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giovedì, 12 Marzo, 2026
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Le rivolte globali dell’autunno caldo

Sulla rivista Civiltà Cattolica viene proposto un articolo che prova a disegnare i tratti comuni delle proteste in corso in Paesi come l’Algeria, il Libano, l’Iraq, l’Egitto, Haiti, il Cile, l’Ecuador, la Bolivia e la Colombia, per non parlare della Francia dei gilet gialli e di Hong Kong. Le condizioni politiche e sociali spesso sono diverse, ma in tutti questi Paesi si chiedono le stesse cose: riforme economiche giuste, meno tasse, più occupazione, e spesso un sostanziale «cambiamento di sistema». La rabbia è di solito indirizzata contro la «casta» al potere (non contro un particolare parti­to, una etnia o una confessione religiosa), contro chi in questi anni di crisi economica ha accumulato ricchezze sorprendenti, sottraendole alla maggioranza della popolazione.

Poi, l’articolo cerca di individuare la questione di fondo. Secondo il politologo francese Bertrand Badie, le ribellioni in corso sono «un secondo atto della globalizzazione», dove però il si­stema neoliberale, in vigore a partire dagli anni Novanta, è rimesso in discussione. In particolare, a causa della crisi economica che tra il 2007 e il 2008 ha colpito il mondo intero. Caso emblematico è quello del Cile, il Paese sudamericano ri­tenuto più stabile e pacificato, dopo il feroce colpo di Stato del ge­nerale Pinochet. Connotati particolari hanno invece le rivolte in Bolivia: il paradosso della crisi boliviana è che il Paese è cresciuto molto negli ultimi anni e il tasso di povertà è sceso drasticamente.

Infine, si tenta di inquadrare un possibile percorso politico costruttivo. «La strada è in salita – scrive Badie – e l’obiettivo è ambizioso: reinventare la democrazia. Ma è quello che chiedono queste rivolte».

Manuale di conversazione su panettone e porti aperti

Articolo pubblicato da Studiorama, la newsletter di Studio a firma di Davide Coppo

Con la consueta stupefacente ripetitività sta per tornare, con il solstizio invernale e le feste religiose a esso collegate, la altrettanto rituale discussione sulle virtù del panettone o contro la semplicità del pandoro. I detrattori del panettone, solitamente, lamentano un difetto in particolare: la presenza, nell’impasto del dolce, di uvetta o canditi. La discussione è rituale e si ripropone annualmente in quanto impossibile da risolvere, può offrire però buoni spunti per disquisizioni più interessanti, per spostare l’argomento dai capricci gastronomici alla geopolitica del cibo.

Che Milano fosse città aperta a migrazioni e spunti culturali da ogni parte del mondo è rappresentato proprio da quell’uvetta e quei canditi, arrivati dall’Oriente sul Mediterraneo via Venezia. Qualche giorno fa sul T Magazine allegato mensilmente al New York Times è stato pubblicato un bell’articolo sulla storia delle spezie, ingrediente di lusso che ha caratterizzato e sporcato di sangue migliaia di anni di imperi e conquiste. «A proposito di uvette», potrete esordire, «conoscete il nuovo mercato della curcuma in America Centrale?».

Se invece avete a che fare con l’archetipico zio leghista, altre letture consigliate a partire dal panettone e i suoi canditi sono i libri di Braudel sul Mediterraneo, con cui spiegare le origini di molti piatti della cucina non solo meridionale. I tortelli cremaschi, ad esempio, pieni proprio di quell’uva sultanina (appunto) originaria della Turchia e oggi diffusa soprattutto nel cultivar di Corinto, città portuale bizantina e ottomana e veneziana e di nuovo ottomana prima dell’indipendenza, e di canditi, altro dono arabo passato dalla Serenissima. Concludere con Predrag Matvejevic da Breviario mediterraneo: «Lungo le coste di questo mare s’incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli olii e dei profumi, della sapienza e della conoscenza. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa». Buon appetito.

Roma: i detenuti di Isola Solidale cucineranno e distribuiranno i pasti per i senzatetto

Oggi alle ore 21, in occasione delle prossime feste di Natale, in via della Conciliazione, i detenuti dell’Isola Solidale insieme ai volontari dell’Opera Divin Redentore distribuiranno i pasti alle numerose persone senza fissa dimora che vivono nelle vicinanze della basilica di San Pietro.

L’Isola Solidale è una struttura che da oltre 50 anni accoglie a Roma detenuti grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000.

Saranno serviti 40 pasti che prevedono riso con verdura e diverse varietà di frutta. Tutto fatto in casa dai detenuti dell’Isola Solidale che si sono mobilitati per questa nuova esperienza. Due di loro hanno avuto un permesso speciale dal magistrato e saranno in via della Conciliazione per distribuire i pasti insieme agli altri volontari, mentre gli altri detenuti si occuperanno della cucina, della preparazione delle porzioni e del loro confezionamento. Questa nuova iniziativa segue quelle che si sono susseguite nell’anno tutti i terzi venerdì del mese.

Seat testerà il biometano ottenuto direttamente dalle discariche

In una piccola città della Catalogna, i maiali vengono usati per alimentare il futuro della mobilità.

Mentre le maggiori case automobilistiche in tutta Europa promuovono i veicoli a batteria, la casa automobilistica spagnola Seat vede una nicchia nel mercato delle auto alimentate da un’alternativa: il gas naturale compresso (GNC). 

Ma invece di produrre metano estraendolo dai pozzi, sta provando a creare gas verde generato da immondizia, rifiuti industriali e ​​feci di maiale.

Il progetto, che conterà su un budget complessivo di 4,6 milioni di euro (di cui il 55% finanziati dalla Commissione UE), amplia l’orizzonte del progetto Life Metamorphosis su cui Seat è attualmente al lavoro.

L’idea alla base di Life Landfill Biofuel nasce dall’esigenza di rendere remunerative le quasi 500.000 discariche presenti in Europa.

Inoltre risolve anche un problema futuro, infatti le nuove normative imposte dall’Unione Europea, che enetreranno in vigore dal 2035 limiteranno al 10% i rifiuti urbani che possono essere gettati in discarica.

Inoltre, Seat ha anche sviluppato un progetto simile con Aqualia per convertire le acque reflue in biocarburanti.

 

Premio Cultura+Impresa.

E’ aperta la settima edizione del Premio CULTURA + IMPRESA, iniziativa che premia i migliori progetti di Sponsorizzazione e Partnership culturale, Produzione culturale d’Impresa e di attivazione dell’Art Bonus realizzati in Italia nel 2019.
Il Premio, fondato nel 2013 da Federculture e da The Round Table e patrocinato da Anci, è promosso dal Comitato non profit Cultura + Impresa con il contributo di Fondazione Italiana Accenture e di ALES e quest’anno grazie alla collaborazione con il Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale, si arricchisce della Menzione Speciale dedicata alla “Cultural Corporate Responsibility”.
Il nuovo bando è on line ed è possibile candidare il proprio progetto fino al 28 febbraio 2020.

Il testo completo del Bando si può visualizzare qui

Italy for climate, l’allenza delle imprese per il clima

L’Italia può e deve fare la sua parte per affrontare la crisi climatica perché l’impegno per il clima non è rinviabile. Deve con urgenza non limitarsi a generiche dichiarazioni di consenso o a misure simboliche, ma varare un nuovo programma più ambizioso di misure climatiche che riveda il target ormai superato della riduzione del 37% entro il 2030 e lo porti almeno alla riduzione del 50% attraverso misure adeguate, praticabili e incisive.

Questa la sollecitazione di Italy for climate, l’alleanza per il clima fra le imprese italiane della green economy per supportare la transizione verso un’economia carbon neutral che vede tra i primi sostenitori aziende come ERG, Conou, ING, e2i, illy, Davines, lanciata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, guidata da Edo Ronchi.

La sfida della grande crisi climatica – sottolinea Ronchi- può essere ancora vinta se, come chiede l’Europa, un gruppo di Paesi, invece di stare fermi, alla coda dei negazionisti irresponsabili, dimostra che misure ambiziose ed efficaci si possono attuare con un’economia competitiva, con vantaggi, o almeno con costi sostenibili, e benefici per l’occupazione oltre che per l’ambiente”.  Per Ronchi la COP 25 di Madrid poteva e doveva essere preparata e gestita meglio dalle Presidenze di turno, “ma è ormai chiaro che il tempo stringe e che non si può più aspettare un accordo mondiale unanime per attuare misure impegnative ed efficaci per affrontare la grande crisi climatica. Del resto l’Accordo di Parigi per il clima è stato raggiunto proprio perché, a differenza del Protocollo di Kyoto, si basa su impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra”.

Per far sì che la COP 26 di Glasgow del dicembre del prossimo anno non sia una nuova delusione serve, secondo Ronchi, una condizione: che un gruppo importante di Paesi si presenti con impegni nazionali di riduzione dei gas serra al 2030 già deliberati e avviati, più ambiziosi rispetto a quelli presentati prima dell’Accordo di Parigi, risultati largamente insufficienti per la traiettoria prevista da tale Accordo.

Ronchi ricorda che il nuovo Parlamento europeo, la nuova Commissione Europe, con l’assenso del Consiglio – nonostante la resistenza della Polonia – hanno già indicato di volersi muovere in questa direzione con un impegnativo programma di Green Deal che, insieme ad obiettivi climatici ambiziosi di neutralità carbonica al 2050 e di taglio delle emissioni del 50/55% entro il 2030, prevede misure per grandi investimenti per fare dell’innovazione dell’economia decarbonizzata un grande sfida epocale.

Questo ambizioso programma europeo -conclude Ronchi- è aperto alla collaborazione di tutti i Paesi, sollecita l’impegno di tutti, ma non è subordinato all’assenso di tutti i governi del mondo. Sono 58 i Paesi che si sono già espressi in questa direzione aderendo all’Alleanza dei Paesi ambiziosi per il clima che si è formata in ambito delle Nazioni Unite. L’impegno per affrontare la grande crisi climatica è almeno di pari importanza di quello per la libertà e la democrazia”.

Tumori. “Le terapie agnostiche sono il futuro della cura”.

Le terapie agnostiche sono il futuro della cura contro i tumori perché forniranno a ogni paziente nuove e più efficaci chance di guarigione, un cammino di cambiamento già cominciato ma che ha ancora un grande potenziale da sprigionare.

L’arrivo dell’immunoterapia e delle terapie mirate a bersagli molecolari espressi dalle cellule tumorali sta già cambiando la filosofia complessiva della terapia dei tumori, sia dal punto di vista della probabilità di risposta clinica che dal punto di vista regolatorio. Ma le terapie oncologiche agnostiche rappresentano un punto di svolta, soprattutto concettuale. Siamo solo all’inizio, ma il futuro è questo.

 

 

La Camera vota sì all’impeachment per Donald Trump

Con 230 voti a favore e 197 contro, la Camera americana ha approvato l’impeachment, per abuso di potere e ostruzione del Congresso, mettendo formalmente Donald Trump in stato d’accusa per l’Ucrainagate. Solo due dem hanno votato contro, mentre uno non ha votato. Dei repubblicani 195 hanno detto no e due non hanno votato.

Trump è così il terzo presidente Usa a finire a giudizio.

Anche se i Democratici, ora, sono dubbiosi che il Senato, a maggioranza Repubblicana, faccia il suo dovere.

“La Camera dei Rappresentanti Usa ha fatto il suo dovere costituzionale. Sfortunatamente sembra sempre più evidente che il Senato repubblicano non lo farà. Questa questione non sarà risolta fino al prossimo novembre dal popolo americano”. Così Michael Bloomberg, candidato alla presidenza con i democratici.

 

 

Le sirene che cercano di irretire le sardine.

La pressione mediatico-politica comincia a farsi seducente. Il “portavoce” delle sardine arriva a dire, ad una domanda tendenziosa su una probabile candidatura, “mai dire mai”. Eh sì, quando la strada si fa erta, la tentazione delle scorciatoie diventa l’aiuto , ma è un inganno che mina tutto l’impianto etico morale che dà a questo movimento l’attuale forza e una prospettiva di stimolo per la buona politica.

Certo, bisogna avere dei contenuti e un carattere di spessore tale da essere “incorruttibili” perché portatori di un messaggio più alto che fa della politica una missione e le missioni hanno la caratteristica del duro lavoro e di forti sacrifici personali e rinunce seducenti. Attenzione “sardine”, Ulisse, nel mare procelloso, fece tappare le orecchie dei suoi indeboliti marinai e si fece legare all’albero della nave, per riuscire a resistere alle “sirene”, ma volle ascoltare tutta la terribile seducente malía di quelle creature e farne forza interiore per ciò che lo aspettava, che era ignoto.

Trentanni fa: Franco Carraro eletto Sindaco di Roma

ra il 18 dicembre 1989 e il nuovo Consiglio Comunale di Roma, che era stato rinnovato con le elezioni del 29 e 30 ottobre 1989, nominava Franco Carraro, Sindaco di Roma. Sono trascorsi 30 anni. Quante cose sono cambiate? Tante ! Oggi sembra un altra era, infatti Carraro è stato l’ultimo Sindaco di Roma ad essere eletto dagli 80 Consiglieri Comunali capitolini. Infatti la legge 81 del 1993, ha introdotto “ l’elezione diretta del Sindaco”, e la riduzione a 60 Consiglieri, il rinnovo dell’Assemblea Capitolina del novembre 1993, avvenne con questa nuova norma: i cittadini sceglievano il candidato a Sindaco, procedura attualmente in vigore.

Carraro è stato il 13° Sindaco di Roma, dal dopoguerra ad oggi (18 dicembre 1989 – 20 aprile 1993), e il primo cittadino socialista della Capitale. La composizione del Consiglio Comunale rappresentava un significativo spaccato della società e dei cittadini romani: ambienti, categorie e professioni. Alcuni nomi, anche se ciascuno degli 80 eletti era espressione di competenza, conoscenza ed esperienza, hanno dato prestigio e autorevolezza all’Istituzione della Città Eterna, fra questi: Enrico Garaci, Antonio Cederna, Oscar Mammi, Loredana De Petris, Francesco Rutelli, Marco Pannella, Teodoro Bontempo, Ruspoli Sforza, Enzo Forcella, Susanna Agnelli, Beatrice Medi Jacovoni, Renato Nicolini.

Fra i Consiglieri eletti, che i partiti avevano candidato, si riscontravano personalità come giornalisti, ambientalisti, medici, ministri e parlamentari, sindacalisti, imprenditori, avvocati, architetti, docenti, dirigenti e funzionari pubblici, rettori di università, esponenti dell’aristocrazia romana, ecc., e tante persone, meno titolate, ma volenterose di servire la città . Non a caso, molti Consiglieri di quel periodo, nel corso degli anni successivi, sono stati eletti in incarichi di rappresentanza istituzionale come Consiglieri e Assessori Regionali, Deputati e Senatori, Ministri ed Europarlamentari, Presidenti di Enti e Aziende pubbliche.

Nei 40 mesi della consiliatura Carraro, si sono tenute 280 riunioni di Consiglio Comunale, ma che periodo era nel nostro Paese? Non era di facile lettura, perché si risentiva di vicende italiane e internazionali, che hanno avuto riflessi sulla politica e sull’economia del nostro Paese. Si ricordano vicende come la caduta del “muro di Berlino”, la prima guerra del Golfo, le tragedie causate dalla mafia con la morte di Falcone e Borsellino, la difficile elezione del Presidente della Repubblica Scalfaro, le inchieste di tangentopoli con la stagione di “mani pulite”, quindi una fase di grande incertezza e di aspettative, spesso andate deluse, di cambiamento.

E’ doveroso richiamare anche accadimenti ed eventi, che hanno segnato quel periodo della vita della Capitale, come la 14a edizione del Campionato del Mondo di calcio (noto anche come Italia ‘90), la presenza in Campidoglio di un eroe del XX secolo, Nelson Mandela, per il conferimento della cittadinanza onoraria di Roma, definito l’uomo della “convivenza pacifica”, la definizione da parte del Parlamento, di due leggi importanti per il Campidoglio: sull’ordinamento delle autonomie locali e interventi per Roma, capitale della Repubblica. In questo contesto le attività del governo cittadino e dell’Aula Giulio Cesare andavano avanti per realizzare il miglioramento della vivibilità e lo sviluppo necessario per garantire a Roma la crescita come Capitale europea. Si manifestarono, occorre ricordarlo, perché fu considerato un fatto nazionale, nella Città Eterna i primi problemi collegati all’immigrazione, l’esempio significativo fu l’occupazione, per molti mesi dell’ex Pastificio Pantanella, dopo Porta Maggiore, a via Casilina, dove confluirono oltre 2.500 stranieri di diverse nazionalità. Questo anche per capire il clima che si respirava a Roma.

