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La commemorazione di Forlani, alfiere del potere discreto,mette d’accordo Montecitorio

Il suo ruolo di costruttore, ma soprattutto lo stilee la dignità” con cui ha affrontato lultima fase della sua vita politica. La commemorazione di Arnaldo Forlani alla Camera (aperta dalle parole del presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana, che ne ha ricordato la capacità di dialogoe la sua grande apertura al confrontoche hanno caratterizzato tutta la sua azione politica) si è dipanata lungo questi aggettivi ricorrenti.

Gianfranco Rotondi, a lungo nella Dc e oggi deputato di Fratelli dItalia, ha voluto innanzitutto ringraziare il governo che ha voluto il lutto nazionale perché con questo gesto ha spiegato abbiamo restituito Forlani allo Stato. Lo statista che è stato è stato riconosciuto tale con sentimento unanime del Paese.

Per Ettore Rosato, esponente di Italia Viva, Forlani era un costruttore, un politico prudente e preparatoche dopo le inchieste di Tangentopoli accettò la condanna e le critiche con decoroso silenzio, assumendosi una responsabilità oggettiva che non va confusa con la responsabilità penale. Secondo Bruno Tabacci (Pd), Forlani è “stato il leader Dc che meglio ha interpretato i cromosomi del suo partito, aderendovi anche nello stile, nella postura. Con linchiesta di Tangentopoli, ha ricordato Tabacci, Forlani pagò il prezzo del suo ruolo ma affrontò la drammatica situazione con la dignità di un uomo che sceglie di difendersi nei processi e non dai processi.

Un tributo allo stile di Forlani è arrivato anche da Luana Zanella (Avs): Con i suoi silenzi prolungati, assurti quasi a metodo per non dire ciò che poteva essere imbarazzante per alleati e amici, guidò la Dc in anni tormentati per la Repubblica. Riconosciamo a Forlani ha detto la capogruppo dellAlleanza Verdi e Sinistra alla Camera lonore di essersi assunto le responsabilità anche in quella sua ultima fase politica, uscendo di scena con sofferenza e grande dignità. Una differenza di stilerispetto ad altri protagonisti politici, che noi onoriamo.

Per Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, Forlani fu un protagonista assoluto non della Prima Repubblica, ma della nostra Repubblica, senza aggettivazione numerica. Lo è stato e lo è ancora oggi per lo stile che lo ha contraddistinto. Ha mostrato con la sua vita politica che moderazione è una posizione forte, che non ha bisogno di alzare i toni. Forlani è stato un grande interprete di questa tradizione culturale e politica di cui abbiamo ancora oggi bisogno, ha concluso Lupi.

La Spagna prigioniera della crescente radicalizzazione politica

La Spagna è oggi una nazione divisa, drammaticamente divisa. Le elezioni politiche svoltesi domenica lo hanno confermato. È difficile dire se questa condizione è il frutto di quel bipolarismo che sostanzialmente ha contraddistinto il paese iberico dal ritorno della democrazia o se invece è lesito di un percorso culturale che ha nel tempo corroso i cardini della società, una volta imperniati sulla Chiesa cattolica ma ora certamente non più.

Il fatto è che sarà difficilissimo costituire un governo e se qualcuno vi riuscisse avrebbe uno o due voti al massimo di maggioranza in Parlamento, con le conseguenze facili da prevedere in termini di ricatto perenne al premier su qualsiasi votazione. Il ritorno alle urne entro lanno è in questo momento più che unipotesi. Che solo una inedita Grosse Koalition in salsa spagnola, peraltro assai improbabile, potrebbe evitare. Un percorso, quello di ripetute elezioni anticipate, che il sistema politico spagnolo ha già sperimentato, e neppure tanti anni orsono.

La spaccatura è profonda. Non riguarda solo i partiti, ma interessa proprio tutta la società spagnola. Emerge una frattura culturale, esasperata da ambo le parti contendenti. Da un lato un laicismo progressista radicale, dallaltro un tradizionalismo confessionale altrettanto radicale. A livello politico, il primo si è incistato nella sinistra e ne costituisce ormai la ragione fondativa. Una deriva che contraddistinse il Psoe del nuovo millennio, quello del dopo Gonzales guidato da Zapatero e che non ha più abbandonato un partito che se nel nome mantiene orgogliosamente la matrice operaista nella pratica si è caratterizzato innanzitutto per la radicalizzazione del suo impegno per i diritti civili molto più che per quelli sociali. Questo mix non è stato però sufficiente per impedire una radicalizzazione ulteriore, a sinistra, che ha dato luogo dapprima al movimento-partito protestatario di Podemos e ora alla coalizione Sumar, connotata molto a sinistra e imperniata sui temi del femminismo più radicale

La reazione a destra a questa caratterizzazione della Sinistra è stata duplice: da un lato lulteriore spinta conservatrice di un Partido Popular che fin dai suoi albori optò per una visione per lo più cattolico-conservatrice nellinterpretazione della società e sostanzialmente liberale in quella economica. Dallaltro una radicalizzazione imperniata sui classici temi della Destra più estrema (facilmente definibile in Spagna come franchismo, ma in realtà una declinazione radicale, appunto, di posizioni opposte a quelle della Sinistra, o come dicono loro dello zapaterismoieri, del sanchismooggi). Il nuovo leader popolare è riuscito, forte di un consenso personale in crescita, a recuperare voti perduti in favore dellestrema destra di Vox quattro anni fa, ma naturalmente per riuscire ha dovuto forzarele proprie posizioni in quella direzione. Così come Sanchez, leader che ha dimostrato grande lucidità nel portare il paese al voto anticipato invece di rimanere a rosolare a fuoco lento dopo la sconfitta nelle elezioni amministrative, magari con la scusa degli impegni dovuti alla Presidenza di turno della UE, ha invocato limpegno della sinistra tutta per evitare il pericolo fascista e oscurantista.

Come se tutto ciò non bastasse, la società spagnola rimane pervasa da spinte secessioniste che seppurminoritarie (anche in Catalogna) mantengono un consenso locale diffuso e producono tensioni continue col governo centrale, portando in Parlamento partiti che con i loro seggi riescono a influenzare la Moncloa, talvolta non poco (come è stato con lultimo gabinetto Sanchez), e aggravando così lirritazione delle regioni che non hanno ancora prodotto formazioni politiche indipendentiste.

Ora, un ulteriore turno elettorale produrrà linevitabile ulteriore radicalizzazione del conflitto. Sarebbe necessario un lungo periodo di decantazione che solo forse una inedita coalizione Pp-Psoe potrebbe garantire. Ma è quasi impossibile che ciò accada, realisticamente. Eppure se solo ci pensassero sia Feijòo sia Sanchez dovrebbero sapere che chiunque vincerà lo scontro si troverà allopposizione, dura, metà non solo del Parlamento, ma del Paese. Non certo lideale, per governare una realtà tanto complessa.

Contratto della scuola, Bombardieri (Uil Rua): “Perché abbiamo detto no”.

Antonio Derinaldis

In questi giorni il mondo sindacale della scuola e delluniversità, dopo una serie di incontri con lAran, ha sottoscritto lipotesi di contratto collettivo. Non tutti i sindacati hanno manifestato soddisfazione. Il settore scuola e università, ricerca e afam della UIL ha evidenziato il suo dissenso non sottoscrivendolo. Ne parliamo direttamente con uno dei protagonisti, Attilio Bombardieri, Segretario Generale della UIL Rua.

Segretario quali sono le motivazioni che vi hanno indotto a non firmare?

Abbiamo riscontrato pochi benefici e una serie innumerevole di svantaggi per il sistema Scuola, Università, Ricerca e Afam. Non c’è mai stata una contrattazione reale, troppo spesso la discussione era un prendere o lasciare.

Oltre un milione di dipendenti attendevano questo contratto.  Che cosa non vi ha convinto fino in fondo? 

La UIL ha fatto una scelta chiara e trasparente. Quella di non firmare. Lo abbiamo definito un contratto farsa(scaduto già da 18 mesi) dove tutte le problematiche che coinvolgevano il personale e gli enti sono state – come già sostenuto in altre occasioni –  a sequenza contrattuale. Le poche cose normate non fanno altro che mortificare il personale.

Abbiamo sostenuto con vigore, a seguito delle risorse erogate a novembre, di proseguire la trattativa con continuità (anche ad agosto) in maniera tale da poter raggiungere gli obbiettivi di un buon contratto, che valorizzasse il personale di tutti i settori coinvolti.  Come già sostenuto sui media, dottorandi e assegnisti risultano mortificati per il rinvio del tanto atteso contratto di ricerca. E ricercatori, tecnologi e personale T/A non avranno un nuovo ordinamento, benché da troppo tempo atteso, con laggravante di veder sfumare le risorse destinate per la modifica ordinamentale.

Un passaggio delicato per il prossimo futuro, in particolare per un sindacato riformista come la UIL. Pronti alla sfida?

La UIL rappresenta le persone e tutela le lavoratrici e i lavoratori. È un sindacato riformista e plurale che intende impegnarsi per superare le disuguaglianze e valorizzare la persona. Come già detto, per questi motivi non si può sottoscrivere il contratto. Restiamo aperti a ogni tipologia di confronto con lAran e con la politica al fine di raggiungere obiettivi che mettano sempre al centro le lavoratrici e i lavoratori, salvaguardando la loro dignità. Ma se ciò non dovesse accadere siamo pronti alla mobilitazione.

La Spagna conferma la polarizzazione in Europa. Una sfida per i Popolari

Le elezioni di domenica scorsa in Spagna, che hanno sancito la sconfitta dell’ultradestra di Vox, alleata in Europa della Meloni, insieme alla vittoria del Partito Popolare, sebbene senza i seggi necessari per governare, possono esser viste come la conferma del ritorno a una forte polarizzazione nelle competizioni elettorali dei Paesi membri dell’Unione Europea, dopo la stagione dei populismi. Una polarizzazione – attestata anche da una buona percentuale di partecipazione al voto, il 68 % – con contenuti però in parte diversi dal passato, in cui i temi connessi alla definizione di un’idea di civiltà europea e del ruolo dell’Europa nel mondo finiscono per contare di più dei temi propriamente economici e sociali interni. Una tendenza che pare interessare anche il percorso verso le prossime elezioni europee e che potrebbe di fatto trasformare il voto per il parlamento europeo in una sana occasione di dibattito sul nuovo profilo dell’Ue, sulle riforme improcrastinabili per stare al passo della nuova realtà globale multipolare che si sta affermando.

 

Questa contesa sembra svolgersi principalmente attorno a quattro filoni-chiave, capaci di catalizzare i consensi in direzioni divergenti: immigrazione, famiglia, ambiente, pace. Dove sotto la voce immigrazione, passano i temi connessi al rapporto fra l’Europa, composta anche da stati con storia e cultura da colonialisti, con l’Africa, con il Mediterraneo, con lo spazio euroasiatico e con l’America Latina. E dove si fronteggiano la prospettiva “sans frontières”, senza frontiere ma solo perché si presuppone un unico centro di governo mondiale di fatto nel quale i Paesi d’origine dei flussi migratori non hanno voce in capitolo, e la prospettiva della collaborazione con pari dignità fra Ue, Paesi membri e nazioni del Sud Globale.

 

Un’altra divergenza di prospettive, che si è fatta più netta negli anni, riguarda la famiglia, fra sostenitori della famiglia naturale, senza per questo negare alcun diritto ad altre scelte di vita, e i fautori della imposizione attiva della teoria gender come modello che pretende di non tollerare critiche. Una divergenza via via crescente nell’opinione pubblica europea si riscontra anche sulla questione ambientale e vede fronteggiarsi i fautori di una ecologia integrale, che coniuga le istanze sociali con quelle ambientali in una logica di sviluppo sostenibile, con i fautori di una visione radicale, un po’ snob e non antropocentrica dei problemi ambientali, orientata alla decrescita.

 

Un quarto punto di diversità dei giudizi tra gli europei si sta rivelando quello della guerra. Perché se è pur vero che i governi, senza eccezione alcuna, sostengono l’attuale linea di subordinazione degli interessi dell’Unione Europea a quelli della Nato, è altrettanto vero che ciò alla lunga potrebbe risultare insostenibile (oltreché non vincente sul piano militare, con conseguenze enormi sul piano internazionale) sia sotto l’aspetto economico che sotto l’aspetto del consenso popolare, e potrebbe fare da detonatore ad una positiva evoluzione dell’Ue che diventi capace di affermare che non è sempre detto che gli interessi degli Stati Uniti siano coincidenti con quelli europei. Affermazione che porterebbe reciproci vantaggi, aiutando anche gli Stati Uniti a concepirsi come superpotenza in un quadro globale multipolare.

 

Questa oggettiva tendenza alla polarizzazione del dibattito politico europeo costituisce ad un tempo un problema e una sfida per la cultura cattolico-democratica e popolare. Perché rivela l’insufficienza di mere posizioni tattiche, e la necessità di definire una autonoma e chiara piattaforma popolare in vista delle prossime elezioni europee. In ambito nazionale e con i più coerenti collegamenti intereuropei e internazionali. Infatti, a un elettorato così polarizzato sui contenuti come in poche altre stagioni precedenti si era visto, vanno indicati con chiarezza i termini e le ragioni delle mediazioni di cui ci si fa interpreti. Ma si tratta di una sfida possibile se la si affronta con la spirito giusto, come lo è lo spirito che animò il Codice di Camaldoli, quello di assumere l’iniziativa di una riflessione audace e adeguata ai problemi che pongono i nostri tempi.

Lo chiamavano Sorriso, il barbone di Roma morto a Villa Gordiani.

 

Giovanni Federico

 

È morto un barbone a Roma. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo. Di solito il fatto fa più notizia sotto il Natale quando il senso di colpa di una società felice si ferma su una nota di giornale che macchia l’allegria di quei giorni.

 

È accaduto a Roma. L’uomo, da tutti chiamato “Sorriso”, è stato trovato su una panchina in zona Villa Gordiani da un passante. Chiamato così per via di una bocca senza denti a cui non era concesso neppure di masticare amaro per come gli erano andate male le cose della vita.

 

Aveva gioco forza un sorriso per tutti e ne strappava a quelli che lo guardavano. Quando si è a corto di dentatura non può essere altrimenti.

 

Chissà se è morto con il sorriso sulla bocca o alla fine ha perduto anche il suo tratto distintivo, il suo piccolo patrimonio. Comunque “Sorriso” ha avuto una sua coerenza, ostinato ad abitare quei paraggi. L’hanno trovato nella Villa che prende il nome dalla famiglia imperiale dei Gordiani del III secolo.

 

A ridosso del nobile edificio, negli anni 30 del secolo scorso fu costruita una borgata ufficiale ad un solo piano priva di luce e acqua corrente. Erano ad abitarla circa 5000 persone. Si trattava di costruzioni di materiali scadenti che non dovevano svettare e farsi vedere dal resto del mondo, restare nascoste agli occhi del fasto fascista, ma in ogni caso privilegiata rispetto alle borgate abusive che si erano sviluppate poi in altre parti della città. Del resto, “baraccati, sfrattati disoccupati, lavoratori saltuari, immigrati” da qualche parte dovevano pure andare.

 

Certi agglomerati desolati non passano indifferenti agli occhi dei poeti. Così Pasolini scrisse che “dietro alla borgata Gordiani, in una prateria dove si vedeva tutta la periferia con le borgate da Centocelle a Tiburtino, in fondo ad un orto zuppo di guazza, ci stavano dei grossi bidoni arruzzoniti, abbandonati lì insieme a altri ferrivecchi…”.

 

“Sorriso” aveva perso il lavoro e poi la casa che aveva in via Anagni. Ma al contrario di Bonifacio VIII non ha fatto più ritorno tra le sue mura domestiche. Il caldo di questi giorni che picchia a martello ci ha messo del suo.

 

“Ecco il sol che ritorna. Ecco sorride Per li poggi e le ville” commenterebbe Leopardi. Questa volta il sole ha superato se stesso facendo secco l’uomo steso su una panchina. Non poteva accadere che ha un panchinaro, uno di quelli condannati a fare sempre da riserva in attesa che la vita gli restituisse la vita che gli era stata sottratta.

 

La panca non è uno scranno regale come quello dei Gordiani, ma è un sedile dalle forme semplici e rustiche in piena coerenza con lo stile necessariamente scarno del nostro “Sorriso”.

 

Si dice “ Far ridere le panche” quando si proferiscono sciocchezze a sproposito. Il nostro uomo non ne aveva bisogno, capace di far muovere naturalmente un sorriso solo che lo si osservasse.

 

“Sopra la panca la capra campa” ma il nostro barbone ha sovvertito la tradizione del detto e ci ha lasciato la pelle. La temperatura portata in questo tempo da Caronte è stata inclemente, con i suoi raggi di brace non ha risparmiato chi ne è rimasto per forza esposto.

 

Solo una sottolineatura. Il Caronte dei Greci e dei Romani aveva il compito di traghettare oltre il fiume Acheronte le anime dei morti. Si era soliti ripagarlo per questo lavoro ponendo un obolo nella sua bocca.

 

Chissà se Sorriso abbia almeno avuto questa volta un po’ di fortuna e non gli sia stato negato un passaggio gratis.

Spagna, le elezioni frustrano i sogni della destra nazionalista

Un cambio di maggioranza ed equilibri diversi in Europa sono a portata di mano dopo il voto della Spagna. La dichiarazione a scrutinio in corso di Fulvio Martusciello, capogruppo di Forza Italia a Bruxelles, è una brutta scivolata che nasce dalla fretta di dire qualcosa di destra. Se avesse atteso lesito finale del voto, leurodeputato azzurro si sarebbe risparmiata la brutta figura. In realtà, la vittoria del Partito popolare di Spagna non porta alla formazione del paventato o auspicato accordo con i nazionalisti di Vox. I numeri non ci sono, ammesso che ci fosse la volontà del leader popolare Alberto Núñez Feijóo di tradurre lipotetica risorsa aritmetica in una effettiva soluzione politica.

I dati sono chiari. Le urne hanno decretato la vittoria dei Popolari, la tenuta dei socialisti e, sostanzialmente, il crollo di Vox. La partecipazione elettorale è aumentata di quattro punti rispetto alle elezioni del 2019, segno che neppure londata di calore ha frenato linteresse degli spagnoli a dire la loro in queste tesissime elezioni anticipate. Adesso non sarà facile formare il governo, a meno che Pedro Sánchez, il Premier socialista uscente, non si acconci a rimettere in piedi unalleanza a sinistra con lappoggio determinante dei partiti indipendentisti (a riguardo, però, il catalano Carles Puigdemont ha fatto presente che leventuale appoggio non sarà in cambio di nulla”). Sta di fatto che lincarico per formare il governo andrà, almeno in prima battuta, al partito di maggioranza relativa.

Feijóo lascia già intendere che chiederà ai socialisti di consentire il varo di un esecutivo di minoranza. Una soluzione che due grandi scrittori della Catalogna, Javier Cercas e Ildefonso Falcones, hanno suggerito alla vigilia del voto per dare una svolta in chiave anti populista alla politica spagnola. Io penso che il Pp – aveva detto ieri Falcones  al Corriere della Sera – non dovrebbe essere obbligato a stringere alcuna alleanza con Vox. Stiamo vivendo in un Paese che torna alla guerra civile, a dividersi. Lesercizio della politica è viscerale, si tirano linee rosseinvalicabili, a volte assurde. Lopzione più logica, che poi è quella proposta da Feijóo, è che i due grandi partiti si mettano daccordo per governare questo Paese senza la necessità di rivolgersi a Vox o ai separatisti catalani. E Cercas su Repubblica, il 20 luglio, si era espresso in maniera analoga: “…se il Pp dovesse riportare una vittoria netta, chiederei a Sánchez di stringere con Feijóo un accordo di legislatura che, poste le dovute condizioni, possa permettere al Pp di rappresentare la minoranza al governo, senza Vox. Sicché a tifare per le soluzioni luminescenti e improbabili, sempre appese alla liturgia del nemico da battere, rimangono in giro per il mondo i devoti della democrazia escludente, per la quale non esiste né mediazione né tregua, ma solo il vincitore di turno.

Le teste più riflessive invitano dunque a concentrarsi sui mali del populismo e del radicalismo. In un certo senso, la Spagna può farsi laboratorio di questo mutamento di sensibilità. Se popolari e socialisti troveranno un modus vivendi, per stabilire in via pratica che il bene della nazione viene prima delle pretese di fazione, un riflesso positivo si avrà anche fuori dalla Penisola iberica. Chi sogna in Europa di costruire un blocco di destra non ha da gioire per quello che si staglia allorizzonte della politica spagnola. Comunque la si giri, Vox rimane fuori dal governo e il Pp è obbligato a ragionare con i socialisti (se questi avranno cura di nonsragionare). È una buona notizia per molti, non certo però per Giorgia Meloni che resta, nel quadro europeo, la principale alleata di Vox. Per chi suona la campana?

Cattolici, uscire dall’anonimato: ce lo ricorda Camaldoli.

Se c’è una lezione che i nostri grandi leader e maestri del passato ci hanno trasmesso è che i cattolici – democratici, popolari e sociali – non possono mai ridursi in politica a giocare un ruolo da comprimari o da semplici spettatori. Ma ve li immaginate, per fare un solo esempio, uomini come Carlo Donat-Cattin o Guido Bodrato o Ciriaco De Mita o Luigi Granelli e donne come Tina Anselmi e Maria Eletta Martini applaudire il capo di turno o ritagliarsi un ruolo politico del tutto marginale ed insignificante allinterno del partito di appartenenza? Certo, la risposta può anche essere semplice e diretta: ma erano altri tempi…. No, anche quei tempierano difficili e carichi di contraddizioni e di difficoltà e dove, soprattutto, la lotta politica era ancora più cruenta rispetto alla stagione contemporanea. E allora la risposta più calzante e coerente è una sola: ma quelli erano semplicemente leader politici e non avrebbero mai accettato ruoli testimoniali, laterali o, peggio ancora, del tutto succubi ed accondiscendenti rispetto ad altre culture e filoni ideali. Soprattutto quando hanno lindole e lobiettivo di ridicolizzare o di emarginare la cultura e la tradizione del cattolicesimo politico e popolare del nostro paese.

Ora, abbiamo ascoltato in questi giorni le importanti ed autorevoli sollecitazioni, e riflessioni, attorno al ricordo del Codice di Camaldoli. Al di là della ricostruzione storica, politica e culturale di quel documento decisivo per il futuro stesso della nostra democrazia e del nostro sistema politico, è indubbio che i gruppi dirigenti dei cattolici di quel tempo furono semplicemente determinanti nel saper orientare e condizionare la guida politica, economica e civile del paese. Un ruolo che nessuno può svilire o ridurre ad un banale contributo programmatico o valoriale. E le riflessioni ad alta voce di questi giorni pronunciate dal cardinal Zuppi, dal Presidente Sergio Mattarella, dai vari studiosi di quel Codice e da alcuni esponenti politici, lo hanno giustamente e coerentemente ricordato e sottolineato. Ma, ed è la lezione che dobbiamo recuperare da questa rilettura storica e culturale, oggi non possiamo assistere passivamente a questo ricordo senza porsi il problema che un rinnovato protagonismo politico, culturale e programmatico dei cattolici italiani – e senza alcuna arroganza o presunzione – è semplicemente e nuovamente necessario ed indispensabile per la qualità della democrazia italiana, per la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e per la stessa efficacia dellazione di governo. Un ruolo che, ieri come oggi, non può limitarsi a guardare la partita dagli spalti.

E se questo è vero, com’è vero, vanno assecondati adesso tutti gli sforzi politici ed organizzativi tesi e finalizzati a ridare spazio e cittadinanza attiva alla cultura e ai valori del cattolicesimo popolare e sociale nella cittadella politica contemporanea. Un ruolo che coincide, oggi più che mai, con un protagonismo politico, culturale, programmatico e forse anche organizzativo dellarea popolare e cattolico democratica. Certo, il tutto non passa attraverso la riscoperta, aggiornata e rivista, della tradizione catto comunistadei Prodi e dei Delrio di turno o, peggio ancora, con la riproposizione dellennesima e vecchia corrente allinterno del Pd a guida Schlein. Quelle, come ovvio a quasi tutti, sono semplici operazioni di potere che rispondono ad organigrammi di potere allinterno di un partito e che sono del tutto estranee ed esterne ad un rinnovato protagonismo dellarea popolare e cattolico sociale nel nostro paese. Come, del resto, le operazioni tese a fare dei Fratelli dItalia la nuova casa di matrice e di radice democristiana. La vera sfida, semmai e al contrario, resta quella di uscire da questa cronica ed oggettiva subalternità politica e culturale e di intraprendere, al contempo, un cammino di autonomia progettuale e di elaborazione politica.

E dove i valori cristiani e democratici non erano meri ornamenti da salotto ma la leva decisiva e qualificante per declinare un vero e proprio progetto di società”. Ieri, come oggi, si tratta semplicemente di recuperare quella coerenza, quel coraggio e quella intelligenza politica, culturale e progettuale. E forse anche organizzativa.

SIFI, azienda farmaceutica italiana, conquista i mercati esteri.

Redazione

Ha duplicato il fatturato estero nel primo quadrimestre del 2023. Si tratta di SIFI, gruppo farmaceutico italiano leader nel settore oftalmico. L’azienda, che sviluppa, produce e commercializza soluzioni terapeutiche innovative per il trattamento delle patologie oculari, è stata fondata nel 1935 e ha sede a Catania, in Sicilia. Oggi SIFI è presente in più di 40 paesi nel mondo, con una presenza diretta in Italia, Spagna, Francia, Romania, Messico e Turchia.

Il successo di SIFI è dovuto alla sua tecnologia innovativa e alla sua capacità di rispondere alle esigenze dei pazienti. L’azienda ha sviluppato una serie di prodotti e soluzioni innovative per il trattamento di patologie oculari come il glaucoma, la cataratta e la presbiopia. Questi prodotti sono distribuiti in tutto il mondo e hanno aiutato milioni di pazienti a migliorare la loro vista.

L’azienda investe costantemente in ricerca e sviluppo per sviluppare nuovi prodotti e soluzioni innovative. SIFI è anche impegnata a promuovere la prevenzione delle patologie oculari e a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della salute degli occhi.

Vediamo nello specifico. Ampia la gamma di soluzioni terapeutiche di SIFI, inclusi farmaci innovativi, dispositivi medici e nutraceutici, con lo sviluppo e produzione di dispositivi medico chirurgici conformi ai più elevati standard qualitativi internazionali ed un portfolio chirurgico vanta unampia gamma di lenti intraoculari innovative.

Pioniera nello sviluppo delle lenti intraoculari EDOF (Extended Depth of Focus), prodotte nello stabilimento ad alta tecnologia alle pendici dellEtna, SIFI la prima azienda italiana a raggiungere, con le sue IOL dal design ottico unico e brevettato, mercati dallArgentina al Giappone, alla Nuova Zelanda, passando per la Georgia, lAzerbaijan, il Vietnam e molti altri. Nel primo quadrimestre 2023 SIFI ha confermato la sua strategia di sviluppo, concretizzando una celere espansione in ambito internazionale.

SIFI unazienda basata in Italia, che partendo dalla Sicilia dove stata fondata, ha maturato una vocazione internazionale che le ha consentito in pochi anni di rendere disponibili in un crescente numero di pazienti con patologie oculari, le più innovative soluzioni tecnologiche e terapeutiche.ha dichiarato Antonio Roldan, Executive Director Export Markets SIFI, Oggi possiamo attestare di aver raggiunto anche le aree geografiche più lontane, a conferma della qualità e delle caratteristiche particolari e innovative delle nostre tecnologie, con vendite che hanno registrato un aumento a doppia cifra rispetto allo stessoperiodo dello scorso anno.

Di recente ha reso disponibili nuove terapie per i pazienti con glaucoma, sviluppate tramite una tecnologia unica nel settore che consente una somministrazione senza conservanti. Questi prodotti vengono realizzati grazie ad una linea produttiva interamente progettata e realizzata allinterno dellimpianto di Aci SantAntonio a Catania.

