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Popolari, si è aperta la nuova fase politica.

C’è un solo modo per recuperare, rilanciare e riattualizzare il patrimonio politico, culturale, programmatico e forse anche etico del popolarismo di ispirazione cristiana: uscire dal gregariato e dall’anonimato. Detto in altri termini, non c’è nulla da inventare o, peggio ancora, da pianificare a tavolino. Molto semplicemente, e qui il magistero e la testimonianza pubblica di chi ci ha preceduto in stagioni storiche ancor più drammatiche e difficili continuano ad essere un faro che illuminano le nostre coscienze giocano un ruolo fondamentale e decisivo. Ovvero, il coraggio delle proprie azioni da un lato e la coerenza con la propria storia dall’altro. A volte, è molto più semplice di quel che appare. Certo, occorre uscire dalle ‘casematte’ che da troppo tempo rinchiudono e quasi annullano le potenzialità di questa cultura politica. Casematte che, rispondendo ad altre “ragioni sociali”, sono radicalmente indifferenti ed estranee alla sensibilità, ai valori, alla cultura e allo stesso progetto del popolarismo. 

Per fare tre soli esempi concreti, nel campo della attuale destra si tratta di una presenza – quella Popolare, si intende – del tutto personale e dichiaratamente testimoniale destinata a non incidere per nulla nell’elaborazione del progetto politico complessivo di quello schieramento. Sul fronte della sinistra radicale, massimalista e libertaria della Schlein, il ruolo dei Popolari o dei cattolici democratici o dei cattolici sociali è quasi strutturalmente ornamentale e pleonastico, con buona pace di chi si riconosce in quella cultura e che si deve accontentare – e questo, del resto, è l’obiettivo – di una manciata di seggi parlamentari a conferma della natura “plurale” di quel partito. Ed è, infine, inutile parlare del populismo anti politico e demagogico dei 5 stelle o dell’esperienza tardo repubblicana e laicista dell’ondivago Calenda perché, da quelle parti, parlare di popolarismo di ispirazione cristiana equivale a tifare Toro nella curva della Juventus, per usare una metafora calcistica.

Eppure, oggi, esiste uno spazio politico, culturale e programmatico che si apre per questa cultura politica e per questo filone di pensiero. È uno spazio politico che si apre e che si gioca al centro della geografia politica italiana. Uno spazio che, però, esige e richiede, appunto, coraggio civico e coerenza politica e culturale. Certo, ad oggi non esistono ancora le condizioni – è persin troppo evidente sottolinearlo che non richiede neanche di essere ricordato ed approfondito – per una presenza politica autonoma ed esclusiva del mondo popolare e dell’area cattolico democratica nella cittadella politica italiana. Solo un ingenuo, un irresponsabile o un ipocrita può pensare una cosa del genere. Ma, al contempo, esiste lo spazio pubblico per giocare un ruolo politico, culturale ed anche organizzativo decisivo ed essenziale per riaffermare le ragioni di fondo che storicamente caratterizzano i valori e la stessa storia del popolarismo di ispirazione cristiana. Esiste nell’area – articolata e ancora frammentata – centrista, moderata e riformista e in tutti quei luoghi che vedono nel “civismo” uno spazio di impegno concreto e di presenza politica, sociale ed amministrativa.

Ecco perché siamo giunti ad un bivio. Ovvero, si è aperta una nuova stagione e in questa fase politica occorre ritornare a giocare un ruolo di sano protagonismo. Ne va del nostro orgoglio, della nostra personalità e, soprattutto, della nostra antica e storica onestà intellettuale e coerenza politica e culturale.

BRICS, il Marocco smentisce la richiesta d’adesione: è polemica col Sudafrica.

Il Marocco ha smentito di aver già fatto richiesta di adesione ai BRICS e non parteciperà neanche all’incontro BRICS-Africa Outreach del prossimo 24 agosto a Johannesburg in polemica con il Sudafrica, e nel contempo ribadisce il suo interesse verso il Coordinamento. A pesare sulle relazioni  tra i due Paesi africani è anche la questione irrisolta della sovranità sul Sahara Occidentale.

L’importante aggiornamento sulla notizia, la presunta richiesta di adesione del Marocco ai BRICS, è dell’altro ieri. Una notizia che aveva sorpreso anche chi scrive, vistI i problemi ancora non risolti nelle relazioni tra il Marocco e l’Algeria candidatasi a entrare nei BRICS. L’annuncio della richiesta di adesione del Marocco al Coordinamento BRICS è stato effettivamente dato a livello ufficiale dal Sudafrica attraverso dichiarazioni di alti diplomatici, riprese mercoledì 16 agosto scorso, dal quotidiano in lingua araba Al-Akhbar e rimbalzate sulla stampa internazionale.

In realtà, secondo il Marocco, si è trattato di una iniziativa unilaterale del Sudafrica. Sabato scorso l’agenzia di stampa marocchina Map (Maghreb Arabe Presse), ha citato una non meglio precisata “fonte autorizzata presso il ministero degli Esteri” di Rabat, la quale afferma a proposito dell’invito al prossimo incontro “BRICS/Africa”, in programma il 24 agosto a Johannesburg, “che questa non era un’iniziativa dei BRICS o dell’Unione Africana, ma un invito dal Sudafrica, a titolo nazionale”. “E’ un incontro organizzato sulla base di un’iniziativa unilaterale del governo sudafricano”, dice la medesima fonte, aggiungendo che il Marocco ha quindi valutato questo invito alla luce delle sue tese relazioni bilaterali con il Sudafrica, escludendo di accoglierlo.

La stessa fonte, rimprovera al Sudafrica di aver  “sistematicamente assunto posizioni negative e dogmatiche sulla questione del Sahara marocchino”.

Per quanto riguarda il rapporto del Marocco con i BRICS, la fonte autorizzata del Ministero degli Esteri rileva che “il Marocco intrattiene sostanziali e promettenti rapporti bilaterali con gli altri quattro membri del Gruppo, ed è addirittura legato a tre di essi da accordi di partenariato strategico.  Tuttavia, il Regno non ha mai chiesto formalmente di aderire al gruppo « BRICS »” poiché “Non esiste ancora un quadro o procedure precise che disciplinino l’espansione di questo raggruppamento”, afferma la stessa fonte. La quale aggiunge che il futuro delle relazioni del Marocco con il Coordinamento BRICS in quanto tale, sia nella loro natura che nella loro portata, “rientreranno nel quadro generale e negli orientamenti strategici della politica estera del Regno” marocchino. “Il Marocco rimane impegnato per un multilateralismo efficiente, solidale e rinnovato”, sottolinea la stessa fonte, affermando che Rabat ritiene che le piattaforme multilaterali non debbano essere utilizzate per incoraggiare divisioni.

Se da un lato non sono una novità i dissapori fra l’Africa araba e l’Africa subsahariana e australe, dall’altro questa polemica che vede opposte Rabat e Pretoria, e che lascerà una macchia su questa presidenza sudafricana dei BRICS, dimostra come nessuno possa dare ad altri lezioni di multipolarismo senza contraddire il principio base su cui esso si basa, ovvero il rispetto reciproco della diversità. E ci indica anche la direzione di marcia di un Paese centrale nell’Africa e nel mondo come il Marocco che nonostante le controversie con la vicina Algeria e le incomprensioni con il Sudafrica, considera strategici sia i suoi ottimi rapporti con l’Occidente, più con gli Usa che con l’Europa in verità, sia una maggiore futura collaborazione con i Paesi BRICS.

Vannacci, ovvero spirito delle parole e parole di spirito.

Il nostro è un Paese modesto, intriso di altrettanti modesti battibecchi. Ultimo dei quali il pagamento di tasca propria della nostra Premier saldando il conto ad un ristorante in Albania dove alcuni nostri connazionali si erano resi protagonisti di una fuga per non tirare fuori una lira.

Se un rimprovero si dovesse semmai fare alla Meloni è quello di aver ecceduto in nobiltà aprendo il suo portafoglio, mentre sarebbe stato più corretto impegnare le casse dello Stato posto che era l’immagine del nostro Paese a dover essere recuperato.

L’opposizione politica non ha perso occasione per contestare la Meloni invece di apprezzarne l’iniziativa. Se è questa la consistenza delle forze avversarie al Governo quest’ultimo può dormire sonni tranquilli.

Per non farci mancare nulla il generale Vannacci appena rimosso dal suo incarico di Comandante dell’Istituto Geografico militare di Firenze sta facendo parlare di sé per aver scritto un libro con idee che vanno in un verso contropelo al pensiero che potrebbe sembrare oggi dominante.

Vannacci è un ardito ed ha puntato deciso il dito contro un modo di leggere i modi correnti scatenando così il finimondo. Lo accusano di essersela presa contro i gay, le femministe, gli ambientalisti ed i migranti.

Sarà che da buon Generale è uno abituato a prendere posizione senza timidezze e così ha fatto quando anni addietro ha accusato di omissioni i vertici militari in ordine alla tutela della salute dei soldati a contatto con l’uranio impoverito in quel dell’Iraq. Roba da poco.

Nelle premesse del suo libro a titolo “Il mondo al contrario” si legge “Quest’opera rappresenta una forma di libera manifestazione del pensiero ed espressione delle personali opinioni dell’autore e non interpreta posizioni istituzionali e attribuibili ad altre organizzazioni statali e governative”.

 

Intuendone la scandalosa dinamica esplosiva continua, nelle avvertenze, con una ammonizione “Se ne consiglia la lettura ad un pubblico adulto e maturo in grado di comprendere gli argomenti proposti senza denaturarli, interpretarli parzialmente o faziosamente, compromettendone, così, la corretta espressione e l’originale significato”.

Ciò non è bastato ad evitare polemiche. Vannucci, al pari dei suoi contestatori, è partito lancia in resta utilizzando un termine dove il mondo fa acrobazie di ogni tipo pur di non farne ricorso. 

“Normale” secondo la Treccani deriva dal latino “normalis” cioè perpendicolare ed è un derivato di norma, che segue la norma, quindi consueto, ordinario, regolare.

Vannacci, se ben capiamo, in costante assetto perpendicolare, in una intervista di chiarimento a “la Repubblica”, sostiene che i gay non sono normali così come non lo è lui che ha scelto nella vita di fare un mestiere a dir poco insolito. Aggiunge che sono una minoranza così come lo sono altre categorie, portando ad esempio i cacciatori, senza darne un giudizio discriminante. 

Sembra farne una valutazione piuttosto di carattere statistico registrando come oggi la omosessualità sia sovra rappresentata. Ne fa, per come possa intendersi, un discorso di proporzioni evitando di strizzare l’occhio al trend contemporaneo.

Così attribuisce la stessa valenza riguardo un insulto rivolto agli ebrei a quello indirizzato ai cristiani, senza che una offesa ai primi abbia più peso di quella rivolta ai secondi.

Quanto ai migranti ritiene che per integrarsi debbano accettare le regole ed i principi del paese di accoglienza. Aggiunge che i genitori delle terre da dove muovono i migranti dovrebbero impegnarsi nei loro paesi per offrire ai figli condizioni accettabili per una miglior vita.

 

Ci dice poi di odiare gli stupratori e chi fa del male ai bambini. Il perdono è una virtù non obbligatoria a questo mondo e c’è da giurare che il nostro Generale non è solo in questo suo sentimento. Gli si potrebbero consigliare, in materia, letture che possano aiutare a superare questo istintivo più che umano atteggiamento di rabbia e detestazione.

Se fosse cristiano, saggi di Jaques Derrida, di Gianfranco Ravasi ed Enzo Bianchi sul tema potrebbero risultargli preziosi.

Infine, sempre portando esempi a sostegno dei suoi convincimenti, sul “Corriere della Sera” si legge come abbia detto che la nostra formidabile campionessa di volley Paola Egonu, pur essendo pienamente cittadina italiana, avendo genitori nigeriani, ha tratti somatici che non rappresentano la italianità.

Sul primo punto una critica potrebbe rivolgersi a Vannacci ed è quella di rendere immediatamente assimilabile il concetto di “Normalità” con quello di maggioranza e minoranza. Una equiparazione un po’ forzata e che presenta qualche rischio. Una minoranza, per intenderci, nella accezione comune, può essere anche normale e non essere fuori dall’ordinario o insolita.

Diversamente, se si resta strettamente sul piano dei numeri, la riflessione del Generale ritrova sua sostenibilità.

Sugli altri temi, sui chiarimenti dati alla stampa, appare difficile accusarlo di dire cose fuori di senso.

Il libro proprio perché scivoloso e border line andrebbe letto per intero per una valutazione obiettiva delle opinioni sostenute. Qui il punto cruciale della questione.

L’autore rivendica il diritto di libertà di parola e vuole che tutte le parole, anche le sue, possano godere di una legittima libertà.

E’ stato un incursore e non ha badato questa volta a coprirsi le spalle impegnato com’era a rappresentare le sue idee. Dal mondo PD sono arrivate censure feroci. Lo hanno accusato di aver dato discredito e disonore alle forze armate e di aver rappresentato contenuti apertamente eversivi ed incostituzionali.

La collera di quel partito nasconde il sospetto è che dietro le parole di Vannacci ci sia un sentimento di dispregio in qualche modo appena occultato verso certe fasce della società.  La dietrologia è un affare da prendere sempre con le molle.

C’è sempre chi è certo di saper leggere il vero spirito delle parole espresse, da non prendere alla leggera, che vanno subito rintuzzate perché non sono affatto da intendersi come parole di spirito.

Occorrerebbe maggior buon senso, non trascurando le parole del Manzoni quando diceva che “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Per certo tutta questa gazzarra sta regalando allo scritto una ribalta pubblicitaria di tutto rilievo.

La faccia di Vannacci ricorda per qualche tratto quella del nostro portierone Gigi Buffon. Non sappiamo se parerà i dardi che gli stanno tirando. Una cosa è certa. Giusto o sbagliato che sia resterà della sua opinione, con il rischio che, se si chiedesse in giro, non pochi altri la condividerebbero.

Forse tutto finirà come con le parole di Jean Jacques Rosseau nelle Fantasticherie del passeggiatore solitario: “Tutto è finito per me sulla terra, nessuno può farmi né bene né male…tranquillo in fondo all’abisso…ma impassibile al pari di Dio”.

Guido Gonella, un uomo sapiente e umile.

Quel grande selezionatore di uomini validi che fu monsignor Montini comprese subito che su Guido Gonella si poteva fare affidamento per compiti eccezionali. In un primo momento nella Fuci e nei Lareati Cattolici, ma specialmente per il “dopo”. Si pensava sicuramente alla ricostruzione democratica offrendogli in Vaticano una posizione giornalistica che gli consentiva di prepararsi leggendo la stampa straniera – anche quella che il regime proibiva – ed avendo contatti internazionali senza discriminazioni di parte.

Dell’Osservatore Romano – con la sua rubrica “Acta Diurna“ – e alla Direzione dell’Illustrazione vaticana (dove ebbe collaboratori come Alcide De Gasperi e l’abate Villot, futuro Segretario di Stato) Gonella tenne cattedra di libertà e di intransigenza, costituendo per molti, anche non cattolici, un punto sicuro di riferimento e di speranza.

Nella “ Vigilia Democristiana” gli fu da De Gasperi affidato il compito di dare vita al giornale del partito, in un primo tempo clandestino e poi in normalità. Vi si dedicò con competenza, coraggio e passione; trascinando – è la parola esatta – redattori e collaboratori e raggiungendo una tiratura (oltre le 100.000 copie) che in seguito sarebbe stata considerata inimmaginabile.

Il collegamento tra partito, governo e giornale fu organizzato in modo quasi perfetto; e mai come in quel momento chi voleva conoscere opinioni e prospettive della Democrazie Cristiana bastava che leggesse Il Popolo.

Passò successivamente alle responsabilità di partito  (Segretario in una fase delicata, nella quale volontariamente assunse il ruolo di parafulmine anche a copertura di altri) e di governo. Di quest’ultima missione ricorderò l’efficace, e purtroppo disatteso, progetto di una tempestiva riforma universitaria; la comunicativa con il complesso ceto dei magistrati, dei quali conservò grande stima anche dopo il termine del suo mandato al Palazzo di giustizia. In un campo non meno difficile, quello dei giornalisti, emerse come presidente dell’Ordine e promotore di un’adeguata legislazione. Con i suoi precedenti, Guido avrebbe potuto aspirare alle massime cariche dello Stato per le quali non sarebbe stato forse difficile anche un ampio consenso oltre quello dei democristiani. Ma non brigò mai e fu anzi esempio di umiltà e di disinteresse. Fino a che visse De Gasperi, fu a lui legato da una affettuosa soggezione e rimase nella sua ombra anche quando, per aprire le porte a nuove forze, i “vecchi“ come Gonella sembrarono destinati all’accantonamento. Più tardi appoggiò in modo determinante Giovanni Gronchi, reagendo alla pretesa di escludere dal Quirinale un democristiano come tale. E non domandò mai compenso o contropartite.

Negli ultimi anni, prima e dopo le elezioni dirette (che superò trionfalmente nel collegio di Roma e dell’Italia centrale) si dedicò a fondo al Parlamento europeo, eletto vicepresidente sia dalla gestione Veil che in quella attuale. Fu esemplare nelle frequenze, nella partecipazione qualitativa, nello studio dei mezzi di popolarizzazione degli ideali europei. E non mancò mai a Bruxelles alle riunioni mensili dell’ufficio politico del Partito Popolare Europeo, nelle quali contribuiva alle discussioni con una ricchezza culturale ed una competenza storica straordinarie.

Ben altro ci vuole – e sarà fatto – per ricordare Guido Gonella nella sua poliedrica personalità, nei suoi scritti, nel suo attivismo. Per oggi, vicini con tanto affetto alla sua esemplare famiglia, sia sufficiente esprimere gratitudine profonda per tutto quello, ed è tanto, che Gonella ha dato a ciascuno di noi, al partito della Democrazie Cristiana, all’Italia, l’Europa.

[Fonte: Il Popolo, 20 agosto 1982 – Titolo: Un uomo sapiente e umile]

Autonomia sì ma nella cooperazione, questo il pensiero di De Gasperi.

Organizzato dalla Fondazione Trentina “Alcide De Gasperi” si è tenuto a Pieve Tesino (TN) l’annuale Seminario di Studi sulla figura del grande Statista. L’autorevole relatrice incaricata di esporre la ventesima lectio degasperiana si è soffermata in modo magistrale sul significato del concetto di confine nella vita di De Gasperi, entro il tema dell’autonomia. Il senso di confine e quello di autonomia si sono intrecciati in una storia comune. De Gasperi non visse mail il confine come un muro da abbattere o un recinto entro cui serrare un hortus conclusus ma come linea di collegamento, una cerniera per unire. Rispetto ad un popolo che aspirava ad autogovernarsi è stata in lui centrale l’idea concreta dell’autonomia: non di quella astratta, parlata o ideologica ma di quella legata alle azioni politiche da compiere, per realizzare il buon governo, il bene comune, relazioni positive, la buona amministrazione, l’interesse generale. la pacifica convivenza. Non si rinvengono molte definizioni di autonomia negli scritti degasperiani. Uomo di confine accomunato ad altri grandi protagonisti che con lui hanno fatto l’Europa si misurò nelle situazioni in cui si trovò ad operare come uomo politico, facendo pratica costante in rapporto a situazioni di confine sempre decise altrove che traevano origine dalla storia dei popoli: la frontiera dell’impero, quella italiana ridefinita al termine della prima guerra mondiale, quella scaturita dal confronto con gli alleati al termine della seconda, nella consapevolezza del carattere relativo di quei confini, e della necessità di trovare soluzioni che garantissero pacifica convivenza e relazioni positive.

Non idee astratte o autoreferenziali ma “una serie di invenzioni pratiche” che traevano origine dalla storia dei popoli per decisioni da assumere dentro una realtà concreta da affrontare e governare.

De Gasperi – nato nel Trentino asburgico ed eletto nel Parlamento austriaco – non fu un irredentista: si occupò in tempo di pace e di guerra, dall’Università alla cura e attenzione verso la minoranza italiana che rappresentava. Cura e attenzione più che rivendicazioni: la ricerca di un equilibrio possibile, in una logica che non fu mai di rottura ma di ricomposizione, in una visione universalistica.

Con la fine della prima guerra il confine si sposta: la condizione della componente linguistica tedesca nel sud Tirolo corrispondeva a quella della minoranza italiana prima della guerra stessa. Autonomia come strumento per realizzare la democrazia e realizzare il buon governo: il centralismo livellatore è nemico di tutti. Non solo nelle relazioni tra Italia e Trentino, il suo pensiero supera la dimensione localistica e diventa visione nazionale, nel suo primo discorso al Parlamento nel giugno 1921, essa diventa metodo generale di organizzazione dello Stato, come proposta politica nazionale del PPI per tutto il Regno. La riforma della burocrazia non deve applicarsi solo alle nuove province ma deve diventare un “laboratorio sperimentale di autogoverno e coesistenza fruttuosa”. Dopo la seconda guerra mondiale, l’accordo De Gasperi-Gruber del 5 settembre 1946 che teneva conto di realtà complesse, comprendeva i capisaldi fondamentali di un assetto che tenesse conto del confine del Brennero riconfermato, quello della Regione Autonoma, quello delle due province di Trento e Bolzano. Il quadro giuridico iniziale ha recepito successivamente esigenze ad adattamenti progressivi via via emergenti, tenendo conto delle due popolazioni linguistiche ad autogovernarsi. 

La vicenda dell’Euregio, Tirolo, Alto Adige, Trentino è una realtà che ha dimostrato di dare i suoi frutti, a partire dagli accordi e dalle cooperazioni tra le Università. Lo spirito di apertura e la lungimiranza di De Gasperi veniva confermata nel suo discorso di Trento del 1948: “dobbiamo dare una risposta che vada oltre le nostre montagne…..siamo in cammino, siamo ai primi passi verso gli stati uniti d’Europa, non guardiamo le cose da un punto di vista piccolo”. La metafora del “confine” ci consente oggi di andare oltre i recinti delle realtà autoreferenziali, mentre nascono nuove paure e tendenze, nei confini immateriali che si fondano su sterili nostalgie del passato, tendenze polarizzanti, e bisogni identitari. Ci sono giuste aspirazioni che specularmente paventano rischi assolutizzanti.

L’autonomia è tipicamente una posizione di relazioni “con”, non può non riguardare rapporti con gli altri. Il suo contrario è la sovranità i cui caratteri essenziali solo assolutezza ed esclusività. L’autonomia è partecipazione, dialogo, confronto che va oltre i confini. Occorre un approccio sempre attento alla sostanza delle cose piuttosto che alle loro forme. “Autonomia è fiducia nel popolo ad amministrarsi da sé”. Separatezza, autoreferenzialità e autosufficienza sono i confini e i limiti dell’autonomia stigmatizzati nella concezione degasperiana. La cooperazione è il modello identitario che può tendere a rafforzare il senso più autentico dell’autonomia: in queste valutazioni sta la grandezza dell’intuizione degasperiana. La società secondo De Gasperi è un concetto che non si esaurisce in una lingua, in una storia, in un destino ma in principi e valori condivisi, in una identità comunitaria, in una integrazione istituzionale che guarda all’Europa come insieme di cittadini associati che si riconoscono nei principi di dignità umana, libertà, uguaglianza e rispetto dei diritti umani. Laddove i confini diventano cerniere.

Da soli non si va lontani, specie in epoca di intelligenza artificiale e delle sue incognite implicite.

Manca personale, l’allarme di Confartigianato per un fenomeno diffuso in tutta Italia.

Per le imprese italiane è sempre più difficile trovare manodopera: nell’ultimo anno la quota di lavoratori introvabili sul totale delle assunzioni previste è passata dal 40,3% di luglio 2022 al 47,9% registrato a luglio 2023. Lo rileva un rapporto di Confartigianato sulla carenza di personale da cui emerge l`allarme degli imprenditori per un fenomeno diffuso in tutta Italia e in tutti i settori, da quelli tradizionali fino alle attività digitali e hi tech. 

 

In particolare, le maggiori difficoltà di reperimento si riscontrano per i tecnici specializzati nella carpenteria metallica (70,5% di personale difficile da trovare), nelle costruzioni (69,9%), nella conduzione di impianti e macchinari (56,6%).

 

A livello regionale, le imprese che faticano di più a trovare dipendenti operano in Trentino-Alto Adige, con il 61,6% del personale di difficile reperimento. Seguono quelle della Valle d’Aosta (57,1%), dell`Umbria (54,6%), del Friuli-Venezia Giulia (53,3%), dell`Emilia-Romagna (52,7%), del Piemonte (52%) e del Veneto (51,4%). 

 

Ma, secondo Confartigianato, la scarsità di manodopera è un`emergenza in crescita ovunque: nell`ultimo anno, infatti, la quota di lavoratori difficili da trovare è salita di 9,1 punti nel Mezzogiorno, di 6,9 punti nel Centro, di 7,4 punti nel Nord Ovest e di 6,5 punti nel Nord Est.

 

In particolare, i maggiori aumenti si registrano in Abruzzo (+11,5%), in Calabria (+10,9%), in Liguria (+10,8%), in Puglia (+10,5%) e Trentino-Alto Adige, la regione più esposta al fenomeno, con +10,3%.

 

Dal rapporto di Confartigianato emerge, inoltre, che, tra le cause di difficile reperimento, per il 32,4% dei lavoratori è dovuto alla mancanza di candidati e il 10,8% all`inadeguata preparazione dei candidati. Per questo, le piccole imprese reagiscono intensificando le collaborazioni con gli istituti tecnici e professionali, l`utilizzo di stage, tirocini, percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Inoltre, all`aumento delle retribuzioni, affiancano l`offerta di pacchetti di welfare aziendale, flessibilità dell`orario di lavoro, l`utilizzo dello smart working, interventi per migliorare il clima aziendale e il comfort dei luoghi di lavoro.

 

“La carenza di manodopera – sottolinea il presidente di Confartigianato, Marco Granelli – è diventato uno dei maggiori problemi per le nostre imprese. Siamo al paradosso: il lavoro c`è, mancano i lavoratori. E, nel frattempo, 1,7 milioni di giovani tra 15 e 29 anni non studia, non si forma, non cerca occupazione. Di questo passo, ci giochiamo il futuro del made in Italy. Ecco perchè il dibattito su salario minimo e lavoro povero deve allargarsi ad affrontare con urgenza il vero problema del Paese: la creazione di lavoro di qualità. Serve un`operazione di politica economica e culturale che avvicini la scuola al mondo del lavoro, per formare i giovani con una riforma del sistema di orientamento scolastico che rilanci gli istituti professionali e gli istituti tecnici, investa sulle competenze a cominciare da quelle digitali e punti sull`alternanza scuola lavoro e sull’apprendistato duale e professionalizzante”.

Fonte: Askanews (19 agosto 2023)

I Brics a confronto sulle prospettive di un mondo multipolare

Dopodomani a Johannesburg si apre il XV Vertice del Coordinamento BRICS, composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Quest’ultimo è il Paese che detiene la presidenza annuale di turno e che ospita il summit per la terza volta dopo averlo fatto già nel 2013 e nel 2018.

