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A Viale Mazzini è già tempo di resa di conti: il cdr del Tg1 non è contento della Rai targata Fuortes. La versione di “The Post Internazionale” (tpi.it)

Un retroscena senza peli sulla lingua, una lettura non reticente delle prime mosse del nuovo Amministratore delegato di Viale Mazzini. 

Marco Antonellis

Fuortes, almeno a leggere i giornaloni ha cominciato trionfante la sua marcia su viale Mazzini. Qualcuno arriva persino a parlare di “partiti finalmente fuori dalla Rai” quando a viale Mazzini tutti sanno benissimo che l’attuale amministratore delegato, come rivelato da TPI nei giorni scorsi, i partiti li conosce eccome, tanto da averne già incontrato i vertici (e vi diciamo di più: se le nomine sono state bloccate fino a dopo il voto di ottobre è proprio perché manca l’intesa tra i partiti….).

Intanto, ad arrabbiarsi con la nuova gestione è il Tg1, o meglio il comitato di redazione della testata. La redazione del telegiornale guardato da oltre 4 milioni di persone non è affatto soddisfatto di come vanno le cose.

Così il il cdr ha preso carta e penna e deciso di chiedere un incontro al nuovo amministratore delegato. Il refrain è “meglio mettere le cose in chiaro prima che sia troppo tardi”. Cioè prima che i buoi sono scappati dalla stalla.

Nella missiva di cui TPI ha avuto notizia si rammentano problemi di tagli a risorse e personale. E si raccomanda che a seguire il Papa nelle sue missioni all’estero continuino ad essere due inviati del Tg1, per permettere di seguire al meglio le gesta di Papa Francesco, lavoro che poi viene rivenduto dalla Rai a decine dei Paesi nel mondo. Insomma, seguire il Papa e seguirlo bene è un affare non una perdita da tagliare.

Una scelta che a quanto si apprende, sarebbe gradita anche in Vaticano, uno dei tre grandi centri di potere della penisola insieme alla presidenza della Repubblica e la presidenza del Consiglio.

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https://www.tpi.it/spettacoli/tv/cdr-tg1-non-contento-rai-fuortes-20210811816189/

Dopo Tokio. La “meglio gioventù” di cui c’è tanto bisogno in Italia. Il commento di Domenico delle Foglie.

Ne vorremmo tanti, donne e uomini coraggiosi, capaci di fare le scelte giuste per tutti noi e anche di chiederci i sacrifici necessari per costruire un mondo più giusto e più sano. Giovani in grado di costruire una politica post ideologica, ma ricca di valori. Personali e comunitari. Soprattutto armati di una dote necessaria per un tempo complesso come il nostro: un sano realismo. Li aspettiamo con ansia. È questo il loro momento.

C’è una “meglio gioventù” che in Italia si è appena affacciata sulla scena pubblica a reclamare attenzione e rispetto. A rivendicare un ruolo, ad affermare un protagonismo, a pretendere spazio. E forse anche a ricordarci che, quando meno te lo aspetti, la forza di una generazione si manifesta impetuosa e chiede rappresentanza per se stessa. È questo, forse, il lascito più importante delle Olimpiadi di Tokyo che hanno visto rinascere lo sport italiano e lanciato un segnale di conferma dopo lo smagliante Europeo di calcio vinto dagli azzurri guidati da un eterno giovane come Roberto Mancini.

Ma non è di sport che vogliamo parlare, quanto di questa generazione nuova che si è palesata in un frangente così difficile della nostra vita nazionale. Quante volte ci siamo chiesti: come ne usciremo dal Covid? Che ne sarà del nostro Paese malato di vecchiaia in tanti campi, dalla politica alla cultura, passando per l’economia, il sociale e la comunicazione? Ecco che la risposta è arrivata, sorprendente e carica di speranze per il futuro di tutti noi.

Abbiamo scelto il titolo di un fortunato film dell’inizio del nostro secolo, appunto “La meglio gioventù” diretto da Marco Tullio Giordana, perché fotografa mirabilmente la scoperta di una diversità che si è fatta strada fra di noi. Quante volte, infatti, ci siamo chiesti (soprattutto noi adulti orfani del Sessantotto, ma non solo noi) dove fossero i giovani. Cosa pensassero della vita. Come volessero costruire il loro futuro. Come ragionassero e quali valori li animassero. Una risposta l’abbiamo avuta e forse non è di quelle che ci saremmo aspettati.

Innanzitutto non ci hanno dato una risposta ideologica e questo misura la distanza con la generazione descritta dal film che ripercorreva la vita di una famiglia italiana dalla fine degli anni Sessanta agli inizi del nuovo Millennio. Una generazione profondamente segnata da un doppio binario ideologico ed estremista (destra-sinistra) mai conciliabile, sino a giungere alla stagione di Mani pulite che di quella storia di conflitti è stata l’ultima propaggine.

Ma non ci ha dato nemmeno una risposta in chiave social o digitale. Infatti non si corre sulla pista e non si lotta su una pedana virtualmente. Certo, ai social e ai media spetta il compito di eternizzare (e forse persino di scarnificare) i momenti straordinari in cui corpi allenati e sorretti da menti altrettanto solide hanno compiuto l’impresa e hanno saputo concorrere a livello mondiale. Piuttosto, ci ha restituito la certezza che ancora una volta l’umanità ha bisogno dei suoi corpi e delle sue menti. E che dalla fusione di queste due dimensioni deriva il successo di un’impresa. E che di un’impresa abbiamo bisogno è sotto gli occhi di tutti. Perché le sfide che abbiamo davanti sono mastodontiche.

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https://www.agensir.it/italia/2021/08/11/la-meglio-gioventu-di-cui-ce-tanto-bisogno-in-italia/

Nuovo Rapporto ONU sul clima: siamo al codice rosso per il pianeta Terra

Le previsioni suscitano grande allarme, per cui ogni rinvio diventa imperdonabilmente colpevole. Ein gioco la vita stessa sul pianeta. Il prossimo novembre, a Glasgow, i temicentrali della Conferenza ONU riguarderanno la completa decarbonizzazione, la riduzione delle emissioni nocive e dei gas serra, il contenimento dellinnalzamento delle temperature nei limiti già convenuti in sede di Accordo di Parigi del 2015. Urgono decisioni drastiche.

Non si potrebbero trovare parole più appropriate di quelle riportate nel titolo, per descrivere la situazione del pianeta che si muove verso una deriva irreversibile di autodistruzione: sono quelle usate dal Segretario Generale dellONU Antonio Guterres, per commentare il sesto Rapporto Cambiamenti climatici 2021stilato dagli scienziati dellIPCC sullemergenza del climate changee approvato dai 195 Governi aderenti allOrganizzazione delle Nazioni Unite. O meglio: forse ancora più terribile e ammonitrice per  i decisori politici e lintera umanità è la sottolineatura del presidente di turno della conferenza ONU sul clima COP26 –  il ministro britannico Alok Sharma per presentare i risultati e le conclusioni del Rapporto: Il tempo a disposizione per fermare la catastrofe del cambiamento climatico sta pericolosamente avvicinandosi alla fine: non possiamo permetterci di aspettare ancora due, cinque o dieci anni, questo è il momento di agire.

Ci sono delle evidenze che definire spaventose è più prossimo alleufemismo che alla realtà: linnalzamento del livello dei mari è stato valutato irreversibile ancora per millenni, non si era mai riscontrato questo livello di tendenza negli ultimi 3000 anni, ed è causa di erosione delle coste e inondazioni. Addirittura le emissioni di CO2 misurate nel 2019 erano le più alte di sempre, considerando almeno i due milioni di anni precedenti, quelle dei gas serra (biossido di azoto e metano) in cima alla scala dei valori degli ultimi 800 mila anni. E tutto questo mentre la temperatura media si innalza con un trend incrementale mai riscontrato in passato (+ 1.09° tra emissioni antropiche e gas serra nel decennio 2011/20 rispetto ai 50 anni che vanno dal 1850 al 1900): si pensi alle conseguenze per la vita degli abitanti della Terra, per lagricoltura, lallevamento del bestiame, la sostenibilità ambientale, le condizioni delle metropoli ad altissimo tasso di urbanizzazione. Si considerino le osservazioni del biologo Edward O. Wilson già illustrate e note da tempo sullincremento demografico: siamo 7 miliardi e mezzo di abitanti su un pianeta dove la soglia di compatibilità massima è stata stimata ai 6 miliardi di persone. A fine secolo si prevede una popolazione mondiale di 11 miliardi.

Queste eloquenti condizioni erano già state rilevate nel Rapporto dellONU-2019 stilato in 3 anni di lavoro da parte di oltre 150 esperti, volto allo studio e allapprofondimento dei rischi delle biodiversità, che metteva in guardia dal pericolo di arrivare in tempi definiti relativamente breviallestinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di specieanimali e vegetali. Evidenze riprese e rilanciate nel seminario svoltosi dal 29/4 al 4/5 2019 in sede OCSE,  dai rappresentanti di 130 Paesi aderenti allIpbes. Alla pubblicazione di quel Rapporto la Terra veniva descritta alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani.

Sono trascorsi due anni e il nuovo Rapporto 2021 non può che stigmatizzare con toni ultimativi questa responsabilità, aggravata dalle emergenze per sommi capi descritte, peraltro riconducibili alle concause delleziopatogenesi della pandemia, una sorta di ribellione della natura allopera distruttrice da parte delluomo. Ricordiamo al riguardo le parole del Prof. Arnaldo Benini, Emerito allUniversità di Zurigo: Lumanità utilizza e violenta la natura spietatamente. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. Lalterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie.

In questo contesto ambientale ai limiti della compromissione irreversibile, una umanità in espansione illimitata diventa indebolita e vulnerabile agli attacchi di virus che dimorano abitualmente in ospiti animali, come accaduto in tutte le sue varianti con il Covid-19 che ha attaccato luomo per traslazione zoogenetica. Questa coincidenza epocale tra compromissione climatica ed emergenza pandemica non è dunque casuale e può ripetersi. Occorre padroneggiare una visione olistica di questi fenomeni per tentare adesso, senza rinviare, di arginare la deriva catastrofica. Lobiettivo più immediato è dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 per azzerarle entro il 2050: il nemico numero uno è il riscaldamento globale, lobiettivo è fermarlo a + 1,5° rispetto allepoca preindustriale, come programmato nellAccordo di Parigi (COP21-2015). Temperature più elevate porterebbero tra le altre conseguenze un ulteriore innalzamento dei mari: al trend incrementale attuale potrebbero salire fino a 50 cm a fine secolo, con una previsione ad oggi ingovernabile di 20 metri come corrispettivo di 5° di aumento della temperatura, né ci consola che ciò potrebbe avvenire al limite dei prossimi 2000 anni.

Il Rapporto ONU ha snocciolato una serie di dati eloquenti e di previsioni decisamente allarmanti, rispetto a cui ogni rinvio diventa imperdonabilmente colpevole. Ein gioco la vita stessa sul pianeta, a cominciare da quella delluomo. Ed è altrettanto evidente che se le scelte sui grandi numeri competono ai Governi della Terra, ciascuno di noi è tuttavia chiamato a realizzare comportamenti adeguati, rispettosi e responsabili. Non basta aver consapevolezza dei pericoli incombenti, occorre realizzare stili di vita sostenibili su scala mondiale.

Intanto i decisori politici accorciano i tempi delle consultazioni e delle decisioni da assumere, il prossimo step della Conferenza ONU è previsto per novembre p.v. a Glasgow: i tema centrali riguarderanno la completa decarbonizzazione, la drastica riduzione delle emissioni nocive e dei gas serra, il contenimento dellinnalzamento delle temperature nei limiti già convenuti in sede di Accordo di Parigi del 2015. Problemi enormi ma gestibili se letica e la scienza supportano le politiche degli Stati, con la consapevolezza che non esistono in questo campo i tempi supplementari, poiché la tattica dei rinvii non porta a soluzioni ma solo ad un irreversibile game over.

Soluzioni articolate. Come affrontare le tragedie sul lavoro.

Oltre alla sicurezza sul lavoro, bisogna anche intervenire concretamente, con aiuti diretti e indiretti, perché certe tragedie spingono spesso nelle difficoltà economiche più cupe le famiglie vittime di eventi sciagurati.

 

 

Per fortuna non passano in ultima pagina le tragedie che purtroppo frequentemente accadono nel lavoro.

 

Non passa giorno che insopportabili sofferenze emergono in prima pagina. Le morti bianche feriscono continuamente la nostra sensibilità e mettono a nudo come ancora e forse più di un tempo, si trascurano le norme di sicurezza nei cantieri e nelle produzioni.

 

Sembra sempre di essere a rincorrere dei tristi primati. Questo dovrebbe farci riflettere. Non è possibile nellepoca in cui si fanno miracoli tecnologici morire ancora schiacciati per ingiustificate e orribili incurie. Parlo perché sono stato colpito qualche mese fa da un tragico evento della mia comunità dorigine.

Perché una cosa è parlare in termini generici, altra quando le vittime sono conosciute e, come conosciuti sono i famigliari delle stesse. Fatto salvo che bisogna garantire al 100% la sicurezza sul lavoro, con norme, ma soprattutto con atti di controllo puntuali, frequenti e garantiti, bisogna anche aver coscienza che certe tragedie, oltre lincolmabile dolore, frequentemente spingono nelle difficoltà economiche più cupe le famiglie dove capitano questi tristi eventi.

Uno Stato moderno, uno Stato che volge ad essere una comunità, con sensibilità adeguata al suo rango, dovrebbe intervenire per togliere almeno la spina economica dal corpo di chi resta colpito da fatti così sordi e dolorosi.

Questo lascia comunque aperta la via di aiuti singoli, di espressione civile di chi intendesse aiutare economicamente le famiglie colpite, ma aggiungerebbe un diritto, diritto salvaguardato dallo stato sociale, che in parte colmerebbe quella ferita atrocemente subita dai congiunti.

In tal modo sarebbero salvaguardate e le azioni individuali e le azioni collettive. Permettendo in tal modo, che si possano compiere sia azioni ispirate dal sentire religioso o dal sentire umano, e, nel contempo, istituire un diritto di garanzia a carattere universale.

Questa visione, intende contemperare le forme di pensiero tanto liberale, quando sociale, che, a parer mio, non possono essere in alcun modo trascurate. Né luna, né tanto meno laltra. 

Uno Stato moderno, per stare allaltezza dei compiti di un pensiero politico plurimo e articolato, dovrebbe promuovere entrambe le vie. In modo tale che sia assicurato un intervento sotto legida del diritto comune e generale, senza in alcun modo limitare gli atti di benevolenza individuali.

Effetto Monte dei Paschi sull’economia di Siena. L’analisi De “lavoce.info”

Monte dei Paschi, oggi controllata dal Tesoro, potrebbe presto essere in parte acquisita da Unicredit. La vendita potrebbe segnare la fine di un decennio complicato per Siena. La crisi della banca ha infatti avuto ripercussioni sulleconomia senese.

Dopo una storia millenaria, la crisi del Monte dei Paschi comincia nel 2011, quando era la quarta banca italiana per capitalizzazione. Quellanno, Mps ha una perdita netta di 4,7 miliardi (anche a causa dellacquisizione di Antonveneta) ed è costretta a varare un piano di ristrutturazione, prevedendo la soppressione di 4.600 posti di lavoro. Nel 2014 listituto senese non supera gli stress test della Banca centrale europea, dando il via a un periodo estremamente complicato che si conclude nel 2017, quando lo stato entra nel capitale della banca senese.

La figura 1 riporta levoluzione dei redditi totali del comune di Siena e il contraccolpo che subisce a causa della crisi di inizio decennio. Come è naturale presupporre, i redditi sono diminuiti in tutte le città della Toscana in seguito alla crisi del 2011, ma è interessante notare che a Siena sono diminuiti più che negli altri capoluoghi. La linea rossa rappresenta levoluzione del reddito totale a Siena, mentre la linea blu tratteggiata costituisce il controllo sintetico, costruito includendo gli altri capoluoghi di provincia toscani. Se prima del 2011 landamento risulta essere simile, dopo quellanno si crea una differenza negativa: Siena ha visto diminuire i propri redditi più degli altri capoluoghi della Toscana esattamente nel periodo in cui esplodono i problemi di Monte dei Paschi.

È interessante anche analizzare limpatto che la crisi ha avuto sulla disuguaglianza di redditi a Siena. Una misura utilizzata spesso dagli economisti per quantificare il livello di disuguaglianza è lindice di Gini, una misura di dispersione dei redditi che il Local Opportunities Lab ha calcolato per ogni comune italiano a partire dal 2000. Un valore alto dellindice di Gini corrisponde a unalta dispersione dei redditi, mentre un valore basso segnala un basso livello di disuguaglianza.

La figura 2a riporta levoluzione dellindice di Gini a Siena dal 2000 al 2018, in particolare la sua diminuzione negli anni successivi alla recessione. Siena è quindi una città un pomeno disuguale rispetto a quanto lo fosse prima del 2011. In termini assoluti, la figura 2b mostra come Siena avesse una dispersione dei redditi più accentuata rispetto al resto dei capoluoghi toscani, circa 2 punti percentuali in più, mentre in seguito alla crisi la differenza si assottiglia.

Lindice di Gini può diminuire per due ragioni: la fascia della popolazione con reddito minore aumenta, oppure quella con reddito maggiore diminuisce. Quello che emerge per Siena è che i redditi medio-alti soffrono di più rispetto agli altri.

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https://www.lavoce.info/archives/89135/effetto-monte-dei-paschi-sulleconomia-di-siena/

L’età di Obama. Cartolina dagli USA di “SuccedeOggi”.

Barack Obama ha festeggiato i suoi sessant’anni. Un’occasione preziosa per riflettere meglio sulla sua parabola alla Casa Bianca: ha rappresentato il sogno di un’America che abbandona i suoi fantasmi. Ma il razzismo, la prassi antidemocratica della destra e Trump hanno cancellato nella violenza.

Il 4 agosto lex presidente americano Barack Obama ha compiuto sessantanni. Divenuto il 44esimo presidente degli Stati Uniti a soli 47 anni è stato il primo presidente afroamericano della storia statunitense. Figlio di madre single bianca e di padre keniota nero ha studiato prima alla Columbia University e poi ad Harvard dove si è laureato in legge. La sua carriera politica si è svolta principalmente a Chicago dove ha lavorato nella comunità nera diventando nel 1996 per otto anni senatore nel parlamento dellIllinois. Sempre a Chicago ha incontrato la moglie Michelle, anchessa avvocatessa, che ha sposato nel 1992 e dalla quale ha avuto due figlie Malia Sasha. Nel 2004 è stato eletto senatore per lIllinois a Washington e nel 2007 ha annunciato che avrebbe corso per le presidenziali del 2008. Divenne presidente quello stesso anno dopo avere battuto entro lo stesso partito democratico, Hillary Clinton, e lavversario repubblicano John Mc Cain.

I suoi due mandati sono stati difficili e sempre in salita, con un partito repubblicano sempre più ostile, aggressivo, che ha praticato un ostruzionismo cieco e pregiudiziale. Le sfide che ha dovuto affrontare sono state molte. Leconomia ufficialmente in recessione precipitò nella crisi del 2008, la peggiore da quella del 29, mentre in politica estera gli Stati Uniti avevano ancora un gran numero di truppe dispiegate in Iraq e in Afghanistan e diversi fronti aperti. Con una House of Representatives a maggioranza democratica nei primi due anni di presidenza Obama è riuscito a varare la tanto discussa riforma sanitaria, quella che va sotto il nome di Obamacare, (tanto criticata dai repubblicani benché Trump non si sia neanche sognato di eliminare, pena una sollevazione popolare) a risollevare leconomia e a far ritirare la maggior parte delle truppe dallIraq. Dopo che i repubblicani hanno guadagnato la maggioranza nella House nel 2010, nonostante defatiganti negoziazioni che hanno ricevuto dinieghi continui tanto che si è perfino parlato di razzismo di ritorno nei confronti del primo presidente nero degli Stati Uniti, Obama non è riuscito a trovare un accordo su tasse, bilancio e deficit.

Alla sua rielezione nel 2012 tentò, anche qui senza successo, di far passare una riforma sullemigrazione e una sul controllo delle armi. La potente lobby NRA tiene in pugno i repubblicani mentre nel frattempo una quantità incredibile di giovani, nella maggior parte neri, continuano a morire, vittime di scontri tra le gang o uccisi dalla polizia. Quante volte abbiamo visto Obama partecipare ai funerali di ragazzini di colore accanto alle madri e ad altri familiari! Lo abbiamo visto anche piangere. Altre volte partecipare o a quelli di altri giovani vittime di quelle forme di follia collettiva che solo un paese che permette la libera circolazione delle armi senza nessuna restrizione si ritrova ad affrontare.

In politica estera Obama ha iniziato un dialogo con la Cina, ha cercato accordi in Medio oriente, ha concluso un importante trattato sulle armi nucleari con lIran e ha aperto a Cuba. Ha puntato molto inoltre sui cambiamenti climatici varando il Climate Action Act che si proponeva di ridurre le emissioni di anidride carbonica nellaria e incrementare fonti alternative di energia.

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http://www.succedeoggi.it/2021/08/leta-di-obama/

Nello specchio della scuola: le riflessioni del Ministro Patrizio Bianchi

“Patrizio Bianchi è Ministro dell’istruzione nel governo Draghi professore ordinario di Economia applicata e titolare della Cattedra Unesco in Educazione crescita ed uguaglianza presso l’Università di Ferrare, dove è stato Rettore fino al 2010. Assessore alla scuola, università, ricerca, formazione e lavoro della Regione Emilia Romagna fino agli inizi del 2020, ha poi coordinato il Comitato degli esperti presso il Ministero dell’Istruzione. Con il Mulino ha pubblicato numerosi volumi, trra cui “Il cammino e le orme. Industria e politica alle origini dell’Italia contemporanea (2017) e “4.0. La nuova rivoluzione industriale (2019).

La politica, almeno in Italia, ci ha abituati a governi composti da Ministri intercambiabili nei vari Dicasteri, scelti più con il manuale Cencelli che per provata competenza nel settore di cui si devono occupare.

Il libro “Nello specchio della scuola”, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Il Mulino e scritto dal Ministro pro tempore all’istruzione ci aiuta a cambiare idea. 

Nella presentazione del suo lavoro il Prof Bianchi – che insegna Economia all’Università ma ha presieduto la Commissione degli esperti incaricata di affiancare la Ministra Azzolina nella prima parte della fase pandemica- mette subito in rilievo quattro punti che ritiene necessario considerare per porre quesiti, osservare, ipotizzare risposte rispetto alla condizione istituzionale e strutturale del sistema scolastico italiano, visto anche in una (perdente) prospettiva di analisi comparata (almeno) con i Paesi dell’area OCSE.

Il primo concerne la contestualizzazione della scuola nell’era di internet, delle nuove tecnologie e della espansiva deriva di digitalizzazione della conoscenza. Il secondo aspetto riguarda il tema dell’autonomia scolastica, ad oltre venti anni dalla sua legittimazione normativa. Il terzo punto prende in considerazione i rapporti tra sistema scolastico e territorio, con una preoccupata analisi del gap che divide in due il Paese (e ne abbiamo avuto conferma nell’applicazione sperimentale della DAD dove le scuole del mezzogiorno – ma anche l’indotto familistico e ambientale- non sono state in grado di reggere per carenza di dotazioni il confronto con quelle del nord). L’ultimo contesto di osservazione riguarda l’aggancio tra sistema scolastico, mondo del lavoro, sbocchi occupazionali e prospettive di crescita del Paese, senza tuttavia disdegnare l’aspetto solidaristico e del “fare comunità”.

Mi è rimasta impressa a quest’ultimo proposito una definizione del Ministro Bianchi in risposta ad una domanda di un’intervista poco dopo il suo insediamento in viale Trastevere: “desidero una scuola affettuosa”. Mi sembra un postulato che vale un programma e che evidenzia l’importanza dell’aspetto umano ed empatico nel contesto di un ambiente di lavoro che il pedagogista Cesare Scurati descriveva come “luogo dove si intrecciano relazioni umane”.

L’iniziale focalizzazione del Prof Bianchi traccia in fondo il percorso del libro, in un excursus storico, istituzionale, pedagogico ma sempre con un occhio di riguardo rivolto al “sistema scuola” in cui – come afferma il titolo e meglio spiega il sottotitolo si specchia e si riflette “il sistema Paese, poiché è “nella formazione che si gioca il nostro sviluppo futuro”.

Da colto e scaltrito economista non sfugge al Prof Bianchi il rapporto stretto di interconnessione che lega il sistema scolastico alla società civile, al mondo delle imprese, allo sviluppo: rapporto non sempre coincidente in quanto ad aspettative e ad esiti anche a fronte di un ritardo del sistema Italia preesistente al flagello pandemico, sul piano della crescita e in un’ottica comparata con gli altri Paesi ad economia avanzata. Un effetto “ricorsa” e “rimorchio” al quale siamo da anni abituati.

Non si tratta di evidenziare una subalternità della scuola e della cultura rispetto all’economia ma di prender atto che da un lato il sistema scolastico non è stato motore di traino mentre – di converso- dall’altro il Paese non ha riservato all’istruzione e alla ricerca – e questa è una tendenza di lunga deriva- la dovuta attenzione in termini di investimenti finanziari e di valorizzazione del capitale umano.