Fortemente orientata al futuro e al benessere dei pazienti, recentissimo laccordo Preparation for Human needssiglato in Iraq, per la distribuzione di farmaci e dispositivi medici comprese le lenti intraoculari, anche in cliniche e ospedali che accolgono i pazienti pi disagiati. In Europa ha siglato un accordo di partnership particolarmente strategico con il colosso francese Cristalens che ha scommesso sulla ricerca e sviluppo SIFI in ambito chirurgico e distribuisce da giugno 2023 le lenti intraoculari in territorio francese. E nel 2023 continua lespansione internazionale con il lancio di una serie di nuovi prodotti come ad esempio la lente intraoculare Evolux, unica nel suo genere per prestazioni e che porta ad un altissimo livello il miglioramento della vista dei pazienti a cui verrà impiantata in sostituzione del cristallino naturale.

Anche Prodi torna in pista per rianimare un Pd a vocazione ulivista

Stefano Bonaccini ha cercato di smentire le voci di divisioni all’interno del Pd, ma la kermesse di “Energia popolare” a Cesena ha dimostrato che le divergenze di vedute politiche con la segreteria Elly Schlein rimangono e sono forti. I malumori si concentrano sulle idee riformiste, che in molti sentono minacciate dal nuovo corso del partito.

Ieri lintervento più “duronei confronti della nuova gestione è stato quello del presidente del Copasir Lorenzo Guerini: Io la dannazione della memoria ha detto Guerini riferendosi agli strali incessanti della nuova segreteria contro lex segretario ed ex premier Matteo Renzi non riesco più a tollerarla, non porta il partito a guardare il futuro. Sono daccordo sul dire, come fa Stefano Bonaccini, che non bisogna segare il ramo su cui siamo seduti, ma io ho preoccupazione per lalbero, a partire delle sue radici, perché se alcune radici col tempo nuovosi ritiene che possano essere tagliate, allora rischiamo di far cadere lalbero.

Più “concilianteDelrio, anchegli di provenienza renziana, che ha usato una metafora alpinistica: Siamo tutti attaccati alla stessa corda, non si taglia la corda al capo cordata, ma spesso da sotto vedi se il capo cordata sta prendendo la via sbagliata, se si sta mettendo sotto un tetto e dobbiamo avere la libertà di dirlo perché se va sotto un tetto precipita lui e ci trascina tutti giù”.

Ma posizioni più “estremistiche, e probabilmente più indicative dello stato danimo di molti dirigenti e militanti del Pd, erano state espresse ieri, da esponenti minori. Tra tutti, lex sindaco di Lodi Simone Uggetti, assolto dopo sette anni dalla Cassazione per il reato di turbativa dasta, il quale aveva denunciato tra gli applausi scroscianti, e alla presenza della Schlein, una subalternità culturale sulla giustizia che proprio non mi va giù”, e sul tema del giustizialismo era arrivato ad evocare nientepopodimeno che Bettino Craxi (Quando un magistrato si mette a dare la caccia ad una persona e non ad un reato, è un grave errore, e lo dico pensando alla vicenda di Craxi), mentre da imprenditore aveva invitato a riflettere sulla bontà del Job Act renziano (Se non ci fosse stato avrei fatto fatica ad assumere), sottolineando infine, senza giri di parole, linfantilismo post-renzianoche sembra aver colpito la nuova dirigenza.

Parole dirompenti, tanto che oggi il senatore Alessandro Alfieri, membro della segreteria e componente di Energia popolare, ha voluto precisare che gli applausi di ieri a Uggetti non erano, come ha scritto un giornale, applausi a Craxi ma a una persona che ha subìto per sette anni quello che ha subìto.

Poi con Romano Prodi, fondatore dellUlivo e padre nobile del Partito democratico, che ha toccato soprattutto temi di geopolitica, si è volato alto. Il professore ha parlato della necessità del riformismo, indispensabile nella situazione attualeitaliana e mondiale, accompagnato da una certa necessità di un radicalismo che in famiglia, fino a poche settimane fa ha detto riferendosi con tutta probabilità alla scomparsa dellamata moglie Flavia -, avremmo definito radicalismo dolce. Il Pd ha ancora la possibilità di essere perno di questa trasformazione, ma può farlo secondo Prodi solo con uno spirito unitario, condizione affinché possa ritornare a essere guida della nostra Italia.

E così Bonaccini, nelle sue conclusioni, ha avuto strada facile per evocare un ritorno alla vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. Abbiamo bisogno che il nostro riformismo torni a essere popolare e di popolo, ma anche che la nostra radicalità non diventi settarismo, elitarismo e massimalismo, perché – ha spiegato il presidente del Pd un grande partito sa riconoscere tutte le minoranze e difende strenuamente i loro diritti, ma lo fa parlando, convincendo e provando a rappresentare, però, la maggioranza dei cittadini. È la differenza che separa la testimonianza e il movimentismo dalla vocazione maggioritaria che io non intendo abbandonare e vorrei riscoprissimo. Non che da solo possiamo bastare ha precisato ma dobbiamo rappresentare il paese per tornare a governare. Il successo del Pd dipende anche da noi perché – ha scandito questo Paese non potrà mai avere unalternativa praticabile se si spegne il motore riformista del Partito democratico. Come a dire: il riformismo è nel Pd e continuerà ad esserci.

Cultura |  Il magazine della Cisl indaga il confine tra sfera privata e pubblica.

[] la modernità pone come prioritario rispetto a ogni altra preoccupazione di carattere morale e sociale: il confine invalicabile tra la sfera privata e la sfera pubblica.

Alla definizione di questo confine partecipa tutta la cultura liberale, da John Locke a Voltaire a Stuart Mill, ma nessuno meglio di uno studioso svizzero poco conosciuto (Losanna 1767- Parigi 1830) riesce a descrivere spazi, finalità, bisogni del singolo a fronte dellinterferenza, più o meno pesante, dello Stato. Scrive Isaiah Berlin in Il potere delle idee: Nel mondo moderno emerge unidea nuova, formulata con la massima chiarezza da Benjamin Constant: ossia che c’è una sfera della vita la vita privata nella quale lintromissione dellautorità pubblica è ritenuta indesiderabile, salvo circostanze eccezionali. La domanda centrale posta dal mondo antico è: chi mi governerà?Nel mondo moderno, una domanda non meno importante è la seguente: Quanto governo deve esserci?.

E infatti Constant riflette sulle grandi conquiste delletà moderna a partire da una distinzione teorica che diverrà sacra nella cultura di ispirazione liberale: il discorso sulla libertà di, che chiamiamo positiva, non può essere separato da quello sulla libertà da, che chiamiamo negativa. Esse indicano rispettivamente la libertà di essere quello che si vuole essere e la libertà da un potere che ostacola, in modi più o meno plateali, quello che si vuole essere. Per gli antichi lindividuo era attivo in tutti gli ambiti della politica, decideva più o meno direttamente su una quantità infinita di questioni interne ed esterne, il che implicava, pur con le limitazioni di una democrazia ristretta, che egli partecipasse alla formazione delle leggi.

Tuttavia, non accettando che fossero fatte da altri per lui, doveva poi convenire che quelle leggi potessero entrare nella sua sfera dazione e comandargli come doveva vivere: se obbediva alle leggi, era a sé stesso che, in fondo obbediva. Nel mondo moderno, in virtù del riconoscimento di diritti naturali (la vita, la libertà, la salute, la proprietà), che quindi precedono le leggi positive, la sfera personale si erge davanti allo Stato con tutta la sua potenza ontologica. C’è qualcosa, la natura, appunto, che non accetta linterferenza dello Stato, si tratti di quello democratico o di quello assoluto. Può venire a patti con lo Stato, persino barattare una parte di territorio di influenza, ma non oltre una soglia fisiologica.

(21 luglio 2023)

Dibattito | Può essere il centro moderato la collocazione giusta dei cattolici democratici?

Ci sono personaggi importanti di quel piccolo mondo antico del cattolicesimo democratico e popolare – atomizzato e  disperso da anni – che hanno deciso di trasferirsi dalla vecchia residenza, e stanno  cercando casa al centro della città politica. Dove peraltro già esistono diverse realtà  “cattoliche”, tra cui è giusto ricordare quella di “Insieme“, associazione-partito fondata solo pochi anni fa con un Manifesto e con un robusto percorso territoriale, dal professore Stefano Zamagni, noto ed emerito economista. Alcuni stimati rappresentanti di questo particolare cattolicesimo politico democratico e popolare,  come Fioroni, hanno  recentemente  abbandonato il Pd con queste intenzioni: formare un partito di centro.  E bisognava trasferirsi di zona,  perché  le relazioni e i rapporti con la Schlein, non promettevano buone cose. Soprattutto per i  valori in cui  si credeva.

Da quello che si è capito, la ricerca è solo per fare al più  presto e, anche in questo caso, la sede di un partito  politico. Con più precisione, come dicevo,  di un  ennesimo partito di centro. Ricordo en passant che in questo spazio geometrico c’era già stato il trasferimento con analoghe motivazioni di Renzi, il posizionamento  di  Calenda e si era collocata da poco anche la Moratti. E potrei proseguire. Dunque ennesimo  partito politico di centro anche quello di Fioroni. E non centro studi, o centro di formazione. Non iniziale luogo di incontri prepolitici. Di convegni e dibattiti  culturali per discernere bene i segni dei nuovi tempi con l’intento di costruire qualcosa di nuovo, e non di ri-costruirequalcosa di vecchio – come ripete spesso Mattarella. Tuttavia e nonostante i miei dubbi e le mie perplessità, comprendo e giustifico questa ricerca.  Perché ha certamente una sua radice valoriale precisa e identitaria; perché ha una nobile storia alle spalle; perché oggi, questo particolare cattolicesimo politico avanzato, non ha a ben vedere una sua casa; e perché nonostante coabiti in condomini con altri, viene trascurato e abbandonato al suo destino di irrilevanza. Non sapendo bene dove andare ad abitare, si trova quindi la soluzione del centro città come la migliore. Specie dopo che Berlusconi avrebbe lasciato liberi diversi suoi  appartamenti e molti suoi inquilini.

Ecco, succede però che sono sempre stato convinto del fatto che il vero e sacrosanto pluralismo non si legittima  con l’aiuto di spazi geometrici. E non è la fotocopia ripetuta di valori, idee, partiti e programmi. Tranne le facce dei leader, queste si diverse e plurali. Vale forse la pena di ricordare che il bipolarismo Usa non viene mai messo in discussione, in quanto si sostiene che riduce il – già alto – tasso di assenteismo: più partiti ci sono sulla scheda, più confusione si crea nella testa dell’elettore, e tanto più si  finisceper non andare a votare.  Ma detto ciò la mossa di Fioroni la considero legittima. Con una sola riserva di principio. Quella cioè che fa a pugni con lo sforzo di  essere ai nostri giorni il più possibile uniti anche con i diversi e i lontani, e perfino con quelli che consideriamo nemici. Uniti  su una  sola e unica barca dove saremo costretti a navigare nei  giorni che ci attendono, remando insieme agli altri  per affrontare le ancora sconosciute sfide dei “cambiamenti epocali” dietro l’angolo, anche se già da tempo sotto i nostri occhi, come recita l’utopia di Bergoglio. Non esagero, perché l’ho sempre pensata come suggerito da Luigi Sturzo, che nelle vesti di sociologo raccomandava di rivolgere sempre lo sguardo alla “… società concreta, e non a quella che immaginiamo o desideriamo.

Dati i tempi, mi tocca allora dire che ormai viviamo solo nel presente. Al giorno dopo giorno. Senza però studiare la concretezza della società che ci sta di fronte. Il passato e soprattutto il futuro non ci interessano. E la storia di questo particolare e avanzato cattolicesimo politico è forse nota solo agli over 60. Forse! Dalla Rerum Novarum sono passati oltre 130 anni, dai “Liberi e Forti” di Sturzo, ne sono passati oltre 100, e da “Camaldoli” e dalla Dc storica di De Gasperi oltre 75.  E le abitazioni si cercano al centro forse perché si pensa a questo passato sconosciuto. Ma forse anche perché le periferie della città oggi le consideriamo conservatrici, nazionaliste, patriottiche e sovraniste a destra-città, e rivoluzionarie, europeiste, rivoluzionarie, mondialiste e progressiste a sinistra-città” Quando non fasciste e comuniste, frammiste ai radicalismi, massimalismi e populismi ormai sulla bocca dei tanti ismi  che semplificano le invettive evitando di spiegare  se si tifa per un minimo elitario di superficie.

Categorie geometriche e ideologiche, sinistra e destra, che oggi sarebbe bene ridefinire. O abbandonare  completamente sostituendole con uguaglianza da una parte e disuguaglianza dall’altra, come suggeritva anni fa Norberto Bobbio. All’interno di questa più comprensibile e più attuale alternativa, ho allora sempre pensato che una via di mezzo cattolica centrale e cosiddetta moderata – specie se cattolico democratica –  non avesse molto senso. Questo nobile pensiero cattolico democratico e popolare o è per l’uguaglianza, come  è stato da sempre, osemplicemente non è! 

Bisogna scegliere.  Mi risulta infatti difficile pensare ad una uguaglianza mediata con la disuguaglianza. Il centro… moderato che si vuole costruire vuole invece essere un centro proteso alla ricerca della mediazione, avendo di fronte idee “…comuniste”, da un lato, e “…fasciste” dall’altro. Ma evocando con l’aggettivo moderato un qualcosa che, a ben vedere, nella stessa storia della sinistra democristiana e del cattolicesimo democratico e popolare non e mai esistita, sia nelle proposte che nella concreta dialettica parlamentare. Questo moderatismo è  esistito solo nei comportamenti e nel linguaggio  della sua composta ed educata classe politica che oggi rimpiangiamo.

Se vogliamo proseguire con la metafora, quel centro città che anche oggi si cerca, non è più abitato e frequentato da  molta gente. Infatti la gente si è da tempo polarizzata. Quella borghesia e quel ceto medio moderato che lo abitavano, si sono liquefatti e trasferiti. E la zona è una Ztl. Quei pochi cittadini che sono rimasti preferiscono rimanere chiusi nei propri appartamenti e, pur dichiarandosi nei sondaggi credenti praticanti, una volta aggrediti da una galoppante secolarizzazione, scelgono di non andare neanche più alla messa domenicale, lasciando le chiese senza più sacerdoti e parroci, completamente vuote. Un assenteismo, questo, che si registra e si esporta  parimenti anche negli appuntamenti elettorali.

Termino con questi doppi sensi, e concludo con tre sole domande.  1) È  ragionevole  pensare ai giorni nostri di RI-organizzare un partito di centro cattolico democratico e popolare che guarda ( suppongo) a sinistra, come fu la sinistra dc, essendo peraltro in compagnia di una crisi totale dell’associazionismo cattolico storico (Fuci, Ac, Meic, ecc.) e con un clero spaccato tra bergogliani e antibergogliani? 2) Siamo proprio certi che l’assenteismo al voto più robusto è quello della cosiddetta classe media di segno cattolico democratico, che si può  risolvere e riparare con un partito di centro? 3) E siamo proprio sicuri che una legge proporzionale potrebbe favorire la sua RI-nascita politica e culturale? 

Una risposta ai tre quesiti è riassunta nella considerazione di alcuni studiosi che sostengono, da tempo, che il cittadino non va più a votare non tanto e non solo per la fine della guerra fredda e delle ideologie connesse; non per la crisi dei partiti politici, ora in mano ai solitari leader; non perché non trova l’offerta del partito che risponda ai propri valori e alle proprie attese; e non perché si trovi di fronte alla rigida scelta binaria, partito A o partito B e non può dunque selezionare in piena libertà sulla base dei propri individuali ed egoistici desideri. Ma non va a votare perché si è creata una spaccatura totale tra eletti e elettori. Questi  ultimi abbandonati a loro stessi e chiusi in casa, appunto, senza poter incontrare e dialogare con qualcuno. Tranne qualche rara sceneggiata domenicale nei mercati rionali, oppure qualche passeggiata nei lidi alla Papeete. E non hanno (più) interessi al voto anche perché non hanno (più) fiducia nella politica e nei politici, vivendo in una costante incertezza sul futuro loro e dei pochissimi figli, e vedendo crescere le diseguaglianze. 

Il loro starsene a casa spesso nasconde questa protesta e queste preoccupazioni. Ancora più spesso è indice del  ripiegamento individualistico e autosufficiente, di sfiducia nella comunità e di drammatico isolamento sociale, favorito paradossalmente dai social. Ma nonostante i miei tanti dubbi, gli auguri a questo centro, e a  questi  centri invocati e attesi come soluzioni di tutti i problemi sul tappeto, non posso non farli e trattenerli. L’assenteismo crescente al voto, è un dato ormai strutturale delle democrazie politiche rappresentative avanzate. Vale però la pena ricordare che i tanti frammenti partitici, e il loro quotidiano  proliferare con la moltitudine di partiti fotocopie, rischiano di mandare in crisi l’intera democrazia politica rappresentativa. Essendo lacerata e impoverita, alcune anime pie la vogliono riparare e ricucire con una repubblica presidenziale dell’uomo fortee questo si...centrale! Spero si sia capito che su un centro cattolico democratico e popolare rimango molto scettico e critico. Ma nonostante le mie perplessità, non mi vieto di pensare che tali valutazioni possano benissimo risultareprecipitose. 

L’invito di Zuppi ai cattolici: una  Camaldoli per l’Europa e la pace.

 

La prolusione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, tenuta ieri al convegno sul Codice di Camaldoli nell’80°anniversario dell’incontro del 1943, ha indicato e riproposto lo spirito che deve animare i cattolici in politica anche nel contesto attuale, in modo simile a quanto seppero fare coloro che elaborarono quel documento, che tanta influenza ebbe nella rinascita del Paese, mossi dalla consapevolezza che “siamo, come allora, travolti dalla tempesta della guerra”.

 

Un documento che quindi ci è di stimolo a ritrovare un metodo nella politica, che ripristina l’importanza del collegamento tra cultura e politica come presupposto della serietà e della credibilità della politica.

 

Un compito reso più difficile, ci ha ricordato il presidente della Cei, dall’affermarsi ai nostri giorni di “una politica epidermica”, “del giorno per giorno, con poche visioni”, rispetto alla quale lo spirito che animò la stesura del Codice di Camaldoli, ci chiede di “non essere prigionieri del presente”.

 

Questo naturalmente non significa non riconoscere che la politica è condizionata in gran parte dal giorno per giorno, dalla tattica, dai tanti  tecnicismi usati nella vita delle assemblee parlamentari come nelle pubbliche amministrazioni. Ma significa affermare che la politica non può limitarsi a questo. Soprattutto in tempi di passaggi epocali, come quelli di 80 anni or sono e quelli attuali.

 

Occorre anche riconoscere che l’indebolimento della dimensione progettuale nella classe politica è stato favorito in questi anni anche da un preponderante atteggiamento dei mezzi di informazione, di chiusura al pluralismo delle opinioni e di appiattimento dei giudizi sull’immediato. Sui temi dirimenti – come la pace, l’ambiente, la questione demografica e altri – si assiste quasi a un’inversione delle parti, per cui spesso non è più il giornalista che pone delle domande al politico per ottenere un suo giudizio ma al contrario è la stampa che valuta il grado di uniformità del politico alla linea editoriale, e in ultima analisi, al giudizio politico stabilito dall’editore, e da chi controlla la proprietà dei media. Una stampa che, forse non rendendosene pienamente  conto, finisce per ostracizzare ogni giudizio ritenuto non ritenuto conforme. Ciò ha fatto scattare tra i politici ma anche tra gli intellettuali, un meccanismo chiamiamolo di prudenza, in base al quale prima di “rischiare” una valutazione di visione ampia che si discosti dal quotidiano, occorre aspettare che le idee vengano “sdoganate” da qualche autorità che si ritiene superiore. Un capovolgimento anche del principio democratico, che si coniuga perfettamente con la personalizzazione della politica, dove contano i cerchi magici del capo di turno più che la qualità del dibattito politico.

 

Se questa è la situazione in cui versa oggi la politica, appare ancor più opportuno l’invio del cardinal Zuppi a “saper guardare lontano”, a non andare al traino degli eventi ma di saper gestirli con saggezza e lungimiranza, guardando oltre l’immediato.

 

Un invito in particolare ad affrontare due questioni cruciali: il futuro dell’Europa e il ristabilimento della condizioni che assicurino la pace.

 

 

Appare quanto mai opportuna la proposta lanciata dal cardinal Zuppi di una “Camaldoli europea”, come strumento attraverso cui i cristiani europei, come i padri fondatori dell’Europa, siano nuovamente capaci di elaborare idee per il futuro dell’Europa, perché possa affrontare riforme necessarie e non più rinviabili, senza finire paralizzata, come recentemente ha ammonito l’ex premier Mario Draghi.

 

“Oggi siamo in una stagione – ha ricordato  il cardinal Zuppi – in cui si sente il bisogno di una responsabilità civile maggiore. Per l’Italia, per l’Europa, per il mondo: tutto è incredibilmente connesso”. Credo sia possibile intravvedere in queste parole anche un invito alla definizione delle condizioni che assicurino la pace in Europa e nel mondo. Una politica che guarda al futuro non può prescindere dalla consapevolezza che la guerra in Ucraina non può avere una soluzione militare. Occorre interrogarsi su cosa succederà dopo che  le armi saranno.messe a tacere, dibattere sul tema di un futuro di coesistenza, di sicurezza e di pace in Europa e nel mondo. Occorrerà discutere del ruolo dell’Unione Europea e dell’Europa intera, in un mondo divenuto multipolare.

 

La memoria del Codice di Camaldoli, sembra suggerire l’intervento del cardinal Zuppi, ricorda che il ruolo dei cristiani nel ravvivare la democrazia e rafforzare la pace in questa fase storica, si misurerà soprattutto dalla capacità di esprimere una riflessione e un orientamento che risultino “audaci e innovativi”, diremmo adeguati a ciò che i tempi richiedono, più che dalle sole forme, pur importanti, attraverso cui organizzare l’impegno politico.

Leggi la relazione introduttiva del Cardinal Zuppi

La lezione di Camaldoli è che il futuro scrive su fogli bianchi

Ora, come si spiega il fascino di questo testo eterogeneo, provvisorio, perfettibile?

 

Sul Codice di Camaldoli si è ridestata, a partire dagli anni Ottanta, un’attenzione motivata più dall’interesse politico che da autentiche ragioni storiografiche, dall’esigenza di riprendere un discorso sui fondamenti morali dell’impegno politico e sulle origini del movimento democristiano, che attraversava un momento molto delicato. In questo modo, di anniversario in anniversario, si può affermare che il Codice, citato più che studiato, ha assunto un carattere quasi mitologico.

 

Oggi è al lavoro una nuova generazione di studiosi e di studiose impegnata nell’analisi della storia del movimento cattolico. Una serie di grandi iniziative scientifiche, come l’imponente opera, in corso, dell’Edizione nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi, consegnano agli storici una messe di documenti indispensabili per la corretta comprensione del passato. Si può insomma guardare a vicende, idee e personalità con meno pregiudizi, con la necessaria distanza e con la dovuta sapienza storiografica. È quello che intende fare questo convegno

Distanza non comporta un neutrale distacco dagli eventi. Comporta sottrarli dal fuoco della controversia, dalla litania del rimpianto o dalla lusinga di improvvisati revival. Ci viene restituito ciò che davvero conta.

 

Perché, allora, un testo eterogeneo, provvisorio, perfettibile come il Codice di Camaldoli continua ad affascinare? Perché frutto di una sfida del pensiero che non ha avuto paura della storia.

 

Perché ha posto al centro la competenza, la libertà e la responsabilità di una generazione che seppe fare onore alla propria fede e alla propria intelligenza, non almanaccando su una identità da difendere o su una irrilevanza da commiserare, ma condividendo in un documento aperto a tutti le proprie proposte per una società migliore e plurale.

 

Perché ha dimostrato che i valori cristiani, siano pure non negoziabili, impastati con la viva materia della storia, dei suoi drammi, delle sue gioie e delle sue speranze, possono essere arricchiti e precisati.

 

Perché ha coinvolto – come si legge nell’avvertenza – «gli spiriti più attenti, gli animi più appassionati, fra i quali fermentano i germi del rivolgimento sociale che batte alle porte dei tempi nuovi». I tempi nuovi di un’Italia libera e democratica. Un impegno, una rivolta morale, una scelta di campo che ha il buon profumo della Resistenza.

 

Quando l’opera era ancora agli albori Sergio Paronetto scrisse: «A latere di discussioni e programmi per l’avvenire che impegnano tutta la nostra attenzione c’è una distinzione tra le parole e il fare, tra le chiacchiere e la vita. E mi par nettissima la nostra posizione, la nostra vocazione: è dalla parte del fare, con la croce, se vogliamo, dell’azione, non con la irresponsabilità e la comodità mentale di chi sta a guardare. Saremo dalla parte della barricata, dove si opera sugli uomini. Saremo fra quelli che verranno discussi e giudicati perché faranno, non fra quelli che giudicheranno e discuteranno. Saremo con quelli che sbaglieranno, non con quelli che troveranno a ridire, perché si è sbagliato; con quelli che avranno sempre torto, perché ci sarà sempre qualcuno che potrà dire: “così bisognava fare, così io avrei fatto”. Posizione scomoda, forse. Ma guai a fuggire: bisogna impegnarsi, finché si può».

 

Ritornare, ricominciare, ripartire da Camaldoli senza consapevolezza della storia significa contraddirne lo spirito.

 

Perché se una lezione si può trarre da quelle vicende è che in esse i cattolici italiani, come in altre, decisive svolte nella storia del Paese, hanno saputo inventare qualcosa di nuovo e di grande perché hanno avuto il coraggio di guardare avanti, non indietro. Non come epigoni dell’ieri ma come pionieri del domani. A chi vagheggiava ritorni al passato, De Gasperi, già nel 1935, rispondeva che è «una legge storica che una esperienza troppo fatta non possa essere ricominciata».

 

Non molti sanno che fu solo la difficoltà del rifornimento della carta a impedire l’inserzione di un foglio bianco a fronte di ogni pagina del Codice di Camaldoli, così da facilitare la stesura di nuove annotazioni e commenti. È sui fogli bianchi che scrive il futuro.

 

Leggi il testo integrale della relazione

 

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[Il convegno prosegue oggi e si conclude domenica con l’intervento del Card. Pietro Parolin]

La Voce del Popolo |   Meloni costretta ad accentrare la comunicazione.

 

I problemi di casa Meloni non sono pochi e non sono lievi. C’è un presidente del Senato che non conosce la virtù del silenzio, né quella della misura. C’è un ministro che ha debiti con lo Stato di cui si dovrebbe prendere cura. C’è un sottosegretario accusato di aver rivelato al suo inquilino notizie che avrebbero dovuto rimanere riservate. C’è un altro ministro, di gran peso, che ha dovuto accettare con buona grazie di essere smentito su tutta la linea. C’è un portavoce che pare destinato ad andar via da un giorno all’altro.

 

L’elenco, per ora, finisce qui. Ma rivela un gran problema. E cioè che la Presidente del consiglio deve ormai accentrare su di sé ogni forma di comunicazione, poiché ogni volta che i riflettori si appuntano sui suoi collaboratori affiora sempre un motivo di distonia rispetto allo stile e al modo della sua leadership. Che continua ad essere premiata dai sondaggi, questo sì. Ma che a lungo andare non potrà non fare i conti con gli altri giocatori della sua stessa squadra.

 

Si aggiunga a tutto questo la variabile Salvini, che alterna canoniche dichiarazioni di lealtà e distinzioni fin troppo evidenti, qualche volta quasi minacciose. In attesa che il progetto di autonomia differenziata faccia il suo corso. E soprattutto in vista delle elezioni europee, laddove la regola proporzionale indurrà gli alleati alla maggiore distinzione. Si vedrà come Meloni intende gestire tutti questi problemi.

 

Per ora, la sua scelta appare quella di non curarsene troppo, confidando nella sua abilità personale. Salvo il fatto che un giorno o l’altro questa sua abilità avrà bisogno di qualcosa in più.

 

 

[Fonte: La Voce del Popolo – 20 luglio 2023 – Titolo originale: Ecco tutti i problemi di casa Meloni – Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Codice di Camaldoli, riferimento per un nuovo umanesimo e protagonismo dei cattolici.

