tanta passione, gli impedì di pronunciare il suo discorso e di confrontarsi con l’episcopato italiano.

L’attenzione di Tardini e il suo rapporto nei confronti di Pio XI si segnala anche per la familiarità e il rapporto cordiale da lui intrattenuto con il Papa, che lo porta ad affermare che «Pio XI era di una conversazione piacevolissima. Parlava lentamente e pareva si dilettasse nel raccontare e nel rievocare tante cose e tanti fatti. (…) Amava, più dei dialoghi, i monologhi. E questi monologhi erano spesso conditi di barzellette, di arguzie, da motti, da aneddoti spesso interessanti, sempre piacevoli». L’intensa e affettuosa sollecitudine di Tardini nei confronti di Pio XI, si evidenzia in particolare durante i due momenti nei quali il Papa vide aggravarsi le sue condizioni di salute. Tardini aveva vissuto la malattia del pontefice dal dicembre 1936 al gennaio 1937 con una costante preoccupazione, anche per le sofferenze che Pio XI gli confessava: «Sono dolori atroci, feroci che non hanno nome». Ma in quella occasione il Papa «guarì — osserva Tardini — perché volle guarire, visse perché volle vivere. E appena poté si mise alacremente al lavoro».

La morte di Papa Ratti, la mattina del 10 febbraio 1939 è descritta da Tardini in tutta la sua drammaticità, potremmo dire minuto per minuto, sino alle 5.31. Si tratta di un momento particolarmente delicato, su cui già Emma Fattorini si era soffermata: «Le carte ci restituiscono un clima frenetico, febbrile, teso, agitato: il papa sta sempre peggio, non bisogna dirlo e non bisogna dirglielo. Lui sembra voler resistere al male, nascondendo, minimizzando le sue condizioni, in un clima simile a quello che accompagna un anziano, un malato terminale, in una famiglia che lo rassicura, e lo protegge anche da se stesso» (Emma Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa, Einaudi 2010).

La seconda parte dei documenti di Tardini pubblicati da monsignor Pagano riguardano i primi anni del Pontificato di Pio XII. Secondo Tardini l’elezione del cardinale Pacelli era stata in qualche modo preparata e suggerita dallo stesso Pio XI. Ricorda Tardini che nel corso di un suo colloquio con Pio XI, questi, accennando al cardinale Pacelli, aveva affermato: «Sarà un bel Papa!». Tardini descrive anche le sue impressioni, di fronte all’ascesa al soglio pontificale di Pio XII, del suo «lento distacco di un uomo da quello che era stato finora. I primi giorni di un Papa sono i più interessanti. Si direbbe che non ha ancora presa consapevolezza dell’altissima dignità che riveste. È confuso, umile, remissivo, indulgente… Poi col tempo il Papa diventa anche nel tratto esteriore… papa. Pio XI nei primi tempi era un agnellino, poi evolvendo diventò un leone. Non so se Pio XII diventerà… feroce. Ma certo che piano piano farà sempre più sentire la sua autorità e la sua personalità».

Le pagine di Diario relative ai primi mesi della guerra europea assumono un rilievo non trascurabile. Si tratta di puntuali annotazioni sui contatti intrattenuti non solo con gli ambienti ecclesiastici ma anche con la diplomazia internazionale accreditata presso la Santa Sede. Al tavolo di Tardini si susseguono diplomatici francesi, inglesi, polacchi, rumeni, spagnoli e di altri paesi. L’aggressione nazista e la concomitante invasione sovietica della Polonia è seguita con costante preoccupazione. Nel corso di questi colloqui vengono alla luce i problemi che in quei primi giorni di guerra venivano a turbare la convivenza europea. Si può affermare che queste pagine vengono a integrare la documentazione contenuta negli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale. Nei suoi appunti Tardini non manca di esprimere anche alcune sue convinzioni, sugli sviluppi della guerra e sulla posizione che avrebbe assunto l’Italia. «Mai nella storia — scrive Tardini il 4 settembre 1939 — si è vista una unione come quella tra Hitler e Mussolini. Per me l’Italia ha un solo modo di guadagnare e molto: la neutralità (…) Ma Mussolini sarà tanto equilibrato da scegliere questa via? Non credo. Il suo temperamento lo porta a non restare passivo quando altri menano le mani. La sua dottrina fascista non conduce che alla guerra magnificata, esaltata, glorificata».

Questi documenti, relativi ai primi anni del pontificato di Pio XII, dallo scoppio della guerra sino alla liberazione di Roma, testimoniano anche l’impegno di Tardini nell’affrontare le delicate trattative per raggiungere, «quasi con l’energia della… disperazione», un accordo tra le parti belligeranti al fine di dichiarare Roma città aperta. Tardini si sofferma anche sui momenti drammatici dei bombardamenti di Roma del 19 luglio e del 13 agosto 1943, ricordando come la visita del Santo Padre sui luoghi del bombardamento «fu un trionfo». Saluta infine con emozione e speranza la liberazione di Roma, ricordando il ruolo e il peso che la Santa Sede e il Papa avevano svolto per la salvezza di Roma, sottolineando la straordinaria partecipazione popolare alla manifestazione del 5 giugno, che egli definisce «la più bella, la più commovente, la più grandiosa dimostrazione cui io abbia assistito». E aggiunge: «L’entusiasmo fu indescrivibile. Così si chiudeva, nella gioia e nel ringraziamento, un periodo di lavoro intenso e diuturno che se diede ansie e preoccupazioni, ci procurò anche una delle più grandi consolazioni della nostra vita di sacerdoti-impiegati».

Tracciamento anti covid-19: il Nexa di Torino contro gli esperti nominati dal governo. Francesca Bria smentisce se stessa?

Il Centro Nexa del Politecnico di Torino ha diffuso due giorni fa una lettera aperta che raccoglie numerose firme di personalità italiane ed europee coinvolte, in sede scientifica e professionale, nelle tante problematiche legate all’uso delle tecnologie, anche a riguardo dei pericoli di violazione dei diritti individuali

Il cuore dell’appello rivolto ai decisori sta nel richiamare la necessità di rispettose procedure, al fine di ottenere l’accettazione da parte della popolazione della tecnologia impiegata. “Affinché quest’ultima condizione si realizzi è essenziale che tale tecnologia sia trasparente, sia sicura e rispetti i diritti e le libertà fondamentali delle persone: solo così si potrà conquistare la fiducia dei cittadini e suscitare il loro desiderio di contribuire al contrasto dell’epidemia utilizzando una “app” installata sul loro dispositivo personale”.

La lettera si chiude, tra l’altro, con una raccomandazione che porta ad escludere il ricorso alla centralizzazione dei dati forniti dal tracciamento delle persone (contact tracing), con il quale si mira, come ormai tutti sanno, a contrastare nella fase 2 la diffusione del contagio da coranavirus.

In realtà “Immuni”, l’app scelta dal governo nella logica comunque di un impiego volontario da parte dei cittadini, utilizza il software “centralizzatore” offerto in concessione gratuita dalla società Bending Spoons (ovvero del software messo a punto dal consorzio europeo PEPP-PT e prima ancora della Scuola politecnica federale di Losanna). Sulle indicazione più impegnativa, ovvero proprio sulla centralizzazione dei dati, i ricercatori di Losanna si sono infine ravveduti, prendendo esplicitamente posizione contro il consorzio PEPP-PT.

Il punto è delicato. Tra i firmatari della lettera del Nexa compare Francesca Bria, pur facente parte dei 74 esperti che hanno per così dire autorizzato, optando per “Immuni”, la procedura opposta a quella del Nexa. Smentisce se stessa?

