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Storia, i Mali di Roma? Un’iniziativa dalle finalità incerte.

[…] Cosa resta, quindi, del febbraio 1974? Un Convegno che ha visto una marginale partecipazione dei parroci e del clero, che non ha messo sul banco degli imputati lo stretto collegamento tra mondo cattolico e Campidoglio negli anni ’50, quando si costruivano quartieri urbanisticamente assurdi, ed i terreni, in buona parte, appartenevano all’Immobiliare: esempi visibili che stanno a documentare gli errori della gestione urbanistica. Ma la D.C. del 1974 stava già operando (ed i risultati sono egualmente visibill) per umanizzare la città e per riequilibrare le insufficienze del passato.

Cosa è rimasto delle richieste dei cattolici del dissenso? Nulla su di un diverso modo di intendere la proprietà secondo la tesi di Dom Franzoni (La Terra è di Dio). Cosa è rimasto nella richiesta di abolire il Concordato (rinnovato invece nel 1984), di esaminare i bilanci del Vaticano e di cedere i terreni delle congregazioni per le esigenze dei senza tetto? Quale è stato il vantaggio del processo di porre sul banco degli imputati la D.C., mentre il P.C.I. era già impegnato ad essere coinvolto in un incontro per gestire insieme la città? La D.C., e Città del Lazio in prima linea, hanno reagito, con orgoglio e consapevolezza, indisponibili a subire l’ingiusto ostracismo verso il proprio impegno ed il proprio ruolo politico.

Ma qualcosa resta anche in una iniziativa male organizzata, dalle finalità incerte e dai risultati invisibili. Il 29 maggio 1974, dopo il crollo referendario, soprattutto a Roma, dei consensi favorevoli all’abrogazione del divorzio, in una intervista a Pier Giorgio Liverani su “l’Avvenire”, il Sindaco Darida, tentando costruttivamente di valutare il Convegno, ne precisò il significato, non esitando a riconoscere che “i discorsi fatti in quella sede hanno lasciato un segno, anche se gli echi più superficiali sono scomparsi, a conferma dello strumentalismo di certe interpretazioni di comodo”.

Secondo il Sindaco era un errore pensare che la grande occasione della Chiesa di Roma sia già esaurita, ma, al contrario, si doveva costruire un vero rapporto tra amministrazione e comunità cristiana, entrambe indirizzate verso un cambiamento: revisione del Piano Regolatore, riduzione della densità della popolazione, preservazione del Centro storico, esproprio delle ville, vincolo delle aree destinate a servizi, investimenti per i servizi sociali, sul verde e sulle strutture socio-sanitarie.

Su questo rapporto poteva rinascere una coscienza comunitaria distrutta dall’urbanizzazione senza regole, dalla massificazione, dall’indifferenza: era un processo di reciprocità tra l’amministrazione e la comunità cristiana che era già in atto. La presenza cristiana era uscita dal formalismo ed aveva acquisito un carattere più immediato e spontaneo.

Forse è questo il dato permanente ed apprezzabile dell’iniziativa.

Quello del Convegno del febbraio 1974 sarà anche stato il momento di una posizione pubblica della Chiesa romana, differenziata dalla Santa Sede e dal partito cattolico; ma è stato un episodio isolato, una parentesi, una presenza nelle differenti situazioni contingenti. Oggi è finita la D.C., la Chiesa formalmente non ha più espresso predilezioni verso alcun partito, ma nelle scelte che coinvolgono i principi etici, le posizioni della Chiesa sono continuate ad essere polemiche verso le sinistre laiche e marxiste ed incoraggianti verso le iniziative dei partiti ideologicamente vicini.

Il 6 maggio 1992 il Cardinale Ratzinger partecipò in Campidoglio ad un convegno su “L’idea di Roma, sensibilità antiche e nuove per la Città”. Il ricordo del febbraio 1974 era inevitabile: Giulio Andreotti, osservò, con la consueta ironia, come la Chiesa giudicava una liberazione non avere più cure temporali. Allora bisogna avere comprensione per chi a queste cure è deputato: in effetti nel Convegno del febbraio 1974 la comprensione è stata sicuramente lontana.

La critica e le accuse, ascoltate nel Convegno di febbraio 1974 sono state, spesso, apodittiche e frettolose, senza voler valutare e comprendere neppure le dignitose difese; non dimentichiamo il messaggio di Benedetto Spinoza: “non flere, non indignari sed intelligere”. Senza la comprensione non vi è neppure la carità.

 

  1. La Cute, Fanfaniani a Roma: “Città del Lazio” una storia democristiana, prefazione di Clelio Darida, Euroma, 2013, pp. 295-297.

 

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Francesco D’Onofrio: “Moro e Kissinger, una difficile comprensione reciproca”.

Francesco D’Onofrio risiede nel cuore di Roma, qui nei paraggi anche il Belli vi trovò casa, una delle tante abitate dal Poeta nel corso della vita, prima che i Piemontesi operassero il primo sventramento lungo l’asse che porta da Piazza Venezia a San Pietro. Inoltrarsi per strade e piazze cariche di storia equivale a immergersi in una città che muta rimanendo immobile, con la stessa luce di bellezza. 

Anche la toponomastica risponde al ritmo di cambiamenti imprevisti, spesso effimeri. Ne è un esempio Corso Vittorio Emanuele: al tempo della Repubblica di Salò, prese il nome di Via della Costituente, ma presto tornò alla vecchia denominazione, con la specificazione che si trattava del secondo, non del terzo Vittorio Emanuele di Savoia. 

Di là Piazza Navona, di qua Campo de’ Fiori: basta attraversare la strisce pedonali, lasciandosi alle spalle il Palazzo Madama, sede del Senato, per scoprire qualcosa di diverso. Cambiano i negozi, girato l’angolo spunta il macellaio, più avanti s’affaccia il grande mercato di frutta e verdura. Rampolla una vita di popolo, anche se di rango signorile per vocazione e posa romanesca. Un’altra faccia della Città Eterna. 

Dice in proposito D’Onofrio: “Mia madre toccò con mano, e direi pure con sorpresa, quanto poco colpisse l’attenzione dei suoi amici negozianti la notizia della mia prima elezione a senatore. Una dimostrazione del tipico disincanto dei romani”.   

Ormai sei romano anche tu. E non hai mai cambiato casa, a differenza del Belli…

Infatti. Questa era un’abitazione che i miei scelsero per destinarla all’attività che mi accingevo a svolgere. La cucina è alquanto sacrificata, per mancanza di funzione nel disegno previsto all’origine. Per il resto, ho imparato ad apprezzare nel corso degli anni un’ubicazione che permette di vivere un rapporto intenso e comodo con la città.

La professione però l’hai messa presto nel cassetto, visto il rapido coinvolgimento nella vita politica attiva.

È accaduto tutto un po’ per caso. Ero andato a studiare negli Stati Uniti e al ritorno fui catapultato in pista. Non me l’aspettavo. Ebbi l’invito a svolgere una relazione sul ruolo delle Province nell’Assemblea di Chianciano organizzata dalla segretaria Fanfani in vista delle elezioni amministrative del 1975. Fu però Forlani, una sera ad Ascoli Piceno, a fare l’avance più diretta: “Caro professore, perché non viene a darci una mano? S’iscriva al partito”. Senza volerlo, nascevo alla politica con la vaga etichetta di fanfaniano. Eppure mio padre, quando fu nominato Provveditore agli studi di Caserta, fu accolto mal volentieri dalla Dc locale e Moro dovette difenderlo contro i fanfaniani, egemoni in città…I casi della vita, appunto.

Perché andasti in America?

Volevo approfondire la conoscenza dell’inglese e scoprii a Napoli, dove mi stavo avviando alla carriera universitaria, che avrei potuto sfruttare l’opportunità di una borsa di studi per un corso ad Harvard. Avevo le valige pronte per un’altra sede, quella di Pittsburg, ma fui consigliato a optare per la prestigiosa università del Massachusetts. È stata un’esperienza molto importante, presi il master of law nel giugno del 1965 con una tesi che sottoposi a Kissinger. Tornai poi negli USA, con alcuni colleghi parlamentari, e venni a conoscenza del fatto che nei registri dell’università ero segnalato come senatore – unico per l’Italia – in possesso del suddetto attestato di Harvard.   

Dunque, ad Harvard hai avuto Kissinger come professore.

Sì, era un giovane docente che già godeva di particolare stima negli ambienti dell’accademia e della politica. Secondo programma, le sue lezioni si svolgevano alle 14 di pomeriggio. Non eravamo molti a seguire il suo corso, grosso modo circa venti o venticinque. La sua esposizione rispondeva a una fredda capacità d’inquadramento dei problemi. Non dico nulla di straordinario se ripeto che il suo pensiero guardava alla politica di equilibrio tra le diverse potenze europee, faticosamente uscite dalla disastrosa guerra dei Trent’anni. La storia, per lui, aveva in permanenza le stimmate della lotta e dell’intesa tra nazioni forti, capaci di dominare il mondo. Applicata ai giorni nostri, questa regola interpretativa conduce a considerare la dialettica imperiale tra USA e Russia e, soprattutto, tra USA e Cina, come la conferma di un processo storico inarrestabile. La sua visione è sempre stata questa.

Ecco, benché fosse nato e vissuto in Baviera, per lui l’Europa non esisteva…

Diciamo che non ne vedeva la forza d’incidenza sulle  vicende geopolitiche mondiali. L’Europa si presentava ai suoi occhi come gli staterelli italiani e tedeschi nei secoli successivi alla pace di Vestafalia: la loro divisione e debolezza li rendeva ininfluenti sulla scena della storia. Nella mente di Kissinger, dopo Yalta la stessa condizione ha riguardato l’Europa nel suo complesso.

La tua tesi per il master affrontava questi argomenti?

No. Mi colpì la riforma, avvenuta nei primi anni ‘60, dei rapporti tra Esercito e Marina degli Stati Uniti. Con il nuovo assetto si configurava un maggiore coordinamento operativo, con ripercussioni sul ruolo del Segretario di Stato alla Difesa. Perché non studiarne le motivazioni e le conseguenze? Comunicai la scelta a Kissinger ed egli, forse stupito, rispose lapidario: “Voi italiani siete capaci di cose impensabili”. Portai a termine il progetto con mia grande soddisfazione per il positivo giudizio del corpo docente. In ogni caso, non potevo archiviare quella battuta su noi italiani. Un po’ m’inorgogliva, se davvero il futuro capo della diplomazia americana coglieva in me, come italiano appunto, l’attitudine a soprendere con “cose impensabili”. Al mio ritorno a casa non tenni segreto il giudizio che aveva formulato l’emergente professore di Harvard. Avvenne dunque che Moro, al quale la mia famiglia era legata, s’incuriosì per quel che avevo riportato…

Ora tocchi un nervo scoperto, i rapporti tra Moro e Kissinger…

Lascia che ti parli di un aneddoto. Proprio quando nel novembre del 1974 Kissinger venne in visita a Roma in qualità di Segretario di Stato dell’Amministarzione Ford, Moro volle riceverlo a Villa Madama alla presenza di alcuni collaboratori, compresi alcuni “esterni”, e tra questi anche me. Ne conservo memoria perché un “dettaglio” merita di non essere cancellato. Moro, all’atto di entrare in sala per il ricevimento, si volse a me e disse: “D’Onofrio, faccia lei presente al nostro interlocutore che, come ha potuto riconoscere, in effetti noi italiani siamo capaci di cose impensabili”. Ecco, rimasi senza parole! E ancora oggi m’interrogo su quell’uscita che lasciava intravedere un aspetto del carattere di Moro. Ci teneva a stare a testa alta. La sua riflessività, pur intonata a pessimismo, non cedeva minimamente alla rassegnazione. Neppure a riguardo della politica internazionale dell’Italia.

Sappiamo, invece, quanto Kissinger fosse disturbato da questa manifestazione di orgoglio. Nel suo ultimo libro (Leadership, Mondadori 2022) non si trova mai la citazione dell’Italia o di qualche suo leader politico. Ad esempio, parla di Adenauer e non di De Gasperi, ignorando quale fosse il rapporto tra i due. La pubblica opinione tende a considerare Kissinger un “nemico” del nostro Paese.

Il culto del realismo, portato financo all’estremo, vietava certamente una sua apertura di credito nei confronti dell’Italia, se non per il “servizio” che essa, in quanto nazione saldamente ancorata all’alleanza atlantica, poteva rendere alla coesione dell’Occidente sotto la guida dell’America. Guai a sorvolare su questo aspetto della “dottrina Kissinger”: il suo vero cruccio consisteva nella difesa del primato americano.

Con disappunto di Moro?

L’ho detto e lo ripeto: Moro, anche alla luce dell’episodio che prima ho menzionato, pativa l’angustia di un sistema di relazioni internazionali indebitamente contrassegnato dalla “sovranità limitata” dell’Italia. Tuttavia, essendo dotato di realismo, non meno di Kissinger, non lanciava sfide velleitarie né accoglieva suggestioni anti americane.

Si racconta, in ogni caso, che Moro venne messo sull’avviso per l’apertura ai comunisti. Davvero ci furono minacce da parte di Kissinger?       

A questo non so rispondere. Mi mancano elementi più precisi, ammesso che altri, diversamente da me, ne siano in possesso. Del resto, non vale il facile teorema che parte dalle minacce per arrivare alla strage di Via Fani, e quindi alla eliminazione di Moro, così da mettere Kissinger sul banco degli imputati. Con quale criterio possiamo attribuirgli una responsabilità, indiretta o indiretta, sul “caso Moro”? Oltre tutto, all’epoca dei fatti, ovvero nel 1978, il Segretario di Stato era Cyrus Vance: da due anni governavano i Democratici – alla Casa Bianca era subentrato Jimmy Carter – e Kissinger, pur conservando un potere d’influenza, non aveva ruoli attivi in Ammistrazione. Resta solo un dato inconfutabile, ovvero il peso di una certa “incomprensione” che aveva fatalmente inciso sull’incontro di due personalità molto diverse per formazione culturale e sensibilità  politica. Nonché, ovviamente, per i rispettivi ruoli nel campo delle relazioni euro-atlantiche. Ritengo che la prudenza non debba mancare neppure quando ci sentiamo in diritto – e quale diritto – di strappare il velo che impedisce lo sguardo sulla verità. 

Forse, caro Francesco, dovremo ancora ragionare su tutto questo.

Ne sono convinto. E per quel che posso, vorrei contribuire a rendere più nitida la percezione di una storia ancora suscettibile di opportuni approfondimenti. Molto si è fatto con l’ultima Commisione d’indagine presieduta da Giuseppe Fioroni, ma l’augurio è che si riesca ad andare anche oltre.

 

L’autonomia scolastica come moltiplicatore di burocrazia

Girava un tempo tra gli insegnanti una battuta: tra il dipendere dal Provveditorato o dal Ministero quasi tutti sceglievano la seconda ipotesi per il semplice fatto che il Ministero si trovava fisicamente più lontano: meno fiato sul collo e maggiore autonomia didattica consentivano ai docenti di esprimere il meglio di sé, in classe, con i propri alunni. Retoricamente in quegli anni si parlava di “missione educativa”: sarà stata un’affermazione enfatica ma quella generazione di maestri e professori (ne avevo due in casa, mio padre e mia madre) contribuì all’alfabetizzazione del Paese e da quella scuola uscirono teste pensanti, apprendimenti solidi e competenze spendibili nella vita professionale. 

C’era da allora – c’è da sempre- un rapporto confliggente tra burocrazia e insegnamento, tra circolari e lavoro con i propri alunni. Di circolari ne arrivavano a iosa, c’era l’ordine e poi il contrordine: con buon senso Direttori Didattici e Presidi filtravano il necessario dal superfluo e ridondante. Ricordo che nel 1976 pubblicai su Scuola Italiana Moderna un articolo intitolato “Programmare è semplificare”: ricevetti una telefonata di complimenti dal Direttore della Rivista, che mi disse che avevo visto giusto e mi propose di entrare in redazione. Non lo feci e preferii cimentarmi nella strada che poi ho percorso e che mi ha consentito di immergermi nella “scuola militante” e poi nella giustizia minorile per quasi mezzo secolo. Ne sono passati 47 da quell’articolo e lo riscriverei testualmente perché nel frattempo si è accumulata una pletora di parole nuove, indicazioni, documenti, norme, codici e codicilli che hanno reso se mai più urgente, strada facendo e oggi, il compito, anzi il dovere della semplificazione nelle procedure programmatorie e organizzative del sistema scuola. 

Troppo si è frapposto tra insegnamento e apprendimento, nel frattempo sono cresciuti i corollari, le coordinate cartesiane, i diagrammi di flusso, i check up e i check in. Se prima dirigenti scolastici e docenti dovevano scervellarsi nell’interpretare le “grida” ministeriali e alla fin fine prevaleva una sorta di ‘buon senso applicativo’ per far funzionare gli apparati scolastici, ora a quella burocrazia che arriva dal centro — fatta di decreti, circolari, direttive, interpretazioni normative e indirizzi didattici, progetti nazionali che generano gruppi di lavoro ad ogni livello e fiumi di parole in larga parte inservibili — si è aggiunta la burocrazia generata dall’autonomia scolastica, le scuole assomigliano a strutture para-militari guidate da dirigenti che la politica ha voluto definire presidi sceriffi e capitani delle navi. 

È cambiato il clima (ora si dice climax) ed essendo rimasto nel giro raccolgo confessioni di ex colleghi, neo-dirigenti, insegnanti soverchiati da una montante deriva di complicazioni burocratiche che — è utile sottolinearlo — la digitalizzazione pervasiva rende a volte persino insostenibile. Essendo stato un discreto insegnante, un mediocre direttore ed un pessimo ispettore mi sento titolato ad ascoltare i vari cahiers de doleances: si potrebbero fare infiniti esempi per dimostrare che si è imboccata una strada che ha reso tutto più complesso, faticoso e difficile. Purtroppo i risultati non corrispondono alle aspettative poiché PISA e INVALSI, OCSE colgono derive di depauperamento formativo negli esiti formativi degli alunni. 

Le tecnologie aiutano, non c’è dubbio, a condizione che non si sostituiscano all’impegno da profondere nello studio, ai sacrifici necessari, agli apprendimenti basilari. Ci sono studenti che hanno difficoltà a scrivere, leggere, far di conto. Calcolatrici, smartphone, tablet hanno sostituito la manualità, i testi scritti a penna, l’ortografia è solitamente trascurata, la sintassi saltata a piè pari, congiuntivi e condizionali si confondono tra loro, gli algoritmi e il game based learning hanno scalzato le operazioni algebriche e i problemi di matematica. Tabelline, poesie, temi, dettati sono sepolti da nuovi codici semantici ed espressivi, storia e geografia quasi cancellati persino nei licei. Sostituiti dall’uso dei video, dalla valutazione attraverso quiz e test, espunta la narrazione, la capacità di riassumere, esporre, poiché i concetti sono stati soppiantati dal problem solving e dalle risposte a scelta multipla. 

Non stanno meglio i docenti a cominciare dalla forzatura di implementare la differenziazione di compiti e di ruoli, uno diventa apprendista semplice e l’altro tutor a seconda dei progetti studiati a tavolino e quasi mai realizzati, la tendenza è quella di creare metateorie pedagogiche sempre più arzigogolate che solitamente si traducono in una simbologia criptica fatta di cerchi, frecce, incroci, insiemi che si intersecano nei project work. Può un insegnante diventare “funzione obiettivo” per poi convertirsi in “funzione strumentale”? E la didattica deve per forza mutuare linguaggi, teorie, acronimi, sigle, formule da esperienze di altri Paesi? Chi legge il piano formativo previsto dal PNRR vi trova una preponderanza totalizzante dell’inglese e una didattica basata quasi esclusivamente sulla digitalizzazione: difficile integrare l’innovazione nella consolidata tradizione pedagogica, prevale una logica sostitutiva. 

Poi ci sono le esasperazioni burocratiche di cui l’autonomia scolastica diventa motore di infinite moltiplicazioni: riunioni pletoriche ed intensivamente calendarizzate, circolari in numero superiore a quelle ministeriali, spesso in contraddizione tra loro. Un sistema scolastico nazionale, con la sua storia e le sue tradizioni, i suoi connotati e i suoi fondamentali pedagogici deve continuare ad esistere: il Censis ha rilevato un impoverimento culturale del Paese, l’ISTAT ha lanciato l’allarme sulle culle vuote, aspettavamo Elon Musk che venisse a raccomandarci di fare più figli. Ma le problematiche, anche emotive ed emozionali sono più complicate: c’è palpabile una emergente fatica di vivere, nelle nuove generazioni persino una tangibile paura di amare. 

Il tema dell’educazione sentimentale è uscito impellente da un grave fatto di cronaca: ne scrivo da dieci anni ma non lo riduco a materia scolastica bensì lo considero – al pari dell’educazione civica – un approccio educativo trasversale, che deve permeare i rapporti, le relazioni umane, attraversare le singole discipline fino a farne parte, gli stili di vita, l’etica dell’insegnare e quella dell’imparare rispettando l’autorità e l’autorevolezza della scuola. Ci vogliono ethos e pathos e non dobbiamo assumere la deriva digitale, dell’I.A., del metaverso e dei cloud come un imperativo categorico. La formazione di menti critiche resta il traguardo assoluto di ogni formazione in quanto presupposto di valori come la libertà e la democrazia. 

Per questo esprimo una precisa preoccupazione: le direttive che impongono la digitalizzazione come unica via obbligatoria in cui incanalare insegnamento e apprendimento, oltre a generare una nuova, tanto criptica quanto vulnerabile ed effimera burocrazia, finiranno prima o poi per sottrarre alla scuola la libertà d’insegnamento come valore irrinunciabile. Per questo l’art. 33 della Costituzione non potrà mai essere offuscato da una strutturazione del nostro sistema scolastico secondo criteri di allineamento se non di omologazione. Il tema è di assoluto rilievo e riguarda non solo il futuro di una professione, il suo know how, ma il domani (forse già l’oggi) dei nostri figli e il modello di società che dobbiamo avere in mente, ben chiaro.

Finalmente l’alba, un film dove manca il dato politico.

Ci sono ancora film in grado di suscitare un dibattito sul cinema italiano? Dopo aver visto Finalmente l’alba, “ultima fatica” del regista Saverio Costanzo, tale operazione sembra possibile. La pellicola vuole essere un omaggio al boom del cinema internazionale (in particolare statunitense) nel secondo Dopoguerra a Roma. 

Uno dei principali artefici di tale rilancio fu – come è noto – il giovane Sottosegretario alla Cultura con delega allo Spettacolo, Giulio Andreotti. 

Nell’immediato dopoguerra c’è tutto da ricostruire e il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, dà carta bianca al suo Sottosegretario per rimettere in piedi la produzione cinematografica italiana. Il compito è arduo, anche perché a guerra appena finita lo strapotere di Hollywood è dominante. Gli studi di Cinecittà sono distrutti, depredati dai nazisti che hanno portato via tutte le attrezzature verso la Germania, bombardati dagli alleati e poi requisiti per ospitare tantissimi sfollati.

L’Italia ancora contadina e piccolo borghese che si lascia alle spalle la guerra ricomincia a sognare e assieme alle opere neorealiste e ai kolossal statunitensi fa i conti con il passato e prova a guardare con fiducia al futuro. Oggi non possiamo non riconoscere come il merito debba andare anzitutto alla lungimiranza di De Gasperi e Andreotti, che per indole e formazione culturale diffidano del mondo di celluloide, effervescente e anche un po’ licenzioso, fatto da attori e attricette, registi, lustrini e paillettes (“nani e ballerine”, come direbbe Rino Formica).

Incisivi sono i decreti del governo De Gasperi a sostegno del cinema. All’inizio degli anni ’50 i film stranieri rappresentano circa il 90 per cento delle produzioni cinematografiche e svariati appelli e manifestazioni delle maestranze italiane richiedono attenzione. Durante un raduno in Piazza del Popolo, l’attrice Anna Magnani termina il suo appello con un fragoroso “aiutatece” in romanesco. Il governo se ne fa carico e Andreotti cura l’iter della legge approvata a luglio del 1950 che istituisce un fondo speciale per il credito cinematografico e disciplina la circolazione dei film prodotti all’estero e doppiati in lingua italiana. 

La cosiddetta “tassa sul doppiaggio”, prevede che per ogni film straniero in circolazione si debbano versare 2 milioni e mezzo di lire, mentre il produttore per ogni film realizzato in Italia possa distribuirne un altro senza pagare la tassa. Il provvedimento è un successo perché la “par condicio” distributiva consente ai blockbuster americani di reinvestire i proventi degli incassi in produzioni a Cinecittà, usufruendo tra l’altro del cambio favorevole (tra dollaro e lira) e del basso costo della manodopera qualificata e delle maestranze locali.

La legge Andreotti pone l’accento anche sugli aspetti industriali del cinema per un rilancio strutturale e duraturo, in stretta relazione con la riapertura delle sale cinematografiche e degli studi di Cinecittà. Il primo tax credit nella storia del cinema italiano è dunque di andreottiana memoria. Nel 1953 si arriva a produrre negli Studios di Cinecittà ben 150 film e di questi 42 pellicole sono esportate nel mercato Usa.

Peccato che questa (necessaria) ricostruzione storico-politica sia del tutto assente nel film di Saverio Costanzo. Sì resta infatti a metà strada tra nostalgia e omaggio all’epoca d’oro del cinema italiano, quando emerse l’immagine di quella Hollywood sul Tevere che tanto influenzò i cineasti delle generazioni successive.

La pellicola è anche un “romanzo di formazione”, il viaggio verso l’età adulta (il tutto avviene in una manciata di ore) della sua giovane protagonista, Mimosa, una ragazza della Roma popolare che sogna un futuro nel mondo del cinema.

Mimosa è una sorta di Alice (nel paese delle meraviglie) scritturata come giovane comparsa in una produzione Usa girata a Cinecittà.

La ragazza viene catapultata suo malgrado, ma non senza momenti di euforia, in un universo privo di regole (e di scrupoli) animato da narcisismi e rivalità tra le star di Hollywood, ma anche da una fame di vita che vede nella “nuova arrivata” una fonte di linfa vitale. 

Mimosa si ritrova intrappolata in un labirinto, a tratti seducente e a tratti respingente, in un continuo tira e molla che la getta in uno squilibrio perenne.

Il senso della storia e il suo percorso narrativo sono chiari, ma è come se il film che approda sullo schermo ne fosse la versione sfalsata, con un effetto di sdoppiamento coerente con la trama, ma meno gratificante come esito cinematografico.

In controluce alla narrazione, c’è la tragica vicenda storica di Wilma Montesi, l’aspirante attrice ritrovata morta nel 1953 sulla spiaggia di Capocotta, a illuminare i pericoli e gli inganni di quel mondo (e il possibile “lato B” di quella notte brava). 

Arriverà l’alba a concludere la rocambolesca avventura di Mimosa nella notte romana?

Elezioni USA, la posta in gioco riguarda il mondo.

Si dice che ai tempi del Piano Marshall, al fine di convincere gli americani che i loro soldi erano ben spesi, si mandò in onda nei cinegiornali dell’epoca un filmato nel quale erano ripresi i Sassi di Matera – certo allora non una meta turistica – per mostrare la miseria nella quale si viveva in alcune zone d’Europa. Passava il messaggio per il quale, senza far uscire queste povere persone dalle “caverne” ,facilmente ci sarebbe stata un’altra guerra. Perché in quelle condizioni di vita nuove suggestioni populiste, demagogiche e antidemocratiche avrebbero nuovamente potuto conquistare consenso.

Oggi Joe Biden deve convincere gli elettori americani che l’impegno economico richiesto per difendere l’Ucraina dall’aggressione russa è vitale per la sopravvivenza democratica in Europa, in un contesto globale nel quale dittature feroci e autocrazie assertive minano alla base i valori di libertà, pluralismo e democrazia sui quali si è fondato il mondo occidentale negli ultimi duecento anni.

L’obiettivo è nobile e alto, e ormai troppe persone in occidente considerano libertà, democrazia, inclusività, diritti come un dato acquisito per sempre, non avendo avuto esperienza diretta – per ragioni anagrafiche – di cosa significhi esserne privi. Non solo i giovani e i giovanissimi, ormai anche le persone che entrano in quella che una volta veniva definita la “terza età” non hanno memoria di cosa voglia dire la privazione della libertà.

Una condizione che invece è la dura realtà nella quale vive larga parte dell’umanità ora – sobillata da regimi spietati come quello cinese – intenzionata a contrastare proprio l’occidente a partire dalla sua teorizzazione “ideologica” della superiorità del sistema democratico. Un’idea contestata alla radice.

