Home Blog Pagina 566

Quali sono le novità sul bollo auto?

Tante novità per il bollo auto.

La novità principale riguarda la procedura di pagamento che dal primo gennaio viene effettuato tramite PagoPa, il nuovo sistema messo a punto dall’Agenzia delle Entrate.

PagoPA, spiega il governo sul portale ufficiale, non è una piattaforma dove pagare, bensì “una nuova modalità per eseguire tramite i Prestatori di Servizi di Pagamento (PSP) aderenti, i pagamenti verso la Pubblica Amministrazione in modalità standardizzata. Si possono effettuare i pagamenti direttamente sul sito o sull’applicazione mobile dell’Ente o attraverso i canali sia fisici che online di banche e altri Prestatori di Servizi di Pagamento (PSP), come ad esempio le agenzie di banca, gli home banking, gli sportelli ATM, i punti vendita SISAL, Lottomatica e Banca 5 e presso gli uffici postali”.

Il bollo auto deve essere pagato entro l’ultimo giorno del mese successivo alla scadenza. Il calcolo dell’importo può essere effettuato sulla pagina dedicata del sito dell’Agenzia delle Entrate o sul sito dell’Aci.

E’ previsto uno sconto del 50% per i possessori di auto e moto di interesse storico e collezionistico con anzianità di immatricolazione compresa tra i venti e i ventinove anni. Esenzione totale del bollo, invece, per un determinato periodo (a seconda della regione di residenza), per chi acquista un’auto ibrida o un’auto elettrica.

In Lombardia dal 2020 chi paga la tassa automobilistica in domiciliazione bancaria usufruisce di una riduzione del 15% sull’importo totale, pari circa a due mensilità.

Consumi, record di 3,5 mld made in italy su tavole estere

E’ record storico per il Made in Italy alimentare sulle tavole delle festività di tutto il mondo con l’export di vini, spumanti, panettoni, formaggi, salumi ma anche caviale Made in Italy che solo per il mese di Natale e Capodanno raggiunge i 3,5 miliardi di euro, in aumento del 7%. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti sulla base delle proiezioni relative al mese di dicembre 2019 su dati Istat del commercio estero.

Ad aumentare – sottolinea la Coldiretti – è il valore delle esportazioni di tutti i prodotti più tipici del Natale, dallo spumante al caviale, dai tortellini e cappelletti fino ai dolci e panettoni, ma crescono anche i tutti i vini, i salumi e i formaggi.

Tra i grandi protagonisti del cibo made in Italy sulle tavole straniere si conferma lo spumante che, grazie a un aumento in valore del 4%, fa segnare un nuovo record, in linea con la crescita dell’intero settore vitivinicolo, anch’esso in aumento del 4%.

Ma ad essere richiesti – continua la Coldiretti – sono anche il caviale made in Italy, che fa segnare una crescita boom sui mercati internazionali con un +18%, e i dolci nazionali come panettoni, altri prodotti della pasticceria tipica delle feste, in aumento dell’11 per cento in valore. Sempre più gettonate anche le paste farcite tradizionali del periodo freddo, come tortellini e cappelli (+8%). In salita pure la domanda di formaggi italiani che fanno registrare un aumento in valore delle esportazioni del 12%, così come quella di prosciutti, cotechini e salumi (+3%).

“Il record fatto segnare sulle tavole delle feste è significativo delle grandi potenzialità che ha l’agroalimentare italiano che traina la ripresa dell’intero Made in Italy peraltro in una situazione resa difficile a causa delle tensioni internazionali”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’andamento sui mercati internazionali potrebbe ulteriormente migliorare da una più efficace tutela nei confronti della “agropirateria” internazionale che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale”.

Austria: attacco informatico contro il Ministero degli Affari Esteri

I sistemi informatici del Ministero degli Affari Esteri austriaco sono stati oggetto di un “grave attacco informatico”. La conferma è arrivata dallo stesso Ministero.

Per contrastare il cyberattacco, che sarebbe stato”individuato molto rapidamente”, “sono state messe in atto immediatamente misure di contrasto” ed è stato istituito un”comitato di coordinamento”, affermano i due ministeri senza fornire ulteriori dettagli.

Un portavoce ha fatto sapere che non si può escludere che si tratti di un “attacco mirato” da parte di uno Stato estero. “In passato, altri Paesi europei sono stati oggetto di attacchi simili”, ha detto il ministero. L’attacco è avvenuto poco dopo il via libera dei Verdi austriaci alla coalizione con i conservatori, dando vita a un’alleanza senza precedenti.

In Cina torna il terrore della Sars

È allerta per una misteriosa polmonite virale che finora ha già contagiato 44 persone, di cui 11 versano in gravi condizioni. Gli aeroporti hanno preso le precauzioni per segnalare i possibili casi sospetti e limitare i contagi, con il terrore di un ritorno del virus della Sars che uccise migliaia di persone tra il 2002 e il 2003. L’infezione è stata segnalata per la prima volta il 24 dicembre scorso a Wuhan, città della Cina centrale con una popolazione di oltre 11 milioni.

Giovedì l’epidemia ha suscitato timori anche a Hong Kong quando una donna, che era stata a Wuhan durante le vacanze di Natale, è stata ricoverata in ospedale per infezione respiratoria.

Nella Cina continentale, le autorità hanno riferito che il principale gruppo di recenti infezioni è concentrato attorno a un mercato alimentare a Wuhan, dove erano stati venduti animali selvatici.

La dignità della politica in Piersanti Mattarella

Riteniamo interessante ripubblicare questa riflessione su Piersanti Mattarella, svolta in una circostanza pubblica nel 1986, nell’anniversario della sua tragica scomparsa. Il lettore saprà individuare i punti che implicano un qualche necessario aggiornamento (Redazione)

 

Se il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella non fosse stato ucciso dalla lucida e spietata determinazione della mafia, oggi avrebbe appena 50 anni. E certamente sarebbe uno dei reali protagonisti della vita politica del Paese.

Credo di interpretare i sentimenti di tutti coloro che, pur non essendo familiari, vissero con dolore quel giorno nell’affermare che da quel momento è cambiato in modo radicale e irreversibile il nostro sentire la politica, il nostro vivere la politica.

Fino all’alba di quel giorno fare politica era un portato naturale del desiderio umano e legittimo di essere protagonisti positivi di un processo di sviluppo e di crescita della nostra Comunità.

Dentro ognuno di noi c’era la convinzione di potere incidere in profondità sulla realtà sociale, economica e civile; c’era la consapevolezza di stare lavorando con dedizione nel senso giusto. Forse eravamo orgogliosi dei nostri piccoli o grandi ruoli.

Quella mattina questo modo di essere in politica fu frantumato.

Tutti nel silenzio della nostra coscienza abbiamo dovuto prendere atto, anche ripensando alla morte di Michela Reina, che da quel momento in poi non bastava essere onesti, leali e responsabilmente dediti ai propri compiti, ma occorreva essere, soprattutto, coraggiosi. Abbiamo dovuto ripensare al perché fare politica nella consapevolezza, nuova, che occorreva trovare motivazioni più profonde ad un impegno così rischioso.

Abbiamo perso le nostre certezze, il nostro orgoglio.

Abbiamo capito che non saremmo stati più in grado di gioire dei nostri successi politici.

Ciò nonostante è maturata in noi la determinazione, che dovevamo continuare, nei modi più opportuni e secondo le competenze ed ì ruoli di ognuno, perché non potevamo abbandonare (tradire), non potevamo far finta di non avere conosciuto, di non essere stati amici di Piersanti.

Ognuno di noi ha dovuto ripensare alla frase di Moro che Piersanti ripeteva continuamente e che volle fosse scritta in calce alla foto dello statista pugliese che teneva nel suo studio “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

Da quel giorno continuare ad essere in politica è stato, anche, un modo di ricordare, di onorare Piersanti.

Ecco perché l’incontro di stasera non è, per me, e non deve essere, una commemorazione, un semplice rito.

Ed è significativo che questo incontro è stato voluto ed organizzato – nel desiderio di conoscerne il pensiero e l’azione – da un soggetto politico-culturale, quale il Gruppo Politica Giovani, che non ha conosciuto direttamente Piersanti.

Sarebbe infatti tristissimo se per onorare Piersanti, per ritornare con il cuore e la testa alla Sua Persona, attendessimo il 6 gennaio e avessimo bisogno di riunirci in un salone.

Peraltro, sarebbe una mancanza di carità ricordare lui solo e non anche “tutti coloro che hanno voluto e saputo compiere fino in fondo il loro dovere”.

Per chi ha vissuto un rapporto di sincera e profonda amicizia ricordare, onorare Lui – come tutti gli altri – non può non significare che vivere con “le carte in regole”, come amava ripetere con riferimento alta Regione ma anche ai comportamenti individuali, giorno dopo giorno sempre con maggiore determinazione e totalità.

Ed in una simile dimensione ognuno è solo con la propria coscienza e con la Fede se, come Piersanti, credente.

In questo incontro dobbiamo invece assieme riflettere, ragionare sulla sua impostazione politica, sulla sua visione economica, sulla sensibilità sociale che lo caratterizzava.

Dobbiamo chiederci, e chiedere, quanto sia ancora attuale in termini di analisi e di progetto il suo pensiero e verificare quanto è stato realizzato, o non è stato realizzato, in linea con la sua azione di uomo di governo.

Perché come ha acutamente osservato Leopoldo Elia “la dimensione nazionale della sua figura consiste, prima ancora che nella morte subita in ragione del suo ufficio, nella vita spesa a servizio della Comunità e nell’opera di singolare ricchezza da Lui lasciata incompiuta”.

E non è senza significato, almeno per me, il luogo scelto per questo incontro.

Quanti incontri, dibattiti, conferenze, seminari molti di noi stasera qui presenti hanno vissuto in questo salone!

Come non ricordare l’intensità della partecipazione, il livello dei temi trattati, l’attenzione all’ascolto!

Chi può avere dimenticato il profondo sincero affetto, il grande rispetto e l’attenzione con cui Piersanti ascoltava il professore Corsaro, o la vivacità ed il livello dei confronti con Rosario Nicoletti.

Non è mio compito delineare l’impostazione politica, la visione economica e la sensibilità sociale di Piersanti Mattarella, credo, tuttavia, sia opportuno sottolineare due aspetti della Sua personalità che fanno da cornice a tutta la sua opera e che chi ha vissuto quegli incontri, e più in generale quegli anni, sentiva con immediatezza.

Piersanti, come sottolineava Lui stesso nell’articolo sul Giornale di Sicilia dell’11/5/1978, in memoria di Aldo Moro che “aveva scelto come sua guida politica e mora¬le”, sentiva profondamente l’affermazione dello statista pugliese “che primo dovere dell’uomo politico cattolico è quello della comprensione illuminata e serena della realtà, l’impegno di penetrazione e interpretazione di essa”.

Ecco perché il Suo incontrare la gente, il Suo volere discutere, dibattere, approfondire i contenuti della propria azione era sostanziale e non formale.

Se c’era un uomo poco incline a cambiare idea, a modificare le proprie opinioni, questo era Piersanti.

Eppure nessuno come Lui sentiva il bisogno di confrontarsi, di scontrarsi, di approfondire le analisi per poter poi definire le strategie ed i progetti.

Nell’insediare il comitato regionale della programmazione, che aveva voluto con ferma determinazione, affermava testualmente: “il guardare lontano, il volere alzare lo sguardo e pensare anche al domani non è incompatibile con la nostra azione ma, anzi, è necessario e utile perché si sappia a quali obiettivi e a quali linee ci si debba ispirare”.

Per Piersanti una politica senza progetto, una politica senza strategia non aveva dignità.

E l’attaccamento alla Sua “visione” (impostazione) nasceva non tanto da un legittimo orgoglio intellettuale quanto dal vivere col cuore e con la testa la Sua dimensione di un uomo di governo.

E questa Sua passione per la politica, questa volontà ostinata e determinata a contribuire in modo decisivo all’affermazione di un sano sviluppo della nostra Comunità regionale e del Mezzogiorno era palese, visibile.

Non si spiega altrimenti la Sua capacità di attrarre, di coinvolgere, di convincere all’impegno politico anche chi era dubbioso o scettico sulla capacità di rinnovamento del Partito e più in generale della Comunità siciliana. 

Ecco: questa naturale attitudine a coinvolgere, a motivare e poi a sostenere affettuosamente tutti coloro che sentivano i Suoi stessi ideali mi sembra essere il secondo aspetto portante della Sua personalità.

E gli incontri che promuoveva con continuità in questo salone avevano proprio questa duplice finalità: coinvolgere gli uomini, progettare il futuro in coerenza con le idee di fondo di ispirazione cristiana.

Avviandosi a concludere il discorso pronunciato il 25 aprile 1976 nel Teatro dell’Istituto Don Bosco di Palermo, affermava: “Qui è il significato degli incontri che noi, in questi anni, abbiamo fatto, perché non è più tempo di mobilitarsi e di riunirsi alle vigilie elettorali. E’ tempo di seguire insieme, di partecipare insieme, agli eventi che vive la nostra società in maniera attiva e impegnata, perché da questi nostri incontri scaturisca la consapevolezza della necessità di trasmettere ad altre persone taluni concetti, impostazioni e doveri oltre che diritti”. “In qualsiasi occasione: o siamo portatori di alcune idee in cui crediamo o saremo trascinati da minoranze che occupano gli spazi che noi abbandoniamo”.

Un modo di concepire la politica che lo portò, nel tempo, a definire sempre più compiutamente, in coerenza con le sue idee, una strategia di lungo periodo, un complesso di obiettivi intermedi, un sistema organico di strumenti (o di passaggi obbligati), nonché a compiere un insieme di atti politici di valenza nazionale.

Convincimento di fondo di tutta l’impostazione politica di Piersanti era la consapevolezza che la Sicilia, e più in generale il Mezzogiorno, non erano da soli capaci di innescare un processo di sviluppo autosufficiente, che per essere tale in futuro non poteva non caratterizzarsi per una scelta decisamente “industrialista”.

Pertanto occorreva realizzare una strategia caratterizzata dall’unità delle forze meridionalistiche – la più larga possibile e quindi coinvolgendo anche il Partito Comunista – come condizione indispensabile per modificare i rapporti di forza Nord-Sud.

In questa prospettiva gli obiettivi intermedi costituivano la condizione indispensabile per permettere alla Regione di avere “le carte in regola” per interloquire autorevolmente con lo Stato.

“Avere le “carte in regola” che in concreto significava – per Piersanti – risanare gli enti economici regionali, realizzare l’efficienza della spesa pubblica, perseguire la trasparenza nell’azione di governo.

Tutto ciò ponendo in atto un insieme di strumenti (passaggi obbligati) quali il decentramento (avviato con l’approvazione della legge n.1 del 1979 e proseguito con la predisposizione del disegno di legge per la costituzione dell’ente intermedio), la programmazione, la collegialità degli atti di governo e soprattutto il coinvolgimento reale di tutta la Comunità siciliana, nonché dell’opinione pubblica nazionale più aperta attraverso un complesso di atti e di gesti di valenza nazionale

Si pensi alla lettera a Zaccagnini, al rapporto con la Lega Democratica, alla polemica – continua e sempre motivata dal riferimento ai fatti – con le Partecipazioni Statali, alle iniziative per coordinare l’azione politica di tutti i parlamentari siciliani, alle sollecitazioni rivolte alla Confindustria per guardare alla Sicilia in un’ottica non contingente e l’attenzione rivolta all’attività del CNR nella pressante richiesta di una reale valorizzazione delle “intelligenze” del Sud.

Nonché gli inviti rivolti a Roy Jenkins, Presidente della Commissione Esecutività della Comunità Economica Europea, e a Sandro Pertini.

Questa era la politica di Piersanti Mattarella.

li significato, il valore e l’attualità di essa non sta tanto – a mio giudizio – nel merito specifico dei singoli punti, sia di quelli strategici che intermedi, quanto piuttosto nella sua profonda e coerente strutturazione unitaria, capace di coniugare le singole azioni quotidiane con il progetto complessivo. 

A mio giudizio l’insegnamento fondamentale di Piersanti è questa lezione di metodo e non tanto i contenuti, che sicuramente, oggi, lui stesso avrebbe rivisto in connessione al mutamento della realtà.

Credo sia superfluo presentare gli amici che interverranno. Mi sia consentita un’ultima notazione. Nei giorni che seguirono il 6 gennaio molti di noi avvertirono il vuoto perché sembrò dissolversi con il suo autore la prospettiva politica, nuova, capace di rispondere ai bisogni della Sicilia.

A sei anni di distanza rimane un vuoto umano e politico incolmabile ma non possiamo non constatare che non uno ma molti sono oggi gli uomini all’altezza dell’impegnativo compito di contribuire in modo decisivo al bene della Sicilia.

E nel Partito, nelle Istituzioni, nel Sindacato, nella Comunità civile e nel mondo della cultura è possibile individuare punti di riferimento certi.

I relatori di questo nostro incontro – pur nella diversità delle loro storie personali e dell’impegno politico – sono certamente fra questi; a riprova che l’insegnamento di Piersanti non è stato l’astratta esercitazione di un “intelligente” ma la concreta realizzazione di un autentico politico.

Abbiamo parlato di Piersanti come amici, in quanto tali eravamo, ma credo che ne offenderemmo la memoria se, per tali, ci ritenessimo gli interpreti autentici del suo pensiero o, peggio, gli eredi della sua costruzione politica.

Chiunque, ed in tal senso è emblematica l’iniziativa del Gruppo Politica Giovani, ha tutto il diritto, e direi il dovere, di sentirlo come parte della propria storia politica.

La Finlandia riduce l’orario di lavoro. E noi?

La trentaquattrenne nuova premier finlandese, Sanna Marin, affronta con decisione il problema della riduzione dell’orario di lavoro, proponendo 24 ore settimanali con sei ore al giorno, per quatto giorni di lavoro.

La sua tesi è che la forte robotizzazione e digitalizzazione dei mezzi di produzione, permette agli imprenditori di avere buoni margini di guadagni, in grado di mantenere inalterati i salari anche ad orari ridotti. Ritiene che persone che possono trascorrere più tempo con la famiglia e dedicarsi maggiormente ai propri hobby, sono più produttivi perché più felici e rilassati.

In Finlandia le ore medie lavorate sono già a trenta ore, dunque più facili da ridurre ulteriormente. Che dire? Di fronte a tale prospettiva con motivazioni per nulla infondate, si può affermare che il primo ministro finlandese ha proposto un grande ed impegnativo programma di governo.

D’altro canto la condizione economica del paese è buona ed è ben collocata nella Unione Europea: il Pil si aggira sul 2,5%, la disoccupazione è sul 5,5%, il reddito pro capite è superiore il 16% della media europea, il debito pubblico si aggira a circa la metà del prodotto interno lordo di un anno, industria e servizi avanzati sono i suoi punti di forza. Insomma un esperimento fattibilissimo.

Ma questo tema non può riguardare solo i finlandesi: è il tema che riguarda e riguarderà ogni popolo con una economia avanzata; riguarda innanzitutto l’Europa, Italia compresa. Ci sono molte ragioni per porsi un obiettivo così cruciale per rivedere ordine economico e sociale.

Lo sviluppo digitale ha pervaso ogni attività umana, così come la organizzazione del lavoro ed i rapporti tra utili ed investimenti dell’impresa. Ma i contratti e le leggi, oltre alla cultura del lavoro, sono rimasti ancorati al tempo passato. Fa parte dell’ordine naturale delle cose prendere atto del cambiamento e ridurre gli orari a parità di salario.

Ma nell’era digitale, calcolare il lavoro per ore lavorate, sarà sempre più una pratica dalla improbabile efficacia, in quanto la velocità ed intelligenza applicata ad operazioni operate on line, aldilà di spazio e tempo, ci riporta all’epoca pre fordista, con la valutazione dell’ opera svolta in sé; come un lavoro svolto da un artigiano: infatti non si calcola il valore per ore, ma per il valore che rappresenta il lavoro svolto.

Prendiamo ad esempio il lavoro prodotto in regime di ‘smartworking’. Non è un caso che è sviluppatissimo in Italia nel rapporto di lavoro autonomo, mentre risulta molto residuale in Italia nel lavoro dipendente. Questo non significa che nel lavoro dipendente non sia possibile; il problema è che non è ancora sufficientemente regolamentato e contrattato.

È vero che ci sono lavori e lavori, ma le questioni di cui stiamo parlando, sono già adesso molto presenti nella realtà; nel futuro prossimo sarà la modalità più diffusa. Quindi se l’impresa dovrà cambiare per organizzarsi e per essere più efficace, i lavoratori dovranno potenziare ed aggiornare continuamente la loro professionalità ed istruzione.

