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La libertà è il cuore della politica

Articolo pubblicato sulle Pagine dell’Osservatore Romano

Incontro Ciriaco De Mita il 31 gennaio, festa di san Giovanni Bosco, e alla fine della nostra conversazione l’ex-presidente del consiglio, 92 anni da compiere proprio due giorni dopo, mi dice: «La Chiesa dovrebbe ripartire dall’educazione, come facevano i salesiani, aprire scuole ma non per l’insegnamento, bensì per l’educazione, cioè per quell’arricchimento globale della persona nel segno della libertà. L’insegnamento rischia spesso di diventare qualcosa che cala dall’alto, soffocando la libertà».

Tutto il resto della nostra chiacchierata è in qualche modo riassunta in questa battuta finale, perché è la libertà il cuore dell’avventura umana e quindi anche della politica. Gli chiedo di Sturzo, l’anno appena trascorso ha segnato il secolo dal famoso Appello ai liberi e forti, ma lui parte dalla sua esperienza personale e la riflessione diventa un viaggio nella memoria:

Penso al Partito popolare di Sturzo — spiega — come a una tentazione a riflettere sulla politica in maniera sorprendente. Questo sin dall’inizio. Ricordo che c’era la guerra d’Africa e io avevo sette anni quando ascolto il bollettino alla radio che annuncia la vittoria dell’Amba Alagi in modo trionfalistico, la gente in paese parlava della conquista di una montagna d’oro. Io accompagnavo mio nonno che aveva le cataratte inoperabili e ricordo le sue parole che poi mi hanno segnato, ed erano le parole che riecheggiavano quelle dei Papi, di Benedetto XV e poi di Pio XII: «Con la guerra tutto è perduto, con la pace nulla è perduto». Quando nel 1940 fu dichiarata la guerra ricordo le manifestazioni dei giovani universitari tutte a favore della guerra, ma io seguivo mio padre che era diventato antifascista assieme ad altri tre o quattro nel paese. A Nusco intanto erano arrivati dei confinati politici, i quali avevano il dovere di farsi riconoscere dai carabinieri, la mattina alle dieci e il pomeriggio alle cinque, subito dopo venivano nella bottega di mio padre, chiudevano le porte e cominciavano a farla, la politica. Io avevo qualche difficoltà: non ero d’accordo sul fatto che per mandare via il fascismo bisognava perdere la guerra, questo oggi è difficile da capire ma all’epoca la patria era una cosa sacra, per questo ero in crisi, volevo combattere la guerra senza mettere in discussione il re ma poi dopo tre notti senza dormire mi convinsi. Poi la guerra finisce e insieme anche la monarchia, in quel periodo risorgono i partiti politici e la Dc e il Pci non erano contrapposti, le cose cambiano alla fine del 1947 quando si rompe la solidarietà di governo e si fa la campagna elettorale per l’elezione del 18 aprile 1948. Ricordo che dovevo fare l’esame di licenza liceale, ma dal mese di febbraio ho sospeso gli studi per andare in giro per fare comizi in tutto il territorio della diocesi. Fu un passaggio delicatissimo e il risultato per nulla scontato visto che il Partito comunista e quello Socialista avevano una capacità organizzativa maggiore della Dc. Ci venne incontro la Chiesa, furono inventati i comitati civici con Gedda che incarnava però una posizione clerico-moderata che si scontrò presto con l’opinione diversa dei democratici.

Cerco di riportare la discussione sulla figura di Sturzo:

Ho scoperto Sturzo soprattutto dopo, all’inizio degli anni ’80, quando ho cominciato a leggere tutta la sua opera. Con Sturzo ho avuto un rapporto non lineare, all’inizio non avevo per lui una particolare simpatia, per la sua posizione all’interno della Dc, il fatto è che lui era di un’altra generazione e per i giovani democristiani era stato fondamentale l’incontro con Maritain attraverso la mediazione di Montini, il futuro Paolo VI.

Qual è la forza della sua lezione per il tempo di oggi?

Sturzo mette in piedi un partito dopo averci pensato, è dal pensiero che scaturisce la forma concreta del partito politico, un’esperienza che è sempre collegata a una riflessione e le due cose camminano insieme: esperienza e riflessione. È ancora attualissimo il suo rapporto con la Chiesa, di piena fedeltà ma al tempo stesso di rivendicazione dell’autonomia della politica. Quando comincia l’esperienza politica Sturzo spiega che cosa vuole dicendo che la Chiesa cattolica è universale mentre la politica è sempre particolare, il partito è appunto una parte, e ha sempre mantenuto questa posizione. È l’ispirazione religiosa che lo porta a quel suo pensiero di fondo per cui in politica un problema si risolve ma nel momento stesso da un problema risolto se ne crea un altro, a differenza della sinistra che all’epoca pensava che tolta la proprietà privata tutto sarebbe stato risolto. Questo atteggiamento lo portava a riflettere sul fatto della pluralità di posizioni distinte, per lui (e per me) la contraddizione è segno di vita, è proprio per questo che il pensiero deve incarnarsi, diventare fatto, e ciò può avvenire se possiede una ricchezza di motivazione elevandosi dalla dimensione meramente particolare. Era poi un uomo che possedeva una dimensione internazionale della politica e che intuiva, al tempo stesso, proprio nell’autonomia del territorio la condizione della libertà e della crescita. In tutto questo e altro consiste il suo pensiero politico, il più alto che ci sia stato nel ’900, il che non significa che sia un pensiero definitivo, ma è piuttosto un modo di pensare, un metodo, quasi il rifiuto di un pensiero definitivo, definitorio, apparentemente capace di risolvere tutti i problemi ma per questo inevitabilmente ideologico e astratto, che calava dall’alto nella storia concreta delle vicende umane. Il popolarismo che Sturzo ha elaborato è un po’ come la medicina: essa aiuta a vivere ma non ha la pretesa di rendere immune l’uomo dalla malattia. Si aiuta il corpo a creare le condizioni dello sviluppo ma senza violentarlo, lo si accompagna nel rispetto della libertà, sapendo che la malattia non è mai debellata una volta per tutte. 

Un De Mita quindi sturziano al cento per cento, anche oggi?

Oggi più di ieri. Questa mia fede nel popolarismo, il senso forte della laicità della politica, mi ha portato in passato ad avere una storia un po’ controversa con il mondo cattolico e con il clero. Eppure rivedendo la mia esperienza posso dire che non ho mai messo in discussione la fede cattolica e devo dire che nell’ultimo periodo, merito anche di questo Papa che ha liberato il cristianesimo dalla lettura solo culturale, ho rivisto la mia opinione, scegliendo un atteggiamento meno critico che spinge invece verso una sempre maggiore attenzione alla dimensione religiosa, una dimensione può apparire come una cosa che frantuma e separa ed è invece un fermento che fa crescere la spiritualità e quindi anche la libertà politica. Oggi più di ieri la politica per me è finalizzata al mettere insieme le persone, è una forma di aiuto, è questo sforzo a metterci insieme per l’arricchimento e la crescita della dimensione spirituale, per combattere la miseria materiale e morale e la solitudine delle persone; metterci insieme direi per riscattare anche un mondo cattolico che ha vissuto quasi come un’inerzia la grandezza degli ultimi Papi, adagiandosi su di essi.

La riflessione su Sturzo e il suo essere anti-ideologico mi ricorda quello che dice Papa Francesco che parla del cristiano come «l’uomo dal pensiero incompiuto».

Sono d’accordo se con questa espressione si vuole sottolineare il dinamismo della realtà umana. Io dico “il pensiero diventa fatto” che è come dire una ruota con il motore perché nel momento in cui si fa fatto apre a un nuovo e non c’è una posizione vera che domina. Questo dinamismo insomma non si risolve, non si raggiunge mai una perfezione definitiva, nella storia. Vedo la storia come cammino, come processo e la politica come accompagnamento dei processi storici. 

La conversazione riprende il filo della memoria e si affacciano diversi personaggi, ad esempio il cardinale Martini.

Quando divento nel 1982 segretario della Dc era un periodo difficile per il mondo cattolico, c’era stato l’anno prima il referendum sull’aborto, un’aria di rottura tra il partito e la gerarchia ecclesiale. Io giravo molto per l’Italia ed ero messo in difficoltà dai vescovi e dai sacerdoti su questo tema, poi arrivo a Milano, incontro Martini e gli espongo la mia difficoltà e lui mi fa: «E tu allarga il discorso sulla vita!», fu per me di grande aiuto e conforto.

La memoria lo porta a ricordare la sua “avventura cilena”:

Qualche anno dopo, nel 1984, vado in Cile e mi incontro con i democristiani del paese. C’è la prima manifestazione dei giovani, era il periodo di Pinochet, mentre andavamo alla manifestazione c’erano con me Piccoli e Rumor che mi consigliavano prudenza. Quando arriviamo in piazza però la parola più gentile che sentivamo era «assassino», insomma finisce che io scendo assieme ai ragazzi in piazza, era la prima volta in vita mia che scendevo in piazza a protestare. Arrivano i carabinieri, picchiano qualcuno, ma fu per me una grande esperienza e così qualche tempo dopo ho aiutato i democristiani e quando a Pinochet venne l’idea di fare il referendum, noi organizzammo una raccolta di fondi (si pagava per votare) e così tanta gente poté votare e Pinochet perse il referendum. Fui invitato di nuovo alla manifestazione ed ero là sotto il palco e ricordo che venne un cantante degli Inti Illimani che quando era in Italia cantava in manifestazioni contro la Democrazia cristiana.

La seconda metà degli anni ’80: la costruzione dell’Europa, Kohl e la Germania…

Ricordo una riunione in Germania nel 1988 con Kohl che era rude nel parlare ma di grande chiarezza espositiva e spiegò che la Germania al centro dell’Europa è un rischio per l’Europa stessa e per evitare il rischio bisogna inglobare la Germania in Europa. Oggi siamo ancora qui, il problema è ancora questo perché noi ci siamo fermati e la guida politica è stata più attenta alla sopravvivenza anziché al futuro.

…e Gorbačëv:

Con Gorbačëv ho avuto conversazioni bellissime, appena ci siamo incontrati cominciammo a parlare della piaga della droga tra i giovani che per me era un segno, almeno in Occidente, di un malinteso senso della libertà. Faccio con lui discorsi in varie sedi e a un certo punto gli dico che noi italiani faremo una specie di piano Marshall per aiutare lo sviluppo della Russia; lui, rivolto a me, dice che «voi siete cresciuti economicamente ma non siete integrati, mentre noi sovietici siamo uniti ma non siamo sviluppati economicamente, ci dovreste dare una mano». Gli chiedo se per lui era ancora valida l’esperienza marxista e lui dice che bisogna vedere di quale esperienza si vuole parlare, interviene la moglie e difende rigorosamente la posizione marxista-leninista, lui mi guarda e dice «mia moglie è filosofa» e poi dice a lei: «Ma l’uomo, senza spiritualità che cos’è?». Mi sembra stupendo che il leader del partito comunista sovietico ponga la questione sulla spiritualità dell’uomo.

C’è tempo anche per una riflessione autocritica: 

Dentro la Dc da giovane ero alquanto settario, non avevo il senso dell’unità, volevo fare la corrente degli intelligenti, un errore mortale. Quando ho fatto il segretario invece ho sempre pensato all’unità.

Gli ricordo una sua passata intervista in cui diceva che uno dei meriti della Democrazia cristiana è stato fare dell’Italia, che era un paese reazionario, un paese democratico. Finita la Dc in questi trent’anni l’Italia è forse tornata a essere un paese reazionario?

Il paese si è trasformato: quelli che poi sono venuti dopo di noi, pensando a tutto quello che si è realizzato, debbono tutti concludere che il difetto enorme è stata la crescita accelerata, ciò che negli altri paesi era avvenuto in qualche secolo da noi è avvenuto nel periodo tra il 1947 e il 1989. Dopo il processo democratico e la funzione della Dc hanno perso vigore, non c’è stato più pensiero e ha prevalso la convenienza. Negli anni ’80 mi resi conto di questo rischio e provai a rinnovare le istituzioni, con Berlinguer ebbi un rapporto di grande solidarietà, lui era una persona di grande delicatezza, ricordo che una volta parlando con lui mi uscì un’espressione colorita e lui mi disse «Ringrazia Iddio che ti voglio bene perché questa espressione un sardo te la farebbe pagare». Purtroppo lui non ci sentì rispetto alle riforme istituzionali, non fu pronto in quel momento e poi quando si convinse avvenne la sua morte improvvisa.

Nella galleria dei ricordi c’è spazio anche per alcuni Papi che ha conosciuto (ben otto):

Giovanni XXIII è stato il Papa che forse mi ha colpito di più, direi quasi che la sua era una “sacralità manifesta”, che rivela l’insufficienza del pensiero rispetto a tanta grandezza. Penso alla bellezza di quella espressione sulla carezza da dare ai bambini tornando a casa e non posso ancora oggi non emozionarmi profondamente; quella fu una suggestione infinita per tutta la classe politica, indistintamente. Paolo VI lo avevo già conosciuto come assistente della Fuci, ricordo nel 1945 quando ci fu l’uccisione di Mussolini. Io mi trovato a Roma per una riunione politica e ci fu una grande discussione se era legittimo ammazzarlo e ricordo che lui insieme a Dalla Torre, il direttore de «l’Osservatore Romano», fecero degli interventi molto costruttivi. Con Giovanni Paolo II ebbi un lungo rapporto, finalizzato a riaprire il rapporto tra la Chiesa e la Dc che era molto in crisi, come ho già detto. Quando avemmo occasione di parlare mi fece capire che non aveva un pensiero preciso sulla situazione italiana e voleva comprendere meglio questo strano paese che è l’Italia; mi disse «Io sono il Primate d’Italia ma è un titolo onorifico, di fatto io non conosco bene la realtà italiana» e così cominciammo un bel rapporto, in cui mi aiutò anche l’amico Mario Agnes, il direttore de «L’Osservatore Romano».

Papa francesco: “Celebriamo i 150 anni di Roma Capitale, storia lunga e significativa”.

ieri l’inaugurazione al Teatro dell’Opera dei festeggiamenti per i 150 anni di Roma Capitale è stata molto bella.
Complimenti al Sindaco, Signora Virgjnia Raggi!
Qui riporto per vostra conoscenza il messaggio di Papa Francesco.
Il Centro di Documentazione e Studi ha in programma con l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani l’organizzazione di un convegno a carattere storico.
È anche in programma l’uscita di un nostro volumetto che raccoglie alcuni scritti di Salvatore Rebecchini, Sindaco di Roma e Presidente dell’Anci.
Attendo volentieri altri suggerimenti.
A presto.

Lucio D’Ubaldo

Gentili Signori e Signore,

sono lieto di unirmi, come Vescovo di Roma, all’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale che, per iniziativa della Sindaco di Roma, on. Virginia Raggi, oggi iniziano alla presenza del Presidente della Repubblica. Ricordando l’evento di Roma Capitale, alla vigilia del Concilio Vaticano II, il Card. Montini ebbe a dire: «Parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu […]. Ma la Provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti». La proclamazione di Roma Capitale fu un evento provvidenziale, che allora suscitò polemiche e problemi. Ma cambiò Roma, l’Italia e la stessa Chiesa: iniziava una nuova storia.

In 150 anni, Roma è tanto cresciuta e cambiata: «da ambiente umano omogeneo a comunità multietnica, nella quale convivono, accanto a quella cattolica visioni della vita ispirate a altri credo religiosi ed anche a concezioni non religiose dell’esistenza» (S. Giovanni Paolo II, Discorso in Campidoglio, 15 gennaio 1998: Insegnamenti XXI,1 [1998], 115). La Chiesa, in questa vicenda, ha condiviso le gioie e i dolori dei romani. Vorrei, quasi in modo esemplificativo, ricordare almeno tre momenti di questa ricca storia comune.

Il pensiero va ai nove mesi dell’occupazione nazista della città, segnati da tanti dolori, tra il 1943 e il 1944. Dal 16 ottobre 1943, si sviluppò la terribile caccia per deportare gli ebrei. Fu la Shoah vissuta a Roma. Allora, la Chiesa, fu uno spazio di asilo per i perseguitati: caddero antiche barriere e dolorose distanze. Da quei tempi difficili, traiamo prima di tutto la lezione dell’imperitura fraternità tra Chiesa cattolica e Comunità ebraica, da me ribadita nella visita al Tempio Maggiore di Roma. Inoltre siamo anche convinti, con umiltà, che la Chiesa rappresenti una risorsa di umanità nella città. E i cattolici sono chiamati a vivere con passione e responsabilità la vita di Roma, specie i suoi aspetti più dolorosi.

Vorrei ricordare, in secondo luogo, gli anni del Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, quando la città accolse Padri conciliari, Osservatori ecumenici e tanti altri. Roma brillò come spazio universale, cattolico, ecumenico. Divenne città universale di dialogo ecumenico e interreligioso, di pace. Si vide quanto la città significhi per la Chiesa e per l’intero mondo. Perché, come ricordava lo studioso tedesco Theodor Mommsen a fine Ottocento: «a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti».

Il terzo momento che vorrei ricordare è tipicamente diocesano, ma toccò la città: il cosiddetto convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974, voluto dall’allora Cardinale Vicario Ugo Poletti. In partecipate assemblee di popolo, ci si pose in ascolto dell’attesa dei poveri e delle periferie. Lì, si trattò di universalità, ma nel senso dell’inclusione dei periferici. La città deve essere la casa di tutti. È una responsabilità anche oggi: le odierne periferie sono segnate da troppe miserie, abitate da grandi solitudini e povere di reti sociali.

