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Popolarismo, lo scrigno di una dottrina feconda

La netta vittoria della coalizione di centrodestra a guida meloniana, la totale débâcle di tutta l’area delle forze di centrosinistra e gli aspetti più eclatanti emersi nella recente competizione elettorale che ha riguardato il rinnovo dei consigli regionali di Lazio e Lombardia e i rispettivi governatori, ossia la totale assenza di progetti credibili, l’incontenibile ostilità tra le forze dell’attuale opposizione e l’abissale disaffezione dell’elettorato, giunto ad una percentuale di astensione di oltre il 60 per cento, rende, quanto mai urgente, l’avvio di un processo di ricomposizione dell’area popolare, cattolico democratica e sociale come risposta credibile al vuoto di idee e progetti e alla ulteriore accentuazione della polarizzazione delle forze politiche in campo.

È oramai diffusa la consapevolezza che questo malessere, ultraventennale, generato da politiche disinvolte, improvvisate, dal respiro corto, talvolta spregiudicate o intrise di populismo e sovranismo, permanendo il vuoto di valori, di metodi e di prospettive, solide, non troverà altra soluzione che riproporre ingannevoli ed effimere rendite elettorali. Anche la stessa Meloni, stretta in un insidioso dualismo bifronte, alterna performance di forte risonanza mediatica e securitaria, nelle questioni interne, incentrati su obiettivi identitari, ma di dubbia rilevanza ed efficacia, anziché affrontare le tante derive socio economiche che da tempo affliggono ampi strati del paese, a piegature sotto tono, fino a tratti di inequivoca irrilevanza nei tavoli decisionali delle nostre istituzioni europee: emblematiche le anticamere che le hanno riservato, Macron e Scholz. Mentre sono rimasti solo ricordi tutte quelle pretese da ultimatum, rivolte alle istituzioni europee, pronunciate nel corso dei tanti comizi identitari nelle piazze, non solo italiane, prima del voto.

Tutto il contrario di ciò che caratterizzò invece il nostro sistema politico per più di cinquant’anni nella cosiddetta prima Repubblica. Ma, ancor più c’è da chiedersi, con due elettori su tre che non votano e una ristretta minoranza a decidere nei territori, se possiamo ritenere legittimamente assicurato il presupposto sostanziale della partecipazione politica, tra i capisaldi del principio di eguaglianza e del principio di rappresentanza politica,almeno nei termini di una soglia minima accettabile: la questione si collega direttamente, nella scelta o meno dell’elettore, alla precipua funzione rappresentativa dei partiti. Il fatto è che paghiamo ancora il prezzo pesante di quella tempesta giudiziaria che nel perseguire le singole violazioni penali, fini per abbattere l’intero sistema dei partiti. Fu il netto annientamento di quasi tutto il sistema di quei partiti a rendere rapida la migrazione, persino delle istanze più identitarie dei ceti sociali, sempre meno aperte ad una visione comune, verso le nuove forze che si affacciarono.

Così capovolgendo quella metodica che aveva visto il sistema dei partiti, fino a quel momento, nella versione tradizionale, artefici di progetti del paese modellati su una visione organica e di lungo periodo – di cui la Dc, primariamente, se ne fece carico – ne scaturì per paradosso, anche sulla spinta di una nuova legge elettorale maggioritaria, un nuovo e singolare modello di partito, costruito sulla persona del leader, volto più ad inseguire le istanze sociali, tanto più istintuali e mutevoli quanto più appetibili nel carpirne immediati consensi, che a costruire progetti politici fortemente radicati dentro una dialettica democratica di valori rappresentativi di autentici pezzi di società. È intanto appariva sempre meno essenziale la formazione e la cura della classe politica, preferendo ad essa l’assoluta fedeltà dei quadri dirigenti e degli iscritti. Non ha allora tutti i torti Pier Ferdinando Casini, il più navigato dei democristiani, finito come un naufrago in un Pd sempre più smarrito, nel disegnarci una realtà rappresentativa delle Istituzioni dove non sembrano trovarsi neanche le vestigia di quelli che furono canoni e metodi di governo con cui si raccordavano sapientemente istanze e aspettative dei ceti sociali nel rispetto dei quali i partiti della prima Repubblica, ed in primis la Democrazia Cristiana, seppero imprimere, con la miracolosa ricostruzione dell’Italia del secondo dopoguerra, un processo di modernizzazione dei territori senza precedenti. In questi anni, parte dell’area cattolica e popolare, privata del partito di riferimento, si è rifugiata nel disimpegno politico o nel volontariato sociale. Tuttavia non sono stai in pochi a perseguire, in una odissea senza fine, velleitarie fusioni a freddo con culture post-comuniste, che purtroppo qualche eminente esponente non smette di vagheggiare, o con culture di stampo liberista, nell’intento, pur lodevole, di non disperdere quel patrimonio di idee, o talvolta, nell’ingenuo obiettivo di controbilanciare un eccessiva polarizzazione delle coalizioni, sia a destra che a sinistra.

In questo quadro non può ignorarsi il nobile tentativo di una nuova edizione della Dc, che ha già trovato, soprattutto in Sicilia, lusinghiera affermazione. Non altrettanto si è verificato nelle altre province del paese dove la vecchia classe dirigente non è riuscita a divincolarsi da una sterile funzione di fedele custode di un passato politico, che purtroppo sembra oramai archiviato. Per contro, non poco rilievo devono invece aver avuto le cocenti delusioni, ed il fallimento di quei progetti ancillari, nell’uno e nell’altro versante e la profonda crisi del paese – che non sembra trovare soluzione nei tanti governi che si sono succeduti in questi anni – nel motivare il sempre più comune proposito di riportare nella pratica politica quei valori identitari e quei metodi che, ancora attualissimi, furono il portato della profonda riflessione di pensiero con cui don Luigi Sturzo disegnò, definendole con il termine popolarismo, le linee di condotta politica, per governare un paese senza mai debordare dalle connotazioni tipiche di un sistema democratico. È appena di qualche settimana la celebrazione degli oltre cento anni dall’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”che don Luigi Sturzo lanciò il 18 gennaio del 1919, in concomitanza con la fondazione del partito popolare. Quell’Appello resta una pietra miliare ed è un manifesto di grande spessore morale e politico. Li si incorpora tutto il pregevole lavoro, unanimemente riconosciuto dagli studiosi, con cui Sturzo seppe trasporre in chiave politica i tratti etici e sociali della dottrina sociale della Chiesa.

Nella ricerca di un solido antidoto contro lo statalismo, che comprime le libertà, contro la partitocrazia che deforma i valori dell’uguaglianza, e contro l’abuso del denaro pubblico, che altera la giustizia: “le tre nemiche della Democrazia”, Sturzo antepone una corposa visione interclassista. E non è raro rinvenire in taluni passaggi della sua ricerca, tesa a rielaborare organicamente, alla luce della propria teoria politica, principi e visioni delle più importanti matrici culturali: dal conservatorismo al liberalismo, partendo da A. Smith, al socialismo, assonanze con le categorie del liberalismo schematizzate da Benedetto Croce. Un’analisi pregevole che lo porta ad individuare, per ciascuna di esse, gli effetti perniciosi o le possibili aberrazioni nella loro prassi applicativa: dalle incontrollate forme di accentramento dei poteri, alle profonde disuguaglianze sociali, alle temibili compromissioni dei supremi valori della vita, della famiglia e della cooperazione pacifica tra le comunità e tra i popoli. In questa mirabile sintesi la sua teoria del popolarismo ne risolve le contraddizioni intrinseche in una coerente compatibilità con i principi dello Stato democratico.

Non di poco conto fu, anche, il carattere profetico della sua visione con riferimento al futuro assetto costituzionale, all’importanza della partecipazione di ogni cittadino, alla vita istituzionale e alla costruzione di una comunità europea. Ma quello che ancora più stupisce è l’estrema attualità del suo pensiero nel quale, anticipandone gli scenari si colgono adeguate risposte a tutte quelle carenze e inadeguatezze che oggi siamo chiamati a fronteggiare, mentre ci si avvita verso una crisi dei partiti, quasi irrisolvibile, con grande insidia per la democrazia rappresentativa. Un pensiero pregno, vieppiù, di rigore morale (ne fa conto il suo concetto di spirito di servizio nell’esercizio di una funzione pubblica) e di organica e lungimirante coerenza strutturale e concettuale, che, oltrepassando le anguste espressioni della cultura politica cattolica, soprattutto del suo tempo, sta trovando una riscoperta in vaste aree della società civile ed in una nuova classe dirigente. È noto peraltro quanto ad Egli fosse ostile la commistione tra la sfera religiosa e la sfera politica (molto esplicativo il confronto epistolare con Romolo Murri).

Un focus particolarmente interessante fu il compiuto tentativo di coniugare, dentro la cornice della democrazia e della dottrina sociale della Chiesa,la connessione circolare: Individuo, Società e Stato nel rapporto tra l’esercizio legittimo delle libertà e della sovranità. Nel sottoporre a rigorosa riflessione tutto il pensiero e le teorie politiche del contrattualismo, che da Hobbes, Locke, Montesquieu, Rousseau, fino a Rosmini ed oltre, sviscerò con limpida visione ogni improprio significato del termine popolo – del cui frequente equivoco concettuale si sono alimentate e si continuano ad alimentare tutte quelle interpretazioni che sulla scia di insidiosi fraintendimenti finiscono per portare facilmente verso scenari populisti – disvelandone tutte le false applicazioni, non in linea con i principi basilari di Democrazia. Magistrale, in particolare, la sua analisi politica del contrattualismo liberale di Locke, ove ne risolve il problema della marcata asimmetria nel dualismo: Società-Stato, ricorrendo ad una più ampia ed articolata accezione del concetto di sovranità, che non può identificarsi nel solo esercizio da parte del popolo come corpo indistinto e monolitico; oltre a esso c’è la naturale e necessaria articolazione negli atti degli individui, delle comunità, delle istituzioni in un quadro di compatibilità con tutto quel crogiolo di interessi che ne esprimono il bene comune che deve sempre orientare il cammino di un popolo e dell’umanità.

Lo stesso Sturzo, in occasione della pubblicazione, nel 1923, del libro intitolato “Riforma statale ed indirizzi politici”, avverte che “…il suo popolarismo è divenuto una vera e propria dottrina della quale il partito non è altro che una concretizzazione organizzativa”, precisando vieppiù che esso “è esattamente una teoria dello Stato democratico”, nella cui costruzione hanno preminente rilevanza i principi di libertà e giustizia. Se non bastasse questo a rendere ineludibile l’avvio di un serio processo di ricomposizione culturale e politico, nel nome del popolarismo, per riportare nel solco della più aderente applicazione dei valori di convivenza civile, di sviluppo e di progresso, senza lasciare ai margini nessuna persona, ai principi scolpiti nella Carta costituzionale, germogliata sull’epilogo di una guerra mondiale, foriera delle più abissali e disumane brutalità e di una sanguinosa lotta fratricida, cos’altro potrebbe spingerci a trovare un percorso comune per il bene del paese? Ma non da meno assume valore la preminente necessità di contribuire a comporre, in una visione di pace tra i popoli, e non di blocchi contrapposti, come sembra ci si stia riavviando, un quadro geopolitico inquietante scatenato da una ingiustificata aggressione alla sovranità dell’Ucraina, dagli esiti e dalle evoluzioni, oggi imprevedibili. Al contempo, è deprimente che anche le Istituzioni sovranazionali segnino il passo o non trovano autorevolezza e ascolto, perché troppo appiattite su posizioni di parte.

In questa cornice i tanti segnali che si colgono ci inducono a pensare che il forte fermento che sta animando l’area dei cattolici saprà essere la giusta linfa e la “ ragion pratica” (qui nel senso kantiano di quella parte del pensiero sturziano, indirizzato all’azione ed al comportamento), per rimettere in cammino tutte le potenzialità e la fecondità del popolarismo, dottrina capace, ancora oggi, di dare le giuste risposte alle tante distorsioni dell’attuale sistema politico.

Di fronte al Mistero in punta di piedi. Incontro dell’Osservatore Romano con Marco Bellocchio.

La conversazione con Marco Bellocchio comincia subito dal cuore del messaggio cristiano: l’amore verso Dio e verso il prossimo. E allora proviamo, ma solo provvisoriamente, a mettere tra parentesi il primo dei due amori e a sviluppare il secondo. Questo perché avevo sentito qualche giorno prima il regista di Bobbio affermare durante la presentazione del libro Una trama divina di padre Antonio Spadaro che «l’esperienza di amare il prossimo, addirittura di amare il nemico a me è quasi impossibile, sconosciuta. Se venisse qualcuno, se venisse a svelarmi come si fa, che questo amare il prossimo mio come me stesso è possibile, questo per me sarebbe una vera rivoluzione». È stato un momento intenso, che ha toccato il cuore di molte persone che gremivano la sala de «La Civiltà Cattolica». Alcuni tra i presenti l’hanno paragonata ad una confessione, altri ad una preghiera. A me è sembrato un appello che mi ha spinto a cercare l’artista e ad andarlo a trovare, senza nessuna pretesa di essere quel “qualcuno” capace di svelare, ma almeno di continuare la conversazione così, come due viandanti lungo il cammino della vita.

«Quella espressione, “amare il prossimo come me stesso” ce l’ho impressa nel cuore e nella memoria;» mi risponde con il suo modo di parlare semplice, sincero, disarmante e anche pieno di pause, come se cercasse insieme a te le parole giuste, «e sottolineo amare non di più ma “come”; è però già tantissimo: l’amore vero e gratuito per gli altri ed è per me qualcosa di sconosciuto. Non nel senso di mai sentito, perché è un’espressione che, insieme a tante altre, mi è stata insegnata da bambino; ho avuto infatti, come tanti, un’educazione cattolica, poi però la mia vita, prima di tutto famigliare, con una serie di problematiche profonde, mi ha messo sulla difensiva, per cui è prevalso un principio di sopravvivenza. Ti difendi, ti arrocchi, ti chiudi. Non hai risposte e perdi la fede».IMG_0576.jpeg

Il regista rivisita il suo percorso artistico e anche politico e chiama in ballo alcuni “maestri”.

Naturalmente poi, anche una serie di politiche e artistiche, mi hanno spinto verso non tanto il materialismo perché poi io sono sempre stato un idealista, non sono mai stato un vero marxista, mi hanno spinto verso una ricerca dove la religione era assente. Però è vero, quando ho parlato alla presentazione del libro di padre Spadaro (intervento improvvisato, non previsto) ho voluto citare il film di Dreyer Ordet. La lista sarebbe lunga di grandi artisti che hanno a che fare con la trascendenza e che mi hanno affascinato. Penso a Robert Bresson e al suo Diario di un curato di campagna. Bresson ha un rapporto diretto con la trascendenza, sia pure nella sofferenza, quasi nell’agonia (la sofferenza di Cristo sul monte degli ulivi e poi sulla croce, l’agonia) ho in mente oltre al Curato anche quel capolavoro assoluto che è Un condannato a morte è fuggito che è un discorso sulla resistenza, sul non arrendersi mai, non disperare mai. Ma oltre al cinema c’è la letteratura e allora penso a Dostoevskij o a Tolstoj che è stata una scoperta tardiva: nei suoi racconti e in lui c’è un rapporto costante col Cristo, con il Vangelo. Penso a quel capolavoro assoluto che è Il divino e l’umano.

Cerco di farlo soffermare su questo tema della forza della rappresentazione e gli chiedo se per leggere un libro o vedere un film non c’è sempre e comunque bisogno di una “fede”. Una fede poetica, se vogliamo, per cui, per dirla con il poeta Coleridge, è necessaria una provvisoria “sospensione dell’incredulità” e Bellocchio ritorna su Ordet Dreyer confidando la sua commozione ogni volta che rivede quel film.

Mi commuovo di fronte al miracolo che vedo rappresentato; non l’ho visto nella realtà ma attraverso la rappresentazione, la fantasia, la creatività di un artista ed è indubbio che lui mi ha rappresentato un miracolo che mi ha emozionato. La donna che dopo aver partorito muore viene “risvegliata” da Johannes, il matto Johannes, e chiaramente questo risveglio mi emoziona. Mi viene in mente un’altra scena, tratta da La dolce vita di Fellini, in cui Mastroianni va a incontrare questa bambina che vede la Madonna e qui c’è una grande recita, una grande rappresentazione interamente pagana. Descrive soprattutto la disperazione e l’inganno.

Lo spingo a parlare dei suoi film ma Bellocchio chiama in causa, come scudo, l’autorità di padre Virgilio Fantuzzi, per decenni critico letterario de «La Civiltà Cattolica», ma forse più che scudo «il grande amico Virgilio» come lo chiama, è piuttosto una spia rivelatrice.

Virgilio scorgeva delle tracce di religiosità in alcuni miei film, e mi diceva (e poi scriveva): tu tradisci nella tua rappresentazione anche dei contenuti trascendenti. E portava diversi esempi come la scena iniziale di Vincere, dove c’è Mussolini che sfida Dio ad apparire altrimenti sarebbe “provata” la sua inesistenza. E Virgilio vedeva poi nella fine del film, nella caduta di Mussolini, la risposta di Dio trent’anni dopo. Io ascoltavo Virgilio prima di tutto con grande affetto, e sono stato contento di quell’ultima intervista che poi ho inserito nel film Marx può aspettare, in cui Virgilio vedeva il mio cinema come una confessione ininterrotta e anche come una Via Crucis».

Per leggere l’intervista completa

I Popolari nel nuovo Pd? Semplicemente incompatibili.

Sì, è vero. C’è un tifo, discreto ma sempre più diffuso, tra le fila dei Popolari, dei cattolici sociali e di quel mondo che è riconducibile alla tradizione del cattolicesimo politico e popolare affinchè Elly Schlein diventi segretario – o segretaria pardon, non vorremmo già essere denunciati anzitempo – nazionale del Partito democratico. Certo, i sondaggi, almeno per il momento, la danno in leggero svantaggio rispetto all’ex comunista Bonaccini, interprete e prosecutore ufficiale della vecchia “ditta” della sinistra di potere. Ma nelle primarie del Pd, come l’esperienza storica ha dimostrato, può capitare realmente di tutto. E non mi riferisco solo alla denunce penali in alcuni territori, alle botte ai seggi o ai vari intruppamenti clientelari e di varie e singolari etnie che si sono registrati ai gazebo nel passato. No, mi riferisco, nello specifico, al profilo politico, culturale e sociale dell’on. Schlein, già parlamentare europeo e già vice presidente dell’Emilia Romagna. Una candidatura che, al di là che sia vincente o meno ai gazebo, è destinata comunque sia a condizionare pesantemente il futuro e la stessa prospettiva politica del Partito democratico, ovvero del principale partito della sinistra italiana. E questo, va riconosciuto senza alcuna remora, per la freschezza del suo messaggio politico e per la determinazione con cui incarna e trasmette il suo progetto alla “sua” opinione pubblica. E, aggiungiamo noi, una sua vittoria diretta o indiretta è destinata a fare chiarezza e, soprattutto, a dare finalmente un profilo chiaro e netto al Partito democratico.

Certo, è persin troppo facile evidenziare che il suo profilo politico, la sua cultura politica, il suo approccio concreto e, soprattutto, il suo programma, sono non solo esterni ed estranei alla storia, alla cultura e alla esperienza dei Popolari e del cattolicesimo popolare e sociale, ma sono addirittura alternativi. E, coerentemente, in questa lunga e anche un po’ noiosa stagione congressuale del Pd, il capitolo del ruolo e della stessa mission dei Popolari e dei cattolici sociali sono stati del tutto assenti. Il che, come ovvio, è del tutto comprensibile e anche giustificato. Su questo versante, del resto, c’è una perfetta coincidenza con l’altro candidato alla segreteria, Bonaccini. Ovvero, la radicale irrilevanza di quest’area politica e culturale ai fini del progetto politico del Partito democratico.

Ora, come è ovvio e persin scontato, il problema non si pone per quei Popolari che fanno parte degli organigrammi del partito a livello regionale e nazionale. E’ del tutto naturale che questi amici non facciano distinzione alcuna tra Bonaccini e Schlein nè, tantomeno, che il futuro Pd sia una sorta di “partito radicale di massa” se vince l’ex vice presidente dell’Emilia Romagna o un tranquillo e solido partito post comunista se si afferma il Presidente di quella Regione. Ma quello che non si può non evidenziare è che, nell’un come nell’altro caso, il ruolo dei Popolari all’interno di quel contenitore politico ed elettorale è del tutto fuori luogo e fuori tempo. Ed è per questi semplici motivi che la domanda che sale dalla base finalizzata ad un rinnovato protagonismo politico dei Popolari e di tutti coloro che ritengono ancora attuale e contemporanea quella cultura politica, non può più avvenire all’interno del Pd. E questo non solo perchè nel dibattito congressuale questo tema non è mai campeggiato se non per banali motivi propagandistici, ma perchè sono tutti consapevoli che nel momento in cui il Pd – dopo la gestione disastrosa dell’ultimo segretario e le ripetute sconfitte elettorali incassate – ridisegna il suo profilo, la sua mission e il suo ruolo nella politica italiana all’insegna della “ricostruzione di una nuova sinistra” frutto della tradizionale filiera del Pci/Pds/Ds, si chiude definitivamente una fase della vita del principale partito della sinistra italiana. 

Una fase, questa, che è coincisa con un soggetto politico che era culturalmente plurale e che aveva come obiettivo la costruzione di un progetto politico che individuava anche, e soprattutto, nella storia e nella esperienza del cattolicesimo popolare uno degli asset decisivi di quel partito. Ecco perchè confidiamo nella Schlein ben sapendo che il popolarismo è “totalmente altro” rispetto a ciò che predica, pratica e teorizza quella candidata alla segreteria del Pd. Pur sapendo che sia Schlein e sia Bonaccini la pensano allo stesso modo sul tema specifico ma, se non altro, l’ex Vice Presidente della Regione Emilia Romagna ha anche il coraggio e la coerenza di fartelo capire. Senza inutile propaganda e ridicole ipocrisie.

Florian, barbone testardo e nuovo martire: Testaccio  gli può rendere onore?

Ed Leszczynskl Free to use under the Unsplash License

Mons Testaceum era il monte dei cocci alto più o meno una quarantina di metri composto dall’ammasso, si stima, di 25 milioni di anfore olearie che contenevano grano e altre merci sbarcate dal porto dell’Emporio sul Tevere. Erano ricoperte di calce per inibire i miasmi dovuti alla decomposizione del residui organici e ammucchiate in buon ordine per garantirne la stabilità.

Sarà per questo che Florian, troppo facilmente bollato nella schiera dei rottami d’uomini, mesi fa ha scelto una piazza del Testaccio, un quartiere che origina dagli scarti, per adottare una panchina da eleggere a sua dimora. Florian non è solo un barbone ma un senza tetto, uno di quelli che non sopporta pareti a inibire il suo sguardo sul mondo. 

Non tutti i santi sono dei martiri. San Florian appartiene alla seconda schiera, di quelli che hanno versato sangue a causa della fede professata. Da soldato romano decise di convertirsi al cristianesimo. Saputo della prossima esecuzione di quaranta cristiani, durante la persecuzione di Diocleziano, decise di condividerne il destino. Fu arrestato, torturato e annegato nel fiume Enns con una pietra al collo. Siamo dalle parti di Lorch, nel land dell’Assia in Germania. Si dice che, grazie ad un suo miracolo, estinse un incendio con una sola brocca d’acqua; per cui oggi è frequente trovare scritte, sulla soglia di ingresso delle abitazioni, con l’invocazione al suo nome di proteggere la casa da ogni calamità. 

Florian, il nostro senza tetto, ha accettato di prendere il testimone che nel segreto deve avergli passato il Santo. Si è messo a vigilare e prendere cura di Piazza Santa Maria Liberatrice. Lì, infatti, la sua panchina è diventata un riferimento di accoglienza e di scambio di amicizia nella zona, proprio di fianco ad un parco giochi di bimbi. Assai meglio del più celebre Caffè Florian a Venezia che da 1700 in poi, nel corso della sua storia, può vantare tra i suoi avventori, nobiluomini, ambasciatori e artisti di ogni sorta.

Florian non è stato scartato da nessuno e ha adottato, a sua volta, la gente che gli ha usato premure e che lo ha pregato, almeno durante i giorni del gelo, di accettare un ricovero che si è reso disponibile. Non ha resistito più di una settimana nel chiuso di quattro mura, malgrado le attenzioni delle istituzioni e delle associazioni che si sono preoccupate e prodigate per lui.

Florian ha mostrato di avere la testa più dura degli abitanti del quartiere, i “testaccini”, ed è tornato nella sua piazza, liberatrice da tutto quanto possa opprimergli lo sguardo ed ancor più frapporsi alla parola con i suoi abitanti. Da esperto barbone l’ha fatta in barba a tutti. È tornato sulla sua panchina, lasciandoci questa volta le penne. Sarebbe bello se si facesse di quella panchina un monumento, se a Florian si dedicasse una statua che mostrasse la sua posa, seduto mentre parla con il circondario che gli transita dinanzi e che va a trovarlo. Fino ad oggi nessun “senza tetto” ha mai avuto dedicata un’effige, una targa o una statua in suo onore. Sarebbe ora per questo primo passo. Una cerimonia con tutti i suoi amici a salutarlo, zeppa anche di tanti altri come lui sparsi nella città. Sarebbe un miracolo. Chissà che san Florian…

Povera, la cultura. L’Italia non può permettersi una politica della lesina in questo settore decisivo.

L’Italia, si dice, è il Paese della bellezza e della cultura. L’offerta artistica e culturale ne condiziona la competitività e l’immagine internazionale. Stato, regioni e comuni hanno espresso negli ultimi anni politiche culturali diverse e non tutti i modelli proposti hanno funzionato. Tuttavia gli operatori di settore si impegnano a rispondere ai deficit di visione, superando sia il modello dispendioso del “grande evento” sia gli standard della piccola iniziativa. Sempre più organizzatori (pubblici, privati, enti no profit) hanno iniziato a rivolgere i progetti non solo al grande pubblico ma alla cittadinanza più prossima, in un’ottica di educazione alla cittadinanza. Parliamo naturalmente di un insieme di professionalità che lavora in sinergia con le altre filiere del Paese.

La crisi economica ha colpito duramente il mondo della cultura. Durante la pandemia, questo settore così promettente è stato il primo ad andare in quarantena e l’ultimo a esserne tirato fuori. L’importanza rivestita dalla cultura era sulla bocca di tutti, eppure nessuno sapeva come salvarla. Molti luoghi di aggregazione (cinema, teatri, biblioteche) hanno chiuso i battenti durante la pandemia e non hanno più riaperto. In parte, ciò è legato allo sviluppo impetuoso delle nuove tecnologie. Ma dipende anche dal fatto che la base occupazionale di questo settore è caratterizzata da rapporti di lavoro sempre più “atipici”. Un modo corretto di leggere il peso sociale riconosciuto a un settore produttivo è quello di analizzarne l’organizzazione del lavoro: attraverso il giusto riconoscimento delle figure professionali, lo Stato si rende presente. Per evitare lo “spezzettamento” del lavoro, in Germania vige la prassi del rapporto 1:2 tra dipendenti e collaboratori. Le fondazioni culturali tedesche hanno quasi tutte una propria sede: anche piccola, ma di proprietà. Le donazioni a loro rivolte godono di importanti benefici fiscali (in particolare in Baviera).

In questa sede, tenendo presente il legame tra settore culturale e capacità del Paese di produrre ricchezza, è bene sapere come sono orientati gli enti preposti. La legge italiana di Bilancio 2023 prevede, nello specifico, una ulteriore riduzione della quota percentuale destinata alla cultura (dallo 0.5% del 2022 allo 0.4% del bilancio dello Stato). Sebbene aumentino in percentuale le quote destinate ai beni archivistici e museali, diminuisce la già esigua dotazione del Ministero della Cultura (MIC) per “Tutela e promozione dell’arte contemporanea e qualifica delle periferie urbane”. Naturalmente si potrebbero enunciare molti altri esempi. 

Il potenziale socio-economico del settore culturale appare dunque, almeno in Italia, largamente sottostimato. Ma lo svantaggio è solo di natura economica? Il contributo della cultura ai processi democratici del nostro Paese è incalcolabile; essa costruisce benessere attraverso uno sviluppo più armonico della società. Contribuisce a ridurre le disuguaglianze sociali: lo vediamo, ad esempio, nella politica dei presidi culturali che elargendo spazi di produzione culturale e di socializzazione (soprattutto in aree difficili del Paese), si confronta con i temi della sostenibilità, rinsalda il Welfare con la condivisione di conoscenze e competenze, potenzia le tipologie e le finalità d’esperienza.

La cultura è dunque una trama da cui non si può prescindere, perché organizza ogni forma di vita sociale. È da questo settore, in definitiva, che dipende il nostro futuro, la nostra capacità di elaborare strategie per uscire dalla crisi, il nostro impegno a utilizzare saggiamente le (poche) risorse messe a disposizione per la cultura dal PNRR. Ecco, dunque, su cosa si dovrebbe investire.

Il mondo di Schlein, il mondo dei Popolari.

Al di là dei tatticismi legati alla conservazione di pezzi di potere, che contraddistinguono i posizionamenti tra la componente popolare rimasta nel Pd, verso Stefano Bonaccini o verso Elly Schlein, tra i Popolari sembra crescere la consapevolezza che una vittoria nella corsa alla segreteria del Pd da parte della candidata movimentista, sia preferibile a quella del presidente dell’Emilia Romagna. Perché la Schlein lungi dall’essere quello che appare, ovvero più “a sinistra”, è in realtà la candidata che meglio rappresenta la cultura radical chic ormai dominante in un Partito Democratico sempre più inadeguato a costituire la sintesi delle diverse culture riformatrici.

E questo anche nel caso non dovesse vincere le primarie del prossimo 26 febbraio. Infatti la  cultura di riferimento di Elly Schlein ha già vinto su quasi tutti i fronti: nelle università, nei media, nei posti-chiave di potere (nazionali e internazionali) che spesso contano molto più di quelli elettivi. E se non si sta più che attenti, Schlein può vincere anche nelle menti dei cattolici democratici e popolari, vanificando così la nostra specificità culturale. Per evitare un tale rischio occorre mai delegare e subappaltare la formazione, mai prendere il programma a scatola chiusa da altri, ma definire entrambe le cose in autonomia e con metodo sturziano. Perché il mondo della Schlein non è il mondo del popolo. Se il cattolicesimo democratico, sociale e popolare, non solo nei suoi esponenti nei partiti, ma nelle svariate forme di associazionismo civile e di ispirazione religiosa, si dimostra capace di autonomia culturale, può ritrovare una sintonia che non esclude la dialettica e financo una pedagogia, con dei ceti intermedi sempre più spaesati e allibiti di fronte al modello di società che viene calato dall’alto in Occidente e in modo sostanzialmente non democratico. Una sintonia che invece al mondo della Schlein risulta preclusa per strutturale incapacità di aprirsi a ciò che non rientra nei suoi schemi.

