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Dieci proposte dell’Uncem. La Rai al servizio delle comunità e degli enti della montagna.

Il presidente dell’Associazione ha inviato una lettera ai nuovi vertici di viale Mazzini per definire un piano di collaborazione. Riportiamo il testo integralmente. 

 

La Rai è la più grande Azienda che produce cultura e intrattenimento in Italia. Assicura il Servizio pubblico radio-televisivo nel Paese ed è in rete con i più grandi broadcaster europei.

Uncem ha avviato negli ultimi anni un dialogo virtuoso con i Vertici Rai, rinnovati nei giorni scorsi, per comporre alcune urgenze che interessano i territori rurali, montani, interni del Paese. L’azione con il CTO Rai ing. Stefano Ciccotti ha permesso di definire un protocollo d’intesa, titolo “Rai per i territori montani” volto in particolare a sperimentazioni sulla diffusione del segnale radio-televisivo nelle zone alpine e appenniniche. Sperimentazione che prosegue oggi e che, per la prima volta, ha riaffermato la necessità di garantire migliore copertura a tutto il Paese, anche nelle zone più complesse mappate da AgCom e Co.Re.Com.

Uncem sottopone al Cda Rai, ai Vertici dell’Azienda appena nominati, alla Presidente e all’Amministratore Delegato, dieci proposte in questa lettera aperta. Se la Rai è vero servizio pubblico, e ci crediamo, il dialogo con chi rappresenta i Comuni e i territori montani deve proseguire e intensificarsi, nell’interesse delle comunità e della coesione nazionale, del patto tra grandi Imprese dello Stato ed Enti territoriali, per migliori servizi e interazione tra centri di cultura, pensiero, azione e zone rurali, montane, interne dell’Italia.

Dieci proposte di lavoro insieme.

Copertura del segnale radiotelevisivo

L’imminente cambio di frequenze non può essere affrontato solo con una campagna, sostenuta da risorse statali, per la sostituzione degli apparecchi televisivi. Che comunque va raccontata meglio nelle prossime settimane, in mezzo a molta distrazione dovuta evidentemente alla pandemia. Molti Enti territoriali montani – Comuni, Comunità montane, Unioni montane di Comuni – sono proprietari e gestiscono, fanno manutenzione a decine di impianti radio-televisivi per la diffusione del segnale. Non ci fossero sarebbero milioni gli italiani che non vedrebbero i canali Rai e l’intero bouquet televisivo. Gestiscono quei ripetitori nell’interesse dei cittadini, è chiaro, ma anche della Rai. Insieme dobbiamo individuare risorse – ad esempio dalla tassa di possesso sui televisori d’intesa con il Ministero dello Sviluppo economico – per la sostituzione di impianti obsoleti di proprietà degli Enti locali montani, per evitare l’interruzione di pubblico servizio a causa dell’impossibilità di manutenzione straordinaria sugli impianti. Le sperimentazioni avviate con la Direzione tecnica, con il CTO Rai, con Rai Way, con il Centro Ricerche devono continuare. E stanno proseguendo con ottima interazione di Uncem. Ma con Rai dobbiamo anche dare precise informazioni agli Enti proprietari di impianti e ripetitori per la trasmissione del segnale, affinché abbiano gli opportuni elementi per affrontare il nuovo switch-off del digitale terrestre dei prossimi mesi. Risorse economiche e (in)formazione vanno attivate subito, insieme.

Tgr in tempi raddoppiati

L’informazione regionale è importantissima per i territori e per gli Enti locali. È vero servizio pubblico che differenzia la Rai da altre aziende e crediamo che il Tgr possa essere esteso nei tempi, almeno nelle due edizioni delle 14 e delle 19,30. Come in alcune Regioni italiane, il tempo del Tgr è raddoppiabile, con maggior numero di servizi, approfondimenti, inchieste, analisi dei territori. Siamo a disposizione per unire contenuti, individuare notizie, coinvolgere gli Enti locali. L’informazione è la fonte della coesione.

Digitalizzione


Il digital divide è una grande emergenza del Paese. Uncem lo denuncia da dieci anni. Gran parte del territorio montano italiano (il 54%) naviga in internet a velocità non adeguate e in linea con gli altri Paesi UE, oltre che molto più basse rispetto alle zone urbane. Lo abbiamo capito nel corso del primo lockdown tra telelavoro e dad, call e zoom. Ma le sperequazioni sono emerse con forza. Con Rai possiamo fare un lavoro congiunto per portare infrastrutture di rete e soprattutto una nuova digitalizzazione, nuove competenze e piattaforme. Dobbiamo vincere insieme quelle sperequazioni che diventano disuguaglianze. Diversi “segnali” per territori migliori e più uniti. Migliori piattaforme di diffusione, studiate ad hoc con l’obiettivo di superare il divario digitale territoriale. Lavoriamoci.

Per le lingue madri

Le minoranze linguistiche in Italia non sono sub-cultura. Sono emblematiche della storia e delle tradizioni di molti territori, in particolare montani. Le minoranze linguistiche sono “lingue madri”. La Rai potenzi le trasmissione a diffusione locale in lingua minoritaria. Lo prevede la legge nazionale 482/1999, ma in un articolo mai attuato. È il momento giusto, per aumentare la vicinanza della Rai alle comunità dei territori.

Tgr Montagne e LineaBianca


Quando è stato chiuso Tgr Montagne, unico tg in Europa dedicato alla montagna e ai territori, Uncem avviò una mobilitazione inascoltata dai vertici Rai di allora. È stata una scelta grave, negativa. Tgr Montagne deve essere riattivato con uno spazio importante in prima o seconda serata, una edizione la settimana, un tg di approfondimento e storie. Non ne mancano e Uncem le può trovare con le redazioni regionali della Tgr. Anche LineaBianca deve essere parallelamente rafforzato. Ha innestato un buon modo di raccontare la montagna, parallelo a LineaVerde e a LineaBlu, e va reso stabile in tutto l’anno. Non solo neve e cime. Ma paesaggi, territori, comunità, futuro, borghi veri e vivi. LineaBianca e Tgr Montagne sono la Rai sui territori nei contenuti e nel racconto al grande pubblico.

Formazione informazione con Enti


Facciamo insieme formazione, oltre che informazione, agli Enti locali. Cosa è una notizia, cosa sono un racconto e una “storia”… Portiamo insieme, Rai e Uncem, questo dialogo con gli Amministratori locali per formarli e renderli protagonisti di un servizio pubblico che li ritiene al centro di un processo democratico. Abbiamo bisogno di formazione per Sindaci e Amministratori locali. Rai è azienda che fa cultura. E in questo sta un lavoro inclusivo che deve coinvolgere anche le Emittenti locali e regionali.

Sezione Borghi e Montagne sul nuovo sito rai di informazione


Il nuovo sito di informazione Rai, più volte annunciato, non potrà non avere una sezione “Borghi e Montagne”. Uno spazio dedicato alle notizie e alle storie dei territori. Costruiamolo insieme. Storie e notizie non mancano.

Docufilm sulla vita e sul futuro delle montagne

Rai Fiction, Rai Cultura… produciamo insieme con Uncem e il supporto delle Film Commission (come previsto dalla legge nazionale sui piccoli Comuni 158/2017) un docufilm, o anche una “serie-tv” sui mestieri, sulla vita, sui borghi vivi e sul futuro delle montagne. Così usciremo da “Heidi” e dagli stereotipi che purtroppo annacquano la montagna troppo spesso raccontata come baite e gerani, boschi intoccabili fauna amica sempre, oppure alpinismo ed escursionismo, turismo un po’ attempato e fighetto. I territori sono molto altro. Sono turismo di qualità, sostenibilità, green communities, economie difficili zootecniche e agricole, produzioni faticose agroalimentari di alta qualità, borghi da comporre e da rendere vivi, comunità che fanno cooperative e produzione, lavoro, riorganizzazione di servizi, nuove scuole, nuovi trasporti, nuova sanità territoriale affrontando la mancanza di medici e pediatri di base, impegno politico per plasmare norme e qualità di opportunità. Montagna è anche fuga di famiglie perché non ci sono asili nido, ritorno perché la crisi la vinciamo lì, funerali di “colonne” dei territori e nascite. Rai sa bene che “il vento ha fatto il suo giro” e i riflettori che dobbiamo accendere non sono quelli di una ricostruzione di un villaggio riprodotto a Cinecittà, bensì luci sui paesaggi plasmati dalla forza delle comunità sulle Alpi, sugli Appennini, nelle Isole. Raccontiamo la montagna vera, con le sue specificità territoriali, in un docufilm o in una serie-tv. Vinciamo così luoghi comuni e stereotipi. A farlo con noi vi sono decine di Enti e Università, Associazioni e gruppi: mai come negli ultimi dieci anni ne sono nati a si sono rafforzati. Cito Unimont, la Fondazione Montagne Italia, la Federazione delle Aree interne, Eurach, Formont, Istituto di Architettura Montana, Riabitare l’Italia… E moltissimi altri. Sono con noi nella partita che la Rai gioca per i territori montani, rurali, interni.

Sezione di film di montagna (non solo alpinismo) su RaiPlay

RaiPlay è una positiva piattaforma che non può non avere una selezione di film di montagna (non solo di alpinismo e alpinisti) al suo interno. Alcuni già ci sono. Altri possono essere aggiunti, anche con positive collaborazioni con il Trento Film Festival, con Nuovi Mondi Festival… e altre rassegne che stanno scrivendo la storia delle montagne sul piccolo e sul grande schermo. Non è banale. Cultura e servizio pubblico sono anche questo.

Un seminario annuale su informazione, comunicazione e territoriInsieme, Rai e Uncem, possono organizzare con il Dipartimento per gli Affari regionali e le Autonomie di Palazzo Chigi, dove è insediata la Direzione Montagna, almeno un seminario annuale su informazione, comunicazione e territori. Un’occasione preziosa di approfondimento, analisi, che diventi modello internazionale di lavoro sul rapporto tra territori e cultura, coinvolgendo Soggetti pubblici e privati grandi e piccoli. La Rai guida un processo per capire come cultura e comunità stanno nella moderna comunicazione, nei flussi di dati e negli scambi, nelle aperture di territori che non sono riserve indiane, bensì luoghi della relazione, aperti.

Su tutto questo e su altri elementi, Uncem propone al Cda, alla Presidente e all’Ad neoeletti di fare un percorso insieme. Un incontro e un dialogo. Un lavoro per ricollocare la Rai sui territori.

Offriamo impegno e strumenti, scientificità e relazione con le Amministrazioni locali e le comunità. A beneficio, per quanto potremo, della coesione e della ripresa del Paese.

Ecco le nuove linee del ministero per prevenire e curare la ludopatia

Il fenomeno ha assunto da anni dimensioni allarmanti. In gioco vi sono interessi cospicui, spesso con ramificazioni malavitose. Anche molti giovani cadono nella rete del gioco come ‘malattia’ non facilmente controllabile.

AskaNews

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato il decreto recante il regolamento per l’adozione delle “Linee di azione per garantire le prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette dal gioco d’azzardo patologico”.

Come previsto dal decreto, le Regioni provvederanno a dare attuazione a tali linee d’azione attraverso misure che favoriscano l’integrazione tra i servizi pubblici e le strutture private accreditate, gli enti del Terzo settore e le associazioni di auto-aiuto della rete territoriale locale. 

Il Disturbo da gioco d’azzardo (DGA) è una patologia che produce effetti sulle relazioni sociali o sulla salute seriamente invalidanti. Può assumere la connotazione di un vero e proprio disturbo psichiatrico ed è a tutti gli effetti una dipendenza patologica.

Secondo il precedente DSM-IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), la prevalenza tra la popolazione adulta varia dall’1 al 3% della popolazione, con una maggiore diffusione tra familiari e parenti di giocatori. L’Istituto Superiore di Sanità stima che in Italia l’azzardo è un’attività che coinvolge una popolazione di circa 5,2 milioni ‘abitudinari’ di cui circa 1,2 milioni sono considerati problematici, ovvero con dipendenza.

“La ludopatia è una dipendenza pericolosa che colpisce anche i più giovani. Il primo passo è riconoscerla ma poi è necessario intervenire. Per questo ho firmato oggi un decreto per l’adozione di un regolamento nazionale per la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle persone affette dal gioco d’azzardo patologico”, ha dichiarato il ministro della Salute, Roberto Speranza.

Wittgensteine e il senso della vita

Cent’anni fa veniva pubblicato il “Tractatus logico-philosophicus”. Il filosofo viennese ha posto al centro della sua riflessione il limite o l’impossibilità del dire. Solo quando si accetta il limite della conoscenza si apre il discorso sul Mistero. Il concetto di “mistica insensatezza” nasce nel momento in cui si constata la nostra inadeguatezza espressiva a stabilire e a spiegare perché si vive.

Costantino Esposito

Il problema del significato del vivere è stato il rovello continuo diLudwig Wittgenstein, la sorgente nascosta da cui si è alimentata tutta la sua opera. Esso si rende pre-sente anche quando il filosofo dice esplicitamente di volersi “liberare” finalmente da quel problema, poiché, a suo giudizio, nel corso della tradizione filosofica si è mostrato solo come un fraintendimento del linguaggio che si confonde e s’impiglia nella ricerca di un senso profondo e nascosto – ma inrealtà impossibile – del mondo. Se finora la filosofia ha incubato in sé questo inganno linguistico, ricercando unsignificato eccedente la semplice descrizione logica delmondo empirico,una volta scoperto l’inghippo il suocompito dovrà essere solo quello di chiarificare il linguaggio.

È questa la posta in gioco di uno scritto fondamentale – pubblicato perla prima volta intedesco cent’anni fa, nel 1921, e l’anno successivo in inglese – qual è il Tractatus logico-philosophicus. Da un lato infatti esso è concepito come il tentativo di direb“tutto”quello che si può dire, attraversando e concatenando – almeno idealmente – la to-talità degli stati di cose di cui è fatto il mondo; dall’altro suggerisce che ciò che più conta e più preme, conta e pre-me esattamente perché non possiamo dirlo. E tuttavia, espungendolo dal linguaggio – e dal mondo – non ci limitiamo solo a liberarcene, ma liberiamo il significato stesso dal linguaggio, consegnandolo al silenzio.

Non è esagerato dunque affermare che il Tractatus è un vero e proprio “libro dell’inquietudine”. Quello che Wittgenstein cerca, scrivendolo, è niente di meno che “sé stesso”, vale a dire, la possibilità di affrontare i problemi più interessanti per la vita, quelli che la filosofia ci ha insegnato a indicare – insensatamente, appunto – come il problema dell’essere o dell’anima, del bene o della libertà. Questi problemi, se fossero veramente tali, avrebbero per ciò stesso delle possibili soluzioni. Non è pensabile, infatti, una domanda senza poterne pensare per principio una risposta. Ma se la risposta non ci fosse – come è per il problema del senso della vita – non ci può essere neanche la domanda. 

Ma perché non c’è soluzione possibile a questo problema? Qui si indovina il dramma che attraversa da cima a fondo, come una linea di sbalzo o una crepa, la ricerca wittgensteiniana del Tractatus. Si è detto che la filosofia ha come compito quello di chiarificare il linguaggio: essa non è tanto una dottrina, ma un’“attività”, una pratica continua di demarcazione tra il pensabile e l’impensabile, ossia tra il dicibile e l’indicibile. La filosofia mira a mettere in rilievo la struttura o forma logica grazie alla quale il nostro linguaggio coglie il significato dei nomi e il senso delle proposizioni, e in cui gli “stati di cose” sono conosciuti, secondo il modello della scienza naturale. 

La funzione principale del nostro linguaggio (secondo una concezione che Wittgenstein negli anni successivi modificherà però notevolmente) è quella di “raffigurare” il mondo, di fornire “immagini” degli stati di cose: ma non semplicemente arrivando in seconda battuta, dopo aver sperimentato i fatti mondani, ma sin dall’inizio, dicendo sensatamente il mondo, e con ciò stesso facendolo apparire come tale. Se infatti «il mondo è tutto ciò che accade» (Tractatus, e se «ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose», bisogna però dire che «l’immagine logica dei fatti è il pensiero» ed è solo grazie al pensiero che noi possiamo formulare ed esprimere «una proposizione dotata di senso», vale a dire possiamo stabilire le condizioni di verità e di falsità del nostro dire e quindi degli stati di cose che diciamo. L’ontologia di Wittgenstein è stata a buon diritto definita un’ontologia linguistica, perché il mondo è in definitiva quello che possiamo dirne sensatamente con le nostre proposizioni.

Ma allora che ne sarà della dicibilità (quindi dell’esistenza) del senso della vita? Non ne sarà propriamente niente. Il senso non può essere pensato come un “oggetto”sussistente o come uno stato di cose, cioè non può essere raffigurato e diventare un’immagine, un oggetto della scienza. Anzi, come si diceva, non ci sarà possibile neanche porne il problema, ossia la domanda del senso della vita (potremmo forse chiamarlo il senso ultimo di noi stessi e del mondo), appunto perché non c’è nulla cui esso possa riferirsi tra i fatti del mondo.Insomma, il senso della vita non è e non può mai essere un fatto, e i fatti possono avere un loro senso solo se li si può enunciare attraverso le nostre proposizioni.

Cosa resta, dunque, del problema iniziale? Il suo stesso cessare come problema, ossia la pura insensatezza del senso della vita: «la soluzione del problema della vita si vede nella sparizione di tale problema». E Wittgenstein aggiunge incidentalmente che gli uomini a cui, nel corso della vita, dopo tanti dubbi se ne è chiarito il senso, «non seppero dire in cosa esso consistesse». Dire il senso sarebbe annullarlo, enquesto non solo o non tanto a motivo della nostra inadeguatezza espressiva, ma perché il senso non potrà mai dire sé stesso, non potrà mai comunicarsi agli esseri umani: questa è la sua divina, “mistica”insensatezza: «Come è il mondo, è del tutto indifferente a ciò che è più alto [del mondo]. Dio non si rivela nel mondo».

Sembrerebbe che tutto sia così sistemato, e che basti solo ricontrollare la classica toponomastica kantiana: il fe-nomeno da un lato e il noumeno dall’altro, i dati empirici e le cose in sé, la scienza e la metafisica, ciò che rientra nei limiti dell’intelletto umano e ciò che li oltrepassa…Ma non è propriamente così. Perché la filosofia non può semplicemente delimitare i campi. E anche quando essa chiarifica la forma logica delle proposizioni, si basa su qualcosa che a sua volta non può essere detto sensatamente, ma semplicemente si “mostra”, come le leggi e le connessioni logiche universali e a priori. Esse ci permettono di dire sensatamente il mondo, ma in sé sono insensate, fuori dal mondo. 

Il nome che Wittgenstein dà a questo paradosso – un nome tanto enigmatico quanto abusato – è “il Mistico”. Esso è ciò che non si può dire, ma di cui conviene piuttosto tacere. Ma questo Mistico “c’è”, “si!dà”: «Ciò che non si può esprimere tuttavia esiste. Esso si mostra: è il Mistico». L’unico «metodo rigorosamente corretto» in filosofia è «non dire nulla, se non ciò che si può dire», e quando si volesse dire «qualcosa di metafisico», mostrare che esso non ha significato alcuno, né alcun senso possibile. Sembra un ben strano e misero,risultato quello di!un’opera il cui autore arrivi ad affermare: «Noi sentiamo che, quand’anche tutte le possibili domande scientifiche avessero avuto risposta, i nostri problemi vitali non sarebbero stati neppure sfiorati. In tal caso non rimarrebbe più alcuna domanda: ma è ap-punto questa la risposta».

Ma nella tormentata situazione in cui noi cerchiamo il senso del vivere e come risposta scopriamo che non possiamo più neanche cercarlo, c’è ben altro dal positivismo scientifico e dal relativismo nichilistico. Ben altro: il riconoscimento che il “fuori” dal mondo, il “superiore”rispetto al mondo, l’“altro” dal mondo è ciò in cui noi già ci troviamo, ossia il silenzio per cui e in cui parliamo. Esso è forse un modo estremo per dire l’essere reale: «non com’è il mondo, è il Mistico, ma che esso è».

È vero che in un altro celebre passaggio del Tractatus Wittgenstein paragona questo suo procedimento come l’ascendere lungo i gradini di una scala che, a mano a mano che si sale, viene gettata via: non c’è ritorno possibile al mondo empirico una volta che si sia pensato il senso come insensato, cioè fuori dal mondo e dalla scienza. Non è un caso che, dopo aver terminato il Tractatus, l’autore abbandonerà la ricerca filosofica e vi tornerà diversi anni più tardi, solo dopo essersi accorto di aver sbagliato riguardo ad alcune cose fondamentali affermate nel testo, quali la natura e la funzione del linguaggio, la teoria del significato e la non-dissoluzione del problema del senso della vita. 

Ma per tornare all’immagine della scala del Tractatus, basterebbe questa per dire che il senso non può essere una nostra costruzione, e che piuttosto siamo noi ad appartenere adesso silenziosamente: senza cioè poterlo codificare o fissare una volta per tutte. Sembra poco, ma è l’inizio di una delle azioni più potenti che la filosofia e il pensiero umano possano compiere: riconoscere la propria misteriosa provenienza. È una scala sulla quale si può solo salire. Ma non esclude forse che da essa qualcuno possa anche scendere.

[Da alcuni giorni l’Osservatore Romano è uscito dal regime di gratuità. Ciò vale anche per l’edizione online. Il presente articolo è da noi riprodotto per gentile concessione del giornale]

Un grande balzo in avanti dell’export. A certificarlo è l’ICE attraverso il suo 35° rapporto. Il meridione segna sempre il passo.

Il commercio con l’estero ci riserva notizie confortanti. I risultati sono superiori ai livelli pre-Covid: nel primo quadrimestre l’export fa segnare il +19,8% tendenziale e il +4,2% sullo stesso periodo del 2019. Nel 2021, secondo i dati presentati ieri dall’Istituto, o meglio dall’Agenzia per la promozione all’estero e l’internalizzazione delle imprese italiane, si arriva a 161,549 miliardi di euro.

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Il Rapporto su “L’Italia nell’economia internazionale”  costituisce il principale strumento di informazione e analisi sul posizionamento competitivo del sistema produttivo italiano nel contesto dell’economia globale. 

I sette capitoli forniscono spunti interpretativi sulla struttura e la dinamica del commercio estero e dell’internazionalizzazione dell’Italia in rapporto a quelle di altri paesi. Un apposito capitolo esamina la proiezione estera delle varie tipologie di imprese mentre un altro rende conto dell’azione del sistema pubblico di sostegno attraverso servizi sia reali sia finanziari. Il volume è arricchito da tavole e grafici e contiene una serie di approfondimenti monografici sui temi di maggiore attualità. 

Il Rapporto è redatto dall’Agenzia ICE con il contributo di un Comitato editoriale formato da accademici ed esperti e si avvale dell’apporto di ricercatori e istituzioni. Al Rapporto è allegata una Sintesi con i dati e le analisi salienti.

Nella sua relazione introduttiva il Presidente Carlo Ferro ha voluto salutare con una nota di ottimismo i segnali di svolta: “Fra i Paesi del G8 l’Italia è seconda per minor flessione dell’export e ha performato molto meglio di Francia, Regno Unito e Stati Uniti”. Uno sguardo veloce permette di capire che si è mossa l’economia territoriale. Tra le Regioni italiane, quelle che hanno meno sofferto nel 2020 sono state Molise (+26% sul 2019), Basilicata (-4,4%); Abruzzo, Toscana (entrambe -6,2%) e Liguria (-0,7%); mentre, tra quelle che hanno sofferto di più, abbiamo Sardegna (-40,6%) e Sicilia (-24,2%). Queste sue regioni hanno fortemente subito la contrazione delle esportazioni di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio (-43,8%), che pesano per il 53% dell’export insulare.

Bisogna considerare che nel complesso il meridione contribuisce ancora poco all’export italiano. Anche nel 2020 la sua quota ha raggiunto appena il 9% del totale. Il dualismo dell’economia rimane sempre un peso che mina la capacità di espansione dell’Italia sui mercati internazionali. Le statistiche c’è lo ricordano inesorabilmente.

Leggi il rapporto

https://www.ice.it/it/sites/default/files/inline-files/Rapporto%20ICE_2020%202021_0.pdf

Dopo il populismo ritorna la politica

Con un populismo che corre verso il burrone, occorre avere la necessaria forza politica e culturale per tentare di invertire la rotta. Bisogna recuperare dal passato quegli ingredienti che possono rilanciare la radici, seppur fragili, della nostra democrazia. Serve una classe dirigente politica che non sia più la grigia ed indistinta sommatoria della improvvisazione, della casualità, della inesperienza e della cronica incapacità.

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Il populismo, almeno così si spera, si avvia finalmente e lentamente al suo capolinea. Credo che, dopo la concreta esperienza vissuta in questi ultimi anni, possiamo dire tranquillamente che si tratta della peggior deriva della politica italiana. Una deriva che ha contemplato in sé i peggiori vizi che possa affrontare ed incrociare una democrazia: dall’antipolitica alla demagogia, dall’antiparlamentarismo alla impreparazione della classe dirigente, dal trasformismo all’opportunismo politico e parlamentare, dalla casualità all’ormai tristemente noto “uno vale uno”. Insomma, come dicevo poc’anzi, il peggio della politica italiana. Eppure, malgrado questa deriva profondamente antidemocratica ed illiberale, nel 2018 quasi un italiano su tre ha scelto questa deriva. Certo, forse non per demolire le fondamenta politiche, culturali ed ideali della democrazia italiana ma per assecondare, del tutto inconsapevolmente, una moda che era stata predicata, teorizzata ed urlata dalla stragrande maggioranza degli organi di informazione del nostro paese.

Ora, dopo aver assaporato il gusto di questo populismo in salsa italiana, è iniziata la lenta ma inesorabile presa di distanza da parte di coloro che, pomposamente, lo avevano coltivato ed esaltato. È altrettanto vero, però, che questa deriva populista si è consolidata in molti settori della nostra vita sociale e politica e non sarà così semplice archiviarla definitivamente. La controprova è semplice: addirittura un partito di potere e governista come il Pd continua ad individuare nel protagonista indiscusso di questo populismo anti politico, cioè i 5 stelle come tutti sanno, i migliori alleati per il futuro governo del paese. Ci sarebbe da rabbrividire al solo pensarlo, ma tant’è.

Di fronte ad un quadro del genere, però, la vera sfida politica e culturale resta un’altra. Ameno per tutti coloro che non hanno mai né condiviso e né sposato la causa populista come arma decisiva per risolvere i nodi politici nel nostro paese. Con un populismo che corre verso il burrone, occorre avere la forza politica e culturale, appunto, per tentare di invertire la rotta cercando di recuperare dal passato quegli ingredienti che possono rilanciare la radici, seppur fragili, della nostra democrazia e la credibilità delle nostre stesse istituzioni democratiche. E i tasselli che devono trovare spazio in questo contesto sono quelli decisivi per centrare l’obiettivo del ritorno della democrazia e dei suoli istituti principali. Li possiamo esemplificare con alcuni titoli: il ruolo dei partiti e della loro organizzazione democratica; il ritorno delle culture politiche per giustificare l’esistenza stessa dei partiti; respingere al mittente l’esperienza squallida e decadente dei partiti personali, del capo o del guru; battere la concezione della politica fluida o liquida funzionale alla sola crescita dei follower del capo; praticare una politica che sia in grado di coniugare radicamento territoriale, rappresentanza sociale e militanza politica. E, infine ma soprattutto, ritornare ad avere una classe dirigente politica che non sia più la grigia ed indistinta sommatoria della improvvisazione, della casualità, della inesperienza e della cronica incapacità. E questo solo per odio contro il passato e contro tutto ciò che ricordi la nobiltà della politica e della sua valenza culturale e storica.

Ecco perchè dobbiamo essere pronti. Pronti come cattolici democratici, come cattolici popolari e come cattolici sociali. E questo perchè tutti noi sappiamo che il populismo in salsa grillina è il nostro vero ed irriducibile avversario. Chi pensa di convivere con quella deriva non può coltivare il ritorno della qualità della democrazia e, per quanto ci riguarda, non può pensare di riproporre il nostro patrimonio culturale ed ideale. Per questi motivi la fine, speriamo presto, del populismo di matrice grillina ci deve vedere nuovamente protagonisti, con altre esperienze culturali come ovvio, del cambiamento e del rinnovamento della politica italiana.

 

Per fortuna abbiamo Draghi

La prima decisione è stata presa: l’Ecofin ha sbloccato l’avvio del processo di finanziamento all’Italia. Ora occorre uno sforzo di vasta e autentica solidarietà a tutti i livelli. Le forze politiche non possono pensare che il loro compito si esaurisca nella formale approvazione del piano, per poi dedicarsi ad altro. È in gioco il futuro del Paese.

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Dopo un anno di discussioni e preoccupazioni, tese a far sì che il pacchetto di aiuti post covid avesse buon esito, ecco che l’Ecofin, la riunione dei ministri finanziari dei 27 Stati membri, ha dato l’ approvazione definitiva ai primi 12 piani nazionali di ripresa e resilienza, tra cui quello italiano. Questa tanto attesa decisione formale è stata acquisita con soddisfazione, anche perché condizione essenziale per ottenere il pre-finanziamento: il 13% del totale di assegnazione all’Italia di 191,5 miliardi di Euro, pari a 25 miliardi, che arriveranno già nei prossimi giorni come  anticipo per il primo step. 