Era il luglio del 1943 quando un nutrito gruppo di intellettuali cattolici antifascisti, in particolare dell’ala sociale, si ritrovarono a Camaldoli: Vittorino Veronesi, Pasquale Saraceno, Giorgio La Pira, Ezio Vanoni, Sergio Paronetto e altri ancora misero a punto le linee programmatiche per la ricostruzione del Paese ispirando anche la Costituzione che segui a breve. In quel tempo cupo, uomini profetici pensavano oltre la disperazione della guerra e della povertà. Il Codice di Camaldoli in questi anni è stato spesso evocato nella consapevolezza che, pur con le dovute differenze, la complessa situazione culturale, politica ed economica di questo terzo millennio necessita di un maggiore protagonismo dei cattolici al fine di una ridefinizione valoriale e progettuale dell’Europa e del nostro paese. Ma il protagonismo c’è se ci sono idee suggerite da coraggiosi spiriti liberi e profetici…sennò, no. L’attualità chiede di collocare oggi quei valori e principi ispiratori in un tempo in cui difficili sono di nuovo diventate le vie della pace.

La rievocazione si colloca in un contesto della dottrina sociale della Chiesa che in questi anni ha portato i grandi interventi di Papa Francesco con le encicliche “Laudato sii” e “Fratelli tutti”. Il riferimento al Codice di Camaldoli trova nuovo impulso dalle indicazioni dei documenti del magistero pontificio (ecologia umana integrale in primis) che sollecita a riscoprire le radici cristiane e nuove proposte sociali su cui rilanciare l’impegno civile. Oggi, è in atto una rivoluzione che sta toccando i nodi essenziali dell’esistenza umana. Stanno mutando strutturalmente le modalità di intendere il generare, il nascere e il morire. È messa in discussione la specificità dell’essere umano nell’insieme del creato, la sua unicità nei confronti degli altri animali, e persino la sua relazione con le macchine e l’intelligenza artificiale.

 

Papa Francesco sottolinea che nel mondo liquido di oggi c’è bisogno di un nuovo umanesimo. Di fronte alla rivoluzione che investe “i nodi essenziali dell’esistenza umana”, occorre compiere uno sforzo per ripensare la presenza dell’essere umano nel mondo. L’Italia arranca, tanti nodi disattesi vengono al pettine e urgono idee nuove. Mentre nell’immediato si cerca di turare le falle del paese, urge iniziare un fecondo lavoro di messa a fuoco di valori e idee che alimentino l’entusiasmo per la costruzione del futuro. Tanto c’è da dire e fare, gli argomenti non mancano a partire dai temi antropologici sfidati dalle intelligenze artificiali e dai rischi di manipolazione genetica; e poi il ruolo dell’Europa minacciata da populismi e nazionalismi, la gestione solidale del fenomeno migratorio, la riforma delle istituzioni a fronte della disaffezione democratica, lo sviluppo eco-sostenibile, la contribuzione fiscale e nuovi modelli di Welfare rispetto all’invecchiamento delle popolazioni, la disoccupazione e il precariato; ecco, sono solo titoli di complesse ridefinizioni che richiedono l’impegno di scienze e coscienze.

 

Questioni profonde che non possono esaurirsi in qualche breve workshop, piuttosto necessitano dell’impegno di politici che non abbiano a mente sondaggi e scadenze elettorali ma le future generazioni. Questo è il lavoro da svolgere all’inizio del terzo millennio, doveri faticosi ma anche entusiasmanti che ci provocano. Una responsabilità civile che tocca a tutti, ma in particolare – se è vero che il nostro modello di società reca l’impronta dell’ispirazione cattolica – interpella il cattolicesimo democratico che di quell’area sociale è erede. Osare è meglio che tirare a campare.

I dilemmi del governo Meloni nello scenario futuro dell’Europa

Nei primi mesi del suo governo Meloni ha chiaramente privilegiato la scena europea e internazionale a quella interna. La scelta è stata razionale e sembra aver avuto risultati positivi. La leader italiana si è accreditata per le posizioni chiare sul conflitto ucraino e per unazione propositiva ma attenta alla costruzione di alleanze vincenti su alcuni importanti dossier europei (come le migrazioni). Laccreditamento internazionale di una leader inizialmente vista con sospetto avrà con la visita a Washington il suo sigillo.

Nellanno che precede le elezioni europee la politica nellUnione sta però assumendo nuove complessità che porranno qualche non piccolo problema a Meloni. Le interazioni tra le politiche dei governi e le politiche dei partiti europei che dovranno affrontare gli elettori nel 2024 sono destinate a creare qualche cortocircuito. Sul fronte dei governi, che si gioca nel Consiglio Europeo, Meloni, capo del governo di uno dei grandi paesi europei, ha seguito una linea di avvicinamento al centro europeo e alla leadership della Commissione, distinguendosi dove necessario anche dai governi che per composizione partitica sono suoi compagni nel gruppo europeo dei conservatori (è stato così per la Polonia sulla questione migranti). E lo ha fatto anche silenziando uno dei suoi alleati nazionali di governo, la Lega, che aderisce al gruppo europeo ancora più estremo. Tuttavia lavvio non ufficiale certo ma reale della campagna per le elezioni europee, importante per gli assetti comunitari ma anche molto per quelli nazionali, spinge in una direzione diversa.

Meloni presidente dei Conservatori europei è chiamata a mostrare solidarietà con gli altri partiti del gruppo che su temi importanti inseguono posizioni ben diverse da quelle della Commissione. Tutto sarebbe per lei più facile se si delineasse in sede europea un asse tra Partito Popolare e partiti della destra europea. Questasse è stato tentato, non si sa bene se in prospettiva strategica o piuttosto nellottica di un ammiccamento a strati dellopinione pubblica spaventati dai costi di nuove rigide regolazioni ambientali, nel voto al parlamento europeo sulla Legge per il ripristino della Natura. Il tentativo è però fallito e ha consentito ad una maggioranza di centro più sinistra di vincere. In ogni caso rispetto ad un voto parlamentare ben altra cosa sarà costruire una maggioranza per la prossima Commissione. Sembra veramente difficile immaginare a livello europeo una maggioranza anche risicata di centro e destra (e viceversa). Sulla base delle previsioni elettorali attuali (che potranno certo cambiare, ma non enormemente) si dovrà andare ancora una volta a una maggioranza larga che comprenda le due grandi forze politiche (Popolari e Socialisti) e tagli fuori le ali estremiste.

Sempre più nei prossimi mesi Meloni si troverà quindi a dover affrontare il dilemma: privilegiare i rapporti identitari con i propri partiti fratelli e restare ai margini della coalizione di governo europea, oppure cercare di entrare più organicamente in questa allentando invece i legami con il suo gruppo partitico europeo. E in questo dilemma si troverà a dover fare i conti anche con i due partiti della sua coalizione di governo nazionale che spingeranno in direzioni opposte (la Lega nella prima e Forza Italia nella seconda). La premier dovrà dedicare molta più attenzione di quanto non abbia fatto sino ad oggi alla politica interna che sarà decisiva per i risultati elettorali e sulla quale sinora i suoi ministri non hanno mostrato performance esaltanti.

[Dalla Lettera mensile – n. 6 / Luglio 2023 – inviata dallautore]

La vecchia guerra di Crimea cambiò il mondo, la nuova può cambiarlo ancora.

Partendo da quello che ha detto Xi a Putin nel loro ultimo incontro i cambiamenti stanno arrivando, cambiamenti su una scala che non vedevamo da cento anni, facciamo unanalisi che ci aiuti a ragionare dopo lavanzata di Prigozhin verso Mosca. Come a metà del XIX secolo, la Crimea è al centro di ostilità che si estendono ben oltre la penisola. Nel 1853, le truppe russe invasero l’Impero Ottomano, provocando la reazione di un’alleanza guidata da Gran Bretagna, Francia e Regno di Sardegna per attaccare la Crimea. La guerra finì quando la Russia implorò” la pace nel 1856.

Allepoca il problema era labolizione della schiavitù, oggi la fine dei combustibili fossili. In entrambi i casi la Russia viene colta in un periodo di decadimento, con armi obsolete, corruzione, morale basso, capi politici anziani e distanti dai soldati (oggi prevalentemente mercenari). Entrambe le guerre di Crimea hanno creato una sfida alle strutture interne dellautocrazia russa.

A metà del XIX secolo la guerra di Crimea portò una rapida transizione del potere da Nicola I, che morì o si tolse la vita, e suo figlio Alessandro II. Pochi anni dopo la guerra di Crimea le potenze occidentali fecero di nuovo guerra, in Cina. Le ostilità, che duravano da decenni affinché lImpero Celeste aprisse i suoi porti all’oppio, finirono con un trattato di pace che ancora oggi è considerato a Pechino come uno dei “trattati ineguali” impostig dagli stranieri. Teatro degli accordi fu la Manciuria, che ricoprì un ruolo importante anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Mosca donò parte della Manciuria alla Cina comunista nel 1952, un paio di anni prima di cedere la Crimea all’Ucraina. Nel 2014 la Russia si è ripresa la Crimea, dando inizio al conflitto a cui assistiamo oggi.

Gran parte della Manciuria appartiene ancora alla Russia. LOblast’ dell’Amur e Oblast’ autonoma ebraica ha un grande valore strategico, abbondanti risorse naturali ed un enorme potenziale, ma in mano Russa rimangono sottopopolate e sottosviluppate. Nel 2016, poco dopo l’annessione della Crimea, il governo russo ha emanato una legge che incoraggiava l’insediamento in Estremo Oriente, inclusa la Manciuria, promettendo a ogni migrante un ettaro di terra, gratuitamente. Il programma è stato un fallimento, Putin ha poi abbandonato milioni di persone dellest del paese.

Molti cinesi nel frattempo sono emigrati, legalmente e illegalmente, in Manciuria. Non si conoscono i numeri, ma il governo russo si è apertamente dichiarato molto preoccupato. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina, Putin è stato costretto a spostare gli armamenti dal confine con la Cina al confine con lUcraina, scoprendo il confine con una delle più grandi concentrazioni di armamenti al mondo.  

Chissà se una diplomazia creativa riuscirà a far capire ai cinesi, come fece Kissinger nel 1971, che uninvasione pacifica della Siberia, porterebbe a riscrivere in positivo gli equilibri di tutto lo scacchiere euroasiatico. E chissà se Kissinger, che oggi ha 100 anni e che ha visitato la Cina più di 100 volte, accolto ieri con gli onori di un vecchio amico del popolo cinese, stia tessendo le fila per una nuova giusta decisione per la cooperazione sino-americana” che porti alla “pace mondiale e al progresso della società umana”. Come ha detto Xi a Putin: i cambiamenti stanno arrivando, cambiamenti su una scala che non vedevamo da cento anni.

Il multipolarismo inarrestabile esige un cambio di strategia dell’Occidente

Durante la sua recente, e sorprendente, visita a Pechino il centenario ex segretario di stato Henry Kissinger si è sentito ricordare dal responsabile della politica estera cinese Wang Yi, una cosa di cui egli è profondamente consapevole, che la Cina non è contenibile, accerchiabile. Più in generale appare inarrestabile l’evoluzione degli equilibri internazionali verso un ordine multipolare.

La parte dell’élite occidentale, che ha nell’anziano ed esperto politico americano il massimo riferimento ad un approccio realista al mondo divenuto multipolare, ha forse lanciato la sua sfida nei confronti dell’altra fazione, quella riconducibile ai neoconservatori, che invece negli ultimi decenni si è imposta, e che ha posto la narrazione del “nuovo secolo americano” a fondamento del suo interventismo, e che ora propone una visione non conciliante rispetto al nuovo assetto verso cui naturalmente sta andando il mondo, sempre che prima o poi non si verifichino eventi tali da interrompere il normale corso della storia.

Per definire quale strategia l’Occidente debba seguire nei confronti dell’emergere di nuovi protagonisti sulla scena globale, appare quindi ineludibile la questione di quale bilancio si possa fare delle politiche di contenimento dell’influenza delle potenze extra occidentali negli ultimi trent’anni. Politiche che per la nostra porzione di mondo afferiscono alla parte orientale dell’Europa e al Grande Medio Oriente.

Nel primo caso i successi conseguiti dall’espansione della Nato ad Est non sembrano essersi tradotti in una maggiore sicurezza ma anzi potrebbero aver fatto da concausa al determinarsi della attuale situazione di guerra per procura sul suolo ucraino.

Neanche in Medio Oriente nonostante un colossale sforzo bellico sembrano esser stati raggiunti gli obiettivi che prometteva la strategia dei neocons (ben radicati nei posti chiave delle amministrazioni americane, repubblicane e democratiche, che si sono alternate da Bush padre fino a Biden).

In Siria il presidente Bashar al-Assad, a capo di un regime laico a garanzia dell’equilibrio multireligioso e multietnico del Paese, ha resistito alla destabilizzazione straniera anche nelle sue forme più spregiudicate, come la creazione dell’Isis. L’ Iraq che era un regime laico con Saddam, e con un grado di istruzione della popolazione e di classe media superiori al resto dell’area, è passato sotto la sfera d’influenza iraniana. Anche l’attuale premier iracheno, Mohamed Shia’ Al Sudani, è sciita.

In Afghanistan dopo neanche due anni dal ritiro delle truppe Nato, si respira aria di ricostruzione. E se è vero che la condizione della donna non è paragonabile a quella occidentale, non vanno sottovalutate le misure sociali del governo talebano come quella contro i matrimoni combinati, o quelle per l’accesso delle donne alle attività economiche, culturali, sportive nei modi consoni alla loro cultura. Ma in un Paese distrutto da circa 40 anni di guerra le priorità sono innanzitutto l’ordine pubblico, anche contro i tentativi stranieri di destabilizzazione, come quello operato attraverso l’Isis-K della provincia di Khorasan, le infrastrutture, la sicurezza alimentare ed energetica, dopo che il governo, come certifica un’agenzia indipendente britannica, la Alcis Geo, ha quasi del tutto stroncato la coltivazione del papavero da oppio. Le speranze di riscatto e di sviluppo di Kabul passano in gran parte dall’agganciare il sistema di collaborazione tra la Cina e il confinante Pakistan, per estenderlo nel proprio Paese.

Dunque i fatti sembrano attestare  che la strategia di contenimento delle potenze asiatiche per via militare si è rivelata non vincente anche nel Grande Medio Oriente. E le popolazioni che hanno dovuto subirla in genere non conservano un’opinione esaltante dell’Occidente.

Alla luce di questi fatti quale credito possiamo dare a una strategia che prevede l’Occidente impegnato in una guerra senza fine alle minacce che proverrebbero da un resto del mondo (si fa per dire perché costituisce quasi il 90% dell’umanità) la cui colpa è solo quella di cercare una propria via allo sviluppo?

Solo prendendo coscienza che lo sviluppo di tali Paesi è inarrestabile, si possono creare le premesse per un futuro di sicurezza e di pace. Ma perché questo possa avvenire, sia gli Stati Uniti che l’Europa devono saper esprimere una strategia diversa, non di ostilità al multipolarismo, ma di partecipazione collaborativa e competitiva al nuovo ordine globale. Gli Stati Uniti, riconciliandosi con la loro vera natura di stato affrancatosi – saranno 250 anni nel 2026 – dal colonialismo. L’Unione Europea affrontando le necessarie riforme che la aiutino a trasformarsi da appendice degli Stati Uniti per ciò che concerne la capacità militare, a soggetto autonomo sullo scacchiere globale.

Perché, alla fine, dall’affermazione di un multipolarismo, accettato e non subito dall’Occidente, l’Alleanza Atlantica, gli stati e i popoli occidentali, l’Unione Europea hanno tutto da guadagnare. Come pure il resto del mondo.

Dibattito | La sofferta Odissea dei popolari tra orgoglio e indifferenza.

C’è in questi giorni un gran da fare, soprattutto, sui giornali di area. Si colgono quotidianamente commenti e considerazioni assai positive attorno alla coraggiosa iniziativa di Fioroni diventato lalfiere di un autonomo cammino dei popolari, a partire dalle prossime scadenze elettorali, tra cui ci pare di cogliere un particolare focus sul rinnovo del parlamento europeo nel 2024.

Non mancano a tal proposito incoraggiamenti e tanti consigli, ma nessuno fa alcun accenno al fatto che quel cammino diviene incompleto se non si affronta in radice il problema della ricomposizione dellarea democristiana.

In un mio articolo del 3 marzo scorso così scrivevo: La scommessa sembra di quelle destinate a lasciare il segno dopo trentanni di dispersione nei tanti lidi del sistema bipolare che ancora oggi costringe nelle diverse realtà istituzionali a scegliere tra poli contrapposti. Non potendosinegare minimamente che con la segreteria di Elly Schlein sono destinati a nuove strutturazioni tutti i vecchi rapporti politici in quel versante. Ma è soprattutto nellalveo della componente cattolico democratica e popolare che il dirompente smarcarsi da un più che decennale tentativo di ibrida fusione progettuale, sovente sbilanciato, ora su un versante ora su un altro, impone un nuovo modello di visione politica e progettuale sulle orme di un patrimonio identitario nella consapevolezza di riempire finalmente un vuoto politico e di metodi che da tempo molti elettori attendono, financo a disertare massicciamente le urne.

Certo, il tutto avviene ancora tra diffidenze e preconcetti. E le avvisaglie non sono state poche. Già in un articolo del 9 aprile del 2021, Giorgio Merlo così scriveva: Ma è del tutto evidente che, seppur di fronte ad un quadro politico confuso, frastagliato e in continua evoluzione, un partito di centroo una politica di centroche veda anche lapporto decisivo della nostracultura popolare e cattolico sociale, non si intravede ancora allorizzonte. E, malgrado ciò, molti amici continuano simpaticamente a riproporre le proprie sigle o ad avanzarne di nuove come se nulla fosse. Pensando che così facendo, prima o poi tutti gli altri confluiscano passivamente e silenziosamente nella propria.

Considerazioni che partendo dalla persistente difficile convivenza tra le fila del Pd, davano il segno di una presa datto di una non più tollerabile frammentazione dellarea cattolica e popolare e di una perniciosa tendenza a esiziali superfetazioni personalistiche, a dir poco surreali.

Quello che stupisce è che non si è accompagnato a ciò il riconoscimento di quelliniziativa, seria e responsabile che vecchi iscritti alla Dc avevano messo in campo per ridare vita e azione ad un partito storico mai sciolto.

E questo osservare con supponenza i tanti eventi, che stanno attorno a questo obiettivo, non aiuta una causa comune, mentre andrebbe guardata con fiducia liniziativa con cui si è assicurata credibile prosecuzione allesperienza democristiana, nel solco di una sentenza che ha statuito il mai avvenuto scioglimento a norma di Statuto.

Mentre il fatto che non siamo più allanno zero, avendo il partito ritrovato condivisione e consensi nei territori, soprattutto della Sicilia, dove ha avuto il suo primo esordio elettorale con consistente ingresso nelle istituzioni (Regione siciliana, ove siedono 5 deputati, e tanti consiglieri comunali, a Palermo, Catania e in diversi Municipi dellIsola) non meriterebbe tanta indifferenza.

C’è da chiedersi allora quanto sia a tutto campo questa iniziativa di Fioroni nel più ampio e comune obiettivo (che ad onor del vero ci sembra una mission quasi naturale) se si vuole ripristinare tutto il caleidoscopio culturale, espressione dei diversi filoni di pensiero di cui un partito che si colloca al centro deve possedere nel suo dna, senza mai svendere la propria identità.

Peraltro quel richiamo al pluralismo interno mi pare non manchi ad ogni piè sospinto. Anzi non c’è commentatore adesivo alla coraggiosa iniziativa di cui si è reso protagonista Fioroni che non richiami il pluralismo a volano per una proposta politica di centro sotto legida di quel patrimonio di principi e ideali che diedero spinta e forza alla Democrazia Cristiana, sia nella visione di governo del paese, sia come coprotagonista di scelte cruciali nellambito di obiettivi comuni che unissero in politiche di pace, convivenza e sviluppo i diversi paesi del continente europeo, CEE, Ceca, Euratom, Ue. Ecco perché se Fioroni si fermasse a metà del guado esporrebbe questa valorosa iniziativa allinconcludenza.

A tal proposito significativo mi pare quanto scrive Giuseppe Davicino su Il Domani d’Italia di ieri: Dal convegno di Tempi Nuovi di venerdì scorso, che ha sancito la ripresa di iniziativa politica dei Popolari, sono emerse, tra le altre cose, due indicazioni strategiche che dovranno modellare il percorso intrapreso: quella dellimpegno per la riforma dellEuropa e quella del contrasto alla crisi dei ceti medi. La necessaria attenzione alle alleanze con un centro che si oppone a future intese fra Ppe e partiti di estrema destra, costituisce unindicazione importante, da concretizzare a suo tempo, alla luce di quelli che saranno i risultati delle elezioni del 2024. E tuttavia ancora più importante appare la consapevolezza che lUnione Europea necessita di urgenti e strutturali riforme per renderla adeguata alle sfide del mondo attuale. Questo credo sia essenzialmente il dato da cui partire per impostare una proposta elettorale unitaria dei Popolari italiani per le prossime Europee. Si parla ancora di ripristino del patto di stabilità come se nulla fosse cambiato, quando i grandi eventi dei primi anni venti hanno mutato in modo irreversibile gli equilibri europei. La guida tedesca ormai appare un lontano ricordo, sostituita dalla guida Nato a trazione angloamericana.

Se da una parte mi pare importante e condivisibile la raccomandazione che Davicino fa affinché chi propone uno scenario fondato sulla sussidiarietà raccolga lappello di Draghi ad affrontare con una politica fiscale comune europea, le nuove istanze e con esse le nuove problematiche di fronte ai quali oggi uno stato nazionale si dimostra inadeguato: dai temi dellambiente, alle migrazioni, dalla sicurezza europea, alle catene di approvvigionamento, dellenergia, non di minore efficacia persuasiva appare essere il progetto di paese e di Europa che il nostro filone culturale, interno alla Dc, come può leggersi per intero dalla fonte qui appresso citata, al momento critico verso eventuali scelte di altra direzione, intende perseguire a proposito delle dinamiche di future intese intraprese dal Ppe con i partiti di estrema destra.

Ecco quanto, appena pochi giorni fa, ho scritto in un mio articolo dal titolo: Le seduzioni trasformiste dei partiti della XIX legislatura, sul mensile Il Laboratorio di giugno....con la collocazione nei posti chiave, di personalità così identitariamente connotate, si rafforza limpressione che stia prevalendo una visione personalistica del partito (si allude alla Dc, di cui oggi è segretario politico Totò Cuffaro,n.d.a.), che rischia di trasformarsi in mero comitato elettorale, puntando sempre meno sulle occasioni di dibattito interno, volto invece più alla ricerca di qualche scranno nelle istituzioni (a cominciare dal parlamento europeo) anziché costruire un partito a lungo respiro che riporti equilibrio e coerenza nel sistema politico interno e non crei ambivalenza di linea nel quadro europeo del popolarismo, dove si sta giocando una partita difficile, in vista del rinnovo della legislatura del prossimo maggio, soprattutto per lidea ardita del presidente del Ppe, Manfred Weber di voler abbandonare lattuale alleanza con i socialisti e portare i conservatori di G. Meloni e ovviamente tutto lo schieramento di M. Le Pen e la Lega di Salvini a sostenere un nuovo esecutivo, spostando il baricentro politico, nettamente a destra.

Per fortuna il suo temerario tentativo [] nei primi assaggi di voto, in occasione dellapprovazione della legge di ripristino dei suoli naturali e dellecosistema, non è andato in porto. La legge è stata approvata dal parlamento europeo con il voto di sostegno di 21 deputati del Ppe in dissenso dalla indicazione del loro presidente M. Weber.Speriamo che il presidente Weber sappia cogliere il chiaro segnale che lobiettivo di una coalizione tra Popolari e Conservatori, è per natura e storia del Ppe, impraticabile.

Come è indubbio il fatto che lidea di spostare a destra lattuale baricentro politico implichi necessariamente la consapevolezza di accettare il rischio di trovarsi nella prossima legislatura europea accanto ai rappresentanti dellAfd (gruppo di estrema destra tedesco) come possibili sostenitori del nuovo esecutivo (se davvero dovesse passare questoperazione) e dei tanti piccoli gruppi di estrema destra che pullulano in questo momento in diversi stati dellUnione. Così come è deprimente immaginare leffetto consequenziale di un Europa sotto la tenaglia dei nazionalismi. Sarebbe come dare consapevolmente la stura ad uno sgretolamento dellUnione, vanificando per sempre il sogno di un’Europa unita, come la immaginarono i padri costituenti: K.Adenauer, A. Spinelli,A. De Gasperi, J. Monet e R. Schuman. Di certo quel voto [] dei 21 eurodeputati del Ppe in dissenso dallindicazione del loro capogruppo ha reso evidente che questa strategia politica è non solo temeraria, ma assai  divisiva.

Un chiaro esempio di concordanza in vari punti di una visione politica che si snoda nella comune matrice di cultura e di pensiero e espressione di quellautentico pluralismo di idee e posizioni che si è incardinato, nel solco di una storica continuità nella Dc, che in questi frangenti, unitamente ad altri amici, mi vede in posizione critica nei confronti della linea del segretario Cuffaro. Eppure non ho mai avuto, nonostante diversi tentativi di dialogo da me lanciati attraverso questa valorosa testata giornalistica, una sia pur frettolosa risposta o momenti di confronto sugli obiettivi comuni. Mentre come si vede, c’è la prova che anche nella Dcnuovaalberghi lespressione più autentica di un pluralismo di valori e di visione politica che può essere il naturale quadro per assicurare credibilità al doveroso processo di ricomposizione di una originaria comune identità, unico strumento per ridare forza e peso ad un ruolo di mediazione e di lungimiranza che la polarizzazione del sistema ha totalmente polverizzati.

Via della Seta, prima sì e poi no, ma sempre senza strategia.

Nelle ultime settimane si è ritornato a parlare della decisione che il nostro Paese dovrà prendere in ordine al rinnovo del Memorandum che dal 2019 ci lega alla Via della Seta, il grande progetto da 900 miliardi di dollari di investimenti lanciato verso il resto del mondo dalla Cina, a seguito di un discorso pronunciato dal leader cinese XI Jinping a Samarcanda nel settembre 2013. Ladesione dellItalia al piano del Governo di Pechino era avvenuta a seguito della sua firma da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante la visita di stato che il leader cinese aveva fatto a Roma nel marzo del 2019, che così aveva fatto diventare il nostro Paese lunico aderente al G7 a sottoscrivere il Patto dintesa sulla Belt and Road Iniziative (Nuova Via della Seta). Conte, che  aveva firmato il patto nella sua qualità di capo del Governo giallo-verde, ne ha poi rivendicato la validità anche  allorché si è trovato a guidare il Governo giallo-rosso. Erano i tempi, infatti, in cui il leader dei 5S assieme ad altri esponenti politici teorizzava e tentava di sperimentare un cambio della tradizionale linea di politica estera dellItalia, spostandola dallo storico atlantismo ed europeismo ad una innovativa equi-vicinanza di Roma a Washington e Pechino. E ciò anche a seguito della cd. dottrinadi Massimo DAlema che da tempo insisteva sullidea che lOccidente stesse vivendo una vecchiaia rancorosa.

Ora, dopo lo scoppio della pandemia e soprattutto della guerra da parte della Russia contro lUcraina, ci si è improvvisamente ricordati che, comunque, i rapporti del mondo occidentale con luniverso cinese restano sempre molto tesie, soprattutto, che gli Stati Uniti non hanno smesso mai di insistere con tutti i propri alleati ed in particolare con lItalia per un atteggiamento meno ambiguonei confronti della Cina. Con la conseguenza che, in ambito europeo, i Paesi dellEst – con il testa lEstonia che ha già fatto sapere di volere abbandonare la Via della Seta – hanno  manifestato una linea dura e quelli capitanati da Francia e Germania, pur temendo un pesante contraccolpo economico, hanno ribadito il loro no alladesione al Protocollo cinese. Insomma, lItalia è rimasta abbastanza isolata dai propri storici alleati ed anche, in qualche modo, è stata rimproveratadal suo maggiore partner: gli Stati Uniti dAmerica. Al punto tale che il nuovo Governo della Meloni avrebbe deciso, seppure senza creare strappi con la Cina, di rompere lintesa non rinnovandone a fine anno la sottoscrizione. Naturalmente, cercando di salvare gli scambi commerciali e magari costruendo nuovi accordi, come hanno fatto Parigi e Berlino. Altrimenti potremmo essere chiamati a pagare costi enormi che leconomia del Paese difficilmente sarebbe in grado di sopportare. Quindi sarà necessaria una grande abilità diplomatica per riuscire nellintento di spiegare a XI Jinping che non si tratta di un volgare e rozzo voltafaccia ma di un inevitabile atto politico frutto della evoluzione delle strategie che lItalia condivide, in quanto Paese membro, con lUnione Europea e che comunque, seppure diverse, non sono certo ostili a quelle portate avanti dal Paese asiatico con il suo progetto della Via della Seta.

