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Dibattito | Bigon e la coscienza (quale?).

La domanda essenziale: se una comunità locale intende farsi carico del vuoto di potere creato da un Parlamento che non risponde dopo cinque anni ad una sentenza che lo sollecita a disciplinare per tutti il fin di vita, senza che si creino disparità tra chi può e chi non può permettersi di andare all’estero, a chi provoca problemi di coscienza?

Dovrebbe provocarli a chi non fa nulla nemmeno quando non sono disponibili le cure palliative a carico del servizio sanitario nazionale e si riempie la bocca di suicidio assistito, decidendo perfino con enfasi di non decidere. E se per sua responsabilità con il voto contrario ignora che in quel momento un’anima immortale vive drammaticamente la realtà accertata dalla scienza (e sennò da chi?) di un corpo destinato a morire, straziando fino alla disperazione estrema la sua anima immortale infusa al momento della nascita!

È noto ciò che il beato J.H. Newman scrisse nella sua Lettera al Duca di Norfolk: “La coscienza è il messaggero di colui che, sia nel mondo della natura che in quello della grazia, attraverso un velo ci parla, ci istruisce e ci governa. La coscienza è il primo dei vicari di Cristo!”. Non sorge il dubbio, allora,  che essa appartenga all’anima immortale e che si ricongiungerà con il corpo quando verrà il Risorto?

C’è un problema di coscienza per chi non ha rispetto per un anima immortale sacrificata allo strazio di un corpo destinato a spegnersi! In conclusione, la Bigon ci tiene a far sapere d’essere un esperta nella difesa della vita e come tale sa che un esame approfondito e una decisione può venire solo dal Parlamento; e che nel frattempo la sentenza, prima d’essere una misura giuridica è una misura urgente e temporanea, è un gesto di carità giuridica, una sorta di samaritano in soccorso di chi soffre.

E la Bigon che fa? Alla sua Regione che agisce nello spirito del samaritano oppone il suo “Vade retro Satana!”. Ecco, avesse proposto una iniziativa unitaria delle Regioni per sollecitare il Parlamento! E la gente, la più povera, ne paga il prezzo! L’angoscia è che possa essere prevalsa, come in tutti quelli che si sono opposti, un miserabile calcolo politico: quello di rischiare la perdita di consensi!

Treccani | Paparazzo, una parola italiana che non conosce confini.

Il web dà conto della diffusione del termine. Paparazzo sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome. Di seguito uno stralcio del testo proposto dalla Treccani.
Il web dà conto della diffusione del termine. Paparazzo sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome. Di seguito uno stralcio del testo proposto dalla Treccani.

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Un ulteriore passaggio semantico ha caratterizzato la parola: da fotoreporter a simbolo di mondanità in generale – nomi di ristoranti, alberghi, sale vip, ecc. – e di italianità in particolare. La voce paparazzo ha dunque compiuto un percorso originale, diventando uno dei simboli dello spettacolo italiano e dell’Italia tutta, un nome che, grazie alla sua allusività e capacità evocativa, ha assunto un valore identificativo dell’italianità, specie nel commercio e in particolare nella ristorazione.

La Rete è piena di voci con base paparazz-, tra i quali possono citarsi i sostantivi: paparazzismo, paparazzume, paparazzaggine, paparazzata, paparazzeria, paparazzità, paparazzitudine, paparazzofobia, superpaparazzo, protopaparazzo, il femminile paparazza, paparazzetto, paparazzaccio; le voci verbali: paparazzava, paparazzerei, paparazzeggio, paparazzando, paparazziamo; e poi gli aggettivi e i participi: paparazzabile, paparazzevole, paparazzato e ultrapaparazzato… Se poi desideriamo ampliare la lista, spulciando nelle lingue straniere, iperpaparazzi e paparazzino sono documentati solo in inglese, paparazzista in finlandese, postpaparazzismo in spagnolo, paparazzese in portoghese brasiliano, paparazzita in varie lingue tutte diverse da quella italiana.

Si veda anche il titolo di un articolo che è quasi uno scioglilingua: Paparazzo paparazzato mentre paparazzava. Non è una novità. Certo è che Paparazzo ha superato per popolarità e diffusione, in Italia e ancor più all’estero, tutti gli altri nomi comuni e aggettivi derivanti da protagonisti di film.

 

Ma Paparazzo è un cognome o un soprannome?

 

All’origine, dunque, certo un cognome: ma in bocca a Fellini e a Mastroianni non sarà diventato forse un soprannome? Che cosa ce lo fa pensare? Vari particolari. Primo, nel film del 1960 i personaggi con cognome si contano sulle dita di una mano: il protagonista Marcello (Rubini nel film, peraltro appena citato), gli appartenenti alla famiglia Steiner e una figura trascurabile come Totò Scalise. Adriano Celentano è indicato come “il cantante”, Enzo Cerusico come “il fotografo”, Alfredo Rizzo come “il regista televisivo”, Umberto Orsini come “il giovane”, Jacques Sernas come “il divo” e poi Sylvia (Anita Ekberg), Maddalena (Anouk Aimée), Emma, Fanny, Robert, Nadia, Laura, Irene, Nico, Paola, Riccardo, senza mai un cognome.

Secondo: come detto, già nelle riprese Fellini si rivolgeva al gruppo dei fotografi appellandoli “paparazzi”. Il che, oltre ad aver accelerato il processo deonimico, sembra un’operazione onomastica più verosimile e condivisibile se si parte da un soprannome per sua stessa natura è attribuile a chiunque, che non da un nome di famiglia. Terzo: il significato di Paparazzo (discusso anche tra i linguisti) è stato spiegato in vari modi dai protagonisti, come se ci si divertisse a rispondere in modo sempre diverso alle domande di giornalisti e di curiosi, dando fondo alla propria fantasia etimologica. Anche questo aspetto sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome.

Ma accontentiamoci della vulgata. Altrimenti dovrebbe cambiare anche il titolo di questo articolo.

 

Per saperne di più

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/cognomi_paparazzo.html

L’intervista di Zuppi alla Civiltà Cattolica interpella i cattolici in politica.

L’ampia intervista del presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, sul nuovo numero (4167) della Civiltà Cattolica affronta le principali questioni di attualità da una prospettiva di Chiesa dialogante e accogliente, che preferisce costruire canali di comunicazione con tutti piuttosto che tracciare rigidi confini identitari nella consapevolezza che la Chiesa “è più di quel che sembra”.

Una prospettiva che abbraccia anche l’ambito della politica, segnatamente quella italiana. Infatti, nell’intervista concessa al direttore della rivista dei Gesuiti, padre Nuno da Silva Goncalves, e a Simone Sereni, il presidente dei vescovi italiani afferma che “da una parte i cattolici sono assenti, ma dall’altra sono presenti e in tante compagini. Nelle forze politiche sono presenti quasi dappertutto, o comunque c’è sempre una parte in dialogo con la Chiesa”.

Una prospettiva, quella delineata dal card. Zuppi che credo possa servire da stimolo alla riflessione anche per quanti, nel quadro consolidato del pluralismo politico dei cattolici, coltivano legittimamente propositi di presenza organizzata in politica all’insegna di una tradizione e di una cultura politica come quella cattolico-democratica, cattolico-sociale e popolare, che tanto ha inciso nella storia del Paese.

Penso che l’approccio al tema cattolici e politica, del presidente della Cei possa aiutarci nel definire meglio anche le caratteristiche di una iniziativa politica nel presente, dichiaratamente ispirata al popolarismo. Vi si può trarre un invito a esser più sturziani, a qualificarsi più e principalmente per il programma e per la visione delle questioni della nostra epoca, che per un richiamo nostalgico ai tempi che furono, non di rado funzionale a obiettivi contingenti non propriamente dello stesso tenore di quel glorioso passato.

Perché in un cambio di epoca come quello che stiamo attraversando il vero nodo, come ci ricorda l’arcivescovo di Bologna, “è intendersi su cosa significhi fare politica e fare delle politiche ispirate alla Dottrina sociale della Chiesa”.

Sull’esigenza di un modo di fare politica ispirato all’insegnamento sociale della Chiesa, se prendiamo ad esempio, due fra i nodi cruciali del presente, la transizione geopolitica e la transizione ecologica, scopriamo che molta strada c’è ancora da fare per i cattolici in qualunque parte politica stiano. I nodi irrisolti relativi a un nuovo modello di governance globale, più giusto e inclusivo anche degli Stati di più recente industrializzazione e di quelli in via di sviluppo, hanno generato quella che Papa Francesco ha definito la guerra mondiale “a pezzi”. Senza un reale dibattito si sta scivolando in un clima di riconversione bellica dell’industria, di accettazione del ricorso alla guerra in Europa come se fosse senza alternative. Su un tema come questo i cattolici in politica hanno davanti un margine di iniziativa molto ampio, senza semplificazioni populiste e nel rispetto degli impegni assunti dal nostro Paese a livello internazionale. Ma né l’Unione Europea né l’Onu (e neanche la Nato, a ben vedere) sono una caserma. Sono organismi democratici che riflettono le posizioni degli stati membri. E se le opinioni pubbliche nazionali non sono in letargo, si possono costruire dei percorsi diplomatici alternativi al clima di guerra che è sceso sulla nostra parte di mondo. Ciò è vero specie in un anno elettorale per molti Paesi come il 2024. Ma bisogna trovare il coraggio di incarnare l’ispirazione che a parole si dice di voler seguire.

Anche nel caso della transizione ecologica si ha spesso l’impressione che i principi che la Chiesa indica siano poi privi di adeguate mediazioni storiche da parte dei cattolici impegnati in politica. L’ “ecologia integrale” di cui parla la Laudato Si’ richiede un grande impegno per la ricerca di un equilibrio fra gli aspetti sociali e quelli ambientali, in mancanza del quale si innescano situazioni come ad esempio quelle della protesta degli agricoltori europei, che poi rischiano di venire cavalcate da varie forme di estremismi.

Ecco allora che la visione del card.Zuppi di una Chiesa che è consapevole di esser più di quello che appare, si può trasmettere proficuamente anche all’impegno politico dei cattolici. Ognuno porta avanti i propri progetti, in modo organizzato o meno, ma con la consapevolezza di fare parte di un onda, che si estende oltre gli strumenti organizzativi in cui si milita, e che sulle questioni dirimenti sa emergere per incidere nel dibattito politico e nelle scelte.

La Voce del Popolo | Rompere la spirale della faziosità

Sarebbe quasi apprezzabile la denuncia rivolta da Giorgia Meloni verso l’“amichettismo”, quella diffusa attitudine a scegliere i propri cari per gli incarichi pubblici. Dico quasi perché poi questo governo ha fatto del suo meglio per ripetere e perfezionare quelle stesse pratiche di occupazione del potere che costituiscono a quanto pare un destino inesorabile della nostra vita repubblicana.

S’intende che in questa cattiva abitudine Meloni non è certo la prima e probabilmente non sarà l’ultima. La sinistra che ora l’accusa ha fatto quel che poteva per imitarla anzitempo. E anche noi “democristiani” abbiamo pagato al clientelismo un obolo più che cospicuo. È la natura della politica, si dirà. Che nasconde spesso la sua anima predatoria dietro la cortina fumogena di parole d’ordine più nobili e non del tutto sincere.

Il fatto è che l’unico modo per uscire da questo circolo vizioso consiste nel cercare di rompere la spirale della faziosità. Che invece ci avvolge e ci illude quasi di proteggerci. Una classe dirigente non troppo sicura del fatto suo cerca il più delle volte di puntellarsi premiando i propri “amici” e fustigando i propri avversari. Mentre dovrebbe imparare ad avere abbastanza fiducia in se stessa da governare facendo propri i suggerimenti altrui e coltivando competenze fuori dal proprio orticello.

È la faziosità che ci induce all’errore. Suggerendo di privilegiare sempre i propri cari e finendo così per preferire un mediocre fedele a un talento fuori controllo. Peccato che a furia di preferire i mediocri fedeli si finisca per scoprire che essi si rivelano infine mediocri anche nella fedeltà.

 

Fonte –  La Voce del popolo, 1 febbraio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Centro…solo dopo le Europee?

C’è una regola, persino troppo banale da ricordare, che si può sintetizzare con queste poche parole. Ovvero, una presenza centrista, riformista e plurale in vista delle ormai prossime elezioni europee, può esserci solo nella misura in cui le suddette forze si uniscono nella medesima lista e poi, com’è naturale, in un partito organizzato e democratico, con un progetto politico definito e una prospettiva politica altrettanto chiara e direttamente percepibile dai cittadini/elettori.

Questa era, e resta, la regola aurea che disciplina e nobilita un percorso politico chiaro e trasparente. Dopodichè, tutti sappiamo in quale contesto politico si inserisce il capitolo della ricostruzione del Centro e di una ‘politica di centro’ nel nostro paese. Ma, anche su questo versante, non si può prescindere da un elemento che diventa quasi discriminante in vista degli equilibri politici che scaturiranno dal voto europeo. E cioè, non sarebbe corretto, nonchè credibile, un percorso politico che prescinde radicalmente dalla consultazione europea. E questo per la semplice motivazione che non ci si può dividere in più liste alla vigilia del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo e poi, allegramente, convergere tutti – semprechè si superi il fatidico quorum del 4% – nel medesimo gruppo europeo. Per carità, la politica contemporanea, e da tempo, convive purtroppo con gli accorgimenti, le furbizie e vari opportunismi.

Ma c’è un aspetto, che non è un dettaglio irrilevante, con cui si deve fare necessariamente i conti. Ovvero, il giudizio concreto degli elettori. E, su questo versante, forse è bene essere chiari, e per l’ennesima volta, sin dall’inizio. Il Centro, e una credibile e conseguente ‘politica di centro’, non possono ridursi ad un banale cartello elettorale o, peggio ancora, ad una sommatoria grigia ed indistinta di sigle, movimenti, partiti e gruppi vari.

Si tratta, al contrario, di un progetto politico che si rende sempre più necessario ed indispensabile dopo il ritorno, piaccia o non piaccia è così, di un centro destra di governo, di una destra sovranista e conservatrice, di una sinistra radicale e massimalista e di un populismo anti politico, demagogico e qualunquista. E il ritorno di un progetto centrista, riformista, democratico e di governo non può essere sacrificato sull’altare delle vendette trasversali, delle pregiudiziali ad personam, dei veti sui singoli e della rivendicazione del proprio egocentrismo. E questo perchè un progetto politico centrista non può che essere realmente democratico e, soprattutto, inclusivo. Aperto, cioè, a tutte quelle culture politiche che respingono alla radice la deriva di un bipolarismo sempre più selvaggio e sempre più inadeguato per il rinnovamento e il buon funzionamento del sistema politico italiano. Perchè la logica degli “opposti estremismi” non può diventare la regola aurea della politica italiana ma, semmai, una parentesi da cui occorre liberarsi al più presto.

Per queste motivazioni, semplici ma oggettive, il percorso costituente per una nuova prospettiva di Centro deve partire da subito e non solo dopo il voto europeo.

Certo, il responso delle urne sarà, al riguardo, fondamentale. Ma per evitare che il dopo si riduca, e per l’ennesima volta, ad un grigio assemblaggio degli sconfitti e di chi non ha registrato un discreto successo elettorale,

occorre attrezzarsi prima del voto. Ecco perchè è giunto il momento per assumere una iniziativa politica, certamente coraggiosa, che sappia riaffermare con forza le ragioni della politica, della progettualità politica e dell’interesse generale. Al di là e al di fuori di qualsiasi personalismo, di qualunque pregiudizio e della strategia dei veti. Che, detto fra di noi, appartengono alla fase adolescenziale della politica.

L’Italia più bella, a Montecatini Anci Giovani.

Questa XIII Assemblea ha un titolo evocativo: “L’Italia più bella”. Alla due giorni, che sarà aperta dalla relazione di Luca Baroncini, sindaco di Montecatini Terme e coordinatore nazionale Anci Giovani, parteciperanno il presidente dell`Anci nazionale e sindaco di Bari Antonio Decaro e il vicepresidente vicario e sindaco di Valdengo Roberto Pella. Con loro, tra gli altri, i sindaci Matteo Biffoni (Prato), presidente di Anci Toscana, Dario Nardella (Firenze), Luca Vecchi (Reggio Emilia), delegato Anci Welfare e politiche sociali, Alessandro Tomasi (Pistoia), Matteo Lepore (Bologna), Alessandro Canelli (Novara), delegato Anci Finanza locale, Mario Conte (Treviso) e Maria Aida Episcopo (Foggia).

Di rilievo la presenza del governo, con i ministri Andrea Abodi (Sport e Giovani), Alessandra Locatelli (Disabilità), Daniela Santanchè (Turismo), Antonio Tajani (Esteri) e Paolo Zangrillo (Pubblica amministrazione) e con il sottosegretario all`Agricoltura Patrizio Giacomo La Pietra.

Per il presidente dell`Anci Antonio Decaro “l`assemblea di Anci Giovani è un grande momento di speranza e fiducia, in cui centinaia di giovani amministratrici e amministratori mettono in circolo le loro energie e le loro passioni che ogni giorno fanno grandi le comunità che amministrano”.

“Come sindaco di Montecatini Terme – dichiara il coordinatore nazionale di Anci Giovani Luca Baroncini – sono felice che un evento importante come l`Assemblea di Anci Giovani si svolga nella mia città, che amo e ho l`onore di rappresentare. Come coordinatore nazionale di Anci Giovani sono soddisfatto per essere riuscito ad organizzare un evento così importante, frutto di un anno di impegno del Coordinamento nazionale, che ringrazio”.

La sessione di apertura sarà focalizzata su “Sport come infrastruttura sociale”, a seguire quattro tavoli tematici divisi nelle due giornate di lavori. Il giorno 8 febbraio: “Infrastrutture e servizi tra Pnrr e Fondi Europei: ruolo e opportunità per i Comuni italiani” e “Agricoltura: filiera agroalimentare, servizi ecosistemici e salute pubblica”. Il giorno 9 febbraio: “L`Italia più bella: sviluppo locale e vocazioni turistiche del territorio” e “Ambiente e territorio: sviluppo sostenibile tra opportunità e criticità”. Novità della XIII Assemblea annuale di Anci Giovani sarà un panel di confronto con i giovani amministratori dove i protagonisti del dibattito saranno proprio i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali under 36 ospiti a Montecatini Terme.

Premierato? Non va bene nemmeno il sindaco d’Italia.

[…]

Il “premierato” viene reclamizzato come l’occasione per rendere al cittadino l’autorevolezza del suo voto, ma è, invece, vero esattamente il contrario.

La delega quinquennale all’ “uomo solo al comando” rappresenta l’umiliazione dell’elettore, un palese atto di sfiducia nei confronti del popolo italiano, la concessione di una delega che, per quanto venga espressa anche sulla scorta di un programma, costituisce una concessione di credito unilaterale ad un “capo” che, di fatto, assorbe sostanzialmente in sé quella sovranità che la Costituzione assegna al popolo e, dunque, appartiene a ciascun cittadino e va esercitata entro un sistema bilanciato di pesi e contrappesi, secondo una logica di separazione dei poteri incardinata sulla centralità del Parlamento e sul ruolo di arbitro e garante del Presidente della Repubblica.

Ovviamente la nostra opposizione alla riforma costituzionale proposta dal governo Meloni è riferita al merito sistemico ed istituzionale della questione e, cioè, vale di per sé, a prescindere dall’appartenenza politica di chi avanza la proposta o di chi, eventualmente, ne incarni il ruolo, fosse oggi la destra o domani la sinistra. Va, peraltro, osservato come sia del tutto illusoria la pretesa di governare contesti sociali fortemente integrati attraverso processi di centralizzazione del potere.

In altri termini, il premierato, come il cosiddetto “Sindaco d’ Italia” sono oggi soluzioni disfunzionali che pagano dazio ad una sostanziale incultura politica. Ma su questo si renderà necessario tornare.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/la-madre-di-tutte-le-battaglie-di-domenico-galbiati/

Una nuova Camaldoli per dare risposte agli italiani

Dal surplace all’eliminatoria a squadre, sperando di risultare vincenti. Seguo la metafora del ciclismo su pista, tenuto presente che, alla fase di immobilismo-surplace di qualche tempo fa, ora si è ingrossata la fila dei concorrenti al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Dopo Iniziativa Popolare, Tempi Nuovi, Insieme, Piattaforma 2024, si è aggiunta la squadra di Base Popolare, mentre dall’area liberal-repubblicana, Carlo Calenda, che al tempo delle ultime elezioni per il consiglio comunale di Roma, aveva respinto l’offerta per una lista con i Dc romani, ora intende offrire una casa ai Popolari “per continuare a esistere insieme”. In questa ottica si spiega l’ingresso in Azione, a vele spiegate, di Ettore Rosato ed Elena Bonetti.

Da parte mia ripeterò che è bene tutto ciò che va nella direzione della nostra ricomposizione politica, ma, a questo punto, è indispensabile trovare un ubi consistam non solo per il nostro stare insieme, ma, soprattutto per offrire all’Italia delle risposte politiche adeguate alle attese della nostra gente.

Lo fecero i nostri padri con le “Idee ricostruttive” della Dc di Demofilo (De Gasperi), proprio nello stesso mese di Luglio del 1943 in cui si svolse l’incontro nel quale si profilò il Codice di Camaldoli, che poi la Dc assunse a base della sua iniziativa.

Dopo il surplace non serve più la gara affannosa tra chi è ancora scettico sul fare una lista unitaria alle elezioni europee e chi, invece, spinge per questo obiettivo; o, peggio, il ruolo di qualche improvvido amico alla ricerca della sola affermazione personale.

Intellettuali di fede cattolica a Camaldoli discussero di  tutti i temi della vita sociale: dalla famiglia al lavoro, dall’attività economica al rapporto cittadino-stato. Lo scopo fu quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidasse l’azione nell’Italia liberata. Il Codice funse da ispirazione e linea guida per l’azione della Democrazia Cristiana e, come ha ben scritto Bruno Di Giacomo Russo, “Il Codice di Camaldoli, intrinseco di valori e principi, corrisponde al diretto precedente culturale della Costituzione italiana”.

Ciò costituisce il motivo per cui ancora oggi, nella nostra azione politica, intendiamo continuare a ispirarci ai principi fondamentali della Carta costituzionale che, insieme a quelli della dottrina sociale cristiana, calata nel tempo della globalizzazione, sono stati indicati dai Papi San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco.

Con queste due stelle polari, dottrina sociale cristiana e Costituzione repubblicana, ci si dovrà incontrare nella Camaldoli 2024 con gli esponenti più importanti della cultura e delle realtà sociali e politiche cattoliche, per discutere delle attese degli italiani nella realtà odierna e con ciò che ci attende a medio e lungo termine.

Alla gara inopportuna e inefficace dell’eliminatoria a squadre deve, dunque, subentrare il confronto e il dialogo con le diverse realtà di mondo cattolico per definire il programma che i Dc e Popolari intendono offrire al Paese. Un programma che dovrà essere coerente con i nostri valori e in relazioni agli interessi dei ceti medi e delle classi popolari, cui intendiamo dar voce a livello politico e istituzionale. Ridare voce a quella maggioranza di elettrici e di elettori che da molto, troppo tempo, sono renitenti al voto, indifferenti all’offerta politica di un bipartitismo forzato e da una legge elettorale iniqua e schizoide che permette il governo del Paese a una finta maggioranza, non espressione della realtà sociale e culturale reale dell’Italia.

Quali sono le attese degli italiani oggi? Secondo lo studio realizzato da Brunswick e Hokuto, presentato al Convegno “L’economia che fa il bene: cosa significa per gli italiani?” di Avvenire (Milano, 15 Novembre 2023) lo sviluppo, il clima e l’integrazione sono i temi risultanti prioritari. Al primo posto, dunque, lo sviluppo economico e l’occupazione lavorativa, seguiti dalla gestione dell’immigrazione. Segue la questione ambientale, poi la tutela del territorio e la lotta all’inquinamento, il cambiamento climatico e la transizione energetica insieme al tema delle fonti e del costo dell’energie. Solo in coda ai risultati del campione si collocano i temi dell’opportunità dei giovani e della parità di genere. La risposta più importante per affrontare e dare soluzione a questi temi è stata individuata nell’economia civile, intesa come nuova forma di economia che mira al benessere comune; un’economia come quella che i proff. Bruni e Zamagni da molto tempo propongono, alternativa a quella dominante nell’età della finanza globalista, nella quale trionfa il principio del NOMA (Non Overlapping Magisteria) posto alla base dell’economia politica –  mentre, per l’economia civile, l’economia non può essere staccata dai principi dell’etica e della politica.

Se oltre a questi temi discuteremo di quello drammatico dei rischi della terza guerra mondiale, oggi vissuta “a pezzi”, come l’ha egregiamente connotata Papa Francesco, e  pertanto dell’esigenza di avviare progetti di pace che tengano conto della nuova realtà multipolare della geopolitica, ritengo che ancora una volta i cattolici italiani, dalla Camaldoli 2024, potranno offrire risposte coerenti alle “attese della povera gente” e a quel ceto medio i cui interessi e valori devono essere rappresentati in asse ed equilibrio con quelli delle classi popolari. Questo è il compito che, a mio parere, spetta a tutti noi eredi della cultura politica del popolarismo sturziano e della Democrazia cristiana, il partito che ha rappresentato per quasi cinquant’anni la maggioranza degli italiani.

Salute, la presa della pastiglia.

