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Quel silenzio del Papa nell’abisso di dolore di Auschwitz. Una nota di “Radio Vaticana”.

Cinque anni fa, la visita di Francesco nel lager nazista nell’ambito del suo viaggio in Polonia per la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia del 2016. Meno di due ore trascorse tra luoghi di morte e persecuzione, che il Pontefice volle condurre nel silenzio più assoluto, comunicando il dolore per l’orrore della Shoah solo attraverso simboli e gesti.

 

Salvatore Cernuzio

 

Cinque anni dopo, rimangono solo queste poche parole in spagnolo impresse sul Libro d’Onore a ricordare la visita che Papa Francesco compì in quel luogo di orrore e dolore che fu e che tuttora rappresenta il lager di Auschwitz-Birkenau. Tra la musica e il chiasso festoso dei giovani di tutto il mondo venuti in Polonia per la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, il Pontefice volle incastonare, il 29 di luglio del 2016, un momento di assoluto silenzio nel campo di sterminio nazista. Il primo e probabilmente finora l’unico in cui il Pontefice argentino non proferì parola.

 

La preghiera nella cella di San Massimiliano Kolbe

 

Di quel giorno si ricorda infatti la preghiera solitaria di Francesco seduto su una panca, accanto al muro delle esecuzioni, dove ancora sono visibili le chiazze di sangue rappreso dei prigionieri colpiti a morte con un proiettile alla nuca. E rimane lo sguardo commosso durante i quindici minuti trascorsi nella penombra della cella 18 – la cosiddetta “cella della fame” – in cui fu rinchiuso san Massimiliano Kolbe, il francescano che scelse di sacrificare la propria vita a favore di quella di un padre di famiglia, tra i dieci prigioneri del Block 11 a cui i nazisti imposero la morte.

 

Un messaggio urlato nel silenzio

 

Una scelta mirata e ragionata quella del Pontefice di condurre le circa due ore di visita ad Auschwitz nel totale silenzio. Un modo per urlare al mondo che, ancora, dopo quasi ottant’anni, non c’è alcun verbo sufficiente a descrivere la logica perversa che generò quell’abisso di crudeltà ricordato nella storia come Shoah. Capitolo così drammatico da lasciare sempre fisicamente muto il Papa argentino, come si è visto pure recentemente nell’incontro, a margine di un’udienza generale, con Lidia Maksymowicz, sopravvissuta polacca di origine bielorusse. Anche con lei Francesco non proferì parola, ma comunicò solo con un gesto: il bacio sul numero tatuato sul braccio.

 

Il Venerdì Santo degli innocenti

 

E di gesti il Papa ne fece tanti in quella mattinata di cinque anni fa in quei luoghi di morte e persecuzione. Un venerdì, quasi un Venerdì Santo – a cui seguì la visita in un ospedale pediatrico e la Via Crucis con i giovani della Gmg – durante il quale il Pontefice, seppur con le labbra serrate, fece risuonare il grido di ogni innocente salito verso il suo Golgota o che continua a salirci ancora oggi, perché vittima di una “terza guerra mondiale a pezzi”.

 

L’abbraccio ai sopravvissuti

 

Sin dal suo lento incedere, a capo chino, all’ingresso di Auschwitz, sotto l’ombra della scritta sbilenca Arbet Macht Frei (“il lavoro rende liberi”), la visita nel lager di Jorge Mario Bergoglio è stata costellata da gesti e simboli. Il primo fu il bacio ad una delle travi del palo delle impiccagioni, poi il capo poggiato sul freddo muro della Piazza dell’Appello e il sobrio abbraccio ad ognuno dei dieci superstiti, tra cui Helena Dunicz Niwinska, ex violinista sopravvissuta che il giorno successivo avrebbe compiuto 101 anni. A lei una carezza sul capo da parte del Papa. La stessa carezza ripetuta, pochi minuti dopo, alle pareti della cella di Massimiliano Kolbe, dove il frate incise alcuni graffiti, tra cui una croce a cui guardare durante le preghiere recitate tra i morsi della fame.

 

Tappa a Birkenau

 

Impressionò all’epoca, a chi ha avuto la fortuna di prendere parte a quell’evento, come tutti i presenti – dai gendarmi, che comunicavano con gli occhi, ai cronisti al seguito del Papa, che trasmettevano le loro dirette Tv mostrando solo le immagini – si raccolsero insieme al Santo Padre in questo pellegrinaggio della memoria e vollero rispettarne il silenzio. Solo un neonato, con il suo pianto spontaneo, ruppe la quiete nell’esatto momento in cui il Pontefice, dopo aver percorso in auto elettrica il rettilineo di oltre un chilometro fiancheggiante le rotaie che partono dalla cosiddetta “Porta della Morte”, varcava la soglia del memoriale di Birkenau.

 

Dopo le baracche in legno e mattoni di Auschwitz, il Papa volle infatti fare tappa anche nel vicino campo di concentramento, teatro della “soluzione finale”, lo sterminio di massa che i nazisti realizzarono sistematicamente attraverso le camere a gas. In quei 173 ettari, trovarono la morte milioni di ebrei e di prigionieri stranieri, avvelenati dallo Zyklon B.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-07/papa-cinque-anni-fa-la-visita-ad-auschwitz.html

Italia Green, dopo il G20 la speranza di una “transizione” in tempi relativamente brevi.

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore l’editoriale che apre il n. 122, in uscita in questi giorni della rivista “Ambiente-Comunità e Salute” edito dal Politalia Comunicazioni iatituzionalime patrocinata dall’Unione delle Province Italiane (UPI).

 

Marco Frittella

 

La recente conferenza del G20 a Napoli dedicata all’ambiente ha dimostrato come la diplomazia degli Stati sia insufficiente a garantire una accelerazione del passaggio ad un nuovo modello di sviluppo ecosostenibile, unico in grado di limitare i danni del Climate Change. Benchè la presidenza italiana  possa vantare degli indubbi successi nell’aver fatto approvare un testo finale coinvolgendo i grandi inquinatori come Cina e India su temi  dai quali si sarebbero ritratti solo fino a qualche anno fa, tuttavia quando si è cercato di stringere un accordo sull’accelerazione della decarbonizzazione entro il 2025, si è stati costretti a rimandare la discussione  a nuovi appuntamenti, ed è purtroppo prevedibile  che con questo rinvio si arriverà sino a COP26 di Glasgow di novembre 2021: appuntamento che definiamo certamente cruciale ma su cui forse si appuntano soverchie speranze. Cosa ne possiamo dedurre?

 

Ne possiamo dedurre che se abbiamo una speranza di compiere la transizione in tempi relativamente  brevi, questa risiede nella forza della società e dell’economia, nella pressione dei giovani e delle associazioni ambientaliste, nella dinamica inarrestabile del green business e nell’avanzamento della ricerca tecnologica e della scienza. C’è una forza delle cose che supera anche il più sofisticato accordo diplomatico e c’è una forza della natura che rischia di stravolgere la nostra vita e quella del Pianeta: tutto sta a capire chi vincerà questa corsa contro il tempo. Del resto, non è forse vero che proprio negli anni della presidenza negazionista di Donald Trump, l’utilizzo del carbone negli Stati Uniti sia tornato ai livelli del 1995?

 

Questo non lo diciamo, beninteso, perché sottovalutiamo il peso della politica degli Stati ma perché ricordiamo che lo storico accordo di Parigi di sei anni fa non è servito a imprimere  la decisa sterzata che era necessaria, e oggi paesi come la Cina, l’India, l’Australia, il Brasile continuano a dipendere largamente dal carbone e non accettano di accelerare la conversione delle loro economie per fermare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius, oltre il quale i danni diventeranno ingestibili.

 

Se le leadership sono deboli, i popoli possono manifestare la loro forza. Nei comportamenti individuali e nell’azione collettiva. In questo fortunatamente l’Italia, per il terzo anno di seguito leader europeo di economia circolare e di riciclo dei rifiuti, è in prima fila: con le sue contraddizioni, certo, ma anche con tante potenzialità.

Lavoratori fragili e Smart working: si riparte da capo.

Francesco Provinciali

 

Con il prolungamento dello ‘stato di emergenza’ pandemica fino al 31 dicembre 2021 si ripropongono alcune questioni legate alla categoria dei lavoratori fragili e dei titolari delle tutele di cui alla legge 104/92, nel settore pubblico e in quello privato.

 

Con Decreto Legge-COVID19 n.° 105 del 23 luglio 2021 viene infatti prorogata la possibilità di accedere allo smart working per i lavoratori certificati temporaneamente inidonei alla normale attività lavorativa, ‘provvidenza’ che era stata sospesa dopo il 30 giugno u.s.

 

L’art. 9 del citato decreto – infatti- ripristina retroattivamente la facoltà di avvalersi del lavoro agile nel periodo compreso tra il 1° luglio u.s. e il 31 ottobre p.v. Tutta la normativa relativa alla tutela dei lavoratori cd. “fragili” ha seguito peraltro l’evoluzione della pandemia e -in modo diversificato- è stata correlata allo stato di emergenza, considerando che i soggetti affetti da invalidità riconosciuta, malattie autoimmuni, cure chemioterapiche, artrite reumatoide, situazioni di tutela personale previste dall’art.3 comma 3 della legge 104/1992  ecc. avrebbero corso un rischio elevato di contrarre il Covid19 nel proprio ambiente di lavoro.

 

La campagna vaccinale in atto ha interessato anche i lavoratori fragili che – se vaccinati  con una o due somministrazioni o in possesso della “Green card” presentano adesso una esposizione al rischio teoricamente meno compromessa in partenza, ferme restando le incognite della variante Delta (e di altre possibili a motivo della mutazione genetica del virus) tenuto conto dei contesti lavorativi dove si presentano di norma situazioni di promiscuità e quindi di potenziale compromissione.

 

La possibilità di accedere allo smart working con domanda da presentare al datore di lavoro , previo possesso del certificato di inidoneità temporanea legata al perdurare dello stato di emergenza, rilasciato dal medico competente o dall’autorità sanitaria della AST, risolve dunque se pur parzialmente questo potenziale vulnus.

 

In passato, tuttavia, ai lavoratori fragili era consentito di avvalersi dello stato di malattia equiparato al ricovero ospedaliero e non computabile nel periodo di comporto del rispettivo CCNL : questa forma di ulteriore tutela (ad evitare contagi in situazioni in cui l’attivazione dello smart working avrebbe comportato difficoltà operative) era stata concessa , poi rimossa, poi ancora ripristinata.

 

Per ricordare i passaggi più recenti il Decreto sostegni varato dal Governo il 19 marzo u.s. prevedeva la piena tutela per i lavoratori fragili del settore pubblico e privato, con l’estensione fino al 30 giugno 2021 del periodo utile ad usufruire a richiesta del congedo per gravi motivi sanitari equiparato al ricovero ospedaliero.

In questo modo veniva sanato un vulnus che il DPCM 2 marzo 2021 non aveva previsto, non rinnovando analoga previsione normativa che invece era contemplata all’art. 481 della legge di bilancio 2021 n°178 del 30/12/2020.

Ne conseguiva che i lavoratori fragili che non potevano essere adibiti a lavoro agile e che erano stati riconosciuti “inidonei temporaneamente al servizio ordinario”, con certificazione della Commissione ATS o del medico competente, potevano chiedere di usufruire fino al 30 giugno del congedo per motivi di salute – “prevenzione COVID 19” , con certificato del medico di base purchè riportasse il codice V07.

 

Allo stato attuale – tuttavia – il citato D.L. 105 del 23 luglio 2021 non contempla più questa possibilità. Quindi, di fatto e in diritto, lo smart working rimane l’unica forma di tutela applicabile per questa categoria di lavoratori. Per ora, tuttavia: infatti un eventuale ripristino di questa fattispecie normativa resta legato all’evoluzione della pandemia e ai risultati della campagna vaccinale, che non prevede per ora l’obbligo di sottoporsi alla somministrazione del vaccino.

 

Ne deriva che la “partita” resta aperta e in predicato di ulteriori, eventuali provvedimenti e tutele legati all’andamento della pandemia. Non mancheremo di seguire gli sviluppi della questione per la quale in passato avevamo interpellato la Presidenza del Consiglio dei Ministri con esito, come sopra descritto, favorevole.

Sviluppare un network pubblico-privato per finanziare ricerca e sviluppo. Il punto su “Italia informa”.

Riportiamo il testo integrale dell’articolo scritto dal prof. Pertile, vicino a “Rete Bianca” e a “Insieme”,  che appare sul numero di luglio-agosto’ di “Italia informa. Magazine economico-finanziario”.

 

Roberto Pertile

 

Come scrive Jeremy Rifkin in “Un green new deal globale”, quattro tra i principali settori produttivi (tecnologie dell’in- formazione, energia e elettricità, mobilità e logistica, edilizia), stanno disinvestendo dai combustibili fossili optando per le nuove tecnologie “verdi”. In altri termini, settori industriali fondamentali per lo sviluppo si affidano all’energia proveniente, ad esempio, da fonti rinnovabili, il cui costo di impiego è in continua diminuzione.

 

Le componenti tradizionalmente più aggressive del mercato puntano ad un sistema produttivo a zero emissioni di carbonio, in quanto valutato, in più sedi, più redditizio rispetto al tradizionale utilizzo delle tecnologie al carbonio, e più idoneo a fornire opportunità occupazionali. Potrebbe essere l’inizio di una massiccia campagna di progressivo disinvestimento/reinvestimento.

 

Rifkin giudica che è imminente la trasformazione della infrastruttura tradizionale, ormai desueta, basata sui combustibili fossili, in una ad emissioni zero nel ragionevole arco temporale di un ventennio.

 

In un contesto ecosostenibile l’economia circolare assume un ruolo di fondamentale importanza: le risorse vengono riutilizzate il più a lungo possibile, attraverso processi di riconfigurazione dei materiali riutilizzabili.

 

L’economia circolare è un classico modello di economia “verde” in cui l’impresa si dovrebbe caratterizzare per investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) e in attrezzature digitali, in un orizzonte temporale di medio-lungo periodo, (cosa non sempre perseguita dall’imprenditore attuale, poco propenso in genere ad assumere rischi di lungo periodo).

 

Questo processo di risanamento dell’ambiente trova poco consenso nel mercato attuale, che non riconosce il margine relativo ai costi sostenuti per annullare l’impatto ambientale negativo. Si tende, cioè, a non far ricadere sul prezzo finale dei prodotti i maggiori investimenti in tecnologie sostenibili.

 

Di conseguenza, si cerca di valutare l’opportunità di un intervento pubblico di sostegno agli investimenti in R&S e nella formazione in capitale umano, nonché in infrastrutture digitali.

 

Attualmente, i modelli di business prevedono costi di transizione all’economia verde non sempre coperti dai prezzi di mercato. A questo proposito, è ormai prioritario sviluppare un network di collaborazione tra pubblico e privato allo scopo di ottenere investimenti a lungo termine in attività di impatto ambientale, a discapito di condotte aziendali non più sostenibili.

 

Partendo dagli investimenti delle,aziende “a zero ossido di carbonio” si può ipotizzare una strategia di uscita dalla civiltà

dei combustibili fossili. Con una dose significativa di risorse impiegate con responsabilità sociale, si può promuovere l’avvio di un auspicabile capitalismo sociale. Parliamo di un modello economico in grado di accelerare la transizione ad una economia a zero emissioni.

Come e dove trovare le risorse? Serve una finanza strutturata a medio-lungo termine. Jeremy Rifkin, nel testo citato, riporta che Bill Gate e Warren Buffett hanno dichiarato che si potrebbe pensare ad un aumento delle aliquote fiscali per i “super ricchi” da destinare al finanziamento dell’economia verde. Tuttavia, questa fonte di entrate non basterebbe.

 

Il piano nazionale di ripresa e resilienza (Next Generation Italia) prevede un significativo finanziamento alla digitalizzazione, in- novazione e competitività nel sistema produttivo, nonché all’economia circolare. Ha il limite di avere una durata temporale limitata, a fronte di un fabbisogno di lungo periodo.

 

Si potrebbe anche ricorrere allo strumento del credito d’imposta, quale mezzo di raccolta per un arco di tempo di almeno venti anni. C’è da progettare, dunque, una “manovra di sistema” per una solida e innovativa formazione di un mercato del solare, dell’eolico e di aziende circolari. Spetta alle imprese, ai lavoratori e alle comunità locali di costruire insieme un modello di capitalismo sociale per una società “green”.

Fondazione Gimbe: “Siamo entrati nella quarta ondata”

“Siamo entrati nella quarta ondata”, dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, commentanto i nuovi dati elaborati dalla sua organizzazione.

Infatti, nella settimana 21-27 luglio, rispetto alla precedente, in tutte le Regioni eccetto il Molise l’elborazione della fondazione ha rilevato un incremento percentuale dei nuovi casi.

Non solo: il monitoraggio di Gimbe rileva che nella settimana 21-27 luglio 2021, rispetto alla precedente, vi è stato  un incremento di nuovi casi (31.963 contro i 19.390) e decessi (111 contro i 76).

In aumento anche i casi attualmente positivi (70.310 conto i 49.310), le persone in isolamento domiciliare (68.510 vs 47.951), i ricoveri con sintomi (1.611 vs 1.194) e le terapie intensive (189 vs 165).

E rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni: decessi: 111 (+46,1 per cento); terapia intensiva: +24 (+14,5 per cento); ricoverati con sintomi: +417 (+34,9 per cento); isolamento domiciliare: +20.559 (+42,9 per cento); nuovi casi: 31.963 (+64,8 per cento); casi attualmente positivi: +21.000 (+42,6 per cento).

La cerimonia del Ventaglio al Quirinale. Il discorso del Presidente della Repubblica.

Si è svolta ieri, al Palazzo del Quirinale, la tradizionale cerimonia di consegna del “Ventaglio” al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da parte del Presidente dell’Associazione Stampa Parlamentare, Marco Di Fonzo, alla presenza dei componenti del Consiglio direttivo, degli aderenti all’Associazione e di personalità del mondo del giornalismo. Si seguito il saluto del Presidente della Repubblica rivolto a Di Fonzo.

 

 

Grazie caro Presidente,

 

il suo intervento, così puntuale, ha toccato diversi punti di grande interesse. Ne raccoglierò alcuni, quelli su cui posso esprimermi, evitando argomenti strettamente politici, cui devo rimanere rigorosamente estraneo.

 

Lei ha ricordato il periodo di straordinaria e grave emergenza pandemica che stiamo purtroppo ancora vivendo, lo stiamo vivendo a livello mondiale. Un fenomeno a livello mondiale che ha colto il mondo di sorpresa.

 

In poche settimane, con il dilagare di questo virus sconosciuto e insidioso, i bisogni e le domande dei cittadini di tutto il mondo si sono riversate sui governi con una drammaticità inedita. Richieste essenziali – la sopravvivenza, l’accesso alle cure e agli ospedali, la protezione della salute propria e dei propri cari, la tutela dei redditi e del lavoro – che hanno sottoposto a uno stress molto duro le complesse dinamiche che presiedono un mondo che si è mostrato sempre più interdipendente.

 

Ne risulta evidente la necessità di un profondo ripensamento verso forme di ampia e crescente cooperazione internazionale e mi auguro che questa esigenza venga compresa nella comunità internazionale.

 

Abbiamo vissuto un anno difficile, mesi drammatici.

 

Lentamente e non senza contraddizioni – dovute all’eccezionalità della situazione da affrontare del tutto ignota – grazie a uno sforzo straordinario di collaborazione scientifica a livello globale e anche di collaborazione economica, sono stati individuati due filoni che ci hanno permesso di incamminarci sulla via dell’uscita dalla crisi. La campagna di vaccinazione e la scelta di mettere in campo ingenti sostegni pubblici per contenere le conseguenze delle chiusure e dei distanziamenti a livello economico, produttivo e occupazionale.

 

Due strade che hanno consentito speranza e fiducia, quei segni positivi di cui lei ha parlato.

 

La vaccinazione e gli interventi di rilancio economico continuano a essere gli indispensabili strumenti per assicurare sicurezza e serenità.

 

La pandemia non è ancora alle nostre spalle. Il virus è mutato e si sta rivelando ancora più contagioso. Più si prolunga il tempo della sua ampia circolazione e più frequenti e pericolose possono essere le sue mutazioni. Soltanto grazie ai vaccini siamo in grado di contenerlo.

 

Il vaccino non ci rende invulnerabili ma riduce grandemente la possibilità di contrarre il virus, la sua circolazione e la sua pericolosità.

 

Per queste ragioni la vaccinazione è un dovere morale e civico.

 

Nessuna collettività è in grado di sopportare un numero di contagi molto elevato, anche nel caso in cui gli effetti su molta parte dei colpiti non fossero letali. Senza attenzione e senso di responsabilità rischiamo una nuova paralisi della vita sociale ed economica; nuove, diffuse chiusure; ulteriori, pesanti conseguenze per le famiglie e per le imprese, che possono essere evitate con attenzione e senso di responsabilità.

 

La pandemia ha imposto grandi sacrifici in tanti ambiti. Ovunque gravi. Sottolineo quelli della scuola. Ne abbiamo registrato danni culturali e umani, sofferenze psicologiche diffuse che impongono di reagire con prontezza e con determinazione. Occorre tornare a una vita scolastica ordinata e colmare le lacune che si sono formate. Il regolare andamento del prossimo anno scolastico deve essere una priorità assoluta.

 

Gli insegnanti, le famiglie, tutti devono avvertire questa responsabilità, questo dovere, e corrispondervi con i loro comportamenti.

 

Auspico fortemente che prevalga il senso di comunità, un senso di responsabilità collettiva.

 

La libertà è condizione irrinunziabile ma chi limita oggi la nostra libertà è il virus non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo.

 

Se la legge non dispone diversamente si può dire e pensare: ” In casa mia il vaccino non entra”. Ma questo non si può dire per ambienti comuni, non si può dire per gli spazi condivisi, dove le altre persone hanno il diritto che nessuno vi porti un alto pericolo di contagio; perché preferiscono dire:” in casa mia non entra il virus”.

 

 

 

Sull’altro versante, sappiamo che, dall’Unione Europea, sono in procinto di giungere le prime risorse del programma Next Generation.

 

Gli interventi e le riforme programmate devono adesso diventare realtà. Non possiamo fallire: è una prova che riguarda tutto il Paese, senza distinzioni. Quando si pongono in essere interventi di così ampia portata, destinati a incidere in profondità e con effetti duraturi, occorre praticare una grande capacità di ascolto e di mediazione. Ma poi bisogna essere in grado di assumere decisioni chiare ed efficaci, rispettando gli impegni assunti.

 

Desidero dare atto alle forze politiche e parlamentari, in maggioranza e in opposizione, ai governi che si sono succeduti durante la pandemia, alle strutture dello Stato e ai nostri concittadini di aver compreso la gravità della situazione sanitaria, economica e sociale, manifestando complessivamente – al di là di inevitabili differenze di toni e di opinioni – uno spirito di sostanziale responsabilità repubblicana.

 

Anche per questo conto che le forze politiche, di fronte a un tempo che sembra volgersi verso prospettive migliori, continuino a lavorare nella doverosa considerazione del bene comune del Paese.

 

Conto che non si smarrisca la consapevolezza della emergenza che tuttora l’Italia sta attraversando, dei gravi pericoli sui versanti sanitario, economico e sociale.  Che non si pensi di averli alle spalle. Che non si rivolga attenzione prevalente a questioni non altrettanto pressanti.

 

Abbiamo iniziato un cammino per uscire dalla crisi, ma siamo soltanto all’inizio. Ci siamo dati obiettivi ambiziosi e impegnativi, di medio e lungo periodo. Perseguirli con serietà e con responsabilità significa anzitutto guardare con il realismo necessario all’orizzonte che abbiamo davanti.

 

Presidente Di Fonzo, lei ha auspicato che si possano recuperare completamente gli spazi di agibilità nella vostra professione. In un mondo dell’informazione – in particolare quello della carta stampata – che ha subito anch’esso le conseguenze della pandemia.

 

Gli effetti di questa si sono aggiunti a fenomeni già in corso che producono fratture dei nostri modelli di sviluppo e di convivenza, sfidandoci a un loro ripensamento complessivo.

 

Questa capacità di lettura dei tempi nuovi e del bisogno di adeguamento rappresenta un impegno essenziale per le democrazie.

 

Un ripensamento di modello non può prescindere dalla riaffermazione dei fondamentali diritti di libertà che sono il perno della nostra Costituzione e dell’Unione Europea.

 

Prendo a prestito, a questo riguardo, le parole della risoluzione che il Parlamento Europeo ha dedicato alla relazione della Commissione sullo Stato di diritto, in cui viene definita centrale “la protezione della libertà e del pluralismo dei media” e “la sicurezza dei giornalisti “.

 

Va assicurata la massima attenzione alla proposta annunciata dalla Commissione Europea di un provvedimento normativo per la libertà dei mezzi di espressione, così come l’annuncio della presentazione, il prossimo autunno, di una Direttiva per la protezione dei giornalisti contro le azioni “bavaglio” dirette a far tacere, o a scoraggiare, le voci dei media.

 

Alla cornice di sicurezza entro cui devono poter operare i giornalisti, in virtù della loro specifica funzione, si aggiunge l’esigenza di agire affinché il processo di ristrutturazione e di riorganizzazione del comparto industriale dei media non veda indebolirsi il loro contributo alla vita democratica del Paese.

 

La riforma recente dell’Ordine ha consolidato l’autonomia della professione giornalistica, ribadendone il carattere di professione intellettuale. Questo significa che non ci sono scorciatoie in virtù delle quali tutti siano “caballeros” secondo quanto viene attribuito a Carlo V nella sua visita ad Alghero.

 

Garantire rigore e autonomia significa prendere atto che ai giornalisti iscritti all’Ordine e, dunque, chiamati a operare nell’ambito di specifiche regole deontologiche, vanno applicate doverosamente garanzie eguali a quelle di altre categorie di lavoratori, a partire dall’ambito previdenziale, nel quale è ragionevole che valga, per la prestazione pensionistica, la garanzia pubblica assicurata a tutti i lavoratori dipendenti.

 

Lo stesso criterio è bene che trovi applicazione in materia di ammortizzatori sociali, destinati ad affrontare crisi aziendali per superarle e anche per accompagnare la trasformazione dei supporti tecnologici che assicurano la circolazione delle notizie.

 

È un compito, quest’ultimo, che si riconduce all’applicazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

 

Importante e significativo è stato, inoltre, l’intervento della Corte Costituzionale.  Confido che il Parlamento saprà completare il necessario percorso di riforma, assicurando che non si possa mettere il bavaglio alla ricerca della verità e sapendo bilanciare correttamente questo valore con la tutela della reputazione e della dignità delle persone.

 

 

 

Nell’occasione dell’incontro con i “quirinalisti” e con l’Associazione della Stampa Parlamentare, desidero esprimere il mio ringraziamento per aver seguito con puntualità, in questi quasi sette anni, il percorso comune, e per avermi prospettato, nel tempo, significative sollecitazioni.

 

 

 

Vorrei aggiungere una considerazione di tono più leggero.

 

In ogni ambito circola il virus – un altro virus – dell’autoreferenzialità, della configurazione del proprio ruolo come centrale nella vita sociale. Questo rischio è molto presente notoriamente nella politica: personalmente rammento continuamente a me stesso di tenerlo lontano.

 

Mi permetto di segnalarlo anche al mondo del giornalismo, dove affiora, talvolta, l’assioma che un’affermazione non smentita va intesa come confermata, così che una falsa notizia può essere spacciata per vera perché non risulta smentita.

 

Nell’ormai innumerevole elenco esistente di testate stampate, radiotelevisive e online, di siti, di canali social, si tratta di una pretesa davvero piuttosto stravagante.

 

Ad esempio, vista la diffusa abitudine di trincerarsi dietro il Quirinale fantasiosamente quando si vuole opporre un rifiuto o di evocarlo quando si avanza qualche richiesta, il Presidente della Repubblica sarebbe costretto a un esercizio davvero arduo e preminente: smentire tutte le fake news, fabbricate, sovente, con esercizi particolarmente acrobatici.

 

Faccio appello, dunque, alla professionalità dei giornalisti e alla loro etica professionale.