Ma è proprio qui, nelle motivazioni di fondo che la linea del Governo Meloni intende seguire per comunicare e motivare il  No! al rinnovo del Patto con la Cina – come, del resto, a suo tempo per il frettoloso e superficiale sì – che emerge tutta la debolezza della sua giustificazione, affidata  ad un pragmatismo che dipende esclusivamente dai rapporti di forza (commerciali) in campo e rinuncia ad ogni logica (di alta?) politica. Basti pensare che per motivare labbandono della Via della Seta si evocano comportamenti cauti, misurati, avveduti, controllati ma si dimenticano le ragioni di una grande visionecome la strategia Global Gateway elaborata dallUnione Europea proprio in risposta alla Via della Seta cinese e annunciata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen in occasione del discorso sullo stato dellUnionepronunciato al Parlamento europeo il 15 settembre 2021.

La Global Gateway è, infatti, unofferta positiva dellUE nei confronti dei molti Paesi nei quali è in gioco un confronto di narrazioni e offerte di cooperazione diverse. Come ha scritto (sul n. 191/2023 di Formiche) il Commissario europeo per i partenariati internazionali, Jutta Urpilainen, essa è una strategia ambiziosa per sostenere la ripresa economica globale collegando persone e luoghi in modo sostenibile secondo un nuovo e reale partenariato internazionale che crei legamie non dipendenze. Un partenariato globale basato su valori reciproci e obbiettivi comuni per raggiungere connessioni sostenibili ed affidabili che si distinguano da quelle dirette ed unidirezionali della Belt and Road con la potenza asiatica. Nella sostanza, una vera e propria iniziativa di portata globale che si rivolge principalmente al continente africano, a quello asiatico, allAmerica latina  e ad alcuni Paesi viciniori europei sulla base di un piano che riguarda cinque ambiti di intervento: tecnologie digitali, clima ed energia, trasporto, sanità, istruzione e ricerca.

Per queste azioni la Commissione europea ha fissato alcuni principi fondamentali individuandoli nellalta qualità dei progetti e degli standard, nel rispetto dei valori democratici, nella buona governance dei progetti e della sua trasparenza, nella paritarietà dei partenariati, negli investimenti verdi ed in un approccio basato sulla sicurezza. Il tutto organizzato in un programma che punta a mobilitare, entro il 2027, fino a 300 miliardi di euro di investimenti di fondi pubblici e privati con un approccio Team Europeche nel concreto vuol dire impostare un lavoro a stretto contatto tra gli Stati membri e le istituzioni per finanziare lo sviluppo e ottenere il maggior impatto possibile. Nella prospettiva, è utile ribadire, di instaurare un rapporto di cooperazione paritario tra lUnione e i Paesi beneficiari nel quale unattenta costruzione dei meccanismi di finanziamento crei legami sostenibili e non dipendenze che vincolino i partners con il debito. In particolare, nellarea del Mediterraneo che, come sostiene proprio lItalia, a causa della guerra ucraina ha risentito, per un verso, maggiormente della destrutturazione delle catene di fornitura e dei meccanismi di approvvigionamento di beni essenziali ma, per altro verso, offre opportunità di connessione in settori strategici come lenergia, fondamentali per sviluppare progetti infrastrutturali necessari a sostenere la ripresa economica.

Ora, a fronte di questa prospettiva strategica europea di grande respiro alla quale oltre tutto siamo vincolati, il nostro Paese, dovendosi affrancare da una poco opportuna intesa con la Cina – rivale sistemicodellOccidente – non solo se ne dimentica, avanzando motivazioni per non rinnovare il Patto della Seta francamente ridicole e traboccanti di fastidioso opportunismo, ma finisce anche per operare nel concreto contro il recente riconoscimento di componente del Digital 4 development hubche dovrebbe promuovere inclusione, sostenibilità e trasformazione digitale e verde nei Paesi partners. In sostanza, abbandonando il proprio ruolo di leader del Mediterraneo nel cui spazio bifrontedeve giocare la sua partita decisiva soprattutto in questi tempi inevitabilmente caratterizzati da venti di crisi che soffiano a poche miglia dalle coste nazionali.

Ma così, ricadendo ancora una volta nellerrore di sottovalutare una politica attiva e strutturata per  rifugiarsi in quellapproccio occasionale e frastagliato che troppo spesso ha caratterizzato le nostre linee dazione concentrate esclusivamente, come da ultimo ha evidenziato anche Stefania Craxi (nel n. di Formiche, cit.), sul versante difensivo e securitario, senza guardare invece alle potenzialità di sviluppo che le condizioni geo-politiche offrono e che, se sapute cogliere, comporterebbero certamente un rilancio del ruolo comunitario dellItalia e dellintera Europa non solo nel mare nostrum ma anche nel più ampio scenario dei rapporti ormai globalizzati.

Riflessioni sul cattolicesimo democratico nel tempo delle novità per il centro

In una stagione di potenziali novità per il Centro, si ripresentano interrogativi sul ruolo dei cattolici nellattuale dibattito pubblico. Interrogativi nei quali si sovrappongono livelli diversi di analisi: culturale, politico, sociologico.

Culturalmente prosegue (seppur in forma più blanda rispetto al passato) la divaricazione tra linterpretazione delleredità conciliare tesa a riaffermare una continuità con la dottrina e una lettura progressista del Concilio, dove ciò che più conta è non contrapporre pensiero cattolico e modernità. Una divaricazione che, venuta meno legemonia cattolica in una società pluralista, sta sempre più sbiadendo.

Dal punto di vista politico, c’è la contrapposizione tra cattolicesimo conservatore e cattolicesimo democratico. Se, a livello nazionale, si continua a registrare una sostanziale irrilevanza dei cattolici nei rispettivi schieramenti, a livello locale ogni tanto qualcosa si muove. Ogni riferimento al nuovo sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni, è puramente casuale.

Dal punto di vista sociologico, è significativa la vitalità di una parte importante dellassociazionismo di ispirazione cattolica: dallaccoglienza dei migranti allassistenza delle nuove povertà, a quella straordinaria forma di Welfare Stateche sono diventati gli oratori, soprattutto destate. Nel contempo, appare inevitabile il declino della presadottrinale della liturgia cattolica nella vita quotidiana di molti credenti: escludendo i matrimoni, la partecipazione ecclesiale si concentra soprattutto sui momenti estremi della vita, la nascita e la morte. Battesimi e funerali. Come se stesse lentamente avanzando una figura inedita, che però rischia di diventare maggioritaria: il cattolico anonimo.

Cattolico perché – di fronte alle situazioni limite dellesistenza si riconosce ancora nellabbraccio e nellofferta di senso propria delle «parole eterne» del Cristianesimo; anonimo perché sostanzialmente indifferente ai contenuti della tradizione, al punto di essere egli stesso un esempio di post-modernità nel coniugare unetica individualista con una fede ridotta a puro sentimento religioso.

Una molteplicità di volti che da un lato invitano al disincanto, dallaltro sollecitano un approccio teologico che punti più sulla libertà della coscienza che sul rispetto della dottrina. In questo Papa Montini (e una parte importante del cattolicesimo bresciano), rappresenta un buon punto di sintesi: la fedeltà nella libertà” che è leredità di una delle stagioni migliori del cattolicesimo democratico.

 

Post Scriptum

Il 14 luglio scorso si è tenuta a Roma la riunione fondativa di Tempi Nuovi, il rassemblement che vorrebbe riunire le diverse anime dei Popolari, in vista delle elezioni europee.

Alla casa Bonus Pastor, lungo le mura vaticane, si è svolta una Lectio introduttiva sul valore del tempo: la tesi della giovane relatrice è interessante, ma forse poco adatta a un Convegno di natura politica.

A seguire una chiacchierata a tu per tutra lex ministro dellIstruzione e fondatore di Tempi Nuovi Giuseppe Fioroni e il notista politico del Corriere della Sera, Francesco Verderami. Peccato che lintervista non sia stata ripresa (se non in minima parte) sul quotidiano di Via Solferino.

Infine, il solito dibattito tra i soliti noti

Alle elezioni europee Popolari uniti ma sulle cose da fare

Dal convegno di Tempi Nuovi di venerdì scorso, che ha sancito la ripresa di iniziativa politica dei Popolari, sono emerse, tra le altre cose, due indicazioni strategiche che dovranno modellare il percorso intrapreso: quella dell’impegno per la riforma dell’Europa e quella del contrasto alla crisi dei ceti medi.

La necessaria attenzione alle alleanze con un centro che si oppone a future intese fra Ppe e partiti di estrema destra, costituisce un’indicazione importante, da concretizzare a suo tempo, alla luce di quelli che saranno i risultati delle elezioni del 2024. E tuttavia ancora più importante appare la consapevolezza che l’Unione Europea necessita di urgenti e strutturali riforme per renderla adeguata alle sfide del mondo attuale. Questo credo sia essenzialmente il dato da cui partire per impostare una proposta elettorale unitaria dei Popolari italiani per le prossime Europee. Si parla ancora di ripristino del patto di stabilità come se nulla fosse cambiato, quando i grandi eventi dei primi anni venti hanno mutato in modo irreversibile gli equilibri europei. La guida tedesca ormai appare un lontano ricordo, sostituita dalla guida Nato a trazione angloamericana.

Nel quadro della durata della guerra ucraina “for as long as it takes” a mantenere la capacità difensiva del Paese invaso dalla Russia, l’Europa dovrà affrontare scelte imposte dagli eventi, e non più rinviabili sul suo futuro. Come ha affermato Mario Draghi nella sua conferenza del 12 luglio scorso in Massachusetts, l’Ue attuale ha davanti solo tre opzioni: paralisi, uscita o integrazione. Le prime due opzioni, con annesso aumento delle formazioni populiste di estrema destra, rischiano di realizzarsi, se si insiste ad affrontare con metodi del passato problemi nuovi. La terza è l’unica opzione praticabile. Ma occorre che qualcuno raccolga l’appello di Draghi ad affrontare secondo il principio di sussidiarietà, con una politica fiscale comune europea, i problemi nuovi per i quali il livello dello stato nazionale si dimostra inadeguato. In particolare riguardo ai temi dell’ambiente, delle migrazioni, della sicurezza europea, delle catene di approvvigionamento, dell’energia.

Sfide che testimoniano l’urgenza di intervenire per migliorare la capacità di agire dellEuropa al suo interno e nel mondo come uno dei poli in cui si articola la politica mondiale, in spirito di collaborazione/competizione con tutti – tutti – gli altri poli.

L’altra priorità emersa dal convegno di Tempi Nuovi è quella di cercare risposte alla crisi della classe media. Anche questa sfida va affrontata in una dimensione insieme territoriale, nazionale, comunitaria e internazionale. Occorre saper cogliere il cambio di paradigma in corso nel sistema economico internazionale nel quale vi sarà molto meno spazio per la speculazione finanziaria e conteranno di più il lavoro, l’economia reale, la convertibilità della moneta in beni reali. I ceti medi, colpiti da una globalizzazione sbilanciata a favore degli interessi di pochi, hanno tutto da guadagnare dall’affermazione del multilateralismo e di un ordine economico più equo ed umano.

La sfida della sussidiarietà da cui dipende il futuro stesso dell’Ue, e la sfida di una minore disuguaglianza, di ridare centralità economica e ruolo politico adeguato ai ceti medi, sono ragioni più che sufficienti per motivare una lista unitaria dei Popolari italiani alle Europee. Partire dai problemi, per cambiare l’Europa. Un messaggio concreto che può fare breccia anche in un elettorato disilluso ma capace benissimo di cogliere la differenza tra stallo per autoreferenzialità e vera progettualità politica. Un’operazione che, se riuscisse, a 80 anni dal Codice di Camaldoli darebbe il senso concreto della fecondità e dell’attualità della cultura politica del popolarismo.

Il centro non si dà in appalto a Forza Italia

Una lista di centro alle ormai prossime elezioni europee. È questa, forse, lunica novità degna di nota in vista di un appuntamento elettorale che sarà decisivo non solo per i nuovi e futuri equilibri del vecchio continente ma anche, e soprattutto, per le dinamiche politiche interne al nostro paese. E questo per la semplice ragione che di fronte ad una progressiva radicalizzazione del conflitto politico accompagnata da un crescente astensionismo elettorale, è di tutta evidenza che ciò che si muove al centro questa volta, come si suol dire, è destinato ad incidere profondamente anche a livello nazionale.

Ora, per evitare di essere fraintesi o troppo generici, è bene ricordare che attualmente nel nostro paese nessuno può intestarsi in chiave esclusiva la rappresentanza del centro e di ciò che ancora rappresenta a livello politico, culturale e sociale. Nessuno lo può fare per la semplice ragione che nessun partito o soggetto politico riesce a a far convergere attorno alla propria formazione politica le varie sensibilità culturali ed ideali che lo caratterizzano. Non lo può fare, come ovvio e persino scontato, Forza Italia che, oltre ad avere poco in comune con la storia e la concreta esperienza politica, culturale ed istituzionale della Democrazia Cristiana, non ha certamente la classe dirigente e un progetto capace di rappresentare o di replicare, seppur in miniatura, quella straordinaria e nobile avventura politica nel nostro paese. Non lo può fare in modo esclusivo lex terzo polo che, purtroppo, è imploso di fronte ad incomprensioni e a conflitti politici e personali ormai difficilmente componibili. E non lo possono ancora fare le varie sigle e movimenti politici che, seppur maggiormente titolati sotto il profilo politico e culturale, sono decollati ultimamente o che sono già presenti da tempo nello scenario pubblico italiano perché manca quella capacità di aggregazione trasversale necessaria per far decollare in chiave di autosufficienza lintero progetto.

Ecco perché la proposta e il progetto lanciati da Tempi nuovi-Popolari unitivenerdì scorso a Roma in un affollato convegno per una lista di centro, riformista e democraticaalle prossime elezioni europee coglie nel segno. Una proposta che parte da una precisa e condivisibile premessa: e cioè, far convergere in questa lista tutte quelle sensibilità politiche, culturali e sociali riconducibili ad un centro politico, riformista e di governo. Un centro autenticamente e credibilmente pluralema capace, al contempo, di dispiegare un progetto che non è riconducibile solo a quel perimetro ma che ha lambizione di espandersi ad altri soggetti e ad altri interessi sociali e culturali. E la provocazione di Beppe Fioroni, al riguardo, è destinata a smuovere le acque di tutta questa galassia. Anche perchè se qualcuno pensa, come ricordavo pocanzi, di procedere in modo autonomo ed esclusivo è destinato a sbattere rapidamente contro il muro della confusione e della inesorabile sconfitta politica ed elettorale.

E, al riguardo, è persin inutile ricordare che lapporto della cultura politica popolare, cattolico democratica e cattolico sociale è decisivo non solo per la sua specificità ed originalità ma per la semplice ragione che il centro storicamente nel nostro paese è coinciso in larga parte con questa nobile tradizione politica e culturale. Il centro, detto in altre parole e con tutto il rispetto del caso, non può essere la semplice replica – seppur in forme diverse ed aggiornate – della esperienza del Pli o del Pri e del partito dAzione. Al nostro paese serve un centro popolare, democratico, riformista e di governo. Un centro aristocratico, alto borghese e salottiero non appartiene alla storia democratica del nostro paese.

Il sindaco De Toni rilancia l’idea del riformismo democratico comunitario

 

 

Il Domani d’Italia

 

[…] oltre alla sinistra è andato in crisi in Italia anche il Popolarismo che è stato risucchiato a destra in Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia e sta diventando subalterno e marginale a sinistra anche all’interno del Partito Democratico.

 

Eppure il popolarismo è un filone politico che tanto ha dato all’Italia e che ancora può dare, come succede del resto in Germania e nello stesso Parlamento Europeo, dove esprime la guida della Commissione con Ursula von der Leyen, esponente dei cristiano-democratici tedeschi.

 

Padre Bartolomeo Sorge – nel suo libro del 2019 intitolato Perché il populismo fa male al popolo. Le deviazioni della democrazia e l’antidoto del «popolarismo» – denuncia la superficialità con cui l’attuale politica affronta problemi complessi come l’immigrazione, la povertà e la disoccupazione. Sostiene che: “L’equivoco di fondo del populismo sta nel ritenere che la maggioranza parlamentare si identifichi con il popolo tutto intero, legittimando il comportamento trasgressivo dei leader eletti”. Secondo Sorge l’antidoto al populismo è un “popolarismo” moderno, certamente ancora ispirato all’Appello ai liberi e forti di don Sturzo del 1919 – che con straordinaria lungimiranza aveva posto i fondamenti di una “buona politica” e di una “laicità positiva” –, ma capace di declinarsi oggi nelle nostre società multiculturali e multireligiose.

 

Nell’introduzione al libro del 2020 Liberi non si nasce ma si diventa. Attualità del pensiero di Luigi Sturzo di Maria Chiara Mattesini, Giovanni Dessì scrive nell’introduzione che il popolarismo «dà voce alle diversità dei cittadini, dei gruppi sociali», mentre il populismo «antiistituzionale e antipolitico», resta collocato «in una prospettiva fortemente identitaria». È l’eterna lotta fra realismo e astrazione. Buono per convogliare consensi dalla protesta popolare, il populismo si rivela, specie nei momenti di difficoltà, inadeguato e forse nemmeno interessato a superare i conflitti e i problemi che l’hanno prodotto e lo alimentano.

 

Mentre il «realismo» sturziano «non cade nell’errore di contrapporre popolo e istituzioni» e il popolarismo diventa un «metodo di partecipazione alla vita civile». Il suo rilancio, però, deve far tesoro della lezione venuta dalla ventata antipolitica. La Mattesini individua degli «elementi sani del populismo» presenti già in Sturzo: «Questo ‘stare in mezzo alla gente’ ha una valenza negativa, vuol dire omologazione, massificazione e, a uso di alcuni politici, significa assecondare le passioni più basse in nome del consenso. Ma ha anche una valenza positiva», che impone di evitare un «isolamento elitario». Vengono in soccorso i concetti sturziani di ‘corpi intermedi’, ‘autonomie locali’, ‘pluralismo’ alla base della nostra democrazia parlamentare, in cui ogni parte ha una sua dignità, ma nel quadro di una comune cittadinanza.

 

Per i settori del mondo cattolico non impaurito e non ripiegato, urge un momento di riflessione e un sereno esame di coscienza. Certamente la storia sociale e culturale del Paese riserverà nuovi snodi delicati, ma i cattolici saranno pronti ad essere protagonisti? Un solido e realistico processo di riaggregazione richiede la presenza di generosi federatori e di coraggiose guide spirituali.

 

Fortuna vuole che – anche in questo difficile contesto – il cattolicesimo sociale italiano sia ancora in discreta salute. Farne uno dei soggetti per la fondazione, a partire dai territori, di un riformismo democratico comunitario insieme a forze laiche e progressiste è una prospettiva di lavoro intrigante e impegnativa.

 

 

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Jesse Jackson, un’icona dei diritti civili che ora passa il testimone.

Luca Bedoni

 

Jesse Jackson, figura di spicco nella lotta per i diritti civili degli afroamericani, ha preso la difficile decisione di lasciare dopo oltre 50 anni di impegno la guida della sua organizzazione (Chicago Rainbow PUSH Coalition). L’età e la salute malferma alla base di una scelta comprensibilmente sofferta.

 

Erede spirituale e politico di Martin Luther King, nel corso di molti anni ha sostenuto progetti di grande impatto sociale, come ad esempio l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria per tutti, dando uno spessore etico alle infuocate battaglie di stampo progressista. Ciò nondimeno, ha mantenuto ferme alcune posizioni ispirate a un chiaro motivo religioso, essendo egli ministro di culto evangelico battista. Sicché, sull’aborto e il matrimonio tra persone dello stesso sesso non ha nascosto la sua contrarietà, suscitando critiche da parte dei settori più radicali del movimento per i diritti civili.

 

A riguardo, merita attenzione quanto ebbe a dichiarare una volta: “Credo che tutte le persone siano uguali di fronte a Dio e che meritino gli stessi diritti e le stesse opportunità, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione o dal loro orientamento sessuale. Tuttavia, credo anche che la vita umana sia sacra e che l’aborto sia una questione complessa e controversa. Riguardo al matrimonio tra persone dello stesso sesso, credo che occorra ricordare come il matrimonio implichi la fede e che debba essere riservato a un’unione tra un uomo e una donna”.

 

Leader carismatico, gli si riconosce l’abilità con la quale ha saputo trasferire nella lotta politica lo stile del predicatore. Un suo discorso, specie davanti a migliaia di persone, non è mai passato sotto silenzio. Certo, gli è stato rimproverato, come capita ai trascinatori di masse, un che di populistico e demagogico. In ogni caso non ha giocato necessariamente fuori campo, visto che nel 1984 partecipò alle primarie del Partito Democratico. In quella circostanza ottenne il 15% dei voti, primo candidato afroamericano nella storia del partito a ricevere un sostegno così alto. A vincere fu Walter Mondale, poi battuto alle elezioni da Ronald Reagan,  già in carica da quattro anni, ma indubbiamente la campagna di Jackson contribuì a far avanzare la causa dei diritti civili negli Stati Uniti.

 

Non mancano i paradossi. Un carattere non facile lo ha portato a criticare il primo Presidente afroamericano. Con Obama, infatti, i suoi rapporti non sono stati idilliaci. Jackson gli rimproverava, in sostanza, di non fare tutto quello che serviva per trasformare le promesse in politiche conseguenti, lasciando perciò nel limbo le speranze degli afroamericani. Un pungolo severo, il suo, che ha costretto più volte Obama sulla difensiva, anche se ciò non ha rappresentato un motivo di rottura irreversibile tra i due.

 

L’uscita di scena non cancella una lunga stagione di lotte all’insegna degli ideali di giustizia. Jackson ha guadagnato presto e a lungo le luci della ribalta, sapendo interpretare il ruolo di combattente generoso, con tutta l’irruenza della sua personalità e con tutte le sue contraddizioni. È stata un’icona e tale resterà per milioni di americani. E non solo per essi, pensando a quanti nel mondo lo hanno seguito con interesse.

Intervista | Roberto Pesce racconta il mistero dell’universo e i progressi della scienza.

Francesco Provinciali

 

Caro Prof. Pesce con il suo autorevole aiuto stiamo approfondendo lesplorazione dello Spazio e i misteri dellUniverso.

Dopo la contemplazione del Cosmo e della volta celeste, dalle foto pervenute dallUltima Thule alle ipotesi di vita altrove, la scoperta di Sagittaris A il buco nero della nostra galassia— e il viaggio immaginifico al centro della Terra per capire i misteri dei movimenti rotatori interni, oggi è la volta delle onde gravitazionali come causa di quello che è stato definito il respiro dellUniverso”.

Dobbiamo ad una intuizione di Einstein (nel 1916) lesistenza delle onde gravitazionali ma solo recentemente esattamente nel settembre 2015 venivano rilevate come risultato della collisione di due buchi neri. Esse sono state definite la più importante scoperta del secolo.

Per quale motivo? In che cosa consistono? Esistono onde gravitazionali ad alta frequenza e a bassa frequenza. Ce ne vuole parlare?

 

Cercherò di fare una sintesi sul concetto di onda gravitazionale, sperando di essere comprensibile anche a chi non ha conoscenze in materia. Nel 1916 Albert Einstein pubblica la sua teoria della relatività generale, che tratta in sostanza della forza di gravità e della sua interazione con la struttura spazio-temporale dell’Universo. Cuore di questa teoria sono dieci equazioni, dette “equazioni di campo”, che fanno ricorso a modelli e strumenti matematici molto complessi.

Come tutte le equazioni “complicate”, anche quelle di Einstein sono estremamente difficili da risolvere e molte soluzioni sono ottenibili solo grazie a semplificazioni e approssimazioni. È appunto utilizzando alcune approssimazioni che si può trovare che tra le possibili soluzioni delle equazioni di Einstein ce ne sono alcune di tipo ondulatorio, ovvero delle perturbazioni che attraversano la struttura spazio-temporale del cosmo e la fanno oscillare attorno ad una posizione di equilibrio. In pratica, al passaggio di un’onda gravitazionale, la distanza tra due oggetti oscilla tra un valore minimo e un valore massimo.

Ovviamente questo effetto è estremamente piccolo ed è impossibile accorgersene senza la opportuna strumentazione. Attenzione a non confondere le onde gravitazionali con quelle sismiche. Nel secondo caso le oscillazioni sono molto più evidenti ed è la terra a vibrare e a far vibrare gli oggetti posati su di essa; nel caso di onda gravitazionale è proprio lo spazio-tempo stesso a oscillare.

Pochi decenni prima di Einstein, intorno al 1860, James Clerk Maxwell, aveva sintetizzato in quattro equazioni le proprietà dei campi elettrici e magnetici, e anche in quel caso si era trovato che tali equazioni prevedevano delle soluzioni “oscillanti”, chiamate onde elettromagnetiche, che in pratica descrivono tutta la radiazione elettromagnetica che ci circonda, dalla luce visibile alle onde radio ai raggi X. La scoperta sperimentale delle onde elettromagnetiche risale al 1888 da parte di Heinrich Hertz e nel 1895 Marconi e Roentgen rispettivamente inventarono la radio e la macchina per produrre raggi X.

Già nel 1893 Oliver Heaviside e nel 1905 Henri Poincaré avevano immaginato l’esistenza di un analogo gravitazionale delle onde elettromagnetiche, senza partire da una teoria fisico-matematica adeguata, ma soltanto perché in questo modo la descrizione delle forze elettromagnetiche e di quelle gravitazionali sarebbe stata somigliante in tutto e per tutto. Quando dieci anni dopo Einstein costruisce una teoria con cui si può prevedere l’esistenza delle onde gravitazionali in un certo senso molti intravedono un’allettante possibilità di confermare questa idea.

Il problema è che, a differenza delle onde elettromagnetiche, il segnale di un’onda gravitazionale è estremamente debole e pertanto difficilissimo da rivelare, impossibile con i mezzi dell’epoca. Infatti la loro scoperta diretta risale a fine 2015 (con annuncio pubblico a inizio 2016), cent’anni dopo la pubblicazione della teoria della relatività. Le prime onde che sono state osservate sono state create dall’urto di due buchi neri massicci (con masse pari a 29 e 36 masse solari), un evento raro e catastrofico.

Precedentemente a questa scoperta, c’erano state solo degli indizi indiretti sull’esistenza delle onde gravitazionali, grazie alle osservazioni delle pulsar, stelle di neutroni dotate di un forte campo magnetico, con emissioni nelle onde radio. Si tratta quindi di una scoperta molto importante che permette di chiudere il cerchio aperto da Einstein e fornisce delle conferme sulle teorie fisiche fondamentali, aprendo al tempo stesso nuovi orizzonti di ricerca.

Per capire cosa succede quando si produce un’onda gravitazionale, pensiamo al classico sassolino gettato nello stagno, vediamo l’acqua che si solleva e si abbassa, formando tanti cerchi concentrici che si espandono. La fusione dei due buchi neri è il nostro sassolino; lo stagno invece è lo spazio-tempo. Per produrre delle increspature osservabili a milioni di anni luce di distanza, servono appunto eventi “apocalittici” per generare un segnale rilevabile. Infatti per poter captare le oscillazioni dello spazio-tempo servono apparecchi molto sensibili collocati in modo opportuno per schermare tutte le possibili fonti di “rumore” che potrebbero cancellare il segnale (bastano banalmente le vibrazioni di un treno che passa).

Fisicamente, le onde sono descritte da due parametri molto importanti: la frequenza, ovvero quante volte al secondo si produce la perturbazione (pensando allo stagno, quante volte sale e scende l’acqua in un punto ogni secondo) e la lunghezza d’onda, ovvero la distanza tra due punti in cui contemporaneamente la perturbazione è al massimo o al minimo (vedere figura, modificata da Wikimedia Commons).

