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Sulla islamizzazione della sfera pubblica turca. L’analisi del Mulino.

L’Akp di Erdoğan ha inaugurato gli anni dell’islamizzazione della sfera pubblica turca, che con la crescente erosione dello stato di diritto e delle libertà, ne ha cambiato il volto sociale e identitario.

 

Luisa Natile

 

La Turchia che Mustafa Kemal Atatürk e i suoi successori avevano plasmato quasi cent’anni fa si basava su alcuni pilastri: il nazionalismo, l’occidentalismo e il laicismo. La politica del presidente Recep Tayyip Erdoğan e del suo Partito della giustizia e dello sviluppo, Adalet ve Kalkınma Partisi (Akp) si discosta drasticamente dall’eredità kemalista, soprattutto sul terreno religioso e culturale: l’Islam sunnita ha ormai assunto un ruolo centrale nella definizione dell’identità politica turca. Le scelte dell’esecutivo sono ispirate a valori tradizionali e musulmani, tanto nelle questioni di politica interna quanto in quelle di politica estera. Il dominio politico dell’Akp è andato di pari passo a una progressiva islamizzazione della società turca.

 

A partire dal 2012, uno degli obiettivi dichiarati del governo è stato quello di favorire la crescita di una generazione devota. Sul piano dei costumi, il consumo di alcool è fortemente scoraggiato da un’aspra tassazione, nonché dalla difficoltà nel pubblicizzare questo tipo di prodotti non contemplati dall’Islam sunnita. I riferimenti alla morale pubblica, al ruolo della donna nella società e ai diritti della comunità Lgbt+ sono improntati sulla religione. Il mondo dell’istruzione scolastica è stato più volte riformato in tale direzione: gli Imam Hatip – le scuole confessionali – ricevono ormai una sproporzionata quantità di fondi pubblici se paragonati agli istituti statali e l’insegnamento della religione è ormai obbligatorio in ogni ordine e grado. Il vocabolario stesso della politica turca è oggi intriso di riferimenti all’Islam e al Corano – basti pensare al discorso di insediamento di Erdoğan in seguito all’elezione del 2014, durante il quale il presidente ha definito quel momento come un nuovo inizio con il termine Fatiha (il primo capitolo del Corano). In questo contesto non dovrebbe sorprendere la riconversione religiosa della Grande Hagia Sophia, avvenuta nel luglio del 2020; o ancora l’inaugurazione, lo scorso 28 maggio, di una grande moschea in Piazza Taksim a Istanbul, luogo simbolo dell’era kemalista, nonché storico terreno di scontro tra laici e conservatori, culminato nelle famose proteste di Gezi Park del 2013.

 

All’origine di questo processo, che sta apparentemente cambiando il volto della Turchia, c’è una questione culturale-identitaria con radici molto profonde. Nel 1923, alla nascita dello Stato-nazione turco, un moderno sentimento d’identità nazionale doveva prendere il posto dell’Islam, elemento unificatore dell’umma ottomana. A questo scopo la società turca fu modernizzata, occidentalizzata e laicizzata dall’élite politica repubblicana. Il laicismo alla turca (Laikik) aveva lo scopo ultimo di sradicare la religione dalla sfera pubblica e addomesticarla in una sfera meramente privata. Per questo motivo, l’uso politico della religione venne vietato dalla Costituzione. In realtà, questo obiettivo non fu mai realizzato appieno e, soprattutto nelle aree rurali del Paese, la popolazione continuò a identificarsi con il tradizionale sistema di valori legato principalmente all’Islam.

 

Quanto l’identità islamo-conservatrice fosse il riferimento principale per una buona parte della popolazione emerge chiaramente nella seconda metà del Novecento. All’indomani della Seconda guerra mondiale, l’élite politica kemalista mise fine all’era del partito unico e le elezioni premiarono formazioni partitiche di centrodestra; con esse si affacciò una classe politica conservatrice che, benché non mettesse in discussione i principi fondamentali del kemalismo – come il laicismo o l’orientamento filoccidentale della Turchia – fu protagonista di un’apertura nei confronti della religione, considerata come un importante collante sociale del popolo turco. Negli anni Ottanta questa nuova visione sarebbe stata fatta propria anche dall’esercito, con il terzo colpo di Stato attuato fino a quel momento. I militari si fecero infatti promotori di una nuova ideologia ufficiale, la cosiddetta «sintesi turco-islamica», accettando la religione come componente essenziale dell’identità turca.

 

Il governo di Turgut Özal, nella seconda metà degli anni Ottanta, determinò le premesse per il successo dell’Islam politico nel decennio successivo. Le politiche economiche neoliberali favorirono infatti l’affermarsi della cosiddetta borghesia islamica: una classe sociale emergente, in contrasto con l’esistente alleanza economica e culturale che legava la borghesia imprenditoriale di Istanbul e lo Stato, la cui relazione simbiotica era fondata su un accordo sulla laicità e sull’ideologia kemalista. Grazie alla precedente apertura verso la religione nel campo dell’istruzione a tutti i livelli, buona parte di questa nuova classe dirigente aveva beneficiato di un’educazione alternativa. Confraternite e organizzazioni religiose autonome, quali Nurcu e Naksibendi, e le scuole per predicatori ormai esercitavano un’influenza che superava per importanza quella degli stessi partiti. Nel giro di pochi anni questa contro-élite di matrice islamica si contrappose a quella laica di ispirazione kemalista.

 

È questo il vero punto di partenza dell’ascesa dell’attuale classe politica turca. L’Islam politico in Turchia esisteva sin dagli anni Sessanta, nelle vesti del Movimento di visione nazionale, Milli Görüş, guidato da Necmettin Erkaban, ma i partiti legati a questo movimento erano stati ripetutamente soggetti all’interdizione da parte della Corte costituzionale. Nella lunga e complessa scalata verso l’affermazione pubblica, il Movimento di visione nazionale si era fatto portavoce dei musulmani devoti, che si consideravano vittime del kemalismo, da loro giudicato un vero e proprio «errore storico»: al suo posto essi sognavano l’imposizione di un «giusto ordine», che ridesse dignità e rappresentanza politica all’altra Turchia – quella esclusa dall’élite occidentalizzata e laica.

 

Negli anni Novanta l’Islam politico, formalmente ancora vietato dalla legge, beneficiò della nuova apertura della società turca. La scalata verso il successo fu inaugurata personalmente da Erdoğan con l’elezione a sindaco di Istanbul nel 1994, anche se la fortuna del mandato di Primo ministro per Erkaban nel 1996 fu interrotta dal cosiddetto «golpe postmoderno» del 1997, con il quale l’esercito intendeva escludere il conservatorismo religioso dalla competizione politica. Il partito di Erkaban venne sciolto effettivamente l’anno successivo; dalle ceneri della sua ala moderata nacque l’Akp, guidato da Erdoğan. In un primo momento la nuova formazione scelse la via del conservatorismo moderato, abbracciò il progetto dell’integrazione europea e acquisì una retorica democratica e liberale, rifiutando l’etichetta di partito islamico-erede del Milli Görüş. A posteriori è facile osservare come l’Akp abbia agito per l’implementazione di un programma del tutto simile a quello dei suoi predecessori, al punto da spingere gli osservatori a parlare di una possibile hidden agenda del partito.

 

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Cattolici, politica e Stato. Dove sono finiti i cattolici democratici?

Sul Ddl Zan si è detto tutto e il contrario di tutto. Non si può continuare all’infinito a discettare sulle logiche astratte o sui dettagli causidici. Una verità appare tuttavia evidente: il cattolicesimo popolare deve ritrovare lo spirito idoneo a provocare un passaggio alla nuova fase dell’impegno politico in nome di un’appartenenza ideale. Il salto in avanti fa a parte della dialettica che anche la discussione sulla Nota vaticana ha messo a nudo.

 

Giorgio Merlo

 

È perfettamente inutile scendere, ancora e per l’ennesima volta, nei dettagli del cosiddetto “ddl Zan”. Tutti gli organi di informazione grondano di notizie, interviste, commenti, editoriali, pregiudiziali vari e posizioni assunte e decretate in modo netto ed intransigente. Ormai è un copione talmente noto, conosciuto e collaudato che prima di essere scandito ed approfondito sappiamo già che cosa recitano i vari attori in campo. Gli alfieri della laicità, e molte volte del laicismo, da un lato e i difensori d’ufficio degli “interessi cattolici” dall’altro. Sia gli uni che gli altri evidenziano un eterno derby che rischia solo di riprodurre, periodicamente e in occasione di grandi eventi, la solita disputa tra “guelfi e ghibellini” o la riproposizione degli “storici steccati” di antica memoria con grande gioia e giubilo per le rispettive tifoserie.

 

Un copione, appunto, persin troppo noto per essere ulteriormente commentato ed approfondito. E l’occasione della nota della Segreteria di Stato sul “ddl Zan” è talmente ghiotta al riguardo che le rispettive casacche si sono tuffate a capofitto per cercare di recuperare, almeno in parte, lo smalto originario disperso in questi anni di politica populista, demagogica, antiparlamentare e smaccatamente incompetente e vuota. Cioè dopo il trionfo del populismo e del grillismo.

 

Ora, però, all’interno di questo quadro politico, culturale e legislativo, seppur convulso e frastagliato, manca all’appello – purtroppo e per l’ennesima volta – quella categoria di persone che un tempo si chiamavano o si qualificavano come cattolici democratici. O cattolici popolari. Cioè quegli uomini e quelle donne che per molti decenni hanno rappresentano nella storia politica del nostro paese, visibilmente e pubblicamente, quel cattolicesimo politico che sapeva difendere i valori senza trasformarli in una crociata integralista e clericale e che, al contempo, praticavano una profonda laicità dello Stato e dell’azione politica senza scivolare nei meandri del laicismo. Il tutto attraverso un metodo che veniva semplicemente definito come “cultura della mediazione”.

 

Uomini e donne che, semplicemente, oggi non ci sono più. E non esistono più nè sul versante del centro destra dove prevale una linea più semplificatoria e più diretta volta alla semplice difesa “degli interessi cattolici”. A prescindere da qualsiasi elaborazione culturale nè, tantomeno, alimentati da quella “spiritualità del conflitto”, per citare il grande storico Pietro Scoppola, che ha caratterizzato per molto tempo il comportamento e la tensione dei cattolici impegnati in politica. Nè, a maggior ragione, si intravede questa categoria politica e culturale all’interno del Pd, cioè del più grande partito della sinistra italiana. Un partito sostanzialmente governista e di potere che, anche per essere fedele alle ragioni storiche e culturali della sinistra italiana e del populismo di marca grillina, ha del tutto abbandonato quella specificità e quella esperienza richiamate e sbandierate da alcuni padri fondatori di quel partito al momento della sua nascita nel lontano 2007. Di qui il confronto, scontato e anche un po’ noioso nonchè decisamente petulante, che leggiamo sui giornali o ascoltiamo nei vari talk televisivi.

 

Ma anche da questa vicenda, comunque vada a finire e destinata peraltro ad esaurirsi rapidamente, può scoccare la scintilla di un rinnovato protagonismo di quella esperienza e di quella originalità di essere in politica che ha caratterizzato la miglior stagione del cattolicesimo politico italiano. Mi riferisco a quella tradizione cattolico democratica, cattolico popolare e soprattutto cattolico sociale che ormai è ai nastri di partenza per una nuova avventura politica e che potrà, anche e soprattutto su temi come quelli che leggiamo proprio in questi giorni su vari organi di informazione, ritrovare quella freschezza culturale e quella progettualità politica e istituzionale ormai da troppo tempo sacrificati sull’altare delle mode effimere e vuote del populismo all’italiana.

 

E questo non per il bene dei cattolici, ma per la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e anche per la ripresa della politica con la P maiuscola.

Dopo la Nota vaticana il dibattito è destinato a crescere. Si tratta di sfuggire a formule idolatriche, fatte anche di accanimenti, per restituire dignità alla politica della tolleranza e della mediazione.

Se si guarda in faccia alla realtà, si può e si deve riconoscere che in Italia non dilaga il paventato ricorso alla violenza contro le minoranze, neppure contro quelle che tali sono o si sentono per ragioni di “orientamento sessuale”. La via del buon senso non dovrebbe essere preclusa. Altrimenti si arroventa inutilmente il confronto sulla base di pregiudizi o aspirazioni arbitrarie.

 

Giuseppe Davicino

 

Si può discutere a lungo sulle ragioni del passo diplomatico compiuto dalla Segreteria di Stato sul ddl Zan, ma alla fine credo che ciò che più conta sia la sostanza politica.

 

In primo luogo, come ha osservato Lucio D’Ubaldo la risposta “strutturata” di Draghi alla Nota verbale vaticana conferma, anche su tali materie, la capacità del premier di andare oltre gli “-ismi”, secondo un’azione improntata al buon senso e a quella possibilità di un compromesso possibile nei termini che ben ha indicato Nicola Caprioli, di preservare la libertà di espressione da un lato e la punizione dei comportamenti lesivi delle diversità, nel quadro del rispetto dei principi costituzionali e degli impegni internazionali.

 

C’è da cogliere una lezione di Draghi al parlamento e ai partiti a riappropriarsi in senso pieno della dialettica e della mediazione politica, che non possono mai scorrere a senso unico. Possibilmente non solo sui temi etici. Sull’economia, sulla transizione digitale e verde, che tutti osannano senza neanche avvertire i disastri a cui possono condurre tali transizioni se declinate in modo ideologico, propagandistico, miope, incapace di valutarne i problemi, la complessità delle interrelazioni, le serie controindicazioni che anche producono, per superarle.

 

In secondo luogo, emerge, come ha osservato Roberto Di Giovan Paolo, la questione di una sensibilità sui diritti (veri o presunti tali), che rivela la natura di un partito o di uno schieramento, penso in particolare al centrosinistra: se più popolare o radical-chic. Solo chi è presente nell’affermare i diritti fondamentali del lavoro, nella lotta alla povertà, per la riduzione delle disuguaglianze può poi anche non apparire sospetto di snobismo in determinate altre battaglie.

 

Infine, trovo che si possa osservare che il dibattito sul ddl Zan può costituire anche l’occasione per una riflessione politica sulla natura di certi movimenti che sembrano così votati a nobili cause come la difesa dei diritti di minoranze di vario tipo, ma che in realtà possono essere usati per perseguire scopi diametralmente opposti a quelli dichiarati, fino al punto da creare discriminazioni al contrario, e certamente usati per creare divisioni sociali e per allontanare il più possibile i ceti popolari dalla lotta per un giusto salario, per un welfare adeguato, per un’economia meno ingiusta.

 

Ora, se per motivi di opportunità politica si dovrà alla fine arrivare a una legge che apparirà tutelare in modo specifico, oltre le normali garanzie riconosciute a tutti i cittadini, particolari categorie dalle discriminazioni, credo che non si possa dimenticare che la via maestra è e rimane quella della difesa della dignità della persona in quanto tale e non in quanto appartenente a qualsivoglia categoria.

 

Tanto più che nel nostro Paese, a differenza di altri nel mondo, non esiste una reale emergenza dovuta alla discriminazione per orientamento sessuale e sono perfettamente funzionanti gli strumenti legislativi atti a punire ogni caso di violenza per tale motivo. L’emergenza invece che sta crescendo è quella prodotta dal dilagare dell’ideologia gender, che trasforma casi isolati di incertezza sessuale o di consapevoli scelte individuali in un modello di dover essere esteso a tutti. Con gravi danni psicologici e fisici sui bambini, irreversibili nei tanti casi in cui sulla scelta di cambiare sesso ha influito una martellante pressione propagandistica tale da cirquire la volontà dei ragazzi e rovinando loro la vita.

 

L’accanimento ideologico contro il dato naturale dellla differenza sessuale credo assomigli molto di più a un grave arbitrio che a un mancato diritto. Anche questi eccessi necessitano di trovare un modo per fronteggiarli.

Le elezioni amministrative a Roma.

L’autore, più volte parlamentare, si assume l’onore di parlare a nome dei democristiani di Roma. Le condizioni della città esigono uno scatto di responsabilità. Il problema, come sappiamo, riguarda tutti. Rianimare una presenza di matrice democratica e cristiana è opera faticosa ma necessaria. Anzitutto per il bene di Roma,

 

Alberto Alessi

 

Roma appare come una matura signora al contempo cupa e solenne, insediata in questo periodo da amanti, che però non vogliono onorare un matrimonio riparatore.

 

La vera causa è che non la amano veramente iure cordis, ma vogliono sedurla iure soli, intanto perchè non sanno quanti inviti devono essere distribuiti e poi perchè è solamente un matrimonio virtuale, perchè Roma in passato ha già generato figli illustri ed inimitabili.

 

La verità elettorale è anche quella che riparare a 5 anni di disastri culturali, ambientali, economici, appare impresa impossibile. Lo stesso rapporto con i cittadini romani è intorpidito, perchè ogni relazione con gli organi comunali appaiono desunte.

 

Molti leader politici dichiarano solennemente che bisogna accorciare le distanze, ma causate dai loro stessi rappresentanti comunali e tale distacco è anche di carattere psicologico e ambientale. Ora si dovrebbe imparare a distinguere tra evidenze e certezze.

 

I candidati si sforzano di offrire programmi concreti, ma nessuno ha trattato il tema dell’urgenza di un rinnovamento spirituale e civico dei romani. Roma fu caput mundi non per via della straordinaria belleza del suo territorio, ma perchè universalmente riconosciuta culla del cristianesimo. Dunque, il problema di Roma e dei romani è essenzialmente culturale.

 

Oggi dovrebbe essere compito di chi si accinge a responsabilità amministrative uscire dalle proprie stanze e segreterie e combattere perchè le convinzioni non si trasformino in convenienze.

 

Roma ha bisogno di discontinuità soprattutto culturale e perciò, in concreto, bisogna abbattere tutte quelle posizioni che sono abbarbicate ed arruginite e bisogna avere il coraggio di difendere invece un programma fortemente diretto alla socialità. Insomma bisogna fare comprendere ai cittadini romani che sono loro stessi che devono essere i protagonisti del  rinnovamento e dell’urgenza di rinverdire Roma, riscoprendo appunto il suo spirito universale mortificato .

 

Roma dovrà stupire, fare riflettere al contempo, rinnovare i cuori, gli intelletti, la ragione delle sane ragioni, con la presenza attiva del logos e del pathos e deve recuperare la sua anima universale e la sua identità oggi congelata viva.

 

Bisogna essere ottimisti impenitenti e concreti, sicché al contempo, in questa chiave politica ed etica, i democristiani romani intendono dare un supporto franco e libero. La crisi che attanaglia Roma più che scrutata va risolta. Roma va ripensata e ricostruita a misura d’uomo.

L’utopia è l’unico antidoto

Paolo Bartolini e Lelio Demichelis dialogano su potere, pandemia e liberazione. Le rispettive tesi offrono indicazioni per ulteriori approfondimenti, anche perché hanno per oggetto temi che sono al centro di un dibattito tuttaltro che concluso e che vede impegnati, su posizioni spesso diverse, intellettuali appartenenti a varie scuole di pensiero. L’articolo, qui riportato in stralcio, appare sulle pagine dell’Osservatore Romano.

 

Maurizio Shoepflin

 

«Il pensiero critico che verrà impiegato nelle pagine a seguire — contro una modernità nichilistica in sé, contro la crescente dis-umanizzazione dell’umano e contro l’artificializzazione e la nientificazione del sociale e del naturale — non si propone di tornare a una pre-modernità che nessuno rimpiange, ma di superare anche una falsa post-modernità (in realtà iper-moderna nella sua forma e nei suoi effetti) e di porre le basi concettuali per immaginare una vera post-modernità, umanistica ma non antropocentrica né tecno-centrica, solidale, sostenibile e responsabile». Quest’ampia citazione tratta dall’Introduzione del libro di Paolo Bartolini e Lelio Demichelis, La vita lucida. Un dialogo su potere, pandemia e liberazione (Milano, Jaca Book, 2021, pagine 202, euro 20), concepito in forma di colloquio fra i due autori, fa immediatamente comprendere in che contesto culturale si collochi il volume e quale sia il messaggio di fondo che intende consegnare al lettore.

 

La pandemia può diventare occasione per riflettere sul presente e sul futuro dell’umanità, e questo è ciò che Bartolini e Demichelis hanno avuto in animo di fare al fine di rimanere lucidi quanto più possibile.

 

Conquistare una particolare lucidità che permetta di guardare con occhio nuovo e libero ciò che sta accadendo intorno a noi: questo premeva agli autori, che non nascondono di osservare con grande preoccupazione lo svolgersi degli eventi in un mondo che, a loro giudizio, è sempre più disumano, sempre più inospitale, sempre più dominato da poteri e interessi che non vanno nella direzione della solidarietà, del rispetto, della gentilezza.

 

Il rischio è che tramonti la speranza e trionfi il nichilismo, mentre appare assolutamente necessario l’affermarsi di quella saggezza che, come ricorda Eugenio Borgna, citato con ammirazione nel libro, si presenta quale valore imprescindibile, capace di recuperare «esperienze e modi di essere del passato solo apparentemente perduti», e in grado di far «rinascere in noi attese e speranze che danno un senso alla vita». Ma qual è il pericolo che ci sovrasta? Bartolini e Demichelis non hanno dubbi e rispondono che esso è rappresentato dal tecno-capitalismo, che, a loro giudizio, si propone nelle vesti di una nuova religione che mette al centro la certezza di un progresso indefinito.

 

Non si tratta di rinunciare alla modernità nella sua interezza, ma di denunciarne e cancellarne gli errori e le storture che oggi gravano sulle spalle di un’ umanità stanca e impaurita, minacciata com’è dalle sue stesse conquiste che, divenute sempre più potenti e invadenti, rischiano di risultare incontrollabili, perdendo le caratteristiche proprie degli strumenti utili e trasformandosi in forze pericolosamente impazzite.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-140/l-utopia-e-l-unico-antidoto.html

L’inconsistenza dei cattolici

La Nota vaticana sul ddl Zan cade nel vuoto di presenza e di azione dei cattolici italiani. È un problema molto serio. Di fatto questo vuoto è colmato dall’intervento diplomatico della Santa Sede, anche se appare estremo o perlomeno irrituale.

 

Pio Cerocchi

 

La nota diplomatica con la quale la Santa Sede per mezzo di monsignor Paul Gallagher fa sapere al Governo italiano che «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa (ddl Zan n.d.r.) in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato» apre una fase delicata nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa.

 

Non entro nel merito della controversia essendo totalmente d’accordo sui rilievi mossi dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, né mi meraviglio più di tanto della clamorosa irritualità di questo intervento ufficiale. Esso infatti è la conseguenza della inconsistenza della qualità dei politici che si dichiarano cattolici e che siedono in Parlamento. Oltre, naturalmente all’altrettanto grave (forse più grave) inconsistenza dell’episcopato italiano troppo impegnato forse a imparare come “puzzare di pecora” per accattivarsi la stima pontificia, piuttosto che studiare le questioni che da anni investano il popolo dei fedeli senza che si cerchino e si comunichino opportune istruzioni al riguardo.

 

In altre parole la proposta di legge in discussione cade nel vuoto pneumatico dell’inesistente iniziativa politica dei cattolici troppo impegnati ad assecondare l’onda mediatica senza considerare le conseguenze della dismissione della loro coerenza. Con un aggravante che purtroppo caratterizza il mondo politico nella sua quasi interezza e cioè il clericalismo cresciuto a dismisura da Papa Wojtyla in poi. In altri tempi ci poté anche essere un clericalismo intelligente anche perché allora esisteva una coincidenza più o meno sostanziale di intenti.

 

Oggi vuoi per un magistero che spesso appare ed è divisivo, vuoi per l’essere venuto meno il partito che raccoglieva la maggioranza dei cattolici, questa coincidenza di intenti pur declinata in mille inutilissime (e ipocrite) dichiarazioni, non esiste più. Il Papa resta superstar nel politically correct, ma non persuade.

 

La mancanza di luoghi di confronto e di organismi di partecipazione dei cittadini e dei fedeli, lascia completamente il campo alle ondate mediatiche che ostacolano di fatto le vecchie e sicure vie di comunicazione dei pastori verso le coscienze dei cattolici, oggi informati solo dal clamore apodittico dei media. Una situazione che accresce l’isolamento dei fedeli tra loro e rende ancora più evidente l’inconsistenza dell’attuale clericalismo che potremmo chiamare un diffuso accecamento delle coscienze; una sorta di nebbia dell’anima.

E la politica risente di questo sommo torpore morale anche se dà mostra di non tenerlo nella giusta considerazione, mentre invece è il vero e prioritario problema culturale per ogni iniziativa che in qualche modo voglia rifarsi ad un sia pur remoto riferimento alla cattolicità.

 

In questo torpore morale e civile proposte come il ddl Zan rischiano di farla da padrona. Logico dunque, pur se evidentemente estremo, l’intervento della Santa Sede. Ma non di questo occorre discutere, quanto invece sul vuoto che esso ha colmato. In altre parole e per ora conclusivamente, c’è a monte una “questione cattolica” in Italia di cui avere coscienza avvertita. Ed urge una discussione vera in cui ciascuno si assuma per intiero tutta la responsabilità. Immaginare di cavarsela con una melina in attesa del triplice fischio dell’arbitro, sarebbe (e speriamo non sia) una disastrosa illusione.

 

Molto peggio della nota della Santa Sede.

Ddl Zan, Mirabelli: ci sono punti critici da riconsiderare

Il costituzionalista commenta la nota verbale con cui la Segreteria di Stato ha chiesto una diversa modulazione del disegno di legge sullomotransfobia: non si contesta la legittimità di tutelare determinate categorie di persone, ma si segnala il rischio di ferire libertà sancite dal Concordato

 

Giancarlo la Vella

 

Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa del disegno di legge contro l’omotransfobia, all’esame del Senato “riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica” in tema di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale, ovvero quelle libertà sancite dall’articolo 2, ai commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato del 1984. È la sostanza della nota verbale della Segreteria di Stato consegnata il 17 giugno scorso all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede.

 

Nel documento si rileva come il ddl Zan rischi di interferire, fra l’altro, con il diritto dei cattolici e delle loro associazioni e organizzazioni alla “piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, come previsto dal comma 3. Con la nota verbale si auspica una diversa modulazione del disegno di legge.

 

Il costituzionalista Cesare Mirabelli, offre una lettura della questione:

 

In che cosa, secondo la nota verbale della Santa Sede, il disegno di legge Zan non sarebbe in consonanza con alcuni aspetti del Concordato?

 

L’accordo di revisione del Concordato garantisce alla Chiesa dei diritti che già la Costituzione afferma e, sotto questo aspetto, è un rafforzamento dei diritti costituzionali. In particolare, la libertà di educare, la libertà di esercitare il magistero e per i cattolici, ma evidentemente per tutti, la libertà di manifestazione del pensiero, di parola, di scritto ed esprimere il proprio il pensiero con ogni altro mezzo, e poi la libertà delle scuole. Si tratta di aspetti che il Disegno di Legge Zan per qualche profilo mette a rischio. Perciò non si tratta di contestare o di contrastare la protezione particolare che vuole essere assicurata a determinate categorie di persone. Questa è una scelta politica che evidentemente lo Stato liberamente può fare, né si tratta di impedire all’autonomia dello Stato di legiferare, ma di avvisare, di segnalare che alcuni aspetti della norma verrebbero a ferire, a contrastare con un impegno che lo Stato ha preso.

 

A quali aspetti si riferisce?

 

In particolare alle garanzie della libera espressione di convinzioni che possono essere legate a valutazioni antropologiche su alcuni aspetti. È particolarmente rischioso se la previsione di norme penali possano limitare la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero. Sotto questo aspetto la nota verbale della Santa Sede è una comunicazione che viene fatta, una segnalazione di attenzione per il rischio di ferire alcuni aspetti di libertà che l’accordo di revisione del Concordato assicura. Non si chiedono quindi privilegi.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-06/ddl-zan-omotransfobia-nota-verbale-segreteria-stato-mirabelli.html

Cosa resta delle primarie?

Se un partito delega al popolo dei gazebo il compito di individuare le sue leadership, inevitabilmente cede sovranità e quindi la sua stessa funzione politica. È una riflessione che la sinistra deve aprire al proprio interno, soprattutto per capire se in questo modo non si rischi d’indebolire, direttamente o indirettamente, la già debole democrazia.

 

Giorgio Merlo

 

A primarie celebrate verrebbe da chiedersi: ma allora, cosa resta di queste primarie? Al riguardo, le opinioni divergono radicalmente. Se la sinistra italiana, quasi tutta la sinistra, continua ad individuare in questo strumento burocratico protocollare una sorta di dogma infallibile e salvifico, un totem ideologico intoccabile e da venerare quasi tutti i giorni, per il resto del mondo resta poco più che un modo per trasferire al di fuori del Pd – cioè nel sempre più piccolo recinto dei partecipanti al voto, che vanno comunque sempre rispettati – la resa dei conti delle infinite correnti o bande che scorrazzano da quelle parti. Ovvero, un semplice prolungamento pubblico degli eterni contrasti interni di cui il Pd è portatore sano da ormai molto tempo. Del resto, è appena sufficiente leggere i commenti di tutti gli osservatori e i commentatori non interessati alle sorti politiche ed elettorali del Pd, per rendersene conto in modo persin plateale.