A fronte di questa sfida americani e occidentali nel loro insieme paiono come inebetiti, persi dietro a un malinteso neo-ideologismo “politically correct” che rischia di far perdere al mondo liberal-democratico la sensitività giusta per cogliere e valorizzare adeguatamente i valori fondanti e decisivi sui quali il sistema occidentale si è edificato nel tempo. Generando anzi al suo interno, per reazione, una opposizione sempre più radicale a quegli stessi valori, incarnata da movimenti di destra palesemente reazionari.

È questa la posta in gioco nelle prossime elezioni europee e ancor più in quelle presidenziali americane. Nella consapevolezza, però, e anche questa non è pienamente acquisita, che peso economico e ancor più peso demografico sono in costante diminuzione e dunque un confronto col resto del mondo si impone, giustamente. Un confronto che dovrebbe essere imperniato sul futuro dell’umanità nel suo insieme e quindi ponendo al centro del dibattito la questione ambientale, bilanciando le esigenze di crescita e sviluppo del Global South con la recente consapevolezza green del Nord. Un’impresa già di per sé improba, ma che diviene impossibile se affrontata ideologicamente, alla stregua di uno “scontro fra civiltà” diverse e divise.

Joe Biden ha chiara in testa questa situazione, tanto complicata. Per esperienza, cultura, ideale politico. Ma improvvisamente appare inadeguato per affrontarla. Ma lo è davvero, inadeguato? Certo, l’età è avanzata e qualche scherzo, specie nel ricordare i nomi, la memoria glielo gioca. Come del resto accade a chiunque, oltre una certa età. 

Eppure, vi badi il lettore con attenzione, da qualche mese, da quando si è di fatto avviata la campagna elettorale, il mantra che si sta affermando, sui social e sui media, è quello della senilità, ormai posta al confine con la deficienza. Le insidie che arrivano alla conoscenza della verità dalla rete, ormai pervasiva e ora pure a rischio di inquinamento fake supportato dalla abilità generativa dell’intelligenza artificiale, sono tali da poter influenzare sino a sovvertire il naturale processo democratico di una nazione. Un rischio, del resto, che negli Stati Uniti del 2024 si sta correndo. 

Da qualche settimana gira la notizia di una probabile candidatura di Michelle Obama, già pronta a sostituire Biden, a conferma che pure i democratici più vicini al Presidente lo considerano perdente, a causa dell’età (e dunque dell’indebolimento intellettivo conseguente). Per adesso è palesemente una fake news, ma si sta imponendo. Non a caso ripresa prontamente anche da noi, soprattutto dai giornali vicini alla Destra. Da chi vuole il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, interprete di un’America lontana anche dai valori della migliore tradizione patriottica del Partito Repubblicano. 

Un’altra America. Chiusa in sé stessa. Quella che, ad esempio, desidera la Russia, impegnata a riconquistarsi un pezzo d’Europa. Lo ha dichiarato l’ex Presidente Dimitry Medvedev, da sempre fedele ventriloquo di Putin, ammonendo gli europei a votare per i partiti di destra o di sinistra, purché oppositivi al processo federativo e soprattutto all’alleanza con gli Stati Uniti, garanti della loro difesa a mezzo dell’Alleanza Atlantica. 

Al Cremlino è facile immaginare il tifo (ma si limiterà solo a quello, o saranno poste in essere turbative social come già accaduto in passato per favorire il candidato preferito?) a sostegno del controverso tycoon; a maggior ragione dopo le sue ultime sconcertanti affermazioni circa la possibilità di abbandonare gli alleati europei a loro stessi, privi di protezione militare e dunque possibili prede dell’orso russo.  Ce n’è a sufficienza per non prendere sottogamba le prossime elezioni americane e per non ridurle alla banalizzazione sull’età dei contendenti, cosa che invece puntualmente sta già cominciando a verificarsi. La posta in gioco è alta, molto alta. Esige razionalità.

Lettera degli ex dc: «Perché l’ipotesi del premierato non funziona».

La grave e generale crisi dei partiti alimenta una sorta di indifferenza o addirittura di stanca adesione al disegno di legge sul premierato presentato dal governo. Il pluridecennale disprezzo di ogni pratica parlamentare in gran parte comprensibile visto il sistema politico sempre più personalizzato e privo di ogni riferimento culturale, legittima il giudizio di una crescente debolezza della nostra democrazia parlamentare.

Quest’ultima, infatti, regge alle sfide crescenti solo se il parlamento è innervato da partiti che abbiano una base culturale e quindi una visione di lungo periodo e che contrastino ogni deriva personalistica. Detto questo, però, la soluzione non può essere l’elezione diretta del premier addirittura accompagnato da un premio di maggioranza tanto da togliere ogni libertà al parlamento cadendo così dalla padella nella brace. 

Non a caso nessuna democrazia al mondo adotta un meccanismo come quello proposto dal governo con il premierato così come nessuna democrazia parlamentare europea adotta il sistema maggioritario visto che le opzioni politiche sono sempre più di due contrariamente al sistema inglese. La storia, inoltre, ci insegna che chi toglie la libertà ai parlamentari prima o poi la toglie al Paese e il disegno di legge governativo ne fa strame di quelle liberta. 

In oltre due secoli la cultura politica e l’esperienza storica hanno dimostrato che l’alternativa ad una democrazia parlamentare è una democrazia presidenziale accompagnata da una elezione di un parlamento libero che funge da secondo sovrano democratico in grado di dare forma e sostanza al potere della rappresentanza ed essere, nel contempo, un equilibrato contropotere per evitare ogni tentazione o deriva autoritaria. 

Il mondo di oggi è disordinato e pieno di conflitti solo perché la politica nel suo ruolo di guida è stata sostituita nelle democrazie occidentali dalla grande ricchezza finanziaria di pochi e dalle loro convenienze mentre nel resto del pianeta governano gli autocrati che limitano libertà e diritti delle popolazioni. L’antidoto per entrambi i modelli è o il cancellierato tedesco o un sistema presidenziale con un parlamento libero come in Francia e negli Stati Uniti. 

Ogni altra scelta sarebbe rovinosa come lo fu nel novecento quando parlamenti democratici dettero pieni poteri a Mussolini e ad Hitler e recentemente il parlamento ungherese ha fatto altrettanto con Orbán. La posta in gioco, dunque, sono le libertà e i diritti di tutti e ogni distrazione è inammissibile.

 

Paolo Cirino Pomicino, Giuseppe Gargani, Maurizio Eufemi, Calogero Mannino, Clemente Mastella, Giorgio Merlo, Angelo Sanza. 

Le radici del riformismo d’ispirazione cristiana

La bella riflessione scritta su queste colonne dall’amico Roberto Di Giovan Paolo sul mio ultimo libro “La sinistra sociale”, merita un supplemento di riflessione. Nello specifico, attorno ad un tema richiamato dall’articolo di Di Giovan Paolo che, paradossalmente, contiene una straordinaria modernità anche nell’attuale contesto politico italiano. E anche, e soprattutto, per l’area del cattolicesimo politico. Mi riferisco alla concreta eredità della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana e alla cosiddetta “sinistra politica”. Certo, erano esperienze riconducibili alla Democrazia Cristiana e a ciò che quel partito ha rappresentato nella politica italiana e nello stesso contesto europeo. 

Ma è indubbio che si tratta di due sensibilità e approcci culturali diversi, ma accomunati dalla volontà di partire dai problemi e dalle domande reali dei ceti popolari e delle classi lavoratrici del nostro paese, per cercare di dare una risposta politica a quei bisogni, inquadrando il tutto in un progetto politico complessivo. Quello che un tempo veniva semplicemente definita come una “visione della società”.

Ora, la “sinistra sociale” e la “sinistra politica” non solo rappresentavano una realtà indispensabile per consolidare e confermare la natura popolare ed interclassista della Democrazia Cristiana ma anche, e soprattutto, erano un laboratorio politico permanente in grado di affrontare e risolvere i principali nodi economici, sociali e culturali che attraversavano la società dell’epoca. Ma quelle due sensibilità, al di là dello scorrere rapido delle fasi politiche e delle stagioni storiche, non possono essere banalmente sacrificate sull’altare di un maldestro nuovismo. Per la semplice ragione che la storia della “sinistra sociale” e della “sinistra politica” della Dc, e poi del Ppi e della Margherita continuano ad essere un elemento costitutivo ed essenziale della stessa identità dei cattolici impegnati in politica.

E, nel momento in cui il tema di un rinnovato impegno dei cattolici nella vita pubblica si fa sempre più impellente ed esigente, è giocoforza recuperare – seppur in chiave moderna e contemporanea – quella storica esperienza per ridarle un nuovo vigore nella cittadella politica italiana. Del resto, è appena sufficiente rileggere il magistero, e la lezione, dei grandi leader e statisti di quelle storiche “correnti” per rendersi conto che il passato non si può banalmente resettare o, peggio ancora, cancellare. Un compito, questo, che resta la ‘mission’ principale e prioritaria di tutti i populismi e di tutti coloro che individuano nel passato un orpello da distruggere o da criminalizzare politicamente, come recita da sempre il verbo grillino.

Semmai, e al contrario, il compito oggi dei cattolici democratici, popolari e sociali è proprio quello di saper rilanciare un patrimonio politico, culturale e forse anche etico partendo dall’esempio e dalla conquiste ottenute nel passato grazie soprattuto ad una cultura politica che non può e non dev’essere archiviata. E, per tornare all’inizio di questa riflessione, forse la storia e l’esperienza della “sinistra sociale” e della “sinistra politica” della Dc possono ritornare utili per ridare un nuovo protagonismo alla vicenda pubblica dei cattolici italiani. In questa precisa fase politica e in questa stagione storica. Senza tentazioni nostalgiche o passatiste.

La lezione di Ruffini sui rapporti tra Stato e Chiesa

[…]

Il nucleo teorico del giurisdizionalismo liberale consiste nel riconoscimento della libertà di coscienza e di culto per tutti, all’interno di un regime giuridico diversificato tra le diverse Chiese «in ragione della loro diversa posizione

storica, sociale e politica». Ecco, dunque, come Ruffini definisce il “giurisdizionalismo liberale”: «quel sistema di relazioni fra lo Stato e le Chiese, secondo il quale il primo considera le seconde (anche gli istituti in esse compresi)

quali istituzioni o corporazioni, quali enti, per dirla in una parola di diritto pubblico»; quindi, in forza della loro natura, delle loro funzioni e del ruolo che hanno svolto nella storia, enti di interesse generale per la collettività.

Distinto dal giurisdizionalismo liberale è invece il “separatismo”, definito sempre da Ruffini come «quel sistema di relazioni tra Stato e Chiesa secondo cui quest’ultima sia dal primo considerata come semplice associazione di diritto privato».

Nella linea disegnata dal paradigma della libertà religiosa il limite del separatismo laico risiede nella sua astrattezza e incapacità di cogliere l’anima concreta delle istituzioni giuridiche che, qualora fossero imposte, a prescindere dal loro radicamento storico nella vita concreta delle persone, finirebbero per essere percepite come estranee e verrebbero rifiutate, provocando la reazione che, nella fattispecie della vertenza Stato-Chiesa, ridarebbe vigore a soluzioni teocratiche e cesaropapiste. Il giurisdizionalismo liberale, al contrario, ha il merito di essere coerente con l’elemento più profondo della cultura delle persone e di promuovere soluzioni istituzionali ad esse coerenti e ispirate alla libertà.

Il tema della libertà religiosa diventerà centrale anche nella riflessione della Chiesa cattolica durante il Concilio Vaticano II, al punto che ad essa sarà dedicata una formale Declaratio, la Dignitatis humanae (1965). Principale estensore di quel documento fu il padre gesuita John Courtnay Murray, il quale subì l’influenza di Sturzo durante il suo soggiorno statunitense che andò dal 1940 al 1946, e in particolare della lettura dell’opera Chiesa e Stato, già disponibile in inglese nel 1939 e nella quale abbiamo rilevato il profondo apprezzamento di Sturzo per il

giurisdizionalismo liberale di Ruffini.

La libertà religiosa è la prima e fondamentale delle libertà, interessando direttamente il primato della coscienza, custodita nel profondo del cuore di ciascuna persona; qualora essa dovesse venire meno, tutte le altre, presto o tardi, verrebbero a mancare. La ricorrenza dei quarant’anni degli Accordi di Villa Madama può essere l’occasione per riflettere sulle ragioni storiche, politiche, giuridiche, filosofiche e teologiche che condussero persone così distanti nella fede e nell’orientamento politico a ritrovarsi nel nome della libertà di coscienza e rendere così ragione dell’art.

7 della Costituzione che delinea il profilo poliarchico della Repubblica italiana: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani».

 

Per leggere il testo integrale 

https://www.politicainsieme.com/la-liberta-religiosa-tra-teocrazia-e-cesaropapismo-di-flavio-felice/

La sinistra sociale deve farsi anche sinistra politica

Non starò a dire quali legami umani, politici, valoriali e calcistici (entrambi simpaticamente anti-juventini, per quanto gemelli diversi) mi legano a Giorgio. E pur nato e dichiarato Basista, quanto sia stato amico di battute e chiacchiere con il ForzaNovista Luciano Faraguti in tutti i Consigli Nazionali Dc passati assieme. Perciò salto i convenevoli e il fatto che i libri degli amici si leggono anche quando sono essi stessi (gli amici) un “libro aperto”.

Vado perciò subito alla sostanza delle piccole critiche, anzi, direi delle riflessioni da mettere in comune, visto che è una storia che anche io conosco bene e con Franco Marini, leader dei Popolari, ho avuto un cammino comune personale (suo dirigente Comunicazione e Spes mentre era segretario e poi eletto in Senato con lui).

Tutto condivisibile, Giorgio, il disdegno per una politica del giorno per giorno, del “presenteismo” necessitato, e del narcisismo fine a sé stesso. Che genera una società complessivamente parallela e narcisista, che a sua volta genera leader personalistici. Leader, poi…uno come Conte al massimo nella Dc avrebbe fatto il vicesegretario provinciale, nella Puglia di Fitto (…padre naturalmente).

Però passiamo alle questioni serie. Primo, perché non si può rifare la Dc o partiti similari che si riferiscano ad una cultura della mediazione alta. Lo ha spiegato bene Follini nel suo bel libro “Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito”: la mediazione era una qualità che apparteneva alla Dc ma non solo alla Dc, a quella stagione politica in cui con il proporzionale ognuno votava liberamente la sua parte (dopo il fascismo c’era bisogno di libertà completa) ma poi gli richiedeva di trovare una soluzione politica in un’Italia così variopinta. 

Era una richiesta che saliva dalla società civile e dai corpi intermedi: imprenditori che votavano repubblicano e operai che votavano comunista, erano ben felici che un Donat Cattin ma anche un La Malfa o un Napolitano, dopo aver espresso le proprie ragioni trovassero un accordo sindacale, una tregua politica, un punto di equilibrio. E la Dc, federazione di partiti così diversi, rappresentava la dimostrazione plastica che questo era possibile: accanto a chi sosteneva la Nato come Taviani e Cossiga c’era chi l’aveva votata per disciplina di partito (i dossettiani) e chi dialogava con i Paesi oltre la Nato. Accanto ad Umberto Agnelli c’era appunto Donat Cattin e Marini. Accanto ai tecnocratici dorotei alla Prandini c’erano la sinistra sociale di Forze Nuove e la sinistra politica della Base.

Ma ecco, ora siamo un’epoca in cui il combinato disposto della politica del narcisismo (vedi Christopher Lasch, “La cultura del narcisismo” grazie del suggerimento Payer, libro illuminante sui nostri tempi! ), con la tv prima, ed ora tv più social networks, ha trasformato la cultura limacciosa della società civile in un referendum a favore o contro che hanno un precedente nel vero Ministro della Cultura della Loggia P2, ovvero Maurizio Costanzo ed i suoi programmi tv. Sgarbi, la sua carriera politica ed artistica, è l’epitome di questo assalto alla democrazia per linee eterodosse. La P2 ha una sua sequela: prima il Golpe Borghese, poi i Governi di centro che guardano a destra, la strategia della tensione e il terrorismo inquinato (i killer al soldo, come Fioravanti o Mario Moretti), i soldi sporchi di Sindona e Calvi. Infine, con la crisi dei partiti e della cosiddetta Prima Repubblica l’uso del giustizialismo, la discesa in campo di Berlusconi e lo “spianamento” culturale di tv e social networks. Tout se tient!

Tuttavia, dobbiamo vivere il tempo che ci è dato vivere. E qui una mia piccola differenza: io credo che invece che sul terreno politico partitico, oggi asfittico, si debba lavorare su quello della formazione culturale e politica della società. In questo senso, ammiro Monsignor Vincenzo Paglia ma mi sarebbe piaciuto, più che la sua condivisione delle nostre speranze e delusioni, un suo volo alato per garantire un senso politico più pregnante ai tanti cattolici che oggi lo sono in forma privata e men che meno si sentono “cattolici democratici”. Non dubito che lui sappia cosa intendiamo e ci piacerebbe, ma forse il tempo ancora non è venuto…e di certo i cattolici sono tornati ad una forma simile a quella che nel finire degli anni cinquanta e primi sessanta Nicola Pistelli definiva il “rachitismo politico” dei cattolici italiani.

Eppure, caro Giorgio, tu lo racconti bene quanto i contrasti sociali oggi permeano la società: sospesi tra lavori governati non più da “padroni” ma da algoritmi dei padroni; con la previdenza sociale a rischio per i giovani sotto i 40 (che giovani non lo sono più…); con un pianeta a rischio ambientale e la geopolitica delle risorse; con una incapacità di vedere nell’innovazione lo sviluppo e non la decrescita di una società di eguaglianza e fraternità….

Ma questi contrasti invece di determinare confronto, dialogo, anche scontro se necessario, e poi composizione della politica, servono solo al posizionamento individuale e allo schieramento dei “tifosi” via social ( neanche il bene di una spinta, una manifestazione, uno sciopero…..). Perfino una manganellata ad una manifestazione oggi è frutto più di un riflesso condizionato all’ordine, delle forze di polizia che, dimentiche delle lotte per la democratizzazione di polizia e guardia di finanza ma anche dei carabinieri, archiviano oggi il famoso passo pasoliniano dei “poveri figli del popolo” (Valle Giulia a Roma) per spendersi solo come elementi di repressione di un governo di destra che non governa veramente ma solo dirige il traffico della contestazione, autorizzando chi li ama e colpendo perfino chi manifesta per una italiana come la Salis (altro che nazionalisti, fascisti…fascistissimi).

Non c’è, caro Giorgio, prima di tutto la società civile, a chiedere la nostra mediazione culturale e politica. Basta solo “tifare”. E così riesce difficile convincere che la moderazione non è il “moderatismo” e che il centro è luogo di mediazione e non di intermediazione. E i partiti, con leader personalistici e nanismo culturale, vanno dietro a tutto ciò invece di insegnare e formare.

E tu sai bene che un leader sindacale non è solo quello che suscita la lotta, ma anche quello che dopo chiude il contratto e lo difende di fronte ai suoi elettori e compagni di lotta (e quindi non stiamo parlando di Landini e Bertinotti!). Ecco perché io non è che mi faccia da parte o rinunci, ed anzi io credo che i Popolari, i cattolici democratici abbiano una funzione essenziale, e la nostra generazione deve positivamente spendersi per ricostruire culturalmente una società civile più matura e meno incline alla “tifoseria” e al narcisismo, con battaglie politiche mature e puntuali, anche radicali se necessario. Ma non è detto si debba fare solo o unicamente nei partiti attuali.

Il centro non si deve farlo “per sottrazione”, ma per scelta culturale. E si può esserlo laddove venga compresa la sua utilità politica (concordo che al momento sia difficile dire dove di preciso…).

La seconda e conclusiva riflessione, da mettere assieme è la tua critica al “bipolarismo selvaggio”. Che dimostra che tu sei sempre stato nella parte più vicina alla sinistra politica della sinistra sociale, se mi consenti il gioco di parole. Ovvero più vicino, pur nell’amore politico per Forze Nuove, alla radice, per così dire Basista, attenta alle riforma delle istituzioni.

È giusta la tua critica ma risulta un po’ zoppa. Portiamola fino in fondo. Dentro a questo bipolarismo che sperimentiamo con leggi elettorali sempre peggiori dopo il “Mattarellum”, che almeno aveva un sano principio di equilibrio, in realtà c’è nascosto un difetto fondamentale: ovvero vige il proporzionale selvaggio dentro al bipolarismo selvaggio. Se La lega ricatta continuamente il polo di destra non avendone i numeri, si deve al fatto che nel polo bipolare di destra, internamente, vige il proporzionale selvaggio. E lo stesso a sinistra o centrosinistra, basta chiedere al povero Prodi 2006-2008 per consulenza non di parte. La verità è che, tornando ai principi, dopo l’epoca del proporzionale per la massima espressione di libertà politica, con aggiunta la mediazione politica come garanzia di governabilità, dagli anni ottanta del ‘900 si è posto il problema della governabilità come elemento decisionale e di responsabilità politica. Ma non si è risposto se non evocando la personalizzazione dei leader al comando.

La verità è che o si attua un bipolarismo vero come nei grandi Paesi, tipo la Francia o la Gran Bretagna, senza sotterfugi e con ampie garanzie per le opposizioni, oppure si rifà il proporzionale ma fino in fondo: cioè anche con le preferenze che garantivano alle piccole correnti dei grandi partiti la rappresentanza di interessi. E così come le preferenze interne ai grandi partiti, nelle primarie vere o nelle scelte di direzione politica a maggioranza, garantivano rappresentanza di interessi anche in Francia, oppure nella scelta dei candidati in Inghilterra o perfino negli Usa dove accanto a Kennedy, liberal del Nord, avevi un democratico del Sud e rappresentante dei ceti rurali, ovvero Lyndon Johnson.

Tertium non datur. O meglio, è dato e significa Porcellum o questa “zozzeria” del Premierato. Non starò a dire cosa preferisco. Non importa. Importa però che riusciamo a far capire al Paese che il problema politico è anche sociale, perché per esempio gli hanno contrabbandato la diminuzione dei parlamentari come un risparmio ed invece è una “gabbola”, che dà ancora meno rappresentanza ai cittadini rispetto a prima….perchè tanto chi se ne importa, possono sempre divertirsi a votare col televoto a Sanremo (ma pure lì…). Basta che abbandonino lotte sociali e politiche, e i parlamentari ed i partiti non ambiscano a frequentarli mai.

Di ciò dovremmo discutere. E non solo fra di noi. Grazie Giorgio, del tuo libro e del tuo sforzo politico. Volendo, ci sarebbe ancora bisogno di ForzaNovisti e, se me lo permetti, anche di Basisti.

L’autonomia differenziata disunisce irreparabilmente l’Italia

Autonomia sì, ma nel senso giusto del termine, altro che differenziata! Il rapporto tra le regioni non può che essere solidale e salvaguardare l’unità di una nazione, specie per quanto riguarda i diritti costituzionali garantititi a ogni cittadino, senza distinzioni territoriali, partendo anzitutto dalla salute e dall’istruzione. 

Nel nostro ordinamento un piccolo ma significativo esempio, frutto di legislatori lungimiranti, era rappresentato dalla Province, la cui legge elettorale prevedeva che nessuna città, di solito il capoluogo, potesse avere un numero di seggi superiore alla metà di quelli complessivi, con i quali egemonizzare, trasversalmente sul piano politico, l’intera Provincia. 

Anche quella di Roma, nella fattispecie, vedeva applicata questa norma fondamentale per far sì che il resto della dimensione provinciale godesse degli effetti derivanti da una finalità prioritaria, e cioè il riequilibrio interno a vantaggio delle aree meno dotate sul piano finanziario. Da ultimo, con riforme che hanno modificato il funzionamento di questi enti intermedi, in specie attraverso il meccanismo di selezione degli eletti, questo principio generale di garanzia è stato abbandonato. Il ricorso alla elezione di secondo grado, per cui i consiglieri sono scelti dai componenti delle assemblee comunali in base a un sistema di voto ponderato, ha prodotto di fatto la “rivincita” della città capoluogo (il cui sindaco, nelle aree metropolitane, è addirittura insignito ope legis del titolo di presidente).  

Guardiamo cosa avviene fuori dall’Italia. Il caso più eclatante è quello degli Stati Uniti dove vige, non per nulla, la più antica democrazia moderna. Gli stati che compongono la federazione hanno grandi poteri e sfruttano al massimo la loro autonomia. Eppure, laddove si tratta di rappresentare in sede federale le istanze e gli interessi delle singole entità statali, scatta un dispositivo che impone l’eguaglianza più stringente: al Senato, il ramo del Parlamento più importante, siedono due rappresentanti per ogni stato. Non c’è differenza tra la popolosa California e la disabitata Alaska poiché, quale che sia il numero degli abitanti, tanto l’una quanto l’altra esprimono due senatori a testa.  

Il federalismo americano andrebbe studiato con più attenzione. È un sistema che gira in senso inverso rispetto a quello che viene introdotto sottobanco con l’autonomia di stampo leghista. In sostanza, il federalismo americano tende a unire, mentre l’autonomia differenziata serve a dividere l’Italia. Avremo cittadini di serie A e cittadini di serie B. Con la riforma Calderoli si torna al vecchio modello della secessione, paradossalmente assistita e garantita da quella Roma che un tempo era ladrona. Bisogna assolutamente porre un argine a questa deriva infelice e pericolosa.

Cleopatra, il desiderio di essere statista.

Cesare ormai è rassegnato, la sua Cleo non diverrà una statista. E non perché alla regina manchi la brama e la stima di sé, ma perché la veduta visionaria di uno statista che proietta sé stesso e il suo Paese ben oltre il proprio tempo di vita terrena, manca proprio e non vi è modo di acquisirla. 

Ascoltando il discorso che l’amata Cleo fa nel celebrare l’accordo con una delle provincie italiche più bisognose di risorse economiche e di rilancio, Cesare amaramente si accorge che è rimasta “capopopolo”: arringa, suade, accarezza, striglia, confonde le acque, sfugge i pericoli con la maestria del politico navigato, ma l’orizzonte è ancora quello che può vedere il suo occhio…cioè poco meno di un anno di navigazione per il mare aperto.

Non era quello che Cesare avrebbe voluto al momento della designazione della candidatura di Cleopatra, tra le regine che si erano rese disponibili e di alto lignaggio politico, ma quella giovane donna, piccola ma determinata con il cipiglio di chi orgogliosamente grida “sono una che ce l’ha fatta”, sufficientemente egoista da guardare prima a se stessa e ai suoi prima che agli altri del gruppo che Cesare le avrebbe affiancato. Sì, poteva essere la candidata giusta per rilanciare le asfittiche risorse dell’impero e l’immagine dell’ imperatore stesso.

Preparata con cura, la sorte si era incamminata verso il risultato scontato per cui era sta creata: affidare per un quinquennio alla regina Cleo le redini di una parte dell’impero, quella parte dove erano le radici stesse di Cesare. E il varo della nave, equipaggiamento e ciurma, era costato non pochi sesterzi, ben spesi e certamente sarebbero stati altrettanto ben ripagati. Dopo un anno e mezzo di navigazione, il capitano Cleo – l’amata Cleo – ha mostrato la scarsa indole dello statista a cui affidare prossime gloriose imprese nella conquista delle acque del mondo conosciuto. E sì che Cesare l’idea di ingrandirsi e di farsi “vedere” di più tra i grandi del mondo non l’aveva mai nascosto alla plebe, e questa, contenta, l’aveva plaudito come per un vate.

Ed ora davanti a quella regina che in un palco dove avrebbe potuto presentarsi da statista, seppure per mandato e forma di Cesare, per disegnare davanti alla plebe, che l’aveva vista scendere trionfante dalla sua nave, quel futuro per tutti loro, cui approdare dopo aver superato le mille traversie di un viaggio, beh…quel futuro non si era visto. L’orizzonte era nell’immediato un susseguirsi di “daremo, faremo, toglieremo e metteremo” che aveva rassicurato i locali sulla possibilità che delle cose proprie, per ancora un po’ di tempo, Cesare non si sarebbe occupato direttamente (e questo era un gran successo a dirla tutta).

E per Cleopatra la plebe aveva assicurato il plauso ad ogni alzata di tono, ad ogni suadente compiacimento per sé e per la ciurma tutta. Poi spente le luci, mentre piano piano scomparivano le parole dell’amata Cleo a Cesare, lenti alla memoria vennero alcuni passi dell’ode di uno sconsiderato dei poeti dell’impero, che per burla aveva messo a titolo “l’incontro de lì sovrani”.

 

Ched’è? chi se festeggia?

È un Re che, in mezzo ar mare,

su la fregata reggia

riceve un antro Re.

Ecco che se l’abbraccica,

ecco che lo sbaciucchia;

zitto, ché adesso parleno…

-Stai bene? – Grazzie. E te?

e la Reggina? – Allatta.

