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mercoledì, 11 Marzo, 2026
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Emergenza sanitaria, ma dopo sarà tutto diverso…

Molti già lo definiscono come un cambio epocale, altri come una trasformazione radicale, altri ancora come una rivoluzione definitiva. Molto più semplicemente, non ci vuol molto a capire che l’emergenza con cui stiamo purtroppo convivendo cambierà, e profondamente, il nostro stile di vita. Lo cambierà perché questo periodo di sostanziale, e giusto e sacrosanto coprifuoco, alterazione dei nostri comportamenti è destinato nel medio/lungo periodo a modificare il nostro stile di vita. Non ci vuol molto a capire che probabilmente nulla sarà più come prima. Dalla vita sociale ai rapporti personali, dalle modalità concrete di partecipare alla vita pubblica al giudizio su chi ci dovrà governare, dalla richiesta di competenza dei vari attori in campo allo stesso modo di comportarsi nella società globale. Insomma, un cambiamento radicale di noi stessi. Forse ad oggi, e quasi certamente, non ancora ben definito ma è indubbio che difficilmente, per citare una celebre espressione di Enzo Tortora, ricominceremo con un semplice “dov’eravamo rimasti?”. 

Ora, senza tratteggiare scenari palingenetici o peggio ancora apocalittici, è ovvio che in questo periodo di sospensione e cancellazione – giusta anche se addirittura tardiva – dei nostri tradizionali comportamenti, dobbiamo già iniziare a individuare il futuro iniziando dai piccoli gesti. E quindi la riscoperta della dimensione famigliare, della piccola e primordiale comunità umana, di condurre una vita più responsabile e attenta, di prestare maggiore attenzione ai rapporti umani e, soprattutto, di concepire in modo molto diverso la tanto declamata globalizzazione. Appunto, nulla sarà più come prima. Tanto vale già progettare sin d’ora questo cambiamento radicale che sarà, comunque sia, ineluttabile. E cambierà radicalmente anche la politica. I suoi temi, la sua agenda e forse anche i suoi protagonisti. Per fare un solo esempio, tra i moltissimi che si potrebbero citare, sarà difficile, molto difficile, che dopo questa drammatica emergenza sanitaria, si potrà tranquillamente ricominciare a cavalcare nel nostro paese l’antipolitica come elemento decisivo per il comune sentire degli italiani: dall’abolizione dei vitalizi alla cultura dell’antiparlamentarismo, dalla retorica sulla presunta ed ipotetica onestà all’insulto e alla demonizzazione personale degli avversari come regola di comportamento. Tutti elementi che per una stagione sono stati decisivi per ottenere consenso e ottenere potere ma che, probabilmente se non sicuramente, saranno spazzati via dopo questo periodo buio e tragico per gli italiani. Come l’esaltazione dell’inesperienza e della non competenza politica specifica individuati come elementi decisivi per potersi candidare a guidare un paese. Probabilmente la richiesta di competenza sarà nuovamente e prepotentemente messa sul tavolo dai cittadini italiani e fortemente gettonata per chi si candida a governare qualsiasi comunità. Da quella locale a quella nazionale. 

Ecco perché lo stile di vita cambierà. È bene saperlo e dircelo in anticipo prima di prenderne atto dopo con immacolato stupore. 

Caritas ambrosiana: Una raccolta fondi per i profughi che scappano dalla Turchia

In seguito alla nuova crisi dei migranti sul confine tra Turchia e GreciaCaritas Ambrosiana lancia una raccolta fondi per aiutare Caritas Hellas ad affrontare la nuova emergenza e sostenere i partner presenti nei paesi lungo la rotta balcanica, con particolare riferimento alla Bosnia, anche in previsione di nuovi arrivi.

Lo scorso 27 febbraio il presidente turco Recep Tayyip, Erdoğan ha annunciato che non avrebbe più fermato i rifugiati, per lo più arrivati nel paese dalla Siria, intenzionati a entrare in Europa. Subito dopo si è diffusa tra i migranti in Turchia la convinzione che le frontiere con la Grecia erano state aperte. Secondo l’Oim la falsa notizia ha spinto, in soli due giorni, 13mila migranti a raggiungere il confine. Il governo greco ha reagito rafforzando la presenza delle guardie di frontiera e respingendo con durezza chi tentava di entrare. Scontri con le forze dell’ordine greche si sono verificati lungo il fiume Evros. A Lesbo, militanti di organizzazioni politiche ostili agli stranieri hanno sobillato la popolazione contro i migranti che cercavano di raggiungere il porto dell’isola sui gommoni.

Secondo il ministro dell’Interno greco, sono 39.446 i migranti presenti nelle isole dell’Egeo, mentre i centri di accoglienza hanno una capacità di 6.178 posti.
In questo contesto Caritas Hellas sta moltiplicando gli sforzi per assicurare cibo, favorire l’accesso alle cure mediche, garantire sostegno psicosociale nell’isola di Lesbo, dove è concentrata oltre la maggioranza dei migranti e nelle altre isole dell’Egeo, in particolare Chios dove per sopperire alla mancanza di ambulanze, ogni giorno gli operatori della Caritas accompagnano i rifugiati che hanno bisogno all’ospedale locale.

Ma la nuova crisi dei migranti rischia di coinvolgere anche gli altri paesi lungo la rotta balcanica.
Nonostante, infatti, i governi abbiano rafforzato i controlli alle frontiere, gli operatori sul campo prevedono che i migranti passeranno lo stesso riversandosi nei campi profughi nati in occasione della prima ondata migratoria avvenuta subito dopo la guerra in Siria.

In questa prospettiva va collocata la decisione di Caritas Ambrosiana di promuovere per Pasqua la distribuzione di 700 kit di aiuto ai minori che vivono nei campi profughi Sedra e Bira a Bihac, in Bosnia.
«In questo momento dobbiamo aiutare i nostri colleghi greci che sono in prima linea ad affrontare la nuova emergenza. Ma dobbiamo anche sostenere i nostri partner locali nei paesi balcanici che sono già alle prese con una difficile situazione in campi profughi allestiti anni fa e dove le condizioni di vita si fanno sempre più difficili», sostiene Sergio Malacrida, responsabile per Caritas Ambrosiana dei progetti nell’Est Europa.

«La risposta peggiore che possiamo avere in questi giorni difficili in cui il nostro Paese è alle prese con uno sforzo straordinario per arginare la diffusione del Coronavirus, sarebbe l’indifferenza verso le sofferenze intorno a noi. Proprio come recentemente ci ha invitato a fare il nostro Arcivescovo Mario Delpini possiamo reagire a questo momento, evitando di concentrarci solo su noi stessi e pensando anche al dolore altrui decidendo di farci prossimi a chi continua a scappare da guerre e fame».

Quando San Michele Arcangelo salvò Roma dalla peste.

A Roma, sulla cinta del castello Sant’Angelo si vede una grandiosa statua di San Michele.

Una statua che racconta le vicende del 590 d.C. quando Roma fu devastata dalla peste.

Per porre fine alla morte nera che flagellava la città Papa Gregorio Magno ordinò delle preghiere pubbliche ed una processione solenne, per tre giorni consecutivi. Lui stesso, tenendo tra le mani l’immagine miracolosa della Madre di Dio, dipinta da San Luca, attraversò a piedi nudi, lentamente tutta la città, dalla basilica di Santa Maria Maggiore a quella di San Pietro. In quel percorso, ottanta persone caddero fulminate dal terribile flagello.

Al ritorno dall’ultima processione, mentre il Papa stava per passare il ponte del Tevere che collega la città al quartiere del Vaticano, cori angelici cantarono nell’aria queste parole: Regina caeli, laetare, alleluia ! Quia quem meruisti portare, alleluia ! Resurrexit sicut dixit, alleluia !

Nello stesso tempo, l’arcangelo Michele apparve sulla parte più alta del castello in tutto il suo splendore. Sfoderò la sua spada davanti a tutti, e questo gesto venne interpretato dal Papa come l’annuncio della fine della peste.

Subito dopo l’apparizione, la peste smise di flagellare Roma.

 

SPID: 6 milioni di identità attive in Italia

Ai primi di marzo ha raggiunto quota 6 milioni di utenti il sistema di identità digitale SPID, con un tasso di crescita su base annua di circa il 60 per cento. Sì registra infatti un incremento di 1 milione in soli 4 mesi, da novembre 2019.

Sono circa 50 milioni gli accessi ai servizi effettuati tramite SPID nel corso del 2019 (30 milioni nel 2018) e risulta in aumento anche il tasso settimanale di identità rilasciate, che oscilla tra le 40 e le 50mila.

Si tratta di un risultato significativo, considerando che molte PA stanno lavorando al totale switch off, cioè al passaggio completo a SPID, abbandonando i propri sistemi di autenticazione pregressi. Nel frattempo, tra i servizi accessibili solo con SPID si possono citare: 18app, carta del docente, bonus seggiolino, accesso ai concorsi.

L’identità SPID, inoltre, può essere utilizzata anche per accedere ai servizi pubblici degli altri Paesi membri dell’Unione Europea che hanno aderito al nodo eIDAS. Un obiettivo importante, previsto dal Parlamento e dal Consiglio europeo con il Regolamento eIDAS (n. 910/2014), consisteva nella interoperabilità europea di servizi digitali, accessibili con le rispettive credenziali nazionali. Fin dal 2018, gli italiani sono stati tra i primi cittadini dell’Unione Europea ad accedere con la propria identità digitale – sia SPID, sia CIE – a servizi pubblici e privati online sul territorio degli Stati membri, mano a mano che gli stessi hanno aderito al nodo eIDAS. Attualmente, sono complessivamente 18 Stati.

Oltre a consentire potenzialmente l’accesso ai servizi online europei, con l’identità SPID è possibile accedere anche a servizi privati. Sono 5 i primi fornitori che hanno aderito all’iniziativa e molti altri stanno manifestando interesse.

Coronavirus: In Gazzetta il potenziamento del servizio sanitario nazionale.

In Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato  il decreto legge per il potenziamento del Ssn in risposta all’emergenza coronavirus approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri che stanzia 845 milioni per il 2020 (di cui 660 per il personale e 185 per acquisto di apparecchiature per la terapia intensiva) per rendere immediatamente attuative una serie di misure straordinarie sul personale, sulle apparecchiature e sull’assistenza.

In tutto 18 articoli con norme specifiche per l’arruolamento di medici e personale sanitario, con assunzioni di specializzandi e incarichi di lavoro autonomo e a tempo determinato.

Inoltre misure sul volontariato e la sospensione della quarantena per medici e operatori sanitari entrati in contatto con soggetti positivi ma risultati negativi al test.

Stabilita anche la chiusura di pubblici esercizi e attività commerciali in caso di mancato rispetto delle misure di contenimento del virus.

Dalla Cina mascherine e respiratori

In una telefonata tra il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il suo omologo Wang Yi questa mattina si è discusso dell’opportunità di avviare una grande cooperazione sanitaria e tecnologica tra i due Paesi in favore dell’Italia, che ora si trova ad affrontare l’emergenza coronavirus con grandi difficoltà.

Pechino è disposta a fornire all’Italia mille ventilatori polmonari.

La firma dei contratti per far arrivare gli aiuti potrebbe arrivare già nelle prossime ore e Wang Yi seguirà questa partita personalmente.

Pechino si è detta disposta. inoltre, ad inviare 100mila mascherine di massima tecnologia e 20mila tute protettive all’Italia, oltre che 50mila tamponi per effettuare nuovi test diagnostici in Italia.

Da parte cinese è arrivata, anche, la garanzia che le commesse italiane saranno messe in priorità tra le aziende cinesi.

Emergenza Covid-19: aggiudicata la prima procedura d’urgenza per la fornitura di dispositivi medici per la terapia intensiva

Consip ha aggiudicato la prima procedura negoziata d’urgenza per le attività di procurement connesse all’emergenza sanitaria “Covid-19” – realizzata in coordinamento con il Dipartimento della Protezione Civile – per la fornitura di dispositivi medici per terapia intensiva e sub-intensiva, dispositivi e servizi connessi, e dispositivi opzionali.

Dichiara l’Amministratore delegato di Consip, Cristiano Cannarsa: “Appartenenza allo Statoimpegno e responsabilità hanno reso possibile questo primo grande risultato. Una complessa procedura progettata, pubblicata e aggiudicata in soli 4 giorni, per rendere immediatamente disponibili dispositivi per potenziare la terapia intensiva delle strutture sanitarie”.

Alla procedura – suddivisa in 7 lotti – hanno partecipato 35 imprese per complessive 67 offerte, arrivando ad offrire sconti rilevanti.

Le consegne saranno effettuate in 4 scaglioni temporali – entro 3 giorni, tra 4 e 7 giorni, tra 8 e 15 giorni, tra 16 e 45 giorni – dal momento dell’ordine (es. i 3.918 ventilatori totali offerti tra lotto 1 e 2 sono ripartiti in: n. 119 ventilatori “entro 3 giorni”, n. 200 ventilatori “tra 4 e 7 giorni”, n. 886 “tra “8 e 15 giorni” e n. 2.713 “tra 16 e 45 giorni”).

David Sassoli in quarantena per precauzione

David Sassoli ha deciso, essendo stato in Italia nell’ultimo fine settimana ed esclusivamente per precauzione, di seguire le misure indicate e di esercitare la sua funzione di presidente dal domicilio di Bruxelles nel rispetto dei 14 giorni indicati dal protocollo sanitario.

“Il Covid-19 obbliga tutti alla responsabilità e ad essere prudenti. È un momento delicato per tutti”. Tuttavia, “il Parlamento continua a lavorare utilizzando altre modalità, nell’esercizio dei suoi doveri. Nessun virus può bloccare la democrazia”.

 

Coronavirus e futuro dei popoli europei

Comunque vada a finire questa faccenda, essa segnerà un solco storico, destinato a selezionare variamente i confini delle culture coinvolte.
La globalizzazione non rappresenterà più (al pari dello stress sulle esportazioni – mors tus vita mea – e sulla riduzione antisociale ed antiambientale dei costi di produzione) la questione cruciale o principale delle economie.

La sopravvivenza degli umani prenderà il sopravvento sui freddi calcoli economicistici e sarà dato più spazio alla tutela della salute, dell’integrità dei viventi, lo sviluppo di tecnologie appropriate e della domanda interna di ciascun Paese. Ma, già qui, non ci saranno tutte rose e fiori se le risorse per attuare il cambiamento e sostenerlo risulteranno insufficienti: in tal caso, la scelta drammatica – e, intendo, emblematica – dei nostri operatori sanitari riguardante a chi attaccare il tubo del respiratore (se questi ultimi saranno insufficienti) tra, ad esempio, pazienti anziani o giovani, esploderà in tutta la sua prospettiva culturale. Qualche liberista si rallegrerà dell’aiuto che le difficoltà contabili forniranno al contrasto naturale di un invecchiamento troppo prolungato; ma l’orrore, alternativo a possibili e auspicabili soluzione è alle porte.

Adesso l’Europa è chiamata a battere un colpo: niente fu fatto per aiutare l’Italia assediata da migranti in fuga (salvo poi individuare nella conseguenza di ciò, le orde salviniane, il massimo dei pericoli); niente è stato fatto per sottrarre l’Europa stessa ad un isolamento insostenibile; lo spauracchio dei Turchi – che lasciano invadere la povera Grecia dai fuggiaschi siriani – si ripete in forma di farsa tragica a distanza di secoli.

Tra qualche settimana tutti i Paesi dell’Europa dovranno affrontare i problemi che ha oggi l’Italia; la Germania, come suo solito, ha scelto la via più intelligente: non ci sono vittime di Coronavirus, ma per altre patologie concomitanti, debilitanti, pregresse…le basterà?
La “Disunione” Europea dovrà trasformarsi in una Confederazione dove ciascun Paese possa governarsi autonomamente in una logica di rispetto reciproco.

Le guerre mondiali furono conseguenza del contrario: un’aggressività dovuta alle pretese dei creditori che mettevano in difficoltà i debitori; oggi uno scenario europeo simile è quindi possibile oppure evitabile se si avvia un ragionamento sulla trasformazione del debito in un’occasione finanziaria invece che in un ricatto senza vie di uscita.

Il debitore dovrebbe essere messo in condizione di sviluppare le proprie risorse e, senza soffocare, contribuire al generale buon andamento degli affari e della vita sociale.
Dietro ai problemi sanitari, ambientali e sociali correnti, infatti, si trova un fattore preponderante: quell’incertezza non solo per i più deboli (che sfocia nel panico e nelle paure, madri della disperazione e delle dittature), ma anche dei ceti dominanti che risultano ormai, evidentemente, privi di soluzioni.

Oggi il rilancio di un’idea sostenibile di Europa non può che poggiare sulla ripresa delle due istituzioni in crisi, gli Stati e le banche.

I primi si riprenderanno veramente e potranno rappresentare l’ossatura portante di un nuovo progetto, se recupereranno appieno la loro valenza di soggetti sovrani (di quella sovranità che la nostra Costituzione attribuisce al popolo, pur contro ogni rigurgito demagogico): per questo sarà necessario, a fianco della moneta internazionale – l’euro – far viaggiare delle valute a sola circolazione nazionale, limitatamente alle esigenze ed alle potenzialità di ciascun Paese.

Diversamente, il giro di boa del Coronavirus si rivelerà la tomba della democrazia, dei buoni rapporti tra cittadini e Istituzioni, della possibilità di esprimere vocazioni e talenti.
Questa crisi della globalizzazione sta portando acqua al mulino del nazionalismo: occorre che quest’ultimo significhi Patria e non separazione tra i popoli, ma fratellanza nel rispetto di tutti.
Da questo sarà possibile ripartire, ma eludendo il vecchio progetto liberista e multinazionale del superamento degli Stati espressione di un’identità culturale riconosciuta dagli stessi partecipanti.

Per quanto riguarda le altre istituzioni in crisi, le banche, occorrerà ritornare al credito, destinando le altre attività (finanziarie e speculative) a soggetti appositi che potranno dare un apporto all’economia reale se non pretenderanno di creare titoli e mezzi monetari oltre le prospettive di sviluppo dell’economia reale stessa.

A queste due condizioni – Stati che possano fare gli Stati e banche che facciano le banche – la parentesi del Coronavirus sarà ricordata come la svolta verso un’Europa migliore.

L’Italia diventa tutta “zona rossa”.

“Non ci sarà più una zona rossa. Le misure restrittive vengono estese a tutta Italia”. E’ l’ultima misura annunciata dal premier Giuseppe Conte per far fronte all’emergenza coronavirus. “I contagi e i decessi sono in forte aumento”, ha sottolineato il presidente del Consiglio invitando tutti a cambiare le proprie abitudini e limitare gli spostamenti. Le nuove misure del provvedimento, chiamato da Conte “Io resto a casa”, saranno in vigore da oggi.

Gli spostamenti saranno consentiti solo per lavoro, necessità o salute.

Iin tutta Italia l’attività di scuole di ogni ordine e grado e delle università è sospesa fino al 3 aprile.

Non è all’ordine del giorno una limitazione dei trasporti pubblici, per garantire la continuità del sistema produttivo e consentire alle persone di andare a lavorare.