In questa prospettiva appare giustificato l’auspicio di una vittoria di Elly Schlein alle primarie. Renderebbe più evidente la vera natura del Pd come partito radicale di massa e dunque come forza strutturalmente indigesta – Ricolfi direbbe invotabile – per le classi popolari e lavoratrici. Compito delle forze che si richiamano al popolarismo sturziano, anche attraverso un opportuno processo di riaggregazione (come quello intrapreso dai comitati territoriali dei Popolari in Rete, che terranno la loro prima assemblea sabato prossimo a Roma), appare allora quello di proporsi di colmare questo vuoto di rappresentanza. Si avverte la carenza di una mediazione tra i grandi processi di cambiamento connessi alla transizione ambientale e alla transizione digitale, e le reali esigenze dei territori, dei ceti sociali più fragili, addirittura rispetto alle normali dinamiche di mercato. La cultura politica popolare ha le caratteristiche e la coscienza storica adeguata per riannodare i fili del dialogo fra mondi che sembrano non incontrarsi più, che la grata ideologica del politicamente corretto sembra aver   nascosto reciprocamente, e che ha trovato una preoccupante manifestazione nel voto alle scorse regionali del Lazio e della Lombardia con le Ztl in prevalenza votati e le periferie largamente astenute.

Saper guardare ai limiti del mondo della Schlein può divenire uno stimolo in più per riscoprire il compito storico dei Popolari nella nostra epoca.

Dov’è il campo largo? A destra, grazie a un’opposizione divisa. Eppure la maggioranza degli elettori…

L’ultima tornata elettorale regionale ha certificato che se in Italia esiste un “campo largo” questo non è certo nel perimetro del centrosinistra. Se la destra attualmente al governo può vivere in assoluta tranquillità è infatti grazie alla volontà dei pentastellati e del (cosiddetto) Terzo polo di non lavorare per una aggregazione che possa costruire e mettere in campo una proposta alternativa da presentare al Paese. Così facendo M5S e Terzo polo diventano – di fatto – i più efficaci stabilizzatori dell’attuale maggioranza di governo, non disdegnando neanche di arrivare a “bacchettare” gli alleati per delle critiche rivolte all’azione di governo (quasi con l’ansia di mostrarsi più affidabili di Lega e Forza Italia) come fece Calenda un paio di mesi fa uscendo da un incontro con la Meloni a Palazzo Chigi.

Mentre il Terzo polo coltiva il sogno di occupare in un futuro prossimo lo spazio politico oggi presidiato da un Berlusconi un po’ in disarmo, il Movimento Cinque Stelle ha invece optato per un ritorno al passato, ovvero per un più comodo e meno impegnativo ruolo di opposizione che ricorda il Movimento a trazione grillina di opposizione e di contestazione; meglio stare in piazza contro tutto e tutti anziché assumersi la responsabilità di governare il Paese o amministrare le grandi città italiane. Un’analisi sommaria, parziale e sbagliata, dalla quale si origina una indisponibilità del Terzo polo e del M5S per la costruzione di proposte alternative, per un periodo non facilmente determinabile.

L’analisi di queste due forze di ambigua ed altalenante opposizione è sbagliata perché nel frattempo le scelte politiche del governo stanno favorendo in modo assai evidente le fasce di popolazione con redditi più alti a scapito delle fasce con redditi più bassi. Ma attenzione perché questa scelta è dannosa non solo in termini sociali, ma anche per tutta la nostra economia in termini complessivi. Se si vuol sostenere la domanda interna, stimolando così produzione e lavoro, si devono attuare politiche di redistribuzione a favore della fasce di reddito più basse; sono infatti queste fasce della popolazione che, avendo una maggiore propensione al consumo, possono immettere più facilmente risorse nel sistema economico attraverso un aumento della spesa per consumi, spesso generata anche da necessità e bisogni di carattere primario.

Il rischio è che, se non si inverte la rotta di politica economica, la forbice delle condizioni economiche e di vita si allarghi sempre di più, ovviamente a sfavore di chi sta peggio. E il risultato di questa situazione è leggibile anche nei numeri dell’ultima tornata elettorale; non c’è un elettorato che si sposta a destra, ma piuttosto un elettorato che non si sposta più da casa per recarsi a votare. E non è solo una battuta. 

È infatti arduo sostenere che nel Paese ci sia una maggioranza di destra quando circa due terzi degli aventi diritto non vota. Direi piuttosto che la maggioranza del Paese è alla finestra per vedere se qualcuno presenta progetti o idee nuove che rispondano alle loro domande che ad oggi sono rimaste inascoltate più o meno da tutti; queste persone aspettano qualcosa che riaccenda una speranza e che motivi un ritorno alla partecipazione. Chi ostacola la costruzione di una proposta nuova ed alternativa alle ricette che la destra sta propugnando, si assume delle responsabilità che rischiano di andare ben oltre la fase contingente che stiamo attraversando. C’è una parte cospicua del Paese che ha perso ogni aspettativa di riuscire a migliorare la vita propria e dei propri figli. È qualcosa che deve preoccupare tutti e pesare sulla coscienza di chi si dedica alla politica.

Realtà aumentata e realtà virtuale: ecco come stanno rivoluzionando la nostra percezione del mondo.

Realtà aumentata e realtà virtuale sono due tecnologie che stanno rivoluzionando il modo in cui le persone interagiscono con il mondo digitale e con il mondo reale. Sebbene entrambe siano utilizzate per creare esperienze “immersive”, queste tecnologie differiscono per le modalità in cui vengono presentate all’utente.

La realtà aumentata (AR) combina elementi del mondo reale con elementi digitali, creando un’esperienza ibrida per l’utilizzatore. L’AR utilizza la fotocamera di un dispositivo mobile (smartphone o tablet) per catturare un’immagine del mondo reale e sovrappone elementi digitali all’immagine stessa. In questo modo, l’utilizzatore può vedere elementi digitali (immagini, video o testo) sovrapposti al mondo reale, così da creare un’esperienza ibrida che combina il meglio di entrambi i mondi.

La realtà virtuale (VR), dal canto suo, crea un ambiente digitale che consente all’utente di immergersi in un mondo simulato. Gli utenti utilizzano visori VR (Oculus Rift o HTC Vive tra i più famosi), per entrare in un mondo simulato completamente immersivo. In più, i visori VR mostrano un’immagine separata per ciascun occhio, in modo da fornire all’utente un’esperienza tridimensionale.

Molte le possibilità che si aprono in questo nuovo orizzonte tecnologico, anzitutto nel campo dell’intrattenimento, dell’educazione e della formazione. Ad esempio, le applicazioni AR possono essere utilizzate per visite guidate virtuali in musei o siti storici, mentre le applicazioni VR sono preziose per la formazione di professionisti in settori ad alto rischio, ad esempio per la gestione dei disastri o l’addestramento militare, per simulare situazioni di apprendimento – guida di un’automobile, di un aereo, ecc… – o per esercitarsi al funzionamento e all’utilizzo di macchinari complessi in totale sicurezza. Le simulazioni prevedono l’impiego di dispositivi, periferiche e sensori ad alto costo. Per questo, salvo nell’intrattenimento (videogiochi), il mercato stenta a decollare.

Con l’AR i giochi possono essere integrati nel mondo reale, consentendo agli utilizzatori di interagire con personaggi virtuali come se fossero presenti nella stanza. Invece, con la VR le aziende produttrici possono creare ambienti immersivi e realistici in grado di trasmettere una sensazione di totale coinvolgimento nella dinamica del gioco. Didattica, cultura e turismo stanno sempre più avvantaggiandosi della realtà aumentata. Gli educatori adottano in misura crescente nuove tecniche di insegnamento per rendere più interattivo, coinvolgente e stimolante l’apprendimento. Insomma, l’AR combina il mondo reale con elementi digitali, garantendo informazioni supplementari in tempo reale attraverso l’uso di una telecamera e di un display. Ciò significa che l’AR può arricchire le esperienze di apprendimento degli studenti/ utenti, migliorando l’acquisizione di concetti e di processi complessi.

Il ricorso al 3D, in tempo reale, è un altro capitolo importante. Si può interagire con gli oggetti e visualizzarli da diverse angolazioni. In questo modo è più facile comprendere la struttura e il funzionamento dell’oggetto osservato. Ad esempio, si può esplorare il sistema solare in 3D, guardando i pianeti che orbitano intorno alla nostra stella studiando le loro caratteristiche, il loro posizionamento nello spazio; ma anche “leggere” una riproduzione del corpo umano per ottenere dati scientifici sul soggetto che appare sullo schermo dello smartphone, incamerando informazioni sempre più dettagliate man mano che lo zoom arriva ad ingrandire un particolare.

C’è di più. Si può scoprire l’antica Roma nelle varie epoche storiche, passeggiando nella città e inquadrando tutto ciò che ci sta intorno. E quindi, si possono esplorare edifici e strade in modo interattivo: un’esperienza unica per “entrare” nel passato. E poi, se scegliamo di concentrarci sul presente? Ecco, con l’ausilio della tecnologia si abbatte la distanza, si sceglie un percorso, si scopre una novità: ciò che prima era turismo diventa iper-turismo, se così è lecito esprimersi. Una condizione, questa, che significa abbattimento del disagio, perché finisce, ad esempio, l’impatto di un handicap visivo nella misura in cui un oggetto o una scritta mutano facilmente di dimensione, In generale, l’utilizzo della realtà aumentata per esplorare attrazioni turistiche può migliorare l’esperienza degli utilizzatori fornendo loro informazioni dettagliate, esperienze coinvolgenti e un ambiente più sicuro (si pensi alla possibilità di avere sullo schermo la piantina dell’edificio o della zona nella quale ci troviamo con le indicazioni per raggiungere eventuali vie di fuga).

Tuttavia, entrambe le tecnologie presentano anche sfide e limitazioni. In particolare, le applicazioni AR richiedono una buona illuminazione e una fotocamera di alta qualità per funzionare correttamente, mentre le applicazioni VR richiedono un visore costoso e potenti computer per garantire una buona esperienza per l’utente. Infine, le applicazioni di realtà aumentata e virtuale richiedono una grande quantità di dati e necessitano, quindi, di una connessione a Internet stabile e veloce. E non è poco. Bisogna attendersi, nella sostanza, ulteriori passi in avanti per “mettere a terra” ciò che al momento resta sospeso, sebbene con fulgida apparenza.

Il dovere della coscienza, oltre l’ossessione per le riforme.

Come siamo cambiati? Come viviamo? Quali speranze coltiviamo per il nostro futuro? Una prima osservazione riguarda lo straordinario progresso scientifico e tecnologico che ci ha offerto potenzialità di miglioramento un tempo impensabili. Le aspettative di vita sono esponenzialmente cresciute in quantità e qualità. Non si può non constatare, poi, con che peso e in che misura l’economia abbia influito sugli stili di vita e come la teoria della crescita illimitata, del benessere diffuso, dell’offerta di beni e servizi si stia misurando – in tempo di crisi – con la realtà, sollecitando riflessioni, valutazioni e consuntivi in ogni aspetto del vivere. Tuttavia, quando la gestione della ricchezza prodotta non è accompagnata da un solido fondamento etico si generano disuguaglianze, ingiustizie, nuove e crescenti povertà. La forbice tra sovrabbondanza e indigenza si sta divaricando sempre più e non è fuori luogo correlare questa tendenza con le azioni tardive della politica e dei governi, con la loro incapacità di riequilibrare questo crescente gap.

Soprattutto perché non si tratta di un fenomeno limitato a certe aree geografiche o alla differenza storicizzata tra paesi poveri e paesi benestanti.

Anche nelle più evolute civiltà occidentali si stanno generando nuove e inconsuete sacche di povertà emergenti, fino a modificare e a rendere labile, in termini di pensiero condiviso, la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario. Ci sono le regole dei mercati, poi le politiche per governare il cambiamento, le leggi e le norme che a livello nazionale o sovrannazionale tentano di dare nuovi indirizzi ad una società globalizzata ed in continua evoluzione. Ma nel loro porsi in termini oggettivi queste derive che puntano sulla crescita e sul progresso, sul miglioramento delle condizioni di vita o nell’applicazione di nuovi principi di uguaglianza e di democrazia, non si traducono in automatismi applicabili tout-court, poiché devono misurarsi con privilegi lungamente radicati e con sentimenti soggettivi di condivisione, che dimorano nella consapevolezza interiore di ciascuno. Una nuova consuetudine si sta imponendo negli stili di vita e non sempre per scelta o volontà ed è una consuetudine antica, cui non eravamo più abituati da tempo: accontentarsi, un verbo fino a ieri espunto dal più utilizzato vocabolario quotidiano.

La nostra epoca è straordinariamente ricca di potenzialità, come mai accaduto in passato, sta a noi sostanziare l’essere e il cambiare con le categorie dell’uguaglianza, della democrazia, della libertà. Ma questo è un compito che ci riguarda tutti, non possiamo aspettare che ci venga suggerito o che tocchi a qualcun altro il dover ‘cominciare’ ad essere migliore. “Come vivere? Questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un anno, di un secolo o di un millennio, ma tutti i giorni quando svegliandoci dovremmo dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose per bene, perché non c’è maggior soddisfazione di un lavoro ben fatto”. In queste parole di Mario Rigoni Stern stanno racchiusi molteplici interrogativi che riguardano la nostra esistenza: dalle scelte etiche, ai comportamenti quotidiani, da ciò che ci pertiene intimamente, agli stili di vita cui aderiamo, alla presenza degli altri, cioè del nostro prossimo, in qualunque progetto che riguardi il presente e il futuro. La risposta però si riassume in questa semplice affermazione – “fare le cose per bene” – ed ha una valenza universale perché è estensibile a tutto il genere umano.

La conclusione cui si può giungere ci riporta ad una considerazione etica del vivere, oltre le finanze virtuali, oltre le economie nazionali, i Pil, lo spread e le teorie della crescita e dello sviluppo. Il prevalente fattore generativo dei mutamenti in atto e di quelli a venire riguarda la concezione morale della vita, della dignità umana, del modello sociale di cui vogliamo essere parte e che possiamo, ciascuno con le proprie responsabilità personali, edificare. Questo discrimine non viene sancito per decreto, non esiste legge o norma che lo possa regolamentare in modo stabile, equo e duraturo, non può esserci sempre imposto o suggerito.

Assistiamo ad una corsa smodata nel proporre cambiamenti attraverso provvedimenti legislativi: come se una riforma, una volta approvata, cambiasse il nostro modo di essere e di pensare, i nostri stili di vita, in modo oggettivo. Tendiamo ad attribuire a queste enfatizzate riforme un valore palingenetico, ma l’oggettività di una norma che ne sostituisce un’altra non incide nella realtà delle nostre consuetudini se non diventa soggettività metabolizzata, convincimento interiore. I concetti di giustizia sociale, di uguaglianza, di merito, di redistribuzione dei beni e delle risorse, di tutto ciò che riguarda o può modificare nel bene o nel male il nostro modo di essere e di vivere, la stima di sé, la considerazione degli altri, il perseguimento del bene comune, ebbene tutto questo e altro ancora riguarda in modo intrinseco e imprescindibile la nostra coscienza. È la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male. Valori, progetti, speranze, ideali: tutto va commisurato a questo fondamentale atto del pensiero che interroga la razionalità e il sentimento per rispondere in modo leale ed onesto, per sé e per gli altri, qui e altrove, a tutti gli incessanti quesiti della vita.

Perché “deve” vincere la Schlein…

Si avvicina la saga delle primarie – uno degli ultimi dogmi laici del Pd delle origini – e presto conosceremo il nome e il cognome di chi guiderà il principale partito della sinistra italiana nei prossimi anni. E dopo la gara nei circoli, dove ancora una volta – e come da copione – hanno avuto la meglio i ‘pacchi’ di tessere pilotati dalle infinite correnti e gruppi di potere interni al partito, la palla adesso passa al “popolo delle primarie”. Ed è proprio di fronte alla competizione tra l’ex comunista Stefano Bonaccini e l’esponente della cosiddetta società civile – anche se ha già collezionato una lunga serie di incarichi politici e di potere – Elly Schlein che uscirà il vincitore. Essendo state le candidature di Cuperlo e della De Micheli solo uno strumento per consolidare le rispettive correnti e per poter ipotecare le prossime personali candidature.

Ora, il gioco cambia. Ed è proprio di fronte a questa sfida, che riguarda ed interessa l’intera politica italiana e non solo le sorti di un singolo partito, che noi ci auguriamo la vittoria della Schlein. E questo per un motivo ben preciso. E cioè, dopo la trasformazione definitiva ed irreversibile del Partito democratico rispetto alla sua impostazione originaria – com’è evidente a tutti, dirigenti del partito compresi – si rende ancor più necessario dare un profilo politico chiaro e netto al futuro della sinistra italiana. E se l’eventuale vittoria di Bonaccini non sarebbe altro che la conferma di tutte le contraddizioni di questo partito – dalla molteplicità delle correnti organizzate alla centralità della “ditta”, dalla logica funzionariale tipica dell’impostazione post comunista degli amministratori locali delle cosiddette “zone rosse” al sano pragmatismo del potere emiliano romagnolo – l’affermazione della Schlein avrebbe il vantaggio di caratterizzare in modo più chiaro e più netto il profilo politico del partito. E, soprattutto, rappresenterebbe anche una vera e credibile discontinuità rispetto al passato del Partito democratico. Certo, anche dietro alla Schlein, come tutti sappiamo, ci sono molti capi corrente e alcuni potentati storici del partito. Ma è indubbio che Schlein rappresenta la novità rispetto agli altri 3 candidati che sono e rappresentano varianti diverse del ceppo ex e post comunista della sinistra italiana.

Dopodiché, è certamente vera e fondata la definizione intelligente ed acuta di un attento osservatore delle cose politiche italiane, Luca Ricolfi. E cioè, la Schlein interpreta alla perfezione la trasformazione definitiva del Pd in un “partito radicale di massa”. Un partito, quindi, al di là delle solite e collaudate chiacchiere propagandistiche e demagogiche, che difende i diritti individuali, attenta a tutte le discriminazioni, sensibile alle ragioni dell’ambientalismo, non indifferente al populismo pentastellato, ovviamente giustizialista e manettaro e, in ultimo, teso a criminalizz are – seppur politicamente – tutti gli avversari che, come da copione, sono e restano nemici da annientare.

Certo, una cultura come quella popolare e cattolico sociale è lontana anni luce rispetto a questa impostazione politica e culturale. Oserei dire che si tratta di una diversità quasi antropologica, almeno sul versante politico e culturale. Ma, al di là dei cattolici popolari e sociali, quello che emerge è che la vittoria eventuale della Schlein segnerebbe un punto a capo chiaro, netto, inequivocabile nella storia centenaria della sinistra italiana. Una chiarezza necessaria sia per chi vuole dar vita ad una coalizione con il Pd e sia, soprattutto, per tutti coloro che vogliono creare una alternativa politica, culturale e programmatica alla sinistra del Pd e alla “sinistra per caso” e populista dei 5 stelle. Appunto, chiarezza politica, trasparenza culturale e lungimiranza nella costruzione delle alleanze politiche e di governo. Per questo ci auguriamo che la Schlein vinca, e vinca bene le primarie di domenica prossima del Partito democratico.

Per un’alternativa alla destra di governo

Siamo consapevoli che una reale alternativa politica alla destra di governo nazionalista e sovranista, oggi egemonizzata dal partito della Meloni, si può solo costruire con un’ampia alleanza tra un centro nuovo della politica e una sinistra che ritrovi, finalmente, la propria identità. Non esistono vie preferenziali o peggio scorciatoie tattiche, come quelle intraprese da alcuni amici Dc, che hanno scelto di assumere una funzione ancillare da ascari subordinati al partito della Meloni: in Sicilia con Cuffaro, e in Lombardia e nel Lazio, dove, con scarso successo, hanno appoggiato le liste guidate dai candidati di destra.

Proprio per questa deriva a destra della Dc guidata da Renato Grassi, mi sono dimesso dall’incarico di vice segretario del partito, tornando al mio ruolo assunto fin dal 1993, di “ DC non pentito”, quello di un medico scalzo alla ricerca della ricomposizione politica dell’area popolare, cattolico democratica e cristiano sociale. Un tentativo coraggioso è stato avviato con l’amico Peppino Gargani e la Federazione Popolare dei Dc, messa in crisi dall’opposizione netta di Cesa e di Rotondi, organicamente collegati alla destra, e da quella indecisa dello stesso Grassi. Ecco perché guardiamo con interesse a ciò che accade tra gli amici di Insieme di Giancarlo Infante, quelli di Ivo Tarolli e, soprattutto, con il progetto avviato da Giorgio Merlo, Angelo Sanza con Giuseppe De Mita, per la ricomposizione politica dell’area popolare.

Il prossimo 25 Febbraio si terrà l’incontro di questi amici per fare il punto della situazione. Incontro al quale desidero partecipare, presentando l’esperienza che abbiamo indicato a Venezia, con l’avvio del comitato  civico popolare di partecipazione democratica, nel quale vorremmo offrire alle diverse espressioni dell’area politico culturale veneziana, lo strumento per garantire il dialogo e il confronto necessario alla ricomposizione politica di questa vasta e complessa area, divisa nella lunga stagione della diaspora Dc (1993-2023). È evidente che un’alternativa politica credibile alla destra nazionalista e sovranista, oggi egemone con la Meloni al governo del Paese, potrà nascere solo dall’alleanza tra le culture politiche che sono state alla base della formazione della Repubblica Italiana. Ciò comporta, da un lato, la definizione corretta dell’identità del Pd, che potrà uscire dal loro prossimo congresso, e, dall’altra, dalla nascita del centro nuovo della politica italiana in grado di allearsi con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, contro i tentativi già annunciati dalla destra di governo, come quello  della trasformazione della nostra Repubblica, da parlamentare, come la vollero i padri costituenti, a presidenziale.

Fallito l’esperimento della “Margherita” di confluire nei DS per dar vita al PD, nel quale, alla fine, per il prossimo congresso emergono due linee a confronto: quella di Bonaccini, più direttamente collegata alla tradizione dell’ex Pci e quella della Schlein, espressione coerente della natura trasformista assunta dal “neo partito radicale di massa”. Due linee entrambe ostili ed estranee a quella della tradizione dei Popolari che, con Marini e Castagnetti, decisero di sostenere quel progetto. Anche ciò che accade al cosiddetto terzo polo, di Calenda e Renzi, in forte difficoltà dopo i risultati insoddisfacenti delle recenti elezioni regionali, è la dimostrazione dei limiti di un progetto che, per Calenda doveva rappresentare l’avvio di una sorta di federazione laico liberale repubblicana, che, ha finito con l’assumere i caratteri di una sorta di “azionismo de noantri”, fortemente critico con tutto ciò che appartiene alla nostra tradizione politica dc e popolare, ossia quella stessa tradizione culturale e politica d’origine di Matteo Renzi.

Ecco perché per poter costruire una reale alternativa politica alla destra di governo, in attesa delle conclusioni cui perverrà il Pd, il nostro compito primario è quello di concorrere alla ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, premessa indispensabile per la costruzione del nuovo centro della politica italiana nel quale potranno ritrovarsi le storiche culture politiche che hanno fatto grande l’Italia: quella popolare, laico liberale, riformista socialista e repubblicana, in grado di allearsi con una sinistra forte della sua identità e disponibile a combattere per la difesa e completa attuazione della Costituzione, a partire, da quella della Repubblica parlamentare; per il ritorno alla legge proporzionale con preferenze e l’applicazione in tutti i partiti dell’art.49 della Costituzione. Il 25 Febbraio con gli amici di area popolare ci confronteremo, con la volontà di avviare un progetto finalmente decisivo per l’alternativa alla destra di governo, vincente, non se risulterà come l’ennesimo tentativo di  riunire  alcuni amici al vertice, ma solo se sarà sostenuto dai molti comitati civico popolari di partecipazione democratica che, come mi auguro a Venezia e nel Veneto, sorgeranno dalla base in tutto il Paese.

Libertà artistica e regole politiche

Càpita che litigando si abbia torto in due. In questo caso la Rai da una parte, la destra di governo dall’altra. Viale Mazzini ha allestito a Sanremo uno spettacolo gratificato da numeri generosi ma contraddetto da pasticci politici di non poco conto. Valga per tutti l’andirivieni, davvero scandaloso, sulla presenza di Zelenski, prima offerta in pegno di una scelta di civiltà e poi declassata a letterina da leggere in tardissima serata. 

E Palazzo Chigi a sua volta ha fatto capire che intende rispondere con un richiamo all’ordine piuttosto brusco. 

Difficile prendere posizione tra i due torti. Piuttosto varrebbe la pena di segnalare che tutti e due discendono da un errore comune. E cioè dalla commistione sempre più stretta tra politica e spettacolo. Abitudine ormai inveterata, che toglie prestigio e solennità alla politica e finisce per limitare anche la libertà dello spettacolo. Libertà che però andrebbe forse amministrata con un pizzico di buon gusto in più. 

Si dirà che non siamo alle prese con una novità. Sono anni e anni che musica e potere giostrano nelle più diverse maniere. Con conseguenze non sempre così limpide. Ai suoi tempi persino Beethoven volle dedicare una sinfonia, l’Eroica, a Napoleone. Ma poi si convinse di essere stato troppo generoso e finì per cancellare quella dedica. Altri tempi, altra musica e anche altri personaggi. Ma la lunga storia dell’intreccio tra la libertà artistica e le regole politiche continua a ricordarci che un briciolo di distanza in più farebbe bene agli uni e agli altri.

Fonte: La Voce del Popolo – 16 febbraio 2023

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale)

Le radici del conflitto russo-ucraino, le ombre della storia sulla pace.

Il conflitto russo-ucraino ha motivazioni molto complesse. È evidente che la Russia, dopo aver annesso la Crimea nel 2014 ed aver constatato che l’occidente dinanzi ad un evidente atto di sopraffazione  non aveva reagito in maniera decisa, ha ritenuto che  potesse procedere all’annessione di ulteriori territori stante la debolezza militare del paese aggredito. Ma le operazioni militari non hanno sortito gli effetti sperati in quanto i paesi occidentali hanno assicurato al popolo ucraino una efficace assistenza militare. Dopo un anno di guerra, distruzioni e perdite di vite umane il conflitto non sembra avviarsi ad una soluzione pacifica. Ma il conflitto, per essere compreso nelle motivazioni più profonde non può essere ridotto ad uno scontro tra un paese invasore ed un paese invaso. Pare opportuno, perciò,offrire alcuni sintetici elementi di valutazione.

La costituzione russa emendata da Putin nel 2020 e sottoposta a referendum afferma  all’art. 67.1 paragrafo 3) testualmente : “Lo Stato ha il dovere di onorare la memoria dei custodi della patria e di difendere la verità storica”. Ed ancora: “Lo Stato ha il dovere di indicare la fede in Dio come valore ricevuto dagli antenati”. Il Patriarca Kirill ha avuto un ruolo molto importante nella definizione di questo nuovo testo e ne ha fortemente voluto il riferimento a Dio. Dopo il crollo del comunismo e la fine dell’Urss, Putin riscopre l’Ortodossia e riadatta nell’attuale equilibrio geo-politico l’antica alleanza di tradizione bizantina tra Sacerdotium e Imperium. La legittimazione politica del Nuovo Zar discende dalla totale adesione all’Ortodossia.  

Proprio il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, il 21 settembre 2022, durante un sermone al Convento Zachatievsky, ha esortato i fedeli ad arruolarsi. “Vai coraggiosamente a compiere il tuo dovere militare. E ricorda che se muori per il tuo paese sarai con Dio nel suo Regno”. L’avvio delle operazioni russe in Ucraina ha effetti immediati sulle Chiese Ortodosse ucraine. Epifanio, metropolita di Kiev, riconosciuto da Costantinopoli e al vertice della Chiesa Ortodossa, ha subito affermato che il Patriarca Kirill è “un politico in abiti religiosi al servizio di Putin”, mentre Kliment, Arcivescovo degli Ortodossi legati al Patriarca di Mosca, appena iniziata l’invasione dell’Ucraina ha deciso di rompere i legami con la Russia dichiarando la “piena indipendenza”. 

Su questa rottura del legame con Mosca, Epifanio esprime qualche perplessità e, quanto ai rapporti con Zelensky, in una intervista si è così espresso: “Noi preghiamo per lui, per le nostre forze armate e per il governo: lo benediciamo perché protegge l’Ucraina dai nemici. In questa lotta per la verità e per la libertà, sosterremo sempre il popolo ucraino e lui, come nostro Presidente, può contare sul sostegno della Chiesa in questa nobile causa”. Il 1 Dicembre Il Presidente Ucraino, dopo aver messo al bando le organizzazioni religiose legate alla Russia, ha acquisito al Registro delle Comunità Religiose della Chiesa Ortodossa Ucraina il famoso monastero delle Grotte che si trova a Kiev. Questo monastero è una Lavra e per capire l’importanza delle Lavre nelle Ortodossie orientali bisogna riflettere sul fatto che in Russia si trovano due Lavre e in Ucraina tre. Sottrarre una Lavra alla competenza della Chiesa del Patriarca Kirill significa compiere un gesto di alto valore simbolico. Da sottolineare inoltre che il Monastero delle Grotte si trova nelle vicinanze del Museo Nazionale del Genocidio dell’Holodomor (la carestia che determinò la morte di milioni di ucraini che gli storici addebitano a Stalin).

Sul corriere.it, il 27/11 u.s., Paolo Valentino testualmente annota: “Quella sera di fine ottobre, mentre infuriavano i combattimenti e le truppe ucraine erano ormai vicine a riprendersi la città, nella Cattedrale di Santa Caterina a Kherson padre Vitalij stava dicendo messa. «Sono spuntati all’improvviso, saranno stati una ventina. Tutti armati e mascherati. Ho avuto paura per la mia vita», racconta al telefono il religioso ortodosso. Mentre lui con i fedeli continuava a cantare e pregare, un altro prete fu costretto a condurre i soldati russi verso l’ingresso alla cripta, nascosto da una lastra di marmo che copriva una botola sul pavimento. La sollevarono, scesero per la piccola scala che portava al sarcofago di legno, tolsero il coperchio e prelevarono la piccola borsa nera contenente le ossa del principe Grigorij Alexandrovic Potemkin, tutte numerate. «L’hanno caricata su un furgone e sono ripartiti».                Potemkin, il Serenissimo principe di Tauride, l’amante favorito dell’Imperatrice Caterina II, è famoso non solo perché diede il nome alla nave corazzata del grande capolavoro del regista Ejzenstejn (La corazzata Potemkin ovvero la “cagata pazzesca” di Fantozzi), ma perchè fu incaricato di ripopolare le campagne della Russia meridionale e di crearvi centri culturali ed amministrativi.

A Odessa, in Piazza Ekaterinskaya, riconosciuta nel 1901  come la più bella Piazza d’Europa dall’Esposizione di Architettura di Parigi, fa bella mostra di sé il Monumento ai Fondatori della Città.  L’imperatrice Caterina II è in cima a una colonna, in basso sono collocate le statute di quattro suoi collaboratori, fra i quali il Principe Potemkin e Josè de Ribas, nobile catalano nato a Napoli, ideatore del porto di Odessa e primo Governatore della città. A seguito di un referendum popolare che ha richiesto l’abbattimento della statua della Zarina, il Consiglio Comunale di Odessa ha deliberato di accettare l’esito del referendum e di procedere all’abbattimento del Monumento. Caterina II è osteggiata dai nazionalisti e dai preti ortodossi. Il Sindaco della Città che ha definito Putin un assassino è, però, fortemente contrario all’abbattimento.