Il vertice si articola in tre giornate dal 22 al 24 agosto – rispettivamente dedicate al Business Forum, all’incontro tra i capi di stato e di governo dei cinque Paesi, o dei loro rappresentanti, è il caso della Russia, all’incontro con i Paesi che hanno richiesto o di aderire all’Organizzazione oppure di diventarne partner – sarà incentrato sul tema “BRICS e Africa”, per uno sviluppo sostenibile e un multilateralismo inclusivo. Sono stati inviati tutti gli oltre cinquanta Stati africani. Insieme allo sviluppo dell’Africa vi sono altri due temi-chiave di questo incontro. Il primo è quello della messa a punto di accordi che estendano il ricorso alle monete locali negli scambi commerciali fra BRICS e fra ciascuno di questi Paesi con Paesi esterni al Coordinamento, che prefigurano un sistema finanziario basato sull’economia reale anziché sulla speculazione.

Il secondo tema di interesse globale, è la definizione di regole per l’adesione di nuovi membri. Già ora i BRICS rappresentano il 42% della popolazione mondiale e un terzo del Pil globale, sostanzialmente uguale a quello dei Paesi del G7. Con il processo di allargamento i BRICS possono facilmente divenire rappresentativi della maggioranza della popolazione mondiale. Al momento sono 23 gli stati che hanno formalmente chiesto di aderire (Paesi molto popolosi come Indonesia, Nigeria, Etiopia e Paesi a noi vicini come Algeria, Egitto e Marocco) e un’altra ventina gli stati che hanno manifestato il proposito di farlo.

Il multipolarismo è dunque nei fatti e occorre vincere con la comune voglia di futuro la tentazione dell’immobilismo della nostalgia di un mondo che sta tramontando.

Una prospettiva tutt’altro che velleitaria ma supportata dal fatto che nei BRICS prevale l’intento di offrire un contributo per rendere le istituzioni globali più rappresentative della nuova realtà del mondo attuale rispetto alle pulsioni, pur presenti nel Sud Globale, di competizione con l’Occidente. I BRICS costituiscono un’organizzazione internazionale sui generis: non vi è un modello cui adeguarsi per i membri. Si tratta di Paesi diversissimi e lontani tra di loro ma che convergono sul reciproco vantaggio (win-win), per ciascuno di loro e per il mondo, di una loro collaborazione sul terreno dell’economia e dello sviluppo nel quadro condiviso dell’agenda delle Nazioni Unite per la sostenibilità.

Questa evoluzione dei BRICS, dunque, riguarda anche noi. Nel giro di qualche anno con l’adesione di quasi tutti i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e della Bielorussia, l’Europa sarà un cuneo fra mare e BRICS. Un’opportunità da cogliere, soprattutto per l’Italia, sviluppando nuove forme di collaborazione e con l’apertura al dialogo sulle loro istanze di riforma delle organizzazioni politiche ed economiche globali.

In un tale contesto diviene quasi spontaneo, all’interno di una cultura politica come quella popolare e cattolico-democratica, porsi una domanda, destinata a rimanere senza risposta, ovvero chiedersi come Aldo Moro avrebbe guardato a un processo come quello in corso di epocale transizione geopolitica. Si può presumere con non sarebbero mancati da parte sua quell’attenzione e quella ricerca del dialogo che egli seppe riservare ai movimenti sia a livello internazionale che all’interno della società italiana della sua epoca. Forse da lui potremmo imparare a tentare una sintesi tra ciò che si muove nel mondo e le inquietudini e le attese che attraversano la società. Per indicare uno solo di questi possibili punti, il rapporto del declino della classe media con l’unipolarismo del potere finanziario, e le opportunità di ripresa per i ceti intermedi che si dischiudono con l’avvento di un mondo multipolare. E un altro possibile insegnamento che deriva dallo scrutare l’orizzonte senza pregiudizi ma con l’intento di partecipare insieme a nuovi processi, è quello della responsabilità. Che è cosa diversa da un’idea di centro come mero spazio politico. Solo chi si mette in gioco, chi rischia qualcosa definendo una visione adeguata ai tempi, può concorrere a fare politiche di centro, le quali altrimenti saranno rappresentate da chi le fa nei fatti, non mostrandosi nostalgico dei tempi che furono.

Anche perché i primi a liberarsi di una tale nostalgia potrebbero essere proprio gli Stati Uniti, arrivando a parlare un linguaggio nuovo, al di là dell’esito delle prossime loro elezioni presidenziali. Il comune interesse a costruire insieme un mondo inclusivo è ciò che può rafforzare la via del dialogo dell’Occidente con i BRICS, e vincere anacronistiche e devastanti resistenze. Una prospettiva da cui l’Italia e l’Ue non possono stare fuori, meno che mai può starne fuori una cultura politica come quella che si ispira a figure come Aldo Moro.

Una esigente rilettura della politica di De Gasperi

La distanza che ci separa da Alcide De Gasperi, scomparso il 19 agosto del 1954, non è un alibi per ignorare la sua lezione. L’Italia restituita a dignità di nazione, dopo l’immane disastro della guerra, è merito suo; egualmente la scelta a sostegno di un’Europa sovranazionale, concreta espressione di pace e di progresso, nonché la contestuale adesione strategica al Patto atlantico. Ci riuscì per capacità di leadership, ma anche per attitudine al dialogo e alla cooperazione con altre forze politiche. Il paradigma degasperiano costituisce il modello di democrazia repubblicana che ha resistito negli anni, malgrado tutto, a forzature di vario tipo. La personalizzazione della politica e la fine dei partiti tradizionali ne hanno indebolito le strutture portanti, senza però determinare un loro tracollo irrimediabile.

Meloni, prove tecniche di presidenzialismo.

Da tempo ho l’abitudine mattutina di leggere Repubblica, Stampa e il Corriere della Sera. Lunedì scorso ho letto su ciascuno di questi importanti quotidiani nazionali un’intervista alla Presidente Meloni. Mi ha stupito constatare che le tre interviste sono pressoché analoghe nelle domande e nelle risposte. Eppure i tre inviati erano presenti a Ceglie di Massapica dove la presidente in vacanza ha concesso ai giornalisti venti minuti del suo tempo, sicuramente troppo poco per approfondire i nodi principali dell’attualità politica. Forse per questo motivo i giornalisti avranno dovuto concordare in anticipo tra di loro le domande, facilitando così la Presidente a comunicare le sue opinioni.

Mi aspettavo che con ben tre interviste fatte alla vigilia di ferragosto, la Presidente avrebbe colto l’occasione per dire finalmente qualcosa su temi sui quali finora ha preferito tacere: sul raddoppio del numero dei migranti, sull’inflazione, sul caro benzina, sulle concessioni balneari, sulle vacanze degli italiani in Albania, sulle licenze dei taxi, sul caro voli, sulle dichiarazioni fatte dal responsabile della comunicazione della Regione Lazio, sul perché continua ad ostinarsi a non dire che la strage di Bologna è di matrice neofascista, etc.L’aspettativa è stata delusa. Qualora fossero state poste domande su questi temi la Presidente Meloni non avrebbe probabilmente risposto, magari evocando complotti nei suoi confronti.

La Presidente, nelle poche conferenze stampa concesse, ha dimostrato purtroppo un evidente fastidio nei confronti dei giornalisti che fanno domande ritenute da lei ‘scomode’ e ciò è un serio problema per la democrazia. In realtà teme che sia rilevata la distanza, ogni giorno sempre più evidente, tra promesse elettorali e reali azioni di governo. Teme che il programma elettorale con il quale la destra ha vinto, si dimostri irrealizzabile perché non ancorato alle reali risorse pubbliche note già un anno fa. Teme di doversi trovare presto nella situazione di essere costretta a scegliere dalla parte di chi stare. Teme che l’immagine tranquillizzante che sta dando di sé a livello internazionale possa essere incrinata dal passato politico del suo partito. Per questo motivo è allergica alle vere conferenze stampa e in alternativa ricorre a video autoprodotti, trasmessi diligentemente da tutte le reti televisive, utili soltanto alla propaganda e non a una corretta informazione.

Le interviste ‘analoghe’, o direi quasi uguali, a Repubblica, Stampa e il Corriere hanno avuto però a mio avviso il ‘merito’ di marcare una fase di passaggio, da non sottovalutare, nelle istituzioni: sono iniziate le prove tecniche del presidenzialismo meloniano. Sui dubbi e le perplessità espressi dal vice premier Tajani sul decreto per colpire gli extra profitti delle banche, la Presidente dichiara: “Ma su questi temi è più facile intervenire se le notizie non girano troppo. Quindi ci può essere stato un problema di metodo. Normalmente i partiti della coalizione sono coinvolti, ma questa era una materia particolare, sulla quale mi sono assunta la responsabilità di intervenire”. Alla domanda se il ministro competente Giorgetti, che aveva espresso pochi giorni prima alcune perplessità, ne fosse stato informato risponde: “Certo, è il ministro che doveva scrivere il provvedimento. Ma io non ho fatto tutte le riunioni che faccio di solito. C’era anche una questione di tempi, il decreto è stato fatto nell’ultimo Consiglio dei Ministri.”. La Presidente coglie quest’occasione anche per assumersi la paternità totale del provvedimento, accantonando l’esistenza di un patto con il vice premier Salvini: “E’ un’iniziativa che ho assunto io”.

Quindi la presidente non ha informato a sufficienza gli alleati sul provvedimento perché si fida poco o niente e se ne è assunta, con una postura autoritaria, la responsabilità  dicendo in sostanza ‘qui comando io’, e ciò in netto contrasto con l’art. 95 della Costituzione: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando la attività dei Ministri”. 

Per adesso la Costituzione è questa. È legittimo che la Presidente sostenga una sua riforma in senso semi presidenziale che assegnerebbe poteri forti all’uomo o alla donna sola al comando a discapito del Parlamento e del ruolo di garanzia del Capo dello Stato. Nel frattempo non dimentichi però di essere stata nominata dal Presidente della Repubblica, che il suo governo deve rendere conto al Parlamento, dove peraltro dispone di un’ampia maggioranza che le consente di agire con incisività e tempestività senza alibi. Per questo motivo eviti di sostenere che un sistema semi presidenziale potrebbe essere più tempestivo di quello attuale perché non sarebbe credibile.

Per i partiti minori della maggioranza al governo dovrebbe ormai essere chiaro che il loro sostegno al semi presidenzialismo li renderebbe ancora più ininfluenti di quanto non lo siano adesso: taglierebbero il ramo su cui sono seduti.

I convegni di corrente e la bellezza della politica. Del passato…

Alcuni la definiscono nostalgia – “canaglia” o meno che sia ha poco importanza – altri, più realisticamente, la chiamano consapevolezza di un livello politico che non è più replicabile. Parlo dei famosi e celebri “convegni di corrente” della Democrazia Cristiana, e anche di altri partiti dell’epoca, che si preparavano a fine agosto per celebrarli durante il mese di settembre. Certo, si trattava di convegni, soprattutto quelli delle correnti Dc, che dettavano l’agenda politica per l’intero paese in vista dell’autunno. Convegni che richiamavano l’attenzione di tutti i media politici del tempo e su cui tutti i partiti, tanto di maggioranza quanto di opposizione, erano costretti a farci i conti. Per la valenza di quelle riunioni, per l’autorevolezza degli interlocutori e, soprattutto, per la profondità delle analisi e la forza delle proposte e dei progetti che emergevano puntualmente da quelle kermesse.

Su quasi tutti svettava il tradizionale convegno della sinistra sociale della Dc che si organizzava quasi sempre a Saint-Vincent, nella celebre località valdostana. Lì Carlo Donat-Cattin, con gli altri esponenti di Forze Nuove, trasformava il convegno di corrente in un momento di straordinaria progettualità politica, culturale e sociale a livello nazionale. Una corrente che contava a malapena tra il 6 e l’8% dei consensi all’interno della Dc che si trasformava in una palestra di confronto e di dibattito richiamando, appunto, l’attenzione della intera politica italiana. Per non parlare, come ovvio e scontato, della vita interna alla Democrazia Cristiana. Si trattava, insomma, di un “capolavoro” politico, organizzativo e mediatico che si rinnovava di anno in anno e che faceva della politica e della sua concreta elaborazione progettuale la sua cifra distintiva.

Dopodiché non si può non parlare di Lavarone, di Chianciano o di San Martino di Castrozza, ovvero i celebri convegni della sinistra politica della Democrazia Cristiana. Quella di De Mita, Granelli, Galloni, Bodrato, Martinazzoli, Elia, Rognoni e molti altri. Anche lì, momenti di straordinario richiamo politico nazionale, seppur con meno ambizione sul piano organizzativo. Si trattava, comunque sia, di grandi e qualificati momenti di confronto politico e culturale. Per non parlare, ancora e sempre della Democrazia Cristiana, dei convegni di Sirmione dell’area moderata del partito altrettanto importante e carica di significati politici. E, accanto ai grandi momenti nazionali, si susseguivano gli incontri regionali ed interregionali delle svariate correnti della Dc – correnti, il più delle volte, di “pensiero” e non di mero potere e di conta delle tessere come le decine e decine di correnti e gruppi dell’attuale Partito democratico – e il tutto contribuiva a creare una attesa di politica e di contenuti politici quantomai selettiva ed importante. E soprattutto dai grandi organi di informazione e dalla stessa pubblica opinione politicamente più attenta e motivata.

Certo, non mancavano altri appuntamenti politici ed organizzativi in altri partiti. Ma erano di minor interesse oppure organizzati con altre modalità. Non nel Pci, dove vigeva il centralismo democratico che, di fatto, impediva alle singole “sensibilità” culturali interne di potersi esprimere pubblicamente e con sana e pluralistica trasparenza democratica. Nei partiti laici la tradizione era meno sperimentata per la scarsa consistenza numerica di quelle formazioni politiche mentre nell’area socialista c’era più fermento e vivacità ma la robusta tradizione correntizia interna era meno sensibile ad organizzare convegni annuali e di grande richiamo mediatico.

E sin qui il passato. Ora, è di tutta evidenza che l’irrompere dei partiti personali e del capo; la presenza di correnti di mero potere e con scarsissima qualità politica accompagnata da una impercettibile ed indecifrabile rappresentanza sociale e culturale come capita nel Pd e l’assenza di un sostanziale dibattito politico interno ai vari partiti – per non mettere in difficoltà il verbo o il dogma del “capo” – hanno di fatto azzerato la possibilità di dar vita a convegni che riscuotano una forte e motivata attenzione politica.

È solo una questione di cambiamento inesorabile dei tempi e di un adeguamento al tanto sbandierato nuovismo? La risposta è persin troppo semplice e scontata: no! Si tratta, semmai e al contrario, di un progressivo, e speriamo non irreversibile, deterioramento della politica e dei suoi strumenti organizzativi. Prima ne prendiamo atto e meglio è. Non per una questione riconducibile alla tentazione nostalgica ma, come ovvio, per porre le radici per un nuovo ‘ritorno’ della politica, dei partiti e delle rispettive culture politiche. Come, semplicemente, avveniva ai tempi di Saint-Vincent, Lavarobe, Chianciano, Sirmione e via elencando…

Il massacro dell’Ucraina mostra il volto sempre disumano della guerra

Il 24 febbraio 2022 iniziava l’invasione su larga scala dell’Ucraina, definita eufemisticamente da Putin “operazione militare speciale”. Se quest’ultimo l’avesse presentata per ciò che realmente è, cioè una guerra, quello stesso giorno sarebbe stato smascherato in primis davanti al Consiglio di sicurezza dell’ONU facendone espellere la Federazione Russa – che ne è discutibilmente membro permanente con diritto di veto — per dichiarazione unilaterale di guerra. Nei salotti televisivi e domestici italiani, sui social media e da certa stampa negazionista la realtà è sempre stata posta in forma dubitativa, quasi come se quell’aggressione militare punitiva e vigliacca fosse in qualche modo stata provocata. Ciò che Putin confidava essere un ‘blitzkrieg’ che in tre giorni gli avrebbe consentito di prendere Kyiv defenestrando Zelensky, s’è rivelata essere l’operazione fallimentare speciale più insensata della Storia moderna. 

Tuttavia, sospinta da un forte antiamericanismo latente e da un filoputinismo implicito, quella pletora di pacifinti ha proseguito sui media compiacenti la più mendace e vergognosa campagna di mistificazione storica dei fatti. A sinistra si sono posizionati gli intellettuali più cogitanti, che con fare più o meno accondiscendente hanno invitato a comprendere le presunte ragioni dell’aggressore rispolverando immaginifiche realtà storiche inesistenti, annessioni volontarie che non ci sono mai state e violando il principio dell’autodeterminazione dei popoli. All’estrema destra populista e sovranista si sono posizionati invece complottisti, cospirazionisti, trumpiani e gli stessi negazionisti che pochi mesi prima confutavano l’efficacia dei vaccini per il Covid e l’esistenza stessa della malattia.

La resistenza ucraina ci ricorda – e lo dovremmo menzionare più spesso — la militanza dei nostri partigiani contro fascisti nostrani e nazisti invasori. Certamente tutti vorremmo che la guerra finisse presto: gli effetti catastrofici di quella scellerata e rovinosa iniziativa si sono materializzati nei raid quotidiani che hanno comportato la distruzione di villaggi e intere città in cui sono stati rasi al suolo ospedali, scuole, asili, centri commerciali e abitazioni; col massacro di civili inermi, la deportazione forzata di 17mila bambini (spesso resi orfani dagli stessi criminali che li hanno poi rapiti) nelle aree più lontane della Russia. 

I russi hanno torturato e violentato donne e bambini d’ogni età; hanno usato la minaccia nucleare diretta e indiretta prendendo in ostaggio centrali atomiche, hanno provocato il peggiore disastro ambientale causato intenzionalmente dall’uomo negli ultimi decenni distruggendo la diga di Nova Kakhovka. Hanno ricattato i più poveri e indifesi con la fame, distruggendo tonnellate di grano. Hanno usato il freddo e il buio per piegare un popolo che hanno già provato a sradicare 90 anni fa con l’holodomor, ripetendo uno dei peggiori genocidi della Storia. Ciascuno degli aspetti dell’essenza rascista è stato tanto evidente e ben documentato da indurre la Corte Penale Internazionale a spiccare per la prima volta nella Storia un mandato d’arresto nei confronti del Presidente d’una Potenza nucleare. Giunti a questo punto è necessario un approfondimento storico dei fatti — numeri alla mano — su iniziativa dei governi degli Stati liberi e soprattutto dell’ONU e di tutte le organizzazioni umanitarie. 

Le immagini dei palazzi bombardati, dei prigionieri torturati, bruciati e mutilati, delle donne violentate, degli anziani coperti di stracci che raccattano quel poco cibo che riescono a procurarsi seduti tra le macerie di quel che resta delle loro case, cancellata ogni intimità e ogni ricordo domestico nella miseria del presente, fatta delle cianfrusaglie che rimangono sono sotto gli occhi di tutti, e pongono ciascuno di noi dinnanzi alla propria coscienza. Vivere — o meglio, sopravvivere — sotto la minaccia continua delle bombe e del ricorso alle armi atomiche è indescrivibile: proviamo ad immedesimarci nei sentimenti di quel popolo massacrato, della “martoriata Ucraina” -come incessantemente Papa Francesco la ricorda e la presenta agli occhi del mondo 

S’è perso il conto dei bambini morti sotto il fuoco russo: pare che siano finora oltre 500 i minori a cui è stata tolta la vita in nome di un’invasione che il regime e persino il Patriarca della Chiesa Ortodossa hanno giustificato come sacra e foriera di beatificazioni per i militari che si fossero distinti semmai con maggior ferocia in una guerra  che non aprirà loro le porte di alcun paradiso -come al contrario gli è stato fatto credere- ed è ora che il mondo occidentale e le religioni pacifiche prendano le distanze da questo massacro del genere umano, dei più deboli e indifesi, perpetrato in nome di Dio accusando d’estremismo chi dissente e d’immoralità chi si discosta dal concetto di una vita sessuale diversa da quella prescritta dallo Stato. Incommensurabilmente più alto e grave è il numero dei piccoli sottratti alle loro famiglie e portati nella lontana steppa o in Siberia, di cui non si ha più notizia o traccia. Piccoli russificati, cioè cresciuti e ‘rieducati’ secondo i principi del regime a cominciare dall’inocular loro l’odio per una Patria lontana che viene dipinta come una realtà geografica e storica inesistente e “nazista”.

Vien da chiedersi in cosa eticamente si distingua questa dottrina che ispira il sacro furore contro le debolezze e le “immoralità” dell’Occidente dalle condizioni in cui vivono gli uomini e soprattutto le donne, private d’ogni più elementare dignità personale, del rispetto che si deve a ogni essere umano, della gioia e del desiderio di vivere, come accade in Afghanistan e in Iran. Le evidenze sono palesi e gli impliciti vanno messi a nudo: dobbiamo inforcare occhiali che ci svelino la realtà del dolore della miseria, della sopraffazione e della morte per ciò che sono.

Gli estremismi politici, ideologici e religiosi sono una piaga devastante di cui dobbiamo capacitarci senza mistificazioni retrospettive e giustificazioni di qualsivoglia natura. La guerra, le guerre devono finire senza che le vittime – gli Stati aggrediti, i popoli, i civili – siano costretti a rassegnarsi ad un’inaccettabile sottomissione. I tiranni non conoscono la Storia perché dimostrano di non averne imparato alcuna lezione. Forse il sacrificio dei martiri porta prima o poi ad un riscatto ma il prezzo che si paga è quello di rinnovati, silenti olocausti. È ora che tutto finisca, certo ma non con la soccombenza.

Sordio, una morte senza luce e la pietà di una mamma.

Il fatto potrebbe essere di scarso rilievo ma a ben vedere può meritare, proprio appunto in virtù delle sue piccole dimensioni, un commento del giorno. Sordio è un Comune con una manciata di abitanti, non si arriva a superarne i quattromila ma la qualità di un paese non va letta in proporzione al numero dei suoi abitanti. Semmai il suo breve nome si intona alla consistenza della popolazione, un nome breve di appena sei lettere, circondato invece da altre realtà confinanti dal nome assai più lungo e imperioso come Casalmaiocco, San Zenone al Lambro, Tavazzano con Villavesco, Vizzolo Predabissi.

Anche Sordio ha il suo piccolo cimitero dove ha trovato sepoltura una giovane donna disabile fin dalla nascita. Questa non è la solita storia di cattiva amministrazione che può porre riparo ad un errore commesso, di un rinsavimento per un inciampo in cui si è maldestramente caduti. Non è neppure il titolo da fare su un giornale perché una disabile, che già in vita non ha potuto dirsi fortunata, anche in morte è stata disabilitata dall’avere il suo lumino acceso a presidio della sua lapide. Qualche cinico potrebbe applaudire alla coerenza mantenuta in vita e in morte circa un destino storto che non deve essere raddrizzato neanche quando si finisce sotto terra.

È accaduto che la poverina è rimasta vittima di una cultura del profitto che poco dovrebbe attenersi ai morti. Si legge che sua mamma, per mano di un muratore di buon cuore, aveva avuto in anticipo l’attacco di una luce sulla lapide della figlia con l’impegno di regolarizzare poi la questione amministrativa in ordine agli oneri da sostenere.

Il numero tre non è soltanto quella dei giorni occorsi per la resurrezione del Figlio di Dio ma anche quelli maturati per poi far tranciare i fili della corrente necessari per quella piccola illuminazione, recidendo i propositi e i gesti di cura per il proprio defunto.

Quando si è in difetto di pagamenti non c’è altro da farsi. Deve essere stato questo il ragionamento della Azienda che gestisce la cura del cimitero. La legge è legge e non si transige. Il punto è che anche i cimiteri evidentemente vanno in vacanza e quindi la riapertura degli sportelli per sanare la questione era prevista verso fine agosto.

Azienda viene dal latino “facienda” che indica le cose da farsi. L’azienda è creata da un Comune per “l’esercizio diretto di una impresa pubblica quando a questo si ritenga di non poter provvedere attraverso un ramo ordinario della pubblica amministrazione”. Può anche definirsi come “una organizzazione che svolge una attività economica di produzione”.

La mamma della disabile, in barba all’efficientismo aziendale, non ha ricevuto purtroppo nessun invito a provvedere lestamente a versare il denaro occorrente per legittimare il diritto al suo lumino. Così ha trovato la tomba almeno provvisoriamente al buio. Rimboccandosi le maniche, essendo persona di iniziativa, ha intanto di sua mano ricollegato i fili per assicurare a sua figlia, anche nei giorni di Ferragosto, la luce desiderata. Alla riapertura degli uffici avrebbe provveduto a corrispondere il denaro dovuto. Può darsi che si prenderà una denuncia o che tutto si metterà invece facilmente a posto, come si spera.

L’illuminazione di un cimitero non può essere rinviata ad una attività economica da cui trarre profitto, regolata da leggi del mercato ed altro ancora. La luce non è soltanto l’ente fisico al quale è dovuta la eccitazione dell’occhio delle sensazioni visive ma anche la visibilità del cuore per poter essere più intensamente a contatto con la persona amata.

Si legge nell’Eneide che per “Tre luci e tre notti Durar gli afflitti amici e dolorosi parenti a ricercar le tiepid’ ossa”. Ora la mamma in questione non voleva si interrompesse il filo di luce con sua figlia vagando chissà come per ripristinare quell’energia indispensabile per non aggiungere al pianto altro pianto.

Il Comune di Sordio non sia sordo ad un fatto che riguarda tutti i Comuni d’Italia. Il tema investe tutti quegli indigenti che non possono permettersi di poter sostenere le spese di un lumino per i propri cari. Se pure fosse un costo puramente simbolico, si dovrebbe invece pensare ad una assoluta gratuità perché per i morti non si può ragionare in termini di moneta. E’ una questione di civiltà e non altro. Una volta e per sempre per i morti si faccia luce non pretendendo alcun dazio. Che siano lasciati in pace lontani dalle penombre dei vivi.

Il movimentismo di Calenda è l’alterazione della politica di centro

Un lettore mattiniero avrebbe colto stamane su Repubblica l’intervista a Calenda e ne avrebbe tratto l’impressione di una chiara svolta a sinistra. Forse è per questo che, quasi in tempo reale, il leader di Azione si è affrettato a correggere il tiro su Twitter. “Con le altre opposizioni – si legge in questa specie di corollario all’intervista – si può collaborare su salario minimo, sanità e industria 4.0, così come con la maggioranza su giustizia e politica energetica. Ma rimaniamo distanti da destra e sinistra. Siamo un centro repubblicano che ha l’obiettivo di chiudere il bipolarismo”.

Il proposito cozza con la realtà. L’impressione è che l’impianto complessivo della politica calendiana generi fatalmente confusione. Da qui la stessa evanescenza del cosiddetto “centro repubblicano”, metafora di un ritorno al partito che fu di La Malfa, magari con un certo rimando all’azionismo, ma senza la chiarezza e la coerenza che impastavano la condotta di La Malfa.

