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domenica, 30 Agosto, 2026
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Plurarchia e auto-governo delle risorse comuni. Un ricordo di Elinor Ostrom.

Scomparsa tre anni fa, la politologa dell’Università dell’Indiana ha legato il suo nome alla ricerca sulla gestione dei cosiddetti beni comuni, dimostrando che esiste una via comunitaria in grado di sfuggire all’alternativa tra struttamento privatistico e controllo statalistico. L’articolo, qui riportato in stralcio, appare in originale sull’ultimo numero dell’Osservatore Romano.

 

Il 12 giugno del 2012 ci lasciava Elinor Ostrom, una delle politologhe che ha maggiormente contribuito alla teoria politica e al dibattito pubblico, sia nel campo accademico sia in quello politico e sociale, giungendo nel 2009 ad essere insignita del Premio Nobel per l’economia.

 

Professoressa presso l’Università dell’Indiana, dove dirigeva con il marito il Centro di ricerca di studi e analisi politica «Vincent and Elinor Ostrom», la Ostrom si è occupata della governance dei cosiddetti commons, le risorse comuni, quelle risorse naturali – terre per pascoli, aree ittiche, boschi per legname, acqua per irrigazione dei campi agricoli – o immateriali – come la conoscenza – per cui è molto costoso controllare ed escludere il consumo degli “utilizzatori”. Il problema di queste tipologie di risorse è che sono sovra-sfruttate o comunque la loro cura è trascurata dagli utilizzatori. La ragione sta nel fatto che i soggetti si comportano opportunisticamente considerando la risorsa a cui accedono, senza possibilità di esserne esclusi, una risorsa gratuita, e perciò massimizzano i propri benefici privati, trascurando o collettivizzando i costi; è ciò che Garret Hardin ha descritto con l’espressione “tragedia dei beni comuni”. La soluzione alla tragedia dei commons, prima del contributo della Ostrom e dei suoi studi, era quella di privatizzare le risorse o, in una prospettiva simmetrica, definire un Leviatano per una loro gestione statale.

 

La Ostrom ha invece dimostrato che all’interno delle comunità possono emergere dal basso regole e istituzioni di non-mercato e neppure riconducibili al governo, in grado di assicurare una gestione efficiente dal punto di vista economico di tali risorse. La Ostrom riporta esempi delle terre comuni nei villaggi giapponesi di Hirano e Nagaike in Giappone, il meccanismo di irrigazione huerta tra Valencia, Murcia e Alicante in Spagna, la comunità di irrigazione zanjera nelle Filippine.

 

Come ha messo in evidenza l’economista Massimiliano Vatiero, partendo dai contributi teorici di Ronald Coase, di Douglass North e di Oliver Williamson, la Ostrom isola i caratteri principali degli auto-governo locali. Una prima condizione istituzionale alla base del successo di questi meccanismi è la chiarezza del diritto. Le regole oltre a essere chiare, devono essere condivise dalla comunità. Per questo un elemento essenziale dell’auto-governo è la definizione di metodi di decisione democratica, tali da coinvolgere tutti i fruitori della risorsa. Inoltre, i meccanismi di risoluzione dei conflitti devono avere ambiti locali e pubblici, in maniera tale da essere accessibili a tutti i soggetti di una comunità. Accanto a meccanismi di sanzioni progressive, si prevede che si instauri un controllo reciproco tra gli stessi fruitori della risorsa. Ciò ha un duplice effetto: primo, chi è interessato a una gestione corretta della risorsa è anche interessato a svolgere un controllo sulla medesima; secondo, i fruitori sono i soggetti che hanno le maggiori informazioni su come la risorsa possa essere utilizzata in maniera inappropriata dagli altri. Dunque, le regole oltre a essere chiare, condivise e rese effettive da tutti i fruitori, non devono contrastare con livelli superiori di governo.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-131/plurarchia-br-e-auto-governo-br-delle-risorse-comuni.html

Giuseppe Notarstefano intervistato da Famiglia Cristiana: «Ripartiamo insieme e con le periferie».

Il neo-presidente dell’Azione Cattolica fa il punto sullo stato di salute della più antica realtà associativa ecclesiale e traccia le linee dell’impegno futuro alla luce dei risultati dell’ultimo congresso. Il testo è ripreso dal sito dell’Azione Cattolica.

 

 

In questi giorni i media nazionali e locali hanno dato risalto alla nomina del nuovo presidente di Ac, Giuseppe Notarstefano e agli impegni prossimi e futuri dell’associazione. Tra gli altri, ne hanno parlato Radio Vaticana, RadioinBlu, Avvenire, Sir, Rai Sicilia, La Repubblica Sicilia e oggi un’ampia intervista a Famiglia Cristiana che vi proponiamo integralmente.

«Aiutiamo chi stenta ad abbracciare dei valori, nuovi poveri ed emarginati, carcerati. In primo luogo, io, siciliano, mi affido a Livatino e Padre Puglisi»: così Notarstefano in un passaggio dell’intervista che tocca diversi temi di attualità sia ecclesiali che sociali.

 

 

«Un’associazione resiliente, giovane e sinodale». Giuseppe Notarstefano prende in mano un’Azione cattolica vivace, forte dei suoi quasi 270 mila iscritti e con una capacità rafforzata di intercettare e rispondere alle domande e ai bisogni del nostro tempo. Lo fa, palermitano vissuto a Canicattì, «affidando le mie preghiere, non lo nascondo, a Rosario Livatino. Sono particolarmente legato al giudice ucciso dalla mafia e ho vissuto con gratitudine spirituale il fatto che la mia nomina sia avvenuta poco dopo la sua beatificazione». Bocconiano, ricercatore di Statistica economica e attualmente professore alla Lumsa di Palermo, dopo aver insegnato in vari corsi in università italiane e straniere, ricorda l’impegno dell’associazione per la legalità, come «questione che ci tocca nel profondo perché la necessità e il bisogno di giustizia sono sempre un atto di carità».

 

In che senso?

 

«Ricordo i tanti soci che, dal Veneto alla Lombardia, all’Emilia Romagna, sono venuti in Sicilia, nella terra di Rosario Livatino e padre Pino Puglisi, per le attività estive, quelle che chiamiamo campi scuola, quasi per riconoscere il valore di alcune testimonianze e, nello stesso tempo, per dire l’importanza che abbiamo nell’educare ai temi della giustizia e della legalità, e a essere realtà che opera per il bene di tutti. Lo dice papa Francesco nella Laudato si, quando parla di bene comune, in termini di giustizia; c’è se raggiunge i più fragili, i più vulnerabili, se genera inclusione e coesione sociale».

 

E invece cresce la disuguaglianza?

 

«Cambiano tante cose, lo abbiamo visto in questo tempo, ma rimane un profondo bisogno di giustizia soprattutto quando c’è un dato sociale così drammatico come le disuguaglianze a tutti i livelli: sociali, nella scuola – dal digital divide al fenomeno della dispersione scolastica –, nel mondo del lavoro tra uomini e donne… In questo contesto il tema della giustizia dovrebbe essere obiettivo della politica ma, prima ancora deve essere un punto fermo nell’educazione».

 

Azione cattolica e pandemia…

 

«È stata capace di fare di questo tempo una opportunità di trasformazione. È riuscita, anche attraverso le nuove piattaforme, a dare continuità alla sua vita. Certo i piccoli e i più giovani hanno sofferto ed erano stanchi perché avevano già la scuola in dad e, quindi, la proposta associativa in piattaforma è stata un ulteriore richiesta di sforzo. Gli anziani sono riusciti a fare un grande upgrade tecnologico, spesso aiutati dai nipoti. C’è stata forte consapevolezza che la sfida non riguarda solo noi. E che la ri-partenza significa che dobbiamo fare memoria di quello che abbiamo vissuto, anche dei dolori, dei drammi, e cercare di elaborare un percorso capace di rispondere alle esigenze di questo tempo».

 

Quali sono?

 

«Una questione importante per i giovani è tenere assieme la vita associativa, quella professionale e quella familiare. Questa fascia d’età è quella socialmente più colpita dalle crisi degli ultimi decenni. In molti sono stati costretti a spostarsi nei territori. E non solo per una giusta aspirazione, perché magari si decide di studiare a Milano perché c’è un corso attivo solo lì. Spesso questa mobilità è forzata e genera precarietà. Per noi è importante,

visto che l’associazione è presente da Lampedusa a Cortina D’Ampezzo, che le persone possano sempre sentirsi accolte e invitate a camminare insieme. Per fare questo ci vuole una rete capace di incontrare, andare a scovare le persone, ci vogliono responsabili attenti e ci vuole una spiritualità dell’accoglienza».

 

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https://azionecattolica.it/ripartiamo-insieme-e-con-le-periferie

Progettare la città dopo la pandemia

L’uomo, dice l’autore, deve tornare al centro della questione urbana “perché detentore della capacità di trasformare il luogo in identità”. L’originale del testo appare nella sezione che l’Università di Padova ha dedicato al dibattito sul futuro della città.

 

Muovendo dal concetto di città come sistema sociale globale e pertanto come realtà poliedrica e ricca di sfaccettature, nella sua dimensione spazio-temporale e ambientale, la città contemporanea appare in tutta la sua natura dinamica, e il suo essere città-flusso. Concepita come un accampamento sulle rive del tempo, attenta alla sua eredità storica, ma governata dal movimento, dalla trasformazione, dalla transitorietà. Nelle descrizioni dei sociologi, urbanisti, antropologi, etnologi ed economisti ricorrono termini come eterogeneità, frammento, discontinuità, disordine, caos (si vedano, ad esempio, fra gli altri, i lavori di Zygmunt Bauman, David Harvey, Allen J. Scott, Giandomenico Amendola e Guido Martinotti) e più recentemente di complessità (ad esempio: Bertuglia C.S. e Vaio F., Non linearità caos e complessità, 2003; Complessità e modelli, 2011; Il fenomeno urbano e la complessità, 2019, Bollati Boringhieri, Torino; Ceruti M. e Bellusci F., Abitare la complessità. La sfida di un destino comune, Mimesis, Sesto S. Giovanni, 2020).

 

Certamente le città sono soggette a un continuo processo di trasformazione. I centri delle città declinano oppure cambiano nella loro forma e nelle loro funzioni; sorgono nuovi business districts; immigrati di varia provenienza si raggruppano e si mescolano tra loro; gruppi etnici e razziali vengono segregati in ghetti e ‘slum’; si vengono a formare nuove enclave culturali, mentre quelle vecchie scompaiono. Le divisioni spaziali di per sé non sono nulla di nuovo, ma non sono affatto stabili nelle loro cause, nella loro apparenza, nella loro scala, nei loro effetti (Marcuse P. e Kempen van R., eds., Globalizing Cities. A new spatial order?, Blackwell, 2000).

 

Negli anni Ottanta appare ormai concluso il periodo delle grandi espansioni, delle previsioni di ampliamento territoriale della pianificazione urbana, dell’aumento demografico e della previsione delle città satelliti. Inizia il momento in cui la città comincia nuovamente a guardare al suo interno, cercando spazi fisici dimenticati da riutilizzare, riqualificare e trasformare.

 

Dagli anni Novanta importanti cambiamenti di ordine geopolitico, tecnologico e sociale hanno ridefinito il ruolo della città europea che non può più essere letta come “spazio chiuso”, inscritto in ambiti nazionali “bloccati”. In questo periodo l’incremento della libera circolazione delle persone e delle merci ha fatto registrare un aumento esponenziale degli scambi, un trend in continua crescita; la città cerca, così, la sua collocazione all’interno di una nuova geografia, quella dell’Unione Europea.

 

Negli ultimi anni si porta a calibrare ulteriormente il punto di osservazione, ponendo diverse e più complesse questioni che anticipano o sostituiscono del tutto il disegno della città, il suo progetto.

 

Ma lo spostamento del piano delle indagini e della ricerca dei nuovi sistemi di relazioni e modelli di organizzazione sociale in grado di ridefinire la struttura delle città (così come quella degli Stati e delle regioni), toccando «tutti i rami dell’organizzazione sociale, dalla produzione al marketing, dal tempo libero alla politica, per estendersi fino a nuove forme di controllo e sorveglianza» (Castells M., Galassia internet, Feltrinelli 2002), non mette in crisi la centralità dello spazio nel sistema città.

 

Attorno allo spazio, da intendersi come luogo, si formano le identità collettive. Lo spazio urbano diventa un caleidoscopio ove decifrare le tendenze e gli scenari nuovi o post che convivono, con intensità e modalità variabili, con la città “moderno-tradizionale”.

 

La progettazione dello spazio urbano non può fare a meno di partire dall’uomo che lo frequenterà e che riconoscerà in esso un ruolo autorevole e rappresentativo. Luomo, dunque, deve tornare al centro della questione urbana perché detentore della capacità di trasformare il luogo in identità.

 

Il sistema urbano con i suoi luoghi, ha via via visto accrescere, da un lato, la tendenza a una dilatazione della città in un territorio più ampio e complesso, favorita anche dall’efficienza delle connessioni fisiche o virtuali, e, dall’altro, l’uso di approcci bottom-up con processi di progettazione partecipata in grado di coinvolgere attivamente i vari attori e i portatori di interesse in contesti locali, puntuali e specifici.

 

Un assunto su cui sociologi urbani e geografi sembrano concordare è la progressiva rottura del tradizionale vincolo di dipendenza centro-periferia e la sua sostituzione col nesso globale-locale (Perulli P., a cura di, Globale/locale, il contributo delle scienze sociali, Franco Angeli, 1993-2001).

In questo caso è indubbio che il tema delle connessioni (fisiche e non) e della mobilità, entra a far parte del gioco divenendo partner essenziale nel “funzionamento” della città nella sua complessità. Il delicato equilibrio città-territorio si misura con questioni come mobilità, trasporti, connessioni, velocità, scambio di informazioni, in una dialettica tra spazio e tempo.

 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/progettare-citta-dopo-pandemia

Difendiamo i lavoratori ma dentro una politica capace di creare lavoro

Se permane il convincimento che basti la pura tutela dell’occupazione, l’economia reale finisce per restringersi in una logica di sopravvivenza, senza sviluppo e senza lavoro.

Nella nostra vita quotidiana ogni volta che si ferisce la dignità del lavoratore, la garanzia della sua incolumità, la perdita dello stesso posto di lavoro, per ciascuno di noi è istintivo invocare il primo articolo della nostra Costituzione, come a dire che c’è sfasatura tra le solenni affermazioni e la realtà: lItalia è una Repubblica fondata sul lavoro.  

Ci fu una lunga discussione tra i costituenti sulla importanza di assegnare nella Costituzione al lavoro un valore costitutivo per la Repubblica: al lavoro nel senso di energia collettiva prodotta dallimpegno e dallingegno di lavoratori ed imprenditori in grado di assicurare redistribuzione della ricchezza in parte equa, secondo impegno, rischio, responsabilità. Ci furono opposizioni a questa ipotesi, ma prevalse grazie a coloro che si ispiravano alla dottrina sociale della Chiesa e a laicilegati alla cultura dellumanesimo. 

Insomma la Repubblica deve fondarsi sul lavoro in quanto base essenziale per garantire benessere economico e sociale, ma anche come ancoraggio morale e fondamento di responsabilità: attraverso il lavoro le persone si realizzano personalmente nella relazione con gli altri che vi partecipano, così creando vincoli di responsabilità che ricadono positivamente sulla comunità e sulla personale esperienza di maturità. In questi giorni si parla molto delle nuove occasioni di lavoro che potremo generare grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e giustamente si sottolinea che da questo piano può originare la ripresa economica italiana, come per i giovani occasioni qualificate di impegno lavorativo, di accelerazione verso la modernità. 

Infatti limpiego di ben circa 200 miliardi di Euro per gli obiettivi della transizione energetica, adeguamento alla cultura ed operatività digitale, infrastrutturazione trasportistica, e sviluppo dei presidi della prevenzione di sanità, possono ben corrispondere agli obiettivi indicati e tanto necessari al Paese. Ma per ottenere questo risultato, non solo occorre accompagnare al Pianoriforme della pubblica amministrazione, della giustizia civile ed amministrativa, del fisco e del lavoro, senza le quali si rischia di insabbiare gli ingranaggi della operazione, ma bisogna anche riportare le ruote del treno nei binari dello spirito che animò i costituenti nel fondare la Repubblica sul lavoro. 

Non credo possano coesistere nello stesso paese, e senza conseguenze, un piano per impegnare i giovani in vista di una economia virtuosa e politiche assistenziali senza finalità correlate allimpegno lavorativo, tanto da premiare lopportunismo. Il tema non riguarda soltanto lo spreco di decine di miliardi finora utilizzati, che potevano essere impiegati in attività economiche remunerative o in attività di riqualificazione professionale tanto essenziali per rimuovere la condizione mortificante della coesistenza di tanti disoccupati e nel contempo di richieste di professionalità non rintracciabili nel mercato del lavoro; ma riguarda anche la necessità di percezione di un clima culturale orientato alla responsabilità e alla ricerca della efficienza. 

I momenti di svolta sono davvero tali quando nella realtà sociale ogni aspetto è coerente con ogni altro elemento che concorre a centrare lobiettivo. Laltra sera, partecipando ad un seminario sul lavoro e le delle occasioni di sviluppo che si possono cogliere, confesso di essere stato molto a disagio nellaver ascoltato le conclusioni, che sostanzialmente si sono sviluppate nel seguente modo: i sussidi salariali sono un risarcimento dovuto alla riduzione del lavoro per lavanzamento delle tecnologie. Ed invece noi dovremmo dire che si dovrebbero risarcire i contribuenti che pagano i sussidi pubblici con politiche di sostegni alle persone alle quali però spetta almeno impegnarsi a rafforzare la loro professionalità per accelerare la transizione dai vecchi lavori a quelli nuovi o a prestare la loro opera in attività di interesse pubblico, sicché in un modo o nellaltro la società ne abbia un beneficio.  

Dunque i principi costituzionali si fanno vivere non di ritirateculturali risarcitorie, ma di pretesa continua e rigorosa della valorizzazione dei talenti posseduti e da sviluppare dei lavoratori, nel loro personale interesse e nellinteresse di tutti. Ed a tale proposito, anche la annosa vicenda della sacrosanta necessità di frenare i licenziamenti in questa epoca di pandemia, se non accompagnata da una robusta attività di riqualificazione in un epoca di grandi cambiamenti dimpiego di nuove tecnologie e di richieste di nuove professionalità, potrà solo esporci a ritardi insostenibili per la stabilità dei posti di lavoro e la stabilità della economia.

Papa Francesco libera la Chiesa dall’ideologia teocon e la riporta all’evangelizzazione e alla promozione umana. Intervista a Massimo Borghesi.

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani dItalia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dellintervista curata da Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

Una delle ragioni della crisi profonda che attraversa la Chiesa cattolica è lessersi fatta strumentalizzare dallideologia teocon”, e aver assunto posizioni dure e conflittuali sia allesterno che al suo interno.

Nel libro Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo” (Jaca Book, 2021) il prof. Massimo Borghesi spiega in dettaglio come, dopo il 2001, lideologia teocon sia riuscita a prevalere. Con la conseguenza di stravolgere il cristianesimo che, da missionario e aperto al dialogo, è diventato identitario e conflittuale; da sociale e accogliente, ha assunto una funzione efficientista e burocratica; da portatore di pace, si è fatto bellicoso e sostenitore del conflitto di civiltà; da fraterno e universalista, ha ceduto al pensiero unico basato su ideologie primatiste, occidentali e neocolonialiste.

In 272 pagine il prof. Borghesi spiega molto bene, con vastità e profondità di argomentazioni, come, con larrivo di Papa Francesco, la Chiesa abbia ripreso il cammino indicato da Paolo VI con lEsortazione apostolica Evangelii nuntiandi”: cioè evangelizzazione e promozione umana.

Per conoscere meglio le ragioni di quanto sta accadendo allinterno e allesterno della Chiesa cattolica, per comprendere quali sono le motivazioni che alimentano lo scontro fra teocon e Papa Francesco, Orbisphera” ha intervistato il prof. Massimo Borghesi.

Intellettuale di vasta esperienza e spessore, Massimo Borghesi è Professore ordinario di Filosofia morale presso il Dipartimento Filosofia Scienze Sociali, Umane e della Formazione dellUniversità di Perugia. Tra le sue più recenti pubblicazioni, ha avuto molto successo il libro edito in più lingue Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale” (Jaca Book, 2017).

Nel libro Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo” lei sostiene che, dopo l11 settembre, la corrente neoconservative” americana ha prodotto una vera e propria metamorfosi del cattolicesimo che, da missionario e aperto al dialogo, è diventato identitario e conflittuale. Una corrente che Lucio Brunelli ha definito dei cristianisti”. Può spiegarci quali sono i fondamenti dellideologia teocon e perché si è rivelata un dramma per la Chiesa cattolica?

L11 settembre 2001 ha provocato un sensibile cambiamento negli scenari politici e religiosi del mondo. Labbattimento islamista delle Torri gemelle a New York ha inaugurato lera della teopolitica”, dello scontro teologico-politico tra lOccidente e il cosiddetto Asse del male”.

I neocon” cattolici, i cui inizi datano agli anni 80 segnati dalla presidenza Reagan, diventano i teocon”, fautori dello scontro guerriero contro leterno avversario, lIslam, individuato nellIraq di Saddam Hussein.

In realtà gli avversari sono due: il relativismo etico dominante in Occidente ed il fondamentalismo islamista. Questi due obiettivi, per i teocon, polarizzano tutta lazione dei cristiani nel mondo. Donde una impostazione fortemente eticista”, contrassegnata dalle cultural wars” contro la cultura libertaria.

Unimpostazione che trascura le due dimensioni che, per il Paolo VI della Evangelii nuntiandi”, costituivano i poli della presenza cristiana nella storia: evangelizzazione e promozione umana.

I neoconservative” cattolici, guidati da intellettuali come Michael Novak, Richard Neuhaus, George Weigel, Robert Sirico, svolgono in questo un ruolo fondamentale nella Chiesa americana. Contribuiscono ad orientare i cattolici delusi dal progressismo del Partito democratico verso le posizioni del Partito repubblicano, patrocinando unadesione totale al modello capitalistico e allethos calvinista ad esso soggiacente.

Il risultato è che il cristianesimo, da missionario e aperto al dialogo, diventa identitario e conflittuale, da sociale diventa efficientista e burocratico, da pacifico si fa bellicoso, da cattolico e universalista diviene occidentalista.

Può aiutarci a capire che cosa intende Papa Francesco quando dice che la Chiesa deve essere ospedale da campo” e perché questa visione è alternativa al progetto teocon?

La diversità con la prospettiva teocon emerge netta con la Evangelii gaudium”, lEsortazione apostolica che già nel titolo riprende la Evangelii nuntiandi” di Paolo VI. Il Papa antepone il kerygma, lannuncio cristiano, alle battaglie etiche.

In un mondo secolarizzato, che non ha più memoria dei fondamenti della fede, la testimonianza di Cristo precede le sue conseguenze morali. Queste ultime sono importanti, ma non possono capitalizzare per intero la presenza cristiana. Esse, inoltre, richiedono di essere allargate. Il cattolico pro-life” negli Usa è spesso favorevole alla pena di morte e allindustria delle armi, così come è ostile alle politiche di tutela dellambiente.

Il Papa chiede di allargare lambito di tutela della fragilità”: dalla vita non ancora nata, ai poveri, agli anziani, ai portatori di handicap, ai malati incurabili. La (giusta) lotta contro laborto deve servire da modello per la difesa della debolezza in ogni sua espressione. In questa difesa si misura il valore di unautentica democrazia, il suo grado di civiltà.

La Chiesa si afferma qui come ospedale da campo”. E questo non solo in senso sociale, ma anche in senso spirituale. Nel mondo secolarizzato il male può essere riconosciuto, portato, sopportato, solo se la Misericordia precede il giudizio. Questo è quanto la deriva eticistica” non comprende. Le battaglie etiche hanno un loro senso sul terreno politico, arginano la deriva individualistica del mondo liquido. Non cambiano, però, il cuore degli uomini.

Lospedale da campo non indica una Chiesa onlus” bensì un cattolicesimo missionario e sociale, nel quale la tenerezza di Dio ha il volto del padre che accoglie il figliol prodigo.

Tra gli argomenti più controversi su cui si fonda la frattura fra teocon e Papa Francesco c’è la dottrina sociale. Per i teocon il modello liberal-capitalistico costituisce il migliore dei mondi possibili. Qui la distanza con il Papa appare profonda…

Sì, il contrasto è sensibile. I teocon cattolici negli Usa sono riusciti, nel ventennio che occupa gli anni 90 e la prima decade del nuovo millennio, ad imporre una lettura unilaterale della dottrina sociale della Chiesa. Ci sono riusciti grazie alla interpretazione che Novak, Neuhaus, Weigel hanno offerto dellEnciclica Centesimus annus” di Giovanni Paolo II. Secondo la loro lettura, il Papa avrebbe innovato profondamente la dottrina sociale legittimando, per la prima volta, il modello capitalistico ed operando un break” con la dottrina sociale a lui precedente.

Si tratta di una interpretazione palesemente forzata che va chiaramente contro il testo papale, il quale, al contrario, usa a più riprese toni fortemente critici verso il capitalismo vincitore del comunismo. Passi ignorati dagli interpreti teocon, i quali riescono comunque nel loro intento: Giovanni Paolo II diviene, nella vulgata mediatica nordamericana, il pontefice che ha sdoganato il sistema economico occidentale ed aperto le porte al cattocapitalismo”.

Da qui la dura reazione verso Francesco, il Papa sudamericano” accusato di populismo-peronismo-filomarxismo, proprio perché riporterebbe la dottrina sociale della Chiesa a Paolo VI, alle posizioni precedenti alla Centesimus annus”.

Come mostro nel mio volume, quella dei teocon è una lettura fortemente ideologica, strumentale, finalizzata a quella riconciliazione piena tra cattolicesimo ed ethos americano in cui consiste il cosiddetto americanismo cattolico”.

Francesco manda in crisi questa prospettiva e ciò spiega le reazioni, durissime, che il suo pontificato ha suscitato e sta suscitando.

(www.orbisphera.org)

Non è più il tempo di slogan e demagogia

La politica appare risucchiata in un gioco tattico che non produce effetti positivi per il futuro del Paese

La politica italiana come un grande gioco di ruolo. Si fa tattica, si fanno lunghe discussioni su alleanze, federazioni di aree da conquistare e voti di consenso da stanare. È un gran movimento logistico, forse anche la politica, allora, farebbe bene ad affidarsi a vari “Figliuolo” che sicuramente le forze armate potrebbero fornire. 

La politica non era quell’arte di governare per dare ai cittadini ciò che è un loro diritto, nel rispetto dei doveri e soprattutto realizzare pienamente il dettato della nostra Carta costituzionale? Immagino che i nostri cittadini sarebbero sconcertati se un giorno, ascoltando, i vari Leaders, sentissero proporre soluzioni e iniziative a breve e medio termine che incidessero sulla loro vita quotidiana. Soluzioni concrete, decise e realizzate, toccate immediatamente con mano e che modificassero la vita quotidiana. 

Uno stato amico, una burocrazia che dica al cittadino: “Non preoccuparti, i tuoi problemi sono i miei problemi”. Un ambiente culturale e concreto che permetta ai giovani di fare valere le proprie capacità e le proprie competenze. Basta questuanti con la mano tesa a chiedere i favori da chi mantiene ben stretto e perpetua un potere di scelta a seconda della fedeltà feudataria. Questo è il vero aiuto alle nuove generazioni, e non l’obolo di turno. Una giustizia amministrata con celerità e senza la paura di cadere in un crogiuolo infernale che può distruggerti la vita. 