Recentemente ospite di TgCom24, il noto farmacologo, fondatore e già Direttore dell’Istituto Mario Negri, prof. Silvio Garattini ha fatto il punto sul settore sanitario e medicale, evidenziando la necessità di una vera e propria “rivoluzione culturale” nelle abitudini degli italiani, troppo spesso inclini ad applicare il nesso malattia-farmaco negli stili di vita più radicati e diffusi. Poche persone in Italia possono vantare un know how di così lunga esperienza e di competenza come il prof. Garattini. Per altro, il suo osservatorio è decisamente supportato da dati e analisi tecniche sempre aggiornate e approfondite che rendono conto in modo oggettivo e documentato dei comportamenti sociali prevalenti. “La medicina ha fatto grandi progressi ma è anche diventata un grande mercato. Molte malattie sono assolutamente evitabili, ci sono 3 milioni e 700 mila diabetici adulti e questa è una malattia evitabile, così come il 40% dei tumori lo è”, ha affermato Garattini, mettendo il dito sulla piaga della carenza di prevenzione mediante accertamenti strumentali ed evidenziando – di converso – come l’abuso farmacologico in itinere o a posteriori rispetto al corso di una malattia non sempre costituisce la soluzione più efficace in quanto c’è uno scostamento tra loro implementazione ed esiti risolutivi. La prevenzione è l’approccio più sensato ed efficace ed esso ingloba la scelta di stili di vita sani, centrati ad esempio sull’alimentazione e l’attività fisica.

Normalmente il paziente tende ad aumentare il consumo dei farmaci, immaginando un nesso quantità-soluzione: non sempre – o quasi mai – è così. “Ogni anno muoiono 180mila persone in Italia. C’è bisogno di una grande rivoluzione culturale che metta al centro la prevenzione e che richiede una volontà anche di tipo politico, in questo modo il servizio sanitario nazionale non spenderebbe più 3 miliardi e mezzo di farmaci all’anno, ma molti di meno che potrebbero servire a migliorare altre cose molto urgenti come le lunghe attese per le prestazioni e i servizi”.

Esiste anche, secondo il farmacologo-oncologo, un eccesso di prescrizioni di farmaci: “Molti anziani usano anche 15 farmaci contemporaneamente ma nessuno ha mai stabilito se 15 siano davvero meglio di 10. Quello che sappiamo è che ci sono molte interazioni tra i farmaci e alla fine possono esserci tanti effetti collaterali. Ancora più grave è la condizione delle donne che sono ‘condannate’ a usare farmaci che vengono testati su maschi adulti. I primi studi clinici vengono svolti solo sugli uomini nelle prime due fasi. Solo nella terza vengono inserite le donne ma non è sufficiente a stabilire se un farmaco sia più attivo su un uomo o una donna. Dovrebbero esserci due distinti protocolli perché sia i sintomi sia la frequenza che gli esiti della stessa malattia sono diversi tra uomo e donna ma questo ha costi maggiori. Condanniamo metà del mondo a non avere i farmaci adeguati e le donne, come sappiamo, sono più soggette a effetti collaterali”. Sono affermazioni impegnative che dovrebbero far riflettere i medici prescrittori dei farmaci e i loro pazienti, voraci consumatori di medicine all’insorgere di un primo sintomo. L’eccessiva medicalizzazione può determinare risultati opposti alle aspettative. Sono convinto che se l’Istat sul piano demografico, il Censis su quello delle derive sociali e l’Agenzia italiana del farmaco o lo stesso Istituto Superiore di Sanità, su quello strettamente medicale, avviassero una indagine che prevedesse il costante monitoraggio sull’uso e sull’abuso dei farmaci, avremmo risultati sorprendenti ma non positivi.

In tasca, nella ventiquattrore, in borsetta, nello zaino, in cartella quasi ognuno di noi porta con sé una quantità variabile e tendenzialmente implementabile di medicine, da quelle ad “effetto placebo”, ai generici farmaci antidolorifici, a pastiglie, gocce, pasticche ecc. come una sorta di scudo utile e rassicurante all’insorgere di un malessere. Altri non escono di casa se non hanno deglutito una manciata di pillole. Ci sono poi le vere e proprie degenerazioni: si pensi alla diffusione massiva e all’incremento verticale dell’uso degli psicofarmaci: ansiolitici, calmanti, antidepressivi, integratori che si ingurgitano a casa, per strada, al lavoro contando su un effetto sintomatico e stabilizzatore dell’umore e di controllo delle emozioni.

Purtroppo la frontiera più nefasta e dannosa, che sta diventando una deriva inarrestabile specie tra i giovani, è l’uso di pasticche ad effetto allucinogeno, con varianti sul tema: come sostitutivi delle droghe tradizionali, come micce che accendono lo sballo fino alle date rape drugs, chimica al 100%, la cosiddetta “droga dello stupro”, veri inibitori della volontà. Inghiottire una di queste sostanze dagli effetti incontrollabili e distruttivi della mente e delle facoltà del controllo di sé è questione di un attimo e purtroppo il mercimonio che se ne fa con prezzi concorrenziali lo rende accessibile anche ai giovani in tenera età. Ma qui il discorso si fa più ampio ed ingloba i comportamenti malavitosi e delinquenziali come fenomeni prodromici o collaterali alla diffusione e al commercio delle droghe e alle devianze vere e proprie.

Soffermandoci a considerare il consumo esponenzialmente crescente dei farmaci possiamo attribuirne le cause ai mutati ritmi sempre più intensi e stressanti della vita quotidiana: il nesso causa-effetto-cura che ne deriva non dovrebbe esser lasciato alla discrezionalità del consumatore ma essere sempre guidato ed autorizzato (anche in tema di posologia) dal servizio sanitario, in particolare dal medico di base con cui abbiamo un contatto più frequente di quello ospedaliero o specialistico. Insomma questa deriva del “tanto più, tanto meglio” che applichiamo alla cura di noi stessi produce danni e non sempre cura il male. Il consumo di psicofarmaci aumenta dal 2017 ad oggi con un trend superiore al 2% annuo. Secondo il Rapporto Osmed di Aifa il consumo si assesta sul 44.6% di dosi giornaliere ogni mille abitanti rispetto al 39% del 2014. Né ci può consolare che questo incremento interessi quasi tutta Europa: in 18 Paesi si è passati dalle 30,5 dosi giornaliere/1000 del 2000 alle 75,3/1000 del 2020. Il fenomeno è globale, direi pervasivo nei Paesi ad alto tasso di industrializzazione, che esprimono tutti i mali della globalizzazione, le caratteristiche della società dei consumi (annesse le loro crisi economico finanziarie), e tutto il coté negativo delle frizioni legate alla sostenibilità ambientale e climatica, ai ritmi di vita logoranti e iperconnessi.

Insomma, viviamo una stagione in cui siamo vincolati al consumo esponenziale di medicamenti chimici che assimiliamo per autoregolamentarci e nello stesso tempo siamo sovraesposti ai condizionamenti e agli algoritmi della tecnologica che esprime un’azione spesso logorante e costrittiva nella massiva digitalizzazione che sta radicalmente cambiando il nostro modo di vivere.

Credo che i due fenomeni – uno interno e l’altro esterno – vadano studiati insieme per affrontare cambiamenti che spesso non siamo in grado di governare da soli.

Per semplificare e concludere, il cervello all’ammasso lo possiamo portare con le droghe sintetiche o imbottendoci di mix micidiali di pastiglie oppure con l’affidamento totale alle dinamiche mostruose e devastanti dei social che portano all’imbarbarimento collettivo: in mezzo ci sta l’uomo e non dobbiamo permettere che rimanga stritolato in questa delirante alienazione della propria identità.

Wu Yishun diventa a Minbei il terzo vescovo della Cina

Foto di GuangWu YANG da Pixabay
Foto di GuangWu YANG da Pixabay

Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) a Nanping nella chiesa dedicata alla Natività di Maria nel distretto di Jianyang, nella provincia del Fujian, si è svolta la terza delle tre ordinazioni episcopali ai sensi dell’Accordo tra la Santa Sede e Pechino per la nomina dei vescovi, che erano state annunciate per questi giorni. P. Pietro Wu Yishun, sacerdote di 59 anni, è stato ordinato vescovo della prefettura apostolica di Shaowu (Minbei), dove quello tra parentesi è il nome che nella geografia di Pechino sta a indicare la zona settentrionale del Fujian.

Questa terza cerimonia segue quelle tenutosi a Zhengzhou nell’Henan il 25 gennaio e a Weifang nello Shandong il 29 gennaio, dopo i più di due anni di blocco nel periodo a cavallo del secondo rinnovo dell’Accordo. La nuova ordinazione è particolarmente rilevante anche per la provincia interessata, quella del Fujian, che è una di quelle dove storicamente in Cina si concentra in maniera più significativa la presenza delle comunità cattoliche.

A presiedere l’ordinazione episcopale di oggi (ieri per chi legge, ndr) è stato il vescovo di Pechino mons. Giuseppe Li Shan, insieme agli altri vescovi del Fujian mons. Vincenzo Zhan Silu, vescovo di Mindong e mons. Giuseppe Cai Bingrui, vescovo di Xiamen e a mons. Francesco Saverio Jin Yangke, vescovo di Ningbo nella provincia di Zhejiang. A differenza di quanto accaduto qualche giorno con l’erezione della diocesi della nuova diocesi di Waifeng, nel comunicato in cui la Santa Sede ha dato notizia dell’ordinazione si dice che mons. Wu Yishun diventa vescovo di quella che resta una prefettura apostolica, associando solo la nuova denominazione di Minbei – data dalle autorità cinesi a questa Chiesa locale – a quello di Shaowu con cui fu istituita nel 1938 e affidata ai missionari Salvatoriani.

Va segnalato che questa circoscrizione ecclesiastica non aveva più avuto un vescovo da quando negli anni Cinquanta l’allora prefetto mons. Maximilian König fu costretto a lasciare la Cina come tutti gli altri missionari (sarebbe poi morto in esilio nel 1964). E p. Wu Yishun, originario della diocesi di Xiamen, è il sacerdote a cui già dal 1999 gli organismi ecclesiali “ufficiali” controllati dal Partito avevano affidato la responsabilità di quella che per loro è la “diocesi di Minbei”. Secondo quanto riferisce il sito chinacathiolic.cn l’elezione a vescovo sarebbe avvenuta il 18 gennaio 2022. La Santa Sede data invece l’approvazione della nomina da parte di papa Francesco al 16 dicembre 2023.

Vertice Italia-Africa, prove di nuovo multilateralismo.

Probabilmente il modo in cui il recente vertice Italia – Africa, svoltosi nell’aula del Senato, è stato trattato nel dibattito politico interno, non aiuta a valutare il senso e gli scopi di una iniziativa politica internazionale, dietro la quale vi sono invece anni di concorde lavoro (iniziato prima del governo Meloni) delle istituzioni in uno sforzo diplomatico che proietta l’Italia in prima linea nella ricerca di quel nuovo equilibrio globale la cui necessità è dimostrata anche dalla perdurante mancanza di soluzione dei conflitti in corso. Un percorso che va al di là dei pur pressanti problemi contingenti, come il governo dei flussi migratori, o la gestione dell’instabilità seguita al collasso della statualità della Libia, e alle cosiddette “primavere arabe”, sulla sponda Sud del Mediterraneo. E che intende fare da apripista, innanzitutto per l’Unione Europea, a un nuovo modello di relazioni internazionali per il quale al nostro Paese viene riconosciuta in genere dagli interlocutori africani una credibilità che altri stati non hanno. E questo grazie anche alla traccia indelebile lasciata dall’Italia di Enrico Mattei.

Le effettive risorse messe in campo per le relazioni italo-africane sono certo un aspetto rilevante, e per ora critico, che rivela anche la necessità di un impegno più ampio dell’Unione Europea. Ma la cooperazione si nutre innanzitutto di un metodo, che è quello del Piano Mattei, proposto dal governo italiano, su basi di equità e di paritarietà attorno a cinque direttrici costituite da istruzione, salute, agricoltura, acqua e energia, con accordi che coinvolgono gli apparati amministrativi, le aziende, le istituzioni del sapere. La logica è quella del reciproco vantaggio e della concretezza che si traduce nel fare ciò di cui c’è effettivamente bisogno nelle assai diverse situazioni di stabilità e di sviluppo che convivono nella vastità del continente africano, riconoscendo a ogni contesto la facoltà di trovare una propria via, unica, nel perseguimento di traguardi condivisi che incarnano valori universalmente riconosciuti, dei quali nessuno può vantare la primogenitura, e senza voler calare ricette precostituite in modo univoco. Un modo di procedere che assomiglia molto al modo in cui sta crescendo la cooperazione tra i Paesi al di fuori dell’Occidente, e nel quale l’Italia si inserisce con le capacità di cui dispone.

Ma il valore forse maggiore di questa iniziativa diplomatica di cui il vertice italo-africano è insieme il coronamento e il punto di partenza, consiste probabilmente nella presa di coscienza che le relazioni amichevoli e reciprocamente proficue italo-euro – africane risultano possibili solo accettando, anziché subendolo, lo schema del multi-allineamento adottato da molti Paesi in Africa come nel resto del Sud Globale. Ciò che a questi Paesi interessa, è raggiungere gli obiettivi di sviluppo che si sono dati, collaborando senza pregiudizi con chiunque sia ritenuto un partner utile allo scopo. Un caso emblematico è quello dell’Egitto, Paese partner della Nato e nel contempo divenuto membro del Coordinamento BRICS. Anche il coinvolgimento di altri due Paesi BRICS, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, come Paesi donatori nel supporto finanziario agli obiettivi del Piano Mattei, sembra andare in questa direzione.

I suddetti cinque punti del Piano Mattei risulteranno realizzabili solo se, come già si sta facendo in campo energetico, si contempla la possibilità anche di lavorare a contatto con uno o più fra gli altri soggetti che sono in diversi campi partner dei Paesi africani, come la Cina, la Russia, l’India, la Turchia, il Brasile, insieme naturalmente agli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’impegno per un salto di qualità nelle relazioni con l’Africa può rivelarsi assai prezioso intanto per cambiare la narrativa su questo continente, come ha affermato il presidente del Kenya, William Ruto, al vertice romano: “la narrativa sull’Africa era quella del conflitto, della malattia, della guerra. Ora sta cambiando. È opportunità, investimento, mercato e soluzioni”.

E poi anche per fare di questo nuovo modello di cooperazione con l’Africa un banco di prova per un nuovo sistema di relazioni internazionali improntate a un multilateralismo condiviso, basato sui valori e sui principi della Carta delle Nazioni Unite, unica via praticabile per fermare l’estensione dei conflitti e trovare soluzione a quelli in corso.

Conservatorismo e progressismo, rischio guazzabuglio?

Diceva François-René de Chateaubriand, scrittore e politico francese: «Io non credo nella società europea. Fra cinquant’anni non ci sarà più un solo sovrano legittimo, dalla Russia alla Sicilia, non prevedo che dispotismi militari. E tra cent’anni…può darsi che noi stiamo vivendo non solo nella decrepitezza dell’Europa, ma in quella del mondo». 

L’esperienza del mondo lo aveva reso un disincantato. Commentava spietatamente rispetto ai fatti non così dissimili da oggi: «Nella società democratica, basta che voi sproloquiate sulla libertà, la marcia del genere umano e l’avvenire delle cose, aggiungendo ai vostri discorsi qualche croce d’onore, e sarete sicuri del vostro posto; nella società aristocratica, giocate al whist, spacciate con aria grave e profonda luoghi comuni e frasi eleganti preparate prima, e la forma del vostro genio è assicurata».

Siamo in vista delle elezioni europee ed incominciano a scaldarsi i muscoli contro le parti politiche avverse. Per l’elettore non sarà così facile orientarsi. 

A prima vista i blocchi ideologici di più immediato riferimento sono i conservatori e i progressisti. Di mezzo e di lato altre formazioni con una varietà di nomi più o meno attrattivi e giustificati.

Eppure a ragionarci un attimo sopra le cose sono appena più complicate. Senza fare un ripasso di storia, il conservatorismo, come è noto, nasce in opposizione alla rivoluzione francese, opponendosi ai progetti utopistici di società perfette, difendendo il diritto di libertà individuale e del mercato, intransigente in tema di ordine sociale e legalità. Infine, come tratto distintivo, aveva a cuore i temi della tradizione, della famiglia e della proprietà privata. Tutto ciò senza però degradare nel reazionarismo che contrastava invece ogni forma di innovazione rispetto allo status quo.

Per la cronaca il fondatore del conservatorismo inglese fu Edmund Burke, che singolarmente era un Whig, cioè un liberale. Burke propugnò un conservatorismo meno integralista di quello di Chateubriand sostenendo, ad esempio, la rivoluzione americana e disconoscendo al contrario quella francese. 

Da quelle primordiali esperienze nacquero, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, una serie di posizioni politiche ricche di distinguo e di commistioni di idee tra il fronte conservatore e quello di matrice democratica.  

Per farla breve, il XIX secolo vide i conservatori riluttanti ai temi sociali ma propensi al libero mercato; ciò in opposizione ai liberali che erano maggiormente progressisti sui temi sociali e protezionisti. Per dire della evoluzione di quella esperienza, durante il XX secolo i conservatori allentarono il loro ostracismo sui temi sociali, orientandosi verso un maggior protezionismo.

Nel tempo contiamo una serie di declinazioni del conservatorismo che lasciano riflettere.

È possibile grossolanamente rammentare i conservatori più aperti ai temi sociali (chiamati “compassionevoli”), quindi il conservatorismo liberale (alla “sinistra” del panorama conservatore) e a seguire il conservatorismo libertario, tipicamente presente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che rivendica posizioni libertarie in economia e generalmente conservatrici sui temi etici.

L’elenco non è finito. Ancora è possibile chiamare all’appello il conservatorismo nazionale, a “destra” del movimento conservatore, ribattezzato negli Stati Uniti come “paleo-conservatorismo”. Vanno citati anche il neo-conservatorismo statunitense, il conservatorismo uninazionale propriamente britannico, il teo-conservatorismo, il conservatorismo verde, il conservatorismo fiscale, culturale, tradizionalista, sociale e chi più ne ha più ne metta.

Quanto al progressismo, trova invece iniziale originaria ispirazione dal positivismo, dall’illuminismo, dall’evoluzionismo e da una lettura razionale della realtà.    Fa scuola la puntuale definizione di Tullio De Mauro: «Un partito progressista sostiene la possibilità del progresso e dell’evoluzione della società, ed è fautore di riforme che facilitino tale processo, in ambito politico-istituzionale, sociale, economico e civile».

“Progressus” significa fare un “passo avanti”, procedendo in modo coerente ai propri ideali. Sta di fatto che la corrente di pensiero progressista a sua volta si è dispersa i numerosi rivoli. Ne sono testimonianza il socialismo liberale, il riformismo, il liberalismo sociale, il socialismo democratico, la “terza via” e avanti fino all’inverosimile.

Nel corso della storia ogni schieramento ha attinto a questo o a quel tema del fronte opposto strizzando l’occhio alle categorie che ne potessero essere coinvolte innanzitutto elettoralmente.

C’è da credere che in vista delle elezioni europee ci sarà un fiorire di “aggettivi” che scorteranno il sostantivo di ogni “partito”, così che ciascuno sia tutto e il contrario di tutto. Al meglio avremo dichiarazioni identitarie del tipo “siamo questo…ma siamo anche quest’altro”, in modo da raccattare il consenso il più possibile alla faccia di ogni eventuale incompatibilità. L’uso acconcio degli aggettivi salverà il matrimonio tra capra e cavoli.

Si sente aria di annunci da vecchie serate di sabato sera in televisione, con lo strillo del presentatore che lanciava enfaticamente la sigla della trasmissione.

Sentiremmo di fare solo una raccomandazione di stile e di sostanza. Si va in Europa per stare. I leaders di partito, che si candidano in più circoscrizioni per “tirare” voti in virtù della loro immagine, lasciando poi il posto ad altri, non sono un bello spettacolo. Tra i tanti “ismi” finali di ogni posizione politica, risparmiateci l’isterismo insano di una competizione elettorale ai danni di una politica già da tempo in pessima salute.

Siate compassionevoli.

La classe dirigente che sul territorio non c’è

Mentre siamo tutti protesi a vedere chi saranno i candidati che i partiti schiereranno alle prossime elezioni per il Parlamento europeo, le elezioni amministrative che si svolgono in piccoli e medi comuni (3.500) mostrano con evidenza come la classe dirigente politica nel paese sia completamente scomparsa. 

La colpa di questo deserto va ricercata in una norma elettorale nata per contrastare il predominio indiscusso dei partiti politici nella scelta dei candidati tra i funzionari interni, amici e conoscenti, e per dare voce a quella base della cittadinanza che per 40 anni era stata esclusa nel governo della propria città. Cosi sono nate le liste civiche composte da cittadini che portarono la loro esperienza professionale nella vita politica delle città. 

A questa scelta fu dato il nome di “partecipazione attiva”, intendendo che il travaso dalla vita professionale alla vita pubblica fosse un arricchimento per quest’ultima pensando, erroneamente, che governare la vita pubblica di una città fosse per analogia lo stesso che governare una azienda. L’errore metodologico è nel ritenere che nella città valgono le stesse regole dell’azienda, ma basta un solo sostantivo per differenziarle di molto: la democrazia. 

Nella vita aziendale non c’è, invece nella vita pubblica la democrazia c’è e si fa sentire molto forte. Tanto forte che nonostante i tentativi di moltissimi volenterosi che si sono prestati alla vita pubblica, poi gli stessi hanno dovuto mestamente constatare che la democrazia è l’essenza stessa della vita pubblica e ad essa soggiacciono molte decisioni. 

Nel frattempo però, il continuo travaso dal privato al pubblico, proprio perché composto dalla spontaneità e volontà dei singoli e non da una formazione guidata sul governo della cosa pubblica, ha determinato il deserto della classe dirigente locale, fatta di molti singoli ma incapace di diventare qualcosa di più definito di un insieme variegato.

La situazione che avremo di fronte nei piccoli-medi comuni sarà quella che si ripete da 10 anni; il candidato sindaco della civica, pronto per un secondo mandato, con una lista sua di conoscenti che lo supportano, provenienti in massima parte dal mondo delle professioni; e un gruppo di liste di partito, al tempo stesso, che lo appoggiano o lo avversano a seconda dell’orientamento politico presunto (che è un controsenso essendo le civiche a-partitiche). 

Nessuna nuova dirigenza all’orizzonte perché le liste civiche, per loro stessa natura, non possono determinare il movimento che può dare origine ad una vera classe dirigente con le competenze e le conoscenze giuste per guidare una città; dall’altro, poi, perché i partiti non ci investono come dovrebbero, preferendo premiare le persone solo in base al numero di voti di cui sono o potrebbero essere portatori. E le città restano, nel bene e nel male, in balia della sorte già conosciuta – la sciagura della ricandidatura dell’uscente – o del nuovo che vuole provare a se stesso di essere capace. Quella classe dirigente a cui affidare il proprio futuro non c’è e non si vede arrivare all’orizzonte.

Giovanni Palladino, il dono della vita di un uomo libero.

Eravamo in qualche modo preparati, ma non eravamo pronti ad accogliere la notizia del congedo terreno di Giovanni Palladino, avvenuto il 20 gennaio scorso, proprio nei giorni commemorativi dell’Appello ai liberi e forti.  Ora che tutto è compiuto, a breve tempo di distanza dal momento conclusivo e definitivo della sua vita fra noi, abbiamo il dovere di dire bene e di dire grazie per la sua esistenza, per la verità e la forza delle sue opere e dei suoi giorni, per la libertà della sua missione sturziana donata a tutti. 

Non è facile usare il tempo della memoria per Giovanni, uomo di pensiero e di azione, di vitalità e di coraggio, di intraprendenza e di speranza: resta vivissima la sua immagine, come per un colloquio ininterrotto, con una presenza spirituale e intellettuale che non viene assolutamente meno. Oggi facciamo presente del passato, e nel ricordare il segretario generale di Servire l’Italia, con tanti ruoli e incarichi prestigiosi rivestiti nella sua lunga esperienza professionale e di impegno culturale, mettiamo al centro proprio la dimensione del cuore richiamata dalla radice latina del “ricordare”. Un cuore entusiasta e generoso, il suo, che non ha mai conosciuto stanchezze o pause, e che ha saputo sempre vincere le inevitabili fatiche e delusioni della quotidianità. 

Nel segno della straordinaria testimonianza di don Luigi Sturzo, Giovanni ha attraversato l’Italia con presenza e altruismo, intessuto relazioni importanti e significative, costruito imprese associative e sguardi di futuro, servito con amore e fedeltà la Chiesa e il Paese. E’stato uomo di sentimenti profondi e di parola scritta sapiente ed elegante, condensata in una vasta serie pubblicazioni e volumi che raccontano fede, cultura e politica in un’ottica unitaria di bene comune, davvero bene di tutti e di ciascuno. 

Era alfiere appassionato della dottrina sociale cristiana: a riguardo, possiamo testimoniare la sua ammirazione per il beato Giuseppe Toniolo anche riferita al suo legame con Sturzo, per la visione di democrazia sociale, sussidiarietà e cooperazione del grande economista cattolico trevigiano, per la terra veneta che ha visitato in più momenti e sinceramente apprezzato per la sua bellezza e laboriosità. Giovanni Palladino è stato tutto questo insieme, uomo di speciale levatura intellettuale e di un moderno dinamismo aperto alle novità e alle sfide del cambiamento. 

Gli diciamo grazie per la sua lezione di vita esemplare, cristiano laico protagonista di questo tempo “magnifico e drammatico” che ha amato la verità e la libertà, e rimarrà come perla preziosa, fecondo chicco di grano che ha già portato, e porterà ancora, molto frutto. Riconoscenti, custodiremo la sua memoria, che non andrà perduta.

 

                                                                                               

 Marco Zabotti, direttore scientifico e vice presidente dell’Istituto diocesano “Beato Toniolo. Le vie dei Santi”,  già consigliere regionale del Veneto. 