Non basta il riferimento ai contenuti e al valore dei programmi, se tutto si concentra in un dinamismo senza meta, con effetti di instabilità e mutevolezza nelle scelte contingenti. Calenda propone qualcosa che sfugge alla percezione degli interlocutori: il suo richiamo al merito delle questioni si rovescia instancabilmente nell’appropriazione di un merito personale o di partito, per farne una questione politica.

Di chiaro c’è solo, in questo orizzonte poco chiaro, la polemica con Renzi: più viene allontanata e più ritorna, come l’assillo di una pittima. Sta di fatto che la pubblica opinione dà segni di una qualche insofferenza. Ci sarebbe lo spazio per un centro nuovo, con radici antiche, quindi  solido in virtù di grandi e riconosciute motivazioni ideali; ma lo sfolgorio di una dialettica sui dettagli, perennemente alla ricerca dei distinguo che possano giustificare la fuga nell’egocentrismo, è fonte di disagio per un elettorato pur sensibile alla suggestione di un progetto politico di centro. 

Le vacanze si avviano al termine, ma sullo sfondo rimangono pertanto i dubbi, già vistosi a ridosso della pausa estiva, sulla scommessa di Calenda. Il movimentismo non è una politica, né lo è il gioco di specchi della personalizzazione del confronto, senza premura per un quadro più generale e dunque più inclusivo. Questa deriva, frutto dell’alterazione  di un autentico disegno neo riformatore, trascina la speranza nella palude della mistificazione. 

Transizione geopolitica: pluralità di narrazioni e nuovo ordine mondiale.

Uno degli aspetti inediti della transizione geopolitica in corso consiste nel fatto che la pluralità di narrazioni che da sempre esiste, si stia rafforzando con la crescita di nuovi protagonisti sulla scena globale in un mondo in cui alcune distanze si accorciano, con più possibilità di incontri trainati dal commercio, e di nuovi mezzi di comunicazione praticamente in ogni angolo del mondo.

Ne viene fuori un contrasto spesso stridente tra la visione occidentale delle cose e quelle dei tanti altri con cui condividiamo il pianeta. La prima necessità che si pone in questi tempi nuovi è allora quella di trovare un linguaggio comune, condiviso e rispetto a cui nessuno si erga a depositario. Un metodo che ha sortito i suoi risultati migliori nella definizione dell’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile, che fa da collante nella molteplicità di sistemi politici e di culture del mondo. E che costituirà un terreno comune anche per il prossimo G20 di Nuova Delhi, al momento unico vero embrione di governance multipolare, un organismo in cui Occidente, BRICS e Paesi emergenti devono se non altro, reciprocamente contenere le loro istanze per fare spazio anche a quelle degli altri., in attesa di trovare una nuova armonia. Intesa possibile proprio applicando al problema-base su cui vi è disaccordo, quello di un nuovo ordine globale più equo e rappresentativo del mondo attuale, il metodo adottato per l’agenda sulla sostenibilità.

In attesa che questo traguardo venga prima o poi raggiunto, e per via politica non con altri mezzi, assistiamo al gioco di narrazioni che si scontrano, e in cui alla fine rischiamo un po’ tutti di rimanere prigionieri.

È il caso ad esempio della travagliata vicenda ucraina a proposito della quale viene ora proposto un cambio di narrazione simultaneo e univoco in tutto l’Occidente che all’improvviso sdogana la perdita di territori ucraini, proponendo come il rimedio – l’adesione al sistema di sicurezza occidentale – ciò che è stato in realtà la causa degli scontri verificatisi dal 2014 in avanti fino a culminare con l’inaccettabile invasione russa dello scorso anno. Infatti, se l’Ucraina non avesse subìto pressioni esterne tali da farla rinunciare alla propria neutralità, l’Ucraina non avrebbe perso neanche la Crimea. L’avrebbe mantenuta senza sparare un colpo. Con la situazione che invece irresponsabilmente si è creata, l’Occidente sembra essersi cacciato in un vicolo cieco da cui difficilmente troverà un modo indolore per uscire, sacrificando, in ogni caso, come sta già accadendo (ma quando ci accorgeremo della crisi sociale tedesca potrebbe esser, di nuovo, troppo tardi), un benessere e dei livelli di vita per le masse europee che per lungo tempo potremmo non più vedere, se non dover dimenticare del tutto.

Quindi in questo milieu mediatico, che è frutto  dei tempi, che in ultima analisi sembra dipendere dal disaccordo su un nuovo ordine globale, la politica credo debba sapersi muovere con molta prudenza e senso di responsabilità (come in gran parte avviene), consapevole del fatto che, almeno nel nostro mondo occidentale, le narrazioni dominanti sovrastano la politica. La quale talora le dovrà assecondare piuttosto che aggirare nei fatti quando il bene comune lo richieda, iniziando a salvare il salvabile, per ora, in attesa di tempi migliori che certamente non tarderanno ad arrivare e che, con ogni probabilità, avranno ancora, e stavolta non senza sorpresa, il nostro principale alleato, gli USA, come principale motore del cambiamento insieme ai nuovi protagonisti globali tra i quali anche l’UE dovrà decidersi di inserirsi, avviando in tempo utile e in modo concreto le riforme adeguate a consentirlo.

A 80 anni dalla caduta del fascismo: una ricostruzione.

[…] dopo il 25 luglio 1943 era rimasto in vita un solo legittimo organo dello stato ovvero il Re e che per funzionare aveva bisogno di un altro organo ovvero il governo che creato con procedura anticostituzionale era appunto un governo di fatto che essendo illegittimo era legalmente in grado di esercitare le sue attribuzioni e la Corona poteva agire esclusivamente col concorso di un altro organo dello stato

La risposta ovviamente è negativa, può apparire in un primo momento paradossale, ma serve ad illuminare il caos giuridico in cui fu fatto piombare lo stato italiano dagli eventi del 25 luglio e dei giorni immediatamente successivi. Qualunque soluzione della controversia dottrinale sulla natura giuridica dello stato di necessità si voglia accogliere, occorre ammettere che il solo limite di carattere materiale all’eccezionale potere normativo in tal caso spettante alla Corona quindi al Re Vittorio Emanuele III, era costituito dall’obbligo di rispettare l’essenza politica dello Statuto, la super norma che lo stesso legislatore era incompetente a modificare.

I decreti 704, 705, 706 non hanno in realtà violato quel limite, ma è palese la constatazione dell’illegittimità del governo Badoglio, e dei decreti da esso emanati,  e ben presto per realizzare la cosiddetta “liberazione” dal Fascismo non si potè procedere alle necessarie riforme, restando sul terreno della legalità.

Le antiche camere liberali avevano votato le prime leggi fasciste rendendo possibile il progressivo insediamento pacifico del Regime nello stato che fu lento e graduale. Ma subito dopo il 25 luglio 1943 fu chiarissimo  che la fine del regime fascista doveva essere radicale ed immediata e che non era il caso di pensare ad una graduale attenuazione ed eliminazione da attuarsi con il concorso degli organi fascisti. Né materialmente né moralmente sarebbe stato possibile convocare la Camera dei Fasci e delle Corporazioni ed il Senato composto da membri quasi tutti nominati dal Fascismo e presumibilmente a lui ligi e chiedere ad essi di concorrere ad attuare le prime riforme antifasciste, certo che giuridicamente sarebbe stata l’unica via da seguire se si voleva restare sul terreno della legalità.

Tuttavia il carattere rivoluzionario risiede anche nel Decreto Legislativo Luogotenenziale 25 giugno 1944 n.151, perché se nella storia fin allora seguita, i decreti erano stati di efficacia temporanea e provvisoria e potevano essere emanati nel momento della necessità e dell’urgenza e dovevano al più presto essere sostituiti dall’atto normale ovvero dalla legge, quel decreto provvedeva ad una materia di competenza del potere legislativo, che anche l’attuale costituzione repubblicana perentoriamente esclude: tutto ciò chiama in causa il Re Savoia alle sue responsabilità!

La caduta del fascismo

Giulio Alfano – Presidente dell’Istituto “E. Mounier”

Spagna, socialisti e catalani trovano l’accordo sulla Presidenza del Congresso. E ora?

L’accordo odierno è limitato all’ufficio di Presidenza del Congresso e la posizione di JxCat (Junts per Catalunya, Uniti per la Catalogna) è “esattamente al punto in cui si trovava dopo le elezioni”. È il monito, riporta El Mundo, lanciato al Psoe dall’ex presidente della Generalitat, Carlos Puigdemont, dopo il via libera della candidata di Pedro Sanchez – Francina Armengol – alla presidenza del Congresso.

La candidata socialista è stata eletta ieri come nuova presidente del Congresso dei Deputati con 178 voti a favore, tra cui quelli dei sette deputati del JxCat, in seguito all’accordo per l’Ufficio di Presidenza raggiunto nelle prime ore della mattinata da entrambi i partiti.

In un messaggio sul suo profilo Twitter, Puigdemont ha avvertito che la sua formazione politica non si lascerà smuovere da “promesse o volontà politiche senza garanzie di rispetto da parte di chi non genera alcuna fiducia”, e ha aggiunto che, se si raggiungeranno accordi futuri, sarà “perché hanno incorporato un rispetto verificabile”, come nel caso dell’Ufficio di presidenza del Congresso.

Nell’ambito dell’accordo per l’Ufficio del Congresso, prosegue El Mundo, il ministro degli Affari Esteri ad interim, José Manuel Albares, ha richiesto per lettera al Consiglio dell’Unione Europea lo status ufficiale di catalano, galiziano e basco. Un gesto che s’iscrive – questa l’intenzione dichiarata – nella ricerca di stabili relazioni tra socialisti e autonomisti.

Per Puigdemont, il risultato ottenuto in Parlamento “è un fatto, non una promessa, che non è mai stata richiesta”, aggiungendo che il capo del governo Pedro Sanchez ha “una magnifica opportunità” per dimostrare che la Spagna “si fa sentire in Europa”, come ha detto l’altro ieri lo stesso Sanchez.

Nel frattempo Il leader ‘popolare’ Pedro Rollán è stato eletto nuovo presidente del Senato con 142 voti a favore. Nella circostanza Vox ha proposto il suo senatore dell’Estremadura Ángel Pelayo Gordillo, evidenziano così il contrasto, già registrato nell’altro ramo del Parlamento, con il Partito popolare.

Si tratta di capire, a questo punto, quali siano i margini per un accordo politico che spiano la strada alla formazione di un governo all’insegna della continuità. Il Re, comunque, dovrebbe conferire a Sanchez l’incarico, essendo il candidato che, allo stato degli atti, pare in condizione di raggiungere l’obiettivo della maggioranza.

Francesco Cossiga, il Picconatore della Repubblica, 13 anni dopo.

Sono passati 13 anni dalla scomparsa di Francesco Cossiga, uno dei personaggi più rappresentativi della prima repubblica e certamente tra i più discussi e misteriosi. Con la indubbia premessa, però, che parliamo di un leader politico, di un qualificato uomo di governo e di un esponente di primo piano dello Stato. E lo dice il suo vasto, ricco e poliedrico curriculum politico, culturale ed istituzionale.

Ora, al di là delle varie fasi che hanno scandito la vita politica ed istituzionale di Cossiga, forse è possibile sottolineare almeno due aspetti che l’hanno quasi sempre accompagnato nella sua intensa e e turbolenta vita pubblica.

Innanzitutto Cossiga è stato, a volte forse anche inconsapevolmente, un “anticipatore” di ciò che attraversava la società italiana con cui occorreva, bene o male, fare i conti. Lo è stato anche all’interno del confronto politico nel suo partito, la Democrazia Cristiana. Faceva parte della corrente della sinistra di Base anche se non è mai stato un esponente influente negli equilibri interni. Si è sempre contraddistinto più come uomo delle istituzioni che non come un esponente politico fortemente caratterizzato nel partito. Insomma, per capirci e per fare un solo paragone con un altro grande leader di quel partito Carlo Donat-Cattin, Cossiga non è mai stato un capo corrente o un uomo che si ritagliava uno spazio pubblico in quanto espressione di un parte della Dc. No, Cossiga è sempre stato un interlocutore politico di primo piano a livello nazionale ma partendo sempre dal versante istituzionale più che non da quello politico e partitico. Anche su questo fronte, quindi, è stato un democristiano “anomalo”. Un po’ come un altro grande leader istituzionale e non politico/partitico come Oscar Luigi Scalfaro.

In secondo luogo Francesco Cossiga lo potremmo anche definire un “anticonformista costituzionale”. Certo, resteranno per molti un mistero – seppur politico e non di fede – le sue ormai celebri e famose “picconante” sul finire della sua esperienza di Presidente della Repubblica. Un atteggiamento che lo allontanò anche dal “comune sentire” con il suo vecchio partito di appartenenza e con molti altri esponenti politici di quella convulsa e travagliata fase politica del nostro paese. Eppure, con il senno del poi, forse Cossiga aveva anticipato – anche quella volta – ciò che si andava delineando all’orizzonte della cittadella politica italiana. O meglio, lo aveva anticipato o lo aveva provocato con le sue “picconate” quotidiane? Resta, questa, una domanda a cui difficilmente si riesce ancora a dare un risposta compiuta.

Comunque sia, e al di là dei giudizi che si possono dare sul suo magistero civile, politico ed istituzionale, resta un punto che non si può mettere banalmente in discussione: ovvero, Francesco Cossiga faceva parte di quella classe dirigente che è riuscita, con difficoltà ma con tenacia, a salvaguardare la qualità della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Seppur con sensibilità e approcci profondamente diversi rispetto ad altri grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana.

Ancora polemiche su Karin Kneissl a proposito delle sue vacanze in Russia

L’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl, al cui matrimonio è stato ospite il presidente russo Vladimir Putin, ha affermato – in un russo un po’ stentato ma chiaro – che le piace trascorrere le vacanze in un villaggio russo e che non ha bisogno di andare “alle Maldive o alle Seychelles”.

Karin Kneissl – nota per aver ballato con Putin nel corso della festa di matrimonio – è portata ad esempio di come in Europa persistano atteggiamenti politici di condiscendenza o servilismo verso il Cremlino. L’ex ministra austriaca sta trascorrendo l’estate a Petrushovo, un villaggio russo che, a quanto dire, le ricorda la sua giovinezza. In particolare, questa vacanza all’insegna della nostalgia brilla per il fatto di permettere alla illustre villeggiante di nuotare nei fiumi.

Le dichiarazioni della ex numero uno della diplomazia austriaca sono contenute in una intervista in video alla Tass, nella quale la già ministra indossa una giacca grigia con colletto blu e una croce che ricorda quella dei cavalieri di Malta. Benché il villaggio russo le ricordi la giovinezza, Kneissl ha trascorso parte della sua infanzia non in Russia ma ad Amman, dove suo padre ha lavorato come pilota per il re Hussein di Giordania.

Sembra, infine, che la Kneissl guiderà il nuovo centro GORKI, abbreviazione di “Osservatorio geopolitico per le questioni chiave della Russia”, destinato a unire “il potenziale accademico con l’esperienza nell’attività diplomatica”, secondo un comunicato dell’Università di San Pietroburgo.

L’identikit di Otzi: non era un pastore delle steppe, aveva una predisposizione all’obesità.

Arrivano nuove scoperte su Otzi. Un team di ricercatori dell’Istituto Max Planck per l’antropologia evolutiva di Lipsia e dell’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research di Bolzano, ha analizzato il genoma dell’Uomo venuto dal ghiaccio, avvalendosi dei più recenti metodi di sequenziamento. Oltre a rettificare le precedenti notizie sulla sua discendenza dalle popolazioni della steppa immigrate dall’Oriente, lo studio consente di formulare nuove ipotesi sul suo stato di salute e sul suo aspetto, in termini di colore della pelle e dei capelli.

Nel 2012 è stato decodificato per la prima volta il genoma dell’Uomo venuto dal ghiaccio, con importanti novità per la ricerca sulle popolazioni preistoriche europee. I progressi tecnologici per il sequenziamento e un database più corposo (comprendente più di diecimila individui preistorici provenienti da tutta Europa) hanno permesso al team di ricostruire il genoma di Otzi con maggiore precisione e effettuarne il confronto con altri. I risultati completano e ampliano l’immagine che ne abbiamo.

Circa 8.000 anni fa, i cacciatori-raccoglitori originari dell`Europa occidentale si mischiarono gradualmente ai primi agricoltori migrati dal Vicino Oriente (Anatolia), cui si aggiunsero i pastori delle steppe provenienti dall’Europa orientale circa 4.900 anni fa. A differenza del primo studio, il team non ha rinvenuto tracce genetiche di questi ultimi. Rispetto ad altre persone dell’Età del rame, il dna di Otzi evidenzia invece un’elevata percentuale di materiale genetico di agricoltori “anatolici”. Ciò indica che l`Uomo venuto dal ghiaccio vantava antenati contadini che vivevano sulle Alpi in relativo isolamento. Ulteriori tratti ereditari emersi nel corso delle analisi includono una spiccata predisposizione all’obesità e al diabete dell`adulto che, presumibilmente, non ebbero un grande impatto sul suo stile di vita attivo, a confronto con gli standard odierni.

Lo studio ha anche fornito nuovi risultati sull’aspetto di Otzi.

Il colore di pelle, già determinato nella prima analisi del genoma come mediterraneo-europeo, potrebbe essere più scuro di quanto ipotizzato in precedenza. Per quanto riguarda i capelli, è stata invece rilevata per la prima volta una predisposizione genetica alla calvizie maschile. Lo studio, però, non è in grado di determinare se tale predisposizione fosse emersa durante la vita di Otzi e quanto fosse pronunciata. Tuttavia, nei pressi della mummia sono state rinvenute ciocche di capelli scuri di 9 cm.

Elisabeth Vallazza, direttrice del Museo Archeologico dell’Alto Adige, è cauta nell’ interpretazione dei risultati: “Oltre a determinare alcuni tratti genetici ereditari, lo studio attuale apre la discussione anche sul probabile aspetto di Otzi. Sono lieta che, in futuro, le nuove ricerche possano aiutarci ad elaborare un’immagine ancora più realistica di questo individuo vissuto oltre 5.000 anni fa”. “L’ormai nota riproduzione museale del 2011, realizzata dai paleoartisti Adrie e Alfons Kennis sulla base delle ricerche dell’epoca, è un tentativo di interpretazione, un’idea di come potremmo immaginare l`Uomo venuto dal ghiaccio durante la sua vita. L’obiettivo principale era quello di dimostrare che era un individuo moderno di mezza età, tatuato, dal fisico asciutto e segnato dalle intemperie, una persona come voi e me. Al momento non è in programma una nuova ricostruzione” ha aggiunto.

 

[Fonte: Askanews]

Giuseppe Donati, democratico e antifascista in nome dell’ideale democratico cristiano.

Alla ripresa della pubblicazione di questo giornale dopo la cacciata dei tedeschi da Roma, iniziavamo il nostro lavoro ricordando anzitutto in un articolo di fondo Giuseppe Donati, colui che per primo innalzò questa bandiera ed alta e incontaminata la mantenne preferendo la persecuzione, l’esilio e la morte ad ogni servile accomodamento con la trionfante tirannide.

Egli fu per eccellenza il lottatore, il cavaliere dell’ideale che non piega la schiena alle seduzioni del corrotto potentato, ma alta, schietta e indomita esprime la voce della coscienza morale.

La sua protesta contro il grande crimine non fu solo una protesta morale, ma un atto di coraggio che egli seppe compiere quando gli stessi avversari del regime macchiato di sangue si ritiravano paurosi di tanto ardire.

Non siamo certo noi gente incline a stimare il valore delle azioni umane dal loro successo reale. Il successo non misura la dignità e l’altezza morale del carattere; i falliti di oggi possono essere i trionfatori di domani, il loro sacrificio, il loro esempio è sempre un seme fecondo.

La sua salma riposa in un dimenticato cimitero di Parigi mentre oggi i suoi avversari o sono ignominiosamente travolti nella polvere o si annidano silenziosi in qualche comitato di epurazione. Ma anche queste conversioni non possono offendere la sua memoria, poiché nessuna più consonante rivincita poteva attendere il suo spirito tormentato.

Egli fu lottatore nel senso letterale della parola: la sua vita fu una battaglia dell’idea e dell’azione.

Nato a Faenza nel 1889, laureatosi a Firenze nel 1915 fu combattente e decorato della grande guerra avendo versato il suo sangue ad Oslavia ove nel 1916 rimase gravemente ferito. Dopo la vittoria, egli passa dalla trincea della guerra alla trincea politica: diviene organizzatore sindacale a Venezia e porta nelle lotte sociali quei principi della democrazia cristiana che erano stati l’anima della sua militante giovinezza.

La vicenda politica non gli impediva di coltivare i suoi prediletti studi di storia antica, di letteratura latina e di patristica, e l’Ateneo Veneto lo proclamò suo insegnante in riconoscimento dei suoi corsi e dei suoi studi di filosofia pre-dantesca che sono una fine analisi dell’influenza del pensiero medievale sulla Divina Commedia.

Ma il suo orizzonte politico presto si allarga: nel 1923 egli concepisce, organizza e pubblica il “Popolo“ organo del Partito popolare che avrà vita fino al 1925. Breve stagione per un giornale, ma stagione di lotta e stagione di esuberanti raccolti. La collezione del “Popolo“ è lì a testimoniare come Giuseppe Donati, riunito attorno a sé un manipolo di coraggiosi, abbia saputo dare a questo giornale una linea di pensiero e di azione, un fremito inesausto di lotte, un alto senso di dignità morale.

Pochi documenti sono così espressivi di un’epoca come gli articoli di Giuseppe Donati e vasta benemerenza nazionale e larga notorietà raccolse con il suo coraggioso atto di denuncia contro De Bono, con il suo “quartarellismo” di cui deve andare orgoglioso chi sa disdegnare l’ironia di crudeli potenti e dei loro rozzi ed impinguati adulatori, per riguardare solo ciò che di grande e di ideale deve essere in una causa in cui la giustizia è destinata a soccombere sotto il peso insolente della forza.

Perseguitato a morte, egli non cede le sue armi e preferisce lasciare la sua terra, la sua sposa, le sue figlie (l’ultima delle quali neppure conobbe) e che non potrà più riabbracciare in questa vita. Dal 1925 al 1930 è fuoruscito a Parigi: giornalista, commesso di libreria, e pure cameriere, nessuna umiliazione accresce il suo spirito così tenace da essere persino sostegno della sua vacillante salute.

Dopo una parentesi di insegnamento a Malta, egli ritorna nella capitale francese ove l’aspetta una lenta agonia ed infine, il 16 agosto 1931, il riposante sonno della morte.

Egli è uno dei martiri della lotta antifascista, uno dei più coraggiosi combattenti dell’opposizione

Un esempio per le generazioni che salgono.

Il suo ricordo rimasto gelosamente custodito nel cuore di una larga schiera di amici i quali oggi vedono ancora rialzata al vento questa bandiera, che, in nuovi climi di lotta politica, intende mantenere viva una fiera tradizione di lotta per la nostra Democrazia cristiana.

[Fonte: Il Popolo – 15 agosto 1944. Titolo originale: Giuseppe Donati]

Maria, la morte e l’assunzione.

Stava come un cane inferocito a schiumare di rabbia, lanciata al galoppo da Satana che l’aveva da sempre allenata all’impresa che avrebbe mancato. Prima di allora era riuscita a sterminare milioni di uomini, donne e animali per tenersi in forma pronta al grande giorno. Poi, dopo il fallimento, avrebbe continuato incessante il suo lavoro con la remota speranza le sarebbe stata data una seconda possibilità. Dio non è insolito ai ripensamenti, la sua misericordia anche verso il male può darsi che l’avrebbe portato a cambiare ciò che era stato concedendo al suo autore lo spazio da principio negato. Avrebbe anche potuto essere che Dio volesse riaffermare una seconda volta il suo potere o saggiare un nuovo momento di gloria, una soddisfazione alla quale proprio non sapeva rinunciare. 

In ogni caso la Morte aveva un suo piano che forse prevedeva una possibilità di recupero almeno parziale sull’andazzo che avevano preso ormai i fatti. Far fuori ogni segno di vita sulla terra sarebbe stata la giusta strategia per un minimo di riabilitazione. Il Paradiso sarebbe stato condannato ad essere una isola infelice, circondato tutto d’intorno da una desolazione assoluta, annichilita dalla sua stessa ombra che ne anticipava la presenza. Il Paradiso avrebbe provato un gran rimorso per il gaudio che vantava, intristendo la luce dei suoi clamori, provando compassione per quanto di contentezza ancora avvertiva di protesta all’assedio dei fatti del male. Nel mentre, la Morte era a leccarsi una ferita sempre aperta che gettava sangue senza mai sfinirla del tutto ma che ne indeboliva costantemente la lucidità fino al punto che, nel delirio, di tanto in tanto arrivava a chiedersi perché le fosse stata data vita.

Aveva mancato il successo proprio dove ne avrebbe avuto infinita fama ed i conti non le tornavano. Con qualche affanno era riuscita lì dove nessuno avrebbe osato. Far secco il Figlio di Dio era l’impossibile riuscito solo ad essa e per questo se ne sarebbe parlato fino alla fine dei tempi. Sì è vero, era poi risuscitato ma non per questo essa aveva avuto minor soddisfazione. Gesù Cristo con un ultimo imperioso urlo l’aveva chiamata a rapporto per dirle di fare la sola cosa per cui era stata messa al mondo. Per tre giorni l’aveva tenuto comunque in frittura, sospeso nell’ansia che avrebbe anche potuto riposare per sempre nel sepolcro dover era stato messo, sigillando il corso di una nuova storia. Per quanto la riguardasse, furono i tre giorni più belli da quando la Morte aveva mosso i suoi primi passi dalle parti dell’universo. 

Durante l’uccisione di Gesù, stava a guardare la scena di quel corpo lacerato per ogni dove come fosse un capolavoro da mandarsi per sempre a mente. A dire il vero adorava e detestava ciascuna di quelle ferite per la ragione che conducevano al suo abbraccio ma ne ritardavano anche il momento, ogni volta aggiungendosi una nuova ad un’altra appena approdata su quel corpo martoriato. La morte, dunque era stata portata dall’istinto a scender dove avrebbe portato ancor più dolore. 

Maria, la madre del figlio di Dio aveva ormai i suoi anni, che sono quelli di quando è maggiore il desiderio di rivedere i suoi cari che quelli di continuare i doveri d’amore tra i discepoli di suo Figlio. Ci aveva lavorato a lungo resistendo alla tentazione diabolica, una punta di meno del suo desiderio, di darle subito il colpo di grazia. Se era riuscita con il Figlio, ancor meglio avrebbe potuto sbizzarrirsi con la madre. Ogni giorno ritardava la sua opera godendo nel vederla afflitta per come erano andate le cose, amputando per questo, pur a fatica, la sua smania di portarla via dalla vita. 