“Le nostre abitudini vanno cambiate ora” “I numeri – ha ribadito Conte dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia. Lo dobbiamo fare subito e ci riusciremo solo se tutti collaboreremo e ci adatteremo a queste norme più stringenti”.

Il premier ha poi detto che “non c’è ragione per cui proseguano le manifestazioni sportive, abbiamo adottato un intervento anche su questo”. Si ferma dunque anche il campionato di calcio di Serie A.

Le misure che estendono a tutta Italia le restrizioni finora applicate solo nelle ‘zone rosse’ sono diventate immediatamente breaking news in tutto il mondo.

“L’Italia estende le misure per il coronavirus a tutta la nazione”, e’ l’apertura della Bbc. Sulla stessa linea il francese Le Figaro, il britannico Guardian e lo spagnolo El Pais. E per il Washington Post “L’Italia estende le restrizioni ai viaggi a tutto il Paese, mettendo in lockdown 60 milioni di persone

Occorre rivedere il memorandum Italia-Cina

In questa fase di estrema criticità mondiale dovuta alla diffusione del coronavirus COVID-19 nella forma della pandemia, tutte le attenzioni sono concentrate sulle misure di prevenzione del contagio, sui provvedimenti per isolare le aree a rischio, sulle cure delle persone affette dalle patologie provocate: questo vuol dire organizzare il triage, attrezzare gli ospedali, assumere tutte le iniziative mirate ad evitare assembramenti di persone, in qualsiasi contesto e forma si realizzino, al fine di impedire che l’espandersi del virus – con un incedere esponenziale e stili di vita che diventano fattori di moltiplicazione – produca effetti catastrofici: per questo, colti di sorpresa da informazioni tardive provenienti dal Paese di origine del virus isolato in laboratorio, i Governi stanno cercando di ottimizzare gli strumenti per affrontare l’espandersi del male attraverso i rispettivi sistemi sanitari nazionali.

L’assenza di un’azione condivisa a livello europeo e mondiale viene compensata dagli indirizzi dell’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) : ci sono tuttavia tempi tecnici anche per la scienza, la risposta non è mai sintomatica, le epidemie si diffondono e si allargano anche a motivo dei dubbi che la comunità scientifica internazionale esprime sotto forma di valutazioni d’impatto che finiscono per disorientare la pubblica opinione nell’organizzare in modo sintomatico e consequenziale i propri stili di vita.
Ogni dubbio, tentennamento, ogni informazione errata, confusa o tardiva si rivela il miglior complice del contagio: ci si attendono provvedimenti risolutivi e draconiani ma non sì è disposti a rinunciare ai compiacimenti e alle frivolezze di certe abitudini: lo stadio, la pizza, la gita, la sciata, la discoteca, l’happy hour, l’affollamento dei centri commerciali.
In una democrazia anche questi aspetti finora innocui , abitudinari e banali assumono il significato di una leggerezza di valutazione ( le cose succedono sempre agli altri) e di una ottusa opposizione alle indicazioni profilattiche che vengono dalla scienza e dagli esperti.
Sfidiamo ogni giorno il contagio e costringiamo poi il personale sanitario a fare miracoli per salvarci.

Una delle caratteristiche del nostro tempo è vivere con approssimazione e leggerezza le vicende della vita, forse per bypassarne la complessità: certi agi e certe libertà personali assumono le sembianze di consuetudini sicure e irrinunciabili.
Per questo invocando l’intervento dello Stato, delle Regioni, delle autorità sanitarie compiamo un atto di fiducia non sempre compensata dalla disponibilità personale a rivedere i nostri stili di vita, come se salute, sicurezza, protezione, fossero involucri precostituiti pronti a tutelarci in ogni difficoltà.
Un contagio con tendenza pandemica ha due caratteristiche letali: l’imprevedibilità e la rapidità di diffusione, mentre la sua eziopatogenesi incerta richiede studi di laboratorio lunghi e complessi al pari della ricerca del vaccino indispensabile per annullarne la portata di morbilità e di mortalità.

In un mondo globalizzato e interconnesso sotto molteplici profili è pressochè impossibile costringere tutti a comportamenti adeguati e a contromisure efficaci. Leggo sui social che taluni ritengono un segno di libertà sottrarsi alle prescrizioni della scienza e delle autorità: costoro mi ricordano i negazionisti dell’Olocausto o più banalmente i fautori del ‘terrapiattismo’, individui che danno corpo a movimenti di opinione che negano ogni evidenza della cultura, della storia e della realtà ad eccezione delle proprie ingiustificabili congetture.

Ma in questa fase convulsa e di panico collettivo occorre riflettere anche sulle scelte non sempre ponderate della politica e dei decisori ad ogni livello di responsabilità: in questa discrasia tra lungimiranza, competenza, avvedutezza, senso della misura da un lato e smania di protagonismo emerge come un convitato di pietra la differenza che corre tra la misura delle responsabilità assunte, la competenza necessaria a saperle gestire e la pochezza degli attori che si immedesimano nel compito di prendere decisioni.
Mi vengono i mente certi personaggi teatrali di Samuel Beckett che gesticolano imprigionati sotto terra a mezzo busto se non a volte a testa in giù, ai disquisitori del nulla che si esprimono con aforismi laconici privi di senso nell’attesa che arrivi Godot. Affabulatori di mestiere che si esprimono per luoghi comuni.

E’ trascorso un anno: qualcuno ricorda il Memorandum Italia-Cina del marzo 2019? Nobili intenti di cooperazione internazionale, di scambi commerciali e culturali suffragati dalla fretta di anticipare un accordo avversato ferocemente dal resto dell’Europa piuttosto che da una conoscenza del soggetto politico interlocutore.
Questo si ravvisa In un contesto globalizzato dove si assiste al venir meno del collante politico e solidaristico della Nato (un attento osservatore come Federico Rampini ha considerato una sorta di funerale il 70° anniversario fondativo dell’alleanza), alla lenta sovrapposizione delle logiche commerciali della geoeconomia su quelle della geopolitica in una fase storica in cui l’Europa è più prossima al “nulla istituzionale” che al grande sogno di De Gasperi, Spinelli, Schuman, Monnet, Spaak e Adenauer.

Rifletto sul punto numero 27 di quell’accordo: quello che prevede che i bacini portuali di Trieste/Monfalcone e Genova porto antico – SECH e PSA Genova Pra’ diventino i terminali europei dei traffici commerciali marittimi della cosiddetta “via della Seta”.

Rifletto e mi immagino che cosa potrebbe accadere in questo frangente se quell’accordo non fosse una prospettiva espansiva ma funzionasse a pieno regime: probabilmente si monetizzerebbero i previsti “2,5 miliardi di euro con un potenziale di 20 miliardi” ma si creerebbe un indotto gigantesco di merci, uomini e strutture che potrebbe avere incidenze non irrilevanti rispetto ad un possibile stravolgimento ambientale dei due contesti.
Con vantaggi probabilmente per l’intera Europa ma l’impatto di sostenibilità ricadrebbe in ingresso sul nostro Paese, segnatamente in quei due individuati “terminali” portuali.
Questa riflessione apparentemente digressiva mi induce a pensare ad un possibile effetto moltiplicatore rispetto a nuove possibili epidemie: poiché su quella attuale né la politica ne’ la scienza sono ancora in grado di inquadrarne l’origine.

La globalizzazione ha potenzialità espansive ma finora ha disvelato incidenze negative ingovernabili che tradiscono la cultura assai più rassicurante delle tradizioni, del controllo e del genius loci.
Il giorno 28 aprile dello scorso anno tra il Ministero della Salute della Repubblica Italiana
e l’Amministrazione Generale delle dogane della Repubblica Popolare cinese
era stato siglato un Accordo bilaterale a margine del citato Memorandum del mese precedente che prevedeva alcune Aree di collaborazione che la diffusione del Coronavirus ha reso drammaticamente attuali: il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, il rafforzamento delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali, in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive.
Alla luce di quanto sta accadendo in questi mesi, viene da pensare in che misura questi accordi siano stati rispettati e attualizzati: forse bisogna uscire dalla logica degli impegni conclamati nella loro ridondante enfasi previsionale e cominciare a riflettere sul fatto che nel consesso politico mondiale Italia ed Europa contano e valgono meno dei posti loro riservati alle assisi internazionali.

Che- oltre i nazionalismi e la difesa delle frontiere, argomenti usati da chi vuole cavalcare la logica delle aperture indiscriminate ma poco ragionate – dobbiamo fare ammenda delle nostre intrinseche fragilità e prima di compiacerci del fatto che gli occhi del mondo siano puntati su di noi, dovremmo forse cominciare a capirne le recondite ragioni.

Lotteria degli scontrini: come si fa

Dall’1 luglio 2020 tutti i cittadini maggiorenni e residenti in Italia potranno partecipare effettuando un acquisto di importo pari o superiore a 1 euro ed esibendo il proprio codice lotteria.

Per ottenere il codice lotteria sarà sufficiente inserire il proprio codice fiscale nell’area pubblica del “portale lotteria” che sarà disponibile a partire dalle ore 12 del 9 marzo 2020. Il portale si compone di un’area pubblica e di un’area riservata. L’area pubblica contiene una serie di informazioni relative alla lotteria, quali ad esempio il calendario delle estrazioni, il codice degli scontrini
vincenti e informazioni sulle modalità di partecipazione e di riscossione dei premi.

Nell’area pubblica, cui si accede liberamente, senza autenticazione, sarà inoltre possibile generare il codice lotteria. Nell’area riservata, accessibile tramite Spid, credenziali Fisconline/Entratel o Cns (Carta nazionale dei servizi), sarà possibile invece controllare il numero di biglietti virtuali associati al singolo scontrino elettronico ricevuto, verificare le eventuali vincite e tenere sotto controllo i termini per reclamare i premi.

Una volta generato, il codice potrà essere stampato o salvato su dispositivo mobile e mostrato all’esercente.

Per ogni scontrino elettronico trasmesso all’Agenzia delle Entrate il sistema lotteria genererà un determinato numero di biglietti virtuali pari ad un biglietto per ogni euro di corrispettivo.

Saranno previste estrazioni mensili con 3 premi al mese pari a 30mila euro ciascuno e una estrazione annuale con un premio pari a 1 milione di euro. La prima estrazione mensile sarà effettuata venerdì 7 agosto 2020. Le successive estrazioni mensili avverranno ogni secondo giovedì del mese.

A partire dal 2021, inoltre, verranno attivate anche estrazioni settimanali con 7 premi del valore di 5mila euro ciascuno. I premi della lotteria non saranno assoggettati ad alcuna tassazione.

I batteri intestinali contro i tumori

Con una integrazione di ‘probiotici’ (fermenti lattici) si potrebbero potenziare alcune terapie contro i tumori, in particolare le immunoterapie.
Infatti scienziati americani hanno scoperto che una famiglia di batteri intestinali (il genere bifidobacterium, già disponibile in forma di integratori di fermenti lattici) penetrano e si accumulano nel tumore, migliorando l’efficacia dei farmaci immunoterapici, ovvero stimolando ulteriormente il sistema immunitario contro la malattia.

Lo rivela uno studio, per ora preclinico, delle University of Texas Southwestern Medical Center e University of Chicago, pubblicato sul Journal of Experimental Medicine.

Non si tratta del primo studio che mette in campo i batteri intestinali contro i tumori, tanto è vero che negli ultimi anni si parla di ‘oncobiotica’, ovvero lo studio del microbiota intestinale in relazione alla cura dei tumori

Giancarlo Caselli: Mafia e politica da Portella della Ginestra a oggi

Nel recente libro “Lo Stato illegale” scritto con il Suo  collega Guido Lo Forte, la mafia è definita “un sistema di potere criminale”. Non un fatto di folclore, ne’ una somma disarticolata di episodi di sangue, ma una trama, un disegno, un organigramma minuzioso. Viene subito da chiedersi: perché il Sud, insieme a n’drangheta e camorra,  e perché la Sicilia? Partendo da un radicamento territoriale tutto sommato circoscritto – “Cosa nostra” – come si è giunti ad un fenomeno che travalicò i confini regionali e impose un modello malavitoso strutturato e internazionale?

Rispondo citando un passo dell’intervista (“Come combatto contro la mafia”, in “la Repubblica”, 10 agosto 1982), che Giorgio Bocca  fece al gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa (allora prefetto di Palermo)  trucidato dalla mafia pochi giorni dopo, il 3 settembre. Dalla Chiesa, uomo “programmato” per la repressione nel rispetto delle regole – non dice che per sconfiggere la mafia ci vogliono manette e ancora manette, ma altro: “Ho capito una cosa molto semplice ma forse decisiva; gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”. In altre parole, se i diritti fondamentali dei cittadini non sono soddisfatti, i mafiosi li intercettano e li trasformano in favori che elargiscono per rafforzare sempre più il loro potere. Così la mafia vince sempre. I mafiosi ne sono ben consapevoli. E la gente non fa certo quadrato con lo Stato. Anzi, cresce il “consenso” alla mafia. Ciò è storicamente accaduto soprattutto al Sud e in Sicilia e spiega il radicamento delle mafie in tali aree. Quanto al travalicamento dei confini regionali, uno dei tanti fattori sta nella convinzione dello storico Salvatore Lupo, secondo cui  c’è una “richiesta di mafia” nella società italiana, in settori della società civile, dell’imprenditoria e della politica, del sistema finanziario ed economico internazionale e di certi poteri costituiti. Per il resto, nell’arco dell’intero libro ( che ho scritto per Laterza, insieme a Guido Lo Forte) si cerca di rispondere alla domanda.

La genesi del fenomeno mafioso, come modus vivendi e modus operandi affonda le radici nel processo stesso di unificazione del Paese, quindi nel periodo Risorgimentale. Nel Vostro libro evidenziate come la trama narrativa  non sia la storiografia della mafia ma la descrizione del suo porsi come fatto sociale, politico, culturale strettamente interconnesso fino ai giorni nostri con la cd. “questione meridionale”. Il forte radicamento territoriale si configura nel secolo scorso, quasi parallelamente agli eventi della Storia. Quando avviene il salto verso una dimensione mondialistica?

Della dimensione mondialistica  della mafia si parla soprattutto nella conclusione del libro. Ma più che di salto si tratta di una costante e progressiva evoluzione, che ruota intorno alla straordinaria capacità di mimetizzazione che obiettivamente i mafiosi rivelano nel momento in cui lasciano le zone d’origine per trapiantarsi in altre. Fanno di tutto per passare inosservati, per tessere più efficacemente quella rete di interessi che è lo scopo principale del loro espandersi e del loro insediarsi nelle aree in cui il riciclaggio può produrre maggiori profitti. La  parola chiave è dunque “riciclaggio”, motore e centro di una “economia parallela”. Sempre più frequentemente si parla di “mafia liquida” con riferimento alla capacità dell’economia mafiosa di infilarsi un po’ dappertutto, proprio come l’acqua. Con ottimi (purtroppo) risultati, grazie anche ai vantaggi notevoli di cui l’operatore economico mafioso o legato alla mafia gode rispetto all’imprenditore “pulito”. È sempre più evidente che, forte di una imbattibile concorrenza sleale che destabilizza il mercato, l’economia illegale sta sempre più inquinando l’economia pulita, con gravi conseguenze. In Italia e non solo. Dunque, meno violenza, sempre più impresa. Una “cultura ”  riscontrata dalle intercettazioni eseguite nel corso di una recente indagine coordinata dalla Dna sulla presenza delle mafie nel settore del gioco d’azzardo on line. Nel dialogo tra due dei protagonisti, uno dice all’altro: “non mi interessano quelli che fanno bambam per le strade, ma quelli che fanno pin pin sulla tastiera”. Infine, la dimensione mondialistica è facilitata e al tempo stesso aggravata dal fatto che praticamente solo in Italia è punito il reato associativo (art. 416 bis), senza del quale – sosteneva Giovanni Falcone – pretendere di combattere efficacemente la mafia è come pretendere di  fermare un carro-armato con una cerbottana… 

Per entrambi Voi magistrati e autori del libro, la lotta alla mafia e la scelta di affrontarla e combatterla ha coinciso con una presenza istituzionale sul territorio: in primis la Procura di Palermo e la Direzione distrettuale antimafia, rivivendo forse le solitudini dei colleghi Falcone e Borsellino, la sovraesposizione, i pericoli quotidiani degli attentati ma anche il clima spesso omertoso e conflittuale percepito negli stessi ambienti della Giustizia. Perchè questa scelta così  frontale, quali le motivazioni e le aspettative?

La decisione  di chiedere il trasferimento da Torino a Palermo subito dopo le stragi del 1992 che avevano causato la morte di Falcone e Borsellino fu difficile, anche per il pensiero della mia  famiglia, che lasciavo sola a Torino, e  che dopo le “prove” ( le paure ed i sacrifici) del terrorismo facevo ripiombare in una situazione persino peggiore, in un momento peraltro cruciale della crescita dei miei due figli. Alla fine, a far pendere la bilancia dalla parte del sì sono stati (oltre all’appoggio, sia pure tormentato, dei miei familiari) l’incitamento di  tante persone a me care. Tra queste, un ruolo importante  ebbe don Luigi Ciotti, teorico e praticante – ieri come oggi – della necessità di mettersi a disposizione, di “sporcarsi le mani”, di mettersi in gioco tutte le volte che ne valga la pena. Forse però il consiglio decisivo arrivò da mio figlio Stefano, allora diciassettenne. Quando la discussione cadde ancora una volta sulla scelta di Palermo, quasi sbottò dicendo : “Se le cose nel nostro Paese vanno male, forse   è perché siamo sempre bravi a dire quello che si deve fare,  ma poi non si fa niente. Quindi, papà, se vuoi andare a Palermo, se pensi che sia importante andarci,  vacci!”. Queste parole mi diedero forza. In qualche modo il mio impegno aveva anche il senso di un esempio civile per i miei figli.

Dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio del 1992 che chiusero l’esperienza giudiziaria ed esistenziale di Falcone e Borsellino  quanto fu difficile raccogliere il testimone e riannodare pazientemente le fila della giustizia, sia in termini operativi che di ripensamento di un percorso che voleva ricostruire un tessuto di legalità nella società e nel Paese?