– E er Principino? – Succhia.

– E er popolo? – Se gratta.

– E er resto? – Va da sé…

– Benissimo! – Benone!

La Patria sta stranquilla;

annamo a colazzione… –

E er popolo lontano,

rimasto su la riva,

magna le nocchie e strilla:

  • Evviva, evviva, evviva… –

I maniaci dei reperti offendono la storia della Dc

La notizia di un incontro milanese sulla storia di un nobile partito come fu la Dc mi ha fatto ricordare la puntata di Report della scorsa settimana con un storia analoga. Su iniziativa dell’associazione “Città dell’Uomo” fondata da Giuseppe Lazzati, lunedì 19 febbraio si terrà infatti un incontro sul recente libro “Storia della Democrazia Cristiana 1943-1993”. Il libro è stato pubblicato nel novembre scorso per il Mulino, e curato da Guido Formigoni, Paolo Pombeni, e Giorgio Vecchio. Ne discuteranno Piero Bassetti, Mariapia Garavaglia, Giuseppe Guzzetti e Marta Margotti, moderati da Fabio Pizzul, presidente della “Fondazione Ambrosianeum”. 

Un libro sicuramente da leggere, anche per evitare distorsioni sul ruolo fondamentale avuto da questo partito nel piantare le radici della democrazia in Italia dopo venti anni di dittatura fascista, se non altro per placare le tante, diverse, spesso banali e superficiali iniziative sparse in Italia, tese a riproporne la presenza politica con lo stesso contrassegno. E soprattutto perché, come si legge nella descrizione del libro: “(…) a trent’anni dalla sua scomparsa, la definizione del ruolo della Dc nella storia d’Italia oscilla ancora tra la demonizzazione e il rimpianto, senza assestarsi in una equilibrata storicizzazione…”.

Sulla nostalgia, sul rimpianto, e sui diversi motivi del rimpianto vedremo dopo. Perché se e vero che la storia non si può rimuovere con facilità, è anche vero che l’identità di un partito si deve necessariamente storicizzare e collocare nel preciso momento sociale, culturale e politico in cui nasce, senza abbandonarla nelle mani del narcisismo nostalgico dei tanti simboli e contrassegni tenuti gelosamente sottochiave e serrati in cassaforte. L’esigenza indispensabile di un partito politico di ieri e di oggi, è certamente quella della sua identità. In certi casi anche quella dei valori che fanno parte del suo bagaglio culturale. 

Ora, queste esigenze non vanno risolte ricorrendo alla nostalgia o al “rimpianto”; o, peggio, perpetuando e moltiplicando ad libitum i simboli e i contrassegni del suo  nobile passato, pensando così di stimolare quel “centro” che fu l’ambito elettivo della Dc storica. L’identità di un partito è sempre una questione da contestualizzare; sempre cioè da comprendere e giustificare una volta che però si fa il leggero sforzo di calarla nella società concreta in cui questa identità è nata storicamente…come suggerisce un elementare metodo sociologico seguito e consigliato da don Luigi Sturzo. Unito al successivo sforzo, forse più complicato, di confrontarla con la società reale in cui il partito si trova a vivere e operare.  

Una società – la nostra attuale, per capirci  –  sottoposta a continue rivoluzioni epocali che Bergoglio ricollega  a un grande processo di “metamorfosi”, alludendo a una sua trasformazione integrale e strutturale. Se si deve confrontare con la storia che cammina, individuare bene l’identità di un partito non è ai nostri giorni un gioco da ragazzi. Specie se nelle mani di un solitario leader, aiutato oggi sino all’inverosimile dai  suoi media personali – privati e pubblici –  e dai suoi social ingannevoli. Questa identità è però necessaria, ed è indispensabile non solo per i governanti, ma anche per i governati.

Un partito dei nostri giorni non la può risolvere solo aiutandosi con un contrassegno del passato, per giunta di un passato sepolto o logorato dall’uso, proprio o improprio. Quando non dimenticato o  sconosciuto dalla generazione digitale. 

Le inaudite trasformazioni sociali e culturali sotto i nostri occhi – e non mi riferisco solo al tragico ritorno delle guerre, all’IA, al clima, ecc. – richiedono allora lungimiranza e coraggio. Pretendono sguardi nuovi rivolti al futuro già iniziato da tempo. E non fissi su quel passato “rimpianto” con nostalgia, ma che non potrà mai più ritornare. Emergono, insomma, novità che si devono necessariamente riflettere non solo sulla Weltanschauung di un partito, sui suoi programmi e sulle sue proposte, ma anche e sicuramente sulla collocazione politica che, ancora ai nostri giorni e di fronte ad una globalizzazione imprevista, tentano di fare individuare  le antistoriche categorie geometriche di Centro, Destra e Sinistra, con l’aiuto spesso degli intermezzi. Categorie da ridefinire totalmente, soprattutto per quel Centro, ormai plurale e personalizzato, che ancora oggi si cerca disperatamente in Italia, per sanare, si dice, un bipolarismo ammalato, tragico, populista, massimalista, radicalista, e…pericoloso. E, come spesso  si afferma, per portare alle urne elettori assenteisti. 

Lo sforzo richiesto sarebbe allora solo quello di fare ripetute analisi dei nuovi ceti elettorali e delle nuove classi sociali  sopraggiunti e presenti sulla scena della società italiana. Non escludendo, in questo caso, quelle analisi indispensabili sul cosiddetto voto cattolico. Anche se non si riesce mai a sapere e capire con precisione chi è  veramente il cattolico (se non quello che afferma di andare a Messa) e come distribuisce il suo voto, oggi prevalentemente indirizzato verso FdI, M5s e Lega. Un po’ , ma scolo un po’, ci aiutano sondaggi Ipsos di Nando Pagnoncelli.

Forse l’attuale e nota crisi identitaria dei partiti, rispecchia la stessa crisi identitaria degli elettori. Siamo di fronte alla figura di un nuovo elettore che sceglie di non partecipare al voto non solo per la mancanza di una specifica offerta, come molti sostengono, ma perché ha perso fiducia nella politica, nella classe dirigente, nel partito in quanti tale. A giudizio di molti studiosi, questa disillusione manda in crisi la stessa democrazia. Parliamo di un elettore al singolare, rinchiuso nel circuito dei propri interessi e dunque nella propria sfera privata; un elettore vagante, in preda alle emozioni e alle notizie false, e che in assenza dei vecchi e solidi partiti di massa, quando è presente al seggio fluidifica e rende liquido il suo voto da un’elezione all’altra.

Detto ciò, e ringraziando la presentazione del libro sui 50 anni della Democrazia Cristiana, devo a questo punto necessariamente ricordare un programma Rai di qualche settimana fa. Mi riferisco alla puntata di Report di domenica 5 febbraio trasmessa su Rai Tre (“Scudi Incrociati”). Una buona puntata sulla Democrazia Cristiana, dalla quale mi sarei solo aspettato qualche parola di chiarimento, assieme alla presa di distanza da quanti si dichiarano con molta disinvoltura i legittimi eredi. Un chiarimento onesto, che ho in qualche modo notato soltanto nelle condivisibili parole conclusive del suo conduttore Ranucci.

Ma perché dico questo ?

Perché l’inchiesta di Report è stata invero un poco impietosa. Ha mescolato episodi storici e fatti recenti che  nell’insieme hanno creato sconcerto e anche una certa ironia, in chi ha ricordi tutt’altro che nostalgici dello Scudo Crociato. E che sicuramente hanno lasciato la bocca amara per le sorti del simbolo di un grande partito, come è stato quello della Democrazia Cristiana. Anche se la narrazione è stata obiettiva ed onesta, specie nelle richiamate conclusioni di Ranucci, ciò che ha un po’ turbato è stato l’aver messo assieme argomenti contrapposti e fuorvianti, lontani tra loro dal punto di vista della seria narrazione storica e politica; e che perciò hanno suscitato una benevolenza ironica a riguardo di coloro, e sono tanti, tengono a dichiararsi suoi legittimi eredi e il cui contrassegno viene da essi conservato gelosamente, nonché spesso riproposto nelle varie tornate elettorali. 

Niente di male, intendiamoci. 

Se ci facciamo caso esiste ai nostri giorni  anche un Partito  Comunista che si trascina il simbolo della falce e martello sin dal 1921. Ma montati l’uno di seguito all’altro, questi argomenti hanno sicuramente creato confusione e reazioni di ripulsa nel telespettatore distratto. Una confusione che spinge ad una divaricazione impietosa  tra ciò che è stato e ha significato il vero partito della Dc, e coloro i quali, si ritengono allegramente e in maniera disinvolta i suoi legittimi discendenti. 

Diciamo le cose come stanno perché ancora ai nostri giorni esistono e sono presenti, nelle tornate elettorali, partiti associazioni e gruppi che non solo hanno lo storico Scudo Crociato come simbolo, ma che dichiarano di riproporre uguali programmi e scelte politiche di centro. E non solo i valori, su cui ci sarebbe forse poco da dire. Tutto questo accade in una società globalizzata e sotto una “rivoluzione epocale” – come la definisce sempre Bergoglio – dominata oramai dall’Intelligenza Artificiale e sottoposta quotidianamente  agli attacchi climatici e alle emigrazioni, e  quindi, in generale, con le catene di montaggio governate da un computer.  

Rispetto a tali “metamorfosi”, e per quanto si è sppreso dalla trasmissione, si ha pure a che fare con dei collezionisti di simboli di una importante tradizione, di cui si sentono unici e legittimi eredi, con la non tanto sottaciuta  convinzione che  possa ancora rinascere un grande partito centrista di massa, come è stato la Dc di De Gasperi. 

In questi 40 anni, e dopo che la Dc ha calato le saracinesche, i tentativi di riproporne il nome, il simbolo, e gli stessi valori non si contano. E una babele di lingue e di posture. Ci sono gli eredi del solo simbolo, tenuto ben chiuso nelle casseforti delle proprie teche amatoriali; e ci sono i collezionisti interessati che, in assenza di un regolare Congresso, dichiarano di essere i titolari non solo dello Scudo Crociato, ma addirittura della stessa Dc.

È da non credere, ma Ranucci è un giornalista serio e meticoloso, e si sarà sicuramente documentato. Sostiene infatti che in Italia sono vive e vegete circa 120 associazioni che si contendono non solo il contrassegno, ma anche il  velato intento di partecipare alla spartizione dei 500 immobili, in gran parte venduti dopo la scomparsa della Dc con l’obiettivo di risanare i debiti.

I collezionisti, com’è noto, sono persone  da  stimare per la loro caparbietà e pazienza. Eppure i 120 collezionisti dell’identico blasone nobiliare, quello dello Scudo Crociato, sono da valutare con rispettosa ironia e finanche con sarcasmo. Raccogliere oggetti antichi è sicuramente un impegno che richiede molta cura e dedizione. In effetti, il collezionista è spesso un innamorato degli oggetti che trova e poi conserva. Guai però a passare da maniaci! Non credo sia il caso di questi rispettabili e attempati ex democristiani. In ogni caso, il maniaco è colui che soffre spesso di patologiche tendenze alla solitudine, tipico caso di chi vive fuori dalla storia. L’importante è non offenderla, la storia.

Navalny, il lupo polare e l’orso di Putin.

In un tempo di guerre la morte diventa un’abitudine, perde il suo carattere di tragedia per diventare anonima al pari di un qualunque altro fatto. Essa stessa è smarrita. Desidererebbe non essere più chiamata in causa quotidianamente, così da riprendersi la scena perduta. Difficile accettare di essere una stella non più cadente ma decaduta, senza l’attenzione di chi l’osserva non esprimendo alcun desiderio.

Ci ha pensato il dissidente Navalny a muovere le acque del firmamento morendo nella prigione in cui lo aveva sbattuto Putin dalle parti del circolo polare artico, dove il freddo fa sentire la sua e congela non solo le carni ma anche il pensiero.

Il rischio è che possa sbrinarsi ma anche questo è stato calcolato. Occorrerebbe un tempo che porterebbe alla luce una idea di rivoluzione ormai fiacca e priva di pericoli.

Stare in circolo significa ripetere ossessivamente un proprio cammino fino a rimbecillirti, un po’ come il giro dell’otto di un lupo in gabbia. Navalny è stato suo malgrado iscritto al circolo esclusivo del Polo, non quello dei cavalli, ma a Nord, all’Artico del mondo.  Tutto torna nel disegno della storia. A scavare nella etimologia, Artico significa “Orsa”, per combinazione proprio il simbolo della grande patria russa.

Callisto, ancella di Artemide, ebbe effusioni proibite con Zeus e per punizione fu trasformata in Orsa rischiando di essere uccisa in una battuta di caccia dal figlio Arcade. Per evitare la tragedia, tutti furono congelati in cielo a comporre stelle. Nel caso di Putin non potrebbe che trattarsi dell’Orsa Maggiore, posizioni di secondo piano non le avrebbe mai accettate.

Il circolo è una circonferenza che costringe a tornare a se stessi e in se stessi, forse è questo quello che il potere sperava accadesse nel suo recluso, che faceva fatica a rinsavire non dismettendo le armi della protesta, impietrito in un circolo vizioso da cui non voleva redimersi, parte di un club esclusivo di quelli che hanno la testa dura e che si portano appresso le idee anche dopo la morte.

“Tutte le stelle già dell’altro polo vedea la notte” diceva il sommo poeta, sarà stata questa la preoccupazione che ha attanagliato Putin e compagni, impauriti della capacità del loro contestatore di sapere vedere oltre il contingente, il solo in grado di mandare avanti la storia che loro vorrebbero fermare ad ogni costo. Loro appartengono al Polo opposto, quello che non riconosce altro, se non il loro predominio.

Per oltre 27 volte per punizione è stato messo in condizioni di “splendido” isolamento in modo che avesse tempo per ricredersi sulle sue corbellerie e non contagiasse altri con la sua causa, un molesto battere, producendo idee rumorose all’ascolto del popolo, un colpire dando ospitalità a grilli per la testa.

Di insetti non ‘è posto nella testa del regime, per questo hanno messo Navalny nel carcere dalla fredda sigla IK-3, chiamato più confidenzialmente il “Lupo polare”.

In generale è una faccenda di violenze e di animali senza scrupoli. Dall’aquila bicipite dello stemma della Russia zarista, l’orso viene adottato dal partito Russia Unita di Putin, peraltro in perfetto accordo con felice sintonia con l’ex presidente russo Medvedev il cui cognome, se tradotto, significa singolarmente “dell’orso”.

Navalny è stato messo nel freddo asfissiante di quella terra, rendendo frigide le sue idee, con le intenzioni di sterilizzarle. E’ possibile che Putin abbia colto nel segno, confidando nella prossima dimenticanza di un delitto annacquato nel tanto sangue delle guerre in corso. Possibile anche che abbia sbagliato i conti.

Non importa che l’abbiano ucciso o che sia morto di stenti, si tratta comunque di omicidio. Putin ed i suoi fedelissimi devono stare attenti. Navalny aveva 47 anni, il morto che parla.  Se non tormenterà le coscienze dei suoi aguzzini, continuerà ad incitare alla libertà.

Navalny il contestatore ha rischiato di cadere nell’oblio e come tutti gli eroi, vittime di ingiustizia, è resuscitato di nuovo alle cronache che sarà per un tempo più lungo della esistenza di Putin e delle sue schiere.

C’è qualcosa di goffo, di orribile e di mistico nella vicenda. La madre di Navalny ne ha chiesto all’obitorio la restituzione del corpo. Le è stato risposto che “non è qui dove lo cercate”. Altre donne, duemila anni fa, nei pressi di un sepolcro, ebbero risposte simile.

Putin e consimili, per tempo ancora, venderanno cara la pelle dell’orso, ma idee di fuoco prima o poi bruceranno i governanti di oggi, trascurando il gelo di quel carcere che, per contrasto, ha mantenuto, bene in fresco, idee di libertà senza che possano mai corrompersi, pronte a fare di nuovo la loro parte in barba allo zoo a cui vorrebbero abituare non poca umanità.

La cornice storica del convegno sui Mali di Roma

Lupa, inv. Mob 361

[…] Per quel che riguarda l’immediata prospettiva del convegno è da notare come Giuseppe De Rita abbia segnalato che gli esiti non corrisposero alle attese80 . Per dare continuità a quello sforzo venne creato un comitato che doveva dargli seguito. La sua composizione, però, raccolse anche altre sensibilità e si discostò da quella del gruppo che aveva curato l’organizzazione del convegno. Questo portò ad una diversificazione di posizioni all’interno del gruppo originario. Alcuni, tra i quali De Rita, avrebbero voluto continuare il lavoro di mobilitazione collettiva che aveva caratterizzato la preparazione e lo svolgimento dei lavori. Altri, tra i quali lo storico Pietro Scoppola, erano orientati maggiormente per un lavoro di carattere culturale. Tra i maggiori animatori del convegno, don Clemente Riva fu nominato vescovo ausiliare di Roma per la zona sud, e prese a svolgere con passione la sua nuova missione. Don Luigi Di Liegro, nel suo spirito di servizio ai poveri, iniziò la sua avventura di organizzatore di risposte efficaci con la creazione di luoghi di accoglienza con sensibilità pe le nuove povertà emergenti. Creò la mensa di Colle Oppio ed una rete di servizi utili anche alla luce della presenza in città di quell’avanguardia del fenomeno migratorio che crebbe di anno in anno. 

Il Convegno ebbe una sua interpretazione politica. I suoi esiti apparvero nefasti a gran parte della DC che imputò anche all’onda lunga del convegno le sconfitte alle elezioni regionali del Lazio del 1975 e al Campidoglio nelle amministrative del 1976. Impropriamente, invece, il PCI vide nell’azione di Poletti elementi di convergenza con la propria azione per il cambiamento nella capitale a livello politico. Lo stesso cardinale, in una intervista, ha affermato che il convegno era stato “strumentalizzato dai comunisti che si sono affrettati a proclamare “Poletti è con noi!”, a cercare di fare di me un simbolo del compromesso, dell’accordo con loro”. 

Dal punto di vista ecclesiale quel convegno ha rappresentato un momento di svolta per diversi motivi. Pietro Scoppola – che nel convegno del 1974 aveva presieduto l’assemblea della zona est di Roma – ha sostenuto, rievocando l’evento al momento della scomparsa del cardinale: “Non è che Poletti avesse in testa un disegno, un progetto da realizzare, che volesse imporre qualcosa. Voleva dare alla città la possibilità di esprimersi”. 

Innanzitutto, va detto che con quell’occasione di espressione di tante e diversificate realtà romane, Poletti intese privare l’area della contestazione ecclesiale del monopolio del dibattito sui temi delle povertà e delle disuguaglianze crescenti a Roma. In tal modo fece rientrare quei temi tra i campi di impegno nei quali la Chiesa voleva interpretare un ruolo attivo. 

Se mi fosse possibile utilizzare immagini affermatesi col pontificato di Papa Francesco, riterrei di definire il convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974 un momento di forte estroflessione della comunità cattolica di Roma, espressione di una Chiesa in “uscita” e “incidentata”. Essa andò incontro a tante incomprensioni – quelle della politica, quelle di un certo mondo ecclesiale – ma aprì ad una rinnovata missione nei confronti della città e delle sue periferie. 

Un ulteriore aspetto va segnalato: la preparazione e la celebrazione del convegno permisero al cardinal Poletti di tessere rapporti con alcune delle realtà post-conciliari nate anche ai margini della realtà istituzionale della Chiesa, all’interno di controversi processi di autonomizzazione dalla gerarchia. L’azione pastorale del Vicario si mosse per accompagnare queste realtà e ricondurle progressivamente nel perimetro di una comunione ecclesiale marcata dal nuovo spirito conciliare. Fu l’inizio di una sorta di azione di recupero, perché nelle assemblee del convegno Poletti stabilì un rapporto con numerosi gruppi e realtà del cattolicesimo romano, e per questi mondi egli sarebbe poi diventato un interlocutore imprescindibile. D’altronde il cardinale aveva fatto della sua accessibilità un punto qualificante dell’azione pastorale. Al convegno aveva visitato le assemblee e aveva mostrato attenzione nell’incontrare i partecipanti con cordialità. Questa sua attitudine personale si fece poi elemento costitutivo della sua presenza nella città. Egli la rammentò quando scrisse di quegli anni: “ben presto videro il nuovo cardinale arrivare solo, con la sua auto, senza apparati e senza formalità; primo a tendere la mano nel saluto; sempre lieto di fermarsi e parlare in mezzo alla gente, sorridendo, parlando, stringendo le mani. Credo che questo abbia giovato molto a presentare la Chiesa come popolo e famiglia di Dio…” . 

Ed in questa immagine di Chiesa c’è la risultante della volontà di Paolo VI che voleva la chiesa romana cambiata in profondità, capace di assumere un profilo diocesano, di superare le dinamiche anchilosate che vedevano nel Vicariato un ufficio distaccato della Curia, senza una propria soggettività. Poletti riuscì a riavvicinare i cattolici romani, all’epoca coinvolti in realtà articolate e a tratti autoreferenziali, per convogliarne le energie in una missione di riscatto della città. 

La battaglia, dunque fu quella di guidare Roma nella ricezione del Concilio, ed in questa chiave la mobilitazione del convegno contribuì alla edificazione della Chiesa locale di Roma come soggetto ecclesiale con un proprio profilo popolare, capace di interloquire con la città, di prendersi cura del mondo delle periferie e delle povertà vecchie e nuove. 

All’idea di “città sacra” si andava sostituendo una nuova immagine, un grande cantiere in costruzione, con innumerevoli problemi da risolvere, ma al quale non mancava la compagnia ed il sostegno di una Chiesa “esperta di umanità”.

 

Per leggere il testo originale

https://iris.uniroma1.it/retrieve/89b4e8dd-e625-461b-8713-23655415f1bc/D’Angelo_50-anni_2023.pdf

Dibattito | L’invidia sociale come crisi della sinistra

In un contesto politico turbolento come quello italiano, una malattia insidiosa si è diffusa all’interno della Sinistra italiana: l’invidia sociale. Questa tendenza a criticare qualsiasi decisione del governo, senza distinzioni, sta mettendo a dura prova la coesione e l’efficacia dell’opposizione. È un fenomeno che va oltre la semplice dialettica politica e che mina la fiducia nell’intero sistema democratico.

La sinistra italiana, storicamente associata a valori di solidarietà, equità e progresso sociale, sembra essere caduta vittima di un vizio che mina la sua credibilità e il suo ruolo nella politica nazionale. L’invidia sociale si manifesta attraverso una costante critica delle azioni del governo, senza una reale valutazione dei fatti o delle circostanze. Qualunque sia la decisione presa, sembra essere automaticamente etichettata come sbagliata, alimentando un clima di sospetto e disaffezione nei confronti delle istituzioni.

Un recente esempio di questa deriva è emerso nel comportamento del Presidente della Campania De Luca (Pd), che ha organizzato una manifestazione di sindaci intorno al Parlamento senza autorizzazione, arrivando quasi allo scontro fisico con la Polizia. Questo atto di sfida istituzionale, oltre a essere palesemente contrario alle regole democratiche, ha aggiunto un ulteriore livello di tensione al già complesso panorama politico italiano.

Ancora più preoccupante è stato il comportamento del presidente regionale durante un confronto con la stampa, dove ha insultato pesantemente la Presidente del Consiglio dei Ministri. Questo non solo ha dimostrato un totale disprezzo per le istituzioni e per il ruolo della più alta carica politica del paese, ma ha anche contribuito a inasprire gli animi e ad alimentare un clima di ostilità che non fa che danneggiare l’interesse pubblico.

È importante sottolineare che la politica italiana ha urgente bisogno di un governo forte e di un’opposizione costruttiva. Tuttavia, l’invidia sociale che sembra aver preso piede all’interno della sinistra non fa che ostacolare questo processo. Invece di concentrarsi su un dialogo costruttivo e sulla ricerca di soluzioni ai problemi reali del paese, si preferisce alimentare una spirale di conflitto e di polemiche sterili.

Il risultato di questa deriva è una politica italiana sempre più delegittimata agli occhi dei cittadini, che vedono i propri rappresentanti impegnati in liti personali anziché nella difesa degli interessi collettivi. Questo non solo danneggia la reputazione delle istituzioni democratiche, ma mina anche la fiducia dei cittadini nel sistema politico nel suo complesso.

Per invertire questa pericolosa tendenza, è necessario un cambio di mentalità all’interno della sinistra italiana. È fondamentale abbandonare l’invidia sociale e abbracciare un approccio più costruttivo e responsabile alla politica. Solo così sarà possibile ricostruire un clima di fiducia e di collaborazione che sia veramente al servizio del bene comune.

In conclusione, l’invidia sociale rappresenta una minaccia seria per la stabilità e l’efficacia della politica italiana. È urgente combattere questo fenomeno attraverso un impegno comune a favore del dialogo, della collaborazione e del rispetto delle istituzioni democratiche. Solo così sarà possibile costruire un futuro migliore per il nostro paese.

Morte di Navalny, Putin s’illumina…d’immenso disonore.

Dalla finestra della sua cella nella colonia penale n. 3 – chiamata ‘lupo polare’ – a Kharp della regione di Jamalo-Nenets, nel Nord degli Urali, a più di 2 mila km da Mosca, oltre i confini del Circolo polare artico, Alexey Navalny poteva forse vedere filtrare la luce per due o tre ore al giorno. In regime di isolamento (15 gg), per la ventisettesima volta in tre anni, aveva ironizzato su quella reclusione ai confini più estremi del mondo, dove era giunto il 23 dicembre scorso: “Sono il vostro nuovo Ded Moroz”, il Babbo Natale russo a regime speciale”, descrivendo il proprio abbigliamento e i regali che avrebbe portato. Ma nessuno avrebbe anche solo immaginato che potesse sopravvivere ad un regime di detenzione durissimo: se qualcuno dei prigionieri avesse varcato l’alta rete di recinzione del penitenziario sarebbe stata sbranato dagli animali selvaggi che infestano quel territorio immenso e lontano da ogni possibile rifugio umano. 

Ripercorrere gli ultimi anni della sua vicenda giudiziaria significa immaginare, senza forse nemmeno possibilmente descrivere, la sua salita al Calvario che si è conclusa con una morte che resterà avvolta nel mistero, nonostante le relazioni delle autorità sanitarie che accerteranno con meticolosa burocrazia criminale le cause del decesso.  Arrestato nel 2001, al rientro a Mosca da Berlino dove era stato ospitato e curato per l’avvelenamento da gas nervino Novichok, Alexei sapeva di andare incontro ad un destino breve: condannato in un primo tempo a nove anni di reclusione nella colonia penale di Melekhovo, aveva subito un successivo grado di giudizio a porte chiuse, praticamente senza difesa legale, al termine del quale gli erano stati inflitti 19 anni per “estremismo” secondo un marchingegno giudiziario studiato a tavolino dal regime cleptocratico sotto la guida del FSB, erede del KGB. 

Forse nemmeno Kafka avrebbe potuto descrivere in tutti i suoi risvolti impenetrabili un teorema così spietato e determinato da un lato, quanto incomprensibile, assurdo e grottesco dall’altro. Già in quella sede si erano scritte le ultime pagine della vita di Navalny, fiero e coraggioso oppositore del regime: la sua immagine, il suo volto scavato dalla sofferenza e dall’isolamento erano insieme l’icona della spietatezza a cui può giungere l’animo umano e dall’altro il segno di una lenta espiazione del ‘nulla’, poiché ogni imputazione era semplicemente la rappresentazione di ciò che la filiera della dittatura andava costruendo in modo del tutto falso, anche se restituiva ai suoi sostenitori il coraggio e la volontà di opporsi al male, di resistere fino alla fine, per lasciare una traccia, un percorso che prima o poi qualcuno potrà riprendere. 

L’eroismo di Navalny non consisteva tanto in gesti eclatanti di resistenza quanto nell’evidenza delle parole ferme e pacate che riusciva a far filtrare e trasmettere in tutto il loro significato simbolico ed evocativo. La giustizia e il suo opposto, l’ingiustizia, hanno diverse forme di rappresentazione nel mondo: la vicenda umana di Navalny ha messo in luce gli impliciti e le contraddizioni insostenibili di un regime che non ammette opposizione politica e revisionismo ideologico. Penso – per un confronto che mi è necessario per capire fin dove arriva la polarizzazione giudiziaria – alle diatribe di piccolo cabotaggio e alle procedure discutibili sui tempi dei processi, gli sconti di pena, l’avvalersi della facoltà di non rispondere, le congetture sulla flagranza di reato o sulle attenuanti generiche: cito a caso per rimarcare quanto in democrazia contino i dettagli e le sfumature, cosa non pensabile dove politica e magistratura sono un tutt’uno per costruire un solido e inscalfibile apparato processuale, dove l’imputato è già condannato dall’ideologia dominante prima ancora di entrare in un’aula di giustizia. 