Ora, su queste benedette primarie della sinistra, si impongono almeno due riflessioni, al di là di ogni altra considerazione.

Innanzitutto i partecipanti al voto. Nessuno, come ovvio, mette in discussione la bontà e la passione di chi si reca ai gazebo a votare. Anche e soprattutto in una domenica afosa. Una forma di partecipazione che va sempre apprezzata e valorizzata. Ma è indubbio che proprio attorno ai partecipanti al voto registriamo le versioni più incredibili. È appena il caso di ricordare che il secondo classificato alle primarie di Roma già la sera stessa del voto metteva in discussione la cifra reale dei partecipanti denunciando oltre 10 mila voti in meno rispetto alla versione ufficiale data dal partito…

 

Ma, senza dilungarci sui numeri e sulle cifre che vengono sfornate – del resto sempre molto ballerini e altalenanti – è indubbio che è proprio lo strumento in sè che ha perso di significato. Perchè, appunto, da grande momento di partecipazione popolare le primarie si sono ridotte progressivamente ed irreversibilmente a regolamenti di conti tra le fazioni di un partito. Insomma, un congresso pubblico senza i crismi che richiede storicamente un congresso: e cioè, mozioni, piattaforme politiche, confronto e discussione e poi votazioni finali. Qui si oltrepassa tutto salvo la conta finale che diventa, inesorabilmente, una conta tra le persone. Di norma, tutti contro contro il candidato di turno dell’apparato centrale.

 

In secondo luogo, ed è la riflessione più importante perché meno legata al contingente, le primarie – piaccia o non piaccia – sono uno strumento burocratico che impedisce definitivamente ai partiti di scegliersi la propria classe dirigente. O meglio, priva il partito dell’unico compito che teoricamente dovrebbe toccargli: ovvero, selezionare la propria classe dirigente. E un partito che viene privato, addirittura per statuto, di un compito e di una responsabilità del genere, non può che diventare un cartello elettorale da un lato o un “partito del capo” dall’altro.

 

Ecco perchè attorno alle primarie, al loro uso e alla loro concreta gestione, non entra in gioco solo la discussione su uno strumento burocratico protocollare ma, addirittura, si discute del ruolo e del profilo che deve assumere un partito nella società contemporanea. Perchè in discussione non c’è solo la modalità concreta e regolamentare di come scegliere una classe dirigente ma lo stesso ruolo che in una democrazia sempre più plebiscitaria e in un contesto ancora, e purtroppo, dominato dal populismo, può e deve giocare un partito politico.

 

Sarebbe importante se anche nella sinistra italiana, al di là della continua propaganda ed esaltazione acritica dell’uso delle primarie, partisse una riflessione su ciò che innesca a lungo termine una pratica del genere. Per la credibilità della politica, per la salute dei partiti e per la stessa qualità della nostra democrazia repubblicana.

Il primato della politica

Si confondono i piani per alimentare un sentimento populista. Un conto è il potere, altro la politica: due cose distinte, anche se connesse. I cattolici democratici devono richiamare il senso di questa distinzione, certo per stabilire un limite, ma anche per rifondare il primato della politica. Spetta a loro, soprattutto oggi, riscoprire la lezione del popolarismo.

 

Paolo Frascatore

 

Le scarse virtù dell’attuale classe dirigente pongono interrogativi di fondo sul ruolo e sulla valenza dell’attuale proposta politica nel nostro Paese. Si discute, ci si confronta a destra, al centro, a sinistra su quale sia realmente il ruolo della politica in questa società globalizzata e deideologizzata. La consapevolezza dei limiti del potere sembra aver avvolto anche quella nobile arte o, se si vuole scienza, che va sotto il nome di politica.

 

Ora, non è fuori luogo operare una distinzione tra i due termini che vengono spesso confusi e ricondotti ad una sola categoria da parte soprattutto dei sovranisti e dei populisti. Probabilmente si tratta di un’operazione che muove dal manicheismo di questi ambienti al fine di delegittimare la politica cosiddetta tradizionale, per ridurla a puro esercizio del potere.

 

In questa sorta di confusione hanno buon gioco le posizioni di destra e di sinistra che, di volta in volta, riassorbono un centro incapace di riproporre la propria cultura politica per essere ancorato a quel moderatismo (che non è moderazione) e adagiarsi a destra come a sinistra nel continuare comunque a vivacchiare politicamente.

 

Gli esempi concreti, da questo punto di vista, non mancano anche nelle vicende degli ultimi giorni. Ma sino a quando potrà continuare questa sorta di giochetto politico?Continuerà sino a quando con un gesto di coraggio il centro non saprà reincarnare e reinventare una proposta politica seria, reale, sociale, legata ai problemi concreti della società italiana del Terzo millennio.

 

Ed allora, il dilemma degli ultimi trent’anni è proprio qui: riaffermare quel primato della politica che non significa primato del potere, anzi! Primato della politica, e non del potere, che vuol dire innanzitutto farsi carico dei problemi quotidiani della gente comune. Perché inevitabilmente la soluzione dei problemi attuali passa per decisione politica e non per altro.

 

Gli sforzi generosi degli ultimi tempi meritano attenzione, ma anche qualche perplessità soprattutto in ragione del fatto che non sono pochi gli illusi che credono ancora in una sorta di partito unico dei cattolici come strumento di potere. La verità è, invece, un’altra: il potere è uno strumento, “anche il partito è uno strumento” (diceva Zaccagnini) e “lo strumento si nobilita in base al fine che si vuole raggiungere”.

Occorre certo un equilibrio in ordine a strategie da mettere in campo; ma occorre soprattutto lasciare alle proprie spalle l’illusione democristiana del contenitore politico.

La strada maestra è quella del popolarismo sturziano, ossia del partito che non ha la pretesa di rappresentare nel suo complesso la società italiana, ma che si fa carico delle esigenze e dei bisogni dei più indifesi, delle minoranze, di coloro che, proprio per essere minoranza, non possono far sentire politicamente la propria voce.

 

Al di là di sigle, di simboli e di modelli dei quali l’Italia dei cattolici è piena negli ultimi sei lustri, vi è una sola strada sulla quale incamminarsi: quella del popolarismo che racchiude in sé valori, sentimenti, ideali che appartengono al popolo.

 

Non più politica come potere, ma primato della politica!

La Conferenza sull’Europa e la politica estera: il Vecchio Continente alla prova.

Biden ha posto dei problemi molto chiari, anzitutto quelli che riguardano il confronto con la Cina, sollecitando l’Europa a svolgere un ruolo più attivo e penetrante. Intanto, però, balza evidente la debolezza dell’Unione. Non esiste allo stato una politica estera comune. Bisogna tenerne conto perché alla lunga l’assenza di una coerente funzione in questo campo, laddove il globalismo impone una visione integrata e coerente, può decretare il declassamento del Vecchio Continente. 

 

(Enrico Farinone)

 

Una fortunata coincidenza ha voluto che l’incontro del G7 in Cornovaglia si svolgesse pochi giorni dopo l’avvio ufficiale della Conferenza sul futuro dell’Europa. Come abbiamo letto dai resoconti sulla riunione tenutasi in Inghilterra, la prima visita europea del nuovo presidente americano  è stata l’occasione per rilanciare l’idea dell’Occidente come baluardo di democrazia nel mondo, tema poi perfezionato dal successivo vertice della NATO. Pur con qualche accento diversificato e qualche discordanza su alcuni punti specifici il legame fra Stati Uniti ed Europa, incrinato durante il quadriennio trumpiano (e, a dir la verità, mai davvero rinforzato dalla gestione Obama), è stato per così dire rivivificato e attualizzato. Un buon risultato, che però adesso attende d’essere misurato all’atto pratico.

 

La Conferenza è allora nella condizione ideale per affrontare uno dei temi, se non – come ritengono molti osservatori – il tema, decisivi per il suo futuro, che proprio la settimana spesa in Europa da Joe Biden ha posto al centro: la politica estera della UE. Gli USA hanno rinnovato la loro partnership con gli europei (e ovviamente pure con i britannici), insistendo su un punto specifico (la Cina, ritenuta il vero avversario dei prossimi anni), mostrando fermezza ma anche cauta disponibilità al confronto su un altro (la Russia, invitata a smetterla con le provocazioni), glissando su un altro ancora (il Mediterraneo allargato, da ovest a est). Tutti punti esiziali per l’Europa. Per i rapporti commerciali la Cina, per quelli geopolitici sul territorio continentale la Russia, per quelli legati al tema migratorio e a quello dell’approvvigionamento energetico il Mediterraneo. Su ognuno di questi le posizioni, gli interessi specifici, le opzioni preferenziali sono differenziate all’interno della UE. Solo per fare un esempio, il gasdotto Nord Stream 2 (sul quale Biden si è mostrato più flessibile rispetto non solo a Trump ma anche ai suoi collaboratori) è fortemente voluto dalla Germania ma seriamente temuto dai Paesi Baltici, per i quali il problema numero uno è la politica assertiva e minacciosa di Putin. O ancora, le esportazioni verso l’immenso mercato del Dragone cinese sono un fattore economico di primaria importanza per paesi industrializzati come Germania, Francia o Italia e assai meno per altri partner meno capaci su questo fronte.

 

È insomma evidente che la politica estera dell’Unione allo stato non esista, in quanto mera sommatoria di diverse nazioni con diversi e talvolta sin opposti interessi: ciò genera debolezza complessiva nelle assise internazionali e nei rapporti bilaterali, sia con i potenziali amici sia con i potenziali avversari. Non si può procedere oltre con il sistema del diritto di veto, che in un’assemblea di 27 membri è facilmente strumentalizzabile da chiunque.

 

Osservazioni ormai talmente scontate, talmente tante volte ripetute da politici, da analisti, da semplici osservatori da apparire sin banali. Il problema è che non lo sono affatto, anche perché questa sua dissonanza interna l’UE poi la paga nel gioco politico esterno, allorquando – sempre più spesso – gli eventi la obbligano ad alzare i toni senza poi però passare ad efficaci azioni concrete. Ultimo caso quello bielorusso, a fronte del clamoroso dirottamento di un volo commerciale fra due città europee di paesi membri dell’Unione. Per non parlare dei difficili (eufemismo) rapporti con l’autocrate turco Erdogan, che si espande nel Mediterraneo impunito in quanto in grado di tenere sotto ricatto migratorio (per di più ben retribuito!) l’intera UE.

 

Joe Biden è venuto a portare un messaggio e una proposta, imperniati su una rinnovata alleanza fra le democrazie. L’Unione Europea, anche sulla scorta di questa opportunità, ha ora l’occasione storica, con la sua Conferenza sul proprio futuro, di trasformarla in una grande, inequivocabile scelta politica. Sempre più, infatti, la dimensione internazionale misura la capacità, politica appunto, di ogni istituzione.  E’ il tempo di tenerne conto.

Robert Schuman: il realista mistico. Il riconoscimento delle virtù eroiche di uno dei padri fondatori dell’Europa unita.

È stato l’artefice, insieme a De Gasperi e Adenauer, dell’Europa comunitaria. Tuttavia in patria, forse per il suo profilo di statista democristiano, gli si preferisce di gran lunga Jean Monnet. Oggi Schuman è pressoché ignorato dai media francesi. In questo articolo, pubblicato dall’Osservatore Romano, lo si inquadra anche sotto l’aspetto della condotta privata, rilevando la sua grande sobrietà e persino umiltà nel vivere quotidiano.  

 

(Roberto Morozzo della Rocca)

 

Robert Schuman sta nella storia come uno dei padri fondatori dell’Europa, al pari di Adenauer e De Gasperi. Fondamentale il suo ruolo nella creazione del primo nucleo della comunità europea, la CECA , che evolverà volta a volta in Mercato Comune, Comunità Economica Europea e infine Unione Europea.

 

A capo del governo francese nel 1947, e ministro degli Esteri dal 1948 al 1953, Schuman possedeva una doppia cultura, tedesca e francese. Come i maggiori promotori dell’idea europea, era uomo di frontiera. Se Adenauer era renano, e De Gasperi trentino, Schuman era lorenese. Il padre, soldato francese nel 1870, all’annessione tedesca dell’Alsazia-Lorena diveniva cittadino del Reich, ma si trasferiva successivamente a Lussemburgo, non contento di risiedere in terra germanica. Robert, nato cittadino tedesco, studierà diritto nelle maggiori università germaniche divenendo avvocato. Nel 1918 Alsazia e Lorena ritornano alla Francia e lui, che padroneggia il francese (con qualche accento teutonico), intraprende la carriera politica come deputato del dipartimento della Mosella. Seggio che avrebbe mantenuto, si può dire, tutta la vita.

 

Investito di alte responsabilità governative, Schuman sentiva molto la necessità di una riconciliazione tra Francia e Germania, dopo che le tre guerre del 1870, 1914-1918 e 1939-1945 avevano radicato una profonda inimicizia tra i due Paesi. Era la questione cruciale di lui ministro al Quai d’Orsay. Quale attitudine verso la Germania? Il corso naturale della politica francese stava portando a replicare l’attitudine punitiva verso la Germania sconfitta praticata all’indomani della prima guerra mondiale, con tutto ciò che ne era conseguito fino all’ascesa di Hitler. Schuman vedeva l’irrompere della guerra fredda e la necessità di coinvolgere la Germania nel fronte occidentale, ma al tempo stesso constatava come il suo Paese remasse contro la riabilitazione del nemico storico e lo contrastasse in numerosi contenziosi (carbone della Ruhr, sovranità sulla Sarre, riparazioni di guerra, controlli sui provvedimenti legislativi, ricostituzione di una forza militare).

 

L’idea fu quella di integrare la Germania in un comune progetto europeo, per stemperarne il grande potenziale ma anche per operare una riconciliazione. Per la sua doppia cultura, Schuman era credibile sia a Parigi sia a Bonn. Propose ad Adenauer il piano di quella che sarà la CECA (Comunità Europea del carbone e dell’acciaio) per mettere in comune le maggiori risorse strategiche di cui l’Europa occidentale disponeva allora, e il cancelliere, che gli dava fiducia, reagì con entusiasmo. La proposta di Schuman consisteva in una generosa condivisione di sovranità (Gleichberechtigung). Il carbone della Ruhr veniva reso disponibile per la ripresa industriale europea occidentale, la Francia si garantiva da un uso nazionalistico dell’industria pesante tedesca, la Germania si vedeva internazionalmente riabilitata in un quadro occidentale e soprattutto allontanava l’incubo di un dopoguerra simile a quello, vendicativo da parte francese, sofferto dalla Repubblica di Weimar.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-138/robert-schuman-br-il-realista-mistico.html

Eletta la nuova presidenza nazionale dell’Azione cattolica.

I nomi votati dal Consiglio nazionale dellassociazione, dopo che il Consiglio permanente Cei aveva nominato in precedenza Giuseppe Notarstefano come presidente nazionale.

 

(Redazione)

 

Il percorso è stato lungo, segno di una grande partecipazione. Alla fine sono state rinnovate al completo le cariche istituzionali dell’Azione cattolica italiana, dopo un lungo processo di partecipazione democratica che ha visto coinvolte le associazioni parrocchiali, diocesane e i consigli regionali di tutt’Italia. Dopo che il Consiglio permanente Cei, il 27 maggio scorso, ha nominato Giuseppe Notarstefano presidente nazionale per il triennio 2021 – 2024, il Consiglio diocesano ha eletto sabato scorso, 19 giugno, la nuova presidenza nazionale.

 

A Notarstefano, della diocesi di Palermo, si affiancano dunque Anna Maria Bongio, della diocesi di Como, come  responsabile nazionale Acr; Lorenzo Zardi ed Emanuela Gitto, rispettivamente della diocesi di Imola e di quella di Messina – Lipari – S. Lucia del Mela, come vicepresidenti per il settore Giovani; Paola Frattini, diocesi di Fiesole, come vicepresidente per il settore Adulti. Michele Tridente, diocesi di Tursi-Lagonegro, è il nuovo segretario generale; Lucio Turra, diocesi di Vicenza, è l’amministratore nazionale.

 

Alla Presidenza appena eletta si aggiungono i segretari dei movimenti, già eletti precedentemente dai loro Congressi nazionali e ratificati dal Consiglio, che sono Lorenzo Pellegrino (diocesi di Otranto) per il Movimento studenti di Azione cattolica (Msac) e Tommaso Marino (diocesi di Torino) per il Movimento lavoratori di Azione Cattolica.

Restaurata una chiesa cattolica in Siberia

Dedicata a SantAntonio di Padova, nel 2018 un incendio laveva ridotta in cenere. Fondata nel 1898 da deportati polacchi. Distrutta una prima volta nel 1938 da attivisti bolscevichi. Riconsacrata nel 1998. Per il restauro raccolti online 100mila euro. Donata da Varsavia una riproduzione della Madonna Nera di Częstochowa. Una nota dell’agenzia AsiaNews.

 

(Vladimir Rozanskij)

 

Il piccolo villaggio siberiano di Belostok ha festeggiato il 19 giugno l’opera di restauro della chiesa cattolica dedicata a Sant’Antonio di Padova, bruciata da un incendio nel 2018. I lavori sono stati completati il 12 giugno, festa nazionale della Russia. L’evento è riconosciuto come segno di speranza non solo dai cattolici, ma da tutti gli abitanti del luogo, racconta il sito web Sibir.Realii.

 

Belostok ha nelle radici cattoliche il segno distintivo della sua identità storica: un gruppo di polacchi ha fondato il piccolo centro nel 1898, dopo l’arrivo in questo territorio della regione di Tomsk. L’incendio sembrava aver tolto per sempre ai fedeli il luogo della comune identità; in pochissimo tempo si è riusciti però a raccogliere una somma impensabile a queste latitudini: ben 100mila euro.

 

Negli anni delle repressioni staliniane il 90% degli abitanti di sesso maschile di Belostok era stato sterminato; ad oggi vi vivono circa duecento abitanti. La fede cattolica si è conservata nel cuore di pochi anziani, e anche dopo la fine del regime comunista e le crisi economiche degli ultimi anni il villaggio sembrava destinato all’estinzione. Il restauro della chiesa infonde invece la speranza di una vita nuova per tutta la comunità locale.

 

Molti paesini della Siberia hanno avuto una storia simile. Gruppi di varia provenienza etnica e le famiglie dei deportati hanno cercato con fatica di ritagliarsi uno spazio di indipendenza nelle difficili condizioni di vita della regione. La chiesetta di Belostok è stata consacrata nel 1908. Pochi anni dopo, nel 1913, nel villaggio vicino di Maličevka, altri polacchi hanno fatto lo stesso costruendo una piccola chiesa cattolica latina. Si è formata poi una parrocchia che comprendeva i centri abitati di Belostok, Polozovo, Voznesenka, Malinovka, Maličevka e una serie di cascinali sperduti, abitati da polacchi e lettoni. I preti venivano da Tomsk e la parrocchia radunava nel complesso circa mille abitanti, sui 60mila polacchi dispersi in tutta la Siberia.

 

A differenza di altri luoghi di deportazione dei polacchi, sia ai tempi dello zar sia dopo la rivoluzione bolscevica gli abitanti di questi villaggi non si sono mai distinti per proteste o rivolte. Le persecuzioni staliniane hanno raggiunto comunque anche questi luoghi lontani. Nel 1931 le autorità sovietiche hanno arrestato l’ultimo sacerdote, padre Julian Gronskij, condannato in seguito a 10 anni di lager. Nel 1938 gli attivisti del Partito comunista hanno devastato la chiesa, utilizzata poi come deposito e “casa della cultura” bolscevica. Nel 1938 l’Nkvd (il futuro Kgb) ha realizzato in pochi giorni la cosiddetta “operazione polacca”, condannando al lager quasi 40mila polacchi siberiani.

 

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http://www.asianews.it/notizie-it/Restaurata-una-chiesa-cattolica-in-Siberia-53463.html

“Che cos’e’ la memoria”, a colloquio con Daniele Gatti e Tomaso Vecchi.

Già nell’introduzione e nel primo capitolo del Vostro libro si intuisce l’importanza di un inquadramento storico del concetto di memoria: i primi studiosi hanno parlato di ‘anamnesis’ e ‘mneme”, cioè apprendimento e accesso alle informazioni conservate nel deposito della memoria stessa. C’è dunque in questo termine il significato della sua sedimentazione nella storia e il processo gnoseologico che continuamente lo alimenta. Mi è piaciuta molto la definizione sintetica che avete dato: memoria è ‘codifica’, ‘immagazzinamento’ e ‘rievocazione’. Questa sequenza vale tanto nell’ontogenesi quanto nella filogenesi? In altri termini è applicabile al singolo individuo nella sua parabola esistenziale e all’umanità nella storia? 

Quando parliamo di memoria, parliamo appunto di un processo che ne contiene altri, anche qualitativamente differenti, come appunto l’apprendimento di un’informazione e la sua rievocazione. La divisione in fasi di “codifica”, “immagazzinamento” e “rievocazione” è una semplificazione pratica e, potremmo dire, quasi fenomenologica del processo di memoria. In altre parole, per poter rievocare un’informazione, questa deve essere immagazzinata in memoria e per essere immagazzinata in memoria, questa deve essere stata appresa. Sappiamo però che la memoria è molto più dinamica di così, per cui ad esempio quando si rievoca un’informazione, in realtà può avvenire anche un processo di aggiornamento della stessa informazione per consentire di prevedere meglio il futuro. Ne parliamo per esteso nell’ultimo capitolo: è una prospettiva piuttosto nuova e ribalta completamente l’approccio “normale” alla memoria. Per quanto riguarda la sequenza mnestica sopra citata e il suo ruolo a livello di singolo individuo e di storia umana, è molto difficile fare una ricerca “archeologica” della memoria, diciamo. Possiamo pensare che la memoria di Giulio Cesare o di Cristoforo Colombo funzionasse praticamente come la nostra; è però difficile andare più indietro rispetto a circa cinquemila anni fa – prima della scrittura per intenderci –, perché non possiamo avere testimonianze in merito. Siamo portati però a ritenere che una parte consistente di quello che è la memoria ha a che fare con elaborazione di simboli e conoscenza concettuale, che interagiscono profondamente col linguaggio. In questo senso, possiamo pensare che senza il linguaggio, gran parte della nostra esperienza mnestica sarebbe completamente differente. Con ciò però non si vuol dire che gli animali non hanno memoria, che la loro funziona diversamente o che ha un’altra finalità, ma solo che in termini di elaborazione concettuale è ampiamente inferiore alla nostra.

Risalendo alle origini storiche del concetto di memoria Vi soffermate in particolare sulla rappresentazione simbolica che ne dà Platone e a quella di Aristotele. Mentre il primo disconosce l’importanza degli apprendimenti per costruire i processi della conoscenza e attinge dal mondo delle idee una realtà preesistente, il secondo invera una concezione della memoria come funzione cognitiva legata al passato. Potete spiegare in che termini questa intuizione, fondata sul concetto di magazzino del passato a cui attingere, ha costituito un punto fermo nello studio della memoria? 

La prospettiva Aristotelica è stata per molto tempo quella dominante all’approccio alla memoria, sia sul piano pratico, sia su quello scientifico: la memoria serve a ricordare e come tale va studiata. Questo approccio però ha ampi limiti sperimentali, perché non tiene in considerazione le caratteristiche cognitive di questa, e specula solamente su inferenze “ingenue” sulla natura della memoria. Siamo infatti abituati a vivere il processo di ricordo come qualcosa di ampiamente rilevante all’interno della nostra storia di vita in virtù degli aspetti autobiografici che ci legano all’evento che viene ricordato e, di conseguenza col passato. Più o meno provocatoriamente, noi proponiamo che la memoria non serve a ricordare, ma serve a prevedere.

Questa prospettiva, quella di una memoria come sistema di previsione può sembrare controintuitiva. Ci spiegate come si articola e da quali evidenze è supportata?

Il discorso è molto semplice: abbiamo un sistema – la nostra memoria – che, se supponiamo che sia un sistema di ritenzione e di puro ricordo, funziona molto male. In altre parole, e lo esperiamo ogni giorno, la nostra memoria è imprecisa, distorce i ricordi e dimentica la maggior parte delle informazioni che incontra. Se fosse un sistema devoto solamente all’immagazzinamento di informazioni, funzionerebbe molto male. Allo stesso tempo, dobbiamo tener presente un principio fondamentale: se la nostra memoria si è evoluta in questo modo è perché garantisce a qualche livello un vantaggio adattivo. È quindi utile che abbia dei limiti, che dimentichi e che distorca. Queste caratteristiche acquisiscono senso nel momento in cui ribaltiamo la prospettiva, perché non sono coerenti con un sistema di ritenzione, ma lo sono con un sistema di previsione, con un sistema che ha bisogno di poche conoscenze flessibili (ecco perché dimentica) e sempre aggiornate (ecco perché distorce). In questo senso quindi ricordiamo male per prevedere meglio.

Hermann Ebbinghaus – Associazionismo – Gestalt – Comportamentismo (o Behaviorismo): sono alcuni passaggi nel processo di affrancamento in epoca moderna della psicologia come scienza dalla filosofia. In che misura ciò è determinante per approfondire gli studi sulla memoria, ad esempio utilizzando gli schemi di rinforzo per ovviare alla dimenticanza o per giungere ad una categorizzazione tra memoria corta e memoria lunga, o meglio “a breve termine” e “a lungo termine”, comprese differenziazioni funzionali rilevanti come quella tra ‘memoria di ritenzione’ e ‘memoria di lavoro ’ oppure tra ‘memoria episodica’ e ‘memoria semantica’, utili per comprendere il consolidamento del ricordo?

Già con Ebbinghaus – nella seconda metà dell’Ottocento – si parla di psicologia come scienza, anche se è con il Comportamentismo e, più nello specifico, con Skinner, che si arriva alla formalizzazione di principi epistemologici “duri” nell’approccio alla cognizione umana. Ciò che è adesso la scienza cognitiva lo deve in gran parte a studiosi come Ebbinghaus e Skinner, che sono tra i primi ad aver riconosciuto la necessità di abbandonare le spiegazioni mentalistiche sui processi cognitivi e, conseguentemente, ad aver evidenziato la necessità di fondare le teorie psicologiche su basi sperimentali solide. Le prospettive cognitiviste e poi le scienze cognitive derivano direttamente da questi approcci radicali che hanno spogliato la psicologia delle sue vestigia filosofiche e le hanno consentito di farsi scienza. Le teorie sviluppate al giorno d’oggi in materia di memoria e delle sue classificazioni si basano su evidenze sperimentali e rispettano i principi “positivi” secondo i quali ogni affermazione di carattere teorico deve essere supportata e corroborata da ricerche scientifiche.

Le neuroscienze hanno dato un contributo decisivo per approfondire il concetto di memoria all’interno dei processi cognitivi e di immagazzinamento dei dati, inoltre per localizzare le sedi deputate alla memoria nel cervello. Volete offrire ai lettori alcune puntualizzazioni utili per una “topografia” della memoria nella mente dell’uomo?

Anche in questo caso ci tocca “provocare”. Una topografia è senza dubbio possibile: sappiamo che l’ippocampo è una delle strutture fondamentali, che certe aree sono maggiormente coinvolte in elaborazioni di tipo verbale, altre di tipo visivo. Però in linea di massima al momento non siamo in grado di identificare un luogo fisico in cui i ricordi sono immagazzinati. Questo per due motivi: da un lato la memoria è un sistema che coinvolge praticamente tutte le funzioni cognitive, è quasi sempre attivo ed è più probabile (oltre che economico) che esistano vari sottosistemi legati alle singole funzioni cognitive, piuttosto che un unico luogo che mantiene per tutti le informazioni. Dall’altro lato, le tecniche maggiormente utilizzate per indagare le funzioni cognitive – ci riferiamo alle tecniche di neuroimmagine – necessitano di una formalizzazione chiara del processo che si propongono di osservare e misurare. In questo senso, che si attivi una certa area del cervello quando si ricorda un evento, non implica necessariamente che lì si trovi quel ricordo, ma solo che lì avviene una parte della sua elaborazione. Sarebbe altrimenti come postulare che la parte del PC che si scalda durante l’uso di un certo programma è quella in cui i dati di quello stesso programma sono immagazzinati.

Intervistando il Prof Arnaldo Benini Emerito di Neurologia e Neurochirurgia all’Università di Zurigo e il Prof. Giulio Maira chirurgo del cervello e Presidente di Fondazione Atena, sul tema della mente, delle sue straordinarie potenzialità ma anche delle sue ricorrenti fragilità (legate anche all’età, come la ‘dimenticanza senescente benigna’) ), era emerso come la sindrome di Alzheimer (la quale consiste  in un processo degenerativo delle capacità cognitive che si conclude con una condizione di dissociazione dalla realtà che passa attraverso fasi di progressivo declino delle facoltà mentali) provocasse una perdita della conoscenza e della memoria  – per usare una metafora – come se una spugna cancellasse il passato, offuscasse il presente e rimuovesse ogni futuro. Con particolare riferimento al fenomeno della perdita della memoria, come si coniuga la prospettiva che proponete di una “memoria rivolta al futuro”?