Inoltre il caso finlandese dice al nostro legislatore, associazioni imprenditoriali e di lavoratori, di saper guardare avanti nel prospettare soluzioni congrue per i tempi che viviamo.

Oro incenso e mirra

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Fabrizio Bisconti

Il suggestivo racconto dell’adorazione dei Magi è riferito solo dall’evangelista Matteo (2, 1-12). La dinamica narrativa propone toni solenni, ma sobri. La stella, che guida i sapienti, appartenenti alla classe sacerdotale della religione persiana, non rimanda a fenomeni astrofisici, ma assurge a un significato religioso, rivestendo un ruolo messianico, da riferire specialmente alla profezia di Michea (5, 1) su Betlemme, patria di Davide.

La rivoluzione cosmica e la concretezza storica nutrono la narrazione del “primo Vangelo”, laddove il concetto della messianicità del Cristo è collegato alla divina regalità, secondo quanto suggeriscono i doni offerti dal Bambino da questi personaggi dall’elevato potenziale sociale, giunti da un lontano e indefinito oriente.
Tali doni mostrano un esponente cristologico, morale e teologico, ma anche cosmologico o istituzionale. I tre doni, per tutte queste accezioni, possono alludere alla Trinità, alle tre parti della terra, ai tre significati della Scrittura, ai tre più importanti gradi della gerarchia ecclesiastica.

Già Ireneo, nel ii secolo, spiega il significato dei tre doni: la mirra corrisponde alla morte del Cristo, l’oro alla sua regalità, l’incenso alla sua divinità. Tale decodificazione pare utile a uno scioglimento cristologico della donazione, che trova soluzioni iconografiche nell’arte dei primi secoli, quando i Magi recano elementi diversificati, ossia l’oro come corone o vassoi, l’incenso come globi e la mirra come piccole fiale. I tre doni, proprio nell’arte più antica, guideranno la scelta di rappresentare tre Magi, anche se in alcuni dipinti catacombali del III e del iv secolo, troviamo due, quattro e persino sei personaggi. Lo schema iconografico definitivo vede i Magi nell’atteggiamento reverente dell’offerta, mentre protendono le mani, talora velate, per recare i doni al Bambino, in grembo alla madre. La solenne processione richiama quello dei barbari vinti, che recano un prezioso tributo all’imperatore. I Magi vestono all’orientale, con una corta tunica manicata cinta, aderenti pantaloni, corto mantello e il berretto frigio.
I doni offerti al Bambino — come si diceva — sono portati tramite piatti circolari o ellittici e non sempre si distingue nitidamente il contenuto. Come abbiamo anticipato, l’oro, per lo più è indicato da una corona, ma può essere anche rappresentato come un piccolo mucchio di monete; l’incenso può essere suggerito da una pisside o da piccoli globi; la mirra da un vaso, da una coppa o da due ampolline.

La più antica rappresentazione dell’adorazione dei Magi va ricercata nella cappella greca della catacomba romana di Priscilla, da riferire alla seconda metà del III secolo, dove la scena dipinta è ridotta alle essenziali silhouettes dei personaggi, ma nella plastica funeraria del pieno iv secolo l’episodio si associa a quello della Natività, mentre tra i tre re spuntano le teste dei cammelli. Con il tempo, nasce un vero e proprio “ciclo dei Magi”, ossia il viaggio guidato dalla stella, l’incontro con Erode, l’adorazione e l’offerta dei doni. La narrazione continua trova la sua manifestazione più definita nell’arco absidale e ora trionfale della basilica romana di Santa Maria Maggiore. La sontuosa decorazione musiva, commissionata da Sisto III, all’indomani del concilio di Efeso del 431, si ispira all’Infantia Salvatoris, anche per il tramite degli scritti apocrifi. Ben due quadri ricordano la storia dei Magi, ossia l’adorazione e l’incontro con Erode.

Nella navata centrale della basilica palatina di Ravenna, concepita da Teodorico e abbondantemente rivista da Giustiniano, nota come Sant’Apollinare Nuovo, torna la maestosa scena dell’adorazione, riferibile alla seconda stagione musiva del monumento ravennate. Negli anni centrali del vi secolo, quindi, i Magi si avvicinano verso la Madonna intronizzata con il Bambino tra quattro angeli, dando avvio alla infinita processione delle vergini, che offrono solennemente le corone del martirio. I Magi, stagliati su un fondo aureo, vestiti con sgargianti e preziosi indumenti, sono definiti dalla didascalia Balthassar, Melchior e Gaspar. I tre re saggi sono rappresentati anche nel sarcofago ravennate di Isacio in San Vitale e nel mosaico dello stesso monumento, laddove Teodora, nel celebre pannello, che la raffigura tra i suoi dignitari, indossa una preziosissima clamide, nella cui balza è ricavata in oro la consueta scena dell’offerta.

Ma il tema ha lunghissima fortuna e attraversa i secoli del Medio Evo, spuntando a Castelseprio, a Santa Maria Antiqua e nell’oratorio di Giovanni VII nell’antico San Pietro in Vaticano. La scena nutrirà l’immaginario iconografico della storia dell’arte moderna e contemporanea, immortalando, con schemi sempre maestosi e aulici, l’arrivo di quei Magi, di quei pii sapienti, che avevano avvistato la stella della Natività, di cui Leone Magno aveva percepito il significato profondo, in quanto cifra del sacramento della Grazia, attraverso cui si attua l’universalità del messaggio evangelico.

Il passato appartiene al passato, anche per il Partito Democratico

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Il Mondo rischia una crisi planetaria che tutte le persone di buon senso auspicano non sfoci in qualcosa che non vogliono nemmeno immaginare.
L’Europa si dibatte in una serie di convulsioni che gli europeisti di tutti i Paese sperano siano di crescita e non di implosione.

L’Italia è sempre più avvolta nelle spire di un populismo putrescente e di un nazional-sovranismo incolto,incompetente ed irresponsabile.
Il Partito Democratico di Zingaretti vive momenti difficili e contraddittori,confuso tra il senso di responsabilità di governo e la percezione della insignificanza della sua proposta politica nel confronto con un alleato di governo spesso improbabile.

Il Partito Democratico di Roma tenta faticosamente di recuperare una posizione politica dignitosa nella città e nei confronti dei cittadini e lavora ad una riorganizzazione strutturale ed alla individuazione di una linea politica che impegnano alcuni dei suoi uomini migliori a tutti i livelli al fine di ripresentarsi credibilmente all’elettorato della Capitale come seria e concreta alternativa alla tragicomica gestione di Virginia Raggi ed alle avventuristiche aspirazioni della Destra nazional-leghista.

Roma è sommersa di rifiuti che continua a produrre ed a non sapere dove collocare e come smaltire e deve registrare ormai il collasso del trasporto pubblico tra stazioni metro chiuse,mezzi che si incendiano, attese interminabili alle fermate ATAC e linee ferroviarie locali inefficienti che non si sa a chi far gestire.
In questo contesto alcuni zuzzurelloni, al momento operativi soltanto nel VI Municipio,sembra abbiano deciso di mettersi a giocare con le tessere del Partito Democratico, avviando, nella prospettiva del prossimo Congresso della Federazione di Roma del Partito,una campagna di tesseramento online che non trova riscontri e precedenti , per i tempi e per i modi, in nessuna altra circostanza analoga del passato del Partito Democratico.

In via del tutto incidentale,forse sarebbe utile anche ricordare che il VI Municipio,quello delle Torri,che si estende tra la via Prenestina e la Via Casilina ed oltre,nella periferia Sud-Est della città, è il territorio nel quale il Partito Democratico raccoglie ormai da anni il minor di consensi in termini assoluti nella città,scendendo a percentuali risibili per un partito che aspiri a confermare o a riottenere il governo della Capitale,della Regione e del Paese.
Il tutto in un quadrante della città che fa registrare uno dei più alti tassi di presenza di immigrati e di consensi al partito di Grillo, Di Maio e Casaleggio che nel 2016 risultò particolarmente attrattivo per un elettorato che in buona parte,in tempi diversi, sarebbe stato definito di sottoproletariato urbano.

Appresa la notizia di tali manovre, spacciate in un post su Fb, per “un segnale di cambiamento”richiesto dai cittadini, un Parlamentare del Partito Democratico ha espresso,invece, la sua severa opinione sulla capacità di cambiare da parte del suo Partito,stigmatizzando la strumentalità di certi comportamenti.
Giusepe Fioroni,fondatore e storico dirigente del Partito Democratici,sulla scorta del suo intervento all’ultimo Convegno di Base Riformista,a sua volta ha denunciato sulla stampa nazionale “pratiche che si pensava appartenessero al passato” sulle quali “Zingaretti non può rimanere silente”, e bene ha fatto,ad intervenire tempestivamente sui social il Segretario Regionale, il Senatore Bruno Astorre,richiamando all’ordine tutti e ciascuno,in particolare bloccando il passo a quanti sembrano voler considerare il Partito Democratico di Roma “terra di conquista” in questo caso e una proprietà privata in altre circostanze.

Il Partito Regionale è una forza politica popolare, plurale ed inclusiva, e deve proseguire nel suo percorso riformatore e modernizzatore della politica italiana, mai concedendo spazio a riti ed atteggiamenti che si richiamino ad un passato,anche non remoto, che appartiene, appunto,alla categoria delle cose passate.
Noi siamo in sintonia con il Segretario Regionale e con la sua idea di partito aperto,visto come comunità partecipata di uomini e donne uniti da un più generale “idem sentire” di fondo.

Una concezione che si inveri,però, in una pratica politica corretta e rispettosa delle varie sensibilità presenti all’interno di una forza politica che vuole tornare grande e che,pertanto, non può e non deve non assicurare cittadinanza a qualunque forma di espressione interna che non si muova supinamente nell’alveo di un pensiero unico che potrebbe apparire, in prospettiva, angusto ed asfittico, e magari registrare con favore i movimenti di un “turismo politico” di ritorno di scarsa affidabilità e di ancora minore tollerabilità in considerazione delle trascorse dinamiche interne al Partito Democratico stesso del VI Municipio di Roma ed altrove.

Ed a Roma e nel Lazio i rispettivi Segretari ed Organi dirigenti sono i garanti indiscussi e responsabili di questa idea di partito,come hanno confermato anche sul numero odierno di “la Repubblica”.

Il Conclave

Bella idea, quella di Zingaretti. Un conclave del Pd ci voleva, anzi ce ne vorrebbe uno anche per il M5S: chiuderli a chiave – deputati e senatori – non dispiacerebbe a Di Maio.
Intanto lo fa il Pd. Non che ad altri sia vietato o sconsigliato, ma il rischio è che un conclave della Lega finisca per eleggere un anti Papa. E non sarebbe bello.
Zingaretti invece dal Papa è andato, s’è fatto benedire e poi, come Scalfari qualche tempo fa, ha pure parlato a nome suo (non a nome di se stesso – Zingaretti – ma a proprio a nome del Papa).

In questo esercizio, per altro, ha dato il meglio di sé riuscendo ad approvare l’operato tanto del Presidente della Regione Lazio, quanto del Segretario politico del Pd. E poco importa che siano la stessa persona, ovvero Zingaretti medesimo in persona. Al Tg1 se ne sono accorti e hanno letto, ieri a pranzo, due righine – proprio due – che trasudavano diplomazia e incazzatura d’Oltretevere.

Non importa! ZIngaretti abbonda perché i latini saggiamente consigliavano di abbondare, non di…deficere.
I deficienti, se vogliamo, non esistono. Sono una nostra invenzione, un fastidio che diventa pensiero, un rigurgito d’insofferenza anti-altruistico. Per questo li evitiamo.
Sicché, dicevamo, si va in conclave.

Naturalmente non tutti possono parteciparvi e quelli che non saranno invitati dovranno rassegnarsi. Purtroppo saranno quelli che appartengono al campo della deficienza, pur non essendo deficienti e magari essendo pure bravi, anzi bravissimi.
D’altronde nel Pd viene facile supporre che vi sia spazio per molti, ma non per tutti.
Anche il Papa gliel’ha ricordato e Zingaretti l’ha ripetuto in cuor suo: molti sono i chiamati, dice il Vangelo, e pochi gli eletti.

Il Conclave serve a rassicurare gli eletti. O no?

Nota a margine della sortita di D’Alema

Anche se ha fatto un certo effetto, l’uscita di Massimo D’Alema non mi ha convinto.

Intanto che quando c’era da condividere gli sbagli degli americani il buon D’Alema non si è certo tirato indietro, e i civili serbi massacrati durante il suo governo ne sanno qualcosa.

Poi certo, rispetto al livello di questo Parlamento lui è una spanna sopra, come Bodrato, De Mita e pochi altri. E va sottolineato il suo riconoscimento della politica di dialogo con il mondo arabo della prima repubblica, nei fatti la linea della Democrazia Cristiana.

Adesso Trump si è lasciato ingolosire dall’eliminazione azzardata di Qasem Soleimani, per la sua campagna elettorale e per rinsaldare i rapporti con Israele.

D’Alema si limita a indicare le ragioni di questo grave errore  del presidente americano. Ma non si può continuare a ripetere che nell’accordo con l’Iran di Obama vi fossero solo luci. C’erano nel contempo molte ombre. Mai dimenticare che nei piani di Obama e della Clinton la Siria sarebbe dovuta cadere sotto il dominio del Califfato “islamico”, allevato da americani, francesi, inglesi e sauditi, e il mondo arabo sarebbe dovuto finire gradualmente sotto l’influenza degli integralisti della Fratellanza musulmana.

A quel punto, per evitare più fronti insieme, serviva una sorta di armistizio con l’Iran, un dilazionamento di qualche anno della destabilizzazione della potenza persiana. L’accordo sul nucleare iraniano nasce così. Poi la buona fede, e gli interessi, dell’Europa, che corrispondono nella fattispecie a quelli italiani, sono un altro aspetto della faccenda.

Piuttosto, giunti a questo punto, con quelli che i media si ostinano ancora a chiamare “ribelli siriani”, in realtà schegge dell’Isis trasferite in Libia, alle porte di casa, con la Russia e la Turchia ai ferri corti, con le macerie di decenni di destabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa, forse ci si dovrebbe chiedere cosa potrebbe innescare tutto ciò, se a prevalere non saranno le ragioni della ricostruzione su quelle di una ulteriore frammentazione.

Chesterton controcorrente

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Marco Testi

Talvolta capita che il libro divenga debitore dello schermo: è accaduto per Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, balzato all’attenzione del lettore comune per la sontuosità del film di Visconti nel 1963, o a un romanzo iniziatico e misterioso, che diventò, nonostante l’accanita ma vana opposizione dell’autrice, Pamela Lyndon Travers (pseudonimo di Helen Lyndon Goff) il celeberrimo Mary Poppins, targato Disney. È capitato anche al Padre Brown di Gilbert Keith Chesterton, trasformato in Italia in una vera e propria icona televisiva nel corso delle sei puntate che la Rai — a quel tempo ancora generalista — mandò in onda tra il 1970 e il 1971, complice l’accattivante interpretazione di Renato Rascel. L’altro Chesterton, abissalmente attratto dai grandi enigmi della storia dell’uomo, rimase in ombra. Ingiustamente, perché un suo romanzo, più volte tradotto da noi, L’uomo che fu giovedì («The man who was Thursday — a nightmare»), pubblicato nel 1908, prima quindi della serie di Padre Brown, è di una straordinaria importanza per capire il dibattito culturale in quegli anni: il positivismo sembrava aver esalato l’ultimo respiro lasciando la scena all’irrazionalismo e all’estetismo, che si apprestavano — anch’essi limitatamente alle intenzioni, prima di scomparire a loro volta — a scavare la fossa alla religione come dogma e come sentimento popolare, propugnando una raffinata, dotta, estenuata spiritualità, contro la supposta grettezza degli altri, e questi altri erano anche e soprattutto il prete, il credente, il “borghese”.

L’uomo che fu giovedì è la storia della resistenza contro il materialismo e la disperazione; lo scrittore londinese aveva capito a cosa potevano portare lo scientismo radicale, lo scetticismo a tutti i costi, quello sì davvero borghese, l’ironia divoratrice su ogni cosa: «Una nube pesava sulla mente degli uomini, e gemendo passava il vento: sì, una nube malaticcia sull’anima, quando eravamo giovani tutti e due».
Il pensiero moderno rischiava di portare all’ubbidienza mediatica, come genialmente Chesterton aveva profetizzato nel suo primo romanzo, Il Napoleone di Nothing Hill («The Napoleon of Nothing Hill», 1904): «I saccenti scrivevano libri su come i treni sarebbero diventati più rapidi e tutto il mondo sarebbe diventato un unico impero… è molto più probabile che andremo di nuovo alle crociate o adoreremo gli dei della città».
Il protagonista di L’uomo che fu giovedì è Syme, un giovane poliziotto che per combattere l’anarchia, si infiltra in un cenacolo di terroristi che si identificano con i nomi dei giorni della settimana. Il capo dell’organizzazione è lo spaventevole, innominabile, — a detta dei suoi stessi seguaci — Domenica.

Piano piano, dalla solitudine più tetra, allegoria chestertoniana di quella del cristiano nel nuovo secolo, e, risalendo alle origini, di Gesù nella passione, Syme passa al conforto di sapere che quasi tutti gli altri si sono infiltrati nel gruppo per combattere la battaglia contro la morte spirituale e il disordine.
Alla fine Domenica sembra essere in difficoltà, ma riesce a sfuggire alla caccia dei finti anarchici, anzi, fa in modo di farsi inseguire fin dentro un giardino, dove essi vengono paradossalmente accolti, rifocillati, lavati e preparati per un banchetto, imbandito da colui che sembrava il male personificato.

Egli ha fatto sì che essi potessero finalmente rispondere all’unico vero anarchico della compagnia, il giovane Gregory, ribattendo l’accusa che il “borghese” (sui limiti prospettici di questa definizione abbiamo avvertito il lettore) non soffre e non conosce la disperazione degli ultimi: «Io non vi maledico perché siete crudeli: io vi maledico perché siete sicuri!». I difensori della cittadella cristiana assediata gli rispondono che egli mente: hanno sofferto, arrivando anzi a bere il calice del Cristo che nel Getsemani sente di essere solo e abbandonato: «Nessuna sofferenza può essere troppo grande, per comprarci il diritto di dire a costui che ci accusa: “Abbiamo sofferto anche noi”».
L’uomo che fu giovedì è un libro per certi versi anti-moderno, nel senso di un coraggioso opporsi ai tempi in cui la morte e l’oscurità vengono proclamati nuovi (e disperati) dèi, poiché pochi sembrano avere il coraggio di riscoprire, anche nella polvere delle sacrestie, la pace di Dio.

Chesterton in realtà amava andare controcorrente, e ogni tanto si divertiva a lanciare frecciate contro i nuovi miti, soprattutto quelli languidamente estetizzanti, quelli superomistici o dediti al pessimismo: «Ibsen parlando di una nuova generazione che bussa alla porta, certamente non pensava che si trattasse della porta di chiesa» scrisse sarcasticamente una volta. Soprattutto in Uomovivo (Manalive, 1912) egli si prende gioco del conformismo intellettual-progressista narrando una sorta di processo a un uomo che è considerato dai veri perbenisti (quelli passivamente adeguati ai tempi) un criminale ed è invece l’unico che ha riscoperto la bellezza del matrimonio. Smith (si noti la non casualità del cognome usuale, comune, “borghese”) torna a casa sua dopo lunghe assenze passando per il camino e corteggia, dopo anni di matrimonio, la propria moglie perché vuole riscoprire la felicità di una casa e di un amore, tentando la resistenza contro la, questa sì, borghese tentazione della noia e dell’insoddisfazione: «Io sono uno che ha abbandonato casa sua perché non poteva più sopportare di starvi lontano».

I tic di una borghesia assoggettata ai pensieri dominanti senza averne davvero coscienza sono narrati anche in un altro romanzo da noi pressoché sconosciuto: L’osteria volante («The flyng inn», 1914), dove il relativismo, il materialismo, la ricerca di nuove dimensioni — in realtà emozioni — religiose, dimenticando praticamente di averle dentro casa, portano ad altre servitù religiose e politiche, benvenute in quanto esotiche. Come si vede, lo sguardo di Chesterton investe tutta la dimensione umana, anche quella dell’amore: anzi, qui riesce a dare con tratti semplici e commossi il senso della vera bellezza nascosta nella pacificazione con il tutto attraverso l’immagine femminile, con un tocco figurativo che richiama l’incanto della grazia preraffaellita, immersa nel giardino ritrovato. Il suo eroe, il proletario, umile e sensibile Syme «vide la sorella di Gregory, la ragazza dalle chiome d’oro rosso, che recideva lillà prima di colazione, con la sua inconsapevole gravità di fanciulla».

Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito

Il più grande partito italiano del dopoguerra declinato in dodici parole chiave che ne definiscono l’anima. Il ritratto impietosamente obiettivo, ma non privo di affetto della Democrazia Cristiana, il partito in cui l’autore ha militato da dirigente fino alla fine.

Un’interpretazione e, forse di più, l’analisi antropologica del partito-stato che ha governato la Repubblica per un ininterrotto cinquantennio. Si affrontano, da una prospettiva prossima e narrativa, i temi più consueti del bilancio politico e storico dell’esistenza di un partito dominante: come il rapporto tra i democristiani e il potere, la Dc e la destra, il partito diga verso il comunismo, il legame con la Chiesa e con la fede, l’intercettazione del paese profondo.

Ma il libro di Marco Follini si concentra anche su alcuni aspetti più puntuali: l’atteggiamento verso il lusso, le dimore di dirigenti e militanti, biografie esemplari di personalità, aneddoti, le due anime simboliche: Andreotti e Moro, gli «appagati» e i «tormentati», e così via, dentro tutti gli angoli che introducono il lettore nella quotidianità di una forma di esistenza politica che ha aspetti di enigma.

L’enigma non solo della lunga, tuttavia precaria, persistenza al potere, caso più unico che raro nei paesi dell’Occidente, ma anche della convivenza perfettamente equilibrata di posizioni politiche molto lontane fra loro, e quello più fondamentale della attitudine, scettica, flessibile, a volte dominata da un senso di limitazione e di colpa, verso la società e il futuro. E, a voler leggere questo saggio come un racconto, su tutto il testo aleggia la convinzione profonda e probabilmente pensata e ripensata da Follini in questi anni: che in effetti la vicenda della Democrazia Cristiana sia da guardare come un lungo e oscuro presagio.

Nel 2020 i giovani di Taizé attesi a Torino

Sarà l’arcidiocesi di Torino a ospitare la prossima edizione del tradizionale incontro europeo dei giovani organizzato dalla comunità di Taizé.

L’arcivescovo di Torino, S.E. Mons. Cesare Nosiglia, che è stato all’origine dell’invito insieme con altri responsabili cristiani della città, è andato appositamente a Breslavia per essere presente all’annuncio.

La sua reazione è stata la seguente: “L’annuncio da parte di frère Alois di Torino come prossima tappa del «pellegrinaggio di fiducia sulla terra» ci riempie il cuore di gioia e di commozione. A frère Alois e alla Comunità di Taizé esprimo la gratitudine più sincera, a nome dell’intera Arcidiocesi di Torino e di tutte le Confessioni Cristiane presenti nel nostro territorio. È per noi un annuncio importante, che rappresenta la conferma di un legame forte, ma anche, nello stesso tempo, il frutto di un lungo cammino di amicizia con la Comunità di Taizé”.

È la prima volta che si tiene un incontro europeo in questa città, ma sarà il settimo incontro in Italia, dopo Roma (1980, 1982, 1987 e 2012) e Milano (1998 e 2005).

 

Arrivano molti di soldi sull’housing sociale

Riqualificare e incrementare il patrimonio dell’edilizia residenziale sociale per migliorare la coesione sociale e la qualità della vita dei cittadini, in un’ottica di sostenibilità ed evitando il consumo di nuovo suolo, nel rispetto dei principi e degli indirizzi adottati dall’Unione europea, conformi al modello della Smart City. Questo l’obiettivo ambizioso del “Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare”, finanziato dalla Legge di Bilancio 2020 con 854 milioni.

Tali ingenti risorse saranno spalmate in un periodo di 13 anni sino al 2033 secondo il seguente calendario: 12,18 milioni di euro per l’anno 2020, 27,25 milioni di euro per l’anno 2021, 74,07 milioni di euro per l’anno 2022, 93,87 milioni di euro per l’anno 2023, 94,42 milioni di euro per l’anno 2024, 95,04 milioni di euro per l’anno 2025, 93,29 milioni di euro per l’anno 2026, 47,15 milioni di euro per l’anno 2027, 48,36 milioni di euro per l’anno 2028, 53,04 milioni di euro per l’anno 2029, 54,60 milioni di euro per l’anno 2030, 54,64 milioni di euro per gli anni 2031 e 2032 e 51,28 milioni di euro per l’anno 2033. Come ottenere e impiegare i denari?

Regioni ed Enti locali interessati dovranno inviare al Mit le proposte per la rigenerazione urbana e la riqualificazione del patrimonio destinato all’edilizia pubblica.

Sempre con decreto del Mit saranno decisi anche l’entità massima dei contributi riconoscibili e i criteri con cui una commissione ad-hoc, da istituire presso lo stesso Mit, valuterà i progetti presentati.

Al Niguarda 11 trapianti in 5 giorni

Nei giorni in cui l’anno vecchio stava lasciando il posto al nuovo, all’ospedale Niguarda si vivevano momenti intesi e frenetici.

Mentre, infatti, fuori dalle mura dell’ospedale fremevano i preparativi per i festeggiamenti di Natale e del cenone di fine anno, a Niguarda équipe di chirurghi, rianimatori, infermieri, biologi, patologi e tecnici erano impegnati in un superlavoro di squadra per permettere ad 11 persone di poter “tornare alla vita”.

In soli 5 giorni sono stati prelevati 15 organi da 4 pazienti deceduti in ospedale, che sono stati poi trapiantati a 11 persone, tra cui due bambini.
Un fermento di generosità e di dedizione al lavoro che non si fermano mai, anche quando il resto del mondo festeggia o è in pausa. Quanto accaduto in questi giorni, infatti, ha avuto di straordinario anche la capacità con cui l’ospedale ha saputo mettersi in moto per poter effettuare tutte le procedure necessarie e quasi 30 ore totali di sala operatoria.

I donatori avevano un età compresa tra i 19 e gli 81 anni e uno di loro a sua volta in passato aveva ricevuto un trapianto. Certamente il dolore per la perdita di una persona cara non può essere colmato facilmente, ma decidere di donare gli organi può riaccendere una speranza di vita a chi non ha altre possibilità di sopravvivenza. La donazione implica, infatti, un nuovo modo di concepire i rapporti fra le persone, perché ciascuno diventa responsabile della salvezza di altre vite con un semplicissimo, ma non banale “sì”, che è un “sì” alla vita.

In particolare in questa circostanza, la gratuità del dono, tradotta in concretezza dei fatti grazie al lavoro di squadra e alla coralità del Niguarda, sembra proprio avere assunto la forma di una scommessa vincente per il futuro.
La donazione e il trapianto di organi e tessuti costituiscono uno dei progressi più straordinari non solo della terapia, ma anche della solidarietà umana.

Governo verde-turchese a Vienna: la novità investe l’Europa, quindi anche i Popolari italiani.

L’accordo a Vienna tra Popolari e Verdi è una buona notizia per l’Europa.

Mentre la politica britannica da’ esempio di spericolatezza ed egoismo, e in Spagna si registra un maldestro tentativo di animare una Isquierda rimpannuciata alla meglio, nel cuore della Mittleuropa si respira finalmente l’aria della novità.

Due partiti molto diversi, con storie assai distanti l’una dall’altra, hanno deciso di mettere insieme le cose migliori di cui sono in possesso. Nasce un governo con l’ambizione di assegnare all’Austria un ruolo guida nelle politiche ambientali del Vecchio Continente.

Tra gli impegni sottoscritti da Sebastian Kurz per l’Övp e Werner Kogler per i Grünen ce n’è uno che interessa l’Italia: quello di escludere, cioè, il riconoscimento del doppio passaporto per i tirolesi dell’Alto Adige. È un gesto di equilibrio e di saggezza, che non limita, per altro, l’autonomia della minoranza di lingua tedesca, ben protetta dal Patto De Gasperi-Gruber (1946) e da successivi provvedimenti legislativi.

Va detto, invece, che il buon esempio austriaco non si rispecchia nella ribadita volontà di proseguire sulla via della lotta all’immigrazione clandestina. S’intravede, a riguardo, il rischio di perpetuare una vocazione delle nazioni centro-europee a ignorare la delicatezza di un fenomeno che da tempo si è caricato di tragedia sul versante del Mediterraneo. Di questo bisognerà continuare a discutere con assoluta schiettezza, per tentare di avvicinare le posizioni tra Italia e Austria, nonché tra l’Europa dei fondatori e le nazioni dell’ex blocco sovietico.

Il governo verde-turchese – così è stato definito – restituisce per altro ai Popolari austriaci un’immagine di forza dinamica, sensibile alle novità, aperta al cambiamento. La tradizione cristiano-sociale ha significato molto per i cattolici italiani agli albori del secolo scorso. De Gasperi aveva studiato a Vienna. Certo, negli ultimi venti o trent’anni poco o nulla, ai nostri occhi, è rimasto delle battaglie di politica sociale che più di un secolo fa mettevano il Partito popolare austriaco su un piano di efficace concorrenza con i socialdemocratici.

Oggi la svolta di governo conferisce ai Popolari austriaci una credibilità che nel tempo era andata declinando. Si alza nuovamente una bandiera, perché difficilmente l’alleanza verde-turchese potrà perdersi nella banalità del quotidiano: o farà grandi cose o andrà in pezzi clamorosamente. L’augurio, naturalmente, è che possa realizzare quanto di meglio si attende il popolo austriaco e con esso l’Europa intera.

Ma esiste anche un altro augurio, più squisitamente politico. Esso riguarda anche noi, vale a dire noi Popolari italiani ovunque dispersi. L’augurio ruota attorno alla scommessa che irradia l’accordo social-ambientalista, segnando un nuovo percorso del popolarismo europeo, sopratutto se anche i democristiani tedeschi avvieranno un analogo processo di apertura al mondo ambientalista. Sarebbe un errore, in fin dei conti, derubricare a fatto meramente nazionale la svolta che il giovane leader dell’Övp, Sebastian Kurz, ha impresso al suo partito e a tutta la politica austriaca.

Ci sono legami storici tra Popolari al di qua e al di là del Brennero. Forse un’iniziativa sull’asse Roma-Trento-Vienna potrebbe essere interessante, specie se potesse incrociare la ricorrenza del 19 gennaio e quindi il ricordo dei “liberi e forti” di Sturzo. Ci vuole uno sforzo di fantasia, un di più di fiducia sulle possibilità che la politica riserva, anche per innestare su di essa, ovvero sulla nuova politica, qualcosa che conservi il dinamismo della tradizione cattolico democratica e popolare. Non possiamo rimanere fermi.

La vanità alla porta

Siamo ai primi passi dell’anno e invece di raccontare aspetti che hanno attinenza con la progettualità, i buoni proposito, l’unità d’intenti, la condizione per tenere unita la “baracca”, sono invece a raccontare il suo opposto.

Sgretolamento, scaricamento, calce che non tiene, cemento avariato, insomma un processo di nullificazione della relazione.

Si tratta, come avete già intuito della realtà sofferta, della compagine 5Stelle. Si tratta proprio di un impietoso stillicidio giornaliero. Senza ancora mostrare crepe insuperabili, ma un distillato costante di soggetti che lasciano il vecchio porto per inoltrarsi chissà dove. È vero, due di essi hanno già calzato la maglia e il berretto verde, ma di altri successivi. Sembrano invece votati a porsi nell’indistinto. Vale a dire, nei gruppi misti.

Il processo, quando inizia, racconta già parecchio. Ci dice che lo spirito che animava il movimento stia ammainando la bandiera. Del resto, è stato quanto meno illuminante il messaggio offertoci dal suo indiscusso capo: Grillo l’altro ieri, a inizio anno, stava scavando una fossa. L’indirizzo è persino illuminante. Simbolicamente faceva capire che sono destinanti a riempirla con se stessi.

Normalissimo. Se i movimenti smettono di muoversi hanno il tempo segnato. Nella loro indole sono costretti a trovare costanti ragioni che induca ad essere tempo in cammino. Se si fermano, se stazionano, se governano, perdono l’anima. Vale a dire, perdono se stessi.

Era inevitabile, l’avevano scritto nel loro dna. Per salvarsi, per essere sempre vitali, dovevano necessariamente starsene sulla barricata e protestare; ma una volta insediatisi sulla plancia di comando, precipiteranno in una dolorosa contraddizione, che non potrà essere a lungo sopportata.

Dopo un anno e mezzo, abbondante, il virus dà evidenti segni di supremazia: il male è in atto e i sintomi ormai si sprecano. Ogni movimento corre lungo questa pista. Una volta espressa la sua protesta, torna all’ombra. Quando invece intende strafare, non gli resta che darsi da se stessa l’estrema unzione.

Certo, resisterà, non si squaglierà improvvisamente. Perché, nel loro seno, è senz’altro in atto una trasformazione radicale. Non poteva essere che così. La mutazione avviene in ragione della loro stazionarietà. Già alcune indicazioni ce lo prospettano e la forma movimento si sta, pur lentamente, trasformando in qualcosa di fisso.

Verranno a patti con se stessi e si convertiranno, pur con riluttanza, a darsi una casa stabile, ossia a diventare partito. Non fosse così, la nullificazione non solo sarebbe integrale, ma persino immediata.

Questo dramma si ripercuoterà almeno nei prossimi mesi su tutta la realtà politica nazionale. Il resto è più o meno definito, quindi l’attenzione per i sismologi politici dovrà essere completamente assorbita dai fenomeni che emergeranno dalle fila di quelli che avevano raccolto il 32% dei consensi nazionali.

Ah, come tutto è vano!

Il Decreto Dignità e il gioco d’azzardo

La tessera sanitaria è necessaria per poter giocare alle slot machine.

Dal 2020 bisogna infatti dimostrare, documento magnetico alla mano, di essere maggiorenne per accedere agli apparecchi.

Una novità prevista da tempo, che non ha trovato impreparata l’industria dei giochi. Secondo fonti del settore, praticamente tutte le macchine sono già state adattate, oltreché installate in sale il cui accesso è vietato ai minori.

Inoltre il Decreto Dignità ha attuato delle severe restrizioni nell’ambito della pubblicità, infatti, secondo le linee guida stabilite dall’Autorithy,  si sono subito vietate la pubblicità e le sponsorizzazioni di scommesse sportive sulle maglie dei giocatori di calcio e a bordocampo, l’inserimento di prodotti pubblicitari legati al gioco nei programmi televisivi e nei film e molto altro ancora.

 

Svizzera: il tragitto casa-ufficio dei dipendenti pubblici riconosciuto come orario lavorativo

Il tragitto casa ufficio comunque vi muoviate è lavoro.

Così  dal primo gennaio  in Svizzera per i dipendenti pubblici federali che lo richiederanno verrà incluso nel calcolo della giornata lavorative e quindi pagato.

La modifica della direttiva “Lavoro mobile nell’Amministrazione federale” ha permesso di introdurre la novità, a patto che “durante il viaggio per recarsi in ufficio” si svolga effettivamente del lavoro e che “il tipo di lavoro, la durata e le condizioni del viaggio” rendano effettivamente possibile.

Un altro fattore che ha contribuito a compiere questo passo è probabilmente la tecnologia moderna.

Jagtap non è in grado di dare una stima di quanti dipendenti federali in futuro potranno lavorare in treno mentre vanno in ufficio. Tuttavia ha sottolineato che “il nuovo regolamento non è automatico”. L’autorità decisionale per l’attuazione spetta ancora alle singole unità amministrative e ai diretti superiori. Si tratta inoltre di una cosiddetta “disposizione facoltativa”.

Monopattini elettrici come le bici

Tutti i possessori di un monopattino elettrico da adesso in poi potranno utilizzare i loro 2 ruote per potersi muovere agevolmente nella giungla urbana senza grossi problemi e limiti.

La rivoluzione della micromobilità elettrica può quindi finalmente davvero iniziare in Italia. La sperimentazione avviata alcuni mesi fa, infatti, aveva causato non pochi problemi. Oltre a specifiche limitazioni d’uso, i monopattini elettrici potevano essere utilizzati solamente nei Comuni che avevano deciso di aderire alla sperimentazione.

Una situazione che aveva generato molta confusione tanto che in alcuni Comuni erano fioccate diverse e salatissime multe per l’utilizzo non conforme dei 2 ruote elettrici. Ma grazie alla nuova norma i monopattini elettrici possono finalmente essere utilizzati legalmente in tutta Italia.

Il testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale precisa che questa equiparazione è riservata solo ai “monopattini che rientrano nei limiti di potenza e velocità” definiti dal citato DM del 4 giugno e cioè in una potenza massima di 0,5 kW e entro i 20 km/h. Il tutto viene rimandando al DL del 30 aprile 1992 in cui era stato modificato l’articolo 50 del Nuovo Codice della Strada con la precisazione che andavano considerate “velocipedi le biciclette a pedalata assistita, dotate di un motore ausiliario elettrico”.

Viene così attuata, con maggiore chiarezza, una parte della strategia voluta da Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in tema di micromobilità, distinguendo i monopattini elettrici (e i Segway con manubrio) da altre nuovi dispositivi come hoverboard e monowheel, la cui circolazione può essere autorizzata solo in determinate zone definite dai singoli Comuni, come le aree pedonali e le piste ciclabili.

Per i monopattini elettrici – che sono in tutto il mondo un diffuso sistema di mobilità condivisa – viene risolto il problema della diffusione anche in Italia dei servizi di sharing, avviati (e in molti casi bloccati) perché questi veicoli non erano di fatto contemplati dal Codice della Strada.

La dissezione aortica

La dissezione aortica è una patologia cardiovascolare piuttosto rara e silenziosa, ma non per questo va sottovalutata. Se non viene trattata adeguatamente, infatti, può portare alla rottura della aorta.

La dissezione aortica è più comune nei soggetti con una storia di ipertensione, alcune particolari malattie del tessuto connettivo che interessano la parete dei vasi sanguigni e ne causano un indebolimento strutturale (come la sindrome di Marfan,] in chi ha una valvola aortica bicuspide e nei soggetti in precedenza sottoposti ad un intervento chirurgico al cuore. Un trauma maggiore, l’abitudine al fumo di tabacco, l’assunzione di cocaina, lo stato di gravidanza, una diagnosi di aneurisma dell’aorta toracica, una vasculite con interessamento delle arterie e livelli lipidici anormali sono tutti fattori associati a un aumento del rischio. La diagnosi è sospettata in base ai sintomi accusati dal paziente e confermata dall’esecuzione di imaging radiologico (ecografia addominale oppure TAC addome o RMN: questi esami sono utilizzati oltre che per conferma diagnostica anche per una migliore definizione di sede ed estensione della dissezione. I due tipi principali di dissecazione sono il tipo A di Stanford (coinvolgimento della prima parte dell’aorta) e il tipo B (assenza di coinvolgimento).

La prevenzione della patologia si basa su un buon controllo della pressione sanguigna e sulla cessazione del fumo di sigaretta. Il trattamento della dissezione aortica dipende da quale parte dell’aorta è stata coinvolta. La chirurgia è solitamente necessaria per le dissecazioni che coinvolgono la prima parte dell’aorta; al contrario le dissecazioni che non coinvolgono l’aorta ascendente possono anche essere trattate con farmaci che riducono la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca, a meno che non si verifichino complicanze. Il trattamento chirurgico può essere eseguito a cielo aperto (con un’incisura che comporta l’apertura del torace) o ricorrendo ad un intervento riparativo di aneurisma per via endovascolare (si infila protesi vascolare nella sacca aneurismatica passando per l’arteria femorale).

La dissecazione aortica è un evento relativamente raro e si verifica a un tasso stimato di 3 per 100.000 persone all’anno. È più comune nei soggetti di sesso maschile che nelle femmine. Tipicamente l’età al momento della diagnosi è di 63 anni, con circa il 10% dei casi che si verificano prima del compimento dei 40 anni.

Senza trattamento, circa la metà delle persone con morfologia di tipo A muore entro tre giorni e circa il 10% delle persone con morfologia di tipo B muore entro un mese.

Al Sermig le religioni insieme contro l’odio

Articolo pubblicato già sulle pagine della Voce e il Tempo

Tutte le religioni mercoledì primo gennaio, nella Giornata Mondiale della Pace, si sono ritrovate al Sermig di Torino per chiedere insieme il dono della pace nella costruzione del bene comune contro l’emergere di odio e violenze sia da parte della politica sia da fondamentalismi di vario genere.

