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La Pira Sindaco. Il primo discorso davanti al Consiglio comunale di Firenze. “Non parliamo di questioni astratte”.

L’elezione avviene il 6 luglio del 1951 e segna una novità di rilievo nel contesto politico fiorentino. Il Comune, nei primi cinque anni (1946-1951) di vita democratica, era stato guidato da una giunta social-comunista, con a capo una figura molto nota della Resistenza: Marco Fabiani. La presentazione e il discorso sono tratti dall’opera in tre tomi “Giorgio La Pira Sindaco. Scritti discorsi e lettere” (a cura di Ugo De Siervo, Gianni Giovannoni, Giorgio Giovannoni –  III voll. – Cultura nuova editrice, in collaborazione con il Comune di Firenze, 1988 – Vol. I, pp. 31-35).

(Redazione)

Le elezioni del 10 giugno vedono l’affermazione dei partiti, tra loro apparentati, della DC, del PLI e di una lista comprendente repubblicani e socialdemocratici, che conseguono circa il 46,80% dei voti, contro il circa 44,20 conseguito dalle liste, tra loro apparentate, del PCI, del PSI, degli “Operatori economici”, del “Movimento cristiano del lavoro”. A parte si erano presentati il Partito socialista unitario, il Movimento sociale italiano e il Partito nazionale monarchico.

In applicazione della legge elettorale allora vigente, la lista maggioritaria ottiene i due terzi dei seggi, mentre tutte le altre liste si ripartiscono proporzionalmente il residuo terzo dei seggi.

La Pira, che aveva ottenuto anche un buon risultato elettorale personale avendo conseguito oltre diciannovemila preferenze (contro le 14.462 delle elezioni politiche del 1948), viene eletto Sindaco alla testa di una Giunta comunale composta da sei democristiani, due liberali, due repubblicani ed un socialdemocratico.

Non appena eletto, il Sindaco tiene un primo discorso in Consiglio comunale in termini chiari ma volutamente sintetici.

Subito dopo nel Consiglio si sviluppò un animato dibattito di politica generale che risentì delle asprezze polemiche della campagna elettorale. Il consigliere socialista Giovanni Pieraccini propose un ordine del giorno sulla pace che suscitò inizialmente forti contrasti, ma grazie alla media-zione di Giorgio La Pira e di Renato Branzi si riuscì a formulare un testo che riscosse l’unanimità del Consiglio comunale: “Il Consiglio comunale di Firenze, constatando che il suo insediamento coincide con la rinascita delle speranze di una distensione internazionale in seguito all’apertura delle trattative per la tregua in Corea, vuole che il suo primo atto interpreti solennemente la profonda aspirazione di tutta la cittadinanza alla pace”.

Viene inoltre pubblicata la replica finale del Sindaco al dibattito, nella quale sono contenute alcune puntualizzazioni significative (i testi sono tratti dal verbale del Consiglio comunale del 5 luglio).

Il discorso

La breve parola che io voglio dire è una parola di saluto, è una parola di pace: è cioè la bella espressione francescana pax et bonum. Queste parole di saluto, che non pronunzio per la prima volta, io le rivolgo anche a Fabiani, di cuore.

Noi non siamo – come dissi in Piazza Signoria – dei manichei: siamo tutti uomini operanti e ispirati ad una visione larga della vita.

Quindi un saluto e un ringraziamento a tutti, perché chiunque faccia un sacrificio per gli altri e si ponga al servizio degli altri sparge una sementa che non si perderà mai: un saluto sincero non solo a Fabiani, ma a tutta la Giunta uscente.

Un altro saluto lo rivolgo a tutto il popolo fiorentino, senza distinzioni politiche, religiose, ideologiche, e l’augurio che abbia bene, pace e quel minimo che è indispensabile ad una vita dignitosa ed umana.

Un terzo saluto a tutte le autorità cittadine, da quelle supreme religiose a quelle civili, e a tutti gli impiegati del Comune; saluto che vuol essere per tutti come una specie di seme che fruttificherà nel cuore di ciascuno.

Dopo i saluti rispondo a quello che è stato detto da Mazzoni, non riferendomi direttamente al suo discorso, ma seguendo un certo ragionamento. A chi domandasse con quale criterio abbiamo fatto la Giunta io rispondo che l’abbiamo fatta prescindendo dai singoli interessi, anche di partito, per il bene di Firenze e con criteri di onestà e di competenza. Al di sopra degli interessi particolari noi abbiamo tenuto presente l’interesse universale di Firenze per il raggiungimento del bene comune. Il nostro compito non è facile, ma speriamo di svolgere bene il nostro lavoro.

Il principio che anima la Giunta è che l’Amministrazione comunale deve essere rivolta a tutti i cittadini senza distinzione di parte perché gli amministratori del Comune appartengono a tutta la Comunità cittadina ed il loro sforzo deve essere rivolto a raggiungere quel bene massimo che si può fare, intellettualmente, economicamente, culturalmente, a vantaggio di tutta la popolazione.

Gli obbiettivi della Giunta sono fondamentalmente tre. Il primo si fonda sulla pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili. La Giunta si prospetterà i problemi della popolazione più umile di Firenze e cercherà con tutta l’energia possibile di avviarli a soluzione; occorrerà per questo che la nostra mente e il nostro cuore lavorino indefessamente per proporzionare i mezzi ai bisogni. Il compito è duro ma faremo il possibile e l’impossibile per adempiere a questo fondamentale comandamento umano e cristiano.

Il secondo obbiettivo concerne la vita industriale, agricola, commerciale, finanziaria della città. Noi porremo il massimo sforzo e il massimo interesse per potenziare tutte le attività cittadine.

C’è poi un terzo obbiettivo, che è forse il più importante. Firenze rappresenta nel mondo qualche cosa di unico. Ora, qual è il bisogno fondamentale del nostro tempo, dopo quelli che vi ho accennato? Dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza! Tutti quelli che, da qualunque parte del mondo, vengono a Firenze trovano qui la quiete: la trovano nell’aria, nelle linee architettoniche degli edifici, nei volti degh uomini. Firenze ha nel mondo il grande compito di integrare con i suoi valori contemplativi l’attuale grande civiltà meccanica e dinamica. I nostri grandi scrittori, poeti, artisti hanno assegnato a Firenze questo compito nel mondo e noi faremo il possibile per far diventare la nostra città sempre più il centro dei valori universali.

Il consigliere Mazzoni ha posto anche domande di intonazione politica. Noi non abbiamo però competenza politica perché il nostro non è  un compito politico. Tuttavia la mia risposta è che noi abbiamo una scelta di libertà, non di libertà umana, ma· di un certo tipo di stato e di democrazia, un certo tipo di vita comune che non coincide con un altro tipo di vita comune. Ecco la ragione che ci divide! Questa è la sola risposta che io possa dare, perché il resto non è costituito che da elementi accessori.

Noi dobbiamo lavorare con spirito di amore ed io confido molto di poter contare anche nella collaborazione dell’opposizione che, con la sua critica saprà stimolarci a fare di più; perché io sono certo che anche la critica ha una funzione importante. Io vi assicuro che la nostra amministrazione sarà rivolta a tutti: sarà una casa aperta a tutti, ferma nelle sue linee chiara nei suoi obbiettivi.

A me che sono fiorentino solo d’adozione, Firenze mi commuove perché è una città speciale. Tutti rimangono colpiti quando arrivano in questa città unica al mondo! Appena si arriva alla Stazione ci si mostra la bellezza di Santa ‘Maria Novella, più in là è Santa Maria del Fiore, ancora più in là la Santissima Annunziata! Non vedete quale luce è per tutti? Sotto questa luce e con questa forza, noi siamo certi – e il Signore ci assisterà – di fare qualcosa di positivo nell’interesse della popolazione fiorentina.

***

Io vi auguro – amici – con tutto il cuore ogni bene.

Questa è una seduta inaugurale e può anche essere bene che in un Consiglio comunale si parli di politica. È però la prima e l’ultima seduta che noi faremo in riferimento a questioni astratte.

Rispondendo brevemente alle dichiarazioni che sono state fatte, io dico a Mariotti, il quale si pone il problema se esiste µna vera democrazia in Italia, che il problema è complesso; ma, ciò che è essenziale e specifico deÌla democrazia è la possibilità di scelta, la pluralità dei partiti; quando c’è questa possibilità di scelta, c’è la democrazia! Dell’ap-parentamento…parleremo un’altra volta!

A Pieraccini rispondo che in una seduta inaugurale non si può fare un programma definitivo. È come il capitano della nave che guarda la stella polare e poi, in base a quella stella polare, proporziona la tecnica. Questo proporzionamento della tecnica è il compito che noi svolgeremo nelle prossime sedute. Quindi né delusioni, né illusioni: certo che qualche cosa faremo per i più poveri e disagiati; e non soltanto «minestre», che pure hanno un loro peso!

Io ricordo, quando tornai a Firenze dopo la liberazione, quale gioia si provava per quelle minestre e come erano assediati coloro che le distrbuivano.

Evidentemente l’ideale è che ogni famiglia abbia un suo piccolo bilancio col quale provvedere ai suoi bisogni. Cercheremo di eliminare le minestre, come difatti stiamo facendo: all’Ente Comunale di Assistenza si davano 50.000 minestre al giorno, mentre ora sono quasi del tutto scomparse e sono nati i ristoranti di seconda categoria che, con poche lire, danno la possibilità di mangiare essendo serviti da camerieri in giacca bianca.

Abbasso quindi la minestra ed evviva i pasti! Evviva il lavoro fondamento della vita secondo il detto benedettino «Ora et labora». Quindi – caro Pieraccini – politica di lavoro.

Firenze ha larghi strati di popolazione che soffrono. Conosciamo il problema delle case e le faremo. Non so quando, ma le faremo! Voi avete visto dall’ordine del giorno Pieraccini che, quando presentate una dichiarazione che è conforme allo spirito di tutti gli uomini, che tocca la radice fondamentale di ogni creatura umana, tutti siamo d’accor-do. Quando invece si entra in certa tecnica spicciola, come quella che si riferisce al Patto Atlantico, la cosa è più complicata, perché tutte le cose hanno sempre due facce. Uno può vedere il Patto Atlantico da un angolo di visuale ed uno da un altro; ed allora è una cosa complicatissima. Di questo io non posso parlare e mi limito a constatare una cosa importante: che la dichiarazione di pace è conforme allo spirito di tutti gli uomini.

All’amico Fabiani rispondo che, per quello che concerne la bandiera nazionale, mi dispiacque che fosse stata tolta. Perche mai l’hai fatta levare? Non dico che tu l’abbia fatto per settarismo ma, se tu l’avessi lasciata, sarebbe stata una cosa tanto più bella! Comunque la tua chiarificazione in proposito è stata veramente opportuna e buona.

Stasera, in questa prima seduta, abbiamo fatto una cosa non regolare, perché il pubblico è stato troppo movimentato, ma quest’altra volta metteremo una regola, specialmente per le donne che sono le più indisciplinate. Comunque anche questa vitalità è bella!

Abbiamo cominciato i lavori del Consiglio con un augurio di pace ed è stato bene. Abbiamo terminato i lavori della seduta con un atto pubblico di pace, votato all’unanimità e ciò mi pare profondamente augurale.

L’augurio mio a tutto il Consiglio, opposizione compresa, è che questa pace sia costruttiva e si traduca in qualche cosa da fare: le case, i provvedimenti in favore della popolazione bisognosa e tutte le altre cose di cui abbiamo già parlato.

Il profeta del nuovo personalismo. Nella concezione lapiriana risplende l’intuizione di uno Stato a misura della libertà e della giustizia umana.

Non possiamo irrigidire l’esperienza di La Pira nelle formule del cattolicesimo politico tradizionale. È stato un innovatore che ha saputo conservare l’essenziale del messaggio cristiano “mediato” nell’impegno pubblico. L’autore, docente all’Università Lateranense, traccia una linea di continuità con Emmanuel Mounier, tanto da evidenziare il carattere unitario – al di là e al di qua delle Alpi – di una proposta di democrazia “non borghese” fiorita nel cuore del Novecento.

 

La caratteristica del contributo dei cattolici alla rinascita della democrazia in Italia è emblematicamente rappresentata dalla vicenda politica di Giorgio La Pira. Tre sono le linee fondamentali di questo contributo: centraità della persona; pluralismo politico e sociale; affidamento allo Stato di un ruolo fondamentale nel superare le diseguaglianze sociali. Si tratta di tematiche che riassumono una lunga tradizione di pensiero politico che da Rosmini fino a Sturzo hanno trovato un punto di sintesi nei grandi messaggi degli anni di guerra di Pio XII, forieri degli sviluppi successivi anche in termini propriamente politici.

Queste linee di pensiero in qualche modo sono state recepite dalla Costituzione repubblicana alla quale La Pira diede un contributo basilare con l’emergenza del valore della politica. Tuttavia la prima dimensione della sua esperienza politica è collegata, secondo me, al rapporto profondo tra valori, politica e storia, con un altrettanto forte richiamo alla radice religiosa della politica, alla sua finalizazione del bene dell’uomo nella sua totalità, intesa anche come contemplazione e preghiera, votate a realizzare l’uomo nella sua più profonda dimensione. E quando parla di “architettura dello stato democratico”, La Pira non intende uno Stato clericale, ma intende che i valori evangelici sono di per se stessi il fondamento di una compiuta democrazia al servizio della persona.

Va comunque detto che tali valori religiosi non devono essere appariscenti ma implicitamente concreti nell’azione politica, perché è il cristiano che deve  renderli espliciti con la sua azione e il suo esempio. Quanta attualità di fronte a queste parole ci sovviene allorché la politica oggi sembra avvolgersi su se stessa di fronte alle sfide etiche, mentre i bisogni degli uomini restano esclusivamente “umani”, pur non restando esclusivamente materialisti. Secondo La Pira i veri materialisti sono i cristiani stessi che non diffidano della materia e non hanno timore del corpo, prestano invece a ciò la dovuta attenzione perché, del resto come ricorda il Vangelo, ”dar da mangiare agli affamati” non significa appiattire l’uomo sul bisogno fisiologico dell’alimentazione, ma compiere una atto di misericordia spirituale dal momento che lo Spirito Santo passa anche attraverso i bisogni umani da soddisfare.

La Pira ricorda in una famosa lettera a Pio XII che il politico che si impegna su questo terreno realizza il livello più elevato della sua vocazione al servizio della persona e di Dio. Per questo motivo le istituzioni ritrovano nella sua concezione politica tutta la loro importanza, la passione  tesa a gettare le basi prima nell’elaborazione della Carta costituzionale e poi nel suo servizio come Sindaco di Firenze. Creare la “casa comune” non rientra per lui in un opera seppur egregia di ingegneria costituzionale, ma vuol dire creare le premesse perché la convivenza civile possa realizzarsi nel modo più efficace. Quando la politica indica regole non esprime solo “leggi”, che sovente sono simulacri solitari, ma innerva in modo positivo il tessuto della convivenza civile, perché offre alle relazioni umane regole sicure e condivise come punti di riferimento per costruire una società giusta. Le strutture “esteriori” devono essere piegate al servizio dei valori che esprimono all’interno della coscienza dell’uomo le sue vere ragioni, tali cioè da  renderlo persona unica, irripetibile e inviolabile. Il bagaglio culturale di Giorgio La Pira evidenziava il carisma specifico dei Figli del Santo Padre Domenico, Ordine religioso nel quale entrò come Terziario “donato” e che non consiste nella sequela di un santo, bensì nella vivificazione di un ideale secondo il motto dell’Ordine “Contemplata aliis tradere”.

Non deve apparire strano quindi il modo con cui egli seppe con umile e disarmato atteggiamento impensierire anche gli alti dignitari dell’allora gerarchia ecclesiastica e turbare le certezze dei grandi della terra. La capacità profetica di La Pira non consisteva nel predire il futuro, ma nell’aver ricevuto il dono del discernimento che è proprio delle grandi vocazioni come quella domenicana. È lo Spirito santo a suggerire al profeta il modo adatto e opportuno di trasferire i valori cristiani alle esigenze della storia vigente, ma il profeta è anche apportatore di grandi novità. Il suo sguardo di studioso era sovente rivolto al passato, benché il suo animo guardasse sempre al futuro, infondendo la mai perduta speranza; ecco perché ancor oggi diciamo che fu un “profeta” con un carisma autentico che si adatta alla complessità semplice dello spirito evangelico dell’Ordine Domenicano.

Guardiamo all’orizzonte sovranazionale. Emmanuel Mounier (1905-1950) aveva anticipato quanto i cattolici democratici avrebbero realizzato nella costituzione italiana, perché aveva caratterizzato il percorso democratico secondo alcuni punti fissi: riteneva indispensabile operare la creazione di una rappresentanza diversificata e reale dei cittadini da realizzarsi attraverso una coscienza dell’interesse comune. Tale coscienza, che laicamente definiamo in scienza politica come “cultura civica”, doveva concorrere al servizio della persona che poteva così opporsi al culto indiscusso del leader a detrimento delle identità.

Il personalismo che La Pira rielabora e propone nei suoi contributi alla Costituente consiste in una operatività rinnovata del cristianesimo, lontano dal clericalismo ottocentesco e tuttavia antitetico all’agnosticismo pragmatico che porta alla dittatura del relativismo, sclerotizza il panorama politico, inaridisce la proposta politica dei partiti, senza i quali una vera democrazia non può funzionare. Quello che colpiva La Pira nel personalismo mouneriano era l’opposizione al disordine costituito, incarnato dalla falsità della democrazia borghese che non rende possibile radicare la giustizia sociale perché incapace di esprimere un alternativa al valore antipersona del capitalismo consumistico e inventando un “diritto” di proprietà assolutamente astratto, ingiusto e avverso alla dignità della persona.

La libertà è la disposizione della volontà ad attuare equilibri tra atti interni ed esterni dell’uomo ed è ciò che gli inglesi definiscono “freedom”, indicando la libera esperienza morale; la dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle virtù, come equilibrio tra indole ed atti, per cui la legge diventa ordine della convivenza, per realizzare il bene quale perfezionamento delle virtù attraverso la ragione.

La volontarietà che implica sempre l’assenza dell’ignoranza manifesta come ancora oggi non abbia funzionato la cosiddetta “opzione fondamentale”, perché attribuisce valore solo a ciò che si vuole, mentre sussiste già un implicito indirizzo al bene morale, attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni. Il personalismo di Mounier che La Pira incontra negli anni ’40 scopre e valorizza l’uomo come soggetto, attento al pericolo sempre latente di identificare il mezzo col fine, eliminando ogni possibile mediazione con esiti tradizionalistici estremi.

La Pira coglie nel personalismo l’avversione alla mediocrità, al compromesso spicciolo e soprattutto all’egoismo rappresentato dalla borghesia, mentre rafforzava l’idea di persona nella quale Mounier quanto La Pira avvertivano il respiro dell’eternità vittoriosa sul tempo e sulla storia.

In questo senso l’attualità di La Pira rappresenta ancor oggi il lucido tentativo di recuperare e saldare, superandola, la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo senza cedere alla suggestione collettivistica, evitando perciò di isolare le liberta tra di loro. E questo sforzo ha condotto nella Costituzione italiana al riuscito collegamento etico di tutte le libertà, non limitandosi a riconoscerle, bensì unendole all’insegna dell’eminente libertà dell’uomo,mperché uno stato democratico ha il compito di ordinarsi in tal modo da agevolare il libero sviluppo interiore ed esteriore della persona.

Di conseguenza la comunità nazionale non è un assoluto ma fa parte organicamente della comunità internazionale che immunizza ogni tentativo sovranista e ogni tentazione di ricorrere alla violenza per risolvere le controversie. L’attualità dell’opera di La Pira emerge nella costruzione della pace per cui il naturale referente non è neanche più lo Stato, semmai il tentativo di recuperare il senso profondo della civiltà umana e il valore etico e spirituale della comunità civile, perché soltanto dall’incontro tra ”civilitas” e “civitas” si potrà pervenire ad un mondo di giustizia e di pace in nuovi rapporti di solidarietà tra gli uomini. L’obiettivo è costruire la pace operando sul piano della formazione delle coscienze, ma anche delle istituzioni in cui la politica si svolge, attraverso la pratica della giustizia nata dalla fraternità.

Un passo verso la modifica dei Trattati. Occorrono linee strategiche e scelte coraggiose per il futuro dell’Europa.

La Conferenza non ha il potere di incidere direttamente sui Trattati. C’è da osservare, però, che uno sforzo di chiarificazione e lungimiranza può determinare l’avvio di un’operazione politica in grado di produrre i necessari cambiamenti, avendo di mira obiettivi concreti.

 

La Conferenza sul futuro dell’Europa, s’è detto, è un’occasione da non sprecare. Pertanto, deve avere il coraggio di affrontare i temi-cardine della costruzione comunitaria. Quanto meno è importante che questo appuntamento li discuta, ponendoli in agenda. La logica con la quale deve operare dev’essere sovranazionale, non nazionale: solo così si possono affrontare questioni che altrimenti rimangono imprigionate nella rete di interessi locali e quindi nella possibile concorrenza sleale fra Stati.

Detto in un precedente articolo del tema a mio avviso principale, la politica estera, occorre non tralasciarne un secondo, assolutamente essenziale. La politica fiscale, come ci è stato spiegato più volte dalla Storia, è la base di uno Stato, insieme al controllo della forza. E’ del tutto evidente che le distorsioni esistenti in argomento all’interno dell’UE non depongono in favore della sua unità e anzi ne minano alla radice ogni possibile sviluppo. Anche in questo caso la regola dell’unanimità – altro punto assai problematico – consente ai Paesi che sulla fiscalità molto vantaggiosa per le aziende, in particolare le multinazionali, hanno impostato la propria politica di crescita economica (Olanda, Irlanda, Lussemburgo…) di impedire qualsiasi ipotesi di riforma.

Una qual certa armonizzazione dei sistemi fiscali nazionali è però necessaria. Ovvero, al pari che nei sistemi federali una differenziazione nei regimi tributari nazionali è certo accettabile, comprensibile. Ma non oltre certi limiti. Altrimenti ci si trova di fronte a fenomeni di concorrenza scorretta fra Stati su un terreno che da fiscale diviene di competitività economica.

Ora l’idea americana ripresa dal recente G7 di introdurre una tassa minima globale sui profitti delle grandi multinazionali correlata alle vendite effettuate in ogni singolo Paese (al di là della loro effettiva presenza fisica nel medesimo) costituisce un passo significativo che l’UE non potrà non considerare quale utile stimolo: e infatti la Commissione ha recentemente presentato un Piano d’azione da adottare entro il 2023 teso a far sì che l’Unione disponga di “un unico codice di regole dell’imposizione delle società, che fornisca una più equa ripartizione dei diritti di tassazione tra gli Stati membri”. E questo è un esempio che per quanto accidentato anche il terreno fiscale non è impercorribile.

La Conferenza non ha fra i suoi compiti quello di modificare i Trattati, si dirà. Vero. Ma fra i suoi obblighi politici ha quello di porre le questioni di fondo che porteranno alla loro necessaria modifica. Il futuro della UE, infatti, passerà da lì.

Quali scenari per la ripresa post pandemia?

Abbiamo di fronte uno scenario che impone di discernere con esattezza gli elementi di crisi, ancora forti malgrado le politiche di soccorso pubblico, dalle opportunità nascoste nelle pieghe di una società dinamica, malgrado tutte le difficoltà. Lo sviluppo, nelle sue nuove forme, richiede l’adozione di un codice di rigore e competenza, contro ogni illusoria seduzione del facile assistenzialismo.

 

Mentre ci si appresta a riaprire, è doveroso cominciare a chiedersi quale società avremo dopo la fine dell’epidemia, sapendo che gli esiti delle crisi non sono scontati e dipendono in grande misura dalla politica, ossia dalla capacità delle classi dirigenti di creare consenso sulle cose da fare. Anche se ogni parallelismo è assolutamente improprio, è utile ragionare sulle grandi differenze che caratterizzarono il primo e il secondo dopoguerra. Dopo la prima guerra, ci fu un lungo periodo segnato da instabilità, sfociata in protezionismi, nazionalismi, dittature e in ultima analisi nella seconda guerra, dove dopo, si è avuto il più lungo periodo di pace e progresso economico per il più gran numero di nazioni nella storia dell’umanità.

Come ha scritto Barack Obama in un famoso articolo sull’Economist del 2016, malgrado i tanti conflitti e le tante diseguaglianze, non c’è mai stato un periodo storico in cui vi siano state così poche guerre, così tanta libertà e così tanto benessere diffuso. Da cosa dipendono esiti tanto diversi? In parte – non c’è dubbio – da condizioni oggettive, quali ad esempio il fatto che nel secondo dopoguerra l’ordine mondiale era assicurato dal prevalere di due superpotenze nucleari: il cosiddetto equilibrio del terrore. In gran parte, però dipende anche dal fatto che le classi dirigenti del dopoguerra avevano ben presenti i drammi a cui avevano portato le scelte o non scelte del periodo fra le due guerre. Anche i popoli sembra avessero capito la lezione; esplose, in Italia e in molti altri paesi, la voglia di ricostruire e questa voglia sfociò poi in uno sviluppo straordinario e largamente autopropulsivo, ossia dovuto alla laboriosità e all’inventiva di milioni di persone.

Non sappiamo quale scenario prevarrà dopo la crisi da covid-19, ma sappiamo che non mancano segnali preoccupanti perché ben prima dell’epidemia avevamo assistito alla crisi della cooperazione internazionale, alla sostanziale rottura dell’alleanza atlantica, alla fine del multilateralismo, all’esasperazione di tanti conflitti locali, alla crescita dei nazionalismi. Da molti anni ormai, in quasi tutto il mondo, si erano rafforzati partiti o leader populisti, che tendenzialmente rifiutano i principi della società aperta e della democrazia liberale. In gran parte, questi sono i frutti avvelenati della crisi finanziaria del 2008-2011. La pandemia può accentuare queste tendenze negative. Può prevalere la chiusura per timore di altre pandemie; si possono rafforzare le democrature, sfruttando i poteri speciali che già oggi sono in vigore in oltre 80 paesi; si possono accentuare le tendenze più negative dello statalismo economico, nel senso che oggi si danno gli aiuti e domani si cercherà di condizionare e lottizzare le imprese.

Infine, sarà molto complicato uscire dalla logica dei sussidi se non rimettiamo in moto l’economia, generando politiche di sviluppo e crescita che tutelino i posti di lavoro, investendo su infrastrutture salute e competenza. I rischi ci sono, è essenziale mantenere l’ancoraggio all’Europa, respingendo la logica perdente del sovranismo che continua a mostrare tutti i suoi limiti. Non dimentichiamo mai che è per questa logica sovranista che alcuni Paesi in Europa non volevano concederci gli aiuti. Sono gli amici dei sovranisti italiani, che fanno male all’Italia prima ancora che all’Europa.

Noi possiamo crescere come Paese solo se aiutiamo le nostre imprese a confrontarsi sul mercato mondiale, perché il progresso nasce sempre dalla competizione e dal confronto. È la libera circolazione delle idee che rende possibile quella delle merci e dei prodotti, come dimostrano tutte le collaborazioni che già esistono tra le aziende italiane e quelle europee e mondiali. Per cui se da un lato dobbiamo approntare enormi aiuti alle imprese, necessari perché sopravvivano a questa terribile crisi, dall’altro dobbiamo rafforzare sempre di più politiche che portino in Europa la necessità di dare priorità alla crescita, rilanciando il mercato unico e pensando a un disarmo bilanciato fra paesi sugli aiuti di Stato, affinché il gioco sia ad armi pari. Altrimenti, prevarranno sempre le imprese degli Stati più forti e con meno debiti mentre gli altri vivranno in uno stato di rincorsa perenne e non si sentiranno mai di poter appartenere pienamente a un processo di crescita condiviso.

Per parte nostra, dobbiamo essere chiari e sapere che abbiamo il compito di lavorare per superare i problemi storici del nostro sistema produttivo – il nanismo delle imprese e l’insufficiente investimento in ricerca – e al tempo stesso orientare lo sviluppo nel senso delle sostenibilità sociale e ambientale: ciò può e deve essere fatto senza cadere in tentazioni dirigiste o in forme di protezionismo aperto o strisciante che hanno fatto il loro tempo e, soprattutto, finirebbero per indebolire, anziché rafforzare, le nostre imprese. Dobbiamo trasformare questo momento di difficoltà in una opportunità per il futuro.

Il futuro del Paese intero.

Augusto Gregori Segreteria PD Lazio – responsabile industria, commercio, artigianato e turismo

Giampaolo Galli Osservatorio CPI (Conti Pubblici Italiani) Università Cattolica

Centro, ora serve il salto di qualità. Basta con i vaniloqui e le manifestazioni oniriche.

Bisogna riconoscere con realismo, seppure con una punta di amarezza, che le varie iniziative neo-centristehanno scontato finora un tasso troppo alto di superficialità e inconcludenza. Talvolta si cade nel vaniloquio. Esiste tuttavia una volontà diffusa che  muove dalla esigenza di una politica di centro, dando perciò nuova linfa alla domanda di un partito adeguato a rappresentare questa volontà. Se non ora, quando?  