Molti i provvedimenti e le decisioni importanti e assunte per i cittadini e per la città, fra questi il trasferimento dei Mercati Generali da Ostiense, con la localizzazione e realizzazione nella Tenuta del Cavaliere a Guidonia, la scelta per il sito dell’Auditorium Parco della Musica, tra Villa Glori e il Villaggio Olimpico, progettato da Renzo Piano, per ospitare eventi musicali e culturali, la progettazione della linea tranviaria 8, che unisce Casaletto a Torre Argentina (successivamente fino a Piazza Venezia). L’approvazione dello Statuto del Comune di Roma, ( a seguito della legge 142/1990), che sanciva i principi generali e definendo l’ordinamento circoscrizionale, la partecipazione popolare e la tutela dei diritti civici.

La realizzazione del Sistema Direzionale Orientale e le connesse infrastrutture, nel quadrante Est della Città, che doveva rappresentare il trasferimento della burocrazia/ministeriali dal Centro Storico della città, si è fermato nella fase istruttoria, salvo lo stralcio del Piano Direttore, anche se considerato dalla Legge 396/1990, di “ preminente interesse nazionale nell’assolvimento da parte della città di Roma nel ruolo di capitale della Repubblica”. L’altro progetto fondamentale, per la gestione del patrimonio pubblico era il Census, un reale e specifico censimento per l’utilizzo delle risorse di edilizia residenziale del Comune di Roma che non è decollato, anche per un accanimento giudiziario, che ha visto coinvolti tutti consiglieri comunali che l’avevano approvato la delibera, salvo poi sentenziare, dopo qualche anno: il fatto non sussiste. Tutti assolti.

La vita del Consiglio Comunale andava avanti con qualche difficoltà, mani pulite era presente anche a Roma, e qualche mela marcia aveva rinunciato all’incarico capitolino, nessuno si sentiva nella maggioranza di trovare un altro Sindaco, perché Carraro si era sempre comportato bene e leale con tutti. I Consiglieri Comunali, a partire da quelli della Democrazia Cristiana decisero l’autoscioglimento, dimettendosi dall’incarico elettivo insieme a quelli degli altri partiti, firmando al Segretariato Generale, senza andare dal notaio. Si chiudeva cosi una bella esperienza, che ha lasciato l’amaro in bocca. Il rinnovo del Consiglio Comunale nel novembre !993, è avvenuto con la nuova legge, perché era stata introdotta la norma dell’elezione diretta del Sindaco e la riduzione dei consiglieri a 60, anziché 80. Ecco, anche il perchè oggi è un altra era.

Sassoli: “il Trattato di Lisbona ha rafforzato la democrazia”

Il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, nel suo intervento in aula a Strasburgo in occasione della celebrazione dei dieci anni del Trattato di Lisbona ha dichiarato che: “L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona è stato un grande passo in avanti per le istituzioni europee e in particolare per il Parlamento, poiché ha rafforzato il carattere democratico della nostra Unione”.

 “Grazie al Trattato di Lisbona, il rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza, della democrazia, della solidarietà e dello Stato di diritto sono diventati pilastri su cui si fonda l’Unione europea e sono da dieci anni giuridicamente vincolanti per tutti gli Stati membri e per tutte le istituzioni. Purtroppo le discriminazioni continuano a colpire i nostri Paesi. Le notizie ci ricordano instancabilmente che la violenza contro le donne, il razzismo e le varie forme di intolleranza stanno ancora distruggendo la vita dei nostri cittadini”.

“Con un voto massiccio alle ultime elezioni, i nostri cittadini ci hanno trasmesso un messaggio chiaro: vogliono partecipare e contribuire al progetto europeo. Sono convinto che la Conferenza per il futuro dell’Europa che intendiamo istituire nei prossimi mesi sia un’opportunità da non perdere. Sarà l’occasione per ascoltare i cittadini, per comprendere le loro aspettative, le loro esigenze e le loro speranze. Sarà nostro dovere tradurre in pratica tali richieste e portare a termine questo compito per assicurare un’Unione che sappia affrontare in modo ancora più efficace le sfide globali che la attendono”.

Alessandro Valeri: An Iron Ring

An Iron Ring chiude il cerchio di un percorso di ricerca artistica e personale iniziato nel 2011, quando l’artista visita per la prima volta l’orfanatrofio di Zippori, vicino a Nazareth. L’istituto, con le suore cattoliche e i volontari ebrei musulmani e cristiani, appare a Valeri un’isola di tolleranza e collaborazione interreligiosa, in un territorio che è teatro da sempre di incroci e scontri tra culture, religioni ed etnie diverse. Questo incontro lo segna profondamente: la casa di accoglienza diventa per lui un simbolo, il totem di una “promessa di felicità” che può esistere al di là del presente stato delle cose. Gli appunti fotografici, filmici e audio che prende nelle sue visite sono il materiale vivo da cui scaturisce, nel 2015, Sepphoris, al Molino Stucky, per la 56esima Biennale di Venezia. La mostra segna anche l’impegno concreto dell’artista a realizzare il cambiamento, attraverso la donazione delle sue opere all’istituto.
Il totem diventa poi generativo di altre esperienze: Lasciami entrare al MACRO Testaccio, nel 2016, dove iniziano i laboratori didattici, Una sola possibilità, al MACRO di Via Nizza, nel 2017, in cui la possibilità del cambiamento si declina anche nei toni del dissenso e della ribellione creativa.

An Iron Ring, progettato come un laboratorio fisico/mentale per bambini e adulti da Valeri per la Sala Carlo Scarpa del MAXXI, si struttura in quattro momenti, legati tra loro da anelli narrativi che restituiscono al pubblico la storia di questo percorso artistico nella sua complessità.

Questo progetto rappresenta la più matura espressione della coerenza intellettuale e stilistica del lavoro di Valeri, fondato sulla capacità di cogliere, con uno sguardo nomade e immune da pregiudizi, i segni attraverso cui il mondo stesso si presenta, invitando ad assumersi la responsabilità del proprio sguardo, delle proprie emozioni, e in questo modo, del proprio essere nel mondo.

Polizia: Progetto di razionalizzazione dei presidi nelle 14 città metropolitane

Il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, presieduto al Viminale dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha adottato la pianificazione dei presidi delle Forze di Polizia per l’anno 2020.

Si tratta di un intervento previsto dalla legge n. 121 del 1981, che trova, ora, per la prima volta, concreta attuazione alla luce dell’impulso impresso con la direttiva ministeriale del 15 agosto 2017 e dopo aver avuto una preliminare condivisione in ambito sindacale lo scorso 31 luglio.

La pianificazione 2020 comprende, oltre al progetto di rimodulazione dei presidi delle 14 città metropolitane, anche singoli interventi per potenziare la presenza delle strutture di Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri nelle province di Avellino, Caserta e Cosenza.

Le misure distinte per le 14 città metropolitane

In particolare, per le 14 città metropolitane, il lavoro ha visto come protagonisti gli attori del territorio. A seguito dell’azione svolta dai prefetti nell’ambito dei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica e della successiva attività di sintesi da parte del Tavolo di coordinamento interforze presso il Dipartimento della pubblica sicurezza, è stato possibile definire un assetto organizzativo delle Forze di polizia che tiene conto delle peculiarità locali, evitando sovrapposizioni ed assicurando una copertura omogenea dei territori.

Gli obiettivi sono assicurare una più efficace azione di controllo e prevenzione da parte delle Forze dell’ordine ed incrementare la percezione di sicurezza dei cittadini, specie nelle aree che presentano profili di particolare fragilità, attraverso l’istituzione di nuovi presidi o il potenziamento di quelli esistenti, considerando, non solo i tradizionali indicatori legati alla delittuosità, ma anche la presenza di insediamenti industriali, di porti, aeroporti, di infrastrutture critiche, centri per l’accoglienza di immigrati, obiettivi sensibili ecc.

«Grande soddisfazione per un lavoro complesso che si inserisce nell’ambito di una azione di rafforzamento dell’attività di prevenzione e controllo svolta dalle Forze di polizia e della loro presenza sul territorio, tenuto conto della specificità dei contesti locali in cui sono chiamate a svolgere i compiti istituzionali», ha commentato il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese.
«Il nuovo assetto dei presidi di polizia intende dare una concreta risposta alle esigenze di sicurezza dei cittadini, rivolgendo una particolare attenzione alle periferie urbane, e consentire un più efficace contrasto a quei fenomeni di criminalità diffusa che generano allarme sociale, operando anche attraverso lo sviluppo di maggiori sinergie con gli enti locali, volte a superare le situazioni di degrado e disagio sociale», ha aggiunto la titolare del Viminale.

Progetto di razionalizzazione dei presidi nelle 14 città metropolitane

Il peperoncino dimezza il rischio di infarto e ictus

Uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology e coordinato dagli epidemiologi dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, l’Università dell’Insubria a Varese e il Cardiocentro Mediterraneo di Napoli suggerisce che usare abitualmente il peperoncino in cucina (circa 4 volte a settimana) riduce il rischio di morte per infarto del 40% e per ictus di oltre il 60%. Inoltre riduce del 23% il rischio di morte per qualunque causa.

Lo studio si è basato sull’analisi delle abitudini alimentari di 22.811 molisani il cui stato di salute è stato monitorato per un tempo medio di otto anni. Gli esperti hanno visto che usare il peperoncino 4 o più volte a settimana si associa a una riduzione del rischio complessivo di morte del 23%, una riduzione del rischio di morte per infarto del 40%, e una riduzione di oltre la metà del rischio di ictus.

Raggiunte le firme per il referendum sul taglio dei parlamentari

Con la firma di 64 senatori sulla proposta presentata da Tommaso Nannicini del Pd e dai senatori di Forza Italia Andrea Cangini e Nazario Pagano, è stato infatti raggiunto il quorum necessario per avviare un referendum contro la riduzione di deputati e senatori, fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle.

I risultati saranno presentati oggi pomeriggio in una conferenza stampa (alle 17.30 alla Camera) per rendere note le adesioni pervenute e comunicare le iniziative da intraprendere. Alla conferenza stampa parteciperanno Giuseppe Benedetto e Davide Giacalone, presidente e vicepresidente della Fondazione Einaudi e i tre senatori proponenti Andrea Cangini, Tommaso Nannicini e Nazario Pagano.

 

Brexit, ma a quale prezzo?

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Gianfranco Baldini

Dopo le elezioni del 12 dicembre, la mappa del Regno Unito è sempre più blu, in Inghilterra e in parte del Galles, ma gialla in Scozia. I laburisti sono trincerati nei bastioni delle maggiori aree urbane: un quarto dei 200 parlamentari rimasti al partito, e gran parte della sua dirigenza, sono stati infatti eletti a Londra. Come e ancor più che nel referendum sulla Brexit del 2016, la capitale appare un mondo diverso rispetto al resto del Paese.Certo, le mappe a colori sono il frutto della radicalità del sistema elettorale, che può avere effetti brutali. I lib-dem, l’unico partito che aumenta i propri voti in modo significativo rispetto al 2017, sono anche l’unico con la loro leader fuori dal Parlamento: Jo Swinson, sconfitta nel suo collegio scozzese per meno di 150 voti. I conservatori avanzano rispetto a due anni fa, soprattutto nei collegi più working class e Johnson trionfa al di là delle aspettative disinnescando la minaccia del Brexit Party assumendone di fatto lo slogan: “Get Brexit done”. Le prime analisi post-elettorali confermano che Johnson ha vinto sulla Brexit: tra i primi quattro partiti, nei conservatori e nei lib-dem – su versanti opposti – prevaleva questo tema, rispetto a sanità o altri, nella decisione di voto.

Gli storici parleranno di questo voto come del terzo atto della saga della Brexit, in cui gli elettori hanno detto di averne abbastanza di tre anni e mezzo di incertezze. Nel 2016 il referendum spaccò il Paese 52 a 48. Il secondo atto – le elezioni del 2017, targate May – aveva illuso qualcuno che Corbyn rappresentasse la nuova frontiera della sinistra europea. Ma quel 40% era frutto del timing stesso della saga: dando l’assenso all’avvio dell’approvazione parlamentare della Brexit, il partito aveva tenuto insieme il consenso cosmopolita della capitale con i terreni tradizionali (Galles, Scozia fino al 2015) e le roccaforti del Red Wall del Nord dell’Inghilterra, oggi travolte dall’onda blu.

Sarà interessante leggere la stampa euroscettica britannica nel 2020, quando molti elettori scopriranno che il Paese entrerà in una fase di transizione in cui continuerà a contribuire al bilancio europeo, con una voce molto limitata o assente a Bruxelles. Dalle prime dichiarazioni di Johnson sembra emergere un atteggiamento pragmatico, almeno nella partita europea. Infatti, la maggioranza ottenuta a Westminster libera Johnson dalla pressione dell’ala più radicale del suo partito. Come sottolinea uno dei maggiori esperti di temi europei, Simon Hix, Johnson potrebbe ora svincolarsi dal radicalismo dello European Research Group a favore di un pragmatismo One Nation, con tanto di rimpasto “centrista” di governo e mano tesa ai parlamentari espulsi nei mesi scorsi per non averlo sostenuto in Parlamento.

Nel negoziato commerciale con Bruxelles, il quinto atto dopo l’approvazione parlamentare dell’uscita che tutti ora danno per scontata, Johnson potrebbe tenere quindi un approccio più soft, finendo con l’allineare il Paese agli standard regolativi europei, per evitare le ripercussioni economiche più gravi e nuove trattative pluriennali.

Qui l’articolo completo 

Riaperta a Testaccio la mensa del Circolo San Pietro

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Marco Chiani

Eddy ha 41 anni, viene dalla Libia. È arrivato a Roma dieci anni fa, alla fine del 2009. È sposato e ha figli, ma da tempo non li vede. Eddy è uno dei tanti che giornalmente frequentano la Cucina economica del Circolo San Pietro in via Mastro Giorgio 37, al Testaccio.

Lunedì scorso, 16 dicembre, l’assistente ecclesiastico dell’antico sodalizio, monsignor Franco Camaldo, ha inaugurato la rinnovata sede al termine dei lavori di ristrutturazione, che dalla fine dell’estate avevano imposto una sospensione delle attività della struttura nel cuore del popolare quartiere romano.

Alla presenza del presidente Leopoldo Torlonia, dei soci e degli assistiti, il prelato ha benedetto la mensa, sottolineando come «la ristrutturazione sia stata fortemente voluta nell’ambito delle celebrazioni del 150° di fondazione, per dare ancora di più una risposta concreta alle tante esigenze e un effettivo sollievo alle sofferenze di tante persone». Come Eddy, appunto. Il quale racconta: «Mi sono trasferito qui per cercare un’occupazione, ma ho difficoltà. Dormo sotto un ponte del Tevere. Ho scoperto la mensa tramite ragazzi della zona: “Guarda che c’è un posto dove si pagano solo 2 euro e 50”. E così vengo qui a mangiare. Durante il giorno cerco lavoro come carpentiere, ma mi arrangio a fare qualsiasi cosa. La sera torno sotto il ponte, mi copro e cerco di dormire. Al mattino ci sono persone che fanno footing lungo la pista ciclabile che corre accanto al fiume. Non mi piace farmi vedere sdraiato per terra, anche per una questione di decoro. Così mi alzo presto. Qui ho trovato persone fantastiche: mi sento accolto come se fossi a casa mia. Mi manca tutto, i figli, la famiglia, la Libia. Ma dalla rivolta del 2009 lì non si può più stare. Avevo un lavoro, vendevo auto, è finito tutto. Preferisco dormire sotto i ponti piuttosto che tornare in Libia. Lì o spari o ti sparano. Una situazione intollerabile».