Tuttavia fino al 2026 le verifiche annuali sulle attività finanziate sul buon andamento della qualità e dei tempi stabiliti dei programmi, permetteranno di garantire la continuità delle poste finanziarie previste. Dunque inizia un percorso decisivo per l’Italia che affida al successo del Piano la riconquista della stabilità economica, sociale e politica futura. Ma se si trasformasse in un fallimento a causa dei vizi degli ultimi trent’anni, entreremmo in una crisi irreversibile che ingoierebbe letteralmente il Paese. 

Dunque le forze politiche e tutte le personalità che governano il complesso ed esteso sistema istituzionale locale e nazionale, sono chiamate direttamente alle loro dirette responsabilità. Infatti si potranno ottenere i risultati attesi alla sola condizione che i cittadini siano idealmente e concretamente coinvolti anche emotivamente in questo processo di attività proteso al cambiamento. Le necessarie buone progettazioni, programmazioni e gestioni, non basteranno se non dovessero esprimersi in ambiti amministrativi e politici in forte sintonia emotiva e tecnica nelle molteplici attività a sostegno della realizzazione dei piani previsti. La concentrazione ed immedesimazione della Nazione intera su questa scommessa deve essere grande almeno quanto il valore che riveste per il nostro futuro. 

Le forze politiche non possono pensare che il loro compito si esaurisca nella formale approvazione del piano, per poi dedicarsi ad altro. Le riforme del fisco, giustizia, lavoro e pubblica amministrazione istruzione e formazione devono, con il concorso responsabile di tutti devono essere fatte senza distrarsi su altri argomenti scivolosi. infatti e` avvilente che si sia deciso avventatamente di spaccare la politica e lo stesso Governo, attraverso il tentativo di introdurre la legge Zan altamente divisiva, ed addirittura con il proposito freddo di rifiutare ogni mediazione come dovrebbe avvenire responsabilmente per ogni argomento sensibile per la convivenza della comunità intera. Un segnale inquietante che non solo devia rovinosamente le attenzioni dei cittadini dalle priorità del paese, ma che scuote anche l’idea del governo di unita` inaugurato da Mario Draghi proprio per dedicarsi alla salvaguardia del futuro economico e sociale dell’Italia. 

Una manifestazione di immaturità, come quella che si sta esprimendo in queste ore, contro la giusta eventualità di limitare la presenza dei non vaccinati negli ambiti potenzialmente affollati di persone, per evitare di dare il fianco al Covid con le sue varianti più aggressive. Si stanno ascoltando valutazioni surreali e perniciose sul rischio di limitazione di libertà che colpirebbe chi legittimamente, appunto per propria libertà puo` rifiutarsi di vaccinarsi, ma che deve rispettare a sua volta la libertà di chi ritiene sconsigliabile frequentare ambienti chiusi con chi non vaccinato. Questi accadimenti ben dimostrano i limiti gravi della classe dirigente politica, della sua incapacità ad immedesimarsi con le priorità del Paese, tanto da esorbitare dai confini della responsabilità pur di ottenere consenso. Ma per fortuna siamo rassicurati dalla presenza di Mario Draghi, che per ora, è l’unico deterrente per ricondurre a miti consigli chi vuol deviare dal cammino obbligato per riconquistare buona economia e buona reputazione in Europa come nel mondo.

America a rischio. La cartolina di “Succede oggi”.

I repubblicani, sempre più ostaggio dalla propaganda di Trump, hanno approvato in molti Stati leggi che limitano o addirittura impediscono il diritto di voto. La denuncia non viene da pericolosi rivoluzionari, ma del presidente Biden: «La prova più significativa della nostra democrazia dai tempi della guerra civile».

Anna Camaiti Hostert

Al discorso di Joe Biden di martedì scorso al Centro Nazionale della Costituzione di Filadelfia è stata data poca rilevanza, ma la passione e la rabbia con cui il presidente si è espresso sono viceversa degne di nota. Ma non solo. È il pericolo che sta dietro alle sue parole ad essere ancora più degno di attenzione. Biden ha infatti denunciato il tentativo repubblicano di amputare il diritto di voto in molti stati dove detengono la maggioranza e dove sono passate o stanno passando leggi che ne restringono l’accesso. Ha addirittura parlato di questo come “la prova più significativa della nostra democrazia dai tempi della guerra civile”. Un’affermazione non di poco conto!

Negli ultimi mesi infatti c’è stato un enorme dibattito nel paese dopo che Donald Trump ha denunciato l’esistenza di brogli elettorali che gli avrebbero impedito di vincere. In realtà tutti i tentativi messi in atto dall’ex presidente per ribaltare il risultato elettorale sono stati sconfessati e resi nulli dall’evidenza spesse volte anche sul piano giuridico. Alcuni giudici chiamati a pronunciarsi infatti hanno confermato il risultato elettorale in favore di Biden, il quale nel discorso di martedì ha definito quella di Trump “l’unica vera bugia tra tutte”.

Però, molti stati a maggioranza repubblicana, seguendo in questo la sconsiderata affermazione dell’ex presidente, hanno votato o sono in procinto di votare, come sta facendo il Texas, leggi che secondo loro dovrebbero eliminare la possibilità di alterare i risultati elettorali, ma che in realtà limitano l’accesso al voto. Infatti molti stati cercano di impedire le votazioni per posta o l’uso di speciali cassette postali per le schede elettorali, richiedono speciali documenti di identità solo per andare a votare, negando perfino assistenza a chi, spostandosi per lunghi tragitti per compiere il proprio dovere, sta in fila da ore. Inoltre stanno ridefinendo i distretti elettorali, mettendo in atto quel Gerrymandering che spostando i confini dei collegi elettorali favorisce il partito di maggioranza che ha diritto a ridisegnarli. La parola Gerrymandering viene dalla fusione tra il cognome del governatore del Massachusetts Elbridge Gerry (1744-1814) che per primo mise in atto questa pratica e la parte finale della parola salamander (salamandra) a causa della forma irregolare che assunse la superficie di quel distretto rendendolo simile al rettile suddetto. Ha sempre una connotazione negativa di manipolazione dei confini dei distretti elettorali per interessi di partito.  Inoltre il riferimento al rettile rimanda a un immaginario sfuggente, non ben definito di un animale che riesce a resistere al fuoco e che incute dunque paura.

Facendo queste modifiche vengono penalizzate le minoranze etniche che spesso si trovano in difficolta ad andare a votare, che devono usare i mezzi pubblici e a cui le complicazioni burocratiche creano ostacoli spesso insormontabili. Inoltre in molti stati come in Georgia viene data al partito di maggioranza la possibilità di controllare gli enti amministrativi che gestiscono l’organizzazione elettorale. Tanto è vero che in quello stato sono stati allontanati in molte zone, afroamericani e democratici dalle commissioni elettorali. E in Texas sta succedendo la stessa cosa. È per questo che la rabbia di Biden si è scagliata proprio contro questo stato da cui molti deputati democratici di quel parlamento, per protesta nei giorni passati sono in massa venuti via, recandosi a Washington, per non votare questa legge, accusando i loro colleghi repubblicani di intimidire gli elettori. Il governatore repubblicano ha tuttavia affermato che le leggi saranno votate e che, se necessario, farà arrestare al loro ritorno i deputati, costringendoli a venire a votare accompagnati dalle forze dell’ordine.

Come si vede è in atto una guerra che non promette niente di buono.

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http://www.succedeoggi.it/2021/07/america-a-rischio/

Sì, torna il centro: anche Panebianco è d’accordo. Ma cos’è o cosa può essere questo nuovo centro?

Sembra di assistere a un rito evanescente, fatto di annunci e ricordi, suggestioni e proclami, senza un chiave di lettura politica della realtà. Senza una prospettiva. De Gasperi invece, sulle macerie del fascismo e della guerra, costruì un partito che guardava al futuro.

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La direzione di governo impressa da Mario Draghi ha riaperto, una volta ancora, il dibattitto sul Centro politico. Un dibattito che si arresta il più delle volte allo stile, perché, è vero, il Centro è equilibrio, buona educazione, sentito amore per la democrazia e per le sue forme e capacità di mediazione, qualunque cosa voglia dire. In genere ci si ferma qui, senza specificare ciò che deve fare oggi il Centro come mezzo, cioè strumento politico utile al paese. 

Di sicuro quando parliamo di Centro ci viene in mente un metronomo che scandisce il tempo della destra e della sinistra, o un accento che cade delicatamente su una o l’altra parte. Questo succede da moltissimi anni, da quando, con la fine della Democrazia Cristiana, il Centro si è trasformato in un mistero buffo che, nell’attesa del disvelamento, ha sospinto i suoi fedeli, donne e uomini a cercarsi una collocazione vantaggiosa, a destra o a sinistra.

Su questa linea, diciamo così esoterica, piuttosto di scavare intorno alle proprie radici e offrire risposte al tempo presente, i nostri furbi centristi hanno importato valori altrui, adattandoli alle loro immaginarie sensibilità in un ibrido sfacciato. 

Con questo commercio di contrabbando questioni che si riferiscono direttamente a persona, famiglia, lavoro sono state  acquistate a basso costo in mercati sospetti. Per fare un esempio, la legge Zan che si prende cura di molti e delicati problemi deve essere introdotta, secondo alcuni dei suoi proponenti, prendere o lasciare, mentre un qualunque centrista sa bene che su certi temi spaccare il Parlamento, quando sarebbe a portata di mano il voto a larga maggioranza, è peggio di un errore. No modifiche, no mediazione. Vi piace così?

Deve far paura uno “scontro di civiltà” di questo formato a persone come Angelo Panebianco (“Il valore del Centro in politica”, Corriere della Sera, 7 luglio u.s.). Autorevole sostenitore del maggioritario, della democrazia governante, dello scontro creativo tra destra e sinistra, Panebianco si augura oggi la rinascita del Centro. Lo fa guardando Mario Draghi il quale, senza farsi intimorire, guida proprio dal centro un governo di “quasi tutti” e si augura che il presidente del Consiglio incontri “un vero partito di centro”. 

Erano in molti a pensare, nella lunghissima stagione della Seconda Repubblica, che la democrazia italiana dovesse fare a meno per sempre di un mezzo politico così dopo che un tribunale della storia aveva deciso di “toglierlo di mezzo”. Oggi invece si infittiscono, gli appelli, per un nuovo Centro in partenza da circoli dell’ex centrodestra (Toti, Brugnaro e altri) e in minor misura (Calenda) da altri del centrosinistra e non siamo che all’inizio.

I sostenitori del modello anglosassone non avevano mai seriamente riflettuto sul fatto che un tale modello da noi non è esistito prima e non soltanto per ragioni legate al “fattore K”, ma anche perché la Democrazia Cristiana non è mai stato un partito conservatore di destra e il Partito Comunista è stato altra cosa dalla creatività libertaria delle sinistre.

Finita la stagione dell’anticomunismo-comunismo, quella successiva ha visto da una parte Berlusconi, che era appunto Berlusconi e non la destra, e dall’altra un centrosinistra, con il trattino o senza, in una fusione più o meno riuscita tra eredi della Prima Repubblica. Insomma, ci sarà stata pure una ragione se la nostra democrazia non ha mai indossato abiti fumo di Londra e il massimo del maggioritario italiano che è riuscita a darsi è stato il paziente Mattarellum.

Oggi spunta in agenda il Centro e la costruzione di un mezzo politico idoneo a questo scopo. Un mezzo che sappia realizzare obiettivi negati a destre sovraniste e a sinistre predicatorie. Un mezzo che abbia a cuore i valori della Nazione e quelli della persona e delle persone che bussano alla nostra porta. De Gasperi realizzò la riforma agraria senza dimenticare Trieste e gli esuli dalla Dalmazia. 

L’incontro al Centro non potrà avvenire tuttavia tra una figura autorevole come quella di Mario Draghi e nanerottoli invecchiati, cinici praticanti della politica Zen della massima resa personale con il minimo sforzo. Non potrà avvenire questo incontro in una “piazza dove non c’è nessuno”, come nel romanzo di Dolores Prato, ma in un confronto tra posizioni anche diverse rappresentate da nuovi dirigenti che ignorino il passato non sempre cristallino di quanti sono ormai al potere, di qua o di là da oltre trent’anni. 

Per realizzare un Centro che sia un potente mezzo di azione politica è necessario un cambiamento non rottamatorio e tuttavia radicale, non soltanto di facce (il che comunque non guasta). In un’altra stagione di rinascita nazionale, la Resistenza, De Gasperi e il suo gruppo dirigente fecero a meno di un partito glorioso come quello dei Popolari di Sturzo. Cambiare, adesso, sarà più facile e giusto.

Nella logica dei “No Vax” si annida la corruzione di una sana convivenza civile

Dellai si è sforzato di cogliere le motivazioni legate al rifiuto della vaccinazione, ma non dobbiamo dimenticare che  l’irrazionalità incombe su questo scenario. Ne approfitta ovviamente la destra. Che fare? Dobbiamo tenere alta la guardia, ben sapendo che solo così è possibile rinvigorire la democrazia.    

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Devo premettere che sfoglio ogni santo giorno il “Domani d’Italia“. Fatalmente, sulla scia delle cose che leggo, mi viene anche voglia d’intervenire. E infatti, qualche volta mando in redazione un commento.  

Agli articoli di Lorenzo Dellai dedico particolare attenzione. Il suo curriculum, le sue doti di politico e amministratore, dunque i suoi “valori” testimoniati nel tempo, li ho sempre apprezzati e per quanto possibile condivisi. Sebbene non ci sia un contatto diretto, vale a dire una frequentazione amicale, partecipo con un certo trasporto di stima ed affetto alla continua ricerca che egli propone assiduamente attraverso contributi nient’affatto banali.

La premessa mi consente di osservare benevolmente come da parte sua, nell’ultimo articolo a proposito di vaccinazioni, i “No vax” siano equiparati a soggetti equilibrati e razionali, e dunque a soggetti che tutto quello che fanno e dicono, lo fanno e dicono con convinzione meditata, ovvero sia con piena lucidità mentale. Qualcosa evidentemente non torna, almeno dal mio punto di vista, se facciamo i conti con la loro distorta visione del mondo.

Ebbene sono stato sin dall’inizio fortemente convinto – a partire dal comizio in piazza del Popolo del generale Pappalardo – che si tratta di gente fortemente irrazionale ed emotivamente instabile. I “No Vax” ignorano il significato del  sacrosanto diritto alle libertà personali. In sostanza,  leggono e affrontano la storia con enormi pregiudizi. Starei per dire che nel loro agire quotidiano fanno solo uso e si alimentano della “politica-spettacolo” e della “politica-social”, ignorando l’uso del ragionamento e della buona logica orientati al bene comune (elementi, come sappiamo, fondamentali alla Polis). In sintesi, tralasciano il buon senso, che non è senso comune. 

Trovo allora molto appropriata la citazione di Moro inserita nel pezzo di Dellai. In effetti, a distanza di tanti anni, siamo ancora in attesa di un “…nuovo senso del dovere”, proprio per mancanza di effettivo raziocinio, vale a dire di quella pur lieve e argomentata riflessione, fatta con i piedi per terra, sul futuro che ci attende, e su quello che attende i nostri figli e nipoti.

Il tempo presente mette a nudo la dispersione di valori importanti, per i quali, nel bene o nel male, la nostra convivenza civile teneva. Da questo turbamento discende la l’intima corruzione della politica. Non si spiegherebbero altrimenti le robuste quote di consenso della (nuova) destra italiana. Insomma, il distacco dalla razionalità genera il mostro del radical-sovranismo. Siamo all’assurdo: Salvini tiene il rosario in mano, come abbiamo visto nei comizi, ma ignora la pietà per i disgraziati che muoiono in mare nel tentativo di fuggire, il più delle volte, da guerre e miserie. Questa è la destra, pronta a legare in un solo fascio la propaganda anti vaccinazione e le pretese anti europee di un Orbàn.     

Bisogna resistere – e penso che Dellai sia d’accordo – a questa devitalizzazione dello “scandalo”. La democrazia, in definitiva, richiede oggi più che mai uno sforzo di rigenerazione morale.

Scuola: la riapertura di settembre tra variante delta, problema degli organici, fallimento della Dad e dei progettifici

Il quadro appare preoccupante. Non si può arrivare a settembre con un sovrappiù di vaghezza e indecisione. La pandemia ha reso la scuola un terreno minato: i problemi sono enormi. Per questo occorre agire in fretta e con intelligenza.

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La riapertura dell’anno scolastico dopo la pausa estiva è sempre stato un momento di particolari criticità.

Quella che ci attende il prossimo settembre lo sarà ancor di più, nubi dense e minacciose si addensano sopra il cielo della scuola.  Il regolare funzionamento delle lezioni è fino ad ora andato in tilt a causa degli effetti dalla pandemia: leggendo la circolare del Dipartimento Prevenzione del Ministero della Salute prot. 5032/COV19 del 9 luglio u.s. avente oggetto “Allerta internazionale variante Delta: incremento dei casi Covid 19 in diversi Paesi europei” si ha il sentore di un pericolo incombente, di cui il mondo scientifico e i decisori politici sono al corrente e rispetto a cui si avverte la necessità di porre mano con decisioni condivise, serie, tempestive ed efficaci. Il virus non è sconfitto e neanche scomparso, ha una dimensione planetaria  ed ogni focolaio rischia di avere effetti pervasivi, in particolare proprio per la rapidità del passaggio di contagio della variante Delta, stimato in Australia tra i 5 e i 10 secondi, sul presupposto di una semplice compresenza fisica di due o più persone: inevitabilmente il pensiero corre agli stadi fino a pochi giorni fa stracolmi di persone senza mascherine e senza controlli preventivi di tamponi rapidi oltre che di ogni certezza circa quelle vaccinate. Ripercorrendo i ricordi di ciò che abbiamo sofferto in passato si fa urgente e doverosa un’azione di prevenzione e controllo ma soprattutto la necessità di vaccinare quelle fasce di popolazione non ancora protette. Gli scienziati hanno ribadito a chiare lettere questo impellente adempimento, valgano per tutti le parole dell’immunologo e virologo Roberto Burioni: “non vaccinarsi, sulla base dei dati inequivocabili di sicurezza ed efficacia, è una scelta autolesionista, irrazionale che danneggia l’intera società. La politica deve decidere se consentire agli irresponsabili la libertà di comportarsi in questo modo. La Francia ha deciso di no”. Il riferimento è ai provvedimenti patrocinati in prima persona da Macron, sull’obbligatorietà di un ‘pass’ per accedere a bar, ristoranti e mezzi pubblici: decisione che ha conseguito lo scopo di convincere in poche ore oltre un milione di cittadini a vaccinarsi. E a casa nostra il sottosegretario Sileri ha rilanciato l’ipotesi di provvedimenti analoghi. Nella provincia autonoma di Bolzano il personale sanitario no-vax è stato sospeso dal servizio: un provvedimento drastico ma deciso ed eloquente. 

La circolare del Ministero della salute del 9/7 – diramata a tutti i Ministeri, alle Regioni, alle ASL, alle strutture sanitarie, agli Ordini professionali ecc. descrive un’Europa pericolosamente a colori e insiste sull’opera di sensibilizzazione verso una strategia di protezione vaccinale.

Questo riguarda tutta la popolazione, specie le fasce di età più a rischio e si riverbera inevitabilmente sul mondo scolastico dove la ripresa delle lezioni a settembre sarà inesorabilmente condizionata dalle azioni concrete che saranno assunte da adesso in poi. La fase di transizione verso l’immunità dal Covid 19 è stata ben descritta nella sua dimensione planetaria dalla rivista Nature che, ricordando che fino ad oggi sono state somministrate 3,23 miliardi di dosi di cui solo l’1% ai cd. “paesi poveri” e prevedendo di raggiungere i 6 miliardi di vaccinazioni entro fine anno, ipotizza il conseguimento dell’immunità globale solo a fine 2023.

Questi dati dovrebbero far riflettere gli indecisi, i “cogitanti”, gli indolenti, gli ostili e gli irresponsabili, come 

li definisce Burioni. La gestione “a rincorsa degli eventi in uno stato di sospensione, indecisione e carenza di 

informazioni” come l’ha descritta Giuseppe De Rita, con provvedimenti intempestivi e  intermittenti, poco

lungimiranti, tentennamenti, colpevoli ritardi come stigmatizzato da Luca Ricolfi nel suo “La notte delle ninfee” non deve ripetersi, la lezione è stata durissima e dalle conseguenze devastanti, anche sotto il profilo della tenuta psicofisica, degli equilibri vitali. L’emanazione della circolare ministeriale potrebbe  essere il segnale di un’inversione di rotta rispetto ad una preventiva e adeguata consapevolezza: occorre una voce univoca da parte della scienza e assunzione di coraggio e determinazione sul versante delle decisioni politiche. In tema di riapertura del nuovo anno scolastico sono necessari uno sforzo di immaginazione e una visione lungimirante: sulla didattica in presenza estesa a tutti gli ordini e gradi di istruzione, sulle dotazioni organiche, sul modo di intendere l’autonomia scolastica, sull’utilizzo degli spazi e 

la scansione dei tempi delle attività, sulla selezione del personale.

Proprio nei giorni successivi alla circolare del Ministero della salute l’INVALSI ha pubblicato i risultati di uno

studio sulla didattica a distanza registrando  un crollo verticale delle competenze dopo la sperimentazione della DAD nella fase pandemica : alla maturità il 40% non raggiunge un livello accettabile  di conoscenza della lingua italiana mentre cresce il fenomeno della “dispersione implicita”: si tratta di alunni che pur terminando il ciclo di studi non portano con sé un bagaglio adeguato di competenze. La deprivazione culturale riguarda le fasce sociali più deboli, specie al Sud, dove il 30% delle famiglie non possedendo un tablet o un pc non è stata inserita nel circuito informatico della didattica a distanza e dell’interlocuzione scuola-casa. “Complessivamente –spiega Roberto Ricci, responsabile delle prove INVALSI – la pandemia ha fatto riscoprire la funzione sociale della scuola sia nella dimensione relazionale, che di promozione del “benessere cognitivo” che solo la scuola può promuovere. Gli esiti registrati nel 2019, in miglioramento rispetto al 2018, evidenziavano che la scuola aveva intrapreso la strada giusta, considerando che gli esiti di apprendimento, per loro natura, non possono variare velocemente da un anno all’altro. Il brusco arresto imposto dalla pandemia e i risultati delle prove realizzate quest’anno richiedono strategie urgenti per far riprendere il passo al sistema scolastico italiano”.

Questo calo di potenzialità formativa del sistema scolastico registrata con la sperimentazione della DAD attende al varco della ripresa delle lezioni Il Ministero dell’istruzione ma anche i singoli istituti nell’organizzazione dell’autonomia scolastica. Significativo al riguardo il “Manifesto per la nuova scuola” , promosso dai docenti riuniti nel gruppo “La nostra scuola”, sostenuto e condiviso dal Sindacato Gilda degli insegnanti. Riforma dopo riforma la scuola ha perduto i suoi fondamentali per lanciarsi nei corollari degli acronimi, delle circolari a manetta, delle sigle, delle riunioni preponderanti in tempo e impegno rispetto al lavoro in classe: una scuola divenuta “progettificio” dove prevale il modello aziendalistico con un portato inusitato di adempimenti burocratici autoreferenziali e di complicazioni formali.

La coincidenza tra fase pandemica, DAD ed esiti deludenti nella preparazione degli alunni invita ad agire per tempo affinchè non si inneschi una deriva di inevitabile declino formativo e culturale della scuola: bisogna decidere subito, non farsi trovare impreparati. La vaccinazione estesa a tutti sarebbe uno strumento formidabile per evitare complicazioni a livello logistico ed organizzativo, inoltre per non replicare la delusione della DAD e rilanciare la didattica in presenza. C’è più di un dubbio che ciò si realizzi, servirebbero più senso di responsabilità e meno indecisioni che possono rivelarsi fatali. In un mondo di soggettività e relativismo è quasi impossibile assumere decisioni drastiche ma quasi certamente risolutive. 

Il Ministro Bianchi annuncia un piano di assunzione di 100 mila docenti in due anni: oltre alla quantità servirebbe preoccuparsi della qualità e c’è chi parla di sanatoria inaccettabile. 

“Il merito ritorni a scuola”, ha scritto Sabino Cassese in un editoriale sul Corsera del 25 maggio u.s. 

Serve un vaglio concorsuale (come chiede la Costituzione) per selezionare personale preparato, adeguato e meritevole di svolgere una funzione delicata come l’insegnamento. 

Sul piano della profilassi e della tutela sanitaria e su quello didattico ed organizzativo richiesto da un pubblico servizio sarebbero davvero utili assunzione di responsabilità e decisioni tutelanti per tutti.

Vedremo se a settembre si ripartirà con un salto di qualità e con il piglio necessario o se la scuola ancora una volta sarà costretta a passare sotto la forca caudina del procrastinamento e del rinvio, modi di essere tipici e decadenti di una malintesa e claudicante democrazia.

Per una conversione dell’intelletto e del cuore. A colloquio con Filippo La Porta sulla lezione di Dante. Intervista dell’Osservatore Romano.

Saggista e critico letterario, Filippo La Porta è autore tra gli altri de La nuova narrativa italiana (1995), Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà (2002) e Pasolini (2012). Due dei suoi ultimi lavori, Il bene e gli altri (Bompiani, 2018) e Come un raggio di luce (Salerno Editrice, 2021), sono dedicati alla scoperta di come la lezione di Dante rappresenti una luce per leggere e guidare il nostro tempo.

Alessandro Vergni 

Intervista

Nei suoi ultimi saggi lei affronta due temi cardine: l’educazione e il rapporto con gli altri. Lo fa partendo da Dante, un uomo distante dal nostro modo di concepire la vita. Perché questa scelta?

C’è un elemento autobiografico che forse non ho mai raccontato prima: ho avuto una nonna fiorentina che con il suo accento stupendo mi diceva versi di Dante a memoria. Mia nonna è quindi come il garante della mia operazione dantesca. A Dante poi mi sono riavvicinato durante il mio soggiorno negli Stati Uniti. Per gli americani Dante è un vertice della letteratura universale, non appena di quella italiana. Mi sono allora detto: ci sono americani che passano tutta la vita a studiare Dante, che studiano l’italiano per 40 anni solo per leggere la Commedia, possibile che io non l’abbia più ripresa in mano dai tempi del liceo? È come nato un senso di colpa. Mi sono rimesso al lavoro su tutte e tre le cantiche e ho trovato in Dante una possibile risposta ai miei dilemmi morali, cioè al tema del bene e del male, perché qui sta la questione fondamentale dell’essere uomo, non ce ne sono altre. Certamente si tratta di un uomo del medioevo che ha quella concezione della vita. Non possiamo chiedergli di essere un progressista di oggi. Dobbiamo però individuare in lui alcune verità morali che ci riguardano direttamente e che sono senza tempo. Occorre leggere i classici con amore, con pazienza, saperli ascoltare e alla fine vedere se riusciamo a farli dialogare con noi. Ecco, Dante sulla questione del bene e del male può giustamente dialogare con noi. Aggiungo, poi, che non possiamo lasciare Dante ai filologi e agli studiosi. Dante ha scritto la Commedia per ogni lettore. C’è in essa l’appello a una conversione non appena religiosa, ma anche intellettuale e del cuore. Mi chiedo, ad esempio, cosa significhi per lui eternarsi; come un uomo dentro un’esistenza che è finita, mortale, si eterna?

Nel suo percorso cita più volte Simone Weil. Cosa c’entra questa grande filosofa del Novecento con Dante?

Ho applicato al mio primo saggio sulla Commedia la frase tratta dai Quaderni di Simone Weil che dice «il bene è dare realtà agli altri, il male è togliere realtà agli altri». Una frase semplice e geniale. Ho provato a leggere la Commedia alla luce di questa frase e mi sono accorto che funziona. Per dire, i peccati capitali nascono tutti dalla sostituzione della realtà con qualcosa di fantasmatico, di immaginario, sono invidioso di te perché immagino che tu sia più felice di me. I peccati nascono dall’ipertrofia dell’immaginazione, come mostra anche Dostoevskij ne Le notti bianche. Chi pecca è qualcuno che desidera vivere in un mondo in cui c’è solo lui. Lucifero non vuole che ci sia nessun altro all’infuori di lui. È anche la definizione del potere secondo Elias Canetti: il tiranno è colui che vuole sopravvivere a tutti gli altri. La frase di Simone Weil mi permette di fondare la morale in un modo non moralistico. Mi comporto bene non per obbedire a un precetto — qui sta la questione educativa — ma perché se il bene è dare realtà agli altri, solo comportandomi bene allora do realtà al mondo facendolo esistere. Il primo atto dell’etica è: meglio l’essere che il nulla. Mentre uno potrebbe sempre scegliere il nulla. È una fondazione ontologica dell’etica, basata sulla realtà.

Parlando del rapporto con gli altri lei dice che siamo animati dal desiderio di aiutare le persone, eppure — sostiene — il prossimo non sempre vuole essere aiutato da noi. Forse gli altri hanno bisogno solo di essere riconosciuti nella loro unicità? Ho trovato nella sua lettura un superamento del principio volterriano per cui la mia libertà finisce dove inizia la tua.

Potrei dire così: non tanto la mia libertà finisce dove inizia la tua, ma la mia libertà si completa solo se io ti riconosco. Mi si potrebbe obiettare: se l’altro è un prepotente, un violento, cosa significa “lasciar essere l’altro per quello che è”? La mia risposta è che il prepotente, il violento, è colui che impedisce alle persone di essere quello che sono. È lui che incrina l’ordine, l’equilibrio. L’azione sul prepotente, allora, deve servire solo a ristabilire l’ordine. Per Dante l’obiettivo della politica è la pace universale. Questa è sempre un movimento verso e non sarà mai pienamente raggiunta. Occorre però avere sempre presente che l’obiettivo della politica è una pace stabile, perché solo in essa ognuno può essere quello che è. Ciò significa che nella storia esistono anche guerre giuste, però dobbiamo ricordare due cose: che l’obiettivo resta comunque la pace universale e la riconciliazione con il nemico, il che dà una misura e un limite alla mia violenza; e che chi usa la violenza, anche temporaneamente per ristabilire quell’ordine, ne rimane segnato per sempre.

