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Legge elettorale e partiti personali, una fatale connessione ai danni dei cittadini.

Con il dovuto rispetto per qualsiasi riflessione politica, c’è una sola legge che possiamo definire come “la madre di tutte le riforme”. E questa legge è quella elettorale. Del resto, è evidente anche ai sassi che con le leggi elettorali nascono e tramontano partiti, prendono il largo e scompaiono alleanze e coalizioni e, in ultimo, decollano ed escono dalla scena leader politici. Insomma, sono,le leggi elettorali che aprono e chiudono le stagioni politiche e storiche nel nostro paese.

Un esempio tra tutti. Con la legge elettorale maggioritaria, e non più proporzionale, è uscita definitivamente di scena la stessa Democrazia cristiana, cioè il partito che ha caratterizzato la scena politica italiana per quasi cinquant’anni. E con l’abolizione delle preferenze multiple a vantaggio della preferenza singola, si è introdotta prima una competizione violenta all’interno dei partiti fra i vari candidati per poi completare l’operazione con la designazione centralistica dei futuri eletti, espropriando di fatto i cittadini dalla possibilità di scegliersi i propri rappresentanti.

Ora, e proprio soffermandosi su questo aspetto, peraltro al centro del dibattito anche in vista della futura riforma istituzionale e costituzionale, non possiamo non evidenziare un aspetto che resta decisivo se vogliamo ridare credibilità alla politica e qualità alla nostra democrazia. E cioè, non ci sarà la possibilità di ridare il potere ai cittadini di scegliere la rappresentanza parlamentare finchè ci saranno i cosiddetti ‘partiti personali’ o i ‘partiti del capo’. E questa per una ragione persin troppo semplice da spiegare. Ovvero, non può un partito personale, cioè fatto ad immagine e somiglianza del suo capo, avere una rappresentanza parlamentare scelta liberamente dai cittadini che non individua nella fedeltà al capo la regola aurea da rispettare e da venerare. Ed è altrettanto inutile continuare a parlare di dare maggiore forza al popolo nella sua accezione più generale se poi, contemporaneamente, non si dà l’opportunità allo stesso popolo di scegliere la classe dirigente politica del nostro paese.

Questo, purtroppo, resta il vero vulnus della democrazia italiana e che pochissimi mettono in discussione. O meglio, tutti si esercitano nella propaganda di ridare il potere ai cittadini nella scelta dei propri rappresentanti ma poi, al contempo, non mettono in campo iniziative concrete per spezzare definitivamente il tabù o il dogma dei ‘partiti personali’ o ‘del capo’.

Ecco perchè la vera iniziativa politica, e culturale ed organizzativa, per invertire la rotta resta quella di riformare profondamente la natura e il profilo dei partiti, cioè degli strumenti principali e decisivi della politica italiana come recita la stessa Costituzione repubblicana. Ed è proprio su questo versante che il contributo, e la cultura storica, del pensiero cattolico popolare e sociale possono, ancora una volta, essere decisivi per ridare credibilità ed autorevolezza alla politica da un lato e qualità alla democrazia dall’altro. Partiti cioè, dove la ‘nomina dall’alto non può mai precedere la legittimazione democratica dal basso’ come ci ricordava alla fine degli anni ‘80 Carlo Donat-Cattin e dove, soprattutto, non può essere la fedeltà passiva ed incolore nonché sterile e anche un po’ squallida al capo la regola decisiva per selezionare le classi dirigenti nei partiti. Insomma, per dirla con Norberto Bobbio, non può diventare la ‘democrazia dell’applauso’ lo strumento essenziale per regolare i rapporti tra i dirigenti – o il dirigente massimo – del partito e la base del partito stesso.

E sin quando non ci sarà una profonda e sempre più indispensabile riforma dei partiti, non ci sarà una vera e credibile riforma delle istituzioni. Del resto, come ci ricordava sempre Sandro Fontana, è appena sufficiente vedere come un partito pratica la democrazia al suo interno per capire come pensa di riformare le istituzioni quel partito. Appunto, come puntualmente e concretamente sta capitando oggi.

La mannaia dell’Antitrust s’abbatte sul pandoro della Ferragni

Foto di Silvia Rao da Pixabay
Foto di Silvia Rao da Pixabay

L’Antitrust nasce nell’esperienza inglese per impedire che le grandi organizzazioni potessero ostacolare la libera iniziativa delle piccole imprese. Una tutela antimonopolio che nel tempo si è affermata anche in Italia allargando progressivamente il suo campo di azione.

Ci sono andati di mezzo il noto marchio Balocco, quello per intenderci del pandoro, e le società della influencer Chiara Ferragni.

“Le suddette società hanno fatto intendere ai consumatori che acquistando il pandoro ”griffato” Ferragni avrebbero contribuito a una donazione all’Ospedale Regina Margherita di Torino. La donazione, di 50 mila euro, era stata invece già effettuata dalla sola Balocco mesi prima. Le società riconducibili a Chiara Ferragni hanno incassato dall’iniziativa oltre 1 milione di euro”.

Questa, in sintesi, l’argomentazione della Autorità Antitrust. Per spiegarci meglio non si sarebbe incrementata la donazione all’Ospedale proporzionalmente all’acquisto del noto dolce natalizio.

Le Società della Ferragni per griffare il prodotto avrebbero messo a monte in portafoglio invece una somma non poco sostanziosa.

Tra le condotte contestate è quella di “aver diffuso, tramite cartiglio, apposto sopra ogni singolo pandoro griffato Ferragni, informazioni idonee ad avvalorare la circostanza non vera che l’acquisto del prodotto avrebbe contribuito alla donazione pubblicizzata”.

Qualche perplessità era già balenata nella testa dei protagonisti. Per quanto si legge in cronaca giornalistica, in uno scambio di mail tra l’azienda di Fossano e la Società della influencer, vien fuori un commento non proprio trascurabile: “In realtà le vendite servono per coprire il vostro cachet esorbitante”. Seguono altri messaggi dove si richiama l’attenzione a non esporsi a pubblicità ingannevole correlata a vendite.

È restata però salva l’ultima decisione in mano alla Ferragni che alla fine ha partorito un comunicato il cui si legge: “Lo storico brand piemontese Balocco, conosciuto ed apprezzato nel mondo per l’eccellenza della sua offerta natalizia, presenta una novità esclusiva: il pandoro Chiara Ferragni, le cui vendite serviranno a finanziare un percorso di ricerca promosso dall’Ospedale regina Margherita di Torino”.

Per come si comprende dalle cronache, alla fine l’avrebbe spuntata, malgrado l’apprensione della azienda dolciaria, la proposta comunicativa della influencer.

Dicono che il pandoro sia nato nella Repubblica di Venezia attorno al 1500, dolce conico ricoperto di sottili sfoglie d’oro. Secoli dopo ripreso e rielaborato per giungere al dolce che sappiamo. Una predestinazione: poteva accadere solo al Pandoro di spargere metallo prezioso attorno a sé e non certo al volgare panettone.

Questa volta il dolce è stato arricchito da una griffe, una firma, che più propriamente corrisponderebbe al termine “artiglio”, è così che in sostanza si accalappiano acquirenti. Quanto al “cartiglio”, è raffigurazione di un rotolo cartaceo, in parte spiegato, contenente una iscrizione o più sinteticamente una stretta lista di carta, una sorta di “bugiardino” che racconta qualcosa del prodotto, il contrario del cartiglio invisibile su cui immaginava talvolta di scrivere D’Annunzio.

Tornando al pandoro, in origine fu disegnato dal pittore Angelo Dall’Oca Bianca e qualcosa evidentemente è rimasto di quel primo imprinting.

L’oca è un animale fedele al padrone e gregario nelle abitudini. Segue le indicazioni cadute dall’alto. È simile il destino dei consumatori attratti in blocco dalla proposta di un palato da far gioire insieme al cuore compiaciuto per una contestuale azione buona verso il prossimo.

Tra i motivi che spiegano la credenza circa la pretesa stupidità delle oche è quello da ricondurre alle fiabe dove l’animale è descritto come ingenuo e credulone.

A dirla tutta, nel racconto dei fratelli Grimm “La volpe e le oche”, le cose sono andato in modo diverso.

Le oche prima di essere uccise, come espediente di salvezza, chiesero alla loro aguzzina di poter prima dire una preghiera che si sarebbe rivelata interminabile, tanto da non lasciarci più le penne.

A sua volta, in una fiaba celtica, l’oca, da vittima, esortò la volpe a che recitasse una preghiera di ringraziamento per il pasto imminente che si andava a compiere. Non appena la volpe aprì la bocca, l’oca scappò via.

Questa volta sembra che la realtà si sia ispirata alle fiabe trovando la maniera di ribaltare la situazione e non farsi prendere per il naso e reclamare il rispetto del diritto.

La Ferragni legittimamente ha dichiarato che chiarirà tutto e che impugnerà la decisione dell’Antitrust nelle sedi competenti continuando a fare attività di beneficenza come in passato.

Sul campo resta un elemento di certezza. Quella che di messaggi e parole ha fatto scuola, diventando riferimento per i non pochi appassionati delle dritte della influencer, è inciampata, proprio lei, in un inqualificabile difetto di comunicazione che ne dovrebbe far dubitare improvvisamente il mestiere.

Il mondo animale resta a guardare se prevarranno i profumi o i balocchi, se qualcosa di oro e ferro insieme porterà ad una nuova insolita lega, non solo di interesse.

Giornata Mondiale dei Migranti, progetto CNDDU per l’integrazione nelle scuole.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione del 18 dicembre, data in cui ricorre la Giornata internazionale dei migranti (International Migrants Day), che è stata proclamata dall’Assemblea generale dell’Onu con risoluzione 55/93, intende proporre alcune riflessioni in merito al tema. Già, in precedenza, nel 1990, sempre il 18 dicembre, l’Assemblea sanciva la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, con risoluzione 45/158.

L’Onu e tutte le organizzazioni votate alla difesa dei diritti umani in tale giornata promuovono una serie di azioni finalizzate alla salvaguardia delle libertà fondamentali degli esseri umani, soprattutto di coloro che sono costretti a spostarsi dal proprio Paese d’origine per garantire a sé stessi e ai propri familiari condizioni di vita decorose.

Significative sono le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: “Nella Giornata internazionale dei migranti, evidenziamo l’urgente necessità di una governance della migrazione sicura, radicata nella solidarietà, nella partnership e nel rispetto dei diritti umani.”

Le migrazioni di popoli esistono da sempre e sempre esisteranno; innalzare barriere e vincoli non permette di eliminare un fenomeno storico connaturato al genere umano.

Quello che si può fare oggi è cercare di analizzare le cause che generano simili spostamenti di massa e intervenire mediante strumenti condivisi dalle organizzazioni umanitarie per contrastare sottosviluppo, regimi antidemocratici, conflitti e cambiamenti climatici.

“Negli ultimi dieci anni vi è stato un incremento delle migrazioni in tutte le aree del mondo, soprattutto in Asia e in Europa. Nel 2020 una persona su 30 risultava vivere in un paese diverso da quello di nascita. Nello stesso anno il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani nel mondo ammontava, nonostante la pandemia, erano circa 281 milioni, il 3,6% della popolazione mondiale: di questi, circa 36 milioni sono minori” (Save The Children).

Il destino di ciascuno di noi e dei nostri figli è tutt’altro che definito; molti giovani italiani, anche in tempi recenti e correntemente, sono costretti a cambiare città o a trasferirsi all’estero definitivamente, non solo per un periodo di apprendistato/studio. Tutti potremmo conoscere da vicino la condizione del migrante; una condizione in alcuni casi drammatica perché correlata al traffico di esseri umani e a losche organizzazioni che traggono profitto dalla disperazione altrui. Ancora più straziante è lo stato dei giovani migranti, frequentemente minorenni non accompagnati, in balìa di eventi e incontri spesso funesti. Chi è più vulnerabile subisce angherie di tutti i tipi.

A scuola, nelle nostre aule, incontriamo quotidianamente i visi e le storie di adolescenti di prima e seconda generazione in Italia; perché i giovanissimi costituiscono quasi un terzo di tutti coloro che giungono in Europa dalle più disparate regioni del pianeta.

Molte volte intorno ai nuovi arrivati si crea un muro di diffidenza, dettata proprio dalla scarsa conoscenza degli altri popoli. In tal senso, per avvicinare gli studenti e favorire l’inclusione si potrebbe nella settimana della giornata in questione promuovere una serie di attività tese a comprendere meglio chi ci sta vicino tra i banchi.

Il CNDDU propone il progetto trasversale “#StorieLontaneInMovimento” strutturato sulle vicende degli studenti stranieri presenti nelle classi per raccontarne il vissuto con le caratteristiche di ciascun Paese di provenienza. Inoltre, per sostenere il dialogo tra i popoli e il rispetto della persona, il CNDDU, in vista della futura IV edizione delle Olimpiadi Digitali dei Diritti Umani, chiede al Ministero dell’Istruzione e del Merito che tale progetto venga riconosciuto come eccellenza educativa tra le strategie didattiche innovative. Ricordiamo che la terza edizione ha fatto registrare la partecipazione di circa 40 istituti secondari di secondo grado e che le prime quattro scuole classificate sono state le seguenti: 1. IIS Celestino Rosatelli, Rieti (RI); 2. ITIS Enrico Fermi  Roma (RM); 3. Istituto di Cultura e di Lingue Marcelline (Arona); 4. Liceo scientifico Barsanti e Matteucci, Viareggio (LU).

“Ovunque decidiamo di costruire il nostro futuro, nel Paese dove siamo nati o altrove, l’importante è che lì ci sia sempre una comunità pronta ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare tutti, senza distinzione e senza lasciare fuori nessuno” (Papa Francesco).

 

 

prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

(Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani)

coordinamentodirittiumani@gmail.com

 

Carcere e suicidi: Davigo disarmante sulla questione Gardini.

La questione ogni tanto torna a galla dando la ribalta a chi ne resta indifferente e chi invece se ne fa un punto di tristezza. Ciò detto non sembra che i fatti possano neanche per il futuro prendere una piega diversa per la sua complessità.

La soluzione sarebbe forse in una rilettura radicale del sistema di giustizia e penitenziario nel nostro paese che attende ancora la piena attuazione dei principi propri della nostra carta costituzionale in materia.

Su una giustizia giusta e sulla necessità di recupero e reinserimento di un reo nel mondo di fuori si sono scritte pagine innumerevoli ma nei fatti poche incisive. A monte la condizione che abbia scontato la pena comminata e pagato il suo debito con la società.

Nel 2022 nelle carceri del nostro paese si sono registrati 85 suicidi. Parliamo di persone che hanno deciso di togliersi di mezzo non intravedendo un filo di speranza né dentro le mura di una casa di pena né oltre esse.

Sembra che il termine “suicidio” sia stato coniato da un certo abate Desfontaine  e rappresenta in certe condizioni il solo potere ancora in mano a chi sia sprovvisto di ogni restante altro.

Nella mitologia nordica in origine era considerato un gesto di qualificata rilevanza. I Maya Ixtab adoravano la dea dei sucidi ai quali era assicurato il Paradiso.

Nell’antica Grecia, diversamente, per dispregio, al cadavere del suicida era invece mozzata una mano ed il cadavere seppellito fuori dalla città.

Il suicida segna ancora la sua presenza in questo mondo con un gesto estremo che lasci non solo traccia di sé ma che gli consenta di tagliare i ponti con una realtà che non riconosce per costruirsene un’altra di rinascita.

A settembre del 2023, sono state 51 le persone che hanno detto basta al regime carcerario e di recente nell’ultimo mese nella casa circondariale di Montoro a Verona 3 detenuti hanno deciso di farla finita.

L’ultimo di questi, l’8 dicembre, Oussama Sadek: nel mese di Marzo pare che avrebbe conosciuto la libertà ma non ce l’ha fatta a resistere fino a quella data. Si dirà che soffriva di un disagio emotivo e per questo non ha atteso il fatidico giorno di porte finalmente aperte. Se fosse vero, avrebbe dovuto essere tanto più assistito e protetto.

In un recente podcast condotto da persona di spettacolo, un ex giudice protagonista della stagione di Mani Pulite, ha dato con sincerità una risposta alla domanda di come avesse vissuto umanamente la vicenda del suicidio di Raul Gardini.

Piercamillo Davigo, articolando la risposta ha premesso, una ovvietà. “Le conseguenze dei delitti ricadono su coloro che li commettono e non su coloro che li scoprono e li reprimono”. Le indagini non possono essere inibite dalla ipotesi che qualcuno possa decidere di ammazzarsi.

L’intervistatore ha poi incalzato l’ex magistrato chiedendo se avesse avvertito comunque del dispiacere per la morte di uno dei protagonisti della impresa economico finanziaria in Italia.  Il primo commento è stato di disarmante per quanto apprezzabile onestà: “Il fatto che uno decide di suicidarsi lo perdi come possibile fonte di informazione”. Subito dopo ha aggiunto un passaggio anche sulla pietà umana che non deve però condizionare l’andamento delle indagini.

La “fonte” non è solo una sorgente d’acqua a getto continuo. Nel mestiere tipografico e nella tecnica di fotocomposizione indica anche un insieme completo di caratteri contraddistinti da un particolare disegno e stile. Verrebbe in questo caso da pensare ad una fonte di parole, ammissioni e confessioni auspicabili per poter mandare ulteriormente avanti un’inchiesta.

Un po’ prima del podcast, Macchiavelli, insistendo sulla necessità di un giudice di essere determinato e indipendente, nella “Allocuzione fatta a un magistrato” diceva: “Dovete pertanto, prestantissimi cittadini, et voi altri che sete preposte ad giudicare, chiudervi gl’ochi, turarvi gl’orechi, legarvi le mani,  quando voi habbiate ad vedere nel iudicio o parenti, o a sentire preghi o persuasioni non ragionevoli,  o ad ricevere cosa alcuna, che vi corrompa l’animo, et vi devii da le pie et giuste operationi”.

Non per contrapposto ma ad integrazione, sembra anche opportuno rammentare quanto detto da Leonardo Sciascia, uno che di giustizia si era occupato, quando ricordava che un giudice non dovrebbe tanto godere del potere che ha, quanto soffrirlo.

Nel sistema delle immediate priorità espressive, Davigo si è imposto di prediligere quella professionale, mettendo in seconda battuta quelle di sentimenti di umana pietà. È prevalsa insomma al tempo la preoccupazione di un ramo reciso che non potesse dare più frutti. Ogni valutazione va contestualizzata come sempre all’epoca dei fatti.

Per la cronaca Gardini si tirò un colpo di pistola, non era in carcere e non intendeva andarci. Si uccise nella sua casa in Piazza Bel Gioioso, a Milano. Un domicilio come paradossale scherzo del destino.

Roma bocciata mezzo salvata: il suo futuro non dipende dall’Expo.

Potrà sembrare paradossale ma la umiliante bocciatura di Roma all’Expo potrebbe aprire gli occhi a tutti. Occorre un cambio storico di rotta a partire dall’elemosinare risorse in occasioni dei grandi eventi, come se l’esistenza stessa di Roma non fosse un evento di per stesso di assoluta eccellenza.

Eppure l’esito era scontato per coloro come me che seguono il calcio e che sanno qual è il motivo di seduzione nel pianeta calcio! Una montagna di dollari e di affari per le forniture energetiche!

Per politici anche più distratti non si può più tacere l’inadeguatezza cronica dei poteri di Roma, Capitale di due Stati. Mi è di conforto la constatazione che una personalità di grande autorevolezza ed autonomia come Andrea Riccardi abbia constatato che con gli attuali poteri Roma non potrà rifugiarsi nell’una tantum degli eventi tipo Export, peraltro venuto a mancare.

Un confronto in Europa, prima fra tutte la Germania, offre un esempio da seguire con ben tre città regioni: la capitale Berlino, Brema ed Amburgo, come dire in Italia Roma, Milano e Napoli, L’attuale città metropolitana con poteri speciali schiaccerebbe definitivamente la Regione-Lazio dando l’addio al riequilibrio regionale.

Invece Roma deve essere competitiva con tutte le grandi città metropolitane. Basterebbe pensare al nuovo ruolo che potrebbe assumere come la capitale europea più vicina e protesa verso un legame più stretto tra Europa ed Africa!

 

Rodolfo Carelli

Ex parlamentare dc

Il Commissario tecnico della Nazionale visita un centro di accoglienza di Sant’Egidio

Il Commissario Tecnico della Nazionale Italiana, Luciano Spalletti, ha visitato ieri sera la chiesa del Buon Pastore, a Roma, un centro di accoglienza notturna aperto dalla Comunità di Sant’Egidio nel gennaio 2021. La chiesa, già parte di un grande convento femminile dismesso da oltre 50 anni – spiega una nota della Comunità -, attualmente offre a 16 persone senza dimora e in emergenza abitativa un letto comodo, biancheria pulita, un armadio e un comodino dove riporre i propri effetti personali.

“Sosteniamo la Comunità di Sant’Egidio nell’aiutare chi ha bisogno e queste persone ci restituiranno la felicità”, ha dichiarato Spalletti, che nei giorni scorsi ha diffuso un video-appello in favore della campagna solidale “A Natale aggiungi un posto a tavola” con il numero solidale 45586, nell’ambito del sostegno del presidente della FIGC Gabriele Gravina ai pranzi con i poveri della Comunità di Sant’Egidio.

A dare il benvenuto al Ct Spalletti tanti giovani volontari e il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo. “Il Buon Pastore – ha spiegato Impagliazzo – è un approdo e un rifugio per quella che viene definita ‘povertà estrema’, ossia non avere un luogo dignitoso dove vivere. Ma è soprattutto un’occasione preziosa per riprendere una vita migliore, perché qui non si trova solo un letto, ma anche amicizia, ascolto, fiducia e incoraggiamento, per lasciarsi alle spalle un passato difficile e ricominciare”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Cannabis ancora più legale nei Paesi Bassi: esperimento valido per sei mesi.

Foto di Ofoto Ray da Pixabay
Foto di Ofoto Ray da Pixabay

Nei Paesi Bassi, ieri 19 cannabis café sono stati autorizzati a vendere per la prima volta cannabis coltivata legalmente nelle città di Tilburg e Breda. Si tratta di un esperimento della durata di sei mesi, che dovrebbe estendersi a tutto il paese. I Paesi Bassi avevano già deciso di avviare l`esperimento nel 2019, ma il suo avvio è stato costantemente rinviato per vari motivi.

Nella prima fase, i cannabis café potranno acquistare cannabis da tre coltivatori approvati dalle autorità, afferma l’emittente pubblica olandese NOS.

La capitale dei Paesi Bassi, Amsterdam, è diventata famosa per i suoi numerosi cannabis café e per i turisti che arrivano in città apposta per loro. Ma la cannabis è ancora classificata come una droga illegale.

Ciò ha portato a una strana situazione dove i cannabis café possono vendere cannabis, ma devono acquistarla illegalmente. Pertanto, la coltivazione della cannabis è stata in gran parte lasciata sinora alle organizzazioni criminali.

Lo scopo dell’esperimento adesso è quello di aumentare il controllo delle autorità sulla vendita di cannabis e sottrarre il mercato ai criminali.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Tempi Nuovi partecipa alla costruzione del centro, non alla sua divisione.

Tempi Nuovi partecipa alla costruzione del centro, non alla sua divisione.

 

Si è riunito ieri pomeriggio a Roma il Comitato direttivo nazionale di Tempi Nuovi. Sono stati sedici gli interventi nel corso della riunione, Di seguito riportiamo il testo dell’introduzione di Fioroni.

 

Giuseppe Fioroni

 

 

“Siamo un partito liberamente raccolto attorno agli ideali della ispirazione cristiana, che costituiscono parte significativa della tradizione e della storia italiana”. Con queste parole Benigno Zaccagnini definiva la  Democrazia cristiana, il partito che lo ebbe come fulgido interprete del “rinnovamento”, dal 1975 alla guida di un gruppo dirigente che costruì sapientemente la prospettiva della solidarietà nazionale (1976-1979) e la tragedia di via Fani, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. È un tempo lontano dal nostro, ma non così lontano da rendere impossibile un ritorno alle radici ideali e politica di una storia importante, con l’intento però di guardare avanti e mettere in campo una visione di nuova politica. Per questo anche noi, sulla scia di Zaccagnini, vogliamo riferirci a questa idea di partito “liberamente raccolto attorno agli ideali dell’ispirazione cristiana”.

Il Comitato direttivo nazionale non può non esprimere in questo Natale funestato dalla guerra in Ucraina e nella Striscia di Gaza la sua ferma condanna per gli atti che ne hanno determinato il drammatico innesco – da un lato l’azione imperialistica della Russia, dall’altro l’assalto terrostico di Hamas – riprovando al tempo stesso tutto ciò che mette a repentaglio il rispetto dei diritti umanitari sanciti dalle Convenzioni internazionali. Una incessante “offensiva di pace” richiede ancora più impegno, specie da parte degli Stati Uniti e dell’Europa, perché l’Occidente democratico non deve rinunciare alla edificazione di un sistema di relazioni tra popoli e nazioni all’insegna della solidarietà e della pacifica convivenza, dato essenziale per la giustizia e il progresso del mondo.

I Popolari, storicamente, hanno un ruolo politico, culturale e sociale nel nostro paese se riescono a dispiegare la loro presenza ed originalità. Occorre da un lato ricomporre l’area cattolico popolare e sociale, oggi ancora frammentata e troppo dispersa o ridotta a giocare un ruolo del tutto ininfluente, se non addirittura inutile, sia a destra che a sinistra; come pure, dall’altro, rilanciare un Centro dinamico, innovativo, riformista e di governo attraverso la riscoperta di una vera e credibile “politica di centro”. Obiettivi che richiedono, però, uno sforzo di unità e di inclusione che superino definitivamente ed irreversibilmente le piccole meschinità, personali e politiche, a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi in un campo che era e resta decisivo per il rinnovamento e il cambiamento della politica italiana. Perché un luogo politico centrista e riformista non potrà che essere culturalmente plurale e con una leadership diffusa. Dove, cioè, vince il pluralismo e la convergenza di più culture politiche per riaffermare con forza e convinzione un progetto politico che sia in grado di battere alla radice quel bipolarismo e quella radicalizzazione della lotta politica che erano e restano nefasti per la qualità della  nostra democrazia.

Solo attraverso questo percorso, politico e civico, saremo in grado di rimettere in gioco il popolarismo di ispirazione cristiana. Grandi sfide interrogano le coscienze e le menti degli uomini di questo tempo. Noi, laici impegnati in politica, non pretendiamo di avere l’esclusiva nella trasposizione dell’insegnamento sociale della Chiesa, bensì cerchiamo di assumerci le nostre responsabilità in piena autonomia, anche se con partecipe attenzione al messaggio di Papa Francesco sui temi principali della nostra epoca, dalla pace nel mondo, appunto, alla battaglia per un’economia sostenibile, fino alla salvaguardia del creato nell’ottica di un pensiero conforme alla visione di un’ecologia integrale.

Guardiamo alle prossime scadenze politiche, in particolare allle elezioni europee, con un sentimento di aggravata preoccupazione.

L’impegno per l’Europa significa per noi un salto in avanti sulla scia di una storia che muove dall’intuizione e dal coraggio di Alcide De Gasperi, dei democratici cristiani,  dell’intera classe dirigente democratica del secondo dopoguerra. Oggi si tratta di sconfiggere anzitutto il virus del populismo e del sovranismo, dando più energia alla politica di integrazione come sviluppo di una politica coerentemente indirizzata alla costituzione degli Stati Uniti d’Europa.

Tempi Nuovi ha pertanto aderito al Partito Democratico Europeo perché sicuramente, più di quanto possa accadere stando nel Partito Popolare Europeo – tradizionale luogo di convergenza storica, fino all’ingresso di Forza Italia e del Partido Popular, dei partiti di autentica matrice democratico cristiana – questa scelta garantisce il prosieguo della cooperazione tra le grandi famiglie dell’europeismo, in contrasto con l’avventura di un governo europeo di tipo conservatore, fatalmente esposto alle insidie della destra nazionalista.