La Stagione alla Scala di Milano è stata inaugurata con  l’opera Boris Godunov del grande compositore russo  Modest Petrovic Musorgsij. Il Console ucraino Kartysh aveva chiesto di non mettere in scena il Boris Godunov e di sopprimere altri spettacoli russi per evitare che il tutto apparisse come un sostegno a Putin. Purtroppo la contestazione delle scelte artistiche della Scala in precedenza erano state accolte dallo stesso Sindaco Sala, che di fatto aveva impedito il concerto del celebre Valery Gergiev, direttore artistico del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo. A Gergiev era stato chiesto di prendere le distanze da Putin e di condannare l’invasione dell’Ucraina. A proposito del compositore Musorgsij, la cui opera era stata ritenuta da Boris Godunov un inno al nuovo Zar Putin, va ricordata “La grande porta di Kiev”, gran finale della famosa opera “Quadri di un’esposizione”. Per giunta, l’architetto Hartmann, amico di Musorgsij, aveva progettato la Porta di Kiev in onore dello Zar Alessandro II, scampato ad un tentativo di assassinio a Kiev.

L’ambasciatore Sergio Romano sostiene che Putin è un patriota perché la sua famiglia è il Kgb e come per  tutti i servizi segreti, forse tranne i servizi italiani, l’appartenenza comporta di per sé l’amore verso la patria. E infatti Putin ha affidato ad un suo collega ex kgb, Sergey Naryshkin, la Presidenza della Commissione per la Verità storica, che ha il compito di stimolare fra i giovani l’amore per la patria. Nel solco del principio costituzionale russo di difesa della verità storica, Putin non esita a sostenere che “il muro sorto negli ultimi anni tra Russia e Ucraina, tra due componenti dello spazio storico e spirituale, è la nostra più grande sventura”. L’Ucraina, dunque, non è mai esistita!

La Crimea era dal 1441 un Khanato, ovvero un territorio sottoposto alla giurisdizione di un Khan, erede dell’impero mongolo. Quindi a lungo sfuggì al dominio della Russia. Con la sconfitta dell’impero ottomano nel 1783, Caterina II procedette all’annessione del vecchio Khanato alla Russia. Nel 1954 la Crimea russificata fu donata da Nikita Krusciov all’Ucraina. Poi, con la dissoluzione dell’URSS la Crimea restò a far parte dell’Ucraina, nuovo stato autonomo. Nel 2014 le truppe russe di stanza nella base di Sebastopoli occuparono la penisola per annetterla alla Federazione Russa. Successivamente l’annessione venne confermata da un Referendum, definito illegale dall’ONU, da molti stati occidentali e dalla stessa Ucraina.

E gli esempi potrebbero continuare! È del tutto evidente che la difesa della verità storica si riduce inevitabilmente a pretesto per giustificare le operazioni militari avviate dalla Russia in Ucraina. Ma sulla verità storica, appunto, le opinioni delle parti in causa divergono nettamente. Epifanio non ha esitato ad affermare che “l’Ucraina sconfiggerà la Russia perché Dio sta con l’Ucraina non con la Russia: Lui sta dalla parte della verità, non della menzogna”. Gli aiuti militari occidentali all’Ucraina richiamano alla memoria le antiche battaglie combattute dai Russi per la difesa dei sacri confini della Patria. In particolare l’invio dei carri armati tedeschi Leopard non ha per nulla impensierito Putin che ha ricordato la Grande Guerra patriottica e la difesa di Stalingrado. Come si vede l’uso della memoria è un collante prezioso per incitare il popolo russo a difendersi dai neo-nazisti.

Le brevi considerazioni esposte mostrano la complessità dello scontro in atto e le difficoltà per superare il conflitto militare tra i due Paesi, tanto che rischia addirittura di allargarsi. Uscire da questa crisi è davvero complicato. Credo che accanto al sostegno militare alla resistenza Ucraina occorra invocare un sforzo diplomatico per rappresentare alle parti in conflitto gli interessi comuni tra la Russia e l’intero occidente. Bisogna, altresì, evitare che il rapporto tra Russia ed Ucraina si riduca ad una sequela di oppressioni e di egemonia imperialistica. Quando gli USA non si affidavano solo alle armi, appena iniziata la guerra con Tokyo diedero incarico ad una commissione di esperti in varie branche di studiare a fondo la società giapponese. Ne venne fuori, accanto ad altri contributi, un testo di antropologia di Ruth Benedict – “Il crisantemo e la spada”   – che fece conoscere l’indole del popolo giapponese, segnata da quella che fu chiamata la “cultura della vergogna”, per la quale l’eroismo dei combattenti trovò più profonda comprensione.

Forse un supplemento di approfondimento sulla storia della Russia zarista e sovietica, sul conflitto Russia–Impero ottomano, sulla dissoluzione dell’URSS e del Patto di Varsavia, nonché sui grandi autori della letteratura russa, aiuterebbe a capire meglio i sentieri da percorrere per giungere ad una pace giusta. In questi ultimi tempi, il tentativo di Putin di utilizzare la storia, e quindi lo straordinario retaggio culturale della nazione, a sostegno della sua politica espansiva ha dato luogo in occidente a una una strisciante e inspiegabile operazione di “cancel culture” ai danni della Russia. Non serve, per la ripresa dei rapporti, impedire che un grande maestro come Gergiev si esibisca a Milano, semmai occorre riscoprire ed esaltare l’autentica anima russa. Ci aiutano in questo sforzo le parole pronunciate da Dostoevskij in occasione dell’inaugurazione a Mosca del Monumento a Puskin: “I Popoli d’Europa non lo sanno neppure quanto essi ci sono cari…Ad un vero Russo l’Europa sta tanto a cuore quanto la Russia stessa, quanto il destino del proprio paese perché il nostro destino è l’universalità”.

Mercato di bambini tra deportazioni d’assalto e deportazioni alla carta. Quando il futuro è amputato.

Se tira aria gelida e si è a corto di altro ci si può scaldare con un po’ di sano movimento. In pieno clima di guerra fredda sembra questo essere un espediente da non sottovalutare. Per non essere facili bersagli, la regola è spostarsi in continuazione. Riallocarsi è la formula per la salvezza e la vittoria. C’è qualcosa di crudele in ogni gioco di bimbi, così come nelle favole. C’è sempre un buono ed un cattivo, uno dei due sarà comunque soccombente. Nel gioco delle sedie se ne dispongono in fila, 4 su 5 concorrenti, che a tempo di musica corrono intorno ad esse. Appena la canzone prescelta finisce la sua parte, si deve essere lesti a sedersi. Uno fatalmente resterà fuori, escluso dalla compagnia. Per prevalere definitivamente sul nemico è necessario tagliarli le gambe, recidere le radici che lo tengono saldo nella sua posizione. Lo sa bene Kunta Kinte, il protagonista di una serie televisiva dove il rampollo di una famiglia africana del Gambia viene catturato per finire schiavo in Virginia. La sua discendenza troverà la libertà ma comunque in un’altra terra.

C’è un gran traffico tra l’Ucraina e la Russia. Non si tratta solo di missili che corrono puntuti da una parte all’altra lasciando scie monotone che fanno impallidire l’arcobaleno. 

Maria Lvova-Belova è la commissaria per i diritti dei bambini, che sta premurosamente preoccupandosi delle adozioni forzate dei bambini ucraini in Russia. Si tratta di orfani di guerra e di altri attinti dalle zone occupate e trasferiti in campi di rieducazione dove si insegna loro l’amore per la Russia. Fonti americane dicono di 43 campi in cui sono sparpagliati 6000 bambini. Sono creature sottratte alla loro terra, senza dire del possibile disagio di chi sia stato poi indotto con premi economici ad adottarli. Può essere comunque una nobile iniziativa per bilanciare il calo demografico che Putin avrebbe deciso in questo modo di fronteggiare. 

Da una parte si entra e dall’altra si esce. La Russia sembra essere un lavandino che non si riempie a causa di un tappo che non tiene. In questi tempi migliaia di donne russe intraprendono un viaggio della speranza in Argentina studiando, calcoli alla mano, il momento giusto per far nascere i loro figli in quella nazione. I vantaggi sono indubbi. La possibilità di accesso per i loro figli, per gli anni a venire, a 171 paesi del mondo senza visto, contro gli 87 paesi in cui i cittadini russi oggi possono andare. Per i genitori anche l’opportunità di ottenere la cittadinanza argentina e, se occorresse, sottrarsi alla madre patria in cui le cose non si stanno mettendo bene.

C’è un tarlo che non smette di fare il suo dovere. Prima o poi tornerà la pace. Prima o poi i bimbi rieducati è possibile che tornino, da adulti, secondo un richiamo di natura, a far visita alla terra di origine e saranno marchiati come bastardi, comunque gente da cui guardarsi. Quelli che invece resteranno dove sono cresciuti, godranno presumibilmente della stessa fama. Chi semmai deciderà di insediarsi in Argentina avrà la stessa sorte di sospetto, mentre nella “Patria Russia” verranno probabilmente battezzati con il timbro di “Argentinos” o qualcosa di simile. Gli uomini, al contrario delle piante, possono vivere anche senza radici. Piuttosto che di una morte, potremmo parlare di una vita apparente. 

A Kunta Kinte, per impedire l’ennesimo tentativo di fuga, è mutilato un piede. Sui due confini a troppi bimbi del mondo è già stato amputato il futuro. Presaghe le parole finali di una antica conta che tutti accomuna in un ugual destino: “E tutti giù per terra”.

La DC e l’esperienza del centrosinistra. Politica e cultura nei Convegni di San Pellegrino.

Alla fine del 1963 si formò il primo governo «organico» di centrosinistra presieduto da Aldo Moro. A circa sessant’anni da quell’importante svolta nella vita della nostra Repubblica si sono ripresi o avviati vari studi sui problemi aperti dal coinvolgimento del PSI nell’area di governo e sulle diverse reazioni politiche suscitate dall’evento in tutti i partiti e nell’opinione pubblica. Nella Dc i promotori più importanti della nuova esperienza furono i maggiori leader di quella stagione, Amintore Fanfani e Moro, i quali condussero la complessa operazione sia sul piano politico, superando, almeno momentaneamente, numerosi conflitti interni ed esterni al partito (come ha ben ricostruito di recente Paolo Pombeni), sia sul piano culturale e programmatico organizzando tre successivi Convegni a San Pellegrino (uno per anno tra il 1961 e il 1963). Moro specificò fin dall’inizio la necessaria natura di «studio» e di «meditazione» di tali Convegni perché in quella stagione era in gioco il futuro del Paese prima ancora di quello della Dc. Per conservare a quest’ultima il ruolo-guida nel governo occorreva uscire dalla «cristallizzazione» della sua immagine e, soprattutto, degli indirizzi politici perseguiti fino ad allora attraverso un’approfondita riflessione sulle necessarie innovazioni del sistema politico e di quello economiche richieste dalla nuova fase della modernizzazione postbellica.  E l’impresa non si presentava affatto facile di fronte a una situazione sociale fortemente contraddittoria. Da un lato, la politica del centrismo produceva ancora condizioni di straordinaria crescita economica (il cosiddetto “miracolo” o “boom economico”) e gli italiani erano orgogliosi del fatto che gli analisti del Financial Times avevano appena attribuito alla lira (nel 1959) il simbolico Oscar e il titolo di “moneta vedetta” in campo internazionale. Dal lato opposto, non si era ancora realizzata, come lo stesso Moro denunciò, una definitiva «conciliazione delle masse con lo Stato democratico»: conciliazione da realizzare solo con il concorso dei partiti popolari dotati di programmi specifici sulle riforme e sulla difesa del pluralismo istituzionale e sociale. Un comune indirizzo politico doveva fondarsi sulla convinta salvaguardia del ruolo regolativo dello Stato: di quel ruolo che andava preservato dalle ingerenze «stataliste» cui facevano appello, in modo diverso, le sinistre estreme e le destre. 

Nei Convegni di studio furono coinvolti molti esponenti della Dc, della CISL, delle Acli e un significativo gruppo di intellettuali, per lo più giovani accademici cattolici, non presenti nella vita del partito o del tutto estranei ad essa, ma sempre collegati ai circuiti culturali nazionali e internazionali più attenti alle nuove strategie democratiche. Fu un tentativo che presentava importanti tratti di originalità perché fu garantita a quegli intellettuali la libera espressione delle proprie posizioni mentre il problema dei rapporti tra intellettuali e partiti viveva una fase critica in altre formazioni politiche e specie nel Pci. Avevano abbandonato già 1952 il partito togliattiano alcuni intellettuali cattolici, tra i quali Felice Balbo e Giorgio Ceriani Sebregondi, impegnati nello studio dei conflitti tra gli sviluppi capitalisti indotti dalle nuove tecnologie industriali e le esigenze del mondo del lavoro. Soprattutto, però, dopo la pubblicazione del “rapporto segreto” di Kruscev e dopo i “fatti d’Ungheria”, scemava la gramsciana fisionomia dell’«intellettuale organico» agli indirizzi del partito e si registrarono varie fuoruscite dal partito e tra queste rilevante fu quella di Antonio Giolitti, entrato in seguito nel PSI per affermarsi come protagonista della programmazione economica nei governi di centrosinistra.

I Convegni di San Pellegrino evocavano l’esperienza dei giovani intellettuali cattolici che elaborarono, tra 1943 e il 1945, il Codice di Camaldoli, dove si abbandonarono le esperienze politiche del passato e si indicò in modo analitico tutta la gamma di interventi necessari e possibili (nell’economia, nella vita della società e dello Stato) cui era chiamato nella stagione postfascista un futuro partito cattolico. Il collegamento con quell’esperienza culturale, e con altre (come quella di “Cronache Sociali” di Dossetti), trovava una qualche evidenza nel fatto che anche a San Pellegrino campeggiavano, esponenti delle precedenti esperienze culturali, quali lo stesso Moro e  Pasquale Saraceno, uno degli innovatori dei canoni tipici dell’economia industriale. 

Nei Convegni di studio per superare, come aveva richiesto Moro, la «cristallizzazione» dell’immagine della Dc furono chiamati due storici giovani, ma già ben accreditati a livello accademico, Gabriele De Rosa ed Ettore Passerin d’Entrèves, i quali, respingendo le interpretazioni di matrice marxista di quegli anni, mostrarono che sul piano storiografico non si trattava di spiegare i successi elettorali del partito di De Gasperi rintracciandoli solo nella tradizione organizzativa delle associazioni cattoliche, bensì di riconsiderarli in riferimento all’intera esperienza del cattolicesimo politico che con i suoi indirizzi laici e programmatici rimaneva essenziale per legittimare il ruolo della DC anche nel governo delle trasformazioni in corso. Sulla questione del rinnovamento del partito, ma sul piano giuridico, intervenne anche Leopoldo Elia avviando una serie di considerazioni che avrebbe sviluppato in seguito, e, cioè, che nelle trasformazioni in atto era prioritario per la Dc, mantenere la sua «profonda legittimazione nell’opinione pubblica» cattolica e laica. 

E la questione della legittimazione cattolica in quella stagione non era affatto secondaria, perché con l’enciclica sociale Mater e Magistra di Giovanni XXIII del 1961 e con l’apertura nel 1962 del Concilio Vaticano II si andava prospettando  che la presenza dei laici cattolici nella vita pubblica (in Italia, ma non solo) non si esprimesse più e in modo automatico attraverso le appartenenze politiche del passato, bensì andasse ripensata come impegno più vasto e libero nella società alla luce di una rinnovata ecclesiologia e degli indirizzi espressi dalla dottrina sociale della Chiesa. Di interpretare le ragioni di tali novità a San Pellegrino si fece carico il dossettiano Achille Ardigò che non ebbe dubbi nel rilevare l’inadeguatezza divenuta pressoché cronica delle politiche sociali democristiane: la Dc non riusciva a governare la nuova fase dell’accumulazione dei profitti prodotta dal capitalismo tecnologicamente avanzato per salvaguardare i princìpi di sussidiarietà e di solidarietà iscritti nella dottrina sociale della Chiesa. Anche Livio Labor e Carlo Donat Cattin sottolinearono le gravi condizioni in cui si realizzava la distribuzione del reddito nel mondo del lavoro fino a stravolgere ogni equilibrio sociale.  Analoghe preoccupazioni furono espresse da Moro nella relazione introduttiva al Congresso di Napoli del gennaio del 1962, nota più per la sua lunghezza che per i suoi contenuti. Il Segretario nazionale della Dc richiamò con forza il dovere di tutti i partiti (e, in particolare del partito cattolico) di lavorare per il progresso economico, occupandosi, in modo prioritario, delle riforme politiche e amministrative mirate ad affermare la dignità dei singoli e delle comunità senza consentire che attraverso lo Stato si minacciasse la loro «libertà politica e civile».

A San Pellegrino la convinzione che emerse progressivamente, pur ostacolata da varie opposizioni, fu quella che solo con la nuova formula del centro sinistra si potevano mettere in cantiere profonde riforme economiche per realizzare un aggiornamento, costituzionalmente garantita, dell’intero sistema politico. E, in effetti, negli stessi anni in Italia, pur di fronte alla percezione da parte delle fasce sociali medie e alte di un benessere crescente, a vari analisti non sfuggiva il rischio procurato dal lento sfaldamento della indispensabile coesione sociale nella ricostruzione postbellica. Le stesse politiche di Welfare, con un’applicazione tutta nazionale dell’assistenza pubblica, avevano certamente creato sul piano giuridico nuove ma pur limitate forme di «cittadinanza democratica» e di «cittadinanza sociale»: cioè di quelle forme sociali intese, secondo l’interpretazione allora corrente di Thomas Humphrey Marshall (Citizenship and social class del 1950), come condizioni per un «eguale godimento dei medesimi diritti in specifiche comunità di appartenenza». A San Pellegrino, però, si chiarirono le illusioni create da erronee percezioni della situazione e, anche sulla base dei risultati di un dibattito internazionale, non solo accademico, si arrivò a contestare il dominante modello economico keynesiano, nel quale si enfatizzava l’intervento economico dello Stato nelle situazioni critiche vissute dalle popolazioni in quel dopoguerra. Anzi si iniziò a denunciare una sorta di eterogenesi dei fini indotta delle stesse politiche di Welfare e, cioè che la protezione da parte dello Stato, contrariamente alle aspettative, finiva per offrire non più un godimento generalizzato dei diritti sociali, bensì l’affermazione di interessi specifici e il loro uso privilegiato solo da parte di frazioni della società.

Su tale inedita contestazione si attestò, nel corso del Secondo Convegno di San Pellegrino un giovane economista, Beniamino Andreatta, il quale si disse convinto che:

Con l’inizio degli anni Sessanta l’esigenza di una pianificazione globale della nostra economia si è posta al centro dell’interesse delle forze politiche, avendo a suo fondamento un duplice giudizio critico: insufficienza degli schemi di politica economica applicati durante gli anni Cinquanta, ed insufficienza del nostro sistema che, pur nel suo imprevedibile vigore, ha portato a risultati che appaiono sotto molti profili insoddisfacenti. 

Vantando un’esperienza internazionale di studi nonché rapporti con importanti cenacoli di studi economici non solo cattolici (per es. con quello raccolto intorno a Giolitti), Andreatta non ebbe timori a usare il termine «pianificazione», piuttosto estraneo al lessico economico democristiano, per richiamare il dovere dei partiti, e prima di tutto della DC, di provvedere a una convergente e profonda innovazione delle formule governative per il progresso della società. Su un’analoga linea e con riferimenti più specifici alle esigenze del Paese, si espresse Saraceno. Questi, come è noto, dopo la lunga esperienza nell’IRI a fianco di Donato Menichella, nel 1946, era stato erede e interprete del cd. “schema Vanoni” e, assieme ad altri, fu tra i fondatori dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), cui aderirono le principali banche e industrie italiane interessate a investimenti nel Sud. Dopo la Svimez partecipò nel 1950 alla creazione della Cassa per il Mezzogiorno. In tale percorso Saraceno si pronunciò in più sedi a favore di un’economia mista. Di qui l’intensificarsi dei suoi rapporti con Moro e con la quota della cultura riformista formatasi nell’IRI, in particolare con La Malfa. E, infatti, qualche mese prima del suo intervento a San Pellegrino era stato chiamato a collaborare alla stesura definitiva della Nota aggiuntiva che proprio La Malfa presentò in Parlamento il 22 maggio del 1962 e che divenne uno degli schemi teorici di riferimento della politica economica dei governi di centro sinistra.

A San Pellegrino Saraceno pose al centro della sua lunga relazione, arricchita da varie tabelle statistiche, la questione generale e non risolta delle «democrazie non comuniste»: cioè, quella di un rapporto corretto e proficuo, pur presente ed enfatizzato dal costituzionalismo postbellico, tra l’azione dello Stato e quello del mercato per lo sviluppo dei diritti in tutte le fasce sociali. Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, a suo avviso, l’intervento dello Stato era stato viziato da una limitata ed erronea valutazione dei dislivelli economici presenti in un terzo di tutte le regioni e non solo nel Mezzogiorno, cercando di risolvere la storica arretratezza del Sud con frammentari interventi pubblici che avevano prodotto l’unico risultato di lasciarlo fuori dal circuito economico nazionale.

Saraceno respingeva, quindi, la tradizionale visione “dualistica” (presente anche nella cultura economica dei cattolici) e non esitava ad avvertire che era l’Italia nel suo complesso da considerare ancora un Paese in via di sviluppo, da trasformare con politiche economiche diverse secondo i territori cui si applicavano ma convergenti nella realizzazione della comune e costante crescita dei diritti sociali. In tale direzione la maggiore questione macroeconomica presente non era quella che, secondo i postulati di Keynes, si risolveva stimolando, attraverso l’intervento pubblico, le domanda di emancipazione o di benessere emergenti dai vari territori, perché non esisteva un apparato produttivo in grado di soddisfare bisogni anche profondamente diversi. Piuttosto era urgente reperire e indirizzare ogni risorsa disponibile per incrementare l’offerta produttiva dell’intero sistema industriale, pubblico e privato, equilibrando le regole del mercato con quelle del lavoro e del credito. Era quella l’impostazione cui Saraceno si ispirò in quegli anni Sessanta, per indirizzare le scelte di politica economica della Cassa per il Mezzogiorno.

Alle soglie degli anni Sessanta si andarono esaurendo le prospettive con cui era sorto il centro sinistra. Le ragioni furono eminentemente politiche ma già nel 1965 Leopoldo Elia riprendeva il suo intervento di San Pellegrino e avvertiva che in Italia tutti i partiti non erano più in grado «di conciliare quelle funzioni di rappresentanza e di mediazione tra il pluralismo sociale e l’autorità statale che corrispondono alla loro vocazione di fondo». L’anno successivo Mortati, uno dei democristiani che furono protagonisti nei lavori della Costituente, constatava che era da considerare ormai conclusa la stagione nella quale aveva prevalso l’immagine dottrinaria del Parteienstaat, con tutti i suoi effetti politici, perché in Italia, e non solo, i partiti invece che «tramiti» erano divenuti un «diaframma fra il Paese e la società».  

[Relazione svolta da Nicola Antonetti, Presidente dell’Istituto Sturzo, in occasione del convegno “Governo dell’economia e programmazione. L’esperienza del centrosinistra (1961-1963” – 9-10 febbraio 2023, Palazzo Velentini, Roma]

Primarie e Pd tra comiche, gag e ipocrisia.

Al netto della ormai noiosissima liturgia “sull’unico partito italiano che celebra le primarie aperte a tutti perché il Pd è diverso da tutti gli altri partiti”, anche il Bertoldo è in trepidante attesa per vedere come andranno a finire queste primarie. E qui casca la prima mastodontica e grandiosa ipocrisia.

Dunque, da lunedì prossimo, secondo copione, l’ufficio organizzativo del Pd inizierà il rosario sulla cifra dei participanti. Anticipiamo già noi la notizia talmente è scontata: “Sotto un milione di partecipanti ai gazebo sarà un flop gigantesco per il partito”. E vabbè. Ma la vera notizia, che noi anticipiamo nuovamente, è un’altra. E cioè, il medesimo ufficio organizzativo del partito, ovvero la stessa persona, dirà urbi et orbi lunedì 27 febbraio che “la partecipazione ha superato abbondantemente il milione”. 

Evviva, applausi. Come si suol dire, se la canta e se la suona da solo. Come disse il grande Bossi molti anni fa dopo il referendum indetto dalla stessa Lega Nord per celebrare la Padania. Alla domanda per sapere quante persone si sono recate ai seggi, la risposta del Senatur fu straordinaria: “Mi dicono dai 4 ai 7 milioni…”.

Ora, al di là di questa ipocrisia che abbiamo già anticipato per evitare di commentarla dopo, non ci inoltriamo nelle altre piste oscure che hanno sempre accompagnato il percorso accidentato di queste fatiche e salvifiche primarie. Ovvero, brogli – quelli puntuali come l’orologio -; potenziali denunce penali; alcune botte ai seggi; strani e singolari intruppamenti ai seggi, soprattutto di alcune e precise etnie e, dulcis in fondo, i soliti presunti “supporter” di altri partiti.

Ecco perché le primarie, comunque finiscano, sono anche divertenti e persin simpatiche. Del resto, è un rito che tutti conosciamo già a memoria e, anche qui da copione e come ovvio, non risolvono affatto i problemi endemici e strutturali del Pd. Comunque sia, per dirla con Pierre de Coubertin, “l’importante è partecipare, perché solo partecipando avrai la possibilità di vincere”. Per il Pd è buona la prima ma, di norma, fallisce la seconda.

Péguy, spes contra spem.

Simone Caleffi

Il fiume Marna, che scorre da nord a ovest, nel cuore della Francia, è stato il teatro di una battaglia epica all’inizio della Prima guerra mondiale, quando le forze tedesche furono fermate e respinte mentre avanzavano rapidamente su Parigi. Fra le migliaia di soldati che morirono nei primi giorni della battaglia vi fu Péguy, un pensatore profetico e un grande poeta. Dall’età di vent’anni fu ateo, ma ritornò alla fede cattolica sei o sette mesi prima di essere ucciso.

Giovanna d’Arco fu la sua eroina per tutta la vita, mentre lottava con le sofferenze che gli esseri umani sopportano, e trovò conforto nella speranza che si può trovare attraverso l’amore divino. In Le porche du mystère de la deuxième vertu, uno dei grandi poemi contenuti nelle sue Oeuvres poétiques complete, egli ci presenta la speranza come una virtù ed un habitus particolarmente gradito a Dio: «La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza (…) ecco ciò che mi stupisce (…) Per sperare, figlio mio, bisogna essere felici davvero, bisogna avere ottenuto, ricevuto una grande grazia. / È la fede che è facile, sarebbe impossibile non credere. È la carità che è facile, sarebbe impossibile non amare. Ma è sperare che è difficile. / Ciò che è facile e in discesa è disperare ed è la grande tentazione. / La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle maggiori (…) / Il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori (…) / E non vede quasi per nulla quella che sta in mezzo (…) / Crede volentieri che sono le due grandi che portano la piccola per mano (…) / Ciechi che non vedono il contrario, / che è quella in mezzo che trascina le sue sorelle maggiori. / E senza di lei non sarebbero nulla (…) / È lei, la piccola, che trascina tutto. / Perché la fede non vede se non ciò che è. / E lei, lei vede ciò che sarà. / La carità non ama se non ciò che è. / E lei, lei ama ciò che sarà».

Credere che chi è morto possa continuare a vivere per sempre, tutto sommato, non è difficile, ma aspettare la risurrezione della carne, il riscatto, il recupero, il giudizio e la salvezza del passato sfiora l’impossibile e, secondo la parola biblica, è sperare contro ogni speranza umanamente razionale. È sperare non solo in una ragionevole immortalità dell’anima, alla quale erano arrivati anche i filosofi greci; non solo in una sopravvivenza tramite e nella propria discendenza — Abramo docet —; non solo nel ricordo delle persone che ci hanno amato o in quello dell’umanità, a causa di ciò che abbiamo fatto di imperituro.

Anzi, il Foscolo arriva addirittura a confutare questo sentire comune, affermando, a questo proposito: «All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?».

No, è la risposta a questa domanda retorica: il sonno della morte non è più facile da accettare se il sepolcro è confortato dal rimpianto dei propri cari rimasti in vita. Infatti, egli dice, poche righe più in là: «Anche la Speme, / ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve / tutte cose l’obblio nella sua notte».

Nonostante il detto popolare reciti «la speranza è l’ultima a morire», il nostro poeta ha ormai lasciato ogni speranza, per riecheggiare il verso dantesco. Diversa la vicenda umana e spirituale di Péguy, cantore della grande speranza cristiana. 

Fonte: L’Osservatore Romano – 18 febbraio 2023

[L’articolo è qui riproposto per gentile concessione di Andrea Monda, direttore del quotidiano della Città del Vaticano]

La crisi del regionalismo e le strategie macroregionali nella dinamica europea

Non c’é dubbio che tra le istituzioni territoriali che, secondo l’art. 114 della Costituzione, formano la Repubblica quelle che negli ultimi tempi hanno fatto discutere di più sono le Regioni. Basti pensare al dibattito in ordine: 1) al cd. regionalismo differenziato proposto dalle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna ed ora fatto oggetto di un disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri; 2) alla titolarità, a seguito dello scoppio della pandemia da covid 19, dei poteri di intervento in materia sanitaria rivendicati dalle Regioni anche contro ogni evidenza nazionale; 3) all’assetto cooperativo che sembra essersi consolidato nella governance del PNRR e delle sue 6 “misure” con la Cabina di Regia, partecipata alla fine non solo dalle Regioni ma anche dagli Enti Locali (Città metropolitane, Province, Comuni).

Insomma, nelle ultime due legislature, le istituzioni che hanno mostrato una indiscussa vitalità (per molti, in negativo) sono state le Regioni. Per questo trovo particolarmente ‘centrato’ il programma di questo V° Corso della Scuola di Formazione Politica della Diocesi di Mazara del Vallo e con piacere ho accettato di svolgere qualche considerazione per introdurre e (spero) dare un contributo al dibattito che, nel corso dei prossimi ‘incontri’, svilupperete.

La traccia scelta, per questo primo appuntamento, ci vincola a partire, come è giusto che sia, dalla nascita del regionalismo subito dopo la seconda guerra mondiale: prima, con il Regio Decreto Legislativo n. 455 del 15 maggio 1946, istitutivo della Regione Siciliana e, poi, con la Costituzione delle Regioni ordinarie e con le prime Leggi Costituzionali, entrare in vigore nel 1948,  delle altre Regioni speciali.

Ciò non deve indurre a pensare, però, che di questa istituzione innovativa (rispetto ai Comuni ed allo Stato e, financo, alle Province) si fosse cominciato a parlare solo dopo lo sbarco degli Alleati occidentali in Sicilia nell’estate del 1943. Di Regioni nel nostro Paese se ne dibatteva, infatti, fin dai tempi dell’unificazione dell’Italia, come alternativa sia al modello di ‘Stato accentrato’ che al modello di ‘Stato federale’.

Come è noto, però, con il prevalere della Destra storica il Paese fu indirizzato verso la forma di stato accentrato sul modello ‘napoleonico’ francese. Ne conseguì che, per quasi mezzo secolo, di regionalismo in Italia non si parlò quasi più. Tranne, naturalmente, in ristretti circoli culturali che con i loro dibattiti ne mantenevano viva la memoria. 

Fu con l’avvento sul proscenio della politica nazionale di don Luigi Sturzo che il tema delle Regioni ritornò ad interessare l’opinione pubblica fino al punto di far dichiarare al sacerdote di Caltagirone che il Partito Popolare, che egli stesso aveva fondato nel 1919, era nato proprio per trasformare lo Stato italiano accentrato in uno Stato regionale. Da allora, la prospettiva regionale fu all’odg dell’agenda politica del Paese: prima, per essere ferocemente combattuta dal fascismo e, poi, per essere adottata e realizzata dalla democrazia introdotta a seguito della lotta di liberazione nazionale e della Costituzione repubblicana.