C’è una domanda d’inclusione scritta nella vita dei poveri e di quanti, immigrati e rifugiati, vedono Roma come un approdo di salvezza. Spesso i loro occhi, incredibilmente, vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza. No, Roma è una grande risorsa dell’umanità! «Roma è una città di una bellezza unica» (Celebrazione dei Primi Vespri di Maria Ss.ma Madre di Dio, 31 dicembre 2013: Insegnamenti I, 2 [2013], 804). Roma può e deve rinnovarsi nel duplice senso dell’apertura al mondo e dell’inclusione di tutti. A questo la stimolano anche i Giubilei, e quello del 2025 ormai non è più lontano.

Non possiamo vivere a Roma “a testa bassa”, ognuno nei suoi circuiti e impegni. In questo anniversario di Roma Capitale, abbiamo bisogno di una visione comune. Roma vivrà la sua vocazione universale, solo se diverrà sempre più una città fraterna. Sì, una città fraterna! Giovanni Paolo II, che amò tanto Roma, citava spesso un poeta polacco: «Se tu dici Roma, ti risponde Amor». È quell’amore che non fa vivere per sé, ma per gli altri e con gli altri.

Abbiamo bisogno di riunirci attorno a una visione di città fraterna e universale, che sia un sogno proposto alle giovani generazioni. Tale visione è scritta nei cromosomi di Roma. Alla fine del pontificato, san Paolo VI disse: «Roma è l’unità, e non solo della gente italiana, ma erede dell’ideale tipico della civiltà in quanto tale e come centro tuttora della Chiesa Cattolica, cioè universale» (Angelus, 9 luglio 1978: Insegnamenti XVI [1978], 541). Roma sarà promotrice di unità e pace nel mondo, quanto sarà capace di costruirsi come una città fraterna.

Celebriamo i 150 anni di Roma Capitale, storia lunga e significativa. Spesso la dimenticanza della storia si accompagna alla poca speranza di un domani migliore e alla rassegnazione nel costruirlo. Assumere il ricordo del passato spinge a vivere un futuro comune. Roma avrà un futuro, se condivideremo la visione di città fraterna, inclusiva, aperta al mondo. Nel panorama internazionale, carico di conflittualità, Roma potrà essere una città d’incontro: «Roma parla al mondo di fratellanza, di concordia e di pace» – diceva Paolo VI (ibid.). Con tali sentimenti e speranze, formulo fervidi auguri per il futuro della città e dei suoi abitanti.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 febbraio 2020

Luigi Zoja: “Abbiamo perso la dimensione e la percezione del nostro prossimo”

Professor Zoja, uno degli indirizzi prevalenti nella psicanalisi attuale è il cosiddetto ‘approccio olistico’, cioè totale, alle malattie psichiche: la profonda e sperimentata convinzione che le sole conoscenze mediche non siano sufficienti a scandagliare la malattia per comprendere l’interiorità di chi soffre, per aiutarlo a superare le sofferenze e ritrovare fiducia in sé. Anche la filosofia, la letteratura e le scienze umane possono fare la loro parte? Ci aiuta a capire il senso più autentico di questa intuizione?

La sua domanda comporta per me una risposta quasi scontata, occupandomi da una vita di psicanalisi.

La medicina non ha niente a che vedere con le problematiche psicanalitiche: è un grosso rituale di iniziazione che dura sei anni più quattro anni di specializzazione in psichiatria, dove in realtà tradizionalmente non viene insegnato nulla sui problemi psichici veri.

La psichiatria è una specializzazione della medicina mentre la psicanalisi nasce nello studio di un medico viennese, alla fine dell’800: le grandi intuizioni sono creazioni di chi le ha fatte e non hanno nulla a che fare con il loro background. In questo caso si trattava di un’intuizione sulle scienze umane. A mio avviso – e questo fa parte di un dibattito che durò per tutto il ventesimo secolo – il grande errore di Freud e dei suoi seguaci più ortodossi fu quello di tentare di diffondere la psicanalisi come scienza, nell’alveo delle scienze naturali. In realtà fa parte delle scienze umane, dello spirito e non stabilisce invarianze rigide, anzi è una forma di sapere che riguarda proprio il contrario – cioè la psiche umana – che è il massimo della varianza e dell’individualità.

Quindi ha come oggetto di studio specifico il massimo potenziale della variabilità.

Con quali atteggiamenti deve dunque l’analista porsi di fronte al paziente e ai suoi vissuti? Certamente saranno utili la disponibilità all’ascolto, un atteggiamento empatico che infonda fiducia nell’interlocutore, la semplicità e la naturalezza del dialogo, l’apertura di un rapporto improntato alla confidenza e alla speranza…. E poi? Questo corredo di competenze clinico-umanistiche può essere nelle potenzialità strumentali di tutti gli analisti o non occorre piuttosto un’intima predisposizione verso ‘l’altro da sé’, una sensibilità raffinata, quella che i latini chiamavano “sapientia cordis”, cioè bontà dell’anima…. In altre parole: non basta essere grandi scienziati, occorre essere soprattutto dei grandi uomini ricchi di sensibilità e benevolenza. Condivide?

Non so se tutti gli analisti possono essere considerati grandi uomini, anche tra loro ci sono piccoli uomini, è un fatto naturale e professionale.

Io provengo dallo Jung Institute di Zurigo dove, in particolare, la direttiva presa da Jung intendeva amplificare una dotazione culturale generale: la denominazione che dà Jung alla sua disciplina –psicologia analitica, a differenza di Freud che aveva parlato di psicanalisi – spiega la genesi come tecnica e specializzazione medica, quindi molto focalizzata sulla guarigione e su certi fenomeni correlati, e poi si amplia invece come psicologia generale. La famosa distinzione del ’68, degli anni della radicalizzazione -“non esiste la malattia mentale”- è anticipata da Jung di una generazione.

Se lei prende in considerazione i venti volumi di Jung si accorge che in realtà solo i primi due si occupano di lavoro clinico, gli altri trattano le scienze umane. All’interno di questo filone la mitologia e la storia delle religioni sono molto importanti perché i miti sono il grande “sogno-sognato” da tutte le epoche e da tutta l’umanità, quindi il prodotto non dell’inconscio individuale bensì di quello collettivo.

Se studiare i nostri sogni ci è utile per capire di cosa abbiamo bisogno, le nostre insoddisfazioni , le nostre ansie e paure perché allora non cercare di intuire cosa cerca il sogno dell’umanità, perchè allora certi grandi miti – personalmente ho ripreso in considerazione il mito di Icaro e dell’uso eccessivo della tecnica, finalizzata come scopo in sé – non possono spiegarci il senso dell’esistenza, la direzione di marcia dell’umanità?

Sostengo da tempo che – da questo punto di vista – Omero sia il più grande degli psicanalisti perché era stato in grado di anticipare in modo narrativo i temi considerati da Freud e da Jung  ma con un linguaggio certamente più poetico. Pensi ad esempio alla descrizione del ping-pong, del palleggio emotivo interiore di Ulisse, con termini evocatori nel linguaggio di allora, reso poi universale.

Per questo la tragedia greca – non solo l’Edipo Re di Sofocle – ma tutti i miti in generale sanno spiegare in termini di complessità e di ricchezza le problematiche della nostra modernità. 

Nel mio libro su Ettore ricordo il gesto di Ettore padre-giusto che eleva il figlio sopra di sé, proprio in modo gestuale, lo innalza e lo affida agli Dei.

Nelle scuole di psicoterapia tutti cercano di attirare nuovi allievi dicendo “vi spieghiamo come approcciare il primo colloquio terapeutico, la tecnica diagnostica ” ma non osano affrontare i grandi temi con altrettanto grandi corsi sulla storia delle religioni e delle mitologie. 

Questo perché i programmi e le direttive che provengono dal Ministero e l’intervento di coloro che ne devono verificare l’applicazione si preoccupano più dei saperi specialistici e dei protocolli formali che di una visione più ampia e colta della professione.

Si è perduta l’anima, lo spirito originario della psicanalisi fondata sulla narrazione e sulla cultura dei miti.

In che modo in particolare le grandi pagine della letteratura e della filosofia aiutano a intuire e leggere, a gettare una luce di conoscenza scientifica e umana comprensione su esperienze soggettive di angoscia, paura, epilessia? Ed è allora possibile che far lievitare la vita interiore, coglierne le sfumature, ci possa aiutare a capire e analizzare le incrinature e le trasformazioni che nascono negli altri-da- noi? Dunque anche la lettura di Proust e la riutilizzazione in chiave terapeutica dei soprassalti emotivi, delle metamorfosi caratteriologiche e comportamentali, quegli squarci sentimentali prevalentemente legati ai ricordi e alle emozioni del passato ci possono aprire a prospettive rivelatrici e clinicamente utili?

Mi vengono in mente due riflessioni, rispetto alla sua domanda. Ecco la prima.

Il XX secolo è quello che semplifica la narrazione che si afferma come industria: la sua icona è Hollywood. Qui non c’è più la tragedia ma il copione già scritto, ad esempio che il buono vince il cattivo.

Io trovo che la narrazione abbia un rapporto diretto con la salute, intesa come salute psichica ma anche come “salus”, salvezza. Ma occorre distinguere.

Il ‘racconto pubblico’ diventa – ad es. attraverso il cinema o  la televisione – un fatto commerciale e risulta molto semplificato; per preservare invece il racconto, in quanto invece esigenza originaria e primaria dell’animo umano e raccontarsi con sincerità – che dentro di me c’è il bene e il male, cioè la nostra complessità e anche la nostra ambivalenza, poiché questa è  la vera realtà umana – come fece per primo Ulisse esitando (entrare o non entrare nella grotta del Ciclope e dimostrando di essere non solo lui o il furbo e l’altro il muscoloso), si inventa il ‘racconto privato’.

La psicanalisi è il sistema che permette di dare un ausilio per rimettere in ordine la propria vita, non in quanto fornisca un ordine interpretativo (“io vado dall’analista, lui mi interpreta tutto e io guarisco”), ma perché dà alla mia vita un ordine narrativo: io raccontando quello che sono e le mie sofferenze, do un ordine alla mia complessità e cerco di dare un senso alle cose. 

La psicanalisi è il perfezionamento del comandamento non mentire: è  un’opera etica, morale, senza preconcetta distinzione tra bene e male. Ovviamente i racconti dei grandi narratori ‘ci sanano’.

La seconda osservazione è relativa al fatto che nel secolo XX la cultura viene impregnata di psicanalisi e – in modo reciprocamente circolare – questa influenza la prima.

Fino all’inizio del 1900 – ad es. la letteratura è descrizione di spazi esteriori, così come la pittura; nel XX secolo – semplificando un discorso complesso – la letteratura diventa descrizione di spazi interiori: Proust, Kafka, Joyce, bastano questi tre grandi nomi per rendere l’idea.

La pittura da figurativa diventa astratta quindi non descrive più lo spazio esterno ma quello interno, dando luogo ad interpretazioni soggettive: la presenza della variabile psicologica non è solo importante ma diventa assoluta. La psicanalisi influenza tutte le arti e ne è influenzata, tanto che il XX secolo è epoca di grandi cambiamenti; diventa – la psicanalisi – una terapia della civiltà e una grande rivoluzione culturale. Alla fine del XX secolo la visione che l’uomo ha di se stesso, grazie alla psicanalisi, è totalmente mutata, producendo risultati ben più irreversibili di certe rivoluzioni storico-politiche. C’è dunque una compenetrazione fortissima tra psicanalisi ed espressione culturale generale, nel secolo appena trascorso.  

Uno dei miei timori è che nel XXI secolo la psicanalisi torni ad essere un’applicazione individuale, in linea con l’individualismo che ci sta dominando.

Si producono pochi saggi culturali sulla genesi e sull’influenza dei miti.

Trovo che la solitudine sia una condizione emotiva tendenzialmente incline a manifestare comportamenti e stati d’animo interessanti dal punto di vista terapeutico. Oltre il dato clinico mi colpisce la trasversalità del fenomeno che riguarda giovani e anziani, ricchi e poveri e che si evidenzia paradossalmente anche nei contesti di socializzazione primaria come la famiglia o la scuola. Nel Suo breve ma intenso libro “La morte del prossimo” Lei afferma che “nel mondo attuale dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo”. “Da quando il mondo si è fatto laico…Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio. E il vivo in morto, uscendo dal tempo”.  Quali sono le cause e gli effetti di questo fenomeno così dilagante proprio nell’epoca dell’immediatezza e della potenzialità comunicativa?

C’è  oggi un’esasperazione della competizione, che produce – come fenomeno correlato – sentimenti negativi nel vivere sociale.

Nella nostra vita abbiamo attualmente un eccesso di presenza di tecnica e di economia, dico questo senza con ciò condividere visioni apocalittiche sull’uomo e sul suo futuro.

Mi trovo tuttavia in sintonia con le posizioni espresse dal Prof.  Galimberti, pur tenendo conto delle reciproche specificità professionali, in particolare essendo lui un filosofo ed io uno psicanalista.

Il problema è che se stai troppo ai margini del sistema dominante della tecnica, rischi di essere tagliato fuori.

Individuerei due aree di motivi: uno sociologico, che descrive una società dominata dai mass-medium, e la massificazione che ne consegue e – nello stesso tempo – la tendenza all’individualismo, alla separazione, come reazione ai fenomeni di globalizzazione con un ritorno ai localismi.

Il secondo aspetto è – come ho detto in esordio al mio libro – la tecnologia.

C’è potenzialità comunicativa se è sorretta dai sentimenti, anche se la nostra quantità di affetto è limitata: se la riserviamo al ‘lontano’, ne abbiamo poca per chi ci è vicino.

Abbiamo perso la dimensione e la percezione del nostro prossimo.

Coloro che vanno dall’analista sono quelli che si accorgono di questi problemi esistenziali e relazioni: in fondo si tratta di una nicchia di consapevoli e privilegiati.

Ma allora, professore, quanto ci interessa la vita degli altri?

Secondo me ci interessa ancora ma ne siamo meno coscienti e lo facciamo passivamente.

Le trasmissioni televisive voyeristiche – quelle dell’America latina sono le peggiori – evidenziano l’aspetto patologico delle relazioni personali, introducendo l’elemento di godimento per la sofferenza degli altri.

Nel Suo libro “Il gesto di Ettore” Lei descrive una sorta di rarefazione della figura paterna come deriva emergente dal contesto familiare contemporaneo. Perché dunque questa società è sempre più orfana dei padri? Quali evidenze emergono dall’analisi delle modificazioni delle tradizionali attitudini e competenze genitoriali? Esiste ancora una tipizzazione del ruolo paterno e di quello materno o ci troviamo di fronte ad ibridazioni nuove?

Ci troviamo di fronte ad ibridazioni nuove come dato di fatto di una fenomenologia sociale esistente e a cambiamenti di ruoli.

Come analista junghiano sono interessato dalle ‘figure psichiche’: l’archetipo paterno – di cui stiamo discutendo- si occupava dell’educazione secondaria. Ciò tuttavia non è solo castrante: il padre non è solo quello di Edipo ma anche quello ‘buono’di Ettore; di fatto è meno presente in casa sia per motivi professionali sia per l’aumento esponenziale dei divorzi nella società occidentale (a New York il dato riguarda il 50% delle famiglie) che espungono dalle mura domestiche più la figura del padre che quella della madre.

Quindi i figli che crescono senza entrambi i genitori avvertono l’assenza fisica e quella simbolica della figura paterna, correlata peraltro al processo di laicizzazione del XX secolo e della religione che non scompare ma  diventa un fatto privato, si pensi alla grande metafora “il padre di tutti che è nei cieli” che sbiadisce, si pensi ancora ai modelli negativi dei ‘padri della patria’ nelle dittature di destra e di sinistra, ai padri del nazismo e del comunismo che tolgono la vita anziché darla e con la loro presenza rovinosa screditano il padre come grande simbolo collettivo.

Non c’è niente di corrispondente ad uno Stalin o ad un Hitler sul piano femminile….

Quindi la figura della madre è più stabile – come dice Neumann.

Trovo allora – nella decadenza della figura paterna un’assenza fisica, un’assenza simbolica e un’assenza del principio normativo di autorità, una mancanza dei ‘maestri’ nell’età dell’iniziazione. Sparendo il padre, cioè la figura normativa, vien fuori l’altra polarità del maschile, che è quella del maschio pre-paterno, animale, competitivo, aggressivo. Ne consegue l’aumento fortissimo della criminalità, specie tra i giovani maschi delle società ricche dell’occidente, privi di modelli paterni e aperti ad apprendimenti ‘orizzontali’ tra coetanei, quello che io ho chiamato il complesso di Lucignolo, che altri non è che il ‘grandiglione’ ripetente che avevamo in classe.

Ecco allora il bullismo e la delinquenza gratuita dei giovani, che si sta radicando nelle società ricche dell’occidente, anche laddove il padre fisicamente c’è ma sfoglia solo la Gazzetta dello sport e il resto sta tutto sulle spalle della madre.

Oltre il dato nativo e genetico – che spiega malattie psichiatriche particolarmente gravi e a volte con risvolti clinici oggetto di studio di altri,  più specifici ambiti di considerazione – come ad esempio la criminologia (mi spiegò il Prof. Francesco Bruno che circa il 70% della popolazione ha potenzialità genetiche di tipo criminale, pur nelle diverse sfumature del termine) perché cresce intorno a noi l’area del disagio comportamentale? Quali sono i fattori che favoriscono questa deriva: sono cause dovute prevalentemente a condizionamenti di tipo sociale o sono tracce già scritte nel nostro DNA, che emergono magari in forma imprevedibile o reattiva?

Rispetto il dato fornito dal criminologo anche se mi sembra un po’ alto e legato alla tradizione lombrosiana. L’archetipo esiste in tutti, sono poi le circostanze individuali e storiche che determinano da che parte del crinale passare.

Sto lavorando ad un libro sugli aspetti maschili più violenti, legati alla scomparsa del padre buono, trovo che sia più decisivo del dato genetico o nativo.

La violenza maschile sulle donne è un fenomeno emergente e senza vergogna, specie quella di gruppo,  in nome di un maschilismo che dimentica la cavalleria come valore: fai fuori l’avversario ma rispetta la donna e il più debole.