Agli italiani va spiegato quanto lo schieramento di destra patisca il formidabile condizionamento della Lega, ora più che mai allineata in Europa a pericolose forze ultra-nazionaliste e xenofobe, incompatibili con la formula della cosiddetta “maggioranza Ursula”. A maggior ragione, dunque, una lista di centro, forte di premesse e ambizioni genuinamente europeistiche, potrebbe fornire piena rassicurazione a un elettorato in cerca di un approdo convincente, senza cioè il ricatto dell’alternativa secca tra destra e sinistra.

Da ciò deriva un preciso elemento di giudizio che qualifica la posizione di Tempi Nuovi: la chiusura a destra non contempla la subalternità alla sinistra. Infatti, il nuovo corso del Partito democratico, con l’avvento di Elly Schlein alla segretaria, ha infranto il patto che sosteneva la scommessa del “partito unico dei riformisti”, con la conseguente riduzione dei cattolici democratici a pallidi testimoni di un’istanza di solidarismo in seno alla comunità politica più adesiva e confacente al disegno del neo-radicalismo di massa. A dispetto di alcune aperture, pubblicamente esibite come nuovo dialogo con i cattolici, il partito che doveva tradurre l’uscita dal Novecento in una formula di riformismo “a base umanistica” arretra in direzione di una politica “a vocazione radicale”, destinata a unire minoranze non in grado di comporre una maggioranza.

Come promuovere, dunque, un’alternativa largamente attesa? Siamo obbligati, nostro malgrado, a dover registrare la frammentazione della rappresentanza parlamentare derivante dal risultato elettorale del 2022, quando il Terzo Polo ha visto un primo esempio delle evidenti potenzialità di una proposta politica in via di attecchimento nella società. Siamo convinti perciò che la una lista unitaria di centro farebbe da volano a un processo di rimobilitazione dell’elettorato a cavallo tra disillusione e frustrazione.

Sta di fatto però che il divorzio in sede parlamentare tra Italia Viva e Azione chiude questa prospettiva di larga convergenza e consegna la bandiera del centro – democratico e popolare – ad una indebita competizione tra forze nondimeno portatrici di visioni programmatiche comuni. Lo stallo non si supera con i proclami a vuoto. Realisticamente, l’unico varco aperto è rapppresentato per adesso dal lavoro molecolare nello spazio delle comunità locali e regionali, laddove si può e si deve tentare di proseguire sulla strada della cooperazione, in particolare sulla scorta di esperienze positive, come nel caso recente delle elezioni comunali a Foggia nelle quali, per altro, Tempi Nuovi ha dato un contributo significativo.

Dobbiamo tenere fermo il punto decisivo della nostra iniziativa politica. Il centro a cui siamo interessati non vive nell’ossessione dell’equidistanza e della moderazione, sebbene vi sia della verità in queste parole della politica; ma vive soprattutto nel dinamismo di riforme che servano ad allontanare l’Italia dalle false aspettative, imprimendo nuovo vigore alle necessarie scelte di risanamento economico e sviluppo produttivo, per dare speranze alle giovani gionerazioni.

Arriviamo, dunque, alle conclusioni. Non vogliamo un partito tutto nostro, secondo una concezione oltranzista dell’identità, ma neppure accettiamo un’aggregazione transitoria, di pura convenienza, solo per mettere a segno un qualche risultato elettorale (ammesso che sia positivo). L’entusiasmo si genera se proviamo a dare forma e sostanza a un’idea di “umanesimo democratico”: contro le deformazioni o lo svuotamento della democrazia, di cui ne è prova il disegno di riforma costituzionale (con l’introduzione del premierato assoluto, avrebbe detto Leopoldo Elia); l’esasperazione anche cinica delle questioni correlate all’immigrazione; la resa in molti casi alle ingiustizie e alle sperequazioni della società; il cieco abbandono alle logiche di una tecnoscienza nemica dell’umano; il cedimento a un’etica lesiva della dignità delle persone; la svalutazione in via pratica della cultura della solidarietà e dell’inclusione.

Si può costruire un partito nuovo, un partito che innervi un progetto di “blocco democratico” per uscire dalla crisi del bipolarismo, aprendo l’orizzonte alla riconversione di forze tendenzialmente amiche, con un quadro politico che abbia l’ambizione di aggregare la maggioranza reale del popolo italiano.

Fedeli alla tradizione del cattolicesimo democratico e popolare, gettiamo le basi per una rinnovata presenza nella società. A tal fine, rivolgiamo un caloroso invito i coordinatori regionali ad attivare iniziative sul territorio per dare gambe e braccia al progetto di Tempi Nuovi. Prendiamo dunque impegno a convocare entro la fine di marzo la prima Assemblea nazionale per eleggere democraticamente tutti gli organismi dirigenti. Siamo in marcia, dobbiamo avanzare a passo spedito.

 

Roma, 14 dicembre 2023

I cattolici si rendano utili agli altri e a se stessi.

I cattSul destino politico dei cattolici ci si continuerà ad interrogare a lungo. Senza che queste domande preludano a partiti nuovi – e meno ancora a partiti vecchi. Il plu- ralismo politico infatti è ormai un dato acquisito e non è il caso di rimetterlo in discussione. Ma l’inesorabilità delle dif- ferenze non attenua il valore di alcune fondamentali affinità. Che rimangono.

Ci sono due terreni sui quali la coscienza civile dei cristiani deve cercare di ritrovare un tratto comune. Il primo è quello delle istituzioni. Il secondo è quello della politica di pace. In un caso e nell’altro il richiamo alla tradizione democristiana ha ancora un senso. Furono gli uomini di quel partito a imprimere l’impronta più forte sulla stesura della Costituzione repubblicana. E furono ancora loro, magari con qualche travaglio in più, a conciliare la lealtà verso gli alleati e la vocazione a un dialogo più largo.

Ora si dà il caso che questi due argomenti siano anche i più cruciali del nostro tempo. E soprattutto quelli più esposti al rischio. Infatti l’assetto costituzionale viene messo sotto pressione (uso un eufemismo) dal progetto del premierato. E tutto quello che accade in giro per il pianeta mette a sua volta a soqquadro il difficile equilibrio tra la nostra appartenenza alla sfera occidentale e la sfida che ci rivolge, nelle sue molteplici forme, il sud del mondo.

Per questo forse, più che inseguire traguardi di partito che non sono più alla portata, i cattolici animati da vocazione politica possono dedicarsi ora a questioni perfino più rilevanti. Rendendosi utili agli altri e forse un pochino anche a se stessi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 dicembre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Tucidide, Meloni, Gobetti e il Fascismo: ancora una sorprendente attualità.

Foto di Dianne Hope da Pixabay
Foto di Dianne Hope da Pixabay

“La posizione del Movimento 5 Stelle è quella che l’Ucraina deve arrendersi per ottenere la pace. È una posizione risaputa, ma per me è codardia applicata alla geopolitica”. Così la premier Giorgia Meloni ha affermato alla Camera in replica agli interventi.

Non c’è dubbio che il clima di scontro muscolare che caratterizza l’attuale confronto politico produca inevitabilmente una sorta di stravolgimento linguistico che altera il senso tradizionale delle parole. L’uso della parola diviene così un’arma.

Il linguaggio della premier richiama alla memoria una breve ma significativa antologia di brani tucididei pubblicata il 18 novemnre 1924 su “La Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti con il titolo “ Tucidide ed il fascismo”.

La rivista gobettiana rievocando fatti ed eventi narrati dallo  Storico ateniese ne sottolineava la sorprendente attualità con quanto avveniva sotto il regime fascista senza mai nominarlo.

Sullo stravolgimento della lingua la Rivista pubblicava un breve corsivo dal titolo “La lingua nuova” riportando quanto scriveva Tucidide nel libro III delle Storie, capitolo 82 par 4-5: «Era cambiato il consueto significato dei vocaboli. La sconsigliata audacia si chiamava coraggio, il cauto indugio timidezza, la moderazione viltà. Sicuro era considerato solo l’uomo violento, il sospetto circondava gli egregi cittadini».

Chi si pone il problema degli effetti della guerra russo-ucraina e si interroga sulle iniziative per riportare la pace non è un moderato ma un vile o meglio “un codardo”. Fra l’altro, secondo un Dictionary inglese online, codardo è “La più offensiva tra le parole note all’uomo».

Sulla genitorialità il bandierone alzato del Parlamento europeo

Foto di serrano1004 da Pixabay
Foto di serrano1004 da Pixabay

Il via libera del Parlamento Ue al riconoscimento della genitorialità in tutta l’Unione europa, che mira a far sì che nessun bambino sia discriminato a causa della famiglia di appartenenza o del modo in cui è nato, ha riacceso lo scontro politico e spaccato gli euro-parlamentari di Fi nel Ppe (il gruppo dei Popolari europei si è espresso a larga maggioranza a favore).

L’appello di Vincenzo Sofo di Fdi-Ecr, che ha chiesto ai colleghi del Ppe di votare in modo “compatto contro questo regolamento perchè non possiamo consegnare ai nostri figli una società nel quale tutto, compresi donne bambini e persino feti, può essere oggetto di compravendita”, non ha sortito l’effetto sperato. E alla prova del voto, hanno votato contro la proposta tre eurodeputati Fi-Ppe (Francesca Peppucci, Stefania Zambelli e Massimiliano Salini) e in sei a favore (Adinolfi, Chinnici, Martusciello, De Meo, Mussolini). Anche Dorfman della Svp, che non è nel centrodestra in Italia ma è nel Ppe a Strasburgo, si è espresso a favore.

Un tema incandescente per la maggioranza del governo Meloni e subito i parlamentari di Fdi e Lega sono andati all’attacco.

La responsabile ‘Famiglia e Valori non negoziabili’ di Fratelli d’Italia, Maddalena Morgante, non ha usato mezzi termini: “la scelta del Pd e del M5S di votare a favore alla proposta di regolamento Ue per la creazione di un certificato europeo della genitorialità è dichiaratamente una scelta fatta per raggiungere l’obiettivo di poter legittimare il ricorso all’utero in affitto.

Non possiamo accettare la strumentalizzazione del corpo della donna, non possiamo accettare che i bambini diventino merce di scambio. Continueremo a batterci perché questa brutale pratica non venga utilizzata e i diritti umani, conseguentemente, tutelati”. Ha detto ‘no’ alle “forzature” sulla famiglia l’europarlamentare della Lega, Danilo Oscar Lancini, il quale ha accusato l’Europa di “ipocrisia”.

Di tono diametralmente opposto, Pd e M5S. Il Dem Giuliano Pisapia, vicepresidente commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo: “Oggi è un giorno importante per tutti i cittadini europei che credono nella civiltà del diritto e dei diritti civili. Tutti i Paesi Ue saranno tenuti a riconoscere la genitorialità indipendentemente da come è stato concepito il bimbo o a quale famiglia appartiene. E’ da augurarsi che forze sostenitrici – a parole – dell’uguaglianza dei diritti de, ma in pratica contrari alla sua pratica applicazione – abbondino posizioni ideologiche e sappiano veramente guardare all`unico ed esclusivo interesse delle bambine e bambini”.

Per la senatrice Alessandra Maiorino, vice presidente del gruppo M5S e coordinatrice del Comitato Diritti civili e Politiche di genere, il voto del Parlamento europeo sul riconoscimento della genitorialità in tutta la Ue “smentisce in un sol colpo tutta la retorica di Giorgia Meloni sulla cosiddetta ‘famiglia tradizionale’, che contrariamente alla sua propaganda nessuno ha mai attaccato. È triste constatare che il nostro Paese è tra i pochi ad essere condannato ad avere una destra retrograda e medievale che sul tema dei diritti guarda più ad Orban che all`Occidente progredito. Il voto ha visto il sì di gran parte dei popolari europei: quando anche in Italia avremo una destra liberale capace di concepire i diritti come un fondamento della democrazia e una opportunità per tutti, sarà sempre troppo tardi.

Desidero ringraziare sinceramente tutta la delegazione M5S al Parlamento Europeo per l’intenso lavoro svolto per arrivare a questo voto finale”.

Il riconoscimento non prevede alcuna modifica alle leggi nazionali sulla famiglia, ma si applica solo ai movimenti transfrontalieri. Secondo quanto previsto nel testo approvato dagli euro-deputati, quando si tratta di stabilire una genitorialità a livello nazionale, i Paesi membri potranno continuare a decidere se accettare o no situazioni specifiche, come ad esempio la maternità surrogata, ma saranno tenuti comunque a riconoscere sul loro territorio la genitorialità così come stabilita da un altro Paese dell’Ue, per i residenti di quel Paese indipendentemente da come il bambino è stato concepito, è nato o dal tipo di famiglia che ha. Dopo aver consultato il Parlamento, i governi degli Stati membri dovranno trovare un accordo, all’unanimità, sulla versione finale della normativa.

 

 

Fonte: Notiziario Askanews

Ceneri, cremazione e Dicastero della Fede: qualche chiarimento e qualche dubbio.

Foto di krystianwin da Pixabay

Cindarella è nella storia delle fiabe popolari una fanciulla cosparsa di cenere. È stata scritta da Charles Perrault o dai Fratelli Grimm. Altri la riferiscono ad un racconto che correva invece nell’Antico Egitto, almeno secondo l’indicazione del filosofo romano Claudio Eliano. L’attribuzione dell’autore diventa così un’altra storia nella storia, ma non è questo che ora interessa.

Il mondo è diventato zeppo di un’umanità errante alla ricerca del posto giusto dove spargere le ceneri di un proprio caro. Vien da pensare, per libera associazione, alle campagne abitate da pattuglie di spigolatrici di un’epoca ora scomparsa.

Si tratta di andare per mare o per campi per restituire alle acque o alla terra i resti essenziali di un defunto amato. Oltre il trasporto “naturalistico” che ha mosso non pochi a questa pratica di spargimento, è sottesa una ragione di carattere economico.

I funerali oggi comportano un onere non indifferente che si può in qualche caso sopportare con considerevole sacrificio, a volte materialmente impossibile da fronteggiare.

Grava sempre il sospetto, almeno in qualche circostanza, che si faccia solo un ragionamento di convenienza economica. Si dia respiro ai resti del caro estinto e si dia respiro al proprio portafoglio sostenendo solo le spese di una cremazione. Pur potendo, non vale la pena impegnare somme per chi non c’è più. Ci sono urgenze maggiori e di maggiore soddisfazione a cui dare priorità.

La scelta si accompagna anche ad una pratica di frequentazione dei cimiteri che sta perdendo sempre più la battuta. Ci si va raramente, forse solo il giorno delle esequie.

Se ne è smarrita la dimensione di un luogo di raccoglimento, lontano dal trambusto del giorno, dove poter fermare con i tempi giusti i propri pensieri in ricordo di un parente o di un amico.

Al contrario un cimitero potrebbe diventare una occasione per riprendere le misure esatte alla quotidianità e per non disperdere delittuosamente il vissuto con le persone non più tra noi.

In materia la Chiesa si è finalmente pronunciata dirimendo libere interpretazioni e motivi di confusione.

“SI potrà predisporre un luogo sacro per l’accumulo commisto e la conservazione delle ceneri dei battezzati defunti”, insomma un cinerario comune dove sarà possibile riversare le singole ceneri.

Così si è espresso il Dicastero della Dottrina della Fede ammonendo di rifuggire da ogni suggestione di elementi panteistici, naturalistici e nichilistici. Quindi, per rozza sintesi, evitare di considerare divina la totalità delle cose, così erroneamente identificando la divinità con il creato. Analogamente non si deve indugiare in una chiave di lettura negativa del mondo, concependo la realtà nella sua dimensione di nullità.

In definitiva le “ceneri devono essere conservate in un luogo sacro e anche in un’area appositamente dedicata allo scopo, a condizione che sia stata adibita a ciò dalla autorità ecclesiastica”.

Sempre il Dicastero istruisce i Credenti: “La nostra fede ci dice che resusciteremo con la stessa identità corporea che materiale” pur tenendo conto che “quella materia sarà trasfigurata, liberata dai limiti di questo mondo. In questo senso la risurrezione sarà in questa carne nella quale viviamo”.

Tutto ciò “non implica il recupero delle identiche particelle di materia che formavano il corpo”. Da risorti il nostro corpo ”non necessariamente sarà costituito dagli stessi elementi che aveva prima di morire. Non essendo una semplice rivivificazione del cadavere, la risurrezione può avvenire anche se il nostro corpo è stato totalmente distrutto o disperso. Ciò ci aiuta a capire perché in molti cinerari le ceneri dei defunti si conservano tutte insieme, senza mantenerle in posti separati”.

Fin qui il messaggio è chiaro ed anzi indica un dato comunitario: le ceneri di tanti poste in un unico luogo, una esperienza che probabilmente in vita non si è sperimentata. Resta fermo l’ammonimento di indicare per ciascun defunto i dati anagrafici per non disperderne la memoria nominale. A volte però per chiarire può accadere si possano alzare altri dubbi. Il Dicastero dice anche che l’Autorità ecclesiastica “può prendere in considerazione e valutare la richiesta da parte di una famiglia di conservare debitamente una minima parte delle ceneri di un loro congiunto in un luogo significativo”. Nessun libero capriccio lasciato pertanto in mano ai familiari del defunto. La Chiesa dovrà esprimersi caso per caso.

Resta una perplessità sulla quota da considerarsi “minima” in un sistema di dosaggi che in materia sembra essere demandata alla sensibilità dei vivi e che può generare punti interrogativi, non essendo immaginabile la previsione quantitativamente numerica di che misura da una parte e quanto dall’altra. Mettersi con la bilancia in mano soppesando le grammature ha un senso che suona al primo impatto triste e sinistro. Ciascuno si regoli per come crede. Cindarella è andata per l’opposto, andando dalla cenere al fasto. Ma la sua è solo una fiaba.

Duplice sfida per i Popolari: ripartire dal basso e riordinare il centro.

Foto di janoazs da Pixabay
Foto di janoazs da Pixabay

La necessità di riscoprire il Centro da un lato e di rilanciare “la politica di centro” dall’altro è diventato quasi un imperativo nella vita pubblica italiana. E questo non solo perchè il Centro è sempre più necessario ed indispensabile nella politica del nostro paese ma anche, e soprattutto, perchè è l’unica strada per ridare credibilità ed autorevolezza alla politica e per spezzare la violenta ed innaturale deriva bipolare che mina alle fondamenta la stessa qualità della nostra democrazia.

Ma anche per il Centro, soprattutto alla vigilia di una doppia sfida elettorale, arriva il momento di un rinnovato impegno e anche di una scelta netta e precisa. Innanzitutto si deve ripartire dal livello comunale e regionale. E cioè, dal rinnovo di moltissimi comuni e di alcune Regioni che andranno al voto. Ed è proprio ripartendo dal basso, come del resto ci ha insegnato la miglior cultura cattolico popolare, che si legittima la presenza politica e culturale del Centro. È persin inutile aggiungere al riguardo che l’apporto, soprattutto a livello comunale, dei cattolici popolari è decisivo e qualificante per costruire coalizioni e alleanze con una spiccata cultura di governo. Un apporto, quello dei cattolici popolari e sociali, che è presente e radicato nei territori anche se, purtroppo, non ancora strutturato in una “forma partito” autonoma e organizzata.

Tuttavia, ripartire dal basso, cioè dal primo livello istituzionale comunale, significa anche rilanciare la qualità della democrazia e, al contempo, creare le condizioni per formare e consolidare una nuova classe dirigente. In secondo luogo le elezioni europee. Lo sforzo, oggi più che mai, è quello di lavorare per far convergere in una unica lista le formazioni, i gruppi, i movimenti, i gruppi e i partiti che dichiarano di riconoscersi in una politica e in un progetto centrista. Superando le ridicole e grottesche divisioni o, peggio ancora, i rancori e le vendette di matrice personale. Del resto, è appena sufficiente gettare uno sguardo alle esperienze politiche del passato per rendersi conto che i grandi partiti, e le rispettive classi dirigenti, sapevano sempre anteporre gli interessi generali alle ripicche personali e alle stupide pregiudiziali. Atteggiamenti, questi, che evidenziano solo un comportamento profondamente impolitico destinato, di conseguenza, a far saltare un progetto politico. E cioè, un comportamento che evidenzia l’esatto contrario rispetto ai solenni pronunciamenti pubblici.

Occorre, quindi, accelerare il processo di unità di tutte le forze di centro in vista del delicato ed importante appuntamento europeo. Senza ulteriori divisioni, spaccature, frammentazioni e pregiudiziali di qualsiasi genere. Ecco perchè, adesso, occorre concentrare l’attenzione sul prossimo turno elettorale consapevoli che solo attraverso un buon risultato delle forze e dei partiti centristi si potrà mettere in discussione quel “bipolarismo selvaggio” che era e resta il nemico più insidioso se si vuole

rilanciare la qualità della politica e spezzare quella ingessatura e rigidità ideologica sempre più logora ed insopportabile.

Non perdiamo altro tempo, alle elezioni europee dobbiamo andare uniti.

Siamo al limite del tempo massimo consentito per l’eventuale raccolta delle firme per una lista unitaria dell’area politica cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale, necessarie per poter partecipare autonomamente alle prossime elezioni europee.

La possibilità offerta dalla legge elettorale proporzionale che regola il voto europeo dovrebbe suggerire il buon senso e permetterci di superare le suicide divisioni che hanno caratterizzato la lunga stagione della diaspora, tuttora in atto. A sinistra, si è sentita la voce  dell’amico Castagnetti interessato a richiedere “un posto in segreteria” per i popolari nel Partito democratico, per il quale la Schlein ha contribuito a confermare la profezia di Del Noce di un “partito radicale di massa”. Da quel fronte, dunque, come ha ben rilevato Giorgio Merlo nel suo ultimo articolo su “Il Domani d’Italia”, nessun segnale di novità o di movimento, quanto piuttosto la continuazione del vecchio gioco degli “indipendenti di sinistra” di ricercare o ricevere qualche posizione sicura nel partito e nelle liste elettorali.

Anche sul fronte delle diverse formazioni partitiche di ex Dc al centro, sono timidi i segnali orientati al progetto di ricomposizione politica, anche se qualche novità è emersa dal gruppo di Insieme, Iniziativa Popolare e di Piattaforma Popolare 24, in attesa di conoscere se e quali decisioni saranno assunte dagli amici di Tempi Nuovi.

Interessante e fuori dagli schemi consueti la proposta della Dc di Cuffaro per una lista unitaria dei “Liberi e Forti”, che potrebbe rappresentare lo strumento per presentare finalmente una rappresentanza ampia e plurale dell’area cattolica e popolare alle elezioni europee.

Una lista che richiederebbe la raccolta delle firme per esser rappresentata e che avrebbe il pregio di porre in evidenza il consenso esistente nei diversi collegi elettorali. Auguriamoci che tale offerta vada a buon segno, quale scelta alternativa al prevalere di logiche derivanti da egoistici interessi particulari di quanti sembrano preferire la collocazione in liste sicure di destra o di sinistra.

Una cosa è certa: o cogliamo quest’occasione e facciamo prevalere il buon senso, sperando che, come scrive Manzoni nei Promessi sposi, non se ne stia “nascosto per paura del senso comune”; oppure non ci resterà che ripartire, con grande umiltà, dalle periferie, cercando di rimettere insieme quanti si ritrovano sui valori del popolarismo sturziano e degasperiano, in vista delle elezioni locali: comunali, provinciali e regionali.

Tutto ciò per preparare al meglio la lista unitaria dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali alle prossime elezioni politiche, per le quali sarà indispensabile batterci per una legge elettorale proporzionale. Obiettivo che si potrà ottenere, io credo, solo cercando la più ampia maggioranza politica e parlamentare sul sistema del cancellierato alla tedesca. Un punto di mediazione tra la “deforma costituzionale” della Meloni, e la difesa passiva dell’esistente. Con il cancellierato alla tedesca, si reintrodurrebbe la legge elettorale proporzionale e si sperimenterebbe l’istituto della sfiducia costruttiva, che ha garantito alla Germania la stabilità politica. Servirà anche una seria revisione degli errori compiuti con la modifica al Titolo V della Costituzione, per garantire un diverso e innovativo rapporto tra Stato e Regioni, sul piano dell’autonomia differenziata, nella garanzia dell’uniformità dei servizi fondamentali dal Nord al Sud d’Italia. Questo, io credo, sarebbe quanto dovremmo impegnarci a perseguire, in una fase storico politica interna e internazionale nella quale la presenza di una realtà politica organizzata di ispirazione democratica e popolare è quanto mai necessaria.

Auto elettrica, ottimismo nell’indagine presentata al Ministero delle Imprese.

Auto elettrica, ottimismo nell’indagine presentata al Ministero delle Imprese.
Auto elettrica, ottimismo nell’indagine presentata al Ministero delle Imprese.

La filiera automotive italiana guarda con fiducia alla transizione verso la mobilità elettrica e si sta già attrezzando per cogliere le nuove opportunità e creare posti di lavoro, ma troppo spesso le aziende riscontrano ancora difficoltà a reperire le professionalità di cui avrebbero bisogno. È quanto emerge dall’analisi presentata al ministero delle Imprese e del Made in Italy dall’Osservatorio Tea, l’osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano guidato da Cami (Center for Automotive & Mobility Innovation) del Dipartimento di Management – Università Ca’ Foscari Venezia e Cnr-Ircres, nell’ambito dell’evento “Presente e futuro delle filiera automotive italiana”.

La nuova analisi, condotta su un campione di 217 aziende rappresentativo delle 2.152 imprese mappate dall’Osservatorio TEA, indica che per la maggioranza delle aziende (il 48,4%) le trasformazioni dell’ecosistema automotive non avranno alcun effetto sul portafoglio prodotti e per il 30,9% avranno addirittura un impatto positivo, a fronte di un 20,7% che non esclude invece potenziali riflessi negativi.

Netta prevalenza della fiducia anche guardando al sentiment sugli effetti strettamente occupazionali della transizione, con la maggioranza assoluta delle aziende (il 55,5%) che prevede un impatto nullo sul numero dei propri dipendenti e quasi un’impresa su 3 (il 27,7%) che si dice convinta di poter aumentare i livelli occupazionali, proprio in virtù della trasformazione in atto, che vede nell’elettrificazione del powertrain il suo elemento centrale. In questo caso, scende al 16,8% la quota del campione che teme eventuali riflessi negativi.

 

Se l’incrocio di questi dati evidenzia come 8 aziende della filiera su 10 si muovano con confidenza verso la transizione, grazie alla clusterizzazione del campione è possibile andare ancora più in profondità e osservare che tendenzialmente le imprese più fiduciose sui riflessi sul proprio portafoglio prodotti sono quelle dei raggruppamenti “media” e “micro”, con l’83,6% e l’80% di quanti rispondono che si aspetta un impatto della transizione positivo o nullo.

Quanto al lavoro, le micro imprese sono quelle che più delle altre ritengono di poter aumentare il numero degli occupati (il 51,7% degli intervistati), davanti alle aziende piccole (il 33,3%) e a quelle più grandi (il 31,3%), in un contesto che vede la gran parte della filiera aspettarsi una sostanziale stabilità dei livelli occupazionali: nel caso delle aziende di medie dimensioni l’impatto sui posti di lavoro sarà nullo secondo il 67,6% degli intervistati. Il risultato delle risposte al questionario, quindi, conferma quanto valutato già lo scorso anno dall’Osservatorio Tea partendo dall’analisi del portafoglio prodotti delle imprese: la maggioranza delle aziende della filiera automotive italiana fornisce prodotti o servizi invarianti rispetto all’alimentazione dei veicoli.

Il tema occupazionale si incrocia però con quello delle competenze, e qui le imprese suonano l’allarme. A fronte della diffusa intenzione di procedere con nuove assunzioni, infatti, a seconda dei ruoli dei dipendenti, una quota dal 40 al 50% del campione denuncia grandi difficoltà nel reperimento delle professionalità richieste. In questo senso, le maggiori preoccupazioni sono quelle segnalate dalle grandi imprese, quelle attive in Italia ma a controllo estero e quelle del Sud, per un problema che investe parimenti i ruoli operativi, quelli specialistici e gestionali, quelli tecnici specifici e quelli di gestione del cambiamento e innovazione.