In qualche modo sì, stando alla dichiarazione che oggi riporta l’Avvenire . Secondo l’autorevole tecnologa, professoressa onoraria all’Institute for Innovation and Public Porpose di Londra,  l’app “dovrà anche essere sviluppata secondo principi e regole chiari su sicurezza dei dati e privacy, elencati […] dal Centro Nexa di Torino”. Forse un chiarimento è necessario.

https://nexa.polito.it/lettera-aperta-app-COVID19

Intervista con il filosofo Luciano Floridi: Elogio delle idee ingenue

Colloquio con il filosofo Luciano Floridi pubblicato sull’edizione del 21 Aprile dell’Osservatore Romano a firma di Luca M. Possati

Il ruolo di internet e della tecnologia digitale, l’intelligenza artificiale, le responsabilità della politica, l’importanza della filosofia nel futuro del mondo post-coronavirus. Di questo abbiamo parlato con il filosofo Luciano Floridi, professore a Oxford, in un colloquio a tutto tondo sulle opportunità e i rischi che il coronavirus ci mette di fronte agli occhi. Direttore del Digital Ethics Lab a Oxford e chairman del Data Ethics Group dell’Alan Turing Institute, Floridi è autore di libri che hanno aperto e plasmato il dibattito contemporaneo sull’informazione e sulla tecnologia. Di una cosa è convinto: «La pandemia ci ha fatto capire i limiti dell’intelligenza artificiale. Al di là di sciocchezze fantascientifiche, dobbiamo usare l’intelligenza artificiale per fare del bene al mondo. Quel che fa la differenza è l’intelligenza umana».

Professore, dopo la pandemia cambierà il nostro rapporto con la tecnologia digitale?

La pandemia ha rivelato qualcosa di paradossale: la nostra corporeità ci rende più digitali, ci fa sentire una maggiore necessità del digitale. La pandemia ha mostrato che siamo esseri biologici e questo ci ha spinto sempre di più verso il digitale, il virtuale. La ragione è semplice: nel digitale non c’è il virus, o meglio non c’è quel tipo di virus. Questo passaggio è un punto di non ritorno: andiamo verso una digitalizzazione della nostra società sempre più marcata. Un secondo aspetto è la profondità di questo cambiamento, che dipenderà dalla diversità degli ambienti. In molti settori, come le banche o i servizi on-line, la pandemia segna il passaggio definitivo verso la completa digitalizzazione. Un terzo aspetto è la direzionalità: verso dove vogliamo indirizzare questo processo. Se lasciamo il controllo della digitalizzazione alle solite regole del mercato, avremo una situazione del tutto squilibrata, cioè grandi avanzamenti in un punto, pochi in un altro. Se invece questa direzionalità sarà più sociale, più politica con la “P” maiuscola, allora avremo una direzionalità buona e utile. In quest’ultimo caso, l’unico limite sarà quello della nostra buona volontà e del nostro impegno. Tutti dobbiamo partecipare. Le forze sociali da una parte, la Chiesa dall’altra, possono fare moltissimo. Non dobbiamo cercare di indovinare il futuro, come tanti pretendono di fare. Il futuro non è già scritto: siamo noi a plasmarlo. E in questo la solidarietà è fondamentale.

La direzionalità deve essere molteplice. Ma questo non pone il problema di chi guida e coordina le diverse direzionalità?

Più i sistemi sono distribuiti, più deve essere alta la misura del coordinamento. Un sistema ad alta distribuzione richiede una potenza di coordinamento enorme. L’unico buon coordinamento che si può fare è quello che si basa sul consenso, un consenso però che è stato costruito in maniera informata e intelligente. Questa forma di coordinamento è stata persa nella nostra società, che è diventata troppo individualista. Il punto è che accanto alla progettualità individuale deve esserci una progettualità comune e solidale. La pandemia ce lo sta mostrando: se non c’è un progetto comune, da soli non possiamo farcela. Abbiamo bisogno di un capitalismo meno individualista. Dobbiamo capire che il Novecento è finito; i modelli che il Novecento ci ha dato non offrono più le risposte giuste ai problemi attuali. Ma questo va inteso soprattutto in termini normativi: non possiamo più fondare la nostra progettualità comune sul modello delle strategie politiche e sociali elaborate nel secolo scorso. È un difetto di gran parte della nostra classe politica: non c’è una progettualità all’altezza delle sfide del XXI secolo. Se ci fosse una vera progettualità, si potrebbe evitare anche l’attuale situazione di stallo che abbiamo nei confronti delle grandi aziende digitali americane.

Che cosa intende con quest’ultimo punto?

È una situazione paradossale. Ci arrabbiamo se queste aziende non fanno nulla, ma ci arrabbiamo lo stesso se fanno qualcosa. Noi come società ci siamo messi in una situazione tale per cui se questi colossi, come Apple o Google, si muovono o non si muovono, siamo sempre danneggiati. Passata la crisi della pandemia, dobbiamo ripensare questo sistema sulla base di regole giuste. Bisogna ricordare che queste aziende sono terrorizzate dal fatto che possa arrivare una legislazione che le stronchi. La potenza del legislatore è straordinaria. Vorrei che la politica tenesse le mani sul volante, non il piede sul pedale dell’acceleratore. Una politica che guida, non che insegue. Ma al di là della politica, c’è un fatto sociale: abbiamo paura di adottare un progetto umano che stabilisca delle regole. L’abbiamo già fatto per cose che sono evidenti a tutti, come il terrorismo. Non riusciamo ancora a farlo per il mondo digitale. Alcune cose sono state fatte bene, come ad esempio, il Gdpr (General Data Protection Regulation). Ma questo esempio deve essere allargato e rafforzato.

Che cosa manca alla politica per fare questo cambio di marcia?

Dobbiamo cambiare visione. Smettiamo di pensare internet e tutto il mondo on-line come se fosse un mondo di comunicazione. Non è questo. Internet e il mondo digitale sono un ambiente, un luogo in cui noi passiamo la maggior parte della nostra vita. Non possono appartenere a un’azienda privata. Una buona politica deve prendersene la responsabilità.

Non crede che alla base ci sia un problema soprattutto con la formazione dei nostri politici?

È vero. Si tratta di instaurare un circolo virtuoso che richiederà tanto tempo. In effetti, per troppo tempo si è attaccato e criticato il tecnicismo al potere. Si è veicolato il messaggio per cui i tecnici al potere è una cosa sbagliata. Come se un governo tecnico fosse un governo di serie b. Serve invece un momento di frattura. Serve capire come possiamo mandare al potere le competenze e le conoscenze. Fin quando andremo a votare pensando che la competenza non solo non è importante ma addirittura squalifica qualcuno per fare quel lavoro, non cambierà nulla. Dobbiamo spezzare questo ciclo. Ed è possibile farlo: non mancano le intelligenze. In Italia e nel resto d’Europa le persone competenti sono moltissime, ma si sono allontanate dalla politica. Bisogna riavvicinare le persone competenti alla politica. Il riavvicinamento lo può fare la società civile che deve chiedere di più alla politica. Chiedere capacità, impegno, voglia di fare il bene comune. Fino a quanto la società civile non avrà questa spinta, sarà difficile uscirne.

Platone era convinto che il filosofo dovesse diventare politico, che cioè la via verso una buona politica fosse anzitutto filosofica. Se questo è ancora vero, oggi la filosofia può giocare un ruolo?

La filosofia ha una grande opportunità oggi, quella di tornare sulla cresta dell’onda. Il digitale, e ancor di più la pandemia, può essere una scossa per la filosofia. Per me la storia della filosofia è un’onda sinusoidale, fatta quindi di alti e bassi. I punti più alti ci sono quando la filosofia si occupa dei problemi filosofici, mentre i punti più bassi ci sono quando la filosofia si occupa dei problemi dei filosofi. Quando si occupa dei problemi autenticamente filosofici, la filosofia ha un rapporto con il mondo vivace, anche traumatico in un certo senso. I veri filosofi hanno il coraggio di dialogare con i problemi pressanti del proprio tempo. Questi problemi vengono plasmati e trasformati dalla storia; un po’ restano sempre gli stessi, un po’ si rinnovano. Ma la filosofia diventa irrilevante, e quasi nociva, quando smette di pensare ai problemi filosofici e riflette soltanto su se stessa. Quando Platone è sostituito dai platonisti, Aristotele dagli aristotelici, Cartesio dai cartesiani, la curva scende. I platonisti si occupano non dei problemi filosofici come Platone, ma di Platone. Ma questo spesso è un lavoro sterile, scolastico, di antiquariato, senza sbocchi nella vita reale. È pura filologia, un po’ come collezionare francobolli.

Dunque, quale filosofia può rispondere alle sfide dell’oggi?