Tornando a Dante, ci troviamo di fronte a un uomo che ha delle certezze granitiche e che incarna una fede assoluta verso un Dio artefice di un ordine buono. Al tempo stesso nel suo essere viator sviene, ha paura, non capisce, inciampa. È forse per questo che lo sentiamo così vicino a noi?

Ci sono in Dante delle contraddizioni. Da un lato vuole combattere gli eretici, elogia i condottieri e gli imperatori; dall’altro elogia san Francesco perché, facendosi pusillo, ha fatto esistere di più il creato. Così come esalta le figure di Rifeo o di Romeo di Villanova. Come stanno insieme questi elementi? È impossibile trovare una sintesi. Nel mio libro provo a far dialogare queste contraddizioni. Quando ad esempio Brunetto Latini gli parla dell’eternarsi, parla ancora della fama legata alla gloria letteraria. Dante ha però un fortissimo senso della precarietà di tutto ciò che esiste. Una concezione molto moderna. Nell’ultimo canto del Paradiso dice in modo meraviglioso: «Così la neve al sol si disigilla». C’è dunque per lui un altro modo di eternarsi ed è quello di san Francesco, di Rifeo, di Romeo di Villanova.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-158/per-una-conversione-dell-intelletto-br-e-del-cuore.html

 

Conferenza sul futuro dell’Europa: piattaforma online vicina al milione di visite.

La piattaforma digitale della Conferenza sul futuro dell’Europa (futureu.europa.eu), lanciata il 19 aprile scorso e punto nevralgico di tutto il processo democratico, al 30 giugno è stata visitata oltre 900mila volte; il maggior numero di visite alla piattaforma arriva da Francia e Germania, seguite da Spagna e Italia.

Lussemburgo, Malta e Belgio hanno la più alta quota di visitatori in proporzione alla loro popolazione. I movimenti sulla piattaforma sono continuamente monitorati da Open Source Politics e Digidem Lab per la Commissione europea, che a intervalli regolari ne traccia una valutazione. I dati dell’ultimo rapporto sono quelli rilevati al 30 giugno: 18.853 partecipanti, 5.127 idee, 9.891 commenti, 1.317 eventi, 28.461 interazioni.

Tra i dieci temi su cui i cittadini sono chiamati ad esprimere idee e proposte per il futuro dell’Europa, quelli che attirano più idee sono “cambiamenti climatici” (17,4%), poi “democrazia europea” (16%), quindi “un’economia più forte” (11,2%). Il tema “migrazioni” è quello che suscita meno idee (5,2%).

Ma è il tema della democrazia quello attorno a cui si generano più interazioni e dibattito. Quasi i due terzi dei contributi alla piattaforma, sempre al 30 giugno, erano riconducibili a uomini (64% contro 14,1% di donne; il 21,7% non ha dichiarato il proprio genere). Il gruppo più numeroso (23,5%) di contributi è stato effettuato da utenti di età compresa tra 25 e 39 anni, seguito da persone di età compresa tra 55 e 69 anni (20,4%). Quanto agli eventi legati alla Conferenza, l’Italia è il Paese che ha inserito sulla piattaforma il maggior numero di eventi (98).

Variante Delta, Ricciardi: “Buca anche doppia dose vaccino”

Con la variante Delta, oggi, “anche se si è vaccinati si può essere infetti”. La variante, “buca perfino il doppio ciclo vaccinale”, perché “conferisce una certa protezione contro la malattia grave e l’ospedalizzazione” ma “nel 30-35% dei casi determina infezione anche nei soggetti che hanno fatto la seconda dose di vaccino, figuriamoci una sola”. Ad affermarlo Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica e consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza, intervenuto ad ‘Agorà estate’, su Rai Tre.

Ricciardi ha sottolineato che la necessità di vaccinare al più presto è legata anche al fatto che “più esitiamo più lasciamo la possibilità al virus di selezionare varianti che non solo bucano il vaccino per l’infezione ma lo bucano anche per la protezione. In questo momento stiamo guardando con grande cautela alla variante Delta Plus in India e a una variante Lambda, che è stata isolata in Perù e che ci preoccupa molto. Per cui vacciniamo presto, in maniera tale da proteggere le persone dall’ospedalizzazione e dalla malattia. E poi prendiamo le decisioni mano mano che emergono le conoscenze sulle varianti che nel mondo emergono. Perché in Europa abbiamo vaccinato il 50% della popolazione, ma in Africa l’1%, in Asia il 3%. Quindi il virus ha oggi centinaia di milioni di persone su cui si può esercitare per cercare di aggirare le nostre difese”.

 

Andreotti precursore. Lo sport come strumento di promozione di una certa unità di popolo, senza strumentalizzazioni.

Fu l’uomo politico che colse per primo nel dopoguerra l’esigenza di stimolare attraverso lo sviluppo delle diverse discipline sportive, e specialmente del calcio, una forte motivazione di autentico spirito nazionale.

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Giustamente  lunedì, nella cerimonia al Quirinale, il Capo dello Stato ha detto agli azzurri: “Avete riunito gli italiani”. Verissimo. Lo sport ha anche questa forza. 

Andreotti lo aveva intuito sin dagli albori della Repubblica.  Non si trattava, allora come ora e come sempre  fanno le dittature, di strumentalizzare lo sport come mezzo di alienazione di massa, come strumento cioè di distrazione collettiva, piuttosto come “legamento” di tutto il tessuto sociale nazionale. L’Italia del dopoguerra era ancora terribilmente divisa: Resistenza/Fascismo, Repubblica/Monarchia, Nord/Sud, Città/Campagna, Industria/Agricoltura…

La missione del governo era primariamente quella di unire il paese: l’amnistia del ministro Togliatti, l’impegno per la scuola e la reindustrializzazione, miravano esattamente a questo. 

Ma non bastava. Occorreva riunire il paese emotivamente, al di là di ciò che potevano fare governo e partiti. Come era accaduto con la tragedia del Grande Torino. 

E Andreotti a De Gasperi: “Presidente, investiamo sullo sport!”. “Pensaci tu, fatti venire qualche idea, che non sia e non sembri una volgare strumentalizzazione, però”. 

Andreotti si mise al lavoro con Onesti, il Presidente del CONI. L’Italia chiese subito le Olimpiadi. La prima data utile era il 1960. Il Comitato Olimpico Internazionale pose però la condizione di uno Stadio nuovo a Roma. “Che problema c’è?”. E subito partirono i lavori. 

Purtroppo mancavano le risorse, perché De Gasperi non era disponibile a sottrarle agli investimenti produttivi. E i due (Andreotti e Onesti) che si inventano? Il Totocalcio. Con il vincolo di destinare gli introiti, compresi quelli fiscali, alle strutture e alle attività di tutte le discipline sportive. 

E così arrivammo “alla grande” alle Olimpiadi e all’esplosione di tutto lo sport nazionale.

[tratto dalla pagina Fb dell’autore]

Unione europea e Polonia: scontro sullo stato di diritto. E c’è chi parla di ‘Polexit’.

Questa nota di Patrizia Antonini (Ansa) offe i dettagli di questo ennesimo confronto tra l’Unione europea e uno dei Paesi più ‘emblematici’ del vecchio blocco sovietico. A reagire contro la presa di posizione della Corte costituzionale polacca sono schierati entrambi i gruppi politici che reggono le sorti dell’Unione europea: quello dei Popolari e quello dei Socialisti e Democratici.  

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E’ ormai una guerra al coltello quella tra l’Unione europea e la Polonia sullo stato di diritto. La cena tra il premier Mateusz Morawiecki e la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, non ha dipanato nemmeno uno dei nodi. E la resa dei conti è ormai iniziata, con il gruppo del Ppe al Parlamento europeo che intravede i primi passi di una ‘Polexit’ e l’S&D che invita la Commissione europea a “reagire con tutti gli strumenti a sua disposizione” dopo la sentenza odierna, di fatto un attacco all’ordinamento giuridico Ue. 

Alla vigilia dello show-down finale, atteso per domani, quando la Corte costituzionale di Varsavia deciderà se la legge polacca sia al di sopra di quella europea in caso di conflitto e la Corte di giustizia Ue emetterà la sentenza definitiva sulla sezione disciplinare della Corte suprema, si sono già viste le prime pesanti schermaglie. La Corte costituzionale di Varsavia ha infatti sfidato la decisione dei togati di Lussemburgo di accogliere la richiesta della Commissione Ue (i ricorsi risalgono al 2019 e 2021) di sospendere subito, con una misura ad interim, i provvedimenti della camera disciplinare della Corte suprema polacca. Un organismo controllato (seppur in modo indiretto) dal potere politico, che secondo le istituzioni dell’Unione “mina l’indipendenza dei giudici”, con iniziative arbitrarie e mirate contro magistrati non graditi alla maggioranza di governo, il Pis di Jaroslav Kacinski. 

Il regolamento che permette alla Corte Ue di pronunciarsi su “sistemi, principi e procedure” degli ordinamenti nazionali non è “in linea con la costituzione del Paese”, ha fatto sapere la Corte di Varsavia, respingendo l’iniziativa al mittente. E a completare l’escalation sull’asse Bruxelles-Varsavia domani (ndr oggi per chi legge), salvo imprevisti, sarà anche la procedura d’infrazione per le regioni Lgbtiq-free, in base al principio di “mancata sincera collaborazione”. Secondo quanto apprende l’Ansa, infatti, il governo di Morawiecki non ha cooperato con la richiesta di Palazzo Berlaymont di fornire informazioni sulla misura. 

La Polonia avrà due mesi per rispondere alla lettera di messa in mora. Un’infrazione che farà il paio con la mossa dell’Unione contro l’Ungheria, che col pretesto della protezione dei minori equipara gli omosessuali ai pedofili e discrimina, anche in questo caso, le comunità Lgbtiq. Intanto i piani nazionali per il Recovery di Varsavia e Budapest restano in sospeso. La Polonia aveva presentato il suo Pnrr il 3 maggio. Ma come spiega un portavoce dell’Esecutivo comunitario “le autorità polacche avevano chiesto una proroga di un mese in aggiunta al normale periodo di valutazione al momento della presentazione del piano”. 

La valutazione è in corso e la scadenza dell’analisi è per il 3 agosto. La posta in gioco è un pacchetto da 23,9 miliardi di aiuti a fondo perduto. E resta in bilico anche il piano ungherese, con i rubinetti delle risorse che minacciano di restare chiusi per la mancanza di garanzie sull’uso corretto dei 7,2 miliardi che dovrebbero arrivare in dote. L’Unione europea, ricordano gli eurodeputati dell’S&D, “non è un menu à la carte”. 

A Cuba continuano le proteste. Intervento del Consiglio episcopale dell’America Latina dopo la presa di posizione dei Vescovi dell’isola caraibica.

Non accenna a placarsi il moto popolare che sfida, sull’onda di una grave crisi economica, il regime comunista cubano. La Chiesa mostra la sua sensibilità pastorale, anzitutto nel rapporto con le persone più deboli e povere, lanciando un messaggio di allarme e preoccupazione.

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Porta la firma del presidente monsignor Miguel Cabrejos e del segretario generale monsignor Jorge Lozano il messaggio indirizzato dal Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ai vescovi cubani: «Vicinanza e solidarietà di fronte ai recenti eventi che hanno avuto un impatto sulla vita, sulla dignità e sulla libertà delle persone, dopo i giorni di protesta», si legge nel testo.

I presuli del Celam sottolineano che «non possiamo chiudere gli occhi o guardare da un’altra parte, come se nulla stesse succedendo». Ed esprimono l’auspicio che «la risposta alle richieste della popolazione non sia l’immobilismo», che non si continui a dare «continuità ai problemi, senza risolverli» e che non si arrivi a un «irrigidimento di posizioni che potrebbero nuocere a tutti. Facciamo nostro anche il pensiero di Papa Francesco che chiede a tutti noi di ascoltare il grido della popolazione e risolvere i conflitti attraverso il dialogo», è scritto nella lettera.

Nello stesso tempo, «facciamo un appello deciso alle autorità governative affinché cerchino soluzioni, poiché sappiamo che nessuna azione violenta o aggressiva consentirà ai nostri popoli di avanzare lungo strade della fratellanza, giustizia e pace», le parole dei due rappresentanti del Celam. Da ultimo, l’incoraggiamento rivolto ai vescovi di Cuba a «continuare a sostenere la speranza del popolo cubano rafforzando, come già state facendo, la salvaguardia del bene comune».

In precedenza, e più direttamente. si erano espressi i Vescovi cubani. Se è vero che il governo «ha cercato di adottare misure per alleviare queste difficoltà», scrivevano l’altro giorno, è anche vero che «le persone hanno il diritto di esprimere i propri bisogni, desideri e speranze e, a loro volta, di esprimere pubblicamente come alcune misure prese li stiano colpendo seriamente. È necessario che ogni persona contribuisca con la propria creatività e iniziativa e che ogni famiglia lavori per il proprio benessere, sapendo che quando questo è possibile si sta lavorando per il bene della nazione». In questo momento invece «ci preoccupa – spiegavano impresuli – che la risposta a queste istanze sia l’immobilità, che contribuisce a dare continuità ai problemi, senza risolverli. Non solo le situazioni peggiorano ma si va anche verso una rigidità e un indurimento delle posizioni che potrebbero generare risposte negative, con conseguenze imprevedibili che danneggerebbero tutti noi».

Una vita da gregario felice. Michele Scarponi ricordato dall’Osservatore Romano.

La storia di un ciclista all’antica, capace di servire una “idea di sport” con assoluta dedizione. Legato a Nibali, ha saputo mostrare tutta la sua grandezza sacrificando se stesso, le sue belle qualità, le sue legittime aspettative. La Fondazione Scarponi, sorta nelle Marche, mira in onore dell’atleta morto in un banale incidente a promuovere la cultura ciclistica e la sicurezza stradale.

Filippo Simonelli

Tra gli sport di squadra il ciclismo è sicuramente il più atipico: il senso dell’agire del gruppo è votato alla vittoria finale di uno solo, e gli almanacchi riportano il nome del vincitore della classifica finale, con quello del team scritto accanto in piccolo. Le grandi vittorie però funzionano quando una squadra è cementata assieme dai mesi di preparazione condivisa, da una perfetta comunione di intenti e dall’abnegazione. Se a vincere sono — quasi — sempre i capitani, la differenza la fanno i gregari, quelli che passano nei grupponi e che spesso solo i più appassionati tifosi riconoscono. Nonostante gli stravolgimenti dei ruoli tradizionali negli ultimi anni questo paradigma offre ancora una fotografia nitida della realtà ciclistica.

L’eccezione più significativa a confermare questa regola è stata quella di Michele Scarponi, definito non a caso “il gregario più forte del mondo”. Scarponi è stato un ciclista marchigiano, nato e cresciuto nel pietroso entroterra anconetano. Soprannominato l’aquila di Filottrano, ha costruito la sua vita in sella fin dalla più tenera infanzia, salendo sulla sua prima bicicletta ad otto anni. Da lì in poi si è imposto nelle varie categorie giovanili con un percorso forse non lineare ma sicuramente rivelatore di quello che sarebbe stato il suo talento.

Scorrendo il suo Palmares si trovano tanti piazzamenti importanti, vittorie di tappa nei grandi giri e nelle corse a tappe, persino una maglia rosa conquistata al Giro del 2011 per una discussa squalifica ad Alberto Contador. Ma non è per questo che viene ricordato e amato oggi, bensì per il suo essere il gregario perfetto, prima ancora che quello “più forte”.

Nel 2013 fa il salto più importante della sua carriera, con l’ingaggio alla squadra Astana, quella dello “squalo” Vincenzo Nibali. E nel Tour de France di quell’anno porta letteralmente sotto braccio il suo capitano alla vittoria agli Champs Elysees, rinunciando alle ambizioni personali per mettersi al servizio del gruppo. Questo spirito di servizio tornerà più volte, fino a trovare il compimento più alto nel 2016, alla tappa Regina del Giro d’Italia.

La corsa rosa affronta il Colle dell’Agnello, un arcigno valico alpino che congiunge l’Italia alla Francia e viene affrontato sia nel Tour che nel Giro. Già dalla partenza di Pinerolo, altra località simbolo del ciclismo eroico, si capisce che Scarponi è in giornata: si lancia presto in fuga, mentre dietro di lui infuria la battaglia per la maglia rosa tra Nibali e l’olandese Kruijswijk. Arrivato da uomo solo al comando in cima al Colle, si lancia in discesa verso quella che sembra una meritatissima vittoria di tappa.

Tra le consuetudini non scritte del ciclismo c’è quella per cui in una squadra chi arriva a ottenere la testa della classifica generale lasci la vittoria di tappa ad un gregario se possibile. C’è tanto di cavalleria quanto di pragmatismo in questa scelta, visto che le vittorie di tappa regalano sia gloria che un cospicuo ritorno economico.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-157/una-vita-da-gregario-felice.html

Siamo dinanzi a una nuova “questione cattolica”?

A differenza del passato, non c’è più un partito di riferimento dell’area cattolica. Sono mutate le condizioni storiche, sono mutati i parametri culturali. Tuttavia, se non vogliamo rassegnarci a una riemergente confusione tra potere temporale e potere spirituale, la questione della presenza pubblica del laicato cattolico torna d’attualità. Bisogna inventare una nuova formula.   

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Se possibile, possiamo anche smettere di parlare per un attimo della sceneggiata dei 5 stelle – un partito populista, demagogico, antiparlamentare che ha fatto del trasformismo e dell’opportunismo politico e parlamentare la sua cifra distintiva; della nuova identità e del “nuovo corso” del Pd di Letta, sempre più lontano dalle sue ragioni fondative; della “federazione” del centro destra che interessa poco alla politica italiana e anche, almeno così pare di capire, agli stessi partiti di quello schieramento. 

No, in attesa di vedere come finirà al Senato la discussione e il voto sulla ormai famosa legge Zan, è riemersa forse – per dirla con il vice direttore dell’Huffingtonpost Alessandro De Angelis – una nuova “questione cattolica” nel nostro paese.

Certo, il tema è antico e periodicamente risuona nelle corde del dibattito politico italiano. E, come ovvio e persin scontato, è destinato a cambiare registro e coordinate di volta in volta. Ma un fatto è indubbio. Attorno al dibattito sulla legge Zan sono emersi almeno tre elementi che portano, giustamente, a parlare di una nuova ed inedita “questione cattolica”.

Innanzitutto non esiste più un partito di riferimento per la maggioranza dell’area cattolica italiana. La Dc, come il Ppi, appartengono ormai alla storia della politica italiana; i partiti personali vivono alla giornata e hanno come principale priorità quello di aumentare i follower del “capo” a livello quotidiano; e infine non esiste più una classe dirigente di riferimento. Non esiste né a livello politico, né a livello culturale. Sono costanti diverse dal passato ma che non possiamo non prendere in seria considerazione.

In secondo luogo è tramontata la cosiddetta “cultura della mediazione”. Un elemento, questo, che ha rappresentato storicamente un asset costitutivo e decisivo della tradizione del cattolicesimo politico italiano. Una prassi che ha permesso di superare storiche difficoltà e radicali contrapposizioni, che si manifestavano all’attenzione della politica tra i vari partiti in quel particolare momento storico. E proprio grazie alla “cultura della mediazione” i cattolici italiani sono diventati nel tempo classe dirigente e, soprattutto, hanno saputo incidere e condizionare la stessa evoluzione della politica italiana.

In ultima istanza si corre il serio rischio che, di fronte all’assenza di un partito – o più partiti – di riferimento, di fronte alla sostanziale assenza di una classe dirigente autorevole e qualificata e di fronte ad una assenza di una cultura politica di ispirazione cristiana capace di orientare e condizionare le scelte dei singoli partiti, il rapporto ritorni ad essere quello tra la Chiesa italiana, nelle sue diverse articolazioni, e il potere politico. Cioè il Governo e il Parlamento. Insomma, e pur senza volerlo, ad un rapporto diretto e non mediato tra il ”potere temporale” e il “potere spirituale”.

Ecco, proprio di fronte ad un quadro del genere, riemerge in tutta la sua complessità una nuova e diversa “questione cattolica”. Ed è per questi motivi che si rende sempre più necessaria una presenza pubblica dei cattolici. Laica, ma profondamente ancorata alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano. Coerente, ma senza alcuna deviazione clericale o confessionale. E coraggiosa, senza inchinarsi all’ormai imperante “politicamente corretto” che detta le condizioni dell’agenda politica inseguendo le mode. Solo così si potrà affrontare, seriamente e senza complessi di inferiorità, la nuova ed inedita “questione cattolica”. Come, giustamente, ci ha ricordato nei giorni scorsi il vice direttore dell’Huffington Post Alessandro De Angelis.

Manifesto per Bologna. Rete Bianca aderisce al documento della coalizione che sostiene Matteo Lepore.

Dopo aver dato il proprio sostegno alla campagna per le primarie di Lepore, ex assessore della Giunta uscente, Rete Bianca ha ufficializzato ieri il suo impegno nella coalizione apponendo la sua firma al Documento qui riprodotto. Oggi prende anche il via ufficialmente l’attività della Nuova Fabbrica del Programma.La nostra presenza nella coalizione – ha detto Nicola Caprioli, coordinatore di Rete Bianca per l’Emilia Romagna -, come movimento politico ispirato al cattolicesimo democratico e popolare, e la nostra attività all’interno della Nuova Fabbrica del Programma, dimostrano che le istanze e la cultura politica del mondo moderato potranno trovare piena rappresentanza e riconoscimento nelle scelte politiche della prossima amministrazione comunale e metropolitana”.

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Usciamo dall’emergenza

La crisi pandemica ha causato all’Italia la peggiore recessione economica dai tempi della guerra ed a farne le spese sono soprattutto le classi più povere ed i soggetti  più fragili. 

Da anni il lavoro sfugge, sostituito dalla tecnologia e dalla conseguente diminuzione di molteplici attività, nonché da un mercato globale che abbatte i costi dei prodotti e dunque la competitività di molte imprese occidentali, e dunque italiane. Così lo stesso articolo 1 della Costituzione che sancisce che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro acquisisce sempre più un valore retorico. La battaglia per il lavoro si interseca oggi anche con quella per acquisire nuovi diritti da parte di categorie di lavoratori e lavoratrici che devono rassegnarsi a un frustrante precariato, vedasi i famosi rider, e che di diritti non ne hanno neanche uno. Il concetto del lavoro deve essere dunque ampliato. Non solo esso deve riguardare le categorie dipendenti, pubbliche e private, ma deve coprire anche il lavoro autonomo, e oggi soprattutto quelle nuove forme di lavoro consentite dalla creatività e dalla moderna tecnologia. Necessitano, quindi, Politiche attive del  lavoro e un progetto formativo. 

Lavoriamomper ridurre le disuguaglianze, per essere al fianco di chi lavora e che con impegno e coraggio sta facendo ripartire il paese. Chiediamo che sino a quando non saremo usciti dalla crisi siano disponibili ammortizzatori sociali ed aiuti economici, sia per lavoratori e lavoratrici dipendenti che autonomi ed per piccoli imprenditori e imprenditrici, come quelli del commercio e della  ristorazione. 

Transizione ecologica 

Quella ambientale e climatica è una sfida cruciale che abbiamo di fronte già oggi: Bologna può e deve fare tanto per abbattere drasticamente  le  emissioni  climalteranti. 

Occorre investire risorse per affrontare i cambiamenti climatici sia per rispettare gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni sia per attuare tutte le azioni di adattamento, coinvolgendo al meglio la cittadinanza. Vogliamo una Città che sia non solo all’avanguardia nell’uso delle tecnologie green per abbattere le emissioni inquinanti, ma che diventi anche luogo ove svilupparle. Dobbiamo mettere al centro la qualità dell’aria che respiriamo. Lotta all’inquinamento  acustico.

Transizione  digitale – Digitalizzazione,  Sburocratizzazione 

L’impatto della burocrazie sulle imprese è di circa il 4% del fatturato. Il tema è delicato ed è esploso con la pandemia, oltre al persistere di regole e regolamenti che non si parlano tra loro, e che rendono lunghi i processi autorizzativi (decine e decine di Regolamenti che disciplinano i settori e non le attività). Il vero problema è la mancanza di cultura della semplificazione e della digitalizzazione dei processi. Nel corso degli anni infatti quando si è digitalizzato lo si è fatto trasferendo su supporto informatico i processi cartacei, dimostrando la totale inadeguatezza nel comprendere la reale potenzialità della trasformazione digitale e la necessità di una profonda formazione culturale che manca quasi totalmente, i processi anche se informatizzati infatti rimangono non integrati tra loro, così che gli stessi dati che sono in possesso delle varie amministrazioni non sono allineati tra loro, costringendo i cittadini a produrre gli stessi documenti ogni volta che iniziano un iter amministrativo. La nostra città ha bisogno di un’educazione digitale per chi opera nella pubblica amministrazione, ma anche per cittadine e cittadini, anche puntando su progetti di collaborazione intergenerazionale e di formazione  nelle  scuole. 

Scelte coraggiose per la mobilità 

Bologna deve finalmente dotarsi di un sistema di mobilità sostenibile e di un trasporto pubblico elettrico, adatti al suo rango di città europea: si deve porre fine agli investimenti che incentivano il traffico privato inquinante, nell’ottica di offrire alternative efficaci, economiche ed efficienti. Nel solco di un percorso che ha visto compiere in questi anni scelte importanti ed attese, vogliamo lavorare per il loro ulteriore miglioramento funzionale e soprattutto  ambientale. 

Vogliamo poi completare il Servizio Ferroviario Metropolitano, trasformandolo nella nostra metropolitana di superficie. Per favorire poi una mobilità sostenibile riteniamo di promuovere un Biglietto Unico Metropolitano, valido su tutti i mezzi pubblici: bus, treno e tram. Anche alla luce del grande successo della ciclovia del Sole, vogliamo collegare il nostro Comune a tutta la Città metropolitana realizzando un innovativo progetto di Bicipolitana, la mobilità ciclistica  va  resa  più  sicura.  Bologna  città  dei  15 minuti.

Diritti civili e sociali

La nostra città, da sempre all’avanguardia sul tema, deve progredire nel percorso di riconoscimento dei nuovi diritti, nel contrasto alle discriminazioni e possibilità di rappresentanza per tutti coloro che abitano e contribuiscono a rendere vivo il nostro territorio. Non solo, deve mettere in campo gli strumenti per rispondere agli attuali bisogni sociali, in particolare alle conseguenze lasciate dalla crisi pandemica sulla nostra comunità. Vogliamo promuovere le migliori sinergie fra il settore pubblico ed il mondo del volontariato, associazionismo e terzo settore, in particolare valorizzando le buone  esperienze  di  gestione  dei  beni  comuni. 

Nuovo Welfare per gli anziani

Bologna offrirà un sostegno adeguato e personalizzato  alla  popolazione  più  anziana. 

Bologna città della parità di genere

Bologna deve attuare un cambiamento radicale e positivo, dando priorità all’integrazione della dimensione di genere nelle sue politiche, anche attraverso uno sforzo affinché si possa realizzare una conciliazione dei tempi di vita lavorativa con quella famigliare. É necessario fornire la cornice istituzionale che possa permettere alle donne di essere  protagoniste  della  loro  vita  in  città. 

Una Bologna Giovane e Europea 

Bologna è da sempre una città europea e multiculturale: dovrà essere sempre più capace di assorbire le migliori pratiche europee, e di esportare le proprie affinché possano diventare un esempio, una città innovativa di riferimento per le altre realtà europee. Bologna deve diventare una città attraente per chi già ci abita sia per chi – da tutto il mondo – vorrà sceglierla per studiare, lavorare e vivere, con una nuova attenzione delle politiche bolognesi verso i giovani. La città del futuro è una città che si impegna nella promozione dell’imprenditoria giovanile e nello sviluppo di un ecosistema in cui le nuove generazioni possano crescere, svilupparsi  e  trovare  tutte  le  opportunità  che  oggi cercano all’estero. 

Un’urbanistica solidale per l’ambiente 

La Bologna di domani non dovrà più consumare nuovo suolo, ma concentrarsi sulla rigenerazione urbana, in particolare delle aree dismesse. L’edificazione dovrà saper selezionare solo i progetti migliori, in grado di generare sia servizi per i cittadini nonché alloggi sociali.

Per meglio tutelare ambiente e territorio, la pianificazione dovrà essere condivisa con i Comuni metropolitani. Costituzione di un nuovo regolamento del  verde  urbano  e  metropolitano  volto  alla  tutela del  verde  esistente. 

Città e cittadinanza metropolitana 

L’obiettivo da raggiungere e la prospettiva a cui lavorare è quella dell’elezione diretta, per avere istituzioni più vicine ai cittadini. Promuoveremo poi le migliori forme di collaborazione con e fra i Comuni metropolitani. La Città metropolitana sarà sempre più un punto di riferimento per i comuni bolognesi, in particolare per quelli più piccoli e decentrati, e favorirà l’omogeneizzazione dei servizi, per aiutare a costruire una concreta cittadinanza  metropolitana. 

Sicurezza pubblica

Nel contesto che lega assieme legalità e solidarietà vi sono le condizioni per aiutare i più deboli. Rafforzeremo un modello integrato fra le istituzioni, capace di contrastare in maniera efficace le infiltrazioni mafiose e le attività della criminalità organizzata, aperto alla sussidiarietà, capace di rendere la nostra città inclusiva e sicura per tutti, cittadini, operatori economici  e  turisti. 