Una informazione seria e responsabile che non ammicca a questo o quel potere per partecipare al massacro politico. Insomma un capovolgimento delle coscienze e delle intelligenze in favore di un Paese che ormai è allo stremo e non ne può più di partite a scacchi per conquistare un po’ di consenso. Mi rivolgo ai vari leader, soffermatevi un secondo di più allo specchio e se avete anche solo il minimo dubbio di potere aiutare questo Paese con i suoi cittadini ad essere un Paese diverso, andatevene, un atto minimo di responsabilità e avreste la riconoscenza di tutta la comunità. E appello vale per tutte quelle persone che, occupando posti di responsabilità, possono aiutare il cambiamento. 

Non è più il tempo degli slogan, della demagogia, dell’alzare cortine fumogene nell’intento di ritardare la consapevolezza dei cittadini. Prendervi gioco di loro è pochezza umana oltre che viltà.

Renzi e le grandi manovre

Un certo affanno connota l’azione dei renziani mentre i sondaggi inchiodano il partito a percentuali modeste

La stagione delle grandi manovre è iniziata, soprattutto in casa renziana, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Il dopo Draghi sembra essere l’agenda politica degli attuali Partiti che lo sostengono, tutti proiettati su futuri nuovi scenari politici.

A condurre i giochi o, se si vuole, le trattative è il fido Ettore Rosato (presidente di Italia Viva) noto per la legge elettorale che porta il suo nome e che, di fatto, non ha fatto altro che continuare sul sistema delle liste bloccate senza possibilità di scelta da parte degli elettori.

Il prode renziano ha iniziato a girare l’Italia, nelle varie realtà regionali, a caccia di proseliti illustri per rafforzare un partitino che ad oggi, stando ai sondaggi, non raggiunge la soglia minima del tre per cento.

Ci sarà sicuramente tempo per rafforzarsi in vista delle politiche del 2023, ma come dice il famoso proverbio “chi ben comincia è a metà dell’opera” sembra riguardare soprattutto il piccolo stuolo renziano che sta affilando le armi in vista delle competizioni elettorali venture.

Il problema vero o, meglio, l’assillo dell’ex sindaco di Firenze è soprattutto quello di poter ereditare quell’elettorato moderato che fa capo a Silvio Berlusconi, tenuto conto che quest’ultimo, ormai, insieme al suo Partito è in caduta libera.

Ma principalmente anche in considerazione del fatto che PD e Movimento 5Stelle viaggiano a braccetto per una prossima alleanza politica di centrosinistra.

La scaltrezza del fiorentino è proprio quella (al di là delle dichiarazioni di intenti che negano alleanze con Salvini e con la Meloni) di poter far leva su tutto un elettorato moderato per porsi alla guida di un nuovo centrodestra e di contendere la leadership del Governo e del Paese al duo Letta-Conte.

Sul piano della strategia politica il progetto renziano è senza dubbio lungimirante, aggressivo e, se ben calibrato, vincente in termini immediati. Ma occorre confrontarsi e tener presente tutta una serie di problemi che ad oggi appaiono insormontabili. Ad iniziare dalla politica populista di Salvini e di Meloni, rispetto alla quale una forza politica moderata non solo dovrà fare i conti, ma soprattutto dovrà attenuare e ridurre ai minimi termini in quanto totalmente al di fuori della propria posizione politica.

Certo è che Renzi, proprio perché consapevole di queste realtà difficilmente componibili, si sta muovendo in maniera utilitaristica, avendo contezza che in politica contano i numeri e poi le idee.

E allora il senso di queste grandi manovre che Ettore Rosato ha iniziato nelle varie regioni hanno il senso e l’obiettivo di convincere soprattutto chi ha cospicui pacchetti di voti che Italia Viva acquisterebbe in dote per contrastare efficacemente Lega e Fratelli d’Italia, ma che poi sarà in grado di ricambiare ai diretti interessati come nuova legittimazione per la propria carriera politica.

Il gioco, anche se appare efficace, è abbastanza antico e richiama alla mente vecchie consuetudini interne alla Democrazia cristiana.

La nota dolente di questo progetto politico è, probabilmente, che l’uomo politico di Firenze ancora non calcola che dopo questo Governo Draghi (complice soprattutto la pandemia) nulla sarà più come prima e buona parte di questa classe dirigente dovrà, come si suol dire, fare le valige e tornare a casa.

Viviamo in un mondo di virus  

Wuhan, China - East Asia, Corona virus, Pneumonia

Cosa ci racconta nel suo nuovo libro l’autore di Spillover, il bestseller sull’origine del Covid-19

David Quammen, l’autore di Spillover, il celeberrimo libro sull’origine della pandemia Covid 19, pubblicato negli USA nel 2012 nell’indifferenza generale e poi riscoperto e diventato il testo di riferimento per studiare le evidenze scientifiche del terribile “virus zoonotico”, ha completato il suo già documentato lavoro di ricerca con una pubblicazione recente, un volumetto di poche pagine edito dalla Adelphi (la stessa casa editrice di Spillover). Si intitola: “Perché non eravamo pronti”, che poi è la stessa locuzione usata dal sagace Prof. Arnaldo Benini, Emerito all’Università di Zurigo, come affermazione a spiegare che l’eziopatogenesi del Coronavirus è un pull di fattori convergenti e concomitanti, alla cui base stanno i comportamenti umani degli ultimi decenni, talmente inconsapevoli sulle conseguenze di certe azioni da diventare scellerati e nemici della natura, dell’equilibrio ecosistemico e della compatibilità ambientale di ciò che con troppa disinvoltura chiamiamo “progresso” (cfr. https://ildomaniditalia.eu/pandemia-covid-19-lumanita-impreparata-intervista-ad-arnaldo-benini/).

Spiegando di aver sentito parlare per la prima volta di SARS (severe acute respiratory syndrome) nel 2006 dal medico Alì Khan del National Center for Zoonotic Vector Borne and Enteric Discases (NCZVED), su casi verificatisi già nel 2003 nella Cina meridionale contagiando 8000 persone (di cui una su dieci era morta), Quammen la definisce “il proiettile che aveva sfiorato sibilando l’orecchio dell’umanità”, ma all’epoca non era stato stabilito un nesso con il coronavirus. Anni dopo Alì Khan, che aveva dedicato la sua professione allo studio delle malattie trasmissibili dagli animali, richiesto da Quammen di spiegare l’origine biologica del Covid 19, ritornò con il ricordo a quella strana polmonite atipica chiamata SARS ed affermò che la scienza aveva sbagliato nel sottovalutarla: “L’impreparazione era dovuta a mancanza di immaginazione”.

La descrizione delle modalità di contagio è impressionante: dagli hotel, alle stanze ospedaliere, alle sale di attesa, ai mezzi di trasporto, ovunque transitasse qualcuno (definito ‘super-diffusore’) che era stato a contatto con ambienti o persone affette da SARS. Il 12 marzo 2003 l’OMS diramò un allerta mondiale per quella forma di polmonite atipica. Furono adottate le misure di contenimento e cura che conosciamo: quarantena, isolamento, intubazione nei casi gravi. Dopo la SARS in Corea nel 2015 si diffuse un virus non conosciuto, denominato MERS: l’intuizione era la stessa maturata per la SARS, cioè la diffusione per zoogenesi dai cammelli e dai pipistrelli all’uomo. Ma anch’essa sottostimata, nonostante numerosi studi monografici nei cui titoli compariva sempre la parola ‘pipistrello’: focolai di corona-virus diversi si accendevano ma non si diffuse una consapevolezza locale e mondiale dei pericoli incombenti.

Sottovalutazione, sottostima: questo fu l’approccio sbagliato, nonostante una documentata relazione scientifica del 2017 che metteva in guardia dal reiterarsi di forme diverse di zoonosi per coronavirus. Quammen cita le ricerche della dottoressa Zheng-Li-Shi, direttrice del laboratorio di virologia di Wuhan, che andò a caccia di pipistrelli nella grotte cinesi, raccogliendo campioni dei loro fluidi corporei fino a dimostrare che la stessa SARS era passata da questi animali all’uomo. La spiegazione era questa: le proteine spike (spina), per via di sporgenze nodose si legano ai recettori presenti sulle cellule di altri pipistrelli ma anche a quelli presenti nelle cellule dell’apparato respiratorio umano.

Arriviamo a Wuhan e alla parte di storia che conosciamo, con una precisazione che Quammen aggiunge: non ci fu passaggio diretto dal pipistrello all’uomo nel famoso mercato di Huanan (“nemmeno se l’avessero tagliato a dadini e mangiato come antipasto”) nei primi 27 casi isolati, bensì attraverso un “ospite intermedio”: un serpente, oppure un “pangolino” ovvero la civetta delle palme. Quammen propende per il pangolino, conosciuto in 8 specie – mentre ce ne sono 1400 nei pipistrelli- diffuso come alimento in Camerun, in Nigeria e nell’Asia, soprattutto Thailandia, Cina, Malesia, Vietnam. come ospite di transito del coronavirus nell’uomo e lo fa descrivendo questo animaletto squamoso (utilizzato dalla medicina cinese per la cheratina delle squame oltre che come cibo). Campioni di tessuti prelevati da pangolini morti avevano dimostrato la presenza al 99% di dati genomici da coronavirus del Tipo Sars-Cov-2.

Dagli studi di laboratorio a Wuhan era emerso che il coronavirus fosse stato “importato” in città prima ancora del suo transito dal famigerato mercato animale. La “mancanza di immaginazione” di cui aveva riferito anni prima Alì Khan viene da Quammen imputata più ai decisori politici che agli operatori sanitari. Alle origini del Coronavirus sta l’impreparazione dei governi nazionali, l’inerzia dell’OMS, l’assenza di drastiche misure preventive di isolamento e contenimento, a cominciare dagli USA: lo stesso Trump dichiarò : “Nessuno ne aveva idea”.

Il lavoro di incessante ricerca e documentazione di Quammen si arricchisce dunque di una nuova ipotesi circa la trasmissione da animale all’uomo del coronavirus: non più o non solo i pipistrelli ma più probabilmente un ospite intermedio come il pangolino. Resta il fatto che occorre gettare un fascio di luce che faccia auspicabilmente chiarezza sull’incipit della pandemia. A prescindere dall’ipotesi della fuga virale dal laboratorio o a quella inquietante del complotto.

L’alterazione dell’ecosistema per mano dell’uomo ha provocato mutazioni genetiche e transiti virali per zoogenesi: alla base di tutto sta la distruzione degli equilibri vitali del pianeta, la compatibilità uomo-ambiente superato il livello di guardia demografico, l’alimentazione selvaggia e primitiva in certe parti del mondo, insieme all’utilizzo degli animali per fini medicali o cosmetici. Civiltà totalmente diverse di cui si auspica l’integrazione senza avere una minima cognizione storica e fattuale delle differenze inconciliabili.

Poi c’è l’insipienza della politica: avvitata su se stessa e sorda ai richiami della scienza, bypassando la storia e le alleanze in nome di una geoeconomia basata sul profitto e gli interessi economici espansivi. Ne sappiamo qualcosa anche dalle nostre parti perché mentre in Cina esplodevano i focolai di nuovi e inesplorati coronavirus, il 23 marzo 2019 sottoscrivevamo il Memorandum della via della seta, che non è stato più sospeso o revocato. Ignorando il protocollo d’intesa siglato il 28 aprile successivo dai rispettivi governi per il controllo frontaliero dei transiti commerciali dalla Cina all’Italia. Ma in questo gigantesco caravanserraglio ci sono responsabilità enormi che hanno investito il pianeta e impongono un ripensamento a 360°. Lo stesso Quammen conclude il suo nuovo libro con queste parole: “Occorre risolvere il problema alle origini, sono necessarie altre ricerche sul campo, altre campionature di animali selvatici, altri esami sui genomi. Una maggiore consapevolezza del fatto che le infezioni animali possono diventare infezioni umane, perché gli esseri umani sono animali. Viviamo in un mondo di virus e a malapena abbiamo iniziato a comprendere questo”.

Sono trascorsi 40 anni dalla tragedia di Vermicino. Gli italiani non l’hanno dimenticata.

 La nazione, davanti alla televisione, seguì l’agonia del piccolo Alfredo Rampi. La vicenda del ”pozzo maledetto” cominciò alle 19 del 10 giugno 1981. Un cronista dell’epoca ricorda, in questa breve ma densa nota, l’emozione e lo smarrimento di quei lunghissimi tre giorni.

 

 

Ricordo un’alba fredda al termine della tragedia di Vermicino. Noi cronisti distrutti dopo tre giorni trascorsi al caldo e al freddo della notte nell’attesa (vana) di dare una notizia di vita tra i filari dei vigneti sulle coste dei Colli Albani. Noi con il taccuino e la biro contro la diretta tv; uno degli ultimi atti della grande cronaca.

 

Indugiavo (e non ero il solo) tra ciò che restava della scena della tragedia di Alfredino Rampi; faticavo a staccarmi da quel pozzo attorno al quale avevo trascorso giorni e notti e da lì alla casa dei vignaioli da dove avevo dettato i pezzi e mangiato qualcosa. Un senso di vuoto; per la prima volta, infatti, avvertivo l’inutilità della mia fatica.

 

Mentre mi allontanavo con in testa le parole scambiate tra Nando e Alfredino, quelle della madre in un dialogo finito nel silenzio della morte, cominciavo a rendermi conto dell’inutilità di quel grande lavoro di emozione, di scrittura, di memoria. Tutti avevano già saputo ogni cosa dalla diretta tv e adesso dormivano ed io mi chiedevo che avrei potuto scrivere ancora. Ma erano le ore morte dell’informazione e, dunque, pure questo pensiero non serviva. Anche le ribattute erano andate in stampa.

 

La pietà civile si era già consumata e la sentivo a canto come una candela agli ultimi bagliori.

 

Quella storia raccontata ai dimafonisti in fretta e furia è rimasta sull’anima e da allora non se ne è più andata via. Prima c’era stato il terremoto del Sud in Irpinia, nel Sannio e nella Basilicata; poi l’attentato al Papa: gli ultimi bagliori della grande cronaca. Ed io li avevo vissuti tutti fino alla storia di questo bambino infreddolito e addormentato per sempre nel pozzo dove era caduto. E non potevo staccare il mio pensiero da lui in quell’alba fredda e ormai solitaria nel silenzio delle coste dei colli in quel mattino mai così tristi.

 

(Dalla pagina facebook dell’autore)

Il Pnrr determinerà una ripresa dello sviluppo?

Per il rilancio è essenziale il contributo di tutti i suoi territori e lutilizzo di tutte le risorse disponibili. L’articolo, qui riportato in stralcio, è stato pubblicato sulla newsletter de “Il Mulino”.

 

 

Riuscirà il Piano di rilancio (Pnrr) a determinare una ripresa del processo di sviluppo nel Mezzogiorno, e in generale nelle regioni (anche dell’Italia centrale) che nell’ultimo ventennio hanno avuto maggiori difficoltà? La domanda è cruciale: per il rilancio dell’intera Italia è essenziale il contributo di tutti i suoi territori, l’utilizzo di tutte le risorse disponibili; fenomeni di crescita nelle aree più forti non si diffondono spontaneamente e non sono sufficienti a garantire all’intero Paese un futuro diverso dal triste inizio del XXI secolo che abbiamo sinora sperimentato. Al momento, l’unica risposta possibile a questa fondamentale domanda è: forse.

 

Per capirlo è bene ricordare, in generale, che la discussione intorno al Piano di rilancio è piuttosto modesta. Circostanza molto negativa, alla luce tanto della sua importanza quanto del fatto, come si dirà in conclusione, che le modalità del suo processo di attuazione saranno decisive per determinarne gli effetti. Ancor più, del fatto che il governo Draghi ha lavorato al Piano senza alcun confronto con l’esterno. Il Parlamento ha discusso per due mesi e mezzo sul testo inviato dal governo Conte e poi si è trovato a dover approvare la versione finale in poche ore, senza avere neanche il tempo di leggerla; il governo ha poi inviato a Bruxelles una versione ancora lievemente modificata rispetto a quella trasmessa alle Camere, corredata con un’appendice documentale tanto vasta (oltre duemila pagine) quanto complessa e disomogenea, sostanzialmente illeggibile.

 

Le forze economico-sociali e le ricche e attente rappresentanze associative (fra le altre, particolarmente attivo il Forum Disuguaglianze e Diversità, che aveva predisposto un articolato documento) sono state ignorate, con una sensibile differenza con ciò che è avvenuto in altri Paesi, a cominciare dal Portogallo. Forte della sua vastissima maggioranza parlamentare, il governo sta ora procedendo ai primi interventi attuativi. Sembra prevalere, nella discussione pubblica, una totale delega all’esecutivo, un’aprioristica fiducia nelle sue capacità tecniche. Una retorica del rilancio grazie alle «mani giuste». Un clima non positivo: come si proverà ad argomentare, la migliore attuazione, i più positivi impatti del Piano potranno venire da una sua continua e attenta discussione, da una attuazione trasparente e partecipata, da una profonda condivisione non di un generico «ce la faremo» ma degli specifici obiettivi delle missioni.

 

Il Pnrr, a una prima analisi d’insieme, appare un documento che contiene moltissimi interventi assai utili e condivisibili, e che certamente produrranno effetti positivi; tuttavia essi paiono mirare più a una modernizzazione dell’Italia che a una sua trasformazione e alla rimozione dei vincoli strutturali alla sua crescita; ispirato a una grande fiducia, una volta compiuta questa modernizzazione, nella capacità delle forze di mercato di determinare uno strutturale aumento della produttività e dell’occupazione. In quali aspetti il Mezzogiorno del 2026 grazie al Pnrr sarà diverso da quello attuale e dunque in grado di procedere assai più speditamente sulla via dello sviluppo? Impossibile avere una risposta in termini precisi e non solo generici dal Piano. Molti interventi del Pnrr saranno certamente utili per il Sud: ma saranno in grado di trasformarlo e rilanciarne lo sviluppo?

 

Si confida molto sulla dimensione quantitativa degli interventi: il Piano alloca nell’insieme circa 82 miliardi al Sud. Una cifra cospicua, specie in confronto alle tendenze degli ultimi anni (per quanto assai inferiore a quella che sarebbe scaturita applicando i criteri europei di riparto fra Paesi al riparto interno fra territori). La ministra Carfagna è molto fiduciosa che ciò produrrà un forte aumento della crescita; anche perché queste risorse si sommeranno agli altri interventi, europei e nazionali, per la coesione territoriale. Considerazione giusta; eppure soggetta nell’insieme alle sensibili e non banali criticità che li hanno caratterizzati negli ultimi due decenni (cui sono dedicati un paio di capitoli analitici di un recente volume) e che occorre vengano corrette da un forte indirizzo politico: come dimenticare il grande definanziamento del Fondo sviluppo e coesione 2007-2013, per circa 20 miliardi, operato nel 2008-2010 dal ministro Tremonti, o la circostanza che solo nel 2018 fu avviata dal governo Gentiloni la primissima programmazione dei fondi 2014-2020, dopo l’inazione dell’esecutivo precedente? Alla luce di quegli eventi, delle trasformazioni indotte dal Covid-19 e della stessa esistenza del Pnrr appare ad esempio cruciale che i Fondi strutturali 2021-2027 siano programmati con obiettivi e modalità completamente diversi da quelli del passato (ad esempio riguardo alla frammentazione degli interventi, anche alla luce delle caratteristiche del Pnrr di cui si dirà fra un attimo): ma sul tema non vi è alcuna discussione.

 

Ma quelli del Pnrr sono tutti investimenti nuovi, aggiuntivi? Anche a questa cruciale domanda non vi è precisa risposta. Nel Piano, come si legge a pagina 247, sono infatti inclusi 69,1 miliardi di «progetti esistenti» per i quali vengono attivati prestiti Ue: ma non è nota (a differenza di quanto parzialmente avveniva nel testo approvato dal governo Conte: si veda ad es. la p. 22) la loro composizione. Quanti degli 82 miliardi rifinanziano al Sud progetti già finanziati? Quest’informazione manca.

L’aspetto più significativo è che gli 82 miliardi sono un «totale in cerca di addendi». Non è infatti disponibile nel Pnrr, né è possibile ricavarla, una ricostruzione degli interventi inclusi in tale cifra. Lo stesso peso percentuale degli interventi nel Mezzogiorno nelle singole missioni indicato in un documento del ministero non è incluso nella versione trasmessa a Bruxelles. Questa circostanza è ancora più rilevante tenendo conto che il Piano si compone di ben 133 linee di investimento che si traducono, stando a una ricostruzione di Intesa-San Paolo, in 930 interventi. Il livello di approfondimento, ad esempio in chiave di allocazione territoriale, di ciascuno di essi è disomogeneo; e le appendici a ogni missione che danno conto dell’impatto sulle priorità trasversali del Piano, fra cui quella territoriale, sono assai generiche. Grazie anche allo splendido lavoro dei Servizi studi di Camera e Senato (che include l’analisi delle oltre duemila pagine aggiuntive di cui si è detto) è possibile verificare che solo in pochi casi sono individuati con precisione i progetti che si realizzeranno al Sud (ad esempio le Zone economiche speciali o alcuni interventi ferroviari oppure alcune misure nell’ambito scolastico). Mancando queste informazioni, mancano gli specifici target che il Piano mira a raggiungere nei diversi ambiti di intervento: quanti treni correranno al Sud nel 2026? Quanti bambini andranno all’asilo nido? E questo spiega l’impossibilità di ricostruire una «visione» più precisa del Sud al 2026 di cui si è detto.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/il-pnrr-determiner-una-ripresa-dello-sviluppo?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+1-10+giugno+%5B7887%5D

Nei sondaggi il partito di Giorgia Meloni sale ancora. Il centrodestra sfiora il 50%

Quanto alla maggioranza di governo, risale dopo alcune settimane di lieve flessione. È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend.

 

 

Fratelli d’Italia continua ad accrescere i suoi consensi stabilizzando il suo secondo posto e tallonando la Lega a poco più di due punti di distanza. Di conseguenza il centrodestra unito arriva a sfiorare il 50%. Si arresta la flessione del Pd, che recupera lo 0,1%, mentre il M5s registra un calo di mezzo punto. Quanto alla maggioranza di governo, risale dopo alcune settimane di lieve flessione. È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend per AGI. In dettaglio, il partito di Giorgia Meloni cresce di 0,3 punti, portandosi al 19,3%, mentre il Carroccio resta fermo al 21,5%. Il Pd si attesta al 18,8%. M5s lascia sul terreno mezzo punto, è al 16,4%. I giallorossi (Pd, M5s e Leu) nel complesso restano al 36,8%.

 

SUPERMEDIA LISTE

 

Lega 21,5 (=)

FDI 19,3 (+0,3)

PD 18,8 (+0,1)

M5S 16,4 (-0,5)

Forza Italia 7,2 (-0,2)

Azione 3,0 (-0,1)

Italia Viva 2,5 (+0,2)

Sinistra Italiana 2,1 (-0,2)

Verdi 1,8 (-0,1)

Art.1-MDP 1,7 (+0,1)

+Europa 1,6 (+0,1)

 

SUPERMEDIA AREE PARLAMENTO

 

Maggioranza Draghi 74,1 (+0,4) di cui:

– giallorossi (PD-M5S-MDP) 36,8 (-0,5)

– centrodestra (Lega-FI-Toti) 30,2 (+0,6)

– centro liberale 7,1 (+0,3)

Opposizione dx (FDI) 19,3 (+0,3)

Opposizione sx (SI) 2,1 (-0,2)

 

SUPERMEDIA COALIZIONI POL 18

 

Centrodestra 49,5 (+0,9)

Centrosinistra 25,8 (+0,2)

M5S 16,4 (-0,5)

LeU 3,8 (-0,1)

Altri 4,5 (-0,5)

 

NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (27 maggio).

NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 27 maggio al 9 giugno dagli istituti Demopolis, EMG, Euromedia, Ipsos, Noto, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il giorno 10 giugno sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

Acli: a Roma il Congresso nazionale dei giovani “Attori del presente, connessi all’oggi, costruttori del domani”

Riportiamo questa nota dell’Agenzia Sir considerando l’importanza di un evento che tocca comunque la vita di una storica associazione, ben radicata nel mondo del lavoro e nella vita ecclesiale italiana.

 

“Giovani: attori del presente, connessi all’oggi, costruttori del domani”. Questo il tema del Congresso nazionale dei Giovani delle Acli in programma, a Roma, nelle giornate di giovedì 10 e venerdì 11 giugno presso la sede nazionale dell’associazione. Il tema – spiega una nota – verrà “declinato in un documento contenente le tesi congressuali sviluppate intorno a 4 macrotemi: un lavoro degno, formare per dare valore, la ricchezza del bene comune, tutto è connesso”.
La due giorni congressuale si aprirà, domani, con l’espletamento di tutte le formalità e la votazione delle modifiche dello Statuto. Venerdì, invece, si svolgerà una sessione pubblica, a partire dalle 10.30, con la relazione congressuale del coordinatore nazionale dei Giovani, Giacomo Carta, i saluti istituzionali del presidente nazionale, Emiliano Manfredonia, e quelli dell’arcivescovo di Bologna, il card. Matteo Maria Zuppi. A seguire interverranno Maria Cristina Pisani (presidente del Consiglio nazionale dei Giovani), Daniel Zanda (Felsa Cisl), Alessandro Fortuna (Uil) e Paola Vacchina (presidente di Forma). Modererà la tavola rotonda Giulio Saputo, coordinatore dell’Assemblea del Consiglio nazionale dei Giovani. I lavori della sessione mattutina sono pubblici e potranno essere seguiti anche attraverso il canale YouTube delle Acli. La sessione pomeridiana invece sarà riservata ai delegati al congresso e si svolgerà a partire dalle alle 18.30 con il voto dei delegati su piattaforma online, per la scelta del nuovo coordinatore nazionale dei Giovani delle Acli.

 

 

https://www.agensir.it/?post_type=post-type-take&p=904099

Marini, sindacalista e politico: un autentico protagonista della vita pubblica italiana.

Domani “il lupo marsicano” sarà ricordato in un convegno online che vedrà la partecipazione del Vescovo di Pinerolo

 

Venerdì 11 giugno alle 18 in diretta Facebook su @mondadori.pinerolo ci sarà la presentazione dell’ultimo libro di Giorgio Merlo, “Franco Marini, il Popolare”. Il libro, pubblicato da Edizioni lavoro, ripercorre il lungo magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale di un uomo che ha contribuito, con la sua azione concreta, a rafforzare e a consolidare la democrazia nel nostro paese.

 

Leader indiscusso dei Popolari e del filone culturale del cattolicesimo sociale, Marini è sempre stato un uomo coerente con le proprie radici culturali e sociali ed è stato, al contempo, un autorevole uomo delle istituzioni. Presidente del Senato, ha sfiorato nel 2013 l’elezione a Presidente della Repubblica e fu bocciato solo dai franchi tiratori del suo partito. Marini è stato collaboratore e amico di Carlo Donat-Cattin, il leader storico della sinistra sociale della Democrazia Cristiana.

 

Interverranno alla presentazione del libro Tom Dealessandri, già segretario provinciale Cisl di Torino, Gianfranco Morgando, Direttore della Fondazione Carlo Donat-Cattin, Mons. Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo. Modera: Luca Rolandi, Giornalista professionista. Il collegamento dell’incontro sarà a cura di Federico Depetris.

 

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo di seguito un breve stralcio del libro.

 

 

Al di là di ogni tentazione agiografica e fuori luogo, è del tutto evidente che Franco Marini è stato un sindacalista prima e un politico poi riconosciuto come un esponente corretto e coerente. Sempre. Ma, al di là dello stile personale e formale, c’è un aspetto che non può essere trascurato e che va evidenziato con forza. E cioè, Marini si è sempre contraddistinto per il suo modo d’essere nello scenario pubblico. Un tempo, per citare lo storico Pietro Scoppola, si parlava di “cultura del comportamento e cultura del progetto”.