Fu molto difficile ma ne valse la pena. Lo testimoniano gli straordinari  risultati ottenuti dopo le stragi. Si fa luce su numerosissimi omicidi commessi da Cosa nostra aventi come vittime sia affiliati, sia esponenti delle istituzioni, sacerdoti, giornalisti, imprenditori, professionisti. L’elenco è interminabile. Ma per prima va menzionata la strage di Capaci, perché la prima decisiva confessione al riguardo fu resa il 23 ottobre 1993 – in un interrogatorio svoltosi dalle ore 1,45 alle ore 6 – a a me in quanto  procuratore di Palermo . Proprio a me infatti aveva chiesto di parlare il pentito Santino Di Matteo, per ricostruire nei dettagli l’attacco criminale (cui egli aveva personalmente partecipato) che aveva causato la morte di Falcone. Una rivelazione cui Cosa nostra reagì con una feroce rappresaglia di stampo nazista contro l’inerme figlioletto tredicenne del pentito. Ricordo poi che sono stati individuati, arrestati, processati e condannati pericolosissimi boss. Un numero così imponente di latitanti  catturati , ciascuno di elevatissima caratura criminale, non si registra né prima né dopo il periodo del “dopo stragi”. Fra i tanti , per citarne solo alcuni appartenenti al vertice dell’organizzazione mafiosa: Salvatore Riina, Raffaele Ganci, Giuseppe e Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri, Gaspare Spatuzza, Vito Vitale… Si individuano e si sequestrano beni e capitali di provenienza illecita per un valore complessivo superiore a 5,5 milioni di euro (pari a circa 11 miliardi di lire). Si registra una slavina di pentiti: il determinante contributo dei collaboratori di giustizia innesca intense indagini e  processi che si concludono con condanne per 650 (!) ergastoli e un’infinità di anni di reclusione. Un dato impressionante, che va intrecciato con i molti processi ad imputati “eccellenti” accusati di collusione con la mafia. Processi ( in particolare quelli ad Andreotti, Mannino, Dell’Utri e Carnevale) che il libro analizza e approfondisce, dimostrando “ per tabulas” che furono tutt’altro che “teoremi” o “fallimenti” come invece vorrebbero far credere spregiudicate fake news orchestrate ad arte.

Ripenso spesso ad alcuni segnali percepiti in  quegli anni terribili: che cosa avevano intuito Falcone e Borsellino? Il primo che parlò di menti raffinatissime, il secondo che dopo la morte del collega immaginò la propria fine come una pagina già scritta. Dove era lo Stato in quegli anni, oltre che nelle loro figure carismatiche che ancora adesso ricordiamo e piangiamo?

Falcone e Borsellino sono considerati e celebrati come eroi, ma solo dopo morti. Molti (troppi) non sanno o hanno dimenticato che in vita furono invece maltrattati e vilipesi. Con il maxi-processo stavano sconfiggendo la mafia e rendendo al nostro Paese un servizio ineguagliabile, ma invece di essere sostenuti furono ostacolati e calunniati in ogni modo: professionisti dell’antimafia, uso spregiudicato dei pentiti, trasformazione del pool in un centro di potere, stravolgimento della giustizia a fini politici di parte. Alla fine, Falcone fu costretto ad emigrare da Palermo dove più nessuno lo voleva e dovette chiedere una specie di asilo politico-giudiziario a Roma, al ministero. I frutti velenosi della spietata delegittimazione di Falcone attecchiranno persino all’interno del Csm, quando (dovendosi sostituire Nino  Caponnetto che aveva concluso la sua “missione”) Falcone, il più bravo nell’antimafia, il grande protagonista del maxiprocesso, viene scavalcato da un magistrato – Antonino Meli – digiuno di mafia e forte unicamente di una maggiore anzianità. Dirà Borsellino che Falcone comincia a morire proprio allora. In quel CSM dove i nemici di Falcone (i Giuda evocati da Borsellino) faranno girare la voce che Falcone l’attentato esplosivo dell’Addaura se l’era organizzato da solo per garantirsi un “aiutino” in carriera. Un’infame viltà. 

Nel libro Lei e il Suo collega Lo Forte cercate di analizzare il complesso legame che nel tempo ha unito , come in un intreccio mai fino in fondo decifrato, l’attività criminosa comune con i poteri forti: quel legame che Voi definite “relazioni esterne, che creavano una sorta di interscambio e una rete protettiva alle connessioni tra malavita organizzata e legalità costituita. Ripercorrendo quella storia evocate anche vicende personali di “privazioni di diritti” e di “prezzi da pagare” nelle Vostre rispettive carriere. Vuole parlarne? Cercando il file rouge della lunga trama in cui si è dispiegata la forza della mafia, dopo le più remote vicende del “palazzo dei veleni”, da come scrivete nel libro c’è stata dunque una sorta di privazione meno sanguinaria e più sottile della Vostra funzione giudiziaria, per condannarVi, se posso permettermi , all’irrilevanza fino a conculcare e inibire la Vostra attività  giudiziaria a più alti livelli?

Sì, abbiamo pagato dei prezzi pesanti  sol perché non abbiamo mai piegato la schiena.  Io sono stato scippato del diritto di concorrere al ruolo di procuratore nazionale antimafia (2005), mediante una legge contra personam, poi dichiarata incostituzionale, con cui il potere politico (mentre era in pieno svolgimento il concorso pubblico) ha espropriato il Consiglio superiore della magistratura, di fatto favorendo la nomina Pietro Grasso, unico concorrente rimasto in lizza. Il tutto con palese violazione di ogni regola, candidamente e pubblicamente “spiegata” come una ritorsione per il processo Andreotti. A Lo Forte il “prezzo” è stato fatto pagare anni dopo, nel 2014. Primo in graduatoria e già designato a larga maggioranza dalla competente commissione, dato ormai da tutti per sicuro vincitore del concorso con cui il Csm si accingeva a nominare il nuovo capo della Procura di Palermo, fu “vittima” di una inaspettata interruzione della procedura. Una nomina imminente e quasi certa venne bloccata dalla presidenza della Repubblica, chiedendo che prima di Palermo fossero ricoperti gli uffici vacanti da più lungo tempo. Principio mai applicato prima di allora. Il Csm, invece di puntare i piedi in difesa della sua autonomia, accettò di essere di fatto “dimezzato”. E quando l’esame della “pratica” riprese, Lo Forte , evidentemente  “scomodo”,  fu scavalcato da un altro ( Franco Lo Voi).

Nel Vostro saggio Vi soffermate sul concetto di “concorso esterno in associazione mafiosa”: va letto come capo d’accusa o come via d’uscita per farla franca? Voi citate un elenco cospicuo di processi e imputati eccellenti, ripercorrendo una trama inquirente che Vi ha visto protagonisti. Che cosa resta di quella stagione? Lo “Stato illegale” è “l’ingiustizia che assolve” di cui parlò il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, in un celebre discorso del 1980, due anni prima della sua uccisione?

Esempi di “ingiustizia che assolve” nel libro non ne mancano;  sono quanto meno esempi di giustizia che percorre ( a volte sembra  persino inventarsi) strade assai tortuose per arrivare all’assoluzione. Quanto al concorso esterno, la tesi secondo cui questo reato non esiste nel Codice  ma è un reato di pura fantasia giustizialista, è del tutto sconsiderata e falsa. Chi urla il contrario, chi strepita e sproloquia contro il “concorso esterno” non sa bene quel che dice. O lo sa fin troppo bene… Perché non è possibile (se non mettendosi fuori della realtà) dimenticare che la vera forza della mafia non è la sua struttura gangsteristica. Il suo autentico potere sta altrove: nelle complicità, collusioni e coperture. E l’unico strumento investigativo-giudiziario che consente di intervenire anche su questo versante è appunto il “concorso esterno”.

Viviamo in un’epoca in cui si percepisce una sorta di illegalità diffusa che va dai favori, alle protezioni, alle nomine, alle revoche, ad una logica di sistema che potremmo riassumere con le parole di Pirandello (“La Giara”) : “Chi è sopra comanda, chi è sotto si danna”? Ci sono Associazioni – cito per tutti “Libera” che combattono e viso aperto l’illegalità ispirando ad esempio azioni concrete come la confisca dei beni dei mafiosi. Ma in una società composita che tutto sommato non è sempre migliore dei suoi rappresentanti, si colgono atteggiamenti di indifferenza, ignavia, complicità. E’ la società egoista e cattiva dei Rapporti CENSIS. Da dove si deve ripartire per creare una cultura della legalità? Che cosa può fare la scuola?

Secondo me, il punto di ripartenza (utile soprattutto coi giovani) è quello che punta sulla legalità che  paga, che non è un’astrazione ma una convenienza concreta , un vantaggio per tutti e per ciascuno. Le cifre dell’economia illegale sono da capogiro. L’evasione fiscale ci costa 120 miliardi di euro l’anno (siamo il terzo paese al mondo). La corruzione è una rapina annuale di 60 miliardi (stima della Corte dei conti). L’economia mafiosa registra ogni anno un business di 150 miliardi. Sommando le tre “voci”, si ha un fatturato totale spaventoso: 330 miliardi di euro. A rimetterci siamo noi cittadini, perché l’illegalità economica, in tutte le sue declinazioni, non è soltanto violazione di norme di legge e precetti morali (non rubare!), ma anche se non soprattutto devastante impoverimento della collettività. L’equazione “illegalità=evasione fiscale=corruzione=mafia=impoverimento” è una filiera quasi matematica. Il risultato è che la legalità non è solo questione di “guardie e ladri”, ma ci riguarda da vicino. Perché ogni recupero di legalità è recupero di reddito e di risorse  a vantaggio di noi tutti. E’ la chiave giusta per affrontare i problemi economici e sociali che ci affliggono. E’ precondizione fondamentale per avere una migliore distribuzione delle risorse, così che la giustizia sociale possa avviarsi a diventare una pratica vera e non solo un’illusione. In sostanza, la legalità ci conviene, perché può migliorare in maniera decisiva la qualità della nostra vita. Per i giovani, la prospettiva di un futuro più felice…

 

Molti giovani leggono con interesse queste interviste: la Sua –  prestigiosa per esperienza e carisma- può essere l’occasione per indicare vie da percorrere e stili di vita personali e sociali da assumere. Quali valori devono ispirare la loro vita in un mondo sempre più affascinante ma complicato?

Ammesso che io giovani  vogliano ascoltare, direi che la società (più esattamente, alcuni suoi consistenti settori) appare oggi impaurita, inquieta, incerta: sconcertata da un futuro che sembra ingovernabile, esposto a derive pericolose.  Nell’anestesia delle coscienze, crescono rassegnazione ed indifferenza. Seguono a ruota disimpegno e riflusso. A fronte di questa situazione, occorre irrobustire la nostra capacità di presenza nel mondo contemporaneo. Dobbiamo educarci alla RADICALITA’ DEL PRESENTE. E’ l’unico modo per essere realmente vivi, per sfruttare fino in fondo le potenzialità dell’oggi.  Bisogna sapersi “sporcare le mani”: studiare il passato, capire quel che ci sta intorno, essere capaci di critica intelligente, rifiutando mode, conformismi, idoli e seduzioni. Il futuro non è un domani “esterno” a noi, ma è “dentro” di noi. Deve crescere la consapevolezza che è proprio il presente, che sono proprio le scelte realizzate oggi a preparare il futuro. In questo quadro, ecco un modo serio e produttivo per vivere e rivitalizzare legalità e antimafia. Contribuendo a fronteggiare  i rischi di arretramento che la qualità della nostra democrazia oggi corre.

La chiesa non dà retta al fondatore di Sant’Egidio e blocca tutte le funzioni liturgiche.

In un breve comunicato, diffuso nel pomeriggio di ieri,  la Conferenza episcopale ha dato indicazione a tutte le diocesi e parrocchie d’Italia affinché si provveda a sospendere le funzioni liturgiche, dalle messe ai funerali.

“L’accoglienza del Decreto – si legge nella nota – è mediata unicamente dalla volontà di fare, anche in questo frangente, la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica”. 

Nei giorni scorsi era stato oggetto di dibattito il primo accenno alle misure restrittive adottate, nella zona rossa e dintorni, dalle autorità ecclesiastiche. In particolare, dubbi erano stati sollevati dal fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. A giustificazione delle perplessità, aveva fatto appello alla condotta della Chiesa in altre analoghe vicende nel corso dei secoli passati.

In particolare, Riccardi aveva scritto su “La Stampa” del 29 febbraio: “Non voglio rammentare Carlo Borromeo, nel 1576-77, il tempo della peste a Milano (epidemia ben più grave del coronavirus e combattuta allora a mani nude): questi visitava i malati, pregava con il popolo e fece scalzo una folta processione per la fine del flagello. Di certo la preghiera comune in chiesa alimenta speranza e solidarietà. Si sa come motivazioni, forti e spirituali, aiutino a resistere alla malattia: è esperienza comune”.

Evidentemente l’acuirsi del pericolo da contagio, con la crescita dei decessi nelle ultime ore, ha spinto la Chiesa a superare le titubanze e a schierarsi dalla parte del “rigore”.

 

Panama: aumentano i bambini che attraversano Darien Gap

Il numero di bambini migranti che attraversano il Darien Gap, una parte della giungla che separa la Colombia dall’America centrale, è aumentato di oltre sette volte. Circa il 50% dei bambini ha meno di 6 anni.

L’agenzia delle Nazioni Unite ha messo in guardia, diverse volte, i stati sui gravi rischi che devono affrontare i bambini migranti e le loro famiglie che compiono questo pericoloso viaggio. I rischi comprendono l’accesso all’acqua potabile, nonché l’esposizione a pericoli naturali, animali pericolosi, rapine, abusi e sfruttamento.

“Il drammatico aumento del numero di bambini migranti che si spostano attraverso il Darien Gap sottolinea l’urgente necessità di azioni per proteggere questi bambini e garantire il loro accesso a servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, l’acqua e l’igiene”, ha affermato il rappresentante dell’UNICEF per Panama Kyungsun Kim. “Ciò richiede sforzi coordinati e rafforzati da parte dei governi e degli attori umanitari sul campo per rispondere al flusso di bambini in movimento e ai loro bisogni”.

I migranti che arrivano a Panama dopo aver attraversato il Darien Gap vengono accolti presso il rifugio ERM (Migrant Reception Station) di La Peñita nella provincia di Darien, una delle province meno sviluppate di Panama. Vengono quindi trasportati dalle autorità di migrazione all’ERM degli Los Planes nella provincia di Chiriqui, al confine con il Costa Rica. La maggior parte continuerà verso nord, sperando di raggiungere gli Stati Uniti o il Canada.

Coronavirus, 1/3 del Made in Italy a tavola nelle aree del decreto

I territori delimitati dal nuovo Decreto interessano la food valley italiana che garantisce l’approvvigionamento sui mercati nazionali ed esteri con la produzione di circa 1/3 del Made in Italy agroalimentare, dal latte alla carne, dai formaggi ai salumi, dal riso alla pasta, dalla frutta alla verdura fino al vino e alle conserve di pomodoro. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in riferimento al provvedimento varato dal Governo per contenere l’emergenza Coronavirus che introduce misure speciali per la regione Lombardia e 14 provincie di Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, dove si concentra il maggior valore della produzione nazionale alimentare di qualità (Dop/Igp).

“Per assicurare le necessarie forniture alimentari al Paese è importante che siano stati recepite nel decreto le nostre sollecitazioni  al Ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova per dare continuità alle attività produttive nelle campagne dove vanno seguiti i cicli stagionali, dalla semina alla raccolta e garantita la cura delle piante e l’assistenza e l’alimentazione degli animali allevati nelle stalle, ma anche i mercati di vendita diretta, la trasformazione industriale e le consegne per la distribuzione commerciale” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare la “piena disponibilità a collaborare con le autorità regionali e di governo per non compromettere la mobilità di merci e persone necessarie all’attività produttiva, nel rispetto delle norme di sicurezza”.

Sempre meno ghiaccio

A causa di cambiamenti significativi nel clima artico, il ghiaccio marino è notevolmente diminuito nell’arcipelago artico canadese. A testimoniarlo è uno scatto del satellite Sentinel3, ottenuto a luglio del 2019, che l’European Space Agency (ESA) ha diffuso nell’ambito del progetto EarthFromSpace.

Nella foto è possibile infatti osservare la presenza del ghiaccio all’interno dei corsi d’acqua, così quello, rotto in diversi pezzi, presente nel Mare di Beaufort.

La maggior parte dell’arcipelago fa parte di Nunavut, il territorio più grande e più settentrionale del Canada.

L’arcipelago si estende su una superficie di circa 1 500 000 km quadrati ed è composto da 94 isole maggiori e più di 36000 isole minori. L’arcipelago è delimitato dal mare di Beaufort a ovest e dalla baia di Hudson e dalla terraferma canadese a sud.

Secondo il National Snow and Ice Data Center (NSIDC) , l’estensione del ghiaccio marino a luglio 2019 è diminuita ad una tariffa giornaliera media di 105 700 km quadrati, superando la tariffa media dal 1981 al 2010 di 86 800 km quadrati al giorno.

L’analisi sul coronavirus dell’Istituto superiore di Sanità

Febbre e dispnea sono presenti come sintomi di esordio rispettivamente nell’86% e nell’82% dei casi esaminati. Altri sintomi iniziali riscontrati sono tosse (50%), e appunto diarrea ed emottisi (5%). “Questi dati suggeriscono che per chi presenta solo febbre è sufficiente allertare il proprio medico rimanendo a casa – spiega Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss -, mentre in presenza di entrambi i sintomi è meglio contattare il 112 o 118. In ogni caso ricordiamo che bisogna assolutamente evitare di andare per proprio conto dal medico o al pronto soccorso, per evitare di esporre il personale e i pazienti a rischi. Seguire questa e tutte le altre norme di prevenzione dettate in questi giorni è fondamentale per rallentare il più possibile l’epidemia e proteggere le persone più fragili. Le misure individuali d limitazione dei contatti sociali sono fondamentali per poter contrastare il virus, facciamo appello al senso di responsabilità di tutti”.

Per quanto riguarda la mortalità legata al virus i dati aggiornati confermano quelli del primo studio. L’età media dei pazienti deceduti e positivi a COVID-19 è 81.4. Le donne sono 48 (31.0%). Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione è di 3,6. I decessi avvengono in grandissima parte dopo gli 80 anni e in persone con importanti patologie pre-esistenti: nel dettaglio la mortalità è del 14,3% oltre i 90 anni, dell’8,2% tra 80 e 89, del 4% tra 70 e 79, dell’1,4% tra 60 e 69 e dello 0,1% tra 50 e 59, mentre non si registrano decessi sotto questa fascia d’età. Complessivamente, 21 pazienti (15,5% del campione) presentavano 0 o 1 patologia, 25 (18,5%) presentavano 2 patologie e 70 (60,3%) presentavano 3 o più patologie; per 19 pazienti non è stato ancora possibile recuperare ad oggi l’informazione. Ipertensione e cardiopatia ischemica si confermano le patologie più frequenti.

Confronto Italia-Cina

L’aggiornamento dei dati conferma che in tutte le fasce di età la letalità nella popolazione italiana è più bassa rispetto a quella osservata in Cina. La letalità complessiva in Italia sui 155 casi risulta invece del 2,9% contro il 2,3% della Cina. Il dato generale è più alto nella popolazione italiana perché l’età media della popolazione italiana è maggiore rispetto a quella cinese (44 vs 37 anni – stime WHO 2013) e in Italia c’è un maggior numero di malati con età superiore agli 80 anni.

“L’analisi di questi dati consente di effettuare valutazioni sulle quali stabilire raccomandazioni e comportamenti – sottolinea Brusaferro – pertanto è fondamentale che venga aggiornato costantemente il sistema di sorveglianza con le cartelle cliniche dei deceduti da parte degli ospedali”.

Effetti collaterali

Che vi devo dire, cari fratelli, pensavo che nei momenti difficili ci fosse un sussulto di orgogliosa razionalità.

Il 27 febbraio Vittorio Sgarbi, noto critico d’arte e polemista deputato, uomo di punta – così recitano le cronache – del fronte berlusconiano, ha svolto alla Camera uno dei suoi classici interventi mozzafiato:  “Questa è una finzione, è una finzione, è una finzione. È una presa per il c…[mio omissis per dovere d’ufficio] che umilia l’Italia davanti al mondo. Non c’è nessuna emergenza”.