Per dare un’idea dell’attività della Cucina, occorre fare riferimento al 2018, anno in cui è stata in funzione per dodici mesi: Mastro Giorgio, attiva dal 1890, ha distribuito 15 mila dei complessivi 45 mila pasti che il Circolo San Pietro ha donato ai bisognosi della città di Roma anche attraverso le due altre cucine di via della Lungaretta 91/b e di via Adige, entrambe inaugurate nel 1933. E ben 39.600 sono stati i buoni pasto distribuiti dal sodalizio a parrocchie, istituti e all’Elemosineria apostolica. Del totale complessivo fanno parte circa 8000 buoni acquistati da benefattori. 

Ma anche chi si presenta in una Cucina sprovvisto di buono mangia ugualmente: «Siamo presenti a ogni pranzo. Per noi è importante stare coi poveri, esserci. A volte la nostra presenza può sembrare quasi superflua, ma non lo è», spiega Marcello, un socio del Circolo che presta servizio come volontario. «Spesso gli ospiti ci chiedono consigli — continua — cercano aiuto oltre il pranzo stesso e seppure la mensa svolga solo e soltanto il servizio di ristorazione cerchiamo per come possiamo di aiutare».

«A Mastro Giorgio ospitiamo cinquanta persone al giorno, con picchi di settanta — dice ancora Marcello — e se il pasto caldo finisce perché arrivano tante persone, serviamo tonno o carne in scatola. Vogliamo, infatti, che nessuno se ne vada senza aver mangiato qualcosa. Il nostro piano è di dare primo, secondo, contorno e frutta, un pasto completo».

Non sono mai i soci o i volontari — a Mastro Giorgio circa 25 dei complessivi 90 impegnati nelle tre Cucine economiche — a fare il primo passo nei confronti degli ospiti: «Noi non chiediamo mai nulla. Se una persona entra e vuole da mangiare, noi non le chiediamo nulla. Se invece è lei ad aprirsi, ci siamo. La discrezione, infatti, è per noi un elemento decisivo. Se uno entra e chiede di mangiare, io non gli domando nulla. A volte vengono anche persone distinte, vestite bene, ma non chiediamo spiegazioni».

Alcune persone sono ospitate in mensa per anni. Racconta Marcello: «Ci sono abitudinari che vengono da anni, per noi è triste perché significa che il bisognoso non risolve i suoi problemi economici. Se si assentano per dei mesi, invece, spesso vuol dire che sono stati in prigione. A ogni modo le uniche persone che non accettiamo sono spacciatori e approfittatori. Li mandiamo via e basta».

Alle Cucine del Circolo San Pietro si rivolgono, accanto agli avventori tradizionali, anche i “nuovi poveri” rappresentati da anziani senza sostegno economico, giovani privi di lavoro, uomini separati, immigrati extracomunitari, la maggior parte dei quali clandestini, ma anche chi entra ed esce dal carcere, e chi semplicemente vive nell’indigenza.

Dagli inizi delle Cucine economiche del Circolo San Pietro sono trascorsi 140 anni, ma la spinta caritativa è sempre la stessa. Tutto iniziò con Pio IX che istituì le mense nel 1877 con l’intenzione di sfamare i bisognosi, donando al sodalizio le pentole degli Zuavi, battaglione pontificio disciolto dopo il 1870, affinché a Roma «l’esercito dei poveri, che non sarebbe mai mancato alla Chiesa, avesse sempre una minestra calda». Il Circolo San Pietro, attivo già dal 1869, concretizzò così la propria vocazione più profonda con l’apertura di alcune Cucine, nelle quali si forniva un servizio, fatto non solo di aiuto materiale, ma anche di ristoro e cura dell’anima. Da allora le mense hanno cambiato diverse sedi, ma non hanno mai chiuso e i poveri hanno sempre avuto, 365 giorni all’anno, il loro pasto caldo. 

Dieci anni fa il sodalizio romano riuscì ad acquisire con grandi sforzi la proprietà delle mura della Cucina di via Mastro Giorgio, decidendo di ricordare con una targa i soci e gli amici benefattori che avessero partecipato attivamente all’acquisto dei locali. Oggi ripropone l’idea per rendere la struttura non più semplicemente una “mensa”, ma un’accogliente sala da pranzo dove gli ospiti possano ritrovare, o trovare per la prima volta, il calore di un pasto in famiglia. Le offerte superiori a mille euro saranno ricordate con una targa.

Giorgio Ambrosoli. Il prezzo del coraggio

Si intitola Giorgio Ambrosoli. Il prezzo del coraggio la docufiction di Stand By Me con Alessio Boni, in onda oggi in prima serata su Rai1, che ricorda il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana a quarant’anni dal suo assassinio.

Una narrazione che unisce l’impatto emotivo della ricostruzione in fiction – affidata all’interpretazione degli attori Alessio Boni (Giorgio Ambrosoli), Dajana Roncione (Annalori Ambrosoli), Claudio Castrogiovanni (Silvio Novembre), Fabrizio Ferracane (Michele Sindona) – alla forza del racconto documentaristico che si avvale di materiali di repertorio, documenti esclusivi e testimonianze inedite, tra cui l’intervista alla moglie Annalori e l’intervento del figlio Umberto Ambrosoli che ha collaborato alla realizzazione del docufilm.

Il racconto si concentra sugli anni cruciali della vicenda, dall’ottobre del 1974 fino all’uccisione l’11 luglio 1979, periodo in cui Giorgio Ambrosoli fu commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Il punto di vista è quello del maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, recentemente scomparso, che fu accanto ad Ambrosoli nei cinque anni del suo incarico, collaboratore prima, amico poi. La “sua” voce fuori campo – interpretata da Claudio Castrogiovanni, ma allo stesso tempo autentica perché ispirata alle parole espresse dallo stesso Novembre in alcune interviste e articoli tra cui “Le fatiche della legalità” – guida lo spettatore nelle scene di finzione e nelle parti documentaristiche, restituendo un’immagine inedita dell’Ambrosoli pubblico e privato, dell’avvocato coerente e lavoratore instancabile ma anche del marito e padre devoto verso la moglie e i tre figli.

I cinque anni in cui Ambrosoli indagò gli snodi di un sistema politico-finanziario corrotto e letale sono ricostruiti nelle scene di finzione e approfonditi con estremo rigore filologico all’interno dei contenuti documentaristici, tra materiali di repertorio e documenti chiave (in particolare le agende private, in cui Ambrosoli annotava tutto, custodite nell’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Milano, e gli atti relativi alla Banca Privata Italiana e alla sua liquidazione, che dopo il deposito presso l’archivio della Camera di Commercio di Milano sono stati resi disponibili al pubblico solo alla fine del 2016).

Tra le testimonianze autorevoli, l’intervista esclusiva alla moglie Annalori, donna coraggiosa ed eroica, che nonostante le evidenti preoccupazioni, non farà mai mancare il suo sostegno al marito, occupandosi dei figli e cercando di mostrarsi serena. Una donna eccezionale come del resto aveva scritto lo stesso Ambrosoli nella lettera-testamento a lei indirizzata: “Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”.

Tra i testimoni illustri della docu-fiction, il figlio Umberto; i cari amici di famiglia Giorgio Balzaretti e Franco Mugnai; il professor Vittorio Coda e l’avvocato Sinibaldo Tino, che affiancarono Ambrosoli nel lavoro di liquidazione; i magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone, incaricati dei processi a carico di Sindona; lo scrittore Corrado Stajano che con il suo libro “Un eroe borghese” per primo gli restituì la giusta ‘fama’; il giornalista Antonio Calabrò; Anna Maria Tarantola, all’epoca dei fatti in Banca d’Italia; il procuratore americano John Kenney, titolare delle indagini sul fallimento della Franklin Bank di Sindona, che collaborò assiduamente con Ambrosoli.

Ora Google traduce in tempo reale

Avere un interprete a portata di mano può fare molto comodo, soprattutto quando si viaggia all’estero o si lavora in un ambiente multiculturale.

Google ha reso disponibile una nuova funzione che consente di chiedere all’assistente vocale di tradurre frasi in altre lingue in modo rapido, semplificando le interazioni tra persone che parlano idiomi diversi.

Finora la modalità traduttore era disponibile solo sugli altoparlanti e gli schermi smart dell’azienda di Mountain View, ma ora è in fase di distribuzione a livello globale sugli smartphone Android e iOS.

La nuova funzione permette a Google Assistant di tradurre e parlare in ben 44 lingue, incluso l’italiano. Per utilizzarla è sufficiente impartire un comando vocale all’assistente, come “Devi essere il mio interprete francese”, o simile. Una volta ricevuta la richiesta, Assistant tradurrà in tempo reale le frasi delle persone coinvolte nella conversazione.

 

 

Una piattaforma digitale per la notifica di multe e avvisi

Nella nuova finanziaria vi è anche  la realizzazione di una piattaforma digitale per le notifiche della pubblica amministrazione. La piattaforma, primo passo per il domicilio digitale, sarà utilizzata dalle amministrazioni pubbliche per effettuare, con valore legale, le notifiche di atti, provvedimenti, avvisi e comunicazioni.

I destinatari riceveranno un “avviso digitale” dell’avvenuta notifica e potranno accedere alla propria aria riservata per consultare i documenti, multe comprese.

La piattaforma sarà istituita dalla presidenza del Consiglio dei ministri attraverso una società per azioni interamente partecipata dallo Stato. Presso la Presidenza del Consiglio nasce anche il “Nucleo per il monitoraggio della piattaforma”.

Terapia genica per una forma rara di retinite

Due pazienti di otto e nove anni affetti da una forma particolare di distrofia retinica ereditaria che li rendeva ipovedenti dalla nascita hanno recuperato la vista grazie a una tecnica innovativa eseguita per la prima volta in Italia nella Clinica oculistica dell’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ in collaborazione con la Novartis.

Va comunque sottolineato che la cura riguarda solo i pazienti con mutazioni del gene RPE65, non altre forme di retinite pigmentosa.

La retinite pigmentosa con mutazioni del gene RPE65 colpisce poche migliaia di persone in tutto il mondo, in Italia i pazienti sono una cinquantina.

Papa Francesco abolisce il segreto pontificio per le cause di abusi su minori

Per il suo compleanno Papa Francesco ha abolito il segreto pontificio per le cause canoniche di abusi sessuali su minori.

La svolta segue quella decisa con il Motu Proprio Vos estis lux mundi, «Voi siete la luce del mondo», firmato da Papa Francesco il 7 maggio contro i crimini pedofili e gli abusi sessuali.

Ma di cosa si tratta?

Il primo e più importante documento è un rescritto a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il quale comunica che il Pontefice il 4 dicembre scorso ha disposto di abolire il segreto pontificio sulle denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti citati nel primo articolo del recente motu proprio “Vos estis lux mundi”, vale a dire: i casi di violenza e di atti sessuali compiuti sotto minaccia o abuso di autorità.

Con un secondo rescritto, a firma dello stesso Parolin e del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria Ferrer, si stabilisce che ricada tra i delitti più gravi riservati al giudizio della Congregazione per la dottrina della fede «l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di diciotto anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento».

Infine, in un altro articolo, si permette che nei casi riguardanti questi delitti più gravi possano svolgere il ruolo di «avvocato e procuratore» anche fedeli laici provvisti di dottorato in Diritto canonico e non più soltanto sacerdoti.

 

L’amnesia del M5S

Avevo già scritto un editoriale, il 13 Novembre 2017, commentando il ruolo assunto da Pierferdinando Casini che, presiedendo la commissione di inchiesta sulle banche italiane, su “La Stampa” abbandonava il suo tradizionale stile alla “Fasulein” e assumeva quelli del saccente Balanzone, dichiarando perentoriamente: “ L’Italia non diventi terreno di azione della speculazione finanziaria internazionale”.

Adesso il M5S, sulla triste vicenda del Banco Popolare di Bari, riprende il tema, criticando anche in questo caso la mancata o insufficiente vigilanza di Banca d’Italia su quell’istituto.

Ma come? A seguito di mirato Q-Time ( interrogazione a risposta immediata in commissione 5-10709) della Commissione Finanze, del Mov. Cinque Stelle, formulati proprio dall’On Villarosa con altri ( Villarosa, Alberti, Pesco, Sibilia e Ruocco), allora presidente della Commissione e attualmente sottosegretario del MEF, ricevettero le conferme dal MEF e da Banca d’Italia (Mercoledì 1 marzo 2017, seduta n.751) che:

1) fondi speculatori kazari controllerebbero le banche quotate italiane e quindi dal 1992/93 anche Banca d’Italia (risposta del MEF). Vari giornali, tra cui il Fatto Quotidiano, Il Messaggero, hanno riportato la notizia di “Mister 99%” rappresentante di fondi speculatori stranieri;

2) ” i depositi”, utilizzati per concedere prestiti, dal 1992/93 non derivano più da attività di raccolta tra il pubblico, ma sono virtuali, “creati” digitalmente. Banca d’Italia, con una dichiarazione epocale (in allegato), in risposta al Question –Time della Commissione Finanze del Movimento Cinque Stelle, ha infatti confermato che i depositi della clientela non sono veri depositi, ma virtuali , creati ossia da qualcuno con un clic. Questa importante asserzione costituisce implicita conferma da parte di Banca d’Italia che pertanto anche gli importi del prestiti (dei mutui ipotecari/fondiari,… ), accreditati, a titolo di tali depositi, dal 1992/93 sui conti correnti degli italiani, sono stati a monte creati con un clic e poi illegittimamente prestati in Italia, illegittimamente in quanto le banche in Italia essendo intermediarie del credito possono solo fungere, per la Legge italiana, da intermediarie tra “il denaro raccolto tra il pubblico” ( e non invece creato) e prestito.

CHI E’ QUEL QUALCUNO CHE CONTROLLA LE BANCHE ITALIANE QUOTATE E QUINDI PURTROPPO ANCHE BANCA D’ITALIA, SI PRESUME DAL 1992/93.

Tutte le banche italiane quotate sono risultate controllata nel capitale flottante (che costituisce dal 1992/93 circa l’85% del totale capitale delle banche quotate italiane ) da una decina di fondi speculatori stranieri, precisamente kazari, attraverso interposte persone fisiche, in realtà avvocati dello studio legale Trevisan di Milano, delegati di circa 1900 entità finanziarie, che a loro volta è risultato che abbiano sub-delegato ad essi fondi speculatori. Pertanto essi fondi speculatori stranieri controllando si presume sin dal 1992/93 Banca Intesa, Unicredit , Carisbo Carige e BNL, unitamente alle rappresentate al voto Inps e Generali, controllerebbero , eseguiti tutti i calcoli di sbarramento al voto, con 265 voti su 529 anche l’organo di vigilanza Bankitalia Spa, dal 1992/93 illegittimamente, quindi in aperta violazione dell’art. 47 della Costituzione Italiana “la Repubblica controlla il credito” e la Repubblica non sono certamente una decina di fondi speculatori stranieri, con tutte le conseguenze che sono derivate, essendo venuta improvvisamente a mancare la vigilanza bancaria in Italia, in termini di colossali truffe (derivati sul tasso e sulla valuta ), costi abnormi (CMS per 270 miliardi di euro addebitate oltre ad interessi ) ed illegittimo prestito di denaro creato con un clic . Fondi speculatori stranieri controllanti le banche italiane e pertanto amministratori di fatto responsabili secondo Cass. n. 25432/2012 e n. 19716/2013 , quanto le banca, in solido ed in via principale, nel risarcimento del danno.

Questa, gentile On Villarosa, è la realtà bancaria e finanziaria italiana che Lei ben conosce e dovreste allora partire proprio da lì, non crede? Si tratterebbe di assicurare:

1) il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia;

2) il ripristino della legge bancaria del 1936, con la separazione tra banche commerciali o di prestito e banche speculative, ri-appropriandosi in tal modo della sovranità monetaria, sottratta all’Italia nel 1992/93 col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992 che abolì di soppiatto, dopo 56 anni, la separazione bancaria, decreto emesso da Amato e Barucci e sottratta col Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, emesso da Lamberto Dini, con cui è stata modificata inspiegabilmente all’insaputa di tutti, non essendo, né una legge , né un decreto legge , né un decreto legislativo, la contabilità di partita doppia del sistema bancario italiano; fatto che avrebbe consentito, a questi fondi speculatori , secondo alcuni autori, una colossale miliardaria evasione fiscale (circa 1350 miliardi di euro evasi) della quota capitale pagata dagli ignari piccoli mutuatari italiani, denaro creato da questi fondi speculatori con un clic a Nassau, doc. desecretati dimostrano, invece che raccolto tra il pubblico in Italia e ad essi ignari mutuatari italiani illecitamente prestato a partire dal 1 Gennaio1993. Questa sarebbe la riforma fondamentale da compiere senza la quale ogni altro progetto riformatore sarà vano, ma si sa, andare contro il potere dei fondi speculatori non è nelle corde di una classe dirigente disponibile a galleggiare piuttosto che a governare a sostegno del bene comune.