Quando si parla di centro, di partito di centroe di una politica di centro, una sola cosa è quasi scientificamente certa. E cioè, le innumerevoli sigle – o presunti partiti o movimenti politici che sono decollati allinterno di questarea – che nascono a grappoli sono elettoralmente del tutto insignificanti e politicamente puramente testimoniali. Salvo per i vari promotori delle medesime, com’è giusto e comprensibile che sia.

Ma perchè sono elettoralmente insignificanti e politicamente testimoniali? Per un motivo che ormai conosciamo da circa 20 anni. Ovvero, si tratta appunto di sigle che, di norma, riflettono la sacrosanta e giustificata voglia di protagonismo dei singoli promotori delliniziativa e che sono destinate – almeno così è stato per quattro lunghi lustri – a scontrarsi prima o poi con la realtà. Cioè con le dinamiche concrete della politica e con le incombenze politiche, organizzative, finanziarie e gestionali che il decollo di un partito richiede e quasi impone.

Certo, nessuno – com’è altrettanto ovvio e scontato – mette in discussione la buona volontà e la passione dei singoli promotori di queste svariate, molteplici e sempre più numerose sigle politico ed elettorali. Ma la notizia principale di queste innumerevoli sigle, di norma, non è il percorso concreto e il progetto politico che le caratterizza. No, la notizia è solo quando nascono perchè si dà già per scontato che cammin facendo lepilogo è già scritto e, di conseguenza, dopo un certo periodo tramontano a vantaggio di altre e la ruota instancabilmente continua a girare.

Ora, senza indugiare ulteriormente su queste sigle virtuali, quello che merita di essere ricordato e approfondito è che ormai ci sono tutte le condizioni politiche, culturali, programmatiche e forse anche ambientali affinchè una politica di centroseria ed autentica decolli attraverso un soggetto politico organizzato. Certo, com’è altrettanto ovvio, superando le centinaia di sigle virtuali che campeggiano qua e là nel panorama politico ed associativo italiano. Prevalentemente nellarea cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica. Ci sono anche le condizioni ambientali perchè il seppur lento ma ormai irreversibile declino della spinta populista, demagogica, anti politica, giustizialista, manettara e antiparlamentare dei 5 stelle spinge inesorabilmente ad un recupero di quelle categorie che da sempre qualificano e caratterizzano una politica con la P maiuscola. Ovvero, partiti politici organizzati e democratici, importanza delle culture potliiche, ricetta riformista, cultura della mediazione, senso dello Stato, rispetto delle istituzioni democratiche, rifiuto della radicalizzazione della lotta politica e, soprattutto, competenza della classe politica ed amministrativa.

Ecco, appunto, elementi esterni, estranei e incompatibili con la cultura, la politica, la strategia e limpostazione del movimento 5 stelle. Altrochè perseguire e costruire, come pensa il prode Letta, una alleanza storica, organica e addirittura strutturale con un partito del genere.

Ma per tornare al centro adesso, però, serve un colpo dala. O meglio, uno scatto in avanti. Occorre lavorare alacremente e convintamente per costruire e consolidare in vista delle prossime elezioni politiche un soggetto politico reale, e non virtuale o puramente testimoniale, capace di interpretate e di declinare una vera politica di centroin un altrettanto vero partito di centro. Questo è limpegno concreto, adesso, a cui nessuno di noi può sottrarsi nel momento storico che stiamo vivendo. E quindi, riunificare – chi è disponibile e convinto, come ovvio – le centinaia di sigle che sono nate sullonda della passione e della buona volontà dei vari proponenti, allargare il campoad altre culture e altre esperienze che si riconoscono, comunque sia, in una politica di centroe, soprattutto, individuare un federatoreche sia il punto di riferimento politico di questa galassia. Non un capo, come ovvio, ma un leader che riassuma questa tensione culturale e questa progettualità politica in una organizzazione democratica, plurale, riformista e moderna.

Questo, a mio avviso e non solo, è la vera priorità in questa fase politica per tutti coloro che credono ancora che la politica italiana non possa essere gestita e padroneggiata dai vari populisti sparsi e presenti tanto a destra quanto, e soprattutto, a sinistra. Verrebbe da dire, scherzando, se non ora quando?

MicroMega vuole l’abolizione del Concordato? Rispondo con un secco no. Ci vuole rispetto per la storia, prima che per la Chiesa. Lettera aperta.

Deve essere chiaro che la libertà di pensiero e di parola non può essere un diritto che vale per tutti, ma non per la Chiesa. Poi si può anche riconoscere che la recente Nota vaticana poteva essere assorbita entro una diversa iniziativa, più articolata, affidandone la responsabilità (ancora) alla Cei. Resta il fatto però che raccogliere le firme contro il Condordato è un errore.


Circa
70 associazioni, in prevalenza cattoliche ma tutte “[…]educate al rispetto dellassoluta dignità di ogni persona, qualunque siano le sue condizioni e i tratti specifici…”, hanno inviato una lettera aperta ai senatori italiani per sollecitarli a rivedere il ddl Zan, in quanto al suo interno ci sono ben “…7 punti illiberali…di segno anticostituzionale” .                        

È un gesto importante perché, tra le altre cose, fa capire che questo  associazionismo di società civile ancora esiste: Tocqueville ne sarebbe felice! Si è fatto vivo in ritardo, ma si è fatto vivo. Succede però che questa lettera si raccordi in qualche modo con la raccolta di firme promossa dal MicroMega per l’abolizione del Concordato. Un invito a firmare motivato dal fatto che il Vaticano ha trasmesso una Nota informale allo Stato italiano per lo stesso motivo. L’obiettivo, alto e solenne, che si pone MicroMega è quello di eliminare una volta per tutte il Concordato. E di  far capire una volta per tutte, che il Vaticano si deve fare i fatti suoi. Deve starsene zitto e silenzioso, chiuso per sempre dentro le sue mura. Ho ricevuto anch’io, via social, l’invito a firmare per labolizione del Concordato enon mi sono potuto trattenere di inviare la risposta che segue.

Lettera aperta

Carissimi amici di MicroMega, nel recente passato mi sono più volte avvicinato alla vostra Rivista che ho sempre trovato interessante, quandanche strapiena di un ricercato  illuminismo razionalista per intellettuali atei addetti ai lavori. Il che non è un peccato, intendiamoci: la mia è solouna constatazione. 

Vi seguo  con interesse  critico, anche su MicroMega.net. Proprio per questo avverto il bisogno di darvi sommessamente un consiglio. Raccogliamo questa volta anche le firme  per abolire oltre al Concordato le Leggi  27/3/1861 e 3/2/1871, con cui venne deciso che Roma fosse capitale d’Italia. Cavour ha toppato! E la Francia…oggi in mano “all’antieuropeista, orbanista e nazionalista” Macron, non ci  può dare nessuna mano per mantenerla capitale.

Roma è sporca. Inquinata e mal gestita. Infiltrata dalla mafia. Piena di immigrati. Dimentichiamoci di Garibaldi ecancelliamo Raffaele Cadorna e Nino Bixio, anche loro precipitosi e inopportuni con  la Breccia di Porta Pia. Quella Porta e il suo ricordo storico sono da eliminare. Costruiamoci sopra  un grattacielo. Dai…ritorniamo a Torino. Ma no….meglio Firenze, è più centrale.

Finisco di scherzare. E vi sollecito una riflessione seria  sul  Concordato e sulla ultima vostra raccolta di firme per abolirlo. Non è  la prima volta che si raccolgono firme con questo intento. E sono state presentate in un passato non tanto lontano diverse proposte di legge per lo stesso motivo, che, grazie a Dio, non hanno avuto seguito.Esprimo allora una mia solitaria opinione. Vedete, il Concordato non è da valutare come un mero e banale  contratto notarile siglato tra uno Stato laico e la Chiesa cattolica per spartirsi alcuni beni, assegnare e separare alcuni (minimi) diritti, e conferire libertà di pensiero e di parola. O, peggio,  come potere di intervento pontificio sulla piena autonomia del nostro Parlamento, che tale rimane. Oppure  per interferire sul ddl Zan, e sulla “…discussione fra cittadini liberi e uguali nello spazio pubblico attorno a una legge della Repubblica, come voi asserite.

Mi riferisco invece al Concordato come avvenimento” che ha segnato la storia d’Italia, anche se stabilito e firmato nel periodo più buio e triste del nostro Novecento. Fu rivisto, come è noto, nel 1984 con Craxi e Casaroli, con una filosofia di fondo che bene espresse Virginio Rognoni a riguardo di ciò che la firma implicava per la Repubblica italiana:...Uno Stato neutrale – diceva Rognoni in Aula – ma non indifferente rispetto alla rilevanza sociale del fenomeno religioso, che non fa una propria scelta di fede ma tiene conto delle ispirazioni ideali della comunità; che non può prescindere dallispirazione delluomo a vivere la propria testimonianza religiosa nella dimensione sociale, nella libertà individuale e collettiva.

Mettetela  allora come volete. C’è al fondo del Concordatouna questione antropologica e culturale, non riferibile necessariamente alla millenaria tradizione religiosa del nostro Paese, che va oltre (o viene prima) degli aspetti strettamenti giuridici relativi ai rapporti tra Stati sovrani. E se a me dispiace molto, per non essere frainteso nella mia difesa, che nel primo Concordato ci sia di mezzo un dittatore come Mussolini, non mi dispiace affatto, invece,ricordarvi che i Patti Lateranensi e l’art. 7 della Costituzione sono parti essenziali della storia italiana – solo e soltanto italiana la cui richiesta di cancellazione appare un gesto assai poco convincente.

Non spetta a me insistere su questo punto, ma spero che  gli storici e gli stessi studiosi di diritto costituzionaleintervengano per chiarire meglio l’importanza storica deiPatti. Essi concludono mille anni circa di vicissitudini e contraddizioni dello Stato pontificio, con tutte le implicazioni per la Chiesa e il suo impegno pastorale nel nome del Vangelo; concludono, cioè, anche quelle tensioni soggiacenti ai rapporti con lItalia unita, tanto che come alto documento giuridico necessitano di essere semmai interpretati bene e gestiti  bene, con moderazione e rispetto reciproco dalla nostra classe politica, dal nostro Parlamento, come pure ovviamente dalla Gerarchia ecclesiastica.

Del resto, sono stato anch’io tra i tanti cattolici a prendere le distanze dall’intervento della Segreteria di Stato sul ddl Zan. Intervento inedito e, data l’autorevolezza della fonte, inusuale nella forma. Il motivo del dissenso è stato semplice: la Chiesa, a mio avviso, doveva riflettere molto prima di consegnare una Nota con quella rilevanza istituzionale. Altre erano le strade da seguire per affermare alcuni legittimi valori, sui quali si può anche non essere d’accordo, ma per i quali il nostro Stato liberale e democratico garantisce, in base all’art. 21 della Costituzione, piena libertà di pensiero. A meno che questo articolo non valga solo per i cittadini italiani, essendo gli “stranieri”, a discapito del Concordato, privati della suddetta libertà. E il seguito mediatico che ha avuto per giorni e giorni, anche in ordine al dibattito se il Papa fosse o meno informato, dimostra l’importanza e singolarità della presa di posizione. Con l’appendice di qualche parroco oltranzista (e direi pericoloso) che l’ha subito fatta propria e difesa con toni bellicosi, sin dentro l’omelia.  

Altre erano le strade da percorrere. Altro era il ruolo – assente – del laicato cattolico. Altro il silenzio assordante dell’associazionismo cattolico (che si è fatto vivo con colpevole ritardo) e dei partitini e sigle che si autodefiniscono cattolici, come ha sostenuto  e scritto un mio amico. E altre erano, e rimangono, le mediazioni laiche e di buon senso ancora  possibili. Ma non c’è invece alcun dubbio, che nella Nota non si esercita nessunissimo “…potere di ingerenza della Chiesa cattolica nella vita dello Stato italiano”, perché rimane, appunto, una Nota: un “…breve appunto, per lo più provvisorio, nel quale si concreta un’osservazione o una informazione” dicono i  Dizionari. E non c’è nessuna volontà di interferire e inserirsi  sulle totali  libertà dello Stato laico italiano. Che era, è e sarà libero di fare quello che pensa sia giusto fare. Con lapparente paradosso che oggi, proprio un autentico cattolico come Enrico Letta difenda con insistenza, nel suo ruolo di segretario del PD, il ddl Zan.  

La  Chiesa non gode di alcun  “privilegio”, ma solo come “straniera in casa” dellart.7 e soprattutto, come dicevo, dell’art. 21 della Costituzione. Quest’ultimo  trasformato precipitosamente in Atto di quelle dimensioni,discutibile ma non inficiante il libero e legittimo diritto di parola. 

Non giustifica lunione familiare che porta alla condizione di figli con due uomini o due donne come genitori? Non accetta la pratica dellutero in affitto? Non apre al riconoscimento del matrimonio tra coppie omosessuali? Ecco, ci sono milioni di italiani, atei e agnostici, che condividono o apprezzano il punto di vistadella Chiesa. Il che non vieta il rispetto verso chi la pensa diversamente e si comporta perciò diversamente. Un rispetto civile e sociale che si nota in particolare proprio tra i fedeli attenti alle ragioni dell’altro e del diverso, che hannocioè nel proprio dna il sentirsi “Fratelli tutti”, e dunque sono antisovranisti per definizione e antirazzisti per lessere nel mondo come “imbarcati sulla stessa barca”. E chi afferma il contrario non racconta il vero: guarda il dito del ddl Zan e non guarda la luna dei valori cristiani.

Dunque, un interventoquello della Chiesache ha registrato le obiezioni di studiosi e costituzionalisti cattolici, e perfino di qualche teologo. Per questo sono e rimango persuaso che attraverso quella Nota si eserciti soltanto una piena e incondizionata libertà di pensiero, del resto valore portante e centrale della cultura liberale e democratica di MicroMega. Non penso, nella sostanza, che lintervento debba essere ascritto a volontà di interferire sulle vicende dello Stato italiano. Si tratta del diritto di esprimere la propria opinione in una materia che coinvolge e interessa i valori e i principi fondamentali della stessa Chiesa, la sua Dottrina morale e sociale, il suo Magistero. Semmai verrebbe da chiedersi perché non sia stata attribuita alla Cei, in quanto radicata nelle diverse realtà territoriali locali e in quanto suo precipuo e definito compito, la responsabilità di adempiere a un richiamo più solenne e impegnativo, pur dopo altri (vani) richiami già fatti nel recente passato. In ogni caso, a parte i necessari e opportuni distinguo, la Chiesa ha pieno diritto di pronunciarsi su un argomento che mette sotto i riflettori  alcuni dei cosiddetti valori di civiltà. 

Valori e principi che se difesi con moderazione e garbo, senza urlare e offendere, senza fare cortei stradali cantando su camion addobbati, o incontri di piazza con sbandieramenti, balletti e sit-in, senza inveire e provocare, e…senza raccogliere firme, trovano una sponda in un larghissimo  mondo laico che benché secolarizzato, areligioso e ormai assente dalla messa domenicale, rispetta e comprende il mondo Lgbt, pur non condividendone, come dicevo, alcune  cose. 

Tocca poi alle libere e laiche  istituzioni democratiche dello  Stato italiano tenerne o non tenerne conto. Motivando in punta di diritto concordatario, in piena libertà a tutela della propria autonomia, se qualcosa del ddl Zan potrebbe essere cambiata. Ma la raccolta di firme adoperiamola per altri argomenti, forse molto più seri per il futuro che ci attende, e che attende i nostri figli e nipoti. Lasciamo però in pace la Storia, se ricordiamo ancora i motivi per cui “…non possiamo non dirci cristiani”. E, per favore, lasciamo perdere, cari amici di MicroMega, i presunti “…cittadini più uguali degli altri”.

Conversazioni sull’etica dell’informazione. Un libro appena uscito aiuta a dipanare la matassa della comunicazione ai tempi delle fake news.

L’abstract con cui – sul proprio sito – la casa Editrice Armando presenta il libro è davvero un incipit adeguato all’analisi socio-culturale che gli autori sviluppano con linearità e coerenza, restando fedeli ai temi che sono sottesi ad un titolo tanto connotativo quanto efficace e decisamente impegnativo, come essi stessi spiegano:  “è ciò che abbiamo tentato di fare in questa lunga conversazione, convinti che solo attraverso una comunicazione che si fa dialogo e una informazione fondata, chiara e a tutti accessibile sia possibile capirci e convivere. Il tema della convivenza sostenibile tocca presente e futuro e  riguarda il rapporto tra progresso e natura, i conflitti generazionali, i beni comuni, le compresenze interculturali e il loro rispetto, ma anche l’uomo al cospetto di un mondo interconnesso e digitalizzato.

L’introduzione di Giampiero Gamaleri, Ordinario di sociologia della comunicazione ed ex Consigliere di amministrazione della RAI, mette a fuoco gli ambiti e gli argomenti considerati nel testo, partendo proprio dall’incidenza delle nuove tecnologie comunicative,  così come la conversazione con il sociologo Franco Ferrarotti, che fa da appendice al libro, li completa con sapienti richiami all’etica weberiana, alla distinzione tra comunicazione, informazione e sua deformazione, globalizzazione fagocitante e difficile sopravvivenza dell’io e del noi nelle relazioni umane, alla confusione non sempre ingenua o casuale tra reale e virtuale,  attinti dai tre capitoli di cui si compone il saggio di Mastrofini e Angeloni, impostato in forma colloquiale, con domande problematizzanti e risposte aperte, che evitano in modo lungimirante posizioni preconcette e dogmatiche.

Possiamo affermare che ci troviamo di fronte ad un testo che considera le evidenze pulsanti di questa epoca ricca di opportunità ma spesso prigioniera di molte, latenti o palesi contraddizioni , come le fake news, la distorsione dei flussi comunicativi, i condizionamenti che forgiano le opinioni, in un contesto sempre più vasto dove la verità è plurale e sfuggente, soggettiva o conculcata, predeterminata sotto forma di luoghi comuni messi in circolazione, come in un gioco semiserio di simulazione e dissimulazione, di punti di vista alternativi, sovrapponibili, manipolabili o intercambiabili.

Al punto che diventa quasi terapeutica e necessaria la ricerca del silenzio, come luogo di riflessione e di ripensamenti, di uso del pensiero critico e di vaglio delle responsabilità connesse all’uso e all’abuso delle parole.

In questa sontuosa e autorevole cornice si racchiude e si inquadra il lavoro degli autori, un giornalista che risponde ad un insegnante, denso di significanti e di significati, impostato con raro rigore metodologico ed epistemologico, sotto la forma colloquiale di una “conversazione”, con quesiti che sollecitano risposte aperte e foriere di ulteriorità e di esplicitazioni, come in una sorta di fermo immagine sequenziale rispetto ad alcuni, importanti interrogativi del presente ai quali non ci si può sottrarre. 

In un libro che si occupa di comunicazione, informazione, relazioni interpersonali, anche considerando la preponderante dimensione tecnologica e l’avvento delle logiche computazionali proprie della dilagante digitalizzazione, l’esordio non può non riguardare la parola, in tutta la sua ricchezza semantica e simbolica.

Si parte dal linguaggio come forma alta di interlocuzione e si scopre la differenza che distingue l’informazione – settoriale, specifica, on-demand, individuale – dalla comunicazione, come fenomeno massivo, allargato, ecumenico, planetario.

Ma – per seguire l’ispirazione tematica del libro senza duplicarla – si potrebbero invertire i significati attribuiti ove si considerasse l’informazione un dovere puntuale di dare risposte adeguate e circostanziate, responsabilizzanti rispetto ai comportamenti da assumere e si pensasse alla comunicazione nella sua accezione generalista, indefinita, globalizzante, tambureggiante, persino ansiogena. Si pensi alla politica e alle istituzioni rappresentative della democrazia e si rifletta sulle responsabilità connesse all’esercizio del potere legittimo: il richiamo costante del libro è all’etica che sottende l’esercizio della responsabilità. 

Si potrebbe aggiungere – in tema informativo, comunicativo e finanche educativo – quanto sia importante sommare la solidità rassicurante della ‘competenza’: non c’è etica della responsabilità senza possesso di una adeguata competenza, l’interconnessione tra i due requisiti è di tutta evidenza, basta capacitarsi di ciò che accade intorno a noi.

Particolarmente interessante in questo capitolo il riferimento agli studi di Herbert Paul Grice sulle teorie di una comunicazione ‘ecologica’ interpersonale, che faciliti la comprensione di significato e significante, assai utile se declinata nei linguaggi propri dei social e dei media. 

Nel secondo e nel terzo capitolo si prende in considerazione rispettivamente la verità/falsità delle notizie e  l’aspetto etico nel vasto territorio della comunicazione, con particolare approfondimento sui doveri del ‘professionista dell’informazione’: decisamente importante la puntualizzazione d’esordio in ordine all’etica della responsabilità e all’etica della convinzione, con il riferimento quasi obbligato a Max Weber. 

Nel contesto della conversazione su questa ampia tematica è decisamente significativo il passaggio che pertiene la libertà di stampa, i doveri deontologici nell’esercizio della professione del giornalista, la qualità dell’informazione e la scelta di “dire sempre ciò che a noi appare essere la verità”, espungendo la menzogna dalla notizia e immaginando una relazione comunicativa che tenga conto dei livelli di emotività suscitati nei lettori. Insomma, usando le parole del libro…”L’etica nella comunicazione è fatta di scelte ideali e scelte quotidiane”.

Questa parte del testo è una vera e propria disamina dei doveri del professionista dell’informazione, decisamente opportuna se consideriamo che molto spesso l’etica che la sottende viene elusa e superata da interessi di tipo commerciale (vendere più copie di un giornale, guidare i sondaggi, catturare, distorcere o manipolare la notizia e farlo per primi, sforare i limiti di una comunicazione completa, vera ma recepibile dai lettori):  e qui mi piace ricordare che già ne parlava Ennio Flaiano quando definiva i giornalisti  come “i cuochi della realtà”.

L’etica, il senso del dovere, la consapevolezza del peso e dell’orientamento di opinione che una informazione mal gestita potrebbe suscitare è una preoccupazione costante, alta e nobile, sempre presente nella trama del libro, ora come focus dell’argomentare ora come preoccupazione morale sottotraccia che tuttavia affiora, imponendosi, tra diritti e doveri, privacy e trasparenza, codici espressivi e linguistici adeguati, nell’ottica di una informazione definita ‘ecologica’ . 

Si tratta di una ecologia olistica che riguarda tutti gli aspetti del vivere in una dimensione planetaria: gli autori la definiscono infatti  ‘Bioetica dell’Informazione e della Comunicazione Globale’.

Inevitabile e conseguenziale è il passaggio che considera la crisi pandemiche e le sue conseguenze: per la vita, l’economia, l’equilibrio emotivo e mentale. Certamente gli autori hanno letto David Quammen e il suo Spillover e sono consapevoli di quanto non fossimo preparati ad uno tsunami planetario di questa portata, da cui emerge la debolezza dell’uomo, la forza reattiva della natura che stiamo consumando in nome di un progresso sul quale dovremmo interrogarci più spesso.

L’ubriacatura tecnologia e la distruzione ecosistemica del pianeta impongono una pausa di riflessione.

Non c’è comunicazione autentica, non ci sono relazioni interpersonali gratificanti se non si persegue un equilibrio tra sé e gli altri, non si coltiva l’armonia della natura come mater magistra dei nostri comportamenti, a volte dissennati. E la chiusa del libro chiama sul proscenio del mondo i valori del Cristianesimo e gli insegnamenti della Chiesa Cattolica: molto bello e opportuno il richiamo all’enciclica ‘Laudato sì’, per dire che la strada è indicata, anche partendo dall’uso delle parole che dobbiamo scegliere e usare per scoprire che comunicazione vuol dire reciprocità, per condividere ed apprezzare il dono incommensurabile della vita.

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Gli autori

Fabrizio Mastrofini Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha già pubblicato diversi libri su tematiche ecclesiali e sulle problematiche legate ai mass media, tra cui : Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).Vive e lavora a Roma. Capo Ufficio stampa della Pontificia Accademia per la Vita , Presieduta da S.E. Mons. Vincenzo Paglia.

Angelo Angeloni è insegnante di Letteratura italiana in un liceo romano. Ha collaborato con “Paese sera”, «Nuovi argomenti» e «Avvenimenti». Autore di programmi radiofonici, oggi collabora con le riviste «Cultura e libri» e «Tempo presente».Ha pubblicato tra gli altri “Conversazioni con la sociologia” interviste a Franco Ferrarotti” (Armando, 2017) , “Conversazioni con le religioni abramitiche” (Armando, 2019″ . “Giulio Ferroni- Conversazioni sulla letteratura” (Armando, 2019).

“Il gusto del futuro” da non tradire. Il Pnrr tra giovani, formazione e lavoro. L’editoriale di “Comunità di Connessioni”.

Le politiche attive del lavoro sono un cardine della strategia europea. In particolare, linvecchiamento della forza lavoro non può trascinare con sé linvecchiamento delle competenze. Occorre un impegno per tutto larco della vita.

Un pocome un surfista che si prepara a cavalcare la cresta dellonda, quando lacqua inizia ad incresparsi, così lItalia scalda i motori per la ripartenza con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presentato dal governo Draghi e recentemente approvato in via definitiva dalla Commissione Ue.

 

Sono oltre 200 i miliardi in arrivo da adoperare per lattuazione dei programmi presentati nelle cinque missioni, che costituiscono le tappe della ricostruzione. Tra i tanti temi affrontati non potevano mancare la formazione e il lavoro, ormai due facce della stessa medaglia, che toccano trasversalmente gran parte dellimpianto del Pnrr. La centralità di questi pilastri si denota, tra gli altri interventi, nellingente somma riservata allo sviluppo degli ITS (Istituti Tecnici Superiori), il sistema di formazione professionale terziaria, parte della quarta missione Istruzione e ricerca, di cui si sta discutendo alla Camera per la ridefinizione della missione e lorganizzazione del sistema.

 

Con 1,5 miliardi messi a disposizione, si ambisce ad aumentare il numero di iscritti a questi percorsi, a potenziare i laboratori con tecnologie 4.0, a formare i docenti perché siano in grado di adattare i programmi formativi ai fabbisogni delle aziende locali e a sviluppare una piattaforma digitale nazionale per le offerte di lavoro rivolte agli studenti in possesso di qualifiche professionali, così da favorire lincontro tra domanda e offerta. Cifre che sembrano essere un primo passo per la svolta.

 

LItalia, ad oggi, è il fanalino di coda in Europa per numero di persone che vengono formate in questi istituti. A fronte degli attuali 18 mila iscritti in 110 fondazioni ITS nel Bel paese, la Germania forma tecnici superiori in numeri di circa 800 mila ragazzi e la Spagna circa 450 mila. Il premier Mario Draghi aveva già sottolineato limportanza di queste realtà, nel discorso programmatico al Senato, considerandoli come una pietra angolare del sistema formativo anche per favorire lingresso dei giovani nel mercato del lavoro (circa l80% dei diplomati tecnici superiori è occupato entro 12 mesi dalla conclusione del percorso di studi).

 

Senza nulla togliere alla formazione terziaria tradizionale, gli ITS svolgono una funzione complementare a quella universitaria per la costruzione di profili professionali coerenti alle esigenze reali delle imprese locali, grazie alla possibilità che queste hanno di collaborare attivamente alla progettazione dei percorsi e di far parte di vere e proprie reti territoriali.

 

Ma non finisce qui. Nel pacchetto di 6,01 miliardi riservati alle politiche attive del lavoro e sostegno alloccupazione nella quinta missione Inclusione e coesione, una quota di 600 milioni viene messa a sostegno del sistema duale nellambito dellistruzione e della formazione professionale. Al centro ci sono lapprendistato e lalternanza scuola lavoro rafforzata. Un segnale inequivocabile di come questo modello di apprendimento e di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, basato sullalternarsi di momenti in aulacon momenti in contesti lavorativi, rappresenti sempre più una bussola per leducazione, listruzione e la formazione integrale dei giovani.

 

È infatti attraverso queste esperienze, e allo sviluppo congiunto di competenze hard e soft, che è possibile maturare un saper faree un saper esserefondamentali per tutto larco della vita professionale. La complessità” della nostra epoca, come scrive Edgar Morin, è caratterizzata da una velocità fulminea con cui le competenze tecniche diventano obsolete, facendo rimanere in partita solo chi è in grado di imparare ad imparare continuamente, aggiornando le proprie conoscenze in una prospettiva di lifelong learning.

 

Già nel 2015 unindagine di Unioncamere aveva rivelato come per il 78% degli imprenditori le competenze trasversali fossero importanti tanto quanto quelle tecniche, riconfermando lidea che per rispondere ai cambiamenti repentini e continui della nostra società sia importante essere flessibili, creativi, autonomi, capaci di lavorare in gruppo e pronti a rimettersi in discussione continuamente. Non da ultimo, fanno buon gioco allo sviluppo delle competenze soft anche i 650 milioni previsti per il potenziamento del Servizio Civile Universale, tra le esperienze più importanti di apprendimento non formale (al di fuori dei sistemi formali come scuola e università) e di cittadinanza attiva.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/il-gusto-del-futuro-da-non-tradire/

Report Istat su Pil e occupazione territoriale. Nel 2020 il Centro-nord è stata l’area più colpita dalla crisi.