Una scuola all’avanguardia 

Confermiamo la nostra tradizionale attenzione per la scuola, impegnandoci a rendere il diritto allo studio sempre più universale ed aperto a tutti, in particolare ai più fragili. Le migliori tecnologie dovranno essere a disposizione del lavoro degli insegnanti e dello studio dei ragazzi e l’educazione dello studente come persona e cittadino deve tornare ad essere al centro. Orgogliosi di ospitare da più di nove secoli la più antica Università del mondo, vogliamo confermare il nostro supporto, per attrarre studenti  italiani  e  stranieri, nonché  le  migliori risorse  della  ricerca. 

Sanità come diritto di cittadinanza 

La pandemia ci ha ricordato l’essenzialità di servizi sanitari gratuiti, capillari e di buona qualità, e su questi non dovrà mai abbassarsi la nostra attenzione. Sarà necessario adeguare le strutture e gli organici ai bisogni della nostra comunità, ribadendo la centralità pubblica e l’investimento nella medicina prossimità. 

La sanità territoriale deve diventare sempre più garante di completezza di risposta ai bisogni di natura socio sanitaria dei cittadini, vicinanza e continuità delle cure. Un modello di offerta assistenziale capace di garantire la presa in carico in particolare per le persone anziane, fragili e affetti da malattie croniche, in modo da assicurare continuità assistenziale in integrazione con le strutture  ospedaliero  di  riferimento  territoriale. 

Oggi il bisogno di salute dei cittadini è sempre più correlato a molteplici dimensioni che riguardano la salute mentale e il contesto epidemiologico caratterizzato dalle malattie croniche, dalla non autosufficienza, dalla disabilità, da comportamenti a rischio per la salute, ai percorsi di presa in carico della malattia basati sulla medicina di iniziativa, in stretta collaborazione con le altre risorse ed istituzioni del territorio. Occorre, quindi, definire una nuova architettura organizzativa che deve vedere coinvolti non solo i servizi dell’Ausl, ma anche tutti gli altri soggetti, istituzionali e non (familiari, caregiver, associazioni di volontariato) che intervengono ai vari livelli nell’assistenza dei malati. Vogliamo una sanità fatta di cure di base, ma anche di eccellenze nazionali ed internazionali, che metta sempre al primo posto il cittadino. Cure domiciliari e politiche  sanitarie di prevenzione primaria delle malattie  degenerative. 

Sostegno allo sport

Lo sport nella nostra Città ha sempre rappresentato un modello di accessibilità ed integrazione, dal centro alle periferie. È importante continuare a tutelare e promuovere l’iniziativa sportiva attraverso percorsi che mirino a sensibilizzare e favorire lo sviluppo attraverso il sostegno delle società e associazioni sportive che sono la parte integrante del nostro tessuto territoriale. 

Turismo

Lavoreremo sull’attrattività ed accessibilità del nostro meraviglioso territorio per tornare presto alle presenze pre-pandemia che tutti ricordiamo, ridistribuendo i benefici sia a livello sociale che territoriale, e governando le esternalità  negative. 

Cultura 

La cultura, letteralmente martoriata dalla crisi pandemica, deve essere rilanciata con forza, favorendo l’ingegno e la creatività, e contribuendo a rendere Bologna un bel posto dove vivere e dove recarsi. La cultura di una città non è solo il patrimonio materiale ma anche e forse più incisivo quello immateriale, invisibile: l’atmosfera che si respira in termini di accoglienza, di ascolto, di meritocrazia, di trasparenza, di dialogo, di confronto, di senso civico, di qualità d’informazione, di libertà di espressione e di essere, di valorizzazione delle diversità, di inclusione, di offerta culturale plurale sia insenso tradizionale sia in senso innovativo, di fornire risposte adeguate alle domande  che  sorgono  nel  nostro  tempo. 

Una politica culturale così orientata genera benessere, stimola la creatività, la partecipazione, la condivisione, il dibattito e generazioni di cittadini attivi, tolleranti, propositivi, sensibili alle dinamiche sociali, attente ai cambiamenti del  nostro  tempo  e  capaci  di  rispondere  creativamente. 

L’agricoltura per uscire dalla crisi

La ripresa economica post-pandemia dovrà vedere un ruolo attivo anche del settore agricolo, troppo spesso dimenticato. Innanzitutto promozione dei prodotti locali e delle eccellenze, anche con mercatini bio e a kilometro zero. Pensiamo ad un’agricoltura che migliori l’attrattività di Bologna, contribuendo alla tutela ambientale e promuovendo forme di turismo sostenibile. Si dovranno istituire ampi parchi agricoli  per  porre  fine  al  consumo  di  suolo  agricolo nella  città  metropolitana. 

Città della partecipazione democratica

Una sfida importante  è  quella  del governo  delle  trasformazioni  del  territorio,  in  un’ottica di  rafforzamento  dei diritti  di  democrazia,  d’inclusione  e  di  partecipazione, per  rendere  la cittadinanza  attiva  alla  vita  pubblica  della  propria comunità.    Il  nostro  obiettivo sarà  quello  di  favorire  il  dialogo  democratico  tra cittadine  e  cittadini  e amministrazione  comunale,  promuovere  la  consapevolezza e  la  trasparenza, puntando  sull’esercizio  della  sovranità  popolare  e rafforzando  la  democrazia partecipativa.

 

Amministrative 2021. La storia e la mappa elettorale delle grandi città al voto: l’analisi dell’Istituto Cattaneo su Torino.

Nel capoluogo piemontese il centrosinistra ha sempre espresso il sindaco dal 1993, ad eccezione del 2016, quando il M5S, con la candidatura di Chiara Appendino, creò un cuneo tra destra e sinistra attraendo una ampia e variegata domanda di cambiamento. Questa seconda analisi segue la serie degli approfondimenti offerti dal Cattaneo in vista delle elezioni amministrative del 2021. Si tratta di analisi che ripercorrono la storia elettorale delle grandi città chiamate al voto in ottobre e l’evoluzione della loro “geografia politica” interna grazie ad un nuovo articolato set di dati recentemente creato dai ricercatori dell’Istituto.

(Istituto Cattaneo)

Le prossime elezioni amministrative rappresenteranno un appuntamento elettorale di grande importanza. Andranno al voto 1.339 comuni tra cui 21 capoluoghi di provincia. Ma soprattutto, saranno coinvolte cinque tra le più grandi città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna) nelle quali risiede oltre il 10% della popolazione nazionale e su cui sarà focalizzata la gran parte dell’attenzione del dibattito pubblico. Sarà la prima occasione di confronto elettorale tra i partiti dopo la formazione del governo Draghi, una prova per la proto-alleanza Pd-M5S e per il centrodestra tornato unito.

In vista di queste elezioni l’Istituto Cattaneo ha messo a punto un nuovo dataset che, per ognuna delle città in questione, consente sia di interpretare gli orientamenti di voto in una prospettiva longitudinale (di lungo termine) sia di analizzare il modo in cui gli orientamenti di voto sono distribuiti all’interno del territorio comunale, nelle varie zone delle città, caratterizzate da diversi gradi di benessere dei residenti.

A questo fine, i dati di tutte le elezioni comunali, regionali, per la Camera dei deputati e per il Parlamento europeo sono stati attentamente ricodificati in modo da potere ricostruire l’andamento nel tempo – dal 1993 ad oggi – dei consensi attribuiti ai principali partiti (o a gruppi di partiti minori), al mutare delle denominazioni o al netto dei processi di scissione/fusione.

I dati sono stati anche “geolocalizzati”, come verrà detto in uno dei successivi paragrafi. Sono stati cioè riaggregati – partendo dai risultati registrati in ogni sezione elettorale – al livello della unità urbanistica più piccola disponibile in modo da consentire una analisi territoriale “intracomunale” del voto per ciascuna di queste elezioni. È così possibile esaminare non solo l’evoluzione nel corso del tempo del voto ma anche verificare come il voto si sia distribuito e si distribuirà nelle diverse zone della città, variamente connotate in base ad indicatori di benessere economico, livelli medi di istruzione e di carattere demografico.

Questa seconda analisi riguarda la città di Torino. Su Milano è stata pubblicata il 23 giugno. Nelle prossime settimane seguiranno analisi simili su Roma, Napoli, Bologna.

Per leggere il Rapporto nella versione integrale

https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2018/03/2021-07-12-Torino_pre-voto.pdf

Approvato l’emendamento sul controllo parlamentare per l’attuazione del PNRR: doveri del Governo, collaborazione Parlamento-Governo, collaborazione tra le Camere.

L’intesa raggiunta in Commissione Affari Costituzionali della Camera. Ceccanti, all’interno della Commissione, assolve alla funzione di  capogruppo del Pd.

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Grazie ad una proficua collaborazione col Governo abbiamo approvato un’importante riformulazione dell’emendamento 1.1 al disegno di legge di conversione del decreto semplificazione relativo al controllo parlamentare sull’attuazione del Pnrr.

Tre i punti chiave.

In primo luogo, alcuni chiari doveri del Governo. Infatti, il Governo fornirà alle Commissioni parlamentari competenti tutte le informazioni e i documenti utili ad esercitare un controllo sull’attuazione del PNRR e del Fondo complementare, anche la fine di prevenire, rilevare e correggere eventuali criticità nell’attuazione. Il Governo trasmetterà altresì alle Commissioni parlamentari competenti tutti i documenti, che riguardano le materie di competenza delle medesime, inviati agli organi dell’Unione europea.

Così le Commissioni potranno formulare osservazioni ed esprimono valutazioni utili ai fini della migliore attuazione del PNRR nei tempi previsti.

In secondo luogo, una forte collaborazione tra Governo e Parlamento.

Le Camere potranno poi stipulare con il Ministero dell’economia e delle finanze una specifica convenzione con la quale disciplinare le modalità di fruizione dei dati di monitoraggio, anche in formato aperto rilevati dal Sistema unitario «ReGiS».

In terzo luogo, un’importante collaborazione tra le Camere.

In ultimo, i Presidenti delle Camere, al fine di favorire lo svolgimento congiunto dell’attività istruttoria e di potenziare la capacità di approfondimento dei profili tecnici della contabilità e della finanza pubblica, adotteranno intese volte a promuovere le attività delle due Camere, anche in forma congiunta, nonché l’integrazione delle attività svolte dalle rispettive strutture di supporto tecnico.

 

Nel‌ ‌XX‌ ‌Rapporto‌ ‌INPS‌ ‌i‌ ‌dati‌ ‌della‌ ‌eccezionale‌ ‌risposta‌ ‌ del‌ ‌welfare‌ ‌alla‌ ‌crisi‌ ‌pandemica‌

I segnali di ripresa, ha detto il Presidente Pasquale Tridico nella sua relazione di ieri a Palazzo Montecitorio, sono incoraggianti e robusti. Occorre trasformarli in elementi strutturali di crescita e di vero rilancio, specialmente con politiche inclusive. Di seguito uno stralcio della relazione.

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Il XX Rapporto Annuale dell’Inps copre nella sua interezza il 2020, un anno eccezionale sotto molti aspetti, che ci consegna importanti lezioni per il futuro. La memoria di questi mesi di grande difficoltà è da un lato dolorosa ma dall’altro motivo di orgoglio perché permette di ricordare il contributo delle Istituzioni e dei singoli che hanno servito con grande responsabilità la nostra Repubblica e i suoi cittadini. Lo stesso operato dell’Inps, il suo impegno per erogare correttamente sostegni a milioni di nuovi utenti nell’emergenza pandemica, insieme ai cambiamenti messi in atto per attivare prestazioni molto diverse, in modo massivo e innovativo, ha generato un profilo in parte nuovo per questo Istituto al servizio del Paese.

Lo shock pandemico, pur avendo colpito simultaneamente tutti i sistemi economici nazionali e tutti i settori, dal punto di vista degli impatti sull’economia reale ha avuto esiti molto differenziati, dato che vari attori hanno beneficiato di diversi gradi di protezione rispetto allo shock stesso. I paesi europei hanno cercato di fornire sostegno alla platea più ampia possibile dei cittadini colpiti dalla perdita di reddito e/o di occupazione. Senza esitazioni hanno deciso e permesso di ampliare in modo straordinario le risorse a debito, in nome di uno scopo comune. È stato anche un anno di innovazioni in materia di welfare a livello continentale.

Ciò nonostante, in un sistema di welfare di tipo categoriale qual è quello che ha caratterizzato il nostro paese nel secolo scorso e che per alcuni versi ancora permane nella casistica applicativa, l’impatto della pandemia ha effetti differenziati sui lavoratori, proprio in relazione alle diverse coperture assicurative. Gli strumenti di sostegno al reddito, il Reddito di cittadinanza (fortunatamente introdotto prima della fase pandemica, e rafforzato nella sua copertura dall’introduzione temporanea del Reddito di Emergenza), l’indennità di disoccupazione (NASpI) e la Cassa Integrazione in deroga (introdotta in contemporanea con il decreto di chiusura dei settori produttivi non essenziali) hanno rappresentato una tutela contro il peggioramento delle condizioni di povertà e deprivazione nel periodo della crisi.

Il ruolo dell’INPS durante la fase emergenziale è stato fondamentale per l’attuazione dei provvedimenti emanati dal Legislatore per attenuare gli effetti economici e sociali della pandemia. Gli inter- venti messi in atto dall’Istituto per emergenza Covid hanno raggiunto oltre 15 milioni di beneficiari pari a circa 20 milioni di individui, per una spesa complessiva pari a 44,5 miliardi di euro.

In particolare, ad oggi tramite l’Istituto hanno ricevuto misure per emergenza Covid: 

  • 4 milioni e 300mila lavoratori autonomi, professionisti,                stagionali, agricoli, lavoratori del turismo e dello spettacolo;
  • 6 milioni e 700mila lavoratori dipendenti beneficiari delle integrazioni salariali, che hanno ricevuto in totale oltre 32,7 milioni di pagamenti di indennità, per una spesa complessiva di 23,8 miliardi di euro;
  • 210mila disoccupati che hanno fruito del prolungamento del trattamento di disoccupazione (NASpI);
  • 515mila nuclei familiari ai quali è stata assicurata l’estensione dei congedi dal lavoro per favorire la conciliazione dell’attività lavorativa con le esigenze familiari e di cura;
  • 850mila nuclei familiari che hanno fruito del bonus baby-sitting;
  • 722mila famiglie con gravi difficoltà economiche alle quali è stato erogato il Reddito emergenziale (REm);
  •  216mila bonus per lavoratori domestici;
  • 1 milione e 800mila nuclei familiari (circa 3,7 milioni di individui) che hanno beneficiato del Reddito di cittadinanza o della Pensione di cittadinanza, che, nel corso della pandemia, ha costituito un potente strumento di sostegno del reddito nei confronti delle fasce più bisognose della popo- lazione e, al contempo, ha contribuito a ridurre il rischio di tensioni sociali.

Per far fronte alle esigenze della popolazione italiana in un contesto di emergenza economica e sociale di portata straordinaria, l’Istituto ha adottato interventi organizzativi e di sviluppo dei processi digitali che hanno determinato nel 2020 un incremento della produttività o produzione lorda totale (l’output reso omogeneo sulla base di tempi standard di lavorazione) pari a +12,5% sul 2019, con picchi di +108,0% per la produzione riferita agli ammortizzatori sociali.

Sul piano contabile, la maggior parte della spesa per prestazioni Covid-19 dell’Inps è stata finan- ziata con stanziamenti a carico della fiscalità generale, una parte importante è rimasta tuttavia a carico del bilancio dell’Istituto. In particolare, la Gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti, il Fondo di integrazione salariale e gli altri Fondi di solidarietà di settore hanno finanziato interventi di integrazione salariale per una spesa complessiva pari, nel 2020, a 7,3 miliardi di euro. Inoltre, soprattutto per effetto del crollo dei contratti stagionali e a tempo determinato registrato nel 2020, le entrate contributive dell’Istituto si sono ridotte, rispetto al 2019, di 11 miliardi di euro.

L’aumento della spesa per integrazioni salariali e la contrazione delle entrate contributive hanno determinato un peggioramento del risultato finanziario di competenza dell’Istituto, che è passato da +6,6 miliardi di euro del 2019 (il miglior risultato degli ultimi 11 anni) a –7,1 miliardi di euro del 2020.

Nei primi cinque mesi dell’anno in corso registriamo tuttavia importanti segnali di ripresa del tessuto produttivo. Infatti, al 31 maggio 2021, le entrate contributive riferite a tutto il settore privato (aziende, lavoratori autonomi, liberi professionisti e lavoratori domestici) sono aumentate di 4,5 miliardi di euro, con un incremento sul 2020 di oltre nove punti percentuali. Siamo confidenti che, nel corso dell’anno, la sostenuta ripresa economica in atto riporti le entrate contributive dell’Inps ai livelli del 2019, consentendoci di superare in un solo anno gli effetti finanziari negativi della pandemia.

Il rapporto documenta e analizza la difficile fase del 2020, in cui l’improvvisa caduta di produzione e di occupazione ha attivato diverse risposte da parte del legislatore. Queste hanno attutito l’impatto della crisi, ma con efficacia differenziata. Elemento, quest’ultimo, che pone ulteriori riflessioni sulle lezioni apprese. L’allargamento degli ambiti di intervento dell’Istituto in tale straordinario periodo non impedisce però di continuare a mantenere alta l’attenzione sulla principale area delle proprie attività, quella delle prestazioni pensionistiche, soprattutto in questa fase di progressiva transizione dal regime retributivo a quello contributivo. Anche in questo caso, uno dei temi trasversali che ci fa da guida è quello dell’equità: tra generazioni e all’intero di ciascuna generazione.

In questa mia relazione annuale ritengo opportuno concentrare le mie considerazioni intorno a cinque principali aspetti:

  1. a) caduta occupazionale, nuove professioni e riforma degli ammortizzatori sociali;
  2. b) povertà e reddito minimo;
  3. c) denatalità e assegno unico;
  4. d) spesa pensionistica e bisogno di flessibilità in uscita;
  5. e) innovazione e rilancio dell’Inps.

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https://www.inps.it/docallegatiNP/Mig/AllegatiNews/Relazione_Annuale_2021.pdf

 

Le cose nuove del XXI secolo. In Rete il Dizionario che spiega il XXI secolo secondo l’insegnamento della Chiesa.

Le “cose nuove” della Dottrina sociale della Chiesa. Il progetto è promosso dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica. Un dialogo aperto fra le diverse discipline per affrontare le sfide del futuro anche alla luce dei cambiamenti provocati dalla pandemia.

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Dalla questione ambientale all’esperienza della pandemia. E ancora: dalle dinamiche demografiche alle crescenti diseguaglianze dentro e fra i Paesi del mondo. Fino ad arrivare all’emergere di nuovi conflitti all’uso dei big data passando per l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla vita quotidiana delle singole persone e delle comunità. Sono queste “le cose nuove del XXI secolo” che verranno via via affrontate dal Dizionario della dottrina sociale della Chiesa che – a distanza di quasi venti anni dalla sua pubblicazione nel 2004 con la casa editrice Vita e Pensiero – cambia veste, amplia l’orizzonte dei suoi interessi tematici e debutta on line con un sito innovativo.

Il nuovo Dizionario, on-going e ad accesso libero, ogni tre mesi si arricchirà di nuovi contributi che confluiranno nei fascicoli della rivista on line trimestrale curata dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. L’obiettivo del progetto è raggiungere tutte le persone interessate a comprendere e a riflettere sulle sfide del presente alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, valorizzando la ricerca interdisciplinare che si svolge all’interno della Cattolica. Infatti, gli autori del Dizionario sono studiosi dell’Università Cattolica, attivi nella cinque sedi e in diversi ambiti disciplinari, impegnati nella ricerca e nell’insegnamento della questione di cui trattano nel loro intervento.

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https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-07/dizionario.html

 

Quando Albert Camus faceva il portiere

La metafora del calcio per comprendere le lezioni della vita. Anche nel rettangolo di gioco si può servire un’umanità malata. L’articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano lo scorso 10 luglio, prima della finale vittoriosa della nazionale italiana a Wembley.

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Lucio Coco

C’è un filmato dell’ottobre 1957 in cui Albert Camus, che aveva da poco appreso la notizia di aver ricevuto il premio Nobel, risponde alle domande di un giornalista mentre assiste al Parc de Princes a una partita tra il Racing Club di Parigi e il Monaco. A un certo punto la squadra di casa subisce un gol e il suo intervistatore gli fa notare che forse la responsabilità era anche del portiere.

Allora lo scrittore risponde che non era il caso di prendersela con lui perché «quando si è tra i pali ci si accorge di quanto sia difficile quel ruolo». E lui ne parla con cognizione di causa perché, aggiunge, era stato «portiere nel Racing Universitaire Algérois (Rua)». In questo modo, prima che l’intervista toccasse il tema del Nobel, Camus ricorda la sua esperienza calcistica quando, appena diciassettenne, aveva fatto il portiere nel Rua, la squadra dei francesi d’Algeria, che ancora gli faceva battere il cuore quando, a distanza di anni, ne sentiva pronunciare il nome. E se, trasferitosi in Francia, tifava per il Racing Club di Parigi, era perché i colori della maglia a cerchi blu e bianchi erano gli stessi della casacca della squadra d’Algeri, con in più un’altra particolarità che rendeva la compagine francese affine a quella algerina, il fatto cioè che «giocasse “scientificamente”, come si suol dire, e scientificamente perdesse le partite che doveva vincere» (dichiarazione ripresa da «France Football» del 17 dicembre 1957).

La carriera di portiere di Camus si interruppe però bruscamente al manifestarsi dei primi segni della tubercolosi, il male che lo avrebbe accompagnato e segnato per tutta la vita. Ma anche se materialmente non avrebbe più calcato i campi di pallone, questo gioco si sarebbe affacciato a più riprese nelle sue opere.

Per esempio ne Il primo uomo, un romanzo al quale aveva cominciato a lavorare nel 1959, un anno prima della morte, e apparso postumo per Gallimard nel 1993, nel descrivere gli anni della formazione di Jacques, un suo alter ego, nella città di Algeri, l’autore torna sulla passione del ragazzo per il calcio ai tempi del liceo, quando, giocando nel cortile di cemento della scuola, ha chiara la percezione che quello sport «sarebbe stato per tanti anni la sua passione».

In queste partite dove «non c’erano arbitri» si imparava a confrontarsi «da pari a pari con i migliori allievi della classe» e a «farsi rispettare e amare anche dai peggiori, che spesso avevano avuto in dono dal cielo, se non sale in zucca, gambe vigorose e un fiato inesauribile». Al giovane Jacques, come è detto all’inizio del romanzo, «nessuno aveva mai insegnato la differenza tra bene e il male» e nella sua formazione il calcio rappresenta un’esperienza morale che lo scrittore, in un testo che risale sempre al 1959, accosta a quella del teatro in un passaggio che ha il valore e la forza di un aforisma: «Veramente, quel po’ che so di morale, l’ho appreso sui campi di calcio e sulle scene di teatro, che resteranno le mie vere università» (Pourquoi je fais du théâtre, Gallimard, Paris, 1985, pagg. 1727ss).

Di questa passione per il tandem calcio-teatro è testimone anche un altro suo personaggio, Jean-Baptiste Clamence, protagonista de La caduta (1956), il quale sembra riflettere puntualmente le opinioni dello scrittore quando afferma che «ancora oggi le partite della domenica in uno stadio affollato e il palco di un teatro, che ho amato con una passione senza pari, sono gli unici posti al mondo in cui mi sento innocente».

Tuttavia è nel romanzo La peste (1947) che il tema calcistico viene affrontato e sviluppato in modo tale che il punto di vista morale possa affiorare con maggiore evidenza. Orano è tormentata dal contagio e i campi di calcio sono stati trasformati in lazzaretti. Su questo paesaggio desolato si aggirano due figure, la prima è quella del giornalista Rambert che vorrebbe lasciare la città per ricongiungersi alla donna che ama, l’altra è quella di Gonzales che gli avrebbe dovuto trovare gli agganci giusti perché il progetto potesse riuscire.

Quando si incontrano i due per la prima volta si scopre che questi era un calciatore allora si mettono a parlare di calcio, dell’importanza del centro-mediano per il gioco della squadra, perché «è quello che distribuisce il gioco. E distribuire il gioco, questo è il calcio».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-154/quando-albert-camus-br-faceva-il-portiere.html

Argan e l’idea di Roma come “città morta”.

Una vecchia intervista può forse tornare d’attualità. In effetti, sarebbe interessante che i candidati alla guida del Campidoglio mettessero testa alla suggestione dell’ex Sindaco Argan, magari per rilevarne il carattere, non facilmente occultabile, di utopia regressiva. E per spiegare quale grande idea direttiva merita oggi di essere posta al centro del dibattito su Roma.

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In una intervista a tutto campo, rilasciata il 6-7 maggio 1991 a Marc Perelman e Alain Joubert per la rete televisiva francese Fr3 e pubblicata successivamente in edizione italiana (Giulio Carlo Argan, Intervista sul Novecento, Graffiti editori, 2005), il grande storico dell’arte rispondeva a una specifica domanda sulla sua esperienza di sindaco di Roma (1976-1979). In quella circostanza, come si legge nello stralcio qui appresso riportato (p. 39 del libro), Argan lamentava il fatto che Roma dopo la conquista piemontese avesse conosciuto uno sviluppo decisamente improntato alla concezione di città moderna. Al contrario, la sua convinzione era che l’Urbe poteva e doveva conservarsi, evitando l’onda lunga e ripetuta dell’espansione urbanistica a macchia d’olio, solo se fosse prevalsa una opposta visione: quella, appunto, di una nobile e immobile “città morta”.

[…]

Non è stata per lei una sorta di vertigine, in quanto storico dell’arte proprio di quel periodo e divenuto al!’improvviso sindaco di Roma, vedere che i problemi che si erano posti alla nascita della Roma moderna, cioè della Roma del XVI e XVII secolo, si ritrovavano esattamente identici alla fine del XX secolo, vale a dire gestire insieme la Roma antica, che è lì e molto ingombrante, e la Roma moderna con i suoi abitanti? 

Vedete, questo è in realtà il grosso problema; e lo è stato già nel secolo scorso, quando arrivarono i piemontesi. Roma era una città di 200.000 abitanti, e ora sono più di 4 milioni. Allora fu necessario cambiare, costruire nuovi quartieri e anche gli uffici dello Stato italiano: fu necessario realizzare una Roma moderna.

Talvolta mi chiedo se non sarebbe stato forse meglio conservarla, non come una piccola città, ma come una città non troppo grande, con un livello culturale molto elevato, una città soprattutto diplomatica e politica, invece di farne una città moderna. La città moderna è degenerata in una città totalmente caotica. Ma non sarebbe stato meglio farne una città morta? 

Mi direte che avrebbero potuto farne una città ben organizzata, ben gestita, e così via, ma sapete molto bene che queste sono utopie. Roma è stata aperta a tutti: è meglio? È un male? Non lo so, non lo so. Talvolta mi hanno chiesto: “Lei crede all’eternità di Roma?”. Ho risposto: “Certo, poiché la sua decadenza non avrà mai fine”. 

 

Abrignani: “Ad agosto avremo 30mila contagi al giorno”

A causa della variante Delta, i casi di contagio continueranno a crescere, e a fine agosto potrebbero superare quota 30mila al giorno, tanti quanti se ne registrano oggi in Gran Bretagna.

Lo sostiene Sergio Abrignani, immunologo dell’Univeristà di Milano e membro del Comitato Tecnico Scientifico, secondo il quale l’Italia dovrebbe “osservare come vanno le cose a Londra e decidere che interventi fare qui da noi”.

Finisce un lungo dialogo. Ricordo di Giaime Rodano a pochi giorni dalla sua scomparsa.

Una persona mite e generosa. Era figlio di Franco Rodano, l’uomo di pensiero che più ha influenzato il corso della politica del Pci nella nobile e tormentata fase del compromesso storico. Pio Cerocchi ne tratteggia un ritratto umano delicato e profondo, segno di un’amicizia che travalicava i confini delle appartenenza di campo.

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Sono entrato in Facebook da sette anni e più o meno da quella data tantissime volte mi sono interfacciato con Giaime Rodano che da pochi giorni ci ha lasciato. 

Era stato compagno di banco al liceo di mio cugino Pio (il nome del nostro nonno comune) ed io così lo avevo indirettamente conosciuto oltre ad averlo incontrato alcune altre volte. Ma la conoscenza era più antica: la madre di mio cugino Pio, infatti, era stata la professoressa di Latino e Greco al liceo Visconti, di Marisa Cinciari e di Franco Rodano, i genitori di Giaime che conservavano per lei stima e affetto. 

Tanti i fili di una conoscenza lunga e sempre un po’ sottintesa, anche perché – e per onestà devo confessarlo, – pur ammirato dagli ampi e affascinanti ragionamenti di Franco Rodano, a differenza di altri cari amici che lo frequentavano, da giovane democristiano di base ho cercato di resistere alle suggestioni delle tesi (spesso convincenti) di quel grande pensatore politico e ispiratore di molti dirigenti del Pci. 

Cercavo (e la cerco ancora) una coerenza e pur ammirando il pensiero di Rodano, a quello apertamente mi opponevo (come ben sanno alcuni amici che sono anche su Fb). Ma  molte idee di fondo erano di fatto (e inconfessabilmente) coincidenti e credo che altrettanto avvenisse per i figli a partire dal più grande, appunto Giaime. 