La dimenticanza è parte integrante del processo di memoria. Prendiamo l’esempio opposto: ci sono persone che non sono in grado di dimenticare (si parla di ipertimesia o di highly superior autobiographical memory) e, quindi, ricordano con precisione ogni momento di ogni giorno vissuto. Uno dei primi a parlarne è stato Luria (Luria, A.R. 1968. The mind of a mnemonist: A little book about a vast memory. Cambridge: Harvard University Press), che ha evidenziato come questa straordinaria capacità mnestica non costituisca in realtà un vantaggio adattivo, ma che invece limiti l’esercizio della persona in qualunque attività quotidiana. Una persona che non è in grado di dimenticare non può porre un ordine nelle proprie memorie e quindi è, paradossalmente, come se non avesse una memoria. È, al contrario, importante dimenticare per poter produrre conoscenza concettuale flessibile e sempre pronta all’uso. La dimenticanza, così come gli errori che la nostra memoria compie, però, non è sempre positiva, e va infatti considerata alla luce delle motivazioni che ne causano l’insorgenza e delle (eventuali) finalità che questa assolve.

La neuroplasticità del cervello è forse una delle caratteristiche più importanti della mente umana perché consente un continuo adattamento agli stimoli esterni ma anche la possibilità di controllare e gestire i cambiamenti spazio-temporali della nostra vita. Ad esempio, il reset notturno durante il sonno taglia molti input accumulati durante la giornata, una sorta di assottigliamento di circa il 20 % delle migliaia di miliardi di sinapsi presenti nella nostra corteccia cerebrale e ciò per evitare un ingolfamento informativo che depotenzierebbe ulteriori potenzialità cognitive.  Come funziona – se esiste – l’analogo processo di dimenticanza? In altre parole, perché ricordiamo determinate informazioni e non altre? 

In linea di massima, le informazioni che vengono mantenute hanno una certa utilità sul piano pratico e con l’esercizio cognitivo in generale. Mi spiego: ricordo la strada tra casa e lavoro perché mi serve per andare al lavoro e perché ha una certa rilevanza nel mio adattamento all’ambiente. Se dovesse cambiare il mio posto di lavoro, parte di quelle vecchie informazioni decadrebbe (si perderebbero soprattutto i dettagli contestuali della traccia mnestica) perché non se ne fa più uso e quindi non è più utile sul piano pratico. Si parla in genere di use it or lose it (usalo o perdilo) per indicare questo processo automatico. Ovviamente esiste tutta una serie di modalità di “controllo” del processo mnestico, di apprendimento consapevole diciamo, come quello che mettiamo in atto quando dobbiamo memorizzare una lista di parole, un nome o la forma di un oggetto. Il punto è che, come sperimentiamo tutti, buona parte di quanto abbiamo appreso in questo modo diventa oggetto di oblio in rapidissimo tempo. Basti pensare a tutto quello che abbiamo studiato a scuola e che è stato scordato dopo un breve lasso di tempo. Non assolveva più una chiara funzione pratica una volta terminato il processo di valutazione da parte dell’insegnante e, quindi, era “dannoso” mantenerlo ed è stato rimosso.

Qual è il ruolo delle emozioni nei ricordi e qual è il significato del termine ‘arousal’ in rapporto alle mutazioni fisiologiche che possono affiancarsi nell’utilizzo della memoria, ad esempio durante un esame, un corso di studi, un evento significativo e coinvolgente?

Le emozioni e l’attivazione emotiva (l’arousal) al momento del processo di memoria svolgono un ruolo centrale all’interno del ricordo. Si dice in genere che la memoria è stato-dipendente, ovvero che parte del processo di memoria è mediato dalle condizioni ambientali e personali dell’individuo. In altre parole, se ho studiato per l’esame ascoltando della musica, all’esame tenderò ad andare meglio se ascolterò della musica. Questo va inevitabilmente a legarsi con altri aspetti, come quelli emotivi, appunto. Se sono uno che va in ansia durante l’esame e ho studiato in uno stato di totale calma parecchi giorni prima, questa dissonanza andrà a interferire, talvolta anche in maniera radicale, con la mia prestazione. È paradossale, ma coloro che più vanno in ansia agli esami gioverebbero dallo studiare a ridosso della data di esame (in condizioni di ansia/stress simile a quello dell’esame stesso), così da legare l’informazione appresa allo stato emotivo.

Considerando il lato speculare opposto del ricordo che si identifica nell’oblio, richiamate alcune evidenze che vanno nella direzione di un rafforzamento della memoria anche nei suoi dettagli (la citata ipertimesia come condizione patologica), oppure di una “retrospettiva rosea” (ricordare eventi piacevoli e rimuovere quelli opposti, concludendo per un giusto equilibrio tra ricordo ed oblio. Fino a che punto possiamo sforzare la memoria e fino a che punto invece dobbiamo allenarla?

Il concetto di “allenamento della memoria” muta (e un po’ perde) di significato se inquadriamo il ricordo da una prospettiva “predittiva”, perché non stiamo più chiedendo alla nostra mente di fare meglio qualcosa che già fa, ma di fare qualcosa che la nostra mente non vuole fare. Se pensiamo proprio alla retrospettiva rosea – la tendenza ad avere un ricordo positivo o neutro delle nostre esperienze passate –, questa ha un’utilità pratica molto chiara: l’equilibrio psicologico (ovviamente qui si tratta di ricordare a tinte positive eventi come vacanze o viaggi che si sono rivelati sgradevoli, nulla può la retrospettiva rosea nei confronti di eventi che invece hanno altro impatto sulla vita). Probabilmente nessuno vuole ricordare esattamente del brutto viaggio fatto in un certo posto ed è così che un torrido viaggio in treno viene scordato in favore di altri elementi (un bel paesaggio) o rimodulato enfatizzando altre componenti del viaggio stesso. È un processo automatico ed è un processo salvavita. In quest’ottica, se uno vuole, può sempre provare a tenere un diario durante un viaggio e poi provare a trascrivere a distanza di anni cosa si ricorda di quello stesso viaggio. Generalmente, nel secondo caso, il ricordo avrà tinte molto più positive.

Nei processi di conoscenza della realtà e di padroneggiamento dei meccanismi comunicativi siamo rapidamente passati dalla manualità di carta e matita all’utilizzo sempre più intenso delle nuove tecnologie. Questo processo, che imbocca la via della irreversibile digitalizzazione, quali influenze può esercitare sulla dimensione ontologica della memoria? Rischiamo, per colpa delle macchine, che si perda la nostra memoria?

Il rischio non si pone per quanto riguarda l’utilizzo della nostra memoria. Tramite i computer abbiamo molte più informazioni disponibili e questo facilita di molto la nostra vita. I computer vanno a coprire una parte – quella del ricordo preciso – che la nostra memoria non può e non deve svolgere. Purtroppo, siamo abituati ad antropomorfizzare alla cieca un po’ troppe cose, come il computer. Pensare che ciò che avviene al di sotto di tastiere, mouse e dietro agli schermi corrisponda a quello che avviene dentro la nostra testa è molto rischioso, perché è un assunto che non è minimamente supportato. Anzi, sembra proprio l’opposto: l’uomo ha costruito il computer perché facesse qualcosa che lui non è in grado di fare: memorizzare accuratamente le informazioni. Quindi da questo punto di vista no, la nostra memoria non “peggiorerà” perché usiamo i computer, perché le funzioni pratiche delle due memorie – quella tecnologica e quella umana – sono orientate diversamente, al passato la prima e al futuro la seconda.

 


 

DANIELE GATTI, è dottorando di ricerca all’Università degli Studi di Pavia e si occupa di psicologia della memoria.

 

 

TOMASO VECCHI , è direttore del Dipartimento di Scienze del sistema nervoso e del comportamento dell’Università degli Studi di Pavia e coordina il Laboratorio di neurostimolazione cognitiva presso l’Istituto neurologico nazionale IRCCS – Fondazione Mondino.

Centro, due ingredienti per partire. Finalmente.

Si susseguono incontri, con intenti generosi e formule ancora fragili, che attestano il lento maturare di un ritorno alla politica dell’area di matrice cristiano popolare. C’è voglia di centro, ma di un centro con idee chiare (anche senza preventive dichiarazioni di adesione a questo o quello schieramento). Si può guardare, in termini nuovi, all’ipotesi di una “Margherita 2.0”?

 

(Giorgio Merlo)

 

Fioccano gli incontri e i confronti nella galassia cosiddetta centrista e cattolica del nostro paese. Sarebbe persin inutile ricordarli tutti. Incontri e confronti che, – al di là di chi pensa fanciullescamente di poter raggiungere con la propria piccola sigla consensi strabilianti – comunque sia, hanno prodotto analisi importanti e di tutto rispetto. Ma che richiedono, adesso, un passo in avanti decisivo in vista delle prossime elezioni politiche. Anche se il quadro generale è in forte movimento e, come prevedibile, arriveranno altri partiti e altre liste in vista della consultazione elettorale. Nel 2022 o nel 2023, a seconda di come finisce la partita, sempre intricata e complessa, della elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

 

E, sotto questo versante, sono almeno due le vere scommesse attorno alle quali si può costruire un serio e credibile soggetto politico capace, al contempo, di declinare una altrettanto credibile e convincente “politica di centro”. Senza rincorrere, come ovvio e scontato, sigle e siglette che, ieri come oggi, sono politicamente irrilevanti ed elettoralmente del tutto insignificanti se procedono in modo autonomo e autarchico. Come l’esperienza concreta ha ripetutamente e quasi scientificamente confermato in questi lunghi anni. A livello locale come a livello nazionale.

 

Innanzitutto dev’essere un partito/soggetto politico che antepone il suo progetto e la sua personalità al capitolo delle alleanze. Sarebbe semplicemente ridicolo se non addirittura lesivo della propria dignità dare la priorità al “con chi ci si deve alleare” rispetto al “chi siamo e che cosa vogliamo”. Definire il proprio progetto “centrista” e “riformista” non significa, come ovvio, accontentarsi di una altrettanto ridicola autosufficienza politica e numerica. Ma, al contrario, elaborare il proprio progetto per poi, democraticamente, valutare negli appositi organismi il tema dell’alleanza politica ed elettorale. Ben sapendo che il populismo anti politico e demagogico dei grillini, alleati con la sinistra, e il sovranismo sono due ingredienti non particolarmente compatibili con le ragioni politiche e culturali riconducibili ad una seria e severa “politica di centro”.

 

In secondo luogo questo partito/soggetto politico non potrà che essere il più possibile unitario sul fronte delle varie esperienze esistenti e che puntano a recuperare una ricetta centrista, democratica e riformista. Ma, al contempo, non può limitarsi ad una sola riedizione della galassia cattolico popolare e cattolico sociale. Certo, questa cultura e questo patrimonio politico, culturale e valoriale sono e restano decisivi per la credibilità di questo protetto. Ma la vera scommessa è ancora un’altra. E cioè quella di allargare il campo ad altre esperienze centriste, democratiche e riformiste. Se la vogliamo paragonare con una esperienza del passato, e quindi non replicabile, penso ad una sorta di una “Margherita 2.0” che sia in grado di elaborare una strategia con tutte quelle forze che non si rassegnano alla deriva populista e di sinistra da un lato o con la sovraesposizione della impronta sovranista dall’altro. Un progetto, quindi, che non si accontenta di una autosufficienza politica e culturale ma che riscopre anche nel pluralismo della composizione dello strumento partito una delle ragioni fondanti per la credibilità complessiva.

 

Due elementi, quindi, decisivi e discriminanti per favorire al più presto il decollo di un campo politico capace di raccogliere energie fresche ed innovative per rafforzare la nostra democrazia da un lato e consolidare la spinta riformista dall’altro. Il tutto, come ovvio, con l’appoggio decisivo e qualificante della cultura cattolico popolare e cattolico sociale.

La questione sociale chiama in causa la “sinistra sociale” di matrice cristiana.

I dati sulla povertà non sembrano suscitare allarme, invece andiamo incontro a rischi molto grandi. L’occidente s’accortoccia in una logica neo malthusiana: le nuove élite impongono il loro modello nell’economia e nel sistema di relazioni sociali. La sfida riguarda direttamente la cultura del popolarismo.

 

 

(Giuseppe Davicino)

 

 

L’allarme lanciato dalla Caritas Ambrosiana secondo cui siamo di fronte a una “pandemia sociale” è caduto pressoché nel vuoto. Non solo non ha avuto eco nelle istituzioni ma neanche nell’area dello stesso cattolicesimo sociale. La sociologa Chiara Saraceno, commentando gli ultimi dati Istat sulla povertà, ha ammesso candidamente sulle colonne di uno dei grandi quotidiani della dinastia Agnelli-Elkann che «l’aumento della povertà assoluta è un effetto diretto delle misure prese per contrastare la pandemia» senza che si sia innescato alcun dibattito sull’opportunità di continuare ad adottare tali misure palesemente distruttive di precisi settori dell’economia oltreché dimostratisi inefficaci dal punto di vista terapeutico.

 

In un tale desolato contesto porre come ha fatto Giorgio Merlo sul Domani d’Italia, con eccezionale capacità di visione, la questione se possa esistere ancora una sinistra sociale” di ispirazione cristiana che si misuri con la “questione sociale” prodotta dalla pandemia, significa, a mio parere, toccare i problemi fondamentali irrisolti di questa fase, e più in generale verificare, come scrive Merlo, “se esiste ancora nel nostro paese una politica in grado di farsi interprete seriamente e convintamente di una situazione che potrebbe, prima o poi, esplodere”.

 

Intanto, mi pare che il “frame”, il quadro interpretativo presentato da Giorgio sia, purtroppo, quello più idoneo a comprendere in che situazione siamo. Lo dico in modo sommario, ma per capirci: dobbiamo esser consapevoli che con le attuali politiche delle principali banche centrali del mondo (con l’eccezione in parte di BoC e BoJ), ormai ridotte a succursali di Big Finance, alla faccia della loro presunta indipendenza, e con la continuazione all’infinito di emergenze artefatte di natura pandemica, cybernetica, ambientale, ufologica e via fantasticando, il rischio di un epilogo non pacifico delle molteplici crisi in corso si rafforza di giorno in giorno. E se e quando, per prima in Francia, dovesse mai scoppiare la rivoluzione, si rischia un effetto domino capace di trascinare il mondo in un nuovo bagno di sangue.

 

Dunque, per evitare un tale epilogo va posta la questione sociale come priorità della politica. Non è un’operazione semplice perché tale questione è stata sommersa da una scala di false emergenze globali che nel dibattito pubblico ormai è quasi vietato criticare: si va da una malintesa questione ambientale, dettata dall’avidità degli ultraricchi e non certo dal rispetto per il Creato, intrisa di maltusianesimo e di obiettivi di demolizione della classe media, alle questioni attinenti la distruzione della famiglia e la negazione fin dalla più tenera età della differenza sessuale, alle questioni che strumentalizzando l’uguaglianza, finiscono per fomentare tensioni su base etnica, di colore della pelle, di religione.

 

Nei fatti in Occidente sono consentite solo più le lotte per tali presunti diritti, che sommergono invece i diritti veri e basilari, quelli sociali e democratici. Occorre recuperare una capacità di organizzazione di altri tempi per dialogare con l’uomo-massa imbottito dai media di false priorità che in realtà gli tolgono quei pochi diritti rimastigli in dote dalle lotte delle generazioni precedenti.

 

Far riemergere la questione sociale come priorità: questa è l’operazione culturale e politica oggi necessaria ma che implica una capacità di autonomia di pensiero e di giudizio da parte del cattolicesimo sociale e politica, a mio parere, tutta da ricostruire. Qui però si gioca la possibilità di una rinascita della sinistra sociale d’ispirazione cristiana.

 

Sul piano contingente affermare la questione sociale come prioritaria significa anche sapersi porre in un atteggiamento di critica e di proposta. Finché, ad esempio, la deflazione salariale (gli stipendi tenuti al minor livello possibile per favorire le esportazioni) sarà considerata un elemento di forza del sistema economico, non ci sarà possibilità di arrestare l’aumento delle disuguaglianze.

 

E tutti i progetti che avanzano a livello globale, approfittando dell’emergenza sanitaria infinita e delle inaudite possibilità della tecnologia digitale per imporsi, mirano a impoverire, espropriare, controllare e soggiogare le persone e le classi sociali intermedie, a togliere ai molti il poco che hanno per concentrarlo nei pochi già ricchissimi. Un nuovo “socialismo reale” alla base per alimentare il liberismo sfrenato del vertice.

 

Su queste basi come potrà essere disinnescata la questione sociale?

 

Per questo credo che dobbiamo sentire come nostro preciso compito e responsabilità storica, quello di farci carico della questione sociale sommersa, mettendoci in gioco come popolari e cattolici democratici.

Università: una vocazione da rigenerare?

Sul sito di “Comunità di Connessioni”, gruppo di giovani che P. Occhetta fin dagli inizi segue con particolare dedizione, appare questo articolo sul futuro del sistema universitario. Scrive l’autrice che “la sfida della transizione e del rinnovamento sociale si gioca anche allUniversità”. Una sfida, aggiungiamo, da non perdere assolutamente.

 

Alessandra Luna Navarro

 

Nel dibattito pubblico si parla spesso di riforme per l’Università, ma troppo poco su che cosa sia o su quale dovrebbe essere la sua vocazione. Eppure, basterebbe guardare ai desideri degli studenti che la abitano per comprenderne il ruolo essenziale come spazio pubblico di servizio e di fraternità. Ad esempio, il desiderio di chi sceglie di studiare per costruirsi un futuro che sia anche un servizio per la società. Oppure, di chi ama la ricerca della verità e, con onestà intellettuale, cerca una risposta alle domande che abitano la propria comunità. Oppure, infine, il desiderio di chi sente la responsabilità di passare il testimone alle nuove generazioni, di trasmettere ai giovani gli strumenti necessari per realizzarsi e per portare avanti il benessere di tutti.

 

Molto spesso, però, questi desideri sembrano sbiaditi, a volte persino traditi. Il passaggio del testimone tra i professori e i giovani spesso non avviene, perché i membri più senior non hanno il tempo, gli strumenti e i finanziamenti necessari per poter creare spazio per i più giovani. La mancanza di supporto tecnico-amministrativo non consente di liberare le forze e concentrarle nel servizio verso gli studenti. Invece, nei casi peggiori il desiderio di condividere è completamente assente o è sostituito da interessi personali. Alle giovani ricercatrici e ai giovani ricercatori non vengono concessi spazio e tempo per crescere, ma a loro vengono affidate mansioni che spengono la creatività e il desiderio di fare ricerca. Il desiderio di servire nella ricerca si alimenta anche della libertà e dell’autonomia dalle gerarchie universitarie, che costituiscono un terreno fecondo per sviluppare un pensiero libero e critico. In Italia occorre invece, come ha recentemente ricordato anche Maria Chiara Carrozza, avere il coraggio di dare responsabilità e spazio ai giovani. Nel nord d’Europa ai giovani vengono offerte molte più opportunità per esporsi e per imparare. Non è raro, infatti, vedere giovani ricercatori con tre anni di esperienza già a capo di piccoli research team e con prestigiosi finanziamenti.

 

Il desiderio nei giovani ricercatori non è spento solo dalla mancanza di spazio e autonomia, ma anche dalla precarietà e dal “burn-out”. Se il primo problema è tipicamente italiano, i restanti sono intrinseci anche delle Università all’estero. Chi fa ricerca ha stipendi troppo bassi, contratti troppo brevi (da pochi mesi a massimo un anno, senza sapere fino all’ultimo se sarà rinnovato o meno) e ore di lavoro troppo lunghe. La continua mobilità è una condizione necessaria per chi desidera fare ricerca. Questa precarietà è presente soprattutto nel periodo più fragile della carriera universitaria, ovvero quando dopo il dottorato si effettuano le prime esperienze “post-doc”, ma ancora non si ha l’esperienza per poter accedere alle prime posizioni da ricercatore indeterminato o “assistant professor”. Questa “fragilità” deteriora il desiderio di fare ricerca soprattutto perché coincide con la fase anagrafica in cui la giovane ricercatrice o ricercatore desiderano mettere “radici”, ovvero iniziare a costruire un progetto di vita con la propria comunità.

 

Questa precarietà è anche l’ostacolo più grande a un equilibrio lavoro-famiglia sia per gli uomini che per le donne, perché con gli assegni di pochi mesi (che per lo più arrivano quando arrivano) non si può né richiedere un mutuo né pagare l’asilo nido. Analizzando le tempistiche del gender gap si evince che è proprio in questa fase che avviene il calo maggiore delle quote femminili: fino al PhD le dottorande sono il 50% dei ricercatori, in seguito i numeri calano drammaticamente: le professoresse sono il 25% e, inoltre, solo 7% dei rettori sono donne. Per le donne, desiderare una famiglia diventa inconciliabile con la carriera accademica. Il congedo per maternità aiuta solo temporaneamente, perché non elimina il problema di dover pubblicare e vincere “grants” per poter continuare a fare carriera. In questo senso, occorre creare altri strumenti di valutazione della carriera che riescano a reinserire le donne dentro il mondo accademico dopo un periodo di maternità, come proposto da alcune fellowship programmes. Per combattere il gender gap occorre, invece, agire su questi problemi concreti ed evitare iniziative troppo simili al pink washing, una promozione della parità di genere, simile al marketing, che però rimane in superficie senza affrontarne la complessità del problema.

 

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Università: una vocazione da rigenerare?

Sofri e Moro. L’incubo del pregiudizio.

Nella rubrica delle lettere Il Fogliopubblicava il 18 giugno una nota (in versione abbreviata) che il direttore de Il Domani dItaliaaveva inviato a commento di due articoli di Sofri sul caso Moro. Di seguito, per una visione più completa, proponiamo il testo originario della suddetta nota.  

Adriano Soffi sulle colonne de Il Foglioha scritto nel giro di due giorni (28 e 29 maggio) quel che di Moro gli sembrava già vero quando nel lontano e reiterato confronto con Sciascia, debitore a sua volta di Pasolini, allegava al profilo delluomo quella definizione di politico meno implicato di tutti, naturalmente scagliata contro il sistema di potere dc. Un discorso, questo, che più non si nutre di contrasti ideologici antichi, ma sconta comunque le insidie di pregiudizi  coltivati per lungo e per largo, in un riverbero di sospetto ineliminabile.

Lanalisi di Sofri scivola lungo un sentiero facile e impervio al tempo stesso, per avvicinare il Moro giovane – non ancora democristiano – al Moro prigioniero delle Br – ormainon più democristiano. Lo fa con stile elegante, sebbene corrivo con una implicita lettura agiografica. Andrebbe detto ad esempio quanto il Moro giovane, e con lui tutta la generazione dei cattolici afascisti, manifestasse al fondo una debolezza di linea – se così possiamo esprimerci in sintesi – rispetto allantifascismo di De Gasperi. Aveva delle ragioni, certo, ma non aveva ragione. Tant’è che proprio grazie a De Gasperi, così netto nella rottura con il regime mussoliniano, di cui aveva patito larbitrio, la Dc è riuscita con pienezza di legittimità a governare il Paese per mezzo secolo.

Veniamo allaltro punto della questione, ovvero al Moro della prigione del popolo. Egli sarebbe morto nel momento in cui i suoi lo hanno disconosciuto, come linvenzione letteraria di Kafka (La metamorfosi) suggerisce di pensare sulla scia della condanna a morte che la famiglia infligge moralmente al povero commesso viaggiatore, ridotto nel giro di una notte a scarafaggio: Ma come può essere Gregorio?, dice la sorella Grete con la premura di mettere fine allo strazio. In lei non c’è più né la pietà, né la speranza.

Ora, invece, nella querelle sullautenticità delle lettere dovrebbe onestamente comprendersi quale tormento abbia guidato coloro che decretarono allepoca la non corrispondenza del Moro prigioniero con il Moro reale, sperando in questa maniera di preservarne intatta la figura pubblica. Dunque, intriso damore intellettuale, il disconoscimento poggiava sulla difesa testarda della sua umanità – umanità di leader politico – contro una metamorfosi ordita e imposta con la violenza.

Tutto questo lascia intravedere quel sospetto che aleggia sulla condotta degli amici di Moro: sarebbero stati loro, gli stessi democristiani, ad averne provocato la morte civile.  E torna Laffaire Moro di Sciascia, con quellimmagine potente che fissa i lineamenti delluomo meno implicatoe perciò “destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni, così da apparire tuttora come la vittima di trame domestiche inconfessate, non lontane da Piazza del Gesù. È voce diffusa anche oggi, purtroppo anche tra certi cultori della memoria di Moro. Ma è vero? Non ne sono convinto. Eppure, anche se fosse vero bisognerebbe infine spiegare perché le Br si siano decise ad uccidere un uomo che sul piano politico era già morto, non solo per il Pci – lo spiegò Pecchioli a Cossiga a ridosso del tragico ritrovamento in Via Caetani – quanto per la stessa Dc.

Perché Moro doveva morire? Il grande mistero sullatto finale delle Br sta qui, almeno sul piano di un ragionamento politico che voglia liberarsi, come Sofri potrebbe invitarci a fare, dallincubo del complottismo insensato e malevolo.

Sassoli: “Siamo ancora dentro l’inverno della crisi e della pandemia, ma dobbiamo sentire forte la spinta a costruire la nostra primavera”.

Ieri a Barcellona si è svolto il 18° Forum di dialogo tra Italia e Spagna. Nella circostanza il Presidente del Parlamento europeo ha pronunciato un discorso ufficiale, che qui presentiamo integralmente.

Signore e signori,

sono lieto che la Conferenza sul futuro dell’Europa sia uno dei temi da discutere in questo forum di alto livello fra Spagna e Italia. Grazie per linvito e un caro saluto alle autorità spagnole e italiane presenti.

In effetti, fin dall’inizio di questa legislatura, la Conferenza sul futuro dell’Europa è stata una priorità per il Parlamento europeo. Anche prima della pandemia, il Parlamento era convinto della necessità di dar vita ad un dialogo fra istituzioni e cittadini per sviluppare insieme una visione del nostro futuro.

Le varie crisi dell’ultimo decennio ci avevano già indicato la necessità di rivedere alcuni funzionamenti della governance europea non sempre in grado di offrire soluzioni efficaci alle tante sfide inedite che il mondo globale ci sottopone. Ma con la pandemia questa necessità è diventata più urgente, drammatica e senza dubbio improcrastinabile.

Se abbiamo bisogno di riforme nei nostri Stati membri, abbiamo bisogno di riforme anche nei meccanismi europei.

Stiamo chiedendo impegni importanti a tutti i paesi e anche   le istituzioni europee devono sentire il dovere di mettersi in discussione.

Questi 15 mesi di pandemia ci offrono una grande lezione:  abbiamo capito bene cosa funziona e cosa non funziona; quali meccanismi inceppano la macchina politica e quali non sono in grado di coniugare efficienza e competenza.

Abbiamo capito, ad esempio,  cosa consente ai cittadini di riconoscersi nellazione delle istituzioni europee e cosa invece li allontana.

Non è un caso che tante decisioni assunte a livello europeo abbiano ribaltato il giudizio di settori dellopinione pubblica abituati a una Europa lenta, non in grado di assumere iniziative con rapidità. LUnione europea in questo anno si è fatta apprezzare, invece, perché ha preso decisioni e sviluppato iniziative per tutti i 27 paesi dellUnione. Non è un caso che gli ultimi dati di Eurobarometro ci dicano che i nostri cittadini, a stragrande maggioranza, vorrebbero unUnione con più competenze, dunque più forte.

E questo è un dato che ribalta gli umori con cui abbiamo iniziato la legislatura europea nel 2019, quando la sfiducia nei confronti dellEuropa era molto diffusa. UnEuropa che non rinvia, che assume responsabilità e decide consente ai cittadini di essere più sicuri e ai nostri paesi di reagire a sfide a cui nessuno potrebbe rispondere da solo.

Per la prima volta, infatti, lUnione europea ha sviluppato  meccanismi di solidarietà senza precedenti. Durante questa crisi, abbiamo capito la necessità di agire uniti, di sospendere gli strumenti che avevamo perché non erano adatti a questa fase e inclini ad aumentare le diseguaglianze – come il Patto di Stabilità e crescita –  introducendo criteri inediti per lemissione di debito comune.  

LEuropa che investe su stessa ha grande successo, come abbiamo visto nei mesi scorsi con il meccanismo Sure e nei giorni scorsi con la prima tranche di obbligazioni made in UE’  utili a finanziare il Next Generation UE.

Tutto questo è conveniente per il nord, lest e il sud dellEuropa e dunque se è conveniente è replicabile.

Ricostruire le nostre economie e continuare ad integrarle nello spazio europeo sarà utile per rafforzare la nostra resilienza, la nostra sicurezza minacciata da ingerenze esterne,  e consentirci di sostenere insieme la sfida della concorrenza commerciale a livello globale.

È un segnale positivo quello che è arrivato con lultimo G7 di aver ripreso a navigare con lamministrazione Biden nel nostro Oceano, dopo anni in cui il Pacifico sembrava aver marginalizzato lAtlantico.