Poi, però, Salvini ha pronunciato in varie sedi frasi di condanna, a raffica, per denunciare l’inerzia del governo. L’emergenza sovrasta tutto e tutti. Tuttavia, in quel momento si sbracciava a favore di un governo di unità nazionale. Per fare cosa? Per andare alle elezioni anticipate. Semplice, no?!

Ebbene, a far chiarezza è sopraggiunta quella simpatica – anche noi frati abbiamo i nostri gusti in fatto di simpatia – della capa della destra-destra, l’italiana e cristiana Meloni. La quale, se non ricordo male, dichiarava che l’Italia aveva bisogno di elezioni anticipate, ma senza passare per un governo di unità nazionale. Insomma, era d’accordo con il leghista…a modo suo…ovvero sostenendo il contrario di quel che sosteneva Salvini.

E Berlusconi? Beh, che dire, sempre vispo ed arguto il vecchio patron di Forza Italia: s’è fatto sentire e ha tuonato contro i pochi miliardi scuciti dal governo, ipotizzando uno stanziamento – attraverso nuovo debito – per 50 miliardi.

A quel punto tutt’e tre i partiti del centro destra hanno lodato la felice intuizione del Berlusca, anche se in precedenza Salvini aveva proposto di reperire solo 20 miliardi. Più o meno in sintonia con la Meloni.

Infine, tutti i capintesta  dell’opposizione hanno deciso di dire basta (evidentemente a loro stessi) e si sono premuniti di eseguire un medesimo spartito musicale. Ecco, allora, la famosa conferenza stampa di qualche giorno fa, che mi sono vista in diretta, rimanendo un po’ sorpreso. I miliardi da spendere adesso non sono più 50 e nemmeno 20, ma piuttosto 30 (però “come punto di partenza”, chiosa Salvini, lasciando intuire dunque che il punto d’arrivo potrebbe anche essere un altro). 

Salvini è stato chiaro: in realtà nessuno – dicasi nessuno – ha mai ragionato sul governo di unità nazionale. E le elezioni? No, nemmeno quelle sono state sollecitate, né mai oggi sono per il centro destra un obiettivo. Il governo fa schifo e per adesso ce lo dobbiamo tenere: alla fine è questa la morale della conferenza stampa. Del resto, è meglio avere nervi saldi perché, a ragionar di fino, si scopre che è tutta colpa dell’Europa.

Orbene, non so se dimentico qualcosa. In effetti dimentico di riportare per filo e per segno gli attestati di buona volontà, l’impegno a fare il bene, la rivendicazione della propria coerenza, a dispetto dell’incoerenza altrui. Dimentico di far menzione corretta e limpida di tanto spettacolo di indubbia coerenza, quasi sul filo di un sapido sillogismo.

Ma il coronavirus, cari fratelli, provoca questi effetti collaterali?

Merlo, “Dico da Sindaco a Decaro (Anci) che nell’emergenza sanitaria non dobbiamo Sterilizzare i comuni per essere responsabili”.

Pubblichiamo la nota di Giorgio Merlo, abituale presenza sul nostro giornale, il quale interviene in qualità di Sindaco di Pragelato, comune alpino in provincia di Torino. È interessante questa sua puntualizzazione perché unisce senso dello Stato e orgoglio autonomista. Le nuove misure del governo, molto più severe di quelle assunte in precedenza, chiariscono come l’ordinamento giuridico preveda la piena sovranità dello Stato in caso di emergenza. Da qui non deriva alcuna deminutio delle autorità locali, bensì la loro configurazione, anche nel contesto emergenziale, quali cellule basilari dell’organismo repubblicano. In effetti, se Decaro ha preso una posizione corretta a tutela del contributo serio e costruttivo dei Sindaci, ha finito però per declinare in modo incongruo il verbo della loro originale responsabilità.

Giorgio Merlo

La centralità dei Comuni non è un vezzo degli amministratori locali ma un postulato essenziale e costitutivo dell’ordinamento democratico del nostro paese. Un elemento che anche di fronte alle emergenze, come quella che stiamo vivendo, non può mai essere messo in discussione. 

Ecco perché Antonio Decaro ha fatto bene, il 25 febbraio scorso, a condividere a nome dei Sindaci italiani la soluzione che mette in capo alla “cabina di regia” del governo la responsabilità delle misure anti contagio, per circoscrivere in questa fase di acuta esplosione del virus i rischi per la salute degli italiani. 

Sottoscrivo, come Sindaco e membro del Consiglio nazionale Anci, questo atto responsabile che rientra, del resto, nella cornice  della leale collaborazione istituzionale, essendo i Comuni il primo fondamento della Repubblica, non un livello contrapposto all’autorità dello Stato.

Vorrei dire a Decaro che però non parlerei di “sterilizzazione delle autonomie locali” (v. comunicato sul sito Anci http://www.anci.it/decaro-sterilizziamo-il-federalismo-regionale-e-le-autonomie-locali/). Egli converrà che l’espressione suona perlomeno ambigua, quasi fossimo in uno “stato di eccezione”. Al contrario, con queste prese di posizione, operiamo con limpidezza e coerenza nel rispetto dell’ordinamento vigente, alla luce della legislazione consolidata.

Infatti, a beneficio dei “cultori della materia”, come diventano tutti coloro che portano sulle loro spalle il peso delle responsabilità amministrative, c’è da osservare che gli articoli 32 della legge 833/78 e 50 del TUEL disciplinano appunto i rapporti tra Stato, Regioni e Comuni, riservando evidentemente allo Stato il potere di coordinamento e indirizzo, rispetto al quale cede per ragioni d’interesse nazionale l’azione delle autorità regionali e locali.

Nel merito, insomma, gli articoli di legge sopra citati sono la fonte di legittimazione della “stretta amministrativa” prodotta in questi giorni. Il legislatore ha inteso armonizzare, nello spirito e nella lettera della Costituzione, il quadro dei poteri di ordinanza per garantire il cittadino dal rischio di inammissibili  contrasti tra i diversi livelli istituzionali, specie nel caso di emergenze nazionali.

Pertanto non ci auto sterilizziamo, ma pienamente consapevoli dei problemi delle nostre comunità intendiamo contribuire, come sempre, al bene del Paese.

 

David Sassoli: “Costituire una centrale d’acquisto europea per i materiali necessari a prevenzione e cure”

David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, sulla sua pagina facebook scrive: “L’emergenza Coronavirus ci conferma una lezione importante. Nessun Paese, di fronte a epidemie globali di questa portata, è al riparo. Nessuno, vedete, può arroccarsi nella tentazione di considerarsi un’isola felice.

Adesso più che mai bisogna provvedere a mettere gli sciacalli nelle condizioni di non nuocere. Penso a un passo decisivo in questo senso: costituire una centrale d’acquisto europea, affidata alla Commissione, per reperire e smistare i materiali necessari alla prevenzione e alle cure.

Eviteremmo così inutili e dannose concorrenze fra gli Stati Ue, togliendo munizioni decisive alla speculazione internazionale.”

Coronavirus, piovono disdette in 1 azienda su 4

Piovono le prime disdette degli ordini in più di una azienda agricola su quattro (27%) per il crollo della domanda alimentare dopo la paralisi del turismo, i ristoranti vuoti, la chiusura forzata delle mense scolastiche e le difficoltà per l’export. E’ quanto rivela la prima analisi Coldiretti/Ixè sugli effetti dell’emergenza Coronavirus sull’agroalimentare Made in Italy in occasione del primo weekend di avvio della campagna #MangiaItaliano nei mercati e negli agriturismi di Campagna Amica.

Una mobilitazione per difendere la principale ricchezza del Paese che con la filiera allargata dai campi agli scaffali fino alla ristorazione vale 538 miliardi di euro pari al 25% del Pil e offre lavoro a 3,8 milioni di persone. Un patrimonio – sottolinea la Coldiretti – messo a rischio dall’espansione del Covid-19 che sta provocando gravi difficoltà produttive, logistiche e commerciali a livello nazionale, senza dimenticare i pesanti danni di immagine e gli effetti del crollo del turismo che è sempre stato un elemento di traino del Made in Italy agroalimentare all’estero, amplificato dallo stop forzato alle Fiere che sono un momento importante di promozione. E non si vede una soluzione a breve visto che – continua la Coldiretti – per oltre la metà (51%) delle aziende l’impatto economico negativo è purtroppo destinato a durare nel tempo.

Da quando è iniziata l’emergenza coronavirus – spiega Coldiretti – il fatturato è crollato nel 41% delle aziende del settore ma la situazione è ancora più grave negli agriturismi dove il 79% delle strutture dichiara un calo del fatturato. Peraltro i 23mila agriturismi italiani spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari lontano dagli affollamenti, con un numero contenuto di posti letto e a tavola, sono forse il luogo più sicuro in Italia per difendersi dal contagio, fuori dalle mura domestiche.

Per combattere la disinformazione, gli attacchi strumentali e la concorrenza sleale prende il via la prima campagna #MangiaItaliano in Italia e all’estero per salvare la reputazione del Made in Italy, difendere il territorio, l’economia e il lavoro e far conoscere i primati della più grande ricchezza, del Paese, quella enogastronomica. Una iniziativa che vede schierati in prima linea durante il weekend i mercati degli agricoltori e gli agriturismi di Campagna Amica e alla quale stanno aderendo numerosi volti noti della televisione, del cinema, dello spettacolo, della musica, del giornalismo, della ricerca e della cultura insieme a tanta gente comune.

L’avvio di una corretta campagna di informazione sulla qualità e la salubrità dei prodotti agroalimentari Made in Italy e del turismo è la priorità segnalata dalla metà delle aziende del settore (50%) che chiedono però anche sgravi fiscali e contributivi, sostegni a consumi ed esportazioni e interventi di sostegno comunitari.

“Bisogna ricostruire un clima di fiducia nei confronti del marchio Made in Italy che rappresenta nell’alimentare una eccellenza riconosciuta sul piano qualitativo e sanitario a livello comunitario ed internazionale” dichiara il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che in queste condizioni “è inaccettabile qualsiasi taglio alle risorse comunitarie destinate all’agricoltura nella definizione del prossimo bilancio europeo. Occorre al contrario – conclude Prandini – aumentare gli stanziamenti per difendere un settore diventato strategico in un momento di crisi per garantire gli approvvigionamenti e la sovranità alimentare in Italia ed in Europa”.

L’IMPATTO DELL’EMERGENZA CORONAVIRUS SUL CIBO MADE IN ITALY

DANNI AZIENDE COLPITE
Disdette sugli ordini 27%
Crollo del fatturato 41%
Crollo delle presenze in agriturismo 79%
Difficoltà di lungo periodo 51%
Fonte: Coldiretti/Ixè

Coronavirus: Le linee guida per i trasporti e la logistica.

Linee guida univoche e uniformi per semplificare la movimentazione logistica e assicurare, con le dovute garanzie sanitarie, la continuità delle attività produttive. Sono le istanze emerse ieri al tavolo comune Mit – Protezione Civile, coordinato dal direttore Emergenza della Protezione civile Luigi D’Angelo assieme al capo di gabinetto del MIT e il dipartimento della prevenzione del Ministero della Salute, con una rappresentanza di associazioni della logistica e del trasporto.

Una sorta di manuale d’uso per evitare comportamenti difformi e assicurare a tutti gli operatori del settore criteri comuni ed omogenei nello svolgimento dell’attività lavorativa. La richiesta unanime delle associazioni è quella di semplificare le procedure autorizzative e velocizzare i passaggi amministrativi.

Un metodo di lavoro condiviso che porti a misure organizzative e sanitarie efficaci per gli addetti ai lavori e che allo stesso tempo siano in linea con le scelte di contenimento fin qui adottate dal Governo. “Soddisfazione sia per la tempestività con cui si è insediato il tavolo, sia per la concretezza che l’ha caratterizzato” dichiara Giuseppina Della Pepa di Anita.

Un incontro “particolarmente utile per affrontare le criticità che sono emerse nell’applicazione di alcuni disposizioni presenti nei DPCM emanati per l’emergenza coronavirus” ha detto Pasquale Russo di Conftrasporto. “Ottimo avvio dei Tavoli Tecnici proposti dalla Ministra alle Associazioni di Categoria. Dobbiamo giungere a procedure ordinarie standard che diano certezze agli operatori” ha spiegato il direttore generale di Confetra Ivano Russo. Rinnovata “la disponibilità a fornire contributi per affrontare l’emergenza e tutelare la salute delle persone, anche con l’incremento delle risorse disponibili per le Autorità,  e il personale in servizio negli Uffici della Sanità Marittima” da parte dell’associazione dei porti italiani.

Per Confindustria “l’incontro è stato molto positivo. Abbiamo constatato attenzione e disponibilità del MIT e della Protezione Civile e ricevuto rassicurazioni sulla risoluzione dei problemi operativi attuali e futuri, che stanno producendo già ora danni rilevanti alla produzione e ai servizi”. “Apprezziamo la sensibilità della Ministra De Micheli – afferma il Segretario nazionale di Confartigianato Trasporti Sergio Lo Monte – con cui abbiamo discusso le modalità per gestire al meglio la drammatica situazione che si è venuta a creare, anche al di fuori della zona rossa”.

Che cos’è la presbiopia?

La presbiopia, in un occhio finora non affetto da altri difetti visivi, si manifesta come difficoltà a mettere a fuoco da vicino: si ha difficoltà a leggere, a lavorare al computer, ecc. Questo avviene perché il livello di accomodazione disponibile è diventato insufficiente per garantire una buona messa a fuoco alle brevi distanze. Insorge per lo più tra i 40 ed i 50 anni (a seconda degli individui) e, secondo diversi studi, è minore in abitanti delle basse latitudini. Fino a 65 anni circa il potere accomodativo continuerà a diminuire notevolmente, per poi stabilizzarsi.

All’inizio, quando è presente ancora una ridotta capacità di accomodazione, si può ovviare al difetto visivo allontanando dagli occhi ciò che si legge (allungare le braccia); tuttavia dopo i 50 anni diventa indispensabile l’uso di lenti correttive per la lettura da vicino, poiché il livello di accomodazione residuo è ormai estremamente ridotto, e qualsiasi tentativo di mettere a fuoco naturalmente può creare affaticamento visivo, bruciori agli occhi e mal di testa, soprattutto in assenza di una forte illuminazione.

La correzione avviene con lenti oftalmiche positive, che aggiungono all’occhio il potere refrattivo minimo sufficiente per una corretta visione a distanza di lettura (+1 diottria per presbiopia leggera, allo stadio iniziale; +2 diottrie per presbiopia manifesta, abbastanza sviluppata; +3 diottrie quando l’occhio ha ormai perso quasi tutta la sua capacità di accomodazione, in genere in età senile); le lenti correttive della presbiopia vanno tolte per vedere da lontano, perché danno una visione tanto più sfocata quanto maggiore è il loro potere diottrico.

Altri tipi di correzione possono essere l’uso di lenti a contatto multifocali, occhiali multifocali (in modo da evitare il continuo leva e metti di occhiali), oppure un intervento chirurgico di impianto di un cristallino multifocale o con tecnologia EDOF oppure ancora accomodativo. Esistono inoltre delle tecniche di chirurgia refrattiva laser che eliminano la presbiopia agendo sulla cornea.

 

 

Coronavirus e Università telematica

I pericoli nella diffusione del virus cinese stanno imponendo nuove forme di insegnamento soprattutto con il ricorso a nuovo strumenti tecnologici.

Sono ormai lontane le tesi estremiste e distruttive di Ivan Illich propugnate in “Deschooling Society” nel 1971 che partendo da una critica severa della educazione “istituzionalizzata” giunge ad una formula radicale di “descolarizzazione” totale della società.

Una tesi da rifiutare perché non può esistere una società senza scuola.

Poi venne la Commissione dell’Unesco presieduta da Edgar Faure del 1970 che redasse un rapporto voluminoso (“Apprendre à être”, Parigi 1970) rilevando le insufficienze radicali spaziali, temporali e della comunicazione.

Le tecniche moderne aprono nuove prospettive nei processi educativi. Del pari, si apre allora il problema delle risorse da destinare allo sviluppo delle società umane.

In tempi di emergenza è necessario ricorrere a mezzi alternativi non dimenticando che l’università è il principale modello di insegnamento fin dal Medio Evo. È concepita da sempre, infatti, come Istituzione fondata sulla concentrazione spaziale di un microcosmo intorno a una Autorità incaricata di diffondere la conoscenza e di attribuire attestati” come sottolineava Henri Dieuzeide nel 1972.

Dunque non basta seguire sullo smartphone. Importante è cosa si segue e chi insegna.

Raggi ora vuole snellire gli appalti: il suo programma elettorale diceva il contrario

Volentieri condividiamo la lettera che Virginia Raggi ha inviato al Presidente dell’Anci Antonio De Caro in cui si elogiano le misure straordinarie messe in campo dal Governo per fermare i contagi e quelle prospettate per un pronto riscatto.

Nel testo di Virginia Raggi si chiede: l’applicazione del  “modello Genova”. “Da amministratore di una grande città – oltre a fare i miei personali complimenti al collega di Genova, Marco Bucci – desidero sottolineare come questo modello abbia consentito al sindaco di avere maggiori possibilità reali di intervento e di snellire gli infiniti tempi della burocrazia. E’ un modello da replicare”.

In una fase di emergenza, come quella che stiamo vivendo, sembra logico snellire le procedure anche se rimane pur sempre il problema di un codice – quello degli appalti- che troppe volte si vuole aggirare.

Bisognerebbe aprire, piuttosto, una discussione seria su una modifica di tale codice, snellendo se è il caso le procedure più macchinose.

Inoltre andrebbe ricordato alla Sindaca che uno dei punti chiave del Movimento 5 stelle romano era:  “Una Roma a 5 Stelle ha una task force sugli appalti che limita gli affidamenti diretti e ferma la corruzione, proseguendo sulla scia di una vigilanza collaborativa con l’Anac”.

 

Se l’architettura facilita le relazioni

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Mario Panizza

I cento anni del quartiere romano della Garbatella non costituiscono un compleanno isolato. Dopo la fine della prima guerra mondiale si avviano in Europa molti programmi di ricostruzione, spesso collegati alla ripresa e al potenziamento dello sviluppo industriale.

Non si tratta di quartieri esplicitamente operai, come i villaggi storici di Crespi D’Adda (Bergamo, 1878), Krupp nella Ruhr (1847), New Lanark in Scozia (1786), ma di interventi di edilizia popolare, anche pubblica, rivolta a promuovere aree residenziali, ordinate e soprattutto dotate di quei servizi, complementari come il verde e i trasporti, indispensabili per rendere concreto e vivibile l’impianto abitativo.

Da questi interventi è possibile ricavare indicazioni preziose sul progetto della città contemporanea. Tutti, o quasi, sono sostenuti da un piano disegnato, misurato nelle quantità e, soprattutto, corrispondente a chiari intendimenti imprenditoriali. La gran parte di essi, a distanza ormai di un secolo, propone soluzioni dove il modello residenziale garantisce ancora buone condizioni di vivibilità e relazioni sociali attive.
Negli anni in cui è realizzata la Garbatella, a Berlino si portano avanti diversi insediamenti, firmati da architetti di valore, tutti impegnati nella ricerca di modelli abitativi fedeli al razionalismo funzionale, ma anche attenti a un inserimento ambientale personalizzato da un forte richiamo espressivo.