Si trattava soltanto di saper cogliere il momento giusto. Maria stava andando avanti con gli anni e non si doveva correre il rischio che potesse abituarsi allo sgomento che aveva minato ogni suo sangue facendolo scoppiare aprendo in continuazione nuovi crateri di angoscia. Finalmente pare che fosse arrivata l’ora propizia. Maria quel giorno diede a tutti i discepoli le sue consuete benedizioni pronunciate unicamente dagli occhi su cui posava lo sguardo. Era quella una occasione da non mai mancare. Se ne restava rinvigoriti ed amati al punto inconcepibile di tradirla, non volendo più staccarsi da lei per andarsene in giro per il mondo a portare la buona parola. 

Stare con Maria era l’ambizione di tutti. Solo avvertirne la presenza, potendone sfiorare il sorriso dispensato ai circostanti, era il fatto da raccontare più del vangelo stesso.

Quel giorno Maria curò il suo ordine con la semplicità propria di quando si fa qualcosa di importante e che non deve creare alcun trambusto. Compose i capelli stanchi nel verso più naturale a che non avessero affanno, indossò una veste che non suscitasse il rimpianto per essere su una donna che non avesse scopo di essere ammirata e si addormentò avvertendo uno speciale abbandono. Sentì venir meno la colpa di tirare per sé un po’ il fiato non badando a quanto da farsi secondo la volontà di suo Figlio dettata senza possibilità di obiezione sotto il legno dover era stato crocefisso. Fu la prima volta che ebbe voglia di ritemprarsi girando le spalle ai suoi compiti quotidiani e fu lì che la Morte intuì che era l’ora di procedere secondo i piani. 

Una volta era stata in parte sconfitta dalla Risurrezione del Figlio di Dio, che comunque aveva dovuto passare per le sue spire. Adesso era il tempo di sua madre e non era affatto detto che a Dio fossero rimaste sufficienti energie per ripetersi nel miracolo di un ritorno in vita. Eppure, per quanto si prodigasse, sentiva intimamente una opposizione al suo disegno. C’era qualcosa che le sfuggiva e che pure la impauriva. Si avvicinò al sonno di Maria, stupita che gli angeli perennemente in sua veglia, la lasciassero fare. Concentrò le sue energie in modo che un torpore avvolgesse Maria fino allo stordimento. Lei non mosse una piega rimanendo immobile nel letto dove si era stesa. I suoi pensieri erano leggeri come non mai. Ebbe l’impressione di sollevarsi gradatamente da terra e poi di passare le nuvole e andare in alto nel cielo senza obiezioni dall’alto per un’accoglienza evidentemente prevista. 

Quel viaggio talmente bello che avrebbe voluto svegliarsi per segnarlo bene in memoria, ma forse c’era altro ancora a sorprenderla e non voleva rovinare ulteriori svolgimenti. La Morte credette da principio di avere maggiori soddisfazioni se le cose sarebbero state più difficili. La inseguì su fin verso i primi metri verso l’alto alitando la sua fetida presenza fin dove le ressero i polmoni. SI arrampicò poi dove potette per continuare a sprigionare il suo veleno ma Maria inesorabile continuava la sua assunzione, sorprendentemente indifferente al dolore che stava dando alla sua nemica.

Nel mentre Dio Padre aveva da interrogarsi. Sarebbe stato comprensibile l’emozione dell’arrivo di Maria in Paradiso. Gesù e Giuseppe non stavano più nella pelle e per questo avevano ripreso piene sembianze di corpo. Questione di minuti e l’avrebbero riabbracciata. Lo Spirito Santo non accettava di stare in disparte e giocare il ruolo dell’impalpabile ed era schierato in prima fila a dire che era anche lui della partita e con un miracolo inaudito si diede forma visibile. Dio Padre doveva decidere il da farsi. Difficile anche per lui restare imperturbabile alla sola creatura a cui era stata risparmiata la morte, non una cosa da poco. Avrebbe dovuto svelarsi come forse non fatto neanche davanti al Figlio che pure aveva quote di medesima divinità. 

Maria era una donna che lo costringeva a far saltare i grimaldelli delle gerarchie celesti ed a rivelarsi almeno a lei senza prudenze e reticenze.

La Morte era lì che ringhiava a più non posso. Ebbe, per consolazione, bisogno di ingannarsi cadendo in una tentazione che forse nel tempo avrebbe prodotto qualcosa di buono. Se non fosse stata quella l’ora, avrebbe potuto comunque essere un altro giorno quello giusto per andare a dama. La Madre restava esposta ad una possibilità che con il Figlio non poteva più essere. Non doveva fare altro che avere pazienza stando costantemente in agguato, illudendosi che sarebbe giunto il tempo di una sua rivincita. Se Dio avesse avuto un briciolo di onestà avrebbe dovuto ammettere che maggior gloria sarebbe stata con una seconda resurrezione, la sola che avrebbe consentito alla Madre ed al Figlio di essere indissolubilmente legati da una comune indescrivibile esperienza, una comunione vera e non di facciata.

Maria si limitò ad aprire gli occhi. Ebbe da contenere la sorpresa da subito incrociando l’amore che la presidiava già al suo arrivo in Paradiso ancora immersa nel sonno. Le parole le facevano fatica a venir fuori perché quel luogo ha un vocabolario con cui prendere dimestichezza e che richiede un tempo maggiore rispetto alle lacrime di gioia e stupore che non hanno bisogno di traduzioni. Si sa soltanto che Dio Padre restò per un tempo a cospetto con Maria e che al termine ne uscì stravolto da una bellezza che ribaltò ogni legge di logica e di spirito, dove, abbagliandolo, l’umano ammantò di splendore il divino. Fu in quell’incontro che l’Amore creatore conobbe quello di una donna imparandone modi e sostanze inebrianti e imprevedibili. Sembrava l’annientamento di ogni futuro perché così ora non c’era altro da attendere.

Questo il pericolo da cui guardarsi. La fine del mondo, la resurrezione dei morti e tutta quell’altra roba lì aveva perso di colpo di primario interesse. C’era in Paradiso una sorta di appagamento che rischiava di mettere in secondo piano il grande progetto che sarebbe andato avanti più di risulta che per desiderio. Fu Maria, ora che si era ripresa, a dettare di nuovo i tempi della questione. Tornò a rimboccarsi le maniche mettendosi, obbediente, a disposizione di suo Figlio che brillava di una luce mai vista in firmamento. Tutto riprese come prima ma, questa volta, con Maria vicino a curarne gli esiti.

Afghanistan al centro nel secondo anniversario dell’ingresso dei talebani a Kabul

Perché parlare di Afghanistan a Ferragosto? Perché anche nel martoriato Paese asiatico il 15 agosto non è una data come le altre. Per l’attuale governo dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan questa data costituisce il secondo anniversario dell’entrata delle forze talebane in Kabul mentre erano in corso le concitate operazioni finali di ritiro delle truppe americane. Occorre sempre guardare al futuro, anche le ferite e gli errori più grandi possono essere superati, a condizione di saperli riconoscere come tali. Il fatto che da oggi il 15 agosto sia divenuto festa nazionale in Afghanistan, se da un lato testimonia una sconfitta dell’Occidente, strategica e culturale, prim’ancora che militare, dall’altro ci dice anche di una Nazione che è alla ricerca di punti di riferimento per una stabilità agognata da quasi mezzo secolo, se si considera anche l’occupazione sovietica.

Col senno del poi, sempre troppo facile, si può vedere che la strategia di allargamento verso Est della zona di influenza occidentale per via militare nel Grande Medio Oriente, per fare da argine alle potenze emergenti dell’Asia, si è rivelata un fallimento, mentre una concreta penetrazione nelle zone del mondo considerate strategiche sta riuscendo piuttosto bene a quelle potenze che usano il credito per lo sviluppo e la realizzazione delle infrastrutture fondamentali come strumento geopolitico, al posto delle bombe.

Sulla base di ciò che è successo negli ultimi 20, credo che occorra avere uno sguardo diverso verso l’Afghanistan, come peraltro verso tutti i Paesi del Sud Globale. Non possiamo usare i nostri criteri, se vogliamo comprendere cosa sta succedendo e ritrovare i fili del dialogo. Serve un approccio realista, che, senza fare sconti su diritti umani, ruolo della donna nella società e laicità delle istituzioni, valuti gli sforzi compiuti negli ultimi 2 anni in Afghanistan per il ritorno alla normalità, dal governo che c’è, e non da quello che vorremmo ci fosse.

Il primo problema dei nuovi dirigenti afghani è stato quello di esercitare il completo controllo del territorio da parte dello stato rispetto alle varie milizie armate e a nuclei ancora significativi di terroristi “jihadisti” (il governo talebano ha vietato ai cittadini la jihad, anche se si recano all’estero, una sorta di reato universale all’afghana…) come l’Isis K della provincia di Khorasan, adiacente all’Iran, come pure rispetto al mercato del narcotraffico, particolarmente fiorente durante la presenza di truppe straniere, ma che una agenzia indipendente inglese, l’AlcisGeo, vicina ai servizi britannici, ha attestato esser crollato ben del 90% nell’ultimo anno riguardo alla coltivazione di papavero da oppio. 

Negli ultimi mesi al confine con l’Iran si sono registrati una serie di incidenti di confine, di cui il governo di Teheran ha chiesto direttamente spiegazione al governo di Kabul senza cedere alle provocazioni, anzi rafforzando la collaborazione, come testimonia il recente lancio di una nuova destinazione ferroviaria tra Afghanistan e Turchia, via Iran. Una cosa simile avviene al confine con il Pakistan, e anche in questo caso il filo diretto tra Kabul e Islamabad ha prodotto risultati importanti come l’impegno bilaterale ad assicurare alla giustizia i ricercati di un Paese nel territorio dell’altro, e soprattutto l’accordo trilaterale con la Cina ad estendere il Corridoio Economico Cino-Pakistano (Cpec) che sta trainano lo sviluppo della Valle dell’Indo, all’Afghanistan che invece è ancora all’inizio della ricostruzione, sebbene non manchino affatto segnali incoraggianti, dovuti alla relativa stabilità ritornata nel Paese.

L’opinione pubblica occidentale mantiene alta l’attenzione sul rispetto della donna. E se è innegabile che stili di vita occidentali possibili prima per le signore più abbienti, non siano più praticabili (ad es. sono stati vietati i centri di bellezza, le norme sulla copertura del volto sono molto rigide), vanno però riconosciuti dei significativi passi avanti compiuti dal governo talebano, come quelli contro i matrimoni combinati, pur nel modo consono alla cultura di quel Paese. Così, alle donne è consentito di vendere ai mercati cittanini, ma in aree a loro riservate. Da poco è stata istituita una apposita Camera di Commercio riservata alle donne. Dopo la riapertura delle università, anche le donne hanno potuto conseguire titoli di studi superiori. Uno dei centri istituti a comunicarlo è stato l’Istituto di Scienze della Salute di Jalalabad. Insomma, ci sono dei segnali buoni sia a livello sociale che a quello economico. 

Bisogna però che ci sforziamo di cambiare il nostro approccio, verso una cultura, una concreta situazione storico-sociale che è molto diversa da quella occidentale.  Instaurare un dialogo su basi di parità e di reciproco rispetto, di non ingerenza che però ha a cuore i diritti e lo sviluppo, è possibile. E probabilmente è anche il modo per non lasciare che la gran parte della ricostruzione afghana veda come principali protagonisti Cina, Turchia e Iran.

Milano e Napoleone, un retaggio storico culturale che merita un network.

Milano entra nel circuito delle Città napoleoniche. Sono state infatti approvate le linee di indirizzo per l’adesione del capoluogo lombardo alla Fédération européenne des cités napoléniennes, la Federazione europea delle città napoleoniche, che permetterà a Palazzo Reale di entrare a far parte di una rete europea “con cui condividere le prospettive di sviluppo dell’eredità culturale dell’epoca napoleonica e di ricevere sostegno nell’attività di conservazione e restauro del patrimonio”. Lo ha annunciato il Comune di Milano, che con l’assessore alla Cultura, Tommaso Sacchi, ha spiegato che “dopo l’adesione al Circuito delle regge d’Europa, Palazzo Reale ora entra a far parte di un nuovo network che ha come obiettivo la valorizzazione del complesso architettonico, non solo come sede di mostre temporanee ma anche come residenza-museo, da visitare per le sale e gli arredi”.

“La Sala del Trono, dei Ministri o gli Appartamenti potranno essere visitate anche a prescindere dalle mostre temporanee ospitate nelle altre sale” ha continuato Sacchi, aggiungendo che “nel frattempo, stiamo lavorando, in vista del grande appuntamento del 2026, alla ricognizione degli arredi prestati in luoghi istituzionali di tutto il mondo, e al recupero e al restauro di molti importanti elementi dell`arredamento di epoca napoleonica, con l`obiettivo di far emergere la bellezza e il portato storico-artistico di una sede internazionalmente riconosciuta come Palazzo Reale”.

Dal 2019 è infatti in corso un ampio progetto che ha già visto il recupero di alcuni arredi originali, la ricostruzione storica della Sala del Trono, che Napoleone Bonaparte fece realizzare appositamente per la sua incoronazione a Re d’Italia nel 1805, e il restauro del grande e prezioso Centrotavola di Giacomo Raffaelli, commissionato al mosaicista romano per il banchetto in onore di Napoleone in occasione della sua incoronazione, ora esposto permanentemente in Sala Quattro Colonne. Sempre nell’ambito della valorizzazione è in corso da luglio il restauro di uno dei troni napoleonici di Palazzo Reale.

Fonte: Askanews

Elezioni europee, Calenda guarda alla Bonino: una scelta più radicale che liberale.

Per chi avesse ancora qualche dubbio, il simpatico Calenda lo ha definitivamente sciolto. Sino alla prossima capriola politica, come ovvio. Che potrebbe avvenire già dopo ferragosto. Ma, per fermarsi all’oggi, prendiamo atto che Calenda con il suo partito – anche se ogni decisione è del tutto personale e quindi non necessita di particolari procedure democratiche – hanno scelto la strada dell’accordo politico con i radicali in vista delle prossime elezioni europee. Almeno così dice al 13 agosto…. Se così fosse, tuttavia, non ci sarebbe da stupirsi granché. E questo per almeno tre motivi di fondo.

Innanzitutto Calenda ha sempre detestato e disprezzato – anche e ripetutamente a livello pubblico – il Centro e, di conseguenza, i centristi. Sono ormai famose le sue dichiarazioni sul fatto che il “centro mi fa schifo”. Certo, fa un certo effetto che un esponente politico che voleva essere, attraverso il suo partito, il punto di rifermento delle culture progressiste liberali, socialiste, democratiche e cattolico popolari si riduca a diventare un piccolo cartello elettorale alleato con ciò che resta dei radicali. Del resto, recita un vecchio proverbio, “chi si somiglia si piglia”. E la convergenza politica e culturale del turbo laicista Calenda con i radicali non può che essere il naturale approdo di quel piccolo partito personale a cui ha dato vita dopo la fuga dal Pd – ad oggi non ancora rientrata, ma non si sa mai…- con un universo culturale più congeniale e coerente rispetto alla costruzione di un campo centrista, plurale, riformista, popolare e di governo.

In secondo luogo va detto con chiarezza che la costruzione di un Centro e, soprattutto, di una “politica di centro”, guarda ormai altrove rispetto alle prospettive politiche e personali del piccolo partito di Calenda. Perché l’unica certezza politica che emerge da queste continue e divertenti capriole politiche è che Calenda e un Centro liberale, popolare e riformista sono culturalmente, politicamente e programmaticamente alternativi. Detto in termini più comprensibili, nulla a che vedere tra questi due mondi. La sua volontà di ridare vita ad un Partito Repubblicano Italiano in miniatura, pur senza i La Malfa, gli Spadolini, i Maccanico e tanti altri può essere anche funzionale ad un accordo con la pattuglia dei radicali. Una realtà sicuramente importante ma del tutto minoritaria, come ovvio e scontato, e con tanti saluti al progetto di creare uno spazio politico realmente competitivo e politicamente capace di rappresentare un segmento sociale e culturale significativo della società italiana che non si riconosce nell’attuale “bipolarismo selvaggio”.

In ultimo, e lo ricordiamo per chi lo avesse dimenticato cammin facendo, la cultura politica di Calenda era, è e resta radicalmente alternativa al popolarismo di ispirazione cristiana, alla tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Nulla di particolarmente riprovevole o negativo, come ovvio. Però, almeno per onestà intellettuale, è bene richiamare l’attenzione che i tanti – o pochi – amici di provenienza popolare che ancora militano in un partito a sfondo laicista, che persegue una prospettiva politica di alleanza con i radicali e che individua il Centro come un nemico da combattere e da cui difendersi, dovrebbero forse avere un sussulto di orgoglio accompagnato da una nuova e coraggiosa assunzione di responsabilità. Quando una cultura politica, o una tradizione ideale, prendono atto che in un soggetto politico si è sostanzialmente estranei se non addirittura spettatori non paganti, forse è anche giunto il momento che i loro esponenti assumano, al riguardo, una concreta iniziativa. Ma non vogliamo infierire con nessuno, ci basta sommessamente e responsabilmente ricordarlo.

Ecco perché il nuovo, e l’ennesimo, progetto politico di Calenda è forse il più congeniale con il suo profilo e la sua stessa personalità. Ovvero, lo ricordo ancora, un partito con un profilo laicista, che individua nel Centro e nei centristi un avversario /nemico da cui scansarsi e con una prospettiva politica legata a doppio filo a ciò che resta dei radicali. Forse, si potrebbe dire, è la volta che il cerchio si chiude.

Il cambiamento geopolitico rilancia la classe media: quali riflessi politici?

La transizione in corso, di portata storica, verso una nuova architettura politica, economica e finanziaria globale adeguata ai nuovi equilibri del mondo attuale, più equa e rappresentativa, è un processo che appare inarrestabile. Nello stesso tempo potrà essere un percorso lineare e pacifico solo se prevarrà il senso di responsabilità in tutti i maggiori soggetti coinvolti. Cominciando dal reciproco riconoscimento, sul quale è fondato il modello multipolare, e dalla cui mancanza, o insufficienza, dipendono le maggiori tensioni in corso tra Occidente e Resto del Mondo.

Questa transizione verso un nuovo ordine globale pone sfide specifiche a ciascun “polo”. Ai Paesi BRICS – che fra una settimana a Johannesburg terranno il vertice più importante della loro pur breve storia, inaugurando la fase del loro allargamento nella forma BRICS Plus, divenendo in tal modo rappresentativi della maggioranza della popolazione mondiale – è richiesto di dare prova di moderazione, apertura al dialogo, gradualità nei mutamenti da loro auspicati.

Agli Stati Uniti i tempi richiedono di riaffermare la loro indiscussa forza economica e militare,  mostrando saggezza e lungimiranza nel saper rimodellare le loro relazioni internazionali nel nuovo quadro globale, a cominciare da quelle con una Europa destinata a ritrovare una propria autonomia su cui costruire dei legami transatlantici ancora più saldi.

L’Unione Europea e i Paesi membri costituiscono il soggetto che sembra dover cambiare maggiormente il suo approccio per restare al passo con i tempi. Al suo interno interagiscono visioni geopolitiche nazionali diverse e nei fatti contrastanti, come si vede sul tema dell’immigrazione, come si è visto per lo sciagurato intervento in Libia del 2011, come si vede tutt’ora nelle politiche verso l’Africa. Serve un cambiamento di categorie: la parità con gli interlocutori extraeuropei, un sano pragmatismo rispondente allo stato reale delle cose al posto di un metodo regolatorio che tutto pretende di valutare, uniformare e inglobare secondo parametri unilaterali. Un ritorno alla sussidiarietà, da cui l’integrazione europea mosse i suoi primi passi. Il ritmo dei cambiamenti nel mondo è così accelerato che la prossima Commissione Europea non potrà attendere. O le decisioni che decretano l’autonomia decisionale dell’Europa in ambito economico, geopolitico, di sicurezza vengono prese nel tempo in cui servono oppure un lento ma inesorabile logoramento e declino attende il nostro continente nel quale uno sviluppo di massa arrivato relativamente da poco, nell’arco di qualche decennio, rischia di intraprendere un percorso uguale e inverso.

Il nostro Paese per vocazione culturale e per collocazione geografica è molto avanti in questa transizione geopolitica. L’Italia agisce di fatto già in un’ottica multipolare, rafforzando i legami con gli Stati Uniti e dando un fondamentale contributo all’Europa nell’aprirsi al cambiamento mentre intensifica le relazioni con i Paesi del Sud Globale, a cominciare da quelli africani, improntate a parità, equità e reciprocità.

Ciò che manca, a mio parere, alla classe politica e  in particolare al campo riformatore è la capacità di avvertire che questo passaggio al multipolarismo comporterà un mutamento degli equilibri anche nelle società occidentali. Questa è anche la ragione per cui gli Stati Uniti dispongono di sorprendenti energie per rovesciare il tavolo, e collocarsi non tra coloro che il multipolarismo lo subiscono ma tra coloro che lo guidano, nonostante le incognite che pesano su di loro per il tramonto del Dollaro come valuta di riserva globale e per il riemergere di un sistema finanziario globale basato sull’economia reale.

Processi che arrecheranno sicuri benefici alla classe media, svenata dall’economia speculativa e da catene di approvvigionamento inique quando non selvagge. Ecco perché appare fondamentale porre al centro del dibattito politico interno il nesso che intercorre tra cambiamento geopolitico e ripresa dei ceti lavoratori e intermedi. In particolare credo che un tale nesso non dovrebbe sfuggire né alla forze di centro, a cominciare da quelle di ispirazione popolare e cattolico sociale e democratica, né a un Pd che solo volesse tornare a essere un partito di popolo anziché rimanere passivamente tra i nostalgici di un mondo che sta inesorabilmente tramontando.

L’amore di Maria, un ponte tra il mondo e il cielo.

C’era stata qualche avvisaglia a cui non aveva dato un gran  retta. Qualcosa di più dei dolori alle ossa ed alla fatica di  tenersi ben ferma sulle gambe spostandosi all’occorrenza  da una casa all’altra dei suoi tanti figli. Questi scricchiolii  non l’avevano impressionata più di tanto e neppure era  preoccupata per la sua salute. Per quanto ne avesse  passate, non aveva timore della morte e neanche delle  sofferenze per una qualche malattia pronta a fare la sua  parte. Semmai, sarebbe stata la fine di una ricerca che le  avrebbe dato un po’ di riposo.  

Era infatti proprio la sua parte a non farsi trovare ed alla  ricerca della quale si era data da quando sul Figlio pensò  bene di impedirle di farla finita con la vita almeno dello  spirito Dispose infatti si dovesse resistere per portare avanti  la famiglia alla quale, Lui appeso ad una croce, ormai non  poteva più badare.  

Fu il sacrificio maggiore che le potesse chiedere,  inchiodandola ad una vita che non voleva più, rassegnata al  dolore che, tempestandole il capo, avrebbe brillato anche  se non ci fosse stato nessun altro dopo la morte. 

Ci sono fatti che non stanno troppo a guardare per il sottile  superando d’un soffio le radici del vero e del possibile e  martellano il cuore fino a sminuzzarlo in miriadi di pezzi,  così che ciascuno possa avere una sua agonia  moltiplicando all’infinito uno strazio che da principio era  solo per uno e già di per se insopportabile.  

Quel Figlio con lei era stato sempre di poche parole, troppo  impegnato a spenderle a convertire il mondo per conto di  un Padre invisibile e così parco di segnali da rasentare il  mutismo.  

Si era tenuta sempre ai margini di Gesù con la forza  nascosta di una madre che non può mai perdere di vista il  proprio Figlio qualunque sia la sua missione. Ora Maria, al  bando ogni gracilità di donna, si ritrovava sulle spalle  l’impegno a mandare avanti, giorno dopo giorno, quello che  il frutto della sua carne aveva predicato e per cui si era  speso del tutto.  

Perché questo fosse, Gesù aveva incastrato le cose in  modo tale che non potessero districarsi. Quando si parla  dalla croce, in punto di morte, nessuno può sottrarsi alla  richiesta messa in campo; ad un moribondo del resto non si  può negare nulla.  

Così a Giovanni fu detto di occuparsi di lei e viceversa,  nessuno che potesse ritrarsi nel proprio uscio di casa. Il più  sorpreso fu Giovanni ed a seguire tutti i suoi compagni di  ventura. Spettava a lui per primo a provvedere che Maria 

sulla terra e suo Figlio, adesso vicino al Padre, vivessero a  digiuno di ulteriori sofferenze e tradimenti.  

Perché questo fosse, occorreva oltre ad una fede, che può  sempre vacillare, anche un senso di pietà verso una donna  trafitta dal dolore e che non poteva essere lasciata al suo  destino.  

Gli apostoli accolsero Maria come nuova madre e lei li  accettò come altri figli a cui badare. Le cose messe in  questo modo, tutti allacciati l’un l’altro, i destini fatalmente  incrociati, erano la certezza di una chiesa costretta a  sopravvivere alla prova di un capo che li ha lasciati per un  tempo indefinito.  

Gli apostoli si sparsero per terre prossime e lontane per  portare il messaggio che avevano imparato ed ogni volta  prima di partire si accomiatavano da Maria che li  benediceva con rinnovata premura ed ancor più mai  abituata all’abbandono di volta in volta dei suoi figli.  

Tutta la sua vita era stata un continuo allontanamento da lei  di quelli che amava. Non aveva bisogno di impartire lezioni,  non aveva dottrine da ricordare o precetti da segnalare. Lei  si limitava alla raccomandazione materna di fare le cose  fatte bene e forse anche di essere prudenti senza perdere la  speranza che tornassero a casa sani e salvi.  

Altri martirii le sarebbero stati insopportabili ed è possibile  che le nascosero quando caddero le prime teste o lei finse  di non sapere fingendo una attesa che non aveva più  ragione di essere. 

Quindi dai confini di un Figlio al centro della scena, tutto  intento a parlare di un Padre che gli aveva delegato ogni  cosa, compresa la storia del creato, si trovò ad essere a  capo di una comunità con un suo stile di riservatezza, più in  armonia con il silenzio di Dio. I suoi occhi erano sufficienti  ad essere il faro per la sua nuova famiglia.  

Il suo Giuseppe per primo era andato alla corte di Dio e suo  Figlio lo aveva poi raggiunto lasciandole custodire quello a  cui era ancora da badare in loro assenza.  

Ora Lei, malgrado tutto, doveva decidere un da farsi,  ancora più penoso avendo il cuore privo di voglie. Questa,  nell’intimo, fu la sua prima battaglia.  

Non poteva mancare alla promessa fatta al Figlio circa il  comando che le aveva impartito; ma quanto al desiderio,  questo proprio non poteva imporselo.  

Del resto non era frequente che una donna fosse posta a  capo di una comunità, ancor più temeva che la sua  legittimazione venisse dalla tacita speranza degli apostoli di  un suo privilegio esclusivo.  

Se Gesù era veramente l’uomo dei miracoli ed il Messia,  non avrebbe fatto mancare la sua presenza alla madre. Di  nascosto del mondo, nei modi improvvisi che solo lui  conosceva, le si sarebbe fatto vivo non soltanto per  consolarla ma anche per istruirla sul da farsi. 

Lei non lo avrebbe mai confessato ma loro si dicevano che  potevano contare su questo sostegno trascendente e altro  non dovevano fare se non assecondarla. 