Un campione tra Rosso Malpelo e Pel di Carota

Le facce da bravo ragazzo sono quelle che ti fregano. Così è stato con Jannik Sinner, rosso di capelli, che con quella espressione innocente ti entra dentro riscuotendo il plauso non solo in Italia. Del resto, non poteva essere diversamente.

È nato, da predestinato, a San Candido. Difficile che con i natali di quel posto ci sia qualcuno dallo sguardo torvo. 

Nel nostro campione c’è un formidabile misto di competenza ed innocenza, un senso di equilibrio e misura che lo rende vincente non solo per i colpi che assegna ma anche per ciò che dice. 

Non a caso nella immediata dichiarazione, dopo aver vinto il suo primo Slam a Melbourne, ha augurato al mondo di poter avere dei genitori pari a quelli che ha avuto in dono dalla natura. Si può non essere tifosi di un tipo del genere?

Il nome Jannik sembra avere una curiosa origine. Si tratterebbe della variante di lingua danese e tedesca del nome Jan, proveniente da John, a sua volta da Giovanni, che significa “dono del Signore”. 

Effettivamente è un esempio non solo per il nostro Paese, essendo un modello che possiamo esportare con orgoglio senza tema si possa essere contestati. 

Il diavolo, si sa, ci mette sempre lo zampino. Così al nome ricco di spiritualità si accompagna un cognome che in inglese si traduce invece come “Peccatore”. Due singolari facce di una stessa medaglia dove quella che indicherebbe un ragazzo impenitente sembra una farsa rispetto a quello di buone maniere che abbiamo ancor più apprezzato in queste ore.

Certo un pizzico di monelleria non guasta: così ci ha fatto soffrire per i primi due set della decisiva finale contro Medvedev inducendoci allo sconforto, perché il bel finale è solo nelle fiabe e raramente nella realtà. 

Poi, proprio di chi piace fare gli scherzetti, ha pensato bene di fare una esaltante “Remontada”, ingranando una marcia spedita verso la vittoria. Gli sarà così sembrata più avvincente la partita. 

Consapevole che ogni bel gioco dura poco, ha preso a muovere la sua racchetta come fosse la bacchetta di un maestro d’orchestra ed ha portato a termine l’esecuzione della musica, impallinando le speranze del suo avversario.

Rimontare viene da “Monte” da una scalata che s’ha da farsi per arrivare alla vetta, una faticaccia che non risparmia nessun campione. 

Sinner si è mondato dalle sue iniziali incertezze e nel contempo non si è montato la testa. Ha cominciato a macinare i suoi colpi con la gentilezza che gli è propria e la determinazione di chi non può fare sconti al destino che ha tentato per qualche minuto di appannarlo. 

“Pel di carota” è la storia scritta da Jules Renard che dice di un ragazzo che malgrado una serie di difficoltà riesce sempre a spuntarla con il coraggio che richiedono le circostanze. 

“Rosso Malpelo” è un racconto di Verga in cui il protagonista, con una vita non poco travagliata, si addentra, per lavoro, in un cunicolo per esplorarlo non uscendone più vivo. 

Ne risulta che i suoi compagni resteranno con il perenne timore di vederselo sbucare, nella cava, simile ad un fantasma con i suoi “capelli rossi e gli occhiacci grigi”. 

È l’immagine che d’oggi in poi dovranno temere i suoi avversari quando lo vedranno scendere in campo per un confronto che si presenterà a dir poco arduo.

Il nostro Sinner ha vinto uno Slam che è il suono di una porta che sbatte in faccia a chi l’avrebbe voluto contrastare, sportivamente sbatacchiandolo fino alla resa.

A Sinner va riconosciuto anche un altro merito di questi tempi particolarmente da apprezzare. Non ha nulla da vendere, non ha da compiacere e non gioca da imbonitore influenzando verso un prodotto od un altro il prossimo sguarnito di autonomia. 

Malgrado questi handicaps ha dimostrato di poter avere comunque dei fans che dichiarano di seguirlo e sostenerlo ad ogni suo match. Ha una genuina capacità di attrazione naturale che mette all’angolo influencers di ogni razza e religione con le loro pratiche di mestieranti di mercato.

I suoi genitori non si sono scatenati in interviste all’intero mondo. La sua ragazza non sbandiera sui social il loro amore. C’è una discrezione che riassegna agli uomini il valore dell’intelligenza e dello stile.

Rosso di sera…

Ognuno ha i suoi cattolici, come dimostra Calenda.

Non passa giorno, e per fortuna, che qualcuno non organizzi all’interno del suo partito una ‘riserva’ di cattolici. Un fatto indubbiamente positivo perchè da un lato conferma un sano e legittimo pluralismo politico dei cattolici italiani e, dall’altro, evidenzia la potenziale importanza di una cultura politica che non solo continua ad essere moderna e contemporanea ma, soprattutto, che non se ne può fare a meno se si vuole declinare una vera cultura di governo nel nostro paese.

L’ultimo annuncio, in ordine temporale, di questa storica e gloriosa componente all’interno di un partito è stato quello fatto dal leader di Azione Carlo Calenda.

Ora, al di là della cronaca quotidiana e delle singole vicende all’interno dei vari partiti, un fatto è oggettivo e forse anche incontestabile. Ovvero, l’area cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale – o meglio, i singoli cattolici democratici, popolari e sociali – ha un ruolo specifico e può declinare la sua originalità nella politica italiana solo se non si riduce ad una funzione puramente ancillare o meramente protocollare e burocratica. Per dirla con termini ancora più chiari, se i cattolici si riducono ad essere uno specchietto per allodole, come si suol dire, la loro funzione è culturalmente ininfluente nonché politicamente irrilevante. 

E, per fare alcuni esempiconcreti, è ciò che capita concretamente nel partito della sinistra massimalista, radicale e libertaria della Schlein. Avviene nella Lega dove si tratta di una presenza vagamente clericale e del tutto avulsa dalla storia e dalla tradizione del cattolicesimo politico italiano. Si verifica anche negli stessi Fratelli d’Italia dove la ragione d’essere e il progetto politico del partito prescindono radicalmente dalla cultura e dai valori di quel filone ideale. Per non parlare del partito populista per eccellenza, il movimento di Conte e di Grillo, dove la dimensione anti politica, qualunquista e demagogica era, e resta, agli antipodi della storia secolare del cattolicesimo democratico, popolare e sociale del nostro paese.

Certo, la casa naturale, e storica, per eccellenza dei cattolici italiani – almeno della loro maggioranza – continua ad essere un luogo politico che comunemente viene definito centrista, democratico e riformista. Ma anche su questo versante, ahimè, non c’è ad oggi una reale ed adeguata rappresentanza politica, culturale ed anche, e soprattutto, di natura organizzativa.

Ecco perchè, come ricordava in tempi non sospetti Mino Martinazzoli, “se l’unità politica dei cattolici non è mai stata un dogma non lo può diventare neanche la diaspora dei cattolici stessi”.

Una riflessione di molti anni fa che conserva, tuttavia, una sua coerenza anche nella stagione politica contemporanea. Perchè continua ad essere perfettamente inutile invocare ed evocare la necessità di una rinnovata presenza dei cattolici nella cittadella politica italiana e poi, di fatto, ridursi a rivendicare ognuno la propria “quota” di cattolici. Un modo come un altro per confermare, e in modo persin plateale, la sostanziale irrilevanza della cultura, della storia, della esperienza, della tradizione, dei valori e anche del progetto politico dei cattolici italiani nel sistema politico del nostro paese.

Ed è proprio per questi motivi, semplici ma oggettivi, che forse è giunto il momento per fare un salto di qualità per invertire rapidamente una rotta che se viene perseguita attraverso i metodi a cui assistiamo ogni giorno corre il serio rischio non di rilanciare la presenza pubblica dei cattolici ma, al contrario, di ridurli ad una banale ed insignificante appendice della storia. Che, guarda caso, è l’obiettivo di tutti coloro che li ospitano gentilmente nei rispettivi partiti ad una sola condizione. E cioè, che non contino assolutamente nulla. E non mi pare, in tutta franchezza, che questo sia l’obiettivo storico, politico e culturale della presenza secolare del cattolicesimo politico

italiano.

Caso Unrwa, il governo intervenga a sostegno.

In merito alla questione dei finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, è urgente che ogni coscienza libera e responsabile manifesti il più ampio e determinato dissenso rispetto alla gravissima scelta di sospensione annunciata dal governo italiano 

In una fase così drammatica dove è sempre più evidente, da un lato, la necessità di lavorare a una de-escalation e, dall’altro, l’urgenza di soccorrere e mettere in sicurezza la popolazione civile di Gaza, è assolutamente inaccettabile che venga meno il supporto dell’Italia proprio a quella struttura che ricopre un ruolo fondamentale per alleviare le indicibili sofferenze quotidiane di uomini, donne e bambini martoriati ormai da oltre cento giorni di bombardamenti indiscriminati.

Le doverose verifiche, peraltro ancora in corso, sulle segnalazioni presentate dallo stato di Israele sui singoli comportamenti online di dodici dipendenti di una organizzazione che conta in loco oltre 13.000 operatori, non possono certamente incidere sulla valutazione della preziosissima opera umanitaria che l’UNRWA porta avanti da anni.

Un’opera che è divenuta letteralmente indispensabile in una situazione in cui i bombardamenti hanno distrutto gran parte delle infrastrutture civili e delle risorse per il sostentamento di più di 2 milioni di palestinesi.

Il governo italiano deve immediatamente ripristinare ed ampliare i finanziamenti italiani all’UNRWA e, nel contempo, attivarsi a livello internazionale nei confronti dei paesi amici affichè non venga meno dall’intera comunità internazionale il pieno supporto all’organizzazione delle Nazioni Unite, in ogni sua articolazione, ovvero l’ultimo baluardo e riferimento a garanzia del diritto internazionale.

Le forze politiche e sociali che non si mobiliteranno con concreta determinazione su questa richiesta di civiltà e di umanità non avranno giustificazioni, al di là di qualsiasi dichiarazione di comodo o di facciata.

Jannick, the day after.

Dopo aver passato una domenica inebriante con la vittoria
di Jannick Sinner, nel primo slam della stagione tennistica
2024 e primo in carriera per il giocatore altoatesino, il giorno
dopo lo è ancor di più.
Tralasciamo che l’intera penisola italica è diventata
professionista del tennis, conoscendo vita, morte e miracoli
dello sport con la racchetta, cultori dello slice, dell’ace e
dello smash.
Infatti, tutte le trasmissioni televisive e tutti i giornali aprono
con il trionfo Sinner e giovedì, quando la squadra della
Davis sarà ricevuta al Quirinale dal Presidente Mattarella
per festeggiare la coppa, sarà ancor di più eclatante e
raggiungerà la massima amplificazione con la
partecipazione del nostro Jannick al festival di Sanremo.
Supererà anche il clamore di Tomba, la bomba. Colui che
fece innamorare una marea di persone della montagna.
Rimane l’impresa sportiva di un ragazzo che ha vinto una
partita della finale di uno slam che è stata considerata
epica. In realtà, la vittoria non bisogna accostarla all’epica,
come stanno facendo da ore i dotti della parola che affollano
le platee televisive, è semplicemente e banalmente la
peculiarità principale di questo tennis. In questo sport la
testa è la conditio sine qua non.
Allenare la testa significa fare una partita nella partita. Fino
a quando l’arbitro non decreta il classico “gioco, partita
incontro” non si è certi di portarla in sacco. Troppe partite
sono state date per perse, quando all’ultimo il soccombente

ha preso fiato ed ha ribaltato la situazione. Come Sinner
che, sotto 2 set a zero, nel terzo set dichiarava al suo fido
allenatore di essere morto, il quale rispondeva con un più
“pressure” che ridava linfa vitale al nostro portandolo alla già
citata vittoria epica.
Talmente epica, evidentemente, che oggi anche il pontefice
è intervenuto in udienza citando Sinner e l’importanza
sociale dello sport. Papa Francesco, riferendosi al tennis, si
è soffermato su “come nella vita, non possiamo vincere
sempre, ma sarà una sfida che arricchisce se, giocando in
modo educato e secondo le regole, impareremo che non è
una lotta ma un dialogo che implica il nostro sforzo e ci
consente di migliorarci. Concepire un po' lo sport non solo
come combattimento ma anche come dialogo. C'è un
dialogo che, nel caso del tennis, spesso diventa
artistico". Ecco, le parole del Santo Padre richiamano ad
una condizione, spesso dimenticata, di come lo sport è
lezione di vita. La speranza è che molti giovani inseguano lo
sport con questi valori piuttosto che l’effimero
dell’intangibilità dei social che rende il futuro con una
nebulosa. E allora viva lo sport, viva Sinner!

Calenda arruola Bonetti e Rosato…ma per fare cosa?

Carlo Calenda ha annunciato stamane in conferenza stampa a Montecitorio che il rapporto di Azione con i cattolici, finora andato avanti a fasi intermittenti, assume un connotato più preciso e impegnativo. L’accordo con Elena Bonetti ed Ettore Rosato, protagonisti non molto tempo fa della scissione da Italia Viva, segna il passaggio a una  politica di maggiore apertura. In passato, alcune dichiarazioni di Giulia Pastorella, attuale vice presidente del partito, avevano invece espresso la volontà di restringere alle sole forze liberali l’ipotesi di collaborazione in vista di una possibile lista allargata (Il Foglio, 27 giugno 2023). 

 “Proporrò alla prossima assemblea di Azione – ha detto Calenda – la nomina di Elena Bonetti a vicepresidente con la delega alla costruzione di quello che sarà per noi il fatto fondamentale dopo le Europee: dare vita a un grande partito con tutti i soggetti che non si  riconoscono nel bipolarismo. Stiamo lavorando a un accordo con il Partito repubblicano italiano, lo abbiamo fatto con i socialisti liberali. Per noi importante è raccogliere il patrimonio dei costituenti che oggi appare disperso”. Ed ha poi aggiunto: “Ettore Rosato sarà invece da subito, perché la nomina spetta a me, vice segretario, con delega all’organizzazione e agli enti locali e si occuperà delle elezioni europee”.

Più in generale, sulle alleanze per le elezioni europee, il leader di Azione ha precisato: “Dipende da Più Europa, noi non vogliamo un’alleanza indistinta. Abbiamo aderito al manifesto di Emma Bonino ‘Stati Uniti d’Europa’, c’è sintonia, siamo insieme nell’Alde: su questo possiamo lavorare bene, ma non faremo una lista indistinta che accolga anche Italia Viva. Non sarebbe credibile per gli elettori”.  Parole che evidentemente chiudono le porte a un progetto di ampia aggregazione che dovrebbe riguardare l’area politica intermedia tra la destra nazional-sovranista e la sinistra social-radicale. 

Nessuno nega il valore del contributo che gli ex dirigenti di Italia Viva potranno dare al rafforzamento di Azione, ma indubbiamente poco o nulla potranno fare – date le premesse – in rapporto alla pur necessaria e urgente ricomposizione di un blocco democratico e popolare. Il problema non è l’accoglienza riservata a uomini e donne di matrice moderata o cattolico sociale – ieri la Gelmini e la Carfagna, oggi Rosato e la Bonetti –  ma la linea politica che Azione intende portare avanti. Abbiamo avuto prova di come in altre circostanze storiche l’integralismo di partito si sia tradotto in velleitarismo, fallendo gli obiettivi. Capitava alla ‘grande’ Dc di Fanfani, può capitare a maggior ragione alla ‘piccola’ Azione di Calenda.

Un cambiamento adeguato ai tempi nuovi.

[…] Non confondiamoci le idee, non lasciamoci irretire dal clamore degli improvvisati moralizzatori e degli immancabili profeti di prossime sciagure. Le emozioni, gli scontenti, le rabbie che si manifestano qui e lì nel corpo elettorale vanno sempre rilette nell’ambito proprio: grosso modo, ci sono le reàzioni che nascono dalle povertà antiche e nuove, povertà che più facilmente si comprendono alla luce della cultura dello Stato sociale; ci sono poi le reazioni che sono da benessere e da ricchezza che mi richiamano alla mente qualcosa dei conflitti patrimoniali delle famiglie ricche del XVIII secolo: élites della finanza e dei grandi affari, che coltivano il rifiuto della politica ovvero il culto alla moda di un ritornante apoliticismo, di un altro non expedit, praticato con misura e sufficienza verso i cosiddetti partiti del Palazzo.

Tutte reazioni che possono diventare pericolose, quando si rivestono di motivazioni che appaiono di senso comune. Ci sono anche le reazioni delle piccole e grandi arroganze di chi ritiene di disporre come che sia del potere e di tutelarsi all’ombra del partito.

Resto fermo nel convincimento che è ancora nei grandi partiti della tradizione democratica repubblicana nazionale la capacità di leggere, interpretare e tradurre nella positività di un nuovo grande disegno politico i segnali per un cambiamento giusto, appropriato, adeguato ai tempi nuovi. A mio avviso, come non è più visibile il Nemico del vecchio e sfinito Comunismo di ieri, così non è visibile alle porte nessun Fascismo. Primitività istintive, orgogli e intemperanze localistici, ribellioni di senso comune, non richiedono per essere capiti la rievocazione di chiavi interpretative legate agli schemi della letteratura antifascista.

Guai se i partiti tradizionali mancassero al loro ufficio storico di riformare lo Stato, guai se, per la loro interna inerzia, cedessero al ricatto delle nuove Signorie corporative che albeggiano nel suolo cedevole e paludoso di false ideologie produttivistiche.

Non c’è tempo per nessuna autocontemplazione, dobbiamo camminare guardando un po’ più in alto delle nostre misure quotidiane, così come seppero fare uomini come Sturzo, De Gasperi, Ferrati, Dossetti, Piccioni, Vanoni, Scelba, Rumor, Saraceno e altri che sono ancora fra noi, la cui nobiltà e generosità politica e civile fo ed è indiscussa; dobbiamo attrezzare il partito in modo meno burocratizzato, meno legato all’esercizio quotidiano del potere, per farne uno strumento di ascolto più diretto e sensibile dei problemi e delle esigenze nuove che, in questa fase ciclica di transizione, sono al fondo della tumultuosa richiesta di più autonomie, di più verità, di più autenticità, una richiesta che sale dalle viscere di questa nuova storia, che non vediamo ancora, ma che sentiamo vicina. 

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-storia-di-un-partito-popolare-la-democrazia-cristiana-dal-dopoguerra-ad-oggi-6403.html

thedotcultura | Per capire La Pira

[…] La Pira ha dedicato una buona parte dei propri sforzi alla politica, ricoprendo posizioni e cariche ai massimi livelli, come anche Giovanni Spinoso e Claudio Turrini non mancano di notare: membro dell’Assemblea costituente, deputato nella prima Legislatura, sottosegretario al Ministero del Lavoro e sindaco di Firenze. Non solo, ma è stato un uomo che dietro ad una presunta ingenuità politica in realtà possedeva la forza di rompere astutamente gli schemi guidato dalla profezia, messo in evidenza da padre Gianni Festa, più che dalle mere logiche di partito, con le quali non a caso si scontrerà più volte. Si presenta come un dilettante dell’economia, mostrando noncuranza per l’assenza di un pedigree riconosciutogli e arrivando a questa disciplina piuttosto attraverso strade eteronome come le letture evangeliche, ma privo di velleità teorizzatrici e forte soltanto della conoscenza della dottrina sociale.

In tal modo è in grado di offrire un’interpretazione libera di teorie complicate, delle quali seleziona pragmaticamente quanto gli serve per i suoi scopi concreti immediati. Il lungo saggio riportato nel volume L’attesa della povera gente, pubblicato nel 1950, è quanto mai rivelatore della progressiva maturazione di La Pira lettore di Beveridge. Appariva chiaramente a La Pira come le soluzioni prospettate dallo studioso britannico si adattassero perfettamente anche al caso italiano, che si prestava, nel frangente particolare della Ricostruzione, a funzionare da ideale terreno di sperimentazione. La Pira fra il 1948 e il 1950, anni passati al Ministero del Lavoro sottosegretario con Fanfani, assume la consapevolezza della centralità assoluta del problema della disoccupazione anche in un’ottica caritativa, vissuta concretamente con la presidenza dell’Ente Comunale di Assistenza fiorentino.
L’adozione del keynesismo segna il passaggio da un’idea di assistenza ad una di piena occupazione, dando forma più precisa e dai contorni più nitidi alla propria visione economica, “misurata sull’uomo” come scrisse Ernesto Balducci e di cui Piero Meucci e Mario Primicerio colgono nel libro il valore, soffermandosi sulle scelte politiche di La Pira vuoi come sindaco di Firenze vuoi nella vicenda emblematica del Pignone. Travolta da un cattivo progetto di avvio verso la produzione tessile e priva di un indirizzo strategico, nel 1948 la grande impresa fiorentina veniva messa in liquidazione e si apriva a quel punto un periodo di crisi drammaticamente turbolento, che elevava il livello della conflittualità delle relazioni industriali. La conseguente occupazione operaia testimonia la radicalità assunta dallo scontro di classe, che chiamò la città ad un intenso coinvolgimento. L’esito della vicenda giungerà, com’è noto, solo nel 1954, con il passaggio in ambito Eni, fortemente voluto da La Pira e facilitato dall’intervento di Enrico Mattei. La soluzione era stata caldeggiata a lungo anche dai sindacati e venne accolta con grande favore. Il Pignone rappresentò, per La Pira ormai sindaco, un momento di rottura vigorosa con il mondo delle imprese e degli imprenditori, dai quali, per bocca di Costa, fu duramente attaccato; ma anche lo stesso don Sturzo duellò con La Pira, accusandolo di statalismo come viene rammentato nel libro.

Ci sono buoni motivi, questo in conclusione potrebbe rappresentare il messaggio del volume curato da Alberto Mattioli, per proseguire a studiare La Pira e, questione ancora più di peso, per ascoltarlo. In un XXI secolo dominato dalle guerre e per nulla emendato dalla povertà, la sua voce ha il potere ancora di smuovere le nostre coscienze. Le emergenze dell’umanità non sono finite, la lucidità della sua testimonianza non si è appannata.

 

Fede, politica e profezia. L’attualità di Giorgio la Pira in un mondo in cerca di pace, a cura di Alberto Mattioli, Milano, ITL, 2023.

 

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Dibattito | Caso Bigon e laicità della politica.

Il caso Bigon merita una riflessione aggiuntiva in una comunità politica plurale fortemente impegnata nella definizione di una nuova stagione di diritti civili. Sono volate espressioni sproporzionate da una parte e dall’altra, con una difesa pregiudiziale e con attacchi sommari. Tutto questo non sembra appropriato alla peculiare intensità umana del tema in questione (regolazione del fine vita) e neanche alla serietà della consigliera Anna Maria Bigon.

La Corte Costituzionale si è autorevolmente espressa invitando il legislatore ad intervenire per regolare un vuoto che aumenta la sofferenza di chi già vive condizioni drammatiche e provoca una molteplicità di casi “fai da te” non meno inquietanti. La prima domanda da porsi è se sia corretto che ciascuna regione si muova per conto proprio con il rischio di disegnare una Italia diseguale anche in questo delicatissimo campo. L’iniziativa del Presidente della regione Veneto Zaia, volta ad appoggiare una proposta di legge popolare con tanto di raccolta di firme, tendeva certamente a creare uno stato di fatto, nel nome di una autonomia differenziata che, per diverse ragioni fermamente combattiamo. Il fatto che il centro-destra si sia sgretolato nel seguire la linea Zaia è di fronte agli occhi di tutti, e che il Partito democratico ha rischiato di fare la stampella politica in una situazione non priva di forti ambiguità. È evidente come la lotta nel centro destra sia portata avanti soprattutto dal partito della premier per indebolire Zaia e scoraggiarne le ambizioni di un terzo mandato.

Lo spettacolo che ne è emerso è dunque davvero miserabile sul piano umano e politico: giochi di potere dietro le quinte su di una delle tematiche più dure e sconvolgenti della nostra convivenza.

Se questo è in sintesi il dato politico principale della vicenda si deve però riflettere di più sul comportamento di un membro del Partito democratico, rappresentante eletto in una assemblea legislativa. Oggi è il caso della consigliera Bigon, domani possono essere altri. Oggi vengono addotte le ragioni dei democratici di ispirazione cristiana, domani si possono manifestare altre ragioni ideali e spirituali in un partito plurale. La riflessione da sviluppare non può riguardare questo caso specifico, del quale peraltro non si conoscono bene tutti i risvolti: attraverso quali passaggi e decisioni collegiali il Partito democratico veneto ha maturato la posizione poi espressa in aula? La consigliera Bigon si era espressa adeguatamente in un dibattito interno? Vi è stato un voto nel gruppo e/o nel partito che ha fatto maturare la posizione politica da sostenere in Consiglio regionale? Queste ed altre domande meriterebbero attente e circostanziate risposte e, quindi, analisi e valutazioni proporzionate sulla base dei fatti reali avvenuti.

Il tema più generale, per chi ritiene che la democrazia italiana ed europea sia più forte e intensa se animata da una ispirazione cristiana o comunque da valori spirituali che si rifanno a quell’umanesimo laico che anche nel mondo contemporaneo apprezza e rispetta la profondità umana del messaggio cristiano, è sempre quello della laicità della politica e dell’esigenza di non sfuggire a scelte normative difficili ma comunque necessarie in società sempre più complesse.

Aldo Moro, nell’ultimo discorso che fece ai Gruppi parlamentari prima della sua tragica fine, ebbe a dire che se pure “la testimonianza è la cosa più pulita e quindi più adatta a una coscienza cristiana”, tuttavia la via della testimonianza non è sufficiente a difendere e a promuovere gli interessi di quella vasta società civile che ha votato e vota per il partito democratico. Un partito che, poi, ha una intensa vocazione di governo del Paese non può fermarsi a testimoniare coscienze personali, né può inseguire per tattiche di sopravvivenza iniziative strumentali di soggetti terzi. La Corte Costituzionale ha già indicato al legislatore la strada da perseguire: garantire in tutto il Paese l’effettività delle cure palliative e l’accesso alle terapie del dolore, valorizzare sempre l’autodeterminazione della persona nella malattia, non punibilità di chi, nel rispetto assoluto di questa autodeterminazione, aiuta compassionevolmente il trapasso.

