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L’incontro tra spiritualità e impegno sociale: la riscoperta del Noi.

Foto concessa da S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA – Presidente della PONTIFICIA ACCADEMIA per LA VITA Copyright Vatican Media

Anni fa, in occasione della vittoria dello scudetto del Napoli, sulle mura del cimitero di Napoli apparve la scritta! Che vi siete perso!”, a segnare il rammarico dei morti per non aver potuto godere della gioia popolare.

Il discorso vale per quanti non hanno partecipato all’incontro promosso da Don Andrea Manto, Parroco di Santa Chiara a Roma, sul tema “Destinati alla vita, l’esistenza il tempo e l’Oltre” con la presenza di Vincenzo Paglia e Fausto Bertinotti a dibattere con la caratura e l’intelligenza che li correda.

Nel teatro un pubblico attento all’ascolto di oltre 400 persone, posti in piedi, per dire di quanto la qualità muova ancora l’interesse ad una partecipazione.

Dopo i saluti di introduzione, Don Andrea Manto ha moderato il confronto con stile dinamico con commenti incisivi e mirati, rilanciando le riflessioni emerse con ulteriori spunti, intanto centrando il pensiero sulla figura del ruolo oggi della figura dell’Anziano, tema oggetto di particolare interesse e studio dei due relatori.

Per Bertinotti, nella società contadina l’anziano era naturalmente rispettato mentre nella società industriale è diventato un riferimento controverso. La perdita della capacità di lavoro ne ha impoverito il valore bilanciato dal riconoscimento della pensione il cui valore ne condiziona però costantemente il prestigio. Occorre prendere atto come nella società post industriale prevalga l’egoismo ed una attenzione tutta volta allo spettacolo e al divertimento. Si destinano fiumi di denaro per la cura dell’estetica. L’anziano così entra in crisi perché non è bello e spendibile mentre dovremmo guardare tutti ad una ragione superiore della vita delle persone. L’umanità ha invece una missione da compiere o su questo campo perdiamo tutti. Così il dovere delle minoranze è andare contro questo processo storico, consapevoli come la politica non può salvarci perché è essa stessa parte del sistema.

E’ quello che Paglia, citando De Rita, ha chiamato” l’egolatria”, un inquietante mondo di monoteisti. Il Presidente della Accademia Pontificia della Vita ha detto come oggi è più che mai il tempo della Chiesa. Così, richiamando l’Enciclica “Spe Salvi” di Papa Benedetto XVI, ciascuno non può salvare la sua anima per conto proprio, o si è insieme o si fallirà. Oggi urgentemente deve imporsi il magistero della fragilità, che proclama la sua disabilità, riscoprire il senso del Noi, la corresponsabilità di tutti per un’idea diversa di comunità. Per questo, con esempio concreto, gli anziani non devono essere relegati nelle residenze sanitarie assistenziali ma restare in famiglia per essere accuditi ed a loro volta per accudire. Paglia ha rammentato come la Bibbia dica come non è bene che l’uomo stia solo, quindi prendersi cura gli uni degli altri è  la sola prospettiva a cui guardare, si impone una alleanza per salvare il Noi.  La Chiesa deve essere serva, aiutare il mondo altrimenti il rischio è di finire drammaticamente nel buco del lavandino della storia. Grazie al progresso della medicina, è la prima volta che registriamo la contemporanea presenza di 4 generazioni e ciascuna è abbandonata per conto suo. Al contrario occorre costruire le scale e gli ascensori per dialogare e vivere fruttuosamente insieme.

Sulla stessa linea Bertinotti ha sottolineato come “il vecchio” ed i nonni rappresentino uno Stato sociale, che sostituisce la famiglia per ragioni economiche e di tenuta. Siamo di fronte ad un mondo che produce spaesamento e solitudine, privo di un riconoscimento di una prospettiva di futuro, con l’assoluta assenza attuale di profeti.

Sulla questione Don Andrea Manto ha osservato come è mancata del tutto la globalizzazione dell’umano, realizzandosi solo quella spietata dei mercati, affermandosi purtroppo una cultura dello scarto.  La rivoluzione industriale ha  creato anche con la sua tecnologia una incomunicabilità  tra giovani anziani. Se non sei utile alla macchina sei espulso dal sistema. La tecnologia, del resto, non ha certamente caratteri caritatevoli. La famiglia è in grave affanno minata dall’imporsi di ruoli fluidi che ne condizionano la tenuta. L’esigenza di trovare da tutti una fede condivisa è ciò che dovrebbe allertare i cuori e le coscienze di ciascuno.

Il dibattito si è poi orientato sul tema dell’Oltre e sul senso della vita.

Da qui Paglia ha denunciato la rottura di legami e ancor più la mancanza di una destinazione. La domanda è se ci sia un senso della vita o siamo soltanto un frutto del caso. La ragione, molto assorta ad indagare sul fatto che siamo venuti al mondo, parimenti dovrebbe impegnarsi anche sul nostro “oltre”. Ha sottolineato una verità spesso nel dimenticatoio: lo scandalo della resurrezione della carne e non solo dell’anima. Per Paglia ci attende la resurrezione della carne e non di una astratta energia. Tutti siamo destinati ad un fine e non siamo in balia dei drammi umani. Dio assegna a Noè, un vecchio, il compito di salvare tutta l’umanità. Ci attende una destinazione futura storica e umana ed il paradiso è una terra per tutti i popoli non solo per i Cristiani. E’inutile combattersi, si deve essere tutti insieme al mondo e il ruolo dei Cristiani è quello di essere fedelmente servi della fraternità.

Bertinotti ha contrapposto, da non credente, una diversa chiave di lettura, individuando nel suo “oltre” non la resurrezione della carne ma una permanente azione storica di riscatto delle ingiustizie della società, memori della lezione ricevuta da chi ci è preceduto e che costituisce la stella polare a cui ispirarsi.

Per l’uomo politico la sua destinazione è mettere la causa nella storia, è redenzione della umanità, nella causa di liberazione di alienazione degli uomini. Questa, dunque, è la sua idea di trascendimento.

Ha ricordato simpaticamente il felice rapporto tra Don Peppone e Don Camillo, ciascuno de quali vantava di conoscere i propri fedeli o compagni per nome e l’altro in aggiunta per nome e cognome, una sintesi valoriale del cattolicesimo e del movimento operaio. Ora si certifica una desertificazione del tutto ammettendo di non saper dare risposte al precipizio in cui si è caduti, allo scarto tra i sogni di un tempo e il vuoto di oggi, tra il Noi del passato e l’egoismo attuale.

In conclusione, Paglia ha rilevato che quella di Bertinotti non sia comunque storia minore. Siamo obbligati al bene e la resurrezione della carne e della storia costituiscono in ogni caso un dono di Dio. La storia Dio la regala a tutti i suoi figli, indipendentemente dal merito.

L’evento ha confermato come la Parrocchia di Santa Chiara sia un esempio speciale di comunità nel territorio su cui insiste, una osmosi fertilissima dei suoi abitanti che guardano e lavorano nella realtà parrocchiale arricchendola di contributi e trovando, in essa, il Noi a cui tutti dovremmo ambire. C’è da credere che si aprirà una stagione di nuovi appuntamenti di nuovo tutti da vivere.

La Repubblica delle autonomie. Incontro con Giovanni Maria Flick

Organizzato dall’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), si è svolto ieri pomeriggio (5 novembre 2024) nell’Aula Petrocchi dell’Università Lumsa l’incontro con il Presidente emerito della Corte costituzionale, prof. Giovanni Maria Flick, sul tema:

“Municipalismo e regionalismo. La Repubblica delle autonomie nella visione democratica e costituzionale”.

Di seguito il video integrale di Radio Radicale.

L’età dell’oro di Trump: l’America vede nel giardino di casa la sua frontiera.

Il trionfo di Trump viene da lontano e si nutre di agitazione, come se l’America avvertisse il bisogno di scrollarsi di dosso il peso delle sue responsabilità mondiali. Una netta maggioranza si è formata attorno alla convinzione che il futuro – Musk lo ha portato in dote alla campagna dei Repubblicani – si può piegare al sogno di una ritrovata fiducia e sicurezza nelle proprie dinamiche interne, in un orizzonte dove la “nuova frontiera” sta per ognuno nel giardino di casa.

“Questa sarà davvero l’età dell’oro dell’America”, ha scandito il neo-eletto Presidente nel saluto rivolto ai propri sostenitori. Dunque, in queste parole non c’è il mondo o se c’è appare lontano, poiché lo si osserva arcignamente con le lenti di un cannocchiale rovesciato.

Il punto debole di una tale politica, molto americana e poco occidentale, lo si scorge nel rapporto evasivo, se non conflittuale, con l’Europa. Anche se guadagna consenso in patria facendo la faccia feroce sui costi della difesa del Vecchio Continente, Trump perde il contatto con la realtà figurandosi di poter prescindere per convenienza dall’asse euro-atlantico. In un contesto internazionale a dir poco complicato, non è facile immaginare la tenuta dell’Occidente distanziando pericolosamente le due sponde dell’Atlantico. Anche sul piano economico si stenta a capire la razionalità di un atteggiamento aggressivo nei riguardi dell’Europa, come se l’’Europa, messa alle strette, non fosse in grado di reagire.

In ogni caso, il trumpismo è una grande prova muscolare che assume rilievi d’indubbia spettacolarità di fronte alla incresciosa svagatezza dei Democratici. Non si è capito se sostituendo Biden con la Harris cercassero un camuffamento o un rilancio, fatto sta che gli elettori hanno respinto a chiare note questa indecisione strutturale. L’impressione è che il partito dell’asinello abbia ignorato l’America profonda. Forse la Harris non doveva essere candidata, se si voleva lanciare in piena corsa, detronizzando Biden, un credibile messaggio di cambiamento. Lo stato maggiore del partito – ma dov’è o qual è? – si dovrà interrogare a fondo perché stavolta la lunga notte elettorale si è conclusa, più che con una sconfitta, con una vera e propria débâcle.

 

 

 

 

Dalla crisi di Stellantis al modello tedesco: come salvare l’automotive.

Nelle scorse settimane abbiamo osservato l’uscita di numerose informazioni circa le difficoltà del settore automobilistico in Europa ed in particolar modo nei due Paesi principali per la manifattura del vecchio continente: Italia e Germania.

Nel nostro Parlamento, l’audizione in commissione Industria del CEO del gruppo Stellantis ha reso pubblica e manifesta le difficoltà di comunicazione esistenti tra sistema Paese ed ex gruppo Fiat. In particolare, il CEO si è rifiutato di lasciare agli atti del Parlamento i documenti presentati durante l’audizione, un brutto segnale di scarsa trasparenza.

Anche oggi, dopo quell’intervento parlamentare, il futuro del gruppo Stellantis in Italia appare nebuloso e poco chiaro. In Germania, invece, il sindacato che fa parte del consiglio di fabbrica del gruppo Volkswagen ha lanciato l’allarme sulle possibili chiusure di alcuni impianti tedeschi e sulla possibile riduzione dello stipendio dei dipendenti.

L’allerta pubblica ha messo in moto un meccanismo grazie al quale ora, sindacato e dirigenza, stanno provando a trovare un accordo in grado di evitare la chiusura degli impianti e i numerosi licenziamenti. Molto probabilmente il nuovo accordo prevederà comunque dei sacrifici di breve periodo per gli operai tedeschi; tuttavia, garantirà, almeno per il momento, il loro posto di lavoro, permettendoli di scommettere sul rilancio dell’azienda.

Questo percorso, con le ovvie difficoltà del caso, si è potuto realizzare grazie alla presenza di rappresentanti dei lavoratori nei vari consigli amministrativi del gruppo tedesco. La loro presenza ha permesso di conoscere la realtà e i difficili numeri del gruppo, i rischi per i lavoratori e ha responsabilizzato i sindacati stessi nel cercare soluzioni alternative alla perdita di posti di lavoro.

L’esperienza tedesca ci insegna quindi che, più della presenza dello Stato nell’azionariato di una compagnia, più degli incentivi commerciali dati a pioggia che drogano il mercato, per tutelare i lavoratori serve una loro rappresentanza nei consigli direttivi delle grandi società.

Questa è una battaglia storica che gli esponenti cattolici hanno sempre portato avanti ma con scarso successo. Sarebbe un ottimo punto da mettere in agenda per chi in politica si professa centrista. Sarebbe poi ancora meglio se, come per il salario minimo, divenisse una battaglia comune di tutte le opposizioni. Per spingere questa proposta, ci vorrebbe anche una maggiore impegno per portare avanti questa istanza da parte di tutti i sindacati (non solo alcuni).

Schlein ferma De Luca ma apre al dialogo con i suoi

Il Pd dice no al terzo mandato, il voto dell’assemblea regionale campana non smuove di un millimetro la segretaria Pd Elly Schlein (“Possono votare tutte le leggi che vogliono”), ma la leader democratica in qualche modo tende anche una mano al “Pd campano” e dunque di fatto allo stesso Vincenzo De Luca. Parlando alla festa del quotidiano `Domani’, la segretaria è netta: “Possono votare tutte le leggi regionali che vogliono, ma questo non cambia la posizione del Pd, che non supporterà i presidenti uscenti per un terzo mandato. Le regole valgono per tutti”.

La leader Pd ribadisce anche il concetto già espresso qualche giorno fa: “Se qualcuno era abituato diversamente, perché prima funzionava diversamente, è bene che si abitui al cambiamento perché io sono stata eletta esattamente per fare questo”. Poi, però, esclude “espulsioni” e arriva invece quella che sembra un’apertura. Schlein indica l’esempio di Stefano Bonaccini e Antonio Decaro: “Prima dell consenso viene il buonsenso. Bonaccini e Decaro ci hanno aiutato a costruire una nuova classe dirigente. Questa è la posizione”.

Dunque, per essere ancora più chiara, “bisogna costruire insieme ciò che offriamo alle prossime elezioni regionali. Noi lavoriamo in questa direzione, ci interessa lavorarci con il partito regionale campano e naturalmente con la coalizione. Ma noi siamo pronti a fare questa discussione e chi vuole potrà contribuire ad aiutarci”. In pratica un invito anche al governatore in carica a sedersi al tavolo che dovrà scegliere il candidato per il prossimo anno, ovviamente insieme anche al resto della coalizione.

Si vedrà se questo basterà a De Luca. Il presidente campano ieri ha offerto la propria esibizione di forza, mostrando che il Pd della regione segue lui e non le indicazioni che arrivano da Roma. Una mossa che, in effetti, può essere letta anche in chiave tattica per assicurarsi un posto al tavolo che deciderà il nome del prossimo candidato. Questo è lo scenario ovviamente preferito dal Pd, perché una corsa solitaria dello “sceriffo” rischierebbe di regalare in partenza la regione al centrodestra.

Ma la Schlein ne ha anche per gli eterni rivali Conte-Renzi e non tralascia nemmeno di inviare qualche messaggio ai tanti nel Pd che cominciano a mugugnare per una linea ritenuta troppo accondiscendente verso i 5 stelle. Primo messaggio: “Ho l’impressione che invece i dibattiti, le competizioni, le polemiche, sono cose che hanno stufato i nostri elettori, che allontanano i nostri elettori”, dice quando le viene chiesto se alla fine bisognera scegliere tra M5s e Iv. Anche perché, insiste, “se non ti allei col Pd cosa ti rimane? Allearti con la destra! Spero di no e comunque non è per noi un’ipotesi. Ti rimane di sperare di arrivare da solo al 50% più uno dei voti…”.

Secondo, la segretaria ribadisce la linea “testardamente unitaria” e sottolinea: “Se cresciamo – e come noi Avs – è anche perché non ci avete mai visto attaccarci tra di noi o presi in dibattiti politicisti”. Una considerazione che sembra rispondere ai diversi distinguo che si sono sollevati nel Pd verso M5s dopo la sconfitta in Liguria.

Perché l’Italia ha bisogno di oligarchi: la provocazione di Giuseppe De Rita.

Al lettore del Domani d’Italia non bisogna suggerire chi è Giuseppe De Rita, fondatore e presidente onorario del Censis, il centro studi che da quasi 60 anni pubblica il noto Rapporto sulla situazione sociale del Paese, vera bussola per chi cerca di orientarsi tra le pieghe della società italiana.

Sulla soglia dei 90 anni, l’illustre sociologo dà alle stampe un volume (Oligarca per caso: il racconto della vita di un italiano alla ricerca degli italiani, Solferino 2024) che vuole essere un racconto autobiografico della sua lunga esperienza da “oligarca” con qualche riflessione per il futuro.

Nel 1951, il giovane De Rita viene «arruolato» nel castello di Sermoneta per i corsi di un’associazione civica ispirata, dietro le quinte, dagli Alleati per de-fascistizzare l’Italia del Dopoguerra. Da lì nasce una convinzione che mantiene per tutta la vita: l’oligarchia è uno strumento necessario per il buon funzionamento delle società moderne. L’oligarca, sostiene De Rita, può avere un ruolo positivo, anzi fondamentale, in una società disordinata e frammentata come la nostra. Questo perché l’oligarca “si muove in senso orizzontale, ha un tessuto e una rete di potere che non proviene dall’alto”.

Ciò detto per spiegare la differenza tra oligarca e gerarca, il cui potere viene meno quando cade – sovente in disgrazia – il suo dante causa (“dal 25 luglio 1943 ai giorni nostri”, chiarisce l’autore).

Il potere dell’oligarca, invece, risiede nella capacità di tessere rapporti in linea orizzontale con quelle 2-300 persone che in una società complessa come la nostra possono regolare singole materie ma hanno sempre il bisogno di confrontarsi collettivamente con gli altri.

Ben presente nel libro il legame con i poteri forti, in particolare con il ‘salotto buono’ di Cernobbio, in cui l’Avvocato Agnelli lo definisce – con una certa perfidia – “l’amico degli stracciaroli di Prato”. In realtà c’era una ragione, come spiega l’autore: “a Torino scoprimmo che molti fornitori Fiat erano gli stessi operai Fiat che facevano il secondo lavoro. A Roma, da una ricerca spot su alcuni ministeri, venne fuori che il 90% degli impiegati al pomeriggio si improvvisava idraulico o falegname. Persino gli autisti degli autobus, spesso e volentieri, la sera diventavano i gestori delle prostitute di Tor di Quinto, guadagnando più così che con lo stipendio, col risultato che nessuno voleva fare i turni di notte…”. E’ la scoperta dell’economia sommersa, aggettivo “impronunciabile” per molto tempo.

L’elenco degli oligarchi citati è lungo: a partire da quelli fondamentali per i rapporti atlantici dell’Italia nel dopoguerra (Raffaele Mattioli e altri), da Angelo Costa a Eugenio Scalfari, da Ugo La Malfa a Riccardo Misasi, da Gianni Letta (forse il principe degli oligarchi) a Romano Prodi.

Gerardo Chiaromonte era, per la sua capacità di relazione, “il vero oligarca del Pci, il più intelligente di tutti i comunisti italiani”. “Giorgio Napolitano – prosegue De Rita – aveva grandi sospetti su di me fino a quando gli dissi che ero amico di Chiaromonte”.

Un altro nome che appare più volte nel libro è quello di Giulio Pastore, il padre fondatore della Cisl e più volte ministro per il Mezzogiorno. A lui, a Vincenzo Saba e ad Enzo Scotti è dedicato uno dei tanti episodi gustosi che costellano il libro di De Rita (e che qui non sveliamo).

Tra gli oligarchi del sindacato sono menzionati Giuseppe Di Vittorio e Bruno Trentin. In particolare, agli anni della presidenza De Rita del Cnel (1989-2000) è dedicato un intero capitolo. I nomi di grandi personalità di quella stagione sono numerosi: tra questi, sono da ricordare Pierre Carniti e Franco Marini.

Tra i tanti documenti elaborati dall’autore, viene ricordato in particolare un rapporto del 1968 sul futuro della Rai (in un periodo di sostanziale monopolio televisivo), la relazione per il Convegno sui “mali di Roma” promosso dal Vicariato di Roma nel 1974 e la relazione sulla “evangelizzazione e promozione umana” preparata per il convegno della Cei nel 1977.

Molte le confessioni personali: gli otto figli (anche se lui ne voleva dodici “come le tribù di Israele”), la casa di Courmayeur, l’importanza della fede, la passione per il calcio. A delinearsi è, in definitiva, non solo una biografia appassionante, ma anche una rilettura della storia del Paese attraverso lo sguardo di un suo testimone d’eccezione.

Boom del biologico in Italia: cresce il consumo ma aumentano le Importazioni.

Foto di Niek Verlaan da Pixabay
Foto di Niek Verlaan da Pixabay

In Italia, quasi un campo su cinque (19%) è coltivato con metodo biologico, garantendo al nostro Paese la leadership europea tra i grandi produttori. In alcune regioni, questa percentuale supera persino il 25%, consentendo all’Italia di raggiungere con sei anni di anticipo gli obiettivi fissati dall’Unione Europea nell’ambito della strategia Farm to Fork.

L’analisi proviene da Coldiretti Bio, che ha scelto Ecomondo – la grande fiera di Rimini dedicata alla sostenibilità – per organizzare un incontro e fare il punto sulla situazione del settore. L’Italia detiene il primato europeo nel biologico grazie a 84.000 aziende agricole attive sul territorio nazionale, un numero che è oltre il doppio rispetto alla Germania e superiore di un terzo rispetto alla Francia.

Ora, è cruciale sostenere questo trend anche a livello di consumi interni. Nel 2023, la spesa per prodotti biologici nella Grande Distribuzione ha raggiunto 3,8 miliardi di euro, ma il settore ha ancora un potenziale di crescita, considerando che l’export dei prodotti bio italiani vale attualmente 3,6 miliardi di euro. Questo equilibrio quasi perfetto tra consumi interni e vendite all’estero differisce dall’agroalimentare generale, dove le esportazioni rappresentano circa un terzo della spesa alimentare delle famiglie italiane, secondo i dati Coldiretti.