Il carcere dove ha concluso il suo transito terreno l’eroe Alexey Nalvalny, di fronte al quale dobbiamo inchinarci per riconoscere il valore della coerenza e ricordare certe pagine della nostra storia, narra la presenza di un eroe  che lascia un esempio che va oltre la sua personale esistenza, così fu per le vicende umane degli ospiti dei lager, così è oggi per quest’ uomo che rientrando in Patria senza sottrarsi ai pericoli di un regime che lo aspettava al varco, decise di andare avanti senza remore, sotto gli occhi del mondo. Il processo sommario subito e la carcerazione più dura che si possa immaginare, senza contare il regime di isolamento, l’ambiente, le restrizioni delle pur minime libertà personali sono la rappresentazione di un martirio: ci vogliono gli eroi e pure i martiri per comprendere quanto possa essere spietato, crudele ingiusto l’animo umano. 

Come può essere credibile la trama e la ricostruzione dei fatti nell’aggressione all’Ucraina di cui ricorrono tra pochi giorni due anni di distruzione e di morte? È nelle corde della tirannia la scelta tattica dell’annientamento, radendo al suolo città e villaggi, facendo vilipendio dell’amor di Patria di un popolo, umiliando la dignità e le idee di una singola persona. Navalny conclude in modo silente ma drammatico la sua vita terrena ma forse la sua fine può dare coraggio a quella parte del suo popolo che ha compreso che Putin porterà il Paese allo sfacelo e – nello stesso tempo – rinsaldare i legami e i disegni del mondo libero che ha capito, non è mai troppo tardi, che un despota non ha remore morali perché spinto solo dall’odio e dalla volontà di distruzione. Navalny ha resistito stoicamente al massacro fisico e alla disperazione della solitudine: dobbiamo raccogliere il testimone che ci consegna perché non c’è nulla di più prezioso da imparare che la coerenza di una vita.

La deformazione del giornalismo militante

Il giornalismo militante è sempre esistito. O meglio, il giornalismo politico militante è sempre esistito nel nostro paese. Anche perchè, tema molto antico ma sempre attuale, non esiste un giornalismo asettico e senza opinioni. Ma, al di là di questa considerazione sufficientemente scontata, quando il giornalismo – soprattutto quello televisivo – assume i tratti strutturali e consolidati della militanza politica si sconfina inesorabilmente nel settarismo e nella faziosità che non giovano neanche alla qualità e alla autorevolezza del giornalismo stesso. Come ovvio, non si sfiora neanche il tema della imparzialità e della oggettività della notizia perchè, nel caso specifico, il “pregiudizio” precede e annulla qualsiasi altra riflessione. Se nella carta stampata, di norma e salvo rarissime eccezioni, si risponde unicamente agli interessi e ai voleri dell’editore, cioè del “padrone” della testata, è nell’attuale giornalismo televisivo che questa faziosità settaria emerge in modo persin troppo sfacciato. 

Un esempio tra i molti? Semplicemente basta sfogliare la margherita. Vuoi ascoltare l’attacco frontale quotidiano e senza scrupoli al centro destra e soprattutto alla premier Meloni? È sufficiente sintonizzarsi sulla trasmissione della Gruber e il piatto è servito. Ti vuoi divertire con gli approfondimenti a senso unico indirizzati contro tutto ciò che non profuma di sinistra o di populismo grillino? Ti ascolti i programmi di Floris e di Formigli. E gli esempi potrebbero proseguire sulle reti Mediaset dove alcune trasmissioni sono persin imbarazzanti perchè semplici bollettini di propaganda.

Dopodiché esiste un giornalismo di qualità e realmente imparziale, almeno nella conduzione dei programmi di approfondimento e di dibattito. Un esempio fra tutti? La rubrica quotidiana di Bianca Berlinguer e lo stesso suo programma di approfondimento serale come, per fare un altro esempio, l’appuntamento quotidiano di Andrea Pancani o la stessa Tagadà condotta da Tiziana Panella. Appunto, non centra l’emittente televisiva ma la modalità concreta che caratterizza la conduzione e la guida della singola trasmissione di approfondimento politico e giornalistico.

Perché, e lo ripeto, quando sai con largo anticipo che guardando quella trasmissione assisti ad un attacco frontale ad una parte politica e ad una difesa sperticata della controparte, si creano anche le condizioni per un pubblico di tifosi o da curva sud. Certo, la fidelizzazione di un pezzo di opinione pubblica è un aspetto da non trascurare affatto ai fini della tenuta dello share da un lato e, di conseguenza, degli incassi pubblicitari dall’altro di quella singola trasmissione. Ma il tutto, purtroppo, avviene anche a detrimento della qualità dell’informazione. Perché, e molto semplicemente, si sostituisce l’appartenenza politica netta e definita a qualsiasi altra considerazione e valutazione.

Ecco perché, e nel pieno rispetto del giornalismo militante e politicamente schierato e netto come ad esempio Report o altre trasmissioni, un sano e trasparente giornalismo di inchiesta e un buon giornalismo di informazione continuano ad essere fari decisivi che contribuiscono ad illuminare ciò che capita nel paese e nel mondo e, dall’altro, a ridare qualità e credibilità alla stessa democrazia italiana.

La politica è costruzione, non ricerca di consensi facili.

Una grave emergenza è la lesione della democrazia con un astensionismo elettorale che sembra non preoccupare troppo le forze politiche. Anche in questo ambito si sa cosa poter fare ma non se ne vedono le avvisaglie. In occasione delle elezioni europee potremo votare col sistema proporzionale e con le preferenze. Temo che nonostante questo, il disamore indotto dai comportami consolidati per le l’elezioni nazionali, non ci offrirà una inversione dì tendenza. Tuttavia mi soffermo su questa emergenza che porta con sé l’emergenza sanitaria, l’emergenza educativa, l’emergenza rappresentativa.

L’attuale maggioranza parlamentare è percentualmente la minoranza degli aventi diritto al voto. La responsabilità è dei cittadini che rinunciano a un diritto fondamentale e dei partiti che non li motivano e non esortano a sufficienza.

Come vengono stimolati gli elettori?

Il linguaggio e il metodo social propongono una comunicazione sloganistica. Invece della spiegazione di un programma con la precisazione delle singole parti da attuare, con che mezzi, in quanto tempo, ecc. Gli elettori dovrebbero decifrare metafore e richiami a vicende non allineate con i loro problemi: aumento prezzi, aumento tasse (basta pensare alla benzina e all’IVA su generi di prima necessità igienica,ecc.).

E chi si ricorda di Vanna Marchi tra spettatori che da anni guardano meno la TV? Anche la precedente campagna elettorale aveva troppo sintetizzato in slogan i messaggi essenziali. Soprattutto l’opposizione deve farsi capire con la precisione delle proposte alternative e che mostrino chiarezza di visione e coerenza. L’elettorato si confonde. È accaduto, per esempio, che il Pd sia scivolato su due leggi costituzionali: nel 2001 ha modificato le competenze delle Regioni di fatto avendo preparato la base per la autonomia differenziata; ancora più grave, se possibile, la svolta a U per la legge costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari e non bastasse ora seguirebbe ancora il M5S nel mutamento di impostazione, addirittura in politica estera, con riguardo all’invio di armi in aiuto alla Ucraina. 

Nell’attuale sistema bipolare, un po’ sghembo, si impongono alleanze ma se queste snaturano il profilo della

propria parte di appartenenza, sarà difficile farsi capire dai propri elettori. È interesse delle opposizioni contrastare e far emergere le incongruenze e le mancate promesse della maggioranza regnante, ma anche contribuire alle eventuali scelte del governo utili al Paese, collaborando in Parlamento per riempire le ‘scatole vuote’, intestandosi il successo del proprio intervento (servizi pubblici come RAI, Sanità, fisco, natalità, ILVA, ITA, ecc).

La politica è costruzione non demolizione per contingenti interessi; se la democrazia è alternanza, non giova a chi succederà alla provvisoria maggioranza, trovare un Paese in difficoltà. Né si addice alle opposizioni imitare i flashmob che infastidiscono i cittadini laboriosi. Che dire invece della poca affezione a vigilare perché gli eletti interpretino la loro alta funzione “con disciplina e onore”? La spartizione dei posti con l’aumento delle poltrone grida vendetta: si sprecano soldi pubblici in cellulari, segreterie, auto di servizio aggiuntivi, frutto di mediazioni vergognose.

Invece mancano i fondi per le leggi sulla disabilità e per gli anziani non autosufficienti. Digitalizzazione e decentramento di servizi riducono le collocazioni di amici e parenti? La politica è costruzione anche di educazione civile.

Una Nazione ‘aizzata contro’ poi non perderà le abitudini… Moro esortava a riflettere “sulle conseguenze delle conseguenze”. La politica è prevedere e prevenire il futuro. Sarà sempre più attraversata da problematiche etiche, ambito in cui le ideologie devono ritirarsi e lasciar spazio alle coscienze. La disciplina di partito in ambito della libertà più alta, quella della coscienza, in materie non negoziabili, uccide la politica, perché annulla le appartenenze.

Nonostante i social, le relazioni personali, l’incontro con i cittadini, l’ascolto degli enti intermedi crea cultura e appartenenza. Senza fidelizzare gli elettori, i sondaggi hanno poco senso, perché interpretano semmai la volubilità emotiva del momento.

1974, i Mali di Roma e la risposta politica della Dc.

Un’analisi storica e attuale della condizione della città di Roma

Noi confermiamo la nostra vocazione e la nostra fede di cristiani e siamo consapevoli che l’impegno politico per ogni cattolico costituisce uno sbocco dell’aspirazione alla partecipazione agli avvenimenti della comunità locale nella quale operiamo con l’ansia di cogliere nelle vicende degli uomini i segni di cambiamento e le esigenze diffuse di un rinnovamento civile, sociale ed economico.
Ma la riaffermazione della nostra vocazione di cristiani impegnati si precisa con delle scelte che ogni giorno dobbiamo fare come cittadini, di fronte ad una città ed una comunità i cui problemi – nei suoi primati negativi e nella globalità delle carenze – trovano origine in una realtà storica lenta a modificarsi, travagliata da sussulti sempre più incidenti, soffocata da aspirazioni umane crescenti e per le quali i gruppi organizzati ai vari livelli di impegno politico (di quartiere, di zona, di città) non hanno sempre saputo offrire adeguate strutture amministrative, di assistenza e di lavoro capaci di sollecitare la trasformazione auspicata della città in una vera comunità operante.
La nostra vocazione si qualifica, quindi, attraverso delle scelte e delle opzioni che, se traggono origine nella nostra fede di cattolici, trovano tuttavia occasione di misurarsi nell’impegno sociale e politico, dove sovente i comportamenti tendono più a differenziarsi che a coincidere, in uno scontro dialettico con altri comportamenti originati da differenti vocazioni, idee, logiche.
La città ed i suoi problemi divengono, quindi, luoghi di scontri e di tensioni, ed affrontarli vuoi dire confrontarsi e paragonarsi. Per questo motivo i problemi di giustizia diventano problemi stimolanti d’impegno sociale in una dimensione di drammaticità che non è sufficiente fotografare in un immaginario bilancio le cui poste sono le cose fatte e quelle mancate, ma che occorre approfondire con un’azione penetrante che tenga conto, oltre che delle deficienze e delle carenze, anche delle evoluzioni e delle trasformazioni avviate O promosse, delle tensioni sollecitate o suscitate, perché convinti come siamo anche noi che la società stessa è motore e guida del suo sviluppo, dalla società riteniamo che i cristiani politicamente impegnati devono ricevere indicazioni e sollecitazioni. Ma la società a cui guardiamo non è la terra da trasformare in cielo, non è la città del peccato da tramutare in regno di Dio, ma è la terra che vogliamo terra, è la città che vogliamo comunità da costruire ed edificare con l’uomo e per l’uomo.
Da allora la speranza di cristiani diventa un impegno per il politico, la fede diventa dinamicamente azione sociale.
Noi partecipiamo alla vita politica ed alle sue contraddizioni di ogni giorno; come gruppo politico organizzato tendiamo ad esercitare la responsabilità che ci viene in un’azione alla base della quale ci sforziamo di porre le nostre idee e le nostre aspirazioni di cristiani, con i limiti però che incontriamo come cittadini. In realtà cerchiamo e ci sforziamo, non sempre riuscendoci, di dare efficacia sociale alla nostra ansia di vivere la nostra fede.
Ma quali sono le nostre opzioni e le nostre scelte fatte nel mondo e nella società in cui viviamo ed operiamo?
A questo è necessario dare un senso di riscoperta se vogliamo evitare quel distacco dalla realtà sociale che ci circonda perché le condizioni della comunità in generale e della città di Roma in particolare impongono non un’azione ispirata a saldi principi che rendono feconda e costruttiva la presa di coscienza sociale comunitaria e civica ed efficaci le scelte storiche (politiche ed amministrative) che nella comunità romana si rendono necessarie per avviare a soluzione i problemi più urgenti.

Di seguito il link con il testo

La DC sui Mali di Roma

I cattolici e il riarmo

L’attuale dibattito in materia di difesa e sicurezza in Europa è caratterizzato dal riemergere del tema del riarmo. In parte questo avviene, come da tempo avverte Mario Draghi, per il venir meno della certezza che l’Europa possa sempre e comunque contare sullo scudo difensivo americano. E in parte avviene per un fisiologico avanzamento dell’ integrazione europea che induce a discutere di un maggior coordinamento, se non di una vera e propria messa in comune, delle forze armate dei Paesi UE, nella prospettiva di rafforzare il pilastro europeo della Nato. Un impegno riconosciuto anche dalla Nato che nel proprio Concetto Strategico del vertice di Madrid del 2022, definisce l’Unione Europea “un partner unico ed essenziale”.

A questi due fattori che spingono a riconsiderare l’aumento delle spese militari, che in tempi normali verrebbero visti con la dovuta attenzione, senza isterismi e infondati allarmismi, se ne aggiunge un terzo, costituito dal far fronte alla guerra in corso in Europa, sul quale emergono significative differenze di impostazione e di finalità nel dibattito.

Stiamo assistendo a una campagna di stampa internazionale in grande stile, condotta anche dalle principali centrali neocons nel nostro Paese, per inscrivere l’aumento delle spese militari, in sé non necessariamente un male, in una più vasta riconversione bellica dell’economia europea in vista di tempi di guerra che si intendono lunghi e strutturali, ovvero rilegittimando pienamente la guerra come strumento della politica, “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ripudiato dalla Costituzione. Alla base di una tale impostazione vi sono, a mio parere, alcune discutibili convinzioni. La prima è che in questi ultimi anni non siano maturate alternative a quello che Charles Krauthammer definì nel 1990 il “momento unipolare” americano. E, di conseguenza, ogni oggettivo cambiamento degli equilibri globali, dovuto anche solo al fatto che gli extra-occidentali esistono, si riproducono a ritmi maggiori di quelli occidentali e le loro economie si stanno sviluppando più velocemente del previsto, viene visto più come una minaccia che come un’opportunità.

La seconda convinzione che ormai viene ripetuta insistentemente, è quella che incita l’Ue a sostituirsi agli Stati Uniti nel teatro bellico europeo, nel caso di un disimpegno americano dovuto all’esito delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. E a questo fine viene volto quel riarmo europeo che invece non manca di altre valide giustificazioni. Senza dimenticare, peraltro, che un tale riarmo riguarda anche la Germania, attualmente retta da una coalizione di sinistra, ma con un’estrema destra crescente e sempre meno lontana dalle stanze del potere. E senza dimenticare che un grande (rispetto ai membri UE) Paese come l’Italia, annoverato fra quelli che dovrebbero aumentare la spesa militare, dà ogni anno già un contributo di circa trenta miliardi alla Nato. E senza dimenticare , infine, che la Nato è retta da un organo politico, il.Consiglio del Nord Atlantico che riflette le posizioni dei Paesi membri, cui spetta la determinazione delle strategie. Non si capisce per quale ragione tale organismo dovrebbe necessariamente riflettere gli auspici di determinati circoli privati di potere anziché le indicazioni dei governi democraticamente eletti.

Ora, dovrebbe apparire evidente che una tale interpretazione del tema del riarmo europeo possa suscitare più di una perplessità fra i cattolici italiani, anche alla luce delle posizioni espresse dalla Cei e dal Papa Francesco. Soprattutto la dottrina della guerra espressa dal Pontefice, “un crimine contro l’umanità”, ne delegittima il ricorso disinvolto pur riconoscendo il diritto alla legittima difesa, che è sancito anche dall’articolo 51 dello Statuto dell’ONU.

A mio avviso, a questo livello si pone la sfida per i cattolici impegnati in politica. Mettere bene in chiaro che il ricorso al riarmo (che pure porta sempre con sé un segno di contraddizione alla luce delle molte necessità non soddisfatte dei cittadini) in Europa attiene al rafforzamento della capacità di deterrenza dell’Ue e non costituisce una implicita ammissione di aver scelto l’opzione bellica per la costruzione di un nuovo sistema di sicurezza europeo e globale. Il quale, in ultima analisi dipende, per quel che riguarda l’Ue, dalla capacità di porsi sulla scena globale come uno dei protagonisti, distinto e autonomo. E dalla volontà di riconoscere gli altri attori globali, vecchi e nuovi, come interlocutori con pari dignità. Un salto di qualità molto più necessario del riarmo e di un confronto bellico “decades-long” per ricreare un quadro di stabilità e di sicurezza in Europa.

Democrazia e trattori, ovvero la mediazione dimenticata.

I trattori che attraversano l’Italia dimostrano almeno in parte cosa accade quando la politica abbandona la strada della mediazione e del confronto con i corpi intermedi.

Le realtà che si organizzano per rappresentare gli interessi (più o meno) legittimi di categorie e gruppi sociali sono a tutti gli effetti un valore aggiunto per una comunità e il confronto sulle loro istanze, svolgendosi in modo collegiale all’interno della categoria, si arricchisce di elementi di valutazione e di ponderazione che aiutano a maturare delle idee che trasformano le richieste in proposte da avanzare alle istituzioni o alle controparti chiamate a fare delle scelte. I corpi intermedi della società hanno – o sarebbe meglio dire avevano – proprio questa funzione, ovvero essere quel primo banco dove i problemi trovavano un momento di valutazione che superi la semplice visione individuale – e magari avvolte anche egoistica – per approdare ad un’idea più equilibrata che tenga insieme le ragioni di chi protesta e gli interessi della collettività in un quadro di contesto generale.

La mediazione è la ragione che giustifica l’esistenza della politica e soprattutto l’azione che ne deriva per contemperare e comporre interessi tra loro diversi e talvolta addirittura fortemente contrapposti. In questo senso la mediazione ha un valore politico sia in termini formali che sostanziali; in senso formale è un metodo di confronto per la ricerca di soluzioni largamente condivise, ma in termini sostanziali favorisce la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali.

Nel caso specifico, la scelta di rinviare e ritardare il confronto con gli agricoltori che stanno protestando da qualche settimana va nella direzione opposta rispetto a quella del confronto e della mediazione. Confrontarsi non significa assolutamente condividere – meno che mai assecondare o accettare – le richieste della controparte di turno, ma è un gesto di attenzione e di rispetto verso una sofferenza che viene sottolineata con la protesta in piazza. Molto probabilmente non tutte le istanze degli agricoltori in agitazione sono condivisibili ed accoglibili, ma chi ha una responsabilità di governo non può trattare come premessa ciò che dovrebbe invece essere la conclusione di un confronto con le parti interessate.

La vicenda della protesta agricola sta dimostrando che la crisi di partecipazione e di rappresentatività non risparmia nessun ambito politico o sociale; la protesta dei trattori ha infatti come obiettivo anche le associazioni di categoria più organizzate e blasonate. Anche questa protesta si collega quindi al tema più generale della crisi del sistema di democrazia rappresentativa. Per questo va recuperato in fretta il valore della mediazione politica con la funzione centrale dei corpi intermedi, altrimenti l’eccessiva frammentazione della società metterà in discussione il concetto stesso di comunità organizzata con un aumento incontrollato della conflittualità sociale.

Ma il Centro…dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va.

Cresce la voglia di Centro e, al contempo, cresce la frammentazione del Centro. Apparentemente un paradosso ma, in effetti, non lo è. Per la semplice ragione che quando un progetto politico non è sufficientemente chiaro nelle sue finalità rischia di essere esposto al vento della frammentazione e della casualità. Un processo simile a quello che ormai da anni caratterizza l’area del cattolicesimo politico italiano dove il dogma dell’autoreferenzialità e della divisione ha soppiantato quello dell’unità e della stessa responsabilità.

Ora, per non fare di tutta l’erba un fascio, è appena il caso di ricordare che alle ormai prossime elezioni europee il Centro si presenterà ma, purtroppo e quasi sicuramente, in mille prezzi. Il modo migliore non per riaffermare un progetto politico e una prospettiva a lungo termine ma solo per contendersi il fatidico 4%. Quando, invece, del Centro e della “politica di centro” ce n’è bisogno perché non può essere la deriva degli “opposti estremismi” la regola aurea che disciplina il buon funzionamento del sistema politico italiano. 

Quando manca l’efficacia e il richiamo di un progetto politico chiaro, trasparente e immediatamente percepibile, è giocoforza che prevalga il virus della divisione e della polverizzazione. Al riguardo, è indubbiamente importante lo sforzo di Emma Bonino di convocare il prossimo 24 febbraio a Roma tutti coloro che si riconoscono nel medesimo gruppo europeo a presentarsi sotto un’unica sigla anche in Italia. È quasi un richiamo al buonsenso prima di qualsiasi valutazione politica o progettuale. Ed è proprio su questo versante che si percepisce il deficit di politica, vale a dire la mancanza di una visione strategica del Centro nella politica italiana. A partire, certamente, anche dalla prossima consultazione europea.

E non può essere la lodevole iniziativa di Bonino a colmare questa carenza e questo vuoto. E, di fronte a questo quadro, è sempre più evidente che l’unico progetto politico da perseguire su questo versante è quello di una nuova e rinnovata Margherita. Non per replicare nostalgicamente il passato ma, al contrario, per riproporre un progetto politico riformista, centrista, liberale e di governo nel nostro paese. Un modello organizzativo e un progetto politico che nel passato sono riusciti a condizionare la visione riformista e di governo nel nostro paese e, al contempo, a rilanciare una proposta che nel tempo è poi stata, purtroppo, sacrificata sull’altare di un crescente e sempre più nefasto “bipolarismo selvaggio”. E oggi abbiamo semplicemente bisogno di un partito plurale, democratico al suo interno, non personale e, soprattutto, autenticamente riformista. Appunto, abbiamo bisogno di una nuova Margherita. E per far decollare questo progetto – seppur in assenza di quei leader e statisti che lanciarono quella proposta all’inizio degli anni duemila – saranno ancora una volta decisivi il pensiero e la cultura del cattolicesimo popolare italiano. Che, storicamente, sono alternativi, esterni ed estranei a qualsiasi deriva leaderistica, populista, demagogica e anti politica. Questo è il progetto, se non l’unico progetto, per rilanciare il Centro e “la politica di centro” senza inseguire slogan sterili o perseguendo sfide autoreferenziali e del tutto divisive.

Dibattito | Sul terzo mandato piovono veti inammissibili.

Ammesso che la battaglia di Salvini per il terzo mandato sia motivata dalla necessità di bloccare Zaia nella sua regione altrimenti c’è disponibile il candidato a succedergli a capo della Lega, è altrettanto vero che l’operazione sta a cuore alla Meloni per liberarsi di uno scomodo Salvini e tentare di addomesticare la Lega. A questo punto il problema è di sopravvivenza e nessuna ritorsione può essere esclusa da Salvini. 

Primo classificato nello stupidario è il capogruppo Pd a Montecitorio l’on. Boccia. Che dire della sua infelice espressione: “No a sindaci satrapi”, che tali sarebbero se superano i due mandati? Viene spontanea ed appropriata la risposta: “Boccia-to!”. Spiace che a parlare in questo modo sia uno dei massimi esponenti di un partito che, unico nel panorama politico, a livello statutario preveda le primarie aperte a tutti per la scelta del segretario. Ciò ricorda molto bene che il mandato democratico viene dagli elettori in omaggio al concetto del “Cittadino arbitro” di Roberto Ruffilli, ovvero di un cattolico democratico che con Moro e Bachelet ha pagato con la vita. 

In coscienza, un parlamentare non scelto dal popolo si rende conto che i rapporti quotidiani con l’elettorato, il più diretto e personale, è di chi sta in trincea nei comuni? Sa, l’on. Boccia, quale valore formativo abbia fare il Sindaco per il ricambio di classe dirigente, dal basso verso l’alto, e i tempi che occorrono per portare a successo un programma ambizioso per la propria comunità? e il logoramento che comporta, come pure i tanti abbandoni per chi sta in trincea contro ogni sorta di pericoli? I fautori del no sanno di andare contro il valore formativo e di testimonianza della più grande scuola democratica rapprentata dallo Stato delle autonomie, vero gioiello della Costituzione grazie all’apporto determinante dei cattolici democratici e salvaguardia della vita democratica durante tutta la guerra fredda? Possibile che non si percepisca un fenomeno come quello della  longevità e connessa crescita di esperienza e saggezza? Ed è un puro caso il doppio mandato di 7 anni conferito a Mattarella, quasi equivalente ad un terzo mandato? E’ questo il modo migliore di stare in Europa dove nessuno si sogna di mettere limiti al mandato popolare? 

La Merkel ha accumulato ben 4 mandati consecutivi – bisogna che ce ne ricordiamo – con un peso determinante per tutta l’Europa e non senza riflessi sul mondo intero. Spetta agli elettori decidere. O è meglio ricondurre le decisioni al chiuso di oligarchi di un potere politico sempre più personale, con la logica umiliante e forzata dell’uomo solo al comando? Serve una riflessione ponderata e, soprattutto, un bagno di realismo. Certe polemiche non aiutano a individuare quale sia la questione più urgente e delicata, posta in realtà, per chi non abbia i paraocchi, esattamente all’incrocio del rilancio o del declino della democrazia.

La Voce del Popolo | Il Paese ha bisogno di sentirsi unito

C’è sempre un attimo in cui il Paese si raduna e celebra la sua unità attraverso la moltiplicazione delle sue differenze: l’attimo del festival di Sanremo.

Ogni anno ce lo ripetiamo con stucchevole monotonia, celebrando gli indici di ascolto più alti di tutta la stagione televisiva, dando fiato alle trombe delle polemiche tra di noi e ritrovando il nostro significato dentro il flusso di tutte quelle differenze, quelle sfide, quelle polemiche, quei litigi che dal palco dell’Ariston entrano di prepotenza nei nostri salotti.

La figlia d’arte che trionfa in nome del padre, la veterana che non si rassegna al passare degli anni, l’emarginato che si conquista le luci della ribalta, il trasgressivo che gioca a fare scandalo. E poi gli applausi, i fischi, le lacrime. E il giorno dopo le polemiche, le riflessioni, i commenti alati e quelli più terra terra. La banalità e l’originalità che si tengono per mano, difficili da distinguere. E la ritualità delle sentenze che poi se ne traggono, e lo scontato bla bla bla che ne segue (compreso questo mio, ovviamente).

C’è tutto, nel festival e nel dopo festival. Compreso il fatto che quel successo che si ripete di anno in anno ci racconta una cosa che la politica trascura. E cioè che il nostro Paese ha un gran bisogno di trovare un attimo, anche solo un attimo, per sentirsi ragionevolmente unito. Con tutte le differenze, le polemiche, i litigi, s’intende. Ma anche con la consapevolezza che il senso di tutte queste dispute è il loro svolgersi sotto la volta di uno stesso destino sia pure un destino conteso. In una parola, quello che la politica non riesce più a fare per suo conto.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 febbraio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Franco Salvi, un ‘sacerdote’ della vita democratica.

Franco Salvi moriva la sera del 28 ottobre 1994. La malattia fisica lo aveva aggredito da tempo. La malattia dello spirito, il declino delle energie morali, il morire, erano cominciati con l’assassinio di Aldo Moro ed erano precipitati con l’uccisione di Bachelet nell’atrio della Sapienza. Lo avevano trovato, Franco, accasciato ad un angolo dell’università, perso nella disperazione.

Bachelet era l’amico intimo rimasto dopo la morte di Moro. Moro, era stato la ragione di vita e di impegno di Franco. Quel leader e le idee che incarnava non erano solo teorie, principi etici, ragioni politiche, progetti illuminati, ma prassi di una gestione dello Stato che si andava inverando pur fra mille difficoltà e feroci avversioni interne e internazionali.