Il caso Bigon è serio perché marca il grave ritardo di una posizione forte e chiara, elaborata condivisa nel partito, ed espressa in Parlamento. I rappresentanti democratici di ispirazione cristiana non possono fermarsi alla testimonianza personale di una grande difficoltà, ma devono attivarsi più di altri per elaborare quelle poche regole essenziali idonee a tutelare la dignità della persona anche nella fase della sua fine, nel quadro di un potenziamento del Servizio sanitario nazionale. Nella società italiana è matura e ampia una sensibilità per accogliere con attenzione una proposta seria sul piano umano e della convivenza civile.

Congresso di Bari (1944), il discorso di Rodinò in rappresentanza della Dc.

In questa magnifica riunione, prima riunione dell’Italia, della Italia nostra, dell’Italia libera, ho domandato la parola per rendere omaggio, sicuro di interpretare il pensiero non solo di quanti siamo qui riuniti, ma il pensiero di tutti gli italiani, a questo magnifico vecchio il quale onora l’Italia, onora l’Europa, e la cui fama durerà anche al di là della sua vita mortale; il quale ha visto la sua casa, centro di amore e di bontà, centro di studi, l’ha vista devastata, ha visto i libri nei quali stava tutta la sua dottrina e tutta la sua meditazione, li ha visti dispersi da una masnada in camicia nera, e nel suo discorso magnifico, che risponde al sentimento di noi tutti, ci ha fatto rivivere in un ampio panorama tutte le infamie passate. 

Nel nome sacro della storia, nel nome sacro della immortalità, io credente – che credo che Giovanni Amendola, Matteotti, don Minzoni, uomini di fede religiosa e di fede politica, sono ora nella pace di Dio – e voi tutti, siamo unanimi nel tributare a loro ed a tante altre vittime della tirannide infame tutta la espressione del nostro compianto, tutta l’espressione della nostra ammirazione. 

E questo per quelli che sono di là, nella pace di Dio. Ma pensate, o signori, o amici, o fratelli, a quanti sono ancora vivi fra noi: come l’on. Zaniboni, medaglia d’oro, rispettato alla Camera da tutti i partiti – dai conservatori, dai popolari, dai liberali – perchè ammiravano in lui la fede nelle sue idee. Amici, valga questo anche per il nostro lavoro, qui, dove le fedi non devono dividere, quando sono nobilmente sentite e quando non tendono ad interessi particolari, ma mirano unicamente con entusiasmo, alla realizzazione delle proprie idee.

È stato il discorso di Benedetto Croce un discorso magnifico, anche perché è stato un inno agli Alleati; egli ha detto una frase, che non so se sia da tutti compresa profondamente. Ma io, che ho vissuto nella mia città dove abbiamo avuto 130 bombardamenti, vorrei che invece della mia voce piccola e modesta, un’altra voce più grande giungesse alla libera America, alla libera Inghilterra ed alla Russia. E dicesse che in quei momenti terribili – tra il fragore delle bombe, col pensiero dei cari lontani, col pensiero che uscendo dai ricoveri avremmo visto le nostre case, il nostro santuario dove sono nati i figli nostri distrutto – dalle madri tremanti per i loro figli, dalle spose tremanti per i loro mariti non si levava un pensiero di odio e di vendetta contro coloro che per fatale necessità di guerra dovevano usare mezzi adatti a vincere la guerra; ma si levava un sentimento di odio represso contro quelli che ci opprimevano dimenticando il passato, dimenticando i martiri del Risorgimento, dimenticando i nostri soldati, quelli dell’altra guerra e quelli di questa guerra, più sventurati questi di quelli (perchè tu sai, o Zaniboni, che nell’altra guerra i soldati morivano, ma morivano per un ideale di libertà, morivano per vedere l’Italia ricongiunta alle terre irredente, di cui da Matteo Renato Imbriani a Barzilai i migliori italiani sostennero sempre le ragioni per le quali dovevano essere unite all’Italia nostra); ma questi poveri morti, questi poveri soldati sono dovuti morire giovani di anni, nell’entusiasmo della vita, nel rigoglio delle loro forze, e sono andati a morire per tentare di rafforzare due regimi, il tedesco e l’italiano del passato, due regimi fondati sulla frode e sulla violenza. 

A questi soldati, a questi poveri fanti che sono andati a morire nell’adempimento del loro dovere formale ma in contrasto col loro intimo sentimento vada il nostro pensiero grato e riconoscente. E vada pure il nostro pensiero alla marina italiana, la quale, se avesse ubbidito a certi rimasugli del fascismo, sarebbe andata ad ingrossare le forze dell’ormai cadente Germania ed avrebbe fatto irreparabile danno alla patria nostra. È con questi sentimenti, amici, che io mi auguro che il nostro Congresso riesca solenne affermazione di libertà, senza squilibri, senza violenze, essendo tutti uniti in un solo sentimento che superi qualunque idea di qualunque partito, per il bene e la salvezza della Patria. (Vivissime acclamazioni)

Per saperne di più sul Congresso di Bari

Sconfitto alle politiche, Martinazzoli definiva il berlusconismo come autobiografia della nazione.

Il popolo ha scelto e toccherà al popolo giudicare la sua scelta alla prova dei fatti. Noi non possiamo che rispettarne il responso rimanendo coerenti sulle nostre posizioni e dunque fedeli al consenso del nostri elettori cui dobbiamo gratitudine per un voto di coraggio e di ragionevolezza.

Un ringraziamento uguale va a tutti i nostri candidati o al tanti amici che si sono prodigati in una campagna elettorale cosi impervia. Sapevano che si trattava di una battaglia senza vittorie e tuttavia l’hanno combattuta nel segno di un ideale che non vogliono spento. Si sono manifestate lì, e sono maturate, energie, intelligenze, attitudini che costituiscono un patrimonio umano consistente e resistente per il lungo cammino che attende il nuovo Partito popolare. 

Ciò che conta, adesso, é che non si disperda questa forza, che l’unità degli intenti e l’amicizia del gesti alimentino il lavoro culturale, politico, organizzativo necessario a dare regole, forma e sostanza al partito.

È un’impresa di grande respiro che esclude impazienze o improvvisazioni. C’è una nuova classe dirigente da fare crescere, ci sono esperienze insieme fresche e collaudate che potranno accompagnare e orientare un processo di cre-scita.

Tutto dipendera, però, dal modo in cui i popolari reagiranno alla condizione politica che ora li riguarda e al giudizlo che vorranno dare intorno al senso del tentativo che abbiamo messo in atto. Questi sono i tempi e le strade del partito.

Quanto alla situazione politica generale, sappiamo che – allo stato – la nostra responsabilità si contiene nell’esigua forza parlamentare che ci è toccata, inferiore alla nostra forza numerica, certo, ma questa era la regola elettorale.

C’è un vincitore di queste elezioni e si chíama Berlusconi. Si deve a lui se una destra missina, certamente in crescita ma gravata dal peso della sua origine o della sua ideologia, e un movimento leghista in crisi di assestamento sono stati trascinati al ruolo di una “grande destra”. 

Il riconoscimento di questa demiurgia illumina, peraltro, i problemi che si trascina appresso. Riguardano, questi problemi, i nodi essenziali delle democrazie moderne e, specificamente, la qualità della vocazione politica Italiana. Se il “berlusconismo” ha potuto essere definito con la formula gobettiana dell’autobiografia della nazione, occorre andare ben al di sotto della superficie iridescente del fenomeno per tornare a leggere, là dove si colloca, la consistenza storica della questione.

Questa riflessione faranno bene ad alimentarla anche i mondi cattolici, cui tocca di uscire dalla letteratura del “do-ver essere” per prendere atto di una scelta — di resistenza o di insignificanza – che li riguarda nell’attualità e nella realtà della politica.

Bisognerà pure indagare il senso che si vuole attribuire alla immagine, ormai corrente, della “seconda repubblica” spesso dichiarata come ripudio del valori storicamente fondanti della prima repubblica. Stando cosi le cose, ciò che conviene è la chiarezza: chi ha vinto ha il dovere di governare, chi ha perso ha il dovere dell’opposizione. Solo cosi, e non per una mistificazione ma nel vivo della politica, potrà illimpidirsi questa stagione democratica e tornare a formarsi l’opinione e il giudizio degli italiani su questo presente piuttosto che su un passato da rimpiangere o da maledire. 

In questa condizione, il Partito popolare è chiamato ad una prova decisiva. La sua misura, pur breve ma accentuata nella prova elettorale, non gli nega una sorte ma gli impone decisioni lucide, continuità di scelte, un lavoro accanito ed intenso. Ma poiché gli insuccessi elettorali portano, inevitabilmente, all’indugio del processi sulle responsabilità è bene che queste siano riconosclute ed accettate. Cosi è avvenuto, serenamente avvenuto. Per fedeltà.

 

L’editoriale, pubblicato su “Il Popolo” del 31 marzo 1994, aveva per titolo “La strada dei Popolari”.

Non strattoniamo più il Centro, è il tempo della responsabilità.

Del Centro se ne parla ormai tutti i giorni. Quasi tutti i sondaggisti sostengono che lo spazio politico, e soprattutto elettorale, esiste. Uno spazio che va tranquillamente oltre la doppia cifra perché settori crescenti della pubblica opinione mal sopportano un bipolarismo sempre più maldestro e bislacco. E perchè cresce la volontà di riavere un Centro che sappia dispiegare nella concreta dialettica politica italiana un metodo, una politica e una prassi che da ultimo sono stati spazzati via con l’irrompere del populismo anti politico, demagogico e qualunquista dei 5 Stelle.

Ora, però, c’è un problema. Anzi, un nodo razionalmente e politicamente inspiegabile, eppure esiste. Ovvero, le forze che si collocano – o che si autocollocano – al Centro dello schieramento politico italiano ritengono che sia più conveniente presentarsi con più liste all’appuntamento delle

prossime elezioni europee. Anche quando poi si riconoscono nel medesimo gruppo politico europeo.

Ecco perchè, al di là delle giustificazioni, delle accuse e delle vendette personali, adesso siamo arrivati ad un bivio. E cioè, o si ritiene – serialmente e realisticamente – che il Centro, e ‘la politica di centro’ possono fare nuovamente capolino nella cittadella politica italiana con un progetto visibile e con un partito altrettanto credibile oppure, e al contrario, si compromette un disegno politico attraverso beghe interne e polemiche di bassa lega del tutto incomprensibili a quei settori della pubblica opinione che ritengono opportuno e necessario il ritorno di un progetto che storicamente ha caratterizzato le migliori stagioni della vita pubblica italiana.

Perché, ormai, è perfettamente inutile continuare a strattonare il Centro. Questo spazio politico è semplicemente credibile e serio solo se si presenta unito, coeso, compatto e unitario. Certamente si tratta di un luogo politico e culturale plurale ma, al contempo, uno spazio che è quantomai necessario ed indispensabile per il recupero di qualità della nostra democrazia e, soprattutto, per rispondere con una appropriata iniziativa politica dopo il ritorno della destra di governo, della destra sovranista, della sinistra radicale e massimalista e del populismo anti politico e qualunquista.

Sarebbe quantomai curioso, nonchè singolare, assistere passivamente alla ennesima liquidazione del Centro – oggi richiesto, dicono i sondaggisti, da oltre il 20% dell’elettorato italiano – perchè sacrificato sull’altare delle ambizioni dei singoli, dall’egocentrismo di alcuni leader di partito e dalla voglia di delegittimare politicamente e moralmente il proprio compagno di viaggio.

Forse sarebbe opportuno almeno conoscere – mutuare è quasi impossibile con l’attuale classe dirigente – il comportamento concreto che veniva intrapreso dai leader delle correnti della Democrazia Cristiana nel passato. Correnti di diverso orientamento con leader e statisti profondamente diversi tra di loro ma accomunati quando si trattava di perseguire un disegno politico e un progetto di governo. E l’area cattolico popolare e cattolico sociale, al riguardo, non si stanca di ripetere che senza un soprassalto di orgoglio e, soprattutto, un rinnovato senso di responsabilità, si corre il serio rischio di compromettere irreversibilmente un nobile ed utile, nonchè necessario, progetto politico.

Svolta filocinese a Tuvalu, stato polinesiano tra le isole Hawai e l’Australia.

 

(AsiaNews/Agenzie) – L’ormai ex primo ministro filo-Taiwan di Tuvalu, Kausea Natano, non è riuscito a confermarsi in uno dei due seggi in palio sull’isola principale di Funafuti, secondo i risultati elettorali definitivi pubblicati sabato. Questo alimenta i timori di Taipei e americani, secondo cui la micronazione del Pacifico potrebbe essere pronta a entrare nelle sfera di influenza di Pechino, pur essendo uno dei 12 Paesi al mondo che ha relazione diplomatiche ufficiali con Taiwan. Tuvalu, con una popolazione di circa 11.200 abitanti distribuiti su nove isole, è infatti uno dei tre alleati rimasti a Taiwan nel Pacifico, dopo che Nauru ha tagliato i legami con l’isola ed è passata nella sfera di influenza cinese, che le ha promesso maggiori aiuti allo sviluppo. 

Alle urne sono andati circa 6.000 tra gli abitanti aventi diritto: tra i candidati più votati – soprattutto sull’isola di Nukulaelae – c’è l’ex ministro delle Finanze di Natano, Seve Paeniu, che in campagna elettorale si era dichiarato a favore dell’idea di rivedere i rapporti con la Cina. Dopo il voto, Paeniu ha detto che cercherà di formare una coalizione tra i legislatori eletti candidandosi a diventarne il primo ministro.

Natano – diventato celebre a livello internazionale per la conferenza stampa di richiesta di “asilo climatico” per gli abitanti dell’arcipelago fatta con i pieni nell’oceano – si era impegnato a continuare a sostenere Taiwan, alleato diplomatico dell’arcipelago dal 1979. La lotta diplomatica tra Taiwan e Cina si inserisce in una più ampia competizione per l’influenza nel Pacifico tra Cina e Stati Uniti, con Washington che ha recentemente promesso la costruzione del primo cavo sottomarino per collegare Tuvalu alle telecomunicazioni globali. Alla fine della tornata elettorale, Enele Sopoaga ha mantenuto il suo seggio. Sopoaga si è sempre espresso in sostegno a Taiwan, ma vuole che l’accordo sulla sicurezza con l’Australia – in chiave anti-Pechino – firmato da Natano venga annullato.

Il commissario elettorale di Tuvalu, Tufoua Panapa, ha detto che i nuovi legislatori locali eletti si incontreranno la prossima settimana per scegliere il primo ministro: “Avremo un quadro più chiaro entro la prossima settimana, poiché dobbiamo dare il tempo ai parlamentari eletti di arrivare sull’isola della capitale, dalle isole esterne”, ha concluso, dato che il viaggio in barca può durare fino a 27 ore.

Mattarella nel Giorno della Memoria invita ad avere fiducia nel futuro.

[…] Assistiamo, nel mondo – ripeto -, a un ritorno di antisemitismo che ha assunto, recentemente, la forma della indicibile, feroce strage antisemita di innocenti nell’aggressione di terrorismo che, in quella pagina di vergogna per l’umanità, avvenuta il 7 ottobre, non ha risparmiato nemmeno ragazzi, bambini, persino neonati. Immagine di una raccapricciante replica degli orrori della Shoah.

Siamo convinti che i giacimenti di odio siano stati ingigantiti da parole e atti spietati, persino blasfemi. Il sogno di una pace, sancita dal reciproco riconoscimento e rispetto delle tre religioni monoteiste figlie di Abramo, appare lontano – forse come non è mai stato in tempi recenti – ma rimane l’orizzonte di un riscatto di questa parte del mondo, e non soltanto di questa.

Guardiamo a Israele come Paese a noi vicino e pienamente amico, oggi e in futuro, per condivisione di storia e di valori. Siamo e saremo sempre impegnati per la sua sicurezza.

Sentiamo crescere in noi, di giorno in giorno, l’angoscia per gli ostaggi nelle mani crudeli di Hamas.

L’angoscia sorge anche per le numerose vittime tra la popolazione civile palestinese nella striscia di Gaza.

Anzitutto per l’irrinunziabile rispetto dei diritti umani di ciascuno, ovunque. E anche perché una reazione con così drammatiche conseguenze sui civili, rischia di far sorgere nuove leve di risentimenti e di odio.

Può accrescere gli ostacoli per il raggiungimento di una soluzione capace di assicurare pace e prosperità in quella regione, così centrale nella storia dell’umanità e così martoriata.

Coloro che hanno sofferto il turpe tentativo di cancellare il proprio popolo dalla terra sanno che non si può negare a un altro popolo il diritto a uno Stato.

Ci ostiniamo a rimanere fiduciosi nel futuro dell’umanità. Nella convinzione profonda che un futuro intriso di intolleranza, di guerra e di violenza, non sia il desiderio iscritto nelle coscienze delle donne e degli uomini.

I Giusti, con il loro coraggio, con la loro speranza e il loro sacrificio ci indicano la direzione e ci esortano ad agire, con determinazione e a tutti i livelli, contro i predicatori di odio e contro i portatori di morte. 

I Giusti italiani sono tra le radici migliori della nostra Repubblica. Per questo li celebriamo e li onoriamo, tutti insieme, come popolo italiano e come comunità, oggi, nel Giorno della Memoria.

 

Per leggere il discorso integrale

https://www.quirinale.it/elementi/106132

La Voce del Popolo | Schlein e i presupposti identitari del partito.

Appare quasi come una missione impossibile il compito che s’è data Elly Schlein: quello di portare il Pd fuori dalle secche. E infatti per ognuno dei dossier che si accumulano sulla sua scrivania non ce n’è uno che sembri essere minimamente condiviso. 

Che si candidi alle europee oppure no, che faccia la faccia feroce con la Meloni o cerchi di ricalcare una postura più dialogante, che dia ascolto ai suoi critici o li sfidi in campo aperto, comunque sia grava sempre su di lei un’aria di disincanto che fa sembrare lontana, lontanissima l’incoronazione delle primarie, appena un anno fa. Si capisce che in questo contesto la via d’uscita possa esserle apparsa quella di andarsene al cinema. 

Ora, chi scrive non ha nessun titolo per dare consigli. Penso però che nei partiti, in tutti i partiti, esista sempre un momento della verità. Un attimo, anche solo un attimo, in cui ci si parla senza ambiguità e senza troppa diplomazia e si portano in superficie tutte le questioni che dividono. In quell’attimo non vige più la disciplina di partito, vige l’obbligo della reciproca verità. Tanto più se si tratta di una verità scabrosa. 

Portare il confronto sui fondamentali e discutere se i presupposti identitari del partito sono ancora quelli su cui a suo tempo venne fondato rappresenta un obbligo e forse anche un’opportunità. E Schlein a questo punto ha il dovere di prendere per le corna il toro del chiarimento, evitando per una volta indulgenze e diplomazie. Ne ha il dovere e magari anche l’interesse. Non sarà un film edul- corato, in questo caso. Ma il finale forse è ancora da scrivere.

[Articolo tratto, per gentile concessione del direttore, dal n. 4 (24 gennaio 2024) del settimanale della Diocesi di Brescia]

Charles Michel non si dimette e non si candida alle europee

Bruxelles, 26 gen. (askanews) – Il presidente del Consiglio europeo, Carles Michel, ha cambiato idea: non si candiderà più alle elezioni europee, come aveva detto a inizio gennaio. Michel ha annunciato la sua marcia indietro in un post pubblicato ieri sera sul suo account Facebook, in cui ha motivato la sua decisione.

L’annuncio che si sarebbe presentato alle europee aveva causato una situazione di incertezza istituzionale dovuta al fatto che, se eletto, avrebbe dovuto dimettersi entro luglio, ovvvero quattro mesi prima della fine naturale del suo mandato, a fine novembre. Questo avrebbe costretto i capi di Stato e di governo dell’Ue a eleggere il suo successore in anticipo o ad anticipare il suo mandato, o a nominare un nuovo presidente solo per quattro mesi, o ad affidare un mandato straordinario e provvisorio al premier ungherese Viktor Orbán, che si ritroverà dal primo luglio alla guida della presidenza semestrale di turno del Consiglio Ue, nelle sue formazioni ministeriali.

Nel suo post, in inglese, Michel ricorda che la sua scelta di presentarsi alle elezioni europee aveva suscitato “un’intensa attenzione e speculazioni da parte dei media”, e osserva: “In parte lo avevo previsto, data la natura senza precedenti, qualcuno direbbe audace, del mio approccio. Ciò ha portato anche a reazioni estreme, non all’interno del Consiglio europeo ma al di fuori di esso, riguardo alla prospettiva di candidarmi alle elezioni europee, abbreviando il mio mandato e anticipando di qualche mese quello del mio successore”.

Aggiornamenti Sociali | Radicati nel passato e protesi verso il futuro

[…] È vitale per il nostro tempo (re)imparare a fare memoria, perché in sua assenza il cammino diviene un vagare senza una meta e senza una logica riconosciuta. Quante volte, pensando soprattutto ai drammi del cosiddetto “secolo breve”, si è pronunciata con enfasi la frase «Mai più!»? Eppure, ancora una volta ci siamo trovati a fare i conti con la sventura di una guerra in Europa! 

La sfida di costruire il futuro non può prescindere dal recupero di questa capacità sapiente di fare memoria. Ma precisamente fare memoria di che cosa? Come ci ha ricordato papa Francesco, anzitutto del male, riconoscendolo, prendendo atto della sua gravità, ma anche sapendovi cogliere l’espressione della propria fragilità, come il popolo di Israele nel Deuteronomio. Quando si vive questo processo si è più attrezzati di fronte alle grandi possibilità del nostro tempo, che si accompagnano anche a grandi rischi, dei quali è necessario essere consapevoli e che in un recente passato sono divenuti realtà, sfigurando in un modo fino ad allora impensabile il volto dell’umanità. Gli sbagli possono essere evitati, soprattutto nel momento in cui ci si rende conto di averli già compiuti e di averne già assaggiato le amare conseguenze.

Ma per costruire il futuro non si può essere concentrati solo sul male, bisogna saper riconoscere e valorizzare anche il bene. La stessa Parola di Dio ci invita ad assumere una modalità a tutti gli effetti profetica di guardare alla realtà, che sappia intravvedervi in particolare i segni della presenza e dell’opera di Dio. Questo sguardo è ben diverso da quello dei grandi mezzi di informazione, tesi a considerare per ragioni di audience solo gli eventi che fanno più clamore, e, quindi, il più delle volte, gli eventi negativi. 

Fare memoria del bene è un atto di speranza, che si radica nella convinzione che la storia degli uomini agli occhi di Dio non è perduta, ma è destinata a essere redenta. La storia, pur in mezzo a mille contraddizioni e tensioni, resta comunque quel terreno fecondo nel quale lo Spirito di Dio sta portando a compimento il suo disegno di salvezza. Come sottolineava con acume il card. Martini nella lettera pastorale Tre racconti dello Spirito: «Lo Spirito c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo; al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva anche là dove mai avremmo immaginato. Di fronte alla crisi nodale della nostra epoca che è la perdita del senso dell’invisibile e del Trascendente, la crisi del senso di Dio, lo Spirito sta giocando, nell’invisibilità e nella piccolezza, la sua partita vittoriosa».

 

[Questa è la parte finale dell’articolo pubblicato sul fascicolo n. 10 (ottobre 2023) della rivista dei gesuiti di Milano]

   

Caso Bigon, un’occasione mancata per la dignità della politica.

Raffreddati gli animi, c’è una vicenda di qualche giorno fa che invece non va archiviata all’istante e che può essere di utile memoria a chi si occupa della gestione della cosa pubblica.

Ne ha scritto, sconcertato, anche Pierluigi Castagnetti che nella sua vita politica ne ha viste tante e che ancora riesce a stupirsi per episodi estranei ad ogni canone della pur ruvida prassi politica.

Edmund Burke fu tra i padri del conservatorismo. Nel 1774 venne eletto a rappresentare Bristol, al tempo la seconda città dell’Inghilterra. Fu celebre un suo discorso durante il quale esaltò i valori della democrazia rappresentativa, rivendicando provocatoriamente la sua assoluta libertà di scelta in ordine alle questioni su cui esprimersi; cioè anche contro gli interessi dei suoi stessi sostenitori a cui in quel momento stava chiedendo il voto.

È accaduto che Anna Maria Bigon, consigliera regionale del Partito democratico in quel del Veneto, abbia votato giorni fa, secondo i dettami del suo cuore e della intelligenza, contro il provvedimento di “fine vita” su cui si misuravano le forze delle compagini di maggioranza e opposizione. E ciò malgrado l’indirizzo diverso del suo partito di appartenenza: per questo ieri è stata destituita dall’incarico di vice segretaria della federazione di Verona.

A monte verrebbe da dubitare circa la correttezza di una legge formale del Parlamento a disporre sul suicidio assistito, sfuggendo il senso dell’iniziativa sul piano regionale.

Ora, soprattutto sulle questioni così dette di coscienza, la prassi corrente è sempre stata quella di lasciare libertà ai propri rappresentanti di esprimersi per come sentivano. 

Evidentemente anche questo modo di trattare la materia sta venendo meno perché si è alzato un fuoco ad alzo donna, con una serie di critiche che sembrano composte in modo da prestarsi peraltro facilmente all’effetto boomerang per chi le ha sollevate. 