Insomma c’era una vicinanza sostanziale e un reciproco rispetto per la posizioni politiche che in alcune occasioni esprimevamo. Ma su tanti altri miei post, soprattutto di letteratura e di miei disegni o poesie, lui corrispondeva con una grande consonanza ideale e culturale. Per non dire poi dei suoi post sulla storia e sulla letteratura ai quali ero io a corrispondere con entusiasmo. 

E’ stato un lungo e bellissimo dialogo, ma come altre esperienze destinato ad una fine dolorosa. La scomparsa di Giaime lascia in me un grande vuoto e lo voglio significare con questo post di commiato che scrivo per un debito senza aver saldato il quale non potrei più scrivere altro su queste pagine. Per anni abbiamo scambiato i nostri pensieri, le sensazioni, le emozioni e i sentimenti di quella umanità che lui aveva in grado sommo. Mi mancherà, ma so che mancherà a una moltitudine di altre persone e tante di quelle anche mie amiche. 

Finisce un lungo dialogo ed io sento che molte mie parole resteranno senza la sua attesa e gentile risposta.

[dal profilo Fb dell’autore]

L’esperienza consolida la conoscenza. La cultura non è un brusco aut aut, ma un “legame” da comprendere e rinnovare.

Educare non significa guadagnare tempo, ma perderne. La prima regola è il rispetto che si deve alla persona destinataria dell’insegnamento. Le brusche accelerazioni non servono, anzi sono dannose: indulgere al nuovismo, anche negli studi, rovina il percorso formativo.

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Esperienza non è solo il nome che siamo soliti attribuire ai nostri errori, come maliziosamente ebbe a dire Oscar Wilde.

E’ piuttosto un valore aggiunto che integra e concretizza le conoscenze che possediamo, una personalizzazione del sapere che contribuisce a definire in ciascuno di noi diverse e originali identità.

Interessa riprendere in considerazione questo assunto, ogni volta che si sente parlare di scuola e di cultura: in genere la tendenza prevalente è quella opposta, si è portati a teorizzare e generalizzare laddove servirebbero maggior senso pratico, buoni esempi e capacità di stimolare il desiderio di apprendere.

Una buona formazione non consiste tanto nel riempire un secchio ma nell’accendere un fuoco (Plutarco- Rabelais) : è la motivazione la forza straordinaria che spinge ad imparare.

Sentendo parlare da anni di riforme e poi ancora di riforme, di ‘emergenza educativa’ e di derive critiche da ultima spiaggia viene da domandarsi se questi sussurri e queste grida non siano piuttosto il risultato di analisi astratte, di teorizzazioni problematizzanti, di forzature concettuali: polarizzando nella scuola i mali e le colpe dei conflitti generazionali ma soprattutto caricandola di responsabilità totalizzanti e senza appello si finisce col discettare di giustizia e di applicazione della pena con un imputato – suo malgrado- contumace e senza difesa.

E per chi – avendo sostato a lungo nelle aule e nei palazzi della formazione e dell’istruzione – ha lentamente contemperato e metabolizzato la grammatica nella buona pratica, vien quasi da sorridere ascoltando i discepoli del nuovo e del nuovismo, sproloquiarsi sulle cure, le terapie e la convalescenza di un malato che non hanno mai visitato.

Si capisce al volo se chi stiamo ascoltando (perché in genere si tratta di persone che hanno affinato l’arte della parola) disquisisce di ragionamenti elaborati a tavolino (e magari accompagnati dai rituali diagrammi di flusso che tutto sanno spiegare ma nulla risolvono) o se invece la sua narrazione ci appare convincente perché sa esporre una trama coerente nella sintesi tra conoscenze acquisite ed esperienze maturate.

Non diversamente accade nel percorso formativo degli alunni: per questo la scuola deve saper conciliare l’utilità di avvalersi di metodologie aggiornate rispettando tuttavia i tempi e i modi di apprendimento di ciascuno.

Le brusche accelerazioni e il mero travaso di nozioni non giovano alla causa educativa: di fronte a noi non abbiamo contenitori vuoti e uguali ma personalità poliedriche e diversamente ricettive.

Credo convintamente che la scuola debba accettare un principio di continuità tra apprendimenti e loro consolidamento interiore, concedendo tempi più distesi alla formazione che non consiste solo in un passaggio per osmosi ma necessita di esperienza, riflessione e metabolizzazione.

La cultura non è tanto un “aut-aut” quanto piuttosto un “et-et”. 

La diatriba su “conoscenze versus competenze” è pleonastica e – all’atto pratico – del tutto priva di significato e riscontri oggettivi: il gesto educativo non è un atto notarile che sancisce un percorso pedissequo e prestabilito poiché la dignità dell’insegnamento consiste piuttosto nella sua libertà.

E l’atto speculare – quello di imparare –  non si traduce in acritica assimilazione: non assomiglia al tragitto di una freccia ma al volo di una farfalla, ci sono slanci, pause, cambi di direzione.

Per questo è necessario considerare non solo l’oggetto della formazione (le materie, i metodi, le tipologie di verifica e valutazione) ma soprattutto il soggetto, che sfugge ad ogni aprioristica classificazione e va ponderato nel più lungo cammino della sua crescita piuttosto che nell’immediatezza di un singolo episodio.

Educare non significa guadagnare tempo ma perderne, di buon grado.

Ricordando le parole di Goethe: “il primo passo è libero, è al secondo che siamo tutti obbligati”.

“Opporsi a ogni inizio di sistema di male, finché ci sia tempo”. Sassoli, alla commemorazione dell’eccidio nazista di Cibeno, cita Giuseppe Dossetti.

Si è svolta ieri a Campo di Fossoli (Carpi) la cerimonia in onore dei martiri della Resistenza trucidati dai nazisti. È stata importante la presenza di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea. Di seguito riportiamo il testo pressoché integrale del discorso di David Sassoli.

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[…] Non vi è dubbio che in luoghi come questi riecheggi la voce muta degli uccisi, degli innocenti, il grido ‘viva la libertà, viva l’Italia” spezzato dalle fucilate a Cibeno dove vennero assassinati importanti dirigenti della Resistenza. 

Qui a Fossoli possiamo immaginare gli sguardi dei deportati, la loro incredulità accompagnata dagli stenti, il loro vagare… 

Mi hanno sempre colpito gli occhi delle vittime, la fissità degli occhi che guardano, ma non vedono. Sì, gli occhi dell’umanità privata di umanità. E, guardate, gli occhi delle vittime sono sempre gli stessi. Sono quelli delle foto nei lager, dei condannati a morte, quelli che ritroviamo sempre, in ogni guerra, in ogni persona violentata, annientata, in tutti coloro che cercano di salvarsi, nelle donne umiliate, nelle colonne di famiglie che scappano, nei bambini smarriti, in coloro che annegano, che si aggrappano alla vita e la perdono. 

Gli occhi di Mauthausen, come gli occhi di Srebrenica, dei profughi siriani, delle mamme riprese sui gommoni prima di annegare nella corsa verso una felicità che non arriverà mai per la nostra indifferenza. 

Gli occhi che vediamo nelle fotografie delle vittime e dei prigionieri ogni qualvolta viene a mancare la libertà e il diritto, e tutte le volte che libertà e diritto non si sposano con la giustizia.

Il mio pellegrinaggio oggi qui ha un solo motivo. 

Ricordare che non basta credere di essere al riparo, e ribadire che l’orrore che ci travolse nasceva dentro grandi culture democratiche, liberali, progressiste anche, in un tempo di grandi invenzioni tecnologiche, di scoperte, di artisti, letterati e filosofi cosmopoliti e pieni di ingegno, ma tutti, tutti, incapaci di fiutare per tempo il pericolo del fascismo e del nazismo. Per complicità e per inettitudine.  

Culture sicure che non fosse possibile un capovolgimento dei valori fondamentali di umanità e civiltà. 

E non solo. Tutto questo è stato alimentato da classi dirigenti convinte di poter posporre la giustizia, la pace, l’uguaglianza, predicando che a tutto questo si dovesse pensare dopo, perché non era ancora il momento giusto, e arrivando alla conclusione – attenzione su questo – che con più democrazia, uguaglianza e giustizia si sarebbe fatto il gioco dei violenti e degli estremisti… 

Cara Ursula, dicono lo stesso anche a noi oggi… quando diciamo di salvare i migranti ci dicono che stiamo facendo il gioco degli scafisti, oppure che la magistratura indipendente o il giornalismo sono espressioni di disordine, oppure che è meglio non agitare il buon senso quando difendiamo la dignità di persone che vogliono amarsi, quando in Europa, a differenza della maggior parte del pianeta, hanno il diritto di farlo perché da noi i diritti delle persone e l’umanità sono la misura di tutte le cose. 

A Cibeno, a Fossoli è accaduto. Può accadere ancora. 

Per questo dobbiamo sentire l’impegno, come ha scritto Giuseppe Dossetti – leader politico, costituente, monaco, nato in questa terra – “per una lucida coscienza storica”, per rendere sempre testimonianza veritiera agli eventi che sono accaduti e impedire negazioni, amnesie, volgari opportunismi. 

Ma Dossetti aggiunge anche che la coscienza storica da sola non basta. La nostra coscienza deve essere “vigile”, capace cioè di “opporsi a ogni inizio di sistema di male, finché ci sia tempo”. 

Ecco perché non possiamo permetterci di sottovalutare le manifestazioni di odio, violenza, discriminazioni che si manifestano nello spazio europeo.

Ma c’è un segno dei tempi, che ci fa dire con fiducia che alcune lezioni le abbiamo apprese. 

Bene che il dibattito sulla ripresa, sulla ricostruzione delle nostre economie, corra di pari passo con quello che riguarda la difesa dello Stato di diritto, dei nostri valori fondamentali, delle libertà che devono essere garantite ai nostri cittadini. Non era mai successo, neppure durante la grande crisi che colpì la Grecia e l’Europa dieci anni fa. 

Mai il dibattito, la denuncia e il richiamo verso fenomeni degenerativi presenti in alcuni Stati europei era stato così attento e ci vede pronti con nuovi e inediti meccanismi sanzionatori. 

Perché avviene questo? 

Perché vi è il rischio che senza una ferma difesa dei valori fondamentali, l’Europa possa perdere identità e funzione provocando effetti catastrofici. 

Se allentassimo la soglia di attenzione non saremmo più in grado di sostenere che la democrazia è il sistema che meglio accompagna il desiderio di libertà, giustizia e benessere delle persone, non avremmo possibilità di proteggerci  dalle ingerenze dei regimi autoritari, di far valere la nostra identità nelle relazioni internazionali in un momento in cui lo stile di vita europeo è ammirato e desiderato.  

Spesso, nei nostri dibattiti, nelle nostre polemiche non ci accorgiamo di quello che siamo, di quanta voglia di Europa vi sia nel mondo. E di quanta attenzione vi sia nei nostri confronti per gli effetti di un diritto europeo che in 70 anni ha prodotto un legame indissolubile fra libertà individuali e libertà sociali. 

Perdere tutto questo significherebbe precipitare nel nulla. D’altra parte perché i regimi autoritari, tutti, si preoccupano di noi? Eppure, non facciamo la guerra, non abbiamo neppure un esercito anche se sarebbe venuto il monumento di averlo se non altro per risparmiare sui bilanci nazionali, non imponiamo il nostro modello, le nostre relazioni sono improntate al dialogo, parliamo con tutti, cerchiamo di sviluppare diplomazia là dove c’è conflitto… e allora, perché si preoccupano di noi?

Vi è un solo motivo. I valori europei agitano, perché  le libertà consentono uguaglianza, giustizia, trasparenza, opportunità, pace. E se è possibile in Europa, è possibile ovunque. 

Noi vogliamo uscire da questa crisi con società più aperte, accoglienti, con meno diseguaglianze, con impegni concreti nella lotta alla povertà, con una democrazia più funzionante e partecipata, mettendo al centro gli anelli deboli delle nostre catene sociali come le donne e i giovani. 

Per questo non tolleriamo che nello spazio europeo vi siano paesi in cui la magistratura o il giornalismo vengano umiliati nella loro funzione, in cui un vento antisemita costringa famiglie ebree europee a trasferirsi in Nord America o in Canada, in cui gli immigrati e i rifugiati vengano considerati uno scarto, in cui le donne siano sottopagate, in cui leggi nazionali producano discriminazioni, in cui si sostenga che territori europei vengono dichiarati “Lgtbi free zone”. 

In Europa i diritti di ogni persona sono diritti di tutti. 

E quando si parla di territori vietati a qualcuno, mi viene in mente quando nel ‘42 i nazisti dichiararono Belgrado prima città ‘Judenfrei’, libera da ebrei… perché, è consuetudine, cominciare sempre dalle minoranze. 

La memoria è parte della nostra identità. La nostra identità di cittadini. Abbiamo potuto costruire il futuro, riunire il Paese, avviare un tempo di democrazia, di sviluppo, di concordia, abbiamo cominciato a edificare la nuova Europa alzando lo sguardo all’orizzonte perché siamo saliti sulle spalle di donne e di uomini che hanno messo in gioco ogni loro avere, che hanno rischiato anche soltanto per esprimere umana solidarietà verso chi era in difficoltà o in fuga, che non hanno risparmiato sacrifici per porre fine all’Europa dei nazionalismi esasperati e della guerra.

La Repubblica italiana, con la sua Costituzione, ha origine in quella speranza. L’Europa unita ha le sue radici più profonde in questi luoghi. L’idea di bene comune è sempre la premessa delle libertà di ciascuno.

Il campo di Fossoli è un monumento civile. Ma a suo modo, é anche un luogo che le tragedie hanno modificato. 

Un luogo che, dopo aver vissuto la disperazione del campo di concentramento, del campo di prigionia, del campo per rifugiati, nel dopoguerra ha visto aprirsi ad altri colori.  

Sì, il registro è cambiato anche qui quando gli orfani e i ragazzi abbandonati di don Zeno tagliarono i reticolati della segregazione e vi costruirono la loro Nomadelfia,  la città dove la fraternità è legge.  

Nomadelfia, una provocazione: non circola denaro, non esiste disoccupazione, uomini e donne lavorano all’interno della comunità senza ricevere uno stipendio, in quanto non si può pagare il fratello. 

Anche il concetto di famiglia è diverso da quello esistente ovunque. 

Qui uomini e donne sono tenuti a esercitare la paternità e la maternità su tutti i figli: anche su quelli che non appartengono alla loro famiglia. Da qui emerge un’idea di famiglia che non si limita alla dimensione biologica. I bimbi di Nomadelfia descrivono la famiglia così: “Mamma non è colei che ti genera. Questo è un fatto di Dio. Mamma è colei che ti nutre e che ti porta all’amore”.

Papa Francesco il 12 maggio 2018 ci ha ricordato che don Zeno “seppe individuare una peculiare forma di società dove non c’è spazio per l’isolamento o la solitudine, ma dove vige il principio della collaborazione tra diverse famiglie, dove i membri si riconoscono fratelli”. Oltre ai legami di sangue esiste la fraternità, che significa riconoscersi per la stessa dignità di cui godiamo. 

Ha scritto il filosofo tedesco Ernst Bloch – che dialogò con il pensatore protestante Jorgen Moltmann e, a suo modo, influenzò la sua “teologia della speranza” –: “Un novum storico non è mai totalmente nuovo. Lo precede sempre un sogno o una promessa”.

L’Europa della democrazia e della pace è la promessa nata con la Liberazione, con le liberazioni di Fossoli, della Risiera di San Sabba, dei campi disseminati nell’Europa centrale, ma anche con le picconate che demmo al muro di Berlino riconquistando alla libertà  i nostri paesi dell’Est . 

L’Europa è una costruzione sempre in divenire. E non dovrà mai fermarsi.  E’ un cantiere che non smette mai di operare, o se si vuole, è una cattedrale la cui officina richiede l’impegno di successive generazioni. 

Per questo motivo siamo così determinati ad imprimere velocità al processo di adesione dei Balcani Occidentali, e a mantenere le promesse fatte dall’Europa per una riconciliazione della spazio politico con lo spazio geografico. Non vogliamo che la delusione di Albania e Macedonia del Nord prevalga e il loro sguardo si  rivolga altrove. E lo stesso vale per tutti quei paesi che sentono ancora forte il desiderio di far parte della nostra famiglia. 

La pandemia ha colpito e ha fermato l’Europa e il mondo. Questa volta però l’Europa non è stata passiva come avvenne in occasione della grave crisi finanziaria di dieci anni or sono. Questa volta l’Europa è stata capace di compiere un balzo in avanti. Non una risposta ordinaria, ma un cambio di paradigma. Che prelude – così vogliamo pensare – a una Europa più giusta e più forte nella dimensione globale. E fra le lezioni di questi 16 mesi difficili, dolorosi, incerti vi è ora la consapevolezza che l’Europa non siano solo le istituzioni di Bruxelles, ma lo siano anche i governi e i parlamenti nazionali e le nostre regioni. Abbiamo capito che siamo tutti tasselli fondamentali di questa grande impresa. 

Nessuno pensi che si tratti di processi irreversibili. In  democrazia non ci sono mai conquiste scontate. Sta a noi dare attuazione alle nuove strategie, alle nuove politiche, alle nuove responsabilità comuni. La democrazia stessa va continuamente alimentata, adeguata, perché altrimenti rischia di inaridirsi, di non essere amata, di dare spazio a rabbie distruttrici, a istinti di chiusura, magari nell’illusione che una casta, o un’élite, possa salvarsi da sola in un fortino blindato. 

Una democrazia efficiente, che offre risposte rapide ai cittadini, che non si blocca per diritti di veto,  è una assicurazione sul nostro futuro. Abbiamo una responsabilità storica in questa stagione in cui vogliamo, in cui possiamo, uscire dalla fase più acuta della pandemia. La responsabilità di mettere in moto uno sviluppo finalmente sostenibile, di costruire comunità socialmente più coese, di lottare contro la povertà e per l’inclusione  e trasmettere il testimone della vita a una generazione che possa anch’essa essere libera di progettare il proprio futuro.

In fondo, c’è qualcosa che unisce il passaggio di testimone di allora, tra i resistenti,  liberatori e le vittime innocenti, con quello di oggi: aprire ai giovani la porta di un domani migliore. Allora era soltanto l’intuizione di donne e uomini coraggiosi, generosi  e  lungimiranti. Oggi bisogna essere ciechi per negare l’evidenza: questo è possibile solo considerando l’Europa il nostro destino. 

Un grande pensatore europeo contemporaneo, Edgar Morin, che ha appena compiuto 100 anni, ma non smette di aiutarci a riflettere, sostiene che la nostra Europa sia nata dalla rivincita dell’umanesimo sulla barbarie. “C’è voluta la morte dell’Europa dei tempi moderni (nel 1945) perché ci fosse un primo voler nascere europeo”. Ma ora, ci dice Morin, con i mercati globali, i poteri sovranazionali, le straordinarie possibilità della tecnoscienza, l’Europa deve darsi il compito di un nuovo umanesimo europeo. “Unità nella diversità e diversità nell’unità” ne sono le fondamenta. 

Tutto questo ci fa sentire – oggi qui a Fossoli ricordando i martiri di Cibeno e i 5mila e oltre  partiti per i campi di concentramento – figli della Grande Storia. 

Quella che ha provocato milioni di morti in Europa e nel mondo. Quella ha toccato il culmine nell’Olocausto, nella strage dei Rom e dei Sinti, quella che ha aperto la strada della Liberazione e ad una civiltà, certamente imperfetta, ma che è stata capace di promuovere pari dignità, diritti universali, crescita, opportunità, sicurezza sociale ed oggi è ammirata nel mondo. 

Tutto questo ci richiama alla nostra funzione di sentinelle del domani dei nostri ragazzi. Non possiamo bendarci gli occhi, perché l’indifferenza porta alla violenza ed “è già violenza”, come ammonisce la senatrice Liliana Segre, invitandoci a “sentire il dolore degli altri, perché ognuno ė la traccia di ognuno”. 

Solo così onoreremo le donne, gli uomini, sulle cui spalle siamo potuti salire per godere di un destino diverso. 

 

Brexit e l’eredità del sogno europeo. Un aggiornamento sul “Mulino”.

Londra è un laboratorio unico e fragile, dove sperimentare una forma di cittadinanza europea e postnazionale aperta alla diversità e all’alterità, una forma di «europolitanismo» orfano del progetto europeo.

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Nando Sigona 

Thomas e Sonia vivono a Londra da oltre un decennio. Hanno due figli, Zoe e Leo. Zoe ha dodici anni ed è nata a Londra, in un ospedale a pochi passi dalla loro casa. Fin dalla nascita ha due passaporti, quello francese e quello britannico. Leo, invece, ha sei anni ed è nato a Parigi, perché Sonia, nonostante fossero residenti a Londra, volendo essere sicura che in caso di complicazioni durante il parto ci fosse qualcuno ad aiutarla, aveva deciso di tornare temporaneamente in Francia, per essere vicina alla sua famiglia d’origine. A causa del suo luogo di nascita, Leo ha diritto soltanto al passaporto francese, almeno per ora. La loro è una famiglia etnicamente mista: Thomas è di origine camerunense e francese d’adozione. Sonia è nata e cresciuta in Francia. Entrambi concordano che Londra è un posto migliore dove far crescere i loro bambini, perché nonostante la Brexit rimane una città aperta alle differenze etnico-culturali e accogliente. Questa è un’opinione ampiamente condivisa tra i cittadini europei residenti a Londra. E sono tanti.

Nell’Europa post Brexit, Londra si trova a occupare un ruolo paradossale, di capitale di fatto del sogno europeo, con una popolazione di cittadini dell’Ue ben oltre il milione, incluse molte famiglie con bambini nati in città. Si tratta, secondo un’analisi condotta da un team dell’Università di Birmingham nell’ambito del progetto Eu families and Eurochildren in Brexiting Britain, della più ampia conglomerazione di immigrati dell’Ue in Europa. Ma quello che rende questa popolazione unica non è solo il numero. L’analisi mostra come, a differenza di altre città europee, a Londra siano presenti numerose comunità di ogni Stato membro, distribuite in ogni settore del mercato del lavoro, dai direttori di museo agli aristocratici, dai baristi ai docenti universitari (tanti da superare il corpo docente di molte università italiane), dagli attivisti Lgbt+ ai pensionati.

La libertà di movimento dei cittadini europei all’interno dell’Unione è uno dei pilastri del progetto europeo. Al di là del motivo economico, questo principio funge da catalizzatore per la formazione nella popolazione dell’Unione di un’identità paneuropea e postnazionale, una casa comune in continua costruzione. Attraverso la mobilità, incluse iniziative come l’ormai quarantennale programma Erasmus, l’Ue promuove la formazione di reti di relazione e collaborazione, di ricerca e lavoro. Inevitabilmente queste reti di contatto e scambio stimolano anche la formazione di relazioni amicali e sentimentali, la nascita di famiglie transnazionali e di nuove generazioni che incarnano, anche in senso biopolitico, l’idea di una cittadinanza veramente europea e postnazionale. Londra, in particolare quella di Tony Blair e di Cool Britannia, è stata un faro di questo ambizioso progetto, attirando, anche grazie al suo profilo di città globale e aperta al mondo, generazioni di giovani, studenti e lavoratori da ogni angolo del continente. La seconda città, ma a grande distanza, per numero di cittadini non nativi dell’Unione europea è Bruxelles, con circa un quarto della popolazione residente a Londra, Roma solo un decimo.

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https://www.rivistailmulino.it/a/brexit-e-l-eredit-del-sogno-europeo?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+25+giugno-9+luglio+%5B7954%5D

Achille Ardigò, un maestro “messo da parte” che vedeva nella globalizzazione una sfida inedita per i cristiani del post-Concilio.

Di seguito riportiamo, con stralci vari, la parte finale della relazione che tenne Fulvio De Giorgi a un convegno, promosso nel 2018 dalla Chiesa bolognese e l’Istituto De Gasperi, per ricordare la figura del sociologo e politico della sinistra cattolico democratica. Cade quest’anno – lo ricordiamo ai nostri lettori- il centenario della nascita di Ardigò.

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Fulvio De Giorgi

[Il] riferimento al bene comune, così declinato come orientamento fondamentale, non doveva essere inteso come precettistica culturale teorica e astratta. Ardigò notava che la Chiesa doveva assumere la «missione di far superare tali dilacerazioni sociali e culturali – connesse alla globalizzazione senza freni e agli eccessi integristici e xenofobici in esasperata difesa. E però la missione non può ricondursi in prevalenza all’efficacia di una mediazione culturale perché nessuna lezione morale razionalmente proposta può avere efficacia, nelle scristianizzate moltitudini di persone, senza che prima nelle coscienze e nelle volontà più lontane siano insorte domande personali e interpersonali di senso, per merito di carismi religiosi. Non possiamo convertire la gente del post-moderno solo o tanto con precetti e sillogismi. Occorrono carismi e creatività personali e interpersonali».

[…] Intanto questa prospettiva di bene comune, applicata anche all’interno della Chiesa, suggeriva piste di autoriforma interna. Era il secondo ambito: «Il bene comune […] ha da vedere riconosciuti, anche nella vita della Chiesa, nuovi sviluppi nei rapporti tra i sessi, i popoli e le generazioni (inclusivi anche di aspetti cruciali della morale sessuale nei cui confronti la Chiesa cattolica, specie con Giovanni Paolo II, ha rivelato una rigorosa intransigenza). […] Se si vuole il bene comune […], anche la Chiesa cattolica deve riconoscere il contributo com-primario delle donne, non solo nelle opere di carità e di educazione, ma anche nella teologia e nel governo delle istituzioni ecclesiali. La Chiesa deve poter applicare, inoltre, il principio di sussidiarietà pure nel rapporto tra le Chiese locali, specie non europee, e la Santa Sede». Mi sembra un’interessante agenda di riforma della Chiesa: inascoltabile e inascoltata all’epoca in cui fu formulata, ma evidentemente vera, tanto da non poter essere rimossa ancora oggi.

Infine, il terzo ambito, il più difficile, era quello dell’evangelizzazione.

Qui la via indicata da Ardigò era «la promozione/conversione dell’intenzionalità di senso dei credenti», tenendo «conto degli atti di senso delle persone dei credenti»,nel pieno rispetto della loro libertà. La parola-chiave era interiore, spirituale e fenomenologicamente coscienziale: era “senso”.

Spiegava Ardigò: «Intendiamo per senso […] l’intervento di un atto di coscienza immediato o di pensiero riflesso con cui la persona trascende l’abitudine, e la stessa conformità a una data norma per abitudine, alla ricerca di un valore personale intrinseco al singolo atto, anche con emergenza di un nuovo significato. […] una pastorale di prima evangelizzazione deve suscitare una risposta di senso. Solo se e quando la persona, da sola o in rapporti intersoggettivi, scopre il significato intenzionale personale che dà all’atto, anche la conformità alla norma diventa responsabilità perché frutto di libera determinazione[»2.4] E aggiungeva: «L’evangelizzazione può essere tanto più efficace quanto più è autentica profezia, carisma dello Spirito […]. L’evangelizzazione oggi può, ad es., privilegiare la teologia dei novissimi (morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso) difficilmente richiesti per una mediazione culturale col mondo [leggi “Progetto culturale”]. Eppure le domande sui novissimi stanno al fondo della domanda di senso della vita di moltitudini di umani anche oggi».

In conclusione, sul piano dell’evangelizzazione, Ardigò non credeva nella prospettiva del “Progetto culturale”, indicando quello che potremmo chiamare un “Progetto mistico”. L’ultimo Ardigò citava spesso la mistica, in particolare quella carmelitana, da Giovanni della Croce a Teresina di Lisieux a Edith Stein. E proprio la “notte oscura” di s. Giovanni della Croce, con i suoi richiami anti-razionalistici, gli appariva come lo scacco, nella fede, di ogni approccio culturalista.

Scriveva: «Senza dubbio, la via della mistica “notte oscura” è un cammino di minoranze elette e solo per un periodo del loro arduo percorso di purificazione verso Cristo. Ma il significato di tali richiami non può non essere di riconoscere l’insopprimibile gerarchia della vita di fede (che ha da essere scienza della croce dei credenti) che alimenta la ricerca autentica di senso delle persone, dentro e fuori i percorsi cognitivi delle culture e dei precetti di moralità sociale».

 

 

Relazione pubblicata in

http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/pdf/FulvioDeGiorgi.pdf

 

Il richiamo alla cultura della mediazione può essere un alibi senza contenuto politico

Bisogna fare i conti con la realtà. Oggi il compromesso appartiene alla dialettica “primordiale” degli interessi: qui si manifesta e qui deve trovare fondamento. La politica non può saltare, elaborando qualcosa di astratto, la dinamica propria della società civile.  

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Noto una certa insistenza che non convince, anzi distrae e fuorvia. Giorgio Merlo reitera i suoi mugugni sul tramonto di quella politica della mediazione, che è stata la base della filosofia politica del cosiddetto centro e della sua incarnazione nella politica concreta della D.C. Tramonto che gli appare così illogico da fargli ritenere inevitabile, prima o poi, la rinascita del centro.

A parte il fatto che nel corso dell’ultimo secolo molti filosofi politici e sociologi hanno dimostrato come spesso la mediazione nasconda le contraddizioni senza risolverle; è pur vero nel tempo che viviamo è emerso un ulteriore problema, ovvero le difficoltà delle crisi economiche, il succedersi sempre più ravvicinato di quelle finanziarie e di quelle ambientali; tanto che poi si è visto l’aggravarsi e il radicalizzarsi delle questioni sociali, da quella occupazionale a quella salariale, a quella ambientale.

Tutte cause e leve materiali di crescenti disuguaglianze. Sono questi grandi problemi a non aver ricevuto risposta, sicché la linea verticale che separava destra e sinistra si è infine trasformata nella linea orizzontale di separazione tra sopra e sotto, tra “noi e loro”, tra quelli di prima e quelli di adesso, in un nuovo rapporto “primordiale” di rappresentanza.