Io penso che la filosofia sia design concettuale. Un po’ come l’ingegnere, il filosofo identifica i problemi e mette insieme i pezzi per costruire una soluzione adatta a quei problemi e quindi a determinati requisiti. I problemi filosofici sono domande aperte, per le quali non c’è una risposta definitiva e che attraversano tutti i campi del sapere. Le risposte sono molteplici. Facciamo un esempio: se vogliamo realizzare una sedia, i progetti e le soluzioni possono essere tantissimi, anche se tutti hanno qualcosa in comune, dei criteri e delle condizioni. Ovvio, una sedia non deve farmi cadere. Le variazioni delle soluzioni devono stare in certi vincoli. In altre parole, la filosofia deve essere progettuale: deve capire come progettare il futuro sulla base del presente. Oggi la filosofia deve definire il progetto umano del XXI secolo.

Sta per uscire il suo nuovo libro: «Il blu e il verde: Idee ingenue per migliorare la politica» (Raffaello Cortina, Milano). Perché ha scelto di parlare di “idee ingenue”?

C’è un modo di parlare della politica che oggi deve recuperare l’ingenuità delle idee, del parlare buono e semplice. L’ingenuità delle idee è un’ingenuità non di partenza, ma di arrivo. Le idee ingenue sono quelle migliorate dalla riflessione. Non sono idee vuote, “astuzie della ragione”. Sono state invece svuotate dalle astuzie della ragione. Questo si collega anche al punto centrale del libro: la trasformazione dell’ontologia della politica. La politica deve adeguarsi a una trasformazione metafisica enorme, che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Stiamo passando da un pensare in termini di meccanismi a un pensare in termini di reti, da un pensare in termini di cose a un pensare in termini di relazioni. Il mondo è un insieme dinamico di relazioni. Se vuole assimilare questa rivoluzione, la politica deve diventare una scienza non tanto della res quanto della ratio publica, cioè delle relazioni, della cittadinanza e non dei cittadini.

Cos’è SM-Covid-19 l’app contro il Coronovirus già scaricata da 10.000 persone.

La app “rivale di Immuni” Sm-Covid-19, è già disponibile, sta spopolando sugli store Apple e Android dove nelle ultime è stata scaricata migliaia di volte.
Questa nuova app è prodotta dalla software house campana SoftMining, funziona esattamente come dovrebbe funzionare, il giorno in cui sarà varata, Immuni.

Certo che come per la prima app, anche se vi è la rassicurazione che Sm-Covid-19 lavoro in anonimato, difficile ancora stare tranquilli per i propri dati.

Stefano Piotto, professore associato dell’Università di Salerno, evidenzia come l’obiettivo è quello di mettere: “Gratuitamente a disposizione delle persone uno strumento cruciale, insieme ovviamente a tamponi e mascherine, in questa fase del contagio. Così abbiamo studiato questa app che utilizza il bluetooth Le, la stessa tecnologia su cui si appoggerà Immuni, e lavora in totale anonimato”.

Ma vediamo come funziona l’app.

Utilizzando metodi di trasmissione dei dati quali, BT-LE, BT, WiFi P2P e GPS (se abilitato dall’utente), il telefono acquisisce un ID univoco di tutti gli smartphone in prossimità (da 2 a 30 m in base al tipo di sensori disponibili sul dispositivo) e ne conserva la durata. La scansione avviene ogni 60 secondi anche con l’app in background. Ogni 60 minuti i dati aggregati vengono salvati su un database protetto messo in condivisione con le autorità sanitarie. I dati sono conservati nel database per 21 giorni e poi cancellati.

Tutti i dati acquisiti e il rischio calcolato sono accessibili alle autorità sanitarie. Gli ospedali possono leggere i dati di rischio e aggiornare lo stato di una persona (negativo o positivo). Il rischio calcolato per il singolo utilizzatore è funzione dei dati degli altri utilizzatori.

Se il rischio di contagio è alto, l’utente viene invitato a contattare volontariamente le autorità sanitarie perché possa essere monitorato anche tramite GPS (i dati GPS sono facoltativi e vengono registrati inoltre solo quando due o più utenti del network sono ad una distanza potenziale di contaggio).

Ciascuno riceve le informazioni sul proprio stato di rischio, non su quello di altri. È garantito un completo anonimato. Il potenziale di infezione viene distribuito sulla rete per monitorare i dispositivi che sono entrati in contatto.

La loro PRIVACY POLICY prevede che: “la app SM-Covid-19 non acquisisce dati sensibili dell’utente. L’utente non viene geolocalizzato, né viene reso riconoscibile. La app tiene traccia del solo numero, durata e tipo di contatti. Le informazioni sono condivise con le sole autorità sanitarie. Il codice è condiviso con le autorità competenti e sarà reso disponibile a fine emergenza“.

Il virus della normalità

Articolo pubblicato sull’Osservatore Romano a firma di Luisa Muraro

Quando per me l’idea di andarmene da questo mondo non voleva dire praticamente niente, per me morivano solo gli altri; poi a poco a poco sono entrata anch’io nella categoria dei vecchi, ancora non destinata a morire ma con il sentimento che la mia vita si stava consumando. In questa fase ho fatto delle riflessioni legate alla mia morte, tra le quali che a suo tempo avrei lasciato questo mondo senza lasciar detto nulla a quelli che ci restavano: per me avrebbero parlato i miei scritti, mi piaceva pensare, il mondo che io lascio, a loro sembrerà ancora nuovo (e, in caso, da salvare dai disastri ambientali, annunciati come prossimi).

L’emergenza globale del nuovo virus ha fatto crollare questa costruzione mentale nei termini più imprevedibili: mi resta da vivere non so quanto ma il mondo sta cambiando per tutti, e nessuno sa come cambierà. Che cosa possiamo dire oggi noi che siamo vecchi? Posso fare qualcosa con le mie forze residue? E che cosa? Che cosa faranno quelle e quelli che restano? Come vivrà la generazione che viene?

Si fanno delle ipotesi, delle previsioni, delle congetture, oltre a formulare analisi critiche seguite da severe e giuste conseguenze o da accorate raccomandazioni. Si tratta, in sostanza, di adoperarsi perché non il potere sia la ragione della politica ma una maggiore giustizia sociale e una convivenza pacifica così da essere meglio preparati a questo tipo di emergenze, e più umani.

Leggo e ascolto, ma ogni volta che mi trovo d’accordo, anzi: più mi trovo d’accordo e più sono presa da un dubbio che mi toglie la parola: non ne siamo capaci. Però… però, mi dico, l’emergenza ha mobilitato il personale sanitario e altri, donne e uomini. a dare il meglio di sé fino al limite delle loro forze e a rischio di ammalarsi. Loro, che sono persone non eroiche nella normalità del vivere, in condizioni estreme riescono a trovare le energie e mi chiedo: dove hanno trovato le forze necessarie? Le hanno trovate, questo è il fatto: dunque, l’umanità è capace di volere e condividere qualcosa di buono?

Da qualche parte nel mondo, in questi giorni su un grande muro esterno è comparsa questa scritta: «Non torniamo alla normalità, il male è questo». Verità paradossale ma vera.

Abbiamo creduto normale accettare che nazioni povere fossero impedite di migliorare a causa del debito che hanno con i paesi ricchi, Non abbiamo neanche notato di essere regolarmente complici dei più forti, e sopportiamo o troviamo naturale che i rapporti tra le persone e tra le nazioni siano regolati dalla forza. Ci consideriamo fortunati perché abbiamo la necessaria assistenza sanitaria, che difetta o manca a tanti altri nel mondo. Si parla di libertà e si pensa alla libertà di farsi concorrenza anche nel commercio di beni indispensabili…

E noi continueremo a chiamare normalità questo stato di cose? Con quello che segue: guerre per assicurarsi risorse naturali, paesi resi invivibili da guerre civili, commercio di armi, alleanze ai fini della superiorità militare…

Sono una donna e quando quelle della mia generazione si sono dette che la subordinazione femminile al mondo degli uomini non è normale, che non potevamo accettarla e che non era accettabile neanche dagli uomini, questo stato di cose ha cominciato a cambiare profondamente a cominciare dai rapporti tra donne come anche quello con l’uomo. La subordinazione durava si può dire da sempre ma quando la consapevolezza ha cominciato a diffondersi come un contagio e il dominio maschile è stato visto per quello che aveva di iniquo e sbagliato, non aveva più credito ed è venuto meno. Queste cose succedono, come è successa la mobilitazione eroica di gente normale per aiutare il prossimo bisognoso.