Anche questo è un archetipo e io lo ritrovo nel Centauro, che infatti è mezzo uomo e mezza bestia. 

Preferisco dialogare sui potenziali umani: c’ uno studio sulle violenze dello stalinismo che dimostra che il 99% dei torturati, per sottrarsi alla tortura, finiva per accusare un parente o un amico.

Trovo questo disumano e umiliante.

Prof. Zoja, a conclusione di questa intervista vorrei ringraziarLa a nome di tutte quelle persone cui ha fatto del bene, a cui ha rivolto parole di incoraggiamento e di speranza. E’ forse ancora l’alfabeto del cuore quello che riesce a trasmettere le emozioni più forti e a convincerci che tutto sommato – anche soffrendo – la vita merita di essere vissuta e condivisa con gli altri fino in fondo?

Penso certamente di sì. Mi accusano di essere pessimista. Ma nei convegni cui partecipo cerco di far passare proprio questo messaggio: l’alfabeto del cuore.

Un giorno sull’Herald Tribune avevo letto un articolo che ricordava e celebrava un libro di Hans Fallada – romanziere tedesco della prima metà del secolo XX – intitolato “Ognuno muore solo”.

E’ la storia vera di due oppositori ad Hitler, non gli studenti intellettuali di Monaco, ma un operaio e sua moglie casalinga, genitori di un figlio unico, tra i primi morti al fronte. Una storia struggente.

Per far giustizia al figlio, non potendo fare altro, cominciano a scrivere cartoline, mandando a dire che Hitler era un pazzo delinquente. Riescono ad inviare circa duecento cartoline in giro per Berlino, poi vengono individuati e ghigliottinati. 

Questa storia vera – estratta dagli archivi della polizia tedesca – dimostra che qualcuno deve cominciare a fare qualcosa. E’ il discorso della prima pietra. Partire dalle piccole cose, con tenacia e determinazione, con coraggio.

Non solo lanciare la prima pietra ma edificarla.

Dai social alle piazze: dopo la sorpresa, quale innovazione?

Articolo pubblicato dalla rivista Aggiornamenti Sociali. L’autore è il direttore di “Aggiornamenti Sociali”, rivista mensili dei gesuiti della Comunità di San Fedele (Milano).

Negli ultimi mesi è stata la volta dei Fridays for future e del movimento delle sardine; in precedenza c’erano stati i NO TAV e SI TAV (ad esempio le “madamine” torinesi); prima ancora il movimento arancione; e tanti altri ce ne saranno stati, magari di ampiezza locale o di durata più limitata. Fuori dai nostri confini, in Francia stiamo assistendo alla parabola dei gilet gialli e a quella più lunga degli indignados in Spagna. Ma in fondo non erano molto diversi i sostenitori di Beppe Grillo 10 o 12 anni fa, prima della fondazione del Movimento 5 Stelle e della presentazione di liste alle elezioni.

Pur nella diversità delle rivendicazioni e delle proteste che di volta in volta li mettono in moto, questi movimenti hanno in comune la capacità di riempire le piazze delle nostre città a partire da convocazioni informali diffuse attraverso il passaparola sui social network, spuntando “come funghi” e cogliendo ogni volta di sorpresa i partiti, le istituzioni, i media, i politologi anche più accreditati e ovviamente l’opinione pubblica.

Qui l’articolo completo 

 

Antartide: lo scioglimento dei ghiacciai sarà più lento del previsto

Stando ai nuovi dati ottenuti dal satellite CryoSat-2 dell’Agenzia Spaziale Europea, l’assottigliamento del ghiacciaio di Pine Island, il più grande presente in Antartide, nei prossimi anni dovrebbe avvenire molto più lentamente del previsto. Si tratta di un risultato a sorpresa, visto che questo nuovo trend contraddice quanto osservato in passato; per questo motivo gli esperti dovranno ora comprendere quali fattori abbiano portato a modelli differenti e in che modo Pine Island sia destinato ad evolversi nei prossimi anni.

Le proiezioni effettuate nel recente passato prevedevano una perdita di massa addirittura accelerata per i prossimi anni, ecco perché i risultati ottenuti dall’Università di Bristol e pubblicati su Nature Geoscience appaino particolarmente sorprendenti. I nuovi modelli si basano sull’analisi dei dati del satellite CryoSat-2 dell’Esa, che da 10 anni monitora i ghiacci antartici: secondo queste inedite proiezioni l’assottigliamento di Pine Island proseguirà anche in futuro, ma a ritmi decisamente più moderati rispetti a quelli previsti in precedenza.

Macron vuole riallacciare i rapporti con Varsavia

Emmanuel Macron sta cercando con la sua visita in Polonia di riallacciare i rapporti con Varsavia. L’obiettivo di Parigi è quello di superare le tante divergenze che separano i due paesi.

Il primo “terremoto diplomatico” è avvenuto nel 2016, quando il governo polacco ha deciso di annullare un contratto da 3 miliardi di euro con Airbus per l’acquisizione di 50 elicotteri Caracal. La Polonia in seguito ha acquistato armamenti dagli Stati Uniti senza neanche organizzare gare d’appalto.

Questo irrigidimento di Varsavia aveva portato Macron, fin dall’inizio del suo mandato, ad attaccare la Polonia su vari fronti, come quello riguardante i lavoratori distaccati.

Mentre ad irritare Varsavia c’èra stata  l’apertura al dialogo con la Russia da parte del presidente francese, insieme alle sue dichiarazioni sullo stato di “morte cerebrale” della Nato. “Non si può puntare a nessun progresso serio su temi europei importanti senza un accordo con la Polonia”, fanno sapere fonti dell’Eliseo, spiegando che il presidente francese insisterà sui punti di “convergenza” come le politiche industriali o agricole.

All’Università europea di Roma la serata “Night to shine”

Dopo il successo del progetto “Un dono per la vita” per le mamme in difficoltà, l’associazione Pro vita & famiglia lancia un’altra iniziativa solidale, la serata “Night to shine” che si svolgerà oggi all’Università europea di Roma (via degli Aldobrandeschi 190, ore 19-22), “esperienza indimenticabile – assicurano i promotori – dedicata alle persone diversamente abili e con bisogni speciali”.

Sponsorizzata dalla Fondazione Tim Tebow, con il patrocinio della Pontificia Accademia per la vita, Night to Shine avrà luogo per la prima volta in Italia presso l’Ateneo romano. Gli ospiti con disabilità saranno i benvenuti e riceveranno un trattamento da star: parrucchiere, trucco, lucidascarpe, bouquet e fiori all’occhiello. Ci sarà una sala karaoke, una sala sensoriale, una sala ballo, spazio relax per genitori e verrà offerta una cena a buffet. La serata si concluderà con l’incoronazione di ogni ospite come re o regina del ballo. “Insomma – concludono gli organizzatori – una serata che sarà un inno alla vita, all’amore e alla condivisione”.

L’Olio delle Colline

Sono 313 i campioni di olio iscritti alla XV edizione del Concorso provinciale “L’Olio delle Colline”. Sabato 8 Febbraio, dalle ore 10:00, presso l’Auditorium Comunale di Bassiano, verranno premiati i vincitori delle varie competizioni. Per “L’Olio delle Colline” i primi tre oli per ogni categoria di fruttato (intenso, medio, leggero), distinti tra produttori iscritti e non alla CCIA. I primi due olivicoltori che hanno imbottigliato il prodotto “DOP Colline Pontine” e il “Miglior Olio Biologico” certificato a norma di legge e le due bottiglie con la “Migliore Confezione ed Etichetta”, in base alla normativa vigente. Il premio “Paesaggi dell’Extravergine e Buona pratica agricola” andrà a nove imprese, tre per ognuno dei comprensori – Monti Lepini, Monti Ausoni, Monti Aurunci – contraddistintesi per il loro impegno nella tutela delle varietà e degli elementi paesaggistici tipici del territorio, e nella salvaguardia dei suoi equilibri vegetativi e agro-ambientali. Infine, il Premio “L’Oliva Itrana” alle prime due aziende classificate per ciascuna delle due categorie (oliva di Gaeta DOP e oliva Itrana bianca).

Le premiazioni si svolgeranno durante il Convegno dedicato all’ambiente montano, introdotto dai saluti istituzionali del Presidente Capol e Coordinatore del Concorso, Luigi Centauri, e del Sindaco del Comune di Bassiano, Domenico Guidi, moderato dal giornalista Simone Di Giulio. Si parlerà di: “Caratterizzazione e valorizzazione della biodiversità, dall’olivo all’olio”, “La biodiversità olivicola del Lazio e il contrasto dell’abbandono colturale”, “Effetti dei cambiamenti climatici sul sistema agro-forestale”, “Ipotesi teoriche e pratiche per protocolli di recupero di oliveti abbandonati”. Temi di attualità per il comparto olivicolo e oleario, la cui trattazione sarà affidata ad esperti del settore e della materiaBarbara Alfei – Capo Panel presso l’Agenzia Servizi Settore Agroalimentare Marche (ASSAM); Claudio Di Giovannantonio – Responsabile ARSIAL dell’Area “Tutela Risorse e Vigilanza sulle Produzioni di Qualità”; Giuseppe Persi – Comandante del Gruppo Carabinieri Forestali di Latina; Giulio Scatolini – Capo panel “L’Olio delle Colline”.

Nel pomeriggio, dalle ore 15:00, altri appuntamenti in programma presso il Palazzo comunale“L’Olio delle Colline Pontine, Assaggiatori a confronto” – degustazione guidata degli oli classificati a cura dei Capo panel Barbara Alfei e Giulio Scatolini. Concorso Premio “Assaggiatore per un giorno” per aspiranti assaggiatori che abbiano compiuto almeno 16 anni, i quali giudicheranno gli oli Extravergine Oliva (Evo) delle colline pontine in gara. Concorso Premio Regionale “L’Olio delle Colline Pontine assaggiatori a confronto” riservato agli assaggiatori iscritti agli Elenchi Regionali/Nazionale di tecnici ed esperti degli oli di oliva vergini ed extravergini. I due vincitori “Assaggiatore per un giorno” e “Assaggiatore a confronto” riceveranno una confezione di sei bottiglie DOP Colline Pontine delle Aziende classificate.

Il monito di Padre Sorge

Il merito di P. Bartolomeo Sorge è di non essere attaccato alle sue antecedenti predicazioni. C’è stato un tempo infatti che ha visto l’ex direttore di “Civiltà Cattolica”, allora il gesuita più influente nella vita pubblica italiana, mettersi al servizio del rinnovamento della Dc, avanzando e approfondendo, passo dopo passo, la tesi della “ricomposizione dell’area cattolica”. Correvano gli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, praticamente un’era geologica fa.

Oggi di quel discorso rimane l’anima, non l’armatura esterna. Rimane il principio del rinnovamento. Certo, la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione – almeno in Italia – del quadro politico-ideologico della guerra fredda hanno tranciato di netto il legame con il passato. Tutto è cambiato traversando la bufera di Tangentopoli.

Chi ha salutato la fine della Dc come una liberazione esalta gli aspetti positivi derivanti da quella che viene perlopiù definita una rottura provvidenziale. I cattolici hanno messo a frutto l’insegnamento conciliare sull’autonomia dei laici in politica e la valorizzazione, conseguentemente, del pluralismo delle opzioni. Certamente se ne è avvantaggiata la Chiesa, forse un po’ meno l’Italia.

Ormai P. Sorge non tifa per una “ricomposizione cattolica” essendo convinto che indietro non si torna. Oggi, intervistato da “Repubblica”, è stato molto chiaro: “Ciò che i cattolici debbono fare – ha precisato – è, come dice Francesco, aiutare la “buona politica”. È urgente impegnarsi nella formazione non di un partito, ma di “uomini di buona volontà”, capaci di ricostruire la coscienza del bene comune, oggi dissolta”.

Questo significa che un certo integralismo di ritorno, tendente a enfatizzare anacronisticamente l’idea di un nuovo partito d’ispirazione cristiana, non trova sponda nel mondo della Compagnia di Gesù e quindi neppure nella Chiesa del gesuita Francesco. La quale Compagnia, tuttavia, all’indomani della seconda guerra mondiale, sebbene da posizioni più conservatrici rispetto a quelle odierne, molto avanzate sul piano sociale e culturale, nutriva la medesima ritrosia o meglio la medesima avversione nei confronti della scelta unitaria dei cattolici.

I gesuiti non sono mai stati democristiani, intanto per un’antica divergenza dal personalismo comunitario di Maritain, poi ridotta grazie a una lettura eminentemente legata alla riscoperta dell’umanesimo teocentrico del filosofo francese; quindi per una più attuale e stringente visione, dominata da un imperativo di assoluta fedeltà al Concilio Vaticano II, in virtù della quale l’evangelizzazione che nuovamente appare necessaria, in Occidente e in particolare in Italia, richiede l’impegno a priori della Chiesa a disconoscere ogni tentazione di temporalismo.

Il paradosso è però che l’ideale democratico cristiano, sorto con Romolo Murri all’alba del Novecento in funzione di un grande e generoso rinnovamento, quand’anche esposto ab initio alle contaminazioni dalle sue stesse ingenuità; ideale, comunque, che si poneva l’obiettivo di rompere il dissidio tra cristianesimo e modernità, con ciò anticipando di alcuni decenni le scelte dei Padri conciliari sul rapporto Chiesa-mondo: ecco, proprio come ideale, esso finisca ora per estinguersi al pari delle sue caduche manifestazioni storiche, fino al punto di presentarsi addirittura come controparadigma del nuovo impegno dei cattolici italiani.

Qui non tutto collima alla perfezione. Infatti, sebbene convinca il monito del Padre gesuita circa l’implausibilità del ritorno al “partito cristiano”, meno sembra convincere il resto, ovvero l’annullamento di ogni ancoraggio alla tradizione del cattolicesimo democratico. “De Gasperi, Moro sono figure ideali non più riproducibili”, dice ancora P. Sorge. Dobbiamo in sostanza archiviarne la lezione.

E allora, a chi dobbiamo guardare? Cosa dobbiamo pensare o ripensare, una volta cancellato un canone di appartenenza? Come vincere il populismo e il sovranismo, giunti a questa potenza anche per il terremoto che ha devastato l’edificio della memoria civile e della coscienza democratica del Paese, se anche i cattolici abbandonano il criterio direttivo di una giusta continuità di pensiero e di azione?

La convinzione che possa derivare un largo profitto dal prendere sul serio questa sorta di “zero alla partenza”, iniziando dall’iconografia – le figure, appunto, non più riproducibili – che decora la più qualificata storia democristiana, può rovesciarsi nella disillusione e nello spaesamento. Questo accade quando, esaurita una fase di entusiasmo, si torna inevitabilmente a fare i conti con un’esigenza di realismo e concretezza, nondimeno di coerenza. In conclusione, il rischio di un rinnovamento senza basi di pensiero, o meglio di pensiero politico, è quanto di più prossimo alla faticosa e incerta riconfigurazione dell’impegno pubblico dei cattolici.

La buona politica auspicata da P. Sorge non può esulare da questa necessaria opera di riconoscimento e discernimento della migliore esperienza, non ancora spenta, del cattolicesimo democratico.

Previsioni rispettate: la legge Madia non funziona.

Ieri su Repubblica Michele Ainis, parlando della prescrizione di Bonafede, censurava la politica che “battezza norme odiose, che poi difficilmente verranno mai applicate”.
Peccato che la redazione del quotidiano romano non ne abbia tenuto conto, vista la scelta di ‘sparare’ un commento a tutta pagina sulle dismissioni delle aziende partecipate dei Comuni.

Commento dedicata a un fallimento.
Dunque la legge Madia, pur animata da nobili intenzioni, si è rivelata odiosa.
Con il silenzio dell’ANCI, ridotta per altro da quelle norme odiose a ente pubblico, è spuntato dai cassetti della burocrazia ministeriale uno dei provvedimenti più ciecamente avversi alle autonomie locali.

Fin dall’inizio si sapeva che sarebbe rimasta lettera morta: la legge, contorta e confusa, era destinata a rimanere inapplicata.
L’articolo di Repubblica ha dunque il merito di mettere in risalto una verità che oggi si disvela, ma che già ieri, all’atto della formazione della legge, appariva senza alternative.

Invece di capire la logica perversa che ha portato – causa i decreti Bassanini- alla esplosione negli ultimi 25 anni del fenomeno di esternalizzazione dei servizi della pubblica amministrazione, in primis di quella locale, si è agito sugli effetti ultimi in maniera astratta e superficiale.

Ci sono state distorsioni gravi e nulla – Madia o non Madia – è stato fatto per correggerle.
Così, volendo compiacere le banche desiderose di uscire dal poco redditizio servizio di riscossione dei tributi, si è consentita la creazione di aziende locali che vivono sugli incassi dei tributi, dovendo a rigor di logica, visto che sono società commerciali, ricavarne pure dei profitti.

Il paradosso è che queste aziende finora sono andate in attivo – da oggi in avanti il risultato è più incerto – e quindi non sono nel mirino delle ‘norme odiose’ paventate da Ainis.
In altri casi, laddove si è distesa l’ombra della politica neo-clientelare della seconda Repubblica, si è immaginato di procedere alla eliminazione degli sprechi senza stabilire procedure cogenti per evitare il licenziamento dei lavoratori.

Adesso si grida allo scandalo, ma non si doveva fin da subito contestare la vacuità e dannosità della legge? Ora, se molti Comuni si rifugiano nella disapplicazione delle norme, si può anche deprecare la condotta, ma non si può mettere la testa sotto la sabbia cercando d’ignorare il perché si è giunti a tanto.