In questa storia regionalista, allora, all’inizio – come accennato – ci fu la Sicilia. Che, consapevole della propria identità e dell’autonomia goduta nei secoli, per autogovernarsi all’indomani dello sbarco degli Americani a Gela, Licata e nelle altre località marine della sua costa meridionale, il 9 luglio 1943, insorse con un moto popolare per rivendicare l’indipendenza dallo Stato italiano e l’autodeterminazione dei propri Popoli.

La vicenda ebbe risvolti anche drammatici perché il Movimento Indipendentista Siciliano (MIS) aveva due ‘anime’ al proprio interno e quella oltranzista, che premeva per una vera e propria secessione e che a un certo momento era prevalente, gli fece imboccare anche la strada militare dello scontro armato che fece registrare tutta una serie di episodi violenti e  di manifestazioni incontrollate che portarono all’eccidio di Randazzo (17 giugno 1945), dove furono massacrati il professore Antonio Canepa ed alcuni giovani militanti dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana) ad opera di una pattuglia di Carabinieri appostata nei pressi del bivio per Bronte (Catania).

Comunque si siano svolti questi fatti (dei quali il quotidiano di Palermo L’Ora disse trattarsi di “Una strage di Stato”), dopo meno di un anno la Sicilia, il 15 maggio 1946, con Regio Decreto Legislativo n. 455 ottenne il proprio Statuto che ne riconosceva l’identità regionale e ne sanciva l’autonomia di governo all’interno della “nuova Costituzione dello Stato” con la quale il primo avrebbe dovuto essere coordinato.

E qui siamo all’Assemblea Costituente, che dopo la Liberazione (il 25 aprile 1945) del Paese fu eletta il 2 giugno 1946, ed alla Costituzione Repubblicana che, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, disegna una inedita “forma di Stato” che non consiste più in un unico ed accentrato soggetto di governo: lo Stato, appunto, ma, come dice l’art. 114, la Repubblica che è organizzata in Comuni, Province e Regioni.

Queste ultime costituiscono 20 enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione medesima. Nello specifico, 5 di esse (la Sicilia, la Sardegna, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino/Alto Adige e la Valle D’Aosta) disponendo di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale. Mentre le altre 15 Regioni, a statuto cd. ordinario, invece, essendo organizzate ed esercitando le funzioni secondo quanto stabilisce il titolo V° della Costituzione. 

Ma quali sono questi poteri riconosciuti alle Regioni che, per il loro semplice verificarsi, hanno determinato lo stravolgimento della vecchia forma di stato unitario ed avviata la nascita della nuova organizzazione pluralistica della Repubblica? 

Com’é facile intuire, innanzi tutto e soprattutto, la  potestà legislativa che la Costituzione ripartisce ora tra lo Stato e le Regioni attribuendola anche a queste ultime secondo vari tipi che vanno dalla potestà esclusiva a quella concorrente, da quella integrativa a quella residuale (prevista dalla riforma del titolo V° operata nel 2001). Ad essa faceva complemento, poi, la potestà amministrativa, attribuita fino alla riforma della legge cost. 3/2001, alle stesse Regioni per le materie nelle quali avevano potestà legislativa (salvo per quelle di interesse esclusivamente locale attribuite dalle leggi della Repubblica ai Comuni, alle Province ed agli altri Enti Locali). A seguito della riforma costituzionale del 2001, invece, con il novellato art. 118 le funzioni amministrative sarebbero state attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, non fossero conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

Inoltre, a garanzia della possibilità di esercitare questi poteri, si aggiungeva il riconoscimento dell’autonomia finanziaria  di entrata e di spesa con la connessa possibilità di stabilire ed applicare tributi ed entrate propri secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

Insomma, una vera e propria ‘rivoluzione’ che purtroppo, però, forse per la sua innovatività, fu costretta a segnare il passo (tranne per le Regioni a statuto speciale) per ben 22 anni. Fin quando, cioè, il 7 giugno 1970 -dopo l’adozione della legge elettorale del 17 febbraio 1968 n. 108 e di quella finanziaria del 16 maggio 1970 n. 281 che ne rendevano possibile il funzionamento dell’intero apparato- si tennero le elezioni dei consigli regionali.

Con l’insediamento degli organi politici e l’organizzazione dell’apparato amministrativo, finalmente, le Regioni ordinarie si affiancarono a quelle speciali e cominciarono a funzionare rendendo completo l’ordinamento regionale della nostra Repubblica. 

Dopo un inizio indubbiamente pieno di fervore innovativo e voglia di cimentarsi con gli importanti problemi della grande legislazione del Paese, però, anche a causa della pervicace volontà dello Stato a mantenere intatte le sue prerogative di indirizzo politico e di comando regolativo della società, l’assestamento istituzionale delle Regioni si indirizzò verso una configurazione più da ente di amministrazione e gestione (delle decisioni assunte dallo Stato) che da soggetto di indirizzo politico e programmazione. Mancando così completamente di esercitare quella spinta innovativa non solo dell’apparato dei pubblici poteri ma anche della società civile che era stata alla base prima del loro riconoscimento in Costituzione e poi della loro concreta attuazione nell’ordinamento italiano.

Fortunatamente, a questa situazione sempre più inadeguata e deludente, reagì prima la cultura politico-istituzionale e poi la stessa politica, riscoprendo negli anni ‘90 del secolo scorso (con le famose leggi ‘Bassanini‘) il principio di sussidiarietà che, ribaltando la logica di attribuzione e distribuzione del potere, sottolineava che quello amministrativo potesse essere esercitato dalle Regioni soltanto qualora le Istituzioni locali (Comuni, Province, Città metropolitane) non si fossero dimostrate adeguate

Fu la spinta per riprendere il cammino innovativo dell’organizzazione dei pubblici poteri nel nostro Paese che, come detto, si concretizzò nella famosa riforma del Titolo V° della Costituzione operata con la legge costituzionale n. 3 del 2001 e nella modifica dei vari Statuti speciali. 

Con questi interventi le Regioni (assieme agli altri Enti locali) ritornarono al centro del sistema ma, come vedremo subito, facendo registrare un altro clamoroso flop.

Questa volta, però, più per responsabilità dello Stato e della politica nazionale che, approfittando di alcune incongruenze della stessa riforma costituzionale del Titolo V°,  cominciarono subito a remare contro riproponendo (con la l. 131/2003) un modello di governance accentrato, limitativo dei poteri legislativi delle Regioni, e soprattutto, dimentico dell’autonomia finanziaria, affidata ad una legge di delegazione (n. 42 del 2009) rimasta per buona parte inattuata.

A ciò bisogna aggiungere, poi, la giurisprudenza della Corte Costituzionale, restrittiva circa il riconoscimento di più ampi poteri alle Regioni, che in varie sentenze dei primi anni successivi alla riforma confermava l’orientamento dello Stato e delle maggioranze che lo reggevano.

Questo indirizzo sfociava inoltre in due tentativi di nuova riforma costituzionale sostenuti con forza e decisione da due maggioranze opposte che, però, fortunatamente venivano entrambi respinti dalla saggezza del Corpo elettorale con i referenda del 2006 e del 2016.

Le vicende ora ricordate scuotevano finalmente la politica regionale ed in particolare le Regioni del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna che, facendo riferimento alla dimenticata norma del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione che prevede la possibilità di attribuire alle Regioni “ulteriori forme e condizioni particolati di autonomia” in svariate materie elencate nel secondo e terzo comma dell’art. 117 Cost., avviavano, sentiti i loro enti locali, la procedura per questo maggiore riconoscimento di poteri con legge dello Stato.

Solo che l’iniziativa: un pò per le incertezze procedurali palesate dal Governo nazionale e molto per l’impostazione sbagliata impressa alle loro richieste dalle Regioni che, inizialmente, ne avrebbero voluto fare (il Veneto e la Lombardia, in particolare) uno strumento per negare il di più di gettito finanziario che versavano alle casse dello Stato a motivo di una tassazione proporzionale al loro reddito interno, ha sollevato una vera e propria rivolta da parte di moltissime altre Regioni, in specie, quelle del Mezzogiorno che hanno visto in questa azione delle Regioni del Centro-Nord una mancanza di solidarietà nei loro confronti ed una volontà di chiusura alle necessità di rinascita del Sud e con essa dell’intero Paese. 

In definitiva, un boomerang che si è abbattuto sullo stesso Movimento regionalista che, poi, dall’azione di contrasto alla pandemia del Covid 19 e dal decisionismo indiscutibile dei Governi che si sono succeduti dal manifestarsi di quest’ultima, è stato ampiamente ridimensionato ed oggi sembra placato accontentandosi della semplice partecipazione alla Cabina di Regìa e all’attuazione delle missioni e dei progetti stabiliti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Purtroppo, però, senza abbandonare mai, da parte delle Regioni del Centro-Nord, il proposito di negoziare con lo Stato maggiori condizioni di autonomia differenziata. Circostanza, quest’ultima, che farebbe celebrare l’incapacità di ogni apporto originale del regionalismo al sistema dello Stato unitario e della Repubblica democratica e ne sancirebbe la fine per inettitudine a provvedere alle nuove esigenze dello sviluppo socio-economico del Paese e dei suoi Territori.

Invece, ciò che necessita è una nuova interpretazione del Regionalismo! Che non può  incentrarsi più, esclusivamente e neppure prioritariamente, sul profilo dei poteri di governance ma deve concernere innanzi tutto gli altri due ‘elementi’ fondamentali delle istituzioni regionali e cioè l’organizzazione dei territori e la condizione delle comunità che li abitano.

Come dimostra infatti anche la normazione europea con il suo sostegno alle strategie macroregionali, il regionalismo storico ha ormai esaurito la sua iniziale spinta innovativa dell’organizzazione dello Stato e una sua nuova fase propulsiva non può che essere data da Macroregioni funzionali poiché gli attuali perimetri amministrativi delle Regioni non consentono di risolvere alcun problema e, soprattutto, di gestire al meglio i servizi pubblici a favore della cittadinanza. In poche parole, perché le nostre istituzioni regionali sono troppe ed è necessario un intervento per accorparle in entità più adeguate alle funzioni che sono chiamate a svolgere.

In sostanza, è assolutamente necessaria una correzione delle delimitazioni territoriali definite dall’art. 131 Cost. perché le loro perimetrazioni sono errate sia sotto il profilo storico-geografico che cultural-funzionale. E ciò al fine di realizzare un’articolazione repubblicana che tenga conto anche dell’ormai irrinunciabile proiezione di queste Macroregioni nella dinamica europea.

Dinamica europea che naturalmente coinvolge le comunità per le quali un’articolazione frammentata sul territorio non è detto che sia sempre e comunque preferibile ad una aggregazione in più ampie collettività di individui che condividano una storia ed una condizione umana. Soprattutto in un Paese come il nostro assai differenziato per storia e realtà regionali,  così diseguale nei livelli di reddito e, come abbiamo visto, così diverso anche nelle scelte relative  ad una auspicabile nuova organizzazione regionale.

E qui voglio finire con un riferimento alla nostra sventurata Regione Siciliana! Che di tutta questa storia ‘regionalista’ e democratica è stata per un certo tempo prima protagonista ma ora sembra semplice spettatrice. Basti ricordare due dati inoppugnabili. Il primo che, in più di settantacinque anni dall’ottenimento dello Statuto di autonomia, la classe politica siciliana non ha mai provveduto ad aggiornarlo, a modernizzarlo ritrovandosi oggi con uno strumento giuridico quasi del tutto superato per confrontarsi e collegarsi alle altre Regioni ed allo stesso Stato (oltre, evidentemente, all’Unione Europea). Il secondo che, ormai da ben dieci anni (a seguito dell’approvazione della legge regionale 7 del 2013), un’istituzione territoriale come la Provincia riconosciuta dalla Costituzione come fondamentale per la Repubblica è retta in regime commissariale, essendo stati aboliti tutti gli organi regolarmente eletti, e quindi facendo registrare un vulnus irreparabile alla Democrazia (con la D maiuscola) che soltanto la nostra insipienza di cittadini distratti (?) può tollerare.

Come si può dunque dedurre: una terra quasi umiliata! Caratterizzata da un marcato disinteresse per i valori più importanti che costituiscono l’identità del Popolo siciliano dal quale sono derivate le politiche sbagliate che hanno determinato la disoccupazione dilagante, i ritardi nei processi di sviluppo ormai intollerabili, la falcidia dei nostri redditi (che non arrivano né meno alla metà di quelli dei cittadini delle Regioni del Nord), la fuga dei nostri giovani ed, in ultimo, la mancanza di speranza che spesso si percepisce nella nostra gente.

Una situazione, però, dalla quale dobbiamo venir fuori. Il mio augurio è che questo Corso possa costituire un piccolo ma significativo contributo in questa direzione!

[Testo dell’intervento svolto per l’inaugurazione del V° Corso della Scuola di Formazione Politica della Diocesi di Mazara del Vallo]

Il Terzo Polo è al capolinea?

Dunque, il recente dato amministrativo regionale ha consegnato alcuni elementi inequivocabili. Dal consolidamento del centro destra a trazione Giorgia Meloni al continuo sbandamento della sinistra post comunista, dall’inconsistenza variabile del populismo dei 5 stelle al grande punto interrogativo rappresentato dal cosiddetto “terzo polo”.

E, su questo versante, è abbastanza evidente che si tratta di un progetto politico che adesso richiede di essere chiarito. E forse definitivamente. Se dovessimo subito mettere il dito nella piaga c’è un nodo che va sciolto e rapidamente. Ovvero, difficilmente la somma di 2 micro ‘partiti personali’ può vincere la sfida di rilanciare un progetto politico centrista, riformista e innovativo. Due piccoli partiti personali dove, com’è evidente, tutto dipende dal “capo” e la selezione della stessa classe dirigente a livello parlamentare e di partito è il frutto esclusivamente dalla ‘fedeltà’ al leader, non può pretendere di avere una grande e feconda prospettiva politica. Detto in altri termini, o il cosiddetto ‘terzo polo’ si trasforma in un autentico partito democratico, contendibile, plurale e aperto a forze e a culture politiche riformiste e di governo, oppure il cammino sarà sempre più accidentato. E, del resto, il voto laziale e lombardo non è che la semplice conferma di questa riflessione. Penso, nello specifico, ad un partito ‘modello Margherita’ dove la presenza di filoni ideali specifici contribuisce a creare un soggetto politico autenticamente plurale e che fa della unità di queste svariate culture politiche la ragion d’essere di un rinnovato “patto federativo”. Ma si tratta, però, di una federazione che non va confusa con la semplice sommatoria di due nomenklature rigorosamente selezionate dal capo. Perchè un partito del genere non solo allontana sempre di più elettori, militanti, simpatizzanti e le rispettive culture politiche ma semplicemente si riduce ad essere un fatto meramente autoreferenziale e del tutto personale.

Certo, si tratta di un atto di coraggio e anche, forse, di coerenza e di lungimiranza politica. Una cosa, però, è certa. Si tratta di capire se i due capi partito intendono ribaltare il tavolo, come si suol dire, oppure se si limitano a solenni pronunciamenti pubblici di cambiamento radicale e di rinnovamento palingenetico e poi proseguono, invece, il metodo scelto con la formazione delle liste per le elezioni politiche del settembre scorso. Cioè nomine personali e di esclusivo gradimento del capo.

Ed è proprio su questo versante che si gioca il futuro e la prospettiva del ‘terzo polo’. Al riguardo, è di tutta evidenza che l’area Popolare e cattolico sociale difficilmente potrà riconoscersi in un progetto politico guidato da due partiti personali e da scelte politiche che dipendono dagli umori quotidiani dei due capi. Se l’area Popolare e cattolico sociale era, è e resta alternativa a qualsiasi deriva populista, anti politica, giustizialista e qualunquista interpretata dal partito di Grillo e di Conte e a chi si allea con costoro, è altresì vero che la cultura riformista e una politica di centro richiedono un partito aperto, democratico e autenticamente plurale.

Ecco perchè, d’ora in poi, il futuro del ‘terzo polo’ è legato esclusivamente alle scelte politiche concrete che si faranno, e anche e soprattutto dopo la batosta elettorale delle recenti regionali. Solo rispondendo a queste domande specifiche noi sapremo cosa sarà il ‘terzo polo’, quali politiche concrete percorrerà e, soprattuto, quale modello di partito intende perseguire.

Suicidi, vecchiaia e pusher di modernità.

La parola potrebbe dare un’idea di positiva abbondanza. Pullulare è quando si vuol dire che c’è il pieno di qualcosa. Si dice di una pullulazione quando nel regno animale il raggiungimento di un numero eccessivo di esemplari e la conseguente scarsità di risorse alimentari li spinge al suicidio. Tempo fa fu osservato come migliaia di topi, peraltro i più vecchi, si gettassero nei crepacci di un canyon, così lasciando spazio e cibo ai più giovani. Sembrerebbe che dei lemming, roditori delle zone artiche, si sono per simil ragione precipitati in mare, lanciandosi dall’alto delle scogliere. Più vicino a casa nostra, nel Veneto, senza cause precise, c’è una moria di topi di campagna e di nuovo si sta ipotizzando un suicidio di massa. 

Pull sta per tirare, nel nostro caso forse come al piccione, potando tra gli anziani, che recupererebbero nuovamente valore con un gesto di generosità verso gli altri. Pusher è quello che spinge qualcuno ad essere eroe e chiudere in bellezza la sua vita non sempre da iscrivere negli Annali. Non troppo fa Yusuke Narita, professore alla Yale University, ha suggerito ai vecchi di stazza in Giappone di far ricorso ad un “seppuku”, un suicidio per sfrondare un campo eccessivamente intasato. Yale è anche la nota marca di lucchetti. Si tratterebbe di liberarsi dai legacci della vita e passare dall’altra parte dove c’è spazio per tutti e non si dà fastidio a nessuno. Sia ben inteso, il professore ha 37 anni e quindi c’è da pensare che gli sia venuto facile questo ragionamento. Ha detto di essere stato frainteso e che in realtà si dovrebbe soltanto lasciar spazio ai giovani nell’ambito del lavoro contro una società gerontocentrica che stenta ad abbandonare le posizioni conquistate. La questione è aperta. 

Nella società del riciclo dei materiali e del recupero degli scarti i vecchi, quelli veri che non hanno più nulla da fare, sarebbero fuori dal progetto. In ogni caso sfugge la bellezza della loro esecrata inutilità. Sfugge poi la modesta soddisfazione della morte a far fuori chi le è ormai prossima. Per l’alta competitività, l’incertezza per il futuro e l’insuccesso scolastico il Giappone vanta anche un alto numero di suicidi di bambini. In tutto il mondo aumenta in modo impressionante il numero di chi decide di togliersi di mezzo, in prima linea la fascia tra i 20 e i 30 anni. Altri, soprattutto tra i giovani, preferiscono una morte a tempo, il cosiddetto “Hikikomori”, per un tempo diventare eremiti, lontano da tutto e da tutti chiusi da qualche parte, evitando ogni contatto con il mondo esterno.

I vecchi, a dirla tutta, sanno fare da soli e non hanno bisogno di accompagnatori al grande passo o di accorgimenti temporanei di scomparsa. Ogni giorno sono fatalmente più estranei al nuovo che avanza, che stentano a comprendere ed in cui riconoscersi. Giorno dopo giorno si affievolisce la nostalgia del tempo che lasciano e monta la curiosità verso l’infinito che li attende. Ma questo non è economicamente sufficiente. Occorre socialmente saper guardare ad un utile risparmio. Dal latino “parcere”, risparmiare significa tenere in serbo. Conservare per se stessi e non per gli altri. In inglese si dice “to save”, che significa anche “salvare”. Si salvi chi può è l’urlo di battaglia corrente. La commedia umana deve abituarsi a tagliare il suo “terzo atto” perché la luce del palcoscenico ed il costo dell’impresa, se completata per l’intero, diventa eccessivo. Non sarebbe insomma sostenibile. Basta che già possa intuirsi il finale, il resto è di troppo.

Craveri affronta la questione della difficile evoluzione del sistema politico italiano

Un regime di alternanza politica caratterizza normalmente le democrazie liberali. L’Italia non è mai riuscita a raggiungere questo livello di sviluppo del suo sistema politico.

Nella prima Repubblica questo ebbe forma ‘centrista’ e fu, come lo definiva Aldo Moro, una ‘democrazia incompiuta’, essendo l’alternativa che il partito comunista proponeva, ideologicamente e politicamente respinta da tutte le altre forze democratiche. Cadute storicamente tali pregiudiziali, neppure la seconda Repubblica, dopo il 1992, è riuscita a dare stabilità a un regime di alternanza, per la debolezza dei partiti e delle coalizioni che vi si sono contrapposte nell’affrontare i problemi nodali di carattere economico e sociale.

Sono maturati nel frattempo anche in Italia quei processi di intrinseca modificazione del modello stesso di democrazia rappresentativa, che caratterizzano anche altri paesi democratici e vengono definiti di ‘postdemocrazia’.

All’analisi di questa lenta trasformazione della nostra democrazia si uniscono, nelle pagine che seguono, i profili di quattro uomini politici, Aldo Moro, Ugo La Malfa, Enrico Berlinguer e Bettino Craxi che, fin dagli anni Settanta del secolo scorso, si posero il problema della necessità di un cambiamento politico del sistema, senza risolverlo.

[Sinossi del libro divulgata dall’editore]

Così De Gasperi nel 1949 reagiva alla propaganda di Mosca: «No, dietro l’Unione Europea non c’è l’imperialismo americano».

L’Unione Europea vuole la pace, ma…È impressionante come a 4 anni dalla fine di una Guerra Mondiale (43 milioni e mezzo di vittime civili, contro i 24 milioni militari) De Gasperi non sembra molto propendere ad un facile ottimismo.

La storia andò come non doveva andare, visto che il progetto della CED, auspicato fortemente dall’Italia di De Gasperi, restò ai blocchi di partenza. Fu la Francia che bloccò la CED, e furono i Gollisti a far mancare i numeri in Parlamento, il Partito Comunista Francese non aveva da solo la forza del PCI. Poi la Francia uscì pure dalla NATO nel 1966 ma lì la vanità gollista fu neutralizzata dagli Stati Uniti: la NATO ci sarebbe stata punto e basta, con o senza la Francia (che poi vi rientrò nel 2009).

È importante rileggere questo discorso tenuto dall’allora Presidente del Consiglio alla Camera dei Deputati il 15 febbraio del 1949. Si avverte di fondo una sorta di ‘scetticismo del credente’ che sa che la memoria svanisce presto e i tracotanti, che vivono solo per il proprio potere, sono un tipo di umanità che si auto riproduce come la zizzania. Io non sono mai stato democristiano ma riconosco al deposito di fondo della Fede che cariche, poteri, successi e insuccessi, e miserie pure, a parte di tanti dirigenti della Dc, è sempre stato considerato, seguito e tenuto presente. 

Per questo, come Kennedy che era un cattolico, De Gasperi non cavalcò mai nessun trionfo: tutto per un cristiano è effimero, transitorio. Solo uno che dipende da due Poteri lo sa. Per questo era così ‘realista’, De Gasperi. Il discorso bene riproduce (purtoppo) le situazioni di oggi. Il narcisismo, l’ottusità e la vanità del potere si riproducono, il positivismo illuminista si illude. La coscienza cristiana, se vissuta umilmente, sa che non c’è mai da farsi illusioni.

Intervento del Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, alla Camera dei Deputati – 15 febbraio 1949

“Si sta facendo il tentativo di unire i paesi d’Europa in una rappresentanza comune di governi e Parlamenti. Il «Comitato dei Ministri» dovrebbe accordarsi su provvedimenti d’intesa e di collaborazione e il «Consiglio dei Delegati dei Parlamenti» sarebbe chiamato a dare parere sulle proposte del Comitato. Per intanto si comincia cogli Stati che sono più affini tanto politicamente che civilmente, poi si vedrà.

A costituire il nucleo iniziale sarà chiamata anche l’Italia e presto ci sarà una riunione costitutiva che dovrà elaborare lo Statuto di questa società di popoli. Pare che si preveda un Comitato di sette ministri degli Esteri e un Consiglio di un centinaio di delegati circa. In Italia, governo e opinione pubblica hanno accolto con soddisfazione l’invito. Finalmente usciamo dalla situazione umiliante del dopoguerra e rientriamo, come tutti gli altri, nella famiglia europea nella quale potremo far valere le nostre tendenze conciliative e universalistiche che mirano al consolidamento della pace e alla sicurezza delle nazioni minori: e potremo dire una parola ragionevole sulle questioni del dopoguerra, rimaste ancora insolute, quali ad esempio la questione germanica e la questione delle colonie.

Il Trattato di pace prevedeva che in riconoscimento del contributo dato dall’Italia alla guerra di liberazione, avremmo potuto partecipare al consesso mondiale dell’ONU: ma la Russia ce l’ha impedito. Ecco ora l’Unione Europea come un parziale surrogato, perché badate, essa non vuol essere che uno di quegli organismi supplementari e integrativi che sono previsti dalla stessa Carta di San Francisco.

Non era logico supporre che «tutta la nazione», senza differenza di partito, si sarebbe pronunciata favorevole a questo primo concreto tentativo di unità o di federazione europea, tanto invocata da scrittori, politici e pensatori di tutte le fedi, lungo tutto un periodo di cento anni? Invece comunisti e paracomunisti mobilitano di nuovo le folle ignare in nome della pace, ed entrano in lizza le donne dell’UDI e i giovani del Fronte, e di nuovo in Parlamento e sulle piazze si griderà contro il tradimento del governo e della borghesia capitalista che vuole la guerra. Borghesi, capitalisti e imperialisti?

Ma gli uomini coi quali noi assoceremo i nostri sforzi di collaborazione europea sono laburisti, socialisti o cristiani democratici, rappresentanti di tendenze di pace, venuti su dai sindacati operai e dalle classi del popolo. E questi uomini governano gli Stati che durante le passate guerre furono tutti vittime di aggressione e che fanno e devono fare tutti gli sforzi per evitare un altro disastro che si rovescerebbe sui loro territori annientandoli. A chi la volete dare ad intendere che paesi come il Belgio e l’Olanda, che stanno appena sollevandosi dalle conseguenze dell’invasione, pensino a scatenare una guerra, essi, quasi disarmati, di fronte ad una Germania che se non viene pacificata potrebbe domani con le armi russe, ritentare la sua vendetta? Guerrafondai i laburisti inglesi, tutti assorbiti nel loro piano severo di rinascita economica? E la Francia, l’Italia che si accingono ad un grande esperimento di unione doganale ed economica?

No, la cosa è troppo chiara. Noi speriamo, anzi siamo convinti che nessun popolo vuole la guerra né in Oriente né in Occidente; ma se mai ci sono degli Stati che possono subire la tentazione di ritentare la fortuna delle armi, sono quelli che tali armi possiedono in grande copia, sono i marescialli, sono i dittatori che non si sentono imbarazzati né da consigli europei né da delegazioni parlamentari. Ma, obiettano gli oppositori, dietro l’Unione Europea c’è l’America, c’è l’imperialismo americano. E qui converrebbe rifare tutta la polemica pro e contro il Piano Marshall.

La Russia ha commesso il primo errore, quello di estraniarsi da tale comune sforzo economico, anzi di combatterlo ferocemente, creando un blocco ideologico contro di esso. Ora Molotov fa un altro sbaglio, lanciandosi come un toro furioso contro il debole steccato di buona volontà che si chiama Unione Europea. E dietro a lui, si lanciano all’impazzata anche i Nenni, i Togliatti e i Secchia senza riflettere un momento che un’Europa unita in un programma di ricostruzione economica e di giustizia sociale, governata da democrazia parlamentare, non può essere che un fattore di intesa, di mediazione, di pace.

Già, insistono ancora i nostri maligni, verrà però un momento, e probabilmente presto, in cui l’Unione Europea dovrà parlare di reciproca solidarietà anche nel deprecato caso di un conflitto. Può essere, ma finora non è prevista nessuna disposizione particolare. Resta in ogni caso stabilito che, soprattutto, ogni Parlamento nazionale è sovrano e che quindi chi decide, in Italia come altrove, è il Parlamento in piena libertà e autorità, essendo l’Unione Europea per ora semplicemente un corpo consultivo.

Ma è comunque evidente che qualunque accordo si potesse sviluppare in avvenire in un organismo centrale europeo, dato il carattere democratico dei paesi partecipanti e la loro posizione europea, non potrà essere che una contro assicurazione di «assistenza difensiva» operante sotto certe condizioni determinate dai Parlamenti. Nessun pericolo che in questa solidarietà di popoli controllata dalle democrazie più libere e più popolari di Europa, si nasconda l’insidia alla pace e si covi l’aggressione, quali nelle passate guerre seppe prepararle la dittatura, dietro il suo sipario d’acciaio”.

[Il testo è tratto da “Il Popolo” del 16 Febbraio 1949]

«Adesso cosa possiamo fare?». Ricordo di Gerardo Bianco, il Popolare che voleva sfidare la sinistra sul terreno del riformismo.

Quante volte mi sono sentito rivolgere questa domanda da Gerardo Bianco. Apparteneva, infatti, a una generazione di uomini politici che non potevano mai stare fermi. Se fai politica devi sapere dove vuoi andare, non cercare l’ombra. Me l’ha posta anche l’ultima volta che ci siamo visti, poco più di un mese prima di lasciarci. Avevamo discusso del quadro politico internazionale e di quello nazionale, che lo preoccupavano molto: la guerra in Ucraina, le lentezze dell’Unione europea e poi la nuova situazione politica italiana a seguito delle elezioni del 25 settembre dello scorso anno, dalle conseguenze ancora ignote e difficili da prevedere. Abbiamo esaminato alcune ipotesi di lavoro non nascondendoci difficoltà e praticabilità. Eppure, come se non ci fossimo parlati in modo approfondito, prima di congedarci, in piedi davanti alla porta, mi ha ripetuto la domanda: “ma adesso cosa possiamo fare?”. Per lui non esisteva la possibilità che non si potesse fare niente. Si doveva provare qualcosa e rifiutare l’inerzia.

Ricordo che la stessa domanda la pose nel 1994 a Bruxelles alla prima riunione della delegazione italiana del gruppo parlamentare del Ppe, subito dopo l’elezione degli organi interni. “Cari colleghi, adesso cosa possiamo fare?”. Lavoriamo all’interno del gruppo, seguendo il calendario parlamentare, cosa vuoi che facciamo? “No, cari amici, noi rappresentiamo un paese che ha da poco subito una svolta politica che investe anche la sua tradizionale politica europeista. Dobbiamo fare qualcosa perché ciò non si realizzi”. Si trattava di inventarci un’iniziativa, una strategia parlamentare, che potessero in qualche misura condizionare le scelte del nostro governo.

Mi soffermerò brevemente, come mi è stato richiesto, sul Bianco parlamentare europeo. Nella delegazione popolare italiana eletta nella IV legislatura, 1994-1999, eravamo in 12, quasi tutti con formazione ed esperienza politica di qualche rilievo. Mentre altri colleghi italiani presenti nelle legislature precedenti si sentivano sacrificati a Bruxelles “perché la politica si fa a Roma”, noi no, eravamo stati parlamentari nazionali ed eravamo tutti consapevoli del fatto che sempre più “la politica si fa a Bruxelles”. E, con questo spirito, abbiamo cominciato a lavorare sodo, a cercare relazioni dentro e fuori il gruppo Ppe, a spiegare cosa stesse succedendo in Italia dopo il crollo della Dc, a rassicurare i colleghi del nostro proposito di tornare a essere rilevanti.