 

Vi ringrazio per questo bel Ventaglio e formulo i miei complimenti a Virginia Lorenzetti e all’Accademia di Belle Arti di Roma. Esprime con efficacia i sentimenti di speranza che coltiviamo.

 

Grazie e buone vacanze!

Sinistra sociale, il momento è adesso.

Dobbiamo fare i conti con la desertificazione culturale della politica contemporanea. Anche la cultura e la tradizione del cattolicesimo sociale e popolare sono di fatto scomparse dallorizzonte politico contemporaneo. In ogni caso, c’è bisogno di una nuova e moderna sinistra sociale.

 

 

Giorgio Merlo

 

Nel frastuono e nella confusione che caratterizzano questa fase politica difficile e complessa, mancano all’appello varie categorie politiche. O meglio, per essere più precisi, alcune culture politiche. Tra queste, la cultura e la tradizione della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Quello che un tempo veniva definito e denominato come cattolicesimo sociale. Un filone che, all’interno del cattolicesimo politico italiano, ha contribuito nel tempo a dare risposte politiche e legislative alle istanze, alle domande e alle esigenze concrete che provenivano dai ceti popolari e da tutti coloro che nei periodi di trasformazione sociale e di profondo cambiamento nella redistribuzione della ricchezza erano ai margini o rischiavano di diventare periferici rispetto ai modelli di sviluppo che si andavano delineando. Sinistra sociale di ispirazione cristiana che ha trovato nella prima repubblica un preciso riferimento politico e culturale nella sinistra sociale Dc di Forze Nuove guidata da Carlo Donat-Cattin e poi da Franco Marini nelle esperienze politiche e partitiche successive. Sinistra sociale di ispirazione cristiana che, nella concreta azione politica e legislativa, ha trovato forti e significative convergenze con altre esperienze culturali: a cominciare dal pensiero socialista, socialdemocratico e, più in generale, della sinistra post comunista. Un pensiero, comunque sia, animato e caratterizzato dalla cultura cattolica di matrice sociale e solidaristica. La cosiddetta, per semplificare, “dottrina sociale cristiana”.

 

Ora, è un fatto oggettivo che dobbiamo fare i conti con la desertificazione culturale della politica contemporanea. Nello specifico, della politica italiana. Un contesto in cui i riferimenti culturali ed ideali dell’azione politica sono stati semplicemente rispediti al mittente. Del resto, con l’avvento del populismo grillino sono state rase al suolo le culture politiche tradizionali e la politica è diventata quello che ormai è sotto i nostri occhi da molti anni: violenza verbale; delegittimazione morale e politica dell’avversario, che poi è il nemico per antonomasia; giustizialismo manettaro; esaltazione della incompetenza e della inesperienza e, infine, una classe dirigente che prescinde radicalmente da ogni riferimento ideale e culturale. Ma, detto questo, sarebbe puerile riversare le cause di questa assenza politica e culturale alla sola irruzione del populismo e dei vari populisti. C’è anche una precisa responsabilità dell’area cattolica italiana, almeno di quella socialmente più avanzata, che non ha più scommesso sulla politica e sull’impegno politico concreto. Al punto che coloro che si autodefiniscono cattolici nei vari partiti non sono altro che espedienti strumentali per giustificare la propria candidatura e conservare il proprio seggio parlamentare. Con nessuna ricaduta politica significativa. Non a caso, la cultura e la tradizione del cattolicesimo sociale e popolare sono di fatto scomparse dall’orizzonte politico contemporaneo.

 

Eppure c’è bisogno di una nuova e moderna sinistra sociale. Anche di ispirazione cristiana per chi è credente. Una esperienza laica ma profondamente radicata nella cultura cattolica del nostro paese. E questo perchè è ormai scoppiata – ce lo dicono tutti i dati al di là della preziosa ed importante azione del governo Draghi – una dura e spigolosa “questione sociale”. Che non è quella ridicola polemica dei no vax nelle varie piazze italiane ma, semmai, della dura condizione di vita, e anche di sopravvivenza, di milioni di persone. Uomini e donne, giovani e anziani, laureati e non scolarizzati che per motivazioni diverse e a volte contrastanti sono uniti da un disagio sociale e da una condizione di marginalità che la politica nel suo complesso stenta ad interpretare, a leggere e a rappresentare sul terreno dell’azione concreta e legislativa.

 

Ed è partendo da questa semplice considerazione che si impone la necessità di rideclinare, oggi, nella cittadella politica italiana, quella esperienza di una “sinistra sociale” che sola può nuovamente affrontare una condizione sociale, appunto, che coinvolge nuovamente milioni di persone. Certo, sarebbe auspicabile avere anche un partito di riferimento. Ma le condizioni politiche cambiano ed è inutile vivere con lo sguardo rivolto all’indietro. Ma una esperienza politica che innovi e rilanci una tradizione che conserva tuttora una bruciante attualità è quantomai necessaria ed utile al paese. Non per quella cultura o quella tradizione ma per la stessa qualità della nostra democrazia e per la credibilità della stessa politica. E la rilettura del magistero politico, sociale, culturale e legislativo di uomini e donne come Carlo Donat-Cattin, Franco Marini, Tina Anselmi e Ermanno Gorrieri – solo per citarne alcuni – può essere un elemento decisivo per riprendere il filo di una storia che si è spezzato ma che non è stato sconfitto. E i cattolici popolari e sociali disseminati in tutto il paese nelle molteplici espressioni dell’associazionismo cattolico hanno il dovere di riprovarci.

Il paradigma della cittadinanza: i dilemmi del caso israeliano. Il punto su “Il Mulino”.

Affrontare il tema della cittadinanza in Israele significa porre il problema del modo in cui i criteri di inclusione sociale possano influenzare giuridicamente e politicamente la forma di Stato, nonché il conflitto israelo-palestinese.

 

Enrico Campelli

 

Il tema della cittadinanza, e dunque della definizione del perimetro della comunità politica di uno Stato, seppure istituto giuridico di lontanissima origine, costituisce nondimeno uno dei grandi protagonisti del dibattito contemporaneo sui diritti. Nonostante le semplificazioni frequenti, che tendono a darne un’immagine univoca e perfettamente definita dal suo ben sperimentato significato burocratico, infatti, la nozione di cittadinanza è piuttosto un indicatore critico, un punto di convergenza cruciale di processi giuridici, politici e sociali di particolare intensità, nonché di complesse negoziazioni di senso. Cittadinanza suppone infatti anche appartenenza – o inversamente, esclusione – rispetto a un universo di cultura e di simboli centrale per la vita di individui o gruppi. Cittadinanza implica altresì identità, e dunque modi e confini della percezione di sé: l’apolide – la persona senza cittadinanza – costituisce l’archetipo stesso dello sradicamento e della solitudine sociale.

 

I mutamenti profondi che stanno ridefinendo il mondo globalizzatole impongono peraltro nuove considerazioni e una sostanziale ritaratura di questa nozione tradizionale. I fenomeni complessi di interconnessione economica e politica, gli irreversibili flussi migratori, i processi di funzionalizzazione o defunzionalizzazione dei confini fra Stati, la perdita di nitidezza dell’immagine classica dello Stato-nazione sono realtà evidenti e straordinariamente modificative da cui deriva una quantità di effetti inattesi, e di conseguenze latenti di lungo periodo.

 

Ecco perché la cittadinanza è oggi un universo semantico particolarmente polimorfo, e per così dire irrequieto. Lo Stato riconosce all’individuo uno specifico status giuridico, un particolare «pacchetto» di diritti e di doveri idoneo a distinguere tale individuo (il cittadino, appunto) da chi di tali diritti e doveri è sprovvisto. Non vi è dubbio, tuttavia, che questa rappresentazione di una comunità dai connotati esclusivamente formali – e per così dire «verticali» – lasci fuori dal contesto una serie di variabili fondamentali. Il medesimo istituto della cittadinanza appare infatti sostanzialmente diverso qualora si faccia riferimento al comune vincolo di identità – politica, sociale, etnica, religiosa, culturale – che unisce un individuo ai suoi concittadini. Questo vincolo, a differenza del precedente, non presuppone necessariamente l’esistenza di un legame verticale con lo Stato, ma si manifesta e articola in un insieme di rapporti di tipo orizzontale. Ebbene, nessuna delle due dimensioni può oggi essere considerata di per sé sufficiente a cogliere la complessità multiforme di una realtà tanto complessa e dinamica. La cittadinanza come processo, piuttosto che semplicemente come dato, si impone dunque, necessariamente all’attenzione degli studiosi.

 

Di questo complesso dibattito in transizione Israele rappresenta un caso particolarissimo, e nello stesso tempo ricco di indicazioni, possibilità e suggestioni di portata ampiamente generale. È proprio qui che il problema antico della cittadinanza mostra con straordinaria evidenza la sua modernità sorprendente, tutte le dimensioni appena accennate. Il caso israeliano, con i suoi molteplici clivage identitari, fa emergere le difficoltà e, ancora di più, i dilemmi di una definizione puramente giuridica e costituzionale del concetto, e del fatto stesso, della cittadinanza, in quanto – contemporaneamente – norma e cultura, struttura giuridica e vincolo di senso. La legge del Ritorno del 1950, che stabilisce il diritto di ogni persona di religione ebraica nel mondo a immigrare e (successivamente) a ottenere la cittadinanza israeliana, rappresenta il vero pilastro del fondamento ebraico dello Stato di Israele, la cui complessa definizione legale ne sancisce il carattere ebraico e democratico (si veda a questo proposito la Dichiarazione di indipendenza del 1948 e la Basic Law Human Dignity and Liberty del 1992). Quali siano le reali possibilità di esistenza di un equilibrio reale tra i due principi in questione è certamente il dibattito costituzionale di maggior rilievo in Israele, e una delle discussioni più complesse nelle analisi contemporanee dei rapporti tra Stato e religione. A questo proposito va ricordato come il recente dibattito circa l’approvazione della Basic Law: Israel as the Nation-State of the Jewish People, che stabilisce che «L’esercizio del diritto di autodeterminazione nazionale è unicamente del popolo ebraico» (Art 1. Com. C) e il respingimento del disegno di legge Basic Law: A Country of All Its Citizens (proposto da alcuni parlamentari della Joint List araba), rappresentino solo l’ultima, «caldissima», tappa del complesso processo di individuazione di una formula giuridica che possa essere appropriata per lo Stato di Israele.

 

Lo studio dell’istituto di cittadinanza e dei suoi relativi meccanismi di inclusione nella ed esclusione dalla comunità politica, assume in questo caso l’interesse cruciale di un vero laboratorio concettuale, le cui implicazioni, utili per comprendere la realtà giuridica e politica israeliana – contro le narrazioni facili, monodimensionali e spesso distorte – rivestono anche una particolare rilevanza teorica generale.

 

È proprio a causa della difficolta oggettiva di conciliare il carattere ebraico con il carattere democratico del Paese che negli scorsi anni si è sviluppato il teso dibattito che ha visto alcuni autori definire Israele come una «democrazia etnica». Sammy Smooha, coniando questa definizione, intende un sistema di piena democrazia combinato peraltro con l’esistenza di un gruppo etnico maggioritario in posizione dominante rispetto ad altri gruppi minoritari. Questi ultimi tuttavia, nella sua interpretazione, sono in grado di utilizzare ogni elemento del sistema democratico nel quale sono collocati, compresa la possibilità di agire per una sua trasformazione.

 

A questa posizione, altri autori (tra cui As’ad Ghanem, Oren Yiftachel, Nadim Rouhana e Masri Mazen), oppongono una lettura teorica sostanzialmente diversa, ritenendo non accostabili – da nessun punto di vista – il concetto di ethnos, selezionato in base a una appartenenza originaria, e quello di demos, inclusivo di individui di origine diversa e trasversale, cittadinanza e cultura. Israele come «democrazia etnica» sarebbe – da questo punto di vista – un coacervo di elementi contraddittori, ai quali tuttavia mancherebbe il carattere transitorio e una reale possibilità di sviluppo, così da consegnare l’assetto attuale a una sorta di paradossale normalità giuridica. Sarebbe piuttosto la nozione di «etnocrazia» a descrivere la specificità dello Stato di Israele, rimarcando dunque una forte distanza da qualsiasi modello pienamente democratico.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/per-un-nuovo-paradigma-della-cittadinanza-i-dilemmi-del-caso-israeliano?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+20-26+luglio+%5B7968%5D

I terreni della cooperazione tra Europa e Africa. L’opinione di Padre Giulio Albanese su “InTerris”.

L’Africa non ha solo bisogno di grandi investimenti nello sviluppo infrastrutturale. Servono anche strutture educative, servizi sanitari e sociali, in primo luogo per infanzia e donne. Allora, va sostenuta la società civile, limplementazione di sistemi democratici stabili e di apparati pubblici affidabili, nonché il riconoscimento di diritti civili e umani a volte negati.

 

 

Giulio Albanese

 

Chiunque oggi abbia una rudimentale conoscenza della geopolitica internazionale non può fare a meno di riconoscere la centralità dell’Africa. Le ragioni sono molteplici e meritano un’attenta disanima.

 

Anzitutto occorre sottolineare la crescente attenzione che i grandi player mondiali rivolgono al continente, anche se poi spesso si evidenziano delle competizioni economiche di matrice straniera in controtendenza rispetto alle istanze delle sfide globali. Ecco che allora la cooperazione con l’Africa rappresenta per molti governi un asse strategico irrinunciabile, soprattutto per quanto concerne l’approvvigionamento delle cosiddette commodity. Al contempo, però, all’interno dei singoli Stati africani, in particolare nella macro-regione subsahariana, si assiste ad una crescente parcellizzazione degli interessi causata da attori esterni i quali prediligono, in molti casi, il cosiddetto bilateralismo. Di conseguenza, chi decide di investire nel continente si prefigge di consolidare il proprio interesse nazionale attraverso un’espansione della propria agenda politica nei territori del continente africano.

 

Tuttavia la competizione nell’ultimo decennio ha assunto proporzioni sempre più globali tanto da confermare la presenza, con declinazioni diverse, di attori consolidati (come Cina, Stati Uniti, Francia…) o di segnare la scesa in campo di alcuni in costante ascesa (Russia, India e Turchia su tutti). Una centralità geo-strategica, quella africana, trascurata spesso dai media internazionali, ma in continua evoluzione rispetto ad altri e più noti scenari di crisi e di competizione come, ad esempio, quello mediorientale.

 

Che in Africa si giochi il futuro del mondo è peraltro reso evidente dalle dinamiche demografiche, economiche e sociali che ridisegnano il profilo del continente africano. Da oggi alla fine del secolo la popolazione africana passerà da 1 miliardo 300 milioni a quattro miliardi su una popolazione mondiale che nel 2100 sarà di 11 miliardi. Questo in sostanza significa che più di un terzo degli abitanti del pianeta saranno in Africa. Basti pensare che la Nigeria alla fine di questo secolo sarà il terzo paese a livello mondiale per dimensioni demografiche dopo India e Cina.

 

Le previsioni delle grandi istituzioni internazionali, prima che scoppiasse la pandemia di Covid-19 stimavano che circa la metà delle economie a più rapida crescita sarebbero state africane, portando con sé un’espansione della classe media e un incremento nelle capacità di spesa dei Paesi africani. Questa evoluzione socio-economica ha certamente subito una battuta d’arresto a causa della circolazione del Coronavirus che non solo ha penalizzato il già precario sistema sanitario continentale, ma ha frenato il commercio e incrementato il debito estero.

 

Ciò non toglie che la recente nascita dell’Area di libero scambio continentale africana (African Continental Free Trade Area, Afcfta nell’acronimo inglese) ha suscitato l’interesse di non pochi attori globali come la Cina, soprattutto in termini di commercio e investimenti. Per non parlare degli interessi securitari che investono la Coalizione internazionale Anti-Daesh. A questo proposito è bene rammentare che la linea di faglia tra Oriente e Occidente che un tempo era localizzata in Medio Oriente, oggi attraversa l’Africa da Meridione a Settentrione. L’azione espansiva di movimenti jihadisti nella fascia saheliana la dice lunga.

 

L’Europa — per contiguità territoriale, legami storici e intensità di relazioni — più di ogni altra realtà statuale deve essere attenta al futuro dell’Africa, anche perché tutto ciò che vi accade investe per induzione il continente europeo come i flussi migratori dimostrano. E in questo caso la vera sfida, prima ancora che essere politica, sociale o economica è culturale. Un salto di prospettiva certamente non scontato che richiede a ciascuno — europei e africani — di lasciarsi alle spalle stereotipi, pregiudizi e diffidenze. Il presente è già così carico di incognite che non ci consente ripiegamenti, recriminazioni o nostalgie. La sfida è costruire un futuro di sviluppo, diritti e benessere condiviso.

 

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https://www.interris.it/intervento/cooperazione-europa-africa/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera

L’Fmi ha alzato le stime per il Pil italiano, crescerà del 4,9% quest’anno (Nota Agi).

L’istituto di Washington avverte: con i vaccini aumentano le divergenze tra i Paesi ricchi e quelli poveri. La sintesi è riportata, come da testo che segue, dall’Agenzia Italia.

 

Gianluca Maurizi

 

Chi ha il vaccino e chi no. È questa la vera “linea di frattura” che puo mettere a rischio la ripresa dell’economia mondiale. Il Fondo monetario internazionale, nell’aggiornamento del suo World economic outlook, lascia invariata al 6% la stima di crescita dell’attività globale nel 2021. “Ma a cambiare”, osserva la capo economista Gita Gopinath, “è la sua composizione”.

 

Mentre per le economie avanzate le previsioni migliorano dello 0,5% a +5,6%, i Paesi emergenti e in via di sviluppo subiscono un taglio dello 0,4% a +6,3%. Per il 2022, il Fondo stima una crescita mondiale del 4,9%, lo 0,5% in più rispetto ad aprile, ma anche in questo caso grazie soprattutto all’impulso dei Paesi più ricchi (+0,8% a +4,4%) rispetto a quelli meno sviluppati (+0,2% a +5,2%).

 

A trainare la ripartenza sono gli Stati Uniti, dove l’istituto di Washington si attende un incremento dell’attività economica pari al 7% quest’anno (+0,6% rispetto ad aprile) e del 4,9% il prossimo (+1,4%). L’economia dell’Eurozona crescerà invece del 4,6% (+0,2%) nel 2021 e del 4,3% (+0,5%) nel 2022. Restano invariate le previsioni per quest’anno di Francia e Germania, rispettivamente a +5,8% e +3,6%. Brilla l’Italia, che vede il suo dato migliorare dello 0,7% a +4,9% nel 2021 e dello 0,6% a +4,2% nel 2022. Vola la Gran Bretagna, il cui prodotto potrebbe salire del 7% nei 12 mesi in corso (+1,7%).

 

Tra le principali economie emergenti e in via di sviluppo, la Cina registra una sforbiciata dello 0,3% a +8,1% quest’anno e un rialzo di appena lo 0,1% a +5,7% il prossimo. L’India, travolta dalla variante delta del coronavirus, subisce una revisione al ribasso del 3% a +9,5% per il 2021.

 

A pesare, sottolinea Gopinath, sono anche le “divergenze nelle politiche di sostegno” all’economia. Mentre nelle economie avanzate continuano a registrarsi aiuti, con 4.600 miliardi di dollari di stimoli ancora in campo per quest’anno e oltre, in molti dei Paesi meno sviluppati la maggior parte delle misure si è esaurita nel corso del 2020.

 

Per questo, Gopinath lancia un appello affinché “l’azione multilaterale assicuri un accesso rapido e globale ai vaccini, alle diagnosi e alle terapie. Questo”, sottolinea, “salverebbe innumerevoli vite, preverrebbe nuove varianti che potrebbero svilupparsi nei Paesi emergenti e aggiungerebbe migliaia di miliardi di dollari alla crescita economica globale”. Per raggiungere questi obiettivi, calcola, “almeno un miliardo di dosi dovrebbero essere condivise dai Paesi che hanno un surplus di vaccini e i produttori dovrebbero rendere prioritarie le consegne ai Paesi a basso e medio reddito”.

 

Alle banche centrali il Fondo chiede di non lasciarsi spaventare dall’impennata dell’inflazione. I recenti picchi toccati dai prezzi, sostengono i tecnici dell’istituto di Washington, “riflettono inusuali sviluppi collegati al periodo post-pandemico e transitori disallineamenti tra forniture e domanda”. Il costo della vita, sostiene il rapporto, “è atteso ritornare ai livelli pre-pandemia nel 2022, una volta che questi elementi di disturbo cesseranno”. L’imperativo è dunque “evitare un irrigidimento” della politica monetaria, “finché non ci sarà più chiarezza sulle dinamiche dei prezzi sottostanti”.

 

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https://www.agi.it/economia/news/2021-07-27/fmi-previsioni-pil-italia-13405896/

Ratzinger torna a parlare e punta il dito contro lo spirito mondano della Chiesa. Una nota di Formiche.Net.

Lintervista rilasciata dal papa emerito allHerder Korrespondenz tocca temi del confronto ecclesiale, alcune problematiche specifiche e indica un metodo che può aiutare a uscire dalle contrapposizioni ideologiche che nelle fasi di avvio di un confronto facilmente prevalgono

 

Riccardo Cristiano

 

Il papa emerito rompe il silenzio per dare indicazioni importanti alla Chiesa tedesca, che affronta con divisioni e tensioni una stagione di discussioni aperte a tutti i fedeli in un momento di crisi.

Questa stagione si chiama sinodo della Chiesa tedesca, dove progressisti e conservatori si affrontano con agende molto diverse. Alle spalle di tutto questo rimane la durezza dell’esperienza dei casi di abusi che hanno coinvolto molte diocesi.

Dunque come ridare smalto a una Chiesa provata? Qui entrano anche specificità organizzative. Organizzata in modo molto diverso da quella italiana, la Chiesa tedesca ha un gran numero di funzionari laici, quasi sempre regolarmente retribuiti. Molti osservatori ritengono che questo sistema che voleva coinvolgere maggiormente il laicato nella vita della Chiesa abbia creato in alcuni settori una mentalità burocratica.

 

Joseph Ratzinger nella sua intervista non ha fatto ovviamente riferimento né a questi percezioni di alcuni né al sinodo. Il periodico Herder Korrespondenz ha anticipato alla stampa quanto pubblicherà a giorni e comunque ha rilievo che il papa emerito affermi: “Nelle istituzioni ecclesiali – ospedali, scuole, Caritas – molte persone sono coinvolte in posizioni decisive che non supportano la missione della Chiesa e quindi spesso oscurano la testimonianza di questa istituzione” e poi aggiunga che “i testi ufficiali della Chiesa in Germania sono in gran parte scritti da persone per le quali la fede è solo ufficiale”. Ma Ratzinger mette in guardia anche da una fuga nella pura dottrina, visto che la dottrina deve “svilupparsi nella e dalla fede, non accanto ad essa”. Perché una “dottrina che dovesse esistere come una riserva naturale, separata dal mondo quotidiano della fede e dalle sue necessità sarebbe allo stesso tempo una rinuncia alla fede stessa”.

 

I toni dello scontro tra le parti echeggiano invece in un altro passaggio, dove il papa emerito ricorda la lezione dell’unità, quella che non considera giusti gli uni e ingiusti gli altri: “La Chiesa è fatta di grano e pula, pesci buoni e pesci cattivi. Quindi non si tratta di separare i buoni dai cattivi, ma di separare i fedeli dagli infedeli”. L’invito di Ratzinger è a scegliere davvero il noi, con toni complessivi che appaiono nettamente ispirati alla lezione del Concilio Vaticano II.

 

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https://formiche.net/2021/07/ratzinger-papa-emerito-chiesa-mondanizzazione/

Covid può aiutarci a ripensare la città: non perdiamo l’occasione. L’intervento di Luciana Castellina su “Bo Live”.

Il dibattito animato da Franco Vaio su “La città dopo la pandemia” si sospende a ridosso delle ferie con questo ultimo contributo.

 

Luciana Castellina

 

Non sono né architetto né urbanista, sebbene sappia parecchie cose delle due materie perché nella mia adolescenza queste professioni avevano conquistato piena egemonia culturale sulla sinistra della nostra generazione. Forse era perché le città erano state distrutte dalla guerra, e però a pochissimi veniva in mente di fare il medico per via dei tanti morti che lo stesso evento aveva provocato: più che agli umani si pensava alle città, perché in qualche modo erano un modello di società ravvicinato. E questo è quello che allora ci interessava in primo luogo.

 

Ci piacevano molto anche la filosofia e la storia, ovviamente, visto che stavamo cercando di capire il mondo nuovissimo che si era affacciato all’orizzonte e di raccapezzarsi fra un passato oscuro e un futuro anche più ingarbugliato. Ma comunque erano soprattutto l’architettura e l’urbanistica che ci intrigavano, non in quanto possibili professioni, ma come qualcosa che somigliava a ciò di cui eravamo affamati: la politica. E fare case e immaginare città era una grande operazione pratica e collettiva, cioè politica.

Insomma, non lo so spiegare, so solo che i concorsi per i primi progetti di edilizia popolare li seguivamo con reale passione anche noi che quegli studi non li avevano seguiti perché reinventarsi il modo di abitare era, appunto, parte della passione che ci aveva travolti: cambiare il modo di vivere dell’umanità.

 

L’ho capito meglio un po’ di anni fa quando Francesco Indovina, al termine della sua lunga docenza veneziana, fu chiamato a insegnare nella nuova facoltà di Alghero; e siccome chi voleva iscriversi doveva superare un test chiese a me e ad altri personaggi simili di tenere ciascuno una lezione per preparare i candidati e far loro capire di che si trattava. «Devi spiegargli cosa è la politica – mi disse – perché senza questa non si può fare l’architetto».

 

Vi ho raccontato tutto questo per giustificare la mia presenza in questo dibattito cui non ho titoli accademici per partecipare, solo un grande interesse da quando avevo 17 anni ed era pressappoco il 1946.

 

Covid-19, questo virus maledetto, all’inizio mi è capitato talvolta di definirlo “compagno” per le non irrilevanti positive reazioni che ha suscitato, e fra queste innanzitutto la scoperta di non poter sopravvivere senza gli altri, e dunque dell’insensatezza della convinzione ormai dominante dell’«io me la cavo da solo», prodotto da un virus altrettanto orrendo: quello dell’individualismo.

 

In questa discussione voglio dunque portare qualche considerazione sulla mia esperienza politica post Covid, direttamente legata all’abitare, che è funzione eminentemente sociale.

 

Purtroppo l’attenzione che il virus ha suscitato si è subito spostata sulla malattia e pochissimo sulle cause che l’hanno prodotta. Insomma: sul come se ne esce, niente o quasi sul come ci si è entrati. Solo il Papa, da tempo il più lucido dei nostri uomini politici, ha detto in due parole di che si trattava: «in una Terra malata non possono esserci umani sani».

 

Vorrei che si ripartisse proprio da qui, dal come si può cercare di far guarire la Terra, e non solo dal come ci si accomoda nella sua malattia.

 

E fra i tantissimi aspetti della questione, il come abitiamo ha un grande spazio di cui tuttavia ci si occupa ben poco: le nostre città consumano quasi tutta l’energia e producono una quantità di veleni, mentre potrebbero non solo ridurne il consumo, ma concorrere a produrre cose necessarie ma non inquinanti. Purtroppo, invece, un tema così importante come quello delle comunità energetiche – per esempio – è nella pratica quasi ignorato. E con questo la necessità non solo di installare ovunque possibile pannelli solari, ma di riaggiustare i fabbricati (il “cappotto”, gli infissi, ecc.). Quanto ai rifiuti, anziché alla loro riduzione ci si sta paradossalmente concentrando sulla loro produzione, puntando al loro riciclaggio, così aiutando a dimenticare che la stessa produzione di rifiuti tossici, anche se poi riciclati, è gravemente dannosa.

 

E così nulla si fa per cambiare la loro canalizzazione, con l’inserimento di depuratori adatti (i quali o non ci sono affatto o sono vecchissimi e inservibili). Non solo: i rifiuti organici hanno origine nella terra e a questa andrebbero restituiti perché ne ha bisogno; invece la restituzione è oggi pari al 2%. Sembra un dettaglio, ma non lo è, perché evoca uno dei grandi problemi che si devono affrontare: cambiare l’orrendo rapporto che ha finito per instaurarsi fra città e campagna, e cioè riportare nella quotidianità della nostra vita l’agricoltura e gli animali non umani che la abitano. Che non è solo questione di ripopolare le zone rurali, ma di far capire ai cittadini che gli umani sono solo lo 0,6% delle specie viventi, una bazzecola, e non possono continuare ad ignorare i tanti coabitanti della Terra che concorrono a renderla quella che è.