Risposta Q. Time

Il referendum confermativo per il taglio dei parlamentari

Continua il silenzio del capo politico del M5S, Luigi Di Maio in  tema di taglio dei parlamentari, una volta incassato, l’8 ottobre scorso, il secondo e ultimo ok della Camera dei Deputati. È un atteggiamento politico in contraddizione con la vocazione del M5S alla democrazia diretta. Un atteggiamento coerente con questa vocazione sarebbe il richiedere il referendum confermativo: sarebbe un modo per verificare se davvero gli italiani sono favorevoli o contrari; in tal modo potrebbero esprimersi tutti gli elettori e non solo quelli che hanno accesso alla piattaforma Rousseau. Hanno forse paura che possano vincere i NO?

Non sono soltanto però i Grillini a tacere. In questi mesi di dibattito su quale debba essere il ruolo dei cattolici in politica non mi è capitato di leggere articoli sul tema, salvo quelli pubblicati dai quotidiani a commento del voto  dell’8 ottobre. Nelle tante chat si scrive di tutto, di economia, di salute, di istruzione, ma nulla sui rischi che correrebbe il sistema rappresentativo se dovessimo arrivare al prossimo 12 gennaio senza richieste di referendum, rischi che i nostri “Padri Costituenti” hanno voluto evitare per non ricadere in un nuovo possibile “Ventennio”. 

A livello popolare nell’ottobre scorso davanti alla Corte di Cassazione si sono costituiti solo due Comitati per il NO, quello promosso dai radicali e quello promosso da SOLIDARIETÀ – Libertà, Giustizia e Pace (www.solidarieta-italia.eu).

A livello parlamentare sono state aperte due raccolte di firme: alla Camera per iniziativa del deputato Roberto Giachetti, ma sembra essersi fermata al primo timido avvio; al Senato per iniziativa del Senatore Andrea Cangini, che, invece, sta per raggiungere quel quinto di Senatori necessario per l’indizione del referendum confermativo (65 firme). Per questo SOLIDARIETÀ ha rivolto ai Senatori un appello affinché sottoscrivano la richiesta di referendum.

Il modulo deve essere firmato presso la segreteria della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Sembra che manchino davvero poche firme! Anche i lettori di questo articolo facciano lobbying sui Senatori che conoscono senza distinzioni di partito o di gruppo. È in gioco la rappresentanza della democrazia nel nostro Paese. Grandi collegi pochi eletti, per forza di  cose qualche territorio resterà fuori dal gioco politico per sempre senza rappresentanti, ed altri ne avranno anche troppi in proporzione agli abitanti. Ci conviene? Credo proprio di no!. 

Dalla Manualità alla rivoluzione digitale

Da molto tempo ho desiderato di raccontare quelle mie prime esperienze di quando ero bambino che conducono all’autostima; di quando senti quella fierezza dentro, perché hai la consapevolezza che hai conquistato l’autonomia.

Quelli sono i tempi più belli della infanzia: quando riesci a costruirti la fionda e diventi capace di usarla, mancando pochi bersagli. Una volta tanto avrei fatto a meno di scrivere di sociale, di economia, di politica. Ma dopo il proposito fermo di parlare solo di quelle esperienze, ho deciso di dargli un’altro taglio. Avrei certamente raccontato di quei bei tempi, ed avrei proseguito anche nel descrivere lo sviluppo di altre mie abilità professionali da adulto.

D’altro canto, ho pensato che ho avuto la fortuna di abbracciare idealmente un intero millennio, acquisendo le abilità manuali per la costruzione di giochi che anche in quell’epoca impegnavano i ragazzi, e poi passando per l’era analogica e fino a questi giorni di rivoluzione digitale. Così ho potuto narrare non solo i lati tecnici ed i vantaggi pratici da vero lavoratore che opera in regime di ‘smartworking’, e poi sui significati sociali economici e spirituali che agiscono in questa rivoluzione. Ho incitato così i giovani a rifiutare la suggestione neo-luddista che considera le tecnologie digitali nemiche del lavoro, così come le teorie dell’ozio creativo, o dei strampalati programmi della decrescita felice. Queste posizioni deviate, scoraggiano lo sviluppo tecnologico, spingono verso soluzioni risarcitorie con salari non sudati, negano il fatto banale che l’uomo, da quando ha incominciato a pensare, ha bruciato innumerevoli tappe e in ciascuna di esse ha soppiantato le vecchie abilità, imparando le nuove con l’aiuto di Dio.

Certamente nel loro superamento si generano difficoltà, ma subito dopo, le nuove tecnologie pretendono nuove abilità e conoscenze. Insomma in questo continuo dismettere e costruire cose nuove, ritroviamo la teoria della ‘ distruzione creatrice’ Schumpeteriana: nel cambiamento, le aziende che si autodistruggono per incapacità a rinnovarsi, e simultaneamente molte altre ne nascono. Il problema allora non è rifiutare il futuro, ma accelerarlo con l’acquisizione delle capacità di dominio sulle nuove tecnologie, per passare rapidamente ed agevolmente dal vecchio al nuovo.

Dunque la istruzione e la formazione sono fondamentali per cogliere interamente le possibilità di libertà, di autonomia, di sviluppo della nostra personalità e professionalità della rivoluzione digitale. Il superamento dello spazio e del tempo, la circolazione delle informazioni e delle idee, il superamento degli ostacoli nell’apprendere, lo sviluppo a proiezioni geometriche dei servizi comuni ed alla persona, realizzano uno dei progressi più dirompenti che l’uomo abbia mai saputo concepire con la energia che il creatore gli ha voluto infondere per renderlo co-protagonista nella manutenzione del creato.

Il buongoverno tra etica e mestiere

Sarebbe utile rileggere le pagine de “La politica come professione” di Max Weber per cogliere il nesso che lega l’essere politico di ‘mestiere’ con l’ispirazione etica che ne sottende e ne promuove il comportamento.
Pena il decadere della politica ad una concezione mercantile e opportunistica, legata ad interessi personali e di parte e svincolata dalla motivazione ideale che invece la nobilita fino a renderla ad un tempo scienza e arte al servizio della collettività.

Così come sarebbe opportuno richiamare i principi elaborati da Elinor Ostrom, insignita nel 2009 del Premio Nobel per i suoi studi sul rapporto tra “buon governo” e ricerca del bene comune, per capire quanto sia importante la dimensione valoriale nei comportamenti umani: la consapevolezza che ci guida nelle nostre azioni nasce dal presupposto di essere parte dell’umanità, nel suo incessante cammino verso condizioni migliori di vita per tutti, senza sacche di privilegi o nicchie di profitto e speculazione.
Poiché se è vero che – come ricorda il filosofo Umberto Galimberti – è il “pensiero-che-fa-di-conto” la molla che spinge oggi l’organizzazione del mondo, diventa persino impensabile immaginare una politica come arte del buon governo al servizio di interessi superiori e condivisi, nelle azioni praticate e nei risultati conseguiti.

Il malessere e l’insoddisfazione diffusi, le mille sfumature della solitudine esistenziale sono lo specchio di una condizione antropologica piegata ad un destino di incertezza e soccombenza.
Dobbiamo peraltro esser grati a Zygmunt Bauman per le sue ricerche sulla “società liquida” che è stata forse la suggestione culturale più efficace e colorita per descrivere i fenomeni del nostro tempo e la collocazione dell’uomo negli eventi, nei disagi e nei conflitti della contemporaneità in una società dove sono venuti meno- ad uno ad uno – i punti di riferimento rassicuranti che costituivano la base dell’idea di progresso e di miglioramento della condizione esistenziale.

L’individualismo sfrenato che emerge con la crisi della comunità, rende fragili i contorni della società e la trasforma, appunto, in una entità liquida, dove tutto è possibile, nel trionfo del relativismo culturale e di un mondo dell’apparire più che dell’essere.
Pare utile infine richiamare l’analisi sociologica sempre puntuale del Rapporto Censis e del suo Presidente Prof. De Rita perché risulta una chiave di lettura straordinaria della società italiana e della politica nei loro rapporti speculari e non sempre univoci, tanto che da decenni viene evidenziato il gap che separa il paese legale dal paese reale.

L’arte del saper governare non è un dono di natura: in una società complessa e cosmopolita essa richiede una preparazione culturale che le è prodromica poiché è impensabile scindere o spezzare il nesso che lega l’esercizio della responsabilità con il possesso di una sicura competenza.
Il passaggio dalla protesta alla proposta non è facile e non sempre garantisce soluzioni praticabili.

Volendo contestualizzare questo assioma che è un po’ la sintesi dei riferimenti cui si è fatto cenno in premessa con la situazione attuale, si evidenziano alcuni passaggi che meglio spiegano il senso di una crisi tra popolo e istituzioni ormai di lunga deriva.
Il primo rilievo riguarda la discrasia tra rappresentanti e rappresentati, la difficoltà di osservare, leggere, cogliere, interpretare i problemi della società e di metabolizzarli nel contesto istituzionale.

Non per niente si invoca sempre il dovere di immedesimarsi nelle problematiche esistenziali della gente pena una evidente autoreferenzialità della politica.
Una seconda osservazione concerne la tendenza alla personalizzazione: la politica non è più luogo di elaborazione progettuale di nuovi modelli sociali poiché si esaurisce in una dimensione asfittica di appartenenza e in una organizzazione verticistica e piramidale.
L’iconografia del leader riassume un bisogno positivo di identificazione ma impoverisce la dimensione dialogica interna ai partiti poiché prevalgono i valori dell’appartenenza e della fedeltà su quelli del confronto e del merito.

Nella tanto vituperata Prima Repubblica i partiti celebravano i congressi come momento di approfondimento e di elaborazione di proposte. Oggi la democrazia virtuale sembra sostituire quelle dinamiche: tutto è sincopato, ci si esprime per frasi fatte e luoghi comuni, gli slogan prevalgono sui ragionamenti, i blog sostituiscono le sezioni e i luoghi di incontro, si assiste ad un decadimento del linguaggio come strumento di comunicazione, poiché prevalgono gli insulti, le invettive e le mirabolanti promesse.
La politica come professione non è il “beruf” di cui ci parla Max Weber ma una ribalta per dilettanti allo sbaraglio.
Tutto resta sottotraccia e sovente inespresso, la rete ha imposto schemi e metodi comunicativi che producono “effetti speciali” piuttosto che favorire l’interlocuzione e la comprensione.

Senza contare che molto deve essere ancora spiegato e capito sui meccanismi di funzionamento della democrazia on line, delle candidature attraverso internet, della certificazione e validazione delle scelte, siano esse riferite alle singole persone o espressione di una linea politica senza matrice culturale e dalle origini incerte.
Molto di quanto avviene oggi si esaurisce nelle suggestioni del momento.
Manca alla politica – per diventare luogo del buon governo e della tutela degli interessi generali – una prospettiva di lungo periodo, una “stabilità” che consenta riforme strutturali durature e credibili, un aggancio paradigmatico alla dimensione internazionale delle dinamiche sociali e culturali del nostro tempo, una serietà propositiva che non ci renda ridicoli al cospetto degli osservatori esteri.

Un conto è raccogliere consensi sulla base di promesse elettorali – e sarebbe importante riflettere sul perché questo schema, nonostante la storia ci insegni il contrario funzioni sempre – un altro è esprimere una “visione” politica della società e delle sue istituzioni, degli stili di vita individuali e collettivi sostenibili.
Non è richiesto di seguire le derive e le scelte altrui: all’Italia serve oggi una dignità nazionale che si va affievolendo, la scelta di una classe dirigente capace e responsabile, la riconquista di un prestigio perduto.

Non ci mancano tradizioni culturali, riferimenti ideali, risorse umane da valorizzare.
Ma dobbiamo riprendere saldamente il timone della nostra navigazione nel mare magnum della contemporaneità e orientarlo verso mete più rassicuranti.

Aumentano gli italiani che si trasferiscono all’estero, diminuiscono le immigrazioni

Nel 2018 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 157 mila unità, in aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Lo comunica l’Istat nel report “Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente” relativo all’anno 2018

Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 74% del totale (116.732). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 46.824, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 69.908 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,1 per 1.000. Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l’anno .

La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi. Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000).

Le regioni con il tasso di emigratorietà con l’estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000. A un maggior dettaglio territoriale, i flussi di cittadini italiani diretti verso l’estero provengono principalmente dalle prime quattro città metropolitane per ampiezza demografica: Roma (8 mila), Milano (6,5 mila), Torino (4 mila) e Napoli (3,5 mila); in termini relativi, tuttavia, rispetto alla popolazione italiana residente nelle province, sono Imperia e Bolzano (entrambe 3,6 per 1.000), seguite da Vicenza, Trieste e Isernia (3,1 per 1.000) ad avere i tassi di emigratorietà provinciali degli italiani più elevati; quelli più bassi si registrano invece a Parma e Matera (1 per 1.000).

Nel 2018 il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all’estero (21 mila), seguono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila).

In questi cinque paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di concittadini. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila). Nel corso del decennio 2009-2018, i flussi diretti verso i principali paesi europei sono aumentati considerevolmente. Nel caso del Regno Unito sono più che quadruplicati, passando da poco più di 5 mila espatri nel 2009 a 21 mila nel 2018, con un picco (25 mila espatri) in corrispondenza del 2016, anno in cui sono state votate le risoluzioni per i negoziati di uscita del Paese dall’Unione europea (Brexit).

In questa occasione molti dei cittadini italiani, verosimilmente già presenti nel territorio britannico ma non registrati come abitualmente dimoranti, hanno ufficializzato la loro posizione trasferendo la residenza nel Regno Unito. Complessivamente dal 2009 al 2018 gli espatri verso il Regno Unito sono stati circa 133 mila .

Anche la Germania è una meta privilegiata dagli italiani che emigrano; verso questo Paese gli espatri risultano triplicati rispetto all’inizio del decennio (da 6 mila nel 2009 a 18 mila nel 2018). I flussi diretti in Svizzera, Francia e Spagna, invece, sono raddoppiati rispetto ai valori registrati nel 2009. Durante il decennio 2009-2018 il volume degli espatri di cittadini italiani in questi paesi ammonta complessivamente a 341 mila emigrazioni. Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine stranierai : si tratta di cittadini nati all’estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana.

Le emigrazioni di questi “nuovi” italiani, nel 2018, ammontano a circa 35 mila (30% degli espatri, +6% rispetto al 2017). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12 mila), il 10% in Marocco, il 6% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia e in Bangladesh, il 3,5% in India e in Argentina. I paesi dell’Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei “nuovi” italiani (55% dei flussi degli italiani nati all’estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell’Ue, si osserva che il 17% è nato in Marocco, il 16% in Brasile, il 7% nel Bangladesh.

Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (62%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (90%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell’America Latina (26%). I cittadini nati in un paese dell’Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).

Qui l’analisi completa 

Milano è la migliore città per qualità della vita

In Italia Milano conferma la sua leadership e vince per il secondo anno consecutivo la Qualità della vita 2019, la consueta graduatoria del Sole 24 Ore giunta alla trentesima edizione e pubblicata oggi sul quotidiano e sul sito. L’ultima classificata, quest’anno, è Caltanissetta.

A dare la spinta a Milano sono fattori diversi: “l’andamento controcorrente dal punto di vista demografico, con un aumento dei residenti che continua costantemente dal 2012, ma anche lo stile di vita sempre più verde e sempre più smart (la città è prima nell’ICityRank, l’indice di ForumPa che valuta le città intelligenti). E, ancora: l’offerta culturale particolarmente nutrita, i piani di sviluppo della periferia e la locomotiva imprenditoriale che in città genera lavoro e ricchezza, tanto da attirare nuovi abitanti. Unico neo: la sicurezza, complice l’alto numero di reati denunciati”. Il capoluogo lombardo, con la sua provincia, si piazza in ultima posizione soprattutto per numero di reati denunciati e litigiosità. Un dato che potrebbe essere letto anche come segno che a Milano, a differenza di altre realtà geografiche, i cittadini denunciano di più i reati.