Cominciammo dalle delegazioni della Germania e della Baviera, Cdu e Csu, e, in particolare, dal proposito di creare un rapporto privilegiato con il Cancelliere Kohl, il leader sicuramente più rilevante nell’Europa in quella fase storica, con cui Gerardo Bianco ha sempre avuto ottimi rapporti. L’elezione di Gerardo alla segreteria del Ppi avvenuta proprio all’inizio della legislatura europea, lo rese ancora più autorevole: se, fino a quel momento la sua era stata un’autorevolezza morale e culturale, da quel momento in poi divenne decisamente politica. Quando interveniva nel Gruppo parlamentare, in Commissione e in Parlamento,  era ascoltato con crescente interesse. Il Gruppo Ppe gli affidò il coordinamento del cosiddetto Gruppo di lavoro “A” a cui afferivano le attività delle commissioni parlamentari Difesa, Giustizia e Politica Internazionale, le commissioni più importanti solitamente coordinate da un ex Capo di governo, visto che tra i colleghi Ppe ve ne erano diversi. Da quel momento capimmo che, seppur numericamente molto ridotti dall’esito delle elezioni europee 1994, avevamo recuperato agli occhi dei colleghi stranieri buona parte dell’antica considerazione. Eravamo cioè tornati ad essere l’espressione di quella tradizione cattolico democratica risalente a Sturzo, De Gasperi e Moro.

Ricordo bene un episodio importante. Alla vigilia delle elezioni politiche italiane del 1996, quelle dell’Ulivo, Bianco era a Roma per fare le liste e voleva inserire in quelle del Ppi Carlo Azeglio Ciampi. Ma in quel momento a Roma non era reperibile, perché si trovava a Bruxelles. Bianco mi chiese di andarlo a trovare in albergo per fargli personalmente la proposta: “Se hai convinto me a fare il segretario del PPI, adesso cerca di convincere lui ad entrare nella nostra lista”, mi disse. Ci provai, ma non riuscii. Ricordo ancora quel paio d’ore di colloquio, ma soprattutto le parole di Ciampi: “Guardi Castagnetti io sono un cattolico particolare, non provengo alla vostra storia, perché il mio maestro, il filosofo Guido Calogero con cui ho fatto la Resistenza, mi convinse sin da giovanissimo ad avvicinarmi al Partito d’Azione: ero rispettatissimo come credente in un gruppo formato, prevalentemente, da non credenti, un’esperienza che mi ha arricchito enormemente. Ma, adesso, il Ppi di Bianco, mi intriga moltissimo, sia perché ho una grande stima di Gerardo, sia perché è un partito non personale, frutto anzi di una resistenza in nome della dignità politica e di una straordinaria lucidità programmatica. Bianco guida un partito che vuole difendere la Costituzione rispetto alle insidie della nuova fase e promuovere un ulteriore sviluppo dell’Europa. Sento che questo è il mio programma. Ma sono stato governatore della Banca d’Italia e Capo di un governo largamente unitario e, se accettassi la vostra proposta, sentirei di non fare una cosa giusta. Ma domani, se l’Ulivo vincerà e avesse bisogno di un mio contributo, dica a Bianco che su di me potrà contare”. E così avvenne. 

Ricordo ancora quando, all’indomani di un incontro bilaterale a Valencia di Prodi e Ciampi con il premier spagnolo Aznar, per una comune valutazione dell’opportunità che i due paesi entrassero sin dal primo momento o piuttosto in una fase successiva nell’UEM, considerate anche alcune titubanze manifestatesi in aree minoritarie delle rispettive maggioranze parlamentari, Gerardo Bianco assunse a nome del suo partito una posizione netta e intransigente a favore dell’ingresso immediato dell’Italia, che Ciampi stesso riconobbe essere stata decisiva, in una conversazione a casa del comune amico Francesco Merloni, a cui ebbi l’opportunità di partecipare pure io.

L’Europa. Si, Gerardo Bianco era un convintissimo europeista. A Bruxelles e a Strasburgo, alle cene fra colleghi durante le plenarie, a Gerardo capitava spesso di animare un intergruppo informale, che potremmo definire ipereuropeista, alla De Gasperi e alla Spinelli per intenderci, assieme ad alcuni colleghi della nostra delegazione e altri colleghi come Augias, Carniti, De Giovanni, Manzella, Ruffolo, in cui si discuteva in libertà, ma con grande passione e una certa intelligenza storica, di futuro, di Italia e di Europa. Perché Bianco era maestro nel creare occasioni in cui con una certa lievità si costruivano relazioni umane e nuove prospettive politiche.

Bianco è sempre stato un vulcano di idee, un fuoco con almeno un tizzone sempre vivo. A Bruxelles intratteneva poi relazioni politicamente utili con molti altri colleghi stranieri. Con Otto d’Asburgo, figlio di Carlo, ad esempio, con cui si compiaceva di fare lunghe e divertenti conversazioni, rigorosamente in latino. Gli piaceva discutere con Efthimios Christodoulou, già governatore della Banca centrale della Grecia e buon amico dei nostri governatori Carli e Ciampi, con cui si parlava di strategie economiche per i paesi sud-europei: è anche da quei colloqui che nacque l’idea della Conferenza di Barcellona e dell’ipotizzata Banca Mediterranea, alla cui sede Bianco candidò la città di Napoli.

Con i vecchi amici democristiani, della Dc antifranchista catalana, José Maria Gil-Robles (scomparso in questi giorni) e Íñigo Méndez de Vigo, si intratteneva spesso a parlare di rischi delle nostre democrazie, che già allora si mostravano esposte ai venti dell’antipolitica. Ricordo ancora l’evocazioni di articoli di “Cuadernos para el diálogo”, la rivista fondata da Joaquín Ruiz-Giménez, una rivista su cui scrivevano e si formavano democristiano spagnolo e democristiani italiani. E si parlava dei grandi leader italiani, da De Gasperi a Moro, riconosciuti maestri da tutti i democristiani del continente. Ma c’erano soprattutto i discorsi, gradevoli e apparentemente lievi e insieme impegnati, fra noi colleghi della delegazione italiana, in cui Gerardo aveva ritrovato fra gli altri il vecchio compagno di battaglie politiche importanti, Pierantonio Graziani, quando entrambi assieme a De Mita, militavano nella corrente della Base. “Eravamo della sinistra DC, una sinistra più degasperiana che dossettiana, diceva Gerardo, e avevamo una grande ambizione, quella di sfidare sul terreno del riformismo – una volta messa in sicurezza la scelta dell’Occidente e dell’Europa – la sinistra italiana, perché, aggiungeva, essere di sinistra non significa necessariamente essere ideologici, ma fare cose per cambiare le cose”.

[Discorso tenuto ieri, 15 febbraio, Aula dei Gruppi parlamentari – Roma]

Letta contestato, la Schlein va all’attacco. E davanti a Bonaccini anche Fioroni alza la voce.

Il congresso del Pd si infiamma a dieci giorni dalle primarie. Non sui temi del lavoro, dei diritti sociali e civili o dell’ambiente. Ma su Giorgia Meloni. E’ il giudizio dei dem sull’operato del governo a alzare l’asticella di un dibattito che, fino a questo momento, è stato “soporifero” per ammissione di un protagonista come Nicola Zingaretti. A dare fuoco alle polveri è stata prima l’intervista del segretario al New York Times, con un giudizio sulla premier apparso alla sinistra dem troppo generoso. Poi le parole dette da Stefano Bonaccini, candidato segretario del Pd in corso contro Elly Schlein in diretta Tv. il segretario uscente del Pd, sentito dal quotidiano statunitense, aveva affermato che Giorgia Meloni fino a questo punto è stata “migliore di quanto ci aspettassimo” sulle questioni economiche e finanziarie. Letta, continua il quotidiano statunitense, ha affermato che la Meloni ha abbandonato l’aggressività chiaramente dichiarata nei confronti dell’Unione Europea, decidendo di “seguire le regole” ed evitando di “commettere errori”. Di più: per Letta, “la realtà è che lei è forte. È in piena luna di miele, senza un’alternativa all’interno della maggioranza e con l’opposizione divisa”. Non si tratta tuttavia di un endorsement, anche perchè Letta, “come altri critici del governo, sottolinea come ci sia molto da preoccuparsi anche su questioni come l’immigrazione, la giustizia e i diritti degli omosessuali e dell’aborto, anche se ha riconosciuto che in questi settori finora non è stato fatto nulla di spettacolare, nulla di drammatico”, ricorda il New York Times. La sinistra, sul momento, decide di rimanere silente. Poche ore dopo, tuttavia, durante una diretta televisiva Stefano Bonaccini si sente rivolgere la domanda: “Il segretario uscente del suo partito l’altro giorno al New York Times ha detto che Giorgia Meloni è stata migliore di quanto ci aspettassimo rispetto agli aspetti economico finanziari e anche rispetto all’Europa. Come giudica il governo di nuovo in rotta di collisione con l’Europa?”. Il presidente dell’Emilia-Romagna non si fa pregare e risponde: “Meloni non è una fascista, è una persona certamente capace”. Il ragionamento di Bonaccini non è scevro da critiche e timori rispetto all’avvio del governo di centrodestra. Ad esempio, il candidato segretario Pd segnala che “il fatto che l’Italia sia stata esclusa dal vertice dell’Eliseo non è un buona segnale”. Nonostante questo, aggiunge Bonaccini, “mi pare che Meloni abbia tutto l’interesse a stare dentro il Patto Atlantico e all’Eurozona”. 

Quanto alla maggioranza, “sono partiti baldanzosi, ho l’impressione che siano incorsi in qualche incidente di troppo e soprattutto voglio vedere come si comporteranno rispetto al tema Europa”. Tuttavia, Bonaccini invita ad evitare critiche affrettate: “Serve misura”, sottolinea e ricorda che, ad esempio, “sui balneari, con cui siamo sempre andati d’accordo nella mia regione, le gare vanno fatte”. E’ a questo punto che i diretti avversari di Bonaccini decidono di battere un colpo e lo fanno con l’ex ministro Andrea Orlando: “Qualcosa non va”, dice l’esponente dem: “Mettiamoci d’accordo compagni e amici. Se sosteniamo, io credo in modo sacrosanto, che la manovra di bilancio incentiva l’evasione, non aiuta l’economia reale e premia le rendite, colpisce i poveri e non affronta la crisi salariale. Se diciamo che il decreto ONG è contro la Costituzione, i trattati internazionali e il senso stesso di umanità. Se diciamo che esponenti del Governo, coperti dalla premier, si sono resi responsabili di comportamenti gravi e di un utilizzo inaccettabile delle istituzioni contro l’opposizione. Come si fa a dire contemporaneamente che sono capaci (di cosa?) o che sono meglio di quanto ci aspettassimo? Davvero, mettiamoci d’accordo compagni e amici”. Sulla stessa linea anche il vice segretario Peppe Provenzano: “Il governo Meloni è il peggiore di sempre. Nel Pd c’è chi pensa di no? È il governo delle disuguaglianze, come si fa a dire che ‘è capace’ e di ‘misurare le critiche’? Pensiamo a fare opposizione e costruire l’alternativa. Le primarie servano a questo. O almeno a fare chiarezza”. A scandagliare deputati e senatori dem, il partito sembra diviso tra chi considera le parole di Bonaccini “dal sen fuggite” o, comunque, “dette in buona fede, solo per segnalare che l’opposizione va fatta sui temi e non in maniera ideologica”. E chi liquida la faccenda come la dimostrazione del “nervosismo che circola nell’area Bonaccini: si sentono il fiato sul collo”. Il governatore rimane favorito per la vittoria finale, ma alcuni dati rilevano una certa crescita delle quotazioni di Schlein. La deputata, dal canto suo, sottolinea “di non condividere le parole di Bonaccini su Meloni”. E spiega, nel corso di una conferenza fiume alla sala della Stampa Estera: “Io credo che Giorgia Meloni non abbia ancora trovato la postura nel nuovo ruolo. Lo penso dal primo discorso che ha tenuto alla Camera e sulla vicenda Delmastro e Donzelli. Credo che la destra non abbia aumentato la portata del Proprio consenso, ma ha saputo mantenerlo. Alle ultime politiche hanno preso gli stessi voti del 2018. Credo che non passerà molto tempo per la prossima delusione”, aggiunge Schlein che poi ricorda: “Hanno fatto una manovra che colpisce i poveri, colpito le pensioni del ceto medio e delle donne, non hanno messo un euro agli enti locali, non un euro al trasporto pubblico e al Sud”, aggiunge. 

“Io penso che sia un governo che sta facendo male e che in Europa rischia di isolarci gettandosi tra le braccia del gruppo Visegrad”. Lo scontro si allarga e scende in campo il Nazareno che si sente tirato in causa dalle parole di Orlando. “Dispiace che Andrea Orlando travisi completamente le dichiarazioni di Enrico Letta al New York Times ai fini di una polemica interna che non ha alcun fondamento. Il segretario si è limitato ad esprimere al quotidiano statunitense un giudizio positivo, che peraltro conferma, sul fatto che la premier Giorgia Meloni non ha infranto le regole di bilancio e le regole dell’euro, a differenza di quanto negli anni aveva detto di fare. Basta del resto leggere per intero l’articolo, con i virgolettati testuali, perché non sorgano fraintendimenti”. Lo staff di Orlando si chiede, però, a nome di chi parli il Nazareno, mentre fonti della sinistra dem rimarcano che “a Letta compete una funzione di garanzia in questo congresso”, fino a dopo le primarie. “Dispiace che fonti anonime del Nazareno, che non si sa se parlino a nome di tutto il partito, scambino per polemica una osservazione rivolta da Andrea Orlando sul rischio di messaggi contraddittori. Una opinione in quanto tale generica, che non si può ridurre a polemica. Di questo il Pd non ne ha bisogno”, rimarcano dall’ufficio stampa di Orlando mentre Stefano Bonaccini arriva a Torre Maura. E qui si consuma l’ultimo atto di una giornata da psicodramma per il Pd. Bonaccini si ferma davanti al centro anziani in cui deve tenere il suo intervento. La domanda è scontata: “Certi apprezzamenti che ha fatto oggi sul governo Meloni ha fatto irrigidire alcuni suoi compagni di partito, come Andrea Orlando o Giuseppe Provenzano”. La risposta è netta: “Bisogna evitare polemiche strumentali. Ho detto che Meloni è parsa una persona capace perché ha tenuto la posizione sul patto Atlantico. Sono stato a Bruxelles e ho incontrato la presidente Metsola e gli altri commissari e ho detto che è stato incredibile che l’Italia sia stata estromessa dai vertici principali europei, se ci fosse stato Draghi non sarebbe mai successo”. Lo scontro sembra già archiviato. Ma nel centro anziani che ospita Bonaccini c’è un altro ospite di riguardo. Beppe Fioroni, storico esponente dem e capofila dell’area dei Popolari, sale sul palco e si lancia in un attacco contro il segretario dem: “Quando sento Enrico Letta, che tornerà presto in Francia, dire che il Pd ha resistito rispondo che non abbiamo fatto il Pd per resistere ma per vincere le elezioni”, scandisce Fioroni che riserva la sua chiosa ai sostenitori di Elly Schlein al congresso: “Vedere la candidata alla segreteria con quelle ombre rosse e anziane alle spalle mi preoccupa. Serve una classe dirigente giovane e autonoma per far ripartire il Partito Democratico”. Un clima elettrico che lascia ben sperare, in termini di vivacità, in vista del confronto Schlein-Bonaccini in programma lunedì, 20 febbraio, in diretta Tv. 

Guerra e pace, Berlusconi sconfessato sull’Ucraina: i Popolari europei fanno muro.

L’uscita di Silvio Berlusconi, a urne regionali aperte, sull’Ucraina ha senz’altro creato dei problemi al nostro Paese, ma ha anche dato l’occasione al governo e alle varie articolazioni dello stato di ribadire la posizione inequivocabile dell’Italia al fianco dell’Ucraina. Ieri è giunta anche la netta presa di distanza del gruppo parlamentare del Ppe dalle affermazioni di Berlusconi su Zelensky. All’attuale premier, come fu per Draghi, va riconosciuta una linea chiara di aiuto all’Ucraina, umanitario ma anche militare, al fine di giungere al più presto a una soluzione diplomatica del conflitto.

Le dichiarazioni del Cavaliere, per quanto dettate da un disinvolto opportunismo di partito e politicamente alquanto inopportune, riflettono tuttavia un’altra parte di quella che è la verità storica sull’Ucraina. Il presidente ucraino Zelensky deve la sua ascesa al potere al legame con oligarchi ucraini molto legati ai neocons americani. Questo ultimi non si sono fatti scrupoli nell’usare un personaggio politico che in fondo avevano contribuito a creare per proseguire il loro piano di armare l’Ucraina e scagliarla contro la Russia, durante gli anni delle trattative sugli accordi di Minsk, colloqui di pace sabotati anziché sfruttati per una soluzione politica che appariva a portata di mano, attraverso garanzie sulle neutralità dell’Ucraina e sul rispetto della popolazione russofona attraverso anche l’autonomia da accordare ai territori del Donbass. Soggetti esterni all’Ucraina hanno svolto un ruolo decisivo nello spingere Zelensky a proseguire l’opera del precedente presidente Porosenko, che ha contemplato anche, nel silenzio della comunità internazionale, la pulizia etnica della popolazione russofona per 8 lunghi anni, a partire da quel fatto orrendo del rogo della casa dei sindacati di Odessa con le persone dentro nel maggio del 2014, notizia censurata in Occidente.

Per questo credo si debba sempre mantenere coscienza della distinzione fra verità politica (la Russia è l’aggressore, l’Ucraina l’aggredito) e la verità dei fatti, e l’intreccio degli interessi, che sono molto più complessi. Accontentarsi dellla narrazione ufficiale della Nato, anziché considerarla una posizione necessaria per rafforzare la compattezza del sistema di alleanze di cui l’Italia convintamente fa parte, senza mantenere coscienza di come stanno realmente le cose, ci espone al rischio di una escalation senza fine.

Il problema è come uscirne, non continuare a gettare l’Ucraina nel tritacarne dell’apparato bellico russo. Discutendo attorno a un’idea di che ruolo, di che status riconoscere alla Russia (e alla Cina) dopo la guerra. Perché lì sta la ragione di questa guerra, nella pretesa di alcuni gruppi di potere occidentali (neanche gli stati in quanto tali) di poter continuare a fare a meno della partecipazione con pari dignità del resto del mondo nella gestione della politica mondiale. Se l’Occidente crede di poter “liberare” l’Ucraina, ovvero, secondo il fronte opposto, minare la sicurezza della Russia, ci attendono anni, forse decenni di aspri confronti bellici.  Il riconoscimento di una qualche forma di influenza della Russia sull’Ucraina, o almeno sui territori rivendicati da Mosca,  appare una condizione imprescindibile per la pace, e un passo necessario in avanti per stabilire, riconoscere o concedere un generale ordine multipolare del mondo a tutela di una duratura era di pace e di sviluppo.

I Popolari e i cattolici

Cresce, qua e là, la riflessione sulla necessità di intensificare l’impegno politico dei cattolici nella società contemporanea. Per una ragione, soprattutto. Perchè la semplice, seppur importante, presenza nel pre politico e nella cosiddetta società civile dei cattolici difficilmente riesce a condizionare e a segnare l’evoluzione della politica italiana. Certo, senza qualità della classe dirigente e senza una solida e radicata attrezzatura culturale è pressochè impossibile diventare interlocutori nel sistema democratico del nostro paese. Ma è altrettanto indubbio che non si può incidere concretamente nella politica, e quindi cercare di dare risposte alle domande incalzanti dei cittadini, se ci si limita o alla presenza testimoniale o alla vulgata del pre politico. Serve, cioè, una rinnovata presenza politica, culturale e anche organizzativa dei cattolici italiani.

Ma, come tutti ben sappiamo, l’impegno politico dei cattolici – come molte autorevoli personalità stanno sottolineando in ultimi tempi, come ad esempio il direttore del CENSIS Giuseppe De Rita – è per natura e per statuto plurale. E quindi solo un inguaribile nostalgico o un inconsapevole ed ingenuo marziano può pensare di dar vita ad un “partito dei cattolici”. Semmai, e al contrario, si tratta di rafforzare questa presenza politica non attraverso una vaga ed inconcludente caratterizzazione “cattolica” ma, invece, con una marcata ed aggiornata cultura popolare e cattolico sociale. Di ispirazione cristiana e con una chiara connotazione popolare e democratica.

Perchè, questa, è oggi la vera sfida. Non per costruire ingenuamente ed irresponsabilmente nuovi partiti. Questo è un capitolo che riguarda i sognatori e, appunto, gli irresponsabili. La scommessa è quella di saper legare in un binomio inscindibile la riscoperta del popolarismo di ispirazione cristiana da un lato con una altrettanto necessaria ed indispensabile ‘politica di centro’ dall’altro. Due tasselli centrali ed importanti che in questi ultimi tempi si sono praticamente polverizzati e che adesso, anche dopo il voto e l’esito del 25 settembre scorso, meritano di essere nuovamente rideclinati. E questo perchè la radicalizzazione del conflitto politico non può diventare l’elemento distintivo della politica italiana e neanche può proseguire l’assenza perdurante di una vera ed autentica ‘politica di centro’. Una categoria che è stata sacrificata in questi ultimi anni sull’altare di un maldestro nuovismo interpretato dal populismo qualunquista grillino che ha cancellato la categoria del centro per favorire quel ‘bipolarismo selvaggio’ che poi è scivolato, com’era facile prevedere, in una sorta di deriva degli ‘opposti estremsimi’.

Ma, per ritornare al tema iniziale, più che i cattolici che devono nuovamente scendere in campo – il che, comunque sia, è sempre importante – 7adesso c’è bisogno della cultura e dell’esperienza popolare e cattolico sociale. Non possiamo più continuare a fare gli osservatori o giocare a bordo campo. È necessaria una rinnovata assunzione di responsabilità ben sapendo che senza questa cultura difficilmente gli attuali nodi politici saranno sciolti.

Cosa ci racconta l’astensionismo?

Mentre il risultato delle urne non è stato una novità, semmai restava solo da conoscere di che misura era la distanza tra il vincitore e lo sconfitto, i numeri della crescita dell’astensione sono invece più problematici. Intanto c’è da notare che sono raddoppiati rispetto all’ultima consultazione elettorale, ovvero in quattro mesi scarsi gli elettori di queste due Regioni hanno preferito occuparsi d’altro, piuttosto che delle loro, politiche regionali e degli assetti politici. Non si tratta più di una tendenza, di un segnale dato alla politica, ma di una scelta chiara e netta di come si decide di esercitare il proprio diritto al voto; a mente di una notissima sentenza della Corte Costituzionale, anche l’astensione è diritto al voto, ovvero a non esercitarlo. Piuttosto che interrogarsi, legittimamente, sulla eventualità che questo dissenso sia dovuto ad una offerta politica inadeguata, conviene provare a comprendere come è fatta la popolazione residente di queste due Regioni.

Lombardia e Lazio hanno un buon numero di giovani tra i 18/35 anni residenti (solo i 18 enni al voto raggiungono i 30 mila in ciascuna regione) che sono disoccupati o in cerca di prima occupazione, o occupati con contratti a brevissimo termine, o fanno parte dei cosiddetti neet. Vuol dire che gli elettori del futuro in questo momento storico non accedono alle prestazioni minime di sicurezza sanitaria e di welfare, nonché di istruzione e formazione, trasporto e vivibilità, che sono i temi di lavoro delle competenze regionali. Per loro non cambia molto, o almeno hanno la sensazione che, se governi una compagine politica piuttosto che un’altra, la loro condizione non muti nella sostanza: stanno ai margini e in quei margini costruiscono il loro futuro. 

Di questo ragionamento tutto politico e sociale noi non ce ne facciamo carico nel dibattito  pubblico, vuoi per il dolore mai sopito di vedere per loro un futuro più difficile di quello che ci saremmo immaginato, vuoi per una naturale predisposizione a pensare che la politica sia una sorta di fatina dalla bacchetta magica che aggiusterà le cose prima o poi (o le cose si aggiusteranno da sole), e che il passato presente che viviamo, il nostro modello di vita non è in discussione. Ma così non è e non sarà; in quei numeri raddoppiati di gente che non è andata votare c’e la foto di un Paese in stanca di democrazia diretta, un sussurrato “basta votare, lasciateci in pace”, che è il vero terribile terrore della democrazia stessa. 

Ma una ragione della indifferenza alla politica e alle soluzioni dei problemi pratici che essa potrebbe portare, è proprio nella incapacità di ascolto delle generazioni più giovani e delle loro esigenze. Va anche detto che oltre al non ascolto c’è anche il non detto, il silenzio di fondo delle nuove generazioni che non comunicano/interagiscono con la società reale, se non episodicamente, preferendo altri luoghi/non luoghi di comunicazione dove la politica è bandita (ovvero è presente solo nei giochi di ruolo sulla violenza del potere). 

Di fondo però, si deve anche ammettere che il futuro da loro immaginato, e in parte in corso di costruzione,  potrebbe per paradosso proprio non ricomprendere quella dimensione politica di partecipazione diretta alle scelte che viene esercitata con il voto e demandata alla rappresenta dei partiti politici. Allora non servirebbe angustiarsi più di tanto sull’offerta politica, perché è il modello di partecipazione diretta alla vita del Paese che è divenuto desueto. Questo è il nostro “horror vacui” generazionale che ci fa aggrappare a qualunque soluzione purché sia il mantenimento del modello costruito, va detto, con la generosità e il sangue di tanti che nello scorso secolo si sono spesi per la democrazia partecipativa diretta per tutti. Da noi la democrazia è giovane, lo è ancora a ben vedere, e a nostro demerito va ascritto di non averla condivisa abbastanza con quelli che ci avrebbero seguito nel tempo. 

L’astensione uguale a diritto non esercitato pone pure il problema che il modello di democrazia cresce e si adatta con il Paese che lo ha espresso. Se 2/3 dei potenziali votanti stanno a guardare quel che altri fanno o peggio ancora voltano la faccia e ad altro si dedicano, non possono esserci misure coercitive di nessun tipo che li convincano ad esprimere il voto (nei Paesi europei dove il voto è obbligatorio le schede bianche sono molte, come dire ho il timbro sulla scheda ma non ti voto). Forse non vogliamo più i partiti e allora un ragionamento libero e franco sulla rappresentanza e sull’articolo 49 della Costituzione dovremmo avviarlo, magari per poi scoprire strada facendo che ci piace ancora. Ma non lo status quo nel quale siamo caduti, quasi attoniti per la paura della deriva sovranista che vede quasi sempre il singolo al potere e l’oligarchia che lo ha eletto/proclamato che lo controlla,66 e controlla direttamente ogni ambito della società e del singolo. Prima che l’immaginario futuro di Orwell diventi una strisciante realtà, per l’inerzia di quelli al bancone che guardano il mondo scorrere e di quelli che guardano quelli che stanno al balcone.

Post scriptum

L’angolo del sorriso 

Questa volta non possiamo dire che gli italiani sono andati al mare invece che andare alle urne. Fa freddo e il mare d’inverno non ha a tutti piace.  Poi quando fissi la data delle votazioni devi sempre guardare il calendario! È un Paese di santi, e se la metti attaccata alla festa di San Valentino, devi pure ricordare che questo è un Paese di eroi e di poeti, e quindi siamo stati tutti impegnati nei negozi alla ricerca del regalo perfetto per il/la nostro/a amato/a, che non va mai deluso/a, che è pure l’eroe/l’eroina del nostro cuore. Santi, poeti e amanti, la verità è che noi italiani siamo tutti innamorati, da sempre prima della politica viene l’amor.

È mancata l’alternativa alla destra. Dov’è il centro-sinistra? E dove sono i cattolici democratici?

Neanche il neo-federalismo che si protende sotto la formula della cosiddetta “autonomia differenziata” è riuscito ad innescare una risposta elettorale consistente, adeguata cioè alla esaltazione di questa ispida riforma della destra di governo. L’astensionismo ha toccato invece il suo massimo storico, con percentuali poco dissimili tra Lazio e Lombardia. Un dato generale, da far tremare i polsi. L’istituto regionale si conferma debole, e quindi poco attrattivo, agli occhi della pubblica opinione: non è il Comune, dove si specchia la dialettica del localismo, né lo Stato, con la forza delle grandi scelte di sistema.

Chi si è recato alle urne, lo ha fatto con lo spirito di fedeltà a un fatto politico – il partito o la coalizione – che conserva un principio di concreta appartenenza. È sparito il voto di opinione, segno eminente di sfiducia e disaffezione. In questo quadro, il risultato dimostra quanto pesi il cambiamento intervenuto nelle ultime elezioni del 25 settembre, con la netta affermazione dell’alleanza nazional-conservatrice e l’ingresso, di lì appresso, di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Egualmente netta è stata infatti la vittoria di Fontana e Rocca, candidati della maggioranza, nelle due regioni chiamate alle urne. Di riflesso, il messaggio che viene dall’elettorato suona come una conferma dello spostamento a destra del Paese. 

Il fronte dell’opposizione, incautamente disarticolato, non ha fornito una proposta alternativa. I numeri attestano, per altro, che neppure la somma teorica delle diverse percentuali ribalta gli equilibri: la destra passa dalla maggioranza relativa, conseguita alle politiche di qualche mese fa, alla odierna maggioranza assoluta in entrambe le regioni. Se il Pd regge, a fronte della evidente flessione di 5 Stelle e Terzo Polo, non significa che dalle parti del Nazareno si diradino le ombre della crisi. Il partito non è nato per resistere, ma per essere il motore di una strategia di riordino dell’assetto politico complessivo. Ed è proprio questa condizione ad apparire ben lontana dal rigenerarsi, in forme nuove, nel sentimento collettivo degli italiani.

Il successo della destra richiede un approfondimento serio, senza quella fretta che assomiglia al disbrigo di una pratica fastidiosa. Ebbene, indugiare sulla soglia di un esame necessariamente critico, quasi che l’ardore della polemica anti governativa supplisca al dovere di elucidazione di un progetto di lungo respiro, è un segnale di spaesamento della cultura progressista. L’eccentrico diventa il codice a barre dell’identità di sinistra e chiude all’angolo l’iniziativa democratica. Più questo “carrattere radicale” si accentua, più aumenta lo spazio di manovra della destra. L’alternativa non si costruisce inseguendo le impertinenze di Sanremo. Al centro-sinistra occorre dare un supplemento d’anima, altrimenti si resta a digiuno di speranza. In questa prospettiva, perciò, dovrebbe essere forte l’apporto creativo dei cattolici democratici, più forte di quanto possa concepirsi nel gioco stretto di partito. A che giova rimanere, chi più chi meno, assiepati a bordo campo? Lo si dice spesso, in varie sedi, ma con friabili suggestioni operative. Non è così che si riempie un vuoto.

Il declino della politica si rispecchia nel crollo della partecipazione elettorale

Recentemente due autorevoli e accreditati osservatori come Sabino Cassese e Giuseppe De Rita, in altrettante interviste, hanno avuto modo di puntualizzare alcune evidenze critiche della politica, intesa come arte del buon governo e vista nell’ottica delle relazioni tra istituzioni e società civile.