Tra tutti emerge il Quartiere di Berlin Britz, progettato da Bruno Taut e inaugurato poco dopo la Garbatella. Sono gli anni in cui Berlino registra una notevole crescita della popolazione; di conseguenza, emerge il tema della residenza e la necessità di affrontarla in una programmazione su tempi lunghi. Taut, sostenuto da una ricerca molto fertile e dallo spirito progressista della linea socialdemocratica, porta avanti il disegno innovativo di una costruzione immersa nel verde e contenuta nei costi, perché attenta a perseguire scelte di razionalità che prevedono anche l’eliminazione delle aggiunte ornamentali della casa borghese.

Accolta subito con favore, si è prestata a soddisfare le esigenze di una classe operaia pronta ad abbandonare gli ottocenteschi, insalubri, blocchi urbani. Berlin Britz disegna un impianto, chiaro nel suo insieme, contraddistinto dalla ripetizione di unità abitative, ordinate da una rigorosa aggregazione seriale. Con la forma di un grande ferro di cavallo si apre su un’area verde che racchiude un ampio spazio destinato al tempo libero, con al centro un piccolo lago.

Il tutto costruisce un ambiente che, con grande intensità, rende il clima di un’accorta disposizione di elementi naturali. La sua composizione abbandona il modello della casa isolata per configurare un insediamento unitario, di grande dimensione, destinato a offrire alle classi meno agiate una residenza “autorevole” che, come un “palazzo” nobile costruisca un’impronta riconoscibile, ben ancorata sul territorio.

La condizione d’insieme è riposante e, unita alla comodità di muoversi, usufruendo di treni urbani, favorisce la duplice sensazione di sentirsi all’interno di una comunità protetta e, allo stesso tempo, di essere parte di un tessuto che lega molti centri. I nuovi quartieri entrano in relazione diretta con i borghi che hanno formato nel tempo la città di Berlino.
Sempre in quegli anni, ad Amsterdam, Berlage imposta un piano urbanistico destinato a guidare alla scala territoriale lo sviluppo dell’intera città. Il progetto si affida a un disegno formalmente concluso, dove tutte le componenti sono programmate per sostenere gli accrescimenti futuri, senza rischiare di incorrere in paralizzanti imprevisti. Il verde, i trasporti, le residenze, le aree industriali riempiono campi con tanta precisione che, anche a distanza di cento anni, riescono a sostenere il mutare delle esigenze, comprese quelle legate all’incremento del trasporto privato.

All’interno del Piano territoriale di Berlage si sviluppano alcuni insediamenti, soprattutto nell’area sud della città, dove la ricerca architettonica pronuncia un’espressività molto marcata. Le singole opere rispondono a criteri compositivi comuni, che accettano la linea della continuità materica e la logica della modellazione morbida degli involucri, offrendo tuttavia soluzioni individuali differenziate, pronte a interpretare ruoli di vero e proprio protagonismo urbano. Come a Berlino, il quartiere beneficia negli anni del rispetto della città: non è sopraffatto dalle nuove costruzioni e le parti realizzate negli anni Venti del secolo scorso rimangono sufficientemente integre e, soprattutto, separate dalle espansioni successive.

La Garbatella, sorta su un’area agricola scarsamente abitata, attraversata per secoli dai pellegrini che percorrevano via delle Sette Chiese, esprime una logica progettuale dissimile da quella dei due esempi di Berlino e di Amsterdam: il suo modello abitativo si colloca in una dimensione che sconfina nell’idea di borgo, distante dal riferimento del comparto urbano. Destinata a ospitare gli sfollati provenienti dalle demolizioni della Spina di Borgo e di via dei Fori Imperiali, è un quartiere che offre, soprattutto ai suoi residenti, un’ampia dotazione di servizi che qualificano l’intero comprensorio: il teatro, il mercato, l’albergo, ecc. Negli anni alcuni di questi edifici hanno ovviamente cambiato destinazione d’uso perché molte funzioni hanno trovato sistemazione all’interno dei singoli alloggi. Così il diurno è stato recentemente recuperato e trasformato in una biblioteca popolare.
La Garbatella, dopo la posa della prima pietra il 18 febbraio 1920 da parte del re Vittorio Emanuele III, viene realizzata nel decennio successivo durante il pieno sviluppo edilizio che fa seguito alla fine della guerra.

La qualità edilizia, fin dai primi edifici, è alta, affidata alla sapienza costruttiva di molti architetti, tra cui Gustavo Giovannoni e Innocenzo Sabbatini, cui si deve il carattere un po’ barocco e un po’ medievale, che pervade la decorazione delle facciate. Il suo impianto morfologico e tipologico registra tuttavia negli anni un cambiamento progressivo: dopo le prime costruzioni, intorno a Piazza Benedetto Brin, dove il rapporto tra aree verdi e aree edificate è molto generoso, gli spazi liberi tendono a ridursi.

La Garbatella, al contrario dei due quartieri di Berlino e di Amsterdam, è costretta a subire l’invadenza della città che le cresce intorno: parte della sua qualità iniziale è alterata da superfetazioni e intasamenti; soprattutto i bordi sono compromessi dalle nuove costruzioni, di dimensioni molto maggiori, che vengono accostate senza soluzioni di continuità. Per lungo tempo questo quartiere non è stato considerato un insediamento particolarmente degno di nota e, proprio per questo, è risultato facilmente aggredibile da una latente speculazione che, come detto, ne ha sbiadito i caratteri in non pochi punti. Anche il suo nucleo storico, quello della città giardino, è stato parzialmente compromesso.

Oggi la Garbatella, anche grazie a questa ricorrenza “centenaria”, vive una condizione di particolare tutela che la protegge da incursioni speculative, comunque sempre possibili. Il suo carattere e la sua personalità sono ormai acclarati, anche se, ma ormai solo per pochi, continua a rappresentare un’architettura minore, almeno rispetto alle sperimentazioni portate avanti negli stessi anni nell’Europa centrale e settentrionale. La sua protezione si appoggia, oltre che sulla qualità dell’architettura, sui valori di socialità e di vivibilità che permangono solidi e robusti, nonostante la città, che viviamo ogni giorno, sembra smarrire talvolta i suoi punti di riferimento.

I tre esempi, presi in esame in occasione dei loro vicini compleanni, costituiscono momenti alquanto significativi dell’architettura moderna. Anche se con valori differenti, indicano un modo di affrontare la crescita della città attraverso regole disegnate e prescrizioni capaci di governarne lo sviluppo. A Roma l’obiettivo di progettare la città sembra appannato, sostituito da indici di densità che, se non vengono accompagnati da proiezioni formalizzate, rimangono valori astratti, del tutto inadeguati a controllare l’esito di quanto ci si propone di realizzare.

In mancanza di un modello urbano, che potrebbe rifarsi come termine di riferimento proprio alla Garbatella, si sviluppano ragionamenti, limitati a tracciare solo quantità, senza incontrare la giusta attenzione per coinvolgere gli operatori sia pubblici che privati a investire nell’adeguamento delle esigenze della città futura.

Coronavirus: serve buona volontà

Al di là degli errori che si possono commettere e delle imprecisioni che ciascuno registra, quando è obbligato a far fronte ad emergenze di un certo tipo, bisogna dar realmente conto del fatto che in Regione, quanto a livello Nazionale, non c’è mai stata assenza di attenzione.

L’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto capire che non si tratti solo e limitatamente di aspetti di carattere medico-ospedaliero, ma ha fatto chiaramente intendere quanto sia importante il contributo di ciascun cittadino al fine di limitare questa cattiva esperienza sanitaria. Sembrerà strano, ma sono proprio queste le circostanze in cui non solo si invitano le parti a deporre le quotidiane schermaglie politiche, ma c’è un invito a rispolverare, in ciascuno di noi, quello spirito collaborativo, spirito che sembrava già da tempo in disuso ormai abbandonato chissà in quale angolo della nostra storia.

Come dire, di fronte a un guaio di tale portata, si possono sfoderare momenti per lo più ordinari.

La chiusura delle scuole, dei momenti collettivi, culturali, sportivi, politici, testimoniano lo sforzo richiesto a ciascun soggetto, dai fanciulli, alle madri, ai padri, ai nonni, per non scordarsi i lavoratori, le imprese, il mondo religioso e l’intero tessuto che da luogo a un Paese. Tutto questo mette in rilievo il senso di collaborazione comune e di luminosi intenti di unità dell’intera Italia.

Per parte mia, ma gli esempi che cito sono geograficamente limitati, ricordo le tragedie capitate nelle nostre terre: la prima che ho vissuto direttamente relative all’alluvione nel 2003 della Val Canale Canal del Ferro; e, la seconda, vissuta ai margini, relativa alla tragedia del terremoto del 1976. Anche in questi due tristi casi, le popolazioni interessate hanno dato prova di una elevata partecipazione collettiva e di una sensibilità, non più registrate in misura così profonda.

Oggi, in un raggio molto più vasto, in una condizione che sembra via via diventare sempre più estesa, riscopriamo quanto sia importante, quanto sia intenso, quanto sia indispensabile, per ciascuno di noi, sentirsi uniti per fronteggiare in sintonia una calamità così rilevante.

Degli errori, delle inesattezze, dei modi non sempre adatti e cose di questo genere, non intendo in alcun modo rilevare. Sarebbe del tutto sciocco che mi mettessi a criticare un’azione, perché in questo modo, vanificherei il saggio messaggio di Mattarella, che ha invitato tutti quanti a rimboccassi le maniche e a seguire gli indirizzi volti a far convergere le energie, forze, abilità di tutti.

Curiosity fotografa Marte in altissima risoluzione

Curiosity ha realizzato le immagini con la sua fotocamera Mastcam.

In 6 ore e mezza di scatti nell’arco di 4 giorni, Curiosity ha catturato le immagini che poi i tecnici hanno assemblato nelle settimane successive.

Il rover sta esplorando nello specifico la regione del Glen Torridon, immortalata negli scatti diffusi dalla Nasa, dal gennaio 2019. Si tratta di un’area molto ricca di minerali argillosi intrappolati negli strati di roccia sedimentaria, motivo per cui è di grande interesse per i geologi planetari.

 

Il telelavoro

Il telelavoro è basato sull’idea che il dipendente abbia una postazione fissa, ma dislocata in un luogo diverso dalla sede aziendale. Per l’appunto, tipicamente a casa del lavoratore.

Si tratta di un concetto fortemente legato all’evoluzione delle tecnologie informatiche e quindi soggetto ad una continua trasformazione.

Il telelavoro è molto più di una tecnica per delocalizzare gli uffici: esso permette di liberare il lavoro dai vincoli spaziali e temporali, e, di conseguenza, le persone possono scegliere dove, quando e come lavorare. Spesso il telelavoro è un misto col lavoro tradizionale e richiede la presenza fisica in ufficio alcune volte alla settimana o al mese, oltre all’impegno a telelavorare entro un intervallo di orari flessibile -ma comunque limitato e non a completa discrezione del lavoratore-, in cui il lavoratore deve essere reperibile.

Il telelavoro non è una professione, né un mestiere: chi telelavora resta comunque un traduttore, o un programmatore o qualsiasi altro tipo di professionista; tuttavia, per svolgere i suoi compiti, non dovrà più recarsi in ufficio per le classiche otto ore lavorative, perché il suo posto di lavoro sarà localizzabile ovunque ci sia una connessione alla rete aziendale o la possibilità di inviare file e messaggi.

La dotazione hardware minima consiste in un computer, connessione Internet a banda larga, periferiche che possono essere già incorporate nel PC (cuffia con microfono, webcam, scanner). L’utente compie un accesso tramite desktop remoto al proprio PC situato in ufficio con i relativi file e programmi, ovvero si connette dal PC di casa al server dell’azienda sul quale è installato e gira il software ERP. Le aziende che adottano una policy informatica di tipo Bring your own device (BYOD), consentono ai telelavoratori di usare il proprio cellulare e portatile, separando del tutto i dati personali da quelli aziendali (con partizioni logiche e fisiche dedicate). L’attuazione di programmi di telelavoro è facilitata se l’azienda già adotta il Cloud computing, per cui i dati e programmi risiedono e sono gestiti su server remoti cui i dipendenti si collegano dalla sede di lavoro.

Rispetto a una connessione effettuata in ufficio, l’utente noterà maggiori problemi di sicurezza e connessione più lenta perché si entra da un nodo esterno al dominio aziendale, ma con le stesse funzionalità di base di un database management system, richieste allo stesso software quando è gli utenti si trovano fisicamente negli uffici dell’azienda: autenticazione degli utenti, tracciabilità di tutte le operazioni (di visualizzazione, cancellazione, aggiornamento), gestione dei conflitti in un file condiviso e in modifica presso due o più utenti, storage/ back-up e punto di ripristino, eventuale trasmissione cifrata dei dati e firma digitale

Questa la circolare del ministro per incentivare il Telelavoro

La progressiva digitalizzazione della società contemporanea, le sfide che sorgono a seguito dei cambiamenti sociali e demografici o, come di recente, da situazioni emergenziali, rendono necessario un ripensamento generale delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa anche in termini di elasticità e flessibilità, allo scopo di renderla più adeguata alla accresciuta complessità del contesto generale in cui essa si inserisce, aumentarne l’efficacia, promuovere e conseguire effetti positivi sul fronte della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti, favorire il benessere organizzativo e assicurare l’esercizio dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, contribuendo, così, al miglioramento della qualità dei servizi pubblici.
L’attuale quadro normativo interviene sulla materia, prevedendo per le pubbliche amministrazioni apposite misure che, anche al fine di verificare gli effetti delle politiche pubbliche, richiedono un apposito monitoraggio.
Con la presente circolare si forniscono alcuni chiarimenti sulle modalità di implementazione delle misure normative e sugli strumenti, anche informatici, a cui le pubbliche amministrazioni possono ricorrere per incentivare il ricorso a modalità più adeguate e flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa.

2. Disciplina per la promozione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro nelle amministrazioni pubbliche
L’articolo 14 della legge 7 agosto 2015, n. 124 ha disposto l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di adottare, nei limiti delle risorse di bilancio disponibili a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, misure organizzative volte a fissare obiettivi annuali per l’attuazione del telelavoro e, anche al fine di tutelare le cure parentali, di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa che permettano, entro tre anni, ad almeno il 10 per cento dei dipendenti, ove lo richiedano, di avvalersi di tali modalità, garantendo che i dipendenti che se ne avvalgono non subiscano penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera.
La disposizione prevede che l’adozione delle predette misure organizzative e il raggiungimento degli obiettivi costituiscano oggetto di valutazione nell’ambito dei percorsi di misurazione della performance organizzativa e individuale all’interno delle amministrazioni pubbliche.

Le amministrazioni pubbliche, inoltre, adeguano i propri sistemi di monitoraggio e controllo interno, individuando specifici indicatori per la verifica dell’impatto sull’efficacia e sull’efficienza dell’azione amministrativa, nonché sulla qualità dei servizi erogati, delle misure organizzative adottate in tema di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti, anche coinvolgendo i cittadini, sia individualmente, sia nelle loro forme associative.
Per effetto delle modifiche apportate al richiamato articolo 14 della legge n. 124 del 2015 dal recente decreto-legge 2 marzo 2020, n. 9, recante “Misure  urgenti  di  sostegno  per  famiglie,  lavoratori  e  imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, è superato il regime sperimentale dell’obbligo per le amministrazioni di adottare misure organizzative per il ricorso a nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa con la conseguenza che la misura opera a regime.
La legge 22 maggio 2017, n. 81, recante “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinatoha introdotto, tra l’altro, misure volte a favorire una nuova concezione dei tempi e dei luoghi del lavoro subordinato, definendo il lavoro agile come modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.
Per il settore di lavoro pubblico, l’articolo 18, comma 3, della predetta legge n. 81 del 2017, prevede che le disposizioni introdotte in materia di lavoro agile si applicano, in quanto compatibili, anche nei rapporti di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, secondo le direttive emanate anche ai sensi dell’articolo 14 della legge 7 agosto 2015, n. 124 e fatta salva l’applicazione delle diverse disposizioni specificamente adottate per tali rapporti.

Per effetto delle integrazioni normative operate dalla legge di bilancio 2019, i datori di lavoro pubblici e privati che stipulano accordi per l’esecuzione della prestazione di lavoro in modalità agile sono tenuti in ogni caso a riconoscere priorità alle richieste che pervengono dalle lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del periodo di congedo di maternità previsto dall’articolo 16 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, ovvero dai lavoratori con figli in condizioni di disabilità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104.
In attuazione del richiamato articolo 14, comma 3, della legge n. 124 del 2015, è stata adottata la direttiva n. 3 del 2017, recante “Linee guida contenenti regole inerenti all’organizzazione del lavoro finalizzate a promuovere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti”. La direttiva, che è stata adottata sentita la Conferenza unificata, definisce gli indirizzi per l’attuazione delle predette misure e linee guida contenenti le indicazioni metodologiche per l’attivazione del lavoro agile, gli aspetti organizzativi, la gestione del rapporto di lavoro e le relazioni sindacali, le infrastrutture abilitanti per il lavoro agile, la misurazione e valutazione delle performances, la salute e la sicurezza sul lavoro.
Alla direttiva in questione si rinvia per i necessari approfondimenti.

Le modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa, tra le quali il lavoro agile,
sono altresì richiamate nella direttiva n. 1 del 25 febbraio 2020 con oggetto “Prime indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019 nelle pubbliche amministrazioni al di fuori delle aree di cui all’articolo 1 del decreto-legge n.6 del 2020” in cui tra l’altro le amministrazioni in indirizzo, nell’esercizio dei poteri datoriali, sono invitate a potenziare il ricorso al lavoro agile, individuando modalità semplificate e temporanee di accesso alla misura con riferimento al personale complessivamente inteso, senza distinzione di categoria di inquadramento e di tipologia di rapporto di lavoro.
Anche nel decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 1° marzo 2020 concernente ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, all’articolo 4, comma 1, lettera a) sono state introdotte ulteriori misure di incentivazione del lavoro agile.
Da ultimo, allo scopo di agevolare l’applicazione del lavoro agile quale ulteriore misura per contrastare e contenere l’imprevedibile emergenza epidemiologica, nel citato decreto-legge 2 marzo 2020, n. 9 sono previste misure normative volte a garantire, mediante Consip S.p.A., l’acquisizione delle dotazioni informatiche necessarie alle pubbliche amministrazioni al fine di poter adottare le misure di lavoro agile per il proprio personale.