A promuovere l’incontro, in una sala gremita in ogni posto, il coordinamento interconfessionale «Noi siamo con Voi», guidato da Giampiero Leo.

Nell’aprire la serata Leo ha evidenziato i contenuti di un documento condiviso dai rappresentanti delle religioni presenti, cristiani delle diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddisti e induisti, che sottolinea «sia la necessità che, a livello locale e globale, si torni a respirare un’atmosfera di concordia o, quanto meno, di dialogo, tolleranza e rispetto reciproco, sia che si faccia ‘pace con il clima’, ovvero con il nostro pianeta, il creato».

Don Andrea Pacini, presidente della Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, ha letto un messaggio inviato dall’Arcivescovo mons.  Cesare Nosiglia a nome delle diverse confessioni religiose, a partire dal messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace 2020: «La pace come cammino di speranza, dialogo, riconciliazione e conversione ecologica».

«La cultura dell’incontro», ha sottolineato mons. Nosiglia, «tra persone che si riconoscono fratelli e sorelle rompe ogni cultura della minaccia, dell’estraneità o del rifiuto».

Ed ecco l’appello alle comunità religiose e ad ogni credente: «nel contesto odierno», scrive l’Arcivescovo, «diventa sempre più urgente testimoniare ogni giorno e in qualsiasi circostanza della vita, anche sociale, che si può e si deve scommettere sulla forza del bene che vince il male, su un progetto di società assicurato da una giusta e pacifica solidarietà tra tutte le persone, differenti tra loro ma parte della stessa umanità. La diffusa insicurezza e paura dell’altro, infatti, tarpano le ali dell’amore e rendono indifferenti verso tutti, poco

inclini a credere e sperare in un mondo dove dominano i ponti e non i muri».

Tra le istituzioni sono intervenuti il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, che ha richiamato la necessità di una politica che metta al centro il rispetto dell’altro, e in rappresentanza del Comune di Torino l’assessore Marco Giusta.

Significativa la presenza di una nutrita delegazione del movimento delle «Sardine», che si oppone ai populismi e all’odio in politica, e del gruppo studentesco «Fridays for future» che sta chiedendo ai governi dei diversi Paesi del mondo interventi urgenti e concreti per salvaguardare l’ambiente.

«Il movimento ‘Noi siamo con Voi’», sottolinea Leo, «nato cinque anni fa fin dalla sua fondazione lavora sui temi della pace, del dialogo e di una politica per il bene comune e il rispetto dell’ambiente. Per questo guardiamo con stima tutti quei movimenti che si battono per questi obiettivi e che respingono i rischi di strumentalizzazione politica e demagogia».

«È giunto il tempo», recita il documento «2020 Un clima di Pace» sottoscritto dalle diverse confessioni religiose, «in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, per aiutare l’umanità a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace: una visione di ampio respiro che affronti il ruolo positivo e propositivo delle religioni dell’epoca attuale».

Qui l’articolo completo

Cosa resterà di questi anni Dieci?

Articolo pubblicato da StudioCult

Come ricorderemo gli anni dal 2010 al 2019 e come li riassumeremo? Ce lo siamo chiesti sul numero 41 di Rivista Studio, raccogliendo e mettendo in relazione gli avvenimenti, i personaggi e le trasformazioni che hanno plasmato gli ultimi dieci anni, in tutti i campi. Oltre alle tradizionali liste di fine anno (i libri, i film e le serie tv), abbiamo provato a ripensare al decennio appena trascorso dal punto di vista letterario, musicale, della moda, del cibo e della tecnologia. «Gli anni Dieci ce li ricorderemo come quelli in cui i libri persero definitivamente la loro centralità, anche se in realtà sono probabilmente quelli in cui l’umanità ha scritto e letto di più; mail, messaggi di testo, post sui social network, ovviamente», ha scritto Cristiano de Majo nella sua riflessione sui libri e sulle tendenze che hanno definito la letteratura degli anni Dieci: dalla “fame di realtà” ai romanzi seriali, dal ritorno delle distopie (vecchie e nuove) a un nuovo modo di usare il tempo.

Dal punto di vista della moda, gli anni Dieci sono stati quelli in cui, come ha scritto Silvia Schirinzi, «la moda è passata di moda»: dal successo dello streetwear ai cambiamenti strutturali dell’industria, gli abiti non hanno mai contato meno di oggi, eppure tutto quello che è fashion ha invaso la società. È cambiato anche il nostro modo di ascoltare la musica: grazie a un nuovo tipo di ascolto fluido, senza confini, i generi si sono contaminati e hanno dato forma ai fenomeni musicali che hanno caratterizzato gli anni Dieci, dal trionfo di Beyoncé all’esplosione della trap. Mai come in questi anni, poi, abbiamo visto, discusso e fotografato così tanti piatti, alimenti e ricette: ne abbiamo parlato ripensando al decennio del cibo sui media. Ma è nel campo della tecnologia che abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione. Hardware, social media, privacy, politica, media, logistica e mobilità, ecommerce e banking, questioni irrisolte e nuovi orizzonti: negli ultimi 10 anni le novità tecnologiche sono emerse con un’immediatezza fino a questo momento sconosciuta e hanno raggiunto una pervasività senza precedenti nella vita delle persone.

Per un umanesimo digitale

Articolo pubblicato sulle pagine di civiltà cattolica a firma di Giovanni Cucci

Il contesto dell’articolo. Le novità che l’introduzione del digitale nelle sue variegate sfac­cettature, non sempre facili da separare con precisione (computer, web, robot, intelligenza artificiale), presenta in ogni campo del­la vita umana sono sterminate e affascinanti; tutto ciò nello stesso tempo suscita anche interrogativi rilevanti.

Perché l’articolo è importante?

L’articolo prende in considerazione alcuni ambiti specifici della vita umana nei quali l’assenza di controllo può portare a gravi conseguenze sociali, ossia a una possibile «dittatura del digitale»; e altri invece dove l’apporto dell’intelligenza artificiale può offrire un contributo, oltre che utile, anche correttivo nei confronti della volubilità umana.

Così esso offre molteplici spunti e casi di studio che disegnano le luci e le ombre dell’automazione; approfondisce le differenze tra la comunicazione di informazioni (e la loro sintassi), e la ricchezza di significati del linguaggio umano (semantica), e come esso – nella sua dimensione essenzialmente biologica, corporea, vivente – sia collegato alla salute mentale di una persona.
Celebre l’esperimento mentale, ideato dal filosofo John Searle, chiama­to «stanza cinese», in cui emerge come la mente umana sia irriducibile non solo a un algoritmo o a una macchina, ma anche a una dimensione meramente materiale. Un’evidenza divenuta visivamente esemplare grazie al celebre film di Stanley Kubrick 2001, Odissea nello spazio, nel dialogo tra un astronauta e il mega­computer di bordo, Hal 9000.

L’articolo dunque illustra come alcune attività della vita ordinaria mostrano una complessità che si pone su un livello qualitativamente differente ri­spetto all’intelligenza artificiale. E cerca di offrire la prospettiva di un «umanesimo digitale», che implica un dialogo sempre più attento tra le in­novazioni tecnologiche e le scienze umane.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • Quali sono i vantaggi, le opportunità, e quali invece i rischi e le preoccupazioni destate dallo sviluppo delle «intelligenze artificiali»?
  • Le macchine hanno una morale?

Alimentare, nel 2019 è la prima ricchezza del Paese

Il cibo è diventato la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare estesa, dai campi agli scaffali e alla ristorazione, che raggiunge in Italia una cifra di 538 miliardi di euro pari al 25% del Pil ed offre lavoro a 3,8 milioni di occupati. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti nel tracciare un bilancio del 2019. Si tratta di una leva strategica per la crescita del Paese, che cresce più e meglio degli altri e che in poco tempo è stato capace di diventare un traino per l’intera economia Made in Italy nei confini nazionali e all’estero, oltre ad essere di fondamentale importanza per l’ambiente e la salute degli italiani.

Lo dimostra il fatto – spiega Coldiretti – che mai così tanto cibo e vino italiano sono stati consumati sulle tavole mondiali con il record storico per le esportazioni agroalimentari Made in Italy che nel 2019 hanno registrato un aumento del 4% rispetto al record storico di 41,8 miliardi messo a segno lo scorso anno. Quasi i due terzi delle esportazioni agroalimentari – sottolinea la Coldiretti – interessano i Paesi dell’Unione Europea dove il principale partner è la Germania mentre fuori dai confini comunitari continuano ad essere gli Stati Uniti il mercato di riferimento dell’italian food. E l’andamento sui mercati internazionali potrebbe ulteriormente migliorare – sottolinea la Coldiretti – con una più efficace tutela nei confronti della “agropirateria” internazionale che fattura oltre 100 miliardi di euro miliardi di euro utilizzando impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. Un’industria del falso sempre più fiorente che ha paradossalmente i suoi centri principali nei paesi avanzati, a partire dall’Australia al Sudamerica, dal Canada agli Stati Uniti dove una spinta importante e venuta daqi dazi punitivi nei confronti dei formaggi e dei salumi italiani che hanno favorito le “brutte copie” locali.

Ma il cibo italiano è diventato nel mondo anche sinonimo di salute grazie anche alla Dieta mediterranea. Pane, pasta, frutta, verdura, carne, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari hanno consentito agli italiani – ricorda la Coldiretti – di conquistare primati nella longevità. Un ruolo importante per la salute che – precisa la Coldiretti – è stato riconosciuto anche con l’iscrizione della Dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco gia’ dal 16 novembre 2010.

L’enogastronomia rappresenta poi un patrimonio anche per l’ambiente. Il paesaggio nazionale è, infatti, fortemente segnato – spiega la Coldiretti – dalle produzioni agricole, dalle dolci colline pettinate dai vigneti agli ulivi secolari, dai casali in pianura alle malghe di montagna, dai verdi pascoli ai terrazzamenti fioriti, che contrastano il degrado ed il dissesto idrogeologico. Si tratta di un valore aggiunto non solo ambientale ma anche di armonia e bellezza per l’Italia che rappresenta anche un elemento di attrazione turistica che identifica il Belpaese all’estero.

Un successo ottenuto soprattutto grazie ai primati conquistati dall’agricoltura italiana, che è oggi la più green d’Europa, con 297 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole bio, la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (ogm), 40mila aziende agricole impegnare nel custodire semi o piante a rischio di estinzione e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,8%) contro l’1,3% della media Ue o il 5,5% dei prodotti extracomunitari. E l’Italia è anche leader nella biodiversità. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e 533 varietà di olive contro le 70 spagnole.

“I primati del made in Italy a tavola sono un riconoscimento del ruolo del settore agricolo per la crescita sostenibile del Paese” afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre dunque salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui il cibo è tornato strategico nelle relazioni internazionali, dagli accordi di libero scambio alle guerre commerciali come i dazi di Trump, la Brexit o l’embargo con la Russia”. “Ma per sostenere il trend di crescita dell’enogastronomia Made in Italy serve anche agire sui ritardi strutturali dell’Italia e sbloccare tutte le infrastrutture che migliorerebbero i collegamenti tra Sud e Nord del Paese, ma anche con il resto del mondo per via marittima e ferroviaria in alta velocità, con una rete di snodi composta da aeroporti, treni e cargo. Una mancanza che ogni anno – conclude Prandini – rappresenta per il nostro Paese un danno in termini di minor opportunità di export al quale si aggiunge il maggior costo della “bolletta logistica” legata ai trasporti e alla movimentazione delle merci.

Losanna 2020, Alessia Tornaghi la nuova portabandiera azzurra

Sarà la pattinatrice milanese Alessia Tornaghi la portabandiera azzurra ai Giochi Olimpici Giovanili di Losanna 2020. La decisione è stata ufficializzata oggi dal CONI considerando che il regolamento di accrediti non consente all’iniziale prescelta Elisa Confortola di essere presente nella prima settimana dei Giochi e quindi di sfilare il 9 gennaio alla Cerimonia d’Apertura dei Winter Youth Olympic Games 2020.

La Confortola, che gareggerà nella seconda settimana, sarà quindi il portabandiera nella cerimonia di chiusura prevista per il 22 gennaio.

Alessia Tornaghi è nata a Milano il 3 luglio 2003. Ha iniziato a pattinare all’età di 5 anni per l’Agora Skating Team. Nel 2019 ha già ottenuto importanti affermazioni come i primi posti al Sofia Trophy e al Golden Bear di Zagabria e si è recentemente confermata campionessa italiana, dopo aver conquistato il primo titolo Assoluto senior nel 2018. E’ considerata una delle migliori atlete junior del pattinaggio di figura.

La squadra italiana alle Olimpiadi giovanili, che si svolgeranno in Svizzera, sconfinando sulle montagne francesi di Les Tuffes, sarà composta da 67 atleti (44 tesserati per la FISI, 23 per la FISG), di cui 33 uomini e 34 donne. Il Capo Missione sarà Anna Riccardi. La cerimonia di apertura si terrà il 9 gennaio a partire dalle ore 19:30, alla Vaudoise Aréna di Losanna.

Nella via Lattea individuata una fonte di materia oscura

Il telescopio spaziale Fermi ha individuato nuovi possibili indizi della presenza di materia oscura, proprio nel cuore della Via Lattea.

L’origine di questo segnale è in realtà ancora sconosciuta al momento, ma stando all’inedito modello utilizzato dai ricercatori del Mit)  l’energia rilevata di raggi gamma potrebbe presentare una connessione proprio con la materia oscura.

L’eccesso di raggi gamma che caratterizza il centro della Via Lattea è noto agli scienziati ormai da anni: si tratta di un surplus di energia che proviene da una regione sferica situata nel cuore della galassia e si estende in ogni direzione per circa 5000 anni luce.

 

Guida ai tumori pediatrici.

Ogni anno, in Italia, i tumori colpiscono 1.400 bambini da 0 a 14 anni e circa 800 adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Sono la seconda causa di morte tra i più giovani (0-14 anni), ma grazie al progresso della ricerca e delle cure, oltre l’80% dei pazienti guarisce. Nel numero speciale di A scuola di salute, il magazine digitale a cura dell’Istituto per la Salute del Bambino Gesù, diretto dal prof. Alberto G. Ugazio, gli esperti dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede hanno riassunto le informazioni sulle patologie oncoematologiche più frequenti nei bambini e negli adolescenti, sui percorsi di cura, sul significato di alcuni esami diagnostici e sulla preparazione necessaria per eseguirli.

«L’obiettivo di questa breve guida è fornire uno strumento di orientamento nel mondo dell’onco-ematologia pediatrica alle famiglie che devono improvvisamente affrontare una realtà nuova e difficile come quella che si configura dopo una diagnosi di neoplasia» spiega il prof. Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia del Bambino Gesù. «Un periodo in cui c’è la necessità urgente di intraprendere un percorso di diagnosi e di cura che passa attraverso esami clinici e strumentali che richiedono una grande collaborazione da parte del bambino e della sua famiglia. La comunicazione trasparente con le famiglie e con i bambini e i ragazzi in cura è fondamentale nel percorso terapeutico. Le indicazioni contenute in queste pagine rappresenteranno degli spunti importanti e utili per facilitare il dialogo tra personale sanitario, famiglia e paziente e, quindi, in ultimo, per costruire l’alleanza terapeutica fondamentale in questo impegnativo percorso».

Il tumore si caratterizza per una crescita rapida e incontrollata di cellule che hanno la capacità di infiltrarsi negli organi e nei tessuti dell’organismo, modificandone la struttura e il funzionamento. Può essere solido, caratterizzato cioè da una massa compatta di tessuto, o del sangue, caratterizzato dalla presenza di cellule tumorali nel midollo osseo e nel sangue in circolo. Le cause dei tumori in età pediatrica sono ancora poco conosciute e rappresentano uno dei campi di ricerca in oncologia. Ad oggi è stata dimostrata l’esistenza di precisi fattori di rischio sia ambientali e che genetici solo in una minoranza dei pazienti (4-6% dei casi). In pochi casi, la genesi del tumore può avere origine anche da agenti infettivi. La forma di tumore più frequente in età pediatrica è la leucemia acuta (33% dei casi), seguita dai tumori cerebrali (25%) e dai linfomi (15%).

La diagnosi di tumore si avvale di una serie di esami che possono essere di laboratorio e strumentali. Esami del sangue, radiografia del torace, ecografia, TC (tomografia computerizzata), risonanza magnetica, aspirato midollare, puntura lombare, scintigrafia, PET fluorodesossiglucosio, biopsia, sono indagini diagnostiche basate su tecniche e principi diversi che servono ad evidenziare la presenza di cellule tumorali nell’organismo e a definire sia l’estensione che la tipologia di tumore. Per ogni esame utile ad ottenere una diagnosi, nella guida si spiega a cosa serve, in quali casi si esegue, come si procede, le precauzioni da prendere e quanto è invasivo per il bambino.

I tumori pediatrici sono patologie sempre più curabili. La probabilità di guarigione, negli ultimi decenni, è in aumento costante e progressivo. Il miglioramento dei risultati è dovuto alle conquiste della ricerca scientifica, alle maggiori conoscenze delle caratteristiche cellulari, metaboliche e molecolari dei tumori pediatrici che consentono di effettuare terapie personalizzate e a trattamenti farmacologici (chemioterapia) e non (radioterapia, chirurgia), sempre più mirati ed efficaci. Per alcuni tipi di tumore oggi sono disponibili strumenti terapeutici molto avanzati, come il trapianto di midollo e l’immunoterapia anche con cellule geneticamente modificate per aggredire il bersaglio tumorale, di cui i medici italiani sono stati promotori e pionieri.

Dal 2003 al 2008 la sopravvivenza dei bambini e dei ragazzi tra 0 e 19 anni dopo 5 anni dalla diagnosi della malattia è arrivata a valori intorno all‘80%. Si calcola che ad oggi 1 giovane su 800 all’età di 20 anni sia guarito da un tumore dell’età pediatrica. Sono i tumori del sangue a mostrare i successi maggiori, con una sopravvivenza che, in alcuni tipi di leucemia, oggi supera il 90% dei casi. «La consapevolezza sempre crescente sulle patologie oncoematologiche del bambino e dell’adolescente – conclude il prof. Locatelli – ha permesso di migliorare significativamente i trattamenti e di ottimizzare i percorsi di cura, adattandoli all’età del bambino, alla sua capacità collaborativa e alle caratteristiche biologiche della malattia. Fondamentale per ottimizzare le probabilità di guarigione è che anche i soggetti adolescenti (fino ai 18 anni) vengano trattati in strutture pediatriche con protocolli pediatrici».

Centro si, ma perché non decolla?

Dunque, siamo di fronte ad una palese contraddizione. Da un lato alcuni autorevoli commentatori e politologi continuano a sostenere la tesi che la crisi del sistema politico italiano è sostanzialmente riconducibile all’assenza di un “partito di centro” che possa garantire la stabilità in un contesto che ormai, di fatto, è sempre più proporzionale. Un “partito di centro” che, sostengono sempre gli opinionisti e i cattedratici di questo filone, si rende anche necessario perché rappresenta una costante storico e politica del sistema democratico vigente nel nostro paese dal secondo dopoguerra. Al contempo, però, una seconda corrente di commentatori e di opinionisti – cioè quelli che rappresentano l’ormai nota intelligentia italiana, anche se prevalentemente salottiera e aristocratica – sostiene all’unisono che i presunti quattro partiti che puntano oggi ad occupare quello spazio politico, e cioè Renzi, Calenda, Carfagna e Toti, sono destinati a giocare un ruolo del tutto marginale perché si tratta di uno spazio politico virtualmente richiesto ma elettoralmente incapace di sfondare. Appunto, una contraddizione in se’. 

Ora, senza neanche prendere in considerazione i vari partiti cattolici, o di cattolici, o dei cattolici o di ispirazione cristiana spuntati in questi ultimi tempi – che del resto non vengono mai citati o ripresi da nessun commentatore laico o cattolico che sia – è indubbio che si tratta di un nodo che prima o poi dovrà essere politicamente sciolto. Perché se è vero che una “politica di centro” – e non un “partito di centro”, quindi – si rende più necessaria nel nostro paese per la specificità e la profondità che storicamente rappresenta in un sistema politico come quello italiano, forse è giunto anche il momento di dire che questa politica non si traduce con un nuovo partito ma all’interno di partiti già esistenti. Perché ci sarà pure un motivo se le decine di esperienze e di tentativi messi in campo in questi lunghi 25 anni dopo la fine della Dc sono miseramente ed irreversibilmente falliti. E questo, quindi, resta il vero nodo da sciogliere. Un nodo che chiama in causa anche e soprattutto i cattolici democratici e i cattolici popolari. La vera sfida, dunque, seppur in un contesto politico, sociale, e culturale fortemente trasformistico e quindi destinato a cambiare rapidamente e rocambolescamente, resta quella di far sì che la “politica di centro” tanto decantata ricominci ad avere una cittadinanza attiva all’interno della dialettica politica italiana. Una politica che, come tutti sanno, significa molte cose contemporaneamente: dal senso della moderazione alla cultura di governo; dalla capacita’ di ricomporre gli interessi contrapposti attraverso una sintesi feconda e costruttiva al senso delle istituzioni; da una cultura riformista alla qualità della democrazia alla volontà stessa di battere la radicalizzazione della lotta politica italiana. Altroché il “linguaggio dell’odio” e la riproposizione del semplice – seppur sempre utile – “buon senso ed educazione”.