 

Ecco, Franco Marini si è sempre caratterizzato nel suo impegno pubblico lungo questo binario che unisce la credibilità del comportamento personale con la lungimiranza di un disegno politico. Un binomio inscindibile cha ha fatto di Marini non solo un protagonista del suo tempo ma un esempio, non propagandato e mai sbandierato o ostentato, per molte generazioni che hanno creduto nell’impegno sociale e politico dei cattolici italiani. Marini, secondo la migliore tradizione popolare e cristiana, si è imposto nel dibattito pubblico, sindacale, sociale, politico ed istituzionale solo attraverso il suo impegno e la sua testimonianza concreta. Cioè con il suo ca- risma. Non c’è mai stata arroganza o presunzione nella sua azione concreta e politica come è, invece e al contrario, facilmente riscontrabile in molti leader della sinistra italiana – salottiera, vagamente moralistica e con una presunta “superiorità culturale ed intellettuale” – e alto borghese e anche in alcuni settori, peraltro minoritari, della stessa area cattolica.

Non ha mai distribuito pagelle e, soprattutto, è sempre stato un Popolare tra i Popolari. La conferma arriva non solo dal suo stile di vita ma dalla concreta militanza politica e sociale. Dove, è bene ricordarlo, non c’è mai stata chiusura pregiudiziale e preconcetta nei confronti di chicchessia. Nella sua concezione politica non c’era la tesi dei confini delimitati o dei fortini chiusi ed invalicabili. Come capita, ad esempio, nelle molteplici correnti del Pd contemporaneo. Marini, sia quando era al vertice del partito e sia quando era uno dei leader più influenti degli stessi partiti, non si è mai ispirato ad una dimensione elitaria ed aristocratica della politica.

 

Su questo versante la sua esperienza è stata simile a quella di Donat-Cattin dove uno degli elementi costanti era quello dell’apertura all’esterno e, soprattutto, di continuare a formare e a preparare una nuova classe dirigente. Una classe dirigente che non sempre, anzi quasi mai, è rimasta fedele negli anni alla sua vocazione originaria. Cioè all’interno di quei partiti dove c’era il leader che aveva contribuito a formarli e ad aiutarli nel concreto agone politico. Ma proprio questa azione di semina politica, culturale ed anche organizzativa ha contribuito a ritagliare quel ruolo di leader aperto e disinteressato che oltrepassava la stessa appartenenza di partito. Non a caso, Marini quando ha assunto, o stava per assumere, qualificati ed importanti ruoli istituzionali, la sua personalità è sempre stata descritta nello stesso modo. Sia da parte dei compagni di viaggio nei partiti di appartenenza e nel suo schieramento politico e sia da parte degli avversari. Un riconoscimento pubblico al profilo della persona e al suo modo originale di declinare nella società il suo impegno politico, sociale, culturale ed organizzativo. Un uomo, cioè, che univa e che non divideva. Un uomo di Stato, quindi. Uno statista.

 

Ecco perché Franco Marini non può avere eredi diretti ma, al contempo, lascia una grande e ricca eredità. Politica, culturale, sociale, istituzionale e umana. Spetta a coloro che si sono ricono- sciuti a lungo nel suo magistero e che ne hanno condiviso le bat- taglie, l’impeto e la coerenza con le quali le portava avanti, far sì che Franco Marini continui ad essere un punto di riferimento, au- torevole e qualificato, nella società contemporanea per il futuro della storia e della cultura del cattolicesimo popolare e del catto- licesimo sociale nel nostro paese. Perché, come diceva Donat-Cattin in un memorabile inter- vento a Saint-Vincent durante un convegno di Forze Nuove, “bisogna imparare una seconda volta il dialogo, il dialogo tra noi. Non chiudersi nella superbia di quelli che credono di essere i soli capaci. Non per avere. Per essere”. E Franco Marini era, appunto, uno di quelli che dialogava senza arroganza. Per riaffermare le sue ragioni e per contribuire a far crescere e consolidare il “bene comune”.

Il superamento del liberismo

 Oggi il modello economico capitalistico, insensibile all’esigenza di una maggiore giustizia sociale, mostra i caratteri di una crisi irreversibile

 

Nel momento in cui tutto sembra procedere verso un liberismo sfrenato ed antisociale, che fa dell’economia il motore di ogni attività politica e sociale, si riapre con forza il grande ruolo dei cattolici democratici nella nuova fase e del pensiero politico che ha accompagnato la nascita dello Stato democratico.

Scriveva Giovanni Galloni, nel marzo del 1994 sul primo numero di “Nuova Fase”: “Una politica che intenda realizzare i fini posti allo Stato dalla Costituzione non può essere che una politica sociale e non certamente di restaurazione del capitalismo puro a base individualista.”

Questo monito, ancor più valido oggi, dovrebbe costituire la base di partenza della riflessione e della nuova politica; perché oggi non è possibile continuare stancamente in una sorta di assopimento politico e culturale.

Infatti, è proprio nel sociale che possono essere colte tutte le ingiustizie e le contraddizioni insite nel sistema capitalistico puro.

Occorre procedere, finalmente, ad una seria riflessione culturale e politica, partendo dalla realtà economica che si è determinata a livello mondiale e che continua a determinarsi, con la creazione di sempre maggiori sacche di disoccupazione e di povertà.

Sono molti gli studiosi di questioni economiche a sostenere, in questi ultimi tempi, che il sistema economico a livello mondiale è vittima di una “crisi di sistema”.

Il che equivale a dire che il capitalismo puro è entrato in una crisi irreversibile.

Se il capitalismo, infatti, ha avuto buon gioco e si è affermato sempre più durante il secolo scorso, quando il mondo era diviso in due blocchi; oggi, lo stesso capitalismo è vittima della sua politica ormai satura che non consente più ulteriori sbocchi di allargamento del mercato e, conseguentemente, di profitto.

Le vicende economiche degli ultimi tempi testimoniano ampiamente questa crisi e mettono a nudo anche la continua crescita non solo della disoccupazione, ma anche di strati sociali che sino a qualche decennio fa godevano se non di uno stato di benessere massimo, comunque di un certo agio economico che permetteva loro di guardare positivamente al futuro.

Se alla metà degli anni ottanta la sinistra democristiana rifletteva sul dato di Peter Glotz della famosa “società dei due terzi”, con il terzo escluso ed emarginato dal sistema economico che, proprio per essere minoranza, non poteva in alcun modo far valere i propri diritti (dittatura della maggioranza); nella situazione attuale assistiamo ad un processo inverso, con una situazione completamente rovesciata. Sono i due terzi, cioè la maggioranza, a vivere in una situazione economica globale di difficoltà e di crisi (dittatura della minoranza).

Allora, se la nuova fase politica che si è aperta a livello mondiale con la caduta del muro di Berlino non viene ricondotta lungo una coraggiosa politica di riforme strutturali a livello economico, si rischia una terza guerra mondiale. Cioè, le condizioni sempre più indigenti della maggioranza della popolazione mondiale possono portare ad effetti devastanti, paragonabili ad una guerra mondiale.

Occorre, allora, riflettere sui limiti del sistema capitalistico. Una riflessione che non può non coinvolgere la stessa Chiesa ed il suo ruolo di guida spirituale e morale.

Questo vuol dire procedere verso quel principio teorizzato da Dossetti di una libertà finalizzata.

Perché una libertà che non abbia un fine sociale è una falsa libertà in quanto, oltre a non rendere liberi tutti gli individui, genera altresì diseguaglianze economiche che, di fatto, annullano qualsiasi libertà individuale.

Non sono pochi gli esempi di democrazie avanzate che stanno realizzando una sorta di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa insieme ai datori di lavoro.

Oggi più che mai è chiaro che, con la nuova fase che si è aperta, l’impresa diventa una società intermedia finalizzata a produrre un risultato di beni e servizi in funzione sociale.

Nell’età contemporanea, la situazione politica è completamente nuova e richiede idee innovative e strutture che ridiano preminenza ai cittadini. Non basta più, però, tornare al concetto di Stato democratico, occorre, invece, realizzare lo Stato sociale; ossia non solo il coinvolgimento dei popoli nella vita dello Stato, ma anche come reali fruitori della ricchezza prodotta.

Lo Stato sociale è lo Stato in cui tutti i cittadini, oltre a partecipare attivamente alla vita dello stesso (democratico), sono anche i destinatari finali della ricchezza prodotta, in funzione di quei principi di giustizia e di uguaglianza che stentano a realizzarsi nel Terzo Millennio per le resistenze, ormai vecchie, di un potere economico che rappresenta meno di un terzo della popolazione mondiale.

L’orizzonte spirituale della «Commedia». La Teologia di Dante

Riprendiamo dall’Osservatore Romano un ampio stralcio dellarticolo del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura pubblicato integralmente sul numero di giugno di «Vita Pastorale», diretto da don Antonio Sciortino.

 

L’immagine è “folgorante”: la fede è una «favilla che si dilata in fiamma poi vivace, e come stella in cielo in me scintilla». Così Dante, nel Paradiso ( XXIV , 145-147), conclude il suo Credo nell’esame a cui si sottopone di fronte al maestro, san Pietro apostolo, simile a un “baccelliere”, ossia a uno studente che supera la prova orale per accedere al corso superiore di teologia ( XXIV , 46). In quella prova di conoscenza teologica che occupa l’intero canto XXIV il Poeta proclama due verità fondamentali della fede cristiana.

La prima riguarda il Dio unico creatore, «che tutto ’l ciel move, non moto, con amore e con disio» (vv. 131-132). Suggestivo è, in questa frase, l’incrocio tra la riflessione filosofica aristotelica della divinità come motore immobile («move, non moto») e la visione personalistica cristiana del Dio amore («con amore e con disio»). Una verità che si alimenta, quindi, alla filosofia, alle «prove fisice e metafisice» (vv. 133-134), ma che attinge soprattutto alla luce delle Scritture, «per Moïsè, per profeti e per salmi, per l’Evangelio e per voi che scriveste», cioè per le Lettere apostoliche ispirate dallo Spirito (vv. 136-138). Si compie, così, il legame dinamico tra ragione e fede, un altro dei capisaldi della teologia cristiana.

Il secondo articolo di fede è trinitario: «Credo in tre persone etterne» che sono «una essenza sì una e sì trina», per cui il discorso su di esse può essere condotto sia con il «sono» (la terza persona plurale) sia con l’«este», cioè l’«è» della terza singolare (vv. 139-141). La Trinità, per altro, sarà anche l’ultima teofania del poema allorché si accenderanno nel cielo tre arcobaleni «di tre colori e d’una contenenza» ( XXXIII , 117), diversi e identici nella trinità delle persone e nell’unicità dell’essenza divina. Adottando un’altra metafora luminosa, Dante conclude coi versi da noi citati in apertura: la fede è simile a una «favilla», a una scintilla di luce «che si dilata in fiamma poi vivace», in un fiammeggiare che illumina e riscalda, fino a diventare «come stella in cielo» che «in me scintilla», un astro che rischiara il firmamento dell’anima. Un crescendo di luce, quindi, che trapassa da favilla a fiamma e a stella.

Si deve riconoscere che l’intera struttura ideale della Commedia è retta dalla teologia, sia a livello di riflessione sistematica (si pensi alle figure di san Tommaso d’Aquino e di san Bonaventura che incarnano simbolicamente le due maggiori scuole di pensiero medievali), sia a livello personale. Dante è un credente inconcusso, la cui fede rivela anche la parresía della critica alle istituzioni ecclesiali e alle attestazioni non esemplari degli uomini di Chiesa. Indiscutibile è, però, anche la solidità del legame col messaggio evangelico nella sua dimensione sia teologica sia etica. Difficile è, allora, sintetizzare la visione spirituale dantesca perché essa pervade l’intero orizzonte della sua opera.

Accanto alla confessione di fede (Paradiso XXIV ) — alla cui lettura integrale commentata rimandiamo (anche per un esercizio di riappropriazione del Dante che è «nostro», come amava dire Paolo VI ) — proporremo ora la sintesi delineata da Francesco nella Lettera apostolica Candor lucis aeternae, emessa lo scorso 25 marzo. Lo schema adottato è quello insito alla stessa Commedia, affidata com’è al dinamismo di un viaggio che, dalla «selva oscura» e dal fango infernale della storia col male, i vizi, le tragedie umane, ascende faticosamente sul monte purgatoriale della purificazione per accedere alla vetta suprema della salvezza paradisiaca.

Siamo di fronte a un paradigma teologico incarnato nella stessa vicenda storica che l’umanità vive e sperimenta in quell’«aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII , 151), ma che è aperto all’escatologia. Per questo Dante può essere definito come «profeta di speranza e testimone del desiderio di infinito insito nel cuore dell’uomo». La sua concezione teologica è la riedizione libera e poetica del tema del regno di Dio che attecchisce come seme nel terreno spesso arido e sassoso del mondo, ma che è destinato a crescere in albero sul quale si posano gli uccelli del cielo, per usare una celebre metafora evangelica. In questo itinerario verso la pienezza sono in azione due potenze efficaci: da un lato, la misericordia di Dio che stende la sua mano liberatrice, e dall’altro, la libertà umana che la afferra, così da essere sottratti al gorgo tenebroso del male.

È interessante notare che Francesco riserva alla dialettica grazia-libertà un’intensa riflessione adottando come emblema lo scomunicato re Manfredi, figlio di Federico II , che sulla soglia della morte, trafitto da due colpi di spada, confessa: «Io mi rendei, / piangendo, a quei che volontier perdona. / Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei» (Purgatorio III , 119-123). Facile è scorgere in filigrana la parabola evangelica del Figlio prodigo.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-128/l-orizzonte-spirituale-br-della-commedia.html

 

 

Prima la nostra Camaldoli, poi la costituente di centro

La proposta fatta dall’amico Mario Tassone di un’assemblea costituente di tutti gli amici DC, oltre che a essere pienamente condivisa, costituisce anche uno degli obiettivi che ci siamo posti come Federazione Popolare DC. In questi giorni la DC guidata da Renato Grassi, cui mi onoro di appartenere, è impegnata nel tesseramento 2021, che darà diritto di partecipare al prossimo XX Congresso nazionale annunciato per l’autunno prossimo. Analogo impegno è quello degli amici di “Insieme”, guidati da Giancarlo Infante, con riferimento a quanti si riconoscono nelle proposte del “Manifesto Zamagni”.

Tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in Italia non può che essere salutato positivamente. Essenziale, tuttavia, sarà superare l’antico vizio italico secondo cui: tutti vogliono coordinare e nessuno vuole essere coordinato. Analogamente sarà bene por fine alla tragicomica sequela di “se-dicenti segretari” di fantomatiche democrazie cristiane, espressioni di malcelate ambizioni di qualche “ultimo giapponese”, o, peggio, delle manovre di vecchi arnesi dell’ultima DC, non estranei alle indegne pratiche illegali che accompagnarono miseramente la fine ingloriosa e per certi versi fraudolenta del patrimonio immobiliare del partito.

Permane, come sempre fu nella storia politica del cattolicesimo italiano, la distinzione tra coloro che si ritengono gli eredi legittimi del pensiero degasperiano e moroteo di “ un partito di centro che guarda a sinistra” e quelli che, avendo partecipato in forme più o meno dirette all’esperienza berlusconiana, continuano a rivolgere il loro interesse a destra.

Da parte mia, considero più efficiente ed efficace puntare verso un soggetto politico nuovo di centro, più volte connotato come: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato dalla dottrina sociale cristiana e dai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Un centro alternativo alla destra nazionalista e populista, oggi a trazione di Fratelli d’Italia e della Lega, e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Per questo è indispensabile non porre preliminarmente la questione delle alleanze, oltre tutto nell’incertezza sulla legge elettorale, maggioritaria o proporzionale, che alla fine sarà scelta per le prossime elezioni nazionali. E’ evidente che, premessa indispensabile per la nostra ricomposizione politica è e sarà l’adozione della legge elettorale proporzionale, poiché, con qualunque altro tipo di legge maggioritaria, il voto della nostra area si dividerebbe a destra e a sinistra, con una percentuale elevata di renitenti al voto.

Ecco perché con la Federazione Popolare DC, sul modello di quanto fecero i democratico cristiani nel 1943 con l’incontro programmatico di Camaldoli, abbiamo deciso di organizzare il nostro seminario per il programma: “ La nuova “visione” del centro politico- Una nuova….Camaldoli”, che si terrà il prossimo 19 Giugno a Roma.

Riteniamo, infatti, che sia indispensabile confrontarci sul programma; sulla proposta, cioè, che, come DC e Popolari, intendiamo offrire agli italiani per corrispondere alle attese soprattutto dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, quelle che Giorgio La Pira definiva: “ le attese della povera gente”.

Sarà l’avvio di una riflessione, che dovrà continuare negli incontri da organizzare nelle sedi territoriali regionali per ascoltare “ i mondi vitali” delle diverse realtà, raccogliere le loro proposte alle quali la politica dei DC e Popolari intende dare risposta. Solo dopo queste verifiche, a mio avviso, si potrà organizzare con metodo democratico condiviso tra tutte le diverse espressioni d’area, oggi riconducibili essenzialmente a quelle della Federazione Popolare DC e degli amici di Insieme e Rete bianca, un’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro. Una costituente nella quale, oltre al programma, si deciderà la linea politica del partito e si sceglierà la classe dirigente incaricata di guidarlo, nella quale ampio spazio sarà affidato ai giovani e alle donne per un’autentica rinascita politica del cattolicesimo democratico e cristiano sociale.

Follini e quella “predizione” sfavorevole sul futuro della DC

Articolo pubblicato su ilpopolo/cloud

Qualche disorientamento, tra i tanti inossidabili democristiani, l’avrà messo in conto Marco Follini quando ha sentenziato quel giudizio negativo sulla possibile riedizione della DC, nel suo riproporre, nelle tante interviste, i tratti più significativi del suo libro, ” Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito”, pubblicato nell’ottobre del 2019.

Certo non gli si può negare l’attenuante della imprevedibilità sul quadro di eventi sciagurati che hanno minacciato seriamente l’umanità e hanno reso il tempo ancora più prezioso nel suo scorrere.

Tanto da essere il fattore determinante nella scommessa, davvero epocale, che l’Italia ha intrapreso con l’ampio processo di ristrutturazione che investirà gli ambiti ordinamentali più importanti, dall’assetto giudiziario e del Csm, ai settori normativi più incidenti nel rapporto Stato – cittadino.

In questo quadro una più attenta rimeditazione del recente passato e di qualche giudizio severo sul futuro della DC, si impone.

E tra i tanti non si può tralasciare e non mettere sotto un nuovo focus, anche, l’asserzione, appunto, di Marco Follini: “..la DC non può più rifarsi”.

Di certo, la rilettura di quell’analisi, ci fa collocare, senza dubbio, l’impietoso giudizio in una contestualità datata e ormai obsoleta e perciò inverosimile nel rapporto con la realtà odierna.

In fondo è il limite di qualsiasi opinamento umano, non riuscire a disancorarsi del tutto dalla sua connotazione dimensionale, finendo per perdere la sua giustificazione fuori dal suo tempo, i cui ritmi imprevedibili della Storia terrena ne stravolgono, spesso, la immutabilità del suo divenire.

Sono mesi che ci stiamo arrovellando su come uscire da una pandemia così devastante.

Colpiti nelle profondità, talora, incommensurabili dei nostri sentimenti, non risparmiando alcuna latitudine, ha davvero messo in serio rischio il futuro delle nostre generazioni, rendendo ancora più profondo ed impervio il cammino per una pacifica convivenza tra i popoli.

A maggior conto, non si può restare indifferenti davanti ad un pronostico così risoluto sulla impossibile rinascita della DC, non ripercorrendo le ragioni di tanto giudizio.

Eppure non molta acqua è passata sotto i ponti tra quel ritratto, a volte, impietoso,ma pieno di sentimenti forti e di passione – nel quale il bilancio politico e storico che Egli fa della Dc, interseca i tanti aspetti in cui si è plasmata quella virtuosa sintesi progettuale – ed il nuovo scenario delle relazioni umane generato dai tanti flagelli: nelle famiglie, nei rapporti sociali e nel sistema economico, che la pandemia ha causato, non solo nel nostro paese.

Ebbene, non sono il solo a essere convinto che, in questo inedito scenario, Follini riconsidererebbe quel suo giudizio.

Come sono convinto che non resterà inerte di fronte al gravoso onere che attende le forze politiche per ridare al paese nuove prospettive con l’attuazione del Recovery plan, dentro la cornice di riforme che investiranno tutti quei settori precipui per rendere più efficiente la capacità di risposta che uno Stato di diritto deve saper assicurare ai suoi cittadini, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Quale migliore contributo se non quello di chi ha vissuto intensamente, da giovanissimo, un ampio arco delle stagioni politiche della DC, poi generosamente impegnato nel tentativo di non disperdere quel patrimonio di valori nelle esperienze centriste, fino al tormentoso cammino che lo ha portato a lasciare la militanza attiva.

Ma oggi di fronte alle sempre più preoccupante carenza di una classe dirigente che non riesce più a trovare, nel sestante politico, una sintesi accettabile tra le istanze dei nuovi ceti sociali nel rapporto tra interesse pubblico e privato e un’adeguata tutela per una fattiva collaborazione dei corpi intermedi, ridare voce a quegli ideali e a quella visione, affinché in questo delicato percorso di ricostruzione politica, civile, economica, sociale si diano risposte solide, equilibrate e lungimiranti, è per tutti, ma soprattutto per chi si riconduce a quei valori, un dovere civile ed etico.

Certo, saranno gli elettori alla scadenza di questa legislatura, o forse anche prima, in esito all’elezione del nuovo Capo dello Stato, a decidere.

Ma, intanto, non possiamo affidare la riproposizione di quel patrimonio di ideali ai personalismi o a commistioni ibride tra differenti culture politiche. Del resto in quello spaccato di vita politica che Follini ci ha saputo trasmettere, entrando nei meandri dei tanti episodi vissuti in prima persona con statisti del calibro di Fanfani, Moro, Andreotti e tantissimi altri protagonisti, non c’è anche una funzione maieutica?

Tanto che non ci pare un fuor d’opera pensare quanto quel ripercorrere le tante vicende politiche e le capacità di risposta, mai occasionali, all’intersecarsi di interessi complessi, possa aver rafforzato, soprattutto tra i tanti giovani, che, in sempre maggior numero cominciano a trovare linfa in quel virtuoso patrimonio culturale, l’idea di un concreto coinvolgimento e di attiva partecipazione, sotto quel nome e sotto quel simbolo.

Sarebbe, invece,un errore imperdonabile, lasciare a questa classe politica che sembra aver smarrito del tutto ogni consapevolezza del bene comune e del primato della persona, il compito di disegnare il futuro del nostro paese, affievolendo queste potenzialità ed energie, di cui il paese ha bisogno, in quel  “..percorso lungo e faticoso” come Follini dice, attendendo che si configurino (guardando al processo di nuova aggregazione post-ulivista di Zamagni) in nuova identità politica.

Ma quanto può valere un simile modello aggregativo lo testimoniano i diversi tentativi che dalla “Margherita“ in poi, a destra e a sinistra, hanno caratterizzato la cosiddetta “seconda Repubblica“: sovente un mix di ideali e di visioni senza un denominatore comune (a tal proposito invito a leggere l’intervista al Sen. Renzo Gubert, pubblicata su Il Popolo di qualche settimana fa).

Altra cosa è invece riproporre quell’identità che un tale valoroso patrimonio ha saputo esprimere nella sua esperienza precedente.

Diversamente si finirebbe per disperdere ogni energia disponibile, oltre a esporre il paese a un declino irrecuperabile.

Non vedere altre vie d’uscita, accrediterebbe una visione miope, non compatibile con il filo conduttore di quella rievocazione politica.

Così che anche quando Follini afferma risolutamente “… il punto di partenza, penso, debba essere questo e non altri.Tutto il resto viene dopo”, alla luce del nuovo contesto di impegni appena assunti con il Next generation eu, una opportuna riconsiderazione non sarebbe fuor di luogo.

Sarebbe un avventurismo senza ritorno affidarsi ad un nuovo processo costituente, accantonando definitivamente nome e simbolo.

L’Italia sta entrando nella fase cruciale di quel programma di ammodernamento, tra scadenze perentorie (cinque anni appena, ossia entro il 2026) e condizioni poco negoziabili, concordate con l’Ue ed affidarla bellamente a un sistema politico polarizzato che, dopo Draghi, riprenderà ad egemonizzare quell’elettorato, dove prevarrà, ancora una volta, quell’Italia “… che pretende soluzioni semplici e veloci a problemi complessi”, significa lasciarla in una deriva senza rotta con un modello di governance politica lontano un miglio dalle “…ragioni della mediazione, del dialogo, del confronto, della riflessione…”.

E poi quel patrimonio identitario si porrebbe, anche, come argine al culto del leaderismo, per la precipua caratteristica dei democristiani di avere nella cultura e nel dna un vero e proprio antidoto contro ogni intruppamento populista.

Mentre troverei preoccupante non riconsiderare quel ragionamento,a fronte delle amare constatazioni che si traggono, in quelle pagine, su questa classe politica, quando non vi era ancora un tale devastante scenario.

Ove non si usano toni velati per descrivere l’inadeguatezza strutturale di queste forze politiche: “… con la DC prevaleva una visione complessiva del paese.. Oggi invece assistiamo al conflitto permanente tra diverse partigianerie”.

Giudizi non da poco per rendere tutto il senso del vuoto di progetti credibili per il paese che aleggia da diversi lustri.

E in una simile congiuntura politica come possiamo contribuire a risanare il paese aspettando che maturino processi costituenti, di cui non si intravedono neanche iniziali contorni, mentre servono risposte immediate, serie e lungimiranti, sotto l’egida di quel simbolo, come garanzia di credibilità sia interna che nei quadranti internazionali?

Colmando, al contempo, il vuoto di lealtà e coerenza rispetto agli impegni assunti, attesi da un elettorato e da un diffuso sentimento popolare, lontani un miglio dal pressappochismo e dall’avventurismo di formazioni politiche orientate spesso dagli interessi delle grandi lobby o di settore, oggi egemoni, o da dottrine populiste, giustizialiste, antiparlamentariste, trasformiste e in aperto contrasto con la naturale idea della famiglia.

In definitiva, in quale altro modo tempestivo possiamo arginare quanto Follini molto bene scolpisce: “… Si è perso il senso dell’insieme, della politica come strumento di partecipazione e di coinvolgimento, nel rispetto delle differenze e delle diverse posizioni. È un male che riguarda molti partiti attuali”.

Vuol dire, in fondo, che anche lui riconosce che a un sistema malato, bisogna opporre forze sane, capaci, coerenti e dalla visione lungimirante affinché il destino immediato e futuro di questo nostro paese non sia lasciato a un declino irreversibile.

Intelligenza della fede e promozione dell’umano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Cetera

Nella mattinata di martedì 8 giugno è stato presentato  «Salviamo la fraternità – Insieme». Un appello (pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana nella collana «Humana Communitas») scritto da un gruppo di dieci teologhe e teologi su sollecitazione della Pontificia Accademia per la vita e del Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II, due istituzioni che rappresentano altrettanti laboratori di pensiero, dove — spiega l’arcivescovo Vincenzo Paglia — si è avvertita «l’esigenza di coinvolgere alcuni ricercatori nell’ambito della teologia, nell’allestimento di un percorso mirato e concreto sul futuro del pensiero cristiano in ordine alla comunicazione della fede e alla forma della teologia nel quadro della forma ecclesiale, umana e civile» del post-pandemia. Il percorso, che intende raccogliere le provocazioni della Fratelli tutti  di Papa Francesco, «vedrà una successione di eventi che avranno lo scopo di attivare una “polifonia” di contrappunti e di sviluppi di questa duplice domanda. La nostra teologia potrà avere un futuro degno della sua tradizione? E reciprocamente: il futuro che abiteremo potrà avere una teologia all’altezza del suo kairos ?». L’obbiettivo è un dibattito aperto, un confronto franco tra teologi e intellettuali che sarà ospitato anche nelle pagine de «L’Osservatore Romano».