Perché succedano, ci vogliono delle circostanze favorevoli. D’accordo. Forse è venuto il tempo favorevole perché una nuova generazione si mobiliti per salvare il pianeta dal disastro ecologico e l’umanità dall’egoismo fatto sistema, le due cose insieme perché insieme vanno. Non sul piano economico, si dirà. Infatti le circostanze favorevoli non bastano, ci vuole anche una presa di coscienza personale, contagiosa e condivisa, ci vuole un libero diffuso con-sentire. E questo è a causa della libertà la cui possibilità, prima di essere un diritto umano, prima di essere una conquista, ci è donata con la parola.

Bergamo, la solidarietà degli scrittori italiani per la Fiera dei Librai più antica d’Italia

La Fiera dei Librai Bergamo, la più antica d’Italia, tradizionale appuntamento bergamasco con il libro e la lettura giunta alla sua 61° edizione e il cui svolgimento era previsto dal 18 aprile al 3 maggio 2020, propone alla sua grande comunità di affezionati lettori una versione inedita della manifestazione, in attesa che si possa riprogrammare l’edizione 2020.

I tradizionali sedici giorni nello storico Centro Piacentiniano di Bergamo si trasformeranno in una fiera virtuale per tutti gli amanti del libro e della lettura: a partire da sabato 25 aprile sui canali social e sul sito della manifestazione saranno disponibili numerosi video messaggi degli scrittori già in programma per l’edizione 2020 e di autori che vi hanno partecipato negli anni passati.

Ad oggi sono 42 gli scrittori coinvolti che hanno inviato, insieme ad un saluto alla città, anche una breve presentazione del loro ultimo libro: Carmine Abate, Eraldo Affinati, Niccolò AgliardiAlessandro BariccoAlberto Bertoni, Alessandro Bonvissuto, Jan Brokken, Mario Calabresi, Sandro Campani, Cristiano Cavina, Ugo Cornia, Gianrico Carofiglio, Francesco Costa, Carlo Cottarelli, Andrea De Carlo, Maurizio De Giovanni, Paolo Di PaoloGian Arturo Ferrari, Giulio Ferroni, Giorgio FontanaBruno Gambarotta (componente del comitato editoriale Fiera dei Librai Bergamo), Paolo Jedlowski, Carlo LucarelliTieta Madia,  Maurizio MaggianiMarco MalvaldiAntonio Manzini, Lorenzo MaroneMichela Marzano, Adalberto Maria Merli, Raul Montanari, Franco NembriniNando Pagnoncelli, Emilio Rentocchini, Alessandro Robecchi, Davide Sapienza, Roberto Saviano, Walter SitiElisabetta Spada (cantautrice), Hans Tuzzi, Andrea Vitali.

Parole di incoraggiamento e di solidarietà ai bergamaschi anche da Alberto Angela.

In un video messaggio affidato agli amici della Fiera dei Librai Bergamo (online in anteprima da martedì 21 aprile), il noto paleontologo, divulgatore scientifico, conduttore televisivo, giornalista e scrittore italiano, ha espresso la sua profonda vicinanza al nostro territorio, facendo appello alla grande forza di volontà del popolo bergamasco, una comunità forte, tenace e coraggiosa che saprà rialzarsi da questa emergenza.

Non mancheranno anche i consigli di lettura dei librai indipendenti di Bergamo e provincia, rappresentati da Libreria ArnoldiCartolibreria NaniLibreria PalomarIl Parnaso libri&naturaPunto a capo libri, che insieme agli organizzatori Promozioni Confesercenti e Sindacato Italiano Librai (SIL), si sono sentiti chiamati a dare il loro contributo per alleviare, in qualche modo, le sofferenze della città, auspicando che la manifestazione tanto attesa dai bergamaschi possa essere svolta in un altro periodo.

Un pensiero di vicinanza anche agli amici del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo che a seguito del protrarsi dell’emergenza hanno riprogrammato gli incontri e la cerimonia di premiazione finale (che si sarebbe dovuta svolgere nell’ambito della Fiera dei Librai Bergamo), dal 24 settembre al 31 ottobre su piattaforma digitale.

Una Fiera dei Librai Bergamo virtuale, ma non troppo, perché anche senza i banchi espositivi annualmente presi d’assalto (la 60° edizione nel 2019 si è chiusa con la partecipazione di più di 170.000 visitatori e oltre 23.000 libri venduti), le cinque librerie aderenti a Li.Ber – , propongono il servizio di consegna a domicilio dei libri.

Un’iniziativa che oltre a promuovere il libro e lettura sostiene anche l’attività delle librerie coinvolte, duramente colpite dall’emergenza sanitaria.

Infine, la Fiera dei Librai Bergamo che nel corso dei suoi 61 anni è diventata un simbolo di legame con il territorio, promuoverà sui propri canali di comunicazione il sostegno economico a favore dei fondi istituiti dalle amministrazioni comunali di Bergamo, Alzano Lombardo e Ponteranica, comuni di appartenenza delle librerie aderenti a Li.Ber – Associazione Librai Bergamaschi.

Comunità armena Roma: iniziative in rete per ricordare il 105° anniversario del genocidio.

Il prossimo 24 aprile ricorre il 105° anniversario dell’inizio delle uccisioni e deportazioni di massa a danno della minoranza armena nell’impero ottomano. L’emergenza Coronavirus impedisce qualsiasi manifestazione pubblica a ricordo del primo genocidio del XX secolo. Proprio per questo il “Consiglio per la comunità armena di Roma” ha  lanciato un evento in rete, a ricordo di quella tragica ricorrenza.

48 ore prima dell’evento previsto per il 24 aprile sarà lanciato, sulla piattaforma Facebook della comunità, una breve video clip mentre a partire dalle ore 10.30 di giovedì 23 aprile saranno trasmessi in Video Party sempre sulla pagina FB della comunità, documentari, filmati e contenuti multimediali sul mondo armeno.

Invece nella giornata del 24 aprile La pagina FB “Comunità armena” trasmetterà in diretta, a partire dalle ore 15,00 testimonianze, interviste, contributi e riflessioni sul tema. Nei prossimi giorni saranno resi noti i nomi dei partecipanti.

Coronavirus e gravidanza

Le donne in gravidanza possono recarsi serenamente nei propri Ospedali per eseguire i controlli radiologici se necessari, anche in questo tempo di emergenza sanitaria.

È questo il suggerimento che arriva dall’Associazione Italiana di Fisica Medica (Aifm) che ha offerto alcune raccomandazioni per le donne in gravidanza, preoccupate in questo momento emergenziale di doversi recare negli Ospedali sia per i normali controlli della gravidanza, sia nel caso di necessità di altre cure, interventi medici ed esami radiologici.

Italia e Svizzera, due strade alternative di pensare alla tutela della riservatezza nel tracciamento anti contagio dei dati personali

Per circostanze misteriose, come spesso avviene nella storia dell’umanità, la Svizzera si candida a rappresentare l’epicentro della discussione sulle strategie anti Covid.

Come da noi segnalato, un finanziamento cospicuo di 5 milioni di franchi svizzeri erogato dalla Fondazione Botnar ha messo in condizione la Scuola politecnica federale di Losanna ((EPFL) di avviare rapidamente uno studio sull’utilizzo delle tecnologie idonee a contrastare, con il tracciamento dei casi di contagio, gli effetti incontrollabili della propagazione del virus.

Gli scienziati dell’EPFL si sono divisi in due scuole di pensiero: una a favore e l’altra contro la centralizzazione dei dati, entrambe ipotizzando l’uso di bluetooth.