Il prodotto della frequenza per la lunghezza d’onda restituisce la velocità di propagazione dell’onda. Nel caso delle onde gravitazionali, come per quelle elettromagnetiche, si ottiene la velocità della luce, ovvero trecentomila km al secondo. Pertanto onde ad alta frequenza hanno una piccola lunghezza d’onda e viceversa. Nel caso delle onde elettromagnetiche, ovvero della luce che vediamo, ogni lunghezza d’onda corrisponde a un colore diverso; per le onde sonore corrisponde a una nota diversa.

Per le onde gravitazionali il discorso è più complicato. Mentre le cosiddette “alte frequenze”, ovvero oscillazioni che avvengono al ritmo di qualche decina o centinaia di volte al secondo, sono originate da eventi come esplosioni stellari o fusione di buchi neri con piccola massa, la fusione di buchi neri supermassicci (vale a dire con una massa pari a milioni di masse solari) darebbe origine a onde gravitazionali di frequenza molto più bassa. Tanto per avere un’idea dell’ordine di grandezza, possiamo immaginare che per compiere un ciclo completo occorra circa un miliardo di secondi, ovvero un periodo di tempo pari a quasi 32 anni. In pratica la frequenza di oscillazione delle onde diminuisce con l’aumentare della massa coinvolta.

Potrebbero anche esistere onde con frequenza “molto alta”, dell’ordine di decine di migliaia di volte al secondo, che segnalerebbero la presenza di fenomeni molto particolari, che metterebbero in campo particelle teorizzate ma non ancora osservate. La ricerca sta iniziando a muovere i primi passi anche in questa direzione.

Link intervista integrale

Con Tajani segretario di Forza Italia si apre l’era post Cav (con la benedizione dei figli)

Roma, 15 lug. (askanews) – Ci sono due lettere. Una è quella che Antonio Tajani condivide con tutta la platea e nella quale i figli di Silvio Berlusconi chiedono a Forza Italia di “continuare a far vivere gli ideali di libertà, di progresso e di democrazia” del padre. L’altra è quella che hanno inviato personalmente al ministro degli Esteri. Non è dato sapere se in quella missiva ci sia alcun cenno ai 90 milioni di debiti del partito nei confronti del fondatore che sono finiti nell’asse ereditario insieme al resto del patrimonio. Il contenuto – si limiterà a dire Tajani- era di “incoraggiamento” ma resta “riservato”. Tanto basta però a suonare come una benedizione della ‘famiglia’ verso colui che il destino ha reso il successore del leader che successori non ha mai voluto.

Dunque, il primo giorno ufficiale dell’era post Cavaliere è questo rovente 15 luglio, al Parco dei Principi di Roma, in cui il Consiglio nazionale mette in mano ad Antonio Tajani le redini di Forza Italia. Non presidente perché di quello – dice – ce n’è e ce ne sarà sempre e solo uno, piuttosto segretario con tanto di modifica dello statuto. “E’ una decisione che ho preso io e che oggi ho condiviso con gli altri dirigenti”, racconta.

E’ l’inizio della strada che porterà a quel congresso che ha deciso di far celebrare prima delle elezioni Europee anche per “rinforzare le idee e chiamare alla mobilitazione”. Insomma, per cercare di tenere alta l’attenzione su un partito che senza colui che l’ha creato deve andarsi a cercare tutti i voti necessari a raggiungere quella soglia del 4% che nelle elezioni per Strasburgo vuol dire sopravvivenza. Di fatto, la dote che Marina si è impegnata a lasciare a Giorgia Meloni per aiutare la stabilità del suo esecutivo. Per questo il vice premier non esclude la possibilità di presentarsi capolista. “Non mi sono mai tirato indietro”, risponde.

Il rischio di celebrare un congresso prima del voto di giugno prossimo, ovviamente, è che Forza Italia ci arrivi in balia di una lotta intestina che al momento si nasconde dietro una opportunistica unità di facciata ma che potrebbe sfociare in una sfida tra candidati per la guida del partito. Una possibilità che la minoranza interna ha già cominciato a ventilare ma verso la quale Tajani non mostra alcuna preoccupazione: benvengano – dice – anche perché il problema non sono i “pennacchi” ma “prendere voti”.

Non è però questo il giorno delle incognite e delle frizioni, chi avrebbe qualcosa da ridire sceglie il silenzio anche perché Tajani si impegna formalmente a tenere conto del contributo di tutti e a dare spazio alle idee.

Nessuno scontro ma nemmeno enfasi, con l’eccezione delle sincere lacrime del neo segretario alla fine del suo intervento. Anzi, la liturgia si consuma rapidamente nel giro di un paio d’ore con evidenti inciampi di percorso dovuti alla scarsa confidenza nei confronti delle regole scritte per un partito abituato a decisioni prese con la semplice imposizione della mano del leader. Succede ad esempio che l’inno di Forza Italia, lo stesso che per prassi annunciava l’arrivo di Berlusconi, parta a caso senza sancire nemmeno l’inizio della riunione. O che i venti e passa interventi previsti dopo quello del segretario vengano rapidamente cancellati perché tanto “ci ritroviamo nel bellissimo discorso di Antonio”.

Non ci saranno vice, perché nessuna regola lo prevede e il comitato di presidenza diventerà segreteria nazionale. “Ora dobbiamo stare attenti ad attenerci rigorosamente allo statuto, non voglio mica finire come Conte…” confida ai giornalisti Tajani.

Insieme alla benedizione della famiglia, il ministro degli Esteri si porta a casa anche quella del presidente del Ppe, Manfred Weber. “Il leader – dice – è qualcuno che capisce i problemi, che parla con tutti e poi prende le decisioni e per me Antonio Tajani è questo leader”. Grande assente annunciata, l’ultima compagna di Silvio Berlusconi, Marta Fascina, che, a differenza di altre occasioni, non viene mai pubblicamente nominata né ringraziata. “In politica contano i voti, non i ruoli”, dice il neo segretario.

Vienna è la città più vivibile del mondo in graduatoria Economist

Roma, 16 lug. (askanews) – Vienna è tornata al primo posto come la migliore città in cui vivere a livello globale, secondo un rapporto dell’Economist Intelligence Unit (EIU). Il Global Liveability Index 2023 ha attribuito il successo di Vienna alla sua “combinazione vincente” di stabilità, buona cultura e intrattenimento, infrastrutture affidabili, istruzione e servizi sanitari esemplari.

Secondo lo studio la capitale austriaca “ha occupato questa posizione regolarmente negli ultimi anni, e solo la pandemia di Covid-19 che ha fatto sì che la città lasciasse il suo primato”

Nella parte alta della classifica anche Copenaghen, che mantiene la sua posizione di seconda città più vivibile al mondo, mentre le città australiane Sydney e Melbourne sono entrate nella top five.

Il rapporto annuale dell’Economist ha preso in considerazione 172 città analizzando alcune categorie che definiscono la vivibilità: stabilità, assistenza sanitaria, cultura e ambiente, istruzione e infrastrutture. L’indice è salito lo scorso anno per raggiungere il massimo da 15 anni mentre il mondo si riprendeva dalla pandemia, ha affermato l’EIU. Il punteggio medio dell’indice è ora di 76,2 su 100, rispetto al 73,2 di un anno fa.

Ecco la lista delle 10 migliori città in cui vivere

1 Vienna, (Austria) 2 Copenhagen, (Danimarca) 3 Melbourne, (Australia) 4 Sydney, (Australia) 5 Vancouver (Canada) 6 Zurigo, (Svizzera) 7 Calgary (Canada) 8 Ginevra, (Svizzera) 9 Toronto (Canada) 10 Osaka (Giappone), Auckland (Nuova Zelanda) — Pari merito

Fonte: Economist Intelligence Unit (Eiu)

La Voce del Popolo | L’inflazione in Europa: chi è il colpevole?

Carmine Trecroci

Un recentissimo studio del Fondo Monetario Internazionale documenta l’importanza relativa delle principali componenti dell’inflazione nell’area dell’euro. Nel periodo tra l’inizio del 2022 e la prima parte di quest’anno, ad incrementi dei prezzi dei beni importati è imputabile circa il 40% della fiammata inflattiva, ai profitti il 45%. L’aumento di questi ultimi è stato più alto nei settori che hanno visto i maggiori incrementi nei prezzi internazionali dell’energia e delle materie prime.

L’indagine mostra pure che le imprese sono riuscite a trasferire ai prezzi dei beni più del 100% dell’aumento dei costi; i compensi dei lavoratori hanno avuto finora un peso molto più limitato nella dinamica inflattiva. Il ritardo relativo di salari e stipendi rispetto ai profitti è una tendenza ben nota. Le retribuzioni dei lavoratori europei nel 2022 hanno perso mediamente il 5% del potere d’acquisto (8% in Italia), e anche per questa ragione le loro richieste salariali si stanno facendo più ambiziose.

Se le imprese non sterilizzeranno con minori profitti questo ulteriore aumento dei costi, l’inflazione potrebbe restare elevata anche nel 2024-25. Avvicinarla a livelli più tollerabili potrebbe quindi diventare più costoso, cioè richiedere tassi di interesse ancora più elevati di quelli odierni, politiche fiscali restrittive e sacrifici notevoli in termini di mancata crescita della produzione e dell’occupazione. A medio-lungo termine, a causa della lentezza della transizione energetica e della fragilità delle filiere produttive globali, i rischi inflattivi potrebbero restare elevati.

Per il nostro Paese un problema in più: la crescita della produttività è ancora più blanda che nel resto d’Europa, il che rende più arduo recuperare il potere d’acquisto delle retribuzioni e contenere gli effetti delle recessioni. Le imprese europee sono riuscite meglio dei lavoratori a proteggersi dagli effetti degli shock di costo. In Italia questo divario è più accentuato, confermando come ci siano consistenti distorsioni anticoncorrenziali in diversi settori della nostra economia, a partire dalle forniture energetiche e dai servizi.

Per moderare le spinte inflattive il Governo potrebbe attuare veloci interventi per modernizzare questi settori, accelerare la transizione ecologica e migliorare la produttività. Diversamente, resterebbero solo i minacciati rialzi dei tassi di interesse da parte della BCE, che oggi vengono tanto stigmatizzati.

[L’autore è professore di economia, Università di Brescia]

Fonte: La Voce del Popolo – 13 luglio 2023

Titolo originale: Economia. Chi modera l’inflazione?

Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia.

Prendere coscienza del tempo per viverne anche la semplice pausa

Quando ho iniziato a preparare questo intervento sul controverso tema dell’accelerazione nella nostra società ho trovato (appunto) “immediatamente” una quantità esorbitante di articoli, saggi e analisi a riprova del fatto che la questione è aperta, sentita e dolorosa e che nonostante ciò ognuno ne trae all’occorrenza anche il suo beneficio. 

Ho letto con interesse una moltitudine di testi messi a disposizione online e consultato perfino un libro consigliatomi da un blog sulla materia…con il risultato che più riflettevo sugli effetti collaterali della vita ad alta velocità più lavoravo con estrema e ritrovata lentezza,  rischiando per altro di arrivare impreparata all’appuntamento.

Cosa ho appreso?

–  Stiamo andando troppo veloci senza sapere verso dove né tanto meno perché;

– Continuiamo a non aver capito un accidente del senso ultimo dell’esistenza, anzi possibilmente più corriamo e meno ne sappiamo;

– Abbiamo abbandonato le giovani generazioni in prima linea nella ridicola lotta contro il tempo (e lo spazio): la gen-Z è la fascia più appetibile del mercato ma anche la più martoriata dai ritmi incalzanti di una vita al massimo, lasciata per lo più priva di strumenti per difendersene.

Da docente di Lettere, dopo aver letto questa lunga serie di ottime dissertazioni scientifiche di cui sopra, sono tornata alla Letteratura che prima di tutti e spesso meglio di tutti racconta vizi e virtù della nostra fragile umanità. Ho deciso, allora, di cominciare da una frase: “Io, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”. Siamo al capitolo XXIII del Piccolo Principe e il nostro giovane protagonista con genuina e spiazzante saggezza si rivolge così al mercante di pillole che levano la sete e quindi fanno risparmiare un certo numero di minuti alla settimana. Con una semplice e genuina affermazione egli oppone alla logica acefala della velocità e del risparmio di secondi quella di una lentezza carica di senso. Ed è lui lo stesso Piccolo Principe a cui una simpatica volpe ha spiegato magistralmente, in un paio di capitoli precedenti, che è proprio il tempo perduto per accudire la sua rosa a renderla così speciale. 

Del resto, il senso è che la fiducia si conquista deponendo la fretta e prestando attenzione agli incontri, perché solo attraverso la pazienza, la gradualità e la fedeltà ci si può “addomesticare”. Ed “addomesticare” (e lasciarsi “addomesticare”) è innanzitutto una responsabilità emotiva, una delle responsabilità, forse la principale, che nella nostra epoca fatichiamo a prenderci. Ecco, comprendere questo assunto è forse il significato più interessante del viaggio del Piccolo Principe e più che mai oggi dovrebbe essere il significato anche del nostro di viaggio, così contaminato da quella che il sociologo Paul Virilio chiama la dromocrazia, ossia il potere consegnato alla rapidità.

Lo sapeva bene Collodi (anche senza aver letto Virilio) che del burattino toscano campione di velocità e frenesia, quel Pinocchio spasmodicamente affamato di novità e di esperienza, ne ha fatto una metaforica quanto impeccabile profezia dell’uomo contemporaneo, in balia degli eventi e intrappolato nel suo moto tanto continuo quanto ingannevole. E lo sappiamo bene anche noi insegnanti che come dice Rosseau nell’Emilé, facciamo “un mestiere in cui bisogna saper perdere tempo per guadagnarne”. L’apprendimento, l’assimilazione, la lettura, la riflessione, la ricerca, il discernimento, la rielaborazione sono attività cognitive per le quali valgono più o meno gli stessi domini temporali da secoli e secoli, non c’è progresso che tenga: quando si tratta di imparare bisogna riuscire a rallentare, il tempo del pensiero non sarà mai il tempo del motore.  Eppure, approfondire, scandagliare, sperimentare sembrano non essere più delle priorità nel nostro universo iper connesso e iper complesso dove restare in una dimensione orizzontale e quindi superficiale e quindi banale è di gran lunga più consigliato di addentrarsi nelle vertiginose profondità della nostra dimensione verticale.

Cosa può fare la scuola per le nuove generazioni immerse nella pervasiva onnipresenza della tecnologia, invorticate nella cronofagia, indotte a fagocitare tempo, prodotti, relazioni con il minor sforzo cerebrale possibile? La scuola può provare a salvare il salvabile con gli strumenti che ha, molto pochi, e con le risorse umane di cui dispone, per fortuna ancora generose. Com’è lo stato dell’arte? Pessimo: i nostri ragazzi sono ultra sollecitati da stimoli continui e contraddittori, incastrati in luoghi virtuali solo apparentemente illimitati che accorciano i loro orizzonti, comprimono le loro energie, ostacolano quotidianamente la loro immaginazione e li riducono a meri contenitori di dati commerciali rivendibili al miglior offerente. E ancora sono attanagliati dall’invidia e dalla mitizzazione, (i più grandi combustibili dei social network), sono invasi in ogni sfera, anche la più intima, dai tentacoli del web: insicuri, arrendevoli, pavidi, scoraggiati, disarmati e disarmanti.

Ma soprattutto frettolosi.

Eppure, se le attività di ogni giorno sono sempre “più facili e veloci” e se, come vogliamo far credere loro, “si può avere tutto e subito”, perché sembra non abbiano mai abbastanza tempo e perché sembra non riescano mai ad essere soddisfatti dei loro traguardi? E come mai se ci sono così tante imperdibili avventure da affrontare “al top”, due giovani su cinque tra i 25 e i 30 anni trascorrono le loro giornate senza né studiare né lavorare e perché la maggior parte dei miei studenti adolescenti dichiara di morire di noia ogni pomeriggio? E inoltre, se lo scopo dei potenti mezzi di comunicazione era connettere più persone possibile simultaneamente ed efficacemente, perché i ragazzi si sentono così terribilmente soli? …Perché ci sentiamo così terribilmente soli?

Del resto, ammettiamolo, i giovani sono solo più esposti e meno consapevoli, ma la realtà è che il loro disagio riguarda a livelli diversi noi tutti. Il sovraccarico di comunicazioni crea impasse e frustrazione, (prendiamo ad esempio la mole di mail che riceviamo ogni giorno sulle nostre caselle e la loro conseguente saturazione), così come il sovrannumero di macchine e persone nelle nostre aree urbane crea blocchi e intasamenti. Allo stesso modo, la foga di fare ingenera la nostra poca voglia di fare, perdiamo prezioso tempo a scrollare un telefono (come tra l’altro alcuni di voi staranno probabilmente facendo anche adesso per scarso interesse) poiché manca la percezione di investire opportunamente il tempo, fosse anche solo per ritrovare un vecchio ricordo. Manca la cura del tempo. La depressione non è mai stata così diffusa e, ahimè, sembrerebbe funzionare come la sclerotizzazione del movimento, un movimento eccessivo, dispersivo, febbricitante, disarticolato che porta in ultima istanza alla paralisi. 

Lo so, speravate che vi dessi buone notizie, ma non è questo il caso. Possiamo, tuttavia, consolarci ripercorrendo un po’ la storia di questa accelerazione che oggi ricasca così violentemente sulle spalle dei nostri nipoti, figli o studenti. Il progresso è un fenomeno che ha interessato l’intera umanità sin dai tempi più antichi, lo slancio verso il cambiamento ha caratterizzato da sempre la nostra specie, trovando forse la maggior espressione nell’ambizioso uomo europeo dell’età moderna. Le ore, i minuti, i secondi, gli istanti si sono messi a correre a partire dalla Rivoluzione Scientifica e Industriale, ma anche attraverso il mito americano della conquista del West, trasportati ad alto voltaggio dall’ampliamento della frontiera. Era il 1872 quando nel suo immaginifico “giro del mondo in ottanta giorni” Verne fantasticava sull’abbattimento dei tempi di percorrenza del Pianeta e sulla contrazione delle lunghe distanze attraverso efficientissimi mezzi di trasporto, qualche decennio dopo accadeva davvero. Nel primo Novecento i Futuristi italiani affermavano nel loro Manifesto che la magnificenza del mondo si era arricchita di una bellezza nuova, la bellezza della velocità. “Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia” scriveva Marinetti. Quanti ne ha fatti di danni poi quella “mitraglia”…

Dal cronometro di Taylor introdotto in fabbrica agli attuali sistemi di rilevazioni e tracciabilità, la cultura della sorveglianza non si è mai arrestata, solo affinata, come il resto dei brevetti, fino ad arrivare ai giorni nostri: nella realtà aumentata i battiti delle nostre palpebre possono perfino dare impercettibili comandi digitali, eserciti di algoritmi istantanei governano mercati finanziari ormai completamente scollati dall’effettiva produzione industriale, vorticose salite di titoli si alternano a fulminee cadute di interi sistemi economici, la precarietà del mondo al galoppo si allarga a macchia d’olio alle comunità umane dandoci l’impressione, attraverso i mezzi di informazione, di transitare di fatto da una catastrofe all’altra.

Pensate che, secondo il filosofo Andrea Colamedici, oggi il peggior competitor di un’azienda non è affatto un’altra azienda dello stesso settore, ma è l’uomo che dorme, poiché non consuma. E non corre. Le vite nostre e quelle dei nostri figli o studenti sono programmate in ogni dettaglio, perfino il relax o il piacere sono “schedulati” dentro rigide pianificazioni, e questo perché non stare al passo (svelto) “di tutti gli altri” vuol dire rischiare di diventare obsoleti, come un prodotto superato, nella china scivolosa di un anacronismo. Quando Pascal scriveva che tutta l’infelicità degli esseri umani derivava dal non saper restarsene tranquilli in una stanza, non immaginava proprio che di lì a poco l’uomo non sarebbe più riuscito a starsene tranquillo neanche in quella stanza: una stanza da cui a ben vedere oggi possiamo potenzialmente acquistare e raggiungere tutto…tranne la felicità.

E così i rapporti sono effimeri, l’ansia è  epidemica e si seda con rimedi farmacologici, la spiritualità va bene solo se è monetizzabile, lo studio serve solo se è sufficientemente specifico e spendibile nel mercato del lavoro, i messaggi vocali WhatsApp si alterano per velocizzarli, le attese (di una risposta, di un semaforo verde, dello smaltimento di una coda di traffico) diventano insopportabili. Per “fortuna”, i nostri schermi ammortizzano questi temuti interstizi di tempo, questi “vuoti d’aria”. Ma cos’è che non vogliamo sentire in quelle pause che non ci concediamo più? Con tutta probabilità quando non ci fermiamo è la morte che non vogliamo sentire, la grande rivale grazie alla quale abbiamo fatto tutto quello che abbiamo fatto, nel bene e nel male. Eppure, rimuoverla, rifuggirla, significa rifuggire anche dalla vita che le è indissolubilmente legata, in un rovescio della medaglia.

Sono cresciuta dentro un’Accademia, l’Accademia Nazionale di Danza. Nella musica e nella danza, come anche nella recitazione, le pause hanno esattamente lo stesso valore del suono, se non maggiore… dialogano con l’azione, esprimono una loro identità, danno tempo al tempo del recupero, della sedimentazione, del raccolto, tanto all’artista quanto allo spettatore. I tempi delle pause, i tempi lenti, o meglio sarebbe dire i tempi giusti, sono poi a ben vedere gli stessi della natura, della preghiera, della gravidanza, del battito del cuore, dei cambiamenti sociali. E se la pausa è invece percepita come pigrizia, come assenza di buona volontà e di operatività, allora l’agire senza tregua ci sottrae dall’ozio. Ma cos’è l’ozio se non quel concetto che gli Antichi Romani tanto amavano nella consapevolezza che esso servisse a creare bene e meglio. Nella gerarchia dei romani lo status sociale di un cittadino dipendeva da quanto tempo poteva dedicare allo svago. Gli sfortunati, invece, caterve di schiavi e simili, erano intenti a mandare materialmente avanti l’impero e non potevano che occuparsi del “nec otium”. Ossia della negazione dell’ozio.

Nella nostra società invece assistiamo al paradosso che solo chi è sempre a lavoro, produttivo e reperibile è lodevole e degno di stima.

Troppo occupati nel nostro agire fatichiamo alla fine a pensare autonomamente senza prima aver consultato quello che le nostre rassicuranti indicizzazioni ci consigliano nei feed. Il villaggio globale tanto auspicato non è stato mai veramente fondato, diciamolo una buona volta: abitiamo piuttosto micro enclave abbastanza smarrite nell’individualismo, nell’utilità, nella concorrenza, nel consumo, nell’iper personalizzazione, mentre l’umanità dovrebbe essere nutrita dalla comunità, dalla cooperazione e dalla condivisione. Il vero quesito, dunque, che mi e vi pongo è quale ruolo vogliamo dare al passato e al futuro, considerando che viviamo in un presente esteso e onnipresente, sempre più accentuato ed enfatizzato. Le visioni di breve termine non portano lontano perché sono le esperienze che richiedono una costruzione strutturata e progressiva quelle che gettano fondamenta stabili per il futuro, per la società e per la memoria collettiva.

Occorre riflettere sul fatto che il tempo prima ancora di essere una merce di scambio è, come spiega Sant’Agostino, “una dimensione interna che coinvolge l’essere umano integralmente”. Non solo quindi una dimensione consequenziale e lineare, ma anche trascendentale e intima. C’è una dimensione del tempo che non si può misurare, ma non per questo è meno reale. Invece, noi, dimenticandolo, avanziamo di corsa, a colpi di Post e di App, verso un futuro senza avvenire da osservare in mondovisione tra un incidente in diretta e una scoperta per procedere più veloci privi di meta. Atleti del nulla. Meglio le ali spiegate della Nike di Samotracia, l’automobile ruggente io la lascio ai piloti.

In conclusione, la cattiva notizia è che il tempo è diventato redditizio tanto quanto il petrolio, se non di più, perché la sua accelerazione è uno dei massimi paradigmi del nostro sistema sociale. Ma una buona notizia c’è ed è che in parte ne siamo ancora padroni e abbiamo il dovere di farlo capire ai nostri ragazzi. Non è eliminando lo sviluppo informatico che risolveremo il problema, piuttosto rimettendo in discussione il suo scopo. E chiudo con il capolavoro di Lewis Carroll: “Per quanto tempo è per sempre?” chiede Alice al Bianconiglio. E il Bianconiglio risponde: “Alle volte, solo un secondo”. Cerchiamo di sentirlo ancora scorrere questo infinito, infinito secondo.

Dal mondo dei Popolari uno scatto di orgoglio e passione politica

Il convegno organizzato da ‘Tempi nuovi-Popolari uniti’ che si è tenuto a Roma ha segnato, finalmente, l’avvio della stagione della ‘ricomposizione’ politica, culturale ed organizzativa dell’area Popolare, cattolico democratica e cattolico sociale nel nostro paese. Nel pieno rispetto del pluralismo che caratterizza questo mondo ma con la precisa consapevolezza che è finita la stagione della irrilevanza politica, della inconsistenza culturale e della dispersione organizzativa. Insomma, si dovrebbe chiudere – almeno questo è l’auspicio – la lunga stagione del letargo e dell’inerzia dei Popolari a vantaggio di un protagonismo politico capace di ridare un ruolo e una funzione specifica ai Popolari stessi. E questo per la semplice ragione che la presenza dei Popolari non può più limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale e del tutto personale nel campo dell’attuale destra o, al contrario, ma specularmente, a declinare di nuovo il triste e decadente ruolo dei “cattolici indipendenti di sinistra” nel Pd come già avveniva nel nostro paese negli anni ‘70 con il Pci. Due modalità, queste, che hanno contribuito in modo determinante a ridurre il ruolo dei Popolari ad un semplice ornamento nello scacchiere politico italiano.

E quindi, ricomposizione politica, culturale ed organizzativa dell’area Popolare; rafforzamento dell’universo centrista e riformista nella geografia politica italiana; costruzione di una lista per le prossime elezioni europee con tutte le formazioni centriste, riformiste ed europeiste e, in ultimo, consolidamento organizzativo del movimento ‘Tempi nuovi-Popolari uniti’ in tutta la periferia italiana. Sono questi, in sintesi, gli elementi decisivi e centrali emersi dal convegno romano dei Popolari a cui hanno dato un contributo importante i parlamentari di Italia Viva Elena Bonetti e Enrico Borghi e molti altri ex parlamentari del Ppi, della Margherita e del Pd oltre a moltissimi amministratori locali e regionali provenienti da tutta Italia e presenti alla manifestazione. A sorpresa anche Elisabetta Trenta, ex Ministro della Difesa nel governo Conte I, ha portato il suo saluto.

Ecco perché, forse, siamo alla vigilia di una nuova fase anche per i Popolari italiani che provano ad uscire dall’irrilevanza politica e culturale di questi ultimi anni anche per non continuare a disperdere, irresponsabilmente, il magistero e l’azione dei grandi leader e statisti democratici cristiani e cattolici popolari che hanno caratterizzato e accompagnato l’impegno politico dei cattolici dal secondo dopoguerra in poi nella storia democratica e costituzionale del nostro paese.

Napoli, Venere a fuoco e teste coperte di cenere.

“Bacco, tabacco e venere riducono l’uomo in cenere” è un detto che rivendica ancora una sua attualità e sembra riaffermata proprio in queste ore a Napoli, allorquando si è dato fuoco alla “Venere degli stracci” che uno sbandato ha pensato bene di appiccare, trasformando in cenere l’opera dello scultore e pittore Michelangelo Pistoletto, da poco installata in una delle piazze principali della città.

Della struttura, che in totale cumulava un peso di 440 chilogrammi, non è rimasto che un telaio, uno scheletro a forma di cupola che sosteneva una massa di cenci disposti in forma d’arte. La statua di resina e gesso, ispirata alla precedente “Venere con la mela” del danese Thorvalsen, si è squagliata sotto i colpi delle fiamme e forse anche del sole di questi giorni. Si potrebbe rubare un commento a Leopardi del “disperato dolor che la stracciava”.