Subito dietro il capoluogo lombardo, nella classifica generale 2019, si confermano le province dell’arco alpino: sul podio ci sono Bolzano e Trento, rispettivamente al secondo e al terzo posto, seguite da Aosta. A spingerle sono i record “di tappa”, cioè le macro aree tematiche di cui è composta la classifica generale: Aosta è prima in “Ricchezza e consumi”, Trento vince in “Ambiente e servizi” e Bolzano in “Demografia e società”. Per gli altri record di tappa, Oristano è prima in “Giustizia e sicurezza” e Rimini in “Cultura e Tempo libero”.

Nella top ten delle province più vivibili, dove si incontrano anche Trieste (5ª) e Treviso (8ª), quest’anno entra la provincia di Monza e Brianza, che sale di 17 posizioni fino alla sesta, Verona che ne guadagna sette e arriva al settimo posto e – a chiudere la top ten – Venezia e Parma che salgono rispettivamente di 25 e 19 piazzamenti.

Se il caso di Milano è emblematico, questa classifica fotografa le performance positive di tutte le province delle grandi città: Roma, 18esima, sale di tre posizioni rispetto alla classifica dello scorso anno. Napoli, pur essendo nella metà inferiore della classifica generale (81°), rispetto alla scorsa edizione della “Qualità della vita” ha all’attivo una salita di 13 posizioni. Sulla stessa linea le performance di Cagliari, che fa un balzo di 24 posizioni (20°), Genova sale di 11 gradini (45°), Firenze di sette (15°) e Torino è 33esima (+ 5 sul 2018). Infine, Bari mette a segno un incremento di 10 posizioni, raggiungendo il 67° posto. Bologna in calo pur restando nella parte alta della classifica al 14° posto.

Non accenna a diminuire invece il gap tra Nord e Sud, una costante nelle fotografie scattate dall’indagine del quotidiano di Confindustria. In fondo alla classifica, tutte città del Mezzogiorno: da Palermo fino ad arrivare a Foggia, passando per Enna e Crotone (oltre alla già citata Caltanissetta, fanalino di coda).

Incidenti stradali: nel primo semestre dell’anno in calo quelli con lesioni a persone

Secondo le stime preliminari, nel primo semestre 2019 si registra una riduzione sia del numero di incidenti stradali con lesioni a persone (82.048, pari a -1,3%) sia del numero dei feriti (113.765, -2,9%), mentre il totale delle vittime entro il trentesimo giorno (1.505, + 1,3%) è in lieve aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Con riferimento agli anni di benchmark 2001 e 2010 per la sicurezza stradale, nei primi sei mesi dell’anno il numero di morti scende del 23,6% rispetto al primo semestre 2010 e del 54,2% nel confronto con lo stesso periodo del 2001. L’aumento della mortalità registrato nel primo semestre 2019 allontana dunque l’obiettivo europeo di riduzione del 50% delle vittime entro il 2020.

L’indice di mortalità, calcolato come rapporto tra il numero dei morti e il numero degli incidenti con lesioni a persone moltiplicato 100, è pari a 1,8, stabile rispetto al primo semestre 2018.

L’aumento delle vittime è frutto, in particolare, dell’incremento registrato sulle autostrade (oltre il 25%) e sulle strade extraurbane (+0,3%). Per le strade urbane si stima, invece, una diminuzione pari a circa il 3%.

Nel primo semestre 2019, le prime iscrizioni di autovetture sono diminuite del 3,4% ; le percorrenze medie annue sulle autostrade in concessione sono sostanzialmente stabili (+0,6% rispetto allo stesso periodo del 2018) mentre aumenta il traffico di veicoli pesanti (+2,1%).

Artrosi del ginocchio

L’artrosi del ginocchio consiste nell’indebolimento della cartilagine articolare e dal progressivo deterioramento delle altre strutture che compongono il ginocchio.

Quando la cartilagine si consuma, i primi sintomi sono:

dolore al ginocchio;
gonfiore;
ridotta capacità di movimento;
scricchiolii dell’articolazione.

La soluzione terapeutica più efficace per l’artrosi del ginocchio è la sostituzione dell’articolazione danneggiata con una protesi artificiale. Chiaramente, l’intervento ha i suoi limiti e va considerato caso per caso, scegliendo il tipo di protesi più adatto. Un ruolo importante è ricoperto anche dall’artroscopia, una procedura che permette di eseguire la pulizia dell’articolazione, rimuovendo eventuali elementi di attrito.

 

La politica tra le mode e le culture politiche.

Nella società liquida e, soprattutto, nella politica liquida, il richiamo delle mode nella politica è pressoché debordante. Non c’è limite alla moda del momento. Nessuno la può contenere. Appunto, e’ straripante e contagiosa. Ma è anche rapida e veloce. Molto veloce. E’ sufficiente scorrerle queste mode. Sono sotto gli occhi di tutti. Il movimento 5 stelle su tutti. Appena 18 mesi fa ottiene quasi il 34% dei consensi. Oggi, dopo il voto in Umbria, e in attesa dell’Emilia Romagna e della Calabria, sarebbe abbondantemente sotto il 10%. Al di là, com’è ovvio, di cosa dicono i sondaggi amichevoli. Ma la moda maggiore, adesso, sono le cosiddette “sardine”. Un movimento che dice di usare il linguaggio dell’amore ma che, concretamente, punta ad annientare il centro destra, la destra, Salvini, la Lega, la Meloni e via discorrendo. Obiettivo politico del tutto legittimo, com’è ovvio e scontato. Ma sarebbe anche più onesto riconoscerlo senza offendersi se qualcuno sostiene una banalissima verità. E cioè, che si tratta di un movimento di sinistra, di estrema sinistra e progressista accomunato dalla volontà e dall’obiettivo di azzerare il centro destra e la destra nel nostro paese. Senza accampare strane ragioni che il movimento si limiterebbe a svolgere solo un ruolo pedagogico, educativo e sentimentale. Ci sarà anche questo, per carità. Ma l’obiettivo che tutti sentono e registrano e’ un altro. Ed è quello che punta a sconfiggere definitivamente un nemico e, al contempo, riaffermare e far vincere un’altra parte politica. Un altro campo politico. E’ tutto legittimo e corretto, com’è ovvio. Basta ammetterlo. 

E potremmo fare un lungo elenco di mode e di tendenze passeggere. 

Ma, al di là di queste ovvie e scontate riflessioni politiche, quello su cui mi preme richiamare l’attenzione e’ che persiste oggi uno scarto fortissimo tra il richiamo alla cultura politica – nella concreta dialettica democratica e nel modo di condurre l’azione politica – e la partecipazione emotiva e convinta alla moda del momento. Due modalità diverse, due approcci diversi, due linguaggi diversi e, immancabilmente, due progetti e due prospettive politiche diverse. Appunto, alternative. Ora, si tratta di capire se la politica sempre più liquida, in una società altrettanto liquida e sempre più frammentata, sarà appaltata alla moda del momento – che è destinata a durare poco per poi essere rapidamente sostituita da una moda più fresca e più convincente – o se, al contrario, le culture politiche, e costituzionali, possono ancora svolgere un ruolo decisivo e determinante nell’orientare e nel condizionare la scelte politiche complessive. Certo, non basta rifarsi al passato o limitarsi a rimpiangere quello che ci ha preceduto. Anche le storiche e tradizionali culture politiche – riformiste o conservatrici, progressiste o restauratrici poco importa – devono capire che possono ancora giocare un ruolo importante e decisivo nello scenario pubblico italiano se riescono ad interloquire con le mode correnti. Che sono passeggere, come tutti sappiamo, ma che comunque esistono e non possono essere aggirate o, peggio ancora, strumentalizzate. Ecco perche’ tra le sempre più frequenti mode e le culture politiche va riaperto un dialogo proficuo e costruttivo. Per il bene della politica italiana ma, soprattutto, per la stessa qualità della democrazia italiana. 

Sotto l’albero un regalo da 43 miliardi

Anche quest’anno a festeggiare un ricco Natale sarà sicuramente il fisco che sotto l’albero troverà un “regalo” da 42,9 miliardi di euro. A consegnarlo, tuttavia, non sarà Babbo Natale, bensì i contribuenti italiani che in questi giorni sono chiamati a onorare un elevato numero di scadenze fiscali da far tremare i polsi.

Entro oggi , infatti, dal saldo dell’Imu-Tasi il fisco riceverà 9,6 miliardi, dal pagamento delle ritenute Irpef dei lavoratori dipendenti e dei collaboratori altri 13,6 miliardi e dal versamento dell’Iva ben 19,7 miliardi.

Il dato complessivo, fa notare l’Ufficio studi della CGIA, è comunque sottostimato, in quanto non tiene conto dell’eventuale pagamento dell’ultima rata della Tari che, in molti Comuni, avviene a dicembre. Questa gragnuola di tasse, ovviamente, avrà anche quest’anno degli effetti negativi sui consumi di Natale.

“Se la spesa natalizia registrata l’anno scorso ha sfiorato i 10 miliardi di euro – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – va ricordato che negli ultimi 10 anni è crollata del 30 per cento. Questa contrazione ha penalizzato soprattutto i negozi di vicinato, mentre gli outlet e la grande distribuzione sono riusciti, almeno in parte, ad ammortizzare il colpo inferto dall’e-commerce che, negli ultimi 4-5 anni, ha assunto dimensioni sempre più importanti. Con meno tasse e con una tredicesima più pesante, daremmo sicuramente più slancio alla domanda interna che, in Italia, rimane ancora troppo debole, anche nei restanti 11 mesi dell’anno”…

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Cop25: il vertice si chiude con il fallimento.

Fumata nera per la Cop 25 di Madrid che, nonostante i tempi supplementari si è chiusa senza un’intesa sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sulla regolazione globale del mercato del carbonio.

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, si è detto “deluso” dall’esito:. “Un’occasione persa”, l’ha definita il capo delle Nazioni unite.
Pochi progressi anche sul loss and damage, quei meccanismi finanziari che dovrebbero aiutare i paesi più vulnerabili dal punto di vista climatico, che rischiano di finire sommersi per l’innalzamento dei mari o devastati dalla siccità.

Giudizio durissimo anche da un’altra veterana del Cop, Jennifer Morgan, attuale direttrice esecutiva di Greenpeace International: “Ancora una volta la politica si è lasciata condizionare dagli interessi legati ai combustibili fossili e ha sbattuto la porta in faccia ai valori della società civile e alle conoscenze degli scienziati”.

L’unico punto positivo l’obbligo per i Paesi ricchi di indicare di quanto aumenteranno gli impegni per tagliare i gas serra.

I negoziati continueranno l’anno prossimo alla COP26 di Glasgow, quella delle grandi decisioni.

Spumante italiano è record nel mondo

Con un balzo del 9% nelle bottiglie esportate, lo spumante italiano conquista le tavole nel mondo, dove per Natale e Capodanno 2019 ci sarà il record storico di brindisi made in Italy. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti. A fine anno sarà raggiunto per la prima volta il record storico annuale delle vendite all’estero con una quantità superiore a 560 milioni di bottiglie.

Se in Italia lo spumante si classifica tra gli acquisti irrinunciabili nello shopping delle feste, all’estero non sono mai state richieste così tante bollicine italiane che in quantità dominano nettamente nei brindisi globali davanti allo champagne francese, che però riesce ancora a spuntare prezzi superiori.

Fuori dai confini nazionali i consumatori più appassionati sono gli inglesi che non sembrano essere stati scoraggiati dalla Brexit e sono nel 2019 il primo mercato di sbocco delle spumante italiano con le bottiglie esportate che fanno registrare un aumento del 7% nelle vendite. Mentre gli Stati Uniti sono al secondo posto con un balzo dell`11% pur in presenza di tensioni commerciali e timori collegati ai dazi. In posizione più defilata sul podio si trova la Germania, che rimane il terzo consumatore mondiale di spumante italiano, ma che con la frenata dell`economia tedesca paga un calo dell`8% rispetto all`anno precedente.

Nella classifica delle bollicine italiane preferite nel mondo ci sono tra gli altri il prosecco, l’Asti e il Franciacorta che ormai sfidano alla pari il prestigioso champagne francese, tanto che proprio sul mercato transalpino si registra una crescita record delle vendite del 30%.

Lo spumante italiano piace molto anche nel Paese di Putin, visto l`incremento del 17% in Russia nonostante le tensioni causate dal perdurare dell`embargo su una serie di prodotti agroalimentari made in Italy. E un aumento in doppia cifra si riscontra anche in Giappone, con +37%.

 

Il Pembrolizumab ora si può usare anche su altri 4 tipi di tumore

Si allarga la schiera di pazienti che potranno usare l’immunoterapia per trattare il loro tumore, anche in una fase più precoce. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha infatti allargato l’uso del pembrolizumab ad altri quattro tipi di tumore: melanoma, polmone, linfoma di Hodgkin e uroteliale.

Pembrolizumab potrà essere usato anche per il tumore uroteliale (che interessa vescica e via escretrice), di cui in Italia nel 2019 si sono avute 31.600 diagnosi, e per il melanoma nel trattamento adiuvante (o precauzionale) del terzo stadio.

L’immuno-oncologia ha già dato risultati importanti questa molecola aiuta a ridurre il rischio di recidiva e migliora la sopravvivenza, guarendo in modo definitivo un’alta percentuale di pazienti.

 

Damiano Coletta: “Dobbiamo saper accettare le diversità, saper tutelare le persone più fragili.”

 Il discorso del Sindaco di Latina Damiano Coletta

Oggi si inaugura un monumento intitolato a Eunice Kennedy, fondatrice degli Special Olympics, il più grande movimento sportivo del mondo cui aderiscono 190 Paesi che ha contribuito a sensibilizzare gli americani e il mondo intero sui diritti dei portatori di handicap

E di questo ringrazio la Fondazione Varaldo Di Pietro, in special modo il Dr. Gianni Di Pietro, per la donazione fatta all’intera collettività di Latina.

E’di fatto un monumento ai valori dell’inclusione, dell’integrazione e della solidarietà.

E quando facciamo riferimento a questi valori parliamo di Libertà e Democrazia.

E quando parliamo di Libertà e Democrazia dobbiamo fare necessariamente riferimento al “Manifesto di Ventotene”, la splendida isola della nostra provincia luogo simbolo dell’Europa unita.

Vi chiederete cosa c’entra Ventotene con il monumento che andiamo ad inaugurare?

Il Manifesto di Ventotene formulato da Altiero Spinelli, cui prossimamente dedicheremo uno spazio all’interno del Parco Falcone e Borsellino, da Eugenio Colorni e da Ernesto Rossi e pubblicato nel 1944.

La grandezza di questi uomini sta nell’aver visto, al di là delle apparenze, la linea evolutiva profonda della storia contemporanea. Ebbero la forza intellettuale di lanciare l’idea degli Stati Uniti d’Europa in un momento in cui gli orrori del nazismo e del fascismo si consolidavano e si espandevano.

Con il progetto degli Stati Uniti d’Europa si intendevano creare le condizioni istituzionali e sociali per rendere le nostre democrazie durevoli nel tempo in opposizioni ai sovranismi imperanti.

E’ probabilmente grazie a questa idea di Europa che si è riusciti a garantire 75 anni di pace nel nostro continente.

Una pace che è stata sancita poi nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla nostra meravigliosa Costituzione.

Entrambe mettono al centro la persona senza alcuna forma di discriminazione come recita l’art. 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Questo articolo rappresenta la base su cui costruire una società civile basata sui diritti e ovviamente sui doveri.

Purtroppo in questo tempo della storia stanno saltando i valori che quei diritti sottendono e sostengono.
Il 10 dicembre ho avuto l’onore di rappresentare la comunità di Latina nel corteo dei Sindaci scesi in corteo per Liliana Segre, un bene comune da tutelare e concordo con la proposta della sua candidatura al Nobel per la Pace, per ribadire che “l’odio non ha futuro” . Eravamo tanti sindaci a ricordare che una società civile va costruita sui valori del rispetto, dell’integrazione, dell’inclusione e della tolleranza. Ed è per questo che la città di Latina ha voluto recentemente conferire la cittadinanza onoraria, con voto unanime del consiglio comunale, a Liliana Segre e a Sami Modiano. Perché la memoria è il vaccino contro l’indifferenza..
Dobbiamo saper accettare le diversità, saper tutelare le persone più fragili.
Cito una frase tratta da uno scritto di Barak Obama: “ Una delle cose che rendono grande il nostro Paese è che la nostra unione non si basa sui legami di stirpe, sul nostro aspetto, sui nostri cognomi, sul luogo di provenienza dei nostri genitori o dei nostri nonni, né da quanto tempo siano arrivati ma sull’adesione al credo comune che siamo stati tutti creati uguali. Dotati dal nostro creatore di diritti inalienabili”.