Alle due scuole corrispondono due consorzi di aziende, istituzioni ed esperti, per la precisione il PEPP-PT (Pan European Privacy Preserving Proximity Tracing), quello a cui aderisce la società (Bending Spoons) scelta dall’Italia per lo sfruttamento a titolo gratuito della licenza d’uso del software anti contagio, e il DP-3T (Decentralized privacy-preserving proximity tracing) che l’EPFL considera a questo punto più vicino alle sue indicazioni prevalenti.

Jean-Pierre Hubaux, docente all’EPFL e membro del consorzio DP-3T, nel servizio televisivo (vedi link) ne spiega il funzionamento con particolare riguardo alla privacy. “Malati e contagiati conosceranno gli uni degli altri solo dagli pseudonimi. Non c’è nessuna geolocalizzazione e i dati vengono registrati solo sui telefonini”. A questa formula s’indirazzano Google e Apple in ragione di una filosofia aziendale tesa a garantire il profilo di grandi player del mercato rispettosi della tutela dei dati individuali.

Dunque, il problema politico è che l’Italia ha sposato la soluzione alternativa, quella della centralizzazione, senza aver con ciò chiarito le motivazioni della scelta, tanto in ordine alle procedure adottate, quanto in ordine alle concrete cautele individuate. Sta di fatto che la chiusura di Google e Apple rende implausibile o meglio impraticabile l’effettivo funzionamento dell’App.

La conferenza stampa, tenuta ancora questa mattina, ha dato spunto al commissario Arcuri di ribadire l’impegno delle autorità al rispetto della privacy. Tutto il resto rimane sullo sfondo, come se le perplessità emerse finora non mettano a nudo aspetti poco lusinghieri della vicenda.

Dispiace notare come nel turbinio delle osservazioni si trascuri il richiamo a una più alta funzione della politica e delle istituzioni, anche per un sano patriottismo a tutela – se non è scandalo dirlo – delle molte eccellenze scientifiche e tecnologiche dell’Italia.

 

 

 

Link per vedere il servizio della televisione svizzera italiana

 

L’informativa del Presidente Conte al Senato della Repubblica sulla fase 2

Molti i punti per la fase due illustrata dal Premier in Senato

Prima di tutto ci sarà l’obbligo di indossare mascherine e il distanziamento sociale fino a che non ci sarà un vaccino o terapie efficaci.

Nuovi stanziamenti di sostegno economico per famiglie e imprese. Un nuovo decreto legge, questa volta con un’iniezione di 50 miliardi di euro.

Poi ci sarà il rafforzamento dei servizi di prevenzione per evitare che si ripetano casi come quello dell’esplosione di contagi nelle residenze sanitarie per anziani.

L’individuazione di strutture dedicate esclusivamente al trattamento del Covid-19, per ridurre i rischi di contagio per operatori sanitari e pazienti.

Un piano di indagine epidemiologica basato sui test sierologici.

Un app (immuni) di tracciamento che, ha precisato, sarà scaricata «solo su base volontaria» e non comporterà conseguenze o restrizioni per chi non vorrà utilizzarla.

La manovra economica anti-Covid dell’Unione Europea

In questo scenario da incubo Covid, in cui ci troviamo ad annaspare, siamo ulteriormente frastornati dalle informazioni di stampa e televisione che si susseguono quotidianamente in merito alle manovre della UE a sostegno delle economie dei singoli paesi europei: manovre che andrebbero coordinate con quella del Governo italiano. Quest’ultimo dovrà riuscire, nel breve periodo, a dare una rapida risposta alle esigenze urgenti della popolazione che sta soffrendo per la radicale riduzione delle attività produttive.
Allora, da un lato c’è il ricorso alla cassa integrazione guadagni per far fronte alla perdita dei posti di lavoro: dall’altra c’è la liquidità garantita dallo Stato, prestata ed erogata dalle banche per supportare le imprese che hanno dovuto interrompere l’attività a causa della pandemia.

Dall’esame di questo pacchetto di misure si evidenzia che i beneficiari sono classificabili in due distinti aggregati sociali: da una parte i lavoratori in Cig, la cassa integrazione guadagni; dall’altra le imprese (specialmente quelle di piccola dimensione, le più fragili) che pagano, con la mancanza di liquidità, la contrazione del fatturato e dei pagamenti da parte dei clienti.

Ci troviamo in una congiuntura negativa, apparentemente di breve periodo, che , a detta di tutti, deve essere affrontata con sicurezza, chiarezza e celerità. Per i cassaintegrati i meccanismi sono super collaudati ; c’è una sola cosa da evitare: inventarsi nuove procedure, specialmente da parte delle Regioni.

Diverso è il discorso in merito all’erogazione di liquidità. Il sistema bancario, ancora una volta, si dimostra molto più sensibile alle ragioni del proprio tornaconto economico che agli interessi del sistema produttivo. A tal proposito, lo Stato ha deciso di dare garanzie per un totale di 400 mrdi di euro a fronte di prestiti erogati alle imprese da parte delle banche. Probabilmente queste ultime, nelle intenzioni governative, avrebbero dovuto fungere da semplice sportello. Intenzione corretta: perché è una strada sicura per l’erogazione di denaro a rischio zero per la banca, in quanto garantito al 100%, e in tempi rapidi.
Il sistema bancario invece sta aprendo, per ogni soggetto richiedente, un’istruttoria per la formulazione di un nuovo contratto di affidamento. In tal modo i tempi si allungano: il costo del finanziamento è per l’impresa praticamente ai prezzi di mercato, e così l’operazione perde i suoi requisiti originari. In merito alla manovra governativa possiamo quindi ribadire che sul fronte della Cassa integrazione le prospettive sono positive, rafforzate anche dallo strumento “Sure” della UE, di cui parleremo successivamente; mentre non è così per la liquidità, dove permangono molte perplessità.

Alla luce dei dubbi sul ruolo del sistema bancario italiano, acquista importanza e interesse la manovra in fieri della UE.

Essa si articola , ad oggi, in quattro strumenti divisibili in due categorie: a)interventi congiunturali a breve termine, BCE e Sure; b)interventi a medio-lungo termine,Recovery bond e Mes. Accanto a questi c’è la finanza della Banca europea degli investimenti (Bei ).
In dettaglio, con il fondo “Sure” si è in grado di dare forza alla Cig italiana, perché si può ampliare la platea dei benefici e la loro durata.
Parallelamente ,per il breve periodo, la Bce con il “quantitative easing”, riservando circa 240 mrdi di euro all’Italia, consente di mettere in sicurezza da speculazioni il debito pubblico italiano.

Dunque, il QE della Bce e il fondo “Sure”sono due strumenti che possono rafforzare sensibilmente l’azione sul breve periodo dei governi dei singoli Paesi. Questi ,infatti,possono essere integrati con due fondi per interventi strutturali a medio termine:uno è il discusso Mes. Per la manovra Covid 19, il Mes non pone condizioni modello Grecia. Il prestito avviene a “termini standardizzati” per tutti i Paesi. E’ , però, posto un vincolo di destinazione: la copertura dei costi diretti e indiretti dei piani di ristrutturazione o di manutenzione della sanità. E’ una condizione non solo inderogabile condivisa ma anche auspicata. Può essere un’opportunità per fare quegli interventi che appaiono inderogabili per la tutela della salute degli italiani. Il Covid 19 ha evidenziato una vulnerabilità del sistema sanitario , a livello mondiale, verso le nuove epidemie tale da imporre politiche urgenti di investimenti strutturali per la cura di queste nuove malattie. Ben venga il Mes senza condizioni capestro.
Quarto strumento è il “Recovery bond “. E’ in fase di definizione. Ad oggi, è progettato come una voce del bilancio europeo, e,come tale, è finanziato e gestito tutto al suo interno.

Potrebbe essere molto utile in questa scarsità di mezzi finanziari, in quanto potrebbe essere uno strumento per investire in progetti a medio e a lungo termine in campi innovativi come le tecnologie verdi , l’intelligenza artificiale , le ricerche sulla sostenibilità ambientale , campi che sono il motore della crescita della società. Inoltre,per l’Italia potrebbe essere l’occasione per lavorare insieme a Paesi più avanzati nella ricerca&sviluppo , recuperando ritardi anche sensibili. Essendo il fondo in fase di progettazione , potrebbe essere utile all’economia italiana disporre di un fondo per una programmazione pluriennale di interventi strategici.
Una considerazione valida per tutti gli interventi : tassi minimi,lunga durata dell’ammortamento, chiarezza contrattuale, procedure al minimo;sburocratizzazione sia a Bruxelles sia a Roma.