La crisi ha colpito più le aree del Nord-ovest e del Nord-est, dove il Prodotto interno lordo è diminuito in volume del 9,1%. La contrazione è stata meno accentuata al Centro (-8,8%) mentre il Sud ha subito la perdita più contenuta (-8,4%). Il settore più penalizzato dallemergenza sanitaria è stato quello del Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni che al Nord-est e nel Mezzogiorno ha perso il 14,5% del valore aggiunto. Loccupazione è diminuita in modo più omogeneo a livello territoriale: -2,1% nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno, -2% nel Nord-est e -1,9% nel Centro.

I dati presentati in questo Report forniscono una stima preliminare, di cui si dà conto nel comunicato dellIstituto di statistica.

Nel 2020 il Prodotto interno lordo, misurato in volume, è diminuito a livello nazionale dell8,9%. Le stime preliminari indicano che gli effetti della crisi sanitaria da Covid-19 hanno colpito in misura relativamente più accentuata le regioni del Centro-nord rispetto a quelle del Mezzogiorno.

Le regioni del Nord-est e del Nord-ovest hanno subito una contrazione lievemente superiore rispetto alla media nazionale (con un calo pari al 9,1% in entrambe le aree), mentre nelle regioni del Centro la flessione è stata dell8,8%. Una riduzione meno marcata rispetto al resto del Paese si riscontra nel Mezzogiorno, dove il calo del Pil è dell8,4%.

Loccupazione (misurata in termini di numero di occupati) è diminuita del 2,1% a livello nazionale. Nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno si osserva una flessione pari alla media nazionale; solo lievemente migliore appare il risultato del Nord-est (-2,0%) e del Centro (-1,9%).

Nel Nord-ovest i settori caratterizzati dalle flessioni più marcate del valore aggiunto sono stati lIndustria, che con un calo dell11,9% fa registrare la peggiore performance a livello territoriale, e il macrosettore Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (-12,2%), che, al contrario, segna un risultato relativamente meno negativo rispetto al resto del Paese.

I Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,8%) e gli Altri servizi (-5,8%) hanno subito flessioni leggermente superiori alla media nazionale, mentre per le Costruzioni il calo (-6,1%) è lievemente inferiore a quello nazionale (-6,3%). NellAgricoltura la flessione del valore aggiunto è stata del 3,6%, di gran lunga il risultato migliore tra tutte le macro-aree.

Nel Nord-est la crisi ha colpito pesantemente il Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni, che fa registrare la diminuzione più marcata a livello territoriale (-14,5%). La contrazione del valore aggiunto in Agricoltura (-6,0%) e nelle Costruzioni (-6,4%) è allineata alla media nazionale, mentre nellIndustria (-10,5%), nei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,1%) e negli Altri servizi (-5,0%) landamento risulta relativamente migliore che nel resto del Paese.

Anche al Centro, il settore che comprende Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni subisce un forte calo (-12,9%), seguito dallIndustria (-11,5%). Rispetto alle altre ripartizioni in questarea si registrano le diminuzioni più marcate per lAgricoltura (-9,3%) e le Costruzioni, (-6,9%). Risulta in flessione anche il valore aggiunto dei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,9%) e degli Altri servizi (-5,0%).

Il Mezzogiorno condivide col Nord-est la peggiore performance del settore del Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (-14,5%) mentre lIndustria registra in questarea la contrazione meno marcata (-9,9%). Fanno registrare un andamento meno negativo di quello medio nazionale i settori delle Costruzioni (-6,0%), dei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,1%) e degli Altri servizi (-5,2%).

Quanto alloccupazione, il settore delle Costruzioni, lunico ad aver registrato un incremento a livello nazionale, ha segnato la crescita maggiore al Sud (+2,4%) e la performance peggiore al Centro, con una lievissima flessione (-0,1%).

Loccupazione in Agricoltura, a fronte di una tenuta complessiva, evidenzia il migliore risultato al Nord- ovest (+1,0%) e il peggiore al Sud (-0,5%) mentre lIndustria è stata particolarmente penalizzata nel Nord-ovest (-0,9%). La rilevante contrazione delloccupazione nel Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni ha interessato tutte le aree in misura vicina alla media nazionale (-4,3%), con un picco negativo al Nord-est (-4,8%). I Servizi finanziari, immobiliari e professionali sono stati particolarmente colpiti al Nord-ovest (-2,5%) e gli Altri servizi nel Mezzogiorno (-2,3%).

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https://www.istat.it/it/files//2021/07/Stima-preliminare-pil-e-occupazione-terriroriale_2020.pdf

Salvini porta allo scoperto i limiti della sua leadership. Non basta però constatare le contraddizioni del sovran-populismo. Qual è la risposta politica?

È vero, ci si può aggrappare a Draghi: sta facendo bene e può dare molto al Paese. Tuttavia la sinistra deve dimostrare che il suo messaggio torna alle radici della grande battaglia storica per lemancipazione (e lautentica libertà) dei ceti popolari. Grazie anche al decisivo apporto dei cattolici democratici.

Alcune delle voci più autorevoli nel centrosinistra pongono il tema della crisi della leadership del segretario della Lega, Matteo Salvini. Trattandosi di un leader che come, nellordine, Mariotto Segni, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Beppe Grillo, ha beneficiato di unondata popolare di consenso alimentata da scontento e speranze, che va ben oltre la sua capacità di attrarre consensi, c’è da chiedersi cosa possa significare per il nostro sistema politico linizio del declino del leader leghista.

La strategia del Pd punta ad evidenziarne le contraddizioni, senza peraltro riuscire a recuperare quei voti di operai iscritti alla Fiom e affini, che vota(va)no Lega. Ma la disillusione di una buona parte dellelettorato della Lega procede in forma spontanea. E si somma alla tradizionale area dei delusi di sinistra, di quanti hanno percepito la metamorfosi dei vertici della sinistra italiana più come un cambio di padrone che come unevoluzione: dalla sudditanza al Pcus a quella ai big del capitalismo. Si aggiunge pure ai tanti elettori disorientati dalla diaspora democristiana e ai milioni di elettori ormai pentiti di aver votato i 5 Stelle. A cosa potrà dare luogo tutto ciò?

Visto in questa luce linesorabile declino di Salvini risulta interpellare lintero sistema dei partiti. Posto che vi è un elettorato deluso o in ricerca che non è mai stato così ampio, costituito da indecisi e potenziali astensionisti, che da più parti viene riconosciuto essere oggi il primo partito, la domanda da porre, a mio avviso, dovrebbe esser la seguente: quali sforzi si intende mettere in atto nellarea del centrosinistra per ridurre il bacino dellastensionismo, per dare forza a progetti di avanzamento sociale, impedendo che tale bacino ridiventi una palude in cui sguazza il populismo?

In mancanza di ciò a dettare i tempi della politica europea rischiano di essere gli scenari francesi dove due elettori su tre disertano le urne e dove Marine Le Pen, ormai sdoganata e mondata come una risaia dal mainstream, propagandata allinverosimile come fosse un vaccino, ciononostante viene rifiutata dal grosso dellelettorato meno politicizzato, per lo più orfano del centro.

Le élites transalpine sanno benissimo che la Le Pen potrebbe essere lultima fermata della V Repubblica, oltre alla quale può riapparire la ghigliottina, può riaffiorare una mai sopita indole rivoluzionaria.

Soprattutto nel caso in cui la politica non saprà affrontare in modo deciso e responsabile, senza deleghe tecniche, tre temi che appaiono cruciali: la questione sociale nelle sue connessioni con l’economia e la finanza, la questione sanitaria e la questione del governo delle nuove tecnologie che tira in ballo la possibilità di sopravvivenza della democrazia.

Sono temi profondamente intrecciati fra di loro. In particolare le decisioni sulla fine dell’emergenza sanitaria piuttosto che sulla prosecuzione indefinita dell'”era delle pandemie”, incidono sui tempi del progetto di valuta digitale delle banche centrali, di “stato etico”, nella peggior accezione dell’espressione, della messa a punto del sistema dei crediti sociali e dei necessari trattamenti “sanitari” necessari per impiantare nell’organismo di tutti gli umani (da cui si capisce il senso, profondamente disumano, dello slogan “vaccinare il mondo”) i dispositivi idonei al tracciamento totale e al condizionamento mentale che ridurrà (almeno nei progetti di chi lo vuole realizzare) i non appartenenti all’élite ultraricca a dei banali automi.

Se le risposte non saranno all’altezza della soluzione alle suddette minacce, nei prossimi mesi tutto potrà succedere e si corre il rischio che la storia possa incanalarsi per qualche anno in sentieri per nulla auspicabili.

Anche in Italia rischia di accadere qualcosa di simile alla Francia. Una volta recisi i fili della rappresentanza i gruppi dirigenti dei partiti, in compagnia di quelli dei corpi intermedi, risultano non più capaci di parlare e di capire oltre la loro cerchia. E anche qui assistiamo a una ripulitura mediatica, decisa molto in alto come già avvenne con Fini, degli eredi diretti della destra totalitaria. E ciò nonostante la Meloni non sembra riuscire a sfondare. Non riescono, per fortuna aggiungerei!, a incanalare verso la pasionaria della Garbatella, la diffusa richiesta di una svolta seria, democratica, antipopulista che dilaga nei ceti intermedi.

Credo, dunque, che non ci si possa accontentare di tirare un sospiro di sollievo per il tramonto politico di Salvini.Draghi sta facendo molto bene ma non si può pensare solo di stare sotto le sue ali senza iniziativa, occorre rischiare qualcosa per dare forma politica alla voglia di centro, seppur inespressa, che emerge da uno scontento crescente e ancora vagante nel suo percorso, per fare il modo che lapprodo di questo risulti compatibile con la democrazia.

Nel crogiolo dei 5 Stelle

Si tratta per salvare il Movimento dalla dissoluzione. La tanto deprecata mediazione, così essenziale alla politica, entra a pieno titolo nel frasario e soprattutto nella condotta dei grillini (ammesso che continueranno a chiamarsi così).

 

La resa dei conti non sembra essere giunta all’epilogo. Sembrava essere lì ad un passo e invece, ci ha girato le spalle. L’interpretazione che si può dare è che per la prima volta, Grillo abbia temuto il peggio. Infatti, dai resoconti odierni, è stato lui a virare la prua.

Fino a ieri era tutto disposto perché votassero il nuovo direttorio e oggi, sorprendentemente, il grande garante interrompe quella mossa. Segno indiscutibile di paura.

Che ci fosse nell’aria una ormai consumata rottura, era fatto ormai acquisito. Il Beppe nazionale ha quindi smorzato la forza, ha rinviato qualsiasi votazione, ha predisposto una commissione – ha copiato con ciò il vecchio costume da lui ampiamente criticato, le vecchie mediazioni democristiane – formata da sette soggetti, alcuni suoi, altri marcati dalla fede opposta.

Tutto sospeso.

Saranno giorni di studi sulle virgole e i punti e virgola dello Statuto. Con ciò si capisce che il destino dei 5 Stelle non è proprio quello immaginato solo qualche giorno fa: potrebbero trovare una via di mezzo per salvare capra e cavoli.

Da parte mia, trovo più intelligente questo modello (non a caso sono un vecchio democristiano), rispetto al frenetico e chiassoso taglio con l’accetta. Ma questo, non è che un mio vezzo politico; ossia, far prevalere sempre il lavoro di cucitura piuttosto che strappare violentemente un’unità.

Con questi giorni caldi, avendoci tolto la morsa del covid, gioiosamente contenti per i risultati calcistici, con gli occhi pieni di sole e di mare, avremo, tra le varie realtà politiche nostrane, il bel compito di seguire l’evoluzione nella casa che sul frontespizio ha in gran forza il motto: vaffa.

Al centro l’uomo. Messaggio del Card. Parolin a nome del Papa per i cento anni di Edgar Morin.

Nel messaggio si rileva come tra il pensiero del filosofo francese e quello del Ponteficie vi siano molti punti di contatto. Particolarmente apprezzata è inoltre ladesione di Morin al Patto globale per leducazione lanciato lo scorso anno.

Edgar Morin è stato ed è tuttora un testimone privilegiato «dei profondi e rapidi cambiamenti che il nostro mondo e le nostre società hanno subito e stanno ancora subendo». Lo scrive il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in un messaggio inviato, a nome di Papa Francesco, al sociologo e filosofo francese, che il prossimo 8 luglio compirà cento anni. Il testo è stato letto da monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso lUnesco, durante un evento celebrativo svoltosi nel pomeriggio di venerdì 2, nella sede parigina dellorganizzazione delle Nazioni Unite per leducazione, la scienza e la cultura, alla presenza dello stesso Morin, che ha tenuto una conferenza.

Lintellettuale francese, si legge nel telegramma, è stato capace di analizzare, «con il necessario senno di poi, il significato» dei cambiamenti sociali, «di far emergere le speranze e anche di mettere in guardia dai rischi e dai pericoli». Davanti ai progressi della scienza e della tecnologia, con le grandi possibilità che «offrono allumanità», Morin ha sottolineato «la necessità di compiere un progresso morale e intellettuale per evitare le catastrofi».

A questo proposito, scrive il segretario di Stato, «la coscienza di un destino comune per lumanità, un destino fragile e minacciato, ha attirato tutta la sua attenzione, promuovendo la necessità di un processo di civilizzazione volto a mettere al centro luomo e non il potere del denaro». Il porporato ricorda che Morin ha partecipato a numerosi incontri con intellettuali e personalità politiche e della società civile con lo scopo di «promuovere la cooperazione tra i popoli, costruire una società più giusta e umana, e rinnovare la democrazia». In questo senso, ha sottolineato «la necessità di riscoprire, tra di noi e nelle nostre città, uno spirito di solidarietà, convivialità e fraternità, favorendo atteggiamenti di accoglienza e di apertura».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-148/al-centro-l-uomo.html

Possiamo sperare che l’Italia cessi di rappresentare un’anomalia tra le grandi nazioni dell’occidente?

  1. Ci sono segnali, a partire dalle ultime elezioni regionali in Francia, che attestano linsofferenza e la grande mobilità della pubblica opinione. Tutto sembra di nuovo in movimento. Anche la Germania deve affrontare una sfida difficile, quella del dopo-Merkel. In questo quadro dinamico, lItalia non può permettersi di rimanere prigioniera del populismo e della improvvisazione politica. Urge un cambio di passo.


Sono in molti che in queste ore si interrogano se le elezioni regionali francesi possano essere in qualche modo svelatrici di tendenze che si avranno dopo l
estate nelle elezioni federali tedesche e così come nel nostro Paese, che addirittura arriva a misurare giornalmente i sondaggi pur di farli valere nel mercato politico come se si fosse alla Borsa di Milano.

Daltronde, i successi e insuccessi degli schieramenti politici che si manifesteranno in Germania ed Italia, sono quelli che più influenzeranno le decisioni che si prenderanno poi a Bruxelles. Fa impressione che in Francia solo un elettore su tre si è recato alle urne e che la rumorosa Le Pen, data per favorita, sia uscita dalla competizione malconcia. I pronostici la davano fino a qualche giorno prima del voto risultati diversi, ed intanto possono ritenersi soddisfatti solo i gaullisti e i socialisti, mentre lo stesso movimento del Presidente Macron non è giunto oltre percentuali ad una cifra.

Insomma, quei pochi francesi che hanno depositato la scheda nelle urne, hanno dato il consenso alle antiche e tradizionali forze di governo, gelando le formazioni politiche che delle novità e delle promesse mirabolanti hanno fatto il perno della loro offerta politica. Da questa esperienza si ricavano tre aspetti importanti che possono facilmente confluire in una medesima categoria di valutazione: la gravissima diserzione dalle urne indica linsoddisfazione dei cittadini rispetto alle forze politiche sinora prevalenti non considerate capaci di offrire sicurezza; il ritorno del consenso a gaullisti e socialisti, la insofferenza verso nuovismo e populismo; la vistosa lastensione che segnala un elettorato guardingo alla ricerca di assetti di potere di maggiore garanzia per il futuro.

Vedremo a settembre cosa accadrà in Germania, alle prossime elezioni politiche, una scadenza ancora più significativa a causa dellabbandono dellimpegno politico di Angela Merkel, simbolo della stabilità come perno su cui si è retta la politica tedesca negli ultimi 16 anni. Se lelettorato dovesse mostrare le stesse tendenze che si sono manifestate in Francia, vorrà dire che si sta incubando un nuovo clima di cambiamento di fase, che condurrà alla ricerca di stabilità attraverso soggetti responsabili che potranno mandare a gambe allaria i populismi di ogni genere.

Il tema che sinora ha scosso e sbandato gli europei, è la sensazione amara di essere fuorigioco dalle grandi decisioni mondiali con il rischio conseguente di perdita del benessere. Ora che invece si aprono fondate prospettive per lo sviluppo dellEuropa Federale e nuove prospettive atlantistesi avverte un clima nuovo che annuncia cambiamenti in grado di dare risposte concrete agli europei e nuovi equilibri per le democrazie nei confronti dei paesi governati da autocrati, così come la ricostruzione di equilibrio politico tra le Democrazie e gli invadenti poteri della finanza e delle big tech.

Quanto al nostro paese, vivendo in ogni epoca dentro ogni turbolenza premonitrice di sviluppi di novità, già si nota linizio della corsa di soggetti provenienti dal populismo verso il centro, almeno sotto il profilo tattico. Sarà per la presenza di Draghi alla Presidenza del Consiglio, sarà per lavvento di Joe Biden negli USA, sarà per la crescita di credito della Unione Europea tra gli italiani, sembra che nel bel paese circoli nuova aria. La differenza sarà fatta però dalla attenzione e responsabilizzazione che si avrà sui dossier più delicati della ripresa economica, per fugare timori e preoccupazioni sulle sorti future del paese, rese più chiare agli occhi dei cittadini dalle difficoltà provocate dal Covid.

In mancanza di sincerità e disponibilità di queste realtà in movimento per la cultura di governo responsabile, difficilmente manovre tattiche risulteranno convincenti per gli elettori. Dunque credo che ci saranno significative novità nel futuro prossimo: per la delusione dellelettorato nei confronti della politica urlata e per laffermazione di nuovi soggetti  che sapranno dare risposte fondate alle attese dei cittadini. Se dovesse andare così, cesseremo di essere una non edificante anomalia tra i paesi occidentali

Giorgio La Pira, il “sindaco santo” che l’Anci dovrebbe onorare. Vale sempre più riconoscersi nella testimonianza di grandi figure legate al mondo delle autonomie.

In prossimità del settantesimo anniversario della elezione di La Pira a sindaco di Firenze, lautore di questa lettera aperta al Presidente Antonio Decaro – Merlo è autore assiduo, come sanno i nostri lettori, de Il Domani dItaliae sindaco del Comune di Pragelato, nonché egli stesso componente del Consiglio nazionale dellAnci – sollecita il parlamentinodellAssociazione dei Comuni, che ebbe Luigi Sturzo autorevole Vice Presidente nel periodo 1916-1923, a ricordare una figura straordinaria (anche di amministratore locale) della politica italiana del Novecento.

Giorgio Merlo

Lettera aperta al Presidente dellAnci, Antonio Decaro.

Giorgio La Pira, indimenticabile esponente del cattolicesimo politico, sociale e democratico italiano, viene eletto per la prima volta Sindaco di Firenze il 6 luglio 1951. Incarico che poi venne rinnovato nel 1961. Il prossimo 7 luglio è stato convocato a Roma il Consiglio Nazionale dellAnci per discutere temi importanti e forse decisivi per salvaguardare il ruolo, la funzione e la qualità degli amministratori locali nel nostro paese. In particolare, e nello specifico, la figura del Sindaco oggi bistrattata e a rischio su più fronti.

Ora, caro Presidente, sarebbe altresì importante prendere spunto da questo ricordo storico anche, e soprattutto, per rinfrescare e rilanciare la missionconcreta del Sindaco nella società contemporanea e, al contempo, ridare lustro culturale ed ideale alle autonomie locali che hanno trovato proprio nel magistero concreto di moltissimi primi cittadinila loro ragion dessere.

Al riguardo, il magistero istituzionale, la figura politica e loperato amministrativo di Giorgio La Pira come Sindaco di Firenze restano scolpiti nella memoria e nella storia politica del nostro paese. E ricordare questa data e questo Sindaco al prossimo Consiglio Nazionale dellAnci, peraltro importante per difendere ed esaltare questo ruolo amministrativo nello scacchiere istituzionale del nostro paese, ci offrirebbe anche lopportunità per recuperare un retroterra – quello del cattolicesimo popolare – che resta costitutivo se non addirittura decisivo per la stessa credibilità ed autorevolezza dellautonomismo locale nel nostro paese.

Del resto, ricordare La Pira significa anche riscoprire la figura dei grandi Sindaci che hanno saputo, in periodi storici difficili e complessi, dare un respiro politico e culturale al loro operato. E chi, sotto questo versante, meglio di La Pira ha saputo fare di Firenze per molti anni il faro che illuminava una visione mondiale e globale della politica? Partendo, appunto, dallormai celebre agire localee pensare mondiale.

Ecco perchè, caro Presidente, forse è giunto anche il momento che lAnci a livello nazionale esca dalla continua logica della emergenza e riscopra, sino in fondo, quelle ragioni politico e culturali capaci di individuare nei Comuni e in chi li guida pro tempore uno snodo decisivo e fondamentale della qualità della nostra democrazia e del nostro vivere civile. Ma per centrare questi obiettivi è necessaria recuperare cultura politica e respiro ideale. E ricordare il magistero politico ed amministrativo di Giorgio La Pira al prossimo Consiglio nazionale dellAnci, sotto questo versante, ci offre anche la concreta possibilità per rilanciare il ruolo delle autonomie locali partendo dalla figura e dalla funzione del Sindaco.

Con il Centro Democratico si può e si deve collaborare nel segno della comune radice ideale

LAssemblea nazionale del partito guidato da Bruno Tabacci, oggi impegnato nel governo Draghi, ha fornito spunti utili e interessanti in vista di una più ampia riorganizzazione dellarea popolare di matrice cristiano-popolare.

Invitato a partecipare, ho seguito con interesse la relazione di Bruno Tabacci allassemblea del Centro Democraticotenutasi ieri a Roma.

Una relazione approfondita da me largamente condivisa. Si auspica la continuità del governo Draghi sino alla fine della legislatura e la riconferma di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, stante anche le oggettive difficoltà di unalternativa praticabile nelle difficili condizioni politico parlamentari dopo quanto sta accadendo in casa del M5S. Coerente con quanto deciso allatto della formazione del partito, Tabacci non intende confluire nel PD, né concorrere alleventuale tentativo di costruzione di un gruppo Conte nel caso di confermata scissione del M5S. Netta la scelta per la legge elettorale di tipo proporzionale con preferenze e riconferma della sua cultura originaria cattolico democratica a difesa delle istituzioni, dello stato di diritto e delleconomia sociale di mercato.

Lobiettivo è quello di concorrere alla costruzione di un centro democratico alternativo alla destra nazionalista populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Il Centro Democratico può offrire il valore di un simbolo già presentato alle elezioni politiche e di un gruppo parlamentare che non avrà obblighi nella raccolta delle firme alle elezioni. Un Centro Democratico nel quale sono presenti diverse culture politiche, molte delle quali fanno riferimento, come quelle di Tabacci, Sanza, Cardinale e altri, alla  nostra stessa esperienza democratico cristiana.

Credo che la DC e la Federazione Popolare DC debbano mantenere aperto il dialogo con il  Centro Democratico, perché ritengo che ciò che ci unisce è molto di più di quello che ci ha sin qui diviso. Ciò che non fu possibile col tentativo dei responsabilia sostegno del Conte2, andrebbe perseguito adesso; un tempo nel quale la nascita di un nuovo centro, ampio e plurale, potrebbe evitare la balcanizzazione parlamentare alla vigilia di alcune scadenze politico istituzionali di grande impegno per la nostra Repubblica.

Una città per l’uomo. Dopo il fallimento del liberismo selvaggio occorre ritrovare un’idea che orienti la ripresa dello sviluppo.

La disinvolta liquidazione delle ideologie, con il cedimento alla funzione apparentemente salvifica di un capitalismo senza più freni, ha messo in ginocchio la politica. Ora la società è più debole perché più frammentata e diseguale: fatica a ritrovare la forza della solidarietà e della coesione come motore del progresso civile.

Cresce nelle nostre città e nei piccoli comuni un certo malessere sociale, economico, politico, culturale. Il tutto mentre si avvicina la tornata elettorale amministrativa del prossimo autunno che coinvolgerà città importanti, tra le quali Roma, ed una miriade di piccoli comuni chiamati a rinnovare sindaci e consigli comunali.

Una sorta di prova generale che ha già scatenato partiti e movimenti, lobby ed interessi, gruppi di potere conditi dalla solita smania di occupare posti importanti per fini interessati. Eppure, nessuno riflette su un tema drammatico che coinvolge dal più piccolo comune agli agglomerati urbani più popolosi: la lacerazione del tessuto sociale.

Su questo versante, il quadro è davvero preoccupante. È profondamente cambiato il modello di convivenza umana (artefice anche la pandemia, ma non solo), modelli diversi avanzano sullonda di un individualismo esasperato, dellutile personale che rinnega qualsiasi propensione al solidarismo.

Il problema è certamente soprattutto sociologico, ma non solo, come riflesso di fenomeni verificatisi negli ultimi decenni: una massiccia presenza di immigrati insieme al divario sempre più marcato tra poveri e ricchi, costituiscono il problema irrisolto di questo nostro tempo.

Ma lassenza più vistosa in questo quadro desolante è soprattutto quella della politica, che ormai sembra condannata alla semplice amministrazione dellesistente e non solo per motivi legati ad unepoca di transizione, ma anche per lincapacità e lincompetenza della classe dirigente a tutti i livelli.

Unincapacità che si manifesta soprattutto nel saper governare i nuovi fenomeni posti da unimmigrazione incontrollata che crea nuove sacche di povertà e di esclusione.

Una questione, questultima, che favorisce la cultura dellindividualismo a danno di quella della solidarietà. Ed allora, come uscire da questa crisi sociale, economica, culturale e politica?

Negli ultimi anni della sua vita, il cardinale Carlo Maria Martini, riprendendo alcune riflessioni di Giuseppe Lazzati, indicava, insieme alle problematiche sopra accennate, anche le possibilità politiche per liberare la società da questa crisi generale delluomo.

Occorre ripartire dalla città con la consapevolezza che la semplice ristrutturazione del patrimonio urbano per renderlo più bello ed attraente risulterebbe vana se non si parte dallassunto lazzatiano di costruire una città per luomo e a misura duomo.

Sulla scia di queste indicazioni non è peregrina una ulteriore riflessione: molti si sono illusi che la liquidazione delle vecchie ideologie e dei valori contrassegnati da un lato dal comunismo e, dallaltro, da posizioni politiche ispirate dal cristianesimo, fossero sufficienti per costruire la società laica (o laicista?), secolarizzata nella quale ai principi delletica si sostituissero quelli delleconomia. La realizzazione, in sostanza, di quella che viene definita società radicale, per cui è valido solo quello che mi è utile in termini materiali.

La crisi contemporanea è figlia di questa pseudo cultura politica e la stessa classe dirigente attuale, a tutti i livelli, proviene da questa tendenza sociologica errata. Se non si riparte da queste riflessioni pre-politiche, difficilmente avremo in futuro una nuova classe dirigente competente, preparata ed ispirata da motivazioni etiche.

Ripartire dalla città, dal più piccolo comune come realtà nelle quali si sviluppa la personalità del singolo in funzione del bene comune, significa davvero costruire una città per luomo.

Conte, un nuovo partito o una corrente nel Pd?

Adesso può accadere qualsiasi cosa. Ammoniva Donat Cattin a stare vigili al cospetto di certi personaggi: Sono capaci di tutto. Intanto lo spettacolo che propongono i due duellanti, Grillo e Conte, è tale da lasciare francamente interdetti.


Mai come oggi, parlando del caos 5 stelle, mi vengono in mente le parole pronunciate nello scorso secolo da un grande statista democratico cristiano, nonch
è mio maestropolitico, Carlo Donat-Cattin quando, parlando di questioni interne al suo partito e quindi del comportamento di alcuni esponenti di correnti avverse alla sinistra sociale di Forze Nuove, diceva con il solito sarcasmo intelligente, attenzione a questi perchè sono capaci, capacissimi, capaci di tutto. Certo, il vecchio Donat pronunciava queste parole in un contesto fatto da giganti della politica, da partiti politici che non erano una sorta di circo barnum e in un contesto dove lelaborazione culturale e politica non contemplava i partiti personali o del guru, dove uno non valeva unoe, soprattutto, dove i comici facevano i comici e gli improvvisatori restavano improvvisatori. Ma non nella politica perchè, semplicemente, lì non potevano accedere per manifesta incapacità.