 

Quando giro le periferie dove vivono bambini che non vanno in villeggiatura mi rendo conto che molti, ora che neppure i nonni vivono più in campagna, non hanno mai visto una gallina viva e forse pensano che il latte lo fa il frigorifero e non le mucche. Vado perciò proponendo manifestazioni con corteo di animali, l’ho detto persino parlando a Roma nella consueta manifestazione ANPI del 25 aprile. Perché ogni stagione ha le sue sfide, e salvare la Terra passa anche per una rinnovata attenzione alla natura. Per questo penso che non si possa parlare di abitare senza porsi come obiettivo quello di riportare la natura fra le nostre case. Non solo come fa – e comunque ne sono contenta – Stefano Boeri con le sue piante, ma proprio come attività agricola.

 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/covid-puo-aiutarci-ripensare-citta-non-perdiamo

Lettera a Mirko Zanni, medaglia di Bronzo a Tokio. Il testo riportato da Agensir.

Giochi olimpici di Tokyo. “Oggi, dice il direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport – cappellano della squadra italiana, ho deciso di scrivere a Mirko Zanni, medaglia di bronzo nel sollevamento pesi, con una richiesta ben precisa: Spiegaci larte dello slancio e dello strappo”.

 

Gionatan De Marco

 

Carissimo Mirko,

 

penso che tu sia contentissimo per il meraviglioso risultato raggiunto con la tua arte di sollevare pesi che ti renderà indimenticabili le Olimpiadi di Tokyo avendoti appeso al collo la medaglia di bronzo e avendoti permesso di segnare un ennesimo primato nazionale con quei 322 kg complessivi che ti sei caricato addosso!

 

Sai, Mirko, in giro se ne trova tanta di gente che vive atterrata dalle tante fatiche quotidiane! Gente che non riesce a sopportare quell’agonismo sociale in cui conta solo chi ha. Gente che non riesce a sollevare i sogni perché c’è sempre qualcosa che li intorbidisce. Gente che non riesce più a vivere con la schiena dritta, dovendosi sempre piegare e asservire per veder riconosciuti i propri diritti. E i pesi non atterrano solo, atterriscono pure! Viviamo atterriti dal domani che spesso sembra scuro. Viviamo atterriti negli affetti che fanno fatica a essere trasparenti e veri. Viviamo atterriti nei desideri e la delusione e la malinconia rendono l’aria sempre più pesante.

 

Spiegaci l’arte dello slancio… Facci riscoprire la forza che abbiamo dentro, quella che ci fa fare lo scatto al momento giusto, che dà l’avvio al riscatto! Quella forza che vince la tentazione della rassegnazione e ci spinge a cercare e trovare un posto in cui diventare star… piccole, ma sempre star, capaci di fare luce con il nostro stare al mondo da protagonisti di bene!

 

Spiegaci l’arte dello strappo…Facci riscoprire la voglia di far volare gli asini! Sì, facci riscoprire la voglia di credere che a chi ama nulla è impossibile (san Francesco di Paola) e la voglia di realizzare ciò che sembra impossibile, a cominciare dalla nostra felicità!

 

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Lettera a Mirko Zanni

Notizie e commenti all’insegna della manipolazione: un vulnus alla democrazia. Subiamo l’ibrido costante di vero e falso.

Da tempo va in scena l’uso smodato e dilagante delle fake news. Attraverso i social ne siamo tutti interessati e coinvolti. Ciò si riferisce alla discussione sui vaccini e sulla loro eventuale obbligatorietà ma può essere declinata rispetto ad altri ambiti della vita sociale dove si assiste ad un lento sgretolamento delle evidenze a favore di una narrazione dubitativa e negazionista.

 

Francesco Provinciali

 

Secondo il Prof Ruben Razzante –  docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e al Master in giornalismo dell’Università Lumsa di Roma “si è avuta l’impressione, soprattutto dopo la prima ondata del Covid, che il ‘Festival della virologia a reti unificate’, alimentato in modo incosciente dal circuito mediatico, sia stato funzionale alla narrazione dominante della pandemia e quindi si sia rivelato un elemento di propaganda.

 

Un vero vulnus alla democrazia, questa comunicazione autoreferenziale e persuasoria che ha preso il sopravvento sulla comunicazione di pubblica utilità, contribuendo a destabilizzare le persone sul piano psichico. E’ un abuso del quale pagheremo le conseguenze per anni, anche se ora nessuno ne parla. E’ mancata la democrazia dell’informazione, intesa come garanzia del diritto dei cittadini ad essere informati correttamente senza spettacolarizzazioni, allarmismi ma anche senza sottovalutazioni. Ha difettato l’equilibrio nei flussi comunicativi, improvvisati, schizofrenici e contraddittori”.

 

Una tendenza che non si è interrotta e cresce esponenzialmente con il pericolo di una nuova ondata pandemica: secondo un report dagli USA  pubblicato dal Corriere della sera il 25/7 u.s esiste una vera e propria rete della disinformazione, che si avvale di consulenze scientifiche mirate a diffondere falsità sui vaccini. “Sotto accusa come al solito, soprattutto Facebook che veicola attraverso le sue diverse reti, da Instagram a Whatsapp, circa i tre quarti del traffico sui social media”. Dietro la diffusione delle fake news c’è soprattutto la ricerca del profitto, che si realizza nella negazione della scienza ufficiale e si alimenta attraverso la messa in circolazione di cure e farmaci alternativi, quanto inefficaci.

 

Esiste poi il cotè politico di questa informazione distorta che mira a recuperare consensi facendo leva sulle paure della gente. Va sottolineato tuttavia come la scienza ufficiale abbia avuto modo in diverse occasioni di contraddirsi: questa mancanza di univocità ha gonfiato la bolla speculativa del dissenso e del negazionismo. Senza contare che i decisori politici hanno difettato in coerenza e lungimiranza, mettendosi al rimorchio delle notizie anziché gestirle in modo oculato, senza sensazionalismi e – soprattutto- senza frammentarietà e contraddizioni. La stagione dei DPCM incalzanti è stata forse necessitata ma  disastrosa: si voleva regolamentare tutto ma inevitabilmente si produceva una burocrazia paralizzante, tra conflitti Stato-Regioni, colorifici territoriali, notizie indecifrabili, ordini e contrordini, aperture e chiusure.

 

Certamente lo spartito imposto da Draghi e Figliuolo ha cambiato la musica: tuttavia lo zoccolo del negazionismo, delle valutazioni sommarie, dell’ignoranza resta in tutta la sua inscalfibile durezza.

 

Prevedere tutto e su tutto dare informazioni tempestive e chiare, utilmente declinabili in comportamenti individuali e sociali è certo un’utopia irrealizzabile, fare opera di pedagogia sociale pure: ma si ha l’impressione che governi e forze politiche di opposizione di tutto il mondo, ivi comprese le istituzioni terze come l’OMS, le agenzie dei farmaci e le stesse case farmaceutiche abbiano costruito una narrazione poco coerente, con fughe in avanti, conferme e poi smentite, rocamboleschi dietro- front. Ciò dimostra – come il Prof Razzante ha evidenziato- che l’informazione (spesso confusa con la mera e aleatoria comunicazione) di fatto si sta ponendo come un crocevia decisivo in tema di scelte da compiere tra dettami scientifici rassicuranti e mercato mondiale della persuasione occulta o della strumentalizzazione preconcetta.

 

È questo dunque il potere latente più forte, perché simultaneo e pervasivo, liquido direbbe Bauman. Quando il dibattito politico è condizionato da interessi capziosi vuol anche dire che la scienza non ha (non è supportata ad esserlo) l’autorevolezza necessaria per metabolizzare convincimenti suffragati dall’evidenza della ricerca e della medicina. La globalizzazione ha generato omologazione e luoghi comuni ma anche soggettività distorte che si alimentano di molti diritti e di pochi doveri. Esiste dunque un difetto di informazione a cui si affianca la narrazione negazionista rispetto alle evidenze: si pensi all’Olocausto, al terrapiattismo, al misconoscimento della medicina ufficiale della comunità internazionale. Ma c’è anche un problema di metabolizzazione individuale e collettiva che radica nel sospetto e nella miscredenza come fonti di conoscenza, nella disobbedienza civile, nell’assenza di pensiero critico.

 

Tutto è falsato, contestato, ribaltato e ciò non riguarda solo la questione della pandemia o l’efficacia dei vaccini, ci sono diversi fronti aperti dove ora si decide il futuro dell’umanità. La forza di penetrazione delle fake news è devastante, facilitata dall’onda lunga dei social e della digitalizzazione raggiunge ogni angolo del pianeta e fa proseliti: spesso è preponderante rispetto alle tutele della trasparenza e della privacy, le stesse istituzioni ne sono vulnerate. Dietro ad essa ci sono mani sapienti che gestiscono l’informazione, per questo è necessaria un’etica della responsabilità. Oscillando nell’ibrido del vero e del falso siamo tutti alla ricerca – per dirla con Battiato – di un centro di gravità permanente: ‘Over and over again’.

Sul Green Pass serve chiarezza

Non mancano, come sempre, le contraddizioni. Illudersi che la lotta anti pandemia passi per l’approntamento di “atti a metà”, più morali che giuridici, reca solo danno alla comunità. Se i cittadini devono essere responsabili, anche le autorità, ben più pesantemente, lo devono essere.

 

Danilo Campanella

 

Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio su “l’invito a non vaccinarsi è un invito a morire” rendono necessaria una posizione chiara attorno all’obbligo di vaccinazione contro il virus influenzale Covid-19. O sì o no. Non è più possibile percorrere il crinale dell’obbligo morale e non giuridico. Ma se il governo pone allo Stato ogni obbligo, si assuma anche ogni responsabilità sulle conseguenze, anche negative, anche rare, che seguiranno a questo obbligo.

 

Che vi siano “effetti collaterali” sulla reazione dell’organismo umano a uno dei sieri creati dalle case farmaceutiche pare essere fuor di dubbio; ma come è stato molto ben detto gli effetti collaterali ci sono sempre e per ogni vaccino, anche per quelli anti influenzali che sono stati prodotti negli anni addietro, contro quei virus influenzali stagionali che portarono “milioni di italiani a letto con l’influenza”, come si legge nei quotidiani stampati ogni anno prima del 2019. Allora, forse, eravamo troppo distratti per capirlo, o forse inconsapevoli.

 

Il governo italiano ha ora il dovere di prendere una decisione sola, univoca, sul vaccino, anziché imporre passaporti verdi a macchia di leopardo, che a nulla aiutano se non ad una inesorabile confusione generale. Il green pass può essere uno strumento temporaneo efficace per promuovere l’azione di quegli indecisi, fra le classi di età più avanzate, ad approfittare del vaccino. Non può tuttavia essere uno strumento definitivo e universale per sottomettere milioni di persone al filtro della temperatura corporea, non oltre i 37,6° per accedere agli spazi chiusi, per mezzo di migliaia di vigilantes che, rilevando la temperatura, sulla mano (polso) o sulla fronte, ci dicono se possiamo passare oppure no.

 

Ci dica, il nostro governo, se, e quanti obblighi, e diritti, avremo con il green pass, il quale potrebbe, o dovrebbe, garantire il transito, l’accesso ai negozi, l’usufruire di beni e servizi: in definitiva, se potremo ancora comprare, o vendere. Decida il governo se intende obbligare tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, liberi professionisti e lavoratori, a sottostare a questo marchio di governo. Ma decida in fretta, assumendosi le responsabilità del caso, quanto i cittadini se ne assumeranno il rischio e l’onere.

A Palestrina per ricordare Maria Angela Guidi Cingolani: “Un esempio di donna da dare alle nuove generazioni”.

La consigliera del Comune di Viterbo ha ricordato ieri, nella veste di rappresentante dell’Anci e davanti alle autorità cittadine, anzitutto il Sindaco Mario Moretti, la prima esponente femminile ad entrare in un Governo: “Una donna straordinaria, un esempio per le nuove generazioni. Il lavoro di riscoperta e divulgazione del suo lascito politico è appena agli inizi”.

 

Luisa Ciambella

 

Sono molto orgogliosa di essere riuscitamcome membro dell’Anci, insieme al Comune di Palestrina, ad organizzare questa giornata in ricordo di Maria Angela Guidi Cingolani. In soli 20 giorni abbiamo messo a punto l’evento, che è solo l’inizio di un percorso di approfondimento su questa donna di grande spessore morale e politico.

 

La sua opera è stata ammirevole, ma ciò non evita, purtroppo, che resti un po’ nell’ombra quanto da lei rappresentato e quanto ancora possa rappresentare, con i necessari adeguamenti, nelle vicende del tempo attuale. Certo si fatica a rintracciare nell’odierno dibattito storico-politico un’adeguata attenzione alla esperienza della Cingolani. Quando si citano le donne che hanno illustrato la Repubblica, subito si fa appello al ricordo di persone come Tina Anselmi e Nilde Iotti. Eppure, con il suo ingresso al Governo nel 1951, è stata lei – Maria Angela – a stabilire un salto di qualità circa il coinvolgimento femminile nelle istituzioni.

 

È per noi un dovere morale tramandare modelli positivi alle nuove generazioni come nel caso, appunto, di questa bella figura del cattolicesimo sociale e democratico.

 

Non amo declinare al femminile i sostantivi e i ruoli, tendenza ormai in voga nel mondo femminile e che, a mio giudizio, tende a non aggiungere nulla alla battaglia per l’affermazione delle donne, se non a farci indugiare più sull’apparenza che sulla sostanza. Ecco, è credibile che Angela Maria fosse preoccupata di come la chiamavano, se ‘sindaca’ o ‘sindaco’, allorché Scelba la propose ai compagni di partito come la più adatta a guidare la ricostruzione di Palestrina dopo i bombardamenti angloamericani che l’avevano quasi competamente distrutta? E prima ancora, poteva forse interrogarsi su come la si appellava, se ‘sottosegretario’ o ‘sottosegrataria’, quando, una volta entrata al Governo, ha sentito sulle sue spalle tutto il peso di rappresentare le donne italiane, allora percepite, anche in termini giuridici, semplicemente come “parte” del nucleo familiare o “appendice” del proprio marito?

 

Non era nella sua mentalità e nel suo stile, non era cioè espressione della sua autentica vocazione. Maria Angela è stata rivoluzionaria e moderna, avendo ingaggiato fin da giovane battaglie importanti come quelle per il lavoro, anche con il ricorso esplicito e diretto alla sindacalizzazione del lavoro mfemminile, per altro in tempi in cui il profilo delle lavoratrici era descritto e percepito nei termini di una pressoché evidente anomalia.

 

Ora, per noi l’impegno è quello di approfondire il tratto umano è la dimensione pubblica di Maria Angela. Magari, dopo l’estate, varrebbe la pena promuovere un seminario di studio. Non basta esercitarsi fugacemente nella commemorazione, sebbene anche di questo ci sia urgenza in un tempo che rende instabile e vacua la valorizzazione della memoria. Alle nostre spalle abbiamo un passato che esige rispetto ed umiltà: la prima cosa, necessaria per il riguardo che si deve a persone straordinarie, degne di essere appunto ricordate; la seconda, a specchio, per imparare a misurarci con esempi di elevato valore, sapendo che il più delle volte abbiamo molto da imparare.

 

Maria Angela Guidi Cingolani è stata una donna che si è posta all’attenzione di tutti e il suo splendido cursus honorum ne ha dato pienamente la misura. Indubbiamente, la sua fortuna è stata quella di aver incontrato uomini di singolare levatura intellettuale e politica, uomini che hanno dato un contributo decisivo alla costruzione della nostra Italia democratica. Tuttavia se De Gasperi – ed era De Gasperi! – l’ha voluta nel suo governo, ufficialmente varato il 26 luglio del 1951, è perché sapeva di poter contare sulla tempra e sull’intelligenza di una vera combattente. Non è stato un premio, ma un riconoscimento. E lei, Maria Angela, lo meritava.

Azione cattolica. Una risorsa chiamata Sud. Due riflessioni a partire dalla “Lettera alla Politica” di mons. Mimmo Battaglia.

L’Azione cattolica ha ripreso e rilanciato il dibattito aperto dalla Lettera dell’Arcivescovo di Napoli. Riportiamo l’introduzione che appare sul sito dell’Ac e quindi i riferimenti per accedere ai contributi degli autori.

 

Simona Loperte e Renato Meli

 

Lo scorso 21 luglio, mons. Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, in una “Lettera alla Politica” pubblicata dal quotidiano Avvenire, ha denunciato «come prete e come uomo del Sud» la mancanza del Sud in «questo Piano “nazional-europeo” (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – PNRR): manca «il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica. E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità».

 

Piuttosto, prosegue il presule: «Ho visto, e vedo, le ingiustizie inflittegli anche da chi – a causa di un antico e reiterato preconcetto – considera il Sud una zavorra e non una risorsa, e crede di poter agganciare il treno dell’Europa abbandonando sul binario morto quella parte del Paese che in più di mezzo secolo gli ha offerto non soltanto le braccia per le industrie, ma anche le intelligenze».

 

Nel rilanciare la Lettera e la sua legittima richiesta di attenzione per il nostro Mezzogiorno, ricordando con mons. Battaglia quanto speranza e fiducia siano le vere risorse assenti nelle nostre comunità, e quanto occorra ripartire dalle relazioni, dai legami solidali tra i cittadini, dalla dignità di tutti, vi offriamo due riflessioni a commento di Simona Loperte, ingegnere per l’ambiente e il territorio e ricercatrice del CNR, già segretaria nazionale del Mlac, e Renato Meli, biblioteconomo e sociologo, Consigliere nazionale Ac per il settore Adulti; impegnati nel percorso di preparazione che condurrà alla Settimana sociale di Taranto il prossimo ottobre.

 

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https://azionecattolica.it/una-risorsa-chiamata-sud

«Difficilmente le donne possono fare peggio di quanto abbiano fatto finora i maschi». Il discorso della Cingolani alla Consulta.

Nel pomeriggio del primo ottobre 1945, nell’aula di Palazzo Montecitorio, Angela Maria prende la parola tra gli applausi dei colleghi. È un intervento, ricordano i testimoni, che pronuncia con voce calma e forte. Ecco di seguito un ampio stralcio pubblicato dalla Fondazione Nilde Iotti.

 

 

L’ntervento di Nagela Maria Guidi Cingolani

 

Colleghi Consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest’aula. Non un applauso dunque per la mia persona ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese.

 

Ardisco pensare di poter esprimere il sentimento, i propositi e le speranze di tanta parte di donne italiane. Credo proprio di interpretare il pensiero di tutte noi Consultrici invitandovi a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentile, oggetto di formali galanterie e di cavalleria di altri tempi, ma pregandovi di valutarci come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire, che ha lavorato con voi, con voi ha sofferto, ha resistito, ha combattuto, con voi ha vinto e ora con voi lotta per una democrazia che sia libertà politica, giustizia sociale, elevazione morale.

 

Io amo credere che per questo e solo per questo ci abbiate concesso il voto.

 

È mia convinzione che se non ci fossero stati questi venti anni di mezzo, la partecipazione della donna alla vita politica avrebbe già una storia e vi dirò che forse è bene che noi entriamo nella vita politica in questa tragica ora che vive l’Italia.

 

Noi donne che siamo temprate a superare il dolore e il male con la nostra operosità e con la nostra pietà, siamo fiere di essere in prima linea nell’opera di resurrezione a favore del popolo nostro.

 

Non si tema, per questo nostro intervento quasi un ritorno a un rinnovato matriarcato, seppure mai esistito! Abbiamo troppo fiuto politico per aspirare a ciò; comunque peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare!

 

Il fascismo ha tentato di abbrutirci con la cosiddetta politica demografica considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri, sicché un nauseante sentore di stalla avrebbe dovuto dominare la vita familiare italiana. La nostra lotta contro la tirannide tramontata nel fango e nel sangue, ha avuto un movente eminentemente morale, poiché la malavita politica che faceva mostra di sé nelle adunate oceaniche, fatalmente sboccava nella malavita privata.

 

Per la stessa dignità di donne noi siamo contro la tirannide di ieri come contro qualunque possibile ritorno ad una tirannide di domani. Non so se risponda a verità la definizione che della donna militante è stata data: “la donna è un istinto in marcia”. Ma anche così fosse, è l’istinto che ci fa essere tutrici della pace. È anzitutto pace serena delle coscienze [da cui] deriva la pace feconda delle famiglie, infine, pace operosa del lavoro. Questa triplice finalità della pace l’Italia di domani la raggiungerà se noi sapremo essere l’anima, la poesia, la sorgente della vita nuova del risorto popolo italiano.

 

Colleghi Consultori, ho finito; ma come donna e come italiana figlia del mio tempo, sento di non poter meglio concludere se non col sostituire alla mia parola quella ardente della grande popolana di Siena che, a distanza di secoli ed in analoga situazione catastrofica per il nostro Paese, incita ed esalta le donne italiane ad una intrepida operosità, fonte di illuminato ottimismo: “traete fuori il capo e uscite in campo a combattere per la libertà. Venite, venite e non andate ad aspettare il tempo, che il tempo non aspetta noi.

 

Fondazione Nilde Iotti. Il ricordo di Graziella Falconi.

http://www.fondazionenildeiotti.it/pagina.php?id=408

Chi lancia strali contro la “repressione sanitaria” ha lo sguardo corto.

La protesta nelle piazze, con tutto il peso dell’estrema destra, è comunque espressione del disagio prodotto dalla pandemia.  In ogni caso la vaccinazione è la vera arma per garantirci sicurezza e libertà. Draghi è stato molto chiaro.

 

Gianfranco Moretton

 

Si è conclusa la settimana con alcune manifestazioni nelle più grandi piazze d’Italia. Manifestazioni di protesta. Gli slogan erano chiari: contro il green pass. Nel sottofondo di questi manifestanti, come fiumi carsici che improvvisamente riappaiono, si sono registrati atteggiamenti populisti, capitanati dal diktat no vax.

 

In uno stato democratico è consentito a tutti di manifestare le proprie opinioni. Qualsiasi esse siano, tranne quelle che siano volte a minare i cardini della nostra Costituzione.

 

Tutto ciò manifesta il disagio prodotto dalla pandemia. Pertanto, non intendo alzare l’indice contro costoro. È un chiaro sintomo delle conseguenze di un evento straordinariamente negativo. In questo anno e mezzo ci siamo costantemente orientati e riorientati in diversi modi, proprio perché il nemico non solo è subdolo, ma dimostra un’abilità che non pensavamo avesse. Provvedimenti, che siano di un governo o che siano del suo successivo, non trovano mai un accordo unanime tra i cittadini. Troppi interessi sono in ballo e, soprattutto, interessi tra loro contrastanti.

 

Segnalo solo che in varie manifestazioni, diversi gruppi di estrema destra hanno inteso cappeggiare le piazze. La qual cosa non è sicuramente nuova, non desta preoccupazioni, ma è meglio segnalare una certa promiscuità di idee e di sensibilità all’interno dei gruppi manifestanti.

 

Dal 6 agosto, qui come già altrove, per le grandi manifestazioni, per gli assembramenti, per i luoghi chiusi si dovrà, per poter parteciparvi, certificare il non essere portatore di covid.

 

In sostanza è un invito ad esternare e a completare la vaccinazione. Mario Draghi stesso è stato lapidario. Non a caso dopo il suo richiamo, un numero considerevole di giovani e non solo hanno fatto richiesta per il vaccino.

 

Migliaia di nuovi contagiati sono un segnale allarmante. Da quanto si sa la stragrande maggioranza di persone non si è sottoposta al trattamento vaccinale. Adesso, le cose sono ancora semplici, abbiamo ancora il prossimo mese per poter fronteggiare al meglio la stagione più difficile. A settembre riapriranno le scuole, la produzione industriale riprenderà dopo la pausa estiva, non possiamo assolutamente permetterci un altro periodo di chiusura.

 

I protestatari, almeno a mio modesto avviso, hanno lo sguardo corto. Sono per lo più miopi. A noi serve invece cercare di capire come toglierci dai piedi questo triste gravame, pur sapendo che qualche sacrificio bisogna pur fare.

 

Vorremmo che sul fronte reale, la guerra contro il covid, potessimo decretare la fine del conflitto a nostro vantaggio per la fine dell’estate.

Uno squarcio di luce nel dibattito sulla giustizia. La giustizia nella Bibbia e la riparazione. Padre Occhetta su «Comunità di connessioni».

Nell’ultima frase di questo denso articolo del Padre gesuita si condensa il richiamo che traspare dall’insieme del testo. «Come insegnamento la Bibbia ci ricorda di «non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia» (Levitico 19,15) perché «il giusto sarà sempre ricordato» (Salmo 112)».

 

Francesco Occhetta

 

Nel tempo dell’eclissi della giustizia varrebbe la pena rileggere l’opera del gesuita E. Wiesnet «Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita. Sul rapporto fra cristianesimo e pena». Il volume è dedicato ad Hans, un ragazzo di 19 anni a cui, dopo tre anni di detenzione, viene negata ogni riconciliazione dagli abitanti del suo villaggio. Hans si impiccherà per disperazione dopo sei settimane, lasciando scritto nella sua lettera di addio: «Perché gli uomini non perdonano mai!».

 

L’opera, che spiega come la Bibbia nutra il significato antropologico e morale di giustizia, può aiutare gli attori della giustizia a volare alto intorno ai contenuti della riforma Cartabia e a superare i troppi interessi di parte che soffocano il significato di giustizia nella nostra civiltà giuridica. Per la Bibbia la giustizia penale cura le relazioni ferite e il suo significato a livello giuridico rimanda ad una doverosità verso gli altri e ad un’esigibilità verso sé stessi. Il suo significato è continuamente provocato da una domanda morale: «Chi è l’altro per me?» e dal senso ebraico di sedaqah, ovvero della giustizia intesa come solidarietà alla comunità di appartenenza che porta a dire “Per quanto sia difficile, io sono sempre responsabile dell’altro”.

 

La Genesi, senza edulcorare la realtà, racconta storie di conflitti violenti tra fratelli come quelli tra Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe, Giacobbe e Labano, Giuseppe e i suoi fratelli. Nella Bibbia, la fratellanza non è data biologicamente ma è un punto di arrivo, non ha nulla a che vedere con i legami di sangue. L’uomo è “per natura” fratricida, mentre “per cultura” può diventare prossimo e giusto. L’essere giusto o ingiusto, infatti, non dipende dall’obbedienza a una norma imposta, ma dalla capacità di riconoscere nel volto dell’altro la propria dimensione di persona giusta, come è stato Gesù che porta sulla croce il peso dell’ingiustizia. L’altro è innanzitutto Dio, ma è anche il fratello, il prossimo, l’altro uomo che esige il riconoscimento della sua vita. Nei racconti di origine della Bibbia, che sintetizzano la riflessione e la sofferenza di un popolo, si narra come l’esperienza del giusto esiga un duro cammino. Prendiamo un esempio dal testo: nel racconto Adamo incarna la pretesa di essere come Dio (Gen. 3,4), invece quando Dio gli chiede dove fosse Abele, lui gli risponde adirato con un’altra domanda: “Sono forse il custode di mio fratello?”.

 

Rileggendo questa pagina, la filosofia del Novecento risponde con Levinas: «Nel momento in cui metto in dubbio quella dipendenza e chiedo come Caino che mi si dica per quale ragione dovrei curarmene, abdico alla mia responsabilità e non sono più un soggetto morale». Eppure, il realismo del modello di giustizia penale di Israele è servito per regolare nella storia il significato della pena e della sofferenza nei rapporti fra gruppi e Stati, tribù e nazioni che si impegnano a ristabilire la giustizia e il riconoscimento reciproco. Nessun sconto o buonismo, ma solo una giustizia adulta e possibile si rivela come vera nella storia degli uomini. La stessa legge del taglione, spesso utilizzata dai giustizialisti per giustificare la durezza delle pene, non include una risposta vendicativa, ma esige una proporzione tra il male provocato e la pena inferta. Sfogliando la Bibbia non emerge un’idea astratta di giustizia, ma si intravvede una via per diventare giusti. La giustizia è un appello interiore alla responsabilità verso Dio e verso gli altri uomini. In ebraico responsabilità (achraiùt) include sia la voce ach (fratello) sia achèr (altro).