Il Mezzogiorno nel quadro italiano ed europeo

Articolo pubblicato sul sito di Civiltà Cattolica a firma di GianPaolo Salvini

L’articolo analizza e sintetizza il contenuto del Rapporto, mettendo in luce innanzi tutto che per cogliere le attuali caratteristiche socio-economiche del Mezzogiorno, occorre collocarlo nel quadro europeo. I nuovi Stati membri dell’Est, ad esempio, sembra che riescano più facilmente ad agganciarsi alle economie degli Stati forti. Le periferie europee del Sud Europa invece hanno maggiori difficoltà a integrarsi con le vere locomotive dell’Euro­pa centro–settentrionale. E, internamente, il Sud d’Italia si distacca sempre più dal Centro-Nord dal punto di vista economico, sociale e demografico.

L’articolo tra le altre questioni toccate dal Rapporto si sofferma appunto sul grave calo demografico. Esso è appena percepito, ma di fatto non affrontato. Si calcola che nei prossimi 50 anni il Sud, accusato per decenni di essere troppo prolifico, perderà 5 milioni di residenti e soprattutto gran parte delle sue forze generatrici e produttive. Questo potrebbe in futuro mettere in crisi tutto il nostro sistema di welfare.

In termini generali, p. Salvini sottolinea che il Rapporto tende a sfatare il luogo comune di un Sud inon­dato di risorse pubbliche perdute in sprechi e inefficienze. In particolare, sono molto diminuiti gli investimenti pubblici che potrebbero avere un effetto propulsivo.

Infine, in un’ottica costruttiva, il Rapporto sembra invitare a porre al centro delle politiche italiane le numerose complementarità che legano il sistema produttivo e sociale del Sud e del Nord dell’Italia. I risul­tati economici e il progresso sociale di ciascuna parte dipende dal destino dell’altra.

Mastella si è dimesso dalla carica di sindaco

Clemente Mastella ha rassegnato le dimissioni dalla carica di sindaco di Benevento. La lettera di dimissioni è stata acquisita al protocollo di Palazzo Mosti, sede del Comune.

L’ex ministro ha fatto sapere che che correrà alle elezioni regionali in Campania con una propria lista.

L’ormai ex primo cittadino resterà tuttavia in carica no al 22 febbraio, in base al comma 3
dell’articolo 53 del Testo Unico.

In un’intervista al Fatto Quotidiano di alcuni giorni fa ha spiegato di volere fare “piazza pulita” di alcuni esponenti della sua maggioranza, con cui il rapporto sarebbe arrivato a un punto di non ritorno.

La natura in tilt con la finta primavera

La finta primavera con caldo anomalo in uno dei periodi che dovrebbe essere fra i più freddi dell’anno sta facendo fiorire mandorle e mimose e anticipa il risveglio delle piante da frutto dalla Liguria alla Sicilia, dalla Puglia all’Abruzzo, dalla Sardegna all’Emilia fino in Piemonte. È l’allarme lanciato dalla Coldiretti in relazione all’ondata di temperature sopra la media che sta investendo l’Italia dopo un mese di gennaio estremamente mite segnato anche da scarsa piovosità che ha favorito lo smog nelle città. Una anomalia dopo un 2019 che è stato in Italia il quarto anno più caldo dal 1800 con una temperatura superiore addirittura di 0,96 gradi rispetto alla media di riferimento dopo i record di 2014, 2015 e 2018 secondo elaborazioni Coldiretti su dati Isac Cnr.

La “finta primavera” – sottolinea la Coldiretti – ha ingannato le coltivazioni favorendo un “risveglio” che le rende particolarmente vulnerabili all’annunciato ritorno del freddo con danni incalcolabili per la produzione. La natura è in tilt nel cuore dell’inverno dove a macchia di leopardo lungo la Penisola si sono verificate  – evidenzia la Coldiretti – fioriture anticipate delle mimose in Liguria e dei mandorli in Puglia, Sicilia e Sardegna dove inizia a sbocciare anche qualche pianta da frutto, mentre in Abruzzo sono in fase di risveglio, con un anticipo di oltre un mese, gli alberi di susine, pesche mentre gli albicocchi in Emilia hanno già le gemme che si stanno addirittura aprendo nei noccioleti del Piemonte.

Una situazione di pericolo secondo la Coldiretti perché espone le piante al rischio di gelate con l’arrivo del freddo e la conseguente perdita delle produzioni e del lavoro di un intero anno. Le previsioni meteo sembrano infatti confermare il proverbio sul giorno della candelora “se nevica o se plora dell’inverno siamo fora” con alta probabilità di ritorno del maltempo già nella prossima settimana.

Le alte temperature – continua la Coldiretti – stanno anche favorendo la sopravvivenza degli insetti alieni arrivati in Italia dall’estero proprio con il surriscaldamento del clima che stanno provocando una strage nei raccolti in Italia dove per la sola cimice asiatica nel 2019 si contano danni per 740 milioni nel 2019 a 48mila aziende agricole.

L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con sfasamenti stagionali ed eventi estremi che hanno causato una perdita in Italia di oltre 14 miliardi di euro nel corso del decennio tra produzione agricola nazionale, strutture e infrastrutture rurali.

Pallavolo: definiti i gironi olimpici.

Si delinea il percorso olimpico delle Nazionali azzurre di pallavolo a Tokyo 2020. La FIVB ha ufficializzato oggi i gironi dei tornei maschili e femminili ai Giochi Olimpici giapponesi. Le 12 squadre nazionali qualificate tra gli uomini, e le altrettante femminili, sono state divise in due round robin da sei squadre con le prime quattro in classifica di ogni pool che si qualificano per i quarti di finale.

Le squadre sono state assegnate alle pool con il sistema a serpentina, con il Giappone, Paese ospitante, inserito in prima posizione nella Pool A e le rimanenti squadre ordinate in base alle rispettive posizioni occupate nel ranking mondiale.

Le azzurre di Mazzanti sono state inserite nella Pool B e dovranno vedersela con le campionesse olimpiche della Cina, gli USA, detentrici del titolo della Nations League, Russia, Argentina e Turchia.

Nella Pool A, invece, finiscono, insieme al Giappone, la Serbia medaglia d’argento a Rio 2016 e campione del mondo in carica, il Brasile, la Corea del Sud, la Repubblica Dominicana e il Kenya.

Gli azzurri di Blengini, medaglia d’argento a Rio 2016, invece, dovranno affrontare nella Pool A i padroni di casa del Giappone, i campioni del mondo della Polonia, Canada, Iran e Venezuela.

Nella Pool B, i tre volte campioni olimpici del Brasile difenderanno l’oro di Rio contro gli Stati Uniti, la Russia vincitrice della Nations League e con Argentina, Francia e Tunisia. Nei quarti di finale, la vincitrice di ogni pool incontrerà la squadra quarta classificata nell’altra pool, mentre un sorteggio determinerà le avversarie delle squadre che si piazzano al secondo e al terzo posto.

Bando di concorso per L’Ente Carosello Storico dei Rioni di Cori

L’Ente Carosello Storico dei Rioni di Cori bandisce un concorso per la realizzazione della locandina dell’evento Carosello Storico dei Rioni di Cori per l’edizione 2020. È possibile partecipare al bando individualmente o in forma associata.

I candidati dovranno presentare la locandina (che sarà stampata e pubblicata sul sito web e sui social) in dimensioni A3 (297x420mm) in formato cartaceo e file su chiavetta USB entro e non oltre le ore 12.00 di venerdì 20 marzo 2020, presso l’ufficio protocollo del Comune di Cori, con indicato sulla busta anonima “Concorso locandina Carosello Storico dei Rioni di Cori anno 2020”. Il lavoro dovrà essere presentato in busta chiusa e non dovrà essere contrassegnato da nessuna firma. All’interno della stessa busta dovrà essere inserita una busta ben sigillata con all’interno il nome dell’autore del lavoro, recapito telefonico e la chiavetta USB che verrà restituita al proprietario al termine del concorso.

Il lavoro dovrà contenere alcune caratteristiche necessarie: – logo dell’Ente Carosello (già esistente) – la simbologia delle tre porte (colori o stemma) – evidenti riferimenti all’evento (sfilata storica e disputa del palio con la corsa all’anello) – le date dei quattro eventi principali (giuramento dei priori, palio Madonna del Soccorso, palio Sant’Oliva e festa rinascimentale, date che saranno comunicate dall’ente stesso).

L’Ente Carosello, con apposita commissione, si riserva la facoltà di visionare tutte le proposte pervenute per un controllo di corrispondenza a quanto richiesto e di selezionarne un congruo numero.

Le proposte selezionate dalla commissione verranno pubblicate sulla pagina Facebook dell’Ente Carosello e il lavoro che riceverà più likes sarà il lavoro che si aggiudicherà il concorso. Le proposte potranno ricevere like da martedì 24 marzo 2020 fino a domenica 29 marzo 2020. I likes che avranno valore saranno quelli messi alle foto pubblicate dalla pagina Ente Carosello e non quelli condivisi da terzi.

Entrambi i formati del materiale, sia cartaceo che digitale, resteranno di proprietà esclusiva dell’Ente Carosello Storico. Il premio per il vincitore del concorso sarà di € 300,00 (euro trecento). Per informazioni: Maria Teresa Luciani 333778 9442 – Alessia Bianchi 3275598204

Minor rischio di Alzheimer se si assumono flavonoli

Gli anziani che seguono un regime alimentare ricco di flavonoli, antiossidanti della classe dei flavonoidi presenti in frutta, verdura e tè, hanno meno probabilità di sviluppare la malattia di Alzheimer. È quanto emerge da uno studio condotto dalla Rush University di Chicago. I ricercatori hanno seguito 921 persone non affette da demenza per circa sei anni, a partire da quando avevano in media 81 anni. Durante lo studio, a 220 persone è stata diagnosticata una probabile forma di Alzheimer.

Chi aveva dalla dieta il più alto apporto di flavonoli presentava la metà delle probabilità di sviluppare l’Alzheimer rispetto alle controparti che ne assumevano una quantità minima.

La nutella

Vai a vedere Hammamet e ti rendi conto della ‘grande bruttezza’ dell’Italia che, quasi trent’anni fa, buttava per aria le insegne del potere. 

Esplose la rabbia – fu detto – tanto che sprofondammo  nell’imbarbarimento. Con allegrezza italica, facendo finta che era tutto bello e buono, godendo come Nanni Moretti alle prese col bicchiere gigante di nutella.

Il film m’è piaciuto, vero e crudele al tempo stesso. Poi, Craxi insultato dai turisti in riva al mare tunisino, è un tocco di poesia che Gianni D’Amelio regala agli impietosi. 

È l’amarcord di quella ‘bestia’ che si nasconde in noi e tanto bene ci riesce, da vera bestia allenata a nascondersi veloce, che gli orfani di Breznev ne videro ammaliati il profilo di ‘Angelo del castigo’. 

E se ne innamorarono, loro che infatti erano all’anagrafe innocenti.

Ci è capitato tutto in questo quarto di secolo. Azzollini, parlamentare di Molfetta, aveva insultato alcune suore. Altro che rabbia! 

Ma si scopre che…no, non era vero: proprio una bufala pazzesca.

Sono contento per le consorelle e ora, dopo l’assoluzione, lo sono anche per il simpatico Azzollini. Davvero, un politico simpatico e brillante!

Chi lo conosce – e io l’ho conosciuto –  lo può paragonare a un Cirino Pomicino più incalcato a Sud, ancora più fantasioso e fors’anche più pericoloso.

Ora, graziaddio, la ‘bestia’ comincia a indietreggiare perché il mondo intero s’è stufato. Monta la rabbia alla rovescia. E proprio ora che il senso d’innocenza ha preso a volteggiare sulle nostre teste, anche Salvini pretende di essere innocente. 

Caro Nanni, ridacci la nutella…se puoi!

 

Brexit, Europa, Italici.

Dopo il tweet del nostro Direttore Lucio D’Ubaldo, si è aperta una discussione sul futuro dell’Europa iniziata dall’amico Umberto Laurenti che, come nostra tradizione, proponiamo di seguito.

Carissimi,
credo stiate seguendo tutti le vicende legate all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.
Ho abbastanza memoria, anche in virtù della mia partecipazione diretta alle vicende politiche europee degli anni ’70 , per ricordare quanto sia stata travagliata la storia della adesione e della permanenza all’Unione Europea, comunque con la conservazione della sterlina e non adozione dell’Euro. Qualcuno ricorderà che la Francia pose per tutti gli anni ’60 il veto all’ingresso britannico, determinando quindi un moto di soddisfazione da parte degli europeisti convinti, quando nel ’73 ci fu l’adesione, confermata dal voto degli elettori del Regno Unito nel ’75 e suggellato dalla partecipazione alle prime elezioni europee dirette nel 1979. Risente di tale clima sicuramente, la dichiarazione di Aldo Moro, richiamata recentemente da Lucio D’Ubaldo : “L’Europa non è l’Europa senza la Gran Bretagna”.
E tuttavia è stata sempre evidente la percezione da parte dell’opinione pubblica di una estraneità sostanziale dei cittadini del Regno Unito rispetto al “sentirsi europei”.
Ieri mi sono confrontato telefonicamente sull’argomento con il nostro Presidente Bassetti, da sempre, come noto, favorevole alla Brexit, al punto che mi ha detto: “bisogna suggerire al presidente del Parlamento Europeo Sassoli di non cavalcare l’onda del rimpianto e dell’accusa”.
Gli ho risposto che lo possiamo fare se come Italici gli forniamo una via onorevole ed innovativa per il superamento della querelle, e secondo me è la seguente: Prendiamo atto realisticamente della situazione e delle decisioni della Gran Bretagna, dalla quale c’è ora da attendersi una maggiore attenzione verso il Commonwealth, composto da 53 Nazioni con oltre 2 miliardi di abitanti. L’Europa, attraverso il suo massimo organo rappresentativo democratico, il Parlamento Europeo appunto, deve indirizzare la propria attenzione verso il Commonwealth, sposando lo schema ideale alla base del Progetto Italici, il dialogo e la collaborazione tra civilizzazioni. Della civilizzazione Europea noi Italici siamo partecipi consapevoli e protagonisti da sempre. La grande e composita civilizzazione Europea anziché inseguire con il rimpianto le bizze di un singolo Stato ex membro, rivolga la sua attenzione politica, culturale, valoriale, commerciale al Commonwealth delle 53 Nazioni, inaugurando così un nuovo percorso istituzionale multilaterale.
Tra l’altro, l’accettazione implicita del nostro  principio della “doppia appartenenza”, che consente agli Italici di sentirsi pienamente Europei, permetterà di vivere questo “status” ideale e culturale anche se non ancora giuridico-formale, pure ai cittadini maltesi, scozzesi, irlandesi e perché no anche britannici qualora un giorno volessero ripensarci.
Piero Bassetti ha sposato immediatamente questo mio approccio e mi ha chiesto di esplicitarlo. Mi rivolgo a voi, Soci Italici “pensanti” affinché mi diate una mano a stendere un documento presentabile. Grazie fin da ora. Umberto



Quella di Umberto è una riflessione “politica” che merita un approfondimento e che può costituire un importante punto di partenza nel dialogo da avviare anche in sede UE.

La civilizzazione europea è un mix di civilizzazioni: si tratta di un concetto ancora piuttosto astratto che va “creato” e reso “percepibile” ai cittadini del Vecchio Continente. Il Parlamento UE potrebbe effettivamente diventare, in prospettiva, il luogo dove, mediando tra queste diverse culture, si  prendono decisioni per creare e rafforzare una cultura europea e consentirle di dialogare, con adeguata autorevolezza, con le altre culture mondiali.

Con i rappresentanti del Parlamento di Bx si tratta di verificare l’interesse a sviluppare un percorso volto a creare dei “cittadini europei” partendo da aggregazioni non più di nazionalità ma di civilizzazioni !

In questo percorso vedrei, ad esempio, l’ipotesi di un “Erasmus per parlamentari nazionali” piuttosto che uno scambio temporaneo di esperti politici nelle Commissioni tecniche (ad es Ambiente e sostenibilità) delle varie Istituzioni rappresentative dei singoli paesi membri.
Avremo spero modo di tornare sull’argomento.
Grazie ancora Umberto !
Carlo

Cattolici, politica e democrazia. Le idee di un sindaco

“Cattolici, politica e democrazia. Le idee di un sindaco”. E’ questo il titolo dell’ultimo libro di Giorgio Merlo, che raccoglie parte degli articoli pubblicati dal Sindaco di Pragelato nell’ultimo anno attraverso i ‘quaderni del Domani D’Italia.

Una pubblicazione snella e scorrevole che ripercorre, in larga parte, il dibattito e il confronto all’interno dell’area cattolico democratica e popolare in merito all’eventuale e potenziale sbocco politico. Ma una particolare attenzione della pubblicazione verte anche sul recupero dei cardini essenziali della cultura politica del popolarismo di ispirazione cristiana.

A cominciare da una rilettura del magistero politico di alcuni leader democratici cristiani, in particolare dei leader del cattolicesimo sociale, da Carlo Donat-Cattin a Sandro Fontana. Ma non mancano anche riflessioni ed approfondimenti sui principali temi che hanno caratterizzato la stagione dall’antipolitica, del pressapochismo e dell’approssimazione al potere. Elementi e degenerazioni che, almeno a giudizio dell’autore, si avviano lentamente ma irreversibilmente al capolinea. Una pubblicazione, comunque sia, utile per continuare la riflessione sulla natura e il profilo dei cattolici democratici e popolari nell’attuale stagione politica italiana.

Salvare il monopattino elettrico dall’incertezza

Il monopattino elettrico, uno dei mezzi più utilizzati dalle piattaforme digitali di sharing in tutto il mondo, è nuovamente in una situazione di incertezza. Dopo meno di un mese dalla pubblicazione della legge di bilancio che ne sanciva l’equiparazione ai velocipedi (bicilette ed e-bike) e quindi la circolazione sulle normali sedi stradali, sembra imminente un emendamento al decreto “Mille proroghe” per cambiare di nuovo la norma e reintrodurre il divieto di circolazione dei monopattini al di fuori delle zone pedonali (dove invece andrebbero comunque limitati nella loro velocità), delle piste ciclabili e nelle strade con velocità non superiori ai 30 km/h.

La Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile per facilitare la circolazione  di un mezzo ritenuto uno dei pilastri della micromobilità e che già circola liberamente nelle città di paesi europei come Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia sostiene la proposta dell’Osservatorio Sharing mobility, che nel corso del 2019, insieme ai principali operatori del settore, ha elaborato un documento di posizione sul tema, scegliendo una linea che ancora oggi ci sembra equilibrata: permettere la circolazione del monopattino dove circola oggi una e-bike e consentire la guida di questi mezzi a chi ha già compiuto 16 anni.

Riteniamo ancora valida l’impostazione dell’Osservatorio e riteniamo che, se dovessero essere compiute ulteriori modifiche alla Legge di Bilancio 2020, sia essenziale mantenere saldo il principio che, nei centri abitati, i monopattini elettrici possano circolare dove può farlo una e-bike.

Le esperienze estere ci dicono che i monopattini avranno un ruolo di primo piano nell’incoraggiare ulteriormente la tendenza della micromobilità condivisa, essenziale per la riduzione degli impatti ambientali della mobilità urbana.

Mialno: oltre 330.000 km sui pedali nel bike-to-work

C’è stat una grande festa all’HUG di Milano con FIAB-Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta per la premiazione dei vincitori della MILANO BIKE CHALLENGE 2019, l’unica sfida in Italia per aziende bike-friendly che, giunta alla 5^ edizione, ha coinvolto oltre 1.300 lavoratori di 130 imprese e organizzazioni dell’area metropolitana milanese.

Oltre 332.000 sono i chilometri percorsi in bicicletta dai partecipanti negli spostamenti casa-lavoro durante il periodo della competizione, tra settembre e ottobre, con un risparmio di emissioni di 27.558 kg di CO2*. Obiettivo della BIKE CHALLENGE, infatti, quello di incentivare il bike-to-work tra i lavoratori, sensibilizzando parallelamente le aziende ad adottare politiche e servizi a favore di chi sceglie di raggiungere il posto di lavoro in bicicletta.

Nella serata di premiazione presentata da Paola Piacentini e Giorgia Battocchio – conduttrici di “Cosa ne BICI?” su Radio Popolare e madrine della BIKE CHALLENGE 2019 – sono saliti sul podio coloro che hanno pedalato con maggiore frequenza durante la sfida e non necessariamente chi ha totalizzato il maggior numero di chilometri sulle due ruote. I riconoscimenti sono stati così assegnati alle aziende – divise per categorie in base alla dimensione – che hanno messo in sella la maggiore percentuale di lavoratori e alle realtà che hanno saputo invogliare chi non è abituato a usare la bicicletta. Premi individuali anche per chi ha effettuato il maggior numero di pedalate e per i migliori “ambasciatori” delle due ruote, coloro, cioè, che hanno coinvolto più colleghi nell’esperienza del bike-to-work.

Sul podio della 5^ edizione della MILANO BIKE CHALLENGE realtà pubbliche e private di ogni settore merceologico nelle diverse categorie in gara:

Imprese con oltre 2000 persone
1 – Politecnico di Milano
2 – STMicroelectronics Agrate
3 – Università degli Studi di Milano

Imprese con staff 500-1999 persone
1 – Gruppo CAP – Milano
2 – Pirelli
3 – Publicis Groupe

Imprese con staff 200-499 persone
1 – ARIA S.p.A. Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti
2 – BT Italia – Milano
3 – Comune di Desio

Imprese con staff 50-199 persone
1 – SimCorp Italiana SpA – Milano
2 – Fondazione Cariplo
3 – Cooperativa Intrecci

Imprese con staff 20-49 persone
1 – Terre di mezzo Editore
2 – Engitel S.p.A.
3 – AcomeA SGR S.p.A.

Imprese con staff 7-19 persone
1 – WonderRide
2 – 4Sigma Engineering
3 – Farmacia Basaglia

Imprese con staff 3-6 persone
1 – MP Informatica Sas
2 – Gozware ltd
3 – Mail Boxex Etc – Cormano

 

Siae, una ricerca IsICult valuta il fondo per la creatività giovanile “under 35”

La Società Italiana Autori Editori ha pubblicato sul proprio sito web (www.siae.it) una ricerca curata dall’Istituto italiano per l’Industria Culturale (IsICult), che propone una prima “valutazione di impatto” dei bandi per la creatività giovanile “under 35” affidati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (Mibact) alla Siae, nel triennio 2017-2019.

Siae ha assegnato nell’arco di 3 anni circa 28 milioni di euro a 927 progetti vincitori, a fronte di ben 5.250 progetti concorrenti.

Il “perimetro” degli interventi Siae è stato ampio: arti visive, performative e multimediali, cinema, musica, teatro, danza, libro e lettura… Sono state finanziate tutte le fasi della filiera e tutti i settori: libri, opere cinematografiche, dischi e concerti, performance teatrali e di danza, festival, traduzioni, interventi di rigenerazione culturale territoriale…

Si tratta dei fondi corrispondenti al 10 % della cosiddetta “copia privata”, il compenso che si applica a supporti e apparecchi idonei alla registrazione audio/video (dai computer agli smartphone) in cambio della possibilità di effettuare copie a uso personale di opere protette dal diritto d’autore.

I bandi, denominati “Sillumina” nelle prime due edizioni e “Per Chi Crea” nella terza, hanno registrato un impressionante flusso di proposte progettuali: nell’arco dei tre anni ben 5.250 progetti, corrispondenti a 1.750 proposte l’anno, ovvero una media teorica di 5 progetti al giorno.

È risultato vincitore il 18 per cento dei progetti presentati.

Lo studio IsICult, intitolato “Appunti per un bilancio sociale. Risultati dei primi 3 anni del programma Siae-Mibac “copia privata” per stimolare la creatività artistica e la promozione culturale dei giovani”, è diretto da Angelo Zaccone Teodosi, Presidente di IsICult.

Si pone come inedito esperimento per l’Italia di valutazione socio-economica di una iniziativa che ha registrato un alto impatto nel sistema culturale nazionale: stimolazione di progettualità e start-up, creatività artistica, estensione del pluralismo espressivo.

I 927 progetti vincitori nel triennio sono stati sviluppati nei seguenti settori: 45 % musica, 24 % cinema, 15 % teatro e danza, 8 % libro e lettura, 8 % arti visive, performative e multimediali.

I progetti risultati vincitori sono stati 204 per il 1° bando (2016), 274 per il 2° bando (2017), 449 per il 3° bando (2018).

Il contributo medio assegnato da Siae ai 927 vincitori è stato di 29mila euro a progetto.

Nell’arco delle tre edizioni (2016/2017/2018) dei bandi Siae-Mibac “copia privata”, sono stati coinvolti attivamente quasi 8mila giovani artisti, e nell’edizione 2018 (la prima con un bando dedicato esclusivamente alle scuole primarie e secondarie) quasi 27mila studenti.

I 28 milioni di euro di risorse sono stati allocati nel triennio a favore delle seguenti tipologie di attività: 6,2 milioni per “scuola e formazione”, 5,6 milioni per “nuove opere”, 5 milioni per “residenze artistiche”, 4,7 milioni per “periferie urbane”, 1,6 milioni per “traduzioni e distribuzione all’estero”.

I risultati della terza edizione del bando (2018) sono stati pubblicati a fine luglio 2019, e molte iniziative sono ancora in corso, dato che il bando prevede la conclusione delle attività entro il luglio 2020.

È in gestazione la nuova edizione, la quarta (2019): Siae sta attendendo l’“atto di indirizzo” del Mibac in relazione alla destinazione questa quota del 10 %.

Il fondo del 10 % della “copia privata” a favore della creatività giovanile è una norma introdotta nella Legge sul Diritto d’Autore attraverso la Legge di Stabilità 2016, fortemente voluta dal Ministro Dario Franceschini.

Per la prima volta in Italia, un intervento di respiro nazionale, di così ampie dimensioni anche territoriali, viene sottoposto ad una “valutazione di impatto” indipendente, nella prospettiva giustappunto di un “bilancio sociale”, in una logica di trasparenza e misurazione di efficacia.

Lo studio fornisce un dataset notevole, nelle sue oltre 270 pagine, decine di tabelle ed infografiche, così come l’elenco dettagliato di tutti i 927 progetti vincitori nel triennio.

Le Regioni che hanno presentato più progetti, sul totale di 5.250 nel triennio, sono state il Lazio con 1.102 progetti (21 %), la Campania con 616 (11,7 %), la Lombardia con 594 (11,3 %), la Toscana con 452 (8,6 %), la Puglia con 430 progetti (8,2 %).

Le Regioni che hanno vinto di più sono state: il Lazio, con 183 progetti vincitori (19,7 %), la Lombardia con 114 (12,3 %), la Toscana con 98 (10,6 %), la Campania con 91 (9,8 %), la Sicilia con 78 progetti (8,4 %).

Dal punto dei “moltiplicatori” (economici), si stima che per ogni 1 euro apportato da Siae, siano state messe in moto risorse per 1,56 euro.

“Senza dubbio – sostiene il Presidente IsICult, Angelo Zaccone Teodosi – i bandi Siae-Mibact hanno contribuito a mettere in moto migliaia e migliaia di progettualità, soprattutto giovanili, che probabilmente non avrebbero avuto chance di svilupparsi, a fronte della nota rigidità dello strumento storico di intervento dello Stato nel settore, il Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus). Basti osservare che il Fus sostiene circa 2.000 iniziative l’anno, e che il fondo Siae per la creatività giovanile sostiene circa 330 progetti l’anno”.

L’incarico è stato affidato da Siae ad IsICult senza condizionamenti di sorta ed è stato reso pubblico senza alcun intervento modificativo rispetto al rapporto finale di ricerca, a conferma del carattere di studio assolutamente indipendente.

Il Consiglio di Gestione della Siae valuterà le forme di presentazione pubblica della ricerca.

Parkinson. Nasce l’Istituto Virtuale Nazionale

Sedici istituti di eccellenza, 336 professionisti, oltre 10.000 pazienti in tutta Italia. Sono i numeri del nuovo Istituto Virtuale Nazionale (IVN), il network italiano dedicato alla diagnosi e cura del Parkinson. Ad annunciarlo una nota dell’Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna.

L’Istituto Virtuale Nazionale del Parkinson sarà pienamente operativo entro la prima metà del 2020 e coinvolgerà un gruppo di lavoro composto da neurologi, fisiatri, neurochirurghi, gastroenterologi, neuropsicologi, psichiatri, nutrizionisti, farmacologi, infermieri, tecnici di laboratorio e tecnici di neurofisiopatologia.

I prossimi Istituti Virtuali  saranno dedicati alla Sclerosi Multipla e le Malattie Neuroimmunologiche, alle Malattie Neurologiche Rare, all’Epilessia.

Di scossa in scossa?

Articolo pubblicato dalla rivista il Mulino a firma di Paolo Pombeni

Ci sono molti modi per guardare a quanto è accaduto con il voto di domenica. I due più chiari sono chiedersi chi ha vinto e chi ha perso, ovviamente in prospettiva lunga (sull’immediato i dati sono evidenti) e domandarsi se ed eventualmente quali ricadute avrà quel voto sul governo Conte 2. Conviene però provare a inserire tutto in un quadro più vasto.

Una prima considerazione è che abbiamo visto un Paese spaccato in due da più punti di vista. Intanto perché si è riaffermato il bipolarismo, non in senso vago, ma in maniera netta. Non lo testimonia solo la débâcle dei 5 Stelle, ma anche la riduzione all’irrilevanza della sinistra che ha corso da sola in Emilia-Romagna: si va verso il compattamento su blocchi contrapposti. Lo si voglia o meno, questo è merito di Salvini che radicalizzando all’estremo la sua personale campagna elettorale ha ricompattato un fronte unito contro “l’uomo nero”. Grazie a lui, su Bonaccini si è convogliato il consenso tanto delle classi dirigenti, incluse quelle tradizionalmente lontane dalla sinistra, quanto di ampie fasce popolari che volevano tornare al piacere del rude confronto buoni contro cattivi (e qui alle Sardine va il merito di avere risvegliato questo spirito dormiente).

In secondo luogo siamo di fronte a una spaccatura fra Nord e Sud. Nel Nord dell’Emilia-Romagna, quello che un tempo il cardinale Biffi si buttò a definire “sazio e disperato”, ci si spacca quasi in due sullo schierarsi o meno con l’usato sicuro di chi ha governato senza impennate. Titillare le paure di quelli che non si trovano per varie ragioni bene in queste “sazietà” non riesce a conquistare la maggioranza dei consensi, pur conseguendo risultati da non sottovalutare di mobilitazione della partecipazione elettorale e di consenso. Nel Sud rappresentato dalla Calabria la mobilitazione quando va bene interessa il 40% degli elettori, si crede all’alternanza dei blocchi di potere (si cambia maggioranza a ogni elezione), ma sempre delle oscillazioni di inamovibili blocchi di potere tradizionale si tratta (vedi lo stupefacente risultato di Forza Italia con le listine gemmate da essa).

Tutto questo accade in un quadro di grande movimento. Fino all’apertura delle urne emiliane giravano i sondaggi non pubblicabili che davano vincente la Borgonzoni. In Calabria la vittoria del centrodestra era data per scontata, ma non si pensava a un risultato così modesto della Lega. Sono segnali di un Paese ormai difficile da interpretare, in cui nulla è stabile. Anche perché poi ogni attore in campo è un enigma: cosa è davvero il Pd, cosa davvero la Lega o Forza Italia, cosa il M5S?

Qui l’articolo completo 

L’Iowa, cos’è e come sceglie per chi votare

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Martino Mazzonis

Nelle elezioni e nelle primarie americane gli Stati sono la chiave di tutto. I risultati, i successi e gli insuccessi non si spiegano senza capire a fondo le dinamiche di ciascuno di essi. Per questo, su AtlanteUSA2020, ne parleremo spesso. In fondo gli Stati Uniti sono un Paese federale di 325 milioni di persone, grande come l’Europa e molto, molto diverso al suo interno. Il nostro viaggio parte, come le primarie democratiche, dall’Iowa.

Quando parliamo di Midwest pensiamo spesso all’Ohio, al Michigan, al Wisconsin e a quella che si chiama la Rust Belt, la regione delle fabbriche arrugginite, che va dal Nord della Pennsylvania a Detroit, all’Ohio, fino a Chicago. Ma a ovest dell’Illinois il Midwest non è quello delle fabbriche: anche l’Iowa è Midwest e non è affatto arrugginito. C’è un potente business delle assicurazioni e Des Moines (capitale dello Stato) è assieme ad Hartford, in Connecticut, il centro delle assicurazioni del Paese; l’industria è soprattutto quella della trasformazione dei prodotti agricoli. Se si esclude l’allevamento dei maiali, l’agricoltura dell’Iowa non produce ciò che finisce direttamente nei piatti delle persone, ma materie prime come granaglie per farine, cibo per gli animali e colture per produrre bioetanolo.

Qui l’articolo completo 

Viminale: da inizio anno 1.275 persone sbarcate sulle coste italiane.

Sono finora 1.275 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Nello stesso periodo, lo scorso anno furono 202 mentre nel 2018 furono 4.182.

Dei quasi 1.300 migranti sbarcati in Italia sono 89.185 le persone ospitate su tutto il territorio nazionale di cui 205 negli hot spot, 64.999 nei centri di accoglienza e 23.981 nei centri Siproimi.

Di questi 114 sono i minori stranieri non accompagnati. Il dato mostra un calo rispetto ai minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane lungo tutto il 2017 (15.779), il 2018 (3.536) e il 2019 (1.680).

La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (14%), seguita da Emilia Romagna (10%), Lazio e Piemonte (9%), Campania (8%), Veneto, Toscana e Sicilia (7%).

Qui il file con tutte le statistiche

Pa: controllati 65 enti dall’Ispettorato per la funzione pubblica

È sempre più efficiente e penetrante la funzione di controllo dell’Ispettorato per la Funzione pubblica, organismo del Dipartimento della Funzione pubblica che vigila sulla conformità dell’azione amministrativa ai principi di imparzialità e buon andamento della Pa, in collaborazione con la Guardia di Finanza e i Servizi ispettivi della Ragioneria generale dello Stato. Nel 2019 sono state passate al setaccio 65 amministrazioni (4.044 dipendenti controllati), di cui 13 hanno fatto rilevare posizioni irregolari (27 i dipendenti coinvolti).

Il Report  diffuso dall’Ispettorato per la funzione pubblica del DFP testimonia inoltre che da nove visite, effettuate di intesa con i Servizi ispettivi di Finanza pubblica, sono pure emerse irregolarità negli obblighi di pubblicazione e trasparenza e violazioni in materia di riordino delle società a partecipazione pubblica. Invece, su oltre 12mila procedimenti disciplinari avviati, più di 7.600 si sono conclusi, mentre oltre 2.600 sono in corso e 1.728 sono sospesi per avvio di procedimento giudiziario.

In dettaglio, i 143 procedimenti scaturiti da falsa attestazione della presenza in servizio accertata in flagranza (furbetti del cartellino) si sono conclusi con il licenziamento in 70 casi, con la sospensione dal servizio per 42 soggetti, 24 sono sospesi per procedimento penale, 4 sono in corso e 3 sono stati archiviati. Da segnalare, infine, che su 1782 fascicoli aperti, ben 1697 derivano da segnalazioni dei cittadini o istanze di cittadinanza; a dimostrazione dell’importante e proficua collaborazione fornita dagli utenti al buon andamento delle amministrazioni.