Analizzando le categorie merceologiche del carrello bio, emerge che frutta, verdura, latte e formaggi costituiscono insieme il 66% della spesa biologica complessiva in Italia.

Tuttavia, a minacciare i successi del settore biologico italiano vi è l’aumento delle importazioni di prodotti bio dall’estero, che nel 2023 sono cresciute del 40%, in controtendenza rispetto ai dati complessivi dell’Unione Europea. Questi prodotti – denuncia Coldiretti – non garantiscono la stessa qualità e sicurezza di quelli nazionali. “Coldiretti Bio sostiene la necessità di affermare in Europa al più presto il principio di reciprocità nelle importazioni” – spiega la presidente Maria Letizia Gardoni – “ovvero applicare le stesse regole per il biologico comunitario e quello proveniente dai Paesi terzi. Non possiamo accettare che nel nostro Paese entrino alimenti coltivati secondo norme non permesse nella UE. Fermare la concorrenza sleale delle importazioni a basso costo e valorizzare il vero prodotto tricolore sono condizioni essenziali per costruire filiere biologiche dal campo alla tavola”.

Quanto conta il saliscendi del Pil nel Rapporto Censis

Il Censis, oltre agli autorevoli Rapporti annuali (attendiamo il prossimo, imminente…) che sono da decenni un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia osservare e seguire le derive evolutive (o involutive) del Paese, pubblica Ricerche tematiche centrate su argomenti specifici, legati alle dinamiche socio-economiche in atto e utili per comprendere il presente – senza renderlo “asfissiante” (preoccupazione ricorrente dell’Istituto) o pregiudizialmente negativo (ci è noto “l’ostinato continuismo “del suo fondatore Giuseppe De Rita) nelle sue dinamiche in divenire. Ciò avviene grazie ad uno staff interno di ricercatori di altissimo livello e avvalendosi delle analisi di esperti la cui competenza specifica si inserisce perfettamente nella cornice di eminenza e prestigio che caratterizza il Centro Studi di piazza di Novella a Roma. Ed ecco che dal cilindro Censis esce una raccolta – densa e pertinente – di saggi brevi in tema di economia, seguendo la traccia degli scenari che caratterizzano e configurano il dibattito interno del nostro Paese e i più ampi orizzonti dell’economia globale.

Lo puntualizza in modo chiaro nell’editoriale di esordio il Presidente dell’Associazione italiana banche estere, Guido Rosa, che focalizza due ambiti tematici come contenitori di più mirate analisi: il primo è “che cosa fare” per garantire continuità alla crescita economica, oltre le dinamiche protezionistiche, le crisi determinate dalle guerre e l’affacciarsi all’orizzonte di nuovi attori che incidono nella configurazione di un nuovo ordine mondiale. Il secondo pertiene il ruolo dell’Europa in rapporto alla crescita di India e Cina, alle elezioni americane e alla posizione dell’Italia, tra ricerca di innovazione ed elevato debito pubblico. Ci sono evidenze che incidono su questo incipit di riflessione riassuntiva. A fronte di una crescita globale del 3,2% nel 2024, nel 2025 solo questi Stati si collocherebbero sopra la media: India (+6,7 %), Indonesia (+5,1%), Cina (+4,9%), mentre la Russia – ferma all’1,1%- sarebbe superata da Arabia Saudita (+3,7%) e Argentina che compirebbe un balzo dalla recessione del 2024 (-4%) allo sviluppo nel 2025 (+3,9%). Dai dati OCSE si evidenzia l’assenza degli USA tra i protagonisti della crescita degli ultimi due anni (+2,6% di PIL nel 2024 e +1,6% nel 2025), cosi come l’Eurozona che partendo da un +0,7% nel 2024 non andrebbe oltre l’1,3% nel 2025 (Francia, Italia e Germania ferme al palo del +1% con la Spagna più brillante al +2%.).

Rilevanti altre evidenze: la competizione Usa-Cina su fronte delle spese per il riarmo e l’innovazione tecnologica, lo stallo dell’Europa (nonostante il piano Draghi – “riforme subito o sarà lenta agonia” – in realtà finora sottovalutato), il perdurare delle guerre in Ucraina e Medioriente, l’incognita dell’Africa sulla quale la Russia allunga le mani. C’è poi da considerare il compattamento dei Paesi del Brics, coesi per un “mondo multipolare” sottratto all’egemonia dell’Occidente. Il quadro complessivo sul piano socioeconomico – come detto – porta alla ribalta attori nuovi per scenari potenzialmente diversi: alla riunione Brics di Kazan, presenti Putin e Guterres, si è parlato apertis verbis di un nuovo ordine mondiale, affrancato dal colonialismo finanziario Usa e dall’influenza del dollaro.

Il panel di esperti che ha messo a punto la Ricerca patrocinata dal Censis tocca le corde allentate dell’Occidente e la debolezza dell’U.E., oltre ad evidenziare incertezze e distrazioni di utilizzo dei fondi Pnrr da parte dell’Italia, gravata dal debito pubblico, da carenza di investimenti esteri (a fronte di una crescita delle esportazioni) ma ancor più da un sistema sociale e istituzionale  – (fisco, pubblica amministrazione, istruzione, sanità, giustizia ecc.) – paralizzato da lentezze procedurali e burocrazia opprimente. Sono molti i segnali che fanno presagire per l’Italia un destino fatto di bassa crescita, stagnazione e graduale declino: se compariamo queste previsioni con il recente Rapporto Istat sugli indici di povertà assoluta e relativa del Paese non possiamo non rilevare una coerenza infausta tra analisi socio-economiche ed evidenze dei dati. L’Italia è un Paese dove i gap esistenti anziché ricomporsi aprono nuove falde mentre le forbici delle differenze si divaricano verso una sorta di indefinito disagio sociale ed esistenziale.

Tuttavia, come detto, gli esperti chiamati dal Censis al capezzale del malato tracciano percorsi di speranza e ripresa: con cauta lungimiranza cercano di separare le ombre dalla realtà pulsante del Paese, che c’è, esiste e manda segnali di inversione di rotta. La Ricerca Censis inoltre sottolinea e condivide in sostanza le linee di indirizzo del documento-Draghi, evidenziando però come gli impegni anche finanziari finora portati avanti dall’U.E. non si dimostrino sufficienti, soprattutto se paragonati a quelli delle potenze concorrenti, principalmente Stati Uniti e Cina. Inevitabilmente aggregata a questa tendenza è la deriva dell’Italia che soffre in modo evidente i trend in atto in Europa negli ultimi due anni: stretta creditizia, ripresa dell’inflazione (quella energetica ha pesato per il 24,3% sul totale, dall’inizio della guerra in Ucraina), riduzione degli investimenti. In una realtà economica prevalentemente manifatturiera sono più esposte ai rischi di crisi le piccole-medie imprese. Proprio quelle che – insieme alle famiglie – sono citate nei fervorini dei TG serali dai politici di tutti i partiti – per perorare e rivendicare ciò che non viene fatto ovvero per dimostrare ciò che si fa – come giaculatorie mandate a memoria per convincerci che va tutto male o che va tutto bene.

L’infaticabile Bettini dispensa soluzioni che sono la cosmesi dell’egemonismo di sinistra.

Lo definiscono in molti modi e con vari appellativi: da capo della corrente thailandese del Pd a guru; da stratega dei vari organigrammi a gran ciambellano. Insomma, una sorta di perenne suggeritore e consigliere. Comunque sia, si tratta di un politico raffinato che antepone sempre la riflessione e l’elaborazione al mero ed arido pragmatismo. Ma, al contempo, conserva una straordinaria attenzione al potere, ai suoi mille gangli e, da raffinato figlio della tradizione comunista e gramsciana, un’indole innata a condurre, pianificare e costruire gli algoritmi per conto di tutti. Parliamo, come ovvio, dell’amico Goffredo Bettini.

E, leggendo le ultime interviste rilasciate dal Nostro, non possiamo non soffermarci su come intende ricostruire l’alleanza progressista. O quella del ‘campo largo’ o, come dicono alcuni, quella del ‘Fronte popolare’. Quella che un tempo si chiamava semplicemente centro sinistra. E, in mezzo a mille proposte e suggestioni, quello che colpisce di più è come Bettini intende dar vita e riorganizzare la gamba centrista, o moderata o liberale. L’ultima in ordine di tempo è quella di stabilizzare, accanto al polo del Pd e a quello dei 5 stelle anche questo polo. Ovvero, come lo definisce sempre il Nostro, “un polo libertario, liberale, moderato in quanto modernizzatore”. Indicando, come da copione, anche il nome e il cognome del possibile federatore di questo fantomatico polo. E cioè, a scorrere l’elenco, tra i vari anche quello di Alessandro Onorato, assessore del Comune di Roma, capo della lista civica a sostegno del sindaco Gualtieri. Ma davvero?!

Una proposta e un progetto che rientrano perfettamente nello stile di chi concepisce una coalizione in chiave tolemaica. Ovvero, esiste l’azionista di riferimento, il partito cardine della coalizione, il perno decisivo dell’alleanza a cui si aggiungono o una serie di cespugli o di partiti o di movimenti che, però, devono ricevere il timbro finale del dominus. Nel caso specifico, il Partito democratico.

Tradotto in termini più chiari ed espliciti, il Nostro – seguendo con rara coerenza, trasparenza e lungimiranza la sua tradizione politica – indica il perimetro della coalizione, ne definisce i contenuti e, soprattutto, indica i potenziali protagonisti di questa operazione. E, per entrare ancora più nei dettagli, giustamente individua anche il potenziale federatore di un fantomatico polo centrista, libertario, modernizzante e vagamente liberale.

Ecco perché, e senza infierire ulteriormente su questo versante, è facile arrivare al punto finale di questa concezione. Che, peraltro, non è affatto una novità ma riassume la miglior tradizione comunista, gramsciana e togliattiana del nostro paese. Quella che storicamente veniva definita come “la via italiana al comunismo”. E quella che Veltroni ha sempre definito come una esperienza diversa ed innovativa rispetto alla vecchia e tradizionale esperienza del comunismo internazionale.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, non possiamo che arrivare a trarre le debite conseguenze. Ovvero, il polo o il luogo o il partito o il movimento centrista di cui il campo largo ha bisogno può decollare e consolidarsi ad una sola condizione: che venga respinta al mittente la concezione che viene quasi quotidianamente distillata dai Bettini di turno. Quello, semmai, è il modo migliore per consolidare il polo della sinistra in tutte le sue multiformi espressioni e spingere l’elettorato centrista e moderato a votare altri. Perché non sono i cespugli inventati a tavolino, i piccoli partiti personali come quelli di Renzi e di Calenda e i federatori scelti nella propria cerchia e sotto la propria tutela ad attrarre il vasto, composito ed articolato elettorato centrista nel nostro paese. Quello, come ovvio, guarda e vota i partiti che autenticamente e pubblicamente declinano, coltivano e praticano un progetto centrista e perseguono una vera e credibile ‘politica di centro’. Piaccia o non piaccia ai Bettini di turno.

La dottrina sociale può orientare percorsi di giustizia

Un vero e proprio appello il nostro vescovo papa Francesco ha lanciato durante l’Assemblea Diocesana della scorsa settimana: “vorrei chiedervi questo: valorizzate di più, nella pastorale ordinaria e nella catechesi, il pensiero sociale della Chiesa. É importante, è importante infatti, formare le coscienze alla dottrina sociale della Chiesa, perché il Vangelo sia tradotto nelle diverse situazioni di oggi e ci renda testimoni di giustizia, di pace, di fraternità”.

L’espressione “dottrina sociale della Chiesa” indica il «corpus» dottrinale riguardante tematiche di rilevanza sociale, a partire dall’enciclica «Rerum novarum», ossia i documenti del Concilio, il magistero dei pontefici e quello episcopale dal 1891 in poi .

Il Magistero Sociale della Chiesa fondato sullo Spirito delle Beatitudini ci sollecita a ribaltare le logiche che tendono a lasciarci distanti dalla politica, dalla economia, dalla gestione dei conflitti, per essere testimoni veri e credibili di “cieli nuovi e terra nuova”. L’intima connessione tra temi sociali e esperienza di fede non è una visione moderna di una fede che si adatta ai bisogni dei tempi, ma è da sempre frutto del mistero dell’Incarnazione che non ha rifiutato la storia ma ci si è immerso per trasformarla. Noi non possiamo cambiare la storia, ma sempre la possiamo trasfigurare. Forte di queste radici, la dottrina sociale della Chiesa può orientate percorsi di giustizia e di dignità per ogni uomo, e per ogni popolo.

Il punto di partenza è una esigente necessità di conversione. Proporre nuovi modelli di società, ci coinvolge solo per il fatto che in queste società ci siamo come cristiani e in parte anche le determiniamo. Il percorso di conversione globale passa inevitabilmente attraverso cammini personali, nelle nostre scelte quotidiane.

La libertà religiosa, l’economia come servizio e non come prevaricazione, la giustizia sociale che garantisce equità, la pace come vocazione per il mondo intero, la dignità di ogni vita, la cura della nostra “casa comune”, la questione migratoria, la sfida della innovazione tecnologica, la difesa di una cultura e di un’etica della democrazia, sono binari che la dottrina sociale della Chiesa indica, ed entro i quali misuriamo la nostra identità di cittadini e di credenti.

La dimensione politica è lo spazio nel quale verifichiamo l’efficacia della lettura dei segni dei tempi offerta dal magistero sociale della Chiesa. La convinzione è che occorre creare una realtà sociale alimentata da una visione spirituale che passa anche attraverso la capacità di far diventare le nostre proposte istanze politiche su cui confrontarsi. Non si tratta, nonostante tutto, di essere buoni; si tratta di annunciare il Regno: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”.  La vita eterna oggi appare lontana dalle preoccupazioni di molti giovani contemporanei, poiché, i beni temporali, da strumenti, sono stati trasformati in fini e così ci illudiamo di aver riempito completamente l’orizzonte della nostra esistenza. Ma la domanda sulla “vita eterna” ritorna prepotente quando il sole inesorabilmente tramonta.

Siamo infatti in un tempo della storia di non facile definizione; siamo in guerra; milioni muoiono ancora di fame; siamo un po’ spaesati, e la complessità delle situazioni non di rado assume la forma del turbamento. La tecnica si è fatta regina, non sappiamo più comunicare fra generazioni, viviamo una transizione che pare infinita e siamo quasi costretti ad ancorare le nostre speranze al passato; il presente poi è un tempo in gran parte senza preghiera, e abbiamo paura del futuro. Abbiamo urgente bisogno del pensiero sociale della Chiesa, oggi quando sono deboli non solo i saperi, ma anche i maestri e gli alunni. Dobbiamo uscire fuori dalle sagrestie e dai palazzi, per incontrare l’uomo e aspettare che lo sposo venga. Perché lo sposo viene proprio nell’incontro con l’uomo.

Francesco Pesce, Direttore dell’ufficio pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato della diocesi di Roma.

Giovani e violenza: quando la famiglia non è più un “rifugio”.

Foto di liza popova da Pixabay
Foto di liza popova da Pixabay

Dove stiamo arrivando? Alle porte di Roma, una ragazzina di dodici anni ha accoltellato un compagno, colpevole, secondo lei, di aver fatto la spia alla professoressa per aver copiato un compito. Per la dodicenne, questo gesto è stato un affronto intollerabile, che ha scatenato in lei una reazione violenta, spingendola a portare a scuola un coltello da cucina, dopo il ponte di Ognissanti, e a colpire il compagno con dei fendenti. Lucida e consapevole, la ragazza ha subito chiamato i carabinieri, confessando il proprio gesto. Dove stiamo andando?

La nostra società e le nostre famiglie stanno attraversando una crisi profonda. Mancano le regole, e molti giovani sembrano immersi in una realtà simile a quella di un videogame, dove basta poco per far esplodere la violenza. Solo pochi giorni fa, in provincia di Napoli, si è assistito a una sparatoria per motivi futili. Questo è solo uno dei tanti segnali di una crisi valoriale in atto.

In questo quadro, la famiglia sembra il grande assente. Se a dodici anni una ragazza esce di casa con un coltello in tasca, significa che è mancata un’educazione adeguata. Parliamo da tempo della crisi di valori che affligge le famiglie, ma la recente deriva è allarmante. Non possiamo ridurre tutto a un generico “disagio giovanile” come se riguardasse solo gli altri e non noi stessi. Oggi i ragazzi sono pervasi da molteplici problematiche — mancanza di autostima, disturbi comportamentali, depressione — spesso radicate nel contesto familiare.

La famiglia dovrebbe essere il primo luogo deputato a sostenere i giovani, intervenendo in caso di pressioni sociali o difficoltà relazionali, sia a scuola sia con gli amici o con gli adulti. La carenza di dialogo tra genitori e figli, però, spinge molti a rifugiarsi nella realtà virtuale dei social, un mondo artefatto che non fa che amplificare le loro difficoltà. Questa tendenza è stata accentuata dal COVID. L’ultimo rapporto ISTAT ha evidenziato come i giovani tra i 15 e i 34 anni siano economicamente instabili e alle prese con un disagio sociale e psicologico rilevante. La famiglia dovrebbe fare da cuscinetto, ma troppo spesso non lo è.

Il contesto familiare dovrebbe rappresentare per i ragazzi un approdo sicuro, dove trovare protezione e sostegno. Purtroppo, in molti casi non è così, e questo porta i giovani a una solitudine profonda, che spesso sfocia in gravi disagi psicologici. È la crisi della famiglia, e con essa la crisi del nostro futuro. Siamo consapevoli della portata di questa situazione? Cosa possiamo fare per affrontare questa crisi di valori e restituire un senso di sicurezza e supporto ai nostri giovani?

Nell’America radicalizzata e involgarita preme un’istanza di moderazione

Nella notte tra martedì e mercoledì sapremo chi è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. È un appuntamento a cui guarda il mondo intero. Per fortuna, non avendo un partito alle spalle e nemmeno una lobby a cui rispondere, possiamo allineare con maggiore libertà i nostri sentimenti politici, orientati alla visione di una democrazia intessuta di fraternità cristiana, con le strette esigenze del momento, quando le alternative in campo si mostrano in tutta la loro angustia e povertà. Ci sentiamo più liberi perché non siamo cittadini americani e pertanto non abbiamo l’incombenza della scelta tra una vicepresidente debole e un ex presidente indecoroso. In ultimo, grazie al ministro Tajani siamo edotti circa l’intangibilità dei nostri rapporti con Washington, quale che sia il vincitore: non muta la fedeltà dell’Italia all’alleanza atlantica, né viene meno, quand’anche vincesse Trump, l’amicizia con gli Stati Uniti. Amen!

Fin qui sono i pensieri del filisteo che è in noi, ma fuori di noi, nel quadrante di questa storia che ci riguarda e ci interpella, una personale riflessione sull’America s’impone. La facciamo sulla scia di una battuta di Papa Francesco, il cui atteggiamento sulle cose del mondo costituisce un ponte sicuro tra profezia e realismo: si tratta di prendere atto che nella lotta per la Casa Bianca prevale solo lo scrupolo di stabilire quale sia il male minore. Questo è quanto, non un briciolo di più. E anche Federico Rampini, quale che sia il suo rapporto con i consigli del Vescovo di Roma, pare abbia scelto di attenersi alla regola del male minore (v. il Corriere della Sera di ieri). Veniamo a sapere così che ha votato (in anticipo) per Kamala Harris perché il ritorno di Trump spaventa – non solo lui – soprattutto per lo sdegno legato all’assalto del 6 gennaio del 2021 al Congresso di Washington.

Tutti gli osservatori mettono in evidenza il carattere devastante di queste elezioni americane. La radicalizzazione ha toccato punte estreme, con insulti vicendevoli. Trump è stato definito “fascista”, la Harris una “pazza”. Mai l’America era giunta a queste vette di volgarità, ammesso che sia però volgare parlare di fascismo quando ci si trova di fronte a un fenomeno come quello del trumpismo (da cui può discendere una contestazione chissà quanto disordinata dei risultati nel caso sancissero la vittoria della Harris). Tuttavia non è un caso che Rampini – ancora lui – abbia confessato di aver fatto ricorso al voto disgiunto, optando per l’opposizione repubblicana al Congresso. A suo parere una forma di equilibrio, di questi tempi e con questi politici, va salvaguardata a tutti i costi.

È probabile che sia la preoccupazione di molti americani. Ecco, mentre si proclama la scomparsa del “centro” dalla dinamica elettorale, un surrogato di questo “centro” lo si scopre nel rifugio offerto proprio dallo “split vote”. Non bisogna trascurare questo fatto. In Italia s’afferma l’arma dell’astensionismo, negli Stati Uniti l’astuzia degli elettori in cerca di un equilibrio che l’offerta politica sostanzialmente disconosce. Ebbene, nelle pieghe di una polarizzazione poco entusiasmante, conforta che la candidata democratica si proponga come Presidente di tutti gli americani. È l’intonazione giusta, specie se espressiva di un impegno limpido e coerente. Dunque, con lei alla Casa Bianca potrebbe avviarsi una nuova stagione di pacificazione nazionale. Sarebbe il riscatto dell’America migliore, quella che resta nei cuori e nelle menti di tutti i democratici del mondo.

5 Stelle e campo largo: quale cultura di governo?

Nessuno, ad oggi, sa quale sarà il futuro e la prospettiva politica dei 5 Stelle, il partito populista per eccellenza nel nostro sistema politico. Un partito schiettamente populista – da lì la sua fortuna elettorale – e demagogico, populista e qualunquista. Questa è stata, ed è, l’unica cifra politica di questo partito/movimento. E non avendo alcuna specifica cultura politica alle spalle, non avendo un serio programma di governo se non quello di accentuare i dogmi del populismo – cioè il peggio di quello che si può immaginare nella dialettica politica italiana – è di tutta evidenza che se questo partito vuole ancora esistere e resistere, e non si sa per quanto tempo, non può non ritornare al verbo populista. Che viene completato con la squallida ed incommentabile deriva giustizialista.