 

Ricostruire la verità di una relazione spezzata è il fondamento di ogni riforma della giustizia. Per questo, la morale biblica concepisce la giustizia penale secondo alcuni princìpi:

 

1) “Non giudicare ma rieducare il colpevole”. Caino, l’archetipo dell’assassino, non viene abbandonato a sé stesso, non è escluso dalla premura di JHWH. La tsedāqāh di JHWH prevede per Caino un lungo cammino di espiazione e di riabilitazione dopo la cacciata dal giardino.

2) “La responsabilità nell’esecuzione penale è oggettiva”, diventa soggettiva e individuale solamente nel diritto romano. La vittima deve ritrovare ciò che le è stato tolto: o il colpevole assume la propria responsabilità risarcendo del danno la vittima (o i suoi familiari), oppure la responsabilità ricade sull’intera comunità.

3) “Il dovere di bonificare la terra” quando viene macchiata dal sangue del fratello. Altrimenti il frutto non crescerà più per nessuno nel luogo del crimine, nemmeno per le vittime o per gli estranei all’azione violenta, perché il luogo della relazione e della reciprocità è stato turbato.

4) «Nella colpa, la propria pena», ha ribadito nel 1987 il cardinale C.M. Martini parlando ai detenuti del carcere di San Vittore: «Nella colpa è insita una sofferenza, una umiliazione e una esclusione dalla comunione pacifica degli uomini». La funzione della pena è trasformare la colpa in responsabilità per riabilitare a un nuovo inizio. La giustizia biblica punisce severamente il male fatto, ma salva chi lo ha fatto.

 

Anche in queste settimane di dibattito ci si divide tra giustizialisti, che fondano la loro idea di giustizia sulla vendetta, e permissivisti, che minimizzano l’accaduto. Tutto questo però cambia quando la giustizia riesce a toccare la carne e gli effetti del male compiuto. In quale modo è possibile garantire la certezza della pena insieme alla certezza della rieducazione? Con un tasso di recidiva che si aggira intorno al 68% e una spesa di solo 95 centesimi al giorno per la rieducazione dei detenuti il modello di riabilitazione previsto dall’art. 27 della Costituzione. Nonostante l’inerzia del sistema giudiziario, e anche se le forze politiche stanno remando contro, «la riforma deve essere fatta, con gli aggiustamenti tecnici necessari, perché lo status quo non può rimanere tale» ha sottolineato in Parlamento la Ministra Marta Cartabia. La riduzione dei tempi dei processi imposta all’Italia dall’Ue invece di unire il Paese, rischia di spaccarlo, perdendo quindi i finanziamenti del Pnrr.

 

 

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Uno squarcio di luce nel dibattito sulla giustizia. La giustizia nella Bibbia e la riparazione

Angela Maria Guidi Cingolani, la prima donna al governo. Un simbolo del Novecento democristiano. (Prima parte)

Il 26 luglio del 1951 si costituisce il VII governo De Gasperi. La battagliera deputata scudocrociata, già coinvolta e valorizzata da Luigi Sturzo all’atto della fondazione del Partito popolare, è nominata sottosegretario all’Industria con delega all’Artigianato. Ripercorriamo la sua vicenda umana e politica, dal volontariato a favore delle lavoratrici fino all’esperienza nei “piani alti” della Repubblica, non escluso il decennale impegno come sindaco di Palestrina, alle porte di Roma, a chiusura di un cursus honorum di grande e significativa rilevanza.

 

Rita Padovano

 

Moderna, rigorosa, appassionata sostenitrice dei diritti delle donne Angela Maria Guidi affrontò le difficoltà e le ostilità del suo tempo con generoso impegno lasciando a tutti noi un’eredità preziosa.

 

Sono anni difficili quelli in cui visse la sua giovinezza perché coincidono con lo scoppio della Grande Guerra la cui durata, più lunga del previsto, fece sentire da subito i suoi effetti, soprattutto in ambito socio-economico. Molti posti di lavoro negli uffici, nelle fabbriche, nelle industrie tessili, persino in quella bellica e nella produzione agricola rimasero scoperti. Le inderogabili necessità produttive posero tutti i governi di fronte a un dilemma: rinunciare a un gran numero di richiamati o utilizzare una forza lavoro, mai finora sperimentata, quella femminile. Si predilesse quest’ultima strada.

 

Per scelta o per necessità, molte donne, dopo un periodo di addestramento fecero il loro ingresso nel mondo del lavoro. In ambito industriale furono assorbite nel settore tessile dove vennero impiegate per produrre enormi quantità di uniformi, coperte da campo e sacchi a pelo, in quello militare per  realizzare munizioni di vario tipo.

Non meno robusta fu la loro immissione nel mondo dei servizi, dal trasporto dei tram alla distribuzione della posta; nell’agricoltura vennero istituiti “premi di merito agricolo” per coloro che si erano distinte nei lavori dei campi assicurando così la necessaria produzione agraria per approvvigionare il Paese.

 

Al termine del conflitto la situazione peggiorò. La riduzione del numero degli uomini abili, i numerosi morti che la guerra aveva provocato unito a quello causato dall’epidemia “La spagnola” e a quanti emigrarono all’estero, per evitare l’arruolamento, impoverì ancor di più il nostro Paese. Sul piano sociale altri due elementi pesarono notevolmente: l’elevato numero di reduci gravemente feriti e bisognosi di cure e, soprattutto, la presenza massiccia di famiglie monoparentali che impose al Governo la necessità di conferire alle donne il riconoscimento giuridico.

 

Iniziò così per loro un “nuovo cammino” fatto di parificazione dei diritti e di emancipazione. A partire da quella salariale. Enorme era la disparità a parità di lavoro!Contro questa, prima, discriminazione esse si ribellarono fino all’organizzazione degli scioperi, specie nel Milanese e nel Novarese. A causa poi del carovita e del  peggioramento della situazione economica la protesta si allargò anche nelle fabbriche tessili, manifatturiere e nelle risaie.

 

Un elemento importante in questo scenario complesso fu la crescita del numero delle donne diplomate e laureate. Ad investire sulla formazione delle giovani furono soprattutto le élite, dall’aristocrazia alla borghesia a cui Angela Maria Guidi apparteneva. I suoi genitori, Eugenio e Anna Casini, provenivano entrambi da famiglie borghesi romane di tradizione cattolica.

 

Il XX secolo si era aperto con un confronto vivace all’interno del crescente movimento femminista connotato da forti spinte anticlericali alle quali si contrapponeva quello animato da una tradizionale visione cristiana della donna. Ad individuare un altro percorso fu proprio Lei con il suo attivismo che prese forma dopo l’incontro con Armida Barelli, fondatrice della Gioventù Femminile cattolica italiana, e la principessa Maria Cristina Giustiniani Bandini che la portò, appena uscita dal collegio nel 1915, ad iscriversi all’Udaci e a partecipare alle iniziative da essa  organizzate per la mobilitazione del fronte interno durante la guerra. Lei stessa così ricordava questo momento della sua vita “Credo di essere diventata femminista con l’uso della ragione ma chi mi ha spinto su questa strada è stata donna Cristina Giustiniani Bandini”.

 

Con lo scoppio della Grande Guerra le donne diedero una testimonianza forte del loro impegno civile sia nel lavoro che nelle opere di assistenza. Ed è, per la sua opera di assistenza nel Circolo di S. Pietro che Angela Maria meritò la medaglia di bronzo del Comune di Roma. Un esordio che portò la giovane a iscriversi al primo corso propagandistico dell’Unione donne cattoliche.

 

Dentro questo scenario Angela Maria maturò la scelta che Le consentì di sfuggire all’insidiosa contesa tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica che animava quel periodo storico creando per sé un’originale percorso. Da quel momento fu presente su ciascuna delle tre emergenze di quegli anni: la questione educativa, quella sociale e dei diritti.

 

Luigi Sturzo, che aveva apprezzato la qualità del suo impegno, nel 1919, La chiamò a lavorare sia nell’Opera nazionale per gli orfani di guerra, da Lui fondata, che nel Partito Popolare, prima donna tesserata, dove guidò la segreteria del gruppo femminile fino allo scioglimento nel 1926.

 

Quello con Sturzo si rivelò subito un incontro importante che La portò a scoprire la politica intesa come spazio capace di dare risposte ai tanti problemi della società a partire da quello del lavoro  fondando numerose scuole di lavoro femminili, dando vita a fondazioni e cooperative che potessero essere d’aiuto all’inserimento delle donne nel mondo del lavoro.

 

Gli anni venti e trenta furono per Lei particolarmente intensi. Nel 1921 fondò il Comitato nazionale per il lavoro e la cooperazione femminile legato all’Azione Cattolica di cui rimase segretaria fino al 1926, occupandosi in particolare delle scuole di lavoro per le orfane di guerra, della Federazione delle lavoratrici dell’ago e di quella dell’allevamento dei bachi da seta, delle piccole industrie agricole a Caserta e nel Veneto; fondò cooperative di produzione nel Friuli Venezia Giulia. Nel 1922 venne nominata dal Ministero dell’Industria e Commercio membro del Comitato delle piccole industrie e dell’artigianato.

 

Nel 1924 partecipò e vinse il concorso presso l’Ispettorato del lavoro. In questa posizione si occupò di assistenza alle mondine e della condizione dei lavoratori stagionali proseguendo l’attività sindacale di orientamento cattolico. Quando poi si consolidò la dittatura fascista non esitò a lasciare tutto come nel 1929 quando, pur contribuendo alla nascita della Federazione nazionale donne professioniste e artiste, se ne allontanò dopo che la stessa fu assorbita dalle organizzazioni fasciste.

 

Anche di fronte alle tante difficoltà, la sua passione politica non vacillò mai, anzi tutt’altro, partecipò alle riunioni clandestine di partito e qui conobbe l’ex parlamentare del PPI Mario Cingolani, che sposò nel 1935. Divenne mamma ad un’età matura, quarantadue anni, soprattutto per quei tempi, era nata a Roma, il 31 ottobre 1896, e durante la gravidanza riprese gli studi universitari all’Orientale di Napoli, interrotti a causa dell’ostilità del padre, e conseguì la laurea in Lingue e letterature slave.

 

Insieme i Cingolani-Guidi divennero punto di riferimento per gli antifascisti cattolici romani fino alla liberazione di Roma. Parteciparono all’attività della direzione clandestina della DC ospitando nella loro casa il Comitato di liberazione nazionale. Nella fase di ricostruzione del partito, la Guidi viene incaricata di seguire la sezione femminile. Intanto continuò a interessarsi al lavoro femminile e, fino al 1943, seguì in particolare l’attività delle masse di generiche, comparse, operaie, impegnate a Cinecittà i cui problemi portò nell’aula parlamentare, più tardi. A Napoli, il 30 luglio 1944, venne eletta consigliere nazionale della DC e il 19 agosto, su sollecitazione di Alcide De Gasperi, delegata nazionale del movimento femminile.

 

(Continua)

La seconda parte sarà pubblicata domani

Mattarella, la pazienza dei costruttori.

Ripubblichiamo, per gentile concessione del direttore Andrea Monda, questo ritratto del Presidente della Repubblica, apparso sull’Osservatore Romano del 23 luglio.

 

Paolo Ruffini

 

Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, compie oggi 80 anni. Quando è nato, nel 1941, l’Italia era appena entrata in una guerra sbagliata, e dalla parte sbagliata. Quando è andato a scuola, e si è poi iscritto all’Università dove avrebbe insegnato, l’Italia liberata dal nazifascismo, uscita distrutta dalla guerra, aveva appena completato la prima fase della ricostruzione e si preparava alla stagione del centro-sinistra. Quando è entrato in politica da professore, tre anni dopo l’assassinio di suo fratello Piersanti, l’Italia stava attraversando gli anni bui del terrorismo e della sfida della mafia allo Stato. Quando è stato eletto presidente della Repubblica l’Italia, uscita vincitrice dalla doppia sfida dei terroristi e della mafia, stava entrando nel cambiamento di epoca in cui siamo ancora immersi.

 

Fargli gli auguri, oggi, facendo memoria di questi ottanta anni di vita italiana, significa anche celebrare — guardando al futuro — un modo di intendere e di praticare la politica come servizio, un modo mite ma forte, lungimirante; di poche parole, dette senza urlare, e molti fatti.

 

Come lui stesso ha detto — nel 75° anniversario della Liberazione — è il ricordo, è la consapevolezza del dolore, dei sacrifici, dei tempi bui che nel corso del tempo abbiamo più volte attraversato, ieri come oggi, che ci tiene uniti; che ci fa riconoscere nel nostro comune destino. Quel ricordo è il cemento che tiene insieme la nostra comunità.

 

Il suo amore per la politica, cristianamente intesa come la più alta forma di carità, ci dà lo spunto per parlare del significato della parola di ciò che chiamiamo cittadinanza, che unisce e rende uno (e sovrano) il popolo; e di quel principio che chiamiamo eguaglianza, su cui si reggono le democrazie.

 

Cresciuto alla scuola politica di Aldo Moro, Mattarella conosce la lentezza e la fatica del progredire delle buone cause; e crede nella democrazia come esercizio costante di ascolto, confronto, incontro; prima e dopo i momenti elettorali. Sa che in politica i problemi non si denunciano, si affrontano, con pazienza. Crede che a muovere il progresso della umanità non sia il conflitto, ma la cooperazione; non siano — come disse parlando con i giornalisti delle fake news — “i fattoidi”, ma i fatti. E diffida dalla tentazione di trasformare la politica in pura propaganda creando così i presupposti, nel migliore dei casi, di una sua irrilevanza, e nel peggiore di un disfacimento delle stesse istituzioni.

 

Certo, è difficile per la politica come per ognuno, districarsi nel labirinto dove a volte ci sembra essere finiti, in Italia e ovunque nel mondo.

 

Nei labirinti ogni via d’uscita sembra un inganno, ogni prospettiva un gioco di specchi.

 

Uscirne è difficile, ma non impossibile se si ha memoria. E si sa guardare al di là, alzando lo sguardo oltre il muro dei problemi. Dai labirinti ripete spesso Papa Francesco si esce dall’alto.

 

Quando si sono incontrati, Papa Francesco e il presidente Mattarella i problemi del nostro tempo li hanno anche elencati, uno per uno, ben prima della crisi pandemica: il terrorismo internazionale, il fondamentalismo, il fenomeno migratorio, le guerre, la ricerca di una pace stabile, gli squilibri sociali ed economici, la difficoltà per i giovani di trovare un lavoro stabile e dignitoso, la tutela dell’ambiente.

Sono problemi che richiedono capacità di governo e senso delle istituzioni.

 

Impongono, per dirlo con le parole del Papa quando nel 2017 andò in visita al Quirinale, un paziente e umile lavoro per il bene comune. Un lavoro che cerchi di rafforzare i legami tra le persone e le istituzioni, perché da questa tenace tessitura e da questo impegno corale si sviluppa la vera democrazia e si avviano a soluzione questioni che, a causa della loro complessità, nessuno può pretendere di risolvere da solo.

 

«I grandi problemi di questa epoca, se affrontati con un approccio inadeguato e angusto e con scarsa lungimiranza — disse allora Mattarella — rischiano di travolgerci. Ciascuno, nei suoi comportamenti quotidiani, le Istituzioni nella loro azione e i Paesi tutti, possono ottenere risultati soltanto se decidono di agire insieme».

 

Solo con questo approccio si possono trasformare i problemi in opportunità. E quando si cade, come ripete il Papa «non rimanere caduti».

 

È vero, la pandemia ci ha messo in ginocchio. Ma questo non vuol dire che non ci si possa rialzare, come Paese e come umanità tutta intera.

 

Aldo Moro, che di Mattarella è stato il maestro, disse nel suo ultimo discorso ai gruppi parlamentari, il 28 febbraio 1978, prima di essere rapito e ucciso dalle Brigate Rosse: «Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà».

 

Ecco di cosa è impastata la buona politica, di pazienza, di sobrietà, di lungimiranza.

 

La pazienza è una virtù dimenticata da questo nostro tempo così frettolosamente nervoso, sempre pronto a correre dietro a soluzioni tanto facili quanto false, a scambiare la civiltà per arrendevolezza. Ma la pazienza è forse la più eroica, anche se meno celebrata delle virtù politiche. Ed è eroica come scrisse Leopardi proprio perché apparentemente non ha nulla di eroico. È la virtù dei costruttori. Di chi non pensa solo all’oggi, ma soprattutto al domani. È la chiave per costruire il futuro.

 

L’elogio della sua pazienza è forse il miglior tributo che si possa fare oggi, nel giorno del suo compleanno, al presidente Mattarella.

Draghi, ovvero una “politica di centro”.

Una certa “cultura della mediazione”, propria della cultura cattolico democratica e cattolico popolare, ha trovato nell’attuale Premier il suo alfiere principale.

 

 

Giorgio Merlo

 

Da molte parti si invoca la necessità di ricercare la sintesi politica, la capacità di saper far convergere le varie forze politiche attorno ad un obiettivo comune e la necessità di superare quella radicalizzazione della lotta politica che resta il vero tallone d’Achille per una buona politica. Elementi che, purtroppo, non sono così comuni in un clima politico ancora purtroppo caratterizzato dal populismo, dal trasformismo e dall’opportunismo politico e parlamentare.

 

Eppure, questa capacità di ricercare la sintesi politica attraverso la storica e sempre attuale “cultura della mediazione” di derivazione cattolico democratica e cattolico popolare, ha trovato proprio nell’attuale Premier, Mario Draghi, il suo alfiere principale. Un’azione, quella di Draghi, che ha saputo riscoprire – seppur in un contesto difficile e quasi unico dove i partiti hanno clamorosamente smarrito la loro funzione e soprattutto la loro credibilità – quella caratteristica che era e resta decisiva per esercitare una credibile azione di governo.

 

Ora, è persin ovvio ricordare che il “centro” politico e di governo si sostanzia anche e soprattutto di quella cultura e di quella prassi. E proprio un tecnico autorevole e qualificato a livello internazionale ha saputo declinare concretamente quella cultura e quella “politica di centro” che restano decisive per superare i problemi e indicare delle soluzioni. Cioè, ha saputo svolgere quel ruolo politico che molti invocano e auspicano nel frastuono della politica contemporanea. Perchè è del tutto evidente che non posso più essere la radicalizzazione del politico permanente la soluzione miracolistica ai problemi che il nostro paese si trova dinnanzi.

 

L’esaltazione di un finto bipolarismo che poi è degenerato in uno smaccato trasformismo politico e parlamentare ha contribuito in modo potente ad indebolire la qualità della politica da un lato e ad ingigantire il ruolo delle estreme dall’altro. E, non caso, sono state proprio le formazioni populiste e demagogiche quelle a nuotare con maggiore destrezza in questo mare di degrado politico e civile.

 

Ora, in vista delle prossime elezioni politiche generali e dopo l’azione concreta di questo governo, e nello specifico del suo Presidente, forse sarà possibile dar vita a quella “politica di centro” che resta l’unica carta per battere alla radice la radicalizzazione della attuale dialettica politica italiana. Una cultura di centro che, come emerge in questi mesi, non è soltanto una tecnica parlamentare o una forma astratta di governo ma risponde, al contrario, ad un metodo democratico e ad una autentica cultura politica.

Tranfaglia mise sotto accusa De Felice. Anche lui dava spazio a un pregiudizio ideologico. Oggi sappiamo chi aveva ragione.

Una breve riflessione, a metà tra ricordo personale e ricostruzione storica, permette all’ex europarlamentare di ristabilire un giudizio equanime sulla figura del grande studioso del fascismo.

 

Silvia Costa

 

La scomparsa di Nicola Tranfaglia ha spinto a ricordare la polemica che l’oppose a Renzo De Felice, colpevole ai suoi occhi di favorire, nei difficili anni ‘70, una lettura pericolosa del fenomeno fascista. Erano forti le tensioni nell’Italia di quel periodo. Tuttavia, a distanza di molto tempo, emerge ancora più nitidamente il valore di De Felice, in origine di cultura marxista, attaccato per la libertà del suo lavoro intellettuale.

 

Mi piace, in questa circostanza, rendere una piccola testimonianza. Mi sono laureata a La Sapienza proprio con De Felice, all’epoca già riconosciuto per la qualità dei suoi studi: era un interprete autorevole della lezione di Federico Chabod. Quando nel 1972 gli proposi una tesi sul sindacato cristiano tra il 1918 e il 1926 – nella sostanza sulla gloriosa CIL di Valente e Grandi – accadde che lui, benché fosse di simpatie repubblicane, si dimostrò alquanto interessato al tema.

 

Da quel momento, infatti, mi ha seguito con dedizione e convinzione perché riconosceva che si trattava di un “opera pionieristica” rispetto alla più conosciuta e approfondita storia del sindacalismo socialista e/o marxista. Volevo dimostrare che c’era stato un movimento di ispirazione cristiana, popolare, interclassista e democratica, che aveva operato nel solco del riscatto sociale arricchendo la complessa esperienza sindacale; un sindacato che visse sulla sua pelle gli anni della repressione ad opera delle squadracce fasciste e che dopo la legge Rocco non aderì, in larghissima parte, all’invito sotto forma di suggerimento del Card. Gasparri affinché i cattolici dessero prova di lealtà verso il sindacato unico voluto dal Regime.

 

Una breve nota per concludere. L’opera di De Felice sul fascismo e le sue cause, nonché sulla larga adesione che registrò nel Ventennio, scatenò appunto le accuse di molti intellettuali del tempo che arrivarono a parlare di “sindrome di Stoccolma”, come se egli si fosse lasciato prendere o peggio ammaliare dalla sua stessa indagine. Accuse infondate e ingenerose, oltre che ideologicamente connotate, tanto che oggi i suoi studi rappresentano una pietra miliare nell’ambito della ricerca storiografica. Alla lunga De Felice ha avuto ragione.

Si è fatta sera e squilla la tromba del rinnovamento: la disunione non può essere il dogma civile dei cattolici.

Non sfugge che siamo di fronte ad un possibile giro di boa epocale, ontologico ed esistenziale, uno scivolamento verso il nichilismo individuale e sociale, la fine di unepoca, il tramonto di una civiltà. Perciò la risposta della politica implica ed esige un soprassalto di virtù e coraggio.

 

Francesco Provinciali

 

Dopo la fine del partito unico dei cattolici è finita anche la loro presenza politica o rimane qualcosa di quei principi, di quei programmi, di quei valori che avevano ispirato tanta parte della storia recente di questo Paese?

 

E dopo il tramonto del collateralismo con le associazioni, con i cenacoli culturali, con il mondo del volontariato, con lo stesso sindacato, dove può trovare spazio e collocazione – se mai esiste ancora – una dottrina sociale ispirata ai principi della giustizia e della carità, dell’equità e dell’etica dei comportamenti?

 

A guardarsi in giro è difficoltoso distinguere, anche stropicciandosi gli occhi: retaggi, rimpianti, ricordi danno sostanza ad uno sparigliamento che assomiglia più al limbo dell’indeterminato di quanto non rendano l’idea di una compattezza nobilitata da connotazioni qualificanti.

 

E serve ancora a questa Italia del terzo millennio che i cattolici si rimbocchino le maniche e si diano da fare per partecipare con fattivo e concreto contributo a definire e magari guidare ancora un modello di società, a traghettare il salvabile di una stagione finita e lontana – ma che non merita di essere demonizzata – oltre le secche di una palude, come quella attuale, affidata più alle cronache spicciole di giornata, agli aneddoti pruriginosi, alle squallide diatribe di palazzo e agli inciuci tipici del peggiore trasformismo nazional-popolare?

 

Destra e sinistra – a un tempo alibi e miti di un bipolarismo sui generis, più preoccupato di rivendicare il principio di alternanza che di sostanziarne le idee – hanno diviso e separato i cattolici in nome di ragioni diverse, che gli apparentamenti politici con gli alleati di coalizione hanno poi reso sovente inconciliabili con le origini.

 

Possiamo dire che molta parte dei cattolici oggi impegnati in politica hanno svenduto a buon mercato le loro idee? A conti fatti sì, possiamo dirlo.

 

Se n’è accorta da tempo anche la Chiesa, suo malgrado accomodante verso certi adattamenti al nuovo che avanza e attenta a non mischiare fede e ragion di stato in nome di una laicità che è patrimonio culturale condiviso.

Ma non è venuta meno la Chiesa: hanno mancato, arrabattandosi di qua e di là con disinvolte capriole, coloro che – dopo lo sconquasso degli anni novanta, si sono arrogati il compito di traghettare principi e valori, mostrandone spesso il lato peggiore.

 

Eppure questioni aperte ce ne sono e il contributo del cattolicesimo sociale potrebbe essere determinante: l’etica in politica, innanzitutto, la famosa e ormai retorica ‘questione morale’, la vivibilità dei contesti urbani, i flussi migratori, le difficoltà del vivere sociale, il problema del lavoro e della casa, la nobilitazione del merito, la dignità della giustizia, il dovere della carità.

 

E in questo periodo di timori e turbolenze, in cui si accentua e diventa una preoccupazione preponderante il lento e lungo processo di sgretolamento dell’identità che ha attraversato tutto il ‘900, il tema della sessualità e della cangiante appartenenza di genere, l’emergenza dilagante dell’omofobia come espressione della violenza simbolica ma dietro ad essa anche molti malcelati pretesti per confondere la specificità dei ruoli genitoriali, la messa in discussione della famiglia tradizionale, la pedagogia gender che entra in modo strisciante nella scuola e introduce il principio del situazionismo sessuale deprivato – appunto – dall’identità naturale, il sentirsi in modo diverso e il poter essere mutanti per un semplice atto di volontà, in realtà una decadenza verso l’ibrido sessuale cangiante e defedato. E la scuola come istituzione che si fa garante di questo sfacelo identitario, in nome di un assurdo e insostenibile “principio di realtà”.

 

Spiace, turba, confligge pensare e vedere che molti sedicenti cattolici si impegnano con più fervore su altri campi, se ne sono accorti da tempo anche i vari Presidente della CEI che hanno posto il problema di una nuova classe politica dove l’impegno civile e sociale del cristianesimo trovi una concreta collocazione.

 

Non sfugge che siamo di fronte ad un possibile giro di boa epocale, ontologico ed esistenziale, uno scivolamento verso il nichilismo individuale e sociale, la fine di un’epoca, il tramonto di una civiltà.

 

I tempi si fanno bui, troppo di quello che ci compete risulta disinvoltamente possibile, aggiustabile, riciclabile: una concezione machiavellica del potere dove la preoccupazione principale è di trovare spazio per succedere a se stessi.

 

Anche alla politica locale – ovunque essa si materializzi -. si potrebbe chieder conto di ciò che qualifica una presenza personale ispirata ai valori del cattolicesimo.

 

Chiediamo a Voi, signori politici che fate professione di fede: fino a quando siete disposti ad essere di buon esempio affinchè l’elettorato cattolico si riconosca in voi, in ciò che dite e – soprattutto – in ciò che fate?

 

Troppi cedimenti, troppi compromessi al ribasso, il mettersi a lato e fuori dai problemi reali del Paese, forse neppure percepiti, il collocarsi al di sopra della società civile che non condivide le vostre priorità ed avrebbe urgente bisogno di una guida salda, emotivamente rassicurante, concreta.

 

Di fermento ce n’è, in giro, da tempo. Si è fatta sera e squilla la tromba del rinnovamento. Quando pensate possa giungere l’ora di passare la mano?

Cerri discorsi contro i vaccini fanno disperare sulla capacità di vincere la lotta alla pandemia. È nostro dovere tenere la barra dritta.

Rimangono ancora nella memoria collettiva i lutti prodotti dalla spagnola”. Si propagò in ogni dove nel mondo, non fu epidemia circoscritta ad un territorio. Come un secolo fa scontammo difficoltà e insufficienze, oggi possiamo viceversa purare nelle risorse della scienza.