Sistema scolastico come scelta di investimenti mirati per il futuro: questa è la via obbligata per restare agganciati alle dinamiche evolutive.

L’analisi di approfondimento – per conoscere le cause del  gap tra scuola e suo contesto di riferimento- è ampia e storicamente non priva di riferimenti e di connessioni: particolarmente interessante il capitolo “Stato-Scuola-Nazione” nella sua rinnovata attualità, poiché l’autore ne deduce alcune linee di indirizzo che corrispondono ad altrettanti obiettivi assegnati al sistema di istruzione.

Il primo scopo riguarda la formazione della classe dirigente del Paese. E’ dal curricolo scolastico che emerge la “formazione di leadership in grado di orientare un’intera comunità verso la crescita”.

Il secondo obiettivo attribuito alla scuola concerne “la diffusione dei valori fondanti e unificanti di una comunità”.

Il terzo step considera l’importante funzione di formazione delle competenze necessarie alla crescita del Paese. Il Prof. Bianchi la sintetizza come “ricerca delle competenze per uno sviluppo sostenibile nel tempo”.

E qui sembra opportuno rimarcare l’importanza del concetto di sostenibilità: nella sua accezione temporale, per un passaggio di consegne generazionali e per un assetto stabile delle istituzioni e della maturazione del corpo sociale.

La quarta “consegna” afferisce alla formazione della persona: essa si concretizza “ come diritto individuale all’acquisizione delle conoscenze necessarie per poter consolidare la propria personalità e partecipare alla vita sociale”.

Siamo – in questo ambito- nell’alveo della migliore tradizione pedagogica che caratterizza lo specifico funzionale del significato di termini quali “educazione, “formazione”, istruzione”: potremmo dire che questa attribuzioni di competenze rientrano a pieno titolo nel  grande e complesso tema del diritto allo studio ma – potremmo aggiungere – anche del dovere di perseguirlo.

Non per niente l’autore si sofferma sul portato normativo , etico e democratico di quegli articoli della Costituzione che più direttamente pertengono lo specifico istituzionale della scuola: al servizio della società, come parte dello Stato, espressione della cultura della nazione ma soprattutto nel mettere sempre e comunque la persona  al centro della preoccupazione pedagogica, nel curricolo strettamente scolastico e come aspirazione verso la “lifelong  education” , che implica che la reciprocità formativa vada oltre i banchi di scuola e diventi costume e dovere sociale, per tutta la vita.

Dunque, riassumendo: autonomia scolastica rivista e valorizzata nel suo portato innovativo che parte dal basso ma anche con un occhio di riguardo alla necessità di evitare differenziazioni penalizzanti tra scuola d’avanguardia e scuole penalizzate dal fardello burocratico che pervade – il Ministro lo sa – il contesto scolastico nelle sue articolazioni centrali e periferiche.

Aggancio con la società pulsante fuori dalla scuola senza correre pericoli di intorbidire i compiti del sistema formativo, di annacquarne e impoverirne la ‘mission’ educativa.

Consapevolezza della centralità del tema “formazione” in uno Stato moderno e in una società interconnessa, che chiama in gioco i doveri dello Stato ma anche di ogni singolo attore co-protagonista del sistema scolastico, valorizzando le competenze interne, senza velleità di autosufficienza.

Non capita spesso di leggere – come accadeva un tempo a livello universitario- il libro di un Ministro: credo che questa sia un’ottima occasione per riprendere una consuetudine passata di moda.

Ma dov’è il populismo?

Bisogna estirpare la mala pianta che indebolisce la democrazia. La domanda centrale è la seguente: quali sono le forze politiche e culturali che possono battere il populismo? Serve una politica coerente. Pietro Scoppola invitava, in altro contesto, a coniugare la cultura del comportamento con la cultura del progetto.

Dunque, ricapitolando. Il populismo, che resta il vero ed autentico nemico della democrazia e dei valori costituzionali, formalmente viene quasi ripudiato da tutte le forze politiche. Salvo il partito di Conte e di Grillo. Il primo sostenitore di un populismo dolcee il secondo, come noto a quasi tutti gli italiani, di un populismo più violento ed aggressivo. Almeno a livello verbale. Dalla vaffa dayin poi. E poi c’è il Pd che individua nel partito 5 stelle, cioè nel partito populista per eccellenza, lanello strategico per costruire una alleanza politica storica, organica e strutturale. E dunque, se la logica ha ancora un senso, una alleanza che non ripudia ma, anzi, contempla ed esalta la deriva populista.

Sul versante del centro destra, accanto a partiti che esprimono una cultura e una prassi politica più marcata e meno legata ai canoni del populismo di marca grillina e lontani da quella prassi – da Fratelli dItalia a Forza Italia alla Lega dei governatori, nello specifico penso al Presidente della Regione Veneto Luca Zaia – il capo della Lega declina sostanzialmente quella metodologia. Non a caso, sotto questo versante, cera una perfetta comunanza di vedute nel primo governo Conte tra la Lega arrembante e in forte ascesa elettorale in quella stagione politica e il partito dei 5 stelle, storicamente e strutturalmente di marca populista.

Ora, se questo quadro risponde alla realtà – e non è nientaltro che una semplice fotografia – si tratta di capire come affrontare e sconfiggere la mala pianta del populismo che ha indebolito il tessuto democratico, ha scalfito ulteriormente la credibilità dei politici e dei partiti, la nobiltà della politica e, infine, ha incrinato la stessa solidità delle nostre istituzioni democratiche. Ma la domanda centrale a cui, prima o poi, andrà data un risposta, è la seguente: e cioè, quali sono le forze politiche e culturali che possono aggredire e battere il populismo? Perchè se pubblicamente si predica che il populismo è il vero vulnus del nostro impianto democratico e costituzionale e poi ci si allea con forze politiche o con capi politici che praticano e si rifanno costantemente a quella deriva, delle due luna: o si crede in quella deriva pur rinnegandola verbalmente oppure si pensa di poterla governare con strumenti e modalità ad oggi misteriosi. Perchè, alla fine, di questo si tratta.

Ecco perchè, per dirla con lautorevole storico cattolico democratico, Pietro Scoppola, mai come adesso è importante verificare la coerenza tra la cultura del comportamento con la cultura del progetto. Perchè tutti i i veri democratici e tutti coloro che continuano a credere nella democrazia dei partiti, nella competenza e nella qualità della classe dirigente politica ed amministrativa, nella centralità del Parlamento, nel rispetto delle nostre istituzioni e, infine, nella valenza ed importanza delle culture politiche riformiste e costituzionali, hanno il dovere morale, politico e culturale di contrastare quella deriva e di contribuire ad aprire una nuova stagione politica per il nostro paese. Perchè, come si suol dire, ormai le chiacchiere stanno a zero ed è giunto il momento per invertire una rotta che ha caratterizzato – e che, purtroppo, continua a caratterizzare – per molti anni la politica italiana nelle sue multiformi espressioni. Serviranno, cioè, dora in poi solo più i fatti concreti e non i pubblici annunci.

Scomparso a 91 anni Nadir Tedeschi, interprete autentico del cattolicesimo democratico e popolare lombardo.

Mai ha voluto parlare e ancor meno utilizzarelaggressione brigatista. Legislatore di massimo rango. Militante della politica sana sino agli ultimi suoi giorni. Per me un grande amico. Queste le parole che ieri, diffusa la triste notizia, ha messo per iscritto Pierluigi Castagnetti. Di Tedeschi vogliamo ripubblicare un ampio stralcio della relazione da lui tenuta al convegno su Adriano Olivetti. Un progetto dell’«abitare» tra realismo e profezia. Per un nuovo dialogo tra etica, bellezza e tecnica (Milano 2 dicembre 2011).

Intervento

Sono stato prima un tecnico, poi un quadro dellOlivetti Bull e della Divisione Elettronica Olivetti successivamente.

Ho avuto la fortuna e lopportunità di essere assunto dallOlivetti Ing. C. Olivetti e C. di Ivrea il 3 Maggio del 1954, nel pieno dello sviluppo dellAzienda e nellesplosione delle attività multiple dellIng. Adriano. Unimpressione iniziale difficile da comunicare per me che venivo dal Polesine e dallIstituto Ing. Ferruccio Viola di Rovigo. Avevo lavorato con mansioni varie nello Zuccherificio di Badia Polesine e soprattutto allIma (Industria Macchine alimentari), di Verona. Paghe e stipendi erano bassi, appena sufficienti per vivere modestamente lontani da casa e quindi in pensione, sia pure con un tipo complessivo di vita non confrontabile con la vita dei braccianti e salariati agricoli della val Padana, almeno fino a qualche anno dopo la seconda guerra Mondiale.

Prima dellIncontro con Olivetti, avevo fatto parecchi esami con altre aziende, Fiat compresa. Nulla di confrontabile allora con Olivetti, sia come stile aziendale, approccio umano nel senso del rispetto della persona, livello economico anche nelle manifestazioni più banali. Qualche anno prima dellincontro con Olivetti, da noi nel Polesine cera stata la rottura degli argini del Po ad Occhiobello con oltre centomila migranti soprattutto nellarea di Milano e Torino. Gli esami di selezione per entrare in Olivetti li ho svolti, ricordo ancora, con gli Ingegneri Zannini e Tuffarelli, giovani dirigenti della grande azienda di Adriano. Tuffarelli successivamente è diventato un alto dirigente dellOlivetti stessa e poi anche della Fiat e della sua ultima carica la stampa ne ha parlato abbastanza, per quanto ricordo io.

Ho sempre ricevuto lo stipendio da Ivrea, anche se quasi da subito mi hanno trasferito o meglio prestato alla Società Olivetti- Bull di Milano incorporata nel ’59 nella divisione Elettronica Olivetti e nel 1964 ceduta in blocco alla General Electric Information System, diventata successivamente Honeywell Information System.

Racconto questo perché allOlivetti Bull, dopo un lungo corso sulle macchine a schede perforate, per alcuni anni ho svolto mansioni tecniche presso i clienti e quindi in giro per lItalia. Ma nel 1957 sono stato chiamato a Milano, sede centrale della società alla quale ero stato prestato, per svolgere la funzione di istruttore prima e poi di responsabile della Scuola di Formazione dei Tecnici sia neo assunti sia anziani da riqualificare, soprattutto nel passaggio e nel rapido sviluppo dei calcolatori elettronici della Bull prima e della classe Elea successivamente. Anni di rapido sviluppo e di rapido cambiamento, in sintonia con la società Italiana, che, in pochi anni, ha completato la trasformazione da Società Agricola a Società Industriale. Anni ruggenti gli anni Cinquanta, anche se il boom viene accreditato agli anni Sessanta. Ricordo solo dei dati: nel 1960, il Pil aumentò del 7 per cento, quasi come la Cina oggi, si realizzò la piena occupazione in gran parte industriale, senza inflazione e debito pubblico. Dieci anni prima eravamo ancora in una società a prevalente reddito agricolo, con problemi sociali enormi. Nel Sessanta cera anche la pace sociale. Dico questo perché negli anni che vanno dal 1957 al 1964 realizzavamo molti corsi soprattutto per neoassunti, la scuola alla fine fu trasferita a Borgo Lombardo e di questa accennerò qualche cosa alla fine.

Ad ogni corso daccordo con i miei dirigenti, organizzavamo una gita ad Ivrea in Pullman con visita agli stabilimenti, alle opere sociali, pranzo buono in mensa, visita rapida alla città dove ricordo soprattutto la Dora con il suo giro e il rumore delle acque e poi ritorno a Milano con obiettivo la nostra sede che prima di approdare a Borgo Lombardo, cambiò diversi indirizzi pur essendo partita nel 1957 da Via Clerici, dove insieme a tutti gli Olivetti di Milano aveva sede anche lOlivetti-Bull compresa la nostra scuola allo stadio iniziale. Incredibile il ricordo di quel palazzo nuovo nel centro del centro di Milano, a due passi dalla Scala; palazzo disegnato allora dallarchitetto Bernasconi nel quadro delle grandi e moderne iniziative edilizie e urbanistiche dellIng. Adriano. Durate i molti viaggi ad Ivrea con i nostri gruppi di giovani in fase di formazione, ho potuto imparare tutto dellOlivetti, ho parlato con molti interlocutori del Personale e della Pubbliche Relazioni, alcuni diventati famosi in seguito e passati dalla cronaca alla Storia anche Italiana per iniziative manageriali, culturali e politiche.

La storia Italiana ha registrato molte cose di Olivetti nel suo tempo e in particolare della storia collegata con LIng. Adriano Olivetti, che morì improvvisamente nel Febbraio del 1960 in un freddo treno da Milano alla Svizzera. Adriano era una persona multiforme, dalle mille iniziative in buona parte riuscite. Unanima inquieta Adriano, quasi che la sua conversione da Ebreo a Cattolico, gli avesse messo in corpo laspirazione di grandi personaggi civili e religiosi. Una specie di Sant’Agostino moderno e per di più industriale. Si diceva e si è scritto che, alle volte Adriano passasse del tempo dietro alle catene di montaggio delle macchine meccaniche da scrivere e da calcolo, per osservare gli operai senza essere visto. Ma LIngegnere non osservava gli operai per studiare o suggerire ai capi come aumentare il ritmo produttivo, ma pensava a quegli operai magari passati da un mondo agricolo libero e ora vincolati a un lavoro ripetitivo alla catena di montaggio. Capiva le aspirazioni alla libertà di quegli operai e pensava come liberarli da quel giogo, pur nellesigenza di mantenere unindustria nel pieno dellera Fordista di americana provenienza. E lui lAmerica laveva conosciuta bene.

Nacquero anche da questa aspirazione, le iniziative per cambiare il sistema di lavoro e di produzione, organizzando le unità di montaggio integrate che poi si diffusero da altre parti, con la definizione delle isole di produzione sotto il tema di Verso una nuova organizzazione del lavoro.

Lo Scopo era anche quella di aumentare produttività e salari, ma dentro al tentativo di superare la schiavitù delle linee di montaggio di Chapliniana memoria. Ovviamente non mi fermo su questo argomento trattandosi di una questione tecnica superata poi, dai moti di sessantottesca memoria.

Alcuni anni dopo ci fu unaltra trasformazione, con il passaggio alla produzione elettronica, ma, in quel tempo, Adriano non cera più da anni e il percorso fu pilotato da un grande dirigente proveniente tra laltro dallOlivetti-Bull e divisione elettronica e cioè lIng. Ottorino Beltrami.

Nella storia dellAzienda su Internet, con dovizia di argomenti e fotografie, i due argomenti da me evocati, hanno uno spazio adeguato, pur nella sinteticità di tutte le storie.

La premessa fatta mi consente di affrontare il cuore della Formazione Professionale Olivetti, comunque sempre sincronizzata con lesigenza di avere una classe operaia adeguata e moderna in grado di produrre ma anche se possibile, di avere una vita degna per il lavoratore e la sua famiglia.

Il Cfm

Nel 1935, era già avvenuto il passaggio dallIng. Camillo allIng. Adriano, fu creato il Centro di Formazione Meccanici. Non era solo unidea di avanguardia dellIng. Adriano. Gli operai venivano dalla campagna con una scolarità a livello Elementare o poco più, dato che avevano iniziato il loro cammino le scuole di Avviamento Professionale con la tendenza a fare iniziare il lavoro da apprendisti a 14 anni. Lo sviluppo dellAzienda negli anni venti e trenta fu molto forte, nonostante che gli Olivetti fossero osteggiati dal Regime per la loro radice ebraica e soprattutto per le loro tendenze Liberali o Azioniste, pur dentro uno stato che non ammetteva libertà di pensiero. Alla fine della guerra, nonostante tutto quello che era successo, lOlivettiaveva ad Ivrea circa 2000 operai. Il sistema della formazione dellapprendista affiancandolo ad un operaio esperto per imparare, non funzionava più, anche da ciò la nascita del Centro.

Nellarchivio storico su questo argomento, si scrive esplicitamente …con lo scopo di qualificare, specializzare, gli operai da destinare alle delicate operazioni di attrezaggio. In seguito il sistema della formazione si amplia, anche per colmare le carenze dellistruzione pubblica di quel tempo: nel Canavese mancano le scuole tecniche superiori, la cultura industriale è carente, molti ragazzi abbandonano la scuola dellobbligo anzitempo. Per rimediare allOlivetti nascono corsi di perfezionamento, corsi di addestramento generico, corsi serali e preserali di cultura tecnica industriale. Nel dopoguerra nasce lIstituto Tecnico Industriale Olivetti, legalmente riconosciuto, che resterà attivo fino al 1962, quando lapertura di unanaloga scuola statale ad Ivrea, renderà ridondante liniziativa aziendale. Negli anni 50 e 60 il sistema di formazione tecnica Industriale assume quindi le caratteristiche di una vera e propria Scuola Olivetti, di cui il CFM è la componente più rilevante.

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http://www.badia.tv/badia/olivetti.pdf

Differire da se stessi ed esporsi all’«altro della vita»: il travaglio del ri-posizionamento, non le fanfare delle ripartenze.

Questa riflessione stimolante prende a prestito e sviluppa, in larga parte, un pensiero di De Rita: È la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante. Ecco perché limitarsi a citare Sturzo De Gasperi e Moro non restituisce per incanto la necessaria vitalità alla cosiddetta politica cattolica.

Diverse uscite di ex-politici di area Dc, o, come si dice, di tradizione cattolica, fanno venire in mente impietose sintesi che solo gli americani sanno fare: “Se sono così eccezionale, come mai sono ancora single?” (da un libro di Frassinelli).

Fra le note in comune a molte di queste uscite ci sono sviolinate su come era bello e saggio e profetico il paradiso democristiano, un’Italia sempre e su tutto nelle mani migliori che si potessero desiderare (una volta perso il potere, certo mondo cattolico si è ritirato in un’autocompiaciuta riserva che fa sfoggio di quell'”approccio culturalista” contrastato da Ardigò, con cui – sosteneva il sociologo bolognese – non si sarebbe mai recuperato e reso possibile per le persone il sensoprofondo del vivere il proprio quotidiano.

Appunto: se oggi torme di disillusi e ingrati – e non perspicaci come questi reduci di Avalon e Artù – guardano a quella popolana della Meloni, un motivo ci sarà, giusto? Va bene, su alcune cose dei ‘reduci’ si può essere d’accordo ma per il resto molte illusioni, ed anche per alcuni aspetti letture storiche distorte, sia del passato sia del futuro prossimo.

Si insiste nel tratteggiare un tempo della Dc e della cosiddetta Prima Repubblica che non c’è mai stato, almeno nella generalizzazione con cui viene descritto. È evidente l’idealizzazione di tutto, la memoria che, come per il caro estinto, ripulisce il passato da qualsiasi nequizia. Il fatto che poi non si sappia far altro che attaccarsi a Moro, De Gasperi, Sturzo e qualchedun altro, in maniera compulsiva e ricorsiva, conferma assai bene che su molti, moltissimi altri personaggi e molte altre situazioni si sorvola come quasi inevitabili e marginalissimi effetti collaterali. È come quando ci si sente dire da un marxista: lascia perdere Lenin, Stalin, Brežnev, nomenklature, ecc., ma il comunismo non è mica quello…

La Dc ha gestito il potere e l’ha gestito come meglio storicamente le è riuscito, e come è ormai documentato. E ha garantito non poco ad un Paese ballerino come l’Italia. Se poi in alcuni anche l’idealità cristiana brillasse in modo inusuale siamo i primi a rallegrarcene (e sono quelli che le hanno sempre salvato l’anima), ma non si può dire che questo valeva anche per Salvo Lima o Umberto Federico D’Amato, per Borghese, per le tante persone perbene della Propaganda 2 ed una marea di altri factotum e squallidi notarucoli locali che passavano la vita a fare gli amici degli amici, per cui alla fine l’apparato delle rendite ha surclassato quello degli investimenti. Anche questo è stato populismo, no? La gente capiva e si ‘adeguava’ volentieri, il sacco era senza fondo.

Circa le ideologie (come abbiamo letto): scagliarsi trombonisticamente, addirittura per definizione e non per loro attuazione storica novecentesca, contro di esse ed equipararle all’individualismo (forse si mischia Trockij con Milton Friedman), e come se anche l’antropologia cristiana non fosse un ‘sistema’ o come se la Dottrina Sociale della Chiesa non fosse una dottrina, un complesso organico di principi e cognizioni, rivela una insufficienza di intellettualità e di visione politica non da poco. Stiano tranquilli i citatori continui di De Gasperi, Schuman e Adenauer: a forza di sparare su ogni sistema di studiare e comprendere il mondo (tutta colpa delle ideologie ecc.) assegnano la collocazione del crocifisso non al pensiero professante dei Padri Fondatori, ma ai ricorsi alla magistratura per centimetri e collocazione in parete.

I peana poi sugli italiani che si sarebbero stancati del populismo sono proiezioni di chi domanda alla sentinella a che punto è la notte. Come ricordò tempo fa Mauro Magatti, Nietzsche disse che ci avrebbero aspettato duecento anni di nichilismo, e quindi siamo poco oltre metà. Non ci saranno declini facili né a breve del populismo, né un Pil che viaggiasse a trecento all’ora si trascinerebbe dietro in automatico una eguale crescita ‘culturale’ (semmai è vero il contrario). Come disse Defoe a proposito della peste londinese del XVII Secolo (Diario dell’anno della peste), se fosse durata un po’ di più avrebbe risolto gli inglesi a prendere pienamente in considerazione le questioni vere.

Quanto alla zolfa della ripartenza, delle ripartenze: bisogna fare tutt’altro che ripartire. È cambiato e va cambiato il viaggio. Bisogna ri-posizionarsi e incominciare da tutt’altra parte. Bisogna passare, come i Magi dopo l’incontro con il bambino, per un’altra strada. Credo che De Rita l’abbia scritto bene come pochi altri nell’occasione di un altro trauma mondiale, le dimissioni di Papa Benedetto XVI: “Del resto senza vigore nessun soggetto (pontefice, curia, conferenze episcopali, partiti, leader politici, istituzioni, ecc.) può pensare di affrontare il travaglio del «riposizionamento», unica strategia per sopravvivere e riprendere a crescere. Per riposizionarsi serve anzitutto intelligente conoscenza e accettazione della realtà, anche quando essa a prima vista non piace; e serve soprattutto cambiare, differire da se stessi, «esporsi all’altro della vita» come dice Derrida. È la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante. (Corriere della Sera, 4 Marzo 2013).

Infine il futuro, i ragazzi. Risultano, anche se in quantità esigua, messi al mondo da noi. Non è vero che i ragazzi non si fanno delle domande, se le fanno eccome. E dobbiamo prima farcele anche noi perché abbiamo il compito di dedicarci ad una loro vera pienezza di vita. E allora: a quanti quindicenni, o anche diciottenni, interessano le considerazioni se quel giorno Moro fu capito o non capito o solo un po’ capito, e io c’ero e tu no, e allora… e sicché A nessuno. Certo, qui si entra nella festa dei luoghi comuni: non sanno chi è Garibaldi, io ai loro tempi, ecc ecc ecc. Non che allora i nostri ragazzi abbiano ipso facto ragione, ma il nostro è un Paese di cariatidi, di monumenti, di immobilismi, di retoriche, un Paese in cui la trasmissione che va permanentemente in onda sono ‘i migliori anni’, che guarda caso sono tutti quelli dei grandi, dei vecchi (qui l’ammonimento di Moro a non affrettarsi a giudicare la ‘contestazione giovanile’ e il Sessantotto, a non cedere alla tentazione di contrapporvi un esperienzialismo rifiutato in partenza dai giovani, rivela bene perché non si possa spalmare Moro su tutto il tempo del potere democristiano).

E di queste retoriche il cosiddetto ‘mondocattolico’ senza cattolici ne è gravemente afflitto.

P.S. Se bisogna comunque prender posizione io sto con i Måneskin…

Mattarella nel 65° anniversario della tragedia di Marcinelle

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 65° anniversario della tragedia di Marcinelle e della 20ª Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, ha inviato il seguente messaggio


Desidero rendere omaggio al sacrificio di 262 minatori, tra cui 136 italiani, che sessantacinque anni or sono persero la vita nella tragedia
  di Marcinelle.

Ricorre quest’anno anche il settantacinquesimo anniversario dalla stipula dell’Intesa Italo-Belga per l’approvvigionamento di carbone all’Italia distrutta dalla guerra. Dalle criticità di tale accordo, e da tragici eventi come quelli che si verificarono al Bois du Cazier, l’Europa ha appreso l’importante lezione di dover porre diritti e tutele al centro del processo di integrazione continentale.

Oggi viviamo una nuova fase di ripresa e ripartenza. L’Unione Europea – edificata sulla base di valori condivisi e di norme e istituzioni comuni – ha saputo trovare in sé energie per aiutare i popoli degli Stati membri nel difficoltoso cammino di uscita dalla pandemia.

Gli ambiziosi traguardi che ci siamo prefissati nei piani di rilancio e resilienza non potranno essere raggiunti senza un responsabile sforzo, individuale e collettivo. Quella responsabilità esercitata dai tanti lavoratori italiani che hanno percorso le vie del mondo.

Il mio pensiero più rispettoso e la vicinanza della Repubblica vanno oggi innanzitutto ai familiari di quanti hanno perso la vita sul luogo di lavoro, emblematicamente rappresentati dai parenti delle vittime di Marcinelle.