Ora, a fronte di un quadro abbastanza difficile da definire, diventa francamente curioso il tentativo del ‘campo largo’ o dell’ex campo largo di continuare ad individuare in un partito/movimento del genere l’alleato decisivo per costruire una alternativa politica e di governo rispetto alla coalizione di centro destra. Detto in altri termini, che cosa centra il movimento dei 5 Stelle con una cultura di governo e con una solida e robusta cultura democratica e costituzionale?

Ecco perché di fronte a questa domanda delle due l’una: o si ragiona con il metodo del pallottoliere, e allora qualsiasi apporto è importante e da non sottovalutare ai fini della “vittoria finale” contro un nemico irriducibile ed implacabile. (prospettiva abbastanza gettonata nell’attuale comportamento del ‘campo largo’ contro il centro destra di governo); oppure, e questa forse è la motivazione principale, c’è una profonda convergenza culturale, ideale e quindi politica con il partito/movimento dei 5 Stelle. Anche e soprattutto con l’attuale gestione di Conte che rappresenta in modo persino plastico il legame tra l’antica vocazione populista e demagogica, con l’intramontabile deriva trasformistica.

Questa resta, d’altronde, l’unico elemento di somiglianza con i partiti personali di Renzi e di Calenda in vista della costruzione del ‘pallottoliere’ da contrapporre all’avversario/nemico. Ed è proprio questo l’elemento centrale su cui vale la pena soffermarsi al di là e al di fuori del solo dato numerico. Ovvero, la convergenza culturale e valoriale con i 5 Stelle. Verrebbe da dire quasi a livello prepolitico. Perché questo era, e resta, il vero vulnus della coalizione del ‘campo largo’ o del ‘Fronte popolare” che dir si voglia. Vale a dire la convergenza politica e culturale, e quindi programmatica, con il populismo demagogico e qualunquista. Una convergenza che, come ovvio e persino scontato, esclude qualsiasi alleanza con partiti e movimenti centristi o riformisti o moderati che non siano dettati da ragioni di puro potere o dalla richiesta di una manciata di seggi parlamentari.

Ma questo può essere l’orizzonte, e la finalità, dei piccoli partiti personali che non hanno altra ambizione se non quella di mendicare qualche strapuntino di potere per sé e per i propri cari, con tanti saluti a qualsiasi ipotesi di costruire una vera e credibile alleanza politica e riconducibile ad un centro sinistra riformista e con una spiccata cultura di governo. Per queste ragioni, semplici ma essenziali, i leader del ‘campo largo’ saranno chiamati a dire una parola chiara e precisa sul profilo politico e culturale – si fa per dire – del partito/movimento dei 5 Stelle dopo questo clamoroso e alquanto grottesco dissidio tra Conte e Grillo.

Perché se dovesse prevalere, in ultimo, la tesi che c’è una perfetta convergenza politica, culturale e programmatica con i populisti dei 5 Stelle dovremmo anche prendere atto che la coalizione del ‘campo largo’ o del ‘Fronte popolare’ ha un profilo fortemente populista e demagogico. Tertium non datur.

Spagna, quando l’ecologia diventa un pericolo: riflessioni sull’estremismo verde.

Quando dal centro si definiscono le posizioni di avversari politici come “estremiste”, a mio avviso occorre anche esemplificare, altrimenti l’elettorato non ha gli elementi per capire e può pensare che sia solo un pregiudizio. Credo che la tragedia che si è verificata in Spagna offra molti spunti su cui riflettere da questo punto di vista.

All’interno del programma europeo Dam Removal Europe la Spagna è il Paese che più ha abbattuto dighe, circa il 40% di quelle abbattute in Europa negli ultimi 4 anni. I nobili fini di tale iniziativa si sono però trasformati in un pericolo quando gli abbattimenti di infrastrutture per la gestione e il controllo dei corsi d’acqua sono stati sistematici e guidati da cieco furore ideologico, quando si sono rimossi intenzionalmente tratti di argini dei fiumi per favorire la de-antropizzazione dei territori (l’opera dei Benedettini al contrario), quando il disalveo e la manutenzione dei gli alvei dei fiumi sono stati considerati più reati ambientali che interventi di protezione civile preventiva e quando alcuni “scienziati” hanno esultato sottolineando che prima della rimozione delle dighe i pesci d’acqua dolce c’erano solo a valle della diga, mentre ora, non incontrando più ostacoli sono liberi di sguazzare ovunque a monte, con accanto però montagne di vittime umane.

Se non si ristabilisce il buon senso, la giusta misura delle cose, il senso che la trota è la trota e la persona umana è la persona umana, che il troppo stroppia, che non si può perseguire un solo fine, senza badare al fatto che si possono provocare disastri immani nel realizzarlo, c’è da aspettarsi una ulteriore caduta di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Una politica di centro a mio avviso deve avere questo compito, più che sparare a zero sulle follie delle estreme, indicare in positivo un percorso di composizione armonica tra le esigenze delle popolazioni e quelle della natura, coniugare nel concreto una ecologia integrale.

La banalità del male alle pendici del Vesuvio.

Questa volta il Vesuvio l’ha fatto grossa ed ha eruttato portando in superfice il peggio che c’è nell’uomo. Ha illuminato una scena dove la banalità del gesto esita esso stesso a riconoscersi. Banale è ciò che appartiene a tutti. Con un bando si annuncia al popolo una notizia che lascia sgomenti per la sua insensatezza. Alle pendici del vulcano, in quel del paese di San Sebastiano, un inavvertito pestone su una scarpa, ha dato luogo a un litigio. Il ragazzo che si è fatto da piacere per stemperare la stupida la lite tra i suoi coetanei ci ha rimesso la vita con un colpo di pistola in petto.

Non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima. Questa volta c’è però una “esse” che sibila e ha portato la morte senza che resti ancora silenziosa e trionfale al suolo. Santo è il nome del ragazzo ucciso, appena 19 anni, lavoratore e portiere di una Società di calcio dal nome “Asd Micri Calcio di Pomigliano d’Arco”. Al contrario, non sarà riducibile ad un episodio da minimizzare, da ridurre in pillole e da mettere subito nel dimenticatoio. Ha infatti ha trovato subito posto in quell’umano che ancora ci resta.

Tutto è accaduto a causa di una scarsa imbrattata, che non è servita in questo caso da tasca di pelle dove poter accudire e custodire intatto il proprio cuore. Si è “cloacato” un accessorio del vestiario, un qualcosa di marginale rispetto al tutto, andando fuori margine con una insulsa reazione di annientamento per rabbia.

Santo è morto tra le braccia degli amici. Di lui resta il trofeo di una sua scarpa che varrà come reliquia per chi vorrà ricordarlo. Sarebbe bene che quella comunità e il nostro paese si sporcasse le mani per dare frutto a questo delitto. Sterile perdersi in dibattiti di sociologia e quanti altri ne matureranno per mettersi la coscienza a posto.

San Sebastiano, secondo il nome, colui che è dotato di signorilità, ha avuto per chi non lo sapesse una strana sorte. Diocleziano ne dispose il martirio legandolo ad un albero di alloro e trafitto da frecce. Fu lasciato lì dai soldati che lo credettero cadavere lasciandolo in pasto agli animali selvatici. Evidentemente la faccenda non poteva concludersi con l’ovvietà dell’accaduto.

San Sebastiano, invece, solo moribondo, fu salvato da Irene che lo rimise in piedi prestandogli ogni cura per rimetterlo in forma. Fu tutto inutile perché il redivivo, appena in sesto, si ripresentò cocciutamente davanti al suo spietato aguzzino Imperatore per riconfermare la sua fede.  Questa volta fu fustigato fino a morte certa e gettato nella Cloaca Massima.

Sembra sempre quello il posto da fogna dove si va a finire quando si tenta a far bene da certe parti e si strusciano le scarpe di qualcuno.

Occorre avere simile caparbietà perché tutta la brava gente della nostra società per fare in modo che non si arrenda e proclami una inversione del modo di intendere la vita e la sua estinzione. Di come girino armi in mano ai ragazzi e alla incapacità di controllo delle famiglie e dell’inadeguato monitoraggio della gioventù si spenderanno fiumi di inchiostro.

C’è una lezione spietata che potrebbe impartirsi a chi ha sbagliato e forse anche a chi procede sempre lungo un border line tra indifferenza e male. Far visitare loro frequentemente gli obitori, fargli osservare la lenta macabra decomposizione degli organi e il loro disgustoso odore, far loro toccare il freddo dei corpi inerti e osservare la fauna cadaverica che si appresta alla banchettata. Una lezione da soli e non in gita scolastica a contatto di esperti a spiegare la faccenda.

Dovrebbero restare a contatto materiale con la morte per apprendere che da lì non c’è altra pagina da girare ma è l’ultima del libro che hanno drammaticamente scritto, credendo che poi segua comunque un altro dopo, che abbiano compiuto un fatto del giorno ma non definitivo. Dovrebbero avvertire materialmente il ribrezzo di carni in disfacimento, l’orrore del loro deperimento, la putrefazione che fa il suo corso, il terrore per quella compagnia da cui non ci si può adesso sottrarre.

Dovrebbero provare cosa vuol dire essere stesi per qualche secondo in una bara mentre se ne chiude la cassa, dovrebbero insomma mettere le mani nella morte che agisce e che non agiscono. All’assassino, reo confesso, potrebbe far bene essere isolato, costringerlo al cospetto del povero Santo, la vittima stesa su di un tavolo, per il tempo che occorre affinché la morte possegga il pensiero dell’autore del delitto. Per lui e per altri ci vorrebbero forse lezioni di morte.

La ricerca di un nuovo equilibrio politico

Il tema delle alleanze era un classico della Prima Repubblica. Con l’avvento del sistema maggioritario, nella Seconda (peraltro una scansione della pubblicistica che non ho mai apprezzato, anche perché non corrispondente alla realtà istituzionale), i cantori del bipolarismo ne avevano immaginato la scomparsa definitiva.

E invece eccolo qui, ancora presente e tutt’altro che superato. A conferma che una realtà sociale e politica plurale non può (e non deve) essere ingabbiata e compressa per decreto. Così come i corsi d’acqua tombati a un certo momento riemergono e si riprendono il loro tratto originario, la questione delle alleanze è riesplosa in tutta la sua importanza sia a sinistra sia a destra.

A destra ogni partito ovviamente cerca di allargare il proprio spazio ma nei momenti topici (le elezioni) la coalizione regge e si presenta unitariamente, superando o comunque gestendo le rivalità interne. Con ottimi risultati, come si sta vedendo di questi tempi. Quando la mediazione interna non riesce, come è accaduto in Sardegna, la sconfitta incombe e arriva puntuale.

A sinistra le cose sono molto più complicate. E certamente esiste una più forte propensione alla cura del dettaglio, essenziale agli occhi (e agli interessi) del ceto politico ma invisibile a quelli degli elettori ragion per cui le divisioni che ne derivano conducono a frequenti sconfitte che avrebbero potuto essere evitate, come è accaduto ora in Liguria.

Però da quelle parti c’è un altro problema, assai più rilevante e decisivo: l’alleanza è sostanzialmente minoritaria nel Paese – tranne che in alcune, poche, regioni – e quindi necessita di un allargamento non meramente formale bensì sostanziale, effettivo, verso il centro, verso quell’elettorato “moderato” che diffida istintivamente delle formazioni di sinistra più radicali o comunque meno inclini a una declinazione riformista dei valori costitutivi della Sinistra. Moderati che possono guardare a sinistra perché amano la “moderazione” nelle scelte della politica, la possibilità della mediazione in luogo degli eccessi dell’assolutismo ideologico o para-ideologico che si esprime con sempre maggior frequenza sui social o negli inguardabili talk show televisivi.

La “moderazione” non deve essere confusa col “moderatismo”, che invece appartiene legittimamente al campo del centro-destra ove oggi è a sua volta minoritario a fronte del predominio di una cultura fortemente conservatrice quando non reazionaria.

Come si ricorderà, alla fine del secolo scorso e agli inizi del nuovo l’Ulivo guidato da Romano Prodi – una personalità con una precisa appartenenza culturale non però riconducibile immediatamente ad uno specifico partito – riuscì per la prima volta a unire centro moderato e sinistra riformista creando così una alleanza organica capace di attrarre a sé anche parte (ma non tutta) della sinistra più radicale e di giocarsi con efficacia la partita elettorale. Vincendo o perdendo, ma comunque giocandosela.

Il Partito Democratico fondato nel 2007 e inizialmente guidato da Walter Veltroni fu l’evoluzione conseguente di quella esperienza, con esiti però inferiori alle attese che condussero attraverso varie vicissitudini alla costruzione di un partito alquanto diverso da quello originariamente immaginato, forse al tempo anche con qualche velleità o magari – è bello il pensarlo – con una romantica volontà sognatrice.

Oggi il Pd espressione di una generazione più giovane rispetto a quella dei fondatori  rivendica una propria maggior chiarezza identitaria che colloca senza riserve nella sinistra dei diritti, che vengono enfatizzati molto più dei doveri che pure una forza di governo o che ambisce a essere tale dovrebbe esprimere, anche per distinguersi dalla sottocultura delle promesse elettorali irrealizzabili che impera a destra da sempre e che infatti alla prova di Palazzo Chigi Giorgia Meloni (e Giancarlo Giorgetti) hanno lasciato ai margini con grande scorno di Matteo Salvini.

Ebbene, il punto è che proprio questa più rigorosa identità (che non è quella fondativa del Pd, peraltro, essendo quest’ultimo sorto con l’obiettivo della “vocazione maggioritaria”, ovvero proprio dell’incontro, la famosa eliminazione del trattino, fra centro e sinistra) se da un lato consente a quel partito un sicuro attracco elettorale oscillante intorno al 25% (un po’ più o un po’ meno a seconda dei luoghi e dei momenti) dall’altro gli impedisce di costruire una reale alternativa alla coalizione elettorale oggi al potere.

Perché immaginare di raggiungere la maggioranza con un Pd siffatto, con i 5 Stelle in caduta libera dopo la scomunica di Grillo, con la sinistra ideologica del duo Fratoianni-Bonelli è pura illusione. E le probabili prossime vittorie in Emilia e Umbria (qui non così scontata in verità) non cambieranno ilquadro, a meno che non ci si voglia continuare a illudere nascondendosi la realtà.

Il Partito Democratico ha allora l’onere e il dovere di allargare lo scenario, con intelligenza e   senza velleitarismi. Naturalmente se l’obiettivo è davvero quello dichiarato, ovvero una alternativa di governo destinata a adottare politiche sociali ed economiche più eque. Con la giusta attenzione alla conservazione dell’ambiente e al riassetto di un territorio troppo spesso depravato e offeso.

È questa la battaglia che i timorosi e timidi riformisti dem dovrebbero innescare nel loro partito. A fronte di livelli di astensionismo elettorale che fotografano non solo il disincanto di larga parte della popolazione (e questo è un serio problema per la tenuta della democrazia sul quale non si può più rinviare una riflessione approfondita) ma pure l’assenza di una proposta politica diversa da quella offerta dal bipolarismo muscolare proposto oggi via social media dai protagonisti attuali della contesa politica, è indispensabile riuscire a coinvolgere almeno una parte di quei cittadini che rifiutano questa contesa fra opposti priva di possibili mediazioni. E che peraltro sarebbero anche interessati a una politica più attenta ad esplicitare con scelte legislative adeguate e coerenti contenuti evidenti di solidarismo sociale.

Per vincere occorre, con umiltà e capacità, saper sottrarre consensi elettorali alla coalizione avversaria. Voti che valgono doppio: uno in più di qui, uno in meno di là. Questo dovrebbe essere il compito di un nuovo centro-sinistra, pragmatico e determinato. Viceversa la linea dell’intransigentismo identitario salverà la coscienza di qualche anima bella a sinistra ma consegnerà l’Italia ad un lungo predominio della Destra nazionalista e conservatrice.

Dibattito | Sbaglia la Schlein a chiedere la testa di De Luca.

In nome dell’opposizione al terzo mandato, Elly Schlein sembra orientata a proporre una figura alternativa a De Luca per la guida della Campania, individuando come possibile candidato Roberto Fico, ex presidente della Camera e noto esponente del Movimento 5 Stelle. Questa posizione, pur esibita come scelta di rinnovamento, rischia di generare una frattura nel centro-sinistra proprio mentre ci si prepara ad affrontare il referendum sull’autonomia differenziata. Potrebbe verificarsi una caduta di tensione nella difesa delle istanze del Meridione qualora fosse umiliato il protagonismo del governatore campano.

Il terzo mandato, considerato da alcuni un ostacolo al fisiologico ricambio della classe dirigente, trova pochi riscontri a livello europeo. Anzi, un po’ ovunque l’esperienza di leader locali è valorizzata, riconoscendo in pratica che l’innalzamento del tasso di longevità può comportare il prolungamento dell’attività politica. Guai a sciupare un patrimonio di competenze che la maturità di regola contempla: non ce ne dà una prova Sergio Mattarella, un Presidente che al secondo mandato – mai prima conferito – esalta, non più giovanissimo, l’affidabilità di uomo delle istituzioni? Senza un’apertura a queste considerazioni, Elly Schlein rischia di alienarsi una parte dell’elettorato e della classe dirigente.

Siamo tutti, in queste ore, con il fiato sospeso per la battaglia elettorale tra Harris e Trump. Vale la pena ricordare come il modello costituzionale americano contempli forti elementi di equilibrio e stabilizzazione. Un aspetto interessante è la rappresentanza paritaria nel Senato, dove ogni stato, indipendentemente dalla popolazione, elegge due senatori. Questo meccanismo è stato concepito per garantire “pari dignità” tra stati grandi e piccoli, impedendo che i territori più popolosi possano sovrastare quelli meno abitati.

Inoltre, sempre guardando all’America, è pure da considerare il valore unitivo del “ticket” quale formula elettorale per la conquista della Casa Bianca. Il “ticket” consente di presentare al corpo elettorale due candidati, uno per la presidenza e l’altro per la vicepresidenza. In questo modo le squadre contrapposte – quella dei Democratici e quella dei Repubblicani – non scadono nella “semplificazione” estrema della leadership solitaria, senza la possibilità di correggere, con la figura del vice, i difetti del candidato presidente. Insomma, la democrazia americana si aggrappa a questi ammortizzatori, malgrado la tendenza attuale all’inasprimento finanche brutale della competizione per il potere, come dimostrano gli ultimi scorci della campagna elettorale.

Da noi, purtroppo, i politici si soffermano solo sugli aspetti deteriori delle Convention a stelle e strisce, in perfetto stile hollywoodiano. Rifulge l’effetto speciale, non la sostanza. L’americanismo entra perciò nel circuito della politica nostrana più per le deformazioni del sistema che per le risorse (ancora) presenti al suo interno. Invece dovremmo fare il contrario, ovvero riscoprire la bontà dell’ascolto e del confronto costruttivo, e quindi della mediazione. Non si vince perché si tagliano le teste. In definitiva, il cambiamento opera seriamente, e produce cose buone, solo se assorbe e sviluppa le ragioni di un sodalizio a maglie larghe, con il pieno rispetto delle diversità. Se ne ricordi, la Schlein!

Zelensky: “Sanzioni inefficaci finché la Russia riceve componenti per il terrore”

“La Russia sta gradualmente intensificando”, la attività “con i missili e i droni ‘Shahed’, E, purtroppo, è ancora in grado di utilizzare componenti occidentali a questo scopo. Nel mese di ottobre, più di 2.000 droni ‘Shahed’ sono stati utilizzati contro l`Ucraina, contro il nostro popolo. Letteralmente, ogni singolo giorno. Questo numero di droni ‘Shahed’ significa che più di 170.000 componenti avrebbero dovuto essere bloccati dalla fornitura alla Russia”. Lo ha sottolineato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel suo messaggio sui social.

Per Zelensky si tratta di “microchip, microcontrollori, processori e tanti altri componenti senza i quali questo terrore sarebbe semplicemente impossibile. Tutto questo viene fornito alla Russia dall’estero. E purtroppo, anche da parte di aziende in Cina, Europa, America, molti micro-contributi al costante terrore russo. E questo, ancora e ancora, riporta il mondo alla necessità di lavorare molto più duramente per controllare l`esportazione di componenti e risorse speciali. Per impedire alla Russia di eludere le sanzioni imposte da tempo alla Russia per questa guerra”, sottolinea il presidente.

“Come per i droni ‘Shahed’, lo stesso vale per i missili russi. Hanno tutti componenti provenienti da altri paesi. Lottare contro gli attacchi russi significa tra le altre cose – incalza il leader ucraino -lottare per il potere delle sanzioni contro la Russia. Le sanzioni devono essere aumentate; devono essere efficaci. E ogni tentativo di eludere le sanzioni è un crimine contro le persone e il mondo. Sono proprio questi schemi che consentono alla Russia di contribuire a rafforzare la forza dei regimi iraniano e nordcoreano. Questa è una minaccia globale. E solo una pressione globale e speciale può superarla”.

Giappone, alleanze incerte e trattative serrate per il nuovo governo.

Il Partito Liberaldemocratico giapponese (Jiminto), di cui fa parte il premier Shigeru Ishiba, ha proposto di avviare l’11 novembre la sessione straordinaria della Dieta per eleggere il nuovo primo ministro, dopo la pesante sconfitta subita nelle elezioni per la Camera dei rappresentanti. Il Jiminto ha condiviso questo piano con il Partito Costituzionale Democratico, principale forza di opposizione, che ha visto una significativa crescita nel recente voto.

Il primo giorno della sessione sarà dedicato alla votazione. Se nessun candidato otterrà la maggioranza assoluta, si terrà un ballottaggio tra i due leader più votati, evento che non si verifica dal 1994. Gli sfidanti più probabili sono Ishiba, premier dal 1° ottobre, e Yoshihiko Noda, capo del Partito Costituzionale Democratico ed ex primo ministro. Qualora Ishiba non ottenesse la fiducia, diverrebbe il premier con il mandato più breve nella storia recente del Giappone.