 

Umbria: ritrovato un cranio di un uomo preistorico

Sulle pendici calcaree del Monte L’Aiola, all’interno della Grotta Bella di Avigliano Umbro, posta a 530 metri di altitudine, è stato ritrovato un cranio di un uomo preistorico, probabilmente deceduto in giovane età. Il ritrovamento è avvenuto in una delle aree più profonde e di difficile accesso della grotta, caratterizzata dalle presenza di strettoie particolarmente insidiose, accumuli franosi e pericolosi dislivelli.

Il cranio, parzialmente incastonato alla base di una stalagmite alta 80 centimetri, stando alle prime rivelazioni apparterebbe a un uomo preistorico vissuto almeno 6 mila anni fa.

Nella grotta, in prossimità del cranio, sono stati rinvenuti altri resti ossei, quali frammenti di costole e falangi delle mani

La storia del cranio non è ancora chiara, e nemmeno come l’uomo sia arrivato nel luogo del ritrovamento.

Oms: il coronavirus è emergenza sanitaria globale.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato il coronavirus “emergenza sanitaria globale”. Lo ha reso noto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. I casi di contagio accertati sono 7834, di cui 7736 in Cina (circa il 99%) e 170 persone sono morte, tutte in Cina, dove 1.370 pazienti sono in gravi condizioni.

Ma quanto è pericoloso questo virus?

Se ci si attiene ai pazienti curati in ospedal è del 3% con il 20% di casi gravi. E’ presumibile però che i casi siano molto più numerosi perché quelli caratterizzati da sintomi lievi o trascurabili non arrivano all’osservazione dei medici e quindi non rientrano nel calcolo.

Non è, però, particolarmente infettivo. Ogni paziente può infettare da una persona e mezzo a due. Non è un tasso particolarmente alto. Il morbillo oscilla tra 7 e 29.

Si calcola che per contenere il focolaio cinese occorre bloccare il 60% dei contagi.

Riduzione dei parlamentari: perché voterò no.

Esattamente tra due mesi saremo chiamati a confermare o meno la riforma costituzionale che riduce di 1/3 i parlamentari voluta fortemente dai 5S e avvallata dal PD.
Premesso che da tempo sostengo l’utilità del Movimento 5S e l’opportunità di un asse con il PD, non posso non esprime tutta la mia avversità per una falsa riforma che si configura come una autentica operazione di distrazione di massa funzionale ai veri poteri oligarchici.

Prima di tutto perché è offensiva per l’intelligenza la motivazione economica di 50 milioni di risparmi, l’equivalente di un caffè per ogni italiano, atteso che il Parlamento decide su e controlla 800 miliardi annui!
In secondo luogo perché lo stesso risparmio si poteva conseguire semplicemente riducendo di 1/3 le indennità e i privilegi dei parlamentari, in coerenza con quanto fatto in tema di vitalizi, e così avvicinandoli alla vita del popolo che rappresentano ( come nello spirito delle restituzioni fatte dai 5S), senza ridurre la rappresentanza politica del popolo su cui si fonda la democrazia.

Spiace dirlo ma i 5S, offuscati dall’idea della partecipazione diretta e dal sacro furore moralista non hanno capito di stare lavorando per i loro nemici: i poteri forti industriali e finanziari. E così mentre sono stati massacrati sulla TAV, la TAP e nei prossimi giorni sulle concessioni autostradali, hanno avuto via libera sulla riduzione dei parlamentari.

Così come spiace constatare che il PD, anche quello di Zingaretti, è sensibile alle ragioni del grande capitale e un po’ meno alle esigenze della democrazia, di cui dovrebbe conoscere bene i complessi meccanismi di funzionamento.

E così, grazie all’ingenuita’ dei 5S e al cinismo del PD,, nei prossimi 60 giorni invece di dibattere della spaventosa concentrazione di ricchezza che paralizza il Paese e di quanto e come fare pagare le tasse all1% che detiene una ricchezza pari a 4.000 miliardi(!!!) illuderemo un popolo intero che basta risparmiare 50 milioni per risollevarci

Povera Italia!

La tela di Penelope

C’è in ciascuno di noi una parte che guarda oltre il presente e si protende verso il nuovo, la scoperta, l’avventura.
Tutto quello che non si vive, non si conosce e non si vede ha il multiforme e indefinito fascino dell’ignoto ed esercita un’irresistibile attrattiva sul nostro desiderio di sapere e di cambiare, a volte riuscendo persino a vincere le paure del mistero, il buio del salto oltre la siepe.

Questo aspetto della nostra personalità resta latente fino quando, per scelta o per necessità, viene il momento di spiccare il volo: un incontro, un’occasione, un bisogno, un sentimento, una speranza.
La fantasia alimenta il sogno, sia esso legato all’emozione di un momento o all’intenzione del pensiero, a un viaggio senza meta o al progetto di una vita.

C’è poi un’altra parte che è fatta di contesti, riferimenti, abitudini, luoghi, persone, affetti che ci legano al presente: sono le radici che ci parlano della nostra piccola grande storia e ci dicono chi siamo, cosa facciamo, da dove veniamo.
In questa nicchia della nostra anima abitano le cittadinanze: la casa, la famiglia, il cuore, i ricordi.
Questi due aspetti coesistono sempre tra loro, si vive all’insegna dell’appartenenza e si sogna un futuro diverso, si è qui e altrove, radicati e assenti.

C’è infatti una parte di noi che vorrebbe andare e una parte che invece vorrebbe restare.
Ma qualunque strada prendiamo agli incroci della nostra vita, portiamo sempre con noi il bagaglio della memoria, ora lieve ora ingombrante, che la mente e il cuore non possono rimuovere.
Per questo chi parte sa che presto o tardi potrà tornare, per questo chi resta sa che l’attesa di chi è partito è una fiammella che non si spegne.
Partire o restare recano note di gioia e di sofferenza ma trovo che delle due scelte la seconda sia quella più faticosa, quella che richiede paradossalmente più capacità di adattamento.

La mitologia del viaggio di scoperta ha preso le sembianze delle gesta di Ulisse, l’eroe che aveva una patria nell’anima e un passato nel cuore ma non sapeva resistere al fascino dell’ignoto.
Come avviene nella stessa realtà che il personaggio rappresenta, Penelope è invece la metafora della donna-madre-figlia- sposa che attende l’arrivo dell’uomo lontano.
Questa identificazione di ruoli tra l’uomo ardito viaggiatore, simbolo del coraggio, della forza e dell’astuzia e della donna, icona della fedeltà, della pazienza e della temperanza è un’immagine prevalente nella tipizzazione dei rispettivi compiti, che si è andata consolidando nella cultura di ogni tempo.

Mi pare onestamente che la lettura più frequente abbia enfatizzato le gesta dell’eroe-navigatore piuttosto che della donna-silente e virtuosa, lo stesso Dante Alighieri aveva considerato questa prevalenza mitizzando il viaggio e la partenza di Ulisse come fonte di arricchimento e conoscenza.
Ma il coraggio e la forza non consistono solo nell’andare via, spesso ce ne vuole molto di più nel saper gestire la propria permanenza, i pericoli e gli inganni, le sofferenze e le angosce non sono solo quelle delle sirene e dei ciclopi ma anche quelle ben più insidiose della quotidianità, che ha orizzonti di speranza limitati, un destino stanziale assegnato: di rinunciare, di rimanere al di qua della siepe.

Abitare i luoghi delle consuetudini implica una forza di adattamento superiore a quella di chi deve affrontare le avversità del viaggio.
Per questo per ognuno che parte ci vuole un altro che, pazientemente, sa restare.
Il mito di Penelope si rinnova nella discreta tenacia dell’attesa e nella mite presenza di chi ogni giorno umilmente coltiva la speranza e tesse l’ordito e la trama di una tela che si compone e si scompone per dare tempo a chi è lontano di vivere l’allegoria dell’eterno ritorno.

Aumentano i precari. Ora sono 3 milioni 123 mila. 

Nel secondo semestre del 2019, l’andamento dell’occupazione si conferma altalenante: dopo due mesi di crescita, infatti, il mese di dicembre registra un calo sia del numero di occupati sia del tasso di occupazione. La flessione riguarda soprattutto gli uomini e le classi
d’età centrali, così come i dipendenti che tornano a diminuire dopo quattro mesi di espansione; i lavoratori autonomi raggiungono il livello minimo storico dal 1977.
In lieve crescita il numero di disoccupati e l’inattività, che a novembre aveva raggiunto il minimo storico.
Gli andamenti trimestrali e tendenziali confermano nel complesso la crescita dell’occupazione e la diminuzione sia della disoccupazione sia dell’inattività.

La diminuzione degli occupati nell’ultimo mese è sintesi della crescita dei dipendenti a termine (+0,5% pari a +17 mila unità) e della diminuzione di quelli permanenti (-0,5% pari a -75 mila unità) e degli indipendenti (-0,3% pari a -16 mila).

Così i dipendenti a termine, ovvero i precari, a dicembre aumentano di 17 mila unità su novembre, arrivando a toccare quota 3 milioni 123 mila.  Un nuovo massimo storico.

Nei dodici mesi, invece, la crescita degli occupati è caratterizzata soprattutto dall’aumento dei dipendenti permanenti (+1,2%, +207 mila) e, in misura minore, di quelli a termine (+1,5%, +45 mila) mentre calano gli indipendenti (-1,3%, -71 mila).

La lieve crescita delle persone in cerca di lavoro si registra tra gli uomini (+2,2%, pari a +28 mila unità) e tra gli under50, a fronte di una diminuzione tra le donne (-2,2%, pari a -27 mila unità) e gli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione risulta tuttavia stabile al 9,8%; rimane invariato anche il tasso di disoccupazione giovanile (28,9%).

La crescita degli inattivi riguarda sia gli uomini sia le donne e tutte le fasce d’età a esclusione dei giovanissimi tra i 15 e i 24 anni. Il tasso di inattività sale al 34,2% (+0,1 punti percentuali).

 

Al via le candidature per la 34esima edizione di GiovedìScienza

Fino al 28 febbraio sono aperte le candidature per il Premio Nazionale GiovedìScienza, realizzato dall’associazione torinese CentroScienza Onlus nell’ambito della 34a edizione di GiovedìScienza, uno degli appuntamenti italiani più importanti e longevi dedicati alla divulgazione scientifica.

Il bando è aperto ai ricercatori under 35 degli enti di ricerca italiani con l’obiettivo di incoraggiare i protagonisti a comunicare al grande pubblico il proprio lavoro di ricerca.

In palio somme in denaro e, per il vincitore del Premio GiovedìScienza, l’opportunità di partecipare alla 35a edizione di GiovedìScienza con una conferenza dedicata.

 

4 i premi da assegnare:

Premio GiovedìScienza. Il merito scientifico è la base di valutazione per selezionare i finalisti, la dote comunicativa ne decreta il vincitore. Una manciata di minuti, durante la competizione finale, per arrivare al cuore e al cervello delle giurie divulgando i risultati del proprio lavoro di ricerca nel modo più semplice, diretto e appassionante possibile. 10 finalisti selezionati da oltre 100 Referees coinvolti. Fin dalla prima edizione il Premio si è confermato vetrina dell’eccellenza scientifico-tecnologica del nostro territorio.

A valutare l’efficacia comunicativa degli interventi dei 10 finalisti saranno una Giuria Tecnica, composta da 5 professionisti (Accademici ed esperti della comunicazione scientifica) e una Giuria Popolare, composta da 5 classi della scuola secondaria di secondo grado.

Premio speciale Elena Benaduce, per le ricerche dedicate alla persona e alla qualità della vita, assegnato dalla giuria popolare a uno dei dieci progetti finalisti.

Premio GiovedìScienza Futuro, rivolto ai candidati che presenteranno uno studio di fattibilità per l’implementazione del progetto e Premio Industria 4.0, rivolto ai candidati che svilupperanno la loro proposta progettuale partendo dal concetto di Industria 4.0; due riconoscimenti che guardano al mondo delle aziende, assegnati da una giuria composta da rappresentanti dell’ecosistema dell’innovazione.

Il regolamento del bando è disponibile su www.giovedìscienza.it.

Tutte le candidature devono pervenire esclusivamente online nella sezione dedicata del sito di GiovedìScienza entro le ore 13 del 28 febbraio 2020.

Parkinson. A Firenze si combatte con la boxe

Gli allenamenti del pugilato per contrastare i sintomi del Parkinson. È la strategia innovativa messa in campo dall’associazione “Un gancio al Parkinson” per limitare i danni di una malattia degenerativa che solo in Toscana conta oltre 20.000 casi, dei quali 2.000 a Firenze. Un morbo che irrigidisce progressivamente i muscoli, rendendo difficili i movimenti e la parola e che, in questi anni, ha colpito anche personaggi famosi come Papa Giovanni Paolo II e l’ex campione dei pesi massimi, Muhammed Alì. E proprio dal mondo del pugilato arriva oggi un prezioso aiuto, utile per rallentare il corso della malattia.

L’associazione opera all’interno del Training Lab di Firenze, primo centro medico dove si pratica la boxe contro il Parkinson (esercizi di riscaldamento, colpi al sacco, salti con la corda, ecc.) e dove attualmente sono seguiti gratuitamente, due volte a settimana, 25 pazienti (17 uomini e 8 donne) di età compresa tra i 50 e i 75 anni

Liliana Segre al Parlamento Europeo 29/01/2020

“Dobbiamo combattere questo razzismo strutturale, la gente mi domanda perché c’è ancora l’antisemitismo e il razzismo. Io rispondo che c’è sempre stato, ci sono corsi e ricorsi storici”.

Ragioniamo con Franceschini

Non tutti nel Pd si lasciano travolgere dal superficialismo. Ne è riprova l’intervista di ieri sul “Corriere della Sera” del Ministro Franceschini.

Alla retorica del bollettino della vittoria, egli contrappone la fredda constatazione della realtà.

Dice il Ministro: “(…) non vorrei che da un eccessivo pessimismo passassimo ad un eccessivo ottimismo. Perché la vittoria in Emilia-Romagna non vuol dire aver ancora vinto in Italia. Intanto abbiamo perso in Calabria. E le prossime Regionali non saranno facili: il centro-destra è molto forte e pericoloso”.

E così, sciorinando obiezioni e preoccupazioni, Franceschini alza il muro del realismo a protezione di una certa idea del Pd. Un’idea che sconta la complessità del “partito unico dei riformisti” – così potremmo definirlo per le sue scaturigini politico-filosofiche identificabili nelle relazioni (Scoppola-Gualtieri-Vassallo) del convegno di Orvieto del 2006 – ma non fa sconti all’inquieto complesso della sinistra a viversi unicamente come sinistra, amando se stessa sopra ogni cosa.

Franceschini tiene il punto sulla questione delle alleanze, come dovrebbe fare chiunque abbia a cuore l’inoppugnabile lezione dell’esperienza democristiana, lungo la linea Sturzo-De Gasperi-Moro.

La forza di questa linea consiste nel dare a Cesare quel che è di Cesare, ovvero nella restituzione del Pd al suo carattere di “soggetto unificante”, in sé e per sé, nel quale convivono sensibilità diverse come d’altronde possono e debbono convivere in un ambito più ampio. Dentro una coalizione, appunto.

Il problema, allora, non è solo del Pd. Bisogna capire cosa significhi la costruzione di una nuova coalizione, se il punto saliente è la formazione di una “sinistra onirica” (Pd-M5S) o non invece il recupero del “centro popolare” a un ruolo visibile e concreto, secondo un disegno di “nuovo centro-sinistra”.

Con Franceschini, insomma, si può e si deve ragionare.

Ragioniamo insieme, il nostro percorso politico sollecita grande impegno

Ringrazio Giuseppe Ignesti per il cortese commento al mio pezzo su Il Domani d’Italia (https://ildomaniditalia.eu/dellai-indica-un-metodo-giusto/), che mi offre la possibilità di precisare qualche punto, ovviamente sempre nell’ottica della comune ricerca di un percorso non facile: trovare le ragioni fondanti per una proposta politica originale e aggiornata per chi si richiama alla tradizione del Popolarismo.

Vorrei dunque prendere in considerazione le sue due osservazioni costruttivamente critiche alla mia piccola riflessione.

Primo. Non vi è dubbio che la tendenza all’individualismo è un “segno dei tempi” e dunque si presenta come una dimensione pervasiva e trasversale nella nostra società.
Nessuna area politica (così come nessun ambito sociale) ne è immune.
Tutte le culture politiche vecchie e nuove ne sono in qualche misura contaminate,
Pensiamo a quanto è accaduto in molti settori della “sinistra”, nei quali abbiamo avvertito la sostituzione dei “diritti sociali” con i “diritti civili”, spesso declinati in maniera, appunto, individualistica, totalmente slegata da ogni considerazione della responsabilità sociale.

Oppure pensiamo alla cultura liberal democratica e a quanto essa abbia in parte smarrito la sua radice antica, fondata su una forte cifra di etica civile ispirata ad una concezione laica di bene comune.
Per non dire di noi. Cosa è stata la stagione della diaspora dei cattolici democratici se non il cedimento alla “individualizzazione” della loro testimonianza in politica?

Non abbiamo più avuto il coraggio e la capacità di testimoniare un pensiero “collettivo” e abbiamo confuso il principio sacrosanto del pluralismo delle opzioni con la comoda accettazione della nostra insignificanza collettiva nella politica. Vale a dire: l’identità culturale ridotta a fatto privato e la politica a fatto puramente pragmatico.

Resta però a mio modo di vedere un fatto dirimente.

C’è chi vive questo processo di deriva individualistica come opportunità e chi, pur in parte subendolo, cerca di superarlo.
La differenza irriducibile tra noi e la destra populista sta qui.
Ciò che per noi è un “problema”, per loro è una dimensione “naturale” di espressione della domanda sociale.

È la differenza tra chi pensa al “carisma” della politica come “sapiente e responsabile guida” della società e chi la vede come puro megafono delle pulsioni sociali, che asseconda ogni naturale istinto delle persone e dei gruppi a ricercare un nemico per rafforzare la propria presunta sicurezza.