Possa questo messaggio raggiungere altresì tutti i nostri connazionali che si trovano all’estero per ragioni professionali, con sentimenti di viva riconoscenza per il loro contributo e il loro impegno.

Popolazione, l’Europa invecchia. Un’editoriale di “Città Nuova”.

Nuove statistiche di Eurostat sulla demografia europea mostrano le dinamiche e la diversità dell’Unione europea, con l’età media che aumenta.

 


L
Unione europea (UE) diventa sempre più vecchia. È possibile considerare questo il fulcro delle nuove statistiche di Eurostat sulla demografia in Europa, che permetteranno una maggiore consapevolezza dei principali dati che stanno alla base delle iniziative della Commissione europea relative allimpatto dei cambiamenti demografici in Europa, compresi gli effetti dellinvecchiamento della popolazione e la visione a lungo termine per le zone rurali. LItalia rientra spesso, purtroppo, nelle dinamiche negative di queste statistiche.

In breve, nel periodo dal 2001 al 2020 la popolazione dellUE (UE27) è aumentata da 429 milioni a 447 milioni, con una crescita del 4%. Diciassette Stati membri hanno registrato aumenti della loro popolazione durante questo periodo, mentre i restanti dieci hanno registrato diminuzioni. La popolazione dellUE sta invecchiando e uno dei motivi è laumento dellaspettativa di vita: la popolazione vive sempre più a lungo. La quota di ultraottantenni è quasi raddoppiata tra il 2001 e il 2020, mentre si assiste ad un calo dei giovani sotto i 20 anni e un numero di morti in aumento. Comunque, si registra un aumento dellaspettativa di vita di 3,7 anni tra il 2002 e il 2019. Il numero di figli per donna in aumento, ma non dappertutto, mentre il numero di matrimoni è in calo ovunque.

Dubravka Šuica, Vicepresidente della Commissione europea con delega alla Democrazia e alla demografia, ritiene che i dati presentati da Eurostat «ci aiuteranno ad analizzare le ragioni alla base delle molteplici tendenze demografiche dellUnione europea. Questa pubblicazione rappresenta un altro elemento fondamentale per i nostri studi demografici; conferma che la demografia è un catalizzatore dello sviluppo e della riuscita delle nostre politiche».

Il 1° gennaio 2021, nellUE vivevano 447,0 milioni di persone. Lo Stato membro più popoloso dellUE era la Germania (83,2 milioni, 1 % del totale UE), seguita da Francia (67,4 milioni, 15 %), Italia (59,3 milioni, 13 %), Spagna (47,4 milioni, 11 %) e Polonia (37,8 milioni, 9 %). In totale, questi cinque Stati membri rappresentavano i due terzi della popolazione dellUE. Allestremo opposto, gli Stati membri meno popolosi dellUE sono Malta (500mila persone, corrispondenti allo 0,1% del totale dellUE), Lussemburgo (600mila, 0,1%) e Cipro (900mila, 0,2%).

Tra il 1° gennaio 2020 e il 1° gennaio 2021, invece, la popolazione dellUE è diminuita di 312 mila persone: in termini assoluti la diminuzione più elevata si è osservata in Italia (-384mila, corrispondenti al -0,6% della sua popolazione) seguita da Romania (-143 mila, -0,7 %) e Polonia (-118 mila, -0,3 %). Nel complesso, nove paesi hanno mostrato diminuzioni della loro popolazione durante lultimo anno, mentre i restanti diciotto hanno registrato aumenti. La Francia ha registrato lincremento maggiore (+119 mila, +0,2 %).

Il 1° gennaio 2020 nellUE cerano 219 milioni di uomini e 229 milioni di donne. Ciò corrisponde a un rapporto di 104,7 donne per 100 uomini, il che significa che cerano il 4,7% in più di donne rispetto agli uomini. Cerano più donne che uomini in tutti gli Stati membri, ad eccezione di Malta, Lussemburgo, Svezia e Slovenia.

La popolazione nellUE sta invecchiando e questo può essere visto attraverso una serie di diversi indicatori statistici: levoluzione della quota della popolazione anziana, lindice di dipendenza degli anziani e letà media per fornire alcuni esempi. Guardando innanzitutto allevoluzione della quota degli anziani nella popolazione: nel 2020 il 21% della popolazione aveva 65 anni e più, rispetto al 16% del 2001, con un aumento di 5 punti percentuali. Guardando più specificamente al gruppo di 80 anni e più, la loro quota era quasi del 6% nel 2020, mentre era del 3,4% nel 2001, il che significa che la loro quota è quasi raddoppiata durante questo periodo. Considerando la quota di persone di età pari o superiore a 65 anni sulla popolazione totale, Italia (23 %), Grecia, Finlandia, Portogallo, Germania e Bulgaria (22 %) hanno registrato le quote più elevate, mentre Irlanda (14 %) e Lussemburgo (15 %) avevano il valore più basso.

Daltra parte, la quota di giovani (di età compresa tra 0 e 19 anni) nellUE è stata del 20 % nel 2020, con un calo di 3 punti rispetto al 23 % nel 2001. Per quanto riguarda i giovani, le quote più elevate di persone al di sotto dei 20 anni nella popolazione totale sono state osservate in Irlanda (27 %), Francia (24 %) e Svezia (23 %), mentre le quote più basse sono state registrate a Malta, Italia e Germania (18%).

Per quanto riguarda i bambini e gli adolescenti, la loro quota nella popolazione dellUE è diminuita negli ultimi due decenni. Nel 2020, il 15% della popolazione aveva unetà inferiore a 14 anni, rispetto al 17% del 2001, con una diminuzione di 2 punti percentuali (p.p.). Per le persone di età compresa tra 15 e 19 anni, la loro quota era del 5% della popolazione dellUE nel 2020, rispetto al 6% nel 2001, con una diminuzione di 1 punto percentuale. Nel 2020, la quota di bambini di età inferiore a 14 anni era più alta in Irlanda (20 %), Francia e Svezia (entrambe 18 %), e più bassa in Italia e Malta (entrambe 13 %).

Nel corso degli anni, il numero delle nascite nellUE è diminuito a un ritmo relativamente costante. Dal 2001, dove sono stati registrati 4,4 milioni di nascite nellUE, si è potuto osservare un modesto rimbalzo con un massimo di 4,7 milioni di bambini nati nellUE nel 2008, a sua volta seguito da ulteriori riduzioni annuali fino al 2020 (4,0 milioni di nascite). Il Portogallo e lItalia hanno registrato tra il 2001 e il 2020 diminuzioni del 25 % del numero delle nascite, mentre daltro canto è stato possibile osservare aumenti superiori al 20 % in Svezia, Cechia e Cipro.

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https://www.cittanuova.it/leuropa-invecchia/?ms=003&se=012

Paolo VI e la Caritas, a cinquant’anni dalla costituzione. Su “Vatican Insider” un commento di Mons. Malnati.

Il 2 luglio 1971, cinquantanni fa, Paolo VI costituì e volle la Caritas in ogni Chiesa locale dItalia per dare speranza concreta a coloro che fossero in preda dellindigenza.

Lintuizione di Paolo VI nasce sia dalla sua sensibilità verso gli ultimi, presente già nei suoi anni di ministero con i giovani della FUCI per le periferie romane e da Arcivescovo di Milano, sia da quella ecclesiologia di comunione concreta nelle Chiese locali per esortarle allimpegno nelleducare il popolo cristiano allattenzione verso gli ultimi.

Infatti lart. 1 dello Statuto della Caritas, indica che la prevalente funzione della Caritas è quella pedagogica in vista proprio di non far mancare al cattolico, che vive di fede e di ministerialità nella comunità cristiana, leducazione alla carità quale virtù teologale e attenzione al Cristo nascostonel dramma dei più bisognosi. Paolo VI esplicitamente nel primo incontro con la Caritas italiana ci tenne a sottolineare che: La vostra attenzione non può esaurire i vostri compiti nella pura distribuzione di aiuto ai fratelli bisognosi. Al di sopra di questo aspetto puramente materiale della vostra attività, deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica, il suo aspetto spirituale che non si misura con le cifre e bilanci, ma con la capacità che essa ha di sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi…” (1).

Per Paolo VI la Chiesa, che non può non farsi dialogo, come scriveva nella sua prima enciclica Ecclesia Suam, non può disattendere quellattenzione cristica che è condividere sentimenti e ricchezze oltre al dare voce a chi non ha voce, ristabilendo giustizia e misericordia.

Lorigine della Caritas da parte di Paolo VI sta certo nella sua sensibilità, ma anche nel voler offrire con la riforma del Concilio Vaticano II il superamento di una pietà e carità personalistiche, sempre importanti, offrendo la via di una presa di coscienza comunitaria della vita di preghiera, offrendo la Liturgia delle Ore allintero popolo cristiano e sottolineando che la carità non sia solo vocazione di questa e quella associazione sorta da questo o quel carisma ma educazione e scelta di carità materiale e spirituale delle Chiese locali come tali.

È ciò che per levangelizzazione ha sottolineato Papa Francesco nellenciclica Evangelii Gaudium.

Paolo VI nel suo discorso ai partecipanti allincontro nazionale di studio della Caritas italiana nel 1972 ha indicato quali debbano essere i destinatari delle azioni delle Caritas: I poveri e la comunità”.

Gli operatori Caritas debbono considerarsi educatori alla carità, afferma  Paolo VI.

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https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2021/07/30/news/paolo-vi-e-la-caritas-a-cinquant-anni-dalla-costituzione-1.40553020

*Mons. Ettore Malnati, Vicario episcopale per il laicato e la cultura diocesi di Trieste

Incubo debito per Pechino. Grava una minaccia seria sulla stabilità del gigante asiatico.

Per gli effetti della pandemia, nel 2020 è arrivato al 280% del Pil. L’indebitamento “nascosto” dei governi locali minaccia la stabilità finanziaria. Il governo reagisce bloccando gli investimenti nelle infrastrutture. Da valutare l’impatto economico della stretta governativa su giganti hi-tech e scuole private.

Crescono in Cina i timori per il livello del debito nazionale. Nonostante la ripresa economica dal Covid-19 registrata nella seconda metà del 2020, lo scorso anno il Paese ha accumulato debiti pari al 280% del prodotto interno lordo. Secondo i dati della Banca popolare cinese, nel 2019 il rapporto era del 255%.

Per diversi osservatori, il debito è in realtà molto più alto: le cifre ufficiali non contemplano l’indebitamento dei governi locali effettuato fuori bilancio. Come riportato dal South China Morning Post, Wang Zhaoxing, ex vice presidente della Commissione nazionale per il controllo di banche e assicurazioni, individua nei prestiti fondiari (non restituiti) e nel debito “nascosto” delle autorità locali una potenziale minaccia alla stabilità finanziaria del Paese.

Per favorire la crescita, la Cina ha puntato negli ultimi 30 anni sugli investimenti nelle infrastrutture. La necessità di tagliare il crescente debito, mentre il Paese è ancora alle prese con la pandemia da coronavirus, spinge le autorità centrali a rinviare alcuni progetti infrastrutturali, soprattutto quelli autorizzati dalle amministrazioni locali. Molte province sono infatti a rischio bancarotta, impoverite dal calo delle entrate fiscali seguito alla crisi sanitaria.

Nel 2017 Pechino aveva fissato per il debito nazionale un tetto del 250% del Pil. Lo scoppio dell’emergenza Covid-19 ha fatto cadere i suoi piani. Per stimolare l’economia, lo scorso anno il governo ha varato un piano di stimoli da 3.600 miliardi di yuan (471 miliardi di euro), esborsi che hanno aggravato la situazione debitoria. 

L’emergere di nuovi focolai di coronavirus minaccia il recupero economico del Paese, che continua a rallentare. Pesano anche gli effetti delle forti inondazioni che stanno colpendo la Cina centrale e l’aumento dei prezzi delle materie prime. Nel breve-medio termine è da valutare anche l’impatto della campagna governativa per regolare le attività dei giganti tecnologici nazionali (inclusa l’industria dei videogame). Come quella per il controllo delle scuole private che offrono corsi post-scolastici: un business da 102 miliardi di euro nel 2019, dato in crescita a 131 miliardi nel 2025.  

La democrazia malata. Se prevale la logica delle élite, l’incidenza delle forze popolari declina.

L’alternativa è l’estensione del concetto di democrazia compiuta, per il quale in verità si batté Aldo Moro, visto che la sua traduzione nella prassi aderisce alla speranza di una società impregnata del senso profondo e autentico di “bene comune”.

Le vicende politiche delle ultime settimane testimoniano l’esistenza di un disagio democratico che in passato (Norberto Bobbio) e più recentemente (Giovanni Sartori) era stato ricondotto a una sorta di “democrazia élitaria”, diffusa non soltanto nel nostro Paese, ma a livello mondiale.

In effetti, se si guarda alle ultime cronache del Movimento 5 Stelle (ma non solo), con all’apice delle considerazioni il fatto che un popolo fatto di appena sessantamila elettori decida del futuro di un Partito o Movimento, c’è da rabbrividire e, soprattutto, si avverte una certa nostalgia degli scontri ideali tra le correnti della Democrazia Cristiana, come pure e ancor più tra quest’ultima e il Partito Comunista.

Durante tutto il corso della cosiddetta Prima Repubblica, nel secolo scorso, la democrazia era stata definita “bloccata” per l’impossibilità di una alternanza alla guida del Paese tra forze politiche diverse. La questione comunista teneva banco e trovava interlocutori della statura di Aldo Moro, per i quali era necessario mettere mano alla realizzazione di una democrazia matura (o compiuta), ponendo fine con ciò alla “conventio ad excludendum” nei confronti del PCI.

Oggi, evidentemente, il problema è diverso, ma forse più grave che nel passato, perché se è vero che ormai anche in Italia vi è quella sorta di alternanza tra schieramenti politici alternativi, al di là dell’attuale fase di emergenza guidata da Draghi, la democrazia (ossia il governo del popolo) appare malata nelle sue fondamentali premesse. La partecipazione popolare si riduce di elezione in elezione; le élites politiche sguazzano nel marasma del disinteresse quasi generale; la legge elettorale privilegia la posizione dei nominati dalle segreterie dei partiti; le posizioni estreme si rafforzano ed ormai coinvolgono anche personalità moderate e lontane dalla cultura populista e sovranista.

Ed allora, che fare? In via preliminare urge un ritorno alla politica intesa come confronto di programmi e di idee, rifuggendo dalle invettive e dalle deficienze culturali di buona parte dell’attuale classe dirigente, la quale pensa, in effetti, di fare del populismo la chiave perenne per rimanere ancorati alla poltrona parlamentare e ministeriale. Tuttavia per fare questo occorre anche il coraggio di andare controcorrente, non badando ai posti e agli incarichi di potere.

Più in generale, occorre il coraggio di rimettere in discussione i modelli di sviluppo economico recenti, che non hanno fatto altro che aggravare le posizioni dei meno abbienti a tutto vantaggio dei potentati economici.

Francamente, l’attuale classe dirigente appare troppo interessata alla difesa dell’esistente, alla propria sopravvivenza politica, alle premure legate alla mera gestione del potere. Ci si domanda, quanto potrà durare? Ecco, durerà sino a quando questa miopia politica non sarà decisamente avvertita dai cittadini e non sarà cercato pertanto un rimedio, per arrivare così non alla democrazia delle élites, ma a quella democrazia sostanziale nella quale ogni cittadino ha il potere di scegliere la propria classe dirigente al di fuori dalle imposizioni di questi pseudo partititi o movimenti.

Il futuro della democrazia non è quello della prevalenza delle élites politiche ed economiche, ma quello di un popolo che oggi, con la caduta di barriere e di confini, sente sempre di più quella sorta di fratellanza universale evocata da Papa Francesco, secondo la quale non esistono più diversità di razza, di religione, di costume, di sesso.

Tutti sono chiamati alla costruzione di una società mondiale solidale dove ognuno porti il proprio contributo o meglio i propri talenti per costruire su questa terra quello che Dossetti chiamava il “bonum humanum simpliciter”, ossia il bene umanamente autentico che abbraccia e coinvolge tutta intera la comunità.

Il termine popolo, tanto caro a Papa Francesco, è ancora valido?

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’articolo apparso in origine, qualche settimana fa, sul blog dei cattolici democratici “c3dem- costituzione, concilio, cittadinanza”. L’interrogativo da cui prende spunto, bene evidenziato nel titolo, riveste particolare importanza.

Nonostante che il Papa parli ripetutamente di popolo, da ultimo nella sua recente enciclica, questo termine continua ad essere del tutto trascurato; non riesce ad entrare nel nostro linguaggio politico.

Ma, anche se sembra scomparso, questo popolo deve pur esserci da qualche parte, se si fa così tanto parlare di populismo e se, immancabilmente, in tutte le elezioni ci si lamenta che la sinistra guadagni voti fra i ceti medi riflessivi e li perda fra gli strati “popolari”.

Il problema popolo nasconde una questione, anzi forse la questione più seria della politica attuale: come rivolgersi a una moltitudine di individui isolati, data la sparizione dei partiti di massa e la debolezza esangue dei cosiddetti corpi intermedi.

Ci si deve rivolgere a una generica opinione pubblica – sempre influenzata da eventi transitori, dai messaggi dei mass media, dallo influencer di turno, da promesse demagogiche – oppure è possibile rivolgersi a entità collettive realmente significative? E il popolo non è una categoria utile a questo riguardo?

Non è facile definire il popolo ed è lo stesso Papa a mettere le mani avanti: sarebbe frustrante ricercare una definizione “scientifica”, razionale.

Il Papa suggerisce che si tratta di una espressione mitica, che non significa vaga e astratta, ma che esprime piuttosto un contenuto potenziale, un orizzonte ideale, una tensione.

Il grande vantaggio di questo orientamento è che consente di includere nell’idea di popolo sia una dimensione universale (è rivolta a tutti, nessuno escluso), sia un accento particolare per la sua parte più bisognosa (gli strati “popolari”).

Il popolo, o meglio i popoli, rivestono poi il carattere di soggetti attivi: lo affermava già Paolo VI nella “Populorum progressio”. Lo ribadisce oggi con forze l’enciclica “Fratelli tutti”, la quale si lamenta che si attuino politiche per i poveri, ma mai coi e dai poveri e con progetti che uniscano i popoli.

Quando si parla di pace si pensa ad accordi tra stati e governi e non si pensa ai popoli: ma come è possibile, ad esempio, pensare a un accordo tra Israele e Palestina, se i due popoli continuano a odiarsi?

Naturalmente la partecipazione del popolo non è scontata, va promossa e si devono creare le condizioni che la favoriscono: non si può pensare di cambiare la società senza cambiare le persone e viceversa.

Venendo al mondo cattolico, non va dimenticato che quando Leone XII ha promulgato la “Rerum Novarum” ha sì compiuto un atto storico, dando inizio al movimento sociale cattolico, ma non certo senza una grande sofferenza: con quell’atto riconosceva di non rivolgersi più all’intero popolo, ma solo a una parte, al popolo cattolico, una parte tra le altre.

Si trattava di una decisone inevitabile, per la formazione sempre più minacciosa di forze avverse, ma i papi hanno ben presente il problema e da allora continuano a proporre un discorso universale, che arrivi a tutti, che comprenda ogni popolo.

Naturalmente il popolo di Dio è inserito nel popolo umano e fra loro vi è uno scambio reciproco fruttuoso; il popolo cristiano porta (o dovrebbe portare) uno spirito che illumina la vita umana, il popolo offe la ricchezza della vita quotidiana e sociale con tutti i loro problemi, la vita reale che deve trovare un senso anche spirituale.

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https://www.c3dem.it/il-termine-popolo-tanto-caro-a-papa-francesco-e-ancora-valido/

Il patto repubblicano e la questione cattolica.

Pubblichiamo in spirito di dialogo, vista l’amicizia che ci lega da sempre all’autore, esponente storico di “Convergenza cristiana, questa schietta e finanche ardita riflessione sulla necessità di un partito cattolico nel contesto democratico odierno. Non è la tesi che muove il dibattito su “Il Domani d’Italia”, ma la discussione attorno ad essa è comunque opportuna, se non altro per ridurre gli spazi d’incomprensione (ndr).

Ha dunque ‘preso il largo’, ed è diventato fatto politico irreversibile il patto repubblicano chiesto da Mattarella e reso progetto politico dalla parola d’ordine di Draghi: rimettere in sicurezza il paese. La parte migliore dell’Italia si è gradualmente stretta vicino ai due Presidenti e nuove e gradite espressioni sono apparse sotto il cielo della politica: competenza, merito, professionalità. Ecco scendere in campo l’Esercito e poi la Protezione Civile largamente rinnovata e poi il mondo economico e le eccellenze culturali ed – incredibile a dirsi – anche i vertici della Unione Europea che alfine manifestano ampia fiducia all’Italia dandole credito. Arrivano così i primi sperati frutti: il PIL fa un balzo in avanti. I partiti, che pur dominano il Parlamento non paiono in grado, al momento, di proporre o costruire percorsi alternativi a quelli progettati dal Governo Draghi, come del resto la recente vicenda sulla riforma Cartabia ha dimostrato e confermato. Ma dopo trent’anni di sterile bipolarismo tutto questo era ampiamente prevedibile. L’Italia pur tra mille difficoltà ha ripreso lentamente a marciare.

Tutto bene dunque? Sì, se non fosse rimasto fuori dallo schema il problema di fondo che cacciato dalla porta è rientrato dalla finestra: quella che è stata chiamata la ‘questione cattolica’, questione divenuta bruciante nel drammatico e non concluso scontro parlamentare sulla legge Zan. E’ stato grazie al coraggio di un pugno di senatori sostenuti dalle settanta associazioni cattoliche tra cui Convergenza Cristiana che la deriva antropologica nihilista di quella legge si è potuta frenare e speriamo arrestare. Ma la legge Zan è solo la punta dell’iceberg. 

La questione cattolica ha ormai diviso in due l’intera Europa tra est e ovest con riflessi vistosi sinanco sulla unità del P.P.E. e proprio su temi decisivi quali sono aborto, famiglia ed LGBT. Insieme alla questione cattolica è naturalmente, rientrato dalla finestra il tema del partito cattolico. Non ‘è bisogno di scomodare Monsieur Lapalisse per argomentarlo: la ‘questione cattolica’ per essere risolta esige e postula l’impegno decisivo e concreto dei cattolici, ovvero del partito cattolico. Solo coloro che si sono fermati al dibattito del secolo scorso se non proprio due secoli fa, sono riusciti a confondere il partito cattolico che si va profilando nel nuovo che avanza, con il partito clericale, il partito di ‘Gedda’, il partito della ‘federazione Piana’, cioè il partito delle meritevoli associazioni postesi coraggiosamente a difesa di Pio IX. 

Tanto commovente quanto fuoriviante poi l’intransigente difesa che costoro fanno dello Stato liberale, della Costituzione Repubblica ed infine del metodo democratico. Tutte cose fuori questioni. Anzi, affiora l’argomento esattamente opposto. L’emergere della ‘questione cattolica’ coincide con il tema della difesa della libertà. Sono i cattolici oggi i garanti della libertà. Un qualche cosa di simile, mutatis mutandis, a quanto avvenuto agli inizi del secolo scorso quando i cattolici liberali scegliendo per il sostegno a Giolitti mandarono definitivamente in soffitto ogni tentazione “crispina”, venata da leggi “pellousine” o peggio da scorciatoie alla Bava Beccaris.

E taccio sulla destrutturazione sociale e comunitaria che arrecherebbe la legge Zan e l’imporsi del verbo LGTB alla famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna. Un colpo di maglio finale da assestare ed imporre addirittura nelle scuole inferiori

La ‘questione cattolica’ fa allora tornare di bruciante attualità l’ammonimento di Benedetto XVI nella intervista a Peter Seewald: ‘una società che volta le spalle a Dio perde di senso’. E questa è la vera posta della partita che si sta giocando per la costruzione della nuova Italia e della nuova Europa, quella che il Patto Repubblicano si è prefissato di edificare e che si sforza di realizzare. Lealmente Draghi interpretando alla lettera l’articolo 92 della Costituzione ha rimesso la questione della legge Zan al Parlamento invocando la laicità dello Stato che naturalmente nessuno mette in discussione. Ma questa posizione ha reso ancora più urgente la questione del partito cattolico senza il quale in Parlamento non ci sarebbe quel riferimento necessario a tutelare le ragioni storiche del cattolicesimo sociale e politico, ma anche e soprattutto a conservare il senso e la razionalità di una società che abbia cancellato dal suo orizzonte le primarie ragioni di Dio. Ragioni che vanno difese nella libertà dell’agone politico e nel rispetto delle maggioranze parlamentari. In altre parole che vanno difese ed imposte per la forza della loro razionalità derivata ed originata dalla forza della razionalità della creazione.

Diciamo le cose come stanno. Sono completamente fuori fase quanti agitandosi invocano con le braccia alzate “al centro, al centro” o peggio cercano di darsi un immagine progressista dietro slogan di un secolo fa: “Alternativi a destra”. Il centro oggi esiste ed è la intelligente mediazione complessiva messa in piedi da Draghi, che va sostenuta e ampliata. E va lealmente riconosciuto che sono stati proprio gli eroici deputati e senatori del blocco cattolico dispersi trasversalmente nel Parlamento, a fermare la deriva nihilista della Weltanschauung LGTB che si è tentato di imporre ‘manu militari’.