Nella versione di Pistoletto, in assenza della mela del peccato o di una sorta di pomo d’oro della discordia tenuto in mano dalla Dea, l’incendiario ha creduto di mettere un po’ di sale e di verità alla scena. Venere simboleggia il desiderio sessuale e della bellezza, assimilata ad Afrodite, un’altra che con l’amore aveva non poca dimestichezza. Può darsi che quelle forme intense e provocanti abbiano contraddetto il distruttore dell’opera, una inconsapevole contestazione di qualcosa che stride. Dalla fertile conchiglia vien fuori Venere, dagli stracci e dal loro fetore non può esserci rinascita secondo pur invece la migliore intenzione di Pistoletto.

Eppure Venere resta un faro ben visibile a guardare il cielo. Visibile al tramonto con il nome di Espero ed all’alba con il nome di Lucifero, sa essere doppia andando verso sera e portando poi la luce anche verso il giorno. Troppa confusione per il nostro vandalo che non capisce di certi accostamenti, di una Venere con un candido panno bianco tenuto dalla mano sinistra che intanto sembra frugare con l’altra mano nel covone di stoffe sbrindellate. Sul tema ce ne sarebbe ancora molto da dire. “Sono gli stracci che vanno all’aria” si dice a proposito degli indifesi che pagano per il resto del mondo gaudente. “il cane mozzica lo stracciato” è il destino di chi patisce disgrazie ulteriori, in aggiunta alla sua condizione di miseria. Così penserà probabilmente il vandalo che ha distrutto la Venere in mostra a Piazza Municipio.

“Prendi i tuoi stracci e vattene” è quello che ora noi tutti, di primo istinto, vorremmo urlare al responsabile dell’insano gesto di distruzione, non senza aver prima pagato per la sua responsabilità.

Naturalmente non possono mancare, puntuali, le polemiche, le baruffe e, ci risiamo, un po’ di immancabile discordia circa la mancata sorveglianza dell’opera d’arte.

“Volano gli stracci” era detto quando nel 1700 e nel 1800 si era usi, nei diverbi, darsi coltellate strappandosi gli abiti, segnati dai colpi di lame. CI saranno deatribe al riguardo per le colpe da attribuire a causa del fatto accaduto e intollerabile. Chissà, forse la grandezza dell’opera è proprio, al contrario, nel suo ciclo ormai compiuto di vita e di morte, della precarietà della bellezza e della naturale corruzione di ogni elemento, un’opera insomma necessariamente condannata ad un fatale movimento di vita e di morte. Al suo posto adesso una bruciacchiata struttura metallica che potrebbe essere lasciata lì a testimonianza non di un delitto commesso ma di una inevitabile storia che si è consumata, di una verità che non può essere smentita, di una realtà che ha la meglio sui sogni.

Gli stracci sono quello che sono e non altro. Le fiamme sono una fine prevista nei loro giorni.

Tralasciando per un attimo la responsabilità del piromane, siamo in presenza di un’opera d’arte a due facce, spietatamente in cammino, che nel rogo ha svelato con magia di faville il suo lato nascosto e cruento, dove gli stracci ricordano una miseria che porta in polvere ogni speranza di mantenere intatta ogni bellezza, scellerata nel credere di non contaminarsi a fianco degli stracci che le sono prossimi.

Venere, ora in cenere, è un’autentica stracciona, perfettamente a tono con l’altra parte della scultura che ha fatto la sua stessa fine. “E’ andata per stracci” direbbe qualcuno. Di queste ore in Francia il provvedimento del Governo che stanzia 154 milioni di euro per il “bonus rammendo” tentando di incentivare quelli che non rottamano le proprie vesti ma ne tentano il recupero. Per le strade ancora adesso, armato di megafono, ogni tanto urla, dicendo della sua presenza, uno “stracciarolo” a disposizione delle massaie che possono aver bisogno di lui. Ne saprà senz’altro più di tutti.

Tempi Nuovi, la forza delle idee per curare la debolezza della politica

Il presidente con fama di supertecnico, Draghi,  che da oltreoceano dà opportunissime e lucidissime lezioni di politica all’Ue e formula puntuali proposte per un futuro dell’Europa, deciso dalla politica e non dalla tecnocrazia. Il principe  degli editorialisti del Financial Times, Martin Wolf, che spiega le regole del “galateo” richiesto all’Occidente per partecipare al mondo multipolare: l’abbandono di una insindacabile pretesa di superiorità morale e dell’ipocrisia da doppio standard di giudizio.

Non sono che due degli esempi recenti che testimoniano il fatto che nelle democrazie occidentali, in Europa soprattutto, nessuna questione cruciale per il futuro viene più posta ormai dalla politica ma questa tende ad aspettare che le opinioni sulle grandi questioni vengano “sdoganate” sempre da un qualcuno che riconosce sopra di lei. E questo le fa perdere autorevolezza e credibilità nella sua capacità di guida. A forza di aspettare che le questioni ricevano  l’imprimatur da qualche guru per poterne parlare, si logora e si frantuma il meccanismo della rappresentanza.

In Italia siamo, purtroppo, a buon punto in questo processo di indebolimento della politica seppur in buona compagnia, basti pensare a cosa succede in Francia. Da noi non restano che parodie di ciò che furono i partiti, sostituiti da capi più o meno carismatici, aziende, interessi di gruppi editoriali o  di altra natura, convergenti tutti nell’addomesticare il dibattito politico nel tentativo di condizionarlo, salvo poi trovarsi esposti a ricorrenti ondate di populismo o, peggio ancora, a un crollo della partecipazione popolare al voto, a causa di un deficit di capacità di rappresentanza.

Ma questa è la situazione in cui si deve operare per ridare credibilità alla politica. Occorre continuare a credere alla forza delle idee anche in una condizione così sbilanciata della rappresentanza come quella attuale. In questo senso va l’iniziativa di oggi di Tempi Nuovi. Il processo di riaggregazione dei Popolari, pur nei limiti delle condizioni concretamente praticabili, può risultare molto utile allo scopo, non di aggiungere una sigla in più, ma di aprire le finestre delle asfittiche stanze di una politica divenuta anemica di idee, ai venti della Storia per utilizzarli a portarci nella direzione desiderata anziché subirli.

Se il radicamento sociale e territoriale di cui i Popolari sono portatori, è genuino, non si dovrà aver timore a porre nel dibattito politico i problemi che emergono dalla realtà delle cose anche se non ancora riconosciuti come tali. Ad occuparsi delle nuove fratture emerse nel mondo del lavoro, fra territori, fra classi sociali. A portare avanti un approccio equilibrato, realistico e con al centro l’uomo della questione ambientale. Ad affermare la necessità di un nuovo umanesimo per l’era digitale.

E visto che Mario Draghi – un riferimento  imprescindibile per il Centro, per non dire la guida morale – ha spianato la strada (chiunque al posto suo che avesse osato  porre il tema dell’inadeguatezza dell’attuale architettura europea di fronte alle nuove sfide sarebbe stato non contrastato sulle idee, ma delegittimato e distrutto con accostamenti infamanti da un sistema dei media che funziona talmente bene a senso unico da rischiare di stroncare sul nascere il pluralismo), sembra divenuto meno arduo per i Popolari anche il compito di elaborare un’idea di Europa adatta al mondo multipolare, attualizzando l’eredità di Mattei, De Gasperi, Moro. Che contempla anche un’attenzione costante al ristabilimento della pace in Europa, una condivisione delle preoccupazioni umanitarie della missione di pace della Santa Sede, e un apprezzamento delle motivazioni che animano gli altri tentativi di mediazione per porre fine al conflitto ucraino, da parte dell’Unione Africana, della Cina, della Turchia

Per queste ragioni il contributo dei Popolari alla politica, non alla spicciolata ma in forma organizzata, non tanto in termini di spazi ma di idee, appare utile e promettente nel curare la politica dalla propria debolezza.

L’omelia di Mons. Pesce in occasione della messa di suffragio per Guido Bodrato

Ho pensato di scegliere il vangelo ascoltato domenica scorsa (Mt 11,25-30) nelle nostre chiese, perché pare a me molto indicativo, per celebrare oggi la memoria di Guido Bodrato.

La memoria è prima di tutto gratitudine e riconoscenza; per un uomo mite, con una visione ed un rispetto per l’Uomo e per la Politica non comuni; sottile pensatore, veramente a servizio della polis con una innata capacità di mediazione, che non ha mai significato intorpidire le acque, ma trovare i comuni denominatori, frutto del buon senso e di una purezza interiore mai ostentata ma  da tutti riconosciuta.

​“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”

Queste parole di Gesù sono una preghiera, una preghiera al Padre.

Gesù prega contento a partire dalla realtà che gli sta di fronte, a partire dall’esperienza che fa. Eppure la realtà ad una prima occhiata non sembra così affascinante. L’esperienza che fa Gesù era quella di constatare come i piccoli, i bambini, accoglievano con gioia la buona notizia del vangelo, vorrei dire per connaturalità e quindi conoscevano il Padre.

L’onorevole Bodrato ha saputo guardare con gli occhi più profondi dello Spirito, la realtà, di cui è stato servo, protagonista e anche vittima innocente; ha fatto esperienza del bene che esiste, forse resiste, perché con occhi puri ha saputo guardare in profondità; abbiamo tutti bisogno di una politica che si fa un po’più pura come i bambini, più piccola, per esaltare i valori veri della nostra Costituzione e per noi credenti, del Vangelo.

Ritrovare una originaria purezza interiore è importante non solo per la crescita personale, ma anche per le grandi questioni del nostro tempo. Guido Bodrato è stato un testimone autentico di tutto questo.

Imparate da me ci dice Gesù. Cristo si impara per rivelazione e imitazione; perché Dio è amore e noi sapienti e intelligenti corriamo il rischio di restare analfabeti del cuore.

Sentite San Agostino : ti stai disponendo ad elevare molto in alto la costruzione della santità? Prepara prima il fondamento della umiltà. Un edificio prima di salire in alto, scende in basso; e quanto più è grande la mole che si pensa di costruire, tanto più profondo si scava il fondamento.

La mitezza e l’umiltà sono le fondamenta necessarie e Guido Bodrato non ha avuto esitazione in questo.​ Ha scelto come Gesù la mitezza e l’umiltà e quindi ha saputo guardare con distacco critico la realtà di cui faceva parte; anche se siamo spesso dentro una realtà in cui la forza, la guerra, sono le fondamenta, noi proponiamo una alternativa.

Siamo chiamati a vivere nella città, ad entrare sempre più e meglio nella città, con mitezza e umiltà di cuore.

Questa è stata io penso, la vera tribolazione della sua coscienza; vivere una diversità evangelica dentro la città, nelle istituzioni, nella scuola, nelle strade, non vendendosi alla sapienza costituita. Se anche noi non sentiamo dentro questa tribolazione è bene interrogarsi sulla nostra fede, sulla nostra appartenenza ecclesiale, sul nostro servizio nelle istituzioni.

Concluderei queste brevi parole di riconoscenza e gratitudine, mettendo in evidenza altre due fondamenta della Sua vita; Fede e Amore.

Una fede anch’essa mai ostentata o utilizzata, nutrita dalla preghiera, offerta e sofferta per la Chiesa e il mondo intero, con una visone veramente cattolica cioè universale.

Un Amore che ha trovato il suo frutto più bello nella gentile signora Irma; una comunione di amore che ora non si interrompe ma si trasforma, compiendosi definitivamente in Dio.

Da questo vi riconoscerò dice il Signore ai suoi discepoli – se vi siete voluti bene come io ne ho voluto a voi –

Per questo ora anche lui ascolta le parole del Signore : “ Vieni servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo Signore”.

 

Amen

 

[La messa di suffragio per Guido Bodrato si è svolta a Roma, nella Chiesa S. Gregorio Nazanzieno, nel complesso di Vicolo Valdina presso la Camera dei deputati, la mattina del 12 luglio u.s.]

Gerard Lutte ha illuminato con la speranza la miseria di un mondo invisibile

Quella di Gerard Lutte è una lunga storia che racchiude una preziosa lezione di vita. Nato in Belgio nel 1929, viene ordinato prete quando compie 28 anni. Era entrato a far parte della comunità dei Salesiani, la Congregazione fondata da Don Bosco per prendersi cura dei giovani, specialmente i più poveri. Ma da questa venne espulso, proprio quando scelse di schierarsi dalla parte degli ultimi. Dopo aver completato gli studi, nel frattempo, gli venne assegnata la cattedra di Psicologia, presso il Pontificio Ateneo Salesiano di Roma, nel quartiere Nuovo Salario. Proprio qui, a poca distanza dall’Università scopre la borgata di Prato Rotondo, oggi nei pressi del vialone dei Prati Fiscali.

 

È il 1966, l’anno in cui iniziano in vari paesi le manifestazioni studentesche contro la guerra americana in Vietnam e si teme il dilagare del conflitto. In Italia, scoppia il caso “don Lorenzo Milani”, perché il parroco di Barbiana si era permesso di difendere l’obiezione di coscienza. Il mondo cattolico è in fermento, dentro quelle file si muove un altro protagonista di un certo “dissenso”: si tratta di un altro prete, don Enzo Mazzi che esercita la sua azione pastorale all’Isolotto di Firenze. Nel novembre di quello stesso anno proprio la città simbolo del Rinascimento è colpita da una terribile alluvione. È un anno drammatico anche per l’affacciarsi delle prime avvisaglie del ’68: in uno scontro dentro la città universitaria romana, infatti, perde la vita il giovane studente Paolo Rossi, vittima di un’aggressione squadrista. Lo scenario politico è caratterizzato dalla fase cruciale del primo governo di centro-sinistra e Roma, che per quasi un trentennio (1947-1976) sarà guidata dall’alternarsi di sindaci democristiani, continua a svilupparsi sotto la spinta di una grande crescita demografica, favorita anche da un crescente fenomeno migratorio. In questa prospettiva, la domanda di alloggi rimaneva elevatissima, di conseguenza – soprattutto nelle periferie in costruzione – ci si poteva imbattere con la diffusione di forme di residenza spontanee, abusive e precarie: una città dal doppio volto e una complessa storia dell’urbanistica (Insolera, Roma moderna, ed. 1976).

 

Tornando al nostro personaggio: dunque don Lutte, prete di strada e di frontiera, si trasferisce tra i “baraccati” di Prato Rotondo, una fascia di terreno impervio che si presentava come un accampamento di casupole di fortuna, tirate su a ridosso dei nuovi quartieri che nascevano, «coniugando pittoresco e povertà estrema» (Vidotto, Roma Contemporanea, ed. 2006). Tutti questi nuclei erano privi dei servizi minimi essenziali, dall’illuminazione alle fognature (Archivio Luce). Condivide le loro istanze cercando di ridare a queste famiglie almeno il senso della dignità. Seguendo il suo magistero, Prato Rotondo diventa la sua Chiesa e si unisce alle lotte per la giustizia e per la casa di quelle persone. Resta alla guida di quella “guerra fra poveri”, sempre accanto agli ultimi e alle persone invisibili (Lutte, Giovani invisibili, 1981), anche quando il campo di battaglia si sposterà alla Magliana, il quartiere scelto per “traslocare” gli abitanti di Prato Rotondo. Nell’arcipelago di iniziative e di lotte sociali vede operare anche altri suoi compagni di viaggio: tra questi occorre ricordare l’esempio di due “cattolici marginali” come don Roberto Sardelli all’Acquedotto Felice e Giovanni Franzoni, abate della basilica di San Paolo fuori le mura, prima di essere allontanato.

 

I temi dell’emarginazione, della crisi abitativa e del disagio sociale conquistarono l’attenzione sia degli studi sociologici sia lo sguardo del cinema. Un film già dal titolo tanto evocativo “Il tetto” (1956), diretto da Vittorio De Sica, documenta in maniera emblematica e in perfetto stile neorealista la drammatica condizione abitativa e il fenomeno dei “baraccati” a Roma. È la rappresentazione di quel mondo popolare verso il quale Vittorio De Seta, uno dei precursori del cinema documentario, ha «sempre avuto l’idea di un debito» (www.fatamorganaweb.it/tra-mare-e-terra/). Venti anni dopo è il turno di un altro capolavoro: si tratta di “Brutti, sporchi e cattivi”, un film diretto da Ettore Scola con un’interpretazione magistrale di Nino Manfredi che descrive impietosamente le miserie materiali e morali che si vivono nelle baraccopoli della periferia romana dei primi anni settanta. Focalizzando l’attenzione sulla condizione delle periferie e delle borgate romane, Franco Ferrarotti pubblica nel 1970 Roma da capitale a periferia, un testo fondamentale che inquadra molto bene anche lo stato urbano, sociale e politico della città.

 

«Il terzo mondo era dunque anche a Roma. E anche nelle periferie della capitale era possibile dare un senso alla propria missione» (Vidotto, 2006). In queste aree escluse dai benefici della società contemporanea, si trovava a svolgere la sua missione don Gerard Lutte, che alla Magliana diede vita alla al Centro di cultura proletaria. Negli anni che seguirono si trasferì prima in Nicaragua e poi in Guatemala, compagno di viaggio dei giovani di strada (Mojoca). Intanto era anche diventato professore ordinario di psicologia dell’età evolutiva dell’Università “La Sapienza” di Roma.

 

Questo e molto altro è stato Gerard Lutte, morto a Roma il 10 luglio, a 94 anni: un autentico protagonista della Storia. Il suo principio psicopedagogico è l’amicizia liberatrice. «Ritrovare nel campo degli sfruttatori e degli speculatori, cristiani, sacerdoti, organismi religiosi ed ecclesiastici mi ha permesso di distinguere fra burocrazia ecclesiastica e Chiesa, tra Vangelo e religione alienata, fra oppio del popolo e messaggio di liberazione, fra chiesa dei poveri e sinagoga dei farisei», scrive Lutte (“il manifesto”, 13 luglio 2023). “Il paradiso non ha confini”, specialmente per uno spirito tanto indomito, che ha speso tutta la sua esistenza per gli oppressi, fino alla fine quando si è spento tra loro.

 

Per la scomparsa del suo amico Roberto Sardelli, avvenuta nel 2019, scrisse un pensiero tanto emozionante: «Avevo conosciuto Roberto alla fine degli anni ’60. Tutti e due lavoravamo con giovani in borgate di barricati di Roma, organizzando una scuola alternativa per i ragazzi e le ragazze della borgata e affrontando gli altri problemi degli abitanti. Spesso le nostre strade si sono incrociate. Roberto era un uomo integro e coerente e tutta la sua vita fu a servizio dei poveri, si dichiarava discepolo di don Milani e riproduceva nella sua Scuola 725 i metodi della Scuola di Barbiana. Roberto non dimenticheremo il tuo esempio e con emozione ti diciamo “arrivederci e grazie fratello di strada”».

 

Oggi, con la stessa partecipazione, possiamo dire che non dimenticheremo neanche Gerard Lutte, un uomo che ha avuto la forza di illuminare con la speranza la miseria di un mondo invisibile.

Politicainsieme | Il destro Weber schiera i Popolari europei contro la Nature Restoration Law

Il grosso del Ppe ha votato contro [la “Nature Restoration Law”, 21 eurodeputati Popolari hanno votato a favore, ndr] ritrovandosi sulle posizioni dei partiti di destra e centrodestra, tra cui quelli che sostengono la maggioranza Meloni in Italia. In questo sono stati guidati da Manfred Weber che già da tempo intende creare un’alleanza tra il Ppe e i partiti sovranisti di destra ed, evidentemente, sovvertire quella “alleanza Ursula” che si è imposta in Europa dopo le ultime elezioni europee. Così, non manca chi ha voluto vedere nello voto di ieri una scontro destinato ad anticipare il prossimo appuntamento elettorale del 2024. E a prefigurare anche una possibile frattura interna al popolarismo europeo diviso tra la prospettiva di rinnovare l’”alleanza Ursula” o a mettersi in scia con i partiti populisti e, in taluni casi, neo nazifascisti. In realtà, la situazione sarà molto condizionata dal sistema elettorale che alle europee non segue la logica degli schieramenti contrapposti perché segue il modello proporzionale e il richiamo bipolare non avrà molta forza.

Per quanto ci riguarda noi restiamo con la Laudato si’ di Papa Francesco e non c’è alcun mercimonio politico che possa portarci a ritenere che la tutela dell’ambiente debba uscire ridimensionata dall’agenda del cammino europeo. Un tema, tra l’altro, che è molto più avvertito tra la gente di quanto non pensino quei politici preoccupati dai tanti interessi che guardano all’oggi, indifferenti al fatto che stiamo lasciando alle prossime generazioni un mondo sempre più inquinato e fragile.

 

 

[Fonte: politicainsieme.com
Titolo originale: I Popolari e l’Mbiente in Europa]

La sfida di un Centro popolare e plurale

Finalmente siamo arrivati al dunque, come si suol dire. Dopo aver preso atto che la presenza popolare, cattolico democratica e cattolico sociale è pressochè inesistente nella cittadella politica italiana, o si è in grado adesso di avviare una iniziativa politica capace di ridare un ruolo e una funzione specifici a questa tradizione ideale oppure si deve prendere definitivamente atto che il futuro dei Popolari o è testimoniale ed esclusivamente di natura personale nell’area di destra o si limita ad una stanca e banale riedizione dei “cattolici indipendenti di sinistra” degli anni ‘70 nel campo alternativo. Entrambe soluzioni che non sarebbero nient’altro che la certificazione plastica di una sconfitta politica, culturale, organizzativa e forse anche etica del cattolicesimo popolare italiano. Insomma, una sorta di “tradimento” del magistero dei nostri padri, dei nostri maestri e di tutti coloro che nella storia democratica del nostro paese hanno saputo condizionare, e anche guidare, i processi della politica italiana con le armi della propria cultura e dei propri valori di riferimento.

Ora, almeno così pare, la stagione dell’irrilevanza e della inconsistenza politica, culturale e programmatica volge al termine e si apre una fase dove questa cultura politica coltiva l’ambizione di giocare nuovamente un ruolo importante e forse anche decisivo per il futuro della qualità della nostra democrazia e per la stessa efficacia dell’azione di governo. Certo, senza alcuna presunzione ed arroganza e senza l’ipocrisia, o l’ingenuità, di ridare vita a partiti di massa o esclusivamente identitari. La scommessa, al contrario, è quella di favorire una seria e realistica “ricomposizione” politica, culturale ed organizzativa dell’area popolare e cattolico democratica liberandola dalla sudditanza e dall’insignificanza all’interno dei partiti o cartelli elettorali che sono politicamente distinti, distanti se non addirittura alternativi rispetto alla nostra cultura di riferimento. Come nel caso, ad esempio, della sinistra guidata dalla Schlein o di alcuni settori della destra leghista e sovranista. Una scommessa, quindi, tutta politica e culturale che richiede intelligenza, coraggio, disponibilità al confronto e al dialogo e, soprattutto, una qualificata e specifica elaborazione progettuale.

E l’iniziativa dell’associazione “Tempi nuovi – Popolari uniti” che si terrà a Roma venerdì 14 alla ‘Bonus Pastor” risponde, appunto, a quel preciso obiettivo. E cioè, riattivare il circuito dell’area popolare, cattolico democratico e cattolico sociale per riaccendere la passione politica di una tradizione che non può più restare qualunquisticamente ai margini della politica italiana. Certo, è una iniziativa aperta, e quindi non autoreferenziale, a tutti coloro che ritengono decisivo ed indispensabile l’apporto di questo filone di pensiero alla intera politica italiana. E questo per la semplice ragione che se persiste una cultura politica che non può essere definita fallita, o da riscrivere o, peggio ancora, da reinventare, questa è proprio la storia e l’esperienza del cattolicesimo popolare italiano.

Ecco perchè siamo arrivati ad una svolta, forse la più delicata, della nostra storia secolare. E di fronte a questo bivio occorre fare una scelta chiara e netta. E cioè, o ci si limita a giocare un ruolo di puro gregariato politicamente sterile e pressochè inutile, oppure si intraprende la strada di un nuovo “ricominciamento”, per dirla con Mino Martinazzoli. Cioè un “nuovo inizio” che ci permetterà, questo è certo, di ritrovare le nostre radici, la nostra cultura e i nostri valori di riferimento cercando, come ovvio, di inverarli nella società e nella dialettica politica contemporanea. Ma da protagonisti e non da comprimari.

L’uomo e l’universo nella visione vedica: un libro fondamentale di Roberto Calasso.

Volendo sondare i misteri vedici, L’Ardore di Roberto Calasso (scomparso nel 2021) non può essere ignorato. Il libro si muove lungo l’asse della peregrinazione curiosa e intelligente, anche mettendo a confronto induismo e cristianesimo, specialmente laddove entra in gioco il tema del sacrificio e quindi della morte. L’autore ne fa un punto cruciale di riflessione. Cos’è infatti il sacrificio, volendo  attenersi alle antiche scritture vediche, se non un modo per sovrastare la pena della vita che si spegne, esito fatale cui vanno incontro tutti gli enti dell’Universo?

Al contrario, l’ardore non è nient’altro che la forza primordiale ripiena di passione e, potremmo dire, anche di amore, da cui è scaturita l’esistenza di esseri e cose, a partire dalle prime entità, le più potenti, sino ad arrivare alle più infime e secondarie. Prajapati è l’unica persona esistente, il Dio Sommo, considerato quindi superiore allo stesso Brahma, il Dio della creazione per gli indiani. Quindi Prajati è Principio Primo, unico essere realmente esistente e, secondo una visione che potremmo definire esoterica, unico ente vero e sussistente, di cui tutti gli altri sarebbero mere copie.

È interessante vedere come da questo ardore, da questo tapas (termine sanscrito tradotto con “calore”) originario, avrebbe preso vita tutto ciò che esiste. Prajapati non voleva generare Agni, il secondo dio identificato col fuoco, ma la traboccante energia presente in Lui non poté fare a meno di dare alla luce tale entità, da cui poi sarebbero derivate tutte le altre, in un susseguirsi di deva (divinità) ed esseri come i ṛṣi (i sette sapienti che hanno conosciuto i Veda prima che venissero scritti) i quali, al pari di quanto accade nel pantheon greco, combattono le loro battaglie e vivono le loro avventure esattamente come gli umani, anche se ovviamente dotati di potenza sovrabbondante.

Calasso analizza in profondità il tema del sacrificio, attorno a cui ruota tutto il libro. Di cosa parliamo, a riguardo, se non del tentativo di annullare la morte? E perché dobbiamo fare i conti con la morte? Ogni meditazione sull’uomo e il creato ha preso origine da questo superiore interrogativo. Già Prajapati si sentiva assediato da morte, Mṛtyu, e per questo inventò una serie di stratagemmi fatti di misure e pratiche da condurre nei secoli, nei millenni e nelle ere per annullare lo strabordante potere dell’eterno nemico. Ecco, dunque, che l’induismo ci ricorda il valore di atti sacrificali aventi lo stesso scopo di quello che aveva il Sommo Progenitore.  Così possiamo intendere la forza dell’anginhotra, il sacrificio compiuto dai brahmani col latte, attraverso i quali forse giungeremo a congiungerci con gli dèi, divenendo immortali. 

La lettura di Calasso è consigliabile a quanti vogliono farsi un’idea più matura dell’antico lascito vedico, per capire le mitologie e gli aspetti esoterici del pantheon che accoglie le divinità indù. Il libro fa sognare, disegna viaggi mentali, stimola ad andare oltre nell’indagine dei problemi. S’incontra, in questo cammino, anche il tema del capro espiatorio, con la citazione di passi significativi di un’opera fondamentale di René Girard (Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo). L’intreccio è di straordinaria suggestione, invitando altresì a forzare le porte della mentalità razionalistica occidentale. Sono pagine dense, con spunti di grande intensità speculativa, capaci di riportare l’uomo a contatto con le questioni più profonde legate alla sua natura e al suo destino, oltre la dimensione terrena.

Televisione e partiti sotto scacco del conduttore o leader solitario

Sollecitato da un recente articolo di Marco Follini (L’andirivieni dei conduttori televisivi), pubblicato su “La Voce del Popolo” e ripreso su questo blog, l’appunto che segue prende le mosse proprio dal teatrino dei trasferimenti e degli addii di alcuni conduttori televisivi, a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Sono del parere che c’è una certa affinità tra conduttori televisivi e i nostri attuali leader politici. Molto indicativa di quello che passa il convento dei nostri giorni, tutto in ginocchio di fronte al singolo individuo, di fronte al solitario influencer o solitario leader. Di fronte alle quantità che ormai riducono l’uomo a numeri di mercato. Facciamoci caso. Perché tutto viene ormai giocato sulla faccia e la voce di qualcuna o qualcuno.  Forse anche sulle sue posture, le sue invettive e i suoi scatti nervosi. 