Eppure lei taceva, parlava dell’ordinario: un pranzo da  organizzare, panni da stirare, il momento della preghiera  tutti insieme, qualche commento appena accennato sui  problemi di questo o di quello. E soprattutto ascolto. Maria  era lì che riceveva visite continue, forse mai il tempo di  essere lasciata sola.  

Non era soltanto il desiderio di accudirla od il sospetto che  lei sapesse assai più di loro, suggerita chissà come dal suo  Gesù. Lei era la memoria del Figlio che le assomigliava.  Alcune sue espressioni erano proprio quelle del Messia e  persino il suo odore richiamava a quello del loro Maestro.  Starle vicino portava il necessario conforto agli apostoli per  non dirsi che era stato solo un sogno e che per davvero la  vita di prima non era da ripetersi.  

Maria era sempre con i seguaci che ora più di prima  sentivano di stare insieme per il timore di perdersi con lo  scorrere del tempo che sbiadisce per sua natura ogni  buona intenzione.  

Una sua carezza prima di congedarsi per un viaggio di  evangelizzazione era quella che dal Maestro non avevano  mai ricevuto e che adesso era loro accordata. Si potrebbe  dire che lei era la forma perfetta del corpo del figlio. Sua la  capacità di un tocco e di uno sguardo che il figlio,  annacquato dalla sua divinità, non poteva avere.

L’ultima volta, di nuovo tutti insieme, fu quando Gesù  ascese al cielo e Maria per prima sembrava aver perso il  suo pensiero tra le nuvole che le avevano rapito il Figlio, da  allora scandagliandole, incessantemente, una dopo l’altra,  finché non lo avesse per sempre riveduto.  

Per questo il suo eroismo fu nello sforzo di mettere ogni  attenzione sulla terra malgrado il suo cuore puntato verso  l’altrove alto. Con lo stesso cuore si sforzava di amare  Giovanni l’apostolo prediletto e tutti gli altri ma si trattava di  un impegno di obbedienza.  

Il cuore, almeno uno spazio incomprensibile del suo cuore  restava estraneo a quanto la circondava vagando in  continuazione di desiderio per il suo Giuseppe e per il suo  Gesù. Per certo fin da ragazza aveva creduto nel Dio dei  Padri; adesso ancor più era costretta a credere che il Figlio  fosse il Messia od almeno che ci fosse per tutti un  Paradiso, essendo questa la sola strada per riabbracciarlo.  

Se tutto fosse finito dopo la morte, il suo dramma di madre  non avrebbe avuto più alcun senso, se non essere uno dei  mille fatti che dicono del male degli uomini. Certamente  Maria era stata istruita alla fede ma ogni cosa era ormai in  secondo piano rispetto al suo Gesù, la cui verità era  interesse per altri mentre per lei, almeno in prima istanza,  prima di ogni cosa contava solo nuovamente raggiungerlo  ovunque fosse.  

Dunque la stanchezza nel tempo cominciava a farsi sentire  ed il tempo stesso a sua volta si consumava nella 

indecisione se lasciare il dono di Maria sulla terra o  affrettarsi in modo che tutto potesse ricongiungersi in cielo.  In ogni commiato si è presi sempre dall’ansia per chi si  lascia a gestirsela da soli. A tutto questo lei avrebbe dovuto  preparare gli apostoli in modo che proseguissero per bene i  loro compiti o forse meglio sarebbe stato non intristirli e  lasciar fare al corso delle cose.  

Il suo Gesù non l’aveva del resto preavvertita di ciò che  sarebbe stato; solo un certo Simone, con non poca ritrosia,  le aveva dato una qualche anticipazione. Le parole che gli  uscirono dalla bocca gli sembrarono infatti estorte da forze  occulte e dalla circostanza, mentre avrebbe voluto  risparmiarsi la preveggenza che lo rese noto al mondo.  

Gli apostoli intanto erano turbati da un presentimento che  non avevano saputo riconoscere al tempo del loro Gesù nel  giardino degli ulivi. La loro madre adottiva presentava  qualche segno di affanno e avrebbero dovuto prendere  confidenza con l’idea, prima o poi, di dover procedere da  soli.  

Eppure la cosa pareva pressocché impossibile.  

L’amore di Maria era di una razza sconosciuta; ad esso  nessuna scienza avrebbe mai trovato antidoti di rimedio.  Quello di una madre verso i figli, al pari di quello di Dio, non  ha meriti da vantare; la natura ti chiede dedizione a cui non  puoi negarti. L’amore verso lo sposo è spinto da una forza  che può conoscere l’usura del tempo ma si accende senza  che tu debba attivare alcun comando. Mentre per i  bisognosi nasce da un ragionamento di bontà. 

Diversamente l’amore di Maria apparteneva ad una specie  che non aveva nome ed in questo modo anche in Paradiso  erano a dir poco allarmati. Travalicava ogni canone e non  conosceva definizioni. Gesù per primo ne era stato  continuamente spiazzato e l’imbarazzo avrebbe marcato  visita anche in Paradiso.  

C’è poco da fare. Maria riempiva singolarmente, abitandolo,  quell’ultimo spicchio di umanità ignoto agli uomini ed  imprevisto persino al Creatore che ne era sconvolto per  aver lei superato ogni sua fantasia ed anche la forza stessa  della prima qualità divina.  

Non se ne andò con il clamore di nubi e di stupore della  ascensione del suo Gesù e neppure ebbe bisogno di  fustigazione e croce per dare ricordo certo di sé. Nessuno  dei suoi apostoli ebbe da stropicciarsi gli occhi per  accertarsi se si trattasse di sogni o di realtà. Lasciò fare  come sempre affidandosi al copione scritto per lei dal  Figlio.  

Si addormentò profondamente al punto di sembrare non  respirasse. Probabile che Giovanni e gli altri la portarono in  un luogo appartato perché, per quanto previsto,  quell’abbandono li avrebbe resi adulti per sempre e non  volessero mostrare il timore che li attraversava.  

Quando si perde una madre si piange senza che possa  darsi spazio a sbandieramenti. Ora il Paradiso avrebbero  dovuto davvero sudarselo e non c’era più il trampolino dei  suoi occhi a portarli verso l’alto e tanto meno un 

paracadute a schermarli dagli occhi di Dio per le loro  mancanze. 

Gesù morì e resuscitò. A lei invece l’esclusiva, più di un Dio,  a non proceder per queste tappe. Adesso Maria si sera  svegliata trovandosi improvvisamente in una posizione  privilegiata. Su dove stava, continuava a tenere gli occhi  bassi puntati su quelli che adesso freneticamente  muovevano da formiche, scambiandosi messaggi concitati  di quando, ricchi di tensione, nella casa non c’è più la  regina e tutto e da rivedere.  

Così assorta nell’osservarli e così invasa di nostalgia, non  realizzò nemmeno di Giuseppe che con il braccio le cingeva  le spalle e di Gesù che le teneva forte le mani assicurandole  che avrebbe lui provveduto a tutto.  

Da quel giorno fino alla fine dei tempi il cuore diviso tra il  sopra ed il sotto. Solo alla fine dei tempi avrebbe trovato  l’ultima pace. Sarà per questo che il mondo è ancora in  trambusto.

 

Il Municipio Roma IX Eur: Un modello di rilancio per la Capitale d’Italia.

Il Municipio Roma IX Eur, si presenta come un territorio ricco di opportunità e potenzialità per il rilancio economico e culturale della Capitale d’Italia.

Attraverso l’istituzione di una task force istituzionale dedicata ad attrarre nuovi investimenti, il rilancio dell’insediamento industriale a Santa Palomba, la valorizzazione del polo del lusso all’Eur con i marchi Fendi, Bulgari e Hilton, nonché l’imminente arrivo delle FSI con una sede strategica nel territorio, la promozione del turismo congressuale e delle eccellenze agricole del territorio, il Municipio Roma IX Eur può diventare un esempio virtuoso per il futuro della città.

Attrarre nuovi investimenti sul territorio

La creazione di una task force istituzionale dedicata ad attrarre nuovi investimenti nel Municipio Roma IX Eur rappresenta un passo fondamentale per stimolare lo sviluppo economico e creare nuove opportunità di lavoro. Attraverso politiche ad hoc, incentivi fiscali e infrastrutture moderne, sarà possibile attirare imprese nazionali e internazionali interessate a investire in questa zona strategica della città, creando un effetto positivo sull’occupazione e la crescita economica locale.

Rilancio dell’insediamento industriale a Santa Palomba

Santa Palomba, situata nel territorio del Municipio Roma IX Eur, offre un’importante opportunità per il rilancio dell’insediamento industriale. Attraverso la riqualificazione delle aree dismesse e l’attuazione di politiche di sostegno alle imprese, sarà possibile attrarre nuove realtà produttive, creando posti di lavoro e promuovendo lo sviluppo sostenibile. Inoltre, l’insediamento industriale a Santa Palomba potrebbe favorire la nascita di un cluster tecnologico e innovativo, diventando un polo attrattivo per investitori e talenti nel settore.

Valorizzazione del polo del lusso all’Eur

L’Eur, quartiere situato nel Municipio Roma IX, sta vivendo una rinascita grazie agli insediamenti di importanti marchi del lusso come Fendi, Bulgari e Hilton. Questo polo rappresenta un’eccellenza nel settore e ha il potenziale per diventare un punto di riferimento internazionale per il turismo e il commercio di lusso. Attraverso la promozione di eventi, la creazione di una rete di collaborazione tra le aziende presenti e il sostegno alle nuove iniziative imprenditoriali, si può favorire la crescita di questo settore, generando occupazione e aumentando l’attrattività del territorio.

Turismo congressuale

Il turismo congressuale è un settore in forte crescita a Roma e il Municipio Roma IX Eur è uno dei principali hub congressuali della città. Questa zona ha tutte le caratteristiche per diventare una destinazione congressuale di livello mondiale e può rappresentare un importante volano di sviluppo per l’economia locale.

Il Municipio Roma IX Eur ha tutte le carte in regola per diventare un modello di rilancio per la Capitale d’Italia. Attraverso una serie di politiche e iniziative mirate, questo territorio può diventare un centro di sviluppo economico, culturale e turistico di livello internazionale.

 

*Augusto Gregori, Vice presidente della Giunta del Municipio Roma IX,

Il ruolo delle riviste nell’impegno politico dei cattolici democratici e popolari.

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C’è un aspetto storico, tra i tanti, che ha caratterizzato ed accompagnato l’area cattolico democratica, popolare e sociale nel nostro paese: la presenza delle riviste politiche. Perchè attorno alle riviste sono nate correnti di pensiero, si sono formate aggregazioni politiche, sono cresciute intere classi dirigenti e, soprattutto, la politica era sempre protagonista. È stato proprio il direttore del Domani d’Italia, Lucio D’Ubaldo, a ricordarcelo indirettamente pubblicando una copertina della storica rivista di Carlo Donat-Cattin e della sinistra cattolica e progressista dell’epoca, stampata e venduta dal 1967 al 1974, “Settegiorni in Italia e nel mondo”, a proposito del golpe militare in Cile nel 1973. 

Certo, non si può vivere di nostalgia né, tantomeno, si può guardare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro. Anche perché le stagioni storiche scorrono rapidamente e le stesse fasi politiche non sono mai uguali a quelle che le precedono. Tenendo presente, come ci ammoniva Guido Bodrato, che nella politica – soprattutto in quella contemporanea – esiste sempre la categoria della “imprevedibilità”, cioè fenomeni ed eventi che non sono pianificabili e che possono sconvolgere il corso stesso della politica e della vita democratica dei partiti. Ma le riviste, comunque sia, erano e restano strumenti di formazione e di approfondimento politico e culturale che non possono essere maldestramente storicizzate o archiviate come fenomeni del passato. Anche perché l’alternativa è il modello grillino: e cioè, la casualità e l’improvvisazione al potere. Che, nel caso specifico, significa l’affermazione del populismo anti politico, demagogico e qualunquista.

Ed è proprio dal mondo cattolico democratico e popolare che deve ripartire una fase di rinnovato impegno politico che non può, tuttavia, non essere accompagnato dalla presenza di riviste di formazione e di dibattito. Carta stampata o in versione online non fa alcuna differenza perchè sono i contenuti ad avere la priorità e non la forma grafica.

Ora, è di tutta evidenza che la stagione dove ogni corrente della Dc aveva la sua rivisita politica non è più riproponibile. E non solo perchè non esiste più la Democrazia Cristiana ma anche, e soprattutto, perchè la cultura politica del cattolicesimo politico italiano si è pericolosamente affievolita in questi ultimi tempi a vantaggio di una presenza politica ininfluente e del tutto evanescente. Ma, se si vuole ritornare ad essere protagonisti nella cittadella politica italiana, il capitolo delle riviste non può più essere eluso. Pena l’eclissi progressivo del pensiero e della cultura politica di riferimento. Riviste cattolico democratiche e popolari che avevano anche il merito di anticipare ciò che poi capitava concretamente nella politica italiana ed internazionale, come ci ha ricordato appunto lo stesso D’Ubaldo pubblicando un articolo di “Settegiorni” sul Cile scritto da Pino Di Salvo nel lontano 1973.

E questo perchè a volte dal passato si ricavano le ragioni e le lezioni per orientarsi anche nel presente. Come, per esempio, sull’importanza delle riviste per chi è impegnato in prima linea nella lotta politica quotidiana.

Altri morti a Lampedusa, come sempre la poesia ne sostiene il grido.

Con uno di quei barchini della fortuna o della mala sorte hanno tentato in 41 di giungere a Lampedusa. Uno più dei 40 ladroni, pronti a rubare la vita che gli spetta. Un’onda li ha ribaltati, si sono salvati solo in 4. Onda ha la sua radice sanscrita in “Ud” che rimanda al bagnato e quindi alla fecondità, questa volta solo di morte. Lì dove la cronaca non basta per dire di certi fatti, soccorre come sempre la poesia, la sola capace di scuotere dal torpore delle cose solite.

 

Nei versi di “Gli emigranti” di Edmondo De Amicis si leggono passi sempre attuali:

 

Cogli occhi spenti, con le guancie cave,

Pallidi, in atto addolorato e grave,

Sorreggendo le donne affrante e smorte,

Ascendono la nave

Come s’ascende il palco de la morte.

 

E ognun sul petto trepido si serra

Tutto quel che possiede su la terra,

Altri un misero involto, altri un patito

Bimbo, che gli s’afferra

Al collo, dalle immense acque atterrito.

 

Salgono in lunga fila, umili e muti,…

 

Ammonticchiati là come giumenti

Sulla gelida prua morsa dai venti,

Migrano a terre inospiti e lontane;

Laceri e macilenti,

Varcano i mari per cercar del pane.

 

Traditi da un mercante menzognero,

Vanno, oggetto di scherno allo straniero,

Bestie da soma, dispregiati iloti,

Carne da cimitero,

Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta

La fame, in terre ove altra gente è morta;

Come il pezzente cieco o vagabondo

Erra di porta in porta,

 

Essi così vanno di mondo in mondo…

 

Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora

Il suol che li rifiuta amano ancora;

L’amano ancora il maledetto suolo

Che i figli suoi divora,

 

Dove sudano mille e campa un solo…

 

Gianni Rodari con maggiore leggerezza e uguale profondità ne “La camicia dell’emigrante” scrive:

 

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

 

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restare solo in viaggio…

 

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuol venire.

Lui resta, fedele come un cane,

nella terra che non mi dà pane…

 

È a quel cuore e a quei sentimenti che si riferisce l’intenso Franco Costabile, poeta calabrese quando segna, per quella gente della sua terra in viaggio verso il Nord Italia, meta di nuova speranza:

 

Ce ne andiamo

con dieci centimetri

di terra secca sotto le scarpe

con mani dure con rabbia con niente…

 

Dai paesi

più vecchi più stanchi

in cima

al levante delle disgrazie…

 

Noi

vivi

e battezzati

dannati…

 

Noi

morti

ce ne andiamo

in piedi

sulla carretta…

 

Addio

terra.

Salutiamoci,

è ora.

 

È ancora Costabile a mettere su carta una poesia, “Avanzi di ossa” che sembra, in maniera impressionante, scritta per l’oggi e che merita di essere letta per intero:

 

Avanzi di ossa

corrose dal sale

di altri paralleli

stanotte

il mare risciacqua

sulla battima illune.

 

Lievita intorno

un sonno di annegati

e il vento

come un dio ferito

ai neri faraglioni

si rifugia.

 

Si perdono qui le mie notti.

E se a volte

quest’acqua mi chiama

non ho che remi d’ossa per andare.

 

A noi non resta che rimandarle con frequenza alla memoria del nostro cuore, perché, se interrogati, saremmo così in grado di rispondere senza incespicare come ancora, malgrado tutto, ci è d’uso.

Comunità di Sant’Egidio, pranzo dell’amicizia per anziani e senza dimora.

Per Sant’Egidio sarà un “Ferragosto della solidarietà”. “Il 15 agosto si moltiplicheranno quest’anno i momenti di incontro e i pranzi, coronati dalla tradizionale cocomerata – informa una nota della Comunità – a Roma e in altre città italiane, per gli amici di sempre: anziani soli, persone senza dimora, migranti, alcuni dei quali giunti con i corridoi umanitari e ormai integrati. Saranno, anzi, molti di loro ad aiutare i nuovi arrivati: tra i volontari anche alcuni afghani a due anni esatti dalla grande fuga di Kabul che cominciò proprio il 15 agosto del 2021”. 

Nella capitale l’appuntamento per il “pranzo dell’amicizia” è, a partire dalle 12, alla mensa di via Dandolo 10. Ma il “Ferragosto della solidarietà” sarà vissuto anche nei numerosi cohousing e convivenze realizzati da Sant’Egidio con anziani, persone con disabilità, ex senza fissa dimora. Grande festa, dalle 19, anche alla “Villetta della Misericordia”, all’interno dell’area del Policlinico Gemelli, con i residenti (ex senza dimora) e i loro amici.

Un evento particolarmente sentito sarà – a partire dalle 9.30 – la cocomerata nella Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso alla quale parteciperanno ben 2.500 detenuti, in un momento difficile per gli istituti penitenziari italiani, come testimoniano i due recenti drammi consumati nel carcere di Torino.

Feste, pranzi ed altri eventi di solidarietà si svolgeranno non solo a Roma ma anche a Milano (dalle 18 allo spazio Living Together, via dei Cinquecento 7), Genova (dalle 17.30 nel chiostro della Santissima Annunziata e alla mensa dei poveri), Padova (dalle 16.30 al patronato di Ognissanti, via Orus 4), Napoli (cocomerata itinerante per i senza dimora a partire dalle 17, da via Luigi Palmieri 19), e in altre città italiane.

AsiaNews | La Russia riscrive la sua storia per giustificare la guerra con l’Ucraina.

[…]

Il confronto con l’Ucraina viene spiegato a partire dal Battesimo della Rus’ di Kiev del 988, rinominata “Rus’ di Novgorod”, la città del nord nata nell’860 di cui Mosca sarebbe l’unica vera erede, percorrendo a partire da questa tesi tutto il millennio della storia comune e delle separazioni dei popoli slavi orientali. A questo argomento sono dedicati centinaia di discorsi di Putin e migliaia di omelie di Kirill, anche se il vero specialista può essere considerato il metropolita Tikhon (Ševkunov), chiamato il “padre spirituale di Putin”, che fin dagli anni Novanta insiste con film-documentari – la sua vera specialità, avendo studiato cinematografia – libri e articoli vari sul concetto fondamentale di tutta la vicenda storica: “la Russia può esistere soltanto come impero”. Il suo territorio e la varietà dei popoli eurasiatici che vi convivono spingono a “unificare” tutti a partire dalla superiorità spirituale dei russi, unici depositari della “vera fede”, l’Ortodossia tradita da latini e greci, europei e americani, insidiata da musulmani e orientali, che pure si fanno preferire agli apostati delle Chiese di Roma, Costantinopoli e oggi soprattutto di Washington e Kiev.

Per inculcare queste visioni di ortodossia patriottica nell’animo degli stessi cittadini russi, la politica del Cremlino prevede sostanzialmente tre approcci. Per le persone dai 50 anni in su, che hanno quindi memoria del passato sovietico, basta la martellante propaganda ufficiale delle televisioni e della stampa, sostenuta dalle istituzioni centrali e regionali, facendo scattare l’istinto di sottomissione, ancora ben radicato nell’animo dei “boomer” post-totalitari. Alla sfortunata generazione di mezzo, 30-50 anni, tocca il piatto più indigesto delle persecuzioni e repressioni di qualunque forma di dissenso, le mobilitazioni alla guerra con buone probabilità di non sopravvivere, la fuga in Paesi più ospitali o semplicemente la “politica dello struzzo”, sperando di passare la nottata

Lo sforzo maggiore è però richiesto per i giovani, che dovranno continuare a edificare il mondo russo cercando di non perdere la Russia stessa, consegnando l’utopia anti-globalista ad altri popoli e Paesi, a cominciare dalla Cina incombente, che proprio dalla guerra russa cerca di trarre i massimi vantaggi. Per i ragazzi la televisione non serve, ormai vivono in simbiosi con gli schermi digitali, dove la guerra diventa ben più complessa di quella sul fronte del Donbass. Da qui i tentativi isterici di controllare internet, creando il runet sovrano, chiudere e controllare tutte le reti social, i blog e i siti, bloccando gli accessi Vpn e qualunque forma di espressione libera che scorre tra i cavi malefici, che non si possono semplicemente tranciare, pena la scomparsa non soltanto geo-politica, ma anche tecnica e informativa dell’intera società. 

[…]

L’intervento statale sulla scuola era un classico anche del regime sovietico, e fu una delle prima preoccupazioni di Lenin dopo la rivoluzione d’ottobre. A febbraio del 1918 si tenne l’Assemblea costituente, che i bolscevichi persero clamorosamente rimanendo sotto il 20% dei voti, per cui il leader decise direttamente di sciogliere il parlamento e tutte le istituzioni statali, basando il nuovo regime soltanto su due “organi sacri”: il Partito e l’Armata Rossa. A marzo decise quindi di introdurre la legge che garantiva questo nuovo sistema, col titolo Separazione della chiesa dallo Stato e della scuola dalla chiesa, insistendo dunque non solo sulla “sostituzione spirituale” dell’Ortodossia con la nuova religione comunista, ma anche sull’egemonia educativa che cancellava la famiglia, le tradizioni e la cultura con la “versione ufficiale” da trasmettere agli “uomini nuovi” creati dalla rivoluzione.

[…]

Fin dall’inizio dell’invasione in Ucraina è stata introdotta in tutte le scuole una nuova “ora di religione”, chiamata “conversazione sulle cose importanti”, affiancando soldati e sacerdoti agli insegnanti spesso poco affidabili. All’inizio era facoltativa, ma in seguito i genitori che non mandavano i figli ad ascoltare le “cose importanti” hanno cominciato a subire pesanti conseguenze. E siccome appunto gli insegnanti sono a loro volta poco istruiti sulle cose che contano, si è cominciato a mettere mano agli strumenti didattici, riscrivendo i manuali di storia e geografia, ma anche di arte e letteratura, se necessario perfino quelli di chimica e fisica. La ginnastica è stata a sua volta sostituita dalla preparazione militare, moltiplicando gli spettacoli scolastici per esaltare la patria e le sue conquiste, e magari impegnando gli alunni in opere manuali di grande utilità, tessendo coperte e vestiti per gli eroi impegnati al fronte.

Per coordinare la grande revisione dei contenuti scolastici, Putin ha sollevato dal suo ormai inutile incarico il ministro della cultura Vladimir Medinskij, uno dei più attivi propagandisti della Russia degli ultimi anni, prendendolo come consigliere generale per le “cose importanti” da trasmettere ai giovani. Oltre a tante iniziative e pubblicazioni, ora Medinskij ha pubblicato il nuovo “vangelo del mondo russo”: il manuale di storia contemporanea per i ragazzi dell’ultimo anno di scuola media superiore, che si prepareranno alla maturità imparando a memoria la Storia della Russia dal 1945 agli inizi del XXI secolo. Nella riscrittura degli ultimi settant’anni, da quando lo stesso Putin era un ragazzo fino ad oggi, si compendiano tutti i mille anni della storia profetico-apocalittica del popolo missionario, impegnato oggi a salvare il mondo intero dall’assalto dell’Anticristo ucro-anglosassone.

Il 9 maggio del 1945, giorno della gloriosa Vittoria di Stalin sui nazisti (gli “alleati”, come mostra il manuale, non avrebbero mai potuto vincere), è la data che segna il “nuovo battesimo” della Russia, e che permette di assimilare tutta la retorica dell’ideologia sovietica nella visione attuale della sobornost, l’unione universale dei popoli guidati da Mosca. Il manuale di 450 pagine farà da guida alla nuova edizione di tutti i testi scolastici fin dalle elementari, un processo previsto entro il 2024, e si prevede anche di eliminare del tutto l’espressione “giogo tataro-mongolo”, oggi assai poco conveniente ai russi.

Per spiegare l’attuale revisione, Medinskij ha citato una frase dell’oberprokuror (ministro del culto) zarista di fine Ottocento, il “Torquemada russo” Konstantin Pobedonostsev (cognome fatale che significa “portatore di vittoria”): “la molteplicità dei manuali nelle scuole è la grande menzogna del nostro tempo”, in quanto produce una concorrenza inaccettabile nelle cose che veramente contano. Pobedonostsev era contrario alla libertà delle varie religioni, proteggendo il monopolio dell’Ortodossia, Medinskij è preoccupato dei sentimenti filo-occidentali o addirittura filo-ucraini, che ancora serpeggiano nelle menti di molti russi, soprattutto quelli che hanno parenti all’estero o a Kiev. Come egli ha spiegato, il nuovo testo modifica il precedente “al 70%, soprattutto nelle descrizioni biografiche, dei ruoli dei protagonisti e degli avvenimenti più recenti”. 

 

A partire dal 1945, contro tutte le “false interpretazioni” diffuse da tutte le parti, il manuale spiega che è iniziata l’era della “rivoluzione del benessere”: altro che terrore staliniano, disgelo chruscioviano e stagnazione brezneviana. La crisi finale dell’Unione Sovietica, provocata dalle “aggressioni occidentali” assecondate dall’inetto Gorbačev, ha costretto a superare i “torbidi eltsiniani” per giungere alla vera Russia putin-kirilliana, che ora si libera da ogni oppressione straniera, soprattutto quella del “diavolo Biden”, e apre il futuro luminoso di un mondo di libertà e comunione spirituale. Almeno sulla carta, quella dei manuali.

 

Titolo originale

La rilettura della storia per ritrovare la Russia scomparsa.