[… ] E capiva Franco che, con la morte di Moro l’Italia sarebbe entrata in una regressione di idee, in una confusione progettuale, in un disorientamento politico da cui non sarebbe stato facile uscire.

Dopo molti decenni, ancora oggi all’Italia non è riuscito di ritrovare il percorso, una traiettoria di progresso morale, un sentiero di futuro. Perché il Paese non ha avuto il coraggio di rivisitare i suoi anni Settanta e di sistemarne, ordinatamente, gli avvenimenti che li hanno attraversati. Nel male ed anche nel bene.

Si è chiusa la stagione dei partiti, perno della vita democratica sancita dalla Carta Costituzionale. Si è archiviata, per colpe proprie e dell’episcopato italiano, la storia dei cattolici impegnati in politica. La sinistra, con la morte di Moro, e lo spaesamento di Berlinguer, si è sciolta nel mare delle proprie contraddizioni storiche. La stagione delle stragi, da piazza Fontana a piazza Loggia alla stazione di Bologna, insieme alla irruzione drammatica del brigatismo rosso, determinarono le ragioni del riflusso.

Vent’anni di egemonia berlusconiana hanno sfarinato la democrazia partecipativa, dando vita al populismo politico, all’individualismo di una società malata di solitudine, curata adesso con il narcisismo social. Non estraneo alla deriva dei no vax che impedisce la sconfitta definitiva del virus che ha stravolto la nostra vita collettiva nel biennio 2020-2022.

Franco Salvi fu fra gli ultimi cavalieri, uno degli ultimi sacerdoti della vita democratica dei cattolici impegnati. Uso termini sacrali perché così lui pensava la democrazia, un rito che esigeva costi personali, sacrifici individuali, fedeltà non discutibili. Visse come un samurai, una vita dedicata alla moralità dei fini. Morì come i soccombenti per eccesso di virtù. In letteratura sono modelli, i don Chisciotte, i Cyrano de Bergerac.

In politica sono i molti leader sconfitti dal potere ma testimoni di una idea, di una utopia, di una aspirazione più alta delle nostre mediocrità. È la storia del Risorgimento, della lotta di liberazione, dei Costituenti per la democrazia in Italia e in ogni parte del mondo. Così fu la vita di Franco Salvi, dalla militanza nella Resistenza, dal carcere nazista di Verona, dalla leadership nelle fiamme verdi, da una saga familiare ancora tutta da scrivere.

Il suo carisma bresciano lo esercitava con incontri settimanali nella grande sala della dismessa farmacia paterna nel quartiere popolare del Carmine. Una sala rimasta sempre arredata dai grandi vasi medicinali della farmacia di Emilio Salvi che per decenni aveva servito i poveri della città e che, per tutto il periodo della Resistenza, è stata la sede della clandestinità, dei comitati di liberazione, degli incontri segreti, degli approdi rischiosi.

Dentro, crebbe una famiglia di leaders sociali e politici e culturali. Una palestra riconosciuta di educazione all’esercizio esemplare della cittadinanza.

[…] I Salvi, come i Trebeschi, i Montini, i Bazoli, i Minelli sono la storia di Brescia e del suo cattolicesimo sociale e liberale.

Sono non solo l’ossatura, la trama della tenuta civile della città, ma l’identità culturale, la leadership politica per lunghi anni, fino a quando la politica rimase portatrice del ruolo essenziale della tenuta e della crescita sociali. Ma lo furono perché l’egemonia del cattolicesimo che quelle famiglie interpretavano era universalmente riconosciuta.

Il loro era un impegno che si generava nei capisaldi della responsabilità individuale, nell’universalismo cristiano, nel progetto capace di coinvolgere l’intera società, non una parte di essa. Sono famiglie che hanno pagato prezzi alti, fedeli ad un comportamento divenuto concezione di vita, emblematico di una storia del cattolicesimo democratico.

Dopo la guerra Franco Salvi si impegnò immediatamente nella ricostruzione. Fu presidente nazionale della FUCI per volere di Montini, poi Paolo VI. E in breve, iscritto alla D.C., divenne responsabile della Camilluccia, la scuola quadri del partito. Passò da lì l’intera classe dirigente democristiana, metà del giornalismo italiano, tutta la dirigenza dell’industria pubblica.

Fu a lungo parlamentare, primo collaboratore di Aldo Moro, con i leader della sinistra, e le figure d’oltre Tevere, le teste pensanti del Vaticano. Incarnò in prima persona la linea politica del cattolicesimo democratico.

Gettò a lungo lo sguardo sui problemi internazionali con collaborazioni dirette e indirette, promosse movimenti, fu presidente di associazioni per l’Africa e per l’Est Europa. Alla fine accettò ruoli secondari, incarichi di modeste identità. Non chiese mai nulla per sé, la sua carriera, il suo prestigio. Ho incontrato due anni fa, poco prima che morisse, Nicola Rana, l’intellettuale di Moro. Abbiamo parlato a lungo di Franco. Mi ha confermato che Franco Salvi è stata una delle personalità più rigorose e cristalline della D.C. italiana e che non ebbe ciò che meritava.

Molte volte il suo nome figurava nella lista dei ministri da nominare, ma lo stesso Moro ne chiedeva la rinuncia.

Franco, diceva, doveva stare al partito, doveva dirigere il gruppo, essere il riferimento delle mille controversie che nascevano in ogni parte d’Italia.

La fedeltà, il coraggio, la testimonianza, lo sguardo al futuro, la passione per il rigore e la verità, l’assunzione del rischio personale, sono tutte qualità che si trovano intatte nel discorso storico che Franco pronuncia dalla tribuna del XIV congresso D.C. del febbraio 1980. Lo ricorda in una bella pagina Corrado Belci nella biografia dedicata a Franco. Fu deriso, insultato, fischiato dai dorotei e da quanti stavano aderendo ad una linea che era un insulto alla memoria di Moro.

Denunciò l’ipocrisia, il potere fine a sé stesso, il trasformismo imperante, le congiure, il capovolgimento e il tradimento della linea di Moro e Zaccagnini. Faticò a terminare l’intervento. Le sue parole erano sommerse da urla e minacce. In tribuna stampa, dove io sedevo, arrivavano solo echi e stralci del discorso. Ma Salvi, un piccolo punto grigio, isolato e solitario sulla tribuna al centro di una assemblea babelica, non si intimidì. “Amicus Plato, concluse, sed magis amica veritas. Per questo, amici, ho parlato, ho creduto doveroso dire quello che vi ho detto”.

Ed era come un addio, un congedo limpido in una stagione in cui sarebbe cominciato il declino finale di una lunga storia.

 

 

Il capitolo dedicato a Salvi, qui pubblicato con due piccoli tagli per gentile concessione dell’autore, rientra in un volume contenente una bella raccolta di ritratti biografici (T. Bino, Persone, La Quadra Editrice, 2023).

La via italiana all’eutanasia

Il 9 Febbraio del 2009 moriva a Udine Eluana. Sono passati 15 anni, ma sembra un secolo. Il terreno di gioco è profondamente mutato e non certo nel senso del rispetto della vita.

Eluana morì quando fu accolta la richiesta del padre/tutore di sospendere ogni cura, fino a provocare la morte della paziente, sulla base di una presunta affermazione precedente di volontà. Di questa volontà non fu possibile verificare fino in fondo la consistenza, dato che il giudizio si svolgeva in sede civile e senza reale contraddittorio, nell’impossibilità dunque di portare prove diverse, per quanto fossero state notoriamente individuate.

Eluana fu consegnata a una associazione costituita il giorno prima che aveva come unico scopo statutario quello di por fine alla vita della paziente. Il dramma, che allora lacerò l’Italia, si consumò appaltando alla stessa associazione alcune stanze di una struttura sanitaria udinese, temporaneamente cedute per evitare i divieti del Ministro della Sanità. Fu così resa disponibile struttura di degenza al di fuori del SSN, malgrado fosse stata aperta senza le dovute autorizzazioni.

Eluana purtroppo si rivelò presto essere solo uno strumento per coloro che avevano progettato già da allora la via italiana all’eutanasia.

Dopo di allora, infatti, è incominciato il turismo della morte verso la Svizzera, organizzato da Marco Cappato, fino alla svolta impressa dalla morte il 27 febbraio 2017 di Fabiano Antonioni (noto come DJ Fabo). Al ritorno da Zurigo, Cappato si autodenunciava per l’aiuto al suicidio.

Alla fine di dicembre dello stesso anno, la Camera, relatore il cattolico Marazziti, approvava la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) e la sedazione terminale profonda. La possibilità di rifiutare i sostegni vitali, ottenuta per Eluana solo al termine di una battaglia giudiziaria durata per anni, diveniva con la 219 un diritto esigibile da chiunque all’interno delle strutture del SSN, con la garanzia della sedazione profonda perché la scelta suicidaria non fosse scoraggiata dalla paura di sofferenze a causa della procedura.

Il 14 febbraio del 2018 la Corte d’Assise di Milano invece di condannare il reo confesso assecondava l’intenzione che stava dietro all’autodenuncia di Cappato, chiedendo alla Corte Costituzionale la valutazione della legittimità del reato di aiuto al suicidio.

Il 27/11/2019 è stata pubblicata la sentenza della Consulta che, proprio facendo leva sulla legge 219/2017, equipara la morte per rinuncia ai sostegni vitali ad un suicidio autorizzato, estendendo la possibilità di realizzarlo anche attraverso l’autosomministrazione di farmaci letali. La Consulta non ha cancellato il reato, ma lo ha reso non punibile quando esso avvenga su richiesta di persona dipendente da sostegni vitali. La Consulta peraltro non ha posto alcun obbligo in capo al SSN, proprio perché il suicidio non rientra tra i compiti dello stato, il cui dovere, secondo la Corte, è invece quello di tutelare la vita e promuovere la salute.

Il resto è cronaca di questi giorni, con la rincorsa dei Consigli regionali a cercare di approvare le proposte di legge di iniziativa popolare promosse dalla Associazione Coscioni di Marco Cappato.

Ultima strampalata iniziativa è quella di Stefano Bonaccini. Il Presidente della Giunta regionale dell’Emilia Romagna, nell’impossibilità di far passare la proposta di legge Cappato senza spaccare il Pd, ne traduce i contenuti in una delibera amministrativa che di fatto introduce il suicidio assistito tra le prestazioni del Servizio sanitario regionale.

La scelta di Bonaccini di intervenire per via burocratica e non già legislativa serve anche a risparmiare al Pd emiliano interventi censori, come quelli adottati in Veneto contro la Consigliera Bigon, rea di aver fatto prevalere la coscienza sulla disciplina di partito. Pur di evitare interventi punitivi che avrebbero inevitabilmente fatto risaltare la mentalità illiberale ancora prevalente nel Pd, Bonaccini si inventa dunque un atto amministrativo che non discende, come dovrebbe, da una norma legislativa, ma che si colloca autonomamente e arbitrariamente.

Occorre a questo punto rilevare che in teoria, stando alla Corte Costituzionale, il suicidio di stato dovrebbe essere assicurato solo a chi lo richieda mentre è tenuto in vita da sostegni vitali. Nei fatti, tuttavia, la giurisprudenza è già all’opera per equiparare la l’assistenza ordinaria a un sostegno vitale. È quanto accaduto per esempio alla paziente triestina nota col nome di Anna, che non dipendeva da alcun sostegno tecnologico.

Malgrado qualche inceppo, come accaduto di recente in Veneto, è indubbio che in soli 15 anni dalla morte di Eluana, grazie a una sapiente regia, l’uso indotto e strumentale di casi limite, il gioco di sponda di alcune procure, gli interventi della Corte Costituzionale e la giurisprudenza abbiano fatto compiere grandi passi in avanti alla cultura individualistica del “diritto” alla morte anticipata. In Italia l’opinione dominante sembra avviarsi allegramente verso la richiesta di una legalizzazione generalizzata dell’aiuto al suicidio. Quando ciò si tradurrà in leggi e in prassi ne risulterà inevitabilmente stravolto il significato stesso delle professioni e delle istituzioni sanitarie, mentre la posizione dei più fragili ne uscirà psicologicamente e materialmente indebolita, indotti, se non moralmente obbligati, ad uscire di scena per non essere di peso. La loro vita non avrà senso, infatti, rispetto ai costi che comporta il tenerli in vita. Sarà il trionfo della visione efficientistica dell’uomo e la morte, in tutti i sensi, della società solidaristica. In una società di vecchi sempre più vecchi, ma biologicamente tenaci, suicidio assistito ed eutanasia possono costituire una importante valvola di scarico per la lievitazione dei costi per la sanità e l’assistenza.

Sarebbe opportuno che almeno quanti affermano di riferirsi in politica al popolarismo e alla tradizione dei cattolici popolari si rendessero conto della deriva che ci attende con l’enfasi sui diritti individuali. Che Zaja e Toti abbiano sposato la linea Cappato dovrebbe aprire loro gli occhi. Del resto, Eluana poté morire a Udine 15 anni fa solo grazie all’impegno dell’allora Presidente della Regione Renzo Tondo, notoriamente non di sinistra.

 

GIan Luigi Gigli

Deputato nella XVII Legislatura

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di Udine

Solo la politica è leva di cambiamento

Sicuramente non è più tempo di false illusioni rispetto alle vicende di un mondo che va incontro al pericolo della sua autodissoluzione. Ormai quello che conta è il potere forte che ha varie ramificazioni nell’attuale società mondiale e globale. Tutto è finalizzato al denaro e quest’ultimo rappresenta anche il metro di misura per scalate personali di carriera che lasciano il tempo che trovano.

Da dove proviene questo degrado che non esito a definire sociale e ideale? La perdita dei valori di questa società inizia sin dagli anni Settanta con la scristianizzazione e con l’avvento di quel radicalismo che, nella sua versione classica, riduceva questa vita terrena a semplice materialismo, per cui tutto era in funzione del piacere e dell’interesse personale.

Sicché oggi ci troviamo a dover affrontare una crisi di valori, di motivi umani, di comportamenti che risultano essere la conseguenza del degrado individualistico ed edonistico di questa società.

Probabilmente la cultura americana (ma non di meno quella russa e cinese) hanno fatto scuola nelle menti e negli stili di vita di una parte preminente del popolo italiano (e non solo).

Se, infatti, volgiamo lo sguardo a quello che avviene all’interno dell’Europa, non si può non constatare una situazione tale che conio con il nuovo termine “denarocrazia”.

Il governo del denaro (affari) rappresenta il motore di questa politica che varca gli stessi confini europei per abbracciare i corsi politici realizzatisi in Russia (dopo la fine dell’URSS), nella Cina cosiddetta comunista, negli USA, ma anche in quei Paesi che non hanno conosciuto l’economia del benessere e che oggi guardano solo ed esclusivamente al denaro.

Si dirà, questo è il progresso di questa società! Ma quale progresso? Non è forse il segno di un degrado umano e politico allo stesso tempo che segna il passaggio dalla società solidale a quella individuale, secondo i canoni del radicalismo anticristiano e funereo?

Un semplice articolo, certo, non basta per portare a conclusione un pensiero che dovrebbe spaziare nei vari campi della vita sociale. Ma almeno una sincera riflessione, credo aiuti quanti credono che ci siano ancora margini di manovra ideali per ostacolare questa deriva autoritaria e monetaria in atto che passa sotto il termine abusato di nuovo progresso.

In realtà, si tratta soltanto di una finzione che risponde a quella piccolissima élite che detiene più dell’ottanta per cento della ricchezza mondiale e che, sulla base di questa forza, determina i corsi della politica mondiale, anche all’interno dei vari Stati.

Il problema è, allo stesso tempo, antico e moderno. Antico per essere stati incapaci a contrastare la cosiddetta democrazia liberale con la democrazia solidale (o comunitaria). Moderno perché le varie formazioni progressiste hanno rinunciato (per comodità anche elettorale) a svolgere il proprio ruolo pedagogico nel saper formare e costruire una società ed una realtà politica capace di sapersi opporre alle oppressioni del denaro e degli interessi spiccioli di alcuni Stati che ritengono ancora oggi essere protagonisti e condottieri rispetto ai risultati della seconda guerra mondiale.

Enrico Mattei ed Aldo Moro ci hanno insegnato (pagando con la vita) che uno Stato è sovrano se può determinare autonomamente il proprio futuro ed il progresso dei suoi cittadini. A questa lezione bisogna fare riferimento se davvero la politica ha ancora un senso.

Gli errori americani e il rafforzamento iraniano

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

Dopo l’errore compiuto abbattendo il regime iracheno di Saddam Hussein senza aver preparato un “dopo” che potesse realisticamente reggere a livello popolare e politico in quel contesto, troppo diverso da quello occidentale e non pronto nell’immediato per una democrazia di tipo tradizionale, gli americani hanno pensato di poter progressivamente ridurre il proprio impegno nell’area mediorientale. Così, a cominciare dalla presidenza Obama e proseguendo con quella Trump (certo, con modalità di approccio alla questione e toni assai diversi fra le due) hanno diminuito non tanto la “presenza militare” nell’area quanto quello che potremmo definire il loro “interesse” all’area medesima, un elemento di natura psicologica che sempre anticipa le scelte che si attueranno e che un attento osservatore esterno è in grado alla lunga di cogliere. Gli ayatollah iraniani lo colsero prima di altri.

Il grande errore di Obama fu in Siria, quando non attaccò il regime di Assad dopo averlo minacciato di severa punizione se avesse utilizzato il gas nervino contro la sua popolazione nel corso della guerra civile combattuta in quegli anni. Cosa che il dittatore fece. Fu quello il segnale che gli Stati Uniti avevano optato per una presenza minore, consapevoli dello sbaglio commesso a Bagdad anni prima e animati ora da una visione più consapevole delle differenze esistenti, e con ciò da rispettare, fra cultura laica occidentale e mondo islamico, come era emerso dal grande discorso tenuto al Cairo proprio da Obama agli albori della sua presidenza.

Trump per parte sua era arrivato al potere garantendo agli elettori un minor dispendio di risorse economiche nella politica estera per dirottarle su quella domestica, e già questo era un messaggio al mondo che in molti avversari degli USA compresero bene. A cominciare da Putin. Ma anche a Teheran capirono. Il ritiro dall’accordo sul nucleare a suo tempo firmato da Obama poteva all’apparenza sembrare un irrigidimento americano, e così in effetti era (anche perché accompagnato dalla forzatura pro-israeliana che portava a Gerusalemme la capitale dello stato ebraico) ma rivolto solo all’Iran, per focalizzare gli sforzi e ridurre gli impegni nella regione, una volta che si fosse sconfitto lo “stato islamico” sorto nel frattempo nei territori fra Iraq e Siria insinuandosi fra le macerie delle abortite “primavere arabe” del 2011.

La elaborazione degli “Accordi di Abramo” e il rafforzamento delle relazioni d’affari col regime saudita erano un ulteriore conferma, per gli ayatollah, che la crescente attenzione di Washington per un altro e lontano quadrante geopolitico – quello del Mar Cinese meridionale – avrebbe distolto, appunto, “interesse” strategico dall’area nel suo insieme, concentrandolo prevalentemente sul nemico iraniano, ovvero su di essi. In un qualche modo anche la prima decisione adottata dal nuovo presidente, Joe Biden, l’abbandono dell’Afghanistan a sé stesso, confermava la teoria del disimpegno americano.

L’idea di colpire Israele (e dunque indirettamente anche Washington) non direttamente bensì “per procura” a mezzo di altri attori operanti sul territorio venne dunque sviluppata negli anni anche a fronte di queste osservazioni sul nuovo comportamento statunitense e si definì in parallelo alla “costruzione” di quella cosiddetta “Mezzaluna sciita” che dovrebbe unire Teheran con il Mediterraneo attraverso una sorta di autostrada che transitando dall’Iraq collega l’oriente persiano con il confine israeliano sulle alture del Golan e oltre sino alle spiagge libanesi e siriane. L’ideologo di questo ambizioso obiettivo fu il generale Qasem Soleiman e furono infatti le sue brigate al-Qods composte dai pasdaran “Guardiani della Rivoluzione”, l’ala militare più radicale del regime, distinta dalle Forze Armate ufficiali, a prenderselo in carico, sostenendo allo scopo vari gruppi islamici di matrice terrorista attivi nella regione.

Vennero così finanziate, addestrate, armate le comunità sciite presenti in altri stati, venne sostenuto Assad e il suo regime alawita-sciita, vennero combattuti i sunniti radicali dell’ISIS con milizie locali e anche provenienti dall’Iraq e pure dal Pakistan. Venne rafforzata la dotazione missilistica di Hezbollah, operativo da lustri in Libano in funzione anti-israeliana e di fatto in grado di influenzare pesantemente i governi libanesi via via succedutesi nel Paese dei Cedri, oltre che larghi strati della sua popolazione. A Teheran si comprese altresì la possibile forza di un lontano e oscuro movimento sciita yemenita, Houthi, e lo si finanziò allo scopo di renderlo un incursore assai insidioso per i sauditi e per gli interessi commerciali americani, europei, israeliani, arabi nel Mar Rosso, via marittima fra le più importanti a livello mondiale. Si giunse inoltre a sostenere Hamas, pur non sciita, in quanto utile strumento per tenere sotto pressione Israele a sud-est ma anche per il suo potenziale dirompente all’interno di un mondo sunnita ormai propenso ad accordarsi con l’odiato stato ebraico. Si finanziarono inoltre pure altri gruppi minori intrisi di fanatismo e radicalismo anti-israeiano e anti-occidentale – dalla Jihad islamica palestinese della West Bank alla Resistenza islamica irachena – che tornavano utili in questo progettato assedio sciita al nemico sionista, al suo alleato americano e ai musulmani sunniti.

È a mezzo di questa galassia delineata e costruita nel tempo che oggi l’Iran degli ayatollah attacca gli avversari, minacciando la distruzione di Israele, competendo con l’Arabia sunnita per il dominio regionale, rendendo pericolose le vie commerciali sul Mar Rosso e nel Golfo di Oman. Questa rete di alleanze gli consente inoltre di “proteggersi”, sia evitando un confronto diretto con Israele (che non vuole rischiare) sia creando profondità territoriale strategica a occidente dei suoi confini.

In questo quadro, la Russia ha rafforzato i suoi legami con l’Iran; la Cina osserva con interesse le nuove difficoltà americane; gli Stati Uniti si rendono conto, forse, degli errori commessi ma nel frattempo si ritrovano in mezzo ad una competizione presidenziale che minaccia di far tornare alla Casa Bianca un soggetto che ipotizza lo scioglimento della NATO; l’Unione Europea, al solito, valuta il da farsi. E intanto Teheran è sempre più vicina a possedere l’arma nucleare, pare.

L’allarme di Padre Greiche per l’escalation di Rafah

Prima a nord, Gaza, poi Khan Younis e oggi Rafah. L’attenzione, e la preoccupazione della comunità internazionale, è oggi concentrata nell’area più a sud della Striscia. Nell’enclave palestinese il governo israeliano di estrema destra da oltre quattro mesi ha lanciato una guerra sanguinosa (oltre 28mila le vittime, in larga maggiorana civili fra cui donne e bambini), in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre che ha causato 1200 morti in Israele. Laddove sorge la porta meridionale di ingresso nella Striscia, al confine con l’Egitto, sono ammassati fino a 1,4 milioni di rifugiati che hanno abbandonato le loro case in seguito all’avanzata dei militari dello Stato ebraico. Ora, però, non è rimasta alcuna via di fuga e l’annunciata offensiva di terra, preceduta nei giorni scorsi da pesanti bombardamenti dei caccia con la stella di David che hanno lambito i campi profughi e distrutto una moschea, potrebbe avere conseguenze “disastrose” secondo l’Onu.

 

L’Egitto congela Camp David?

Spostandosi sempre più a sud, il fronte della guerra di Israele ad Hamas rischia di coinvolgere anche l’Egitto, che osserva da vicino quanto sta avvenendo a pochi metri dal proprio territorio. Il governo del Cairo rilancia gli sforzi per un cessate il fuoco e il raggiungimento di una “soluzione radicale” alla crisi, esplorando ogni via diplomatica – per ora – nel tentativo di avviare “seri negoziati” di pace. Il Paese dei faraoni ha più volte ribadito in queste ore la propria opposizione a una operazione di terra, dalle conseguenze più che mai incerte e che rischia di avviare un esodo di massa di disperati che non hanno più altro luogo per sfuggire alle bombe. Colpire Rafah e, in parallelo, continuare a impedire l’ingresso di aiuti nella Striscia secondo il Cairo rischia di peggiorare una catastrofe umanitaria già in atto, per questo non esclude la possibilità di sospendere i trattati di pace di Camp David con Israele. E aprire un ulteriore fronte di crisi internazionale in un’area mediorientale in cui si moltiplicano i focolai di guerra e di tensione.

“L’escalation di Rafah – spiega ad AsiaNews p. Rafic Greiche, già presidente del Comitato dei media del Consiglio delle Chiese d’Egitto e portavoce della Chiesa cattolica egiziana – è molto pericolosa. Israele vuole prendere i confini, bombarda anche il muro che separa la Striscia di Gaza dall’Egitto e che permette il transito dei palestinesi verso il Sinai”. Per il sacerdote quanto sta avvenendo negli ultimi giorni “rappresenta una grave escalation”, perché “gli israeliani si stanno imbarcando in un’avventura davvero molto, molto grande. Spero non accada nulla di irreparabile – avverte – e, soprattutto, che non ci sia una nuova guerra fra Israele ed Egitto perché il rischio è reale e concreto”.

Vi è poi un secondo elemento, prosegue, che è l’intenso lavoro diplomatico che sta svolgendo il Cairo da dietro le quinte e coinvolge Israele, Hamas, Stati Uniti e il Qatar “per arrivare a un cessate il fuoco” e che l’escalation ai confini può compromettere. “Se Israele volesse davvero la pace – afferma p. Rafic – non avrebbe senso alimentare la guerra al sud, a Rafah, ai confini. Questa – avverte – è davvero un’avventura dai risultati imprevedibili” anche perché “sebbene l’esercito egiziano non sia forte e numeroso come quello di Israele, il pericolo è grande per tutti”.

 

Rafah: Israele blocca gli aiuti

“Noi egiziani – racconta il sacerdote – vogliamo la pace” mentre oltre-frontiera lo Stato ebraico sembra disposto a procedere incurante delle conseguenze, anche perché “chi pagherà il prezzo non sarà Hamas, ma gli abitanti di Gaza: anziani, donne, bambini che muoiono ogni giorno” e già oggi i risultati sono visibili anche in territorio egiziano. “L’Egitto sta cercando di aiutare le persone nella Striscia, prova a fare in modo che beni e aiuti entrino a Rafah – racconta p. Rafic – ma gli israeliani lo impediscono mettendo ultra-ortodossi ai confini che bloccano il passaggio dei convogli umanitari”. Dal Paese dei faraoni l’opinione comune è che “gli israeliani stiano cercando di provocare un esodo di massa della popolazione verso l’Egitto” sottolinea p. Rafic, evocando la (temuta) seconda Nakba già ricordata a più riprese in questi ultimi giorni da analisti e operatori umanitari sul campo. “Israele – conclude – sembra voler svuotare la Striscia per poi poterla occupare, questa sembra essere l’impressione di noi egiziani. Anche per questo il governo sta minacciando di congelare tutti gli Accordi di Camp David [che hanno portato al trattato di pace israelo-egiziano del 1979] e questo è molto pericoloso”.

Preoccupazioni, quelle del sacerdote egiziano, condivise sul fronte israelo-palestinese da p. Ibrahim Faltas, Vicario della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme. “Una situazione che si fa sempre più grave – racconta – come emerge dal numero elevatissimo dei morti nelle ultime ore. Dalla vittime al milione e 400mila profughi ammassati, sino alla minaccia di congelare Camp David – prosegue il religioso – siamo di fronte a una pericolosa escalation”. La Striscia rischia di trasformarsi “in un cimitero a cielo aperto”, per questo “come Chiesa di Terra Santa rinnoviamo l’appello a un cessate il fuoco, unica via per la pace. No alla violenza, no alla guerra e ritorno ai negoziati dopo 130 giorni di conflitto e un numero fra morti e feriti che ha superato i 100mila”. E in questa prospettiva, una invasione di terra a Rafah “sarebbe un disastro, il dramma finale per questo oggi più che mai – conclude p. Ibrahim – la comunità internazionale è chiamata a intervenire”.