Ci stiamo accorgendo di quanto lUnione stia tornando centrale. Oggi niente è possibile senza lEuropa. Nessuna dinamica globale può prescindere dalla posizione europea.

Senza la nostra azione non sarà possibile sostenere che la democrazia sia più efficace dellautoritarismo. E al tempo stesso non sarà possibile reagire ai fenomeni globali diminuendo le enormi disuguaglianze presenti, netantomeno scommettere su regole che coniughino concorrenza leale e difesa dei diritti fondamentali.  

Come funziona la democrazia europea è fondamentale in tutto questo e avrà  riflessi anche nello scacchiere del Mediterraneo dove anni di disimpegno, di muri alzati, interessi contrapposti  non hanno prodotto altro che frantumazione, violenza, conflitti, morte.

Siamo ancora dentro linverno della crisi e della pandemia,  ma dobbiamo sentire forte la spinta a costruire la nostra primavera.

Cari amici spagnoli e italiani dipenderà anche da voi se saremo in grado di rilanciare quel sentiero di Isaia e spezzare le spade per farne aratri… Con una democrazia che funziona consentendo di parlare con una voce sola potremmo consentire di aprire anche nel Mediterraneo nuovi canali di comunicazione e dialogo.

È per questo che il Parlamento europeo, che ha accompagnato e migliorato tutti gli strumenti per rispondere alla crisi, ha deciso di scommettere sulla Conferenza sul futuro dellEuropa.

Siamo in un momento in cui i cittadini vogliono assumersi responsabilità, vogliono avere voce in capitolo nelle politiche che riguardano la loro vita quotidiana e il futuro del pianeta. I meccanismi di consultazione dei cittadini hanno dimostrato il loro valore in molti paesi.

Bisogna ammettere che c’è voluto del tempo per riunire i punti di vista talvolta diversi presenti nelle nostre istituzioni sullo scopo di questa conferenza. Ho lavorato intensamente su questo durante i mesi di negoziati con la presidente Von der Leyen, la presidenza tedesca e poi quella portoghese che ringrazio, e finalmente siamo riusciti a definire e firmare insieme lo scorso marzo la dichiarazione congiunta che fissa il mandato e lorizzonte della Conferenza.

Fondamentale aver accettato di arrivare il prossimo anno con un pacchetto di prime conclusioni ma senza una data di scadenza e non aver inserito linee rosse sulle conclusioni della Conferenza. Questo significa massima libertà,  niente tabù  e conclusioni trasmesse a tutte le tre le istituzioni per ladozione delle iniziative da intraprendere.  

Il Comitato Esecutivo e i tre co-presidenti hanno fatto un lavoro importante da allora e in poche settimane hanno messo la conferenza sulla buona strada. L’inaugurazione ufficiale a Strasburgo il 9 maggio e il lancio della piattaforma digitale hanno dimostrato l’ambizione delle nostre istituzioni e delle parti interessate per questo importante esercizio.

Oggi per la prima riunione dell’assemblea plenaria a Strasburgo  un gran numero di partecipanti ha confermato la propria presenza e questo è molto promettente.

Siamo fermamente convinti che la Conferenza debba arrivare alla fine di questo esercizio con proposte concrete. E ad indicare metodologie per sviluppare politiche comuni. Cosa ci chiedono oggi i nostri cittadini? Ad esempio, di uscire dalla pandemia con una vera politica europea sulla salute umana. Non partiamo da zero, abbiamo fatto una grande esperienza,  ma abbiamo bisogno di  competenze nuove. E lo stesso vale, come ben segnalato dai premier dei governi spagnolo e italiano, per una politica europea sullimmigrazione e lasilo. Sono sempre più convinto che sia arrivato il momento di intervenire con pragmatismo per una grande iniziativa europea per il salvataggio in mare, per una regia di corridoi umanitari e per un ingresso regolare con una redistribuzione equilibrata che tenga conto delle necessità dei mercati del lavoro dei nostri Stati membri. Basta morire nel Mediterraneo, e basta vietare di entrare in Europa.

Con la Conferenza rifletteremo anche sulla centralità dellistituzione parlamentare europea. È il centro della nostra democrazia. Come ogni parlamento nazionale, il diritto d’iniziativa dovrebbe essere effettivamente conferito al Parlamento Europeo affinché la nostra istituzione possa fare proposte alla Commissione e al Consiglio, e non esserne solo il destinatario.

Dovremmo anche aumentare la trasparenza delle elezioni e permettere ai cittadini di indicare le loro preferenze per la presidenza della Commissione.

Allo stesso modo, non possiamo evitare la questione dell’unanimità nel Consiglio. Una democrazia funziona se vi sono garanzie per le opposizioni ma consentendo alla maggioranza di assumere iniziative e prendere decisioni. E noi crediamo in questo sistema. È la nostra carta didentità. Ma una democrazia che decide allunanimità blocca se stessa, non risponde alle attese dei cittadini e  contribuisce alla sfiducia verso l’UE.

In questi 15 mesi abbiamo capito che possiamo non avere tabù, ecco perché possiamo permetterci di affrontare questo esercizio liberamente e con fiducia nel dibattito democratico.

La nostra unità è la garanzia del nostro successo. E in questo   i paesi europei del Mediterraneo possono aiutare ad accorciare quelle  distanze che per troppo tempo hanno diviso lEuropa.  Stiamo vivendo  in un momento molto speciale della storia europea e un vento nuovo ci carica di grandi responsabilità. Spetta a noi avere il coraggio di scrivere un nuovo capitolo della nostra storia comune.    

Città e solidarietà nell’enciclica «Fratelli tutti». Una lezione per le archistar

«È necessario curare gli spazi pubblici i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro sentirci a casaallinterno della città che ci contiene ci unisce». Nel suo articolo sullOsservatore Romano, lautore pone a fondamento di unanalisi a tutto campo questa frase emblematica dellenciclica di Francesco.

 

(Enzo Scandurra)

In un articolo pubblicato nel 1944 su «Rinascita», lurbanista Luigi Cosenza scriveva: «I piani regolatori sono problemi di solidarietà umana, di coerente valutazione delle possibilità e degli ostacoli. Essi devono rappresentare la condanna delle ambizioni egoistiche, il ritorno nellora critica alla solidarietà e alla comprensione, la manifestazione di una volontà tesa verso scopi coerenti, costruttivi, creativi».

Analogo messaggio di fratellanza e solidarietà delle città è quello dichiarato dallallora sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che nel 1955, in un convegno che riuniva tutti i sindaci del mondo, tenutosi nella sua città, disse: «Le città non sono cumuli occasionali di pietra: sono misteriose abitazioni di uomini e, più ancora, in un certo modo misteriose abitazioni di Dio».

Circa 75 anni dopo Raniero La Valle, a proposito dellenciclica di Papa Francesco Fratelli tutti ci rinnova linvito «del passaggio da una città (società” nel testo] di soci ad una di fratelli».

Queste affermazioni hanno sempre albergato nelle coscienze delle persone, tuttavia politici e amministrazioni (salvo qualche rarissima eccezione) ne hanno fatto scempio utilizzando la sacralità di una città come vetrina per esporre merci per attrarre turisti e flussi di denaro, vanificando ogni segnale di solidarietà e di accoglienza tra i suoi abitanti. È prevalso laspetto economico, il fare profitto a ogni costo, su altri criteri che pure erano, allorigine, nel Dna di ogni città. Sempre Raniero La Valle, raccogliendo il messaggio contenuto in Fratelli tutti e capovolgendo il paradigma economico, ci ricorda che: «I migranti non si devono accogliere perché possono essere utili, ma perché sono persone, e i disabili e gli anziani non si devono scartare perché una società dello scarto è essa stessa inumana».

Ma le città sono diventate il luogo del conflitto più aspro dove laccoglienza si è trasformata in una darwiniana lotta per la sopravvivenza e, al tempo stesso, i luoghi degli «scarti umani» dove una gran quantità di persone vive nella miseria senza alcuna speranza di riscatto.

Siamo di fronte, almeno nella cultura occidentale, a un collasso narrativo. Le città nate come luogo di accoglienza (laria della città rende liberi) si sono trasformate in luoghi di competizione globale dove lurbanistica e larchitettura fanno a gara per escogitare soluzioniche gli consentono di scalare improbabili classifiche di attrazione e ricchezze, delle quali nessun vantaggio viene ai loro abitanti. Modernizzare, innovare, sono le nuove parole del dogma della competizione internazionale a scapito della fratellanza, della uguaglianza e della libertà.

Competizione ed egoismi che mettono a repentaglio anche la stessa stabilità della nostra biosfera, il luogo che ospita la vita e che costituisce la nostra casa comune, nella più totale discontinuità con il messaggio del santo di Assisi, come riportato nella Laudato si: «Costruire un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, con una preoccupazione per lambiente unita ad un costante impegno per i problemi della società».

Le conseguenze di questo trionfo del mercato che domina le nostre esistenze è che esso produce la cultura dello scarto e in quanto tale degrada le nostre città e lo stesso ambiente fino a paventare la stessa sopravvivenza del genere umano. Ed è ancora la Laudato siche ci ricorda che: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale ed una sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale».

Molte altre, e importanti, sono le raccomandazioni contenute nella Laudato si, agli indirizzi degli urbanisti e degli architetti chiamati a pianificare le città: «La sensazione di soffocamento prodotta dalle agglomerazioni residenziali e dagli spazi ad alta densità abitativa, viene contrastata se si sviluppano relazioni umane di vicinanza e calore, si creano comunità». E più oltre: «Per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, lesperienza quotidiana di passare dallaffollamento allanonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-137/una-lezione-br-per-le-archistar.html

Diventa Venerabile Robert Schuman, padre dell’unità europea.

Il Papa ha autorizzato a promulgare il Decreto che riconosce le virtù eroiche dello statista francese. Col riconoscimento del martirio, saranno beatificate 10 religiose uccise in Polonia dai soldati sovietici alla fine della seconda guerra mondiale. Il testo è tratto dal sito vaticannews.va.

Alessandro De Carolis

Una materia prima, una lega ferrosa e lintuizione politica di un politico la cui anima non coincide con la sagoma delle sue tasche. Con la combinazione di questi elementi si può costruire perfino lunità di un continente ed è così che il politico con lanima grande, Robert Schuman, getta le fondamenta dellEuropa unita: usando la materia prima del carbone e una lega ferrosa come lacciaio. Sono le 16.00 del 9 maggio del 50 quando lallora ministro degli Esteri francese lancia lidea che ribalterà in pochi mesi lo status quo: mettere la produzione franco-tedesca del carbone e dellacciaio sotto una autorità sovranazionale aperta alladesione di altri Stati. Lo scopo? Togliere dalle spalle dellEuropa postbellica il peso di una guerra economica inutile e sostituirla con il principio, molto più utile, che se le risorse si condividono tutti crescono e stanno meglio.

Linizio del sogno

Quellidea diventa un balsamo sulle cicatrici del Vecchio continente, che ha ancora nelle orecchie il rombo dei cannoni, e oggi la storia insegna che la Comunità europea del carbone e dellacciaioche nasce nel 51 è di fatto la prima pietra che porterà decenni dopo al sorgere dellUe. Ma da dove veniva quellingegno politico e soprattutto quellanima di Schuman, ovvero lesercizio delle virtù eroicheper cui oggi la Chiesa, con i Decreti approvati da Papa Francesco, lo riconosce Venerabile? Il futuro padre dellEuropa unita, classe 1886, avvocato di formazione, è un cristiano a maniche rimboccate. Poco più che 25.enne si impegna con linfanzia più miserabile, quella che non ha nessuno e sopravvive di espedienti. Willibrord Benzler, che diventerà vescovo di Metz, lo vuole presidente della Federazione diocesana delle Associazioni giovanili cattoliche. Poi arriva il 1913, lanno del 60.mo Katholikentag, il Congresso dei cattolici tedeschi, che in quellanno si celebrava a Metz. Schuman viene coinvolto nellorganizzazione e in lui il sogno di unEuropa unita, fondata sulla solidarietà e a custodia di una pace mondiale, diventa un obiettivo della carriera politica che inizia nel 1919.

Il politico servitore

Fra le due guerre si occupa dellintegrazione legislativa di Alsazia e Lorena dopo lannessione alla Francia e si spende con energia per difendere il Concordato con la Santa Sede e a difesa della giustizia sociale. Gli anni secondo conflitto mondiale sono molto duri prima prigioniero della Gestapo, poi la fuga e anni di clandestinità – quindi di nuovo sugli scranni del parlamento e del governo francese ministro delle Finanze, premier, agli Esteri ma sempre con lo stile del servitore della cosa pubblica. Fino a quel 25 marzo 1957, la data del Trattato di Roma col sodalizio di Adenauer e De Gasperi e allelezione per acclamazione come primo presidente del nuovo Parlamento Europeo. Dietro lazione delluomo pubblico c’è linteriorità delluomo che vive i sacramenti, che quando può si rifugia in unabbazia, che riflette sulla Parola sacra prima di trovare la forma per le sue parole politiche.

Ispiratore per sempre

La sua eredità è stata condensata dal Papa nel Regina Caeli recitato il 10 maggio 2020, il giorno dopo il 70.mo anniversario della Dichiarazione Schuman. Da lì, ha ricordato Francesco, viene il lungo periodo di stabilità e di pace di cui beneficiamo oggi. Da lì lesempio che possa ispirare quanti hanno responsabilità nellUnione Europea, chiamati ad affrontare in spirito di concordia e di collaborazione le conseguenze sociali ed economiche provocate dalla pandemia.

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-06/robert-schuman-decreti-cause-santi-venerabile-papa-francesco.html

L’America detta la linea, contro la Cina, ma l’Europa a gioca un ruolo decisivo.

Nixon giocò la carta cinese per indebolire lURSS. Oggi Biden cerca lappoggio della Russia per mettere la Cina con le spalle al muro. Senza lEuropa la strategia americana non è destinata a conseguire risultati positivi e duraturi. Il Vecchio Continente deve essere più unito e più consapevole delle proprie responsabilità.

Ha fatto rumore nel mondo e presso le cancellerie dei vari paesi lincontro del G7 che ha riunito le democrazie occidentali, Italia compresa.

La motivazione principale del summit ha riguardato le linee strategiche per affrontare i nodi ancora non sciolti relativi alla pandemia, ma poi, con evidenza, si è capito che Joe Biden lo ha voluto fortemente per riaggiustare i legami soprattutto con gli europei assai logorati dalla politica di Donald Trump, per allestire un vero e proprio blocco anti cinese delle potenze occidentali: quasi una riedizione dellalleanza anti URSS degli anni 50.

Intanto è positivo limpegno approvato da tutti i partners di donare ai paesi poveri un miliardo di vaccini; per spegnere ogni focolaio di infezione in ogni angolo della Terra, in modo da non far correre altri ulteriori rischi sanitari economici e sociali a tutta lumanità, e per riprendere il ruolo di guida non solo economico-militare ma anche umanitario, decisivo per saldare rapporti economici e politici. Su questi propositi, si sapeva, ogni decisione avrebbe potuto contare sulla sintonia con gli europei; ma laltra questione, quella cinese, non poteva che essere più spinosa. Gli europei si può dire che sono guardinghi e divisi sul rapporto da avere con la Repubblica Popolare Cinese, e sono ancora lontani dalla determinazione di Biden.

Molti anni sono passati dal viaggio dellallora presidente Nixon in Cina nel 1972, che iniziò una crescente e poi intensa collaborazione: i cinesi miravano ad uscire dallisolamento e dallarretratezza attraverso lo sviluppo industriale, gli americani cercavano di indebolire il loro sodalizio con lUnione Sovietica (ora è in atto la stessa dinamica a ruoli rovesciati) ed a utilizzarli come  propria area privilegiata di produzione industriale, ma conservando progettazioni e linee finanziarie. Ma come si sa, limpero orientale ben presto ha imparato a progettare autonomamente ed a produrre ed accumulare enormi riserve finanziarie ben presto impiegate per fare concorrenza industriale e commerciale a danno degli stessi americani, e ad estendere la loro influenza sui vari scacchieri geopolitici mondiali.

Al momento gli europei si rendono conto del pericolo giallo, ma sono troppo divisi sulla politica estera che al massimo vivono ognuno per conto proprio come opportunità occasionali per i loro commerci. Un test significativo lo abbiamo avuto già con la operazione via della setae con lacquisizione di alcuni porti strategici mediterranei. Si è avuta anche più che la percezione che gli autocrati cinesi, aiutati dalla smobilitazione americana nel mediterraneo, siano stati impegnati a raccordi carsici con talune forze politiche dei vari paesi europei ed impegnati con piani mirati a confondere la opinione pubblica con fakes, a mezzo di piattaforme digitali impiegate per orientare i social formalmente non governative, ma provenienti in gran parte dal territorio cinese, per screditare la istituzione europea e creare confusione politica nei singoli paesi.

Insomma, Biden fa bene ad indicare i rischi della accanita competizione lanciata dai cinesi sulle più avanzate tecnologie come infiltrazione insidiosissima nel sistema di potere mondiale che riguardano i fattori di sicurezza, di indipendenza, e di spionaggio sui fattori industriali e finanziari. Ma il modo migliore per convincere gli europei, è di prendere davvero le distanze dai tentativi palesi commessi da Trump che ha palesemente tentato di sgretolare la unificazione Europea. Infatti lEuropa va sostenuta nel processo di edificazione dello Stato continentale, quale garanzia anche per gli americani di essere più forti come coalizione occidentale, e per non cadere nelle reti di paesi che dello sfruttamento bestiale degli uomini e della loro sottomissione totale, costituiscono la leva per governare il mondo con i proventi finanziari realizzati.

Ed allora se lalleanza occidentale dovrà essere più efficiente e solida, dovrà riguardare anche il pieno rispetto della autonomia e sviluppo di ogni componente a partire dallEuropa, che però dal canto suo dovrà incominciare almeno a provvedere a governare il benessere e la pace nellarea da troppo tempo rovente del mediterraneo.

Il centro deve rappresentare, con l’apporto dei democratici di matrice cristiana e popolare, la rivoluzione del Terzo Stato produttivo.

Questa lettera, inviata a Ivo Tarolli in qualità di promotore del convegno di Insieme, tenuto ieri pomeriggio online, prelude alla riflessione che lautore svolgerà nella giornata odierna in occasione della iniziativa romana della Federazione Popolare dei Democratici Cristiani, dal titolo: La Nuova Visione del Centro politico. Una nuovaCamaldoli.

Grazie per avermi invitato al vostro incontro e complimenti per lattività che state svolgendo. Il seme che abbiamo piantato Insiemequalche anno fa ha germogliato molto bene. Ti confermo quanto ti ho detto più volte e scrivo da molti anni: tutto ciò che va nella direzione di una ricomposizione politica  dellarea cattolico democratica e cristiano sociale va valutato positivamente. In particolare noi DC e della Federazione Popolare DC, abbiamo condiviso quanto è scritto nel manifesto Zamagni, dal quale deriviamo molte consonanze con quanto anche noi abbiamo scritto nel nostro patto associativo.

Le riflessioni dellamico Andrea Tomasi sul rapporto tra cattolici e politica invitano ad approfondimenti importanti sul piano etico, culturale e socio politico che, tuttavia, non possono non tenere conto di ciò che accade nella realtà politica italiana con i suoi tempi, scadenze e ritmi veloci, se non vogliamo continuare la Demodisseadi cui ho scritto nel mio recente libro sulla lunga stagione della diaspora democristiana (1993-2020).

Nel condividere quanto scrive appunto Tomasi, evidenzio lesigenza di partire dalla consapevolezza che noi cattolici, già divisi sul piano culturale e frammentati su quello politico, siamo una minoranza nel Paese nel quale, come in Europa e in tutto il mondo occidentale, trionfa il relativismo morale più volte denunciato dalle encicliche pontificie, in particolare da quelle di Papa Benedetto XVI.

La crisi delle culture politiche che hanno costruito la nostra democrazia repubblicana e il clima di relativismo etico e culturale che si accompagna a una condizione prevalente di anomia (in senso durkheimiano, come discrepanza tra mezzi e fini, venir meno del ruolo dei corpi intermedi, assenza di norme di riferimento condivise) ha favorito il prevalere di movimenti e partiti sovranisti e populisti che, in assenza di culture di riferimento, se non regressive, vivono una condizione permanente di trasformismo politico.

Eravamo minoranza anche al tempo del primo Partito popolare, ma ci fu un gigante, come Don Luigi Sturzo che seppe tradurre nella politica e nelle istituzioni i principi della Rerum Novarum al tempo della prima rivoluzione industriale.

Eravamo minoranza e perseguitata nelle sue espressioni associative anche durante il fascismo, ma potemmo godere di quel gigante conterraneo di Tarolli, Alcide De Gasperi che, dopo Camaldoli (Luglio 1943) con le sue idee ricostruttive della DC(Novembre 1943) seppe compiere con Spataro, Alessi, Falck e altri il miracolo della DC.

Certo, oggi, non abbiamo questi giganti, e siamo consapevoli che a quelli della mia generazione (la prima della Repubblica) non spetta più alcun ruolo dirigente attivo, se non quello di essere dei trasmettitori della nostra migliore cultura e tradizione politica a una nuova generazione di giovani, dotati di passione civile, pronti a tradurre nella città delluomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa. Quelli delle encicliche dei Papi San Giovanni Paolo II Magno (Laborem Exercens e Centesimus Annus), di Papa Benedetto XVI (Caritas in veritate) e Papa Francesco (Laudato Si e Fratelli tutti), le quali hanno affrontato e analizzato criticamente meglio e più di ogni altra cultura i fenomeni collegati alla società nelletà della globalizzazione.

Credo che su un punto possiamo tutti convenire: allItalia, come allEuropa, serve in questa difficile fase della storia e della politica una forte presenza di un partito di centro, espressione degli interessi e valori del terzo stato produttivo e delle classi popolari, quelle che La Pira connotava come le attese della povera gente(tanto più attuali, dopo i dati Istati di questi giorni sulla povertà assoluta e relativa italiana, aggravati dalla pandemia e dalla correlata crisi economico sociale). Un centro nel quale, però, al di là delle confuse ipotesi di ristrutturazione oggi annunciate e in corso di formazione, manca la nostra componente di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale.

Credo si debba evitare di dividerci a priori sul tema delle alleanze, tema divisivo anche al tempo di Sturzo e di De Gasperi, e che ha caratterizzato tutta la lunga stagione dellegemonia-dominio della DC italiana. Dobbiamo partire dal programma e dai contenuti di una politica seria e riformatrice allaltezza dei bisogni di quel terzo stato produttivo e delle classi popolari che oggi sono in larga parte prive di rappresentanza. È questa la ragione del convegno che, anche con la tua partecipazione, la Federazione Popolare DC ha organizzato domani Sabato 19 Giugno (oggi per chi legge, ndr)a Roma, cui seguiranno tre importanti incontri – al Nord, al Centroe al Sud con tutte le diverse e articolate espressioni di movimenti, gruppi, associazioni e partito (sono oltre cinquanta) che alla Federazione Popolare DC fanno riferimento in qualità di soci.

Certo, molto dipenderà dalla legge elettorale che ci auguriamo proporzionale, premessa indispensabile per la nostra ricomposizione politica. Anche il vostro impegno è indispensabile in questo progetto e, come ben sapete, ciò che ci unisce è molto di più di quello che può averci sin qui diviso. Non è più tempo di divisioni ma, come ammoniva De Gasperi al III° Congresso DC di Venezia (1949): mettiamoci tutti alla stanga, per riportare in campo la nostra cultura politica e una nuova classe dirigente. Buon lavoro

Il distinguo di Ceccanti costringe Bettini a precisare cosa significa “apertura al centro”. Ma soprattutto cosa rappresenta il Partito democratico sulla scena politica italiana.

Sulla scorta delle dichiarazioni di Goffredo Bettini al Corriere della Sera, lex Presidente nazionale della Fuci e oggi deputato Dem ha impostato un ragionamento, sintetico ma chiaro, che rende quanto mai esplicita la differenza di valutazioni sulla natura e le prospettive del Pd. Non sembra particolarmente efficace, a riguardo, la risposta di colui che tende ormai a configurarsi come il vero leader della sinistra interna (preoccupato del fatto, stante allintervista, che la sinistra italiana non esiste più”). Di seguito lo scambio di battute riportate dallAgenzia Dire.

“Mi viene un dubbio nel leggere l’intervista di Bettini al Corsera rispetto al ’76: chi sarebbero i “cattolici democratici” ricompresi nel “campo alternativo alla destra”? I soli candidati nelle liste del Pci? E Moro e Zaccagnini sarebbero stati la “destra”? Oppure anche Moro e Zaccagnini erano cattolici democratici anche se guidavano la Dc, pur essendo in minoranza interna?”.

Se lo chiede il deputato del Pd Stefano Ceccanti, in un intervento sul suo blog. “Il dubbio – aggiunge Ceccanti – è rilevante perché il Pd nasce dall’idea che c’erano forze riformiste momentaneamente divise dalla Guerra Fredda che andavano ricomposte, separandole dalle forze non riformiste (massimalisti di sinistra, conservatori) con cui erano momentaneamente unite nel primo sistema dei partiti. Insomma, a seconda di come si scioglie quel dubbio, ci si muove nello schema dell’unità della sinistra o dell’unità dei riformisti, due schemi alternativi. Nel secondo ci sono le storie del Pd, nel primo no. Spero che Bettini intendesse il secondo”.

“A proposito della mia intervista di oggi al Corriere della Sera, Stefano Ceccanti, con la consueta intelligenza, pone il dilemma tra l’esigenza dell’unità del centrosinistra e quella dell’unità dei riformisti. Per me le due questioni coincidono”. Così Goffredo Bettini, membro della direzione nazionale del Pd, interloquisce con Stefano Ceccanti, capogruppo del Pd in Commissione Affari costituzionali della Camera.

“Basta mettersi d’accordo sulla definizione ormai troppo vaga di “riformisti”. Il Pd – aggiunge Bettini – nasce per unire i riformisti democratici e progressisti che intendono trasformare le cose e i rapporti di forza tra chi opprime e chi è oppresso. Dentro tale definizione si trova a suo agio tutta la sinistra democratica, che è troppo silente e debole. Anche nel Partito democratico. E si trova a suo agio tutto il pensiero cattolico-democratico e laico-socialista che pure agisce con essenziale utilità dentro il nostro Partito. Altra cosa sono le manifestazioni di un riformismo esteriore che nasconde dietro la parola “riformismo”, da tempo mal utilizzata, il fine di innovare o oliare i vecchi meccanismi imposti dai ceti più forti che da sempre governano l’Italia”.

Il rap come rivoluzione. Intervista a Paola Zukar.

Sinonimo di rivoluzione e ribellione, il rap negli ultimi quarantanni non solo ha trasformato la scena musicale, ma ha condizionato la nostra cultura, la capacità di raccontare il nostro tempo. Ha inventato un nuovo spazio e un nuovo linguaggio per leggere il mondo.Atlantedi Treccani offre questa settimana la possibilità di approfondire un fenomeno che va oltre laspetto originario.

Ne parliamo oggi con Paola Zukar, leggendaria manager dei più famosi rapper italiani. Nel 2018 ha fondato TRX Radio, la prima app radio dedicata al rap; e da qualche settimana è arrivata in libreria la nuova edizione, ampliata e aggiornata, del suo Rap. Una storia italiana (Baldini+Castoldi, 2021).

 

Paola, il tuo libro è una grande operazione di carotaggio nelle profondità di una parola: rap. Per cominciare questa nostra conversazione, allora88 vorrei partire proprio dalla parola rap. Cos’è il rap? Come nasce?

Il rap è un genere musicale che nasce nel contesto, più ampio, della cultura hip hop. A sua volta, la cultura hip hop nasce negli anni Settanta, a New York, grazie a DJ Kool Herc, che ha avuto lintuizione di unire due giradischi e creare un nuovo suono, mixando brani già editi, un nuovo beat, una nuova strumentale, un nuovo genere.

 

Potremmo soffermarci sullhip hop come cultura?

La cultura hip hop newyorkese degli anni Settanta era una cultura nel senso che inglobava più arti: cera il ballo, la break dance; cera il djing, larte di suonare con i giradischi; il graffiti writing; labbigliamento. Una cultura declinata su più piani, quello che ha avuto più successo, larte che ha avuto più successo, è stata il rap.

 

Dal sostantivo passiamo al verbo: che significa rappare?

Rappare significa comporre in metrica delle rime che si incastrano perfettamente con le strumentali. Agli inizi, il dee-jay che creava questo sottofondo musicale ne usufruiva soprattutto nelle feste dei quartieri magari allacciandosi allelettricità pubblica dei pali della luce , puntava sullentusiasmo e sulla versatilità degli MC (Master Of Cerimonies), quelli che parlavano, rappavano, rimavano sopra queste strumentali. È questa è lorigine del Rap.

 

E per te cos’è il rap?

Tutto quello che ho sempre cercato nella vita. Un modo per esprimere qualcosa, per esprimermi, per sentire altri esprimersi, in libertà e con una vena di ribellione. Perché il rap, dagli inizi, ma anche ora, è la musica più ribelle: era cominciata negli ambienti underground, adesso ha avuto accesso al mainstream, ma non ha mai perso la sua aspirazione allimpegno.