L’analisi della strumentazione disponibile (che può essere migliorata) consente di individuare la possibilità di una manovra di politica economica a breve e a medio termine, da realizzare secondo una strategia di rinnovamento indispensabile al superamento delle diffuse aree di crisi. Invece, da parte di forze economiche identificabili in una finanza speculativa e in un reddito parassitario,assai diffuso in Italia, c’è ostilità verso i progetti strutturali il cui orizzonte temporale vada al di là della prossima scadenza elettorale, che da noi è quasi annuale. Queste forze sociali hanno sempre condizionato negativamente lo sviluppo del nostro Paese, appoggiandosi, come avviene in questi giorni, a partiti di destra, e puntando a delegittimare qualsiasi politica per una Europa migliore.

Giuseppe Guarino: un indipendente prestato al mondo.

Essere stato allievo di Giuseppe Guarino, forse l’ultimo per ragione di età e non certo di merito, rappresenta la più grande avventura della mia vita. Un intellettuale, prestato al diritto, alla politica, all’economia e all’affetto di tutti quanti hanno avuto la fortuna di confrontarsi. Da giovane giurista fu fra i maggiori interpreti  dell’intervento pubblico in economia con la formazione di quegli enti economici che grazie ad attori della leva di Vanoni, Marcora e Mattei, permisero all’Italia di compiere il salto della ricostruzione. 

Allievo di Guido Carli, che gli donò assieme a Sylos Labini lo spessore internazionale, difese strenuamente la autonomia della Banca D’Italia, che gli costò odi pericolosi quando si schierò a tutela di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli contro la minaccia di Michele Sindona ed affini.

Professore attento e divertente lasciava nei suoi studenti un ricordo indelebile per la vivacità e la capacità di cogliere il talento di ciascuno oltre che di premiare l’impegno.

Avvocato unico per  prontezza nel censurare ogni illegittimità dell’Amministrazione, rimarranno epici i suoi scontri in Consiglio di Stato con Massimo Severo Giannini, avversò il depauperamento della stessa a favore della creazione di Autorità senza senso e di un regionalismo monco ed esasperato di cui solo ora ne capiamo le drammatiche conseguenze.

Uomo libero aderì al Mondo di Mario Panunzio ed in ultimo alla Democrazia Cristiana, nel suo momento più difficile a ribadire la necessità dei partiti democratici nei confronti di una politica fatta solo di personalismi.

Fu due volte Ministro, alle Finanze nell’ultimo breve Governo Fanfani e nel Governo Amato, dove inaugurò la stagione delle privatizzazioni: il suo disegno lungimirante di costituire delle pubblic company, che per portata e capitalizzazione sarebbero state in grado di competere nel mercato internazionale che si apriva con Maastricht, fu tradito a favore dell’interesse di miopi gruppi che preferirono spartirsi un bottino, che peraltro risultò loro effimero per pochezza di abilità nella gestione.  

Se il suo disegno si fosse realizzato non ci ritroveremo oggi una borsa italiana asfittica, costituta esclusivamente da un pugno di banche, ma con tre grandi gruppi, energetico, industriale e finanziario con risorse diffuse a favore dei cittadini e peso sufficiente a competere in un mercato globale oltre a un più misurato indebitamento statale.

Condivideva con Francesco Cossiga il pensiero e la genialità delle sue intuizioni e mal si adattava ai riti di una politica spesso arrogante, non fu scelto come Commissario Europeo per ragioni di deleghe congressuali, e invidiosa del suo successo.

Europeista convinto, fu uno dei primi ad aprire uno studio a Bruxelles, ne contestò il limite di non aver intrapreso un percorso  di vera Unione politica fino ad avversarne come illegale il Fiscal Compact.

Sempre generoso con tutti, corrispose l’intero emolumento parlamentare alla Caritas.

Giuseppe Guarino rimarrà sempre un uomo fuori dal coro e nel cuore di chi ha avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo e magari, come me, di percorrere un parte importante della sua vita.

 

La Spagna propone un compromesso europeo per uscire dalla crisi

Il governo spagnolo è perfettamente cosciente che il grande gioco del postcoronavirus si giocherà in Europa . Le probabilità di ripresa delle economie più colpite come quella spagnolo e italiana dipendono dall’esistenza di un grande piano Marshall nell’UE per i prossimi anni. Ecco perché Pedro Sánchez ha deciso di giocare duro al prossimo vertice, giovedì, e ha una posizione molto ambiziosa che è riassunta in un documento in cui propone un grande fondo, fino a 1,5 miliardi di euro finanziato con debito perpetuo, che sarebbe distribuito come trasferimenti – e non debito – tra i paesi più colpiti dalla crisi.

La Spagna con questa proposta cerca di assumere un peso maggiore nelle scelte europee, con una posizione molto chiara in linea con quella italiana e francese. E anche se la cancelliere Angela Merkel insiste sul fatto che non accetterà alcun tipo di corona bond, Pedro Sánchez è convinto che il problema potrà essere aggirato proprio proponendo un grande fondo che può essere collegato al bilancio dell’UE, un’idea simile a quella della Francia e che la Germania può accettare perché non comporterebbe modifiche legali che comporterebbero votazioni complesse al Parlamento tedesco e possibili ricorsi dinanzi alla Corte costituzionale della Germania.

La proposta della Spagna – che è già in circolazione a Bruxelles – non si concentra sulla crisi immediata, a cui ogni paese sta facendo fronte con le proprie risorse e indebitandosi a prezzi ragionevoli grazie alla BCE, ma sul dopo coronavirus, iniettando denaro nelle economie più colpite.

Non si presterebbe denaro ai paesi, come nei salvataggi della Grande Recessione, ma si effettuerebbero trasferimenti diretti limitati alla durata della crisi. L’importo di questi trasferimenti non sono legati al reddito dei paesi ma a come il coronavirus li influenza (in relazione a criteri quali la percentuale della popolazione colpita, la riduzione del PIL o l’aumento della disoccupazione).

Finora, tutte le misure previste dall’Eurogruppo  si basano su prestiti rimborsabili dagli Stati, il cui obiettivo sarebbe facilitare liquidità nei primi momenti della crisi, ma senza impatto reale per la ripresa economica considerata essenziale. Il fondo di recupero è completamente diverso: trasferimenti di fondi.

Secondo la Spagna il fondo per la ricostruzione deve essere finanziato attraverso un debito perpetuo, supportato da meccanismi legali esistenti. Il debito perpetuo implica che sarebbero pagati solo gli interessi. Questo debito sarebbe sostenuto dalla categoria AAA europea, il che equivale a interessi molto bassi. Inoltre, “la BCE dovrebbe continuare a svolgere un ruolo chiave nel garantire la stabilità finanziaria”.

Così in un documento di sole tre pagine si cerca una buona base di compromesso per colmare l’enorme divario tra le richieste di paesi come la Francia o l’Italia e la Germania e Paesi Bassi.

 

La Scozia contro Londra

Michael Russell, segretario di Gabinetto scozzese, ha chiesto a Downing Street di estendere il periodo di transizione che mantiene il Regno Unito dentro l’Unione europea fino al prossimo 31 dicembre.

Le ragioni sono facili da capire “L’economia scozzese non può reggere il doppio colpo del Covid-19 e di un no deal Brexit, in meno di nove mesi”.

Il  segretario di Gabinetto scozzese chiede che riprendano, via videoconferenza, gli incontri della commissione ministeriale che si occupa di Brexit e che non si incontra dallo scorso gennaio. Le trattative tra Regno Unito e Ue erano state sospese perché i due negoziatori, Michael Barnier e David Frost, erano stati colpiti dal virus.

L’Istituto superiore di sanità aggiorna le indicazioni per la prevenzione del coronavirus nelle RSA

L’Istituto superiore di sanità ha pubblicato un aggiornamento del rapporto con le indicazioni per la prevenzione e il controllo dell’infezione da SARS-COV-2 nelle strutture residenziali sociosanitarie. Il nuovo documento sostituisce le precedenti indicazioni del 16 marzo scorso.