Comincia allora ad affacciarsi all’orizzonte un nuovo lessico per il cattolico che voglia impegnarsi in politica. Non sono rimaste vive solo le splendide parole di Paolo VI che ha definito la politica come la ‘più alta forma di carità’. E noi, come del resto i successori tutti di quel grande Pontefice, facciamo nostre quelle parole. Nei nuovi tempi che avanzano ed in una società che ‘ha voltato le spalle a Dio’, per i politici cattolici la politica finisce fatalmente ad assumere connotati e tratti impensabili solo qualche lustro fa: sì, la politica oggi si prospetta come la più ‘alta forma di Evangelizzazione’.

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http://www.convergenzacristiana.it/il-patto-repubblicano-e-la-questione-cattolica/?

Italiani contagiati…dalla voglia di ripartenza.

Mio padre, persona di campagna, mi ripeteva spesso che le fasi della vita delle persone o delle comunità sono essenzialmente influenzate da quello che decidiamo e facciamo prima che le cose accadano: esse non avvengono banalmente per fortuna o sfortuna. Usava lesempio della saturazione dello spazio di un sacco come limite mai da superare con possibili errori ed esagerazioni, pena disgrazie che non potevano che abbattersi su chi non avesse avuto laccortezza di ponderarne la quantità da introdurvi.

Insomma la sua massima, nella sostanza, voleva significare che ogni cosa è utile e salutare, alla condizione che luso da farne sia ragionevolmente morigerato ed equilibrato. Ho sempre pensato che questo modo di vedere la regolazione della vita avesse un suo concreto fondamento e che potesse davvero essere una indicazione efficace per comprendere meglio le vie misteriose che ci segnalano linizio di un declino o il procedere verso prospettive di buoni cambiamenti.

Se volessimo applicare alla situazione politica ed economica italiana i criteri suggeriti dal mio genitore, già da tempo molti sacchidovrebbero essere colmi di esagerazioni; ed anzi le evidenti crepe dei teli minacciano disastrosamente la fuoruscita del loro contenuto. Queste sgradevoli circostanze sono da ricondurre alla singolare inadeguatezza della classe dirigente rispetto ai segni del cambiamento globale, che ormai da qualche decennio si manifestano in ogni settore della vita umana senza che ne vengano le necessarie conseguenze. Questa patente inadeguatezza, che nellultimo quarto di secolo ha fatto declinare ogni indice relativo alla economia ed al benessere sociale, ha provocato nel sistema politico un allontanamento preoccupante dai canoni delle democrazie occidentali, ed ha generato come reazione un inizio di rigetto, con segni assai interessanti di risveglio in ogni ambito della vita nazionale.

Che le stime dellEurostat sul secondo trimestre fotografano una crescita dellEuropa, trascinata da Italia e Spagna superiore ad ogni aspettativa, è un fatto che ha stupito recentemente italiani e non. Infatti lItalia ha ottenuto una crescita del 4,8%, dato che va ben oltre il risultato previsto, nel mentre la stima per la fine del 2021 si valuta già a 5,8% di crescita. Questi indici, a mio parere, ben rappresentano la voglia di ricominciare delle formiche italiche, le imprese,  che si sono rimesse in cammino in ogni sentiero del commercio mondiale, con leccellenze del lusso, della moda, della meccanica, dellarredamento, della farmaceutica, dell’alimentare.

Anche in politica ci sono cambiamenti incoraggianti: in primo luogo la presenza apprezzata dagli italiani di Draghi, poi il calo di simpatia per ogni populismo e il desiderio di stabilità da parte degli elettori. E poi che dire dei successi conseguiti negli europei di calcio e nei giochi delle Olimpiadi?! Qualcuno potrà anche dire cosa centra con il cambiamento in atto. La risposta è facile : quando in una società si desidera davvero cambiare, si crea un clima speciale che influenza ogni aspetto della vita comunitaria, anche le arti e lo sport, quali espressioni più potenti della voglia di discontinuità.

Sta avvenendo proprio questo: il sacco del declino riempito, ha suscitato in ognuno di noi la necessità di volgere verso una diversa stagione per contenere in sacchi nuovi nuove storie diverse dal passato e con filosofie di vita che riconducono alla responsabilità collettiva, unico modo per procedere verso un positivo e duraturo cambiamento. 

Centro, le novità dopo le amministrative.

Le prossime elezioni amministrative saranno uno spartiacque importante per la politica italiana nel suo complesso. E questo non solo perchè è tradizione italiana che anche quando si vota in una manciata di comuni disseminati lungo lo stivale diventa immediatamente un test per la politica nazionale. Ma per il semplice motivo che questa importante consultazione, che vede protagoniste tutte le principali città del nostro paese con il rinnovo dei rispettivi consigli comunali, è lultima che precede le elezioni politiche generali. E quindi diventa decisivo capire da un lato gli equilibri delle varie forze in campo, misurare il peso e la solidità delle rispettive coalizioni e, soprattutto, individuare le debolezze che emergeranno nella capacità di saper intercettare pezzi di società. E quindi pezzi di elettorato. In altre parole, dopo le amministrative capiremo quali forze/soggetti/liste nasceranno in vista delle elezioni politiche.

Perchè un fatto è chiaro e forse anche irreversibile. Lalleanza tra il partito riformista per eccellenza, cioè il Pd, e il partito populista per antonomasia, cioè quello di Conte e di Grillo, lascia poco spazio e poco ruolo a partiti/liste/movimenti di centro che hanno come obiettivo prioritario quello di declinare una politica di centro. E quindi su questo versante è abbastanza probabile che possano decollare forze in grado di farsi carico, appunto, di un elettorato altrimenti non rappresentato. Come sul versante del centro destra è inevitabile che la forza dirompente della Meloni e, comunque sia, la tenuta – almeno stando sempre ai sondaggi di opinione – della Lega di Salvini comprime sempre di più chi, sul versante del centro moderato e riformista, pensa di riconoscersi in quellarea politica. Anche da quelle parti, com’è ovvio e scontato, la presenza di una lista/movimento/forza di centro si imporrà. A prescindere da quelle sigle con percentuali di consenso da prefisso telefonico che non sono destinate a passare alla storia. Nè politica e nè elettorale.

Ecco perchè le elezioni amministrative saranno un autentico banco di prova politico da un lato e innescheranno un processo, forse lennesimo, funzionale alla formazione di una nuova e rinnovata presenza politica dallaltro. Questa volta, però, non allinsegna del populismo antipolitico, demagogico e qualunquista. Quellarea è già fortemente rappresentata, soprattutto nel campo della sinistra. Ma anche, seppur in minor misura, nellarea politica alternativa. No, questa volta le novità arriveranno sul versante del centro. Lappuntamento, quindi, è dopo il voto di ottobre. Ballottaggi compresi.

Senza il verde non si passa? Bisogna stare attenti al “green caos”.

Entra in vigore il tanto discusso Green Pass, la carta verde che permetterà agli italiani in regola con il bollo salutedi avere accesso a tutti i luoghi pubblici. La carta verde si ottiene con una dose di vaccino, oppure con un tampone rapido antigenico (valido per sole 48 ore) o con un certificato di avvenuta guarigione da Covid-19, in attesa di vaccinazione. Quindi, come si sospettava, la norma non impone e non prevede alcun obbligo vaccinale ma soltanto, per laccesso ad alcune attività e luoghi al chiuso, la verifica dei requisiti di cui sopra. Lunico settore in cui era previsto lobbligo vaccinale era quello sanitario, a cui si aggiunge, ora, anche il settore scolastico e universitario. Molti sono gli italiani che, nellultima settimana, sono corsi ai ripari prenotando la prima dose di vaccino, in modo tale da poter accedere a qualsiasi luogo senza dover prendere una laurea breve in giurisprudenza o un master in diritto sanitario. Altri, invece, per ragioni di salute o per convinzioni ideologiche, legate più che altro ai dubbi sulle contro-indicazioni del siero vaccinale, hanno deciso di resistere o più semplicemente di attendere. In questo caso il governo non si è avvalso di un Dcpm (decreto attuativo e atto amministrativo) ma di un Dl, nello specifico, del Decreto legge del 23 luglio 2021 n. 105 (Dl 105), visionabile nella Gazzetta Ufficiale.

Il decreto legge è un atto che ha valore di legge previsto dalla Costituzione, che il governo può adottare in casi straordinari (come unemergenza sanitaria, per intendersi), e decade se, entro 60 giorni, il Parlamento non lo converte in legge. Sostanzialmente, la differenza tra i due sta nel fatto che mentre il dcpm è un atto meramente amministrativo, il dl, sempre emanato dal presidente del Consiglio, è una legge, dunque con maggiore forza rispetto al decreto. C’è chi dice che questo decreto legge sia un pasticiaccio, perché di fatto non garantisce altro se non linvivibilità della vita civile, ledendo persino i sacri principi della libertà personale sancita dalla Costituzione. Cosa comporta, di fatto, il Green Pass? Come ci si dovrà comportare nei luoghi pubblici? Chi dovrà farlo rispettare? Il Dl 105, riguardante misure urgenti per fronteggiare lemergenza epidemiologica Covid-19, è una misura emergenziale forteche durerà due mesi ed a cui, al contrario del dcpm, alla violazione non ci si potrà opporre per via amministrativa, datosi che se una violazione, nel dcpm, è di natura puramente amministrativa, nel secondo caso la stessa violazione diviene reato.

Dunque il Green Pass previsto nellattuale Dl 105 non può essere eluso in alcun modo. Ma chi controlla ed eventualmente sanziona il reo? Vi è un vulnusallinterno della normativa (non si sa bene se voluta dal legislatore o se accidentale) che potrebbe tramutare il Green Pass in un green caos. La norma prevede che al controllo della carta verde vi sia il gestore dellattività (ad esempio un bar o una palestra) o i suoi delegati. Ciò è previsto e il gestore-proprietario-delegato del negozio-luogo al chiuso non può sottrarsi. Tuttavia non si parla di controllo delle forze dellordine. Quindi, in teoria, potrebbe svilupparsi questa assurda condizione interpretativa: il gestore del locale, a cui è in capo il controllo, per tenersi buona la clientela, omette di chiedere il Green Pass. Arriva un controllo della polizia che chiede a campione il pass ai clienti, che rispondono, grossomodo: voi non potete farlo, il dl 105 stabilisce che lunico a chiedere il passa sia il gestore del locale. A voi, se me lo chiedete, debbo solo fornire le generalità per la mia identificazione. Lagente, forse insolentito, non potrebbe che sottostare alla norma, andando perciò dal gestore del locale, chiedendogli se quella persona sia fornita di pass, per farsi rispondere si. Caso chiuso.

Aspettiamoci quindi una valanga di no, a lei non devo far vedere il green passe le relative sanzioni che potranno essere tentate, con il relativo ricorso. Il titolare dellattività, o un suo delegato, dovranno scaricare lapp per smartphone governativa Verifica C19e verificare allingresso del locale la carta verde dei clienti. Altra nota importante: è stato permesso al titolare/delegato del locale richiedere, assieme alla verifica del Green Pass in corso di validità, anche lesibizione di un documento di identità, per la doppia verifica dei dati, come si legge altresì nelle indicazioni duso in schermata della app. Non tutti i lavoratori però potranno chiedere il green pass ai cittadini, soltanto coloro che verranno formalmente nominati dal datore di lavoro secondo lart. 13 comma 3 del 17 giugno 2021. Quindi tutti possono scaricarsi lapp di verifica, ma se non sono nominati per iscritto dal datore di lavoro, possono controllarsi soltanto la loro stessa certificazione, non quella degli altri. Ciò che appare surreale” è che laddetto al controllo del green pass non ha alcun obbligo alla vaccinazione, sempre che non lavori nei settori ospedaliero, scolastico o universitario: limportante è che anche lui/lei rispetti i tre requisiti previsti dalla normativa.

La maggior parte di noi tuttavia non saranno a conoscenza di questi meccanismi e si andranno a creare situazioni come questa: Lei è vaccinato?chiederà il cliente al controllore degli accessi, No, ma ho il green passrisponderà quello, Me lo mostrichiederà il primo, Non sono tenuto a mostrarglieloribadirà il secondo, Mi mostri allora la delega del suo datore di lavoro che le consente di effettuare la verifica del mio Green Pass!insisterà il cliente, e così via. Ecco alcune situazioni che vedremo crearsi. Ci sono comunque altre dinamiche che occorre tenere presenti, in particolare, riguardo i rapporti tra lavoratore e datore di lavoro. Il datore di lavoro non può richiedere la vaccinazione ai suoi collaboratori ma nemmeno che essi facciano un tampone. Lo screening rimane su base volontaria. Lo stesso valga per il Green Pass, che può essere richiesto/esibito soltanto da chi ha la legittimazione a trattare i dati sanitari del lavoratore, ovverosia il medico del lavoro. Questi vulnuso vizi di formasembrano essere una malcelata volontà di tirare avanti un paio di mesi, sperando che oltre il novanta percento della popolazione si vaccini (oggi è il settanta percento) e che la curva dei contagi si abbassi notevolmente. Al mese di ottobre lardua sentenza. Per ora si raccomanda calma. Calma e cautela.

La democrazia oltre la rivoluzione. Le iniziative sociali e socio-economiche del riformismo cristiano tra anni Sessanta e anni Novanta del Novecento.

In occasione del suo Sessantesimo anniversario, lArchivio per la Storia del movimento sociale cattolico in Italia Mario Romanipropone un convegno internazionale di studi sull’azione delle forze sociali nel periodo tra anni Sessanta e Novanta del Novecento. L’incontro vuole approfondire la conoscenza sulla natura, sul ruolo e sui fini delle autonome realtà ed esperienze sociali che hanno contribuito alla salvaguardia e alla promozione di una democrazia sostanziale, costruendo spazi reali di partecipazione nella vita socio-economica e civile. Si tratta di realtà che hanno promosso esperienze di rappresentanza e/o istanze di partecipazione riconducibili alle molteplici e differenziate espressioni della democrazia sostanziale, operando anche in contesti non democratici, come libera integrazione della sfera pubblica.

Oggi, a fronte delle evidenti difficoltà di realizzare una cittadinanza compiuta e delle debolezze delle esperienze di democrazia diretta, il ruolo delle libere associazioni e degli autonomi soggetti sociali costituisce ancora una questione centrale per lo sviluppo economico e sociale.

Limpostazione del convegno si ispira alle convinzioni che hanno portato nel 1951 il fondatore dellArchivio, Mario Romani, professore di Storia economica allUniversità Cattolica del Sacro Cuore di Milano, a studiare questi fenomeni a partire dallanalisi dei fatti storici in prospettiva comparata, aperta allanalisi interdisciplinare nellambito delle scienze sociali.

Su queste basi metodologiche il convegno si propone di mappare e studiare le esperienze realizzate dagli attori sociali e socio-economici di matrice cristiana, ma non solo, in particolare nel contestoeuro-atlantico, in America Latina e nei paesi dOltrecortina. Esperienze associative o movimenti, radicati nel contesto di appartenenza, quali i sindacati, i movimenti contadini e operai, le realtà della cooperazione e le iniziative socio-economiche promosse dalle congregazioni religiose e dai movimenti ecclesiali. Oggetto privilegiato di analisi possono essere anche i protagonisti, sia maschili che femminili, di tali esperienze.

Nei lunghi anni Sessanta molte di queste realtà subirono forti cambiamenti, cambi di rotta o ripensamenti, frutto delle repentine accelerazioni e regressioni dei processi di democratizzazione e delle temperie culturali che scuotevano il mondo. In particolare, gli anni Sessanta e parte degli anni Settanta furono attraversati dalla crisi della maggior parte delle visioni e delle sensibilità riformistiche, a favore di più radicali istanze di superamento degli assetti democratici ed economici che avevano preso forma nel secondo dopoguerra. I due decenni successivi hanno visto il riemergere carsico sia di esperienze, sia di prospettive riformistiche che sembravano dissolte e che al contrario sono state in grado di riproporsi, aggiornando la propria identità e il proprio ruolo sociale.

Il convegno offrirà loccasione di realizzare una prima analisi sia dellevoluzione interna di tali realtà, sia del ruolo giocato da queste nel dibattito culturale, politico, sociale ed economico del periodo considerato, con particolare riferimento alle diverse concezioni di democrazia che ne hanno guidato lazione. Una speciale attenzione sarà rivolta agli studi che indagheranno la dimensione transnazionale, al fine di comprendere le reciproche influenze tra esperienze apparentemente distanti che agivano in contesti politici ed economico-sociali eterogenei.

Possibili campi di indagine

Azione, riflessione e formazione sociale ed economica dei movimenti associativi; movimenti sociali femminili; azione sociale delle congregazioni religiose; sindacati e movimenti dei lavoratori; esperienze di cooperazione nazionali e internazionali; iniziative in campo sociale economico e finanziario; centri culturali, uffici studi e fondazioni interessati al mondo del lavoro.

Comitato organizzativo: Cecilia Maria Bravi, Marta Busani, Nicola Martinelli, Paolo Valvo. Comitato scientifico: Nicola Antonetti, Claudio Besana, Aldo Carera, Kim Christiaens, Massimo De Giuseppe, Mario Del Pero, Gerd-Rainer Horn, Andrea Maria Locatelli, Marta Margotti, Renato Moro, Claudia Rotondi, Matteo Truffelli.

La conferenza si svolgerà presso lUniversità Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in modalità dual mode il 10 e 11 marzo 2022. Le lingue ammesse per gli interventi saranno litaliano, linglese e lo spagnolo.

Le proposte dovranno giungere entro il 15 novembre 2021 al seguente indirizzo di posta elettronica: democracyconference2022@gmail.com. Esse dovranno contenere il titolo dellintervento, un abstract di max. 500 parole che descriva gli scopi della ricerca, le metodologie e le fonti utilizzate e un breve CV dei proponenti.

Le proposte saranno valutate e selezionate sulla base della loro rilevanza scientifica e della innovatività del tema proposto. Lesito della selezione sarà comunicato entro il 31 dicembre 2021.

I risultati del convegno saranno pubblicati a cura dellArchivio.

Per ulteriori informazioni contattare democracyconference2022@gmail.com.

Secondo i sondaggi, Fratelli d’Italia resta la prima la forza politica. Supermedia AGI/Youtrend sulle intenzioni di voto degli italiani

Lultima Supermedia prima della pausa estiva ci regala uno scenario estremamente aperto: si conferma il primato (acquisito due settimane fa) di Fratelli dItalia di primo partito nelle intenzioni di voto degli italiani, ma il suo vantaggio sulla Lega è infinitesimale, pari a un solo decimo di punto percentuale.

Entrambi i partiti, in ogni caso, paiono essersi attestati poco al di sopra della soglia del 20%, con il Partito Democratico in terza posizione distanziato di un solo punto (19,3%). Riduce un poil distacco dal terzetto di testa il Movimento 5 Stelle, che risale al 16% nei giorni dellapprovazione del nuovo statuto della (ormai scontata) elezione di Giuseppe Conte a nuovo leader.

Alle spalle dei primi quattro partiti il quadro resta piuttosto stabile, come del resto avviene da molte settimane a questa parte. Forza Italia galleggiatra il 7 e l8 per cento, staccando la pattuglia dei partiti minori capitanata da Azione di Carlo Calenda (unico di questa pattuglia stabilmente sopra il 3% attuale soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale per il Parlamento nazionale), con tutti gli altri dal 2% in giù. La storia ci ha però insegnato che durante la pausa estiva possono accadere molte cose (il 2019 è ancora lì a ricordarcelo), quindi non possiamo escludere che il quadro appena visto possa cambiare in modo significativo già a inizio settembre.

Nel complesso, le forze che sostengono il governo Draghi in Parlamento raccolgono i consensi di quasi 3 italiani su 4 (73,2%). Si tratta di un consenso inferiore di oltre 5 punti rispetto a quello registrato al momento della nascita dellesecutivo, avvenuta ormai sei mesi fa. A beneficiare di questa flessione sono state le opposizioni a destra (FDI +3,8%) e a sinistra (con SI che ha divorziatoda MDP, ed è oggi quotata al 2,1%). Uno sguardo più approfondito alle diverse componenti della maggioranza a sostegno di Draghi tuttaltro che monolitica, trattandosi di un governo di unità nazionale consente però di apprezzare come le variazioni non siano state omogenee.

Di fatto, mentre larea giallorossa(ossia PD, M5S e LeU-MDP) è rimasta nel complesso stabile, maggiori difficoltà ha avuto larea di centrodestra (Lega, Forza Italia e altre liste minori) che ha lasciato sul terreno tre punti e mezzo. Non è andata meglio allarea liberale, in cui si è registrata una perdita di consensi che ha colpito in particolare Italia Viva di Renzi e +Europa (che peraltro ha da poco riconfermato alla segreteria Benedetto Della Vedova in occasione del suo secondo congresso, convocato dopo un piccolo terremoto [LINK https://www.agi.it/politica/news/2021-03-15/caos-europa-emma-bonino-benedetto-della-vedova-11773847/ ] avvenuto lo scorso marzo).

Quello che non è cambiato, durante questi primi sei mesi di Governo Draghi, è il rapporto di forza tra le diverse aree politiche, riaggregate in base alle coalizioni che si sono fronteggiate in occasione delle ultime elezioni politiche (4 marzo 2018).

Il centrodestra, infatti, nonostante i rimescolamential suo interno, continua a essere la coalizione sulla carta più competitiva: da oltre due anni, questarea vale poco meno del 50% dei consensi, mostrando una stabilità sorprendente. Molto staccata è larea di centrosinistra (PD e centristi alleati dei democratici nel 2018) che nel corso di questa legislatura non ha mai raggiunto il 30%, raccogliendo ad oggi i consensi di poco più di un italiano su quattro. Certo, un centrosinistra allargato al Movimento 5 Stelle e alla sinistra radicale potrebbe valere sulla carta oltre il 45% e risultare competitivo con il centrodestra: ma mettere insieme una simile coalizione, che vada da Renzi e Calenda alla sinistra di Fratoianni, appare unopzione politicamente ben poco percorribile, per usare un eufemismo.

Al momento, comunque, eventuali elezioni politiche anticipate non sono uno scenario realistico. E questo perché siamo appena entrati nel cosiddetto semestre bianco, ossia gli ultimi sei mesi di mandato del Presidente della Repubblica [LINK https://www.agi.it/politica/news/2021-08-03/semestre-bianco-molti-poteri-restano-intatti-13456510/ ]. Da Costituzione, durante questo periodo il Capo dello Stato non può sciogliere le Camere, a meno che tale periodo non coincida con la scadenza naturale della legislatura. Questo significa che lattuale Parlamento potrà in effetti essere sciolto solo a partire da febbraio 2022, quando si sarà insediato il successore di Sergio Mattarella (e anche in quel caso non è affatto scontato che la maggioranza dei parlamentari sia ansiosa di andare a nuove elezioni, con un solo anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale).

Continua a leggere (anche per vedere le tabelle illustrative)

https://www.agi.it/politica/news/2021-08-05/sondaggi-partiti-fratelli-italia-lega-13493892/

Sete di verità: Draghi desecreta i documenti di Stato riguardanti la Loggia P2 e Gladio.

Era il 2 agosto 1980 quando, alle ore 10:25, nella sala daspetto di seconda classe della Stazione di Bologna, esplose un ordigno che causò la morte di 85 persone e il ferimento o la mutilazione di altre 200. 

Si tratta del più grave attentato avvenuto in Italia nel dopoguerra. 

Dagli innumerevoli processi che sono seguiti risulta che gli esecutori materiali dellattentato sono stati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, tutti militanti di estrema destra appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar).

Nel 2020 la Procura generale di Bologna ha concluso che Paolo Bellini, ex appartenente al gruppo di estrema destra Avanguardia Nazionale, è stato uno degli autori della strage in concorso con i militanti Nar condannati e con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto DAmato e Mario Tedeschi, individuati quali mandanti, finanziatori e organizzatori dellattentato.

Licio Gelli e Umberto Ortolani sono stati i capi della potentissima Loggia massonica P2; Federico Umberto DAmato è stato dirigente generale di pubblica sicurezza e direttore dellUfficio Affari Riservati del Ministero dellInterno; Mario Tedeschi, dopo l8 settembre 1943, si arruolò nel battaglione Barbarigo della Xa Flottiglia MAS e combatté nellAgro Pontino a fianco delle truppe naziste, contro le forze angloamericane.

Nel dopoguerra Tedeschi divenne direttore del settimanale di destra Il Borghese, fu deputato per il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, e membro della P2.

Indipendentemente dallefferato episodio dellattentato alla stazione di Bologna, Gelli, Ortolani, DAmato e Tedeschi sono stati indicati come i dirigenti di una rete di gruppi eversivi di estrema destra, collegati con la criminalità organizzata, i servizi segreti deviati e frange militari golpiste.

Tale rete avrebbe ideato, diretto e finanziato una serie di attentati allinterno di una operazione politica nota come strategia della tensione, che ha funestato i cosiddetti Anni di Piomboed ha pianificato i drammatici attentati che hanno colpito lItalia: dalla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) fino alla strage di Bologna (2 agosto 1980).

La struttura dirigente e la capacità operativa di questa rete poggiava sulla Loggia massonica P2 e sullorganizzazione paramilitare Gladio.

Il grande numero di attentati, operazioni finanziarie illecite, assassini politici, complicità con i terroristi e la criminalità organizzata, sono stati giustificaticome necessari per contrastare quella che veniva indicata come la minaccia comunista.