A causa della perdita della maggioranza assoluta della coalizione Jiminto-Komeito, i principali leader politici sono impegnati in negoziati con altri partiti minori, tra cui il Partito Democratico per il Popolo e il Partito per l’Innovazione, per garantirsi il supporto necessario al governo. Anche il Partito Costituzionale Democratico, se vuole esprimere una nuova maggioranza, ha bisogno di alleanze.

Il segretario generale del Jiminto, Hiroshi Moriyama, ha incontrato Kazuya Shinba del Partito Democratico per il Popolo per discutere di possibili convergenze su questioni economiche. Moriyama ha chiesto la collaborazione per la stesura del bilancio supplementare, mentre Shinba ha dichiarato che il partito valuterà caso per caso. I due segretari hanno concordato di proseguire i colloqui sulle misure economiche.

In questo contesto, Shinba ha confermato che, durante l’elezione del primo ministro, il Partito Democratico per il Popolo voterà per il proprio leader Tamaki, anche in caso di ballottaggio. Intanto, Ishiba ha recuperato il sostegno di sei parlamentari rieletti nonostante il Jiminto avesse loro revocato il supporto per uno scandalo finanziario.

Il Komeito è invece impegnato nella scelta di un nuovo leader, dopo la sconfitta elettorale del capo uscente Keiichi Ishii; il partito deciderà la data delle elezioni interne in un incontro previsto giovedì.

Infine, il Partito Costituzionale Democratico, che ha ottenuto risultati migliori del previsto, cerca anch’esso di formare una maggioranza. Il suo leader, Yoshihiko Noda, ha incontrato Nobuyuki Baba del Partito per l’Innovazione e Tomoko Tamura del Partito Comunista, chiedendo il loro supporto in un eventuale ballottaggio. Tamura ha dichiarato di essere aperta alla possibilità e di voler consultare i membri del partito. Al contrario, il Partito Democratico per il Popolo ha rifiutato la richiesta di incontro con il principale partito d’opposizione, mantenendo le distanze.

Un federatore per chi? Sala e il mistero della gamba moderata.

Se la notizia non fosse vera ci sarebbe francamente da ridere. E lo dico, come ovvio, senza alcun pregiudizio politico e men che meno di carattere personale.

Dunque, per riassumere per i non addetti ai lavori. La coalizione del campo largo o dell’ormai ex campo largo si è resa conto che senza una presenza politica centrista, moderata e riformista l’alleanza progressista non vince. Così è stato in 10 regioni su 11 e così rischia di essere alle prossime elezioni politiche. Detto fatto, ecco la soluzione pronta all’uso. Il sempreverde Bettini e alcuni illuminati del Nazareno non perdono tempo e individuano subito la soluzione. A tavolino decidono che si deve fare una nuova Margherita, individuare un federatore e, soprattutto, elencare le forze che devono fare parte di questo virtuale e futuro contenitore elettorale che dovrebbe essere in grado – addirittura! – di bilanciare la massiccia deriva ideologica della coalizione che raggruppa le diverse espressioni della sinistra italiana.

Ora, di fronte a questa singolare se non grottesca situazione, emergono subito alcune domande di fondo che sintetizzo brevemente senza dare una risposta perchè altrimenti si dovrebbe fare un libello.

1) Di fronte ad un progetto del genere che destino dovrebbero avere i cosiddetti riformisti del Pd? Cioè di tutti coloro che arrivano dalla vecchia Margherita o comunque da esperienze che non sono riconducibili alla sinistra? Un mistero.

2) Per fermarsi alle vicende della seconda repubblica, prima il Ppi e poi la Margherita sono stati progetti politici che attraverso i rispettivi partiti rappresentavano pezzi di società, culture politiche e interessi sociali che non erano semplicemente di sinistra. Cioè, detto con altri termini, erano progetti politici funzionali alla costruzione di un’alleanza che univa il Centro con la Sinistra e non, invece, il frutto di una decisione pianificata a tavolino per dar vita a qualche cespuglio centrista ridicolo se non addirittura grottesco.

3) Ma come può essere credibile la proposta di dar voce ad una gamba centrista e moderata all’interno di una coalizione quando la suddetta coalizione è esclusivamente pianificata, decisa e gestita dall’azionista di maggioranza, cioè il Pd?

4) E poi c’è l’ultima questione, forse la più sorprendente. Ovvero, il nome e il cognome del futuro federatore. Che, salvo altra decisione sempre possibile in corso d’opera, dovrebbe essere il Sindaco di Milano Sala che scade come primo cittadino nel 2027 e quindi è in cerca di occupazione politica. Cioè un tecnocrate avulso da qualsiasi curriculum politico e culturale se non quello di essere un brillante manager al servizio dell’obiettivo di turno.

Ora, forse, sarebbe opportuno che da quelle parti qualcuno ricordasse un solo argomento. E cioè, il centro sinistra di D’Alema e di Marini, di Veltroni e di Rutelli e di altri autorevoli e qualificati dirigenti politici, prevedeva sempre un centro – che però esisteva come soggetto autonomo, visibile, credibile, espressivo e radicato nella società – che si alleava con una sinistra altrettanto autorevole, qualificata, espressiva e radicata. Adesso, invece, si parte dal federatore. Ecco perchè la domanda, semplice ma diretta è: ma il federatore Sala federa chi?

Emidemocrazia, ovvero la democrazia in cui solo mezzo popolo vota.

Il tema del basso tasso di partecipazione alle elezioni è complesso e preoccupante, non solo in Italia ma a livello internazionale. Alcuni studiosi vedono in questo fenomeno un segnale di crisi profonda, che inseriscono nell’ambito delle “rivoluzioni epocali” descritte da papa Francesco. Qualcuno arriva persino a parlare di “morte della democrazia.” Tuttavia, abituati ormai a questo declino, molti considerano l’astensionismo quasi fisiologico, una manifestazione normale del nostro tempo. C’è persino chi lo interpreta come un fenomeno “provvidenziale”, affermando che alle urne si presentano solo i più istruiti, i più giovani e i più benestanti. Si rischia così di tornare a una democrazia elitaria, in cui votano soltanto coloro che vengono considerati più adatti a decidere per tutti.

È forse tempo di accettare che ciò a cui aspiriamo sia una sorta di “emidemocrazia” o “semidemocrazia”? Questa nuova forma di governo potrebbe diventare la realtà con cui fare i conti, a meno che non si trovi un modo per invertire la rotta. La sfiducia e il disinteresse verso il sistema politico sono infatti in crescita e hanno conseguenze evidenti: sempre più cittadini delegano la propria voce al “leader forte” di turno, compromettendo i principi di rappresentatività su cui si basa la democrazia liberale. Oggi, solo metà degli aventi diritto vota, e i risultati elettorali rispecchiano inevitabilmente questa realtà, con i rappresentanti scelti da una minoranza che poi governa per tutti.

Se vogliamo una democrazia che includa davvero il “demos” nella sua interezza, dobbiamo partire dal profilo culturale ed etico della classe politica. Potrebbero anche essere introdotte nuove modalità di voto — come il voto postale, il voto nei gazebo o persino il voto online — ma, allo stato attuale, nessuna di queste soluzioni appare priva di rischi, tra cui frodi e attacchi informatici. Quel che è certo è che oggi solo una “mezza democrazia” è nelle mani di un “mezzo demos,” con rappresentanti eletti grazie a percentuali di consenso irrisorie rispetto al totale degli aventi diritto.

Gli esempi recenti dimostrano quanto sia limitata la legittimazione degli eletti: nelle elezioni liguri, Giorgia Meloni ha ottenuto il 7% dei voti complessivi, e nelle politiche del 2022, con il 25% dei voti, ha governato con il supporto effettivo del 17% degli italiani. Questo calo progressivo nella partecipazione elettorale è documentato da dati impressionanti: nel 1983 quasi il 90% degli italiani votava alle politiche, oggi la percentuale è scesa sotto il 70%; per le regionali si è passati dall’88% del 1985 al 45% del 2024; e alle comunali e europee, il calo è altrettanto drammatico.

Le élite e le oligarchie, che sembrano beneficiare di questa situazione, spesso puntano il dito contro gli astensionisti, ignorando che tale disaffezione è alimentata da sfiducia, protesta, e disinteresse. Di fronte a una molteplicità di partiti e liste, il cittadino spesso si sente confuso e indeciso. La proliferazione di partiti personalistici e privi di radicamento territoriale, che rispondono solo al carisma di un leader e alle logiche dei media, contribuisce ulteriormente a scoraggiare l’elettore. Lontani dalle grandi idee di solidarietà, eguaglianza, e giustizia sociale, questi partiti promuovono un modello in cui l’“Io” prevale sul “Noi”, minando i principi stessi della democrazia partecipativa.

Di fronte a questa situazione, dobbiamo accettare che solo metà degli aventi diritto eserciti il proprio voto? Forse, per comprendere appieno il problema, è necessario considerarlo in una prospettiva più ampia. Da anni, studiosi avvertono della crisi non solo del voto, ma dell’intero sistema della democrazia liberale. Si parla ormai di “postdemocrazia”, di “democrazia del pubblico”, della “dissoluzione della democrazia”, e di nuove “dittature democratiche”.

Il dibattito sul premierato si inserisce in questo contesto di crisi della rappresentanza. L’idea di un premierato rafforzato, che promette maggiore stabilità e decisionismo, appare a qualcuno una risposta necessaria al senso di inefficacia che affligge le nostre istituzioni democratiche. Tuttavia, la concentrazione del potere in un singolo leader potrebbe esacerbare l’allontanamento dei cittadini dal processo democratico, riducendo ulteriormente le occasioni di partecipazione e controllo. In un sistema già segnato dall’astensionismo e dalla sfiducia, un premierato forte rischia di allontanare ancor più il “demos” dalla gestione della cosa pubblica, rafforzando quella che ormai appare come una tendenza verso una “mezza democrazia”, aggiungendo il rischio che per eleggere il premier…del premierato, si rechi alle urne, anche nel caso di ballottaggio, solo una minoranza di elettori.

La questione, quindi, non è solo se accettare o meno questa “metà democrazia”. Piuttosto, dovremmo interrogarci su come affrontare una crisi profonda che mette in discussione i fondamenti della rappresentanza e della partecipazione politica.

Sulle soglie dell’inferno: l’Amore che non si arrende.

Foto di Hamsterfreund da Pixabay
Foto di Hamsterfreund da Pixabay

La famiglia è la famiglia, va amata e difesa sempre e comunque. Comunque stiano le cose, questo è il compito preceduto da un istinto a cui è difficile sottrarsi. Si fa schermo davanti ai ricordi che te la farebbero ripudiare e si pronunciano assoluzioni in anticipo per imbeccare il Padreterno in modo che non faccia troppo da solo, magari sviando dall’orientamento che gli hai dato malgrado il male commesso.

Non è buonismo ma egoismo; il desiderio un giorno di ritrovarsi tutti insieme, dopo la morte, ti fa sollecitare il grande giudice ad essere clemente e di non sbarrare con porte anti incendio la possibilità di un incontro.

La memoria è sempre lì a seviziarti per levarti la libertà che per tutta la vita hai desiderato, così ti porta a rovistare tra le carte di chi non c’è più per mettere ordine nel passato illudendoti di recuperare qualcosa per decenza e per affetto da non rottamare.

E’ un esercizio pericoloso. Il più è da gettare perché nessuna vita è addizionabile ad un’altra; salvi solo quello che può tornare utile o che credi possa comprimersi trovando spazio nella tua scorta di viveri per il presente.

In una lettera d’amore dei suoi cari, lesse un passaggio che cambiò il corso della sua vita. Non si dovrebbe mai mettere le mani in ciò che ormai è andato. Ne aveva avuto il sentore fin dalla infanzia, mancava però la certezza di una idea che respingeva a definire, intuendo la tragicità che ne sarebbe derivata.

Per un canto avrebbe dovuto tanto più amarli, per una finzione che avevano portato avanti con avvedutezza per tutta la vita senza tradirsi.

Tra le righe di passaggi d’amore, l’ammissione di suo padre per una fede che non aveva mai sentito, qualche volta forse praticato per convenzione solo per non far dispiacere in famiglia. Non credeva alla esistenza di Dio ed a tutte quelle storie sulla resurrezione, i miracoli, il Paradiso e la Madonna. Aveva messo in chiaro le cose per non generare incomprensioni per il prosieguo.

In uno scritto di risposta, quella che sarebbe diventata sua moglie rispondeva per le rime dicendo che anche su quello erano in piena sintonia. Con la prudenza di una donna, disse che sarebbe stato bene, in caso avessero avuto figli, lasciar loro comunque una porta aperta. Al peggio o al meglio, un po’di catechismo e qualche Messa non avrebbe prodotto frutto alcuno.

Per tanti anni nella sua famiglia la vita dello spirito era stata condotta appena sopra la sufficienza. A Pasqua e Natale, le celebrazioni di rito e poco di più, tutto in assenza di una parola a favore di Cristo o di una sua negazione. Era un tema su cui mai si ragionava. Del resto, se veramente fosse esistito, non c’era urgenza di contattarlo. Immobile e perenne nel cielo dove era insediato, non c’era rischio che scappasse via.

Stentò a tenere in mano quel foglio che improvvisamente acquistò un peso insostenibile, le parole si fecero di piombo e la sua mente non riusciva ad evitare che precipitassero a terra e con esse anche il suo cuore.

C’era assai poco da fare ricorrendo ad interpretazioni benevole, appellandosi ad un pensiero poi smentito dai fatti. Le cose erano state per tutti gli anni della vita dei suoi genitori esattamente per come le aveva lette.

Aveva avuto solo il torto di non comprenderle a volo fin da principio e di aver abboccato ad una fede che in quella casa si muoveva da sbandata, peggio fosse in un labirinto.

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Non è mai troppo tardi: la lezione senza tempo di Alberto Manzi.

Centro Alberto Manzi
Centro Alberto Manzi

Era una sera d’autunno e dalle prime luci del mattino non aveva smesso di piovere neppure per un secondo. Non appena si svegliò, Elena, scelse di rimanere a casa. Era da un po’ di tempo che per la sua tesina di Storia contemporanea aveva deciso di recuperare dalla libreria della tavernetta un antico libro appartenuto a suo nonno, riposto lì, accanto al camino.

Tra le pagine ingiallite, una fotografia: un uomo dall’aspetto gentile, con gli occhi che brillavano di una luce particolare, stava disegnando a carboncino su fogli bianchi. Sotto, una scritta a mano: “Alberto Manzi, il mio maestro”.

Elena sorrise, ricordando le storie che suo nonno le raccontava di quel programma televisivo che aveva cambiato la vita di tanti italiani: “Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta”. Un programma dove un uomo semplice e appassionato, con l’ausilio di una lavagna luminosa (precorritrice della odierna LIM, lavagna interattiva multimediale), insegnava, o come amava dire il docente stesso, invogliava la gente a leggere e scrivere, coinvolgendo, soprattutto, quelle persone che, per motivi diversi, non avevano avuto questa opportunità.

Chissà se oggi, nel tempo dell’infocrazia, con tutti questi schermi e queste applicazioni, ci sarebbe ancora bisogno di un maestro come lui, pensò Elena, mentre si preparava una tisana bollente. I suoi compagni erano più interessati ai loro smartphone che ai libri. Eppure, quell’immagine appena scoperta celava un’umanità profonda, capace di rendere la trasmissione del sapere da parte di Manzi estremamente coinvolgente.

In quel momento Elena ebbe un’idea: indirizzare una mail al suo tutor con la proposta di recuperare le lezioni di Manzi, adattandole ai tempi moderni, utilizzando immagini, animazioni e suoni per rendere più accattivanti gli argomenti, ma senza mai dimenticare il cuore del metodo di Manzi: la semplicità, la chiarezza e la capacità di far sentire a proprio agio anche chi partiva da zero. Intuiva che per lei quell’esperienza poteva aprirsi a una feconda opportunità di apprendistato.

Iniziò subito a recuperare diversi contenuti, dai video di Rai Teche ai materiali del “Centro Alberto Manzi”, e poi: articoli di quotidiani, storie e testimonianze, contributi su riviste più specialistiche, fonti e documenti di archivio, un paio di testi sulla storia dei media insieme a saggi più recenti sulla rivoluzione del digitale, sull’impatto delle nuove tecnologie nei contesti educativi, sui rischi e le opportunità. Ne venne fuori un bel lavoro monografico, tanto apprezzato anche dal suo docente che le propose di convertirlo in un eBook.

Elena ne rimase piacevolmente sorpresa e i suoi genitori ne furono molto orgogliosi. La voce della pubblicazione del suo primo libro iniziò a girare, al punto che un giorno venne contattata da un’anziana signora, emozionata e incuriosita dall’argomento che la giovane studentessa aveva deciso di indagare.

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La Voce del Popolo | Gli spioni evidenziano la fragilità del sistema.

La nostra è una democrazia ad alto tasso di spionaggio. Lo è da sempre, anche in ragione di quella sua collocazione di frontiera, a cavallo tra est e ovest, tra nord e sud. Da anni e anni un discreto numero di faccendieri e di imbroglioni scrutano le ombre delle figure che contano, cercando di trarre vantaggio da informazioni raccolte qua e là con metodi assai riprovevoli.

È storia antica, che la cronaca di queste ore aggiorna e amplifica tra lo scandalo generale. Ora, non si vuole certo minimizzare l’hackeraggio emerso in questi giorni, arrivato a mettere insieme 800mila fascicoli trafugati dalla banca dati del Viminale. La cosa è gravissima e inquietante, e ci fa sentire tutta la fragilità del nostro sistema politico e istituzionale. Si dirà che in questo caso la politica è vittima, e non carnefice. Ma sono appunto la sua debolezza, il suo smarrimento, certe sue fragilità, a mettere più paura di quante ne incuta il suo tratto a volte più autoritario e minaccioso.

Piuttosto, sarebbe il caso che partiti, governo e opposizione, almeno questa volta tentassero di rispondere all’unisono. Non per celebrare un desueto rito consociativo, di quelli che a tutti ormai destano raccapriccio. Ma per significare come la difesa dello Stato sia un’impresa comune, un dovere condiviso tra parti politiche che un attimo dopo potranno continuare a darsi addosso con tutta la parzialità del caso. A patto però di avere prima messo in sicurezza quell’insieme di regole, procedure e garanzie che riguardano tutti loro. E tutti noi, s’intende.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 30 ottobre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

PD, 5 Stelle e il peso dei veti: il centro guarda altrove.

Come volevasi dimostrare l’opposizione ha perso anche in Liguria, a causa dei veti imposti da Giuseppe Conte e dal silenzioso assenso fornito da Elly Schlein. Dopo il ricatto imposto dal leader 5 Stelle, la sconfitta ligure era facilmente prevedibile, così come lo era stato in Basilicata.

Finora il tandem Schlein-Conte, in sistemi elettorali non proporzionali e senza ballottaggio, ha portato sempre e solo allo stesso risultato: la vittoria del centrodestra. Unica eccezione a questa regola è stata la Sardegna, dove il campo largo ha vinto per gli errori dell’avversario, piuttosto che per i propri meriti.

A furia di imporre veti ai partiti centristi o della galassia liberaldemocratica (in Liguria sono stati espulsi dall’alleanza non solo i renziani ma anche più Europa e i socialisti) la sinistra ha allontanato anche gli elettori riformisti. Questi cittadini di fronte ad un candidato civico, moderato e non populista sono andati a votare per il centro destra, si veda l’analisi dell’istituto Cattaneo. Sono voti persi dal centro sinistra e guadagnati da Bucci, voti che per Andrea Orlando avrebbero fatto la differenza e sarebbero valsi doppio.

Al contrario invece i grillini delusi si sono rifugiati nell’astensione, senza andare ad ingrossare le file avversarie. Questo comporta che ogni voto centrista perso vale dopo rispetto a quelli lasciati a casa dai 5 Stelle.

È innegabile che il veto imposto da Giuseppe Conte sia costato la vittoria all’ex ministro della Giustizia ma sarebbe sbagliato mettere solo il leader 5 Stelle sul banco dei colpevoli. Sicuramente l’ex Presidente del Consiglio ha molte responsabilità in questa sconfitta; tuttavia, anche il Pd e la sua leadership non si sono sforzati minimamente di imporre all’alleato l’accordo con Italia Viva ma hanno accettato quasi silenziosamente il ricatto grillino, rinunciando anche ad alleati storici come il partito della Bonino e i socialisti.

Non credo che una leadership di coalizione possa funzionare in questo modo, accettare il ricatto di Conte vuol dire permettere a lui di guidare con i suoi veti l’opposizione. Peccato che il leader grillino abbia già dimostrato di non aver la stoffa (è stato senza dubbio il peggior premier della storia repubblicana) né i numeri (il misero bottino nella terra del fondatore l’ha dimostrato) per guidare l’alleanza.

Non è stato solo il veto di Conte e il silenzio del Pd ad allontanare i voti centristi, bisogna essere onesti, gli elettori avevano già storto il naso quando a gran voce i leader della sinistra erano scesi in piazza a chiedere le dimissioni di Toti, riportando agli albori una sinistra giustizialista che speravamo di aver lasciato ai libri di storia. Poi sono arrivate alcune indicazioni programmatiche troppe generiche sugli investimenti infrastrutturali e la frittata era ormai fatta, pochi centristi avrebbe potuto votare una coalizione così sbilanciata a sinistra.

Cosa insegna allora questa sconfitta? La prima lezione dovrebbe essere che i veti non sono più accettabili, a chi li propone dovrebbe essere imposta l’autoesclusione dall’alleanza. Sembra però che questo insegnamento la leader del Pd non lo voglia seguire.

Infatti, di fronte ai mezzi veti imposti da Conte per le prossime regionali, il Pd abbia acconsentito. Il simbolo di Italia viva, per esempio, non sarà nelle liste in Umbria e i suoi candidati saranno nascosti in liste civiche.

Non solo, Elly Schlein, intervistata al Corriere e Repubblica, ha detto che l’alleanza riparte dalla sinistra ciò da M5S e Avs e poi si potrà allargare al centro. Ancora una volta il Pd privilegia i suoi alleati più radicali e non i centristi, perché ai partiti centristi non può essere riconosciuta la stessa dignità degli altri alleati?