Un patrimonio e un giacimento culturale, politico, sociale, di governo, etico e intellettuale che non possono più essere sacrificati sull’altare della povertà e della mediocrità del dibattito politico contemporaneo. E il doppio, anche se opposto e alternativo, richiamo dei nostri commentatori, opinionisti e politologi sulla necessità della “politica di centro” e, al contempo, sulla inconsistenza “dei partiti di centro”, alla fine ci aiuta a riflettere e a ritrovare una via d’uscita da uno stallo ormai sempre più insopportabile e nocivo per la stessa democrazia italiana e per le nostre istituzioni democratiche.

Un nuovo Welfare per il Quinto Stato

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Marco Trentini

I precari possono essere considerati un gruppo sociale o la precarietà è una condizione individuale? Quali politiche si possono mettere in atto? Maurizio Ferrera risponde a questi interrogativi ne La società del Quinto Stato (Laterza, 2019) un libro agile per numero di pagine e stile di scrittura, in cui non si limita a descrivere le trasformazioni in atto nel lavoro, ma presenta anche una proposta di riforma del Welfare.
Più volte Ferrera fa riferimento a La grande trasformazione di Karl Polanyi (trad. it. Einaudi 1974), un volume del 1944 in cui colui che è considerato uno dei padri della sociologia economica si occupa di quella che può essere definita la crisi della società liberale, avvenuta all’inizio del secolo scorso, in particolare a partire dagli anni Trenta. Egli non si limita a sostenere che anche in questi anni stiamo attraversando una fase di profondi mutamenti economici e sociali (per dire questo non sarebbe stato necessario citare lo studioso di origini ungheresi), ma richiama lo schema di analisi utilizzato da Polanyi che aveva ipotizzato l’esistenza di un doppio movimento: il primo, ispirato dal liberismo economico, è caratterizzato dall’espansione del mercato e il secondo (definito anche contro movimento) dalla resistenza, grazie alla domanda di protezione sociale avanzata soprattutto dalla classe lavoratrice.

Tre capitoli del libro sono dedicati ad analizzare i tratti del primo movimento (la fase di espansione del mercato) di quella che viene chiamata la Grande trasformazione 2.0, che è tuttora in corso e le cui caratteristiche sono il passaggio a un’economia post-industriale, la globalizzazione e l’economia digitale. L’attenzione è posta, come si può intuire dal titolo del libro, su un gruppo sociale generato da questi mutamenti e che viene definito “Quinto Stato” in cui rientrano i lavoratori precari. La precarietà riguarda soprattutto i giovani ed è una condizione sociale caratterizzata dall’instabilità lavorativa, dalle scarse protezioni sociali e dalla vulnerabilità economica provocata dalle basse retribuzioni. Ma parlare di Quinto Stato presuppone che la precarietà non sia una situazione transitoria e abbia invece una certa continuità nel tempo.

Definendo i lavoratori precari come Quinto Stato Ferrera si discosta dalla definizione di Guy Standing che in Precari. La nuova classe esplosiva li considera una classe sociale, facendo riferimento alla posizione dei lavoratori precari nel processo produttivo. Quello che secondo Standing li caratterizzerebbe è l’insicurezza del lavoro nelle sua varie dimensioni (ad esempio, dell’occupazione, del posto di lavoro, del ruolo professionale, del reddito ecc.). Per Ferrera, invece, sono un ceto: un gruppo sociale accomunato dalla condizione sociale e più precisamente dalla vulnerabilità e dall’insicurezza. Inoltre è improprio parlare di classe sociale visto che si tratta di un gruppo sociale fluido, piuttosto eterogeneo al suo interno e con un basso grado di politicizzazione. Un’affermazione, quest’ultima, che non appare del tutto convincente. In fondo, lo stesso Standing scrive che il precariato non ha già una consapevolezza di classe, ma è una classe in divenire.

Indipendentemente dal fatto che i precari siano uno stato/ceto o una classe, un punto su cui c’è convergenza è che la precarietà provoca un forte ridimensionamento delle tutele e dei diritti conquistati dai lavoratori nel corso del Novecento grazie anche all’azione collettiva del movimento operaio. Molti rischi sociali che erano coperti dal Welfare vengono ora trasferiti sull’individuo. Si può parlare di una sorta di lato oscuro della flessibilità, pensando a tutta la letteratura che ne enfatizza solo gli aspetti positivi per le organizzazioni e per il lavoro.

Qui l’articolo completo 

Concerto dell’Epifania e Bacio del Bambinello

Domenica 5 Gennaio, alle ore 21:00, a Giulianello (LT), presso la Chiesa di San Giovanni Battista, si terrà il Concerto dell’Epifania che vedrà esibirsi la corale polifonica locale “Schola Cantorum”, organizzatrice e promotrice dell’iniziativa, e il Coro polifonico “Armonia Mundi”. L’appuntamento rientra nella 3ª edizione di “PACE TRA I POPOLI – NATALE 2019”, il cartellone di eventi per le festività messo a punto dal Comune di Cori e dalla Pro Loco Cori con il contributo della Regione Lazio – Le Feste delle Meraviglie – e BCC di Roma – Agenzia di Cori.

La “Schola Cantorum” è il coro della Parrocchia di San Giovanni Battista di Giulianello fondato nel 1994 da don Antero Speggiorin per curare il canto nella liturgia. I cantori non sono professionisti, ma portano avanti l’impegno con fede, passione e spirito di comunione, prestando servizio in parrocchia con costanza e dedizione. Per l’occasione proporrà una selezione di brani del repertorio liturgico di grande bellezza e forza, con l’intervento di incantevoli voci soliste.

Il Coro “Armonia Mundi”, formazione a quattro voci miste diretto dal M° Matteo Sartini, nasce in seno alla Parrocchia Santissimo Nome di Maria di Genzano di Roma nel 2003. Il suo repertorio concertistico spazia dalla polifonia pura alla musica sacra classica e lirica e operistica. Domenica presenterà un programma che guarda alla tradizione popolare italiana, francese e americana, con brani sacri di Mozart, Verdi, Adam. Insieme alla Corale ci saranno due voci soliste: il Soprano Angelica Ercolani e il Mezzosoprano Michela Moroni.

L’ingresso ad offerta libera servirà a finanziare le opere della Parrocchia, in particolare la prosecuzione dei lavori di ristrutturazione e restauro della facciata danneggiata della cinquecentesca Chiesa di San Giovanni Battista, luogo sacro di rilevanza storica e architettonica, ma anche simbolica per tutta la comunità, essendo l’unica parrocchia del borgo, intorno alla quale si è sviluppato l’antico Castrum Julianum. Nel parcheggio della Chiesa si potrà inoltre godere del suggestivo Presepe realizzato da giovani parrocchiani, ricco di effetti, statue in movimento, cascata, suoni e musica.

Lunedì 6 Gennaio, sempre a Giulianello, si rinnova la tradizione del Bacio del Bambinello. La statuetta del Bambin Gesù, scolpita nel XVI secolo da un devoto francescano sul legno d’ulivo del Getsemani, è custodita all’interno della sacra cappella della Chiesa di San Giovanni Battista, ed è stata benedetta da Sua Santità Giovanni Paolo II durante l’udienza papale del 2 Dicembre 1998. Come dal 1798, la mattina dell’Epifania, dopo la santa messa delle ore 10:30, la statuetta viene fatta sfilare in processione per le vie del paese, portata in spalla dagli storici “Incollatori”. Alle ore 15:30, avrà luogo il Bacio del Bambinello, un rito che da sempre riesce a coinvolgere tanti cittadini, che trovano tranquillità e conforto nello sguardo rasserenante e fiducioso del Gesù Bambino.

Papa Francesco: “scendiamo dai piedistalli del nostro orgoglio”

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! E buon anno!

Ieri sera abbiamo concluso l’anno 2019 ringraziando Dio per il dono del tempo e per tutti i suoi benefici. Oggi iniziamo il 2020 con lo stesso atteggiamento di gratitudine e di lode. Non è scontato che il nostro pianeta abbia iniziato un nuovo giro intorno al sole e che noi esseri umani continuiamo ad abitarvi. Non è scontato, anzi, è sempre un “miracolo” di cui stupirsi e ringraziare.

Nel primo giorno dell’anno la Liturgia celebra la Santa Madre di Dio, Maria, la Vergine di Nazareth che ha dato alla luce Gesù, il Salvatore. Quel Bambino è la Benedizione di Dio per ogni uomo e donna, per la grande famiglia umana e per il mondo intero. Gesù non ha tolto il male dal mondo ma lo ha sconfitto alla radice. La sua salvezza non è magica, ma è una salvezza “paziente”, cioè comporta la pazienza dell’amore, che si fa carico dell’iniquità e le toglie il potere. La pazienza dell’amore: l’amore ci fa pazienti. Tante volte perdiamo la pazienza; anch’io, e chiedo scusa per il cattivo esempio di ieri [probabilmente si riferisce alla reazione verso una persona che, in Piazza, lo aveva strattonato]. Per questo contemplando il Presepe noi vediamo, con gli occhi della fede, il mondo rinnovato, liberato dal dominio del male e posto sotto la signoria regale di Cristo, il Bambino che giace nella mangiatoia.

Per questo oggi la Madre di Dio ci benedice. E come ci benedice, la Madonna? Mostrandoci il Figlio. Lo prende tra le braccia e ce lo mostra, e così ci benedice. Benedice tutta la Chiesa, benedice tutto il mondo. Gesù, come cantarono gli Angeli a Betlemme, è la «gioia per tutto il popolo», è la gloria di Dio e la pace per gli uomini (cfr Lc 2,14). E questo è il motivo per cui il Santo Papa Paolo VI ha voluto dedicare il primo giorno dell’anno alla pace – è la Giornata della Pace –, alla preghiera, alla presa di coscienza e di responsabilità verso la pace. Per quest’anno 2020 il Messaggio è così: la pace è un cammino di speranza, un cammino nel quale si avanza attraverso il dialogo, la riconciliazione e la conversione ecologica.

Dunque, fissiamo lo sguardo sulla Madre e sul Figlio che lei ci mostra. All’inizio dell’anno, lasciamoci benedire! Lasciamoci benedire dalla Madonna con il suo Figlio.

Gesù è la benedizione per quanti sono oppressi dal giogo delle schiavitù, schiavitù morali e schiavitù materiali. Lui libera con l’amore. A chi ha perso la stima di sé rimanendo prigioniero di giri viziosi, Gesù dice: il Padre ti ama, non ti abbandona, aspetta con pazienza incrollabile il tuo ritorno (cfr Lc 15,20). A chi è vittima di ingiustizie e sfruttamento e non vede la via d’uscita, Gesù apre la porta della fraternità, dove trovare volti, cuori e mani accoglienti, dove condividere l’amarezza e la disperazione, e recuperare un po’ di dignità. A chi è gravemente malato e si sente abbandonato e scoraggiato, Gesù si fa vicino, tocca le piaghe con tenerezza, versa l’olio della consolazione e trasforma la debolezza in forza di bene per sciogliere i nodi più aggrovigliati. A chi è carcerato ed è tentato di chiudersi in sé stesso, Gesù riapre un orizzonte di speranza, a partire da un piccolo spiraglio di luce.

Cari fratelli e sorelle, scendiamo dai piedistalli del nostro orgoglio – tutti abbiamo la tentazione dell’orgoglio – e chiediamo la benedizione alla Santa Madre di Dio, l’umile Madre di Dio. Lei ci mostra Gesù: lasciamoci benedire, apriamo il cuore alla sua bontà. Così l’anno che inizia sarà un cammino di speranza e di pace, non a parole, ma attraverso gesti quotidiani di dialogo, di riconciliazione e di cura del creato.

Mattarella: «L’Italia riscuote fiducia»

Questa sera, care concittadine e cari concittadini, entriamo negli anni venti del nuovo secolo.

Si avvia a conclusione un decennio impegnativo, contrassegnato da una lunga crisi economica e da mutamenti tanto veloci quanto impetuosi.

In questo tempo sono cambiate molte cose attorno a noi, nella nostra vita e nella società.

​Desidero, anzitutto, esprimere a tutti voi l’augurio più cordiale per l’anno che sta per iniziare.

​Si tratta, anche, di un’occasione per pensare – insieme – al domani. Per ampliare l’orizzonte delle nostre riflessioni; senza, naturalmente, trascurare il presente e i suoi problemi, ma anche rendendosi conto che il futuro, in realtà, è già cominciato.

Mi è stata donata poco tempo fa una foto dell’Italia vista dallo spazio.

Ve ne sono tante sul web, ma questa mi ha fatto riflettere perché proviene da una astronauta, adesso al vertice di un Paese amico.

Vorrei condividere con voi questa immagine.

Con un invito: proviamo a guardare l’Italia dal di fuori, allargando lo sguardo oltre il consueto.

In fondo, un po’ come ci vedono dall’estero.

Come vedono il nostro bel Paese, proteso nel Mediterraneo e posto, per geografia e per storia, come uno dei punti di incontro dell’Europa con civiltà e culture di altri continenti.

Questa condizione ha contribuito a costruire la nostra identità, sinonimo di sapienza, genio, armonia, umanità.

E’ significativo che, nell’anno che si chiude, abbiamo celebrato Leonardo da Vinci e, nell’anno che si apre, celebreremo Raffaello. E subito dopo renderemo omaggio a Dante Alighieri.

Incontro sovente Capi di Stato, qui in Italia o all’estero.

Registro ovunque una grande apertura verso di noi, un forte desiderio di collaborazione. Simpatia nei confronti del nostro popolo. Non soltanto per il richiamo della sua arte e dei paesaggi, per la sua creatività e per il suo stile di vita; ma anche per la sua politica di pace, per la ricerca e la capacità italiana di dialogo nel rispetto reciproco, per le missioni delle sue Forze Armate in favore della stabilità internazionale e contro il terrorismo, per l’alto valore delle nostre imprese e per il lavoro dei nostri concittadini.

Vi è una diffusa domanda di Italia.

Abbiamo problemi da non sottovalutare.

Il lavoro che manca per tanti, anzitutto. Forti diseguaglianze. Alcune gravi crisi aziendali. L’esigenza di rilanciare il nostro sistema produttivo. Ma abbiamo ampie possibilità per affrontare e risolvere questi problemi. E per svolgere inoltre un ruolo incisivo nella nostra Europa e nella intera comunità internazionale.

L’Italia riscuote fiducia.

Quella stessa fiducia con cui si guarda, da fuori, verso il nostro Paese deve indurci ad averne di più in noi stessi, per dar corpo alla speranza di un futuro migliore.

Conosco le difficoltà e le ferite presenti nelle nostre comunità. Le attese di tanti italiani.

Dobbiamo aver fiducia e impegnarci attivamente nel comune interesse. Disponiamo di grandi risorse. Di umanità, di ingegno, di capacità di impresa. Tutto questo produce esperienze importanti, buone pratiche di grande rilievo. Ne ho avuto conoscenza diretta visitando i nostri territori.

Vi è un’Italia, spesso silenziosa, che non ha mai smesso di darsi da fare.

Dobbiamo creare le condizioni che consentano a tutte le risorse di cui disponiamo di emergere e di esprimersi senza ostacoli e difficoltà.

Con spirito e atteggiamento di reciproca solidarietà.

Insieme.

In particolar modo è necessario ridurre il divario che sta ulteriormente crescendo tra Nord e Sud d’Italia. A subirne le conseguenze non sono soltanto le comunità meridionali ma l’intero Paese, frenato nelle sue potenzialità di sviluppo.

Naturalmente, per promuovere fiducia, è decisivo il buon funzionamento delle pubbliche istituzioni che devono alimentarla, favorendo coesione sociale. Questo è possibile assicurando decisioni adeguate, efficaci e tempestive sui temi della vita concreta dei cittadini.

La democrazia si rafforza se le istituzioni tengono viva una ragionevole speranza.

E’ importante anche sviluppare, sempre di più, una cultura della responsabilità che riguarda tutti: dalle formazioni politiche, ai singoli cittadini, alle imprese, alle formazioni intermedie, alle associazioni raccolte intorno a interessi e a valori.

La cultura della responsabilità costituisce il più forte presidio di libertà e di difesa dei principi, su cui si fonda la Repubblica. Questo comune sentire della società– quando si esprime – si riflette sulle istituzioni per infondervi costantemente un autentico spirito repubblicano.

La fiducia va trasmessa ai giovani, ai quali viene sovente chiesta responsabilità, ma a cui dobbiamo al contempo affidare responsabilità.

Le nuove generazioni avvertono meglio degli adulti che soltanto con una capacità di osservazione più ampia si possono comprendere e affrontare la dimensione globale e la realtà di un mondo sempre più interdipendente.

Hanno – ad esempio – chiara la percezione che i mutamenti climatici sono questione serissima che non tollera ulteriori rinvii nel farvi fronte.

Le scelte ambientali non sono soltanto una indispensabile difesa della natura nell’interesse delle generazioni future ma rappresentano anche un’opportunità importante di sviluppo, di creazione di posti di lavoro, di connessione tra la ricerca scientifica e l’industria.

Torniamo con il pensiero alle popolazioni delle città minacciate, come Venezia, dei territori colpiti dai sismi o dalle alluvioni, delle aree inquinate, per sottolineare come il tema della tutela dell’ambiente sia fondamentale per il nostro Paese.

I giovani l’hanno capito. E fanno sentire la loro voce proiettati, come sono, verso il futuro e senza nostalgia del passato.

Ogni società ha sempre bisogno dei giovani. Se possibile ancor di più oggi che la durata della vita è cresciuta e gli equilibri demografici si sono spostati verso l’età più avanzata.

Questa nuova condizione impone di predisporre nei confronti degli anziani – parte preziosa della società – maggiori cure e attenzioni. Occorre, al tempo stesso, investire molto sui giovani.

Diamo loro fiducia, anche per evitare l’esodo verso l’estero. Diamo loro occasioni di lavoro correttamente retribuito. Favoriamo il formarsi di nuove famiglie.

Dobbiamo riporre fiducia nelle famiglie italiane. Su di esse grava il peso maggiore degli squilibri sociali. Hanno affrontato i momenti più duri, superandoli. Spesso con sacrificio.

Fornire sostegno alle famiglie vuol dire fare in modo che possano realizzare i loro progetti di vita. E che i loro valori – il dialogo, il dono di sé, l’aiuto reciproco – si diffondano nell’intera società rafforzandone il senso civico.

E’ una virtù da coltivare insieme, quella del civismo, del rispetto delle esigenze degli altri, del rispetto della cosa pubblica.

Argina aggressività, prepotenze, meschinità, lacerazioni delle regole della convivenza.

Una associazione di disabili mi ha donato per Natale una sedia. Molto semplice ma che conserverò con cura perché reca questa scritta: “Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”.

Esprime appieno il vero senso della convivenza.

Due mesi fa vicino Alessandria, tre Vigili del Fuoco sono rimasti vittime dell’esplosione di una cascina, provocata per truffare l’assicurazione. Nel ricordare – per loro e per tutte le vittime del dovere – che il dolore dei familiari, dei colleghi, di tutto il Paese non può estinguersi, vorrei sottolineare che quell’evento sembra offrire degli italiani due diverse immagini che si confrontano: l’una nobile, l’altra che non voglio neppure definire.

Ma l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente.

Quella autentica è l’Italia del Sindaco di Rocca di Papa, Emanuele Crestini. Nell’incendio del suo municipio ha atteso che si mettessero in salvo tutti i dipendenti, uscendone per ultimo. Sacrificando così la propria vita.

Senso civico e senso della misura devono appartenere anche a chi frequenta il mondo dei social, occasione per ampliare le conoscenze, poter dialogare con tanti per esprimere le proprie idee e ascoltare, con attenzione e rispetto, quelle degli altri.