Ho fatto questa lunga premessa per dire che ciò che caratterizza oggi, e da sempre del resto, il pianeta 5 stelle non è decifrabile da nessuno, se non dal guru, cioè “dallElevato, e dai pochi che praticano quelle dinamiche, che, come ovvio però, sono esterne ed estranee alle leggi della politica. Anche se in un particolare momento storico larga parte degli italiani ha intravisto in quella strana e singolare esperienza politica una speranza di riscossa che si è rivelata, comera facilmente prevedibile, del tutto infondata e priva di qualsiasi credibilità e prospettiva come lesperienza concreta di questi giorni ha persin platealmente confermato. Adesso, però, può capitare veramente di tutto. Nessuno sa prevedere lepilogo di questo scontro di puro potere dove lunico elemento che conta, almeno per quanto riguarda i parlamentari di quel partito, è chi liquida per primo il capitolo dellobbligo del doppio mandato per i parlamentari medesimi. Questo è lunico elemento – alla faccia del cambiamento, del rinnovamento, dellonestà e di chi più ne ha più ne metta – che può far pendere la bilancia dei numeri tra Conte e il fondatore. Tutto il resto, come ovvio e come tutti sanno, è pura chiacchiera. Anche se, com’è altrettanto evidente, in un partito dominato da un guru, cioè “da un Elevato, il consenso popolare vero – o di quel che resta di quel consenso – continua ad essere riconducibile al suo verbo, ai suoi dogma e alla sua predicazione.

Ecco perchè diventa sempre più curioso, almeno per chi si appassiona di questa sceneggiata, capire quale sarà il futuro politico di Conte. Al di là delle comiche di Bettini e c. su Conte come punto di riferimento politico più autorevole dei progressistiitaliani e amenità varie. Ovvero, quello di Conte sarà lennesimo partito personale fatto da transfughi dei 5 stelle in attesa che venga azzerata la regola del doppio mandato dei parlamentari o si ridurrà ad essere, lex Presidente del Consiglio, il capo di una ennesima corrente del Pd? Ossia, la corrente ex o post grillina del Partito democratico?

Attorno a questa alternativa osserveremo e valuteremo levoluzione dei fatti, ben sapendo che da quelle parti è necessario un monitoraggio quotidiano perchè, appunto, per dirla con Donat-Cattin, sono capaci, capacissimi, capaci di tutto.

Tra utopia e cambiamento: la storia del sindacato. Intervista a Savino Pezzotta su “Fondazioni”

Sul numero di mag-giu 2021 del periodico delle Fondazioni di origine bancaria, lex Segretario Generale della Cisl rilancia il progetto di unità sindacale. Un modo, dice, per ringiovanire e sburocratizzare la realtà delle tre grandi e storiche organizzazioni italiane dei lavoratori (Cgil-Cisl-Uil).

È difficile parlare di lavoro e di lavoratori in Italia e non pensare al sindacato e al ruolo che ha svolto e svolge nel nostro Paese. Abbiamo intervistato Savino Pezzotta, che è stato uno storico sindacalista del tessile lombardo e che ha guidato la Cisl nella prima metà degli anni Duemila.

Negli ultimi ventanni il mondo del lavoro si è radicalmente trasformato. Com’è cambiato e come può ancora cambiare il sindacato?

Il sindacato è obbligato a cambiare, perché se non muta è condannato ad accentuare il declino che sta registrando in questi tempi. Per farlo, deve affrontare due grandi problemi. Il primo è la necessità di rilanciare una forma democratica al suo interno, che oggi sembra essere attenuata, perché tutto accade per cooptazione e per scelta dei gruppi dirigenti. Ciò non aiuta certamente il necessario processo di rinnovamento. Il secondo aspetto riguarda la quanto più necessaria sburocratizzazionedel sindacato attraverso una riduzione consistente dellapparato, senza la quale si restringerebbe ancora di più la reale partecipazione dei lavoratori alla vita sindacale. Per fare tutto questo, a mio avviso, c’è una sola strada: lunità sindacale. Oggi, in Italia, non esistono più ragioni che legittimerebbero lesistenza di tre sindacati confederali. Dovremmo invece stimolare la creazione di una grande confederazione unitaria dei lavoratori italiani, sul modello del sindacalismo internazionale. Si tratta di un passaggio necessario per semplificare e ringiovanire il sindacato.

Il ringiovanimento del sindacato è una questio- ne non solo dellapparato, ma anche degli iscritti. Come la pensa su questaltro aspetto?

Sono convinto che il sindacato debba offrire unimmagine positiva e ideale di sé e delle sue battaglie, cosicché i giovani possano trovare ancora interessante iscriversi e impegnarsi nel mondo sindacale. In assenza di un reale cambiamento culturale, di mentalità e di visione, il sindacato rimarrà una struttura burocratica che offre servizi, ma non sarà più in grado di proporsi come una forza attiva nella società. Infatti, il declino del sindacato non è dovuto solamente al calo degli iscritti, ma al crollo del ruolo politico che il sindacalismo gioca nel Paese. Lo ha svolto nella fase di ricostruzione durante gli anni 50, o negli anni 60 e 70, quando ha giocato un ruolo di democratizzazione, che ha portato allo Statuto dei lavoratori. Oggi, nellepoca della società digitale, il sindacato deve, quindi, riacquisire la capacità di costruzione del suo ruolo e delle modalità operative, comprendendo e intercettando i nuovi bisogni della società digitale.

Lei ha scritto recentemente che il termine utopia viene utilizzato ultimamente con unaccezione negativa e, invece, è vitale per una società avere sogni e utopie.

Sono convinto che la società debba avere una visione, una tensione verso qualcosa che ancora non esiste. Al contrario, la nostra società ha smarrito il tema della possibilità. Ovvero, quella capacità di immaginare qualcosa di diverso: io non so cosa sarà, ma mantengo la tensione verso un mondo diverso e lotto affinché si realizzi. Questo è il ruolo del sindacato: mantenere viva lutopia e la tensione al cambiamento. Solo così, alimentando una visione autonoma, il sindacato può continuare a influenzare la politica.

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[Lintervista a Pezzotta è alle pp. 22-23]

https://www.acri.it/wp-content/uploads/2021/07/Fondazioni-mag-giu21.pdf

Remo Gaspari e il suo Abruzzo. Varie iniziative in programma a luglio. Il ricordo del figlio Lucio Achille.

A cento anni dalla nascita e a dieci anni dalla scomparsa, diverse le iniziative allestite (tra il 1 e il 19 luglio) dallIstituto di Cultura Politica Giuseppe Spataro di Pescara. Riportiamo di seguito la prefazione che il figlio delluomo politico abruzzese ha scritto per il libro di Licio Di Biase Remo Gaspari. La politica come servizio(Ianieri editore).

Quando Licio Di Biase mi ha chiesto di scrivere una prefazione alla sua biografia su Remo Gaspari ho pensato che lavesse fatto perché di solito un figlio sa tutto del padre. Ma nel caso di Remo Gaspari non è così per me e credo per molti. Io avevo unidea di mio padre che ritenevo assolutamente esatta e che è cominciata a cambiare e a mettersi compiutamente a fuoco proprio dal giorno della sua morte.

I miei primi ricordi risalgono alla primavera del 1948 quando Remo non aveva ancora compiuto 27 anni e sono dovuti a due momenti di paura. Fu quando a Gissi mi venne a prendere con la sua lambretta, quella con cui girava tutti i comuni della provinciadi Chieti per fare attività politica, in un prato dove stavo giocando. Il fumo che usciva dallo scappamento mi indusse a credere che la paglia su cui stavo, stesse per prendere fuoco e mi spaventai moltissimo. Laltra paura la ebbi quando mi portò con lui in macchina a Penne dopo le vittoriose elezioni dellaprile 1948; vi aveva tenuto un memorabile contraddittorio contro uno dei più prestigiosi personaggi del P.C.I., lon. Umberto Terracini. Per festeggiarlo una folla incredibile fermò la macchina e lo tirò fuori per portarlo in trionfo. Io, credendo che gli volessero fare del male, fui terrorizzato.

Questi due episodi fissano nella mia memoria la figura di un ragazzo magro, atletico, scattante, determinato. C’è poi limmagine dei festeggiamenti per i suoi novanta anni. Fisico piegato dalletà ma voce stentorea, mente lucidissima, animo determinato. Confrontando in quel momento la sua persona allimmagine dei miei primi ricordi mi dissi che anche se sembra ingiusto il tempo vola e non si può fermare. Il segno di tutti noi rimane nel ricordo di chi ci ha conosciuto e voluto bene, quello dei grandi personaggi è chiarito e rafforzato dallo studio degli storici così come Licio Di Biase fa con la sua interessante biografia. Questo libro racconta in modo preciso e puntuale tutta la vita di Remo Gaspari, dalla giovinezza sino agli ultimi giorni, ma ha il pregio di approfondire il personaggio dal punto di vista umano e politico e credo che questo sia laspetto più importante di questo libro che dovrebbe essere letto non solo da tutti gli abruzzesi, ma da tutti coloro che sono appassionati alla storia, o da coloro che si dedicano allesercizio della politica, perché ne potrebbero trarre utili spunti per la loro presente attività.

Si dice che le cose si apprezzano sino in fondo quando ci vengono a mancare; questo è accaduto davvero ed immediatamente alla morte di Remo Gaspari. La commemorazione ufficiale del 21 luglio alla Camera dei Deputati e la messa di suffragio una settimana dopo presso la Cappella della Camera, così come le manifestazioni di affetto e di dolore di tantissimi cittadini nella Camera Ardente presso la sede della Provincia di Chieti e durante le esequie il giorno seguente nella Cattedrale di San Giustino, mi hanno rivelato sino in fondo quale fosse la considerazione dei suoi Colleghi per la sua azione politica e come fosse profondo laffetto reciproco che lo legava ai suoi concittadini. Indagare e spiegare una personalità complessa come quella di Remo Gaspari, collocare la sua azione politica nel contesto storico e culturale della nascita e dellaffermazione della nostra Repubblica sono i pregi fondamentali di questo libro che anche attraverso laneddoto e la nota di colore cerca sempre di penetrare nel profondo dei sentimenti e delle ragioni. Dopo aver letto questa biografia ho la sensazione di conoscere meglio Remo Gaspari; sono convinto che questa sarà lopinione anche di altri numerosi lettori.

Per informazioni rivolgersi a:

Istituto di cultura politica Giuseppe Spataro”  – cellulare: +39 348 8286229 – email: segreteria.dibiase1@gmail.com

Righetto, il bambino-artificiere della Repubblica Romana

Piccoli eroi dimenticati. Si concludeva nel giugno del 1849 lepopea del triumvirato democratico capitolino. Un ricordo del giovane eroe trasteverino.

Marco Giuliani

Di Righetto si sa molto poco, compreso il nome di battesimo e le generalità dei suoi genitori. Le poche notizie giunte sino a noi raccontano che aveva circa 12 anni, che proveniva da Trastevere, era orfano ed era un po’ mingherlino per un ragazzo della sua età. Tutta la sua famiglia era costituita da una fedele cagnolina, chiamata Sgrullarella perché aveva il vizio di bagnarsi alle fontane e dibattersi per asciugarsi. Nel rione si arrangiava sbrigando piccoli lavori offerti dai bottegai della zona per permettergli di mantenersi.

Roma viveva uno dei periodi più intensi della sua storia recente. Il 9 febbraio del 1849 era stata fondata, previa Assemblea Costituente, la Seconda Repubblica Romana (la prima risaliva a cinquantanni prima, istituita in età napoleonica), sorta a seguito dellesilio in Gaeta di Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, ospitato nelloccasione dai regnanti delle Due Sicilie. La tensione tra il governo pontificio, profondamente contrario a un conflitto tra paesi cattolici, e i movimenti che si battevano per linstaurazione di un esecutivo laico aveva raggiunto un punto di non ritorno: il 15 novembre 1848 era stato assassinato Pellegrino Rossi, Primo Ministro dello Stato della Chiesa, e la spinta popolare diffusasi su larga scala dopo le Cinque Giornate di Milano cominciò a rappresentare una seria opposizione politica (e non solo) al potere secolare ecclesiastico. Anche Pasquino aveva ricominciato a parlare: sulla sua statua, per sottolineare le indecisioni del Papa sulla forma di statuto da adottare, era apparsa la scritta :

Pio Nono/

Sei buono/

Ma-stai.

Parte dei romani era rimasta delusa da quel giovane e innovativo pontefice, nel quale avevano riposto le aspettative a favore delle riforme, ma probabilmente chiedendogli quel qualcosa in più che non era in grado di poter dare. Righetto e gli altri ragazzi come lui non riuscivano percepire qual era il vero significato di tale condizione politica; il termine Risorgimentoforse suonava un postrano alle loro orecchie, ma Roma era tutto il loro mondo, e andava comunque difesa dai nemici. Gli avevano fatto conoscere Garibaldi, che aveva sentito parlare di quel ragazzino che spegneva le bombe, e Righetto ne era rimasto affascinato. Con impeti di neotenia giovanile, lui, sin dai primi giorni dellassedio, si adoperava con coraggio nel disinnescare quei proiettili di cannone che cadevano copiosi su Roma senza esplodere. Il suo motto era ad maiora semper;  con un panno bagnato ne strappava la miccia o la spoletta, e riconsegnava il residuo alla milizia repubblicana guadagnandosi uno scudo per ogni ordigno inesploso. Ne aveva salvate molte di vite, lui.

Per difendere la neonata Repubblica, stavano giungendo volontari da tutta Italia, compresi Garibaldi, Bixio, Mameli, Pisacane, Manara. Era arrivato anche Mazzini, che con Saffi e Armellini avrebbe istituito il triumvirato repubblicano passato alla storia come uno degli esperimenti democratici più brillanti del periodo. Lo scontro tra poteri si acuì pericolosamente, e per evitare di rimanere coinvolto in una guerra civile, il pontefice decise di ritirarsi verso Sud. Le grandi potenze europee, Francia e Austria in testa, non stavano certo con le mani in mano, e secondo i patti, per ripristinare lautorità della Chiesa di Roma si mossero di concerto. Il 24 aprile 1849 a Civitavecchia sbarcarono 7.000 soldati transalpini, da Napoli e Gaeta ne giunsero altri 18.000 (inviati da Ferdinando II). Roma era accerchiata, e Oudinot non ebbe pietà né per i civili, tanto meno per le chiese, i monumenti e gli splendidi palazzi barocco-rinascimentali della città. Racconta nei suoi diari Gustav von Hoffstetter, militare svizzero di stanza nellUrbe durante i combattimenti: «[Roma era bombardata dal fuoco nemico] L‘intervallo medio, tra la caduta e l’esplosione, era di 10 a 12 minuti secondi. Immediato era il precipitarsi che faceva la gente sur una bomba, per soffocarla, allorché essa ardeva alcuni secondi più del solito. Molte bombe furono in tal modo riportate, aventi la spoletta o ricacciata dentro, o strappata, o tagliata via. Per ognuna si pagava uno scudo».

E come il Gianicolo, Villa Glori e Ponte Milvio, anche Trastevere era sotto le bombe. Allaltezza della Renella, accanto allattuale Piazza Trilussa, Righetto si gettò su alcuni proietti per disinnescarli. Correva il 29 giugno. «Panza a tèra!» – gridò ancora una volta per avvertire la gente del pericolo. Ma andò male, e un ordigno gli esplose addosso, dilaniandolo. Santo Spirito era sotto tiro, e non fu possibile neanche portarlo in ospedale. Morì a distanza di poche ore presso labitazione di unanziana signora, a Via Belsiana, di fronte a Campo Marzio. Il 30 giugno Roma si arrese. Da alcuni anni, tra i busti eretti al Gianicolo a memoria della Repubblica Romana, è stato depositato anche quello di Righetto, raffigurato insieme alla sua amata cagnetta mentre alza un braccio a mò di saluto. Sul marmo è incisa uneffige che riporta testualmente: A Righetto giovane trasteverino simbolo dei ragazzi caduti in difesa della gloriosa Repubblica Romana del 1849.

Salvatore Rebecchini è stato un grande sindaco, nonché un lucido interprete del centrismo degasperiano nella Capitale.

Il video dellAssociazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), presente sul canale YouTube de Il Domani dItalia, inquadra bene la figura del Primo cittadino di una Roma appena uscita dalla catastrofe del fascismo e della guerra. Occorre tuttavia ricordare lo stretto legame tra Rebecchini e la Dc di De Gasperi, altrimenti il profilo delluomo e dellamministratore pubblico non corrisponde appieno alla giusta verità storica.

Ho riflettuto sulla bella presentazione di Salvatore Rebecchini, sobria, senza enfasi ma al tempo stesso attenta a rimarcare i tratti distintivi del personaggio, uomo di cultura, cattolico, modernizzatore, capace di scelte urbanistiche funzionali allo sviluppo della città e in prospettiva dellarea metropolitana. Il merito delliniziativa è dellAssociazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) che ho avuto lonore di presiedere fino a qualche mese fa, per poi passare la staffetta allamico DUbaldo. Questa opera di ricostruzione storica è fondamentale. Forse alcune vicende avrebbero richiesto un maggiore approfondimento, come ad esempio quella che allepoca interessò la costruzione dellhotel Hilton a Monte Mario, scatenando una delle prime aggressioni politiche alla Dc in nome di una esasperata e grezza questione morale. Nondimeno sarebbe stato interessante, su un altro piano, illustrare loperazione che portò a realizzare il tunnel di Porta Cavalleggeri, funzionale al collegamento tra PonteDuca DAosta, via Gregorio VII e via Aurelia, verso il Grande Raccordo Anulare.  

Lo stesso successo non ebbe lipotizzato tunnel da Piazza di Spagna a Via Veneto per lopposizione dei radicalambientalisti prima maniera, sempre guidati dallEspresso. Lidea in forma più ridotta e parziale sarà infine adottata per collegare il parcheggio di Villa Borghese a Piazza di Spagna e quindi alla stazione della Metro A. Si potrebbe andare avanti, cercando insomma di capire meglio, a beneficio di unanalisi più compiuta, cosa significasse negli anni 50 lafame di case per limpetuosa immigrazione e la crescita esponenziale della popolazione della città.

Tutto ciò premesso, è mancata a mio parere lindicazione circa la collocazione di Rebecchini nel preciso contesto storico e politico. Era un civico prestato alla politica, ma fece una scelta di campo. Si presentò con le liste della Dc altrimenti non avrebbe potuto fare il sindaco con le sue sole forze. Governò la città nellottica di una grande opzione democratica, magari con una certa inclinazione al moderatismo, con ciò interpretando da par suo la funzione del centrismo degasperiano. Alla luce delle successive evoluzioni, ovvero con lavvento del centro-sinistra in Campidoglio, la sua figura apparve consegnata a un tempo contrassegnato dalla subalternità del partito alla visione e alla iniziativa dei blocco moderato-clericale.

La scelta della famiglia sarà confermata anche dal figlio Francesco, senatore per cinque legislature, poi più volte sottosegretario, eletto a Roma, ma anche in Lombardia per volere di Albertino Marcora (uno dei leader della sinistra di Base). Posso anche comprendere che poi Gaetano, di fronte alla catastrofica diaspora della Dc, sia stato protagonista della nascita e della evoluzione di Alleanza Nazionale, cui ha dato un rilevante contributo culturale con il suo Centro di orientamento politico e con gli interessanti incontri di Palazzo Colonna. La stella polare della famiglia, tuttavia, non può che rimanere la Dc. E tralasciare questa appartenenza fa un torto al sindaco e alla Dc, nonché si potrebbe dire un torto a quanti di noi genitori zii e nonni lo hanno votato, Dalvatore Rebecchini, e sarebbero oggi orgogliosi di scelte come quelle da lui compiute nellinteresse della città.

Queste sono alcune puntualizzazioni semplici e modeste, in spirito di amicizia. Non rappresentano una critica, in definitiva, ma una amara riflessione perché spesso tocca fare i conti, ma stavolta incidentalmente, con le troppe remore che gravano sulla memoria della complessa vicenda democristiana.

Protagonisti nel circuito energetico internazionale. Una ricerca della Fondazione Tarantelli.

Si tratta di una ricerca che rientra nelle pubblicazioni periodiche della Fondazione Ezio Tarantelli (Cisl). Così esordisce in apertura il Presidente Giuseppe Gallo: La politica energetica italiana, negli anni, è sempre stata caratterizzata dalla scarsa autonomia nazionale di risorse di idrocarburi e dalla dipendenza delle ingenti importazioni. Tutto ciò non ha impedito allItalia, dal dopoguerra sino ad oggi, di essere protagonista nei mercati energetici internazionali. Qui si riporta solo la parte introduttiva del testo di Assogna.

La politica energetica italiana, negli anni, è sempre stata caratterizzata dalla scarsa autonomia nazionale di risorse di idrocarburi e conseguentemente dalla strutturale dipendenza dalle importazioni estere. Nonostante ciò, lItalia dal dopoguerra sino ai giorni doggi, è sempre stata protagonista nei mercati energetici internazionali. Tutto ciò, a merito di una strategia iniziata proprio dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e che avuto come principale protagonista Enrico Mattei, un personaggio che meriterebbe una maggiore attenzione dai libri di storia italiani. Mattei fu liniziatore di un progetto che, attraverso liniziativa nel ciclo dellenergia, portò il Paese ad essere centrale nelle dinamiche della politica mediterranea e internazionale, facendo assumere allItalia un ruolo di interlocutore nel circuito energetico, senza avere una capacità propria di risorse di idrocarburi.

Le intuizioni di Enrico Mattei, con la fondazione dellENI e con il potenziamento dellAGIP, della SNAM, della SAIPEM, etc., valorizzarono le professionalità interne della vecchia struttura aziendale, investendo poi su un gruppo dirigente, una classe di tecnici e di funzioni operative, che divennero competenze di qualità riconosciuta globalmente nei settori minerario, geologico, ingegneristico, chimico, economico-finanziario e diplomatico, che in pochi anni fecero del sistema energetico nazionale degli idrocarburi e dei servizi connessi, uneccellenza internazionale. Oltre al Gruppo ENI, il sistema energetico italiano si è poi consolidato con la nazionalizzazione dellenergia elettrica e listituzione nel 1962 dellENEL che insieme alla rete di aziende locali, razionalizzò il comparto elettrico italiano, contribuendo notevolmente allo sviluppo economico del Paese.

Pertanto la presenza internazionale delle imprese energetiche italiane, che di seguito descriviamo, si basa sulle qualità, le competenze e le esperienze professionali e tecnologiche dei Gruppi a partecipazione pubblica precedentemente citati, partendo dallantica vocazione di ENI e delle aziende da esso derivanti (SNAM e SAIPEM), sino al più recente protagonismo di ENEL, di TERNA, di alcune Holding sia a capitale pubblico sia a capitale privato. Infine, nelle prossime settimane si conoscerà il risultato della gara per la privatizzazione di DEPA Società Greca di distribuzione del gas naturale, gara che vede impegnata la nostra Italgas. La conferma di un protagonismo nelle nuove frontiere internazionali dellenergia e nella riconversione del mix energetico.

LOIL Company italiana nellimpostazione iniziale data da Enrico Mattei ha avuto la capacità di coniugare le grandi competenze professionali con una diffusa capacità relazionale e negoziale, sostenendo anche le strategie della politica estera e la diplomazia del nostro Paese. LENI è pertanto uno dei principali, se non il principale asset italiano nel mondo, proprio per la presenza diffusa sul piano globale. Negli anni tutto ciò ha voluto e vuole ancora dire centralità nella raffinazione (oggi in decremento rispetto al passato), nella logistica, nel trasporto e nella commercializzazione del gas naturale, nelle infrastrutture energetiche (gasdotti, oleodotti, piattaforme off-shore) e soprattutto nellesplorazione e ricerca degli idrocarburi. Inoltre ENI, avendo aderito agli obiettivi della COP 21 con altre compagnie petrolifere internazionali e ai goalsdellAgenda 2030 delle Nazioni Unite, sta sviluppando dei progetti per la realizzazione di nuovi impianti o la riconversione di strutture esistenti per la produzione di energie rinnovabili e per lavvio di cicli produttivi di economia circolare.

Le produzioni di petrolio e gas è previsto che possano raggiungere allincirca i 2 milioni di barili equivalenti al giorno al 2023, arrivando poi a toccare il picco al 2025 con circa 2,05 2,10 milioni di barili equivalenti al giorno. Apartire da quella data la produzione tenderà a ridursi gradualmente e con una previsione di una presenza del gas naturale all85% del mix produttivo al 2050. Sono confermati tutti gli altri obiettivi al 2023 riferiti ai business di transizione energetica. Eni è presente in 68 Paesi coprendotutti le aree continentali del mondo, con circa 30.775 dipendenti diretti (di cui oltre 11.000 nellesplorazione e produzione), una produzione di 1,73 milioni BOE (barili equivalenti di petrolio) al giorno di idrocarburi e con una vendita di 64,99 mld di m3 di gas naturale (dati ufficiali ENI 2020).

A giugno 2020 è stato inoltre pubblicato il rapporto Eni for Human Rights, documento che fornisce le informazioni degli ultimi sei anni, su come ENI è impegnata nel rispetto dei diritti umani nei Paesi in cui opera.

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https://www.fondazionetarantelli.it/working-papers

(La relazione è inclusa nel paper di prossima pubblicazione, a cura della Fondazione Ezio Tarantelli, dal titolo La presenza delle aziende energetiche italiane nella competizione internazionale. È previsto un webinar con vari relatori il 19 luglio, alle ore 15.15, sulla piattaforma zoom: per accedere è necessario farsi accreditare dalla Fondazione).

Equità ed efficienza, banco di prova del PNRR. L’analisi di “Aggiornamenti Sociali”.

Con la consegna da parte del Governo Draghi del Piano nazionale di ripresa e resilienza alla Commissione europea è stato adempiuto un passaggio fondamentale perché lItalia possa ricevere i fondi previsti dal NextGenerationEU. Dopo anni di crescita stentata e lo shock socioeconomico prodotto dalla pandemia, sono grandi le attese per il rilancio del nostro Paese. Quali sono le misure previste a livello di investimenti e riforme per raggiungere questo obiettivo? I vari interventi consentono di ipotizzare una ripresa dellItalia nel segno dellequità e dellefficienza?

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR 2021), che il Governo italiano ha presentato a Bruxelles rispettando la scadenza del 30 aprile 2021, è un documento corposo e complesso: sfiora le 300 pagine e tocca molte questioni di straordinaria importanza per la società e leconomia italiane, rappresentando, a un tempo, un punto di arrivo e di partenza.

 

È un punto di arrivo nel senso che chiude il processo avviato nella primavera e nellestate del 2020 con lapprovazione, da parte delle autorità europee, del NextGenerationEU (NGEU), per cui ogni Stato membro doveva presentare il proprio Piano per accedere alla propria quota di fondi comunitari. Ma è anche e, forse, soprattutto un punto di partenza perché disegna il percorso di riforme e investimenti che lItalia dovrà percorrere da qui al 2026. Non è irragionevole affermare che il difficile, soprattutto per un Paese come il nostro, viene ora.

 

Il PNRR si apre con una Premessa firmata in prima persona dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, e si articola in quattro parti: 1. Obiettivi generali e struttura del piano; 2. Riforme e investimenti (a sua volta suddivisa in due parti: Le riforme e Le missioni); 3. Attuazione e monitoraggio; 4. Valutazione dellimpatto macroeconomico. Questo articolo non si propone di riassumere il Piano, ma di porne in risalto la filosofia di fondo e i principali interventi, offrendo una prima valutazione sulla sua adeguatezza per curare alcuni dei mali, antichi e più recenti, che colpiscono il nostro Paese, dopo ventanni di scarsa crescita e un anno e mezzo di devastante pandemia.

 

Della crescita (che non c’è) ne parla il presidente Draghi sin dalle prime righe della sua Premessa: «La crisi si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il PIL in Italia è cresciuto in totale del 7,9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, laumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6%. [] Dal 1999 al 2019, il PIL per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2%, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3%. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di uneconomia, è diminuito del 6,2% tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo» (PNRR 2021, 2).

 

Altri dati menzionati sui NEET, sul lavoro femminile, sul degrado ambientale, sulla familiarità con le tecnologie digitali confermano il divario fra lItalia e gli altri grandi Paesi fondatori dellEuropa unita: «Questi ritardi scrive ancora Draghi sono in parte legati al calo degli investimenti pubblici e privati, che ha rallentato i necessari processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, delle infrastrutture e delle filiere produttive » (PNRR 2021, 3). Da qui, il binomio inscindibile costituito da riforme e investimenti che caratterizza il PNRR visto nella sua interezza.

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/equita-ed-efficienza-banco-di-prova-del-pnrr/

Trent’anni dopo la Iugoslavia. Il punto sulla Rivista il Mulino

Trentanni dopo, molti sono i nodi ancora irrisolti, tra i quali spiccano la stagnazione politica e civile in Bosnia ed Erzegovina e limpossibile dialogo tra Belgrado e i vertici politici del Kosovo. Un approfondimento della Rivista Il Mulino.