Detto ciò, appare chiaro come il compromesso oggi si ponga sul terreno sociale, cioè nel cuore stesso del rapporto di rappresentanza e non tra una sinistra e una destra di un singolo partito o dell’intero arco costituzionale. A questa novità, senza fantasie e approssimazioni bisogna dare una risposta adeguata.

Distaccarsi dal tempo accelerato della quotidianità. L’Osservatore Romano “scopre” una nuova Biblioteca contemporanea al monastero di Camaldoli

Entrare nella biblioteca comporta un distacco dal tempo, ovvero dalla quotidianità, per farsi toccare da un ritmo diverso. Julien Green sosteneva che «una biblioteca è il crocevia di tutti i sogni dellumanità».

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Gianni Di Santo

Il monastero di Camaldoli da sempre ospita la culla del sapere cristiano. Le sue celle monastiche contengono antichi scritti e ricettari, frutto di un lungo lavoro di apprendimento e di studio che i monaci camaldolesi si tramandano da più di mille anni.

La foresta di Camaldoli, assieme al monastero e all’eremo, che si trova a pochi chilometri di distanza in un luogo molto più silenzioso e seminascosto, sono un tutt’uno con l’ambiente, fondendosi in una ricerca spirituale e in una salmodia cantata letta e meditata, così come vuole la liturgia delle ore, da sempre. Questo è il segreto di Camaldoli: silenzio, presenza di Dio, apertura al mondo.

Un segreto “ben voluto” da tanti visitatori che, specie d’estate, salgono per questi monti, alla ricerca di riposo e ricerca spirituale. Tra le attività estive proposte, i monaci camaldolesi hanno deciso di avvalersi di una nuova biblioteca contemporanea. Sabato 10 e domenica 11 luglio ci sarà l’inaugurazione: sarà presente, tra gli altri, il cardinale José Tolentino de Mendonça, bibliotecario e archivista di Santa Romana Chiesa, che darà il via alla due giorni di riflessione e festa. Era da anni che la comunità monastica di Camaldoli pensava di predisporre una nuova biblioteca.

Ma dove collocarla, come organizzarla? Si trattava di unire attenzione sia agli spazi del monastero, sia alle esigenze organizzative specifiche di una biblioteca contemporanea. Gli architetti dello Studio Menichetti-Caldarelli hanno ideato un progetto dove struttura antica, organizzazione digitale moderna e bellezza artistica convengono insieme con armonia e sapienza. «Certo, il tutto corrisponde al sentire del nostro tempo di cambiamento d’epoca — dice il priore generale dei camaldolesi, dom Alessandro Barban — L’entrata della biblioteca comporta un distacco dal tempo veloce e accelerato della quotidianità per farsi toccare da un ritmo diverso, dove lo spazio architettonico conduce dentro un tempo esistenziale di ascolto, di lettura, e di profondità.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-153/distaccarsi-dal-tempo-accelerato-della-quotidianita.html

Libertà. Una delle “Dodici parole” appartenenti al Dante della Treccani. Qual è l’idea di libertà nel pensiero del Poeta?

Il ciclo “Dodici parole. Un anno con Dante” è curato e scritto dall’autore del contributo qui riportato in ampio stralcio. Egli, nelle sue conclusioni, asserisce che “per Dante è lesistenza dello Stato e della Legge ciò che consente lesercizio della libertà”.

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Oggi, quando pensiamo alla libertà, intendiamo un insieme di cose molto diverse: libertà della persona; libertà di movimento; libertà di pensiero, di coscienza, di religione; libertà di opinione e di espressione; libertà di riunione e associazione; libertà di scelta del lavoro; libertà di prendere parte alla vita culturale; libertà di sviluppare pienamente la personalità; libertà di votare; libertà di definire la propria identità di genere. E pensiamo a tutte queste cose, e a molte altre, perché siamo fermamente convinti che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti […], dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti umani proclamata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il limite della libertà, per noi moderni, è un limite immanente: «Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica» (Dichiarazione universale diritti umani, art. 29, c. 2). Per Dante, al contrario, la libertà è trascendente.

Lo studio della vita e delle opere di Dante, a scuola e all’università, dovrebbe partire dalle lettere, attraverso le quali si può ascoltare la voce chiara, esplicita e potente del poeta senza il filtro della narrazione, come accade invece nella Vita nova e nella Commedia. Di Dante conosciamo tredici lettere, tutte in latino, tutte scritte in esilio, che trattano argomenti pubblici e privati; una, la celebre epistola a Cangrande della Scala, è di attribuzione incerta. Le lettere sono estremamente istruttive, per molte ragioni. Particolarmente interessante è l’epistola VI, indirizzata da «Dante Alighieri fiorentino ed esule immeritatamente agli scelleratissimi fiorentini di dentro», vale a dire i fiorentini “intrinseci” che a differenza di lui, che sta in esilio, vivono ancora nella città. Dante la scrive il 31 marzo 1311, in una fase politica complessa. Pochi mesi prima era iniziata la discesa in Italia di Enrico VII, re d’Italia e di Germania, il quale, diretto a Roma per poter essere incoronato imperatore, affrontava l’opposizione delle città italiane. Firenze si era schierata contro Enrico stringendo un’alleanza con Lucca, Siena, Perugia, Bologna e con il re di Napoli Roberto d’Angiò. L’anno successivo Enrico assediava Firenze, senza successo.

Ecco come Dante si rivolge ai suoi concittadini (cito alcuni brani dalla traduzione di M. Baglio): «Voi che trasgredite il diritto divino e umano, che la malvagia voracità della cupidigia ha adescato rendendovi pronti a ogni infamia, non agita forse il terrore della seconda morte (la dannazione eterna), da che, spregiando per primi e soli il giogo della libertà (iugum libertatis), avete gridato fremendo contro la gloria del principe romano, re del mondo e ministro di Dio, e […] rifiutando il dovere di una dovuta sottomissione, nella follia della ribellione avete preferito insorgere»; «Vedrete i vostri edifici […] tanto rovinare sotto i colpi dell’ariete quanto essere bruciati dal fuoco»; «E se la mia mente presaga non s’inganna […] vedrete la città sfinita da lunga afflizione essere infine consegnata in mani straniere, la più parte di voi annientata o nella strage o in prigionia, pochi destinati a sopportare con pianto l’esilio»; «E non vi accorgete, poiché siete ciechi, della cupidigia che vi domina e blandisce […] vi trattiene con vane minacce e vi imprigiona nella legge del peccato e vi vieta di obbedire alle sacrosante leggi fatte a immagine della giustizia naturale; l’osservanza delle quali, se lieta, se libera (si leta, si libera), non soltanto è comprovato che non sia servitù, ma anzi per chi valuta con perspicacia è evidente che sia proprio somma libertà (summa libertas). Infatti, che cosa altro è questa se non libero corso della volontà verso un’azione che le leggi facilitano a chi vi obbedisce? Pertanto, poiché sono liberi soltanto coloro che volontariamente obbediscono alla legge, chi penserete di essere voi che, mentre avanzate a pretesto il bene della libertà, contro tutte le leggi cospirate contro il principe delle leggi?».

Leggendo questa lettera si possono chiarire alcuni aspetti fondamentali del pensiero di Dante. Prima di tutto, non era un patriota. Le discussioni sul “poeta della Nazione” dovrebbero muovere da qui, perché Dante si definisce “fiorentino” per nascita e non per costumi, annuncia ai propri concittadini atroci sventure se non si sottometteranno all’Imperatore (l’assedio, l’incendio, la strage, l’esilio), li accusa di trasgredire il diritto umano e divino, avvinti dalla cupidigia. Che Dante non fosse un patriota lo sapeva bene Machiavelli, che nel Discorso intorno alla nostra lingua scrive: «in ogni parte mostrò d’essere, per ingegno, per dottrina e per giudizio, uomo eccellente, eccetto che dove egli ebbe a ragionare della patria sua; la quale, fuori d’ogni umanità e filosofico instituto, perseguitò con ogni specie d’ingiuria».

 

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https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Dante_liberta.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

 

Tutti in ginocchio? Va bene, ma sul Black Lives Matter grava l’ombra dell’ipocrisia.

L’America fatica a rompere con il razzismo, specie quello endemico e nascosto. Tuttavia gli europei, iniziatori della pratica di “esportazione” degli schiavi alcuni secoli fa, poi a lungo beneficiari dello sfruttamento perpetrato ai danni dei popoli africani, dovrebbero riconoscere che non bastano le scuse. Alcuni gesti sono apprezzabili, sebbene richiedano un sovrappiù di coerenza per confermarsi autentici e sinceri.

I campionati di calcio europei sono stati contraddistinti dallinginocchiarsi di alcune nazionali in onore al BML (Black Lives Matter), unappropriazione culturale ipocrita da parte degli europei, che appaiono non capirne significato e origini.

Il BML (Black Lives Matter) nasce nel 2013 grazie a Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi – in risposta allassoluzione George Zimmerman, lassassino di Trayvon Martin. Trayvon Martin era un 17enne afroamericano che il 26 febbraio 2012 stava parlando al telefono con la ragazza camminando per la strada a Sanford, Florida, quando fu ucciso dallo Zimmerman, sedicente neighborhood watch captain.

Incidenti come questi sono purtroppo la norma negli Stati Uniti: gli afroamericani vengono uccisi con arma da fuoco 10 volte più dei bianchi, e 3 volte più dei bianchi questo avviene ad opera della polizia. Sicuramente, la facilità di accesso alle armi da fuoco ha una sua importanza. Ma il vero fattore determinante è un altro: una cultura ancora profondamente razzista, specie negli stati schiavistidel sud.

La schiavitù negli Stati Uniti finisce formalmente nel 1865, ad opera del Presidente Lincoln, un poperché ci credeva ma soprattutto perché era strumentale a prevalere sui Confederati nella Guerra Civile. La segregazione razziale finisce, sempre solo formalmente, nel 1964, con il Civil Right Acts di Lyndon Johnson. Lintegrazione, invece, quella ancora deve venire.

Nel 1967, quando il divieto ai matrimoni interraziali ancora vigente in 16 stati fu cancellato dalla Corte Suprema con il caso Lovers vs Virginia, i matrimoni interraziali erano il 3% del totale. Nel 2016, i matrimoni misti erano il 10.2% del totale ed il 17% dei neosposi. Tuttavia, come mostra il PEW Center, la maggior parte dei neo-matrimoni interraziali riguarda Asiatici (29%) e Ispanici (27%), e la metà di coloro che contraggono un matrimonio misto sono nati e cresciuti allestero. La percentuale dei neosposi afroamericani che sposano un partner di razza diversa era il 3% nel 1980 ed il 18% nel 2015 (di cui curiosamente il 24% tra gli uomini ed il 12% tra le donne). Solo il 10% delle coppie miste sono però con un bianco/a, una percentuale invariata dal 1980.

In altre parole, nonostante le nuove generazioni stiano cambiando, lAmerica multicolore ed integrata è ancora più una rappresentazione di Hollywood che non una realtà. Persino nella capitale americana, Washington DC, i bianchi vivono in stragrande maggioranza nella parte Nord-Ovest della città e difficilmente mettono piede nel Sud-Est o nel Nord-Est. Negli stati del sud, la cultura è ancora profondamente razzista. È di questi giorni la notizia che Nikole Hannah-Jones ha abbandonato lUniversità del North Carolina a favore di Howard University, storica università afroamericana, proprio a causa della perdurante cultura razzista a UNC. Nikole Hannah-Jones è specialmente nota per aver dato vita al 1619 Project, uniniziativa del New York Magazine per cui ha vinto ilPremio Pulizer, creata in occasione del 400° anniversario dellarrivo della prima nave trasportante schiavi dallAfrica allAmerica del Nord. Un progetto importante perché ricorda che la maggior parte dei neri americani sono discendenti da persone che furono portate contro la loro volontà e con la forza nel continente americano per essere schiavizzate. Lultima nave piena di schiavi ad arrivare in America fu la Clotilde nel 1860.

Se gli americani sono colpevoli di aver importato schiavi fino alla Clotilde, nonchè di tutti gli orrori che ne sono seguiti, vale la pena tuttavia ricordare che furono gli europei a portare gli schiavi africani nel nuovo continente, oltre a schiavizzarne e decimarne gli abitanti originali, indiani ed indios.

La tratta transatlantica degli schiavi si sviluppa a partire dal15° secolo, inizialmente verso lAmerica Latina per poi arrivare, appunto nel 1619, anche in America del Nord. Si stima che 12 milioni e mezzo di africani e loro discendenti siano stati schiavizzati nel continente americano. Ironicamente, molti dei paesi i cui giocatori di calcio si sono inginocchiati, sono proprio quelli che per secoli hanno prosperato sulle spalle degli schiavi africani: Belgio, Danimarca, Spagna, Olanda, Portogallo, e Inghilterra per poi continuare ad arricchirsi sfruttando le colonie. Alcuni leader, come il re Filippo del Belgio, ha cominciato a chiedere scusa per le ferite coloniali, ma non basta neanche per cominciare.

Inginocchiarsi per il BLM, convenientemente dimenticando (o ignorando) che il problema è stato creato dagli europei, è ipocrita. Gli europei devono sì inginocchiarsi, ma per chiedere perdono per gli orrori di cui si sono macchiati e, soprattutto, promettendo di cambiare. Ad esempio, facendo qualcosa di concreto per quei poveretti ammassati nei campi profughi, in fuga dagli orrori che noi occidentali (italiani inclusi) abbiamo contribuito a creare negli ultimi due decenni.

La riforma fiscale non è un pranzo di gala

Far quadrare il cerchio, trovando risorse adeguate a copertura del minor carico tributario, è unimpresa molto impegnativa. Il vincolo dellalto debito pubblico richiede una faticosa ricerca di soluzioni non effimere. Stavolta pagheremmo caro un tuffo nella improvvisazione o peggio nella demagogia.


In questi giorni la commissione parlamentare sulla riforma fiscale
ha prodotto un documento finale di sintesi che dovrebbe portare ad una legge delega che il Parlamento, credo, potrà approvare entro luglio. Nulla di nuovo sotto il sole del Bel Paese. Approssimandosi la fine della legislatura, è consuetudine dei parlamentari presentare una legge sulla riforma fiscale che immancabilmente va a binario morto, salvo poi che eletto il nuovo Parlamento altri rappresentanti si incarichino di ricominciare daccapo lo stesso iter.

Speriamo che non avvenga stavolta, ma le premesse ci sono tutte. Essendo il tema più caldo per i cittadini, anzidiventato ormai rovente per la sostanziale inarrestabile crescita del prelievo nellultimo quarto di secolo, le forze politiche sono istintivamente portate a misurarsi con una riforma così sentita dai cittadini. In passato non hanno garantito mai risultati apprezzabili, ed anzi hanno ingarbugliato sempre più la normativa già largamente inadeguata, spesso con interventi ad hoc per sostenere ora questa, ora laltra categoria di interessi.

In assenza di valide proposte a riguardo della copertura diuna spesa che inevitabilmente lievita in misura cospicua, si è ripiegato ogni volta in direzione di palliativi, se non peggio, che prendono illusoriamente il posto di soluzioni credibili e coerenti. Cosicché si sono fatte operazioni che in larga parte, ed in ultima analisi, hanno appesantito i gravami fiscali per gli italiani, creando altresì disparità e ingiustizie difficilmente accettabili. Inoltre appare utile precisare, a costo di scivolare nella banalità, che lannuncio di rivedere le aliquote a beneficio dei contribuenti non avrà facili riscontri, dato il calo di risorse eminentemente a causadella contrazione economica. Ancor più che in passato peserà poi lalto debito, giunto ormai al 160% del prodotto interno lordo.

I cambiamenti fiscali, come si sa, non si fanno con episodici investimenti. Ciò vale per qualsiasi operazione pubblica, considerata la necessità di sostegni finanziari stabili dentro la cornice di conti statali in equilibrio. Ora, non possono essere che tre le leve da adoperare, se si avesse davvero in mente di ridurre le tasse trovando così le necessarie poste finanziarie: aumento delle entrate dello Stato in virtù di un complesso di indici economici in crescita; riduzione della spesa pubblica improduttiva, con il taglio dei rami secchi dello Stato e delle autonomie locali; revisione e rimozione di bonus, deduzioni, riduzione e detrazioni fiscali.

Detto ciò, sappiamo che lattuale politica di ogni colore, è più facile che faccia crescere il numero dei bonus che ridurli; la crescita economica potrà essere ottenibile con tempi mediolunghi e comunque avrà bisogno di riassorbire i molti danni subiti dalla pandemia e dalle crisi precedenti; il taglio della spesa improduttiva risulta ancora un tabù per la politica italiana, che tende a non disturbare i propri rappresentanti nelle Regioni e nei Comuni, tant’è che nessuna forza politica ne parla. Se le cose stanno così, e così sono, i propositi annunciati porteranno ad un nuovo buco nellacqua.

Sicuramente, poi, si parlerà come si è più volte fatto di revisione dei carichi a costo zero. A quel punto non ci si potrà che preoccupare ulteriormente in quanto gran parte del sentimentpolitico insegue chi mediaticamente ha più voce. Una situazione, questa, che certamente non favorirà coloro che meritano davvero più attenzioni. Ma va ribadito fino alla noia che senza un taglio vigoroso di tasse per imprese e persone fisiche, difficilmente usciremo dal pantano economico in cui ci troviamo a causa dellasfissia del mercato interno, anche per la mancanza di interesse dei capitali stranieri ad investire in Italia.

La cultura della mediazione è ancora attuale? Bisogna fare i conti con il muro ideologico di una democrazia a senso unico.

Il pluralismo viene predicato a parole, ma rinnegato nei fatti. Anche la tolleranza è unidirezionale. Non può essere questa una condizione accettevole per i cattolici democratici: in gioco è il futuro della democrazia.

C’è poco da fare, alla fine o affrontiamo la questione dei reali termini in cui si pone lesercizio della cultura della mediazione nel contesto attuale, o altrimenti occorre arrivare a constatare il rischio, come fa Giorgio Merlo, riferendosi alla legge Zan, che la ricerca di un confronto viene interpretato quasi come un attentato alla dialettica politica, marginalizzando così la nostra area politica. Credo che il dibattito intorno a quella legge costituisca un caso emblematico.

Per venire subito al dunque: un conto è discutere con gente che è convinta che in Italia vada fermata una sistematica discriminazione verso i gay e verso masse di giovani e giovanissimi che avrebbero come loro massima aspirazione quella del cambio di sesso. In questo caso si ragiona con pazienza, si guardano le statistiche (quanti casi di violenza o di richiesta di avviare la transizione di genere, ecc.) e si vara un provvedimento commisurato al fenomeno in modo che chi ha sollevato il problema possa sentirsi rassicurato, senza limitare la libertà, e tenendo conto dellentità, di chi la pensa diversamente e comunque sempre nellalveo dei diritti costituzionalmente riconosciuti a ciascuno in quanto persona.

Un altro conto, invece, è dover sbattere contro il muro dellideologia, contro una pressione culturale e mediatica a senso unico, fatta di cliché sedicenti politicamente corretti. In questo caso i dati reali non contano più. Perché se lobiettivo è quello di coinvolgere le istituzioni nella incentivazione di comportamenti omosessuali, nel promuovere la teoria gender e nellincoraggiare a livello di massa percorsi e trattamenti di transizione sessuale, fin dalla più tenera età, allora i dati perdono qualunque rilevanza.

Conta solo lobiettivo, chi lo nega tendenzialmente non è degno neanche di rispetto, è oscurantista e nemico del sistema, come nelle dittature.

Non facciamoci illusioni, al di là della buona fede dei singoli interlocutori, il contesto in cui ci tocca operare è il secondo, quello del muro ideologico, in cui spesso la buona fede dei singoli interlocutori finisce per essere usata per scopi definiti a un livello superiore, che sembrerebbe aver decretato la cancellazione del modello di società libera, minimamente giusta sul piano sociale e fondata sullinderogabile riconoscimento della sacralità della persona umana, che si è imposto in Occidente e non solo, in risposta ai totalitarismi del Novecento.

Se non si prende atto del mutato contesto, temo che la nostra azione risulterà inefficace, a prescindere dalle forme organizzative scelte. Un dato che, a mio avviso, Merlo coglie assai bene: “È ovvio – scrive – che la cultura della mediazionein un quadro del genere non abbia diritto di cittadinanza. Il tutto aggravato da una voglia, persin violenta (almeno a livello verbale) di delegittimare definitivamente ed irreversibilmente lavversario politico in qualsiasi modo e con qualsiasi strumento.

Seppur con qualche distinguo la stessa musica si sente quando si parla di ambiente, debito, salute, tecnologia, difesa, etc.: obiettivi predeterminati, dibattito a senso unico, meglio sarebbe dire narrazione unica ottenuta a costo di grossolane semplificazioni, agli antipodi della cultura del dialogo. Possiamo parlare di censura se non di vera e propria criminalizzazione dei punti di vista differenti, a meno che non siano autorizzati o sdoganati dallalto, ovvero dagli ambienti che esercitano ai più alti livelli un potere sottratto,per non dire usurpato, al controllo democratico e alle istituzioni preposte.

Essere consapevoli della peculiarità e criticità dellattuale contesto: questo mi parrebbe il punto da cui partire per impostare un credibile percorso basato sul rilancio della cultura della mediazione, efficace, capace di inserirsi con caparbietà nellagone politico, se non ci si vuole perdere solo in unoperazione nostalgica, velleitaria e anacronistica per palese inadeguatezza a riconoscere le caratteristiche dei reali interlocutori attuali.

Riapertura scuole a Settembre, il Veneto si orienta per la fine del mese. Poi Zaia ci ripensa

Padovaoggi.it riferisce di una iniziale intenzione del Presidente del Veneto Luca Zaia di rinviare alla fine del mese di settembre la riapertura delle scuole, per favorire il prolungamento della stagione turistica, specie quella balneare. Ma il Governatore del Veneto ci ripensa quasi subito, troppo forte il disagio per le famiglie.

Una decisione pragmatica, saggia e lungimirante.

Durante la lunga fase pandemica il conflitto e le diaspore tra Stato e Regioni hanno condizionato non poco le decisioni prese, a volte in aperto contrasto tra loro e questo ha aumentato il disorientamento tra i cittadini, in un Paese colorato a zone, persino invalicabile nei confini interni, con situazioni paradossali di veti, divieti, conferme e smentite anche sul piano scientifico. La scienza dovrebbe dettare regole uguali per tutti, salvo comprovati motivi: sovente il focus della sovrapposizione di competenze ha avuto e ha – con il decentramento autarchico – motivazioni politiche che viste da fuori hanno le sembianze dei giochi di potere. A volte ci sono ragioni per derogare da un indirizzo nazionale, altre sono una prova muscolare.

Riesce difficile per la gente normale capacitarsi ed immedesimarsi nell’idea di una Unione Europea che inceda coesa e compatta quando nella vita quotidiana i localismi spesso prendono il sopravvento.

Europa federale, Europa delle Nazioni: ma direi soprattutto Europa delle Regioni e dei Comuni.

Accade da noi ma un poco ovunque, specie negli Stati fortemente decentrati,  in genere mal si sopportano le decisioni uguali per tutti, la rivendicazione dell’autonomia a volte genera situazioni disparate e inspiegabili razionalmente, si scrive autonomia, si legge discrezionalità, a volte privilegi.

Un tempo l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre e terminava a fine giugno, fatti salvi gli esami di maturità e quelli di riparazione a settembre: le varie generazioni di ‘remigini’ cresciute e formate in quel sistema scolastico, con un calendario unico nazionale, non mi pare abbiano per questo sofferto di turbe emotive o di forme di analfabetismo di ritorno.

Tutto tende adesso verso la facilitazione e l’avvicinamento dei luoghi delle decisioni ai luoghi delle azioni.

In tema di scuola va detto che le Regioni hanno per legge piena autonomia sulla determinazione del calendario scolastico: sul piano formale quindi se una Regione decidesse di variare le date di inizio e quelle in corso d’anno  delle lezioni si tratterebbe di una decisione ineccepibile.

Ciò che forse non piace sono gli ibridi: le scuole iniziano dopo ma chi vuole può andarci lo stesso, si riaprono ma solo in sedicesimo, ci saranno corsi e corsetti, ufficiosi e non ufficiali, intersezioni con le autonomie scolastiche e distinzione tra volonterosi e facinorosi, buoni e cattivi, ogni scuola potrebbe funzionare in modo diverso, rispetto a tempi e modalità organizzative.

Per un funzionamento territorialmente differenziato dei servizi pubblici occorre una base istituzionale federale. L’Italia è un Paese geograficamente differenziato in quanto ad esigenze e contesti di vita.

Però quando da una parte si decide in un modo, dall’altra in un altro, il governo centrale coordina e indirizza ma non decide più e quasi tutto sta scivolando verso la legiferazione territoriale senza un fondamento di autonomia istituzionalizzata bisogna chiedersi se tutti i cittadini hanno alla fini fine gli stessi diritti e gli stesso doveri, indipendentemente dalla residenza.

La scuola è un servizio pubblico di primaria importanza e svolge anche una funzione di tutela e garanzia sociale. Custodisce gli alunni e si assume la responsabilità della loro vigilanza.

A chi lasciano i figli i genitori che lavorano e se le scuole non sono ancora riaperte?
Ne veniamo da una lunga stagione di lockdown totali e parziali, disagi, scombussolamenti delle vite familiari e dell’organizzazione domestica. Abbiamo provato la DAD ma all’apparir del vero persino gli alunni se ne sono lamentati. Stare a casa non è come andare a scuola. C’è bisogno di una relazione umana che integri e realizzi in pieno quella didattica. Di tempo educativo se ne è perso troppo. Se il sistema scolastico si fa aleatorio, discrezionale, regionalizzato o municipalizzato, si creano differenze persino lesive del diritto allo studio e dell’uguaglianza delle opportunità di partenza. La deregulation applicata agli impegni scolastici produce una sorta di alleggerimento dei doveri legati allo studio, un sistema che ora si allunga e ora si accorcia, dove invece che andare a scuola si può decidere di prolungare le vacanze e andare al mare.

Per questo il Veneto ha fatto subito dietro-front. Lo studio è una cosa seria e richiede impegno, non può essere barattato con le rivendicazioni dei bagnini o il fatturato degli albergatori.

Che hanno ragione a recuperare sulle chiusure forzate ma non penalizzando la scuola.

Tra i Paesi OCSE occupiamo già le posizioni di coda in quanto ad efficienza-efficacia del sistema formativo.

Non credo che ce lo possiamo permettere ancora a lungo.

Il tramonto della “cultura della mediazione”. Senza la quale, tuttavia, il governo del Paese resta appeso alle pretese dei più agguerriti.

N­on si tratta dinsistere più di tanto sullodioso portato anti mediazionedella propaganda grillina. Complice la crisi del Movimento, la pubblica opinione è avvertita dei danni che essa ha prodotto nel tempo. Conta invece rilevare che il Pd assume con Letta il medesimo profilo radicale. Con ciò siamo ben lontani dalla migliore esperienza democratico cristiana.

La cosiddetta cultura della mediazione” è, storicamente, uno dei caposaldi costitutivi del cattolicesimo politico italiano. E proprio attorno alla cultura della mediazione, per dirla con il grande storico cattolico democratico, Pietro Scoppola, noi abbiamo potuto registrare le qualità e le capacità delle classi dirigenti del passato. Nello specifico, della classi dirigenti di governo. Non a caso fu proprio la Democrazia Cristiana, in particolare le componenti interne riconducibili alla sinistra democristiana, a farsi protagonista e artefice di questa modalità concreta del far politica nel costruire, di volta in volta, la miglior sintesi possibile per il bene del paese.

Certo, la cultura della mediazione” è figlia di una concezione politica che respinge alla radice qualsiasi forma di radicalizzazione del confronto; è estranea alla tesi della criminalizzazione dellavversario, cioè del nemico politico; non prevede la delegittimazione morale e politica dellinterlocutore e, soprattutto, cerca sempre la miglior sintesi politica possibile non attraverso un compromesso al ribasso ma, semmai, con una mediazione alta, appunto.

Ecco, questa modalità concreta di ricercare le ragioni di una convergenza, pur senza alcuna deviazione consociativa o, peggio ancora, trasformistica, è la conseguenza di una precisa cultura poltiica. Non a caso, i grandi statisti democratici cristiani del passato, e non solo, non praticavano questa prassi per conservare il solo potere o per ridicolizzare lavversario politico di turno. Al contrario, era la strada migliore per la ricerca di una convergenza politica e parlamentare che restava lobiettivo finale della stessa azione politica. Anche in stagioni dove la contrapposizione politica e parlamentare era allordine del giorno e caratterizzava il confronto tra i vari partiti.

Ora, che cosa resta di tutto ciò nellattuale contesto politico italiano? Certo, siamo ancora – speriamo per poco, comunque sia – in una stagione politica dominata dal populismo, dal trasformismo e dallopportunismo politico e parlamentare. È persin inutile ricordare che in contesti del genere la cultura della mediazioneresta un corpo del tutto estraneo se non addirittura un oggettivo impedimento da radere al suolo per poter declinare concretamente lazione politica. E, non a caso, lideologia grillina, ora condivisa e sposata dal nuovo corso del Partito democratico di Letta, non prevede questa prassi nella gestione politica complessiva.