Accanto alla diffusa ricerca di nuove competenze da inserire in azienda, le stesse imprese della filiera manifestano una richiesta di supporto e guida da parte del Governo in questa trasformazione. In cima alle priorità di intervento segnalate alla politica ci sono la defiscalizzazione delle assunzioni di personale giovane (il 65,4% la ritiene importante o molto importante) ed esperto (64,4%). Misure che sul fronte dei giovani potrebbero essere corroborate da una più stretta cooperazione tra le aziende, gli Istituti tecnici professionali e gli ITS, per avvicinare il mondo del lavoro alle scuole, ma anche per contribuire a definire percorsi formativi più coerenti con le nuove competenze ricercate dall’industria.

E ancora, allargando il campo, il 58% delle imprese della filiera attribuisce grande importanza ai bonus per l’acquisizione di tecnologie e la riconversione produttiva e il 54,3% pone l’accento sulle agevolazioni per la formazione dei lavoratori.

L’Alleanza contro la povertà fa 10 anni e interpella la politica

Il quadro che va delineandosi sembra suggerire che accanto a puntuali e adeguati strumenti di lotta alla povertà - la quale ormai interessa circa un italiano su dieci - serve una adeguata iniziativa politica generale.
Il quadro che va delineandosi sembra suggerire che accanto a puntuali e adeguati strumenti di lotta alla povertà - la quale ormai interessa circa un italiano su dieci - serve una adeguata iniziativa politica generale.

Anniversari come quello ricordato ieri alla sede nazionale delle Acli – i dieci anni di attività dell’Alleanza contro la povertà in Italia – travalicano lo specifico campo di azione, che pure è molto vasto e può vantare anche risultati importanti (come il progetto del Reddito d’Inclusione Sociale, Reis, che, ispirò il Reddito di inclusione, Rei, introdotto da Paolo Gentiloni nel 2017), e finiscono per stimolare la politica a elaborare una nuova visione complessiva più adeguata a questo tempo.

Perché ciò che emerge non è un quadro semplicistico da grillina “abolizione della povertà” ma un invito comune e corale a non sottovalutare le nuove forme che il fenomeno della povertà sta assumendo, in tutte le sue implicazioni. E mentre fa ancora discutere gli esperti degli strumenti per la lotta alla povertà, la decisione del governo di superare il reddito di cittadinanza (tema su cui è appena uscito il volume “Sostegno ai poveri: quale riforma?“, curato dal comitato scientifico dell’Alleanza), l’Alleanza contro la povertà, nata nel 2013 su decisivo impulso di Acli e Caritas, finendo per coinvolgere oltre trenta organizzazioni – tra realtà associative, rappresentanze dei comuni e delle regioni, enti di rappresentanza del terzo settore, e sindacati – che portano con loro sia il sostegno di un’ampia base sociale sia l’esperienza della gran parte dei soggetti oggi impegnati nei territori a favore di chi vive condizioni d’indigenza, invita a guardare al futuro. E lo fa, partendo dalla consapevolezza che la crisi economica del 2008-2009 ha reso sorpassato il paradigma sociale della società dei due terzi garantiti. Da allora diversi strati di ceto medio sono stati costretti a familiarizzare con il rischio di povertà e la situazione si è ulteriormente complicata in questi primi anni venti nei quali si sono verificate crisi, se non imprevedibili, almeno inaspettate, alle quali si aggiungono sulla concreta situazione sociale del popolo gli effetti indiretti del cambiamento geopolitico e geoeconomico in corso, col riaffacciarsi di tensioni tra blocchi contrapposti, conflitti e guerre, e con le sfide poste dai cosiddetti “megatrend”, come la rivoluzione digitale, quella ecologica e energetica, i cambiamenti demografici, i flussi migratori.

Il quadro che va delineandosi, sembra suggerire che accanto a puntuali e adeguati strumenti di lotta alla povertà la quale ormai interessa circa un italiano su dieci, anche a causa della folata inflazionistica spalmata su tutti i generi di prima necessità, che infierisce maggiormente sulla fascia più debole della popolazione che spende una quota maggiore del proprio reddito per la sopravvivenza, occorre uno sforzo da parte della politica nel definire e nell’affermare un sistema di rapporti internazionali che renda il mondo meno conflittuale e un sistema di creazione e ripartizione della ricchezza che da un lato accetti la sfida delle nuove tecnologie ma senza rinunciare a porre con decisione la questione sociale come dimensione irrinunciabile per la gestione dei cambiamenti e foriera essa stessa di maggiore uguaglianza e prosperità, e di un contesto in cui anche le misure per fronteggiare le povertà estreme, possano funzionare.

Ciò appare tanto più necessario anche alla luce di un pluridecennale dibattito nel nostro Paese sulle “regole” e riacceso dalla proposta del governo di riforma costituzionale. Per quanto importanti e decisivi, i temi istituzionali non possono costituire, soprattutto per forze politiche di ispirazione popolare e riformista, i soli argomenti con cui governare il cambiamento e gestire le trasformazioni sociali in modo non traumatico ed anche imprimendo un segno positivo, di avanzamento, non regressivo dal punto di vista sociale, ai cambiamenti in atto.

Credo che anche sotto questo profilo, quello dell’elaborazione politica, il lavoro svolto in questi dieci anni dall’Alleanza contro la povertà sia denso di stimoli per la politica.

Ruolo della donna e crisi demografica: prendiamo sul serio la Costituzione.

Foto di Марина Вельможко da Pixabay
Foto di Марина Вельможко da Pixabay

Circa 2000 anni fa nacque un bambino che fece contare gli anni della Storia, prima e dopo di Lui. Era un Galileo nato a Betlemme in Palestina. Era tutti noi e tutti i bambini del mondo, che anche in questo secolo, sono le vittime più innocenti e più numerose di tutti gli scempi di cui l’umanità è stata capace di incolparsi. Anche il nostro tempo è macchiato da stragi di innocenti in ogni parte del pianeta: guerre, fame, malattie da povertà, ecc.

Ucraina, Gaza e Israele ci opprimono il cuore. I bambini sono la garanzia che esiste futuro per la umanità e per ogni nazione. Si tramandano culture, tradizioni, progressi, sviluppo. È questo il motivo per cui le culle vuote, fenomeno diffuso in Paesi ad alto sviluppo, come il nostro, recano con sé una molteplicità di problemi.

In Italia si è parlato di “apocalisse demografica” e anche di “deserto demografico”. Infatti l’ISTAT prevede che i residenti in Italia, se non si inverte la tendenza, nel 2050 saranno 54,1 milioni; il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3. In quella sede l’accento era posto sulla “perdita economica pari a un terzo di Pil…l’attuale modello di welfare sarebbe insostenibile”, ecc.

Ma le culle vuote rappresentano soprattutto un urgente messaggio da raccogliere: incertezza del futuro, la paura che si riducano le garanzie di tutela sociale e di occupazione. È la maternità il successo della vita contro ogni preoccupazione per il futuro. Negli anni ‘50 le nascite erano circa un milione l’anno; nel 2023 circa 400.000. La ricchezza delle culle è promessa di sviluppo, di ricchezza per il Paese, di successo nelle attività sempre innovative che esigono tanti vivaci cervelli per il benessere di tutti.

La nostra Costituzione ci ha pensato, ma noi siamo smemorati. La maternità è un valore sociale, la famiglia radice della società, tuttavia sembra che tocchi solo alle donne farsi carico di questi beni comuni: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio“ (art.29 Cost.)

Non sono mancati, soprattutto recentemente, interventi destinati ad aiutare le famiglie con figli. Sono certamente utili gli aiuti economici ma non può essere sufficiente una serie di bonus o assegni svincolati da un pensiero socialmente rilevante che riguarda direttamente chi ha la maggior responsabilità, la donna. Non può toccare a lei risolvere problemi che riguardano una idea di organizzazione sociale. Un imprenditore veneto ha deciso di premiare le sue dipendenti che hanno figli. Si potrebbe imparare…

La nostra Costituzione ha visto con lungimiranza i problemi che avrebbero investito la famiglia e ha descritto quali scelte si sarebbero dovute abbracciare. La donna nella famiglia e nel lavoro deve godere parità di diritti “e a parità di lavoro le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore“ (art. 37 Cost.), ma non è ancora così. Soprattutto si dichiara solennemente che per la donna “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. (ibid)

Non si realizzano queste condizioni se la carriera viene interrotta, se diminuisce la retribuzione durante il periodo di assenza dal lavoro, se di conseguenza sarà decurtata la pensione. I congedi di maternità e paternità non suppliscono l’assenza di servizi di custodia, socializzazione e istruzione nei primi anni di vita del minore. E là dove esistono sono onerosi.

Pare si diffonda la pratica del congelamento degli ovuli per consentire alla donna di non rinunciare – quando sarà, quando potrà?- a generare un figlio, rimandando la maternità ad un tempo più propizio, compatibile con la carriera. Ma la “maternità congelata” rinvia ad età più matura e quindi anche più difficilmente aperta a più figli.

Credo sia tempo che le forze politiche affrontino con radicale coerenza con la Costituzione una vertenza unitaria, tempestiva, per razionalizzare tutte le frammentarie provvidenze garantite dalla legislazione vigente. Invece!

Cosa prevede il Bilancio 2024? Mantenuto l’assegno unico. Asilo gratuito dal secondo figlio, ma non è l’arrivo del primo che crea situazioni critiche nuove nella organizzazione familiare? Asili dove? Pubblici o privati, comunque costosi solo in alcune Regioni. La maggior parte del territorio italiano è assai povero di servizi per l’infanzia. Invece di continui bonus servirebbe ‘raggruppare’ le risorse per un disegno strutturale.

L’Alto Adige, e soprattutto la provincia di Bolzano, è la prima in Italia e supera la media europea per indice di natalità. Il governo indaghi quali sono le cause e le copi.

La nostra Costituzione introduce verbi asseverativi: la Repubblica rimuove gli ostacoli, tutela, riconosce i diritti: insomma non concede ma garantisce.

Se non si modifica lo status della donna in funzione della possibile scelta di essere madre, lo Stato, noi tutti, lasciamo sulle spalle solo della donna la responsabilità del “deserto demografico” che invece merita il calore della solidarietà sostanziale della comunità. Significa eliminare le diseguaglianze nel lavoro con stipendi e contributi invariati, durante la gravidanza, e servizi per la famiglia, in assenza dei quali si monetizzino gli impegni per la cura dei figli. La riduzione dell’Irpef per 4 miliardi sarebbe stata più utile alle

famiglie, se data alla sanità. Mantenuta la quota ‘opzione donna’ ma la riforma Fornero, lungi da essere stata abrogata, è forse diventata anche più severa. Se le donne perdono stipendio e pensione a causa della maternità sarà difficile che scelgano di avere più figli. Ogni legge di bilancio trova la coperta sempre troppo corta…

Bisogna andare a cercare i soldi dove sono “nascosti”: il bilancio dello Stato ha un credito enorme da parte degli evasori delle tasse. Sarebbe bene andare a scovarli, perché le culle vuote sono un danno anche per loro.

La Turchia di Erdogan, attore ambiguo del Levante.

foto di İbrahim Mücahit Yıldız da Pixabay
foto di İbrahim Mücahit Yıldız da Pixabay

Confermato al vertice dello Stato, anche se non plebiscitato, Recep Tayyip Erdogan ha davanti a sé alcuni anni per completare il proprio disegno ormai sviluppato progressivamente in un ventennio di ininterrotto potere e così entrare nella storia della Turchia e finanche nel Panteon della Patria. L’ambizioso progetto, ormai evidente, è quello di ridare alla propria nazione lo status di potenza regionale, mediterranea e mediorientale, e di araldo moderno dell’Islam, riconosciuto come tale dall’intero mondo sunnita. Questo sogno neo-ottomano viene declinato attraverso una azione politica internazionale quanto mai complessa e non sempre intelligibile. Assai ambigua ma alquanto efficace. Anche rischiosa, però. E non è detto, dunque, che possa alla fine conseguire tutti gli obiettivi immaginati.

La Turchia è membro dell’Alleanza Atlantica. Di rilievo, sia per la sua posizione geografica assolutamente strategica sia per le dimensioni del suo apparato militare (il secondo in ambito NATO). Membro talmente importante da potersi consentire finanche qualche sgarbo all’alleato americano (l’unico che in realtà ad essa importa davvero) come quando ha acquistato dai russi il famoso sistema di difesa missilistico S-400, o da imporre una studiata dilatazione dei tempi prima di fornire il suo assenso all’ingresso nell’Alleanza di Finlandia e Svezia.  Importante agli occhi di Washington anche per la sua ostilità conclamata al regime iraniano, per motivi religiosi, ideologici, territoriali, politici. Ogni sua mossa va sempre considerata e valutata alla luce di questa rivalità.

Così è per il sostegno fornito, non da oggi, ad Hamas. Un sostegno consistente, politico e finanziario: i principali esponenti del movimento terrorista a cominciare dal capo Ismail Haniyeh viaggiano con passaporto turco, garantendo dunque loro una protezione non indifferente; le casse del movimento sono state riempite da Ankara con almeno 300 milioni di dollari all’anno a partire dal 2010. Sostenere attivamente il sunnita Hamas significa per Erdogan tenerlo sufficientemente lontano, o almeno non troppo vicino, al regime sciita insediato a Teheran.

L’obiettivo dell’Iran è come noto la cosiddetta “Mezzaluna sciita”, ovvero quel collegamento continuo fra i suoi territori e il medio oriente mediterraneo che ne rafforzerebbe lo status di primattore regionale oltre a favorire l’incuneamento dello sciismo fra i fedeli sunniti. Quello del Sultano di Ankara è esattamente impedirne la realizzazione. Ponendo dunque il proprio ombrello protettivo sui palestinesi e, con la “scusa” di dover contenere i “terroristi” interni annidati nel PKK curdo (ovviamente aiutato dagli iraniani), controllando militarmente alcune aree della Siria (alleata dell’Iran) e dell’Iraq settentrionale (pure esso sottoposto alla forte influenza iraniana).

Per altro verso, sostenere accesamente Hamas, con un vocabolario eccessivo ma chiaro per le masse popolari islamiche, significa contrastare il troppo timido e mai reale supporto arabo al popolo di Palestina ponendosi così ai loro occhi alla guida della riscossa musulmana nelle terre che furono parte del grande e potente impero ottomano. In questo modo insidiando la leadership politica e spirituale dei sauditi. Questa ambiziosa concorrenza con Riad però deve essere gestita con grande accortezza, essendo la monarchia saudita tuttora stretta alleata di Washington (anche se gli sviluppi che potrà prendere la nuova iniziativa BRICS+ di cui l’Arabia è partecipe, ma anche l’Iran, potrebbero in futuro segnare una svolta clamorosa negli assetti geopolitici planetari: ma non è un tema immediato, c’è tempo – ragiona Erdogan – per osservare e valutare le mosse e le scelte che eventualmente verranno effettuate in quel contesto, tuttora un po’ confuso e magmatico).

L’alleato americano, è noto, ha puntato molto sui cosiddetti Accordi di Abramo fra Israele e alcuni stati a guida musulmana, ai quali avrebbe dovuto a breve associarsi anche l’Arabia Saudita. Nella prospettiva pan-islamica turca se da un lato essi rafforzerebbero il rivale saudita dall’altro allontanerebbero ulteriormente l’Iran da qualsiasi possibilità di influenza regionale, che come detto rimane per Erdogan l’obiettivo prioritario. E anche il risultato positivo per Israele che da essi deriverebbe sarebbe controbilanciato dall’accennata ricaduta negativa per gli ayatollah e per le loro ambizioni territoriali e religiose.

E comunque – ritiene Erdogan – l’iniziativa di Hamas (mai denominata “terroristica”) ha avuto il duplice pregio di allontanare l’Arabia dagli Accordi di Abramo, almeno per un certo tempo, creando così problemi non previsti a Mohammed bin Salman, offrendo per contro alla Turchia e al suo leader un visibile palcoscenico di fronte al mondo sunnita.

La mattanza del 7 ottobre ha assestato un duro colpo a Israele e la cosa a Erdogan non dispiace affatto. Con lo Stato della Stella di David i rapporti sono tesi o interrotti a seconda dei momenti sin da quando, nel 2010, uno scontro sul mare di fronte alla striscia di Gaza fra la marina israeliana e la “flottiglia della libertà” ivi inviata da una ONG turca (con espressa autorizzazione dell’allora primo ministro Erdogan) allo scopo di forzare il blocco navale predisposto al tempo da Gerusalemme provocò la morte di dieci attivisti imbarcati sulla nave principale della flottiglia.

Eppure, al fondo, con Israele la rottura definitiva non potrà esserci, non foss’altro per via del comune legame con gli Stati Uniti. Ma anche perché, talvolta, gli interessi possono coincidere, e in questi casi la politica richiede malleabilità, della quale Erdogan ha fatto sfoggio già numerose volte nel corso della sua carriera. E i tempi della lunga crisi del Nagorno-Karabach, in un teatro che guarda a oriente e che quindi coinvolge il nemico iraniano, lo hanno dimostrato: solo poche settimane prima del 7 ottobre l’Azerbaigian ha chiuso la partita conquistando la regione contesa con l’Armenia, non più adeguatamente supportata dalla Russia ma sostenuta dall’Iran. Gli azeri per contro hanno ricevuto aiuto militare dalla Turchia ma pure, guarda caso, da Israele: Ankara e Gerusalemme si sono così ritrovate dalla stessa parte del campo contro un alleato del comune avversario persiano.

Le cose in quella parte del globo appaiono sempre diverse da come in realtà stanno. Stati Uniti e Israele da una parte (e magari anche la UE, anche se marginale in tutto il quadro); mondo islamico sunnita dall’altra. È fra questi due poli che Erdogan deve muoversi, con un nemico comune, in mezzo: quell’Iran sciita che vorrebbe contrastarne il disegno neo-imperiale sul Levante. Forse è questa la chiave di lettura con la quale cercare di interpretare le ambigue mosse di Recep Tayyip Erdogan.

Lotta alla corruzione, in Cina scatta la pena di morte.

Un tribunale cinese ha emesso una sentenza di morte per un funzionario che si sarebbe appropriato in maniera indebita di 3 miliardi di yuan (388,5 milioni di euro), nel più grande caso di corruzione mai scoperto nel paese.

Lo racconta il giornale economico Caixin. Li Jianping, che un tempo era a capo di una zona economica speciale a Hohhot – in Mongolia interna – e dell’autorità di gestione dell’acqua della città. È stato giudicato colpevole di aver intascato questa enorme somma nel settembre 2022. La pena capitale è stata decisa sulla base di una condanna per corruzione, concussione, appropriazione indebita e coinvolgimento nella criminalità organizzata.

Il funzionario ha presentato appello e l’Alta Corte della Mongolia Interna ha riprocessato il caso ad agosto. Si attende ancora un nuovo verdetto.

È solo l’ultima condanna che viene nella più che decennale campagna anti-corruzione voluta dal presidente Xi Jinping. Sono quasi 5 milioni i funzionari che sono stati indagati a partire dal 18mo Congresso del Partito comunista cinese, secondi i dati della potente Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare (CCDI), massimo organo di vigilanza.

Il ritmo delle indagini e delle sanzioni sembra essere in aumento, con 405.000 funzionari sanzionati nei primi tre trimestri del 2023, secondo il CCDI.

Il 63enne Li è il terzo funzionario ad essere condannato a morte dopo essere stato giudicato colpevole di corruzione dal 2007, quando la Cina ha inasprito le norme sull’applicazione della pena di morte. Gli altri sono Lai Xiaomin, ex presidente della China Huarong Asset Management di proprietà statale, e Zhang Zhongsheng, ex vice sindaco di Luliang nella provincia dello Shanxi.

L’unico caso di sentenza capitale eseguita in questo ambito è quella di Lai, messo a morte nel 2021, mentre solitamente le condanne a morte per corruzione vengono commutate in ergastolo. Secondo i documenti del tribunale, ha speso una parte del denaro giocando d’azzardo, acquistando oggetti di lusso o portandoli all’estero.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Il caos del premierato e il presidenzialismo di cui non sapevamo

È bene dirlo chiaramente! La modifica della forma di governo parlamentare, che dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana ha guidato il nostro Paese, l’avevamo fatta e non ce ne eravamo accorti.

Dagli interventi sul tema di Giuliano Amato, Gianni Letta, Marta Cartabia, Silvana Sciarra ed altri abbiamo ora appreso, infatti, che la riforma costituzionale proposta dal governo Meloni per eleggere direttamente da parte del popolo il presidente del consiglio (cd. premierato) non si può fare perché essa ridimensionerebbe poteri e ruolo del capo dello stato assurto ad organo centrale di un sistema neo-presidenziale. Non perché, dunque, intaccherebbe le prerogative del parlamento come da sempre si è paventato quando per correggere la strutturale debolezza dei governi si è proposto di modificarne la forma parlamentare. O perché, comunque, metterebbe in discussione il rapporto fiduciario tra i due organi (parlamento-governo) o, ancora, perché il baricentro dell’indirizzo politico si sposterebbe sul versante del governo o, infine, perché in questa fase tendente ad uno scivolamento personalistico dell’autorità l’elezione popolare diretta del premier favorirebbe ancor di più la propensione dell’attuale politica a caratterizzarsi plebiscitariamente mortificando ancora di più la rappresentanza.

La riforma del premierato non si può fare, invece, perché intacca le prerogative del presidente della Repubblica il quale, secondo l’art. 92 secondo comma della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri” e, secondo una prassi costituzionale consolidatasi negli ultimi tempi, assicura in situazione di emergenza – anche attraverso governi tecnici o di larga unità – la continuità dell’azione di governo e della legislatura (Stefano Passigli, Premier, vizi e pericoli della riforma in “Corriere della Sera” dell’8 dicembre 2023, pag. 36).

Ora, che l’esercizio di questi poteri da parte dei presidenti della Repubblica sia diventato negli ultimi tempi sempre più ‘presidenziale’ (vale a dire: personale perché non più adeguatamente collegato al sistema dei partiti politici presenti in parlamento) è un dato indiscutibile. Basti semplicemente andare a verificare l’evoluzione della prassi costituzionale delle consultazioni parlamentari in occasione delle crisi di governo dove la voce dei partiti è diventata sempre più flebile. Così come non solo è assolutamente vero ma è anche inoppugnabilmente confermato dalla grande popolarità che hanno goduto presso l’opinione pubblica che i nostri presidenti della Repubblica abbiano svolto con saggezza i loro delicati compiti istituzionali ed abbiano esercitato con grande senso di equilibrio le funzioni di garanti delle istituzioni repubblicane. Ma tutto questo non autorizza a pensare che essi siano diventati il baricentro del nostro sistema di poteri costituzionali anche se non va trascurato il loro ruolo di capi dello stato e di rappresentanti dell’unità nazionale.

Piuttosto bisogna ricordare che essi sono configurati dalla Carta costituzionale come organi di garanzia e, per alcune competenze, come organi di controllo. Non certo come titolari-protagonisti della determinazione dell’indirizzo politico nazionale, spettante al duo governo-parlamento. Nessun loro atto, infatti, “è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità” (art. 89.1 Cost.), e, come aggiunge l’art. 90.1 Cost., la responsabilità degli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni non gli è imputabile “tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.

Evocare, quindi, non si capisce bene quale irreparabile vulnus determini nelle prerogative dei presidenti della Repubblica l’elezione diretta popolare del premier è, a me sembra, una vera e propria petizione di principio. A meno che non si intenda colpire con tale critica il principio in sé dell’elezione popolare del primo ministro perché si preferisce mantenere sempre quello indiretto della designazione attraverso il parlamento ed i partiti politici. Magari secondo la modalità, ultimamente invalsa, dell’indicazione dello stesso nella scheda elettorale del partito di maggioranza relativa nella coalizione risultante vincente. Ma se così fosse, bisognerebbe dirlo diversamente e chiaramente, continuando ad indicare negli attuali partiti politici (diventati sempre meno popolari e più personali) i detentori veri della sovranità che in parlamento possono fare e disfare a proprio piacimento i governi mentre i cittadini sono sempre più ridotti a consumatori, utenti, spettatori ed, infine, sudditi dei poteri forti che si sono impadroniti della società e delle istituzioni. Lasciando così cadere ogni riferimento al presidente della Repubblica per ‘coprire’ una tesi che, forse, anche dai suoi sostenitori si ritiene non molto popolare. Ma tant’è!

Ciò che è necessario, sia chiaro, è, quindi, che il premierato è tale soltanto se prevede l’elezione popolare del primo ministro e contemporaneamente la cancellazione del potere di nomina del presidente del consiglio da parte del presidente della Repubblica. Ma non solo del premier eletto direttamente dal corpo elettorale ma anche del cd. “secondo premier”, che, alla luce del disegno di legge costituzionale presentato dal governo, in caso di cessazione dalla carica del presidente del consiglio, il presidente della Repubblica può incaricare di formare il governo “per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il Governo del Presidente eletto ha chiesto la fiducia delle Camere”.

Quest’ultima ipotesi, escogitata più per soddisfare esigenze di accordi all’interno della maggioranza che di equilibrio tra i poteri costituzionali, lasciando al capo dello stato comunque un margine di manovrabilità nella gestione delle crisi di governo, sarebbe infatti in contraddizione con la corretta costruzione del figurino del premierato non solo per la permanenza di poteri impropri in capo al presidente della Repubblica ma anche e soprattutto per la mancanza di automatismo tra la caduta del premier eletto dal popolo e il ritorno alle urne per una nuova sua elezione (non allo scioglimento delle Camere che, come vedremo, non devono essere legate da nessun meccanismo di simul stabunt vel simul cadent al premier eletto). Ma non basta. Perché se si vuole rafforzare la figura del premier non gli si può poi negare ciò che altri sistemi di governo ad elezione non diretta – quali Gran Bretagna, Germania, Spagna – già gli riconoscono e, cioè, il potere di nomina e di revoca dei propri ministri, mentre l’attuale disegno di legge prevede che il presidente del consiglio possa esercitare soltanto la facoltà di “proposta”.

Chiarito questo primo profilo del premierato, quale forma di governo del premier eletto direttamente dal corpo elettorale e titolare del potere di nomina dei suoi ministri, l’altra fondamentale quistione da chiarire subito – per evitare che nelle discussioni che ormai si sviluppano sempre più confusamente si prospettino soluzioni caotiche e pasticciate – riguarda il rapporto del governo con il parlamento che non può essere più di fiducia ma dovrà trasformarsi in rapporto funzionale di controllo. Perché è evidente che se il premier è eletto direttamente dal popolo non può essere un diverso (per elezione e composizione) organo di quest’ultimo a validarne la legittimità in quanto ciò lo metterebbe subito in contrapposizione con il primo ed invece di supportarne il ruolo e le funzioni ne impedirebbe la possibilità di esplicare qualsiasi azione. Diversamente, invece, se al rapporto fiduciario tra governo e parlamento si sostituisce una relazione funzionale di controllo delle attività poste in essere dal governo da parte del parlamento. Perché, in questo modo, il carattere indipendente dei due organi costituzionali non sarebbe sacrificato ed anzi le loro funzioni avrebbero modo di integrarsi perfettamente.

Ciò però implica una contestuale ed ineludibile riforma strutturale e funzionale del parlamento per rafforzarne, sotto il primo profilo, la rappresentatività e, sotto il secondo, la capacità di controllo. In altri termini, si tratta finalmente di superare il bicameralismo paritario e di istituire il senato delle autonomie in modo tale da introdurre accanto alla rappresentanza politica nazionale della camera dei deputati la rappresentanza territoriale delle comunità locali e regionali del senato e così rafforzare in maniera indiscutibile il ruolo del parlamento di fronte a quello del nuovo presidente del consiglio direttamente eletto dal corpo elettorale. Non solo. Ma la riforma del parlamento dovrebbe poi investire anche le sue funzioni con particolare riferimento a quella di controllo che nella sua nuova relazionalità con il premier costituirebbe la modalità principale di organizzare non più i vecchi poteri pubblici derivanti dalla sovranità dello stato ma i nuovi servizi comunitari di cui la Repubblica si è fatta carico per garantire i diritti inviolabili dell’uomo. Il che significa che il controllo parlamentare non potrà più limitarsi alla sola attività ispettiva con i famosi istituti dell’interrogazione, dell’interpellanza e della mozione ma dovrà espandersi a tutte le altre attività parlamentari per fare concretamente valere la responsabilità politica del governo.