L’appello «Salvare la fraternità – Insieme» — una cui sintesi è proposta nella scheda che apre questo “primo piano” — con cui un nutrito gruppo di teologi e filosofi intendono rilanciare la necessità di un pensiero dialogico intorno alla proposta di un Nuovo umanesimo, si propone come manifesto di una “rifondazione teologica”, in chiave esperienziale.

L’iniziativa, promossa dalla Pontificia Accademia per la vita, nasce a valle dell’incontro del 5 maggio scorso presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II , che ha visto Christoph Theobald, Elmar Salmann e Pierangelo Sequeri, immaginare sotto diversi punti di vista un riposizionamento epistemologico delle scienze teologiche. Un incontro che — trasmesso in streaming — ha registrato una partecipazione, superiore a ogni aspettativa, di oltre diecimila contatti. Segno che un ripensamento del discorso teologico è oggi esigenza avvertita anche fuori del “recinto” teologico.

Ne parliamo con l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente dell’Accademia, e appassionato promotore dell’iniziativa.

Monsignor Paglia, innanzitutto, perché un’iniziativa di questo spessore, che coinvolge tutto il mondo ecclesiale, nasce proprio dall’Accademia Pontificia per la vita? Qual è il nesso?

Vede, l’Accademia è nata con il mandato di costituire una rete di eccellenze professionali nei campi della scienza e della tecnica, ma anche della filosofia e della teologia, per orientare il necessario discernimento bioetico dei saperi relativi alla cura della vita umana. Fino a oggi questo discernimento si è esercitato soprattutto intorno alle soglie estreme della vita umana, quelle insomma dove vulnerabilità e dipendenza dall’altro sono totali. Ma l’evoluzione del mondo attuale ha ampliato il campo delle sfide. Le faccio qualche esempio. Da un lato la scienza è ormai impegnata a costruire forme di vita geneticamente selezionate in modalità incompatibili con quelle dell’umano che finora conosciamo, dall’altro lato i limiti naturali dell’esistenza, nascita e morte, oggi non esauriscono i temi in cui si manifesta la vulnerabilità umana, ma impongono una riflessione nuova su ciò che è bene e ciò che è male, tra il giusto e l’ingiusto, tra l’oppressione e la libertà. Vi è un passaggio d’epoca che non ha una dimensione solo culturale, ma più profondamente antropologica, e che ci impone dunque un orizzonte di “bioetica globale”. Pensi, fra tutte, alle nuove e incredibili questioni poste dall’evoluzione delle intelligenze artificiali. È chiaro che tutte queste evoluzioni richiedono un ripensamento anche del nostro modo di fare teologia, che ha da avere un carattere sempre più esperienziale: non è più tempo per le speculazioni dal carattere apologetico, spesso fini a se stesse; è piuttosto il tempo — per usare una frase di Papa Francesco che avete recentemente riportato sul vostro giornale — che «ci lasciamo schiaffeggiare dalla realtà». E la realtà che ci interpella non è più quella delle ideologie del secolo scorso, ma quella delle domande che ci pongono le scienze e i mutamenti antropologici in divenire. Pensi ad esempio alle frontiere nuove che ci pongono le neuroscienze. Occorre dunque un dialogo con le scienze, e occorre una ricerca necessariamente interdisciplinare.

Qual è il “punto di caduta” di questo ripensamento? Quali gli obiettivi?

L’obiettivo principale è quello di lavorare nel solco di Fratelli tutti. Vede, come le dicevo, siamo dentro un passaggio di civiltà. Tutto è cambiato, e tutto sta cambiando. Molto rapidamente. È un passaggio stretto dal quale possiamo, dobbiamo, uscire nell’orizzonte di un Nuovo Umanesimo. Noi cristiani dobbiamo essere tra gli attori di questo nuovo Umanesimo. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una avanzata impetuosa dell’individualismo radicale e ad una progressiva mortificazione del senso comunitario e dell’aspirazione al bene comune. Un degrado che è quotidianamente sotto i nostri occhi e che ha sorpreso anche quei propugnatori della modernità che si illudevano che cancellando una secolare testimonianza religiosa della trascendenza si spalancassero le porte ad un umanesimo civile. Al contrario torna a riproporsi con forza in questo momento della storia un grande bisogno di “fraternità”. Come uomini e donne di fede, dinanzi a questo degrado, non possiamo abbandonarci alla rassegnazione o, peggio ancora, alla nostalgia e al risentimento. Piuttosto dobbiamo sviluppare in questo tempo una responsabilità creativa dal punto di vista della fede, con tutta l’intelligenza e la passione che ci appartengono. Questo documento che oggi presentiamo, redatto nell’ambito di una collaborazione fra specialisti della teologia fondamentale e dell’antropologia teologica, si iscrive appunto in questo solco di ampliamento e approfondimento. Il “punto di caduta” che lei mi chiede è quello della promozione di un dialogo più profondo e assiduo tra intelligenza della fede e promozione dell’umano. Non è presuntuoso affermare che questo dialogo implichi una rifondazione del “fare teologia”. Si tratta in poche parole di declinare la visione profetica dell’enciclica Fratelli tutti.

Qui l’articolo completo

Il caso Moro e la prima repubblica

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Guido Formigoni

Walter Veltroni negli ultimi anni ha pubblicato sul «Corriere della Sera» molte interviste a personalità politiche del Dopoguerra, spesso centrate attorno alla memoria del caso Moro. Ora ci torna con un libro, in cui ripresenta alcune delle stesse interviste con un’ampia introduzione, una sorta di saggio critico. Il parterre dei testimoni è apparentemente abbastanza bilanciato (tre democristiani: Rognoni, Pisanu e Segni; due comunisti: Tortorella e Occhetto; tre socialisti: Formica, Signorile e Martelli; una radicale: Bonino). Peraltro, le interviste, tutte interessanti, non sono identicamente legate al caso Moro (ad esempio lo toccano solo tangenzialmente Occhetto, Segni e Bonino). Prima di queste, l’autore ripresenta un più antico colloquio, condotto addirittura nel 1993, con Prospero Gallinari in carcere.

L’autore ricama quindi testimonianze e memorie, per presentarci alcune sue riflessioni sull’eredità della tragedia del 1978 nella storia del Paese. Merita discuterle per più ragioni, soggettive e oggettive. Le prime considerano la loro rilevanza nelle forme del dibattito pubblico. Veltroni è stato politico di primissimo piano, ma è ormai diventato anche una personalità mediatica a tutto tondo, con un importante ruolo creativo, giornalistico ed editoriale. Sono certo che le sue visioni lascino traccia. L’interesse oggettivo mi pare legato soprattutto ai meccanismi della memoria e a come questi condizionino, orientati in un modo o nell’altro, la coscienza collettiva. Il testo si muove, infatti, nel cuore di un nesso tra ricordi personali e memoria stratificata di un evento.

Il libro insiste sull’identificazione del caso Moro come spartiacque decisivo della storia della Repubblica. Il sequestro fu motivato dalla politica del leader Dc: «L’obiettivo del rapimento del 16 marzo era la funzione di cerniera che Moro aveva assunto in quel passaggio delicatissimo della storia nazionale» (pp. 23-24). Raccontando le origini degli orientamenti di Moro e Berlinguer per un’intesa, egli chiarisce anche che i due progetti non coincidevano negli sviluppi previsti dopo una fase di collaborazione. Veltroni sottolinea poi, efficacemente, la difficoltà della situazione creatasi dopo il 1976, con i contraccolpi subiti rispettivamente dai due protagonisti all’interno del proprio mondo. Il Pci dopo la grande avanzata doveva sostenere un monocolore Andreotti, la Dc che si era salvata dal declino elettorale doveva accettare di non poter governare senza l’assenso del grande avversario storico: questo snodo delicato portò a un clima di reazione da una parte e dall’altra.

In questo contesto delicato, il gorgo che si apre con via Fani. In primo luogo, riflettendo su quel passaggio si evidenzia il fallimento delle Br che «volevano il comunismo e hanno prodotto il pentapartito» (p. 34). Poi, la constatazione dei misteri irrisolti: «È tutto strano, è tutto sporco nella vicenda Moro» (due volte a p. 23). Quindi emergono i risvolti internazionali: «I veri trionfatori della vicenda Moro, va detto, sono stati i conservatori. I conservatori della Guerra fredda» (p. 35). Infine, la questione della fermezza: «Il Pci era onestamente convinto che le istituzioni non dovessero cedere al ricatto delle Brigate Rosse» (p. 48), nonostante il «disastro» della divisione con il Psi. Il concetto di chiusura: dopo la fine di Moro, la «Prima Repubblica» era finita, ma la Seconda nei fatti non è mai nata.

Queste riflessioni si inseriscono in un dibattito pluridecennale, che ha riempito ormai biblioteche intere, su tutti i risvolti della vicenda. Ma se si leggono congiuntamente alle sottolineature che emergono nelle interviste, portano acqua ad alcune concezioni diffuse di quel passaggio – sul piano della memoria collettiva – che non paiono affatto neutre. E che val la pena provare a misurare, anche alla luce delle acquisizioni della ricerca storica, che si basa sui documenti, aggiungendoli alla memoria o utilizzandoli per correggerla.

Qui l’articolo completo 

Al via il primo Programma per l’adattamento ai cambiamenti climatici nei centri urbani

Con la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale diventa operativo il primo “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano”. L’iniziativa del Ministero della Transizione Ecologica – Direzione per il Clima, l’Energia e l’Aria –  in stretta collaborazione con l’ANCI e con il contributo scientifico dell’ISPRA, è finalizzata ad aumentare la resilienza dei centri urbani ai rischi generati dai cambiamenti climatici, con particolare riferimento alle ondate di calore e ai fenomeni di precipitazioni estreme e di siccità.

Si tratta di un Programma sperimentale, il primo a porsi questi obiettivi a livello nazionale, per ora destinato ai Comuni con popolazione superiore ai 60.000 abitanti, teso a favorire la pianificazione a livello locale per l’adattamento e la sperimentazione di misure pilota e concrete da attuare nelle aree urbane, con il coinvolgimento di amministrazioni e cittadini, per fronteggiare in modo più efficace le conseguenze del global warming, riducendo la vulnerabilità delle città.

In particolare, il Programma destina circa 80 milioni di euro alla realizzazione di interventi green e blue, – come ad esempio la realizzazione di forestazione periurbana, di edilizia climatica, di tetti e pareti verdi, boschi verticali e barriere alberate ombreggianti, di coibentazione e ventilazione naturale o finalizzati al riciclo e riutilizzo delle acque reflue depurate – e di interventi grey – quali la creazione di piazze, percorsi, giardini ecc., con la rimozione della pavimentazione esistente e il ripristino della permeabilità del suolo o di  soluzioni per il drenaggio urbano sostenibile, intese in chiave di rigenerazione urbana.
Il Programma prevede inoltre una serie di misure di rafforzamento della capacità adattiva, finalizzate a migliorare la conoscenza a livello locale, la redazione di strumenti di pianificazione comunale di adattamento ai cambiamenti climatici e di sensibilizzazione, formazione, partecipazione per gli operatori del settore e per la rete dei portatori di interesse.

Vai alla pagina del Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano

Entrate tributarie: nei primi quattro mesi dell’anno gettito pari a 133,8 miliardi

Nel periodo gennaio-aprile 2021, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 133.816 milioni di euro, segnando un incremento di 10.086 milioni di euro rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+ 8,2%). Il confronto tra il primo quadrimestre 2021 e quello del corrispondente periodo dell’anno precedente presenta un evidente carattere di disomogeneità dovuto al fatto che il lockdown, con le conseguenti misure economiche dirette ad affrontare l’emergenza sanitaria, è stato adottato a partire dall’11 marzo 2020. Inoltre, si ribadisce che i provvedimenti di sospensione e proroga dei versamenti di tributi erariali, emanati nel corso dell’ultimo trimestre del 2020, hanno influenzato anche il gettito relativo ai primi quattro mesi del 2021 modificando il consueto profilo temporale dei versamenti delle imposte.
Il mese di aprile ha evidenziato una variazione positiva delle entrate tributarie pari a 9.283 milioni di euro (+37,4%). Le imposte dirette hanno registrato un incremento del gettito pari a 2.623 milioni di euro (+18,5%) mentre le imposte indirette hanno segnato un maggiore incremento pari a 6.660 milioni di euro (+62,6%).

IMPOSTE DIRETTE
Nel primo quadrimestre 2021 le imposte dirette ammontano a 74.912 milioni di euro, con un incremento di 3.225 milioni di euro (+4,5%).
Il gettito dell’IRPEF si è attestato a 65.577 milioni di euro con una crescita di 2.552 milioni di euro (+4,0%), riconducibile all’andamento delle ritenute effettuate sui redditi dei dipendenti del settore pubblico (+745 milioni di euro, +2,5%) e delle ritenute lavoratori autonomi (+345 milioni di euro, +9,3%). Hanno registrato un andamento positivo anche le ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (+ 1.095milioni di euro, + 3,8%), il cui gettito ha beneficiato della proroga disposta dal “Decreto Ristori” a favore dei sostituti d’imposta che, a decorrere dal mese di marzo 2021, hanno provveduto al versamento delle ritenute alla fonte sui redditi di lavoro dipendente e assimilati e su indennità di cessazione del rapporto di collaborazione a progetto corrisposti negli ultimi tre mesi del 2020.
Tra le altre imposte dirette si segnala l’incremento dell’imposta sostitutiva sui redditi nonché delle ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale (+19 milioni di euro, +0,5%) e delle ritenute sugli utili distribuiti dalle persone giuridiche (+315 milioni di euro, +60,7%).
L’IRES ha evidenziato un gettito pari a 1.439 milioni di euro (+ 206 milioni di euro, +16,7 %).

IMPOSTE INDIRETTE
Le imposte indirette ammontano a 58.904 milioni di euro, con un incremento di 6.861 milioni di euro pari al 13,2%. Al risultato ha contribuito prevalentemente l’IVA (+6.380 milioni di euro, +20,7%) e in particolare l’IVA sugli scambi interni (+5.768 milioni di euro, +21,3%). Anche la componente relativa alle importazioni ha evidenziato un incremento di gettito di 612 milioni di euro, pari a +16,5%.
Tra le altre imposte indirette, ha registrato un andamento negativo l’imposta sulle assicurazioni (-72 milioni di euro, -17,1%), mentre l’imposta di bollo (+13 milioni di euro, +0,5%), e l’imposta di registro hanno evidenziato una crescita di gettito (+375 milioni di euro, +30,8%).

ENTRATE DA GIOCHI
Le entrate relative ai “giochi” ammontano a 3.547 milioni di euro (+193 milioni di euro, +5,8%).

ENTRATE DA ACCERTAMENTO E CONTROLLO
Il gettito delle entrate tributarie erariali derivanti da attività di accertamento e controllo si è attestato a 2.339 milioni di euro (-728 milioni di euro, –23,7%) di cui: 1.081 milioni di euro (-335 milioni di euro, –23,7%) sono affluiti dalle imposte dirette e 1.258 milioni di euro (-393 milioni di euro, – 23,8%) dalle imposte indirette.

Aducanumab: il primo trattamento per Alzheimer

Assorted pills

Approvato in Usa dall’Fda il primo trattamento per Alzheimer anche se la stessa FDA ha richiesto all’azienda produttrice Biogen di condurre una nuova sperimentazione clinica.

Il farmaco è un anticorpo monoclonale (Aducanumab) di Biogen ed è indicato per chi ha forme lievi di deterioramento cognitivo o una demenza allo stadio iniziale, entrambe causate dall’Alzheimer.

Ma, bisogna essere chiari, non cura la malattia né può invertire i suoi drammatici effetti sulla condizioni mentale dei pazienti.

 

Con il suo comportamento serio Epifani è stato d’esempio nel sindacato e nella vita politica.

È un fulmine a ciel sereno la scomparsa di Guglielmo Epifani, che ha rattristato l’intero movimento sindacale. Ho condiviso con Guglielmo per quattro anni l’impegno sindacale nei marosi delle trasformazioni che già in quell’epoca hanno interessato il mercato del lavoro, le politiche contrattuali, le vicende sociali esacerbate ancor più dalla crisi finanziaria originata negli Stati Uniti; e che hanno ferito fortemente anche le condizioni dei lavoratori italiani, ferite che ancora non sono state sanate.

Non sempre siamo stati d’accordo, ma abbiamo condiviso soluzioni unitarie date ai problemi con lealtà e senza rotture irreversibili. Infatti per cultura e indole caratteriale non amava le contrapposizioni, ed anzi nutriva rispetto e curiosità per le altre posizioni, avendo un ancoraggio solido di convinzioni che si rifacevano alla cultura umanistica della sua antica appartenenza al movimento socialista.

Paziente e tollerante, aperto al dialogo, ha dato alla Cgil un contributo importante per permettergli di restare saldamente tra i lavoratori, pur dovendo affrontare nodi non facili per i cambiamenti avvenuti su scala mondiale. In quel periodo il Sindacato confederale ha svolto un ruolo di primo piano sul sociale, sull’economia, ed anche sulle questioni istituzionali.

Non c’era governo che non privilegiasse il confronto con le organizzazioni del lavoro per rafforzare la coesione sociale nazionale: insomma eravamo ancora lontani dal periodo in cui le forze politiche, perché più deboli,  tentassero di annettere a se stesse ogni ruolo che è più sensato svolgere nel coinvolgimento di tutti i soggetti attori, soprattutto nella realtà sempre arroventata del lavoro italiano.

Nei confronti con i governi i temi di principio per Epifani erano sempre importanti, e non  amava né posizioni estremiste, né plebeismi di sorta, pur presenti in situazioni ingarbugliate di territori o fabbriche. Insomma, durante il suo permanere nel sindacato confederale l’armonia sempre impegnativa da ottenere si è avuta. Poi, come si sa, transitò in politica avendo desiderato molto completare il suo impegno personale nelle istituzioni.

Lo abbiamo notato, da deputato, segretario del Pd e nei ruoli istituzionali assegnatigli, lo stesso approccio pacato, schivo, lontano da esagerazioni. Guglielmo lo ricorderemo certamente come un militante sindacale e un politico sì di parte, ma certo persona consapevole del fatto che in una società complessa la ricerca dell’intesa e della collaborazione è il solo modo di far contare davvero gli interessi della gente. Gli scontri, il populismo come base per fare consenso, costituiscono invece il modo peggiore di servire i lavoratori e gli interessi generali della Nazione.

La confusione della politica.

Colorful paper confetti

È sufficiente ricordare tre concetti, peraltro fondamentali, della nostra cultura cattolico popolare,  democratica e sociale per mandarci un po’ in crisi quando si parla di cattolici, di politica e di  partiti. Ovvero, quando si parla di “giustizia sociale”, di “difesa e promozione dei ceti popolari” e  di “qualità della democrazia” facciamo molta fatica a capire chi interpreta e declina  concretamente oggi, senza la solita e nauseante propaganda altezzosa ed arrogante, quei  concetti che da sempre caratterizzano e accompagnano il nostro filone ideale.  

Certo, un tempo le cose erano più semplici. Per fare solo alcuni esempi, seppur schematici, del  passato noi sapevamo quali erano le forze politiche e, soprattutto, i leader politici nazionali che  intercettavano quelle sensibilità e che si battevano per tradurre quei principi e quei valori in azione  politica e legislativa concreta. Se, ad esempio, Carlo Donat-Cattin era il leader della sinistra  sociale e sindacale della Democrazia Cristiana, Franco Marini è stato per molti anni il punto di  riferimento più significativo della corrente dei Popolari nei vari partiti dopo la fine della Dc e la  chiusura forse troppo frettolosa del Partito Popolare Italiano. Se il centro sinistra, per svariati  lustri, ha saputo interpretare la domanda di giustizia sociale, la difesa degli interessi dei ceti  popolari e di chi ne aveva più bisogno oltre che ad essere l’alfiere della cosiddetta qualità della  democrazia nel nostro paese – e di alcuni partiti che si riconoscevano in quella coalizione – oggi  tutto ciò è francamente più difficile e più complicato da decifrare.  

In altre parole, quali sono, concretamente e senza retorica, le forze politiche e i leader politici che  oggi interpretano visibilmente quei valori e che incarnano di fronte all’opinione pubblica quella  linea e quel progetto politico? Non si tratta di riprendere la vecchia e un po’ stantia discussione  sull’esaurimento, o meno, della coppia simbolica e post ideologica destra/sinistra ma è indubbio  che i tradizionali punti di riferimento sono evaporati e oggi, al di là delle formalità, è tutto più  fluido. Fuor di metafora, quando si dà quasi per scontato che in tutte le periferie delle grandi città  italiane che andranno al voto nel prossimo autunno permane una prevalenza politica ed elettorale  delle forze politiche riconducibili al centro destra sorge spontanea una domanda: e la cosiddetta  sinistra da quelle parti non ha più nulla da dire? Quando si dà quasi per altrettanto scontato che  alcune preoccupazioni principali che interessano direttamente milioni di cittadini – dalla sicurezza  del territorio al governo della giustizia, dalla tassazione ai diritti sociali – sono scivolati  misteriosamente ma irreversibilmente dalla sinistra storica alle forze cosiddette di centro destra è  persin ovvio che si arriva alla conclusione che sono saltate definitivamente le tradizionali  appartenenze ideologiche e, forse, anche le singole scelte politiche dei cittadini. 

Di qui la difficoltà a comprendere sino in fondo le attuali dinamiche politiche e, soprattutto, la  presa d’atto che sono saltate le letture del passato che distribuivano in modo quasi dogmatico le  patenti di destra e di sinistra a seconda dei ceti sociali che i partiti rappresentavano  concretamente nella società italiana. Certo, quando si dice che la sinistra italiana, cioè il Pd,  interpreta alla perfezione i desideri, le ansie, le preoccupazioni, le domande e il “sentiment” delle  varie “zone ztl” si dice una profonda verità ma si consegna anche una immagine che quel partito  si autoqualifica di sinistra ma interpreta i bisogni di un pezzo di società agiata, borghese, alto  borghese e benestante. Altrochè la promozione e la difesa dei ceti popolari….E quando sul tema  della democrazia le principali battaglie sulla modifica della Costituzione sono arrivate da  esponenti e leader politici che guidavano partiti di sinistra – penso ai referendum di Renzi – o gli  immancabili richiami “giustizialisti” di larghi settori della sinistra italiana, diventa francamente  difficile coniugare tutto ciò con la cultura progressista, sociale e democratica. 

Ecco perchè, forse, è giunto anche il momento per recuperare sino in fondo il patrimonio, il  magistero e anche l’esempio di quei partiti e di quei leader politici che quando si qualificavano di  sinistra o di centro sinistra lo erano veramente. Ma non perchè lo predicavano con saccenza  politica, con arroganza culturale e con spocchia moralistica ma per il semplice motivo che lo  vivevano quotidianamente. Cioè, per sensibilità, per status e per cultura. Solo così parole e  concetti come “giustizia sociale”, “qualità della democrazia” e “difesa e promozione dei ceti  popolari” potranno nuovamente avere un significato coerente e partiti e politici che li difendono e  li declinano con altrettanta coerenza e credibilità.

Con la Cina dialogo, ma non pavido silenzio

A nemmeno sei mesi dall’inizio del mandato presidenziale Joe Biden viene in Europa per dedicarvi non poche giornate il cui obiettivo è chiaro: il rilancio dell’alleanza fra le democrazie occidentali all’insegna dei comuni valori liberali. Un approccio multilaterale e collaborativo a giudizio della Casa Bianca indispensabile per affrontare col realismo necessario il Dragone cinese, ritenuto un problema crescente, se non addirittura IL problema di questo secolo.

La differenza con Trump, che pure aveva individuato nella Cina l’avversario principale dal quale guardarsi, è proprio nella ricerca di una comune intesa fra gli europei e, in Oriente, India, Giappone, Australia, membri dell’alleanza QUAD, oltre ad altri storici amici degli USA a cominciare dalla Corea del Sud, in luogo del precedente atteggiamento muscolare unilaterale.

Ma la sostanza, in questo campo, è la medesima: Pechino è un insidioso avversario portatore di una concezione totalitaria del potere, e pertanto da non sottovalutare affatto. Anzi, da contenere. Con un po’ di ritardo, ma forse la UE ha compreso la portata del messaggio proveniente da Washington e questa visita si incaricherà di confermarlo. Certo è che la “sospensione” da parte europea degli “sforzi per ratificare l’intesa sugli investimenti” sottoscritta con i cinesi lo scorso dicembre non è stata casuale, anche nella sua motivazione: un clima reciproco “non favorevole”.

Del resto che l’approccio meramente commerciale adottato dagli occidentali negli anni della globalizzazione seguiti al massacro di piazza Tienanmen del 1989 non sia stato un successo lo testimoniano numerose asimmetrie registratesi nel tempo fra gli impegni assunti dalla Cina e la loro concreta realizzazione, dalla partecipazione al WTO agli accordi disattesi su Hong Kong (la cui sovranità, ormai violata, avrebbe dovuto essere assicurata almeno sino al 2047).

Le ambizioni non negate che stanno dietro alla Belt & Road Initiative e quelle, pure esse alquanto trasparenti in controluce, che Pechino riversa ormai su Taiwan hanno aperto gli occhi pure a quanti li avevano volutamente chiusi nella finta illusione che le riforme politiche avrebbero senza dubbio fatto seguito allo sviluppo economico raggiunto anche grazie ai fitti rapporti commerciali instaurati con l’Occidente.

Al contrario, gli anni di Xi Jinping (ovvero dal 2013 ad oggi) hanno visto la decisa involuzione di ogni timida apertura verso un minimo di democrazia: il segretario-presidente ha abolito il limite dei suoi mandati, ha inserito in Costituzione il proprio pensiero (onore sino a prima toccato solo a Mao Zedong, padre della Patria), ha eliminato i suoi avversari interni e, come detto, ha imposto di fatto il comando cinese su Hong Kong.

Ma forse è una vicenda che sino a qualche tempo fa era poco o nulla conosciuta in occidente a rivelare il vero volto del regime: la sistematica campagna di annichilimento della minoranza musulmana uigura, nel nordovest dell’immenso Paese, lo Xinjiang, condotta attraverso l’impiego di “campi di rieducazione” nei quali viene praticato il lavaggio del cervello a persone allontanate dalle loro famiglie, deprivate della propria volontà, separate dai propri bambini, forzatamente – nel caso delle donne – sterilizzate. Come oramai puntualmente denunciato da numerose istituzioni internazionali. 

Ora, avere relazioni d’affari con una potenza mondiale come la Cina è senz’altro necessario. Persino inevitabile. Ma non al costo del silenzio, della passività, dell’obnubilamento della politica. Il rispetto dei diritti umani è un valore che l’Occidente non può svendere per un qualsiasi vantaggio commerciale. Questo è quanto Biden dirà, fra l’altro, agli europei.

Adolescenti e linguaggio dei social

Ogni generazione ha un suo linguaggio prevalente e molte delle incomprensioni tra giovani e adulti derivano proprio dalle reciproche specificità espressive.

Non si tratta solo di tratteggi semantici, di approccio narrativo, di forma.

Ci sono anche i contenuti, le ricorrenti analogie del dire e del fare che riflettono la corrispondenza con le esperienze di vita e i modi di pensiero e che sono lo specchio dei tempi e dei luoghi dell’esistenza.

Gli stili espositivi replicano gli stili di vita.

I bambini, i ragazzi di oggi si esprimono con più facile disinvoltura, sono più svincolati dai codici espressivi consegnati dalla famiglia e dalla scuola, a volte usano una terminologia ripetitiva e generalista, quasi disarmante.

Tra di loro però si capiscono e questo rafforza il teorema del gap generazionale.

E poi c’è tutto il mondo delle nuove tecnologie, dei telefonini, del rap e della musica metal: un mondo di marchingegni e diavolerie che ha affinato certe competenze e certe abilità a discapito di altre.

Non dobbiamo però vedere tutto in termini negativi, anche il nostro punto di vista è in fondo relativo.

Mi sembra che il linguaggio dei giovani meriti più benevolenza critica e più indulgenza emotiva di quanto gli venga solitamente riservato.