 

Mi interessa molto questaspetto. Ci racconteresti la rivoluzione dellhip hop e del rap?

La ribellione, la rivoluzione intrinseca nellhip hop e del rap è una rivoluzione intelligente. Perché non si limita a distruggere: il suo intento è costruire. Il rap affonda profondamente le sue radici nella musica afroamericana, e possiede sempre, anche nei momenti più disperati, una sua luce. Che è propria del gospel e del rhythm and blues, dellallegria disperata di tanti artisti che si affermavano negli anni Cinquanta. Ecco, per me è una rivoluzione intelligente perché riesce, da una parte, a stigmatizzare le storture della nostra società, come il razzismo, un tema molto affrontato nellhip hop; e dallaltra, si prefigge lobiettivo di unire tutti sotto lo stesso ritmo, latini neri bianchi. Questa è la rivoluzione dellhip hop e del rap: restituire la forza per stare uniti; di scontrarsi ma sempre e solo sul piano artistico.

 

Forse questa è la dimensione che viene più fraintesa.

Allinizio il rapper Afrika Bambaataa apparteneva alle gang di New York, in una stagione violentissima. Ha scelto di passare allhip hop. Lì tutte le sfide, tutti gli scontri, dovevano svolgersi su un piano artistico, non dovevano mai debordare nella violenza fisica. Sono nati da questa esigenza, lhip hop e il rap, era troppa la violenza nelle strade, troppa la distruzione. C’è stato chi ha cercato, allora, di costruire qualcosa.

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https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/rap.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

Popolari per trasformare il Paese. A confronto i sostenitori, a vario titolo, della necessità di un nuova iniziativa politica dei cattolici. Basta la buona volontà?

Il dibattito online si svolgerà oggi pomeriggio, venerdì 18 giugno, a partire dalle ore 15.00. La grande diversità di approccio alla questione del rilancio dellarea politico-culturale di matrice cristiana non assicura uno sbocco costruttivo alliniziativa generosamente promossa da Ivo Tarolli.

Lintento ha una sua plausibilità. Si vuole tenere aperto il canale di comunicazione tra diversi e talvolta opposti momenti di elaborazione e impegno sul terreno politico. Non è chiaro però lo sbocco di una proposta che rimane allo stato delle cose una manifestazione di buona volontà.  Da destrainfatti viene una richiesta di continuità sotto le insegne della casa comune di tutte le forze che hanno partecipato in questi decenni al consolidamento della esperienza del centrismo declinato in chiave berlusconiana.      

È inevitabile che il confronto, in mancanza di un principio di autentico discernimento critico, porti allo scoperto leterogeneità di posizioni e orientamenti.

La prima parte del convegno, sino alle 18.00, sarà una “Tribuna per un confronto aperto” in vista dellAdunanza Plenaria di Insieme del 3-4 luglio a Roma, con interventi di rappresentanti di partiti e associazioni politiche di ispirazione cristiana per rispondere a due domande: è possibile una nuova stagione dei liberi e forti? Con quale strategia e quali strumenti?

Introdotti da Alessandro Risso, della Segreteria collegiale nazionale di Insieme, interverranno Ettore Bonalberti, Luca Caputo, Mauro Carmagnola, Mario Giro, Mario Mauro, Giuseppe De Mita, Lucio DUbaldo, Giuseppe Gargani, Renato Grassi, Pietro Giubilo, Nino Luciani, Maurizio Lupi, Giorgi o Merlo, Giovanni Palladino, Gabriele Pazienza, Piero Pirovano, Ernesto Preziosi, Bruno Tabacci, Marco Zabotti, oltre ai componenti del Coordinamento nazionale di Insieme.

Dalle ore 18 la Tavola rotonda con un “Dialogo tra riformatori”, introdotta da Giancarlo Infante, (Segreteria collegiale di Insieme) con Marco Bentivogli (Coordinatore di Base Italia), Michele Polini (Segreteria politica Partito Repubblicano), Maurizio Sacconi (Presidente Associazione Amici di Marco Biagi), Ivo Tarolli (Segreteria collegiale di INSIEME), Stefano Zamagni (Presidente Pontificia Accademia delle Scienze sociali).

Per partecipare clicca sul seguente link (che sarà attivato dalle ore 15.00)

https://us02web.zoom.us/j/86075292792

Torna la questione sociale. E dov’è la “sinistra sociale”d’ispirazione cristiana?

Linterrogativo che in questo articolo riemerge con forza fa da cornice alla fatica di un raccordo più esplicito e coerente tra analisi della società e impegno politico. No alla vuota predicazione.

 

Dunque, lIstat ci consegna un quadro molto allarmante. A livello sociale e a livello politico, di conseguenza. Era del tutto prevedibile, del resto, dopo la drammatica emergenza sanitaria che ci ha colpito e che continua a sfregiare il nostro tessuto economico e produttivo. E proprio i numeri sono alquanto eloquenti: 5,6 milioni di cittadini italiani sono in seria difficoltà; lindice di povertà è passato dal 7,7% del 2019 al 9,4% di oggi; il 47% di questa popolazione poverarisiede al Nord, in particolare nel ricco Nord-Ovest e il 38,6% nel Mezzogiorno; e proprio il Nord registra un incremento della povertà che passa dal 6,8% al 9,3%. E, in ultimo, lincidenza della povertà assoluta raggiunge l11,3% fra i 18 e i 34 anni mentre per gli over 65 si ferma al 5,4%.

Insomma, siamo di fronte ad una nuova, diversa ma altrettanto drammatica questione sociale. E, proprio di fronte a questo quadro, peraltro solo sommario, viene persin scontato chiedersi se esiste ancora nel nostro paese una politica in grado di farsi interprete seriamente e convintamente di una situazione che potrebbe, prima o poi, esplodere. E, per entrare ancor più nello specifico, esiste ancora la possibilità di avere una sinistra socialedi ispirazione cristiana che si faccia anche carico di questa nuova ed inedita questione socialedivampata dopo la pandemia?

Una sinistra socialedi ispirazione cristiana che ha caratterizzato ed attraversato per molti anni il cammino della politica italiana. Certo, se per molto tempo questa presenza è stata politicamente visibile o attraverso una corrente definita in un partito o con leader nazionali altrettanto qualificati e carismatici, oggi questa presenza e questa cultura languono nel deserto della politica contemporanea. Solo per fare due esempi concreti, è appena sufficiente ricordare il lungo magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale di Carlo Donat-Cattin nella Democrazia Cristiana e di Franco Marini prima nel sindacato e poi nel Ppi, nella Margherita e infine nel Partito democratico – seppur non più in prima linea per limpegno politico – per rendersene conto. Una presenza politica rilevante che ha contribuito, attraverso la sua sensibilità e la sua progettualità concreta, a segnare la stessa qualità del ruolo politico dei cattolici democratici e popolari nella società italiana.

Certo, le stagioni politiche scorrono rapidamente e nellepoca del populismo dove dominano incontrastati il trasformismo e lopportunismo politico e parlamentare, è difficile rideclinare un patrimonio culturale, sociale e politico che non può essere ridotto a slogan quotidiano e a promesse qualunquistiche e demagogiche. E purtroppo, e soprattutto, mancano anche quella classe dirigente e quei leader, carismatici e rappresentativi, che hanno saputo essere interpreti attivi di un fecondo patrimonio ideale nella concreta dinamica politica italiana.

Ecco perchè, allora, diventa quantomai importante sapere come oggi quella sinistra socialedi ispirazione cristiana può ritrovare cittadinanza attiva nella dialettica politica del nostro paese. E su questo fronte almeno due riflessioni si impongono.

Innanzitutto non c’è più un solo partito che possa interpretare in modo diretto ed esclusivo quella cultura e quel giacimento di valori, di iniziative e di progettualità politica. Anche su questo versante il pieno riconoscimento del pluralismo delle opzioni politiche è un dato di fatto. Nè sul versante della sinistra, soprattutto dopo lalleanza con il populismo dei 5 stelle, nè sul fronte della destra sovranista questa componente può trovare una compiutezza definitiva ed organica. Troppe sono le contraddizioni politiche, almeno stando agli attuali equilibri, che impediscono a questa cultura di riconoscersi sino in fondo in queste due coalizioni o in alcuni partiti che vi fanno parte.

In secondo luogo, come ricordavo pocanzi, lassenza di un personale politico che sia realmente espressione diretta di quei mondi vitali e di quella cultura sociale, politica ed economica. Nessuno pretende, come ovvio, che ci sia oggi una classe dirigente seppur lontanamente paragonabile a quella di un tempo che ha, comunque sia, contributo a segnare in profondità levoluzione e la crescita della nostra democrazia e, al contempo, la stabilità delle nostre istituzioni democratiche.

Del resto, dopo aver teorizzato e praticato per molti anni lideologia dell’”uno vale unoe, soprattutto, dopo aver demolito a colpi di insulti e di ogni contumelia le classi dirigenti del passato con larma implacabile della delegittimazione morale e politica di marca grillina e populista, è addirittura scontato che i potenziali eredidi quelle classi dirigenti hanno coltivato altri obiettivi e praticato altri lidi. Una presenza, comunque sia, che si è progressivamente indebolita anche per altre ragioni. A cominciare dalla colpevole assenza di formazione e dipreparazione di nuovi quadri sul versante dellassociazionismo cattolico popolare e cattolico sociale.

Ma, al di là di queste annotazioni, peraltro oggettive, non c’è dubbio che la rinnovata presenza di una sinistra sociale di ispirazione cristianaoggi si impone. E i numeri dellIstat quasi lo impongono. A prescindere anche dagli attuali schieramenti politici e dalla natura delle forze in campo. Perchè per continuare ad essere interpreti fedeli e coerenti di un mondo popolareche pone concretamente alla politica le sue ansie, le sue domande, le sue esigenze e le sue difficoltà significa anche dare un senso ad una ispirazione, quella cristiana appunto, che altrimenti corre il rischio di ridursi ad una bella ma impotente predicazione o, peggio ancora, ad una azione di testimonianza disancorata dai problemi veri che scuotono e attraversano le persone. Soprattutto dopo questa terribile e perdurante emergenza sanitaria, sociale ed economica.

Una sinistra socialedi ispirazione cristiana che, sullonda del magistero concreto di uomini come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini, possa ancora oggi portare un contributo significativo e di qualità per un obiettivo tanto nobile quanto contemporaneo. Ovvero, per dirla proprio con Donat-Cattin, per la difesa, la promozione e la tutela dei ceti popolari nel nostro Pese. Un impegno a cui non ci si può più sottrarre. Al di là delle parole dordine del populismo grillino e della demagogia e del qualunquismo antipolitico.

Il dibattito sulla “notte delle autonomie locali”. L’errore vero consiste nell’ignorare come, più dei Sindaci. la frustrazione pervada l’impegno dei consiglieri comunali.

Il 14 giugno Massimo Cacciari pubblicava su La Stampaun pezzo dal titolo Sindaci, viaggio al termine della notte. Il giorno dopo Antonio Decaro, Presidente dellAnci, rispondeva sulle stesso quotidiano torinese affermando (sempre nel titolo): Caro Cacciari, la stagione dei Sindaci non è fallita. Con questa lettera aperta, indirizzata per lappunto a Decaro, la combattiva Ciambella lanciava ieri il suo grido di dolorea nomedei consiglieri comunali. Sono loro, sostiene la consigliera nazionale dellAnci, i capri espiatori di un sistema imballato.

Lettera aperta al Presidente dellAnci Antonio Decaro

Noi dovremmo essere ben felici che si apra una discussione seria su questo viaggio alla fine della notte, evocativo del fallimento della stagione aperta con le riforme dei primi anni 90, che interessa tutto intero il mondo delle autonomie locali.

La risposta allintervento di Massimo Cacciari, assertore del fallimento riguardante il sistema inaugurato con lelezione diretta dei Sindaci, ha bisogno di espandersi in una coralità di valutazioni. La crisi non appartiene in esclusiva ai Sindaci, ma agli amministratori locali nel loro complesso. Anzi, riguarda in proporzione più questi – i consiglieri comunali – che non i Sindaci.

Se fosse, infatti, solo un problema di maggiore o minore protagonismo politico, così da restringere la crisi a mero confronto tra gli attori che fino ad oggi hanno interpretato il ruolo di Primi cittadini, non avrebbe molto senso lallarme lanciato da Cacciari. Infatti c’è molto di più.

Sta di fatto che una riforma concepita per esaltare il potere locale ha trasformato lelezione diretta del Sindaco nel collo di bottiglia della democrazia comunitaria. Le assemblee elettive hanno perso il ruolo che un tempo avevano, troppo facilmente classificato sotto la sigla di assemblearismo improduttivo. I consiglieri comunali sono ormai degli amministratori di serie B: le cose che contano le decide e le gestisce il vertice municipale, ovvero il sistema(giunta, dirigenza amministrativa e manager delle società partecipate) che ruota attorno al Sindaco con tutte le limitazioni del caso, avendo certe le responsabilità ma non le risorse.

Leffetto è quello di una evidente frustrazione collettiva, dato che il confronto nelle aule consiliari ignora a questo punto il valore della dialettica positiva tra maggioranza e opposizione. I due schieramenti misurano, per ragioni diverse, il ricattodi una disposizione che impedisce di correggere strutturalmente il percorso amministrativo, essendo la sfiducia al Sindaco foriera di scioglimento del Comune.

La notte, si dice, è illuminata da lanterne e sono proprio i Sindaci a portare queste provvide lanterne, se non addirittura a rappresentarle metaforicamente. Ecco, vero o non vero, si tratta di un discorso poco convincente. Lilluminazione lasciamola ai cultori di altre materie. Noi dobbiamo farci carico della distorsione, se colta nei risvolti pratici, manifestatasi nel corso di vari lustri. E dobbiamo farlo restituendo dignità e valore al servizio che gli eletti – tutti gli eletti – sono chiamati ad assolvere per il bene della comunità locale. Il loro impegno, la loro missionedevono essere apprezzati e considerati dal sistema che invece li ha relegati troppo spesso a qualche vetrina del momento.

Varrebbe dunque la pena che unAssociazione fedele alla sua storia come lAnci, che nasce allalba del Novecento per rappresentare un momento di solidarietà a tutto campo tra gli amministratori locali – dedichi un adeguato spazio a ciò che viene emergendo in questa notte delle autonomie locali. La prossima Assemblea annuale guadagnerebbe allora prestigio se fosse animata da questo interrogativo sullubi consistam della repubblica delle autonomie. La difesa dei Sindaci, in sostanza, non è altra cosa dalla difesa degli amministratori locali. Sincerità e chiarezza si impongono: infatti, qualora fosse altra cosa a dispetto del buon senso, di certo apparirebbe come un involontario e incongruo esempio di corporativismo fine a se stesso.

Proviamo a fare un salto in avanti.

Elezioni del 1921, l’Italia si avvita in una spirale di crisi: sullo sfondo la sagoma vittoriosa del fascismo.

Corsi e ricorsi storici: un secolo fa si aprì una delle fasi più controverse della storia patria contemporanea. La scellerata leggerezza della classe dirigente liberal-democratica.

Era di maggio, come scrisse un poco noto poeta contemporaneo, il buon Salvatore Di Giacomo. LItalia, dopo aver vissuto sulla sua pelle la tragedia del primo conflitto mondiale e tutto ciò che ne conseguì, si preparava ad affrontare unaltra (altrettanto) delicatissima fase, specie nel suo futuro più immediato. Ma se le responsabilità per la catastrofe del 1914-18 avrebbero dovuto essere distribuite equamentetra le diplomazie di mezza Europa cosa che non successe ciò a cui andò incontro il paese nel biennio 21-22 lo si deve per gran parte alla scellerata leggerezza di chi in quel momento aveva la facoltà di decidere, o quanto meno aveva la possibilità di dare una svolta diversa alla politica del Regno.

Cerchiamo di identificarne i protagonisti principali e la causa/effetto.

Le elezioni del 15 maggio 1921 videro laffermazione dei socialisti e dei popolari, con il 45% dei voti complessivi su scala nazionale. Un buon risultato, ma non si trattò tuttavia di una vittoria. Cosa successe perché lItalia fosse messa in condizione di correre incontro a una grave crisi interna, a nuovi spargimenti di sangue e a una guerra civile che ne avrebbe condizionato i costumi e la società sino a questo terzo millennio?

Andando per ordine, va ricordato innanzitutto lerrore commesso dallottuagenario Giolitti richiamato a formare un governo di scopo nel sottovalutare i sommovimenti interni e il malcontento nel paese manifestato a seguito della fine della Grande Guerra e della Pace di Versailles, le quali avevano smosso le coscienze dei movimenti nazionalisti e ridotto alla fame milioni di persone, soprattutto quelle appartenenti ai ceti più modesti (contadini e operai).

In secondo luogo, la questione sociale. Mentre dilagavano infatti gli assalti delle squadre fasciste alle camere del lavoro, alle sedi delle leghe e ai municipi estendendosi anche alle aree mezzadrili del Centro-Nord, gli autori delle violenze arrivarono a godere di unampia impunità da parte di chi, nel governo e nella magistratura, non vedeva di buon occhio lavanzata dei partiti popolari di massa e si serviva dei loro acerrimi oppositori per ridurre a più modeste pretese le sinistre.

Un altro errore imperdonabile fu quello commesso dalle correnti moderate liberal-democratiche, che nel 1921 permisero linserimento di ogni sorta di movimento politico nei cosiddetti blocchi nazionali” – di cui facevano parte con la rinnovata intenzione di tenere fuori dal giogo di governo la corrente popolare guidata da Don Sturzo e gli stessi socialisti. Queste strategie legittimarono lintensificazione degli scontri e delle aggressioni tra avversari politici permettendo inoltre lingresso di 35 deputati fascisti in Parlamento.

La storiografia attuale, benché siano stati versati fiumi di inchiostro per redigere congetture, ipotesi, tesi più o meno attendibili, romanzi e deduzioni, in damnatio memoriae ha ancora dubbi, me compreso, sul perché Vittorio Emanuele III la notte del 28 ottobre del 22 rifiutò, al pur debole governo Facta, di firmare lo stato dassedio per bloccare i marcisti che entravano a Roma. Facta non ne volle parlare, ma ogni conclusione può ancora oggi essere valida. Fu effettivamente e solo una decisione politica o venne obbligato a farlo? E da chi? Ai posteri lardua sentenza.

Alcuni eventi sono ciclici; in molti casi, ciclica è stata ed è la tendenza dei riformisti (e delle sinistre più in generale) a mettersi nelle condizioni di dare enormi vantaggi agli antagonisti e permettere loro di vincere le elezioni. E come un secolo fa, le spaccature di una corrente così variegata che si oppone alle destre probabilmente saranno decisive anche in merito ai risultati delle politiche 2021. In un senso o nellaltro.

Una iniziativa civica esemplare nella periferia romana L’esempio dei giovani dell’Azione Cattolica

Spesso le iniziative, i fatti, gli accadimenti, che caratterizzano la vita sociale e civica della periferia romana non hanno risalto mediatico, ma quella intrapresa da un gruppo di giovani, ragazzi e ragazze, nel V° Municipio di Roma, appartenenti all’Azione Cattolica di Roma della Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia ai Gordiani, va fatta  conoscere anche per dovere di cronaca. Niente di eccezionale, ma tante volte dalle piccole testimonianze possono nascere comportamenti e collaborazioni positive per rendere la nostra quotidianità più a misura di uomo. Domenica scorsa una ventina di persone giovani, genitori ed educatori, hanno deciso di bonificare e rendere più vivibili degli spazi urbani del territorio, dove si abita e si studia. 

Hanno raccolto con entusiasmo  l’invito di una sollecitazione diocesana dal nome “Prendiamoci Cura”, che chiedeva un momento di “Cura e preghiera per il creato”, con un chiaro riferimento allo spirito all’Enciclica di Papa Francesco, del giugno 2015. Il gruppo di volontari si è organizzato in due squadre, una ha operato sulle strade principali del Quartiere Nuova Gordiani (Viale Partenope, Viale Telese, Largo Irpinia, ecc.), e l’altro all’interno del polmone verde di Villa Gordiani (dalla parte di Largo Battipaglia – Via Olevano Romano). Lo stupore dei “volenterosi volontari” è stato grande per la raccolta di immondizia di ogni genere: bottiglie di vetro e di plastica, lattine di bibite, tappi, mascherine anticovid, mozziconi di sigarette, fazzoletti di carta, e altri oggetti.

Una quantità di rifiuti impressionante, che con poco più di due ore di lavoro, ha fatto riempire una ventina di sacchi di rifiuti urbani. Non ci domandiamo il perché di questa situazione di degrado! L’apprezzamento dei cittadini presenti, nei diversi luoghi oggetto di bonifica che hanno visto i volontari operare non è mancato, anzi hanno sollecitato e incoraggiato che questi interventi  siano più frequenti. Analogamente la comunità parrocchiale ha ringraziato i partecipanti di questa significativa testimonianza civica ed educativa.

In questi ultimi giorni  la Comunità Europea prima e successivamente i Grandi della Terra, si sono incontrati non solo per il dopo pandemia, a rilanciare l’economia e lo sviluppo, ma anche per trovare e rinforzare una politica ambientale a livello mondiale. Così come sei anni fa “l’Enciclica Laudato si sulla cura della casa comune” richiamava  tutta l’umanità di ogni credo, la preoccupazione per le condizioni dell’ambiente, eleva l’ecologia integrale quale nuovo paradigma, perché la natura non è una “mera cornice” della vita umana. 

Siamo in presenza di grandi cambiamenti in tutti i campi, e la “cura della casa comune” è certamente uno di quelli fondamentali. Occorrono grandi e piccole decisioni, ma ciascuno deve assumersi la propria responsabilità con i comportamenti, con la mobilitazione civica, con progetti educativi, con la vivibilità degli spazi urbani, perché questa sfida sulla salvaguardia del Creato è decisiva per le sorti del nostro Pianeta.

Ecco perché un piccolo ma significativo gesto promosso dai giovani dell’Azione Cattolica di una Parrocchia di periferia, come quella dei Gordiani, può assumere un significato che può rappresentare un esempio di vita.  

Popolarismo: alternativa al populismo – Dialogo su “Popolarismo liberale” di Flavio Felice

In alternativa alle semplificazioni populiste e paternaliste, resta la via del popolarismo della poliarchia, dell’economia sociale di mercato e della sussidiarietà. Resta la via del riformismo gradualista, cioè reale e non illusorio.

Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Mons. Paglia, nelle pagine di esordio del Vostro dialogo Lei spiega in modo netto che “il futuro si edifica sulla via di una fraternità universale”. Questa affermazione, che potrebbe essere la chiusa di un ragionamento, diventa il fondamento di una prospettiva da imboccare per governare i destini dell’uomo, far prevalere le ragioni del bene comune e della concordia, immaginare un modello di sostenibilità planetaria che poggi sulla condivisione di alcuni valori essenziali: il rispetto, la benevolenza, la solidarietà, la sconfitta dell’indifferenza attraverso il “vaccino” dell’umana comprensione. Sono peraltro temi che Papa Francesco ha considerato nella sua enciclica ‘Fratelli tutti’. Eppure permangono alcune difficoltà. Dopo il tempo della post-modernità, dello spaesamento, della liquidità non ricomponibile con cui ci ha affascinato e spaventato Zygmunt Bauman, il declino delle ideologie, la globalizzazione e la deriva tecnocratica avvertiamo il fallimento della stagione dei diritti, del relativismo etico che favorisce prevaricazioni e ingiustizie, dell’individualismo sfrenato in cui radicano interessi confliggenti, il dominio del ‘dio denaro’. Mi disse Mons Giovanni Barbareschi, sacerdote della Resistenza: “Oggi tutto si vende e tutto si compra, perché tutto è cedibile” e aggiunse ”Te lo dice un prete: il primo atto di fede che l’uomo deve compiere è nella sua libertà, nella sua capacità di essere e di diventare sempre di più una persona libera”. C’è coerenza tra questa affermazione che riguarda la persona con il Suo richiamo alla fraternità, dato che Lei stesso ammette non trattarsi di un “idillio ma di una conquista ardua e faticosa”?

Risposta Mons. Paglia.  Il libro nasce a partire dalla pandemia, a partire cioè dalle questioni, anche concrete, esistenziali, che in questo difficile tempo siamo costretti ad affrontare e che riguardano diversi settori della vita sociale, produttiva, politica. Siamo in un profondo cambiamento d’epoca, come ama dire papa Francesco e non semplicemente in un’epoca di cambiamento. Ne usciremo, certamente, ma dipende dalle scelte che già facciamo oggi per uscirne rinnovati. Per parte mia sono convinto che dobbiamo impegnarci perché il mondo sia migliore, più solidale, a partire dai rapporti tra di noi. Il virus non ha frontiere, non viene fermato da barriere fisiche, da confini o da muri. Le barriere le abbiamo costruite noi, sono artificiali e non servono. L’altro, gli altri, non è mio nemico, non sono nemici. Dobbiamo allearci tra tutti, esseri umani, donne ed uomini, per costruire una nuova civiltà. Certamente è una conquista, ardua e anche faticosa. Pensiamo agli ideali universali dell’Illuminismo: fraternità, libertà, uguaglianza. Sono trascorsi più di 200 anni e non li abbiamo realizzati, se non in minima parte, e non in tutto il mondo. Ma il messaggio della Bibbia e del Vangelo oggi ci spingono con maggiore forza a riscoprirci un unico genere umano, fratelli e sorelle tra noi, e a trarne le conseguenze politiche, economiche, sociali.

Domanda per l’On.le Prof. Luigi Manconi

Caro Professore, Lei lo chiede esplicitamente, già nell’aforisma d’esordio e poi il Suo discorso mantiene questo tema sottotraccia, come un filo conduttore che attraversa tutta la Sua riflessione:  la condizione umana ed esistenziale nella civiltà contemporanea, dominata in maniera estensiva e irreversibile dalla dimensione tecnologica, esprime un senso di precarietà, un’assenza di approdi, siamo un po’ attori e un po’ spettatori del naufragio così ben descritto da Hans Blumenberg. Non trova che si sia realizzata una sorta di rivoluzione copernicana per cui non la persona in quanto tale ma il contesto in cui vive è il centro dell’universo simbolico nel quale siamo immersi?  Abbiamo davvero bisogno di nuovo Umanesimo, di un nuovo Rinascimento? Qual è il percorso storico che dobbiamo culturalmente  ripensare e quali le possibili immaginazioni di un futuro che continuiamo a rimandare? Il tramonto delle ideologie ci consegna destini incerti: come possiamo avere una visione di modelli comportamentali e sociali da perseguire se stiamo diventando orfani del pensiero critico e dell’immaginazione? Ricordo Rita Levi Montalcini nell’intervista che mi concesse: conta più l’immaginazione e la creatività della mente umana rispetto alla scienza codificata, in quanto apre nuove virtualità. Ma siamo capaci di proiettarci in questa dimensione di libertà intellettuale che rimetta l’uomo e non il profitto o il prodotto al centro dei nostri interessi?

Risposta Prof. Manconi. Purtroppo l’immagine del naufragio ha perso da tempo la sua dimensione metaforica per tradursi, piuttosto, in una realtà concreta e in una tragica emergenza umanitaria. Nel nostro mare, nel “mare nostro”, i naufragi si contano a centinaia e migliaia e migliaia sono le persone che affogano in quelle acque. Ne emerge una sconsolata verità: a livello inconscio, coloro che naufragano sono percepiti da noi come esseri umani inferiori. Solo ammettere questa crudele evidenza può aiutare a comprendere perché mai la strage nel Mediterraneo possa riprodursi da decenni senza che noi italiani ed europei vi poniamo rimedio: e nemmeno, in realtà, tentiamo di farlo. Finiamo, dunque, per accettarlo. Basterebbe questo per rispondere alla sua domanda. C’è stato un totale spaesamento morale degli attuali abitanti del nostro continente. Dico spaesamento e non, ad esempio, crollo, perché ciò che mi pare evidenziarsi è qualcosa di simile a uno stato confusionale, a una condizione di scissione psicologica e intellettuale dai nostri elementari punti di riferimento, dai nostri principi e, direi, dalle nostre stesse convinzioni. Insomma, come facciamo a riconoscerci in questo agnosticismo etico che ci suggerisce l’inerzia davanti alle tragedie, non solo del mondo, ma a quelle propriamente domestiche, “di casa nostra”, delle stesse acque in cui ci bagniamo. Di conseguenza, l’umanesimo cui tendere non è altro che la volontà di mettere al centro di tutto – della politica e della filosofia, dell’economia e del nostro quotidiano agire – l’uomo, nient’altro che l’uomo. Ad esempio, se colloco l’uomo al centro di ogni mio sentimento e di ogni mio operare, consegue che l’obiettivo di “abolire il carcere” diventa un’assoluta priorità: e l’esigenza di controllare i soggetti socialmente pericolosi viene dopo. Sia chiaro: viene, deve venire, ma solo a patto che il controllo, la pena, la messa in stato di inoffensività siano misure tutte interne alla prospettiva dell’abolizione della cella chiusa. È un esempio estremo, ma, mi auguro, aiuti a comprendere la mia idea di azione pubblica e di politica.