Ma noi sappiamo che il messaggio cristiano, benché fondato sulla piena accettazione della natura umana, si pone nell’ottica della sua “liberazione”. E per questo presuppone senso di “non appagamento” e “inquietudine”.
Una politica cristianamente ispirata non può essere solo megafono dell’istinto umano, ma veicolo della sua progressiva evoluzione verso il bene.
E sappiamo che il bene o è comune, oppure non è.
Secondo. Il “personalismo comunitario”.

Dice bene Ignesti: occorre riformulare la nostra idea di “Comunità”.
Come risulta ovvio, io citavo una definizione classica per i cattolici democratici: quella del pensiero di Mounier.
Trovo che questo riferimento sia essenziale.
“Persona” non è “individuo”. E “Comunità” non è “collettività”.
Il rapporto tra Persona e Comunità è “coessenziale”.
Questo assunto ci può aiutare molto di fronte ai cambiamenti sociali, culturali ed antropologici del nostro tempo.
Abbiamo – è vero – una grande sfida etica e culturale: come coniugare l’emergere prepotente dell’istanza individuale (un “segno dei tempi”, appunto, che va riconosciuto e non demonizzato, che viene stimolato dalle nuove tecnologie digitali ed è anche effetto del ciclo storico della secolarizzazione) con un “respiro comunitario” di nuova concezione.

Qualche intellettuale laico parla già di una prospettiva di “post scolarizzazione”.
Papa Francesco parla di un “nuovo umanesimo”.
Su queste lunghezze d’onda si può forse ritrovare uno spartito di grande interesse per declinare in modo inedito il tema della “Comunità”, oltre le forme ormai consumate del ciclo che fu. E oltre ogni nostalgia del passato.
L’organizzazione della società nella quale la nostra idea di “Comunità” è maturata sta lasciando il campo a nuovi paradigmi. Con le loro luci e le loro ombre.

Tutto è più sfumato e meno “organizzabile” secondo le vecchie categorie.
Le reti di appartenenza comunitaria sono meno scontate.
I vecchi simulacri, spesso, sono vuoti nella loro retorica interessata, mentre nuovi importanti giacimenti di spirito comunitario sono nascosti e privi di voce pubblica.

> Se, da un lato, questa realtà in gestazione è il nuovo, vero terreno di “evangelizzazione” per la Chiesa, essa è anche il nuovo campo di applicazione per cristiani che vogliano operare ancora – nella loro laica autonomia e in cooperazione con le persone di buona volontà – per la “promozione umana” attraverso la Politica.

Reinhold Messner l’Ulisse che ritorna

Signor Messner ci vuole parlare brevemente del rapporto specialissimo tra Lei e la montagna e – più in generale – tra Lei e la natura?

E’ la stessa cosa: la montagna fa parte della natura, così come noi.
Abbiamo dentro di noi la natura umana che si incontra con la natura esterna. In questo contatto succede qualcosa di meraviglioso dentro di noi, il rapporto con l’ambiente suscita emozioni forti che sono positive a patto che non cerchiamo lo scontro con la natura ma l’assecondiamo e ci adeguiamo a lei.
Io odio un comportamento basato sui gesti di sfida e di eroismo. La natura esige rispetto.

Lei è stato il primo uomo al mondo a scalare tutte le cime oltre gli ottomila metri, raggiungendo tra l’altro la vetta dell’Everest anche in solitaria e senza ossigeno. Di queste 14 vette quale ricorda con maggiore intensità emotiva?

Nel frattempo parecchi hanno scalato – con o senza ossigeno, come lo svizzero Loredan – tutti gli ottomila.
Pochi però hanno avuto la mia fortuna: di affrontare queste esperienze in condizioni ambientali quasi selvagge. Oggi ci sono code di migliaia persone che salgono e scendono, come sulle piste.
Il ricordo più emozionante è legato alla ‘prima volta’: ero giovanissimo, non capivo tutto quello che si doveva fare e dovevo perciò imparare a scalare questa montagna grandissima.
Poi L’Everest in solitaria o la traversata su due 8 mila metri – senza scendere nel fondovalle – sui due Gasherbrum.

Messner, l’Himalaya e l’ Everest, un rapporto leggendario. Quali sentimenti si prova sul tetto del mondo?

Questo sentimento – di essere sul punto più alto del mondo – in genere sparisce subito: lo spazio a disposizione è poco e le condizioni di sopravvivenza quasi impossibili, il cervello manca di ossigeno. Questo mi dà l’occasione per un’osservazione sul come ci si comporta nel raggiungere la vetta: in genere la gente come arriva vuole subito scendere, è un comportamento quasi schizofrenico, non riesce a vivere la condizione particolare in cui si trova. Si fa una fatica incredibile a salire e poi – arrivati sulla cima – si vuole quasi fuggire, tornare a quella che ci sembra la normalità, ci si sente quasi prigionieri di quel traguardo raggiunto.
Naturalmente al livello degli ottomila non esiste godimento o ‘climax’: ci si sente soli, le condizioni di permanenza sono impossibili. Chi immagina altro fa solo della fantasia.

Delle Sue imprese noi vediamo, come spettatori, gli aspetti più eclatanti e spettacolari e immaginiamo l’intensità delle emozioni. Ma Lei che ha conosciuto la durezza delle arrampicate, l’inclemenza delle avversità atmosferiche, lo sforzo di adattamento del corpo e della mente alle condizioni estreme, come spiega il senso umano di questa avventura che richiede non comuni doti di resistenza alla fatica, forte motivazione, carica agonistica, volontà oltre i limiti immaginabili, dura preparazione atletica e sacrificio?

Prima di tutto occorre trovare un senso a queste esperienze: se volessi stare tranquillo resterei in fondovalle. Noi andiamo ad affrontare rischi enormi, compreso quello di morire e questa è schizofrenia pura, però lo facciamo. C’è una forte carica motivazionale.
Però c’è una dimensione più interessante di cui non si parla mai e non si vede, che resta nascosta: una madre che aspetta, un padre che non sa dov’è il figlio, uno che attende il ritorno di chi è partito.
Un piccolo aneddoto: io ho portato mia madre in aereo, in Nepal, verso l’Everest. Lei teneva chiusi gli occhi fino a quando io ho detto: “non farò più queste montagne”. Allora li ha riaperti e ha goduto la vista di quello spettacolo.

Vede Signor Messner, io ho una mia teoria: per ogni Ulisse che parte ci deve essere una Penelope che aspetta e non so se ci voglia più forza e coraggio a partire o a restare.

Lei ha perfettamente ragione, concordo totalmente: questa dimensione esistenziale non è mai stata discussa o approfondita. Si guarda all’eroe che parte e non si considera la sofferenza di chi, restando, ne aspetta il ritorno. Le dimensioni umane nascoste sono più interessanti di quelle trionfalistiche.

Viaggiare, conoscere usi e costumi dei popoli, vivere a contatto con la natura, attraversare i ghiacciai dell’Antartide, i deserti, scalare le montagne più impervie e difficili, raggiungere ogni angolo del pianeta mettendo alla prova se stesso, spinto dal desiderio di conoscere e di vivere intensamente le emozioni di una libertà senza confini.
E’ Reinhold Messner l’Ulisse del nostro tempo?
E la sua Itaca è il Museo antropologico del Castello Juval a Naturno, dove si conservano le testimonianze delle Sue imprese?

Io non mi ritengo un Ulisse, anche se ho affrontato con fortuna le mie esperienze verso l’ignoto.
Oggi c’è più sport che avventura.
Di questo paragone mi riconosco più nell’Ulisse che torna, piuttosto che in quello che si allontana.
Infatti ho portato con me un know how, i ricordi dei miei viaggi e li ho messi disposizione della comunità, nel Museo di Juval. La mia Odissea consiste nell’aver vissuto, sofferto, affrontato esperienze estreme e condividerne i frutti con gli altri.

Possiamo leggere nel Suo stile di vita anche l’invito ad un rapporto più amichevole con la natura, un monito a chi la deturpa, la rovina e la distrugge con una presenza chiassosa, invadente, sacrilega?
Ogni volta che Lei si cimentava in una delle Sue leggendarie imprese ma forse ancora adesso quando attraversa i silenziosi boschi della Sua terra, riusciva e riesce a dimenticare gli aspetti più negativi della vita urbana, del frastuono del mondo, per immergersi anima e corpo nella realtà che più ama?

La natura è sempre nuova, imprevedibile, creativa. L’uomo pensa di sottometterla mentre dovrebbe capire che è lei ad essere molto più grande e più forte di lui. Io scrivo queste cose nei miei libri, senza idealizzare: tento di capire la natura, avendola vissuta in molti suoi aspetti, per farla conoscere agli altri.
Oggi viviamo in una società del consumo di tutto: anche la salita dell’Everest è un bene di consumo da raccontare nel bar sottocasa.

E’ allora d’accordo con il regista Ermanno Olmi quando sosteneva che dovremmo partire tutti dalla cura del nostro orticello, per riavvicinarci in modo amichevole e con il senso del limite, alla natura?

Non solo sono d’accordo ma mi comporto così. Ho un maso autosufficiente dove produco tutto ciò che mi serve per essere autonomo, con la mia famiglia (pane, frutta, verdura, anche il vino).
Se ci fosse una crisi economica ancora più grande io mi ritirerei definitivamente a vivere nel maso in modo autosufficiente, come accadeva 200 anni fa..
Nessuna assicurazione o liquidazione, anche dopo 40 anni di lavoro, vale il pezzo di terra che hai davanti a casa tua: questo mi darebbe una sicurezza che nient’ altro mi potrebbe dare.

Credo che a uno come Lei – abituato a giorni e giorni di solitudine e di riflessione interiore per misurare le forze e concentrarsi sul gesto atletico – non sia certo mancato un rapporto diretto con il silenzio che quelle circostanze Le imponevano.
Messner è amico del silenzio? E’ per Lei solo fonte di meditazione, di consolazione o a volte di ansie e inquietudine? Che cosa si prova ad essere così a lungo soli con sé stessi?

La natura – anche nel deserto dei Gobi in Asia, 2000 km di percorso – ha una sua voce, una musicalità.
Io sto bene lontano dallo stress, dai telefonini, dalla radio, dalla Tv, dalla gente che alza la voce.
La sabbia, il bosco, il vento mi parlano: si crea un rapporto fisico e spirituale tra la natura fuori di me e quella che è in me.
Ricordo che qualche anno fa ero stato chiamato a tenere una relazione ad un convegno sul silenzio, in Trentino. Quando toccava a me parlare, mi ero alzato e per un’ora avevo portato le centinaia di persone presenti, a camminare nel bosco, in mezzo alla natura. Quello mi sembrava il modo migliore per parlare, descrivere e apprezzare il silenzio. Ricordo che tutti furono contenti di questo.

La Sua vita, la Sua determinazione, le Sue sfide vinte e ripetute ma anche la Sua prudenza e il senso della misura in tutte le cose sono la dimostrazione che volontà, determinazione, impegno, sacrificio sono i mezzi che ci consentono – in ogni circostanza dell’esistenza – di affrontare a viso aperto la realtà, la prova che “ce la possiamo fare”.
Quale insegnamento di vita vuole consegnare Reinhold Messner alle giovani generazioni?

Prima di tutto i giovani devono capire che possono reinventare il mondo: per farlo devono entusiasmarsi, realizzare un progetto di vita, seguire la propria strada, darsi una meta, essere motivati, perseguire un sogno.
Non serve impegnarsi per affrontare gare che facciano vincere premi: occorre ritrovare la forza interiore, che è soprattutto una forza spirituale.
Oggi è il tempo del culto del corpo, del fisico perfetto: eppure conta molto di più la volontà, la determinazione interiore, la voglia di farcela.
E’ la forza morale che ti spinge oltre le tue possibilità: cresci se ti identifichi con quello che vuoi fare.
Occorre una forte motivazione spirituale.

Istat: a gennaio migliora il clima di fiducia dei consumatori, in calo quello delle imprese

A gennaio 2020 si stima un miglioramento dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 110,8 a 111,8) mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese registra un calo (da 100,7 a 99,2).

Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori mostrano una tendenza al rialzo: il clima economico registra un incremento da 120,9 a 123,8, il clima personale cresce da 106,8 a 108,4, il clima corrente aumenta da 108,8 a 110,7 e quello futuro passa da 112,3 a 114,7.

Con riferimento alle imprese, nell’industria si registra un complessivo miglioramento mentre per i servizi emergono segnali di incertezza. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice aumenta da 99,3 a 99,9 e cresce in modo deciso nelle costruzioni (da 140,1 a 142,7); nei servizi la fiducia diminuisce (l’indice passa da 102,2 a 99,5), così come nel commercio al dettaglio, dove l’indice cala da 110,6 a 106,6.

Per quanto attiene alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera migliorano sia i giudizi sugli ordini sia le aspettative di produzione mentre le scorte di prodotti finiti sono giudicate in accumulo. Nelle costruzioni, l’evoluzione positiva dell’indice è trainata dal miglioramento delle attese sull’occupazione.

Nei servizi di mercato e nel commercio al dettaglio il calo dell’indice riflette una dinamica negativa di tutte le componenti. In quest’ultimo comparto, si assiste ad un diffuso peggioramento dei giudizi sulle vendite in entrambi i circuiti distributivi analizzati (grande distribuzione e distribuzione tradizionale) mentre le relative aspettative sono in calo solo nella grande distribuzione.

Meno frutta e verdura nel carrello degli italiani

Gli italiani nel carrello della spesa hanno tagliato gli acquisti di frutta e verdura che scendono nel 2019 a circa a 8,5 miliardi di chili, in diminuzione del 3% rispetto all’anno precedente, con effetti sulla salute e sulla qualità della vita. E’ quanto emerge da una proiezione della Coldiretti sulla base dei dati Cso.

Dopo tre anni di aumento progressivo dei acquisti si è verificato infatti un brusco calo che – sottolinea la Coldiretti – ha fatto scendere il consumo individuale sotto la soglia minima di 400 grammi di frutta e verdure fresche per persona, da mangiare in più volte al giorno, raccomandato dal Consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per una dieta sana.

A provocare il calo – precisa la Coldiretti – è stato il -4% della frutta ed il -2% degli ortaggi nonostante il diffondersi di smoothies, frullati e centrifugati consumati al bar o a casa grazie alle nuove tecnologie. Un dato ancora più allarmante – denuncia Coldiretti – se si considera che a consumare meno frutta e verdura sono soprattutto i bambini e gli adolescenti, con quantità che sono addirittura sotto la metà del fabbisogno giornaliero, aumentando così i rischi legati all’obesità e alle malattie ad essa collegate.

A livello generale le mele – precisa la Coldiretti – restano il frutto più consumato, al secondo posto ci sono le arance, mentre tra gli ortaggi preferiti dagli italiani salgono sul podio nell’ordine le patate, i pomodori e le insalate/indivie.

In controtendenza rispetto al dato generale si registra un aumento degli acquisti direttamente dal produttore e nei mercati contadini, secondo un’analisi effettuata da Fondazione Campagna Amica nella rete di vendita diretta degli agricoltori, la più grande d’Europa. A spingere le vendite della frutta e della verdura locali è soprattutto – spiega Coldiretti – la garanzia della stagionalità e della maggiore genuinità e freschezza del prodotto che, non essendo soggetto a lunghi tempi di trasporto, dura di più e, conseguentemente, azzera gli sprechi, rispetto soprattutto a quello proveniente dall’estero, spesso anche di minore qualità. In molti paesi, dall’Africa al Sudamerica, è, infatti, permesso l’uso di pesticidi pericolosi per la salute che sono vietati in Europa, senza dimenticare il fatto che le coltivazioni sono realizzate in condizioni di dumping sociale per il basso costo della manodopera. Il consiglio della Coldiretti per portare in tavola prodotti di qualità è dunque quello di acquistare direttamente dal produttore e di verificare comunque in tutti i punti di vendita sull’etichetta o sui cartellini l’indicazione obbligatoria della provenienza.

Complessivamente la superficie italiana coltivata ad ortofrutta – conclude la Coldiretti – supera 1 milione di ettari e vale oltre il 25% della produzione lorda vendibile agricola italiana. I punti di forza dell’ortofrutta italiana sono l’assortimento e la biodiversità, con il record di 107 prodotti ortofrutticoli Dop/Igp riconosciuti dall’Ue, la sicurezza, la qualità, la stagionalità che si esalta grazie allo sviluppo latitudinale e altitudinale dell’Italia, una caratteristica vincente per i prodotti ortofrutticoli del Belpaese.

Tecnologie Emergenti: firmate al MiSE le convenzioni dei sei progetti vincitori

Sono state firmate ieri al Ministero dello Sviluppo Economico le convenzioni che danno il via ai sei progetti finanziati, nell’ambito del Programma di supporto delle tecnologie emergenti, con oltre 4 milioni di euro complessivi. Erano presenti alla cerimonia di sottoscrizione il Sottosegretario Mirella Liuzzi e i rappresentanti degli enti coinvolti.

Si tratta di sei progetti proposti dal Comune di Catanzaro, Università di Cagliari, Università di Cassino, Politecnico di Bari, Agenzia per l’Italia Digitale e SIAE, che si basano sull’uso delle tecnologie abilitanti – Intelligenza Artificiale, Blockchain e IoT – collegate allo sviluppo delle reti 5G.

L’obiettivo è quello di rendere più efficienti i servizi erogati dalle città mediante la sperimentazione di forme innovative di mobilità sostenibile e gestione del traffico, la valorizzazione di beni e attività culturali, oltre che per mezzo di servizi innovativi per la cittadinanza. Tutti i progetti dovranno essere immediatamente cantierabili e realizzati per permettere la crescita complessiva dei territori.