Alle volte si trasforma invece in strumento per denigrare, anche deformando i fatti. Sovente ricorrendo a profili fittizi di soggetti inesistenti per alterare lo scambio di opinioni, per ingenerare allarmi, per trarre vantaggio dalla diffusione di notizie false.

Il mosaico che compone la società italiana ha tante tessere preziose.

Penso – tra le altre – al mondo delle nostre università, ai centri di ricerca, alle prestigiose istituzioni della cultura.

Ho conosciuto e apprezzato in tante occasioni l’attività che si svolge in questa costellazione di luoghi del pensiero, dell’innovazione, della scienza.

Si tratta di un patrimonio inestimabile di idee e di energie per costruire il futuro.

E’ essenziale che sia disponibile per tutti.

Che sia conosciuto, raccontato, condiviso. Che siano rimossi gli ostacoli e reso più agevole il rapporto tra istituzioni culturali e società e l’accesso al sapere.

In questo senso un ruolo fondamentale è assegnato ai media e in particolare al nostro servizio pubblico.

Abbiamo bisogno di preparazione e di competenze.

Ogni tanto si vede affiorare, invece, la tendenza a prender posizione ancor prima di informarsi.

La cultura è un grande propulsore di qualità della vita e rende il tessuto sociale di un Paese più solido.

Ringraziamo Matera che ha fatto onore all’Italia e al suo Mezzogiorno, in questo anno in cui è stata Capitale della cultura europea.

Con questo spirito rivolgo gli auguri a Parma che, con il suo straordinario patrimonio umano e artistico, da domani sarà Capitale italiana della cultura per il 2020.

Un saluto particolarmente grato e sentito rivolgo a Papa Francesco, Vescovo di Roma, che esercita il suo alto magistero con saggezza e coraggio e che mostra ogni giorno di amare il nostro Paese, a partire da coloro che versano in condizioni di bisogno e da chi, praticando solidarietà, reca beneficio all’intera comunità civile.

Nel rinnovare gli auguri a quanti sono in ascolto in Italia e all’estero, a tutti i nostri concittadini, a quanti il nostro Paese ospita, vorrei rivolgere un saluto particolare a coloro che, in queste giornate festive, assicurano – come sempre – il funzionamento dei servizi necessari alla nostra vita comune.

Rivolgo gli auguri alle donne e agli uomini delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, a tutti coloro che, con vari ruoli e compiti, operano a beneficio della Repubblica e di tutti noi cittadini.

Per tutti, saluto Luca Parmitano – il primo astronauta italiano al comando della stazione spaziale internazionale – impegnato nella frontiera avanzata della ricerca nello spazio, in cui l’Italia è tra i principali protagonisti.

Da lassù, da quella navicella – come mi ha detto quando ci siamo collegati – avverte quanto appaiano incomprensibili e dissennate le inimicizie, le contrapposizioni e le violenze in un pianeta sempre più piccolo e raccolto.

E mi ha trasmesso un messaggio che faccio mio: la speranza consiste nella possibilità di avere sempre qualcosa da raggiungere.

E’ questo l’augurio che rivolgo a tutti voi !

Buon 2020 !

All’alba di un anno nuovo

Ogni inizio d’anno racchiude in sé una molteplicità infinita di speranze: ne è la sintesi e il culmine, così da sempre per l’intera umanità.

La storia è un continuum ininterrotto di fatti, una concatenazione di eventi, nulla del presente può prescindere dal passato, fosse anche quello delle cronache di ieri.

Dobbiamo averne consapevolezza perché non esisterà mai un anno zero, un momento in cui magicamente tutto si annulla – le colpe, gli errori, gli inganni – e si riparte da capo: sarebbe solo una effimera illusione destinata ad essere smentita in ogni campo dell’agire umano, in ogni suo contesto.

Però l’uomo, la società hanno bisogno che il tragitto della storia sia contrassegnato dalle convenzioni del calendario: per scandire lo scorrere stesso della vita, per dare la giusta misura a tutte le cose, per ricordare ma anche per far tesoro del passato, correggere il cammino, esercitare il dovere della speranza.

Finisce poi che le buone intenzioni sono lentamente assorbite e metabolizzate in una quotidianità fatta di scelte e di progetti nuovi, ma anche di abitudini e di destino, oltre le nostre migliori volontà.

Ma all’alba di un anno nuovo abbiamo un bisogno quasi organico, fisiologico di guardare avanti, di immaginare, di ripartire, non possiamo prescindere da questa precisa speranza: che il domani possa essere migliore a partire dall’impegno coerente di ciascuno di noi.

Viviamo – da molto tempo – una condizione esistenziale dove realtà e virtualità si sovrappongono, fino a confondersi e questo genera insoddisfazioni, incertezze e molta solitudine.

Trovo persino paradossale che in un’ epoca in cui disponiamo di straordinarie potenzialità comunicative la gente finisca tendenzialmente per appartarsi, non trovando il conforto di una parola, una presenza amica, una relazione positiva e aperta alla fiducia: c’è un numero crescente di persone che rinunciano alla vita stessa perché si sentono isolate, incomprese, avvertono intorno a sé relazioni superficiali, indifferenti, persino ostili.

Ci nominiamo al plurale, chiamandoci “umanità” ma siamo come monadi isolate in un universo globalizzato che ci priva della nostra stessa identità.

Io credo che in questi ultimi anni abbiamo collettivamente parlato troppo, sovrapponendo e confondendo le parole fino a non comprenderci più.

Siamo spesso circondati da una sorta di nebulizzazione della parole, una specie di gigantesco aerosol collettivo che ci ha gradatamente privato di antiche sensibilità e di concreti orizzonti di senso, fino a negare il valore dell’incontro, del dialogo, l’importanza di conoscere e stimare la vita degli altri.

Ultimamente la nostra esistenza è ansiosamente sincopata da esigenze traumatiche, finiamo per subire messaggi ultimativi oltre i quali ci viene prospettato il baratro, la catastrofe, l’apocalisse: vivere diventa una sorta di colpa, di peccato originale legato al raggiungimento di performances.

Contano il PIL, il pareggio di bilancio, le aliquote, le indicizzazioni, i tassi, gli spread.

Qualcuno parla forse di sentimenti? Monitorati e analizzati, scandagliati e controllati, tartassati e asfissiati: ma sideralmente lontani tra noi, spesso resi antagonisti e opposti.

Contano i numeri. E’ vero. Ma ancor più contano le sensibilità individuali e collettive, i valori che ci rendono potenziali interlocutori, gli uni degli altri. Conta la vita, la sua dignità.

Vorrei allora, lo dico con assoluta umiltà ma con altrettanta convinzione etica, che l’anno che ci aspetta ci possa restituire una dimensione meno conflittuale dell’esistere, che ci apra al dialogo, che ci faccia riscoprire l’importanza della vita degli altri.

Capacità di saper ascoltare: questo è il dono che chiedo all’anno nuovo, un dono di civiltà.

 

La Comunità Sant’Egidio apre ai clochard una chiesa a Trastevere

Contro l’emergenza freddo a Roma interviene la Comunità di Sant’Egidio, che apre nuovamente la chiesa di San Callisto a Trastevere per ospitare ulteriori 40 persone per la notte. Solo nella Capitale, la Comunità offre già a chi vive in strada un letto nelle strutture di Palazzo Migliori, gestito insieme all’Elemosineria Apostolica, e della Villetta della Misericordia, all’interno dell’ospedale Gemelli.

A causa del freddo, ricorda la Comunità di Sant’Egidio, in soli due giorni sono già morti due clochard, uno a Verona e uno a Roma. L’ultimo, Damiano, è stato ritrovato senza vita nel parcheggio di un supermercato nel quartiere di Tor Bella Monaca.

Tumore al seno: nuove speranze

Un team di ricercatori dell’Istituto di ricerca bio-sanitaria di Granada, in Spagna, ha messo a punto una nuova terapia basata sulle nanoparticelle, che avrebbe meno effetti collaterali rispetto ai trattamenti tradizionali.

Il nuovo trattamento, testato su un campione di topi da laboratorio, utilizza un terzo delle molecole attualmente impiegate nella chemioterapia e avrebbe un’azione più mirata, in quanto andrebbe ad agire solo sulle cellule tumorali.

La nuova terapia, si basa sull’utilizzo di nanoparticelle contenenti una soluzione di più ingredienti: la doxorubicina, un medicinale abitualmente utilizzato per combattere il cancro al polmone, il fluoroforo, ovvero un marcatore fluorescente utile per monitorare l’azione del trattamento e il Crgdk, un peptide fondamentale per garantire il legame tra le nanoparticelle e il recettore neuropilina-1 (l’Nrp-1), particolarmente presente nelle cellule del tumore al seno triplo negativo.

 

Non è’ tempo di finirla con i ‘balletti’ intorno alla legge elettorale?

Una volta erano tra le leggi più longeve. In molti casi, addirittura, costituivano parte integrante della legge fondamentale, cioè la Costituzione, e godevano di un regime giuridico resistente ai cambiamenti ordinari delle leggi. In poche parole -le regole elettorali che determinano come si trasformano i voti in seggi parlamentari- costituivano normative stabili il cui cambiamento segnava la fine di un’epoca. Come avvenne nel nostro Paese nel 1919 quando si passò dal maggioritario al proporzionale, per assorbire pienamente nel sistema politico liberal-democratico i socialisti ed i popolari che con il nuovo secolo erano diventate le forze politiche emergenti. E come si sarebbe verificato, dopo il Fascismo, con l’avvento del sistema democratico-repubblicano, quando si varò una legge elettorale che durò fino al 1993 e fu improntata anch’essa al criterio proporzionale di distribuzione dei seggi.

A partire dalle ccdd. leggi Mattarella (Mattarellum), invece, questa situazione si è completamente capovolta. E’ iniziato una sorta di balletto dei sistemi di voto che non solo ha portato, oggi, il nostro Paese alla soglia della ennesima legge elettorale in poco più di un venticinquennio ma ha anche piegato i due classici modelli elettorali (proporzionale e maggioritario) alla convivenza forzosa in sistemi misti diversamente dosati attraverso vari marchingegni inventati al solo scopo di favorire nelle successive elezioni i partiti che se ne erano fatti promotori. E così abbiamo avuto in rapida successione il Porcellum, l’Italicum, il Rosatellum, tutti strumenti “fatti su misura” e quindi non per cambiare in senso innovativo il sistema politico ma, al contrario, per conservarlo nei suoi equilibri, difesi con tenace resistenza a favore della posizione di vantaggio di chi li aveva proposti.

Del preoccupante e sempre più incalzante problema dell’astensionismo degli elettori -che, ormai, disertano le urne in modo non congiunturale ma strutturale, permanente, non episodico- e, soprattutto, del gravissimo fenomeno della divisione tra popolo ed élites -che si percepiscono sempre più come entità portatrici di valori ed interessi inconciliabilmente opposti- nessuna adeguata percezione. Come se qui non fosse in gioco direttamente la democrazia, che con l’affermarsi della retorica populista è colpita con un taglio netto nei suoi legami di intermediazione e quindi delegittimata in maniera decisiva nei partiti politici e nelle istituzioni rappresentative. Anzi, bisogna segnalare una sempre più esclusiva accentuazione del dibattito in ordine alla ‘modellistica’ dei criteri elettorali proposti tra: proporzionali puri o variamente corretti con clausola di sbarramento più o meno bassa; maggioritari con o senza scorporo; uninominali ad uno o doppio turno alla francese o all’australiana; sistemi vari tra modello spagnolo, svedese, greco e, naturalmente, inglese e tedesco. Con la connessa conseguenza di una sempre più distratta attenzione alle radici di questi meccanismi elettorali che, come è noto, stanno alla base della funzionalità e democraticità del sistema istituzionale e quindi non possono essere configurati né di per sé né per il tornaconto particolare di questo o quel partito. Men che meno dell’uno o dell’altro leaders politico, addirittura, dello stesso schieramento o partito come pretenderebbero all’interno del PD Franceschini, che propugna un proporzionale con sbarramento, ed il segretario, Zingaretti, che sfida gli alleati ed apre alla Lega sul maggioritario. Lega che, a sua volta, con Salvini, per un verso, promuove il referendum per abolire la quota proporzionale e trasformare il Rosatellum in un sistema completamente maggioritario e, per un altro verso, si dichiara pronta a chiudere un patto con Sinistra e M5S sul proporzionale.

Dunque, non è sulla base di calcoli e tornaconti di partito o di schieramento che si deve guardare alla riforma elettorale se, peraltro, non si vuole ripetere ancora una volta, dopo due sentenze di incostituzionalità seppure parziale, l’esperienza del Porcellum e dell’Italicum. Tutt’altra deve essere, invece, la strada da imboccare. E precisamente quella che, come meta, ha la migliore funzionalità e democraticità del sistema istituzionale. Che, è necessario tenere presente, non dipende dalla sola e adeguata strutturazione politica del parlamento ma dalla organizzazione e dalla efficienza ed efficacia dell’intero apparato di governance della Repubblica. Circostanza questa che quindi implica l’abbandono dell’idea di fondare la riforma elettorale tenendo in conto la configurazione del solo parlamento e l’assunzione di un diverso criterio basato sul ruolo e le funzioni svolte dagli organi che costituiscono il complessivo sistema di governo del Paese. Senza la cui profonda trasformazione, in direzione del superamento del cd. “stato legislativo” fondato sulla supremazia della legge e conseguentemente del parlamento, difficilmente potrebbe garantire una nuova governance efficiente, efficace, ‘al passo’ con la velocizzazione del tempo e quindi in grado di dare risposte adeguate per uscire dalla paralisi che caratterizza l’attuale sistema democratico ormai incapace di continuare a soddisfare i bisogni primari dei cittadini.

Non è certo questa la sede per affrontare il tema di quella che sarebbe una nuova forma di democrazia se si decidesse di riformare la governance del Paese non facendola dipendere più dalla sola legge del parlamento ma la si collegasse anche agli atti del governo, assunti con autonome decisioni, e si instaurasse così un sistema non più monista ma duale di governance, con linee di legittimazione popolare separate per parlamento e governo. Una cosa mi sembra però possibile stabilire fin da ora con certezza: che, se si procedesse tenendo conto di questa inoppugnabile prospettiva, il problema elettorale non potrebbe consistere più nel solo criterio con il quale formare la camera rappresentativa ma dovrebbe riguardare anche il modo di legittimare direttamente il premier. Il che significa che, poiché è un organo monocratico e non consente una rappresentazione pluralistica, quest’ultimo dovrebbe essere eletto con il sistema maggioritario. Mentre, essendo il parlamento un organo collegiale, il suo sistema di elezione non dovrebbe essere mai diverso da quello proporzionale.

Ma c’è di più. In quanto le ragioni di tali scelte non sarebbero fondate esclusivamente su questi argomenti di carattere tecnico-giuridico. Vi sono altre profonde motivazioni, di natura politico-istituzionale, che non possono essere trascurate e che spingono univocamente in direzione di una riforma elettorale consistente nell’adozione di due differenti sistemi. Mi riferisco, innanzi tutto, alla necessità in questa fase di cambiamento epocale di rilanciare la democrazia della responsabilità e, poi, all’esigenza di costruire tra governo e parlamento un nuovo circuito comunicativo che consenta al popolo di controllare attraverso il parlamento l’attività amministrativa del governo. Il ‘combinato disposto’ di queste modalità istituzionali è infatti, a mio giudizio, in grado di dare un decisivo contributo al superamento sia della grave situazione di astensionismo che oggi caratterizza qualsiasi sistema elettorale sia della condizione di incomunicabilità che si è determinata tra élites e popolo. Istaurando così una forma di democrazia in cui il responsabile del governo è costantemente controllato nella sua attività di indirizzo politico dai rappresentanti del popolo in parlamento, permanentemente collegati con le forze politiche che hanno determinato l’elezione di entrambi gli organi della governance.

Inoltre, da tutto quanto ora detto, è facile rilevare come si delineino due funzioni politiche assolutamente inedite i cui connotati influenzano anche i poteri nei quali si sostanziano, determinandone un sistema di relazioni che non sono più quelle che intercorrono tra esecutivo e legislativo, tali perché legati da un rapporto fiduciario, ma quelle funzionali che intercorrono tra un organo che governa ed un organo che controlla. Circostanza che fa emergere chiaramente come, rispetto all’attuale modello costituzionale, non si tratta di modificarne la “forma di governo” parlamentare in senso presidenziale ma di creare un sistema organizzativo non più improntato alla logica monista dell’esercizio della medesima funzione da parte di entrambi i poteri ma di prendere atto del dualismo delle funzioni che governo, da un lato, e parlamento, dall’altro, esercitano. Realizzando così un circuito democratico finalmente virtuoso in cui il principio di responsabilità si collega con quello di rappresentanza e nella loro interazione garantiscono entrambi la piena partecipazione del popolo alla vita istituzionale.

In altri termini, strutturando un sistema di democrazia comunitaria (o di “civismo”, per ripetere il termine di autoqualificazione usato da qualche recentissima esperienza politica) della quale già qualche elemento di apprezzamento si poteva cogliere in quegli ordinamenti locali e regionali in cui non è solo l’organo collegiale del consiglio ad essere eletto direttamente dal corpo elettorale ma anche quello monocratico del sindaco o del presidente della regione che così riallacciano con il popolo un vero rapporto di condivisione dell’indirizzo politico-istituzionale di volta in volta stabilito con il pronunciamento elettorale.

Organizzazione, quest’ultima, che peraltro, da un lato, costituirebbe il fondamento di una vera riforma dell’attuale democrazia capace di assicurare la sopravvivenza degli stessi partiti politici legati attraverso il parlamento al principio della rappresentanza pluralistica ed attraverso il governo a quello della responsabilità comunitaria e, dall’altro, implicherebbe, come già detto, la diversificazione dei sistemi per eleggere il premier ed il parlamento.
Ora, se tutto questo è condivisibile e viene assunto come modello istituzionale da perseguire seppure con i tempi e la sequenzialità imposte dall’agenda politica che certamente in questa fase non prevede (e non consentirebbe) alcuna modifica costituzionale della ‘forma di governo’ e quindi di elezione diretta del premier, la conseguenza che ne deriva è che la riforma della legge per l’elezione del parlamento -pur nella persistenza di un bicameralismo perfetto che comunque ne condiziona inevitabilmente gli effetti benefici- non potrebbe che essere improntata ad un rigido proporzionalismo. Magari attenuato da una soglia di sbarramento. Ma quanto più contenuta possibile, giusto per evitare la polverizzazione del sistema politico. Non certo per introdurre un surrettizio elemento di maggioritario che nel mosaico in cui si verrebbe ad inserire servirebbe soltanto a distorcere la volontà manifestata dal popolo e quindi ad indebolire la democrazia. Come sarebbe pure una mortificazione della partecipazione e della democrazia se al calcolo proporzionale si accoppiasse poi il voto di lista bloccato.

Insomma ed in conclusione, se il sistema elettorale è connesso al sistema istituzionale e si fa dipendere dalla funzionalità nei confronti di quest’ultimo, allora lo spazio per discussioni, dibattiti, confronti e quant’altro in ordine alla legge elettorale per il parlamento si restringerà ineluttabilmente ed i ‘balletti’ argomentativi a cui abbiamo assistito finora finiranno di alimentare affermazioni strumentali come quelle che sostengono che “il processo politico italiano va verso una netta bipolarizzazione” e “richiede (quindi) un sistema elettorale maggioritario”. E si capirà, inoltre, una volta per tutte, che l’unica strada da seguire è, invece, quella di una legge proporzionale. Meglio se coniugata con collegi uninominali, così come già avveniva per il Senato della Repubblica e per l’elezione dei Consigli delle vecchie Province.

Molte cupole e qualche guglia

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano firma di Mario Panizza

Il profilo di Roma, la città della Cupola, o, più affettuosamente, del “Cupolone”, è un susseguirsi di cupole che, fedeli a rigorose regole geometriche e sormontate da lanterne più o meno svettanti, individuano, anche al di fuori del centro storico, i luoghi di culto. Imbattersi invece a Roma nelle guglie, così come è possibile a Parigi e in molte altre città europee, è alquanto difficile.

La cupola descrive un sistema che si richiude nell’esattezza della struttura e nella completezza dello spazio interno. Essa, quasi sempre, conclude in copertura l’incrocio del transetto e della navata di una chiesa; sottende tuttavia, in edifici non religiosi, anche vasti spazi centrali di architettura civile, spesso di origine romana. È il caso del Planetario, attualmente non in uso, ricavato nell’aula ottagonale delle Terme di Diocleziano, inaugurato nel 1928, dopo un lavoro molto accorto di consolidamento delle antiche strutture murarie. Al suo interno, funzione e simbolo si ricompongono in pieno equilibrio: la copertura voltata raccoglie un cielo stellato, che muta, in base alle stagioni, come la lanterna magica dei vecchi teatri. Il suo compito didattico si arricchisce della suggestione che coinvolge chi partecipa alla proiezione.