La Bigon, in sede di votazione, si è “limitata” ad astenersi non accettando il suggerimento di uscire invece dall’Aula al momento del voto, il che avrebbe comportato un calcolo ed un esito diverso della votazione. 

Ha azzardato persino a dire la sua con parole scandalose: “Stiamo trattando uno degli aspetti più intimi della vita di un uomo, che ci grava di un grande responsabilità. Elemento indispensabile per garantire l’effettività dell’autodeterminazione di ogni persona è la disponibilità delle cure palliative, che vanno potenziate e che potrebbero ridurre le domande di suicidio medicalmente assistito”.

La reazione non si è fatta attendere. “La libertà di coscienza dovrebbe comprendere anche la leale collaborazione di un gruppo” avrebbe detto in sostanza la capogruppo Camani. 

Rincara la dose il Vice Capogruppo Montanariello che, a quanto si legge, avrebbe commentato: “Quella di martedì è stata una pagina brutta per il Consiglio regionale. Nel nostro gruppo non ho condiviso la scelta di concedere libertà di coscienza”.

Concedere sta per ritrarsi davanti a qualcuno, e quindi magnanimamente di lasciargli agio di fare come crede. 

Andrebbe osservato che in tema di libertà di coscienza non va data licenza di concessione al prossimo perché la coscienza è qualcosa che attiene connaturatamente ad ogni umano che ne dispone pertanto per come ritiene senza chiedere permessi a nessuno. 

C’è aria di mordacchia in quel partito che rispolvera la passione per la disciplina. Non a caso la mordacchia è detta anche la briglia dei muti, guai a chi proferisce parola in dissenso dal padrone. 

Non è così che si difende il consenso, anzi lo si impoverisce. 

Se il Pd avesse tirato fuori un comunicato dove si esprimeva comunque il rispetto se non l’apprezzamento verso la manifestazione di autonomia della Bigon ne avrebbe guadagnato in prestigio ed in voti per il centuplo, dando lezioni di politica alla politica.

Ha preferito la difesa del fortino, imbastendo intanto un imbarazzante processo mediatico – fino alla decisione presa dagli organi provinciali del partito – ai danni di una sua esponente, rimarcando come non ci sia spazio per “un approccio ideologico” nel suo campo. 

Parrebbe piuttosto che sia proprio questa censura ad avere un gretto sapore ideologico di chi giudica senza tener conto della bellezza delle diversità e delle sensibilità presenti in politica come altrove.

Il leitmotiv di lamentele è quello di aver perduto un’occasione per dare una lezione alla maggioranza alla guida della Regione. In tutti i commenti brucia miseramente assai più questo che la questione in sé, scaduta immediatamente in secondo piano, già nel dimenticatoio.

Al coro di critiche non è mancato il commento stereotipato e baldanzoso di Erika Baldin, 5 Stelle, che accusa la Bigon di avere “la responsabilità di dividere il fronte progressista delle opposizioni”. Tanto effetto con una sola astensione: c’è veramente da sorprendersi per il potere in mano ad una sola semplice consigliera. 

+Europa, figuriamoci, non ha voluto essere da meno con giudizi negativi così come la rappresentante de “Il Veneto”, (suona più come il nome di un giornale che quello di un gruppo politico), che ha valutato il fatto in centimetri, dicendo di una Bigon non all’altezza della situazione.

Il Pd non ha difeso la sua consigliera, anzi ha contribuito incoscientemente alla sua lapidazione aggiungendosi al tiro degli altri.

Albertino Bigon, detto “Bibi”, è stato un capacissimo centravanti ed attaccante di calcio, anche lui veneto. 

La nostra Anna Maria non deve preoccuparsi. Non ha fatto altro che dire la sua. Forse farà la fine del Soldatino di piombo. Priva di una gamba e di un partito a sostegno, annegherà da principio in un mare di critiche desolanti per essere poi ripescata e conoscere nuova vita. 

Burke, si starà spellando le mani riconoscendole forza e temperamento. Il bigotto Pd ha fatto un clamoroso autogol.

Si parla del futuro dell’ Europa o soltanto di possibili candidature?

Nel bombardamento quotidiano che accompagna il confronto politico in vista delle prossime elezioni europee, continua a mancare un tassello: ovvero, la prospettiva che vogliamo costruire per l’Europa e, soprattutto, quali progetti politici sono in campo sull’Europa. Perché i temi che attualmente caratterizzano il dibattito, e non c’è da dubitare che la deriva sarà sempre più forte e persistente nelle prossime settimane, sono sostanzialmente due: e cioè, chi si candida dei leader di partito per l’Europa e come si possono comporre le maggioranze politiche dopo il voto

europeo. E cioè, due temi radicalmente lontani, esterni ed estranei rispetto al sentire comune di qualsiasi cittadino italiano e che confermano, purtroppo, un fatto che i vari sondaggisti ricordano insistentemente: il rischio che vada al voto meno della metà degli aventi diritto.

Non a caso, non c’è talk televisivo, accompagnato dalla quasi totalità degli organi di informazione della carta stampata, che ogni giorno non richiamino l’attenzione su aspetti del tutto marginali. Nello specifico, la Schlein si candida nelle cinque circoscrizioni o solo in alcune delle cinque per evitare che le donne del Pd si lamentino della potenziale esclusione a vantaggio dei maschi del Pd? Ma, di grazia, il sistema elettorale per le europee non prevede il proporzionale con preferenze? E che cosa centra essere il numero 2, o 3 o 4 o 5 della lista quando puoi il cittadino/elettore deve scrivere il cognome del candidato? Qui, come ovvio, non c’è la lista dei designati, né quindi degli eletti, che si conoscono già quando vengono depositate le liste. 

Mi riferisco, come ovvio, a ciò che avviene per la Camera e il Senato. Ma nel Pd questo tema non fa breccia perché il tutto si limita a capire cosa farà la Schlein. E quindi paginate intere sulle intramontabili correnti interne, sul simpatico e sempreverde Prodi che dispensa consigli a giorni alterni sul tema e molteplici interviste sugli organigrammi interni. Stesso tema, anche se meno insistente, avviene per la Premier Meloni nel suo partito. Comunque sia, temi, argomenti e riflessioni strutturalmente

autoreferenziali e del tutto lontani da tutto ciò che interessa concretamente i cittadini/elettori.

E poi c’è il secondo tema dominante, quello della formazione delle future maggioranze. Elemento indubbiamente interessante perchè centrale e decisivo per sapere quali saranno anche le future politiche europee nei diversi settori di competenza, ma che evidenziano anche l’eterno richiamo degli organigrammi e dei soli equilibri di potere. Per concludere, come ricordavo poc’anzi, con la pesante lamentela sul fatto che ci sarà, tuttavia, un pesante e massiccio astensionismo che rischia di far precipitare il valore della partecipazione elettorale e quindi del valore e della qualità della democrazia.

Ecco perchè, come sostengono Renzi e pochi altri leader, forse è giunto il momento – se vogliamo invertire la rotta di questo squallido ed arido confronto pre-elettorale – per concentrare l’attenzione su ciò che ci aspetta dopo il voto del 9 giugno. E cioè, molto semplicemente, spiegare qual è la vera posta in gioco con il voto per una eventuale nuova Europa. Con quella che, con una giusta ed intelligente provocazione politica, culturale, programmatica e valoriale, viene chiamata come la frontiera dei “nuovi Stati Uniti d’Europa”. E se questo dibattito non dovesse decollare non lamentiamoci poi il giorno dopo il voto della progressiva ed irreversibile disaffezione dalla vita pubblica, e quindi dalla democrazia di quote consistenti di cittadini italiani.

Dibattito | Dc e Popolari insieme per fare migliore l’Italia

Il popolarismo sturziano è stata la cultura che ha favorito l’impegno politico dei cattolici all’inizio del secolo scorso, assicurando la partecipazione alla vita politica di vasti ceti popolari e intermedi ispirati dai valori della dottrina sociale della Chiesa espressi nella Rerum Novarum. Un’esperienza straordinaria avviata partendo dai comuni, attraverso la partecipazione attiva di realtà associative e culturali, consolidata grazie all’estensione giolittiana del diritto di voto, stroncata dalla violenza delle squadracce fasciste e, dopo il Concordato,  dall’esilio di don Luigi Sturzo.

Quell’eredità fu raccolta dalla prima generazione democratico cristiana che, con le “Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”(Demofilo, 26 Luglio 1943) e il “Codice di Camaldoli” (Luglio 1943) seppe organizzare la Dc e assumere la guida ininterrotta del governo del Paese per oltre quarant’anni.

La Dc è stata storicamente la più grande espressione dell’unità politica dei cattolici italiani (democratici, liberali e cristiano sociali) e, sul piano sociale, lo strumento capace di garantire a livello istituzionale, il punto di equilibrio degli interessi e dei valori delle genti del Nord e del Sud e quello dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Equilibrio senza il quale salta il sistema del nostro Paese.

Finita politicamente la Dc (1993), si interrompe l’unità tra Nord e Sud (esplode il fenomeno della Lega) e, dopo l’illusione liberale di Berlusconi e Forza Italia, irrompe il populismo qualunquista del M5S e la falsa supremazia della destra nazionalista e sovranista, espressione della maggioranza della minoranza degli elettori. La maggioranza oltre il 50%, infatti, nel 2022 si è astenuta dal voto. E l’On Meloni può guidare legittimamente il Paese solo grazie a una legge elettorale anacronistica e iniqua.

La condizione di anomia sociale e politica in cui versa l’Italia guidata da una pseudo maggioranza è il risultato del venir meno dell’equilibrio di cui sopra, minacciato dal progetto di autonomia differenziata, destinato ad aggravare il divario Nord-Sud, e dalla condizione di crisi economica, non solo delle classi popolari, evidenziata dai dati della povertà assoluta rilevati dall’ultimo rapporto della Caritas italiana, ma dello stesso terzo stato produttivo e dei ceti medi, come evidenziato, da un lato, dai sindacati e, dall’altro, dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.

Venuto meno il ruolo di Forza Italia, dopo la scomparsa del Cavaliere, la condizione della maggioranza di governo è quella del dominio della destra degli eredi almirantiani, preoccupati di occupare tutti gli spazi di potere disponibili, portatori di una cultura in netto contrasto con i fondamentali costituzionali della Repubblica. 

Questo progetto, il primo della triade della destra ( premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura con la separazione delle carriere) è destinato, infatti, a mutare la natura stessa della nostra repubblica parlamentare. Contro tale disegno di “deforma costituzionale” è essenziale attivare i comitati per il NO, a partire da quello dell’area politica dei Dc e Popolari.

Questa nostra area è affollata di partiti, movimenti, associazioni e gruppi che, a diverso titolo, si richiamano ai valori del popolarismo sturziano e della Dc degasperiana, risultanti dalla suicida diaspora che ha caratterizzato la lunga stagione seguita alla fine della Dc e solo da poco tempo in via di ricomposizione.

I cattolici, che hanno l’obbligo di non disinteressarsi della politica e del servizio ai cittadini, è ora che escano allo scoperto e difendano pubblicamente i valori di riferimento del progetto di vita che non è confinato solo nelle scelte individuali, ma anzi deve raccordarsi anche nella società con gli altri nel contesto della propria fede, della dottrina sociale della Chiesa

Con i recenti incontri promossi da Iniziativa Popolare, Tempi Nuovi e Piattaforma 2024, sono emerse nettamente le volontà di impegnarsi per concorrere a ricostruire una presenza forte e unitaria dei cattolici nella politica italiana, aperti alla collaborazione con altre culture politiche liberali e riformiste interessate alla difesa e all’attuazione integrale della Costituzione.

Persistono alcune perplessità specie da parte di amici che antepongono al progetto unitario la scelta delle alleanze in vista delle elezioni europee. Una strategia sbagliata e inefficace, di fatto, contro producente rispetto al progetto di ricomposizione politica . 

Condivido pienamente l’appello pronunciato dall’On. Ivo Tarolli a conclusione dei lavori dell’incontro di Piattaforma 2024, con cui ha affermato come” lo stare uniti venga prima, stia sopra a qualsiasi decisione successiva ( liste, candidature e alleanze)” 

A coloro che mantengono ancora riserve evidenziamo che siamo giunti a un tempo in cui è obbligatorio imboccare la strada della nostra ricomposizione, passaggio politico decisivo per il bene dell’Italia. Un centro nuovo della politica italiana, infatti, non può nascere dall’incontro delle soli culture liberal democratiche e repubblicane,  perché da sole sarebbero sempre minoritarie senza la partecipazione di una forte componente politica organizzata dei cattolici. 

Dobbiamo avere più coraggio e meno rivalità negativa: “Insieme” possiamo dare una speranza e un futuro migliore a un popolo che si va rassegnando o che subisce i cupi scenari dei poteri forti, dobbiamo sostenere la fiducia nei giovani che numerosi invece si vanno addormentando con l’uso delle droghe e dello “sballo” del sabato sera. Abbiamo il dovere di attrarre un nuovo interesse ed entusiasmo perché ciascuno dia un progetto alla propria vita, con “i talenti ricevuti” e alla collettività che s’ispiri ai valori forti che sono nel Vangelo di Gesù e nell’insegnamento del Magistero della Chiesa e nei principi della nostra Costituzione repubblicana.

È tempo di respingere le facili scorciatoie, di adottare politiche in grado di  contrastare i dominio dei poteri forti del sistema finanziario nazionale e internazionale e  di altri poteri occulti, per attuare integralmente il dettato costituzionale. E’ tempo di procedere senza indugi e logoranti rinvii all’unità politica possibile dei Dc e Popolari presenti in Italia. Il futuro è ancora nelle nostre mani, ma vorremmo costruirlo insieme da cattolici e laici per il bene del popolo italiano e per il futuro delle giovani generazioni.

La speranza di un mondo nuovo malgrado tante circostanze avverse

È ancora possibile coltivare un barlume di speranza per un mondo nuovo? Il Terzo Millennio che doveva rappresentare una nuova era imperniata sui valori della solidarietà, della fratellanza, della giustizia sociale e della pace tra tutti i popoli assume sempre più i contorni di una barbarie che non ha precedenti nella storia dell’umanità. 

L’esplodere continuo di guerre che caratterizzano la “nuova civiltà” basata sull’odio, sulla violenza e non sull’amore e sul rispetto reciproco, impone una riflessione pacata, ma allo stesso tempo rivoluzionaria dal punto di vista umano, storico e, soprattutto, economico-politico.

Sì! Economico-politico. Perché di questo si tratta in fin dei conti.

Non è necessario tornare indietro nel tempo per disturbare quanti avevano teorizzato per questa scienza umana un alto valore in ordine alla organizzazione ed all’amministrazione della società, un continuo e costante riferimento ai valori della morale, dell’etica, ma anche ad una conseguente sorta di stile privato e pubblico che l’uomo politico doveva incarnare per essere, allo stesso tempo, vero e credibile agli occhi della pubblica opinione.

Gli esempi riferibili a quest’ultimo punto di vista certamente non mancano nel recente passato, ma forse è inutile anche la melina del girotondo dei nomi che, stante l’attuale situazione, a nulla valgono nel realismo politico di una classe dirigente che preferisce pestarli nel mortaio dell’oblio per essere libera dal punto di vista morale

Come si fa allora, essendo piccola goccia nel mare, a promuovere un cambiamento radicale non solo di stili di vita – gli stessi che stanno portando l’umanità alla sua rovina finale – ma anche, per essere concreti, di sistemi di sopraffazione di un popolo sull’altro?

Il realismo politico non è certamente quello legato all’attuale dimensione di una organizzazione sociale che, a livello mondiale, detiene la maggior parte delle risorse disponibili per tenere sottomessa la maggioranza dei popoli di questa terra.

A volte contano anche i numeri, soprattutto se riferiti ad una situazione sociale che, proprio perché viviamo nel Terzo Millennio, dovrebbe essere lontana da questa “inciviltà evoluta” che per i pochi benestanti rappresenta il contrario. Ed allora, solo per essere concreti, occorre dire che l’ottanta per cento della popolazione mondiale può usufruire solo del cinque per cento della ricchezza prodotta. Per cui il novantacinque per cento della ricchezza mondiale è nelle mani di un venti per cento. Una élite che certo ormai (grazie anche al cospicuo forziere finanziario) è in grado di controllare e, soprattutto di incanalare i corsi della politica nelle diverse situazioni mondiali.

Ormai, senza soldi non si fa politica! È questa la triste realtà di quanto sta avvenendo nel mondo contemporaneo. Non è difficile intravvedere questa sorta di tendenza a livello dell’Unione Europea: tutto dipende dall’alta finanza, dalla fedeltà ad alcune regole economiche secondo le quali il profitto è il motore dell’economia.

La speranza di un mondo nuovo non sarà una chimera se si prenderà coscienza di questo e se si saprà agire di conseguenza, ripudiando il canto delle sirene che da più parti tentano di continuare a relegare il cittadino suddito del potere economico.

Dc, un’eredità complessa: meriti e responsabilità della classe dirigente cattolica.

Ieri è stato presentato un volume importante sulla storia della Dc di tre storici di chiara fama. Non posso esprimere un giudizio puntuale non avendolo ancora letto. Lo farò. Intanto mi limito ad alcune osservazioni su quanto ascoltato dalla diretta streaming dall’istituto Sturzo da un panel quasi monocorde: Andrea Damilano, Rosy Bindi e Marco Follini. 

Intanto è riecheggiata nella sala per merito di Antonetti  la domanda di un uomo intelligente come Ciriaco De Mita “perché è morta la Dc”? 

Nessuno ha saputo dare risposte e forse sarà il tema di un nuovo volume. 

Poi seconda considerazione, vengono riscoperti i meriti, postumi e tardivi della DC anche da chi l’ha avversata, combattuta e apprezzata solo ora che non c’è più. 

Poi sono affiorate le tesi giustificazioniste sul fax di Martinazzoli. Come a dire la DC era già morta; nonostante avesse avuto nel 1992 ancora quasi il trenta per cento (29,9) dei voti di un popolo che partecipava al voto con percentuali considerevoli. 

Il giustificazionismo di Damilano e Rosy Bindi si è spinto ad assimilare una Assemblea con un Congresso o un consiglio Nazionale dimenticando il significato delle regole statutarie. Dietro questa dimenticanza c’è l’assenza totale  di riferimento al metodo democratico degasperiano che fin dai primi momenti di vita della Dc ne ha permeato l’esistenza fino appunto al momento del Fax. 

Poi sembra di avere assistito a scene di alieni venuti da Marte quando Rosy Bindi oltre le solite litanie su Tangentopoli, sulle responsabilità del CAF, sul debito pubblico, sulle degenerazioni ha affermato che il Suo passaggio al Partito Popolare lo ha fatto da DC. 

Una lettura più attenta delle vicende dal 1987 al 1994 dimostrerà con obiettività le riforme realizzate dalla DC sia sul piano sociale che fu quello economico e il coraggio nella tenuta del sistema anche rispetto alle scelte europeiste con Maastricht. La DC pagherà un conto elettorale a vantaggio della Lega proprio per avere perseguito politiche di risanamento finanziario.! 

Sembra quasi  che si assista ad una perdita di memoria sul sostegno ai governi Amato e Ciampi nell’opera di risanamento economico- finanziario. 

Il parlamento degli inquisiti, come li definivano i detrattori,  quelli della undicesima legislatura, avevano salvato l’Italia dal naufragio, lavorando sodo per raddrizzare il vascello, come scrisse ai deputati Dc Gerardo Bianco il 22 febbraio 1994 in chiusura di legislatura. 

Per non dimenticare poi che il riferimento alla assemblea degli esterni del 1981 a Formigoni è palesemente sbagliato. Quella grande mobilitazione intellettuale di apertura alla società, ai mondi vitali, alle pmi, alla impresa familiare piuttosto che alla grande impresa, era sia a destra che a sinistra. Formigoni era nei 15 della Commissione degli Esterni, ma aveva già fatto le sue battaglie con il Movimento  Popolare nelle Università e nella società. L’arretramento di 6 punti alle  elezioni del 1983 non fu di certo per responsabilità di Carli! C’era stata la Presidenza  Spadolini e la crescita del PRI. Potremmo  dire la stessa cosa per Scoppola eletto nel  1983? 

La appartenenza di Bindi alla DC era sempre poco convinta e desiderosa di un partito a sua immagine e somiglianza dimenticando che c’era un partito plurale con tutti i pregi e i difetti. E in partito che era territoriale mentre Ella fu eletta alle europee nella circoscrizione Veneta e non Toscana.  Dimentica di aggiungere che non perdeva occasione per affermare una discontinuità con il passato. V’era chi voleva una rigenerazione in chiave “penitenziale”, di riscatto dal peccato, che poteva venire solo da una sorta di  autoflagellazione e dalla separazione degli eletti ritenuti impuri come tentò di fare appunto Rosy Bindi nella prospettiva di un piccolo partito duro e puro. 

Avviare processi sommari di condanne di intere esperienze storiche significava solo favorire la distruzione di culture e di formazioni politiche e scatenare ondate di populismo e di antipolitica come scrisse Bianco inascoltato e come è appunto avvenuto. Si è spinta al punto di imputare a Donat  Cattin la responsabilità del Preambolo senza alcun apprezzamento per le politiche sociali e le conquiste per i lavoratori! Un Preambolo che ha assicurato stabilità e crescita della difficile alleanza, ma unica possibile con i socialisti. Ecco la differenza con Marco Follini è stata proprio su molti punti. Marco ha rivendicato con eleganza il passato del movimento giovanile e una storia, cosa che non fatto e non ha potuto fare Rosy Bindi. 

Molte cose sono state volutamente dimenticate. Non una parola sul PCI legato all’Urss, non una parola sul miracolo economico e sulle riforme, non una parola sul Terrorismo e sull’album di famiglia dei compagni, che ha insanguinato  l’Italia in una spirale di ricatti negli anni settanta e ottanta e che avevano l’unico obiettivo di colpire la DC. 

Ci sono riusciti! 

La letteratura brigatista è amplissima. È adesso è troppo tardi per i rimpianti. Tenetevi la destra – destra! E ricostruite se ne siete capaci! 

Voglio chiudere con una citazione di Carli: 

“In tutti i paesi industriali si è compiuta una rivoluzione nella distribuzione del reddito fra i gruppi sociali e si è compiuta pacificamente perché la funzione ridistribuiva è stata assunta dagli Stati”. 

L’autonomia di Salvini e Meloni abbandona il Meridione a se stesso

Mentre l’istat certifica che in dieci anni il Sud ha perduto quasi un milione di abitanti, con soave sollecitudine il governo di destra-centro salta a piè pari, come nel caso del salario minimo, chi sta peggio: non cura il fatto che questa è la causa prima del massiccio abbandono. Come se non occorresse porre rimedio alle disuguaglianze, le autonomie differenziate continuano per la distribuzione delle risorse a fare riferimento alla spesa storica, a prescindere dai dislivelli da colmare, finendo di scavare più a fondo il fosso tra le regioni più forti, quelle del nord, e quelle più deboli del sud. 

E pensare che la storia non manca di scelte esemplari come quella della riunificazione tedesca, per la quale la Germania federale si fece carico nel bilancio nazionale pluriennale di ridurre il disavanzo tra est ed ovest perché ne andava la faccia della nuova nazione unita davanti al mondo intero. Era la prova di una vera solidarietà rispetto alle disuguaglianze storiche, frutto della differenza profonda tra il regime democratico occidentale e quello autoritario orientale. Non parliamo, poi, della solidarietà riaffermata in occasione dell’esplosione del fenomeno dell’immigrazione quando la Signora Merkel, resistendo alle contestazioni della destra, si fece carico non solo di finanziare l’accoglienza presso altri paesi intermedi quanto di aprire le porte a un milione di immigrati sul proprio territorio. Una politica lungimirante, senza dubbio, perché finalizzata a gestire il problema della crescente denatalità e, al tempo stesso, le richieste di manodopera provenienti dal mondo produttivo. 

Invece dobbiamo registrare gli imperdonabili ritardi di un Paese come il nostro. In maniera degenerativa si ritorna infatti agli obiettivi scissionistici del primo Bossi, con uno scellerato patto a tre della maggioranza che vede Fratelli d’Italia accedere alle autonomie differenziate ed ad alcune proposte di bavaglio giudiziario di Forza Italia in cambio dall’approvazione del premierato, non a caso dichiarata dalla Meloni “la battaglia delle battaglie”: un fac-simile delle democrature in giro per il mondo, con uno solo uomo al comando! 

È dunque messa in forse la stessa unità politica del Paese, almeno sotto due aspettiL’autonomia di Salvini e Meloni abbandona il Meridione a se stesso essenziali: in primo luogo, perché elude l’esigenza di riequilibrio che si pone in nome del rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini della Repubblica, con ciò adombrando l’impugnativa di incostituziolità; in secondo luogo, perché costituisce un attentato all’unità del Paese con il prevalere delle rappresentanze delle aree forti su quelle più deboli. Un esempio luminoso da imitare è dato dagli USA, dove, per non creare discriminazioni, si prevede che ogni Stato abbia diritto a due rappresentanti eletti in Senato, quale che sia la popolazione. 

Lo scontro è ormai a livello costituzionale, soprattutto per la difesa della prima parte della Carta, laddove si parla dei diritti uguali per tutti. In ogni caso, occorre la maggioranza dei due terzi per superare l’ostacolo del referendum confermativo. Meloni fa i conti senza l’oste, il convitato di pietra contro cui andrà a sbattere è la forza degli italiani che si riconoscono nei valori iscritti nella Costituzione.

La Santa alleanza della destra su autonomia, giustizia e premierato.