 

Un popolo in trappola

Le testimonianze che giungono da Rafah sono sempre più drammatiche, con immagini di famiglie che dormono per strada o, le più “fortunate” in tende al gelo, tutti accumunati dalla ricerca vana di cibo, acqua, medicinali o coperte. Ai residenti originari si è andato ad aggiungere l’esodo massiccio e progressivo da nord, per una densità abitativa oggi pari a 22mila abitanti per km quadrato, un numero insostenibile già nel breve periodo. Tuttavia anche a nord, a Gaza, la realtà resta di estrema emergenza come sottolinea ad AsiaNews il parroco della Sacra Famiglia p. Gabriel Romanelli, dall’inizio del conflitto impossibilitato e rientrare fra la sua gente per la chiusura dei confini imposta da Israele. E che dall’esterno, in collegamento costante con papa Francesco “che sento quasi ogni giorno” e col patriarca latino di Gerusalemme card. Pierbattista Pizzaballa cerca di coordinare i (pochi) aiuti e mostrare il volto della solidarietà e della vicinanza a un popolo in trappola. “I cristiani di Gaza – sottolinea il sacerdote argentino del Verbo Incarnato – vivono una condizione di continua ansia e preoccupazione. Da un lato sperano in una tregua, che arrivi presto e permanente, nonostante la realtà dall’altro sia molto grave”.

L’attacco a Rafah, prosegue p. Romanelli, “fa molta paura, perché è l’unico contatto rimasto con il mondo esteriore, e la prigione a cielo aperto si è ormai trasformata in una gabbia. In parrocchia ospitiamo 600 persone, nella chiesa greco-ortodossa ve ne sono altre 200, mentre 200 cristiani si trovano al sud dove si erano recate nelle scorse settimane con la prospettiva di uscire, qualcuno emigrare in Australia, ma sono rimasti bloccati anche loro. Nessuno può uscire e tutti, da Gaza a Khan Younis, fino a Rafah sono stati bombardati” ma quello che più preoccupa ora è “come fare a gestire un milione e 400mila persone” [secondo alcuni gli sfollati sono fino a 1,8 milioni] che si trovano ammassate alla frontiera. Il parroco di Gaza sottolinea infine le drammatiche condizioni umanitarie della popolazione, in cui si muore come avvenuto per Hani Abu Daoud anche per malattie facilmente curabili all’esterno. “Aveva quattro figli, l’ultimo di pochi mesi – conclude – ma è morto da solo. Questa tragedia va fermata, perché ogni giorno, ogni ora significano altre vittime, altri feriti in una tragedia che si fa sempre più grande”.

 

 

Fonte: https://www.asianews.it/notizie-it/P.-Rafic-Greice:-l’incursione-a-Rafah-sarebbe-disastrosa-anche-per-l’Egitto-60136.html

Assemblea costituente, Ceccanti: si tratta di una soluzione sproporzionata.

Una Assemblea costituente per le riforme istituzionali? “Capisco lo spirito costruttivo ma per diversi motivi considero sbagliata questa proposta del caro amico Giuseppe Tognon ( su La Repubblica – ndr). La prima è che se c’è da rinnovare un patto, va fatto fra le forze politiche che sono presenti in Parlamento. La seconda è che lo strumento è sproporzionato rispetto a quello che c’è da fare”.

Così all’Adnkronos Stefano Ceccanti, professore ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’Università “La Sapienza” di Roma, che aggiunge: “Caso mai si sarebbe dovuta costituire una bicamerale dentro questo Parlamento. Sarebbe stato lo strumento più congruo a favorire accordi. Lavorare invece in Commissione affari costituzionali, dove già maggioranza e opposizione si dividono sulle altre materie, si è infatti rilevato molto più polarizzante”.

Secondo il costituzionalista, che con Libertà Eguale insieme a Fondazione Magna Carta e Io Cambio ha lanciato un’iniziativa bipartisan per una riforma condivisa e quindi per evitare il referendum confermativo sul premierato con l’approvazione a maggioranza di due terzi delle Camere, “non bisogna creare un canale parallelo (al Parlamento – ndr) perché crea problemi. Lo ha dimostrato l’esperienza del Cile che ha eletto due Assemblee costituenti in parallelo al Parlamento e poi alla fine ha perso i referendum. Quindi il patto – sottolinea – lo devono e possono fare le forze politiche presenti in Parlamento cercando in tutti i modi di arrivare ai due terzi, cosa che è tecnicamente possibile. E’ solo una questione di volontà politica”.

In secondo luogo, “lo strumento (Assemblea Costituente – ndr) è sproporzionato rispetto a quello che c’è da fare: una importante ma limitata revisione della seconda parte della Costituzione relativamente a una forma ragionevole di premierato con equilibri rinnovati; e, a completamento del Titolo Quinto, la trasformazione del Senato in Camera delle Regioni, che è il vero buco nero del rapporto centro-periferia e senza il quale anche l’Autonomia differenziata crea più problemi che soluzioni”.

Riforme per cui “è del tutto sproporzionato lo strumento Assemblea costituente. Non serve. Va considerato che nello spirito della Costituzione le due ipotesi dell’articolo 138 pari non sono, come ha ricordato recentemente anche il presidente della Corte costituzionale Barbera. Le riforme condivise a due terzi dovrebbero essere la prima scelta, mentre quelle a maggioranza assoluta come il referendum – conclude Ceccanti – dovrebbe essere vista solo come una subordinata”. (Testo di Roberta Lanzara) (Rol/Adnkronos)

Cattolici senza partito, ancora presto per gettarsi nella mischia.

Mancano meno di quattro mesi alle elezioni europee e dalla nostra area ancora nulla di concreto. In un’intervista pubblicata su Avvenire dell’11 febbraio, Pagnoncelli evidenzia come i cattolici al voto si presentino “un po’ egoisti e senza nostalgia di un partito”.

Non è, dunque, la nostalgia il sentimento su cui poter far leva, considerando che se la nostalgia può essere ancora presente nelle generazioni più anziane, essa è del tutto assente nelle nuove generazioni che della Dc non hanno alcuna idea, se non quelle deformate da una pubblicistica che ha sostenuto la damnatio memoriae del partito per tutto il tempo della diaspora suicida, e anche oltre.

È essenziale ripartire dai fondamentali, come da diverso tempo è impegnato l’amico prof. Antonino Giannone, con i suoi corsi di etica politica rivolti ai giovani imperniati sui sei pilastri della cultura per ricostruire la polis e ridare un amalgama al popolo italiano. Sono quelli dell’Umanesimo integrale, della Dottrina sociale cristiana, del Popolarismo e Personalismo, dell’Ecologia integrale ed etica ecologica, della Costituzione della Repubblica italiana e della Carta dei Diritti Umani (CEDU).

Iniziativa altrettanto meritoria quella programmata da “Il Popolo” (www.ilpopolo.cloud) di corsi di formazione politica per i giovani. Sono attività prepolitiche indispensabili per far emergere una nuova classe dirigente di giovani dotati di passione civile, ispirati dai valori fondanti della nostra migliore tradizione storico politica sturziana e degasperiana. Va da sé, però, che sono progetti a media e lunga scadenza non traducibili nei tempi brevi che la politica reclama, specie nella condizione attuale e rispetto ai quali sono molti i tentativi avviati, inevitabilmente portati avanti da protagonisti di stagioni politiche passate e, in quanto tali, difficilmente appetibili, non solo alle nuove generazioni, ma frammentati tra i diversi supporters delle antiche esperienze.

In questi giorni si è sentita la voce di Maria Elena Boschi che, con Italia Viva del suo collega Renzi, punta a dar vita alle elezioni europee a una lista unica anti-sovranista con Emma Bonino di +Europa, in alternativa al veto di Calenda, il cui comportamento è stigmatizzato: “Lotta nel fango”, dice l’ex ministra..

Anche nel fronte dei sedicenti liberal-democratici, dunque, permangono divisioni, accentuate dal protagonismo dell’”azionista de noantri romano”, pronto a saltare da un fronte all’altro con la presunzione velleitaria di catalizzare da solo l’alternativa.

A sinistra, servirà più coraggio dagli ex Popolari del Pd, i quali dovrebbero uscire dalla condizione di comoda convivenza e insieme di costante frustrazione vissuta nel “partito radicale vasto” della Schlein, favorendo il progetto avviato da Giuseppe Fioroni, così come più ampia disponibilità dovrebbe esserci dagli amici del Centro Democratico di Tabacci, rafforzando quanto positivamente stanno svolgendo Tempi Nuovi e gli amici di Base Popolare.

Anche dalla Dc e dagli altri amici che, come il sottoscritto, si riconoscono nei valori del PPE, dovrebbe essere favorito lo sforzo unitario avviato da Iniziativa Popolare per la ricomposizione politica dell’area cattolica (democratica, liberale e cristiano sociale). Mi riferisco agli amici di Insieme e di Piattaforma Popolare 2024, avendo tutti come obiettivo le elezioni politiche nazionali.

Credo, infatti, che a pochi mesi dalle elezioni europee non ci sia più il tempo per la costruzione del centro nuovo della politica italiana, per il quale ci si dovrà impegnare per la prossima scadenza delle politiche nazionali. Si tratterà di partire con quanti sono interessati a dar vita all’alternativa politica alla destra nazionalista e sovranista oggi dominata da Fratelli d’Italia, consapevoli che servirà un’alleanza ampia e plurale delle componenti di cultura popolare, democratico cristiana, liberale, repubblicana e socialista. Un’alleanza da far partire dalla base, ricostruendo questa unità di intenti sin dalle prossime elezioni comunali, provinciali e regionali. Alle europee si andrà inevitabilmente divisi, tra quanti resteranno collegati al Pse, altri a Renew Europe e al Ppe.

Nel frattempo servirà sperimentare alla base, con grande impegno, positivi processi di ricomposizione fra tutte le diverse presenze popolari, indispensabili anche per far emergere la nuova classe dirigente dei liberi e forti.

 

La Bonino può fallire, Calenda può vincere.

Il 24 febbraio potrebbe essere un flop. La proposta di Emma Bonino per una lista (Stati Uniti d’Europa) che veda unite le forze aderenti a Renew Europe registra tuttora il rifiuto di Carlo Calenda. Non si vede come la data prevista per il varo dell’intesa autorizzi a sperare in una qualche soluzione, magari in extremis. Le distanze restano grandi, per non dire incolmabili.

“La risposta più logica – riferiscono alcuni ambienti renziani sondati dall’Ansa – è che al netto della posizione assunta da Azione, Più Europa, Libdem ed Italia Viva possano procedere alla messa in campo della lista di scopo. Il partito di Matteo Renzi ha dato da subito parere positivo alla proposta sulla lista di scopo, in modo inequivocabile con l’intervista di Maria Elena Boschi. D’altra parte nei giorni scorsi, Emma Bonino, era stata chiara: no a veti”.

Che senso ha questa uscita? Si tratta più che altro di un pressante invito ad andare avanti, anche se la debolezza dell’iniziativa è al momento l’unica constatazione valida. La Bonino si appresta a camminare sui carboni ardenti e non è detto che superi la prova da fachiro. È più facile immaginare che posssa uscire malconcia da un’operazione che in cuor suo dovrebbe amalgamare i liberal-riformisti, lasciando  intravedere la nota abilità degli “ex radicali” (Più Europa) nel prêt-à-porter delle formule elettorali.

Bisogna guardare a un orizzonte più ampio. Certamente dalle parti di Calenda si deve ancora chiarire quanto pesi nella scelta dell’isolamento la manifesta avversione per Renzi e quanto invece la preoccupazione per un risucchio nel vortice della confusione, a tutto danno di quella “Nuova Margherita” (o cosa simile, possibilmente migliore) che sta in sofferta incubazione nell’esperienza di Azione. In un certo senso, pagando il prezzo dell’ambivalenza, la tenacia di Calenda rafforza questa seconda prospettiva. D’altronde i percorsi della politica non sono sempre lineari, anzi talvolta rivelano nella fatica del percorso una latente virtuosità.

L’analisi porta ad una conclusione inoppugnabile. Bonino e Calenda presidiano ormai i poli opposti dell’alternativa. Accordarsi è per entrambi complicato, uno dei due perderebbe definitivamente di credibilità. Può essere uno scontro miserevole o una disputa illuminante, con al centro la politica. E l’ultima parola spetta proprio a Calenda.

 

Il ricordo di Beppe Matulli, politico generoso e intelligente.

È un grande, profondo dolore per me la perdita di Beppe Matulli, cui mi legava un’amicizia durata 40 anni e con il quale ho condiviso l‘impegno politico nella Democrazia Cristiana dal 1983, con la segreteria De Mita, lui giovane e brillante segretario regionale della Toscana e io Dirigente nazionale della SPES. E abbiamo entrambi attraversato i passaggi complessi e problematici, dalla fine della Dc al PPI, alla Margherita e poi al Pd spesso scambiandoci riflessioni, amarezze e convinzioni.

Beppe era un uomo integro, profondamente credente, politico di grande finezza, con una sincera vocazione pedagogica. E infatti in quegli anni fonda a Firenze il  Centro di documentazione democratica, fucina di una incessante e generosa opera di formazione politica di giovani e molti futuri leader della Dc toscana, affiancata dalla pubblicazione di Quaderni monografici che hanno arricchito il patrimonio culturale di tanti di noi.

Tra il 1987 e il 1994 abbiamo condiviso l’esperienza parlamentare alla camera, occupandoci in particolare della riforma della legge sul Cinema (che sarà approvata nel  1994) nella Commissione istruzione e cultura e poi entrambi  siamo stati nominati Sottosegretari nel Governo Ciampi, lui alla Pubblica Istruzione e io all’Università e Ricerca. Vorrei ricordare la sua intelligente e innovativa proposta di riforma della Scuola secondaria superiore, sulla quale ottenne al Senato il 90% dei voti, ma bloccata per l’interruzione anticipata della legislatura e purtroppo mai più approvata.

Beppe ha svolto con onore anche ruoli di amministratore locale: dal 1970 consigliere regionale per due legislature, nel 1995 Sindaco di Marradi, sua città natale, fino alla carica nel 2002 di vice Sindaco di Lorenzo Domenici a Firenze. Beppe Matulli è stato un politico visionario ma con grande capacità di realizzare progetti per il bene della comunità come la “sua” tranvia a Firenze, superando veti e polemiche con passione civile e dedizione.

Per me è stato soprattutto un grande amico, generoso e solidale, un interlocutore sempre stimolante, rigoroso e coinvolgente, un maestro di vita e di buona politica ispirata al cattolicesimo democratico di cui rivendicava la laicità e la responsabilità verso le istituzioni e il bene comune nel dialogo con tutti ma nella  forza argomentativa delle sue posizioni.

Ricordo la passione con cui, dopo l’esperienza nelle assemblee elettive si è dedicato alla ricerca storica, diventando Presidente dell’istituto storico toscano della Resistenza e nel 2018 viene eletto Presidente dell’Associazione nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), dove ha dato un forte impulso alla valorizzazione del contributo dei cattolici alla Resistenza, lasciando un grande insegnamento a noi che gli siamo subentrati per sua espressa volontà.

Scrisse cose importanti. Interessante e documentatissimo il suo libro su “De Gasperi. Quando la politica credeva nell’Europa e nella democrazia” (Edizioni Clichy, 1918). Un titolo esplicativo delle sue due preoccupazioni dell’ultimo periodo della sua vita, quello per i crescenti nazionalismi e autoritarismi e quella per il troppo tiepido impegno per rilanciare il progetto politico europeo. Quel progetto per cui De Gasperi si è battuto fino a morirne (quando fu respinta la sua CED) in una appassionata vicenda e testimonianza umana e politica che Beppe ci ha restituito, anche attraverso documenti poco noti o inediti, nella sua lungimiranza e grandezza, cui attingere anche e soprattutto oggi.

Beppe è stato per me e per tanti anche un maestro di vita e di impegno sociale, come quello che lui fino alla fine ha svolto da volontario nel carcere di Sollicciano.

Voglio ricordarlo con le parole di Max Weber che lui ha scelto a prefazione del suo libro: “Solamente chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista è troppo stupido e volgare per ciò che egli vuole offrirgli, solamente chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo ‘non importa, andiamo avanti’, solamente quest’uomo ha la ‘vocazione’ per la politica”.

Oggi, caro Beppe, ti sei ricongiunto con la tua adorata Maria Grazie e sei nella Luce che non finisce. Prego per te e i tuoi cari.

Ora una vera riforma delle Province siciliane

Con uno spettacolare ‘colpo di reni’, l’Assemblea Regionale Siciliana, saggiamente, ha bocciato il disegno di legge presentato dal governo Schifani che reintroduceva in Sicilia le Province, l’elezione diretta dei loro organi e quella degli organi delle Città metropolitane. Si è trattato di un voto che ha squassato la maggioranza di governo, avendo fatto registrare almeno dagli 11 ai 14 franchi tiratori su una disponibilità di 39 deputati, ma che consente ora all’Assemblea regionale, con il ritorno del ddl in Commissione “Affari Istituzionali”, la possibilità di rivedere tutte le principali scelte che in esso erano contenute e venivano contestate oltre che dall’opposizione anche da larghi strati dell’opinione pubblica. A partire dalla configurazione delle Province e delle Città metropolitane quali “enti di area vasta” ma dai territori identici a quelli della riforma mussoliniana del 1927 e dalla sostituzione dei Liberi Consorzi comunali con le Province (e le Città metropolitane), per arrivare, soprattutto, al ripristino dell’elezione diretta a suffragio popolare degli organi delle Province e delle Città metropolitane prevista all’interno di un rinnovato progetto di governance locale. E, naturalmente, riconsiderando anche tutte le quistioni di legittimità costituzionale legate alla immodificata legge “Delrio” che, ponendosi come “grande riforma economico-sociale” (art.1, comma 5), continua ad essere per la potestà legislativa esclusiva della Regione siciliana parametro invalicabile in ordine ad alcuni principi in essa stabiliti. Non solo. Ma stante questa nuova situazione parlamentare, non sarebbe inopportuno che si bandissero da questa vicenda anche tutte le intenzioni strumentali che la becera politica di questi tempi usa per darsi battaglia e che ormai hanno ampiamente stancato la gente, concentrandosi invece sui contenuti di rilievo istituzionale che caratterizzano questa importante riforma non certo priva di riflessi sull’organizzazione ed il funzionamento della stessa Regione.

In questa prospettiva, allora, conviene farsi subito una ragione della circostanza che, continuando ad essere in vigore (anche per mancanza di ogni impugnativa da parte della Regione siciliana) la legge “Delrio”, non c’è assicurazione alcuna, ricevuta dal governo nazionale, che possa preservare dalla possibilità che la legge della Regione venga impugnata qualora si discostasse dai principi dettati dalla legislazione nazionale. Soprattutto, considerato il fatto che la Corte costituzionale ha già censurato per illegittimità costituzionale con la sentenza 20 luglio 2018 n. 168 la legge regionale 1 agosto 2017 n. 17 istitutiva proprio dell’elezione diretta degli organi dei Liberi Consorzi e delle Città metropolitane.

In secondo luogo, bisognerebbe prendere atto che le vecchie circoscrizioni provinciali non sono più funzionali alle esigenze di uno sviluppo tecnologicamente avanzato e dovrebbero essere riconsiderate per riunirle ed accorparle in dimensioni più ampie in modo da consentire di esercitare le attività di gestione con efficienza, efficacia ed economicità. Circostanza, questa, che ormai è sistematicamente indicata dalle più significative esperienze di pianificazione strategica e di programmazione territoriale oltre che dalle più avanzate riorganizzazioni di istituzioni pubbliche come le Camere di Commercio, le Autorità di sistema portuale, la rete degli Aeroporti di interesse nazionale. Come già accennato, il vecchio testo del ddl, dopo aver proclamato di voler istituire “enti di area vasta”, di questa riconsiderazione dei confini amministrativi delle province e delle città metropolitane non ne parla assolutamente, così negando alla fine qualsiasi adeguamento dei nuovi enti alle esigenze tecnico-funzionali dei servizi da fornire alle comunità e delle esigenze dello sviluppo socio-economico e, quindi, in ultimo anche le stesse ragioni del cambiamento della governance.

Altra quistione della massima importanza è il ritorno, nel testo del ddl bocciato dall’Assemblea, dai “Liberi Consorzi comunali” alle “Province”, né meno più regionali come le definiva la legge siciliana del 6 marzo 1986 n. 9. Qui la faccenda è molto delicata perché espone la legge che si dovesse eventualmente approvare ad altra e più penetrante censura costituzionale per violazione dell’art. 15 dello Statuto speciale della Regione. E non per una vicenda meramente formale quale sarebbe quella della denominazione (di “Province” invece che di “Liberi Consorzi comunali”) dell’ente di area vasta. Quanto, piuttosto, per una ragione sostanziale dalle implicazioni della massima importanza. Infatti, l’uso dell’una invece che dell’altra definizione dell’ente sovracomunale evoca modelli organizzativi totalmente diversi fra di loro ed anzi alternativi. In estrema sintesi, significando con l’espressione “Libero Consorzio comunale” che l’ente intermedio tra Comuni e Regione è costituito dall’associazione di Comuni che perseguono l’interesse proprio dei loro territori e quindi non danno vita ad un ente altro rispetto alla loro organizzazione unitaria sancita da un patto federativo. Mentre, con il termine “Provincia” indicando che l’organizzazione di area vasta costituisce un nuovo ente con personalità giuridica diversa ed autonoma dai Comuni che ne fanno parte e spesso che finisce con il contrapporsi ad essi in funzione di ente ausiliario dello Stato di cui fin dalla sua origine è stato organo territoriale periferico.

E qui emerge in tutta la sua dimensione politica il problema del modo di eleggere gli organi di questo ente di area vasta che a motivo della sua natura consortile (o, meglio, federativa) non può essere per entrambi (Presidente e Consiglio) dello stesso tipo indiretto-di secondo grado o popolare-diretto. Perché così, mentre nella prima ipotesi l’ente intermedio finirebbe per esercitare una semplice funzione di coordinamento degli interessi comunali senza poter imprimere un proprio indirizzo autonomo al governo delle politiche provinciali, nella seconda evenienza di elezione di primo grado vedrebbe riprodotti al proprio interno gli stessi equilibri politici dello Stato o della Regione di appartenenza e quindi asservite le sue funzioni di governo all’indirizzo politico di quest’ultima o dello Stato. Mortificando l’autonomia dei Comuni e contrapponendosi al loro presidio del territorio ed alla loro rappresentanza delle Comunità che vi sono insediate. Per evitare un esito di tal genere, in entrambe le ipotesi sbagliato, è necessario allora che uno dei due organi venga eletto non direttamente dal corpo elettorale provinciale (o metropolitano) ma piuttosto dai rappresentanti dei Comuni (sindaci e/o consiglieri). Senza una tale diversificazione, infatti, la nuova governance provinciale o metropolitana non potrebbe che risultare sbilanciata ed, in ultima istanza, priva di equilibrio territoriale.

Per realizzare questo modello istituzionale, però, le scelte non sono libere, poiché devono essere funzionali a garantire la partecipazione dei Comuni all’organizzazione delle Province o delle Città metropolitane. E il modo per rendere effettiva e permanente questa opzione è assicurare la loro presenza, attraverso i propri rappresentanti, nell’unico organo delle Province o Città in cui ciò è possibile per la sua natura collegiale. Vale a dire: il consiglio provinciale o metropolitano. Situazione, questa, che imporrebbe allora la sua formazione per mezzo dell’elezione indiretta di secondo grado ad opera dei sindaci e/o dei consiglieri comunali che realizzerebbe così la rappresentazione territoriale degli interessi dei Comuni che è l’unica modalità in grado di valorizzare la loro autonomia, secondo quanto previsto dalla Costituzione e dallo Statuto siciliano. Con la logica conseguenza, per quanto sopra detto, che il presidente delle Province o Città metropolitane dovrà, a sua volta, essere eletto direttamente dal corpo elettorale popolare garantendo così la rappresentanza politica della comunità provinciale o metropolitana e l’autonomia della sua funzione di governo. In un inedito equilibrio rappresentativo che farebbe fare un balzo in avanti non solo alla democrazia comunitaria ma anche alla capacità di governo delle istituzioni locali.

Non sarebbe per nulla un risultato trascurabile. Soprattutto, tenuto conto che potrebbe costituire un modello anche per la stessa riforma “Delrio”!

La ripresa di un progetto di sviluppo democratico

Il passato non va mai riproposto perché altrimenti si sconfina nella sola nostalgia, ma lo stesso passato non si può trascurare e né dimenticare. E questo per la semplice ragione che non si può costruire alcuna prospettiva politica seria e credibile se si cancella tutto ciò che ci ha preceduto.

Al netto delle dittature, come ovvio. Solo lo stile populista, anti politico e demagogico dei 5 Stelle ha percorso quella strada con risultati devastanti per la credibilità della politica e la qualità della stessa democrazia.

Ora, c’è un tassello di questo passato che può e deve essere riletto anche nella stagione politica contemporanea. Partendo proprio da una formula della prima repubblica che ha caratterizzato la politica italiana dall’inizio degli anni ‘80 sino alla liquidazione del sistema politico tradizionale per opera di ‘Mani pulite’. Parlo della coalizione di “pentapartito”. E, come ovvio e scontato, non si tratta di riproporre quella formula politica e, men che meno, i partiti che hanno interpretato quella coalizione nel corso della prima repubblica. Al contrario, semmai, in discussione c’è la necessità di recuperare e rilanciare il ruolo, l’originalità e la modernità di quelle culture politiche riformiste e di governo che hanno giustificato e legittimato quella alleanza di governo. E, di conseguenza, il tassello mancante oggi è quello di un partito, o meglio di un luogo politico, che interpreti e si faccia carico di quelle culture e di ciò che rappresentavano concretamente quei partiti. Seppur in una stagione politica, culturale e sociale profondamente diversa da quella contemporanea.

Si tratta, in effetti, di un luogo politico che misteriosamente continua ad essere assente nello scacchiere politico italiano. E purtroppo da molto tempo. Almeno da quando si è imposto quel bipolarismo, sempre più selvaggio e bislacco, che caratterizza il confronto politico nel nostro paese. Un bipolarismo selvaggio che non va confuso con quella democrazia dell’alternanza che era, e resta, la cifra distintiva di un sistema politico sano e funzionante. Ma questo bipolarismo, che purtroppo alimenta anche un preoccupante e crescente astensionismo elettorale, non può diventare la regola aurea che disciplina la politica italiana nei prossimi anni. E, al riguardo, le elezioni europee possono rappresentare davvero lo spartiacque decisivo che segna la netta discontinuità rispetto alla fase che abbiamo vissuto sino ad oggi. Una discontinuità, ed una scommessa, che si sostanziano di un solo progetto. Ovvero, un partito che potremmo definire “costituzionale” che coltiva l’ambizione di rappresentare quei riformismi di governo che nel passato erano rappresentati dalle forze politiche del cosiddetto pentapartito. Che, è bene non dimenticarlo, si tratta in larga parte delle culture politiche che hanno contribuito in modo decisivo a scrivere e a costruire la nostra Costituzione repubblicana.

Ed è partendo da queste riflessioni che, forse, a partire dalle elezioni europee si può finalmente aprire una nuova stagione per la politica italiana. Alcuni lo definiscono un nuovo “Centro”; altri una forza costituzionale, altri ancora un luogo politico con il compito specifico di ricomporre tutte le culture riformiste del nostro paese. E, questo, porrebbe essere un luogo politico che inevitabilmente mette in discussione l’attuale impalcatura bipolare che, com’è ormai evidente a quasi tutti, si tratta sempre più di una sorta di “opposti estremismi”. Ed è proprio questo progetto che potrà risultare decisivo non solo per costruire un luogo sino ad oggi clamorosamente assente dalla politica italiana ma anche, e soprattutto, per dar vita ad un partito autenticamente plurale e pubblicamente riformista e di governo.

Tajani non può limitarsi ai distinguo dalla destra sovranista

Non basta che Antonio Tajani si schieri, almeno nelle intenzioni ricavabili dai sussulti “liberali”, tra chi nel Partito Popolare Europeo è contrario all’alleanza con l’estrema destra. Quel che più conta è l’impegno a cogliere l’occasione storica per la quale Forza Italia potrebbe concorrere in maniera seria e concreta a far virare nella direzione giusta la politica italiana prima dell’europee. Quindi, prima che sia troppo tardi.

L’occasione è quella offerta dall’ultimo cedimento opportunistico della Meloni, la quale si accinge a competere con Savini sul terreno della commistione con la destra estrema, avendo come obiettivo l’alternativa in Europa al sodalizio tra popolari, socialisti e liberali. Si tratta di una dimostrazione di vera e propria megalomania perché, nella prospettiva di una minore copertura americana sullo scacchiere militare euroatlantico, un’Europa obbligata ad essere più solidale e più autonoma non può prescindere dalla Union sacrée delle grandi famiglie democratiche, quelle che in passato ci hanno salvato dai pericoli della guerra fredda e nel presente ci salvano, con la loro fermezza politica, dall’offensiva neo-imperiale della Russia putiniana.