Ed è proprio nel coinvolgimento e nella suggestione la forza espressiva della cupola. I fattori che la generano dipendono da più variabili: la sezione che, in base alla geometria strutturale, può essere a tutto sesto, ribassata o ogivale, combinandosi in vario modo con la forma del perimetro, circolare o poligonale; la disposizione rispetto alla quota del terreno, sopraelevata come accade in quasi tutte le chiese, oppure ribassata, prevalentemente nei luoghi di sepoltura, infine perfettamente in linea con la quota della città, come è previsto, per lo più, negli impianti che ospitano manifestazioni sportive. Variabile è anche il rapporto con l’esterno e quindi l’effetto che si ottiene al momento dell’ingresso. In questo caso le condizioni percettive ed emotive possono variare, anche molto, in base alla continuità o al contrasto tra l’interno e l’esterno. Talvolta infatti la sala a cupola, sebbene sia un interno, può costruire l’effetto di dilatare lo spazio urbano.

La guglia, al contrario, si rivolge quasi esclusivamente all’esterno: costruisce un profilo, in prevalenza conico, e lo proietta sullo skyline della città. Solo marginalmente interferisce nella definizione del volume interno; qui la sua presenza si limita alla base di appoggio, generalmente poco ingombrante, che trova la sua impronta, ma solo quando contribuisce al sistema strutturale, nel piano di fondazione. La cupola accompagna con una forma rassicurante e protettiva il profilo della città, invece la guglia pronuncia un’eccezione, un’emergenza che tende a imporre una presenza da guardare e riconoscere tra molte forme che esprimono il desiderio di isolarsi ed esporsi.

Le guglie e i pinnacoli, che svettano al di sopra della copertura, caratteristici soprattutto del Gotico, hanno un compito prevalentemente decorativo e quasi sempre si moltiplicano fino a costruire facciate molto ornate nel bordo superiore; svolgono tuttavia, e in non pochi casi, anche una funzione statica, collaborando ad appesantire, per rinforzarli, i muri perimetrali, sottoposti alle spinte orizzontali degli archi che sostengono la copertura o i solai intermedi.

Una raccolta che descriva le cupole di Roma obbliga a una selezione molto restrittiva, impegnata a cercare un criterio che sappia cogliere le singolarità, le eccezioni che, proprio perché tali, aiutino a comprendere con maggiore ordine l’intero panorama delle chiese del Rinascimento e del Barocco.

Un primo elenco riguarda quelle che coprono un edificio volumetricamente unitario, dove un solo corpo di fabbrica si identifica in toto con la cupola stessa. In questi casi, ne deriva un edificio singolo che esprime la compiutezza statica, precisando le linee che si proiettano sul terreno. Tra loro si evidenziano le costruzioni di epoca romana che, quando in buono stato, hanno assunto, come il Pantheon e la già ricordata sala ottagonale delle Terme di Diocleziano, una nuova funzione religiosa o civile. Il Pantheon, con la sua cupola aperta, del diametro di oltre 43 metri, fondato come tempio pagano, è attualmente una basilica cristiana che raccoglie le sepolture di artisti famosi e di due re d’Italia.

Più espressiva, soprattutto in relazione all’ambiente circostante, è la cupola, sempre romana, del padiglione di Minerva Medica (inizio iv secolo) che, perfettamente visibile dal treno in partenza dalla Stazione Termini, costruisce un’ambientazione molto singolare dove una scenografia alquanto audace colloca una preesistenza romana, compromessa in molte sue parti, ma perfettamente riconoscibile nel suo insieme volumetrico, tra imponenti edifici di servizio e fasci di binari ferroviari. Minerva Medica, che avrebbe ispirato Brunelleschi per la costruzione di Santa Maria del Fiore a Firenze, illustra, anche, con precisione la meccanica strutturale di una cupola in muratura: il suo punto più fragile è al centro della volta che, come in questo caso, è venuto giù quando la spinta sui fianchi, causata dal peso e dalle infiltrazioni, ha portato a ridurre la coesione tra la malta e i conci.

La selezione delle cupole da preferire durante una visita a Roma sarebbe sicuramente caratterizzata dall’elenco delle assenze. Solo come memorandum, orientativo e personale, si indicano le chiese che, dopo San Pietro in Vaticano, non possono rimanere escluse: Sant’Andrea della Valle, la cui cupola, la seconda per dimensione tra quelle antiche dopo San Pietro, realizzata da Carlo Maderno nel 1620, raffigura l’Assunzione della Vergine; Santi Luca e Martina, opera di Pietro da Cortona del 1664 che, alla suggestione del Barocco aggiunge l’immersione tra gli imponenti resti archeologici del Foro romano; Santi Ambrogio e Carlo al Corso, con una cupola, molto alta e ben illuminata da tre tipi diversi di aperture, terminata nel 1669 su disegno di Pietro da Cortona; la Chiesa del Gesù, progetto del Vignola che dirige i lavori tra il 1568 e il 1573, con la cupola su tamburo ottagonale di Giacomo della Porta. Un caso a parte è rappresentato dalla chiesa di Sant’Ignazio di Loyola dove, all’interno, anticipata da una navata che costruisce, con l’illusione prospettica di Andrea del Pozzo, due templi sovrapposti, una cupola finta, che rappresenta la Gloria di Sant’Ignazio, si impone su un soffitto assolutamente piatto.

Al contrario delle cupole, guglie e pinnacoli, espressione distintiva del Gotico, a Roma sono molto poco presenti. Gli esempi che si incontrano sono “in stile”, piuttosto che autentici: due campanili a guglia, a Piazza Cavour, concludono la facciata eclettica del Tempio Valdese (1911-1914); una torre neogotica, sormontata da una cuspide in travertino e da una corona di pinnacoli, definisce il volume della chiesa anglicana All Saints’ Church di via del Babuino (1882); infine, a Lungotevere Prati, la Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, realizzata all’inizio del Novecento in pieno stile gotico, interpreta, sulla facciata, la trama del Gotico maturo del Duomo di Milano.

Tra due delle cupole di maggior rilievo nel profilo della città — il Pantheon e la chiesa di Sant’Andrea della Valle — svetta la guglia più nota a Roma, quella di Sant’Ivo alla Sapienza, che si arrampica verso l’alto attraverso una spirale che nasce dalla geometria perfettamente equilibrata della cupola sottostante. Poco oltre, sempre di Borromini, a Piazza Navona, si impongono, su una cortina continua, le cuspidi delle due torri simmetriche di Sant’Agnese in Agone che anticipano la cupola poligonale retrostante.

L’opera religiosa più recente marcata da guglie è il Tempio Mormone di Porta di Roma, noto anche come il “grattacielo” proprio per la sua esuberante spinta verso l’alto che si isola in un’area urbana molto poco strutturata.

Alcuni esempi di guglie discrete si incontrano nella Roma moderna degli anni Venti del secolo scorso. Il loro linguaggio è piuttosto quello delle edicole svettanti, spesso aperte, che richiamano il tema dell’altana. Due gli esempi più eleganti nell’architettura civile di quegli anni: l’Albergo rosso della Garbatella (Innocenzo Sabbatini 1927-1928) e la Scuola Pistelli in Prati del 1928.

Tornando all’insieme degli edifici appena descritti, le numerose cupole e le poche guglie individuano due forme che, pur esprimendo, soprattutto nell’architettura religiosa, un valore dal forte carattere simbolico, spesso prevalente sulla funzione, costruiscono condizioni spaziali molto diverse, dove però l’intento comune di sovrapporre alla qualità formale significati e valori, sebbene distanti nelle varie epoche, tende a combinarle in un disegno, che, unitario nella lettura, racconta il profilo storico di Roma.

Nascite al minimo storico e speranza di vita in aumento

L’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo.

“Nel 2018 – spiega l’istat – continua il calo delle nascite”, da 458.151 nel 2017 a 439.747, “nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia”. La speranza di vita media, invece, “si attesta su 80,8 anni per i maschi e 85,2 per le femmine”.

Nel 2018 diminuisce anche il numero dei decessi, che “raggiunge le 633.133 unità”: l’Italia si ritrova così a essere ai vertici mondiali per età media della popolazione, “con 173,1 persone con 65 anni e oltre ogni cento persone con meno di 15 anni al primo gennaio 2019”.

Inoltre, le famiglie italiane sono sempre di più ma sempre più piccole: i nuclei familiari sono infatti arrivati a essere 25 milioni e 700mila, e se nel 33,2% si tratta di coppie con figli (la tipologia che ha fatto registrare la maggiore diminuzione negli ultimi anni: +11,5% dal 1997-98), addirittura il 33% sono “famiglie unipersonali” (cioè i single), in costante aumento nel corso degli anni.

2019: un anno di Caritas

Mettere insieme Carità e Cultura è stato l’obiettivo che Caritas Italiana ha scelto per il 2019 e a cui ha dedicato il 41° Convegno nazionale delle Caritas diocesane (25-28 marzo). Collocato nell’anno che ha visto Matera capitale europea della cultura, è stato un momento di confronto fondamentale per dare – o restituire – speranza alle nostre comunità riscoprendo la dimensione “educante”, con un rinnovato investimento nella formazione e sulla cultura.

In Italia l’impegno di Caritas Italiana e delle Caritas diocesane è proseguito accanto alle popolazioni colpite da calamità naturali, un impegno prolungato nel tempo, come ha ricordato il 10° anniversario del sisma de L’Aquila, o più recente come per i progetti di ricostruzione post-sisma nel Lazio, Marche, Abruzzo ed Umbria.

Il 2019 ha visto però anche un’azione quotidiana delle oltre 200 Caritas diocesane in tutta Italia, documentata nel “Flash Report sulla povertà ed esclusione sociale 2019” pubblicato alla vigilia della terza Giornata Mondiale dei Poveri celebrata il 17 novembre scorso. Per questa edizione si è deciso di dedicare un focus, curato insieme a Legambiente, alle strette connessioni tra ambiente, degrado, povertà e giustizia sociale. A giugno poi si è svolto l’Incontro nazionale dei Centri di Ascolto delle Caritas diocesane, dove è stato presentato il nuovo vademecum di indirizzo: in Italia sono 3.364 i centri di ascolto (diocesani, zonali, parrocchiali), quasi il doppio di venti anni fa, che hanno realizzato lo scorso anno 208.391 interventi di ascolto, orientamento, consulenza e, nei servizi collegati, si sono registrate 1.017.960 erogazioni di beni e servizi materiali (viveri, vestiario, prodotti per l’igiene personale, buoni pasto, ecc.) e 176.685 interventi di accoglienza residenziale.

Accanto all’azione quotidiana e alla ricerca, è proseguito il lavoro di rete con l’Alleanza contro la Povertà e il Forum Disuguaglianze e Diversità, nonché con la firma di due importanti protocolli di intesa: uno con il Ministero della Giustizia per promuovere i lavori di pubblica utilità per favorire l’accettazione della funzione riparativa, l’altro con INPS e ANCI per favorire l’orientamento e l’accesso alle prestazioni sociali e previdenziali per quelle fasce della popolazione che vivono in condizioni di disagio economico, lavorativo, sociale e abitativo.

Sul fronte dell’immigrazione è stato rinnovato l’accordo con il Governo sui “Corridoi umanitari” per l’arrivo, in due anni, di 600 richiedenti asilo da Etiopia, Niger e Giordania. Si tratta di persone vulnerabili per le quali è prevista un’accoglienza in parrocchie, strutture e comunità diocesane, famiglie. L’esito del precedente accordo è stato presentato ad aprile con la pubblicazione di “Oltre il mare”, il primo Rapporto nell’ambito della protezione internazionale sui corridoi umanitari in Italia e altre vie legali e sicure d’ingresso. Questa interessante esperienza ha visto anche il riconoscimento dell’UNHCR, vincendo per la regione Europa l’edizione 2019 del Premio Nansen per i Rifugiati. Da segnalare anche il protocollo firmato con l’Ispettorato del lavoro sullo sfruttamento lavorativo e caporalato, che rafforza l’azione del progetto Presidio. L’attività Caritas su questo tema passa anche dallo studio e dall’approfondimento, come dimostrano la pubblicazione del XXVIII Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, e del Rapporto “Common Home” promosso da 11 Caritas europee (tra cui Caritas Italiana), nell’ambito del progetto europeo MIND, giunto al secondo anno dal suo avvio.

Nel 2019 è continuato poi l’ultra quarantennale impegno per e con i giovani attraverso il servizio civile, con l’avvio a gennaio di 1.194 volontari, coinvolti per 12 mesi in 195 progetti presso 588 sedi. La collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) ha invece sviluppato l’attenzione al mondo della scuola, con il concorso “Comunità che condividono: creiamo legami”. E sempre con un’attenzione pedagogica, sono stati pubblicati due nuovi volumi della serie “VivaVoce” dell’EDB: “Uno zaino da riempire. Storie di povertà educativa dei giovani e degli adulti” e “Per piccina che tu sia. Quando la casa diventa un problema”.

E’ poi proseguito il costante lavoro di formazione base dei nuovi direttori di Caritas diocesane e dei loro più stretti collaboratori, così come le attività di formazione permanente della Comunità professionale di formatori Caritas, a sostegno del Piano Integrato di Formazione che da oltre 4 anni coinvolge le Caritas diocesane e le Delegazioni regionali Caritas.

In ambito europeo ed internazionale, nell’anno appena trascorso è stato portato avanti il servizio ordinario di accompagnamento delle Chiese locali nei vari Paesi del mondo, grazie anche ai Microprogetti di sviluppo. Le emergenze internazionali hanno poi visto, come sempre, Caritas Italiana in prima fila in collegamento con Caritas Internationalis, come avvenuto per i terremoti nello Sri Lanka e nelle Filippine, la crisi umanitaria in Libia, il ciclone che ha colpito Mozambico, Zimbabwe e Malawi e l’uragano che si è abbattuto sulle Bahamas, il recente sisma in Albania e le alluvioni nei Paesi del Corno d’Africa. Un’attenzione specifica con la Campagna “Amata e martoriata” è stata dedicata alla tragedia che da ormai 9 anni vive la popolazione siriana, e ci si è anche concentrati sulla situazione in Sud Sudan a 8 anni dall’indipendenza e sulla drammatica situazione che vivono i profughi lungo la rotta balcanica.

Ai vari Paesi del mondo e alle loro problematiche sono stati dedicati anche quest’anno 11 Dossier con Dati e Testimonianze (DDT), le cui pubblicazioni sono iniziate nel 2015 per un totale di 53 realizzati finora. Sempre sul versante internazionale sono continuate le collaborazione nelle Campagne “Chiudiamo la forbice”, “Share the journey” e “Liberi di partire, Liberi di restare”.

Nel 2019 Caritas Italiana ha visto avvicendarsi due Presidenti, prima con l’interim di S. Ecc. rev.ma mons. Corrado Pizziolo, Vescovo di Vittorio Veneto, e poi con la nomina dell’attuale Presidente S. Ecc. rev.ma mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, Arcivescovo di Gorizia. Al giovane Alberto Marvelli e alla figura di Luciano Tavazza sono stati dedicati gli ultimi due audiolibri, realizzati insieme a Rete Europea Risorse Umane.

L’anno si chiude con la 52a Marcia della Pace che si svolge il 31 dicembre a Cagliari, promossa dal movimento cattolico internazionale Pax Christi, da Caritas Italiana, dall’Ufficio per i Problemi sociali e del lavoro della CEI e dall’Azione Cattolica Italiana, in collaborazione con il Comitato promotore della Marcia della pace in Sardegna e il Centro di servizio per il volontariato Sardegna Solidale. Il tema del Messaggio di papa Francesco per la 53a Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2020 “La Pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica” fa anche da tema per la Marcia.

L’Italia dei Musei

Nel 2018, l’Italia vanta 4.908 tra musei, aree archeologiche, monumenti ed ecomusei aperti al pubblico. È un patrimonio diffuso su tutto il territorio: in un comune italiano su tre (2.311) è presente almeno una struttura a carattere museale. Ce ne è una ogni 50 Kmq e una ogni 6 mila abitanti. La maggior parte sono musei, gallerie o raccolte di collezioni (3.882), cui si aggiungono 630 monumenti e complessi monumentali, 327 aree e parchi archeologici e 69 strutture ecomuseali.

I visitatori sono in forte crescita: oltre 128 milioni di persone (di cui 58,6 stranieri) hanno visitato il patrimonio culturale italiano nel 2018:,quasi 10 milioni in più (+8%) rispetto al 2017. L’incremento maggiore è registrato dai monumenti e i complessi monumentali (+11,5%) e dai musei (+9,6%). Diminuiscono i visitatori delle aree archeologiche (-11,3%).

Le prime 10 città sono nell’ordine Roma, Firenze, Napoli, Venezia, Milano, Torino, Pisa, Pompei, Siena e Verona, nelle quali si concentra oltre la metà dei visitatori (il 55,5%).

Oms: morbillo l’emergenza della salute nel 2019

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) come ogni anno ha effettuato il ritratto della popolazione globale.

Nel corso del 2019  l’organizzazione aveva già puntato l’attenzione sulle principali emergenze sanitarie, come morbillo e malaria.

Anche sul fronte della guerra contro i superbatteri non ci sono buone notizie: ogni anno 700mila persone muoiono per infezioni resistenti agli antibiotici. Aumenta poi al ritmo di 125 milioni ogni anno il numero di persone esposte a caldo eccessivo.

Le buone notizie del 2019 arrivano dai vaccini: c’è la lotta per eliminare la rosolia, che se contratta dalle donne in gravidanza provoca difetti congeniti nei feti e che è prevenibile con il vaccino; contro la malaria è stata avviata la prima vaccinazione su larga scala in Malawi Ghana e Kenya con l’obiettivo di raggiungere 360mila bambini l’anno; il virus Ebola continua a uccidere in Congo, ma grazie a vaccino e terapie sperimentali, la mortalità è più contenuta rispetto alla precedente epidemia in Africa Occidentale.

Il “manifesto Zamagni” e i cattolici solitari

1) L’irrilevanza  dei cattolici                                                                                                                      

Per chi ci ha fatto caso, la notizia circolata tempo fa sull’elezione di Mara  Cartabia a presidente della Corte costituzionale, non è stata soltanto quella di essere la prima donna a ricoprire tale autorevole e prestigiosa carica. Ma anche che si  trattava di una “Giurista cattolica”. Il che avrà confortato quanti lamentano l’assenza dei cattolici nello spazio pubblico. Che, se anche presenti, sono comunque appartati e isolati.  Con poca voglia di incontrarsi e mettersi insieme. Diciamo la verità : la notizia sulla cattolicità di un personaggio pubblico non è così frequente. Era già comparsa altre volte, è vero. Per uomini politici, soprattutto. Ma sui media di oggi  che rispecchiano una società in progressiva secolarizzazione, non capita spesso di leggerla o sentirla. Il fatto è che ci stiamo incamminando verso una società multiculturale e interreligiosa. Verso una irreversibile convivenza tra fedi e culture  diverse – neonazionalisti e sovranisti, difensori della terra, del sangue, e della razza permettendo.

In questa epocale transizione , la notizia fa però toccare con mano un vero paradossoSe infatti da un lato non è difficile incontrare  qualificati cattolici che ricoprono alte cariche  istituzionali e molto più frequentemente ci si imbatte in  intellettuali e bravi studiosi cattolici , dall’altro questa loro presenza risulta  personalizzata . Frammentata e sparsa. Irrilevante. Non esiste insomma un visibile, incisivo e laico cattolicesimo culturale di livello nazionale, orientato al politico  e al sociale. E quando lo scoviamo, lo scoviamo rivolto a pochi intimi in spazi e dimensioni molecolari e marginali. Eppure , in questo dirompente passaggio d’epoca , di un laicato cristiano attento alla Polis si avverte  un certo bisogno. Non sono solo i credenti a dirlo. Ma anche una schiera di agnostici e atei-devoti che guarda al Vangelo come fonte irrinunciabile di valori per una futura e pacifica convivenza tra diversi, e come continuo alimento dei diritti umani e della democrazia all’insegna della eguaglianza . Partiti col marchio cristiano  non ne esistono più. Il sindacato di matrice cattolica non ha una sua specificità e , giustamente , si trova unito nella tutela dei lavoratori agli altri sindacati. Lo storico associazionismo cattolico, oggi in crisi e alquanto defilato dai grandi temi epocali, ha sempre operato in contesti ecclesiali ed è servito a formare classe dirigente. E le tante associazioni di volontariato hanno altri meritevoli ed impagabili  compiti. Insomma grandi, incisive e laiche associazioni cattoliche nazionali non ce ne sono. E’ forse di questa assenza che si è fatto carico il “Manifesto Zamagni” ?                             