Sono passati trentanni da quel 25 giugno 1991 che ha cambiato la vita ai cittadini della Jugoslavia. Chi si ricorda la Jugoslavia? Uno Stato federale e neutrale composto da sei repubbliche e sei nazioni più altre minoranze, da quattro lingue ufficiali più altre sei-sette minoritarie, da due alfabeti. Uno Stato uscito nel 1990 dal regime comunista con le elezioni democratiche e con linevitabile affermazione dei partiti nazionali in ogni Repubblica. Si sapeva che la democrazia avrebbe fatto affiorare le scelte politiche nazionali. Il 25 giugno del 1991 ci furono le proclamazioni dindipendenza da parte della Slovenia e della Croazia, le repubbliche economicamente più forti e storicamente diverse rispetto al resto della Jugoslavia. Un atto oggi ricordato come liberazione e realizzazione della statualità tanto agognata. Lo strappo sloveno e croato innescò il processo di dissoluzione della Jugoslavia.

Le tappe di questa dissoluzione vanno ricordate, devono essere memoria civile europea. Già il 26-27 giugno 1991 ci furono scontri aperti in Slovenia, tra le forze indipendentiste e lesercito federale. Una guerra durata dieci giorni. Poi fu la volta della Croazia: un conflitto strisciante, dato che la minoranza serba era insorta e aveva a sua volta proclamato indipendenti le proprie regioni. La guerra, che nellassedio drammatico di Vukovar ebbe lapice, si concluse dopo cinque mesi, con una tregua. La Slovenia e la Croazia ebbero il riconoscimento internazionale nel gennaio del 1992. La crisi si spostò più a Sud. Nellaprile del 1992 scoppiò la Guerra civile in Bosnia ed Erzegovina tra i locali serbi, musulmani e croati, e sarebbe durata oltre tre anni, con scontri tra tutte e tre le parti, con efferate violenze, stupri di massa, campi di detenzione, eccidi terribili, come quello di Srebrenica del luglio 1995, in cui furono trucidati ottomila bosniaci musulmani da parte dei reparti serbi. Laccordo internazionale di Dayton (Ohio), dellottobre del 1995, mise fine al conflitto e impose una soluzione statale alla Bosnia ed Erzegovina, composta, da allora, da due entità, una serba (Repubblica serba) e una federale musulmana/bosgnacca e croata.

Poi la crisi si estese al Kosovo, la regione già autonoma in seno alla Serbia, abitata da una maggioranza albanese. Anche qui violenze, scontri tra serbi e albanesi, masse di profughi, finché nel 1999 si giunse al bombardamento di Belgrado da parte della Nato. Fu il terzo bombardamento che la città subì nel Novecento. Altri scontri ci furono in Macedonia tra macedoni e albanesi, ma il conflitto fu bloccato sul nascere, tramite ingerenza statunitense. La Jugoslavia, come concetto e federazione serbo-montenegrina, sopravvisse fino al 2003. Nel 2006 la Serbia e il Montenegro si sono separate. Nel 2007, il Kosovo ha proclamato la sua indipendenza, ma non è pienamente riconosciuto sul piano internazionale.

Delle guerre jugoslave si disse fossero barbarie sulla soglia dellEuropa, che proprio in quegli anni vedeva nascere lUnione europea. Un unico conflitto, con diversi scenari, in un mondo che pareva alla fine della sua storia, non più diviso tra potenze e ideologie. Oggi capiamo meglio i fatti: folle di profughi riprese dalle televisioni in diretta, stupri di massa come guerra psicologica, il sacrificio dei propri civili per screditare il nemico, lintervento militare umanitario tramite bombardamenti «intelligenti», traffici in armi, droga e prostituzione attorno alle forze belligeranti ma anche tra quelle dislocate per pacificare, traffici di organi. E poi: la criminalità che diventa potere legittimato e viceversa, i mujaheddin, gli ultrà trasformati in commando, i mercenari e i contractor, e le Ong, gli inviati in carriera, la reciproca fabbricazione dellimmaginario dellorrore, i grandi intellettuali occidentali catapultati nella regione che scelgono la loro parte e il loro palcoscenico, i media internazionali che determinano una narrazione di portata globale e infine, e a chiusura, i processi e le sentenze del tribunale internazionale dellAia per i crimini commessi contro lumanità in Jugoslavia. In fin dei conti, la balcanizzazione interna ed esterna, nel senso peggiore del termine, dei Balcani. Ma anche un banco di sperimentazione, un anticipo sotto tanti aspetti, per altre emergenze belliche e civili che sono seguite.

Cosa abbiamo oggi, dopo tutto questo? Da un lato, Slovenia e Croazia sono Stati dellUnione europa, dallaltro ci sono i cosiddetti Balcani occidentali, una non Ue dentro lUe, che comprende Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, il Kosovo e lAlbania. In attesa che succeda qualcosa. Trentanni dopo, molti sono i nodi irrisolti, tra i quali spiccano la stagnazione politica e civile in Bosnia ed Erzegovina, che mette in questione il modello di Dayton, e limpossibile dialogo tra Belgrado e i vertici politici del Kosovo. Di fatto, sia la nazione serba sia quella albanese si trovano distribuite in tre diversi Stati. La Macedonia del Nord ha dovuto cambiare il nome per essere accettata dalla Grecia, ma trova ostacoli da parte della Bulgaria sulla incertissima strada verso lUe.

I Balcani occidentali sono nominati solo quando affiora nei media internazionali il dramma delle migrazioni che attraversano la regione. Sfugge lincastro di problematiche irrisolte, che richiamano gli esiti delle guerre balcaniche dal 1912-1913 al 1999. Ci sono dinamiche integrative europee attorno ai Balcani occidentali che li escludono, li marginalizzano. La Grecia rientra nelliniziativa EuroMed 7, un forum sorto nel 2013 che comprende pure Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Malta. Del 2016 è il Three Seas Initiative, detto anche Trimarium, un forum di dodici Stati avviato su ispirazione della Polonia e della Croazia, forum che punta a unire ancor di più lo spazio economico, politico e sociale compreso tra il Mar Baltico, il Mar Nero e lAdriatico. Del Trimarium oggi fanno parte Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria; una compagine che traccia un confine netto, come Centro Europa, rispetto ai Balcani. Del 2014 è invece il Berlin Process, promosso dalla Germania, e, questo sì, dedicato ai Balcani occidentali. Ma, nonostante gli incontri annuali al massimo livello, lUe non è riuscita, oltre le belle parole, a imporre alcuna strategia. Contano assai di più, come riferimento, gli Stati Uniti, ma anche la Russia e, di recente, la Cina e la Turchia.

In questi ultimi mesi sono circolati nello spazio post jugoslavo diversi non paper, documenti non ufficiali e anonimi ma resi pubblici e di origine autorevole, in cui si ipotizza lo spostamento dei confini tra i sei Paesi e la creazione di Stati nazionali più omogenei, fatto che ha provocato una diffusa ansia e preoccupazione. Nel contempo, si parla sempre di più di abbattere i confini tra i sei Stati, sul modello del Benelux, e rendere i Balcani occidentali area partner dellUe. E mentre la Nato si è affermata ovunque, fuorché in Serbia e in Bosnia ed Erzegovina, i percorsi dei singoli Paesi, come candidati allUe, si sono arenati, dalla Macedonia del Nord allAlbania, al Montenegro. In merito nessuno si fa illusioni: ci sono pochissime speranze.

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https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5724?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+I+Balcani+e+l%27Europa%2C+30+anni+dopo+%5B7943%5D

Usa, la Trump Organization viene incriminata

Donald Trump ha eluso per molto tempo le conseguenze della sua discutibile etica aziendale e degli scandali personali e politici. Ma le accuse del gran giurì, dopo che un alto dirigente ha testimoniato, sono tornate di moda.

Le accuse, che dovrebbero essere svelate oggi, sono relative a presunti reati fiscali su vantaggi e benefici concessi ai dipendenti, tra cui case senza affitto, leasing di auto e bonus.

Le accuse prendono di mira la Trump Organization, il direttore finanziario e il braccio destro di Trump Allen Weisselberg. E anche se l’ex presidente non dovrebbe essere accusato, il  colpo messo a segno dal gran giurì sarà sicuramente duro.

Infatti la resa dei conti tra la Trump Organization e i pubblici ministeri segnerà un altro dramma tumultuoso nella vita dell’ex presidente tra fallimenti , divorzi e abusi di potere che hanno portato a due impeachment. 

Inoltre la significativa escalation legale, ora, avrà sicuramente anche conseguenze politiche più ampie poiché Trump cercava di rilanciare la sua carriera politica dopo la sconfitta contro il presidente Joe Biden.

Ma la buona notizia è che se sei Donald Trump non andrai in prigione sulla base di un atto d’accusa della Trump Org. Infatti nessun individuo, negli USA,  può andare in prigione sulla base di un atto d’accusa di una società.

Austria: Kristina Edlinger-Ploder è la prima donna vicepresidente Caritas.

La Caritas austriaca ha per la prima volta una vicepresidente.

Kristina Edlinger-Ploder lavora per la Caritas da oltre 20 anni e ha occupato varie posizioni professionali. Dal 2016 è presidente del Consiglio di fondazione della Caritas della Stiria. Con lei sono stati nominati anche i due direttori della Caritas del Voralber – Walter Schmolly – e del Salisburghese – Johannes Dines.

La Caritas agisce come una “roccia solida” come partner per le persone bisognose, ma è anche innovativa e reagisce alle sfide del tempo, ha evidenziato Edlinger-Ploder che, sul suo approccio ha spiegato: “Soprattutto sostengo il principio di ‘aiutare le persone ad aiutare se stesse’”.

Il Mise stanzia 286 mln a favore delle imprese

Il Ministro Giancarlo Giorgetti ha firmato i decreti che autorizzano sei accordi di sviluppo e tre accordi di programma tra il MiSE, le aziende coinvolte e le Regioni Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna e Veneto. Gli accordi puntano a favorire la competitività del territorio e la creazione di nuova occupazione, attraverso gli investimenti delle imprese in progetti produttivi e di ricerca e sviluppo di rilevante impatto strategico e tecnologico. Per la realizzazione di questi interventi sono previsti investimenti complessivi pari a circa 286 milioni di euro, a sostegno dei quali il MiSE mette a disposizione circa 107 milioni di euro di agevolazioni.

“Il doppio binario della valorizzazione del Made in Italy nelle produzioni tradizionali che caratterizzano il nostro Paese anche all’estero e gli investimenti nell’innovazione e nella produzione industriale di avanguardia – dichiara il Ministro Giorgetti – rappresentano la linea guida che il MiSE deve avere per lo sviluppo e il rilancio della nostra economia. È importante, ancor più ora con gli strumenti e le possibilità che offre il PNRR, essere protagonisti in un’azione coordinata e continua per proteggere e rilanciare i nostri asset strategici”. In particolare, nei sei accordi di sviluppo sono coinvolte tre società del “Gruppo Beretta”, Heineken Italia, Orogel, Agricola Italiana Alimentare, Mister Pet e Schlote Automotive Italia, mentre i tre accordi di programma riguardano All.Coop Società cooperativa agricola, DWB Proteins e un gruppo di società composto da Magnaghi Aeronautica, Metal Sud, Geven e Skytecno. Il Ministro aveva, inoltre, già autorizzato lo scorso mese di aprile un accordo per l’innovazione per un investimento complessivo di 18 milioni di euro, con le Regioni Lombardia e Sicilia e le aziende STMicroelectronics, FCA Italy e Comau, per la realizzazione di un progetto innovativo nel settore delle produzioni microelettroniche.

Variante Delta: cosa succede nel mondo

La variante Delta del coronavirus spaventa il mondo. La diffusione di questa variante sta portando alcuni Paesi ad adottare misure più restrittive nel tentativo di arginare i contagi, mentre si spinge sulla seconda dose della vaccinazione anti Covid. Intanto da domani 1 luglio il Green Pass europeo renderà più semplice viaggiare da e per tutti i Paesi dell’Unione europea e dell’area Schengen.

FRANCIA – In Francia la variante indiana “rappresenta circa il 20% dei nuovi casi” di coronavirus accertati nel Paese dove sta “progressivamente diventando dominante”, ha detto il ministro della Salute francese, Olivier Véran, che ha rinnovato l’appello a “vaccinarsi” e a restare “molto vigili”.

GRAN BRETAGNA – In Gb, dove l’aumento dei contagi è dovuto alla variante Delta, sono più di ventimila i casi di coronavirus registrati nelle ultime ore e 23 i decessi. Si tratta di un dato in calo rispetto ai 22.868 contagi confermati il giorno precedente, ma dati ufficiali di governo riferiscono comunque di 20.479 casi.

AUSTRALIA – Sono circa 10 milioni, su una popolazione di 25 milioni, gli australiani toccati dalle nuove misure restrittive, come il coprifuoco, a causa della diffusione della variante Delta. Dopo Sydney sulla costa orientale e Darwin nel nord, numerosi casi sono stati registrati a Perth, sulla costa occidentale e nell’area tropicale del Queensland.

INDIA – Le autorità di Nuova Delhi hanno autorizzato l’uso del vaccino Moderna contro il coronavirus per cercare di fermare la diffusione della variante Delta. Si tratta del quarto vaccino a disposizione in India dopo quello di Oxford-AstraZeneca, il Covaxin sviluppato dall’indiana Bharat Biotech e il russo Sputnik V. Dall’avvio della campagna vaccinale a metà gennaio sono state somministrate 327 milioni di dosi contro il Covid-19.

RUSSIA – Il ministro della Salute russo, Mikhail Murashko ha detto che sono 151mila le persone ricoverate per il Covid-19 in tutto il Paese, dove è in corso una terza ondata alimentata dalla variante Delta. Intervenuto in televisione nell’ambito di una riunione della task force Covid, ha riferito il Guardian, Murashko ha parlato di “situazione tesa, specie nelle grandi città”. I posti letto per il Covid, ha spiegato, sono “182mila e i ricoverati 151mila”.  Nelle ultime 24 ore la Russia ha registrato il numero delle vittime più alto dall’inizio della pandemia, 652 persone, superando il precedente record di 635 decessi lo scorso 24 dicembre. A San Pietroburgo, città che ospita senza alcuna restrizione i quarti di finale degli Europei di calcio, sono stati registrati 119 morti. I nuovi casi in Russia sono 20.616.

ISRAELE – Il governo sta conducendo una campagna per immunizzare la fascia d’età fra i 12 e i 15 anni. Fra i Paesi con il più alto tasso di vaccinazione anti Covid del mondo, Israele è alle prese con nuovi contagi dovuti alla variante Delta, che hanno colpito molti adolescenti non ancora vaccinati. C’è inoltre una spinta a vaccinare in fretta, perché molte dosi disponibili sono prossime alla scadenza.

GRECIA – Chi ha ottenuto entrambe le dosi del vaccino contro il coronavirus potrà recarsi al ristorante senza indossare la mascherina. Lo ha deciso il governo greco con l’intento di aumentare le vaccinazioni mentre si sta diffondendo sempre più la variante Delta. Dal 15 luglio, per la prima volta dallo scoppio della pandemia, le persone vaccinate potranno entrare negli impianti sportivi, ma dovranno indossare le mascherine. Lo stesso vale per teatri e cinema.

Perché l’immobilismo di Gualtieri può condurre alla sconfitta del centro sinistra nella lunga partita per il Campidoglio.

A sinistra prevale un sentimento di superficialità e presunzione, come se la “fraterna rivalità” di Calenda e la trasversalità di Michetti non costituissero un ostacolo sulla via del successo. I sondaggi parlano di un ballottaggio sul filo di pochi punti percentuali tra i contendenti dei due blocchi tradizionali. Nulla può essere dato per acquisito.

 

Cristian Coriolano

 

Mentre la destra condensa il suo messaggio di semplicità e aggressività attraverso la bonomia di un candidato senza pretese, salvo quella di portare in Campidoglio il vessillo della vittoria di tutti gli scontenti e i delusi della fallimentare gestione Raggi, ma anche di tutti i prevenuti e gli antagonisti della vecchia sinistra romana, non si comprende la razionalità di una contesa sulllo stesso terreno politico (non esteso all’infinito) da parte di Gualtieri e Calenda, con l’evidente rischio di un cedimento improvviso in qualche punto sensibile del fronte democratico e riformista.

 

Calenda porta le maggiori responsabilità. Fino a ieri dava la sensazione di condurre una bella ed onesta battaglia a tutto campo, anche nel presupposto che la critica verso il Pd potesse comportare, al di là del richiamo dei Dem alla centralità delle primarie, l’accettazione della sua candidatura a sindaco di Roma. Così non è stato: le primarie hanno avuto corso e Gualtieri, infine, è stato legittimato a guidare le operazioni per la (ri)conquista del Campidoglio. Di fronte alla tenuta del Pd, l’atteggiamento di “fraterna rivalità” del leader di Azione finisce per apparire velleitario o inconsulto, senza un connotato di opportuna generosità. Tant’è che la sua proposta tende a sovrapporsi a quella del Pd secondo la classica logica del “più uno”: se Gualtieri, accompagnato dalla Cirinnà, partecipa alla sfilata del Gay Pride, ecco che Calenda s’ingegna a far di più e a far di meglio, da par suo, annunciando la scelta di un capolista appartenente alla comunità Lgtb. In pratica, “sinistra” e “centro” vanno divisi non per conquistare consensi altrove, a danno in sostanza di Raggi e Michetti, ma per calamitare su di sé una quota degli stessi consensi sull’onda di un certo pensiero e costume radical-libertario.

 

Sta di fatto che questa strana competizione – in effetti sembra affermarsi come la “drôle de guerre” dei riformisti – inibisce il favore, almeno sotto l’aspetto di un primo e indispensabile coinvolgimento emotivo, di quella parte di elettorato che sente comunque la necessità di legare la laicità dello Stato al rispetto di alcune fondamentali concezioni, etiche e religiose, per altro ancora forti nella coscienza collettiva del Paese. Il discorso va oltre la cosiddetta “questione cattolica” dal momento che interessa e colpisce una larga fetta di opinione pubblica per la quale, evidentemente, la tolleranza non è in dubbio, come però non lo è, al tempo stesso, la misura o l’equilibrio nel tenere insieme le diverse sensibilità presenti nella vita sociale e politica della nazione. Qualcosa non quadra nel centro sinistra se ci si divide su tutto, anche sulla scelta di una candidato unitario, ma si pretende di vincere e prima ancora di convincere adottando la “lingua veicolare” dell’indifferentismo morale e quindi dell’insofferenza, più o meno mascherata, nei riguardi delle espressioni di fede, con quel che consegue in termini di orientamento o passione civile.

 

I sondaggi più attendibili ipotizzano che al ballottaggio la sfida sia tra Gualtieri e Michetti. Il primo sarebbe in vantaggio, ma di pochi punti. Non è detto che la campagna elettorale confermi l’attuale distribuzione di consensi; anzi, in uno scenario che rende altamente competitivo Michetti, pressoché sconosciuto fino a ieri agli occhi del grande pubblico, può accadere che i moderati indecisi, specialmente attratti dai temi della sicurezza e del decoro della città, subiscano lungo il percorso della campagna elettorale quel tanto di fascinazione nazional-popolare dell’ex militante della sezione dc di Monteverde, poi cresciuto all’ombra della presidenza regionale di Piero Marrazzo. La sponda assicurata dalla Matone, la vice assai prossima agli ambienti dell’Opus Dei, rende ancora più insidiosa la proposta di una destra che a Roma riesce ad aggregare un elettorato trasversale, desideroso di sentirsi rappresentato come cemento di una comunità organica, con la simbologia un po’ aristocratica e un po’ plebea della intramontabile romanità.

 

A Gualtieri, insomma, spetta prendersi cura di ciò che le circostanze impongono, ovvero l’avvio di un processo che muova dal presupposto di nuove idee e nuovi metodi da porre al servizio, come possibile, di un centro sinistra più aperto. Non è un impegno facile, visto il peso delle abitudini di una classe dirigente di lotta (al Comune) e di governo (in Regione), poco incline a rimettersi in discussione, a giocare una partita più ambiziosa. Finora s’è visto un lavorio affannoso per ripulire l’argenteria di famiglia, mentre le attese sono ben altre e ben altre anche le domande. Ancora latita la formulazione di un messaggio rivolto effettivamente al cuore di una Roma che ambisce ritrovare se stessa, la sua funzione ineludibile, in virtù soprattutto di una sana volontà di cooperazione, oltre pertanto gli steccati delle partigianerie. In fondo l’immobilismo è l’anticamera di una sconfitta che arbitrariamente s’immagina di poter disconoscere per pigrizia, se non per presunzione.

I 5 stelle e l’elettorato intercambiabile. Al Nazareno si mantiene sovrana l’indifferenza sulla involuzione del Movimento.

Ci sono quesiti che non possono essere elusi. La crisi del Movimento è sotto gli occhi di tutti. Sembra ormai evidente che Grillo ha piegato l’avvocato del popolo ridando centralità al popolo di Rousseau. Ma quali saranno le conseguenze? Il Pd tarda a rimodulare il suo pensiero su una alleanza impossibile.

 

Giorgio Merlo

 

C’è un aspetto che, francamente, incuriosisce sempre di più in questa spietata lotta di potere all’interno del partito dei 5 stelle. Certo, è del tutto inutile parlare di quello che hanno sempre predicato, giurato, urlato, scritto e sostenuto  nel corso di questi anni e che hanno sistematicamente rinnegato. Ormai non fa neanche più notizia ricordarlo.

 

Quello che, invece, merita di essere approfondito e discusso è come sia possibile che di fronte ad un potenziale cambiamento repentino e radicale del profilo politico, della natura e della proposta di quel partito, semprechè il fondatore del “vaffa” sia sconfitto a favore dell’ex Presidente del Consiglio – ma appare alquanto difficile anche alla luce della feroce polemica di queste ore – l’elettorato resti sempre lo stesso. Ovvero, cambia tutto, ovvero lo statuto, il codice etico, i regolamenti, il “capo”, la prospettiva e via discorrendo, ma resta intatto chi ti vota. Ma come è possibile tutto ciò?

 

Un punto, questo, che non può diventare una variabile indipendente rispetto alla prospettiva concreta e tangibile di un partito. Come è possibile, del resto, che un progetto politico abbia un elettorato definito e preciso e un progetto politico alternativo e radicalmente diverso conservi lo stesso elettorato? Perchè delle due l’una. O il nuovo (?) e futuro corso dei 5 stelle rinnega definitivamente il passato – e cioè, populismo, giustizialismo manettaro, anti politica, demagogia, uno vale uno, antiparlamentarismo e antisistema – e allora incrocerà un elettorato radicalmente diverso rispetto al passato oppure, cosa più probabile, restando sempre le stesse le parole d’ordine continueranno ad avere l’elettorato tradizionale. Quello grillino tradizionale per intenderci.

 

Ricordo questo aspetto perchè anche se siamo in un contesto dominato dal trasformismo politico e parlamentare, come ormai è evidente a quasi tutti, gli elettori difficilmente possono essere trascinati da un progetto ad un altro senza colpo ferire. Tanto per fare un solo esempio, sarebbe curioso verificare quanti elettori conserverebbe ancora Forza Italia se decidesse di stringere un’alleanza sutturale e organica con la sinistra italiana…. E questo perchè anche in un clima pesantemente trasformistico ed opportunistico, difficilmente un intero elettorato è disponibile a seguire fidesticamente e dogmaticamente proposte alternative tra di loro. E questo rappresenta, anche per un partito/non partito come i 5 stelle, un nodo che prima o poi andrà sciolto. Senza propaganda e senza ulteriori trucchi.

 

Esiste, però, un “post scriptum” in tutto ciò. Ma come può un partito come il Pd, il miglior erede della tradizione e della cultura della sinistra italiana, pensare che tutto ciò non incida anche sul terreno dell’alleanza politica ed elettorale che vuole stringere in vista dei prossimi appuntamenti elettorali? In altre parole, come è possibile fingere che sia un fenomeno del tutto virtuale sia che vinca una linea sia che ne prevalga un’altra? Ovviamente alternativa e radicalmente diversa? Anche questo resta un mistero della politica italiana. O meglio, della sinistra italiana.

Caro-mattone, i prezzi delle case nel Regno Unito e negli Stati Uniti

 

Gli ultimi dati parlano di una crescita record, che aumenta comunque le disuguaglianze tra chi ha risparmiato durante il lockdown e può permettersi di investire e chi invece non ha ancora le possibilità economiche per farlo.

Adnkronos

 

E’ record per i prezzi delle case negli Stati Uniti. L’indice Case-Shiller a 10 città ha guadagnato il 14,4% nel corso dell’anno conclusosi ad aprile, rispetto ad un aumento del 12,9% a marzo. Si tratta di un aumento record da oltre 30 anni, e cioé dal 1988. L’indice delle 20 città è aumentato del 14,9%, dopo un rialzo annuale del 13,4% a marzo, sfiorando il top dal dicembre 2005. La crescita dei prezzi ha accelerato in tutte e 20 le città. Gli economisti intervistati dal Wall Street Journal si aspettavano che l’indice delle 20 città guadagnasse il 14,5%. La domanda si mostra sempre in forte crescita mentre l’offerta sul mercato è più limitata.

 

Un trend che viene confermato anche oltreoceano: in Gran Bretagna i prezzi sono ai massimi da oltre 16 anni e solo a giugno sono saliti su base annua del 13,5%. In altri termini, il prezzo medio di una casa nel Regno Unito è aumentato dello 0,7% a giugno da maggio a 245.432 sterline. E’ un dato che conforta la tesi di alcuni analisti secondo cui l’economia del Regno Unito registrerà un’impennata, aiutata dalla rapida campagna di vaccinazione e dagli stimoli del governo e della Banca d’Inghilterra. Proprio gli ultimi dati della Boe hanno mostrato che i prestiti ai consumatori sono aumentati a maggio per la prima volta da agosto – anche se modestamente – poiché le restrizioni sono state eliminate e i consumatori hanno acquistato auto grazie ad accordi finanziari presi con le concessionarie e nel frattempo hanno contratto più prestiti personali.

 

Questi dati secondo alcuni analisti, come Ruth Gregory di Capital Economics, fanno prevedere che l’economia sia cresciuta dell’1,5-2,0% a maggio, rallentando leggermente dal salto del 2,3% di aprile, ma comunque sulla buona strada per riguadagnare la sua dimensione pre-pandemica in autunno, il che sarebbe leggermente prima rispetto alle stime della BoE che danno questo traguardo raggiunto per la fine del 2021.

 

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https://www.agi.it/economia/news/2021-06-29/aumento-prezzi-case-gb-usa-13097716/

Dal Reno al Tevere. Un libro sulle gesta e le glorie della famiglia Koch.

Tra le altre testimonianze quella di Marco Lodoli. Il noto scrittore e membro del ramo che ha a capo Augusto Koch offre a riguardo profonde riflessioni sullalbero genealogico.

 

Christa Langen-Peduto

 

Joseph Anton Koch e la sua grande famiglia (Joseph Anton Kock und seine große Familie) è il titolo di un libro pubblicato di recente dalla casa editrice romana L’Erma di Bretschneider (2021, 186 pagine, 125 euro), a cura di Elmar Bordfeld, dal 1971 al 1987 caporedattore dell’edizione in lingua tedesca de «L’Osservatore Romano».

 

Pur essendo cresciuto in Germania, anche Bordfeld fa parte della grande famiglia che ha come capostipite il famoso pittore, incisore su rame e disegnatore tirolese Joseph Anton Koch (1768-1839). Dal 1795 questi lavorò a Roma, dove fu uno tra i più importanti nazareni di lingua tedesca. Sposò Cassandra Ranaldi di Olevano Romano, luogo idilliaco da lui spesso dipinto, situato trenta chilometri a sudest della città eterna, e con lei fondò questa famiglia tanto ramificata, che però non si è mai persa completamente di vista. La sua storia, antica di oltre 225 anni, è legata a Roma, i Papi e lo Stato della Chiesa, ma anche al boom edilizio quando la città, dal 1871, divenne la nuova capitale del Regno d’Italia, e con il suo successivo sviluppo. Perciò questa interessante opera pubblicata in una edizione bilingue tedesca e italiana non è solo un album di famiglia per i discendenti di Koch. È anche un pezzo di storia della cosiddetta colonia tedesca a Roma, vista e narrata, per una volta, da un’angolazione diversa.

 

Da molto, ormai, tanti membri della famiglia hanno cognomi italiani o nomi italiani e cognomi tedeschi. Le figlie si sposarono, perdendo così il cognome Koch. I figli e i generi furono pittori come il capostipite. L’architetto Gaetano Koch, un nipote, è famoso per i suoi palazzi in stile neorinascimentale, ad esempio nell’attuale piazza della Repubblica a Roma, o anche per l’edificio della Banca d’Italia, completato nel 1892, chiamato ancora oggi Palazzo Koch. Luciano Koch, discendente del figlio del pittore, Augusto, fu ambasciatore. Alcuni membri della famiglia, entrati a farne parte per matrimonio, sono stati orologiai e gioiellieri — ancora oggi il nome Hausmann & Co è tra i più rinomati a Roma — e hanno collocato molti orologi da tavolo e a pendolo anche nella Città del Vaticano.