Le indicazioni di questo documento vertono principalmente sugli ambiti di prevenzione e preparazione della struttura alla gestione di eventuali casi sospetti/probabili/confermati di COVID-19. Le misure generali prevedono un rafforzamento dei programmi e dei principi fondamentali di prevenzione e controllo delle infezioni correlate all’assistenza (ICA) inclusa una adeguata formazione degli operatori.

Il rafforzamento deve prevedere una robusta preparazione della struttura per prevenire l’ingresso di casi di COVID-19, e per gestire eventuali sospetti/probabili/confermati che si dovessero verificare tra i residenti. Questo documento riguarda la necessità di un’adeguata sorveglianza attiva tra i residenti e gli operatori per l’identificazione precoce di casi.

Le strutture devono essere in grado di effettuare un isolamento temporaneo dei casi sospetti e, in caso di impossibilità di un efficace isolamento per la gestione clinica del caso confermato, effettuare il trasferimento in ambiente ospedaliero o in altra struttura adeguata all’isolamento per ulteriore valutazione clinica e le cure necessarie, come ad esempio in una struttura dedicata a pazienti COVID-19.

indicazioni per la prevenzione del coronavirus nelle RSA

Papa Francesco: nomina Timothy James Janz vice prefetto della Biblioteca apostolica vaticana

Papa Francesco: nomina Timothy James Janz vice prefetto della Biblioteca apostolica vaticana.

La Biblioteca apostolica vaticana è la biblioteca che la Santa Sede ha organizzato e curato in Vaticano a partire dal Quattrocento; possiede una delle raccolte di testi antichi e di libri rari fra le più importanti al mondo risalenti al I secolo d.C.

Tra i pezzi più famosi della Biblioteca c’è il Codex Vaticanus, il più antico manoscritto completo della Bibbia che si conosca[3], la Bibbia Urbinate, il Trattato sulla falconeria, la Geografia di Tolomeo, l’Iliade bilingue con testo greco e traduzione latina del XV secolo, la Bibbia di Gutenberg, il Sidereus Nuncius di Galileo Galilei, la bolla papale Antiquorum habet fida relatio con il quale Papa Bonifacio VIII indisse il primo giubileo nel 1300 e la moneta d’oro posta da Carlo Magno sulla tomba di San Pietro nel 781,

La Biblioteca apostolica vaticana contiene oggi:

circa 1.600.000 volumi a stampa antichi e moderni
9.000 incunaboli (di essi, 65 in pergamena)
150.000 codici manoscritti e carte di archivio
300.000 monete e medaglie
circa 20.000 oggetti di arte.
80.000 manoscritti
Dal 1985 esiste un catalogo informatico consultabile in linea dei volumi a stampa moderni. L’accesso alla Biblioteca è consentito unicamente a docenti e ricercatori universitari. L’attuale prefetto della Biblioteca è monsignor Cesare Pasini. Parte degli oggetti della Biblioteca sono esposti nei Musei della Biblioteca apostolica vaticana dei Musei vaticani.

Ma chi è Timothy James Janz colui che ne è diventato vice prefetto?

Timothy James Janz è nato a Basilea il 1° aprile 1966, ha frequentato gli studi classici all’Università di Laval, Québec, Canada, si è laureato in letteratura classica greca all’Università La Sorbona a Parigi e ha ottenuto il dottorato di ricerca in studi classici presso l’Università di Oxford.

Entrato come Vice Assistente presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, ha pubblicato diversi articoli, monografie, contributi e recensioni sia sulla traduzione greca della Bibbia, detta dei Settanta, sia sui testi classici greci, sia sul catalogo dei manoscritti greci della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Inoltre, ha collaborato a diversi progetti della medesima Biblioteca, raggiungendo gradualmente posizioni di responsabilità, fino a essere nominato Scriptor graecus nel 2011 e Direttore del Dipartimento degli Stampati nel 2016. È membro del Consiglio della Biblioteca.

Nel 2012 si è occupato in collaborazione con la Biblioteca di Bodleiana di Oxford di un progetto congiunto di digitalizzazione di riferimento per aprire al mondo le loro raccolte di testi antichi. Circa i due terzi del materiale proviene dalla Biblioteca Vaticana. Il progetto consente di rendere disponibili circa 1,5 milioni di pagine in formato digitale.

Campagnano di Roma diventa zona rossa

Fino al 2 maggio divieto di allontanamento dal territorio comunale delle persone presenti. In relazione ai casi riscontrati presso il centro di riabilitazione Santa Maria Del Prato che ha registrato su un totale di 105 utenti, 51 COVID positivi e 28 operatori su un totale di 61 unità, e con altri test in attesa di referto e considerato che il presidio è posizionato nel centro abitato del Comune con diversi dipendenti residenti nel Comune stesso. È stato deciso, sentiti il Prefetto e il Sindaco e per le vie brevi il Comitato Tecnico Scientifico della Protezione Civile nazionale, di ordinare con decorrenza immediata e fino al 2 maggio compreso il divieto di allontanamento dal territorio del Comune di Campagnano di Roma da parte delle persone presenti.

Disposto il divieto di accesso, la sospensione delle attività degli uffici pubblici fatta salva l’erogazione dei servizi essenziali e di pubblica utilità, la soppressione delle attività lavorative per le imprese ad esclusione di quelle che erogano servizi essenziali o di pubblica utilità. La soppressione di tutte le attività commerciali ad esclusione dei negozi di generi alimentari, farmacie e parafarmacie, distributori di carburante, servizi di rifornimento di bancomat e postamat, servizi di trasporto connessi alla raccolta e smaltimento dei rifiuti o consegna a domicilio di farmaci.

Sono soppressi tutti i cantieri di lavoro, chiusi i parchi pubblici, orti comunali, aree sportive a libero accesso. Il passaggio in ingresso e uscita dal comune di Campagnano Romano è consentito al personale militare, di protezione civile, delle forze di Polizia dei Vigili del Fuoco, del personale medico e sanitario e dei farmacisti e veterinari. Sono soppresse tutte le fermate dei mezzi pubblici ed è disposta la chiusura al pubblico dei cimiteri comunali.

“Misure che si sono rese necessarie – commenta l’Assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato – per garantire innanzitutto i cittadini di Campagnano e la salute pubblica. Con l’ordinanza non vogliamo certamente additare in nessun modo i cittadini di Campagnano come untori, ma chiediamo un sacrificio per limitare e circoscrivere il ‘cluster’ che ad oggi sembra essere un cosiddetto ‘cluster di comunità chiuso’, ma va completata l’indagine epidemiologica da parte della Asl Roma 4 e un audit clinico sulle procedure adottate in conformità delle disposizioni emanate. E’ un sacrificio che chiediamo ai cittadini ai quali va tutta la nostra solidarietà e vicinanza, ma resosi assolutamente necessario vista l’incidenza dei casi. E’ demandata alla Asl ogni iniziativa che riterrà utile per il contenimento, il monitoraggio e la salute degli ospiti della struttura secondo i protocolli emanati”.

Il negoziato con i partner europei non passa attraverso gli insulti.

La settimana comincia in salita. Al Parlamento europeo l’immagine dell’Italia è uscita indebolita. Non importa agli occhi degli altri Paesi che sia attribuibile a questa o a quella forza politica la responsabilità delle divisioni sul punto delicato degli interventi finanziari anti crisi; importa semmai il dato che afferisce alla percezione di una fragilità del Sistema Italia, di per sé pericolosamente fragile anche prima dell’emergenza sanitaria. Un coro di voci stonate aumenta il disagio di chi si misura dall’esterno con la politica italiana.

Di riflesso il governo patisce i contraccolpi di un deterioramento politico che va oltre l’aspetto pur delicato dell’immagine diffusa oltre i confini nazionali. La maggioranza, anche all’interno, offre il destro alla critica: non è un buon segnale dividersi a Bruxelles sulle linee guida della lotta alla depressione economica e rinsaldarsi a Roma in funzione delle nomine nei consigli di amministrazione delle società controllate dallo Stato. Ciò vuol dire che il mastice del potere sostituisce quello della politica, con improbabili ricadute sulla credibilità di una coalizione già poco robusta di suo.