3. Misure di incentivazione

Tra le misure e gli strumenti, anche informatici, a cui le pubbliche amministrazioni, nell’esercizio dei poteri datoriali e della propria autonomia organizzativa, possono ricorrere per incentivare l’utilizzo di modalità flessibili di svolgimento a distanza della prestazione lavorativa, si evidenzia l’importanza:

  • del ricorso, in via prioritaria, al lavoro agile come forma più evoluta anche di flessibilità di svolgimento della prestazione lavorativa, in un’ottica di progressivo superamento del telelavoro;
  • dell’utilizzo di soluzioni “cloud” per agevolare l’accesso condiviso a dati, informazioni e documenti;
  • del ricorso a strumenti per la partecipazione da remoto a riunioni e incontri di lavoro (sistemi di videoconferenza e call conference);
  • del ricorso alle modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa anche nei casi in cui il dipendente si renda disponibile ad utilizzare propri dispositivi, a fronte dell’indisponibilità o insufficienza di dotazione informatica da parte dell’amministrazione, garantendo adeguati livelli di sicurezza e protezione della rete secondo le esigenze e le modalità definite dalle singole pubbliche amministrazioni;
  • dell’attivazione di un sistema bilanciato di reportistica interna ai fini dell’ottimizzazione della produttività anche in un’ottica di progressiva integrazione con il sistema di misurazione e valutazione della performance.

4. Monitoraggio
Come indicato nella richiamata direttiva n. 3 del 2017, le amministrazioni sono tenute ad adottare tutte le iniziative necessarie all’attuazione delle misure in argomento, anche avvalendosi della collaborazione dei Comitati unici di garanzia per le pari opportunità, per la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni (CUG) e degli Organismo indipendente di valutazione della performance (OIV) secondo le rispettive competenze.
In particolare, le amministrazioni curano e implementano il sistema di monitoraggio previsto nella richiamata direttiva per una valutazione complessiva dei risultati conseguiti in termini di obiettivi raggiunti nel periodo considerato e/o la misurazione della produttività delle attività svolte dai dipendenti.

E’ importante ricordare che nella stessa direttiva si precisa che le amministrazioni, tramite apposito atto di ricognizione interna, individuano le attività che non sono compatibili con le innovative modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa, tenendo sempre presente l’obiettivo di garantire, a regime, ad almeno il 10 per cento del proprio personale, ove lo richieda, la possibilità di avvalersi di tali modalità.
Considerato il tempo trascorso dall’entrata in vigore della legge n. 124 del 2015 è auspicabile che, in esito al monitoraggio, le amministrazioni, nell’esercizio dei poteri datoriali e della propria autonomia organizzativa, verifichino la sostenibilità organizzativa per l’ampliamento della percentuale di personale che può avvalersi delle modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa, tra cui in particolare il lavoro agile, anche ricorrendo alle misure di incentivazione sopra descritte.
Si invitano le amministrazioni in indirizzo a comunicare al Dipartimento della funzione pubblica – a mezzo PEC al seguente indirizzo: protocollo_dfp@mailbox.governo.it – le misure adottate, coerentemente a quanto chiarito nella presente circolare, entro il termine di sei mesi.

Il monitoraggio da parte del Dipartimento della funzione pubblica è finalizzato a verificare gli effetti delle misure normative, anche al fine di eventuali interventi integrativi o modificativi sulla disciplina di riferimento e sulla direttiva n. 3 del 2017.

Il sorpasso delle donne medico

i dati elaborati dal Ced della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri ci dicono che gli uomini sono sempre la maggioranza tra il personale medico – 212.941, il 66%, contro 168.241 colleghe -, lo scenario cambia negli under 65: le donne sono 139.939, il 52,72%, gli uomini 125.476.

Sotto i 40 anni le donne costituiscono quasi il 60%, e, tra i 30 e 34 e 35 e 39 anni, arrivano quasi a ‘doppiare’ gli uomini.

Situazione ribaltata tra gli over 70, dove il numero di uomini è cinque volte quello delle colleghe: 45.293, a fronte di 9.108 donne. Addirittura sei volte, tra gli over 75. Ma se la tendenza è in crescita (lo scorso anno si contavano 210.713 uomini e 163.336 donne), diminuisce la forbice tra i neoiscritti: sotto i 30 anni si è vicini al pareggio.

Stando ai dati di Anaao-Assomed, alle donne appare ancora preclusa la possibilità di fare carriera: solo una su 50 diventa Direttore di Struttura Complessa e 1 su 13 responsabile di Struttura Semplice.

Passeggiata d’artista…

Non sono mai stato un Sorcino e difatti in questi giorni piango su Facebook la perdita di Elisabetta Imelio dei Prozac+ che hanno caratterizzato con la loro musica indie i miei anni 90, però riconosco a Renato Zero una carica di novità che negli anni 70/80 ha percorso il pop italiano e poi, nel proseguio della sua vita una serenità di giudizio e anche un affetto verso la sua città, Roma dove ha provato più volte di costruire le condizioni per avere una città della musica.

E così non mi stupisco della sua passeggiata nel centro di Roma il giorno dopo il DPCM che per la prima volta nella storia della Repubblica ha sospeso l’attività di scuole ed università ponendo di fatto limiti alla nostra vita quotidiana e costringendoci al confronto ravvicinato con un morbo che colpisce sia il corpo che l’economia e la socialità soprattutto del nostro paese. Come tutti gli artisti ha colto subito il rischio più grande. E cioè la socialità, quella dei concerti, dei teatri, del cinema, dell’incontro in piazza a Roma, anche del – perdonatemi la parolaccia- del sano “cazzeggio” tra amici sotto il sole, anche d’inverno, che permette di prenderti comunque una pausa da tutte le ansie e le sofferenze di ogni giorno.

Questo virus ci costringerà per forza di cose a guardare il nostro Paese, e in prospettiva politica anche a discutere di come il coordinamento delle regioni, il rapporto con lo Stato, sia stato affrontato; di quali sono le strutture sanitarie e come funzionano, ma certo questi sono discorsi del domani, adesso c’è l’emergenza.

In questa emergenza che nasconde però- e speriamo di imparare a discuterne- tante altre emergenze che ogni anno affrontiamo magari senza la giusta mentalità e la giusta unità del paese: penso ai circa 3000 morti sulle strade( nel 2019 con +7% invertendo la rotta che era in diminuzione degli anni passati); ai 120.000 infartuati di ogni anno ( e molti grazie sempre alla pubblica sanità si salvano oggi) e 185.000 italiani colpiti da ictus….. E bene, in questa emergenza in cui siamo costretti a fare i conti con noi stessi con queste difficoltà di un anno che lasciamo correre sotto i nostri occhi questa passeggiata nella città è un gesto che forse dovrebbe essere guardato con attenzione della politica, anche soprattutto da quella romana così presa delle piccole questioni di ogni giorno e da una certa insensibilità a cambiare forse dovuta all’eternità della città ma anche ad un calo grave, una sorta di immunodepressione delle virtù civiche.

Se c’è una colpa che va fatta a questo Sindaco al di là di ogni singola questione su cui si può discutere è proprio l’aver fatto regredire il popolo romano nelle sue virtù civiche lasciando spazio all’idea che ogni quartiere sia abbandonato a se stesso, che ogni esistenza non è dentro la comunità romana, ma è singola e per certi versi disperata e disperante quando tocca le punte basse e le debolezze della povertà oppure dell’incomunicabilità.

La passeggiata di Renato Zero è certo un gesto d’artista, nulla più. Ma anche nulla di meno. E dovrebbe farci riflettere sulla necessità che una passeggiata per la città la facciano anche tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa grande metropoli che avrebbe bisogno di unità, di coerenza e di coraggio da dimostrare proprio in questi giorni più difficili per portarlo con sè magari – rinnovati nello spirito- anche nelle proposte che possano guardare ad un futuro migliore. Per tutti, per una comunità. per una città che merita di essere migliore.

Roma,”terzium non datur”

In questi giorni Roma si dibatte nell’ambiente sociale ed economico creato dalla presenza nella città del Corona-virus, difendendosi,peraltro, con energia, scienza e coscienza e limitando, fino ad ora ,i danni sul piano medico e su quello clinico.
Non è un pessimo risultato, questo, in specie se si considera il particolare ed unico contesto rappresentato dalla Capitale, nella quale avrebbero potuto incidere,e potrebbero ancora nel prossimo futuro, elementi strutturali e sovrastrutturali preoccupanti in termini di potenzialità e di possibilità di trasmissione del virus.

La Metropolitana insufficiente, la Rete Tramviaria tra le più estese in Europa, l’Università con il maggior numero di iscritti del Vecchio Continente, il il Nosocomio con il maggior numero di posti-letto,i Siti culturali,Turistici ed Archelogici, per citarne soltanto alcuni.
In questo clima psicologico,purtuttavia,prende ogni giorno più piede il dibattito sul futuro, ormai non lontano, della Amministrazione della città e dei suoi Municipi.
La tragicomica esperienza della Sindaca Virginia Raggi si avvia ad una fine che di non inglorioso sembra far registrare esclusivamente la durata, che,in realtà, nessun osservatore aveva previsto potesse protrarsi fino alla scadenza naturale della Consiliatura.

Fattore, quest’ultimo, che dovrebbe obbligare a qualche seria riflessione le forze della opposizione capitolina nella prospettiva della individuazione e della presentazione di una valida proposta di alternativa alla ventilata ricanditatura di Virginia Raggi e,comunque,a quella di un esponente del M5S, oggi partito apparentemente in caduta libera e quindi non in grado di giocare un ruolo importante nella partita per il Campidoglio,se non per il sostegno da dare,forse,ad uno dei due competitors al probabile ballottaggio finale.

Tra poco più di un anno, quindi,potrebbe riproporsi il confronto Sinistra-Destra e da qualche tempo ormai iniziano a girare, al riguardo, i nomi di possibili candidati, con la Destra che dovrà sciogliere il nodo della appartenenza del candidato tra un esponente della Lega,intenzionata ad aprire un suo fronte anche nella Città Eterna ed un rappresentante di Fratelli d’Italia, che a Roma ha storicamente sempre avuto una presenza evidente e da tutti riconosciuta.

A Sinistra, almeno per quanto attiene alla appartenenza del candidato Sindaco, la situazione appare decisamente più semplice,non essendo in discussione la primazia del Partito Democratico in ordine alla indicazione del candidato, seppur filtrato,secondo Statuto,da Primarie di partito o di coalizione.
Le complicazioni, per il Partito Democratico e per la probabile coalizione di Sinistra si appaleseranno al momento della individuazione del candidato medesimo, che, a meno di provvedimenti in deroga, dovrebbe comunque cercare e ricevere una conferma sul suo nome presso l’elettoratoche si recherà al voto alle Primarie.
Siamo, dunque,alle prime schermagli,ma diverse ipotesi sono già state formulate, ed alcune, ma non tutte, sono state puntualmente rigettate.

Carlo Calenda, uscito dal Partito Democratico subito dopo ultime le Elezioni Europee nelle quali è stato eletto nelle liste dello stesso Partito Democratico, considerato un candidato potabile in molti ambienti della Sinistra, forse più dall’elettorato che dall’apparato, ha cortesemente rinunciato ad ogni opzione in tal senso dichiarandosi molto a strutturare ed organizzare “Azione”, il partito da lui recentemente fondato.
Quasi contemporaneamente alla ribadita rinuncia di Carlo Calenda, in area Partito Democratico è stato fatto il nome, prestigioso, di Enrico Letta.

L’ex Presidente del Consiglio dei Ministri ha prontamente respinto l’assalto motivando il suo No con il suo “non essere romano” e con l’impegno da mantenere fino alla fine con la Scuola di Politica a Parigi.
L’unico a non rigettare a priori possibilità di una sua candidatura a Sindaco di Roma è stato,correttamente e coerentemente, Roberto Morassut, deputato, attualmente Sottosegretario all’Ambiente, ex Assessore nelle Giunte Veltroni, uomo di partito e di esperienza politica ed amministrativa.
Per molti il candidato naturale.

Ma il vero problema che si presenterà a breve al Partito Democratico sarà costituito dalla natura e dalla struttura della coalizione della quale si metterà a capo e da quale progetto di città intenda proporre ai romani.
Se il Partito democratico vorrà nutrire qualche speranza di rovesciare il tavolo e tornare al vertice della Amministrazione della città e della Area Metropolitana sarà necessario non limitarsi ad indicare agli elettori il nome di un candidato che potrebbe essere uno di quelli sopra citati o quello, rivoluzionario per Roma, di una donna come Sabrina Alfonsi, Presidente del 1° Municipio ,o Patrizia Prestipino, deputata al Parlamento, ex Assessore Provinciale ed ex Presidente dell’attuale 9° Municipio.

Entrambe preparate, capaci e sicuramente portatrici di elementi di forte innovazione politica ed amministrativa.
No, non basterà un nome, anche il migliore sulla piazza e nemmeno, per paradosso, quello di Renato Zero, come su qualche social viene suggerito dopo la sua intervista rilasciata l’altro ieri ala stampa nazionale.
Sarà necessario, per il Partito Democratico, presentarsi agli elettori romani con la forza tranquilla di una proposta politica moderna plurale, liberale, aperta alle istanze di tutte le componenti, culturali e sociali, economiche e finanziarie, produttive e burocratiche, centrali e periferiche, che hanno fatto di Roma un unicum al mondo.

Il modello “Gualtieri” trasferito dalla Zona a Traffico Limitato a Torbellamonaca, a Montespaccato, a San Basilio e a Prima Porta.
O fare così o assistere al quinquennio del declino finale della “Caput Mundi”.
Terzium non datur.

8 marzo. Perché la mimosa?

L’idea di una giornata internazionale dedicata alle donne nacque nel febbraio del 1909, quando gli Stati Uniti, su iniziativa del Partito Socialista Americano, cominciarono a porsi un dilemma: “è necessario istituire un simbolo dell’emancipazione femminile?”. Nel settembre del 1944 l’UDI (Unione Donne in Italia) lavorava per concertare i festeggiamenti per una giornata interamente dedicata alla donna.

L’8 marzo fu fortemente voluto dai componenti del PCI, del PSI e del Partito d’Azione, come ricorrenza che rimandasse, anno dopo anno, al sacrificio culturale e politico del genere femminile, nel suo tentativo di autodeterminazione da quello maschile, fortemente radicato all’interno della società occidentale, grazie a secoli di cultura fondata sul patriarcato, retto nel trinomio “Dio, Patria e Famiglia”.

Due anni dopo, in occasione della vigilia di quella nuova festa “privata”, la pedagogista Teresa Mattei, l’ex partigiana Teresa Noce e la comunista Rita Montagnara proposero la Mimosa come fiore simbolo di quella giornata, in alternativa ad altri come, ad esempio, la rosa. La mimosa, pianta acacia, particolarmente resistente, rimanda alla Resistenza (quella della pianta ma anche a quella politica) poiché, anche se bruciata, la pianta spesso rinvigorisce. E’ anche un simbolo molto utilizzato dagli ambienti liberali e filomassonici, gruppi che sostennero particolarmente sia l’antifascismo che l’emancipazione femminile. Tuttavia la festa rimase solo una commemorazione privata.

Negli anni ’50 distribuire le mimose in strada era proibito, perché considerato un atto contro l’ordine pubblico. Le attiviste del movimento femminista italiano compresero da subito l’alto valore simbolico della mimosa, il potente messaggio che, ancora una volta, turbava i delicati nasi dell’ambiente politico, a quel tempo ancora fortemente dominato da uomini conservatori.

Fu soltanto nel ’72 che la manifestazione ebbe un rilievo nazionale, appoggiata da gran parte del mondo politico e culturale. L’8 marzo di quell’anno venne celebrata nell’evocativa piazza di campo de’ Fiori (sede della statua di Giordano Bruno) la festa delle donne, alla presenza dell’attrice newyorkese Jane Fonda, ancora oggi impegnata, dopo tanti anni, nell’attivismo politico e sociale. Buona festa a tutte le donne. A voi tutte un pensiero, una mimosa, un bacio sulla mano.

Un bando per le nuove “Case delle tecnologie emergenti”

Il Ministero dello Sviluppo economico ha avviato la procedura di selezione di ulteriori progetti di ricerca e sperimentazione riguardanti il Programma di supporto alle tecnologie emergenti. L’avviso pubblico prevede di destinare 25 milioni di euro per la realizzazione di nuove Case delle Tecnologie, dopo quella avviata a Matera, lo scorso dicembre, con la convenzione firmata dal Ministro Stefano Patuanelli e dal sindaco della città lucana.

Tali progetti potranno essere presentati dalle Amministrazioni comunali oggetto di sperimentazione 5G entro le ore 12 del 1 giugno 2020, con l’obiettivo di creare una rete di Case delle Tecnologie per sostenere il trasferimento tecnologico verso le PMI con l’utilizzo del Blockchain, dell’IoT e dell’Intelligenza Artificiale e la creazione di start-up.

Il MiSE, a partire dal 2019, ha avviato un Programma di supporto alle tecnologie emergenti con l’obiettivo di realizzare progetti di sperimentazione, ricerca applicata e trasferimento tecnologico, basati sull’utilizzo delle tecnologie emergenti collegate allo sviluppo delle reti di nuova generazione 5G. A tale programma è stato destinato un finanziamento di 40 milioni di euro per le Case delle tecnologie emergenti e di 5 milioni di euro per i progetti di ricerca basati sull’utilizzo delle tecnologie emergenti collegate allo sviluppo delle reti di nuova generazione e selezionati a gennaio 2020.

Marte e il mistero del “buco”

L’insolito foro marziano, situato sulle pendici del vulcano  Pavonis Mons, è stato immortalatonel 2011 dallo strumento HiRISE, montato a bordo della sonda Mars Reconnaissance Orbiter (Mro).

Nell’affascinante scatto si può osservare l’apertura presente sul terreno, che sembra essere l’ingresso di una caverna .

Non è ancora chiaro perché il buco sia circondato da un cratere, ma l’attenzione viene rivolta anche alla probabile caverna, la cui esistenza sembrerebbe confermata dai giochi di ombre visibili nella foto, per la quale il foro fungerebbe da porta di accesso. I ricercatori hanno analizzato l’immagine a più riprese, arrivando a stimare un possibile diametro di 35 metri per l’apertura e una profondità di circa 20 metri per la caverna sottostante.

Nella descrizione dello scatto marziano, la Nasa afferma esplicitamente che “buchi del genere sono di particolare interesse perché le grotte interne sono relativamente protette dalle dure condizioni della superficie del pianeta, rendendo questi luoghi buoni candidati per ospitare la vita su marte.

Eurostat: l’Italia al top per protezione sociale

Nel 2018, la spesa pubblica totale nell’Unione europea è stata pari al 46,7% del prodotto interno lordo (Pil).  Una quota che è costantemente diminuita dal 2012, quando si attestava al 49,7% del Pil. Tra le principali funzioni della spesa delle amministrazioni pubbliche nell’Ue, la “protezione sociale” è la più importante, equivalente al 19,2% del Pil nel 2018.

A seguire, i settori più importanti sono la “salute” (7,0%), “i servizi pubblici generali” (6,0%) come gli affari esteri e le operazioni di debito pubblico, “istruzione” (4,6%) e “affari economici” (4,4%).

Seguono le funzioni “ordine pubblico e sicurezza” (1,7%), “difesa” (1,2%), “ricreazione, cultura e religione” (1,1%), “protezione ambientale” (0,8%) e “alloggi e servizi per la comunità” (0,6 %) hanno pesi più limitati. Questi sono alcuni dei dati frutto di una pubblicazione online di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea.