 

Raffaele Bonanni

 

In questi ultimi tempi giornalmente si parla di vaccinazione, e naturalmente ognuno ha qualcosa da dire, da pensare e da decidere su questo importante e delicato argomento. Intanto si è generata una bolla mediatica come succede spesso su temi di grande attualità; la politica immancabilmente vi irrompe dentro, non sempre rendendo più semplice valutazioni e decisioni private e pubbliche. Quello che stupisce nel dibattito è la mancanza di profondità come meriterebbe la complessa questione.

 

È come se fossimo alla prima ed inedita esperienza di vaccinazioni; come se pandemie ed epidemie fossero estranee alla esperienza storica dell’umanità. Già nel XIX secolo la vaccinazione contro il vaiolo risparmiò moltissime vite e nel Regno Unito, ad esempio, fu necessario renderlo obbligatorio. Poi nel tempo si svilupparono altri vaccini: contro il morbillo, tubercolosi, sifilide, ed altre infezioni, fino ad arrivare alla vaccinazione della poliomielite, che fino alla fine degli anni ‘50 mieteva vittime ed invalidava molti bambini. Mi ricordo ancora le vaccinazioni a cui fui sottoposto; le autorità decisero ed organizzarono gli eventi per la immunizzazione nella consapevolezza comune della loro indispensabilità; le famiglie e i giornali collaborarono con entusiasmo; orgogliose si mostrarono le forze politiche per tanta efficienza, segno di civiltà che quel servizio attestava. Insomma tutti vivevano quegli accadimenti come un occasione per evitare, grazie all’intervento dello Stato, grandi pericoli personali e collettivi.

 

A nessuno, né a singoli cittadini né ad associazioni sociali e politiche veniva in mente di alimentare dubbi rispetto alla immunizzazione, né tanto meno veniva a medici e specialisti in genere, di confutare l’efficacia o la pericolosità della inoculazione del preparato. In definitiva la percezione e convinzione su cui poggiavano le certezze, era che ci si trovava di fronte ad un rimedio per scampare un pericolo che poteva sicuramente arrecare gravi danni alla salute, un mezzo in grado di neutralizzare un grave rischio per la perdita della vita stessa delle persone.

 

Rimangono ancora nella memoria collettiva i lutti prodotti dalla “spagnola” un secolo fa. Anch’essa fu pandemia, infezione che si propagò in ogni dove nel mondo, e non epidemia circoscritta ad un territorio. Non si trovò alcun vaccino da contrapporre, e le vite perse furono ben 80 milioni e più. Dunque, anche in questa esperienza del Covid, dovremmo vivere con grande interesse le opportunità che la scienza ci offre come toccasana; senza riserve in quanto ci dà la possibilità di rimediare a situazioni che l’umanità di volta in volta si trova a fronteggiare. La storia ci insegna che nel lungo viaggio dell’impegno della scienza per affrancare le persone dalle avversità, gli intralci della superstizione e della istigazione alla sfiducia sono stati sempre presenti, come è appunto accaduto in questa pandemia.

 

All’inizio è stata negata, poi di fronte alla evidente pericolosità è stata classificata come complotto, per poi entrare nel campo dell’opinabile in quanto a rimedi da allestire; come  se ognuno vivesse per conto proprio e non in un corpo unico. Dunque, in costanza di un impegno non ordinario delle istituzioni, di medici infermieri, volontari e cittadini tutti coinvolti in questa pandemia, alla stregua di altre epoche, ci tocca comunque scavalcare una serie di fastidiose difficoltà. Ed allora affrontiamo il profluvio di contrarietà, come ci succede talvolta al bar, ascoltando discorsi fuori luogo. Non è il caso di replicare ad ovvietà così evidenti, semmai conta affrontare la vita con maggiore serenità e determinazione, tenendo i piedi ben piantati a terra e la testa rivolta alla storia del progresso della umanità.

Draghi e il ritorno della politica. Per educare, non per compiacere.

“L’appello a non vaccinarsi è lappello a morire. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire. Non ti vaccini, contagi, lui o lei muoiono.” (Mario Draghi, Conferenza stampa, 22 Luglio 2021).

 

Antonio Payar

 

 

Una sequenza di quattro periodi asciutti, in tutto una ventina di parole, ciascuno terminante con il verbo morire, presentato come finale sicuro di un declamare, ritenere, opinare, agire profondamente sbagliati. Questo l’intervento asciutto e severo di Mario Draghi.

 

Non si tratta di una persona chiamata a sistemare i conti o a far valere la stima mondiale di cui gode (per poi ciascuno ripararsi dietro, e rimanere accomodati nell’atavica pigrizia intellettuale; come scrive Sebastiano Vassalli, l’italiano è quello che chiamato da Dio nel giorno del Giudizio Universale risponde: “Chi, io?”).

 

No, qui si tratta della ricomparsa a trecentosessanta gradi di un governante educatore come agivano non pochi ai tempi in cui i partiti non erano solo combutte di interessi ma anche grandi aree ideologiche, con tutta la nobiltà di questa parola: un sistema di pensiero e il primato del domani; allora… _quando sembrava che il futuro avesse ancora un avvenire_, e quindi si doveva fare politica per farlo ‘accadere’.

 

Ma in questa micidiale sequenza di Draghi c’è di più: c’è la dimostrazione che spesso la verità non è una cosa per moderatismi, per insulsi ‘buon senso’ (Draghi va in TV e parla di cimiteri sicuri), per viedimezzo e di mezzucci, per annacquare con le Ragioni Penultime (il Pil, gli sbilanci, etc.) le Ragioni Ultime (la morte, che ne è di me?) che il Covid ha ‘imposto’ nel mondo. È un messaggio che riavvolge la bobina e si ferma sui fotogrammi di metà Marzo 2020 a Bergamo, con la processione notturna dei camion militari e delle bare.

 

Una lezione che dimostra che governare sugnifica guidare e non solo assecondare, e per guidare serve la Storia (col presente e basta non ci fai nulla). Ma è anche un messaggio che proprio perché ‘osa’ il vivere e il morire, si pone come paradigmatico della portata profondissima della sfida che il Covid ha posto non solo al nostro modello di sviluppo ma anche alle ragioni antropologiche e, bisogna dirlo con forza, spirituali, al Senso, che abbiamo messo in gattabuia in nome di prestazioni da incasso monetario certo (l’unica cosa propalata come ‘concretezza’…) e ovviamente infelicità sicura.

 

La radicalità filosofica dei quattro periodi esplicitati bruscamente da Draghi è appunto la dimostrazione di un pensare-agire già post-Covid perché non ‘aggiusta’ la sfida ma la guarda per quello che interamente è, finendo su una domanda esclusivamente personale e ineludibile: Io, cosa voglio per me e i miei figli domani?

 

Perché non si riparte da noi ma da io. Diverso, interrogato e desiderante.

La Treccani stila un elenco di romanzi imperdibili e vi inserisce “La coscienza di Zeno”

La lista, ideata con la supervisione scientifica e il sostegno della Fondazione per l’arte e la cultura Lauro Chiazzese,  propone 10 romanzi da riscoprire e rileggere per conoscere il Novecento. Per ogni romanzo la Treccani mette a disposizione una breve analisi dell’opera.

 

Redazione

 

La coscienza di Zeno è il romanzo psicoanalitico di Italo Svevo pubblicato nel 1923.

 

L’isolamento dell’io si approfondisce nel terzo romanzo, che fa di Svevo uno dei grandi maestri del personaggio vociferante e solitario, discendente del dostoevskiano «uomo del sottosuolo». Durante il viaggio di nozze a Venezia, la moglie di Zeno Cosini ammira scorci di giardini e campanili vibranti nell’acqua.

 

«Io, invece, nell’oscurità, sentivo, con pieno sconforto, me stesso» ricorda Zeno (La coscienza di Zeno, cit., p. 157). Questa è la situazione sorgiva della Coscienza: un uomo ironico e sempre più solo studia sé stesso e gli effetti prodotti su di lui dagli altri (la trama dei traumi, le «lesioni» ricevute o, più raramente, inflitte). L’impulso che lo muove è una domanda: chi sono io? Per assisterlo l’autore gli mette in mano «la scienza per aiutare a studiare se stesso» (Soggiorno londinese, in Teatro e saggi, cit., p. 893): la psicanalisi. Nasce così uno dei romanzi più singolari del Novecento, capace di assorbire la teoria freudiana a diversi gradi di profondità, convertirla in racconto e poi metterla in scacco, insieme al racconto stesso. In sintonia con le sperimentazioni della letteratura del suo tempo, ma in modo meno esibito e più sottile, la sua forma congeda la tradizionale linearità della trama romanzesca: affianca un testo-cornice (la Prefazione del dottor S.), l’autobiografia di Zeno – che segue un ordine policentrico ed episodico più che causale e cronologico, e si dissemina di riflessioni e aforismi – e infine il suo diario.

 

Ciascun testo smentisce gli altri, destando sospetti su ogni pagina. E tuttavia il protagonista ci persuade ad addentrarci nell’opera prendendo sul serio il suo «proposito» più grande: scrivere per conoscersi e ottenere la «salute», cioè una vita più felice e buona (ne ha molti altri, tutti disattesi, tra cui smettere di fumare). Zeno però, che vuole cambiare, non fa che ripetersi; e anche con la verità cui aspira ha un rapporto complesso: «Ricordo tutto, ma non intendo niente» (La coscienza di Zeno, cit., p. 32).

 

 

Come molti romanzi modernisti, la Coscienza vuole essere non solo una semplice storia, ma soprattutto un’«avventura intellettuale», per usare l’espressione scelta da Musil per Der Mann ohne Eigenschaften (1930-1942; trad. it. L’uomo senza qualità, 2 voll., 1956-1962): si incentra sull’imperativo del ‘conosci te stesso’, di cui i fatti narrati non sono che l’oggetto molle ed evanescente. Dalla psicanalisi Svevo trae innanzitutto il paradigma del racconto rammemorante allo scopo di fare luce sul senso dell’agire umano; un agire compulsivo, oscuro e posseduto dal desiderio (il romanzo è intriso di eros), ma proprio per questo bisognoso di essere interpretato. Eppure l’opera è anche avvolta di ambiguità e segretezza: convivono in Zeno, ossimoricamente, una tensione allo «studio» e una all’occultamento. Come gli altri protagonisti sveviani, anche Zeno è incline all’autoinganno. Ed è sepolto nel linguaggio, di cui teorizza in più luoghi la natura falsa e potente, che lo spinge a preferire al dialogo il silenzio: «Le parole bestiali che ci lasciamo scappare rimordono più fortemente delle azioni più nefande», avverte; «la stupida lingua agisce a propria e a soddisfazione di qualche piccola parte dell’organismo […] si muove sempre in mezzo a dei traslati mastodontici» (p. 283).

 

Ma non si tratta solo di questo. Intelligentissimo, Zeno si muove con imbarazzo e inquietudine, ma anche con ironia e «leggerezza incredibile»: vacilla e glissa. Il suo mondo è fluido e vi troneggia un nuovo edificio: la Borsa del Palazzo del Tergesteo, il luogo della speculazione e del gioco (gli sfondi sveviani sono sempre insieme realistici e astratti, semantici). E Zeno gioca, come un attore in maschera e come un giocatore d’azzardo che si abbandona al caso e vince misteriosamente.

 

Perciò troviamo in lui anche un consapevole ricorso, e un diritto rivendicato, alla falsificazione e al non sapere: mente, inventa, trascura, omette. Di alcune sue storie, per esempio, afferma: «Erano vere dal momento che io non avrei saputo raccontarle altrimenti. Oggidì non m’importa di provarne la verità» (p. 82).

 

Tra le cose che Zeno cerca a lungo di ignorare ne spicca una: la guerra. La Coscienza fa parte delle opere capitali della cultura europea degli anni Venti-Trenta che portano inscritto, a loro fondamento, lo shock del conflitto mondiale: Der Zauberberg (1924; trad. it. La montagna magica, 1932) di Mann, Der Mann ohne Eigenschaften di Musil, Die Schlafwandler (1931-1932; trad. it. I sonnambuli, 1960) di Broch, Jenseits des Lustprinzips (1920; trad. it. Al di là del principio di piacere, 1974) di Freud. Ma qui la guerra entra alla chetichella, come Zeno che la incontra vagabondando per la campagna nell’ultimo capitolo del romanzo. Ne riceve i segnali e li nega, e abbraccia con inedita ma sinistra gioia la sua vita proprio lungo le rive dell’Isonzo («seppi sorridere alla mia vita ed anche alla mia malattia […] le amai, le intesi!», p. 401). E se in Der Zauberberg Castorp avanza sublime nel fango dei campi di battaglia cantando la Winterreise, Cosini ci capita per sbaglio e ha un solo grande problema: come attraversare la linea del fronte per tornare a casa e «arrivare finalmente al [suo] caffelatte». È tipico dei mondi sveviani – in questo davvero freudiani – che si possa incappare in avventure inaudite mentre ci si appresta a sorbire un caffè; Svevo inverte le maiuscole e le minuscole: se il quotidiano si ingigantisce in tic nevrotici onnipotenti (si soggiace a forze incoercibili che hanno le dimensioni di una sigaretta), gli eventi e i problemi più enormi si aggirano con ostentata noncuranza tra le pieghe della banalità, «come i principi dell’opera travestiti da mendicanti» (J. Breuer, S. Freud, Studien über Hysterie, 1895, in S. Freud, Gesammelte Werke, 1°vol., 1952, p. 282).

 

Il capolavoro sveviano delle inversioni e delle ambivalenze concettuali è l’ultimo capitolo della Coscienza. Qui Zeno affida al suo diario temi di riflessione densissimi: si dichiara sano in quanto felicemente incurabile e rifiuta la psicoanalisi come terapia; celebra l’incompiutezza dell’essere umano («ha da moversi e battersi e mai indugiarsi nell’immobilità»); decreta l’infermità del mondo e ne predice la scomparsa. E soprattutto fa scomparire sé stesso: difende a lungo l’intrinseca falsità di tutto ciò che finora ha raccontato, abolendo in poche pagine l’intero romanzo che le precede e deridendo la credulità del dottor S. («quel bestione»), che lo incoraggiava a scrivere per «vedersi intero».

 

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https://www.treccani.it/magazine/parolevalgono/le_parole_10_romanzi_Novecento/index.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Controllare, cosa significa in concreto? Alla responsabilità dei cittadini deve far seguito una ‘regola’ delle istituzioni. Serve la politica.

I controlli consentono di discriminare i corrotti dai corretti e insegnano come prevenire e migliorare. Invece di controllare, in questi anni di furia antipolitica abbiamo solo scambiato il controllo con la denigrazione, umiliando il lavoro di chi fa politica. È il triste lascito di Mani Pulite.

 

Mariapia Garavaglia

 

L’etimologia ci aiuta a inquadrare il pensiero che si vuole esprimere: dal francese contrôler, contre (contro) e rôle (registro), dal latino: rotulus (rotolo). Avere un registro, un rotolo per avere tutto scritto, indica la volontà di verificare.

 

Il controllo è un atto dell’intelligenza che analizza e cerca di capire come si svolge – come si ‘srotola’ – una attività per giudicare se la sua finalità è stata raggiunta e come. Quindi il controllo ci riguarda e si manifesta soprattutto quando si rivolge a fatti che toccano la vita comunitaria. Il controllo più importante, efficace e delicato è pilastro della democrazia. È il controllo dei cittadini sul funzionamento delle istituzioni e sulla attività dei propri rappresentanti.

 

Ma attualmente il dibattito verte sulla crisi della democrazia rappresentativa. Mi sento come chi si chiede se sia nato prima l’uovo o la gallina. Infatti la partecipazione politica è ai minimi storici, l’assenteismo alle urne è in continua crescita, la reputazione dei politici inficiata da pregiudizi volutamente divulgati. Un partito che è ancora maggioritario in Parlamento, in forza del successo elettorale del 2018 è nato sull’assunto di una denigrazione generale dei meccanismi della democrazia: “vaffa”, uno vale uno, democrazia diretta con votazioni a clic, qualsiasi sia il numero dei votanti, ecc. Non è attribuibile solo a quel partito l’attuale condizione della apatia, quando non disprezzo, nei riguardi dei politici: qualche cosa deve esserci stato all’origine.

 

Con la stagione di Mani pulite si è avviata una continua delegittimazione della politica, perché i messaggi alla opinione pubblica erano indiscriminati, senza distinzione fra corrotti e politici onesti, leali e competenti. Più facile fare di ogni erba un fascio. Si dimenticò la stagione in cui i politici furono vittime della furia terroristica. “Sono tutti uguali” è una offesa inaccettabile perché mai si dovrebbe usare un giudizio senza appello verso qualsiasi cittadino: tutti evasori, tutti disonesti? È stato un modo per allontanare soprattutto i giovani. Il “vaffa” di Grillo fu preparato da anni di propaganda, anche di grandi quotidiani nazionali e talk show televisivi, affidando a famosi giornalisti di scovare le poche sacche di privilegio e le malefatte di qualche politico ad ogni livello, dai sindaci e consiglieri regionali fino a parlamentari e ministri.

 

Quanto sarebbe stato più utile al Paese fare pulizia e chiarezza attraverso gli organi deputati al controllo. Il nostro è un Paese che non ama i controlli…Il controllo ha valenza giuridica, tecnica, etica. Il crollo del Ponte Morandi ne offre una concreta evidenza, perché l’assenza di controlli e di manutenzione hanno causato morti e illeciti guadagni per i concessionari. Le istituzioni che sottoscrivono concessioni – Rai, grandi infrastrutture, servizi – quindi hanno l’obbligo giuridico e morale di offrire la massima garanzia in qualità e funzionalità. Ovviamente è previa una continua manutenzione perché, come si suol dire, prevenire costa meno che aggiustare. Anche le convenzioni, da quella dei medici di medicina generale a quelle dei farmacisti, delle strutture sanitarie private, ecc. devono poter essere utilizzate dai cittadini con la più trasparente modalità di accesso e, quando serve di pagamento.

 

Che dire dei mancati controlli riguardo la nostra casa comune, la città? Se la manutenzione delle strade, dei giardini, degli edifici pubblici, delle case popolari e di ogni struttura di pubblica utilità fossero continuamente manutenuti come diverso sarebbe il decoro della nostra vita pubblica. Anche ai cittadini tocca rispettare i beni comuni perché ciò che è pubblico non è di nessuno ma di ciascuno! Ma è difficile comportarsi adeguatamente se l’esempio non viene dall’alto. Probabilmente sarebbe uno stipendio ben programmato nel bilancio comunale quello dedicato a figure che potremmo assimilare ai maître d’hotel: la persona che “butta gli occhi” sulle attività, sul personale e sui dettagli. Il ‘direttore’ della città vedrebbe le buche delle strade, i cordoli dei marciapiedi dissestati, i semafori che non funzionano oppure piegati per qualche incidente, i lampioni con le lampadine fulminate, l’accumulo di rifiuti al di fuori degli spazi dedicati, ecc.

 

Un sogno? Piuttosto la buona creanza o se vogliamo il galateo delle pubbliche istituzioni, dei suoi dirigenti ed anche, se non soprattutto dei cittadini ai quali pure tocca la responsabilità dei controlli. Questa sarebbe una forma di partecipazione alla vita comunitaria che arricchisce il senso di appartenenza e valorizza la democrazia. Il controllo della sicurezza nella casa comune però non può essere affidato ai cittadini. Da anni si progettano vigili di quartiere, ‘ronde’ legittime con la presenza continuativa e diversificata delle diverse forze dell’ordine, ma non si è dato sufficiente seguito e si continua con la litania “si dovrebbe, di potrebbe…”. Rispondere alle segnalazioni dei cittadini, senza nascondersi dietro a risposte offensive “non tocca a me, non è mia competenza”, significa conquistare la fiducia verso le istituzioni e ridurre e semplificare le procedure. Mai come in questo periodo abbiamo imparato che non si può fare a meno gli uni degli altri.

 

I controlli consentono di discriminare i corrotti dai corretti e insegnano come prevenire e migliorare. Sanzionare pesantemente le guardie carcerarie che tradiscono il loro ruolo significa difendere tutti quegli operatori che si comportano con diligenza e onore. Il controllo più impegnativo, che ci verrebbe imposto dalla tecnologia informatica, sembra essere anche il più sfuggente e delicato quanto ai canoni della democrazia. Ciò che affidiamo a internet navigherà senza confini e per sempre. Si vorrà e potrà controllare? Ma questo è un altro discorso.

L’ultima libertà dei liberisti: licenziare con una email. Qualcuno lo chiama anarco-capitalismo. È il fantasma del nostro inevitabile futuro?

Una multinazionale inglese decide di licenziare senza avere il coraggio di un confronto diretto con i dipendenti. Quello che scandalizza di più è proprio lo strumento utilizzato dalla Gkn: una mail, perentoria nel tono e nel contenuto, che qualche operaio ha scambiato addirittura per uno scherzo.

 

Nino Labate

 

Il capitalismo liberista inglese – non da ora  ubriaco di  totali e assolute  libertà –  non si smentisce. Stravolge in maniera banale, alcuni elementari tratti di solidarietà umana e di buon gusto, che hanno da sempre caratterizzato  l’autentico liberalismo, quello rispettato persino dal sacerdote Luigi Sturzo. Ma non si smentisce. Oggi tuttavia rappresenta un pericoloso e tragico modello per quanti si ispirano ai suoi insegnamenti. A cominciare dall’Istituto italiano Bruno Leoni, innamorato della scuola economica viennese liberista, che  facendo leva sul suo fondamentale “individualismo metodologico”, trascura totalmente il contesto sociale e culturale, la comunità  e i mondi della vita in cui è immersa ogni persona umana che vive in relazione. Un paradigma di analisi sociologica che fa partire tutto dall’individuo isolato, che cura ed è attento solo e soltanto ai  propri interessi individuali privati,  a  quelli del  mercato, a quelli della sua impresa.

 

Tutto il resto non conta. Ove in questo resto, sono compresi le sorti di  lavoratori dipendenti, i loro genitori, le loro famiglie e i loro figli, il loro futuro destino: merce inutile e da scartare  appena si può guadagnare qualche sterlina in più o quando c’è  puzza di crisi. “…La nostra filosofia è conosciuta sotto molte etichette” – recita il portale dell’Istituto – “liberale”,”liberista”,”individualista”, “libertaria”…” ma soprattutto attraverso “…la fedeltà a Lord Acton e alla sua  libertà individuale“. Chiarite grosso modo le  finalità, le idee portanti, e la… “filosofia” dell’Istituto, fatte proprie e  sposate in qualche modo anche dai sudditi della regina Elisabetta e al di là dell’Atlantico, possiamo capire meglio i comportamenti di alcuni disinvolti magnati, Paperoni del Regno, che decidono all’improvviso del destino di intere comunità attraverso un clic digitale. Altra cosa, diciamo la verità, dai 3 o 4 supericchi capitalisti Usa, che come ha fatto il proprietario di Amazon preferiscono investire miliardi di dollari nella costruzione di una inutile  navicella spaziale, per poter giocare e divertirsi solo per 15 minuti attorno alla terra, facendo pagare un biglietto 28 milioni di dollari  a chi voleva provare questa emozione.

 

Fatti loro privati si dirà. Che non abbiamo nessun diritto di criticare. Giusto. Ma fatti offensivi lo stesso.

 

Ma perché mi sono dilungato? Perché è proprio tutto questo che sta alla base del nuovo capitalismo ultraliberista in rigoglioso sviluppo, disinteressato del clima, degli alberi, delle donne e degli uomini. Dei poveri. Che fa saltare sulla sedia il marxista Bergoglio, quello della “stessa barca” per intenderci, e colloca tra i ferri vecchi la sua solidale  Dottrina Sociale sempre attenta agli ultimi e agli indifesi. Che partendo  dalla  Thatcher,  nemica giurata delle aziende pubbliche e di quel Keynes antimarxista dichiarato, secondo il quale tuttavia “…il capitalismo non è giusto”, arriva sino all’antieuropeista Boris Johnson. Ma che si può financo leggere ben sfumato sulle colonne del “Corriere della Sera”, attraverso gli articoli di Angelo Panebianco, che non perde mai l’occasione di ricordarci le sue virtù, raccomandando sempre allo Stato di starsene ben nascosto e in silenzio. Forse anche durante le epidemie.

 

Ma vediamo cosa è successo in questi anni.

 

È successo che l’originario capitalismo industriale conosciuto a Londra dal giovane Marx, che bene o male creava la “borghesia utile”, ovvero posti di lavoro e ricchezza (anche) da distribuire, oggi non solo ha fatto scomparire  del tutto la borghesia e il proletariato, ma si è completamente trasformato in anarco-capitalismo finanziario digitale, tutto nelle mani dell’1% dei super-ricchi del mondo, collegati 24 ore al giorno attraverso i computer con Wall Street (New York) e LSE (Londra). Un nuovissimo capitalismo controllato da amministratori delegati strapagati, pronti ad ubbidire agli ordini superiori fregandosene delle conseguenze umane e sociali delle loro scelte. Del tutto ignari di quello che succede nei Paesi dove operano i rispettivi insediamenti aziendali, riuscono tuttavia a influire profondamente sul tessuto sociale e democratico, indifferenti alle conseguenze che pure tale impatto genera.

 

In cima a tutto stanno gli interessi degli azionisti e della proprieta, mai quelli dei lavoratori, poiché lo stato sociale e il welfare non fanno parte delle premure degli oltranzisti epigoni della scuola viennese, con a capo storicamente Von Mises. Pensano insomma a uno Stato che non deve rompere le scatole e deve mantenersi giocoforza il più lontano possibile dagli affari individuali, dato che solo l’individuo isolato, secondo questa dogmatica del progresso, può creare  ricchezza.

 

Diamo uno sguardo all’Inghilterra. Una Nazione, quella inglese, che in rapporto con l’Europa vuole comunque restare separata, viaggiando da sola, perché in fondo si sente…superiore! Il capitalismo d’Oltremanica, anche dopo l’esperienza della Thatcher, continua a ostentare piena fiducia nei suoi spiriti animali, trasferendo alla società la percezione di un orgoglio senza vincoli. Ecco dunque un Regno (United Kingdom) che anche nelle competizioni sportive vuole sempre arrivare primo, non accettando mai il secondo posto, poiché anche nel caso in cui la sorte decreti l’attribuzione del posto d’onore, rifiuta sdegnosamente la medaglia di riconoscimento facendo capire che perfino la nazionale di calcio deve essere sempre prima, ovvero sempre superiore.

 

Mi sono allungato un poco e ho persino divagato. Senz’altro. Ma perché questa lunga predica? In realtà sono convinto che senza la spiegazione qui abbozzata non si capirebbe neppure il comportamento a dir poco schiavista della Gkn, una multinazionale speculativa inglese, con sedi in circa 20 paesi del mondo, che pensa solo a fare soldi e controlla la fabbrica di ricambi a Campi Bisenzio, comune della città metropolitana a poca distanza da Firenze. Ad essa si deve lo spettacolo dei licenziamenti digitali, che ha messo sul lastrico solo attraverso un  veloce messaggino di 5 lettere ben 422 lavoratori con altrettante famiglie: “Fired: Licenziato. Più o meno questo, senza ulteriori spiegazioni. Non importa che a seguire lo spettacolo sia continuato con l’incredulità, i pianti, i drammi umani, le sofferenze dei licenziati che in quella fabbrica vi  lavoravano da oltre 20/25 anni. E persino con le invettive  dell’arcivescovo di Firenze Bettori, il quale ha ricordato che dietro quel clic digitale ci sono di mezzo persone, genitori anziani, figli. Inascoltato, l’alto prelato, assieme del resto all’utopia cristiana della “Fratelli tutti”, disattesa  nella logica inglese del “…prima i miei interessi”.

 

Intendiamoci, in Italia e nel mondo ce ne sono sempre stati, di licenziamenti. E anche nella prospettiva del telelavoro, ce ne saranno ancora. Ma ci tengo a ripetermi: quello che scandalizza di più in questo caso è proprio lo strumento utilizzato dalla Gkn: una mail, perentoria nel tono e nel contenuto, che qualche operaio ha scambiato addirittura per uno scherzo. Un gesto che ha fatto a meno del coraggio civile e del buon gusto, forse perché i suoi artefici hanno temuto le reazioni inevitabili a tutela di elementari diritti umani. Non si era mai visto. Purtroppo, sembra quasi che il digitale e il controllo a distanza delle nostre vite e del nostro destino da parte della Rete, con il G5 e quel che seguirà, debba servire anche a questo.