La questione meridionale non è di certo dell’altro ieri. Già al tramonto dell’ottocento e soprattutto nell prima parte del novecento eminenti studiosi del fenomeno, come Giustino Fortunato, prima, e Pasquale Saraceno, per buona parte del secolo scorso, avevano puntato il dito contro le politiche dei governi dell’Italia unita – e Saraceno anche dell’Italia repubblicana – incapaci di delineare progetti concreti e lungimiranti per dare al sud adeguate opportunità di crescita economica e sociale.

Ora un ulteriore capitolo si sta scrivendo ad opera di questa maggioranza di governo con l’approvazione di martedì, in Senato, delle disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e di qui a qualche settimana alla Camera.

Una riforma che, non è fuori luogo affermare, sta ponendo tutti i presupposti per consegnarci un’Italia sfigurata e irriconoscibile, ove il meridione non troverà nuova linfa per rigenerarsi, anzi si troverà sospinto in una condizione sempre più asfittica, sia da un punto di vista economico che sociale.

Siamo senz’altro di fronte ad una riforma sfrontata e temeraria che porterà come primi effetti un profondo divario tra le Regioni del nord e tutta l’area del meridione.

Sicuramente tantissimi italiani ieri avranno idealmente intonato l’inno di Mameli unendosi ai tanti parlamentari che ne scandivano vibratamente le eroiche rime.

Ma quei tanti italiani avranno al contempo avvertito un senso di profonda delusione ponendo mente all’altrettanta ingannevole e opportunistica politica ventennale di questa sinistra, oggi incarnata dalla Schlein e nel 2001 da D’Alema, che per ingraziarsi il favore della Lega di quel tempo, dichiaratamente secessionista, si inventò la riforma del Titolo V, spostando in modo disordinato, e talvolta irragionevole, competenze e funzioni con l’effetto di facili contenziosi tra Stato e Regioni.

Oggi quei nodi sono venuti tutti al pettine perché quella riforma Costituzionale del 2001, fatta in fretta e furia, con una maggioranza risicata,ha dato la stura, nella più impensata delle occasioni, alle destre di governo, per varare una legge di attuazione delle Autonomie regionali, che è un bazooka contro il meridione e la povertà.

Una riforma che suona sinistra contro l’art.5 della Costituzione: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali..”. Un articolo che non può essere giammai disgiunto dal principio universale di uguaglianza previsto dall’art. 3 che sancisce: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge…”, e prosegue al secondo comma: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Così, dal momento dell’approvazione, ogni Regione potrà chiedere e negoziare con il governo forme devolutive di competenze e di risorse.

È evidentemente la porta per disseminare nel paese un regionalismo asimmetrico dai tratti variabili tra un territorio regionale e l’altro, basato sulla possibilità di poter trattenere buona parte del gettito fiscale proveniente dal territorio per finanziare servizi e funzioni di cui si chiede il trasferimento.

Se apparentemente può sembrare una sorta di sussidiarietà a tutto vantaggio delle prossimità delle funzioni e dei servizi al cittadino, in realtà manca nel testo di legge approvato ogni riferimento a validi meccanismi di perequazione onde evitare abnormi disarmonie normative e contesti discriminatori tra regioni ricche e regioni meno fortunate per le peculiari caratteristiche del loro territorio, ove le risorse e il gettito risulterà assai più scarso.

E a poco vale l’argomentazione che una maggiore responsabilizzazione di ciascuna Regione può spingerle a tener fede concretamente ad obiettivi di maggior efficienza e razionalità dei servizi.

Quello che invece appare essere più verosimile è la preoccupazione che una tale devoluzione senza appositi contrappesi di natura perequativa nazionale in capo allo Stato, e senza che sia determinato per legge che ogni attività devolutiva, pur nelle materie non condizionate alla effettiva determinazione dei Lep, non possa avere avvio se non siano stati, nel frattempo, individuati i livelli essenziali di prestazioni che ogni regione dovrà rispettare.

Questo salvacondotto che la normativa ha assicurato ad una lega scalpitante – voluto a tutti i costi da Calderoli, maestro nel disseminare marchingegni normativi, famosa la sua legge elettorale di qualche anno fa, da lui stesso definita una “porcata” – pronto a mettere in pratica e portare a compimento il suo vagheggiato disegno secessionista, non farà che accrescere le disparità e i profondi divari che già affliggono considerevolmente tanti territori regionali, espressione del sud d’Italia, con la conseguenza di accentuare le già enormi sacche di povertà che caratterizzano le Regioni del meridione.

Oltre a questo, non è da sottovalutare l’Inganno semantico di questo testo come approvato in prima lettura in Senato, che, con la previsione di accordi comuni tra regioni può aprire facilmente la breccia per la formazione di macro regioni, anticamera di una  ipotetica evoluzione secessionista: vecchio pallino della Lega nord di Bossi.

In questo scenario i cattolici in politica, ed in primis la nuova Democrazia Cristiana che ispirandosi ai principi della dottrina sociale della Chiesa e in consonanza con i dettami dell’Umanesimo sociale, che metodicamente Papa Francesco ci ricorda di non espungere mai dagli obiettivi primari di ogni azione politica, non possono restare a guardare.

È evidente a questo punto quanto sia urgente e doveroso il portare a compimento la ricomposizione dei diversi filoni culturali, riconducibili alla più vasta area democristiana e il costruire, insieme alle forze liberali e riformiste, distanti da ogni suggestione populista, sovranista o massimalista e qualunquista, diano rappresentanza, in una sorta di arco politico che nel riproporre lo schema della cosiddetta maggioranza Ursula, magari con l’auspicio di avere alla guida della prossimo Commissione europea, Mario Draghi, una lista unitaria nel nome e secondo i principi del popolarismo, come virtuosamente declinati dal Manifesto, Liberi e Forti, da don Luigi Sturzo, e del riformismo liberale, che riporti il tema del meridionalismo tra le priorità programmatiche da affrontare nel paese e nelle future iniziative da parte dell’Ue.

Sarà di certo una sfida assai ardua. 

È ancora più motivante, dato che il sud è sembrato essere, secondo diversi analisti, la vittima sacrificale di un cinico baratto tra la premier Meloni, che, in una sorta di Santa Alleanza con Salvini e Tajani, non avrebbe avuto remore a subordinare il suo placet nel fare approvare un regionalismo differenziato, targato Lega,senza efficaci bilanciamenti, e dare mano larga sulla riforma della giustizia, proposta da Nordio( targata FI) – su cui la premier ha avuto sempre qualche diffidenza, tant’è che lo ha spesso fatto tallonare dal sottosegretario Delmastro – per assicurare al suo progetto di riforma del premierato un percorso senza ostacoli, stante la natura costituzionale di questa riforma. 

Siamo insomma nel mezzo di una deriva autocratica che sta facendo scivolare il paese verso una democrazia plebiscitaria, tendente a modelli di disomogeneità sempre più accentuati in tema di ordinamenti sui servizi primari, aggravati ora dal fatto che con l’approvazione della riforma entreranno nella devoluzione regionale, la giustizia, limitatamente alla competenza dei giudici di pace, le norme generali sull’istruzione e la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema.

Per non parlare poi della sanità, ove nessuna subordinazione e nessuna conditio sine qua non, sulla governance del sistema sanitario regionale,

come lasciato intendere, stante la farraginosità del sistema previsto, dallo stesso prof. Sabino Cassese, presidente della Commissione incaricata della definizione dei Lep.

In altre parole si è lasciato campo libero ad una sorta di generalizzata deroga al principio di unità della nazione, anche su servizi di primaria natura, deputati ad assicurare l’uguaglianza dei cittadini in tutto il territorio nazionale.

Per non dire dell’ulteriore prevedibile accentuarsi dell’atavico squilibrio tra nord e sud.

La percezione più evidente è perciò che il meridione, con questa riforma, prossima all’approvazione definitiva, è stato abbandonato a se stesso.

E i governi regionali che fanno?

In particolare la regione siciliana dove nella giunta Schifani siedono assessori eletti nelle liste della DC?

Davanti a una generale prevedibile prospettiva di ulteriore depauperamento sociale ed economico del meridione,  e in mancanza di azioni decise del governatore di Forza Italia che assicurino la concreta partecipazione al programma di investimenti offerti dalla Ue con riguardo all’attuazione del Pnrr, per i riassetti e i miglioramenti infrastrutturali in quei territori comunali fragili e afflitti da strutture obsolete, maggiormente prioritari financo rispetto a velleitari progetti, quale appare ad oggi essere il ponte sullo stretto, vien da chiedersi: come intende muoversi la DC regionale in Sicilia, che oltre ad essere parte di quella maggioranza di centrodestra ne condivide, appunto, le responsabilità in giunta?

Non sarebbe il caso di mettere in mora il governo centrale e se del caso far venir meno il sostegno alla coalizione guidata dal governatore Schifani, se resta supino alle prepotenze di ministri che preferiscono giocare con il destino dei territori pur di accontentare lobby e alimentare oligarchie economiche mettendo avanti la sopravvivenza elettorale del proprio partito?

Calenda: “Se Trump vince le elezioni, l’Europa sarà sola contro la Russia”.

Roma, 24 gen. (askanews) – “O recuperiamo il senso della storia o una mattina ci sveglieremo e saremo un piccolo stato alla deriva in una continente che è tornato ad essere un’espressione geografica”: lo ha detto il leader di Azione, Carlo Calenda, nella sua dichiarazione di voto in Aula sul ddl di conversione del decreto che proroga le forniture militari all’Ucraina.

Il tema che ha fatto maggiormente discutere è quello dell’ordine del giorno della Lega, poi riformulato in accordo con gli alleati e il Governo, che sottolinea la situazione militare sul campo e l’impossibilità di una soluzione militare del conflitto, mettendo l’accento sulla necessità di “percorsi diplomatici” finalizzati alla conclusione del conflitto. “La realtà – ha affermato Calenda – è che l’ordine del giorno della Lega nella sua versione originale è interessante, non perché strizza gli occhi alla versione della Russia… Salvini diceva ‘darei indietro due Mattarella per mezzo Putin’. Ma nella parte cancellata dell’ordine del giorno che abbiamo votato dice ‘ci sono un sacco di elezioni e gli italiani sono stanchi’. Vorrei capire, di cosa sono stanchi gli italiani che pagano un euro al mese per difendere l’Ucraina?”.

“Gli ucraini sono stanchi, di due anni di guerra ma – ha aggiunto – non solo di quello: la ragione per cui l’Ucraina combatte non è un astratto sentimento di libertà, ma il fatto che loro sotto i russi ci sono stati. La Russia da Pietro il Grande in poi è sempre stata impero perché non si è mai costruita nazione, nazione occidentale, e l’ha dovuto nascondere con approcci espansionistici. Il contenimento della Russia è una delle chiavi della politica europea e non da oggi”.

A giudizio del leader di Azione “se Trump vince le elezioni noi saremo soli a fronteggiare la Russia. Così l’Europa non ci sarà più. Sull’Ucraina si gioca il futuro dell’Europa: se l’Europa si frattura definitivamente la prima a cadere è l’Italia, anello fragile dell’Europa per ragioni finanziarie e storiche. Voi potete sostenere che l’Ucraina deve essere sconfitta dai russi ma non usate papa Francesco per sostenere che a un certo punto Putin si ritirerà e faremo una conferenza di pace a Roma e troveremo l’accordo per cui il mondo diventerà un posto in cui Putin collaborerà con noi, perché questo non è degno di questa sala”.

Infante (Insieme): la Lega rompe l’Italia, la Meloni si piega allo scempio.

La Lega ha inneggiato al Carroccio al Senato in occasione del voto che “rompe” definitivamente l’Italia. Esposto persino un drappo con il Leone di San marco. Sì, perché è la Lega secessionista a vincere con l’Autonomia differenziata. E bene hanno fatto quelli dell’opposizione ad intonare l’Inno di Mameli. Quell’inno che risale al 1847 quando la Penisola era divisa in decine di staterelli

Quelli di Fratelli d’Italia, punti nel vivo, si sono alzati ed anch’essi si sono uniti al coro che faceva risuonare nell’aula del Senato il canto di chi ha donato la vita per raggiungere l’Unità nazionale. Le contraddizioni dell’animo umano. Un’incoerenza che non può essere perdonata.

L’Italia deve ritrovare davvero coesione. Venti dispersioni legislative, di spesa e d’indirizzo hanno aggravato le nostre condizioni.

L’Autonomia differenziata vuole dare ulteriori poteri alle Regioni. Mentre, invece, andrebbero loro ridotte, così come la capacità di spesa a piè di lista o offrire una miriadi di prestazioni diverse. A partire da quelle che hanno contribuito, e molto, ad affossare la nostra Sanità. E sorvoliamo sul sottopotere e sui grandi e piccoli scandali che hanno costellato la vita del sistema regionalizzato del Paese, a partire dalle dimenticate ruberie della formazione professionale ed altro.

La vera riforma delle Autonomie, quelle che abbiamo ricordato pochi giorni fa in occasione del centenario sturziano dell’Appello ai Liberi e forti, dovrebbe consistere nel puntare di più all’effettiva prossimità delle istituzioni con i cittadini e con i problemi quotidiani della gente. Quello che, purtroppo, per quel che riguarda le regioni, si è progressivamente perso mentre si è dilatate la spesa pubblica e accentuate le divisioni tra Nord e Sud e, persino, all’interno di molte regioni.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/mameli-contro-la-lega-fratelli-ditalia-diventa-sfracelli-ditalia-di-giancarlo-infante/

Editori e giornalisti, quale indipendenza?

Dunque, Giorgia Meloni ha scoperto l’acqua calda o fatto una denuncia epocale alla trasmissione “Quarta Repubblica” di Nicola Porro? A risentirla con la dovuta sobrietà e senza alcuna faziosità, non si può che propendere per la prima ipotesi. Del resto, dire che “Repubblica” – ovviamente come “La Stampa” – scrivono articoli e articolesse che prescindono radicalmente da ciò che interessa gli editori di riferimento – e che riferimento – è un po’ come sostenere che si va allo stadio per godersi un po’ di tranquillità e di silenzio spirituale.

Ora, è un tema, questo, sufficientemente antico e vecchio per suscitare qualche interesse politico e anche giornalistico. Certo, quando un Presidente del Consiglio accusa il titolo di apertura di un giornale che è scientificamente contro le politiche del suo Governo – “L’Italia in vendita” – sostenendo che non prende lezioni da una testata il cui editore ha portato, invece, la sua corposa azienda all’estero diventa francamente difficile contestarne il merito. Dopodichè è del tutto comprensibile che il suo Direttore reciti il rosario che i giornalisti sono indipendenti, la redazione è indipendente, il Direttore è indipendente e i contenuti che vengono sfornati di giorno in giorno nonn hanno nulla a che vedere con gli interessi concreti dell’editore. Riflessione ineccepibile ma oggettivamente comica, per non dire imbarazzante, perchè si tratta di una affermazione a cui, a malapena, credono gli stessi estensori.

Ma, al di là di questi simpatici scambi di opinione, forse è arrivato il momento – per non apparire ridicoli se non addirittura grotteschi agli occhi di una opinione pubblica purtroppo sempre più disamorata nei confronti della carta stampata – per sciogliere un nodo che è molto più semplice di quel che appare. E cioè, ogni testata risponde ai propri editori o proprietari. Risponde alle loro sensibilità, ai loro interessi, alle loro istanze e alle loro legittime aspettative. Anche perchè, se la cosa non fosse vera, ci troveremmo di fronte ad incalliti ed indomiti benefattori dell’umanità e di apostoli del prossimo, che si permettono il lusso di scaraventare ingenti risorse finanziarie solo ed esclusivamente per coltivare e consolidare il pluralismo informativo nel nostro paese. Lo può pensare il direttore Molinari, ma credo siano pochi, per non dire pochissimi, i cittadini/lettori che realisticamente ci credono.

Ecco perchè, e senza ingigantire una polemica che francamente si regge sul nulla, diciamoci una verità semplice ma credo quasi unanimemente riconosciuta. E cioè, ogni editore persegue un suo legittimo interesse, ogni redazione giornalistica di riferimento difficilmente contrasta o contesta ciò che vuole o desidera l’editore e ogni polemica pro o contro il potere politico di turno è il frutto e la conseguenza di questo impasto. Punto. Tutto il resto appartiene al comprensibile e legittimo, ma spuntato, gioco fra le parti. Come si vede è tutto molto più semplice di quel che appare. Semprechè non si voglia credere alla favola, pre carnevalesca, che le singole redazioni giornalistiche sono del tutto esterne, estranee e addirittura oscure rispetto agli interessi concreti degli editori stessi.

Diritto allo studio e merito coesistono in un sistema scolastico inclusivo

La crescita delle moderne democrazie, iniziata nel periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale si è accompagnata all’evoluzione dei sistemi scolastici nazionali: già allora c’era l’esigenza di conservare la remota eredità ricevuta dalla tradizione e da essa partire per aprirsi all’innovazione e alla necessità di restare agganciati alle dinamiche di una società in rapida e profonda trasformazione. L’alfabetizzazione di massa fu per tutti il primo postulato da assolvere: essa conteneva un’urgenza quantitativa, di estensione degli apprendimenti strumentali del leggere, dello scrivere e del far di conto e una prospettiva qualitativa, di affinamento dei saperi, di correlazione tra istruzione e mondo del lavoro, tra educazione e crescita della persona nella sua dimensione identitaria e relazionale. 

Questa deriva la possiamo cogliere come processo di modernizzazione trasversale ai sistemi scolastici dei Paesi usciti dal conflitto bellico, pur tenendo conto di condizioni di differenziato, potenziale sviluppo. La scuola era un’istituzione da definire in modo funzionale alla crescita economica tumultuosa, al traguardo di un recuperato ed esteso benessere: era lo zoccolo duro del progresso civile che riguardava ogni singolo soggetto e l’intero corpo sociale. Fu per tutti un incedere laborioso ma pervaso da fermenti e aneliti di libertà e di emancipazione, l’osservatorio ideale per guardare al futuro partendo dalla cultura, cioè il contesto di maggiori potenzialità affinchè il graduale raggiungimento dei livelli più elevati di studio fosse la gratificazione di un impegno personale soddisfatto e un mattone portato alla costruzione del bene comune, nell’interesse della comunità. 

Implicitamente il tema del diritto allo studio sancito dall’art. 34 della Costituzione prendeva sostanza e consapevolezza, come passaggio obbligato per realizzare e ottimizzare le potenzialità di ciascuno, in modo che nessuno fosse escluso dalla conoscenza e dall’apprendimento come fattori di crescita e realizzazione, al punto da rendere obbligatorio l’iniziale curricolo di studi di otto anni in modo gratuito e aperto a tutti i ceti sociali. In quelle parole usate dai padri costituenti stava l’intuizione dell’istruzione come ascensore sociale: termine oggi usato di converso per significare nuove difficoltà ad utilizzare la scolarizzazione come motore per salire i piani sociali più alti. Inizialmente garantire il diritto allo studio si traduceva nell’offrire uguali opportunità di accesso per tutti, si comprese poi che questo non era sufficiente perché era necessario accompagnare ciascun alunno lungo il percorso scolastico per garantire uguali opportunità di riuscita. 

Abbandono scolastico, ripetenze, dispersione scolastica, ineguali condizioni sociali di provenienza vanificavano come non esaustiva l’uguaglianza delle condizioni di partenza per tutti: troppe difficoltà si frapponevano strada facendo. Negli anni settanta questo tema fu davvero cruciale con la consapevolezza che era il curricolo scolastico (nei programmi, nei metodi, degli interventi di sussidiarietà) che doveva modularsi alle esigenze e alle diverse potenzialità di ciascun alunno, non viceversa. Concetti come l’individualizzazione dell’insegnamento, la flessibilità didattica dei contesti di accoglienza, l’inserimento e poi l’integrazione degli alunni con disabilità (affinchè non fossero esclusi dalla scolarizzazione) ampliatosi poi nel grande alveo dei bisogni educativi speciali derivanti dai disturbi specifici di apprendimento, hanno via via reso la scuola un ambito istituzionale ed umano di accoglienza e non di esclusione. 

La legge 517/1977 – ne cito una sola – fu un monumento al diritto allo studio, tuttora ineguagliata quanto a potenza di significati, visione olistica, innovazione didattica. Ed è pur vero che questa deriva, nel suo ampliarsi e confondersi con la semplificazione culturale, aveva introdotto una certa demagogica tendenza a facilitare, abbassando piani ed altezze della cultura. Il dibattito sulla valutazione, la criminalizzazione dei voti, l’omologazione dei giudizi su clichè stereotipati e indulgenti, la distorsione del concetto di diritto che portava ben presto al ‘tutto è dovuto’, (ricordo che i ricorsi al TAR sulle bocciature venivano largamente vinti perché il giudice amministrativo si orientava a considerare non completi o esaustivi i tentativi esperiti della scuola a percorrere processi di marcata individualizzazione nei metodi di insegnamento) introdussero una mentalità prevalente rispetto al dovere di applicarsi nello studio con abnegazione e impegno.

Molto del prestigio sociale che scuola e docenti hanno perduto strada facendo e che ha portato a parossismi inaccettabili (tanto da far dire a più di uno che sarebbe meglio che i genitori si impicciassero meno nelle competenze professionali degli insegnanti) è dovuto ad un clima rivendicativo nuovo che ha frainteso il concetto di diritto allo studio e lo ha trasformato in pretesa delle promozioni automatiche, all’uso dei social come strumento di controllo del lavoro scolastico, fino al linciaggio di insegnanti e dirigenti scolastici e si tratta del venir meno del rispetto dovuto alle persone e alle istituzioni, più o meno come sta accadendo negli ospedali per le professioni sanitarie. L’idea dell’uno vale l’altro e l’omologazione della valutazione dei risultati hanno negli ultimi anni portato ad un appiattimento culturale e ad un impoverimento formativo che non sono neanche lontani parenti del diritto allo studio sancito dalla Costituzione e legittimato dalla normativa applicativa. 

È accaduto a poco a poco che le eccellenze, le qualità, le doti e i talenti diventassero peccati di lesa maestà verso la cd. “scuola democratica” mentre il livellamento e l’omologazione verso il basso finissero per tarpare le ali dell’intelligenza, della creatività, dello zelo dei capaci e meritevoli. Questo spiega, ma solo in parte, perché reattivamente si sia cominciato a parlare di ‘merito’: lo ha fatto per se stessa la politica ma in modo distorto, senza criteri oggettivi, e la tendenza si è estesa ai pubblici servizi di cui la scuola è parte esponenziale. Il fenomeno del brain drain – la fuga dei cervelli all’estero ha riguardato sia i livelli di qualità formativa che gli sbocchi occupazionali: dove il merito viene conculcato in un limbo sociale in cui è difficile rintracciarlo. ‘Merito’ non è solo dote intellettuale ma reca con sé una valenza etica perchè lo studio richiede impegno, applicazione e sacrificio per conseguire competenze nell’organizzare il pensiero, la capacità di esprimersi e farsi capire, il fare e il saper fare. “I capaci e meritevoli anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. 

In questo passaggio dell’art 34 della Costituzione sta la sintesi del diritto allo studio in una scuola aperta a tutti e il compito che lo Stato deve assumere per valorizzare le eccellenze: forse per troppo tempo ci si è concentrati sulla prima parte dell’enunciato dimenticando che la valorizzazione dei talenti ne è il completamento.

Orgoglio e responsabilità degli Italici presenti in ogni parte del mondo

L’Italia è riconosciuta come la prima potenza culturale al mondo da tutti i principali centri di ricerca internazionali. Questo primato è dovuto alla ricchezza e alla diversità del suo patrimonio culturale, che comprende arte, letteratura, architettura, musica, cinema, gastronomia e stile di vita.

A contribuire alla difesa e all’accrescimento di questo patrimonio non sono solo gli italiani, ma anche gli “italici”, ovvero tutti coloro che, sparsi in tutto il mondo, si riconoscono nei valori e nelle tradizioni italiani.

Gli italici sono una comunità globale che comprende italo-discendenti, italofili e neo-italiani. Sono persone che, per passione o per lavoro, fanno riferimento a prassi e valori tipicamente italiani.

Questa comunità globale può dare vita a un importante “soft power” culturale, ovvero a un’influenza esercitata attraverso la cultura, che può essere un potente strumento per promuovere la cooperazione internazionale e la pace.

In particolare, l’Italia può utilizzare il suo soft power culturale per promuovere l’unità europea. L’Europa è un continente ricco di culture diverse, ma l’Italia può essere un elemento di coesione e di integrazione.

Per farlo, l’Italia deve investire nella promozione della sua cultura all’estero, attraverso gli istituti di cultura, le ambasciate e le rappresentanze diplomatiche. Deve inoltre sostenere la diffusione della lingua italiana, che è una lingua franca in tutto il mondo.

L’Italia ha il potenziale per diventare un leader culturale globale. Per farlo, deve puntare sulla cooperazione con gli italici di tutto il mondo e sulla promozione dei valori e delle tradizioni italiani. 

“Davvero poche sono state le occasioni che hanno offerto spunti di riflessione e proposta, ad eccezione delle prese di posizione, autorevoli ed apprezzate all’estero ma inascoltate dai politici nostrani, dei presidenti Mattarella, Sassoli e Draghi, a favore di una trasformazione dell’Unione in senso federale. Ecco perché abbiamo pensato utile organizzare una occasione di approfondimento e dibattito, per cercare di introdurre tematiche e proposte, in vista delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno, convinti come siamo che “giocarsi” il rinnovo del Parlamento europeo parlando, come purtroppo i partiti italiani stanno facendo, solo di argomenti “domestici”, per lo più affrontati con toni da pettegolezzo e linguaggi da bega paesana, non aiuta di certo la consapevolezza e la soluzione dei grandi temi, spesso drammatici, che il futuro immediato imporrà all’Europa di affrontare, ed allontana ulteriormente la maturazione delle scelte innovative di cui l’Europa ha bisogno”. Così Umberto Laurenti, vicepresidente ASVIT nel suo articolo pubblicato recentemente su “Il Domani d’Italia”.