In occasione della commemorazione della strage di Bologna (2 agosto) è accaduto un fatto insolito, inaspettato e foriero di sviluppi che potrebbero essere dirompenti per laccertamento della verità in merito alle strategie eversive che hanno provocato così tante vittime negli anni Settanta.

In una nota pubblicata sul sito della Presidenza del Consiglio si legge che «il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha siglato oggi una Direttiva che dispone la declassifica ed il versamento anticipato allArchivio centrale dello Stato della documentazione concernente lOrganizzazione Gladio e la Loggia massonica P2».

«Si tratta continua la nota di una iniziativa che va ad ampliare quanto già stabilito con una precedente Direttiva del 2014, con riferimento alla documentazione relativa agli eventi stragisti di Piazza Fontana a Milano (1969), di Gioia Tauro (1970), di Peteano (1972), della Questura di Milano (1973), di Piazza della Loggia a Brescia (1974), dellItalicus (1974), di Ustica (1980), della Stazione di Bologna (1980), del Rapido 904 (1984), conservata negli archivi degli Organismi di intelligence e delle Amministrazioni centrali dello Stato».

«Con questa nuova Direttiva sottolinea la nota della Presidenza del Consiglio il Presidente Draghi ha ritenuto doveroso dare ulteriore impulso alle attività di desecretazione. Liniziativa adottata potrà rivelarsi utile ai fini della ricostruzione di vicende drammatiche che hanno caratterizzato la recente storia del nostro Paese».

Non sappiamo quali saranno gli sviluppi di questa iniziativa, certo è che non si era mai visto un Presidente del Consiglio che desecreta documenti così importanti e segreti. Siamo in presenza, dunque, di una grande novità. 

Per comprendere meglio le implicazioni della P2 e di Gladio nella strategia della tensione, consigliamo ai lettori di leggere il saggio Alcune chiavi di lettura sulluso del terrorismo stragista negli anni Settanta e Ottanta, scritto da Claudio Nunziata, già Sostituto procuratore della Repubblica a Bologna.

Il magistrato Claudio Nunziata, ora in pensione, ha svolto le prime indagini relative alle stragi del treno Italicus, della Stazione di Bologna e del Rapido 904. 

Link al saggio di Claudio Nunziata (Sistema Archivistico Ministero della Cultura):

http://www.memoria.san.beniculturali.it/web/memoria/approfondimenti/scheda-ricerche?p_p_id=56_INSTANCE_Rb5v&articleId=246547&p_p_lifecycle=1&p_p_state=normal&groupId=11601&viewMode=normal

 

 

 

 

Ddl Zan, manca l’intesa tra i gruppi parlamentari. In Senato se ne riparlerà a settembre.

Nel 1990 lOMS ha eliminato lomosessualità dallelenco delle malattie mentali. Nonostante questo nella cultura comune essere gay è ancora un tabù, che la legge Mancino ha tentato di scardinare con una presa di posizione netta sulla violenza; tuttavia i reati dodio, intesi ancora in forma generica, necessitano della presenza di forme giuridiche apposite. Tale proposta si è incarnata, per così dire, nel ddl Zan, a sua volta conseguenza di una serie di proposte avanzate dal 2018. Tuttavia laltro ieri il Ddl Zan è “scomparsodal calendario di luglio di Palazzo Madama. Le divisioni interne fra Pd e M5S hanno fatto naufragare nei giorni scorsi lapprovazione in Senato del provvedimento: se ne riparlerà a settembre.

Un centro destra silente ha portato a casa un punto a suo favore, quello per un discusso disegno di legge contro la discriminazione, in particolare, degli omosessuali, tema non particolarmente gradito a buona parte del suo elettorato conservatore. Una legge che, a detta di alcuni, lede il principio della libertà di espressione. Quello che sembra, invece, è che le forze di governo vogliano dedicarsi al più urgente e imminente caso del Green Pass, il quale porterà un grande cambiamento nella quotidianità di tutti i cittadini. I dieci articoli del ddl Zan non hanno convinto quasi nessuno e c’è chi propone di riscriverlo. Unaltra volta. Dai partiti sono stati proposti un numero esorbitante di modifiche (emendamenti), ovvero 700 dalla Lega, 134 da Fi e 127 da Fdi: 80 presentati da Paola Binetti (Udc), mentre i renziani si sono accontentati di presentarne quattro. Volontà di migliorare la legge oppure di abortirla?

Nel frattempo il Ddl finisce nellarmadietto parlamentare. Non è la prima volta che, nel nostro Paese, la montagna partorisce il topolino. Molto rumore per nulla. Il disegno di legge che si prefiggeva di proteggere dai reati di odio nei confronti di categorie particolarmente deboli come i disabili, le donne (femminicidio) e gli omosessuali (ancora bistrattati nella quotidianità sociale) è come un feto in travaglio e che rischia di non vedere la luce. La proposta di legge, sommersa dalle richieste di modifica dei partiti, viene rinviata: occorre troppo tempo per studiare tutte le proposte di rettifica e mediare fra le parti. 

Siena e dintorni: brevi cenni per memoria.

Cera un volta il Monte dei Paschi. Poi venne lacquisto di Antonveneta, poi venne la crisi, poi furono chiamati i risanatori, che incapparono in condanne, poi la banca divenne pubblica quando il Ministro delleconomia era Padoan, poi Padoan fu eletto nel collegio di Siena, poi si dimise per diventare presidente di UniCredit ora in procinto di acquistare Mps, poi nel collegio di Siena si candida il segretario del Pd Enrico Letta, allievo di Andreatta, che volle il divorzio tra Tesoro e Banca dItalia e si batté perlautonomia delle banche dal potere politico.

Questo in sintesi. Ora vorrei però ricordare, in proposito,alcuni momenti che mi hanno visto protagonista in ambito parlamentare.

Durante la riforma della legge sul risparmio posi il problema di rispettare la legge Ciampi sulla presenza delle Fondazioni nelle aziende bancarie. Se ricordo bene la questione riguardava MPS, con Genova e Rimini che detenevano oltre il 50 per cento del capitale. Proposi di scendere al 30 per cento per i diritti di voto salvaguardando i diritti patrimoniali.

Ciò avrebbe consentito di aprire ad una maggiore trasparenza, con lingresso di nuovi soci, e forse impedito operazioni devastanti come quella di Antonveneta, che lassenza di controlli ha agevolmente determinato.

La norma fu approvata dal governo Berlusconi con Tremonti ministro dellEconomia, ma il successivo governo Prodi utilizzò la delega prevista dalla legge 262 per cancellare proprio quella norma. Loperazione fu possibile grazie a un dispositivo inserito nel decreto legislativo, per il quale era necessario il voto solo in commissione alla Camera. Si trattò, a mio giudizio, di una evidente forzatura politica e regolamentare.

Questa è la storia di quanto avvenuto nel 2005. Se quella norma fosse rimasta, MPS avrebbe avuto un destinodiverso. In sostanza, la Fondazione avrebbe mantenuto un più ricco patrimonio e avrebbe potuto proseguire nella erogazione di risorse importanti per il territorio toscano, di cui hanno beneficiato molte comunità locali. Oggi invece si parla di difendere il marchio, di salvaguardare i posti di lavoro,  al bancomat che non c’è più. Forse una autocritica di chi ha compiuto scelte politiche scellerate non guasterebbe.

[Il testo è tratto, su segnalazione dellautore, dalla pagina Fb dello stesso]

Santa Maria Maggiore, la Basilica “nata” da una nevicata d’agosto. Uno schizzo storiografico di “Famiglia Cristiana”.

La Basilica patriarcale maggiore arcipretale di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “Basilica di Santa Maria Maggiore”, è una delle quattro basiliche papali di Roma. Collocata sulla sommità del colle Esquilino, è la sola ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. L’arciprete della basilica è il cardinale Santos Abril y Castelló, mentre il protocanonico onorario è di diritto il re di Spagna. Considerata il più antico santuario mariano d’Occidente, fu eretta, sul precedente edificio liberiano che era un tempio pagano, da papa Sisto III (432-440) dedicandola a Dio e intitolandola alla Vergine, proclamata solennemente dal concilio di Efeso (431) Madre di Dio.

La Porta Santa

Essendo Basilica papale, anche qui c’ è la Porta Santa che il Papa ha aperto solennemente il 1° gennaio 2016, festa di Maria Ss. Madre di Dio, per dare inizio al Giubileo della Misericordia. Hanno una porta santa le quattro basiliche papali di Roma: San Pietro (opera dello scultore Vico Consorti, aperta dal Pontefice l8 dicembre scorso) San Giovanni in Laterano (opera dello scultore Floriano Bodini, aperta il 13 dicembre), San Paolo fuori le mura (qui l’autore della Porta Santa fu Enrico Manfrini), e appunto Santa Maria Maggiore (opera dello scultore bolognese Luigi Enzo Mattei, unico vivente tra gli artisti autori di queste Porte Sante). Questa Porta Santa fu benedetta da Giovanni Paolo II l’8 dicembre del 2001 e offerta alla basilica dall’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Perché fu costruita e quando si festeggia la dedicazione di questa Basilica?

Il 5 agosto si festeggia la Dedicazione di questa Basilica. Narra una tardiva leggenda che la Madonna, apparendo nella stessa notte del 5 agosto del 352 a papa Liberio e a un patrizio romano, li avrebbe invitati a costruire una chiesa là dove al mattino avrebbero trovato la neve. Il mattino del 6 agosto una prodigiosa nevicata, ricoprendo l’area esatta dell’edificio, avrebbe confermato la visione, inducendo il papa e il ricco patrizio a metter mano alla costruzione del primo grande santuario mariano, che prese il nome di S. Maria “ad nives”, della neve. Poco meno di un secolo dopo, papa Sisto III, per ricordare la celebrazione del concilio di Efeso (431) nel quale era stata proclamata la maternità divina di Maria, ricostruì la chiesa nelle dimensioni attuali.

Di quest’opera rimangono le navate con le colonne e i trentasei mosaici che adornano la navata superiore. All’assetto attuale della basilica contribuirono diversi pontefici, da Sisto III che poté offrire al popolo di Dio” il monumento “maggiore” al culto della beata Vergine (alla quale rendiamo appunto un culto di iperdulia cioè di venerazione maggiore a quello che attribuiamo agli altri santi), fino ai papi della nostra epoca. La basilica venne anche denominata S. Maria “ad praesepe”, già prima del secolo VI, quando vi furono portate le tavole di un’antica mangiatoia, che la devozione popolare identificò con quella che accolse il Bambino Gesù nella grotta di Betlemme. La celebrazione liturgica della dedicazione della basilica è entrata nel calendario romano soltanto nell’anno 1568.

Quali sono le altre chiese mariane sorte a Roma su templi pagani?

Sono diverse. Bastano pochi nomi, tra i cento titoli dedicati alla Vergine, per avere le dimensioni di questo omaggio alla Madre di Dio: S. Maria Antiqua, ricavata dall’Atrium Minervae nel Foro romano; S. Maria dell’Aracoeli, sulla cima più alta del Campidoglio; S. Maria dei Martiri, il Pantheon; S. Maria degli Angeli, ricavata da Michelangelo dal “tepidarium” delle Terme di Diocleziano; S. Maria sopra Minerva, costruita sopra le fondamenta del tempio di Minerva Calcidica; e, più grande di tutte, come dice lo stesso nome, S. Maria Maggiore, la quarta delle basiliche patriarcali di Roma, detta inizialmente Liberiana, perché identificata con un antico tempio pagano, sulla sommità dell’Esquilino, che papa Liberio (352-366) adattò a basilica cristiana.

Perché una delle campane è detta la “Sperduta”?

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https://m.famigliacristiana.it/articolo/giubileo-santa-maria-maggiore-la-basilica-nata-da-una-nevicata-d-agosto.htm

Siamo tutti Marcell! Il messaggio lanciato da “Orbisphera”.

Nato a El Paso (Texas), Marcell è il giovane che pochi giorni fa ci ha preso il cuore, facendolo battere a 100 allora e regalando allItalia loro nei 100 metri piani. 

Qualcuno ha titolato a ragione: «Vince lItalia dellintegrazione».

A tale proposito, il Presidente del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) Giovanni Malagò ha dichiarato: «Non riconoscere lo ius solisportivo è aberrante e folle».

Accade infatti che ci sono circa 800mila ragazze e ragazzi, nati in Italia da genitori stranieri, i quali non possono vestire la maglia della nostra nazionale nelle competizioni internazionali perché la cittadinanza italiana verrà concessa loro soltanto dopo aver compiuto i 18 anni.

Emblematico il caso di Great Nnachi: nata in Italia da genitori nigeriani, un talento nel salto con lasta, nominata dal Presidente Mattarella alfiere della Repubblica, ma non può gareggiare per lItalia perché ha solo sedici anni.

Luniverso dei figli dItalia non riconosciuti, inoltre, è molto più vasto e variegato di quello degli atleti.

Molti sono bravi nelle discipline sportive, molti altri eccellono in quelle musicali, e i più sono come siamo tutti: cioè, esseri umani.

Non sanno correre come il vento, non hanno una storia interessante da raccontare, parlano dozzine di dialetti variegati e abitano terre che vanno dalle Dolomiti alla Sicilia. Crescono, studiano e lavorano. Silenziosamente.

«Purtroppo s’è fatta lItalia, ma non si fanno gli italiani», diceva Massimo dAzeglio poco dopo il 1861.

Oggi quasi due milioni di persone che vivono, studiano e lavorano in Italia sono senza cittadinanza. Per lo più giovani. Ragazze e ragazzi nati nel nostro Paese ma privati del più elementare dei diritti: quello di cittadinanza. 

Eppure lItalia è la loro patria. Lunica patria che conoscono. Quella che rappresentano e per la quale molti di loro gareggiano.

Marcell Jacobs, nato negli Stati Uniti, padre americano e madre italiana, È ITALIANO, parla italiano, è lorgoglio dellItalia alle Olimpiadi.

Ma quanti altri ragazzi e ragazze non avranno mai la possibilità di sentirsi chiamare italiani?

Dichiara il Movimento Italiani Senza Cittadinanza: «Siamo per il DIRITTO ad esercitare a pieno ogni sport, fino ai livelli agonistici. Ma laccesso alla Cittadinanza DEVE ESSERE per tutti. Anche per chi tra noi non eccelle negli sport».

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https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5334/Siamo_tutti_Marcell!

Gualtieri non trova il bandolo di una proposta politica all’altezza della sfida per il Campidoglio

Attorno a Gualtieri si va formando unombra di declino. Fatica a reggere, più o meno, il gruppo dirigente che ha sostenuto negli anni le candidature di Veltroni e Marino per il Comune di Roma, di Zingaretti per la Provincia prima e la Regione dopo. Cambiano gli equilibri delle frazioniin campo, ma sempre di ex Ds si deve parlare. In questa fase, appannata la stella di Bettini, i giochi sono in mano alla corrente che una volta si riconosceva nella leadership di DAlema.  

Perché il declino? Incide senza dubbio lanagrafe: le nuove leve di un tempo ora che non lo sono più denunciano la perdita, almeno in parte, di quello smalto che in genere ricopre e impreziosisce lazione giovanile. Tuttavia c’è anche un tarlo che logora una lunga esperienza politica alla cui origine si deve rintracciare la tipica formazione del mondo comunista, ovvero labnegazione fino al sacrificio, ma anche la chiusura psicologica, prima ancora che politica, nel proprio ambito identitario. Qui c’è un limite che tende a manifestarsi con sempre maggiore consistenza.

Sembra infatti che il concetto di pluralismo, mai acquisito correttamente da un partito comunque a base marxista-leninista, stenti a materializzarsi oggi nellorizzonte di una classe dirigente che pure ha fatto i conti, spostando in avanti lidea di cambiamento e inserendola in un processo non più rivoluzionario, con la storia della sinistra di opposizione. Lo si vede nel modo in cui si è plasmato finora il quadro politico-organizzativo del candidato sindaco, con il Pd contratto nellimmobilismo e una coalizione senza spessore. È il risultato – per adesso? – di questa reminiscenza anti pluralismo, per cui il controllo delle operazioni diventa infine un meccanismo di mera gestione degli organigrammi di potere (reale o presunto).

Prevale insomma il desiderio di uniformità, come se essa afferisca a un universo di superiore garanzia e maggiore sicurezza. Orbene, si potrebbe notare che non così fu pensato lUlivo, né così tanto meno il Pd; che anzi, affidandosi i più alla energia vitale del pluralismo, nelle diverse  stagioni del centro sinistra ha operato lambizione di fare nuove tutte le coseproprio in virtù di una felice contaminazione di tipo ideale. Certo, poi si è constatato che dietro lambizione non cera la formula capace diinverarne il contenuto, sicché è iniziato un difficile e non concluso esame di coscienza, con alti e bassi, senza una direttrice chiara. La crisi del Pd sta in questa irrisolta  controversia, aggravata dallultima secessionein chiave lib-lab di Calenda.      

Gualtieri non si avvede del pericolo? Probabilmente è alla ricerca di una leva che possa (ri)sollevare un mondo bloccato, impoverito culturalmente, persino depresso. Un mondo, tuttavia, che sfoga nel pragmatismo la voglia di vincere, tralasciando la preliminare necessità di convincere, come se la Città Eterna non avesse maturato nel frattempo, lungo tutto il quinquennio grigio e improduttivo della Raggi,  il bisogno di un di più”, vale a dire di una nuova sintesi popolare (vedi Sturzo e la sua nozione di riformismo). Ecco, questa lezione esalta opportunamente la centralità del programma, vero perno della visione sturziana del progresso. E proprio a questa cultura riformatrice popolare, degna di stare al passo con i tempi, il possibile sindaco di Roma dovrebbe guardare con interesse e in fondo con rispetto.

Spiace dirlo, ma finora non ne ha dato prova.

Con la pandemia gli italiani riscoprono il mutualismo. Il punto su “Vita”.

Tre quarti degli italiani pensano che ci sia bisogno di imprese mutualistiche, che hanno cioè lo scopo di ripartire tra i soci tutto il valore prodotto dalla realizzazione di un bene o dallerogazione di un servizio, oltre la metà è convinta che rappresentino un bene per lintero sistema economico e un terzo le considera come le più adatte a gestire i fondi del PNRR. È quanto risulta da un sondaggio condotto nellambito dellOsservatorio Legacoop, ideato e realizzato dallAreaStudi dellassociazione insieme con il partner di ricerca IPSOS.

La prima evidenza che risulta dal sondaggio è quella di un bisogno diffuso, tra gli italiani, di cooperazione (70%), condivisione (69%) e mutualismo (61%). Mutualismo che, per il 40% degli intervistati, è una forma di assistenza e aiuto reciproco, per il 19% un patto tra persone per condividere benefici e vantaggi; mentre il 5% lo identifica nellassistenza sanitaria pubblica.

Su questa premessa, il 74% degli intervistati ritiene che nella nostra economia ci sia bisogno di imprese mutualistiche; il 42% le vede come unopportunità per migliorare le cose, il 23% come una necessità per il futuro, il 21% una visione rivoluzionaria. Di parere opposto il 13%, che le considera una visione sorpassata e vecchia. Inoltre, per 1 italiano su 4 il modello mutualistico è applicabile in tutti i settori di attività, per 4 su 10 al mondo dei servizi sociali e per 3 su 10 al mondo della produzione di beni e servizi.

Rilevante il dato relativo allutilità del modello: oltre la metà degli intervistati (51%) ritiene che dare vita a imprese mutualistiche sia un bene per leconomia del Paese (il 35% solo per le persone, il 27% per il mercato). Un dato che trova conferma nella fiducia riposta dai cittadini nelle imprese mutualistiche per la gestione delle risorse del PNRR, espressa dal 32% degli intervistati, seconda solo a quella per lo Stato (44%) e decisamente superiore rispetto a quella verso le imprese private (14%).

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http://www.vita.it/it/article/2021/08/04/con-la-pandemia-gli-italiani-riscoprono-il-mutualismo/160179/

Ma le tasse delle Province sono costituzionali? Un interrogativo arguto su “Lavoce.info”.

Dove nasce il problema

La legge Delrio, per espressa indicazione del legislatore, era una disciplina transitoria: avrebbe dovuto fungere da pontetra il previgente sistema di organizzazione degli enti locali e quello che sarebbe conseguito al procedimento di revisione costituzionale, avviato con il disegno di legge costituzionale Boschi-Renzi, poi respinto dagli italiani in sede referendaria.

La formulazione dellattuale articolo 114 della Costituzione, in combinato disposto con gli articoli 1 e 5, che definisce le province come enti autonomi, con propri statuti, poteri e funzioni, finisce per rappresentare un ostacolo non facilmente aggirabile. Infatti, se il modello di elezione (diretta, o di secondo grado, dei titolari degli organi di governo) non appare formalmente vincolato dalla Costituzione (Corte costituzionale. sentenza n. 50/2015), è però certo che le province sono configurate come enti rappresentatividelle popolazioni locali, e non come enti espressione associativadei comuni.

La natura giuridica

Il mancato colpo di spugnacostituzionale non è rimasto ininfluente e non solo perché il legislatore è stato costretto a mantenere in vita lintelaiatura istituzionale delle province, con tutto ciò che ne consegue anche in termini di spesa pubblica, ma anche per i riflessi sulla natura giuridica del nuovo ente intermedio.

La nuova provincia, infatti, avvicinandosi più a un modello di autonomia funzionale e strumentale (al pari della camera di commercio), presenta solo due tipi di autonomia, quella amministrativa e quella finanziaria, risultando sprovvista della terza, quella politica, di cui sono invece dotati gli enti ad autonomiacostituzionalmente protetta. Nellassetto delineato dalla riforma Delrio, la vocazione della provincia è diventata essenzialmente, se non esclusivamente, tecnica e funzionale: la disponibilità delle funzioni fa sì che il suo scopo non sia più quello di rappresentare lidentità politica di una comunità territoriale di area vasta, ma quello di offrire un supporto e un coordinamento ai comuni del territorio o un punto di caduta razionale di competenze regionali. È così scivolata fuori dal circuito della sovranità” consacrato negli articoli 5 e 114 della Costituzione, per rispondere esclusivamente a esigenze organizzative di buon andamento e di più razionale gestione delle funzioni amministrative, anchesse peraltro sensibilmente ridotte rispetto al passato.

La funzione impositiva

La legge di riforma Delrio non ha tenuto conto che le funzioni amministrative di tipo impositivo non possono essere esercitate da un ente sprovvisto dello status di ente territoriale di governo, cioè di ente per antica dottrina sede propria di policentrismo autonomistico o, come si dice oggi, di federalismo(Consiglio di giustizia amministrativa, sent. n. 48/2009). Il soggetto attivo del rapporto tributario (sia in relazione allan che in relazione al quantum) non può che essere un ente pubblico dotato dello specifico imperium (potestà impositiva); potere che deve essere necessariamente esercitato dagli organi elettivi, secondo le procedure democratiche e non mediante delega a soggetti consortili, o associativi, quali sono i nuovi enti intermedi, politicamente irresponsabili verso gli elettori perché sprovvisti di autonomia politica.

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https://www.lavoce.info/archives/89035/ma-le-tasse-delle-province-sono-costituzionali/

Conte e il Pd. Una intesa ormai solida e granitica.

Dunque, stando al sondaggio Demos pubblicato recentemente su Repubblica, lex premier Conte, il nuovo capo dei grillini – la votazione in rete, come ovvio e come sempre, è solo una pura formalità – riscontra un gradimento che tocca quasi il 90% nellelettorato del Pd. Per lesattezza, l87%. Addirittura di più dellattuale segretario del partito, Letta, che si ferma all86%. Certo, si tratta di semplici numeri che vengono sfornati e non si sa mai se sono rispondenti al vero o se servono solo per giustificare e rafforzare la strategia politica della sinistra italiana.

Ma, al di là dei numeri e dei sondaggi che ormai escono a getto continuo, il dato politico vero che emerge – e su cui non ci sono dubbi alcuno al riguardo – è la sostanziale continuità di vedute, di strategia, di approccio e di prospettiva che ormai accomunano i due partiti: e cioè, il Pd delle molte correnti e il partito di Grillo e di Conte. Due partiti che, come dicevano allunisono Zingaretti e il suo stratega Bettini già alcuni mesi fa, possono tranquillamente siglare una alleanza organica, strategica e storica. Due partiti accomunati, pertanto, da una sostanziale somiglianza politica, culturale, valoriale e programmatica. E sin qui nulla di strano visto che lex premier Conte era stato addirittura definito dal Pd come il punto di riferimento politico più autorevole per i progressisti italiani.

Lunico elemento su cui è lecito, tra i tanti per la verità, farsi una domanda è un altro. E cioè, anche il populismo è un elemento che accomuna la prospettiva politica e storica di questi due partiti? Perchè, se non vogliamo essere ipocriti o ingenui, solo un marziano può condividere e avallare la tesi che il partito di Grillo, ora guidato pro tempore da Conte, abbia gettato alle ortiche e definitivamente tutto larmamentario che lo ha contraddistinto sin dal suo esordio. Solo un ingenuo, cioè, può pensare che i 5 Stelle improvvisamente e misteriosamente non siano più un partito anti politico, anti casta, anti sistema, anti parlamentare, giustizialista, demagogico, qualunquista, senza alcun riferimento culturale, e con una classe dirigente improvvisata e casuale, figlia dellormai celebre uno vale uno. Ovvero, che il partito di Grillo e di Conte non è più statutariamente un partito populista. Per dirla in altri termini, non vorrete mica farci credere che è sufficiente abolire per statuto gli insulti, lattacco personale, la demonizzazione delle persone e dei partiti, la criminalizzazione politica degli avversari e dei nemici praticati in modo sistematico e permanente in questi lunghi quindici anni per arrivare alla conclusione che si tratta di un partito riformista, democratico, liberale, moderato?