Il Green pass come scelta di prevenzione. Mentre il governo vara il provvedimento, la destra continua nella sua polemica squinternata.

Attorno al Green pass si consuma il rito di una politica che scade nella retorica e nell’ipocrisia. Bisogna reagire a questo modo di innalzare, con grave nocumento, l’asticella della ‘polemica per la polemica’ nel contesto già difficile del dibattito pubblico. Intanto Draghi invita a vaccinarsi, perché chi rifiuta di farlo si espone alla morte e mette a rischio anche gli altri.

 

Pierluigi Moriconi

 

Colgo una profonda ipocrisia in questo “dibattito” sul green pass e su eventuali obblighi di vaccinazione, presentati come attentati alle libertà individuali, addirittura in spregio ai principi sanciti dalla Costituzione.

 

Vorrei ricordare che alcuni obblighi ci sono già, uno riguarda i bambini, l’altro le forze armate.

 

Dobbiamo invece ascoltare dichiarazioni come questa, anche a ridosso della decisione del governo: “L’idea di utilizzare il green pass per poter partecipare alla vita sociale è raggelante, è l’ultimo passo verso la realizzazione di una società orwelliana. Una follia anticostituzionale che Fratelli d’Italia respinge con forza. Per noi la libertà individuale è sacra e inviolabile” (Georgia Meloni).

 

Non so se la giovane leader di Fratelli d’Italia comprenda fino in fondo l’uso delle parole che pronuncia. Qui di “raggelante” c’è solo il regime del ventennio con tutti i suoi orrori, compresa – verrebbe da dire con ironia – la “sacra e inviolabile libertà individuale”. Compresi tutti gli attentati alle istituzioni e ai cittadini di cui si è resa responsabile una certa destra nell’era della costruzione della Repubblica democratica.

 

Intanto può essere utile ricordare due piccole citazioni della nostra Carta. “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza” (Art. 16 della Costituzione).  E poi: “Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica” (Art. 17 della Costituzione).

 

Invece di parlare superficialmente di libertà costituzionali, la politica si impegni a realizzare fino in fondo il dettato della nostra Carta e rendere la cittadinanza vera e piena. Dalla giustizia ai diritti ce n’è di lavoro da fare, così da evitare generazioni di giovani in preda alla necessità di ricevere le briciole del “potere”.

 

Basta con le ipocrisie.

Vaccinarsi è la nostra arma per vincere la sfida drammatica della pandemia

Volenti o nolenti, dovremo convivere con un virus che sta già diventando endemico. Quattro milioni di morti in quasi due anni durante i quali tutto il mondo si è praticamente fermato, con attività commerciali e famiglie piegate alla fame, costituiscono un motivo serio ed urgente urgente per non restare fermi.

 

Giorgio Provinciali

 

Quel che dobbiamo fare è rendere il virus quanto più innocuo possibile per l’uomo. L’efficacia del vaccino, in tal senso, è comprovata dal fatto che:

1) riduce del 97,3% le ospedalizzazioni e i casi gravi e 95,8% quelli mortali (dati ISS)

2) riduce dell’88,5% (dati ISS) Ia probabilità d’infezione e almeno a soltanto un terzo la possibilità d’infettarsi con la variante Delta: giusto ricordare che chi non è infetto non può infettare

3) qualora s’incappasse in quel terzo di probabilità d’infezione, un vaccinato sarebbe vettore di una carica virale incredibilmente più bassa rispetto a un non vaccinato.

 

Questo si traduce nel fatto che un non vaccinato che entra in contatto con persone immunodepresse (pazienti oncologici, ma anche diabetici, ecc) di fatto ha un’alta probabilità di condannarle a morte, o comunque alla forma più grave d’infezione, mentre un vaccinato, no. Questo deve essere chiaro. Di conseguenza, anche il SSN non andrebbe in collasso per le terapie intensive, come è già accaduto in passato quando purtroppo ci si è trovati a “salvare il salvabile” perché il sovraffollamento era tale da far saltare qualsiasi schema.

 

Curiosamente però, dai “no vax” vengono prese in considerazione le percentuali inverse:

 

– anche i vaccinati s’infettano: l’11,5%

– anche i vaccinati finiscono in ospedale: il 5,4%

– anche i vaccinati possono finire in terapia intensiva: il 2,7%

– anche i vaccinati possono morire di Covid: il 4,2%

(fonte ISS, non il sito compiacente)

– anche un vaccinato può essere vettore virale: sí, con carica virale molto bassa , non dimentichiamolo perché è molto importante.

– “non faccio da cavia umana”: i vaccini hanno superato tutti i protocolli di sicurezza e hanno il benestare dell’OMS. Su tecnologie promettenti come quella a mRNA si lavora da più di 12 anni.

– Per chi parla di “dittatura” (senza averne mai vissuta una vera): il virus invece è molto democratico. Colpisce tutti. L’unica “scelta” imposta agli altri è quella “no vax”, semmai. -Vaccinare le categorie a rischio? Discorso senza senso: chiunque può essere vettore virale. Un vaccinato però ha 9 probabilità su 10 di non infettarsi e se s’infetta ha carica virale molto bassa. Di conseguenza proprio verso le “categorie fragili” ha minore possibilità d’incidenza mortale.

-“è il vaccino a promuovere le varianti”: altro doppio errore.

Tecnico, perché il vaccino non è un mutageno; concettuale, perché ciò che condiziona le varianti è la nostra immunità, che può essere ottenuta per selezione, con moltissimi morti, o con il vaccino, risparmiando vite.

 

Dietro quella che viene erroneamente identificata come libertà’ a non  vaccinarsi, in realtà si nasconde un gesto profondamente egoistico  e anche parecchio ignorante, spesso sostenuto in malo modo e insultando. Di fatto, si priva chi è più debole della libertà alla vita. Farlo è nella maggior parte dei casi una scelta, certo, ma una scelta responsabile, alla quale siamo chiamati a rispondere prima di tutto in nostra buona coscienza.

 

Le nostre libertà individuali finiscono quando iniziano quelle altrui e così via, sino quelle più importanti, che sono quelle della collettività. Il diritto alla salute e al lavoro, per esempio. Certezze ne abbiamo poche tutti quanti, però stiamo provando per la prima volta a ragionare in quanto SPECIE, prima ancora che come individui.

 

E l’unica arma che abbiamo sul tavolo, che prima sognavamo di avere, è questa. Non usarla sarebbe sciocco e doppiamente dannoso, anche perché invece alla “variante ignorante” non esiste vaccino. E quella, si propaga più velocemente qui da noi, dietro le nostre tastiere, piuttosto che a Nuova Delhi, dove per strada non bruciano i cassonetti ma i cadaveri, o in Tunisia, nella disperazione di veder volare via vite perché mancano ossigeno e cure.

 

Circa l’aspetto giuridico, cito testualmente il Prof. Francesco Saverio Marini, docente di Diritto Pubblico all’Università Tor Vergata di Roma e consulente dell’ISS:  «L’idea di obbligo trova fondamento nella Costituzione per il semplice fatto che al principio della libertà di salute, contenuto nell’art. 32 della Carta, viene posto un preciso limite che è quello dell’interesse della collettività. Se la propria libertà di salute oltrepassa l’interesse della comunità si può intervenire con un provvedimento restrittivo. Per spiegare ancora meglio, possiamo dire che ci sono due limitazioni imposte dalla Carta rispetto alla libertà di salute: la garanzia di una legge che regoli la materia e il rispetto della persona umana. Quindi a livello costituzionale la vaccinazione obbligatoria è legittima purché siano rispettati questi due aspetti».

 

Circa il senso di vaccinare un’intera nazione, cito testualmente Roberto Burioni, noto virologo italiano:«Nessun vaccino protegge il singolo individuo al 100%. Ma se tutti si vaccinano il virus non riesce più a circolare e allora  tutti gli individui di quella comunità sono protetti al 100%. È stato così con vaiolo e polio».

 

Quattro milioni di morti in quasi due anni in cui praticamente tutto il mondo si è fermato, attività commerciali e famiglie piegate alla fame sono motivo già drammaticamente urgente per non restare fermi, tenuti sotto scacco dal mix fatale di fake news + social network + “effetto Dunning Kruger”. Non più tardi di un anno e mezzo fa, quando il vaccino non c’era e molti di loro (tra cui mia sorella) andavano incontro all’ignoto per strappare vite alla morte, ci dicevano di non chiamarli “EROI”: ora è il nostro turno, nel nostro piccolo, di fare la nostra parte.

 

 

Giorgio Provinciali

Advanced Sports Engineering Lab® founder and CEO

Il populismo dell’antipopulismo. L’onda lunga investe anche lo sport.

Anche taluni commenti in ambito Rai si adagiano su luoghi comuni. Non è populismo, ad esempio, attaccare i vertici della Fgci per gli affollamenti ritenuti pericolosi fuori e dentro gli stadi? Invece sarebbe importante raccontare il lavoro che svolge la Federazione per aiutare i giovani più in difficoltà, specie quelli provenienti da Paesi poverissimi.

 

Ambrogio Fusella

 

Il populismo, seppur in un paio delle sue non molte declinazioni antipopulistiche di sinistra, colpisce ancora. In queste ore l’obbiettivo di tali manifestazioni di ricerca del consenso purchè sia da parte di tale populismo è il mondo del Calcio che, in forza dei recenti successi della Nazionale, appare argomento di facile approdo per le riflessioni di quanti intendano comunque proporsi all’attenzione popolare.

 

Anche perché il veloce scorrere dei giorni, pochissimi, che ci separano dalla presumibile data nella quale si terranno le elezioni amministrative in alcune delle più grandi città d’Italia – Roma ,Milano, Torino, Bologna, Napoli, Palermo – e in oltre un migliaio di Comuni in tutto il Paese, non scoraggia, ovviamente, questi tentativi di captatio benevolentiae elettorale da parte di presunti candidati o di semplici esponenti di partito.

 

Non trascurando, altresì, che la tornata elettorale autunnale riguarderà anche la Regione Calabria e più di un Collegio nel quale si terranno le suppletive per il Parlamento. Primo fra tutti quello di Siena nel quale si candiderà il Segretario Nazionale del Partito Democratico, Enrico Letta. Infatti, per stare all’argomento, registriamo la sorprendente uscita sulla stampa nazionale della posizione assunta dall’Assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato in ordine alla esplosione dei contagi nella Regione, e più segnatamente a Roma, dovuta, come molti prevedevano, all’apertura dello Stadio Olimpico agli  spettatori in occasione delle partite del Campionato disputate nella città.

 

E l’Assessore D’Amato non ha avuto nessun dubbio e nessuna esitazione nell’individuare nel cosidetto “Effetto Gravina” la causa principale di tale moltiplicazione di contagi che, comunque, si è manifestata “senza produrre complicazioni negli ospedali”. L’Assessore, del quale è corretto e doveroso apprezzare il lavoro e i risultati ottenuti nella organizzazione della campagna di vaccinazione e nella gestione delle più diverse problematiche conseguenti, in questo caso ha sbagliato obiettivo. I suoi interlocutori prima, e i suoi bersagli ora, avrebbero dovuto essere e dovrebbero ancora essere altre istituzioni o altri soggetti.

 

Non è stata di certo la FIGC, e quindi il suo Presidente Gabriele Gravina, ad imporre di disputare le partite in presenza dei tifosi,anche perchè non ne avrebbe avuto la potestà, essendo questa,invece, di competenza di altre strutture istituzionali a livello nazionale e locale.

 

Analoga sorpresa provocano alcuni passaggi della rubrica “Multischermo” su Repubblica dell’altro ieri, nella quale Antonio Di Pollina su un programma di giornalismo d’inchiesta di Rai3 affronta la questione “del viaggio continuo, negli anni, di giovanissimi calciatori africani in cerca di fortuna in Europa” e raccoglie e ripropone al riguardo denuncie di silenzi colpevoli e complicità interessate anche negli ambienti FIGC. Purtroppo la trasmissione/inchiesta di Rai 3 e il successivo commento di Di Pollina restano molto in superficie, e cioè alle affermazioni che colpiscono il lettore e la sua attenzione in un momento nel quale l’argomento Calcio vive una stagione di  grande  popolarità.

 

Forse, se andassero un poco in profondità, entrambi scoprirebbero l’universo sconosciuto della attività della FIGC in campo sociale, e in particolare quella svolta e dedicata proprio al giovani immigrati, africani e non, che arrivano nel nostro da soli, senza genitori o parenti, e che vengono ospitati nelle strutture di accoglienza istituite nel nostro Paese fino al raggiungimento della maggiore età.

 

Probabilmente basterebbe scrivessero RETE! sulla barra di ricerca del loro pc per rendersi conto della esistenza e del valore umano e sociale di un lavoro che dura da qualche anno e che risulta mirato soltanto a salvare il maggior numero di questi bambini/ragazzi da un futuro misero, quando non pericoloso e tragico, che spesso soltanto l’impegno della FIGC e dei suoi operatori riesce a sottrarli. Ma questi ragazzi non fanno notizia mai. A destra perchè non possono essere espulsi e a sinistra perchè non fanno scandalo!

Evocare il Preambolo di Donat Cattin, a prescindere dalle divisioni di quaranta anni fa, significa pensare e costruire un nuovo progetto politico.

Il tema delle alleanze, come sosteneva Martinazzoli, è sempre stato centrale nella politica italiana. Tuttavia, prima delle alleanze bisognerebbe concorrere a costruire il centro. È un progetto che inseguiamo da molto tempo, ma che per adesso rimane un miraggio.

 

Ettore Bonalberti

 

Leggere la nota di Giorgio Merlo su “Il Domani d’Italia” del 19 Luglio titolata: “Adesso serve un nuovo preambolo”. Contro  i populismi”, mi fa tornare alla mente quella mattina del Febbraio 1980 a Roma,  attorno all’altare della chiesetta sconsacrata dell’ex Convento della Minerva, sul quale Carlo Donat Cattin scrisse di pugno con la sua stilografica quello che passerà alla storia politica italiana, come “il preambolo Donat Cattin”. Eravamo presenti: Sandro Fontana, Emerenzio Barbieri, Luciano Faraguti, Pino Leccisi, e il sottoscritto, ancora incerti sul risultato di quell’autentica sortita del capo, che avrebbe segnato la conclusione vittoriosa del XIV Congresso nazionale della DC per l’area che si opponeva all’alleanza con il PCI.

 

Quella conclusione permise la ripresa della collaborazione di governo col PSI, PSDI e PRI, garantendo alla DC più di dieci anni di guida del Paese. Essa segnò anche, però, la rottura dolorosissima della nostra corrente di Forze Nuove e con gli altri amici basisti e morotei, che, come giustamente ricorda Merlo, non si sarebbe più rimarginata e continua a influenzare molte delle scelte differenti tra le schegge sparse della diaspora democristiana, comprese le diverse sistemazioni dei molti personaggi sopravvissuti a destra e a sinistra delle attuali forze politiche.

 

Merlo propone di redigere un nuovo manifesto, un “preambolo politico anti populista per la salvaguardia e conservazione della nostra democrazia”. In sostanza, un preambolo in chiave anti M5S e anti Lega, con un chiaro riferimento critico alle scelte politiche indicate per il PD da Zingaretti prima e ora da Enrico Letta. È arduo proporre modelli di soluzioni politiche validi per tempi profondamente diversi, come quelli dell’Italia degli anni’80 con quelli attuali. Quando Donat Cattin propose il preambolo, al di là delle difficoltà interne al partito, superate con un’indicazione che non poteva non far breccia, come infatti accadde, nel corpo grosso doroteo moderato della DC, esistevano le condizioni politico parlamentari per un’alternativa al “governo della solidarietà nazionale”; alternativ che il PSI, il PSDI e il PRI seppero immediatamente cogliere, partecipando a una formula di governo che sopravvisse, tra alterne vicissitudini, sino al 1992.

 

Non nutro particolari simpatie per il movimento-partito degli ex “vaffa”, anche se stimo quanto il presidente Giuseppe Conte ha saputo realizzare, sia nella prima fase di lotta alla pandemia, che nell’azione condotta per il riconoscimento dell’UE delle risorse del Recovery fund. Una positiva azione che, mi auguro, Conte sappia continuare, ora che ha assunto la guida del M5S in condominio col garante Grillo. Sono, in ogni caso, interessato a comprendere le ragioni che hanno portato oltre il 32% degli elettori a garantire ai grillini nel 2018 la maggioranza relativa nell’attuale parlamento. Inesperienza, errori e nel clima di trasformismo parlamentare dominante, transumanze incomprensibili a destra e a sinistra, al di là del discredito accumulato dagli esponenti cinque stelle, non eliminano, infatti, le ragioni, le motivazioni dei voti a loro dati, da larga parte delle classi popolari e dei ceti medi produttivi. Ragioni e motivazioni, che non sono venute meno, ma, probabilmente si sono  aggravate sul piano sociale ed economico, dopo questo lungo periodo della  pandemia. Mi domando, allora: ipotizzare come fa l’amico Merlo, un manifesto sostanzialmente anti M5S, quale alternativa politica reale propone, se, come credo, ovviamente si esclude quella di un centro destra sempre più baldanzoso e a netta dominanza leghista dell’estrema meloniana?

 

Alla fine, il problema ritorna inevitabilmente agli orientamenti e alle scelte politiche di un centro da tutti noi auspicato, nel quale un ruolo decisivo dovrebbe essere assunto da esponenti dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Un centro, però, che sino a oggi, non sembra ancora in grado di decollare. È vero che il tema delle alleanze, come sosteneva Martinazzoli, è sempre stato centrale nella politica italiana, ma la questione rimane: prima delle alleanze bisognerebbe concorrere a costruirlo, il centro; un progetto che con altri amici, su diverse posizioni, inseguiamo da molto tempo, ma che sinora appare un miraggio.

 

Ho scritto più volte che partire dalle alleanze non facilita il perseguimento dell’obiettivo; prima ritroviamoci su un programma in grado di dare risposte alle attese del terzo stato produttivo e della povera gente, con proposte ispirate ai principi della dottrina sociale cristiana e all’economia sociale di mercato e dell’economia civile; riunifichiamo politicamente la nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, e allarghiamoci a quanti, ambientalisti e riformisti, sono interessati a condividere con noi la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione. Anche per questo, certo, ci vorrebbero uomini come Donat Cattin, Marcora e Bisaglia, ma, ahimè, loro non ci sono più e allora, pur con tutti i nostri limiti, spetta a noi, se ancora ci crediamo, portare avanti il progetto.

Italica Global Community: a settembre un evento unico: La Piazza Italica.

L’ Italica Global Community prenderà il via dalla sede della Stampa Estera a Roma, il 22 settembre alle ore 11, e voi potrete seguirla in diretta sulla pagina Facebook: https://www.facebook.com/ItalicaGlobalCommunity

 

Italica Net

 

Se vi state chiedendo che cos’è, perché e con quali finalità nasce, siete nel posto giusto, e tramite questa pagina potrete tenervi aggiornati sulla preparazione del programma che ci vedrà tutti protagonisti il 22 settembre.

 

Italico non è un semplice sinonimo di Italiano, ma un termine che Piero Bassetti ha aggiornato e rilanciato con nuovi significati, non ancora tutti esplorati, pubblicando nel 2015 il libro Svegliamoci Italici  (Marsilio Ed. pag. 126).

 

Italico è dunque chi ama, apprezza e riconosce il fascino della civiltà italica, non ha necessariamente passaporto o sangue italiano, può vivere nella Penisola o in qualsiasi altra parte del Globo.

 

Il modo di vivere e la comunanza dei valori è il collante culturale che unisce gli Italici sparsi in Italia, in Europa e nel mondo e ciò può rappresentare un formidabile soft power del Belpaese. Il riferimento è a quello straordinario mix di cultura, gusto, stile, artigianato di qualità, moda, design, industria fine, elettronica, robotica, imprenditoria d’avanguardia, eccellenza gastronomica che danno vita a una raffinata e praticamente unica arte del vivere bene. Tuttavia la categoria di italico e di civiltà italica sono il contenuto di un contenitore da progettare, riconoscere e far conoscere al grande pubblico. In questa ottica va interpretata l’esortazione Svegliamoci di Piero Bassetti.

 

Si stima che siano 250 milioni gli italici su scala globale. Tra questi, oltre agli italiani all’estero, rientra un’eterogenea galassia di stranieri, residenti e non nel Bel Paese, appassionati dell’Italian way of life: da chi studia la nostra lingua per puro piacere personale a chi fa business valorizzando il know-how italico.

 

L’evento del 22 settembre avrà luogo non a caso presso la sede romana della Stampa Estera. La comunità dei giornalisti stranieri in Italia rappresenta, infatti, la cartina al tornasole del concetto di italicità. Conoscono, raccontano e valorizzano il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese, ne sono attratti fino al punto, in taluni casi, di stabilirsi permanentemente in Italia a fine carriera.

 

Il principale obiettivo di questa iniziativa è quello di ufficializzare l’apertura di quel cantiere che porterà alla costruzione, con il contributo di tutti coloro che condivideranno l’obiettivo, di  un nuovo tipo di piazza, come l’avvento di un nuovo rinascimento italico richiede.

 

In questo innovativo spazio digitale, che avrà come “bar principale” questa pagina Facebook, ci si potrà ritrovare, scambiare idee e opinioni, personali e professionali, sulle passioni e sul business italico che ciascun visitatore vorrà presentare al prossimo.

 

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https://www.italicanet.com/community/associazione-svegliamoci-italici/italica-global-community-a-settembre-un-evento-unico.kl

Reddito di cittadinanza: per la Caritas va applicato è rafforzato.

Il Reddito di Cittadinanza, la misura di contrasto alla povertà in vigore nel nostro Paese dal marzo 2019, è un importante strumento per aiutare le famiglie e le persone povere. I criteri di assegnazione, però, hanno mostrato diverse incongruenze. L’articolo è apparso in origine su Orbisphera.

 

Antonio Gaspari

 

 

Ci sono persone che ricevono il Reddito di Cittadinanza pur non essendo tanto povere, mentre esso risulta insufficiente per il sostegno alle famiglie numerose.

 

L’accesso al lavoro si rivela spesso difficile per varie forme di disagio e per la scarsa scolarizzazione, ma la soluzione non è quella di ridurre o cancellare il Reddito di Cittadinanza. Occorre, semmai, migliorare i criteri di assegnazione e fornire il sussidio ai molti poveri che ancora non ne usufruiscono.

 

Questo, in sintesi, è quanto è emerso dal convegno “Lotta alla povertà: imparare dall’esperienza, migliorare le risposte”, che si è svolto a Roma il 16 luglio scorso.

 

Nel corso dell’incontro – al quale hanno partecipato anche il Ministro del Lavoro Andrea Orlando e il Presidente dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) Pasquale Tridico – è stato presentato il 6° Rapporto della Caritas sulle Politiche contro la povertà, con un monitoraggio sul Reddito di Cittadinanza.

 

Cristiano Gori, docente all’Università di Trento e responsabile del Rapporto in oggetto, ha spiegato l’importanza del Reddito di Cittadinanza nel fronteggiare la povertà, e ha sostenuto che i tempi sono maturi per un riordino finalizzato a rafforzare e allargare le misure di sostegno.

 

In considerazioni dei nuovi poveri prodotti dall’epidemia di Covid, Gori ha chiesto che vengano introdotti criteri di accesso meno restrittivi.

 

Sulla base dei dati rilevati da diversi studi, il prof. Gori ha spiegato che attualmente il Reddito di Cittadinanza viene riconosciuto solo al 56% dei poveri residenti in Italia.

 

Per quanto riguarda l’inclusione lavorativa, vi sono problemi di fragilità socio-sanitaria e attinenti la scarsa o nulla scolarizzazione. Per cui sono stati avviati al lavoro solo il 31% degli aventi diritto al Reddito di Cittadinanza.

 

È precisato nel Rapporto che «Il 72% dei percettori del Reddito ha al massimo la licenza media, mentre solo il 3% ha ottenuto la laurea. Spesso non hanno acquisito neppure il titolo di studio obbligatorio per legge, o sono giovani che non studiano né lavorano o in evidente ritardo con gli studi. Sono tutti dotati di smartphone, ma non sanno usarlo per effettuare ricerche su Internet, non sanno redigere un curriculum e, in alcuni casi, non parlano l’italiano».

 

Nonostante tali incongruenze, Gori ha affermato che, dei tre possibili approcci sul futuro del Reddito di Cittadinanza – e cioè: abolirlo, mantenerlo inalterato o migliorarlo –, la Caritas invita a scegliere la via dell’ampliamento e del rafforzamento, privilegiando la dimensione inclusiva.

 

Il Ministro Orlando ha dichiarato che il Reddito di Cittadinanza «è stato fondamentale per superare la tempesta sociale della pandemia, ma come non aboliva la povertà prima, così non azzera le criticità e i problemi oggi. Per questo occorre partire dai dati e dai numeri, ma anche dalla ricerca di soluzioni condivise».

 

In questo contesto, il Ministro del Lavoro ha affermato che le critiche al Reddito di Cittadinanza sono in gran parte strumentali, quindi inutili se non dannose, e che il sussidio «non può essere abolito o ci troveremmo da un giorno all’altro senza strumenti per contrastare l’impoverimento crescente».

 

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5268/Reddito_di_Cittadinanza_per_la_Caritas_va_ampliato_e_rafforzato

Le aziende e la sostenibilità

Il 21 aprile 2021 la Commissione Europea ha pubblicato il “Corporate Sustainability Reporting Directive – CSRD“, una proposta di direttiva che richiederà alle imprese europee di divulgare una serie di informazioni su rischi e impatti relativi ai temi di sostenibilità delle proprie attività aziendali.

 

Pierlisa Di Felice

 

Il testo della Commissione aggiorna e integra la direttiva sul reporting non-finanziario attualmente in vigore (Direttiva UE 2014/95, nota come Non-financial Reporting Directive-NFRD), che è stata recepita in Italia con il Decreto Legislativo n.254 del 2016, operativo dal 1 gennaio 2017.

Il primario obiettivo della direttiva è quello di razionalizzare ed incrementare la qualità, la quantità e la comparabilità delle informazioni riguardanti il tema della  sostenibilità che vengono divulgate dalle imprese. Tali informazioni possono essere altresì utilizzate dagli investitori per integrare le strategie d’investimento e soddisfare gli obblighi di informativa verso la clientela.

Si tratta di un passo fondamentale verso la finanza sostenibile. Infatti ad oggi la mancanza di dati su fattori sociali, ambientali e di governance rappresenta un ostacolo all’efficacia degli investitori nell’integrazione della sostenibilità nelle proprie scelte di investimento.

La direttiva dovrà essere applicata da tutte le imprese di grandi dimensioni e da le PMI quotate sui mercati europei a eccezione delle micro-imprese, cioè quelle con meno di 10 dipendenti e con fatturato o bilancio inferiore a €2 milioni.

Alle imprese sarà richiesto di divulgare informazioni sia sui rischi ambientali e sociali a cui sono esposte, sia sugli impatti provocati dalle attività aziendali sui fattori di sostenibilità.

Con questa proposta ci si avvia verso l’affermazione del concetto di sostenibilità nelle politiche europee.

D’altro canto la sostenibilità rappresenta un elemento centrale dell’azione degli “Italici” ed un valore di riferimento per l’azione della nascente “Italica Global Community”.

Il “risveglio italico” non può prescindere  dal partecipare alla ricerca di adeguate soluzioni  a fenomeni globali che stanno sfidando nell’attuale fase storica i cittadini di tutto il mondo.

Sono estremamente attuali e sotto gli occhi di tutti i deleteri  effetti del cambiamento climatico: il caldo record sulla costa pacifica di Canada e USA ha portato disastri ambientali ed ha causato numerosissimi morti, così come hanno causato morte e distruzione!le inondazioni!provocate dalle copiosissime piogge che si sono abbattute in Germania, Olanda e Belgio.

Anche la Pandemia Covid-19 che dal 2020 è arrivata repentina nelle nostre vite, stravolgendone, ed ancora non superata, rappresenta quasi una nemesi della Natura torturata e violentata.