La protezione sociale ha rappresentato il settore più importante della spesa delle amministrazioni pubbliche nel 2018 in tutti gli Stati membri. La quota di spesa per la protezione sociale legata alla vecchiaia è più alta in Grecia e Finlandia e più bassa in Irlanda.

Il rapporto tra spesa pubblica per la protezione sociale e Pil variava tra gli Stati membri da meno del 10% in Irlanda (9,0%) a quasi un quarto in Finlandia (24,1%) e Francia (23,9%).

Cinque Stati membri – Finlandia, Francia, Danimarca, Italia e Austria – hanno dedicato almeno il 20% del Pil alla protezione sociale, mentre Irlanda, Malta, Lettonia, Romania, Bulgaria e Repubblica Ceca hanno speso ciascuna il 12% del Pil, o meno, per la protezione sociale.

Coronavirus. Mattarella: «Servono condivisione, concordia e unità di intenti»

«Care concittadine e cari concittadini,

l’Italia sta attraversando un momento particolarmente impegnativo. Lo sta affrontando doverosamente con piena trasparenza e completezza di informazione nei confronti della pubblica opinione.

L’insidia di un nuovo virus che sta colpendo via via tanti paesi del mondo provoca preoccupazione. Questo è comprensibile e richiede a tutti senso di responsabilità, ma dobbiamo assolutamente evitare stati di ansia immotivati e spesso controproducenti.

Siamo un grande Paese moderno, abbiamo un eccellente sistema sanitario nazionale che sta operando con efficacia e con la generosa abnegazione del suo personale, a tutti i livelli professionali.

Supereremo la condizione di questi giorni. Anche attraverso la necessaria adozione di misure straordinarie per sostenere l’opera dei sanitari impegnati costantemente da giorni e giorni: misure per l’immissione di nuovo personale da affiancare loro e per assicurare l’effettiva disponibilità di attrezzature e di materiali, verificandola in tutte le sedi ospedaliere.

Il Governo – cui la Costituzione affida il compito e gli strumenti per decidere – ha stabilito ieri una serie di indicazioni di comportamento quotidiano, suggerite da scienziati ed esperti di valore.

Sono semplici ma importanti per evitare il rischio di allargare la diffusione del contagio.

Desidero invitare tutti a osservare attentamente queste indicazioni: anche se possono modificare temporaneamente qualche nostra abitudine di vita.

Rispettando quei criteri di comportamento, ciascuno di noi contribuirà concretamente a superare questa emergenza.

Lo stanno facendo con grande serietà i nostri concittadini delle cosiddette zone rosse. Li ringrazio per il modo con cui stanno affrontando i sacrifici cui sono sottoposti.

Desidero esprimere sincera vicinanza alle persone ammalate e grande solidarietà ai familiari delle vittime.

Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti nell’impegno per sconfiggere il virus: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana della società, nei mezzi di informazione.

Alla cabina di regia costituita dal Governo spetta assumere – in maniera univoca- le necessarie decisioni in collaborazione con le Regioni, coordinando le varie competenze e responsabilità. Vanno, quindi, evitate iniziative particolari che si discostino dalle indicazioni assunte nella sede di coordinamento.

Care concittadine e cari concittadini, senza imprudenze ma senza allarmismi, possiamo e dobbiamo aver fiducia nelle capacità e nelle risorse di cui disponiamo.

Dobbiamo e possiamo avere fiducia nell’Italia».

#Coronavirus uscirne più forti? Dipende da noi

Un arcobaleno sul cielo di Roma (ben visibile mercoledì pomeriggio) lascia alla cittadinanza smarrita un segno e una speranza. Anzitutto, di uscirne più forti, di “ricominciare a vivere”. Una lunga passeggiata a piedi, da piazza San Giovanni alla stazione Termini, conferma la sensazione — di inquietudine ma soprattutto di tenuta — che emerge leggendo i giornali e ascoltando i notiziari. In effetti, Roma è semideserta, ma non è nel panico.
Questo Ferragosto surreale (anticipato a marzo) provoca un senso di disagio, di spaesamento, una doverosa preoccupazione per l’economia, un legittimo timore per il contagio; ma dà anche il senso di una città che deve e vuole reagire.

Come sappiamo, San Luigi dei Francesi era stata chiusa (ora è riaperta). Altri edifici di culto sono aperti per chi entra a pregare, che poi è il principale motivo per cui si dovrebbe andare in chiesa, al di fuori della Messa. Le mascherine sono terminate, ma le farmacie non sono sguarnite. Qualcuna assicura che sta finalmente arrivando pure l’Amuchina (come nel bellissimo video della parodia di Gomorra). I supermercati non sono presi d’assalto; in alcuni si nota una tendenza all’accaparramento, che rivela abitudini alimentari e stili di vita molto particolari. I ristoranti sono ovunque semivuoti. E’invece frenetico l’andirivieni dei rider in bicicletta (uno dei quali, dall’aspetto asiatico, è stato apostrofato da una signora: “tornatene al tuo Paese di m…”). L’unico luogo di assembramento sembra essere la stazione Termini. Ho visto con i miei occhi passeggeri in lacrime nel tentativo (attualmente vano) di chiamare l’apposito numero per i rimborsi dei viaggi.

Ci sono anche la rabbia e la protesta, per la situazione generale. Quasi nessuno crede che l’Italia sia il Paese più colpito solo perché è l’unico che fa seriamente i tamponi e perché ha una struttura di eccellenza come lo Spallanzani. C’è chi sostiene che il virus sia stato sottovalutato, come se il problema fosse fare scorpacciate pubbliche di riso cantonese per rassicurare i cittadini, anziché metterli in sicurezza. C’è chi invoca un’autorità unica e protocolli unici, che forse avrebbero evitato l’errore fatale commesso all’ospedale di Codogno, che ha innescato il Coronavirus in Italia. C’è anche chi teme che le misure siano forse eccessive e di sicuro deprimenti per l’economia del Paese.

In questi giorni, molti esprimono pubblicamente la propria sofferenza (quasi sempre attraverso i social network). La sofferenza dell’artista rimasto senza pubblico, del medico e dell’infermiere che si ritrovano in prima linea come e più di sempre. E la sofferenza dell’anziano, che vede la morte dei suoi coetanei declassata a evento “inevitabile”, talvolta salutato dai media con un certo sollievo. Inutile girarci intorno: è iniziata una battaglia contro un nemico, ancora poco conosciuto. E la scintilla non poteva che iniziare nell’area più dinamica del Paese, quella più aperta alla Cina e al resto del mondo, anche se il nemico ha colpito non nel cuore ma nelle aree periferiche di quella grande e unica metropoli che è la pianura Padana.

La battaglia non potrà che essere vinta, sia pure a un prezzo che oggi non siamo ancora in grado di valutare e che non dipende del tutto da noi. In questo contesto, quale futuro è possibile per Roma? La consapevolezza della nostra debolezza non potrà che renderci più forti. Presi uno per uno siamo fragili e condannati alla finitezza. Tutti insieme, come cittadini, vinceremo anche questa sfida. E sì che Roma, in duemila anni di Storia, ne ha viste tante.

Renato Zero Sindaco?

Milioni di italiani ieri incollati davanti alla televisione, sconcertati, increduli e spietatamente diventati diffidenti l’uno dell’altro. Nord, Centro e Sud in guerra per l’attribuzione dell’inizio della diffusione dei vari focolai all’interno della nostra nazione.

L’Europa e i resto del mondo che attribuisce sempre più le responsabilità di “untura” agli italiani. Ecco come si presenta lo scenario italiano dopo il discorso di Conte. Sembra che ci voglia un attimo per distruggere la tessitura dei rapporti sociali e umani in una società moderna come la nostra, poiché l’isolamento e la diffidenza affondano inesorabilmente tutti i rapporti sociali e umani.

A Roma, ieri, fortunatamente abbiamo avuto una voce che si è sollevata da questa appestata atmosfera di contagio, quella di un artista romano che è sempre stato coinvolto in manifestazioni a favore della socialità e umanità e che ha sempre ribadito, anche nelle sue canzoni, i concetti di amore, fratellanza, sensibilità e di fragilità dei comportamenti umani, Renato Zero. E per questo trovo veramente “azzeccata” l’attribuzione a “defensor urbis” a Renato Zero da parte di Lucio D’Ubaldo e alla spettanza di un giusto posto d’onore in Campidoglio che rappresenti degnamente i cittadini romani.

E si perché io francamente qualcosa del genere me lo sarei innanzitutto aspettato dal nostro Sindaco di Roma che invece molto silenziosamente e con grande diffidenza affronta le urgenze del suo Comune. A breve cominciamo a parlare di elezioni per un nuovo sindaco che possa far crescere la speranza di rimettere in moto questa città con e senza coronavirus, e per me che sono un musicista, chissà anche Renato Zero non dispiacerebbe.

Coronavirus, il video-messaggio del premier Conte

Renato Zero dà una grande lezione su come vincere la paura del virus

Conte ha parlato alla nazione e le sue parole hanno avuto l’effetto – almeno così sembra – di stabilizzare il battito del cuore di un governo fino a poche ore prima ansioso e fibrillante. Il Presidente del Consiglio ha pronunciato una frase che riassume tutto il senso della sua comunicazione volta a dare ossigeno morale alla scelta di massima prevenzione e cautela: “Ci rialzeremo”.

Si vedrà subito se questo sforzo di rasserenamento e determinazione gioverà anzitutto alla maggioranza e se, in parallelo, prenderà forma un atteggiamento più equilibrato dell’opposizione. Infatti, anche ammesso che le misure anti-contagio non fossero ritenute valide, vuoi per eccesso o vuoi per difetto, un Paese consapevole della gravità del momento non ha altra via se non quella di adottare un comportamento disciplinato. Per questo Salvini, Meloni e Berlusconi hanno la responsabilità di concorrere, senza confusioni di ruolo, al rafforzamento della coesione del quadro politico e parlamentare.

Quale sarebbe l’alternativa? L’idea di un nuovo governo, solo per andare al voto anticipato con lo spariglio delle posizioni attuali, si è rivelata implausibile o perlomeno sgraziata. L’emergenza non si affronta con il bilancino dei vantaggi e delle perdite per ogni singolo soggetto coinvolto. Sicuramente prevarrà il buon senso e la serietà, dal momento che il virus mette alla prova la tenuta della classe dirigente nel suo complesso.

In questo contesto, la speranza è che il numero dei contagiati cominci a scendere, in misura apprezzabile, così da riattivare il meccanismo della fiducia e dell’ottimismo. Al tempo stesso è importante che aumenti la quota delle guarigioni, come già si è palesato nella giornata di ieri. In ogni caso, il Paese non può fermarsi, come d’altronde è il mondo a non potersi fermare.

Chi dimostra coraggio, spendendo un po’ della sua notorietà per lanciare una nota – essendo egli un cantante – a sostegno della ripresa anzitutto morale del Paese, è certamente Renato Zero. L’intervista sul “Foglio” di stamane pecca, in alcuni passaggi, di quel facile approccio scapigliato (”non prendo nessuna precauzione”) di cui spesso si ammantano gli uomini di spettacolo. E però il suo slancio, dettato da un istinto d’amore, sormonta ogni ragionevole critica.

“Quello che mi spaventa – ha detto l’artista – è le persone chiudersi in casa, isolarsi, essere diffidenti verso gli altri”. È bello registrare che dinanzi alla psicosi collettiva per l’incontrollabile dinamica del virus si alzi una voce sulla felice contagiosità di un sentimento approntato a senso di reciproca apertura, per vincere la paura con il ripudio della diffidenza.

Renato Zero si guarda intorno e indica nel comportamento dei romani – un misto di religiosità fatalismo e bon vivre – la conferma di quanto sia invincibile la propensione alla socievolezza e di come venga vissuta, all’insegna di una sana ironia, la temibile emergenza dell’oggi.

Abbiamo trovato il defensor urbis che meriterebbe un posto d’onore in Campidoglio e per estensione, in questo affannoso aggrapparsi alle ragioni della speranza, il riconoscimento unanime degli italiani.

2020. L’anno della paura?

Il 2020 è appena iniziato e sta mettendo a dura prova i nervi dell’umanità, questa strana specie attecchita, chissà come, su un globo terracqueo sperduto in una galassia. Un po’ di ironia non guasta, sempre che ci faccia riflettere su quanto siamo relativi per la natura. Dobbiamo imparare non a minimizzare le nostre preoccupazioni; ma nemmeno a far di un topo una montagna. Il giusto mezzo, argomento di aristotelica memoria, sembra lontano, tanto quanto il ricordo di quei devastanti incendi che bruciarono prima la Cattedrale di Notre Dame, dopo, le grandi foreste australiane.

Le immagini di canguri fiammeggianti e di koala ustionati commossero quel mondo che non si esime dallo sprecare tonnellate di cibo e di plastica. L’anno del topo, per il calendario cinese, o anno bisestile, funesto per eccellenza, incute timore anche ai meno suscettibili di superstizione. La folla oceanica di siriani che si abbatte, come un’onda, sui confini della Grecia, a causa dell’aggressivo assetto internazionale non facilitato dalla Turchia, costringe l’Unione Europea a “ringraziare” gli opliti greci per il loro impegno nei respingimenti, anziché concertare l’opportuno aiuto verso migliaia di esuli, in cerca di un letto, di pace e di cibo.

A proposito di cibo, anche l’Africa, nonostante i suoi singulti di crescita economica, non se la passa bene, a causa di un biblico sciame di locuste che, ai primi di febbraio, ha devastato i raccolti del Corno d’Africa. Non paghi, gli insetti si sono spostati in Congo, ed ora avanzano, inesorabili, verso i granai dell’Iran.

Un tempo il continente africano era falcidiato dalle malattie, ora fortunatamente tenute a bada dai vaccini e dai corridoi sanitari. Eppure pare che il problema si sia soltanto spostato. E’ il caso del Coronavirus cinese. Il virus che si è già evoluto in un nuovo ceppo pare si stia espandendo, con ampie possibilità di cura ma anche con una virulenza non comune. Tanto è bastato al Coronavirus per bloccare intere rotte aeree, come anche chiudere scuole e università, per evitare quanto più possibile il contagio.

Sullo sfondo di questa nuova peste abbiamo anche due Papi. Sembra di essere nel ‘300. Distratti dalla pandemia non ci siamo accorti che, pochi giorni fa, un grande asteroide, non molto distante dalla Luna, ha attraversato il nostro spazio, ricordandoci leopardianamente che la natura non ci è né alleata né nemica: ci è indifferente.

Ma l’umanità, tendente a una memoria a breve termine, cercherà di lasciarsi dietro anche queste sciagure. D’altronde non sono certo la fine del mondo. Fra due o tre mesi sarà tutta acqua passata sotti i ponti. Sperando che non siano sotto appalto dei Benetton.

Marzo 1965 : Come cambio’ la lotta per i diritti civili negli stati uniti

Non erano bastati l’omicidio di JFK e l’ondata di violenza che interessò alcune zone del Sud degli Stati Uniti a fermare i movimenti antisegregazionisti dei cittadini di colore, i quali caratterizzarono tutta una fase della storia americana della seconda metà del XX secolo.

I primi anni Sessanta, contraddistinti dalla tragedia sfiorata dei missili russi diretti verso le coste cubane che fece temere il peggio, furono quelli che impressero una svolta decisiva all’integrazione degli afroamericani nel tessuto sociale e legislativo statunitense, che pure aveva – come sappiamo – mostrato una certa (e a tratti feroce) resistenza nei confronti del raggiungimento della parità dei diritti dei “niggers”.

E mentre continuava ad acquisire grande popolarità la figura del pastore protestante Martin Luther King, leader indiscusso e icona dell’attivismo nero, il neo-Presidente Lindon Johnson si rese protagonista, per quanto fu nelle sue possibilità, dell’ampliamento di alcuni progetti di legislazione sociale pianificati anni prima da Kennedy: tra questi, l’assistenza medica ai meno abbienti e i sussidi ai poveri.

E’ in questo contesto che diversi episodi legati alle contestazioni in terra statunitense si trasformarono in veri e propri simboli destinati a fare storia, e non solo in ambito politico e sociale, ma anche nel costume e nella letteratura. Chi non ricorda le marce organizzate e compiute dagli afroamericani e il grande dibattito (oltre agli scontri) che queste provocarono in tutto il mondo? Chi non ricorda la lotta ideale del grande Mohammed Alì, disposto a rimetterci la libertà e i titoli sportivi conquistati sul campo pur di rivendicare la piena libertà dei più deboli e degli emarginati?

Correva il 7 marzo del 1965. L’imperativo era quello di ottenere, da parte dei neri, il diritto al voto previa registrazione alle liste elettorali. Con questa idea, pochi manifestanti di Selma diedero luogo a un corteo più o meno spontaneo che fu respinto a manganellate e a lacrimogeni dalle forze dell’ordine (con l’intervento violento del KKK). Quella dimostrazione fu denominata “The bloody Sunday”, e si trattò solo di un anticipo. La seconda marcia, effettuata appena due giorni dopo, fu più partecipata (ne furono protagoniste oltre duemila persone) e si contraddistinse per la ormai manifesta intenzione di dirigersi – anche in senso allegorico – da Selma a Montgomery, capitale dell’Alabama.

Vi prese parte lo stesso King, nonostante continuasse a ricevere minacce di morte. Stavolta il gruppo arrivò a Edmund Pettus Bridge, un ponte dell’area di Selma divenuto a sua volta un simbolo poiché negli scontri perse la vita il pastore bianco James Reeb, convinto fautore dei diritti universali degli afroamericani. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. La terza marcia, indetta per il 21 marzo, venne autorizzata e protetta dalla polizia, dall’esercito e addirittura dall’Fbi.

Il corteo, durante il tragitto, si ingrossò, sino a raggiungere le oltre ventimila unità. La processione si concluse a Montgomery il 25 marzo, giorno in cui King pronunciò il suo atteso discorso a favore dell’integrazione. Da quella data, la lotta per i diritti civili e costituzionali avviata negli Stati Uniti assicurò un po’ di più agli individui di ogni razza e sesso la possibilità di manifestare la propria volontà durante le elezioni. E probabilmente, da quel giorno, gli Stati Uniti non furono più gli stessi.

Economia: L’Istat, conferma la stima della diminuzione del Pil nel quarto trimestre 2019

Nel quarto trimestre del 2019 il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente ed è aumentato dello 0,1% nei confronti del quarto trimestre del 2018.

Nei dati diffusi il 31 gennaio 2020 si era registrata la stessa diminuzione dello 0,3% del Pil, mentre la crescita tendenziale era risultata nulla.

Il quarto trimestre del 2019 ha avuto due giornate lavorative in meno del trimestre precedente e lo stesso numero di giornate lavorative rispetto al quarto trimestre del 2018.

La variazione acquisita per il 2020 è pari a -0,2%.

Rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna registrano diminuzioni, dello 0,2% per i consumi finali nazionali e dello 0,1% per gli investimenti fissi lordi.