 

Altri ancora sono stati rilegatori e librai, soldati e ufficiali. Molti membri della famiglia, non importa se a Roma, a Bonn e a New York, hanno appeso nel salotto di casa un bellissimo albero genealogico. Ormai ne esistono tre, due dei quali disegnati davvero come alberi con molti rami, sui quali sono indicati i nomi dei discendenti di Koch. Il primo è stato disegnato nel 1923 dal rilegatore Costantino Glingler, marito della discendente di Koch, Erna Hausmann. L’ultimo albero genealogico, del 2019, è stato realizzato dalla discendente Giulia Fabbricotti attraverso la piattaforma online di genealogie My Heritage sotto forma di diagramma. In formato pdf, può essere ingrandito attraverso il link indicato nel libro. E da esso si evince che le persone che fanno parte della grande famiglia Koch sono ormai più di 900.

 

I discendenti non sono però uniti solo dagli alberi genealogici. Nel cimitero tedesco nella Città del Vaticano, ovvero il Campo Santo Teutonico, non è sepolto solo il capostipite. Diversi rami della sua famiglia hanno lì le loro cripte. Ed erano o sono membri importanti dell’Arciconfraternita di Santa Maria della Pietà dei Teutonici e dei Fiamminghi, che si prende cura del cimitero. La fede cattolica «ha sostenuto questa famiglia spiritualmente in tutte le vicissitudini e situata socialmente», osserva nel libro monsignor Stefan Heid, membro della presidenza dell’Arciconfraternita.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-143/dal-reno-al-tevere.html

Guardare Oltre lo specchio di Alice: le riflessioni di Bassetti, in questo prezioso volumetto, invitano ad allargare la nostra visuale politica.

Attorno a questa recensione dell’ultimo libro di Piero Bassetti, scritto nel solco di una lunga meditazione sul cambio di paradigma rispetto all’epoca del potere degli Stati nazionali, l’autore mette in luce argomenti e suggestioni attinenti alle prospettive di sviluppo della comunità transnazionale degli Italici.

 

Umberto Laurenti

 

 

Debbo iniziare con una dichiarazione di umiltà: ignoravo l’esistenza del secondo romanzo di Lewis Carrol, mi ero fermato ad Alice nel paese delle meraviglie; ho cercato di informarmi sommariamente, traendone la conclusione che il significato ultimo del libro è che è bene credere nell’impossibile. L’occasione mi è stata fornita dall’uscita del libro di Piero Bassetti, Oltre lo specchio di Alice. Governare l’innovazione nel cambiamento d’epoca, Guerini e Associati editore 2020.

Libro che invece ho letto con attenzione, trovandolo interessante ma non semplice, una sorta di matrioska letteraria, dove i continui richiami ad autori in gran parte contemporanei, stimolano se non costringono a prendere almeno conoscenza di quanto prodotto da quegli autori, ed esigono da parte del lettore una disponibilità di approccio multidisciplinare ad ogni tematica affrontata, segnalando pure come in un mondo complesso come quello d’oggi, non sia più consentito ad un essere umano consapevole, delegare totalmente agli specialisti la conoscenza di argomenti quali la fisica quantistica, tanto per fare un esempio. A volte, nella lettura di Oltre lo specchio di Alice, il lettore rischia di perdersi o di inseguire un tema invece secondario, ma ci pensa l’Autore a rimettere al centro dell’attenzione il tema principe: l’innovazione ed il suo governo. Un libro che non viene a caso, ma è strettamente legato ad altri due volumi recenti: Svegliamoci Italici. Manifesto per un futuro glocal, Marsilio Editore 2015,  e Guardare oltre. Innovazione e politica nell’esperienza di Pero Bassetti, di Francesco Samorè, Carrocci Editore 2018, ed alla vicenda umana e politica di Piero Bassetti, nato nel 1928 e con tante storie vissute nelle Istituzioni di ogni livello, ancora in pieno svolgimento e sempre con lo sguardo al futuro e due obiettivi fissi: il mondo e la sua Milano, città alla quale dedica un significativo capitolo nella parte finale del volume.

 

Indubbiamente l’innovazione è un tema centrale per chi vuol capire il presente e soprattutto cercare di vedere in anticipo il futuro dell’umanità, tuttavia non è stata finora enunciata in maniera convincente una teoria sul come possa essere gestita ed indirizzata l’innovazione, tanto da rendermi persuaso che la sua gestione è collettiva e casuale, quindi non governabile. Tra le tante invenzioni che nei secoli hanno modificato radicalmente la vita del genere umano, tanto da apparire come innovazione perenne ed irrinunciabile, l’esempio che più mi è familiare è l’invenzione della stampa. Non credo che Gutenberg fosse consapevole della rilevanza generale e perenne di ciò che lui stava inventando nel 1456, e neppure Aldo Manuzio poteva immaginare il futuro della stampa, mentre nel 1501 inventava il libro ed soprattutto il libro tascabile, creando di fatto il mercato librario,  e mentre inventava, per movimentare lo stampato, vari tipi di carattere (per la verità inventati qualche anno prima da un altro italiano che non riuscì a conservarne la proprietà, ad ulteriore conferma di quanti fattori possano influenzare la casualità ed il percorso di una invenzione), fornendo quindi con la replicabilità in centinaia o miglia di copie di un’opera,  il modo con cui la stampa diventava fruibile dalla generalità degli alfabetizzati anziché da pochi fortunati, trasformandosi per così dire in strumento democratico.

 

Non starò qui a citare i tanti studiosi che si sono dedicati all’argomento, limitandomi a ricordare la splendida definizione che dell’invenzione della stampa ha dato Elizabeth Eisenstein in un suo scritto del 1979: una rivoluzione inavvertita; sufficientemente evocativa è pure l’individuazione fatta da Lord Acton degli effetti collaterali di tale invenzione, quale l’accesso di maggior pubblico, insieme agli effetti verticali o cumulativi: ogni generazione ha la possibilità di costruire qualcosa di nuovo sul lavoro intellettuale delle generazioni precedenti.

 

Un processo continuo quindi, dove qualche intervento, aggiungo io, si segnala per qualità ed originalità, tanto da ricordarci che non si tratta di processo scontato ed automatico. E proprio Aldo Manuzio ci offre la prova di ciò, aggiungendo a quella del libro l’invenzione dell’italic font, il carattere corsivo che ingentilisce la stampa e con l’abbandono del carattere gotico avvicina alla lettura il grande pubblico, denominato italic quale istintivo richiamo alla grazia, alla bellezza ed alla originalità. Dunque, chi inventa non ha la consapevolezza piena delle conseguenze che ne scaturiranno, né può esercitare il controllo delle applicazioni della sua invenzione, a parte la rendita temporanea dell’eventuale brevetto registrato, poiché l’innovazione, cioè l’insieme di tutte le invenzioni e di tutte le applicazioni delle stesse, modificato costantemente e spesso casualmente ed anonimamente, non è governabile poiché sempre in moto, al punto che sapersi adattare ai cambiamenti è la nuova forma di convivenza civile, indubbiamente scontando la perdita di apprezzamento valoriale degli stessi.

 

L’unico rimedio che mi appare essere possibile a questa traiettoria, è lo stimolo costante alla partecipazione conoscitiva del processo globale di innovazione, affinché ne nascano, per quanto possibile, modi e strumenti di controllo e governo, almeno delle applicazioni visibili, con tutti mezzi di partecipazione sociale possibili, a partire dalla forma contemporanea di evoluzione della invenzione della stampa, che è la rete web.

 

Fino a pochissimi anni fa il termine “italico” si usava appunto, solo per indicare il carattere corsivo inventato da Manunzio, ed “italici” erano i popoli che popolavano la penisola fino alla loro assimilazione nell’Impero Romano. A conclusione delle c.d. Guerre Sociali che la “Lega Italica” e gli Etruschi avevano combattuto contro Roma, tutti erano diventati cittadini romani, grazie al valore determinante per l’ottenimento della cittadinanza, dato al comune sentire di valori più che allo jus sanguinis  o allo jus soli. Roma compiva così una prima grandiosa ed innovativa operazione culturale, dando a tutti regole, diritti e doveri comuni, ed adottando per converso ciò che di meglio appariva introitabile dagli usi e costumi dei popoli italici preesistenti. Certo, come in tutte le svolte epocali, con conseguenze sociali positive ampiamente esaltate e qualche perdita sottaciuta: ad esempio dagli Etruschi i Romani seppero assorbire tante abilità e scienze, dalla lavorazione del ferro alla scienza delle costruzioni ed all’idraulica, ma si guardarono bene dall’adottare il principio della parità di genere che vigeva per la donna etrusca, come pure il sistema dell’autonomia piena delle singole città, in un regime confederale ante litteram.

 

Si realizzò comunque una koiné culturale e poi religiosa, tra i diversi popoli della Penisola, con il collante giuridico e militare romano, capace di durare quasi due millenni contrassegnati da invasioni, dominazioni straniere e guerre dinastiche locali, fino alla “unità indotta” del 1860/70. Non è quindi difficile, per chi legge la precedente opera di Piero Bassetti: “Svegliamoci Italici” riconoscersi italico. Forse mi illudo, ma vedo un percorso che, partendo dalle Comunità immaginate descritte da Anderson, conduca almeno per quel che ci riguarda, ad una comunità inverata degli Italici, grazie al recepimento delle attese nascenti dalla svolta epocale prodotta dalla Pandemia Covid 2020/2021; un nuovo Rinascimento con le radici ben salde nel percorso bimillenario della cultura italica, rappresentato da ciò che di positivo evoca l’Italia d’oggi nell’immaginario collettivo: soft power, eleganza, creatività, empatia, arte, qualità, natura, lingua, testimoniato nel mondo dall’incontro e contaminazione con le culture locali, vissuto in una nuova prospettiva istituzionale che trova nell’Unione Europea la più efficace e credibile forma di trascendimento delle autonomie nazionali, a favore di un sistema di governo e partecipazione democratica che abolisce i confini interni, ma pone a fondamento della costruzione comune i princìpi guida che accomunano le diverse culture presenti in Europa, culture che restano intatte pur con assetti istituzionali modificati, e che si arricchiscono reciprocamente. Dovrebbe apparire evidente a tutti quanto sia conveniente, oltre che giusto, partecipare a questo disegno innovatore europeo, con la forza di una civiltà italica espressa in tutto il suo potenziale e testimoniata dai milioni di italici sparsi in Europa, individualmente come studiosi, docenti, imprenditori, artisti e tecnici, o come protagonisti delle attività di Istituti di cultura, Centri di ricerca, Camere di Commercio, anziché totalmente delegata alle rappresentanze istituzionali dello Stato italiano o alla burocrazia.

 

Potrebbe sembrare un disegno ambizioso e visionario, quello di una Community Italica che vive nel mondo, tenuta insieme da un comune disegno e da un patrimonio culturale condiviso, grazie al nuovo tessuto connettivo sociale che è il web, ma in realtà se ci guardiamo intorno, possiamo scoprire luoghi ed esperienze che già operano in sintonia con questo Progetto.

 

Ma torniamo al libro di Piero Bassetti, denso di riferimenti filosofici utilizzati per lo più non in chiave di ricostruzione storica dell’evoluzione del pensiero, ma in funzione di ricerca di spunti utili ad individuare un percorso futuro dell’umanità: “sempre valida l’affermazione di Russel, secondo il quale il potere altro non è che la produzione degli effetti voluti”(pag.89), ed io chioserei qui che a Bassetti interessa soprattutto la predizione degli effetti dell’innovazione, ed infatti proprio nella stessa pagina,  trovo esplicitato il fine che a mio parere lo ha spinto a scrivere il libro: “ In queste righe non rinuncio a cercare i presupposti di questa nuova natura del governo, di queste nuove redini del potere, di queste nuove istituzioni e comunità immaginate. Il libro vorrei aiutasse ciascuno a rivedere le categorie imparate al liceo, che sono in gran parte cambiate”. Condivido il fine, ma se fossi richiesto di dare un consiglio su come raggiungerlo, direi che quelle categorie occorre ripercorrerle tutte insieme, per immergerle nel mondo nuovo e cercare di predire il futuro, poiché per poter sperare di governare, o almeno di indirizzare positivamente le scelte che caratterizzeranno il futuro, è assolutamente necessario tener conto del passato.

E pure leggendo la pag. 40, dove parla degli strumenti che cambiano il potere, costringendoci a ripensare la geografia che diventa connettografia o scienza del dove, mi è venuto di pensare che in verità noi veniamo costretti a ripensare tutte le scienze sociali, aggiungendone di nuove, ma senza annullare o dimenticare le preesistenti, e proprio sulla necessità di non abbandonare la geografia penso di avere valide motivazioni, ma non è questa la sede per approfondire l’argomento.

Una frase di Bassetti che trovo proprio in fondo al libro: “la ricerca di senso può unirci”, mi ha portato ad un ragionamento bizzarro e forse anche folle, ma voglio esprimerlo ugualmente. E’ noto che nel corso dei millenni, l’uomo ha perso molte facoltà sensoriali di cui era dotato e che ancora sono intatte negli animali anche domestici; sappiamo ad esempio che gli Etruschi collocavano i loro “santuari” in luoghi dove era particolarmente forte il magnetismo, e certo non disponevano di strumenti per rilevarlo, ed ancora oggi capita di far cercare vene sotterranee di acqua da un rabdomante. Mi chiedo: come mai, prima di abbracciare la ricerca per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, nessuno ha pensato ad avviare una ricerca per recuperare i sensi perduti dell’uomo?  Sarebbe un semplice ritorno alla natura, ma certamente sarebbe utile in tante circostanze.

Sono arrivato alla fine del libro e traggo una conclusione finale: il miglior modo per rendere omaggio al suo Autore, è guardare sempre Oltre, ma senza mai perdere la memoria del passato e coltivando la necessità di condividere con altri il percorso.

La casa, un miraggio per i giovani.

Per favorire lacquisto di una abitazione – scrive l’autore su lavoce.info –  da parte dei giovani non bastano sconti fiscali che abbassano di poco la rata del mutuo. Occorre un aiuto più consistente, magari come parte di una più ampia politica per la casa, che consideri anche l’affitto.

 

Raffaele Lungarella

 

Il decreto legge 73/2021, denominato Sostegni bis, non presta un’adeguata attenzione alle problematiche della casa. Il solo specifico intervento previsto (all’articolo 64) è volto a favorire l’acquisto della prima casa da parte dei giovani e di particolari categorie di soggetti, rendendo meno rischioso per le banche concedere i mutui e alleggerendo gli oneri fiscali a carico del compratore. Sull’efficacia di queste misure può essere utile qualche considerazione.

 

Della prima delle due misure possono beneficiare, entro il 30 giugno 2021, i soggetti ammessi con priorità al Fondo di garanzia per la prima casa gestito da Consap (istituito nel 2008 con il decreto legge 112 e modificato con l’articolo 1 comma 48 della legge 147/2013), che ristora parzialmente la banca del capitale non ancora ammortizzato al momento in cui il mutuatario smette di pagare le rate del mutuo. Per giovani coppie, nuclei familiari monogenitoriali con figli minori, inquilini delle case popolari e giovani che non hanno compiuto 36 anni (prima del Dl 73/2021 gli anni erano 35 e i giovani dovevano avere un rapporto di lavoro atipico), con Isee non superiore a 40 mila euro, la percentuale di capitale garantita dal fondo è stata innalzata dal 50 all’80 per cento.

 

Prima dell’approvazione del decreto, i giornali ipotizzavano che il governo fosse orientato a coprire con la fideiussione l’intero ammontare del capitale (fermo restando il limite di 250 mila euro di capitale). Ma la garanzia al 100 per cento avrebbe predisposto la banca all’azzardo morale, con conseguente allentamento del rigore nella valutazione della capacità di sostenere l’ammortamento del mutuo da parte di chi lo chiede. Ora invece, anche se la garanzia all’80 per cento riduce la misura della perdita nel caso il mutuatario diventi moroso, il rischio per la banca non è del tutto eliminato. Di conseguenza, dovrà valutare il merito di credito del richiedente il mutuo con i criteri e le metodologie applicate per la concessione degli altri finanziamenti. Ed è anche interesse del Fondo che la banca non si discosti dalla prassi ordinaria.

 

È molto probabile, quindi, che l’innalzamento della quota del capitale garantito non renda una banca propensa a concedere il mutuo a un soggetto il cui reddito è ritenuto insufficiente al pagamento delle rate. L’aumento di trenta punti percentuali della garanzia, però, non riduce di molto l’importo unitario delle rate, considerato anche che la fideiussione non sembra avere grande rilievo sulla riduzione dei tassi di interesse, in questo periodo di per sé bassi.

 

Per favorire la diffusione della proprietà della prima casa non basta ridurre la perdita cui andrebbe incontro la banca qualora il mutuatario diventasse moroso, ma è necessario rendere le rate del mutuo più convenienti (il che, peraltro, aumenta la probabilità che l’ammortamento arrivi a termine senza intoppi). Il risultato può essere ottenuto con la crescita del reddito degli acquirenti oppure rendendo le case meno care e, di conseguenza, diminuendo l’importo del mutuo. In passato questa è stata una delle linee di intervento della politica per la casa (finché si è fatto qualcosa che potesse assomigliarle). Che si debba procede in questa direzione sembra consapevole anche il governo, ma sorge qualche perplessità che la misura proposta per i giovani con meno di 36 anni di età e Isee non superiore a 40 mila euro possa migliorare significativamente la loro possibilità di acquistare la propria prima casa. Se rogitano entro il 30 giugno 2022, possono beneficiare dell’esenzione dal pagamento delle imposte sulle compravendite e dell’imposta sostitutiva sui mutui. La relazione tecnica al disegno di legge contenente il Dl 73/2021 stima che queste esenzioni comportino una perdita di gettito di circa 610 milioni di euro nel biennio 2021-2022. Sulla base dei dati utilizzati per determinare l’importo, si può calcolare che questa dote finanziaria, nel periodo in cui ci si potrà avvalere degli sconti fiscali, può agevolare l’acquisto di circa 220 mila case da privati e 23 mila da imprese.

 

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La casa, un miraggio per i giovani

Lo stile paranoide nella politica americana. Una recensione del Mulino.

Nellultimo decennio, con unintensità accresciuta dallascesa di Trump, abbiamo sentito parlare spesso di «cospirazione» e «stile paranoide». Ora possiamo rileggere lo scritto con cui Richard Hofstadter introdusse la formula.

 

Ferdinando Fasce

 

Quante volte nell’ultimo decennio, con un’intensità accresciuta dall’ascesa di Donald Trump, dalla comparsa di teorie e sette ultramanipolatorie come QAnon, a lui più o meno direttamente legate, e dallo straripare delle fake news alimentate da regimi autoritari, abbiamo sentito parlare di «cospirazione», «complottismo» e «stile paranoide»? Bene ha fatto dunque Adelphi a tradurre un breve scritto col quale oltre mezzo secolo fa Richard Hofstadter introduceva la fortunata formula (Lo stile paranoide nella politica americana, 2021) che così spesso è echeggiata negli ultimi tempi.

 

Nato nel 1916 a Buffalo, figlio di una luterana di origine tedesca e di un ebreo di origine polacca, Hofstadter crebbe identificandosi culturalmente come ebreo e studiando nella prestigiosa Columbia University, alla quale tornò come docente nel 1946 in una carriera, troncata dalla leucemia nel 1970, che ne fece uno dei più importanti storici statunitensi. Il celebre sociologo radical Charles Wright Mills lo avvicinò alle scienze sociali, dalle quali Hofstadter, storico delle idee e della politica, attinse in maniera creativa categorie e suggestioni.

 

Sul piano politico, gli entusiasmi per la sinistra, nutriti intensamente in gioventù anche attraverso il matrimonio con la giornalista e scrittrice marxista Felice Swados, che morì precocemente nel 1945, non ressero alle disillusioni del Dopoguerra. Ma residuarono sul suo liberalismo un riflesso tragico e amaro. Che lo tenne al riparo dalle interpretazioni più celebrative e acritiche della storia americana, vista come una vicenda assolutamente «eccezionale» e aconflittuale, dominanti negli anni Cinquanta. E lo rese particolarmente sensibile al pericolo dei toni intolleranti e manichei della destra maccartista, incentrata su visioni «complottiste» della storia. Queste preoccupazioni (e l’influsso degli studi francofortesi sulla «personalità autoritaria») informarono la lettura controcorrente che a metà anni Cinquanta in The Age of Reform (premio Pulitzer) egli diede del movimento populista di fine Ottocento, sottolineandone le componenti retrive, nativiste e antisemite, sino ad allora sottovalutate.  Ma, dicono oggi gli studiosi, non senza forzare in direzione opposta, oscurando la forte matrice democratica e la vigorosa opposizione del movimento all’emergente capitalismo corporate.

 

Preoccupazioni analoghe per l’intolleranza e la virulenza dei seguaci del candidato estremista di destra repubblicano Barry Goldwater alle elezioni del 1964 sono alle origini de Lo stile paranoide, conferenza del 1963 trasformata in articolo l’anno successivo e riproposta in volume, assieme ad altri saggi, nel 1965. Solo che in questo caso, dopo un breve accenno ai populisti ancora affiancati a McCarthy, Hofstadter sposta il quadrante più indietro, alla ricerca della genealogia di un modo di far politica, affidato alle «animosità» e alle «passioni» incontrollate «di una piccola minoranza» e caratterizzato da «accesa esagerazione, sospettosità e fantasia cospiratoria», i tre caratteri-chiave dello «stile paranoide» (p. 11). L’analisi parte dalle polemiche antigiacobine e antimassoniche esplose dai pulpiti del New England negli anni Novanta del Settecento contro una presunta cospirazione dell’Ordine degli illuminati, piccolo «movimento tutto sommato naif e utopistico» (p. 23) del quale non si può «dire con certezza» neppure «se siano mai circolati negli Stati Uniti autentici membri» (p. 27). Passa alla rinnovata crociata antimassonica degli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, che «trova terreno fertile fra i democratici popolari e gli egualitaristi radicali» (p. 31) in vaste aree del Paese. E infine punta sui movimenti anticattolici e nativisti alimentati di lì a poco da figure come l’acclamato pittore e inventore del telegrafo Samuel F.B. Morse, figlio del pastore anti-Illuminati Jerediah Morse, che vedevano negli immigrati cattolici dall’Europa la longa manus cospiratoria delle reazionarie potenze del Vecchio mondo e del Vaticano volte a rovesciare la giovane repubblica statunitense.

 

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Il libro di Bassetti

Addio a Giorgio Tupini, il collaboratore di De Gasperi che divenne manager Iri.

Sulla chat dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), Alessandro Forlani ne ha parlato come di una “figura centrale e significativa, insieme al padre Umberto, nella storia della Dc, soprattutto degli albori. Letà avanzata e il ritiro precoce dalla politica – benché poi abbia svolto ruoli di primo piano come manager delle partecipazioni statali – ne avevano provocato un immeritato oblio”. Di seguito riportiamo la nota pubblicata dall’agenzia di stampa Adnkronos.

 

(Adnkronos)

 

Giorgio Tupini, ex deputato Dc e stretto collaboratore di Alcide De Gasperi prima di diventare protagonista di una lunga e prestigiosa carriera come manager delle Partecipazioni statali, è morto a Fiuggi (Frosinone), alla vigilia del 99esimo compleanno.

 

L’annuncio della scomparsa è stato dato ad esequie avvenute dalla sua famiglia, con i figli Claudio, Sergio, Umberto.

 

Nato a Roma il 26 giugno 1922, figlio del senatore democristiano Umberto Tupini (membro dell’Assemblea Costituente, più volte ministro e per breve tempo sindaco di Roma), Giorgio Tupini era ‘cittadino benemerito’ di Fiuggi, città che amava profondamente e dove ha vissuto per oltre 20 anni.

 

Laureato in giurisprudenza e autore di numerose pubblicazioni giuridiche, Giorgio Tupini in vista delle elezioni del 18 aprile 1948 fu nominato capo della segreteria dell’ufficio studi propaganda e stampa (Spes) della Democrazia cristiana. Eletto alla Camera dei deputati, nel 1951 entrò a far parte del governo De Gasperi VII in qualità di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, carica alla quale venne confermato anche nei governi De Gasperi VIII e IX e nel successivo esecutivo Pella.

 

Rieletto deputato alle politiche del 1953, rassegnò le dimissioni nel 1954, dopo la morte di De Gasperi. Alla sua collaborazione con la statista padre della Repubblica ha dedicato due libri: De Gasperi. Una testimonianza (Il Mulino, 1990) e Alcide De Gasperi (1881-1954). Un popolare mitteleuropeo (Quattroventi, 1995).

 

Successivamente Tupini intraprese la carriera di dirigente d’azienda nelle società del gruppo Iri: presidente e amministratore delegato della Navalmeccanica, dal 1955 al 1959, periodo nel quale fu attuato l’ammodernamento del cantiere di Castellammare di Stabia.

 

Costituita alla fine del 1959 la Fincantieri, Tupini ne è stato il primo presidente, ricoprendo l’incarico fino a gennaio 1968. Proprio in quegli anni è stato avviato e realizzato un profondo riassetto dei cantieri del Gruppo Fincantieri, culminato nella concentrazione dell’Ansaldo, dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico e della Navalmeccanica nell’Italcantieri, della quale è stato il primo presidente dopo la sua costituzione.

 

Dal gennaio 1968 al 1974 ha ricoperto l’incarico di presidente e amministratore delegato della Finmeccanica, la holding che controllava le partecipazioni meccaniche dell’Iri e che durante il suo incarico registrò un importante incremento di produzione e di occupazione raggiungendo il livello di oltre 80.000 addetti. Nel 1974 lasciò la Finmeccanica per assumere la presidenza di Alitalia, che ha guidato fino al 1978. Nel 1974 fu nominato Cavaliere del Lavoro.

I 5 stelle e l’Ulivo. Per favore, non scherziamo.

È inammissibile che la voglia di “fare coalizione”, essendo comunque forte l’esigenza legittima (ma oggi disordinata) di giustapporre una progetto alternativo a quello delle destre, istituendo paragoni tra l’accordo Pd-5 Stelle con l’alleanza politica sancita a suo tempo dall’Ulivo. Dalle parti del Nazareno ci si dovrebbe rendere conto della forzatura finanche grottesca.

 

Giorgio Merlo

 

Ma come si fa a paragonare l’Ulivo con una ipotetica alleanza tra il Partito Democratico e il partito di Beppe Grillo? Ma come è possibile confondere una bella, costruttiva ed esaltante stagione della politica italiana come quella dell’Ulivo con un periodo storico caratterizzato dal più spietato trasformismo politico e parlamentare? Faccio queste banali domande perchè qua e là si leggono riflessioni, peraltro legittime e degne di considerazione, che però confondono la politica – almeno come dovrebbe essere concepita e praticata – con la virtualità della politica. Perchè, appunto, confondere l’Ulivo e ciò che è stato e che ha rappresentato nella storia del riformismo nel nostro paese con l’alleanza organica con un partito come quello dei 5 stelle – leader incontrastato del populismo, del trasformismo, del giustizialismo e del “vaffanculismo” – ci vuole una creatività e una fantasia non comuni.

 

Per fermarsi all’Ulivo, ci sono almeno tre indicazioni che confermano l’impossibilità di avventurarsi con qualsiasi paragone.

 

Innanzitutto l’Ulivo era una coalizione che sommava partiti e movimenti con un preciso progetto politico e di governo. Una coalizione nata, appunto, attorno ad un’idea di governo di un paese che metteva insieme le migliori culture riformiste attorno a partiti radicati nel territorio ed espressione di una precisa cultura politica. L’Ulivo non era il prodotto di una decadente stagione trasformistica unita solo da un patto di potere contro qualcuno o qualcosa. Ma, al contrario, era una alleanza tra partiti riformisti eredi delle grandi tradizioni culturali del novecento. Che, come ovvio e scontato, non ha nulla a che vedere con il populismo verbale violento di Grillo o quello “dolce” di Conte.

 

In secondo luogo l’Ulivo coincise con la stagione del “ritorno della politica” e, soprattutto, della “speranza della politica”. Ma secondo voi, seriamente, c’è qualcuno in Italia che pensa che l’alleanza con Grillo, Toninelli, Bonafede, Taverna e via discorrendo coincida con il ritorno della politica? Almeno di quella politica che si riconosce nella tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale? O di altre culture riformiste e democratiche?

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, l’Ulivo si è caratterizzato anche e soprattutto per la qualità di larga parte della sua classe dirigente. Certo, è stata una stagione breve ma, comunque sia, intensa e profonda. Una classe dirigente preparata, competente e capace di affrontare le sfide di quel periodo storico dando risposte precise e pertinenti. Una classe dirigente realmente espressiva di una cultura politica e riconosciuta come tale dalla pubblica opinione. Altrochè “uno vale uno” e l’esaltazione della improvvisazione, della casualità e della inesperienza.

 

Ora, per concludere e senza infierire eccessivamente, sarebbe auspicabile che anche qualche dirigente Dem ci risparmiasse simili paragoni pur di mettere in piedi una coalizione “contro le destre”, il “rischio fascista”, il ritorno di un possibile clima “illiberale e dittatoriale” e via vagheggiando. Ognuno faccia le coalizioni che vuole, come ovvio, ma senza confondere il reale con il virtuale. Cioè, senza paragonare l’Ulivo con l’alleanza con il partito di Beppe Grillo.