Obiettivo fondamentale di “Noi Italici” deve essere quello di farsi promotori di politiche atte a ricostituire un equilibrio tra le esigenze dell’umanità ed il rapporto con la Natura e le sue risorse, per il conseguimento indispensabile di uno sviluppo sostenibile. A tal fine è fondamentale prendere  coscienza della svolta epocale in corso e  della necessità di risposte possibilmente globali per adeguare al scenario le politiche di settore.

D’altronde il tema della sostenibilità ha un crescente impatto sull’agenda politica e sui comportamenti di famiglie, imprese, istituzioni. Il “Corporate Sustainability Reporting Directive – CSRD, quando  avrà completato il suo iter approvativo, rappresenterà un passo fondamentale per l’applicazione di nuove pratiche in grado di coniugare crescita e performance economica, sostenibilità sociale e ambientale: una norma che renderà più vicini i concetti di ecologia ed economia, termini con matrice semantica comune che fino ad oggi sono stati in totale antitesi. La Comunità Italica plaude ad iniziative di tal fatta che permettono di affermare le politiche di sviluppo sostenibile, fondamentali per    soddisfare i bisogni del presente senza compromettere le generazioni future.

 

 

Pierlisa Di Felice

Socia fondatrice della Associazione Svegliamoci Italici

Stiamo veramente lavorando a un Paese per giovani? È l’interrogativo che trova spazio su “Il Mulino”.

Alcune osservazioni sulla garanzia statale per i mutui ipotecari prevista nel Recovery Plan, lo strumento che mirerebbe a far sì che lItalia torni a essere un Paese per giovani.

 

Sonia Bertolini e Valentina Moiso

Il presidente del Consiglio Mario Draghi presentando alla Camera il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha compreso tra gli «aiuti ai giovani» la possibilità di facilitare agli under 35 l’acquisto di una casa: lo Stato farà da garante per mutui ipotecari che finanzieranno il 100 per cento del valore dell’immobile. Quindi non solo anche i giovani senza un contratto stabile saranno più facilitati nell’accendere un mutuo, ma non servirà nemmeno più una quota di risparmi per acquistare una casa. Lo strumento non è nuovo, anche se la procedura è in parte modificata: si tratta del Fondo di garanzia per l’apertura dei mutui prima casa – uno dei fondi aperto grazie alla collaborazione tra Abi – Associazione bancaria italiana e governo nata in seguito alla crisi finanziaria del 2008, che ha attualmente all’attivo circa 9 miliardi di garanzie.

 

Questo suo rilancio è stato accompagnato dal mantra «L’Italia deve tornare a essere un Paese per i giovani» che rimbalza sulle testate nazionali nel commentare questa e altre misure, riguardanti ad esempio gli asili nido, ma non sono mancate le critiche al provvedimento, che possono essere riassunte nello slogan «prima il lavoro». Il dubbio espresso nel dibattito pubblico riguarda l’utilità di dedicare fondi a sostenere l’indebitamento quando ne servirebbero in altri ambiti, quali il sistema di istruzione, il passaggio scuola-lavoro, una riforma di stage e tirocini, il sostegno ai giovani nella ricerca.

 

In un recente articolo uscito su «Stato e Mercato» (Lavoro atipico, discontinuità di reddito, welfare e accesso al credito: il modello italiano in Europa, n. 2/2020) abbiamo avanzato osservazioni che si prestano, a nostro parere, a contribuire a questo dibattito. In seguito a quanto emerso dalle voci dei giovani stessi grazie a una ricerca comparativa europea (Except – Social Exclusion of Youth in Europe, European Commission Horizon 2020 – Program) , abbiamo voluto approfondire le condizione di accesso al credito in Italia e in alcuni Paesi europei particolarmente rappresentativi, muovendo da un presupposto importante: è poco informativo guardare solo al credito se non si tiene congiuntamente conto delle situazioni che fronteggiano i giovani in altre arene (o sfere) istituzionali, in primis il mercato del lavoro e il sistema di Welfare.

 

Partiamo dal lavoro. Le politiche del lavoro degli ultimi 30 anni in Europa sono state simili, nonostante alcune differenze di passo, e all’insegna della flexsecurity. Si tratta dell’abbandono del classico posto di lavoro a tempo indeterminato e dell’introduzione massiccia di contratti atipici, che non garantiscono un reddito continuo e sono riservati soprattutto ai giovani: per loro è dunque spesso impossibile sostenere il ritmo continuo dei flussi di spesa in uscita che si susseguono con una cadenza pressoché mensile e raramente prevedono meccanismi di sospensione temporanea o di posticipazione che non implichino pesanti penali. Gli effetti della flexsecurity sono però differenziati in Europa a seconda del sistema di Welfare: in alcuni Paesi europei l’indennità di disoccupazione e/o altre misure di sostegno al reddito garantiscono una continuità anche in periodi di assenza di lavoro. Questo aspetto ha un impatto notevole sui corsi di vita degli individui, da un punto di vista pratico e cognitivo: permette loro di programmare le spese anche nel lungo periodo, e di progettare il futuro nonostante la flessibilità del lavoro.

 

Che cosa aggiunge il mercato del credito a questo quadro? Le possibilità di accesso al credito sono collegate alla condizione occupazionale, ma in modo molto differente: in alcuni Paesi le banche danno un grande importanza al tipo di contratto nel valutare il rischio che i clienti non rimborsino il loro debito, per cui gli atipici, a parità di reddito, non ricevono gli stessi crediti a cui hanno accesso i contratti a tempo indeterminato. Nel nostro studio, questo è il caso di Italia, Germania, Bulgaria e Polonia. In altri Paesi, invece, non è la condizione contrattuale a fornire garanzie sulla solvibilità del cliente, ma la sua capacità effettiva di produrre reddito, dimostrata in passato, oppure quella potenziale, cioè la capacità di produrne in futuro dato il titolo di studio e/o i progetti lavorativi, come in Svezia, Inghilterra ed Estonia.

 

Un’altra questione importante riguarda la possibilità di ricevere un credito facilitato per importi di piccole entità indipendentemente dalla condizione lavorativa. Dal nostro studio è emerso che i Paesi la cui valutazione del rischio si basa sul contratto non vi è una diffusione dei crediti ad accesso facilitato: il mercato del credito è quindi complessivamente contenuto.

Collegando l’assenza di un sistema di Welfare a favore dei giovani con contratti atipici e discontinuità di reddito, e la presenza di un mercato del credito contenuto, in Italia, Polonia e Bulgaria emerge una doppia esclusione dei giovani, per cui si può parlare di «insicurezza lavorativa istituzionalizzata». In altre parole, i contratti atipici escludono dal sostegno al Welfare ed etichettano automaticamente gli individui come più o meno affidabili nei pagamenti e più o meno sicuri come debitori, indipendentemente dal loro vissuto. I giovani si trovano così senza un sostegno al reddito e senza possibilità di accedere a crediti, che siano per comprare casa o per avere fondi di piccola entità.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/stiamo-davvero-lavorando-a-un-paese-per-giovani?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+8-19+luglio+%5B7956%5D

Un’opera originale. Nella chiesa dell’Annunziata di Pesaro l’eco delle parole di San Francesco: “Sora nostra matre terra”.

Madre Terra è tornata di nuovo protagonista e all’attenzione di tutti, come è giusto che sia sempre e specialmente in un periodo di difficoltà pandemica che sta mettendo a dura prova l’umano.

Questa volta nella Chiesa dell’Annunziata in Pesaro, grazie al recital “Echi Antichi nella Voce di Madre Terra” di Parole e Musica di Roberta Arduini nella parte di Madre Terra, voce e autrice dello spettacolo, nell’esibizione del quartetto OASI, di cui fanno parte oltre all’artista citata, i valenti maestri musicisti, Paride Battistoni al violino, Jacopo Mariotti al violoncello e Alceste Neri al pianoforte.

 

Se ne sentiva proprio il bisogno. Il caso, o Altro ha voluto per il maltempo, che quest’opera andasse in scena proprio nella Chiesa dell’Annunziata che apparteneva alla Confraternita dell’Annunziata, fondata nel 1347 dal Beato Cecco e dalla Beata Michelina Metelli (Pesaro, 1300- Pesaro, 1356), ora di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro e ben gestita dal Comune di Pesaro e dall’AMAT (Associazione Marchigiana Attività Teatrali).

 

La Beata Michelina Metelli terziaria francescana (laica chiamata a compiere il suo cammino terreno aderendo alla spiritualità francescana) scelse di seguire S. Francesco d’Assisi, discepolo di Cristo e maestro dei fratelli nella sapienza e nell’amore evangelico.

 

E si sentiva proprio il bisogno di ricordare Madre Terra, di cui se ne era riparlato più di recente nell’evento del 2007 al santuario di Aparecida, in Brasile della Conferenza Generale dell’Episcopato dell’America Latina e dei Caraibi, presieduta dal Cardinale Jorge Mario Bergoglio, e nell’enciclica “Laudato sì” di annunciare la Buona Novella “della destinazione universale dei beni e dell’ecologia”.

 

Si legge nel documento di Aparecida n. 125: “Sebbene oggi si sia diffusa una cultura di maggior rispetto per la natura, percepiamo chiaramente in quanti modi l’uomo, ancora, minaccia e distrugge il suo habitat. ‘Sora nostra matre terra’ (“Francesco d’Assisi, Cantico di Frate Sole, versetto 20”) è la nostra casa comune e il luogo dell’alleanza di Dio con gli esseri umani e con tutta la creazione. Non prendere in considerazione le mutue relazioni e l’equilibrio che Dio stesso ha stabilito tra le cose create, costituisce un’offesa al Creatore, un attentato contro la biodiversità e, in definitiva, contro la vita. Il discepolo missionario, al quale Dio ha donato la creazione, deve contemplarla, custodirla e utilizzarla, rispettando sempre l’ordine datole dal Creatore”.

 

Desidero ricordare qui quella bella strofa, perché illustra la saggezza cristiana riguardo alla Terra: “Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fior et herba”. Questa vincola familiarmente l’essere umano alla Terra. La nostra casa comune è come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia. 74). La terra partecipa al coro di tutte le creature che, attraverso la voce umana, lodano il Creatore. Essa contiene tutti i suoi frutti: “Benedite, creature tutte che germinate sulla terra, il Signore” (v. 76).

 

La terra è come una madre perché nutre noi esseri che nasciamo e cresciamo in questo mondo e, in particolare, quelli che da essa germogliano. Ci fa crescere e ci svela la nostra natura. “Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura” (Laudato si’, n. 67).

 

E Roberta Arduini allo stesso modo, riportiamo solo uno stralcio dell’opera, nella parte di Madre Terra recita: “E mentre osservi l’unicità di ogni singolo albero, ogni singolo fiore, o filo d’erba che ho creato, fai attenzione. Potrai sentire uscire dalla terra, la voce di un seme, che ti parla e ti dice, “io sono unico e realizzo con felicità, proprio ciò, per cui sono stato programmato, e nient’altro. Anche Tu, sei un essere meravigliosamente unico e irripetibile. Amati. Accetta ciò che sei, e rispetta ogni diversità. Segui il tuo destino e realizza la tua fioritura. Non importa se sei una rosa, o un tulipano o una margherita. Ciò che conta è che stai fiorendo! (…) E allora, guarda in Te, torna a Casa. Accogli ogni tuo germoglio, ogni tuo ramo. E anche ogni tua spina! Si!Accogli anche i tuoi disagi, perché ti avvisano che ti stai allontanando dalla Tua Immagine, dal tuo seme, da quel tuo sapere interno, che conosce la Tua Verità, più di qualunque filosofia. (…) E allora celebra la tua Vita e mentre percorri il viaggio verso la tua unica Verità, sbarazzati del tuo Ego, sii paziente, generoso, umile, coraggioso, come lo sono io ….

 

Il quartetto Oasi si esibirà ancora per la manifestazione “Conventinote” sempre a cura del Comune di Pesaro e AMAT,  il 7 agosto alle 21 e 30 con l’altro suo recital “La Verità negli occhi dell’Amore” in programma al Conventino dei Serviti di Maria a Monteciccardo (PU). Mentre il 23 luglio a Mondavio si esibirà ne “Il Soffio della Nuova Vita”, il recital più conosciuto del quartetto andato più volte in scena, che riguarda una vera Rinascita dalla pandemia.

 

Ogni emozionante argomento di valore umano e sociale, viene sviluppato da Roberta Arduini, in maniera diversa e originale, coinvolge lo spettatore e lo accompagna a vivere in prima persona il proprio viaggio interiore in maniera realistica, ma allo stesso tempo poetica e meditativa; una culla trasportata dalle onde delle emozioni e sensazioni più autentiche, che il Cuore ricerca mentre la Vita scorre.

 

Ogni coinvolgente spettacolo, prevede un emozionante connubio di parole e musica di alto livello (importanti colonne sonore di autori come Ennio Morricone, Hans Zimmer, John Barry ecc. e famosi brani classici).I testi toccano in profondità i diversi aspetti dell’esistenza umana e del suo mondo interiore, sviscerando dolcemente i lati psicologici profondi che regolano i comportamenti, creando una sorta di riflessione che induce verso una maggiore consapevolezza interiore.

 

“Riuscite a trasportare i pensieri e le anime nei nascondigli più profondi e segreti e poi negli spazi più alti e più vasti che si possano immaginare… Siete degli Artisti esemplari… Grazie…. Grazie per le emozioni e le riflessioni che donate…OASI – Gocce di Vita Voli del Cuore, in un abbraccio di Musica e Parole… Vi seguirò ovunque… Perché segnate un cammino che illumina il cuore, la mente e l’anima…Grazie… Le mie parole sono motivate da ciò che ho vissuto durante il vostro spettacolo…Grazie di cuore a voi… Alle vostre domande che portano ad aprire porte e finestre su mondi in parte sconosciuti…”.

 

Questo si legge in un post della pagina Facebook di OASI, il quartetto in cui Roberta Arduini è autrice e voce recitante degli spettacoli di Parole e Musica.

Jacques Maritain, il primato dello spirituale. La consonanza con Emmanuel Mounier su persona e bene comune.

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo l’articolo uscito ieri sulle pagine dell’Osservatore Romano. Franco Miano è il presidente dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain. È in programma, da parte dell’Istituto, un convegno nella seconda metà dell’anno su “L’uomo e lo Stato”, una delle opere fondamentali del pensatore francese. In America uscì nel 1951, quindi ricorrono adesso i settant’anni dalla prima edizione.

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L’Uomo e lo Stato si presenta come un’importante opera di sintesi del periodo americano di Jacques Maritain ed è essenziale per comprendere la sua filosofia politica e i grandi temi da essa proposti : il rapporto tra cristianesimo e democrazia, il significato dei diritti e del diritto naturale, il valore dello Stato democratico, l’intrinseca socialità dell’uomo, il nesso tra dimensioni teoretiche e principi pratici volti a favorire forme di accordo e cooperazione, il significato di parole come comunità e società, il rapporto tra il popolo e lo Stato, tra la Chiesa e lo Stato. Temi ancora oggi aperti che Maritain elabora, nel difficile periodo tra le due guerre mondiali e nell’immediato secondo dopoguerra, con taglio profondamente innovativo. Non si tratta di interessi casuali del pensatore francese ma dell’articolazione di due pilastri teorici fondamentali del suo pensiero : la persona e il bene comune.

La ricchezza della trattazione fa subito pensare a quanto le riflessioni maritainiane siano state importanti nel panorama culturale europeo e mondiale e a come esse esprimano non il semplice contributo di un pur grande filosofo ma una serie di temi, istanze, questioni divenute patrimonio culturale condiviso. Vengono alla mente anche i dialoghi che Maritain ha saputo intrecciare nel tempo con le figure più diverse di credenti e non, figure del mondo dell’arte, della cultura, della politica.

É in questo contesto che va sicuramente ricordata l’amicizia tra Jacques Maritain e Emmanuel Mounier, che ben esprime l’unico grande orizzonte del pensiero personalista ma anche le sue articolate prospettive e la peculiarità dei suoi diversi protagonisti. Un’amicizia consolidatasi attraverso la partecipazione di Mounier, sin dal 1928, agli incontri a casa dei Maritain a Meudon insieme a tante altre importanti pensatori di differenti competenze e sensibilità e attraverso il sostegno dato da Maritain a Mounier nella fondazione della rivista Esprit, pur mantenendo la propria indipendenza rispetto a tale esperienza e raccomandando l’indipendenza della rivista relativamente alle vicende politiche del tempo. E si potrebbe continuare perché il rapporto Maritain-Mounier, se letto senza semplificazioni, visioni parziali e luoghi comuni, rappresenta una vicenda interessantissima sotto il profilo storico-culturale ma ancor più uno spazio di ricerca, fecondo per il tempo in cui vissero e ancora molto produttivo oggi, al di là di ovvi aspetti caduchi.

Certamente l’ispirazione di Maritain trova nel pensiero classico e nel tomismo in particolare la sua fonte, mentre il pensiero di Mounier si avvale di motivi agostiniani, spiritualistici e in una certa accezione anche esistenzialistici. E questa rappresenta una indubbia diversità di fondo. Tuttavia i motivi di vicinanza e di affinità tra i due pensatori sono notevoli trovando nell’idea di persona “un fondamentale criterio di giudizio per prese di posizioni e programmi di impegno” caratterizzati specie in senso etico-politico (Rigobello).

In questo senso la rilettura dell’Uomo e lo Stato costituisce un’occasione propizia per ripensare il pensiero di Maritain e, si potrebbe dire, per ripensare in controluce anche quello di Mounier scomparso un anno prima della pubblicazione del volume maritainiano ma ben a conoscenza delle sue tesi portanti già espresse in precedenti opere e conferenze.

Credo sarebbe veramente importante oggi riprendere e confrontare la concezione della democrazia in Mounier e in Maritain non solo per cogliere distanze e convergenze tra loro, ma per mettere in luce tanti aspetti della loro riflessione ancora oggi decisivi e reciprocamente fecondantesi, una visione naturalmente lontana da ogni forma di totalitarismo, ma anche con accenti critici verso aspetti delle democrazie liberali e verso forme di astratto egualitarismo nel tentativo di proporre invece una democrazia in senso personalista.

Tale visione personalista, pur richiamandosi a tutta la tradizione democratica e conservandone gli elementi più validi, intende tuttavia sottolineare con più forza l’idea di autorità come servizio e il superamento di un’idea solo formale di democrazia a favore di una visione sostanziale ed effettiva fondata su un senso nuovo di partecipazione, di corresponsabilità e di decentramento, un senso nuovo di democrazia anche dal punto di vista economico.

Ciò significa ripensare le nozioni di popolo e di Stato, di comunità e di società e la loro interrelazione con l’idea stessa di diritti dell’uomo, significa riscoprire inoltre l’importanza di percorsi comuni a partire dalla ricerca di un accordo tra gli spiriti, dalla ricerca di relazioni fraterne, dall’impegno per la pace sempre congiunto alla tensione verso la verità. Maritain e Mounier possono aiutarci a rilanciare  quel primato dello spirituale di cui entrambi sono testimoni e di cui oggi abbiamo particolarmente bisogno non per abbandonare il temporale ma al contrario perché nel tempo si renda presente l’eterno. Non c’è pace, non c’è progresso politico e sociale senza una dimensione spirituale, senza intendere il ruolo costante dello spirituale per la vita delle persone e della società. Lo spirituale non può risolvere problemi di ordine temporale riguardanti il campo delle scelte degli uomini, degli stati, dei rapporti sociali ed economici. Ma può offrire chiavi diverse di lettura della storia e promuovere percorsi alternativi e impensati di soluzione dei problemi, percorsi nuovi che il semplice dato temporale non può riuscire a vedere.

Maritain e Mounier, in un tempo completamente diverso rispetto al loro e agli anni della pubblicazione di L’uomo e lo Stato, continuano a proporci in questa direzione prospettive di particolare profondità e acutezza.  

È vero, Gramsci parlava del partito come intellettuale collettivo. Non è dato sapere, però, quanto vi sia di gramsciano nella rappresentazione che il Pd fa di se stesso.

Enrico Letta ha chiuso domenica la Festa dell’Unità di Roma con un’intervista centrata sul tema del partito come intelligenza collettiva. Questo intervento solleva un dubbio: non è che si evoca con il titolo assegnato all’intervista un qualcosa di più omogeneo a talune formule in voga presso i cultori di una politica ridotta a flussi di informazioni e gestione dati? 

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Se penso al concetto di “intelligenza collettiva” la prima cosa che mi viene in mente è la Chiesa già a partire dalla derivazione etimologica: chiesa da εκκλησία ovvero assemblea, più persone riunite insieme per un fine che va al di là delle proprie esistenze individuali, per degli scopi che non è possibile conseguire da soli. 

Pensate agli Undici della Pentecoste e poi ai Concili ecumenici. Poi certo il principio assembleare si è dovuto bilanciare con il principio petrino del potere assoluto del Papa, ma i due ovviamente coesistono. Il concilio Vaticano II ad esempio è stata una mega manifestazione di intelligenza collettiva. E poi ci sono altre parole fondamentali del lessico ecclesiastico tipo Sinodo,  “συν οδόσ” “la strada insieme” a chiarire che la dimensione collettiva è essenziale, ma appunto perché c’è un “andare verso” che è già presupposto. 

Gli antichi non avevano questo tipo di “intelligenza collettiva”. L’accademia platonica o la Stoà oppure l’Areopago, erano collettivi di intelligenti ma non  erano “intelligenza collettiva”. Poi è arrivato Gramsci che ha studiato la Chiesa cattolica e Machiavelli e ha trovato la formula del “Partito come moderno Principe” e del “partito come intellettuale collettivo”.  

Non so se Letta è consapevole di questo processo o se replica  concetti orecchiati. Certo, come ho cercato di dimostrare l'”intelligenza collettiva” funziona se esiste una finalità condivisa, un riferimento ideale comune e potente. A naso direi che αγορά, che in greco vuol dire “piazza”, non assicura nulla sulla produzione di “intelligenza collettiva”, peraltro abbiamo gia conosciuto “Piazza Grande” e non è proprio andata come indica l’aggettivo. Ma siamo qui. Resistiamo e continuiamo a sperare.

[Tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Papa Francesco corregge gli abusi e le strumentalizzazioni della liturgia. Il punto di “Orbisphera”.

Papa Francesco ha scritto una lettera ai Vescovi di tutto il mondo per presentare il Motu Proprio “Traditionis Custodes” sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.

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Il Motu Proprio è ispirato a diverse finalità: fare in modo che il rito liturgico della Chiesa cattolica rinnovi la sua originale tradizione; evitare che venga messo in dubbio l’insegnamento del Concilio Vaticano II; evitare che alcuni utilizzino la liturgia preconciliare per promuovere correnti scismatiche; evitare che vengano commessi abusi in una direzione o nell’altra.

Papa Francesco ha spiegato che sono chiari i motivi che hanno indotto san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a concedere la possibilità di usare il “Messale Romano” promulgato da san Pio V, edito da san Giovanni XXIII nel 1962, per la celebrazione del Sacrificio eucaristico.

L’indulto della Congregazione per il Culto Divino nel 1984, confermato da san Giovanni Paolo II nel Motu Proprio “Ecclesia Dei” del 1988, è stato motivato dalla volontà di favorire la ricomposizione dello scisma con il movimento guidato da mons. Lefebvre.

La richiesta, rivolta ai Vescovi, aveva dunque una ragione ecclesiale di ricomposizione dell’unità della Chiesa.

Quella facoltà venne però interpretata da molti, all’interno della Chiesa, come la possibilità di usare liberamente il “Messale Romano” promulgato da san Pio V, determinando un uso parallelo al “Messale Romano” promulgato da san Paolo VI.

Al fine di risolvere tale situazione, Benedetto XVI nel 2007 era intervenuto sulla questione con il Motu Proprio “Summorum Pontificum”, per introdurre un regolamento giuridico che concedesse una «più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962».

Benedetto XVI muoveva dalla convinzione che nelle comunità parrocchiali non ci sarebbero state spaccature, perché «le due forme dell’uso del Rito Romano avrebbero potuto arricchirsi a vicenda».

E invece, purtroppo, la facoltà di celebrare la liturgia preconciliare venne interpretata da molti, all’interno della Chiesa, come la possibilità di usare liberamente il “Messale” promulgato da san Pio V, determinando un uso parallelo al “Messale Romano” promulgato da san Paolo VI.

Per questo motivo papa Francesco ha incaricato la Congregazione per la Dottrina della Fede di inviare ai Vescovi un questionario sull’applicazione del Motu Proprio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum”.

«Le risposte pervenute – ha precisato Francesco – hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire.

L’intento dei miei Predecessori di ritrovare l’unità è stato spesso gravemente disatteso.

L’offerta di san Giovanni Paolo II di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni.

Mi addolorano allo stesso modo gli abusi nella celebrazione della liturgia».

Il Pontefice ha lamentato che in molti luoghi la liturgia viene celebrata con deformazioni al limite del sopportabile. «Mi rattrista – ha affermato – un uso strumentale del “Missale Romanum” del 1962 sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”».

«Dubitare del Concilio – ha sottolineato Francesco – significa dubitare delle intenzioni dei Padri, i quali hanno esercitato la loro potestà collegiale in modo solenne “cum Petro et sub Petro” nel Concilio ecumenico». E significa, in ultima analisi, «dubitare dello stesso Spirito Santo che guida la Chiesa».

Papa Francesco ha spiegato in maniera chiara che «è sempre più evidente, nelle parole e negli atteggiamenti di molti, la stretta relazione tra la scelta delle celebrazioni secondo i libri liturgici precedenti al Concilio Vaticano II e il rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni in nome di quella che essi giudicano la “vera Chiesa”».

Ed ha aggiunto: «Si tratta di un comportamento che contraddice la comunione, alimentando la spinta alla divisione. È per difendere l’unità del Corpo di Cristo che mi vedo costretto a revocare la facoltà concessa dai miei Predecessori».

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5264/Papa_Francesco_corregge_gli_abusi_e_le_strumentalizzazioni_della_liturgia

 

Urla la Borsa. Chi investe ha capito che il COVID può rialzare la testa.

Il momento è delicato, non possiamo mollare la presa. Bisogna andare avanti con la politica di vaccinazione a tappeto. Guai a illuderci che l’emergenza sia terminata completamente.

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Chi più sensibile della borsa. C’è un sensore che a voi sembra più attento ai soffi di vento dell’economia? Anche della spicciola economia. Sono domande retoriche. Tutti quanti voi sarete propensi a sostenere la tesi che nessuno abbia l’olfatto più fine di Piazza Affari. Oggi, una botta da orbi. Quasi il 4% di perdita. Cosa sarà mai successo? Qualche magagna nel settore della grande industria? Nelle telecomunicazioni? Nella robotica?

No. Non è questo. Questi hanno annusato la possibilità che il covid rialzi la cresta. Sembra che alcuni turisti, forse spaventati, abbiano già disdettato gl’impegni per il prossimo mese. Non c’è da scherzare. Ogni azione, alla fine, si paga. L’oste porta il conto dopo che ci siamo riempiti lo stomaco. Avete ancora negli occhi gli assembramenti di otto giorni fa, quelle piazze gremite, festose e non curanti di che cosa potessero essere fonte. Il pullman per le strade di Roma con ai lati folle senza ritegno.

Adesso paghiamo. E anche salatamente. Potresti subito fare un calcolo approssimativo di cosa indichi quel meno 4%. Certo lo pagano alcuni e non tutti. Ma non è così, in fondo, quella sciabolata colpisce l’intero corpo del Paese. Secondo i calcoli, il contagio crescerà ancora nei prossimi giorni. Per fortuna, la stragrande maggioranza degli anziani sono vaccinati e non vengono colpiti del malanno. Il virus predilige le generazioni più giovani. E questo, per fortuna, non interessa il registro più pesante.

Cosa fare? Mantenere alta la guardia sul fronte dei vaccini. Creare le condizioni perché anche i più riottosi capiscano l’importanza di quel provvedimento. Non permettere, almeno nei prossimi quindici giorni, manifestazioni affollate; nemmeno per chi fosse in possesso del green pass. Insomma, riguadagnare responsabilmente un atteggiamento che avevamo positivamente manifestato in più di un anno di esperienza collettiva.

E’ importante predisporre ogni misura perché, nella stagione peggiore, le nostre capacità di resistenza, siano ben forgiate e ci permettano di fronteggiare l’autunno con serietà, compostezza e senso di responsabilità.