Secondo voi facendo così cosa faranno i cittadini moderati? Guarderanno da un’altra parte o si asterranno. Di fronte a questa imposizione, cosa dicono i riformisti del Pd? Si ricordano che il partito non è stato fondato solo da ex diessini ma anche da ex popolari?

La seconda lezione riguarda il programma. È necessario fornire ai cittadini risposte serie e non più populiste. Quello che nessuno ha capito dell’alleanza proposta dal Pd è il seguente punto: ci sia allea ma per fare cosa? Sarà forse arrivato il momento di fare qualche proposta seria e non solo slogan?

Infine, è urgente per la galassia centrista ritrovare un percorso di unità e di ricostruzione delle varie anime, le guerre personali tra leaderini non servono a nessuno. Ben venga anche l’innesto di nuove personalità o di nuovi federatori purchè non sia un papa straniero ma un leader capace di smussare vecchi rancori e di valorizzare le idee portate avanti da noi cattolici, liberali e riformisti.

Le alleanze si possono fare ma nessuna collaborazione potrà essere portata avanti se ci chiederanno di rinunciare alla nostra indipendenza e intelligenza.

La Margherita non era un orpello della sinistra, come oggi si vorrebbe.

Il recente voto ligure ci ha consegnato alcuni verdetti politici di rara chiarezza. Tra tutti spicca il fatto che il tradizionale elettorato centrista, civico e moderato – poco o tanto che sia non fa differenza alcuna – ha scelto seccamente la coalizione di centro destra. Alcuni si chiedono ancora ingenuamente il perché. Ora, senza menzionare che nel nostro paese, e storicamente, si “vince al centro” e soprattutto “si governa dal centro”, è appena il caso di ricordare che proprio quell’elettorato difficilmente si riconosce in una coalizione o in una alleanza molto caratterizzate sotto il profilo ideologico e culturale. E la coalizione progressista che vede saldamente unite – così è stato in Liguria ma così sarà anche in altre regioni e, soprattutto, a livello nazionale – la sinistra radicale della Schlein, la sinistra populista di Conte e la sinistra estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis, difficilmente può intercettare e rappresentare un mondo culturale, politico e valoriale radicalmente alternativo a quelle sensibilità. E, non a caso, il Pd ha avuto uno straordinario successo come del resto anche Avs ma, al contempo, ha dovuto prendere atto che un pezzo di elettorato, cioè quello centrista, guarda e vota altrove.

Ora, alla luce di questo risultato concreto e persin scontato per chi conosce seppur solo genericamente le dinamiche storiche del nostro sistema politico sin dall’inizio del secondo dopoguerra, è singolare che ci sia qualcuno all’interno della coalizione delle tre sinistre che continui a parlare della “necessità di riavere una nuova e rinnovata Margherita” per cercare di rappresentare anche un pezzo dell’elettorato centrista. E, al riguardo, alcuni maggiorenti del Pd – e lo stratega per eccellenza è sempre l’arguto Bettini – pensano che un’operazione del genere si possa tranquillamente pianificare a tavolino come avveniva con i tradizionali “partiti contadini” di antica memoria. Ma, per restare seri, credo sia evidente a quasi tutti che un potenziale elettorato centrista, e al di là e al di fuori degli organigrammi che qualcuno pensa di tracciare sulla sabbia, storicamente non si riconosce in una coalizione che, del tutto legittimamente, è fortemente caratterizzata sotto il profilo politico, culturale, valoriale e programmatico. È la storia concreta del nostro paese che lo ricorda e non c’è alcun bisogno di scomodare chicchessia per evidenziarne le ragioni politiche. E un progetto come quello di una rinnovata Margherita, diversa come ovvio da quella del passato, non potrà mai decollare se il profilo politico di una coalizione è massicciamente sbilanciata a sinistra. Come il voto ligure, del resto, ha platealmente e plasticamente confermato.

Ecco perché il difetto sta nel manico, come si suol dire. E cioè, se la coalizione ‘progressista’ o del ‘campo largo’ o del Fronte popolare’ resta quella di oggi, il voto centrista, civico e moderato semplicemente non ci sarà. Non per una polemica pretestuosa o per pregiudizio ideologico ma per ragioni di coerenza politica e culturale. Ed è anche perfettamente inutile, nonchè anche un po’ ridicolo, che qualcuno si agiti per dare vita a micro esperimenti che ricordano la vecchia Margherita. Perché proprio la vecchia Margherita di Rutelli e di Marini, per citare i due esponenti più significativi di quell’importante progetto politico, non era un accessorio delle sinistre riunite ma un elemento costitutivo dell’alleanza di centro sinistra. Ovvero, l’esatto contrario di quello che oggi pensano e teorizzano i sostenitori della Margherita bonsai.

In politica il voto è una scelta, le alleanze sono una necessità.

Le elezioni liguri hanno indubbiamente segnato un punto di svolta nel rapporto tra le forze di opposizione. I numeri hanno fortemente ridimensionato il Movimento cinque stelle che non raggiunge neanche il 5% dei voti, mettendo di fatto in discussione la pretesa di Giuseppe Conte di poter indicare chi può stare o meno nella coalizione. In altre parole, tanti veti e pochi voti. In un sistema elettorale maggioritario che premia la coalizione che riesce ad aggregare un voto in più rispetto agli altri competitor si assiste ancora ad una insensata politica di veti incrociati che non consente di ampliare il perimetro della coalizione.

Quando in una regione come la Liguria, dopo la vicenda Toti, il centrosinistra perde per poco più di un punto percentuale regalando la vittoria ad una classe dirigente che ha gestito la cosa pubblica in modo affaristico e spregiudicato, c’è da chiedersi – o meglio, si dovrebbe chiedere a Conte – se e quanto vale la pena abbandonare ancora per cinque anni l’amministrazione regionale nelle mani di quella destra che si è già distinta per inefficienza ed episodi corruttivi.

In effetti già da diverso tempo Il Movimento 5 stelle a guida Conte non è più la forza politica del cambiamento o della svolta, né il soggetto che promuove e stimola battaglie in difesa dei cittadini. Non è più il Movimento di Grillo che con il “vaffa-day” attaccava in modo irriverente la classe dirigente del momento. Il M5S deve ritrovare il prima possibile una linea politica che non sia quella dell’isolamento rispetto alle altre forze di opposizione, chiarendo a se stesso ed agli altri quali siano gli obiettivi e le modalità per raggiungerli.

In assenza di questo chiarimento Conte si ritroverà ad essere suo malgrado (almeno si spera!) il migliore alleato di questo sconclusionato governo di destra che sta creando sempre più problemi di vita quotidiana agli italiani e in particolare alle fasce più deboli della popolazione. Abbandonino quindi la logica delle beghe e delle risse interne per costruire un’alternativa ed una proposta credibile da presentare al Paese, non da soli ma con le forze necessarie per vincere le competizioni. Nella propria autonomia, ma insieme alle altre forze del centrosinistra. In politica il voto è una scelta e le alleanze sono una necessità; ed è così per tutti, non solo per qualcuno.

Tra nostalgia dc e nuove alleanze: il percorso europeo di Raffaele Fitto.

Momento di audizioni in Parlamento europeo: dopo il voto di luglio ha confermato Ursula von der Leyen come Presidente della Commissione europea, ora è il turno dei Commissari, indicati dai governi nazionali, a dover chiedere la fiducia dell’Eurocamera. Nel dettaglio: ogni Vicepresidente/Commissario ha una delega, esplicitata nella lettera di missione scritta da Ursula che sancisce obiettivi, competenze e limiti gestionali. Sulla base della lettera, il Parlamento europeo prepara le audizioni del candidato Commissario con le Commissioni parlamentari competenti. Per capirci: Raffaele Fitto dovra’ sostenere la propria audizione in Commissione Affari regionali, con le Commissioni Affari economici, Trasporti, Bilancio, Agricoltura, Pesca, Occupazione e affari sociali chiamate a dare un parere non vincolante. Teoricamente dovrebbe occuparsi anche di riforme, ma la Commissione Affari costituzionali, titolata a legiferare sulle modifiche ai trattati, non è coinvolta. Quindi, diciamo, come scrive Ursula, Fitto si occuperà di quelle riforme di cui l’Ue ha urgente bisogno, ma non troppo. 

Mentre il mondo vive sull’orlo di un conflitto globale fra democrazie e regimi autoritari, con un fronte che va dall’Ucraina al Medioriente, a Bruxelles ci si arrovella sulla questione: Fitto passerà l’esame del Parlamento europeo? Da settimane, va alla ricerca della maggioranza di due terzi della sua Commissione di riferimento richiesta per essere promosso, impresa complessa vista la frammentazione dell’attuale Eurocamera. 

Senza entrare nei complessi meccanismi procedurali, il dato è eminentemente politico. Il futuro vicepresidente esecutivo della Commissione europea, noto per essere tanto cauto quanto inesperto di lingue straniere, ha precauzionalmente messo le mani avanti, asserendo nelle risposte scritte alle domande preliminari rivoltegli dal Parlamento Ue, di essere stato democristiano. Testualmente: “Ho iniziato la mia carriera politica nel partito di cui condividevo i valori, compresa la vocazione europea: la Democrazia Cristiana”. Lo presenta come suo punto di forza, sperando che questo inizio faccia breccia i Popolari legati alla tradizione Dc e fra liberali e socialisti che ritengono l’identità democristiana come l’eredità politica migliore che l’Italia abbia donato all’Ue.

Nessuno mette in dubbio il pedigree di Fitto. Ma resta un dato di fatto. Se anche l’uomo della Meloni a Bruxelles si è sentito in dovere di ricordare le sue lontane origini democristiane per farsi accettare dal Parlamento europeo, come può la destra italiana, continuare a dire in Patria, anzi, alla Nazione, che l’Italia non è mai stata cosi rispettata e tenuta in considerazione a livello europeo? E che questa considerazione, ammesso che esista, sia merito della Meloni o di quella parte tanto centrista quanto ininfluente dell’attuale maggioranza?

Quanto bel nazionalismo che si fugge tuttavia!

Se vuoi esser Commissario, l’eredità di De Gasperi non buttar via.

In Liguria il centro-sinistra ha sbagliato, ora deve fare un’opposizione intelligente.

La recente sconfitta in Liguria dovrebbe essere considerata un momento di riflessione costruttiva per le forze di centro-sinistra. Seppure amara, essa offre una lezione importante, che evidenzia alcune criticità strutturali su cui lavorare per evitare il ripetersi di scenari simili in futuro. Il punto cruciale, in questo contesto, è l’ostinato veto su Matteo Renzi, una scelta che testimonia quanto Giuseppe Conte sia ormai vicino a un bivio decisivo per la sua carriera politica: o rivede le sue posizioni, o rischia di perdere qualsiasi rilevanza.

Pressato da Beppe Grillo, Conte ha sciupato un’opportunità preziosa. Una vittoria del “campo largo” avrebbe potuto garantire una rappresentanza in Regione, dando al Movimento una presenza più radicata sul territorio e un trampolino di rilancio politico. Così non è stato e la sconfitta, seppur di misura, ha significato un ulteriore arretramento rispetto al centro-destra.

Bisogna riconoscere che Elly Schlein aveva avvertito la coalizione dei rischi legati ai rancori interni e alle divisioni personali, specialmente in un momento in cui ogni voto è fondamentale. Con il senno di poi, forse avrebbe dovuto spingersi oltre, adottando una posizione più risoluta contro i veti imposti da chi, pur volendo contrastare la destra, finisce per dividere il fronte progressista. Ignorare queste divisioni significa, alla fine, facilitare la vittoria dello schieramento opposto.

L’esito elettorale merita un’analisi attenta, anche per il ruolo che conserva Giovanni Toti. Nonostante fosse stato costretto a dimettersi, l’ex governatore ha saputo resistere dimostrando di avere ancora un peso significativo sulla scena politica regionale. Bucci ne dovrà tenere conto. Non è detto che l’elettorato, visto l’enorme carico di astensionisti, sia nel complesso acquiescente a una politica di mera continuità. Dovrà essere, allora, il compito primario dell’opposizione portare allo scoperto la nascosta contraddizione della maggioranza.

Profeti collettivi sulle orme dello statista De Gasperi

Il tema a me assegnato evoca l’essenza del magistero di Alcide Degasperi e mette in luce l’estrema attualità della cultura cultura politica che egli ha interpretato. Degasperi non si capisce senza il riferimento alla sua cultura politica. A quel tempo, le leadership non erano effimere e solitarie: erano espressione di una visione culturale ben radicata in una esperienza di comunità. Il titolo propone di leggere l’eredità degasperiana attraverso tre “parole”: Persona, Comunità, Bene Comune.

 

Persona

In Degasperi, il termine richiama il “personalismo comunitario” di Mounier e di Maritain, filtrato attraverso l’esperienza di quel cattolicesimo sociale mitteleuropeo – del quale Degasperi era figlio – incarnato nella pratica quotidiana delle relazioni di prossimità tipiche delle sue valli alpine.

Degasperi aveva dunque robusti anticorpi sia verso le pulsioni di matrice individualistica, sia verso ogni concezione collettivistica.

Entrambe negavano un principio primo: il nesso di equilibrio (e non di reciproca sopraffazione) tra l’io ed il noi. 

Questa idea di “persona” dovrebbe essere oggi riscoperta come valore primario, sia difronte alla cifra puramente economicistica ed efficentistica dei rapporti sociali – con il portato della spersonalizzazione e delle disuguaglianze crescenti – sia come ancoraggio di “misura” nel confuso dipanarsi delle questioni antropologiche.

Vi si ravvisa, infatti, il rischio di uno scivolamento verso una idea di “diritti individuali” che è certo un segno del nostro tempo e non va disconosciuta, ma che appare sempre più slegata dai principi della responsabilità; insofferente rispetto al legame tra diritti e doveri; propensa a confondere desideri, anche legittimi, con diritti da esigere “senza se e senza ma”. Perfino per quanto riguarda il desiderio di avere figli.

Avere chiaro questo valore della Persona dovrebbe aiutarci oggi a vivere i cambiamenti senza pigre nostalgie del tempo che fu, ma anche senza acritiche e ideologiche adesioni alle iperboli di un “tempo nuovo” che ancora deve essere costruito, modellato, elaborato in maniera eticamente ed umanamente sostenibile.

 

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Buccia, bocce e bocciature: la politica italiana in bilico.

Nel bel Paese tira aria di alta pressione, clima sereno in cielo ma burrasca ancora in terra, oscillando convulsamente tra Maxxi e più veriteriamente mini risse di modeste entità che pure, apparentemente in mancanza d’altro, si impongono alla cronaca quotidiana.

Il mondo va avanti ma ancora si è parlato dell’affettato modo di esprimersi del Ministro della Cultura, forse un po’ compiaciuto della laurea di recente acquisita, che certo sarebbe più esecrato se si esprimesse in modo approssimativo. 

Ci si è aggiunta la vicenda dei rotanti Capi di gabinetto, Gilioli e Spano e chi altro verrà, tema di ottima pesca per gli appassionati di storie sentimentali e indirizzi sessuali all’interno della struttura del dicastero, spanando lo sguardo su ciò che è di scarso interesse e consistenza per la politica di sostanza.

Abbiamo assistito alle fondamentali immagini del cranio dell’ex Ministro Sangiuliano, segnato come un tosaerba dalle unghie della sua amante Boccia.

L’uomo è scivolato su una boccia di banana e fino alla pensione gli resterà il tempo ormai per andare a giocare a bocce rimestando sull’arte dell’accosto, del tiro di raffa o di volo.  Su Report ci siamo consolati con le foto essenziali per la nostra sopravvivenza, immagini proposte da una sbandierata televisione di stato o meglio sarebbe dire di “strato” che per giustificarsi parla sempre alla stessa pancia degli ascoltatori e non al cuore o alla mente. Così potrà fare l’audience per continuare a pagarsi gli stipendi.

Per l’intanto in un paese a corto di idee, che più spesso appare una corte dei miracoli, la magistratura ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea per portare, alle “corti” o alle brevi, una questione rilevante e sapere quando un paese straniero sia o meno sicuro per i suoi cittadini.

Nello stesso tempo in Liguria, ha vinto Buccia. Il processo di piazza, evocato dalle Sinistre per chiedere la testa di Toti, non ha dato condanne dell’elettorato, come quella rimediata (fuori da elezioni) dal Cardinal Becciu che ancora legittimamente reclama la sua innocenza. 

Buccia ha avuto scarpe con saldo grip per conquistare i voti centristi, evitando inciampi e cadute, proclamando di aver raggiunto il brillante risultato perché ci ha messo la faccia. Non si vede che altro avrebbe dovuto metterci. Gomiti e quant’altro non sarebbero apprezzati.

Il neo Governatore ha rivisto le bucce alla Sinistra mettendone a nudo i limiti e le ambiguità e gli ha fatto le bucce sconfiggendola. “Qual suole il fiammeggiar de le cose unte muoversi pur su per la strema buccia, tal era lì dai calcagni a le punte”. Il cammino per il Pd e armata di scorta non sarà semplice, anzi più che mai arduo e scivoloso con il rischio di nuove bocciature.

Buccia ha goduto del sostegno decisivo anche di Scajola, una che nella sua terra vanta ancora un suo patrimonio di consensi e che evidentemente sa far diventare lisce le asperità delle pareti politiche. Saper trattare la scagliola non è da tutti.

Non è sbocciato il fiore della sinistra che è caduta sbucciandosi ulteriormente le ginocchia di una coalizione abortita in corso d’opera. Orlando ha preso più voti delle sue liste, non è caduto dall’orlo del precipizio ma sulla sua lista ha ottenuto comunque in percentuale la metà dei voti di quelli della lista del nuovo Capo della Regione. 

Par che già si pensi a riciclarlo come futuro candidato a Sindaco di Genova. Sarebbe un errore. Quando si sceglie un ruolo, anche di opposizione, in Consiglio regionale si permane e non si abbandona. “Michetti chi?” è un esempio di come così non si fa.

I 5S hanno preso un’altra cinquina, sfortunatamente non del lotto, sfiorando il 5% di consensi. Per questo, invece di far politica, si arroccheranno ancor più sulle loro posizioni pur di salvare lo spazio via via in riduzione, essendo solo questione di tempo. Si tratta di una cronaca di una morte annunciata. Meglio che il paese ne decreti una rapida agonia e si dia spazio ad altri senza che Conte agogni strumentalmente irrecuperabili fasti del passato. 

La Schlein potrebbe o dovrebbe forse decidere di congedarli ed aprire le braccia a Renzi o alla composizione di un eventuale centro. Un esperimento direbbe almeno come andrebbe a finire.

Ad oggi, muovendo per il contrario, ha portato a casa una sconfitta. Parodiando una vecchia canzone si potrebbe dire che “Bisogna saper scegliere, non sempre si può vincere, come vuoi e quando vuoi”.

La Segretaria del Pd ha raddoppiato i voti del suo partito ma sta correndo il rischio, con le prossime elezioni regionali, di mettere in crisi la sua Segreteria e di dover lasciare ad altri la sua provvisoria leadership. Lascia raddoppia o si sdoppia è la partita in gioco prossimamente.

Già si addensano ombre rosse in Umbria e sarebbe bene battesse un colpo chiaro a chi ne attende una indicazione e un programma politico a cui guardare.

Per non farsi mancare nulla, viviamo in un mondo di spie che avrà termine solo quando le notizie apprese non saranno mai di nessun interesse. Considerati i fatti di oggi, probabilmente siamo prossimi a quel punto.

Prossime elezioni del Presidente degli Stati Uniti, d’America: Stars di ogni tipo, più quotati dei nostri 5S, hanno dato il proprio endorsement a Trump o alla Harris. Sono andati in soccorso dell’uno o dell’altro dei rivali, quasi a dorso di cavallo pur di supportarli. 

Solo il fondatore di Amazon si è chiamato fuori non condividendo di mettere un settimo sigillo da una parte o dall’altra. Non spedirà a nessuno un suo abbraccio e tanto meno un suo…bezos.

Malgrado la Schlein nel Pd si riapre la questione del centro

C’è un sentimento ambivalente, nel Pd, il giorno dopo il voto ligure. Da un lato il peso di una sconfitta in una regione che sembrava terreno facile dopo le inchieste che hanno travolto la giunta di Giovanni Toti.

Dall’altra quel 28,5% che riporta il partito a livelli che non toccava da anni e che premia il lavoro di consolidamento del partito avviato dalla segretaria Elly Schlein. Due dati contrastanti, che per ora non aprono un dibattito pubblico nel Pd, perché – come ripetono tutti – prima ci sono le elezioni in Emilia Romagna e Umbria, e nel secondo caso il risultato è tutt’altro che scontato. Ma la riflessione, per ora solo a livello assolutamente interno, è iniziata e dopo il voto previsto nelle altre due regioni a metà novembre sarà inevitabile fare un punto su alleanze e profilo del Pd.

La stessa Schlein, del resto, i’altra sera a caldo ha posto il tema invitando gli alleati a “riflettere” e aggiungendo che il Pd non ha “mai speso un minuto in polemiche o competizioni con le altre opposizioni, perché il nostro avversario è questa destra che vogliamo battere”. Pesano le liti tra Calenda e Renzi, lo scarso risultato delle forze centriste, ma a questo punto si apre innegabilmente un problema M5s e a porlo non è più solo l’ala ‘moderata’ del Pd. Lo stesso Andrea Orlando, ieri sera, non ha nascosto il disappunto per le beghe che hanno appesantito la sua corsa: “Il pluralismo è una ricchezza ma la ricchezza a volte è un danno. Bisogna costruire centrosinistra stabile a livello nazionale” senza cambiare ogni volta “format”.

L’ex ministro mantiene un linguaggio diplomatico, ma qualche altro parlamentare della sinistra Pd è più netto: “Con i 5 stelle non si può andare così, non possiamo continuare con le alleanze ‘a geometria variabile’. Dire no a Renzi è stato un errore, non tanto per i voti che avrebbe portato ma perché abbiamo detto ai moderati ‘non votate per noi'”. Ma, d’altro canto – aggiunge la stessa fonte – “i centristi continuano a prendere troppi pochi voti C’è un problema anche lì”.