Per leggere il testo completo

https://www.asianews.it/notizie-it/La-rilettura-della-storia-per-ritrovare-la-Russia-scomparsa-58962.html

Sbarra (Cisl) difende la contrattazione e sollecita una nuova politica dei redditi

“Il confronto di oggi (ieri per chi legge, ndr) tra governo e opposizioni apre all’opportunità imperdibile di incardinare finalmente nel solco di una impostazione bipartisan i temi del lavoro povero, della precarietà lavorativa, di una questione salariale che richiede una nuova strategia condivisa tra politica, sindacati e imprese. Questioni determinanti, che non ammettono divisioni strumentali né demagogie e richiedono l’esercizio di una responsabilità comune tra tutti i partiti e le parti sociali. Per questo guardiamo con il massimo interesse all’avvio di un percorso-istruttoria al Cnel che porti anche a una norma capace di estendere e rafforzare la contrattazione, assicurando salari dignitosi e copertura dei contratti leader a tutti i lavoratori, senza alcuna eccezione”. È quanto sottolinea il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra.

“È tempo di concretezza, di riformismo vero, nella consapevolezza che per fronteggiare working poors e salari bassi non è sufficiente qualche articolo sulla Gazzetta ufficiale: bisogna far applicare i contratti leader e maggiormente diffusi, contrastare i part-time involontari, aumentare le ispezioni per le false partite Iva e il parasubordinato, il sommerso e il lavoro nero, le cooperative spurie e i tanti fasulli tirocini extracurricolari. C`è da stimolare la leva della contrattazione aziendale e territoriale azzerando il peso del fisco sugli accordi decentrati per aumentare e redistribuire la produttività.

Va poi condotta in porto una grande riforma sulla partecipazione alla vita e agli utili delle imprese. È fondamentale che tutto questo entri nel dibattito e si collochi in modo organico nel quadro di una complessiva politica dei redditi partecipata da sindacati e imprese. La Cisl è pronta a raccogliere la sfida”.

Michela Murgia, voce del futuro, lascia un vuoto nella cultura italiana.

Michela Murgia ci ha lasciato. Ne riportano l’accaduto tutti i giornali e non solo per dare sapore alle notizie di questi giorni che rischiano di essere terribilmente banali man mano che si entra nella pienezza dell’estate con le consuete cronache dei Ferragosto da commentare. Della Murgia stanno in queste ore sottolineando le virtù anche coloro che non erano in accordo con le sue idee. Il sottoscritto ne ha criticato la proposta di una famiglia queer dove si privilegiano i sentimenti piuttosto che i ruoli, così ponendo una alternativa alla quale non si dovrebbe essere costretti, potendo essere la famiglia, nei suoi ruoli, un luogo ideale di affettività

In queste ore se ne stanno evidenziando il coraggio in ordine alla chiarezza di posizioni e all’impegno politico. Una donna che non si è di certo tirata indietro e non è mai caduta nel gioco delle convenienze e dell’opportunismo. Una donna che non si è mai celata nel modo italiota del detto e del non detto o che ha badato ad un suo tornaconto. Ancor di più è stata capace di smuovere le acque nel vuoto del pensiero e delle coscienze impigrite da un mondo che non vuole essere infastidito da ragionamenti in grado di mettere in discussione il suo andazzo corrente di finte proposte e finte contestazioni.

Era nata a Cabras in Sardegna, ma era tutt’altro ottusa, come Sgarbi pensa possa essere una capra. Non deve essere un caso che proprio in quella Regione c’è un formaggio che ha per nome “Testadura”. Così è stata la determinazione della Murgia che ha fatto nella vita sempre un passo avanti mai arretrando, sparigliando piuttosto che accomodando. La morte con lei ancora non si capacita. È stata donna dalle mille vite, impossibile sopprimerle tutte. Insegnante di religione, venditrice di multiproprietà, operatrice fiscale, dirigente amministrativa in una centrale termoelettrica e portiera notturna.

Anche qui è arduo voler trovare un filo che leghi queste esperienze se non la capacità di stare nel concreto, una con i piedi per terra, non smarrita nel mondo delle favole e dell’arte. Parliamo di una intellettuale che ha saputo tessere giorni diversi tra loro ricavandone il filo conduttore di un impegno da non sprecare. L’ultima sua lezione nei mesi ultimamente vissuti richiama nel titolo al lavoro di Garcia Màrquez “Cronaca di una morte annunciata”. Ciò che sfugge agli uomini d’oggi, infatti, non è soltanto la prospettiva della morte, ormai loro in grado di arrampicarsi solo nel presente. È piuttosto l’occasione unica ed irripetibile di saper vivere la propria fine, intuendone da principio la dimensione, poi sempre più nitida man mano che si avvicina e si rende ancor più riconoscibile.

All’opposto Michela Murgia ha avuto la forza, la sensibilità, il carattere e l’intelligenza di andarle incontro senza l’alterigia di una sfida ma facendola compagna di viaggio nel mentre il respiro ancora andava, trovando con essa una confidenza che i più desiderano unicamente sfuggire, conquistandone la ricchezza. Come non bastasse, da buona insegnante, ha educato o corrotto la morte portandola oltre il suo confine, facendole abitare un campo del tutto sconosciuto, quello degli uomini e donne ancora in piedi intenti a fare. Non ha sprecato un fiato nel suo tempo terminale che non fosse rivolto a vivere pienamente la sua morte come possibilità di un nuovo apprendimento da portare a mente anche in Paradiso.

Nel testo di Màrquez i due fratelli Vicario meditano di vendicare la sorella Angela, violata ad opera di Santiago Nasar, che per una serie di circostanze non viene a conoscenza del progetto ai suoi danni e quindi non appronta nessuna strategia a sua difesa, non scampando così al progetto dei Vicario. Il motivo di onore negato è presente anche ne “Il portiere di notte” della Cavani. La storia ci dice del protagonista Max, un militare nazista, che sotto mentite spoglie fa il custode nelle ore del buio in un albergo di Vienna. Accade che per casualità passì di là Lucia, una ebrea violata proprio da Max quando si era in campo di concentramento e tra i due nasca una relazione che mostra i sintomi di una perdizione e di una riparazione all’un tempo.

Michela Murgia ha fatto materialmente e pedagogicamente il portiere di notte alle nostre debolezze e contraddizioni. In più ci ha resi desti di giorno con le sue proposte e le sue provocazioni con la dignità e l’onore di chi ha finalmente un pensiero per il quale più volte ci ha chiamato al confronto. “Apparecchio alla morte” è il testo di S. Alfonso Maria de’ Liguori che insegna a disporci in vista della vita futura. Michela Murgia ha saputo come pochi apparecchiarsi alla morte centellinando i passaggi progressivi al suo approccio, misurandone la consistenza e l’incalzante procedere, tenendola sottobraccio fin quasi a destituirne la fisionomia. Ha marcato lei la morte non con lo spirito distaccato dell’asceta ma con la consapevolezza totale dell’evento.

La Morte forse avrebbe desiderato ritardare il suo compito così condotta da una “vate” per un cammino, d’improvviso forse irrinunciabile, che le ha insegnato come possa essere intenso il passaggio tra un prima e un dopo, tanto da volerne ritardare il più possibile il traguardo. A Michela Murgia va questo pieno riconoscimento e il nostro incondizionato grazie.

Il Sud Globale, nuovo attore nella geopolitica mondiale, sfida l’Occidente.

L’attenzione che pure i media generalisti stanno ponendo alle possibili conseguenze del golpe in Niger e più in generale a quanto sta accadendo nel Sahel dimostra quanto la guerra in Ucraina abbia accresciuto l’interesse dell’opinione pubblica informata (ovvero quella che legge qualche quotidiano e ascolta i telegiornali) verso l’evoluzione degli assetti geopolitici globali.

Si è finalmente compreso che quell’area geografica a sud del Sahara – il cui nome arabo si traduce col nostro “costa” – è decisiva per la gestione delle migrazioni provenienti dal sud e dirette a nord. Una volta era intesa, in senso metaforico, come, appunto, la “costa” ove si trovavano i porti (ovvero i centri abitati) di approdo dopo aver attraversato da settentrione a meridione l’oceano di sabbia. Oggi al contrario è divenuta la fascia di passaggio, al contrario, da sud a nord, che conduce ad un calvario dall’esito incerto e spesso più orientato verso il buio della morte che verso la luce di una nuova vita.

Ma non si tratta solo di questo. È il possibile nuovo assetto geopolitico dell’area che interessa gli osservatori e gli analisti. Ne abbiamo già parlato qui. La torsione in direzione russa degli stati saheliani è parte di un più vasto movimento che pare voler unire o quanto meno avvicinare la più parte delle nazioni del sud del mondo in un composito fronte anti-occidentale o comunque alternativo all’Occidente e ai suoi organi istituzionali di guida dell’economa mondiale. Nazioni le più diverse che si unirebbero su una base quasi ideologica e non semplicemente geografica (anche se di esse ormai si parla in termini di Global South) guidate da Cina e Russia: ed è qui che sta il problema. È evidente che ciò non può essere accettabile dagli occidentali, che dunque proveranno a reagire. Vedremo in futuro come. Certo è che questi ultimi devono comprendere che i Paesi del Sud Globale considerano – non proprio a torto – il sistema finanziario internazionale imperniato su Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ruotante introno ai dollari USA e quello commerciale della World Trade Organization responsabili primari della povertà e del mancato sviluppo proprio dei Paesi del Sud del mondo.

L’idea del “Sud Globale” è una derivata del fenomeno dei c.d. BRICS, acronimo del quale si parlò molto qualche anno fa, ai tempi del massimo fulgore della “globalizzazione”. Cinque stati (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) che, per quanto diversi e di diverso peso, simboleggiavano la crescita, innanzitutto e prioritariamente, economica che li aveva contraddistinti negli anni del nuovo millennio proiettandoli verso nuovi e più ambiziosi traguardi. Poi per qualche tempo, il tempo della crisi del concetto di globalizzazione (difeso a Davos, si ricorderà dal solo Xi Jinping l’anno precedente il Covid) non se ne è più parlato. Oggi invece è tutto un fiorire di articoli, saggi e quant’altro intesi a riprendere e sviluppare l’acronimo, che andrebbe aggiornato con un “+” omnicomprensivo dei tanti paesi che vi aderirebbero e che in un qualche modo sono identificabili nel voto di astensione all’ONU sulla condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. Un evento che, come si vede, ogni volta ritorna e si pone al centro di ogni questione.

Il movimento del Sud Globale, in realtà, più che ai BRICS parrebbe rifarsi allo storico Movimento dei Paesi Non Allineati che ai tempi della Guerra Fredda tentò di costruire una Terza Via fra Ovest ed Est. E infatti il “Gruppo 77” (sorto in quegli anni con quel numero di nazioni aderenti) oggi è stato rianimato soprattutto in seguito all’iniziativa cinese, che ha coinvolto nella sua Belt & Road Initiative molti di questi paesi; che ha istituito un gruppo informale alle Nazioni Unite denominato G77+Cina; che tra questi (nel frattempo lievitati sino a 130 e a questo punto rappresentanti la maggioranza della popolazione mondiale) ne ha invitati alcuni fra i più rilevanti alle riunioni della Shangai Cooperation Organization (SCO), l’iniziativa antesignana di tutte le altre con la quale Pechino sin dal 2001 ha messo nello stesso Forum dapprima la Russia e le Repubbliche asiatiche nate dopo la fine dell’Unione Sovietica e successivamente paesi anche avversari fra loro quali India e Pakistan oppure Turchia e Arabia Saudita. Questo iperattivismo cinese ha prodotto in tempi recenti un clamoroso e inatteso accordo parziale fra due acerrimi rivali come Iran e Arabia su uno dei terreni di scontro degli ultimi anni, lo Yemen.

Non tutto, naturalmente, è così chiaro. Né lineare. Ad esempio, ed è più che un esempio visto che si parla della prima nazione al mondo per numero di abitanti, l’India è certo aderente al G77, è certo partecipante alla SCO, ma è al tempo stesso facente parte del QUAD, l’intesa strategica con Stati Uniti, Australia e Giappone il cui palese obiettivo è limitare le ambizioni marittime di Pechino nell’Oceano Pacifico oltre che rinsaldare la collaborazione delle due principali democrazie asiatiche con quelle occidentali e soprattutto con gli USA.

Molto dunque si sta muovendo nella geopolitica mondiale. Come abbiamo scritto in un precedente articolo citando il prof. Prodi, sarebbe bene che pure l’Unione Europea – ad oggi non pervenuta – fosse parte attiva di queste evoluzioni, prima di trovarsi di fronte a sgradite sorprese.

Farmaci, Agcp e Aifa auspicano più concorrenza per ridurre i prezzi.

Assorted pills

La mspesa farmaceutica nazionale totale (pubblica e privata) continua a crescere: nel 2022 è stata di 34,1 miliardi di euro, in aumento del 6,0% rispetto al 2021. È quanto emerge dal recente rapporto dell’Agenzia Italiana del farmaco (Aifa), che rileva anche una bassa incidenza della spesa per i farmaci equivalenti rispetto agli altri paesi europei: l’Italia è terzultima in Europa con un’incidenza del 43,4%. In testa alla lista ci sono Polonia, Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Svezia, Germania e Spagna. Queste informazioni fornite dall’Aifa sono utili per definire alcune importanti decisioni che il governo dovrà necessariamente prendere per finanziare adeguatamente il Servizio Sanitario Nazionale.

Per spiegare perché il tema del costo dei farmaci è strettamente connesso alla tutela del SSN, è necessaria qualche informazione preliminare. Esistono due tipi di farmaci: i tradizionali, prodotti per mezzo di processi di sintesi chimico-industriale e i biotecnologici, che vengono sintetizzati a partire da organismi viventi, mediante tecniche d’ingegneria genetica. Tutti i farmaci hanno un brevetto, ossia il marchio di esclusiva dell’azienda che dura 25 anni. Sviluppare un nuovo farmaco è un percorso lungo e costoso per gli investimenti nella ricerca: dal rilascio del brevetto alla commercializzazione occorrono mediamente 10-12 anni prima della commercializzazione perché occorrono apposite analisi cliniche. Alla scadenza del brevetto altre aziende potranno produrre lo stesso farmaco come ‘equivalente’ al farmaco tradizionale o ‘biosimilare’ nel caso di farmaco biotecnologico a un prezzo più basso perché i produttori non dovranno sostenere i costi della ricerca. Nel nostro Paese è credenza diffusa che i farmaci equivalenti, impropriamente definiti generici, siano meno efficaci di quelli di marca perché costano di meno: convinzione errata perché hanno la stessa composizione qualitativa e quantitativa in sostanze attive. I farmaci biosimilari sono invece ‘simili’ per qualità, efficacia e sicurezza ai farmaci biotecnologi di riferimento, per questo non sono automaticamente intercambiabili a meno che l’AIFA non dichiari per ogni singolo farmaco l’equivalenza terapeutica.

Ciò premesso, è evidente che un maggiore utilizzo di farmaci equivalenti e biosimilari riduce la spesa farmaceutica e quindi libera risorse da impegnare all’interno del SSN. Se inoltre le aziende farmaceutiche che producono farmaci equivalenti e biosimilari vengono messe in concorrenza tra di loro, sempre mettendo al centro le evidenze scientifiche a tutela del paziente, attraverso gare di appalto organizzate da regioni singole e associate si ottengono considerevoli risparmi.  È  ciò che ha chiesto il 10 luglio l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) al governo sul disegno di legge della concorrenza, evidenziando che non contiene nessuna norma rivolta a promuovere la concorrenza tra le imprese farmaceutiche. Identica sollecitazione al governo è stata fatta il 3 luglio dall’Aifa sostenendo che “l’introduzione di farmaci a brevetto scaduto rappresenta un’importante occasione di efficientamento economico della spesa sanitaria senza compromettere le garanzie di efficacia e sicurezza che rimangono il cardine dell’assistenza farmaceutica”.

Di quanto si ridurrebbe in questo modo la spesa farmaceutica? È difficile quantificarlo, posso soltanto riportare qualche informazione utile a dimostrare che i risparmi sarebbero notevoli. Sulla base della mia esperienza di assessore alla sanità in Piemonte (2014-2019) posso dire che nel 2018 sono stati risparmiati 41 milioni di euro con una riduzione media del prezzo dei farmaci del 67%:  in alcuni casi sono state ottenute riduzioni del prezzo fino al 99%,  come nel caso del Bosental e dell’Imatinib il cui costo unitario è sceso rispettivamente da 2.210 a 27 euro e da 1.907 a 24 euro. Per avere un’idea più complessiva è sufficiente l’esame del ‘Monitoraggio dei farmaci non biologici a brevetto scaduto’, pubblicato recentemente da Aifa, del quale consiglio la lettura se ancora non lo hanno fatto, al ministro D’Urso (imprese) e Schillaci (sanità). Emerge che sono numerosi i farmaci a brevetto scaduto negli ultimi 3-4 anni, dove gli equivalenti hanno un’incidenza di consumo inferiore al 50%;  gran parte ha addirittura un’incidenza intorno al 15/20% mentre il restante  consumo continua a essere coperto dai costosi farmaci originator.  Sarebbe necessaria a questo proposito una norma che vincoli le Regioni a procedere alle gare d’appalto in concomitanza delle scadenze dei brevetti. Sarebbe anche utile che le Regioni si coordinassero tra di loro riducendo il numero delle stazioni appaltanti per una migliore contrattazione basata su un principio  classico della concorrenza:  volume/prezzo.

Non resta che aspettare per vedere se le indicazioni dell’Agcm e dell’Aifa per garantire  la promozione della concorrenza nel settore farmaceutico  saranno accolte o considerate, come è già successo in questi mesi su altri temi, soltanto fastidiose opinioni che disturbano il manovratore. Purtroppo non c’è da essere fiduciosi considerata l’allergia dimostrata finora dal governo verso la concorrenza, a partire dalle concessioni balneari.

Cile, l’accordo possibile. Articolo di Settegiorni a un mese dal golpe del 1973.

Dalle notizie che giungono dal Cile non è ancora possibile conoscere i risvolti della vicenda delle dimissioni – annunciate e ritirate nel giro di 24 ore – dell’intero governo, nel vortice di una crisi economica e sociale sempre più grave (a causa dello sciopero degli autotrasportatori manca l’approvvigionamento dei beni di prima necessità e del carburante per le auto e per il riscaldamento) e all’indomani della pausa intervenuta nel dialogo tra Unitad popular e la democrazia cristiana. Un significativo rimpasto ministeriale era stato chiesto dalla Dc, come una delle condizioni per avviare un diverso rapporto tra governo e opposizione. Allende, però, ha solo ritardato i tempi del rimpasto: avverrà “quando le circostanze politiche saranno opportune“, ha detto.

Contrario nei giorni scorsi a un inserimento dei militari nel gabinetto, potrebbe essere indotto a cambiare opinione sia per far fronte allo “stato di necessità” (cioè, per intervenire con maggiore energia contro la paralisi economica provocata dagli autotrasportatori, come già fece nell’autunno scorso), sia per favorire e accelerare un compromesso con il partito democristiano. 

La Dc aveva chiesto, infatti, che la presenza dei militari fosse massiccia ma potrebbe, infine, ridurre le proprie pretese al riguardo, qualora gli fossero accordate alcune garanzie politiche. Il rischio di un condizionamento delle forze politiche da parte di militari è, del resto, presente anche in un paese come il Cile dove pure le forze armate hanno una lunga tradizione democratica e ancora di recente hanno dato prova di fedeltà ai doveri che la costituzione loro impone.

Il dialogo tra la Dc e il governo si è sviluppato nel corso di due giornate: 30 e 31 luglio. Alla vigilia, il presidente democristiano Patricio Aylwin aveva illustrato, a grandi linee, la piattaforma del partito mostrandosi fiducioso nei confronti di un compromesso che avrebbe potuto portare anche un inserimento della Dc nel governo. Il clima era disteso tra le parti malgrado il partito socialista – diviso nel suo interno, dove tuttavia prevale la linea radicale e intransigente – avesse, attraverso suoi qualificati esponenti, manifestato perplessità, critiche e anche aperte ostilità al dialogo. Aveva detto il segretario generale socialista Altamirano il 12 luglio: non accetteremo mai la conciliazione con “i nemici del Cile, del governo popolare, dei lavoratori”; “in questo momento qualsiasi accordo con la democrazia cristiana servirebbe soltanto favorire i gruppi faziosi che operano nel suo seno e nelle alte sfere reazionarie, il cui unico immutabile obiettivo consiste nel recupero del potere e dei suoi privilegi”.

Era dovuto intervenire il segretario del partito comunista Louis Corvalan, che in un discorso al comitato centrale avvertiva che “il dialogo non è né sarà facile“, tuttavia, abbattuti i primi ostacoli, non ci si sarebbe dovuti tirare indietro; bisognava invece fare di tutto per “unire la maggioranza dei cittadini contro coloro che si sono lanciati sul cammino della situazione: la maggioranza del paese – proseguiva – indipendentemente se abbia o no simpatia per il governo, non ne vuole il rovesciamento e ne riconosce la legittimità”.

Un dialogo franco è stato quello tra Allende e Aylwin. Sulla sua interruzione – provocata certo da difficoltà nel trovare l’intesa e quindi dalla necessità di un riesame delle posizioni – non sono mancate le speculazioni di chi, per ragioni diverse, aveva interesse a farlo naufragare: sia da parte della destra democristiana e del partito nazionale che teme un suo isolamento all’opposizione, sia da parte di alcune componenti di Unitad popolar, in special modo dei socialisti. Ma il filo del confronto non si è spezzato. “sostanzialmente positiva”, è stata definita da Aylwin la risposta che Allende ha dato il 3 agosto alle richieste che la Dc gli aveva consegnato in dossier, al termine della prima fase di incontri.

Questa dossier conteneva alcune precise condizioni per un modo diverso di stare all’opposizione della Dc. Le principali sono: assicurare l’ordine costituzionale e la piena applicazione dello stato di diritto; far rispettare il mandato costituzionale secondo cui le forze armate e i corpi di polizia sono “i soli depositari della forza”: ciò significa che devono essere sciolti e dichiarati illegali tutti i gruppi armati paramilitari; mettere fine a tutte le forme di occupazione delle fabbriche o di altre proprietà da parte di “gruppi minoritari che si ergono a rappresentanti del popolo e dei lavoratori per imporre i loro voleri con la forza”; definire una volta per tutte il regime di proprietà dell’imprese, delimitando logicamente il settore sociale, quello misto e quello privato, e regolamentando la partecipazione dei lavoratori; infine, la formazione di un di un ministero con la partecipazione delle forze armate, “dotato di sufficienti poteri”.

La risposta di Allende è sembrata soddisfacente al partito democristiano. Allende, in sostanza, ha detto che avrebbe potuto accettare il progetto di riforma costituzionale democristiano, già approvato dal parlamento ma bloccato dal veto presidenziale, a patto, però, che la Camera e il Senato si impegnassero (e quindi si impegnasse anche la Dc) a varare una serie di disegni di legge che consoliderebbero alcune riforme di struttura e offrirebbero al governo adeguati poteri nel settore industriale e commerciale. Queste misure prevedono, tra l’altro: l’esclusività dei poteri dello Stato nei settori strategici della economia; la definizione dei poteri del governo nella requisizione di aziende industriali e commerciali; la delimitazione delle tre aree economiche (sociale, privata e mista); garanzie per la piccola e media industria; definizione della “autogestione“ dei lavoratori in alcune aziende requisite; maggiori poteri al governo per la repressione dei diritti economici, quali il mercato nero e le speculazioni, che tanta parte hanno avuto nell’aggravamento della crisi sociale ed economica del paese.

È  sui contenuti concreti di queste misure che il dialogo tra Dc e Allende dovrebbe proseguire e concludere positivamente nei prossimi giorni. Se non avverranno impennate della destra, ma anche della sinistra radicale del partito socialista preoccupata soprattutto di tenere relegata la Dc all’opposizione.

 

N.B. Il titolo dell’articolo, pubblicato sul numero 319 di “Settegiorni” (12 agosto 1973) era il seguente: “Cile. L’accordo possibile”. La sigla P.d.S., apposta alla fine del pezzo, lascia intendere che l’autore fosse Pino di Salvo, uno dei principali redattori della rivista. La rilettura di questo resoconto accurato è importante anche in vista delle iniziative – in primo luogo quella annunciata dall’Istituto Sturzo – per l’inquadramento storico e il riesame critico, a cinquant’anni di distanza, delle tragiche vicende cilene. Come è noto, i militari di Pinochet presero il potere l’11 settembre del 1973 a seguito di una cruenta operazione che portò all’assalto della Moneda, sede ufficiale del Presidente della Repubblica, e al suicidio di Salvador Allende. Il colpo di stato indusse il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, a scrivere per “Rinascita” – il settimanale ufficiale delle Botteghe Oscure – tre fondamentali articoli,  raccolti poi nel saggio “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, da cui scaturì la proposta del compromesso storico.

Etiopia, una nuova guerra minerebbe la stabilità dell’intera Africa.

L’Etiopia rischia di precipitare nuovamente nella guerra civile. A pochi mesi dagli accordi di pace di Pretoria nel novembre scorso sul Tigray, in un altro dei 9 stati regionali (detti kililoch, più le 2 città autonome di Addis Abeba e Dire Daua ) di cui si compone la repubblica federale etiope, è scoppiato un nuovo conflitto che vede contrapposti le forze armate federali, Forze di Difesa Nazionale Etiopi (ENDF), e la milizia Fano dello stato regionale centrosettentrionale dell’Amhara, che pure era stata alleata all’esercito di Addis Abeba nella guerra contro Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Tpfl). 

La decisione dello scorso aprile del governo centrale di voler smantellare le unità paramilitari create da molti Stati regionali negli ultimi quindici anni per integrarle all’interno delle forze di sicurezza federali, aveva spinto la milizia amharana a ribellarsi. L’intensità degli scontri nella regione dell’Amhara, la seconda più popolosa del Paese dopo quella di  Oromia, è aumentata all’inizio del mese, tanto che il 4 agosto scorso il governo centrale  aveva dichiarato lo stato di emergenza che però non è servito ad evitare aspri combattimenti tra martedì e mercoledì scorsi con utilizzo di artiglieria e mezzi corazzati, che secondo testimonianze, riportate da Al Jazeera, di medici di Bahir Dar, la capitale dell’Amhara, hanno causato la morte o il ferimento di molti civili.

Ieri la Direzione generale dello stato di emergenza, un ente governativo federale, ha  affermato che in sei delle principali città amharane la ribellione è stata sedata.

“Siano stati tutti molto contenti che la pace sia stata raggiunta attraverso il dialogo” “Tuttavia, siamo addolorati nell’apprendere che un’altra guerra è iniziata prima ancora di assaporarne i risultati”. Così afferma la Conferenza episcopale cattolica dell’Etiopia, che lo scorso 7 agosto ha lanciato un forte appello alle parti ad un immediato cessate il fuoco. Sebbene i cattolici rappresentino appena l’1% della popolazione, l’Etiopia è un paese a maggioranza cristiana per la forte presenza della Chiesa Chiesa ortodossa etiopica dell’unità,  “tewahedo” in lingua ge῾ez, riferito alla natura di Cristo.