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Mons Paglia, in un passaggio importante del Vostro libro Lei evoca le due encicliche di Papa Francesco, Laudato sì e Fratelli tutti, in ciò esprimendo la visione del Pontefice e la presenza della Chiesa rispetto a problematiche di grande attualità, a partire dalla crisi pandemica che sta affliggendo il pianeta, fino alla dimensione ecumenica delle relazioni umane, ispirata ad un afflato di fratellanza universale ma non priva di riflessioni sulle solitudini e le diaspore del nostro tempo.  La pandemia  in atto, i suoi effetti a livello planetario, le restrizioni alle libertà nella vita quotidiana dei cittadini di tutto il mondo impongono degli interrogativi ai quali mi pare la Chiesa non voglia restare estranea. Lei stesso, citando Karl Jaspers, parla di un momento “assiale” per i destini dell’uomo. Si ha la percezione (il Rapporto ONU del 2019 lo ha confermato) di vivere una lunga transizione verso un radicale mutamento del concetto di sostenibilità ambientale. Ciò significa che l’uomo ha vissuto in modo distorto, speculativo e consumistico il suo rapporto con la natura: si impone un ripensamento drastico. Senza entrare negli aspetti scientifici del tema non Le pare necessario un recupero di consapevolezza sull’importanza della vita, in tutti i suoi aspetti, anche nei rapporti inevitabilmente imposti dalle derive tecnologiche che incidono sull’ecosistema? Quale uomo e quale modello di umanità la Chiesa intende proporre al dibattito culturale e al senso poietico della creatività spirituale che ne deriva, con l’autorevolezza delle proprie deduzioni? In fondo questa emergenza asseconda lo scopo del vostro libro: capire e spiegare il senso della vita.

Risposta Mons. Paglia. Il senso della vita! È una domanda che implica una risposta lunga tutta una vita. Per il credente l’orizzonte è suggerito dal messaggio di Gesù sulla destinazione dell’umanità che va oltre la morte, come scrive l’Apocalisse verso “cieli nuovi e terra nuova”. Come si può intuire il messaggio è pienamente umano. E’ a dire che la destinazione universale non è disincarnata. Al contrario l’azione per il futuro inizia già da ora e la dimensione della risurrezione è umana, non spirituale o astratta. Per questo il credo cristiano parla di “risurrezione della carne”, non semplicemente di immortalità dell’anima. Il cuore del cristianesimo è l’agape, la carità, verso Dio e verso il prossimo. Papa Francesco con le sue due encicliche che lei cita fornisce l’orizzonte nel quale collocare la nostra azione. Dire ‘vita’ significa interessarci delle condizioni di vita, della qualità della vita, di tutti i nostri compagni di viaggio, uomini e donne del nostro tempo. Abbiamo una sola vita da vivere e che sia umana, degna, possibile. Ed abbiamo un solo pianeta sul quale vivere, che non è ‘nostro’ ma lo abbiamo in prestito dalle generazioni future. E le tecnologie incidono sui rapporti, sulla  qualità della vita, sulle condizioni di vita. Il nome che papa Francesco – e non solo – ha dato a questa prospettiva è efficace e profondo: Bioetica Globale. Ed è un cambiamento di prospettiva radicale, che chiama ognuno a una revisione e conversione, a partire dai comportamenti quotidiani fino alle scelte politiche. 

Domanda per l’On.le Prof. Luigi Manconi

Professore, rileggendo le riflessioni di Pierre Bourdieu sulla violenza simbolica trovo che ripensandola oggi la ritroviamo affinata, diversificata, esponenzialmente cresciuta dalla preponderanza pervasiva del “pensiero calcolante”.  Mi sembra che tutto diventi strumentale sia rispetto ai processi che ai prodotti.  Ad esempio una malintesa valutazione dei principi di privacy e trasparenza sta mettendo le manette ai polsi delle relazioni sociali. La gente – pur disponendo di mezzi straordinari e potenzialità impensabili un tempo- non si parla e non si comprende più. Emergono solitudini nuove che non hanno target sociali o riferimenti anagrafici, poiché in fondo viviamo un’esistenza dominata dalla globalizzazione che ci spinge alla diffidenza, ad appartarci dentro nicchie di incomunicabilità. Non pensa che ci sia – nella nostra situazione esistenziale – un prepotente ritorno dei meccanismi di condizionamento dei comportamenti, fino a renderci schiavi del ‘pensiero pensato’ piuttosto che creatori e artefici di un ‘libero pensiero pensante’? Nella stessa quotidianità molta parte di ciò che facciamo non è dettata da ragionati convincimenti ma da luoghi comuni, stereotipi, opinioni, modelli precostituiti. Per dare un senso alla vita dobbiamo recuperare l’uso del discernimento?

Risposta Prof. Manconi.  Uno dei testi della mia formazione è stato “La folla Solitaria” di David Riesman. Aggiornare il volume di Riesman alla situazione attuale e, in particolare, alla incontenibile diffusione del web e dei social sarebbe assai interessante. Si scoprirebbe che il ruolo del soggetto nell’attuale infosfera conferma il paradigma di Riesman nella forma più esasperata e acuta. Mai come oggi, all’interno di un campo affollatissimo e di una comunicazione incessante e prepotente, l’individuo conosce la propria solitudine. È come se lo sviluppo formidabile delle relazioni sul web finisse con l’esaltare l’atomizzazione delle persone e l’alienazione dell’una rispetto all’altra. L’essere permanentemente connessi costituisce il surrogato del legame sociale in via di accelerato deperimento. A questa crisi, i social network non riescono in alcun modo ad opporsi e il massimo delle interrelazioni convive con la più profonda scissione inter-individuale. Rispetto a questo processo, sembra esservi poco o nulla da fare: è una tendenza incoercibile che non sembra possibile contenere. E, tuttavia, alcune misure di profilassi sono realizzabili e potenzialmente efficaci. Ad esempio, dopo l’insopportabile tendenza a ridurre l’azione politica allo scambio online e alla retorica del click e del like, già sarebbe utile favorire tutte le forme di partecipazione politica dal vivo e di mobilitazione fisica dei corpi nell’incontro diretto, nello scambio in presenza, nell’“assembramento” intorno a opzioni condivise e a movimenti comuni. Ed è solo un esempio.

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Mons. Paglia, argomentando sulla necessità di ricostruire un nuovo Umanesimo Lei evidenzia le difficoltà di questo progetto ponendo una questione centrale: “sono convinto che la società contemporanea fatichi a uscire dalla deriva nella quale è caduta, perché ha rimosso Dio dal suo orizzonte”. Ho apprezzato la citazione di Luigi Zoja – che ho la fortuna di conoscere e di aver intervistato- il quale offre un’interpretazione decisiva su questo tema nel suo libro “La morte del prossimo”. Afferma Zoja che “nel mondo attuale dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade nell’individualismo o peggio nella solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo. Da quando il mondo si è fatto laico…Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio. E il vivo in morto, uscendo dal tempo”. Zoja individua due aree critiche: una sociologica, che descrive una società dominata dai media e – nello stesso tempo – la tendenza all’individualismo, alla separazione, come reazione ai fenomeni di globalizzazione con un ritorno ai localismi. Il secondo aspetto è l’invadenza della tecnologia. Se sono queste  le cause e gli effetti di questo fenomeno così dilagante proprio nell’epoca dell’immediatezza e della potenzialità comunicativa,  quali sono a Suo parere  i possibili rimedi?

Risposta Mons.Paglia. Vedo all’orizzonte – ma un orizzonte prossimo, vicino, molto vicino – la necessità di riannodare due fili: da un lato il sapere scientifico e dall’altro la visione umanistica. La Pontificia Accademia per la Vita l’anno scorso ha espresso in maniera plastica questa unione quando abbiamo parlato di Intelligenza Artificiale e della necessità di una visione etica delle tecnologie. Abbiamo parlato di renaissance! Perché siamo nell’epoca in cui l’umanità può distruggere se stessa attraverso il nucleare o con gli interventi genetici, ma può anche uscire dalla strettoia di un dominio esasperato del profitto e delle tecnoscienze capaci di manipolare molti a vantaggio di pochi. E possiamo farlo, potremo farlo, nell’alleanza di scienza ed umanesimo, nell’unità fondamentale dei saperi in favore di un approccio umano alla vita, per offrire spazio, possibilità, speranza a ciascuno e a tutti.

Domanda per l’On.le Prof. Luigi Manconi

Nel paragrafo dove Vi confrontate sul senso dell’amore, la sua gratuità e la sua appropriazione Lei stigmatizza alcuni atteggiamenti della Chiesa ancora diffusi: come l’usare il termine ‘misericordia’ per le relazioni omosessuali o la concezione punitiva del godimento sessuale poiché  “fare l’amore” deve essere  finalizzato alla procreazione. Ecco che il dibattito degli ultimi giorni sul DDL Zan pone questioni nuove e forse capaci di dividere anche il fronte più progressista e libertario. Mi riferisco ai temi delle differenze di genere, dell’identità sessuale biologica e di quella elettiva: “sentirsi” uomo o donna a prescindere dal requisito anagrafico, una sorta di situazionismo elettivo che a mio parere non contribuisce alla costruzione di una identità affettiva e sentimentale che metta ordine alla dimensione relazionale. Mi domando se ciò non crei una confusione persino fraudolenta. Come possiamo affidare lo statuto biologico della natura ad un atto di volontà? Con quali garanzie di orientamento e di radicamento identitario introduciamo a scuola questa variante opzionale che legittima la teoria ‘gender’, blandendo e solleticando il senso della trasgressione? Lasciamo perdere Dante e l’amor cortese, qualcuno parla di azioni legali per estromettere dai programmi scolastici dell’infanzia le favole di “Biancaneve” e della “Bella addormentata” perché il bacio del Principe non è consenziente e diventa abuso sessuale. Mi pare che si stiamo travalicando i limiti del buon senso comune: io non ho un concetto chiaro di cosa sia normale o trasgressivo in un rapporto a due (o a tre e più). Ma avverto il rischio di una paralisi dei sentimenti e dei gesti di affetto per il timore di sanzioni penali inflitte da giudici cervellotici, così come pavento il pericolo di crescere una generazione di soggetti asessuati e defedati, insicuri e infelici. Cosa ne pensa Professore?

Risposta Prof. Manconi. Credo che il mio interlocutore, Monsignor Vincenzo Paglia, grazie anche una mia affettuosa aggressività, abbia detto cose assai importanti e, credo, inedite, sul possibile approccio della Chiesa Cattolica al tema, sempre censurato o almeno trascurato, del piacere. Ma spetta a lui ribadire e approfondire. Per quanto riguarda la  questione dell’identità sessuale – uso intenzionalmente questo termine perché mi sembra il più asettico – non sono proprio d’accordo sulla critica a ciò che viene definito come “situazionismo elettivo”. Sì, penso che si possa “affidare lo statuto biologico della natura” ad un “atto di volontà”, per il semplice motivo che in realtà si tratta d’altro. Si tratta, cioè, di riconoscere la possibilità di definire il proprio genere prescindendo dal mero dato biologico-anatomico. È la stessa natura che porta alcune persone a voler cambiare e ad affermare una propria identità, sulla base della propria inclinazione e del proprio desiderio, diversa da quella indicata dall’atto di nascita. Questo è differente da ciò che viene detto “fluidità di genere”. Non si vuole rivendicare un capriccio e trascriverlo normativamente: si intende, piuttosto, nel definire l’identità, far valere la propria esperienza, il proprio vissuto, la propria cultura, i propri bisogni. E, a proposito, non c’è alcuna “ideologia gender” da combattere, tanto meno nelle nostre scuole. Si tende, invece, a chiamare ideologia gender ciò che è, né più né meno che la formazione al rispetto: anche delle identità sessuali che appaiono irregolari e, magari, incerte. 

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia 

Risposta Mons Paglia nel libro Lei considera ad un certo punto come sia mutato il contesto generazionale a motivo dell’allungarsi  della vita, che comprende “ i ragazzi, i giovani gli adulti e gli anziani”. Le età della vita sono più differenziate che in passato e la pandemia ha posto alcuni problemi etici rispetto ad esempio ai tempi e ai modi delle cure, alla somministrazione dei vaccini  in relazione ad una condizione di fragilità degli anziani, confermata purtroppo dalle statistiche sui decessi, specie nelle RSA, ad un certo punto apicale si è adombrato il pericolo di quali vite salvare: quelle lungamente vissute sono alla fin fine risultate soccombenti. Accanto all’età anagrafica esiste un’età mentale che offre una chiave di lettura diversa al concetto di  “vita piena”, si parte dalla precarizzazione del lavoro giovanile, alla sua labilità nel mantenerlo in età adulta, al trascorrere del tempo nella terza età deprivata di autosufficienza e dello status di pienezza esistenziale. Ciò era pur vero anche prima che il flagello pandemico investisse il pianeta. In una interessante Ricerca curata da G.B.Sgritta e M.Raitano il tema della sostenibilità generazionale è considerato sotto il profilo della compatibilità economica. Negli studi sulle età della mente di A.Benini e G.Maira viene evidenziato il problema del lento declino delle potenzialità cognitive e relazionali degli anziani. Si aggiunga che in una società globalizzata e competitiva chi non è produttivo finisce inesorabilmente per essere marginalizzato: questo ha delle conseguenze sul piano relazionale, emotivo e riguarda proprio il concetto di “senso della vita” nella sua quarta fase (per usare il suo paradigma). Lei è stato nominato dal Ministro della salute in qualità di Presidente di una Commissione incaricata di studiare nuove modalità di assistenza agli anziani, tenuto conto di tutte le fragilità connesse all’età. Come intende procedere in tale veste verso una più dignitosa considerazione di questa parte finale della vita? Quale “senso” attribuirle? Quali iniziative assumere?

Mons. Paglia. Serve, oggi, un cambiamento radicale nell’assistenza andando a recuperare lo spirito originario con cui sono nate le residenze: luoghi di recupero, ristoro e cura, e dunque necessariamente temporanee, per poter poi tornare a casa. È necessario mettere alò centro l’assistenza domiciliare sanitaria e sociale degli anziani con servizi a domicilio, il cohousing, i centri diurni ad alta qualificazione, capaci di terapie occupazionali e cognitive e processi di inclusione e socialità, formazione ed educazione. È necessario prevenire. Non lasciamo soli gli anziani, non li scartiamo. Gli anziani sono una risorsa preziosa da valorizzare, non da buttar via.

Domanda per l’On.le Prof Luigi Manconi

Il Vostro dialogo sul “senso della vita” tocca inevitabilmente i temi della procreazione, della crescita demografica,  della bioetica, del dolore e della morte. Mi ha colpito il Suo ricorrente richiamo al pensiero di Alex Langer, pensatore poco conosciuto come Lei stesso ammette, che tuttavia pone come cruciale il concetto del “limite”. In realtà riflettendo su di esso si potrebbero maturare convincimenti risolutivi per le nostre scelte esistenziali: come collocarci nel mondo, che rapporto mantenere con la natura, quali codici etici considerare imprescindibili, quali tassonomie graduare. Estensivamente potremmo utilizzare alcune sue riflessioni per spiegare la crisi epocale che stiamo attraversando, quella pandemia che ci sta radicalmente cambiando, nelle possibilità del presente e nelle prospettive che dovremo affrontare, non escludendo scelte drastiche o sviluppi ingovernabili. Vuole completare il già esaustivo riferimento a questo autore e l’incidenza che conserva nei Suoi convincimenti personali?

Prof. Manconi. Via via che trascorrono gli anni, mi rendo conto di essere assai più Langeriano di quanto fossi quando Langer era vivo ed era tra i miei amici. Oltre al concetto di limite, dal quale – penso – si possa ricavare un’intera e ricca strategia politica, mi riferisco all’altro termine, “mitezza”, che in genere si accompagna al ricordo di lui. La mitezza in Langer non aveva alcunché di dolciastro e, nemmeno, di retorico. Era l’espressione, ancora, di quella consapevolezza del limite (limiti della politica e limiti del conflitto) che innervava tutta la sua azione pubblica e la sua vita privata. Una mitezza che, lungi dallo sminuirla, sottolineava la radicalità delle sue opzioni e dei suoi obiettivi. Ecco, tardivamente e confusamente, cerco di mettere in pratica questa sua importantissima lezione.

Domanda per S.E. Mons. Vincenzo Paglia

Mons. Paglia, come Lei sottolinea nel libro non è più tempo di conflitto tra fede e ragione. Abbiamo il diritto-dovere di usare il pensiero critico agendo nella ricerca della verità  e conciliando questo atteggiamento razionale con una scelta di “affidamento”: questo è il senso della Fede che mi pare di percepire dal Suo pensiero. Potremmo affermare che il “Velut si Christus daretur” ha prodotto i migliori risultati, infatti la scelta cristiana di darsi a Dio ha grandi vantaggi anche nell’etica pubblica: dare senso e dignità alle nostre azioni, operare secondo coscienza, agire per realizzare con onestà il bene comune. Sono questi i fondamenti etici cui possiamo ispirarci per  restituire una direzione di marcia a questa epoca così ibrida e attraversata da mille conflitti e contraddizioni morali, per dare “un senso alla vita”? Senza un “faro” che illumini la via della verità e del bene riusciremmo ad orientarci da soli? Possiamo infine dire con  Charles Peguy  “la fede che più amo è la speranza”?

Risposta Mons. Paglia.  Qui a mio avviso “tocchiamo” lo snodo fondamentale che ha a che fare con il “senso della vita”. La fede è ragionevole, è possibile, è sensata. E il cambiamento d’epoca in cui siamo ci rende più responsabili nei confronti delle sorti di tutta l’umanità. Se penso agli ultimi tre Papi, questa linea mi sembra esplicitarsi in maniera molto chiara. San Giovanni Paolo II è il pontefice della Fides et Ratio, della grande sintesi che unifica fede e ragione come due poli della ricerca dell’umanità. Benedetto XVI è il pontefice della Deus Caritas Est, che inscrive la logica della fede all’interno dell’amore, dell’agape, della cura e dell’interesse verso l’altro. Papa Francesco oggi esplicita ancora di più questa dinamica ecclesiale e la approfondisce, la rende imprescindibile come via della Chiesa “in uscita” verso le periferie reali ed esistenziali. Il fatto nuovo è decisamente forte e decisamente semplice: abbiamo superato il binomio tra fede e ragione. La fede non deve più mostrare la sua “ragionevolezza”. E non vale il ragionamento di una volta secondo cui chi aveva fede ad un certo punto “spengeva” la razionalità per affidarsi a qualcosa di anti-razionale. D’altro canto chi seguiva la ragione doveva essere ateo “per forza”. Così si è detto per secoli. Oggi di fronte alle sfide epocali che abbiamo di fronte, la via da seguire ci porta verso un trinomio: fede e ragione si incontrano nella dimensione fraterna, della carità, dell’amore per il prossimo e della cura per il Creato. 

Le domande di chi non crede sono domande di senso per la vita, come ho potuto verificare negli incontri e nei dialoghi con tanti non credenti. Basti, per tutti, l’ultimo libro, l’ampio e approfondito colloquio con Luigi Manconi di cui stiamo parlando. Anche nel libro noi due alle domande che ci siamo posti non rispondiamo con la dialettica. Non è una sorta di incrocio di spade dove qualcuno vince e l’altro perde! Alle domande, alla ricerca di senso, non si risponde con la dialettica e basta, non è un confronto di “scuole” di pensiero. Per il credente non è mai così. Il credente si fa compagno di strada e di vita, è in cammino, in ascolto, in dialogo, sa che la “verità” della fede non si impone, si mostra nella vicinanza, nel Samaritano che si ferma ed ha un atteggiamento di compassione senza chiedere nulla in cambio. La grande via su cui procediamo è l’amore per il prossimo. Da quello vedrete che siete miei discepoli, come ci dice il Vangelo. Lo verifico ogni giorno nel mio impegno di vescovo, di credente, di uomo di Chiesa e di essere umano. 

Domanda per l’On.le Prof. Luigi Manconi

Caro Professore, mi ha colpito nel sottotitolo del libro  la sua autodefinizione di “pococredente” , per  descriversi nel contesto dell’interlocuzione con Mons. Paglia. Non voglio pensare ad una “diminutio” quantitativa, non è un problema di pesi e contrappesi materiali ma di convincimenti spirituali. La fede implica un processo di affidamento e di trascendenza, mi permetto di pensare che il dubbio riguardi anche l’aspetto dogmatico, certi orpelli e corollari che esprimono una dimensione di esteriorità alla quale sono in molti a non aderire. Ritengo che nel nostro transito esistenziale la vita sia l’unica certezza di cui disponiamo: considerarla un dono o un compito da realizzare (lei afferma “un dono di cui possiamo disporre come vogliamo”)  non inficia il senso del dovere che deve spingerci ad operare per il bene. Il dubbio di vivere rettamente, disse Corrado Alvaro, è una grande disperazione che ci allontana dalla ricerca della verità. Mi piacerebbe perciò che Lei commentasse queste parole del nostro scrittore Mario Rigoni Stern: “Come vivere? Questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un millennio, di un secolo, di un anno, ma tutti i giorni, e tutti i giorni svegliandoci, si dovrebbe dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose bene, perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto”. Le chiedo questo perché sono certo che la Sua “pococredenza” sia un’ammissione di inadeguatezza (non un senso di colpa) che tutti dovremmo condividere poiché reca implicito e taciuto il senso di una finitudine creaturale di cui – confido- anche Lei sia consapevole, come l’avvertire un bisogno di completamento che Le rende onore e che forse tra le pieghe nasconde una “fede” magari non ortodossa ma certamente ricca di dignità, onestà intellettuale e volontà di fare sempre “cose ben fatte”. Sono convinto infatti che la coscienza morale che abita in ciascuno di noi sia il vero discrimine di tutto ciò che ci riguarda,  per misurare se stessi e commisurarci agli altri. Ci riassume il senso di questa “autodefinizione”?

Prof. Manconi. Come molte volte mi accade le mie definizioni e autodefinizioni, si esprimono in un negativo: in un non seguito da un termine declamatorio o, come in questo caso, in quell’avverbio di quantità, poco. Ma anche il mio motto personale – “limitare il disonore” – indica esattamente una misura e la definizione di male minore è, in qualche modo, il titolo della mia strategia politica, se mai ne abbia una. Dunque, pococredente, innanzitutto perché non sono credente. Ma non sono noncredente, né agnostico né ateo, e quella formula pococredente allude a una postura di ascolto – di tutto ciò che è fatto religioso – e di problematica attesa. Più orientata pessimisticamente verso la probabile delusione, ma non per questo meno interessata all’imprevedibile e all’inaspettato che l’attesa può infine rivelare.

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S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA
Vincenzo Paglia è arcivescovo, presidente della Pontificia Accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Tra i suoi ultimi libri, Vivere per sempre (Piemme 2018), La coscienza e la legge, con Raffaele Cantone (Laterza 2019), e L’arte della preghiera (Terra Santa 2020). Per Einaudi ha pubblicato, con Luigi Manconi, Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente (2021).

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On.le Prof. LUIGI MANCONI
Luigi Manconi, già docente di Sociologia dei fenomeni politici, è stato parlamentare, sottosegretario di Stato alla Giustizia e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. È editorialista di «Repubblica» e «La Stampa». Per Einaudi ha pubblicato, con Federica Graziani, Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale (2020) e, con Vincenzo Paglia, Il senso della vita. Conversazioni tra un religioso e un pococredente (2021). Di prossima pubblicazione, presso lo stesso editore, La scomparsa dei colori. Diario di un cieco.

Elezioni amministrative: quale futuro per le autonomie locali?

Sul sito di Dialoghi, trimestrale di approfondimento culturale promosso dallAzione Cattolica, appare uno stimolante contributo (qui pubblicato in parte) di De Martin, professore emerito della Luiss. Coraggiosa e limpida una sua affermazione: È necessario anche riflettere e adottare misure tempestive su certi rischi evidenti connessi all’elezione diretta dei sindaci.

 

All’ordine del giorno del dibattito politico e dell’attenzione dei media in queste settimane sta la tornata autunnale delle elezioni, che riguardano circa 1300 Comuni pari ad 1/7 del totale tra i quali peraltro le quattro più grandi città del Paese (Roma, Milano, Napoli, Torino), nonché altri due capoluoghi regionali (Bologna e Trieste) e 15 capoluoghi provinciali. È uno dei ricorrenti appuntamenti con le urne di Regioni ed enti locali, ormai in larga misura sfasate rispetto a qualche decennio orsono per via soprattutto delle molte vicende di scioglimenti anticipati di singole autonomie territoriali, che non rientrano più nella tornata generale delle elezioni amministrative.

Tuttavia in questa occasione come in precedenti recenti vicende di rinnovo degli organi di talune Regioni l’interesse dei media è particolarmente attratto dalle dinamiche delle candidature a sindaco delle principali città, dato il rilievo politico che assumono queste scelte, oltretutto effettuate dai vertici delle forze politiche nazionali e non dai responsabili territoriali, a testimonianza anche delle possibili implicazioni sulle alleanze di governo e sui rapporti al centro tra partiti e movimenti.

Si può aggiungere che stante anche la ormai irreversibile crisi dei partiti nella loro organizzazione sul territorio e nella formazione della propria classe dirigente le candidature prese in considerazione riguardano di frequente personalità senza precedenti esperienze politiche, individuate nella cd. società civile tra figure che godono di unimmagine per la professione esercitata e le attitudini comunicative, piuttosto che per una sperimentata capacità di rappresentanza e gestione di questioni di pubblico interesse.

È questa una prospettiva per molti versi a rischio, perché finisce spesso per non considerare in via primaria la necessità di avere al vertice delle istituzioni comunali sindaci collaudati e in grado di fare squadra in base a relazioni già consolidate, in grado di assicurare da subito se eletti quel governo autonomo e responsabile, che è alla base del riconoscimento costituzionale di Comuni e Province come primi protagonisti e sentinelle della democrazia repubblicana, con funzioni fondamentali di prossimità o di area vasta e di attribuzione di risorse in modo oggettivo e perequato.

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https://rivistadialoghi.it/elezioni-amministrative-quale-futuro-le-autonomie-locali

Torna a crescere la povertà assoluta. Il rapporto dell’Istat fotografa il fenomeno esploso nel 2020.

I dati dello scorso anno indicano che sono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%). Dopo il miglioramento del 2019, nellanno della pandemia la povertà assoluta aumenta raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche). Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019).

Nel 2020, secondo le stime definitive, sono oltre due milioni le famiglie in povertà assoluta (con unincidenza pari al 7,7%), per un totale di oltre 5,6 milioni di individui (9,4%), in significativo aumento rispetto al 2019 quando lincidenza era pari, rispettivamente, al 6,4% e al 7,7%.

Il valore dellintensità della povertà assoluta – che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere è in media al di sotto della linea di povertà (cioè “quanto poveri sono i poveri) – registra una riduzione (dal 20,3% al 18,7%) in tutte le ripartizioni geografiche. Tale dinamica è frutto anche delle misure messe in campo a sostegno dei cittadini (reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, estensione della Cassa integrazione guadagni, ecc.) che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà.

Anche in termini di individui è il Nord a registrare il peggioramento più marcato, con lincidenza di povertà assoluta che passa dal 6,8% al 9,3% (10,1% nel Nord-ovest, 8,2% nel Nord-est). Sono così oltre 2 milioni 500mila i poveri assoluti residenti nelle regioni del Nord (45,6% del totale, distribuiti nel 63% al Nord-ovest e nel 37% nel Nord-est) contro 2 milioni 259 mila nel Mezzogiorno (40,3% del totale, di cui il 72% al Sud e il 28% nelle Isole). In questultima ripartizione lincidenza di povertà individuale sale all11,1% (11,7% nel Sud, 9,8% nelle Isole) dal 10,1% del 2019; nel Centro è pari invece al 6,6% (dal 5,6% del 2019).

Per classe di età, lincidenza di povertà assoluta raggiunge l11,3% (oltre 1 milione 127mila individui) fra i giovani (18-34 anni); rimane su un livello elevato, al 9,2%, anche per la classe di età 35-64 anni (oltre 2 milioni 394 mila individui), mentre si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per gli over 65 (5,4%, oltre 742mila persone).

Rispetto al 2019 la quota di famiglie povere cresce a livello nazionale in tutte le tipologie di comune, sebbene con alcune differenze a livello ripartizionale: al Nord aumenta – da 6,1% a 7,8% – nei comuni fino a 50mila abitanti (diversi dai comuni periferia area metropolitana) e nei comuni periferia delle aree metropolitane e comuni da 50.001 abitanti (dal 4,8% al 7,0%). Nel Centro a peggiorare sono le condizioni delle famiglie residenti nei centri area metropolitana, con unincidenza che passa dal 2,0% al 3,7% mentre nel Sud lincidenza di povertà cresce, dal 7,6% al 9,2%, nei comuni fino a 50mila abitanti (diversi dai comuni periferia area metropolitana).