L’ala moderata del Pd si fa sentire con Alessandro Alfieri: la sconfitta “brucia”, spiega, perché “partivamo da una situazione favorevole” e arriva nonostante il Pd abbia ottenuto un “notevole 28%”. Ma, aggiunge, “purtroppo sono prevalsi i veti. “noi non abbiamo ancora definito il perimetro e il minimo comun denominatore di una coalizione, condizione per essere alternativa credibile alla destra in vista delle prossime elezioni politiche.

Ora dobbiamo concentrarci sulle sfide in Emilia Romagna e Umbria, ma subito dopo serve una discussione seria su questo tema”.

E la discussione non sarà semplice. Come spiega un altro parlamentare di area riformista “ci sono due possibilità: o esce fuori un ‘Rutelli’ degli anni ’20 o tocca al Pd svolgere quel ruolo, uno po’ come fece Veltroni”. Di fatto, una riscoperta della vocazione maggioritaria, che però né la sinistra del partito né la Schlein sembrano intenzionati a praticare. La segretaria ha difeso sì il profilo plurale del partito, ma rivendica in continuazione la scelta di avere dato una connotazione più precisa al Pd, più “chiara”, come ripete spesso, su temi-bandiera, dai migranti ai diritti, al lavoro. “Ora la gente ci riconosce”, ripete nei suoi comizi. Più praticabile, per la sinistra Pd, investire sulla nascita di un nuovo soggetto centrista, anche se al momento non si vede il possibile aggregatore di questa area moderata.

Di certo oggi ha fatto un passo avanti Beppe Sala. Il sindaco di Milano si è detto “preoccupato per la composizione, la consistenza e la competitività della coalizione di centrosinistra” e in particolare per la debolezza sul fronte moderato: “Ciò che palesemente è deficitario nel centrosinistra è la forza centrale, quella moderata, pragmatica, capace di riforme, europeista – una nuova componente liberal, che al momento ha una rappresentanza non definita”. In tanti hanno letto questa frase come un passo avanti per magari proporsi come catalizzatore di quest’area “moderata” al momento senza rappresentanza.

Ma, d’altro canto, in Avs si guarda con diffidenza a queste operazioni centriste: “Elly deve ripartire dalle forze che sono stabilmente e coerentemente all’opposizione, cioè Pd, noi e M5s.

Smettiamo di andare dietro a Renzi. Poi, al centro qualcosa nascerà”. Sia Fratoianni che Bonelli sono preoccupati dalle spinte ad un “chiarimento” con M5s che cominciano appunto ad arrivare anche in ambienti della sinistra Pd. La Schlein sa di avere un po’ di tempo, perché appunto la discussione non entrerà nel vivo prima delle regionali di metà novembre. E la speranza è che dall’Umbria possa arrivare un risultato che stemperi un po’ le tensioni. Ma il rebus irrisolto delle alleanze – e per qualcuno anche del profilo del Pd – è sempre più al centro della discussione.

 

P.S. L’analisi del voto diffusa ieri dall’Istituto Cattaneo rivela che l’elettorato di centro è scivolato a destra, contribuendo alla vittoria di Bucci. Servirebbe un’analisi seria, e anche nuova. Invece le interviste di stamane al Domani e a Repubblica di Elly Schlein non offrono elementi di novità circa la linea del Partito democratico. La segretaria si bea di aver rianimato il partito ma non avanza nessuna proposta seria in direzione di un nuovo centro-sinistra. [Redazione]

Dossieraggio, quando tecnologia e informatica sono usate per giochi di potere.

Quanto sta emergendo dalla vicenda dei dossier occulti che riguardano personaggi della politica, dell’economia, delle istituzioni ma anche di settori meno noti della vita pubblica e privata conferma una sensazione percepita e mai adeguatamente approfondita se non al palesarsi di evidenze con tanto di nomi e cognomi – delle spie e degli spiati – e cioè che siamo tutti potenzialmente sovraesposti al controllo illecito di tutto ciò che riguarda la nostra vita, le azioni quotidiane, anche le più abitudinarie e apparentemente banali. 

Telefonare, mandare un messaggio o una mail, usare un bancomat, compilare un modulo online, scaricare una ‘app’, fornire le nostre credenziali per operazioni di routine: la tecnologia sempre più pervasiva e l’informatizzazione di tutte le procedure che un tempo venivano fatte con carta e penna consentono la rapida trasmissione dei dati e la loro tracciatura: di questo aspetto non ci curiamo abbastanza perché sono cambiati ritmi e tempi nel passaggio di informazioni e comunicazioni e la rete ingloba una serie impressionante di transiti telematici dei quali non abbiamo contezza. Affidandoci agli hardware e ai software a disposizione immaginiamo che tutto ciò che ci riguarda sia garantito dalla neutralità degli apparati di cui ci serviamo: ma la mano e la mente dell’uomo, che ora tutti si affrettano ad invocare come garanzia, controllo e tutela nei confronti dell’invadenza e dei pericoli dell’I.A., possono interrompere quel circuito e creare percorsi non programmati, fino ad utilizzare per finalità distorte, divergenti e finanche criminali nomi, numeri, parole, codici, criptando password e intrufolandosi in modo sofisticato nelle loro procedure, impadronendosi di dati e informazioni al di fuori dell’ortodossia del sistema. 

Che privacy e trasparenza siano andate a farsi friggere da tempo è cosa nota, ma siamo inevitabilmente assoggettati ad una sorta di sindrome della rassegnazione ‘da male comune e da legge dei grandi numeri’. Simulatur ac dissimulatur, viviamo da tempo nell’epoca della fiducia apparente e della mistificazione galoppante: è in fondo questa una chiave di lettura e spiegazione del dissesto esistenziale che si è impadronito della nostra vita da quando le tecnologie se ne sono impossessate fino a renderci schiavi. Riservatezza e segretezza di quanto ci riguarda non sono mai esistite fin dai tempi in cui circolavano solo cicalecci e pettegolezzi: ma adesso esiste un mondo impenetrabile costruito affidandoci alle ‘macchine’ con un atto di delega ormai sottratto al vaglio del pensiero critico e di ogni sicurezza: nulla è protetto, tutto è vulnerabile. Si tratta di intrusioni e furti immateriali che in un mondo dove reale e virtuale si intersecano, si sovrappongono e si confondono possono creare danni incalcolabili. In questa vicenda si parla di “banda di hacker” e di “pericoli per la democrazia”. 

Certamente le parole del Ministro Nordio sono inquietanti: il malaffare è sempre un passo avanti rispetto alla legalità nell’intercettazione, nella gestione e nell’archiviazione di dati informatici. Mi ricordano quanto accadeva già oltre un decennio fa: non passava settimana che nell’account personale non arrivasse un ‘alert’ su tentativi di intrusione di hacker nel sito di giustizia.it.: allo stato, dalle indagini in atto, emergerebbero 800 mila accessi violati e oltre 52 mila visite nei siti del Viminale, dello SDI e delle Forze dell’ordine, senza citare il resto in fase di accertamento. Ciò che riguarda le finalità e gli interessi certamente economici intorno a cui è stata costruita questa sorta di “loggia informatica” sarà oggetto di accertamenti da parte della magistratura, per chiarire anche eventuali, ipotizzati collegamenti esteri. Indubbiamente un tipo di organizzazione pensata per violare le leggi e minacciare le libertà individuali e collettive costituisce un vulnus alla convivenza democratica e si presta a giochi di potere che possono sfuggire ad ogni tipo di controllo e andare oltre le già illecite intenzioni.  

Altrettanto suscettibile di approfondimenti e riflessioni è l’aspetto che riguarda i metodi e gli strumenti, cioè i “mezzi” attraverso cui si possono realizzare illeciti di natura informatica. Ci sono altri tipi di reato – fatte le debite proporzioni – su cui soffermarsi, dal cyberbullismo, allo stalking, al revenge porn; e qui la diffusione degli attori e delle potenzialità si muove su vasta scala anche perché è assai vasta la platea delle potenziali vittime. D’altra parte, basta usare un semplice smartphone dove è facile scaricare ogni tipo di applicazione per capire il livello di sovraesposizione, soprattutto dei giovani e dei giovanissimi, ad ogni tipo di porcheria accessibile. Vietarne l’uso a scuola, specie ai bambini, è una scelta saggia: il problema nasce negli altri contesti di vita dei minori. 

Del resto, lo sviluppo scientifico, l’evoluzione tecnologica e la stessa transizione ecologica sono potenzialità nuove al servizio della salute, dello studio, delle possibilità di comunicare. Emerge sempre più spesso tuttavia il lato opposto e speculare di tali opportunità, un versante che genera e favorisce violenze, inganni, aggregazioni malavitose, solitudini esistenziali, fino a dubitare che certe applicazioni tecnologiche si prestino a servire il male e il disagio più di quanto possano restare neutre. Per questo il discrimine tra il bene e il male passa sempre, oggi più che mai, attraverso il vaglio obbligato della coscienza morale.

Grande preoccupazione tra i Democratici USA: Trump rischia di vincere.

Il rischio di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è grande. Sono gli stessi Democratici a riconoscerlo. Nelle mail che il loro Comitato Nazionale invia agli iscritti, così come in quelle del Comitato elettorale Harris-Walz, si riconosce apertamente la crescita continua registrata dai sondaggi in favore dell’ex Presidente.

Certo, si tratta di messaggi che vengono trasmessi ai sostenitori con accentuato tono drammatico per motivarli ad un impegno straordinario in questi ultimi giorni di campagna elettorale e soprattutto per richiamarli al voto, portando ai seggi parenti, amici, chiunque possa essere convinto a votare Harris. Si è giunti alla fase finale e dunque non è più solo il momento per chiedere contributi finanziari (ossessivamente invocati da mesi a questa parte ai “grassroots”, la base popolare che con piccoli importi da 7 $ in su ha sostenuto parte importante delle spese di propaganda elettorale, ora concentrate negli ultimi spot televisivi e sui social nei cosiddetti “swing states”, quelli davvero decisivi per il risultato finale) bensì di mobilitare le persone per recarsi a votare, un’azione non così scontata in America (ma ormai, a quanto si vede, neppure più in Europa).

Il sistema elettorale statunitense, si sa, è antiquato nel suo favorire la vittoria in ogni singolo Stato piuttosto che nel voto complessivo federale (si ricorderà, al proposito, che Trump ottenne meno voti, molti meno voti popolari di Hillary Clinton ma vinse). Nessuno però si sogna di contestarlo apertamente, trattandosi di una eredità dei Padri Fondatori sulla quale si regge il federalismo di quella grande Nazione. Il risultato è che di fatto tutto si gioca in genere in una sola decina dei 50 Stati che compongono gli USA, più o meno sempre gli stessi. Ed è in questi ultimi che si incentra lo sforzo dei candidati, lasciando ai margini gli elettori di Stati enormemente più rilevanti per popolazione come ad esempio la California, attribuita ai democratici senza discussione alcuna. O il Texas repubblicano.

È proprio guardando ai sondaggi degli Stati in bilico che Harris-Waltz sudano freddo in queste ore. Lo dicono apertamente ai propri supporters: vi sono 4 Stati (Pennsylvania, Nord Carolina, Georgia, Arizona) nei quali Trump è in vantaggio: di poco, ma il trend delle ultime settimane è a lui favorevole; in altri 3 (Michigan, Wisconsin, Nevada) prevale ancora Harris ma pure in questi il trend di Trump è in crescita. La battaglia è “testa a testa” (“neck to neck”) ma occorre essere onesti, ammettono: “Dobbiamo bussare a più porte, fare più telefonate, mobilitare più supporters” altrimenti “perdiamo le elezioni”.

Tutto può ancora succedere. Ma la vittoria di Trump è altamente possibile, se non addirittura probabile (alcuni istituti specializzati in sondaggi elettorali la danno ormai per certa). Ciò che inquieta di più, però, è un’altra eventualità: che una vittoria di stretta misura di Harris inneschi una contestazione violenta del risultato da parte di Trump e dei suoi sostenitori MAGA più estremisti. Che minacciano sin da ora azioni violente. Questo odio inoculato in parte della società americana è il peccato mortale che non si può perdonare a Donald Trump. Ed è il motivo principale per il quale c’è da sperare in una sua sconfitta, martedì prossimo.

Ma Report fa parte di TeleMeloni?

Dunque, è ormai entrato nella vulgata generale che esiste “TeleMeloni”. La propaganda martellante e massiccia della sinistra italiana e di tutto il circo mediatico, politico, culturale, sindacale ed intellettuale che quotidianamente la accompagna, arriva alla conclusione che nel nostro paese il servizio pubblico radiotelevisivo è sostanzialmente sdraiato sull’attuale maggioranza di governo e, nello specifico, sul Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Ora, per non vivere solo di slogan o di propaganda, chi ha potuto vedere l’ultima puntata di Report tutta dedicata al centro destra, con un attacco politico e personale che oltrepassa addirittura la militanza politica e faziosa di Santoro dei tempi d’oro, uno si chiede candidamente se anche Report fa parte di “TeleMeloni”. Ovvero, se trasmissioni come queste siano inquadrate nella propaganda che la Rai fa solo ed esclusivamente al centro destra di governo. E questo ancora al di là del fatto che nel giorno in cui si vota in Liguria la Rai trasmette un programma di attacco politico frontale ad un candidato alla Presidenza di quella Regione e al relativo schieramento.

Ora, forse è arrivato il momento di verificare la bontà e la verità della vulgata messa in atto dalla sinistra populista, radicale ed estremista in questi mesi di governo del centro destra. Senza pregiudizi politici e, men che meno, senza alcuna pregiudiziale personale. Perché basta ricordare trasmissioni come Report per mettere in discussione l’egemonia del centro destra sul servizio pubblico. E, se vogliamo allargare lo sguardo all’intero panorama televisivo italiano, non possiamo non ricordare che c’è una Tv, ovvero la La 7, che di fatto è una emittente riconducibile al cosiddetto “campo largo”. 

Da quelle parti vanno in onda dei talk dove la faziosità e il settarismo politico non fanno neanche più notizia. Da Floris a Gruber, da Formigli a Parenzo a Augias e via discorrendo la stessa lettura dei fatti politici è talmente di parte che diventa quasi inutile il confronto. Ma, comunque sia, si tratta di una emittente privata seppur molto importante nello scacchiere televisivo nazionale. E, di conseguenza, anche la faziosità e il settarismo politico non possono e non debbono essere messi in discussione. 

Sul fronte Mediaset il canale che si dedica prevalentemente alla politica e al suo approfondimento è Rete 4. Ora, al di là e al di fuori di Giordano, gli altri talk di approfondimento politico e culturale sono improntati ad un vero e proprio rispetto del pluralismo di opinioni. E, tra tutti, svettano Bianca Berlinguer e Paolo Del Debbio. Sul versante dell’informazione quotidiana, cioè i molteplici Tg – sia del servizio pubblico che dell’emittenza privata – il pluralismo politico va semplicemente garantito per legge e quindi non c’è alcuna possibilità di compiere delle singolari forzature o di praticare faziosità particolari. Per quanto riguarda le altri emittenti, a partire dal canale Nove, è persin inutile perdere tempo nel descriverli talmente sono noti la linea politica ed editoriale.

Ed è di fronte a questo quadro concreto e non virtuale, che si deve affrontare in modo tangibile il capitolo di “TeleMeloni”. A partire anche e soprattutto dalla Rai. Fuorché non vogliamo anche noi cadere nella goliardia e nella ricostruzione carnevalesca dei “martiri” dell’informazione, degli alfieri della libertà d’informazione – ovviamente con sontuosi e rispettabili contratti milionari – e dei nuovi “resistenti” per la libertà e la democrazia che hanno lasciato la Rai per approdare in altri lidi televisi. Perché, al di là di queste buffonate, quello che si può e si deve rimarcare è che, alla luce della concreta e non virtuale offerta televisiva, la cosiddetta “TeleMeloni” è la solita operazione politica che viene gestita e patrocinata da chi ha scientificamente e materialmente occupato il servizio pubblico radiotelevisivo negli ultimi 30 anni della vita democratica del nostro paese. Cioè dalla fine della Dc e l’avvento della cosiddetta seconda repubblica.

Semmai, la vera sfida resta quella di saper coniugare la qualità dell’offerta informativa con il rispetto, sempre e rigoroso, del pluralismo. Dopodiché, uno può anche essere fazioso e settario, come sono la stragrande maggioranza dei conduttori dei vari talk. Ma il tutto deve avvenire in una cornice democratica e pluralistica.

La linea Schlein produce sconfitte anche laddove si potrebbe vincere.

Quattro anni fa lo scarto tra i due contendenti fu di ben 17 punti. In modo trionfale, l’uscente Giovanni Toti era perciò riconfermato alla guida della Liguria. Stavolta la destra vince, malgrado l’indagine dei magistrati che ha travolto la Giunta Toti; e però vince con uno scarto minimo, essendo di appena un punto e mezzo, circa 9000 voti, il divario tra Bucci e Orlando. Allora, tutto si può dire meno che sia un trionfo, specie in considerazione dell’alto tasso di astensione (dieci punti in più rispetto al 2020). Per giunta avviene che Bucci strappi la vittoria ovunque, ma non a Genova, la sua città, dove accusa un distacco di circa 8 punti da Orlando. Questa la fotografia, a grandi linee, che i risultati elettorali di ieri consegnano all’attenzione delle forze politiche  

Il centro-sinistra si è mangiato in un mese il vantaggio cospicuo – un dieci per cento tondo tondo – che i sondaggi scodellavano nel bel mezzo della bufera mediatico-giudiziaria. In verità è la linea politica della Schlein, con l’incancellabile suo accento tardo-gruppettaro, a rendere insicuro per i riformisti il terreno della coalizione. Così facendo il Pd guadagna a spese del M5S e il centro-sinistra perde sul versante moderato: fatta la somma algebrica, si arriva inevitabilmente alla sconfitta.

Per parte sua, a caldo, Orlando è stato molto sobrio. Il risultato “era a portata di mano” – ha commentato – ma la candidatura ha pagato lo scotto di “qualche difficoltà del cosiddetto campo largo che si è ripercossa anche sulla nostra realtà: i numeri sono indicativi”. A suo giudizio, il prossimo passo dovrebbe essere “costruire un centrosinistra stabile a livello nazionale” perché “ci sono le condizioni per proseguire una battaglia e per realizzare nelle prossime elezioni amministrative ciò che non è riuscito in questa battaglia regionale”.

Più duro è stato Matteo Renzi. Questa, pressoché per intero, la sua dichiarazione: “Saluto la battaglia di Andrea Orlando: ha combattuto una partita equilibrata e ha perso per un pugno di voti… ha perso soprattutto chi concepisce la politica come uno scontro personale, come un insieme di antipatie e vendetta. Ha perso chi mette i veti. Ha perso chi non si preoccupa di vincere ma vuole solo escludere e odiare. Ha perso Giuseppe Conte, certo, e tutti quelli che con lui hanno alzato veti contro Italia Viva. Solo le mie preferenze personali delle Europee sarebbero bastate a cambiare l’esito della sfida, solo quelle. Senza il centro non si vince: lo ha dimostrato la Basilicata qualche mese fa, lo conferma la Liguria oggi. Vedremo se qualcuno vorrà far tesoro di questa lezione”.

Ecco, la lezione in fondo è proprio questa, e cioè che la Liguria squaderna lo “scandalo”, se così possiamo dire, di un centro dematerializzato, senza profilo, tristemente all’angolo. Il problema è se l’Italia possa sopportare a lungo un’assenza che denuncia, per molti aspetti, la permanente devastazione di un progetto politico. Che resta valido, nonostante la devastazione.

Orme bianche sulla storia dell’Italia contemporanea

Nell’ultimo libro di Paolo Mieli (Fiamme dal passato. Dalle braci del Novecento alle guerre di oggi, Rizzoli) c’è un ampio paragrafo dedicato alla Dc. Come ricorda l’autore, è stata una delle forze politiche più influenti e longeve nella storia italiana. Nata nel 1943-1944, ha guidato con sapienza la rinascita democratica e la ricostruzione postbellica del Paese. Eppure, a poco più di 80 anni dalla fondazione e a 30 dallo scioglimento, nei media ‘mainstream’ se ne parla assai poco. “C’è ancora una sorta di leggenda nera”, conferma l’autore. Colpa forse del nostro sistema politico, “che dall’unità d’Italia a oggi ha prosciugato chi lo ha retto. Il potere forse, al contrario di quanto diceva Andreotti, logora anche chi ce l’ha”.

Anche nella ricerca storica ci si è a lungo soffermati soprattutto sui leader scudocrociati e sull’attività di governo, trascurando gli aspetti organizzativi del partito che ha plasmato l’Italia del dopoguerra.  Un merito importante della Dc è quello di essere stata, almeno fino alla metà degli anni ’60, il primo canale di formazione di una nuova classe dirigente (che è espressione più ampia del personale politico). Come spiega l’autore, “soprattutto con il fallimento del centrosinistra, l’appeal innovatore viene meno proprio mentre nella Chiesa si inizia a parlare di riforma. Per questo dopo il Concilio buona parte delle nuove generazioni di cattolici sceglie di non entrare nel partito”.  Lo stretto rapporto con la Chiesa non va comunque confuso con una dipendenza dalle gerarchie ecclesiastiche. Una parte importante del gruppo dirigente, a partire dai dossettiani fino a Moro, “resiste più volte in maniera decisa al tentativo della Chiesa di ‘dare la linea’, perché si rende conto che il Paese va verso una modernizzazione che non può essere bloccata”. 

Per quanto riguarda, invece, il rapporto con gli Stati Uniti “vale la grande intuizione di De Gasperi, che fin dagli anni ’30 comprende il declino della Gran Bretagna e che, a differenza di quanto proporranno i dossettiani, in un mondo diviso in blocchi non si può restare neutrali. La linea resterà quella, pur con qualche aggiustamento: Fanfani, pur essendo atlantista è attento al mondo arabo, mentre La Pira e il suo discepolo Enrico Mattei guardano con interesse al processo di decolonizzazione”.