Chiaramente, qui, il discorso dovrebbe essere ancor di più portato in profondità almeno nei suoi contenuti essenziali ma, in questa sede, maggiormente necessario appare fare almeno un cenno alle modalità elettorali sia del premier che del parlamento che risultano completamente distoniche rispetto al sistema di governance che si vuole costruire.

Come è noto, infatti, il testo del ddl. di riforma costituzionale si limita a precisare che la legge disciplina il sistema elettorale delle camere “in modo che un premio assegnato su base nazionale garantisca ai candidati e alle liste collegati al Presidente del Consiglio dei Ministri il 55% dei seggi nelle Camere”. Nulla, invece, dice circa quanti voti il premier dovrebbe ottenere per risultare eletto. Lo stabilirà, poi, la legge elettorale (da approvare magari di volta in volta alla vigilia delle elezioni sulla base delle previsioni e degli interessi della maggioranza!).

Non è una scelta di poco conto, questa adottata dal ddl. in discussione. È una decisione gravissima. Innanzi tutto, perché in questo modo, si introduce l’elezione diretta del premier senza stabilire che ciò avvenga nel rispetto del principio di maggioranza dei suffragi espressi o, almeno, a seguito di ballottaggio come nella maggior parte dei Paesi democratici dove si elegge direttamente una carica di governo. E, poi, perché all’elezione del presidente del consiglio dei ministri viene collegata quella delle due Camere con l’assegnazione di un premio del 55% dei seggi ai candidati e alle liste, presupponendo la persistenza di una continuità tra i due organi costituzionali che l’introduzione del premierato spezza proprio a motivo della diversa legittimazione popolare che, per quanto riguarda il parlamento, porta ad una sua elezione di carattere proporzionale.

Insomma, un caos perfetto dal cui guazzabuglio non potrà che sortire un ulteriore aggravarsi della nostra governabilità e, soprattutto, della nostra democrazia resa ancora più incomprensibile e lontana dall’opinione pubblica e dai cittadini-elettori.

 

Andrea Piraino

Ordinario di diritto costituzionale – Università di Palermo

I cattolici e la tristezza della condizione politica attuale

Certo, è triste prendere atto che dopo aver svolto un ruolo politico, culturale e programmatico importante, se non addirittura storico, nella vita pubblica del nostro paese adesso – e ormai da tempo – per i cattolici italiani si apre solo uno spazio testimoniale e del tutto evanescente. E una

delle plateali conferme di questo assunto, peraltro mesto e malinconico, arriva anche e soprattutto dalla piccola corrente popolare nel Pd della Schlein, che si limita a richiedere, attraverso i suoi referenti, un piccolo posto nella segreteria nazionale del partito. Una richiesta mesta e triste se si pensa, appunto, che quest’area culturale e questo pensiero politico sono stati decisivi, con quello della sinistra democratica ex e post comunista e altre correnti culturali, per costruire il progetto politico del Partito democratico negli anni scorsi.

Dunque, da asset decisivo e costitutivo del partito alla richiesta di un posto in segreteria in “quota cattolici” come premio di consolazione per la fedeltà al partito. Un partito che, com’è evidente a tutti dopo la vittoria della Schlein alle primarie di inizio anno, ha un altro altro profilo culturale e persegue un’altra prospettiva politica – del tutti legittimi, come ovvio – che non solo sono diversi ma quasi alternativi rispetto alla storia, alla cultura, ai valori e alla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. Altroché richiesta infima per mendicare un posto nella segreteria nazionale!

Purtroppo, anche nei partiti di centro destra la situazione non è granchè migliore. Anzi. Il tutto si riduce purtroppo ad una presenza, seppur autorevole, ma sostanzialmente personale e quindi destinata a giocare un ruolo politicamente irrilevante se non addirittura inesistente.

Sul populismo antipolitico e demagogico dei 5 stelle è inutile soffermarsi perché da quelle parti prevale “il nulla della politica”, per dirla con una felice espressione di Mino Martinazzoli, e quindi ogni ulteriore commento al riguardo è del tutto superfluo. Ecco perché la vera scommessa politica per i cattolici popolari e sociali italiani nella fase storica contemporanea non è quella di continuare a mendicare qua e là qualche piccola prebenda di posizionamento di potere personale o di gruppo (politicamente insignificante e culturalmente del tutto irrilevante); ma, al contrario, cercare di segnare con la propria cultura, la propria storia e il proprio comportamento il progetto delle formazioni politiche in cui si milita. Il tutto in attesa che all’orizzonte si riaffacci la possibilità di ricostruire una presenza politica di un partito popolare, riformista, di governo, laico e di ispirazione cristiana.

Ora, in attesa appunto che si creino quelle condizioni politiche e culturali, non si deve contribuire a svendere una nobile tradizione politica, culturale, sociale e anche etica per mere, e anche un po’ squallide, esigenze e soddisfazioni puramente personali. In gioco c’è, e continua ad esserci, la credibilità e la dignità di una storica tradizione politica e culturale che non può essere sacrificata sull’altare di una presenza politica e partitica effimera e del tutto incoerente con i propri valori di riferimento.

Avatar, intelligenza artificiale e persino una morte a rischio. 

È tempo di intelligenza artificiale. Non se ne capisce ancora molto ma già quel tanto per rendersi conto che è materia su cui piaccia o meno occorrerà sgrugnarsi. Dall’iceberg di un tema così scottante affiorano intanto due aculei che pungono ormai costantemente il dibattito di esperti e di gente comune.

La prima riflessione è l’impatto che questa nuova tecnologia avrà banalmente sul mondo del lavoro. Vengono fuori cifre contradditorie e inevitabili contrapposizioni tra quelli che gridano alla opportunità di nuove forme di occupazione ed altri che lanciano l’allarme per quanta gente resterà piuttosto per strada licenziata dal giorno alla notte, sostituita dal nuovo infernale marchingegno sfornato dalla scienza.

C’è poi una riflessione in corso nel campo dell’etica e siamo solo all’inizio di domande e di risposte che verranno presto superate da un più veloce aggiornamento della tecnologia che richiederanno ulteriori sforzi di cervice e di cuore.

Per adesso possiamo accontentarci di dire che intelligenza sta per leggere dentro, in profondità, la capacità di scavare per quanto possibile per afferrare una verità.

Artificiale è parola che si presta invece ad una doppia lettura. Viene da artificio. Non è soltanto una maestria nell’operare ma anche una astuzia per ottenere un risultato. È anche un espediente, un modo innaturale di condursi pur di risolvere una faccenda.

Già i computer si sono affermati come una comoda scorciatoia per mille procedure che prima richiedevano più tempo, manualità e destrezza. Ora siamo in presenza di qualcosa in più.

Siamo di fronte ad un moderno Oracolo di Delfi che fa risparmiare ore preziose a chi cerca risposte immediate, così guadagnandosi soluzioni istantanee ed evitando di spremersi il cervello. Anche in cucina si preferiscono cibi precotti e pronti all’uso piuttosto che sporcarsi le mani con più ingredienti per confezionare un piatto più o meno uguale nel risultato.

Si potrebbe temere una atrofia della mente, una progressiva debolezza di indagine del pensiero che per velocità e praticità demanda alla tecnologia la soluzione di questioni correnti con impatti significativi, ad esempio, nel mondo del lavoro.

L’uomo contemporaneo preferisce ormai delegare che fare in proprio. In sé la cosa non assume necessariamente valenza negativa. Verrebbe però da chiedersi come impiegherà poi il tempo che avrà a disposizione quando i suoi impegni si ridurranno al minimo consentito.

Su un altro fronte il metaverso ci precipita in una realtà virtuale. Un avatar ha una vita parallela, autonoma e non per forza coincidente con l’originale. Siamo ancora ad una replica di un me stesso trasferito in un’altra dimensione che si agita secondo il capriccio del padrone. Verranno fuori programmi che emanciperanno dalla passiva obbedienza l’avatar che troverà forme di autonomia, fino a renderlo completamente indipendente e forse anche in contrapposizione a chi gli ha dato vita. Ci si chiederà poi se è legittimo che un uomo possa un giorno decidere di uccidere il suo avatar ribelle o se per questo possa correre il rischio di andare sotto processo.

Di converso, in una relazione di stampo diverso, ci si potrà chiedere se, prima della sua morte fisica, un uomo possa disporre di eliminare ogni traccia passata del suo caro e fedele amico avatar in modo che non resti nulla della sua presenza virtuale. Si potrebbe andare avanti per molti altri interrogativi a cui mettere mano. Si dovrebbe stabilire, ad esempio, se si è responsabili delle azioni delittuose del proprio avatar e così via.

Con l’intelligenza artificiale si è fatto un passo avanti. Non si tratta solo di una sorta di doppione con cui avere a che fare o da eliminare, se possibile, ad eventuale comando. C’è una sapienza a cui poter attingere come fosse fonte miracolosa.

I meccanismi si affineranno e si avranno risposte sempre più pertinenti e decisive per la propria condotta. “Specchio, specchio delle mie brame” è stata una felice anticipazione di ciò che si sta profilando in tempi rapidissimi, che incalzano il nostro quotidiano con impressionante irruzione.

Anche qui in agguato il pericolo di una etica da affinare a puntino prima di pericolosi sbandamenti. L’intelligenza di cui trattiamo godrà per certo di una sua libertà, potrà dare luce ai quesiti che le saranno rivolti secondo parametri del tutto arbitrari fondati sull’apprendimento dei dati che corrono sul web e qualche altro parametro del genere.

Il suo potrebbe essere un potere di influenza passibile di poter essere messo, in ipotesi, sotto accusa da un tribunale che ne verifichi un errore o una indicazione non perfettamente in linea con la coscienza umana.

Potrebbe essere anche un alibi per imputare non direttamente a se stessi le scelte fatte, felicemente garantiti da un giustificazionismo tecnologico. Una guerra viene mossa sulla base di una analisi, delle informazioni di cui si è in possesso, finalmente demandata alla moderna tecnologia. Potrebbe accadere che una intelligenza programmata su dati di maggioranza o minoranza, gradualmente, affinandosi, legga il male come un bene perché quantitativamente più frequente e più in sincrono con il mondo attuale.

Ne verrebbe fuori un’etica alternativa su cui misurarsi. Ne potrebbero nascere nuove religioni e nuovi credo. Un’ altra etica potrebbe dire la sua, spiazzando con forza secoli di radicati convincimenti. Ancor più l‘intelligenza, a richiesta di un eventuale interessato, potrebbe usare violenza emulando uno stile di pensiero e riproporlo senza che la fonte d’ispirazione ne sia d’accordo.

La vicenda dello sciopero del mondo del cinema in USA ne è un segno lampante. Scrittori, sceneggiatori, potremmo ora aggiungere scrittori, giornalisti e chiunque altro sia professionalmente impegnato in una attività creativa si sono opposti ad una intelligenza in grado sfornare nuovi testi che abilmente riportano lo stile del loro genitore, forse anche superandolo in bravura e soppiantandone il mestiere.

Potrebbe essere così con la stampa in 3D per le opere d’arte o per altre opere d’ingegno. Siamo di fronte ad uno scenario dove si copierà e si creerà di tutto di più, un mondo di pseudo falsari in piena regola che accontenteranno un mercato che guarda alla facilità di produzione e consumo e non alla fedeltà di un marchio. Per rimediare si dichiarerà con onestà che ci si è espressamente richiamati allo stile di questo o quello e sia pace tra gli ulivi. Siamo su linee di confine assai labili e simili a pericolose sabbie mobili.

Non è finita. Un autore potrebbe reclamare il diritto alla propria estinzione, esprimendo il desiderio che nessuno possa cimentarsi replicandone il modo di scrittura o di disegno o di quant’altro ancora. Perdesse la contesa, la morte sarà uccisa, condannata a soccombere contro una vita virtuale perpetua, indifferente ad un corpo invece senza respiro.

Per opposto, fosse accolta la pretesa dell’autore, la morte del proprio avatar o del proprio pensiero potrebbe essere sofferta assai più grandemente di quella della vita reale, come quest’ultima fosse ormai di secondo grado. Le due morti potrebbero entrare in competizione confondendo ancor più le acque.

Nel 1963 il film dal titolo “Il servo” propone la trama di un domestico, Hugo Barret, che subdolamente afferma la sua volontà di dominio sul padrone. Molto prima nel 1929 Eduardo De Filippo scrive “Sik Sik e l’artefice magico” dove una serie di infortuni mettono alla berlina l’arte di un mago smascherandone la drammatica inconsistenza.

Nel film “Ultime 2 ore” il protagonista, tra mille difficoltà, riesce a portare in tempo un testimone di giustizia in tribunale per accertare una verità.

Dopo 36 ore di ultimo confronto, quasi per il rotto della cuffia, l’Europa ha tirato fuori in questi giorni il primo Regolamento al mondo sulla intelligenza artificiale. È solo la prima tappa di molte altre che probabilmente seguiranno. Speriamo bene.

Generale a tre stelle a Kiev: gli USA intensificano la consulenza militare.

I vertici militari di Stati uniti e Ucraina stanno cercando una nuova strategia da attuare già all’inizio del 2024 per risollevare le sorti di Kiev, secondo funzionari statunitensi e ucraini citati dal New York Times. La notizia, che emerge mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si trova a Washington, arriva in un momento critico per il sostegno a Kiev da parte degli alleati occidentali e in particolare dei repubblicani.

“Alcuni alti funzionari statunitensi hanno espresso preoccupazione per il fatto che, se la guerra dovesse entrare in una lunga fase di stallo l`anno prossimo, il presidente russo Vladimir Putin ne trarrà vantaggio”, scrive il NYT.

A sei mesi dall’inizio dell’offensiva ucraina, che non ha portato i risultati sperati, “l`esercito russo sta ricostruendo la sua potenza” e Mosca “ora ha più truppe, munizioni e missili, e ha aumentato il suo vantaggio in termini di potenza di fuoco con una flotta di droni, molti dei quali forniti dall`Iran”, secondo i funzionari americani citati dal quotidiano.

Gli Stati Uniti stanno intensificando la consulenza militare diretta fornita all`Ucraina, inviando un generale a tre stelle a Kiev e ufficiali militari statunitensi e ucraini auspicano di elaborare i dettagli di una nuova strategia il mese prossimo in una serie di esercitazioni programmate a Wiesbaden, in Germania.

Gli americani stanno spingendo per una strategia “hold and build”, che si concentri sul mantenimento del territorio da parte dell`Ucraina, accumulando rifornimenti e forze nel corso dell`anno, incrementando la capacità di produzione interna di armi. Gli ucraini, invece, vogliono attaccare, sia sul terreno che con attacchi a lungo raggio, con la speranza di attirare l`attenzione del mondo. La posta in gioco è enorme. Senza una nuova strategia e senza finanziamenti aggiuntivi, i funzionari americani affermano che l`Ucraina potrebbe perdere la guerra.

Funzionari dell`amministrazione sostengono che Putin sta scommettendo su un calo del sostegno americano, sottolineando le sue recenti dichiarazioni secondo cui se l`Ucraina finisse le munizioni fornite dalla Nato, la Russia prevarrebbe in pochi giorni”, si legge ancora.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Il partito del leader è il modello che produce partiti impoveriti

Foto di Christine Sponchia da Pixabay
Foto di Christine Sponchia da Pixabay

Scrive bene Giorgio Merlo circa la differenza democratica fra gli attuali “partiti del capo” e il pluralismo correntizio che animava i partiti democratici di un tempo. Ovviamente al netto delle degenerazioni che, pure, quel sistema produceva, le quali però non sono certo state eliminate dal sistema imperniato sul comando assoluto di una sola persona.

Il metodo correntizio, di cui era maestra la Dc, come giustamente rileva Giorgio, consentiva non solo una selezione più severa dei gruppi dirigenti ai diversi livelli in quanto costringeva i militanti a dimostrare il proprio impegno e le proprie qualità in due sedi distinte ancorché collegate (la corrente ed il partito), aumentando così il tasso di selettività; ma altresì garantiva ampie possibilità di dialettica, di riflessione, di proposta che poi arricchivano il confronto interno al partito, svolto nelle sedi statutarie ad ogni livello territoriale, sino a quello nazionale.

Un sistema a un certo punto demonizzato causa troppi errori e troppi scandali che però non necessariamente erano dovuti ad esso o solo ad esso, come pure si disse e si scrisse, ma che, osservato in sé per quello che esso era, ha consentito l’emersione di leadership di qualità assai alta, a tutti i livelli: sindaci, segretari provinciali, parlamentari, leader nazionali. Un sistema che, pur incapsulato nel mitico “manuale Cencelli” lasciava comunque, misteriosamente e in realtà genialmente, un pertugio per l’eccellenza, anche se sprovvista di un adeguato numero di tessere da presentare alla conta congressuale. Ne fu esempio luminoso, ma a livello locale tanti altri casi simili si verificarono negli anni, proprio uno dei leader più grandi della Dc, Aldo Moro, che guidò il partito, direttamente o di fatto, per lunghi anni pur senza essere a capo di una corrente numericamente rilevante. Sia quando si trovava in maggioranza sia quando veniva relegato in minoranza. Lo spazio per l’eccellenza, però, non poteva essere compresso. E non lo fu.

Cosa sarebbe stato uno come Moro negli odierni partiti personali, nei quali se si contesta il capo si viene sostanzialmente messi alla porta? Questo fatto, ovvero che sempre più si fa riferimento al leader del partito e non al partito, indebolisce la democrazia. Osservando le cose con quello sguardo lungo che dovrebbe avere chi fa politica, e pure chi la analizza, questo “rischio democratico” non può essere ignorato. Non dovrebbe essere ignorato, in verità, perché purtroppo pare proprio che lo sia.

Del tema ha scritto qualche giorno fa, sulle colonne de la Stampa, anche Marco Follini con il consueto garbo letterario, sempre piacevole a leggersi. “Si organizzano partiti tutti d’un pezzo nel timore che una discussione appena appena più franca e diretta possa uscire dai confini della comodità. E quasi tutto il ceto politico che non sta in primissimo piano viene considerato al modo dell’intendenza di napoleonica memoria. Il suo compito è solo quello di seguire”. Proprio così.

Tralasciando i partiti imperniati sul leader-fondatore e limitandosi a osservare i due maggiori non può non destare preoccupazione il fatto che pure essi, in modo diverso, siano soggetti al culto del capo. Giorgia Meloni domina Fratelli d’Italia, che peraltro ha ideato e fondato, ben rendendosi conto della scarsa qualità delle sue truppe e dovendo dunque guidare il partito con mano ferrea affidandosi al supporto di poche persone di sua massima fiducia (la sorella, in primis). Del resto gli elettori il 25 settembre dell’anno scorso hanno votato lei, prima che il suo partito, e i sondaggi confermano il trend.

Elly Schlein non domina il Pd, unico partito che tuttora ha un involucro tradizionale. Ma a ben vedere anche lì è il capo del momento che determina il tutto (linea politica, liste, temi prevalenti) e l’opposizione interna (quando c’è, se c’è) deve mordere il freno, muoversi con circospezione, limitarsi a qualche puntura di spillo pena altrimenti essere accusata di indebolire il partito e il suo condottiero (la sua condottiera, nel caso presente). Il problema del Pd è che il leader che tutto o quasi controlla, e che nel sistema mediatico odierno è di fatto l’unico punto di riferimento per l’elettorato, viene eletto da una platea – quella delle Primarie – esterna e, almeno in parte, estranea al partito. Depotenziando così quel ruolo di selezione qualitativa che il meccanismo pluralista interno potrebbe favorire. Perché è poi il leader che determina le liste elettorali e conseguentemente, per i più, quelli dell’intendenza: alla resa dei conti il silenzio diviene d’oro, come usa dire.

Anche qui, in questo penoso impoverimento qualitativo dei partiti, stanno le ragioni della loro crescente distanza dai cittadini che pure dovrebbero rappresentare al meglio. E con essa della latente crisi del nostro sistema democratico.

#NOPremierato | Regole equilibri e contrappesi per ricostruire la Politica.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il governo Meloni-Salvini ha approvato in Consiglio dei ministri il disegno di legge costituzionale che prevede l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri da parte degli elettori, con un premio di maggioranza del 55% dei seggi parlamentari al partito o alla coalizione del candidato premier.

Questa riforma, presentata come una misura per rafforzare la stabilità dei governi, nasconde in realtà la volontà di affermare la logica del populismo, la “madre delle riforme” demagogiche, che mina i principi fondamentali della nostra democrazia e della nostra Costituzione.

L’elezione diretta del PdC viola il principio della separazione dei poteri, che è alla base di ogni ordinamento democratico. Il PdC, infatti, sarebbe un capo politico dotato di poteri straordinari, in grado di condizionare l’attività legislativa e di controllare la maggioranza parlamentare. Il Parlamento, a sua volta, perderebbe il suo ruolo di organo rappresentativo della sovranità popolare e di controllo sull’esecutivo, riducendosi a una camera di registrazione delle volontà del premier.

Il Presidente della Repubblica, infine, vedrebbe limitate le sue funzioni di garante della Costituzione e dell’unità nazionale, in quanto non potrebbe più nominare il presidente del Consiglio, né esercitare il potere di veto sui decreti-legge.

In secondo luogo, il premierato non assicura una maggiore rappresentatività, ma al contrario favorisce la personalizzazione e la polarizzazione della politica, rendendo più difficile il dialogo e il confronto tra le diverse forze politiche e sociali.

In terzo luogo, il premierato viola il principio della rappresentanza proporzionale, che è previsto dall’articolo 48 della Costituzione, secondo cui “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Il principio della rappresentanza proporzionale, infatti, implica che il Parlamento sia composto da deputati e senatori che riflettano la pluralità e la diversità delle opinioni e degli interessi dei cittadini. Il premierato, invece, prevede un sistema elettorale maggioritario, in cui il partito o la coalizione del premier ottiene il 55% dei seggi parlamentari, a prescindere dalla percentuale di voti effettivamente ottenuta. Questo sistema, però, non assicura una maggiore governabilità, ma al contrario produce una distorsione della volontà popolare, penalizzando le minoranze e favorendo il bipolarismo.

Per queste ragioni, penso che il premierato sia una riforma inaccettabile e pericolosa, che va respinta con forza da tutti i cittadini e da tutte le forze politiche che credono nella democrazia e nella Costituzione.

È necessario rilanciare il dibattito su altre riforme istituzionali, che siano in grado di rafforzare la qualità della democrazia e la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, nel rispetto dei principi costituzionali:

 

  • La democrazia interna nei partiti, che è prevista dall’articolo 49 della Costituzione, secondo cui “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La democrazia interna nei partiti, infatti, implica che i partiti siano organizzati in modo trasparente e partecipativo, garantendo ai propri iscritti il diritto di eleggere i propri dirigenti e candidati, di esprimere le proprie opinioni e proposte, di controllare l’attività dei propri rappresentanti. La democrazia interna nei partiti, inoltre, favorisce il rinnovamento della classe politica, la responsabilizzazione dei leader, la rappresentanza delle diverse sensibilità.

 

  • Una nuova legge elettorale di tipo proporzionale con il voto di preferenza, che sia in grado di assicurare una rappresentanza fedele e proporzionale delle diverse forze politiche e delle diverse componenti sociali e territoriali del Paese. Il voto di preferenza, inoltre, permette agli elettori di scegliere non solo il partito, ma anche i candidati da eleggere, evitando il fenomeno delle liste bloccate imposte dalle segreterie dei partiti. Una legge elettorale proporzionale con il voto di preferenza, infine, consente di evitare le distorsioni e le ingiustizie del sistema maggioritario, che premia il partito o la coalizione più votata, a scapito delle minoranze.

 

  • Una riforma per la sfiducia costruttiva come in Germania, che consiste nell’impossibilità da parte del Parlamento di votare la sfiducia al governo in carica se, contestualmente, non concede la fiducia a un nuovo governo. In questo modo, si evita che un governo, nonostante abbia perso la maggioranza parlamentare, possa continuare a rimanere in carica nel caso in cui le forze politiche in Parlamento non riescano ad accordarsi per formare un nuovo governo. Una riforma per la sfiducia costruttiva, inoltre, impedisce che il governo possa essere fatto cadere da una minoranza di parlamentari, che potrebbero essere tentati di cambiare schieramento per motivi opportunistici o clientelari.

 

Queste sono le riforme necessarie e urgenti per migliorare il funzionamento delle nostre istituzioni, per ricostruire la Politica e per rafforzare la nostra democrazia.

Talent scarcity, un fenomeno complesso ad impatto globale.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Per ragioni demografiche, in Italia la popolazione in età lavorativa sta subendo un costante declino e di questo passo si stima scenderà quasi di 6 milioni da oggi al 2050. Mentre cala la platea di potenziali lavoratori a causa dell’invecchiamento e della crisi della natalità, le imprese richiedono profili con competenze difficili da reperire e aumenta il tasso di posti di lavoro vacanti. La cosiddetta ‘talent scarcity’ rappresenta una emergenza da affrontare per la nostra economia, spiega ‘Understanding Talent Scarcity’, il rapporto con cui Randstad ha analizzato la situazione economica in 15 nazioni industrializzate (oltre all’Italia, Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Francia, Germania, Giappone, India, Olanda, Polonia, Spagna, UK e Usa) evidenziando i 10 trend in atto per comprendere e contrastare questo fenomeno globale.

Una scarsità di talenti, spiega Randstad, è una sfida da affrontare per tutti i paesi analizzati, come conseguenza degli effetti demografici (la percentuale della popolazione mondiale over 60 quasi raddoppierà dal 2015 al 2050, dal 12% al 22%) e di diversi altri fattori, tra cui un rallentamento delle migrazioni che negli ultimi tre anni ha limitato il movimento di risorse qualificate e reso il mercato del lavoro globale meno efficiente.

“Oggi la talent scarcity è già una realtà nel nostro mercato del lavoro, ma le prospettive indicano un potenziale peggioramento che nei prossimi anni potrebbe mettere a dura prova la capacità di fornire un numero sufficiente di lavoratori per soddisfare le richieste delle imprese”, spiega Marco Ceresa, Group CEO di Randstad. “Stiamo assistendo a un ulteriore invecchiamento della forza lavoro, un aumento dei pensionamenti e un declino di alcune attività: una situazione che richiede investimenti in formazione, efficienza, politiche industriali, ma anche mobilità di candidati, anche dall`estero, per coprire i posti di lavoro vacanti”.

Per contrastare la talent scarcity – spiega l`indagine Randstad – è necessario incoraggiare lavoratori anziani a rimanere attivi, gestire politiche migratorie per attrarre talenti qualificati, aumentare l`adozione della tecnologia per incrementare produttività e efficienza, sfruttare le opportunità degli ‘hub globali dei talenti’, cioè quelle aree anche lontane che forniscono risorse qualificate operanti da remoto.

“In questo scenario, la nostra ambizione è diventare un vero e proprio `partner per il talento` – prosegue Ceresa -, progettando soluzioni innovative per contrastare la scarsità di risorse umane, partendo dalla conoscenza profonda delle esigenze dei candidati e delle organizzazioni”.

Tra i 10 trend della talent scarcity spiccano l’invecchiamento della forza lavoro e la diminuzione della popolazione in età lavorativa: la popolazione in età lavorativa è in costante diminuzione rispetto a dieci anni fa, una tendenza preoccupante in Germania e Francia, ma anche in Italia secondo i ricercatori.

Calo del tasso di attività, con una minore disponibilità di talenti sul mercato, e si registra – seppur non in Italia – una bassa disoccupazione che è ai livelli più bassi degli ultimi 20 anni per molti paesi OCSE. Una conseguenza è l’aumento del tasso di posti di vacanti, con la domanda di competenze tecniche ed emergenti che supera l`offerta di questi profili con evidente difficoltà nel reclutamento.

 

In Italia, i tre settori che probabilmente risentiranno di più dell`invecchiamento della popolazione sono le attività professionali, scientifiche e tecniche, l`industria e l`accomodation & food, quelli con il più alto incremento occupazionale negli ultimi 10 anni. Uno scenario, quello settoriale, che è diverso da paese a paese, se si pensa che negli Stati Uniti, i maggiori aumenti di richieste si sono registrati nei servizi alle imprese, nella sanità e nell’ICT.

In futuro ci sarà una crescita dei posti di lavoro altamente qualificati anche per contrastare la fuoriuscita dei lavoratori più anziani e la migrazione di risorse qualificate.