Nel 2020, lincidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (9,4%, da 8,6%), ma la crescita più ampia si registra nel Nord dove la povertà familiare sale al 7,6% dal 5,8% del 2019.Tale dinamica fa sì che, se nel 2019 le famiglie povere del nostro Paese erano distribuite quasi in egual misura al Nord (43,4%) e nel Mezzogiorno (42,2%), nel 2020 arrivano al 47% al Nord contro il 38,6% del Mezzogiorno, con una differenza in valore assoluto di 167mila famiglie.

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https://www.istat.it/it/files//2021/06/REPORT_POVERTA_2020.pdf

Il ritmo del 5G: un milione di abbonamenti al giorno. Ma l’Europa è fuori tempo.

LEricsson Mobility Report conferma l’aspettativa che il 5G diventi la generazione mobile adottata con più rapidità nella storia. Dovrebbe impiegare due anni in meno del 4G LTE per raggiungere il primo miliardo di abbonamenti. Larticolo è tratto dalla pagina web dellAgenzia Italia.

(Paolo Fiore)

Un milione di nuovi abbonamenti al giorno: è il ritmo al quale sta viaggiando il 5G. Alla fine del 2021, le sottoscrizioni saranno 580 milioni. Lo prevede la ventesima edizione dellEricsson Mobility Report. Si conferma quindi l’aspettativa che il 5G diventi la generazione mobile adottata con più rapidità nella storia. Dovrebbe impiegare due anni in meno del 4G LTE per raggiungere il primo miliardo di abbonamenti. Arriverebbe a 3,5 miliardi (il 40% del totale) e una copertura del 60% della popolazione mondiale entro il 2026.

A che punto è il 5G oggi

Alla fine del primo trimestre 2021, le sottoscrizioni al 5G erano 290 milioni, con un guadagno netto di 70 nuovi abbonamenti tra gennaio e marzo. L’accelerazione attesa è dovuta soprattutto alla spinta della Cina e alla crescente disponibilità di dispositivi commerciali: i modelli già lanciati o annunciati con connettività 5G sono infatti più di 300. Malgrado l’ostacolo Covid-19, è proseguito il lancio di servizi di quinta generazione: oggi coinvolte oltre 160 gli operatori.

Europa in ritardo

Secondo il rapporto, il trend dovrebbe proseguire nei prossimi anni, anche se con un ritmo disomogeneo nelle diverse aree del pianeta. “L’Europa è partita più lentamente e paga un ritardo”, afferma lo studio. In Europa Occidentale il 4G rappresenta ancora la tecnologia dominante, che costituisce il 78% di tutti gli abbonamenti. Più di 60 operatori hanno lanciato servizi 5G, ma le aste per l’assegnazione delle frequenze hanno subito ritardi che stanno rallentando lo sviluppo del 5G. Si stima che la penetrazione di abbonamenti 5G raggiungerà il 69% entro la fine del 2026.

Viaggiano a un’altra velocità Paesi come Cina, Stati Uniti, Corea, Giappone e mercati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar).Il Nord Est Asiatico dovrebbe avere la quota maggiore di abbonamenti al 5G entro il 2026, con 1,4 miliardi di sottoscrizioni. Mentre i mercati del Nord America e del Golfo dovrebbero distinguersi per la più alta penetrazione: saranno 5G l’84% e il 73% degli abbonamenti mobili.

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https://www.agi.it/innovazione/news/2021-06-16/ritmo-abbonamenti-5g-europa-lenta-12942409/ 

Se la solitudine fa il giro del mondo. Il saggio di Kazuo Ishiguro.

Per evitare la banalità di raccontare un futuro disumanizzato, Ishiguro lo popola di sfumature diverse. Con queste parole Clericuzio va al cuore della riflessione dello scrittore britannico di origine giapponese. Il testo è tratto dallOsservatore Romano.

(Alessandro Clericuzio)

Difficile dire cosa ci spaventi di più di questa distopia ambientata in un futuro non tanto lontano, se il fatto che tra gli umani si aggirino robot parlanti e pensanti, o piuttosto la distinzione sempre più netta tra chi può e chi non può “emergere, socialmente e professionalmente parlando, o, ancora, il ricorso a periodici incontri di interazionetra esseri umani che altrimenti vivono sempre più isolati nei loro piccoli universi ipertecnologici. O anche cosa, di tutto ciò, ci affascini, perché tra le pagine dellultimo romanzo di Kazuo Ishiguro, Klara e il sole (Torino, Einaudi, 2021, pagine 250, euro 19.50, traduzione di Susanna Basso), si insinuano riflessioni di una profondità disarmante, su questioni che, se oggi appartengono alla fantascienza, fra qualche decennio non c’è alcun dubbio che saranno in cima allagenda globale.

La maestria narrativa dellautore premio Nobel 2017 si fa sentire da subito: il romanzo affida la voce narrante alla Klara del titolo, e il lettore si ritrova a condividere le percezioni limitate di questo AA, un Amico Artificiale, una futuribile invenzione robotica ideata per far compagnia a bambini e adolescenti. Klara vede per riquadri e segmenti, ma per il resto sente e parla come un umano, incamera informazioni e rielabora quelle già inserite nel suo meccanismo e diventa lamica speciale della protagonista, la piccola e malata Josie. Il fatto che dopo un centinaio di pagine scopriamo di essere in un peraltro anonimo Midwest americano poco ci consola: la tanto deprecata solitudine che è solitamente attribuita alla cultura di quella nazione ha tranquillamente fatto il giro del mondo, e non solo a causa della pervasività della rete, o a causa della pandemia. E la storia di Klara e la sua amica-proprietaria Josie potrebbe essere ambientata nel Giappone o nella Finlandia o nellItalia del ventiduesimo secolo.

Scorci di un mondo che verrà, in cui la tecnologia sembra voler prendere sempre più il sopravvento sullanima delle persone, fino allipotesi più inquietante, ovvero di sostituirsi a essa. Ma non è il caso di svelare i dettagli di una trama che parte con la flemma artificiale e circoscritta, appunto, di Klara che guarda il mondo dalla vetrina del negozio in cui è esposta, e che gradualmente coinvolge il lettore in un dilemma lacerante. Basti dire che Josie è afflitta da una malattia non ben definita, molto probabilmente mortale, e sua madre deve fare i conti con la possibilità di perderla per sempre così come ha già perso unaltra figlia per un male simile. Saranno opportune, etiche, accettabili, le ipotesi messe in campo dal progresso tecnologico? Sarà il caso di sfidare le più imprescindibili leggi della natura?

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-134/se-la-solitudine-br-fa-il-giro-del-mondo.html

Il Pd patisce l’incertezza, mentre Conte per il suo M5S sogna una “assoluta maggioranza”.

Lo strumento delle primarie di rivela, anche alla luce del flop di Torino, poco adatto a sciogliere i nodi di una precaria elaborazione strategica. Nei confronti dei 5 Stelle il Pd appare addirittura supino, specie per la riluttanza a incalzare la tuttora fragile operazione di Conte. Intanto il centro destra si riorganizza oalmeno ci prova.

Dopo le primarie flop torinesi che hanno evidenziato lanomalia di uno strumento burocratico/protocollare sempre più fuori luogo e fuori tempo – anche se il Pd continua a viverle come una sorta di dogma infallibile e un totem ideologico intoccabile – la coalizione di centro sinistra appare sempre più attraversata da contraddizioni e stop and go. Mentre sul versante opposto – quella di centro destra – al di là del dibattito confuso che la attraversa sul versante dei contenuti e della stessa organizzazione interna, lunità in vista degli appuntamenti elettorali è un dato di fatto ed inequivocabile.

Almeno due, del resto, sono i limiti oggettivi di una coalizione – il centro sinistra, appunto – che registra ancora troppi tatticismi ed equivoci.

Innanzitutto il pasticcio della selezione della classe dirigente. Per restare alle primarie, non possiamo non prendere atto che da strumento democratico e di grande partecipazione popolare sono diventate progressivamente ed irreversibilmente una semplice conta allesterno delle varie correnti di potere e tribù del partito. Una prassi che, al di là di tutte le giustificazioni, è diventata un affare di pochi. E che riguardano quasi esclusivamente una questione di conta allinterno del partito e delle rispettive clientele al di fuori del partito.

Come la recente esperienza di Torino ha platealmente confermato senza neanche il caso di soffermarsi per ulteriori commenti. In attesa di quello che capiterà a Roma dove non pare che la città sia ansiosa di conoscere il nome e il cognome del candidato a Sindaco del Pd che uscirà dalle primarie di domenica prossima…Diciamocelo una volta per tutte: i partiti, o ciò che resta di loro, ritorneranno credibili se riusciranno a selezionare al proprio interno una autorevole e qualificata classe dirigente senza appaltare allesterno un tema centrale per la stessa qualità della politica. Primarie prive di popolo stanno diventando un escamotage sempre più patetico e ridicolo.

In secondo luogo il rapporto con i populisti dei 5 stelle. Unalleanza politica ed elettorale che ormai cambia a seconda delle stagioni. Da storicaa strutturale, da organicaa semplice alleanza. Insomma, una babele di linguaggi, di definizioni e di prospettiva che porta lalleanza tra la sinistra e il populismo dei 5 stelle – dolceo meno che sia è sempre populismo e antipolitica – ad un fatto puramente tattico e legato ad una logica da pallottoliere da mettere in campo contro il nemicogiurato: per lunghi 25 anni Berlusconi, poi Salvini e adesso la Meloni. Ma sempre con lassenza di un progetto politico e di governo a lunga gittata che non sia quello puramente numerico per raggiungere il potere.

Ora, è del tutto ovvio e scontato che in un contesto del genere tutto può capitare. E le alleanze politiche e di governo non possono assumere una valenza strategica e progettuale che, invece, richiederebbe questo momento storico.

Ecco perchè è quantomai opportuno che adesso lidentità politica e culturale della sinistra da un lato e la costruzione di alleanze credibili dallaltro siano e rappresentino due sfide decisive per ridare credibilità ad un progetto politico e coerenza ad un partito e ad una coalizione. Con la speranza che le primarie diventino un bel ricordo del passato senza riproporle come uno strumento salvifico. E questo per evitare che si trasformino in un boomerang senza precedenti, come puntualmente è avvenuto domenica scorsa a Torino

Biden e Draghi ricompattano la NATO

Tutti gli osservatori parlano di una svolta. LAlleanza, ora a trenta con lingresso della Macedonia del Nord, torna ad esercitare un ruolo cruciale. A questo punto il Memorandum sottoscritto dal governo Conte-Uno con la Cina appare disallineato rispetto alla scelta strategica che Biden ha saputo definire nel dialogo costruttivo con lEuropa.

Sono trascorsi due anni dal 70° anniversario di fondazione della NATO e sembra che molte cose stiano cambiando nellalleanza atlantica rispetto a quella ricorrenza che un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini si era spinto a definire più somigliante ad un funerale che ad un evento celebrativo dai toni rassicuranti. Questa acuta sottolineatura di un attento lettore delle dinamiche internazionali della politica faceva peraltro il paio con un articolo comparso sul Financial Times nel quale un docente dellUniversità di Cambridge evidenziava come, dallosservatorio europeo, lAlleanza Atlantica indugiasse a superare una visione geopolitica dellordine mondiale ancorata al XX secolo.

Ciò avveniva e avviene tuttora mentre Russia e Cina stanno dispiegando una strategia geoeconomica rispetto alla quale quella geopolitica è di fatto subordinata.

Da tempo Washington è consapevole che la sua egemonia sulla gestione della globalizzazione non è più duratura. Gli asset strategici delleconomia globale si sono spostati verso lAsia. Tutto ciò implica per i partner europei una diversa riconsiderazione dei fondamentali e dei corollari della NATO allinizio del terzo millennio, superando gli schemi e i rapporti di forza derivati dalla rivoluzione industriale per adeguarsi alle dinamiche economiche e alla mondializzazione tecnologica del tempo presente.

La globalizzazione ha finora prodotto più danni che benefici e mi viene in mente che cosa potremo aspettarci dallapplicazione del punto 27 del Memorandum sottoscritto nel marzo 2019 tra Italia e Cina sui traffici commerciali e sullindividuazione dei bacini portuali di Genova e Trieste come terminali della via della seta: mentre Trieste nel frattempo si è chiamata fuori stipulando unalleanza portuale con Amburgo, Genova resta sotto il controllo di Singapore e in virtù di quanto previsto dal Memorandum – in prospettiva con la Cina. Un cavallo di Troia nel ventre molle dellEuropa, politicamente una scelta disallineata rispetto allalleanza atlantica, azzardata e non palesata con lungimiranza e coerenza rispetto alla tradizionale politica estera italiana.

Le merci e i prodotti non viaggiano da soli: viene da chiedersi che cosa sarebbe successo se tale accordo fosse già stato operativo, in questa situazione di espansione del contagio. Di tutto questo e di molti altri impliciti sembrano essersi capacitati il Presidente USA Biden e il nostro Premier Mario Draghi nel summit del G7 di Carbis Bay. Che Biden intendesse recuperare il rapporto con lEuropa come scelta strategica era noto fin dallesordio del suo mandato,ma se ciò si inquadra in un rilancio dellalleanza atlantica assume il valore di una svolta.

Ha favorevolmente colpito gli osservatori politici dellOccidente la presa di posizione senza see senza madi Draghi, risolutamente orientato a rivalutare le ragioni di fedeltà allatlantismo e a stigmatizzare le incognite politiche e le mire occulte della Cina, definito senza mezzi termini Paese autocratico. Nella lectio magistralis alla Cattolica lex Presidente BCE aveva parlato di competenza, coraggio e umiltà, come requisiti dei decisori politici: direi che sta dimostrando di possedere queste tre doti. La chiarezza cristallina con cui ha descritto la patina torbida e le azioni disinvolte con cui la Cina sta muovendo alla conquista dei mercati del pianeta non lascia dubbi. E il G7 ha discusso anche nel merito di una decisa azione chiarificatrice sullorigine della pandemia, sempre malcelata da opportunismi, timori e occultamento di dati richiesti dalla Comunità internazionale, da Wuhan in poi.

Europeismo e atlantismo escono rafforzati dal Summit del G7. E, quel che più conta, Draghi sembra avere le idee molto chiare sulla revisione del Memorandum che il Governo Conte-uno frettolosamente aveva siglato, suscitando lirritazione degli USA e dei governi europei

Comunali di Bologna, Lepore si copre al centro con “ReteBianca”.

Il dibattito online ha messo in risalto la consistenza di una tradizione che risale emblematicamente al Libro Bianco su Bologna, predisposto da Dossetti nella competizione municipale che lo vide opposto al sindaco uscente dellepoca, il comunista Giuseppe Dozza. Con me nella fabbrica del programma e al governo, c’è spazio per i cattolici: questo, in conclusione, il messaggio lanciato da Lepore.

Matteo Lepore accoglie a bordo anche i cattolici democratici di ReteBianca e puntella la propria cordata al centro. “Sono felice di avervi con noi in questo percorso, che successivamente proseguirà nella fabbrica del programma e, sono fiducioso su questo, anche nel governo della nostra città“, ha detto stamane (ieri per chi legge, ndr) il candidato Pd alle primarie di centrosinistra durante una diretta social con Nicola Caprioli, coordinatore regionale e cittadino di ReteBianca, e alcuni esponenti nazionali del movimento.

“Sono molto contento che ReteBianca abbia deciso di aderire alla nostra coalizione. Credo ci sia spazio per il cattolicesimo democratico, del resto a Bologna questo spazio c’è sempre stato”, ricorda Lepore ricordando le prossime sfide su welfare, lavoro e integrazione degli stranieri nati in Italia. “La pandemia – ricorda Lepore – ha aggravato le diseguaglianze, oggi è fondamentale che la politica torni in campo. Uscire da questa pandemia vuol dire rimettere in fila le priorità, a Bologna possiamo sperimentare nuove forme, non solo resistere ma anche creare qualcosa di nuovo e alternativo”.

ReteBianca insiste in particolare sulla “sussidiarità circolare”. “Le prossime amministrative – secondo Caprioli – sono una opportunità da cogliere per andare in questa direzione. Bisogna predisporsi ad una collaborazione continua tra istituzioni pubbliche, imprese e terzo settore, con pari dignità“. Bologna, sottolinea ancora l’esponente di ReteBianca, “ha una grande ricchezza, abbiamo naturale propensione alla collaborazione. Ora bisogna rilanciare e rinnovare la nostra comunità“.

Giorgio Merlo, dirigente nazionale di ReteBianca, interviene nel corso della diretta insieme al direttore del “Domani d’Italia” Lucio D’Ubaldo. E osserva: “Vedo che queste primarie sono una competizione vera, non virtuale, sperando che non vada come nella mia Torino. Ma credo che a Bologna non sarà così“, dice poi. “Credo che Bologna con Matteo Lepore – conclude poi Merlo – possa continuare ad essere un modello che faccia della pluralità culturale la sua regione d’essere”.

Rinnovabili e difesa della biodiversità: parliamone.

Il dibattito è animato da ambientalisti tradizionali, protettori di una natura incontaminata, e da post-ambientalisti, favorevoli a sacrificare ecosistemi naturali. Il testo originale, al quale si può accedere attraverso il link in basso, appare sulla rivista Il Mulino.

Il 28 settembre del 2011 sul «The New York Times» comparve un editoriale firmato dal biologo Steve E. Wright, intitolato The Not-So-Green Mountains. Lautore considerava un progetto di parco eolico sulle Lowell Mountains in Vermont, deplorava la «profanazione [] compiuta nel nome dellenergia verde”» e constatava il fatto che «il fascino dellenergia eolica minaccia di distruggere paesaggi di grande valore ambientale». Secondo Wright, linstallazione degli impianti lungo i crinali avrebbe richiesto di costruire strade al posto dei sentieri creati da orsi, cervi, alci e linci, di far esplodere parti delle montagne per procurarsi materiale da costruzione, di abbattere foreste, il che a sua volta avrebbe causato una maggiore erosione e, naturalmente, la distruzione di interi ecosistemi. Wright constatava con stupore il fatto che molti gruppi ambientalisti non si fossero opposti al progetto, per paura di apparire contrari allo sviluppo di energie «verdi». Questa la conclusione dellarticolo:

«progettare impianti eolici di grande ampiezza sui crinali del Vermont rappresenta un errore terribile di visione e pianificazione e una mancata comprensione di quel che una società responsabile dovrebbe fare per rallentare il riscaldamento del nostro pianeta. Rappresenta anche la profonda incapacità di comprendere il valore del paesaggio».

Queste parole, oggi, non suonano nuove. È di pochi giorni fa la notizia del contrasto fra ministero della Transizione ecologica e dei Beni culturali, relativa allipotesi di allentare i vincoli alledificazione di nuovi impianti eolici nei paesaggi italiani, così come la presa di posizione di alcune associazioni ambientaliste a favore delleolico. Parrebbero esserci due schieramenti: gli «ambientalisti tradizionali o conservazionisti», per cui paesaggi ed ecosistemi debbono restare intatti e il fine di produrre energie «pulite» non giustifica mai, o quasi mai, la distruzione di ambienti e specie intatti pre-esistenti; e i «post-ambientalisti» (potremmo chiamarli anche «pragmatici» o «climatisti»), per i quali non si può avere tutto e lobiettivo di frenare il cambiamento climatico assicurando un livello di sviluppo accettabile giustifica il sacrificio di ambienti, ecosistemi, e al limite anche di specie.

Gli impianti eolici sono in competizione con molti animali, piante ed ecosistemi: le pale eoliche condividono lhabitat con molte specie di uccelli, con svariate specie vegetali, con molti ecosistemi. Basta immaginare lestensione di terreno occupata dai basamenti delle pale, limpatto delle pale medesime sul volo degli uccelli, le modificazioni del territorio necessarie a garantire laccesso agli impianti le vie daccesso, come minimo, ma anche altre infrastrutture. Lenergia eolica, insomma, ha quasi sempre un prezzo in termini di diminuzione di biodiversità. Ma naturalmente si può obiettare a tutto questo che le energie alternative sono comunque un miglioramento necessario e indispensabile sulla strada della conversione o della transizione ecologica. 

Una parte delle ragioni a favore o contro questi due modi di vedere dipende da questioni empiriche. Bisognerebbe vedere, ad esempio, se veramente le fonti tradizionali di energia che gli impianti eolici potrebbero sostituire o integrare siano le sorgenti maggiori di emissione. Si dovrebbe stabilire con esattezza il tasso di efficienza dellenergia eolica. Bisognerebbe determinare il contributo marginale, cioè aggiuntivo, che ogni singolo impianto può dare alla produzione complessiva di energia eolica. Si dovrebbero anche esplorare strategie diversificate e più flessibili: per esempio, valutare con attenzione dove impiantare, distinguendo con attenzione gli impatti (è ovvio che ci siano differenze fra impianti marini e impianti a terra, fra impianti piccoli e grandi, e così via).

La complessità di valutazioni di questo genere non invita, ovviamente, a una deregulation. Anche se si volesse ottenere una maggiore efficienza, garantendo tempi più rapidi, rimarrebbe comunque necessaria unanalisi molto accurata di tutte le questioni elencate sopra, da compiere prima di autorizzare ogni nuovo impianto.

Ma c’è anche un livello di riflessione più generale. Può capitare di pensare che il cambiamento climatico in sé sia un male e che qualsiasi mezzo per fermarlo, o attenuarlo, sia lecito. Ma il male da allontanare non è il cambiamento climatico in sé e per sé, bensì il cambiamento climatico «pericoloso», cioè quello che ha effetti nocivi effetti nocivi sugli esseri umani, ma anche sulle altre specie viventi e sui loro habitat. Quindi, le politiche di mitigazione e adattamento vanno valutate soprattutto in termini di effetti: effetti dellaumento o della riduzione delle temperature presenti e future, ma anche effetti delle politiche medesime.

Il cambiamento climatico è un male non solo perché provocherà condizioni peggiori per la vita umana, ma anche perché causerà lestinzione di specie (qualcuno parla di sesta estinzione di massa), perché distruggerà ecosistemi in maniera irreversibile, perché tutto questo provocherà uninevitabile perdita di biodiversità. Ogni politica di contenimento del cambiamento climatico e dei suoi effetti devessere valutata nei termini degli effetti comparati della politica in questione e del cambiamento climatico futuro. Bisogna stabilire quante specie si estinguerebbero se si continuasse come prima, ma anche quante specie si estinguerebbero se la politica discussa venisse attuata. Si deve calcolare il numero e il tipo di ecosistemi la cui esistenza verrebbe messa a repentaglio dal cambiamento climatico futuro, e quanti ne verrebbero danneggiati se la politica in questione venisse attuata.

C’è unargomentazione ricorrente dei post-ambientalisti che è giusta. Non si può avere tutto: ogni scelta implica perdite e guadagni, che si debbono confrontare. Anche linazione è una scelta: di fronte a situazioni catastrofiche, come è il cambiamento climatico, intestardirsi a conservare piccole nicchie ecologiche può rischiare di farci perdere di vista il quadro complessivo. Peraltro, il feticcio della natura selvaggia o intatta è ormai non solo concettualmente inadeguato, ma anche praticamente deleterio: la natura incontaminata, se mai è esistita, non esiste più nellAntropocene, nellepoca di massimo impatto umano sul pianeta. E, peraltro, il cambiamento climatico è proprio lambito in cui dovremmo essere consapevoli degli effetti sistemici e irreversibili della nostra azione sullambiente che ci circonda e dovremmo anche tenere conto della storia ecologica della specie umana, che è una storia di interazioni continue e reciproche: abbiamo sempre mutato il nostro ambiente, siamo animali la cui nicchia ecologica è in continua trasformazione, anzi la cui natura forse è proprio quella di trasformare tutto ciò che circonda.

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https://www.rivistailmulino.it/a/sulle-politiche-di-contenimento-delle-emissioni?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+11-15+giugno+%5B7905%5D

Il popolarismo: alternativa al populismo. Dialogo con Flavio Felice, autore di Popolarismo liberale. Le parole e i concetti.

Che rapporto c’è fra politica e vita? Cosa è la società civile? Che ruolo ha oggi l’economia sociale di mercato? Cosa si intende per ecologia integrale?

Per riproporre queste ed altre domande, mercoledì 16 giugno alle 18:00 verrà presentato sulla pagina Youtube de Il domani d’Italia il libro di Flavio Felice Popolarismo liberale, un testo sintetico che indica i punti cruciali di confronto fra il pensiero politico cattolico incarnato dal popolarismo sturziano e il liberalismo classico, da Hayek a Popper a Einaudi e Friedman. Nel testo si parte dalle concezioni della limitazione del potere statale, si chiariscono i caratteri e il senso della tanto evocata società civile, si allarga lo sguardo sul senso storico dell’ecologia integrale fondata sulla persona, passando in rassegna il possibile solidarismo liberale e richiamando la Dottrina Sociale della Chiesa fino all’attuale Pontefice. Strade non parallele.

Il breve volume verrà proposto come spunto di riflessione sull’attualità, in un momento di incertezza politica, sociale ed economica, in cui la confusione “in cui tutte le vacche sono nere” rischia di far perdere la bussola e il contatto con la realtà nella sua complessità e dinamismo. In alternativa alle semplificazioni populiste demagogiche e paternaliste, resta la via del popolarismo della poliarchia, dell’economia sociale di mercato e della sussidiarietà. La via del riformismo gradualista, cioè reale e non illusorio.

Oltre all’autore, interverranno la prof.ssa Emma Fattorini, l’on. Marco Follini, l’on. Lucio D’Ubaldo. Modererà Dante Monda.

 

Bologna tra sussidiarietà e futuro. Lepore a confronto stamane con i cattolici democratici di Rete Bianca.

Nei giorni scorsi sono stati avviati nel capoluogo emiliano interessanti contatti con il candidato che al momento sembra riscuotere i maggiori consensi in vista delle primarie del centro-sinistra. Ne è scaturita l’idea di un confronto online su uno dei temi caratterizzanti la visione aggiornata del “municipalismo sociale”, una formula pregna di significati che evoca, sul piano storico-ideale, il contributo offerto dalla tradizione popolare sturziana. Riportiamo il comunicato che ha diffuso nella giornata di ieri l’ufficio stampa di Matteo Lepore.

 

 

La sussidiarietà come strumento per risolvere le nuove complessità socioeconomiche, che sono emerse con forza durante la pandemia, e per vincere le sfide per far crescere la nostra comunità in modo inclusivo e rendere ancor più resiliente il tessuto sociale.

 

Se ne parlerà al confronto “Bologna tra sussidiarietà e futuro”, che si terrà domani (oggi per chi legge, ndr) 15 giugno alle ore 11 sulla pagina Facebook del candidato alle primarie del centrosinistra Matteo Lepore.

 

L’incontro è promosso dal movimento politico nazionale Rete Bianca, che affonda le proprie radici nella tradizione, nella cultura e nella storia del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese al fine di recuperarne e riattualizzarne il pensiero.

 

“Nel mondo in cui ci troveremo ad operare, un mondo che ci porrà innanzi a problematiche nuove, ma anche ad enormi opportunità, sarà indispensabile adottare un metodo condiviso per la progettazione e la gestione delle politiche. Un metodo in grado di massimizzare il beneficio per la nostra comunità dato dalla collaborazione tra amministrazione pubblica, imprese e terzo settore, ognuno nel proprio ruolo specifico ma con piena e pari dignità”, afferma Nicola Caprioli, coordinatore regionale e cittadino di Rete Bianca.

 

Interverranno:

Matteo Lepore, candidato sindaco alle primarie del centrosinistra

Cristina Ceretti, presidente “Una città con Te”

Lucio DUbaldo, direttore de “Il Domani d’Italia”

Giorgio Merlo, dirigente nazionale movimento Rete Bianca

Nicola Caprioli, coordinatore regionale e cittadino di Rete Bianca

 

L’iniziativa potrà essere seguita, a partire dall’orario indicato, sulla pagina Fb del candidato alle primarie del centrosinistra.

Come il covid sta cambiando la geopolitica mondiale

Il direttore di Orbisphera, sito di comunicazione e approfondimento di area cattolica, con il quale “Il Domani d’Italia” ha stretto uno speciale rapporto di collaborazione, fa il punto sulle trasformazioni indotte a livello planetario dalla pandemia. Dopo il G7 la sfida con la Cina diventa cruciale.

 

 

Nell’Incontro del G7 svoltosi a Carbis Bay in Cornovaglia si è molto discusso di come liberare il mondo dalla pandemia di Covid-19.

 

Ricordiamo che il G7 è un’organizzazione intergovernativa composta da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. L’Unione Europea partecipa alle riunioni del G7 in qualità di invitato permanente con una propria rappresentanza. Si tratta dunque degli Stati più sviluppati del pianeta, il cui peso politico, economico, industriale e militare riveste una centrale importanza su scala globale.

 

La grande notizia è che verranno donati un miliardo di dosi di vaccino ai Paesi poveri. Il che significa che il mondo intero potrebbe essere vaccinato già nei primi sei mesi del 2022.

 

A questo proposito Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, ha promesso che il suo Paese da solo intende donare 500 milioni di dosi di vaccino. Al di là delle promesse che sono comunque gradite e benvenute, un contributo decisivo alla vaccinazione di tutti gli abitanti del pianeta sta venendo dalla Cina.