Negli anni ’70 la Dc si adagia in quella che Ruggero Orfei definisce in un libro l’occupazione del potere. Si parla apertamente di ‘questione democristiana’, ma la classe dirigente del partito si sente al riparo da rischi e, non affrontando i problemi, rende strutturale il proprio declino. Memorabile a questo riguardo il film di Roberto Faenza Forza Italia (di cui anche Moro darà conto in una delle lettere dalla prigione del popolo) che compone il ritratto di un gruppo dirigente democristiano sostanzialmente allo sbando, soprattutto dopo il sequestro e l’assassinio dello stesso Moro e la fine traumatica del “compromesso storico”.

Un gioco che dura fino agli sconvolgimenti della fine degli anni ’80: se da una parte con il crollo del muro di Berlino viene meno il ruolo della Dc come argine al comunismo, dall’altra l’esplosione del debito pubblico e – soprattutto – il trattato di Maastricht ridisegnano l’intero contesto socio-economico europeo.

Un’esperienza analoga (l’unità politica dei cattolici) è oggi del tutto irripetibile, ma resta comunque un esempio interessante, in un’epoca di polarizzazione estrema, in cui si insiste molto sulla verticalizzazione del potere e sull’uomo o la donna “soli al comando”. In conclusione, la Dc ha saputo tenere unito il Paese in una fase storica di grande difficoltà, attraverso la capacità di mediazione, la costruzione paziente del consenso e la ricerca di itinerari condivisi. Un’immagine rovesciata rispetto alla politica attuale, ma che proprio per questo, forse ha ancora qualcosa da dirci…

La soddisfazione del sindaco di Udine per l’incontro sulla pace

“È stato emozionante oggi vedere un tavolo così numeroso, pieno di giovani, di istituzioni, di rappresentanti religiosi di fedi diverse. L’evento a Rondine non è stato programmato a tavolino, ma è emerso da un momento di difficoltà. La partita tra Italia e Israele dello scorso 14 ottobre si è svolta, purtroppo, in un contesto di conflitto, creando divisioni. Questa esperienza ha toccato profondamente sia me che la città di Udine. Vedere oggi che quella difficile occasione è stata tramutata in un momento di dialogo e di pace è per noi un grande orgoglio”, con queste parole il Sindaco di Udine Alberto Felice De Toni ha voluto commentare l’evento organizzato dall’Associazione Rondine-Cittadella della Pace nell’omonima località in provincia di Arezzo, a cui hanno partecipato una trentina di rappresentanti delle istituzioni tra cui gli Assessori Gea Arcella e Andrea Zini e il consigliere Alessandro Colautti per il Comune di Udine, del mondo sociale, economico, civile e religioso regionale e non. 

“Ho portato con me un libro di David Grossman, scrittore israeliano che ha perso un figlio in guerra, ma che, nonostante tutto, continua a credere che la strada verso la pace sia l’unica via possibile. Nel libro, Grossman racconta l’aneddoto di un giornalista che negli Stati Uniti chiese a un manifestante contro la guerra in Vietnam: «Pensi che protestando qui cambierai il mondo?» e il manifestante risponde: «Magari non cambierò il mondo ma non voglio che il mondo cambi me». Noi – commenta De Toni – dobbiamo farci guidare proprio da quello stesso spirito: non lasciarci guidare dalle divisioni, ma cercare sempre la pace in ogni contesto. L’odio porta all’assenza di felicità, alla perdita dei propri cari, al dolore. La guerra porta solo altra guerra. Ecco perchè oggi a Rondine è stata una grande occasione di arricchimento per tutti quanti, un primo passo per iniziare, tutti quanti insieme, un percorso concreto per portare il messaggio di pace nelle nostre realtà, partendo proprio dal mondo dello sport.”

 

A questo link potete trovare un commento video del Sindaco De Toni 

https://we.tl/t-7UZ8vAh9Nq

 

Effetto Uomo: la terra sotto stress paga le nostre scelte.

Sono trascorsi più di cinque anni da quando lessi le 40 pagine di evidenze scientifiche, priorità e raccomandazioni ai governi, redatte dal 29/4 al 4/5 2019 in sede OCSE  dai rappresentanti di 130 Paesi aderenti all’Ipbes (la piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) per esaminare un Rapporto dell’ONU stilato in 3 anni di lavoro da parte di oltre 150 esperti. Il Rapporto era volto allo studio e all’approfondimento dei rischi delle biodiversità e allo sfruttamento dissennato del suolo terrestre. 

Già allora ebbi la sensazione di un imminente “tsunami” globale che potrebbe portare in tempi “relativamente brevi” all’estinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite, pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di ‘specie’ animali e vegetali. Si può dire che a partire dalla “Conferenza delle parti” (COP 21) svoltasi a Parigi nel novembre/dicembre 2015 (Accordo firmato da 177 Stati c/o la Sede ONU a New York il 22/4/2016) , con la presenza originariamente di 195 Paesi, il focus tematico centrato dalla politica abbia riguardato la sostenibilità ambientale, con tutti i sottotemi ad essa correlati, ciò che definiamo l’antropocene, in poche parole le condizioni di vita prodotte dall’essere umano che con le sue attività è riuscito con modifiche territoriali, strutturali e climatiche ad incidere addirittura sui processi geologici. Molte parole, altrettanti documenti e protocolli di impegno ma risultati finora non all’altezza delle aspettative.

In questo caso oggetto di studio e dei risultati della ricerca condotta dagli scienziati è stato di anno in anno principalmente l’erosione lenta ma graduale della “biodiversità”: in pratica il pericolo paventato e sottoposto alla responsabilità dei governanti a livello planetario ha riguardato la scomparsa di specie viventi- animali e vegetali – a causa del deterioramento della “salute” degli ecosistemi che inglobano l’uomo e le altre forme di vita, sullo sfondo di uno stravolgimento ambientale, a partire dal suolo, dalla gestione delle acque, dalla decarbonizzazione energetica, dall’inquinamento tossico dell’aria, in grado di alterare irrimediabilmente ogni contesto territoriale. 

Ciò che influisce sull’alterazione delle biodiversità esistenti sono i comportamenti umani: in primis lo sfruttamento del suolo e delle risorse naturali, come l’acqua e il legno, l’agricoltura intensiva, la caccia e la pesca, l’inquinamento ambientale, l’uso dei pesticidi, urbanizzazione e cementificazione selvaggia. Sono nato in una regione – la Liguria – che ha coniato il termine “rapallizzazione” per definire l’invadenza delle costruzioni edilizie fino a stravolgere visivamente l’impatto ambientale mentre – a ponente di Genova – la costruzione dell’eco-mostro portuale di Pra’ ha cambiato i connotati al territorio: dal mare alla costa, dalle infrastrutture alla viabilità, dal tasso di inquinamento acustico e dell’aria, alle condizioni di vita che ne sono state inevitabilmente alterate. 

 

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La fragilità delle democrazie. Capanna, Cazzullo e… Adriana Zarri.

Adriana Zarri, nel suo saggio Teologia del quotidiano pone il problema così: “Diciamo la verità: se Mussolini non avesse restaurato la pena capitale non sarebbe stato un assolutista serio. I cosiddetti ‘governi forti’, così come le coscienze che, al vertice dei valori, mettono l’ordine, anziché la libertà, tendono necessariamente alla pena di morte: essa è l’ultima rifinitura, il tocco finale, il fastigio di un organismo con i ‘nervi i d’acciaio’ che non indulge a ‘femminee’ debolezze”. 

Sull’ “Unità” di sabato scorso, Mario Capanna ha replicato a una riflessione di Aldo Cazzullo sul tema della fragilità delle democrazie. Perché i governi dell’Occidente appaiono così incapaci e incerti nell’affrontare le grandi sfide – economiche, sociali, politiche – dei nostri giorni? Perché sono così prigionieri delle loro incertezze? La nostra parte di mondo resta la migliore, sostiene l’editorialista del “Corriere della Sera”, “ma se non le si dà gli strumenti per prendere le decisioni, affrontare i problemi delle persone e intervenire nelle crisi internazionali, la democrazia stessa è in pericolo”.  

Ribatte Capanna: andiamo al fondo del problema, “il fatto è che la democrazia rappresentativa da tempo è stata trasformata (e fatta regredire) in una realtà formale e astratta, dove si vota ogni tanto per eleggere chi farà finta di occuparsi dei nostri problemi mentre nei fatti a comandare, nella società dell’1 per cento, è la minoranza opulenta. Si è giunti così al trionfo della prepotenza – il primato del più forte –  al posto dell’armonia, della giustizia e della pace da costruire fra le persone e i popoli”.

Il trionfo della prepotenza al posto dell’armonia: è il vero punto, Capanna ha ragione. Ma allora, andiamo più a fondo ancora. Perché il primato della prepotenza, o dell’armonia, derivano a loro volta dalla scelta iniziale che pone la Zarri: che cosa mettiamo in testa alla scala dei valori, l’ordine o la libertà. Il resto deriva da questa scelta. Lo stesso problema può essere affrontato muovendo dall’esigenza dell’ordine, o da quella della libertà. Il problema è lo stesso, ma la soluzione sarà diversa. 

Prendiamo il tema dei temi sotto i nostri occhi, la politica delle migrazioni. Il decisionismo dell’attuale Governo è perfettamente in linea con il paradigma dell’ordine. Paradigma dell’ordine, attenzione, che il Governo sta ponendo al Paese – anzi “alla Nazione” – come il riferimento generale della propria azione politica perché …. l’Italia è un Paese di destra, come si va argomentando. Il decisionismo fa presa, appare risolutore. Il punto è che la coerenza interna dell’equazione ordine premessa, decisionismo soluzione, non è sufficiente perché questa coerenza interna sia tale anche al suo esterno, nel rapporto col sistema dei diritti e con i principi di umanità di una società civile.

E’ l’essenza del problema. Il Governo rivendica un corretto agire, dal punto di vista legale, sulla vicenda del centro di smistamento degli immigrati realizzato in Albania. Anche se fosse, quante volte il dovere  è compiuto in maniera non conforme al dovere stesso, mentre un’azione formalmente non conforme al dovere è compiuta per realizzare un dovere di rispetto della dignità umana. Non sappiamo che ne pensi il nuovo ministro della cultura Alessandro Giuli, ma questo è un cardine della filosofia classica che il Governo dovrebbe interiorizzare.

Si dice: il rispetto della dignità genera la licenza, guardiamo le centinaia di migliaia di immigrati sbandati intorno a noi, possiamo continuare così? La semplificazione è suadente, ma falsa. Il fatto è che porre la libertà in cima alla scala dei valori, è decisamente più impegnativo che non mettervi l’ordine. Paga meno nell’immediato, rende tanto di più alla distanza per raggiungere quegli obiettivi di armonia, giustizia e pace sociale che pone Capanna. Ma richiede, appunto, una politica, che non può essere quella del contenimento/respingimento con i relativi, grotteschi slogan tipo blocco navale e viso dell’arme. 

Lo spiega Giuseppe De Rita: “Ci vuole una capacità di fare accoglienza senza l’idea che siamo buoni, che siamo ospitali, che facciamo del bene. Il salto di qualità è dare il senso che si tratta dal primo istante di un impegno istituzionale. Certamente l’accoglienza va combinata con le iniziative volte  a rimuoverne le cause, gli accordi con i Paesi d’origine e di transito, la solidarietà europea, ma quando gli arrivi avvengono si innesta un meccanismo istituzionale. Il Paese cresce anche con queste persone, stiamo costruendo un’Italia nuova e lo facciamo anche in questo modo”. 

Questo chiama in causa il tema della cittadinanza, con il non detto retrostante alle diverse posizioni dei partiti. “Le forze politiche –  spiega di nuovo De Rita –  sono attente soprattutto ai loro elettorati di riferimento. Se non ne fai parte vieni emarginato, a maggior ragione se non hai neppure  il diritto di voto”. Ecco il punto, ecco lo strumento di partecipazione che si teme di porre nelle mani di quei nuovi cittadini che sono gli immigrati. Perché da quel momento le loro condizioni e necessità peseranno nelle urne elettorali.

Portano lontano le diverse conseguenze secondo cosa si pone al vertice della scala dei valori, se l’ordine o la libertà. Non è solo la politica, sono diverse le concezioni della vita, le priorità, le sensibilità, si declina in modi diversi l’umanità. C’è il senso di umanità del presidente del Senato, che si preoccupa di come non separare i parlamentari dai loro animali domestici quando c’è seduta alle Camere. C’è il senso di umanità della Caritas, che si adopera a non separare i senza tetto dai loro amici a quattro zampe, impareggiabili compagni delle loro difficili esistenze. 

Emilia-Romagna, Rete Bianca: nel centro-sinistra con Andrea Babbi.

Il movimento politico Rete Bianca, in occasione della presentazione ufficiale avvenuta a Bologna ieri 27 ottobre della lista “Civici, con de Pascale Presidente”, ha annunciato il proprio sostegno alla candidatura di Andrea Babbi all’Assemblea regionale dell’Emilia-Romagna nella circoscrizione di Bologna.

Oggi più che mai risulta fondamentale poter garantire la presenza nell’Assemblea regionale dell’Emilia-Romagna di competenze, responsabilità, sensibilità e “metodo” basati su un approccio concreto e differente da quanto realisticamente possono in questa fase esprimere e offrire i partiti politici.

Il civismo oggi si pone nei fatti come il principale serbatoio da cui attingere quanto necessario a supporto dell’azione amministrativa regionale in un quinquennio, il prossimo, in cui tutta la nostra comunità sarà di fronte a sfide mai viste prima d’ora.

Il coordinatore regionale del movimento Rete Bianca, Nicola Caprioli, ha dichiarato: “In un momento storico segnato da profonde trasformazioni socioeconomiche ed enormi sfide ambientali, riteniamo indispensabile la presenza di una forte ed autorevole componente, autenticamente civica, all’interno dell’Assemblea regionale. Una presenza capace di portare avanti un disegno concreto e orientato culturalmente al “fare” per rispondere adeguatamente a quanto necessario per il nostro territorio. Una presenza che condivida inoltre tre pilastri del nostro movimento: comunità, solidarietà, sussidiarietà”.

Per questo Rete Bianca vede in Andrea Babbi una figura che, grazie alla sua storia professionale e personale, unisce competenza, esperienza e un profondo senso di responsabilità civica. La sua presenza nell’Assemblea regionale garantirà un impegno tangibile verso un futuro più giusto, equo e sostenibile per tutti i cittadini di oggi e di domani. Insieme a Michele de Pascale e Andrea Babbi, Rete Bianca è pronta a lavorare fin da subito per costruire un’Emilia-Romagna più forte, più solidale e più responsabile verso le nuove generazioni.

Russia, Georgia e Ucraina: storie intrecciate dalla Rivoluzione ai tempi d’oggi.

Vladimir Vladimirovič Majakovskij nasce il 7 luglio 1893 in Georgia in un villaggio di nome Bagdati (ha la stessa radice di Bagdad e significa “dono di Dio”). Il padre è  Vladimir Konstantinovič Majakovskij, russo di origine cosacca di professione “forestale”; la madre è Aleksandra Alekseevna Pavlenko, Ucraina di professione casalinga. Il 1906, all’età di 13 anni, si trasferisce a Mosca ove si afferma come il Poeta della Rivoluzione bolscevica. Ufficialmente muore suicidandosi il 1930 ; altri storici sostengono che sia stato “suicidato” da sgherri del regime di Stalin.

Dopo la morte del Poeta, il villaggio Bagdati viene chiamato Majakovskij ma nel 1991 riassume il nome originario dopo la fine dell’URSS e la svolta autonomista in Georgia.

Ottobre 2024: la Russia è in guerra da 2 anni con l’Ucraina; si vota in Georgia e si assiste ad uno scontro tra il governo uscente filorusso e l’opposizione filo europea. I risultati elettorali sono contestati.

La vicenda legata  alla vita di Majakovskij forse è la metafora  dell’evoluzione delle storie di Paesi che passano  dall’integrazione o addirittura dalla fusione delle etnie (siamo al tempo dell’ impero russo e regna lo Zar  Nicola II) ai conflitti attuali conseguenti alla dissoluzione del’Unione Sovietica. 

Il sogno della Grande Madre Russia dell’Impero dei Romanoff e l’internazionalismo sovietico (Stalin era georgiano ) si sono dissolti forse irrimediabilmente. Riuscirà lo Zar Vladimir a ricomporre le etnie attraverso le operazioni speciali? Majakovskij direbbe: “La barca dell’amore si è spezzata contro la vita quotidiana”. Ed infatti la Rivoluzione è fallita ed anche il toponimo è stato rimosso.

La vita oltre la morte, un dialogo tra scienza e spiritualità.

È una riflessione profonda che mette in dialogo scienza, teologia e mistica attorno al concetto di resurrezione. In un momento storico di crisi dei vecchi paradigmi e di nascita di nuove prospettive, il volume offre un approccio innovativo e multidisciplinare. Il tema centrale è la resurrezione, non solo vista come un evento religioso, ma interpretata attraverso lenti moderne, come la fisica quantistica e le nuove correnti teologiche e spirituali.

Federico Faggin, scienziato noto per il suo lavoro nel campo della fisica quantistica e della coscienza, propone una visione rivoluzionaria del problema. Egli afferma che la coscienza non risiede nel corpo, ma che è il corpo a essere una manifestazione della coscienza. Questa visione si oppone all’idea scientifica tradizionale secondo cui la coscienza è un prodotto del cervello e offre una via per unire scienza e spiritualità. Secondo Faggin, solo invertendo questo paradigma si potranno affrontare le sfide future, aprendo nuove prospettive non solo sulla morte, ma anche sulla vita e il libero arbitrio.

Accanto alla visione di Faggin, il volume esplora anche nuove interpretazioni teologiche e bibliche dell’evento pasquale della resurrezione di Gesù. I contributi di teologi come Luciano Locatelli, Annamaria Corallo e Paolo Gamberini presentano un rinnovato dialogo tra fede e scienza, evidenziando come il linguaggio scientifico moderno possa offrire nuove chiavi di lettura a concetti millenari. L’aspetto mistico è esplorato da Paolo Scquizzato, che vede la resurrezione come una metafora di trasformazione, un cambiamento che non implica la fine della vita, ma la sua trasformazione.

Il testo rappresenta un’inedita convergenza tra le intuizioni della fisica quantistica e quelle della spiritualità cristiana, offrendo una nuova antropologia capace di unire razionalità e fede. S’insiste sulla necessità di superare il dualismo tra scienza e spiritualità, affermando che la coscienza stessa è un fenomeno quantistico che può essere compreso solo attraverso una fusione tra le due dimensioni. Questa visione riprende in parte le intuizioni di Carl Jung, che con il fisico Pauli aveva già esplorato il legame tra la psiche umana e i fenomeni quantistici.

In definitiva, Resurrezione è un libro che sfida le convenzioni, proponendo una lettura innovativa della vita e della morte, in cui la scienza diventa un linguaggio utile per comprendere intuizioni già presenti nella mistica e nella teologia. Un’opera che invita il lettore a esplorare nuovi orizzonti, dove la resurrezione non è solo un tema religioso, ma un simbolo di trasformazione universale.

Mantovano scomunica il De Gasperi antifascista

Un passaggio del discorso di Alfredo Mantovano, tenuto venerdì scorso nell’Aula di Montecitorio in occasione della cerimonia per i 70 anni dalla scomparsa di Alcide De Gasperi, lascia francamente perplessi. Infatti, dopo aver esordito con un interrogativo abbastanza scivoloso sulla vicenda che vide Guareschi soccombere in tribunale per un’accusa infondata ai danni dello statista trentino, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha tirato il suo fendente: “Ulteriori interrogativi (dopo quelli sullo scontro giudiziario appena richiamato, ndr) si sono aggiunti in chi ha un percorso politico che può definirsi da conservatore, per esempio sulle ragioni del diniego che lo stesso De Gasperi oppose alla cosiddetta operazione Sturzo, che avrebbe potuto costituire uno schieramento politico di centrodestra ante litteram in occasione delle elezioni per la Città di Roma nel 1952”. 

Ebbene, l’interrogativo di Mantovano suona come un’incomprensione profonda della figura politica di De Gasperi e della sua visione democratica. Occorre ricordare che il contrasto sull’Operazione Sturzo, nata negli ambienti della destra cattolica e avallata inizialmente dallo stesso Pio XII, nasceva dalla preoccupazione per la rottura dell’equilibrio di governo, con la declinazione dell’anticomunismo in chiave di blocco d’ordine, associando in modo camuffato – si parlava di lista civica senza simboli di partito – tutta la destra, anche quella neofascista. De Gasperi fu particolarmente risoluto, se l’Operazione fosse andata avanti non avrebbe esitato a presentarsi come capolista della Dc, sfidando la maldestra corrente clericale. 

I fatti sono noti. La lista civica non si fece e i partiti di centro, apparentati secondo le regole della legge elettorale vigente, riportarono un netto successo (per il quale Salvatore Rebecchini, immune dalle manovre del “partito romano” e fedele alla linea degasperiana, fu confermato Sindaco di Roma). Anche questo episodio, illuminante circa i pericoli che correva la democrazia, accelerò il processo diretto a stabilizzare il quadripartito, ovvero la maggioranza centrista, con il varo della sfortunata “legge truffa”. 

Insomma, nell’immaginifico 1952 di Mantovano non sarebbe nato il centrodestra, anticipando di qualche decennio, come pensa lui, la svolta (equivoca) della seconda repubblica, ma sarebbe andato in crisi il centro e con esso il gracile assetto democratico del Paese. Un salto nel buio, indubbiamente. Ecco perché ignorare questo dato storico autorizza a credere che residui nella destra odierna, galvanizzata dal successo della Meloni, una memoria malata, vuoi o non vuoi legata al vissuto di emarginazione di un mondo estraneo, se non ostile, al processo di formazione politica e di organizzazione costituzionale della Repubblica. Per questo De Gasperi, uno dei Padri della Repubblica, è colpevolmente travisato.