La Meloni appare confusa al punto che in Europa è diventata un’osservata speciale anche per l’allarme provocato dal suo premierato, unico sistema di governo che in Europa prefiguri l’accentramento del potere nella mani di una persona sola. Inevitabilmente, una siffatta riforma istituzionale è pane per tutti i sovranisti, a cominciare dal suo sodale Orbán, incarnazione di una una democrazia impregnata di autoritarismo.

Tajani deve essere chiaro anche su questo punto, perché non sfugge a nessuno che proprio il ripudio del “premierato assoluto” – così lo definiva Leopoldo Elia all’epoca della pur meno grave riforma che, fortunatamente senza riuscirci, Berlusconi provò a imporre – è la pietra miliare di una politica intransigente verso le suggestioni del sovranismo antidemocratico.

Altro è l’elezione diretta del Capo dello Stato sul modello francese, con la previsione di un effettivo contropotere del Parlamento, da cui discende persino la possibilità di eleggere un Presidente del Consiglio con una maggioranza politicamente diversa rispetto a quella espressa nelle elezioni presidenziali. Parliamo di un modello rispettabile al quale, per altro, sembrava rivolgersi l’attenzione della Meloni all’atto del suo insediamento, sicché ora, alla luce dei fatti compiuti, tutto lascia arguire che si trattasse una plateale menzogna.

Siamo a un passaggio che obbliga a rendere ragione delle proprie scelte politiche. Un passaggio decisivo, non eludibile, che non attiene al normale disbrigo degli affari correnti. Ecco perché sarebbe grave se Tajani si acconciasse a un semplice distinguo, pensando di cavarsela con una battuta sulla inaccettabilità delle ricette dell’ultra destra europea. A Roma e a Bruxelles bisogna chiarire cosa significa la chiusura all’estremismo sovranista. La coerenza è un bene prezioso, certamente indispensabile per essere credibili.

Mali di Roma, il Vicariato ripropone l’attenzione alla città.

Cinquant’anni dopo il convegno “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e giustizia nella città di Roma” – meglio noto come convegno sui “Mali di Roma”, che si svolse dal 12 al 15 febbraio 1974 –, per fare memoria di quell’incontro, interpellare la città e rinnovare l’impegno alla responsabilità, si terrà l’evento “(Dis)uguaglianze”, in programma il 19 febbraio nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Apostolico Lateranense alle ore 16.

Il prossimo venerdì 16 febbraio, nella Sala degli Imperatori del Palazzo Apostolico Lateranense, alle ore 12.15, si terrà la conferenza stampa di presentazione dell’appuntamento, durante la quale verrà diffusa una lettera alla città affinché sia “sale e lievito” in vista del convegno del 19 febbraio e di altri quattro appuntamenti, che nei prossimi mesi – da marzo a giugno – si svolgeranno in diversi luoghi della Capitale su temi specifici: scuola, salute, lavoro, casa.

Moderati da padre Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali della diocesi di Roma, interverranno il vescovo Baldo Reina, vicegerente della diocesi di Roma; monsignor Giuseppe Lorizio, teologo e direttore dell’Ufficio per la Cultura della diocesi di Roma; Luigina Di Liegro, segretario generale della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro; Augusto D’Angelo, professore di Storia contemporanea a La Sapienza Università di Roma; Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma.

Il convegno del 19 febbraio nell’Aula della Conciliazione sarà invece aperto dai saluti del cardinale vicario Angelo De Donatis; del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e da un rappresentante del Comune di Roma. Seguiranno gli interventi di Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio; Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore del Censis; Luigina Di Liegro, segretario generale della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro; Pierciro Galeone, vice presidente Fondazione Don Luigi Di Liegro; Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma. A ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti, l’appuntamento verrà inoltre trasmesso in diretta streaming sul canale YouTube della diocesi di Roma.

 

Il cardinale De Donatis dichiara: «Ricordare il Convegno e riproporne l’approccio è un’occasione per la comunità cristiana di riconsiderare e rinnovare la propria vocazione alla carità. Ma è anche un’offerta di collaborazione e un richiamo alla corresponsabilità rivolto all’insieme della comunità urbana. Roma condivide con tutte le altre grandi città un ruolo ambivalente. Esse sono i luoghi dove si concentrano le risorse finanziarie, le competenze, le imprese, il lavoro. Ma sono anche gli spazi dove sono più forti diseguaglianze e marginalità, tensioni e conflitti sociali. Le diseguaglianze sono i mali del nostro tempo».

La nostra Costituzione, le nostre libertà.

Sono tre le parole chiave che vorrei porre in evidenza: Italia, libertà e Parlamento.

La prima parola della Costituzione, che è anche la prima dei 12 Principi Fondamentali è l’Italia (l’Italia è una Repubblica democratica etc.). Una nota storica: alla data del discorso di Constant l’Italia ancora non c’era: c’erano tanti piccoli staterelli che la cultura politica di stampo liberale ha portato all’unificazione del Paese. Un’altra nota storica: il liberale Cavour, uno degli artefici dell’unità del Paese, aveva in grande considerazione le idee di Constant.

La prima parola della Parte Prima della Costituzione è la parola libertà (La libertà personale è inviolabile). E nella parte prima della Costituzione, anche con riferimento ai principi fondamentali, la libertà è declinata in tutti gli aspetti presenti nelle indicazioni di Constant.

La Parte prima è intitolata “Diritti e doveri dei cittadini”. L’intera Parte prima è suddivisa in quattro Titoli: I Rapporti civili; II Rapporti etico-sociali; III Rapporti economici; IV Rapporti politici.

Sono tutti “rapporti” i diritti e i doveri. Sono “rapporti” che identificano l’essenza della libertà. Della nostra libertà scritta e spiegata nella nostra Costituzione repubblicana. Perché la libertà ha a che fare con le relazioni umane. Un uomo solo in un’isola deserta non avrebbe di che domandarsi su cosa possa essere la stessa parola libertà. Le questioni sulla libertà si pongono all’interno dei rapporti fra più individui e fra l’individuo e la società.

 

La prima parola della Parte Seconda è Parlamento.

La Parte Seconda è intitolata “Ordinamento della Repubblica”. I cinque titoli della Parte Seconda, cioè dell’ordinamento, sono, nell’ordine:

Titolo I: Il Parlamento (Organo collegiale dove si conosce, si discute e si decide. Uso i famosi tre verbi (conoscere, discutere e deliberare) cari al liberale Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica eletto a Costituzione vigente);

Titolo II: Il Presidente della Repubblica (organo individuale che rappresenta l’unità nazionale e non una parte maggioritaria o minoritaria del Paese e che è dotato di particolari poteri. Einaudi è stato consegnato alla Storia come autorevole “custode della Costituzione”);

Titolo III: Il Governo; Titolo IV: La Magistratura. Titolo V: Le Regioni, le Province, i Comuni.

 

Conclusione

Questa semplice e sintetica rassegna delle istituzioni repubblicane, ci dimostra la natura della pluralità degli organi costituzionali italiani, una pluralità improntata al principio, ben definito da Montesquieu, dell’equilibrio fra i diversi poteri. L’equilibrio dei poteri è finalizzato ad assicurare un effettivo godimento della libertà. E la libertà è da declinare al plurale, cioè le libertà, come ci ha insegnato Benedetto Croce, il grande liberale che, tra l’alto, è stato uno dei nostri autorevoli Padri costituenti.

Concludo ponendo in evidenza che la Costituzione italiana è pregna di principi e di valori che sono il portato culturale dell’incontro di sintesi di tre culture: quella cattolica, quella socialista e quella liberale.

 

 

Per leggere il saggio per intero

 

Tutti i misteri dolorosi della Direttiva Zangrillo

Che fine ha fatto la Direttiva Zangrillo? Quel provvedimento del Ministro della Pubblica Amministrazione emanato il 29 dicembre 2023 che intendeva porre rimedio alla disparità di trattamento tra lavoratori del comparto privato e del comparto pubblico in materia di applicazione della proroga al 31 marzo 2024 dello smart working per i cosiddetti “lavoratori fragili”.

Non se ne ha traccia. In molti hanno elogiato quell’iniziativa “riparatoria” di una ingiustizia contenuta nella legge di bilancio: mi riferisco soprattutto a quei poveri malcapitati rimasti improvvisamente senza tutele. Nessun Governo aveva finora realizzato un atto legislativo così punitivo verso il pubblico impiego: si era partiti dall’equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero per passare attraverso reiterati e seppur spesso tardivi rinnovi trimestrali dello smart working.

Nessuno aveva mai introdotto tuttavia una separazione e di fatto una discriminazione così netta in danno dei lavoratori pubblici: viene da chiedersi a cosa serva un Ministero per le disabilità se i disabili, gli immunodepressi e i malati con patologie incluse nel D.M. 4/2/2022 del comparto dei pubblici dipendenti sono rimasti dal 1°gennaio u.s. – il giorno dopo la scadenza del precedente rinnovo – totalmente privi di qualsivoglia tutela concessa invece senza indugio ai lavoratori del settore privato.

Questa è una domanda che va posta direttamente al Ministro per le disabilità.

Qui sono in ballo i principi Costituzionali di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e di tutela della salute dei cittadini (art. 2 e 32). Il Ministro Zangrillo con la sua Direttiva intendeva rimuovere questo odioso vulnus ma allo stato attuale delle varie situazioni nel comparto pubblico nessuno è in grado di sapere se la Direttiva sia stata applicata o meno. Per la tutela dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi degli aspiranti al lavoro agile e per il principio di trasparenza che deve caratterizzare gli atti della P.A. tutto dovrebbe essere noto alla luce del sole. Non risulta che il Ministero della P.A. abbia esperito un sondaggio, eppure avrebbe dovuto monitorare l’applicazione del proprio atto ordinativo e prescrittivo: ci si chiede come si possa eludere una Direttiva Ministeriale o si possa aggirarne l’applicazione.

Chi ci rimette sono sempre le persone fragili: francamente neanche i Sindacati risulta abbiano sollecitato l’attuazione del provvedimento né che i singoli Ministeri che hanno a che fare con il comparto pubblico abbiamo comunicato informazioni circa la sua pratica applicazione. Tutto è circondato da un alone impenetrabile di silenzio. Tutto si rinvia, il 31 marzo ormai è vicino e forse ci si libererà per sempre di questo fastidio. Come al solito i lavoratori interessati brancolano nel buio e rivolgendosi ai Dirigenti diretti superiori gerarchici e rappresentati dell’Amm.ne a titolo di “datori di lavoro” ricevono risposte evasive, vaghe e spesso apertamente dinieghi espliciti.

La scuola è il settore pubblico più punito: il Governo non è riuscito a racimolare pochi milioni di euro (all’ultimo rinnovo era stato stati stanziati – mi pare – 16 milioni e ne erano a conti fatti avanzati…) per la nomina dei supplenti. Qualcuno ha interpellato il Ministero dell’Istruzione ma non risultano risposte, nemmeno alle richieste inoltrate tramite legali: che cosa possono fare, a chi devono rivolgersi coloro che attendono una risposta? Forse a nessuno: per evitare rampogne rispetto a esternazioni o proteste che il rispolverato DPR 81/2023 ha vietato di esprimere. In questo clima di silenzio nessuno muove un dito e si ha notizia di lavoratori certificati fragili dal medico competente e con patologie incluse nel D.M.4/2/22 – quindi a tutti gli effetti già valutati- che vengono spediti alle visite di idoneità professionale presso l’INPS. Un errore gravissimo che rasenta il mobbing, una confusione tra due situazioni diverse: i fragili non sono ‘finti ciechi’ o furbetti del cartellino, sono malati con patologie che la normativa stessa ha già validato e legittimato, non necessitano di un ulteriore passaggio sotto la forca caudina della commissione medica prov.le. Secondo questo principio i malati di cancro, gli immunodepressi e i portatori di malattie “a vita” dovrebbero essere dichiarati inidonei e licenziati?

A parte il merito, suvvia, un poco di umanità non guasterebbe. Ma se il Ministro Zangrillo sciogliesse i nodi della coroncina dei misteri dolorosi della propria Direttiva, forse si aprirebbe uno squarcio di verità. La meritiamo tutti.

Cosa fu il convegno sui Mali di Roma?

Fra pochi giorni saranno trascorsi cinquant’anni da un avvenimento ecclesiale, culturale e politico di eccezionale rilievo per il cattolicesimo politico nel nostro Paese. Ci riferiamo al convegno sui “mali di Roma” che, nei giorni 13-15 febbraio del 1974, ruppe un equilibrio di relazioni ormai consunte fino al limite del formalismo ipocrita tra la Chiesa e la dimensione civile e politica. Il cardinale Poletti, un piemontese tanto mite e cortese quanto tagliente e determinato, voluto dal Paolo Vi come vicario generale nella diocesi del Papa, promosse una iniziativa che mobilitò intensamente tutto il vivace arcipelago di comunità, parrocchie e gruppi critici presenti nella città.

Dopo una lunga fase di consultazione e di preparazione il 25 ottobre del 1973 il Cardinale annunciava con una conferenza stampa questa iniziativa, ponendo di fronte a tutti una domanda per certi aspetti retorica, ma che era anzitutto una sfida per la stessa Chiesa romana come prima fra le chiese locali: “Ci si domanda: ma la Chiesa ha ancora qualcosa da dire alla società di oggi? Certamente:  ha da dire che il mondo attuale è inaccettabile e che l’uomo ha la vocazione di trasformarlo e di comandare l’orientamento del suo divenire collettivo”. L’interrogativo ebbe l’effetto di uno scossone improvviso e inatteso, di un richiamo alla responsabilità deciso sull’onda del magistero conciliare del Vaticano II. La domanda di Poletti era diretta a tutti: certamente in primo luogo al clero romano e alle migliaia di religiosi e religiose presenti nella città. Ma il vero e inequivocabile destinatario era il laicato cattolico chiamato ad una vita adulta, ad assumere concrete responsabilità, ad abbandonare formali e astratte difese valoriali, e a progettare e costruire le risposte civili e politiche, comunitarie e solidali, per realizzare una maggiore giustizia sociale diffusa in una realtà dove pochi avevano tantissimo e la maggior parte viveva in condizioni di precarietà.

Il Cardinale fece seguire alla domanda anche una lunga e documentata requisitoria sugli squilibri e le carenze della città, spiazzando l’opinione pubblica e tutta la stampa abituata a pensare che quelle argomentazioni fossero prerogativa di ristrette comunità e preti del dissenso. Un aiuto decisivo in questa iniziativa venne da altri protagonisti fondamentali. Anzitutto don Luigi Di Liegro, indimenticabile animatore pastorale della città, legato anche a molti giovani dirigenti democristiani. Ma anche dal teologo rosminiano don Clemente Riva che sottolineò il carattere intellettualistico e individualistico della religiosità dei romani, cattolici per tradizione più che per scelta consapevole. Riva pose in evidenza il gravissimo ritardo educativo, civile e religioso, e alla luce del Concilio richiamò le sfide grandiose per i laici cristiani: “Il mondo, la storia, l’umanità, il progresso, la vita sociale e politica, pongono al cristiano un rapporto stretto con la sua fede religiosa”. Con grande fiducia negli uomini, Riva concluse la sua relazione ricordano che “è la società stessa che è motore e guida del suo sviluppo”. Fondamentale anche il contributo di un giovane Giuseppe De Rita, ricercatore e sociologo, che dopo aver richiamato le responsabilità del grande ceto medio romano afflitto da “egoismo individuale e collettivo e da radicata deresponsabilizzazione” concludeva “Roma è certamente il punto più alto di non partecipazione collettiva”.

La Dc romana si trovò incerta e trascinata dagli eventi. Un documento uscito in quei giorni riconosceva larga parte degli squilibri sociali denunciati dal vicario del Papa, la mancanza di solidarietà e di spirito di comunità civica, ricordando come momento comunitario esplicito di coscienza civile cittadina il drammatico episodio della sanguinosa battaglia contro i nazisti e i fascisti il 10 settembre del 1943 a Porta San Paolo. Se questo riferimento costituiva certamente un punto di coscienza politica alta, un segnale all’apposizione comunista per nuove forme di collaborazione, tuttavia era evidente l’impreparazione ad affrontare la mole di problemi che si era accumulata: una politica urbanistica di espansione disordinata e speculativa, la mancanza di reti di servizi sociali e di trasporti adeguati nelle sterminate periferie, l’assenza di una qualche idea di sviluppo economico autonomo per la città che non fosse l’immensa leva burocratica pubblica e il terziario privato che operava a Roma soprattutto per esigenze di rappresentanza.

La fotografia di Roma in quel momento aveva però profonde similitudini con tutto il mezzogiorno e con larghe parti del centro nord ancora marginali e in bilico tra depressione e sviluppo. Aldo Moro nella Direzione centrale della Dc il 22 maggio del 1974 così si esprimeva: “Il modo di essere, di manifestarsi, di incidere sulla realtà sociale e politica della nostra ispirazione cristiana, la fisionomia della società italiana degli anni ‘70, da guidare aderendovi, con illuminata saggezza, il nostro ruolo politico, sono oggi soggetti a riesame”.

L’attualità del convegno ecclesiale del febbraio 1974 e delle parole di Moro come sempre molto (troppo) lucide, sono di tutta evidenza in questo tempo nel quale la destra politica ha in breve mostrato tutti i suoi miserevoli limiti, e l’area del centro-sinistra è come sospesa in attesa, orfana di un federatore inesistente. Per il nostro cattolicesimo politico valgono decisamente oggi i moniti di Poletti, di Riva, di Di Liegro, di De Rita, di Moro: scuotersi da un torpore di chi pensa di avere una rendita da difendere, un patrimonio valoriale incantato da proteggere e brandire di tanto in tanto contro gli altri.

È tempo allora di riprendere il lavoro di ascolto e di elaborazione politica per fornire risposte concrete, umanamente e cristianamente ispirate. È tempo di misurarsi con una nuova stagione di missionarietà politica, ovvero di presenza attiva in mezzo alla gente comune, a quell’enorme ceto medio impiegatizio, operaio, agricolo, ma anche autonomo e di piccoli imprenditori che in tutto il Paese ha smesso di avanzare e teme di scivolare per sempre indietro. È tempo di riconoscere diritti e dignità di tutti, ciascuno con la propria diversità, eliminando barriere disumane che il sentimento comune non vive più. Bisogna ricostruire con pazienza una coscienza comune in ogni città e nel Paese, a partire da come esso realmente è, avere fiducia in ciò che di straordinario si è costruito fino ad oggi sulle macerie del dopoguerra. Come ricorda con voce potente ogni giorno Papa Francesco. Non solo per Roma ma per tutto il nostro Paese e per un’Europa sempre più casa comune.

Lotte contadine e…lotte borghesi.

Tutto in questi giorni assume l’onore della ribalta se si compone da principio di prime tre lettere che sembrano farla da padrone. “Tra” è una di quelle preposizioni semplici che stanno mettendo in allarme anche la politica.

È finita almeno per adesso, senza spargimento di sangue. Più che quattro amici al bar, un mini corteo di trattori ha sfilato davanti al Colosseo in rappresentanza di una orda che avrebbe rinunciato ad invadere la città. Brenno e gli Unni sono una storia antica, il pericolo è scampato.

In ipotesi, un gruppetto di nostri farmers, si diceva avesse poi in animo di salire sul palco di Sanremo, forse ispirato da una canzone di qualche tempo fa dal titolo “Salirò” e che nella prima strofa recita: “Salirò, salirò tra le rose di questo giardino”. Le rose del palco del Festival si sarebbero prestate alla circostanza.

Tutto si è risolto con l’estratto della lettura di una loro lettera. Nel contenuto si avverte lo stesso sentimento di realtà quotidiana delle epistole leopardiane, forse con pari lirismo ma non con la stessa genuflessione di quando scriveva a Monti: “Se è colpa ad un uomo piccolo lo scrivere ad un letterato grande, colpevolisssimo sono io, perché a noi si convengono i superlativi delle due qualità…”.

La platea non l’ha presa con l’abbondono e il fatalismo della donna raffigurata da Vettriano nel dipinto che ha appunto per titolo “The letter”.

Con un ideale tratto di penna l’occupazione è scongiurata, il dado è stato ritrattato. Il trattorista è colui che tira, in questo caso che sprona alla battaglia per una giusta causa.

Scendendo verso Roma il movimento dei contadini non ha indugiato presso qualche trattoria trangugiando ogni ben di Dio.

Al contrario, hanno bivaccato con sacrificio, ad esempio, in zona di Orte, convinti di non mollare un solo minuto la battaglia a cui si sentono chiamati. Non è finita insomma a tarallucci e vino e non hanno traccheggiato aspettando che l’Europa si commuovesse al loro pensiero.

L’Italia è vicina ai nostri contadini e non avrebbe inveito se pure avessero bloccato il traffico perché ne comprende le ragioni della protesta.

Sul tema della rivendicazione c’è un comune trasporto di intenti, una attenzione che mette al bando ogni trascuratezza della questione, un desiderio di trasgredire alla disciplina europea che sembrerebbe privilegiare la causa ambientaliste contro quella degli agricoltori.

Entrambi, paladini ecologisti e uomini agresti, piuttosto, se la dovrebbero prendere con l’organizzazione di una filiera che la fa da padrone e detta le leggi del mercato, ma quella è zona ardua da revisionare.

“Tra” questi e quelli c’è un nemico più spietato che non muove un fiato, silente, intanto che la faccenda si sgonfi.

Del resto, i contadini suscitano da subito simpatia; questo è il loro tallone d’Achille. Sono più avvezzi ad ispirare passi di letteratura che ad incidere nelle regole economiche di mercato. Verga scrisse racconti come “Vita dei campi” e “Novelle rusticane”, così Parini con i “Trasformati”, ancora andando avanti con Carducci e Pascoli ed altri ancora.

Vedremo se si accontenteranno di qualche mancetta o avranno la forza di imporre una politica diversa dall’attuale. Ciò che è incontestabile motivo di ammirazione è la compattezza di quegli uomini.

Nello stesso tempo, nel mondo degli “allevatori” di rango qualcosa muove scandalo per quello che sta accadendo e soprattutto per le contese che distinguono quel mondo.

Gli Agnelli stanno rilanciando gli studi sulla sindrome di Medea e sul complesso rapporto tra madri e figli.  Qualcuno fa risalire l’agnello all’anghelos, cioè al messaggero. Altri lo riconducono all’agnòs greco, cioè il puro e il casto.

A quanto si legge non sembrano questi gli elementi costitutivi degli Agnelli che stanno dando triste sfoggio di deatribe tradotte in carte di legge e tribunali. “Agnelli e coltelli” è la rima che dispiace ad una Italia che nel bene o nel male ha guardato a quella famiglia come un riferimento del nostro prestigio nel mondo.

Sanremo prese il nome dal Vescovo eremita San Romolo. Roba di nobili sentimenti, nulla a che vedere con Romolo e Remo che da fratelli se le diedero di santa ragione fino alla morte di quest’ultimo. Oggi gli Agnelli potrebbero aggiungere, a quest’ultima, un’altra pagina di cruenta storia.

Centro, una nuova prospettiva politica per l’Italia e l’Europa.

A pochi passi dalle imminenti elezioni europee, l’Italia si trova di fronte a un momento cruciale nella sua storia politica. Mentre il panorama delle coalizioni di governo si definisce, e le strategie elettorali vengono affinate, emergono segnali di un cambiamento significativo: il rinnovato interesse verso il Centro come alternativa politica.

È una prospettiva che ho portato avanti con impegno e passione per anni insieme agli amici de “Il Confronto” (capitanati da Raniero Benedetto) con i nostri interminabili incontri celebrati nella storica sede dell’Hotel “Sessoriana” di Roma, e finalmente vedo che l’idea comincia a trovare spazio nel dibattito pubblico. Questo movimento non è solo una risposta alle esigenze del momento, ma il risultato di un lungo percorso di riflessione e lavoro sulle dinamiche politiche del Paese con soggetti aventi sensibilità e affinità a volte molto lontane.

Guardando al quadro politico attuale, possiamo notare come la competizione elettorale, appena iniziata, sia incentrata principalmente sulla rivalità tra le coalizioni di governo, uno spaesato Pd e un contraddittorio M5S che, con grande affanno, cercano di consolidare e riequilibrare le proprie posizioni di potere. Tuttavia, c’è una crescente consapevolezza che l’opposizione, rappresentata principalmente dal Partito Democratico, sembra distante dai reali problemi del Paese e ancor di più dall’Europa. Le contraddizioni interne e la mancanza di una visione chiara stanno erodendo la fiducia dei cittadini nella politica tradizionale.

Ma la vera novità risiede nella creazione di un vasto “rassemblement” delle forze moderate, un movimento che mira a superare le divisioni ideologiche e a offrire un’alternativa reale alla polarizzazione destra-sinistra che ha caratterizzato la politica italiana per troppo tempo. È un’iniziativa che raccoglie il sostegno di una parte significativa della politica moderata, indipendente dagli schieramenti tradizionali, desiderosa di rompere gli schemi consolidati e di rilanciare un’esperienza politica che si è affievolita sotto il peso delle mode “populiste” degli ultimi anni.

Recentemente anche figure di spicco come Matteo Renzi, con tutte le sue contraddizioni, hanno espresso il loro favore verso questo nuovo cartello politico. Questo sostegno non solo conferisce legittimità all’iniziativa, ma rappresenta anche un segnale tangibile del crescente consenso attorno all’idea di un Centro forte e coeso.

Ma perché tutto questo fermento intorno al Centro? La risposta risiede nella consapevolezza di un’esigenza profonda nel tessuto sociale italiano. C’è un vasto spazio nel Paese di persone che non si sentono rappresentate dalle attuali opzioni politiche: sono stanche delle lotte di potere e delle divisioni partitiche urlate e a volte volgari. Questo Centro emergente si propone di essere un contenitore capace di accogliere queste voci disilluse, di ridare loro speranza e fiducia nella politica come strumento di cambiamento positivo.

Ma c’è di più. Questo movimento non è solo un’opportunità per riconnettersi con i cittadini italiani, ma anche per riaffermare l’importanza di una visione europea della politica. In un momento in cui l’Europa è alle prese con sfide senza precedenti come le crisi migratorie e geopolitiche, è fondamentale che l’Italia si inserisca in un contesto politico continentale coeso e orientato al futuro.

È qui che il Centro può giocare un ruolo chiave. È un’opportunità per riaffermare l’importanza di una politica basata sulla cooperazione e la solidarietà europea, per rilanciare un impegno comune per affrontare le sfide globali che ci aspettano.

E allora, come possiamo trasformare questa visione in realtà? È fondamentale coinvolgere tutti coloro che condividono questa prospettiva, che credono nel potenziale del Centro come motore di cambiamento positivo. È necessario superare le divisioni e lavorare insieme per costruire un futuro migliore per il nostro Paese e per l’Europa.

In modo velato, questa è anche un’opportunità per coloro che sono interessati a questa nuova esperienza politica di unirsi e fare squadra. È un invito aperto a tutti coloro che credono nell’importanza di una politica orientata al bene comune, di una politica che ponga al centro le esigenze dei cittadini e il futuro del nostro Paese e del nostro continente.

Il Centro non è solo un’idea, ma una possibilità concreta di cambiamento. È il momento di agire, di lavorare insieme per costruire un futuro migliore per tutti noi. L’opportunità è davanti a noi. Non lasciamocela sfuggire.

Unità dei democratici d’ispirazione cristiana

 

Tra la Meloni e la Lega continua la lotta sotterranea per la conquista dei voti a destra, specie in questa fase di forte contestazione del mondo agricolo. La Coldiretti è divisa tra le aspirazioni elettorali del suo presidente, Ettore Prandini, e la rivolta di una base sempre più indisponibile a seguire gli equivoci connubi prandiniani con l’inadeguato ministro Lollobrigida di cui si chiedono le dimissioni.

Nella nostra area socioculturale e politica continuano le divisioni ereditate dalla lunga e dolorosa diaspora post Dc. Da un lato ci sono gli amici che, facenti parte del Pd, intendono continuare la loro appartenenza “innaturale” al Pse; altri  che  hanno deciso di aderire a Renew Europe di Macron; altri ancora, sono quelli che intendono restare ben stretti alla propria cultura politica nel Ppe; e, infine, Cesa e i dirigenti dell’Udc schierati a fianco della Lega, a destra in Italia e in Europa.

Assai meritoria è l’azione condotta dagli amici di Iniziativa Popolare per tentare di favorire senza riserve il progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale.

Trattasi di un progetto difficile il cui traguardo, più che alle prossime elezioni europee, potrà e dovrà essere spostato alla scadenza delle elezioni politiche nazionali nel loro termine naturale o anticipato. La difficoltà risiede nelle divisioni delle diverse fazioni indicate, per favorire il superamento delle quali ho proposto l’idea di un confronto aperto, a tutto campo con la nostra vasta e articolata realtà culturale e sociale, in quella che ho chiamato la Camaldoli 2024.