Per giunta, Conte ha voluto rimarcare, proprio in queste ore, il profilo critico della posizione italiana rispetto agli altri partner, specie quelli del centro e nord Europa. In una intervista alla Süddeutsche Zeitung ha dichiarato che un certo malessere antieuropeistico degli italiani “nasce dal fatto che ci sentiamo abbandonati proprio dai Paesi che traggono vantaggi da questa Unione”. E poi ha precisato, senza mezzi termini: “Prendiamo l’esempio dell’Olanda, che con il suo dumping fiscale attrae migliaia di multinazionali, che trasferiscono lì la propria sede, ed ottengono un flusso di entrate fiscali massicce, che vengono sottratte ad altri partner dell’Unione: 9 miliardi di euro ogni anno, come riporta un’analisi di Tax Justice Network”.

Era necessaria un’intervista così violenta? A caldo l’attacco del Premier ha provocato imbarazzo negli ambienti di Bruxelles. Questo modo di rappresentare gli interessi dell’Italia abbassa il profilo del Governo, come pure dello stesso Presidente del Consiglio. Pensare che il vertice dei Capi di Stato e di Governo, in calendario giovedì prossimo, s’affronti meglio facendo ricorso alla polemica, è indice di scarsa avvedutezza diplomatica. Forse, per evitare sgradevoli sorprese, toccherà ancora una volta al Quirinale stendere un velo protettivo sulla gestione del negoziato, offrendo la massima sponda istituzionale al confronto con gli interlocutori europei. La delicatezza del momento, bisognosa di un ampio respiro solidaristico a livello europeo e mondiale, non può essere affrontata con improbabili e dannose esibizioni di forza.

Per evadere

Tutti a chiedersi se finita questa cruda esperienza saremo come prima o se questo fenomeno cambierà i nostri stili. Fatto salvo che, come ho già espresso in una riflessione precedente, sono piuttosto convinto che verrà tutto archiviato sotto l’indomabile forza della tecnica che, con invincibile determinazione, continuerà la sua trionfale marcia.
Certo, si vivrà una fase altalenante, un rodaggio, saremmo costretti a riprendere slancio e rincorse, per acciuffare la linea di condotta dello sviluppo tecnico. Quindi un periodo sarà senz’altro determinato da pause, incertezze, riflessioni, ma poi tutto fa già capire che vi sarà un fresco abbrivio in grado di far scordare tutti i momenti precedenti.

È bene, pertanto, soffermarsi su quali saranno le caratteristiche del prossimo futuro. Seguendo la linea di alcuni economisti, ci si deve attendere trasformazioni radicali sia sul piano del lavoro, che del prodotto del lavoro stesso. Del primo bisogna avere molta fantasia e abilità per inventarne di nuovi – quello precedente ma già questo attuale, mostra i segni di una irreversibile decadenza -; del secondo, per quanto sembri strano, ma strano non è, via via che il tempo scorrerà, si noterà un abbassamento sempre più consistente del costo delle merci. Oggi, una attenta analisi, potrebbe rilevare questo andamento. Ma, fatto un salto storico di dieci, quindici, venti anni e la cosa apparirà in forma ancora più marcata.

Questo non significa che tale evoluzione comprenderà ogni sorta di prodotto. Ci sarà sempre, almeno seguendo gli autori a cui mi riferisco, una porzione, seppur limitata, di merci “raffinate”: a costo elevato. La Ferrari sarà sempre Ferrari, l’alta moda sarà sempre alta moda. Questo per dire che le merci manterranno ancora un netto confine tra le classi molto abbienti e un mare indistinto che rappresenta la restante parte.

Questi due perni faranno ruotare la prossima società in un altro modo. E questo non è parto di fantasia. Nemmeno dobbiamo immaginarcelo proiettato troppo in là. I giovani dell’attuale panorama immancabilmente lo attraverseranno.

Spero solo di poter assistere al cambio di rotta. Anche se non sarà un fenomeno che si presenterà alla porta in un sol colpo, ma gradualmente, fino ad esserne un dominante essenziale della realtà. Più o meno, come il fordismo ha nettamente caratterizzato un secolo di storia.

Ho presentato questa divagazione, perché mi è parso indispensabile non farsi imbavagliare anche la fantasia, da questo stramaledetto virus.

Usa: gli amministratori delegati chiedono cautela sulla riapertura del paese

Il presidente di dell’organizzazione americana che riunisce gli amministratori delegati di importanti aziende come Amazon, Apple, American Airlines e 3M in un comunicato stampa fa sapere di aver chiesto un aumento dei test per il coronavirus prima che le aziende possano iniziare a riaprire.

Inoltre in una lettera inviata al vice presidente Mike Pence ha chiesto all’amministrazione Trump di produrre linee guida affidabili per la sicurezza sul lavoro.

“Se le persone non avranno la certezza che sia sicuro uscire e andare al lavoro o in un negozio, non ci andranno, a prescindere da ciò che dice il governo”, ha spiegato. La carenza di test per il coronavirus è uno delle principali problemi che gli Stati Uniti stanno affrontando durante la pandemia. Il ritorno a un ambiente economico più normale -secondo  il presidente dell’associazione Business Roundtable- dovrebbe comportare un piano “graduale”, in cui alcune imprese si aprono prima di altre e che i politici dovrebbero lavorare questo piano già da ora.

La chiusura delle attività non indispensabili da parte dei governi statali e locali in tutti gli Stati Uniti ha portato a un aumento storico della disoccupazione, con oltre 22 milioni di persone che si sono iscritte nelle liste di disoccupazione nelle ultime quattro settimane.

Papa: in questo tempo di pandemia un virus ancora peggiore è l’egoismo indifferente 19 aprile 2020

Le parole del Papa risuonano nella chiesa vuota di Santo Spirito in Sassia, a pochi metri dal colonnato di San Pietro.

Ora, mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua proprio questo pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente. Si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me. Si parte da qui e si arriva a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda però che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!

Nell’omelia Francesco intreccia riflessioni e auspici con scritti e parole di santa Faustina Kowalska, apostola della Divina Misericordia.  E sottolinea che, dopo la risurrezione di Gesù, “uno solo era rimasto indietro e gli altri lo aspettarono”.

Coronavirus: crolla del 19,1% l’export alimentare in Cina

Crollano del 19,1% le esportazioni alimentari Made in Italy in Cina per effetto dell’emergenza coronavirus che ha interrotto i flussi commerciali con il Paese asiatico, il primo ad essere colpito dalla pandemia. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sui dati Istat sul commercio estero a febbraio quando l’allarme era ancora confinato soprattutto nel gigante asiatico.

Il brusco calo in Cina – sottolinea la Coldiretti – anticipa di fatto quello che è successo poi in tutto il mondo nei mesi di marzo ed aprile segnati inizialmente dalle campagne diffamatorie nei confronti del Made in Italy a tavola partite con lo spot della tv francese sulla “pizza corona” contaminata dal pizzaiolo italiano.

E alimentate poi – continua la Coldiretti – da disinformazione, strumentalizzazione e concorrenza sleale, anche di Paesi alleati, con addirittura la assurda richiesta di certificati “virus free” sulle merci. Una richiesta svanita – precisa la Coldiretti – non appena il virus si è propagato in tutto il Pianeta con la chiusura delle frontiere e le misure per contenimento che hanno determinato il brusco freno al commercio a livello globale.

Il risultato è che il 70% delle imprese agroalimentare che esportano ha segnalato una diminuzione delle vendite all’estero a marzo per effetto di una pioggia di disdette provenienti dai clienti di tutto il mondo secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ dalla quale emerge che ha pagare il conto più pesante sono stati il settore del vino e del florovivaismo, ma difficoltà sono segnalate anche per ortofrutta, formaggi, salumi e conserve.

Un andamento che rappresenta una brusca inversione di tendenza rispetto al record delle esportazioni fatto segnare nel primo bimestre del 2020 con un balzo dell’11,6% rispetto al 2019 in cui complessivamente per l’agroalimentare era stato raggiunto il massimo di sempre a 44,6 miliardi di euro.