Molta parte di quelle debolezze espressive che riconosciamo in modalità comunicative spicce e leggere è anche da attribuire alla lunga deriva di “deregulation” che il mondo degli adulti ha applicato a se stesso.

Abbiamo accarezzato la lusinga della società complessa per affrancarci da punti di riferimento esistenziali che comportassero regole e obbedienze, puntando sulla facilitazione come chiave di approccio e di lettura alle cose della vita, abbiamo cavalcato la teoria del ‘più pratica e meno grammatica’ e adesso non ci resta che ‘goderci’ la ricaduta di queste scelte.

Non possiamo però valutare i ragazzi solo in base al parametro dell’impoverimento linguistico, non possiamo generalizzare. 

Trovo in molti giovani una maturità e una consapevolezza dei valori addirittura superiore a quella di certi loro genitori disimpegnati e bamboccioni.

Anche se abbiamo codici espressivi diversi, se usiamo termini non collimanti, con questi ragazzi ci si può intendere: ci vuole disponibilità all’ascolto, ci si può capire.

I loro intercalari non sono il senso compiuto del messaggio che a volte, parlando, rivela consapevolezze imprevedibili anche se ci colpisce di più il linguaggio colorito, effervescente, irrituale, spesso banale, la terminologia sempre nuova e aggiornata, a volte persino indecifrabile, le cadenze, la ripetitività lessicale.

Se non si parla con loro, se non si dialoga non si migliora il senso e il contenuto della comunicazione e non si offrono opportunità di arricchimento espressivo.

Ricordo una ragazzina ascoltata in tribunale che raccontando i suoi vissuti e la caduta nel mondo della droga, rimproverava alla famiglia e alla scuola di non averle mai impartito una buona educazione sentimentale. Penso sia questa la vera carenza formativa, oggi.

Dovrebbero girare più libri e vocabolari nelle nostre scuole, per abituare i ragazzi ad utilizzare gli idiomi più pertinenti, per non disperdere il patrimonio linguistico della nostra cultura.

Come ha sollecitato l’attore Pierfrancesco Favino, in occasione del recente conferimento dei David di Donatello, le scuole dovrebbero aprire le porte al teatro, alla musica e alle arti figurative.

Il mondo ‘esterno e parallelo’ dei social ha soppiantato i canali tradizionali di trasmissione della cultura e le stesse relazioni umane. Il web resta pur sempre un universo sconosciuto denso di incognite, con accessi facilitati e ritorni difficili, ci sono pochi semafori lungo il cammino e molte occasioni di perdersi in un labirinto senza regole e privo di codici etici di comportamento, non ci sono precettori di buone maniere ma imbonitori e influencer che offrono modelli ispirati all’apparire piuttosto che all’essere. Tutto questo sollecita pulsioni e comportamenti divergenti, che spesso utilizzano linguaggi ed esempi violenti o ammantati da codici semantici e simbolici poco edificanti. 

Ma il gergo disimpegnato dei nostri figli non può essere di impedimento al dialogo che tocca pur sempre a noi attivare e mantenere desto.

Ad esempio guardando con simpatia, curiosità e rispetto il mondo dei loro sentimenti che trasuda ricchezza interiore e si esprime nei modi spumeggianti di un linguaggio frettolosamente giudicato povero e banale, a volte irriverente.

“Nel senso….cioè”, per usare un’espressione ricorrente tra gli adolescenti,  che sono gli adulti che spesso danno il cattivo esempio.

Come ci ha insegnato Seneca: “Longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla”. Lunga è la strada che passa per gli insegnamenti, breve ed efficace quella attraverso gli esempi. (Seneca-Epistulae ad Lucilium -VI-5).

Il primo orologio del clima installato nella sede del Ministero della Transizione ecologica

È stato inaugurato il primo Climate Clock italiano, alla presenza del Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e dell’Amministratore delegato del Gestore dei Servizi Energetici (GSE SpA), Roberto Moneta. Il grande orologio, installato in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente – che si celebrerà il 5 giugno – indica in poco meno di 7 anni (6 anni e sette mesi) il tempo utile, secondo gli scienziati del MCC (Mercator Research Institute on Global Commons and Climate Change), per adottare comportamenti e interventi che limitino a 1,5° gradi l’aumento della temperatura media del pianeta. Un tempo che, naturalmente, può variare a seconda delle iniziative che saranno prese a livello globale.

Nato sulla scia della campagna internazionale inaugurata il 19 settembre 2020 dagli artisti Gan Golan e Andrew Boyd con il Climate Clock installato sulla facciata del Metronome di Union Square a Manhattan, l’orologio italiano indicherà anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo, oltre a citare il pensiero di sei fra artisti, scienziati e attivisti noti per il loro impegno verso l’ambiente e la natura.

“Nei prossimi mesi ci attendono sfide fondamentali, dal G20 Ambiente, Clima ed Energia fino alla Cop26 sul clima a Glasgow, passando per la Youth4Climate e la PreCop che ospiteremo nel nostro Paese”, ha dichiarato il Ministro Cingolani. “L’orologio del clima che inauguriamo sulla facciata del MiTE da oggi dialoga in contemporanea con quello già installato anche a Glasgow. Il tempo che questi orologi indicano è il tempo che abbiamo per agire. Un tempo che possiamo invertire. La transizione ecologica è lo strumento principale per spostare queste lancette e liberarci dalla spada di Damocle dei rischi a cui ci espongono i cambiamenti climatici. L’ora che segna è l’ora della volontà”.

L’installazione ha, infatti, l’obiettivo di sensibilizzare le coscienze dei cittadini sul tema dei cambiamenti climatici, in modo che ognuno possa sentirsi parte di un percorso condiviso, che condurrà a un futuro a basse emissioni di carbonio.

“La battaglia contro il riscaldamento globale è la sfida del XXI secolo”, ha dichiarato l’Amministratore delegato del GSE Roberto Moneta, spiegando che si tratta di “una sfida che richiede una decisa accelerazione per essere vinta. Le energie rinnovabili saranno le leve principali e “agire” la parola chiave per esprimere quel cambiamento culturale necessario ad aggiungere tempo prezioso alla “lifeline” del nostro Pianeta. Promuovere lo sviluppo sostenibile è la nostra missione. Ogni azione del GSE è rivolta a incentivare e supportare cittadini, imprenditori, professionisti e Istituzioni nel percorso di transizione energetica del nostro Paese per il raggiungimento degli obiettivi al 2030 e al 2050. Con l’indirizzo del MiTE”, ha concluso Moneta, “sapremo lasciare una nuova impronta ambientale per le future generazioni”.

Collocato all’ingresso della sede del MITE in via Cristoforo Colombo a Roma, l’orologio del clima rientra nelle numerose iniziative previste dal Ministero della Transizione Ecologica di avvicinamento alla Conferenza sui cambiamenti climatici (COP 26) che si terrà a Glasgow, in Scozia, dall’1 al 12 novembre 2021.

Le citazioni riprodotte nel display dell’orologio sono le seguenti: “La CO2 è come il sale, indispensabile alla nostra vita, ma velenosa se in eccesso” del chimico James Lovelock, “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti” dell’analista ambientale e fondatore del Worldwatch Institute, Lester R. Brown, “Il futuro ci giudicherà soprattutto per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto” del regista Ermanno Olmi, “L’immutabilità è il mutare della Natura” della poetessa Emily Dickinson, “La gestione sostenibile delle nostre risorse naturali promuoverà la pace” del premio Nobel per la pace Wangari Maathai e “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli” del Capo nativo americano See-ahth.

Tutte le informazioni e i dati relativi all’iniziativa Climate Clock sono reperibili sul sito: https://climateclock.world/

La Cdu ha retto, l’ultradestra tedesca ha fallito la ‘spallata’

Articolo pubblicato sulle pagine di AGI a firma di Roberto Brunelli

“Un risultato sensazionale”, lo definisce Paul Ziemiak, il capo organizzativo della Cdu, a urne ancora calde. In effetti, nel temutissimo voto in Sassonia Anhalt la Germania non si è assistito al sorpasso dell’ultradestra sui cristiano-democratici, come profetizzato dai sondaggi. Anzi, la Cdu è andata ben oltre le aspettative, ottenendo il 35,9% dei voti, staccando di oltre 13 punti l’Afd, che non va oltre il 22,7%.

Niente “spallata” dell’ultradestra, mentre il partito che fu di Adenauer e di Kohl vede aumentare, in barba alle lacerazioni interne, le chances per Armin Laschet, il suo contestato leader, nella corsa alla cancelleria dopo 16 anni di era merkeliana.

Nel dettaglio, stando alle proiezioni Infratest-dimap per il primo canale pubblico Ard, oltre all’Afd – che pure insiste nel dirsi “soddisfatta” del risultato, dato che comunque si conferma seconda forza politica in questo Land dell’ex Ddr – gli altri perdenti della contesa sono certamente l’Spd, che precipita all’8,3%, così come i Verdi, che vedono limitate le proprie ambizioni ad uno striminzito 6,5% dei consensi, sideralmente lontani dal 22% ottenuto nei sondaggi nazionali.

Altro dato importante la performance dei liberali dell’Fdp, che con il 6,4% dei voti supera la soglia del 5% riuscendo così a rientrare nel parlamento regionale, mentre la Linke, il partito della sinistra, ottiene il 10,9%: rappresenta un calo di oltre 5 punti rispetto al 2016, con ciò mettendo a segno il suo risultato storicamente peggiore in Sassonia Anhalt.

Per quanto riguarda l’Afd, è un risultato dal doppio taglio: da una parte la sua forza rimane quasi intatta rispetto all’exploit di cinque anni fa, dall’altra le promesse della vigilia che questo sarebbe stato “un voto shock”, la cui onda lunga si sarebbe sentita fino all’apertura delle urne nazionali di fine settembre, risultano come minimo smorzate.

In sostanza, a soli tre mesi e mezzo dalle elezioni federali, il voto della Sassonia Anhalt viene letto dai vertici della Cdu come “un segnale” per Berlino, allontanando almeno un po’ le ombre legate alle lacerazioni interne e ai dubbi circa la ‘debolezza’ del candidato Laschet. “Certo che ci porta una spinta per Berlino”, corre a dichiarare il capogruppo Cdu/Csu Ralph Brinkhaus, secondo il quale questo voto dimostra che i cristiano-democratici “sono capaci di governare anche con Laschet” alla guida.

Dal punto di vista delle costellazioni di governo, l’esito del voto sembra indicare la continuazione dell’attuale governo in Sassonia Anhalt con la coalizione formata da Cda, Spd e Verdi, anche se in teoria a questo punto sarebbero possibili pure una maggioranza formata da Cdu Verdi e liberali oppure un allargamento dell’attuale alleanza all’Fdp. “Io comunque parlerò con tutti i partiti democratici”, ha annunciato subito il governatore Haseloff.

Qui l’articolo completo

Bisogna rivedere i metodi e le virtù dei coraggiosi ricostruttori dell’Italia

Resilienza dal latino resilire che significa rimbalzare. Non può che essere questo il risultato del Recovery Plan. Si è anche qualificato come un impegnativo programma per la new generation europea. Crescita e resilienza non sono automatiche. Bisogna governare (gubernare dal latino ‘reggere il timone’) perché le scelte ottengano i risultati desiderati.

Mai prima d’ora -nemmeno il piano Marshall, fatte le debite proporzioni- l’Italia fu provvista di una massa così ingente di fondi da investire, e non per ripianare debiti. Con meno di 100 miliardi a fondo perduto, tutti gli altri (il totale è di poco superiore a 248 miliardi di euro) sono prestiti da restituire entro un trentennio a tassi minimi. Nessun altro Paese della Unione ha ricevuto una dotazione tanto ampia e quindi si spiega l’interesse di tutti gli altri Stati membri perché l’Italia rispetti i patti e le scadenze. Ma anche le generazioni future hanno il medesimo interesse perché il debito pubblico – enorme – se non diventa “buono” (conio Mario Draghi) ricadrà sulle loro spalle. Per questo motivo è indispensabile che si riproducano, attualizzate, le virtù dei governanti che ricostruirono l’Italia e che procurarono il boom economico degli anni ‘60. Maggioranze e opposizioni hanno la responsabilità di sostenere le scelte che si sono decise perché dovranno, nelle alternanze possibili di governo, continuarne l’attuazione. Credo sia utile rivedere metodi e virtù dei coraggiosi ricostruttori dell’Italia: come vivevano anche le loro vite private, i tempi di decisone, la severità nel rispettare i fondi pubblici. Si studi come furono progettate, finanziate e attuate le grandi opere che hanno reso l’Italia uno dei Paesi G7.

Al rigore freddo delle norme e della contabilità la classe politica dovrà infondere il ‘gusto del futuro’, perché il cambio di passo che il Paese crede di intuire faccia raggiungere le mete indicate. Il piano attuativo del Recovery indica con precisione le scadenze e le riforme richieste, per cui nel caso non fossero rispettate, non solo non otteremmo le rate dei finanziamenti ma addirittura dovremmo restituirle.

I pilastri di questo importante augurio all’Italia sono la cornice europea, il Sud, la modernizzazione del Paese. Senza Europa – gli Stati Uniti d’Europa – ogni Stato europeo per quanto grande e importante, non potrebbe competere con le economie e gli sviluppi socioculturali dei giganti a est e a ovest, Cina, India, Stati Uniti, Russia.
Senza il Sud, completamente recuperato e integrato alle infrastrutture nazionali, l’intero Paese manterrebbe una zavorra ai passi avanti di cui siamo capaci. Perciò Sud, Sud, Sud! Il turismo e l’industria agroalimentare hanno bisogno di strutture, tempestivamente adeguate.

Anche un’industria pesante come l’ILVA, deve trovare finalmente pace; i progetti erano pronti da almeno due governi fa: perché tanto ritardo? La tecnologia e la buona volontà possono rendere compatibile una grande industria con l’ambiente e la salute. L’Italia non può rinunciare alla materia prima che aiuta la sua manifattura ad essere la seconda in Europa. L’altro grave ritardo che riguarda anche la modernizzazione del Paese è lo scandalo Alitalia. Per una inutile italianità, in Europa e nel mondo sono stati bruciati miliardi senza mantenere i livelli occupazionali e assicurare una compagnia di bandiera competitiva.
Come dimenticare la situazione scandalosa in cui versano ancora i territori colpiti dal terremoto decenni fa. Ci sono modi e metodi per rimuovere gli ostacoli alla velocizzazione, nella legalità, e consentire alle popolazioni e ai territori di tornare alla invocata, ma disattesa da troppo tempo, normalità.

La modernizzazione del Paese corre su due binari, quello digitale e quello della trasformazione ecologica: entrambi fautori di nuova occupazione e di miglioramento ambientale. Tutto è sostenuto da una architrave che è la Next generation eu, istruzione, formazione continua e ricerca. Anche questo ambito esige l’armonizzazione fra Nord e Sud. Lo stesso criterio deve guidare la programmazione e il controllo dei servizi sanitari perché, come è apparso evidente a tutti a causa della pandemia, devono essere garantiti secondo i principi e i diritti fondamentali che la nostra Costituzione da oltre settant’anni promette: uguaglianza di tutti i cittadini, da Nord a Sud, senza diseguaglianze territoriali; equità e perciò a ciascuno secondo il suo bisogno nella migliore qualità possibile e, infine, equità per garantire gli accessi a tutti.

È dibattito attuale utilizzare strumenti che rendano possibile raggiungere gli obiettivi entro il 2026, come richiesto dal Recovery Plan. Tre sono le spine che le forze politiche si stanno reciprocamente infliggendo e riguardano gli appalti (la velocità delle procedure si può ottenere senza il massimo ribasso, anzi!). I livelli occupazionali hanno bisogno di flessibilità ma non di blocchi. Il personale, indispensabile per far funzionare qualsiasi ingranaggio del Paese, deve essere preparato secondo necessità e reclutato secondo le regole. Per esempio i concorsi, qualora necessari per immettersi nella PA, devono essere periodici e continuativi per non trovarci come ora con carenza di medici, infermieri, operatori ai vari livelli non solo in sanità ma anche nella scuola. In questo servizio – il più delicato del Paese – si formano sacche di precariato, seguite da inique sanatorie.

Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte. Presentazione del volume di Maria Chiara Mattesini.

Mercoledì 9 Giugno 2021 dalle ore 18,30 alle ore 19,30  andrà in onda un  Webinar   dal titolo  “Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte”

Il Webinar prende spunto dal  libro di Maria Chiara Mattesini., “Maria Paola Colombo Svevo, una cattolica democratica libera e forte” editore Laterza, Bari 2021.
La  Mattesini è una giovane studiosa col “vizio” di non accontentarsi delle biblioteche peri andare sul campo a ricercare e intervistare.

Il suo saggio ha innanzitutto il pregio di mettere a fuoco una protagonista della democrazia italiana, che ha contribuito a cambiare i costumi, la mentalità, le leggi senza squilli di trombe, stendardi, applausi per proporla alle nuove generazioni.

Un atto di giustizia nei confronti delle tante donne di cui la storia non conserva memoria ed è un esempio per le nuove generazioni, perché, come scrive Giuseppe Guzzetti nella prefazione, definendola «mite e forte»:  «Ai giovani che, non senza qualche buon motivo, reputano la politica una cosa “sporca” da cui stare alla larga; ai milioni di italiani che non vanno più a votare perché i partiti non consentono loro di essere protagonisti della democrazia partecipata (…) abbiamo bisogno di dare idee forti serie e meditate, ma soprattutto di fare loro conoscere testimoni che hanno speso la loro vita per un Paese più coeso, più giusto, per una democrazia forte nelle sue istituzioni parlamentari e nel pluralismo istituzionale»..

Giuseppe Notarstefano nominato nei giorni scorsi Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

Il professore Giuseppe Notarstefano è il nuovo Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il triennio 2021-2024. È stato nominato nei giorni scorsi dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, che lo ha scelto all’interno della terna di nomi che il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana ha indicato dopo la conclusione della XVII Assemblea nazionale dell’Associazione.

Siciliano, 51 anni, Giuseppe Notarstefano vive a Palermo con la moglie, Milena Libutti, e il figlio, Marco, di 12 anni. È ricercatore di Statistica economica e attualmente insegna all’Università Lumsa sede di Palermo. L’esperienza associativa, e in particolare il servizio educativo e l’impegno sociale, hanno accompagnato le diverse fasi della sua vita: è stato responsabile diocesano dell’Acr nella diocesi di nascita (Agrigento); poi, dal 1999 al 2005, responsabile nazionale dell’Acr, componente del Centro studi di Ac, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto “Vittorio Bachelet”, Consigliere nazionale per il settore Adulti e dal 2014 vicepresidente nazionale Ac per il settore Adulti.
Collabora attualmente come esperto all’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei e dal 2016 è componente del Comitato scientifico organizzativo delle Settimane Sociali dei cattolici italiani. Coopera con numerose società scientifiche, tra le quali la Società Italiana di Economia Demografia e Statistica, del cui Consiglio direttivo fa parte. È membro della redazione di Aggiornamenti SocialiLa SocietàEsperienze Sociali e Dialoghi.
È inoltre autore di numerose pubblicazioni sui temi delle economie regionali, dell’impatto economico locale del turismo, dei metodi di valutazione delle politiche pubbliche, delle misure statistiche del benessere e della qualità della vita e dell’impatto dell’economia sociale.

Di seguito, la prima dichiarazione del neo Presidente Giuseppe Notarstefano, il saluto del Presidente uscente Matteo Truffelli, e gli auguri dell’Assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana, mons. Gualtiero Sigismondi.

La prima dichiarazione di Giuseppe Notarstefano, neo Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

«Vorrei innanzitutto esprimere la mia commossa gratitudine verso il Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana e i Vescovi italiani per avermi voluto affidare il compito di rappresentare, coordinare e promuovere l’associazione in un “tempo difficile, imprevisto e inedito”, che rivela “anche segni di fiducia, motivi di gratitudine e nuovi sentieri di speranza (Messaggio della XVII Assemblea nazionale dell’Ac alla Chiesa e al Paese, 2 maggio 2021). Mentre mi accosto a questo importante servizio, grande è la percezione della mia personale inadeguatezza, resa più sopportabile solo dalla consapevolezza che ogni compito associativo è svolto nella corresponsabilità di tanti e nella cooperazione di tutti.

L’Azione cattolica mi ha accompagnato sin da ragazzo e in essa ho maturato un grande senso di riconoscenza: verso il Signore che mi ha donato questa strada da percorrere alla scoperta della gioia rigenerante del dono di sé e del servizio agli altri, soprattutto ai “più piccoli”, e verso la Chiesa, cui ho imparato a voler sempre più bene grazie alla compagnia di laici e sacerdoti “giardinieri sapienti”, che hanno seminato e coltivato in me un profondo desiderio di bene e di comunità. L’Ac è per me una lunga storia di amicizie bellissime: mi vengono subito in mente tutte le persone con cui ho condiviso gli scorsi anni di responsabilità a livello parrocchiale, diocesano e nazionale, i presidenti nazionali con i quali ho avuto modo di collaborare, e in particolare Matteo Truffelli, amico carissimo e compagno di strada, da cui ricevo un testimone particolarmente impegnativo.

Il primo pensiero, oggi, va tutti gli aderenti, a quanti simpatizzano con la bellezza e l’entusiasmo della nostra “passione cattolica”: ai piccolissimi, ai bambini e ai ragazzi, ai giovanissimi e ai giovani, agli adulti, nelle tantissime associazioni territoriali di base presenti ovunque nella nostra bella Penisola: un popolo davvero numeroso in questa città! Sono particolarmente grato a tutti e a ciascuno per aver riconosciuto questo tempo difficile come un’opportunità e l’associazione stessa come la forma resiliente e fraterna per viverlo nella gioia. Un grazie che si estende a quanti collaborano e lavorano per rendere più sostenibile la vita associativa.

È bello pensare che la vita associativa sia soprattutto un camminare insieme, prendendosi cura reciprocamente e concretamente gli uni degli altri, praticando la delicata arte dell’ascolto del cuore e del custodirsi spiritualmente, promuovendo un dialogo autentico tra diverse vocazioni, età e condizioni di vita. La gratuità, insieme all’umiltà e alla mitezza, sono le caratteristiche che papa Francesco ha sottolineato in occasione dell’udienza concessa al Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana lo scorso 30 aprile: “umiltà e mitezza sono le chiavi per vivere il servizio, non per occupare spazi ma per avviare processi. Sono contento perché in questi anni avete preso sul serio la strada indicata da Evangelii gaudium. Continuate lungo questa strada: c’è tanto cammino da fare!”

Voglio ringraziare ancora il Santo Padre per le sue parole cariche di affetto e stima e per la prospettiva indicata all’Ac di divenire sempre più una “palestra di sinodalità” a servizio della Chiesa italiana e del nostro Paese.

A nome di tutti noi rivolgo, infine, un pensiero grato e riconoscente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, guida autorevole in questa fase di delicata transizione della vita del Paese e delle sue istituzioni democratiche: la nostra associazione conferma il vivo desiderio di essere un piccolo seme di rinnovamento civile, ricercando percorsi fraterni e alleanze generative di amicizia sociale per promuovere il bene comune.

In Azione cattolica tutti abbiamo imparato ad amare senza riserve e a servire senza guardare l’orologio, perché amare e servire sono i verbi che coniugano la gioia del Vangelo come ci ha detto Vittorio Bachelet, modello luminoso per tante generazioni di aderenti e responsabili associativi.

Intercedano per noi le nostre sorelle e fratelli maggiori, venerabili, beati e santi dell’Azione Cattolica. A loro e a Maria, Madre del cammino e della strada, venerata nella mia cara terra di Sicilia come Odigitria, affido questo itinerario che inizia oggi, perché ci sorreggano e ci incoraggino a perseverare nella speranza».

Suor Maria Laura Mainetti è stata proclamata beata.

Suor Maria Laura Mainetti, uccisa con 19 coltellate il 6 giugno 2000 da tre ragazze minorenni a Chiavenna durante un rito satanico, è stata proclamata beata. La formula è stata pronunciata durante una messa nello stadio comunale del comune lombardo. Il martirio di suor Mainetti, che mentre veniva colpita chiedeva a Dio di perdonare le giovani, è stato riconosciuto da papa Francesco il 19 giugno 2020 perché compiuto “in odium fidei”.

Per monsignor Cantoni, la suora “ha respirato la fede in famiglia e nella sua comunità, perché non siamo cristiani da soli”. Conquistata dalla certezza, maturata da giovanissima al termine di una confessione, di “voler fare qualcosa di bello per Dio e per gli altri”, nella famiglia religiosa delle Figlie della Croce “suor Maria Laura ha trovato la scintilla ideale per sviluppare e portare a compimento il suo santo proposito”. La croce, sottolinea, “è l’espressione massima dell’amore di Cristo per ogni uomo, segno di una vita che è un continuo uscire da sé, per essere protesi verso i fratelli, in piena gratuità”.

La festa della nuova Beata, secondo il decreto papale letto durante la funzione, sarà celebrata proprio il 6 giugno, “giorno della sua nascita al Cielo”.

 

I 5 Stelle mettono il freno alla democrazia

Ha ragione il nostro amico Giorgio Merlo quando, ieri, su queste pagine parlava del modello 5 Stelle. Che però sembra essersi imposto come dominante in parlamento. Purtroppo qui Santoro, pur con tutte le riserve sul personaggio, credo colga nel segno. Quando il dibattito diventa a senso unico sulle questioni dirimenti per il futuro, la politica si riduce, non solo nel M5S, a quello che Giorgio ha indicato con dettagliato e crudo realismo.

Mi sbaglierò, ma la sensazione che avverto, è che nel Paese, dietro un’apparente ampia area di indecisi, cova una possibile ondata di astensionismo di massa capace di fare scendere la partecipazione al voto non alle comunali ma alle prossime politiche, ben al di sotto al 50%. Quanto spazio avrebbe un centro che solo avesse voglia di uscire dal proprio guscio e di stare sul pezzo, elaborando una strategia sull’enormità storica di processi che ci stanno passando sotto il naso senza che la politica se ne renda conto per tempo.

Ma il tempo per mettersi in gioco per il ’23 verosimilmente è già scaduto. Soprattutto perché, a mio avviso, mancano due elementi fondamentali per definire una proposta credibile agli elettori non entusiasti dello status quo:

– la volontà di riprendersi una autonomia culturale, di linguaggio, politica rispetto all’élite globale nella definizione di un’agenda dal basso, che rifletta gli interessi dei ceti medi, popolari e lavoratori.
(Per inciso: scommettiamo che quest’estate se il mainstream dicesse che devono arrivare gli extraterrestri, noi ripeteremo all’unisono questo mantra per paura di esser bollati come negazionisti dei marziani, e sosterremo senza riserve tutte le restrizioni apposite per far fronte alla nuova “minaccia” aliena?)

-in secondo luogo sembrano venuti meno per il suddetto compito i tradizionali soggetti capaci di organizzare gli interessi popolari, ormai indistintamente tutti cooptati a cause di ben altro valore secondo un parametro a loro però estrinseco (non dico sindacato, non dico cattolicesimo sociale, non dico corpi intermedi), ma vi è (forse) anche l’assenza di agenti di altro tipo interessati solo a condizionare l’orientamento elettorale, come fu fatto con il Movimento 5 Stelle, che di certo non si è autogenerato.

Cosicché i 5 Stelle rischiano di rappresentare l’emblema di ciò che succede quando si mette il freno a mano alla democrazia e si rinuncia a tentare di disinserirlo.
Non è mai troppo tardi per iniziare a farlo, abbiamo nella società italiana un oceano di interessi non più rappresentati che non chiedono altro.