Me lo domando retoricamente  sapendo che dietro le quinte si nasconde la nostalgia di un partito politico del passato consegnato alla storia e irrecuperabile.  Interpretato con incredibili voli pindarici e semplificazioni come Manifesto per la rinascita di un partito cattolico, se non della  stessa Democrazia Cristiana. Una nuova Dc da riproporre grazie – come si è banalmente affermato – al sistema proporzionale esistente, e alla errata convinzione che quel 50% di aventi diritto che non va a votare, risulta tutto formato da “cattolici moderati” che non si riconosce nei partiti esistenti. Non sono solo a pensare che se il cattolico coniuga veramente il Vangelo con (questa) società in mano al potere finanziario e ad un liberismo tarato sull’individuo e non sulla persona, tutto potrà essere tranne che moderato. E  mi rende difficile capire chi sono oggi i moderati, anche perché nessun Dizionario di politica serio li contempla. Vorrei infine evitare di supporre che Renzi, dal suo nuovo ‘Centro’ , non sia interessato al Manifesto. In questo stesso giornale si era scritto, tempo fa , che era prudente evitare di pensare al partito politico, in quanto la sua ri-nascita era fuori tempo massimo e non c’erano le condizioni culturali e sociali, necessarie : quelle delle classi sociali, dei ceti medi saliti sul discensore,  e della scomparsa borghesia . E che era molto meglio rivolgersi allo spazio libero del prepolitico e culturale. Uno spazio ancora poco compreso nelle sue potenzialità politiche, e oggi più indispensabile del partito, in quanto spazio, se proprio vogliamo, “prepartitico”. E cioè di tutto quello che sta prima del partito, in termini di esperienze, conoscenze, formazione, comportamenti, “etica della responsabilità” ecc., la cui carenza la sta dimostrando la veloce “Piattaforma Rousseau” per la selezione dei suoi casuali e sprovveduti parlamentari. Qualche anno prima della sua morte, Pietro Scoppola chiacchierando con Giuseppe Tognon sulla “Democrazia dei Cristiani”, dava una precisa idea della laicità e dell’impegno non partitico del cattolico. Alla domanda se fosse possibile    “… conservare o ricostruire una prospettiva politica che veda i cattolici protagonisti”,   ricordando la  Lettera a Diogneto non ha avuto remore nell’affermare  che “…non è mai esistita un’identità politica definitiva per i cristiani e per i cattolici”,  perché il loro impegno non è legato “…alla loro appartenenza  alla comunità ecclesiale” , e perché sarebbe molto meglio indirizzarlo verso una “…strategia dei comportamenti  in relazione ai valori della fede” .

2) Il ‘Manifesto Zamagni’ e una divagazione sulla  “CLI” .                                                                                                                                          

Proprio nel  centenario del “Manifesto” di Sturzo  e dopo i falliti tentativi strettamente partitici di Todi, spunta dunque quest’altro “Manifesto”. Col quale si chiamano  a raccolta quei laici sparsi e disimpegnati, assieme a quel laico associazionismo frammentato nei territori, sensibile alla “Polis del Duemila“ e agli “Argomenti del 2000”.  Ai “valori della fede”. Chiarendo, con  poca convinzione e con un linguaggio ambiguo da parte dei proponenti, che il Manifesto non è teso a  creare un partito politico. Se allora lo scopo non è il partito, l’idea non è peregrina. Potendo aprire serie e stimolanti riflessioni e percorsi. Mi si lasci solo nella convinzione che   se l‘obiettivo finale potrebbe essere una sorta di “CLI” ( Conferenza Laicale Italiana), ‘pungolo’ dei partiti politici italiani, luogo di incontro e di riferimento in grado di fare sintesi delle diverse  e solitarie realtà associative locali , con una sua rivista, un suo sito, una sede, una sua periodica attività convegnistica, l’idea non solo andrebbe sostenuta, ma incoraggiata. Si potrebbe dare ragione a Scoppola. Potrebbero  nascere quel Forum dei cattolici italiani e quella “Fondazione” , suggerite molti anni addietro da Giorgio Campanini. E potrebbero scaturire luoghi di elaborazione e formazione permanente su quell’umanesimo cristiano, sulla ‘carità’ cristiana e sui Diritti dell’uomo che  assieme alla cultura dell’accoglienza non possono essere i partiti politici a gestire. Tantomeno i “Progetti culturali” nelle mani del Presidente della Cei.   “Il partito cattolico  non serve(…) servono i cattolici in politica” dice Papa Francesco. E il  Presidente della attuale Cei , Cardinale Bassetti, aggiunge che “ (… )il Papa non si attende partiti cattolici. Ma per i cattolici occorrono nuovi metodi di presenza”.  Nuovi metodi di presenza  ? Si, proprio così : nuovi metodi di presenza!  Anche perché sul partito cattolico, è buona norma non dimenticare mai la  profetica distinzione sturziana tra cattolici democratici e cattolici moderati , tra cattolici popolari e cattolici intransigenti e  clericali, che ancora oggi distingue mentalità diverse e criteri diversi di mediare il rapporto tra il Vangelo e la storia, tra l’insegnamento sociale della Chiesa e la società. Distinzioni queste che ci aiutano anche a  comprendere le attuali difficoltà di Francesco. C’è ancora da ricordare che le finalità dei partiti politici non riguardano la cultura, la formazione , il prepolitico dei mondi vitali e l’etica dei comportamenti. Né l’antropologia “liquida” e  volatile dei nostri giorni. Ma sono sempre rivolte all’ottimizzazione del consenso, oggi da affidare ad un leader solitario dotato di “pieni poteri”. Possibilmente carismatico. Indispensabile risolutore , anche senza partito, in quella ‘Democrazia del Pubblico ’  che grazie ai media, lo porta in diretto contatto col “popolo”,  come ci ha avvertito tempo fa Bernard Manin.
3
) Le novità
Quali sono allora le novità  per tali ultimi propositi ? Ebbene esse dal  punto di vista della notizia non appartengono al mondo cattolico. Ma lo stesso Zamagni ha chiarito in una intervista che le vedrebbe bene far parte del suo disegno. Se  è destinato a durare , le novità sono quelle del fenomeno Sardine.  Quel bisogno di “Buona Politica” urlato e cantato con educazione in una  piazza totalmente diversa da quella di Salvini. Meno odiosa. Più tollerante e rispettosa del prossimo, anche se “ diverso”. Più accogliente , giusta e solidale verso gli esclusi e i lontani senza diritto di  parola. Quella “Buona Politica” del dialogo e della mediazione insomma, che difende il clima e l’ambiente sulla scia della “Laudato sì” , con una spontanea e creativa libertà di “Vita Activa” nella  “Polis”,  come ci ha ricordato tanti anni fa Hannah  Arendt. Una Buona Politica da leggere fra le righe dei Testi conciliari, declinandola come forma di carità cristiana, che a ben vedere è nelle radici culturali del silenzioso cattolicesimo universale. Sicuramente distante chilometri  dai cattolicesimi sovranisti nazionali : specie di quelli locali da cortile mirati alle autonomie egoistiche. Dalle paure, dalle ansie emergenti e dagli “stress” messi in risalto dal Censis. Più certamente lontana dall’“Uomo Forte” oggi evocato con incosciente leggerezza e preoccupante seguito, che non ha mai fatto parte del bagaglio culturale del cattolico democratico e popolare, e totalmente  sconosciuto a quei Padri Costituenti cattolici che ci hanno regalato la Costituzione.     

La buona società

Da quando il linguaggio si è evoluto ho sentito molte perorazioni verso i doveri sociali: aggregazione, motivazioni, campi progressisti, “cose nuove”, check-up, check-in, diagrammi dinamici, flow chart, flussi comunicativi, role playing, outsourcing, decision making, change management, climax, follow up.

Per non parlare dei tavoli: di concertazione, discussione, contrattazione. Si aprono tavoli ovunque.
Parole che circolano in molti contesti, sono assai gettonate, suscitano fervore ma come mai i risultati tardano a venire? Forse dipende anche questo dal buco nell’ozono, oppure è un effetto perverso della globalizzazione?

Ai tempi di mio nonno bastava una stretta di mano, la parola data era sacra, guai a venir meno a un impegno: adesso vai in banca e il giorno dopo ti accorgi che le postille a piè di pagina complicano l’atto che hai appena sottoscritto. Se non te ne accorgi rischi di andare in rovina. Non parliamo di mutui, certificati medici, pensioni e diritti acquisiti: mi pare di aver sentito dire che le manovre finanziarie si fanno senza mettere le mani in tasca agli italiani: come mai allora sono quasi tutte bucate? Certe frasi i politici potrebbero risparmiarsele, hanno le fattezze palesi della spudorata presa per i fondelli.
Il paese è allo sbando: magari tassando la plastica e risparmiando sulle mense scolastiche si coprirà il deficit.

L’Italia è una delle poche nazioni al mondo a non aver avuto la sua rivoluzione e forse dipende dalla nostra abilità ad arrangiare sempre le cose.
Eppure c’è chi giura che presto o tardi il Balilla di turno scaglierà la prima pietra: non se ne può veramente più. Credo proprio che ne basti uno: poi scenderebbe in piazza un fiume in piena.
Tra il caldo e le liti di palazzo abbiamo passato un’estate indimenticabile: ho sentito un politico dire che “c’è stata una decomposizione nel quadro dei partiti”. Forse voleva dire ‘sparigliamento’ ma ha usato involontariamente un termine più adatto: la politica è morta e ormai siamo in pieno verminaio.

Per salvare il governo in molti si presentano col cappello in mano: non esce nessun coniglio bianco ma qualche obolo ci scappa lo stesso. Faranno il partito dei siciliani, i popolari liberali, quelli democratici, i nordisti, i moderati di sinistra, quelli di destra e quelli trasversali: peccato che si tratti di popolari senza popolo. Ci sono pure le sardine ma presto saranno divorate dai pescecani.

Per curiosità morbosa ho presenziato in ultima fila ad un’assemblea politica, oltre due ore di manfrine per spaccare il capello in quattro: se perdiamo lo 0,2 nel tal paese forse recuperiamo lo 0,3 in quell’altro. Nessuna parola sulle idee, sui contenuti, eppure bastava alzare lo sguardo al soffitto: c’era scritto ‘pace’….‘lavoro’….’libertà’, era sufficiente aggiungere ‘giustizia sociale’ e ‘tutela ambientale’ e il programma era bell’e fatto.
Il consenso della gente si acquisisce durante l’esercizio del mandato politico, non in campagna elettorale, eppure questo malvezzo si allarga a macchia d’olio, non è più prerogativa dei palazzi romani.

Sento anche molti elogi per l’avvicendamento nella gestione politica: dal centro-destra al centro sinistra ma penso che sia un fenomeno di autosuggestione, una specie di Fata Morgana che fa vedere quello che non c’è. Nessuno se n’è accorto: nelle città le strade sono sempre più sporche e dissestate, le periferie desolate e anonime, dopo una certa ora scatta il coprifuoco, si moltiplicano le rapine, gli stupri, le esecuzioni per strada, le truffe agli anziani e le aggressioni, se ti fermi a chiedere l’ora l’interlocutore ti ignora o affretta il passo per paura.

Ho sentito il programma elettorale di un aspirante sindaco: “voglio una città meno cattiva”. Da tempo non ascoltavo una frase tanto sensata e calzante: si adatta perfettamente ad ogni contesto metropolitano, chissà che non venga raccolta l’idea anche altrove.
E poi c’è la vicenda dei senza casa, tutti dicono che ne hanno diritto ma alla sera sprangano ben bene il portone della propria: “non mi compete”.
Circola con insistenza la formuletta di rito: “bisogna coniugare equità e rigore”, i più trasgressivi parlano di “risanamento e sviluppo”.

Ma chi parte per primo? Chi applica a se stesso ciò che chiede per gli altri? Da dove veniamo lo sappiamo già ma c’è qualcuno che ha una pallida idea su dove stiamo andando?
Non siamo in epoca di guelfi e ghibellini, figuriamoci di bianchi e di neri: il grigio è una tinta cangiante, ha tante sfumature, copre bene le magagne e pure tante ipocrisie.
Tutto è ispirato a questa nuova tendenza, perché il grigio è incolore, senza speranza: i rapporti tra noi, la diffidenza, il rancore, l’invidia per chi sta meglio, la pietà pelosa per chi sta peggio.

E soprattutto l’egoismo e la solitudine: sono loro gli abitanti più illustri di questa sorniona, indifferente società.

Austria, accordo tra Popolari e Verdi per formare il nuovo governo

Tre mesi dopo le elezioni politiche è stato raggiunto l’accordo di massima tra il partito popolare Oevp di Sebastian Kurz e i Verdi di Werner Kogler.

Kurz aveva corteggiato i Verdi da quando la sua coalizione con l’estrema destra era crollata in seguito a uno scandalo che ha portato alle elezioni anticipate.

Ora dopo questa svolta non resta che aspettare la decisione dell’assemblea del  partito ecologista convocata per il 4 gennaio. Il giuramento – secondo la stampa austriaca – potrebbe avvenire il 7 gennaio.

Per Kogler, restano da chiarire solo alcuni dettagli. Secondo il quotidiano Salzbuger Nachrichten, i ministeri di peso (Esteri, Interni, Finanze, Economia, Istruzione e Agricoltura) vanno alla Oevp, mentre i Verdi riceveranno, oltre al ‘superministero’ infrastrutture-ambiente-energia, anche giustizia, salute e affari sociali.

Trump pubblica il nome dell’agente Cia

E’ la prima volta che l’account presidenziale fa circolare un nome riferibile all’agente Cia che, con la sua denuncia, ha dato il via allo scandalo che ha portato all’impeachment del capo della Casa Bianca.

Il New York Times era stato il primo giornale a rendere pubbliche alcune informazioni sul funzionario che ha fatto partire la denuncia.

L’account che aveva pubblicato il nome, @Surfermom77, è pro-trumpiano e ha oltre 70 mila follower. Da tempo i media americani hanno deciso di non pubblicare l’identità dell’informatore per proteggerne l’incolumità.

 

Le proprietà benefiche delle lenticchie

Ricche di proteine vegetali, le lenticchie contengono anche molti carboidrati, tante fibre, molte vitamine, soprattutto A, B1, B2, C, PP, sali minerali come calcio, potassio e ferro e pochissimi grassi. Proprio per l’alto contenuto proteico, le lenticchie vengono considerate una valida alternativa a un secondo a base di carne, pesce, uova o formaggio.

Le lenticchie sono tra i legumi dotati della più efficace azione antiossidante. L’elevato contenuto di fibre permette invece di regolarizzare l’attività dell’intestino e mantenere sotto controllo il colesterolo. Inoltre, lo scarso contenuto di grassi di tipo insaturo rende le lenticchie un alimento perfetto per la prevenzione di alcune patologie cardiovascolari.

Le lenticchie sono anche molto ricche di tiamina, utile per migliorare i processi di memorizzazione, mentre il contenuto consistente di vitamina PP fa sì che esse abbiano anche la proprietà di fungere da potente equilibratore del sistema nervoso, con azione antidepressiva e antipsicotica. Infine, sono molto indicate per tutti coloro che necessitano di ferro, mentre sono assolutamente controindicate nei soggetti iperuricemici.

Le prime tracce della loro esistenza risalgono addirittura al 7000 a.C, epoca in cui già risultano coltivazioni, specialmente in Asia e soprattutto nella regione che oggi corrisponde alla Siria e da questa zona si diffusero facilmente in tutto il mediterraneo. Per quanto riguarda il consumo, le notizie riferiscono che in Turchia erano soliti farne uso già dal 5.500 a.C.

 

L’UE e l’etichettatura di origine degli alimenti

Mentre l’UE vanta una posizione difensiva nei settori che vanno dall’alta tecnologia alle automobili, questo non avviene per le migliaia di cibi tipici del nostro continente.

Così già il 16 dicembre scorso Francia, Spagna, Italia, Portogallo e Grecia hanno inviato una dichiarazione congiunta alla Commissione europea chiedendole di “rafforzare e armonizzare la legislazione dell’UE sull’etichettatura di origine degli alimenti” sottolineando che le attuali norme dell’UE “non sono esaustive in questo settore”.

I nazionalisti del cibo sanno che questo porterà a una battaglia su uno degli argomenti più spinosi nel processo decisionale dell’UE: etichette di origine obbligatorie, che rendono obbligatorio timbrare gli alimenti con “Made in France” o “Prodotto dell’Italia”.

Per anni i burocrati dell’UE a Bruxelles, incaricati di salvaguardare il mercato unico e le relazioni commerciali dell’UE hanno preso decisioni deboli riguardo all’etichettatura obbligatoria. Negli ultimi anni, tale etichettatura è stata autorizzata solo come misura temporanea di crisi per sostenere i caseifici francesi e i fornitori italiani di grano per la pasta.

La prima preoccupazione dei funzionari dell’UE, che sino ad oggi hanno prodotto solo deboli norme, è che tale etichettatura mina il mercato unico dell’UE incoraggiando i consumatori – e i responsabili degli acquisti nei supermercati – a preferire i prodotti nazionali.

Nel 2017, il Belgio si è lamentato , ad esempio, che le etichette obbligatorie “Made in France” su prodotti lattiero-caseari hanno ridotto le esportazioni di latte belga verso la Francia, anche se un’azienda agricola belga potrebbe essere il fornitore più vicino a un negozio francese.

La seconda preoccupazione dell’UE è che i paesi al di fuori dell’UE sono disposti a vendicarsi di etichette obbligatorie con armi commerciali. Nel 2018, il Canada ha protestato per il fatto che l’ Italia desiderasse che i produttori di spaghetti etichettassero la provenienza del grano duro usato nella pasta per rafforzare i coltivatori di grano italiani contro i concorrenti canadesi.

Nonostante queste proteste, il quintetto dell’Europa meridionale ora ritiene che i tempi siano maturi per spostare l’etichetta obbligatoria verso qualcosa di più permanente.

L’Onu condanna le violazioni dei diritti umani perpetrati dalla ex Birmania

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani perpetrati dalla ex Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione. Il documento è stato approvato a Palazzo di Vetro a New York con 134 sì su 193 Paesi rappresentati contro 9 no e 28 astensioni.

L’ambasciatore birmano all’Onu, Hau Do Suan, ha definito il documento di condanna “un altro classico esempio di ‘due pesi e due misure’, che applica principi sui diritti umani in modo parziale e discriminatorio” per “esercitare pressione politica non richiesta sulla Birmania”

La Corte penale internazionale dell’Aja dell’Onu, su denuncia del Gambia, ha istruito un’inchiesta per “genocidio” nei confronti della Birmania: accuse alle quali all’Aja ha di recente risposto, negandole, la leader “de facto” birmana, Aung San Suu Kyi,  alla quale la comunità internazionale rimprovera un colpevole silenzio nei confronti delle azioni di militari del suo Paese contro la minoranza musulmana.

 

Al Ces 2020 LG presenterà Column Garden

In occasione dell’edizione 2020 del Consumer Electronics Show (Ces), una delle più importanti fiere dedicate all’hi-tech, LG presenterà Column Garden, un nuovo elettrodomestico per la coltivazione indoor. L’apparecchio a colonna incorpora un sistema avanzato per il controllo della luce, della temperatura e dell’acqua, oltre a dei pacchetti di semi all-in-one (contenenti semi, torba e fertilizzanti e progettati per la semina immediata) e a un’app che permette di monitorare la crescita delle verdure all’interno dell’ambiente domestico.

LG ha progettato Column Garden per venire incontro alle esigenze degli utenti vegetariani e vegani o che, semplicemente, desiderano seguire uno stile di vita più sano. Utilizzandolo, infatti, sarà possibile coltivare in casa erbe e verdure fresche per tutto l’anno.

Column Garden sfrutta i moduli flessibili di cui è dotato per replicare le condizioni esterne ottimali, facendo corrispondere con precisione la temperatura all’interno dello scomparto di coltivazione isolata con l’orario effettivo del giorno. Altre caratteristiche che aiutano la crescita delle verdure sono le luci a LED, la circolazione forzata dell’aria e la gestione dell’acqua tramite uno stoppino. In totale, l’elettrodomestico può contenere fino a 24 confezione di semi all-in-one.