 

Per leggere il discorso del Sottosegretario Mantovano 

 

https://www.governo.it/it/articolo/lintervento-del-sottosegretario-mantovano-alla-cerimonia-pace-prosperit-patria-l-ere

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Israele umilia l’Iran: e adesso?

Era solo questione di tempo. E il tempo è giunto. Come prevedibile, prima delle elezioni USA. La risposta israeliana al bombardamento iraniano con missili balistici di quasi un mese fa è arrivata, colpendo siti militari e non – come si temeva e come gli americani avevano chiesto non si facesse – quelli collegati al progetto nucleare né le infrastrutture vitali per l’economia iraniana quali raffinerie e oleodotti.

L’azione israeliana ha dimostrato l’inefficacia del sistema antiaereo di Teheran e offre credito alle minacce di Tel Aviv quando ammoniscono circa la possibilità reale di provocare un danno al nemico tale da “liberare” il suo popolo dalla tirannia del regime islamista. Un timore, o meglio una paura, che effettivamente gli ayatollah covano al loro interno perché è evidente che, al di là dei proclami, essi non vogliano impegnarsi in una guerra contro Israele con la quasi certezza di perderla. Il gruppo dirigente sciita, ormai in là con gli anni, ha precisa memoria di quanto tragica per la nazione fu l’interminabile guerra degli otto anni con l’Iraq ed ha consapevolezza di quanto un nuovo conflitto, per di più contro un nemico molto più forte militarmente, potrebbe costare non solo al popolo ma anche allo stesso loro potere, fin nelle sue fondamenta. Questa consapevolezza non è però presente fra le leve più giovani dei pasdaran, propense invece ad affrontare Israele con l’obiettivo – sempre dichiarato ufficialmente – di farlo sparire dalla faccia della Terra. 

Dunque la situazione è ora in bilico, pericolosamente in bilico: fra una nuova iniziativa bellica di Teheran, che ne produrrebbe una in risposta di Israele avviando così per inerzia l’innesco di una guerra vera e propria, e la stasi. In questo secondo caso sarebbero soprattutto Hezbollah e Houthy a cercare di colpire e naturalmente Israele continuerebbe la sua iniziativa demolitoria in Libano e in parte pure in Siria se ritenuto necessario per colpire più a fondo i proxy iraniani. Nel primo, invece, diverrebbe probabile e forse inevitabile un intervento statunitense a supporto dell’alleato, a quel punto col fine più o meno dichiarato di distruggere i siti nei quali l’Iran sta lavorando alla propria bomba nucleare, un risultato che gli si vuole impedire ad ogni costo. Ma l’ingresso americano nella guerra non lascerebbe, è lecito temere, la Russia silente.

Putin vuole “creare un nuovo ordine internazionale”, come ha ribadito più volte. L’iniziativa dei BRICS, peraltro ricca di ipocrisie e di punti tutt’altro che chiari, mira esplicitamente a questo obiettivo. E dunque il sostegno all’Iran (da cui acquista droni che impiega in Ucraina e al quale assicura tecnologia balistica) in una eventuale guerra a Israele, bastione dell’Occidente in Medio Oriente, potrebbe agevolare il raggiungimento dell’obiettivo.

Al tempo stesso, però, anche al Cremlino sanno che il rischio di un conflitto aperto è il crollo del regime degli ayatollah e quindi la prudenza diviene un ingrediente del quadro inevitabilmente necessario. Anche perché l’Iran può essere un alleato utile in ambito BRICS, ed è pertanto meglio un suo consolidamento piuttosto che il rischio di un suo crollo.

De Toni, Sindaco di Udine, a Rondine: uniti per la pace.

Domani, il sindaco di Udine Alberto Felice De Toni parteciperà a un importante incontro presso la Cittadella della Pace di Rondine, in provincia di Arezzo, per discutere di pace e fratellanza. De Toni sarà affiancato dagli assessori Andrea Zini e Gea Arcella e dal consigliere delegato ai rapporti internazionali Alessandro Colautti. Ad accoglierli sarà Franco Vaccari, fondatore di Rondine, il celebre centro impegnato nella promozione della pace a livello internazionale.

Questo incontro nasce dall’appello lanciato da Rondine pochi giorni prima della gara della Nazionale Italiana a Udine, con l’obiettivo di promuovere lo sport come veicolo di pace e dialogo. “Sono orgoglioso dei risultati che abbiamo ottenuto,” ha dichiarato De Toni, “da una logica di contrapposizioni ideologiche, strumentalizzata anche politicamente, siamo riusciti a spostare il focus, creando un’occasione di dinamismo anche per le istituzioni. Abbiamo bilanciato proposte divergenti facendoci portatori di un messaggio di dialogo”.

A rispondere all’appello di Rondine sono stati in molti, tra cui il Ministro dello Sport Andrea Abodi, la Federcalcio e altre importanti cariche istituzionali e religiose del Friuli Venezia Giulia e d’Italia. L’incontro vedrà partecipanti di spicco come Monsignor Riccardo Lamba, Arcivescovo di Udine; Beniamino Quintieri, presidente dell’Istituto per il Credito Sportivo; e Roberto Pinton, rettore dell’Università di Udine. Anche il mondo economico e sindacale sarà rappresentato, a fianco di figure religiose provenienti dalle comunità ebraiche, islamiche e cristiane, tutte unite dalla volontà di promuovere un messaggio di pace e coesione.

L’incontro a Rondine sarà articolato in una sessione istituzionale seguita da un tavolo di lavoro a porte chiuse, a cui prenderanno parte rappresentanti istituzionali, enti coinvolti e alcuni studenti internazionali. Questo momento di confronto vuole individuare azioni concrete e coinvolgere le nuove generazioni nella costruzione di un futuro di pace e solidarietà.

Dibattito | Antifascismo sì e sempre. E anticomunisti…mai?

Sì, diciamolo ad alta voce e a scanso di equivoci: i veri ed autentici democratici sono chiaramente antifascisti. Ma, al contempo, i veri ed autentici democratici sono anche chiaramente anti comunisti? E, come ben sappiamo, di fronte a questa domanda si apre sempre il finimondo. Ovvero, si scatena l’universo progressista ed ex e post comunista italiano ad impartirci la solita lezione che il fascismo nel nostro paese c’è stato realmente 100 anni fa mentre il comunismo, con quella deriva dittatoriale, illiberale, anti democratica ed autoritaria che si trascinava dietro semplicemente non ha avuto cittadinanza. Ma questo grazie esclusivamente a quei partiti che si sono opposti. A cominciare dalla Dc con il contributo dei partiti centristi alleati. Elemento, questo, che quasi sempre non viene nè citato ed nè ricordato dalla “mainstream” nostrana.

Ora, ho voluto ricordare questa vecchia ed antica polemica per arrivare ad una sola conclusione. E che spiega, con molta semplicità e senza tante riflessioni politologiche, perché nel nostro paese persiste da decenni una indubbia, oggettiva, palpabile, manifesta e persin plateale “egemonia

culturale” del mondo progressista o di sinistra che dir si voglia. E cioè, ogni qualvolta in un qualsiasi dibattito – politico, culturale, sociale, religioso e men che meno giornalistico o televisivo – si pone la domanda banale di dichiararsi anche anticomunisti scatta immediatamente un tic che evidenzia l’inopportunità e, soprattutto, la provocazione della domanda stessa. Accompagnata da dotte ed argute argomentazioni sul fatto che rispondono ad un principio di fondo: e cioè, visto che il comunismo non ha mai governato nel nostro paese sin quando esisteva a livello europeo e mondiale qualunque ipotesi di deriva illiberale, dittatoriale, antidemocratica ed autoritaria legati quel sistema ideologico non ha avuto un riscontro concreto e tangibile. E, pertanto, ci si può tranquillamente definire ex e post comunisti senza alcun problema. Anzi, e al contrario, ci si può anche vantare ed essere orgogliosi di aver appartenuto a quella grande e gloriosa tradizione senza mai porsi il problema della compatibilità di quel pensiero e di quella tradizione ideale con la cultura e la prassi democratica.

Ora, senza infierire ulteriormente attorno ad un aspetto che è noto a quasi tutti, si può solo avanzare un’ultima considerazione. E cioè, per ragioni certamente spiegabili e del tutto razionali – e la responsabilità politica della Dc, al riguardo, è persin plateale e non richiede neanche di essere

ulteriormente approfondita – l’egemonia culturale, o la storica vocazione egemonica che dir si voglia, della sinistra ex e post comunista non è stata affatto scalfita in questi anni e continua a svolgere un ruolo decisivo e determinante. Nella Rai come nel cinema; nel teatro come nella letteratura; nelle università come nella carta stampata; nei giornalisti come nelle case editrici per non parlare della magistratura che resta il luogo prediletto di questa cultura. 

I casi sono talmente evidenti e verificabili quasi quotidianamente che non vale neanche la pena di soffermarsi più di tanto. L’unica domanda che si può fare, almeno da parte di tutti coloro che non sono nativi di sinistra o ex e post comunisti o progressisti, è una sola. E cioè, sino a quando dovremmo fare i conti con questa sostanziale egemonia culturale? Perché è vero che si tratta di una costante storica che addirittura parte già dopo la vittoria della Dc del 18 aprile 1948. Ma, al contempo, è anche vero che non basta continuare a denunciare l’egemonia culturale della sinistra nella società italiana ma ci si deve attrezzare sullo stesso terreno per cercare di ridimensionarla e, se possibile, di entrare in competizione. Senza alcuna volontà di azzerare quella cultura o di ricreare una nuova e rinnovata egemonia.

De Gasperi pensava la Dc come strumento e forza della Nazione

Il 19 marzo del 1943 un gruppo di esponenti cattolici, tra cui De Gasperi, si riunì a Roma per approvare “Le idee ricostruttive della Democrazia cristiana”, il documento costitutivo del nuovo partito. Dopo più di un anno proprio Alcide De Gasperi viene eletto primo segretario nazionale della Democrazia cristiana. Lo statista trentino volle creare una discontinuità con l’esperienza del Partito Popolare fondando un nuovo movimento che fosse un ponte per una nuova generazione di politici. 

Un partito laico di ispirazione cristiana perché, come dichiarato dallo statista: “Abbiamo fondato il nostro Stato democratico su un principio di laicità e di autonomia, con profondo rispetto per ogni fede religiosa. La Chiesa può guidare le coscienze ma lo Stato deve restare imparziale, legislatore di tutti e per tutti”.

Per lui la Democrazia cristiana è strumento e forza della Nazione, ma al centro della sua azione politica non può che esserci la persona umana: “Quando la concezione dell’uomo si affievolisce, l’organizzazione dello Stato tende a diventare collettivista ed assoluta. La dignità della persona umana porta invece all’uguaglianza nella legge. Cioè alla democrazia”.

Un partito, come dichiarato al Congresso di Napoli, capace di interpretare la maggioranza degli italiani, imperniato sull’antifascismo e sull’avversione ad ogni totalitarismo, come il comunismo sovietico che si avviava ad occupare mezza Europa.

De Gasperi vince le elezioni del 1948. La Dc da lui guidata prende la maggioranza assoluta dei votanti, ma subito il suo leader ricerca l’alleanza con i partiti laici: capisce che l’esercizio solitario del potere rischia di acuire le spaccature della società italiana. Avverte la necessità di associare altri alla guida dell’Italia e di allargare progressivamente il perimetro dei valori condivisi. “La democrazia – egli dice – non può essere il governo di un solo partito, ma deve basarsi sul dialogo e sulla cooperazione tra le diverse forze”. 

E ancora: “Noi dobbiamo avere la capacità di unire più forze per il bene comune”. In De Gasperi si manifesta immediatamente la grande attitudine della Dc: essere forza di attrazione della democrazia italiana attraverso un processo di apertura e di ricerca continua di alleanze.

Dal centrismo degasperiano, infatti, si passerà nei primi anni ’60, al centrosinistra di Fanfani e Moro e successivamente, nell’epoca buia del terrorismo, alla solidarietà nazionale, con un coinvolgimento istituzionale del Partito comunista a cui era preclusa, per le note ragioni internazionali, la presenza diretta nell’esecutivo.

La Democrazia cristiana sceglie la solidarietà con gli Stati Uniti e l’Alleanza Atlantica e, proprio per questo, è europeista. De Gasperi accompagna il processo di unificazione europea. Lo vorrebbe imperniato non solo sull’economia e sul commercio, ma sull’anima più propriamente politica: per questo sarà angosciato, alla vigilia della sua morte, per l’imminente bocciatura da parte francese della sua creatura, la Comunità Europea di Difesa. Egli diventò, con la sua Democrazia cristiana, riferimento della famiglia europea dei democratici cristiani.

Rimane nella storia italiana il discorso che il Presidente De Gasperi tenne nel 1952 in Trentino in occasione del suo 50° anniversario di azione politica; un compendio di ciò che è stato il suo servizio allo Stato e i valori che lo hanno sospinto nell’impegno partitico. “La Democrazia cristiana – disse in quell’occasione – è una forza conservatrice e rinnovatrice ad un tempo. Conserva e alimenta le forze spirituali, le nobili tradizioni nazionali e trae dal Vangelo frammenti di vitalità e fraternità. Rinnova le strutture sociali, l’organismo economico, l’architettura politica”.

Un partito di centro che sfugge ovviamente le classificazioni del giorno d’oggi: pluralista e interclassista, ma con la stella polare di una socialità diffusa che, non a caso, negli anni porterà frutti benefici come l’universalità e la gratuità dei servizi sanitari, l’accesso al sistema scolastico per tutti, la riforma agraria.

Infine, la Dc come grande partito plurale, con una classe dirigente rappresentativa dei diversi settori della società. Niente a che fare con la dimensione dei partiti personali leaderistici che si affermerà poi negli anni successivi. 

Certe amarezze di De Gasperi, nella fase finale della sua vita, quella “solitudine” di cui parlò la figlia Maria Romana, si spiegano anche con un dibattito interno molto aspro: la più grande dimostrazione di come un partito vero e grande, costruito su motivazioni solide, sopravvive anche alle leadership più forti e sa metterle in discussione.

Comunque vorrei lasciare proprio a De Gasperi le ultime parole sul suo partito: «Voi costituite un partito, cioè una parte della nazione, ma questa parte non è accampata nella nazione per dominarla o per dividerla, ma è collocata in mezzo ad essa per servirla». 

Per questo forse oggi, a 70 anni di distanza, ciascuno di noi non può, in qualche modo, non sentirsi degasperiano.

 

Il video della cerimonia alla Camera

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Lo zoccolo duro della povertà assoluta in Italia

C’è un Paese che cresce e uno che arranca. I dati dell’indagine ISTAT sulla situazione economica dei cittadini italiani e dei nuclei familiari nel 2023 confermano sostanzialmente la rilevazione effettuata l’anno precedente e il quadro che era emerso dall’ultimo rapporto della Caritas. Questo, nonostante l’andamento positivo del mercato del lavoro nel 2023 (+2,1% di occupati in un anno), registrato anche nei due anni precedenti, poiché l’impatto dell’inflazione ha frenato la possibile riduzione dell’incidenza di famiglie e individui in povertà assoluta. Nel 2023, la lievitazione dei prezzi al consumo è risultata infatti ancora elevata (attestandosi a un +5,9%) ed è evidente che ciò ha inciso negativamente in particolare sulle famiglie meno abbienti.

A conti fatti, si stimano 2,2 milioni di famiglie (pari all’8,4% del totale) e in totale 5,7 milioni di persone (corrispondenti al 9,7% della popolazione residente) che vivono in condizioni di povertà assoluta. Per calcolare il livello oltre il quale le condizioni economiche di vita rientrano in una cornice definita di povertà assoluta, si tiene conto di alcune variabili che concorrono a determinare un quoziente reddituale individuale e familiare: il tipo di lavoro, la sua stabilità nel corso dell’anno, ovvero la condizione di precarietà fino alla disoccupazione, la composizione del nucleo domestico (le famiglie numerose sono tendenzialmente penalizzate), l’ammontare dei trattamenti previdenziali (con evidente incidenza delle pensioni minime, specie per chi vive da solo), le consuetudini alimentari rilevabili dal carrello della spesa, i livelli di istruzione raggiunti e quelli perseguibili in relazione ai costi della formazione scolastica, le spese per la casa (affitto – che riguarda il 46,5% del totale – bollette, mutui laddove sostenibili ma che erodono il potere d’acquisto di ciò che diventa insostenibile o superfluo), e le variabili territoriali e geografiche.

Nella classificazione dei livelli di povertà, l’ISTAT individua anche una fascia intermedia tra la povertà assoluta e le condizioni di sostenibilità: si tratta della cd. “povertà relativa”. Secondo l’Istituto di statistica, “sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia di povertà assoluta (che si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per regione e per tipo di comune di residenza), mentre sono considerate povere relative le famiglie che hanno una spesa per consumi pari o inferiore a una soglia di povertà relativa convenzionale (linea di povertà). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore sono classificate come povere. Per famiglie di ampiezza diversa, il valore della linea si ottiene applicando un’opportuna scala di equivalenza, che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti”. Significativo il dato relativo all’incidenza di povertà relativa individuale, che arriva al 14,5% dal 14,0% del 2022, coinvolgendo quasi 8,5 milioni di individui. La sostanziale conferma dei dati circa gli indici di povertà degli ultimi due-tre anni depone per il consolidamento di una sorta di ‘zoccolo duro’ che rimuove o vanifica la teoria del cd. ‘ascensore sociale’: una metafora sociologica che inchioda al piano terra chi era povero e povero rimane.

Nel rapporto sono presenti – in estrema sintesi – diverse “forbici” che si divaricano, avvalorando la narrazione del benestante o del ricco che rafforza il proprio status mentre – di converso – i poveri restano tali o non riescono ad affrancarsi dalla condizione di povertà. Lo “zoccolo duro” – come lo definisco leggendo i dati – comprime anche iconograficamente verso il basso chi sta sotto la soglia di povertà: non è un buon segnale, questo assestamento-consolidamento di stato, perché indice di un gap che resta incolmabile. Non sono certo i bonus e le mance a poter affrancare dalla fatica di vivere chi deve lottare quotidianamente per mettere insieme il pranzo con la cena. L’immagine di un Paese proiettato verso il new deal, la transizione ecologica e la panacea della digitalizzazione pervasiva e risolutiva resta appannaggio di imbonitori, affabulatori e contaballe. Solitudine e umiliazioni affliggono milioni di persone, perché non esiste il povero felice.

Le forbici che si allargano in tema di povertà riguardano come sempre il Sud nei cfr. del Nord, le famiglie numerose, la correlazione tra livelli di istruzione raggiunti o perseguibili (come fattori di riscatto sociale), i valori apicali nella povertà assoluta tra gli stranieri (che aprono a una necessaria riflessione sulle politiche migratorie in relazione alla conservazione della dignità personale e sociale: nel 2023 si contano oltre 1,7 milioni di stranieri in povertà assoluta, con un’incidenza individuale pari al 35,1%, oltre quattro volte e mezzo superiore a quella (7,4%) degli italiani), la stabilità e la remunerazione del lavoro, che resta il maggiore volano del possibile benessere (il termine “agiatezza” non si usa più e riguarda un target di lobbies anche professionali), ma anche il fattore più devastante della precarizzazione esistenziale. Tuttavia, c’è un dato nel rapporto che amplia in misura marcata la forbice della povertà e riguarda i minori: nel 2023, la povertà assoluta in Italia interessa oltre 1 milione 295 mila minori (13,8% rispetto al 9,7% dell’intera popolazione a livello nazionale). Credo sia questo il dato più negativo, emergente e in crescita, il fatto nuovo più preoccupante, poiché interessa il 12,4% delle famiglie italiane.

Kamala Harris è l’America che guarda al futuro: la sua vittoria è possibile.

Ho seguito con passione e una certa apprensione i sondaggi americani sulla sfida tra Kamala Harris e Donald Trump. E ora trovo conferma nelle previsioni iniziali: la mobilitazione delle donne è scattata immediatamente, in segno di solidarietà contro un personaggio accusato di abusi e disprezzato da molte per la sua condotta verso il genere femminile. Questo scontro, senza precedenti nella storia americana, si intreccia con la speranza di vedere, per la prima volta, una donna alla Presidenza degli Stati Uniti.

L’enorme afflusso di voti anticipati rappresenta una tangibile conferma del coinvolgimento e della mobilitazione femminile. Il Partito Democratico è sceso in campo con determinazione, consapevole delle minacce alla democrazia e preoccupato per la mancata azione della Corte Suprema contro Trump, nonostante le prove del suo sostegno all’assalto al Campidoglio. In questo scenario, Kamala non sembra risentire dell’eredità di Biden: anzi, l’attuale Presidente incontra un crescente favore per i suoi sforzi in direzione di una tregua in Medio Oriente, considerando che il conflitto potrebbe trasformarsi in un pericoloso scontro globale.

Kamala ha già superato il suo avversario sia nella raccolta fondi sia nel sostegno di importanti personalità, specialmente nel mondo dello spettacolo. I sondaggi, che oscillano di giorno in giorno, sono funzionali a entrambi i candidati, mantenendo alto l’impegno dei rispettivi elettorati.

Infine, è difficile immaginare che negli Stati Uniti possa prevalere un approccio ambiguamente “disarmista”, pensando soprattutto alla questione dell’ordine mondiale in bilico e al protagonismo delle potenze rivali – Russia e Cina – pronte a sfidare l’egemonia americana. L’industria bellica degli Stati Uniti difficilmente sarà ridimensionata: le guerre in Vietnam e Afghanistan furono abbandonate per preservare vite americane, ma oggi questa preoccupazione resta confinata ai margini per la natura e l’organizzazione della guerra contemporanea. Le potenze nucleari, grandi e piccole, optano per conflitti per procura, dove sono e saranno altri popoli a combattere per difendere la propria terra.