Ecco, se il gradimento di Conte nella base del Pd è così alto; se lintesa politica e di governo tra il Pd e i 5 Stelle è coerentemente così solida e se i valori che accomunano i due partiti sono così sistematici e lineari, non c’è più da stupirsi se anche lidentità del Pd con il tempo si è progressivamente ed irreversibilmente trasformata. Come diceva laltro ieri un autorevole commentatore, si avvicina il tempo per una potenziale confluenza politica ed elettorale degli uni con gli altri. Ormai il populismo – quello più accentuato di Grillo o quello più “dolcedi Conte – è diventato il cemento ideologico unificante delle due formazioni politiche. A volte, nella politica, il tempo cambia le coordinate dei partiti. In questa occasione, la mutazione politica profonda ha coinvolto organicamente il partito riformista per eccellenza, il Pd, e quello populista per eccellenza, i 5 Stelle. Così va il mondo. E così va la politica, in Italia.

Una scelta “sui generis”, ovvero il distacco ideologico dall’identità sessuale.

Sullhome page di RADfem Italiasolo con donneche si definiscono femministe radicali gender critical italiane, contrarie allautocertificazione di generee che si oppongono a qualsiasi forma di sfruttamento sessuale e commerciale e a ogni manipolazione dei corpi di donne e bambine/-i, è ancora visibile una notizia pubblicata in data 8 aprile u.s.: California, 261 detenuti che si identificanocome donne chiedono il trasferimento in carceri femminili. Segue un articolo con testimonianze argomentate sulle conseguenze che questa autopercezione vera o presuntaha determinato sulle condizioni di vita delle donne nelle carceri femminili: viene tra laltro ripreso e citato il caso del Canada, dove il trasferimento in carceri femminili di uomini self-identificati come donne ha comportato un netto peggioramento delle condizioni di vita delle detenute. Ci sono stati casi di stupro e perfino di gravidanze indesiderate. Là dove le legislazioni introducono lidentità di genere – come nel caso del ddl Zan in discussione al Senato.la condizione delle donne peggiora drasticamente. In fondo alla strada c’è questo. Limpatto di queste leggi su molti aspetti della vita delle donne è drammatico.

La citazione è meritevole della massima attenzione poiché proviene da un sito che ospita resoconti ed espone riflessioni a difesa delle donne e quindi della specificità non negoziabile dellidentità femminile.

La stampa, la Tv e i social stanno riservando particolare considerazione a questo tema, ora enfatizzandone i risvolti socio-psicologici ora dando spazio alle notizie più disparate, in un mix di vero-falso che asseconda una iperbole tematica improvvisamente esplosa in tutta la sua ubiquitaria rilevanza: potremmo definirla uno scoppio ritardato, o un epifenomeno emergente risultato di una lunga deriva di lento e progressivo sgretolamento dellio, che ha attraversato tutto il 900 in un percorso di profondo e sincero travaglio culturale – ed è giunta ai nostri giorni dando risalto agli aspetti più coreografici, consegnandoci prevalentemente liconografia delle apparenze, come in un casting mediatico globalizzato e tinteggiato di arcobaleni.

Tra echi di cronaca, iniziative provocatorie, autodifese intellettuali e fake news ne abbiamo sentito di tutti i colori, come se fosse emersa in simultanea compresenza una serie persino non del tutto definita di contraddizioni legate allidentità di genere e alle sue molteplici digressioni.

Alla base della pedagogia gender c’è quello che gli esperti della compensazione di genere (quello assegnato dalla natura) e i paladini dellautodeterminazione definiscono un atto di libertà: non si è ciò che si è nati, ma ciò che si autopercepisce di essere. Gli influencer più avvertiti e pseudo-acculturati si sono spinti a ritenere un dovere dei genitori lassecondare eventuali cangianze di identità nei propri figli in modo che raggiungano una consapevole autodeterminazione, attraverso posizionamenti e riposizionamenti in itinere nel percorso di formazione della propria identità sessuale. Peraltro sempre rivedibile in età adulta.

Ascoltarsi nelle percezioni più sfumate ed essere suggestionati da una visione transeunte e situazionista del sé corporeo e del sé psichico, per ricollocarsi assumendo sembianze diverse da quelle date dalla natura.

Non tutti hanno capito i reconditi impliciti di questa scelta pedagogica di assecondamento, attuata creando un contesto di vita che offra molteplici possibilità in fatto di abbigliamento, di giochi o amicizie: in genere quel che resta delle famiglie tradizionali aveva sempre lasciato che la natura compisse il suo corso.

Ma ad esempio giunge da Debbie Hayton – uninsegnante britannica peraltro transgender – la notizia di un commercio di peni finti fatti alluncinetto che solerti madri aperturiste hanno messo sul mercato per far vivere alle proprie figliolette la sensazione di trovarsi a vivere in un corpo maschile. O, al contrario, di mutandine contenitive reperibili sul sito Transkids per consentire ai maschietti di occultare il proprio organo genitale. (Il Giornale del 1° luglio 2021).

Persino le fiabe della nostra inconsapevole infanzia vengono rivisitate dalla censura antisessista: sempre in California, con una recensione fatta sul sito Sfgate, il San Francisco Gate, l1 maggio u.s , ha aperto il caso. Katie Dowd e Julie Tremaine hanno sollevato un problema: quel bacio finale a Biancaneve non va bene. Il principe le dà un bacio senza il suo consenso”, scrivono, “mentre lei dorme. Non può essere vero amore se soltanto uno dei due è consapevole di quello che sta accadendo. Probabilmente siamo cresciuti senza aver contezza che quello che ci era stato insegnato come un gesto damore (valga anche per la Bella addormentata nel bosco) era in realtà una violenza di genere, un marchio della sottomissione femminile, un abuso sessuale verso una persona inconsapevole, magari un preliminare ad uno stupro dietro le quinte, calato il sipario.

La maggior parte di noi non si è accorta a suo tempo di questa violenza fisica e simbolica, anche perché genitori e insegnanti lhanno sempre descritta come un atto salvifico: dovremmo essere grati a chi ci ha finalmente aperto gli occhi? Non si è tuttavia notato altrettanto livore verso i cartoons dove gli eroi dellinfanzia 4.0 se le danno di santa ragione, con armi estreme e distruttive o nei giochi di emulazione del Tik Tok dove i partecipanti possono provare lebbrezza di un soffocamento virtuale che può diventare reale.

Lautopercezione e la scelta di sentirsi diversi da ciò che si è ribalta i concetti di realtà e di apparenza, e questo viene vissuto come un diritto. Il DDL Zan intende legittimare una superiorità del diritto umano sulle leggi di natura, con tutti i cascami esistenziali che ne derivano. Ci si chiede come una legge dello Stato possa basarsi sul principio della percezione mutante di una identità indefinita, fondata su istinti, pulsioni, sensazioni anziché assecondare la consacrazione giuridica di una condizione determinata dalla natura.

Ciò che andrebbe rafforzata è la normativa a tutela delle vittime di violenza, specie a sfondo sessuale e in danno dei più deboli, la lotta senza quartiere allomofobia, che implica il rispetto della persona a prescindere dalla sua identità biologica, senza alcuna distinzione di sesso, credenza, religione, come afferma la Costituzione. Una legislazione che favorisca la rimozione di ogni pregiudizio e discriminazione deve assolutamente tutelare le situazioni oggettive di crisi identitaria, non quelle fraudolente.

Ci sono persone che compiono lunghi percorsi di travaglio e sofferenza perché la loro identità di genere, intesa come sensazione soggettiva e profondamente radicata di essere uomo o di essere donna, non corrisponde al loro sesso biologico. E difatti la legge 14 aprile 1982, n. 164, vigente in Italia, che reca le “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”, successivamente modificata dallart.10, D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 considera questa fattispecie e consente e agevola il percorso di transizione.

Ma da qualche tempo percepiamo una sorta di ossessione compulsiva verso i concetti di identità e di normalità, ciò che viene descritto per genere definito è avversato come espressione di discriminazione sessista: sia esso il jack di una prolunga del PC o il maschio-femmina di una spina elettrica. La Lufthansa ha invitato il personale di bordo ad evitare il rituale saluto di accoglienza: Signore e Signorinon si può più dire per non urtare le varie suscettibilità, di chi pensa di essere ma non è, di chi vorrebbe ma è in percorso di mutazione di genere, di chi era e non vuole più essere. Forse resisterà ancora per poco se la Chiesa non prende le distanze da questo nichilismo deprivato dellidentità il fratelli e sorellecon cui il sacerdote si rivolge ai fedeli. La realtà intorno a noi, i libri, i modi di dire, luso materiale delle cose viene scandagliato alla ricerca di una palese o occulta lesione del principio di libertà di genere, assunto nella totalità della sua estemporanea cangianza. Si tratta di una deriva che fa parte di una più ampia visione negazionista della realtà, fino ad inglobare la medicina alternativa, i no-vax o il terrapiattismo. Forse linizio di una nuova era, certamente lincipit di un soggettivismo che diventa situazionismo, lassoluto-relativo, la falange di un esercito che prende corpo al processo di estinzione della vita stessa affiancando la sconfitta delluomo provocata da una natura violata che si ribella, che è poi la vera eziopatogenesi della pandemia.

Forse linizio della fine di un percorso. Se le differenze di sesso sono realtà mutevoli e intercambiabili, estremi che si toccano di una dissoluzione identitaria, viene ad affievolirsi il ciclo generativo della vita.

Si apre allora lo scenario più inquietante perché la mutevolezza dei generi cancella identità e ruoli genitoriali: la famosa definizione anagrafica di genitore 1 e genitore 2’ è una falsificazione ideologica e materiale dei concetti di paternità e maternità. Girano sul web immagini di uomini incinti come aspirazione conclusiva di un percorso di mutazione genetica: forse aiutato, forse immaginato dalla scienza intesa come strumento di delegittimazione della natura. Intanto il tema dellutero in affitto come passaggio strumentale per dar vita ad una creatura che sarà proprietà di soggetti terzi è un abominevole preambolo alla mercificazione del corpo femminile. Lesperienza di ascolto in tribunale delle narrazioni di disagio esistenziale dei minori rivela un bisogno organico ed emotivo della prole di avere riferimenti genitoriali sicuri: in genere un bambino o una bambina esprimono chiaramente ciò che si aspettano distintamente dal padre e dalla madre.

Ed è forse questo il vero convitato di pietra di un provvedimento normativo che pensa a soddisfare le pulsioni e i desideri degli adulti piuttosto che a dare rassicurazioni affettive di cui sono titolari i minori. Ovunque sono assunti provvedimenti legislativi che incentivano la trasformazione identitaria per autopercezione, subentra la dimenticanza dei diritti e delle esigenze dei minori, tanto che essi sono espunti da qualsivoglia legittimazione delle scelte degli adulti. Spesso ne sono vittime, in quanto soggetti non interpellati, più deboli, estranei alla nuova realtà che viene a determinarsi. E insieme a loro soccombono in genere le donne, come nel caso delle conversioni carcerarie citate o quando sono fatte oggetto di violenza.

Urge un profondo ripensamento alla luce della ragione e della scienza.

  1. Fonte: Istituto Bruno Leoni.

[Il testo è pubblicato su Il Domani dItaliaper gentile concessione dellautore]

L’ideologia alla base dell’olimpismo moderno. Il “Tascabile” della Treccani fornisce una interessante chiave di lettura.

Nel 1733, quando era alla corte di Vienna, Pietro Metastasio scrisse il dramma per musica lOlimpiade, esempio paradigmatico duna complessa tipologia operistica, il dramma dintrigo, tra le più popolari dellepoca. Dalla capitale asburgica Metastasio esercitò una sorta di dittatura letteraria sullintero mondo operistico europeo, conservando il titolo di poeta cesareoper più di cinquantanni e rappresentando un punto di riferimento per chiunque nel Settecento si avvicinasse al mondo del dramma per musica. Per il prestigio del suo autore e per la qualità letteraria, lOlimpiade fu un modello fra i più ammirati del suo tempo, ed ebbe un rilievo musicale non comune. La sua fortuna si estese dal Settecento allOttocento, e contribuì a prefigurare e trasmettere quella particolare visione degli antichi Giochi ellenici che condusse Pierre de Coubertin alla definizione del moderno olimpismo. 

La prima dellopera, con musiche di Antonio Caldara, andò in scena a Venezia il 28 agosto 1733 su commissione dellimperatore Carlo IV, per celebrare il compleanno della consorte, Elisabetta Cristina. Nel corso dei decenni a seguire furono realizzati più di 50 lavori a partire dal libretto di Metastasio: la maggior parte dei compositori mise in musica il testo integralmente (tra questi Vivaldi, Pergolesi, Hasse, Jommelli, Cherubini, Paisiello); altri (come Gluck, Mozart e Beethoven) si limitarono a musicare singole arie. Superata in popolarità solo da Artaserse e Alessandro nelle Indie, e acclamata al pari di Demofoonte e Didone abbandonata, LOlimpiade fu considerata per tutto lOttocento uno dei drammi metastasiani più riusciti e importanti: come scrisse Giosuè Carducci, il Diciottesimo e Diciannovesimo secolo si accordarono nellacclamare la divina Olimpiade, dove la melica e la melopea italiana raggiunsero certo una perfezione inarrivata e inarrivabile. 

Lopera seria fu il genere operistico più importante del Settecento; ciò assicurava ai lavori acclamati circolazione ampia e duratura. Fu questo il caso dellOlimpiade, che fu rappresentata e replicata in tutti i teatri dEuropa(scrisse Metastasio in una lettera a Saverio Mattei). Ad ampliare la fama giunsero poi i pasticci (opere in cui si assemblavano pezzi originali con parti daltri autori) che ne utilizzarono il titolo: sul solo palco del Kings Theatre di Londra ne andarono in scena circa 40 tra il 1770 e 1780. E non mancarono i balletti (Les Jeux Olympique, Les Fêtes grecques et romaines) con specifiche coreografie a imitazione delle gare. Il successo si riverberò infine dalle scene alla letteratura, fungendo da ispirazione a versi di Milton e Keats in Inghilterra, Ronsard e Du Bellay in Francia, Kochanowski e Szymonowic in Polonia, Hölderlin e Goethe in Germania.

Ma LOlimpiade ebbe un ruolo più grande nelle coscienze europee del semplice fornire un nome al ricordo dei Giochi ellenici. Lazione del dramma si svolge nelle campagne dellElide, nei pressi della città di Olimpia, sulle sponde del fiume Alfeo. Attraverso i personaggi di Clistene (re di Sicione), della figlia Aristea, di Licida (figlio ignoto di Clistene), della dama cretese Argene e dellateniese Megacle (plurivincitore di gare olimpiche), la vicenda presenta una sintesi perfetta degli elementi tipici dei drammi metastasiani: il conflitto amore-dovere, complicato dai risvolti affettivi dellamicizia; la struttura della doppia coppia di innamorati che funziona come un meccanismo perfetto, con i protagonisti maschili legati da una profonda amicizia messa in crisi dallamore per la stessa donna (Aristea); le donne animate dalla accorata difesa delle proprie inclinazioni contro le convenzioni sociali. A questi elementi si aggiungono i rimandi alla solennità degiuochi olimpiciche col concorso di tutta la Grecia, dopo ogni quarto anno si ripetevano.

Il momento culminante della vicenda è il riconoscimento di Licida come Filinto, figlio di Clistene (il riconoscimento è uno dei topoi più frequenti della drammaturgia dellepoca), mentre lazione prende le mosse dal suo desiderio sbagliatodi partecipare ai giochi olimpici e conquistare Aristea (desiderio sbagliatoperché Licida dimentica così Argene, e allo stesso tempo perversoperché Aristea è in realtà sua sorella). A questi livelli della trama Metastasio ne aggiunge uno intermedio e subalterno in cui trovano spazio i Giochi olimpici, e che risponde allesigenza di favorire la varietà. Grazie alla presenza di questi livelli Metastasio può razionalmente tenere in equilibrio esigenze diverse, quali la raffigurazione del conflitto umano tra sfera razionale ed emotiva (con la vittoria finale della prima), tra ragion di stato e affetti privati, tra etica e passione, ma anche tra ordinamento monarchico e spinte democratiche. Più che una storia di atleti e atlete, lOlimpiade è, dunque, un dramma sul conflitto tra onore, amicizia e amore, in cui il dovere morale trionfa sulle passioni: le gare sono solo rievocate dallazione e le vicende a esse connesse restano sullo sfondo. Il ruolo dei Giochi olimpici è quello di fornire, attraverso unambientazione eroica che supporti in maniera convincente levolversi dellazione, modelli di virtù, resistenza danimo e forza morale che assicurino stabilità e progresso sociale.

Pur se la ricostruzione delle gare, e dei rituali a esse connesse, fornita da Metastasio fu imprecisa e in gran parte non veritiera, essa divenne una sorta di memoria storica credibile, a cui poi attinsero la maggior parte di quelli che si avvicinarono al mondo olimpico nei decenni successivi. E ciò accadde proprio per il portato ideale una cosmologia morale positiva e progressiva, preservata dalla regalità che caratterizzò la versione dei Giochi offerta dal poeta cesareo. Del resto, la verosimiglianza, più che lattenta ricostruzione del soggetto storico, era una peculiarità del dramma settecentesco, attento a soddisfare le esigenze delle commissioni aristocratiche e le convenzioni scenico-musicali del tempo, meno a fornire versioni attendibili delle vicende storiche scelte per soggetto.  

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Antropologia sentimentale della bicicletta. Una recensione di “Doppiozero”.

Come dichiara apertamente il titolo è un saggio che indaga il mondo della bicicletta, attraversandone le stagioni storiche per arrivare alla visione contemporanea del mezzo a due ruote, protagonista ormai da qualche tempo di una palingenesi socio-culturale che trova nel calembouresco neologismo francese, Vélorution, una felice sintesi semantica.

 

Una bicicletta salverà il mondo” è un facile slogan dei nostri tempi, al punto che, come tutti gli slogan il bio, il vegetarianesimo, il chilometro zero porta con sé il rischio di svuotarsi della sua potenziale carica, appunto, rivoluzionaria e rotolare inutilmente nella retorica della comunicazione. 

In verità il concetto di Vélorution ha quasi mezzo secolo, come spiega Le Breton: nacque infatti nel clima post-sessantottesco che argomentava la necessità di un ritorno alla qualità della vita, soprattutto urbana, opponendosi radicalmente al predominio della società dei consumi, alla crescita produttiva incondizionata e al ricorso frenetico a tecnologie ecologicamente non sostenibili. I semi di quella protesta, che aveva in movimenti come i Provos olandesi e gli Amis de la Terre francesi gli esponenti più combattivi, hanno attecchito solo decenni dopo, quando le politiche, dapprima a livello locale e quindi con un sempre maggior respiro territoriale, hanno sposato, in modo più o meno efficace, la causa della viabilità sostenibile, e in particolar modo nei principali centri urbani. Dal pionierismo nordeuropeo di nazioni come Danimarca e Paesi Bassi, il fenomeno si è esteso ad altre geografie, arrivando anche alle nostre latitudini, con qualche discreto successo negli ultimi quindici anni, grazie anche alla sempre più diffusa presenza di un associazionismo di base in grado di giocare un ruolo di pressione sempre più efficace sulle decisioni politiche.

 

Al netto di uninevitabile prospettiva francocentrica in particolare i riferimenti alla storia sociale e sportiva del fenomeno bicicletta, oltre che alla vasta ricaduta del tema negli ambiti dellimmaginario letterario, iconografico e cinematografico sono nel libro quasi esclusivamente transalpini il merito del saggio di Le Breton è quello di fare ordine in una materia che spesso è stata affrontata settorialmente. I saggi sulla bicicletta, o sul ciclismo, hanno 

prevalentemente un passo di ricostruzione storica dei fatti, sia che essi abbiano un taglio tecnico o sociale, se non esclusivamente sportivo. Nella bibliografia italiana ci sono illustri ed efficaci esempi nella produzione di apprezzati storici come Daniele Marchesini e Stefano Pivato. Tuttavia spesso queste prove non si spingono a “fotografare” la realtà contemporanea, materia più indagabile attraverso gli strumenti dell’osservazione antropologica.

 

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https://www.doppiozero.com/materiali/antropologia-sentimentale-della-bicicletta

Ridare forza alle istituzioni e autonomia ai corpi intermedi: due facce della medesima medaglia.

Anche nell’articolo dedicato ieri (su queste colonne) alla necessità di un nuovo preambolo culturale e politico, vengono centrate da Giorgio Merlo con straordinaria lucidità questioni decisive per la qualità e il futuro della democrazia.

Credo anch’io che occorra interrogarsi sulla necessità di rilancio della credibilità delle nostre istituzioni democratiche. La loro credibilità risulta indebolita dai limiti di un populismo che maschera il proprio deficit di visione politica con l’appiattimento opportunistico sull’equilibrio di potere del momento. L’antidoto a ciò si chiama autonomia culturale, progettuale e di pensiero politico delle culture politiche, in particolare di quelle riformatrici.

Ben venga, dunque, la proposta di un preambolo su queste basi a condizione di saper dare prova di autonomia nei suddetti livelli.

Perché ciò che alla radice logora la credibilità delle istituzioni è un modello discutibile e inadeguato di governance, causa vera dei populismi. Un modello che tradisce il principio di sussidiarietà, sostituendolo nei fatti, nei reali meccanismi in cui si articolano le funzioni decisionali, con quello della volontà di potenza, che consente ai soggetti (pochissimi) che si trovino nelle condizioni e dispongano dei mezzi e delle tecnologie, di imporre delle decisioni senza condivisione e senza doversene accollare la responsabilità.

Cosicché alle istituzioni democratiche ai vari livelli rimane solo la responsabilità su un progetto di società, su scelte strategiche di vasta portata, su cui di fatto non hanno più voce in capitolo ma che devono solo far eseguire.

Di qui la pressione crescente sulle istituzioni – che si tratti delle ripercussioni sociali delle filiere del lavoro e della produzione, della gestione di emergenze di vario tipo, più o meno inevitabili, delle linee direttrici delle politiche monetarie –  e la loro impossibilità a dare risposte capaci di modificare la sostenibilità sociale ma anche il grado di giustizia e di compatibilità con lo stato di diritto dei fini a cui i suddetti fenomeni sono orientati.

Qui si genera un enorme problema di credibilità delle istituzioni democratiche che può esser superato soltanto con il riappropriarsi delle loro prerogative e con la riscoperta dell’autonomia di analisi e di elaborazione politica da parte dei corpi intermedi e dei partiti a vocazione popolare.

In assenza di un tale recupero di iniziativa della politica, non ci si dovrà meravigliare dell’accentuarsi della perdita di credibilità dei partiti e delle istituzioni. Né potrà esser visto come un lampo a ciel sereno il surriscaldarsi delle piazze, con effetti differenti nei vari popoli e paesi: rivoluzionari in quelli che hanno una grande dignità di popolo, tendenti al caos e alla guerra fra bande in quelli meno provvisti di coscienza nazionale e inclini per natura e storia al particolarismo.

In questa prospettiva il preambolo contro il populismo assume il senso di un preambolo contro derive purtroppo non impossibili, e senza ritorno. Un preambolo che richiede interpreti impavidi, lungimiranti, tenaci e disposti al sacrificio, e per questo responsabili e fiduciosi in una non lontana rinascita civile e democratica, adeguati alla durezza dei tempi.

Lavoratori Fragili: Normativa rinnovata ma incompleta

Con precedente articolo del 30 luglio u.s.  abbiamo dato notizia dei provvedimenti assunti dal recente D.L. 105 del 23 luglio 2021 in materia di tutela dei cd. “lavoratori fragili”.

Il citato Decreto legge “recupera” la possibilità di avvalersi per loro della condizione lavorativa dello smart working, interrotta il 30 giugno u.s. ed ora ripristinata addirittura con effetto retroattivo dal 1* luglio e fino  al 31 ottobre p.v.

Non facendo menzione della possibilità di beneficiare dell’assenza per malattia equiparata al ricovero ospedaliero, certificata dal medico di base con la dicitura ‘Covid19 – Codice V07’ (come era stato riconosciuto dal cd. Decreto sostegni varato dal Governo il 19 marzo u.s. che consentiva di usufruire a richiesta del congedo per gravi motivi sanitari senza utilizzare il congedo per salute del rispettivo CCNL fino al 30 giugno 2021) se ne deduce che – al momento- resta la finestra dello smart working per evitare il lavoro in presenza.

Tuttavia si rileva una discrasia tra la data di possibile utilizzo in smart working  (come detto per ora fissata al 31 ottobre 2021) e  il termine temporaneo dello “stato di emergenza” prorogato fino al 31 dicembre 2021.

Si deduce intuitivamente che il Governo possa equiparare la durata dello smart working a quella dello stato di emergenza pandemica: sarebbe sufficiente che prima del 31 ottobre venisse approvato un nuovo provvedimento estensivo in tal senso, fino a far coincidere le due fattispecie (smart working e stato di emergenza in un’unica data) : il 31 dicembre 2021.