Tutta l’Africa rimane ancora interessata da fenomeni, che non paiono scoordinati o casuali, di destabilizzazione, ottenuti fomentando divisioni e scontri etnici e religiosi, con una presenza del cosiddetto fondamentalismo jihadista che appare sempre dove più è utile a creare un caos che fa ritardare lo sviluppo del continente e permette a interessi esterni di mantenere rapporti economici di tipo predatorio o neocoloniali. Per inciso, il governo talebano dell’Afghanistan ha proibito ai suoi cittadini di recarsi all’estero per la “guerra santa”, e l’Iran il cui ministro degli esteri Hossein Amir-Abdollahian ieri ha visitato il Sudafrica, non è certo ritenuto una minaccia per l’Africa. C’è qualcun altro che finanzia e pianifica l’azione di tali gruppi terroristici.

Il Corno d’Africa è una delle aree di maggior interesse strategico globale ed è stata interessata da continui conflitti, dalla Somalia, all’Etiopia, all’Eritrea. Stessa sorte di guerra è toccata allo Yemen che sta sulla sponda asiatica del Golfo di Aden.

L’Etiopia che un mese fa ha fatto richiesta di adesione ai BRICS, non è solo il gigante di quest’area, con un popolazione di 120 milioni e un pil che prima della guerra in Tigray cresceva mediamente dell’8% annuo, ma per storia, cultura posizione geografica aspira a  divenire una nazione centrale per l’Africa. Ospita la sede dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Fomentare la guerra tra etnie in Etiopia significa dunque inceppare lo sviluppo di tutta l’Africa. Gli Stati Uniti avevano sostenuto l’uomo forte dell’Etiopia, solo formalmente multipartitica, l’attuale premier Abiy Ahmed Ali, premio Nobel 2019 per la definitiva pace con l’Eritrea, finendo poi per avvicinarsi alla causa delle milizie del Tigray. Ciò ha agevolato l’avvicinamento dell’Etiopia a Cina e Russia. Nell’aprile scorso il presidente del consiglio italiano è stata la prima leader di un governo occidentale in visita ad Addis Abeba dopo la guerra in Tigray e in un vertice trilaterale esteso al presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, si è parlato di come ristabilire la sicurezza, di ricostruzione, infrastrutture, sviluppo. Perché gli sviluppi della situazione in Etiopia hanno enormi ripercussioni per tutta l’Africa e per l’Europa. Per questo è interesse comune fare in modo che siano sviluppi positivi.

Onorato contro Alfonsina: battaglia al Circo Massimo, tutta colpa di Travis Scott.

È contesa estiva, svanirà insieme al vento ponentino abituato a portare via gli strafalcioni del clima di questo tempo. Travis Scott, un cantante di grido e che quanto a grida sembra non essere inferiore a nessuno, si è esibito nell’arena del Circo Massimo a Roma. Si è andati su di decibel. Molti, da quelle parti, hanno temuto fosse in corso un terremoto, c’è stato qualche allarme e c’è chi ha chiamato i Vigili del Fuoco. Era invece solo il fragore della musica insieme a sessantamila ragazzi che pressoché all’unisono saltavano a ritmo incalzante accompagnando lo spettacolo in corso.

Il giorno dopo Alfonsina Russo, Direttrice del Parco Archeologico del Colosseo, ha commentato il fatto suggerendo la necessità di individuare spazi alternativi per eventi del genere in modo da non compromettere i monumenti, beni e reperti vari che hanno fatto della Capitale la città tra le più belle al mondo. Si trattasse di balletti o di opera non ci sarebbe alcun problema, avrebbe detto la Russo. Ma lì dove gli amplificatori sparano a tutto volume, fino ad annichilire le note che vagano moribonde nell’aria, sarebbe opportuno trovare una soluzione logistica più adatta alla bisogna.

Le avrebbe controbattuto lestamente Alessandro Onorato, Responsabile dei Grandi Eventi di Roma Capitale, sottolineando come tutto sia andato liscio come l’olio mentre al contrario, a voler essere precisi, un ragazzo è rimasto ferito proprio nell’area di competenza della Russo, che non avrebbe evidentemente vigilato come si sarebbe dovuto. Tradotto in linguaggio della strada “pensa alle corna tue che alle mie ci penso io”.

Ora ragionando serenamente, senza cadere nel giochino del lanciare la palla in tribuna, la questione non è di una lamentata invasione di campo, di interferenze inaccettabili e di competenze da rispettare. Si tratta semplicemente di un richiamo, per logica, ad una capacità di visione che metta in primo piano l’individuazione di aree idonee per un certo tipo di manifestazioni.

Archeologia si traduce in un discorso sul passato o se si preferisce sulle cose antiche. È stato detto che è un modo di leggere il mondo, di leggere le tracce lasciate anche dagli uomini. Si potrebbe aggiungere anche di registrare i decibel che con nessun riguardo già da anni investono la storia di una città. Onorato sarà degno per certo di ogni stima e tributo ma questa volta sembra non abbia colto il segno, sfuggendogli il cuore della questione che non è mettere i paletti, rivendicando in ordine a chi spetti decidere cosa. Avrebbe dovuto essere meno reattivo, ricordando che Alfonsina significa persona valorosa in battaglia e che un certo S. Alfonso ha scritto un testo che insegna come ci si debba apparecchiare alla morte con umiltà e adeguata consapevolezza del senso della vita, evitando di scaldarsi troppo per le cose di questo mondo.

Honoré de Balzac scrisse un interessante lavoro a titolo “La commedia umana” prendendosela con la modernità in grado di compromettere la morale e individuando nel dio denaro la causa della corruzione della società. Per molti sarà stato esagerato ma non è del tutto fuori luogo sostenere che la modernità deve vivere e conoscere libertà espressive con l’accortezza di esprimersi in ambiti adeguati che possano darle ancor più ogni forma di legittimo sfogo. Mercedes Sosa ha reso celebre la canzone “Alfonsina y el mar” dove un passaggio può tradursi in “ se lui chiama non dirgli che sono qui, dì che Alfonsina non torna, e se lui chiama non dirgli che sono qui, digli che me ne sono andata”.

Speriamo che Onorato, semmai chiamasse Alfonsina Russo, possa avere maggiore fortuna. Ad Onorato diamo gratuitamente un consiglio. Anni fa, settembre 1997, l’Aeroporto dell’Urbe ospitò il concerto famoso gruppo degli U2 con una partecipazione di oltre settantamila appassionati del genere. Sarebbe il caso di valorizzare nuovamente quel sedime, peraltro sconosciuto a molti romani, e che merita invece di essere interpretato non solo come un presidio della attività di volo nel cuore della città ma anche come spazio polifunzionale al suo servizio. Lì sicuramente, data la vocazione del posto, non mancherebbe una visione dall’alto. Si dibatte sui danni che il granchio blu sta provocando nei nostri mari. Si stia dunque attenti anche fuori dall’acqua e soprattutto in politica a non prendere un granchio estraneo alla nostra cultura ed al nostro palato. Potrebbe risultare indigesto.

Il Governo entra in Tim assicurandosi un ruolo decisivo nelle scelte strategiche

Il governo entra come azionista della Rete Tim con una quota fino al 20% di NetCo, la società costituita dalla rete primaria, dalla rete secondaria (FiberCop) e dai cavi sottomarini di Sparkle. L’esecutivo si assicura però un ruolo “decisivo nella definizione delle scelte strategiche”.

Il Mef ha reso noti ieri i termini del memorandum di intesa “siglato tra Kkr” e il Governo, dopo giorni di rialzo del titolo con rumors insistenti su una accelerazione nel dossier. Il governo dunque entra nella partita della cessione della rete Tim al fondo americano Kkr che dovrà presentare un’offerta vincolante entro il 30 settembre e che a questo punto non è escluso arrivi prima. Si tratta del fondo la cui offerta da 21-22 miliardi è stata preferita dal cda di Tim a quella di Cdp-Macquarie.

“L`accordo – ha spiegato il Mef – prevede la formulazione di un`offerta vincolante che stabilisce, tra l`altro, l`ingresso del Mef nella Netco nella percentuale fino al 20%”. “I termini dell`offerta dal punto di vista dei rapporti tra le parti prevedono un ruolo decisivo del governo nella definizione delle scelte strategiche. I prossimi passaggi saranno relativi all`adozione di un Dpcm per completare l`iter procedurale”, ha chiarito il Mef. Il primo consiglio dei ministri utile potrebbe essere il 28 agosto.

Il coinvolgimento del governo, essendo la rete un asset strategico, rende più agevole l’esercizio dei poteri speciali della Golden Power a tutela degli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale. Dopo l’intesa tra Kkr e Mef, l’operazione sarà meglio delineata successivamente alla presentazione da parte di Kkr della sua offerta vincolante e dopo il Dpcm. Secondo rumors di mercato anche il fondo infrastrutturale F2i potrebbe essere della partita con una quota di minoranza arrivando a un 30% circa in mani italiane e rafforzando tale fronte ora che la Cdp è fuori.

Tuttavia un possibile coinvolgimento della Cassa resta sullo sfondo e non è da escludere visto Cdp è azionista di Tim con il 5% e di Open Fiber con il 60%, la società della fibra all’ingrosso che di fatto opera in concorrenza con Tim. L’ad Dario Scannapieco non ha escluso nei giorni scorsi che ci possano essere forme di cooperazione evidenziando ‘lo spreco’ derivante dall’impiego di risorse per 2 reti, quella di Tim e quella di Open Fiber, che in alcune aree più onerose per gli investimenti andrebbero a sovrapporsi.

Il caso Fassino evidenzia la fragilità della politica dinanzi al populismo

Il recente intervento dell’On.le Piero Fassino che alzandosi nell’emiciclo parlamentare di Montecitorio ha esibito il cedolino del proprio stipendio da Deputato della Repubblica (4718 euro mensili netti) a voler puntualizzare che non si tratta di un emolumento “d’oro” (termine già in uso per le pensioni) ha suscitato più di un commento sulla stampa, attraverso i media e nelle discussioni da bar dei soliti bene informati. In realtà l’On.le Fassino, deputato dal 1994 e più precisamente nelle legislature XIIXIIIXIVXVXVIXVIIIXIX, sapeva bene pronunciando il suo discorso che il totale mensile percepito comprende altre indennità che sono prerogativa dei parlamentari e che non trovano riscontro nelle altre categorie dei dipendenti del pubblico impiego: tra fondi, diarie, compensi, rimborsi ecc pare – per non saper né leggere ne scrivere al pari dei molti lettori di quotidiani che il conto totale l’hanno fatto – che si raggiunga la somma di  oltre 11500 euro al mese.

L’on.le Fassino ha una impeccabile ed esemplare carriera politica alle spalle, vanta un alto numero di presenze in aula, è persona proba e integerrima, ha ricoperto numerosi incarichi di Governo e sinceramente credo che quella retribuzione sia per lui meritata. 

Il fatto di aver citato solo il cedolino e non tutto il resto può tuttavia aver provocato qualche comprensibile risentimento in chi può contare solo sugli emolumenti risultanti in busta paga e non su altre voci che ne alzano notevolmente l’importo. Tra questi ci sono lavoratori che faticano ad arrivare a fine mese e penso che si siano sentiti umiliati confrontando il proprio stipendio come unica fonte di mantenimento con quello di un onorevole. Per non parlare dei titolari delle cd. “pensioni” sociali e di quelle di invalidità: sono situazioni che hanno giusto attraversato sei o sette legislature registrando molte promesse ma nessun risultato. Viene da chiedersi perché l’On.le Fassino abbia preso la parola per difendere la propria categoria e non  – proprio in tema di stipendi, pensioni e in un periodo in cui si discetta intorno all’importo del salario minimo (che gli esperti politici e sindacali quantificano in 9 euro all’ora) e alla sua opportunità – per proporre una commissione d’indagine parlamentare sulla crescente povertà in Italia, anche semplicemente basandosi sui dati del 21° Rapporto della Caritas che presentano i molteplici aspetti di questa condizione di marginalizzazione sociale che interessano e coinvolgono 1 milione 960 mila famiglie, pari a 5.571.000 persone (il 9,4% della popolazione). In piena sintonia con le risultanze delle indagini Istat e Censis.

Sia ben chiaro, su questo tema non si deve fare demagogia o lasciarsi tentare dal populismo: un parlamentare deve poter contare su una retribuzione adeguata che gli consenta di esercitare la propria funzione in modo indipendente da qualsiasi condizionamento esterno, rispondendo alla propria coscienza e al mandato popolare ricevuto. Senza bisogno di presentare pubbliche scuse. Ma – ad esempio – l’aver diminuito il numero dei parlamentari (da 945 a 600) non ha affatto migliorato la qualità dell’azione politica degli organi legislativi ed il risparmio a conti fatti è stato irrisorio. Non si doveva cedere alla demagogia della rappresentanza parlamentare, non cambiare Camera o Senato ma deputati e senatori lasciando che venissero eletti liberamente dal popolo attraverso l’esercizio del voto di preferenza, cosa che non è più consentita da anni perché i posti in Parlamento sono blindati dai capi-partito e non vengono votati i migliori ma nominati i più fedeli.

Questo è un grande vulnus per la democrazia e lo è ancora di più per chi – al centro, a destra e a sinistra- da sempre si è autoproclamato paladino delle istanze popolari e degli interessi dei cittadini che ormai sono ridotti a vivere ai margini della società, non potendo partecipare alla designazione dei propri rappresentanti. Se mai, dunque, questo sarebbe stato un tema da sollevare: il gap tra paese legale e paese reale non consiste (solo) su un dato retributivo ma di rappresentanza, di ascolto, di dialogo e di selezione della classe dirigente. Se questo discorso non l’ha fatto ancora nessuno c’è sempre tempo: a cominciare dalle elezioni europee del 2024, fondamentali per capire i destini del vecchio continente nel quadro di relazioni e prove di forza a livello internazionale sempre più complicate e difficili.   

Denunciare l’antipolitiica e corteggiare i populisti è il vicolo cieco della sinistra

C’è una domanda che il circo politico mediatico misteriosamente non ha affrontato commentando l’ormai conosciutissimo intervento del sempreverde Fassino alla Camera sullo stipendio dei parlamentari. Perché la vera notizia politica, come ovvio, non risiede nella dimenticanza – voluta o meno che sia non ha alcuna importanza – delle altre voci che completano le entrate dei deputati oltre al celebre ‘cedolino’. Ma, semmai, denunciare politicamente e pubblicamente chi da anni campa sul più brutale e virulento populismo anti politico, demagogico e qualunquista e poi lavorare alacremente per creare una coalizione tra il suo partito, il Pd appunto, e proprio quel partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle di Grillo e di Conte.

Ovvero, parla un esponente di un partito, il Pd, che ha approvato – pur di conservare e inseguire l’alleanza con i populisti – la riduzione anti politica e demagogica dei parlamentari; che ha azzerato il finanziamento pubblico dei partiti; che ha criminalizzato politicamente il ruolo e la funzione gli ex parlamentari addirittura attraverso l’introduzione del calcolo retroattivo con il metodo contributivo dei vitalizi; che ha approvato qualunque scelta tesa ad indebolire la democrazia dei partiti, la classe dirigente politica e lo stesso retroterra ideale del passato e che poi, altrettanto misteriosamente, individua in quel partito l’alleato più fedele e più utile per costruire un vero progetto di governo alternativo al centro destra. Un qualsiasi osservatore, né servile, né fazioso e nè distratto, si chiederebbe semplicemente se siamo o meno su “Scherzi a parte”.

Perché il vero tema politico, culturale, programmatico e forse anche etico da affrontare, dopo la polemica seguita all’intervento di Fassino alla Camera sui costi della politica e sul ruolo dei parlamentari, è l’aver colpevolmente sottaciuto che tutto ciò che lui considera nefasto per la qualità della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni erano, sono e restano i grandi cavalli di battaglia del populismo anti politico, demagogico e qualunquista del mondo grillino. Che, non a caso, registrano una straordinaria convergenza politica e culturale con la strategia e il progetto del ‘nuovo corso’ del Pd guidato da Elly Schlein. In quanto denunciare le malefatte dell’anti politica virulenta ed anti istituzionale da un lato e coltivare, al contempo, un’alleanza politica e strategica con chi si fa paladino ed alfiere di quei temi segna un punto di non ritorno. Detto in altri termini, non si è politicamente credibili. E, non a caso, è stata proprio il numero 1 del Pd, Elly Schlein, a farsi carico pubblicamente e tempestivamente – addirittura in un dibattito ad una Festa dell’Unità – che sui costi della politica e su tutto ciò che l’anti politica ha cavalcato in questi ultimi anni sono temi su cui il Pd era e resta in prima linea. E quindi, e come da copione, piena e totale consonanza e convergenza culturale con la strategia e l’anti politica grillina.

Diventa quindi sostanzialmente inutile, se non addirittura grottesco, porre in Parlamento certi temi e poi allearsi con chi sostiene scientificamente e volgarmente quelle tesi pseudo politiche. Ma questo avviene semplicemente perché, come recita un vecchio proverbio, di norma “chi si somiglia si piglia”. Al di là e al di fuori degli sterili e furbeschi interventi parlamentari.

Dibattito | Se cambiano sinistra e destra, allora anche il centro deve cambiare.

Corro qualche rischio di essere frainteso. Capisco. Anche perché dopo il caso romano di De Angelis, con tutte le feroci polemiche registrate, i distinguo, gli inviti alle dimissioni, mi sembrava inopportuno affrontare un argomento che seguo da molti anni, e che ho collocato fra le questioni centrali per gli anni che ci attendono. 

L’ultimo cross con un buon passaggio laterale me lo ha però fatto in questi ultimi giorni la stessa maggioranza (di destra) che ci sta governando, e che ha suggerito al De Angelis (di destra) di correggere il suo disinvolto giudizio sulla strage di Bologna. A questa presa di distanza fra uguali, ha fatto seguito anche se una tantum, un decreto approvato dal Consiglio dei ministri (di destra: la tassa sugli  extraprofitti delle banche. Un  palese stop alla totale libertà del capitalismo finanziario bancario che è sempre stato un punto forte e centrale della sinistra storica, operaia e proletaria, ma che in questo particolare caso è gestito e portato avanti proprio dalla destra. 

Entro nel merito perché è  ormai da tempo che giro attorno alla utilità o inutilità delle categorie politiche orizzontali – sinistra e destra. Su cui, per chi avesse tempo da perdere, rimando agli archivi digitali di questo  blog (Il Domani d’Italia). Al netto dei giganti Bobbio e Sartori, ho avuto però il piacere di incrociare nel tempo diversi studiosi e studiose, politici ed editorialisti, opinionisti, che si sono interessati e hanno approfondito e trattato l’argomento della validità od obsolescenza della diade, con le  loro più pazienti lenti di ingrandimento conoscitive. Il che, devo dire la verità, mi  confortava, e spesso  rinforzava le mie intuizioni.

Nel solitario cantuccio dove spesso mi ritrovavo, avevo infatti da molto tempo iniziato a dubitare di queste categorie orizzontali. Per il modo in cui le avevamo adoperate per circa 200 anni e sino ai nostri giorni, solo perché Clero, Nobiltà e Terzo Stato si sono seduti diversamente nella ‘Sala della Pallacorda’. Categorie che mi sembravano  obsolete e forse addirittura inutili, pur se ripetutamente utilizzate dalla stampa quotidiana e dai media. Cominciavo insomma a maturare l’idea che confondevano e distraevano il cittadino, anziché aiutarlo. E lo bloccavano sul passato invece di spingerlo verso le analisi sui segni dei tempi, e  a chiarirgli le idee sul presente. In  particolare sul futuro che ci attende. Questo superamento  andava naturalmente  accompagnato da una robusta formazione attorno a una realistica coscienza critica della storia, che non  bisogna mai rimuovere e dimenticare, tesa a non demonizzare per niente la distinzione storica tra destra e sinistra, pur nelle sue contraddizioni e paradossi; ma che con gli occhi sempre fissi sulla sfida dell’uguaglianza che ci attende, convincesse che programmi e proposte – welfare, salario minimo garantito o universale, fisco e tasse, scuola, Mezzogiorno, salute e Servizio sanitario nazionale, etc. per non parlare delle sfide ecologiche, delle immigrazioni, e della rivoluzione digitale  compreso lo stop alla fornitura di armi alla Ucraina – possono oggi trovare spazi di disponibile comprensione e difesa sia nella (nuova) destra, quanto nella (nuova) sinistra. 

E questo non dovrebbe (più) scandalizzare. Anche quando Giorgia Meloni dice di voler fare di FdI un partito conservatore (di destra), e anche quando alcuni suoi tifosi, estremisti nostalgici del fascismo, smentiscono le origini e tutte le indagini sulla strage di Bologna e vanno a Predappio non per deporre un fiore e fare una preghiera, ma con altre intenzioni; ecco noi, come dicevo, dobbiamo fare lo sforzo di collocare  storicamente le forti differenze tra la destra (storica), e la sinistra (storica) che  indicavano altre, ma davvero altre cose, e che oggi neanche una distinzione tra  conservatori e progressisti riesce a chiarire bene.

Per questo continuo a sostenere che agli albori del Terzo millennio, le vecchie categorie  destra e sinistra, ci distolgano dal responsabile  compito sociologico di interpretare e  definire bene la struttura sociale, culturale e antropologica che viviamo, a partire dalla disparità fra ricchi e poveri, tra  paesi ricchi e paesi poveri – come pure dal  multiculturalismo che ci attende. E accantonano la necessità  di capire le persone nei loro (nuovi) mondi vitali e comunitari, perfino nella loro stessa democrazia politica  partecipativa, pronta da un momento all’altro ad essere partecipata “a distanza”  grazie agli sviluppi dell’informatica. 

In ogni caso, non ho mai scartato una polarizzazione di vedute, pur con l’idea che occorresse urgentemente  abbandonare destra e sinistra, ri-definendole totalmente alla luce dei “…cambiamenti d’epoca, e delle metamorfosi” strutturali (Bergoglio) in corso da tempo.

Il centro

Dal momento che appartiene al mio passato, e che ho cari e stimati amici che lo attendono, ho anche sostenuto che sulla base  della crisi della diade storica destra e sinistra, bisognava essere molto cauti e attenti nel reclamare (oggi)  l’urgenza di un nuovo centro politico, assieme alla sua indispensabile importanza sociale e culturale. 

Il libriccino “Centrismo vocazione o condanna”, pubblicato da Reset circa 30 anni fa, ripropone un dialogo a distanza tra Norberto Bobbio e Augusto Del Noce, con quest’ultimo che in un suo articolo del lontano 1945,  chiariva  molto bene per quali contingenti e particolari motivi sono nati il centrismo e la “politica di centro” della Dc. Un centro, a ben vedere, oggi fotocopiato sino alla moltiplicazione di centrini irrilevanti e personalizzati. E che, da quello che si legge,  sembra tornato d’attualità solo perché si è man mano alzato il tasso di assenteismo,  fenomeno non solo italiano; solo perché siamo di fronte ad una legge elettorale che non rispetta in pieno le proporzioni dei voti presi in quanto  sbilanciata sul maggioritario che guarda più alla governabilità che alla rappresentatività; e solo perché avanza sempre più un tragico e pericoloso bipolarismo. 

 

Ho fatto spesso presente a chi è alla ricerca di questo centro che tutto appare superfluo per molti italiani e specialmente per l’elettore in carne e ossa, con le sue nuove attese, e le sue volatili e sorprendenti scelte elettorali, variabili da un anno all’altro; un elettore stracolmo di antipolitica e di ingiustificata perdita di fiducia nella classe politica e nel luogo più sacro della democrazia, che è il Parlamento. In questo disinteresse centrista, è sorprendemente compreso anche quell’elettore che andando a votare dichiara nei sondaggi di essere un cattolico praticante, e di cui  nelle ultime elezioni politiche il 26% ha  votato per FdI, il 14% per la Lega e il 10% per FI;  il rimanente 50% ha diviso le sue preferenza a metà fra Pd (25%) e M5s (25%). 

 

Ma sembra di capire che il centro è ora necessario in quanto è per definizione moderato. E in giro non c’è più moderazione, proprio  quando i comportamenti  moderati e le proposte moderate li possiamo trovare da tutte le parti. Ma il centro è oggi indispensabile, in quanto deve recuperare una borghesia moderata trascurata (da tempo tuttavia scomparsa dalla scena sociale!), e un  ceto medio moderato (da tempo salito sul discensore!). Perché opera una mediazione tra una sinistra massimalista, radicale e populista – questi sono gli aggettivi che spesso si leggono – nonché forse  atea e proletaria; contro la  proprietà privata pronta a pianificare tutto, con in testa  una rivoluzione di “Novembre”, togliendo la libertà del mercato e le sovrastrutture etiche e religiose. E una destra  clerico fascista, che difende la  sovranità della Patria, che ama le dittature, che rivuole le colonie, che odia l’Europa e il libero mercato senza Stato di mezzo. Che desidera  insomma  ridurre il Parlamento in un…bivacco, e tutta legata alla proprietà privata dei vecchi nobili latifondisti. 

 

E amenità varie su destra e sinistra proseguendo. Sono certo che i miei amici centristi non credono a queste banalità. Ed 

ho sempre considerata politicamente legittima la loro ricerca verso cui ho sempre fatto i miei auguri. Raccomandando solo di essere attenti alle nuove stratificazioni sociali, culturali e religiose, e di tenere gli occhi  ben aperti sulla società concreta – come raccomandava don Luigi Sturzo vestito da sociologo –  sulle chiese e i seminari vuoti, sull’associazionismo storico cattolico in forte crisi di iscritti, e sulla sottile guerra interna alla chiesa contro quel Bergoglio…teologo della liberazione, anch’egli con la tessera del Pci in tasca e cattocomunista, così come sono stati recentemente definiti con la massima superficialità Prodi e Delrio. Ai quali non è azzardato pensare che si sarebbero affiancati, Dossetti e La Pira, tutti i cattolici democratici, tutta la sinistra Dc, il cattolico Pietro Scoppola quando assieme al “comunista” Alfredo Reichlin preparò il Manifesto dei Valori del Pd, sino al nostro attuale Presidente della Repubblica Mattarella, tifoso di  Greta. 

 

Concludo ricordando che sul centro politico ho da sempre  sostenuto  che  non vedo (oggi) le premesse sociologiche e culturali, necessarie e  disponibili,  per queste “paludi” (i marais), come sono stati definiti i centristi politici nel corso della rivoluzione francese. Coloro i quali cioè, non stavano né da una parte né dall’altra, senza mai prendere posizione. E che, come succedeva una volta, cercavano una mediazione tra posizioni divergenti, anche estreme. Una riposante poltrona dove oggi accomodarsi insomma, che se non studiata per bene, avrebbe addirittura  suggerito la via di mezzo tra i negazionisti no vax e i favorevoli al vaccino, tra i complottisti e i realisti. E forse suggerirebbe l’equidistanza anche nei confronti dell’Ucraina e della Russia, con la loro tragica guerra imperialista e neozarista.

Spagna, pronti i Popolari a formare un governo di minoranza.

Il Partito Popolare spagnolo ha confermato la disponibilità a formare un governo se il capo dello Stato, ovvero Felipe VI, affiderà l’incarico al leader del PP, Alberto Núñez Feijóo, “vincitore” del generale elezioni del 23 luglio. La segretaria generale del PP, Cuca Gamarra ha indicato che il partito sta già lavorando per formare un “governo di minoranza con ampio sostegno parlamentare”.