“Il Convegno – precisa sempre Laurenti – organizzato dall’Associazione Svegliamoci Italici (Asvit), in collaborazione con la Fondazione Giannino Bassetti, Schola Italica-impresa sociale, e Associazione Globus et Locus, programmato per la mattinata del 26 gennaio, affronterà tematiche europeistiche per così dire trasversali, propedeutiche alle enunciazioni di programmi, di schieramenti e di alleanze, che ci auguriamo i Partiti italiani vorranno farci conoscere”. 

“Ciò indica – conclude Laurenti – una nostra particolare visuale della realtà politica italiana ed europea, che è il riferimento alla civiltà italica, con le sue radici culturali, di comune sentire, di modo di vivere e convivere, di capacità creative ed innovative, che tutta Europa apprezza e da sempre considera elemento fondante della storia del nostro Continente, sia passata che futura”. 

Informazioni sul programma

Il convegno, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, dalle ore 9,30 alle 13,30 di venerdì 26 gennaio, sarà introdotto e presieduto dal senatore Pier Ferdinando Casini.
La relazione introduttiva sarà di Piero Bassetti, a cui – come sottolineato varie volte dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – si deve l’intuizione dell’esistenza e della importanza degli italici.
Interverranno: Francesco Rutelli, presidente del Soft Power Club; Silvia Costa, già Presidente della Commissione Cultura del Parlamento Europeo; Francesco Samorè, Segretario Generale della Fondazione Giannino Bassetti; Giuseppe Terranova, docente di Geografia politica ed economica, Università della Tuscia; Andrea Vento, presidente Schola Italica-impresa sociale; Maria Chiara Prodi, del Consiglio Generale degli italiani all’estero.

Le conclusioni spetteranno ad Umberto Laurenti, vicepresidente ASVIT.
Coordinerà i lavori il giornalista Marco Giudici.
Uno spazio della mattinata sarà dedicato al ricordo di David Maria Sassoli nel secondo anniversario della sua prematura scomparsa.
I lavori potranno essere seguiti sul portale Tv del Senato: https://webtv.senato.it/webtv_live e sul canale YouTube: https://youtube.com/user/SenatoItaliano
Sarà distribuita ai presenti una Brochure contenente altri interventi, in forma scritta, al Convegno, nonché documentazione della ASVIT ed una rassegna stampa di articoli sul tema del Convegno. 

Presidente della Cei, Card. Zuppi: non confondiamo il pessimismo con il realismo.

 

[…] Tempo di crisi?
Non facciamoci intimidire da letture solo sociologiche della Chiesa! Ben altre sono le letture della realtà e del mistero della Chiesa! Non facciamoci intimidire da una cultura per cui la fede è al tramonto! È la prepotenza del pessimismo, che pare realismo. Il pessimismo diventa una specie di sicurezza e motiva la pigrizia e l’abitudine. Non facciamoci intimidire da letture della Chiesa che interpretano la nostra azione come politica. Siamo aperti al dialogo, ma non ci lasceremo dire da altri quale sia il contenuto dell’azione caritativa o della missione, che non sono mai di parte, perché l’unica parte della Chiesa è Cristo e la difesa della persona, della vita, dall’inizio alla fine. Certe letture vogliono dividere Vescovi e cristiani, mentre invece sento tanto viva la comunione tra Vescovi e popolo e questo vale più dei like dei social.
Ci sono stati anni difficili anche in passato per le Chiese in Italia. Dopo il Vaticano II, quando la comunità pareva spezzarsi nella contrapposizione tra gruppi, Vescovi e contestazione, la Chiesa praticò con fiducia una comunione inclusiva nell’ascolto mutuo. Iniziò il card. Poletti, Vicario di Roma, grande pastore, con un convegno sulle attese di carità e giustizia a Roma, chiamando in assemblea i romani nel febbraio 1974, proprio cinquant’anni fa. Fu un grande concorso di popolo. Il Vicario pose i cristiani di fronte alla povertà di Roma. Un gesto di sapienza pastorale e un messaggio: invece di dividervi e ignorarvi, parlate (e si tennero affollate assemblee di fedeli in cui tutti potevano prendere la parola), ma soprattutto ascoltate il grido dei poveri e delle periferie! Ci si preparava al Giubileo del 1975, che molti sconsigliavano di indire, considerandolo trionfalistico, ma che Paolo VI volle e fu un grande evento di fede.
Furono i primordi di un coraggioso metodo sinodale, seguito poi nel Convegno nazionale del 1976, il primo, “Evangelizzazione e Promozione Umana”, preparato da un documento curato dal segretario CEI, il Servo di Dio Enrico Bartoletti, che enunciava la forte affermazione: «Non sembra, perciò, eccessivo dire che l’Italia è un Paese da evangelizzare». Tale visione ha ispirato anni di programmi, azioni, scelte pastorali, nonostante il senso di crisi e di sconcerto di allora. Ricordo quei momenti difficili, che ho vissuto un poco quand’ero giovane e, oggi, comprendo come illuminati Pastori, a partire da San Paolo VI, non ebbero timore di predicare il Vangelo, di far parlare, di ascoltare, di convocare, consapevoli di essere un unico popolo di Dio, che aveva e ha una missione in Italia. Quei Vescovi ebbero coraggio, perché, in quegli anni, si scriveva che il cristianesimo stava per finire. Nello smarrimento, c’era contrapposizione di ricette per il futuro e forte incomunicabilità. Quei Vescovi, la cui memoria è benedizione, ebbero fiducia nello Spirito che anima, raccoglie, ispira la Chiesa.
Pastori, in comunione con il Papa, sentirono di dover camminare avanti nella comunione, convinti della missione delle Chiese in Italia e della Chiesa italiana nel mondo. Ascoltarono e vollero che i cristiani parlassero. Progressivamente, con San Giovanni Paolo II, il popolo cristiano sentì che c’era futuro per la missione della Chiesa. Non dimentichiamo la storia! Siamo in un tempo in cui si cancellano passato e tradizione, quasi quanto è avvenuto prima di noi sia sbagliato o irrilevante; invece la storia, di cui siamo eredi, ci conforta.

Forza nella debolezza
Le crisi presentano una Chiesa infragilita. Non ci spaventino fragilità e piccolezza! Non sono solo indici problematici, ma anche la quotidiana realtà in cui la Chiesa da sempre vive. Il profeta Samuele, ascoltando il Signore, va alla ricerca di chi è destinato alla missione regale nella famiglia di Iesse: incontra ben sette suoi figli. Nessuno è il prescelto. «Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura: io l’ho scartato perché non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda all’apparenza, il Signore guarda al cuore» (1 Sam 16,7), disse il Signore sui candidati migliori. Restava Davide, piccolo, improponibile tanto che l’avevano lasciato con le greggi in campagna: «Alzati e ungilo: è lui!», dice il Signore a Samuele (ivi, 13). Era piccolo, ma con begli occhi e di gentile aspetto. Giovanni Crisostomo riflette su Davide, sulla sua piccolezza e bellezza, in rapporto a re Saul, aggressivo e potente. Davide non considera Saul un nemico, eppure lo è. Crisostomo esalta Davide: la sua forza è la mitezza e la benignità. Scrive, parlando di Davide come modello di mitezza: «Nulla è più potente della benignità». Il genio di Davide è, per Crisostomo, cercare di aver la meglio sulla crudeltà del nemico con mitezza e benignità.
Davide, fragile, diventa l’uomo della parola e della benignità, il cantore e l’uomo della preghiera. Così lo vede Crisostomo. La debolezza di Davide è un approccio, diverso da quello comune, forte e arrogante, tipico di Saul. Del resto, l’apostolo Paolo, in una stagione di grande vitalità missionaria e passione evangelizzatrice, afferma: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,9). La debolezza è la nostra forza, ma dobbiamo usarla con intelligenza e libertà. Partire dalla debolezza, partire da Colui che è stato crocifisso, fa sì che la carità, la mitezza, la benignità siano la cifra delle nostre relazioni e delle nostre azioni, in una società in cui invece la cifra dei rapporti è l’interesse o si esprime nella conflittualità.
Papa Benedetto XVI l’ha insegnato nell’enciclica Deus Caritas est: «Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio». Con la carità, «la forza del cristianesimo – aggiunge il Papa – si espande ben oltre le frontiere della fede cristiana». Nonostante le letture pessimistiche o politiche sulla Chiesa, ben oltre le frontiere del popolo di Dio ci si accorge della forza della carità, della limpidezza attrattiva della predicazione del Vangelo, che è comunicare Gesù, della preghiera rasserenante pure in momenti dolorosi, della disponibilità dei cristiani e dei sacerdoti a tutti senza preclusione. Questa è una realtà viva nella società italiana. Questa visione ci sostiene di fronte ai problemi quotidiani, che non possono essere il nostro orizzonte. Il nostro non è un pessimismo di una vecchia istituzione, ma il sentimento di Nicodemo, che comprende dalla parola di Gesù che vuol dire rinascere dall’alto.
La questione sociale è sempre anche una questione morale e – oserei dire – spirituale. Nella nostra società si assiste a una divaricazione sempre più ampia tra chi è povero e chi è benestante, le disuguaglianze sono aumentate e c’è come una cronicizzazione della povertà. Lo si nota dall’accesso ai beni fondamentali come il cibo, i servizi sanitari e le medicine, l’istruzione soprattutto quella superiore. Il malessere dei poveri, che crea sacche di pericolosa depressione, deriva anche dalla consapevolezza che non c’è più un ascensore sociale che consenta di sognare un miglioramento. Consentire a tutti pari opportunità significa anche operare per eliminare la disuguaglianza di genere: non è ammissibile che le donne mediamente guadagnino meno degli uomini per le medesime mansioni. In generale, esiste nel nostro Paese un problema di riconoscimento della dignità delle persone e del loro lavoro, mal retribuito a causa di contratti precari e di lavoratori sfruttati. Se vogliamo essere profeti di speranza nella nostra terra dobbiamo assumere il peso delle sofferenze degli ultimi, aiutando, nel vicendevole rispetto dei ruoli ma anche nella necessaria collaborazione, anche chi governa a riconoscere le priorità nelle decisioni che riguardano il bene di tutti.

A sostegno dell’educazione scolastica
Della vicenda di Samuele riprendo ancora un’ultima immagine. Quella di lui ancora giovinetto, che vive presso il santuario di Silo dove riceve un’istruzione religiosa e sicuramente anche umana dal sacerdote Eli. Il Primo libro di Samuele dà ampio rilievo a questo tempo di formazione, che si conclude con questa affermazione: «Samuele crebbe e il Signore fu con lui» (1Sam 3,19). Non credo che sottolineeremo mai abbastanza l’importanza di una formazione integrale della persona, sin dalla più tenera età, che tenga conto della storia della nostra cultura segnata dal fattore religioso e apra la mente e il cuore al trascendente. È in questo quadro di riferimento che saluto con piacere la firma lo scorso 9 gennaio dell’accordo tra CEI e Ministero dell’Istruzione e del Merito per il prossimo concorso degli Insegnanti di Religione Cattolica. Questi insegnanti – la stragrande maggioranza dei quali sono laici – comunicano a scuola i valori dell’Umanesimo cristiano. Sono i formatori delle prossime generazioni. A loro il compito ecclesiale e civile di educare alla pace, di educare alla legalità, di educare alla cultura, mostrando come il Cristianesimo ha contribuito a fondare i valori di libertà e rispetto dell’altro, che sono alla base della nostra società. L’attenzione verso le nuove generazioni è un tema cruciale per il futuro della Chiesa e della società. I giovani sono il presente delle nostre comunità. È un tema al centro del Cammino sinodale su cui avremo modo di tornare in futuro.

Conclusione
Ho voluto aprire questa nostra riunione con alcune riflessioni, perché credo che dallo scambio di opinioni, sentimenti ed esperienze può maturare una visione più aperta alla speranza della nostra realtà. Non ho da insegnare, ma credo che il comune discorso debba partire da un punto, sicuramente per superarlo. Lo scambio è un anello della struttura di comunione della CEI, che andrà rivisitato nel decisivo Cammino sinodale, per un suo migliore funzionamento che consideri anche lo snodo decisivo delle Conferenze regionali e delle Commissioni episcopali.
Di fronte al popolo italiano, alle istituzioni locali o nazionali, alle componenti della vita culturale, sociale e politica, la Chiesa si presenta qual è, senza alterigia, ma consapevole di avere una missione unica. Faccio mie le parole di un sacerdote romano, don Andrea Santoro, ucciso mentre pregava a Trebisonda, in Turchia, nel 2006: «La via più alta della superiorità è quella dell’amore e della giustizia che si china sul diritto e sul bisogno dell’altro, che non si lascia vincere dal male, ma vince il male con il bene, che si apre al perdono perché non vuole giudicare ma salvare, che non ha altro motivo di vanto se non nella gioia e nella vita dell’altro».

 

Per leggere il testo integrale

https://www.chiesacattolica.it/card-zuppi-e-il-tempo-della-chiesa/

Cosa ci tramandano il pensiero e l’opera di Luigi Sturzo?

Le lezioni che il pensiero e l’opera di Sturzo ci tramandano sono tutt’altro che l’espressione di un passato che non c’è più: rappresentano una pietra miliare per l’impegno dei cattolici in politica, un cammino ancora incompleto sul quale abbiamo il compito di riflettere profondamente, per non disperdere il patrimonio di vita democratica che i cattolici italiani hanno contribuito ad edificare e per individuare un nuovo modo di fare politica, guidati da quella concezione cristiana dell’agire da cui nacque anche un senso profondo di europeismo.

Siamo alle porte dei più importanti avvenimenti politici del 2024, dalle elezioni europee alla nuova tornata di elezioni amministrative che interesserà diversi Comuni e Regioni chiamando milioni di cittadini alle urne. 

Non dimentichiamo, poi, che il 2024 è l’anno che il quotidiano britannico “The Guardian” ha definito il Super bowl della democrazia, con la metà della popolazione mondiale – si parla di circa 4 miliardi di persone – che andrà a votare in numerosi in numerosi Paesi. Ci sono Russia e Stati Uniti ma anche Bangladesh, Brasile, India, Indonesia, Messico, Pakistan, e in molte nazioni coinvolte il processo democratico sarà tutt’altro che libero e trasparente. Tutti saremo condizionati dai risultati elettorali, che potranno determinare un mondo più libero o, diversamente, un peggioramento delle democrazie.

In questo complesso scenario globale ricordare Don Luigi Sturzo significa ricordare che la politica non è ricerca di potere, ma servizio. Questo lo spinse ad andare controcorrente chiamando a raccolta tutti gli uomini liberi e forti per dare vita a un partito riformista composto da cattolici, non un partito cattolico; un partito di centro, una terza via oltre ogni forza conservatrice ed antidemocratica del fascismo, da non confondere con un progressismo quasi sinonimo di “modernismo”.  

Nel suo saggio Luigi Sturzo: un pensatore incompreso perché in anticipo sui tempi Stefano Zamagni afferma: “È accaduto così che se per il tradizionalismo cattolico del primo Novecento Sturzo è un inquietante progressista dal quale è bene prendere le distanze, per i cattolici dell’altra sponda, per i seguaci cioè di Romolo Murri, il sacerdote di Caltagirone è poco più che un conservatore illuminato. D’altro canto, fuori dal mondo cattolico, il pensiero sturziano è visto come un insignificante riformismo per il movimento socialista e come un pericolo incombente per il regime fascista – pericoloso a tal punto che Sturzo dovrà partire per l’esilio il 24 ottobre 1924 dapprima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti”. 

Nel popolarismo di Don Luigi Sturzo convivono la dimensione religiosa, la necessaria ispirazione trascendente che garantisce il presupposto di una buona politica, perché garanzia dei diritti civili e delle libertà fondamentali, e la laicità che dà voce a credenti e non credenti che si riconoscono in un programma di cose da fare, ispirato ai valori di un umanesimo trascendente ma mediato in scelte laiche in vista del bene politico comune. Questo connubio è realizzato nella Costituzione repubblicana dove convivono i valori ispiratori – chiaramente laici – e i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa quali il primato della persona, la solidarietà, la sussidiarietà, il bene comune. A me sembra che oggi, con un tessuto sociale sempre più frammentato e la Costituzione presa di mira da più parti, tutto ciò sia decisamente da recuperare.

Il popolarismo è poi territorialità, nella convinzione che la società viene prima dello Stato. Nel tentativo di combattere la concezione di uno Stato unitario accentrato, Sturzo si fa artefice di un riformismo coraggioso che mette al centro la persona e le cellule primarie della società – la famiglia prima di tutto, poi il Comune e così via – che, pur nella loro autonomia, agiscono in sussidiarietà in vista di un bene comune. Oggi, nell’era della globalizzazione, l’Italia si caratterizza per la ricchezza di una società civile ricca di associazioni, movimenti, reti sociali che rappresentano una straordinaria forza prepolitica capace di riaffermare ideali e valori e di tradurli in buone azioni. È, questo, un patrimonio da preservare e valorizzare in nome di una sussidiarietà in grado di contrastare il centralismo esasperato verso il quale sta andando il nostro Paese, mettendo a rischio la sopravvivenza dei corpi intermedi. 

Ed abbiamo il compito di preservare anche il senso di un’intuizione che non nasce da una elaborazione dottrinale formulata a tavolino, ma dalla consapevolezza della necessità di tradurre la fede e l’azione politica quotidiana nella concretezza storica dell’azione sociale. Il popolarismo di Sturzo nasce dal basso, ovvero dell’attività amministrativa, dal contatto diretto con le lotte contadine, dalla difesa dei ceti medio-bassi, ed è sostenuto da un programma concreto costruito sulla base di un’idea di futuro, del Paese e del mondo.

Attenzione alla politica interna, dunque, espressa ad esempio nella promozione per l’integrità della famiglia, nel voto alle donne, nell’assistenza e nella protezione dell’infanzia, nella soluzione del problema del mezzogiorno, al decentramento amministrativo e alla libertà d’insegnamento. 

C’è tanta attualità in questa visione. Penso, ad esempio, ad un ripensamento complessivo del sistema del welfare in un’ottica realmente sussidiaria che, a partire dai bisogni delle famiglie, sia capace di estendere le tutele essenziali a tutti i cittadini accompagnandoli nell’intero arco della vita; penso poi alla necessità di ricreare un’economia che guarda con maggiore attenzione ai territori,  a un sistema di lavoro che risponda alle aspirazioni e ai diritti delle persone, piuttosto che a logiche prettamente economiciste e a regole di mercato; penso alla difficoltà delle donne nel mondo del lavoro, alla disoccupazione giovanile o agli indicatori che vedono alcune regioni del Nord vicine all’Europa ed altre del Sud, anche se non tutte, sempre più distanti

Ecco, sì, dobbiamo pensare all’Europa. La prima parte dell’Appello di don Luigi Sturzo è evidentemente proiettata su un livello globale quando parla della necessità di evitare nuove guerre, della Società delle Nazioni, dei 14 punti di Wilson. Nelle sue parole c’è già la visione di un progetto di Europa Unita in nome della pace e dello sviluppo, come poi è avvenuto con la nascita dell’Unione europea. Purtroppo, è sotto gli occhi di tutti che negli anni gli stati piuttosto che camminare sulla strada dell’integrazione si sono indirizzati verso una maggiore autonomia, acuita dalla teorizzazione del sovranismo e dai nazionalismi. Ancora oggi, con l’aggravamento dei conflitti che si stanno drammaticamente susseguendo su scala mondiale, stiamo assistendo ad una risposta dell’Europa essenzialmente di natura economico-finanziaria, non politica. Di fronte alle numerose sfide che ormai sono di carattere internazionale – dall’immigrazione alla povertà, dal clima ai mercati alla finanza – i fondamenti del progetto Sturziano possono essere la base dalla quale i cattolici possono riprendere il cammino, promuovendo un’idea di Europa intesa non come una matrigna che nega la sovranità dei singoli Paesi, ma come una comunità coesa in cui le persone e le merci possono circolare liberamente garantendo il maggior benessere delle persone. 

Certo è che i cittadini devono assumersi la responsabilità di scegliere alle urne il destino dell’Europa, e non solo dell’Europa ovviamente. E certamente chi fa politica non si può “rassegnare” di fronte ad una crisi ormai strutturale, etica e culturale che ha portato al crollo dei grandi partiti del Novecento e al diffondersi allarmante di un populismo che, insieme all’antipolitica, sta mettendo in crisi gli organismi stessi della democrazia rappresentativa. Se l’elettorato è sempre più disorientato e spinto verso la disaffezione e al non voto, non è soltanto a causa dell’esasperazione sociale dovuta al perdurare della crisi economica, ma anche del fatto che la formazione politica è sempre più debole e spesso avulsa dalla storia. Torniamo a riflettere seriamente:  le libere elezioni di per sé non selezionano né tantomeno formano una classe politica competente, questo è compito dei partiti farlo.  

Infine, nonostante le difficoltà siano evidenti, sono convinta dell’urgenza di rigenerare una proposta condivisa che, superando ogni estremismo e radicalizzazione, si riposizioni al centro puntando sulla convergenza dei contenuti, prima che dei contenitori, unendo i percorsi e le persone che guardano ad un futuro fatto di democrazia, uguaglianza, cittadinanza, Europa. La stessa “rivoluzione” di papa Francesco richiama all’autenticità della fede ed apre orizzonti nuovi anche all’impegno sociale e politico dei cristiani, quando afferma che “la politica, tanto denigrata è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune”,

Se è vero, come lo è, che la creatività è stato un elemento di forza dell’esperienza sturziana, allora la sua storia ci insegna che dobbiamo tornare ad essere creativi.

Il testo qui pubblicato ha fatto da traccia all’intervento di Donatella Porzio al convegno di Tempi Nuovi su “Luigi Sturzo tra progressisti e conservatori” svoltosi a Viterbo giovedì 18 gennaio u.s. Il video che riporta l’intero dibattito è disponibile sul canale su YouTube de “Il Domani d’Italia” (https://www.youtube.com/live/G4_jH5N7j_E?feature=shared)

Luigi Sturzo e Maria Montessori, la storia di un’amicizia tra visionari.

Il 6 maggio 1952, nella cittadina olandese di Noordwijk, si spegneva Maria Montessori. A distanza di alcuni giorni dalla morte, don Luigi Sturzo affidava alle pagine del periodico “La Via”, una sua devota commemorazione dal titolo “Ricordando Maria Montessori”.

Ci si riferisce ad un tempo in cui la scuola doveva affrontare sfide e problemi importanti. In questo scenario, il pensiero visionario e travolgente della Montessori rappresentava una bussola fondamentale che solo una personalità scomoda e coraggiosa come Sturzo poteva cogliere e trasformare in un’opportunità per orientarsi nell’agire pedagogico. Dalla sua riflessione emergevano, dunque, le affinità tra sua la pedagogia e il metodo della Montessori volto a favorire la libertà di diventare se stessi (Lucangeli, 2022). In effetti, don Sturzo ebbe una certa sensibilità per le questioni dell’educazione e dell’istruzione, contemplati come principi costituenti dello sviluppo della personalità e della cultura di un popolo che aspirava a essere veramente libero e forte.

In queste pagine, Sturzo rileggeva in qualche modo il suo impegno sociale e politico che aveva indirizzato al mondo della scuola, a partire dal 1907 quando già da due anni era Prosindaco di Caltagirone (1905-1920) sostenendo che «la scuola mi interessava più di ogni altro ramo dell’amministrazione: non invano avevo insegnato per dodici anni al seminario vescovile, ed avevo già fatto le prime battaglie per la libertà della scuola». In questa prospettiva, occorre ricordare l’esperienza che fece tra il 1912 e il 1917 a capo della Federazione regionale siciliana dell’Associazione magistrale “Nicolò Tommaseo”, un’organizzazione che si inseriva nel solco della più ampia storia del movimento cattolico novecentesco e che per il sacerdote calatino rappresentò una sorta di apprendistato per conoscere e approfondire i problemi e le opportunità dell’istituzione scolastica. Nel ruolo di primo cittadino del suo comune «fece introdurre nella scuola primaria l’educazione artistica, il canto, la recitazione e la ginnastica, evidentemente attento alle idee nuove della pedagogia del tempo […]», anche nel rispetto, verosimilmente, del pensiero del suo conterraneo Giuseppe Lombardo Radice (Dessardo, 2022).

Don Sturzo conosceva Roma, si era trasferito da Caltagirone per studiare Teologia all’Università Gregoriana (si laureò nel 1898) ed era entrato in contatto con personalità importanti dell’associazionismo cattolico come don Romolo Murri e Giuseppe Toniolo. In seguito, riprese a frequentare con maggiore assiduità la capitale, in virtù del suo ruolo di amministratore locale e del suo impegno nell’associazione nazionale dei comuni. Nell’articolo si può rintracciare la testimonianza dell’incontro con Maria Montessori che sopraggiunse proprio in quella fase della sua vita, dopo aver ricevuto l’invito a visitare la “casa dei bambini” realizzata nel quartiere San Lorenzo: pur essendo consapevole che «sospetti di naturalismo ne avevano ostacolato l’iniziativa», decise di visitare le scuole per rendersi conto «del tipo di scuola e delle ragioni del metodo». Si recò più volte in quel luogo e il suo «interessamento si accrebbe di volta in volta; e Maria Montessori non dimenticò mai il piccolo prete che per il primo aveva preso diretto interesse alla sua iniziativa, l’aveva incoraggiata, ed aveva affermato che nessuna pregiudiziale anticristiana fosse alla base di quell’insegnamento; cosa che poteva essere introdotta in questo ed altri metodi da maestri non credenti». Tra i due non ci furono altre occasioni di ritrovo dopo quel periodo iniziale, se non durante il primo dopoguerra, sempre a Roma «per conoscere i progressi delle sue molteplici iniziative». Nel frattempo arrivò il fascismo e così l’incontro si rinnovò nel giugno del 1925 a Londra dove Sturzo, in quel tempo, trascorreva il suo esilio ospite presso i padri serviti in Fulham Road. Durante quella visita tanto piacevole quanto inattesa si parlò «soprattutto dell’Italia, e delle vicende nostre e dello sviluppo del metodo Montessori nel mondo, e dei piani del futuro e ricordammo la visita del prete caltagironese alla scoletta di S. Lorenzo […]».