Franco Marini: una eredità da non disperdere. Recensione del libro di Giorgio Merlo.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giovanni Cerro

Qual è il ruolo che i cattolici possono svolgere nelle democrazie odierne? Alla tradizione del cattolicesimo sociale può essere ancora riconosciuto uno spazio nella politica contemporanea? Il lavoro e la giustizia sociale possono essere valori decisivi in un tempo dominato dalla finanza e dalla globalizzazione? Queste sono alcune delle domande che emergono dalla lettura del volume che Giorgio Merlo dedica al ricordo della figura e dell’opera di Franco Marini, venuto a mancare all’inizio del febbraio 2021: Franco Marini, il Popolare, (Roma, Edizioni Lavoro, 2021, pagine 120, euro 15) con prefazione di Annamaria Furlan e introduzione di Gerardo Bianco. In pagine ricche di affetto e riconoscenza, Merlo ripercorre i momenti salienti della biografia di Marini, che si intreccia con le vicende della storia politica italiana del secondo dopoguerra.

Nato nel 1933 a San Pio delle Camere, paesino abruzzese a cui rimarrà sempre legato, Marini inizia giovanissimo la sua militanza nella Democrazia cristiana, così come il suo impegno in ambito sindacale, collaborando con Giulio Pastore. Nel 1985 diventerà segretario generale della Cisl, gestendo delicate trattative, come l’accordo con il governo De Mita sulla restituzione del fiscal drag ai lavoratori, e promuovendo la ricomposizione dello strappo che si era creato con la Cgil dopo il taglio alla scala mobile deciso dal governo Craxi. Come sottolineava lo stesso Marini: «Se mi si passa l’immodestia, posso dire che per un periodo sono stato il miglior contrattualista non della Cisl, ma di tutto il sindacato italiano».

Nel 1991, raccoglie il testimone di Carlo Donat-Cattin alla guida della corrente democristiana di Forze Nuove; in quello stesso anno, è nominato ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel settimo governo Andreotti. Nel 1992 entra per la prima volta in Parlamento, superando nella circoscrizione di Roma Vittorio Sbardella, allora esponente della corrente andreottiana della Dc. Fondatore del Partito popolare italiano, ne sarà segretario dal 1997 al 1999, subentrando a Gerardo Bianco. Sarà inoltre una delle figure chiave per il passaggio dei “popolari” in seno alla Margherita, prima, e al Partito democratico, poi. Operazioni condotte senza mai abbandonare il suo sguardo critico sul presente. Nel 2006 è eletto presidente del Senato, riuscendo a imporsi per una decina di voti proprio su Andreotti. In questo itinerario, che unisce impegno nel sindacato, nella politica e nelle istituzioni, non manca una delusione: la mancata elezione a presidente della Repubblica nel 2013.

Nel suo libro, Merlo insiste sia sul ruolo di organizzatore politico svolto da Marini in fasi cruciali della storia nazionale recente, sia sulle sue intuizioni, come quella di indirizzare la cultura politica del cattolicesimo democratico e popolare verso il centrosinistra, a cui cercò di dare concretezza con determinazione. Marini, ricorda Merlo, non fu soltanto un uomo politico capace di operare difficili sintesi tra interessi diversi e di ricomporre fratture ritenute insanabili, ma anche esempio di rara intransigenza e di coerenza rispetto ai principi che dovevano essere per lui al centro della politica, quali appunto il lavoro, la giustizia, l’equità sociale, la solidarietà.

Merlo sottolinea quanto egli fosse in continuità con il pensiero e l’azione di Donat-Cattin, che nel settembre 1990, in un convegno svoltosi a Saint Vincent, lo aveva indicato pubblicamente come suo erede. Ad avvicinarli, oltre a un temperamento simile, vi era la comune formazione cristiana, mai intesa in chiave confessionale, la fedeltà alla democrazia e la lotta in favore del riconoscimento dei diritti di quelle che un tempo si sarebbero chiamate classi subalterne.

Marini, sostiene Merlo, ci ha trasmesso una preziosa eredità, che si fonda su precisi capisaldi. Anzitutto, la convinzione che la politica debba essere considerata lo strumento principale per individuare le contraddizioni della società e soprattutto per provare a risolverle. In secondo luogo, l’idea che i partiti e i sindacati sono un elemento centrale della vita democratica, a patto però che si fondino a loro volta su pratiche democratiche e partecipative, cioè che non si trasformino in organizzazioni personalistiche e oligarchiche, dominate da capi carismatici. Infine, l’opinione che non è possibile attuare riforme degne di questo nome e battersi in difesa dei bisogni degli ultimi e delle attese delle giovani generazioni senza progettualità e immaginazione politica e senza una classe dirigente all’altezza dei tempi. Il problema è se sapremo far fruttare questa eredità, senza disperderla.

Una primavera di Bellezza – L’Italia che Vogliamo

Il Centro Studi Aldo Moro, insieme a AMBIENTE e Il Domani D’Italia ha organizzato, per Lunedì 7 Giugno alle ore 18:30, un convegno-dibattito online dal titolo “Una primavera di Bellezza – L’Italia che Vogliamo” per discutere di tutela del territorio, salvaguardia del paesaggio, difesa dell’ambiente e promuovere una moratoria sulle energie rinnovabili.

Ne parleremo con autorevoli relatori Luisa Ciambella Vittorio Sgarbi Stefania Proietti Sindaco di Assisi Antonio Rancati Marco Frittella e Fiorello Primi

Vi invitiamo a seguire l’evento in diretta sulla nostra pagina e quella di AMBIENTE e Il Domani D’Italia

Identità digitale riconosciuta in tutta l’Unione europea

La Commissione di Bruxelles ha proposto un quadro per un’identità digitale europea che sarà disponibile per tutti i cittadini, i residenti e le imprese dell’Ue, valida e utilizzabile in tutti i ventisette Stati dell’Unione. I cittadini potranno dimostrare la loro identità e condividere documenti elettronici dai loro portafogli (wallet) d’identità digitale europea solo con l’uso dello smartphone. “Potranno accedere ai servizi online con la loro identificazione digitale nazionale, che sarà riconosciuta in tutta Europa. Le piattaforme molto grandi dovranno accettare l’uso di portafogli di identità digitale europea su richiesta dell’utente, ad esempio per dimostrare la propria età.

L’utilizzo del wallet sarà sempre a scelta dell’utente”, spiega la Commissione in una nota. “L’identità digitale europea ci consentirà di fare in qualsiasi Stato membro ciò che facciamo a casa senza costi aggiuntivi e con meno ostacoli. Sia affittare un appartamento o aprire un conto bancario al di fuori del nostro Paese d’origine.

E farlo in modo sicuro e trasparente”. Ha spiegato la vice presidente esecutiva della Commissione europea, Margrethe Vestager, che ha delega al Digitale. “In questo modo decideremo quante nostre informazioni vogliamo condividere, con chi e per quale scopo. Questa è un’opportunità unica per portarci tutti più a fondo nell’esperienza di cosa significa vivere in Europa ed essere europei”, ha concluso.

Covid: scoperti nuovi anticorpi in grado di inibire l’infezione

Anticorpi umani in grado di inibire l’infezione da coronavirus sono stati generati nei laboratori del Ceinge-Biotecnologie avanzate di Napoli ad opera dei ricercatori della task force Covid-19, progetto finanziato dalla Regione Campania. Un traguardo importante nella diagnostica e nella terapia del Covid-19 raggiunto, in particolare, dal team guidato da Claudia De Lorenzo, ordinario di Biochimica presso il Dipartimento di Medicina molecolare e Biotecnologie mediche dell’Università Federico II e principal investigator del Ceinge.

Gli studiosi hanno utilizzato una tecnologia innovativa, basata sulla selezione dei frammenti anticorpali sulla regione Rbd di Spike mediante “competizione” con il recettore (Ace2nel caso specifico).

Tale metodologia potrebbe consentire in futuro di isolare altri anticorpi “funzionali”, vale a dire specifici per determinate regioni dei bersagli molecolari con ruolo chiave nella patologia che si intende combattere. I ricercatori hanno inoltre generato tali anticorpi con un isotipo che non induce processi infiammatori, e che pertanto non dovrebbero provocare effetti collaterali indesiderati. I risultati sono stati ottenuti su colture cellulari in vitro e andranno poi confermati e validati in vivo. Gli anticorpi generati nei laboratori del Ceinge, per i quali è stata depositata la domanda di brevetto, riconoscono anche la proteina Spike di altri coronavirus e suggeriscono un loro potenziale impiego sia in campo diagnostico che terapeutico.

“Il nostro progetto nell’ambito della Task Force Covid-19 del Ceinge è stato finalizzato alla generazione di nuovi anticorpi umani utili per inibire l’infezione del virus Sars-Cov-2”, spiega Claudia De Lorenzo. “A tale scopo – aggiunge – abbiamo scelto una regione specifica della proteina Spike, che sappiamo essere presente sul rivestimento virale e che è responsabile dell’interazione con il recettore Ace2 sulla superficie delle cellule delle nostre vie respiratorie. A partire da vasti repertori di frammenti anticorpali umani, con tecniche di selezione per affinità, abbiamo identificato anticorpi in grado di legare specificamente la proteina Spike e alcuni di essi si sono dimostrati capaci di inibire l’infezione di colture cellulari umane del virus Sars-Cov-2 e della sua variante inglese”.

Il lavoro è stato pubblicato dalla rivista Scientific Reports (Nature Group) e ha visto la collaborazione dei teams di ricerca diretti rispettivamente da Massimo Zollo e da Nicola Zambrano, professori dell’Università Federico II e principal investigators Ceinge, con il contributo dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno. Nel gruppo di Claudia De Lorenzo hanno lavorato al progetto anche due giovani ricercatrici: Margherita Passariello, assegnista di ricerca, e Cinzia Vetrei, dottoranda, presso il Dipartimento di Medicina molecolare e Biotecnologie mediche della Federico II.

È Draghi il nostro vero tutor e sono i partiti a doversi muovere oltre il recinto delle loro convenienze.

Giorni fa si è festeggiata la Repubblica che ha già  tre quarti di secolo, ed a partire dal Presidente Sergio Mattarella, ogni considerazione riferita  a quel 2 giugno 1946 di fondazione, dopo il referendum che sancì la fine della monarchia, ha riguardato il confronto tra l’esperienza terribile del dopoguerra e quella che ancora stiamo vivendo della pandemia. 

Le città italiane erano un cumulo di macerie, le casse dello stato prosciugate, le famiglie a lutto per la perdita dei propri padri e figli, fratelli e mariti, eppure, come si è ripetuto all’unisono, gli italiani hanno affrontato la realtà con coraggio e determinazione e già dopo più di un decennio, nel mondo si parlava degli italiani come popolo capace di originare un boom economico difficile da rintracciare nelle storie dei vari popoli. 

Ora, a settantacinque da quella ripartenza, sono in grado classe dirigente e popolo di ritrovare quella stessa tensione morale ed intraprendenza? In quell’epoca i governi non distribuivano a piene mani bonus ai cittadini, le casse pubbliche erano vuote molto più di ora e i debiti di guerra pesavano come macigni sul futuro come ora. C’era da ricostruire strade, ponti, città, fabbriche e credito internazionale, ma gli italiani si diedero da fare, e con essi i rappresentanti delle istituzioni. 

Anche allora c’erano forti divisioni tra le forze politiche, ma erano divisioni che riguardavano la visione che si prospettava per lo sviluppo della società: da una parte la democrazia liberale, dall’altra il socialismo ad egemonia di una classe. Non erano dunque disfide sul niente come spesso avviene ora, eppure tutti collaborarono per ricostruire sul piano economico ed istituzionale la spina dorsale della nuova Italia. 

Ed invece ora? Al massimo, e per fortuna,  ci si è sforzati ad accettare Mario Draghi a capo di un governo, pur sempre con l’occhio ai calendari per il voto, ed a promettere bonus, salari non sudati, ristori. Ma il nostro debito è cresciuto al 160% del PIL per distribuire denari che non faranno altri denari, circostanze che se non avessimo le spalle coperte dall’Europa e dalla BCE, saremmo già facile pasto per gli avvoltoi della finanza internazionale. 

Si dirà che abbiamo la carta jolly dei 200 miliardi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza, e questo è vero, ma rischia di diventare come un acquazzone di agosto che si riversa su terreni argillosi in assenza di riforme. E bisognerà anche sperare che l’inflazione non rialzi la testa come sembra stia avvenendo. 

Se dovesse capitare, insieme ad un disallineamento dell’economia USA rispetto a quella europea, soprattutto grazie ad investimenti da capogiro di 20 mila miliardi di dollari, le banche internazionali aumenteranno i tassi di interesse e di conseguenza anche la BCE, ingrossando così ancor più il nostro debito. Insomma questi fattori potranno depotenziare la forza d’urto delle somme che impiegheremo, oltre ai piombi  ai piedi se si dovesse ancora persistere a mantenere il fallimentare status quo nella pubblica amministrazione, nel fisco, nella giustizia e nel lavoro,  che invece vanno immediatamente cambiati: fattori ormai incompatibili  con gli interessi delle famiglie, delle imprese e degli investimenti esteri. 

Le riforme su fisco, amministrazione pubblica, giustizia e lavoro dunque vanno fatte per premunirci da ogni accadimento pericoloso e per dare efficacia agli investimenti ed  evitare di essere risucchiati  nel girone della insostenibilità del debito, conclamata e certificata. Dunque ai capi di partito bisognerebbe dire con semplicità: abbiamo la fortuna di avere a capo del governo Draghi, che è una indubbia garanzia per i mercati internazionali e per l’Europa, ed allora si investa ogni propria ambizione di parte sugli interessi della Nazione. 

Il dividendo per il benessere di tutti sarà grande ed anche vostro in termini di prestigio. Infatti i capi dei partiti del primo dopoguerra, pur nella divisione, erano da tutti rispettati proprio per aver saputo costruire le premesse essenziali per il benessere. Quel benessere che però in questi ultimi anni si è indebolito.

 

Il “centro” e i 5 stelle.

Qualsiasi “partito di centro” e, soprattutto, qualunque “politica di centro”, sono semplicemente  incompatibili con tutto ciò che politicamente, culturalmente e storicamente hanno detto e fatto i 5  stelle in questi ultimi anni. È una considerazione, questa, persin scontata che non meriterebbe  alcuna ulteriore riflessione e si potrebbe chiudere qui la pratica. Ma, tuttavia, credo sia utile  avanzare almeno altre due valutazioni di merito. Sotto il profilo politico, come ovvio. 

In primo luogo chi coltiva e crede in una “politica di centro” – cioè in una politica che rifiuta e  respinge la radicalizzazione dello scontro politico, il giustizialismo manettaro, la demagogia anti  politica, il populismo come totem e la incompetenza e il pressappochismo come fari illuminanti  dell’azione politica – non può sottoscrivere un accordo politico e di governo con il partito di Grillo  e forse domani di Conte. Appunto, è politicamente impossibile perchè incompatibile. Fuorchè si  faccia ricorso, come è accaduto in questi ultimi anni, alla prassi del trasformismo opportunistico a  livello politico e parlamentare. 

In secondo luogo, e soprattutto, una “politica di centro” riformista e democratica, inclusiva e  socialmente avanzata, non può trovare una sintesi feconda e costruttiva con un partito che ha  fatto, e che fa al di là della propaganda spicciola, del populismo e della demagogia anti politica la  sua ragion d’essere. Perchè, alla fine, governare non può solo essere sinonimo di conservare il più  a lungo possibile il seggio parlamentare per garantire lo stipendio con il sistematico e perenne  terrore delle elezioni anticipate. Certo, si governa anche con una maggioranza parlamentare ma  non si possono fare scelte di governo significative e soprattutto incisive con l’unico obiettivo di  garantire il proprio status quo. 

Ecco perchè, per fermarsi solo ai titoli, chiunque intende recuperare, o rilanciare, o inverare o  declinare una “politica di centro” nella società contemporanea non può condividere quella prassi,  quella tradizione e quella cultura con l’esperienza dei 5 stelle. Non per un pregiudizio politico,  come ovvio. Ma, al contrario, per il rispetto della politica e del suo ruolo nella società italiana.  

La versione di Hamilton

Sul “Corriere della Sera” di oggi (ieri per chi legge) c’è una significativa intervista al pilota britannico più vincente della storia della F1, Lewis Hamilton. Di quelle da ricordare, perché non si ha la necessità di promuovere un libro in uscita e si può conversare a ruota libera (e a cuore aperto). Quando ciò riesce, vale la pena continuare ad alzarsi la mattina e comprare i giornali.

Sir Lewis Hamilton si trova in una fase dell’esistenza in cui non ha più molto da chiedere allo sport (tutti i record della F1 sono saldamente suoi) ma ha ancora molto da chiedere alla vita. Il desiderio di un maggiore impegno nel sociale emerge con forza, quasi balza fuori dalla pagina. Il giornalista se ne avvede e glielo chiede. Il campione quasi si schermisce (“non sono bravo in politica”) fingendo di non sapere che nel suo Regno Unito non esiste solo il numero 10 di Downing Street. Nel 2016 disse pubblicamente che al referendum sull’Unione Europea si augurava la vittoria del Remain perché “io mi sento di casa a Londra come a Bruxelles”. 

Uno sportivo che sa prendere le difese della collega Naomi Osaka, la giovane tennista – afroamericana – ritirata dal Roland Garros per problemi di depressione: “essere multati per aver parlato della propria salute mentale non è stato elegante, tutte le reazioni pubbliche contro di lei sono state ridicole. E’ una grande attivista e una grande atleta: ma ricordiamoci prima di tutto che è un essere umano”.

Ancora, il rimpianto per non aver potuto incontrare uno dei suoi miti di gioventù, Nelson Mandela, con la consapevolezza odierna: “Certo, se potessi rivederlo ora gli chiederei come ha fatto a prendere un thé con le guardie carcerarie che lo tenevano prigioniero a Robben Island”. 

Il tema del razzismo per il leader della F1 (secondo figlio di padre nero e madre bianca) è quasi una ragione di vita. Lo slogan black lives matter nello sport è opera sua e dei colleghi del basket NBA. Negli Stati Uniti il tema è esploso in conseguenza della morte di George Floyd, ma in Europa la spinta propulsiva risale a qualche mese prima. Certamente l’anno della pandemia ha giocato un ruolo importante “nel ripensare il nostro sport in modo diverso, più inclusivo”. Sono le parole di un futuro leader politico? Ai posteri l’ardua sentenza…

Quale futuro per Israele e Palestina?

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Simon Levis Sullam

È difficile riflettere a mente e cuore sgombri sulla situazione in Israele e Palestina, mentre in queste ore risuona il fragore dei missili dai due lati, si contano centinaia di morti e forse non si sono ancora del tutto placati gli episodi di violenza tra ebrei e arabi israeliani in alcune città dello Stato ebraico. La spirale di una guerra sproporzionata e asimmetrica ha ripiombato le diverse parti in causa del conflitto mediorientale in una situazione apparentemente senza via di uscita e di tragico, ripetitivo stallo che risale in questi schemi e forma almeno ai tempi del precedente conflitto tra Israele e Gaza del 2014. E che nuovamente radicalizza, per motivi e con finalità diverse, i due principali contendenti in primo piano: l’Israele di Netanyahu (capo del governo de facto da quasi un decennio) e la Gaza di Hamas, ma anche la West Bank di Mahmud Habbas, con sullo sfondo gli altri decisivi giocatori: dagli Stati Uniti, all’Iran e alla Turchia, ma anche la Russia, la Cina, l’Egitto e i firmatari degli accordi di Abramo, Emirati Arabi e Bahrein, non esclusa l’Arabia Saudita che formalmente non ne fa parte.

Nonostante tutto, vale la pena provare a fermarsi e riflettere – anche in questi giorni drammatici e senza che ciò costituisca una via di fuga dalla realtà o una mancata ferma critica della violenza da entrambi i lati ‑ su quello che i principali contendenti, israeliani e palestinesi, hanno in comune – che è anche ciò che profondamente li divide. E allo stesso tempo riflettere sulle possibili vie di uscita, almeno teoriche e affidate dall’immaginazione politica, a proposte alternative allo scontro frontale, tra quelle che sono state formulate nell’ultimo secolo a proposito di quella regione e dei suoi storici, viscerali conflitti. Non solo per ricordarsi, nel momento in cui ogni possibilità di dialogo e convivenza pare nuovamente impossibile, che queste idee sono state formulate. Ma anche per coltivare la speranza che – quando le armi finalmente taceranno di nuovo – si possa cominciare a ricostruire relazioni e nuove forme di convivenza senza partire solo dalla tragica conta dei morti e senza ricostruire cominciando esclusivamente dalle macerie: sia degli edifici distrutti, sia dei tessuti politici e sociali lacerati tra israeliani e palestinesi, tra ebrei e arabi cittadini israeliani.

Un tema concreto e simbolico drammaticamente condiviso da palestinesi e israeliani, e prima da arabi ed ebrei, è quello della terra: della terra di origine, promessa, contesa e condivisa. Come condivisa – o, almeno, idealmente ed emotivamente condivisibile – è stata ed è l’esperienza che ha preceduto la conquista della, o ha seguito l’espropriazione e il possibile ritorno alla madrepatria: cioè l’esilio. Ma è sulla terra che particolarmente vorrei fermarmi, proprio per rilevare il problema dell’attaccamento simbiotico alla madrepatria, come è stato coltivato ed espresso ad esempio sul piano letterario da palestinesi e israeliani. Penso alle dense pagine del racconto del noto scrittore palestinese Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole(1962, trad. it. Sellerio, 1991) e a quelle oggi non tra le più note dell’israeliano David Grossman, nel suo reportage nei Territori occupati, uscito alla viglia della prima Intifada (Il vento giallo, trad. it. Mondadori, 1988).

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La ricetta per la neutralità climatica nelle città

Efficienza energetica degli edifici, mobilità elettrica e condivisa, elettrificazione dei consumi finali e produzione locale da fonti rinnovabili. Questi gli ingredienti della ricetta per favorire la neutralità climatica delle città, responsabili oggi di oltre il 70% di emissioni di CO2 e sempre di più al centro del problema climatico.

È quanto emerge dallo studio “Verso Città Carbon Neutral. Scenario Verona”, realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con il Green City Network,con il sostegno di Volkswagen Group Italia e di AGSM AIM e il patrocinio del Comune,presentato il 20 maggio nell’ambito dell’iniziativa Agenda Verona Sostenibilità promossa dal gruppo editoriale Athesis.

Prendendo la città di Verona come paradigma delle città d’arte italiane,lo studio indaga il potenziale di riduzione degli impatti relativi al muoversi e all’abitare in città. Due aspetti che a Verona riguardano il 70% dei consumi energetici e che più di altri hannodirettamente a che fare con il modo di vivere dei cittadini e le loro abitudini. Nel caso del muoversi, ad esempio, lo studio evidenzia come il 90% degli spostamenti dei cittadini avvengano all’interno del contesto urbano, e cometali esigenze di spostamento siano per il 70% soddisfatte mediante auto private, con oltre 200 milioni di litri di carburanti consumati ogni anno. Dall’analisi del settore residenziale, si riscontra che l’85% delle oltre 122 mila unità abitative, distribuite in 25 mila edifici, risultano energeticamente poco efficienti con consumi energetici che per l’80% hanno a che fare con esigenze di riscaldamento, soddisfatte bruciando 145 milioni di metri cubi di gas metano.

A partire da queste evidenze, lo studio indaga il potenziale di riduzione dei consumi e delle emissioni associati a questi due settori mettendo in evidenza  come soluzioni organizzative efficaci e tecnologie efficienti consentirebbero di ridurre fino al 76% il fabbisogno di energia finale, determinando una riduzione di oltre l’80% delle emissioni di CO2, che passerebbero dalle attuali 815 mila a 150 mila tonnellate/anno, riducendo il fardello associato a ogni abitante da 3,14 a 0,59 tonnellate ogni anno.Ma non solo. Lo studio evidenzia anche come la riduzione del fabbisogno energeticosia la vera chiave di volta per rendere più agevole il cammino verso la completa decarbonizzazione dei consumi, rendendo possibile coprire il fabbisogno residuo di energia finale mediante produzione da fonti rinnovabili locali.

“Per la dimensione degli impatti che generano e per i potenziali di miglioramento che consentono –ha affermato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile- il contributo delle città nella mitigazione della crisi climatica è imprescindibile. Lo studio mette in evidenza sia il potenziale ancora inespresso di questo contributo, sia le possibili soluzioni da adottare nella transizione verso la neutralità carbonica. La transizione può compiersidando concretezza progettuale alle politiche promosse dal Green Deal europeo e alle risorse stanziate nel PNRR nel quadro di un modello di economia green e circolare”.

L’analisi di scenario proposta dallo studio guarda a un orizzonte futuro senza un obiettivo temporale definito, ma le ipotesi prese in considerazione nel modello di calcolo guardano a soluzioni organizzative e tecnologie assolutamente futuribili. E anzi, molte delle soluzioni prese in considerazione sono già oggi disponibili per avviare la fase di transizione.

Per quel che riguarda le esigenze di mobilità dei veronesi, ad esempio, lo studio evidenzia come rispetto alla situazione attuale un incrementofino al 50% dell’utilizzo di soluzioni modali condivise e fino al 30% di spostamenti coperticon mezzi alternativi all’auto privata, e in particolare a piedi e in bicicletta, in combinazione con l’elettrificazione della flotta di veicoli circolanti, sia pubblici che privati, consentirebbe di risparmiare oltre 120 mila tonnellate equivalenti di petrolio di consumi di energia finale (-80% rispetto alla situazione attuale) e di ridurre del 75% delle emissioni attualmente imputabili al consumo di carburanti fossili.

Ma oltre alla riduzione dei consumi e delle emissioni di gas serra, i vantaggi di una mobilità efficiente, elettrificata nelle sue componenti di consumo e in grado di coprire il proprio fabbisogno energetico da fonti rinnovabili, riguardano anche la qualità della vita, con la riduzione degli inquinanti atmosferici locali e l’abbattimento del rumore da traffico veicolare: tutti elementi che incidono in modo determinante sul benessere di una comunità cittadina.

Proprio sul tema mobilità si sofferma Massimo Nordio, Amministratore Delegato di Volkswagen Group Italia: “Lo studio mette in evidenza e approfondisce alcuni aspetti chiave e offre spunti di riflessione notevoli. Dati alla mano, emergono principalmente due considerazioni: la prima è che l’elettrico è una soluzione concreta, la tecnologia migliore e più efficiente per raggiungere i target climatici globali, e assume un ruolo ancora più rilevante nel contesto urbano. Per questo è fondamentale accelerare la transizione verso la mobilità elettrica, con l’impegno tangibile e coordinato di tutti i player coinvolti: costruttori automobilistici, aziende energetiche e istituzioni. Per quanto ci riguarda, l’obiettivo del nostro Gruppo è la carbon neutrality e per centrarlo stiamo lavorando su tutti gli aspetti necessari, con una visione ampia che mette al centro l’e-mobility ma va molto oltre al prodotto, tenendo conto dell’intero ciclo di vita di un veicolo. La seconda considerazione è che lo sharing, rigorosamente a zero emissioni, può essere una risorsa importante per le città. Se pensato in maniera intelligente, può diventare uno strumento privilegiato per la diffusione della mobilità elettrica e contribuire al cambiamento culturale attraverso l’esperienza diretta”.

Per quel che riguarda l’abitare a Verona, a parità di benessere, il risparmio di energia termica associato alla riqualificazione degli edifici insieme all’elettrificazione di tutti i consumi finali domestici –per sfruttare la maggiore efficienza delle tecnologie disponibili (come nel caso delle pompe di calore elettriche per il riscaldamento e raffrescamento)–nonché all’installazione di soluzioni domoticheIoT a supporto della programmazione dei consumi da parte degli utenti, consentirebbe di ridurre del 75% dei consumi finali e del 64% le emissioni di CO2 del settore residenziale.