L’intelligenza artificiale rappresenta una opportunità e un rischio: l’automazione e le tecnologie più innovative stanno avendo un impatto sul mercato del lavoro, ma questo non viene avvertito allo stesso modo in tutti i paesi e settori. In Italia, oggi circa il 14% dei posti di lavoro attuali è ad alto rischio di automazione (OCSE), mentre circa il 32% subirà cambiamenti significativi, sia nelle funzioni svolte che nelle competenze richieste.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Il Mulino | Gli italiani, quando ricordano, non sono capaci di farlo insieme.

Foto di Buono Del Tesoro da Pixabay
Foto di Buono Del Tesoro da Pixabay

È uscito il terzo eBook della collana Plurali: si intitola Un futuro nato male ed è in vendita sul sito del Mulino, su Amazon, su Ibs e altri store online. Gli abbonati alla rivista «il Mulino» riceveranno un link per poterlo scaricare gratuitamente.

L’eBook, curato da Mario Ricciardi, propone alcuni articoli usciti sulla rivista «il Mulino» tra il 1992 e il 1994, utili a ricostruire una fase storica, quella di Mani Pulite e del crollo di un sistema politico che aveva accompagnato la Repubblica italiana sin dalla sua nascita, che lasciava presagire l’arrivo di una stagione in cui, spazzati via corruzione e malaffare, i cittadini avrebbero ripreso in mano il loro destino, guidando una transizione a una nuova Repubblica, che però nei fatti non è mai arrivata.

 

«La memoria degli italiani è divisa su Tangentopoli e su Berlusconi tanto quanto lo è sul fascismo, e non necessariamente per le stesse cause. C’è di più. Proprio pensando alla storia italiana recentissima ci sarebbe da dubitare sulla capacità dei processi di stabilire versioni condivise dei fatti. Gli italiani, quando ricordano, non sono capaci di farlo insieme. Un problema su cui dovremmo riflettere. Dal proposito di offrire materiali utili per questa riflessione nasce l’idea di questa antologia».

 

Il libro, oltre che dall’introduzione di Mario Ricciardi da cui abbiamo preso a prestito il passaggio appena citato, è accompagnato da due saggi scritti per l’occasione: quello introduttivo di Guido Formigoni traccia le coordinate di un biennio cruciale per comprendere le vicende politiche e sociali dell’ultimo ventennio; quello conclusivo di Alessandra Pescarolo riflette sui motivi per cui, pur nella loro pluralità, le voci siano tutte maschili.

Questo eBook fa parte della collana Plurali, che è stata inaugurata da Ucraina. Una ferita al cuore dell’Europa ed è proseguita con Orrore, schifo, guerra. L’aggressione all’Ucraina nelle parole dei bambini russi. Plurali parte dal lavoro quotidiano della rivista per offrire letture complementari dei grandi temi del presente, ospitando una moltitudine di voci per ricostruire la complessità dei nostri tempi.

Il cambiamento del Paese e dell’Ue inscindibile da quello dell’ordine mondiale

Il dibattito sulla riforma costituzionale, a prescindere dalle valutazioni sul merito, si è riavviato con la proposta del premierato presentata dal governo. Quello sulla riforma dell’Unione Europea procede a partire dal tema del patto di stabilità per aprirsi a tutte le grandi questioni (come fisco, difesa, ambiente, energia, ricerca) sulle quali ormai i singoli Paesi membri faticano a procedere da soli. In tal senso, poi, se le voci che iniziano a circolare sul nome di Mario Draghi come possibile futuro presidente della Commissione Europea, dovessero concretizzarsi, si rafforzerebbero notevolmente i presupposti per l’avvio, a partire dal prossimo anno, di una nuova fase costituente dell’Europa.
Si tratta di processi di riforma che per raggiungere gli scopi che si prefiggono, devono esser modulati in relazione ai profondi cambiamenti in atto nel mondo, come peraltro quella che si potrebbe definire l’ “agenda Draghi” per l’Europa, invita a fare.
Perché, a ben vedere vi sono analogie profonde, insieme a radicali diversità, tra l’opera dei padri fondatori dell’Europa e ciò che appare necessario nel nostro tempo compiere per affermare un futuro di pace per l’Europa e nel mondo.

Se allora, in un continente devastato dalla guerra occorreva rifondare su nuove basi il rapporto tra persona e stato (come ci ha ricordato il recente convegno su De Gasperi e Maritain, tenuto all’Istituto Sturzo), porre a fondamento della nuova Europa il valore della solidarietà e dell’interdipendenza fra i popoli, ai nostri giorni in qualche modo si avverte l’esigenza inversa. Non più quella di ricostruire su nuove basi dopo una guerra mondiale bensì l’esigenza di ricercare un nuovo fondamento nelle relazioni internazionali per porre fine a quella guerra mondiale “a pezzi” che perdura ormai, estendendosi, dalla fine del mondo bipolare della seconda metà del secolo scorso, e imprimere una svolta capace di assicurare al mondo una nuova era di pace.

In ciò si può intravvedere anche un’analogia tra il modo in cui gli stati europei cercarono allora una via per una convivenza pacifica e per una più stretta collaborazione, e l’esigenza di un simile sforzo per rendere i nuovi blocchi geopolitici del mondo da potenziali avversari a concorrenti in un quadro di valori comuni e condivisi, rispettoso delle reciproche diversità.
E uno di questi fattori di cambiamento geopolitico della nostra epoca è sicuramente quello costituito dai BRICS (su cui è appena uscito un libro del Laboratorio BRICS di Eurispes, che cerca di fare luce su che cosa sono realmente i BRICS, dal titolo “Il Coordinamento BRICS. Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica nella scena globale. Costituzione, Evoluzione, Prospettive di un Nuovo Modello di Cooperazione Internazionale).
È fondamentale conoscere e confrontarsi con questa e altre forme di cooperazione fra popoli nel resto del mondo, per concorrere a porre insieme le basi del mondo che sorgerà dal superamento delle attuali tensioni e per scongiurare che queste possano degenerare in modo incontrollabile.

Se l’Europa è un’insieme di minoranze ma tra popoli che hanno una storia comune e continuità geografica, i BRICS possono esser definiti, a maggior ragione dopo l’allargamento ad altri cinque Stati dal prossimo primo gennaio, come un insieme di diversità per cultura, posizione geografica, storia, economie dei Paesi che li compongono. E ciononostante ci hanno dimostrato, nei 15 anni della loro storia, che è possibile attivare forme di cooperazione fra di loro e con Paesi esterni al Coordinamento.
Un’altra caratteristica dei BRICS, che l’Europa deve attentamente considerare, è che questi Paesi non sono pregiudizialmente anti- occidentali ma si pongono più come riformatori, anziché come destabilizzatori, dell’attuale ordine globale.

Un terzo dato da tenere presente, è che occorre predisporsi come Europa non a una situazione di caos nel mondo dove ognuno va per conto suo, bensì, al contrario ad un confronto con nuove potenze perlopiù desiderose di fare da stimolo alla riforma delle organizzazioni mondiali e a rafforzare il ruolo dell’Onu nel ridurre le ancora notevoli disparità fra Nord e Sud del mondo. Infatti, il rafforzamento della loro sovranità viene inteso dai BRICS in modo del tutto diverso da quello dei partiti sovranisti occidentali che puntano ad allentare i legami con le organizzazioni internazionali. I BRICS, come altre grandi organizzazioni internazionali, questo legami li vogliono rafforzare a partire da un maggior impegno nella attuazione, secondo programmi in linea con le diverse situazioni regionali, dell’agenda ONU sulla sostenibilità.

Le riforme che servono all’Europa e al Paese, devono andare di pari passo con quella dell’ordine mondiale. In questa prospettiva ciò che i padri fondatori seppero concepire per l’Europa, va fatto ora in un’orizzonte globale, misurandosi con i cambiamenti geopolitici in atto, sforzandosi di comprenderli nella loro reale natura per porre le basi di un nuovo e migliore sistema di governance mondiale.

Partiti in mano al capo? Meglio comunque il pluralismo delle correnti.

I partiti, come ben sappiamo, continuano ad essere gli strumenti essenziali e decisivi di un sistema democratico. E costituzionale. Quando i partiti entrano in crisi inesorabilmente entra in crisi la stessa democrazia. Perché l’alternativa ai partiti, come non si stancava di ripetere la miglior cultura cattolico popolare e democratico cristiana, sono soltanto due: o prevale la cosiddetta “democrazia delle persone e non la democrazia dei partiti” per dirla con una felice e precisa definizione di Carlo Donat-Cattin degli anni ‘80 oppure, ed è ancora peggio, si afferma quella che comunemente viene definita come la “democrazia del capo”. 

In entrambi i casi, comunque sia, si tratta di un progressivo e plateale impoverimento della democrazia, dei suoi istituti e del suo impianto. Eppure, è persin inutile negarlo, noi viviamo da anni in un contesto dove i partiti, nel migliore dei casi, si sono ridotti a puri cartelli elettorali o a semplici prolungamenti dei desideri, dei voleri e delle vendette di chi li dirige. Modelli che rinnegano alla radice quel ruolo e, soprattutto, quella autorevolezza che li hanno caratterizzati per molti decenni nella vita pubblica italiana.

Ecco perché, se oggi possiamo parlare, seppur molto timidamente, di “ritorno della politica” e di un “nuovo ruolo per i partiti” democratici e popolari, dobbiamo renderci conto che ci sono solo due modelli che continuano a contraddistinguere i partiti. E cioè, o ci sono i partiti del capo o ci sono i partiti democratici. Tertium non datur, come si suol dire. Per dirla in altri termini, i due modelli che storicamente caratterizzano la vita interna dei partiti – e quindi la qualità della nostra democrazia – sono realmente solo due. Ovvero o si tratta di partiti e di soggetti politici dove la comunità si identifica radicalmente e visibilmente con il proprio “condottiero” e, di conseguenza, si eclissa o scompare quando il capo entra in disgrazia oppure sono partiti disciplinati da una rigorosa e cristallina democrazia interna. Certo, e al riguardo, il modello della Democrazia cristiana, al netto di alcune degenerazioni locali e nazionali, resta un esempio di autentica e trasparente democrazia. E cioè, correnti organizzate che rappresentavano pezzi di società e che contribuivano, con la loro concreta elaborazione, a costruire il progetto politico complessivo del partito. 

Correnti che garantivano anche, e soprattutto, una leadership diffusa che impediva al partito di avere capi indiscussi ed indiscutibili. Insomma, era un modello che aveva sempre pesi e contrappesi all’interno del partito e che, seppur in presenza di grandi leader e di altrettanti statisti, non c’era quasi mai una sovrapposizione che cancellava il pluralismo e la democrazia all’interno del partito. E non c’è alcun confronto, al riguardo, con le molteplici correnti che attualmente caratterizzano alcuni partiti – a cominciare dal Pd – dove, com’è evidente a tutti, si tratta prevalentemente di gruppi di potere privi di rappresentanza sociale e territoriale e, soprattutto, di concreta elaborazione politica e culturale ma solo strumenti utili e funzionali per la distribuzione del potere all’interno del partito e, di conseguenza, nelle istituzioni. A tutti i livelli.

Per questi motivi, quando si parla del ritorno dei partiti democratici non c’è alternativa al pluralismo – vero e non fittizio o virtuale – culturale e politico interno. E, quindi, delle correnti o delle componenti, che dir si voglia. L’unica modalità concreta e alternativa ai partiti personali o del capo o del padrone o del guru.

Diritti dell’Uomo, conoscere e approfondire la Dichiarazione adottata dall’Onu nel 1948.

Foto di Gordon Johnson da Pixabay
Foto di Gordon Johnson da Pixabay

Un evento per riflettere su qualcosa che ci riguarda tutti, indipendentemente dalla nazione di appartenenza, dalla razza, dalla religione, dalla classe sociale. In occasione del 75.o anniversario della “Dichiarazione universale dei diritti umani”, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a Parigi il 10 dicembre 1948, l’Istituto Diplomatico Internazionale di Roma, la Regione Marche, il Comune di Ancona e l’Università politecnica delle Marche hanno promosso l’iniziativa “Human rights day”, indirizzata agli studenti delle scuole, per far meglio conoscere il contenuto della Dichiarazione. 

La parte più strettamente divulgativa è affidata al presidente dell’Istituto diplomatico internazionale, avv. Paolo Giordani, che terrà una lezione sul testo (“Settantacinque anni dalla Carta dei diritti dell’uomo: eredità e impegni per il futuro”) e distribuirà tra i ragazzi presenti 350 copie pergamenate della Dichiarazione. 

Interverranno a vario titolo, in qualità di “messaggeri di pace”, il Presidente del Consiglio Regionale Avv Dino Latini, il Presidente della giunta Regionale Francesco Acquaroli, il sindaco di Ancona Daniele Silvetti, il Magnifico Rettore dell’Università politecnica delle Marche Gian Luca Gregori, il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale delle Marche Donatella D’Amico e il capo del segretariato permanente dell’Iniziativa Adriatico-ionica Fabio Pigliapoco, ed il Consulente dei due Presidenti Latini ed Acquaroli, nonché referente in merito alla Macroregione Adriatico Ionica regionale Arch. Umberto Trenta. Appuntamento ad Ancona, nell’ex caserma Villarey, sede della Facoltà di Economia dell’Università politecnica delle Marche, aula “G. Conti”, lunedì 11 dicembre dalle ore 9,30.

Gergiev, direttore di teatro a San Pietroburgo e Mosca, emblema della Russia.

…In questi giorni dell’inizio stagionale delle opere liriche nei grandi teatri mondiali, in Russia splende la stella di un altro grande “doppione putiniano”, il maestro Valerij Gergiev, direttore dal 2013 del teatro Marinskij di San Pietroburgo che ora ha realizzato il suo sogno, diventando allo stesso tempo direttore del Bolšoj di Mosca e unendo così i due principali templi della musica, creando una specie di direzione imperiale dei teatri di Russia. In effetti era dai tempi degli zar che non esisteva un patronato supremo, che riflette nell’arte la dimensione della politica russa; nel 2022 Gergiev aveva avanzato a Vladimir Putin questa proposta, e in soli due anni si è finalmente realizzata, liberandosi dello “scomodo” direttore Vladimir Urin, molto critico verso la guerra in Ucraina.

La tensione imperiale del maestro Gergiev si è palesata in più direttive, non soltanto in quella musicale, rivelando una grande sintonia con l’archetipo del Cremlino. Egli è noto per l’amore alla terra, anzi a vasti terreni di proprietà che egli cerca di accumulare a varie latitudini. I suoi possedimenti sono notevoli in Russia e in altri Paesi, ma da vero amante del bel canto la sua passione riguarda soprattutto l’Italia, luogo del resto preferito da tutti gli oligarchi russi e dallo stesso Putin, che si dilettava a conversare in italiano con Berlusconi nelle ville della Sardegna. Quando viene a Roma, Gergiev risiede in una splendida villa dell’Olgiata su un terreno di cinque ettari e mezzo, ma a seconda delle stagioni può scegliere di passare del tempo vicino al mare, nella sua tenuta di Massa Lubrense vicino a Napoli. Oppure si sposta a Rimini, dove possiede altri trenta ettari di terra destinati anche ai lavori agricoli, con tanto di stadio da baseball, grande parcheggio per le automobili e un parco di attrazioni per grandi e piccini, con il bar-ristorante United Tastes of Hamerica’s.

Non poteva mancare un appezzamento nei dintorni di Milano, città del suo amatissimo teatro La Scala, disteso su 88 mila mq. alle porte della città, e Gergiev è anche il proprietario del Palazzo Barbarigo di Venezia, un edificio del XV secolo con albergo adiacente, oltre a un ristorante su piazza San Marco attivo dal 1775. Queste proprietà veneziane sono parte dell’eredità lasciata dall’arpista Yoko Nagae Ceschina, una contessa che aveva una grande passione per il maestro russo, tanto da chiedergli di disperdere le sue ceneri dopo la morte sul lago Bajkal, cosa che Gergiev fece in coppia con il pianista Denis Matsuev. Yoko era famosa per il suo mecenatismo, e aveva contribuito per decenni allo sviluppo della musica classica russa, così che Gergiev la segnala sempre come suo sponsor in ogni cartellone dei suoi spettacoli, e l’ha celebrata nel suo libro di grande successo La sinfonia della vita.

Gergiev ripete spesso che “noi non vendiamo opera e balletto come se fossero gas e petrolio”, frase da campagna elettorale putiniana, anche se risulta essere un grande imprenditore della carne di tacchino e anatra della sua compagnia Evrodon, con vari marchi commerciali. Il musicista-oligarca più amato da Putin, e sua sublimazione operistica, è oggi una delle figure più rappresentative della nuova Russia imperiale, che costringe il mondo intero a ballare al tempo scandito dalla sua bacchetta universale.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.asianews.it/notizie-it/I-doppioni-di-Putin-e-il-musicista-dell’Impero-59716.html

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Il personalismo può ispirare ancora la politica?

[…] nell’uomo concorrono sia la dimensione dell’individuo, al quale lo stato può e deve chiedere una qualche forma di obbligatorietà, esercitata nelle forme previste dalla legge, sia quella dimensione ontologicamente costitutiva di persona, davanti alla quale lo stato deve fermarsi. Non è lo stato a dispensare diritti, ma essi sono preesistenti nella misura in cui sono vantati dall’uomo in quanto uomo, sicché lo stato non può far altro che arrestarsi di fronte al suo universo spirituale e riconoscere ciò che gli spetta. È una visione capovolta rispetto alle costituzioni ottriate tipiche del XIX secolo, dove l’errore consisteva nell’attribuire allo stato quello che un tempo si considerava prerogativa del sovrano, disposto benevolmente a concedere qualcosa al suddito; invece, è il cittadino persona che in quanto uomo vanta dei diritti imprescrittibili, che nessuno può negargli perchè costitutivamente suoi. Quindi tutte le attività umane, per lo sviluppo e l’armonizzazione delle quali si dà vita allo stato, sono indipendenti nella loro natura dallo stato stesso:  infatti esso le presuppone, non le crea, e perciò non può neanche ingerirsi in  modo  da alterare le esigenze e le leggi fondamentali della loro natura.

Uno stato così concepito, che imposta la propria azione nella logica del raggiungimento del bene comune, ha due finalità specifiche: garantire mediante l’ordinamento legislativo i diritti di tutti gli individui e delle società che essi realizzano, per raggiungere i loro fini umani nella collaborazione con e forze sociali; ma anche provvedere agli interessi comuni affinchè sussistano le condizioni del pieno sviluppo della vita di tutti, indirizzando le attività, gerarchizzandole ed armonizzandole, ovvero incentrandole sempre sulla persona. Inoltre, lo stato ha il compito di ridistribuire la ricchezza per raggiungere la giustizia sociale come espressione del bene comune – finalità primaria dello stato e fine stesso della democrazia – anche legittimando un intervento di autorità nella vita economica, per promuovere nonché limitare nell’interesse del bene comune le attività, distaccandosi dal modello liberale classico. Notoriamente, tutto ciò lo si trova sublimato nell’art.41 della Carta costituzionale. L’assorbimento nella coscienza dei cattolici, in particolare dei cattolici democratici passati per l’esperienza di Murri, nonché il traguardo raraggiunto dal popolarismo sturziano, rappresentano le tappe di un processo in cui i valori e i principi vivificati dalle idee di Maritain incrociano la politica. Essi, attraverso l’opera culturale e pastorale di mons. Montini, impressa anzitutto nell’esperienza di Camaldoli, costituiscono il fattore propulsivo di un rinnovamento della democrazia concepita non solo come isonomia, isotimia e isegoria, secondo il pensiero politico classico, bensì lo spessore ontologico dell’essere persona. 

Certamente l’Europa rappresenta lo scenario culturale originario in cui la nozione di persona affonda le proprie radici. Ora, il messaggio di Maritain consiste proprio nel saper considerare la persona come un universo plurale e nel contempo autentico, aperto a una conoscenza fatta di reciprocità, nella consapevolezza delle difficoltà che caratterizzano la comunicazione tra diverse culture, tra persone diverse nelle diverse concezioni della libertà, che è tale perché mai singolare. L’Europa della persona è l’Europa della trascendenza, una formazione storica ideale che esce dal chiuso della totalità, per abbracciare le infinite possibilità dell’essere. Il personalismo di Maritain ancora oggi interroga la politica e riaccende la fede nell’uomo “imago Dei”, superando l’esasperazione egocentrica dell’io che il capitalismo postindustriale e borghese ha condotto alle estreme conseguenze attraverso la dinamica del profitto e le tragedie di una gioventù fondamentalmente sola perché vuota di afflato ontico. La lezione di Maritain a cinquant’anni dalla sua morte ci aiuta a riconoscere la singolarità irripetibile della persona, anche nella massa spersonalizzata e spersonalizzante di ogni forma di potere indistinta e totalitaria.

 

Prof. Giulio Alfano

Presidente Istituto Emmanuel Mounier 

 

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Eredi della cultura democratica di De Gasperi e del personalismo di Maritain?

EPP Summit, Meise. Oct, 2013

Ho seguito in streaming l’interessante convegno organizzato l’altro ieri, all’Istituto Sturzo, dall’Associazione ex parlamentari, dall’Associazione nazionale democratici cristiani (ANDC) e dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain, sul tema “De Gasperi e Maritain. La forza dell’umanesimo democratico”. L’incontro è stato presieduto dall’On. Gargani e ha visto la partecipazione dell’Onn. Lucio D’Ubaldo, Ferdinando Casini e Giuseppe Fioroni. Ho molto apprezzato l’intervento del prof. Giulio Alfano, il quale ha sintetizzato in maniera efficace la “convergenza parallela” tra il pensiero personalista di Maritain, su cui si è formata larga parte della terza e quarta generazione democratico cristiana, e l’azione politica lungimirante di Alcide De Gasperi. Il punto di ricaduta straordinaria di tale convergenza lo troviamo sigillato nella Carta costituzionale, che è il frutto dell’incontro della cultura personalista dei padri fondatori Dc – gli allievi montiniani, tra i quali “i professorini” La Pira, Fanfani, Dossetti e Lazzati – con le culture dell’umanesimo liberale e socialista.

Di qui la prima direttrice che, a mio parere, dobbiamo seguire: concorrere alla costruzione dell’alleanza tra le culture politiche che hanno siglato il patto costituzionale, partendo con il lancio del comitato per il NO alla “deforma” della destra meloniana, che tenta di trasformare la nostra repubblica parlamentare in una democratura senza più equilibri e contrappesi. Una linea che è già ben mostrata dagli attuali comportamenti del governo. Siamo di fronte a un  parlamento ridotto alla mera ratifica dei provvedimenti decretizi della maggioranza e alla continua sperimentazione di atti e fatti, sempre più orientati verso modelli di stampo presidenzialistici autoritari. Caso limite quello di un esponente della destra nazionalista che dichiara di voler “spezzare le reni” ad alcune correnti della magistratura italiana. 

Timide sono state le risposte di Casini e Fioroni alla domanda se e con quali iniziative sia possibile attivare quel centro, di matrice degasperiana, che rappresenti un nuovo “blocco democratico” alternativo alla destra nazionalista e sovranista. È evidente che la condizione indispensabile affinché tale centro possa attivarsi è il ritorno alla legge elettorale proporzionale, per cui, nel dibattito apertosi sul progetto di riforma costituzionale, credo sarebbe opportuno trovare la convergenza sul sistema del cancellierato tedesco, con legge proporzionale e istituto della sfiducia costruttiva. Un modello che per essere garantito nel sistema dei pesi e contrappesi reclamerebbe anche una configurazione federale dello Stato molto diversa dalla confusa costruzione all’italiana intervenuta con le modifiche al Titolo V della Costituzione repubblicana.

Le prossime elezioni europee, con legge elettorale proporzionale e preferenze, rappresenterebbero in effetti la condizione privilegiata per sperimentare, almeno sul nostro fronte politico, quello cioè dell’area cattolica, la formazione di una lista unitaria tra i rappresentanti più qualificati dei cattolici democratici, cattolici liberali e cristiano sociali.

Se dalla Carta costituzionale – splendida la citazione di Alfano degli artt. 2 e 3 – la nostra quarta generazione Dc, con i giovani interessati/bili, può intanto continuare a trarre gli insegnamenti del personalismo e dell’umanesimo democratico, specialmente in una fase difficilissima e inquietante di transizione geopolitica a livello planetario, resta a maggior ragione fondamentale l’ispirazione della dottrina sociale della Chiesa. Se per la seconda generazione fu la Quadragesimo Anno di Pio XI a garantirla, e per la terza, e noi più giovani della quarta, le due encicliche giovannee Mater et magistra e Pacem in terris, e quella paolina Populorum progressio, ora sono le indicazioni pastorali della Centesimus Annus di San Giovanni Paolo II, la Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI e le encicliche sociali di Papa Francesco Laudato Si’ e Fratelli tutti, nonché l’Esortazione apostolica Laudate Deum, a indicarci la strada per servire il bene comune, ovviamente senza mettere in discussione la nostra autonomia di laici. 

È una sfida calata nel tempo del dominio del turbo capitalismo finanziario e dell’affermazione, in varie parti del mondo, di sistemi autoritari e autocratici. Si tratta di superare sterili ambizioni personali e attivarci  tutti insieme con lo spirito sturziano dei Liberi e Forti.

Non più lo scempio della guerra ma la dignità per tutti

In un mondo dove tutto cambia rapidamente, sono poche le Dichiarazioni di principi che continuano a a risuonare con la stessa forza e urgenza del momento in cui furono concepite. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è uno di questi straordinari documenti, uno statuto che ha delineato la visione di un mondo basato sul rispetto reciproco e sulla dignità fondamentale di ogni individuo.

Settantacinque anni fa, il 10 dicembre 1948, ancora all’ombra dei conflitti devastanti e delle atrocità inimmaginabili della Seconda Guerra Mondiale, le nazioni si unirono per dichiarare che certi diritti erano inalienabili e universali,proponendo un ideale audace e senza precedenti: che ogni persona, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dallo status sociale, meritasse la libertà, la giustizia e la pace.

Oggi, celebrando l’anniversario, dobbiamo chiederci: quanto siamo vicini a realizzare quella visione? La Dichiarazione ha ispirato costituzioni, leggi e trattati in tutto il mondo. Ha fornito ai difensori dei diritti umani un linguaggio comune e ha acceso la fiamma dell’attivismo in generazioni. Eppure, labattaglia per i diritti umani è lungi dall’essere vinta.

Rileggendo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (UDHR), si può restare colpiti da quanto idealistici e quasi “ingenui” appaiano ancora i suoi  principi. Il marcato divario tra le aspirazioni e la realtà ci ricorda quanto ancora dobbiamo fare per garantirne la piena attuazione. Infatti, l’ultimo rapporto “Freedom in the World” mostra che a livello globale gli spazi di libertà si sono ridotti per il diciassettesimo anno consecutivo.

La ricorrenza trascorrerebbe invano se non diventasse anche un’occasione di riflessione, un invito a prendere atto dei progressi compiuti come delle persistenti sfide e dell’emergere di nuove minacce, un promemoria per ricordarci che i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte, ma vanno esercitati con vigilanza costante e continuo coinvolgimento

Guardando al futuro, dobbiamo rinnovare il nostro impegno collettivo per difendere i principi della Dichiarazione. Dobbiamo lavorare insieme – governi, società civile, individui – per colmare il divario tra l’ideale e la reale, per rendere la promessa della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo una realtàdavvero universale.

Nella marcia verso la libertà, la giustizia e la pace nessuno resti indietro. Possano le lezioni del passato e la speranza di un futuro migliore guidarci nel nostro cammino verso il pieno riconosciemnto della dignità umana. 

 

Avv. Paolo Giordani

Presidente IDI 

Istituto Diplomatico Internazionale

Maritain trasferì a De Gasperi il pathos per un nuovo ordine mondiale

C’è oggi un gran bisogno di confronto su questi temi, di una riflessione aggiornata e non banale sui valori cristiani e su quale sia il miglior modo di affermarli. Al centro di quei valori troviamo il riconoscimento del primato della persona umana e l’idea di una società aperta e pluralista, nella quale ogni persona possa contribuire liberamente allo sviluppo dell’ordine sociale, mettendosi a disposizione e sentendosi responsabile del destino di chi gli sta accanto. 