 

Le società cinesi “Sinovac” e “Sinopharm” hanno triplicato la loro produzione. Al momento attuale, la Cina è il primo produttore mondiale di vaccini anti Covid. Al ritmo di 20 milioni di vaccinati al giorno, con una media di 600 milioni di vaccinati al mese, la Cina vaccinerà tutta la sua popolazione (1,4 miliardi di abitanti) entro la fine di agosto.

 

Inoltre, da settembre, almeno mezzo miliardo di dosi del vaccino cinese saranno disponibili per la distribuzione al mondo intero. Se ai vaccini cinesi si aggiungono le donazioni dei Paesi del G7, si calcola che l’immunità di gregge a livello mondiale potrebbe essere raggiunta prima di marzo 2022.

 

Se il Covid verrà sconfitto, le attività economiche mondiali potranno tornare a crescere superando i livelli raggiunti nel 2019, quando la pandemia non si era ancora manifestata.

 

Nel contesto nella grande crescita economica e commerciale che si prospetta, gli Stati Uniti hanno cercato di convincere l’Europa a contenere l’espansione economica e tecnologica della Cina, perché potrebbe mettere in pericolo la sicurezza dei Paesi del G7.

 

L’Europa ha condiviso le preoccupazioni in merito all’espansione cinese, ma non ha accettato l’idea di congelare le politiche commerciali e di collaborazione economica e ambientale con Pechino.

 

Gli esperti sostengono che, mentre gli Usa vedono nella Cina una minaccia alla sicurezza del mondo, l’Europa ha una visione diversa ed intravede una possibilità di collaborazione economica soprattutto nel campo dello sviluppo infrastrutturale e della rivoluzione verde per lo sviluppo sostenibile.

 

Gli Stati Uniti temono la concorrenza della Cina in campo economico e nel settore tecnologico e spaziale. Non è così per l’Europa, che ha ben chiaro come la Cina stia offrendo opportunità e investimenti nel campo dei trasporti, dello sviluppo civile, dell’innovazione telematica e della trasformazione verde della produzione energetica.

 

Gli Stati Uniti sanno che la competizione con la Cina si è spostata sul piano delle politiche di sviluppo. Per questo Biden ha proposto agli Europei un progetto alternativo alla “Nuova via della seta” cinese, parlando di centinaia di miliardi di dollari di investimenti. Ma mentre la Cina sta realizzando molti progetti, gli Stati Uniti per ora hanno solo prospettato eventuali investimenti senza presentare un piano progettuale preciso.

 

Per avere un’idea di quanto siano avanti i cinesi nelle connessioni commerciali con l’Europa, basta citare alcuni dati. Oggi vi sono 39 linee ferroviarie che collegano 15 città europee con 20 città cinesi. Nell’agosto del 2019 il numero di treni merci Cina-Europa ha raggiunto le 10mila unità.

 

Nel nodo ferroviario di Duisburg (Germania), attivato nel 2011, arrivano ogni settimana circa 30 treni cinesi carichi di container, con prodotti da distribuire in tutta Europa. A giugno 2017 è partito il primo treno fra il porto di Zeebrugge, in Belgio, e la città cinese di Daqing.

 

A settembre 2018 il primo treno merci da Pechino è arrivato alla stazione logistica di Saint-Priest, vicino a Lione, in Francia. Sono in corso di realizzazione i collegamenti tra Belgrado, Budapest e la Cina.

 

Nonostante la pandemia, il commercio della Cina con 17 Paesi dell’Europa centrale e orientale è aumentato, nel primo trimestre del 2021, del 50,2% su base annua, arrivando a 30,13 miliardi di dollari. Mentre le importazioni cinesi dai Paesi dell’Europa centrale e orientale sono aumentate del 44,7%.

 

In questo contesto, il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ha mostrato ancora una volta di essere tra i leader più illuminati, ed ha spiegato che non si può fare a meno della Cina per vincere sfide come il cambiamento climatico e la minaccia della pandemia. Soprattutto nel progetto mondiale di transizione ecologica non si può fare a meno dell’alleanza con Pechino.

 

In merito al futuro dell’economia, Draghi ha affermato: «Ci sono ottimi motivi per avere una politica di bilancio espansiva». Ed ha aggiunto: «Bisogna assecondare la crescita per rafforzarla, ma senza dimenticare la protezione dei lavoratori in un momento che registra transizioni anche drammatiche».

 

Secondo Draghi, «questa crisi va gestita in maniera differente rispetto alle crisi precedenti, quando ci siamo dimenticati della coesione sociale». Per questo motivo – ha sottolineato – «è un dovere morale agire diversamente, concentrandosi sulle politiche attive del lavoro, sui giovani e sulle donne».

 

Per visitare il sito di Orbisphera e leggere in originale l’articolo

https://www.orbisphera.org/Pages/PrimoPiano/5122/Come_il_Covid_sta_cambiando_la_geopolitica_mondiale

Cina e Russia, cosa chiede Biden a Draghi?

Educato negli Usa (come Amato), Mario Draghi è il più transatlantico dei nostri presidenti del Consiglio. Non sorprende allora lintesa (allinsegna del pragmatismo) trovata con Joe Biden al G7 su tanti dossier scottanti dellagenda internazionale, Cina e Russia in testa. Il commento – estratto in parte dal sito di “Formiche” – di Federiga Bindi, professoressa di Relazioni Internazionali allUniversità di Roma Tor Vergata.

 

 

Dal 20 gennaio 2021, giorno dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, negli Stati Uniti si è respirata immediatamente un’aria nuova. Grazie alla sue pluridecennale esperienza politica e agli otto anni da Vice Presidente, nonché conscio di avere solo due anni a disposizione prima delle prossime elezioni per il Congresso, Biden è partito a passo di marcia e sta andando come un treno.

Domesticamente, Biden ha capito che il Covid è un evento epocale, destinato a marcare il futuro del mondo, e sta approfittando della crisi post-Covid per disegnare l’America del futuro, a partire dalle infrastrutture.

Se, come alcuni dicono, il Covid, non è solo un evento naturale e/o l’obbiettivo del ritardo nella comunicazione da parte della Cina era quello di far saltare l’America, ha decisamente avuto l’effetto inverso.

 

Senza parlare della vaccinazione, che in molti Stati – anche Repubblicani – è ormai ben oltre la soglia del 70%. Incastrata nelle sabbie mobili delle burocrazie europee e nazionali, l’Europa sta invece tristemente perdendo la sfida con il futuro.

 

In politica estera, Biden si è circondato di molte persone che avevano già rivestito ruoli di rilievo nell’Amministrazione Obama. Questo ha avuto il chiaro vantaggio di poter essere, anche qui, operativi fin dal primo giorno. Il primo risultato visibile è stato il rientro nell’Accordo di Parigi sul clima, grazie a John Kerry.

 

D’altra parte, però, questo ha implicato una serie di retaggi, in particolare su aree di interesse per l’Italia come la Libia e la Russia. Sulla Libia, Biden si è limitato alla classica pacca sulla spalla durante la sua bilaterale con Draghi. Se (se) qualcosa salterà fuori per il nostro paese lo si vedrà solo dopo l’incontro tra il presidente Americano e quello Turco, Recep Erdogan, l’ormai vero king-maker.

 

Sulla Russia, da sempre bestia nera di Victoria Nuland, una che non ha mai amato l’Italia e adesso è sottosegretario per gli affari politici – dopo il lapsus nell’intervista con George Stephanopoulos – Biden ha strategicamente puntato all’antagonismo, essendo un nemico ampiamente interiorizzato dal popolo americano, e quindi in grado di unire Democratici e Repubblicani.

 

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https://formiche.net/2021/06/cina-e-russia-cosa-chiede-biden-a-draghi-la-versione-di-f-bindi/

Per la cura della casa comune. Una sfida per amministrazioni ed enti locali. Intervista a Davide D’Arcangelo, esperto di transizione digitale.

La sempre più larga distribuzione dei vaccini sta portando una nuova stagione di riapertura. Difficile ricominciare da dove avevamo lasciato. Il Covid e lemergenza climatica hanno rivoluzionato lo scenario della produzione e del consumo. L’Osservatore Romano ha intervistato Davide DArcangelo, esperto di politiche industriali, consulente per la transizione digitale di diverse amministrazioni pubbliche italiane. Il testo integrale si può leggere cliccando sul link in fondo alla pagina.

 

(Pierluigi Sassi)

 

Dottor DArcangelo, lei è un tecnico vicino alle istituzioni centrali europee come anche ai piccoli comuni italiani. Come cambierà lo scenario nella nuova stagione che si sta aprendo?

 

A livello internazionale il virus ha evidenziato una volta di più le drammatiche differenze tra paesi ricchi e paesi poveri. Questa volta però la cosa è apparsa inaccettabile anche ai più fortunati, i quali hanno capito bene che il problema si potrà risolvere solo quando affrontato a livello globale. Oserei dire che il Covid ci sta costringendo, più che invitando, a quella solidarietà universale alla quale Papa Francesco ci richiama da tempo. Le ricadute sullo scacchiere internazionale non sono trascurabili. La nuova consapevolezza mondiale sulle responsabilità delle istituzioni e della politica nella gestione di crisi epocali — come pandemia e riscaldamento globale — ha aumentato sensibilmente le aspettative di un’opinione pubblica sempre più attenta e critica. Dobbiamo approfittare di questo salto di qualità per prendere la strada giusta. L’occasione è costata molto e forse proprio per questo va considerata irripetibile.

 

E a livello locale?

 

Durante la crisi sanitaria i Comuni sono stati chiamati ad attuare sul territorio ogni decisione presa a livello centrale. Di fatto sono stati loro il vero avamposto dove le politiche prendevano forma. Credo che la centralità delle amministrazioni locali sia destinata a crescere nel futuro soprattutto nell’ambito delle transizioni ecologica e digitale. È fondamentale però che a questa spinta centrifuga gli enti locali rispondano adeguatamente, soprattutto migliorando le proprie competenze tecniche, dalle quali abbiamo visto dipendere aspetti fondamentali per le nostre vite. Come recitava una massima di successo: per uno sviluppo davvero sostenibile dobbiamo imparare a pensare globale e ad agire locale.

 

Ma quali sono i principali cambiamenti della politica industriale ai quali andiamo incontro? E cosa cambierà per i cittadini?

 

È evidente a tutti quanto il Covid abbia accelerato la transizione digitale anticipando significativamente lo scenario di una “economia dei servizi”. Trasporti, commercio, sanità. Non c’è settore economico che non abbia visto con assoluta chiarezza il futuro digitale che l’aspetta. E l’accelerazione non si è limitata alla nascita di nuovi servizi o di nuove imprese. Nella rivoluzione 4.0 sono stati repentinamente coinvolti tutti gli attori del mercato, dalle istituzioni alla finanza, dagli imprenditori ai lavoratori. Credo che alla fine questo risulterà un aspetto molto positivo, soprattutto se ci consentirà di ripensare in modo completamente nuovo la qualità della vita. Il cammino era già segnato, ma rischiavamo di percorrerlo senza riflettere, sotto la debole spinta dell’inerzia. Invece con il Covid le tecnologie hanno dimostrato in poco tempo le loro potenzialità e i loro limiti, costringendoci a ripensare il futuro in modo nuovo e dandoci l’opportunità di riconsiderare la centralità dell’uomo. Speriamo davvero che questa occasione non vada sprecata.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-132/una-sfida-br-per-amministrazioni-br-ed-enti-locali.html 

Sostiene De Rita che le epopee prima si fanno e poi si raccontano…

Lo spunto è dato da un recente editoriale del fondatore del Censis, sicché l’autore ricava dall’analisi di questo originale e autorevole sociologo cattolico le linee per un discorso più autentico, e dunque meno scontato, sulle prospettive del Paese dopo l’emergenza sanitaria.

Quando De Rita inforca gli occhiali dell’analista sociale riesce sempre a puntualizzare la situazione del presente, contribuendo a decifrarla per renderla intellegibile, oltre i coni d’ombra che ne nascondono l’essenza, oltre le apparenze e le opinioni che spesso non vanno oltre i meri luoghi comuni interscambiabili.

Partendo da quello “stato di sospensione” che tutti ci avvolge in questa fase di transizione tra crisi pandemica in fase auspicabilmente risolutiva e malcelate speranze di ripresa, il Presidente del Censis riesce persino ad ironizzare, con il dovuto garbo che gli è consueto, sui fautori della ripartenza che colgono nello “zero virgola” e nei decimali del PIL i segnali di una inversione di tendenza. Ricordano costoro, tutti presi a misurare la realtà con il metro degli indicatori economici peraltro a volte persino contraddittori, i monsignori di Voltaire, sempre più protesi a gareggiare nel distinguersi tra di loro che impegnati nell’assomigliare a Cristo (sia detto qui in senso laico e paradigmatico).

Capita allora che nella latenza del presente, condizionati dall’enfasi della ripartenza ancora densa di incognite ma aggrappata al seducente potere semantico e simbolico delle parole, ci si proietti in visioni programmatiche di lunga gittata – come la digitalizzazione e la riconversione ecologica – senza disporre di un quadro sinottico da cui si evincano dati e prospettive basati su evidenze reali capaci di innervare nel tessuto sociale, produttivo e istituzionale tangibili e sostanziali riscontri.

Quando la magia delle parole non va oltre l’enfasi delle promesse, mentre il tempo trascorre con ritmi propri tra incertezze, conferme e smentite, rincorse degli eventi e programmazioni “girevoli”, l’immaginario collettivo non riesce a metabolizzare segnali di cambiamento.

Allora l’ansia – sentimento individuale legato alle storie di ognuno ed emozione condivisa nella paralisi del rinvio – diventa a un tempo componente della spinta iniziale, che qualcuno deve pur attivare, e sintomo di un disagio avvertito e diffuso: una specie di convitato di pietra agli innumerevoli tavoli di discussione, concertazione e progettazione.

Il messaggio di Giuseppe De Rita appare chiaro e convincente – come lo si ricava da un recente editoriale sul Corriere della Sera – poiché con poche misurate argomentazioni ci ricorda che le epopee dei grandi investimenti e del rilancio (come fu ad esempio nel secondo dopoguerra) necessitano di un radicamento popolare e di una motivazione condivisa e convincente.

“Non sorprende quindi – dice il fondatore del Censis – che la stessa grande discussione di massa sull’epocale «programma europeo di resilienza» non sia riuscita a traguardare un immaginario collettivo in cui far emergere coerenti flussi di valutazioni e comportamenti del nostro corpo sociale; ci siamo limitati alla curiosità per la quantità di risorse disponibili e per le loro ufficiali destinazioni, spesso troppo tecniche e sofisticate per destare sociali partecipazioni collettive”.

Per come siamo ancora tramortiti dalla lunga sofferenza della crisi pandemica (una crisi, si badi bene ‘olistica’, cioè totale, che ha interessato l’evidenza sanitaria, l’economia, il lavoro, l’istruzione e i sottesi condizionamenti emotivi, come il timore di non farcela, la paura dell’ignoto, la dimensione planetaria del fenomeno, le ricadute sulle singole soggettività e sugli stati d’animo collettivi) non è facile decifrare vie d’uscita percorribili: le istituzioni comunitarie, quelle dai singoli Stati, le strutture intermedie sembrano ancora avviluppate nella fase prodromica di una iniziale presa di coscienza

L’idea di una Italia diversa e migliore sta prendendo corpo ma necessita di un coinvolgimento sociale largo, lento e condiviso. L’invito di De Rita è di semplificare e rendere partecipate le linee di indirizzo innovativo: la politica non deve verticalizzare o far cadere dall’alto direttive disomogenee e complicate, il primo nemico da battere è la burocrazia paralizzante e punitiva, bisogna far rinascere nella gente la spinta della motivazione, del sentirsi parte di un processo di graduale promozione del bene comune.

Per questo, ricorda infine De Rita, la conclamata epopea della ripresa andrà raccontata e valutata in corso d’opera, concedendo il tempo necessario alle dinamiche che la sottendono nel profondo.

Dire famiglia oggi?

Happy family standing in the park at the sunset time. Concept of friendly family.

Lapidario l’incipit dell’ultimo editoriale del Padre gesuita sul si sito di “Connessioni”. In sostanza la famiglia è fuori moda. L’autore tuttavia, oltre a ricostruire una trama ideale per capire il senso profondo di questa peculiare istituzione, passa in rassegna rapidamente le ultime misure adottate dal governo a sostegno della famiglia. E ritiene che sia un “buon segno” quanto prefigurato dalle decisioni di Draghi.

 

 

Dire “famiglia” oggi è fuori moda, parlarne sembra quasi démodé eppure la Costituzione italiana dedica alla famiglia e al matrimonio gli articoli 29, 30 e 31, le cui disposizioni sono tra loro connesse. Per i costituenti regolare listituto familiare implicò un «cambio di rotta» culturale rispetto alla visione etica e antropologica su cui si basava l’idea di famiglia nel periodo storico prerepubblicano.

 

Nello Statuto Albertino del 1848 il termine «famiglia» compariva solo per la “famiglia reale”. Lo Stato liberale si limitava a tutelare listituto giuridico della famiglia per disciplinare il patrimonio dagli effetti del matrimonio. La famiglia era pensata come l’«ambiente» in cui la «donna-madre preparava l’avvenire del popolo italiano», insegnando la morale e la religione. Il diritto di famiglia italiano dall’Unità al periodo fascista è stato influenzato dal Codice Civile di Napoleone del 1804, nel quale la famiglia, pensata come «cellula dello Stato», era fondata sul matrimonio civile (un trattato di diritto pubblico) che tracciava la separazione tra lo Stato e la Chiesa e il rapporto tra coniugi si basava sulla disuguaglianza.

 

Con lavvento del regime fascista, la famiglia venne asservita ai fini dello Stato. I genitori avevano il dovere di educare e di istruire la prole sui «princìpi della morale», in conformità al «sentimento nazionale fascista» (art. 147 cc.). Per favorire le nascite il regime introdusse la tassa sui celibi, escluse l’accesso ai pubblici impieghi per i non coniugati, istituì privilegi di carriera ed esenzioni d’imposta per coloro che avevano una famiglia numerosa. Un decreto del 1938 limitò ad un massimo del 10% la presenza delle donne nel pubblico impiego, mentre rimaneva marcata la disuguaglianza tra uomo e donna. Basti ricordare due esempi: l’adulterio della moglie costituiva reato, mentre l’uomo compiva reato solamente nel caso di concubinato; la comunione dei beni era imposta per legge e includeva tutti i beni della dote della moglie di cui il marito era l’unico amministratore.

 

In breve, fino alle soglie della Costituente del settembre 1946, la famiglia aveva il compito di trasmettere i valori fascisti e garantire la figura del pater-familias.

 

La sinistra era interessata a regolare la famiglia per introdurre il principio di uguaglianza tra i coniugi, ma al suo interno esistevano forti punti di divergenza. Per i socialisti la famiglia si limitava ad essere una «costruzione storica», che la Costituzione non avrebbe dovuto regolare. Per i comunisti, invece, regolare la famiglia era una forma di controllo della società e del territorio. Per queste ragioni, sia l’on. Togliatti sia l’on. Jotti non si schierarono a favore del divorzio per almeno tre motivi: era stato vietato in Russia nel 1935 da Stalin; il loro elettorato contadino e parte dei loro deputati erano contrari; temevano una campagna politica della DC a loro svantaggio. Ma c’era di più, in quanto i comunisti giocarono su due fronti: da una parte insieme ai cattolici per la difesa della famiglia, dall’altra contro di loro sulla questione dell’indissolubilità del matrimonio.

 

Per il gruppo democristiano regolare la famiglia nella Costituzione significava, da una parte, assicurare alla persona umana la sua crescita e il suo sviluppo e, dall’altra, garantire alla società il più importante «ente intermedio» che a livello sociale si poneva tra il singolo e lo Stato.

 

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Dire famiglia oggi?

Il privato è un bene pubblico (10 idee per salvare il pianeta). Un libro spiega come.

Nelle edizioni “Città Nuova” è uscito di recente questo saggio di Matteo Nardi e Letizia Palmisano (10 idee per salvare il pianeta. Prima che sparisca il cioccolato). Cosa dice la scheda editoriale? Il prossimo decennio sarà cruciale per il nostro pianeta. Siamo di fronte a una sfida di sostenibilità che richiede un impegno da parte di tutti noi. Di seguito riportiamo alcuni passaggi della presentazione di Matteo Girardi sul sito di “Città Nuova”.

 

 

Proteggere il pianeta

«Siamo determinati a proteggere il pianeta dalla degradazione, attraverso un consumo e una produzione consapevoli, gestendo le sue risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti riguardo il cambiamento climatico, in modo che esso possa soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future».

Così è scritto nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, programma d’azione sottoscritto nel 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU. E questo impegno a gestire le risorse naturali in maniera sostenibile riguarda i governi, le imprese e ciascuno di noi, ogni nostro gesto, ogni nostra decisione.

 

Essere cittadini green

Dovremmo continuamente domandarci: posso spostarmi in modo da inquinare il meno possibile? Come posso trasformare la mia casa e l’ufficio in cui lavoro in spazi a minimo impatto ambientale? Come faccio a mangiare in modo sano, gustoso e sostenibile? Ho la possibilità di essere un genitore green e di operare scelte alternative a pannolini monouso e omogeneizzati?

 

Il libro

È per rispondere a queste e ad altre domande che Matteo Nardi e Letizia Palmisano, giornalisti ambientali impegnati da sempre nella diffusione della cultura della sostenibilità, hanno scritto il volume 10 idee per Salvare il Pianeta (prima che sparisca il cioccolato), da oggi in libreria, in cui sono contenute alcune preziose istruzioni, suggerimenti a volte semplici ma capaci di restituire consapevolezza ai nostri gesti e metterci nelle condizioni di fare la nostra parte nella lotta contro i cambiamenti climatici.

 

Rimboccarsi le maniche adesso

«Non c’è un secondo tempo, il momento per rimboccarsi le maniche è adesso, prima che sia troppo tardi e sparisca il cioccolato – scrivono i due autori — il mondo ha bisogno di ognuno di noi perché anche nel piccolo della nostra quotidianità possiamo davvero fare la differenza. Vivere in modo più green è facile e si può iniziare da semplici piccoli passi: a guadagnarci saremo noi e il pianeta».

 

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https://www.cittanuova.it/correlati/privato-un-bene-pubblico-10-idee-salvare-pianeta/

Futuri leader di pace: l’iniziativa di “Rondine” spiegata dal presidente Franco Vaccari in una intervista a Radio Vaticana.

Giovani protagonisti della ripartenza post-pandemia: lAmbasciata dItalia presso la Santa Sede e lorganizzazione “Rondine Cittadella della pace” lanciano la campagna per promuovere percorsi di formazione per una cultura in grado di ribaltare le logiche del conflitto.

 

 

Oggi viene presentata al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede la campagna Leaders for Peace, organizzata dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede insieme con l’organizzazione “Rondine Cittadella della Pace”. Si tratta di un appello concreto per sostenere percorsi di formazione precisi, come sottolinea il fondatore e presidente dell’organizzazione “Rondine Cittadella di pace” Franco Vaccari.

 

Vaccari ricorda che due anni fa i giovani di Rondine hanno presentato alle Nazioni Unite la richiesta di un finanziamento – una percentuale decisamente irrisoria del budget, sottolinea  – per percorsi di formazione. Innanzitutto si tratta – spiega Vaccari – di ribaltare la logica del conflitto: scoprendo che è falsa l’idea del nemico. Si tratta – sottolinea – di diffondere una cultura di pace che nell’organizzazione Rondine si vive praticamente quotidianamente e che – suggerisce il presidente – può formare i futuri leader. Vaccari ricorda che da sempre Rondine accoglie giovani che hanno vissuto sulla propria pelle l’odio, il conflitto armato, “l’inganno del nemico” e che, attraverso il Metodo Rondine, imparano a trasformare tutto ciò in prospettive diverse.

 

Il ricorso allOnu

 

Nel 2018, in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, il ministero degli Affari Esteri italiano ha proposto a Rondine Cittadella della Pace di rappresentare il Paese per portare alle Nazioni Unite la propria esperienza come “esempio concreto da cui ripartire sul grande tema dei diritti umani”. Rondine ha risposto alla chiamata lanciando la campagna globale Leaders for Peace. L’appello – ricorda Vaccari – è stato scritto dagli studenti e dagli alumni di Rondine – per chiedere agli Stati membri dell’Onu un impegno concreto nella formazione di giovani leader, in grado di intervenire nei principali contesti di conflitto nel mondo.

 

Lappello

 

Si chiede di sottoscrivere l’Appello di Pace della campagna Leaders for Peace. Innanzitutto, Vaccari mette in luce il primo aspetto: un impegno concreto nella formazione di giovani leader di pace, in grado di intervenire nei principali contesti di conflitto nel mondo. E poi cita l’esigenza di inserire l’insegnamento e l’educazione ai diritti umani nei sistemi d’istruzione nazionali, integrati – ribadisce – con le sperimentazioni del Metodo Rondine sulla trasformazione creativa dei conflitti, che ha permesso loro di diventare ambasciatori di pace.

 

La sfida

 

Vaccari spiega che si avverte sempre l’esigenza di iniziative come quella proposta da Rondine ma che in questo periodo storico diventa urgente comprendere che si devono fronteggiare vecchi e nuovi conflitti: ci sono infatti – sottolinea –  i conflitti che la pandemia sembra aver pericolosamente riportato sullo scenario internazionale, ma anche conflitti del tutto nuovi che lacerano la società globale.

 

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https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-06/ambasciata-italia-organizzazione-rondine-di-pace-conflitti.html

Ma i sondaggi sono credibili?

Non convince la dinamica delle diverse rilevazioni. Letta gioisce per un risultato del Pd che solo Pagnoncelli accredita. Anche per gli altri partiti ci sono più dubbi che certezze.

 

I sondaggi, come ben sappiamo, rilevano solo tendenze presenti nell’elettorato in quel particolare momento in cui vengono fatti. Nulla di definitivo e anche di certo, come ovvio e scontato. Ma, al di là della buona fede di chi li fa e di chi li commissiona, è curioso e singolare leggere quasi quotidianamente sondaggi che registrano un cambiamento massiccio di orientamento degli elettori in contrasto gli uni contro gli altri.

 

Quasi quasi viene il sospetto che il sondaggio riflette di più il legittimo convincimento politico di chi lo fa che non il “comune sentire” del campione selezionato. Per questi banali motivi non vedo l’ora di conoscere realmente la scelta politica – quella sì certa e definitiva – dei cittadini italiani che si recheranno alle urne il prossimo ottobre per il rinnovo di molte amministrazioni comunali. In particolare nelle più grandi città italiane. Lì, come noto, i sondaggi faranno un passo indietro a vantaggio del voto reale dei cittadini.

 

Ma, per tornare ai sondaggi di questi ultimi giorni, è francamente interessante registrare che il Pd – tanto per fare un solo esempio – non riesce a rimontare in quasi tutte le rilevazioni demoscopiche che vengono fatte restando sempre inchiodato tra il 17 e il 18% tranne nel caso del sondaggio di Nando Pagnoncelli, per il quale, invece, è in costante crescita al punto da farlo diventare addirittura il primo partito italiano. E, al contempo e da copione, si registra una perdita altrettanto secca della Lega di Salvini e una ascesa, seppur modesta, dei Fratelli d’Italia della Meloni.

 

Ora, francamente, c’è qualcosa che non funziona in tutto ciò. Anche perchè, leggendo questi numeri, viene anche il dubbio che – sempre parlando del Pd in versione Pagnoncelli – questo partito possa raggiungere nell’arco di poche settimane il 30% dei consensi con tutti gli istituti che lo danno abbondantemente sotto il 20%.

 

Altra anomalia riguarda il partito di Grillo e di Conte, cioè i 5 stelle. Dopo mesi di assenza concreta di leadership politica per le persin troppe note motivazioni, dopo le infinite polemiche interne, dopo aver abbandonato quasi tutti i totem ideologici e demagogici che hanno caratterizzato questo partito dal “vaffa day” in poi, i consensi al partito di Grillo e di Conte sono quasi sempre gli stessi. Si aggirano, cioè, tra il 15 e il 18%. Ma come è possibile tutto ciò? Com’è pensabile, e possibile, che un partito politicamente allo sbando per così lungo tempo, possa continuare ad avere un consenso elettorale sempre così alto e non scalfibile? Mistero dei sondaggisti. Anche perchè, se fossero veri questi numeri, nel momento in cui questo partito si stabilizza con una nuova leadership e, forse, anche con un nuovo ed ennesimo progetto politico, le cifre potrebbero schizzare sempre più in alto.

 

Ecco perchè, al di là dei numeri che vengono sfornati dai vari sondaggi e che evidenziano, almeno a mio parere, una scarsa sintonia con ciò che capita realmente nel tessuto sociale del paese, non ci resta che attendere il voto di ottobre. Tuttavia, con sempre il massimo rispetto per i vari sondaggisti che, comunque sia, forniscono tendenze e sensibilità presenti nell’elettorato. Seppur con numeri e cifre che rasentano, a volte, anche un po’ il grottesco.