Secondo gli scenari analizzati dallo studio,rendere più efficiente e full electricil muoversi e l’abitare a Verona consentirebbe di ridurre fino al 76% l’energia finale consumata per queste attività, che passerebbe dalle attuali 294 mila a 70 mila tonnellate equivalenti di petrolio.Una situazione che, al netto della quota di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili già installata in città, consentirebbe di soddisfare il fabbisogno residuo moltiplicando per 13 la potenza degli impianti fotovoltaici già attivi sugli edifici nel territorio comunale: una sfida certamente impegnativa ma non impossibile se alla crescita attesa di impiantifotovoltaici privatiin ambito residenziale, anche grazie agli strumenti di incentivazione già disponibili,come il Superbonus 110%, si accompagnano investimenti inulteriori installazioni da parte dell’amministrazione, ad esempiosulle superfici libere degli edifici pubblici o nelle aree industriali dismesse.

Uno dei tasselli per l’obiettivo della città carbon neutral è il concetto dei 15 minuti – spiega il Sindaco di Verona Federico Sboarina -. I cittadini devono trovare servizi, svago e occasioni a questa distanza nei propri quartieri. Ed è il cambiamento che abbiamo avviato per Verona con due strumenti fondamentali: il Pums, Piano urbano della mobilità sostenibile che incentiva nuove forme di mobilità; e la rigenerazione urbanistica che porterà la rigenerazione di tante aree dismesse con funzioni pubbliche e molti servizi in molte zone di Verona. Da non dimenticare, inoltre, che l’efficientamento energetico, la riduzione dei consumi, il miglioramento dell’ecosistema urbano, passano anche attraverso progetti allargati di rinnovamento dei servizi pubblici. Su questo fronte, dal 2018, da parte del Comune e aziende partecipate, sono stati investiti 38 milioni di euro, in favore di ambiente, mobilità sostenibile e miglioramento del sistema di trasporto pubblico. Il tutto per l’incremento, ad esempio, di piste ciclabili, raddoppio delle ciclostazioni del Bike Sharing in tutti i quartieri, rinnovo flotta autobus trasporto locale. E, ancora, saranno sostituiti 35.000 punti luce, con nuove sorgenti a LED, con un risparmio energetico di kWh 15.076.612, pari al 65% in meno dell’energia consumata”.

La neutralità climatica delle città, che è una delle tessere principali del green city approach, sarà il tema della IV Conferenza nazionale delle Green City, organizzata dal Green City network il prossimo 8 luglio, in occasione della quale verrà presentata la “Carta delle città verso la neutralità climatica”

Economia: Nel 2021 +4,7% per il Pil

Stando all’Istituto nazionale di statistica, “nel 2021, in media d’anno, il Pil segnerebbe un deciso rialzo rispetto al 2020 (+4,7%) trainato dalla domanda interna che, al netto delle scorte, contribuirebbe positivamente per 4,6 punti percentuali; la domanda estera netta fornirebbe un limitato apporto positivo (+0,1 punti percentuali) mentre quello delle scorte sarebbe nullo in entrambi gli anni di previsione”. La stima del Pil diffusa a dicembre era di un +4,0%. “La fase espansiva dell’economia italiana – prosegue la nota – è prevista estendersi anche al 2022 quando, verosimilmente, l’attuazione delle misure previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dovrebbe fornire uno stimolo più intenso”. Stando ai dati diffusi, nel 2022 il Pil è previsto aumentare (+4,4%) sostenuto ancora dal deciso contributo della domanda interna al netto delle scorte (per 4,5 punti percentuali) mentre la domanda estera netta fornirebbe un marginale contributo negativo (per -0,1 punti percentuali).

Per quanto riguarda i consumi delle famiglie e delle Isp nel 2021 si prevede un incremento in termini reali (+3,6%) con un leggero aumento della propensione al consumo mentre, nel 2022, il progressivo miglioramento delle condizioni sul mercato del lavoro, congiuntamente a una più decisa riduzione della propensione al risparmio, porterebbe a una crescita di intensità maggiore (+4,7%). Anche i consumi della Pa sono attesi aumentare nel 2021 (+2,4%) per poi registrare un rallentamento nel 2022 (+0,3%).

Rispetto agli investimenti, “le previsioni per gli anni 2021 e 2022 sono fortemente legate alle ingenti misure di sostegno agli investimenti pubblici e privati previste dal Pnrr”. Il processo di accumulazione del capitale è previsto in marcata accelerazione nel 2021 (+10,9%), spinto sia dal proseguimento della fase espansiva delle costruzioni sia dalla ripresa di quelli in macchinari e in proprietà intellettuale, per poi restare vivace nel 2022 (+8,7%). L’evoluzione attesa per gli investimenti permetterebbe anche un deciso recupero della quota sul Pil che salirebbe di circa 2 punti percentuali, dal 17,8% del 2020 al 19,6% del 2022.

Anche “la fase di recupero dell’occupazione è attesa estendersi anche ai prossimi mesi”. Nel 2021 si attende una crescita delle Ula (+4,5%) che, in parziale decelerazione, proseguirà anche nel 2022 (+4,1%). Il tasso di disoccupazione aumenterà nel corso dell’anno (9,8%) per poi ridursi nel 2022 (9,6%). Infine, “nel prossimo anno la dinamica dei prezzi è prevista in parziale decelerazione”.

ITsArt, c’è la piattaforma digitale pubblica

Il patrimonio culturale italiano trova un nuovo palcoscenico per il proprio rilancio: debutta infatti la nuova piattaforma digitale pubblica ITsArt. Tramite un’iscrizione gratuita, l’iniziativa consente di fruire di una serie di contenuti multimediali che spaziano dall’arte, alla musica, alla storia, alla danza e al teatro. Inizialmente, il contenitore digitale, disponibile alla consultazione in italiano e inglese, prevede 700 contenuti gratuiti e a pagamento che vengono rilasciati secondo una programmazione piuttosto serrata: fra questi figurano anche il concerto del 3 giugno con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il racconto musicale dalla Villa di Poppea.

Tra gli altri eventi in programma, da segnalare diversi concerti di cantanti e artisti di primissimo piano che hanno deciso di utilizzare la piattaforma digitale per veicolare le proprie produzioni. Non mancano percorsi culturali storici come quello offerto dal Museo Egizio. Il programma completo è disponibile sul sito Internet tramite una griglia particolarmente semplice da consultare e accessibile da qualsiasi dispositivo.

Vaccino Pfizer e rare miocarditi nei giovani

C’è un “possibile collegamento” tra il vaccino anti-covid Pfizer e rare miocarditi segnalate nei giovani immunizzati. Lo segnala un report presentato al ministero della Salute in Israele. Il documento contiene un primo dato sulla frequenza di questi eventi: tra 1 su 3.000 e uno su 6.000 ragazzi (maschi) di età compresa tra 16 e 24 anni che hanno ricevuto il vaccino hanno sviluppato miocardite. I ricercatori, secondo quanto riportato sulla rivista ‘Science’ online, affermano che questo vaccino sembrerebbe mettere i giovani a “rischio elevato di sviluppare l’infiammazione del muscolo cardiaco” in questione. Ma la maggior parte dei casi è stata lieve e si è risolta in poche settimane, come è tipico della miocardite.

I vaccini di Pfizer e Moderna, tra l’altro, sono ora in fase di sperimentazione a dosi più basse nei bambini sotto i 12 anni, con risultati attesi nei prossimi mesi.

Il pentitismo e il condono non giustificano le responsabilità del passato

I sentimenti che animano l’immaginario collettivo, come deposito di una sapienza condivisa, spesso non coincidono con le leggi e le norme che si applicano ai fatti giudiziari, ai fuoripista della politica, al pentitismo postumo e all’oblio. Restano nella memoria popolare i fatti di cronaca, siano essi riferiti a delitti ritenuti efferati al momento della loro attuazione e poi inglobati e attenuati nel grande contenitore del tempo che passa, dove chiodo schiaccia chiodo, siano invece riconducibili a ripensamenti rispetto a sbandierate espressioni di intransigenza assunte nel nome della coerenza morale ma spesso declinate a mere opportunità elettorali, per fare man bassa di consensi gettando fango sugli avversari politici.

In questi giorni di attenuazione della preoccupazione sulla pandemia e di auspicata ripresa delle salvifiche abitudini quotidiane di un’epoca che sembrava non ritornare, abbiamo prestato maggiore attenzione ad alcuni eventi che ci hanno riportano anni indietro.

La scarcerazione di Giovanni Brusca, cui vengono attribuiti circa 150 omicidi tra cui le vittime della strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Falcone e parte della scorta e lo scioglimento nell’acido di un bambino innocente, ha suscitato lo scalpore che francamente la notizia merita. 25 anni di carcere sono parsi a molti riduttivi rispetto ai crimini commessi e ci si è interrogati – non senza laceranti conflitti interiori- sulla compatibilità e sulla “giustizia” della normativa per i collaboratori di giustizia “pentiti”, con l’efferatezza dei delitti. C’è un rituale anche per queste vicende di morte, di colpevoli e di vittime: il dolore e lo sgomento del fatto, i palloncini liberati al cielo (specie, lo si noti, per femminicidi e minoricidi),  l’esecrazione rinnovata ad ogni ricorrenza, alternata ad un oblio prevalente, la certezza della pena sistematicamente ridiscussa da pentitismi postumi, un’impunità diffusa, da un buonismo di maniera e dall’auspicata redenzione del reo.

La pena estingue il reato, è vero: a condizione che sia congrua rispetto al crimine.

Ma morti, bombe, vittime e loro familiari restano sullo sfondo come le tavole di pietra dove sono scolpiti i dieci comandamenti, per i quali si deve rispondere alla giustizia umana, a quella divina e a quella speranza che spinge il mondo e che si chiama civiltà. Senza contare che leggi speciali e sconti di pena per collaborazioni tardive spesso portano a comparare le disparità di trattamento, in termini di pene e sanzioni, con delitti di minore rilevanza per il codice penale e per la stessa coscienza morale e civile.

Non dobbiamo dimenticare gli anni della Resistenza e della lotta di liberazione – ci viene sempre ricordato -ma non possiamo chiudere un occhio di fronte a reati la cui avversione dovremmo insegnare nelle scuole.

Nella legislazione sul pentitismo e lo sconto di pena non si tiene conto delle ferite non rimarginabili che restano nella storia, nella memoria condivisa e cozzano con durezza contri i principi etici che vogliamo tramandare alle giovani generazioni.

Anche se totalmente diverso e decisamente incomparabile al precedente esempio, il ripensamento di un Ministro della Repubblica verso la “gogna mediatica” usata in passato come strumento per acquisire consensi, è stato salutato come un gesto d’onore: in sé lo è davvero ma non cancella il passato.

Chi voleva l’impeachment di Mattarella, si sottraeva al confronto e al dialogo e voleva aprire il Parlamento come una scatola di sardine ha legato le proprie fortune politiche alla sistematica demonizzazione degli avversari: sorprendono le giravolte tattiche che riguardano la considerazione delle istituzioni e delle persone, cercano attenuanti ai limiti del doppio mandato e si aprono ad alleanze un tempo demonizzate come il male assoluto, rimuovono radici e legami di giuramenti un tempo indissolubili.

Invochiamo spesso il valore della memoria senza accorgerci che diventa corta e interessata, selettiva e assoggettata a quello che chiamiamo il diritto all’oblio.

La violenza, come scelta del male sul bene, sia essa fisica o simbolica non può essere rimossa confidando sul perdono concesso in uno stato di grazia e di ripensamento.

Restano cicatrici che senza suscitare sentimenti di vendetta ci ricordano che il coraggio della conversione va misurato con la coerenza tra passato, presente e futuro.

Il ritorno degli USA nel mondo

E’ impressionante quanto lo scorrere del tempo, continuo e rapido, faccia spesso dimenticare fatti ed eventi solo qualche mese prima sulle prime pagine dei quotidiani, sulle copertine dei rotocalchi, in testa ai trend topic dei social. Era il 6 gennaio e il tempio della democrazia americana veniva invaso da una folla di esaltati aizzati dal Presidente sconfitto alle elezioni svoltesi poche settimane prima. Cinque mesi dopo Donald Trump appare come un vago ricordo, isolato nei suoi campi da golf in Florida, mentre il nuovo Presidente imprime agli Stati Uniti una svolta come neppure la presidenza Obama, col suo carico di simbolismo e di fiducia nel futuro – yes, we can – aveva saputo fare.

Ascoltare Joe Biden mentre espone le sue idee, le sue scelte fa venire in mente il sarcastico appellativo col quale Trump lo denigrava, “l’addormentato Joe”: un eloquio pacato, lineare, razionale. Rivolto più alle menti di quanti lo ascoltano che ai loro cuori eppure al tempo stesso ricco di umanità, ragion per cui non lo si può definire “piatto” o “noioso” perché tale non è, anche se forse lo appare. E certo non lo è nei contenuti.

Ha fatto scalpore a livello mondiale il suo schierarsi in favore del libero accesso ai brevetti per i vaccini anti-Covid, un pugno in faccia all’industria farmaceutica e al settore biotech che probabilmente non si tradurrà in scelte rivoluzionarie perché il negoziato al riguardo in ambito WTO sarà lungo e complesso, ma che ha avuto il merito di porre con forza un problema dell’umanità nel suo complesso, e cioè che senza vaccini per tutti gli abitanti del pianeta non vi potrà essere libertà assoluta dal virus per ognuno nel mondo, inclusi i cittadini dei paesi più ricchi, ancorché vaccinati. Dimostrando così che l’America è tornata, is back: è tornata ad occuparsi dell’intero globo terracqueo. Notizia buona o meno buona a seconda dei punti di vista e delle opinioni, ma comunque una notizia.

Ed infatti la politica internazionale – terreno sul quale il nuovo Presidente si muove con indubbia esperienza – è tornata ad assumere un ruolo rilevante. Iniziando col porre in chiaro a Cina e Russia in primis che il sistema delle democrazie occidentali non subirà passivamente ulteriori loro azioni volte ad allargarne lo spazio – commerciale, militare, tecnologico – condotte in spregio ai diritti umani e politici. Un messaggio duro, a volte anche irriverente (come accaduto con Putin), che mira da un lato a ricompattare un fronte un po’ sfilacciato (appunto invitando l’Europa a una condotta un po’ meno ambigua nei suoi rapporti con russi e cinesi) e dall’altro a rafforzare la “coscienza di sé” dell’America, del suo ruolo nel mondo. Già, perché se è vero che la politica estera non è (quasi) mai stata decisiva nelle scelte dell’elettorato statunitense è anche vero che il caso cinese, nei suoi vari aspetti, comincia a presentare molteplici criticità che generano concrete preoccupazioni: Trump le aveva colte e Biden non le nega, anzi le rafforza.

E’ in questo quadro allargato che allora va considerata l’affermazione sui brevetti vaccinali, così come pure quell’altra – del segretario al Tesoro Janet Yellen – sulla tassa minima sui profitti delle società da concordarsi a livello globale. Un’inversione a “U” rispetto alla politica ribassista di Trump ma anche nei confronti di un andamento storico che ha visto nel tempo una autolesionistica competizione fra i Paesi a ridurre le aliquote fiscali con solo vantaggio per le grandi Corporation e danni certi per le popolazioni degli Stati e per la stessa globalizzazione nei suoi aspetti positivi (esistono pure quelli, nonostante tutto). Altra tematica che richiede, e richiederà, una trattativa internazionale di non facile svolgimento. Ma che, appunto, è di rilevanza globale. Perché è lì, nel mondo, che Biden vuole ricollocare gli USA.

Ecumenismo e dialogo interculturale nel pensiero di Papa Francesco

  1. Una costruzione complessa Concludiamo con questo intervento il nostro esame delle due ultime encicliche di Papa Francesco, la Laudato si’ e la Fratelli tutti. Abbiamo esaminato nel primo saggio la Laudato si’, che costituisce lo sfondo delle proposte avanzate in Fratelli tutti: uno sfondo drammatico, anzi diremmo catastrofico (anche se temperato dalla speranza), perché Papa Francesco è ben consapevole del fatto che l’umanità, continuando il cammino che ha intrapreso, giungerà a una soglia di non ritorno che comprometterà, gravemente o definitivamente, la nostra sopravvivenza sulla terra. Questa è l’acquisizione fondamentale della Laudato si’. Rispetto ad essa la Fratelli tutti avanza, come abbiamo visto nel secondo saggio,  una proposta che vuole essere all’altezza della gravità della crisi, cioè concreta e praticabile – anche se indubbiamente comporta uno sconvolgimento di meccanismi d’azione universalmente dati per scontati. Tale proposta si incentra sulla fraternità universale degli esseri umani, al di là di tutte le differenze fenomeniche, e sulla solidarietà vivente tra esseri umani e mondo della natura. Questa consapevolezza deve oggi diventare il  fondamentale criterio di azione dell’umanità: sia per motivi di principio, religiosi e filosofici, sia per motivi di calcolo preveggente, perché l’alternativa, ossia la continuazione del modo di agire finora prevalente, darebbe luogo a una catastrofe di proporzioni finora inaudite. Proprio questo cambiamento rivoluzionario è per Papa Francesco l’unica via d’uscita concreta e praticabile dal vicolo cieco in cui ci troviamo. Cercheremo, in quest’ultimo saggio, di analizzare tale cambiamento in una delle sue dimensioni più importanti, quella dell’ecumenismo religioso.
  2. L’ecumenismo può essere considerato come il versante positivo del pluralismo delle religioni e, più in generale, delle culture – mentre il versante negativo è costituito dalla logica dell’autoaffermazione religiosa, che può condurre facilmente alle guerre di religione. Infatti, se il fine del confronto interreligioso è costituito dal riconoscimento universale di una sola religione come l’unica vera, allora sarà inevitabile, da parte dei sostenitori di ciascuna religione, mettere in evidenza le prerogative eccezionali delle proprie credenze, che sarebbero le uniche vere, sfidando gli interlocutori ad aderire ad esse. Questo atteggiamento ‘combattivo’ potrà essere di tipo puramente intellettuale – e allora, nel caso migliore, rimarrà nell’ambito di dispute accademiche che, confermando lo status quo della competizione religiosa, servono a ciascuno degli oratori per rafforzare e riaffermare il proprio sé, in quanto messaggero e difensore dell’Altissimo. Oppure potrà  travalicare i confini della disputa retorica o accademica  e innescare, o almeno legittimare, la pratica della violenza religiosa, come è accaduto innumerevoli volte nella storia, anche recente, dell’umanità.  

Come sul tema dell’avvenire della nostra civiltà mondiale e sul nuovo patto che deve essere stretto tra esseri umani, creature naturali e Dio, così anche sulla questione dell’ecumenismo gli approfondimenti apportati da Papa Francesco sono rilevanti. Ci pare che il suo modello di riferimento sia diverso da quello tradizionale delle dispute religiose: infatti non è il mondo delle religioni, che si confrontano ciascuna  adducendo le ragioni della propria superiorità, il centro di riferimento del suo ragionamento ma i centri sono due: sopra di noi, l’Assoluto, Dio; e tra noi, la sfida che ci impone  il nostro mondo, tanto quello della vita di noi umani quanto quello che sta al di là, al di fuori di queste dispute – la terra, la natura, la vita. Le religioni sono chiamate a confrontarsi – e dunque, si spera, a collaborare – su come servire nel migliore dei modi Dio: ma questo vuol dire oggi anzitutto su come far fronte al problema drammatico della sopravvivenza dell’umanità, della natura, della vita. L’urgenza dei tempi – che è il sigillo delle due ultime Encicliche – impone una revisione, esplicita o implicita, del paradigma del confronto religioso – e, prima, del modo in cui ciascuna religione si pensa. In questo senso il riferimento a San Francesco, con cui questa Enciclica si apre e si chiude, è fondamentale. E tuttavia non dobbiamo dimenticare la finezza ecumenica di Papa Francesco, nel chiamare a testimoni della Verità, accanto a San Francesco, esponenti di altre culture non cattoliche (e, alla fine, di un cattolico che amava profondamente il mondo musulmano): “In questo spazio di riflessione sulla fraternità universale, mi sono sentito motivato specialmente da San Francesco d’Assisi, e anche da altri fratelli che non sono cattolici: Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e molti altri. Ma voglio concludere ricordando un’altra persona di profonda fede, la quale, a partire dalla sua intensa esperienza di Dio, ha compiuto un cammino di trasformazione fino a sentirsi fratello di tutti. Mi riferisco al Beato Charles de Foucauld”.

  1. ll modello di San Francesco 

Cominciamo dalla presentazione che Papa Francesco fa di San Francesco.  “La fedeltà al suo Signore era proporzionale al suo [di San Francesco] amore per i fratelli e le sorelle. Senza ignorare le difficoltà e i pericoli, San Francesco andò a incontrare il Sultano con il medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi «tra i saraceni o altri infedeli […], non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio». In quel contesto storico era una richiesta straordinaria. Ci colpisce come, ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna ‘sottomissione’, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede”. “Egli non faceva la guerra dialettica, imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio. Aveva compreso che «Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). In questo modo è stato un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna, perché «solo l’uomo che accetta di avvicinarsi alle altre persone nel loro stesso movimento, non per trattenerle nel proprio, ma per aiutarle ad essere maggiormente sé stesse,  si fa realmente padre»”. 

Già queste prime osservazioni di Papa Francesco ci permettono di vedere l’eccezionalità del messaggio di San Francesco – che è stato tanto ammirato a parole quanto messo da parte nella tradizione ecclesiastica prevalente. Infatti, per secoli e secoli quali sono state le modalità di rapporto con l’altro (religioso) – cioè con il seguace di un’altra religione, che era insieme il rappresentante di un’altra cultura –   praticate dal mondo occidentale-cristiano (le due caratteristiche erano, fino a qualche tempo fa, fuse insieme)? Sono state, sul piano del discorso, esattamente quella ‘guerra dialettica’ che San Francesco e Papa Francesco deprecavano e deprecano e, sul piano pratico, l’aggressione, schiavizzazione, distruzione delle culture autoctone (come nel caso delle Americhe), oppure una continuità di attacco e difesa, dunque di aggressione reciproca,  come nei rapporti con il mondo islamico, oppure ancora, nel caso di molte altre grandi civiltà-mondo dell’Asia, la conquista politico-militare e insieme l’assoggettamento economico, che non equivalse allo sradicamento della cultura e della religione autoctone anche per l’enormità dei territori conquistati, rispetto all’esiguità del numero dei conquistatori. In genere possiamo dire senza paura che nel binomio ‘occidentale e cristiano’ è stato senz’altro il primo termine ad essere prevalente, talvolta ingoiando completamente il secondo. Non vogliamo con questo negare il valore di testimoni dell’autentico cristianesimo come, nel Cinquecento, frate Bartolomé de las Casas, che condusse una generosa battaglia in difesa dell’umanità degli Indios contro altri teologi ‘cattolici’,  che invece li relegavano al rango di ‘sottouomini’, anticipando così di alcuni secoli i nazisti che avrebbero coniato il termine di ‘subumani’ (Untermenschen).  Ma purtroppo Bartolomé de las Casas e altre nobilissime figure  furono sconfitti dai praticanti della politica di potenza.  Dunque, la prima cosa da fare è, insieme a rivendicare il modello positivo di San Francesco, anche riconoscere le proprie colpe, gli errori compiuti dalla Chiesa Istituzione: cosa che Papa Francesco fa, con ammirevole onestà intellettuale.

4.Diverse accezioni di dialogo interreligioso 

4.1 Il ‘dialogo’ interreligioso nella concezione cattolica tradizionale  

E’ doloroso dover ricordare tanti errori – in termini teologici, tanti peccati – che, sull’argomento del dialogo interreligioso,  sono stati compiuti nel passato dalla Chiesa cattolica, così come da altre religioni. Ma è necessario almeno accennarvi, perché altrimenti non si comprende l’innovazione apportata da Papa Francesco – che è poi il ritorno alla più pura fonte del Vangelo di Gesù. Bisognerà solo aggiungere che l’impostazione tradizionalista, esemplificata dal Sillabo di Pio IX (1864), non è l’unica espressione della tradizione cattolica: pensiamo per esempio al Cardinal Cusano, o a Erasmo da Rotterdam, o alla grande mistica apofatica, come esempi di un’impostazione cattolica alternativa, in linea di principio aperta all’alterità, che era stata per secoli sconfitta e che viene implicitamente recuperata dal magistero di Papa Francesco.  

Che significa dialogo  A pensarci bene quasi nessuno, nella storia del Cristianesimo, ha negato il principio del dialogo con i credenti in altre religioni. Semplicemente, fino a tempi molto recenti esso veniva inteso, nella maggioranza dei casi, semplicemente come un modo per convertire ‘gli altri’, cioè ‘gli infedeli’, ‘i pagani’ o ‘gli eretici’, all’unica Verità religiosa, detenuta dalla Chiesa cattolica. Questa concezione implicava una serie di riduzioni del concetto di dialogo tramite alcuni passaggi: 

  1. a) una concezione puramente intellettuale del dialogo, sganciato da ogni componente di empatia con l’altro. L’unica forma di emotività ammessa era la rabies theologica (che si pensava come giusto sdegno verso la malvagità) contro i sostenitori dell’eresia, dunque dell’Errore, dunque del Male. 
  2. b) Questo ‘dialogo’ era dunque in realtà un conflitto intellettuale volto alla conversione – o, qualora non si ottenesse questo risultato, alla condanna, comunque al disprezzo, dell’altro. Il fine era di mostrare irrefutabilmente la superiorità della propria dottrina su quella sostenuta dall’altro che, se perseverava nel sostenere la sua fede,  assumeva la figura dell’avversario (del diábolos, colui che divide). Egli era quindi destinato alla dannazione eterna – e, se possibile, anche a quella terrena. Oggi, la situazione è completamente cambiata e i cristiani generalmente non perseguitano più gli aderenti ad altre religioni – anzi, spesso sono perseguitati: potremmo dire che la Chiesa cattolica, dopo una resistenza plurisecolare, ha assimilato alcuni aspetti della tradizione liberale dell’Occidente, recuperando così – un bel paradosso storico! – alcuni momenti   decisivi del pensiero di Gesù Cristo. 

 

  1. c) La parabola del Buon Samaritano sintetizza, in modo efficacissimo, il senso di questa svolta nel campo dell’ecumenismo – una vera e propria svolta antropologica –  che potremmo definire così: dalla ortodossia  alla ortoprassi. 
  2. d) Il vecchio tipo di approccio, che potremmo definire di pseudo-dialogo, prescindeva completamente dalla riflessione che oggi noi diremmo antropologico-culturale, cioè dalla considerazione di come le diverse culture, e persino le diverse lingue, siano espressive di una visione del mondo da cui le religioni sorgono e di cui si nutrono.
  3. e) Il contesto generale in cui si muoveva questa apologetica bellicosa era definito dal cosiddetto rifiuto del relativismo. 

4.2 La risposta di Papa Francesco 

Il contrasto tra queste posizioni e la concezione cattolica contemporanea del dialogo interreligioso, quale è espressa da Papa Francesco, non potrebbe essere più radicale.  

  1. a) L’empatia come precondizione del dialogo

“Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”. Vengono qui elencate una serie di indicazioni, che potremmo definire psico-fisiche, sulla fenomenologia del dialogo: non a caso cominciano con il verbo ‘avvicinarsi’, che esprime la sostanza più profonda di questo processo, per cui il dialogo è un uscire fuori dalla propria postazione, andare verso l’altro, attratti proprio dal suo non-essere come me, dalla sua diversità psico-fisica. E infatti  i verbi che seguono il primo (avvicinarsi) esprimono queste modalità, che non sono soltanto psichiche o intellettuali, ma  riguardano la totalità delle dimensioni dei miei rapporti con l’altro (esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto). In una pagina celebre della Fenomenologia dello spirito, Hegel analizzava l’avventura della coscienza nel suo rapporto con l’altra coscienza e giungeva alla conclusione che necessariamente questa dialettica – il desiderio di riconoscimento di una coscienza da parte dell’altra – sfociava nella polarizzazione antagonista, cioè nella fissazione, attraverso la sfida della morte, dell’una come coscienza del signore e dell’altra come coscienza del servo. Nell’interpretazione hegeliana il confronto sfocia di per sé nella dominazione dell’uno dei due interlocutori sull’altro, è impossibile come arricchimento reciproco su un piano di parità. Questa impostazione era in fondo il precipitato di una plurisecolare esperienza del mondo compiuta dall’Occidente laicizzato – e non solo da quello: era la primordiale natura animale (mors tua vita mea) che si affermava attraverso la lotta delle coscienze. Non così nel Cristianesimo, e in Papa Francesco, che ne recupera la più profonda verità originaria: ‘forte come la morte è l’amore’, esso è la potenza originaria che costantemente ricrea relazioni, avvicina, unifica, combatte l’isolamento e la morte. 