La segretaria generale ha parlato al termine della riunione del Comitato di gestione tenutasi ieri mattina a Madrid. Gamarra ha insistito sul fatto che il suo partito sta lavorando alacremente per raggiungere accordi “ampi e costituzionali”, con l’obiettivo di formare un governo di minoranza ed evitare una ripetizione del voto, “che non conviene alla Spagna”.

In vista della convocazione delle nuove camere parlamentari, il 17 agosto, il Partito Popolare continua a denunciare il rischio di “un governo Frankenstein” composto dal Partito socialista, dal cartello di sinistra Sumar e dai partiti indipendentisti.

La portavoce ha nuovamente esortato i socialisti a riconoscere la vittoria del Partito Popolare alle elezioni del 23 luglio e ad accettare la loro sconfitta. “Il Psoe non si è ancora congratulato con il Partito popolare, cosa mai vista nella nostra democrazia”, ha detto.

Dietro la sortita di Gamarra si scorge l’accordo raggiunto tra Partito Popolare, Vox e Unione del Popolo Navarro: in tutto 171 seggi. A giorni dovrebbe sciogliere la riserva la deputata di Coalizione Canaria, sicché il leader del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, a quel punto sarebbe a meno 4 voti dalla maggioranza assoluta. L’ipotesi su cui si lavora a Calle de Génova (sede del PP) è quella di un appoggio esterno degli alleati, e quindi anche di Vox, malgrado il rifiuto a fare la ruota di scorta espresso da questo partito – si tratta della destra più radicale – all’indomani delle elezioni del giugno scorso. D’altronde, nel corso delle ultime settimane si è aperto uno scontro duro all’interno di Vox e pare che l’ala più oltranzista sia stata messa alle corde. Si vedrà nelle prossime giornate, sempre che il Re decida di conferire l’incarico a Feijóo.

Francesco, “La Chiesa deve essere un segno di speranza e di compassione”.

Il 5 agosto è una data simbolica nella tradizione della Chiesa di Roma per il ricordo del miracolo della neve ed in particolare per la dedicazione della Basilica di Santa Maria di Maggiore. In occasione di questa ricorrenza, Papa Francesco ha indirizzato ai sacerdoti della Diocesi di Roma una lunga lettera, articolata su riflessioni di condivisione ed esortazione spirituale, anche in continuità con le linee guida di riordino del Vicariato di Roma, avviate lo scorso gennaio con la Costituzione Apostolica “In Ecclesiarum communione”. 

La lettera nella parte introduttiva, trova una sua collocazione temporale specifica in questo periodo dedicato al riposo, a cui il Papa attribuisce una sua dimensione umana “Penso a voi, in questo momento in cui ci può essere, insieme alle attività estive, anche un po’ di riposo dopo le fatiche pastorali dei mesi scorsi”; pensiero accompagnato da un attento e sentito senso di gratitudine del Vescovo di Roma verso la costante presenza pastorale del clero romano nella complessità del territorio della Capitale,  “E vorrei anzitutto rinnovarvi il mio grazie: «Grazie per la vostra testimonianza, grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate, grazie per il perdono e la consolazione che regalate in nome di Dio […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia per la Messa del Crisma, 6 aprile 2023)”.

Momenti di approfondimento e di ricarica da vivere però non nell’isolamento, ma in un contesto comunitario e di incontro che aiuta a sostenere l’impegno e le sfide del ministero sacerdotale.

Una visione pastorale, quella di Francesco, di una comunità ecclesiale come “casa che accoglie”, che vive e presiede la carità e che “coltivi il prezioso dono della comunione anzitutto in sé stessa, facendolo germogliare nelle diverse realtà e sensibilità che la compongono”. 

Un impegno e una considerazione che coniuga la libertà interiore con il dovere di sentire costantemente il senso della comunità, proprio dell’essere Chiesa.

Citando poi il teologo gesuita canadese, Henri de Lubac, il Papa ribadisce un concetto già più volte citato, la lotta alla mondanità spirituale. «Il pericolo più grande per la Chiesa – per noi, che siamo Chiesa – la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché le altre sono vinte». E ancora: «Se questa mondanità spirituale dovesse invadere la Chiesa e lavorare a corromperla intaccando il suo principio stesso, sarebbe infinitamente più disastrosa di ogni mondanità semplicemente morale» (Meditazione sulla Chiesa, Milano 1965, 470, Henry De Lubac). 

Un pensiero programmatico che contrasta apertamente la condizione dell’“apparire” o dell’operare secondo un mestiere, rischio che può insinuarsi e, a volte, si insinua nella quotidianità della comunità cristiana. Un monito chiaro quello di Francesco che invita a contrastare il fascino delle seduzioni dell’effimero, delle mediocrità, delle tentazioni del potere e dell’influenza sociale sino a vanagloria, narcisismo e soprattutto “intransigenze dottrinali ed estetismi liturgici, forme e modi in cui la mondanità «si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», ma in realtà «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93).

Altra conseguenza della mondanità spirituale evidenziata nella lettera, è il cosiddetto clericalismo, aspetto più volte denunciato da Francesco nel suo insegnamento. Un pastore non può e non deve collocarsi in “alto” o sentirsi superiore al popolo di Dio, ma deve condividerne le difficoltà, aiutare a superare le contraddizioni della vita, accogliere le marginalità sociali e spirituali. Un’intera comunità in cammino, segno di speranza e di compassione e con i suoi pastori sempre “pronti e disponibili a elargire il perdono di Dio, come canali di misericordia che dissetano le aridità dell’uomo d’oggi”.

Molto belle, inoltre, le citazioni in tal senso del profeta Ezechiele, di sant’Agostino e san Paolo, che Papa Francesco richiama nella lettera e che lo portano ad affermare questo è lo spirito sacerdotale: farci servi del Popolo di Dio e non padroni, lavare i piedi ai fratelli e non schiacciarli sotto i nostri piedi”. Un indirizzo deciso avverso a stili di vita ecclesiale elitari e distaccati dalla realtà e dalle profonde ferite della società, a partire da quelle della nostra città di Roma, con l’invito a non scoraggiarsi, a riconoscere fragilità e inadeguatezze, per poi ripartire nel lavoro con un rinnovato spirito di servizio verso il prossimo, che cerca un approdo nella consolazione del Signore. 

Infine, la citazione della preghiera davanti all’immagine della Salus Popoli Romani e il ringraziamento rivolto ai sacerdoti “per quello che fate e quello che siete”. Un legame del Papa con Roma, con le sua storia e con la sua comunità ecclesiale, da sempre “laboratorio” di idee, di solidarietà vissuta e di viva spiritualità.

Il caso De Angelis mostra tutte le contraddizioni della destra

Per Giorgia Meloni il “caso De Angelis” non è stato solo uno scivolone comunicativo di uno degli esponenti del sottobosco dell’estrema destra a cui, per riconoscenza elettorale, ha dovuto assicurare un posto di rilievo (in questo caso alla Regione Lazio) Purtroppo per la Presidente del Consiglio questa vicenda rischia di essere molto più deleteria, se non si affretterà a correggere drasticamente la rotta.

In particolare, due sono gli aspetti su cui la leader di FdI è stata messa alla prova. Prova che, ad oggi, non si può definire superata.

Primo aspetto: si parte dal presupposto – si spera pacifico in un Paese democratico – che non sia in alcun modo accettabile che una persona chiamata a ricoprire un qualsivoglia ruolo nelle istitutizioni rilasci pubblicamente dichiarazioni gravemente lesive delle prerogative non solo della Magistratura, ma anche dell’intero sistema istituzionale. Ciò è inaccettabile, ovviamente, a prescindere dalla specifica provenienza del singolo esponente: in passato anche ex brigatisti hanno trasceso ogni decenza in dichiarazioni intollerabili.

Oggi il vero punto di attenzione, tuttavia, è la reazione che un sistema politico, se sostanzialmente sano, deve saper porre in essere rimanendo sul piano dell’opportunità politica. Una reazione da esercitarsi con la massima compostezza istituzionale, ma non per questo in modo meno rigoroso e determinato. Se infatti l’esponente in questione non compie autonomamente l’unica e sola azione adeguata in questi casi, ovvero non presenta le dimissioni (e ciò, si sa, accade raramente), è responsabilità diretta del suo partito intervenire. Purtroppo, in assenza di una pronta e adeguata azione in tal senso o, ancor peggio, in caso di accondiscendenza e coperture rispetto all’interessato, non si potrà che rilevare quanta strada ancora il partito in questione (FdI) debba percorrere in termini di maturazione democratica e rispetto istituzionale.

Secondo aspetto: di fronte a questa chiara e concreta verifica sul grado di leadership realmente esercitato sulle varie ed eterogenee anime che popolano e costituiscono la propria base di consenso, la Presidente ha dimostrato ancora una volta di non riuscire a prendere le distanze proprio da quella componente che, probabilmente, perfino lei stessa reputa ormai un ostacolo per il suo affrancamento da influenze “squalificanti” e per la sua evoluzione verso una immagine più istituzionale. Anime nere che sono quindi consapevoli del loro attuale potere condizionante e ben decise a non essere relegate a taxi elettorale.

Da tutto questo, ovvero dagli (insufficienti) tentativi dietro le quinte della Premier per salvare sia l’immagine pubblica sia certi tipi di relazioni, ne esce una figura alquanto affannata a tenere il più  possibile lontano da sé un problema, invece che risolverlo. Ne esce una figura ammaccata nella propria immagine di condottiera. Ne esce, infine, e questo è quello che dovrebbe più preoccupare qualsiasi cittadino italiano, una Presidente del Consiglio molto meno libera da condizionamenti esterni di quanto lei stessa cerchi di far credere.

Benedetto XVI, un nuovo ordine mondiale secondo principi di sussidiarietà e solidarietà.

[…] La prospettiva economica di Benedetto XVI si inserisce nella cornice di un nuovo ordine mondiale ispirato ai principi di sussidiarietà, solidarietà e poliarchia. Nella Caritas in veritate fa il suo ingresso nel lessico del Magistero sociale pontificio il termine “poliarchico”. Il fatto che tale concetto sia entrato in una enciclica sociale e sia stato investito dell’alto rango di  principio,  credo  che  meriti  attenzione  sia  per  la  novità  in  sé,  sia  per  la  funzione  cruciale  che  l’enciclica  gli  assegna  e  le  inevitabili possibili ricadute in termini di policy globali. 

Il termine in questione è collocato all’inizio della IV parte dell’enciclica, nel paragrafo 57, lì dove si avanzano alcune istanze piuttosto concrete e, tra queste, quella di una riforma della governance globale sia in ambito politico sia in ambito economico: il sistema di poteri che può aiutare a cogliere l’opportunità costituita dalla globalizzazione, afferma Benedetto XVI, deve essere strutturato in modo sussidiario e poliarchico, «per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico». Quanto di più distante dall’idea di un’autorità politica a competenza universale che facilmente si converte in Leviatano globale.  

Purtroppo,  non  sono  mancate  interpretazioni  del  documento che sono andate proprio in questa direzione, soprattutto a causa della  traduzione  della  versione  italiana;  lì  dove  nel  testo  latino  appariva la locuzione moderamen globalizationis la versione italiana ha adottato la formula “governo della globalizzazione”, a differenza delle versioni inglese e  francese  che,  più  correttamente,  hanno  tradotto  con  “governance  della globalizzazione”,  distinguendo  la  nozione  di  governo  (gubernaculum)  da  quella di governance (moderamen).

L’insegnamento che possiamo trarre dalla ricca analisi di Papa Benedetto ci dice che le istituzioni economiche e politiche, sempre in competizione tra loro, irriducibili ad alcuna autorità monocratica, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non operano mai in uno vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un concreto contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate e disprezzate. Quando un sistema sociale nega il valore della persona umana, a partire dal diritto a nascere e a vivere partecipando alla dimensione economica e politica, si rivela disumano, e merita di essere criticato: 

non può “avere solide basi una società che […] si contraddice radicalmente  accettando  e  tollerando  le  più  diverse  forme  di  disistima  e  violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata”. 

In questa prospettiva, una economia di mercato regolata affinché non favorisca o assecondi pretese monopolistiche e un sistema democratico che promuova il pluralismo dell’offerta politica e impedisca la cristallizzazione del potere mediante la riscossione di rendite di posizione, sono sempre limitati da un ordine giuridico che li regola e da istituzioni morali che interagiscono con essi e li influenzano, essendone esse stesse influenzate.

 

Per leggere il testo integrale

Shantaram, un racconto di amore, droga, violenza e spiritualità

Se vi piace l’avventura, fisica o intellettuale, non vi resta che leggere Shantaram di Gregory D. Roberts. Il libro si configura come un’autobiografia dal carattere sensazionale, in cui l’autore narra della sua parabola esistenziale come fuggitivo da un carcere in Australia sino ad approdare nella magica India, dove tutto ciò che vive sotto il sole è fatto di amore, magia, ma anche tradimenti, trame complesse, ruberie, assassini, droghe, lampi di misticismo, spiritualità e narcotraffico. 

Roberts è un tossicodipendente, il suo mostro è l’eroina. Arriva persino a imbracciare le armi e ad affiliarsi a un clan mafioso pur di ottenere i soldi che gli servono per la dose. Poi succede la cosa più prevedibile: la polizia australiana riesce a catturarlo, Roberts finisce in carcere. I suoi anni come anarchico lo portano ad un “interessantissimo” soggiorno in prigione. E qui stringe rapporti di amicizia con altri carcerati, finché non si dispone ad orchestrare la fuga – in realtà  complessa ed azzardata – in cui rischia la morte. Riesce comunque  nel suo intento e quindi scappa in India con un passaporto falso. Ad accoglierlo ci sarà l’eclettico Prabaker, per gli amici Prabu, che organizzerà per lui le prime fasi di soggiorno nella calda città di Bombay. Qui Gregory D. Roberts farà conoscenza di vari guitti e criminali, persone che vivono la propria vita barcamenandosi tra atti di grande amore e operazioni fraudolente. 

Non mancherà molto prima che il nostro incontri l’europea Karla, una donna con un passato difficile che nasconde molti misteri, ma emana una grande aura di fascino e potere. Tra un’azione sconsiderata e l’altra, nel vortice della pericolosissima Bombay, il fuggitivo comincerà a nutrire un amore sempre più profondo per quella che vorrebbe diventasse la donna della sua vita, ma anche per i tanti amici e conoscenti che incontrerà lungo le sue peregrinazioni. 

Derubato dei suoi soldi pochi mesi dopo il suo arrivo in India, Gregory, per tutti ormai “Lin” (che significa “pene” in hindi), comincerà a fare il medico in uno slum, vivendo sostanzialmente alla ventura. In seguito diverrà parte della mafia di Khaderbai, un criminale filosofo temutissimo che gli farà addirittura da padre. Interessanti le discussioni che tra una fumata di hashish e l’altra gli eroi del romanzo/autobiografia faranno riguardo i più disparati argomenti, toccando motivi come l’amore, ma anche come il dolore, con estrema acutezza e grande ingegno. 

Dicevamo all’inizio che la nota dominante è l’avventura. Si tratta di un’avventura intellettuale prima di tutto, sebbene quasi “fisica”, perché Shantaram è capace di portarti talmente in media res da lasciarti senza fiato. C’è tutto, amore, droga, violenza, pericolo, amicizia, spiritualità, gioia e rimorso. Per giunta, l’autore non vi lascerà venti pagine senza considerazioni filosofiche sulla vita, sull’amore, sulla sofferenza, su quel che si perde e quel che si guadagna in un’esistenza votata alla ricerca della libertà e dell’amore. Chiunque leggerà il libro, riscoprirà parti di sé morte e sepolte, e forse  avrà desiderio di compiere gesta fuori dall’ordinario. Avrà voglia di lottare, anche accettano di scivolare nei recessi negletti della vita, sempre con intelligenza e amore per la propria condizione esistenziale.

 

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Niger, l’ultimatum prolungato è una chance per il dialogo

Dopo che è scaduto domenica scorsa l’ultimatum verso gli autori del golpe militare in Niger del 26 luglio scorso, l’Organizzazione degli Stati dell’Africa Occidentale, l’Ecowas, ieri ha indetto un nuovo vertice straordinario sul Niger per giovedì prossimo 10 agosto ad Abuja, capitale della Nigeria. Una decisione che di fatto accoglie le richieste internazionali di prolungamento dell’ultimatum, avanzate tra gli altri, da Stati Uniti e Italia, come dichiarato dal nostro ministro degli esteri Antonio Tajani, utile a non spezzare il sottile filo del dialogo fra le parti per scongiurare una guerra che rischierebbe di assumere contorni molto ampi. Infatti, dei 15 stati che compongono la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, quattro sono stati sospesi – il Niger più gli altri 3 stati, Mali, Burkina Faso e Guinea Conakry che negli ultimi anni sono usciti dall’orbita francese – e solo 3 degli altri 11 stati – Senegal, Costa d’Avorio e Benin – si sono dichiarati sinora disponibili ad affiancare la Nigeria, che è lo stato-guida nell’area del Golfo di Guinea, in un intervento militare in Niger.

C’è da sperare che possa prevalere la prudenza, sia tra i Paesi africani che tra quelli in modi diversi legati Niger. In primo luogo la Francia cui il generale Abdurahmane Tchani, a capo del governo golpista, ha concesso 30 giorni per ritirare il proprio contingente militare dal Niger. E poi i Paesi come Cina, Russia e Turchia che stanno approfittando, concorrendo ad accelerarlo, del disimpegno francese dall’Africa. Come osservava l’altro ieri su queste colonne Enrico Farinone, è tutta la fascia del Sahel, ormai battezzata “coup belt”, ad essere soggetta ad una crescente instabilità. E una eventuale guerra che al momento vedrebbe coinvolte 7 nazioni (4 a supporto dell’intervento militare Ecowas in Niger e 3 contro perché Burkina Faso e Mali in caso di guerra hanno annunciato il loro sostegno ai golpisti di Niamey), con Algeria ed Egitto, già in preallerta, potrebbe avere conseguenze di portata inimmaginabile e ben al di là degli equilibri dell’area. In primo luogo la guerra accrescerebbe l’instabilità anche in Paesi come Nigeria e Senegal, mettendone in discussione la loro collocazione, perché farebbe sentire ancor più al loro  interno il forte vento che soffia sull’intero continente, di riscatto e di protagonismo dell’Africa. 

L’elemento nuovo che fa da molla a queste speranze, anche in Paesi poverissimi come il Niger, è che negli ultimi anni tali legittime aspirazioni hanno trovato un elemento catalizzatore nella crescita della capacità di organizzarsi sul piano internazionale dei Paesi emergenti, in particolare  dei BRICS, i quali non si pongono in alternativa all’Occidente ma mirano al riconoscimento della parità dignità fra le diverse aree del mondo, dando il loro contributo, come ha ribadito ieri la ministra degli esteri del Sudafrica, Naledi Pandor, a “una crescita globale reciprocamente vantaggiosa e a uno sviluppo sostenibile che risponda ai bisogni e alle richieste di tutto il mondo e non solo di pochi privilegiati”. Concetti assai simili sono stati espressi quasi in contemporanea dal ministro degli esteri Tajani a La Stampa – e questo dà l’idea al di là dei colori dei governi di turno, di quanto sia avanzata la politica estera italiana. “Dobbiamo trovare soluzioni in Africa – ha detto il titolare della Farnesina – che non arricchiscono solo noi Occidentali, rendendo poveri loro, ma soluzioni che diano benefici ad entrambi”.

Una seconda temibile conseguenza di un grande conflitto internazionale sul Niger sarebbe l’aumento incontrollato dei flussi migratori verso l’Europa e del ruolo degli spietati gruppi jihadisti in gran parte dell’Africa. Questi pericoli ci devono far riflettere. Per quanto enorme sia il dramma dell’immigrazione, è strutturalmente sbagliato mettere a fondamento delle politiche per l’Africa l’immigrazione anziché i rapporti equi, paritari e di reciproco vantaggio. E sui sanguinari gruppi jihadisti che infestano non solo l’Africa, non è mai troppo tardi per riflettere sugli errori compiuti in una strategia occidentale che in questo secolo ha fatto irresponsabilmente leva sulla destabilizzazione dell’Africa e del Medio Oriente, anche fomentando il fondamentalismo pseudo-religioso. Forse non è un caso che si ha notizia dei primi scontri in Niger al confine con il Mali proprio tra milizie jihadiste e mercenari Wagner, insieme alla prova che gli uomini di Prigozin già sono entrati in Niger.

Una terza grande ragione per cui va evitato lo scoppio di un grande conflitto militare nell’Africa occidentale, risiede nelle conseguenze sulle politiche energetiche europee e in particolare italiane. L’Italia infatti è il Paese che più ha puntato sull’Africa come alternativa alla dipendenza energetica dalla Russia. Dal Niger passa il progetto del gasdotto trans sahariano che dovrebbe unire la Nigeria alle coste mediterranee con principale sbocco verso l’Italia e che verrebbe indefinitamente ritardato da una guerra che già nell’immediato potrebbe provocare una grande crisi energetica in un’Europa già afflitta dall’inflazione e dalla guerra ucraina, che non può più permettersi di aprire altri fronti.

La risposta da dare alla crisi del Niger non può che essere politica e sarà tanto più efficace se comporterà anche un cambio di mentalità nel nostro approccio, soprattutto come Ue, perché come Italia siamo sulla strada giusta, verso l’Africa e in una politica estera dei Paesi membri dell’Ue più attenta agli interessi comuni che alla sola affermazione di singole, ormai decadenti, visioni geopolitiche.

Prossimo campionato di calcio e prossimo razzismo

Tra pochi giorni ricomincerà il campionato di calcio e gli appassionati del genere potranno godere tra partite ancora da consumare insieme alle vacanze per molti ancora in corso. Sembra siano previste norme più rigorose in caso di episodi di tifoserie razziste. Prepariamoci al solito scenario di polemiche sul tema. Se a freddo ci fosse chiesto la esatta differenza tra le parole razza, stirpe, etnia e specie ne verrebbero fuori delle belle. Il termine “razza” ha scatenato tra gli esperti un dibattito non da poco. Fino alla metà del secolo scorso c’è chi avrebbe giurato derivasse dal latino “generatio” richiamando il significato di ‘stirpe’ o di ‘ragione’, qualcosa di alto e spirituale della natura umana. Fece seguito un ravvedimento, anche per via del significato xenofobo che il termine aveva assunto nella Germania nazista. 

Fu un certo Contini a fare i conti con la storia riducendone il significato e riconducendo l’origine della parola all’antico francese “haraz”, che indica un allevamento di cavalli, una mandria, un branco, ascrivendo la questione ad «una nascita zoologica, veterinaria, equina. Eppure sulla Treccani si legge ancora come razza è “ In biologia, popolazione o insieme di popolazioni di una specie che condividono caratteristiche morfologiche, genetiche, ecologiche o fisiologiche differenti da quelle di altre popolazioni della stessa specie: l’esistenza di razze in una specie è indice della presenza di fenomeni di divergenza intraspecifica, spesso determinati da isolamento geografico prolungato nel tempo”.

Parrebbe poi, per i più interessati, che morfologicamente si individuerebbero sei differenti “tipi” umani: hausa, asiatico, yali, sciamano amazzonico, islandese, boscimano. Per mettere un pizzico di confusione in materia la razza è anche un genere di pesce che va a contendere agli equini la bandiera della parola, nonché un “elemento radiale che collega il mozzo alla corona…”. La partita circa l’opportunità del termine, riferito agli uomini, non sembra chiusa definitivamente., ma i sinonimi e contrari hanno da tempo aggirato il problema senza darsene più affanno e svuotando il dibattito dei soliti impeti. Giusto per la memoria, durante la cronaca di una partita dello scorso mondiale di calcio, un povero telecronista, nel commento concitato di una azione di gioco, per dire di una incertezza del giudice di gara, ha motivato dicendo che la incertezza della cd. terna arbitrale poteva essere stata causata dal fatto di essere composta da più razze diverse con difficoltà ad intendersi. 

Apriti cielo! Utenti pronti alla protesta contro la RAI e le immediate scuse del povero giornalista Alberto Rimedio che, a conferma del suo cognome, ha dovuto prontamente rimediare alla sua infelice espressione, subito medicando il cuore di quanti si sono sentiti offesi per non essere stata chiamata a soccorso piuttosto la “nazionalità”. Per l’intanto c’è stata grande attenzione alla fascia “One Love”, indossata al braccio dei giocatori di calcio ed introdotta nel 2020 dalla federazione olandese come segno di ripudio di ogni forma di discriminazione contro “eredità, razza, identità di genere e orientamento sessuale”.

La fascia è stata approvata dalla UEFA ( Union of European Football Associations) ma invece vietata dalla FIFA (Fédération Internationale de Football Association) che ha minacciato sanzioni per i disobbedienti. Del resto, se i vertici di quella organizzazione hanno fifa non è lecito attendersi alcun atto di eroismo! Questa benedetta razza è sempre origine di contrasti, persino nel calcio. Per trovare, tra tutti, conclusiva pacificazione potremmo sempre richiamare il detto popolare “Ammazza, ammazza, son tutti una razza”!

Marcello Gallo, stimato giurista e uomo delle istituzioni, ha onorato la Dc.

La scomparsa di Marcello Gallo è una notizia che impoverisce il diritto, la politica, le istituzioni e la professionalità. Sì, la professionalità di una persona che si è contraddistinta nel suo lungo e fecondo magistero per la sua immutata rettitudine morale ma anche, e soprattutto, per il suo profilo e la sua ricca e straordinaria preparazione. Marcello Gallo è morto a 99 anni. 

Allievo di Francesco Antolisei, Gallo è stato professore ordinario di Diritto Penale a 28 anni all’Università di Urbino – e in seguito a Torino e alla Sapienza di Roma -. Era il decano dei giuristi italiani, nonché Accademico dei Lincei. Nato a Roma ma torinese di adozione dove ha ricoperto il ruolo di assessore per ben due volte, è stato anche Senatore della Dc eletto nel collegio di Pinerolo nel 1987. 

Una elezione difficile e complessa perché seguiva la consultazione del 1983 che registrò la sconfitta storica in quel collegio di Carlo Donat-Cattin per mano democristiana…Ma Gallo riuscì, con la sua affabilità, la sua serietà e la sua riconosciuta ed indiscussa professionalità e correttezza, a convincere la stragrande maggioranza dei pinerolesi a votarlo. Lo ricordo perché, ancora molto giovane, fui chiamato dai suoi collaboratori – e poi dallo stesso Gallo – a seguire la sua campagna elettorale in molti paesi di quell’articolato e composito territorio della seconda cintura della Provincia di Torino.

La sua attività come avvocato è proseguita ben oltre i 90 anni. Famoso per le sue lezioni e per come declinava il suo insegnamento con le giovani generazioni, con Gallo perdiamo un uomo che ha rappresentato, con coerenza e grande senso dello Stato, le istituzioni nonché il ruolo e la funzione dei giuristi nel nostro paese. Lo potremmo definire un “uomo di altri tempi”. Invece Marcello Gallo resta un uomo da cui dobbiamo solo imparare.