Un problema per ora rinviato e non si capisce perché questa coincidenza della scadenza temporale non sia stata decisa già adesso.

Si tenga infatti presente una circostanza che forse è sfuggita all’esecutivo: i lavoratori fragili finora riconosciuti tali in via temporanea dal medico competente o dalle AST di appartenenza sono in possesso di un certificato che attesta lo stato di inidoneità al lavoro ordinario “fino al termine dello stato di emergenza”.

Quindi, allo stato attuale, fino al 31 dicembre 2021.

Non si capisce perciò se l’accesso allo smart working sia una facoltà di cui avvalersi oppure un obbligo da adempiere.

Balza agli occhi in tutta la sua evidenza la discrasia tra le due date.

Inoltre – riassumendo- ci si chiede perché anche la tutela del congedo per gravi motivi sanitari non sia stata rinnovata, come opzione al lavoro agile, nel caso in cui ciò non sia accessibile (anche perché comporta la sottoscrizione di un contratto ad hoc con il datore di lavoro, che indichi contenuti dell’attività ed orario di espletamento del servizio differito).

Assumendo determinazioni normative con scadenze non coincidenti si rimanda solo il problema e si complica il da farsi.

Prendiamo ad esempio la scuola. Con in mano un certificato sanitario che li dichiara inidonei “fino al termine dello stato di emergenza”, come dovranno comportarsi gli insegnanti alla ripresa dell’anno scolastico?

Un problema in più (per gli interessati ma anche per i Dirigenti Scolastici) che con un po’ di buon senso si poteva evitare, in un Paese dove la variante Delta costituisce ormai  il 94,8% dei casi di Covid e in un contesto lavorativo dove il tema dell’obbligo vaccinale (solo per i docenti o anche per gli alunni?) deve essere ancora valutato e deciso.

Speriamo che i Ministri della Salute e dell’Istruzione se ne accorgano per tempo.

La scientificità dell’impatto sociale che serve al Pnr. Un dibattito su “Vita”.

C’è un bug di sistema negli ESG? Cioè nei criteri di valutazione dellimpatto a livello ambientale, sociale e di governance dai quali dipende, o dovrebbe dipendere, un radicale riorientamento dellindustria finanziaria? Possiamo muovere innumerevoli critiche ai sistemi di valutazione degli operatori di mercato, ma non possiamo perdonare la falla alla voce S dellimpatto sociale oggetto di una proposta per la social taxonomyda poco pubblicata a cura della piattaforma per la finanza sostenibile.

Un gruppo di esperti istituito della Commissione europea con il compito di informare il processo di policy making per una finanza più inclusiva e dimpatto. In che cosa consiste lerrore e perché è di sistema è presto detto: non riguarda infatti gli esiti della tassonomia, ma il modo in cui è stata costruita. Nel documento di lavoro si legge infatti che mentre i criteri ambientali sono scientificamente validati ad esempio in termini di limitazioni alle emissioni nocive nel caso degli obiettivi sociali non si può contare su una medesima base scientifica. Come conseguenza di questo limite limpatto sociale diventerebbe soprattutto un affare tra stakeholderche attraverso il loro dialogo socialedefiniscono norme e standard che alimentano i cardini della tassonomia.

Echiaro quindi che al di là dellesito, a contare sono le condizioni di processo e quindi è necessario chiedersi come si sia originata questa falla in termini di evidenze scientifiche e, una volta comprese le ragioni, se è possibile in qualche modo colmarla consentendo così un più efficace confronto tra i portatori di interesse, considerato il ruolo assai rilevante che potranno svolgere su questo fronte.

Rispetto ai limiti della produzione di evidenze in tema dimpatto sociale, il documento della piattaforma sulla finanza sostenibile non propone una interpretazione definitiva. Da una parte lascia intendere che a differenza di quanto avviene in campo ambientale la scienza non è sistematicamente in grado di svolgere un ruolo simile per i fattori sociali. Daltro canto evidenzia che esiste un’abbondante ricerca sui fenomeni sociali all’interno delle scienze sociali che influenzeranno lo sviluppo di una tassonomia socialema che comunque la scienza non svolgerà lo stesso ruolo che svolge nella tassonomia ambientale. In sintesi sembra affermare che esistono elementi di complessità tali da non poter elaborare e condividere una conoscenza base, ma che daltro canto c’è margine per migliorare.

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http://www.vita.it/it/article/2021/08/02/la-scientificita-dellimpatto-sociale-che-serve-al-pnrr/160172/

Sudamerica: il clima continua a mandare avvisi. Su “Città Nuova” una fotografia dei mutamenti ambientali.

Non è normale che in Brasile nevichi. Sebbene il clima del sud del Paese sia meno tropicale e dinverno possa fare abbastanza freddo, la neve è un fenomeno eccezionale. E così è stato infatti per una dozzina di cittadine dove le temperature sono scese fino a meno sette gradi, mentre in altre si registrava una pioggia gelata.

La notizia non avrebbe suscitato molta sensazione se una nevicata si fosse prodotta a Buenos Aires, in Argentina. Lestesa pianura della Pampa non interpone ostacoli alle masse di aria fredda provenienti dallAntartide. L8 luglio del 2007, la capitale argentina si ammantò di bianco come non avveniva da decenni. Ma la particolarità delle grandi pianure a nord e a sud di questa capitale, fa sì che nella stessa data dellanno precedente, laria calda proveniente dal nord, che pure non trova ostacoli, aveva elevato la temperatura in pieno inverno fino a 28 gradi. Fenomeni insoliti, legati alla peculiare geografia locale.

Ma questanno non siamo solo di fronte allinsolito che a volte la natura ci riserva, quanto a possibili squilibri climatici che non possono non preoccupare. Londata di freddo polare abbattutasi sul Brasile era stata prevista dai meteorologi, ma ciò che sta superando le previsioni degli esperti è lintensità e la frequenza di questi fenomeni estremi. Francisco de Assis, dellIstituto Nazionale di Meteorologia del Brasile, fa notare che si tratta della terza maggiore massa fredda abbattutasi sul Paese questanno. In genere ciò può avvenire una o due volte lanno, ma non tre. Lespero ricorda poi che uno degli effetti del cambiamento climatico sono appunto i fenomeni estremi: il caldo intenso nellemisfero nord, il freddo polare in Brasile.

Il freddo polare brasiliano si è verificato in contemporanea con il bassissimo livello che sta registrando il fiume Paranà.  Questo gigante dacqua di quasi 5 mila km di lunghezza, con una portata media di oltre 17 mila metri cubi al secondo, nasce nel sud del Brasile, costeggia il Paraguay per poi entrare in territorio argentino, attraversando città come Rosario, Corrientes, la omonima Paranà, per poi unirsi al fiume Uruguay col quale forma il Rio de la Plata, limmenso estuario che separa Uruguay e Argentina. Da 77 anni non si registrava una siccità così intensa da ridurre notevolmente questo canale navigabile percorso da decine di navi al giorno, che è anche unimportante fonte di approvvigionamento idrico, sia per le popolazioni che per lattività agricola.

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https://www.cittanuova.it/sudamerica-clima-continua-mandare-avvisi/?ms=003&se=001

Due Agosto: l’assurda strage di Bologna. Dal dolore alla speranza, per un nuovo progetto di comunità.

Chi scrive, bolognese di nascita e di “vita quotidiana”, ha riflettuto molto sull’opportunità o meno di scrivere un contributo su quanto accaduto il due agosto 1980 alla Stazione Centrale di Bologna.

Chiunque all’epoca dei fatti fosse solo un bambino, come il sottoscritto, corre infatti l’insostenibile rischio di sminuire o banalizzare l’enormità di quanto è stato perpetrato a danno di persone inermi, dell’impatto psicologico causato ad una intera generazione già duramente provata da un periodo storico tragico e da cui stava faticosamente uscendo.

Credo francamente che per quelli della mia generazione, e di quelle successive, sia più serio, rispettoso e responsabile prodigarsi nell’impegno attivo a tenere vivo il ricordo di quella strage voluta da un piano eversivo neofascista, a difenderne la memoria da qualsiasi tentativo di revisionismo, continuando a pretendere la completa verità (processuale e storica), preservando le testimonianze dirette di chi, suo malgrado, è stato vittima e testimone diretto di tale efferatezza.

Non del due agosto 1980 in sè, quindi, si vuole qui riflettere, ma di quanto questo evento o, meglio ancora, le reazioni collettive che ne seguirono, possano, anzi debbano guidarci in questo due agosto del 2021.

Anche oggi, quarantuno anni dopo, il Paese sta uscendo faticosamente da un periodo altrettanto drammatico, anche se ovviamente per motivi radicalmente differenti: una lotta contro un nemico che, oltre alle 135 mila e più vittime italiane, ha evidenziato quanto siano presenti, diffusi e gravi (non solo nel nostro Paese, chiaramente) fenomeni che denotano forme talmente estreme di paure e di individualismi da mettere in discussione regole di convivenza come quelle di sanità pubblica o addiritura le verità medico-scientifiche.

Anche oggi, come allora, il Paese è chiamato a compiere un grande sforzo comune e ad attingere alla proprie migliori riserve, ma è chiamato a farlo in un contesto forse ancor più difficoltoso: un contesto in cui la consapevolezza del momento appare meno diffusa e più diluita.

Su cosa, allora, è prioritario e fondamentale richiamare ogni soggetto pubblico e privato, singolo e plurale, a concentrare i propri sforzi al fine di farli diventare efficace impegno comune?

Ebbene, una salda e radicata coesione sociale è, senza dubbio alcuno, il principale obiettivo a cui si deve tendere: duramente messa alla prova negli ultimi decenni, essenza stessa di comunità, elemento basilare raggiungibile esclusivamente attraverso una paziente, ma non per questo meno intensa, opera di ricucitura delle molteplici e profonde lacerazioni e situazioni di tensione sociale che la pandemia ha ulteriormente aggravato in ogni ambito.

Senza una ritrovata e piena coesione sociale potrebbe risultare un grave azzardo il confidare ancora una volta sulla capacità di “tenuta” del popolo italiano di fronte alle difficoltà. Il rischio, più concreto di quanto si pensi e per questo da ribadire con forza, è che le libertà e le garanzie democratiche potrebbero non essere più percepite come intoccabili a fronte di facili, quanto pericolose, promesse di predatori elettorali.

L’opera di ricucitura del tessuto sociale deve diventare quindi non solo l’imperativo ineludibile per offrire la maggiore garanzia possibile di tenuta democratica del Paese, ma anche la vera bussola da seguire per mettere a frutto nel miglior modo possibile quella epocale opportunità di sviluppo economico equo e sostenibile che ci viene offerta, guarda caso, proprio da un esempio concreto di “coesione sovranazionale”: i fondi del PNRR dell’Unione Europea.

Un’opportunità su cui abbiamo il dovere di vigilare affinchè non prevalgano tradizionali e miopi interessi di bottega.

Si pone davanti a noi la possibilità storica di ridefinire le fondamenta del nostro intero sistema economico e, conseguentemente, anche la responsabilità di farlo realmente a beneficio comune.

È noto infatti che un sistema con un basso tasso di diseguaglianza, con poche rendite di posizione, un sistema che, invece di estemporanei e timidi tentativi di redistribuzione delle ricchezze accumulate da pochi, in modo deciso e costante si occupi della redistribuzione del reddito (in particolare di quello da lavoro), è anche un sistema complessivamente molto più performante.

Ecco quindi che il ricordo delle vittime di ieri e di oggi non si deve esaurire nello sguardo a ciò che è stato, ma deve spingerci con forza e determinazione a ragionare e ad operare come comunità coesa. Nell’analisi del passato, nell’azione del presente, nel progetto del futuro.

Don Giuseppe Morosini tra mito e realtà nel libro di David Tesoriere

C’è molta storia, minuziosamente descritta attraverso la rievocazione di fatti ed episodi che hanno vergato con il sangue dei martiri la lotta di Liberazione e la Resistenza al nazi-fascismo, nel bel libro di David Tesoriere.

Ma c’ è anche nella narrazione e tra le righe tutta lumanità con cui lautore tratteggia la nobile figura di Don Giuseppe Morosini, esaltata da sentimenti forti e alti, testimoniata dallintenso ricordo che ne fece Sandro Pertini incontrandolo nel carcere di Regina Coeli (il volto tumefatto come Cristo dopo la flagellazione ma la luce della sua fede che brillava negli occhi)  e dalla trasposizione cinematografica di Roberto Rossellini nel celebre film Roma città aperta, una vera icona del cinema italiano di ogni tempo, dove Don Morosini assume le sembianze di Don Pietro, interpretato da un magnifico Aldo Fabrizi.

Tesoriere spiega che in realtà lattore sacerdote avrebbe dovuto evocare la figura di Don Pietro Pappagallo, trucidato alle fosse Ardeatine ed accenna sommessamente a questa sostituzione in corsacon Don Morosini, per togliere alla trama ogni  imbarazzo politico’  dopo lattentato di Via Rasella (ideato da Giorgio Amendola) , come lo definisce in sintesi Giuseppe Sangiorgi nella sua prefazione.

Soprattutto c’è – al centro del racconto tra vicende della storia (anche nei suoi crudi dettagli) e sentimenti di profonda e vivida umanità – la persona di Don Giuseppe Morosini: cappellano militare, sacerdote e partigiano, con il suo sguardo dolce e mite, il suo carattere incline alla benevolenza, un sacerdote fanciullocon la vocazione per la musica, animato da spirito vincenziano, che amava stare nel mondo dei giovani, tra i bambini e gli adolescenti, unanima pura e ricca di gioiosa sensibilità, incapace di rancori, luminosa ed esemplare.

Tesoriere ricorda il contributo dei sacerdoti e dei religiosi alla lotta di Liberazione: furono molti e tutti coraggiosi e partecipi, nel nascondere o far espatriare gli ebrei, nel fornire documenti falsificati, nel recupero e la custodia delle armi, la raccolta delle informazioni, nellassistenza spirituale e morale: Don Morosini fece parte della cd. Banda Fulviche operava nella zona settentrionale della Capitale.

Determinante fu la sua abilità nellentrare in possesso di una copia del piano operativo dello schieramento tedesco a Cassino, fornitagli da un ufficiale austriaco ricoverato nellospedale militare.

Recentemente la Rivista Patria indipendente, organo ufficiale dellANPI ha dedicato un saggio sul determinante apporto che preti e suore offrirono alla Resistenza partigiana, restituendo a questa presenza e militanza frutto di una scelta netta e convinta, il decisivo valore del sostegno e dellazione alla lotta di Liberazione nazionale.

David Tesoriere ripercorre e rivaluta questo determinante apporto, restituendoci una verità storica nel tempo assodata ma nellimmediato dopoguerra ancora motivo di distinguo e di primazie ideologiche.

E riesce in questo compito, donandoci con questo suo libro un tassello importante per rivisitare con dovizia di particolari e una minuziosa ricerca documentaristica gli anni a un tempo bui e ricchi di fulgidi esempi di amor di Patria e altruismo della Resistenza.

Ma la narrazione degli eventi della cronaca e della storia non nasconde mai il nobile scopo per cui lautore ha speso tanto impegno nella ricerca e nella ricostruzione della trama: collocare al centro del libro la figura di questo umile e straordinario uomo-sacerdote-partigiano, anche e soprattutto nelle pagine più cruente che ne raccontano larresto e la fucilazione, dunque il martirio.

Nella descrizione del succedersi dei fatti Tesoriere non disdegna di esaltare la rettitudine e il comportamento esemplare e colmo di onore di Don Morosini: mai un cedimento, mai una parola estorta sotto tortura, mai un tradimento (pur essendo stato a sua volta tradito nella circostanza dellarresto frutto di un tranello) , fino allestremo martirio, quando cadde esangue sotto i colpi di arma da fuoco del plotone desecuzione.

In ogni libro di valore che si occupa di storia e di vicende umane (che ne costituiscono lordito e la trama) un bravo autore riesce a bilanciare la fedeltà della narrazione per sequenze e fermo immaginecon il dovere di collocare le persone al centro del racconto. Questo libro, così intenso e ricco di spunti di approfondimento storiografico offre dunque il valore aggiunto dellesaltazione dei valori più alti e più nobili che caratterizzarono la pur breve parabola esistenziale di Don Morosini.

In ciò donando al lettore attraverso la riproposizione di numerosi discorsi di commemorazione –  la centralità delluomo (evocata nel commento del Prof. Augusto Dangelo dellUniversità La Sapienza) rispetto allazione dello Stato, esaltando lamore per la Patria a costo dellestremo sacrificio, la solidarietà umana, la fede come sentimento di appartenenza e atto damore del vero eroe.

Soprattutto piace il riferimento costante, cercato e ripetuto da parte dellautore del valore pedagogico dellesempio, quasi un monito e un invito che vengono rivolti con bonaria determinazione, mai con alterigia, alle giovani generazioni: per ricordare pur non avendo conosciuto quei tempi di lotta e sofferenza le pieghe della Storia come pagine da cui trarre insegnamenti preziosi per la vita. In epoca di effimere illusioni, di superficialità, di miscredenza Tesoriere ci fa dono di un bel libro che vale la pena di leggere e meditare.

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Preambolo, confronto e progetto.

Sulle colonne del Domani dItalia si è sviluppato uninteressante dibattito dopo un mio articolo/ provocazione sulla necessità di riscrivere un preambolonellattuale contesto politico italiano. Certo, il vocabolo preamboloassociato alla politica italiana fa scattare immediatamente – e non solo per noi democratici cristiani – il confronto con la grande iniziativa intrapresa nel congresso Dc del 1980 da Carlo Donat-Cattin quando bloccò lintesa con i comunisti del tempo per aprire, invece, una nuova fase della politica italiana dopo gli anni della solidarietà nazionale.

Ma il nodo politico di oggi, come ovvio e persin scontato, non è quello di contrapporre la politica del preambolocon la strategia del confronto– figli di una stagione, comunque sia, ricca di contenuti e di grande cultura politica con una classe dirigente di straordinaria levatura – ma, semmai, come rilanciare un progetto che prescinda radicalmente del nemico più acerrimo per la qualità delle democrazia. E il vulnus più pericoloso – e questo è un fatto oggettivo – resta il populismo, al di là di come viene declinato e praticato dai vari soggetti politici che si richiamano a questa malapianta e a questa subcultura. Tutti abbiamo conosciuto bene in questi anni gli asset costitutivi di questa pericolosa deriva che, come tutte le mode, sono destinate a tramontare in poco tempo ma che, nel frattempo, hanno prodotto danni irreparabili e che sono destinati a durare anche oltre il tramonto di questa subcultura. Dalluno vale unoalla demagogia più sfrenata, dallesaltazione della incompetenza e della inesperienza alla demolizione di tutto ciò che è riconducibile al passato, dalla negazione delle culture politiche al giustizialismo manettaro, dal moralismo più becero al trasformismo e allopportunismo politico e parlamentare. Tutti elementi che abbiamo potuto registrare e constatare in questi lunghi anni di dominio incontrastato del populismo.

Una deriva che, è sempre bene non dimenticarlo, ha avuto un largo ed acritico sostegno da parte della stragrande maggioranza degli organi di informazione con tonnellate di articoli e libri che hanno esaltato questa deriva squisitamente antidemocratica e sottilmente anticostituzionale.

Ora, di fronte ad una stagione e ad una moda che si stanno per chiudere – anche se i suoi effetti dureranno ancora a lungo – è indispensabile attivare una iniziativa politica dei vari soggetti in campo che sia in grado di bloccare definitivamente questa deriva e, al contempo, di rilanciare un progetto autenticamente democratico, riformista, costituzionale e socialmente avanzato. Certo, nel rispetto delle ricette politiche alternative ma con la convinzione che senza archiviare definitivamente questa malapianta qualunque progetto politico è destinato ad inciampare. Stupisce, al riguardo, che un partito storicamente di potere e con una profonda cultura democratica come il Pd individui nel partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, lalleato più credibile e quasi storico per far decollare un progetto politico di lungo termine.

Quando la priorità, in questa precisa fase storica, è quella invece di gettare alle ortiche il recente passato e avviare una stagione che abbia al centro il ritorno della politica con i suoi tradizionali istituti e, soprattutto, una rinnovata qualità della democrazia e un conseguente rilancio della credibilità delle nostre istituzioni democratiche. In questa cornice si colloca la necessità di un nuovo preambolopolitico e culturale. E non quello ricordato del 1980 che, comunque sia, è stato un atto politico e di governo di straordinaria importanza e di grande intelligenza politica e culturale

Piedi per aria: l’Italia in dieci minuti. Una nota a caldo, dopo gli ultimi ori conquistati a Tokio, di “Succede Oggi”.

Gente comune, della porta accanto: uomini e donne che faticano, 6 o 7 ore al giorno di allenamento, spesso in orari che non intralcino il lavoro o lo studio. Laureati, impiegati, studenti, disoccupati: gente che incontri per strada.

Jacobs e Tamberi che si avvinghiano sotto il tricolore come fosse una capannella ricordano Mancini e Vialli che si abbracciavano e piangevano dopo la vittoria di Wembley. Non sono Fiona May, ma anche io mi sono messo ad urlare ad ogni salto di Gimbo, quel «seeee…» gridato che fa sobbalzare il mio carissimo cane ogni volta che il Napoli fa gol. Nei novi secondi di corsa di Jacobs non ce n’è stato bisogno: partenza perfetta, in testa da subito o quasi, «è primo, è primo», ho continuato a gridare verso chi mi stava vicino in quei 100 metri che fanno cronaca e storia, quella minima, quella dello sport.

Siamo tutti esperti, tutti atleti, tutti campioni, tutti allenatori. Si fa presto a dire vince o perde, sbracati sul divano con un podi rosso di Montalcino nelle vene. Sabato avevo visto mezza partita del Napoli a Monaco, mezza perché Sky non mi faceva vedere lamichevole con il Bayern, una cosa che solo un matto tifoso come me può concepire, una cosa che non sha da vedere a fine luglio con squadre che non sono ancora squadre, i muscoli appena imbastiti, il mercato, i procuratori che ricattano, insomma un film horror. Eppure mero arrabbiato: 9,99 euro, signori di Sky, perché non me la fate vedere questa cavolo di partita. Forse perché non sono a Roma ma in Toscana nella mia seconda casa (non ne ho altre, eh) e qui, sulle colline amiatine, pure per vedere RaiUno a volte si fanno i salti mortali. Il telefono mi dirotta in Albania, la signora con difficoltà a parlare litaliano (ed io figuratevi con lalbanese ma anche con linglese) capisco che ci sono problemi tecnici, che la partita non la trasmettono. Mah, strano. Dopo un porifaccio il numero ma cambio lultimo numero in cui mi indirizza il disco registrato che mi tiene mezzora a spiegarmi le meraviglie della prossima stagione calcistica che ha messo in mutande Sky. Nel frattempo, il primo tempo sta quasi per finire. Finalmente risponde un signore che tomo tomo cacchio cacchio mi dice: come, non vede la partita? Aspetti un attimo: et voilà, ecco Osimhen che si mangia un gol di testa. Non solo ma il signore, lavoratore di Sky mi offre gratis anche la prossima amichevole del Napoli, visto che non sono riuscito a vedere mezza partita. Chissà.

La Rai è gratis, si fa per dire. Puoi anche spegnere laudio come faccio spesso la mattina quando ci sono le gare di tuffi, o di tiro con larco, o i piattelli. Perdonatemi, ma la freccia che centra il 10 non mi fa sobbalzare dalla sedia, il piattello che si sgretola dopo il pum pum mi lascia come lo stoccafisso in bianco con olio e limone.

Io vado cercando la nazionale di basket, quella di pallavolo maschietti e quella di Paola Egonu. Vado a caccia del punto a punto, di quello che si alza e tira da 3, di una schiacciata che buca il parquet. Di una bracciata più possente e veloce di unaltra nel nuoto, di una palombella, di una beduina, di un tiro a schizzo con il portiere che va dallaltra parte. Il carpiato no, un diretto con i guantoni sì.

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http://www.succedeoggi.it/2021/08/litalia-in-10-minuti/

L’aumento del Pil dice tutto e niente. Una nota di “Agensir”.

Dopo la pandemia, con la spinta degli investimenti e dei flussi di denaro europeo in arrivo, l’attività produttiva dovrà riguadagnare normalità gestendo un’accelerazione digitale che non sarà indolore.

 

Paolo Zucca

 

Le imprese chiedono di superare il blocco dei licenziamenti che tanto ha aiutato nell’emergenza. Senza la rete di protezione, gli indicatori di occupazione e disoccupazione (comprese le voci degli inattivi e inoccupati) segnaleranno mese per mese la qualità vera della ripresa.

 

E se provassimo a leggere la ripresa del Pil (Prodotto Interno Lordo, la ricchezza economica creata in Italia nell’arco di un anno) con l’incremento delle ore lavorate? Con l’aumento dell’occupazione e degli indicatori di fiducia? Fino a che punto, e con che tempi, l’indicatore primario si riflette in un aumento del benessere di chi contribuisce al rimbalzo e sulle categorie più fragili, quelle contrattualmente deboli o prive di ogni garanzia?

 

Il Pil in ripresa è una gran bella notizia (a fine anno è atteso un +5% circa), più concreta dell’evoluzione finanziaria di una Borsa al rialzo per i tassi di interesse bassi e i grandi flussi di denaro in cerca di guadagni. Eppure la schiarita non basta a trascinare un miglioramento reale percepito.