Il giudice emerito della Corte Costituzionale, ex Ministro e fondatore di IRPA (istituto Ricerche Pubblica Amministrazione) di cui dirige il Magazine, si è in particolare soffermato sulla pratica dello ‘spoils system’ evidenziandone gli abusi e le degenerazioni. Di derivazione anglosassone – letteralmente ‘sistema delle spoglie’ – esso consiste nella consuetudine ormai consolidata di avvicendare l’alta burocrazia e la dirigenza dello Stato e degli Enti pubblici in occasione del subentro di un nuovo Governo: se pensiamo che ce ne sono stati 68 in 76 anni di Repubblica possiamo avere un quadro approssimativo della abnorme quantità di nomine apicali e incarichi di vertice, in nome di una corrispondenza di intenti, di deleghe di funzioni e di rassicurante fedeltà dell’azione burocratica agli indirizzi di governo. Cassese valuta con severità questa prassi sotto diversi profili di considerazione. Partendo proprio dal principio di fedeltà che i nominati e chiamati a ricoprire incarichi di responsabilità (sempre ben remunerati) dovrebbero riservare alla politica di governo.

Sottolineando come – invece – dovrebbe prevalere in loro uno spirito di terzietà che li renda servitori dello Stato e non dei loro mentori politici verso cui saranno inevitabilmente debitori dell’alto incarico ricevuto, sovente declinabile in un atteggiamento di obbedienza, sudditanza e acritica benevolenza.

Si tratta di una pratica che ha costi enormi di esercizio e non garantisce la dovuta imparzialità nell’esercizio di una funzione resa a servigio della comunità e del bene comune.

Ne deriva che il rapporto di vassallaggio che si instaura tra chi attribuisce una funzione di alta responsabilità e chi ne è investito fa inevitabilmente precedere il criterio dell’appartenenza a quello della competenza. Questo genera inevitabilmente una sorta di ingiustizia sistemica, poichè non vengono scelti i migliori ma i più fidati, che nel posizionamento ai nastri partenza dei potenziali prescelti li identifica in base al colore politico o all’orientamento ideologico, a pregressi rapporti di conoscenza personale e di messa alla prova. Non è – ribadisce Cassese – la competenza specifica per il ruolo a cui si è chiamati e la funzione che si dovrà esercitare il discrimine della scelta: non ad esempio la formazione e il titolo di studio, non l’esperienza consolidata con profitto, non la garanzia di una necessaria neutralità basata su requisiti tecnici e professionali ma il rapporto fiduciario che si va ad instaurare. In teoria anche questo requisito avrebbe una valenza positiva se reciprocamente politica e burocrazia funzionassero in sintonia per un fine alto e superiore alle parti: difficile tuttavia resistere all’influenza che gli apparati subiscono inevitabilmente dai decisori politici. 

A sua volta il Presidente e fondatore del Censis Giuseppe De Rita, da sempre attento osservatore delle dinamiche istituzionali e politiche e delle loro ricadute, cultore dell’intermediazione che vede in progressivo declino e assertore di derive partecipative ed inclusive, lungimirante interprete degli orientamenti e dei posizionamenti sociali dal dopoguerra ad oggi, mette il dito sulla piaga della prevalenza degli slogan e delle promesse elettorali sulle effettive capacità di buon governo della cosa pubblica. Questo genera una sorta di appiattimento cieco e di omologazione coatta nelle decisioni che riguardano la guida del Paese, che smentisce i proclami e le illusioni della vigilia del voto. Con raro pragmatismo e capacità di penetrare, leggere e interpretare la stagnazione socioeconomica dell’eterno presente, De Rita spoglia la realtà dalle sue rappresentazioni utopistiche e simboliche e ci dimostra come ogni effettivo cambiamento necessiti di tempi e procedure che lo rendano metabolizzato nel tessuto sociale: oltre questo accreditamento tangibile restano il flatus vocis degli affabulatori autoreferenziali ed un corpo sociale refrattario e resiliente. 

Anche la politica gioca la sua carta della resilienza: difendere ad oltranza il perseguimento di finalità di autotutela del potere da un lato e indifferenza verso un possibile rapporto più diretto, aperto e di ascolto della società per la promozione del bene comune, dall’altro. Non è azzardato prevedere un ulteriore allargamento del gap tra Paese legale e Paese reale, il cui primo segnale è dato da tempo dalla progressiva “ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica” come la definisce il Direttore Generale del Censis Massimiliano Valerii, che si legge nel crescente astensionismo elettorale (per le regionali in Lazio e Lombardia non si sono recati alle urne quasi 6 cittadini su 10, il 39% alle politiche del 2022). Ci avviciniamo mica tanto lentamente alla soglia del 50% dei non votanti su scala nazionale, che sancirà l’unica vera Riforma implicita possibile: la fine della democrazia rappresentativa e il consolidamento della casta degli oligarchi che succedono a se stessi.

Lombardia, astensioni e Destra. Gli altri…non pervenuti.

Fonte Karplus
Fonte Karplus

Se anche in Lombardia va a votare solo poco più del 40% degli elettori potenziali la crisi delle istituzioni è molto seria. Significa che il dissenso popolare è enorme nei confronti di una qualità dell’offerta politica giudicata scadente, nei partiti e nei politici che li rappresentano.

Un astensionismo così alto nelle elezioni regionali di due delle tre principali regioni italiane illustra altresì la crisi di credibilità dell’istituto e questo dovrebbe far riflettere quanti vogliono introdurre l’autonomia differenziata, col rischio di creare nuovi danni allo Stato oltre a quelli prodotti in questi ultimi 20 anni dalla riforma del Titolo V°, colpevole di un contenzioso gigantesco fra Stato e Regioni assolutamente nefasto per la gestione della cosa pubblica e per il suo buon funzionamento.

Ciò premesso il risultato registrato era ampiamente prevedibile. E previsto. Ciò perché in Lombardia la struttura sociale ed economica è saldamente ancorata al centrodestra sin da quando – scomparsa la Dc – Berlusconi prima e la Lega poi ne ereditarono larga parte dell’elettorato. E poi perché le opposizioni di centrosinistra non hanno saputo far fronte comune (ma del resto mettere insieme Terzo Polo e 5 Stelle è impossibile).

In Lombardia il Pd ha optato per l’alleanza con i 5 Stelle, che però al Nord sono assai deboli. Si consola con un risultato di lista dignitoso, superiore al 20%, che però non offre alcuna prospettiva di vittoria futura, se non saprà costruire un fronte largo in grado di scalfire quel fronte sociale che vota il centrodestra da quando è nata la cosiddetta “Seconda Repubblica”. E che è il portato soprattutto del consenso ottenuto a Milano e in tre altre capoluoghi di provincia, a conferma di un radicamento cittadino che svanisce man mano che dai centri urbani ci si allontana. A caldo può essere sufficiente criticare il Terzo Polo per una scelta che palesemente non ha pagato, ma la riflessione che questo risultato impone dovrà  andare ben più in profondità.

Riflessione che nel caso di Azione e Italia Viva diventa essenziale, pena la precoce conclusione di un progetto sorto con ambizioni importanti ma destinate a rimanere tali se non saranno in grado di aprire un varco presso l’elettorato moderato: non esserci riusciti avendo una candidata della storia e dello spessore di Letizia Moratti è un segnale d’allarme rosso che non potrà essere eluso.

A destra i vincitori sono tre e il perdente uno. Nel senso che Fratelli d’Italia è diventato il primo partito in Regione grazie al traino indubitabile di Giorgia Meloni, ancora in luna di miele col Paese. Ma non ha cannibalizzato la Lega, che col 16% circa di consensi è riuscita a evitare quel tracollo che in molti anche al suo interno temevano. Del resto è qui che essa è nata, e le radici ormai trentennali sono solide. Ed infatti il terzo vincitore è il Presidente Fontana: vincitore due volte, perché la sua lista è andata oltre il 6%, un risultato assai dignitoso a conferma di una stima personale che egli ha saputo guadagnarsi per i suoi modi tranquilli e pacati che evidentemente sono stati apprezzati. Il partito perdente invece è Forza Italia, scesa intorno al 6% laddove una volta dominava il campo. Tutti qui in Lombardia pensano la stessa cosa, ovvero che quel partito è destinato a declinare e poi a scomparire. Solo questione di tempo.

Un’ultima osservazione, a margine: la difficile (diciamo così) gestione della pandemia, nel 2020, non ha inciso elettoralmente in termini negativi per il centrodestra come in molti immaginavano. Evidentemente, due anni sono stati sufficienti per dimenticare le gravi inadempienze delle Regione.

Il simpatico e spensierato pluralismo dei Popolari.

I Popolari, checché se ne dica, continuano a far notizia. In periferia e a Roma. E non solo per la gloriosa cultura di cui sono portatori ma anche, diciamocelo apertamente, per la qualità della classe dirigente.

Per non essere accusati di eccessiva riservatezza, proviamo a citarne alcuni. Si va dall’eterno Franceschini che appoggia la Schlein, artefice nel Pd – per dirla con Luca Ricolfi – della trasformazione di quel soggetto politico in un “partito radicale di massa” al raffinato Castagnetti che sostiene apertamente il post comunista e l’ex renziano Bonaccini; dalla sempre carismatica Bindi che patrocina lo scioglimento di un partito “inutile” come l’attuale Pd al movimentista Fioroni che ormai ha tolto il disturbo e si incammina nella nuova avventura di ricostruire la carovana dei Popolari al di fuori del Pd. In mezzo si agitano molti amici Popolari e cattolici sociali. Da “penna veloce” di Merlo, come lo chiamava simpaticamente il suo “capo” Franco Marini al sempre più riflessivo D’Ubaldo; dal nipote doc De Mita al nuovo doroteo Guerini. Per non parlare dello stuolo dei Popolari che nella ricca e profonda periferia italiana sono in trepidante attesa di chi “lancia il fischio” per primo per la ripartenza politica.

Insomma, la classe dirigente c’è. La cultura politica non manca. L’entusiasmo sta, finalmente, ridecollando. Per il momento, però, abbiamo una sola certezza. Nessuno potrà più parlare, d’ora in poi, a nome di tutti i Popolari. Ed è già un grande passo in avanti.

Francesco, il Vescovo di Roma: a proposito della riforma del Vicariato.

Lucio D’Ubaldo

Meno di quindici giorni fa, esattamente il 31 gennaio, entrava in vigore la Costituzione apostolica In Ecclesiarum communione che fissa il riordinamento del Vicariato di Roma. È presto per dire se la nuova organizzazione della Diocesi del Papa abbia mosso le acque, in senso favorevole e positivo, incontrando una volontà di ricezione da parte della comunità ecclesiale. Quando Francesco ne ha dato l’annuncio, nella giornata dell’Epifania, i più sono rimasti sorpresi: si parlava da tempo della riforma, ma nessuno aveva raccolto i segnali della sua imminente formalizzazione. Bergoglio, in fondo, ha manifestato in varie circostanze la predilezione per interventi a sorpresa, quasi a voler rafforzare con la repentinità del gesto la caratura del suo messaggio di cambiamento.

In realtà, il Vicariato per ben due volte è andato incontro a cambiamenti negli ultimi decenni, prima con Paolo VI (Vicariae Potestatis – 1977e poi con Giovanni Paolo II(Ecclesia in Urbe -1988). Stavolta, seguendo le interpretazioni e i commenti sviluppati a caldo, si nota la preminenza di un disegno di maggiore accentramento, essendo tutto o quasi tutto riportato alla volontà del Pontefice. Il Cardinal Vicario, definito ufficialmente“ausiliare”, vede diminuito il suo ruolo, sia per l’enfasi riposta sul ruolo del Consiglio Episcopale che per le pregnanti funzioni attribuite al Vicegerente – vero dominus del Palazzo Lateranense – anch’esso nominato dal Papa. E sempre il Papa nomina i Vescovi di settore e gli organi di controllo interni al Vicariato, senza dimenticare i Parroci. La cura pastorale della Città contempla dunque una piena responsabilità del suo Vescovo. D’altronde, non bisogna dimenticare che appena eletto Papa Francesco si rivolse ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro definendosi appunto “Vescovo della Chiesa di Roma”. 

Qualcuno ha pure osservato il legame esistente tra questa operazione di riforma e l’accennata prospettiva di un Papa ridotto, se dimissionario, a Vescovo emerito di Roma. Il problema è evitare che al Pontefice regnante si affianchi l’ingombrante figura del Papa emerito, come è avvenuto a seguito della clamorosa scelta di Benedetto XVI. La Chiesa ha faticato a trovare un punto di equilibrio e il permanente “stato di eccezione” ha consentito all’ala più conservatrice del Vaticano di lavorare in sordina per fare di Ratzinger il guardiano dell’ortodossia, in contrasto perciò con la linea di rinnovamento portata avanti da Francesco. Ora nella ipotesi di dimissioni, sempre respinta da Bergoglio, avremo comunque un esito diverso, più limpido nelle forme, anche a riguardo della residenza – aspetto non secondario –  visto che il Vescovo emerito di Roma potrebbe essere ospitato in Laterano. 

La Costituzione apostolica pone l’esigenza di un nuovo slancio pastorale. Lo sguardo del Papa non vuole essere concentrato sulle questioni di carattere meramente organizzativo: la Chiesa di Bergoglio è una Chiesa in uscita. C’è una costante, quando i Papi parlano di Roma; c’è la forza evocativa della sua funzione universale, per il retaggio di storia civile e religiosa; e c’è, in conclusione, l’appello all’opera di evangelizzazione di cui essa ha bisogno, oggi più che mai, per essere “esempio di carità” sulla scena del mondo. Quando si aprirono le porte del Concilio, Giovanni XXIII avvertì l’urgenza di trasmettere ai romani il senso profondo della novità che si profilava all’orizzonte della cristianità. Fece, a riguardo, un gesto che univa organizzazione e visione pastorale: nel 1962 spostava la sede del Vicariato da Piazza della Pigna a San Giovanni, nel Palazzo del Laterano, sede dei Pontefici per undici secoli, fino all’epoca avignonese, e perciò definito dal Papa “richiamo fulgido della unione spirituale di tutte le chiese della terra, dalle cattedrali insigni alle umili cappelle degli avamposti del cristianesimo”. Il pensiero di Papa Giovanni si volgeva a un compito che si rifrange nel presente, nella Chiesa di Francesco, per “incoraggiare, a Roma e dappertutto nel mondo, la risoluzione di molti problemi pastorali”.    

L’analisi di Bankitalia e Istat getta un fascio di luce sull’andameto della ricchezza in Italia

Redazione

Alla fine del 2021 la ricchezza netta delle famiglie italiane è stata pari a 10.422 miliardi di euro; rispetto all’anno precedente è cresciuta del 3% in termini nominali ma si è leggermente ridotta in rapporto al reddito lordo disponibile (da 8,71 a 8,66). Nonostante il lieve aumento del valore delle abitazioni, dopo la prolungata fase di calo dal 2012, il peso di tale componente sulla ricchezza lorda è diminuito nel 2021 più di un punto percentuale, dal 46,6 al 45,4%. Ha continuato a crescere il valore delle attività finanziarie (+6,6%), trascinato dai guadagni in conto capitale sulle azioni e sulle quote di fondi comuni. Anche l’aumento dei depositi è stato rilevante, seppure inferiore a quello osservato nel 2020. Le passività finanziarie sono cresciute del 3,7%, soprattutto per effetto della componente dei prestiti. Rispetto ad alcune economie avanzate, nel 2021 la ricchezza netta delle famiglie italiane è cresciuta a un tasso inferiore, risultando tra le più basse in termini pro capite.

La ricchezza netta delle società non finanziarie alla fine del 2021 è stata pari a 880 miliardi di euro. Tra le attività reali, che rappresentano il 60% circa della ricchezza lorda, ha ripreso a crescere il valore dello stock di impianti e macchinari insieme alle altre opere, controbilanciando la riduzione di quello degli immobili. Dal lato finanziario, sono aumentate in modo particolare le detenzioni di depositi, seguite da quelle di altri conti attivi, azioni e altre partecipazioni e derivati, portando la quota delle attività finanziarie sul totale della ricchezza lorda a un livello massimo dal 2005. Le passività sono cresciute più delle attività, principalmente per effetto dell’aumento del valore delle azioni e altre partecipazioni. Il livello di indebitamento delle imprese italiane si mantiene basso nel confronto internazionale, seppure in aumento nel 2021 in controtendenza rispetto agli altri principali paesi.

La ricchezza netta delle società finanziarie nel 2021 è stata pari a 686 miliardi di euro. La ricchezza lorda è cresciuta del 5,4%, soprattutto grazie alla componente dei depositi, che ha raggiunto il peso più elevato dal 2005 (22% del totale). Vi è stata, invece, una diminuzione dell’incidenza dei prestiti attivi, dal 28 al 27%.

Alla fine del 2021 la ricchezza netta delle amministrazioni pubbliche è risultata negativa per 1.467 miliardi di euro (oltre l’82% in rapporto al Pil). Il totale delle attività, sia finanziarie sia reali, è cresciuto del 3,6% rispetto all’anno precedente, trainato, dal lato non finanziario, dall’aumento delle opere del genio civile (+24 miliardi), il cui valore rappresenta più di un terzo della ricchezza lorda. Nel confronto internazionale, il miglioramento della ricchezza netta in rapporto al Pil tra il 2020 e il 2021 è stato sostanzialmente in linea con quello osservato negli altri paesi.

[Testo di presentazione 

Per saperne di più

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/ricchezza-settori-istituzionali/2023-ricchezza-settori-istituzionali/index.html

O sì o no, restituiamo alla parola il suo valore.

Francesco Provinciali 

Dal gergo colorito del grande, indimenticabile Totò ci viene consegnato uno dei più genuini consigli sulla sincerità: non “badi come parla” ma “parli come badi!”. Forse sembra solo una intuitiva battuta ad effetto ma, ad una lettura postuma, anche un simpatico invito ad essere se stessi,senza le ridondanti sovrastrutture linguistiche che con parole roboanti ed espressioni ad effetto finiscono per limitare l’autenticità e l’immediatezza della comunicazione fra le persone. Quando sento da parte di politici e imbonitori, tribuni e moralisti certi fervorini retorici ed autoreferenziali mi viene in mente l’antico ricordo scolastico del poeta dell’orecchio e non del cuore.

La musicalità leziosa ed ostentata della parola non riesce a sostituire nell’immaginazione dei miei desideri la sacralità ispiratrice del silenzio. Pensare non è certo uno dei nostri passatempi preferiti e sovente ci manca il pudore del saper tacere: infatti prima di mettere in moto il cervello molti aprono subito il rubinetto dei discorsi senza fine. Siamo sommersi da un fiume di parole e ognuno non rinuncia a dire la sua. Non sempre ci si accorge però che l’uso sovrabbondante delle parole finisce per favorire l’incomunicabilità: un rumore assordante di voci che sovrasta la stessa comprensione del linguaggio.

Non siamo più capaci di esprimerci per concetti e persino i proverbi – veri concentrati di saggezza popolare – vengono di buon grado messi in soffitta. Anche la TV recita la sua parte a soggetto e le stesse trasmissioni intenzionalmente destinate a rendere più democratica l’informazione finiscono per diventare penosi e ridicoli siparietti per esibizionisti e sapientoni, dove si urla e si litiga sul nulla: una continua prova generale di mirabolanti esercizi linguistici che lasciano il tempo che trovano. La stessa comunicazione mediatica, come argutamente sottolineato da Kahled Fouad Allam, finisce per essere paradossalmente non il prolungamento della parola nel mondo ma la sua negazione. Come ebbe a scrivere un genio di autentica sapienza come Seneca “dum differtur vita transcurrit: mentre si rinvia la vita passa e va.

A forza di descrivere, dettagliare, informare, convincere, argomentare si perde di vista il nucleo concettuale del discorso. Troppe frasi a effetto e poco convincenti. Il “maestro” Enzo Biagi – ricordato per la sua rude sincerità – ammise con coraggio che a volte dovremmo limitarci a dire dei sì e dei no. Forse il messaggio evangelico “sia il vostro parlar sì sì, no no, quel che vi è di più appartiene al male” conserva un suo grado di verità, al di là della suggestiva evocazione di un drammatico, apparente e ultimativo aut aut. Dire dei sì e dei no sarebbe molto più opportuno anche nelle cose della vita, per certi aspetti persino pedagogicamente più educativo. Con i giri di parole infatti si finisce per ribaltare il senso del messaggio originario, per dire e far dire cose che non corrispondono alle intenzioni di chi le ha pensate.

La sovrabbondanza della narrazione ci rende affabulatori ricchi di retorica e poveri di idee. Molte volte più che commentata la vita andrebbe soprattutto capita: in questo gli esempi servono più della parola. Sfrondare il superfluo per arrivare al cuore del messaggio, in modo asciutto: saper comunicare facendosi capire. Come si diceva un tempo: “l’analisi conosce, la sintesi crea”.


Marini, il Ppi e i Popolari.

Giorgio Merlo

Due anni fa ci lasciava per sempre Franco Marini, uno dei più grandi leader politici del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese. E poco più di 20 anni fa chiudeva i battenti la breve esperienza politica del Partito Popolare Italiano dopo il tramonto della Democrazia Cristiana e in attesa del decollo della Margherita, il primo partito “plurale” nella storia democratica del nostro paese. E proprio il percorso politico, culturale ed organizzativo di Marini ha attraversato tutte queste fasi. E va pur detto, senza enfasi ma con sano realismo, che Franco Marini ha vissuto queste varie e diverse esperienze politiche ed organizzative sempre da protagonista. Con coraggio, coerenza e determinazione. Come, del resto, era il suo carattere da prima linea senza, però, rinunciare mai a valori e a principi che hanno scandito nel tempo e nelle diverse fasi storiche il cammino del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese.

Ora, c’è un filo rosso che lega questi periodi, seppur diversi tra di loro, ma accomunati dalla medesima preoccupazione. Ovvero, salvaguardare la specificità e l’originalità della tradizione del cattolicesimo sociale e popolare che aveva, ed ha, sempre la stessa priorità: difendere, salvaguardare e promuovere i ceti popolari nel nostro paese. Detto in altre parole, difendere le loro istanze, le loro esigenze e, soprattutto, farsi carico a livello politico e legislativo delle loro domande. Ed è lungo questo solco che Marini ha proseguito, con autorevolezza e personalità, la storica esperienza della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana di Carlo Donat-Cattin e di molti altri esponenti di questo filone ideale. E cioè, far sì “che l’istanza sociale doveva farsi Stato”. E quindi, e di conseguenza, che la “politica sociale” diventi un asset fondamentale dell’intera politica economica del paese e condizioni il progetto politico del partito di riferimento e dello schieramento politico e di governo. E così è stato nel suo lungo e fecondo impegno sindacale; così, soprattutto, nella corrente di Forze Nuove nella Dc con Donat-Cattin, Sandro Fontana, Toros, Faraguti, Vito Napoli, Foschi, Triglia, Vittorino Colombo e moltissimi altri uomini e donne; così nella stagione con Martinazzoli alla guida della Dc dopo l’uragano tangentopoli; così nella straordinaria esperienza del Partito Popolare Italiano e nella Margherita all’inizio degli anni duemila e poi con la prima fase del Partito democratico.

Insomma, nel grande partito interclassista della Dc come nel partito identitario, seppur laico e moderno, come il Ppi; nel soggetto “plurale” della Margherita come nel Pd, sin quando si è impegnato in prima persona, Marini non ha mai rinunciato a quella specificità politica e culturale. Ovvero, l’esperienza dei Popolari e dei cattolici sociali non poteva essere sacrificata sull’altare di nessuna novità politica e per nessuna ragione dettata dal conformismo dominante o dalla modernità del cosiddetto costume. Politico o culturale che fosse non faceva, al riguardo, alcuna differenza.

Ecco perchè, quando si ricorda il vissuto politico di Franco Marini, occorre avere l’onestà intellettuale di evidenziare che il tratto distintivo di Franco è sempre stato quello di accettare sì le sfide e le novità dettate dall’evoluzione della storia e degli accadimenti politici, ma con la consapevolezza, quasi religiosa, che alla propria identità non si poteva e non si può rinunciare. Pena la rinuncia alla propria storia e, soprattutto, ai propri valori di riferimento. E la “sospensione” – questo è il temine esatto – forse troppo frettolosa della esperienza del Ppi e la successiva confluenza nel primo partito “plurale”, cioè la Margherita, ha visto proprio in Marini il baluardo per eccellenza della difesa e della salvaguardia della “ragione Popolare” e cattolico sociale.

Per questi motivi il “magistero” politico e civile di Franco Marini non tramonta. Nel merito e anche nel “metodo”. Perchè Marini, certo, aveva un carattere “d’altri tempi” difficilmente replicabile nella cittadella politica contemporanea caratterizzata da una classe dirigente improvvisata, subalterna ai sondaggi sfornati quotidianamente e ancora, purtroppo, condizionata dai disvalori e dalla sub cultura del populismo grillino che individua nel passato un luogo da criminalizzare e da gettare alle ortiche, ma aveva anche la certezza che un politico è un interlocutore, credibile e rispettato, solo se è interprete di una chiara e netta identità politico e culturale. Senza paure e senza cedimenti di natura trasformistica ed opportunistica.

E proprio l’esempio e l’insegnamento concreti di Franco Marini possono essere, oggi, un riferimento per le nuove sfide che attendono i Popolari e i cattolici sociali. Senza subalternità a chicchessia e, soprattutto, senza presenze politiche al ribasso o nascosti all’ombra di grigi cartelli elettorali o di partiti personali o di soggetti politici che prescindono ormai da quella storia. Marini lo ricordiamo con amicizia, forza e convinzione perchè quelle strade non le ha mai condivise e, nello specifico, le ha sempre combattute a viso aperto. Con coerenza politica, coraggio umano e lungimiranza culturale.

In Europa si confrontano linee diverse su sistemi politici e modelli sociali

Guido Bodrato

Nell’autunno del 2002, se ricordo bene, ho commentato un confronto sull’Europa, allora alle soglie dell’allargamento dei suoi confini ad Est, tra Letta e Caracciolo: il primo ottimista sull’avvenire dell’Europa di Maastricht e dell’Euro, il secondo dubbioso, se non critico e pessimista, sul futuro dell’Europa politica. Letta attendeva la vittoria del sogno federalista, del primato delle istituzioni europee – Commissione e Parlamento di Strasburgo – sul potere del Consiglio dei governi. Caracciolo temeva che, con l’allargamento dell’Unione ad Est, si sarebbero allentati i vincoli comunitari.

Sono passati più di vent’anni. Il Parlamento di Strasburgo continua ad applaudire tutto ciò che evoca il sogno federalista; ma Letta – in ritorno a Parigi dopo il tramonto dell’avventura del Pd – sa che questo Parlamento europeo, e ciò che sopravvive alle tradizionali famiglie della Comunità dei padri fondatori, dovranno ormai lavorare per la costruzione di una Confederazione, cioè di una Europa che resista alle tentazioni sovraniste, e al fatto che l’Europa di Zalenscky è ormai un’area politica con confini sempre più incerti e con pilastri (economici e politici) sempre più affidati ad alcuni paesi (Germania e Francia). Questidebbono competere con l’egemonia economica e politica degli Stati Uniti, i quali a loro volta sono impegnati in una sfida senza regole con imperi continentali (Russia e Cina) che stanno vivendo una transizione da un secolo ad unaltro secolo. Niente dura sempre.

E Caracciolo quest’oggi [ieri per chi legge, ndr] si pone su “La Stampa” domande – non solo di politica internazionale – ancora senza risposte. Che però, se posso azzardare una riflessione, mettono a confronto la strategia di Macron, comunque post-gollista, con quella di Giorgia Meloni, che pensa invece ad un rilancio in Europa del modello gollista, di un regime autoritario su cui costruire “l’Europa dei conservatori”dopo quella del compromesso social-popolare (riformista) che ha retto per quasi settant’anni, ma ora è messo in discussione proprio dall’allargamento, vale a dire dal suo apparente successo.  

Questa sarebbe la causa “politica” del contrasto tra Meloni e Macron, secondo i Fratelli d’Italia. Il conflitto contro Putin per Macron sarebbe in qualche modo una battaglia per la libertà degli europei, contro un’autocrazia orientale, illiberale; quella che la Meloni sostiene (dall’alto delle autorevoli spalle di Biden?) appare invece la ricerca di una rivincita sulla storia del Novecento, in un conflitto tra armate che si era imposto come guerra di civiltà tra opposti regimi nell’inverno del ‘45…con la battaglia di Leningrado.

Una provocazione? Eppure, Macron e i “liberal” diffidano dell’autocrazia e dei regimi sovranisti, ovvero del fantasma dell’Europa dei conservatori. Perché? Anche dallo scioglimento di nodi dimenticati, dal modo di ripensarli, può dipendere il futuro dell’Europa.

Di questo, a porte chiuse, Parigi e Berlino sembrano discutere; mentre anche l’America liberal sta ridiscutendo le debolezze della sua radice democratica, per archiviare e dimenticare l’incubo Trump e fare rivivere i principi di una rivoluzione liberale che la globalizzazione dell’economia e una rivoluzione post-industriale stanno mettendo alla prova, poiché con la competitività dei diversi sistemi economici crescono anche le diseguaglianze sociali e crescono i contrasti. Viviamo un tempo che rinnova  anche in Europa il confronto tra sistemi politici, tra modelli di società. Anche a questa transizione verso l’ignoto, dovremmo pensare poiché tutto si tiene, soprattutto in democrazia, dove contano il consenso e la trasparenza.

[Il testo è tratto dalla pagina Facebook dell’autore]

L’insofferenza manifesta di Giorgia Meloni

Marco Follini

Davvero non si comprende perché Giorgia Meloni sia così arrabbiata. E insieme, così poco risoluta. Ella non nasconde una certa insofferenza verso critici e avversari. Cosa che si spiegherebbe nel bel mezzo di una campagna elettorale o in un momento di risalita delle opposizioni. E si spiega assai meno all’indomani di una portentosa vittoria che gli ultimi sondaggi confermano e semmai amplificano. 

Dunque, dovrebbe essere il momento giusto per sorridere, distendere, pacificare. Governando con la leggerezza che si addice ai più forti e non più con la combattività degli “underdog”. Mentre gli ultimi messaggi in arrivo da Palazzo Chigi segnalano semmai una certa sindrome da accerchiamento che peraltro non sembra giovare neppure alle fortune del governo. 

A complicare tutto questo si sono aggiunti Donzelli e Delmastro (non propriamente due allievi di Gladstone eDisraeli). Ai quali non avrebbe fatto troppo male un richiamo all’ordine da parte della loro leader. La quale invece se n’è ben guardata. 

E qui però ella rischia di scivolare dalla parte opposta. E cioè di non riuscire ad onorare quell’immagine di leader tutta d’un pezzo, decisionista, priva di remore e di incertezze. Immagine che Meloni s’è costruita negli anni, studiando e migliorando. E che ora però dovrebbe tornarle utile per mettere in riga due fedelissimi che si ostinano a comportarsi come se sedessero ancora sui banchi dell’opposizione. Si dirà che Meloni non è certo l’unica a radicalizzare i conflitti. Vero, verissimo. Ma altrettanto vero è che lei più di tutti avrebbe interesse a fermare questa giostra.

Fonte: La Voce del Popolo – 9 febbraio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della diocesi di Brescia]

C’è una terra che trema e un dramma che scuote: il sisma investe le nostre coscienze.