L’economia, la salute e il nostro costume vanno tutti e tre potenziati, salvaguardati e se possibile, persino ampliati.

Stupido sarebbe perdere per vuota noncuranza il traguardo che abbiamo davanti a noi.

Perù: Castillo proclamato vincitore delle elezioni presidenziali

Il candidato della sinistra radicale Pedro Castillo è stato proclamato vincitore delle elezioni presidenziali in Perù più di un mese dopo il secondo turno tra lui e la candidata populista di destra Keiko Fujimori. “Proclamo presidente della Repubblica Josè Pedro Castillo Terrones”, ha affermato il presidente della Giuria elettorale nazionale (Jne), Jorge Luis Salas, in una breve cerimonia virtuale.

Castillo è un ex insegnante e ha 51 anni. La prima volta che aveva fatto parlare di sé a livello nazionale era stato solo quattro anni fa, quando aveva guidato uno sciopero di migliaia di insegnanti che rivendicavano stipendi più alti.

La sua elezione è arrivata in un momento di enorme difficoltà per il Perù, uno dei paesi più colpiti dall’epidemia da coronavirus, e dopo anni di grossi scandali nella politica nazionale.

La Commissione Ue avvia Alleanze per i semiconduttori e le tecnologie cloud industriali

La notizia arriva dalla Commissione europea che ha dato i natali a queste cordate di imprese, rappresentanti degli Stati membri, università, utenti e organizzazioni di ricerca e tecnologia. “Le due alleanze elaboreranno ambiziose roadmap tecnologiche per sviluppare e distribuire in Europa la prossima generazione di tecnologie di elaborazione dati dal cloud ai semiconduttori edge”, ha commentato il Commissario per il mercato interno Thierry Breton.

Si svilupperanno, ad esempio “cloud industriali europei efficienti dal punto di vista energetico e altamente sicuri, che non sono soggetti a controllo o accesso da parte delle autorità di Paesi terzi” oppure si progetterà e produrrà chip avanzati. “Sostenere l’innovazione in questi settori critici è fondamentale e può aiutare l’Europa a fare un balzo in avanti insieme a partner che la pensano allo stesso modo”, il commento di Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione Ue.

Queste alleanze sono aperte alla partecipazione di tutti gli enti pubblici e privati ​​con un rappresentante legale nell’Unione e con attività pertinenti, a condizione che soddisfino le rigide condizioni definite nel mandato. Nel suo lavoro l’Alleanza, oggi sottoscritta da 22 Paesi Ue, rispetterà alcuni principi e norme: standard elevati in termini di interoperabilità e portabilità/reversibilità, apertura e trasparenza, ma anche per protezione dei dati, sicurezza informatica e sovranità dei dati; rispetto di parametri di efficienza energetica e sostenibilità; conformità alle migliori pratiche cloud europee.

Adesso serve un nuovo “preambolo”. Contro i populismi.

In ricordo del Preambolo di Donat Cattin, che unì nel congresso dc del 1980 la maggioranza ‘anticomunista’ del partito e divise per altro le forze della sinistra interna, l’autore propone coraggiosa,ente di allestire quanto prima un nuovo ‘documento’ – analogo per qualità al vecchio Preambolo – capace di unire le forze democratiche contro il populismo ancora presente nelle pieghe della società.

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Quando si parla di “preambolo” – almeno nella politica italiana – il ricordo corre direttamente a Carlo Donat-Cattin e al congresso della Democrazia Cristiana del febbraio 1980. Si trattava, per chi se lo fosse dimenticato, di un documento che fu scritto di pugno dal leader della sinistra sociale di Forze Nuove che modificava la linea e la strategia politica della Dc facendo prevalere l’alleanza con i socialisti e i partiti di democrazia laica chiudendo, al contempo, l’esperienza della “solidarietà nazionale” con il Partito Comunista Italiano. E, soprattutto, qualunque ipotesi di alleanza con i comunisti, tanto a livello nazionale quanto a livello locale. 

Un documento che ribaltò i pronostici della vigilia di quello storico congresso democristiano e che si apprestava ad inaugurare una nuova stagione politica per il paese e per la stessa Democrazia Cristiana. Un documento, quello scritto da Donat-Cattin, che raccolse la maggioranza dei delegati e che era dettato da motivazioni squisitamente e unicamente politiche. Quindi nessuna pregiudiziale ideologica nè, tantomeno, nessuna vendetta o voglia di rivalsa nei confronti di chi governò sino a quel momento la Democrazia Cristiana. Un documento, tuttavia, che ad oltre 40 anni dalla sua stesura continua a dividere gli storici e soprattutto i cattolici impegnati in politica, nonchè i democristiani ancora attivi qua e là nei vari partiti e cartelli elettorali attuali.

Ora, però, archiviate quella stagione e quelle lunghe discussioni, si ripropone – nel nuovo contesto politico italiano – la necessità di arrivare al più presto ad un nuovo “preambolo”. Un “preambolo” che non chiude più le porte ai comunisti – che sono comunque spariti dalla scena politico elettorale italiana anche se sono rimasti nella loro declinazione peggiore come esponenti di una sinistra salottiera, alto borghese, aristocratica e con uno smaccato impianto moralistico – ma, semmai, che deve diventare un argine invalicabile ai populisti e al populismo. Vecchi e nuovi. È questa la vera sfida politica che attende i democratici, gli europeisti, i riformisti e chi pensa e vuole ancorare la propria azione politica, culturale e legislativa ai valori e alla prassi della Costituzione repubblicana. Un “preambolo” politico e culturale, appunto.

È inutile girarci attorno. “Se la politica”, come ci ricordava sempre con intelligenza e saggezza Mino Martinazzoli, “in Italia è sempre stata sinonimo di politica delle alleanze”, è pur vero che oggi l’avversario più insidioso ed irriducibile continua ad essere il populismo. E, nello specifico, il populismo di marca grillina. Perchè, al di là di qualunque pregiudizio politico o pregiudiziale ideologica, in quel populismo si annidano i principali ostacoli per declinare una vera ed autentica strategia democratica, riformista, socialmente avanzata, partecipativa e ancorata alla nostra cultura costituzionale e alla stessa prassi parlamentare e rappresentativa. È appena sufficiente ricordare alcuni postulati costitutivi del populismo nostrano per rendersene conto: antipolitica, antiparlamentarismo, antisistema, giustizialismo manettaro, demagogia, odio per le culture politiche e i partiti che affondano le loro radici nel passato, disprezzo per i politici non riconducibili alla loro esperienza. Nonchè, e non per ultimo – come la concreta esperienza ha persin platealmente confermato – trasformismo e opportunismo politico e parlamentare.

Ecco perchè, in vista delle prossime e decisive elezioni politiche, il “preambolo” politico antipopulista quasi si impone per la salvaguardia e la conservazione della nostra democrazia. E, soprattutto, per la qualità della nostra democrazia che proprio il populismo svuota e indebolisce dall’interno. Tocca alle forze democratiche che ci sono – e quelle che nasceranno in vista delle politiche – arginare quella deriva e quella decadenza e assumere una iniziativa capace di fronteggiare un’insidia che ormai da troppo tempo mina le radici del nostro sistema politico e ne infiacchisce la sua vitalità. Senza distinzioni di sorta e senza continuare a blaterare, soprattutto da parte dei circoli della sinistra salottiera, aristocratica e moralistica, sui rischi virtuali e astratti di derive autoritarie, dittatoriali, illiberali e carnevalate simili. È giunto dil tempo di gettare alle ortiche quelle amenità goliardiche e di concentrarsi, invece, sui veri rischi che attraversa la nostra democrazia.

Certo, oggi, e purtroppo, i Donat-Cattin non esistono più. Ma un “preambolo” è attualissimo. Anzi, indispensabile per la salute delle nostre istituzioni, per la qualità della nostra democrazia e per la stessa credibilità della nostra politica.

Mesi decisivi per il futuro europeo

Le elezioni in Germania e Francia saranno determinanti per il futuro dell’Unione Europea. Sullo sfondo s’intravede anche la possibilità di cambiare i Trattati. Siamo di fronte a un passaggio epocale.

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L’Unione Europea sta avviandosi verso mesi di grande importanza per il suo futuro. E ciò al di là del lavoro che la Conferenza sul medesimo tema inaugurata lo scorso 9 maggio saprà (o meno) svolgere. Naturalmente l’evoluzione pandemica sarà un fattore non secondario, soprattutto se – Dio non voglia – la variante Delta dovesse non solo, come ora, minacciare l’autunno ma addirittura rovinarlo. Oltre questa incognita non certo secondaria, però, esistono alcuni elementi che avvalorano l’affermazione iniziale.

Per la prima volta l’UE in quanto tale ottiene dal mercato finanziario denari che vengono utilizzati per supportare interventi straordinari di ripresa dei singoli Paesi. La prima tranche di questi quattrini freschi è in arrivo. Per la prima volta ci sarà dunque un debito comune, in euro. L’ortodossia ordoliberale subisce un primo smacco, ad opera di un piano che già nel suo nome (Next Generation UE) indica il futuro e quindi implicitamente indica una via ormai intrapresa e da non abbandonare. La stessa Unione in quanto tale non si limita a regolamentare il Piano ma, assai più attivamente, lo gestisce vincolando i miliardi destinati a ricostruzione e rilancio (o resilienza che dir si voglia) a dettagliati impegni di riforma che ogni nazione dovrà rispettare: e le riforme, si badi, sono tutte all’interno di un più ampio indirizzo generale comune, appunto europeo.

L’Unione Europea sta così cercando di trasformare una difficoltà – enorme – in una opportunità. Un’opportunità che potrebbe nei fatti riformare i Trattati, prima di una loro effettiva riscrittura maggiormente coerente con la pur celebrata e conclamata unità “sempre più stretta” fra i suoi diversi Stati aderenti.

In questo quadro, che mostra indubbiamente elementi di positività, si inseriranno a breve le due elezioni politiche più importanti del continente: quelle tedesche e quelle francesi. Come cinque anni prima, saranno decisive per il futuro europeo.

In Germania non si tratterà solo di eleggere il nuovo Parlamento. Si tratterà di sostituire la leader che ha rappresentato la nazione tedesca negli ultimi 15 anni. Imponendosi – al di là degli errori commessi, che pure ce ne sono stati – come l’unica statista continentale e quindi come la leader di fatto dell’Unione. Non è dunque, il prossimo autunno, un passaggio da poco, a Berlino.

Qualche mese più tardi, saremo già nel 2022, la Francia dovrà – si spera – ribadire il suo “no” alla tensione sovranista incarnata, per la verità con minor vigore (almeno all’apparenza) dalla Destra di Marine Le Pen. Il presidente Macron non è più l’outsider giovane e brillante della volta scorsa. Ma, oltre i limiti derivanti da una qual certa caratterialità del personaggio, resta in ogni caso non solo il baluardo più forte di fronte all’offensiva della Destra ma pure un convinto sostenitore dell’ideale europeista (sia pure…in salsa francese!).

Berlino e Parigi, cinque anni fa, furono decisive per fermare l’avanzata, che pareva imperiosa, dei movimenti nazionalisti e populisti. Questa volta saranno decisive per assicurare un futuro all’Unione che ha guardato al proprio domani ideando e adottando Next Generation UE.

 

La fiducia per la crescita

L’autore ha presentato questa sua riflessione al gruppo di lavoro, dedicato al tema “Governo dell’Italia”, che Vincenzo Scotti ha riunito attorno a sé nei mesi scorsi. Giovedì prossimo, alle 17.30, si terrà un nuovo seminario per approfondire le questioni legate al Pnrr. È possibile avere informazioni a riguardo scrivendo a Stefania Lazzari Celli, Eurilink University Press, email: linkpress@unilink.it.

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Leggendo il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza la parola che mi è più piaciuta è “fiducia”. Nel piano la fiducia si invoca per accrescere l’efficienza, la competitività del Paese e per favorire l’attrazione degli investimenti. La fiducia si cita con riferimento alla necessità di avere sentenze dove trionfi l’aspetto tecnico, al fine di ridurre l’alea del risultato, limitando così anche il numero dei contenziosi, ai quali alcune volte si ricorre sperando nella buona sorte. Si ripete la parola fiducia in materia di sistema sanitario e di infrastrutture tecnologiche e digitali ospedaliere, che presentando un significativo grado di obsolescenza e risultando carenti, in molte strutture, compromettono la qualità delle prestazioni e l’efficienza del sistema. 

La fiducia è uno degli elementi essenziali sui quali si muove ogni società. Circoliamo sulle nostre strade perché diamo fiducia a quelli che provengono in senso contrario, sicuri che non invaderanno la nostra corsia per investirci. Passeggiamo per le nostre strade, fiduciosi che l’inquilino del terzo piano non ci scaraventi in testa un vaso di fiori. Il piano, che fa della fiducia una strategia per promuovere la crescita è bene che la declini completamente e nel modo più proprio: quello binario. Esiste la fiducia dei cittadini verso lo Stato ed è quella alla quale si fa riferimento nel PNRR, in quanto condiziona gli investimenti. Esiste, però, la fiducia dello Stato verso i cittadini, che condiziona la struttura della legislazione. Se l’idea di fondo del legislatore continuerà ad essere più la deterrenza della norma che la sua efficacia, l’effetto sarà quello di rallentare i processi di crescita. Il tema è antico quanto è antica la società in materia di appalti pubblici. 

Già nel 1693, l’ingegnere militare e maresciallo di Francia Marchese di Vauban, all’epoca trentenne, scriveva all’eccellentissimo ministro della guerra di Luigi XIV – il Re Sole – per consigliare il tema della fiducia nei pubblici incanti, che nell’occasione consisteva nel non applicare il criterio del prezzo più basso, per il timore che gli impresari guadagnassero troppo, in quanto quella che sembrava una norma moralizzatrice avrebbe solo scoraggiato i più onesti ed attratto i peggiori malfattori. Se si vuole che le risorse associate al PNRR esplichino il loro potenziale di crescita, bisogna non eliminare il codice degli appalti, come qualcuno va predicando, ne applicare il “metodo Genova” – inapplicabile nella generalità dei casi, a meno di non ammettere che si vogliono favorire le consorterie – ma introdurre parametri oggettivi e non discrezionali. 

La legislazione sui lavori pubblici e in generale sul governo del territorio negli ultimi anni è il frutto di una politica sempre più ipocrita, conseguenza di un atteggiamento farisaico, dove vi è stata la corsa a inasprire oltre ogni limite i parametri rappresentativi di questa o quella condizione deterrente, per accreditarsi come i miglior difensori di questo o di quell’altro vincolo. Infatti il Codice degli appalti in vigore dal 2016 e la stessa Agenzia anticorruzione sono l’esempio e il frutto di una politica, che per vantarsi di fare una lotta alla corruzione (come nessun altro abbia mai fatto), ha “appaltato” il contrasto alle illegalità ad un soggetto esterno al processo istituzionale ordinario; personalizzando la medesima battaglia e identificandola addirittura con una persona. Cosa grave dal punto di vista della democrazia. Grave, appunto, perché ha personalizzato l’azione, dando al vertice dell’Agenzia la personificazione dell’anticorruzione. Egli è l’incorruttibile! Concetto che non è molto distante dall’uomo della provvidenza.

Quando il pensiero di sinistra degli anni Sessanta e Settanta dissentiva dalle leggi speciali, fatte ad hoc per risolvere un problema, non lo faceva certo perché dissentiva dalla sua risoluzione, ma perché se le leggi ordinarie pongono proprio la legge al di sopra degli uomini, le leggi speciali pongono uno o alcuni uomini al di sopra della legge.

Quando la competenza non è profonda e la spinta ipocrita è molto forte, si rischia di prendere abbagli pericolosissimi, con risultati opposti a quelli che ci si è prefissati (proprio ciò che denunciava il Marchese di Vauban). Non a caso nel nostro ordinamento per l’aggiudicazione di appalti per lavori, servizi e forniture predomina l’offerta economicamente più vantaggiosa. Che a sentirla, quando non si conosce l’essenza dei processi, l’epistemologia del metodo, sembra il rimedio universale per raggiungere il massimo della efficienza. Invece non è così. Si rischia di cogliere il risultato opposto. L’offerta economicamente più vantaggiosa ha ragione di esistere quando si tratta di grandi scelte. In fase preliminare, dove delle diverse soluzioni è riconoscibile la loro differenza. Se invece si parla di un progetto definitivo o addirittura esecutivo, non modificabile radicalmente (come prevede la norma in vigore è ciò non è secondario), già studiato da un progettista, verificato da un altro professionista e validato da un altro ancora, le possibili migliorie non potranno che essere piccole questioni, in genere opinabili. Posizioni diverse, sostenute da diversi convincimenti intellettualmente onesti. 

È proprio fra due o più posizioni intellettualmente virtuose, applicate a questioni di dettaglio, che si annida l’arruffo. Che nel caso specifico diviene strumentale, per sostenere, in alcuni casi in modo fraudolento, una o l’altra proposta. Nella considerazione che l’economia di uno Stato non debba e non possa essere salvata dal valore dei ribassi praticati  nelle gare per l’aggiudicazione delle opere pubbliche e che è necessario sveltire i tempi di aggiudicazione divenuti paradossali, la soluzione non può che essere quella di ammettere alla procedura di aggiudicazione tutte le imprese, in ragione della loro qualificazione, in base a parametri tecnici ed economici, che determinino i requisiti da possedere per candidarsi alla realizzazione dell’opera specifica. Per procedere alla individuazione del soggetto al quale affidare l’appalto, con modalità non condizionabile, si potrà ricorrere all’abbinamento di ogni partecipante a una estrazione imprevedibile, come il lotto o altro sorteggio pubblico. È evidente che se l’impresa aggiudicatrice con quella aggiudicazione avrà esaurito il suo potenziale aedificandi non potrà realizzare altre opere se non dopo aver terminato quella aggiudicata o una sua parte consistente. 

Ciò assicurerebbe oltre ad una assoluta non condizionabilità delle gare, una più equa distribuzione del lavoro e dei tempi più celeri per la loro realizzazione; in quanto solo il completamento dell’opera in corso restituirebbe all’impresa il proprio totale requisito potenziale per partecipare ad altre assegnazioni di pari importo. E’ il caso di precisare che non bisogna confondere la fiducia dello Stato verso i cittadini con la dismissione dei sistemi di controllo e repressione dei crimini, che debbono essere sempre più efficienti. Punire i corrotti è una cosa, condannare tutti all’immobilismo è un’altra!

Bartolomeo Sciannimanica 

Ingegnere, già professore a contratto presso la Federico II e l’Università di Urbino, già dirigente del Settore urbanistica della Regione Campania e dirigente del Servizio ambiente del Comune di Napoli.

 

L’algoritmo di Facebook incapace di comprendere l’uomo. Le “Idee” di Avvenire.

La pagina Facebook del Museo di Ravenna oscurata è solo l’ultimo caso di una lunga serie: gli algoritmi sono incapaci di intendere l’uomo

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È di questi giorni una notizia che non è certo la prima del suo genere, offre spunti di riflessione interessanti, ma non sul tema di cosa è arte o pornografia, il livello di lettura più gettonato e vendibile che mi sembra secondario. La pagina del Museo d’Arte della città di Ravenna (Mar) è stata oscurata per quasi un mese da Facebook, il cui algoritmo ha decretato che una immagine del fotografo Paolo Roversi era censurabile perché non rispettava i dettami del social sul nudo. 

La mia considerazione non riguarda il discrimine che dividerebbe secondo alcuni, e certo secondo l’algoritmo, arte e pornografia in modo netto, diatriba inutile che lascio volentieri a chi ama tessere geremiadi contro un preteso clima censorio senza precedenti o sul mala tempora currunt del momento. L’oscuramento in questione sottende un tema molto più focale che include anche le distinzioni posticce come corollario del suo ventaglio di conseguenze nefaste. Più volte ho presentato e sostenuto argomentazioni per cui la AI non potrà mai sostituire il cervello umano nella sua essenza e nelle sue peculiarità più specifiche. 

La notizia che riguarda Facebook e il Mar offre una occasione ulteriore che ritengo difficilmente contestabile, anche da chi si ritiene vestale profetica dell’avvento di un incontrastato dominio delle macchine prossimo venturo. L’algoritmo onniscente e onnipresente, in realtà generatore di un enorme catalogo di dati di cui non ha alcuna coscienza, non potrà mai individuare una componente fondamentale che caratterizza tutto l’agire umano e i suoi processi cognitivi: l’intenzione. 

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https://www.avvenire.it/agora/pagine/quellintenzione-artistica-che-lai-non-capir-mai

Quando Dossetti attaccava De Gasperi per gli ‘apparentamenti’ nelle amministrative. Bisognava preservare autonomia e forza propulsiva della Dc.

Nel 1951 si votò nei Comuni in due turni (27 maggio – 10 giugno) con una legge elettorale che premiava i partiti uniti in coalizione. Anche La Pira, a Firenze, vinse grazie al premio di maggioranza riscosso dalle forze democratiche di centro. 

A ridosso delle elezioni, Dossetti pubblica sul fascicolo di “Cronache Sociali” del 15 maggio un lungo articolo (Tattica elettorale): manca la firma ma viene attribuito a lui, ancora in quel momento vice segretario del partito (dopo qualche mese annuncerà il ritiro dalla politica). Dossetti, appoggiandosi a Sturzo e a Piccioni, contesta il ricorso alla logica di apparentamenti generici, a seconda delle condizioni locali, con la conseguenza di vedere sminuita l’identità e l’immagine della Dc. 

In sostanza si scaglia contro quello che veniva definito il “polipartito”, un aggregato di più partiti raccolti sotto le insegne di una Dc ormai devitalizzata. È una critica che oggi potrebbe ancora valere mutatis mutandis come un monito verso la prassi usuale di aggregare consenso attraverso lo strumento di liste cosiddette civiche, perlopiù emanazione di accordi dietro le quinte tra candidati Sindaci e gruppi di interessi locali.

Se la critica di Dossetti non “regge” al confronto con il realismo di De Gasperi, resiste tuttavia nel profilarsi come richiamo alla necessità di una politica dotata di valori, forte di una sua idea direttiva, capace di oltrepassare le consegne del piccolo cabotaggio. Una politica riformatrice vive anche di alleanze, ma non solo di esse.

Di seguito riportiamo le conclusione dell’articolo, per altro molto denso e articolato.     

Tattica elettorale

La ricostruzione fatta della vicenda della legge elettorale e i dati particolari sin qui rilevati confluiscono tutti in una con-statazione riassuntiva: lo spirito bloccardo, che sembrava definitivamente estromesso dalla tradizione popolare e ancor più dalla concezione personalistica ed organica della nuova generazione democratica cristiana (così Piccioni, Discorso sulla legge elettorale per la Costituente in Atti della Consulta Nazionale, pag. 680 e 682) è invece risorto nel Partito di maggioranza dopo il 18 Aprile. La legge elettorale del 1951 non ha spalancato le porte, ma piuttosto ha tentato di esorcizzare quello spirito e per sé vi è riuscita, almeno nella misura massima possibile, date le circostanze e gli orientamenti ormai dominanti. Ma esso, nella fase terminale dell’applicazione ha ripreso il campo più potente di prima e forse accompagnato da altri spiriti peggiori di lui

Con quali conseguenze?

È troppo presto per potere fare previsioni concrete e pronunciare giudizi definitivi. Ma sembra di potere almeno affermare: come l’intransigenza dei popolari fu nel 1920 un mezzo vivace ed arduo per costruire e imporre la personalità del Partito (Sturzo, Relazione al IV Congresso a Torino, n. 15), cosi oggi una anche limitata transigenza democristiana rischia con forte probalilità di condurre ad una certa devitalizzazione del Partito di maggioranza.

Forse qualcuno chiederà: ma questo alla fine è proprio un grande male e un danno irreparabile? O non è forse il Partito semplice mezzo rispetto allo Stato? Se lo Stato, per ipotesi, nella transigenza democristiana trovasse un vantaggio o per lo meno evitasse danni maggiori, non sarebbe forse una ostinazione partitocratica il sollevare riserve a qualche sacrificio di parte, al servizio del bene generale del Paese?

Ci proponiamo di ritornare su questo problema, sia nei suoi aspetti generali sia in quelli specifici alla presente situazione concreta: soprattutto per segnare il netto distacco della nostra visione da qualsiasi insano patrottismo di partito. 

Però, sin da ora, non possiamo non osservare che la Democrazia Cristiana dopo il 18 aprile si è trovata in una situazione di eccezionale favore e insieme si è trovata a dovere adempiere a un compito di eccezionale impegnatività. 

Si è trovata cioè nella condizione diversa rispetto a quella, quasi senza alternative, che si offriva al partito popolare nel primo dopoguerra: poteva invece essere anche una maggioranza omogenea. La Repubblica Italiana, dopo il 18 Aprile – a differenza della III e della IV Repubblica francese e della Repubblica di Weimar – poteva essere una democrazia semplificata e attivata da un mandato popolare unitario. 

D’altro canto, alla Democrazia Cristiana si poneva un compito pure fuori del comune, compito risultante da quell’insieme di problemi che il 18 Aprile non aveva risolto, pur offrendo la chiave della loro soluzione, cioè i problemi del risanamento e della stabilità reale della società e dello Stato italiano. Ossia c’era da arrestare e da ripercorrere il cammino della disgregazione sociale, del deperimento economico, della decomposizione amministrativa, ormai spinta – dopo il fascismo – a un limite di decadenza nazionale, da cui certo nel 1920 si era rimasti, nonostante tutto, ancora ben lontani. Per tutto questo non poteva prov-vedere una pluralità qualsiasi di forze eterogenee, ma occorreva una forza: una forza omogenea, dotata di un suo nerbo spirituale, di un suo programma definito, di una salda ossatura organizzativa, di una sua imponenza quantitativa. 

Solo la Democrazia Cristiana si è trovata nella possibilità e nella responsabilità di riunire tutti questi elementi e pertanto di essere non semplicemente – come era il Partito Popolare – un partito in uno Stato già dato, ma ben più, cioè l’unico strumento per la costruzione di un nuovo Stato – non più semidemocratico e semioligarchiro, ma schiettamente democratico – da dare agli Italiani. 

Cosi aveva voluto la volontà popolare che per questo aveva concentrato sulla Democrazia Cristiana, come sull’unica capace, un tanto numero di suffragi. E per quale via? Appunto per la via del sistema proporzionale. 

Al qual propostto ci si consenta di richiamare, a mo’ di conclusione, quanto diceva l’on. Piccioni alla Consulta Nazionale il 14 Febbraio 1946, con una ispirazione oramai remota, ma pure quanto attuale: «Non si può rimanere proporzionalisti a metà e da questa posizione erigersi a giudicare delle più disparate conseguenze, attribuite senza discriminazione alla proporzionale. Ora, i presupposti di questa sono i partiti, piaccia o non piaccia a quelli che sono vissuti in climi politici diversi … piaccia o non piaccia, siamo in regime di democrazia, secondo noi democratici cristiani, personalistica ed organica. I partiti sono, devono essere e devono rimanere, i protagonisti veri ed unici della lotta politica» (Atti della Consulta Nazionale, pag. 682). 

In questi protagonisti, l’on. Piccioni indicava addirittura il tramite insostituibile della volontà popolare di rinnovamento e di costruzione democratica contro l’oligarchia degli anziani, almeno, in una fase storirica come la nostra, da lui qualificata di dissolvenza dello Stato

Con il che si ritorna in definitiva all’affermazione sturziana: «Il primo partito organizzato è oggi il Governo» (Popola-rismo e Fascismo, pag. 216). 

Di qui e solo di qui muove il nostro convincimento che ogni eventuale devitalizzazione di quel protagonista dell’azione politica e dell’azione statale, che è oggi in concreto per la Repubblica Italiana il partito della Democrazia Cristiana, non sia soltanto l’indebolimento di una parte, ma si traduca in una devitalizzazione del tutto, cioè dello Stato. Ogni passo nel cammino della spersonalizzazione del Partito, verso un generico e indifferenzialo trascendimento di esso in quello che recentemente è stato chiamato il polipartito, non è un passo avanti nel servizio del Paese, ma è un passo indietro, che promulga e aggrava la permanente crisi della società e dello Stato Italiano.