“Dopo la firma della prima Casa delle Tecnologie di Matera, prosegue il lavoro del MiSE per la promozione delle tecnologie emergenti, questa volta con il coinvolgimento di importanti soggetti pubblici che hanno fornito valide soluzioni all’insegna dell’innovazione tecnologica, con un particolare focus su rilancio dei territori svantaggiati, sostenibilità e replicabilità dei risultati” – ha dichiarato il Sottosegretario Mirella Liuzzi. “Puntiamo a valorizzare i progetti vincitori del bando, incoraggiando le comunità all’adozione di forme innovative di sviluppo per giungere alla creazione di nuovi servizi in settori strategici per l’economia del Paese e il benessere dei cittadini”.

Tumore al seno, si potrà evitare la chemio

Per il tumore metastatico al seno si potrà dire addio alla chemioterapia anche in Italia. È stata  approvata dall’Aifa e pubblicata in Gazzetta ufficiale la rimborsabilità dell’abemaciclib.

In una terapia insieme a un altro farmaco della terapia ormonale, il fulvestrant, l’abemaciclib ha portato a migliorare l’aspettativa di vita, con una mediana di 46,7 mesi rispetto ai 37,3 mesi di solo trattamento con fulvestrant.

Questo risultato, secondo gli studi, sarà un’arma chiave per le 10mila nuove pazienti italiane che ogni anno lottano contro un carcinoma mammario in stadio avanzato.

Dellai indica un metodo giusto

Sono pienamente d’accordo con Dellai, quando sottolinea la necessità per noi tutti di capire e dare risposte al disagio delle comunità più  deboli.

Qui vedo l’attualità dell’invito di De Gasperi perché l’attenzione del “partito di centro” sia rivolta oggi all’enorme numero di cittadini, soprattutto del mondo cattolico, che votano per la Lega e gli altri partiti della destra (come ai suoi tempi votavano in massa per le sinistre!).

Quanto poi al bipolarismo tra “personalismo comunitario e individualismo populista”, sono invece piuttosto perplesso circa l’individuazione del secondo termine.

Mi sembra infatti che l’individualismo, per profonde ragioni culturali, caratterizzi pressoché tutte le attuali espressioni politiche nostrane, di massa o meno. Infine, circa il primo termine, questo sarà, speriamo, il risultato dei nostri impegni, forse in una traduzione nuova del termine “comunità”, declinata secondo le presenti forme strutturali.

Sassoli – Giornata internazionale in Memoria delle vittime dell’Olocausto (27.01.20)

Discorso del Presidente del Parlamento europeo durante la cerimonia solenne di commemorazione delle vittime dell’Olocausto in occasione del 75esimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz.

Centro e sinistra devono capire il disagio delle comunità più deboli (dove vince la destra).

Il voto in Emilia Romagna va interpretato bene.
Ha vinto Bonaccini e Salvini ha perso.

Questo è un primo punto, di grande evidenza e valore. Evviva.
Gli elettori dell’Emilia Romagna hanno deciso di non piegarsi all’onda leghista fino al punto di buttare all’aria una tradizione riconosciuta di buon governo locale.
Hanno difeso la loro storia, anche al di là delle stesse appartenenze ideali e partitiche.
Si sono fatti “omologare” meno di altre realtà regionali (compresa quella dove vivo io).
Tanto di cappello.

Il voto, tuttavia, offre anche altre chiavi di lettura che sarebbe sbagliato disconoscere e che confermano processi sociali e culturali assai profondi.
La destra (inutile definirla diversamente) perde nella media regionale (anche per il naufragio elettorale dei 5 Stelle) ma vince nelle “aree interne”, nelle cosiddette “periferie”.
L’effetto “Sardine”, nelle realtà urbane, ha provocato un risveglio delle attenzioni e delle speranze. Nei territori non urbani, invece, pare che fasce popolari e ceti medi abbiano premiato la destra.

Non è un fatto strano.
Il voto alla destra ha un presupposto essenziale: la rottura dei rapporti di Comunità.
Il vero bipolarismo del nostro tempo non è tra destra e sinistra novecentesche (anche se la storia non è acqua fresca….) ma tra “personalismo comunitario” e “individualismo populista”.

Nelle aree urbane, la rottura dei rapporti comunitari viene compensata da molti fattori, in primis dalla concentrazione delle opportunità e dalla percezione di una maggiore ricaduta positiva della globalizzazione.
Nelle aree periferiche (delle città o delle aree intermedie o montane) si traduce invece in inquietudine, senso di abbandono, paura del futuro.

È qui che attecchisce di più il verbo della destra e dei suoi alleati, che proclama protezione contro la modernità e tutela contro i nemici, veri o immaginari, del mondo che fu.
La “sinistra” ed il “centro” (riprendo la simbologia del “trattino” riproposta recentemente con lucidità esemplare da Guido Bodrato) non possono pensare di evitare la sfida.
Vinceranno veramente solo se torneranno a interpretare anche il popolo delle periferie: quelle geografiche ma anche quelle sociali e culturali.
Teniamone conto, noi “popolari”.

Becciu: Sturzo, testimone del Vangelo della giustizia e della speranza

Articolo pubblicato sulle pagine del sito internet Vaticannews.va a firma di Benedetta Capelli

Figura di prete e statista che, con il suo impegno, favorì il sorgere di una società autenticamente democratica. E’ il tratto di don Luigi Sturzo, messo in luce dal cardinale Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, che ha celebrato stasera la Messa nella Cattedrale di Caltagirone, vicino Catania, a conclusione dell’Anno sturziano, proclamato nel centenario della fondazione del Partito Popolare Italiano.

La santità è somiglianza a Dio

Vivere l’amore verso Dio e il prossimo è la via per la santità, ha affermato il porporato, ed implica la completa adesione al Vangelo. “Questa figura storica del cattolicesimo italiano, individuò nell’impegno sociale dei cattolici – ha aggiunto il cardinale Becciu – il punto di gravità di una rinnovata partecipazione dei cattolici alla vita del Paese. Di qui il suo impegno per un programma sociale popolare e di stampo democratico-cristiano”. Testimone nella società del “Vangelo della giustizia e della speranza”, il Servo di Dio Sturzo si impegnò con “animo retto, libero e forte nell’agone politico, a tutto anteponeva Dio, centro e ragione della propria vita”. Nella preghiera attingeva “energia spirituale per rendere un servizio al bene comune”, resistendo anche “alle dure esperienze di incomprensioni, di denigrazioni e di amari rifiuti”.

Promotore della laicità dello Stato

“Non cessò di indicare e rispettare i giusti confini tra politica e religione, nella convinzione – ha spiegato il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi – che Stato e Chiesa sono chiamati a collaborare per il bene delle stesse persone, ma nella netta distinzione di ruoli e di competenze”. Per il cardinale, don Sturzo fu “un promotore e tutore della visione cristiana della laicità dello Stato che non è opposizione o contrasto, ma rispetto e collaborazione tra la comunità civile e quella ecclesiale per il vero bene dell’uomo e della famiglia umana”.

Partecipare alla vita della comunità

Anche oggi don Sturzo ricorda ai cristiani che “devono sentire il dovere di partecipare attivamente alla vita della comunità, impegnandosi anche in politica”, “la forma più alta di carità” come l’aveva definita Paolo VI. Una missione all’insegna del servizio, della disponibilità e del senso delle istituzioni.

Faro di luce

Ancora oggi Sturzo, ha proseguito il cardinale Becciu, continua a illuminare il cammino dell’Italia e della Chiesa. “La sua testimonianza di fede e il suo insegnamento socio-politico sono un mirabile patrimonio dell’Italia e richiede di essere sempre più recepito, custodito, meditato e testimoniato” anche al di fuori dei confini nazionali. Un uomo al servizio della collettività che ancora oggi “incoraggia a coltivare quei valori umani e cristiani che formano il ricco e irrinunciabile patrimonio ideale dell’Europa”. “Esso ha dato vita a una civiltà che nel corso dei secoli ha favorito il sorgere di società autenticamente democratiche. Senza fondamenti etici – ha rimarcato il porporato –  la democrazia rischia di deteriorarsi nel tempo e persino di scomparire”.

 

Alberto Marvelli, beato per fede e per impegno politico e sociale.

Articolo pubblicato sul sito internet https://laziosociale.com/

Una vita breve ma intensa quella di Alberto Marvelli tra attività caritatevole, impegno nel sociale e nella politica; una vita interrottasi prematuramente all’età di ventotto anni e ispirata a Pier Giorgio Frassati. Alberto si forma nell’oratorio salesiano di Rimini e laureatosi in ingegneria ebbe tra le sue esperienze lavorative anche quella della Fiat, ma la sua vocazione era di altro genere.

Nel ‘43 fu arrestato per aver contraffatto dei documenti per salvare dei ragazzi che non volevano essere arruolati nell’esercito della repubblica di Salò.

Durante un bombardamento riuscì a fuggire e continuò ad aiutare persone e famiglie a mettersi in salvo dagli orrori della guerra con un’azione instancabile; i suoi concittadini dicevano che tanta forza e determinazione gli veniva dall’avere la “camicia della Madonna” come fosse uno scudo protettivo regalatole dal Cielo.

Riorganizzò l’Università Popolare che era stata chiusa dal regime fascista e il gruppo dei laureati cattolici; diede vita ad una mensa e al cosiddetto “armadio del povero” per rispondere alle esigenze primarie di molte persone che vivevano in condizioni di grave indigenza.

Fu nominato dal Comitato di Liberazione Nazionale – in rappresentanza della Democrazia Cristiana – Assessore della nuova Giunta comunale con delega su Alloggi e Edilizia. Nel ’46 l’amicizia con Benigno Zaccagnini e i pressanti inviti di quest’ultimo, convincono Alberto a candidarsi alle elezioni comunali nella lista del partito dello scudo crociato; in quello stesso anno muore per un incidente stradale.

Preghiera, studio, lavoro, impegno sociale e politico fanno di Alberto Marvelli un vero manovale della carità e che lo porta alla beatificazione voluta nel 2004 da Giovanni Paolo II.

Un esempio per tutti e uno stimolo per impegnarci in modo sempre più efficace.

La voce del silenzio

Non si trovano fisicamente luoghi, in natura e nei contesti organizzati dall’uomo, in cui si possa materializzare il silenzio assoluto.
John Cage – grande musicista del Novecento, tutto genio e sregolatezza – nella celebre partitura intitolata 4.33 era riuscito a dimostrare che il silenzio totale non esiste: il “pezzo”, della durata di quattro minuti e trentatre secondi consisteva nel disporsi davanti ad un pianoforte senza suonarlo.

In quel lasso temporale si potevano udire i rumori di sottofondo che si coglievano nel silenzio della musica non orchestrata: John Cage voleva teorizzare infatti che possiamo attribuire ai suoni e ai rumori che ci circondano una valenza musicale se riusciamo a porci in una condizione di ascolto del mondo (“per me il significato essenziale del silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione”).
Da questo singolare punto di vista la musica non consiste tanto nell’esecuzione quanto nell’astensione, nella capacità di percepirla intorno a noi senza agire per crearne una nuova se non quella che deriva dalla connessione armonica tra le parti di quella ascoltata o prodotta dalla nostra mente.

Oltre la metafora suggestiva resta intatto il valore del messaggio: la disponibilità all’ascolto genera musicalità che a sua volta conferisce creatività al pensiero.
Il silenzio è soprattutto un luogo mentale, l’espressione di una capacità selettiva che produce concentrazione e immaginazione, astrazione e fantasia, riflessione e armonia.
A volte anche interrogativi, soprattutto se ascoltiamo la voce della nostra anima e se rivisitiamo i luoghi della nostra vita.

Il silenzio evoca la multicorde sensibilità di cui siamo capaci ed è in fondo il bene immateriale più prezioso e raro perché ci fa dono dell’ascolto di sé stessi.
Il silenzio vero, quello che non esiste ma che percepiamo come luogo di appagamento interiore, non ha spazi, non ha confini, non ha colori ma ha l’insieme indistinto di tutte queste cose, la somma di quelle parti che noi gli conferiamo con la nostra immaginazione.
Chiudiamo gli occhi e ci lasciamo trasportare dai sentimenti, nella nostra più inviolabile intimità possiamo essere protagonisti del tempo che ci appartiene e che ci concediamo lontano dai vincoli della parola.

Il silenzio ci scava dentro e nel profondo può essere persino rivelatore di verità nascoste.
Va goduto per quello che ci dà ma soprattutto per quello di cui ci priva.
“Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”, concludeva e raccomandava Federico Fellini nel suo film ’La voce della luna’.

La parola ci rende apparentemente diversi, più o meno capaci di farci capire anche se questa soggettività è poi essenziale alla democrazia della comunicazione, ha un suo codice regolativo che anticipa e spiega le relazioni tra le persone, la reciproca comprensione o almeno il tentativo di perseguirla.
Il distacco dalle cose, che si realizza nell’astrazione e nel silenzio, ci fa invece sembrare uguali nell’apparenza della sua impercettibile decifrazione, nella sua impenetrabilità esterna ma anche profondamente e radicalmente differenti in quanto a ricchezza delle voci di dentro, così sfumate e quasi aristocratiche, assolutamente personali, assorte, meditative, illeggibili da fuori.

E’ una musica tutta nostra quella che sentiamo dentro di noi quando riusciamo a concederci qualche momento di pausa dai doveri sociali: ora appagante, ora tempestosa, a volte ci dà pace a volte sussulti e angosce.
Sentimenti irripetibili per noi che viviamo in un mondo pervaso da presenze rumorose e riempitive: tutti devono dire, spiegare, aggiungere, puntualizzare, esserci.
Una concezione “protesica” della metafisica del fare: per risolvere i piccoli e grandi crucci dell’esistenza bisogna “aggiungere”, intervenire, metter mano, agire, parlare.
Avevo chiesto al Premio Nobel Levi-Montalcini che cosa ne pensasse del silenzio.
Mi aveva risposto: “Io in genere sto molto zitta, preferisco il silenzio alle parole, come condizione per lo studio e la ricerca e come regola di vita.
Si può pensare ma non è necessario parlare”.

Ci manca il culto dell’astrazione, del distacco, dell’absentia.
Non so a cosa pensasse Kant quando la sua mente ci regalò la descrizione più originale, ricca, sintetica ed esplicativa dei sentimenti umani di fronte ai misteri della vita: “Due cose riempiono l’animo con sempre nuovo e crescente stupore e venerazione, quanto più spesso e accuratamente la riflessione se ne occupa: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me” .
Un’intuizione geniale che ciascuno può declinare nella propria esperienza di pensiero e di meditazione, che illumina con poche, misurate parole il senso della presenza umana nell’universo: quello esterno a noi, infinito e immenso e quello della nostra coscienza, altrettanto incommensurabile e profondo.

La vera voce del silenzio è forse quella della coscienza che ci parla e ci interroga sul passato, sul presente, sui nostri destini, che scandaglia la nostra anima nel lungo viaggio di riflessione sui misteri della vita.
Questa voce che urla interrogativi e sussurra risposte, che dice, che tace, che piange, che ride ma che solo noi possiamo ascoltare e tenere per sé, senza avvertire l’obbligo di doverla comunicare.

In questa ricerca introspettiva, fatta di astrazione e di lontananze, dove prendiamo distanza dalle cose, finiamo per essere paradossalmente più vicini alla nostra esistenza di quanto consapevolmente ci capiti di fare “vivendola”.

Il ricordo e le suggestioni dell’anima, la fantasia e i sogni ci portano lontano ma ci restituiscono anche una più avvertita consapevolezza di sè.
Il silenzio – ci insegna una splendida poesia di Attilio Bertolucci – è assenza che diventa più acuta presenza.

Scuola nazionale “Giorgio La Pira”: consegna dei diplomi e inaugurazione del nuovo anno accademico

Si svolgerà giovedì 30 gennaio p.v. a Roma, la cerimonia di consegna dei diplomi 2019 e l’inaugurazione del nuovo anno accademico 2020 della Scuola nazionale di formazione socio-politica “Giorgio La Pira”. 

L’evento sarà ospitato dalle ore 15.30 presso l’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati (via di Campo Marzio, 78). L’ingresso è consentito entro le 15.15, fino ad esaurimento posti, previa prenotazione (tramite mail a segreteria@maritain.net).

Dopo i saluti dell’onorevole Michele Anzaldi, membro della Commissione Cultura, Scienza ed Istruzione della Camera dei deputati, di Pietro Sebastiani, Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, di Roberto Speranza, Ministro della Salute, di Giovanni Betta, Magnifico Rettore dell’Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale, di Gennaro Giuseppe Curcio, Segretario Generale dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, l’incontro, patrocinato dal ministero per i Beni e le Attività culturali (Mibact) e moderato dal giornalista Enzo Carra, sarà presieduto da Sebastiano Maffettone, presidente di Ethos Business School Luiss “Guido Carli” e introdotto da Luigi Di Santo, docente dell’Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale e direttore scientifico della Scuola “Giorgio La Pira”. 

In programma anche l’intervento del Magistrato Raffaele Cantone, Presidente del Comitato scientifico della Scuola. 

Quello proposto dalla Scuola “Giorgio La Pira” è un percorso di formazione civica rivolto a giovani che intendono impegnarsi per il bene comune, giunto alla sua seconda edizione e fondato dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain, in collaborazione con l’Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale e con la Pontificia Università Lateranense.

Le elezioni municipali di Parigi

Le Figaro scrive che nelle prossime elezioni municipali che si terranno a marzo a Parigi si profila uno scontro tra il sindaco uscente, la socialista Anne Hidalgo, e il candidato dei Repubblicani, Rachida Dati.

Hidalgo resta la favorita, con il 23 per cento delle intenzioni di voto, mentre Dati guadagna terreno e sale al 20 percento. In terza posizione il candidato de La République en marche, l’ex portavoce del governo Benjamin Griveaux, al 16 per cento. Il deputato e matematico Cedric Villani, candidato “dissidente” di En Marche che corre da indipendente, è al 10 per cento.

Ora per tutti candidati la campagna si concetrrà sui distretti nord e est perché è lì che il voto sembra più incerto.