Giovanni Federico

C’è una terra che trema. Assistiamo alla sua sfaldatura, inermi sapendo che non è possibile opporsi. Si è aperta la sua bocca in Turchia ed in Siria facendo uno spezzatino di palazzi e di vite mischiate in un unico pasticcio. Poi le solite storie, sempre uguali in queste circostanze. Si contano il numero dei morti come dovesse battersi un primato su tragedie precedenti. SI contano le ore di resistenza in vita di un sopravvissuto salvato in extremis, prima che si possa dire che per gli altri ormai ogni speranza è perduta. Si dice del gesto eroico di una mamma che partorisce sotto le macerie come donasse due volte la vita al bimbo appena messo al mondo. Quindi l’elenco delle proteste per i tardivi e inadeguati soccorsi, per le costruzioni cadute giù come grissini, per l’abbandono delle popolazioni ribelli della Siria lasciate seppellite dal potere centrale, che finalmente può sbarazzarsi di loro e via ancora, per questa strada, i soliti commenti.

C’è una terra che trema forse per quanto accade al piano di sopra e proprio non ce la fa più ed esplode, per dire che così non si può andare avanti. O si sgranchisce infastidita da un brusio molesto che le giunge dagli uomini e che interferisce con un sogno dolce di terre sinuose. Gli Orientali sanno come aggiustarsi le storie per il meglio. Si raccontano che il terremoto è l’ansimare furioso dall’accoppiamento di un gigante sotterraneo con la sua amata.

C’è una terra che trema e ti fa venire i sudori freddi, altro che tremarella, quando decide di fare la voce grossa. 

C’è una terra che trema e sembra proprio che, da giustiziera, trami ai tuoi danni, mandando all’aria ogni cosa ti sia scaltramente predisposta, anche se lascia sangue da ogni parte.

C’è una terra che trema di fronte alle promesse di pronta ricostruzione, facendo di più e di meglio di ciò che era, come se i morti già appartenessero al passato. Fermarsi sulla morte non conviene a nessun governo. Qualche giorno di lutto nazionale e siamo già nel dopo. Anche le polemiche son benvenute perché ti distraggono dal fatto. Un fiume di parole più facilmente cancella il fiume di morti da mettere da qualche parte. Come sempre si muove la solidarietà internazionale inviando escavatori, tende, ospedali da campo ed ogni quant’altro occorre per far fronte alle necessità. Eppure si è in affanno, perché non è facile provvedere sia ai morti che ai vivi. In qualche modo si andrà avanti. Si parla, ad oggi, di oltre 20.000 vittime del terremoto. Per non farsi mancare nulla, nella eccitazione del tutto a cui provvedere, a vederla in positivo, pare proprio ci si stia scaldando i muscoli per evenienze più impegnative. Mai così spesso corrono minacce di guerre nucleari e il terremoto è una ottima palestra per allenarsi ai soccorsi.

C’è una terra che trema e che va punita. Le faranno vedere gli uomini di che sono sono capaci appena sul filo della sua crosta. Basterà pigiare qualche bottone nelle stanze segrete degli armamenti e un centinaio di città verranno rase al suolo e la conta di quelli che la scamperanno sarà semplice, inferiore al palmo di una mano. Se fosse, a titolo dimostrativo, il destino solo di una città, già farebbe cadere nel panico l’organizzazione mondiale di aiuti a sostegno del paese colpito.

C’è una terra che trema all’idea che l’uomo possa essere capace di tanto e se l’è fatta addosso, sbracando le sue viscere con un terremoto che ne segna l’apprensione.L’uomo ci vada con i piedi di piombo con i progetti che sta ruminando passandoli, trepidanti, dalla testa allo stomaco, per via della gola. Ci si sta gradualmente abituando ad una maledetta probabilità con i piedi di argilla. Eppure i morti di questi giorni ci danno schiaffi pesanti, gli ultimi per svegliarci da un sonno maledetto in cui siamo caduti.

C’è una terra che trema all’idea di tenerci, per come siamo, ancora in groppa. Nell’amaro film di Visconti, “La terra trema”, il protagonista perde la sua battaglia contro i potenti e dopo un periodo di possibile riscatto e costretto a tornare sotto il loro giogo. Nel caso si andasse avanti, accarezzando sogni di gloria nucleare, neanche i potenti potranno cantar vittoria. Il loro alfabeto resterà muto.


Fratelli di Giorgia, un’ampia ricerca sulle radici e le evoluzioni del partito più votato dagli italiani.

«Quello costruito da Giorgia Meloni insieme ai suoi coetanei della generazione Atreju è, a tutti gli effetti, non solo nel simbolo, il terzo partito della Fiamma e, al tempo stesso, l’espressione di una destra a-fascista, nazional-conservatrice che, diventata centrale nella politica italiana, tenterà di cambiare gli equilibri della politica europea»

Secondo Giorgia Meloni, Fdi è costituito da «uomini e donne che corrono da un’epoca all’altra, da una generazione all’altra, portando con sé una fiamma che non si è mai spenta completamente». Proprio da qui nascono gli interrogativi sul suo partito, sui legami con il fascismo di ieri e la «destra radicale» di oggi. Interrogativi alimentati dalle apparenti contraddizioni di un partito chiuso, gerarchico, old style, con a capo una donna, una leader pop, capace di usare tanti registri comunicativi e di rivolgersi con gli stessi termini a pubblici diversi, alternando rivendicazioni di coerenza e duttilità, teorie del complotto e amore materno, estremismo verbale e realismo. Alla luce di una analisi articolata, documentata, rigorosa, condotta senza pregiudizi e senza sconti, il libro propone una ricostruzione da cui emergono continuità e rotture con Msi e An, un resoconto su persone e circostanze che hanno segnato la costruzione di Fdi, di cui analizza la struttura organizzativa, il profilo ideologico, il network internazionale, la comunicazione, l’elettorato. Infine, riannoda questi vari elementi in una lettura compiuta sul percorso fatto e l’identità costruita nei primi dieci anni di vita, sulle fortune e le virtù che hanno portato gli eredi di una tradizione politica destinata ad estinguersi alla «guida della Nazione».

Chi sono gli autori

Salvatore Vassallo è direttore dell’Istituto Cattaneo, insegna Politica comparata e Analisi dell’opinione pubblica nell’Università di Bologna. Con il Mulino ha pubblicato «Liberiamo la politica» (2014), «Sistemi politici comparati» (a cura di, 2016), «Il bipolarismo asimmetrico» (curato insieme a Luca Verzichelli, 2023, di prossima pubblicazione). 

Rinaldo Vignati collabora con l’Istituto Cattaneo. Si occupa di politica e storia del cinema. È co-curatore de «Il vicolo cieco. Le elezioni del 4 marzo 2018» (Il Mulino, 2018) e autore di «Indro Montanelli e il cinema» (Mimesis, 2019).

Sanremo, Benigni, la costituzione, la guerra: non possiamo ignorare la continuità dell’imperialismo di Mosca.  

Paolo Frascatore

Le recenti affermazioni di Roberto Benigni al Festival di Sanremo in occasione dell’inizio del settantacinquesimo anno dell’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana, se da un lato rappresentano alcune profonde riflessioni sul senso, sull’attualità dei principi in essa sanciti, nonché sulla necessità di attuarla nel suo complesso, dall’altro hanno suscitato anche una sorta di delusione per non avere citato, il comico fiorentino, quattropersonalità di spicco che ne hanno forgiato principi e valori della prima parte: Giuseppe Dossetti, Aldo Moro, Amintore Fanfani e Giorgio La Pira.

Ma al di là di questa osservazione (che non vuole essere polemica), va rimarcata la capacità di Benigni di collegarealcuni articoli della nostra Costituzione ai problemi che ci troviamo ad affrontare in questo tempo, in modo particolare quell’articolo 11 nel quale è sancito: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Alla luce di quello che sta avvenendo oggi in Ucraina, fa intendere Benigni, se questo principio fosse presente nella Carta costituzionale della Russia, la guerra attuale sarebbe una ulteriore violazione non solo dell’aggressione illegittima di una Nazione su un’altra, ma anche dal punto di vista della suprema legge interna dello Stato.

Eppure, occorrerebbe riflettere sull’attuale situazione russa e fare un passo indietro: ossia tornare al periodo sovietico quando il potere era detenuto da coloro che si definivano e che venivano definiti anche all’esterno come comunisti.Qual è la differenza tra l’attuale politica dell’entourage russo egemonizzata da Vladimir Putin e l’oligarchia sovietica che dalla rivoluzione di ottobre del febbraio 1917 ha saldamente tenuto in mano le leve del potere, negando i fondamentali diritti di libertà del cittadino, nonché la libertà e l’autodeterminazione degli altri Stati satelliti dell’URSS?

Si tratta di due imperialismi che continuano (come dire) sotto falso nome, ma con motivazioni identiche: opprimere e asservire altri popoli ed altri Stati per quel desiderio di grandezza e di potenza finalizzate ad un profitto economico per una ristretta oligarchia di potere. Oggi Putin, figlio del comunismo sovietico, invade l’Ucraina non solo per ostacolare il diritto del popolo di questa Nazione a disegnare il proprio futuro all’interno dell’Unione Europea, ma anche per allargare i confini della Russia in territori strategici a livello economico e militare. Ieri il capo del Pcus, Leonid Breznev, invadeva Praga (1968) con i carri armati per stroncare sul nascere il processo di democratizzazione e di libertà di pensiero e di stampa avviato dal capo del Partito comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek. Quella che allora venne definita come la “primavera di Praga”, a ben riflettere, ha molto da insegnare ancora oggi, anche a certi politici e politologi che con la caduta del muro di Berlino del 1989 dichiararono la fine del comunismo non accorgendosi, però, che quest’ultimo in Cecoslovacchia era altra cosa rispetto a quello russo.

In verità, anche in Russia vi fu all’inizio degli anni Novanta una chiara volontà ad opera di Michail Gorbacev di portare avanti una politica non solo di riforme in senso democratico ed antimperialista, ma anche di rivalutare proprio quei valori che Dubcek aveva chiaramente definito con il termine di socialismo dal volto umano. Sicuramente occorrerà ritornare su queste riflessioni per andare più a fondo, per riattualizzare e rivalutare la politica dei valori sociali, solidali, antimperialistici che dovrebbero, da Est ad Ovest,  pervadere tutto il mondo e rispetto ai quali gli attuali partiti, o meglio, l’attuale classe politica italiana è incapace ditradurre in programma, ma anche in comportamenti politici individuali e collettivi.

Roma: l’Acea difende l’AD Palermo, il Campidoglio vuole fare chiarezza: il caso delle hostess tiene ancora banco.

Nei giorni scorsi Repubblica aveva sollevato il caso dell’Amministratore Delegato di Acea, Fabrizio Palermo, accusato di comportamenti scorretti e vessatori ai danni di alcune hostess in servizio presso l’ex municipalizzata di Roma. Ieri il cda dell’azienda ha confermato piena fiducianei confronti del manager. Nella circostanza ha pure deliberato “di proseguire le verifiche avviate su alcuni contratti di appalto del Gruppo Acea con l’obiettivo di assicurare la piena tutela contrattuale delle lavoratrici, dei lavoratori e del personale intermediato. Infine, si legge nel comunicato stampa diffuso nel pomeriggio, “la società si riserva ogni iniziativa legale per la tutela reputazionale e degli interessi propri e dell’Amministratore Delegato”.

Sta di fatto che l’attenzione sui fatti raccontati da Repubblica  rimane alta. Le commissioni Pari opportunità e Lavori pubblici del Campidoglio hanno inviato una lettera all’azienda di via Ostiense chiedendo la trasmissione dei risultati del primo audit interno. “Vogliamo avere contezza di chi è stato ascoltato su questa vicenda e semmai convocare nelle commissioni i vertici di Acea”, riferisce all’Agenzia Italia  (AGI), il presidente della commissione Lavori pubblici, Antonio Stampete, che insieme alla presidente della commissione Pari opportunità, Michela Cicculli, ha firmato la lettera. Nel frattempo altri consiglieri del gruppo del Pdavevano chiesto di fare luce sulla vicenda. È stato tirato in ballo anche Roberto Gualtieri per non aver espresso solidarietà alle donne. “L’appello al sindaco – chiarisceMichela Cicculli – ha sicuramente molto effetto dal punto di vista della comunicazione, ma ci sono gli organi competenti […] come l’Aula Giulio Cesare e la Commissione Pari opportunità. Insomma, non esiste solo il sindaco”. D’altronde, ha concluso, “vanno prese le giuste misure” poiché “se i fatti raccontati troveranno riscontro […] siamo di fronte a violenze di genere. Dalla narrazione della stampa, qui a denunciare sono solo donne”. 

Nei giorni scorsi era intervenuto il diretto interessato, Fabrizio Palermo, con una lettera inviata a Repubblica in cui venivano rigettate tutte le accuse. “Siamo consapevoli – ha spiegato – che intervenendo su situazioni pregresse con l’intenzione di efficientare l’azienda e rivedere numerosi contratti di appalto al fine di migliorare il servizio e far risparmiare soldi ai contribuenti e ai cittadini romani, si creino sacche di insoddisfazione che possano generare operazioni di discredito e diffamazione”. Il cerchio, insomma, sembra chiudersi: la stampa accende i riflettori, l’azienda interviene, le istituzioni si allertano. In Campidoglio cresce comunque il nervosismo per una storia a dir poco antipatica. Non a caso, dopo aver gettato il sasso, lo stesso Stampete preferisce nascondere la mano: “Siamo molto prudenti. Leggiamo intanto i risultati dell’audit interno e tutte le carte, prima nessuno può esprimersi in merito”. Sì, è vero, ci vuole prudenza, ma non a scapito della chiarezza. E  forse, per l’agitazione che il caso ha prodotto, non tutto è ancora chiarito.

Elezioni Lazio 2023: dimenticare Zingaretti, la voglia di cambiamento punisce il Partito democratico. Domenica le votazioni.

La questione morale, nel mezzo dello scorso anno, ha volteggiato come un avvoltoio sul Partito democratico del Lazio. Il caso Ruberti poteva provocare anche più danni, sebbene uno strascico pesante, fatto di sospetti e congetture, abbia lasciato comunque un segno nella pubblica opinione. Poi, sul piano politico, un vero tsunami si è abbattuto sul centro-sinistra a seguito della vittoria della Destra e l’avvento del governo Meloni. Da quel momento si è proceduto a tentoni, senza una linea chiara, cercando inutilmente il riaggancio con i 5 Stelle a livello regionale. Tutto in salita.

E allora, che dire? Non è cominciata bene la campagna elettorale e forse, proprio sull’onda dei tormenti per la mancata intesa con i 5 Stelle, rischia di concludersi ancora meno bene. Luca Bergamo, capolista di Demos (il partito vicino alla Comunità di Sant’Egidio) e un tempo vice sindaco della Raggi, ha messo i piedi nel piatto: domani, in consiglio regionale, con il partito di Conte andrà recuperatauna linea di collaborazione. Pertanto, a pochi giorni dall’apertura delle urne si prefigura uno scenario che rende vacuo l’appello al voto disgiunto, pure risuonante nelle dichiarazioni, sempre povere di argomenti suggestivi, del segretario regionale dei Democratici, Bruno Astorre. A suo dire, fare ricorso all’espediente della scelta differenziata – per la lista di partito e per il presidente – è “indispensabile se non si vuole far tornare la destra al governo della Regione Lazio”. Gli elettori, quand’anche fossero orientati a favore dei 5 Stelle, non dovrebbero perciò disperdere i consensi a riguardo del candidato presidente. 

Ora, con la stessa logica di Astorre i 5 Stelle invitano a fare altrettanto, ma a vantaggio della loro candidata, la giornalista Rai Donatella Bianchi. I messaggi si annullano e il caos aumenta. Se c’è un effetto prevedibile, stando ai sondaggi, è che l’astensionismo cresca ancora: pur di non votare a destra, molti elettori di centro-sinistra si apprestano a disertare i seggi. Data la rassegnazione, manca addirittura il propellente della sfida, l’attesa del colpo d’ala, la voglia di lottare come che sia, spes contra spem, giusto per tentare l’impossibile. E l’intesa con Calenda, lungi dal rappresentare una limpida scommessa di rinnovamento, si è subito contratta nella modestia di una formula avventizia, ben lontana da un’opzione impegnativa e coraggiosa. Anche convincere i fedeli appare estremamente difficile in queste condizioni e D’Amato, privo di sostegni adeguati, fa la figura di chi è costretto a barcamenarsi.

Qualcuno gli rimprovera di aver impostato la campagna elettorale all’insegna della continuità con l’esperienza di Nicola Zingaretti. Quanto può valere, in effetti, un’eredità che lascia irrisolti tanti problemi e marca un deficit di sapienza e concretezza amministrativa? La sanità, dribblato il Covid, è rimasta al di sotto dei parametri di efficienza; gli impegni sul versante delle infrastrutture e della viabilità non sono stati rispettati, come certifica l’inconclusa vicenda della Roma-Latina; la risposta all’emergenza rifiuti ha sfiorato la farsa per il tasso di ambiguità e ipocrisia, di cui i cittadini romani hanno sopportato e continuano a sopportare le conseguenze; e infine, nemmeno la programmazione territoriale ha conosciuto quel salto di qualità che si realizza, di solito, quando scatta il coinvolgimento attorno a una visione alta della politica urbanistica. Si potrebbe continuare nell’elenco. Con Zingaretti ha trionfato il clientelismo e subito appresso, grazie alle pratiche clientelari, si è imposta una logica di accentramento, anche settaria, con la conseguente emarginazione delle forze non omologate, specie nelle realtà provinciali. Insomma, l’eredità che D’Amato ha raccolto passivamente, senza il necessario discernimento critico, rappresenta alla resa dei conti il maggiore ostacolo nel confronto con la pubblica opinione.

Bisogna capire, allora, quanto una parte dell’elettorato consideri ineluttabile e persino salutare che sulla Pisana si abbatta la tromba d’aria di un voto punitivo e al tempo stesso rigenerativo, con la “speranza canaglia” che da ciò derivi una severa ma benefica lezione per il futuro. Siamo a tanto, ma non per colpa degli elettori; la colpa semmai è di una classe dirigente abbarbicata al potere per troppo tempo, che ha mortificato la fiducia di un numero rilevante di persone, magari intentificabili nell’area centrale dell’elettorato, sinceramente animate da fede democratica e passione riformatrice. E ormai disincantata – guai a non capirlo – rispetto a un moralismo che piega fatalmente all’aggressività strumentale. Sulle macerie bisognerà ricostruire.

Terremoto, Crosetto indovina un giudizio equilibrato sugli aiuti a Turchia e Siria.

Giuseppe Davicino

Sugli aiuti a Turchia e Siria dal ministro della Difesa Guido Crosetto viene una importante presa di posizione in nome degli universali valori di civiltà. “L’umanità di fronte alle tragedie […] deve scavalcare tutto. Anche le sanzioni”, ha scritto ieri Crosetto su Twitter in relazione al sisma che ha colpito i due Paesi mediterranei. Duole constatare che una posizione così chiara  non sia condivisa da buona parte dell’opinione pubblica che conta, intenta a imbarazzanti esercizi di doppiopesismo. Si assiste da parte di politici influenti e da parte di alcune redazioni nelle quali si fa sentire talvolta la mano pesante dei neocons, ad un’opera di falsificazione di quella che è la situazione in Siria e delle tragiche vicende degli ultimi dodici anni.

Un Paese martire dalla storia millenaria che in questi anni ha rischiato di esser cancellato dalle orde dei cosiddetti terroristi “islamici” dell’Isis. Paese nel quale il pur dispotico potere della famiglia Assad aveva garantito una pacifica convivenza alle diverse confessioni religiose, musulmane, cristiane e alawita presenti nel Paese, prima che il vento delle “primavere arabe”, l’ennesimo progetto fallito di ridisegno degli equilibri nel Medio Oriente, lo gettasse nell’inferno della guerra civile e della guerra per procura, che, come in un altro Paese martoriato, l’Ucraina ha visto confrontarsi, a parti inverse, l’Ovest come invasore e l’Est (la Russia ma anche una poco visibile presenza cinese) a difesa della nazione invasa, in un primo tempo fomentando la ribellione, successivamente arruolando molti fra gli stessi rivoltosi nell’inquietante progetto di un Califfato “islamico” tra Iraq e Siria, che ha beneficiato di un incredibile quanto massiccio sostegno occidentale e che solo l’interessato intervento militare del Cremlino in Siria ha fatto tramontare.

Dodici anni di guerra hanno allontanato le parti: l’Occidente ha imposto sanzioni alla Siria che riguardano anche i medicinali di prima necessità e le attrezzature civili. Il regime di Damasco che ha resistito all’invasione camuffata da intervento umanitario, come avvenne in Libia, grazie al diretto sostegno militare della Russia, ma non ha più il controllo d alcune aree ai confini con la Turchia, proprio quelle maggiormente colpite dal terremoto, non si fida di nuove presenze straniere nel suo territorio senza un suo accurato controllo. La gravità del disastro provocato dal sisma impone ora di mettere da parte questa sanguinosa storia per prestare un immediato soccorso a chi è ancora sotto le macerie, ai feriti ai milioni di persone che hanno perso tutto in quei terribili sessanta secondi o nelle scosse successive. Il fatto che il ministro della difesa di un Paese strategico per l’Alleanza Atlantica quale è l’Italia abbia rivolto un appello così colmo di saggezza e di umanità rivela, oltre la caratura politica del suo autore, il prevalere di una linea più distensiva negli ambienti che contano del potere occidentale.

Se il governo si dimostrerà più in sintonia con queste sollecitazioni anziché dare retta ai tamburi di guerra e vendetta provenienti dalle paludi di certa stampa (e per carità di patria non parliamo di certa opposizione) potrà verosimilmente dare un contributo all’intero sistema di alleanze occidentali a recuperare una credibilità che trent’anni di errori e di guerre in Medio Oriente hanno fortemente scalfito. Se è vero che tocca agli Stati Uniti per primi dare dei credibili segnali di accettazione di un ordine mondiale multipolare, per disinnescare i conflitti tanto nell’area MENA che nell’Europa dell’Est, riconciliandosi così con la propria storia di nazione che nasce per affermare il diritto alla libertà delle nazioni, l’Italia può svolgere, come in parte sta già facendo, oltre al suo tradizionale ruolo di ponte fra culture e popoli,  nel Mediterraneo, verso l’Africa, verso l’Asia, un ruolo da apripista nelle relazioni tra l’Occidente a indiscussa guida americana e i Paesi Brics e il numero sempre più ampio di loro alleati strategici. Anche da una una così grande tragedia come quella del terremoto in Turchia e Siria possono derivare dei semi di speranza per una nuova era delle relazioni internazionali basata su una cooperazione/competizione in una logica win-win, di reciproco vantaggio anziché sull’uso della forza e su un continuo, insensato, spargimento di sangue.

Noi siamo comboniane. Le storie: tre donne, una scelta di vita.

Gabriella Bottani e Mariolina Cattaneo 

Missione è vita, è incontro che trasforma. Racconteremo la missione attraverso la vita di tre donne dedicate a Dio e impegnate in Paesi teatro di conflitti o in battaglie per i diritti della persona. In una chiesa spesso ferita e confusa queste donne condividono i loro sogni, il loro lavoro di ogni giorno, partendo dalla passione per Cristo che continuamente cambia la loro esistenza, la arricchisce di nuove prospettive, la apre a nuove possibilità. Sono suore comboniane e da sempre la vita missionaria comboniana è volta a testimoniare Cristo nel servizio alla vita, in particolare ai più poveri; un invito raccolto da molte giovani donne che mettono in campo la loro fede e loro stesse per costruire ponti tra culture, intessere relazioni di pace, sostenere il grido di giustizia e dignità che proviene da uomini, donne, interi popoli. E con uno sguardo attento all’oggi, intraprendente, aperto alla interculturalità, lavorando e confrontandosi con altri.

Dal Messico al Medio Oriente


Suor Lourdes Garcia è messicana e negli ultimi cinque anni è vissuta nel Medio Oriente. Attualmente è in Israele e lavora presso le comunità beduine Jahalin nel deserto della Giudea. Dall’ascolto dei loro bisogni nascono idee e programmi di formazione ed educazione che vengono sviluppati e realizzati attraverso una fitta rete di volontari e collaboratori di diverse fedi religiose, e di suore di diverse congregazioni.

Come lei stessa ci dice, «questo ci motiva a sentirci ponte tra due popoli, il nostro intento è infatti accompagnare questo popolo minoritario ma essere, contemporaneamente, ponti di pace». Così «si sta creando una piccola rete non solo intercongregazionale, se non addirittura interreligiosa, per uscire ad incontrare i nostri fratelli e sorelle più vulnerabili. Ho molta speranza che possiamo vivere e lavorare insieme per un bene comune, unendo le forze, vivendo ciascuno/a la propria fede, ebrei, musulmani, cristiani». Una fede che viene proclamata attraverso gesti e azioni quotidiane, dove i valori del Vangelo diventano realtà: l’accoglienza, il rispetto, l’incontro, la generosità. «Si sono creati legami di vicinanza, dialogo, fratellanza e affetto con i nostri fratelli e sorelle mussulmane. Vivendo insieme i momenti significativi della loro vita, ho potuto conoscere, oltre che la loro cultura e tradizioni, la realtà intima di queste comunità, le difficoltà, i problemi delle donne, ad esempio, che si sposano giovanissime e non proseguono gli studi nè acquisiscono qualche altra formazione».

L’impegno missionario continua anche con la piccola comunità cristiana di El-Azariyeh, la città di Lazzaro, la zona palestinese in cui vive. «Una piccola comunità cristiana di circa 10 famiglie. Ci riuniamo tutti i giorni per la recita del Rosario con le donne, organizziamo momenti di preghiera e visitiamo gli ammalati».

Dal Portogallo al Sud Sudan


Suor Joana Carneiro viene dal Portogallo e da cinque anni vive e lavora come medico al St Daniel Comboni Catholic Hospital, di Wau, la seconda città del Sud Sudan. Un bacino di circa 5.000 pazienti a settimana. Una realtà sanitaria importante in un Paese segnato dalla guerra.

L’ospedale ha 110 posti letto divisi per i quattro reparti: chirurgia, medicina generale, maternità e pediatria; in più c’è un servizio di radiologia che è il più avanzato di Wau. Joana attualmente è responsabile del reparto di chirurgia.

Lei racconta: «L’assistenza sanitaria in Sud Sudan è molto fragile, nel XXI secolo ci sono ancora molte persone che non hanno accesso alle cure sanitarie di base, e tra di loro molti bambini e donne. La nostra presenza, come suore missionarie comboniane, in un ospedale diocesano non è semplicemente una soluzione per la mancanza di assistenza sanitaria nel paese perché questo è un diritto di base al quale debbono provvedere dalle strutture sociali del paese. La nostra presenza è un richiamo e un segno sacramentale: la società del Sud Sudan, e del mondo intero, non può dimenticare e abbandonare i più vulnerabili tra loro. É la manifestazione che l’amore di Dio è presente, non importa quanto la situazione possa essere buia e difficoltosa».

Quando Joana arrivò in Sud Sudan «la mia prima impressione – ha raccontato- è stata di shock: non avevo mai visto così tanta povertà materiale. Un primo impatto molto forte, l’aeroporto era fatto di tende, non c’era una struttura. Quando sono scesa dall’aereo, ho camminato sulla pista, ho visto la mia valigia sotto una tenda, mi hanno messo un timbro e fine. Un popolo molto disorganizzato, tutto un paese senz’acqua e senza elettricità. Nemmeno nelle zone più povere dove ero stata in precedenza avevo trovato così tanta povertà materiale».

«Quindi – dice oggi – il mio sogno come suora missionaria comboniana non è solo di fornire un aiuto ai bisogni medici delle persone, fin dove è umanamente possibile, ma di seguire le orme di Gesù, che andava in giro “facendo il bene”. E come suora comboniana, seguo il nostro carisma nello sviluppare concretamente l’apostolato e il mio è essere tra i sud-sudanesi». Il metodo di Daniele Comboni è quello di salvare l’Africa con l’Africa.

Dal Ciad al Perù


C’è chi va in missione partendo da terre che sono da sempre luogo di missione. Suor Benjamine Kimala Nanga è una comboniana proveniente da Ciad che, dopo un periodo in Spagna dove ha studiato e lavorato nella pastorale dei migranti, dei giovani e di animazione missionaria, vive e lavora da sei anni in Perù. Qui si occupa della prevenzione contro la tratta di persone e da circa un anno vive in una zona, il distretto del Carmen (Chincha Alta), che è la culla degli afrodiscendenti peruviani.

Come ella stessa ci scrive: «vivo la missione come una chiamata di Dio, questo Dio che cammina con il suo popolo, in questo caso con il popolo peruviano nelle sue diverse realtà. La missione per me oggi è camminare con e al passo delle persone che ci accolgono dalla loro realtà. Il mio servizio missionario nella prevenzione della tratta di esseri umani mi ha portato a conoscere le situazioni socio-politiche, economiche ed ecclesiali del Paese. Questo apprendimento mi ha spinto a vivere la mia presenza missionaria con i piedi sulla terra peruviana e con il cuore pieno di speranza in Gesù Cristo. La dimensione del lavoro nelle commissioni permanenti della Conferenza dei Religiosi ( GPIC -Diritti Umani e Rete Kawsay) del Perù, con la Rete Talitha Kum (inter-congregazionale) sono stati per me spazi di dare e ricevere».

Kawsay, una parola quechua che significa vivere, è una rete composta da più di 38 congregazioni religiose e da alcuni sacerdoti diocesani.

Non ci sono cifre ufficiali ma secondo l’ufficio del difensore civico, lo scorso anno sono scomparse circa cinquemila persone. Di queste, 1.506 erano donne adulte e 3.510 ragazze. In media scompaiono 15 persone al giorno, una ogni due ore. Secondo la polizia, le sparizioni sono legate alla violenza di genere, al traffico di esseri umani, ai traumi familiari. E manca un sistema standard di rintracciamento rapido delle donne scomparse. Durante il lockdown, l’organizzazione per i diritti umani in Perù ha denunciato soprattutto la scomparsa di adolescenti in fuga da una vita di violenza che vengono rapiti o finiscono per essere trafficati.

La missione vissuta da queste giovani donne che si sono messe in cammino partendo da varie parti del mondo, sono uscite verso altre terre, altri popoli e altre culture, è un percorso di trasformazione personale oltre che di evangelizzazione. Per questo Lourdes può dire: «vivere qui nel Medio Oriente ha arricchito il mio essere missionaria. Ho appreso tanto dalle diverse culture e religioni di questa terra, ne risente positivamente il modo di esprimere la mia fede».

È un cammino che trasforma il modo di sentirsi parte della Chiesa. Così ci dice Joana: «non posso essere una donna consacrata se non facendo parte della Chiesa, come comunità di credenti, come “cenacolo di apostole”. Essere qui, in Sud Sudan mi chiama a camminare insieme, a non cercare un passo diverso, più lento o più veloce, ma quello della chiesa concreta che vive, si incarna e celebra la vita stessa di Gesù Cristo».

Tutto questo richiede un nuovo modo di essere consacrate missionarie, una metodologia che, come afferma Benjamine: «vede il centro nel Vangelo come pienezza di vita, ecologia integrale nel linguaggio di oggi. È importante che continuiamo ad evangelizzare e a lasciarci evangelizzare dalle periferie esistenziali, dalle nuove vie di evangelizzazione, per combattere l’ingiustizia e lo sfruttamento delle persone alla radice, in particolare attraverso la prevenzione. È un lavoro trasversale a tutto ciò che facciamo e viviamo; è prendersi cura della vita nella sua totalità”. E conclude: «continuerò ad imparare e a condividere il mio essere missionaria comboniana africana anche qui in Perù con gli afro-discendenti, figli e figlie degli schiavi strappati all’Africa».