Un patrimonio ideale che esaminando la storia d’Europa, ha reso ricco culturalmente il Continente, l’ha reso una democrazia e ne ha fatto la parte del mondo che per prima ha visto la formazione di un consenso comune intorno ai diritti, alla libertà e ai valori di “progresso, giustizia e pace” come ci ricorda il titolo di questa tavola rotonda.

Se tutto ciò è avvenuto lo è stato anche grazie all’azione di tanti pensatori e tanti politici illuminati, italiani ed europei. A cominciare da Alcide De Gasperi e Jacques Maritain che ci hanno lasciato una lezione ancora feconda sul senso della libertà cristiana, così come sul ruolo che il credente è chiamato a svolgere nella società. 

Due figure apparentemente dissimili – lo statista democratico cristiano e l’intellettuale francese – ma il cui impegno, politico e filosofico, hanno contribuito a impiantare le grandi radici spirituali dell’Italia moderna, almeno del ‘900, e a plasmare il corso della storia europea del dopoguerra.

L’influenza esercitata dal pensiero maritainiano sull’architettura culturale e politica di De Gasperi è infatti evidente: un personalismo di fondo orientato al rispetto della dignità della persona colta nella concretezza della sua dimensione esistenziale e sociale; una concezione della fede cristiana come stimolo della società; un’idea della democrazia come pedagogia della libertà e della responsabilità; un legame positivo tra dimensioni economiche ed esigenze di più giusti equilibri sociali; una granitica convinzione della distinzione tra fede e politica.

De Gasperi viene a conoscenza del pensiero di Maritain al tempo del regime fascista, durante il suo esilio in Vaticano.  Lo legge sulle pagine della rivista cattolica “Vie intellectuelle” dove, nel 1935, viene pubblicata una relazione sul volume “L’umanesimo integrale”. I dibattiti politici e culturali dei cattolici francesi all’inizio del ‘900, letti attraverso gli articoli di Maritain, aiutano De Gasperi a cercare, ovunque fosse, un parallelo tra le idee del filosofo francese e quelle mutuate da Toniolo e Don Sturzo e a tradurre in pratica parte delle loro idee per promuovere una società cristiana.

Ma sono molte altre, in realtà, le questioni da cui emerge il contributo del pensiero Maritain sul progetto politico di de Gasperi.

Innanzitutto la concezione secondo cui la religione e la filosofia possono certamente orientare l’azione politica, ma spetta ai partiti guidarla e gestire le istituzioni pubbliche nella concretezza delle situazioni storiche. Maritain non ha mai rifiutato l’idea dell’esistenza di partiti politici di ispirazione cristiana ma ha sempre escluso quella di partiti cattolici. Nella sua opera egli ha distinto con chiarezza “l’agire in quanto cristiani” che riguarda il piano ecclesiale e “l’agire da cristiani” che concerne l’ambito pubblico in cui i cristiani sono impegnati.

Anche da queste riflessioni, De Gasperi ha maturato quella concezione basata sulla netta separazione del ruolo della Chiesa da quella dello Stato nella vita politica, l’elaborazione di un progetto che, pur ispirato al Vangelo, abbia una connotazione laica e diversificate traduzioni politiche nel rispetto del pluralismo delle idee e degli ideali.

A questo principio, De Gasperi rimarrà fedele, fronteggiando i diversi impulsi del Vaticano, specie nel 1952, quando con la cosiddetta “operazione Sturzo” il Papa incoraggiò un patto politico dei cattolici intorno a un programma per difendere la Roma cristiana e De Gasperi si oppose in nome di un partito laico e aconfessionale.

La nobiltà dell’impegno politico consiste proprio in questo: nella capacità di tradurre la forza rivoluzionaria del Vangelo in una prospettiva storica, trasferendone gli insegnamenti nella sfera sociale e temporale.

In secondo luogo, il modello di economia mista di mercato secondo un approccio che, prevedendo elementi di libero mercato combinati ad un ruolo attivo dello Stato nell’economia, mirava a conciliare la necessità di una rapida ripresa economica con la tutela degli interessi sociali e la promozione di una giustizia distributiva: una sintesi mirabile fra solidarismo cristiano e libero mercato, una terza via tra liberalismo e socialismo che ha contribuito a plasmare la struttura economica e sociale dell’Italia nel secondo dopoguerra. 

Infine l’ipotesi che Maritain, con il suo bagaglio in termini di pluralismo, democrazia, antistatalismo sia in qualche modo uno degli ispiratori del progetto originario dell’Europa unita. 

Quel che è certo è che quando “Umanesimo integrale” venne dato alle stampe nel 1936, l’Europa stava vivendo una delle sue stagioni più difficili: in Germania era saldamente al potere il regime nazista, in Italia il fascismo era al massimo del consenso, in Spagna il Generale Franco si preparava a mettere in atto il colpo di Stato che avrebbe portato alla sanguinosa guerra civile spagnola, in Urss imperversava lo stalinismo, in Francia e Gran Bretagna le democrazie liberali rivelavano limiti e fragilità. 

Dinnanzi alle retoriche autoritarie e alle promesse salvifiche di quel modello di moderno Stato assoluto nelle sue varie forme, di destra e di sinistra, Maritain traccia il programma di un futuro ordine europeo basato sull’etica cristiana, la democrazia liberale e la giustizia sociale. In quelle pagine De Gasperi ritrova non solo una concezione della «nazionalità» che per sua natura non si identifica necessariamente con lo Stato nazionale, ma può convivere in una cornice statuale plurinazionale, ma anche l’idea che il nuovo organismo sovranazionale avrebbe dovuto avere una forte struttura morale basata sul primato dei valori, essere una “comunità degli spiriti” – come disse lo stesso statista trentino – a partire dalla “persona”, intesa come “fine” e non come “mezzo”. Dopo vent’anni da quella pubblicazione, l’Europa unita, nella sua prima versione “solidaristica”, vide in effetti la luce.

Maritain accompagnò dunque la politica europea in questo percorso. In questo senso De Gasperi, Schuman e Adenauer, tutti e tre legati a Maritain, arrivarono a concepire l’Unione europea e l’Alleanza Atlantica come parte di un unico disegno, così come la collaborazione delle democrazie dentro l’Onu (alla cui Dichiarazione dei diritti il filosofo francese lavorò assiduamente) fino al multilateralismo come antidoto ai rischi di guerre provocate dagli egoismi nazionali.

È pertanto chiaro in che senso Maritain possa essere definito un “filosofo cristiano della democrazia”: una democrazia non riducibile a un insieme di procedure formali, ma sostanziata di valori condivisi riconducibili a quelli di libertà, eguaglianza e fratellanza radicati nel Vangelo e secolarizzati dall’Illuminismo.

Di fronte alle sfide attuali, l’Italia ed il mondo hanno ancora tanto bisogno di riscoprire e riattualizzare questi insegnamenti perché – come disse De Gasperi in un celebre discorso del 1948, a Bruxelles, su “Le basi morali della democrazia” – “Quando la concezione dell’uomo come persona si affievolisce, l’organizzazione dello Stato tende a diventare collettivista e assoluta. Il senso della dignità della persona umana porta invece all’uguaglianza di fronte alla legge e nell’organizzazione politica, cioè alla democrazia”.

 

[Testo dell’intervento svolto in occasione del convegno di ieri su “De Gasperi e Maritain. La forza dell’umanesimo democratico”, organizzato a Roma presso l’Istituto Sturzo]

In ricordo di Marisa Cinciari Rodano, donna di fede e di azione.

 

All’inizio di dicembre 2023 è scomparsa all’età di 102 anni Maria Lisa Cinciari, con all’attivo una più che quarantennale carriera di parlamentare in Italia e in Europa. Con lei se ne è andata l’ultima rappresentante ancora vivente di coloro che erano stati eletti nella prima legislatura repubblicana. Come è noto, è stata la moglie di Franco Rodano, portando nell’attività politica il suo cognome. 

Arrestata sotto il fascismo per la sua attività nella Resistenza romana nelle file del Movimento dei Cattolici Comunisti e nell’attività dei Gruppi di Difesa della Donna, cofondatrice dell’Udi, l’Unione Donne Italiane, di cui è stata anche presidente, iscritta dal 1946 al Partito comunista italiano; ecco, insieme a queste e ad altre storie di alta militanza politica, Marisa Cinciari aggiunge il fatto di essere  ricordata comunemente per la scelta della mimosa come simbolo dell’8 marzo, Festa della Donna.

Vediamo nel dettaglio. Eletta in Parlamento con il Pci nel 1948 per la prima legislatura e confermata fino al 1968 alla Camera, e poi fino al 1972 in Senato, prima donna ad arrivare, dal 1963 al 1968, alla vicepresidenza di un ramo del parlamento, la Camera dei Deputati, consigliere provinciale di Roma dal 1972 al 1979, eletta poi nel 1979 e nel 1984 al Parlamento Europeo (fino al 1989), insignita nel 2015 del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Mattarella; dunque, l’insieme di questi ruoli, rivela come Marisa Cinciari Rodano sia figura che appare significativa davanti agli interrogativi drammatici di questi nostri giorni circa la condizione femminile nell’Italia del terzo decennio del secolo XXI.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha voluto far mancare la sua parola di ricordo e di cordoglio. “Marisa Cinciari Rodano, partigiana, parlamentare, deputata europea, prima donna ad assumere l’incarico di vicepresidente della Camera, ha dedicato la sua esistenza all’attività politica, battendosi per la libertà e, successivamente, per la parità di genere e per i diritti e la giustizia sociale. La sua figura, lucida e appassionata costituisce un esempio e un riferimento per tutte le italiane e gli italiani che si dedicano all’impegno civile per il bene comune. Alla sua famiglia invio i miei più sentiti sentimenti di cordoglio“.

Grande e stretta amica con suo marito Franco Rodano dell’insigne pensatore cattolico ed economista Sergio Paronetto, è presso la casa di quest’ultimo in via Reno, al Quartiere Coppedé, che la coppia trova un nascondiglio per sottrarsi alla caccia di tedeschi e repubblichini, da cui sono attivamente ricercati. Marisa ricorderà quel periodo come un aggiornamento spirituale e culturale decisivo per lei e Franco.

Maria Lisa Cinciari è una donna ricca e aristocratica la cui famiglia possiede nelle Marche, a Monterado, un bel castello, che sarà il buen retiro preferito della coppia. Uno dei cinque figli della coppia sposerà Luana Angeloni, futura sindaca di Monterado e senatrice. Il padre Francesco fu un capace ed affluente imprenditore che rivestì anche il ruolo di podestà di Civitavecchia. Saranno gli amici, più che gli avversari politici, a motteggiare Franco Rodano spiegando la sua dedizione agli studi e alla filosofia consentita dal benessere economico della moglie. Adriano Ossicini soleva ripetere che Rodano non ha mai avuto un lavoro in vita sua se non nel periodo quando è stato impiegato nel mitico Ufficio Studi della Comit, speditovi da Raffaele Mattioli su input dell’amico Sergio Paronetto. 

Lì Franco Rodano incontra Ugo La Malfa, Raimondo Craveri, Giovanni Malagodi, Carlo Emilio Gadda, le punte di diamante messe in campo da Mattioli, e amplia di molto le sue vedute. Franco Rodano e Sergio Paronetto si rendono parte dirigente nell’affaire dell’originale dei Diari dal Carcere di Antonio Gramsci: mettono in contatto Palmiro Togliatti con Raffaele Mattioli, che, tramite la cognata di Gramsci Tatiana Schucht, è entrato nella disponibilità degli originali dei Diari dal Carcere, depositati nella cassaforte della Banca Commerciale. Mattioli fa dono a Togliatti dei Diari. Ne nasce l’amicizia di una vita. Il quintetto Palmiro Togliatti, Nilde Iotti, Franco Rodano, Marisa Cinciari, Raffaele Mattioli diviene inseparabile. Non si contano, ogni volta che il banchiere è a Roma, le cene a casa Rodano: in esse il livello culturale della conversazione diventa presto materia di mito presso l’intelligentsja romana. Una fucina che trova poi, e a più riprese, i suoi esiti in spunti e articoli che appaiono su Rinascita.

Altre due vicende mostrano i legami tra Marisa Cinciari e Sergio Paronetto. Durante il soggiorno a casa Paronetto, l’economista convince gli amici che il nome di Cattolici Comunisti per la loro formazione politica presenta tante controindicazioni, facendo un po’ il verso ai liberalsocialisti, e che meglio sarebbe invece adottare quello da lui proposto, Sinistra Cristiana. I coniugi, insieme ad Adriano Ossicini, si convincono e ringraziano. Ottimo è anche il rapporto che ci crea tra le due Marise, Marisetta (Maria Luisa) Valier Paronetto, la moglie di Sergio, e Marisa (Maria Lisa) Cinciari Rodano (entrambe di nobili origini e del tutto incuranti della circostanza). 

Oltre ad essere lettori in anteprima delle bozze del Codice di Camaldoli curato dall’amico, Franco Rodano, Marisa Cinciari e Adriano Ossicini rivendicheranno in seguito che, se non fossero stati ricercati dalla polizia politica, all’eremo di Camaldoli per la Settimana dei Laureati Cattolici nella quale nasce il Codice ci sarebbero stati con ogni probabilità anche loro. Dopo l’8 settembre 1943, Franco, Marisa e Adriano sono in prima fila nella Resistenza: Ossicini è uno dei capi combattenti, insieme all’altro grande amico e compagno nei Cattolici Comunisti Felice Balbo di Vinadio, mentre Rodano e soprattutto Marisa Cinciari si rifiutano di impugnare le armi e sparare, stante la loro convinzione cristiana: Marisa farà la staffetta partigiana. 

Paronetto otterrà un’altra cosa per gli amici della Sinistra Cristiana. All’atto della formazione del CLN a Roma, a casa di Stefano Siglienti in via Carlo Poma, il 9 settembre 1943, la richiesta della formazione di Rodano e Ossicini di far parte da subito del Comitato di Liberazione Nazionale viene bocciata. Prontamente interviene Meuccio Ruini, messo sull’avviso da Paronetto, che chiede ai presenti di accordare il permesso che il suo partito, Democrazia del Lavoro, uno dei sei contraenti, possa rappresentare nel CLN il contributo proveniente dalla Sinistra Cristiana (che ancora non si chiama così) portando in tale sede la voce di quest’ultima. Il consenso viene accordato. Si osservi che successivamente viene anche ottenuto di far restare a tutti gli effetti la Sinistra Cristiana componente esplicita, importante e accettata nel CLNAI al nord, parte delle giunte che vengono insediate man mano che i centri urbani vengono liberati. Nel CLNAI sarà “ministro” dell’Assistenza Pubblica per la Sinistra Cristiana Lucia Corti, che farà nascere il nuovo sistema dell’Assistenza Sociale in Italia ad opera dei coniugi Guido Calogero e Maria Comandini Calogero.

Nel 1944, con la Liberazione di Roma, Franco Rodano e Marisa Cinciari si sposano. In quel passaggio storico, emerge il rapporto speciale che unisce il giovane Ossicini con papa Pio XII e con Alcide De Gasperi. I due vertici cercano, ciascuno per suo conto, di convogliare quelli che essi sanno essere cattolici fermissimi verso esiti politici meno aggressivi nella dialettica tra partiti, meno “comunisti” e meno rivoluzionari. Questo essere in qualche modo contesi dalle due polarità che i coniugi Rodano vogliono invece tenere insieme e in dialogo, porta a un periodo assai felice nell’elaborazione filosofica di Rodano in senso costruttivo, cui la moglie contribuisce in misura decisiva. In particolare, Franco e Marisa sono entrati nell’ottica di respingere l’idea di una terza forza intermedia tra comunisti e democristiani quale rischia di essere interpretata la Sinistra Cristiana. Nel 1945, dopo il termine della guerra, nella Sinistra Cristiana prevarranno in effetti le tesi di Franco Rodano sulla opportunità della confluenza del partito dei ‘cattocomunisti’ nel Partito Comunista di Togliatti, malgrado la contrarietà di Adriano Ossicini. (Anche Togliatti avrà i suoi problemi all’interno del partito di fronte all’ipotesi della confluenza).

L’altro momento di assecondamento degli auspici espressi prima di morire nel marzo del 1945 da Sergio Paronetto riguarda la sola persona di Marisa Cinciari, senza il marito: Paronetto non si stanca di predicare a De Gasperi, a Vanoni, a Saraceno, a Gronchi, a Spataro, ai coniugi Rodano, a Ossicini, a La Pira (nascerà lì, tramite Paronetto, la grande e duratura amicizia tra questi due ultimi) la necessità di disporre di una ricerca scientifica rigorosa e attendibile, di levatura internazionale, sui fenomeni della povertà e miseria e della disoccupazione in Italia. (A coniugi Rodano l’amico Sergio insegna a riferirsi costantemente alle statistiche mondiali della Società delle Nazioni prima e delle Nazioni Unite poi per le opportune diagnosi dei fenomeni). Le relative commissioni parlamentari verranno finalmente istituite nel 1951 e in esse figureranno diversi amici e seguaci di Paronetto, come Lodovico Montini, Roberto Tremelloni, Maria Agamben Federici. La parlamentare Marisa Cinciari sarà attivissima partecipante nel ricordo dell’amico e sarà interprete di interventi di notevole incisività, in sintonia con l’ispirazione originaria di cui essa è portatrice. Gli atti delle due commissioni parlamentari stanno lì a dimostrare l’assoluto elevato livello raggiunto: malgrado i settanta anni trascorsi, meriterebbero di trovare una nuova diffusione. Nel periodo successivo, Marisa Cinciari si dedicherà sempre di più ai problemi delle donne, diventando nella materia un’autorità di statura internazionale. Palmiro Togliatti potrà fare sempre  affidamento su di lei. 

Nessuno si è mai preoccupato più di tanto di dare una ponderazione su quanto nel pensiero e nell’azione di Marisa Cinciari sia di evidente ispirazione cattolica. Eppure, il cattolicesimo è un carattere fermo della vita sua e di suo marito: solo che non è stato mai esibito. L’auspicio costante dei due coniugi è stato quello di una non contraddizione radicale e distruttiva sui valori fondativi che animano le grandi forze popolari dei cattolici e dei comunisti e, sulle concrete azioni di governo, tra capitalisti e anti-capitalisti: nel convincimento che, grazie a una adeguata preparazione, le contraddizioni storiche fossero superabili, qualora fosse emersa una sufficiente determinazione politica e culturale e si fosse fatto riferimento alle persone invece che agli -ismi. È giusto quindi che anche chi è di fede cattolica la ricordi oggi come una dello stesso “campo”, sebbene la sua fosse una fede tanto salda quanto appunto mai esibita.

Una domanda impertinente: l’Ulivo si farebbe con i 5 Stelle?

C’è poco da fare. Quando la politica langue e il populismo rischia ancora di avere il sopravvento, malgrado il leggero cambiamento rispetto alla stagione che abbiamo vissuto dopo l’esplosione del grillismo anti politico e demagogico, il ritorno del passato, seppur rivisto ed ammodernato, è sempre una tentazione molto forte ed insidiosa. Ed è sempre dietro l’angolo.

Sotto questo versante, è tornato d’attualità – anche se lo era già da tempo – l’Ulivo. Che, è bene non dimenticarlo, è stata una grande intuizione politica, culturale, sociale e programmatica. Un progetto che è stato possibile anche perchè si sono unite in una riconosciuta e spiccata cultura di governo alcune storiche culture politiche attraverso le rispettive soggettività politiche. Ovvero, il cattolicesimo popolare e sociale, la sinistra democratica ex e post comunista, il filone laico, socialista e ambientalista e la tradizione liberal democratica. Un impasto, appunto, culturale e politico che ha reso possibile il decollo di un progetto di governo altrettanto credibile e serio.

Dopodichè, per svariate e ben note motivazioni, quella stagione si è spenta progressivamente e gli stessi obiettivi politici dei vari partiti sono cambiati anche in modo radicale.

Ora, per restare all’oggi, forse è opportuno avanzare due sole riflessioni. Soprattutto quando si parla di riproporre l’Ulivo o qualcosa di simile per cercare di battere la coalizione di centro destra. La prima attiene al perimetro politico di quella alleanza. E questo perchè l’Ulivo non era l’Unione. Cioè non era un pallottoliere. Non era una coalizione che sommava il diavolo e l’acqua santa, come si suol dire. Perchè si trattava di un’alleanza di governo che partiva da una vera, convinta e coerente convergenza programmatica tra le varie forze politiche. Elemento, questo, che giustificava la natura di governo dell’Ulivo.

In secondo luogo, e di conseguenza, non si può oggi pensare di riproporre una esperienza come l’Ulivo sommando partiti un po’ meno riformisti di ieri, come l’attuale Pd a guida Schlein con un movimento schiettamente populista, anti politico e demagogico come quello dei 5 Stelle. Cioè il partito di Grillo e di Conte. Con una deriva, oltretutto, profondamente trasformistica ed opportunistica. Semmai, e se così fosse, somiglierebbe più ad una sorta di pallottoliere – o ad una ‘santa alleanza’, appunto – costruita unicamente per battere il nemico di turno ed irriducibile ma con una scarsa, se non nulla, cultura di governo.

Ecco perchè, quando si parla di “ritorno dell’Ulivo” non basta individuare burocraticamente un “federatore” – l’ennesima figura che scorrazza nella politica italiana e nel potere da svariati decenni – ma è necessario elaborare un progetto politico autenticamente di governo che faccia della cifra riformista la sua bussola di riferimento. Ed è proprio su questo versante che si gioca la scommessa della costruzione di una vera e credibile alleanza di governo. Ma adesso, però, serve un “di più” di politica e di cultura politica che, è bene sottolinearlo con forza, è l’esatto contrario del populismo anti politico e demagogico del grillismo. Di ieri e di oggi.

Dibattito | Una babele di liste non aiuta la ricomposizione del centro.

Diviene sempre più interessante, su questo valoroso giornale, il dipanarsi del dibattito che da tempo, con pregiate analisi dei contesti culturali e politici cerca di cogliere la migliore via per una ricomposizione dell’area democristiana e popolare, per riproporre nel sistema politiche di centro. E con interventi di alto spessore si riaffaccia, con periodiche considerazioni, lo storico interrogativo: che fare? O meglio, come organizzare nel miglior modo e nel più breve tempo possibile il ricompattamento dei diversi filoni culturali e ideali che furono l’espressione più feconda della Democrazia Cristiana.

In realtà, non da ora, c’è un lavorio attorno a quella che può essere l’espressione politica di una idea di centro: teatro da anni di un singolare paradosso che in questi anni non ha non ha ammaliato soltanto cattolici e popolari: sempre più ambito e sempre più vuoto. Oggi i tumultuosi cambiamenti identitari che hanno investito le forze politiche ci rendono sempre più datata l’idea e la rappresentazione del centro come lo spazio di una prassi politica consegnata alla storia, di cui ne fu protagonista la DC di De Gasperi. 

In realtà quella connotazione non è mai stata di per sé sufficiente a renderci la vera idea di centro immaginata da don Luigi Sturzo. In un suo famoso articolo risalente al 1923 ce ne da la precisa cognizione: “Spieghiamo allora cosa intendiamo per centrismo. Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: – siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; – vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; – ammettiamo l’autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; – rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; – vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto dei nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro.”.

Qui si condensa tutto il senso di una teoria politica intrisa di vocazioni valoriali forti in grado di renderci tutta la realtà dialettica che si agitava dentro l’azione politica e l’orizzonte del partito popolare che Egli aveva fondato (e fatto poi proprio dalla Dc che assieme a De Gasperi contribuì a far nascere) che mette coraggiosamente argine ad ogni sorta di polarizzazioni, vuoi nelle diverse versioni del populismo e del nazionalismo, di cui la dittatura in quel tempo se ne faceva interprete, vuoi nelle versioni del liberismo sfrenato o di una sinistra liberticida.

Una concezione che non ha perso nulla della sua attualità storica e politica.

Questo scenario ci evidenzia  tutte le ragioni di quanto possa essere poco praticabile oggi l’idea di una “Costituente di centro”, come l’esimio sen. Tarolli ha affacciato, su questo giornale, sia nella forma di rassemblement, che come espressione federativa.

Una strana idea di centro il ritrovarsi dentro un contenitore senza storia, magari rappresentato da una costellazione di simboli, con un mix di forze e associazioni, cattoliche, liberali e riformiste, davanti a partiti che agitano le piazze, e con tutte le conflittualità e i colpi bassi che si possono immaginare nella quotidiana competizione tra gli esponenti – taluni a capo di partiti personali – che non facilita di certo il risultato perché espone l’iniziativa ad un ibrido identitario, con facile gioco per le fazioni organizzate, sicuramente non sussumibili alle storiche correnti che furono la linfa vitale di ogni scelta politica durante la cinquantennale esperienza.

L’immaginare poi, come qualcuno ancora si ostini a prefigurare, un simile contenitore come una sorta di nuova “Margherita”, ci sembra una autentica boutade.  Non basterebbe la fantasia di Pirandello per pensare di fare stare insieme nello stesso organismo politico federato, Grassi, Cuffaro, Tarolli, Zamagni, Infante, Renzi, Calenda, Mastella, Rotondi, Lupi, Toti, Brugnaro e tanti altri emeriti cespugli, ossia esponenti di matrice liberale, socialista, azionista, cattolico democratici e radicali, senza creare una babele di dichiarazioni e di presenze mediatiche intorno a progetti e proposte, magari in contraddizione l’uno con l’altro…

C’è invece un dato che mi fa ben sperare che ricavo dai recenti interventi. Ossia un filo comune nuovo che comincia a rendere credibili alcuni passaggi chiave. Sicuramente non sarà stato estraneo l’effetto negativo che ha avuto il fulmineo flop che ha fatto registrare l’esperimento del Terzo polo, eroso in pochi mesi da una conflittualità tra i due leader, dimostrando in modo evidente  come non si costruisce un partito attraverso l’idea di una fusione a freddo, pensato più sulla sommatoria di due piattaforme politiche, poco sovrapponibili – come la fase successiva allo scioglimento ha dimostrato – che su una condivisa convergenza sugli obiettivi di fondo e su programmi compatibili.

Insomma una chiara prova che l’avventura delle aggregazioni ibride e dei partiti personali non appare la strada migliore.

Mentre comincia ad affacciarsi la consapevolezza che non può oggi essere eluso, da ciascuna forza politica o associazione di area, il guardare con attenzione allo sforzo organizzativo e politico, nella continuità progettuale di idee e valori che sta portando avanti la rinata DC, ”nuova”, oggi unica, in confronto alle tante emulazioni, a potersi titolare nel segno della continuità storica, avendo ridato, conformemente a statuto, corpo e vita ad un partito mai sciolto.

Questo a mio avviso è il discrimine da cui passa ogni idea di ricomponimento o di riunificazione. È in questo scenario che si iscrive l’analisi di ieri di Giorgio Merlo su questo giornale, laddove nel porre a disamina le diverse opzioni politiche che può imboccare un simile processo aggregativo, così scrive a proposito del ritorno in campo della Dc: “..c’è chi continua ad insistere sul cosiddetto “partito identitario”. Potremo dire che si tratta della scelta più congeniale e forse anche la migliore. Peccato che nella politica occorre sempre tenere presente, come ci insegnava Sandro Fontana, “del testo e del contesto”. E cioè, conta sì il progetto ma, soprattutto, se quella proposta è politicamente credibile e se il contesto che la accoglie è favorevole e contemporanea rispetto a ciò che si propone. Ci sarà una motivazione se dopo la fine della Dc e, soprattutto, del Ppi di Franco Marini e di Gerardo Bianco tutti i tentativi identitari – credo alcune centinaia a livello nazionale – siano andati a sbattere. Insignificanti a livello politico ed irrilevanti a livello elettorale.”.

Se da una parte ne riconosce come la scelta migliore sul piano dei diversi orizzonti che può prefiggersi la riaggregazione dell’area cattolica e popolare, non appare verosimile invece l’ultima parte delle sue osservazioni in quanto viziata da evidente travisamento dei mirabili risultati elettorali che, mi pare, all’amico Merlo, siano sfuggiti.

Alludo al fatto, che non possono qualificarsi come “insignificanti a livello politico e irrilevanti a livello elettorale, risultati di tutto rilievo, ottenuti in Sicilia, con cui sono stai eletti quattro deputati all’Assemblea regionale siciliana, e con nella giunta due assessori; cinque consiglieri al Comune di Palermo e tantissimi consiglieri comunali in svariati Comuni di quella Regione.