I totem ideologici di quel partito, il movimento 5 stelle appunto, ormai li conosciamo talmente bene che non è granché credibile la tesi di rimuoverli saltuariamente dal confronto politico quotidiano. Dalluno vale unoalla ridicolizzazione politica del passato, dalla contestazione a tutte le culture politiche alternative al populismo alla demagogia e alla deriva antiparlamentare, da una spregiudicata anti politica alla violenza verbale. Dal vaffa dayin poi. È ovvio che la cultura della mediazionein un quadro del genere non abbia diritto di cittadinanza. Il tutto aggravato da una voglia, persin violenta – almeno a livello verbale – di delegittimare definitivamente ed irreversibilmente lavversario politico in qualsiasi modo e con qualsiasi strumento. E, su questo versante, la specificità culturale di un grande patrimonio politico del passato – quello del cattolicesimo popolare e democratico, appunto – non può che essere sacrificato sullaltare delle nuove mode.

Se, però, non stupiscono affatto il comportamento e la prassi dei 5 stelle – un partito estraneo ed esterno alla cultura politica e parlamentare delle tradizionali forze politiche del nostro paese – quello che incuriosisce è il cosiddetto nuovo corsodi quei partiti, a cominciare dal Pd e da chi lo rappresenta, che hanno fatto della distruzione della cultura della mediazionequasi la loro ragion dessere. Forse in virtù del fatto che per stringere unalleanza storica, organica e strutturale con i 5 stelle non si può che assecondarne la loro cultura e il loro concreto modo dessere. Un elemento, questo, talmente evidente e palpabile che non merita ulteriori commenti.

E la vicenda politica, parlamentare e legislativa dellormai famosissima legge Zannon è che la plateale sintesi di questa impostazione. Al punto che la ricerca di una mediazione, o di un accordo, o di un confronto viene visto e percepito quasi come un attentato alla attuale dialettica politica e parlamentare. E quindi da respingere senza esitazione al mittente. E questo al di là delle posizioni di Renzi che, come noto e ormai scontato, sono sempre e solo del tutto strumentali, estranee e lontane dal merito della questione. Ma questo è un altro paio di maniche.

Spiace rilevare, infine, che anche su questo versante emerge una grave carenza della presenza pubblica dei cattolici democratici e popolari. Un motivo in più, quindi, per accelerare le ragioni della presenza di questarea culturale nella concreta dialettica politica italiana.

Supermedia AGI/YouTrend: la Lega resta primo partito, FdI in lieve frenata

Fra Salvini e Meloni il distacco resta comunque inferiore a un punto percentuale. In lieve crescita il Pd, mentre M5s paga le tensioni interne, lasciando sul terreno mezzo punto.

La Lega resta primo partito, mentre FdI frena leggermente, restando comunque a meno di un punto dal Carroccio. In lieve aumento il Pd, con M5s che invece perde mezzo punto percentuale. 

È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend per AGI.    

In dettaglio, rispetto a due settimane fa, il partito di Salvini guadagna 0,1 punti, portandosi al 20,6%, mentre quello di Giorgia Meloni perde 0,2 punti e scende al 19,8%.

Al terzo posto i dem con il 19,4% (+0,3), seguiti da M5s con il 15,7% (-0,5).

La maggioranza che sostiene Draghi subisce una lievissima flessione (-0,2), ma resta ancora molto elevata, pari al 73,2%. Il centrodestra, nel suo complesso, si attesta sul 49,0%, con una frenata di 0,3 punti. In flessione anche i ‘giallorossi’ che si portano al 37,1%, perdendo 0,1 punti.

 

Supermedia liste

Lega 20,6 (+0,1)

FdI 19,8 (-0,2)

Pd 19,4 (+0,3)

M5s 15,7 (-0,5)

Forza Italia 7,9 (-0,1)

Azione 3,1 (=)

Italia Viva 2,0 (-0,3)

Sinistra Italiana 2,0 (+0,2)

Art.1-MDP 1,9 (+0,1)

+Europa 1,8 (+0,3)

Verdi 1,6 (=)

 

Supermedia aree Parlamento 

Maggioranza Draghi 73,2 (-0,2)

di cui:  

   giallorossi (Pd-M5s-Mdp) 37,1 (-0,1)

   centrodestra (Lega-FI-Toti) 29,2 (-0,2)

   centro liberale 7,0 (=)

Opposizione dx (FdI) 19,8 (-0,2)

Opposizione sx (Si) 2,0 (+0,2)

 

Supermedia coalizioni politiche 2018

Centrodestra 49,0 (-0,3)

Centrosinistra 26,4 (+0,3)

M5s 15,7 (-0,5)

Leu 3,9 (+0,3)

Altri 5,0 (+0,2)

 

N.B.: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (24 giugno).

NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 24 giugno al 7 luglio dagli istituti EMG, Euromedia, Ipsos, Ixè, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il 24 giugno sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

La solitudine delle giovani famiglie

Negli ultimi 30 anni abbiamo assistito alla negazione del valore sociale ed economico della famiglia, alla noncuranza delle condizioni lavorative dei giovani, alla imperdonabile trascuratezza con la quale abbiamo fatto finta di non vedere il ricatto occupazionale subito dalle giovani madri.

Chi si è occupato negli ultimi decenni dei giovani, del loro lavoro e delle loro future famiglie? Pochi, forse pochissimi.

I dati demografici Istat, dimostrano il fallimento degli ultimi decenni, dai 18 nati ogni 1000 abitanti degli anni ’60, ai 7,3 del periodo 2016-2020; il numero medio di figli per donna in Italia nel 2020 è pari a 1,24; l’età media per il primo figlio è 32 anni. Il numero medio di figli per donna è in Francia 1,86, in Germania 1,57, media UE 1,53, dati Eurostat.

Tra le tante cause che hanno determinato i numeri sopra indicati, mi limito a ricordare i salari medi dei nostri giovani, la precarietà dimenticata perché priva di tutele, l’accesso ai mutui e i carenti servizi all’infanzia. Un problema mai risolto è l’offerta di asili nido, il tasso di copertura della fascia 0-2 anni è pari al 24,7%, ben al di sotto del 33% che l’Unione Europea aveva raccomandato di raggiungere entro il 2010.

È evidente che l’assenza di “politiche di centro” abbia inciso negativamente sulla crescita sociale, economica e demografica del nostro Paese. Una nazione che non ha visione, non ha futuro. La nostra visione centrista è chiara, concreta e attualizzabile, dobbiamo però promuoverla e farla conoscere.

Per questo vorrei proporre, a chi legge, un breve passaggio dell’enciclica laborem exercens del 1981, nella quale Giovanni Paolo II, scrive: (n. 10) “Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale e una vocazione delluomo. Questi due cerchi di valori uno congiunto al lavoro, laltro conseguente al carattere familiare della vita umana devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale luomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno diventa uomo, fra laltro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo”.

Senza radici culturali e valoriali è impossibile avere una visione politica ed economica, infatti nel 1943, Walter Eucken, uno dei padri più celebri del pensiero dell’economia sociale di mercato scriveva: Leconomia deve servire agli uomini viventi e a quelli futuri e deve aiutarli per lattuazione delle loro più importati determinazioni. Solo con le forze materiali la vita umana non può essere configurata in modo sopportabile e nessuneconomia può essere basata in maniera vitale. Essa ha bisogno di un ordine giuridico garantito e di una solida base morale.

Non era lontano dalle preoCcupazioni dei cattolici in politica. Aldo Moro aveva ben chiaro il nostro compito, aveva ben chiara la nostra ispirazione politica: [Abbiamo bisogno] di una politica condotta, se non dal centro, in nome del centro stesso. E quel centro è la persona: il valore dellinalienabilità della persona da se stessa e da tutto ciò che il fenomeno umano produce.

Altro insegnamento fondamentale, per il nostro percorso, è quello di Papa Francesco che in Amoris Laetitia al n. 82 scrive: “Linsegnamento della Chiesa aiuta a vivere in maniera armoniosa e consapevole la comunione tra i coniugi, in tutte le sue dimensioni, insieme alla responsabilità generativa”.

Anche nella nostra bellissima e amatissima Costituzione è espressa allart. 30 la funzione genitoriale: È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli.

Del esso, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’articolo 1 si legge: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”. E subito appresso, allarticolo 7 si completa laffermazione in questo modo: “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni”

La nostra visione è chiara, concreta e attualizzabile perché collegata ai 4 riferimenti individuati nella presentazione di “Forum Al Centro”: europeismo, costituzione, crescita felice (rispetto per persona e ambiente) e combinazione tra la dottrina sociale cristiana e economia sociale di mercato.

Alcune risposte, alle tante cause della crisi demografica fin qui citate, stanno per arrivare, penso all’assegno unico per figlio, alla garanzia per l’accesso ai mutui dei giovani, alla riforma degli ammortizzatori sociali che dovrebbero rendere universali le tutele, ma ancora tanto si rende necessario per la “crescita felice”. Una crescita che non guardi al solo Pil, ma che sia in grado di tutelare ogni persona umana e che sia capace di rispettare l’ambiente. Il Pnrr potrà agevolare tale percorso, solo se saremo in grado di rispettare i “soldi altrui”, mi riferisco alla capacità di realizzare in tempi brevi le riforme e le opere progettate, di evitare le solite ruberie o peggio ancora che i tanti miliardi finiscano nelle mani sbagliate.

Ogni cittadino avrà la responsabilità di controllare il processo avviato. Il futuro è nelle nostre mani, non lasciamo mai più sole le giovani famiglie.

Un nuovo umanesimo. Ancora un approfondimento sul pensiero di Edgar Morin (Osservatore Romano).

Lautore sottolinea come la proposta di Morin sia acuta e provocatoria al tempo stesso. E indica a riprova questa citazione: «Promuoviamo anzitutto una politica che unisca globalizzazione e de-globalizzazione, crescita e decrescita, sviluppo e inviluppo. Questi termini sono antinomici solo in una logica binaria che li rinchiude in alternative mutilanti».

Luca M. Possati

«Lumanesimo rigenerato rifiuta lumanesimo della quasi divinizzazione delluomo, teso alla conquista e al dominio della natura. Riconosce la complessità umana, fatta di contraddizioni. Lumanesimo rigenerato riconosce la nostra animalità e il nostro legame ombelicale con la natura, ma riconosce anche la nostra specificità spirituale e culturale. Riconosce la nostra fragilità, la nostra instabilità, i nostri deliri, lignominia delle uccisioni, delle torture, dello schiavismo, le lucidità e gli accecamenti del pensiero, la sublimità dei capolavori di tutte le arti, le opere prodigiose della tecnica e le distruzioni operate dai mezzi di questa stessa tecnica».

È con lappello a un nuovo umanesimo capace di unire ragione e passione, conscio dellassurdità di una ragione pura o di una verità assolutizzante, che Edgar Morin ha deciso di rispondere alla sfida della pandemia globale. Nella crisi del Covid il filosofo francese indica una grande opportunità che non può ridursi allo slogan dellennesima rivoluzioneo di un precostruito progetto, nozioni troppo statiche per rendere il senso della trasformazione necessaria. Nel libro Cambiamo strada (2020), Morin parla invece di una nuova viaanimata dalla speranza del rinnovamento. È il suo più grande insegnamento: la complessità non deve farci paura, ma spingere a ridefinire il nostro pensiero e le nostre vite in maniera creativa, nuova, coraggiosa.

Secondo Morin, la grande lezione del coronavirus è quella di spingerci a riflettere sulla nostra esistenza e sul destino della comunità umana come mai fatto prima. Il covid è una grande esperienza collettiva che mette in crisi lindividualismo e ledonismo capitalista della seconda metà del Novecento. Luomo si è improvvisamente scoperto un essere fragile, che non domina affatto il pianeta e che, anzi, si scopre sempre più dipendente dai sottili equilibri della biosfera. «La nostra fragilità era stata dimenticata, la nostra precarietà occultata. Il mito occidentale delluomo il cui destino è diventare padrone e possessore della Natura” è crollato di fronte a un virus».

Tra i vari aspetti sottolineati da Morin ce n’è uno che emerge con particolare nettezza e che spinge allapprofondimento: il fallimento dello stato. «La crisi ha fatto riemergere il problema di fondo di unamministrazione statale iperburocratizzata e sottomessa ai suoi vertici a pressioni e interessi che bloccano ogni riforma», un paradosso per il pensiero neoliberista che invece ha fatto della lotta alla burocrazia e al centralismo uno dei suoi principali vessilli almeno a parole.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-152/un-nuovo-umanesimo.html

Fare le cose per bene. Dentro ogni fatica umana agisce il fattore di una volontà che si conforma alla buona coscienza. La politica non si autofonda moralmente.

Attribuire alle riforme un valore palingenetico presenta rischi di fraintendimento. Se a una norma subentra unaltra norma, pure più giusta nelle intenzioni e nelle speranze, può avvenire che nella vita reale nulla cambi. Occorre che il cambiamento sia metabolizzato interiormente. È la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male.

Ela coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il maleCome siamo cambiati? Come viviamo? Quali speranze coltiviamo per il nostro futuro?

Una prima osservazione riguarda lo straordinario progresso scientifico e tecnologico che ci ha offerto potenzialità di miglioramento un tempo impensabili. Le aspettative di vita sono esponenzialmente cresciute in quantità e qualità Non si può non constatare, poi, con che peso e in che misura leconomia abbia influito sugli stili di vita e come la teoria della crescita illimitata, del benessere diffuso, dellofferta di beni e servizi si stia misurando in tempo di crisi con la realtà, sollecitando riflessioni, valutazioni e consuntivi in ogni aspetto del vivere.

Ma quando la gestione della ricchezza prodotta non è accompagnata da un solido fondamento etico si generano disuguaglianze, ingiustizie, nuove e crescenti povertà. La forbice tra sovrabbondanza e indigenza si sta divaricando sempre più e non è fuori luogo correlare questa tendenza con le azioni tardive della politica e dei governi, con la loro incapacità di riequilibrare questo crescente gap.Soprattutto perché non si tratta di un fenomeno limitato a certe aree geografiche o alla differenza storicizzata tra paesi poveri e paesi benestanti.

Anche nelle più evolute civiltà occidentali si stanno generando nuove e inconsuete sacche di povertà emergenti, fino a modificare e a rendere labile, in termini di pensiero condiviso, la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario. Ci sono le regole dei mercati, poi le politiche per governare il cambiamento, le leggi e le norme che a livello nazionale o sovrannazionale tentano di dare nuovi indirizzi ad una società globalizzata ed in continua evoluzione.

Tuttavia, nel loro porsi in termini oggettivi queste derive che puntano sulla crescita e sul progresso, sul miglioramento delle condizioni di vita o nellapplicazione di nuovi principi di uguaglianza e di democrazia, non si traducono in automatismi applicabili tout-court, poiché devono misurarsi con privilegi lungamente radicati e con sentimenti soggettivi di condivisione, che dimorano nella consapevolezza interiore di ciascuno.

Una nuova consuetudine si sta imponendo negli stili di vita e non sempre per scelta o volontà ed è una consuetudine antica, cui non eravamo più abituati da tempo: accontentarsi, un verbo fino ad ieri espunto dal più utilizzato vocabolario quotidiano. La nostra epoca è straordinariamente ricca di potenzialità, come mai accaduto in passato, sta a noi sostanziare lessere e il cambiare con le categorie delluguaglianza, della democrazia, della libertà.

Questo è un compito che ci riguarda tutti, non possiamo aspettare che ci venga suggerito o che tocchi a qualcun altro il dover cominciaread essere migliore. Come vivere? Questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un anno, di un secolo o di un millennio, ma tutti i giorni quando svegliandoci dovremmo dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose per bene, perché non c’è maggior soddisfazione di un lavoro ben fatto. In queste parole di Mario Rigoni Stern stanno racchiusi molteplici interrogativi che riguardano la nostra esistenza: dalle scelte etiche, ai comportamenti quotidiani, da ciò che ci pertiene intimamente, agli stili di vita cui aderiamo, alla presenza degli altri, cioè del nostro prossimo, in qualunque progetto che riguardi il presente e il futuro.

Dunque la risposta si riassume in questa semplice affermazione – “fare le cose per bene” – ed ha una valenza universale perché è estensibile a tutto il genere umano. La conclusione cui si può giungere ci riporta ad una considerazione etica del vivere, oltre le finanze virtuali, oltre le economie nazionali, i PIL, lo spread e le teorie della crescita e dello sviluppo. Il prevalente fattore generativo dei mutamenti in atto e di quelli a venire riguarda la concezione morale della vita, della dignità umana, del modello sociale di cui vogliamo essere parte e che possiamo, ciascuno con le proprie responsabilità personali, edificare.

Questo discrimine non viene sancito per decreto, non esiste legge o norma che lo possa regolamentare in modo stabile, equo e duraturo, non può esserci sempre imposto o suggerito. Assistiamo ad una corsa smodata nel proporre cambiamenti attraverso provvedimenti legislativi: come se una riforma, una volta approvata, cambiasse il nostro modo di essere e di pensare, i nostri stili di vita, in modo oggettivo.

Tendiamo ad attribuire a queste enfatizzate riforme un valore palingenetico, ma loggettività di una norma che ne sostituisce unaltra non incide nella realtà delle nostre consuetudini se non diventa soggettività metabolizzata, convincimento interiore. I concetti di giustizia sociale, di uguaglianza, di merito, di redistribuzione dei beni e delle risorse, di tutto ciò che riguarda o può modificare nel bene o nel male il nostro modo di essere e di vivere, la stima di sé, la considerazione degli altri, il perseguimento del bene comune, ebbene tutto questo e altro ancora riguarda in modo intrinseco e imprescindibile la nostra coscienze.

Ela coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male. Valori, progetti, speranze, ideali: tutto va commisurato a questo fondamentale atto del pensiero che interroga la razionalità e il sentimento per rispondere in modo leale ed onesto, per sé e per gli altri, qui e altrove, a tutti gli incessanti quesiti della vita.

Anche noi, sinistra dc, dobbiamo fare mea culpa sulla “semplificazione” della dialettica democratica

Lautore risponde alla nota di Lorenzo Dellai pubblicata ieri su queste pagine online. La presa di posizione tende anche a spiegare il perché della costituzione di Insieme, il soggetto politico fortemente voluto dal prof. Zamagni. Linvito allautocritica chiama in causa le responsabilità di quanti hanno operato nel solco del cattolicesimo democratico negli anni a cavallo della dissoluzione della Dc.

Leggo sempre con interesse gli interventi di Dellai, pieni di forte partecipazione ai difficili momenti di scelta della nostra vita politica. Da tempo mi sono persuaso che parte della responsabilità di questi difficili momenti la portiamoanche noi, partecipi a suo tempo di una scelta bipolarizzante della vita politica italiana.

La strada tracciata da Sturzo, De Gasperi e Moro è stata sempre attenta a evitare questa falsa scorciatoia ai problemi storici della democrazia parlamentare del nostro Paese. A ben riflettere con tale scelta bipolarizzante siamo stati anche noi di una certa sinistra dc a favorire, appunto,la illusione che la democrazia diretta semplificasse e aiutasse il Paese a risolvere i problemi che vengono da molti attribuiti superficialmente alla democrazia perlamentare come espressione compiuta della rappresentanza politica.

Dimenticavamo tutti che i problemi della politica, come ogni problema della vita, sono complessi e si risolvono sempre con lo studio, il dialogo, il compromesso, inteso come accordo sui punti nodali dei contrasti. Abbiamo favorito la nascita del Pd, pensando alla fusione delle due culture progressiste di origine cattolico-democratica e social-comunista. E abbiamo favorito la radicalizzazione della lotta politica italiana.

Questo solo dal punto di vista ideologico-astratto. Nei fatti la polarizzazione che ne è nata è stata piuttosto quella amico-nemico. E sul piano effettivo si è prodotto un aumento della polverizzazione della lotta politica in Italia. Occorre che TUTTI cambiamo rotta. La lotta politica deve tornare ad essere il confronto moderato da parte di TUTTI sui programmi, attorno cioè alle soluzioni concrete dei problemi.

Ogni visione di tipo statico, in qualche modo assolutizzante, diviene di fatto un’astrazione ideologica, cioè un impedimento alla soluzione dei problemi, sempre concreti e complessi perché frutto della vita e dei processi storici.

Ecco perché, vorrei dire a Dellai, abbiamo convenuto di far nascere “Insieme”. È la sola rotta storica della vita politica italiana fin dalle origini risorgimentali, rotta da riprendere, aggiornare, rinnovare, ma non abbandonare per strade falsamente semplificatrici. Urge tornare a considerare l’avversario come chi è portatore di soluzioni da correggere, non come il nemico da combattere.

Il dialogo è sempre da privilegiare fino in fondo. Solo la dittatura, la tirannia, l’anti-democrazia, il non-dialogo è il nemico. Con l’altro, in particolare con il diverso, si dialoga fino in fondo. Soltanto una chiusura netta provoca chiusure altrettanto nette (e perniciose). Purtroppo il nemico, comunque lo si chiami, è anche nostro figlio, dipende cioè anche da nostre errate posizioni non dialoganti, e cioè, al fondo, di carattere ideologico. Il discorso vale anche per il populismo.

Torniamo allora a rileggere Sturzo, De Gasperi e Moro, rinnovando e attualizzando la strada maestra da loro percorsa. Ne trarremo insegnamenti utili per il nostro presente e per l’immediato futuro.

Riflettendo sul Ddl Zan: alcune note di merito. Intervento su “Dialoghi”, la rivista dell’Azione cattolica.

L’obiettivo è realizzare le condizioni di una più serena e intensa convivenza civile, senza discriminazioni di alcun genere, neppure a riguardo del cosiddetto orientamento sessuale. Si può migliorare la norma evitando, in questo modo, di affossarne l’iter legislativo. In prospettiva giocherà un ruolo importante la scuola nel quadro del previsto potenziamento dell’educazione civica.

Crea molto disagio osservare iniziative e contrapposizioni, talvolta radicalizzate, che in questi ultimi tempi caratterizzano il dibattito pubblico – e anche il confronto parlamentare – sul tema delle misure più appropriate per combattere i fenomeni, purtroppo ricorrenti, di omotransfobia o comunque di atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone a motivo del loro orientamento sessuale o condizione di genere.

Rispetto ad un obiettivo che dovrebbe accomunare tutti coloro che si riconoscono nei principi e valori fondamentali sanciti in Costituzione a tutela dei diritti inviolabili della persona umana e della pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, sembra stiano prevalendo spinte volte o ad approvare il Ddl Zan senza prendere in considerazione possibili proposte migliorative di un testo oggettivamente poco chiaro o discutibile in alcune formulazioni oppure, allopposto, a dilazioni sine die, se non ad un suo affossamento.

A fronte di questi due rischi, ambedue da evitare, appare opportuno sottolineare alcune riflessioni, soprattutto di metodo. Fermo restando il ruolo sovrano del Parlamento, espressione rappresentativa primaria di uno Stato laico, è essenziale che le scelte legislative siano il più possibile chiare e univoche, tanto più dato il rilievo penale che avrebbero le sanzioni prospettate per discriminazioni concernenti le condizioni e gli orientamenti sessuali delle persone. Di qui la necessità di evitare sia formulazioni ambigue o suscettibili di interpretazioni plurime, se non fuorvianti, sia espressioni che riflettano visioni antropologiche o filosofiche divisive.

È invece indispensabile una riflessione pacata che miri – senza intenti dilatori – a non perdere di vista lobiettivo essenziale, ossia lintegrazione della legge Mancino del 1993, con ipotesi ulteriori di discriminazioni da sanzionare: il che richiederebbe la più larga condivisione, proprio per essere efficace nel combattere fenomeni latenti socialmente assai pericolosi. In sostanza, si dovrebbe mirare a valorizzare una cultura ispirata alla pacifica convivenza nel rispetto di diversità e di minoranze, in un orizzonte di bene comune fraterno e, insieme, di tutela dei diritti di libertà. Ossia in una prospettiva di accoglienza, solidarietà e inclusione, combattendo prevaricazioni, emarginazioni, violenze, soprusi e derive bullistiche.

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https://rivistadialoghi.it/riflettendo-sul-ddl-zan-alcune-note-di-metodo

Gli amministratori locali non vogliono tutele ad personam, ma chiarezza di responsabilità. In autunno, dopo le amministrative. rifondiamo l’Anci.

Ieri, a Roma, lAnci ha celebrato in presenza il suo primo Consiglio nazionale post Covid-19. In apertura di assemblea Enzo Bianco, in qualità di presidente del parlamentinodellAssociazione, ha dichiarato che lincontro era dedicato a Giorgio La Pira nellanniversario della sua elezione, per la prima volta, a Sindaco di Firenze nel 1951. Al centro del dibattito il rapporto tra amministratori locali e magistratura. Loccasione si è comunque rivelata propizia per dare un contributo – lo ha fatto, come di seguito si legge, la Consigliera del Comune di Viterbo – al fine di pensarealla necessaria rifondazionedellAnci.

LAnci ha accolto il suggerimento che noi – Giorgio Merlo ed io – avevamo lanciato, trovando lappoggio immediato di Nardella, per ricordare i 70 anni dalla elezione di Giorgio La Pira a Sindaco di Firenze.

Il Consiglio nazionale dellAnci ha dunque reso omaggio al più visionario dei politici e degli amministratori locali del Novecento.

Il fatto che attorno alla figura di La Pira sia venuta alla luce un largo sentimento di condivisione è la riprova che oggi, nel mezzo di una transizione ricca di opportunità ma anche di incognite, il mondo degli amministratori locali ha bisogno di ritrovare alcuni punti di riferimento morali e politici.

La specchiata testimonianza  offerta da La Pira nel servire la comunità locale ci aiuta a spiegare le ragioni che rendono  complicata ai nostri giorni la vita degli amministratori. Dobbiamo difendere il loro – e dunque il nostro – onore.

Parlo degli amministratori locali perché spesso, nel citare i Sindaci, rovesciamo involontariamente sulla pubblica opinione unidea monocratica del mandato amministrativo, ignorando lapporto decisivo di tutti gli eletti nei Consigli, naturalmente anche di quelli schierati allopposizione.

Non dobbiamo proporre unimmagine riduttiva del del nostro impegno pubblico, per di più “corporativizzandola figura del Sindaco (e quindi dellAnci come Associazionedei Sindaci).

Giustamente siamo preoccupati per il carico di responsabilità che porta la magistratura a mettere sotto assedio- mi si passi la metafora – lattività amministrativa (certo, in primis dei Sindaci).

Tuttavia, se lallarme ha un senso, lo ha nella misura in cui riandiamo alla radice del problema: la legislazione, specie quella regionale, assegna responsabilità che lasciano gli amministratori locali in balia del caso, sicché finire sul libro degli indagati è diventata una logica di sistema(visto che le norme regolano in questo modo il sistema amministrativo).

Le leggi, dunque, devono essere più chiare e più concrete, senza cioè un apparato di facili rimandi alla suddetta responsabilità di chi è chiamato, tra tante difficoltà, a prendersi cura dei bisogni e degli interessi delle comunità amministrate.

Non vogliamo tutele ad personam, bensì chiarezza di responsabilità. Senza demagogia.

In sostanza, dobbiamo pensare a un nuovo protagonismo degli enti locali nel processo di rilancio del Paese.

In autunno, dopo limportante turno elettorale che porterà al rinnovo di molti Comuni grandi e piccoli, dovremo su questo ragionare bene, per immaginare un colpo dala – un congresso straordinario? – a beneficio della rinnovata credibilità dellAnci.

Scongiuriamo l’alternativa tra Orbán e gli sciamani della nuova antropologia. Anche la base popolare del Pd resiste a questa semplificazione deleteria.

Lo scontro può mettere fine alle ultime forme, storicamente elaborate e consolidate, di tenuta a destradel sistema politico a egemonia democristiana. Non può essere, in fine dei conti, il Fedez pensierola bandiera della modernità agitata dalle forze democratiche e popolari.

Speriamo di non essere costretti a scegliere tra Fidesze Fedez. La scelta sarebbe drammatica e non affatto scontata. Lo dico come democratico cristiano da sempre impegnato nel centro-sinistra.

Le due prospettive – tutte e due esiziali per il futuro – sono oggettivamente uguali e contrarie. Sono ambedue la negazione della politica e della sua vocazione ad accompagnare con responsabilità il popolo nei passaggi epocali di trasformazione.

La prima – la dottrina Orban – pensa di risolvere le sfide della nuova modernità attraverso la esibizione autoritaria dei valoridella tradizione, in primis quelli cristiani.

La seconda – quella della sinistra dei dirittiche tifa Fedez – pensa che queste sfide si possano vincere rendendo assoluta la percezione di ogni diritto del singolo ed esigendo che ad ogni percezione di diritto corrisponda una tutela pubblica.

La prima rende i principi della comunità” uno strumento di chiusura e di difesada tutto ciò che è “diverso. La seconda semplicemente ignora questi principi ed il loro portato di solidarietà, di condivisione e di doveri. Temo che se prossimamente il Paese si troverà a scegliere tra queste due suggestioni, sceglierà la prima.

Sarebbe linizio di un ciclo culturale e politico di non breve momento. La barriera a destrache la DC ha storicamente mantenuto, a garanzia del processo evolutivo e non regressivo della vita democratica, verrebbe travolta.

E non già sul piano dei semplici equilibri elettorali, ma su quello della architettura strutturale del sentire popolare.

Può essere il Fedez pensierolalternativa a questa temuta (e verosimile) deriva?

No. Non può essere.

Ma di fatto è quello che lentamente sta avvenendo. Meglio dunque lasciare rapper ed influencer vari alle loro lucrose attività private e tenere a bada estremisti e sciamani della nuova antropologia imposta per via mediatica e giudiziaria.È questione che riguarda tutti quelli che non vogliono assistere ad una deriva ungheresedel nostro Paese.