Nella stessa disamina si chiedeva anche del perché «da quarantacinque anni ad oggi, il metodo Montessori non sia stato diffuso nelle scuole italiane» e il suo riscontro appariva piuttosto amaro: «Allora come oggi, debbo dare la stessa risposta: si tratta di vizio organico del nostro insegnamento: manca la libertà; si vuole l’uniformità; quella imposta da burocrati e sanzionata da politici. Manca anche l’interessamento pubblico ai problemi scolastici; alla loro tecnica, all’adeguamento dei metodi alle moderne esigenze». Per concludere affermando che forse c’era di più: «Una diffidenza verso lo spirito di libertà e di autonomia della persona umana che è alla base del metodo Montessori. Si parla tanto di libertà e di difesa della libertà, ma si è addirittura soffocati dallo spirito vincolistico di ogni attività associata dove mette la mano lo Stato; dalla economia che precipita nel dirigismo, alla politica, che marcia verso la partitocrazia, alla scuola che è monopolizzata dallo Stato e di conseguenza burocratizzata». 

Ciò che di Sturzo ci interessa ancor oggi e che vale la pena ricordare, ha sostenuto don Massimo Naro, «si può rappresentare con la metafora della luce delle stelle morte. Questo paradossale fenomeno astrofisico consiste nel fatto che la luce delle stelle – che vediamo di notte accendersi nel cielo e che da sempre aiuta chi sa leggere la mappa celeste a orientarsi nel proprio cammino – ci raggiunge da un luogo così lontano da equivalere pure a un passato temporale distante da noi miliardi di anni: le stelle che la emanano (meglio: che la emanarono) non esistono più, sono implose, sono morte appunto. Ma la loro luce ci raggiunge qui e ora». E ci illumina e ci guida nel comprendere meglio l’attualità della riflessione politica di don Sturzo, proprio come affermato da don Naro nel corso del suo intervento di apertura dei lavori dell’iniziativa organizzata dagli amici Beppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo che si è tenuta a Viterbo lo scorso 18 gennaio, in occasione del 105° anniversario dell’Appello ai liberi e forti.

Nel suo “testamento pedagogico”, don Lorenzo Milani raccomandava ai suoi ragazzi: «[…] tutti sapete cosa vi ho raccontato sempre: fate scuola, fate scuola; ma non come me, fatela come vi richiederanno le circostanze. Guai se vi diranno: il Priore avrebbe fatto in un altro modo. Non date retta, fateli star zitti, voi dovrete agire come vi suggerirà l’ambiente e l’epoca in cui vivrete. Essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà».

L’errore di Elly. La dama di Cleopatra e la scacchiera degli Italici.

Nell’attesa non proprio spasmodica di un possibile incontro tra le due donne di Cesare, Elly della Helvetia da volenterosa contendente fa una mossa quando ancora non è iniziata la partita e non è stato fissato il luogo dell’incontro. E sbaglia tattica e strategia in un sol colpo.  

Primo si affida senza pensarci troppo agli Italici e non ai suoi prudenti Helvetici, che le illustrano le regole del gioco in una non modesta mansio dell’Impero. Costoro che hanno apparecchiato l’incontro al meglio, non si sa per quale ragione poi, sono pronti ad illustrare le regole del gioco degli scacchi! E sì perché essendo poco informati sulle preferenze della regina Cleopatra oppure convinti di conoscerla molto bene, hanno inteso con orecchio mal posto che si trattava di giocare su una scacchiera. 

Giusto, se non fosse che sulla scacchiera, come il popolo sovrano sa, si possono giocare due giochi diversi. Si sono fatti trovare con manuali e resoconti di partite giocate da loro negli scontri passati; belli e pronti per ogni possibile tattica per il giorno dell’incontro. Ed Elly, che di scacchiera è davvero poco esperta, ma non era tra i requisiti che le aveva chiesto Cesare per affidarle l’incarico, va a sentire gli Italici esperti di altro gioco, secondo errore. Cesare è astuto come una volpe e senza spingere troppo le circostanze, sapeva che prima o poi le due donne sarebbe venute in armi (seppure nel gioco) e che delle due la Regina Cleopatra partiva avvantaggiata. 

Se solo gli Italici avessero avuto orecchio pronto e meno supponenza, avrebbero scoperto che nel regno d’Egitto si è inventata la scacchiera e che la regina Cleopatra da par suo è nella dama una vera esperta, venendo dal popolo e seppure investita regina d’Egitto non ha dimenticato le origini e i piacevoli passatempi del suo regno. 

Tra i due giochi la dama ha meno regole e tutto sommato di più semplice strategia ma la sua forza è che è diffusa in ogni luogo dell’Impero e il popolo sovrano vi gioca volentieri passando il tempo che avanza dopo il lavoro. Gli scacchi sono pure un passatempo dopo il lavoro, ma avendo regole più complesse richiedono più tempo e possono anche diventare un lavoro per i grandi appassionati. Ed è meno diffuso nell’Impero di Cesare, mentre in altre Regioni del mondo vi giocano con passione anche gente semplice del popolo sovrano. 

Conviene che Elly ascolti gli Helvetici e che costoro si impegnino seriamente per trovare al più presto esperti in dama, quella che gioca il popolo,; e va bene anche un ragazzino che sbaraglia gli anziani non è necessario ringraziando l’umiltà della dama che vi siano tanta scienza per giocare. Tuttavia, vincere la partita non è semplice, occorre allenarsi con noiose ripetizioni di partite, vinte e perse, per imparare quasi come un automatismo, quali mosse fare da pedina in attesa della contromossa dell’avversario. E quando si è dama, correre veloci sui quadri della scacchiera per mangiare pedine e vincere la partita. 

Cesare, che gioca sulla scacchiera in entrambi i giochi, ha la sua preferita ovvio, sulla quale ha fatto la sua puntata. Il popolo sovrano invece, avendo pochi sesterzi da impegnare, si accontenta della possibile emozione che la partita potrebbe dare. Nel frattempo è intento a procurarsi il panem, secondo il vecchio motto panem et circenses.

Bologna 30 va nella direzione di una integrale qualità di vita

Ha acceso parecchio gli animi a vari livelli in territorio bolognese (oltre che più recentemente anche a livello nazionale grazie alla strumentalizzazione in ottica elettorale da parte del leader della Lega) la polemica sul provvedimento della giunta del Comune di Bologna di estendere a tutto il centro abitato del capoluogo emiliano il limite di circolazione ai 30Km/h già presente da anni in molte aree della città, mantenendo comunque la circolazione a 50Km/h sulle direttrici principali ad alto scorrimento e su altre strade con caratteristiche adeguate.

Personalmente dichiaro immediatamente, da cittadino di nascita e di residenza nel Comune in questione, di essere assolutamente a favore della norma in oggetto per una serie di motivi.

Motivi che sostanzialmente costituiscono il corollario di una riflessione sul quello che, credo, sarà l’ineluttabile evoluzione che presto o tardi dovranno compiere tutte quelle città che negli anni a venire vorranno porre attenzione e cura prioritaria alla qualità della vita della propria comunità.

E ciò, per forza di cose, dovrà essere una “qualità di vita integrale” ovvero da perseguirsi agendo anche su aspetti della quotidiana vita comune. Questi, fino ad oggi, sono stati lasciati in secondo piano o considerati addirittura come un fastidio e un ostacolo rispetto all’evolversi e all’estremizzarsi di un modello socio-economico iperindividualista, che ha mostrato invece tutto il suo fallimento e la sua non sostenibilità economica, ambientale e soprattutto sociale.

Una qualità integrale che richiede fin da oggi una decisa azione volta riequilibrare la distribuzione di tutti quegli “spazi” e “tempi” di vita che così profondamente sono stati stravolti nel corso degli ultimi decenni.

È lampante che tale azione di bilanciamento non possa prescindere da un profondo ripensamento della mobilità cittadina, potendo sfruttare il vantaggio, tra l’altro, di attingere alle esperienze di una sempre crescente schiera di città europee avanzate dove si è già realizzato tale cambiamento, con un diffuso e consolidato successo.

Bene ha fatto quindi la giunta Lepore a portare avanti questa misura che, al contrario di quanto affermato da alcuni detrattori, interessati e non, era ben nota alla cittadinanza in quanto pilastro del programma elettorale con cui il sindaco in carica nell’ottobre 2021 ha vinto al primo turno con oltre il 60%.

Meno bene, forse, l’amministrazione ha fatto in termini comunicativi e di coinvolgimento dei cittadini. Una misura che impatta sulle abitudini quotidiane in modo sicuramente massiccio avrebbe forse meritato un strategia comunicativa più visibile, più partecipativa e più coinvolgente. Inoltre il fatto che si stia parlando nella fattispecie di un limite di velocità (e quindi sostanzialmente di una norma coercitiva) non esclude però che si sarebbe potuto opportunamente studiare nei confronti di tutti gli utenti della strada qualche strumento di c.d. “nudge” (o spinta gentile) che avrebbero probabilmente reso meno “traumatico” tale passaggio.

Una maggiore attenzione su tale piano avrebbe inoltre evidenziato e valorizzato maggiormente agli occhi dell’opinione pubblica i dati scientifici e gli investimenti amministrativi collegati che corroborano e completano la bontà della misura.

L’investimento effettuato, per esempio, sulla nuova centrale di controllo semaforico (che sfrutta in tempo reale una nuova fitta rete di spire di rilevazione in un’ottica di Smart City) permetterà, nonostante questo possa sembrare controintuitivo, di fluidificare il flusso del traffico anche abbassando il limite di velocità in una città in cui comunque la media per spostamento urbano è stata fino ad oggi di 22 Km/h.

Probabilmente rimane fermo l’aspetto più importante ovvero l’abissale differenza, tra le due velocità massime, nel tasso di sopravvivenza di un pedone in caso di impatto (1 su 10 ai 50Km/h vs 9 su 10 ai 30Km/h), come rilevato da studi della World Health Organization.

Conforta in verità che sondaggi effettuati da istituti demoscopici con campionature statistiche ponderate (al contrario di quelli a votazione libera ed incontrollata che qualche testata locale ha proposto su proprio sito), come per esempio quello effettuato su un campione nazionale a luglio 2023 da Quorum/YouTrend per SkyTG24 in concomitanza con l’entrata in vigore del provvedimento bolognese, riportino un dato del 51% di favorevoli (40% contrari e 9% “non so”).

D’altra parte, se a guidare i detrattori da tastiera sono da una parte i leader della destra, i quali fanno finta di ignorare che anche diversi loro amministratori sono favorevoli alla misura, e dall’altra i (pochi) manifestanti, sotto al Municipio con la maschera di Milei, ovvero il nuovo vate mondiale dell’iperliberismo e del darwinismo sociale, allora l’ottimismo deve avere pieno diritto di cittadinanza.

Nuova Dc? Tarquinio su “Avvenire” annota e rilancia senza illusioni integraliste.

Le questioni poste dai lettori con i quali dialogo oggi mi spingono a tornare sul tema della qualità e delle modalità del contributo dei cristiani all’azione politica in Italia, in Europa e nella società globale.

Contermo di essere d’avviso opposto rispetto a quello espresso dal lettore Signorini – che mi dispiace di aver dispiaciuto – quando arriva a concludere che ai cristiani «non servono alleanze», ma solo «un partito nuovo che parli ai credenti e li rimetta al centro». Alleanze servono, eccome! Servono e sono servite sempre, anche quando si sono proposti e affermati partiti di raccolta di larga parte del voto cristianamente ispirato: dal 1948 in poi, per riferirci alla nostra storia nazionale, la Dc di De Gasperi e Dossetti – e poi di Moro e Fanfani, di Andreotti e Colombo, di Marcora e Donat Cattin, di Forlani e De Mita – scelse costantemente e a ragion veduta di far proprie le regole liberaldemocratiche, di costruire alleanze con partiti di ispirazione laica e socialista e di dialogare con le opposizioni. Quel soggetto era – parola di Alcide De Gasperi – un «partito di centro che guarda a sinistra».

La Dc italiana favorì questa impostazione anche sulla scena continentale, prima nella Cee e poi nella Ue. Mai da soli, mai soltanto autoreferenziali, mai schierati appena per testimonianza, mai destra illiberale, ma invece – in diversi leader e in molti militanti – “lievito” e, appunto, “sale”. E questo anche se gran parte dell’impasto era allora garantito dalla stessa farina dc macinata in abbondanza (e niente affatto libera dalla pula…) a ogni tornata elettorale.

Non tutti i pani sfornati in quella lunga stagione politica sono stati eccellenti, ma la qualità media è stata notevole. Questo almeno sino quando la capacità di autoriforma della Dc e il senso dello Stato, cioè del bene comune e del rigore personale e di gruppo, sono rimasti saldi e il correntismo non è degenerato nel frazionismo e infine nella stagione delle compagnie di ventura politico-elettorali. Sappiamo, infatti, com’è poi andata.

Torniamo, però, all’oggi, a questo tumultuoso, affascinante e rischioso «cambiamento d’epoca», per dirla con papa Francesco. Esso ha in sé la «necessità storica» di un ritorno alla Dc? Il lettore Carlo Bernini Carri s’interroga, forse propende per il sì, ma auspica comunque, proprio come me, un impegno incisivo ed efficace dei cattolici nelle condizioni date e nella geografia politica attuale segnata da processi di evoluzione e, purtroppo, anche di involuzione sottolineati dal crescente non-voto e dal brusco sorgere e declinare delle leadership. Un impegno rinnovato e illuminato dalla Dottrina sociale della Chiesa che il profetico magistero francescano – le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti e l’esortazione Laudate Deum – ha rinvigorito e incarnato nel nostro tempo e nelle sue urgenze belliche, climatiche, socio-economiche ed esistenziali.

Lo scenario di tale impegno è il mondo, che ovviamente comincia in casa nostra. E qui in Italia, l’ho scritto e lo ripeto, ho la sensazione che siamo all’ultimo giro per un rinato ma non ancora rigenerato bipolarismo.

Se la crisi della politica e della stessa democrazia dovesse accentuarsi, penso anch’io che potrebbe doversi organizzare una sorta di nuova Dc. Potrebbe. Ma se mai accadrà non sarà partito soltanto “cattolico” – nel senso della casa esclusiva di «cristiani credenti (e frequentanti)», per usare un’espressione del lettore Signorini – altrimenti sarebbe piccola cosa. Anche perché lo spazio di manovra s’è fatto angusto, ingombro com’è delle macerie non più della Dc, ma delle formazioni del dopo-Dc. Altrimenti, temo che sarebbe un deposito di ambizioni, più che una “molla”, uno strumento decisivo. Di questo, invece, nel caso ci sarebbe bisogno. E per non pochi, effettivamente, già c’è bisogno.

Alla crescente domanda di visione e di buon governo e all’insoddisfazione di chi rimpiange il meglio del riformismo e della capacità di rappresentanza della Dc e dei suoi compagni di strada cercano di rispondere in modo opposto l’ambizione neocon della postmissina Giorgia Meloni e l’intenzione solidarista della dem Elly Schlein. A mio parere, due tentativi seri di dare nuova stabilità al quadro sbilenco di cui sopra. 

Non ho ricevuto obiezioni per aver qualificato come «neoconservatrice» la svolta di Meloni che, dopo la subitanea presa di potere in Italia, le offre la chance di costruire anche in Europa un ruolo rilevante per sé e la sua destra che è e resta d’impronta nazional-sovranista (ed è in parte riluttante a indossare i nuovi panni, a smettere i vecchi e a rinunciare a nostalgici ammiccamenti). Mi viene invece contestata la scelta di collocare Schlein nel campo «solidarista», che storicamente è stato costruito e abitato sia da socialisti sia da cattolici democratici.

È una polemica che non capisco. Schlein sta lavorando contro correnti interne e politico-mediatiche anche violente per restituire al Pd e, probabilmente, ai Socialisti e Democratici europei un profilo riconoscibile e, appunto, solidarista: su lavoro e salario, sulla coesione sociale, nelle relazioni internazionali e nel cantiere della Ue. Negarlo non ha senso. Certo è un’impresa né semplice né scontata, che richiede grande chiarezza e lucidità nell’individuazione di priorità e opportunità e che, a mio avviso, può riuscire solo con l’inclusione e la valorizzazione delle sensibilità cristiane e civili sui temi della pace e della cura della vita in ogni fase e condizione. La tendenza di alcuni a liquidare la prima donna segretaria del Pd come una specie di ossessionata sindacalista del mondo del “dirittismo” (Igbt etc.) è un errore. Disegnare aspre caricature dell’avversario politico può sembrare conveniente, ma non serve che a rendere più radicale e fuorviante la dialettica politica. Agevolare il disegno di queste caricature è sempre autolesionista.

Chiudo con il nodo fiscale indicato dal lettore Testa, che rimanda alla questione, anche a me molto cara, dei doveri di cittadinanza. Il tema di una tassazione equa e ben proporzionata è più che mai centrale. Mi fa piacere che anche nel nostro Paese sia posto non solo da chi studia e si batte sul terreno delle piccole e grandi disuguaglianze da sanare, ma anche da un folto gruppo di “ricchi” imprenditori e imprenditrici che sostengono convintamente (da qualche anno con periodici pubblici appelli) un sistema tributario informato ai «criteri di progressività» scolpiti nell’art. 53 della Costituzione.

Penso che la realizzazione, finalmente, dell’unione fiscale europea aiuterebbe il cammino dei singoli Stati membri verso la giustizia fiscale, e perciò lontano dalle suggestioni del “tassapiattismo”, quella flat tax che non fa ricche né le persone né le imprese perché finisce per premiare chi ha già di più e svuota le casse che dovrebbero sostenere la sanità, la previdenza, l’istruzione di tutti e per tutti. Sono d’accordo con Testa sul fatto che questo banco di prova può far emergere qualità e senso di un progetto politico.

Un’ultima battuta me la concedo sul refrain ossessivo della totale irrilevanza dei cattolici oggi impegnati nelle istituzioni politiche. Faccio per controbattere soltanto un nome: Sergio Mattarella. Meno male che il Presidente c’è e, con il suo stile e la sua cultura civile e cristiana, vigila sulle regole comuni e rappresenta al meglio la Repubblica di cui siamo cittadini e cittadine.

Sinistra sociale, dove collocarla nel contesto politico attuale?

Uno degli elementi costitutivi e peculiari della presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana è indubbiamente quella che viene garantita sul versante sociale. Una presenza che, storicamente nella dinamica politica italiana, è coincisa con la cosiddetta “sinistra sociale” di ispirazione cristiana. Prima Forze Sociali di Giulio Pastore, poi Rinnovamento e, infine, la storica Forze Nuove. Ovvero, la sinistra sociale cattolica di Carlo Donat-Cattin, Franco Marini, Guido Bodrato e Sandro Fontana, per citare solo alcuni leader.

Un’area politica, culturale e sociale decisiva e determinante non solo all’interno della Democrazia Cristina ma anche nel mondo cattolico, nell’universo sociale del nostro paese e nella società italiana. Nello specifico, nel mondo del lavoro, nelle realtà sindacali e tra i ceti popolari. Una storia ed una esperienza importanti che non possono essere banalmente storicizzati o, peggio ancora, qualunquisticamente archiviati.

E questo per la semplice ragione che la cultura politica, il pensiero e la stessa tradizione del cattolicesimo sociale italiano continuano ad avere una straordinaria attualità e modernità. Anche e soprattutto nella società contemporanea. E questo non solo perchè siamo nuovamente di fronte ad una grave ed inquietante ‘questione sociale’ ma anche per il motivo che continuano a mancare quelle politiche sociali che sono e restano decisive per non penalizzare ulteriormente la vita quotidiana dei ceti popolari. E dello stesso ceto medio, sempre più impoverito e ai margini della società. Insomma, si tratta, come diceva sempre Carlo Donat-Cattin di “far sì che l’istanza sociale diventi Stato”.

Ora, se il cattolicesimo sociale continua ad essere un faro che illumina la presenza pubblica dei cattolici nella società contemporanea – soprattutto a livello pre politico e nei luoghi dove il ruolo dei cattolici è sempre più decisivo ed indispensabile – è indubbio che questo patrimonio richiede anche di essere protagonista nella cittadella politica italiana. Non per riprendere o ripetere la gloriosa e nobile esperienza di Forze Nuove ma, semmai, per riproporre una cultura ed un pensiero utili alla politica italiana prima ancora che al cattolicesimo sociale. E, al riguardo, il nodo decisivo da sciogliere resta quello di come e di dove collocare politicamente, oggi, una sinistra sociale di ispirazione cristiana. 

Mancando all’orizzonte un partito identitario ed espressione della sola cultura cattolica, è di tutta evidenza che una sempre più necessaria ed indispensabile sinistra sociale non è compatibile con una sinistra massimalista e radicale, con una destra sovranista, anti europeista e anche un po’ clericale. Per non parlare, com’è altrettanto ovvio e scontato, con un populismo anti politico, demagogico e qualunquista. L’unico spazio, checchè se ne dica, resta quello di un’area politica centrista, plurale, riformista, dinamica e di governo. Uno spazio dove una sinistra sociale cattolica può ancora giocare un ruolo determinante e decisivo.

Ma, al di là della possibile e potenziale collocazione politica, quello che oggi realmente interessa – e che resta anche al centro del dibattito nello stesso mondo cattolico – è quello di rilanciare e riattualizzare un pensiero e una cultura che restano attuali e moderni e di cui la stessa politica italiana ha tremendamente bisogno. Non per nostalgia ma per una fedeltà creativa e coerente con i ‘maestri’ del passato che hanno saputo interpretare e farsi carico di un pensiero che continua ad essere fortemente contemporaneo.

Paesi Baltici, l’avvertimento di Putin è motivo di grande allarme.

Su questo giornale abbiamo già parlato, tempo fa, del Suwalky gap, ovvero quel tratto di circa 80 km che separa la Polonia dalla Lituania e che congiunge Bielorussia e Kaliningrad, enclave russa sul Mar Baltico: se la Russia lo occupasse – azione tutt’altro che impossibile, considerando la subalternità totale di Minsk a Mosca – le tre nazioni baltiche rimarrebbero isolate, separate dai territori NATO che oggi esse possono raggiungere via terra proprio attraverso quel corridoio.

Ebbene, questa preoccupazione che ai più in occidente appariva come una semplice ipotesi di scuola (ma che invece in quei tre paesi è sempre stata considerata con forte preoccupazione) è divenuta ora più concreta, ritenuta possibile se non addirittura probabile dall’intelligence tedesca, come ha riportato Bild, quotidiano di Amburgo a larga diffusione europea. 

Al punto che la NATO nel suo vertice tenuto la scorsa estate proprio a Vilnius, capitale lituana sita a 30 km dal confine bielorusso, ha deciso di tenere nei prossimi mesi una imponente esercitazione militare (cui è stata assegnata una titolazione significativa, Steadfast Defender, Difensore costante)  che impegnerà le forze di tutti i suoi 31 paesi e che si svolgerà in Germania, Polonia e, appunto, in Lituania, Lettonia ed Estonia.

È invece di pochi giorni fa la notizia dell’accordo raggiunto fra questi tre paesi per costituire una “struttura di difesa” posizionata ai confini con Russia e Bielorussia. Una iniziativa avente lo scopo dichiarato di “difendersi da minacce militari” che non solo i politici ma anche la gente comune teme seriamente, e non da oggi. Ancora troppo recente è il ricordo dell’occupazione sovietica, ben presente nelle generazioni di mezzo, oltre che in quelle più anziane, terminata nel 1991 a cinquantun anni dall’annessione definita dal patto Molotov-Ribbentrop. Mezzo secolo di privazione della libertà e di sottomissione che non è stato dimenticato e che genera un costante senso di insicurezza, di timore di una nuova invasione da parte dell’Orso russo.

Timore che si è andato rafforzando nei mesi seguiti all’avvio della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina e che è arrivato allo zenit lo scorso settembre allorquando Putin aveva accusato i tre paesi di “propaganda nazista”, ovvero la stessa diffamazione rivolta agli ucraini, aggiungendo che Mosca non avrebbe più consentito alcun attacco ai diritti delle minoranze russe presenti in quei paesi. Avvertimento concretizzato nelle scorse settimane con l’ordine impartito al suo governo di “proteggere i diritti dei russi all’estero e di adottare misure in caso di deportazione illegale” in seguito alla decisione di Riga di esigere un certificato di conoscenza della lingua lettone ai russi e ai bielorussi ai fini del rinnovo del loro permesso di soggiorno.

Imbaldanzito dal miglioramento del fronte di guerra in Ucraina, certo di una vittoria elettorale che lo rinsalderà al potere per i prossimi anni, confidente nel ritorno di Trump alla Casa Bianca, Vladimir Putin guarda al Baltico con gli occhi di chi lo considera il proprio mare. Tutto. 

Non è un caso se Svezia e Finlandia hanno voluto entrare nell’Alleanza Atlantica. E non per caso il comandante delle Forze Armate di Stoccolma ha detto agli svedesi – si spera volendo solo esasperare il concetto per farsi ascoltare dai connazionali – di “prepararsi mentalmente” ad una possibile guerra. Scenari da incubo all’orizzonte. Meglio non sottovalutarli, per agire in modo che tali rimangano senza mai tramutarsi in tragica realtà. Mai.