Perché nessuno sceglie dove nascere.

Il bambino della Somalia non sceglie di nascere nella Somalia, così come quello della Norvegia.

Il bambino dello Yemen non sceglie se stare o non stare in guerra. Cosi come non ha potuto scegliere il ragazzo del Mali morto annegato nel Mediterraneo con la sua pagella con tutti 10, cucita all’interno del giubbotto. Era la sua identità. Il suo documento d’identità.

Così come la persona disabile non sceglie di avere la sua disabilità.
Ma noi possiamo scegliere.

Possiamo scegliere se tendere una mano per aiutare chi sta affogando, in coerenza con il principio di reciprocità che sostanzia il legame sociale, possiamo scegliere se dare un futuro a chi è nato qui, a chi ha scelto di studiare qui, di rispettare le nostre leggi e la nostra Costituzione.                                                        

E’ questo il codice e l’abc della società civile che deve avere l’obbligo di non lasciare indietro chi è più fragile.

E lo sport, la forza dello sport si basa proprio sui valori del rispetto, della capacità di aggregazione, dell’integrazione, dell’inclusione e della solidarietà di cui Special Olympics è la massima espressione.
Per questo oggi inauguriamo questo monumento all’inclusione intitolato a Eunice Kennedy.
È lei che ha avuto il grande merito di trasformare la vita di tantissime persone nel mondo con disabilità mentale attraverso gli Special Olympics.

Cito ancora Barak Obama: “ Eunice ha insegnato alla nostra nazione e al mondo che nessuna barriera fisica o mentale può limitare il potere dello spirito umano”

Latina deve essere molto orgogliosa di questa opportunità, soprattutto perché un monumento come questo esprime valori di cui potranno e dovranno far tesoro le future generazioni.

E’ un monumento che deve diventare identitario per una comunità inclusiva e solidale, che sappia prendersi cura dell’altro.

Vorrei chiudere con le parole di John Kennedy:” Se non siamo in grado di porre fine alle differenze, non possiamo aiutare a rendere il mondo sicuro di tollerare le diversità”

Morta una Roma, se ne faccia un’altra. I sei punti di Tobia Zevi per ripartire

Articolo pubblicato sulle pagine del sito internet formiche.net a firma di Tobia Zevi

C’è un fantasma che si aggira nel dibattito sulla città di Roma. Ovvero di che cosa vivrà nel prossimo futuro e nel medio/lungo periodo (come diceva Keynes… nel lungo periodo siamo tutti morti. Fermiamoci allora al futuro prossimo e al medio periodo). Ovvero come uscirà dalla crisi, sapendo che il vecchio “Modello Roma” non può tornare. “Lo sviluppo di Roma nel quindicennio è stato una sorta di Minotauro, metà new economy e metà old economy. La nuova economia romana era un fenomeno reale, un successo in controtendenza rispetto a un Paese declinante, ma la sorgente del processo era collocata nei vecchi monopoli pubblici” (una corretta descrizione del “Modello Roma”, apparsa in “Roma. Non si piange su una città coloniale” di Walter Tocci).

Quel modello – al di là dei meriti che pure ha avuto – è ormai superato. I romani, dopo, hanno imparato a fare meno dividendo i pani e i pesci che già possedevano. Si è sezionato e si diviso, ci si è arrangiati e chi aveva un po’ di più metteva a valore le micro-rendite. Pensiamo ai turisti, aumentati in 10 anni di oltre il 50%: in una città con servizi in crisi si è puntato molto sulla quantità – nuovi hotel, B&B, case-vacanza – e assai poco sulla qualità. Oggi ci si arrangia e ci si adatta, come ha descritto il ricercatore del Censis Stefano Sampaolo nel volume collettaneo “Roma in transizione”: si perde il posto di lavoro e lo si reinventa, oppure si fa lo stesso lavoro guadagnando meno; il grafico, il disegnatore di software, l’estetista, il corriere e l’autista di NCC, l’avvocato… chiedono meno o offrono più servizi allo stesso prezzo. Processi adattivi: il calo del Pil romano dall’avvio della crisi è stato del 6,3%.

Oggi, racconta ancora Sampaolo, mentre il numero delle imprese in Italia diminuisce, a Roma la crisi porta un aumento del 11,7% delle ditte (i dati sono del 2017). Il romano (e l’immigrato) si mette in proprio, si arrabatta e saluta il posto al ministero: ditte individuali, partite iva e tanta “economia dei piani terra”. Corsi da pasticciere, da pizzaiolo (muore tanto commercio tradizionale, tranne il “food”) e poi l’attività in proprio: minimarket e ristoranti/take away crescono, in 6 anni, del 20%. E Roma si scopre periferica, con una ricaduta negativa peraltro sull’intero sistema-Paese: “l’area romana pesa appena per il 9% circa del Pil nazionale, contro percentuali ben più elevate ad esempio di Parigi (30%), Vienna (26%), Lisbona (37%), Copenaghen (39%), Londra (22%)”.

E quindi? La mia idea è semplice. Morta una Roma, se ne faccia un’altra. La resilienza è nel dna dei romani, da più di duemila anni e anche in un passato più recente che ricordiamo con una punta di nostalgia. Ma ci vuole un progetto, ci vuole lavoro, ci vogliono “disegnatori” di futuro (sostenuti da una volontà politica). Le domande a cui rispondere, in fondo, sono banali: si può fare impresa? Si può lavorare e vivere, in pace e in libertà, con servizi adeguati alla vita quotidiana e a un’economia dei servizi che assomigli a quella di una città funzionale, con salari adeguati e motori di sviluppo adatti a una città con le caratteristiche di Roma?

Di cosa vive Roma, allora? Non fidatevi di chi promette miracoli: ci vuole serietà, energia e si deve rompere il potere di rendita e di veto di molti. Qui di seguito elenco sei punti da quali penso si debba partire (prometto di approfondirli presto e meglio).

Qui l’articolo completo

Come useremo le tredicesime

Un’indagine Coldiretti/Ixè ha rivelato che quasi tre italiani su dieci (29%) che ricevono la tredicesima quest’anno devono destinarla prioritariamente al pagamento di tasse, mutui, rate e bollette in scadenza. Mentre al (45%) la mensilità aggiuntiva servirà a finanziare gli acquisti di Natale.

Quest’anno – sottolinea Coldiretti – ben il 20% ha deciso di destinarla al risparmio di fronte alle incertezze sul futuro mentre il restante 6% ha altri programmi. La conferma dell’importanza delle tredicesime per lo shopping viene dal fatto che il valore economico degli acquisti negli ultimi dieci giorni prima del Natale è molto alto nonostante l’appuntamento del Black Friday di novembre e le numerose offerte che spingono ad anticipare gli acquisti.

“L‘appuntamento con la tredicesima per un importo stimato in circa 44 miliardi di euro – conclude la Coldiretti – coincide con il saldo dell’Imu che rappresenta una componente importante del peso fiscale di fine anno secondo l’analisi della Cgia di Mestre”.

La Rotta dei valori. Da Troia e Antandros a Lavinium e Roma

Il 16 dicembre a Palazzo Patrizi Clementi, sede della Soprintendenza, si terrà il meeting “La Rotta dei valori. Da Troia e Antandros a Lavinium e Roma”.

Il mitico viaggio di Enea” che segna, con la firma di un protocollo d’intesa tra la Soprintendenza e l’Associazione Rotta di Enea,  l’avvio della fase conclusiva  del percorso di candidatura del nuovo itinerario culturale europeo per la certificazione del Consiglio d’Europa.  La presenza a Roma del Prof. Rüstem Aslan, Direttore degli scavi del sito UNESCO di Troia, segna il ricongiungimento del punto di partenza e del punto di arrivo del mitico viaggio di Enea.

I  ricchi interventi di esperti archeologi saranno anticipati dai saluti della Soprintendente Margherita Eichberg; di Serra Aytun Roncaglia, Direttrice Ufficio Cultura e Informazioni dell’Ambasciata di Turchia; di Lorenza Bonaccorsi, Sottosegretario Mibact; di Luca Bergamo, vicesindaco di Roma Capitale; di Barbara Toce, vicepresidente Congresso Poteri Locali del Consiglio d’Europa; di Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente ai Beni culturali di Roma Capitale e di Tara Francesco Borghese, Fondazione Lavinium.

 

ProCultHer, il progetto europeo sulla tutela del patrimonio culturale in emergenza

«Tutti i paesi partecipanti a Proculther hanno sviluppato un rapporto sulla propria organizzazione nazionale sulla gestione del patrimonio culturale in emergenza. Nella riunione di questi due giorni stiamo confrontando i risultati dei rapporti nazionali alfine di mettere insieme le buone pratiche realizzate dai partner, obiettivo principale del progetto. Nella seconda fase vogliamo immaginare e proporre la costituzione di un team di esperti che possa essere attivato a livello europeo su richiesta di paesi colpiti da catastrofe per sostenerli a raggiungere il grande obiettivo di tutelare al meglio il patrimonio culturale».

Spiega così il senso del progetto Proculther Giovanni De Siervo, dirigente del Servizio Relazioni internazionali del Dipartimento della Protezione civile a margine dei lavori del workshop internazionale conclusosi ieri sera presso la sede operativa del Dipartimento a Roma.

Al Workshop partecipano i rappresentanti dei paesi coinvolti fin dal primo momento nella realizzazione del progetto Proculther. Si tratta del Dipartimento della Protezione civile italiana che è anche leader del consorzio, della Direzione generale di sicurezza interna e di gestione delle crisi del Ministero dell’interno francese, del Ministero della cultura e del turismo del Governo regionale di Castilla y Leòn in Spagna, dell’Autorità di gestione delle emergenze del Ministero dell’interno turco (AFAD), del Centro internazionale per gli studi sulla salvaguardia e il restauro della Proprietà culturale (ICCROM) e infine della Fondazione HallGarten del Centro Studi Villa Moresca.

Proculther è stato realizzato in collaborazione con la Direzione generale per le operazioni di aiuto umanitario e di protezione civile della Commissione Europea (DG Echo) nell’ambito del Meccanismo europeo di protezione civile. I lavori sono iniziati nel gennaio del 2019, la conclusione delle attività del progetto è prevista nel dicembre 2020. Il progetto dispone di un budget di 799mila euro circa.

I paesi partecipanti, Italia, Francia, Spagna e Turchia ospitano nei propri territori in tutto 160 siti nominati “Patrimonio mondiale” dall’UNESCO. Per la prima volta questi paesi che hanno sviluppato negli anni importanti esperienze e le cosiddette “buone pratiche” nella gestione del patrimonio culturale in conseguenza di grandi emergenze causate da catastrofi naturali uniscono le forze nell’ottica della creazione di team di esperti adeguatamente formati secondo procedure condivise, in grado di coadiuvare tutti i paesi che avranno bisogno, in futuro di dover gestire la tutela dei beni culturali in situazioni di grande difficoltà.

Il lavoro vuole sviluppare un’adeguata preparazione ad affrontare situazioni particolarmente complesse quando una catastrofe naturale colpisce un territorio e la popolazione è duramente colpita per preservare il più possibile il patrimonio culturale. Non solo, l’intento è anche quello di creare strumenti adatti a raggiungere tali obiettivi e infine di creare assetti di esperti che siano adeguati e pronti a coadiuvare le risposte delle autorità nazionali nei contesti appena citati.

Il destino di Malpensa

Pubblichiamo l’abstract dell’Articolo apparso sulle pagine di Arcipelago Milano a firma di Pietro Modiano

Milano si prepara a crescere ancora, sull’onda dei progressi e dei progetti di questi anni, come polo tecnologico e di innovazione, come polo universitario e di attrazione turistica e culturale, forse anche come centro finanziario (più difficile: l’obiettivo di un tempo, di valorizzarne il ruolo di capitale europea dell’asset management facendo leva sull’entità del risparmio nazionale è un po’ più lontano, dopo la vendita di Pioneer ai Francesi, ma questo è quasi un problema personale). Bisogna pensare in anticipo ad un salto di qualità anche del suo sistema aeroportuale, che non deve diventare una strozzatura allo sviluppo.

Non basta che Malpensa sia cresciuta, cosa che ha fatto egregiamente, con quasi 7 milioni di passeggeri in più dal 2013 al 2018 (Linate più di tanto non può fare, è quasi satura), ma bisogna pensare a ridurre e in prospettiva colmare la troppa distanza che resta nei confronti dei grandi hub europei. E’ un tema strategico importante. Linate è un city airport comodo e saturo, e Malpensa è un buon aeroporto punto a punto, al centro di un bacino di traffico ricco, eccellente in Europa per la qualità “milanese” della sua offerta commerciale, ma non è ancora un hub, cioè un aeroporto in grado di concentrare voli passeggeri a lungo raggio coordinati con voli di connessione a breve e medio raggio, e quindi in grado di svilupparsi al di là del potenziale del proprio territorio, e di fornire ad esso un apporto aggiuntivo di ricchezza e connessioni globali.

Qui l’articolo completo

Sclerosi multipla, meno recidive post-partum

Secondo una recente revisione degli studi, l’allattamento al seno sembra proteggere dalle ricadute della Sclerosi Multipla post-partum. “L’allattamento al seno non sembra essere dannoso e potrebbe essere addirittura protettivo contro le recidive della Sclerosi Multipla– dice Kristen M. Krysko dell’Università della California a San Francisco, principale autrice della revisione – Le donne con questa patologia dovrebbero quindi essere incoraggiate ad allattare esclusivamente quando possibile”.

I tassi di recidiva della Sclerosi Multipla aumentano nei tre mesi successivi al parto di una donna e in quel periodo fino al 30% delle donne ha una ricaduta.

Una meta-analisi del 2012 ha suggerito che le donne che non allattavano al seno avevano maggiori probabilità di avere una ricaduta post-partum rispetto a quelle che lo facevano, ma l’associazione era poco chiara.
Gli apparenti effetti protettivi dell’allattamento al seno sono stati più robusti negli studi sull’allattamento esclusivo per due mesi e i supposti benefici sono sembrati persistere per sei mesi dopo il parto.

A chi non piace la zuppa inglese

Inutile negarlo: il voto inglese vola portato da due venti: il declino della sinistra, servito, nel caso, in salsa massimalista e il sovranismo, nel caso servito in salsa brexit.
Qualche democratico potrà anche veder confermate le proprie convinzioni che la sinistra non porta più da nessuna parte e, quindi, vedere accresciute le proprie aspirazioni  ad una svolta del centro sinistra verso direzioni più moderate e centriste.

Il fatto è che il vento  della brexit  si tradurrà in folate neo-neoliberiste in quei Paesi dove più drammatica è la crisi economica. I mercati stanno vedendo aumentare la competizione tra i soggetti economici a causa dell’incertezza sul futuro e di una contrazione dell’area di libero mercato a causa delle nuove politiche sui dazi.

Come reagiranno le imprese italiane? Potrebbero aumentare la propria competitività innalzando know-how, innovando le gamme di prodotto e/o le tecniche di produzione. Ma ci vorrebbero grandi investimenti e non pare che tiri quest’aria in un Paese con difficoltà di credito e costi di sistema (trasporti, contenzioso, energia) così elevati.
Potrebbero delocalizzare in cerca di futuro meno incerto e con costi e tassazioni più favorevoli.

Potrebbero anche cercare di modificare il mercato del lavoro per averne maggiore flessibilità e più alta produttività.

Credo che le nostre imprese, quelle che rimarranno, batteranno la seconda e la terza strada e già si comincia a leggere qua e là, dal Corsera al Sole, più di un articolo contenente pressioni in tal senso.

Queste politiche, facilitate dalla brexit, sono quasi costrette e le elezioni inglesi evidenziano quanto sarebbe perdente cercare di contrastarle – muro contro muro – à la Corbyn.

Per questo, prima che sia troppo tardi, occorrerebbe, con qualche correzione alla proposta di Landini, aprire un tavolo di concertazione  sindacato-imprese per un patto del lavoro (produttività in cambio di occupazione) e invitare, poi, il sistema politico, a partire dal governo, a un vero e proprio tavolo di coalizione.