  1. b) La filosofia del dialogo

A questo primo, decisivo passaggio, seguono una serie di determinazioni ulteriori, che potremmo definire, riprendendo una formula di Guido Calogero, come una “filosofia del dialogo”. Esso appare qui come l’universale elemento costitutivo della socialità autentica dell’essere umano. “Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare. Non c’è bisogno di dire a che serve il dialogo. Mi basta pensare che cosa sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose che hanno tenuto insieme famiglie e comunità. Il dialogo perseverante e coraggioso non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo rendercene conto”. Il dialogo autentico va quindi distinto accuratamente dal dialogo falso, che è una sorta di monologo mascherato caratterizzato dall’“abitudine di screditare rapidamente l’avversario, attribuendogli epiteti umilianti, invece di affrontare un dialogo aperto e rispettoso, in cui si cerchi di raggiungere una sintesi che vada oltre”. Invece, osserva Papa Francesco, “l’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi. A partire dalla sua identità, l’altro ha qualcosa da dare ed è auspicabile che approfondisca ed esponga la sua posizione perché il dibattito pubblico sia ancora più completo”. Potremmo dire che il vero dialogo è mosso dalla curiosità autentica verso l’altro, le sue esperienze, le sue convinzioni, mentre il falso dialogo è governato dal presupposto tacito della propria infallibile verità e dell’altrettanto scontata falsità delle posizioni dell’altro, in quanto siano, sostanzialmente o formalmente, difformi dalla mia.   

  1. c) Dal dialogo al pluralismo sociale e religioso: la dimensione antropologica

Una conseguenza di questa cultura del dialogo, che va sottolineata perché stride acutamente con la tradizione cattolica prevalente in un passato non lontanissimo, è la difesa del pluralismo, compreso il pluralismo religioso. Il dialogo, precisa Papa Francesco, non implica – come invece ritengono i tradizionalisti più ottusi –  rinunciare alle proprie posizioni, non vuol dire “dissimulare ciò in cui crediamo”. Sostenere la propria fede non vuol dire “smettere di dialogare, di cercare punti di contatto, e soprattutto di lavorare e impegnarsi insieme … Pensiamo che «le differenze sono creative, creano tensione e nella risoluzione di una tensione consiste il progresso dell’umanità».” Come si vede, nella categoria di pluralismo vengono comprese insieme il dialogo personale, quello sociale e quello religioso. “«La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». Tante volte ho invitato a far crescere una cultura dell’incontro, che vada oltre le dialettiche che mettono l’uno contro l’altro. E’ uno stile di vita che tende a formare quel poliedro che ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti compongono un’unità ricca di sfumature, perché «il tutto è superiore alla parte». Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda, benché ciò comporti discussioni e diffidenze. Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo”. La conseguenza di questa impostazione sostenuta da Papa Francesco è duplice: da una parte, si tratta di affermare ciò che egli chiama, molto significativamente, “il gusto di riconoscere l’altro” (che “implica la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e il diritto di essere diverso”). Questo è per così dire, l’effetto antropologico di questa impostazione: ci indica cioè che tipo di essere umano (aperto, disponibile, capace di mettersi in discussione) bisogna essere per affrontare autenticamente quel rapporto con l’altro che costituisce per me una sfida, una provocazione a uscire dai miei confini d’esperienza abituali, proprio perché l’altro è diverso da me, in quanto portatore di una diversa cultura. “San Paolo menzionava un frutto dello Spirito Santo con la parola greca chrestótes (Gal 5,22), che esprime uno stato d’animo non aspro, rude, duro, ma benigno, soave, che sostiene e conforta. La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri affinché la loro esistenza sia più sopportabile, soprattutto quando portano il peso dei loro problemi, delle urgenze e delle angosce. E’ un modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, come attenzione a non ferire con le parole o i gesti, come tentativo di alleviare il peso degli altri. Comprende il «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano», invece di «parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano»”. 

Ma c’è un’altra implicazione  almeno altrettanto importante:  la potremmo definire  gnoseologica o conoscitiva.  

  1. d) La dimensione gnoseologica: una verità esistenziale

Il capitolo settimo, Percorsi di un nuovo incontro,  comincia con un appello a “Ricominciare dalla verità”, in riferimento a conflitti, ferite da rimarginare, dolore e contrapposizioni. Rispetto ad essi, è inderogabile la necessità di ricostruire con onestà le tragedie del passato – non a scopi di vendetta, ma perché “la verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia”. Occorre spezzare la barriera della violenza e dell’odio – Papa Francesco lo dice con parole profonde e toccanti: “Ogni violenza commessa contro un altro essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci ‘diminuisce’ come persone  […] La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, e la morte altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile”. Come si vede già da queste parole, la verità di cui si parla qui rientra tra quelle che nel gergo filosofico definiremmo verità esistenziali: non si tratta di un’affermazione che prescinda dall’impegno del soggetto, che voglia essere valida per tutti, quale che sia il loro atteggiamento, che dunque sia obiettiva e universale. E’ invece una verità che coinvolge totalmente il singolo, che anzi è tale se e solo se lo coinvolge profondamente, se diventa consapevolezza dell’esperienza vissuta. Da questa punto di partenza nasce una prospettiva nuova, che riguarda, dice il nostro Papa, “l’architettura e l’artigianato della pace”: “Occorre cercare di identificare bene i problemi che una società attraversa per accettare che esistano diversi modi di guardare le difficoltà e di risolverle. Il cammino verso una migliore convivenza chiede sempre di riconoscere la possibilità che l’altro apporti una prospettiva legittima – almeno in parte – qualcosa che si possa rivalutare, anche quando possa essersi sbagliato o aver agito male”. Da qui la richiesta successiva: “Chiedo a Dio di ‘preparare i nostri cuori all’incontro con i fratelli al di là delle differenze di idee, lingua, cultura religione; di ungere tutto il nostro essere con l’olio della sua misericordia che guarisce le ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie; la grazia di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca della pace”. E’ evidente la differenza rispetto all’atteggiamento cattolico tradizionalista: non si parla qui “delle ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie” causate dagli altri, si ammette implicitamente la corresponsabilità del mondo cattolico in queste degenerazioni del dialogo interreligioso, che si tramuta in scontro tra le religioni. E infatti a questa constatazione segue la preghiera, che riguarda ancora una volta tutti e non soltanto ‘gli altri’: la richiesta della “grazia di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca di pace”.  E’ evidente allora che la verità di cui si parlava prima non è un monopolio teologico posseduto dall’unica religione vera, quella cattolica, ma è il principio universale di un’aspirazione che deve accomunare tutte le religioni, le quali devono sapere di essere sempre insidiate dalla tentazione dell’arroganza, della presunzione, del pregiudizio. Insomma in questa impostazione le diverse religioni mondiali non solo non sono riconosciute come un male, come nella dottrina tradizionale, ma neanche come un bene attenuato, qualcosa che deve essere giudicato sulla base dei parametri della mia propria religione, come nella Dichiarazione Nostra aetate del 1965, pur così importante: esse invece risultano, al di là di diversi aspetti contingenti e discutibili, come un bene perché “creano tensione e nella risoluzione di una tensione consiste il progresso dell’umanità”.  “Le diverse religioni, a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio, offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società. Il dialogo tra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza. Come hanno insegnato i Vescovi dell’India, «l’obiettivo del dialogo è stabilire amicizia, pace, armonia e condividere valori ed esperienze morali in uno spirito di verità e amore»”. Dio, lo spirito di verità e amore che comprende e oltrepassa tutte le singole denominazioni, viene qui invocato come creator spiritus, forza che rende possibile il riconoscersi come fratelli/sorelle di uomini e donne di diversa cultura, senza che questo comporti in  alcun modo l’abbandono della propria fede, lingua, cultura. Questo riconoscimento del valore dell’alterità non significa assolutamente l’adesione, da parte di Papa Francesco, ad un irenismo [pacificazione] tanto illusorio quanto fallace. L’esposizione in proposito di Papa Francesco è particolarmente felice, e va riportata interamente. Essa attraversa tre passaggi.

1) “La Chiesa apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni, e «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che […] non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini»”. Dunque, riconoscimento dei semi di verità presenti nelle altre religioni, come nella Nostra aetate.

2) “Tuttavia come cristiani non possiamo nascondere che «se la musica del Vangelo [che meravigliosa definizione!] smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo  smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna»”. Dunque, volontà di conservare la meravigliosa musica del Vangelo che ‘non smette di vibrare nelle nostre viscere’. 

3) “Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo.  Da esso «scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti»»”. Dunque, dovunque ci sia “il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro”, lì c’è Dio. Per i cristiani la strada che porta a questo risultato è “la musica del Vangelo”. Ma nella storia dell’umanità tante sono le strade, tante le musiche nella vita dello spirito: ciò che è veramente importante, ciò che è decisivo, è che tutte le strade salgano verso Dio attraverso il fratello, che tutte le musiche si compongano in una suprema armonia.  L’amore di Dio e del fratello è il compendio della legge,  aveva detto Gesù: Veritas in caritate.

  1. f) Differenza fra relativismo e relatività

Papa Francesco critica a più riprese la nozione di ‘relativismo’. E fa bene: perché con essa si intende l’impossibilità di stabilire alcun giudizio di valore, alcun principio morale universalmente valido e quindi la legittimazione di qualunque comportamento, anche il più malvagio, con le più svariate razionalizzazioni (e noi esseri umani siamo sempre stati bravissimi in questo). Hitler e Stalin, per esempio, adducevano diverse ragioni per i loro crimini e, almeno per un certo tempo, furono creduti dai loro popoli, o almeno da parti consistenti di essi. E non è mancato nella storia della filosofia, per esempio, chi ha teorizzato la spietatezza come segno dell’autenticità del (super)uomo. Tuttavia sarebbe un grave errore confondere, come fanno alcuni pensatori tradizionalisti o reazionari,  la categoria di relativismo con quella di relatività. Se noi facessimo così, allora per non aderire al relativismo dovremmo incorrere in una qualche forma di assolutismo – cioè di negazione della storia, di assunzione letteralistica di tutte le affermazioni della fede, senza alcun discernimento tra la sostanza metastorica e le forme storicamente determinate. Questa impostazione potrebbe avere un effetto energizzante nel breve periodo su un piccolo gruppo di fedeli, ma alla lunga, spegnendo in linea di principio la ricerca teologica, renderebbe sempre meno comprensibile il messaggio evangelico alle donne e agli uomini di oggi e renderebbe impossibile un autentico dialogo interreligioso (che infatti è malvisto dai tradizionalisti). Non è certo questa l’impostazione di Papa Francesco, né per quanto riguarda il dialogo interreligioso né per quanto riguarda il confronto con la cultura moderna (ricordiamo che il punto di partenza delle due Encicliche è costituito dai risultati delle scienze, naturali e sociali, moderne). Certo, questa impostazione aperta non solo lascia spazio, ma richiede un ulteriore approfondimento teologico e filosofico, nelle sedi opportune. In ogni caso è importante rilevare questa apertura di principio, senza cui tutto l’impianto delle due Encicliche risulterebbe  incomprensibile. 

  1. g) La parabola del Buon Samaritano nella versione di Campanella

Un’espressione meravigliosa di questa impostazione è data dalla parabola del Buon Samaritano, un cui aspetto non sempre è posto nella dovuta evidenza, nella sua duplice valenza, storica e metastorica o simbolica. Per quanto riguarda il primo aspetto, i Samaritani non sono nominati a caso. Dopo alterne vicende storiche, seguite al ritorno da Babilonia dei maggiorenti del popolo ebraico che erano stati lì deportati, i Samaritani  erano diventati per l’ortodossia ebraica, in cui Gesù crebbe e che cercò fino alla fine di riformare, il prototipo dell’eretico, disprezzabile e ‘vitando’. Questo è il punto di partenza anche di Gesù, come viene testimoniato dal suo divieto, rivolto ai discepoli, di predicare in città samaritane. Ma non certo il suo punto di arrivo, come risulta chiaro, oltre che  dalla parabola del Buon Samaritano, dall’incontro con la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe e dal passo di Luca in cui, dei dieci lebbrosi guariti da Gesù, solo uno, il Samaritano, torna da  lui a ringraziarlo. La parabola del Buon Samaritano è centrale nella predicazione evangelica perché dichiara espressamente secondarie e subordinate le argomentazioni di tipo puramente teo-logico, cioè relative ai “ragionamenti su Dio” e alle pratiche rituali conseguenti. Non che esse siano di per sé totalmente irrilevanti, ma certo non costituiscono il centro del Vangelo, che invece è costituito dalla predicazione della bontà misericordiosa di Dio e della necessità per tutti noi, nonostante i nostri limiti e i nostri peccati, di cercare il più possibile di conformarci ad essa. Dunque, la teologia non è fine a se stessa (come invece spesso tende a considerarsi) ma, per così dire, una specie di piattaforma  per il tuffo verso l’Alterità – intesa tanto nel senso di Dio quanto nel senso dell’altro, il  fratello.  Una teologia senza pratica della carità,  o addirittura che teorizzi una pratica contraria alla carità, non è solo gravemente insufficiente: è anche profondamente dannosa. 

Un grande filosofo cristiano, Tommaso Campanella (1568-1639), imprigionato per decenni e sottoposto a torture che non lo piegarono, aveva compreso perfettamente il senso profondo della parabola e ne propose una versione attualizzante che, quando fu composta, poteva forse destare scandalo nel mondo cattolico ma che oggi dovrebbe risultare per quel che è,  il recupero dell’intenzione originale della parabola di Gesù. Ecco la versione di Campanella:

“Da Roma ad Ostia un pover uom andando / fu spogliato e ferito da’ ladroni:/ lo vider certi monaci santoni/, e ‘l cansar, sul breviario recitando./ Passò un vescovo, e, quasi nol mirando/ sol gli fe’ croci e benedizïoni:/ ma un cardinal, fingendo affetti buoni,/ seguitò i ladri, lor preda bramando./ Alfin giunse un Tedesco luterano,/ che nega l’opre ed afferma la fede:/ l’accolse, lo vestío, lo fece sano./ Chi più merita in questi? chi è più umano?/ Dunque al voler l’intelligenza cede,/ la fede all’opra, la bocca alla mano;/ mentre quel che si crede,/ s’a te e agli altri è buon e ver, non sai:/ ma certo è a tutti il vero ben che fai”.   

  1. g) Il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune 

La sintesi di queste considerazioni è espressa nella parte  conclusiva dell’Enciclica. Essa comprende: a) un Appello che riporta alcuni  passi decisivi del Documento firmato con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyed ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 b) l’indicazione di alcuni dei maestri universali dell’ecumenismo e c) due toccanti preghiere finali – la  Preghiera al Creatore e la Preghiera cristiana ecumenica. La prima potrebbe essere considerata una piattaforma comune a tutte le religioni monoteiste (e, con qualche leggera variazione, a tutte le religioni) mentre la seconda costituisce un apporto specificamente cristiano – una splendida determinazione, non certo una negazione della prima. Sarebbe molto bello se queste preghiere fossero  ampiamente conosciute, presentate e recitate anche nelle nostre chiese. Ricordiamone due capisaldi: 

  1. Il rifiuto di principio della violenza.  “Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza e allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini”. Il fondamentalismo ottuso e violento costituisce il pericolo più grave che  è sempre stato presente nel mondo delle religioni, ma che oggi assume particolare rilievo. In questo caso le religioni, invece di essere lo strumento privilegiato per innalzare l’essere umano verso una dimensione più autentica e alta, diventano il mezzo principale per inchiodarlo alla barbarie: presunzione, ignoranza, aggressività costituiscono un cocktail micidiale, se ciò che è ignorante, stupido e malvagio viene presentato come un comando divino. Il primo passo verso una pacificazione religiosa consiste dunque nel rivendicare un più alto, nobile, autentico concetto di Dio rispetto a quello ristretto, meschino e insieme crudele dei fanatici. D’altra parte questa immagine di Dio, dell’Assoluto come apertura al mistero e alla sacralità dell’altro compare in tutte le fonti della sapienza religiosa. Esiste veramente, al di là delle molteplici formulazioni, un ethos religioso condiviso che costituisce il fondamento comune delle diverse religioni e che va rivendicato come base per una più ricca e umana convivenza tra le diverse società umane al tempo della globalizzazione. Per questo è così importante  l’affermazione di Papa Francesco che “il comandamento della pace è iscritto nel profondo delle tradizioni religiose che  rappresentiamo”. “Risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”.
  2. L’appello alla fraternità universale in nome di Dio

Ci pare che questo appello, così profondo e intenso, compendi in modo meraviglioso la congiunzione necessaria tra il culto di Dio e la fraternità (tra gli esseri umani e con la natura). Questo appello costituisce anche una netta presa di posizione di quelle che potremmo definire le religioni dell’Assoluto contro la pseudo-religione che avanza oggi in tutto il mondo: la pseudo-religione dell’immediatezza – del profitto, della superficialità e del ‘piacere’ – indotta dalla società dei consumi, della manipolazione del mondo e della manipolazione delle menti, nell’ignoranza di ciò che è supremo, nelle sperequazioni e  nell’isolamento,  intanto che procede il grande processo mondiale di distruzione della natura e del mondo. Rispetto a tutto questo Papa Francesco, insieme al Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb e sicuramente ad altri saggi uomini di fede di quasi tutte le confessioni, propone un’alleanza mondiale delle religioni, da cui si autoescludono solo i fanatici fondamentalisti,  che ha un particolare valore nel momento storico attuale – quando il tempo sta scadendo, molte distruzioni dell’ambiente naturale sono già state compiute in modo irreversibile e altre minacciano di esserlo in un prossimo futuro. ‘Solo un Dio ci può salvare’ era il titolo dell’ultima intervista di  Heidegger, pubblicata postuma: forse, adattando il discorso del grande filosofo, si potrebbe dire che ci può salvare solo una nuova coscienza antropologica e una nuova coscienza ecologica – una nuova coscienza teologica: “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e un paradiso in un fiore selvaggio/  tenere l’infinito nel palmo della mano/ e l’eternità in un’ora” (William Blake, Auguri di innocenza).  

 

Monsignor Gianfranco Poma, teologo. E’ stato assistente spirituale dell’Azione cattolica della diocesi di Pavia (1988-1995), docente in Seminario (1966-2000), direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi (1997-2005), delegato vescovile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (2005 – 2016).

Prof. Walter Minella: saggista e filosofo. Ha tradotto il breve saggio di  Varlam Tichonovič Šalamov,Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Como – Pavia 2012). Ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini,  Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Caltanissetta – Roma 2015); sullo stesso autore ha scritto la monografia Pietro Prini (Città del Vaticano, 2016). Ha curato con altri studiosi il volume Credere oggi in Dio, ancora e nonostante: Pietro Prini filosofo del dialogo tra fede e scienza (Roma 2018).

 

Voglia di futuro

Sarà la primavera con i suoi colori e le sue giornate più lunghe, sarà il tepore del sole che finalmente si fa sentire, saranno i tanti giorni passati in casa davanti al computer, le restrizioni così a lungo vissute, l’ansia che ci ha accompagnato; ma c’è nell’aria una voglia di uscire, di tornare a incontrarsi, di respirare; di respirare persino la confusione delle strade, i rumori della vita quotidiana.

E c’è un’emozione particolare nel ritrovarsi, nel tornare a fare lezione in presenza, nel riprendere contatto con il proprio ufficio, nel viaggiare in treno dopo tanti mesi, nell’acquistare un abito pensando a quando lo si indosserà, nell’andare al cinema, nel mangiare una pizza seduti a un tavolo che non è quello di casa propria, in mezzo ad altri. Una normalità perduta e pian piano ritrovata. Gesti quotidiani e situazioni di interrelazione che si vivono ancora con preoccupazione, ma che hanno il sapore di una libertà recuperata, che vorremmo non dover lasciare più. E, d’altra parte, come potremmo non immaginare che tutto quello che abbiamo vissuto – la paura, la sofferenza, la morte delle persone care, la paralisi di attività, l’impoverimento di tanti – possa finalmente avere fine? Le riaperture su cui tanto si insiste in questi giorni – vessillo di una propaganda politica senza fine, mantra ripetuto ad ogni passo – hanno una forza che è simbolica oltre che economica o funzionale. Riaprire è riprendere a vivere, “riprendersi la vita” come qualcuno ama dire. È alzare finalmente lo sguardo, guardare avanti, ricominciare a immaginare, a progettare, ritrovare il gusto di proiettarsi verso il futuro. Riaprire è pensare che il futuro sia nuovamente possibile.

Nel tempo della pandemia, il futuro è apparso come soffocato. Matrimoni rinviati, attività sospese o addirittura chiuse, percorsi di studio e progetti costretti a rimodularsi in un’assoluta incertezza. Un tempo sospeso che ci ha consegnato a una lentezza dimenticata e a una profondità possibile, ma che ha visto assottigliarsi la proiezione nel futuro. E ora, è proprio il futuro che si riprende la scena: un desiderio incalzante di futuro.

Anche la politica torna a parlare di futuro: di investimenti, ripresa, modernizzazione, digitalizzazione, semplificazione. Come se si dovesse spiccare la corsa in avanti: con decisione e rapidità. Ora o mai più. E i fondi stanziati dall’Europa cominciano ad essere percepiti finalmente non come un semplice sostegno alla crisi – uno strumento di ripristino – quanto piuttosto come un investimento per il futuro, per le giovani generazioni, per costruire il mondo che verrà.
E poi, ci sono i vaccini con cui «l’Italia rinasce con un fiore». Tra ansie, diffidenze e polemiche, ma anche tra l’emozione di chi finalmente potrà tornare a vedere i figli lontani, a muoversi, a uscire, a sperare di poter combattere il virus, di lasciarsi alle spalle la devastazione di cui esso è stato capace.
L’orizzonte del futuro, la voglia insistente e intensa di futuro, domina queste giornate primaverili in cui lavoriamo alla chiusura del numero 2 di «Dialoghi».

Ma a riportarci indietro, invece, ci sono voci e immagini di situazioni che pensavamo non più ripetibili con così tanta drammaticità. I morti bruciati per strada in India, neppure più contati per il dilagare dell’epidemia e l’assenza di soccorso: una povertà radicale, nella mancanza di ossigeno e nella negazione di ogni ragionevole diritto. E poi la violenza nuovamente riesplosa tra palestinesi e israeliani, a Gerusalemme, dove le tensioni sono endemiche, pur nell’intreccio inestricabile di culture e tradizioni, epicentro di conflitti già molte volte in passato, ma anche luogo senza la cui pacificazione non ci sarà pace nel mondo.
E poi ci sono gli scontri, più o meno “diplomatici”, per il controllo delle aree di pesca tra la Francia e la Gran Bretagna e tra l’Italia e la Tunisia. E i naufragi, che ormai non sconvolgono neppure più, con il loro carico di morte; i barconi e i migranti sempre più disperati e sempre più “bambini”, con un’età che continua ad abbassarsi: quei migranti che nessuno vuole e che si discute all’infinito su come “ricollocare”.

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Credito e liquidità per famiglie e imprese

Le moratorie tuttora attive riguardano prestiti del valore di circa 144 miliardi, a fronte di 1,3 milioni di sospensioni accordate; superano quota 173 miliardi le richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese presentati al Fondo di Garanzia per le PMI. Attraverso ‘Garanzia Italia’ di SACE i volumi dei prestiti garantiti raggiungono i 24,1 miliardi di euro, su 2.186 richieste ricevute.

Sono questi i principali risultati della rilevazione effettuata dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19, di cui fanno parte Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero dello Sviluppo Economico, Banca d’Italia, Associazione Bancaria Italiana, Mediocredito Centrale e Sace.

La Banca d’Italia continua a rilevare presso le banche, con cadenza settimanale, dati riguardanti l’attuazione delle misure governative relative ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, le iniziative di categoria e quelle offerte bilateralmente dalle singole banche alla propria clientela. Sulla base di dati preliminari, riferiti al 21 maggio, sono ancora attive moratorie su prestiti del valore complessivo di circa 144 miliardi, pari a circa il 52% di tutte le moratorie accordate da marzo 2020 (circa 280 miliardi). Si stima che tale importo faccia capo a circa 1,3 milioni di richiedenti, tra famiglie e imprese. L’importo delle moratorie in essere differisce da quello delle moratorie concesse per vari motivi, tra cui il venire a scadenza di una parte di esse.

Le moratorie attive a favore di società non finanziarie riguardano prestiti per circa 115 miliardi. Per quanto riguarda le PMI, sono ancora attive sospensioni ai sensi dell’art. 56 del DL ‘Cura Italia’ per 115 miliardi. La moratoria promossa dall’ABI riguarda al momento 4 miliardi di finanziamenti alle imprese.

Sono attive moratorie a favore delle famiglie[2] a fronte di prestiti per 23 miliardi di euro, di cui 4 per la sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini). Le moratorie dell’ABI e dell’Assofin rivolte alle famiglie riguardano circa 3 miliardi di prestiti.

Sulla base della rilevazione settimanale della Banca d’Italia, si stima che le richieste di finanziamento pervenute agli intermediari ai sensi dell’art. 13 del DL Liquidità (Fondo di Garanzia per le PMI) abbiano continuato a crescere fino al 21 maggio, a 1,75 milioni, per un importo di finanziamenti di circa 152 miliardi. Sono stati erogati prestiti a fronte di oltre il 92% delle domande, e a fronte di circa il 95% nel caso delle domande per prestiti interamente garantiti dal Fondo (art. 13, lettera m)).

Il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale (MCC) segnalano che sono complessivamente 2.178.822 le richieste di garanzie pervenute al Fondo di Garanzia nel periodo dal 17 marzo 2020 al 2 giugno 2021 per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di imprese, artigiani, autonomi e professionisti, per un importo complessivo di oltre 173,5 miliardi di euro. In particolare, le domande arrivate e relative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’ sono 2.168.093 pari ad un importo di circa 172,5 miliardi di euro. Di queste, 1.147.088 sono riferite a finanziamenti fino a 30.000 euro, con percentuale di copertura al 100%, per un importo finanziato di circa 22,3 miliardi di euro che, secondo quanto previsto dalla norma, possono essere erogati senza attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del Gestore e 524.257 garanzie per moratorie di cui all’art. 56 del DL Cura Italia per un importo finanziato di circa 14,4 miliardi. Al 3 giugno sono state accolte 2.158.475 operazioni, di cui 2.147.986 ai sensi dei Dl ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’.

Salgono a circa 24,1 miliardi di euro, per un totale di 2.186 operazioni, i volumi complessivi dei prestiti garantiti nell’ambito di “Garanzia Italia”, lo strumento di SACE per sostenere le imprese italiane colpite dall’emergenza Covid-19. Di questi, circa 8,9 miliardi di euro riguardano le prime dieci operazioni garantite attraverso la procedura ordinaria prevista dal Decreto Liquidità, relativa ai finanziamenti in favore di imprese di grandi dimensioni, con oltre 5000 dipendenti in Italia o con un valore del fatturato superiore agli 1,5 miliardi di euro. Crescono inoltre a 15,2 miliardi di euro i volumi complessivi dei prestiti garantiti in procedura semplificata, a fronte di 2.176 richieste di Garanzia gestite ed emesse tutte entro 48 ore dalla ricezione attraverso la piattaforma digitale dedicata a cui sono accreditate oltre 250 banche, istituti finanziari e società di factoring e leasing.