 

È da un po’ di tempo che assistiamo al balletto ridicolo, quanto insulso, sull’abbandono, le sostituzioni, i ritorni, nonché la stessa rotazione interna e collocazione oraria, di alcuni noti (o ignoti) conduttori televisivi. C’è sicuramente di mezzo la storica lottizzazione – come scrive Follini – che oggi più gentilmente è definita spoils system. Ma forse c’è qualcosa in più che va anche oltre gli aumenti di stipendi, con i salti di canali e i dissidi nei confronti della dirigenza.  Questi conduttori vengono infatti valutati e supposti come veri e propri  influencer. Guide autorevoli di persuasione nel mercato dell’audience, nelle tracimanti pubblicità e nelle  sottintese idee politiche in cui si riconoscono,mpiù che suggeritori distaccati e terzi di fatti, notizie e avvenimenti, come dovrebbero essere quando fanno bene il loro mestiere di giornalisti imparziali e obiettivi. 

 

Una balletto tuttavia significativo e caratteristico dei nostri giorni, ma nello stesso tempo preoccupante. Perché ulteriore segnale dello spirito dei tempi che viviamo, caratterizzato dalla ricerca affannosa di capi carismatici,  di leader forti e tenaci, e di buoni comunicatori su cui scommettere, che anche se incapaci e mediocri, ci fanno  dimenticare tutto il resto. A guardar bene, non ci sarebbe da preoccuparsi molto. Benché si pensi e si scriva il contrario, il nostro è anche il tempo in cui la logica neoliberista del libero mercato senza lo Stato di mezzo a dar fastidio, ormai la fa da padrona in tutti i settori della nostra vita sociale. Comprese le scuole e le cliniche private. Oggi si fa leva solo sulla pubblicita e sulla forza dei numeri. Sul mercato, sulla spinta al consumo, sulla concorrenza. Sulle cifre dell’audience o sulle percentuali dei voti presi e  strappati a qualche partito. Il resto non conta.

 

Un tempo, il nostro, totalmente giocato sul presente, e sul pragmatismo istantaneo del giorno per giorno che scarta completamente il futuro con le sue “metamorfosi epocali” – come Bergoglio definisce i cambiamenti – e si dimentica della qualità. E che è dominato da una pericolosa quantofrenia numerica strutturale ed estesa: dai titoli di  borsa e dal Pil, sino a quante scatolette di tonno si  consumano ogni giorno; dalla crescita, all’inflazione; dalla quantità di giornali venduti, ai telespettatori delle tre di notte; dai frequentatori di Facebook a quelli di Whatsapp; ecc. Non escludendo le percentuali di voti presi – sempre riferite a quel 50% che ormai si reca alle urne – allo share percentuale di un telegiornale – anche qui col disinteresse su quanti in quella data ora non sono seduti di fronte alla televisione. I telegiornali, specie quelli regionali della Rai, i programmi televisivi, i talk show, i reality, le serie e la stessa fiction, sono ormai pieni zeppi di cronaca nera e di contenuti indicibili. Tali da creare ansie e paure, ma tali da fare nello stesso  tempo aumentare gli  ascolti.  

 

I palinsesti  annuali Rai, annunciati in pompa magna, non guardano più ai contenuti. Al bon ton, ai buoni valori, all’etica necessaria alla convivenza sociale e civile, ad una sana formazione del telespettatore e al bene comune dei cittadini; ma solo ai numeri degli share e a chi potrebbe farli aumentare, perché, da quello che si capisce, questi  contenuti e questi numeri rimarrebbero fortemente legati al conduttore. Al suo viso. al suo volto, alla sua voce. E alla sua probabile capacità di fare ascolti, di avere dei fans talmente fedeli da essere trascinati da un canale televisivo all’altro, da una collocazione oraria all’altra, da un tema all’altro tema. 

 

È forse azzardato dire che in questo trend televisivo al ribasso si rispecchiano oggi i leader dei partiti politici? Molti nuovi partiti della Seconda Repubblica italiana, sono nati con l’illusione che bastasse solo la faccia, il viso, la voce  di un leader per creare un partito nuovo. Sappiamo come sono andate le cose, e dei numerosissimi fallimenti. Cosi come purtroppo sappiamo anche della crisi seria che attraversano i partiti di oggi. Ma non facciamo fatica a registrare, nello stesso tempo, che è viva e vegeta la scommessa sulla solitaria faccia e sul viso del leader, sul suo narcisismo che lo spinge – una volta uscito dal Parlamento –  verso la telecamera e il giornalista (amico) per farsi intervistare. Di questo o quel leader, contano molto il suo modo di parlare, isterico o calmo che sia, le sue posture minacciose o tranquillizzanti, il suo modo veloce di camminare col cellulare in mano, i suoi giuramenti sul Vangelo, il suo linguaggio aggressivo con l’indice alzato della mano, ecc. Partiti politici di proprietà del leader.  Ridotti oggi ad una dimensione liquida, se non gassosa. Con programmi simili. Con contenuti della cosiddetta destra passati alla cosiddetta sinistra, e viceversa, e con un desiderio di centro ritornato dopo De Gasperi di attualità.

 

I partiti di massa e quelli solidi sono già scomparsi da tempo dalla scena della democrazia rappresentativa. Trasformata anch’essa, ahimè, in un vero e proprio  mercato della offerta/domanda: vendere il prodotto-partito e il prodotto programma del partito e farlo comprare con tutti i mezzi e i sotterfugi possibili di marketing. Con una inedita novità, come si accennava, denunciata da tempo da studiosi e ricercatori. Quella che oggi siamo di fronte ad un rapporto diretto non più tra partito ed elettorato, bensì tra leader e elettorato. A prescindere dall’organizzazione  territoriale del partito, a prescindere dal gioco di squadra e dal team di supporto al leader, dagli iscritti e dai votanti.

 

Il momento attuale per la democrazia politica rappresentativa è allora molto delicato. È quello in cui i presidenzialismi forti e centralizzati che si annunciano, e che scommettono tutto su una faccia, possono avere la meglio. Senza equilibri di poteri, senza mediazioni e corpi intermedi. Anche perché Il partito politico di una volta non c’è più. E quello dei nostri giorni si trova come è noto in profonda crisi di identità. Cosi che il  partito nelle mani di un leader e di un volto accresce questa crisi. Anzi la amplifica, una volta in balia di una opinione pubblica fluttuante e momentanea, appoggiata sull’istante storico e sociale che si vive e respira, e una volta che delega all’Uomo Forte i suoi bisogni e le sue attese individuali, tutte concentrate sul presente, senza domani e senza futuro. E tutte riposte sullo stimolo/risposta (S/R) immediato. Un rapporto quest’ultimo caratteristico di una banale teoria comportamentista che esclude categoricamente la possibilità del rinforzo dell’opinione già maturata in precedenza e già posseduta, o del suo completo rifiuto. E che non contempla una esposizione ai media selettiva in funzione delle proprie opinioni e dei propri valori. Dei propri gusti soggettivi.

 

In conclusione e analogamente, al programma TV e al suo  conduttore, anche per i partiti di oggi si può allora dire che quello che conta è solo il leader. Un leader senza partito alle spalle, ma che assorbe e rappresenta tutto il partito. Il comunismo, il fascismo, il massimalismo e il radicalismo c’entrano poco. Così come c’entra poco il populismo, presente senza distinzione di partito sulla bocca di tutti gli oratori politici, da Pericle in poi.

 

L’illusione in entrambi i casi consiste nella convinzione che  il rapporto diretto tra il conduttore del programma televisivo e del leader politico con l’opinione pubblica riesca a trainare, convincere e creare risposte positive presso i telespettatori e presso l’elettorato. Al giorno d’oggi  entrambi fluttuanti e mutevoli ora per ora, giorno per giorno, programma per programma, elezioni per elezioni. Devo solo ricordare per correttezza, che non è da oggi che anche questo rapporto diretto tra stimolo di convincimento  comunicativo – da qualunque parte provenga – e risposta positiva, è stato messo in discussione. Soprattutto quando  si è fatta strada l’idea che il fruitore del messaggio non è un soggetto indifeso, isolato e atomizzato. Alcuni studi avviati sin dalla fine degli anni quaranta da ricercatori e sociologi americani, hanno messo in risalto i mezzi di difesa più ovvi del telespettatore e dell’elettore: le proprie precedenti idee maturate; i “corpi intermedi” come  la famiglia, i mondi della vita, gli amici con i quali si discute; la realtà comunitaria e locale in cui si vive; i gruppi sociali, i colleghi di lavoro, le associazioni e  i club che si frequentano; ecc… 

 

Tutti corpi che si collocano in mezzo tra fonte della notizia e recettore, tra il leader e il voto, tra il conduttore e gli ascolti. Che traducono il messaggio trasmesso, rinforzandolo o respingendolo, in una seconda fase del flusso comunicativo non più diretto. Una fase che orienta le reali opinioni e i concreti comportamenti finali del consumatore e dell’elettore. E che va oltre gli influencer oggi frettolosamente identificati col conduttore televisivo…e col leader forte di partito. 

Brislin, nuovo cardinale voluto da Francesco, incarna il protagonismo del Sudafrica.

Tra i 21 nuovi cardinali annunciati da Papa Francesco domenica 9 luglio dopo l’Angelus, che saranno creati nel Concistoro del 30 settembre prossimo, figura anche Stephen Brislin, 67 anni, arcivescovo di Città del Capo in Sudafrica. Il presule, ordinato sacerdote nel 1983, è stato Vescovo della diocesi di Kroonstad (suffraganea di quella di Bloemfontein, una delle tre capitali, quella giudiziaria, del Sudafrica) dal 2007 al 2010, quando è stato nominato Arcivescovo di Città del Capo. Dal 2013 al 2019 è stato presidente della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale, la SACBC, che comprende i vescovi cattolici di Botswana, Sudafrica ed Eswatini.

 

Stephen Brislin è il terzo cardinale proveniente dal Sudafrica, dopo il cardinale Owen McCann, deceduto nel 1994, e il cardinale Wilfrid Napier che ha 82 anni. In un’intervista all’ufficio comunicazioni sociali della SACBC Brislin ha affermato di voler seguire le orme degli altri due cardinali sudafricani “che hanno sempre reso un ottimo servizio non solo alla Chiesa dell’Africa australe, ma anche alla società stessa e per il bene del Paese”.

 

Il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa ha sottolineato che la nomina a cardinale dell’arcivescovo di Città del Capo (la capitale legislativa del Sudafrica) “è motivo di orgoglio tra i sudafricani di ogni provenienza e dovrebbe ispirare tutti noi a esercitare le nostre convinzioni, nella nostra diversità, con profonda devozione”.

 

In effetti la nomina del terzo cardinale sudafricano avviene in un periodo nel quale il Sudafrica come Stato, come membro dell’Unione Africana e come membro e presidente di turno dei BRICS, sta assumendo un ruolo crescente a livello diplomatico. Il mese scorso il governo di Pretoria (la capitale amministrativa del Sudafrica, dove ha sede il governo) ha coordinato la prima missione di pace di Paesi africani in Europa per la ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto ucraino, che si è svolta tra il primo e il secondo degli incontri, tra la parte ucraina e quella russa, dell’inviato di Papa Francesco, il cardinal Matteo Zuppi.

 

Il Sudafrica ospiterà a breve, dal 22 al 24 agosto prossimo, il XV vertice dei capi di stato e di governo dei BRICS proprio nella fase della prova di maturità del Coordinamento di questi 5 Paesi (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che per le scelte che intendono completare, come una valuta comune basata sull’oro o come l’allargamento a una schiera di circa 40 Paesi che hanno espresso la volontà di aderirvi, dovranno dimostrare di essere all’altezza delle responsabilità globali che derivano dalla loro crescita.

 

Stephen Brislin è uomo di pace, a cui piacerebbe vedere una Chiesa che “lavora molto più duramente per la riconciliazione” a partire dal suo Paese, con le ferite ancora non rimarginate dell’apartheid. A livello internazionale, l’arcivescovo Brislin, come riporta il mensile cattolico sudafricano Southern Cross, ha partecipato regolarmente a un gruppo di vescovi cattolici chiamato Holy Land Coordination, che visita regolarmente Israele e Palestina per favorire il dialogo. Brislin, come papa Bergoglio, desidera una Chiesa capace di misericordia e luogo di guarigione dai tanti mali che affliggono la convivenza tra gli uomini, a tutti i livelli. 

 

Nelle situazioni difficili, segnate da profonde divisioni sociali, in cui ha operato, ha messo in mostra la sua indole di mediatore che lavora per costruire ponti di dialogo per abbattere vecchi e nuovi muri. Un profilo, quello del cardinale eletto Brislin, che sarà molto utile alla chiesa sudafricana, africana in genere e a quella universale di fronte alle profonde tensioni irrisolte che affliggono il mondo attuale. Difficoltà da affrontare con una saggezza, un’esperienza, una comprensione dei processi in corso che viene dall’altro capo del mondo anche per arricchire di un diverso, e forse per certi versi più ampio, punto di vista la Chiesa e l’opinione pubblica universale.

Le ragioni della legalità smentiscono la montatura mediatica sui vitalizi dei parlamentari

L’Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica esprime profondo rispetto per la decisione del Consiglio di Garanzia di secondo grado, che il Senato ha adottato per i vitalizi degli ex senatori. Con essa di conferma nella sostanza la sentenza di qualche anno fa della Commissione contenziosa di primo grado, formata da senatori e giuristi di chiara fama.

Non siamo di fronte a una decisione politica, ma a una sentenza di un “tribunale” accettato da tutti, che ha dichiarato illegittima in due gradi di giudizio la delibera di applicazione retroattiva del metodo contributivo per i vitalizi.

E vale la pena ricordare che la decisione è stata adottata da “giudici”, perché tali sono considerati i componenti dei “Comitati di Garanzia” all’interno del Parlamento – si chiamano per questo di “garanzia” – i quali hanno naturalmente deciso secondo le norme della nostra Costituzione e delle leggi, e quindi hanno garantito la legalità.

La sentenza ha riconfermato il principio elementare che nessun cittadino può essere penalizzato per il passato, per un periodo precedente, e la Corte Costituzionale ha stabilito che, in misura del tutto temporanea ed eccezionale può essere ammessa una riduzione di qualunque stipendio e di qualunque indennità per un massimo di tre anni; tant’è che le cosiddette “pensioni d’oro”, che il Parlamento aveva ridotto per un periodo di cinque anni, sono state ricondotte a una riduzione per soli tre anni dalla stessa Corte Costituzionale.

È stato ristabilito lo “stato di diritto” perché la legittima aspettativa che ogni cittadino ha deve essere rispettata e quindi non vi può essere sul piano giuridico, istituzionale e umano una penalizzazione per il passato.

In ogni caso è doveroso da parte dell’Associazione precisare anche le cifre che si riferiscono al merito della decisione, osservando che quelle che sono state divulgate non sono veritiere. L’Associazione spera che lo stesso Senato preciserà i dati di cui si tratta in questa lunga vicenda.

 

L’Associazione degli ex Parlamemtari della Repubblica è presieduta da Giuseppe Gargani] 

La transizione del capitalismo esige la risposta della politica. Intervista a Giuseppe Sabella.

Dottor Sabella, già dalle prime pagine del suo libro si coglie come i temi della rivalutazione del lavoro e l’energia determinata dal volano salariale – cioè l’aspetto propositivo della sua analisi – siano in realtà legati a doppio filo al Green Deal, quale manifesto programmatico della Grande Transizione digitale, energetica ed ecologica. Sotteso a queste macro aree tematiche c’è l’esigenza dell’Europa di compattare e rilanciare una sfida a USA e Cina per recuperare il gap che ci separa dalle due superpotenze sotto il profilo industriale ed energetico. Possiamo affermare che questo è un libro che vuole occuparsi dell’Europa che verrà?

Si, come del resto anche Ripartenza verde (Rubbettino 2020), del quale a suo tempo abbiamo parlato su queste pagine e al quale L’energia del salario (Rubbettino 2023) è agganciato. Il Green Deal è proprio questo, un grande programma economico (ancor prima che ambientale) di cui la UE si è faticosamente dotata. Consideriamo infatti le difficoltà che ha l’Europa nell’implementare politiche comuni, cosa che poi abbiamo visto anche sui pacchetti attuativi del Green Deal come il Fit for 55 o il recente accoglimento da parte della UE degli e-fuels, misure entrambe approvate in mezzo a molte polemiche. 

L’Europa ha deciso da qualche anno di rispondere al dominio americano e cinese. Peraltro, le due superpotenze USA e Cina stanno lavorando al consolidamento della domanda interna. Negli USA, se pensiamo ai dazi (2018), questa tendenza è evidente da tempo. In Europa, per il momento, ci si è concentrati sulle importazioni di prodotti ad alta intensità di carbonio, con il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM). 

È chiaro, tuttavia, che dal 2010 si è esaurita la spinta della globalizzazione, un po’ come conseguenza del crollo di Lehman Brothers, un po’ perché Obama ha avviato il processo di reshoring delle produzioni (2012). Siamo ora in una fase in cui la Cina sta lavorando molto per far ripartire gli scambi, ma è evidente che la globalizzazione ha lasciato il posto a quella che l’Economist ha chiamato Slowbalization, riferendosi appunto al rallentamento degli scambi.

Il dibattito sulla fine della globalizzazione si sta di fatto risolvendo in una presa d’atto dell’emergere di un disaccoppiamento economico che contrappone Est ed Ovest. Più precisamente si argomenta di decoupling avendo presente la de-correlazione tra emissioni di CO2 e crescita del PIL, che si realizza quando il valore economico si associa al miglioramento dell’efficienza energetica e/o alla decarbonizzazione del mix energetico. Rilevando questo passaggio, lei pone l’accento sulla guerra in Ucraina riprendendo una felice intuizione di Giulio Tremonti: «Non è la guerra che pone fine alla globalizzazione, ma è la fine della globalizzazione che porta alla guerra», poiché in realtà non si tratta esplicitamente di una fine bensì di una riconversione della globalizzazione, evidenziando come “pandemia e guerra sono due diversi e cruenti acceleratori di un processo di riconfigurazione del palinsesto multilaterale”.  Quanto e in che modo pandemia e guerra in Ucraina pesano su riconversioni, riassetto di nuovi equilibri, ripartenze e futuro?

Pandemia e crisi ucraina irrompono sulla scena mondiale nella stagione del reshoring, nel mezzo della guerra commerciale tra USA e Cina e nel momento più critico degli scambi internazionali. Il decoupling – di cui recentemente abbiamo iniziato a parlare – è in realtà in atto da almeno un decennio. E corrisponde alla tendenza, da parte dell’Occidente, di tornare autonomo, dopo che per trent’anni abbiamo ritenuto che la Cina dovesse diventare “la grande fabbrica del mondo”. 

Abbiamo, cioè, pensato – anche in modo dispregiativo – di lasciare agli altri il lavoro manuale – che tanto manuale oggi non è nemmeno più – trovandoci a un certo punto in una situazione di dipendenza. E proprio per l’evoluzione della manifattura – sempre più automatizzata, robotizzata e interconnessa – oggi la Cina è il più grande player digitale del mondo. Già prima del covid, la consapevolezza del pericolo cinese era diffusa tra le élite occidentali. Per questo, oggi gli USA vogliono tornare a essere il baricentro manifatturiero del mondo – a me pare impossibile nel breve/medio termine – e l’UE vuole diventare autonoma da un punto di vista industriale ed energetico. 

La transizione dall’oil and gas all’energia rinnovabile, per l’Europa, è proprio questa occasione. In sintesi, guerra e pandemia sono due potenti acceleratori del processo di decoupling: si accresce la distanza tra Est e Ovest, le catene del valore si accorciano sempre di più con il reshoring. E sempre più si delinea la fine dell’interdipendenza – questo è stata la globalizzazione per più di 20 anni – e la contrapposizione tra la piattaforma occidentale e quella asiatica. 

È questa, anche, una contrapposizione politica tra democrazie e autocrazie. In questo senso, mi paiono interessanti le parole di Tremonti: è la fine della globalizzazione che porta alla guerra perché la Russia sente finito il suo rapporto con l’Occidente, in particolare con l’Europa, e sceglie di avvicinarsi alla piattaforma cinese. Per questo, voleva l’Ucraina: Putin sa che il sottosuolo ucraino è ricchissimo di litio e Terre Rare, e sa che Kyiv si è accordata con Bruxelles proprio per lo sviluppo della filiera del litio e per la transizione energetica europea. Ma, in sintesi, la guerra in Ucraina è proprio il primo focolaio della Transizione energetica: che ne sarà di quei Paesi le cui economie dipendono dalle esportazioni di oil and gas? Perché questo è il caso della Russia che reagisce a quelle che per Putin sono le velleità di autonomia dell’Europa.

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Il link per leggere l’intervista completa

Funerali di Stato di Arnaldo Forlani – Omelia di Monsignor Vincenzo Paglia

Signor Presidente della Repubblica, cari figli Alessandro, Luigi e Marco, cari nipoti e familiari, autorità, sorelle e fratelli tutti,
ci stringiamo oggi attorno ad Arnaldo Forlani per dargli il nostro ultimo saluto mentre lui compie il suo ultimo tratto che lo separa dalla Gerusalemme del cielo. Quante volte Arnaldo ha ascoltato questa pagina dell’Apocalisse! E, come credente, quei cieli nuovi e quella terra nuova li ha sempre avuti davanti, certo solo in visione, come meta della sua vita, ma anche della stessa azione politica. La visione della nuova Gerusalemme come destinazione di tutti i popoli, non riguarda solo la fine della storia: essa orienta già da ora l’azione del credente. Questa pagina biblica che ascoltiamo in questa celebrazione illumina non solo il senso della morte – quella di Arnaldo, la nostra, di tutti – come passaggio verso la destinazione della storia, appunto la Gerusalemme del cielo ove anche la morte sarà vinta per sempre. E questa luce illumina anche il buio di questo tempo segnato tragicamente da guerre, stragi, distruzioni, che lasciano spaesati e senza più visioni.
Ecco, vorrei ricordare Arnaldo Forlani proprio a partire di qui, ricordarlo come uomo di pace. Lo fu non solo da ministro degli Esteri – primo governante europeo a visitare una Cina ancora sconvolta dalla scomparsa di Mao – ma in tutta una lunga attività politica, attentissimo alle relazioni multilaterali, alla cooperazione internazionale e all’europeismo. Voleva che l’Europa portasse un proprio originale contributo per lo sviluppo e la pace nel mondo e fu anche, per un breve periodo, ministro per i rapporti con le Nazioni Unite. Tutto ciò aveva una radice profonda che affondava nel terreno della sua formazione giovanile nell’Azione Cattolica e nella Fuci. Ed appariva appassionata quando parlava di La Pira, un credente che ha sempre avuto nel cuore la visione finale della Gerusalemme del cielo: in lui – diceva – era “sempre presente il disegno biblico finalizzato alla pace e un nuovo ordine: le spade convertite in vomeri”.
Visioni come questa spingevano Arnaldo Forlani a dare un esempio di rigore, di serietà e di sobrietà. Non ci ha lasciato solo un’importante eredità politica, ha anche compiuto un’opera che resta nelle fibre profonde della società italiana. E’ bene dirlo: se l’Italia è diventata così diversa – in meglio – da come era nel 1945 è anche per la sua opera e per quella di tanti altri credenti e non impegnati con serietà a servire il Paese. Fin dalla giovinezza Arnaldo lo ha fatto, quando, ancora ventenne, negli anni della liberazione entrò nella clandestinità e partecipando alla resistenza. E ha continuato a servire con fedeltà il Paese. Fece suo il vecchio motto “giusto o sbagliato è il mio Paese”.
Sorelle e fratelli, oggi consegniamo nelle mani misericordiose di Dio un servitore della causa di questo Paese, addolorati, certo, ma sereni, come le Sante Scritture ci assicurano che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà” (Sal 3,1). Ed è bene ricordare che quanto Arnaldo ha fatto con passione e zelo per l’Italia – assieme a tanti altri – conta ancora, anzi suggerisce uno stile di vita. In una realtà conflittuale e polarizzata come quella in cui viviamo, appare forse più chiara l’importanza della sua opera costante per conciliare posizioni diverse, per avvicinare forze contrapposte, per tessere alleanze tra mondi anche culturalmente lontani. Tutto ciò che la buona politica avvicina, ricompone, collega, migliora la vita di una società e, al tempo stesso, fa accumulare a chi la promuove un tesoro prezioso che resta patrimonio comune.
Il Paese ha bisogno di visioni che uniscano.
Nella sua solida formazione cristiana Arnaldo ha trovato i motivi ispiratori del suo impegno politico che lui riassumeva in due parole: dovere e passione. Ci vogliono entrambi per far fruttare i talenti ricevuti, come lui ha fatto. Il senso del dovere, anzitutto. Il talento di cui parla il vangelo non è qualcosa di proprio ma, appunto, un dono che si riceve e la cui proprietà resta sempre di un Altro. E qui il senso cristiano dell’esistenza ha segnato con decisione la sua azione politica. E poi anche passione. Nell’impegno per la società c’è bisogno di creatività, di determinazione, di pazienza, di coraggio e di speranza. Si, dovere e passione, non spingono a seppellire i talenti sottoterra, come avviene quando li usiamo per noi stessi, ma spingono a investirli perché producano molti frutti per il bene degli altri, magari correndo qualche rischio personale, accettando rinunce e mettendo in conto anche sconfitte, croce compresa.
Ho conosciuto meglio Arnaldo Forlani quando si abbatté su di lui la tempesta giudiziaria. Di quei momenti ricordo la sua dignità, la mitezza ed anche l’equilibrio. Certo, in un mare di dolore e di sconcerto. Mi colpi la sua fiducia in Dio: si affidò alle sue mani, come il salmista: “anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4). E sentiva forte l’amicizia della sua famiglia e degli amici. Molti hanno sottolineato l’inconsistenza delle accuse che gli sono state rivolte, e di certo non si è arricchito con il suo impegno pubblico. E neppure si è sottratto all’azione della magistratura rispettandone l’azione, interpretando, poi, tutto come un effetto amaro del clima devastante di quegli anni. Ma lui – così disse – volle bere “la cicuta fino in fondo”
Tutto ciò non intaccò, anzi rafforzò, la sua attenzione – ne fece uno stile umano e politico – a non indebolire le istituzioni sulle quali si fonda la convivenza civile e il bene di tutti. Il suo rispetto anche per chi aveva idee diverse dalle sue, è stato un contributo sostanziale allo sviluppo e al consolidamento della democrazia nel nostro Paese. Arnaldo ha sempre mostrato un grande senso delle istituzioni tutte le volte in cui è stato Presidente e vicepresidente del Consiglio o ministro. La sua sobrietà e il suo rigore si univano in lui a una viva sensibilità per i problemi sociali, più volte ne abbiamo parlato assieme, anche perché da giovane iniziò come sindacalista nella corrente cristiana nella CGL, allora unitaria. Era sempre attento agli effetti pesanti sulla vita di tante persone che avevano gli squilibri del sistema economico – come, in Italia, quelli tra città e campagna, tra Nord e Sud – e spesso i suoi discorsi rivelano una profonda sintonia con le encicliche sociali di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Arnaldo non si riconosceva nell’immagine di uomo di corrente. Era sì un uomo di partito, quando i partiti erano le forze vitali della democrazia italiana. E pensava che i partiti fossero chiamati a servire gli interessi non di una parte ma di tutti gli italiani. Uno dei motivi per cui ammirava tanto De Gasperi – me lo raccontò un giorno nei nostri colloqui – fu la commozione e la gratitudine che l’intero popolo italiano espresse per lo statista trentino mentre lo accompagnava nel suo ultimo viaggio da Trento a Roma. Lo scrisse anche: “è stato il momento di più intensa identificazione tra il nostro partito e l’Italia”. Il ruolo guida della De gli pareva una necessità, in presenza di un grande partito comunista in Italia. Era convinto che questo problema non potesse essere risolto con forzature, ma solo con “un lungo e difficile confronto” democratico: escludeva, perciò, la creazione di “un blocco d’ordine” che avrebbe lacerato in modo drammatico la società italiana e ha sempre contrastato l’uso politico della violenza da parte di gruppi con opposte matrici ideologiche.
E’ stato lui a coniare l’immagine del “potere discreto”, per indicare l’ideale di una limitazione del potere da parte anzitutto di chi lo esercita. Lo diceva anche per il suo partito: deve rispettare “anche nell’immagine una consuetudine di prudenza e di collegialità”. E, pur convinto dell’importanza dei partiti per la democrazia italiana, era però contrario alla concentrazione di tutto il potere nelle loro mani: fin dagli anni Sessanta, fu tra i primi a parlare di riforme istituzionali per correggere i limiti e le deformazioni del sistema politico, un problema di cui ancora oggi si continua a discutere, non sempre con il disinteresse e la lungimiranza di cui egli era capace.
Anche la sua uscita di scena – trent’anni fa; un’uscita totale e irrevocabile – è stata improntata all’ideale di un “potere discreto”. E° rimasto sempre fedele al partito in cui si è svolta la sua intera vicenda politica. Non ha condiviso le scelte di quanti, anche vicini a lui politicamente, hanno rotto quell’unità che per lui costituiva un bene superiore agli interessi personali: doveva sempre prevalere sulle divergenze di vedute e sui conflitti di potere, per ragioni più profonde di quelle solo politiche. Con la fine della Democrazia Cristiana, Forlani ha ritenuto definitivamente conclusa anche la sua esperienza politica, scegliendo un rigoroso riserbo.
Oggi, siamo in tanti attorno a lui, con la particolare solennità dei funerali di Stato, mentre si accinge a compiere l’ultimo tratto del suo pellegrinaggio verso la Gerusalemme del cielo. Lo circondiamo con l’onore dovuto ad un servitore dello Stato, con l’affetto che si ha per un amico e con la preghiera di chi crede in un Dio ch’è amore. Arnaldo troverà nel cielo le risposte che ha cercato lungo la sua vita, quelle alle domande suscitate dalle asprezze e dalle contraddizioni della politica e, soprattutto, troverà quelle risposte che riguardano il senso ultimo dell’esistenza umana e che la politica, da sola, non è in grado di dare. Troverà il. Suo Signore ad attenderlo. Ma ancor prima delle risposte sentirà il Signore che sull’ uscio gli dirà, come il Vangelo suggerisce: “Arnaldo, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuto padrone”. E ci piace immaginare l’amata moglie, Alma Maria, farsi avanti tra i tanti che lo aspettano per riabbracciarlo, e con lei i genitori la moglie e gli amici, numerosi, che gli fanno festa. E tu, caro Arnaldo, davanti a Dio ricordati di noi tutti, ricordati dell’Italia che hai amato e servito, ricordati dell’Europa e intercedi con insistenza perché venga presto la pace in Ucraina e perché tutti i popoli si incamminino verso quella fraternità universale che resta il sogno di Dio sul mondo. Amen.