Dopo il trionfo di Boris Johnson che fare in Italia?

Dopo il voto trionfale per Boris Johnson e la riconferma della maggioranza degli inglesi per la Brexit, in Italia, Salvini e la Meloni, la destra nazionalista e populista, hanno immediatamente salutato gaudenti questo risultato. Ora non ci sono più né dubbi né alibi: la Gran Bretagna esce dall’Unione europea e ci saranno conseguenze sia per gli inglesi sia per l’Unione europea.

Anche sull’assetto dei partiti italiani s’imporranno scelte non più eludibili, soprattutto in Forza Italia, partito aderente al PPE che, con Berlusconi, segue una strategia di alleanza a destra, proprio insieme ai due partiti nazionalisti e anti europei della Lega salviniana e di Fratelli d’Italia. La distinzione tra partiti europeisti e partiti schierati contro l’Unione europea diverrà sempre più netta e crescerà l’esigenza di un nuovo centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista e populista e alla sinistra.

Un progetto al quale noi “ DC non pentiti” stiamo lavorando, con l’avvenuta formazione della Federazione popolare dei DC e con l’adesione di altri amici popolari al manifesto Zamagni. Comprendiamo che, per esigenze collegate alle leggi elettorali di alcune regioni, gli amici dell’UDC abbiano deciso di collegarsi al nome e simbolo di Forza Italia, superando l’impegno della raccolta delle firme, ma deve essere chiaro che si tratta di una scelta tattica, tale da non pregiudicare la strategia che abbiamo concordato nel patto-statuto della Federazione popolare dei DC. Alla fine dovremo presentare liste della Federazione unita e/o del nuovo soggetto politico di centro che intendiamo concorrere a costruire.

Gli amici di Forza Italia, sempre più divisi tra quanti sentono forte l’attrazione a destra, in un’area cioè sempre più a netta dominanza salviniana, e quanti rivendicano la propria autonomia, sarebbe auspicabile si impegnassero, almeno questi ultimi, nella costruzione del nuovo soggetto politico di centro suddetto.

Costruire un gruppo parlamentare autonomo di centro dovrebbe essere il primo passo da compiere, come vanno richiedendo alcuni parlamentari di Forza Italia. Un gruppo nettamente schierato sulle posizioni europee del PPE, distinto e distante dagli amici che hanno deciso di allearsi con la Lega. La Federazione popolare dei DC, intanto, assuma come suo obiettivo a breve, il raggiungimento dell’unità con gli amici del manifesto Zamagni, per concorrere a costruire, nei tempi politicamente possibili, il nuovo soggetto politico di centro di cui l’Italia ha bisogno. Ciò porrà fine finalmente alla diaspora politica dell’area popolare e sarà la premessa indispensabile per uscire dall’attuale condizione di irrilevanza politico istituzionale.

Sulla riforma della governance europea abbiamo scritto le nostre idee nel saggio: “ Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti” editato alla vigilia delle recenti elezioni per il Parlamento europeo. Sono due i temi essenziali per indicare una seria proposta riformatrice di ispirazione popolare, europeista e trans nazionale, secondo i principi dei padri fondatori.

Il primo è quello del rapporto da rinegoziare nei trattati, al fine di superare i conflitti rivelatisi insanabili con la nostra Costituzione, specie quando, come nel caso del fiscal compact, quella decisione, nettamente in contrasto con gli stessi trattati liberamente sottoscritti, è stata il frutto di un regolamento di grado normativo inferiore ai trattati, redatto da euro burocrati, con l’avallo irresponsabile anche di nostri autorevoli esponenti di governo. Fatto quest’ultimo ampiamente dimostrato dai saggi del Prof. Giuseppe Guarino, ahimè, sin qui volutamente e colpevolmente misconosciuti.

Il secondo è il tema della sovranità monetaria che, nei modi in cui si è sin qui realizzata a livello dell’Unione e in quasi tutti i Paesi componenti della stessa, con il controllo de facto della BCE e delle banche centrali dei diversi Paesi da parte degli hedge fund anglo caucasici (kazari), riduce la “sovranità popolare” a un ectoplasma senza sostanza; con le politiche economiche prone al dominio degli interessi dei poteri finanziari, che subordinano ad essi tanto l’economia reale che la politica. In sostanza, annullano de facto la democrazia e le fondamenta stesse su cui si regge il nostro patto costituzionale.

Noi non crediamo sia utile né opportuno uscire dall’UE che i nostri padri hanno voluto, ma sappiamo che è assolutamente necessario cambiare rotta se vogliamo che l’Unione europea possa progredire verso un progetto di autentica confederazione di stati e regioni, con un Parlamento eletto a suffragio universale e un governo centrale eletto dallo stesso Parlamento, superando in tal modo l’attuale insostenibile costruzione artificiosa, inefficiente e inefficace, funzionale sin qui solo agli interessi dei poteri finanziari dominanti.

Questo, a nostro parere, dovrebbe essere uno degli obiettivi di tutti i Popolari europei che si riconoscono nel PPE e di tutti i democratici che si sentono impegnati nella costruzione dell’unità politica dell’Europa.

L’alternativa, altrimenti, sarà la progressiva dissoluzione della stessa Unione. Questa azione riformatrice dell’Unione europea, in ogni caso, non può essere condotta da posizioni isolazioniste come quella salviniana o della destra estrema, ma all’interno delle grandi forze politiche europee che, per quanto ci riguarda, sono quelle che si riconoscono nel PPE. Avanti, dunque, da “Liberi e Forti”, eredi della migliore tradizione europeista dei padri DC fondatori dell’Unione europea: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.

Il paradosso della povertà in Africa

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Stando ai dati ufficiali, la povertà nel mondo sta diminuendo in modo significativo, con la sola eccezione dell’Africa sub-sahariana. Si tratta di una materia estremamente complessa che merita un’attenta disamina, sia in riferimento ai dati globali, come anche per quanto concerne, nello specifico, la cosiddetta «Black Africa». Andiamo dunque per ordine. La soglia si è sicuramente spostata rispetto al passato, anche se poi le cifre e le percentuali impongono un’attenta esegesi dal punto di vista dei significati. Secondo la Banca mondiale (Bm) oggi nel mondo una persona su dieci è in condizioni di estrema povertà, vale a dire che sopravvive con meno di 1,90 dollari al giorno. Si consideri che nel 1990 erano due miliardi su una popolazione mondiale allora di 5,3 miliardi di persone. Ciò non toglie che in un’epoca in cui il tasso di povertà tocca il suo minimo storico, sarebbe troppo riduttivo ritenersi soddisfatti e sottovalutare le sfide che incombono anche perché oggi vi sono ancora, pur sempre, tre miliardi di persone nel mondo che devono sbarcare il lunario con 5,5 dollari al giorno.

In effetti, a una lettura più approfondita, dalle statistiche sulla povertà diffuse dalla Bm, emerge un dato che mette in una diversa prospettiva anche i miglioramenti del passato. Infatti, la diminuzione del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà è in gran parte dovuta all’aumento di quelli che si collocano appena sopra questo limite. In sostanza, secondo l’economista Martin Ravallion della Georgetown University’s Center for Economic Research, «c’è stato un piccolissimo guadagno assoluto per i più poveri, perché l’aumento del livello della base negli ultimi 30 anni circa è di gran lunga inferiore alla crescita del consumo medio».

Guardando alla povertà in termini assoluti piuttosto che in termini comparativi risulta che «la gran parte del progresso vissuto dai paesi in via di sviluppo rispetto alla povertà — spiega Ravallion — è consistita nel ridurre il numero di persone che vivono in prossimità del livello minimo del consumo, piuttosto che aumentare il livello dei consumi, e in questo modo si può dire che i più poveri sono stati effettivamente lasciati indietro». Un quadro complessivo che trova conferme anche nel rapporto 2019 Oxfam, che evidenzia come l’aumento della disparità di reddito in molti paesi del mondo escluda gran parte della popolazione dai benefici della crescita economica e la disuguaglianza sia in aumento. Una situazione decisamente drammatica che ha visto nel solo arco di un anno solare la ricchezza dei miliardari del mondo aumentare di 900 miliardi di dollari (pari a 2,5 miliardi di dollari al giorno) mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11 per cento. Per chiarire meglio lo “stato dell’arte”, basti pensare che tra il 2017 e il 2018 i miliardari sono aumentati al ritmo di uno ogni due giorni e che 26 ultramiliardari possiedono oggi la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale.

È dunque evidente che qualcosa non funziona nell’economia planetaria: chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre un numero indicibile di persone vivono in condizioni di estrema povertà nei bassifondi del mondo.

L’Africa sub-sahariana è quella parte del mondo che è messa peggio, continuando a essere in assoluto l’area geografica dove l’indigenza aumenta in modo preoccupante con 400 milioni di persone che sopravvivono ancora con meno di due dollari al giorno: in pratica, più del 40 per cento dei poveri del mondo si trova lì. Proprio in questa parte del mondo, stando agli ultimi dati, il 37 per cento delle persone non usufruisce di acqua potabile; il 65 per cento non ha accesso all’elettricità; i bambini rischiano di morire entro il quinto anno di vita; il parto stesso talora è causa di morte per le partorienti e il tasso di fecondità è di 7 figli per donna.

D’altronde, è sufficiente dare un’occhiata alla classifica dello Hdi (Human Development Index) redatta nell’ambito dello United Nation Development Program da cui si evince che nelle ultime dieci posizioni, non a caso, troviamo dieci paesi africani: Mozambico, Liberia, Mali, Burkina Faso, Sierra Leone, Burundi, Ciad, Sudan del Sud, Repubblica Centrafricana e Niger, che chiude al 189° posto. Bisogna ammettere che lo scenario è a dir poco inquietante se si considera che l’Hdi viene quantificato calcolando tre fattori ritenuti essenziali: l’indice di aspettativa di vita (che considera l’aspettativa di vita alla nascita), l’indice di istruzione (considerando gli anni medi di istruzione e quelli previsti) e l’indice di reddito (ovvero il reddito nazionale lordo, che include tutti i redditi percepiti dai cittadini del Paese in questione).

Prendiamo ad esempio il caso del Niger, un paese che dal punto di vista delle commodity (materie prime) potrebbe davvero essere un Eldorado. Pur disponendo di immense risorse minerarie ed energetiche strategiche come l’uranio, l’oro e il petrolio, si trova all’ultimo post per sviluppo umano e al 146° posto — su 197 — per pil, che ammonta a 8,12 miliardi di dollari. E cosa dire della Repubblica Centrafricana le cui ricchezze vanno dal petrolio all’uranio, oltre ai diamanti presenti nei grandi depositi alluvionali delle regioni occidentali del Paese; per non parlare dell’immenso patrimonio boschivo nazionale. Sta di fatto che questo Paese ha un pil che si attesta attorno ai due miliardi di dollari: un vero e proprio paradosso economico che mette in evidenza la connessione tra gli interessi delle compagnie straniere nei confronti delle commodity e la povertà oggetto della nostra riflessione.

Se da una parte in questi paesi si registra l’abbondanza di determinate risorse naturali, dall’altra si genera spesso un eccesso di esportazioni a costi irrisori, a danno della produzione interna e dell’industrializzazione. Una fenomenologia che trova nella corruzione un fattore altamente destabilizzante, con il conseguente indebolimento delle istituzioni locali, il rifiuto dei principi fondamentali di contabilità del bilancio statale e un elevato tasso di disuguaglianza. A questo proposito è illuminante la riflessione di uno studioso britannico, Mick Moore, il quale ha ampiamente dimostrato come più uno Stato dipende da quelle che egli chiama «entrate immeritate» — risorse che non richiedono un grande impegno amministrativo, come il petrolio e altre risorse naturali — meno quello Stato tende a servire i propri cittadini. Tali guadagni facili, infatti, incoraggiano lo sviluppo di forme di governo non certo trasparenti e l’affermazione della corruzione come una sorta di istituto occulto nelle concessioni. Ecco che allora lo Stato stesso diventa un obiettivo sensibile per i parassiti interni o esterni che siano, come i cosiddetti «signori della guerra» e le compagnie estrattive transnazionali.

Una riflessione analoga è quella dell’economista Daron Kamer Acemoğlu e del politologo James Alan Robinson, che hanno pubblicato nel 2012 un interessante saggio intitolato Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity and Poverty. Essi spiegano con grande chiarezza che, nel tempo, si sono configurate delle vere e proprie «istituzioni economiche estrattive» che hanno privato le popolazioni autoctone di qualsiasi tipo di incentivo o servizio, concentrando il benessere nelle mani di un manipolo di nababbi. Ma il colmo sta nel fatto che i Paesi produttori di materie prime, per le ragioni di cui sopra, nonostante la loro potenziale ricchezza, presentano spesso tassi di crescita procapite e un tenore di vita medio molto bassi rispetto addirittura a certi Paesi poveri o comunque sprovvisti di materie prime. Lo rileva l’«Extractive Industries Transparency Initiative» (Eiti), un progetto di regolamentazione e responsabilizzazione in materia di estrazione di petrolio, gas e minerali. Il protocollo Eiti impone la divulgazione di informazioni lungo l’intera filiera, dal punto di estrazione al modo in cui si distribuisce la ricchezza che ne deriva e, soprattutto, al modo in cui i governi trasformano i profitti in vantaggi per la popolazione. L’iniziativa, nata nel 2003, è rivolta a tutti i Paesi che vogliono migliorare la propria gestione delle risorse naturali, rendendone trasparenti i processi e i proventi derivanti dal loro sfruttamento. Il quadro normativo di riferimento (standard Eiti) viene oggi implementato da 52 paesi e da oltre 60 società di estrazione e commercializzazione e sostenuto da 400 organizzazioni della società civile. Grazie all’iniziativa sono stati dichiarati 2500 miliardi di dollari americani versati ai governi dei Paesi estrattori da parte delle imprese di materie prime. Per quanto riguarda la pubblicazione dei flussi finanziari dalle società di estrazione e commercializzazione ai governi, certamente sono stati compiuti progressi tangibili, anche se l’adesione, tuttavia, è ancora parziale. La trasparenza è certamente un rimedio, perché sollecita chi di dovere a rendere conto del proprio operato, anche perché, come ha ben spiegato Papa Francesco nel corso della sua visita in Madagascar, «la povertà non è una fatalità».

Quella forza irriducibile nascosta nei miti

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Alessandro Rivali

Giuseppe Conte è uno dei riferimenti imprescindibili della poesia contemporanea: cantore dei miti e del mare, di epopee e ballate, nella sua ricerca ha scelto per padri tutelari Lawrence, Sterne, Goethe, Foscolo e Shelley. L’Oceano e il ragazzo (1983), la prima opera in versi di Conte, fu salutata da Italo Calvino come un libro decisivo per il rinnovamento della poesia italiana: in effetti, era un viaggio insolito tra «animali etruschi», la «conquista del Messico» e gli splendidi «Altari achei».

Il tuo nuovo libro è molto aperto alla speranza. In questo tempo così distratto, c’è ancora spazio per la poesia oggi?

Per secoli, la letteratura e la poesia sono state la colonna vertebrale di una lingua, di una cultura e di un popolo. Oggi non è più così. Il prevalere assoluto della tecnica e dell’economia, dell’utilitarismo, dell’effimero, della moda e del consumismo come arbitri subdoli della vita delle masse, relega la letteratura, la tradizione, l’umanesimo e temo ogni manifestazione dello spirito ai margini della società, tentando di spegnerne la voce. Eppure, quando tutto sembra perduto, è allora che bisogna lottare con ancora più determinazione per quello in cui si crede. Di Ezra Pound, dei suoi Canti Pisani, mi ripeto sempre, quasi come un mantra, quei versi straordinari: «formica solitaria d’un formicaio distrutto / dalle rovine d’Europa, ego scriptor». Non conosco nessuna manifestazione di fede nella letteratura più solenne, drammatica e drastica: prigioniero in una gabbia di ferro, accusato di tradimento, con alle spalle la guerra che ha distrutto il Vecchio Continente, il poeta rivendica il suo ruolo di fabbro di parole, di custode di memorie e sogni, di banditore di idee e di conoscenza: ego scriptor. La poesia non morirà mai. È energia spirituale che porta il linguaggio al punto di incandescenza più alto del suo senso e della sua bellezza umana: si chiama canto. La poesia in cui si uniscono nel canto tutto il dolore e tutta la gioia del mondo, in cui l’anima dell’uomo cerca l’anima misteriosa, sacra dell’universo, avrà sempre spazio. È più di una speranza, credimi.