Caldo torrido. Le turbolenze dei 5 Stelle infiammano le giornate politiche di questa estate anticipata.

Non sappiamo come andrà a finire. In conferenza stampa, convocata per oggi, Conte rivelerà quale debba essere l’ultima parola di questa furibonda tenzone. Lo spettacolo, almeno finora, non ha regalato nulla di emozionante e men che meno persuasivo.

 

 

Gianfranco Moretton

 

Io che penso di aver da qualche anno perso l’ingenuità, come del resto sono convinto che anche voi siate sulla mia stessa strada, non mi meraviglio più di tanto quando osservo dei fenomeni che si modificano anche repentinamente. La staticità non è fare delle cose dell’uomo; l’uomo modifica, come modifica le proprie idee, gli strumenti che utilizza per stare al mondo, le parole e persino gli orizzonti che lo orientano nella propria esistenza.

 

Potevano forse i 5 Stelle non subire una trasformazione, come è capitato a tutte le altre realtà politiche? Certo poteva restare fermo ancora nelle posizioni iniziali, ma avrebbe calpestato il proprio nome. Infatti, essendo un movimento, è difficile che possa simpatizzare con la fissità.

 

Adesso, sta subendo una evoluzione/involuzione naturalissima. Ho messo i due termini contrapposti perché, a seconda di chi guardi il fenomeno, la cosa potrebbe essere positiva o negativa. Certo è che siamo arrivati al dunque. Due galli nello stesso pollaio, come si sa, non possono stare. A meno che non decidano di trasformare uno dei due in cappone. Chi sacrificare?

 

Ho paura che nessuno dei due voglia perdere la propria virilità, e quindi lo scontro in atto mette un po’ in subbuglio il pollaio. Oggi forse – non è stato ancora confermato – sarà l’ex primo ministro a raccontarci la posizione che intende assumere. Nel frattempo, visto il pericolo che sta torturando il corpo del movimento, c’è in atto una sacrosanta intenzione di pacificare i due contendenti, attraverso l’ausilio di uno stuolo cospicuo di mediatori.

 

Non sapendo che il carattere proprio di chi soggiorna in quella compagine, nulla ha a che fare con l’esercizio del mettere assieme le parti: non hanno nulla a che vedere con la vecchia abitudine della vecchia Democrazia Cristiana. Là sì era possibile mettere assieme il gatto con il cane, la luna con il sole, la suocera con la nuora, non certo tra quelli che erano fin l’altro giorno abituati al cosiddetto “vaffa”. Però, staremo a vedere. Non è da escludere che qualche gene politico di vecchia maniera non alberghi in qualche pontiere ben intenzionato.

 

Certo è che ormai tutta la freschezza è stata completamente consumata in questi ultimi tre anni: i 5Stelle hanno già subito mutazioni di grande effetto; al governo con la Lega, al governo con il Pd; al governo sotto la guida Draghi. Ormai si è normalizzato. Difficile che riempia le piazze come capitava solo un decennio fa; dalla protesta estrema è giunto al capolinea, cos’è infatti il lavoro di cucitura tra le due espressioni più elevate, se non l’opposto di quanto capitava agli albori della loro imponente e recalcitrante presenza.

 

Vedremo se questo improvviso, quanto inaspettato caldo estivo riuscirà a sciogliere i nodi di quella discordia.

Il Presidente dell’Uncem si rivolge al Parlamento. Il Pnrr deve essere un’occasione per rilanciare le comunità e i territori, senza discriminazioni: i piccoli Comuni contano come i grandi Comuni.

Il documento, sotto forma di lettera indirizzata a Deputati e Senatori, evidenzia come l’Unione dei Comuni e delle Comunità Montane (Uncem) registri con allarme la tendenza a concentrare risorse e attenzioni sui grandi centri urbani. È un appello alla solidarietà contro il corporativismo dei Sindaci metropolitani. Il testo qui riportato è privo, rispetto all’originale, delle classiche formule di apertura e chiusura di una comunicazione scritta.

 

Marco Bussone

 

Nelle ultime settimane si è acceso, sui media e non solo, un intenso dibattito sul ruolo degli Enti locali nell’attuazione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza che la Commissione Europea ha approvato. Uncem ha lavorato molto, da marzo a maggio 2021 (e anche da agosto 2020), sulle proposte per il PNRR e sul dossier che racconta quanto vi è all’interno del Piano trasmesso a Bruxelles. Le Risoluzioni delle Camere – e le Audizioni in Commissione – sono state molto importanti. Stiamo redigendo un ulteriore documento con tempi e schede di ciascuna componente, provando a dire come i territori – i Comuni insieme, le Comunità montane, le Unioni montane di Comuni – possono essere protagoniste.

 

Il vero nodo oggi del PNRR, ancora da sciogliere, è quello della governance. Del chi fa che cosa, del come vengono spese (e poi monitorate) le risorse. Dal “Piano dei Borghi” alle misure per l’efficientamento energetico, dalle Green Communities all’autoconsumo e alle Comunità energetiche rinnovabili, le opportunità per i territori ci sono. Ma sappiamo tutti bene che dobbiamo avere, da oggi al 2026, una linea chiara, precisi riferimenti, e poter lavorare per investire le risorse in modo da ridurre le sperequazioni territoriali, sempre più forti. I divari tra nord e sud, tra generazioni, tra donne e uomini non sono gli unici nel Paese: il “patto” tra aree urbane e montane deve consentire di accorciare sperequazioni e disuguaglianze. Ne siamo certi. Come siamo convinti che la “cabina di regia” prevista dal Presidente Draghi debba vedere anche i Comuni impegnati nel definire cosa si fa e come, per attuare il PNRR. Non solo i rappresentanti dei grandi Comuni, ma anche chi rappresenta i piccoli Comuni e i territori deve essere nella “cabina di regia”.

 

Su questo punto centrale per il Paese e per noi, vorremmo lavorare con Voi, con i Gruppi e con le Commissioni. Per agevolare la capacità del Paese di “assorbire” quelle risorse  e avviare un percorso virtuoso che unisca e rafforzi il Paese verso il Futuro.

 

Con l’Esecutivo Uncem, vogliamo portare alla Vostra attenzione alcuni temi centrali per il lavoro che stiamo facendo per i territori e per rafforzare gli Enti territoriali. Il Parlamento è in questo processo decisivo.

 

  1. È secondo Uncem importante – come emerso in due anni e mezzo di lavoro negli Stati generali della Montagna, dare piena attuazione ai provvedimenti legislativi già varati che riguardano territori e Comuni. Ad esempio sbloccare i 160milioni di euro del fondo della legge 158/2017 sui piccoli Comuni, dare una accelerazione alla Strategia aree interne, per le 72 prime aree pilota, e sbloccando 300milioni di euro previsti dalla legge di bilancio 2020, sempre per la SNAI. ANAS, RFI, ENEL, ENI, grandi imprese dello Stato, devono investire sui nostri territori, con un’azione di concertazione che deve essere ripresa. Si attuino la legge sui piccoli Comuni, la legge sulla green economy (con green communities, oil free zones, valorizzazione dei servizi ecosistemici-ambientali, a partire da una percentuale sulle tariffe delle acque potabili degli ambiti che deve tornare a tutti i territori montani italiani, da parte dei gestori del ciclo idrico, per interventi volti alla protezione delle fonti e prevenzione del dissesto idrogeologico), il testo unico forestale. Sono tutte “bloccate” senza decreti attuativi. Il Piano banda ultralarga è drammaticamente assopito. Il digital divide va vinto in fretta, senza se e senza ma. I borghi devono essere luoghi da vivere e abitare, dove fare impresa, non solo destinazione turistica: i piccoli Comuni sono prima di tutto comunità. ll modello francese con il Piano “Avenir Montagne” e il modello spagnolo con il “Plan de Recuperacion” impongono anche all’Italia di avere una efficace strategia, all’interno del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Strategia che unisca Montagna, Aree interne, Green Communities. Non tre diverse strategie, come si rischia oggi, bensì una sola, dotata di visione e risorse. Per essere in sintonia con i grandi Paesi EU e guidare come Italia il processo.

 

  1. Il nodo fiscale. Occorre lavorare insieme, Parlamento e Associazioni degli Enti locali, per dare dignità e capacità impositiva ai Comuni. E per creare perequazioni fiscali sugli ambiti territoriali. Oggi tutto viene portato a Roma, e va rivista la capacità impositiva fiscale locale. Se vogliamo salvare l’economia di valle, costruiamo sistemi fiscali differenziati per la montagna. I negozi e i bar delle valli appenniniche e alpine muoiono perché manca una volontà politica forte di ridurre loro le imposte e trovare sistemi nazionali di riequilibrio. Parallelamente vanno rivisti e attuati i “Livelli essenziali delle prestazioni”, i LEP sanciti dalla Costituzione. Su scuole, trasporti, sanità occorrono parametri specifici: lo afferma anche il PNRR tra le riforme da fare. La fiscalità locale ha bisogno di un profondo ripensamento. Come occorre dare immediata attuazione al Fondo perequativo di 4,6 miliardi di euro in 10 anni, previsto dal comma 815 della legge di bilancio 2021. È un fondo strategico per montagna e aree interne sul quale lavoriamo da un anno. “Montagna e aree interne” devono essere pienamente inserite tra i beneficiari di questi investimenti. Investire sui territori rende più coeso il Paese.

 

  1. Terza questione, quella organizzativa, istituzionale. I recenti bandi per le assunzioni al sud escludono, gravemente, i Comuni con meno di tremila abitanti. Se crediamo insieme – tutto il Parlamento e il Governo – nei Comuni piccoli, occorre permettere loro di fare un percorso, basato su nuove assunzioni e rafforzamento della loro capacità di azione, anche aiutandoli a lavorare insieme. Le assunzioni devono essere permesse sia ai piccoli Comuni sia alle Unioni montane di Comuni che alle Comunità montane. Siamo senza personale e per attuare politiche di sviluppo del territorio, qualunque esse siano, per garantire servizi e risposte ai bisogni, anche quelli emersi dalla crisi sanitaria, vi è bisogno di persone. Formate e pronte a mettersi in gioco per la PA, per crescere nella PA, per far crescere la PA. E anche di Segretari comunali. Le sedi vacanti in Italia sono 1800. L’ultimo concorso bandito nel 2018, per 300 nuovi Segretari, è fermo. Se non ci sono i Segretari, si permetta ai Sindaci che non hanno un Segretario o lo trovano “a gettone” o lo hanno per tre ore al mese, di trovare altre soluzioni. La macchina amministrativa locale del Paese va rivista, ma non basta una generale riforma della Pubblica amministrazione. Serve una revisione dei livelli istituzionali che guardi efficacemente a come è fatta l’Italia: siamo un Paese di piccoli Comuni – in dialogo tra loro certo, in relazione con il fondovalle, con le città medie, con le zone di pianura – ma questi piccoli Comuni devono avere dignità organizzativa e operativa. È una sfida importantissima. Vinciamola insieme.

 

Sono certo del Vostro interesse per questi e altri temi che nei Gruppi parlamentari e nelle Commissioni potranno essere esaminati, approfonditi, vedere una intensa condivisione volta a rafforzare coesione dello Stato e dei livelli amministrativi territoriali.

Crisi della secolarizzazione? L’interrogativo risuona a sorpresa sull’Osservatore Romano.

 Si dice secolarizzazione per chiudersi in una spiegazione un po’ scontata della crisi che investe il cristianesimo. L’autore viceversa abbozza una valutazione più intrigante e coraggiosa: “Si tratta di uscire dallincomunicabilità dei due mondi, quello secolare e quello ecclesiastico, di favorire unosmosi, di ripercorrere un esodo, unuscita dalle nostre chiusure mentali”.

 

Ottavio De Bertolis

 

Quello della secolarizzazione è un refrain che sentiamo da quando siamo nati; l’argomento è stato ampiamente sviscerato, sminuzzato, discusso, e a molti sembra che, un po’ come il comunismo fino a trent’anni fa, sia un orizzonte insuperabile e definitivo. Per le persone di fede, essa è una specie di nemico con il quale è inevitabile venire a patti, se non altro per evitare la propria debellatio.

 

Potremmo domandarci se, dopo la pandemia, vero crinale della nostra epoca postmoderna, tutto questo sia ancora così robusto, o se si intravvedano almeno alcune crepe nello spesso muro della città secolare. Io ne individuerei tre, corrispondenti del resto alle tre colonne sulle quali era posato l’intero sistema, le tre grandi narrazioni che sostituivano l’antica fede: l’economia, la scienza, la libertà.

Non si tratta solo di osservare quel che è evidente, cioè l’afflosciarsi della crescita indefinita e l’erodersi di un’economia dopata, ma di andare oltre l’esperienza destabilizzante di un benessere divenuto non più fruibile, ripensando i postulati stessi sui quali si basa il capitalismo, reinventandolo in chiave maggiormente personalistica e solidaristica. Questo significa ripensare quella stessa fede, facendola cozzare con i fatti, proprio come toccò alla fede precedente, quella cristiana.

 

La scienza è per il nostro Occidente la riscrittura della verità delle cose, che si sovrappone a quella biblica. Tuttavia negli ultimi mesi quello che appariva certo, ora sembra sempre meno certo: quale esperto avrà ragione? Quale vaccino è meglio che assuma? Come orientarsi in una rete di news distinguendo il bene dal male, il vero dal fake? Non si tratta affatto di negare la narrazione della scienza, come peraltro non pochi fanno, ma di constatarne la dimensione veritativa all’interno di certi dati e parametri creduti rilevanti. La sua oggettività si rivela come un mito, una fede. Ora almeno discutibile, se non discussa.

 

Infine, la libertà, corollario dell’individuo sovrano, centro dell’ordinamento giuridico costruito appunto in termini di diritti soggettivi, facoltà attribuite al soggetto considerato come monade isolata. Scolorata la dimensione relazionale della persona, l’individuo, l’atomo sociale, segue la propria orbita, determinata dal suo volere. Come pensare lo stare insieme in termini individualistici, rimane un bel problema. Comunque sia, si è dibattuto a lungo sulle libertà sospese, sul significato dello stato di emergenza  o “di eccezione”, cioè sui fondamenti, e dunque sui presupposti, della nostra dogmatica giuridica. Che è come discutere i presupposti di Dio.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-143/crisi-della-secolarizzazione.html

Eppure, visto a quale punto siamo arrivati, una legge che inibisca le violenze e i pregiudizi serve assolutamente. Il Ddl Zan non dovrebbe suscitare allarmi, neppure per la Chiesa.

 Non ci possiamo rassegnare a disquisire asetticamente sulle tante forme di discriminazione che rientrano in uno scenario di ordinaria e impietosa trasgressione del codice di umanità. Dobbiamo rompere il velo di falsa prudenza e guardare in faccia la realtà, per cambiare il corso delle cose.

 

Pierluigi Moriconi

 

Il dibattito sul ddl Zan occupa, dopo la “nota verbale” della Santa Sede, tanta parte della politica e dei media. Un gran discettare giuridico, etico e quant’altro, anche a riguardo, ovviamente, dei rapporti fra due Stati. Mentre tutto ciò si sviluppa, si pone, ai cittadini, il problema di come ne usciremo. C’è ancora la volontà di tutelare chi subisce discriminazioni anche violente o si cerca di “buttarla in caciara”?

 

Arrivano notizie, dalla costa occidentale dell’Atlantico e precisamente dal Canada, delle orribili “fosse comuni” con, a questo punto, migliaia di bambini nativi fatti morire o uccisi direttamente. Orrendo crimine di discriminazione. Crimine che si aggiunge ad altri crimini della stessa natura che la storia ci ha disvelato. Tendo l’orecchio per ascoltare voci e pensieri, dibattiti su questo ennesimo genocidio.

 

Si avverte solo il tramestio intorno al ddl Zan, si affilano i ragionamenti linguistici e giuridici. Si cavilla sulle interpretazioni, sulle eventuali ingiustizie che potrebbe ricevere chi straparlasse di persone che sono diverse e che ricevono ignobili ingiustizie e violenze continuamente. Si parla di libertà di opinione e di espressione che, anche involontariamente, potrebbero anzi possono creare “mentalità” e “ambiente favorevole” alle discriminazioni.

 

Se il ddl Zan servirà a dire un potente basta ad altre discriminazioni, ingiustizie, violenze e a creare una cultura della persona più rispettosa e accogliente, ben venga. Anche se non dovesse essere perfetta… ormai serve una tirata di freni senza precedenti. E chi dovesse essere perplesso ed esternare dubbi, pensi a quanta ingiustizia, fino ad oggi, è stata perpetrata. Pensi a cosa può arrivare la discriminazione, pensi a quelle e alle tante “fosse comuni” che ci fanno inorridire, ma a posteriori… e poi mica così tanto.

 

Il Parlamento faccia il suo dovere senza titubanze e converta in legge il decreto Zan, prima che sia troppo tardi. E anche la Chiesa faccia un passo indietro… in nome di quelle “fosse”.

La scelta di rimettersi in gioco obbliga i cattolici popolari a discutere di un nuovo programma. Alcuni spunti in vista di una forte ripresa d’iniziativa politica.

Se non s’affrontano le questioni che incarnano cause ed effetti della lunga crisi dell’Italia, ogni progetto politico è destinato a rimanere monco, senza respiro strategico, in balia degli umori di una pubblica opinione disorientata e infragilita dopo anni di populismo dilagante.

 

Ettore Bonalberti

 

Partiamo dal programma e solo dopo, nell’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico e popolare, decideremo le alleanze e sceglieremo la nuova classe dirigente. Così ho scritto in alcuni miei editoriali (www.alefpopolaritaliani.it), mentre diversi amici ci sollecitano a presentare il programma dei DC e Popolari per il XXI secolo.

 

A Roma, al convegno della Federazione Popolare DC di Sabato 19 Giugno, si è avviato il confronto sui temi economico sociali, che continuerà nei prossimi incontri territoriali (Nord, Centro e Sud) con i mondi vitali, espressione degli interessi e dei valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari.

 

Alla vigilia del convegno avevo inviato agli amici del Consiglio nazionale della DC e ai soci della Federazione Popolare DC, un mio ampio contributo programmatico, per la verità, sin qui senza alcun riscontro. Provo a sintetizzare la mia proposta, partendo dalla constatazione che i problemi da risolvere con estrema urgenza riguardano la ricostruzione della Sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono i temi ai quali il governo Draghi dovrà dare soluzione, tenendo presenti i paletti richiesti dall’UE per l’utilizzo delle risorse del recovery fund. Fondi da spendere, come ha dichiarato Draghi martedì 22 all’incontro con la Von der Leyen a Cinecittà:“ con efficienza, efficacia e onestà”. L’unico programma politico che, tuttavia, consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello stato italiano e della sua classe media (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :

 

  1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
  2. Controllo statale  sulla  raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative  statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
  3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano  al fine che lo Stato italiano abbia,  con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per  impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
  4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993) sempre difesa dalla DC e dal governatore Guido Carli.
  5. Separazione rra banche di prestito (loan bank) e banche speculative (investment bank): abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica reintroduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di bloccare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London).
  6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico.
  7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale al 15% allo scopo di evitare scalate da parte dei fondi speculativi petroliferi kazari.
  8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short-selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
  9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia).
  10. Conferire il potere ispettivo sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza.
  11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di eseguire ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
  12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18  febbraio 1992 firmato  da Mario Draghi).
  13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe in materia di derivati sul tasso.
  14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito.
  15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
  16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente.
  17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
  18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’ Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
  19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
  20. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle  esecuzioni immobiliari e nel custode  e nel  notaio delle esecuzioni immobiliari.
  21. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano.
  22. Obbligo di almeno cinque  parlamentari di ogni  forza politica di partecipare all’Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese.

 

Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente, in larga parte incompetente e  orientata su una deriva nazionalista e populista, l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale. Mario Draghi adotterà questi provvedimenti alternativi al dominio del turbo-capitalismo finanziario? Ce lo auguriamo, ma se non per lui, questo, secondo me, dovrà essere il nostro impegno nella politica economica e finanziaria italiana.

Perché la lotta alla crisi climatica è una sfida etica e politica

 Secondo Dale Jamieson, in libreria per Treccani con “Il tramonto della ragione”, i tentativi di prevenire il riscaldamento globale con la politica internazionale sono tutti e immancabilmente naufragati, al punto che oggi possiamo soltanto sperare di adattarci al clima che sarà, tentando di attenuare almeno un po’ gli effetti.

 

Alessio Giacometti

 

l prossimo primo novembre è una data tra le più importanti e attese dell’anno per chi si occupa di riscaldamento globale: a Glasgow, prenderà avvio la ventiseiesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, meglio nota con l’acronimo COP26. L’evento, rimandato di un anno per via della pandemia di coronavirus, vedrà i leader della Terra riunirsi tutti allo stesso tavolo, con l’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) a portata di ciascuno, e all’ordine del giorno l’obiettivo comune di disegnare articolate geometrie politiche per stabilizzare la concentrazione atmosferica di gas a effetto serra. È un rito annuale che si ripete dal 1995, quando ad andare in scena fu la COP numero 1 di Berlino. Ma la convinzione che con la diplomazia climatica si possa far fronte al riscaldamento globale risale ancora più indietro, alla nascita della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Unfccc) in occasione del Summit della Terra di Rio, nel 1992, e all’istituzione dello stesso IPCC alla World Conference on the Changing Atmosphere del 1988.

 

Trent’anni e più di conferenze internazionali per il clima appaiono un lasso di tempo sufficiente per trarne un bilancio, e porre magari la più scomoda e diretta tra le domande: quella della diplomazia climatica è una storia di un lento ma incontestabile successo, oppure di un disastroso fallimento?

 

Il giudizio di Dale Jamieson, professore di filosofia e studi ambientali alla New York University, è tagliente: i tentativi di prevenire il riscaldamento globale con la politica internazionale sono tutti e immancabilmente naufragati, al punto che oggi possiamo soltanto sperare di adattarci al clima che sarà, tentando di attenuarne almeno un po’ gli effetti. Nel suo Il tramonto della ragione. L’uomo e la sfida del clima, scritto prima dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e tradotto quest’anno da Treccani (l’editore di questa rivista), Jamieson ricostruisce la cronistoria dell’insuccesso della diplomazia climatica partendo dagli anni Sessanta, quando l’idea che i gas serra stessero destabilizzando il clima era ormai ampiamente accettata dai climatologi e i movimenti per la difesa dell’ambiente iniziavano a muovere i primi passi. Nel ventennio successivo, però, a imperare furono l’incertezza sul da farsi e la strumentalizzazione politica delle evidenze scientifiche intorno all’origine antropica del riscaldamento globale:

 

Tra coloro che studiavano il cambiamento climatico stava cominciando ad aprirsi una linea di faglia. Mentre alcuni mettevano in guardia contro un approccio attendista”, altri invocavano esattamente quello. Cera chi riteneva che la scienza stesse premendo per ulteriori ricerche e finanziamenti, e cera chi pensava che appoggiasse lazione politica. Gli economisti tendevano a favorire la ricerca rispetto allazione; da una prospettiva esclusivamente economica, infatti, ritardare lazione fino allultimo momento possibile avrebbe implicato di agire quando fosse stata risolta la maggior parte delle incertezze, quando i costi della riduzione fossero diminuiti, e quando il rischio di mancare il bersaglio fosse minore.

 

Qualcosa a livello internazionale si scosse soltanto sul finire degli anni Ottanta, ma la stagione dei primi accordi per il clima venne di fatto sospesa dal conservatorismo neoliberale e negazionista dei due Presidenti repubblicani che si avvicendarono in quegli anni alla guida degli Stati Uniti, Ronald Reagan e George Bush senior. Le loro politiche ambientali, osserva Jamieson, furono straordinariamente coerenti: “fare il meno possibile per il cambiamento climatico e razionalizzare il tutto sia gettando dubbi sulla scienza sia gonfiando le stime dei costi di un’eventuale azione”. Il rifiuto da parte degli Stati Uniti di un intervento precoce e determinato per abbattere da subito le emissioni ebbe un’influenza enorme sui primi trattati per il clima, e culminò nella celebre dichiarazione di Bush al Summit di Rio sulla non negoziabilità dello stile di vita degli americani.

 

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Perché la lotta alla crisi climatica è una sfida etica e politica

Senza una forte unità interna, con l’espansione della fiducia nei rapporti tra cittadini e classe dirigente, l’Italia può sprecare l’occasione storica del suo rilancio.

 

I segnali non mancano, l’Europa ha interesse a sostenere l’impegno del nostro Paese. Dobbiamo essere avvertii, però, della necessità di operare con spirito di coesione, mettendo al centro il desiderio e la volontà  di riscatto.

 

Raffaele Bonanni

 

Nel corso dell’incontro avvenuto a Roma con la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, Mario Draghi ha avuto modo di affermare: “Il paese avrà una responsabilità che non si esaurisce entro i confini nazionali; soprattutto nei confronti dei Paesi europei e dei cittadini contribuenti europei che pagano le tasse. Abbiamo quindi la responsabilità non solo riguardo noi stessi ma anche verso i cittadini dell’Europa”. In questo modo, da par suo, il nostro Presidente del Consiglio ha sottolineato l’essenza dell’approccio che gli italiani dovrebbero avere rispetto al percorso economico che stiamo per affrontare, che deciderà o la svolta positiva del Bel Paese dopo tanti anni di carenti virtù, o la definitiva declassazione ad ex paese  produttore leader nel mondo.

 

Ursula von der Leyen con la sua presenza a Roma in questi giorni, annunciando solennemente il via libera per il Recovery Plan italiano, ha inteso sottolineare la scommessa europea sull’Italia, nonostante la endemica instabilità di governo e politiche economiche inadatte che per decenni sono state applicate a un paese come il nostro, ormai il più indebitato d’Europa. Si sa, abbiamo ottenuto dalla Unione Europea prestiti quasi a tassi zero e quantità di denaro a fondo perduto, la più alta tra gli Stati membri, nonostante le diffidenze degli altri paesi europei, proprio per tentare di toglierci da una anomala condizione economica la cui gravità alla lunga avrebbe potuto travolgere l’intero continente, e per sottrarci al clima anti-Unione, seppur sentimento minoritario in Italia, che i vertici di Bruxelles ritengono ambiguamente alimentato da forze internazionali ostili in oggettiva collaborazione con realtà politiche italiane.

 

Draghi ha voluto toccare anche il punto più sensibile del nostro dente più dolente: la nostra insufficiente percezione che la finanza pubblica allegra ha conseguenze gravi sul debito; sulla economia generale della Nazione; sui propri carichi fiscali, sempre più insostenibili. Dunque le precisazioni del Presidente del Consiglio sono state apprezzate dalla von der Leyen, ma rimangono ancora da chiarire il come e quando si faranno le riforme tanto richieste ed attese. Infatti pur in presenza di ingenti risorse da investire per la transizione energetica, attraverso interventi nelle infrastrutture materiali ed immateriali e per il cambiamento digitale nelle attività dei servizi pubblici e privati, senza radicali cambiamenti fiscali, della giustizia civile ed amministrativa, della pubblica amministrazione e delle normative del mercato del lavoro, toccherà ancora una volta operare con il freno a mano tirato.

 

Impegnarsi con coerenza su questi obiettivi, favorirà anche il necessario clima positivo di fattività e cooperazione in politica e tra i cittadini, dando finalmente loro delle mete coerenti di cambiamento. Il clima dovrà essere di grande coesione e rigore in quanto i primi indispensabili risultati del Recovery Plan non potranno che manifestarsi almeno nel medio periodo. Ed invece i mesi prossimi saranno impegnativi per la gestione delle opere e per la crescita di disoccupati e poveri che richiederanno prospettive concrete ed immediate. Situazioni che mal si conciliano con l’inseguimento di scelte divisive che renderà ancora più rovente il clima politico boicottando la cooperazione governativa, distraendo la opinione pubblica dalle strade prioritarie da percorrere per il rilancio economico che, per essere efficace nel superare le difficoltà, richiede una intesa forte di coesione tra italiani e  classe dirigente.

5 Stelle, nessuna novità da Grillo e Conte.

È illusorio pensare che i 5 Stelle possano cambiare fino al punto di rinnegare se stessi. L’aut-aut del fondatore, con gli strascichi polemici ai danni di Conte, è il segno di un ricompattamento attorno al “messaggio” che dalle origini condensa il significato proprio del populismo pentastellato.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, e come da copione, per i 5 stelle siamo al punto daccapo. Detto fra di noi, non ci voleva uno scienziato o un politologo per saperlo sin dall’inizio. In questa breve nota ricordo solo tre aspetti, peraltro decisivi, che confermano che la natura e il profilo politico dei 5 Stelle non mutano perchè, semplicemente, non possono mutare.

 

Innanzitutto il partito (o il Movimento) è stato “fondato” da Beppe Grillo. Da un ex comico che però, almeno per questa formazione politica, è da tutti ritenuto un guru. Non a caso, lui stesso si è definito come un “elevato”. È del tutto naturale, stando anche al ruolo politico decisivo e determinante da lui avuto in tutti questi anni, compreso l’ultimo avallo al Governo Draghi, che proprio lui, “l’elevato”, sia il solo ed autentico punto di riferimento politico ed elettorale. Per tutti. Al di là dello statuto, del regolamento, del codice etico. E come l’esperienza di questi giorni ha platealmente, e in modo del tutto scontato, dimostrato e confermato.