 

Sono altri gli indicatori da seguire, ad esempio l’occupazione e anche i consumi delle famiglie che non sono sinonimo di spreco. Più che mai, dopo la grande gelata, saranno soprattutto acquisti di sostituzione. Un’automobile, un frigorifero, migliorie per la casa.

 

Nella lunga e non conclusa pandemia, sono state rinviate scelte ancor più rilevanti come l’avvio di nuove famiglie e la gioia dei figli. Possono bastare due dati: nel 2020 sono nati 404mila bambini, record storico negativo dall’Unità d’Italia. I consumi finali delle famiglie sono calati nello scorso anno del 10,9% la maggior contrazione dal Dopoguerra. Chi ha potuto ha risparmiato, per scelta o per l’impossibilità di viaggiare, frequentare cinema o teatri e vivere tanta altra parte della normalità degli italiani.

 

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L’aumento del Pil dice tutto e niente

Libertà individuali e tutele collettive, specie sulla salute. Un’importante decisione del Tribunale di Modena.

Un lavoratore indisponibile a vaccinarsi può essere sospeso, senza stipendio, dalle sue mansioni. La sentenza obbliga a questo punto il governo ad assumere decisioni chiare.

 

Raffaele Bonanni

 

In questo tempo di pandemia le forze politiche intervengono su ogni aspetto derivante da questa avversità. Può accadere, come accade, che si possono anche saltare a piè pari i problemi temi che possono provocare per loro stessi qualche fastidio da parte di una fetta, anche minuta, del proprio elettorato. Lo stesso Governo, molto variegato per composizione, sempre a rischio di rottura improvvisa della coalizione, preferisce soprassedere o aspettare tempi migliori per trovare soluzioni mediate.

 

È il caso degli obblighi a cui il lavoratore deve pur assoggettarsi per proteggersi e proteggere i propri compagni di lavoro dagli effetti negativi che la pandemia procura nelle sue sempre più minacciose varianti. Sinora ci si è guardati bene dal dare direttive post vaccinazioni riguardo a garanzie che devono offrire e ottenere i lavoratori nei posti di lavoro; direttive utili alle precauzioni per contrastare le infezioni, che in generale sinora hanno provocato molti lutti, paralizzato il mondo intero, bruciato montagne di denaro per mancati guadagni e per tutela dei cittadini, compreso i costi delle vaccinazioni.

 

Tuttavia, come si sa, ogni vuoto viene riempito. Nel caso nostro ci ha pensato il Tribunale di Modena, stabilendo nella sostanza che il lavoratore non vaccinato possa essere sospeso dal lavoro senza alcuna retribuzione. Infatti l’obbligo poggia sull’assunto che l’azienda, poiché è chiamata ad assicurare la sicurezza dei propri lavoratori dipendenti ai sensi dell’art. 2087 del codice civile, ha il dovere di premunirsi dal rischio che la mancata vaccinazione di taluni possa provocare nuove infezioni per la circolazione di varianti del COVID. Il giudice, nella ordinanza, precisa che la libertà di autodeterminazione deve essere bilanciata con altri diritti di rilievo costituzionale, come la salute dei clienti, degli altri dipendenti, e con il principio di libera iniziativa economica fissato dall’articolo 41 della Costituzione. E dunque il magistrato afferma che qualora l’azienda non disponga di mansioni che nella organizzazione del lavoro non prevedano contatti con l’utenza e con compagni di lavoro, può decidere di sospendere chi non voglia vaccinarsi.

 

Ed allora se si lavora in smart working o in altre mansioni non svolte in ambienti chiusi, come pure non in contatto con altre persone, l’impresa può sì soprassedere, ma nei casi contrari, invece, i lavoratori non vaccinati possono essere allontanati dalle attività sino alla loro avvenuta vaccinazione. In circostanze simili dunque, prevale il diritto-dovere alla salute che la Costituzione sottolinea come principio di solidarietà collettiva. A questo punto credo che sia arrivato il momento per il Governo e le parti sociali di fornire indicazioni precise a imprese e lavoratori delle attività private e pubbliche, a partire dagli ospedali e dalle scuole, in modo da regolare la vita comunitaria nello stesso modo e con lo stesso spirito che ha animato nel passato ogni attività collettiva. Va ripetuto fino alla noia: mai in una democrazia efficiente è accaduto che il volere di una piccola minoranza abbia potuto prevalere sugli interessi generali e a scapito della grande maggioranza dei cittadini.

Moderata tranquillità. Le fibrillazioni del quadro politico dipendono dalla partita del Quirinale. Chi sarà il nuovo Presidente?

Si possono fare diverse congetture. L’ipotesi della elezione di Draghi non appare molto convincente. In ogni caso, il nuovo inquilino del Quirinale non potrà che essere un “moderato”.

 

Gianfranco Moretton

 

L’autorevolezza di Mario Draghi è stata largamente impiegata in questi suoi primi cinque sei mesi del suo Governo. Il vero problema, detto in modo schietto, era definire il piano di utilizzo dei 209 miliardi di euro che da qui ai prossimi cinque sei anni giungeranno in Italia dall’Europa. Ad essere cinici, e in questo caso io lo sono, credo che questo fosse il vero e unico perno che ha giustificato il cambio del Governo precedente.

 

Fatto questo, si tratta ora di trasportare l’Italia fuori da questa pandemia, di riordinare i registri del rilancio economico, di mettere benzina nel motore dello sviluppo e riapprodare in una normalità che ormai da diverse stagioni sembra essere smarrita.

 

Le difficoltà di questo Governo sono comunque sempre riconducibili alla sua stranezza: mettere assieme il diavolo e l’acqua santa è una complicazione non da poco. Centro destra e centro sinistra “uniti” nella lotta, mette sicuramente a dura prova le virtù di Mario Draghi. Virtù che dovranno essere via via sempre più smaglianti perché i contendenti saranno indotti a suonarsele sempre più intensamente.

 

Siamo però vicini al traguardo del cosiddetto semestre bianco. Periodo in cui il Presidente della Repubblica non può per alcun motivo sciogliere le Camere. Ne deduco che, per quanto indotti a procurare all’avversario ferite via via più estese, la compagine governativa dovrà necessariamente fare buon viso a cattiva sorte. Fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, ricordo che l’evento cadrà tra la fine dell’inverno e inizio della primavera, non capiterà nulla di particolarmente sconvolgente nella nostra bella Italia.

 

Il vero problema è sapere chi prenderà il posto di Sergio Mattarella. Il gioco è: sarà Draghi o un’altro?

 

Propendo per la seconda ipotesi. Se voi però mi chiedete chi possa mai essere questo soggetto, non mi arrischio a fare alcun nome. Posso solamente dire che, stando così le cose, il possibile candidato a Presidente della Repubblica, dovrà essere un personaggio in grado di raccogliere tanto i consensi del campo x quanto del suo campo opposto y. In sostanza, un moderato in senso strettissimo.

 

Nel panorama italiano di personaggi in grado di vestire questo stile ce ne sono diversi. 

Calasso e l’aura di Adelphi. Perché i libri pubblicati dal grande editore sono più pop che snob. Un’analisi di “Studio”.

Il fondatore e la sua casa editrice hanno saputo ascoltare il mondo cangiante, restituendolo in varie forme. Da qui la loro forza, anche suscitatrice di inquietudini letterarie (e non).

 

Antonio Pascale

 

 

Ho conosciuto persone che avevano letto un solo libro. Non per modo di dire, proprio uno solo e tuttavia quel libro gli aveva cambiato la vita. Ne ricordo due, un amico biologo che lesse Bruce Chatwin e se ne andò in Australia e un altro che girava sempre – pure alla feste – con un libro di Robert M. Pirsig che parlava di zen e motociclette. Ecco, quel tizio, d’un tratto chi lo vide più. Dicevano che, appunto, in moto era partito per un viaggio: un tipo un po’ strano, un po’ filosofo e un po’ chi lo capisce a quello. Erano gli anni ’80, c’era il riflusso, così dicevano, era cominciato, così dicevano, il crollo delle ideologie. E insomma in generale c’era tanta voglia sia di partire per le vacanze (l’aereo diventava mezzo di consumo di massa) sia fuggire in posti lontani: ebbene, Adelphi/Calasso con questi due libri, sulla via dei canti e lo zen e l’arte della manutenzione delle motocicletta offrivano una guida pronta all’uso.

 

Poi, vero, quei due avevano letto un solo libro ma in quel libro c’era un po’ di romanzo, un po’ di riflessione, un po’ di descrizioni e magari i critici avrebbero parlato di forma sperimentale, mista, saggio personale, ma quella struttura narrativa rispecchiava anche la poetica di quei due, cioè segnavano un tratto antropologico di un’epoca: annoiati dalla provincia, dalle ristrettezze, dalle strade ingolfate perché tanto nelle piccole città si facevano le vasche oppure con la macchina si andava da quel bar all’altro. Ecco, quei due parlavano sempre di viaggi, annotavano le proprie impressioni su taccuini che certo non erano i moleskine ma quaderni comprati in cartolibreria: quei due si rispecchiavano in Chatwin e Pirsig e ringraziavano Adelphi/Calasso per averli portati in libreria: gli avevano davvero cambiato la vita.

 

Ho conosciuto scrittori che detestavano fortemente altri scrittori di successo che uscivano per Adelphi, però desideravano fortemente pubblicare per Adelphi. Perché non si sa come, vuoi i titoli sempre indovinati, vuoi le copertine che erano una garanzia e che comunque facevano arredo, insomma Adelphi e Calasso riuscivano sempre nell’intento di creare dei casi editoriali (dando al libro un’aura difficile da descrivere). Ma non con le solite, assurde, inverosimili e per quanto mi riguarda noiose saghe familiari, famiglie del sud, o borboniche oppure lombarde, ma con argomenti considerati difficili, prendi la fisica classica o quella quantistica o riflessioni intorno alle domande principali: ma l’origine del tutto, come è andata? Perché c’è qualcosa e non il nulla?

 

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Calasso e l’aura di Adelphi

Più del “preambolo” c’è bisogno del “confronto”

Una domanda svetta su tutto: a cosa servirebbe un nuovo preambolo rispetto a forze politiche populiste e nazionaliste come Movimento Cinque Stelle e Lega Nord di Salvini?

 

Paolo Frascatore

 

Nel dibattito politico contemporaneo teso all’ennesimo tentativo della ricostituzione di un Partito di centro. la nostalgia intrisa di lettura errata della storia e dei fatti politici, spesso gioca tiri mancini anche a personalità di indubbio spessore politico-culturale. Evocare quel preambolo, figlio di Carlo Donat Cattin, come paradigma per diversificarsi e quindi contrastare i populismi e i sovranismi contemporanei, appare fuori da una logica politica concreta e tesa alla costruzione di un nuovo centro politico.

 

Il punto di paragone sono le idee ed i valori. Ed allora è opportuno innanzitutto esaminare il preambolo di Donat Cattin dal punto di vista storico-politico-ideale. Siamo agli inizi del 1980, Benigno Zaccagnini alla festa dell’amicizia a Modena nel settembre del 1979, annuncia la sua volontà di non ricandidarsi alla guida della DC. Ma la sinistra politica democristiana lo convince a non abbandonare il campo e a ricandidarsi alla guida del Partito.

 

In questo scenario, gioca un ruolo determinante l’altra sinistra democristiana, quella sociale che fa capo a Donat Cattin. Quest’ultimo, sin dagli anni Sessanta, è sempre stato un fermo oppositore della corrente dorotea, ma stavolta stranamente si sposta clamorosamente a destra per contribuire all’elezione di Flaminio Piccoli (doroteo) contro Benigno Zaccagnini.

 

La giustificazione di questa posizione del politico piemontese viene raccolta in un documento che stila con la denominazione di “preambolo”. Si tratta quindi di una semplice introduzione all’alleanza interna democristiana (moderata e conservatrice) per sconfiggere la linea politica del confronto e tornare alla collaborazione con l’area laica e socialista, escludendo di fatto il Partito Comunista anche da possibili convergenze parlamentari.

 

La degenerazione politica e partitica degli anni Ottanta sino a tangentopoli degli anni Novanta ormai è patrimonio storico anche delle nuove generazioni. Oggi si ripropone la linea del “preambolo” per escludere i partiti populisti e nazionalisti in funzione di un nuovo Partito di centro che si annuncia ad ogni tornata elettorale, ma che poi nel giro di qualche settimana dall’appuntamento elettorale naufraga immancabilmente.

 

Ma al di là di queste osservazioni, a cosa servirebbe questo nuovo preambolo rispetto a forze politiche populiste e nazionaliste come Movimento Cinque Stelle e Lega Nord di Salvini? Sarebbe a dire che la classe dirigente che dovrà governare questo Paese, al di là delle legge elettorale, non viene decisa da nessun preambolo, ma dalla scelta libera dei cittadini.

 

Allora, più che del prembolo c’è bisogno del confronto, perché quest’ultimo (così come immaginato da Moro e da Zaccagnini) impegna tutte le forze politiche (nessuna esclusa) a confrontarsi sulla base dei programmi, dei valori e delle idee. Solo in tal modo ognuno, ogni Partito o Movimento ha l’obbligo di assumersi le proprie responsabilità di fronte al corpo elettorale nell’indicare cosa si intende fare per il futuro e quali alternative portare avanti rispetto alle proposte delle altre forze politiche.

La crisi sanitaria cambia il paradigma del tempo presente e delle aspettative future

Oggi siamo costretti al presente. Prendiamolo come un esercizio.

 

 

Danilo Campanella

 

La terza crisi della postmodernità non è economica o terroristica; la stiamo vivendo: è una crisi sanitaria. Essendo causata da un virus è quanto mai definibile una crisi epidemica. Le generazioni più mature mal sopportano le conseguenze di queste restrizioni e mal sopporteranno i cambiamenti che verranno. I più giovani crescono invece in un tempo in cui, dovendo navigare a vista, non si possono fare progetti nel lungo periodo.

 

Si vive nel presente, con ansie presenti, non future. La generazione del ‘50 fino a quelle degli anni ‘90 erano legate ai modelli del passato. Idealizzavano il proprio futuro. I genitori ci hanno insegnato a fare le cose “come Dio comanda” e ad aspettarci un futuro per come “dovrebbe essere”. Nulla da quasi vent’anni è più come dovrebbe essere. Auspico la fine di ogni ansia da prestazione generazionale. Chi cresce ora sperimenta una società, un mondo, da cui ci si può aspettare di tutto. Si vivrà senza aspettarsi nulla dalla vita? Forse.

 

Siamo stati abituati a seguire una perfetta adesione al modello che avevamo in testa dimenticandoci che vi sono cose che vanno e che sono oltre la nostra volontà. Ad esempio: se io sogno di diventare un dirigente statale ma ho la fortuna di fare carriera come libero professionista, o nel settore privato, per me non sarà la stessa cosa e nemmeno per i miei genitori. Siamo pieni di aspettative e, quel che è peggio, ci portiamo dietro anche quelle degli altri. Tutto questo ci ha distratto dal godere del tempo presente. Aspettarsi qualcosa d’altro rispetto a ciò che si ha e si vive significa sradicarsi dal presente e vivere nel futuro, in un tempo che non c’è.

 

Ciò aumenta quella tensione che è alla radice del disagio mentale. Sarò felice soltanto quando…il Coronavirus ha posto uno stop a ogni aspettativa. Non sono qui per fare l’apologia di una malattia. Piuttosto a riflettere con voi sulla necessità di non dimenticarci di questi giorni quando sarà finita. Oggi programmiamo la nostra vita da un Dcpm a un altro. Non smettiamo di fare progetti nel breve periodo, se questo ci permette di assaporare meglio il tempo a noi prossimo. Oggi siamo costretti al presente. Prendiamolo come un esercizio.

 

Non viviamo di aspettative. Basta un niente e svaniscono.

Manifesto per il Sud. Ci sono priorità che devono essere rispettate se davvero si vuole rilanciare lo sviluppo delle aree meridionali del Paese.

La Svimez e l’Animi hanno promosso nei mesi passati un Manifesto che suona come un appello al governo per rafforzare e qualificare gli interventi a favore del Mezzogiorno. Si può aderire firmando il documento che l’Animi pubblica sul suo sito (http://www.animi.it).

 

Svimez e Animi

 

Il Recovery Fund (Programma Next Generation EU), varato dall’UE, destina 209 dei 750 miliardi di euro (28%) all’Italia, con l’esplicito mandato di promuovere lo sviluppo sostenibile, di ridurre le disuguaglianze territoriali e sociali, di sostenere l’innovazione tecnologica e accrescere la competitività: condizioni per far fronte all’emergenza del “grande malato” d’ Europa. Coesione, disuguaglianze, sviluppo sostenibile e tecnologico – in chiaro – si chiamano Mezzogiorno. Con i parametri scelti per attribuire le risorse, (disoccupazione, reddito pro-capite, popolazione, perdita cumulata di PIL) 111 dei 209 miliardi di euro sarebbero riconducibili al Sud. Un dato, non una rivendicazione; una denuncia, che invita a por fine allo spreco di enormi potenzialità, ad arrestare la disgregazione frutto del crescente divario Nord-Sud e di quello, ancor più allarmante, tra Italia ed Europa, che coinvolge anche le regioni settentrionali. Il soccorso europeo non è filantropia, ma la presa in carico di una crisi verticale che viene da lontano, che la pandemia mette a nudo e che minaccia gli equilibri dell’Unione.

 

Consapevoli della necessità, delle motivazioni di un così rilevante soccorso e fidando sul controllo rigoroso, costante, efficace dell’uso dei fondi, i sottoscritti chiedono con forza quanto segue: 1) che le risorse siano utilizzate, in coerenza con i criteri individuati dall’ UE (in quota ben superiore al 50%), per promuovere la crescita economica del Meridione e riallinearne l’economia alle altre regioni italiane ed europee, affinché il Sud torni a contribuire allo sviluppo del Paese; 2) che le risorse siano prioritariamente indirizzate a bloccare il crescente divario infrastrutturale tra regioni meridionali e settentrionali d’Italia: colmare il deficit di reti stradali, ferrovie veloci, infrastrutture portuali e autostrade del mare, è essenziale per mettere a sistema un territorio oggi frantumato con aree costiere, porti ed aree interne reciprocamente inaccessibili; 3) che le infrastrutture siano funzionali alla rigenerazione urbana, alla mitigazione dei rischi naturali e in particolare del rischio vulcanico, che deve realizzarsi con la progressiva riduzione della residenzialità e densità abitativa nelle zone rosse, da riconvertire a vocazioni turistiche, culturali, di terziario avanzato e ad attività economiche compatibili con la natura dei territori. Tali interventi strutturali dovranno anche fornire un contributo decisivo alla mitigazione del rischio sismico ed idrogeologico.

 

Il deficit di infrastrutture, materiali e immateriali, specie di tipo logistico, è cresciuto a dismisura nell’arco di oltre un ventennio, ostacolando lo sviluppo imprenditoriale ed industriale, disarticolando il territorio, pregiudicando la funzionalità dei porti del Sud, nonostante la posizione ideale per fruire dell’enorme sviluppo dei traffici che, dopo secoli, ha nuovamente posto il Mediterraneo al centro del commercio internazionale. Anche per effetto della pandemia, del re-shoring e dell’accorciamento delle “catene del valore”, questa centralità lo impone non solo come mare di transito, ma anche come area di scambio a servizio delle economie che su di esso si affacciano. Un mercato in crescita, in rapido sviluppo demografico, in stretta relazione con economie mature, ad alta tecnologia e industrializzate.

 

L’imperdonabile miopia che ha determinato, con la ghettizzazione del Mezzogiorno, la dissipazione della “rendita mediterranea”, pone l’assoluta priorità al Recovery Plan di avviare la necessaria integrazione logistica per fruire appieno della “rendita posizionale” del Mediterraneo. Bloccare la crisi verticale dell’Italia, perno dello scacchiere, significa salvaguardare l’agibilità dell’Unione sul fronte Sud, di vitale importanza perl’appuntamento della UE del 2050. Queste considerazioni sulle grandi opportunità non ancora raccolte impongono un’assoluta determinazione a dar corpo alla opzione euro-mediterranea, finora elusa, che si realizza nella “rivoluzione logistica” del Paese, sostenuta dal forte sviluppo delle energie rinnovabili, reso possibile dalle grandi risorse nazionali e dai carburanti alternativi, dalle connesse tecnologie sostenibili, per un minore impatto ambientale. I necessari interventi infrastrutturali, di sistema, si accompagnano a importanti esternalità, come nel caso della TAV Salerno-Reggio Calabria, indispensabile fattore di perequazione del diritto alla mobilità nel Paese o, parimenti, della linea ferroviaria TAV-TAC Napoli-Bari, funzionale al ‘quadrilatero’ delle Zone Economiche Speciali dei porti di Napoli, Bari, Taranto, Gioia Tauro e che, al contempo, recupera Irpinia, Sannio e Murge dalla condizione di marginalità delle aree interne.

 

La messa a sistema di collegamenti rapidi tra le ZES del meridione continentale e insulare contribuisce a completare le grandi direttrici d’Europa, mentre l’attivazione delle linee Tirrenica ed Adriatica di “autostrade del mare” integra Nord e Sud in un sistema logistico mediterraneo, sostenibile e multimodale, che offre all’ Europa un inedito, indispensabile Southern Range. Esso segna la rinascita del Sud come secondo-motore del Paese e conferisce contenuto effettivo alla opzione euromediterranea. Su queste linee, i sottoscrittori chiedono al Governo di far proprie le priorità esposte e di onorarle per le evidenze che la Ragione impone, con l’urgenza che la situazione comanda.

La barba russa. Una pillola di storia, gustosa e allarmante, proposta da “Nota Diplomatica”.

James Douglas Hansen


La storia insegna che finita l’emergenza i governi – in particolare i governi autoritari – tendono a conservare i poteri straordinari utilizzati fino a quel momento, dichiarando di voler promuovere nuove battaglie di civiltà. Per fortuna oggi non è più così semplice, specie nei Paesi democratici.

 

La storia abbonda di governi restii a cedere, a fine emergenza, i poteri acquisiti per contrastare gravi crisi sistemiche come guerre, crolli economici e, ovviamente, epidemie. Le misure “straordinarie” col tempo diventano permanenti e così pure i nuovi controlli sociali: spesso con ottime motivazioni, come la necessità di stabilizzare l’economia o, più in generale, di “ricostruire meglio”.

 

La disponibilità di poteri speciali offre una meravigliosa opportunità per raddrizzare problemi sociali non direttamente affrontabili con metodi democratici e la tendenza di utilizzarli – a fin di bene, naturalmente – è forte. Il Governo inglese ora ha lanciato un ballon d’essai sull’opportunità di usare i sistemi anti-Covid per combattere un’altra “epidemia” – l’obesità – con strumenti che riducono la tendenza popolare a mangiare alimenti “poco sani”…

 

Il primo caso moderno – o almeno il più bello – di questo tipo di ingegneria sociale in scala fu la guerra contro le barbe condotta dall’Imperatore russo Pietro I, “il Grande” (1672-1725), che aveva visto nell’eccessiva villosità dei propri soggetti un ostacolo alla modernizzazione del paese. Volendo ricreare il “paesaggio umano” che aveva osservato nel corso dei suoi viaggi nella più evoluta Europa Occidentale, nel settembre del 1698 decretò una “tassa universale” sulle barbe.

 

L’aspetto “moderno” consisteva nell’usare il sistema di tassazione contro l’eccessiva peluria. Era permesso continuare a portare la barba, proprio volendo, ma di colpo diventò un vizio molto caro. La tariffa annua variava in base al censo. I “barbuti” appartenenti alla Corte, gli ufficiali militari e i funzionari governativi dovevano pagare 60 rubli l’anno. I mercanti “ricchi”, 100 rubli, mentre i mercanti minori e gli abitanti metropolitani pagavano 30 rubli. Per i “vilici” barbuti delle campagne la tassa era di due “mezzi-copechi” ogni volta che entravano in città.

 

Il calcolo dei cambi storici è un’impresa ardua e soprattutto futile, ma – per andare molto a spanne – un rublo dell’epoca di Pietro valeva 12 grammi d’argento. Ai nostri tempi l’argento vale poco, ma allora il cambio era di circa 15 a 1 rispetto all’oro e se l’oro oggi vale quasi €50 al grammo, allora l’ipotetico costo annuo dei peli facciali era davvero molto al di là delle tasche comuni. Chi pagava comunque otteneva come ricevuta un gettone metallico raffigurante una barba – in argento per gli aristocratici, in rame per la plebe. Molti dei gettoni riportavano sul retro un’iscrizione in russo che diceva “la barba è un peso superfluo”. Sono comprensibilmente rari al giorno d’oggi e molto ricercati dai collezionisti.

 

L’ipotesi corrente inglese non riguarda i peli facciali. Comporterebbe invece una sorta di monitoraggio degli acquisti alimentari allo scopo di poter “premiare”, forse con sconti fiscali di qualche tipo, quelli che, secondo il tracciamento, fanno tanto movimento o comprano molte verdure e di “non premiare” – diciamolo così – i sedentari e chi invece insiste a consumare la carne.

 

Che il progetto vada a buon fine è improbabile. Tra l’altro, implicherebbe vietare subito anche l’utilizzo dei contanti. Altrimenti i furbastri userebbero i pagamenti elettronici per acquistare il verdume e la cartamoneta per ingozzarsi di hamburger.

 

 

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