Qualche amico ha giustamente rilevato, com’era anche a me ben evidente, che non siamo nelle condizioni storico politiche del 1943. Non abbiamo, come ho scritto, né un Demofilo/De Gasperi, né una realtà cattolica oggi assimilabile a quella dell’Italia di quel tempo.

Da molte persone si sottolinea che servirebbe un federatore capace di avviare il progetto con un’autorevolezza tale da facilitare la ricomposizione basata sulla fedeltà ad alcuni fattori portanti; l’ispirazione ai principi della dottrina sociale cristiana, la fedeltà ai valori della Costituzione repubblicana e a quelli dell’europeismo e dell’Occidente.

Come trovare questo federatore?

O si parte dalla base o si sollecita una delle personalità già in campo, disponibile ad assumersi il ruolo che seppe compiere Demofilo/De Gasperi nel Luglio 1943. Se allora il compito era quello di presentare e attivare le “Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”, ora si tratta di redigere un manifesto per la costruzione del centro nuovo della politica italiana: democratico, popolare, liberale, riformista, euroatlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra lontanissima dalle sue origini.

Penso che questa personalità sia ben presente nella realtà italiana e europea. Mi riferisco a Mario Draghi, che potrebbe svolgere efficacemente il ruolo di federatore del nuovo centro della politica italiana. Un appello unitario, di tutte le diverse componenti di area cattolica dc e popolare, sarebbe al riguardo utile e opportuno.

Ci sono momenti della nostra storia politica, nei quali l’assunzione di responsabilità dirette nell’agone politico è molto più importante di qualunque altro incarico pubblico, e quello che sta attraversando l’Italia è proprio uno di questi.

L’altra strada sarebbe quella di ripartire dalla base, organizzando in tutte le province e regioni italiane, incontri unitari tra le diverse componenti della nostra area; assemblee di dc e popolari dalle quali fare emergere con i cahiers de doléance e le proposte dei nostri concittadini e elettori, una nuova classe dirigente in grado di assumersi la responsabilità di rappresentare nelle diverse realtà elettorali e istituzionali, gli interessi e i valori dei ceti medi e popolari dal cui equilibrio dipende la tenuta del nostro sistema sociale.

Certo la prima strada indicata sarebbe la più efficace e tempestiva, mentre la seconda necessiterebbe di tempi più lunghi, nei quali, comunque, il processo di ricomposizione politica sarebbe facilitato. Credo sia quanto mai giusto e opportuno provarle entrambe, convinti che, se rimanessimo inerti, la nostra condizione di irrilevanza si protrarrebbe ancora per lungo tempo, a tutto danno del nostro Paese.

 Ucraina, Zelensky combatte anche sul fronte interno.

Alla vigilia del secondo anniversario di guerra uno scontro interno alla catena di potere ucraino conferma tutte la difficoltà nelle quali si trova oggi il paese aggredito dalla Russia. La sostituzione ai vertici delle Forze Armate del popolarissimo generale Valery Zaluzhny, voluta dal Presidente Zelensky, conferma diverse ipotesi che si erano andate addensando nelle ultime settimane sullo scenario politico-militare del paese e segna indubbiamente una nuova fase del conflitto.

La foto sorridente con la quale i due protagonisti della vicenda hanno comunicato all’esterno la decisione assunta non dissipa alcuno degli interrogativi sorti ultimamente, lasciando semmai la porta aperta alle voci che insinuano la possibilità che il generale – il cui indice di popolarità al momento sfiora il 90%, superiore di una ventina abbondante di punti a quello di Zelensky – abbia deciso di entrare in politica, accertata la differenza di valutazioni sull’andamento della guerra fra lui e il Presidente.

In ogni caso, a prescindere da qualsiasi speculazione sul futuro politico (comunque non immediato, rimanendo “sospese” causa guerra le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto svolgersi quest’anno) la nomina del generale Oleksandr Syrsky al posto del detronizzato Zaluzhny parrebbe confermare almeno un paio di aspetti dell’intera questione, uno di natura politica e uno di natura militare.

Si dice che Zelensky fosse ormai “preoccupato” dalla enorme popolarità del generale, rimasta intaccata pure a fronte del mancato successo della declamata “controffensiva d’estate”. E che ragionando come un “politicante” qualsiasi abbia pensato bene di sbarazzarsi di un possibile pericoloso competitor elettorale, quando mai si tornerà alle urne. Tipico ragionamento semplificato, questo, del quale si riempiono i social network, anche in un paese con tutti i gravi problemi che ha l’Ucraina.

Fatto è che – sia pure sottovoce – qualche riflessione analoga viene svolta anche in settori importanti della società ucraina, in ispecie quella che durante questi anni ha “subìto” la popolarità di Zelensky, dapprima nel suo ruolo di outsider del potere, poi in quello di eroe di guerra – ma che non ha mai amato, anzi. La mobilitazione social, poi si vedrà quanto durerà, ha così attaccato il Presidente per interposta persona, crocifiggendo il nuovo capo delle Forze Armate (accusato, fra l’altro di eccessivo rigore nei confronti dei subordinati) nonostante il suo precedente standard di eroe popolare in virtù della sua azione sul campo di battaglia, soprattutto in quella che fu la controffensiva di Kharkiv. La mobilitazione politica, invece, è ancora ai suoi albori, ma si intravvede: ad esempio si sono risentite le voci dell’ex presidente Poroshenko e dell’ex premier Yulia Timoshenko, entrambe a sostegno del generale Zaluzhny ed entrambe certo non “amiche” di Zelensky.

Ma al momento è il secondo aspetto, quello militare, a preoccupare di più. Si dice che lo scontro fra i due suoi protagonisti sia intervenuto a causa di una visione ormai opposta circa l’andamento della guerra e i mezzi con cui farvi fronte. La richiesta con la quale il generale avrebbe posto il Presidente di fronte alla dura realtà dei fatti (“ci vuole una nuova chiamata alle armi per almeno cinquecentomila ucraini”, altrimenti la guerra andrà “in stallo”, affermazione quest’ultima consegnata all’Economist lo scorso novembre in una intervista che aveva fatto infuriare Zelensky) era palesemente insostenibile politicamente: sia per l’entità numerica sia, di più, per il messaggio che sottintendeva, opposto a quel generoso – ma per molti ormai ottimistico – afflato combattivo utilizzato dal presidente in maglietta verde militare per tenere alto il morale della popolazione e per continuare a chiedere agli alleati occidentali quel sostegno economico e in armamenti senza del quale Mosca conquisterebbe Kyiv in poche settimane.

Quest’ultimo è il lavoro più importante che Zelensky deve svolgere e come è noto è divenuto via via più difficile. Europei e soprattutto americani hanno messo molti soldi nel sostegno a Kyiv ma diventa sempre più complicato motivare alle loro opinioni pubbliche – per di più in un anno elettorale – l’esborso di nuove, ingenti somme di denaro. E gli ambienti in varia misura “simpatetici” col Cremlino sia negli USA che in Europa stanno tornando a farsi sentire, percependo la “stanchezza” dell’elettorato a fronte di una guerra che si trascina senza sviluppi decisivi e che ora è stata surclassata da una nuova guerra ancor più pericolosa per il futuro di tutti, avvertita come tale da larghissimi settori delle pubbliche opinioni occidentali.

Sul campo, in effetti, ed è il problema col quale dovrà misurarsi il generale Syrsky alla fine dell’inverno, ovvero fra non molto, la situazione non è entusiasmante per le forze gialloblu. Il numero degli effettivi è diventato ancor più penalizzante dopo che Mosca ha attivato nuove forze provenienti dall’estremo oriente russo e dalle patrie galere. La dotazione in armi e munizioni pure, dopo che Iran e soprattutto Corea del Nord hanno garantito ingenti forniture, e anche se i cannoni sono antiquati sono pur sempre armamenti che, come è stato detto, “fanno massa”. Le munizioni, poi, in arrivo dalla Corea del Nord sono quasi illimitate, e questo può fare la differenza. Quelle munizioni per l’artiglieria pesante che invece scarseggiano per gli ucraini.

Sul terreno non solo questi ultimi non hanno riconquistato nuove aree ma al contrario sono stati i russi, prima della “pausa invernale”, a progredire nella regione di Zaporizhzhia e a porsi nelle condizioni ideali per riconquistare la città di Marinka, nel Donetsk. Una situazione che ha creato, pure, qualche dissidio circa la strategia da adottare fra Zelensky e gli americani, che hanno suggerito una riorganizzazione atta a potenziare la capacità di difesa del territorio per prendere tempo in vista di una nuova controffensiva più avanti. Un suggerimento che Zelensky teme essere a rischio, se alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump.

Occidente titubante, condizione politica interna più complessa, situazione sul terreno complicata: è denso di incertezze e preoccupazioni il secondo anniversario dell’inizio della guerra, per Zelensky e per gli ucraini tutti.

Franco Marini, un leader che ci lascia una grande eredità.

Tre anni fa ci lasciava Franco Marini – per la precisione il 9 febbraio -, storico leader della Cisl ed esponente di punta della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Un ‘magistero’, quello di Franco, politico, sociale, culturale ed istituzionale che ha attraversato il nostro paese dall’inizio degli anni ‘50 e sino alla sua scomparsa. Un’esperienza che è stata caratterizzata da alcuni elementi di fondo che non sono mai venuti meno. Sia nella lunga e ricca militanza sindacale e sia sul versante politico ed istituzionale. Una coerenza, frutto e conseguenza di una solida e definita cultura politica maturata ed acquisita sin dagli anni giovanili, che ha fatto di Marini un interlocutore della intera politica italiana.

Il primo elemento è indubbiamente rappresentato dalla fedeltà creativa alla cultura, alla tradizione e al pensiero del cattolicesimo sociale. Principi e valori che sono stati letti ed interpretati da Marini nella concreta lotta sindacale prima e politica poi. Partendo sempre dalle condizioni reali delle persone, dalle loro sofferenze ed aspettative. Una cultura ed un pensiero, quelli del cattolicesimo sociale, a cui Marini non ha mai rinunciato perchè, e giustamente, conserva tutt’oggi una straordinaria attualità e modernità.

In secondo luogo la difesa e la promozione dei ceti popolari. Marini, come del resto il “suo” maestro politico, Carlo Donat-Cattin, ha sempre individuato nella difesa degli interessi, delle esigenze e delle istanze dei ceti popolari la sua vera “mission” politica, culturale ed umana. Non è mai esistita alternativa, secondo il leader della sinistra sociale cattolica, rispetto alla difesa dei ceti popolari per chi è impegnato concretamente nella vita pubblica in virtù della sua ispirazione cristiana e della adesione alla dottrina sociale della Chiesa. Una posizione politica che nella Dc come nel Ppi, nella Margherita come nel Pd, l’ha sempre visto in prima linea con coraggio e coerenza. Fattori, questi, che lo portavano ad essere intransigente sui principi e sui valori, ma duttile nella capacità di costruire soluzioni che puntavano al raggiungimento, nelle diverse fasi politiche, di soluzioni che potevano soddisfare gli interessi generali. Cioè quello che comunemente viene definito, per noi cattolici popolari, il “bene comune”.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la funzione del partito come “strumento democratico capace di trasformare i ceti popolari da classe subalterna a ceto dirigente del nostro paese” e, al contempo, marcare una presenza politica e culturale definita all’interno stesso dei partiti. Nella Dc come nei partiti cosiddetti “plurali” della seconda repubblica, Marini non ha mai rinunciato ad esaltare questi due caposaldi costitutivi della sua lunga e proficua esperienza politica. Per questi motivi Marini era un interlocutore politico vero. Perché tutti sapevano che rappresentava un pezzo della società italiana e di quel pezzo di società si faceva carico. Nel sindacato come nella politica, nel partito come nelle istituzioni.

Certo, non esiste una eredità personale di Franco Marini perchè, di norma, i leader e gli statisti sono unici ed irripetibili. Come diceva Donat-Cattin, “il carisma in politica o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”. Ma c’è una eredità politica, sociale, culturale e anche umana che Franco ci trasmette. Una eredità che obbliga ed invita chi continua a riconoscersi nella tradizione e nel pensiero del cattolicesimo sociale a proseguire quel cammino nella società contemporanea. Ad inverare, cioè, quella “sinistra sociale” di ispirazione cristiana nella concreta dialettica politica italiana. Ben sapendo, come diceva sempre Franco, che il “pensiero e l’azione non sono mai slegati”. E cioè, si è credibili ed interlocutori nella politica come nel sindacato se si è portatori di una precisa cultura politica e sempre disponibili al dialogo e al confronto con gli altri – amici ed avversari – per portare a casa risultati per i ceti popolari e le classi lavoratrici. Senza limitarsi a contemplare l’esistente o a descriverlo in modo accademico ed astratto.

Il Don Bosco dimenticato dagli storici del movimento operaio

Nel lontano 8 febbraio 1852, Don Giovanni Bosco, già da anni impegnato nella periferia torinese a favore della gioventù disagiata e povera, sottoscrisse un atto a tutela di un ragazzo cresciuto e formato al lavoro nell’Oratorio da lui fondato. Questo documento, registrato in carta bollata del Regno Sabaudo, è considerato da diversi studiosi, il primo contratto di apprendistato o addirittura una delle prime forme di accordo negoziale fra Parti sociali.

Leggendo il testo, a distanza di oltre centosettanta anni, si ritrovano nel metodo e nel merito i contenuti della contrattazione del sindacalismo pragmatico e riformista, che ha fatto la storia delle relazioni sindacali. Innanzitutto una sottoscrizione che riconosce più soggetti: il datore di lavoro, il genitore del ragazzo, e quindi il giovane lavoratore, Don Bosco; importante proprio la figura del sacerdote piemontese che assume il ruolo di rappresentante del giovane lavoratore formato nel suo centro e ne esige, con il linguaggio del tempo, i diritti fondamentali per una prestazione lavorativa: impegno dell’artigiano-datore al rispetto della persona da utilizzare per le sue capacità professionali e non come mero elemento da sfruttare o maltrattare; l’obbligo ad orari definiti; l’attenzione alla salute e alla sicurezza del lavoratore; la garanzia di riposi obbligatori; l’individuazione di un reddito certo e soprattutto progressivo nel tempo attraverso l’acquisizione di nuova esperienze lavorative ed infine, il vincolo alla formazione e all’aggiornamento professionale. Insomma, un vero e proprio accordo fra Parti rappresentative di interessi diversi, che si riconoscono reciprocamente e stabiliscono impegni e diritti.

Un documento che mette la persona al centro del lavoro nella migliore tradizione del cattolicesimo sociale, del quale San Giovanni Bosco rappresenta una delle prime esperienze concrete nel contesto della nascente industria dell’Italia Settentrionale.

La funzione e le intuizioni del Santo piemontese, spesso dimenticato dagli storici del movimento operaio, ha invece avuto un ruolo fondamentale nella regolazione dei rapporti di lavoro.

Ancora oggi i temi della contrattazione rimangono prevalentemente quelli elencati nel “contratto di apprendizzaggio” sottoscritto a Torino nel 1852 da Don Giovanni Bosco e dall’artigiano Giuseppe Bertolino; il tutto contestualizzato alle innovazioni e alle condizioni del tempo.

Nella Torino che si preparava ad affrontare un importante sviluppo dell’industria manifatturiera, che ne caratterizzerà oltre duecento anni di storia del territorio, Don Bosco sperimentò, in alternativa all’approccio ideologico e politico del nascente scontro tra capitale e lavoro, amplificato dalle opposte ideologie della destra e della sinistra tradizionali, il metodo della contrattazione e del negoziato tra parti, che ha poi consentito alle Organizzazioni Sindacali di assumere un ruolo da protagoniste nella società.

Un’eredità importante e significativa, quella che ha consegnato San Giovanni Bosco, al mondo del lavoro. È giusto sottolinearne ancora la centralità.

Il testo del “contratto di apprendizzaggio”

I Depeche Mode ci regalano i suoni del futuro 

“Significati infranti, il tempo è fugace, guarda cosa porta. Saluti, addii, migliaia di mezzanotti, persi in ninne nanne insonni”. Si apre così il testo di Ghost Again dei Depeche Mode nella versione orchestrale. Melodie melanconiche che attraversano il susseguirsi della vita tra fragilità e gioia.

Non il decadentismo artistico in musica ma il simbolismo elettrogotico della nostra epoca. “Il cielo sta sognando pensieri senza pensieri, amici miei, sappiamo che saremo di nuovi fantasmi” (da Ghost Again). È come se le vocalità di Dave Gahan e le “chitarrate” elettrodance di Martin Gore erano, sono e saranno il ponte originario tra due mondi: quello post punk e quello “tecno-rock” dei tempi attuali.

La società contemporanea con le sue difficoltà geopolitiche e le disuguaglianze sociali alle porte già da tempo influenza e orienta scelte musicali, arrangiamenti e parole che ci inducono a riflettere. Ci sono band come i Depeche Mode che, insieme a tanti altri, hanno con il loro sound “cambiato il mondo”. Quando ascoltiamo “Enjoy the silence” nella versione integrale oppure nella graffiante elevazione musicale degli italiani Lacuna Coil, ti fermi e pensi che il tutto è orientato al cambiamento. “Parole come violenza rompono il silenzio, vengono a sbattere contro il mio piccolo mondo, dolorose per me, mi trafiggono”. Poi, ancora, “I piaceri rimangono, così anche il dolore, le parole sono prive di significato e dimenticabili”.

E mentre il “Re” nel video attraversa le valli “dell’esistenza” irrompe la voce di Gahan “Enjoy the silence” – “Goditi il silenzio”. I Depeche Mode hanno attraversato decenni, la società è cambiata con la loro longevità umana e artistica fino ai nostri giorni. Un fenomeno che ormai è inarrestabile che con le loro note ci accompagnano lungo la nostra esistenza dall’adolescenza fino alla tarda gioventù, presenti con i loro testi ma sempre con l’orizzonte ben piantato nel futuro. “Dovè la rivoluzione? Forza, gente…….per troppo tempo diritti abusati…..il treno è in arrivo, quindi salite a bordo”.

Riflessioni che sono preludio del futuro e nuove vie nate per tracciare labirinti elettrorock che da “Stripped” a “Black celebration” ci riportono solo un urlo: “Where’s the revolution? Come on, people”.

La Voce del Popolo | Salvini e Meloni, una sfida sull’identità.

Non è un mistero che non si amino troppo, Meloni e Salvini. La loro tregua regge, appesa com’è al filo del comune interesse di governo. Ma si tratta di una tregua fra- gile, che già nei prossimi mesi verrà messa a soqquadro dalla competizione per il voto europeo (e più ancora dalla complicata gestione del dopo-voto).

Nulla di scandaloso, se vogliamo. E nulla di inedito. La storia politica italiana è infarcita di una gran quantità di collaborazioni assai competitive che alla fin fine hanno creato un po’ di scompiglio ma quasi nessuna eversione dell’ordine politico. È possibile che anche questa volta i litigi di maggioranza produrranno solo una gran turbolenza.

E tuttavia i due alleati prima o poi dovranno scegliere su quale terreno sfidarsi. E in particolare Meloni dovrà decidere cosa fare con quel mondo che sta alla sua destra e di cui Salvini ambisce a fare il leader. Il fatto è che certe intemerate del capo leghista sembrano voler ricordare a Meloni, senza troppi complimenti, il suo “come eravamo” di appena pochissimi anni fa. Quasi che il vice si stesse proponendo come una sorta di fantasma di Banquo che appare a Macbeth per ricordargli i suoi trascorsi e le sue macchinazioni.

La sfida tra Meloni e il suo vice non è insomma una banale contesa di potere. È una prova che verte sull’identità. E che Meloni può combattere in due modi opposti. O radicalizzandosi verso destra. O inoltrandosi a poco a poco nella direzione opposta. Dilemma assai complicato, si dirà. Rispetto al quale però la presidente del consiglio non potrà percorrere una furbesca via di mezzo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 8  febbraio 2024

[Articolo è qui riproposto per gentile concessione del Direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La protesta degli agricoltori europei esige una risposta politica

La protesta portata avanti in queste settimane dagli agricoltori nei maggiori Paesi europei è qualcosa di più di un elenco di rivendicazioni settoriali ma pone delle questioni squisitamente di natura politica che riguardano il futuro dell’Europa e interpellano le varie famiglie politiche dell’Ue e i partiti nazionali.

A livello europeo tali proteste contribuiscono a riportare al centro del dibattito, a pochi mesi dalle elezioni europee, il Green Deal europeo con il quale l’Ue si è data degli obiettivi ambiziosi in tema di sostenibilità, che risultavano eccellenti a tavolino ma che, come tutti i progetti necessitavano della prova dei fatti. In tal senso le attuali rivendicazioni degli agricoltori possono risultare salutari nel costruire insieme per la prossima legislatura europea, un programma di transizione ecologica che mantenga le ragioni di un impegno per l’ambiente, arricchendolo delle ragioni della sostenibilità sociale. Si tratta, detto con il linguaggio della Laudato Si’, di attuare il principio dell'”ecologia integrale”, capace di coniugare le ragioni ambientali con quelle sociali, nonché, come si tende a fare nel resto del mondo, di tenere conto in misura adeguata della reale e specifica situazione socio-economica in cui si attuano le politiche ambientali, le quali in quanto obiettivi dell’agenda ONU sulla sostenibilità, sono condivise da tutti gli Stati – in modo da evitare di produrre nuove ingiustizie, dovute a una non equa distribuzione degli oneri della transizione ecologica, che penalizza i ceti popolari.

La principale posta in gioco appare, dunque, quella di perseguire un approccio improntato all’equilibrio, al buon senso, alla neutralità tecnologica e alla lungimiranza delle politiche europee, fuori da ogni isteria ideologica come da una irresponsabile inazione. In questa prospettiva l’Europa potrà divenire un modello per il mondo per quanto riguarda il cambio di paradigma per l’agricoltura. Al posto delle monoculture, spesso favorite dall’accaparramento dei terreni (il volto moderno del latifondo) operato da chi trae i maggiori vantaggi dalle ancora non risolte distorsioni del sistema finanziario, degli ogm, dei brevetti sui semi di poche multinazionali, dell’uso intensivo di prodotti chimici, potrà affermarsi un’agricoltura più rispettosa degli equilibri della natura. Un processo favorito anche dal promettente sviluppo di nuove tecniche di ingegneria genetica (le TEA Tecniche di Evoluzione Assistita, o NGT, New Genomic Techniques), che, a differenza degli ogm, si svolgono all’interno di una stessa specie vegetale, potendo in tal modo migliorare la resistenza delle piante ai parassiti, alla siccità, senza il pericolo di effetti collaterali sulla salute umana.

Sul piano interno, il rischio è quello che l’interlocuzione con gli agricoltori diventi una questione tutta interna al centrodestra, con la sinistra, che pure si dimostra più attenta all’ambiente, colta in contropiede a difendere un modello di agricoltura che però è alla portata solo delle fasce sociali più facoltose che ormai costituiscono la base elettorale dell’estrema sinistra e della sinistra. E con l’area di centro che, almeno sinora, mi pare stenti a cogliere l’importanza culturale e politica, di questa sfida che la mobilitazione degli agricoltori ha riportato al centro dell’attenzione in tutt’Europa. Forse anche perché alla fine i discutibili presupposti su cui si basa il bipolarismo hanno finito per contagiare anche il centro. Ossia, come destra e sinistra si sono illuse di poter inaugurare un’alternanza basata sull’eterno ritorno dei due poli a prescindere dai programmi, per poi scoprire che molti elettori o non vanno più a votare oppure alimentano la pericolosa “terza via” del populismo, così mi pare non ancora del tutto sconfitta la tentazione politicista, che alimenta l’illusione che il centro possa esistere sulla scena politica per una sorta di diritto di geometria della politica a prescindere dai programmi. Credo invece che il rilancio del centro passi necessariamente dall’immersione nei problemi cruciali del nostro tempo, con cui si forgiano anche le altrettanto necessarie forme organizzative. E in tema di cambio di paradigma dell’agricoltura europea c’è solo l’imbarazzo della scelta per un impegno che lasci trasparire la specifica ispirazione politica dei Popolari.

Limiti e perplessità sull’autonomia differenziata

Il Senato ha recentemente approvato il ddl sull’autonomia differenziata, che attua l’articolo 116 della Costituzione. L’autonomia differenziata è una espressione che inquieta. Ad intimorire è l’aggettivo differenziata, che rimanda alla parola differenza. Il termine deriva dal latino differentia, utilizzato per la prima volta da Cicerone per rendere il greco diaphord, che vuol dire proprio

differenza. Il termine, composto dal preverbio dif – aggiustamento fonico di dis, elemento che indica separazione – e da ferentia, sta a significare qualcosa che divide, separa, perché “porta uno da una parte e l’altro dall’altra”.

La differenza fa paura perché separa. L’autonomia differenziata inquieta perché rimarca e consolida le differenze, minacciando l’unità sociale ed economica della Repubblica.

Il ddl messo a punto dal ministro Calderoli intende dare attuazione a quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, secondo cui “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su istanza della Regione interessata”.

Con la riforma del Titolo V della Costituzione è stato ridisegnato l’assetto istituzionale della Repubblica. È stato previsto, infatti, un elenco tassativo di materie o gruppi di materie di esclusiva competenza statale ed un elenco di materie oggetto di potestà legislativa concorrente Stato-Regioni, rispetto alle quali lo Stato mantiene solo il potere di determinare i principi fondamentali cui deve improntarsi l’attività normativa. Ebbene, il ddl Calderoli prevede una drastica riduzione delle materie di competenza esclusiva dello Stato: le Regioni potranno chiedere il trasferimento di funzioni in ben ventitré materie, allo stato attuale di competenza legislativa concorrente. Con la conseguenza che potranno esserci, ad esempio, tante discipline sull’organizzazione della giustizia di pace, sull’istruzione, sulla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali quante saranno le Regioni che chiederanno ed otterranno l’autonomia differenziata.

C’è di più: l’autonomia differenziata prevede la possibilità di trattenere parte del gettito fiscale generato sul territorio per il finanziamento dei servizi e delle funzioni di cui si chiede il trasferimento. In questo modo si attuerebbe un vero e proprio ritorno al centralismo, che mal si concilia con il principio dell’autonomia finanziaria sancito dall’articolo 119 della Costituzione che ha determinato il passaggio dalla finanza derivata alla finanza decentrata con una maggiore responsabilizzazione degli amministratori.

Altro punto fondamentale del ddl Calderoli è rappresentato dall’attribuzione di ulteriore autonomia alle Regioni subordinatamente alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, i cosiddetti LEP. La determinazione dei LEP rientra nell’alveo della legislazione esclusiva dello Stato. Ciò in quanto la loro funzione è la tutela della coesione sociale della Repubblica, perché devono essere garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. In base alla Costituzione, la determinazione dei LEP deve avvenire da parte dello Stato nel rispetto e sulla base del principio di leale collaborazione tra Stato e Regione.

La Corte costituzionale, con sentenza n.220 del 2021, ha stabilito che il ritardo nella definizione dei LEP rappresenta un ostacolo alla piena realizzazione dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali e al superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

I padri costituenti, al momento della redazione della Costituzione, recependo gli insegnamenti di Santi Romano, hanno garantito l’unità attraverso la pluralità degli ordinamenti giuridici. L’articolo 5 della Costituzione sancisce, infatti, il principio dell’unità e, nel contempo, quello del decentramento amministrativo. Unità attraverso la pluralità assicurate per il tramite del principio solidaristico, fissato all’articolo 2 della Costituzione, e il principio di uguaglianza, declinato nella duplice forma dell’uguaglianza formale e dell’uguaglianza sostanziale. Ebbene, il ddl Calderoli garantisce il principio solidaristico? E quello di uguaglianza, che significa: trattare le differenze in maniera uguale?

Innanzitutto, non è chiaro come si possa garantire il principio solidaristico considerato che le Regioni, d’intesa con lo Stato, potranno trattenere una parte rilevante del gettito fiscale, e tenendo presenti le difficoltà nella determinazione dei LEP. Qualora dovesse superarsi lo scoglio della loro determinazione, rimarrebbe sempre quello del loro finanziamento. Ancora: come si può garantire l’unità attraverso la pluralità per il tramite del principio di uguaglianza? Non certamente attraverso il trasferimento di funzioni in materie che rientrerebbero nella competenza (di fatto esclusiva) delle Regioni accentuando le differenze, nella forma delle diseguaglianze sociali ed economiche.

Ecco perché la differenza di questa autonomia inquieta. Da qui, l’esigenza di recuperare i valori del personalismo comunitario e trasfonderli in un progetto politico che guardi al cattolicesimo per offrire una base morale allo sviluppo sociale e culturale, prima ancora che economico, del Paese.