Formiche | Il lascito politico di Forlani secondo l’analisi di Fioroni

[…] Difficile dire se prevalesse nel suo animo una dose di rassegnazione o di autocontrollo, magari l’una nasceva dall’altro e viceversa. Certo, non credeva alla immortalità della Dc. Con il solito glamour all’inglese, fece osservare in un Consiglio nazionale che millenni prima era finito anche l’impero degli Ittiti — figuriamoci, perciò, se non poteva finire il potere dei democristiani.

Sarebbe interessante capire quale nesso abbia congiunto la formazione giovanile, debitrice dell’ansia riformatrice del dossettismo, alla postura moderata del Forlani della maturità. Il suo percorso, a ben vedere, si snoda lungo il binomio di “conservazione e superamento” che caratterizzerà l’azione di Fanfani rispetto alla lezione di Dossetti. Eppure, anche rispetto all’attivismo di Fanfani l’usuale posatezza di Forlani appare fuori quadro. Ciò nondimeno, in contrasto con l’accusa di vaporosità rivolta al forlanismo, sta la costanza di un pensiero molto netto che ha colto nella dinamica storica della politica italiana la novità del centro-sinistra come esito del confronto tra cattolici e socialisti. Qui sta, a mio avviso, la continuità della politica forlaniana e qui anche il messaggio che lascia per il presente e per il futuro, giacché si tratta, in effetti, della continuità che nel variare delle scelte, sempre oggetto del conflitto che pervade e qualifica la democrazia, ha segnato il concetto di progresso e stabilità – tutt’e due i fattori insieme – nello svolgimento della politica del leader marchigiano.

Alla fine, se oggi volessimo interrogarci seriamente sul lascito politico di Forlani avremmo da compiere un salto all’indietro per farne due in avanti, nella sostanza cercando di capire come la cultura cattolico popolare e democratica, da un lato, e la cultura socialista dall’altro possano reincarnarsi in una nuova progettualità politica, con le necessarie condizioni di sostenibilità organizzativa. Da questo nucleo teorico, se definito con rigore e lungimiranza, può irradiare la complessa ideazione di una nuova politica di centro. È una sfida in cui possiamo ritrovare il gusto di Forlani per un avanzamento, ancorché prudente, sulla via del progresso civile del Paese.

 

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formiche.net/2023/07/forlani-politica-primo-centro-sinistra/

 

Unità dei Popolari, coraggio e intelligenza di fronte al cambio di epoca.

L’incontro di venerdì prossimo di Tempi nuovi – Popolari Uniti, che cade nella data evocativa di un cambio di epoca del passato, il 14 luglio, costituisce un’occasione importante per proseguire quel processo di ricomposizione del popolarismo in funzione della rinascita di un centro adeguato alle sfide poste dal cambiamento d’epoca in corso, che né la destra né la sinistra sembrano attrezzate ad affrontare. L’azione politica si esercita sempre nelle condizioni date. Quelle attuali registrano una pluralità di opinioni riguardo al tema dell’unità del Popolari. Cionondimeno la sfida dell’unità va lanciata in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Neanche può costituire un alibi la constatazione che il panorama politico è ormai costituito da partiti del capo, partiti a gestione familiare o aziendale, o se va bene, da partiti gestiti da blindatissimi cerchi magici resi possibili dalla prassi di nomina dei parlamentari da parte dei leader di partito.

Lo stato dei partiti attuali dipende dalla personalizzazione della politica, che è stata introdotta negli anni novanta con le elezioni dirette di sindaci e presidenti negli enti locali, e con il maggioritario per le elezioni parlamentari.

Un lucidissimo Guido Bodrato già nel 1993 denunciava il fatto che tali riforme elettorali avrebbero portato ad una progressiva sostituzione delle gerarchie politiche con le gerarchie economiche. Eppure anche per i Popolari non c’è altra strada che passare attraverso l’attuale frammentazione e personalizzazione della politica per perseguire lo scopo di ricostruire un grande partito di centro, culturalmente plurale tra culture politiche compatibili, dotato di democrazia interna effettiva, e dunque anche contendibile. Una presenza da rilanciare con l’organizzazione unita ad una costante capacità di elaborazione politica. Più che agli organigrammi è tempo di pensare alle idee e a come farle circolare. Più che del manuale Cencelli si avverte  la necessità dello spirito del Codice di Camaldoli, al cui 80° anniversario la Fondazione Donat-Cattin ha dedicato un recente convegno di approfondimento.

Serve la consapevolezza nei gruppi dirigenti che ora, come 80 anni fa, si devono fissare a un livello ulteriore di progresso e di civiltà gli orientamenti fondamentali che regolano la vita dello stato, il rapporto fra stato e cittadino e fra stato ed economia. Perché il cambio d’epoca che stiamo vivendo, il passaggio da una secolare egemonia occidentale a un mondo multipolare (se non verrà contrastato da quanti hanno interesse a farlo, facendo  deliberatamente evolvere il conflitto ucraino verso una dimensione mondiale), in ultima analisi implica un cambio di gerarchie nel mondo occidentale. Un cambio che la tradizione popolare e cattolico-democratica non solo fa meno fatica di altre ad accettare (mentre la sinistra appare incapace di uscire dalla propria subalternità all’ancien régime), ma sente, per più di un aspetto, come proprio.

Si parla molto, a ragione, della straordinaria attualità del modello di relazioni internazionali inaugurato da Enrico Mattei, quasi un fautore ante litteram dello spirito che anima i BRICS, e altrettanto avviene all’alba dei tempi nuovi in arrivo, riguardo al modello economico delle partecipazioni statali, dell’economia mista di mercato, in cui lo stato che rappresenta gli interessi di tutti, è il soggetto che ha l’ultima parola e non la finanza privata internazionale. È il modello che nella sostanza, pur nelle diversità nazionali e di regimi, si sta affermando nella maggior parte dei Paesi extra occidentali, e appare destinato a divenire il nuovo standard globale, creando i presupposti per una generale e strutturale riduzione delle disuguaglianze. 

Per tali ragioni si avverte il bisogno di un nuovo e fecondo popolarismo, che esprime una visione di futuro, consapevole del proprio ruolo nel centro, per animare con la forza delle idee e del dialogo la politica italiana e per riannodarla alle attese e alle domande dei ceti medi e popolari e in tal modo nutrendo la democrazia di nuova linfa di partecipazione.

I padri, i figli e la polemica politica.

Periodicamente, purtroppo, irrompe nella storia politica italiana – e non solo italiana, come ovvio – il rapporto tra padri e figli. O meglio, tra padri impegnati in politica a vari livelli e alcuni comportamenti dei figli. Apparentemente una non notizia per un semplice motivo: perchè le colpe dei padri non possono ricadere mai sui figli e le colpe dei figli, a sua volta, non possono ricadere mai sui padri. 

Eppure le cronache del passato, e di periodi più recenti, ci consegnano uno spettacolo molto diverso e più ingarbugliato. Ovvero, di norma alcuni atteggiamenti e comportamenti dei figli ricadono drasticamente sull’impegno e sul percorso politico dei padri. Nel caso specifico, dei padri che hanno ruoli istituzionali o politici rilevanti. I casi, più o meno famosi, li conosciamo tutti. In questi giorni gli organi di informazione e alcuni talk televisivi lo ricordano in modo più o meno strumentale, ma lo ricordano comunque e puntualmente.

Ora, noi cattolici democratici e popolari non siamo storicamente e culturalmente né moralisti, né giustizialisti, né manettari e non distribuiamo, usualmente, pagelle di onestà e di trasparenza a destra e a manca. Un compito, questo, svolto egregiamente dai populisti contemporanei e da tutti coloro che hanno una concezione politica ed ideale riconducibile alla cosiddetta “superiorità morale” nei confronti degli avversari/nemici. Al riguardo, tutti sappiamo chi storicamente si è fatto, e si fa, portatore ed interprete di quella sub cultura nella cittadella politica italiana. Ma, per fermarsi ad un dato generale e senza interferire nei singoli casi specifici, c’è un passaggio nella storia politica italiana che non può – almeno a mio giudizio e di quello di molti di noi – non essere richiamato ed evidenziato anche in questo frangente. 

Mi riferisco, nello specifico, al “caso Donat-Cattin” che scosse e condizionò profondamente la politica italiana agli inizi degli anni ‘80. Tutti conoscono i particolari e non è affatto il caso, come ovvio, di soffermarsi morbosamente su di essi. Quello che va evidenziato, semmai, e come ha giustamente ricordato Rosy Bindi durante un talk di La 7 alcuni giorni fa parlando appunto del rapporto tra padri e figli, con le inevitabili ricadute politiche, è la compostezza e la serietà dell’atteggiamento manifestati dall’allora leader storico della sinistra Dc di Forze Nuove Carlo Donat-Cattin non soltanto durante quelle settimane drammatiche dei primi mesi del 1980, ma anche e soprattutto negli anni successivi. 

Nessuna indulgenza, nessuna corsia preferenziale, nessuna giustificazione, ma sempre e solo fiducia nello stato di diritto. Il tutto all’insegna della trasparenza, della profonda distinzione dei piani e della correttezza dell’agire politico. Un atteggiamento, quello di Carlo Donat-Cattin, al netto di una sofferenza atroce ma conservata nella sfera intima della coscienza e nell’alveo del recinto famigliare, che gli ha permesso di continuare da protagonista la sua battaglia politica da leader indomito e coraggioso che è sempre stato.

Ecco perchè, senza cadere nel moralismo, nel populismo e nella becera propaganda, anche nella politica italiana ci sono dei momenti drammatici che possono, e devono, essere vissuti all’insegna della coerenza, del coraggio, della trasparenza e del rispetto umano e politico. Al netto, come ovvio, della sofferenza interiore dove nessuno, ma proprio nessuno, ha il potere e il diritto di interferire e di giudicare.

Documento | A San Ginesio nasceva la stella di Forlani leader della Dc.

Il convegno si tenne nel piccolo centro delle Marche il 29 settembre del 1969. Doveva affrontare il tema della finanza territoriale in vista della creazione delle Regioni, ma suscitò interesse e clamore per la formulazione di una proposta politica, allegata virtualmente al cosiddetto “Patto di San Ginesio”, tesa a sollecitare l’uscita della Dc dall’immobilismo e a promuovere su basi nuove il rilancio del centro-sinistra.

I protagonisti furono due, Forlani e De Mita, di lì a poco (9 novembre) investiti della responsabilità di guida del partito, l’uno come segretario e l’altro come vice. Ciò avvenne per una rapida consunzione del quadro che aveva visto solo alcuni mesi prima l’ascesa di Flaminio Piccoli al vertice di Piazza del Gesù. Nel frattempo era avvenuta la scissione del Partito socialista e le rivendicazioni sindacali – il 1969 fu l’anno dell’autunno caldo – esigevano forti risposte politiche e di governo.  

Si disse che il Patto fosse diretto ad accantonare i due “cavalli di razza” della Dc, vale a dire Moro e Fanfani, ma sostanzialmente mise in difficoltà soprattuto Moro. Il quale, come è noto, reagì con durezza contestando i limiti di un rinnovamento incentrato sul ricambio generazionale.    

Il discorso che Forlani tenne a San Ginesio fu riportato il giorno dopo da “Il Popolo” (30 settembre), sia pure soltanto in sintesi e nel contesto di una cronaca, in seconda pagina, sui lavori del convegno. È evidente la stringatezza delle argomentazioni, sebbene possa leggersi tra le righe il senso di un disegno generale. Forlani pone con chiarezza l’esigenza di “modernizzazione” del partito,  sottolineando la funzione centrale della iniziativa della Dc. Con questo intervento, raccolto brevemente dall’organo ufficiale di partito e rilanciato fortemente dai principali quotidiani, inizia la stagione di Forlani come leader di partito.

(L. D.)

 

***

 

L’intervento di Arnaldo Forlani

L’attuazione dell’ordinamento regionale può essere l’occasione decisiva della crisi dello Stato o della sua evoluzione in termini moderni e funzionali. Con la scssione socialista è certo che ricadrà sempre più sulla Dc il compito di fare i conti alla periferia con il Partito comunista in un modo o nell’altro. Di fronte a questa realtà la preoccupazione del segretario politico della Dc ed il suo invito ad uscire dalle incertezze ambigue e dagli assetti provvisori nella vita del nostro partito rispondono ad una diffusa esigenza che deve essere tradotta con energia e con decisione nei fatti. 

La Dc deve tornare a comprendere che il compito di una forza politica non è solo quello di dedicarsi allo studio continuo delle formule, ma di trasformare il consenso che raccoglie in fatti, scelte e decisioni. È importante stabilire ed avere chiaro con quali forze certe cose devono essere fatte, come è altrettanto importante la continuità dell’azione che per un partito come il nostro ha uno spazio necessario e obbligato anche quando le formule entrano in crisi.

Per uscire dallo stato di provvisorietà e di incertezza occorre modificare il sistema permettendo alle maggioranze di governare assumendone la responsabilità.  Non si può uscire dalla crisi senza una vigorosa iniziativa politica che ricostruisca l’orgoglio e l’efficacia della Dc come forza centrale e sicura dello schieramento democratico. Non si può andare alle Regioni senza che la Dc intraprenda una iniziativa politica nuova, che cominci con lo spezzare le proprie strutture interne fondate sulla cristallizzazione delle correnti. È in esse che alberga ormai in modo più evidente quello spirito di conservazione che sacrifica ogni spinta creativa e rinuncia al rischio che ogni scelta comporta per salvare staticamente e ad ogni costo le varie fette di potere; è qui che ormai si forma la classe dirigente attraverso una selezione che finirà per il suo carattere appunto “conservatore” e chiuso per sbarrare la strada a chi non ispiri la propria azione all’esigenze settarie e spregiudicate del gruppo.

Alcuni di noi hanno fatto il possibile in questi mesi per consentire che attraverso le correnti si articolasse meglio la vita del partito e si garantisse comunque al suo interno la capacità di direzione. Ora però è venuto il momento di operare una profonda trasformazione che deve partire da qui se vuole poi tradursi in un fatto di costume più generale che comprende i modi di far politica, i metodi di direzione, il rapporto con la società e le altre forze. Ad un’iniziativa che partisse concretamente da queste esigenze e fosse accompagnata dall’indicazione chiara di una linea politica non statica ma di sviluppo e rinnovata sulla base di una serie critica delle ragioni che hanno portato all’attuale crisi il centro-sinistra, io sono certo che risponderebbe un consenso largo ed impegnativo capace di rompere gli schemi attuali delle correnti e di costituire la piattaforma adeguata per una coerente e robusta maggioranza.

La Voce del Popolo | L’andirivieni dei conduttori televisivi

Il passaggio di Bianca Berlinguer dalla Rai a Mediaset suona come un cambio di stagione. Un doppio cambio, se così si può dire. La figlia del segretario del Pci che lavora nella tv di Berlusconi. E i figli del Cav. che si dispongono a un inedito gioco a tutto campo. 

Ora, all’origine dell’andirivieni dei conduttori televisivi vi sono molti fattori, e non tutti hanno significato politico. Ma è evidente che tutti questi movimenti annunciano un’evoluzione nel rapporto tra il racconto televisivo e il discorso pubblico. Nel senso di rendere assai meno rilevante, e assai meno sicura, quella narrazione politica a cui i partiti sono sempre assai sensibili e che ora invece sembra sfuggire loro di mano. 

L’occupazione delle caselle di viale Mazzini è sempre stata il sismografo più accurato dei movimenti politici ed elettorali. E la lunga pratica della lottizzazione si è sempre proposta come la conseguenza pressoché inesorabile dei rapporti di forza scaturiti dalle elezioni. Cosa che può scandalizzare o essere invece catalogata alla voce normalità politica. Sia pure una normalità non così commendevole. 

Il punto però è che questo sistema non funziona più come una volta. E forse anche in passato funzionava in modi me- no inesorabili di come eravamo abituati a pensare. Fatto sta che il telespettatore un po’ subisce il racconto televisivo. E un po’ finisce per interpretarlo a modo suo, traendone le conclusioni meno prevedibili. 

C’è insomma in quel racconto una libertà che va molto oltre le prescrizioni del potere. Così da rendere vana la prassi della lottizzazione a cui tutti ci siamo dedicati con fortune più che alterne.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 6 luglio 2023

[Articolo qui e riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

In Europa serve prima delle alleanze una strategia

“Maggioranza Ursula” o “maggioranza Giorgia” in Europa? La proposta di Salvini di una alleanza simile a quella che sostiene il governo Meloni, per il governo delle istituzioni europee appare non solo da respingere sul piano politico ma anche fuorviante nel metodo. Perché se è vero che fa parte della dialettica politica usare le questioni internazionali in funzione della politica interna, è altrettanto vero che un dibattito che si limitasse ad affrontare la scadenza delle elezioni europee del prossimo anno solo in termini di giochi di alleanze, finirebbe per interessare i soli addetti ai lavori e risulterebbe inadeguato rispetto ai nodi che l’Europa ha da sciogliere, decisivi per il proprio futuro.

Per questo, mentre la proposta del segretario della Lega merita di rivere un chiaro “no” dal centro che si riconosce nel Ppe e nelle altre famiglie politiche alternative alla destra estrema, questo “no” dev’essere accompagnato da una visione del futuro dell’Europa e da proposte che tolgano argomenti al voto di protesta (e alla forte astensione). Altrimenti ci si limiterebbe a una conventio ad excludendum con il rischio addirittura di fare aumentare il consenso alle forze da escludere.

Il ruolo dei Popolari, a mio avviso, dovrebbe caratterizzarsi nel dare un contributo per portare il centro ad affrontare alla radice i problemi dell’Europa. Problemi che si possono ricondurre a due temi di fondo. Uno riguarda la tenuta del sistema economico e sociale in prospettiva, l’altro il ruolo nel mondo. Il sistema economico europeo si trova a dover affrontare almeno tre grandi sfide insieme: l’instabilità finanziaria globale che limita le scelte di politica monetaria, mettendole in conflitto con lo sviluppo.

La necessità di impegnarsi nel sostegno all’Ucraina, fino alla sua vittoria, affrontando ciò che questo implica: fine dell’energia a basso costo per l’industria tedesca, aumento delle spese per la difesa, inflazione da guerra che s’aggiunge alle altre cause. La questione ambientale, dove l’opzione della neutralità tecnologica rispetto ai sistemi che promettono un minore impatto ambientale, si sta imponendo alla prova delle prestazioni offerte da alcuni fra questi sistemi che hanno ricevuto molti incentivi senza produrre i risultati attesi. Il tutto in un contesto in cui l’alta inflazione con crescita economica debole o assente, rende i ceti popolari più poveri, ponendo interrogativi crescenti sull’impatto sociale dei suddetti fenomeni.

Le risposte si devono trovare, tenendo conto del fatto che per effetto della guerra l’Unione Europea sembra esser passata dalla guida tedesca alla guida Nato, quasi come negli anni novanta quando le preoccupazioni per l’allargamento dell’alleanza militare finirono per condizionare i tempi dell’allargamento dell’Ue.

In questa prospettiva credo emerga abbastanza chiaramente che la soluzione a molti e fondamentali problemi interni dell’Ue passa dalla capacità dell’Europa di discutere il proprio ruolo nel mondo multipolare che sta nascendo. Innanzitutto con i nostri alleati anglosassoni (a cui riconosciamo la guida dell’Occidente, i soli, gli Stati Uniti, che possono prendere le decisioni cruciali riguardo al futuro dell’Europa e delle quali l’Europa ha un gran bisogno), nelle istituzioni comuni, nel rapporti bilaterali, spiegando loro che anche il punto – i punti – di vista europeo -continental- mediterraneo conta e che prima o poi potrebbe emergere anche un limite oggettivo di sostenibilità sociale ed economica nell’anteporre gli interessi dell’alleanza atlantica a quelli europei, nonostante l’impegno profuso per assicurarlo. Occorre adoperarsi per un’Europa capace di persuadere gli Alleati che serve un cambio di strategia nell’alleanza atlantica.

Tutta la strategia, intrapresa negli ultimi trent’anni, di avanzamento per via militare delle posizioni occidentali nel Medio Oriente e nell’Asia sud-occidentale non ha dato i risultati attesi: anche Iraq e Afghanistan si stanno integrando nel sistema asiatico anziché in quello occidentale. Questa oggettiva constatazione suffraga la tesi che l’affermarsi dell’Eurasia come la più grande area di interscambio culturale ed economico del mondo appare inarrestabile. Le guerre, passate e presenti, risultano perdenti rispetto allo scopo di impedire all’Europa di essere coinvolta in un’integrazione euroasiatica che non è affatto sinonimo di predominio cinese quanto piuttosto banco di prova per nuove infrastrutture plurali, non a senso unico, dove i grandi attori (l’Occidente, la Cina, la Russia, l’India e il resto dell’Asia meridionale e indo-pacifica) possono cimentarsi in una concorrenza pacifica.

La condizione per risolvere le questioni interne dell’Ue è che essa sappia, e decida di, presentarsi in modo rassicurante agli Stati Uniti come ponte verso l’Asia, anziché come muro e baluardo a presidio di una anacronistica e non più possibile divisione di mondi.

E più in generale che l’Ue definisca un proprio ruolo in un mondo multipolare dove tutti gli stati sono alla ricerca di accordi e collaborazioni internazionali per realizzare gli obiettivi dell’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile e per rafforzare il proprio sistema sociale ed economico. Bisogna recuperare il ritardo accumulato. A cominciare dal bacino mediterraneo, dove il problema principale non può esser considerato il controllo dell’immigrazione ma l’insufficiente coinvolgimento della sponda Sud. Occorrerà pur domandarsi come mai quasi tutti i Paesi mediterranei non europei stiano guardando più ai BRICS che all’Ue, eccetto che verso alcuni Paesi membri come l’Italia.

Saranno la forza e l’adeguatezza dei programmi, il coraggio del cambiamento a sancire i confini della nuova maggioranza che governerà l’Europa sulla base del prossimo voto per il parlamento europeo più che mere formule di alleanze necessarie ma da sole insufficienti a garantire le politiche e la strategia di cui l’Europa necessita

La magistratura tra impunità e giustizialismo

Lo possiamo dire senza la preoccupazione di essere smentiti? Siamo alle solite. E cioè, puntualmente, scende il campo la cosiddetta “magistratura militante” e, altrettanto puntualmente, scatta il meccanismo del garantismo dei vari partiti per i propri amici e del più feroce giustizialismo da applicare nei confortanti dei propri avversari/nemici. Certo, il clichè ripropone uno scontro politico e culturale identico da oltre  trent’anni, da quando cioè la furia giustizialista di tangentopoli ha distrutto tutti i partiti di centro sinistra salvaguardando solo gli eredi del vecchio Pci, cioè il Pds. Ma questa è storia passata. Purtroppo, però, lo schema di fondo non cambia. Da un lato il campo della sinistra post comunista nelle sue multiformi espressioni e il vasto mondo dei populisti raccolti attorno ai 5 Stelle; dall’altro l’area della destra che, nel caso specifico, risente dell’approccio berlusconiano e di tutto ciò che l’ha storicamente contraddistinto. 

 

In mezzo resiste il Centro, presente o in modo autonomo – ma ancora troppo debole per essere realmente un interlocutore – o con alcuni spezzoni nel campo del centro destra, ma con una voce troppo flebile per poter incidere. Comunque sia, non è cambiato nulla e assistiamo, per l’ennesima volta, alla solita liturgia. E cioè, da un lato il vasto mondo populista supportato dalla sinistra – ovvero partiti, movimenti, conduttori televisivi, organi di informazione, opinion leader, gruppi editoriali e la sempreverde società civile – che perseguono tenacemente l’obiettivo della “spallata giudiziaria” alla maggioranza politica sgradita di volta in volta e, dall’altro, il blocco del centro destra che respinge qualsiasi accusa lanciando i propri strali contro i settori, peraltro ben presenti, della magistratura politicizzata individuata come l’artefice dei vari complotti che sarebbero pianificati per ribaltare la situazione politica complessiva.

 

Ecco, è proprio all’interno di questo quadro che emerge in modo quasi plastico l’assenza di un settore sella politica. Ovvero, di quell’area politica e culturale che si potrebbe riassumere come la componente di centro capace di declinare una “politica di centro” che respinge la deriva delle opposte tifoserie da un lato e che non persegue, dall’altro, l’obiettivo della delegittimazione morale dell’avversario/nemico e poi del suo annientamento politico. Un luogo politico, ancora, che non vede nella magistratura il nemico da cui ripararsi e difendersi ma che, al contempo, non si fa piegare di fronte alla sua potenziale prepotenza e ai suoi condizionamenti più o meno diretti.

 

Ma per poter centrare questo obiettivo è indispensabile innanzitutto avere un luogo politico centrale e centrista che pesi nelle dinamiche politiche del nostro paese. E, dall’altro, che abbia il coraggio di far emergere il ruolo, la funzione e la valenza della politica senza inutili attacchi frontali rivolti alla magistratura o, al contrario, limitarsi alle genuflessioni acritiche e passive.

 

Senza questo soprassalto di orgoglio e senza questa rinnovata assunzione di responsabilità politica e culturale – accompagnata anche da un forte e visibile coraggio civico – assisteremo ancora a lungo a questo triste spettacolo, frutto di un derby che è destinato a caratterizzare e a condizionare le sorti del nostro sistema politico. Insomma, o ritorna la politica a tutto tondo oppure saranno altri poteri a condizionare, ancora una volta, il destino e le sorti della politica, della democrazia e delle stesse istituzioni democratiche.