Le importazioni si sono ridotte dell’1,7% e le esportazioni sono cresciute dello 0,3%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito negativamente per 0,2 punti percentuali alla crescita del Pil, con -0,1 punti dei consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private ISP e un contributo nullo sia degli investimenti fissi lordi, sia della spesa delle Amministrazioni Pubbliche (AP). Anche la variazione delle scorte ha contribuito negativamente alla variazione del Pil, per 0,7 punti percentuali, mentre il contributo della domanda estera netta è risultato positivo per 0,6 punti percentuali.

Si registrano andamenti congiunturali negativi sia per il valore aggiunto dell’industria sia per quello dei servizi, diminuiti rispettivamente dell’1,2% e dello 0,1%, mentre il valore aggiunto dell’agricoltura è cresciuto dell’1,4%.

Nasce la banca per gli alberi

“Stiamo costituendo, primi al mondo, una banca per gli alberi, chiedendo al sistema bancario di finanziare, insieme al Ministero, la piantumazione di alberi in Italia. L’alta finanza deve iniziare a scendere in campo al fianco dei cittadini, lo vuole fare, e abbiamo già costituito un gruppo di lavoro con loro”. Lo ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa nel corso della presentazione della giornata ‘M’illumino di meno’, in programma il 6 marzo prossimo.

“I mutamenti climatici ci aggrediscono, ma l’Italia è in prima linea – ha affermato il Ministro – Siamo anche tra i primi finanziatori del ‘green wall’, il muro verde nell’Africa sub sahariana: 8 mila chilometri di deserto, una muraglia verde che attraverserà venti Paesi, nel cui territorio interverremo insieme alle Nazioni Unite piantando non meno di due miliardi di alberi, per restituire un clima diverso”.

Costa ha poi spiegato che nella legge clima è prevista una norma sulla riforestazione comunale: “Oggi ogni Comune può, con i fondi delle aste verdi, che i grandi inquinatori pagano per compensare dal punto di vista ambientale territori e cittadini, piantumare alberi. La riforestazione urbana è legge dello Stato, finanziata dal Ministero dell’Ambiente”.

Il Ministro ha poi aggiunto che arriverà a breve la firma delle “nuove linee di indirizzo sul verde urbano, che daranno la possibilità ai cittadini, ove i Comuni aderiscano, di partecipare al processo decisionale per la sostituzione degli alberi che vengono rimossi per motivi strutturali o per l’esistenza di una patologia, attraverso dei mini-referendum urbani”.

Infine, un cenno all’importanza della formazione in materia di ambiente: “La Rai è informazione e formazione ambientale – ha spiegato Costa – e sono fiero di annunciare che da settembre la formazione ambientale entrerà nelle nostre scuole. Siamo il primo Paese al mondo a prevederlo, è un orgoglio italiano che voglio reclamare ad alta voce”.

L’endocardite batterica

Per endocardite si intende uno stato infiammatorio dell’endocardio, il tessuto che riveste le cavità interne e le valvole del cuore; in particolare, i tessuti endocardici maggiormente coinvolti nella malattia infettiva risultano essere le valvole cardiache.

L’endocardite batterica si verifica quando i microrganismi provenienti da altri distretti del corpo, come pelle, cavità orale, intestino o tratto urinario, diffondono attraverso il flusso sanguigno e raggiungono il cuore.

In condizioni normali, il sistema immunitario riconosce e difende l’organismo dagli agenti infettivi, i quali – anche se riuscissero a raggiungere il cuore – risulterebbero innocui, attraversandolo senza causare un’infezione. Tuttavia, se le strutture cardiache sono danneggiate, come conseguenza di febbre reumatica, difetti congeniti o altre malattie, possono subire l’aggressione dei microrganismi. In queste condizioni, per i batteri penetrati nell’organismo attraverso il circolo sanguigno è più facile attecchire nel rivestimento interno del cuore, superando la normale risposta immunitaria alle infezioni.

Molti sono i sintomi e i segni clinici che si riscontrano nelle persone affette da questa patologia.

Manifestazioni maggiori
Febbre, anemia (talora piastrinopenia), sudorazione, sensazione di brivido;

Manifestazioni minori
Anoressia, astenia, artralgie (40% dei casi), splenomegalia (30% dei casi), emboli settici (30% dei casi) in cute, palato e congiuntive, con segni caratteristici come noduli periungueali di Osler, macchie cutanee a fiamma di Janeway, emorragie ungueali (detta a scheggia per la forma che assumono), lesioni retiniche di Roth, leucocitosi. Possono inoltre manifestarsi infarti embolici renali, glomerulonefrite focale o diffusa e altre patologie da immunocomplessi.

 

Usa 2020: Biden vince in dieci Stati

In 14 Stati si è votato per scegliere il candidato democratico alla Casa Bianca. L’ex vice di Obama Biden si assicura Virginia, North Carolina, Oklahoma, Alabama, Tennessee, Minnesota, Arkansas, Massachusetts North Carolina Texas.

Sanders conquista California, Utah, Colorado e il suo Vermont. Bloomberg, il grande sconfitto, vince solo nelle isole Samoa e già  domani potrebbe annunciare addirittura il ritiro dalla competizione.

La senatrice Warren, sempre più indietro nella corsa, ora si trova a un bivio: nel Massachussets, il suo Stato, è terza con circa il 21 per cento, un risultato decisamente negativo. Quattro anni fa Warren assegnò il suo endorsement a Hillary Clinton e nelle prossime ore potrebbe decidere di convergere verso Biden, tenuto conto degli aspri confronti avuti con Sanders durante i dibattiti fra i candidati democratici.

Ora i media statunitensi parlano apertamente di “tsunami Biden”, in netta contrapposizione con la dialettica del presidente in carica, Donald Trump, che si è sempre rivolto a lui con l’ironico appellativo di “Sleepy Joe”.

Analizzando i dati si può ben affermare che i democratici siano riusciti a riunirsi sotto l’egida di Joe Biden, grazie anche al lavoro sottotraccia dell’ex presidente Barack Obama e di altre figure di spicco dell’élite del partito, dall’ex consigliere alla sicurezza nazionale Susan Rice a Victoria Reggie Kennedy alla vedova dell’ex senatore Ted.

Però, prima della grande kermesse democratica, bisogna aspettare martedì 10 marzo, quando si voterà in  Idaho, Michigan, Mississippi, Missouri, Washington. E il 17 quando si voterà in Arizona, Florida, Illinois e Ohio.

 

Per una nuova politica economica ispirata dalla “Laudato Si”

Con riferimento allo sviluppo…occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi (“Laudato Si” pag. 145). E’ arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti (“Laudato Si” pag. 146). 

Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi (“Laudato Si” pag. 123). 

La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali (“Laudato Si” pag. 143). 

  1. Premessa 

La complessità delle dinamiche economiche, ritardando spesso il momento temporale degli effetti connessi alle cause originanti, fa perdere la consapevolezza delle correlazioni con il risultato che quando si verificano gli eventi (proprio perché in ritardo molto più intensi, come ampiamente dimostrato dagli estensori degli overshooting models) pochi si ricordano chi li aveva previsti e chi no e ancor meno sono quelli che si assumono la responsabilità di reinterpretare il futuro. 

Il risultato è così semplicemente disastroso, perché tutti continuano a parlare del presente senza ricordare cosa hanno detto nel passato del futuro e soprattutto continuano a sviluppare ragionamenti di breve periodo. 

In queste condizioni è difficile che emergano salti di “paradigma”, cioè di “vision”, sempre necessari nei momenti di svolte epocali, come quella che stiamo vivendo. 

1.1 All’origine della crisi: l’eterno gioco della domanda e dell’offerta 

Studiando l’irrompere dell’economia “industriale”, fondata sul principio della specializzazione, sulle realtà agrarie/artigianali in un contesto socio-economico che esprimeva bisogni fondamentali inespressi dall’origine dell’uomo, gli economisti 

classici osservarono stupiti che, grazie alla “mano invisibile”, “l’offerta crea la domanda” (legge di Say) e, per tale via, porta all’armonia dell’equilibrio economico generale di piena occupazione di Walras. 

Ed avevano ragione! Perché in quella fase nascente del Capitalismo, concorrenziale, dinamico e semplice, l’offerta si trasformava naturalmente in domanda. 

Se avessero però analizzato alcune logiche interne al mercato (l’impresa marginale viene inevitabilmente fagocitata dall’impresa più dinamica) e all’impresa ( il capitalista cerca progressivamente di assegnarsi una quota crescente del reddito prodotto rispetto agli operai e ai consumatori sfruttando le sue posizioni di forza), avrebbero potuto intuire che, al di là degli assunti ideologici, c’era un fondamento nell’analisi del “plusvalore” di Marx e nella sua “previsione” di un collasso del sistema per sovrapproduzione economica e disperazione sociale. 

E avrebbero evitato non la rivoluzione bolscevica, figlia dell’ideologia marxista, ma la grande depressione del ’29-’32. 

In altri termini che Marx, proiettando al futuro la logica capitalistica, coglieva il tallone d’Achille della legge (dell’imperio) dell’offerta che creava la propria domanda e quindi chiedeva libertà di mercato (per realizzare gli oligopoli) e d’impresa (per accrescere i profitti), di fatto sterilizzando progressivamente il flusso vitale dell’offerta verso la domanda. 

Sennonché, come a tutti noto, dalla crisi del ’32 siamo usciti non dalla porta di Say ma dal radicale ribaltamento del paradigma cognitivo che aveva guidato tutti gli economisti, compreso lo stesso Marx, fino al tracollo dell’economia moderna. Non è — nella fase in cui era evoluto il capitalismo, possiamo aggiungere noi — l’offerta che crea la domanda ma bensì è l’esatto contrario: “la domanda crea l’offerta” affermava Keynes, rivoluzionando l’analisi economica e aprendo la strada ad un ruolo attivo dello Stato come grande regolatore della domanda, come protagonista diretto dell’offerta, oltre che come tutore delle leggi del mercato e dell’impresa in funzione di una equa distribuzione del valore prodotto. 

E così la domanda sapientemente manovrata in una logica ad un tempo strutturale e congiunturale, come i grandi investimenti, ha innescato il più lungo periodo di crescita delle economie occidentali creando l’illusione della crescita illimitata della cosiddetta economia sociale di mercato fino al trionfo sul modello comunista e alla caduta del muro di Berlino. 

Quando improvvisamente il mondo occidentale, anche per la giusta consapevolezza di avere progressivamente paralizzato l’offerta con “troppi lacci e laccioli” ha pensato di ritornare ad un modello nel quale fosse la capacità dell’offerta di esprimersi il nuovo — vecchio- motore dell’economia: “più mercato e meno stato” è stata la nuova parola d’ordine che ha guidato il più impressionante processo di privatizzazioni in uno con le più grandi e veloci concentrazioni mai realizzate, a loro volta, funzionali ad una radicale redistribuzione del valore a favore, sulla carta, dei consumatori e degli azionisti in realtà di una nuova classe sociale che ha sostituito la funzione della classe media in profonda crisi: “i finanzieri”. 

Ma nessuno —giustamente- ha pensato di ritornare al “vecchio paradigma” dell’offerta che crea —tout court- la domanda; tutti, però, si sono posti l’obiettivo di trovare un degno sostituto allo Stato come grande regolatore della domanda e stimolatore —per questa via- dell’offerta. 

Nessuno lo ha teorizzato ma gli ultimo 25 anni non sono altro che la storia di come la Finanza si è fatta Stato, di come, cioè, la Finanza ha tentato di svolgere il ruolo che il modello keynesiano ha assegnato allo Stato. 

In altri termini si è pensato di sostituire: 

  1. alla domanda pubblica e a quella privata generata dal reddito prodotto, una domanda prevalentemente privata sostenuta dall’indebitamento illimitato delle famiglie; 2. al ruolo attivo dello Stato nella produzione di beni e servizi, il ruolo delle grandi 

imprese globali finanziate dal mercato azionario di massa. 

Perseguendo, di fatto, una nuova stratificazione sociale -“gli azionisti e gli indebitati”- che è alla base della divaricazione tra crescita e uguaglianza, atteso che tale dinamica economica esalta i primi (sempre di meno) e soffoca i secondi (sempre di più). 

Il risultato di questo “modello senza teoria” è il consumismo onnivoro fondato sull’indebitamento dei popoli e dei singoli, distruttivo degli equilibri ecologici, che affama interi continenti e distrugge le vite familiari e personali. 

Certo Keynes nel vedere che il suo modello della domanda aggregata è diventato il fondamento del consumismo e dei suoi stili di vita si rivolta nella tomba, ma così è e sarà, fin quando non si romperà l’incantesimo della domanda (marginalmente pubblica e prevalentemente privata da indebitamento) che “crea” l’offerta e con 

essa l’occupazione, fondata non sul ruolo degli stati ma del Sistema Finanziario Globale. 

1.2 Per una definizione del concetto di consumo e quindi di domanda 

Qualunque ripensamento del sistema economico passa, dunque, da una riflessione sulla “domanda” per riportare il consumo entro un profilo umano e ambientale, cioè entro un sentiero che non danneggi l’uomo concreto e il suo ambiente. Più esplicitamente bisogna ambire a distinguere tra consumo “sano” ed “ecologico” e consumo deviato e antiecologico. 

In questa prospettiva strategica il primo obiettivo è costituito dalla istituzione da parte dei Governi di un “Comitato per la definizione del PIL corretto. In altri termini pur mantenendo il monitoraggio dell’attuale aggregato andrebbero introdotti fattori correttivi sulla base di giudizi condivisi in merito agli aspetti negativi di alcune produzioni/consumi sull’uomo e l’ambiente. Per capire basterebbe sottrarre – per iniziare – dal PIL ufficiale il gioco d’azzardo, il fumo, l’alcool, la vendita di acqua, la produzione di armi, di plastica il costo dello smaltimento teorico di CO2 commesso alla produzione e al trasporto dei beni. 

Insomma per cominciare a cambiare il sistema bisogna iniziare a “spogliare il Re”! Solo demitizzando il feticcio del PIL e della sua crescita si può riportare l’insieme delle attività umane di produzione e consumo entro un sentiero di umanità e di compatibilità ecologica. 

1.3 Per una nuova economia 

A partire da questa nuova visione occorre ripensare la funzione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) per trasformarla da mera imposta indiretta a imposta di indirizzo in quanto connessa in termini radicalmente differenziati alle produzioni/servizi riduttivi del PIL o al valore del prodotto. 

In altri termini tutti i prodotti/servizi “nocivi” dovrebbero avere IVA maggiorata (si pensi per cominciare all’alcool, al fumo, alle armi) così come i prodotti di lusso (in base a quale logica l’IVA su una Ferrari o una borsa di CHANEL è uguale a quella di una utilitaria o di una comune borsa?). 

Parallelamente va ripensata la funzione redistributiva dello Stato iniziando dalla ridefinizione degli scaglioni fiscali per le imprese e le persone fisiche, superando l’attuale scandaloso dibattito sulla flax tax, che distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dalla vera natura del problema. Per il nostro sistema 

fiscale un individuo che guadagna fino a 15.000 euro è socio-economicamente diverso da un individuo che guadagna fino a 28.000 euro (tanto da avere due tassazioni diverse) e così quello che guadagna fino a 55.000 euro è diverso da quello che guadagna fino a 75.000 euro; da qui in poi siamo tutti uguali: detto in altri termini io e Del Vecchio per il sistema fiscale italiano siamo la stessa cosa! 

Da qui la scandalosa divaricazione crescita/uguaglianza. 

Lo stesso dicasi per la tassazione sulle imprese, anche se non manca qualche timido segnale di inversione di tendenza. 

Le manovre “macro” sopra richiamate devono essere accompagnate da una nuova visione ambientale che porti ad una nuova categoria di “tassazione sistemica” finalizzata a far prendere consapevolezza dei costi ambientali di molti prodotti/servizi. Basterebbe per iniziare una tassa sul trasporto su ruote dei prodotti agroalimentari! 

In questo nuovo contesto vanno avviate politiche strutturali tese a ridimensionare sistematicamente la dimensione/ruolo delle banche universali e delle multinazionali, che sono il frutto non tanto del successo competitivo (secondo l’ideologia neoliberista), ma della manipolazione sistematica della politica da parte delle grandi lobby che hanno piegato progressivamente tutta la legislazione ai loro interessi. Si pensi ad esempio alla legislazione europea del settore bancario che vede le banche di credito cooperativo soggette alla stessa normativa delle banche universali come Unicredit e Intesa San Paolo, laddove anche negli USA sono previsti 4 livelli di regolamentazione legati alla dimensione, con il risultato finale di distruggere tutto ciò che non è grande per definizione, nonostante studi consolidati secondo i quali le Banche Universali creano rischi sistemici immensi senza essere più efficaci (in termini di allocazione del credito) ed efficienti (in termini di interessi-costi dei servizi) delle banche di minore dimensione. 

Considerazioni che valgono anche per tutti i grandi settori, in particolare le fonti rinnovabili e l’agroalimentare che sono “per natura” diffusivi! 

Con altrettanta determinazione va affrontato il tema dell’obsolescenza programmata che costituisce una delle forme più sofisticate di violenza capitalistica atteso che è scandaloso che per “tosare il consumatore” di fatto si taroccano i prodotti a danno anche della natura. Basterebbe per iniziare 

istituire in ogni paese un “Ente” preposto alla certificazione dei principali prodotti industriali di consumo. 

Tali misure non impattano però con il cuore dei problemi delle attuali società capitalistiche: la distruzione sistematica di lavoro, inteso come scambio, a causa degli straordinari sviluppi della tecnologia. Per tale ragione occorre prendere consapevolezza che non bastano nuove rinnovate politiche redistributive del reddito e della ricchezza ma occorre andare oltre impostando inedite politiche redistributive del lavoro inteso come prestazione a fronte di un corrispettivo. In altri termini bisogna porre velocemente all’ordine del giorno la tematica della riduzione della settimana lavorativa a 4 giorni partendo dalle grandi banche universali ed alle multinazionali. Tutto ciò istituendo una forma di servizio civile permanente nel senso che le persone beneficiarie di una tale misura dovrebbero essere impegnate in attività sociali/ ambientali/culturali a servizio delle comunità di riferimento. 

In ogni caso bisogna prendere consapevolezza che la velocità del cambiamento tecnologico accentuerà le caratteristiche distruttive/creative del sistema produttivo con enormi conseguenze strutturali/congiunturali dei livelli occupazionali. Per tale ragione partendo dall’affermazione del diritto a vivere a prescindere dalla prestazione lavorativa va affermata con forza l’utilità strategica del reddito di cittadinanza, mettendo in discussione il fondamento ideologico dello Stato moderno capitalista fondato su processi di accumulazione indiscriminati! Se noi affermiamo che gli esseri umani hanno diritto ad essere, a vivere, a prescindere dal lavoro, noi smontiamo lo stato moderno fondato sul lavoro-merce oggetto di negoziazione/acquisto da parte del Dio-Capitale ma soprattutto creiamo le condizioni di flessibilità utili a coniugare le esigenze di sviluppo con i bisogni fondamentali minimi degli essere umani. 

Dunque una nuova economia è possibile basta volerla. 

L’alternativa è la distruzione dell’attuale civiltà o a seguito di processi rivoluzionari violenti, guerre geopolitiche o collasso ambientale. 

Come sempre all’Uomo l’ultima parola.