Spero che il PD, dal suo punto di vista, se ne renda conto ed ascolti le opinioni largamente diffuse tra laltro nella sua stessa base popolare.

“Francia, Italia, Europa. Il nostro futuro”. L’intervento del Presidente della Repubblica alla Sorbona.

Riportiamo il testo integrale, tratto dal sito del Quirinale, del discorso tenuto il 5 luglio da Sergio Mattarella nelluniversità parigina. Francia e Italia, ha detto tra laltro il Presidente, sono chiamate a collaborare strettamente come forza propulsiva, a beneficio di tutti, per contribuire a far compiere allUnione una tappa ulteriore verso la piena sovranità europea.

Sergio Mattarella

Madame la Ministre de l’Enseignement supérieur, de la Recherche et de l’Innovation,

Monsieur le Recteur de la région académique d’Île-de-France, Recteur de lacadémie de Paris, Chancelier des universités de Paris et d’Île-de-France,

Messieurs les Présidents de Sorbonne Université et de la Sorbonne Nouvelle,

Madame la Présidente de lUniversité Paris 1 Panthéon-Sorbonne,

Autorités,

Chers Professeurs,

Chères étudiantes, chers étudiants,

« La géographie, lhistoire, l’économie, la culture, la religion, font que les territoires, échanges, idées et croyances de lItalie et les nôtres sont à ce point rapprochés et mêlés quil ny a point de règlement général concernant la Péninsule qui naffecte profondément la France et puisse, par conséquent, constituer une base davenir si nous ny participons pas. Nous nhésitons pas à ajouter que ce voisinage étroit, et dans une certaine mesure, cette interdépendance des deux grands peuples latins demeurent dans la tourmente actuelle de lhumanité et malgré tous les griefs du présent, des éléments sur lesquels la raison et lespoir de lEurope ne renoncent pas à se poser » affirma Charles De Gaulle dans une allocution radiodiffusée depuis Alger, le 27 juillet 1943, deux jours après la chute du fascisme en Italie.

Permettez moi, maintenant, de continuer en italien.

Grazie per lopportunità che mi è data di prendere la parola in una sede così prestigiosa e carica di storia.

Un’istituzione accademica fra le più antiche del nostro Continente, che ci ricorda come le radici dellunità europea siano risalenti nel tempo: già mille anni fa, studenti e professori di Parigi, Bologna o Salamanca condividevano gli studi, consapevoli di come il diritto, la filosofia, la teologia o la medicina fossero un patrimonio comune nella nostra civiltà.

Unistituzione che, nel corso dei secoli, ha contribuito in misura significativa alla elaborazione e allo sviluppo di quelle idee e di quei concetti che sono divenuti basi fondanti nella società europea contemporanea.

Un modo di essere e di pensare nel quale la persona è posta al centro di una fitta rete di diritti e tutele che garantiscono il suo libero esprimersi, il suo svilupparsi come singolo e come comunità.

Dal continente europeo, dalla cultura profonda del popolo europeo, sono venuti, in epoca moderna, messaggi fondamentali, che hanno plasmato il vivere dellumanità.

Libertà, Eguaglianza, Fraternità recita il motto della Repubblica Francese, a interpretazione di unaspirazione che avrebbe accomunato i popoli del mondo.

Ancora, da fucina di guerre mondiali lEuropa, dopo il 1945, ha saputo costruire unoasi di pace e di cooperazione, contribuendo alla stabilità e allo sviluppo internazionale.

Il progredire delle buone cause è, abitualmente, lento ed è arduo il cammino per far prevalere i principi del diritto nei rapporti internazionali. Eppure è stato possibile. E, se un rammarico può essere espresso, questo consiste semmai, nellalternarsi, nel corso dei decenni, di negligenza e di vigore nellimpegno teso ad affermare con tenacia il rispetto dei diritti della persona e delle comunità come principio inviolabile allinterno e allesterno di ogni singolo Stato membro della comunità internazionale.

Proviamo ora a chiederci: cosa muove la storia del progresso dellumanità? Il conflitto o la cooperazione?

Nella limpida risposta a questo interrogativo, data, nel Secondo dopoguerra, da statisti di grande saggezza – che si erano impegnati nella corale battaglia per la sconfitta del nazifascismo – si iscrive laccaduto nel nostro continente, dapprima con liniziativa dei Sei fondatori e, via via rispondendo agli appuntamenti proposti dalla storia – sino alla attuale configurazione a ventisette Paesi.

Se la storia diviene sempre più universale – prendendo atto dellunità del genere umano – non possiamo pensare che a scriverla possano essere i canoni obsoleti del sacro egoismodelle ottocentesche rivoluzioni nazionali.

Nel contesto attuale si sente talvolta dire che vi sono visioni diverse – talvolta opposte ma che si pretendono parimenti plausibili di Unione europea.

Al netto della doverosa disponibilità a comprendere i diversi punti di vista e a rendersi conto della fatica di ogni costruzione, questa tesi rischia di mettere in ombra le autentiche finalità dellesercizio di unità europea che sono, invece, inequivocabili.

Quando si parla del percorso dellUnione e dei suoi successi – dagli albori della Comunità Europea del Carbone e dellAcciaio – si invocano, normalmente, le espressioni libertà e prosperità.

Questultima è condizione importante di quella coesione sociale che rende concreti i diritti e favorisce leffettivo esercizio delle libertà ma, da sola, non le incarna e non le esaurisce.

Il patrimonio di valori racchiusi nellideale europeistico – ed espressi nella sua esperienza – ha inoltre consentito un ancoraggio sicuro alle democrazie dei Paesi dellEuropa centro-orientale dopo il 1989, inserendole in un contesto multilaterale che ha assicurato loro stabilità. Al tempo stesso accrescendo il valore storico e le prospettive dellUnione.

Si tratta di un capitale che non può essere depauperato né compromesso. Pena la sua dissipazione, può essere soltanto incrementato.

Laccrescimento della comune, condivisa, sovranità europea è lobiettivo: per esso occorre lavorare. Del resto è espressamente riconosciuta come finalità dai Trattati.

La dialettica politica tipica di ciascuna comunità organizzata in Stato non può essere motivo o pretesto per indebolire o per porre in discussione i caratteri fondanti dellUnione.

Si tratta di elementi inscindibili fra loro: non vi può essere democrazia senza libertà; libertà senza democrazia; libertà e democrazia senza giustizia sociale che consente il perseguimento della prosperità.

Liberté, Egalité, Fraternité: sono elementi indivisibili per tutta lumanità.

Di questo vogliamo e possiamo essere orgogliosi come europei.

Le solenni decisioni assunte da ciascun popolo al momento delladesione al progetto non possono essere contraddette se non a prezzo della drastica decisione dellabbandono.

Occorre chiarezza.

Ciascun processo in itinere è soggetto a pause, rallentamenti, incertezze, compromessi. Occorre tuttavia essere sempre ben consapevoli del costo che ciascuno di questi intralci comporta e delle loro conseguenze negative sui destini dei popoli dellUnione.

Pensiamo alla debolezza di una politica di sicurezza che scontiamo da troppo tempo. Pensiamo allabbandono del Trattato della Costituzione per lEuropa, approvato dalla Convenzione presieduta dal presidente Giscard dEstaing, abbandono che ha condotto allaccomodamento non esaltante del Trattato di Lisbona.

Affrontare problemi sempre più complessi richiede strumenti istituzionali adeguati. Quando ci si è accorti che lUnione non li possedeva in misura soddisfacente, le fragilità, provocate dalla mancanza di coraggio in anni precedenti, sono state superate soltanto grazie a un supplemento una tantum di volontà politica. È stato il caso delle iniziative, sul piano sanitario e su quello della ripresa economica, che lUnione ha saputo recentemente assumere per contrastare il Covid19 e i suoi gravi effetti.

La politica del caso per caso però non basta.

Occorre sapersi cimentare con i nodi che ostacolano il pieno dispiegarsi delle potenzialità dellEuropa unita.

René Pleven allAssemblée Nationale – in occasione della ratifica dei Trattati di Roma – prendeva posizione contro un atteggiamento che definiva frutto della psicologia da linea Maginot che, ampiamente condannata sul piano militare non avrebbe risultati più fecondi sul piano economico, per aggiungere: che si tratti dellagricoltura, dellenergia, dei trasporti, della moneta, del consolidamento del progresso sociale, nessuna soluzione nazionale è più possibile nel solo quadro nazionale…LEuropa non è per noi non so quale mania da visionari alla quale sacrificheremo gli interessi del paese. È un adattamento necessario a condizioni nuove, a una realtà economica e politica in evoluzione. Era il 9 luglio 1957, ben oltre mezzo secolo fa.

Vorrei dare voce a un secondo esponente politico in quel dibattito, Christian Pineau, ministro degli Esteri, che così si esprimeva: Il Trattato… ci permette di conservare le nostre potenzialità nella competizione mondiale e di rafforzare le posizioni delle democrazie occidentali la cui debolezza, causata anzitutto dalle loro divisioni, è risultata evidente nei mesi scorsi. Il trattato permette di stabilire su basi durature lintesa franco-tedesca della quale nessuno qui ha contestato la necessità di creare con la Germania e il mondo occidentale dei legami indissolubili… Non vi domandiamo aggiungeva -, ratificando i trattati…di mettere un punto finale alla costruzione dellEuropa, al contrario. Non siamo ancora che allinizio della nostra azione. Non penseremo di averla portata a termine fino a quando resterà un paese libero dEuropa fuori della nostra Comunità’’. E concludeva che il processo di integrazione va nel senso della storia.

Difficile non riscontrare oggi la piena attualità di questa posizione.

La scelta europeista della Francia, notava in quella occasione Valery Giscard dEstaing, annunciando il suo voto favorevole, corrisponde anche allavvio di una stagione di modernizzazione del Paese. Una tesi che, simmetricamente, sosteneva – per quanto attiene allItalia – il ministro degli Affari esteri, Giuseppe Pella, alla Camera dei Deputati di Roma.

Oggi sono le sfide del mondo globale a esigere, nuovamente, una presenza europea allaltezza delle sue responsabilità.

Diversamente, la pace, le libertà, i diritti, la prosperità, potrebbero divenire in futuro, anche per noi europei, un ricordo.

Nel costante intersecarsi della storia dei nostri due Paesi – e nel contributo che essi hanno dato allEuropa e al mondo – queste idee, questo modo di concepire il rapporto fra cittadini e Stato, sono andati gradualmente consolidandosi.

È sulla base di queste riflessioni – e grazie al bagaglio straordinario di sensibilità e valori che animi consapevoli e coraggiosi avevano saputo conservare anche nel profondo abisso dei conflitti mondiali – che si giunse, nellimmediato dopoguerra, alla decisione di unire e non più dividere, di mettere in comune, piuttosto che di rifugiarsi nei propri confini, di aprirsi alla solidarietà, piuttosto che rimanere imbrigliati nella contrapposizione.

La storia della nascita della Comunità del Carbone e dellAcciaio e del ruolo che Schuman, Adenauer, De Gasperi, Spaak svolsero, con il conforto del sapiente impulso di Jean Monnet e di altre figure lungimiranti, fa ormai parte del bagaglio inalienabile dei popoli europei e dovrebbe, a ogni generazione, essere compresa e meditata.

Non possiamo infatti consentire che prevalga loblio, che si possa tornare indietro e che quel grido, mai più guerra, risuonato così forte allindomani del secondo conflitto mondiale, possa essere posto in sordina!

In questi decenni abbiamo avuto in proposito e tuttora abbiamo – tristi e drammatiche esperienze sulluscio di casa, nel nostro stesso continente – e nellimmediato cortile di casa– il Mediterraneo!

LUnione, filiazione diretta e coerente di quella prima Comunità, rappresenta quanto di più significativo la coscienza europea ha saputo costruire per allontanare lo spettro del conflitto, e garantire anzitutto ai suoi cittadini ripeto – un periodo di pace e prosperità collettiva di cui mai prima, nella nostra storia, avevamo potuto godere.

Il percorso di integrazione ha infatti introdotto stabilmente e fatto acquisire nellanimo degli europei il concetto di solidarietà fra nazioni, Stati, popoli diversi, impegnati nel riconoscere i caratteri fondanti il demos europeo, motore e risultato – al tempo stesso – dello sforzo di integrazione.

Trascorsi settantuno anni dalla dichiarazione Schuman, sono gli eventi successivi e particolarmente gli avvenimenti di questo periodo a confermarci – ben al di là di ogni dubbio – quanto sia stata lungimirante la scelta dei padri fondatori.

La pandemia che ha colpito violentemente lintero pianeta ha reso ancor più evidente la fragilità dei singoli Paesi anche di quelli europei – stretti fra esigenze di difesa sanitaria delle proprie popolazioni, salvaguardia delleconomia e mantenimento di quella socialità indispensabile in molti settori, primo fra tutti quello dellistruzione che, così tanto ha sofferto in questo periodo.

In un contesto così difficile, segnato in maniera drammatica, indelebile da una scia di lutti che ancora pesano sulle nostre comunità, la solidarietà fra Paesi e istituzioni europee ha rappresentato un punto di riferimento e di guida che ci ha consentito di tracciare insieme una via di uscita dalla crisi.

È nei momenti di maggiore incertezza che occorre avere il coraggio di compiere passi in avanti.

La Commissione Europea ha saputo assumersi questa responsabilità. Ancora una volta, come allalba del percorso di integrazione, coraggio e solidarietà hanno permesso il prevalere delle ragioni della speranza contro ogni visione angusta di chiusura, per costruire il nostro domani.

Lazione della Commissione è stata affiancata, con il medesimo slancio, da quella del Parlamento Europeo, che ha fatto sentire la sua voce autorevole, espressione del dibattito democratico che sempre più contraddistingue la vita dellUnione.

Anche al livello degli Stati membri la solidarietà si è manifestata in maniera spontanea e immediata, con gesti che sono già entrati a far parte della nostra memoria collettiva.

Alla solidarietà bilaterale hanno fatto seguito coraggiose decisioni del Consiglio Europeo che hanno completato il quadro della risposta collettiva alla pandemia.

Una risposta che è risultata essere ampia, articolata, consistente e che ha accompagnato gli sforzi che, sul piano nazionale, ciascuno Stato membro sta adottando, esaltando così il canone della sussidiarietà, autentica pietra angolare del funzionamento dellUnione.

Solidarietà e responsabilità si sono così confermati come gli elementi caratterizzanti lavventura europea.

È cresciuta una nuova consapevolezza, che supera e azzera improvvidi e modesti diversivi di contrapposizioni allinterno dellUnione tra gruppi di Paesi, talvolta indicati con appellativi davvero fantasiosi.

Il Consiglio, rappresentativo degli Stati membri ha così approvato un pacchettoche si pone nellalveo di una crescita istituzionale che, partendo dalla moneta unica, passa per lunione bancaria e giunge – adesso – al primo concreto esempio di una politica fiscale comune capace di contrastare la crisi.

Lobiettivo che ci attende è quello di consegnare alla prossima generazione una Europa più coesa, lungimirante e pienamente in grado di far sentire nel mondo la sua voce; e questo dipenderà anche dal modo con cui ogni singolo Paese metterà in opera i propri piani nazionali.

Non possiamo fallire la sfida di trasformare la crisi in motore di un nuovo sviluppo più qualificato e più equo, che rilanci il ruolo dellUnione Europea come moltiplicatore della propria piattaforma di valori e come vettore di inclusione.

Il prezzo della nostra incapacità verrebbe scontato dalle prossime generazioni.

Non deve accadere!

Non può accadere che si smarrisca una opportunità di crescita collettiva, che renda lUnione più vicina ai suoi cittadini e più autorevole sul piano internazionale, evitando il rischio di divenire marginale spettatrice degli eventi.

UnEuropa capace di tracciare – insieme ai popoli degli altri continenti – nuove strade e contribuire a scrivere le regole su grandi temi come il cambiamento climatico o la rivoluzione digitale, adottando criteri rigorosi e partecipando da protagonista alla definizione di normative coerenti con i valori di crescita umana globale, rispettosi delle culture di ciascuno.

I popoli europei ne sono ampiamente convinti. Occorre che ne prendano atto le autorità politiche e che agiscano di conseguenza.

Dal punto di vista economico, grandi passi sono stati fatti. Lemissione di debito comune consentirà di affiancare alla moneta unica, un safe asseteuropeo che favorirà la diffusione dellEuro quale moneta privilegiata degli scambi e ne aumenterà il ruolo internazionale come valuta di riserva.

Il problema del debito che verrà emesso per sostenere la ripresa non costituisce certamente questione secondaria. E vanno ascoltati coloro che ammoniscono sulle conseguenze che un tale fardello potrebbe avere per la prossima generazione.

Auspichiamo che – nel segno di un rafforzamento dellUnione – il concetto di politica fiscale europea si sviluppi e si consolidi: non certo per trasformarci in una unione del debitoma per affiancare alla politica monetaria sovranazionale, gestita dalla Banca Centrale Europea, uno strumento altrettanto efficace per consolidare la crescita e ridurre le diseguaglianze tra i Paesi e al loro interno; facendo in tal modo accrescere il livello e la qualità delleconomia europea.

Sotto altri profili dobbiamo fare di più.

La politica migratoria rimane un vulnus recato alla coscienza europea. Alla pandemia abbiamo saputo dare una risposta comune, alla crisi economica altrettanto.

Alle migrazioni, ovvero al tema che in grande misura oggi interpella i nostri valori, al tema che più di altri mette in gioco la nostra capacità geopolitica e la nostra visione del mondo, non siamo ancora riusciti a dare una risposta adeguata, efficace e comune.

I flussi migratori vanno regolati e governati, affinché siano rispettosi delle comunità di accoglienza e dei migranti, cancellando lodioso traffico che criminali senza scrupoli hanno imbastito sulla loro pelle.

La pressione che avvertiamo – in tutto il mondo e non soltanto alle frontiere dEuropa – è il risultato delle grandi differenze nella distribuzione del benessere tra i continenti, dellampia diversità dei tassi demografici, dellimpatto dei cambiamenti climatici; ma è anche il prodotto di decenni di omissioni, conflitti, diseguaglianze.

In una frase: del mondo che abbiamo contribuito come europei a plasmare e del quale rechiamo ampia responsabilità.

Donne, bambini, uomini in fuga, difficilmente possono essere individuati come un nemico. Già allepoca della Seconda guerra mondiale lindifferenza, se non la aperta ostilità verso i profughi che bussavano alle frontiere, caratterizzò una stagione che sarebbe stata segnata da crimini efferati, dei quali lumanità non deve perdere il ricordo.

Da lì nacque la Dichiarazione Universale dei diritti delluomo, con validità, appunto, universale. Essa chiede a tutti i protagonisti della vita internazionale di rispettarli e, prima di essere rigorosi nel reclamarne il rispetto da parte degli altri Stati, di onorarne per primi i principi, a partire dai diritti dei migranti.

Dotarsi di una politica dellimmigrazione e dellasilo allaltezza dei valori che sono alla base del progetto di integrazione europea costituisce un obiettivo primario per la stabilità e per la stessa coesione dellUnione oltre che per poterci confrontare con i Paesi della regione in maniera credibile.

Se vogliamo che questa nostra Europa continui ad assicurare prosperità e benessere dobbiamo provvederci di una strategia dellaccoglienza – sostenibile ma concreta – in sintonia con le complesse sfide delloggi.

Abbiamo bisogno di una politica dellimmigrazione che proietti stabilità intorno a noi, che contribuisca a riassorbire le tensioni e a dare una spinta allo sviluppo dei nostri vicini, in particolare per quanto riguarda il Continente africano, che già da tempo dovrebbe essere visto – prima di ogni altra considerazione come un partner per lUnione.

In questo senso, la gestione delle migrazioni deve divenire parte integrante dellazione esterna dellUnione.

Sotto ogni profilo e su più versanti non è da soli che possiamo pensare di arrestare linstabilità che ha ormai raggiunto praticamente lintero arco dei confini europei! Tutto intorno allEuropa.

LUnione deve essere in grado di contrapporre a questo scenario la forza dei suoi valori e dei suoi ideali.

Deve saper proiettare equilibrio, tolleranza, benessere, al di là dei propri confini. Deve, concretamente, porsi lobiettivo di completare il percorso di integrazione continentale con i Paesi dei Balcani Occidentali e di proseguire le politiche di partenariato con i popoli dellaltra sponda del Mediterraneo.

Deve saper agire con tutta la propria energia per affermare le ragioni della pace nel mutuo rispetto, la ferma convinzione della supremazia del diritto e del metodo multilaterale, la sua vocazione di armonia nella comunità internazionale.

Un compito arduo, che si costruisce giorno dopo giorno, nella consapevolezza – da parte di ciascuno Stato membro – che occorre saper guardare lontano, rinunciando a qualcosa, quando necessario, affinché si possa comporre un coerente quadro di politica estera dellUnione.

Sono passati dodici anni dallentrata in vigore del Trattato di Lisbona. Ma il mondo e lEuropa da allora sono radicalmente cambiati.

Una ulteriore evoluzione della nostra Unione appare oggi ineludibile.

ha indicato con puntualità il presidente Macron nel suo importante intervento in questa Università, il 26 settembre del 2017, parlando di una Europa sovrana, unita, democratica.

Francia e Italia devono essere fra i protagonisti di questa trasformazione.

Lo abbiamo già fatto lavorando fianco a fianco per costruire la risposta economica e sociale alla pandemia, affinché nessuno rimanga indietro e tutti possano avere nuove opportunità.

Lo stiamo facendo anche attraverso la predisposizione di un Trattato bilaterale sulla cooperazione rafforzatache consentirà di porre le nostre relazioni su un piano di ancor più profonda integrazione, capace di infondere nel progetto europeo nuova energia.

Gli innumerevoli vincoli che da sempre stringono insieme le nostre società civili ci saranno di aiuto prezioso.

In questa sede non possiamo non ricordare leccellente collaborazione esistente a tutti i livelli fra le nostre Università e le nostre Istituzioni di ricerca e i molteplici programmi congiunti che in ogni ambito si situano al limite estremo delle attuali conoscenze. Collaborazioni che, specialmente nella scienza e nella tecnologia, rappresentano motore di sviluppo e – non a caso – stanno alla base dei grandi progetti di interesse comune sostenuti dallUnione.

Signora Ministro,

Signor Rettore,

Signori Presidenti,

il nostro impegno deve essere quello di continuare a lavorare insieme, con determinazione, affinché nel nostro futuro vi sia unUnione non soltanto più stretta, ma in sintonia con i suoi cittadini, con le loro sensibilità, con le loro necessità, con i loro sogni.

La Conferenza sul Futuro dellEuropa che si è aperta da pochi giorni – e che auspichiamo possa concludersi con successo nel semestre di Presidenza francese – rappresenta il banco di prova della nostra capacità di saper prestare ascolto alle istanze delle nostre società e identificare così soluzioni al tempo stesso condivise e innovative.

Se unUnione più efficiente e più coesa, più rappresentativa dei suoi cittadini, più autorevole al livello internazionale necessita come è evidente – di cambiamenti nella sua struttura, dobbiamo avere il coraggio di affrontare e sciogliere questi nodi.

Insieme!

Francia e Italia sono chiamate – anche in questa fase – a esprimere forza propulsiva, a beneficio di tutti, per contribuire a far compiere allUnione una tappa ulteriore verso la piena sovranità europea.

È un compito nel segno della coerenza, con la lungimiranza dei Padri fondatori.

Lo dobbiamo anzitutto ai popoli europei e, tra essi, soprattutto ai giovani europei, alla generazione Erasmus, a cui abbiamo il dovere di consegnare unEuropa forte dei nostri comuni ideali.

Merci de votre attention.

I limiti della grande politica e le potenzialità dell’autogoverno. Dal blog di “Dialoghi”.

Nella post pandemia conta forse più la politica locale, quella che si esprime nei territori e investe i singoli Comuni, che non la cosiddetta grande politica. Urge una ricostruzione dal basso. Lautore conclude il suo intervento sul sito della rivista dellAzione cattolica italiana in un modo molto netto: Come si ricostruisce una comunità”? Il mezzo principale è leducazione a tutti i livelli.

Tutti coloro che guidano unauto sanno che nessuno specchietto retrovisore è in grado di inquadrare quello che in gergo si chiama l’“angolo buio, che rimane invisibile al conduttore e che quindi costituisce un pericolo al quale bisognerebbe rivolgere la massima attenzione. Anche la politica o, meglio ancora, lazione dei governi subisce questo effetto ombra, i cui effetti si possono rivelare col tempo gravi e drammatici.

Sappiamo che in questi mesi si dovrebbe aprire una stagione di grandi riforme soprattutto con lutilizzazione del Recovery Fund. I problemi che saranno affrontati con i fondi europei sono, com’è stato in parte annunciato, molti e certamente fondamentali e si inquadreranno nellambito della governancedel dopo covid o, almeno, del progressivo décalage dellepidemia. Quelli che non è opportuno dimenticare o sottovalutare sono appunto gli angoli oscuriche gravano e graveranno sullazione governativa, rischiando di renderla insufficiente in punti non certo secondari.

Cosa sintende dire con questo? Basta forse qualche esempio: proviamo ad andare un poin giro per qualche scuola, per qualche ospedale, per qualche luogo di lavoro, grande o piccolo, e anche per qualche luogo di ritrovo o semplicemente per strada, per qualche quartiere non necessariamente di grandi città, ma anche di quelle più piccole, in cui la vita quotidiana sembra presentare meno effetti di deterioramento. Cosa si vede, così, a occhio nudo, senza bisogno dellaiuto di sociologi, psicologi, urbanisti? Si vedono strutture ancora oggi fatiscenti, invecchiate, che sembrano stare in piedi per una speciale grazia divina o per un caso fortunato. Ma non è solo questione di strutture fatiscenti che fanno vergogna a un Paese civile. Si vedono infatti anche, per le vie, comportamenti individuali e di gruppo improntati allindifferenza, alla superficialità, alla mala sopportazione del prossimo, addirittura alla violenza generata spesso da cause banali, ma talvolta sfociata in esiti estremi.

Ora, tutto questo serve semplicemente per dire che, al di là e al di sotto di ogni macroriforma resta ben solido un costume (in)civile, che assume mille volti differenti, ma i cui risultati convergono in atti, comportamenti, decisioni, atteggiamenti contrari alla ricostruzione di una buona e giusta convivenza. Qui nessuna azione della grande politica (chiamiamola così per intenderci) può arrivare, sia perché essa pare essere decisamente disinteressata a questo fondo oscuro della società, ma anche perché qui servono strumenti diversi dalle azioni di un governo centrale, specie se di composizione tecnica.

Qui serve, se non è già troppo tardi, lazione dei governi locali, i più vicini, almeno teoricamente ai bisogni dei cittadini: i comuni, le province, le regioni, insomma la micropolitica(se questo nome è adatto), che diventa grande politica nella misura in cui si piega alle esigenze e ai drammi della vita di ogni giorno.

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https://rivistadialoghi.it/i-limiti-della-grande-politica-e-le-potenzialità-dellautogoverno

Perdonare oltre l’impossibile. La figura di Maria Goretti, la Santa dodicenne che “L’Osservatore Romano” consegna a una dimensione oltrepassante l’umano.

È impossibile, secondo l’autore dell’articolo, spiegare il perdono secondo i canoni della vita comune. Tuttavia, come ben sappiamo, i santi vanno oltre tutto ciò che è umano. La giovane delle paludi pontine, morta a seguito della violenza patita per mano del suo altrettanto giovane aggressore, mette in mostra l’eroismo di un’intima e profonda misericordia, intesa come condivisione dell’umana fragilità.

Antonio Tarallo

«In quel tempo, Pietro gli si avvicinò e gli disse: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?. E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”». È levangelista Matteo, allottavo capitolo, a raccontarci questo celeberrimo episodio in cui Gesù ci insegna come perdonare. Chiunque ha subìto torti, ciascuno di noi ha sperimentato delusioni che hanno segnato profondamente la propria vita. E, proprio per questo non possiamo nascondercelo difficilmente abbiamo perdonato, fin da subito, chi ci ha recato dolore. Molte volte, se ci siamo riusciti, è stato solo grazie alla polvere del tempo che ha coperto il danno subìto.

Robert D. Enright, noto psicologo statunitense, attuale docente di Psicologia educativa alluniversità di Madison (Usa), ha improntato il suo campo di ricerca proprio sul tema del perdono: quando una persona perdona, identifica il comportamento dellaltro come moralmente sbagliato, ma accetta laltro e riconosce il suo valore intrinseco nonostante loffesa. Con questi presupposti, perdonare diviene inevitabilmente una scelta. Scrive Enright: «Perdonare è un atto di grazia verso chi ci ha offeso, verso qualcuno che non merita necessariamente la nostra misericordia».

Maria Goretti, certamente, rimane uno degli esempi più concreti e allo stesso tempo straordinari di come noi stessi possiamo divenire misericordia per gli altri. Ma per fare ciò, le nostre uniche forze non bastano. Si tratta, alla fine, di Grazia: questa volta con la Gmaiuscola.

La tremenda uccisione della piccola Maria, avvenuta dopo la tentata violenza da parte del giovane diciottenne Alessandro Serenelli, è una prova tangibile di come il Signore possa operare miracoli nelle situazioni più disparate. Miracolo sì, perché “perdonarenon può che ritenersi tale. La frase divenuta una sorta di emblema-motto che Maria Goretti pronunciò alla madre, prima di morire, ci pone di fronte a un mistero che ci mette in crisi. Il perché è assai semplice: come è possibile per noi perdonare i piccoli torti subìti, avendo di fronte questa immensa figura di santità che è riuscita addirittura ad avere misericordia per il proprio uccisore?

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-150/perdonare-oltre-l-impossibile.html