Stiamo parlando della rinata Dc, mediaticamente definita “nuova”, che è cresciuta esponenzialmente nelle iscrizioni e nei consensi, man mano che in questi due anni si sono succedute le diverse tornate elettorali amministrative. Tanto che il partito appare pronto ad affrontare autonomamente anche le competizioni a livello nazionale, a cominciare dalla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo.

Insomma c’è già un territorio e un elettorato che si è sentito rappresentare da questa nuova realtà di partito, e pretendere, come ha messo in chiaro, il Sen. Tarolli :”..un Tavolo Paritario, dove ciascun Soggetto possa portare il suo “specifico”, dove si possa dialogare, confrontarsi e quindi decidere..”; e ciò vuol dire per la nuova Dc, prendere in giro il suo elettorato e mandare alle ortiche le attese e le speranze di tanti italiani che si sono ritrovati, intanto nelle diverse competizioni locali, nei programmi e nei progetti di territorio messi in campo, assieme ad una nuova classe dirigente.

Di certo anche questa proposta non appare il miglior metodo per ricomporre la frantumazione politica dell’area dei cristiani e dei popolari. Ed è evidente il perché della poca praticabilità che suscita simile soluzione. In un quadro di riunificazione come di può trascurare il peso politico che ciascuna forza porta? Soprattutto se consideriamo che c’è già un proficuo percorso in atto con tanto di rappresentanze nelle istituzioni. Così si finirebbe per inaridire la spinta ad un serio processo di ricomposizione. Ma il cammino appare ancora lungo ed impervio anche perché il quadro che ne stanno offrendo i popolari, in questi giorni, è ancora assai antitetico. Da una parte si dà l’impressione che si continui a perseguire trattative negoziali per assicurare sopravvivenza alla piccola enclave di popolari dentro il Pd (facenti capo a Delrio e Castagnetti), nella convinzione che possano ancora avere un ruolo politico nel partito massimalista e radicale di massa di Elly Schlein: torniamo  ai tempi dei cosiddetti indipendenti di sinistra?

Dall’altra l’incomprensibile rimarcato proposito dell’on. Fioroni, e della sua associazione Tempi Nuovi, alla ricerca di un leader, con gli appelli a Renzi e Calenda, per proporsi alle prossime elezioni Europee, in un quadro di rinascita del Terzo polo, e con l’adesione al Partito Democratico Europeo, di cui è espressione significativa in questo momento il partito di Macron, Renew Europe: cosa che si pone come un grosso ostacolo verso il comune obiettivo della ricomposizione dell’area popolare e cristiana che notoriamente ha come punto di riferimento il Ppe.

Così che quegli stessi popolari che hanno primariamente propiziato l’idea di fare liste comuni con le forze centriste, attanagliati in una babele di contraddizioni sembrano vagare disorientati dentro un labirinto senza uscita.

L’impressione è che pregiudizialmente tra i popolari prevalga l’idea di tenere lontana l’ipotesi di una ricomposizione concreta, perché ciò comporterebbe un aperto confronto con la rinata Dc di Renato Grassi ed oggi rappresentata dal segretario Cuffaro. È forse prevalente l’idea di ritenersi custodi di un pensiero da non contaminare? Finché i popolari resteranno indifferenti davanti ad una realtà politica che sta ridando linfa a quella DC, mai sciolta, e da cui ripartire, difficilmente si potrà parlare di riunificazione o di ricomposizione della galassia democristiana.

Tuttavia, non apparendo un processo di poco tempo, mi pare assai convincente l’idea lanciata dal segretario Cuffaro di proporre una lista “Liberi e Forti” con unico simbolo per le europee e con dichiarata affiliazione al Ppe, aperta a chi si riconosce in quel manifesto ed in tutta la storia che esso ha rappresentato fino ad oggi. Penso sia lo strumento più efficace per offrire al territorio un progetto politico che non intende ignorare le inadeguatezze delle attuali politiche comunitarie, soverchiate dalle egemonie finanziarie e quindi scarsamente versate in direzione del benessere essenziale di ogni persona.

Le idee di Maritain alla base del progetto politico degasperiano

Il nome di Alcide De Gasperi, a settant’anni dalla morte, non è mai stato così tanto evocato come in questi ultimi anni sia come ex presidente del consiglio che come uomo di partito, co-fondatore della Democrazia Cristiana. La politica e la storiografia, in un tempo segnato dal ritorno di grandi divisioni e della guerra, approfondiscono e studiano colui che ha guidato il Paese nel delicato periodo della ricostruzione dopo la devastante seconda guerra mondiale, contribuendo alla rinascita economica e alla sua stabilizzazione politica. La linea seguita fu chiaramente orientata a «consolidare, universalizzare, vivificare il regime repubblicano», ed è questa l’immagine sedimentatasi nella storiografia. Come ha ricordato la figlia dello statista, a lungo sua segretaria personale. Negli otto governi consecutivi guidati dallo statista, questi ha definito il futuro del Paese, difeso e recuperato i territori nazionali in collaborazione con gli alleati, approvato il trattato di pace, ha aderito al Patto Atlantico e sottoscritto l’adesione alla Nato, ha tracciato la nascita della costituzione dell’Unione Europea e la creazione delle strutture di cooperazione nell’Europa Occidentale.Non stupisce dunque che in questi anni la storiografia si sia concentrata molto sull’analisi svolta da De Gasperi nell’orientare la transizione del sistema politico italiano alla democrazia mentre poca attenzione è stata data all’evoluzione della sua formazione e al percorso evolutivo che negli anni ha segnato la cultura politica dello statista. 

In questa direzione si muovono nuovi studi e tra questi si colloca anche quello di Luciano Cardinali, autore della tesi di dottorato presso la Pontificia Università Lateranense, Facoltà di Filosofia dal titolo: “Fondamenti filosofici della proposta politica di Alcide De Gasperi tra popolarismo e personalismo”.

De Gasperi è un uomo che vive profondamente il suo tempo e su di esso lascia un’impronta indelebile che prende il suo nome: “età degasperiana”. Così la ricerca storica definisce gli anni della transizione postbellica, mettendo in evidenza il ruolo propulsivo svolto dallo statista negli anni dell’elaborazione del progetto democratico post-fascista con tutti i vari complessi passaggi istituzionali che lo hanno visto protagonista del processo di fondazione del rinnovato ordine politico. 

De Gasperi non è solo e tanto uno dei maggiori protagonisti del cambiamento politico-istituzionale dell’Italia postbellica, quanto piuttosto l’espressione di una tradizione politica chiamata a reinterpretare il proprio orizzonte ideale per affrontare un delicato processo di transizione.

Tutto il percorso della sua vita, dagli anni giovanili fino alla sua fine, è stato segnato da molte continuità, soprattutto per quanto riguarda la storia vissuta della dottrina sociale della Chiesa, ma anche da travagliate scelte imposte dalle profonde modificazioni storiche intervenute tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento. Diceva nell’intervento al Consiglio nazionale della Dc tenutosi Fiuggi nel 1949: “Sfugge forse a taluno di noi e certamente a molti nostri avversari che noi come politici veniamo non solo da una dottrina, cioè da una filosofia politica e sociale, ma anche da un’esperienza storica e che di questa storia siamo oggetto e soggetto insieme. Tale esperienza è complessa e non sempre logicamente rettilinea”. 

La linea seguita in quegli anni, ebbe però una sostanziale continuità e, fu chiaramente orientata a «consolidare, universalizzare, vivificare il regime repubblicano», e questa è l’immagine sedimentatasi nella storiografia. Come ha ricordato la figlia dello statista, a lungo sua segretaria personale, dietro la figura del politico con grande senso pratico, pragmatico e antiretorico che oggi abbiamo ereditato, si cela però anche un intellettuale sensibile all’evoluzione dei paradigmi culturali del proprio tempo. Se è vero che, come ricorda Gobetti in un tagliente ritratto del 1925, De Gasperi «da buon organizzatore preferisce l’amministrazione alla cultura e alla critica», è altrettanto vero che egli «non è indifferente al fascino delle grandi idee e […] nasconde un sincero amore per lo spirito di ricerca».

L’avvento del regime fascista, che gli costò la lontananza dalla politica attiva, segna nella vita di De Gasperi un lungo periodo, compreso tra i tardi anni Venti e i primi anni Quaranta, definito dell’esilio interno, in cui egli si dedica all’approfondimento intellettuale. Furono gli anni in cui il suo «antifascismo di tipo speciale», per usare la tagliente espressione di Togliatti, vestì i panni di un’intensa attività pubblicistica. È qui tra quei libri De Gasperi modellò in modo originale il suo antifascismo e delineò quel progetto politico che è e resta unico.

Ma torniamo all’uomo di pensiero.

Nel corso della maturazione del suo percorso politico, egli ha mostrato un costante attaccamento ai precetti della dottrina sociale cristiana accanto ai frequenti ai frequenti riferimenti alla spinta di rinnovamento che emergeva dalla riflessione di Maritain e Mounier. A colpire lo statista trentino erano le forme di un «cristianesimo acculturato» capace di azzardare un rinnovamento teologico-filosofico capace di determinare una reazione alla crisi dei tempi in chiave moderna e non intransigente.

I dibattiti politici e culturali dei cattolici francesi ai primi del ‘900, letti attraverso gli articoli di Maritain, aiutano De Gasperi a cercare, ovunque fosse, un parallelo tra le idee del filosofo francese con la Dottrina sociale elaborata da Leone XIII. De Gasperi legge Maritain sulle pagine de “La vie intellectuelle” dove nel 1935 esce una relazione al volume dal titolo “L’umanesimo integrale”: da essa trae forza la distinzione tra lo Stato e la Chiesa e nuovi argomenti di critica nei confronti della dittatura. 

ll ruolo dei cattolici democratici nella storia d’Italia, da Luigi Sturzo prima a De Gasperi poi, attraversa e supera due conflitti mondiali, la dittatura fascista e la resistenza, per approdare all’Assemblea Costituente in cui prenderà forma il testo della nostra Costituzione repubblicana. Dietro questa grande costruzione, a cui partecipa da grande protagonista, De Gasperi tiene le fila di una politica che attinge non casualmente alle idea filosofiche di Jacques Maritain. E la tesi di Luciano Cardinali lo evidenzia in maniera limpida e puntuale.

I lavori del convegno potranno essere seguiti sul canale YouTube de “Il Domani d’Italia”.

La Voce del Popolo: La terza via tra comando e protesta.

La “questione democristiana”, come si sarebbe detto con un linguaggio d’altri tempi, agita il Partito democratico. Con la segreteria di Elly Schlein infatti è sembrato a molti, e anche agli interessati, che il nuovo corso del Pd fosse diventato assai movimentista e ancora più lontano dal modo di vedere le cose tipico di quanti hanno speso una parte del loro tempo e della loro fatica politica nelle antiche stanze di piazza del Gesù. 

Il raduno dei popolari nei giorni scorsi ha riacceso i riflettori sull’argomento. Castagnetti ha fatto presente, con molto garbo, l’assenza di quel mondo dagli incarichi di prima fila, quelli in segreteria. E la segretaria a sua volta gli ha risposto manifestando disponibilità e attenzione verso un mondo che resta decisivo per un Pd che voglia competere e non rinserrarsi in una nobile ma sterile trincea di opposizione infinita. 

Problema risolto, dunque ? Non è così semplice, tutt’altro. Il fatto è che nel frattempo s’è quasi instaurata una divisione di compiti tra destra e sinistra. La destra si affida al comando, la sinistra si affida alla protesta. E fin quando si resta in questi due ambiti piuttosto angusti il confronto politico non fa mezzo passo avanti. Anzi, ognuno finisce per radicalizzare se stesso, con tanti saluti a qualunque possibilità di far maturare scenari diversi. 

È qui il nodo da sciogliere. Il centrosinistra avrebbe bi- sogno di uscire dalla sua trincea e rivolgersi con parole nuove a quanti non vanno più a votare o hanno smesso di votare in suo favore. È questo il terreno su cui i democristiani di una volta sarebbero più utili. Al Pd e anche a se stessi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 6 dicembre 2023.

Titolo originale: La terza via tra il comando e la protesta è possibile?

(Articolo riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia)

Dibattito. Contro ogni forma d’integralismo vale la laicità di De Gasperi.

Caro Direttore, ho letto e apprezzato il tuo pezzo (Il convegno di Castagnetti non scioglie il nodo dell’autonomia dei Popolari) del 5 dicembre scorso. Ma non ti sembra che sia proprio il “dossettismo” alla base di una certa subalternità nei confronti della sinistra? A differenza del  sindacalismo cristiano (Miglioli, Pastore, Grandi, Donat-Cattin), Cronache Sociali ha rappresentato un’alternativa “uguale e contraria” alla destra cattolica di Gedda. 

Stato cattolico versus societas christiana, versioni entrambe integraliste, sostanzialmente antiborghesi e antioccidentali, finivano per spingere i cattolici da un lato verso la destra clericale e reazionaria oppure verso una sinistra subalterna a un socialismo collettivista inteso come interpretazione attualizzata del personalismo comunitario di Mounier e del “Cristo primo socialista”. In più terzomondista e più mediterraneo che europeo. 

La scuola sociale cristiana (prima di Camaldoli c’e, come sappiamo, Malines) ha elaborato un suo progetto sociale e politico che si ritrova in Maritain, in De Gasperi e ancor più in Sturzo, ma non in Dossetti. Il comunismo italiano succube dell’URSS, stalinista all’epoca dossettiana, ha portato Dossetti ad accettare la Dc, pur distinto e distante da De Gasperi e, soprattutto, dalla raffinata ispirazione sturziana, vera interprete di una visione solidarista che fa proprio il meglio della tradizione liberale e democratica (v. quanto scritto da Agostino Giovagnoli su questo punto). 

Insomma, a mio avviso, il dossettismo è sicuramente stato più pragmatico della sinistra cristiana di Passerin d’Entrèves o dei comunisti cattolici di Franco Rodano: certamente ha dato un grande contributo alla “mediazione costituzionale”, ma non ha mai “digerito” la scelta degasperiana di un rapporto privilegiato con i partiti di tradizione laica e risorgimentale. 

Questo “brodo di cultura”, comunque ricco di dignità e  coerenza, è rimasto in molti tra noi. Io resto un convinto sturziano e degasperiano e resto altresì convinto che o si costruiva un Pd davvero plurale e riformista o l’Ulivo, in Italia, contro la peggior destra dei grandi Paesi europei, necessitava (e necessita) di una forza che sappia tenere insieme gli eredi della scuola sociale cristiana e dell’umanesimo laico e progressista, essendo questa la dialettica che tanto ha segnato la prima fase della storia repubblicana. 

Un caro saluto. Gianluca

Dibattito. Scelte chiare per il Parlamento europeo: dove vanno i Popolari?

Si è aperta una gara fratricida a destra tra Salvini e Meloni per accreditarsi i voti alle prossime europee, con grave danno per l’immagine del nostro Paese all’estero. La Presidente del consiglio con il vice Taiani, ministro degli esteri, schierati su posizioni nettamente euro atlantiste, mentre l’altro vice presidente del consiglio, Salvini, è fermo su posizioni anti UE e filo putiniane. In situazioni analoghe nella prima  Repubblica si andava alla crisi di governo. Ora sarebbe logico attendersi da parte delle minoranze la richiesta di un dibattito parlamentare sulla politica estera del governo, da concludersi con un voto, affinché ogni attore in commedia si assuma le proprie responsabilità.

Se a destra ci si rincorre tra Fratelli d’Italia e Lega per non perdere il voto sovranista e nazionalista, anche al centro e alla sinistra le cose non vanno meglio, considerati i diversi schieramenti cui i partiti di quest’area fanno riferimento a livello europeo.

Considerato  che si voterà per l’elezione del nuovo parlamento europeo, a me sembra che sarebbe corretto chiarire agli elettori e alle elettrici a quali aree politiche ci si intende collegare dopo il voto. Se a sinistra sembra scontato che i diversi partiti di quest’area faranno tutti riferimento a livello europeo al Pse, assai più frastagliata è la  situazione dei partiti che, a diverso titolo, si dichiarano “al centro” della politica italiana.

Una divaricazione tanto più incomprensibile per i diversi partiti e movimenti dell’area cattolica, i quali, volendo essere coerenti con la loro storia e tradizione culturale e politica, dovrebbero tutti riferirsi al Ppe, non solo perché quella è la casa dei padri fondatori, ma considerando  che il programma del maggior partito di questo schieramento europeo, la Cdu della Germania, è quello che fa diretto riferimento ai principi dell’economia sociale di mercato e ai principi della dottrina sociale cristiana. Ecco perché non comprendiamo la disponibilità espressa da qualche amico per un’alleanza preventiva con Renzi, il quale ha già deciso che, in caso di elezione a Strasburgo e a Bruxelles, farà riferimento allo schieramento di Macron che, con la nostra tradizione politica, ha ben poco da spartire. 

Ancor più incomprensibile quanto hanno più volte espresso amici come l’On. Fioroni e altri, che sognano il ritorno alla Margherita o all’Ulivo, e che, in caso di elezione al parlamento europeo, finirebbero con lo schierarsi a fianco dei partiti del gruppo socialista.

Certo oggi il Ppe vede la più ampia rappresentanza italiana espressa da Forza Italia la quale, acquisita la disponibilità della Dc di Cuffaro, ne ha declinato l’offerta, escludendo in ogni caso l’inserimento del simbolo di quel partito insieme a quello del partito del Cavaliere.

Cuffaro ha rilanciato ipotizzando la lista dei “Liberi e Forti”, un progetto interessante che andrebbe seriamente discusso se, come da qualche tempo anche gli amici di Iniziativa Popolare perseguono, fosse lo strumento per un primo passo di ricomposizione politica dell’area cattolica, unita nella prospettiva del sostegno al Ppe e, strategicamente orientata a realizzare analoghe convergenze alle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali, sino alle future elezioni politiche.

L’incontro annunciato a Roma dai giovani coordinatori del gruppo di Iniziativa Popolare, Mattia Orioli e Roberta  Ruga, il prossimo 12 dicembre, con i rappresentanti dei diversi partiti e movimenti politici dell’area cattolica italiana, servirà proprio a verificare la disponibilità di quanti sono pronti per la raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste nei diversi collegi, insieme alla volontà di battersi per una proposta di segno alternativo al progetto di “deforma” costituzionale indicato dal governo della destra, come già si fece al tempo del referendum promosso da Renzi. Ci auguriamo che il 12 dicembre possa nascere un progetto serio di Federazione dei Dc e Popolari, che sappia riprendere quanto di positivo avevamo già sperimentato con l’iniziativa dell’On. Gargani, alla quale aderirono oltre cinquanta tra partiti, movimenti, associazioni e gruppi della nostra area Dc e Popolare.

I Popolari e le quattro strade: come uscire dal tunnel?

La tormentata storia politica, culturale ed organizzativa dei cattolici popolari e sociali è giunta ad un bivio. E, come sempre capita nei momenti di svolta, occorre mettere in campo scelte precise e nette. Un tempo si sarebbe detto che occorre attivare un’iniziativa politica specifica e capace di produrre effetti immediati e a lunga scadenza.
E, al riguardo, sono almeno quattro le ipotesi oggi in campo. Tutte scelte legittime ma che, come ovvio, approdano a risultati diversi se non addirittura alternativi tra di loro. Il tutto, com’è altrettanto ovvio, nel pieno rispetto delle singole opzioni politiche. Cioè dell’ormai radicato e consolidato pluralismo politico dei cattolici italiani.

In primo luogo c’è chi continua ad insistere sul cosiddetto “partito identitario”. Potremo dire che si tratta della scelta più congeniale e forse anche la migliore. Peccato che nella politica occorre sempre tenere presente, come ci insegnava Sandro Fontana, “del testo e del contesto”. E cioè, conta sì il progetto ma, soprattutto, quella proposta è politicamente credibile se il contesto che la accoglie è favorevole e contemporanea rispetto a ciò che si propone. Ci sarà una motivazione se dopo la fine della Dc e, soprattutto, del Ppi di Franco Marini e di Gerardo Bianco tutti i tentativi identitari – credo alcune centinaia a livello nazionale – sono andati a sbattere. Insignificanti a livello politico ed irrilevanti a livello elettorale.

Poi ci sono, ed è la seconda ipotesi, i cattolici popolari nel Pd. O meglio, i cattolici popolari nel Pd della Schlein. Cioè, del principale partito della sinistra italiana. Un partito che, oggi, ha una chiara, netta e del tutto legittima identità politica e culturale. Si tratta, cioè, di un partito della sinistra radicale e massimalista a livello politico e libertaria sul versante culturale. E, di conseguenza, seppur mutatis mutandis, si tratta di una presenza, quella dei cattolici popolari nell’attuale Pd, che ripropone la vecchia e nota esperienza dei “cattolici indipendenti di sinistra” nel Pci degli anni ‘70. Una esperienza a cui venivano gentilmente concessi una manciata di seggi parlamentari e qualche ruolo ornamentale negli organigrammi di partito per confermare la natura ‘plurale’ del partito stesso. Ieri come oggi nessuna differenza. Salvo il profondo cambiamento storico, politico e culturale tra le diverse fasi.

In terzo luogo ci sono i cattolici popolari, o ex democristiani, presenti nell’attuale coalizione di centro destra e nei rispettivi partiti. Qui la riflessione è molto rapida Perché la storia, la tradizione e la cultura del cattolicesimo popolare e sociale sono semplicemente alternativi rispetto al progetto e alla prospettiva politica di questo importante campo politico. E, infatti, la presenza dei cattolici popolari o degli ex democristiani nei partiti del centro destra è puramente ed esclusivamente personale. O meglio, di carattere testimoniale quindi politicamente del tutto irrilevante.

E poi c’è un’ultima opzione. Altrettanto difficile e complessa ma, se non altro, coerente e lungimirante con la storia secolare della tradizione cattolico popolare e sociale. E cioè, declinare questa cultura politica in un campo centrista, riformista e di governo seppur culturalmente plurale. Detto con altri termini, attraverso e con il contributo determinante del pensiero cattolico popolare e sociale, ricostruire un Centro politico e dinamico, inclusivo e moderno, innovativo e democratico. Certo, per far decollare questo progetto non servono i partiti personali o del capo. È indispensabile dar vita ad un luogo politico indubbiamente plurale e con una leadership diffusa ma che non sia apertamente in contraddizione e in contrasto con le ragioni e le radici del popolarismo di ispirazione cristiana.

Perché, ed è la breve riflessione conclusiva, un pensiero e una cultura come quelli del cattolicesimo popolare e sociale possono ritrovare forza e vigore nella società contemporanea e nella concreta dialettica politica italiana solo se non sono in aperto contrasto con la prospettiva e il progetto dei partiti in cui militano. È una regola persin troppo semplice da richiamare, ma forse è utile ricordarlo in una stagione politica ancora molto confusa e contraddittoria.

La condizione del Mezzogiorno nella fotografia della Svimez

 

Nel post-Covid il Sud aggancia la ripresa ma senza industria

 

La dinamica del PIL italiano nel biennio 2021-2022 si è mostrata uniforme su base territoriale. L’economia del Mezzogiorno è cresciuta del 10,7%, più che compensando la perdita del 2020 (–8,5%). Nel Centro-Nord, la crescita è stata leggermente superiore (+11%), ma ha fatto seguito a una maggiore flessione nel 2020 (–9,1%).

La novità di una ripartenza allineata tra Sud e Nord sconta però l’eccezionalità del contesto post-Covid per il tenore straordinariamente espansivo delle politiche di bilancio e la diversa composizione settoriale della ripresa.

Fatto 100 il dato di crescita cumulata del valore aggiunto extra-agricolo nel biennio, i servizi hanno contribuito per 71,1 punti nel Mezzogiorno e 63,6 nel Centro-Nord. Il contributo delle costruzioni si è spinto 7 punti oltre la media del Centro-Nord (18,9 contro 11,9), grazie all’impatto espansivo esercitato dal Superbonus 110%.

Viceversa, il contributo dell’industria è stato limitato nel Mezzogiorno: 10 punti contro i 24,5 del Centro-Nord, in virtù anche del consistente assottigliamento della base produttiva subìto tra il 2007 e il 2022: quasi –30% di valore aggiunto, contro una flessione del 5,2% nelle regioni centro-settentrionali. Il confronto europeo rivela tuttavia il ritardo accumulato anche dall’industria del Centro-Nord: negli stessi anni il valore aggiunto industriale dell’UE a 27 è aumentato di quasi il 14%, quello della Germania di oltre il 16%. 

 

Doppio al Sud l’impatto dell’inflazione sui redditi delle famiglie

 

L’accelerazione dell’inflazione del 2022 ha eroso soprattutto il potere d’acquisto delle fasce più deboli della

popolazione.

Sono state colpite con maggiore intensità le famiglie a basso reddito, prevalentemente concentrate nelle regioni del Mezzogiorno. Nel 2022 l’inflazione ha eroso 2,9 punti del reddito disponibile delle famiglie meridionali, oltre il doppio del dato relativo al Centro-Nord (–1,2 punti).

Rispetto alle altre economie europee, in Italia la dinamica inflattiva si è ripercossa in maniera significativa sui salari reali italiani, che tra il II trimestre 2021 e il II trimestre 2023 hanno subìto una contrazione molto più pronunciata della media UE a 27 (–10,4% contro –5,9%), e ancora più intensa nel Mezzogiorno (–10,7%) per effetto della più sostenuta dinamica dei prezzi. Questa dinamica si colloca in una tendenza di medio periodo delle retribuzioni lorde reali per addetto, anch’essa particolarmente sfavorevole al Mezzogiorno: –12% le retribuzioni reali rispetto al 2008 (–3% nel Centro-Nord).

 

La ripresa dell’occupazione al Sud non argina il disagio sociale

 

Rispetto al pre-pandemia la ripresa dell’occupazione si è mostrata più accentuata nelle regioni meridionali: +188 mila nel Mezzogiorno (+3,1%), +219 mila nel Centro-Nord (+1,3%).

In tema di precarietà del lavoro, nella ripresa post-Covid dopo il «rimbalzo» occupazionale è tornata a inasprirsi la precarietà. Dalla seconda metà del 2021, è cresciuta l’occupazione più stabile, ma la vulnerabilità nel mercato del lavoro meridionale resta su livelli patologici. Quasi quattro lavoratori su dieci (22,9%) nel Mezzogiorno hanno un’occupazione a termine, contro il 14% nel Centro-Nord. Il 23% dei lavoratori a temine al Sud lo è da almeno cinque anni (l’8,4% nel Centro-Nord). Tra il 2020 e il 2022 è calata la quota involontaria sul totale dei contratti part time in tutto il Paese, ma il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord resta ancora molto pronunciato: il 75,1% dei rapporti di lavoro part time al Sud sono involontari contro il 49,4% del resto del Paese.

L’incremento dell’occupazione non è in grado di alleviare il disagio sociale in un contesto di diffusa precarietà e bassi salari.

 

Nonostante la crescita dell’occupazione, nel 2022 la povertà assoluta è aumentata in tutto il Paese. La povertà ha raggiunto livelli inediti. Nel 2022, sono 2,5 milioni le persone che vivono in famiglie in povertà assoluta al Sud: +250.000 in più rispetto al 2020 (–170.000 al Centro-Nord).

La crescita della povertà tra gli occupati conferma che il lavoro, se precario e mal retribuito, non garantisce la fuoriuscita dal disagio sociale. Nel Mezzogiorno, la povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata è salita di 1,7 punti percentuali tra il 2020 e il 2022 (dal 7,6 al 9,3%). Un incremento si osserva tra le famiglie di operai e assimilati: +3,3 punti percentuali. Questi incrementi sono addirittura superiori a quello osservato per il totale delle famiglie in condizioni di povertà assoluta.

 

Nel 2023 Pil a +0,7% con +0,4% nel Mezzogiorno, +0,8% nel Centro-Nord.

 

La crescita del PIL italiano è stimata dalla SVIMEZ a +0,7% nel 2023: +0,4% nel Mezzogiorno, +0,8% nel Centro-Nord. La riapertura del divario di crescita Nord-Sud è imputabile al calo dei consumi delle famiglie (–0,5%), che non dovrebbe osservarsi nel Centro-Nord (+0,4%). Dinamica sfavorevole causata da una contrazione del reddito disponibile delle famiglie meridionali (–2%), doppia rispetto al Centro-Nord come nel 2022.