In tutta la tua ricerca è molto presente il Mito. Perché? Per molti anni sembrava bandito dalla poesia.

Il mito oggi è tornato sulla scena, spesso in modo sbagliato e superficiale, ed è stato così anche per la bellezza, entrata ora in tutti i discorsi, condita in tutte le salse, abusata, dopo che come concetto estetico era stata bandita per più di mezzo secolo. Quando ho cominciato a parlare io di mito e di natura, negli anni Settanta, era sostanzialmente proibito da una dittatura intellettuale pervasiva e feroce. Dicevo: le radici del nostro pensiero sono poetiche, il mito è la conoscenza delle origini, quella che si pone le domande eterne sui perché della vita, sul mistero, sul sacro: la natura è energia vivente, da amare, da sentire abitata da un soffio di divinità. Quante accuse mi sono state rivolte, quanto scherno. Allora io dicevo: torniamo a parlare di alberi, e i più lo consideravano un delitto (salvo accorgersi mezzo secolo dopo dell’importanza capitale degli alberi, che bisogna preservare, piantare e amare). Ma non mi sono messo paura: ho continuato a cercare la persistenza del mito nella natura, e nell’anima dell’uomo, nel suo destino sulla terra. È grazie a questa concezione del mito che ho potuto scrivere poesie e romanzi, e restare fedele al mio sogno di adolescente, di fare lo scrittore, di aggiungere qualche piccolo libro sugli scaffali della infinita biblioteca dell’universo.

Chi sono stati i tuoi maestri, sia dal punto di vista letterario, sia dal punto di vista esistenziale?

I miei maestri non sono tra i poeti del secondo Novecento italiano. Con nessuno di loro ho avuto un vero rapporto di vicinanza, salvo l’affetto e la simpatia con cui vedevo Mario Luzi. Per me sono stati importanti gli incontri intellettuali con D.H. Lawrence e con Henry Miller, di cui ho condiviso la polemica contro la civiltà industriale che distrugge la natura e crea una realtà che è un «incubo ad aria condizionata». Poi con Jorge Luis Borges, con i suoi simboli arcani, le sue Biblioteche, la sua Buenos Aires e le sue incursioni nel fantastico. Con Eliot, con Montale e la sua metafisica inaridita, con Ungaretti e il suo palpito cristiano, la sua musica meticcia che rievoca il canto del muezzin. Poi con Adonis, in seguito anche amico insostituibile, per capire la poesia orientale e gettare un ponte verso di essa. Ho imparato molto da James Hillman per la rilettura del mito, da Mircea Eliade, per l’interpretazione del sacro. Con loro avevo sostituito Marx e Freud. Quando ho cominciato a scrivere di mare, ho cercato di assorbire la tradizione di Melville, Stevenson, Kipling, Conrad. Ho amato Scott Fitzgerald, Truman Capote, Graham Greene, e un po’, devo confessarlo, anche Somerset Maugham. Ho avuto poi la fortuna di essere amico di Italo Calvino e di Mario Soldati, per me maestri della prosa, i migliori del Novecento italiano.

Quali sono i libri che ti hanno segnato di più negli ultimi anni?

Tutti quelli di Victor Hugo, che il Novecento aveva vilipeso, e che ho letto relativamente tardi, avendone una impressione di grandezza sconfinata. I libri di viaggio di Bruce Chatwin e di Michael Crichton (sì, quello di Jurassic Park). Sono poi l’unico in Italia che legge e ama Le Clézio, che qualche volta incrociavo, alto, elegante, sull’ultimo volo da Parigi per Nizza. Deserto è un bellissimo libro. A rileggerlo dopo tanti anni, ho cambiato il mio giudizio su Il nome della rosa di Umberto Eco, che mi è sembrato un romanzo molto meglio costruito della media dei romanzi italiani.

Quali gli autori che vorresti più presenti nel nostro canone? Oppure minori che per te sono maggiori?

Ho sempre in mente la poesia di Borges, uno dei miei maestri più cari, intitolata A un poeta minore della Antologia, un poeta lontano da ogni gloria, semplice nome in un indice, di cui sappiamo soltanto che sentì un usignolo, una sera. Ci sono poeti “minori” adorabili. Ma la storia la fanno i maggiori. Nella tradizione dei maggiori, in Italia, vedo oggi orribilmente sottovalutati e ignorati Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri. Anche Foscolo non gode di molta attenzione. E non vorrei che perfino Manzoni, autore centrale e decisivo, oggi fosse messo un po’ da parte. Venendo al canone della poesia del Novecento, chiederei più spazio per il Mario Novaro di Murmuri ed echi, e che finalmente apparisse nel pantheon dei grandi Camillo Sbarbaro. Mi piacerebbe che si riconoscesse il ruolo importante di un libro come Lavorare stanca di Cesare Pavese non per il suo realismo, ma per la sua potenza mitica. Infine, non vorrei che la fortuna di Caproni, dovuta alla sua cantabilità ma anche al suo nichilismo antimetafisico, nella cultura italiana media sempre molto gradito, stesse gettando ombra sui suoi contemporanei. Mario Luzi, per esempio, è indubbiamente più significativo.

Sei più per Foscolo che per Leopardi, perché?

Considero Leopardi grandissimo e il numero di pagine che occupa nella mia antologia La lirica d’occidente lo dimostra. Non conosco poesia dalla costruzione più assolutamente mitica del Canto notturno del pastore errante dell’Asia, vertice della letteratura mondiale. Diciamo che sono affinità elettive che mi portano invece verso Foscolo: uomo senza schermi di protezione familiare e aristocratica, borghese ribelle dai tanti mestieri, viaggiatore, innamorato della bellezza, convinto della funzione civilizzatrice della poesia contro la violenza guerresca dei tempi, costruttore di “illusioni” che somigliano a miti e a utopie, infine esule e povero, Foscolo mi attrae per le qualità umane oltre che poetiche. A fasi alterne, ho sentito in me la passione disperata e debordante di Jacopo Ortis e la saggezza lieve e distaccata di Didimo Chierico, i suoi due volti. E poi mi attrae la potenza civile della poesia di Foscolo. La recita corale dei Sepolcri che promossi nel 1994 in Santa Croce a Firenze davanti alla sua tomba, ricordando alla società contemporanea che la poesia italiana c’è e che resiste a ogni barbarie, resta uno dei momenti indimenticabili della mia insignificante esistenza.

Hai conosciuto Premi Nobel come Heaney e Miłosz, cosa ricordi degli incontri con loro?

Ho conosciuto anche Gao Xingjian e letto la traduzione francese de La montagna dell’anima prima che vincesse il Nobel, a tavola tra tanti chiassosi letterati parigini e bretoni, era sempre il più silenzioso, astratto, chiuso in un accenno di sorriso taoista. Anche Seamus Heaney lo conobbi prima del Nobel, in Svezia, al Festival di Malmö. Fraternizzammo di fronte a certi comportamenti arroganti dei poeti americani. La sera sua moglie cantò una canzone in gaelico, fu un bel momento. Poi lo rividi più volte. Al premio Flaiano ricordo con divertimento il suo imbarazzo nel doversi riassettare gli abiti e la chioma bianca e folta per presentarsi all’ambasciatore d’Irlanda. L’ho intervistato in pubblico a Lerici e a Cetona: difendeva con sapienza e sensibilità le ragioni della poesia. Non riuscii mai a farlo parlare dell’Ira e di Bobby Sands, cui io avevo dedicato una poesia in memoriam, che tradotta in gaelico girava per i pub di Belfast e Dublino. Ma capivo che quei temi, visti dall’interno della società irlandese, erano ben più difficili da gestire. Con Miłosz fu un incontro fuori da ogni ufficialità, un pranzo al Chez Panisse di Berkeley, lui con la moglie e io con la mia traduttrice americana. Era un uomo affascinante, di cui ricordo sempre la voracità con cui mangiò quaglie e polenta, che mi stupì non so perché, come se un grande poeta premio Nobel dovesse vivere di puro spirito. Mi parlò del destino del cristianesimo e dell’Europa, del magistero del suo connazionale Giovanni Paolo II, da lontano, dalla costa del Pacifico, con una partecipazione alta e intensa, su cui ho continuato a riflettere.

La tua inquietudine metafisica ti ha portato a studiare le diverse religioni, hai mai pensato a un tuo “ritorno” al cattolicesimo?

Ho esplorato, in quella che tu chiami inquietudine metafisica, le religioni sciamaniche (negli anni Settanta leggevo Alce nero parla come un Vangelo della natura) e quelle orientali, per poi arrivare all’Islam. Quei versi di Goethe nel suo Divano occidentale-orientale mi colpirono enormemente: «Se islam vuol dire sottomissione a Dio / noi tutti viviamo e moriamo nell’Islam». La radicalità spoglia del monoteismo islamico, la preghiera collettiva, il misticismo Sufi, il fervore di giovinezza quasi turbolento nelle moschee il venerdì mi attrassero. Studiai l’islam, cercai di capirne l’essenza. Ma non ho mai rinnegato la religione in cui sono nato. Dopo anni in cui mi sembrava di esserne andato molto lontano, ho ripreso a sentirla vicina. Anche se trovo bellissimo l’inizio di ogni Sura: «In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso» le preghiere che recito rimangono il Padre Nostro e l’Eterno riposo: a cui, da poco, dopo la morte di mia madre, si è aggiunta l’Ave Maria, come se insieme al Padre fosse arrivato il momento di rivolgersi anche alla Madre divina da cui tutto ha vita. Al funerale di mia madre, ho ringraziato piangendo il sacerdote per le preghiere davanti al feretro, per l’aspersione rituale dell’acqua benedetta e dell’incenso: niente avrebbe potuto commuovermi e consolarmi di più.

La Perdonanza Celestiniana diventa patrimonio dell’Unesco

“The Celestinian Forgiveness” è stata ufficialmente iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale immateriale.

La candidatura sostenuta dal Comune dell’Aquila, dal Comitato Perdonanza Celestiniana, in collaborazione con i gruppi e le associazioni di praticanti locali, è stata presentata dall’Italia con il coordinamento tecnico-scientifico dell’Ufficio UNESCO del MIBACT.

La celebrazione della Perdonanza Celestiniana costituisce un simbolo di riconciliazione, coesione sociale e integrazione. Riflette l’atto di perdono tra le comunità locali e ne promuove i valori di condivisione, ospitalità e fraternità. Inoltre, rafforza la comunicazione e le relazioni tra le generazioni creando un intenso coinvolgimento emotivo e culturale. Come elemento in grado di coinvolgere una vasta comunità di persone, indipendentemente da genere, età e origine, l’iscrizione della celebrazione del Perdono Celestiniano contribuisce a garantirne e a moltiplicarne la visibilità. Il Cammino del Perdono, il Corteo storico della Bolla e l’attraversamento della Porta Santa della Basilica di Collemaggio, rappresentano tre momenti significativi della Festa della Perdonanza Celestiniana: simboleggiano i valori della solidarietà per tutti coloro che partecipano e trasmettono l’elemento, sono testimonianza dell’importanza del patrimonio culturale immateriale per la società civile, in particolare per le nuove generazioni. Sono esempio di resistenza della comunità, anche di fronte a emergenze naturali, e dell’importanza che esso rappresenta come strumento chiave per la costruzione di società inclusive e per lo sviluppo sostenibile dei territori.

La comunità aquilana, custode dal 1294 di questo rito solenne annuale di riconciliazione, che promuove i valori di condivisione, ospitalità e fraternità, ha attraversato i secoli seguendo una tradizione di pace di generazione in generazione. “Oggi, grazie all’UNESCO – dichiara il sindaco del capoluogo abruzzese, Pierluigi Biondi – lo spirito di riconciliazione e la rinascita tanto attesa dopo la distruzione del 2009, si fondono e sostengono, attraverso la Festa del Perdono, in una rinnovata dimensione di città di pace, aperta e solidale, pronta ad accogliere tutte le comunità che nella conservazione e salvaguardia dei loro patrimoni culturali immateriali vorranno con noi partecipare al bene dell’Umanità”.

Gli aquilani hanno sempre custodito gelosamente la Bolla della Perdono. Gli antichi statuti civici vollero che, proprio perché erano stati i cittadini a proteggere il prezioso documento, fosse l’autorità civile a indire la Festa del Perdono, rispettando, comunque, il dettato di Papa Celestino. La Bolla viene letta dal Sindaco poco prima dell’apertura della Porta Santa della Basilica di Collemaggio, che viene dischiusa per ordine di un Cardinale designato dalla Santa Sede.

L’originale della Bolla è conservata nella sede aquilana della Banca d’Italia e esposta al pubblico nei gironi antecedenti alla Perdonanza Celestiniana.

Industria: Istat, il fatturato è diminuito

A ottobre si stima che il fatturato dell’industria aumenti in termini congiunturali dello 0,6%. Nella media degli ultimi tre mesi l’indice complessivo è invece diminuito dello 0,6% rispetto alla media dei tre mesi precedenti.

Anche gli ordinativi registrano, a ottobre, un incremento congiunturale dello 0,6%, mentre nella media degli ultimi tre mesi evidenziano una flessione dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti.

La crescita congiunturale del fatturato deriva da un leggero aumento sul mercato interno (+0,4%) e uno più sostenuto su quello estero (+0,9%). Per gli ordinativi l’incremento congiunturale riflette una sostanziale stazionarietà delle commesse provenienti dal mercato interno (-0,1%) e una crescita di quelle provenienti dall’estero (+1,7%).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a ottobre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano aumenti congiunturali per i beni strumentali (+1,4%), per i beni di consumo (+1,0%) e per l’energia (+0,3%); i beni intermedi, invece, diminuiscono dello 0,4%.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 23 come a ottobre 2018), il fatturato totale cala, in termini tendenziali, dello 0,2%, con diminuzioni dello 0,1% sul mercato interno e dello 0,3% su quello estero.

Con riferimento al comparto manufatturiero, l’industria farmaceutica registra la crescita tendenziale più rilevante (+8,9%), mentre il settore delle raffinerie petrolifere registra il maggiore calo (-5,7%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce dell’1,5%, con riduzioni su entrambi i mercati (-0,7% quello interno e -2,6% quello estero). Il maggior aumento si registra nell’industria farmaceutica (+12,7%), mentre il calo più marcato si rileva nell’industria chimica (-5,8%).

E.Romagna, quasi 100 mln per riqualificare edilizia scolastica

Quasi 100 milioni di euro per riqualificare le scuole dell’Emilia-Romagna. Il finanziamento (98,9 milioni) è stato concesso alla Regione Emilia-Romagna dalla Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del programma di edilizia scolastica 2018-2020 ed è il frutto del protocollo di intesa con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur – che coordina il piano e monitorerà l’utilizzo dei fondi), il ministero dell’Economia e delle finanze (Mef), la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa (Ceb).

Grazie a questo pacchetto di risorse potranno essere realizzati lavori di ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento sismico, efficientamento energetico su 106 edifici scolasti di proprietà degli enti locali, da Piacenza a Rimini,e in alcuni casi ricostruzione dell’edificio in sostituzione di quello già esistente.In particolare, nelle province si avranno 21 interventi a Bologna; 6 a Forlì-Cesena; 10 a Ferrara; 15 a Modena; 17 a Piacenza; 10 a Parma; 12 a Ravenna, 9 a Reggio Emilia e 6 a Rimini.

L’influenza inizia ad intensificarsi

La circolazione dei virus influenzali inizia ad intensificarsi e si avvicina l’inizio del periodo epidemico.

Nella settimana passata i contagi sono stati 177.000 portando a 887.000 il totale degli allettati da inizio stagione, ovvero molto vicino al milione di casi. A fare il punto è il bollettino Influnet, a cura del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto superiore di sanità(Iss).

Secondo il Sistema di Sorveglianza Integrata dell’Influenza, nella settimana dal 2 all’8 dicembre 2019 l’incidenza totale è stata pari a 2,88 casi per mille assistiti e a esser colpiti sono stati soprattutto i bambini.

Nella fascia di età 0-4 anni, infatti, l’incidenza è pari a 6,64 casi per mille assistiti, il doppio rispetto agli adulti.

In Piemonte, Lombardia, La provincia autonoma di Trento, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo e Sicilia è stata superata la soglia epidemica.