 

In secondo luogo un partito come i 5 Stelle non può mutare natura, profilo, forma e sostanza politica dall’oggi al domani. Tranne il Pd di Zingaretti e soprattutto quello di Letta, tutti sanno che i 5 Stelle sono e restano un partito populista, demagogico, antipolitico, tendenzialmente antisistema ed esterno ed estraneo alla pratica democratica dei partiti tradizionali. E questo perchè, come tutti sanno, ma proprio tutti, la sua nascita è segnata dal verbo del suo fondatore, appunto Beppe Grillo. Se un partito abdica a tutto ciò che ha detto, scritto, praticato, urlato, giurato e predicato per anni, è del tutto ovvio che lascia per strada larga parte del suo elettorato. Altrochè “partito liberal moderato” come vagheggia l’avv. Conte o un partito che è disponibile a rivedere tutto il suo passato iniziando a scusarsi, ad esempio, del giustizialismo manettaro che l’ha contraddistinto da sempre. Perchè un conto sono i potenziali carrieristi romani. Altra cosa è l’elettorato e le pulsioni che, giustamente, attraversano quel pezzo di società e quindi di elettorato.

 

In ultimo il futuro e la prospettiva politica dei 5 Stelle. Al di là di chi continua a predicare la necessità, del tutto legittima, di dar vita ad un progetto politico antifascista, contro la destra, contro il rischio dittatura, contro la deriva illiberale e bla bla bla, di comune intesa con il partito di Grillo, è del tutto evidente che il movimento pentastellato – ideato, fondato, diretto e teleguidato dal suo fondatore Beppe Grillo – è destinato a rimanere il punto di riferimento politico per eccellenza del populismo nostrano. Ed è giusto che sia così. E chi si allea con quel partito o Movimento non può che condividere quell’approccio e quella cultura. Al di là della propaganda e delle parole d’ordine utili per convincere i creduloni, ma destinate a sbriciolarsi di fronte alla concreta realtà.

 

E ciò che capita da ormai molti mesi all’interno di 5 Stelle, e culminato proprio in questi giorni di contrasti serrati tra Grillo e Conte non fa che confermare, in modo persin plateale, ciò che sono stati, ciò che sono e ciò che saranno i 5 Stelle nel nostro paese e nella dialettica politica italiana nel futuro.

Abbiamo bisogno di serietà, non di parodie. Vale per la battaglia contro il virus e vale per la questione della omofobia.

Spesso si parla con superficialità, anche quando le circostanze e gli argomenti impongano la scelta del rigore. Il buon esempio è venuto, anche sulla “gestione” della Nota vaticana,  dal Presidente del Consiglio. A Draghi bisogna guardare con fiducia.

 

Francesco Provinciali

 

Di tutte le parole che si dicono, si leggono, si ascoltano sul tema del giorno, vale a dire l’identità sessuale e di genere, il DDL Zan, con particolare riguardo a quanto circola in rete – un universo simbolico e semantico spesso carico di violenza e linguaggi disgustosi, toni accesi e ultimativi – bisognerebbe essere in grado di separare la realtà dalla finzione, le caricature dai vissuti, i bisogni esistenziali dalle costruzioni allegoriche e virtuali.

 

Non è che finito – o quasi – di discettare di pandemia e virus si cambi argomento tanto per trovare il tema prevalente per un’estate tra il serio e il faceto.

 

Troppe persone parlano perché hanno la lingua in bocca, tranciano giudizi, assolvono o condannano con una facilità disarmante, mentre crescono le speculazioni dialettiche, le polarizzazioni, le discriminazioni alle quali siamo abituati nei discorsi da bar: “Chi non è con me è contro di me”. Il tema è serio, esiste non da ieri e va considerato con il dovuto rispetto. La demonizzazione delle opinioni altrui non produci esiti convincenti o risolutivi.

 

Perciò – prima di entrare in medias res – occorre documentarsi per evitare di disquisire a vanvera sulla base di preconcetti, pregiudizi e conclusioni affrettate. Al centro di ogni dibattito c’è la persona: con le sue ricchezze, le sue potenzialità, le sue debolezze, le sue fragilità. Certi discorsi non si fanno in maschera, né si risolvono suonando i fischietti o colorandosi il viso.

 

Si tratta di legiferare su una questione che riguarda molti aspetti e modi di essere e di vivere l’esistenza, in genere si tratta di problematiche intime, personali, che meritano circospezione e umana considerazione. Per questo va preliminarmente puntualizzato insieme alla delicatezza del tema anche il metodo più adatto per affrontarlo. Senza enfatizzare situazioni costruite ad arte e senza minimizzare i disagi e i vissuti di ogni singolo individuo.

 

Avremo modo di ritornare a studiare ed approfondire i molteplici aspetti di una realtà complessa e caleidoscopica, dove gli stessi esperti della psiche umana, la medicina, la pedagogia e perciò la scuola, gli educatori, gli psicologi non hanno una visione univoca.

 

Solo il dialogo e il confronto possono essere le premesse indispensabili per impostare un confronto: avendo la consapevolezza che gli esiti e le scelte produrranno conseguenze che occorre immaginare, prevedere e organizzare perché incideranno in modo determinante nei comportamenti, premesso il riconoscimento costituzionale dei diritti soggettivi di ciascuno.

 

Avverto troppa enfasi che produce ansia e sconcerto. A cominciare dallo stesso Parlamento che dovrà legiferare. Bene ha fatto il Presidente Draghi a rimarcare il principio della laicità dello Stato: forse nessuno lo avrebbe mai messo in discussione, poiché le riserve avanzate dal Vaticano riguardano una materia concordataria. Penso che anche in questo caso la fretta possa essere cattiva consigliera: se si fosse considerato il tema con anticipo, al pari di quanto accaduto in altri Paesi, forse ci sarebbe stato un confronto più pacato.

Polarizzare è il pericolo più incalzante: anche i toni ultimativi fanno male a tutti. Dobbiamo comportarci con serietà e considerare le variabili di una partita difficile, che tocca l’etica, il senso civico, il rispetto dell’essere umano, i convincimenti morali. In gioco c’è il tema dell’identità personale: non è poco, visto che stiamo attraversando un periodo di crisi e di spaesamento, in cui si accentuano le condizioni di precarietà e di solitudine specialmente nella fase critica dell’adolescenza.

 

La vita non è un casting mediatico da giocare su TiK-Tok o nei social, affidando gli orientamenti emotivi agli imbonitori e agli influencer. Serve serietà e questo approccio riguarda tutti, non dobbiamo mai dimenticarlo.

L’inconsistenza dei cattolici, il ddl Zan, e il nuovo partito di centro fondato da Zamagni. Risposta controcorrente a Pio Cerocchi.

STEFANO ZAMAGNI AGENZIA TERZO SETTORE

Possiamo condividere la preoccupazione che nasce dalla disarticolata e tuttavia pretenziosa volontà, dentro e fuori la Chiesa, di proclamare un legittimo punto di vista. La Nota vaticana è stata inopportuna e fragile appare, in controluce, la presenza politica dei cattolici. Si risolve, tuttavia, con l’avventura di un nuovo partito? Umiltà e pazienza, va detto, sono valori fondativi della prassi cristiana.

 

Nino Labate

 

Ho letto con molta attenzione l’articolo del mio amico Pio Cerocchi sul ddl Zan, e non solo, pubblicato su questo giornale online sotto il titolo “L’inconsistenza dei cattolici”. Il tema principale su cui ha riflettuto Pio è serio. Ed ha avuto presso tutti i mass media – compresi i social –  gli editorialisti, gli studiosi e la stessa opinione pubblica nazionale, un seguito e una risonanza inaspettabili e imprevisti.

 

A distanza di giorni e mentre butto giù questo appunto, dopo che Draghi si è pronunciato in Parlamento sollecitandolo ad assumersi sulla vexata quaestio le proprie responsabilità, e dopo che ha ricordato, assieme grosso modo al Cardinale Parolin, che “…il nostro è  uno stato laico a  tutela di pluralismo e diversità culturali”questo ddl sta ancora occupando le prime pagine dei quotidiani e persino le aperture di qualche telegiornale. Tutto ciò, per altro, è accompagnato dalla solita apocalittica e illuministica critica semplificatrice di MicroMega, secondo cui il  Concordato è  da abolire.

 

Riguardo la nota diplomatica con cui il Vaticano ha fatto sapere al Governo che se il ddl Zan non viene rivisto ne va di mezzo “…la libertà garantita alla Chiesa cattolica…” grazie al Concordato. C’è molta esagerazione in queste finalità esplicitate attraverso il testo della Santa Sede. E non voglio credere che ci sia dell’altro. Cosi come non  voglio imbarcarmi nelle questioni di diritto che riguardano quel Concordato,  su cui  non sono competente. Ma Cerocchi ha molta ragione quando, prendendola alla larga, si rivolge  agli”...inesistenti” e  silenziosi  politici, uomini di cultura e laici del mondo cattolico.

 

E perché ha ragione?

 

Perché  dovevano essere proprio questi “fantasmi” laici dispersi in “coriandoli (De Rita), e frammentati in associazioni,  partiti e partitini personalizzati, ad agitare le acque del ddl. Ma non – addirittura – la Santa Sede. È una mia opinione: non ho infatti giustificato per niente il fatto che la Chiesa intervenisse in prima persona e a gamba tesa su una questione che si è voluto spingere fino alla esagerazione, pur essendo di stretta pertinenza del laicato cattolico. Di quello seduto in Parlamento e non solo. Se ancora esiste.

 

No! La Chiesa ha fatto un passo che poteva e doveva evitare. Perché  come si chiarirà, non c’è nessuna riduzione alle sue sacrosante libertà in ordine alla diffusione del messaggio evangelico. A meno che…mi viene maliziosamente da pensare…vedendosi sprovvista di laiche coperture e mediazioni, non l’abbia fatto per sollecitare la nascita di quel partito di Centro che Zamagni va proponendo da tempo, senza giungere a conclusioni apprezzabili. Cerocchi, fra le righe, fa capire proprio questo allorché denuncia proprio l’assenza in Italia di un “partito cattolico”.

 

In ordine a tale argomento mi sia consentita solo una riflessione.

 

Soprassiedo sulla delicatissima e complessa tematica della riproposizione di questo “partito  centrista” in un tempo storico post-Covid che, come ripete spesso  Mattarella,  è comunque sia un tempo di “Costruttori e non di “RI-costruttori, la cui differenza tra i termini, faccio notare, è notevole. E che i tempi che ci attendono, aggiunge il Presidente della Reppubloca, hanno bisogno di “… un nuovo inizio,  non di ritorno alle condizioni precedenti alla pandemia”, tanto da concludere che “…non c’è nulla più bello di in nuovo inizio”.

 

Purtuttavia l’esigenza della nascita di un tale partito  è legittima. Ci mancherebbe. Anche se deve scontrarsi con  alcuni elementari dati sociologici sulla nuova classe operaia, sul nuovo ceto medio, sulle classi medie, medio basse, e basse, sui nuovi poveri, sull’emigrazione,  sui motivi del non voto, sulla frequenza alla messa e  l’irrefrenabile secolarizzazione, sull’assenza dei giovani anche nelle vocazioni, ecc… E poi ancora sui cosiddetti moderati. Ecco, si deve misurare con quella antropologia culturale che ci rende consapevoli delle rivoluzioni  culturali  che stiamo vivendo e che vivranno, ancor più, di più i nostri figli e nipoti.

 

Esigenza legittima dunque, quella del partito di centro.  Con un solo però. Quello che non doveva essere Zamagni a promuovere la nascita di  un tale partito. Zamagni dal 27 marzo 2019 è Presidente della “Pontificia accademia delle scienze sociali”. Nominato direttamente dal Papa perché studioso capace, conosciuto e stimato, non solo nel mondo  cattolico, che gode la piena fiducia della Cei. Un uomo laico di Chiesa e che la Chiesa, dunque, rappresenta. Un intellettuale, per giunta, che   a pieno titolo è parte della Chiesa. Allora: prima si dimetteva e poi fondava il suo partito!

 

Insomma, una  grande debolezza quella di Zamagni. Che con la sua nomina ecclesiale, il suo posto e la sua funzione, ha dato l’impressione che dietro questa sua iniziativa ci fosse parte della Gerarchia. Il suo partito, a cui faccio comunque gli auguri in vista dell’imminente congresso,  ha già nome e cognome: “Insieme”. E se fosse già presente in Parlamento aveva tutto il dovere di aprire quel dibattito richiesto da Draghi.

 

A meno che, pur di fronte alla crisi e “…all’inconsistenza  dell’episcopato, spaccato e diviso come denuncia Cerocchi, anche con Zamagni in campo non si volesse scommettere tutto sulla Croce al collo e il Vangelo sotto braccio di Salvini,  e su Dio  Patria e Famiglia della Meloni.

 

No, non voglio crederlo!

 

Ma torniamo al l’argomento principale. L’intervento della Santa Sede non è stato per niente “logico, come  sottolinea ancora Cerocchi. Ma in assenza di laici corpi intermedi, c’erano altre strade. La Chiesa – come per altro ha sempre fatto – aveva, e a mio avviso ancora ha, tutto lo spazio comunicativo e la libertà per esprimere compiutamente ciò che pensa in fatto di utero in affitto, di bambini con due genitori dello stesso sesso, di aborto, di matrimonio in chiesa da parte dei gay, ecc. Sono preoccupazioni fondate, e dunque impegnative, sulle quali mi trovo perfettamente d’accordo. I principi della Chiesa, se dichiarati con garbo, senza urlare e offendere,  se esposti in punta di Vangelo e di Dottrina Sociale,  nessuno, dico nessuno, può immaginare di contrastare con l’arma della denuncia.

 

E chiudo perché proprio pochi mesi fa ho sentito con le mie orecchie, durante una omelia, e con il ddl Zan già approvato alla Camera, il sacerdote celebrante che sottolineava dal pulpito con garbo e delicatezza, senza offendere e  inveire, senza urlare e alzare la voce, i  pericoli dei matrimoni gay, degli uteri in affitto, dell’aborto, e del dramma dei bambini che crescono con due papà o con due mamme, senza che nessuno si  offendesse o denunciasse.

 

Qual è la conclusione? Sì, condivido di Cerocchi l’accusa a riguardo del silenzio dei cattolici italiani…se ancora ci sono e vogliono battere un colpo. Esistono però mille modi per farsi sentire e testimoniare. Non necessariamente con una Nota vaticana o con un  partito politico. Ho però compreso lo spirito e il senso dell’articolo di Cerocchi. E sono certo che il Parlamento ritoccherà il ddl.

I cattolici democratici non devono rassegnarsi alla logica del muro contro muro

È un errore la disarticolazione dei cattolici impegnati in politica – ma forse sarebbe meglio parlare di cattolici che vogliono fare politica – lungo l’asse della dialettica semplificata tra sostenitori e oppositori del ddl Zan.

 

Lorenzo Dellai

 

L’intervento diplomatico del Vaticano sul Disegno di Legge Zan – benché in via informale – assume una valenza politico-istituzionale inedita, rispetto alla quale sarebbe veramente pernicioso se la politica e la pubblica opinione reagissero dividendosi tra “papisti” e “anti papisti”.

 

Il Presidente Draghi ha fatto il suo dovere nel ribadire la laicità dello Stato e l’autonomia del Parlamento.  Ma, per il vero, la nota vaticana è stata inoltrata al Governo italiano quale sottoscrittore di un trattato che l’altra parte contraente ritiene possa essere non rispettato e dunque, sul piano formale, è difficile ritenerla una indebita ingerenza.

Può essere letta così solo in forza di una pulsione di riemergente anti clericalismo.

 

E ciò al di là della valutazione sulla opportunità che alla cosa sia stata data una tale pubblicità, pare non ricercata da parte vaticana (v. dichiarazione del Card. Parolin, ndr). Non è dunque su questo piano che la vicenda va inquadrata.

 

Questo intervento va interpretato e commentato piuttosto alla luce del contesto generale che lo ha prodotto. Esso è frutto, a mio parere, di due debolezze (come ben evidenziato sul Domaniditalia da Pio Cerocchi) e di una irrisolta questione di fondo.

 

La prima debolezza riguarda i laici cattolici impegnati in politica nelle varie e diverse formazioni partitiche. Nell’esercizio del loro mandato laico e dunque autonomo rispetto alla Chiesa, come in primis Degasperi ha testimoniato, essi dovrebbero operare sui temi eticamente sensibili con equilibrio e matura ragionevolezza, favorendo una efficace sintesi tra valori di riferimento, principio del bene comune e doveri di servizio ad uno Stato laico.

 

Nel caso in ispecie, con lodevoli ma esigue eccezioni, essi si sono invece disposti come militanti “senza se e senza ma” a favore oppure contro la proposta Zan così come approdata al voto finale. Da una parte dichiarando la assoluta indisponibilità a modifiche (anche difronte a dubbi e rilievi più che fondati); dall’altra negando in toto l’esigenza di un intervento legislativo su questa tematica. Tipico esempio della deriva “binaria” intrapresa dal dibattito politico.

 

Hanno così rinunciato al loro ruolo ed alla loro responsabilità di costruttori di soluzioni capaci di essere condivise e ragionevoli, pur nel rispetto delle diverse convinzioni etiche, culturali e religiose.

 

La seconda debolezza – espressa col dovuto rispetto – mi pare quella della Conferenza Episcopale Italiana. Ad essa, in prima battuta, sarebbe toccato il ruolo di stimolo, riflessione e dialogo con la politica del proprio Paese. Invece, la questione è stata ignorata per lunghi mesi, salvo sporadici interventi che non hanno fatto emergere una posizione chiara ed autorevole.

 

L’intervento della diplomazia vaticana, radicato sulla temuta possibile violazione delle clausole del Concordato, risulta perciò come una sorta di ultima istanza, con tutto ciò che questo comporta in termini di conflitto e di radicalizzazione dei rapporti.

 

La questione di fondo irrisolta, invece, riguarda il modo attraverso il quale la nostra società e le nostre Istituzioni affrontano i grandi e complessi temi delle trasformazioni antropologiche. Assistiamo ad una sorta di bipolarismo che alterna da un lato negazionismi arcaici e pregiudizi duri a morire e, dall’altro, fughe in avanti e strappi non supportati da una visione antropologica matura e condivisa.

 

Il Disegno di Legge Zan si colloca in questo contesto, con le sue buone ragioni e con le sue criticità. Le buone ragioni stanno nel suo obbiettivo dichiarato: rafforzare gli strumenti normativi contro gli atteggiamenti di pregiudizio e anche di violenza motivati dai comportamenti e dalle attitudini sessuali delle persone. Una questione di democrazia sostanziale e di civiltà, che va affrontata sul piano culturale ed educativo ma anche su quello delle norme giuridiche.

 

Le criticità stanno nell’introduzione (incongrua anche rispetto a tale dichiarata finalità) del diritto alla “percezione personale del genere a prescindere dal proprio sesso” (art.1); nel ruolo preminente assegnato allo strumento penale (in linea con la tendenza ad affidare ad esso funzioni strabordanti nella dinamica sociale); nella non adeguata definizione delle garanzie di libertà di espressione e testimonianza delle convinzioni etico-religiose, fatto salvo ovviamente il rispetto dell’ordinamento giuridico (punto al quale pare riferirsi la nota diplomatica vaticana).

 

Se i promotori del Disegno di Legge e le principali forze politiche (PD in primis) avessero preso in considerazione le obiezioni non pregiudiziali avanzate da più parti (anche da alcuni movimenti da sempre impegnati nel campo dei diritti civili) e se gli oppositori alla proposta non avessero praticato semplicemente la logica del “muro contro muro”, non si sarebbe arrivati a questo stallo. Che non aiuta i potenziali destinatari del provvedimento e neppure la maturazione culturale della società di fronte a queste sfide antropologiche inedite.

 

Anche in questo campo, la politica (e più in generale la classe dirigente, la stampa, gli intellettuali, gli artisti, gli influencer: tutti o quasi militanti e tifosi più che impegnati a ragionare con equilibrio) non è stata all’altezza dei propri compiti.

 

Speriamo in un sussulto di responsabilità e di maturità.

Inaccettabile è il tentativo di buttare fuori campo chiunque abbia un motivo da far valere a riguardo della propaganda gender

C’è qualcosa di artificiale nella forzatura che agisce al riparo della cultura sulla lotta alle discriminazioni. Si tratta di una imposizione che si presenta con la maschera della superiore difesa dell’umanità. Invece può distruggerla.

 

Giuseppe Davicino

 

Speriamo che regga il tono nell’insieme dimesso del dibattito sul ddl Zan. Il problema, secondo me, non sono i Melloni o i Riccardi che esprimono delle opinioni, ma il clima generale che è pazzesco. Chi appena non si allinea alla promozione attiva e istituzionale dell’omo-trans-sessualismo e dell’ideologia gender è messo al bando.

 

Le dichiarazioni della von der Leyen sulla legge di Orbán – che non discrimina ma fa una cosa di grande buon senso, impedire la propaganda gender verso i minori, liberissimi se vogliono di professarla – mi lasciano esterrefatto come i governi che si sono accodati, tra cui il nostro, per sostenerla.

 

Oggi cercavo un documento sul sito della Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca centrale delle banche centrali. Non può esserci al mondo cosa più asettica, e invece mi ritrovo il logo di questa istituzione, arcobaleno, come quelli delle istituzioni europee. C’è qualcosa che non va nei gangli del potere. Dall’alto si gioca con ciò che l’uomo ha di più prezioso, la coscienza, sia riguardo dall’orientamento sessuale, sia riguardo, ad es. alla razza, etnia, colore della pelle.

 

Ma facessero le manifestazioni contro la discriminazione delle donne o la pena di morte per adultere e gay in Arabia Saudita o in Qatar anziché andarci a giocare straricchi tornei di calcio!

 

È dinamite che può esplodere in mano a chi la maneggia con tanta incredibile disinvoltura, perché tale clima di tensione artificiale può fare da catalizzatore inarrestabile di motivi reali di scontento socioeconomico. Attenzione che ci vuole pochissimo agli spin doctor a tramutare le tensioni dovute alla questione sociale in odio anticlericale e anticristiano.

Invecchiare. Qualche riflessione sul tema.

Abbiamo scoperto con la pandemia cosa significano in concreto le RSA. Adesso è in corso un dibattito sulla necessità di superare i limiti di queste strutture. Per andare dove? Certo, la risorse delle tecnologie innovative possono aiutare molto, tuttavia serve una vera strategia politica a proposito dell’invecchiamento.

 

Mariapia Garavaglia

 

“A chi appartiene il vecchio?” Una domanda disumana che mi ha costretto a pensare una risposta. Ogni persona appartiene a sé stessa, ma è tale – persona – in quanto inserita in una rete di relazioni a partire innanzitutto dalla famiglia e poi dalla prima comunità di riferimento e quindi a tutta la società.

 

Queste relazioni non isolano la persona ma la integrano completamente con tutte le organizzazioni sociali. Perciò il vecchio è di tutti, perché tutti possono diventare vecchi. Le persone anziane oggi hanno la possibilità di una lunga vita. Non sempre lunga e buona. Quando non è buona è angustiata da malattia e da solitudine.

 

La domanda ora la pongo io. Cosa facciamo per rendere la vita dei vecchi degna di essere vissuta o, meglio, per garantire la inviolabile dignità dei vecchi che è diritto fondamentale di tutti i cittadini, riconosciuta dall’art. 3 della Costituzione?

 

Le famiglie che convivono con persone care anziane e affette da malattie non hanno dovuto aspettare COVID-19 per conoscere i bisogni, le difficoltà e gli strumenti a disposizione – scarsi – per affrontarle.

 

Il Paese, invece, ha scoperto la fragilità e la vulnerabilità delle persone anziane quando ha registrato la loro strage causata dalla pandemia.

 

E quali sono state le risposte?

 

Da parte del sistema sanitario gli ospedali sono stati all’altezza anche se non hanno potuto salvare i malati più gravi, nella quasi totalità vecchi e grandi vecchi. Abbiamo tutti conosciuto la dedizione professionale e umana di medici, infermieri e operatori sanitari.

 

Purtroppo, inadeguata la assistenza sociosanitaria extraospedaliera. Anzi: l’assistenza domiciliare quasi inesistente e quella nelle RSA – unica trincea di soccorso organizzato – non ha avuto buona stampa.

 

Il tutto incominciò con la grande risonanza mediatica attorno al più grande istituto di assistenza agli anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio. Le polemiche suscitate hanno avuto ampia eco in tutto il Paese e si è diffusa una generale preoccupazione circa la efficienza delle strutture residenziali per gli anziani.

 

Le famiglie sono state sollecitate da un di più di preoccupazione per aver affidato i loro cari a tali strutture. Dal punto di vista sociale e psicologico la necessità del distanziamento ha acuito il senso di abbandono sia per le morti, dolorosissime in solitudine, sia per la mancanza di contatto fisico – assenza di abbracci – con familiari. Dal punto di vista istituzionale le RSA sembravano non appartenere alla responsabilità di nessuno.

 

Molte sono private e tra queste molte appartengono al mondo cattolico, ma tutte dipendono dal sistema socioassistenziale regionale. Le Regioni oltre alle diseguaglianze che mostrano a livello nazionale, a causa delle diverse legislazioni che le caratterizzano, hanno trascurato le RSA da molti punti di vista: finanziamenti insufficienti, standard funzionali e di personale non controllati e, alla fine hanno sottratto alle RSA gli infermieri per reclutarli negli ospedali data la cronica carenza, indebolendo ulteriormente le strutture assistenziali.

 

E’ evidente che sono mancati i controlli e una corretta programmazione. Il Ministero della Salute si è affrettato a costituire una commissione allo scopo di rivedere l’intero sistema e avviare una riforma sostanziale. Occorre ricordare, però, che la competenza regionale, secondo le norme costituzionali, non viene meno. Tuttavia si è addirittura incaricato il Corpo dei Carabinieri – NAS – per controllare tutta la rete delle RSA. Non vorrei che il compito dei Carabinieri sia solo sanzionatorio con il rischio della chiusura di strutture che comporterebbe gravi difficoltà alle famiglie per assicurare l’assistenza agli ospiti, loro cari.

 

Ho avuto anch’io l’opportunità di essere ottimamente coadiuvata dal benemerito Corpo dei NAS. Il comandante di allora (quando ero Ministro) il Col. Mario Palombo, divenuto poi generale, aveva avuto da me un preciso ordine, diverificare a una prima visita ispettiva la condizione generale. Qualora si fossero rilevate irregolarità, avrebbe dovuto dare un tempo congruo per attuare le disposizioni impartite e solo quando queste non fossero state adempiute, riferire al Ministro che avrebbe assunto le doverose misure di tutela dei cittadini e della loro dignità.

 

La condizione delle persone anziane, oggi, merita una profonda analisi perché si possa decidere solo su dati veri, verificabili, la necessaria progettualità. L’aspettativa di vita continua ad aumentare ma nonostante l’impegno medico e riabilitativo, spesso vengono vissuti molti anni con vita difficile.

 

Cos’è l’invecchiamento? In realtà non è stata ancora affrontata compiutamente la riflessione per poterlo definire. Ci affidiamo ai geriatri perché possano intervenire con più competenza nella clinica ed anzi chiediamo che aumentino gli specialisti in questa disciplina. Nelle RSA l’età media è di oltre 85 anni e per il 65/70% gli ospiti sono affetti da demenza. Nelle loro case queste persone come possono essere doverosamente, adeguatamente assistite? La dimensione degli alloggi e forse la collocazione in piani alti che non si possono raggiungere nemmeno con l’ascensore a causa della mancanza o del malfunziomento (è cronaca) come si organizza l’assistenza domiciliare e con quali operatori?

 

Per chi ha la possibilità di rimanere nel proprio domicilio la tecnologia potrà rappresentare un importante, indispensabile supporto. Per tutti gli altri anziani, al contrario, si dovrà fare in modo che la istituzionalizzazione assomigli ad una casa – si chiamano residenze – sia per la struttura architettonica che per le suppellettili, e i servizi siano affidati a personale competente. E’ evidente che i costi lievitano perché non può mancare la guardia medica e l’infermiere di notte oltre agli OSS formati e numericamente sufficienti.

 

Perciò il problema si risolve non con la loro soppressione, bensì con la loro organizzazione omogenea dal nord al sud Italia, con la continua attività di controllo, che divenga anche di formazione per il personale e di innovazione strutturale. I familiari che affidano i propri cari alle RSA devono poter essere rassicurati da un sistema efficiente per la loro cura. Il sistema pubblico si intesti questa preziosa scelta di programmazione Si innovi e qualifichi l’intero comparto dei servizi agli anziani – domiciliari e territoriali – per onorare la dignità di cittadini che durante la loro vita attiva hanno cooperato allo sviluppo del Paese.

 

Il PNRR esige che i progetti siano attuati entro il 2026. Ci si presenta una data che obbliga a non perdere una occasione imperdibile.