Gli investimenti dovrebbero essere interessati da una dinamica positiva, ma in forte decelerazione rispetto al 2022: +5% dal +9,8 dell’anno precedente nel Mezzogiorno, +3,3% dopo il +9,1 del 2022 nel Centro-Nord.

La componente in macchine, attrezzature e mezzi di trasporto è stimata in crescita a tassi sostanzialmente allineati nelle due ripartizioni (+5,1% nel Mezzogiorno e +4,9 nel Centro-Nord). In deciso rallentamento rispetto al 2022, soprattutto al Centro-Nord, gli investimenti in costruzioni: +5,1% dal +13,1 dell’anno precedente nel Mezzogiorno, +1,7% dal +11 nel Centro-Nord. Il rallentamento riflette l’indebolimento dell’effetto Superbonus e lo slittamento temporale degli interventi del PNRR. Un contributo positivo, viceversa, dovrebbe venire, soprattutto al Sud, dallo stimolo indotto dalla spesa di fine ciclo della programmazione europea 2014-20.

 

Per leggere il testo integrale del comunicato stampa

https://lnx.svimez.info/svimez/wp-content/uploads/2023/12/rapporto_2023_comunicato_stampa.pdf

A Pechino domani l’atteso vertice tra Unione Europea e Cina

Si svolgerà domani a Pechino il primo vertice Ue-Cina “in presenza” dall’epoca della pandemia di Covid, dopo quello che si tenne in videoconferenza il primo aprile del 2022. Sarà anche il primo Summit tra Pechino e i leader delle istituzioni Ue, dopo che, nel luglio scorso, per la prima volta il Consiglio europeo ha dedicato una buona parte della propria agenda a una discussione strategica sulle relazioni con la Cina, e dopo la decisione della Commissione europea, due mesi fa, di lanciare un’inchiesta anti sussidi sui veicoli elettrici cinesi.

Il programma dell’incontro prevede innanzitutto una discussione, non facile, sulle relazioni economiche e commerciali tra l’Unione e la Cina, poi sulla guerra russa in Ucraina (con la problematica delle sanzioni contro Mosca e del loro aggiramento, che l’Ue vuole evitare) e sulla situazione sempre più drammatica in Medio Oriente (dove gli europei vorrebbero un maggiore ruolo diplomatico di Pechino per promuovere la de-escalation), e infine verranno evocate le sfide globali e regionali, in particolare il cambiamento climatico, la protezione della biodiversità e la politica sanitaria (prevenzione delle pandemie), in cui la collaborazione della Cina è essenziale per contribuire alle soluzioni dei problemi. 

Gli europei solleveranno anche, come si sono ripromessi di fare sistematicamente in questi incontri, i temi di particolare preoccupazione riguardanti la situazione dei diritti umani in Cina, e le tensioni con Taiwan e nel Mar Cinese orientale e meridionale.

Il vertice comincerà alle 11 con l’incontro (seguito da un pranzo di lavoro) tra il presidente cinese Xi Jinping e i tre rappresentanti dell’Ue, il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per la Politica estera Josep Borrell. I leader europei incontreranno poi alle 15 il primo ministro cinese Li Qiang. Alle 20 ci sarà la conferenza stampa finale di Michel e von der Leyen.

Non sono previste invece né una conferenza stampa congiunta delle due parti, né un comunicato congiunto con le conclusioni finali del vertice: a dimostrare, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto complesse e difficili siano le relazioni attuali tra l’Ue e la Cina.

In campo economico e commerciale pesano le azioni anti sussidi iniziate dall’Ue riguardo alle importazioni di veicoli elettrici, turbine eoliche, apparecchiature fotovoltaiche, tecnologie medicali, più la disputa in corso davanti all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) sul blocco delle importazioni cinesi dalla Lituania, per le quali l’Ue accusa Pechino di “coercizione” contro Vilnius (punita per aver aperto un ufficio diplomatico a Taiwan).

C’è poi la questione dell’eccessiva dipendenza dell’Unione dalla Cina per l’approvvigionamento di materie prime e per le catene del valore di molte produzioni europee, in particolare nel campo, sempre più sensibile, delle tecnologie verdi. E resta il problema degli ostacoli per l’accesso agli appalti che le società europee incontrano in Cina, che il congelamento dell’accordo sugli investimenti (Cai), firmato alla fine del 2020, non ha certo risolto. 

Riguardo alla guerra in Ucraina, l’Ue continuerà a chiedere alla leadership cinese di usare la propria influenza sulla Russia per far cessare l’aggressione, di difendere l’ordine internazionale basato sulle regole, e di impegnarsi per evitare che la Russia aggiri le sanzioni (anche ricorrendo a forniture e servizi di imprese cinesi).

Sul clima gli europei chiederanno alla Cina (che vorrebbe continuare a essere trattata come un paese in via di sviluppo) un’azione più ambiziosa che includa l’eliminazione graduale dei carburanti fossili e la riduzione delle emissioni di metano, il rispetto degli impegni di Parigi e un impegno alla neutralità climatica entro il 2050, come quello già assunto dall’Unione.

Riguardo alla salute, i leader dell’Ue spingeranno affinché Pechino rafforzi la sua partecipazione nella cooperazione mondiale per la prevenzione delle pandemie e per la preparazione adeguata alle crisi sanitarie che trascendono le frontiere nazionali, come ha dimostrato la pandemia di Covid-19.

In generale, l’obiettivo è quello di perseguire una relazione “costruttiva e stabile”, nonostante i molti punti in cui pesano le differenze, se non le divergenze di posizioni, visto anche il carattere “sistemico” della rivalità fra Cina e Ue in campo economico e geopolitico (la definizione di “rivale sistemico” nei riguardi di Pechino è stata coniata dagli europei). 

L’impressione è che gli europei siano sulla difensiva: dopo aver teorizzato la necessità di affrontare il “rivale sistemico” cinese, sempre più “assertivo”, con una strategia di “de-risking” (riduzione del rischio), soprattutto riguardo alle dipendenze eccessive nelle catene del valore, rassicurando allo stesso tempo Pechino sulla propria volontà di non procedere a un “de-coupling” (rottura delle relazioni), l’Ue comincia ora a sentire il rischio di un indebolimento della propria influenza geopolitica, soprattutto nei riguardi del cosiddetto “Global South”, che si aggraverebbe in caso di aumento delle divergenze, se non di una vera e propria confrontazione con Pechino, a tutto vantaggio del “nemico” russo.

L’Europa deve spiegare perciò ai cinesi che il “de-risking” non è concepito su misura contro di loro, ma per qualunque situazione di dipendenza economica eccessiva da paesi terzi; che le iniziative anti-sovvenzioni contro le importazioni dalla Cina, in particolare quelle dei veicoli elettrici, sono perfettamente in linea con le regole della Wto; che, infine, la leadership di Pechino ha tempo e modo per indurre quella dozzina di imprese cinesi (attive nelle tecnologie “duali” o nelle alte tecnologie sensibili) sospettate di aggirare più o meno direttamente le sanzioni contro la Russia, ad agire nella giusta direzione per evitare di essere prese di mira dal prossimo pacchetto (il 12esimo) di sanzioni europee.

 

Fonte: Notiziario Askanews 

Vendita delle armi, nel 2022 la Turchia ha fatto affari d’oro.

I ricavi dei principali fornitori di armi nel mondo sono calati nel 2022, segnando una inversione di tendenza che non è legata alla domanda, sempre più elevata, ma a difficoltà di reperimento dei materiali per la produzione, in particolare nei settori con tecnologia più avanzata. Tuttavia, a fronte di un calo globale nei fatturati la regione mediorientale sembra andare in controtendenza segnando un valore positivo. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto, pubblicato ieri, dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) e relativo all’Arms Transfers Database, dal quale emerge pure un altro dato di interesse: l’azienda al mondo che ha visto aumentare in maniera più marcata i ricavi percentuali è la turca Baykar, il cui presidente Selçuk Bayraktar è il genero di Recep Tayyip Erdogan. Ed è proprio Ankara, nella regione, a trainare i fatturati nella vendita di armamenti, con un mercato che resta florido grazie al conflitto in Ucraina, agli ordini di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman e, nell’ultimo periodo, con le forniture all’Azerbaijan nella guerra contro Erevan per il controllo del Nagorno-Karabakh. 

Medio oriente e armi

Da quanto emerge nel rapporto Sipri, la vendita di armi e servizi militari da parte delle 100 maggiori aziende produttrici al mondo raggiungeranno i 549 miliardi di euro nel 2022, con un calo del 3,5% rispetto al 2021. Di contro, tensioni geopolitiche e invasione russa dell’Ucraina hanno alimentato una domanda globale che gli ultimi focolai di conflitto, da Gaza al Myanmar, contribuiranno a trainare. In questo contesto, ha spiegato l’esperto Sipri Diego Lopes da Silva all’Afp, il calo delle entrate è “inaspettato”. Ma esso mostra, in realtà, il “divario tra uno shock alla domanda come (quello causato dalla) guerra in Ucraina e la capacità delle aziende di aumentare la produzione per farvi fronte”.

Secondo l’istituto di ricerca svedese questa situazione si spiega in gran parte col calo dei ricavi dei principali produttori di armi negli Stati Uniti, che più di altri hanno dovuto affrontare “problemi nella catena di approvvigionamento e carenze di manodopera” a causa del Covid-19. A fronte di un calo globale, il Medio oriente ha registrato il più consistente aumento percentuale nel 2022e tutte e sette le aziende con sede nella regione presenti nella Top 100 segnano crescite consistenti e introiti record. A partire da quelle turche e israeliane: le loro entrate combinate raggiungono un volume complessivo di poco superiore ai 16,5 miliardi di euro, con un aumento dell’11% su base annua. “Le aziende mediorientali specializzate in prodotti meno sofisticati sul piano tecnologico – ha sottolineato da Silva – sono state in grado di accrescere la produzione più velocemente”.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.asianews.it/notizie-it/Sipri:-nel-2022-affari-record-per-il-clan-Erdogan-con-la-vendita-di-armi-59695.html

Il convegno di Castagnetti non scioglie il nodo dell’autonomia dei Popolari

L’incontro promosso venerdì e sabato della scorsa settimana da Pierluigi Castagnetti all’Angelicum ha suscitato molte attese, ma alla luce poi dei risultati, ridotti a una generica apertura della Schlein nei riguardi dei cattolici presenti nel Pd, ha lasciato più di qualcuno con l’amaro in bocca. In sostanza, si conferma la criticità di fondo per la caduta di valenza politica del popolarismo nell’involucro di un partito che a tutti gli effetti, trascurando proprio l’apporto di questa storica corrente democratica di matrice cristiana, finisce per indebolirsi nel rapporto con la società. Da quando i Popolari si sono autoconfinati nel recinto della testimonianza intermittente, perlopiù a misura di questioni impegnative sul piano della coscienza dei credenti, come ad esempio la maternità surrogata o il suicidio assistito, si è andato esaurendo il potenziale di attrattività della compagine diretta oggi dalla “radicale” Schlein. Purtroppo i Popolari, intendendo per essi coloro che hanno continuato a militare nel Pd, sono diventati ininfluenti.

All’Angelicum sono state affrontati temi importanti e sono emerse indicazioni suggestive – dalla pace al lavoro, dalle riforme sociali e quelle costituzionali. È la riprova che un retroterra ideale esiste e non si esaurisce, malgrado tutto, con la perdita di una funzione direttiva nel partito originariamente pensato come partito unico del riformisti. Ora, non basta appellarsi, come ha fatto Castagnetti, al carattere democratico del Pd; non basta, cioè, il “diritto alla parola” che tutti, anche i Popolari, sono in condizione di esercitare al Nazareno o nelle realtà di territorio. L’interrogativo ineludibile sta dentro la critica all’abbandono della “cultura di centro”: come è possibile, in definitiva, trasformare il cattolicesimo democratico in una sorta di reagente chimico da immettere nei processi selettivi della sinistra, solo per dare ad essa, in qualche modo, un’inclinazione o una coloritura piuttosto che un’altra?

Guai a confondere la lezione di De Gasperi sul partito di centro che muove verso sinistra con la suggestione dell’ansia sociale – a Dossetti capitò di parlarne (Uciim, 1951) come un tipico complesso attribuibile ai cattolici – che spinge incauti cristiani ad animare la sinistra dal di dentro, con l’idea di surrogarne l’intima volontà di rinnovamento. All’origine del popolarismo troviamo invece quel dato di viva preoccupazione che alla fine della Grande Guerra, di fronte alla crisi del liberalismo e all’aggressiva esorbitanza del socialismo, portava Sturzo a dire in una lettera a Stefano Cavazzoni poco prima di fondare il Partito Popolare: “Abbiamo bisogno di una differenzazione”. Ecco, questo è il punto che dovrebbe essere colto dal mondo popolare. Non si può restare prigionieri di una politica che esige, da parte nostra, la presa di coscienza circa la radicalizzazione della lotta democratica e il suo scadimento a procedura di mera conquista del potere. Abbiamo nuovamente bisogno di una coraggiosa differenziazione, per essere noi stessi nel dialogo con gli altri, senza avere paura di riscoprire il “centro” secondo la storia più istruttiva e stimolante del cattolicesimo popolare e democratico.

Guerra in Medioriente, bisogna fare attenzione alle mosse dell’Iran.

Tralasciando per un momento la grave situazione che si sta determinando in Cisgiordania, il rischio maggiore, nella carneficina della guerra a Gaza, è come noto l’estensione del conflitto ai confini settentrionali di Israele, quelli con il Libano dove comanda e opera Hezbollah. La miccia della possibile esplosione è facilmente individuabile: un violento attacco dei miliziani sciiti contro il territorio israeliano tale da indurre Gerusalemme a invadere il Libano meridionale. In questo caso l’Iran potrebbe intervenire a sostegno della sua costola libanese. Uno scenario da incubo, perché a quel punto gli Stati Uniti, già presenti nel Mediterraneo orientale con due portaerei, potrebbero a loro volta decidere di proteggere attivamente Israele.

Questa possibile, catastrofica, evoluzione dello scenario mediorientale è il solo motivo per il quale sino ad oggi Hezbollah non ha deciso un suo ingresso in guerra. Perché l’Iran non lo vuole, per il momento. Osservare con attenzione le posizioni degli ayatollah è utile per comprendere meglio la situazione e le sue possibili evoluzioni future, almeno quelle di breve periodo. Gli obiettivi preminenti per Teheran sul fronte internazionale sono tre.

Divenire una potenza nucleare, un target che il regime si è dato da molti anni e che, per quanto non facilmente raggiungibile, rimane prioritario sia pure spostato in avanti nel tempo. Da questo punto di vista la rottura da parte del Presidente Trump dell’accordo siglato a Vienna nel 2015 sull’eliminazione da parte dell’Iran delle sue riserve di uranio ha ridato fiato e mezzi finanziari conseguenti all’ala dura del regime: quella che, appunto, vuole ad ogni costo arrivare a possedere la bomba atomica.

Il secondo obiettivo strategico è la realizzazione e il consolidamento della ormai famosa “Mezzaluna sciita”, ovvero il collegamento non interrotto fra l’est e l’ovest mediorientale, fra i suoi territori e quelli, gestiti di fatto da milizie e gruppi sciiti, che arrivano sin sullo sbocco mediterraneo libanese. Da Teheran a Beirut passando per il nord iracheno controllato da Hashd al-Shaabi, per la porzione settentrionale della Siria governata dal dittatore sciita alawita Assad, per il Libano ove Hezbollah comanda molte zone del paese. In alcune di queste aree, in Siria e Iraq, ci sono ancora alcune basi USA in funzione anti ISIS con 3000 uomini che l’Iran ha interesse ovviamente a far andare via e sulle quali pertanto esercita una discreta azione di disturbo tramite attacchi brevi ma plurimi.

Questo collegamento da oriente a occidente, dalle montagne persiane al mare di quello che veniva chiamato il Paese dei Cedri, consente all’Iran di affermare una propria rilevante presenza, diciamo così, “psicologica” oltre che meramente territoriale all’interno del mondo sunnita (azione alla quale si dedicano pure gli alleati Houthi nel nord dello Yemen, impegnati pure a creare problemi agli americani nel Mar Rosso, come testimonia l’attacco di ieri l’altro al cacciatorpediniere USS Carney) nonché di creare una sorta di “autostrada” utile a far pervenire sostegno militare proprio ad Hezbollah, il cui compito rimane quello di esercitare una pressione pesante e continua su Israele, senza peraltro – sinora – superare la linea rossa che preluderebbe ad un devastante conflitto.

Non bisogna infatti dimenticare il terzo grande obiettivo iraniano: la distruzione dello stato ebraico. Obiettivo di lungo periodo, mai però negato. Motivo del sostegno a gruppi come Hamas, anche se sunniti, o alla Jihad islamica palestinese, sicuramente preferita rispetto al primo.

In questo quadro è evidente quanto gli Accordi di Abramo, ancor più nel caso ipotizzato di una adesione ad essi anche dell’Arabia, si pongano in contrasto con le ambizioni strategiche iraniane. È assoluto interesse dunque per Teheran che essi falliscano, o comunque che non vi aderisca il regime saudita. Obiettivo ora raggiunto grazie all’azione terroristica del 7 ottobre. Lecito credere che i Guardiani della Rivoluzione fossero informati – se non di più – di quanto Hamas andava preparando. E questa è un’ombra nera sul futuro. Di tutti, non solo di chi vive in quella martoriata regione.

Insegnare la disobbedienza di fronte alle ingiustizie. Ma quali sono?

Foto di Anja da Pixabay
Foto di Anja da Pixabay

“Allora,  adesso io farò questo: proverò a raccontarvi la storia di una persona che conosce la guerra e conosce la pace

e conosce bene lo spazio che le separa.

Lei è Yusra, Yusra Mardini, classe 1998, 168 centimetri di altezza per 53 chilogrammi di ossa, muscoli, tessuti e volontà.

Nuotatrice agonistica, specializzata in farfalla e stile libero. (Due cose che volano).

Occhi caparbi, mani forti, coraggio sottopelle, elastici tirati come tuffi al cuore oltre il blocco di partenza, capelli legati ai dolori, sudore su costume nero, intero, fino,

micro-fibra, macro-sogni, sponsorizzata Arena.

Per gran parte del suo tempo immersa in acque dolci, ferme, azzurre, amiche

filtrate di cloro, acque sezionate in corsie lunghe rigorosamente 50 metri, attraversate come un galeone, a vele issate, contro i venti ostinati e contrari sui quali lei batte da anni una sola bandiera, siriana.

Status attuale: rifugiata.

Professione: atleta.

Figlia di atleta, sorella di atleta, magari un giorno madre di atleta. (Certi alberi genealogici lo fanno. Tu prendi un ceppo e tiri giù tutto l’intero quadro astrale. Tipo i punti a scala quaranta).

Nasce a Damasco, decide di non morirci”.

 

“Insegnare la disobbedienza ad una figlia è pericoloso. Ma è più pericoloso non farlo”. Così scriveva Sofocle nella tragedia dal titolo “Antigone”. Era il V secolo a.C., un bel po’ di tempo fa.

Eppure, ancora oggi, abbiamo bisogno di ricordarci perché, quando e come disobbedire. Sì, ma a quali ingiustizie? Troppe. Specialmente quelle perpetrate ai danni del genere femminile, una parte di mondo che ha da tempo intrapreso la strada verso la sua libertà e verso la sua autodeterminazione, eppure tra vecchie e nuove resistenze.

In questo spettacolo l’autrice e interprete Cecilia Lavatore e la cantautrice Marta La Noce raccontano storie di donne che hanno risposto ai “venti avversi”, che hanno voluto testimoniare verità altre da quelle egemoni, che si sono talvolta sacrificate per difendere i loro sogni e le loro idee: dalla migrante Yusra Mardini, all’iraniana Mahsa Amini, dalla partigiana Luciana Romoli, alla musicista curda Nudem Durak. E ancora, l’artista militante Franca Rame, la coraggiosa attrice Ilary Swank, la “pussy riot” russa Aleksandra Skochilenko e molte altre ancora, in una carrellata di voci ribelli e tenaci. Da chi si è sottratta alla violenza domestica, a chi ha scelto di essere dissidente dei regimi dittatoriali, a chi ha lottato contro i pregiudizi.

Le donne di “Libera” hanno viaggiato e viaggiano tutte in direzione ostinata e contraria e viaggiano anche per noi. “Libra” è uno spettacolo che vuole essere testimonianza e omaggio piuttosto che lezione o condanna. Corpo e cuore piuttosto che ragione.

Roma, Teatro Trastevere, Via Jacopa de Settesoli 3

Consigliata prenotazione

Intero 13 Eur, Ridotto 10 Eur

(Prevista tessera associativa)

Contatti: 065814004 – 3283546847

info@teatrotrastevere.it

Vania Lai Press Office vanialai1975@gmail.com

Luigi Lilio, un mistero da ricercare e il Calendario Gregoriano.

Letture storiche, verità relative, alcune accidentali altre volute, hanno a volte creato il solstrato per legittimare, giustificare percorsi storici, a volte nell’inesistenza di elementi di attendibilità. Il rigore intellettuale non può che soccorrere l’impegno civile e trovo stimolante scrutare la figura enigmatica di Luigi Lilio/Giglio. Chi è? Da dove viene? Cosa caratterizza la sua ingegnosità? Perchè sfugge nella storia? Interrogativi da investigare poiché fino ad oggi non hanno avuto una risposta. Non pongo indagine sull’apprezzato lavoro calcoli che condusse alla riforma dell’attuale Calendario Gregoriano, piuttosto pongo attenzione alla tesi, mera quaestio disputanda, circa il “da dove viene Aloisius Lilius”.

Gregorio XIII nel 1572 viene eletto Papa, e si muove per portare a compimento ciò che il Concilio di Trento affidò alla sede apostolica, compresa la questione della riforma del Calendario. Il Giubileo indetto con la Bolla “Dominus ac Redemptoris noster” del 1575 fu una felice occasione per attuare la riforma del calendario. Il Papa istituì una Commissione composta da nove membri, incaricata di risolvere il problema. Furono diversi i progetti di riforma del calendario presentati alla Commissione. Fu considerata la proposta presentata da Antonio Lilio, membro della commissione, per conto del fratello Aloisius Lilius che, nel frattempo era morto. La commissione nel 1577 redasse il Compendium novae rationis restituendi Calendarium a Gregorio XIII Pontefice Maximo, che fu inviato ai principi cristiani, affinché ponessero la proposta del progetto di Aloisius Lilius al vaglio dei matematici, studiosi delle università europee. In seguito alla redazione del Compendium, uscirono numerose pubblicazioni di studiosi che attaccavano la riforma del calendario, ritenendola scientificamente errata. A Cristoforo Clavio toccò il compito di pubblicare il nuovo calendario, spiegare le ragioni della riforma e soprattutto difenderla dagli attacchi durissimi di teologi e scienziati. Primo interrogativo: perché fu Clavio ad investirsi di una così estenuante difesa, e a tal punto determinata?!

Sussiste un dato: la promulgazione del Calendario Gregoriano, ad opera di Gregorio XIII, attraverso la bolla Inter gravissima/Tra le cose gravissime, che pose fine all’utilizzo del Calendario Giuliano. Di Aloisius Lilius i dati biografici permangono sconosciuti, incerti, alcuni lo confondono con Luigi Lilio Giraldi di Ferrara; c’è chi lo vuole napoletano, chi perugino, chi di Cirò; qualcuno era convinto che fosse romano, altri  di Strongoli, altri lo dicono di Umbriatico. E non dissolve dubbi sui natali di Lilius quanto Clavio scrisse: “E quanto è degno di immortalità Aloysius Lilius Hyphchroneus…”. Questo termine Hypsichronaeus, posto che non faccia riferimento a un dato climatico, viene interpretatato per: di Hypsichròn. Con tale denominazione, Ypsicròn, si riporta indicare Cirò, ma per la composizione e schema di insediamento tra gli antichi, Ypsicròn indica, piuttosto, una frazione dell’attuale Cirò, antica Chone. Inoltre, vedremo, la definizione Ypsicròn non è denominazione usata solo da una frazione dell’attuale Cirò.

E si pongono all’attenzione quattro quaestiones:

– Ia: Di Lilio cosa è conosciuto realmente? Si pone la nascita di Luigi Lilio nel 1510, la data di morte nel 1574. Ricordo che Papa Gregorio XIII fu nominato pontefice nel 1572, mentre, e solo nel 1575, istituì la Commissione atta a redigere il nuovo calendario. Domanda: Aloisius Lilio, di ciò che il Papa aveva in animo di fare, riuscì a occuparsene prima ancora del Papa stesso? Anche di Antonio, però, si hanno scarnissime notizie, permangono mere succinte postille.

– IIa: Il luogo di origine da cosa si desume? La tesi che per alcuni porrebbe Lilius nativo di Cirò è l’aggiunta del termine Hypsichronaeus che fa l’autorevole Clavio al nome Lilius. Ora, posto che l’appellativo Hypsichron, per alcuni storici identifica il clima di un territorio e, se non a un luogo circoscritto al clima, occorre capire: quale Hypsichron richiama? Tale denominazione, infatti, è condivisa da quattro Cittadine: la frazione Ypsichron di Cirò (KR); la località Psychrò, oggi Zifrò, nel territorio di Roccella Jonica (RC); Castelbuono (PA); la grotta di Psychro, in Grecia, distretto di Lasithi. Inoltre, ed è dato molto importante per più questioni, la denominazione “Cirò” era già riscontrabile, appellativo conosciuto anche dallo stesso Papa Gregorio XIII, e in uso dal 1579. Perché, se il riferimento era Cirò, si volle ripescare atavico richiamo eludendo il dato conosciuto, e in uso? Qualche dubbio sorge altresì, allorquando Giovan Francesco Pugliese, riporta la lettera che Gian Teseo Casopero, avrebbe scritto ad Alvise, Casopero chiama Lilio: Alvise Baldassare. Pugliese scrive, altresì, che Casopero fosse suo precettore. Appare logico domandarsi: come è possibile che Lilio abbia ricevuto una solida educazione umanistica da Casopero se i due erano coetanei? Casopero nasce nel 1509 e Lilio fatto nascere nel 1510.

– IIIa : circa il cognome – siamo nel 1510 – qual era l’uso del tempo? Nell’alto medioevo vigeva un sistema basato sul nome unico. Quando per specifiche circostanze si voleva definire un individuo, si ricorreva ad alcuni elementi accessori, il più delle volte patronimico, toponimico. Se Luigi Lilio nasce nel 1510, quando non era ordinario l’uso del cognome, divenuto tale dal 1564, conseguenza dell’applicazione dei decreti del Concilio di Trento, come fa ad averne uno? Si può definire cognome e, se si, da dove viene il suo?

– IVa: cosa caratterizza l’ingegnosità di Luigi Lilio? Di Lilius, nulla è certificato, tantomeno nascita, o morte, come anche di Antonio Lilio. E permane interessante però capire cosa Lilio avrebbe elaborato prima della riforma del Calendario Gregoriano, o meglio capire se la sua genialità era stata riscontrata in e per cosa da assurgere alla corte del card. Sirleto, e quindi giungere a riformare il Calendario Gregoriano.

Ergo: lacune serie permangono, scarni sono i documenti per attestare attendibilità al punto da attribuire i natali a Lilio. Quando la storia non è il nostro punto fermo, è facile che le fantasie si affollino, ma uno storico sa bene che la conoscenza oltre ad essere frutto della propria ricerca, implica che da scarsi elementi non si possono ottenere conferme, ma mere congetture. Elementi di ragionevolezza, pertanto, sollecitano ad approfondire le quattro questioni supposte poichè, ad oggi, rimane una tesi l’attribuzione dei natali di Aloisius Lilius, una mera quaestio disputanda da dirimere.

 

 

Per completezza di argomentazione si rimanda a:

 

 

 

  • ssa Maria Francesca Carnea – Consulente strategie di comunicazione, già Docente invitato in Comunicazione e spiritualità; Sociologia e spiritualità della comunicazione politica, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo, Roma. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.