Gabriella Bottani e Mariolina Cattaneo
Suore missionarie comboniane

Fonte: Donne Chiesa Mondo – Mensile dell’Osservatore Romano

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano edito nella Città del Vaticano)

Primarie PD: Bonaccini è in vantaggio tra i tesserati al partito, ma nei gazebo può vincere la Schlein.

Si comincia a delineare il quadro delle operazioni congressuali nei circoli del Pd. Alla data del 6 febbraio sono 20184 gli iscritti che hanno già espresso il loro voto. I risultati comunicati dalla Commissione nazionale risultano così articolati: Bonaccini 9808 voti, pari al 48,8%; Schlein 7424 voti, pari al 36,94%; Cuperlo 1690 voti, pari all’8,41%; De Micheli 1176 voti, pari al 5,85%. Il vantaggio di Bonaccini, il candidato più forte secondo le previsioni della vigilia, appare consistente ma non fino al punto di dare per scontato il successo alle primarie.

“Dai dati congressuali – si legge nella nota diffusa ieri dalla Commissione – si conferma ogni giorno che Il Partito Democratico è l’unico partito non personale. Con le Convenzioni dei circoli, centinaia di migliaia di iscritti e iscritte partecipano a una discussione democratica sulle piattaforme politico-programmatiche delle candidate e dei candidati e sui problemi reali del Paese. Successivamente, con le Primarie aperte, tutti saranno coinvolti nella scelta della leadership e degli organismi dirigenti”. E poi prosegue:

“Per questo ringraziamo i dirigenti del territorio e i militanti che in queste ore stanno lavorando con grande generosità e impegno per i congressi nei circoli e per organizzare la più ampia partecipazione degli elettori”. 

Non manca, per altro, una precisazione sulla regolarità del voto. “La Commissione Nazionale per il Congresso esaminerà le criticità ove si registrano. Ad oggi si è evidenziata in particolare la situazione della Provincia di Caserta nella quale la Commissione provinciale non ha approvato l’anagrafe degli iscritti e il tesseramento mostra numerose irregolarità. Per questo si è dato mandato ad un gruppo di lavoro di fare una verifica approfondita sulla situazione del tesseramento 2022 nella suddetta provincia. Più in generale la Commissione ha effettuato un controllo su tutte le tessere online, identificando 4681 tessere che sarebbero state fatte in modo difforme e per le quali abbiamo dato indicazioni puntuali perché siano verificate e annullate alle commissioni provinciali interessate”. 

Si evidenzia, in conclusione, la volontà di scongiurare polemiche laceranti su possibili irregolarità. “Il nostro lavoro – conclude infatti la Commissione – in questa fase è teso a garantire la più ampia e trasparente partecipazione degli iscritti ed iscritte e ad organizzare al meglio le Primarie aperte del 26 febbraio”. Dunque, lo sguardo si sposta già all’evento decisivo delle Primarie, quando la competizione si restringerà ai due principali contendenti: Bonaccini e Schlein. La partita è aperta, anzi apertissima, specie se dovesse verificarsi un’intesa a sinistra, con l’impegno di Cuòerlo a sostenere la Schlein. Anche lo scenario non improbabile di una sconfitta alle regionali in due regioni importanti come la Lombardia e il Lazio, potrebbe dare spazio da lunedì prossimo a una più marcata e finanche brutale richiesta di cambiamento, per la quale a pagare il prezzo maggiore sarebbe Bonaccini, più “istituzionale” rispetto alla “movimentista” Schelein.       

Per certi versi, il sensibile lasso di tempo che intercorre tra le operazioni nei circoli e la chiamata ai gazebo, con l’ingresso di elettori potenzialmente più radicalizzati in ragione della rabbia derivante dall’esito delle regionali, non giova alla serenità del confronto sul futuro del partito. L’idea di una spallata, fino al ripudio di un’intera classe dirigente, potrebbe risultare incontenibile. E incontenibile, di conseguenza, la rimonta della candidata che i media dipingono da mesi come espressione di una spinta dal basso, contro l’anchilosata dirigenza del Nazareno.


Quando il partito era una comunità…Può tornare quel tempo?

Giorgio Merlo

È inutile girarci attorno. I partiti del passato, e soprattutto alcune correnti della Democrazia Cristiana, non erano soltanto strumenti politici previsti dalla Costituzione, ma anche delle vere e proprie comunità. Comunità umane innanzitutto. Cioè vere e proprie scuole di formazione, momenti di autentica amicizia tra i vari leader, militanti e simpatizzanti, luoghi dove si cresceva politicamente e culturalmente. Certo, luoghi anche di sano confronto e di duro scontro ma sempre riconducibili alla politica e al rispetto tra le persone e delle persone. Qualcuno potrebbe dire, e forse anche giustamente, che si tratta di un periodo ormai consegnato alla storia e che non sarà mai più riproponibile. C’è però un aspetto che non può essere facilmente eluso. E cioè, in quella lunga stagione – che coincide con l’intera prima repubblica e con l’inizio della cosiddetta seconda repubblica – i partiti, e le rispettive correnti al loro interno, coincidevano non solo con la militanza delle persone, il radicamento territoriale, la rappresentanza sociale e culturale ma erano anche momenti di crescita personale e comunitaria. Insomma, a prescindere che si facesse, o meno, politica per tutta la vita, si continuava a mantenere un ricordo straordinario per una esperienza che ti aveva segnato profondamente. A livello politico ed umano.

Ora, cosa c’entri tutto ciò – come afferma qualche sofisticato politologo – con la nostalgia o con la testa rivolta al passato resta un mistero. Quello che va evidenziato, semmai, è che oggi il confronto politico è sostanzialmente disciplinato da criteri e da metodi che sono semplicemente estranei ed esterni a tutto ciò che ha caratterizzato quella lunga stagione. E quindi sono altri i metodi, e i disvalori, che ne segnano il comportamento quotidiano. Si potrebbero sintetizzare con alcune parole d’ordine: fedeltà incondizionata al “capo”; partiti personali; inutilità cronica del dibattito e del confronto; correnti di mero potere senza alcuna rappresentatività sociale e culturale; leadership che si affermano e che si sciolgono come neve al sole; sottovalutazione e rinnegamento delle culture politiche e, in ultimo, aridità ed indifferenza alla volontà di dare anche un valore ed un rilievo umano ai rapporti politici all’interno dei partiti e delle rispettive correnti.

Certo, molte di queste degenerazioni sono anche il frutto e la conseguenza dell’irruzione della sub cultura del populismo grillino e di tutto ciò che ha caratterizzato quella malapianta politica. Ma è indubbio che la politica, al di là dello scorrere delle stagioni e del susseguirsi delle varie novità che la caratterizzano, non può rinunciare a delle specificità che conservano una bruciante attualità e una altrettanto e straordinaria modernità. Del resto, che cosa potrà mai nascere dalla concreta esperienza dei partiti personali, dall’azzeramento delle culture politiche o dal sostanziale abbandono del confronto politico se non una politica arida, disumana e finalizzata solo ed esclusivamente ai rapporti di potere? Appunto, rapporti tribali come a quelli a cui abbiamo assistito in queste ultime settimane in Parlamento dove gli insulti, le delegittimazioni morali, personali e politiche hanno il sopravvento su qualsiasi altra considerazione e criterio. 

Verrebbe da dire, usando una celebre affermazione di Mino Martinazzoli, il trionfo “del nulla della politica”. Per questi semplici motivi, forse, è giunto il momento per iniziare ad invertire la rotta. Non per replicare il passato, come ovvio e scontato, ma per riscoprire quelle “fondamenta” che rappresentano gli elementi costitutivi dell’agire politico anche nella società contemporanea.

Signorello, l’affabulatore e il condottiero.

Per capire Nicola Signorello, sindaco di Roma per appena tre anni (1985-1988), è necessario inquadrare il suo modo dintendere e praticare limpegno politico. Era un grande mediatore, ma si rivelò un vero combattente. In fondo riuscì a cogliere lanima della città.

Silvia Costa

Nicola Signorello era anzitutto una persona perbene. Incarnava la versione un po’ aristocratica e papalina del mondo andreottiano romano, dando testimonianza a sinceri e radicati valori democratici maturati fin da giovanissimo e poi coltivati tutta la vita. La sua attenzione al dialogo con le nuove generazioni si manifestava attraverso l’impegno de “Il Domani”, il suo Circolo politico, uno spazio di confronto e approfondimento aperto anche a chi non era di stretta appartenenza correntizia. Nel 1976 fu lui ad accogliere, da segretario della Dc romana, la mia candidatura al consiglio comunale. Avevo 25 anni e da poco mi ero laureata: il Movimento femminile, immaginando di contribuire al “rinnovamento” proposto da Zaccagnini, chiese di mettermi in lista. Mi accompagnava in quel lontano incontro a Piazza Nicosia (sede della Dc romana) Marco Ravaglioli, con cui avrei condiviso la mia esperienza giornalistica a “Il Popolo”, dove approdai nel 1978 (direttore Corrado Belci) dopo vari anni di collaborazione a “La Discussione” (e lì, con Ciccardini e un bel gruppo di giovani, realizzammo il supplemento “Noi giovani idee”). 

Ricordo bene il nostro passaggio all’opposizione dopo 30  anni di continuità amministrativa targata Dc. Iniziava con Argan, insigne figura di studioso, il ciclo delle giunte rosse. Il nostro era un gruppo di eletti molto numeroso (27 consiglieri sugli 80 previsti allora) e profondamente rinnovato. Sulla scia del convegno sui Mali di Roma, promosso nel 1974 dal Card. Ugo Poletti, ci lasciammo volentieri coinvolgere da don Luigi Di Liegro in un lavoro intenso e proficuo per affrontare i nodi del degrado della città. Furono gli anni terribili del terrorismo, che ogni giorno colpiva un magistrato, un politico, un militare, fino al culmine della tragedia di Via Fani; ma anche gli anni di una personale scoperta dell’altra Roma, che conoscevo poco: le periferie sterminate, le mie amate borgate, la marginalità dei giovani, e al tempo stesso la forza del volontariato, delle associazioni e dei militanti, la novità dell’impegno di stuoli di studenti e genitori negli organi collegiali…da quella partecipazione nacque una nuova realtà di impegno politico e sociale .

Giova rammentare la serietà del confronto con i sindaci comunisti che si alternarono nel periodo 1976-1985 : Argan, Petroselli, Vetere. Sarebbe un capitolo di storia politica cittadina da studiare fin nei dettagli. Comunque, dopo quasi un decennio, rovesciammo il quadro politico. Nicola Signorello, che avevo sempre visto un po’ compassato e ironico, abile mediatore e persino affabulatore, sfoderò all’improvviso la grinta del condottiero – tra i suoi collaboratori si faceva notare il prof. Alighiero Erba, ma tanti erano i professionisti romani coinvolti nella battaglia della Dc – che ci guidava alla “reconquista” del Campidoglio! Dimostrò in quella circostanza insospettabili qualità di stratega politico e insieme di “manager” dellacomunicazione e dell’organizzazione: prima il questionario distribuito capillarmente nella città e poi la campagna giocata sulle priorità programmatiche per Roma, furono i cardini di una operazione straordinariamente efficace, da cui scaturì la vittoria dello Scudo crociato! Ci galvanizzò tutti, coinvolgendoci e impegnandoci in una raffica diriunioni e incontri pubblici.

Un’ultima annotazione. Nel 1983 ero stata candidata alla Camera e a causa di brogli (che denunciai) non fui eletta. Entrai due anni dopo, nel mentre si insediava il nuovo Consiglio comunale e lui, a seguire, come nuovo sindaco. Restai poco in Campidoglio, ma potei comunque incrociarel’iniziativa che lui prese con autorevolezza: invitò tutti i capi nazionali dei partiti per chiedere loro l’impegno a presentare una legge che finalmente riconoscesse lo status di Roma Capitale. Anche in quel caso si dimostrò un politico innovatore, capace di un colpo d’ala al momento giusto.Per la Dc intervennero sia Clelia Darida che Giulio Andreotti. Ecco, mi sovviene ancora la battuta di Andreotti con cui si concluse quella seduta finanche austera. In risposta a chi enumerava, con aria mesta, i problemi pressoché insolubili di Roma, rispose alla maniera sua: “Caro collega, dobbiamo interrogarci sul perché di queste difficoltà (di cui parlava anche mia nonna dopo la presa di Porta Pia!) e cercare come classe dirigente politica di rimuovere le cause, trovando possibilmente le risposte adeguate”. E poi concluse: “Spesso diciamo che Roma è “invivibile”, ma non credo che lo sia per l’estensione fisica. Molte città in Europa e nel mondo sopravanzano Roma per dimensione, eppure sono ben governate e servite. Nécredo che il problema sia dato dal numero di abitanti:quando erano solo due, per Remo la città fu veramente invivibile!”.

In fondo Signorello partecipava di questa visione disincantata e forse proprio per questo sapeva cogliere le diverse facce di Roma, riuscendo a stabilire una ineffabile “connessione sentimentale” con l’anima popolare della città. 

Nicola Signorello sarà ricordato stamane in Campidoglio in una cerimonia pubblica voluta dal Sindaco Roberto Gualtieri in collaborazione con gli “Amici di Piazza Nicosia”.

Ucraina, la follia nucleare.

Putin con le spalle al muro potrebbe osare limpensabile. Per questo che i timori dellOccidente circa lapocalisse nucleare non sono infondati. Tuttavia, un utilizzo anche solo di armi nucleari tattiche renderebbe la Russia un paese negletto agli occhi del mondo intero.

Enrico Farinone

Pessime notizie dall’Ucraina. Con l’approssimarsi della primavera si avvicina la nuova offensiva russa, che questa volta – un anno dopo la prima, rivelatasi fallimentare – promette di invadere il paese aggredito e di arrivare, forse, fino a Kiev. Cinquecentomila soldati sono stati reclutati e addestrati in questi ultimi mesi a questo scopo specifico. La disperata richiesta di carri armati e jet da parte di Zelensky muove esattamente da questa consapevolezza, dalla paura – questa volta – di non essere più nelle condizioni di resistere. Anche perché si presume che, dopo i troppi errori inanellati nella precedente campagna, i generali russi dovrebbero aver elaborato un piano tattico sufficientemente efficace e supportato da una preponderanza in uomini al combattimento.

Putin questa guerra deve vincerla, non può nemmeno pareggiarla. Ed è qui che sorge la domanda, e la preoccupazione occidentale, circa il possibile utilizzo da parte di Mosca dell’arma nucleare. Una minaccia velata, talvolta addirittura esplicita, che il Cremlino lancia da quasi un anno e che sinora tutti noi abbiamo lasciato sullo sfondo, increduli in quanto consapevoli che essa è troppo abnorme, anche per i russi. Eppure. Eppure essa oggi fa più paura, rende maggiormente inquieti. Perché lo zar con le spalle al muro – nel caso, ad esempio, di una difesa ucraina efficace grazie alle armi pesanti in arrivo (ma arriveranno in tempo utile?) da Stati Uniti ed Europa e magari addirittura di una controffensiva – potrebbe davvero, spinto a ciò dalla cerchia più oltranzista del regime e dei suoi affiliati, come i ceceni o i mercenari della Wagner, osare l’impensabile. 

A livello semantico, come detto, l’ipotesi è stata messa in campo ormai molte volte. Al punto che abbiamo tutti cominciato a temere che essa nelle stanze segrete del Cremlino non venga considerata meramente tale. Anche solo a pensarci pare tutto pazzesco. La teoria M.A.D. (mutual assured destruction, e in inglese mad significa “matto”, appunto) ha impedito l’esplosione della follia umana ai tempi della Guerra Fredda. Il segretario americano alla Difesa, Robert McNamara, che l’aveva ideata, si basava sulla considerazione che a un primo attacco nucleare sarebbe immediatamente seguita una risposta devastante. Nessuna delle due parti aveva dunque interesse a cominciare le ostilità nucleari. Ora, sul piano della logica e del raziocinio, nulla è cambiato. Ma dal punto di vista delle potenze in grado di decidere la follia dell’attacco invece sì. Il regime russo oggi non è più come quello sovietico, imperniato su una ideologia assoluta ma proprio per questo non manipolabile. E l’obiettivo era l’affermazione del comunismo e il suo consolidamento nelle aree del mondo ove esso si era affermato. Non la sua espansione oltre la cortina di ferro (almeno, così fu sino all’invasione dell’Afghanistan). Oggi invece si mira a rovesciare un governo democraticamente eletto e a conquistare militarmente un Paese che reclama la propria autonomia e indipendenza. Che l’occidente non può abbandonare a sé stesso perché sono in gioco i valori della democrazia, della libera determinazione dei popoli e della loro libertà. Lo scontro è dunque oggi possibile ed è per questo che i timori circa l’apocalisse nucleare non sono infondati.

Questa è la preoccupazione di Papa Francesco, il primo in assoluto a comprendere cosa stava avvenendo nel mondo, già anni fa. Ed è oggi la preoccupazione di tutte le persone raziocinanti. Che a questo punto, credo, devono sperare soprattutto in due fattori, o forse tre. Il primo è quello psicologico. Un utilizzo anche solo di armi nucleari tattiche (“solo” si fa per dire: si tratta di bombe assai più devastanti di quelle lanciate su Hiroshima e Nagasaki) renderebbe la Russia un paese negletto agli occhi del mondo intero; neppure i cinesi giustificherebbero una tale insensatezza (forse solo il pazzo che sta a Pyongyang lo farebbe). Nessuno dei paesi con i quali Mosca sta allacciando rapporti più stretti in funzione anti-occidentale potrebbe tollerare una provocazione che mette a rischio l’intera umanità. Il secondo è d’ordine territoriale. Un attacco nucleare su territorio ucraino renderebbe inabitabili migliaia di chilometri quadrati per conquistare i quali Mosca ha intrapreso una guerra. Non solo. Sono territori confinanti con la Russia medesima, e il vento (che non è governabile) potrebbe portare proprio in Russia le radiazioni nucleari. Ve n’è infine un terzo, forse: la certezza – perché è immaginabile che di questo gli americani abbiano reso edotto il Cremlino – che la risposta della NATO per quanto non nucleare sarebbe devastante sui terreni e sulle acque contese: la Crimea, il Mar Nero tanto per cominciare. E questo potrebbe produrre conseguenze a oggi imprevedibili nelle stanze del potere a Mosca. Un altro dei motivi che dovrebbero consigliare prudenza a Putin. 

Speriamo. Ma in ogni caso non c’è da stare molto allegri. Il 2023 non sarà un anno facile.

Un orizzonte transumano con l’IA? ChatGPT lo nega.

Nelle ultime settimane si parla molto di ChatGPT, progetto sviluppato OpenAI e che vede la partecipazione di grandi guru della ricerca nell’ambito delle tecnologie, (Elon Musk fondatore di Tesla e SpaceX, Reid Hoffman co-fondatore di LinkedIn, Satya Nadella CEO di Microsoft). Ma c’è davvero da preoccuparsi? ChatGPT è un algoritmo di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI, un’organizzazione leader nel settore dell’IA. Si tratta di un modello di linguaggio di ultima generazione che utilizza la tecnologia di Generative Pre-trained Transformer (GPT) per generare testo in modo autoregolato e adattarsi a molteplici attività linguistiche. Ma quali sono le attività che ChatGPT può svolgere meglio? 

Ecco alcuni degli ambiti nei quali può essere utilizzata. ChatGPT è in grado di tradurre testo da una lingua all’altra, permettendo agli utenti di comunicare con persone che parlano lingue diverse. Il modello è in grado di tradurre testo in modo preciso e coerente, adattandosi a molteplici contesti linguistici. Questo modello di linguaggio di ultima generazione tramite la tecnologia di Generative Pre-trained Transformer per generare testo in modo autoregolato e adattarsi a molteplici attività linguistiche. Il sistema è stato addestrato su un vasto insieme di informazioni, compresi codici sorgenti, permettendogli di acquisire conoscenze e competenze in molte aree, tra cui l’informatica. Ciò gli consente di svolgere molteplici attività legate, come la scrittura di software in molti linguaggi e la risoluzione di problemi matematici. Uno dei punti di forza di ChatGPT è la sua capacità di scrivere software in molti linguaggi. Il modello è in grado di comprendere il contesto e formulare codici sorgenti coerenti e funzionali per molteplici linguaggi, tra cui Python, Java, C++ e molto altro. Ciò significa che gli sviluppatori possono utilizzare ChatGPT per accelerare il processo di sviluppo del software, risparmiando tempo e riducendo gli errori.

ChatGPT è in grado di risolvere problemi matematici complessi. Il modello è in grado di comprendere le equazioni matematiche e formulare soluzioni precise e informate. Ciò significa che gli ingegneri, i matematici e altri professionisti che utilizzano frequentemente equazioni matematiche possono utilizzare ChatGPT per accelerare il processo di risoluzione dei problemi, anche in questo caso, riducendo i tempi di produzione. ChatGPT è dotata di un modello di autoapprendimento, il che significa che continua a migliorare man mano che acquisisce nuove conoscenze e competenze. La sua versatilità continuerà a crescere nel tempo, aprendo nuove opportunità per il suo utilizzo nell’informatica e in molte altre industrie. L’utilizzo di ChatGPT nell’informatica è solo l’inizio. Questo modello di intelligenza artificiale potrebbe avere un impatto significativo anche in altre aree, come l’educazione, la finanza e molte altre. Ad esempio, ChatGPT potrebbe essere utilizzato per generare materiali didattici personalizzati per gli studenti, per analizzare i dati finanziari e per supportare la prevenzione delle frodi. In definitiva, ChatGPT rappresenta un passo importante verso il futuro delle tecnologie. Con la sua capacità di autoapprendimento e la sua versatilità, questo modello di intelligenza artificiale apre la strada a nuove opportunità e possibilità senza precedenti. È solo questione di tempo prima che ChatGPT diventi uno strumento essenziale per molte professioni e la sua versatilità continui a crescere. È sicuramente interessante osservare che laddove le risposte sono di carattere tecnico-matematico un computer (ma questo già lo sapevamo), è molto più veloce per la sua capacità di calcolo.

Abbiamo provato a chiedere di scrivere il linguaggio “C” un programma che, dopo aver verificato la correttezza formale di due date (tra il 1700 e il 2400), ci calcolasse i giorni che intercorrevano tra le due. In pochi secondi ci ha sviluppato il codice. Posso affermare che il codice sviluppato è risultato corretto in relazione alla richiesta fatta. Sicuramente un risultato strabiliante considerando che è stato scritto in una manciata di secondi. Lo stesso tempo non sarebbe bastato ad un umano per digitare il codice sulla tastiera! Gli investitori sono restii a fornire dati sul budget finora utilizzato e, anche se non è pubblicamente disponibile una cifra precisa sugli investimenti finanziari effettuati per realizzare ChatGPT possiamo pensare che siano stati investiti centinaia di milioni di dollari. OpenAI, l’azienda che ha sviluppato il modello, è stata finanziata da investitori tra cui il co-fondatore di Tesla e SpaceX Elon Musk, il co-fondatore di LinkedIn Reid Hoffman e il CEO di Microsoft Satya Nadella ed ha ricevuto finanziamenti da aziende come Microsoft e Infosys.

Tuttavia, è probabile che gli investimenti necessari per sviluppare un modello di intelligenza artificiale di tale portata saranno ancora molto più significativi. Sviluppare un modello di questa complessità richiede non solo investimenti finanziari, ma anche ingenti risorse tecniche, come server potenti, grandi quantità di dati e un team altamente qualificato di ingegneri e ricercatori. In ogni caso, gli investimenti effettuati in ChatGPT sono stati considerati strategici dai finanziatori di OpenAI, poiché ritengono che la tecnologia dell’intelligenza artificiale rappresenti un’opportunità enorme per il futuro e che modelli come ChatGPT avranno un impatto significativo in molte discipline. Infine, sperimentando ChatGPT e sottoponendo quesiti dai quali ci aspettavamo risposte più peculiari, abbiamo notato, invece, la ripetitività dei vocaboli utilizzati ed una limitata capacità di “sofisticazione” del linguaggio che appare poco più che nozionistico. Manca, quindi, quella capacità lessicale che è legata alla formazione, alla cultura ed allo stile di chi si appresta a scrivere su un argomento di cui ha profonda conoscenza e laddove i sinonimi e le sofisticazioni lessicali fanno la differenza.

Possiamo stare quindi tranquilli ed affermare che un computer (seppur diventato indispensabile, basta pensare alla funzione che tablet e smartphone hanno assunto nella nostra quotidianità), non è ancora possibile che possa sostituirsi alla fantasia ed al genio umano. Potranno svolgere mansioni al servizio della comunità così come lo fanno le varie App che oramai tutti utilizziamo, ma pur sempre frutto della fantasia e del genio degli uomini. Alla luce di quanto sopra, appare corretto affermare che chatGPT, come l’intelligenza artificiale in generale sia una grande opportunità, come per l’informatica lo sono state le e-mail negli anni ’90 ed i social dai primi anni di questo millennio, in medicina la chirurgia laparoscopica e con l’ausilio di robot, in ingegneria l’utilizzo di droni o aerei senza il pilota, etc etc. Ma la definizione di “Intelligenza” che offre il vocabolario Treccani recita così: “Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento; propria dell’uomo, in cui si sviluppa gradualmente a partire dall’infanzia e in cui è accompagnata dalla consapevolezza e dall’autoconsapevolezza, è riconosciuta anche, entro certi limiti (memoria associativa, capacità di reagire a stimoli interni ed esterni, di comunicare in modo anche complesso, ecc.), agli animali, spec. mammiferi (per es., scimmie antropomorfe, cetacei, canidi)”. 

Dunque non si puo, come definizione, certamente applicare alla AI (Intelligenza Artificiale). Un computer è sicuramente in grado di effettuare calcoli con una velocità che per noi umani è impensabile, ma possiamo ancor più sicuramente affermare ciò che ancora resta ovvio: un computer non è capace di pensare! L’AI (Intelligenza Artificiale) è sicuramente da considerare un’enorme occasione che sicuramente offrirà utilità e vantaggi. L’espressione “intelligenza”, ad ora, secondo il parere di chi scrive, è utilizzata più per stupire che per determinare uno stato oggettivo.

Non è obbligatorio il registro elettronico di classe

Il classico registro cartaceo dovrebbe essere sostituito da quello elettronico. Quanto è valido? Molti ne segnalano l’inutilità, la compilazione faticosa, la farraginosità della modulistica, le difficoltà per le famiglie di accedervi. Non può essere imposto.

Francesco Provinciali

Non è vero che le azioni che si compiono, i comportamenti che si mettono in atto e ciò che si utilizza per mera abitudine consolidata e persino prevalente sia o possa diventare obbligatorio per prassi: come si dice in termini giuridici “la consuetudine non può mai operare contra legem”. In molti istituti scolastici i dirigenti scolastici hanno di fatto imposto ai docenti l’utilizzo del registro elettronico in sostituzione di quello cartaceo, in ogni ordine e grado, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado. La motivazione più accreditata è l’estensione – per una sorta di transfert applicato ad ogni contesto istituzionale e degli apparati della P.A. – della digitalizzazione come modo di svolgere operazioni d’ufficio, pratiche, annotazioni: insomma la sostituzione dei tradizionali mezzi – carta e penna – con le nuove tecnologie, per comunicare o archiviare. 

Una deriva che ha assunto toni e modalità attuative persino parossistiche, applicando un principio generale a fattispecie sulle quali occorrerebbe esercitare il prioritario uso del pensiero critico e del buon senso. Specie quando l’uso del digitale vale più come metodo a prescindere, senza chiedersi se ci sia una corrispondenza pratica in termini di efficienza, efficacia, praticità, riservatezza ovvero trasparenza degli atti: se la forma prevale sulla sostanza si rischia di compromettere la concretezza per favorire una prassi acritica, suscettibile di generare complicazioni anziché la tanto decantata semplificazione. Ma la manualità non si riduce alla sola digitazione, premere un tasto non potrà mai sostituire lo scrivere una parola., il passato non si cancella e vanno conservate tutte le modalità attraverso cui esprimersi e comunicare.

Le contestazioni al registro elettronico riguardano in prevalenza la sua effettiva utilità, il tempo necessario per compilarlo, il suo essere strumento di annotazione e certificazione consultabile. Un ispettore scolastico in visita ad una classe avrebbe difficoltà, ad esempio ad accedere ai dati: esercitando una funzione istituzionale di controllo nell’interesse del pubblico servizio dovrebbe poter disporre ‘ictu oculi’ cioè ‘de visu’ di tutti gli elementi di valutazione. L’archiviazione digitale dei dati richiede username e password (per non dire il resto) che la rendono criptica, differibile e persino potenzialmente alterabile (qui non vale l’antico detto ‘scripta manent). Questo è un aspetto riduttivo di una malintesa autonomia scolastica perché gli atti di istituto devono essere consultabili: la qualità del servizio scolastico viene verificata attraverso il controllo tecnico, per le vie amministrative ma il registro di classe è un documento pubblico che afferisce ad un pubblico servizio. Su questo la giurisprudenza è pacifica. Esiste peraltro – e non è stato soppresso- un modello cartaceo di registro di classe validato dal Ministero e distribuito – con oneri di acquisto – a tutti gli istituti scolastici della Repubblica. Mandarlo al macero in attesa che venga ufficialmente sostituito da quello digitale (se e quando ci sarà) sembra francamente uno spreco di denaro pubblico.

Vero è che il D.L. n. 95 del 2012, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 135, aveva introdotto l’obbligo per le scuole di dotarsi di registro elettronico a decorrere dall’anno scolastico 2012-2013, prevedendo che il MIUR predisponesse entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto un piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, studenti e famiglie. Questo piano tuttavia non è mai stato predisposto, vanificando la norma e rendendo non obbligatorio l’utilizzo di registro e pagelle elettroniche. Come peraltro puntualizza in modo inequivocabile la sentenza della Cassazione Sez. V, Sent., (ud. 02-07-2019) 21-11-2019, n. 47241 ed è noto che le Sentenze di Cassazione fanno giurisprudenza fino a diversa legislazione.

Si aggiungano le due Sentenze del Giudice del Lavoro del Tribunale di Catania dell’8/9/2020 secondo cui le disposizioni del citato D.L 95/2012 sul registro elettronico assumevano una valenza meramente programmatica, non essendoci stata una successiva regolamentazione attuativa. Infine il Presidente della stessa Sezione Lavoro del Tribunale di Catania in data 2/12/2020 annullava la sanzione disciplinare inflitta da una Dirigente Scolastica ad alcune insegnanti si erano rifiutate di utilizzare il registro elettronico. Da quando grazie alle intuizioni di una politica che predilige gli effetti speciali sono state accreditate metafore come quelle del ‘preside sceriffo’ o ‘capitano della nave’, sta passando una declinazione para-militare dell’organizzazione scolastica. Fino a quando non sarà reso obbligatorio, il registro digitale di classe è solo sperimentale e non è sufficiente una delibera del collegio dei docenti per imporlo né tanto meno che qualcuno possa dire… “si usa perché lo dico io”. Sic stantibus rebus, dunque, il tipo di registro da usare deve rispondere ai criteri di utilità, praticità, certezza delle modalità di compilazione e resta – fino a prova contraria – uno strumento d’uso del docente che rientra nel più ampio contenitore della libertà d’insegnamento: che è indefettibilmente e per giurisprudenza libertà di metodo.

Francesco Provinciali, è stato dirigente ispettivo del MIUR.